La guerra come la vogliono oggi i padroni del mondo.
La
guerra come la vogliono oggi i padroni del mondo.
Emirati
Arabi Uniti Via dall’OPEC.
Conoscenzealconfine.it
– (2 Maggio 2026) – Redazione – T.me/telegram - veritas – ci dice:
Tra i
maggiori produttori di greggio gli Emirati Arabi Uniti infliggono un duro colpo
al cartello a guida saudita, puntando al doppio della produzione.
Inizia
a diventare visibile la riorganizzazione del flusso energetico mondiale, dove
Londra viene progressivamente tagliata fuori.
Emirati
Arabi Uniti (il terzo tra i produttori dell’organizzazione petrolifera, subito
dopo Arabia Saudita e Iraq), fuori dall’OPEC e OPEC+.
Queste
mosse non sono mai casuali: seguono tempistiche ben precise dettate da
coordinamenti ad altissimo livello.
Con
questa mossa l’EAU potrà aumentare la produzione di petrolio senza dover
rendere conto a nessuno.
E se
cresce la produzione, scende il prezzo.
Londra
e Ursula grugniscono (anche se per quest’ultima non vi sono differenze di
espressione facciale) ma devono obbligatoriamente subire il cambiamento epocale
che vi è in corso che li vede irreversibilmente e necessariamente perdenti.
L’Iran
adesso ha molto meno potere contrattuale e ancora meno soldi in cassa visto che
vi sono sempre le navi americane a presidiare Hormuz e la quotazione del
petrolio andrà a scendere.
Inoltre,
l’Arabia Saudita (controllata in parte da Londra), viene gravemente danneggiata
perché:
– È un
terremoto per il cartello petrolifero;
–
Resta il perno del sistema, ma perde un membro importantissimo;
– Avrà
molta meno capacità di controllare i prezzi e la produzione.
E
finalmente, una buona notizia per noi italiani:
per un Paese importatore netto come l’Italia,
questo significa innanzitutto una possibile riduzione del costo dell’energia
con conseguente riduzione della bolletta energetica e alleggerimento dei costi
di produzione a beneficio di famiglie e imprese.
Dopo
60 anni gli Emirati Arabi Uniti escono da OPEC e OPEC+. Proprio adesso.
Ma guarda…
(rainews.it/articoli/2026/04/emirati-arabi-uniti-via-da-opec-usciamo-per-nostro-interesse-nazionale-cc50be4b-3684-45df-9fd7-ab02363995c4.html).
(t.me/In_Telegram_Veritas).
L’Iran
ha Distrutto un’Arma
Meteorologica
Usa-Israeliana
Ponendo
Fine alla Siccità?
Conoscenzealconfine.it
– (3 Maggio 2026) - economictimes.indiatimes.com – Redazione – ci dice:
Un
articolo del sito economictimes.indiatimes.com. tratta delle voci che circolano
secondo cui la situazione meteorologica in Iran sarebbe cambiata drasticamente
in seguito alla distruzione di sistemi militari statunitensi da parte
dell’Iran.
“Secondo
quanto riportato sabato da “NBC News”, citando fonti attendibili, dall’inizio
degli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran, il 28 febbraio, l’Iran
avrebbe inflitto danni molto più ingenti alle basi e alle attrezzature
statunitensi in Medio Oriente.
Il rapporto afferma che i danni causati dagli
attacchi di rappresaglia iraniani contro le basi militari statunitensi in sette
paesi del Medio Oriente sono “di gran lunga più gravi di quanto ammesso pubblicamente e che
le riparazioni dovrebbero costare miliardi di dollari”.
L’Iran
ha colpito decine di obiettivi, tra cui magazzini, quartier generali, hangar
per aerei, infrastrutture di comunicazione satellitare, piste di atterraggio,
sistemi radar di alta tecnologia e decine di velivoli, secondo quanto
riportato.” (middleeastmonitor.com)
“L’ambasciata
iraniana a Kabul ha annunciato di aver distrutto un centro segreto per
l’inseminazione delle nuvole e il cambiamento climatico negli Emirati Arabi
Uniti, sostenendo che l’operazione abbia provocato un cambiamento immediato e
totale delle condizioni meteorologiche nella regione.
L’annuncio arriva mentre questa settimana
l’Iran e l’Iraq stanno registrando forti piogge e un calo di temperatura di
cinque gradi Celsius, sebbene non sia stata fornita alcuna verifica
indipendente che colleghi i due eventi.” (x.com)
L’ambasciata
iraniana in Afghanistan aveva postato (e poi cancellato) questo messaggio che
collegava un bombardamento su un “centro di cloud seeding” UAE al ritorno della
pioggia. (turkiyetoday.com)
In
queste settimane ci sono state effettivamente precipitazioni insolite e intense
in parti di Iran, Iraq, Turchia e Siria.
Il Tigri e l’Eufrate hanno visto un forte
aumento dei livelli (in alcuni tratti triplicati rispetto all’anno scorso), dighe irachene come Darbandikhan e
Dukan hanno aperto gli sfioratori, aree desertiche (Diyala, Salah al-Din) si sono rinverdite e il lago Urmia in Iran ha registrato
un rialzo significativo del livello (decine di centimetri in pochi mesi,
grazie a piogge sopra la media nel bacino.
Inoltre
già nel 2011 (e in seguito) l’ex presidente iraniano Ahmadinejad disse che “ci
rubano la pioggia” accusando l’Occidente di usare tecnologie per deviare le
nuvole.
Ufficiali iraniani (compresi generali dei Pasdaran) hanno ripetuto accuse simili contro
Israele, USA ed Emirati Arabi Uniti (“furto di nuvole” o “neve rubata”).
Il
programma “UAE” è iniziato alla fine degli anni ’90, con investimenti
significativi all’inizio degli anni 2000, diretti dallo sceicco “Mansour Bin
Zayed Al Nahyan”.
La
collaborazione internazionale ha coinvolto il “NCAR” (USA) e la” NASA” per
stabilire la metodologia, finalizzata a studiare la fisica e la chimica delle
nuvole locali per massimizzare la pioggia.
Gli
UAE utilizzano aerei che rilasciano sali (composti igroscopici) per indurre la
pioggia, una tecnica che ha contribuito ad aumentare le precipitazioni annuali.
Dal 2015, con la creazione del “UAE Research
Program for RAI Enhancement Science” (UAEREP), la collaborazione si è estesa
globalmente per coinvolgere ricercatori da tutto il mondo.
Oggi,
il programma UAE è uno dei più avanzati e costanti della regione, con oltre
1.000 ore di volo all’anno.
Nogeoingegneria.com
aveva segnalato la grave siccità in Iran prima dell’attacco degli Stati Uniti e
di Israele.
Ancora prima dell’inizio dei bombardamenti – a
partire dal novembre 2025 – in Iran erano state avviate intense operazioni di
inseminazione delle nuvole, che avrebbero dovuto protrarsi fino a maggio 2026.
(nogeoingegneria.com/news/liran-ha-distrutto-unarma-meteorologica-statunitense-israeliana-ponendo-fine-alla-siccita).
Best
of Appunti –
La
logica estrattiva della guerra.
Appunti.substack.com
– (Apr. 25, 2026) - Paola Giacomoni – Redazione – ci dice:
Appunti
di Stefano Feltri.
Il
petrolio ha un enorme potere e non è semplice mezzo per i fini della nostra
civiltà, da usare senza conoscere le sue origini e la sua inevitabilmente
limitata disponibilità.
Le
guerre per il controllo del petrolio mostrano la faccia peggiore
dell’occidente: si pensa la Terra come un dato scontato, a nostra disposizione:
non è un’alleanza quella su cui si fonda, ma uno sfruttamento profondo e per
questo temporaneo, che forse durerà per i nostri figli ma non si sa se basterà
per i nipoti.
La Terra sta reagendo a tutto questo e
dobbiamo farci i conti.
“Appunti”
ha meritoriamente messo in luce in questi giorni il nesso tra geopolitica e
cambiamento climatico, cosa poco frequente negli articoli dei giornali
nazionali.
Un
elemento evidente ma non abbastanza sottolineato nella fretta di commentare il
giorno per giorno è proprio il fatto che tutto nelle guerre più recenti si
svolge intorno al controllo della produzione del petrolio e del gas,
considerati sempre come sostegni indispensabili, come motori anche simbolici
della nostra civiltà.
Così è
stato con l’aggressione al Venezuela che con violenza ha garantito all’America
di Trump il bottino della gestione del petrolio di quel paese; allo stesso modo
si sta definendo anche il violentissimo attacco israelo-americano all’Iran di
questi giorni.
Non si
poteva non sapere – ma il potere americano è evidentemente privo di
orientamento strategico - che attaccando l’Iran si sarebbe scatenata una
rappresaglia intorno alla produzione e al commercio di petrolio e gas negli
angusti spazi mediorientali da cui transitano petroliere dirette in ogni parte
del mondo.
Quasi
fossero vitali riserve di sangue per le aride vene del capitalismo mondiale,
questi prodotti fanno fatica ormai a passare sia dallo stretto di Hormuz che
dal canale di Suez. Il petrolio, stanato dai giacimenti sotterranei, si infila
poi in passaggi impervi, dove è facile bloccarlo: per arrivare a scaldare le
nostre case deve superare ostacoli fisici e politici estremi.
Non
abbiamo idea, noi che lo usiamo nei serbatoi delle nostre auto e delle nostre
case, che non è semplice e automatico rifornirsi di questo incredibile prodotto
della storia della Terra anche perché le pompe di benzina o le caldaie delle
nostre case sembrano fornircelo come se fosse qualcosa di ponto all’uso, uno
strumento non problematico, semplice da usare.
Ma
abbiamo saputo ora che il possibile aumento deciso del suo prezzo può mettere
in ginocchio l’economia mondiale, come o peggio dei tempi dell’austerity degli
anni Settanta.
Dunque
il petrolio ha un enorme potere e non è semplice mezzo per i fini della nostra
civiltà, da usare senza conoscere le sue origini e la sua inevitabilmente
limitata disponibilità.
Questo
potere è il risultato di un’epoca in cui se ne è fatto un uso intensivo e
scriteriato, come se il petrolio dovesse durare per sempre, ma anche di un
periodo in cui sembrava che alternative praticabili fossero poco promettenti,
mentre le rinnovabili sono oggi molto competitive sul prezzo dell’energia.
Il
petrolio e la sua storia.
La
Terra lo ha formato nei milioni di anni come risultato della decomposizione di
remotissimi organismi viventi, alghe, batteri, microrganismi marini compressi e
alterati chimicamente nella storia profonda del pianeta, di cui non ci curiamo.
Per
“addomesticarlo” occorre recuperarlo dai complicati recessi della Terra e
avviarlo poi sulle strette vie presidiate da uomini in galabia, per farlo
arrivare con mille intralci nelle lontane case occidentali.
Niente è semplice in questo percorso, tutto
può essere bloccato facilmente, il commercio mondiale è strettamente legato ad
accordi condotti in tempi di pace che si rivelano molto fragili se la guerra
arriva.
La
“logica estrattiva” che presiede a tutto questo percorso prevede un suo uso
indiscriminato, come se il petrolio fosse per natura destinato a riscaldare le
case e a produrre plastica, come se fosse a nostra disposizione, a nostro uso e
consumo, apparentemente senza limiti.
Proprio
perché così non è, è facile bloccarne la produzione e il commercio, così come è
stato facile accumulare incredibili ricchezze, rimaste ancora in poche mani,
come è tipico di questa logica predatoria.
Anche
perché la nostra relazione con la Terra che lo produce è del tutto unilaterale:
prendiamo senza restituire, ci approvvigioniamo come se tutto in natura avesse
lo scopo del benessere e della ricchezza umana, come se di quella roba fossimo
padroni, come se il “drill, drill, baby drill” di Trump fosse il suo destino
migliore.
La
Terra agisce.
