La guerra come la vogliono oggi i padroni del mondo.

 

La guerra come la vogliono oggi i padroni del mondo.

 

 

 

Emirati Arabi Uniti Via dall’OPEC.

Conoscenzealconfine.it – (2 Maggio 2026) – Redazione – T.me/telegram - veritas – ci dice:

Tra i maggiori produttori di greggio gli Emirati Arabi Uniti infliggono un duro colpo al cartello a guida saudita, puntando al doppio della produzione.

 

Inizia a diventare visibile la riorganizzazione del flusso energetico mondiale, dove Londra viene progressivamente tagliata fuori.

Emirati Arabi Uniti (il terzo tra i produttori dell’organizzazione petrolifera, subito dopo Arabia Saudita e Iraq), fuori dall’OPEC e OPEC+.

Queste mosse non sono mai casuali: seguono tempistiche ben precise dettate da coordinamenti ad altissimo livello.

Con questa mossa l’EAU potrà aumentare la produzione di petrolio senza dover rendere conto a nessuno.

E se cresce la produzione, scende il prezzo.

Londra e Ursula grugniscono (anche se per quest’ultima non vi sono differenze di espressione facciale) ma devono obbligatoriamente subire il cambiamento epocale che vi è in corso che li vede irreversibilmente e necessariamente perdenti.

 

L’Iran adesso ha molto meno potere contrattuale e ancora meno soldi in cassa visto che vi sono sempre le navi americane a presidiare Hormuz e la quotazione del petrolio andrà a scendere.

 

Inoltre, l’Arabia Saudita (controllata in parte da Londra), viene gravemente danneggiata perché:

– È un terremoto per il cartello petrolifero;

– Resta il perno del sistema, ma perde un membro importantissimo;

– Avrà molta meno capacità di controllare i prezzi e la produzione.

 

E finalmente, una buona notizia per noi italiani:

 per un Paese importatore netto come l’Italia, questo significa innanzitutto una possibile riduzione del costo dell’energia con conseguente riduzione della bolletta energetica e alleggerimento dei costi di produzione a beneficio di famiglie e imprese.

Dopo 60 anni gli Emirati Arabi Uniti escono da OPEC e OPEC+. Proprio adesso.

 Ma guarda…

(rainews.it/articoli/2026/04/emirati-arabi-uniti-via-da-opec-usciamo-per-nostro-interesse-nazionale-cc50be4b-3684-45df-9fd7-ab02363995c4.html).

(t.me/In_Telegram_Veritas).

 

 

 

 

L’Iran ha Distrutto un’Arma

Meteorologica Usa-Israeliana

Ponendo Fine alla Siccità?

Conoscenzealconfine.it – (3 Maggio 2026) - economictimes.indiatimes.com – Redazione – ci dice:

 

Un articolo del sito economictimes.indiatimes.com. tratta delle voci che circolano secondo cui la situazione meteorologica in Iran sarebbe cambiata drasticamente in seguito alla distruzione di sistemi militari statunitensi da parte dell’Iran.

“Secondo quanto riportato sabato da “NBC News”, citando fonti attendibili, dall’inizio degli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran, il 28 febbraio, l’Iran avrebbe inflitto danni molto più ingenti alle basi e alle attrezzature statunitensi in Medio Oriente.

 Il rapporto afferma che i danni causati dagli attacchi di rappresaglia iraniani contro le basi militari statunitensi in sette paesi del Medio Oriente sono “di gran lunga più gravi di quanto ammesso pubblicamente e che le riparazioni dovrebbero costare miliardi di dollari”.

L’Iran ha colpito decine di obiettivi, tra cui magazzini, quartier generali, hangar per aerei, infrastrutture di comunicazione satellitare, piste di atterraggio, sistemi radar di alta tecnologia e decine di velivoli, secondo quanto riportato.” (middleeastmonitor.com)

 

“L’ambasciata iraniana a Kabul ha annunciato di aver distrutto un centro segreto per l’inseminazione delle nuvole e il cambiamento climatico negli Emirati Arabi Uniti, sostenendo che l’operazione abbia provocato un cambiamento immediato e totale delle condizioni meteorologiche nella regione.

 L’annuncio arriva mentre questa settimana l’Iran e l’Iraq stanno registrando forti piogge e un calo di temperatura di cinque gradi Celsius, sebbene non sia stata fornita alcuna verifica indipendente che colleghi i due eventi.” (x.com)

 

L’ambasciata iraniana in Afghanistan aveva postato (e poi cancellato) questo messaggio che collegava un bombardamento su un “centro di cloud seeding” UAE al ritorno della pioggia. (turkiyetoday.com)

In queste settimane ci sono state effettivamente precipitazioni insolite e intense in parti di Iran, Iraq, Turchia e Siria.

 Il Tigri e l’Eufrate hanno visto un forte aumento dei livelli (in alcuni tratti triplicati rispetto all’anno scorso), dighe irachene come Darbandikhan e Dukan hanno aperto gli sfioratori, aree desertiche (Diyala, Salah al-Din) si sono rinverdite e il lago Urmia in Iran ha registrato un rialzo significativo del livello (decine di centimetri in pochi mesi, grazie a piogge sopra la media nel bacino.

 

Inoltre già nel 2011 (e in seguito) l’ex presidente iraniano Ahmadinejad disse che “ci rubano la pioggia” accusando l’Occidente di usare tecnologie per deviare le nuvole.

 Ufficiali iraniani (compresi generali dei Pasdaran) hanno ripetuto accuse simili contro Israele, USA ed Emirati Arabi Uniti (“furto di nuvole” o “neve rubata”).

 

Il programma “UAE” è iniziato alla fine degli anni ’90, con investimenti significativi all’inizio degli anni 2000, diretti dallo sceicco “Mansour Bin Zayed Al Nahyan”.

La collaborazione internazionale ha coinvolto il “NCAR” (USA) e la” NASA” per stabilire la metodologia, finalizzata a studiare la fisica e la chimica delle nuvole locali per massimizzare la pioggia.

 

Gli UAE utilizzano aerei che rilasciano sali (composti igroscopici) per indurre la pioggia, una tecnica che ha contribuito ad aumentare le precipitazioni annuali.

 Dal 2015, con la creazione del “UAE Research Program for RAI Enhancement Science” (UAEREP), la collaborazione si è estesa globalmente per coinvolgere ricercatori da tutto il mondo.

Oggi, il programma UAE è uno dei più avanzati e costanti della regione, con oltre 1.000 ore di volo all’anno.

 

Nogeoingegneria.com aveva segnalato la grave siccità in Iran prima dell’attacco degli Stati Uniti e di Israele.

 Ancora prima dell’inizio dei bombardamenti – a partire dal novembre 2025 – in Iran erano state avviate intense operazioni di inseminazione delle nuvole, che avrebbero dovuto protrarsi fino a maggio 2026.

(nogeoingegneria.com/news/liran-ha-distrutto-unarma-meteorologica-statunitense-israeliana-ponendo-fine-alla-siccita).

 

 

 

Best of Appunti –

La logica estrattiva della guerra.

Appunti.substack.com – (Apr. 25, 2026) - Paola Giacomoni – Redazione – ci dice:

Appunti di Stefano Feltri.

Il petrolio ha un enorme potere e non è semplice mezzo per i fini della nostra civiltà, da usare senza conoscere le sue origini e la sua inevitabilmente limitata disponibilità.

 

Le guerre per il controllo del petrolio mostrano la faccia peggiore dell’occidente: si pensa la Terra come un dato scontato, a nostra disposizione: non è un’alleanza quella su cui si fonda, ma uno sfruttamento profondo e per questo temporaneo, che forse durerà per i nostri figli ma non si sa se basterà per i nipoti.

 La Terra sta reagendo a tutto questo e dobbiamo farci i conti.

 

“Appunti” ha meritoriamente messo in luce in questi giorni il nesso tra geopolitica e cambiamento climatico, cosa poco frequente negli articoli dei giornali nazionali.

 

Un elemento evidente ma non abbastanza sottolineato nella fretta di commentare il giorno per giorno è proprio il fatto che tutto nelle guerre più recenti si svolge intorno al controllo della produzione del petrolio e del gas, considerati sempre come sostegni indispensabili, come motori anche simbolici della nostra civiltà.

 

Così è stato con l’aggressione al Venezuela che con violenza ha garantito all’America di Trump il bottino della gestione del petrolio di quel paese; allo stesso modo si sta definendo anche il violentissimo attacco israelo-americano all’Iran di questi giorni.

Non si poteva non sapere – ma il potere americano è evidentemente privo di orientamento strategico - che attaccando l’Iran si sarebbe scatenata una rappresaglia intorno alla produzione e al commercio di petrolio e gas negli angusti spazi mediorientali da cui transitano petroliere dirette in ogni parte del mondo.

 

Quasi fossero vitali riserve di sangue per le aride vene del capitalismo mondiale, questi prodotti fanno fatica ormai a passare sia dallo stretto di Hormuz che dal canale di Suez. Il petrolio, stanato dai giacimenti sotterranei, si infila poi in passaggi impervi, dove è facile bloccarlo: per arrivare a scaldare le nostre case deve superare ostacoli fisici e politici estremi.

 

Non abbiamo idea, noi che lo usiamo nei serbatoi delle nostre auto e delle nostre case, che non è semplice e automatico rifornirsi di questo incredibile prodotto della storia della Terra anche perché le pompe di benzina o le caldaie delle nostre case sembrano fornircelo come se fosse qualcosa di ponto all’uso, uno strumento non problematico, semplice da usare.

 

Ma abbiamo saputo ora che il possibile aumento deciso del suo prezzo può mettere in ginocchio l’economia mondiale, come o peggio dei tempi dell’austerity degli anni Settanta.

Dunque il petrolio ha un enorme potere e non è semplice mezzo per i fini della nostra civiltà, da usare senza conoscere le sue origini e la sua inevitabilmente limitata disponibilità.

Questo potere è il risultato di un’epoca in cui se ne è fatto un uso intensivo e scriteriato, come se il petrolio dovesse durare per sempre, ma anche di un periodo in cui sembrava che alternative praticabili fossero poco promettenti, mentre le rinnovabili sono oggi molto competitive sul prezzo dell’energia.

 

Il petrolio e la sua storia.

La Terra lo ha formato nei milioni di anni come risultato della decomposizione di remotissimi organismi viventi, alghe, batteri, microrganismi marini compressi e alterati chimicamente nella storia profonda del pianeta, di cui non ci curiamo.

 

Per “addomesticarlo” occorre recuperarlo dai complicati recessi della Terra e avviarlo poi sulle strette vie presidiate da uomini in galabia, per farlo arrivare con mille intralci nelle lontane case occidentali.

 Niente è semplice in questo percorso, tutto può essere bloccato facilmente, il commercio mondiale è strettamente legato ad accordi condotti in tempi di pace che si rivelano molto fragili se la guerra arriva.

 

La “logica estrattiva” che presiede a tutto questo percorso prevede un suo uso indiscriminato, come se il petrolio fosse per natura destinato a riscaldare le case e a produrre plastica, come se fosse a nostra disposizione, a nostro uso e consumo, apparentemente senza limiti.

 

Proprio perché così non è, è facile bloccarne la produzione e il commercio, così come è stato facile accumulare incredibili ricchezze, rimaste ancora in poche mani, come è tipico di questa logica predatoria.

 

Anche perché la nostra relazione con la Terra che lo produce è del tutto unilaterale: prendiamo senza restituire, ci approvvigioniamo come se tutto in natura avesse lo scopo del benessere e della ricchezza umana, come se di quella roba fossimo padroni, come se il “drill, drill, baby drill” di Trump fosse il suo destino migliore.

 

La Terra agisce.

Le guerre per il controllo del petrolio mostrano la faccia peggiore dell’occidente: si pensa la Terra come un dato scontato, a nostra disposizione: non è un’alleanza quella su cui si fonda, ma uno sfruttamento profondo e per questo temporaneo, che forse durerà per i nostri figli ma non si sa se basterà per i nipoti. La Terra sta reagendo a tutto questo e dobbiamo farci i conti.

 

Queste guerre in cui alcuni maschi alfa si strappano di mano il controllo del petrolio mondiale - con possibili conseguenze catastrofiche se alcuni riescono facilmente a bloccarlo - sono l’ultimo passaggio tragico prima che la Terra presenti il conto dell’atteggiamento predatorio con cui la trattiamo, come se fosse un oggetto inerte e silenzioso e perciò sfruttabile, apparentemente inalterabile e passivo.

 

La Terra al contrario agisce, reagisce infine in modo violento e drammatico se non si rispettano le sue leggi: alzando il livello dei mari, inviando furiose e distruttive tempeste, cambiando sempre più nettamente il clima, desertificando molti ambienti.

 

Non si può più prendere senza restituire: svuotare i suoi recessi senza avere una strategia per il futuro è il comportamento da predoni, di chi pensa al bottino immediato e non all’avvenire delle nuove generazioni.

 

Di questo e di tutto il più ampio contesto mi sono occupata nel mio ultimo lavoro: La Terra siamo noi: una filosofia per il pianeta, Mondadori Università.

 

Le rinnovabili e l’alleanza con il pianeta.

La produzione di energie rinnovabili sembra dimenticata in questi giorni, ma invece è essenziale perché si basa su un’alleanza con la Terra, con la sua estrema forza e la sua ricchezza.

 

Ci può emancipare da quelle strettezze, ci può rendere indipendenti dagli intrichi con il petrolio e dai suoi padroni in altri mondi, può utilizzare risorse non limitate come il sole o il vento, se spinte avanti e immagazzinate con stoccaggi sempre più efficienti con la tecnologia di oggi, che può sviluppare questo ambito in una misura e anche con prezzi in passato non prevedibili. Può preparare un futuro decente e non tragico per le generazioni future.

 

Le guerre del petrolio possono e devono finire prima che stravolgano il nostro mondo, popolato da presunti dominatori che per essere considerati padroni del mondo spingono agli estremi la logica estrattiva che sempre si accompagna a quella del potere politico autoritario; il quale come è noto si auto confuta perché pensa di poter fare a meno del consenso, delle discussioni democratiche e di ogni ragionamento razionale.

 

Per questo non può che avere vita breve.

 

 

Le élites europee vogliono la guerra,

i popoli no. Fermiamo l’escalation

prima che sia tardi.

Ilfattoquotidiano.it – (3 dicembre 2025) - Paolo Ferrero -Rifondazione Comunista -Redazione – ci dice:                      

Mi pare evidente che Trump stia spingendo per una trattativa di pace in Ucraina.

Mi pare altrettanto evidente che larghissima parte dei governi europei lavorino per l’escalation.

Le élites europee vogliono la guerra, i popoli no. Fermiamo l’escalation prima che sia tardi.

 

Nel mitico mondo occidentale, caratterizzato dalla democrazia, dalla libertà e dal pluralismo, molte persone si aspettano che l’informazione debba svolgere un ruolo importante per permettere all’opinione pubblica di capire cosa sta succedendo.

 Vi propongo a mo’ di esempio come sono state riportate le parole che Putin ha pronunciato ieri a proposito dell’ipotesi avanzata da “Cavo Dragone” secondo cui “la Nato valuta la possibilità di un attacco ibrido preventivo alla Russia”.

 

La traduzione delle parole di Putin che ho trovato sia sui giornali che in rete è la seguente:

“Non intendiamo combattere contro l’Europa, l’ho detto cento volte, ma se l’Europa volesse improvvisamente combattere con noi e iniziasse, saremo pronti subito”.

Questa affermazione è stata resa nel seguente modo dai principali media “main stream” italiani:

 “Putin minaccia la Ue: pronti alla guerra” (Corriere della sera), “Pronti alla guerra con l’Europa” (la Repubblica), Guerra: Putin minaccia l’Europa” (La Stampa), “Putin minaccia l’Europa: Siamo pronti alla guerra” (il Resto del carlino), “Putin, minaccia all’Europa” (il Messaggero) e così via.

Posso dire senza essere accusato di essere filo-putiniano che i titoli dei giornali sono una indegna opera di disinformazione?

A me pare infatti evidente che il senso delle parole di Putin viene semplicemente rovesciato per far apparire la Russia come interessata a fare la guerra all’Europa.

 

Non è la prima volta che succede ma non si tratta di un dettaglio, perché siamo in un passaggio della guerra ucraina decisivo e quindi è opportuno capire cosa sta veramente succedendo.

 A me pare che la situazione sia la seguente.

L’Ucraina sta chiaramente perdendo la guerra e nel giro di poco tempo non sarà in grado di reggere il fronte.

La situazione non può quindi continuare così per lungo tempo.

Di fronte a questa situazione vi sono solo due strade:

o si fa una trattativa che punta all’accordo con i russi, o si dà luogo ad un salto di qualità nella guerra in Ucraina, con un coinvolgimento militare diretto della Nato.

Quando dico diretto intendo non solo le armi ma anche i soldati, visto che palesemente l’Ucraina non è nelle condizioni di portare al massacro altre centinaia di migliaia di uomini che non ha più.

 Cioè l’Italia e l’Europa entra in guerra contro la Russia.

 

Mi pare evidente che Trump stia spingendo per una trattativa che porti alla pace.

 Mi pare altrettanto evidente che larghissima parte dei governi europei, l’Unione Europea e il Parlamento europeo siano contrari alla pace e lavorino per l’escalation.

 Caso emblematica è la votazione giovedì scorso della risoluzione da parte del Parlamento europeo in cui si critica esplicitamente la proposta statunitense e si ribadisce – tra l’altro – che l’Ucraina possa tranquillamente entrare nella Nato.

Da notare che della maggioranza di 401 deputati che hanno votato per la guerra fanno parte Fratelli d’Italia, Forza Italia, il Partito Democratico e Alleanza Verdi e Sinistra.

 

Il fronte politico della guerra è quindi assai ampio e comprende larga parte dell’opposizione parlamentare.

Questo contrasta con l’orientamento maggioritario della popolazione italiana che è contraria alla guerra.

 

Questo è il principale problema politico che abbiamo:

il sistema bipolare che è stato imposto alla Repubblica italiana rende impossibile il funzionamento della democrazia perché rende impossibile un qualsivoglia rapporto tra le opinioni della stragrande maggioranza della popolazione e l’espressione politica parlamentare.

È del tutto evidente che centro destra e centro sinistra, pur con le loro differenze, convergono completamente sul nodo fondamentale che oggi ci troviamo dinnanzi:

 una trattativa per una pace duratura o l’escalation militare al fine di vincere la guerra e imporre una pace giusta?

Tra il popolo italiano oggi non vi è questa consapevolezza e questo è il principale problema che abbiamo nella difficoltà a tradurre il sentimento pacifista che è maggioritario con una decisa azione contro la guerra, qui ed ora.

 

Su Gaza vi è stato una rivolta morale di larga parte del popolo italiano che ha utilizzato gli scioperi generali indetti dai sindacati di base e dalla Cgil come veicolo per esprimere il proprio sdegno.

 Su Gaza questo sdegno si è espresso dopo mesi e mesi e mesi di genocidio.

Oggi la situazione è più difficile perché questa contrarietà dovrebbe esprimersi prima che la guerra ci coinvolga direttamente, perché vi è confusione su cosa fare per fermare la guerra e perché i media “main stream”, insieme a centro destra e centro sinistra, sono completamente schierati dalla parte della guerra e lavorano per l’escalation.

 

Questo mi pare il principale problema politico che abbiamo dinnanzi: costruire una coalizione politica che sia radicalmente contro la guerra e riuscire a far comprendere il prima possibile alla maggioranza della popolazione italiana che certi media e larga parte del ceto politico italiano non sono dalla parte della pace ma della guerra.

Non sono dalla parte dei buoni ma dei cattivi.

 

Giulietto Chiesa sull'attacco all'Iran:

petrolio, Grande Israele e

la Terza Guerra Mondiale.

 Antimafiaduemila.com - Luca Grossi – (27 Aprile 2026) – Redazione – ci dice:

 

“Perché gli Stati Uniti vogliono abbattere l'Iran, o perlomeno il suo governo attuale degli ayatollah?

La risposta è molto semplice, anche se è complicata l'esecuzione.

La prima questione è il controllo petrolifero”; la seconda questione è geopolitica:

“il controllo dell'Iran chiuderà il problema di chi controlla tutta l'area medio-orientale, quindi petrolio ma anche una situazione geopolitica di straordinaria importanza, un nucleo che si protrae, che si allunga fino al centro della Russia e che coinvolge tutte le popolazioni musulmane di vario orientamento dell'area.

Quindi controllo geopolitico.

 Infine, tre: controllo cinese.

 Questa è la terza questione fondamentale.

 La Cina è un paese non indipendente energeticamente, che in questo momento sta guardando con moltissima attenzione al petrolio e al gas dell'Asia centrale e dell'Iran.

Quindi in questo senso il terzo elemento è anch'esso geopolitico e strategico.

Quindi l'Iran è un obiettivo primario per il dominio della situazione medio-orientale”.

Così disse il compianto giornalista Giulietto Chiesa, in un’intervista di ben 13 anni fa anticipando la realtà che si è concretizzata davanti ai nostri occhi:

l’America, capeggiata dal pagliaccio Donald Trump, sta affiancando lo Stato d’Israele in una guerra che avrà conseguenze politiche ed economiche disastrose soprattutto per l’Europa.

 

“Israele vuole trascinare gli Stati Uniti in guerra e ci proverà attraverso numerose provocazioni” aveva detto ancora Chiesa questa volta il 6 febbraio 2020.

E “a che cosa serve la guerra di Israele all'Iran?

Serve a conquistare nuovi territori.

Questa è la spiegazione di tutto.

 Netanyahu e i dirigenti sionisti israeliani vogliono la Grande Israele. Sapete perché vogliono la Grande Israele?

Perché Dio gliel'ha data. Così loro pensano.

 Loro pensano che Dio ha dato al popolo d'Israele, che è il popolo eletto, la terra di Israele.

 E la terra d'Israele va, che vi piaccia o non vi piaccia, dalle rive del Mar Rosso fino alle rive dell'Eufrate.

 Cioè presuppone la conquista del Libano, di una parte importante della Siria, di un pezzo dell'Iraq, e fino a che non l'avranno ottenuto pensano che Dio non sarà soddisfatto”.

“Che Dio ce la mandi buona, perché se questo dovesse avvenire sarebbe, secondo me, la terza guerra mondiale”.

Parole chiarissime, ma come sempre inascoltate.

 

Oggi che gli eventi stanno accadendo le sue interviste, come quelle realizzate dal nostro direttore “Giorgio Bongiovanni”, continuano a essere viste da milioni di persone, anche da chi in vita lo bollava come "complottista" o "catastrofista".

In tempi di crisi, la gente cerca risposte, e Giulietto aveva il raro dono di spiegare con chiarezza, una qualità sempre più preziosa in un giornalismo spesso asservito al potere, complice di genocidi e massacri come quello in corso a Gaza.

Le sue analisi – dalla guerra in Ucraina alle tensioni in Medio Oriente, fino allo scontro tra Stati Uniti, NATO e i nuovi poli globali come Russia e Cina – si stanno avverando.

Il futuro che descriveva, peggiore delle visioni orwelliane di 1984, è già qui.

"Una guerra contro la Russia si combatterà in Europa", avvertiva, sottolineando come gli europei pagheranno a caro prezzo il loro servilismo a Washington.

 

Mentre la maggior parte delle persone scende in piazza per la pace, una politica corrotta le etichetta come “paci-finti” o “filo-putiniani”, oppure “anti-semiti”, criminalizzando il dissenso per lasciare spazio a una pericolosa retorica bellicista che spinge l’Europa verso il baratro.

“Il mondo si trova in una crisi profonda - disse all’Università Statale di Vjatka il 6 novembre 2018 –

 La principale sfida oggi è legata alla minaccia di distruzione dell'umanità, e la velocità con cui ci si avvicina alla catastrofe continuerà ad aumentare.

Perché?

 Perché gli Stati Uniti e i loro alleati non permetteranno a giocatori forti come Russia, Cina, Iran (e forse in futuro anche India) di rafforzare il loro potere militare, né tollereranno la competizione in altri ambiti.

Se queste tendenze (sanzioni, consumo sfrenato di risorse, violazione dell'equilibrio globale, ecc.) continueranno, l'esito più probabile sarà una terza guerra mondiale.

Non fatevi illusioni.

Nel mondo non esiste democrazia, non esiste libertà di parola.

L’accesso a informazioni affidabili è limitato.

La maggior parte delle persone non conosce la reale situazione:

 il mondo è governato da un piccolo gruppo di individui — i cosiddetti “padroni dell’universo” (Masters of the Universo) — che esercitano un controllo totale su miliardi di persone.

 A loro interessa solo l’arricchimento personale e la propria sopravvivenza.

Dal punto di vista culturale, siamo tutti una "colonia degli Stati Uniti" (se consideriamo il dominio dei film americani e dello stile di vita americano nei media e nei sistemi di comunicazione di massa).

È un problema ideologico.

Si può parlare di un reale abbassamento del livello intellettuale delle persone praticamente in tutti i paesi.

Bisogna costruire una difesa.

Questo significa resistere. Resistere vuol dire combattere.

Prima di tutto, contro il diktat dei mezzi di comunicazione di massa. Come, in che modo?

 Elevando il livello dell'istruzione, sviluppando l'intelligenza, l'autonomia e il pensiero critico”.

 

 

“L’anno dei predatori”: il rapporto

 di Amnesty sui diritti umani nel mondo.

  Lindipendente.online.it – (28 Aprile 2026) – Valeria Casolaro - Redazione – ci dice:

 

«Per tutto il 2025, voraci predatori hanno braccato i nostri beni comuni globali, come mostruosi cacciatori che fanno razzia di trofei d’ingiustizia»:

è così che Amnesty esordisce nel presentare il suo nuovo rapporto sullo stato dei diritti umani nel mondo.

Il 2025, scrive l’organizzazione, è stato l’anno di «distruzione, repressione e violenza su larga scala», tra il genocidio israeliano a Gaza, la sanguinosa guerra in Sudan e le decine di Paesi che vivono in uno stato di conflitto costante.

 Il tutto, rimarca Amnesty, è stato facilitato tanto dall’incremento nei trasferimenti di armi, quanto dal crescente clima di impunità verso gli autori di questi crimini.

Ma il 2025 è stato anche l’anno in cui si sono moltiplicati gli sforzi di resistenza, tra rivolte giovanili che hanno portato a veri e propri cambi di regime e la società civile che si è sollevata contro genocidi e guerre in tutto il mondo.

 

«Ciò che rende questo momento fondamentalmente diverso è che non stiamo più documentando l’erosione ai margini del sistema.

Oggi c’è un assalto diretto alle fondamenta dei diritti umani e all’ordine internazionale basato sulle regole da parte degli attori più potenti, a scopo di controllo, impunità e profitto» ha sottolineato” Agnès Cabalar”, segretaria generale di Amnesty International.

Ad essere presa di mira da coloro che scatenano i conflitti illegalmente, calpestando il diritto internazionale e le norme che regolano i rapporti tra Stati, è la popolazione civile.

Questo è evidente anche nell’ambito dell’ultima guerra scatenata da USA e Israele contro l’Iran, dove le infrastrutture destinate all’uso civile stanno venendo sistematicamente distrutte – incluse scuole, ospedali, ma anche impianti energetici.

 «Ecco cosa succede quando le regole, le istituzioni e il sistema giuridico […] vengono svuotati a scopo di dominio», commenta Cabalar.

 Secondo l’associazione, è in corso un collasso di quel sistema di norme, costruito a fatica dopo la seconda guerra mondiale, volto a tutelare i diritti umani dei singoli, esponendoli ai rischi di un nuovo «ordine mondiale predatorio».

 

L’attacco contro i civili si manifesta non solo in maniera evidente, con il genocidio “a bassa intensità” tutt’ora in corso a Gaza, ma anche con le «oltre 150 esecuzioni extragiudiziali» portate a termine dagli USA con i bombardamenti delle imbarcazioni nel Pacifico e nel Mar dei Caraibi;

l’aumento degli attacchi russi contro le infrastrutture civili;

gli attacchi diretti contro i villaggi delle forze armate birmane;

 le esecuzioni e le torture contro la popolazione perpetrate dalle milizie M23 nella Repubblica Democratica del Congo;

 la repressione nel sangue delle proteste in Iran; e così via.

 

Tutto ciò è stato reso possibile anche grazie a immobilismo politico e arrendevolezza di istituzioni quali l’Unione Europea, che non è stata in grado di intraprendere azioni significative contro nessuno dei crimini commessi in questi contesti, permettendo ai «predatori» di agire impuniti – Stati Uniti e Israele su tutti.

L’Italia, in particolare (come anche l’Ungheria) «non ha arrestato persone ricercate dalla Corte Penale Internazionale» quando queste si sono trovate sul suo territorio, «mentre Francia, Germania e Polonia hanno fatto intendere che avrebbero fatto lo stesso».

 «I leader mondiali si sono mostrati fin troppo sottomessi», permettendo ai «predatori politici ed economici» di dichiarare «defunto il sistema multilaterale», in quanto «non funzionale alla loro egemonia e al loro controllo».

 

La repressione dei movimenti civili passa anche dalla messa al bando del movimento “Palestine Action” nel Regno Unito (e dal conseguente arresto di centinaia di manifestanti pacifici che lo supportavano), dal crescente ricorso a software-spia e censura digitale per limitare la libertà di espressione e il diritto all’informazione, dalle leggi liberticide approvate in numero di Stati (in particolare in America Latina).

 Negli USA e in molti Paesi UE sono stati pesantemente de-finanziati gli aiuti internazionali, mentre molte risorse sono state dirottate su riarmo e politiche belliciste.

 

Ma il 2025 è anche stato l’anno in cui si è stati testimoni della forza delle sollevazioni popolari, specialmente quelle guidate dai più giovani, che in certi contesti hanno portato al crollo di interi sistemi di governo.

La cosiddetta “Gen. Z” si è mobilitata in Kenya, Madagascar, Marocco, Nepal e Perù, mentre negli Stati Uniti vi sono state dure proteste contro le violenze della polizia dell’immigrazione (l’ICE) e nel mondo decine di milioni di persone sono scese in piazza per la fine del genocidio israeliano a Gaza e per chiedere ai propri governi di smettere di supportare lo Stato di Israele.

 

«Dalle strade delle città ai forum multilaterali, il 2025 ci ha restituito una potente immagine di resistenza e solidarietà da parte di manifestanti, rappresentanti diplomatici, leader politici e altre persone.

Dobbiamo ripartire dal loro esempio e dal loro coraggio per dare vita a coalizioni che re-immaginino, ricostruiscano e riportino al centro un ordine globale basato sui diritti, sul rispetto delle regole e sui valori universali.

 Vogliamo che il 2026 sia l’anno in cui dimostreremo che abbiamo il potere di cambiare le cose e che la storia non è meramente un’imposizione sulle nostre teste».

(Valeria Casolaro).

 

 

 

 

 

 

Guerra mondiale, spirano gli stessi venti del 1914: Trump e Putin possono portare l’Europa nella trappola fatale di un nuovo conflitto globale.

 

Ilriformista.it - Paolo Guzzanti – (12 Settembre 2025) – Redazione – ci dice:

 

Secondo il competente editorialista di “Le Monde”, “Gilles Paris”, il re pusillanime Donald Trump sta determinando ciò che Vladimir Putin vuole con fermezza:

la disfatta dell’Europa, e anche l’ultimo grave fatto dei droni sulla Polonia ha dimostrato che il russo e l’americano perseguono linee parallele.

 Irritare l’Europa occidentale (ridicolizzandone le capacità militari) e non andare mai al punto fondamentale del cessate il fuoco in Ucraina. Trump sbraita pubblicamente e poi si rimangia minacce e ultimatum. Putin lo sa e ci conta.

Zelensky e i “volenterosi” della Nato fanno di tutto ogni giorno per drammatizzare le provocazioni russe, anche se alla fine prevale la prudenza perché una vera guerra guerreggiata quasi nessuno la vuole, e chi la vuole, o la vorrebbe, sa che ancora è presto per uno scontro vittorioso senza gli Stati Uniti “boots on the ground”.

 

Il teatro di guerra più vicino, e per motivi che hanno una loro radice storica secolare (dai “Cinque di Cambridge” agli omicidi degli esuli russi a Londra), è quello per cui i britannici si stanno preparando fin dai tempi di Tony Blair con grande impegno ideologico:

la resa dei conti con Putin.