Le
guerre per il controllo del petrolio mostrano la faccia peggiore
dell’occidente: si pensa la Terra come un dato scontato, a nostra disposizione:
non è un’alleanza quella su cui si fonda, ma uno sfruttamento profondo e per
questo temporaneo, che forse durerà per i nostri figli ma non si sa se basterà
per i nipoti. La Terra sta reagendo a tutto questo e dobbiamo farci i conti.
Queste
guerre in cui alcuni maschi alfa si strappano di mano il controllo del petrolio
mondiale - con possibili conseguenze catastrofiche se alcuni riescono
facilmente a bloccarlo - sono l’ultimo passaggio tragico prima che la Terra
presenti il conto dell’atteggiamento predatorio con cui la trattiamo, come se
fosse un oggetto inerte e silenzioso e perciò sfruttabile, apparentemente
inalterabile e passivo.
La
Terra al contrario agisce, reagisce infine in modo violento e drammatico se non
si rispettano le sue leggi: alzando il livello dei mari, inviando furiose e
distruttive tempeste, cambiando sempre più nettamente il clima, desertificando
molti ambienti.
Non si
può più prendere senza restituire: svuotare i suoi recessi senza avere una
strategia per il futuro è il comportamento da predoni, di chi pensa al bottino
immediato e non all’avvenire delle nuove generazioni.
Di
questo e di tutto il più ampio contesto mi sono occupata nel mio ultimo lavoro: La Terra siamo noi: una filosofia
per il pianeta, Mondadori Università.
Le
rinnovabili e l’alleanza con il pianeta.
La
produzione di energie rinnovabili sembra dimenticata in questi giorni, ma
invece è essenziale perché si basa su un’alleanza con la Terra, con la sua
estrema forza e la sua ricchezza.
Ci può
emancipare da quelle strettezze, ci può rendere indipendenti dagli intrichi con
il petrolio e dai suoi padroni in altri mondi, può utilizzare risorse non
limitate come il sole o il vento, se spinte avanti e immagazzinate con
stoccaggi sempre più efficienti con la tecnologia di oggi, che può sviluppare
questo ambito in una misura e anche con prezzi in passato non prevedibili. Può
preparare un futuro decente e non tragico per le generazioni future.
Le
guerre del petrolio possono e devono finire prima che stravolgano il nostro
mondo, popolato da presunti dominatori che per essere considerati padroni del
mondo spingono agli estremi la logica estrattiva che sempre si accompagna a
quella del potere politico autoritario; il quale come è noto si auto confuta
perché pensa di poter fare a meno del consenso, delle discussioni democratiche
e di ogni ragionamento razionale.
Per
questo non può che avere vita breve.
Le
élites europee vogliono la guerra,
i
popoli no. Fermiamo l’escalation
prima
che sia tardi.
Ilfattoquotidiano.it
– (3 dicembre 2025) - Paolo Ferrero -Rifondazione Comunista -Redazione – ci
dice:
Mi
pare evidente che Trump stia spingendo per una trattativa di pace in Ucraina.
Mi
pare altrettanto evidente che larghissima parte dei governi europei lavorino
per l’escalation.
Le
élites europee vogliono la guerra, i popoli no. Fermiamo l’escalation prima che
sia tardi.
Nel
mitico mondo occidentale, caratterizzato dalla democrazia, dalla libertà e dal
pluralismo, molte persone si aspettano che l’informazione debba svolgere un
ruolo importante per permettere all’opinione pubblica di capire cosa sta
succedendo.
Vi propongo a mo’ di esempio come sono state
riportate le parole che Putin ha pronunciato ieri a proposito dell’ipotesi
avanzata da “Cavo Dragone” secondo cui “la Nato valuta la possibilità di un
attacco ibrido preventivo alla Russia”.
La
traduzione delle parole di Putin che ho trovato sia sui giornali che in rete è
la seguente:
“Non
intendiamo combattere contro l’Europa, l’ho detto cento volte, ma se l’Europa
volesse improvvisamente combattere con noi e iniziasse, saremo pronti subito”.
Questa
affermazione è stata resa nel seguente modo dai principali media “main stream”
italiani:
“Putin minaccia la Ue: pronti alla guerra”
(Corriere della sera), “Pronti alla guerra con l’Europa” (la Repubblica),
Guerra: Putin minaccia l’Europa” (La Stampa), “Putin minaccia l’Europa: Siamo
pronti alla guerra” (il Resto del carlino), “Putin, minaccia all’Europa” (il
Messaggero) e così via.
Posso
dire senza essere accusato di essere filo-putiniano che i titoli dei giornali
sono una indegna opera di disinformazione?
A me
pare infatti evidente che il senso delle parole di Putin viene semplicemente
rovesciato per far apparire la Russia come interessata a fare la guerra
all’Europa.
Non è
la prima volta che succede ma non si tratta di un dettaglio, perché siamo in un
passaggio della guerra ucraina decisivo e quindi è opportuno capire cosa sta
veramente succedendo.
A me pare che la situazione sia la seguente.
L’Ucraina
sta chiaramente perdendo la guerra e nel giro di poco tempo non sarà in grado
di reggere il fronte.
La
situazione non può quindi continuare così per lungo tempo.
Di
fronte a questa situazione vi sono solo due strade:
o si
fa una trattativa che punta all’accordo con i russi, o si dà luogo ad un salto
di qualità nella guerra in Ucraina, con un coinvolgimento militare diretto
della Nato.
Quando
dico diretto intendo non solo le armi ma anche i soldati, visto che palesemente
l’Ucraina non è nelle condizioni di portare al massacro altre centinaia di
migliaia di uomini che non ha più.
Cioè l’Italia e l’Europa entra in guerra
contro la Russia.
Mi
pare evidente che Trump stia spingendo per una trattativa che porti alla pace.
Mi pare altrettanto evidente che larghissima
parte dei governi europei, l’Unione Europea e il Parlamento europeo siano
contrari alla pace e lavorino per l’escalation.
Caso emblematica è la votazione giovedì scorso
della risoluzione da parte del Parlamento europeo in cui si critica
esplicitamente la proposta statunitense e si ribadisce – tra l’altro – che
l’Ucraina possa tranquillamente entrare nella Nato.
Da
notare che della maggioranza di 401 deputati che hanno votato per la guerra fanno
parte Fratelli d’Italia, Forza Italia, il Partito Democratico e Alleanza Verdi
e Sinistra.
Il
fronte politico della guerra è quindi assai ampio e comprende larga parte
dell’opposizione parlamentare.
Questo
contrasta con l’orientamento maggioritario della popolazione italiana che è
contraria alla guerra.
Questo
è il principale problema politico che abbiamo:
il
sistema bipolare che è stato imposto alla Repubblica italiana rende impossibile
il funzionamento della democrazia perché rende impossibile un qualsivoglia
rapporto tra le opinioni della stragrande maggioranza della popolazione e
l’espressione politica parlamentare.
È del
tutto evidente che centro destra e centro sinistra, pur con le loro differenze,
convergono completamente sul nodo fondamentale che oggi ci troviamo dinnanzi:
una trattativa per una pace duratura o
l’escalation militare al fine di vincere la guerra e imporre una pace giusta?
Tra il
popolo italiano oggi non vi è questa consapevolezza e questo è il principale
problema che abbiamo nella difficoltà a tradurre il sentimento pacifista che è
maggioritario con una decisa azione contro la guerra, qui ed ora.
Su
Gaza vi è stato una rivolta morale di larga parte del popolo italiano che ha
utilizzato gli scioperi generali indetti dai sindacati di base e dalla Cgil
come veicolo per esprimere il proprio sdegno.
Su Gaza questo sdegno si è espresso dopo mesi
e mesi e mesi di genocidio.
Oggi
la situazione è più difficile perché questa contrarietà dovrebbe esprimersi
prima che la guerra ci coinvolga direttamente, perché vi è confusione su cosa
fare per fermare la guerra e perché i media “main stream”, insieme a centro
destra e centro sinistra, sono completamente schierati dalla parte della guerra
e lavorano per l’escalation.
Questo
mi pare il principale problema politico che abbiamo dinnanzi: costruire una
coalizione politica che sia radicalmente contro la guerra e riuscire a far
comprendere il prima possibile alla maggioranza della popolazione italiana che
certi media e larga parte del ceto politico italiano non sono dalla parte della
pace ma della guerra.
Non
sono dalla parte dei buoni ma dei cattivi.
Giulietto
Chiesa sull'attacco all'Iran:
petrolio,
Grande Israele e
la
Terza Guerra Mondiale.
Antimafiaduemila.com - Luca Grossi – (27
Aprile 2026) – Redazione – ci dice:
“Perché
gli Stati Uniti vogliono abbattere l'Iran, o perlomeno il suo governo attuale
degli ayatollah?
La
risposta è molto semplice, anche se è complicata l'esecuzione.
La
prima questione è il controllo petrolifero”; la seconda questione è
geopolitica:
“il
controllo dell'Iran chiuderà il problema di chi controlla tutta l'area
medio-orientale, quindi petrolio ma anche una situazione geopolitica di
straordinaria importanza, un nucleo che si protrae, che si allunga fino al
centro della Russia e che coinvolge tutte le popolazioni musulmane di vario
orientamento dell'area.
Quindi
controllo geopolitico.
Infine, tre: controllo cinese.
Questa è la terza questione fondamentale.
La Cina è un paese non indipendente
energeticamente, che in questo momento sta guardando con moltissima attenzione
al petrolio e al gas dell'Asia centrale e dell'Iran.
Quindi
in questo senso il terzo elemento è anch'esso geopolitico e strategico.
Quindi
l'Iran è un obiettivo primario per il dominio della situazione
medio-orientale”.
Così
disse il compianto giornalista Giulietto Chiesa, in un’intervista di ben 13
anni fa anticipando la realtà che si è concretizzata davanti ai nostri occhi:
l’America,
capeggiata dal pagliaccio Donald Trump, sta affiancando lo Stato d’Israele in
una guerra che avrà conseguenze politiche ed economiche disastrose soprattutto
per l’Europa.
“Israele
vuole trascinare gli Stati Uniti in guerra e ci proverà attraverso numerose
provocazioni” aveva detto ancora Chiesa questa volta il 6 febbraio 2020.
E “a
che cosa serve la guerra di Israele all'Iran?
Serve
a conquistare nuovi territori.
Questa
è la spiegazione di tutto.
Netanyahu e i dirigenti sionisti israeliani
vogliono la Grande Israele. Sapete perché vogliono la Grande Israele?
Perché
Dio gliel'ha data. Così loro pensano.
Loro pensano che Dio ha dato al popolo
d'Israele, che è il popolo eletto, la terra di Israele.
E la terra d'Israele va, che vi piaccia o non
vi piaccia, dalle rive del Mar Rosso fino alle rive dell'Eufrate.
Cioè presuppone la conquista del Libano, di
una parte importante della Siria, di un pezzo dell'Iraq, e fino a che non
l'avranno ottenuto pensano che Dio non sarà soddisfatto”.
“Che
Dio ce la mandi buona, perché se questo dovesse avvenire sarebbe, secondo me,
la terza guerra mondiale”.
Parole
chiarissime, ma come sempre inascoltate.
Oggi
che gli eventi stanno accadendo le sue interviste, come quelle realizzate dal
nostro direttore “Giorgio Bongiovanni”, continuano a essere viste da milioni di
persone, anche da chi in vita lo bollava come "complottista" o
"catastrofista".
In
tempi di crisi, la gente cerca risposte, e Giulietto aveva il raro dono di
spiegare con chiarezza, una qualità sempre più preziosa in un giornalismo
spesso asservito al potere, complice di genocidi e massacri come quello in
corso a Gaza.
Le sue
analisi – dalla guerra in Ucraina alle tensioni in Medio Oriente, fino allo
scontro tra Stati Uniti, NATO e i nuovi poli globali come Russia e Cina – si
stanno avverando.
Il
futuro che descriveva, peggiore delle visioni orwelliane di 1984, è già qui.