In Ucraina si parla inglese con forte accento britannico, e la forza militare inglese è spalleggiata dai francesi ma meno dai polacchi, che vogliono restare padroni del loro destino e non agire come comparse.

 

Due eventi importanti sono accaduti con poco risalto:

Trump ha intimato al primo ministro inglese Keri Stormer di “farsi gli affari suoi e smetterla di darsi arie da leader dell’Occidente nella sua crociata contro la Russia” e di riconoscere “che l’Occidente ha già il suo capo unico e indiscutibile”, che ovviamente si chiama Donald Trump.

 La seconda:

Vladimir Putin in televisione ha proclamato la semi-mobilitazione di tutti i russi che abbiano già prestato servizio militare e che devono solo essere aggiornati sulle ultime tattiche di combattimento, godendo di ricche facilitazioni ed elargizioni.

(Guerra mondiale “vicina”, l’invasione dei droni russi in Polonia e la reazione compatta della Nato. Mattarella evoca l’estate del 1914: “Si può scivolare verso baratro.”)

(Trump annuncia l’arresto del killer di Kirk e spera “nella pena di morte”: il 22enne Tyler Robinson si consegna grazie al papà, sul proiettile “Bella ciao.”)

Stormer si è infuriato di nuovo, ed è andato alla Camera dei Comuni dove ha annunciato che la guerra è sempre più vicina.

Trump a quel punto si è esibito in un’altra sfuriata contro Stormer, cui ha risposto in alta uniforme Re Carlo III d’Inghilterra, che si è precipitato a Londra con la recalcitrante Camilla.

 Non sono, questi, dettagli di colore, ma sintomi collettivi della percezione di guerra imminente.

 Il Regno Unito vive – e gli osservatori registrano – un clima simile a quello del 1914, quando la politica di tutti i Paesi e di tutti gli Imperi offriva ogni giorno di più soluzioni belliche e non politiche a una crisi determinata dal Kaiser tedesco e dallo zar russo Nicola II.

Quest’ultimo doveva a tutti i costi vendicare l’onta inflitta da Vienna ai serbi per l’attentato di Sarajevo (in cui furono uccisi dall’anarchico – e agente doppio dei tedeschi – Gavrilov Princip, l’arciduca Ferdinando e sua moglie Sofia).

Tutti i fatti di quei mesi si rivelarono parti di una trappola non disinnescabile se non dalla guerra.

 Oggi la Gran Bretagna si riconosce immersa in un clima che impose – come sperava a Versailles nel 1920 il presidente americano Woodrow Wilson – la “guerra che avrebbe dovuto chiudere tutte le guerre” e che invece sta ancora producendo velenosi germogli.

 

A tutto ciò è stato finora insensibile Donald Trump, che vorrebbe un’America fondata sugli affari e non sulle ideologie.

Ma l’assassinio di Charlie Kirk, famoso studente e attivista Maga freddato con una fucilata al collo durante un comizio universitario, ha profondamente turbato Trump costringendolo a considerare gli effetti ideologici della sua linea di condotta, e ha detto che intende incontrare Putin a Mosca per questo fine settimana.

I repubblicani tradizionali in America dal 15 agosto, giorno dell’incontro in Alaska, gli danno del vigliacco per essersi sempre arreso a Putin, e la morte di Kirk sembrerebbe una reazione a questi umori.

Kirk non era solo un attivista trumpiano ma un promettente leader cresciuto nel mondo di Donald Trump, e anche questo omicidio brutale contribuisce alla sensazione dell’Europa in trappola in un nuovo 1914.

(Paolo Guzzanti).

 

Che grande mondiale da ripescati e vincenti.

Laprovinciadicomo.it - Diego Minozzo – (26 Aprile 2026) – Redazione – ci dice:

 

Che grande mondiale da ripescati e vincenti.

Mentre nel paese si dibatte sul 25 aprile e la minaccia del nuovo fascismo - roba fresca, roba forte - non si è dato il debito risalto a una vicenda talmente spassosa, talmente grottesca che si meriterebbe un Fellini o un Monicelli per essere raccontata a dovere.

Purtroppo, però, oggi abbiamo solo i Vanzina e la Cortellesi e quindi dobbiamo fare di necessità virtù.

 

Tutto ha avuto inizio quando Paolo Zampolli, curioso traffichino nominato dall’altrettanto curioso Donald Trump suo alto rappresentante della diplomazia sportiva, ha avuto il colpo di genio di proporre il ripescaggio ai Mondiali di calcio della nazionale italiana, appena eliminata a pedate nel sedere dall’irresistibile Bosnia, al posto di quella iraniana.

La logica di Zampolli è stringente, al limite del sillogismo aristotelico:

gli Usa sono in guerra con l’Iran, i Mondiali si svolgeranno negli Usa, l’Iran è paese sgradito agli Usa.

Quindi non può certo partecipare al più importante degli eventi calcistici.

 

E chi c’è al primo posto delle nazionali escluse?

L’Italia di cui sopra, che è un paese alleato - anche se questa Meloni, se va avanti così, io non lo so… -

è la culla della civiltà occidentale e quindi baluardo contro il terrorismo sciita, che non c’entra una mazza ma va bene lo stesso, ha un curriculum sportivo con i controfiocchi, secondo solo al mitico Brasile, e rappresenterebbe un oggettivo upgrade per la competizione.

Tutte cose che sia Trump sia Infantino, gran capoccione del pallone planetario e uomo di mondo - pare abbia fatto il militare a Cuneo - capiscono perfettamente.

E quindi Forza Italia: Make Azzurri Great Alain.

 

Apriti cielo.

Indignazione, indignazione e ancora indignazione.

Giorgetti che si vergogna, Abodi che per lui è inaccettabile, Mentana che è tutto squallido e ingiusto e tutti i meglio commentatori e analisti ed editorialisti e uomini della bella politica e della bella cultura e del bello sport pane e salame di una volta, quello che piaceva tanto a Pasolini quasi quanto le lucciole, a ribadire che conta una sola cosa: il risultato sul campo.

Tutto vero: c’è chi sostiene che in Italia conta solo il merito, lo hanno detto davvero.

 E quindi tutti uniti in una sola voce: noi così ai Mondiali non ci vogliamo andare.

 

Ora, se conosciamo questo povero stivale quando parte l’indignazione generale di solito o tutti mentono o nessuno sa quello che dice.

 Ma siamo davvero sicuri che nel nostro patrimonio genetico, nella nostra storia passata e recente, nel nostro DNA etico, nel nostro substrato sportivo esista questa inflessibile volontà meritocratica, calvinista, thatcheriana?

Ma non siamo noi quelli che Churchill definiva gli italiani che perdono le partite di calcio come fossero le guerre e perdono le guerre come fossero le partite di calcio, quelli che se ti danno un rigore sacrosanto contro ululano al complotto, al regime, all’arbitro venduto, ai poteri forti, agli amici degli amici ed è ora di finirla e hanno fatto piangere i bambini e la gente non ne può più e che se invece gli danno un rigore inesistente a favore uno dorme, l’altro fa finta di dormire, l’altro ancora tira lo sciacquone, il terzultimo il dottore è fuori stanza, il penultimo si gratta la pera e l’ultimo non ha visto niente perché stava riflettendo sulla caducità dell’essere?

 

E poi, guardiamo i nostri quattro titoli mondiali.

 Nei primi due c’era Mussolini e quindi sono figli del regime e quindi dovrebbero essere privi di qualsiasi valore, soprattutto dopo aver visto le foto di Pozzo, Meazza e Ferraris IV che fanno il saluto romano belli, garruli e impomatati e quindi il politicamente corretto dovrebbe averne già chiesto la revoca un po’ come Cristoforo Colombo il razzista, Pietrangelo Buttafuoco l’amico di Putin e gli israeliani da boicottare perché in fondo i veri nazisti sono loro.

 E invece niente. Tutto tace.

I due Mondiali in camicia nera non si toccano.

Evidentemente Mussolini ha fatto anche cose buone.

 

Di quello del 1982 non parliamone nemmeno.

Due anni prima era finita in galera mezza serie A per lo scandalo delle scommesse, che ci ha fatto fare una figura di palta planetaria da paese del terzo mondo, quale siamo, e regalato all’inarrivabile Peppino Prisco uno dei suoi aforismi più taglienti - “il Milan è andato in B due volte: la prima a pagamento, la seconda gratis” –

la buonanima Paolo Rossi si era beccato tre anni di squalifica, naturalmente ridotti in appello a due, giusto in tempo per essere convocato, fare pena per tutto il girone preliminare (compreso il pareggio con il Camerun) e poi diventare un’ira di Dio nella fase finale. Con colpo di spugna all’italiana per tutti i condannati una volta vinta la finale.

Togliatti ha amnistiato i fascisti, la Federcalcio i terzini e i centravanti, tanto per dire il livello.

 

Mondiale 2006, stessa solfa.

Nuovo scandalo, arbitri &intercettazioni, Moggi &Giraudo con tanto della squadra del Padrone spedita tra le risate generali in serie B, nuova figuraccia planetaria e ovviamente nuovo trionfo sul campo tra il casuale e il predestinato con tutta l’ossatura della nazionale di proprietà della società che truccava i campionati.

Più chiaro di così.

 

Manco Flaiano avrebbero tirato fuori una sceneggiatura del genere. L’Italia. Gli italiani.

 I soliti italiani. I soliti italiani spaghettoni, baffo nero mandolino, fanfaroni, lazzaroni, chiacchieroni, cialtroni, Alberto Sordi, traffichini, furbastri, paraculi, servili, traditori, pittoreschi, pagliacceschi.

Come si fa a non vedere nel ripescaggio dello zio d’America la discromia, il segno del destino - l’ennesimo - di una vittoria già annunciata, di una sceneggiata strappalacrime della nostra eterna araba fenice alle vongole che risorge tutte le volte dalle proprie ceneri per prendersi il mondo, proprio mentre il mondo ride di lei?

Confessiamo quello che siamo, accettiamolo, accogliamo da veri parassiti il dono che i padroni del vapore vogliono fare a noi pinocchi, a noi brighella, a noi galoppini.

Siamo qui tutti sugli attenti per servirli, riverirli e farli divertire.

Il Circo Italia è sempre pronto ad andare in scena.

 

 

 

 

 

 

 

Il caos è diventato potere, e i nuovi padroni del mondo vogliono distruggere l’Europa.

Linkiesta.it – (28 marzo 2025) – LaPresse - Redazione – ci dice:

 

In una intervista a Le Point, Giuliano da Empoli svela i temi del suo prossimo saggio “L’Heure des prédateurs”, dopo il successo del romanzo “Il Mago del Cremlino”: «Bisogna liberare la tecnologia dai suoi rapitori»

 

C’è un prima e un dopo “Il mago del Cremlino” (Mondadori). Con quel romanzo, Giuliano da Empoli ha trasformato l’analisi politica in letteratura viva, accessibile e potente.

Il libro, pubblicato in Francia da Gallimard, è diventato in pochi mesi un fenomeno editoriale senza precedenti per un autore italiano:

finalista al premio Goncourt, più di mezzo milione di copie vendute, traduzioni in tutto il mondo, e ora un film in lavorazione diretto da Olivier Asadas, con Jude Lao nel ruolo del protagonista, l’ambiguo Vadim.

Ma da Empoli non si è lasciato ingabbiare dal successo del romanzo.

Con “L’Heure des prédateurs”, edito in Francia da Gallimard, torna al saggio con la stessa lucidità narrativa e la medesima ambizione: raccontare la nostra epoca con strumenti affilati e una voce inconfondibile.

 Il caos, che nei suoi libri precedenti era una minaccia emergente, oggi si è fatto sistema.

«Il caos si sviluppa, diventa egemonico. Non è più l’arma degli insorti, ma il sigillo della potenza», dice.

Non è più tempo di allarmi, è tempo di chiamare le cose con il loro nome.

 

Il suo è un ritorno in grande stile, cupo, denso, urgente.

Un libro nato per caso e trasformato in saggio dopo essere cresciuto troppo per essere un semplice articolo.

 Lo spiega lui stesso in una intervista a “Le Point”, uno dei più importanti settimanali francesi:

«Viviamo un momento di umiliazione, legata alla nostra debolezza comune.

È inevitabile quando non siamo sovrani né sul piano militare né su quello della tecnologia digitale.

 Trump ha fatto del caos il suo metodo di governo.

Sta riattivando la pulsione imperiale americana, in chiave esplicitamente bellica.

Il suo discorso pacifista è una truffa.

Ma funziona.

Inganna molti europei, e anche tanti bravi democratici che ci cascano. Da noi, alcuni ne riprendono letteralmente il linguaggio».

Al centro del saggio ci sono loro, i nuovi predatori: leader politici come Donald Trump e Vladimir Putin, ma anche i «conquistadores tech» – Sam Altman, Elon Musk, Mark Zuckerberg.

 «Il punto in comune tra i predatori è il loro accanimento contro le istituzioni europee.

 Questa animosità dimostra che l’Europa dà loro fastidio, e che ha ancora un ruolo da giocare.

Sono apocalittico nello scenario d’insieme, ma nel senso etimologico del termine: di rivelazione.

 Penso che oggi molte cose siano ormai chiare».

 

Secondo da Empoli, se Kamala Harris avesse vinto le elezioni americane, la situazione geopolitica sarebbe certamente più calma, ma le grandi tendenze di fondo sarebbero proseguite in silenzio.

 Ma «il tratto distintivo della nostra epoca è che tutto è dichiarato apertamente».

L’esempio principale è il discorso del vice presidente degli Stati Uniti J.D. Vance durante la conferenza sulla sicurezza di Monaco:

 «Ci ha detto: “Se regolate la tecnologia, usciamo dalla Nato”.

 È stato lui stesso a stabilire un legame tra cose che in effetti sono collegate, ma che nessuno aveva mai messo insieme così chiaramente.

Il vicepresidente degli Stati Uniti ci sta dicendo senza giri di parole che la tecnologia è uno strumento di proiezione del potere americano».

 

La risposta però non può essere luddista, né catastrofista, ma realista:

«Non sono contro la tecnologia. Si sviluppa comunque, ed è di per sé straordinaria», spiega da Empoli.

«Quello che trovo scioccante è la sua governance. Bisogna liberare la tecnologia dai suoi rapitori:

un piccolo gruppo di persone animate da cattive intenzioni, con una sete di potere senza limiti.

La realtà ha un grande vantaggio rispetto alla finzione: non ha bisogno di essere credibile.

 Serve aggiornare il nostro software.

Ma non è il nostro sistema a essere superato: sono i loro che corrono verso il muro.

Trump è prima di tutto una catastrofe per gli Stati Uniti, Putin per la Russia».

 

L’impressione è che l’Occidente sia entrato nel duello finale con le armi spuntate.

E il campo di battaglia non è solo militare, ma semantico, digitale, culturale.

Qualcuno resiste: l’Europa.

 «Il villaggio gallico rappresentato dalle istituzioni europee ha ancora un significato, di fronte alla spinta imperiale.

 Il progetto europeo è ancora migliore di quello di Trump o Putin.

Come dice Sloterdijk, nasce sulle ceneri della pulsione imperiale. Il momento imperiale lo abbiamo conosciuto. Ora siamo oltre».

 

Il vero problema per da Empoli è la risposta all’interno della politica americana, e in particolare nel Partito democratico.

 «A parte il valoroso senatore Claude Maclure, non c’è stato un contro-discorso all’urto violento di Trump, Vance e Musk.

Forse è una scelta tattica.

 O forse è il segno di una debolezza politica e culturale.

Questa élite tecnocratica non è attrezzata per fronteggiare l’ondata dei predatori.

E non voglio infierire sul wokismo, ma il suo identitario ossessivo non ha risolto i veri problemi della vita quotidiana delle persone».

 

Aspettando l’America e guardando alla risposta di Bruxelles, che ruolo avrà l’Italia?

La presidente del Consiglio è sempre in bilico tra il passato neo fascista e un accreditamento democratico, come dimostra l’ultima polemica sul Manifesto di Ventotene.

E il suo progetto di fare da mediatore politico tra Stati Uniti e Unione europea è crollato al primo discorso di Trump.

Per da Empoli, Meloni «è ancora una figura problematica.

Rivendica la cultura politica dell’estrema destra, nei segnali culturali, identitari, nel linguaggio.

Ma agli italiani, questo va bene.

Sono contenti di avere una leader che resta nell’alveo europeo, ma strizza l’occhio a Trump e, chissà, domani a Putin.

 Molti europei vogliono un governo che parli come l’estrema destra ma che, nella pratica, non tocchi nulla:

 né lo Stato sociale, né l’economia. Questo, secondo me, è un rischio».

Nemmeno Emmanuel Macron è al riparo dalle critiche.

«Sta trattando una minaccia reale.

 La macchina da guerra russa è in movimento. Ma quello che gli rimprovero è di vedere solo questa minaccia.

 Forse quella militare non è nemmeno la principale.

 Quelle che pesano sulla nostra sovranità digitale, sotto l’assedio dei conquistadores dei tech, sono ancora più forti.

 Prima o poi dovrà occuparsene».

 

 

 

 

 

IRAN E RUSSIA, COSA VOGLIONO?

Ilmondonuovo.club.it - DIEGO VENTURA – Redazione – (11-5-2024) – ci dice:

 

A partire dalla fine del secondo conflitto mondiale, il potere “geo-strategico” e i rapporti di forza sono rimasti in mondo saldo divisi tra le due potenze vincitrici (Usa e alleati-Urss) con una spiccata predominanza del primo quanto in ambito bellico ed economico.

 Era l’inizio di quella fase soprannominata “pax americana” che nel bene o nel male plasmò tutta la politica internazionale nella seconda metà del XX secolo fino alla caduta dell’altro contendente, imploso sotto l’incapacità della sua classe dirigente e nell’ostinazione di rifiutare il progresso.

 

In quel frangente la pax americana divenne assoluta, il blocco rosso era morto e il post storicismo neoliberista poteva finalmente prevalere su tutti gli aspetti della vita occidentale e non solo.

Peccato che si trattasse di una pia illusione, e che in realtà il blocco rosso e i non allineati si stavano sotto le ceneri riorganizzando prendendo così una nuova identità.

Nacquero i BRICS, 18 anni dopo la caduta dell’Urss, con le stesse divisioni interne e problemi che in parte si portavano ancora appresso nonostante lo scacchiere internazionale fosse radicalmente cambiato.

 

Erano cambiati prima di tutto i paesi membri del fu blocco orientale / non allineati, la loro ricchezza interna e non meno importante la loro demografia.

Oggi i Brics, diventati ultimamente Brics+, portano con loro il 45% della popolazione mondiale e nel 2028 si prevede che il loro Pil supererà quello del G7.

 

In questa fase storica ci troviamo in un momento di crisi, dove i rapporti di forza internazionali non sono più saldati ad un unico perno, ma bensì si stanno sfaldando e riposizionando in modi che in questo momento a stento possiamo immaginare.

È come se ci trovassimo nel pieno di un terremoto, le faglie e le zolle di terra stanno cambiando posizione in una sorta di deriva dei continenti. In questo scenario le maggiori potenze non occidentali; i Brics+ appunto, cercano di ristabilire a loro favore questo scenario torbido e confuso.

 

La parola chiave è “riconoscimento”, da parte delle forze egemoni, una presa di atto formale che il tempo dell’unipolarismo è finito (o quasi) e che si entra in una nuova era della storia contemporanea.

 La fine del bipolarismo, coincise con un evento storico ben preciso e inamovibile dalla mente degli uomini, l’ammaina della bandiera sovietica, rossa, con la sua inconfondibile falce e martello gialli.

Si cerca un evento simile, che possa rappresentare uno “stacco”.

 

Qualcuno pensa che potrebbe essere rappresentato dall’invasione russa dell’Ucraina avvenuta nel febbraio del 2022, un punto di svolta di un conflitto lungo che durava da 8 anni e che aveva visto una regione, il Donbass, martoriato dalle tensioni e dalla guerriglia, segnando la caduta di 15 mila soldati sia russi che ucraini.

 

Qualcun altro pensa che lo stacco storico possa essere il 7 ottobre, un altro punto di svolta di un conflitto ben più lungo di quello del Donbass, anzi, lunghissimo, 80 anni di tensioni, sofferenze e vicendevoli attentati, nonché malitesi, problemi di comunicazione e una conseguente diplomazia impossibile.

 

Il conflitto medio-orientale potrebbe essere la miccia che fa esplodere il già precario equilibrio che finirebbe una volta per tutte di redistribuire questo potere ancora unipolare, in modo multipolare.

La geopolitica nonostante le tante critiche, ci aiuta proprio in questo. Cioè, incrociare la grande quantità di dati che provengono dalle più disparate branche di studio, in linea con quella teoria della complessità postulata da Morin.

 

Nel caso del conflitto in Ucraina per esempio.

 Sappiamo che storicamente le guerre nascono per motivi economici legati alla scarsità di risorse, successe in parte con le guerre del golfo, e la ghiotta opportunità da parte di Saddam di prendere il controllo dei territori iraniani e del Kuwait ricchi di greggio.

 

È successo con le guerre coloniali in Africa.

 E si ripropone oggi sul fronte dell’Europa Orientale.

Il Donbass infatti, è una delle regioni più ricche di idrocarburi e di metalli.

Si stima che all’argo della Crimea e degli Oblast costieri recentemente conquistati dai russi, ci siano riserve di gas stimate tra gli 1.2 e i 5 trilioni di metri cubi, un numero spaventoso, che sarebbe capace di ripagare economicamente tutti i danni e il depauperamento dell’esercito che la guerra ha causato.

Oltretutto la grande opportunità per la Russia di soppiantare completamente l’Ucraina come fornitore di gas per l’Europa, espropriandogli a tutti gli effetti questo business miliardario.

 

La CBC riporta che i tempi in cui l’invasione sono avvenuti, cioè il febbraio del 2022, non sono una coincidenza, ma il chiaro obbiettivo di impedire al governo ucraino di condurre nuove esplorazioni di idrocarburi nel mar Nero.

 Oltre a questo, in Donbass si estrae Litio e terre rare molto utili per la transizione energetica e l’allargamento del mercato delle rinnovabili.

 La Russia da bravo paese Rentier non può farsi scappare l’opportunità di continuare a vivere di estrazione di risorse naturali, ben sapendo che quelle in suo possesso non sono eterne.

Il tutto condito con la necessità di essere riconosciuta come nuova super potenza emergente, creando le false flag del Donbas e del regime nazista di Kiev.

 

Chiaramente questa non è la verità, ma è una lettura dei fatti che non andrebbe scartata a priori.

Come detto, la geopolitica cerca di unire diverse materie per tracciare una quadra di eventi molto complessi come una guerra o una tensione internazionale. Quando il tutto sarà finito e gli archivi diventeranno di pubblico dominio (se mai accadrà) gli storici potranno finalmente farsi un’idea più chiara.

 

Quasi analoga è la questione sul fronte medio orientale.

Dove i palestinesi combattono per quella che è la risorsa ancestrale non rinnovabile per definizione: la terra.

Una terra contesa con un gruppo etnico altrettanto agguerrito che a intervalli irregolari ha stazionato in quel territorio per secoli.

Agli arabi di Palestina, non importano tanto gli idrocarburi di cui quella terra non è molto ricca, anche se sono presenti alcuni giacimenti abbastanza importanti.

Bensì l’agricoltura e la possibilità di auto sostenersi senza dipendere dalle importazioni e dagli aiuti stranieri.

 E in aggiunta a questo, la possibilità di consolidare la loro identità nazionale, da sempre sostenuta sulla lotta e che trovarono espressione in figure come quella di Yasser Arafat.

 

Hamas,” formazione mussulmana sciita” ha trovato supporto in questa guerra per la terra nell’Iran, altra potenza regionale a maggioranza sciita, governato da un imam;

 Khamenei, che invece di risorse naturali, di cui il suo paese abbonda, cerca il già citato riconoscimento internazionale.

 Il suo paese, da almeno venti anni inserito nell’”asse del male”, tra i nemici giurati della Casa Bianca, insieme alla Siria di Assad e alla Corea del Nord del bombarolo Kim.

 Ora cerca il punto di svolta per raggiungere il grado di potenza continentale, da potenza regionale quale è attualmente.

 I 500 tra razzi continentali e droni lanciati su Israele proprio questo significavano, uscire da anni di tensioni indirette e non detti per mostrarsi ancora più minacciosi agli occhi del nemico americano.

 

L’Iran gioca anche un ruolo fondamentale per quanto riguarda il controllo degli stretti, basti pensare a “Bab-el-Mandeb” dove a farla da padroni sono il movimento di Ansar Allah (Houthi), un’altra formazione sciita, che prende a cannonate quasi quotidianamente navi di qualsiasi tipo che si dirigono verso i porti europei.

Ebbene, come per Hamas e Hezbollah in Libano, la fornitura di armi iraniana ha un grosso impatto sulle operazioni militari di questi gruppi, senza di esse molto probabilmente, cesserebbero qualsiasi attività.

 

Non sappiamo ancora per certo cosa significhi vivere in un mondo multipolare.

Abbiamo conosciuto il bipolarismo di ferro, poi l’unipolarismo totale e adesso il suo parziale collasso.

 Un tema connesso alla fine dell’unipolarismo è il fenomeno della de-dollarizzazione, cioè la costante diminuzione delle transazioni internazionali effettuate in dollari, e a favore di altre monete come, per esempio, il renmimbi cinese (yuan) o il rublo, anche se quest’ultimo è decisamente marginale.

La de-dollarizzazione è un processo in atto da almeno venti anni, ma come mostrato dai grafici che tengono traccia delle transazioni internazionali, è un processo estremamente lento e per certi versi incerto.

La sua importanza non è secondaria, ma è per lo più simbolica. Una potenza (la Cina per esempio) può essere in grado di definirsi tale e continuare benissimo, per convenzione, a effettuare transazioni internazionali con altre monete.

Ciò che definisce la sua importanza è l’esercito e la quantità di risorse utilizzabili o sotto forma di riserve.

 

Le conseguenze di un mondo multipolare non saranno solo rappresentate da una eterogeneità dei pagamenti in valuta estera (ammesso che ciò avvenga).

Ma specialmente in una rinascita delle istituzioni internazionali;

L’ONU in special modo, che in questi tempi di incertezza sta vivendo il punto più basso della sua credibilità internazionale.

A partire dall’incapacità di poter incidere in maniera decisa nei conflitti in corso e in particolare per il grande fardello della guerra a Gaza, che ormai viene vissuta da molti come una malattia cronica di cui non vale più la pena di parlare se non per un rigurgito di moralismo vedendo le scene agghiaccianti dei bombardamenti o delle stragi.

Spesso l’Onu è stata accusata di essere uno strumento di politica estera della NATO o degli Stati Uniti o di entrambi, e di avere un totale squilibrio nel suo consiglio di sicurezza dove appunto, i paesi occidentali in particolare hanno diritto di veto a scapito di altre potenze minori.

 

 

 

LA GUERRA IN IRAN E LE ONG.

Ilmondonuovo.club.it – (14 aprile -2021) – Giorgio Fiorentini – Redazione – ci dice:

 

DA “AMBASCIATORI SENZA FELUCA” AGLI AIUTI UMANITARI VIGILATI.

Nella guerra — mai dichiarata formalmente — tra Iran e l’alleanza Israele-USA, poi estesa a Libano, Iraq e Stati del Golfo, abbondano le informazioni sui conflitti a fuoco, su quelli verbali ed economici.

 Molto più scarso è invece il riferimento alla drammatica ricaduta sulla popolazione civile.

 

Assistiamo a una guerra regionale ad alta intensità, con un’escalation che coinvolge Iran, Israele, Libano, Iraq e Stati del Golfo, con ripercussioni sulla popolazione civile di entità “in progress”.

 

I dati su questo fronte sono limitati, a differenza della cronaca impietosa che ha raccontato quotidianamente i numeri di uomini, donne e soprattutto bambini morti o feriti a Gaza.

 Utilizzando un approccio di “interazione conversazionale” (basato su chatbot), emergono stime aggregate fondate su fonti internazionali, ONG e autorità sanitarie:

 circa 1.700 morti civili in Iran (di cui 240 bambini), 900 in Libano, una settantina in Iraq, mentre in Israele si contano circa 25 vittime civili.

 

Ancora più significativo, in termini di impatto umanitario, è il numero dei feriti: circa 20.000 in Iran (1.600 bambini), 4.000 in Libano, alcune centinaia in Iraq e circa 6.500 in Israele.

 

Perché parlare di “crudo realismo”?

 Perché questi feriti rappresentano i principali destinatari delle attività delle ONG, spesso gli unici veri operatori di pace sul campo.

 

Ma che cos’è una ONG?

 È un’organizzazione — associazione o impresa sociale, spesso multinazionale — che, per statuto e cultura maturata negli anni, svolge il ruolo di “ambasciatore senza feluca” per la pace e organizza, in “camice bianco o in jeans”, la produzione e la distribuzione di beni e servizi umanitari in tutto il mondo.

 

Tradizionalmente impegnate in missioni di sviluppo e cooperazione, le ONG sono finanziate in larga parte dagli Stati di origine, ma anche da cittadini e imprese private.

Il loro operato si è storicamente tradotto in interventi su risorse idriche, agricoltura, formazione professionale, incubatori di impresa e tutela dei diritti delle fasce più deboli.

 

Nei contesti di guerra, tuttavia, il modello è cambiato. Oggi le ONG operano soprattutto in ambito sanitario, assistenziale e sociale: tutela dei minori, distribuzione alimentare, gestione di rifugi e alloggi di emergenza (shelter), oltre alla gestione diretta di ospedali, come avviene in Ucraina, a Gaza e in altri teatri di crisi.

 

Tra le principali ONG attive nell’area del conflitto Iran–USA–Israele figurano Amnesty International, Medici Senza Frontiere (MSF), il Norwegian Refugee Council (NRC), CARE International, Oxfam, Islamic Relief e Caritas.

 

Oggi, però, operano in condizioni sempre più difficili. Sono di fatto “sorvegliati speciali”, quasi che la pace stessa fosse considerata un atto ostile. Israele, ad esempio, ha imposto regole restrittive alle attività delle ONG, anche a seguito dei sospetti di collusione con Hamas emersi nel contesto di Gaza.

Molte delle organizzazioni oggi attive in questo nuovo scenario erano già operative proprio a Gaza.

 

In questo contesto, il loro ruolo resta fondamentale ma è fortemente limitato da ostacoli crescenti: restrizioni amministrative, rischi operativi elevatissimi e vincoli politici.

Amnesty International, ad esempio, continua a denunciare violazioni e a fare pressione per il rispetto delle Convenzioni di Ginevra, ma opera in una condizione di “libertà vigilata”.

 

Il risultato è un ridimensionamento del ruolo tradizionale delle ONG come “ambasciatori senza feluca”.

Anche la loro capacità operativa sul campo risulta indebolita, talvolta sostituita da attori non neutrali.

È il caso della distribuzione alimentare a Gaza, dove dal maggio 2025 è intervenuta la Gaza Umanitaria Foundation (GHF), vicina all’amministrazione Trump e a Israele, bypassando le agenzie ONU.

 

Le ONG non si sono ritirate, ma si trovano intrappolate in una crescente “ossessione burocratica”: permessi, registrazioni, vincoli di sicurezza e delegittimazione politica ne rallentano l’azione.

Continuano a denunciare violazioni, a sostenere rifugiati e a offrire servizi sanitari, ma con difficoltà logistiche sempre più rilevanti. In sintesi, gli aiuti arrivano “con il contagocce”.

 

Lo spazio umanitario si restringe, la sicurezza peggiora e la politicizzazione cresce.

Le ONG perdono capacità di incidere direttamente sul campo, pur mantenendo un ruolo essenziale di advocacy e denuncia.

 

Si apre così un dilemma strategico: fornire aiuti limitando la denuncia dei crimini, oppure mantenere indipendenza e trasparenza rischiando l’espulsione dai teatri operativi?

 

Le relazioni con gli Stati in conflitto sono sempre più tese. I governi temono che le ONG non siano neutrali e possano veicolare pressioni o valori non allineati. È in atto anche un conflitto sul piano della comunicazione: gli Stati belligeranti tendono a limitare la funzione di testimonianza indipendente delle ONG.

 

Il numero complessivo delle ONG presenti è difficile da determinare con precisione.