"Una
guerra contro la Russia si combatterà in Europa", avvertiva, sottolineando
come gli europei pagheranno a caro prezzo il loro servilismo a Washington.
Mentre
la maggior parte delle persone scende in piazza per la pace, una politica
corrotta le etichetta come “paci-finti” o “filo-putiniani”, oppure
“anti-semiti”, criminalizzando il dissenso per lasciare spazio a una pericolosa
retorica bellicista che spinge l’Europa verso il baratro.
“Il
mondo si trova in una crisi profonda - disse all’Università Statale di Vjatka
il 6 novembre 2018 –
La principale sfida oggi è legata alla
minaccia di distruzione dell'umanità, e la velocità con cui ci si avvicina alla
catastrofe continuerà ad aumentare.
Perché?
Perché gli Stati Uniti e i loro alleati non
permetteranno a giocatori forti come Russia, Cina, Iran (e forse in futuro
anche India) di rafforzare il loro potere militare, né tollereranno la
competizione in altri ambiti.
Se
queste tendenze (sanzioni, consumo sfrenato di risorse, violazione
dell'equilibrio globale, ecc.) continueranno, l'esito più probabile sarà una
terza guerra mondiale.
Non
fatevi illusioni.
Nel
mondo non esiste democrazia, non esiste libertà di parola.
L’accesso
a informazioni affidabili è limitato.
La
maggior parte delle persone non conosce la reale situazione:
il mondo è governato da un piccolo gruppo di
individui — i cosiddetti “padroni dell’universo” (Masters of the Universo) —
che esercitano un controllo totale su miliardi di persone.
A loro interessa solo l’arricchimento
personale e la propria sopravvivenza.
Dal
punto di vista culturale, siamo tutti una "colonia degli Stati Uniti"
(se consideriamo il dominio dei film americani e dello stile di vita americano
nei media e nei sistemi di comunicazione di massa).
È un
problema ideologico.
Si può
parlare di un reale abbassamento del livello intellettuale delle persone
praticamente in tutti i paesi.
Bisogna
costruire una difesa.
Questo
significa resistere. Resistere vuol dire combattere.
Prima
di tutto, contro il diktat dei mezzi di comunicazione di massa. Come, in che
modo?
Elevando il livello dell'istruzione,
sviluppando l'intelligenza, l'autonomia e il pensiero critico”.
“L’anno
dei predatori”: il rapporto
di Amnesty sui diritti umani nel mondo.
Lindipendente.online.it – (28 Aprile 2026) –
Valeria Casolaro - Redazione – ci dice:
«Per
tutto il 2025, voraci predatori hanno braccato i nostri beni comuni globali,
come mostruosi cacciatori che fanno razzia di trofei d’ingiustizia»:
è così
che Amnesty esordisce nel presentare il suo nuovo rapporto sullo stato dei
diritti umani nel mondo.
Il
2025, scrive l’organizzazione, è stato l’anno di «distruzione, repressione e
violenza su larga scala», tra il genocidio israeliano a Gaza, la sanguinosa
guerra in Sudan e le decine di Paesi che vivono in uno stato di conflitto
costante.
Il tutto, rimarca Amnesty, è stato facilitato
tanto dall’incremento nei trasferimenti di armi, quanto dal crescente clima di
impunità verso gli autori di questi crimini.
Ma il
2025 è stato anche l’anno in cui si sono moltiplicati gli sforzi di resistenza,
tra rivolte giovanili che hanno portato a veri e propri cambi di regime e la
società civile che si è sollevata contro genocidi e guerre in tutto il mondo.
«Ciò
che rende questo momento fondamentalmente diverso è che non stiamo più
documentando l’erosione ai margini del sistema.
Oggi
c’è un assalto diretto alle fondamenta dei diritti umani e all’ordine
internazionale basato sulle regole da parte degli attori più potenti, a scopo
di controllo, impunità e profitto» ha sottolineato” Agnès Cabalar”, segretaria
generale di Amnesty International.
Ad
essere presa di mira da coloro che scatenano i conflitti illegalmente,
calpestando il diritto internazionale e le norme che regolano i rapporti tra
Stati, è la popolazione civile.
Questo
è evidente anche nell’ambito dell’ultima guerra scatenata da USA e Israele
contro l’Iran, dove le infrastrutture destinate all’uso civile stanno venendo
sistematicamente distrutte – incluse scuole, ospedali, ma anche impianti
energetici.
«Ecco cosa succede quando le regole, le
istituzioni e il sistema giuridico […] vengono svuotati a scopo di dominio»,
commenta Cabalar.
Secondo l’associazione, è in corso un collasso
di quel sistema di norme, costruito a fatica dopo la seconda guerra mondiale,
volto a tutelare i diritti umani dei singoli, esponendoli ai rischi di un nuovo
«ordine mondiale predatorio».
L’attacco
contro i civili si manifesta non solo in maniera evidente, con il genocidio “a
bassa intensità” tutt’ora in corso a Gaza, ma anche con le «oltre 150
esecuzioni extragiudiziali» portate a termine dagli USA con i bombardamenti
delle imbarcazioni nel Pacifico e nel Mar dei Caraibi;
l’aumento
degli attacchi russi contro le infrastrutture civili;
gli
attacchi diretti contro i villaggi delle forze armate birmane;
le esecuzioni e le torture contro la
popolazione perpetrate dalle milizie M23 nella Repubblica Democratica del
Congo;
la repressione nel sangue delle proteste in
Iran; e così via.
Tutto
ciò è stato reso possibile anche grazie a immobilismo politico e arrendevolezza
di istituzioni quali l’Unione Europea, che non è stata in grado di
intraprendere azioni significative contro nessuno dei crimini commessi in
questi contesti, permettendo ai «predatori» di agire impuniti – Stati Uniti e
Israele su tutti.
L’Italia,
in particolare (come anche l’Ungheria) «non ha arrestato persone ricercate
dalla Corte Penale Internazionale» quando queste si sono trovate sul suo
territorio, «mentre Francia, Germania e Polonia hanno fatto intendere che
avrebbero fatto lo stesso».
«I leader mondiali si sono mostrati fin troppo
sottomessi», permettendo ai «predatori politici ed economici» di dichiarare
«defunto il sistema multilaterale», in quanto «non funzionale alla loro
egemonia e al loro controllo».
La
repressione dei movimenti civili passa anche dalla messa al bando del movimento
“Palestine Action” nel Regno Unito (e dal conseguente arresto di centinaia di
manifestanti pacifici che lo supportavano), dal crescente ricorso a
software-spia e censura digitale per limitare la libertà di espressione e il
diritto all’informazione, dalle leggi liberticide approvate in numero di Stati
(in particolare in America Latina).
Negli USA e in molti Paesi UE sono stati
pesantemente de-finanziati gli aiuti internazionali, mentre molte risorse sono
state dirottate su riarmo e politiche belliciste.
Ma il
2025 è anche stato l’anno in cui si è stati testimoni della forza delle
sollevazioni popolari, specialmente quelle guidate dai più giovani, che in
certi contesti hanno portato al crollo di interi sistemi di governo.
La
cosiddetta “Gen. Z” si è mobilitata in Kenya, Madagascar, Marocco, Nepal e
Perù, mentre negli Stati Uniti vi sono state dure proteste contro le violenze
della polizia dell’immigrazione (l’ICE) e nel mondo decine di milioni di
persone sono scese in piazza per la fine del genocidio israeliano a Gaza e per
chiedere ai propri governi di smettere di supportare lo Stato di Israele.
«Dalle
strade delle città ai forum multilaterali, il 2025 ci ha restituito una potente
immagine di resistenza e solidarietà da parte di manifestanti, rappresentanti
diplomatici, leader politici e altre persone.
Dobbiamo
ripartire dal loro esempio e dal loro coraggio per dare vita a coalizioni che
re-immaginino, ricostruiscano e riportino al centro un ordine globale basato
sui diritti, sul rispetto delle regole e sui valori universali.
Vogliamo che il 2026 sia l’anno in cui
dimostreremo che abbiamo il potere di cambiare le cose e che la storia non è
meramente un’imposizione sulle nostre teste».
(Valeria
Casolaro).
Guerra
mondiale, spirano gli stessi venti del 1914: Trump e Putin possono portare
l’Europa nella trappola fatale di un nuovo conflitto globale.
Ilriformista.it
- Paolo Guzzanti – (12 Settembre 2025) – Redazione – ci dice:
Secondo
il competente editorialista di “Le Monde”, “Gilles Paris”, il re pusillanime
Donald Trump sta determinando ciò che Vladimir Putin vuole con fermezza:
la
disfatta dell’Europa, e anche l’ultimo grave fatto dei droni sulla Polonia ha
dimostrato che il russo e l’americano perseguono linee parallele.
Irritare l’Europa occidentale
(ridicolizzandone le capacità militari) e non andare mai al punto fondamentale
del cessate il fuoco in Ucraina. Trump sbraita pubblicamente e poi si rimangia
minacce e ultimatum. Putin lo sa e ci conta.
Zelensky
e i “volenterosi” della Nato fanno di tutto ogni giorno per drammatizzare le
provocazioni russe, anche se alla fine prevale la prudenza perché una vera
guerra guerreggiata quasi nessuno la vuole, e chi la vuole, o la vorrebbe, sa
che ancora è presto per uno scontro vittorioso senza gli Stati Uniti “boots on
the ground”.
Il
teatro di guerra più vicino, e per motivi che hanno una loro radice storica
secolare (dai “Cinque di Cambridge” agli omicidi degli esuli russi a Londra), è
quello per cui i britannici si stanno preparando fin dai tempi di Tony Blair
con grande impegno ideologico:
la
resa dei conti con Putin.
In
Ucraina si parla inglese con forte accento britannico, e la forza militare
inglese è spalleggiata dai francesi ma meno dai polacchi, che vogliono restare
padroni del loro destino e non agire come comparse.
Due
eventi importanti sono accaduti con poco risalto:
Trump
ha intimato al primo ministro inglese Keri Stormer di “farsi gli affari suoi e
smetterla di darsi arie da leader dell’Occidente nella sua crociata contro la
Russia” e di riconoscere “che l’Occidente ha già il suo capo unico e
indiscutibile”, che ovviamente si chiama Donald Trump.
La seconda:
Vladimir
Putin in televisione ha proclamato la semi-mobilitazione di tutti i russi che
abbiano già prestato servizio militare e che devono solo essere aggiornati
sulle ultime tattiche di combattimento, godendo di ricche facilitazioni ed
elargizioni.
(Guerra
mondiale “vicina”, l’invasione dei droni russi in Polonia e la reazione
compatta della Nato. Mattarella evoca l’estate del 1914: “Si può scivolare
verso baratro.”)
(Trump
annuncia l’arresto del killer di Kirk e spera “nella pena di morte”: il 22enne
Tyler Robinson si consegna grazie al papà, sul proiettile “Bella ciao.”)
Stormer
si è infuriato di nuovo, ed è andato alla Camera dei Comuni dove ha annunciato
che la guerra è sempre più vicina.
Trump
a quel punto si è esibito in un’altra sfuriata contro Stormer, cui ha risposto
in alta uniforme Re Carlo III d’Inghilterra, che si è precipitato a Londra con
la recalcitrante Camilla.
Non sono, questi, dettagli di colore, ma
sintomi collettivi della percezione di guerra imminente.
Il Regno Unito vive – e gli osservatori
registrano – un clima simile a quello del 1914, quando la politica di tutti i
Paesi e di tutti gli Imperi offriva ogni giorno di più soluzioni belliche e non
politiche a una crisi determinata dal Kaiser tedesco e dallo zar russo Nicola
II.
Quest’ultimo
doveva a tutti i costi vendicare l’onta inflitta da Vienna ai serbi per
l’attentato di Sarajevo (in cui furono uccisi dall’anarchico – e agente doppio
dei tedeschi – Gavrilov Princip, l’arciduca Ferdinando e sua moglie Sofia).
Tutti
i fatti di quei mesi si rivelarono parti di una trappola non disinnescabile se
non dalla guerra.
Oggi la Gran Bretagna si riconosce immersa in
un clima che impose – come sperava a Versailles nel 1920 il presidente
americano Woodrow Wilson – la “guerra che avrebbe dovuto chiudere tutte le guerre” e
che invece sta ancora producendo velenosi germogli.
A
tutto ciò è stato finora insensibile Donald Trump, che vorrebbe un’America
fondata sugli affari e non sulle ideologie.
Ma
l’assassinio di Charlie Kirk, famoso studente e attivista Maga freddato con una
fucilata al collo durante un comizio universitario, ha profondamente turbato
Trump costringendolo a considerare gli effetti ideologici della sua linea di
condotta, e ha detto che intende incontrare Putin a Mosca per questo fine
settimana.
I
repubblicani tradizionali in America dal 15 agosto, giorno dell’incontro in
Alaska, gli danno del vigliacco per essersi sempre arreso a Putin, e la morte
di Kirk sembrerebbe una reazione a questi umori.
Kirk
non era solo un attivista trumpiano ma un promettente leader cresciuto nel
mondo di Donald Trump, e anche questo omicidio brutale contribuisce alla
sensazione dell’Europa in trappola in un nuovo 1914.
(Paolo
Guzzanti).
Che
grande mondiale da ripescati e vincenti.
Laprovinciadicomo.it
- Diego Minozzo – (26 Aprile 2026) – Redazione – ci dice:
Che
grande mondiale da ripescati e vincenti.
Mentre
nel paese si dibatte sul 25 aprile e la minaccia del nuovo fascismo - roba
fresca, roba forte - non si è dato il debito risalto a una vicenda talmente
spassosa, talmente grottesca che si meriterebbe un Fellini o un Monicelli per
essere raccontata a dovere.
Purtroppo,
però, oggi abbiamo solo i Vanzina e la Cortellesi e quindi dobbiamo fare di
necessità virtù.
Tutto
ha avuto inizio quando Paolo Zampolli, curioso traffichino nominato
dall’altrettanto curioso Donald Trump suo alto rappresentante della diplomazia
sportiva, ha avuto il colpo di genio di proporre il ripescaggio ai Mondiali di
calcio della nazionale italiana, appena eliminata a pedate nel sedere
dall’irresistibile Bosnia, al posto di quella iraniana.
La
logica di Zampolli è stringente, al limite del sillogismo aristotelico:
gli
Usa sono in guerra con l’Iran, i Mondiali si svolgeranno negli Usa, l’Iran è
paese sgradito agli Usa.
Quindi
non può certo partecipare al più importante degli eventi calcistici.
E chi
c’è al primo posto delle nazionali escluse?
L’Italia
di cui sopra, che è un paese alleato - anche se questa Meloni, se va avanti
così, io non lo so… -
è la
culla della civiltà occidentale e quindi baluardo contro il terrorismo sciita,
che non c’entra una mazza ma va bene lo stesso, ha un curriculum sportivo con i
controfiocchi, secondo solo al mitico Brasile, e rappresenterebbe un oggettivo
upgrade per la competizione.
Tutte
cose che sia Trump sia Infantino, gran capoccione del pallone planetario e uomo
di mondo - pare abbia fatto il militare a Cuneo - capiscono perfettamente.
E
quindi Forza Italia: Make Azzurri Great Alain.
Apriti
cielo.
Indignazione,
indignazione e ancora indignazione.
Giorgetti
che si vergogna, Abodi che per lui è inaccettabile, Mentana che è tutto
squallido e ingiusto e tutti i meglio commentatori e analisti ed editorialisti
e uomini della bella politica e della bella cultura e del bello sport pane e
salame di una volta, quello che piaceva tanto a Pasolini quasi quanto le
lucciole, a ribadire che conta una sola cosa: il risultato sul campo.
Tutto
vero: c’è chi sostiene che in Italia conta solo il merito, lo hanno detto
davvero.
E quindi tutti uniti in una sola voce: noi
così ai Mondiali non ci vogliamo andare.
Ora,
se conosciamo questo povero stivale quando parte l’indignazione generale di
solito o tutti mentono o nessuno sa quello che dice.
Ma siamo davvero sicuri che nel nostro
patrimonio genetico, nella nostra storia passata e recente, nel nostro DNA
etico, nel nostro substrato sportivo esista questa inflessibile volontà
meritocratica, calvinista, thatcheriana?
Ma non
siamo noi quelli che Churchill definiva gli italiani che perdono le partite di
calcio come fossero le guerre e perdono le guerre come fossero le partite di
calcio, quelli che se ti danno un rigore sacrosanto contro ululano al
complotto, al regime, all’arbitro venduto, ai poteri forti, agli amici degli
amici ed è ora di finirla e hanno fatto piangere i bambini e la gente non ne
può più e che se invece gli danno un rigore inesistente a favore uno dorme,
l’altro fa finta di dormire, l’altro ancora tira lo sciacquone, il terzultimo
il dottore è fuori stanza, il penultimo si gratta la pera e l’ultimo non ha
visto niente perché stava riflettendo sulla caducità dell’essere?
E poi,
guardiamo i nostri quattro titoli mondiali.
Nei primi due c’era Mussolini e quindi sono
figli del regime e quindi dovrebbero essere privi di qualsiasi valore,
soprattutto dopo aver visto le foto di Pozzo, Meazza e Ferraris IV che fanno il
saluto romano belli, garruli e impomatati e quindi il politicamente corretto
dovrebbe averne già chiesto la revoca un po’ come Cristoforo Colombo il
razzista, Pietrangelo Buttafuoco l’amico di Putin e gli israeliani da
boicottare perché in fondo i veri nazisti sono loro.
E invece niente. Tutto tace.
I due
Mondiali in camicia nera non si toccano.
Evidentemente
Mussolini ha fatto anche cose buone.
Di
quello del 1982 non parliamone nemmeno.
Due
anni prima era finita in galera mezza serie A per lo scandalo delle scommesse,
che ci ha fatto fare una figura di palta planetaria da paese del terzo mondo,
quale siamo, e regalato all’inarrivabile Peppino Prisco uno dei suoi aforismi
più taglienti - “il Milan è andato in B due volte: la prima a pagamento, la
seconda gratis” –
la
buonanima Paolo Rossi si era beccato tre anni di squalifica, naturalmente
ridotti in appello a due, giusto in tempo per essere convocato, fare pena per
tutto il girone preliminare (compreso il pareggio con il Camerun) e poi
diventare un’ira di Dio nella fase finale. Con colpo di spugna all’italiana per
tutti i condannati una volta vinta la finale.
Togliatti
ha amnistiato i fascisti, la Federcalcio i terzini e i centravanti, tanto per
dire il livello.
Mondiale
2006, stessa solfa.
Nuovo
scandalo, arbitri &intercettazioni, Moggi &Giraudo con tanto della
squadra del Padrone spedita tra le risate generali in serie B, nuova figuraccia
planetaria e ovviamente nuovo trionfo sul campo tra il casuale e il
predestinato con tutta l’ossatura della nazionale di proprietà della società
che truccava i campionati.
Più
chiaro di così.
Manco
Flaiano avrebbero tirato fuori una sceneggiatura del genere. L’Italia. Gli
italiani.
I soliti italiani. I soliti italiani spaghettoni,
baffo nero mandolino, fanfaroni, lazzaroni, chiacchieroni, cialtroni, Alberto Sordi,
traffichini, furbastri, paraculi, servili, traditori, pittoreschi,
pagliacceschi.
Come
si fa a non vedere nel ripescaggio dello zio d’America la discromia, il segno
del destino - l’ennesimo - di una vittoria già annunciata, di una sceneggiata
strappalacrime della nostra eterna araba fenice alle vongole che risorge tutte
le volte dalle proprie ceneri per prendersi il mondo, proprio mentre il mondo
ride di lei?
Confessiamo
quello che siamo, accettiamolo, accogliamo da veri parassiti il dono che i
padroni del vapore vogliono fare a noi pinocchi, a noi brighella, a noi galoppini.
Siamo
qui tutti sugli attenti per servirli, riverirli e farli divertire.
Il
Circo Italia è sempre pronto ad andare in scena.
Il
caos è diventato potere, e i nuovi padroni del mondo vogliono distruggere
l’Europa.
Linkiesta.it
– (28 marzo 2025) – LaPresse - Redazione – ci dice:
In una
intervista a Le Point, Giuliano da Empoli svela i temi del suo prossimo saggio “L’Heure des
prédateurs”, dopo il successo del romanzo “Il Mago del Cremlino”: «Bisogna
liberare la tecnologia dai suoi rapitori»
C’è un
prima e un dopo “Il mago del Cremlino” (Mondadori). Con quel romanzo, Giuliano
da Empoli ha trasformato l’analisi politica in letteratura viva, accessibile e
potente.
Il
libro, pubblicato in Francia da Gallimard, è diventato in pochi mesi un
fenomeno editoriale senza precedenti per un autore italiano:
finalista
al premio Goncourt, più di mezzo milione di copie vendute, traduzioni in tutto
il mondo, e ora un film in lavorazione diretto da Olivier Asadas, con Jude Lao
nel ruolo del protagonista, l’ambiguo Vadim.
Ma da
Empoli non si è lasciato ingabbiare dal successo del romanzo.
Con
“L’Heure des prédateurs”, edito in Francia da Gallimard, torna al saggio con la
stessa lucidità narrativa e la medesima ambizione: raccontare la nostra epoca
con strumenti affilati e una voce inconfondibile.
Il caos, che nei suoi libri precedenti era una
minaccia emergente, oggi si è fatto sistema.
«Il
caos si sviluppa, diventa egemonico. Non è più l’arma degli insorti, ma il
sigillo della potenza», dice.
Non è
più tempo di allarmi, è tempo di chiamare le cose con il loro nome.
Il suo
è un ritorno in grande stile, cupo, denso, urgente.
Un
libro nato per caso e trasformato in saggio dopo essere cresciuto troppo per
essere un semplice articolo.
Lo spiega lui stesso in una intervista a “Le
Point”, uno dei più importanti settimanali francesi:
«Viviamo
un momento di umiliazione, legata alla nostra debolezza comune.
È
inevitabile quando non siamo sovrani né sul piano militare né su quello della
tecnologia digitale.
Trump ha fatto del caos il suo metodo di
governo.
Sta
riattivando la pulsione imperiale americana, in chiave esplicitamente bellica.
Il suo
discorso pacifista è una truffa.
Ma
funziona.
Inganna
molti europei, e anche tanti bravi democratici che ci cascano. Da noi, alcuni
ne riprendono letteralmente il linguaggio».
Al
centro del saggio ci sono loro, i nuovi predatori: leader politici come Donald
Trump e Vladimir Putin, ma anche i «conquistadores tech» – Sam Altman, Elon
Musk, Mark Zuckerberg.
«Il punto in comune tra i predatori è il loro
accanimento contro le istituzioni europee.
Questa animosità dimostra che l’Europa dà loro
fastidio, e che ha ancora un ruolo da giocare.
Sono
apocalittico nello scenario d’insieme, ma nel senso etimologico del termine: di
rivelazione.
Penso che oggi molte cose siano ormai chiare».
Secondo
da Empoli, se Kamala Harris avesse vinto le elezioni americane, la situazione
geopolitica sarebbe certamente più calma, ma le grandi tendenze di fondo
sarebbero proseguite in silenzio.
Ma «il tratto distintivo della nostra epoca è
che tutto è dichiarato apertamente».
L’esempio
principale è il discorso del vice presidente degli Stati Uniti J.D. Vance
durante la conferenza sulla sicurezza di Monaco:
«Ci ha detto: “Se regolate la tecnologia,
usciamo dalla Nato”.
È stato lui stesso a stabilire un legame tra
cose che in effetti sono collegate, ma che nessuno aveva mai messo insieme così
chiaramente.
Il
vicepresidente degli Stati Uniti ci sta dicendo senza giri di parole che la
tecnologia è uno strumento di proiezione del potere americano».