Le stime più affidabili riguardano quelle ancora operative nel teatro USA–Israele–Iran (Gaza, Cisgiordania, Israele e aree limitrofe), dopo le restrizioni imposte tra il 2025 e il 2026.

 

In conclusione, le ONG, che in passato hanno rappresentato un’estensione informale della diplomazia per la pace e hanno contribuito a costruire relazioni più equilibrate con i Paesi in difficoltà, oggi operano “a mezzo servizio”.

 Il rischio concreto è un progressivo ridimensionamento del loro ruolo, proprio nel momento in cui la loro presenza sarebbe più necessaria.

 

 

 

 

L’UE si Sta Preparando al

Conflitto con la Russia?

Conoscenzealconfine.it – (4 Maggio 2026) - Giuseppe Masala -Redazione – ci dice:

 

Con il divampare della guerra nel Golfo Persico per l’appunto una coltre di silenzio è calata sul conflitto ucraino; ma non è errato sostenere che si tratta di un silenzio che prepara la tempesta.

Uno dei fenomeni più pericolosi della guerra mondiale a pezzi, è certamente quello che ogni volta che uno dei “conflitti locali” divampa in maniera molto violenta, i mass media, e di conseguenza le opinioni pubbliche, tendono a concentrare su questo la loro attenzione, trascurando ciò che accade negli altri conflitti.

 

Un fenomeno pericoloso che da un lato non fa vedere il fenomeno nella sua interezza ma porta a concentrarsi sul singolo teatro e soprattutto tende a sottovalutare l’importanza delle fasi di “stanca” che si verificano in un quadrante quando in realtà sono quelle nelle quali viene preparata la prossima escalation.

 

Con il divampare della guerra nel Golfo Persico per l’appunto una coltre di silenzio è calata sul conflitto ucraino;

ma non è errato sostenere che si tratta di un silenzio che prepara la tempesta.

Infatti le élites europee hanno trasformato l’Europa intera nella retroguardia del fronte ucraino, diventando de facto parte diretta del conflitto, come sostengono ormai apertamente i russi.

Gli assi fondamentali di questa evoluzione dello status europeo in relazione al conflitto, a detta di chi scrive, sono sostanzialmente quattro:

 

Dronizzazione;

 i paesi della UE sono diventati sia produttori in joint venture dei droni necessari all’Ucraina e non solo, spesso i paesi più prossimi ai confini russi concedono di fatto il proprio spazio aereo ai droni ucraini in rotta verso il target delle loro sortite in territorio russo.

Militarizzazione del tessuto produttivo civile.

Uso di metodi corsari nel Mar Baltico contro le navi mercantili russe o provenienti da porti russi.

Nuclearizzazione: probabile allargamento dell’ombrello nucleare francese ai paesi europei in chiara funzione anti-russa.

Dronizzazione.

Il fenomeno della dronizzazione consiste, di fatto, nel trasformare l’Europa nella retroguardia produttiva di droni necessari all’Ucraina per la Russia.

Nel suo ultimo tour europeo Zelensky ha firmato contratti di collaborazione con paesi come l’Italia, la Germania, la Francia e la Gran Bretagna per la produzione congiunta di droni.

Peraltro è stato lo stesso Ministero degli Esteri russo a pubblicare un elenco esaustivo di tutte le aziende europee che producono componenti per i droni ucraini:

oltre a quattro aziende italiane, abbiamo aziende britanniche (Fire Point e Horizon Tech), tedesche (Davinci Avia e Airlogistica), danesi (Kort), lettoni (Terminal Autonomy), lituane (Kort), olandesi (Destinus), polacche (Antonov State Enterprise e Ukrspecsystems) e ceche (DeViRo).

 

Uno sforzo che, come è facile intuire, è ben di più che un mero accordo commerciale perché consente a Kiev di ottenere droni (o parti di essi) ponendo al riparo la produzione da possibili attacchi russi.

Non a caso i russi parlano di possibili conseguenze a causa di questo genere di aiuti allo sforzo bellico ucraino, per la produzione di uno dei sistemi d’arma che si è rivelato tra i più innovativi ed insidiosi di tutta la guerra.

Da notare inoltre che l’Unione Europea ha stanziato oltre un miliardo di euro per lo sviluppo e la produzione di droni in Europa e per costruire una filiera produttiva sostanzialmente completa (dove peraltro l’Ucraina stessa funge da vero e proprio “poligono di tiro” e primaria fonte di esperienza pratica).

A guardar bene si tratta di un vero e proprio indirizzo di politica industriale che non può non destare preoccupazione perché si tratta di scelte che hanno l’obbiettivo di dotare le forze armate europee di un sistema d’arma in quantità tali da essere incompatibile con un normale utilizzo legato ai tempi di pace.

 

Militarizzazione.

La riconversione del tessuto produttivo civile è certamente in corso in tutta Europa, in particolare nei paesi facenti parte della NATO.

Il caso più emblematico di questo fenomeno è ovviamente quello tedesco che sta addirittura trasformando il proprio imponente settore automobilistico (che era la locomotiva della produzione del paese) in un produttore di armi elevando così il settore difesa a nuova base dell’economia tedesca.

 

Anche il “Wall Street Journal” ha evidenziato questa scelta di politica industriale di Berlino tendente a ribaltare l’attuale declino dell’industria delle automobili in un boom dell’industria della difesa:

 “In tutto il settore industriale tedesco, le linee di produzione che un tempo garantivano il miracolo delle esportazioni del paese, vengono riconvertite in meccanismi di riarmo dell’Europa” – osserva il “WSJ”.

 

Certamente un caso emblematico di questa trasformazione del settore industriale tedesco è quello della “Schaeffler”, uno dei fornitori fondamentali per le automobili (dai motori ai cuscinetti), che ora produce motori per droni, sistemi di bordo per veicoli blindati e componenti per l’aviazione militare.

Oppure, un altro caso eclatante è certamente quello della Volkswagen che sta negoziando con le aziende israeliane per iniziare la produzione di componenti per il sistema “Ironi Dome” israeliano entro il 2027.

 

Più in generale sono diverse le aziende che hanno aggiunto un terzo turno di lavoro per la produzione di armi e munizioni per l’Ucraina. Quasi il 90% del capitale di venture europeo, investito nel settore della difesa, va alle aziende tedesche.

 

Come si può vedere siamo di fronte ad una trasformazione imponente, difficile, certamente costosa che non può essere fatta con prospettive di breve termine:

Berlino intende produrre armi in maniera massiccia per un lungo periodo di tempo.

Una scelta che può essere concepibile solo con la convinzione che lo scontro con Mosca è inevitabile:

 e c’è solo da sperare che si tratta di un confronto “freddo” come quello della seconda metà del secolo scorso e non “caldo” come quello avvenuto nella prima metà del secolo scorso.

 

Guerra Corsara sul Baltico.

Uno dei casi più gravi di militarizzazione della postura europea è certamente il sostanziale blocco del Mar Baltico alle petroliere che trasportano il petrolio russo e che provengono dalla regione russa di Leningrado che si affaccia sul Mar Baltico.

Ormai sono innumerevoli i casi di abbordaggio e sequestro delle petroliere che le autorità europee definiscono “flotta ombra russa”.

 Il primo periodo nel quale si è osservato questo fenomeno poteva essere ritenuto estemporaneo e magari – ad esser buoni – attribuibile ad un eccesso di zelo delle autorità dei paesi europei rivieraschi ma ormai, non può che essere considerato come una nuova guerra di corsa degli europei contro le navi russe e tendente a bloccare l’utilizzo del Baltico da parte dei russi.

Inutile sottolineare che il diritto internazionale (di cui tanto si riempiono la bocca gli europei) considera questo genere di comportamento come un atto di guerra.

Guerra alla Russia che ormai sempre più si è spostata verso il mare: prima i continui attacchi alle petroliere russe sul Mar Nero e ora la guerra di corsa sul Baltico, ma senza dimenticare gli sporadici (ma gravissimi) attacchi alle navi russe nel Mar Mediterraneo.

 

La Nuclearizzazione dell’Europa.

Il fenomeno certamente più preoccupante in questo gravissimo contesto di guerra latente nei confronti della Russia è certamente quello legato alle alleanze militari europee.

 Il primo passo è stato certamente la firma del “Trattato di Aquisgrana” del 2019 tra Francia e Germania che prevede anche una cooperazione rafforzata in ambito militare tra i due paesi.

Un altro passo verso la costituzione di una alleanza europea è stato certamente il” trattato di Nancy” tra Francia e Polonia che prevede oltre che assistenza reciproca in caso di attacco anche una stretta cooperazione nucleare.

Di primaria importanza è stato poi la “Dichiarazione di Northwood” tra UK e Francia (luglio 2025), che per la prima volta prevede il coordinamento di entrambe le forze nucleari appartenenti a questi paesi.

 

Lentamente ma inesorabilmente sta nascendo un reticolo di Trattati tra paesi europei che vede al centro la Francia (ma anche la Gran Bretagna) e che sta portando all’estensione dell’ombrello militare e nucleare francese e inglese a tutta l’Europa.

 A riprova di quanto sto affermando bisogna infatti ricordare che a ottobre 2024, i ministri della difesa della Germania e del Regno Unito hanno concordato una cooperazione militare tedesco-britannica nell’ambito dell’“Accordo di Trinity House”, e che include anche questioni nucleari.

 Anche Berlino e Parigi hanno concordato di condurre un dialogo nucleare franco-tedesco.

Il cosiddetto “Gruppo direttivo” (Steering Group) è chiamato a condurre scambi regolari di opinioni su tutte le questioni relative all’energia nucleare e a sviluppare le possibilità di cooperazione.

 

Inoltre sono di questi ultimi giorni notizie di ulteriori possibili accordi in arrivo.

Il 20 Aprile a Danzica il presidente francese e il premier polacco hanno annunciato pubblicamente che la Francia ha invitato la Polonia ad unirsi al gruppo europeo del quadro di “deterrenza avanzata” che include anche Germania, Grecia, Paesi Bassi, Belgio, Danimarca e Svezia e che prevede una forte cooperazione anche in ambito nucleare militare con la Francia.

Da notare che il premier polacco è rimasto volutamente ambiguo sull’ipotesi che nell’ambito di questa cooperazione la Polonia possa ospitare” aerei Rafale francesi “dotati di armi nucleari.

È chiaro che tutta questa attività diplomatico-militare è da ritenersi rivolta contro la Russia dato il quadro conflittuale esistente tra Mosca e paesi europei.

Da notare peraltro come l’Europa stia entrando in una fase in cui la sicurezza non è più garantita dall’America e quindi – come hanno fatto notare su “Foreign Affaires” Ethan B. Kapustin della “RAND Corporation” americana e Jonathan Covarle dell’”International Institute for Strategic Studies” (IISS) britannico – il vecchio continente è costretto a ristrutturare rapidamente il suo modello di difesa.

 

Un’ultima sottolineatura va fatta inoltre sulla proposta di legge presentata dal governo finlandese al parlamento di Helsinki nella quale si autorizza il dispiegamento di armi nucleari nel territorio nazionale.

 Una proposta che non si può non definire raggelante sia per il lunghissimo confine intercorrente tra Russia e Finlandia sia per la vicinanza a Murmansk (città artica dove ha sede la Flotta del Nord russa) e soprattutto a San Pietroburgo, seconda città russa situata a meno di 200 km dal confine finlandese.

 

 Conclusioni.

Ad analizzare il combinato disposto che emerge dalle quattro attività elencate poste in essere dall’Europa (dronizzazione, militarizzazione, guerra di corsa sul Baltico e nuclearizzazione) è chiaro che il conflitto tra Russia ed Europa sia da ritenersi come inevitabile.

 Probabilmente si è superato il punto oltre il quale si arriva al conflitto diretto per inerzia e che rende difficilissima se non impossibile qualsiasi retromarcia.

(Giuseppe Masala).

(lantidiplomatico.it/dettnews- le_4_ragioni_che_dimostrano_come_lue_si_stia_preparando_al_conflitto_con_la_russia/29296_66512/).

 

 

 

 

Ignacio Ramone: un altro mondo è possibile!

Labottegadeibarbieri.org – (4 Maggio 2026) - Bruno Lai - Lascia un commento – Redazione- ci dice:

BUON COMPLEANNO a Ignacio Ramone!

Ignacio Ramone è un intellettuale tra i più influenti del pensiero critico contemporaneo, che sa unire il rigore accademico – è dottore in Semiologia e Storia della Cultura – ad un attivismo civile instancabile.

Per quasi vent’anni, dal 1990 al 2008, Ramone guida l’edizione francese di “Le Monde Diplomatiche”, trasformandolo in un faro per il pensiero “altermondialista”.

Sotto la sua direzione, il giornale diventa celebre per analisi geopolitiche profonde che mettono in discussione l’egemonia culturale e finanziaria dell’Occidente.

Il 1997 è un anno cruciale per Ignacio Ramone:

è l’anno in cui pubblica l’opera Geopolitica del caos, Géopolitique du chaos (asterios.it/catalogo/geopolitica-del-caos-verso-una-civilt%C3%A0-del-caos), un testo che analizza come, dopo la fine della Guerra Fredda, il mondo, lungi dal diventare più ordinato, sprofondi in una sorta di “disordine globale” guidato dai mercati finanziari e dalla rivoluzione tecnologica.

Ramone critica aspramente il neoliberismo, che costituisce una forza destabilizzante per le democrazie. L’economia, secondo Ramone, non è più al servizio della società, ma la società è al servizio dell’economia.

 La politica è diventata la serva dei mercati finanziari.

(Ignacio Ramonet, Géopolitique du chaos, 1997.)

 

Alla fine del millennio, Ramone vede profilarsi «I nuovi padroni del mondo»:

«La terra è ormai pronta per una nuova era di conquista, come nel XV secolo.

 All’epoca del Rinascimento, gli attori principali dello sviluppo espansionistico furono gli stati;

oggi sono le imprese e le multinazionali, i gruppi industriali e finanziari privati che intendono dominare il mondo, fanno le loro razzie e ammassano un immenso bottino.

Mai i padroni della terra sono stati così poco numerosi eppure tanto potenti» (Ignacio Ramonet, Geopolitica del caos. Verso una civiltà del caos? Asterios, seconda edizione 2016).

Ramone ritiene che siamo passati da un mondo bipolare, leggibile e pericoloso, a un mondo multipolare, illeggibile e privo di punti di riferimento.

La geopolitica del caos è questa nuova era in cui l’instabilità è l’unica costante.

Nel libro analizza anche come l’informazione stia cambiando natura, diventando una merce piuttosto che un bene democratico.

 Informare non è più far comprendere la complessità del mondo, ma vendere emozioni in tempo reale.

 L’urgenza uccide la riflessione.

Il caos, per Ramone, deriva da tre “rotture” principali:

rottura geopolitica: la fine dei blocchi ha lasciato spazio a conflitti etnici e identitari;

rottura economica: il potere degli Stati nazione è stato eroso dalla globalizzazione selvaggia;

rottura tecnologica: la rivoluzione digitale ha accelerato i processi ad una velocità che la politica non riesce più a gestire.

 

 

Ignacio Ramone, Geopolitica del caos.

Per geopolitica del caos, Ignacio Ramone intende la descrizione di un nuovo ordine, o meglio, disordine mondiale, emerso dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989.

Secondo Ramone, la fine della Guerra Fredda non porta alla “fine della storia” o ad una pace duratura, ma ad una situazione di instabilità cronica e indecifrabile.

Il “caos” di cui parla è militare, ma è anche il risultato della collisione tra tre grandi trasformazioni che rendono il mondo moderno illeggibile.

Il declino dello Stato-nazione: nella vecchia geopolitica, gli Stati erano i protagonisti assoluti.

Nella “geopolitica del caos” gli Stati non controllano più le proprie monete o le proprie economie, che sono alla mercé dei mercati finanziari globali;

il potere reale si è spostato verso entità non elette: il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione Mondiale del Commercio e le grandi multinazionali; indebolito lo Stato centrale, riemergono nazionalismi, fondamentalismi religiosi e conflitti etnici, come si vede negli anni ’90 in Jugoslavia o in Rwanda.

Ramone sostiene che la tecnologia ha accelerato il tempo ad una velocità che la politica non riesce a seguire.

Le decisioni finanziarie oggi (già nel 1997) vengono prese in frazioni di secondo dai computer.