La
risposta però non può essere luddista, né catastrofista, ma realista:
«Non
sono contro la tecnologia. Si sviluppa comunque, ed è di per sé straordinaria»,
spiega da Empoli.
«Quello
che trovo scioccante è la sua governance. Bisogna liberare la tecnologia dai
suoi rapitori:
un
piccolo gruppo di persone animate da cattive intenzioni, con una sete di potere
senza limiti.
La
realtà ha un grande vantaggio rispetto alla finzione: non ha bisogno di essere
credibile.
Serve aggiornare il nostro software.
Ma non
è il nostro sistema a essere superato: sono i loro che corrono verso il muro.
Trump
è prima di tutto una catastrofe per gli Stati Uniti, Putin per la Russia».
L’impressione
è che l’Occidente sia entrato nel duello finale con le armi spuntate.
E il
campo di battaglia non è solo militare, ma semantico, digitale, culturale.
Qualcuno
resiste: l’Europa.
«Il villaggio gallico rappresentato dalle
istituzioni europee ha ancora un significato, di fronte alla spinta imperiale.
Il progetto europeo è ancora migliore di
quello di Trump o Putin.
Come
dice Sloterdijk, nasce sulle ceneri della pulsione imperiale. Il momento
imperiale lo abbiamo conosciuto. Ora siamo oltre».
Il
vero problema per da Empoli è la risposta all’interno della politica americana,
e in particolare nel Partito democratico.
«A parte il valoroso senatore Claude Maclure, non c’è
stato un contro-discorso all’urto violento di Trump, Vance e Musk.
Forse
è una scelta tattica.
O forse è il segno di una debolezza politica e
culturale.
Questa
élite tecnocratica non è attrezzata per fronteggiare l’ondata dei predatori.
E non
voglio infierire sul wokismo, ma il suo identitario ossessivo non ha risolto i
veri problemi della vita quotidiana delle persone».
Aspettando
l’America e guardando alla risposta di Bruxelles, che ruolo avrà l’Italia?
La
presidente del Consiglio è sempre in bilico tra il passato neo fascista e un
accreditamento democratico, come dimostra l’ultima polemica sul Manifesto di
Ventotene.
E il
suo progetto di fare da mediatore politico tra Stati Uniti e Unione europea è
crollato al primo discorso di Trump.
Per da
Empoli, Meloni «è ancora una figura problematica.
Rivendica
la cultura politica dell’estrema destra, nei segnali culturali, identitari, nel
linguaggio.
Ma
agli italiani, questo va bene.
Sono
contenti di avere una leader che resta nell’alveo europeo, ma strizza l’occhio
a Trump e, chissà, domani a Putin.
Molti europei vogliono un governo che parli
come l’estrema destra ma che, nella pratica, non tocchi nulla:
né lo Stato sociale, né l’economia. Questo,
secondo me, è un rischio».
Nemmeno
Emmanuel Macron è al riparo dalle critiche.
«Sta
trattando una minaccia reale.
La macchina da guerra russa è in movimento. Ma
quello che gli rimprovero è di vedere solo questa minaccia.
Forse quella militare non è nemmeno la
principale.
Quelle che pesano sulla nostra sovranità
digitale, sotto l’assedio dei conquistadores dei tech, sono ancora più forti.
Prima o poi dovrà occuparsene».
IRAN E
RUSSIA, COSA VOGLIONO?
Ilmondonuovo.club.it
- DIEGO VENTURA – Redazione – (11-5-2024) – ci dice:
A
partire dalla fine del secondo conflitto mondiale, il potere “geo-strategico” e
i rapporti di forza sono rimasti in mondo saldo divisi tra le due potenze
vincitrici (Usa e alleati-Urss) con una spiccata predominanza del primo quanto
in ambito bellico ed economico.
Era l’inizio di quella fase soprannominata
“pax americana” che nel bene o nel male plasmò tutta la politica internazionale
nella seconda metà del XX secolo fino alla caduta dell’altro contendente,
imploso sotto l’incapacità della sua classe dirigente e nell’ostinazione di
rifiutare il progresso.
In
quel frangente la pax americana divenne assoluta, il blocco rosso era morto e
il post storicismo neoliberista poteva finalmente prevalere su tutti gli
aspetti della vita occidentale e non solo.
Peccato
che si trattasse di una pia illusione, e che in realtà il blocco rosso e i non
allineati si stavano sotto le ceneri riorganizzando prendendo così una nuova
identità.
Nacquero
i BRICS, 18 anni dopo la caduta dell’Urss, con le stesse divisioni interne e problemi
che in parte si portavano ancora appresso nonostante lo scacchiere
internazionale fosse radicalmente cambiato.
Erano
cambiati prima di tutto i paesi membri del fu blocco orientale / non allineati,
la loro ricchezza interna e non meno importante la loro demografia.
Oggi i
Brics, diventati ultimamente Brics+, portano con loro il 45% della popolazione
mondiale e nel 2028 si prevede che il loro Pil supererà quello del G7.
In
questa fase storica ci troviamo in un momento di crisi, dove i rapporti di
forza internazionali non sono più saldati ad un unico perno, ma bensì si stanno
sfaldando e riposizionando in modi che in questo momento a stento possiamo
immaginare.
È come
se ci trovassimo nel pieno di un terremoto, le faglie e le zolle di terra
stanno cambiando posizione in una sorta di deriva dei continenti. In questo scenario le maggiori
potenze non occidentali; i Brics+ appunto, cercano di ristabilire a loro favore
questo scenario torbido e confuso.
La
parola chiave è “riconoscimento”, da parte delle forze egemoni, una presa di
atto formale che il tempo dell’unipolarismo è finito (o quasi) e che si entra
in una nuova era della storia contemporanea.
La fine del bipolarismo, coincise con un
evento storico ben preciso e inamovibile dalla mente degli uomini, l’ammaina
della bandiera sovietica, rossa, con la sua inconfondibile falce e martello
gialli.
Si
cerca un evento simile, che possa rappresentare uno “stacco”.
Qualcuno
pensa che potrebbe essere rappresentato dall’invasione russa dell’Ucraina
avvenuta nel febbraio del 2022, un punto di svolta di un conflitto lungo che
durava da 8 anni e che aveva visto una regione, il Donbass, martoriato dalle
tensioni e dalla guerriglia, segnando la caduta di 15 mila soldati sia russi
che ucraini.
Qualcun
altro pensa che lo stacco storico possa essere il 7 ottobre, un altro punto di
svolta di un conflitto ben più lungo di quello del Donbass, anzi, lunghissimo,
80 anni di tensioni, sofferenze e vicendevoli attentati, nonché malitesi,
problemi di comunicazione e una conseguente diplomazia impossibile.
Il
conflitto medio-orientale potrebbe essere la miccia che fa esplodere il già
precario equilibrio che finirebbe una volta per tutte di redistribuire questo
potere ancora unipolare, in modo multipolare.
La
geopolitica nonostante le tante critiche, ci aiuta proprio in questo. Cioè,
incrociare la grande quantità di dati che provengono dalle più disparate
branche di studio, in linea con quella teoria della complessità postulata da
Morin.
Nel
caso del conflitto in Ucraina per esempio.
Sappiamo che storicamente le guerre nascono
per motivi economici legati alla scarsità di risorse, successe in parte con le
guerre del golfo, e la ghiotta opportunità da parte di Saddam di prendere il
controllo dei territori iraniani e del Kuwait ricchi di greggio.
È
successo con le guerre coloniali in Africa.
E si ripropone oggi sul fronte dell’Europa
Orientale.
Il
Donbass infatti, è una delle regioni più ricche di idrocarburi e di metalli.
Si
stima che all’argo della Crimea e degli Oblast costieri recentemente
conquistati dai russi, ci siano riserve di gas stimate tra gli 1.2 e i 5
trilioni di metri cubi, un numero spaventoso, che sarebbe capace di ripagare
economicamente tutti i danni e il depauperamento dell’esercito che la guerra ha
causato.
Oltretutto
la grande opportunità per la Russia di soppiantare completamente l’Ucraina come
fornitore di gas per l’Europa, espropriandogli a tutti gli effetti questo
business miliardario.
La CBC
riporta che i tempi in cui l’invasione sono avvenuti, cioè il febbraio del
2022, non sono una coincidenza, ma il chiaro obbiettivo di impedire al governo
ucraino di condurre nuove esplorazioni di idrocarburi nel mar Nero.
Oltre a questo, in Donbass si estrae Litio e terre
rare molto utili per la transizione energetica e l’allargamento del mercato
delle rinnovabili.
La Russia da bravo paese Rentier non può farsi
scappare l’opportunità di continuare a vivere di estrazione di risorse
naturali, ben sapendo che quelle in suo possesso non sono eterne.
Il
tutto condito con la necessità di essere riconosciuta come nuova super potenza
emergente, creando le false flag del Donbas e del regime nazista di Kiev.
Chiaramente
questa non è la verità, ma è una lettura dei fatti che non andrebbe scartata a
priori.
Come
detto, la geopolitica cerca di unire diverse materie per tracciare una quadra
di eventi molto complessi come una guerra o una tensione internazionale. Quando
il tutto sarà finito e gli archivi diventeranno di pubblico dominio (se mai
accadrà) gli storici potranno finalmente farsi un’idea più chiara.
Quasi
analoga è la questione sul fronte medio orientale.
Dove i
palestinesi combattono per quella che è la risorsa ancestrale non rinnovabile
per definizione: la terra.
Una
terra contesa con un gruppo etnico altrettanto agguerrito che a intervalli
irregolari ha stazionato in quel territorio per secoli.
Agli
arabi di Palestina, non importano tanto gli idrocarburi di cui quella terra non
è molto ricca, anche se sono presenti alcuni giacimenti abbastanza importanti.
Bensì
l’agricoltura e la possibilità di auto sostenersi senza dipendere dalle
importazioni e dagli aiuti stranieri.
E in aggiunta a questo, la possibilità di
consolidare la loro identità nazionale, da sempre sostenuta sulla lotta e che
trovarono espressione in figure come quella di Yasser Arafat.
Hamas,”
formazione mussulmana sciita” ha trovato supporto in questa guerra per la terra
nell’Iran, altra potenza regionale a maggioranza sciita, governato da un imam;
Khamenei, che invece di risorse naturali, di cui il
suo paese abbonda, cerca il già citato riconoscimento internazionale.
Il suo paese, da almeno venti anni inserito
nell’”asse del male”, tra i nemici giurati della Casa Bianca, insieme alla
Siria di Assad e alla Corea del Nord del bombarolo Kim.
Ora cerca il punto di svolta per raggiungere
il grado di potenza continentale, da potenza regionale quale è attualmente.
I 500 tra razzi continentali e droni lanciati
su Israele proprio questo significavano, uscire da anni di tensioni indirette e
non detti per mostrarsi ancora più minacciosi agli occhi del nemico americano.
L’Iran
gioca anche un ruolo fondamentale per quanto riguarda il controllo degli
stretti, basti pensare a “Bab-el-Mandeb” dove a farla da padroni sono il
movimento di Ansar Allah (Houthi), un’altra formazione sciita, che prende a
cannonate quasi quotidianamente navi di qualsiasi tipo che si dirigono verso i
porti europei.
Ebbene,
come per Hamas e Hezbollah in Libano, la fornitura di armi iraniana ha un
grosso impatto sulle operazioni militari di questi gruppi, senza di esse molto
probabilmente, cesserebbero qualsiasi attività.
Non
sappiamo ancora per certo cosa significhi vivere in un mondo multipolare.
Abbiamo
conosciuto il bipolarismo di ferro, poi l’unipolarismo totale e adesso il suo
parziale collasso.
Un tema connesso alla fine dell’unipolarismo è
il fenomeno della de-dollarizzazione, cioè la costante diminuzione delle
transazioni internazionali effettuate in dollari, e a favore di altre monete
come, per esempio, il renmimbi cinese (yuan) o il rublo, anche se quest’ultimo
è decisamente marginale.
La
de-dollarizzazione è un processo in atto da almeno venti anni, ma come mostrato
dai grafici che tengono traccia delle transazioni internazionali, è un processo
estremamente lento e per certi versi incerto.
La sua
importanza non è secondaria, ma è per lo più simbolica. Una potenza (la Cina
per esempio) può essere in grado di definirsi tale e continuare benissimo, per
convenzione, a effettuare transazioni internazionali con altre monete.
Ciò
che definisce la sua importanza è l’esercito e la quantità di risorse
utilizzabili o sotto forma di riserve.
Le
conseguenze di un mondo multipolare non saranno solo rappresentate da una
eterogeneità dei pagamenti in valuta estera (ammesso che ciò avvenga).
Ma
specialmente in una rinascita delle istituzioni internazionali;
L’ONU
in special modo, che in questi tempi di incertezza sta vivendo il punto più
basso della sua credibilità internazionale.
A
partire dall’incapacità di poter incidere in maniera decisa nei conflitti in
corso e in particolare per il grande fardello della guerra a Gaza, che ormai
viene vissuta da molti come una malattia cronica di cui non vale più la pena di
parlare se non per un rigurgito di moralismo vedendo le scene agghiaccianti dei
bombardamenti o delle stragi.
Spesso
l’Onu è stata accusata di essere uno strumento di politica estera della NATO o
degli Stati Uniti o di entrambi, e di avere un totale squilibrio nel suo
consiglio di sicurezza dove appunto, i paesi occidentali in particolare hanno
diritto di veto a scapito di altre potenze minori.
LA
GUERRA IN IRAN E LE ONG.
Ilmondonuovo.club.it
– (14 aprile -2021) – Giorgio Fiorentini – Redazione – ci dice:
DA
“AMBASCIATORI SENZA FELUCA” AGLI AIUTI UMANITARI VIGILATI.
Nella
guerra — mai dichiarata formalmente — tra Iran e l’alleanza Israele-USA, poi
estesa a Libano, Iraq e Stati del Golfo, abbondano le informazioni sui
conflitti a fuoco, su quelli verbali ed economici.
Molto più scarso è invece il riferimento alla
drammatica ricaduta sulla popolazione civile.
Assistiamo
a una guerra regionale ad alta intensità, con un’escalation che coinvolge Iran,
Israele, Libano, Iraq e Stati del Golfo, con ripercussioni sulla popolazione
civile di entità “in progress”.
I dati
su questo fronte sono limitati, a differenza della cronaca impietosa che ha
raccontato quotidianamente i numeri di uomini, donne e soprattutto bambini
morti o feriti a Gaza.
Utilizzando un approccio di “interazione
conversazionale” (basato su chatbot), emergono stime aggregate fondate su fonti
internazionali, ONG e autorità sanitarie:
circa 1.700 morti civili in Iran (di cui 240
bambini), 900 in Libano, una settantina in Iraq, mentre in Israele si contano
circa 25 vittime civili.
Ancora
più significativo, in termini di impatto umanitario, è il numero dei feriti:
circa 20.000 in Iran (1.600 bambini), 4.000 in Libano, alcune centinaia in Iraq
e circa 6.500 in Israele.
Perché
parlare di “crudo realismo”?
Perché questi feriti rappresentano i
principali destinatari delle attività delle ONG, spesso gli unici veri
operatori di pace sul campo.
Ma che
cos’è una ONG?
È un’organizzazione — associazione o impresa
sociale, spesso multinazionale — che, per statuto e cultura maturata negli
anni, svolge il ruolo di “ambasciatore senza feluca” per la pace e organizza,
in “camice bianco o in jeans”, la produzione e la distribuzione di beni e
servizi umanitari in tutto il mondo.
Tradizionalmente
impegnate in missioni di sviluppo e cooperazione, le ONG sono finanziate in
larga parte dagli Stati di origine, ma anche da cittadini e imprese private.
Il
loro operato si è storicamente tradotto in interventi su risorse idriche,
agricoltura, formazione professionale, incubatori di impresa e tutela dei
diritti delle fasce più deboli.
Nei
contesti di guerra, tuttavia, il modello è cambiato. Oggi le ONG operano
soprattutto in ambito sanitario, assistenziale e sociale: tutela dei minori,
distribuzione alimentare, gestione di rifugi e alloggi di emergenza (shelter),
oltre alla gestione diretta di ospedali, come avviene in Ucraina, a Gaza e in
altri teatri di crisi.
Tra le
principali ONG attive nell’area del conflitto Iran–USA–Israele figurano Amnesty
International, Medici Senza Frontiere (MSF), il Norwegian Refugee Council
(NRC), CARE International, Oxfam, Islamic Relief e Caritas.
Oggi,
però, operano in condizioni sempre più difficili. Sono di fatto “sorvegliati speciali”,
quasi che la pace stessa fosse considerata un atto ostile. Israele, ad esempio,
ha imposto regole restrittive alle attività delle ONG, anche a seguito dei
sospetti di collusione con Hamas emersi nel contesto di Gaza.
Molte
delle organizzazioni oggi attive in questo nuovo scenario erano già operative
proprio a Gaza.
In
questo contesto, il loro ruolo resta fondamentale ma è fortemente limitato da
ostacoli crescenti: restrizioni amministrative, rischi operativi elevatissimi e
vincoli politici.
Amnesty
International, ad esempio, continua a denunciare violazioni e a fare pressione
per il rispetto delle Convenzioni di Ginevra, ma opera in una condizione di
“libertà vigilata”.
Il
risultato è un ridimensionamento del ruolo tradizionale delle ONG come
“ambasciatori senza feluca”.
Anche
la loro capacità operativa sul campo risulta indebolita, talvolta sostituita da
attori non neutrali.
È il
caso della distribuzione alimentare a Gaza, dove dal maggio 2025 è intervenuta
la Gaza Umanitaria Foundation (GHF), vicina all’amministrazione Trump e a
Israele, bypassando le agenzie ONU.
Le ONG
non si sono ritirate, ma si trovano intrappolate in una crescente “ossessione
burocratica”: permessi, registrazioni, vincoli di sicurezza e delegittimazione
politica ne rallentano l’azione.
Continuano
a denunciare violazioni, a sostenere rifugiati e a offrire servizi sanitari, ma
con difficoltà logistiche sempre più rilevanti. In sintesi, gli aiuti arrivano
“con il contagocce”.
Lo
spazio umanitario si restringe, la sicurezza peggiora e la politicizzazione
cresce.
Le ONG
perdono capacità di incidere direttamente sul campo, pur mantenendo un ruolo
essenziale di advocacy e denuncia.
Si
apre così un dilemma strategico: fornire aiuti limitando la denuncia dei
crimini, oppure mantenere indipendenza e trasparenza rischiando l’espulsione
dai teatri operativi?
Le
relazioni con gli Stati in conflitto sono sempre più tese. I governi temono che
le ONG non siano neutrali e possano veicolare pressioni o valori non allineati.
È in atto anche un conflitto sul piano della comunicazione: gli Stati
belligeranti tendono a limitare la funzione di testimonianza indipendente delle
ONG.
Il
numero complessivo delle ONG presenti è difficile da determinare con
precisione.
Le
stime più affidabili riguardano quelle ancora operative nel teatro
USA–Israele–Iran (Gaza, Cisgiordania, Israele e aree limitrofe), dopo le
restrizioni imposte tra il 2025 e il 2026.
In
conclusione, le ONG, che in passato hanno rappresentato un’estensione informale
della diplomazia per la pace e hanno contribuito a costruire relazioni più
equilibrate con i Paesi in difficoltà, oggi operano “a mezzo servizio”.
Il rischio concreto è un progressivo
ridimensionamento del loro ruolo, proprio nel momento in cui la loro presenza
sarebbe più necessaria.
L’UE
si Sta Preparando al
Conflitto
con la Russia?
Conoscenzealconfine.it
– (4 Maggio 2026) - Giuseppe Masala -Redazione – ci dice:
Con il
divampare della guerra nel Golfo Persico per l’appunto una coltre di silenzio è
calata sul conflitto ucraino; ma non è errato sostenere che si tratta di un
silenzio che prepara la tempesta.
Uno
dei fenomeni più pericolosi della guerra mondiale a pezzi, è certamente quello
che ogni volta che uno dei “conflitti locali” divampa in maniera molto
violenta, i mass media, e di conseguenza le opinioni pubbliche, tendono a
concentrare su questo la loro attenzione, trascurando ciò che accade negli
altri conflitti.
Un
fenomeno pericoloso che da un lato non fa vedere il fenomeno nella sua
interezza ma porta a concentrarsi sul singolo teatro e soprattutto tende a
sottovalutare l’importanza delle fasi di “stanca” che si verificano in un
quadrante quando in realtà sono quelle nelle quali viene preparata la prossima
escalation.
Con il
divampare della guerra nel Golfo Persico per l’appunto una coltre di silenzio è
calata sul conflitto ucraino;
ma non
è errato sostenere che si tratta di un silenzio che prepara la tempesta.
Infatti
le élites europee hanno trasformato l’Europa intera nella retroguardia del
fronte ucraino, diventando de facto parte diretta del conflitto, come
sostengono ormai apertamente i russi.
Gli
assi fondamentali di questa evoluzione dello status europeo in relazione al
conflitto, a detta di chi scrive, sono sostanzialmente quattro:
Dronizzazione;
i paesi della UE sono diventati sia produttori
in joint venture dei droni necessari all’Ucraina e non solo, spesso i paesi più
prossimi ai confini russi concedono di fatto il proprio spazio aereo ai droni
ucraini in rotta verso il target delle loro sortite in territorio russo.
Militarizzazione
del tessuto produttivo civile.
Uso di
metodi corsari nel Mar Baltico contro le navi mercantili russe o provenienti da
porti russi.
Nuclearizzazione: probabile allargamento
dell’ombrello nucleare francese ai paesi europei in chiara funzione anti-russa.
Dronizzazione.
Il
fenomeno della dronizzazione consiste, di fatto, nel trasformare l’Europa nella
retroguardia produttiva di droni necessari all’Ucraina per la Russia.
Nel
suo ultimo tour europeo Zelensky ha firmato contratti di collaborazione con
paesi come l’Italia, la Germania, la Francia e la Gran Bretagna per la
produzione congiunta di droni.
Peraltro
è stato lo stesso Ministero degli Esteri russo a pubblicare un elenco esaustivo
di tutte le aziende europee che producono componenti per i droni ucraini:
oltre
a quattro aziende italiane, abbiamo aziende britanniche (Fire Point e Horizon Tech), tedesche (Davinci Avia e Airlogistica), danesi (Kort), lettoni (Terminal Autonomy), lituane (Kort), olandesi (Destinus), polacche (Antonov State Enterprise e
Ukrspecsystems) e ceche (DeViRo).
Uno
sforzo che, come è facile intuire, è ben di più che un mero accordo commerciale
perché consente a Kiev di ottenere droni (o parti di essi) ponendo al riparo la
produzione da possibili attacchi russi.
Non a
caso i russi parlano di possibili conseguenze a causa di questo genere di aiuti
allo sforzo bellico ucraino, per la produzione di uno dei sistemi d’arma che si
è rivelato tra i più innovativi ed insidiosi di tutta la guerra.
Da
notare inoltre che l’Unione Europea ha stanziato oltre un miliardo di euro per
lo sviluppo e la produzione di droni in Europa e per costruire una filiera
produttiva sostanzialmente completa (dove peraltro l’Ucraina stessa funge
da vero e proprio “poligono di tiro” e primaria fonte di esperienza pratica).
A
guardar bene si tratta di un vero e proprio indirizzo di politica industriale
che non può non destare preoccupazione perché si tratta di scelte che hanno
l’obbiettivo di dotare le forze armate europee di un sistema d’arma in quantità
tali da essere incompatibile con un normale utilizzo legato ai tempi di pace.
Militarizzazione.