La politica, che richiede tempo per la discussione e il voto, arriva sempre troppo tardi.

 Internet e i flussi finanziari ignorano le frontiere fisiche.

La geografia tradizionale viene sostituita da una “geografia dei flussi”.

In questo scenario, anche l’informazione contribuisce al disordine invece di chiarirlo.

 Siamo sommersi da notizie, ma questo eccesso non produce conoscenza, bensì confusione.

L’informazione moderna punta a farci “sentire” un evento, tramite immagini shock in diretta, piuttosto che farcelo “capire” attraverso l’analisi delle cause storiche.

In definitiva, per Ramone la geopolitica del caos è la condizione di un’umanità che ha perso la bussola perché l’economia ha preso il posto della politica, il profitto ha preso il posto del benessere sociale, e l’urgenza ha preso il posto della strategia a lungo termine.

Il libro del 1997 è un avvertimento:

se i cittadini non riprendono il controllo dei processi globali, attraverso movimenti come “ATTAC”, il mondo sarà governato da forze oscure, imprevedibili e puramente speculative.

 

“Le Monde Diplomatique.”

L’edizione francese di “Le Monde Diplomatique”, spesso soprannominato amichevolmente “Le Diplo”, sotto la direzione di Ignacio Ramone, dal 1990 al 2008, diviene un vero e proprio “laboratorio intellettuale” che ridefinisce il pensiero critico alla fine del XX secolo.

Una delle intuizioni di Ramone è quella di garantire l’autonomia del giornale.

Nel 1996, crea una struttura societaria unica.

Pur portando il nome di “Le Monde”, “Le Diplo” diventa una filiale autonoma.

Vengono create due associazioni, l’Associazione Gunter Holzmann per i lavoratori e Les Amis du Monde Diplomatique per i lettori;

insieme detengono una quota di minoranza di blocco per impedire che grandi gruppi industriali possano influenzare la linea editoriale.

Mentre il giornalismo mainstream accelera verso il tempo reale e il sensazionalismo, Ramone impone una direzione lenta, riflessiva, opposta.

 Pubblica articoli lunghi, saggi che possono variare dalle 2.000 alle 5.000 parole.

Punta sull’Analisi cartografica: mappe dettagliate – la celebre cartografia di “Le Diplo” – per spiegare i conflitti non attraverso i volti, ma attraverso le risorse, i confini e le rotte commerciali.

L’estetica è decisamente sobria:

un formato “lenzuolo” con pochissime fotografie e molte illustrazioni artistiche e incisioni, per sottolineare che il contenuto è destinato alla riflessione, non al consumo rapido.

Inoltre, Ramone espande radicalmente l’orizzonte del giornale.

Da mero mensile francese di politica estera, “Le Diplo” diventa la voce del Global South, il Sud Globale.

Sotto la sua guida, le edizioni internazionali esplodono:

oggi il giornale è pubblicato in circa 30 lingue, dall’italiano al coreano, dall’arabo al farsi, creando una rete globale di intellettuali che condividono analisi contro-egemoniche.

Il momento più alto della direzione Ramone è considerato l’editoriale Désarmer les marchés, Disarmare i mercati.

In questo testo, Ramone analizza la crisi finanziaria asiatica e propone la creazione, su scala planetaria, dell’”ONG ATTAC”, Associazione per la Tassazione delle Transazioni finanziarie e per l’Aiuto ai Cittadini.

La risposta dei lettori è così massiccia che l’associazione nasce davvero pochi mesi dopo, diventando il braccio operativo delle idee espresse sul giornale e portando alla nascita del “movimento di Porto Alegre”.

“Le Monde Diplomatique” di Ramone è il punto di incontro tra il giornalismo d’inchiesta d’élite e l’attivismo di base, riuscendo nell’impresa quasi impossibile di rendere “popolare” una rivista di altissima complessità teorica. (attac-italia.org/wp-content/uploads/2017/07/Disarmiamo_i_mercati.pdf; https://attac-italia.org/disarmare-i-mercati-2/).

 

Les Amis du Monde Diplomatique.

“ATTAC,” Associazione per la Tassazione delle Transazioni finanziarie e per l’Aiuto ai Cittadini, è forse l’esempio più raro e riuscito di come un’idea scritta su un giornale possa trasformarsi in un movimento politico internazionale capace di spostare gli equilibri del dibattito globale.

La tesi di Ramone è semplice quanto radicale:

 i mercati finanziari globali sono diventati una minaccia per la democrazia e la sovranità degli Stati.

 Occorre quindi istituire la Tobin Tax, dal nome dell’economista James Tobin:

una tassa piccolissima, tra lo 0,01% e lo 0,1%, su tutte le transazioni valutarie transfrontaliere.

 L’obiettivo è doppio: frenare la speculazione finanziaria “mordi e fuggi”; generare entrate enormi da destinare alla lotta contro la povertà e allo sviluppo sostenibile.

La risposta dei lettori, abbiamo visto, è senza precedenti.

 Migliaia di persone scrivono al giornale chiedendo di passare all’azione. Nel giugno 1998 viene ufficialmente fondata ATTAC a Parigi.

Il movimento si espande rapidamente in decine di paesi, inclusa l’Italia, dove è molto attivo nei primi anni 2000.

ATTAC diventa la spina dorsale di quello che i media chiamano movimento “No-Global”, ma che i partecipanti preferiscono definire “Altermondialista” (da “Un altro mondo è possibile”), sottolineando che non sono contro la globalizzazione in sé, ma contro il suo modello neoliberista.

 

 

Porto Alegre, 2001.

 

Oltre alla Tobin Tax, ATTAC amplia il suo raggio d’azione su diversi fronti.

Debito estero: chiede la cancellazione del debito dei paesi in via di sviluppo.

Paradisi fiscali: lotta per l’abolizione dei centri off-shore e per la trasparenza finanziaria.

 Beni comuni: difesa dell’acqua, della salute e dell’istruzione pubblica contro le privatizzazioni spinte dai trattati commerciali, come il WTO. Controllo democratico:

restituire ai cittadini e al potere politico la capacità di decidere sulle grandi questioni economiche, sottratte al voto popolare e affidate a organismi tecnici come FMI, Banca Mondiale.

 

 

Porto Alegre

 

Sebbene il clamore mediatico dei primi anni 2000, culminato con i fatti del G8 di Genova nel 2001, si sia attenuato, ATTAC esiste ancora ed è molto attiva come rete di educazione popolare.

Oggi il movimento si concentra su temi estremamente attuali, come la giustizia climatica:

collegando la crisi ambientale allo sfruttamento economico.

A questo proposito, riporto un altro passo di Geopolitica del caos:

«Dopo la rivoluzione industriale l’uomo ha intrapreso, in nome del progresso e dello sviluppo, la distruzione sistematica degli ambienti naturali.

È tutto un susseguirsi di spoliazioni e saccheggi di ogni genere che vengono inflitti al terreno, all’acqua, alla vegetazione e all’atmosfera della terra.

L’inquinamento produce degli effetti – come l’aumento della temperatura, l’impoverimento della fascia di ozono, le piogge acide – che mettono in pericolo il futuro del nostro pianeta; e se la produttività a ogni costo è la prima responsabile dell’attuale devastazione, a questa non sono estranei l’esplosione demografica del Sud e l’inquinamento urbano.

La dimensione dei disastri ecologici e dei problemi connessi preoccupa tutti gli abitanti del pianeta.

La scomparsa di numerose specie della flora e della fauna crea degli squilibri inquietanti.

Proteggere la varietà della vita diventa dunque un imperativo: la ricchezza della natura sta proprio nella diversità dei suoi aspetti»

 (Ignacio Ramone, Geopolitica del caos. Verso una civiltà del caos?, Asterios, seconda edizione 2016).

 

Ignacio Ramone.

Altri temi di cui si occupa ATTAC oggi sono:

la tassazione delle multinazionali tech, portando avanti battaglie per la Web Tax contro i colossi del digitale;

la lotta alle disuguaglianze, in collaborazione con economisti come Thomas Piketty.

ATTAC ha rotto il dogma della “inevitabilità” dell’economia di mercato.

Ha dimostrato che concetti tecnici complessi, come i derivati o i flussi di capitale, possono essere compresi e contestati dai cittadini comuni, trasformando l’economia da “scienza oscura” a materia di scontro politico.

 

Ramone rappresenta la voce di chi crede che «un altro mondo è possibile».

Il suo contributo teorico si basa su alcune intuizioni che oggi sembrano profetiche, come il “pensiero unico”, “pensée unique”:

Ramone rende celebre questa espressione per descrivere come l’ideologia neoliberista sia diventata una sorta di “dogma religioso” a cui nessuno osa più opporsi, riducendo la politica a semplice gestione dell’economia.

«Che cos’è il pensiero unico?

È la traduzione in termini ideologici, che si pretendono universali, degli interessi di un insieme di forze economiche, e specificamente di quelle del capitale internazionale».

«Un altro mondo è possibile». Di più: direi che è proprio necessario.

 

COSA SONO LE “SCOR-DATE”

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano;

a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi.

 Dal primo marzo questa rubrica si rafforza, grazie all’impegno di Bruno Lai che proporrà almeno 5 “scordate” (ma se saranno di più mica vi lamenterete, vero?) a settimana.

Le troverete alle 22 e dintorni.

Grazie in anticipo a chi commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa, farà proposte … o anche solo ci leggerà.

La redazione – sempre un po’ ballerina – della bottega.

 

 

 

Arlecchino e i due padroni.

Leggotenerife.com – Claudia Maria Sini – (10 -4 -2026) – ci dice:

Navigazione a vista fra utopia e miopia.

In una sola settimana Ursula Von der Leyen dichiara che NON CI SONO ANCORA le condizioni per sospendere il patto di stabilità e Giorgia Meloni che NON CI SONO ANCORA le condizioni per riaprire trattative per comprare gas russo.

 

Coincidenza non solo verbale che mi ha riportato alla mente “Girlfriend in a Coma” del quale trovate il link a fondo pagina.

È un documentario tratto da un libro del 2012 del capo redattore dell’Economist, “Bill Emmott”, prodotto da “Annalisa Piras giornalista italiana, che combinava interviste, disegni animati, passi della Divina Commedia letti da “Benedict Cumberbatch”, un mix molto riuscito di una dichiarazione d’amore e un calcio allo stomaco.

 

Un classico dell’amore odio che ispira il nostro paese.

 

Tornando ai NON ANCORA, così carichi di parole non dette, diciamole insieme quelle parole.

Il “rigor mortis” del patto di stabilità è una forzatura, blocca le azioni-reazioni necessarie alla salute dell’economia, la condanna a morte in 100 comode rate.

 

Mario Monti e la Von der Leyen lo sanno benissimo.

 

Ai padroni del mondo serve la grande recessione e la stanno facendo lievitare, distraendoci con botti e scaramucce minori mentre montano i pezzi con pazienza.

La rappresentante di punta della cupola di Davos che coordina l’area progressista statunitense e l’Unione europea nella corsa al grande reset di “Klaus Schwab”, è agghiacciante ma trasparente.

 

NON É ANCORA IL MOMENTO, significa che interverranno a disastro compiuto con soluzioni non negoziabili dalle istituzioni tradizionali, scambiando il chinino con la libertà.

Veniamo al NON E’ ANCORA IL MOMENTO di Giorgia Meloni, incongruente con tutto ciò che ha detto e fatto finora.

 

Il governo italiano, comunque rappresentato, sa che svincolarsi economicamente dagli Stati Uniti comprando un gas meno caro di più facile approvvigionamento, stimola il risveglio della girl friend in a coma dando impulso all’industria e favorendo il risveglio di quella piccola media impresa che è stata la nostra unica grandezza e potrebbe essere la nostra unica via di salvezza.

 

Gli italiani non funzionano compattati in rettangoli di obbedienti legionari.

Gli italiani funzionano se li sommi nel loro anarchico, variopinto, generoso, imprevedibile modo di esprimere visioni slegate in apparenza ma parte e struttura di un paese visionario e generoso.

Quali forze ci hanno spinto e ci spingono lontano da questa consapevolezza?

 

Scrivere “Costituzione“su “google map” non è più nemmeno un’opzione di riserva per chi sta al timone, non da oggi, ma sembra sempre che sfugga qualcosa.

Per capire la dualità apparente dell’Italia, dobbiamo guardare agli Stati Uniti.

 

I conservatori hanno vinto le elezioni e osteggiano il progetto di Davos mentre incendiano il mondo senza scrupoli.

I democratici, che rappresentano l’ideologia di Schwab e il progetto globalista, sono vivi e vegeti e hanno un’appendice salda nell’Unione Europea.

Alla Meloni dunque, l’ingrato compito di dipendere dal sostegno di Bruxelles per non crollare alle prossime elezioni, mentre tratta con un Presidente degli Stati Uniti in competizione aperta con i padrini europei.

 

Di fronte all’accelerazione del disastro della apertura/chiusura a singhiozzo degli stretti in cui transita l’80% delle merci del mondo, deve scontentare Trump e incassarne le reazioni uterine o assumersi la colpa delle conseguenze di quanto accade nelle tasche degli italiani.

Dalla padella alla brace, sta preparando un’apertura alla Russia mentre si riavvicina ai “volenterosi“ di Bruxelles che vogliono la guerra con Putin sì o sì.

 

“Denudo lío”, direbbero gli spagnoli.

 

Intanto, mentre l’Italia istituzionale apre alla Russia, Leonardo, colosso italiano controllato dalla famiglia che non deve chiedere mai, chiude contratti da capogiro con l’Ucraina per la produzione di droni destinati a proseguire il conflitto.

 

Governo e lobbisti scrivono due storie diverse dello stesso paese che, se intero non stava tanto bene, figuriamoci spaccato in due.

Il macrofenomeno cui assistiamo è una guerra civile planetaria fra due diverse concezioni di potere che non intendono spartire la vittoria sui popoli, irrilevanti in entrambi gli schemi.

 

Cosa abbiamo da perdere in questo momento?

 

Per una volta, cosa avremmo da perdere se optassimo per politiche egoistiche, posizioni pericolose e di rottura?

Quando tutto è perduto si aprono i varchi delle scelte assurde che sono i miracoli laici che reindirizzano la storia.

Chiudiamo pertanto con il terzo “NON È ANCORA IL MOMENTO”, quello con cui rimandiamo dai tempi di Manzoni, il momento di prendere a calci nel sedere gli austriaci nel Duomo di Milano.

Ci sono di nuovo nel mondo, molti validi focolai di voglia di intervenire e riprenderci la scena, scegliamone uno qualsiasi e spendiamo energie buone per farlo crescere.

 

Impegniamoci in qualcosa che abbia uno scopo collettivo.

 

È assolutamente il momento, molto probabilmente l’ultimo momento utile, per assumerci delle responsabilità.

È nella danza di pezzi mobili di un puzzle impazzito, che si crea lo spazio per ripensare il mondo.

(Claudia Maria Sini).

 

 

 

 

NO alla guerra con la Russia.

Appello dell’intellettualità libera.

Lafionda.org – (5 Mag., 2026) - Angelo D'Orsi – Redazione – ci dice:

 

Noi, firmatari di questo documento, scrittori artisti letterati professori musicisti cineasti, ci appelliamo alla pubblica opinione per lanciare un messaggio, che ci sembra urgentissimo e necessario.

 

In Europa e in Italia, stiamo assistendo a una degenerazione della lotta politica, divenuta trasposizione della guerra sotto altre forme.

Sebbene nel mondo siano attivi una sessantina di conflitti militari, tre sono le “aree di crisi” che più destano inquietudine:

 l’aggressione all’Iran, da parte di USA e Israele; 

lo sterminio del popolo palestinese da parte dello Stato israeliano e la guerra in Ucraina, che oggi desta in noi la preoccupazione maggiore:

 un conflitto nel quale l’Italia è direttamente coinvolta con invio di armi e fondi, con l’apertura indiscriminata agli ucraini che fuggono del loro paese, e una sorta di “ucrainizzazione” della nostra politica estera, e dello stesso dibattito pubblico.

 Il governo Meloni, dopo l’ennesima questua di “Volodymir Zelensky”, non solo ha concesso un nuovo finanziamento a fondo perduto, ma ha firmato con Kiev accordi volti a fabbricare droni.