La
riconversione del tessuto produttivo civile è certamente in corso in tutta
Europa, in particolare nei paesi facenti parte della NATO.
Il
caso più emblematico di questo fenomeno è ovviamente quello tedesco che sta
addirittura trasformando il proprio imponente settore automobilistico (che era
la locomotiva della produzione del paese) in un produttore di armi elevando
così il settore difesa a nuova base dell’economia tedesca.
Anche
il “Wall Street Journal” ha evidenziato questa scelta di politica industriale
di Berlino tendente a ribaltare l’attuale declino dell’industria delle
automobili in un boom dell’industria della difesa:
“In tutto il settore industriale tedesco, le linee di
produzione che un tempo garantivano il miracolo delle esportazioni del paese,
vengono riconvertite in meccanismi di riarmo dell’Europa” – osserva il “WSJ”.
Certamente
un caso emblematico di questa trasformazione del settore industriale tedesco è
quello della “Schaeffler”, uno dei fornitori fondamentali per le automobili
(dai motori ai cuscinetti), che ora produce motori per droni, sistemi di bordo
per veicoli blindati e componenti per l’aviazione militare.
Oppure,
un altro caso eclatante è certamente quello della Volkswagen che sta negoziando
con le aziende israeliane per iniziare la produzione di componenti per il
sistema “Ironi Dome” israeliano entro il 2027.
Più in
generale sono diverse le aziende che hanno aggiunto un terzo turno di lavoro
per la produzione di armi e munizioni per l’Ucraina. Quasi il 90% del capitale
di venture europeo, investito nel settore della difesa, va alle aziende
tedesche.
Come
si può vedere siamo di fronte ad una trasformazione imponente, difficile,
certamente costosa che non può essere fatta con prospettive di breve termine:
Berlino
intende produrre armi in maniera massiccia per un lungo periodo di tempo.
Una
scelta che può essere concepibile solo con la convinzione che lo scontro con
Mosca è inevitabile:
e c’è solo da sperare che si tratta di un
confronto “freddo” come quello della seconda metà del secolo scorso e non
“caldo” come quello avvenuto nella prima metà del secolo scorso.
Guerra
Corsara sul Baltico.
Uno
dei casi più gravi di militarizzazione della postura europea è certamente il
sostanziale blocco del Mar Baltico alle petroliere che trasportano il petrolio
russo e che provengono dalla regione russa di Leningrado che si affaccia sul
Mar Baltico.
Ormai
sono innumerevoli i casi di abbordaggio e sequestro delle petroliere che le
autorità europee definiscono “flotta ombra russa”.
Il primo periodo nel quale si è osservato
questo fenomeno poteva essere ritenuto estemporaneo e magari – ad esser buoni –
attribuibile ad un eccesso di zelo delle autorità dei paesi europei rivieraschi
ma ormai, non può che essere considerato come una nuova guerra di corsa degli
europei contro le navi russe e tendente a bloccare l’utilizzo del Baltico da
parte dei russi.
Inutile
sottolineare che il diritto internazionale (di cui tanto si riempiono la bocca
gli europei) considera questo genere di comportamento come un atto di guerra.
Guerra
alla Russia che ormai sempre più si è spostata verso il mare: prima i continui
attacchi alle petroliere russe sul Mar Nero e ora la guerra di corsa sul
Baltico, ma senza dimenticare gli sporadici (ma gravissimi) attacchi alle navi
russe nel Mar Mediterraneo.
La
Nuclearizzazione dell’Europa.
Il
fenomeno certamente più preoccupante in questo gravissimo contesto di guerra
latente nei confronti della Russia è certamente quello legato alle alleanze
militari europee.
Il primo passo è stato certamente la firma del
“Trattato di Aquisgrana” del 2019 tra Francia e Germania che prevede anche una
cooperazione rafforzata in ambito militare tra i due paesi.
Un
altro passo verso la costituzione di una alleanza europea è stato certamente il”
trattato di Nancy” tra Francia e Polonia che prevede oltre che assistenza
reciproca in caso di attacco anche una stretta cooperazione nucleare.
Di
primaria importanza è stato poi la “Dichiarazione di Northwood” tra UK e
Francia (luglio 2025), che per la prima volta prevede il coordinamento di
entrambe le forze nucleari appartenenti a questi paesi.
Lentamente
ma inesorabilmente sta nascendo un reticolo di Trattati tra paesi europei che
vede al centro la Francia (ma anche la Gran Bretagna) e che sta portando
all’estensione dell’ombrello militare e nucleare francese e inglese a tutta
l’Europa.
A riprova di quanto sto affermando bisogna
infatti ricordare che a ottobre 2024, i ministri della difesa della Germania e
del Regno Unito hanno concordato una cooperazione militare tedesco-britannica
nell’ambito dell’“Accordo di Trinity House”, e che include anche questioni
nucleari.
Anche Berlino e Parigi hanno concordato di
condurre un dialogo nucleare franco-tedesco.
Il
cosiddetto “Gruppo direttivo” (Steering Group) è chiamato a condurre scambi
regolari di opinioni su tutte le questioni relative all’energia nucleare e a
sviluppare le possibilità di cooperazione.
Inoltre
sono di questi ultimi giorni notizie di ulteriori possibili accordi in arrivo.
Il 20
Aprile a Danzica il presidente francese e il premier polacco hanno annunciato
pubblicamente che la Francia ha invitato la Polonia ad unirsi al gruppo europeo
del quadro di “deterrenza avanzata” che include anche Germania, Grecia, Paesi
Bassi, Belgio, Danimarca e Svezia e che prevede una forte cooperazione anche in
ambito nucleare militare con la Francia.
Da
notare che il premier polacco è rimasto volutamente ambiguo sull’ipotesi che
nell’ambito di questa cooperazione la Polonia possa ospitare” aerei Rafale
francesi “dotati di armi nucleari.
È
chiaro che tutta questa attività diplomatico-militare è da ritenersi rivolta
contro la Russia dato il quadro conflittuale esistente tra Mosca e paesi
europei.
Da
notare peraltro come l’Europa stia entrando in una fase in cui la sicurezza non
è più garantita dall’America e quindi – come hanno fatto notare su “Foreign
Affaires” Ethan B. Kapustin della “RAND Corporation” americana e Jonathan Covarle
dell’”International Institute for Strategic Studies” (IISS) britannico – il
vecchio continente è costretto a ristrutturare rapidamente il suo modello di
difesa.
Un’ultima
sottolineatura va fatta inoltre sulla proposta di legge presentata dal governo
finlandese al parlamento di Helsinki nella quale si autorizza il dispiegamento
di armi nucleari nel territorio nazionale.
Una proposta che non si può non definire raggelante
sia per il lunghissimo confine intercorrente tra Russia e Finlandia sia per la
vicinanza a Murmansk (città artica dove ha sede la Flotta del Nord russa) e
soprattutto a San Pietroburgo, seconda città russa situata a meno di 200 km dal
confine finlandese.
Conclusioni.
Ad
analizzare il combinato disposto che emerge dalle quattro attività elencate
poste in essere dall’Europa (dronizzazione, militarizzazione, guerra di corsa sul Baltico
e nuclearizzazione) è chiaro che il conflitto tra Russia ed Europa sia da
ritenersi come inevitabile.
Probabilmente si è superato il punto oltre il
quale si arriva al conflitto diretto per inerzia e che rende difficilissima se
non impossibile qualsiasi retromarcia.
(Giuseppe
Masala).
(lantidiplomatico.it/dettnews-
le_4_ragioni_che_dimostrano_come_lue_si_stia_preparando_al_conflitto_con_la_russia/29296_66512/).
Ignacio
Ramone: un altro mondo è possibile!
Labottegadeibarbieri.org
– (4 Maggio 2026) - Bruno Lai - Lascia un commento – Redazione- ci dice:
BUON
COMPLEANNO a Ignacio Ramone!
Ignacio
Ramone è un intellettuale tra i più influenti del pensiero critico
contemporaneo, che sa unire il rigore accademico – è dottore in Semiologia e
Storia della Cultura – ad un attivismo civile instancabile.
Per
quasi vent’anni, dal 1990 al 2008, Ramone guida l’edizione francese di “Le
Monde Diplomatiche”, trasformandolo in un faro per il pensiero
“altermondialista”.
Sotto
la sua direzione, il giornale diventa celebre per analisi geopolitiche profonde
che mettono in discussione l’egemonia culturale e finanziaria dell’Occidente.
Il
1997 è un anno cruciale per Ignacio Ramone:
è
l’anno in cui pubblica l’opera Geopolitica del caos, Géopolitique du chaos (asterios.it/catalogo/geopolitica-del-caos-verso-una-civilt%C3%A0-del-caos), un testo che analizza come, dopo
la fine della Guerra Fredda, il mondo, lungi dal diventare più ordinato,
sprofondi in una sorta di “disordine globale” guidato dai mercati finanziari e
dalla rivoluzione tecnologica.
Ramone
critica aspramente il neoliberismo, che costituisce una forza destabilizzante
per le democrazie. L’economia,
secondo Ramone, non è più al servizio della società, ma la società è al
servizio dell’economia.
La politica è diventata la serva dei mercati
finanziari.
(Ignacio
Ramonet, Géopolitique du chaos, 1997.)
Alla
fine del millennio, Ramone vede profilarsi «I nuovi padroni del mondo»:
«La
terra è ormai pronta per una nuova era di conquista, come nel XV secolo.
All’epoca del Rinascimento, gli attori
principali dello sviluppo espansionistico furono gli stati;
oggi
sono le imprese e le multinazionali, i gruppi industriali e finanziari privati
che intendono dominare il mondo, fanno le loro razzie e ammassano un immenso
bottino.
Mai i
padroni della terra sono stati così poco numerosi eppure tanto potenti» (Ignacio Ramonet, Geopolitica del
caos. Verso una civiltà del caos? Asterios, seconda edizione 2016).
Ramone
ritiene che siamo passati da un mondo bipolare, leggibile e pericoloso, a un
mondo multipolare, illeggibile e privo di punti di riferimento.
La
geopolitica del caos è questa nuova era in cui l’instabilità è l’unica
costante.
Nel
libro analizza anche come l’informazione stia cambiando natura, diventando una
merce piuttosto che un bene democratico.
Informare non è più far comprendere la
complessità del mondo, ma vendere emozioni in tempo reale.
L’urgenza uccide la riflessione.
Il
caos, per Ramone, deriva da tre “rotture” principali:
rottura
geopolitica:
la fine dei blocchi ha lasciato spazio a conflitti etnici e identitari;
rottura
economica:
il potere degli Stati nazione è stato eroso dalla globalizzazione selvaggia;
rottura
tecnologica:
la rivoluzione digitale ha accelerato i processi ad una velocità che la
politica non riesce più a gestire.
Ignacio
Ramone, Geopolitica del caos.
Per
geopolitica del caos, Ignacio Ramone intende la descrizione di un nuovo ordine,
o meglio, disordine mondiale, emerso dopo la caduta del Muro di Berlino nel
1989.
Secondo
Ramone, la fine della Guerra Fredda non porta alla “fine della storia” o ad una
pace duratura, ma ad una situazione di instabilità cronica e indecifrabile.
Il
“caos” di cui parla è militare, ma è anche il risultato della collisione tra
tre grandi trasformazioni che rendono il mondo moderno illeggibile.
Il
declino dello Stato-nazione: nella vecchia geopolitica, gli Stati erano i protagonisti
assoluti.
Nella
“geopolitica del caos” gli Stati non controllano più le proprie monete o le
proprie economie, che sono alla mercé dei mercati finanziari globali;
il
potere reale si è spostato verso entità non elette: il Fondo Monetario
Internazionale, l’Organizzazione Mondiale del Commercio e le grandi
multinazionali; indebolito lo Stato centrale, riemergono nazionalismi, fondamentalismi
religiosi e conflitti etnici, come si vede negli anni ’90 in Jugoslavia o in
Rwanda.
Ramone
sostiene che la tecnologia ha accelerato il tempo ad una velocità che la
politica non riesce a seguire.