In seguito a questi ultimi fatti, la Federazione Russa ha inviato un avvertimento:

considerare obiettivi legittimi i luoghi nei quali si fabbricano armi che verranno utilizzate per colpire il proprio territorio, ossia, l’Europa e l’Italia.

 Tutto fa comprendere che, pur senza dichiararlo, i nostri governanti ci stanno portando allo scontro con la Russia.

Una guerra impossibile, data la disparità di forze a vantaggio della Russia, e soprattutto una guerra insensata.

 E, infine, una guerra che, dato l’armamento nucleare posseduto dal “Nemico”, il più grande sulla terra, aprirebbe la porta a un’apocalissi nucleare.

 

Anche se possiamo non concordare con gli orientamenti politici interni di quel Paese ed esprimere critiche su questo o quell’aspetto, noi respingiamo come errato, pericoloso e antistorico qualsivoglia tentativo di esportare i nostri modelli.

 Soprattutto siamo uniti nel respingere la follia russo- fobica e il clima da caccia alle streghe che si sta imponendo in Italia come in Europa, generato da politici e giornalisti irresponsabili, i quali, dopo aver raccontato in modo distorto la genesi del conflitto, diffondendo informazioni false, arrivano a esaltare le azioni terroristiche dell’Ucraina, a cominciare dalla distruzione dei gasdotti North Stream 1 e 2, o che, sulla scia della frase di Mario Draghi (“preferite la libertà o i condizionatori?”), vogliono persuaderci che il significato di questa guerra vada al di là degli interessi materiali, che l’Occidente combatte “per i suoi valori”, e che la Russia è un regime autocratico, che il suo presidente è “il nuovo Hitler” (e “il nuovo Stalin” e “il nuovo zar”!), fingendo di non accorgersi di come e quanto venga, giorno dopo giorno, limitata la possibilità per chi non sia allineato con la narrativa dominante, di esprimersi e, in particolare, di rifiutare la damnatio della Russia, presentata semplicemente come “Stato che viola il diritto internazionale”, dimenticando ben altre violazioni compiute quotidianamente da Stati dei quali siamo alleati-servi, a cominciare dagli USA.

 

La Russia non ha mai compiuto gesti ostili verso le nazioni europee e men che meno verso l’Italia, alla quale, anzi, ha sempre mostrato amicizia e persino affetto:

non dimentichiamo i consistenti aiuti medici e sanitari portati nella Penisola durante la prima fase della pandemia, nel 2020, com’era accaduto un secolo prima, nel 1908, quando la Russia era stato il primo Paese al mondo a recare aiuto ai terremotati di Messina e Reggio Calabria.

 Noi siamo sicuri che il popolo italiano, pressoché nella sua totalità, vorrebbe che ritornassimo a commerciare con la Russia, comprando il suo gas e il suo petrolio (a prezzi cinque volte inferiori a quelli ai quali compriamo ora dagli USA) e vendendo le merci del nostro straordinario comparto manifatturiero, in crisi a causa di assurde sanzioni della UE.

 Il popolo italiano, ne siamo certi, vuole offrire al popolo russo la stessa amicizia che dal popolo russo ha sempre ricevuto.

 

Contro la costruzione di un senso comune russo- fobico e bellicistico, ci corre l’obbligo, per onestà intellettuale, e per competenza storica, di rilevare che la Federazione Russa, lo Stato più grande del mondo, non ha alcun interesse o disposizione a invadere l’Europa.

La sua guerra in Ucraina (l’Operazione Militare Speciale) è volta semplicemente alla liberazione del Donbass, e, quindi, a favorire l’autodeterminazione delle sue popolazioni che si sono già espresse, come peraltro la Crimea, per il “ritorno” alla Madrepatria Russia, dopo il golpe a Kiev del 2014, organizzato dalla CIA, sostenuto da USA e UE. Tutto ciò è documentato e va sottratto alla logica delle opinioni, che si traduce in mero schieramento.

Noi non vogliamo abdicare alla facoltà di pensare, a quel comandamento di Immanuel Kant che, nel lontano 1784, invitava gli umani a rivendicare il diritto di “usare la propria ragione”.

Noi non abbiamo alcun sentimento ostile verso la Russia.

 

In quanto “intellettuali”, ossia persone che intendono “abbracciare la propria epoca” (come scrive Jean-Paul Sartre), noi rivendichiamo il diritto di dire la nostra sui fatti della politica e riteniamo che questo faccia parte dei nostri doveri, perché siamo parte integrante, e importante, di una comunità.

 In quanto persone professionalmente addette alla scienza, alla formazione, all’arte, alla comunicazione, alla letteratura, respingiamo con sdegno ogni politica volta a sanzionare musicisti, scrittori, danzatrici, direttori d’orchestra, uomini e donne di cinema e di teatro (per non parlare degli atleti!), e deploriamo che a uno dei più importanti direttori d’orchestra del mondo, “Valerij Gergiev”, sia stato per ben due volte, a Milano e a Caserta, impedito di esibirsi, e che lo stesso sia accaduto alla danzatrice Svetlana Zakharova, autentica stella nel firmamento della danza classica.

 

L’ultimo caso è quello della Biennale d’Arte di Venezia, il cui direttore, “Pietrangelo Buttafuoco”, intellettuale notoriamente schierato a destra, ha deciso, intelligentemente, la riapertura del Padiglione Russo, in nome della libertà della cultura, suscitando le ire della sua stessa area politica, ma anche di gran parte di una sedicente opposizione parlamentare, per non parlare dell’ignobile ricatto della UE che recita: “o cacciate i russi o non vi diamo il contributo”.

 

Ebbene, è ora di por fine a questa situazione umiliante (per noi!) e dannosa (per noi!), ma soprattutto preoccupante (per tutti!).

 È ora che le nostre popolazioni prendano in mano i propri destini, è ora che si cessino parole e gesti ostili (dal primo cittadino della Repubblica fino all’ultimo) verso la Russia, e si cessi di piegare la testa ai comandi di leader e opinionisti affetti da visibili sindromi psicopatologiche.

È ora di dire: NOI NON VOGLIAMO LA GUERRA ALLA RUSSIA!

Il popolo italiano ha conosciuto direttamente, dolorosamente, due conflitti mondiali e ne ha tratto come conclusione l’articolo 11 della Carta Costituzionale, che “ripudia la guerra”.

 

Noi per primi, nelle università, nelle scuole, nei giornali, nelle case editrici, nelle reti tv, nei libri che scriviamo, nelle conferenze che teniamo, dobbiamo batterci per aiutare i cittadini distratti, ovvero inebetiti dalla propaganda, ad aprire gli occhi e a opporsi insieme a noi a questa follia.

 Il nostro primo dovere è suscitare il dubbio, respingere la logica del pensiero binario e coltivare il pensiero critico.

 Dobbiamo rivendicare il diritto di ascoltare tutte le voci e di respingere con il disprezzo che meritano gli appelli alla censura, i quali non di rado stanno diventando incitamento all’aggressione, come già accaduto a qualcuno di noi.

Noi vogliamo ascoltare le lezioni su Dostoevskij e vedere i film di Russia Today, o sintonizzarci sui canali radiotelevisivi russi, proprio come fanno i cittadini di quel Paese.

Noi vogliamo assistere a concerti, balletti, spettacoli teatrali, film russi, così come siamo liberi di fare la stessa cosa rispetto ai prodotti artistici di altre nazioni.

Vogliamo essere liberi di andare in Russia come in qualsiasi altro Paese del mondo, senza chiedere permessi o senza fornire spiegazioni a chicchessia.

Non accettiamo di essere ostracizzati o silenziati o addirittura additati come “nemico interno” o persino quali “traditori” della patria!

 

Leggere, ascoltare, incontrare “l’altro”, è la via maestra per evitare di vedere in lui il “nemico”. Solo la libertà – di pensiero, riunione, organizzazione… – può consentirci di uscire dalla logica della contrapposizione, che ci viene presentata come inevitabile o persino necessaria.

Noi non intendiamo “fare una scelta di campo” (Occidente contro Oriente!), ma una “scelta di vita”, soprattutto in nome di coloro che non hanno voce e che sono destinati a essere le prime vittime della guerra, oggi come ieri.

Perciò sollecitiamo tutte le voci libere, a prescindere dagli orientamenti politici dei singoli, a fare giungere la più alta protesta contro un folle progetto bellicistico, e schierarsi dalla parte della libertà e della pace, ribadendo che, sempre, “una cattiva pace è migliore di una buona guerra”.

(Angelo D’Orsi)

FIRMATARI

Angelo d’Orsi, storico, Università di Torino, scrittore e giornalista, Torino;

Alessandro Di Battista, giornalista e scrittore, Roma;

Elena Basile, già ambasciatrice;

Alberto Bradanini, già ambasciatore;

Vauro Senesi, giornalista e vignettista;

Fiammetta Cucurnia, giornalista;

Carmen Betti, Emerita di Pedagogia, Università di Firenze;

Marc Innaro, giornalista;

Vincenzo Lorusso, giornalista RT (Russia Today);

Iaia Chambers, già professore di Studi Culturali, Università di Napoli, L’Orientale;

Laura Salmon, Università di Genova

Ugo Mattei, Ordinario Diritto Civile, Università di Torino;

Aldo Giannoli, già professore di storia contemporanea Università statale di Milano;

Demostene Floro, Responsabile Energia CER-Centro Europa Ricerche;

Massimo Arcangeli, linguista, Università di Cagliari;

Marinella Mondaini, filologa russa e pubblicista (Mosca);

Ruggero Giacomini, storico (Ancona);

William Gambetta, ricercatore Centro studi movimenti, Parma;

Lara Ballario, giornalista, Torino;

Paolo Desogus, docente universitario, Parigi;

Franca Balsamo, professoressa emerita Sociologia della famiglia Università di Torino;

Diana Carminati, già docente Storia dell’Europa contemporanea, Università Torino;

Pier Giorgio Ardenzi, professore ordinario di economia politica, Università di Bologna;

Giulio Di Donato, La Fionda;

Piero Bevilacqua, già ordinario Storia contemporanea, Università La Sapienza, Roma;

Glauco Della Sciucca, Filmaker, Direttore di Retrospective;

Federico Greco, Filmaker;

Gianni Fresu, Professore di Filosofia politica all’Università degli studi di Cagliari;

Andrea Catone, direttore Marx Ventuno edizioni;

Sandro Teti, Editore;

Franco Coppoli, docente, COBAS scuola;

Roberto Passini, avvocato in Firenze. Rivista Il Ponte;

Marina Rota, scrittrice e giornalista, Torino;

Giulio Chinappi, analista geopolitico presso World Politica Blog e Ce SEM;

Cristina Alzati, scrittrice, Arco (Tn);

Giorgio Bianchi, fotoreporter;

Francesco Toscano, direttore Visione TV;

Pino Cabras, scrittore ed ex deputato;

Amedeo Fenelli, docente di storia medievale, Università dell’Aquila;

Paolo Becchi, già professore ordinario di Filosofia del Diritto, Università di Genova;

Loris Caruso, Università di Bergamo;

Vito Petrocelli, ex Presidente Commissione Affari Esteri del Senato, presidente dell’Istituto Italia BRICS – Matera;

Alexander Ho bel, professore di Storia contemporanea, Università di Sassari. Presidente di Futura umanità. Direttore di Marxismo Oggi online;

Leonardo Freddezza, Vice direttore, Istituto di Cultura e Lingua Russa;

Massimo Zucchetti, Ordinario Politecnico di Torino;

Francesca Chiarotto, Storica del pensiero politico, Ricercatrice Università del Piemonte Orientale;

Claudio Grassi, Coordinatore nazionale Disarma;

Clara Statelo, curatrice Polivo, redazione Casa del Sole TV;

Andrea Lucidi, giornalista;

Sara Reginella, autrice e documentarista;

Stefano Orsi, analista militare, scrittore, articolista, youtuber;

Giuseppe Salamone, video blogger e referente Nord Schierarsi;

Alberto Fazzolo, giornalista e saggista, Roma;

 

Guido Liguori, già prof di Storia del pensiero politico, Univ. della Calabria;

Fabrizio Marchi, giornalista “L’Interferenza”;

Carmelo Buscema, ricercatore e docente, Università della Calabria

Tania Di Malta, Poetessa;

Antonino Salerno, musicista;

Emanuela Ligari, musicista, Pisa;

Margherita Furlan, giornalista, Direttore Casa Del Sole TV, Roma;

Angelo Caputo, docente, presidente ass. La Città Futura;

Gennaro Imbriano, professore associato di Storia moderna Università di Bologna;

Jeanne Toschi Marazzini, giornalista;

Aldo Gaccione, responsabile del blog Odissea;

Alessandro Guerriero, designer e fondatore di Atelier Alchimia;

Franca Ruggieri, Emerita Università di Roma Tre;

Danila Ghigliano, artista;

Benedetto Ligorio, assegnista di Storia moderna e Storia dell’Europa orientale, Sapienza, Roma;

Marilena Budroni, microbiologa, Università di Sassari;

Paolo Ferrero, giornalista e saggista, già deputato e ministro, Torino;

Eloisa d’Orsi, fotoreporter e ricercatrice, Barcellona-Milano;

Ascanio Bernardeschi, saggista, Centro Studi Domenico Losardo;

Alessandra Cattini, già docente di Antropologia culturale alla Sapienza di Roma;

Giovanni Rezza, docente di Igiene e sanità pubblica, Università San Raffaele, Milano;

Francesco Ammezzai, docente di Filosofia, Scuola Europea di Varese;

Davide Bellelli, insegnante;

Marco Morra, docente.

Angelo D'Orsi.

 

 

 

 

Peter Thiem, un teologo in incognito alla Silicon Valley.

Pandorarivista.it – (21 ottobre 2025) - Scritto da Benedetta Lazzeri, Elia Scapini – Redazione – ci dice:

 

Diciamocelo, non annoia mai il dibattito sui fondamenti primi delle società occidentali, con l’irrisolta questione se le moderne democrazie liberali possano veramente legittimarsi o se, in fin dei conti, poggino su presupposti che non sono in grado di darsi.

 Un tema stimolante, questo, soprattutto perché chiama in causa la questione della religiosità, in generale, e della religione cristiana in particolare, nel suo rapporto con le società contemporanee, sollevando la domanda se, in fondo, l’aver relegato le religioni allo spazio del privato sia stato veramente un buon affare o se non si sia scelto di liquidare, assieme al Cristianesimo, anche una realtà in grado di opporsi all’entropia intrinseca alle dinamiche umane e di potere, qualcosa che sappia resistere al caos e alla disgregazione.

Nel gergo teologico politico, questa forza resistente ha un nome specifico: Katechon.

Un termine complesso, che ci arriva dal Nuovo Testamento – 2 Tessalonicesi 2,6-7 – e che, dalla prima Modernità alla prima metà del Novecento, ha abitato le pagine più raffinate della trattatistica politica che, ora come allora, era mossa da una domanda fondamentale: su quali basi si costruiscano le nostre istituzioni e se ci sia, nelle loro fondamenta, una forza che faccia da deterrente, da freno. Una questione che diviene sempre più urgente man mano che le religioni, le ideologie e i simboli perdono la loro forza spirituale e morale sulla comunità.

 

Ma più del dubbio se abbiamo fatto e stiamo facendo bene, se le nostre scelte di democrazia e liberalismo ci beneficeranno sul lungo periodo o se invece non siamo parte di un macro trend che nel suo complesso è in declino, più di ogni rimpianto e rimorso, siamo incuriositi dalle proposte, dalle nuove teorie e letture, da tutte quelle voci che propongono convintamente di indicare strade nuove, che lo siano realmente o apparentemente.

 

A colorare il dibattito con un senso di fallimento e sconfitta ci hanno pensato, fra gli altri, Donald Trump e J. D. Vance e che la loro proposta intersechi i motivi del Cristianesimo non fa certo dubbio: abbiamo sentito parlare di elezione divina e abbiamo visto ministri di governo riuniti in preghiera.

 Non solo, J. D. Vance, convertito al Cristianesimo dalla lettura di Agostino, ha addirittura proposto l’applicazione geopolitica del principio dell’”ordo amoris” di Tommaso d’Aquino, mostrandone l’interno accordo con lo slogan America First:

ci sono cose che vengono prima e cose che vengono dopo, e le cose che vengono prima esigono una dedizione maggiore, con buona pace di tutto il resto.

In questo senso, per quanto possano sembrare bizzarri, i riferimenti e le citazioni teologiche che arrivano dalla Casa Bianca andrebbero prese molto sul serio, e non per un’improbabile consapevolezza nascosta dietro di esse, quanto perché queste parole sono la prova della cogenza di una teoria che Carl Schmitt sostenne quasi un secolo fa: tutte le società contemporanee e occidentali si basano su concetti teologici secolarizzati.

 

Che il Cristianesimo abbia un ruolo fondamentale nel dibattito politico mondiale non è cosa nuova;

se si riavvolge il nastro della storia, anche solo di due o tre anni, si vedranno apparire, in fila, momenti fondamentali della contemporaneità più recente in cui il Cristianesimo e i suoi principali simboli si sono fatti carico di messaggi e gesti dalla portata politica non trascurabile, come, per esempio, l’incontro tra il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e Donald Trump fuori dalla Basilica di San Pietro, in Vaticano.

Il problema, tuttavia, andrebbe posto in modo più preciso e scientifico, domandandosi innanzitutto, che ruolo abbia il Cristianesimo nell’orientamento delle politiche degli Stati sovrani, su tutti, in quella degli Stati Uniti di Donald Trump.

Una domanda che apre la strada ad altre questioni cruciali, ad esempio, quella su quanto siano ancora pregnanti i simboli religiosi (seppur secolarizzati) all’interno delle società occidentali;

 su quale rapporto intercorra tra il Cristianesimo professato dai trumpiani e il dio-denaro – l’unica vera guida delle politiche della Casa Bianca e della Silicon Valley – e, ancora, se il  Cristianesimo possa essere la forza in grado di tenere a freno il caos che sta sconvolgendo gli ordini mondiali.

 

C’è un’altra figura fondamentale, seppur infinitamente meno nota dei Trump e dei Vance, che potrebbe aiutarci a rispondere a queste domande;

un uomo che tira le fila del dibattito geopolitico mondiale e che ha influenzato (e continua a influenzare) profondamente l’establishment nordamericano.

Classe 1967, patrimonio personale di 8 miliardi di dollari, Peter Thiem nasce a Francoforte da famiglia tedesca poi naturalizzata statunitense. Appassionato sin da piccolo di fantascienza, studia filosofia nella prestigiosa sede di Stanford, dove segue i corsi di René Girard e acquisisce una specializzazione in legge.

Prima di approdare in California e di diventare uno dei capostipiti della Silicon Valley, Thiem lavora come avvocato e trader.

 Nel 1999 fonda “PayPal “che, un anno più tardi, si fonde con X.com di Elon Musk prima di essere venduta a eBay (nel 2002) per 1,5 miliardi di dollari.

È solo nel 2003 che l’ambizioso capostipite della PayPal Mafia fonda Palantir Technologies – il nome della società, che deriva dalle “pietre veggenti” della saga fantasy Il Signore degli Anelli di Tolkien, ci dice qualcosa sull’eccentrica personalità di Thiem –, compagnia di software specializzata nell’analisi e nella gestione dei dati complessi, utilizzata, tra le altre, da agenzie governative quali CIA e FBI.

Dichiaratamente gay, balbuziente, colto e infinitamente meno scenografico dell’allievo Musk, è stato proprio Thiem a sdoganare, nel 2016, l’appoggio della Silicon Valley e delle Big Tech a Donald Trump; una vicinanza che, soprattutto nelle ultime elezioni, si è dimostrata essenziale alla leadership del Tycoon.

 Minimalista, austero e con una cultura più alta della media dei suoi sodali e colleghi, Peter Thiem è un ideologo efficace, forse non di altissimo livello, talvolta tranchant nel tagliare lo spazio politico mondiale in categorie riduttive (seppur schmittiane) come il bipolarismo amico-nemico, ma sicuramente capace di orientare il sentimento politico e geopolitico della Silicon Valley e dello Studio Ovale.

 

Ma ideologo di cosa?

 Qual è il pensiero, lo schema, che si nasconde dietro la retorica ultrareazionaria e nazionalista di Trump e Vance?

 Quale ragionamento può giustificare la totale sottomissione dello spazio politico al potere economico che sembra tenere in piedi l’asse che lega la Casa Bianca e la Silicon Valley e, soprattutto, come entra il Cristianesimo in questa equazione?

 Sono questioni complicate, come complicato è lo scenario che le genera; tuttavia, nella confusione generale del momento, Peter Thiem sembra poter fornire delle prime risposte.

 A differenza di coloro cui si accompagna, Thiem ha più volte tentato di dare ragione delle proprie idee e i suoi primi scritti politicamente orientati risalgono agli anni dell’università a Stanford.

Un particolare, questo, non da poco, considerando che la forma scritta ci fornisce non solo una via d’accesso diretta e interna all’ideologia del magnate, ma ci dà anche la possibilità di interpretare e commentare da fuori un pensiero che, dal 2017 a oggi, sembra essersi rafforzato nel suo peso politico specifico.

 

Già nel lontano 2003 il breve saggio (circa 25 pagine) Il momento straussiano raccoglieva gran parte di quella che, negli anni a venire, sarebbe diventata la sua visione politica.

Nel libro, le riflessioni del magnate della Silicon Valley vengono liricamente introdotte da un estratto in versi di Locksley Hall di Alfred Tennyson;

 parole, quelle del poeta inglese, che con il senno di poi risuonano più potenti e rivelatrici che mai.

Il passo racconta una visione del futuro dai tratti escatologici: in questa preveggenza profetica, l’uomo può spingere il proprio sguardo fino al limite del possibile e lì vede la meraviglia del progresso. Un avanzamento tecnico del mondo che, continua Tennyson, porta con sé guerra e distruzione, almeno fino all’istituzione – che va di pari passo con il crollo di ogni potere politico specifico – di un Parlamento dell’umanità, di una Federazione del mondo, guidata solo da una saggezza condivisa che tiene a bada persino i popoli più irrequieti e i regni più instabili.

 In altre parole, Thiem non santifica il progresso sfrenato e senza limiti, bensì sembra inserirlo in una sorta di movimento triadico hegeliano, durante il quale, a due fasi diametralmente opposte e inconciliabili, se ne aggiunge una di ricomprensione delle due nella conciliazione del common senso.

Questo senso comune tanto idealizzato è, pare ovvio, il Katechon paolino, è una forza frenante che ha una direzione e un fine, è, insomma, un concetto teologico secolarizzato.

 

Rispetto alla visione poetica di Tennyson, non è difficile individuare la fase in cui si trovano a vivere gli Stati contemporanei.

Il mondo è in fiamme, la globalizzazione del commercio senza barriere è in crisi e, con essa, la pace e l’unità che si diceva fossero seguite alla separazione della Guerra Fredda.

Ciò che manca – questo sembra dirci Thiem – è appunto il common senso cui Tennyson fa riferimento nei suoi versi, lo stesso che appare ciclicamente nelle dichiarazioni che provengono dalla Casa Bianca.

 E poco importa se il modo in cui il poeta inglese intende l’espressione poco (o niente) ha a che fare con il “buon senso” trumpianamente inteso;

è proprio questa l’accezione cui pensa la giovanissima speaker della Casa Bianca” Karoline Leavitt” quando per comunicare le risoluzioni operate dal governo le descrive come ovvie e scontate proprio perché conformi con il senso comune della maggioranza degli elettori.

Se per Tennyson, infatti, il senso comune è sinonimo di un “sentire collettivo”, della ragionevole concordia condivisa da un gruppo di persone che ha il sapore di un’élite razionale mossa dalla fiducia nell’ordine globale della giustizia, con Trump – e forse anche con Thiem – ci troviamo di fronte a un senso comune che non richiede nessuno sforzo di ragione ma che dà per buona l’opinione immediata e urgente dei più, senza trascurare (anzi) le comuni (appunto!) frustrazioni e delusioni.

 La ripresa che Peter Thiem fa di questa espressione ci mette davanti a uno dei punti essenziali del dibattito contemporaneo:

il senso comune ci porta tutti a evitare aghi e vaccini, il senso comune darà ragione a chi suggerisce esservi un legame vincolante fra somaticità biologico-genitale e rappresentazione genderizzata dell’orientamento sessuale, il senso comune non vede ragione nello sforzo economico e bellico in guerre oltreoceano e, cosa più importante, il common senso diviene incomprensibilmente verità assoluta.

 È stato questo, in fondo, il principale richiamo di Vance all’Europa, quando, armato di gesso e bacchetta, ha ricordato ai nostri politici come fare il loro mestiere:

 obbedire al senso comune, a quello che la pancia del popolo chiede a gran voce, anche qualora il buon senso sembri spingere in una direzione diversa.

 

In altre parole, esiste una teologia anche in politica, un discorso attorno a quelli che devono essere i principi primi e ultimi delle società, ed esistono agenti politici in grado di orientare la scena del mondo senza lasciarsi influenzare da quelle che, alla luce di questi ragionamenti, non sono che visioni parziali, frammentarie del reale.

 Sono stati proprio i Thiem e i Musk a orientare la scelta della Vicepresidenza su J. D. Vance – decisione che ha scontentato l’ala più moderata dei magnati vicini a Trump – ed è stato Thiem a fornire una parte dei presupposti teorici della campagna trumpiana contro le istanze inclusive e la cultura woke.

Risale addirittura a trent’anni fa un libro poco noto del proprietario di Palantir – meno famoso del già citato “The Straussian Moment” e molto meno noto del vendutissimo Da zero a uno – dal titolo più che eloquente: The Diversity Myth.

Scritto quando Thiem si trovava ancora tra i banchi della Stanford University, il libro attacca duramente le prime voci woke, accusandole di avallare un atteggiamento “semplicemente anti-occidentale” senza alcun proposito se non quello di distruggere l’Occidente e tutte le sue forme.

 

In effetti, l’idea che la società occidentale esista anche in virtù delle sue espressioni sociali, culturali e politiche non è di per sé errata, né può essere sovrapposta alle istanze nazionaliste e suprematiste che formano il sostrato ideologico che ha dato forma, tra le altre cose, al governo Trump.

L’ultranazionalismo intransigente che muove la California delle tech affonda le sue radici in idee molto più raffinate e colte; per comprenderle – e per tentare di capire il valore religioso a queste associato – può essere utile tornare alle pagine iniziali de Il momento straussiano.

 Un’idea sulla piega che prendono le pagine del saggio l’ha già data l’introduzione, con l’immagine di un’umanità impelagata in un regno di mezzo fatto di guerra e distruzione.

 

L’intero testo è permeato da un senso di minaccia da parte di un oscuro nemico che presto si capisce essere – neanche a farlo apposta – l’Islam; un Islam genericamente inteso, senza nessuna distinzione territoriale o politica, ma che porta con sé l’oscura minaccia della distruzione religiosa e culturale del mondo occidentale e democratico.

 Ogni politica di integrazione e adattamento al nuovo ordine dell’Occidente, dopo l’11 settembre, è andata sgretolandosi.

 Le democrazie liberali hanno visto aumentare le ondate di violenza e odio, il tutto mentre i partiti di sinistra e i movimenti inclusivi strizzavano l’occhio a pensieri e religioni alternative.

 A ciò si è aggiunta la depauperazione degli Stati occidentali, con enormi flussi di denaro che, invece di favorire (come da programma) le economie dei Paesi in via di sviluppo, andavano a stanziarsi nei ricchi conti svizzeri di ignoti dittatori del terzo mondo.

È probabilmente questa puntuale decostruzione delle basi su cui poggia il mondo contemporaneo a portare Thiem a riflettere – ancora prima che sulla distruzione dell’identità religiosa e nazionale – su quale sia la natura più profonda dell’essere umano.

Così, in modo apparentemente gratuito, lo scritto schmittiano di Thiem si trasforma in quella che solo a un occhio inesperto potrebbe sembrare una speculazione filosofica e che è, in realtà, il tentativo di basare l’agire politico dei “decision maker” cristiani occidentali su premesse razionali.

Che cosa ha a che fare il turbocapitalismo condito di un richiamo alla trascendenza delle forme politiche con l’esistenza umana in genere?

 

Secondo Peter Thiem, molto.

La natura umana ha alla base una violenza cieca e incontrollabile – la stessa che era al centro dei testi del maestro putativo di Thiem, Girard –, una brutalità che può essere mitigata solamente dalla ragione.

 L’Islam è il portatore contemporaneo di questa bruta violenza senza intelletto, di un odio irrisolvibile e impermeabile a quella cultura del dialogo e della coscienza introdotta, in Occidente, dall’Illuminismo.

Mettere la violenza alla base della natura umana, al di là dei risvolti islamofobi che la teoria acquisisce in queste pagine, non apporta alcuna novità al dibattito politico contemporaneo, come non è nuova la disillusione verso l’ottimistica visione illuminista secondo cui tutti gli agenti politici, assieme, sarebbero in grado di sedersi a un tavolo e stipulare un patto sociale sulla base del quale avviare una convivenza pacifica e duratura.

 Quello che stupisce – non per originalità, quanto per l’eccessiva semplificazione – è l’individuazione del nemico non tanto nel rivale (economicamente o politicamente inteso), quanto nel diverso;

 insomma, il nemico come l’islamico di bianco bendato di monicelliana memoria: “l’antico periglio che vien dallo mare”!

 

È una strana commistione tra il Leviatano e il binomio schmittiano amico-nemico il mostro a due teste che sembra orientare le idee di Thiem, secondo il quale la scelta della sovranità dovrebbe ricadere solamente su colui che si dimostri in grado di individuare il nemico e sia deciso a combatterlo fino ad annientarlo, nel rispetto e nella salvaguardia del mondo occidentale e delle sue forme.

Quella cui siamo davanti nelle pagine de Il momento straussiano è la rischiosa sintesi tra un neoliberismo estremo e un autoritarismo dai caratteri escatologici, quasi che la decisione del più forte sia resa tale da una volontà Altra che arriverà a dimostrarne la futura necessità.

Thiem ha quello che a Musk manca e quello che al Tycoon (che lo sappia o no) serve: una visione teologica del reale.

 Dove “teologico” indica una precisa visione occidentale e cristiano-centrica secondo la quale un intelletto più alto e potente debba indirizzare la realtà verso le sue forme proprie, tenendo a freno le istanze particolari. Forse è proprio quella del freno, del Katechon, l’idea che sta alla base di Palantir, l’azienda fondata dal miliardario che ufficialmente si occupa di raccolta e protezione di dati ma della quale, nello specifico, non si sa quasi nulla. Rimandando, ancora una volta, all’idea di un ente di controllo superiore e ineffabile.

 

Un’inchiesta di Wired, che ha anche coinvolto ex dipendenti come fonti, ha spiegato che la piattaforma non venderebbe solo software ma anche «l’idea di soluzioni senza attriti a problemi complessi», non solo, dopo aver collaborato con l’ICE (Immigration and Customs Enforcement), con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e con le forze armate israeliane, questa primavera Palantir ha firmato un accordo con la NATO che gli permetterà – attraverso un sistema di intelligenza artificiale acquistato dall’Alleanza – di avere accesso a tutti i dati raccolti e annotati dei Paesi membri.

Alla base sia di Palantir che delle riflessioni del saggio, c’è uno schema preciso che prevede, evidentemente – e lo stesso Thiem non lo ha nascosto – un’idea di fortificazione dell’Occidente e, con esso, delle sue forme politiche e religiose. D’altra parte, e questo Thiem lo dice chiaramente ne Il momento straussiano, la prerogativa principale dello statista occidentale e cristiano è proprio quella di sapere introdurre nella comunità un potere che frena.

C’è un problema, tuttavia, che lo stesso magnate riconosce:

l’apertura incontrollata dei mercati e degli scambi (anche culturali) porta necessariamente allo scontro, l’umanità si non fonda su alcun principio positivo di unione o concordanza e l’incontro ha sempre in sé il germe della contrapposizione.

Il Cristianesimo – quello della Casa Bianca, che si leva al grido di Dio, Patria e Famiglia – è l’unico freno possibile alla deflagrazione, l’unico baluardo del vecchio mondo in dissolvenza in grado di fare la guida in tempi di distruzione e caos.

Thiem sembra aver risposto a ciascuna delle domande che ci eravamo posti in partenza, tranne una:

che ne facciamo, quindi, del neoliberismo sfrenato che lo ha creato?

(Benedetta Lazzeri - Elia Scapini).

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