Le
decisioni finanziarie oggi (già nel 1997) vengono prese in frazioni di secondo
dai computer.
La
politica, che richiede tempo per la discussione e il voto, arriva sempre troppo
tardi.
Internet e i flussi finanziari ignorano le
frontiere fisiche.
La
geografia tradizionale viene sostituita da una “geografia dei flussi”.
In
questo scenario, anche l’informazione contribuisce al disordine invece di
chiarirlo.
Siamo sommersi da notizie, ma questo eccesso
non produce conoscenza, bensì confusione.
L’informazione
moderna punta a farci “sentire” un evento, tramite immagini shock in diretta,
piuttosto che farcelo “capire” attraverso l’analisi delle cause storiche.
In
definitiva, per Ramone la geopolitica del caos è la condizione di un’umanità
che ha perso la bussola perché l’economia ha preso il posto della politica, il
profitto ha preso il posto del benessere sociale, e l’urgenza ha preso il posto
della strategia a lungo termine.
Il
libro del 1997 è un avvertimento:
se i
cittadini non riprendono il controllo dei processi globali, attraverso
movimenti come “ATTAC”, il mondo sarà governato da forze oscure, imprevedibili
e puramente speculative.
“Le
Monde Diplomatique.”
L’edizione
francese di “Le Monde Diplomatique”, spesso soprannominato amichevolmente “Le
Diplo”, sotto la direzione di Ignacio Ramone, dal 1990 al 2008, diviene un vero
e proprio “laboratorio intellettuale” che ridefinisce il pensiero critico alla
fine del XX secolo.
Una
delle intuizioni di Ramone è quella di garantire l’autonomia del giornale.
Nel
1996, crea una struttura societaria unica.
Pur
portando il nome di “Le Monde”, “Le Diplo” diventa una filiale autonoma.
Vengono
create due associazioni, l’Associazione Gunter Holzmann per i lavoratori e Les
Amis du Monde Diplomatique per i lettori;
insieme
detengono una quota di minoranza di blocco per impedire che grandi gruppi
industriali possano influenzare la linea editoriale.
Mentre
il giornalismo mainstream accelera verso il tempo reale e il sensazionalismo,
Ramone impone una direzione lenta, riflessiva, opposta.
Pubblica articoli lunghi, saggi che possono
variare dalle 2.000 alle 5.000 parole.
Punta
sull’Analisi cartografica: mappe dettagliate – la celebre cartografia di “Le
Diplo” – per spiegare i conflitti non attraverso i volti, ma attraverso le
risorse, i confini e le rotte commerciali.
L’estetica
è decisamente sobria:
un
formato “lenzuolo” con pochissime fotografie e molte illustrazioni artistiche e
incisioni, per sottolineare che il contenuto è destinato alla riflessione, non
al consumo rapido.
Inoltre,
Ramone espande radicalmente l’orizzonte del giornale.
Da
mero mensile francese di politica estera, “Le Diplo” diventa la voce del Global
South, il Sud Globale.
Sotto
la sua guida, le edizioni internazionali esplodono:
oggi
il giornale è pubblicato in circa 30 lingue, dall’italiano al coreano,
dall’arabo al farsi, creando una rete globale di intellettuali che condividono
analisi contro-egemoniche.
Il
momento più alto della direzione Ramone è considerato l’editoriale Désarmer les
marchés, Disarmare i mercati.
In
questo testo, Ramone analizza la crisi finanziaria asiatica e propone la
creazione, su scala planetaria, dell’”ONG ATTAC”, Associazione per la
Tassazione delle Transazioni finanziarie e per l’Aiuto ai Cittadini.
La
risposta dei lettori è così massiccia che l’associazione nasce davvero pochi
mesi dopo, diventando il braccio operativo delle idee espresse sul giornale e
portando alla nascita del “movimento di Porto Alegre”.
“Le
Monde Diplomatique” di Ramone è il punto di incontro tra il giornalismo
d’inchiesta d’élite e l’attivismo di base, riuscendo nell’impresa quasi
impossibile di rendere “popolare” una rivista di altissima complessità teorica. (attac-italia.org/wp-content/uploads/2017/07/Disarmiamo_i_mercati.pdf;
https://attac-italia.org/disarmare-i-mercati-2/).
Les
Amis du Monde Diplomatique.
“ATTAC,”
Associazione per la Tassazione delle Transazioni finanziarie e per l’Aiuto ai
Cittadini, è forse l’esempio più raro e riuscito di come un’idea scritta su un
giornale possa trasformarsi in un movimento politico internazionale capace di
spostare gli equilibri del dibattito globale.
La
tesi di Ramone è semplice quanto radicale:
i mercati finanziari globali sono diventati
una minaccia per la democrazia e la sovranità degli Stati.
Occorre quindi istituire la Tobin Tax, dal
nome dell’economista James Tobin:
una
tassa piccolissima, tra lo 0,01% e lo 0,1%, su tutte le transazioni valutarie
transfrontaliere.
L’obiettivo è doppio: frenare la speculazione
finanziaria “mordi e fuggi”; generare entrate enormi da destinare alla lotta
contro la povertà e allo sviluppo sostenibile.
La
risposta dei lettori, abbiamo visto, è senza precedenti.
Migliaia di persone scrivono al giornale
chiedendo di passare all’azione. Nel giugno 1998 viene ufficialmente fondata
ATTAC a Parigi.
Il
movimento si espande rapidamente in decine di paesi, inclusa l’Italia, dove è
molto attivo nei primi anni 2000.
ATTAC
diventa la spina dorsale di quello che i media chiamano movimento “No-Global”,
ma che i partecipanti preferiscono definire “Altermondialista” (da “Un altro
mondo è possibile”), sottolineando che non sono contro la globalizzazione in
sé, ma contro il suo modello neoliberista.
Porto
Alegre, 2001.
Oltre
alla Tobin Tax, ATTAC amplia il suo raggio d’azione su diversi fronti.
Debito
estero: chiede la cancellazione del debito dei paesi in via di sviluppo.
Paradisi
fiscali: lotta per l’abolizione dei centri off-shore e per la trasparenza
finanziaria.
Beni comuni: difesa dell’acqua, della salute e
dell’istruzione pubblica contro le privatizzazioni spinte dai trattati
commerciali, come il WTO. Controllo democratico:
restituire
ai cittadini e al potere politico la capacità di decidere sulle grandi
questioni economiche, sottratte al voto popolare e affidate a organismi tecnici
come FMI, Banca Mondiale.
Porto
Alegre
Sebbene
il clamore mediatico dei primi anni 2000, culminato con i fatti del G8 di
Genova nel 2001, si sia attenuato, ATTAC esiste ancora ed è molto attiva come
rete di educazione popolare.
Oggi
il movimento si concentra su temi estremamente attuali, come la giustizia
climatica:
collegando
la crisi ambientale allo sfruttamento economico.
A
questo proposito, riporto un altro passo di Geopolitica del caos:
«Dopo
la rivoluzione industriale l’uomo ha intrapreso, in nome del progresso e dello
sviluppo, la distruzione sistematica degli ambienti naturali.
È
tutto un susseguirsi di spoliazioni e saccheggi di ogni genere che vengono
inflitti al terreno, all’acqua, alla vegetazione e all’atmosfera della terra.
L’inquinamento
produce degli effetti – come l’aumento della temperatura, l’impoverimento della
fascia di ozono, le piogge acide – che mettono in pericolo il futuro del nostro
pianeta; e se la produttività a ogni costo è la prima responsabile dell’attuale
devastazione, a questa non sono estranei l’esplosione demografica del Sud e
l’inquinamento urbano.
La
dimensione dei disastri ecologici e dei problemi connessi preoccupa tutti gli
abitanti del pianeta.
La
scomparsa di numerose specie della flora e della fauna crea degli squilibri
inquietanti.
Proteggere
la varietà della vita diventa dunque un imperativo: la ricchezza della natura
sta proprio nella diversità dei suoi aspetti»
(Ignacio Ramone, Geopolitica del caos. Verso una
civiltà del caos?, Asterios, seconda edizione 2016).
Ignacio
Ramone.
Altri
temi di cui si occupa ATTAC oggi sono:
la
tassazione delle multinazionali tech, portando avanti battaglie per la Web Tax
contro i colossi del digitale;
la
lotta alle disuguaglianze, in collaborazione con economisti come Thomas
Piketty.
ATTAC
ha rotto il dogma della “inevitabilità” dell’economia di mercato.
Ha
dimostrato che concetti tecnici complessi, come i derivati o i flussi di
capitale, possono essere compresi e contestati dai cittadini comuni,
trasformando l’economia da “scienza oscura” a materia di scontro politico.
Ramone
rappresenta la voce di chi crede che «un altro mondo è possibile».
Il suo
contributo teorico si basa su alcune intuizioni che oggi sembrano profetiche,
come il “pensiero unico”, “pensée unique”:
Ramone
rende celebre questa espressione per descrivere come l’ideologia neoliberista
sia diventata una sorta di “dogma religioso” a cui nessuno osa più opporsi,
riducendo la politica a semplice gestione dell’economia.
«Che
cos’è il pensiero unico?
È la
traduzione in termini ideologici, che si pretendono universali, degli interessi
di un insieme di forze economiche, e specificamente di quelle del capitale
internazionale».
«Un
altro mondo è possibile». Di più: direi che è proprio necessario.
COSA
SONO LE “SCOR-DATE”
Per
«scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento
che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano
“a rovescio” o cancellano;
a
volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male,
anzi.
Dal primo marzo questa rubrica si rafforza,
grazie all’impegno di Bruno Lai che proporrà almeno 5 “scordate” (ma se saranno
di più mica vi lamenterete, vero?) a settimana.
Le
troverete alle 22 e dintorni.
Grazie
in anticipo a chi commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre
possibili, segnalerà qualcun/qualcosa, farà proposte … o anche solo ci leggerà.
La
redazione – sempre un po’ ballerina – della bottega.
Arlecchino
e i due padroni.
Leggotenerife.com
– Claudia Maria Sini – (10 -4 -2026) – ci dice:
Navigazione
a vista fra utopia e miopia.
In una
sola settimana Ursula Von der Leyen dichiara che NON CI SONO ANCORA le
condizioni per sospendere il patto di stabilità e Giorgia Meloni che NON CI
SONO ANCORA le condizioni per riaprire trattative per comprare gas russo.
Coincidenza
non solo verbale che mi ha riportato alla mente “Girlfriend in a Coma” del
quale trovate il link a fondo pagina.
È un
documentario tratto da un libro del 2012 del capo redattore dell’Economist,
“Bill Emmott”, prodotto da “Annalisa Piras giornalista italiana, che combinava
interviste, disegni animati, passi della Divina Commedia letti da “Benedict
Cumberbatch”, un mix molto riuscito di una dichiarazione d’amore e un calcio
allo stomaco.
Un
classico dell’amore odio che ispira il nostro paese.
Tornando
ai NON ANCORA, così carichi di parole non dette, diciamole insieme quelle
parole.
Il
“rigor mortis” del patto di stabilità è una forzatura, blocca le
azioni-reazioni necessarie alla salute dell’economia, la condanna a morte in
100 comode rate.
Mario
Monti e la Von der Leyen lo sanno benissimo.
Ai
padroni del mondo serve la grande recessione e la stanno facendo lievitare,
distraendoci con botti e scaramucce minori mentre montano i pezzi con pazienza.
La
rappresentante di punta della cupola di Davos che coordina l’area progressista
statunitense e l’Unione europea nella corsa al grande reset di “Klaus Schwab”,
è agghiacciante ma trasparente.
NON É
ANCORA IL MOMENTO, significa che interverranno a disastro compiuto con
soluzioni non negoziabili dalle istituzioni tradizionali, scambiando il chinino
con la libertà.
Veniamo
al NON E’ ANCORA IL MOMENTO di Giorgia Meloni, incongruente con tutto ciò che
ha detto e fatto finora.
Il
governo italiano, comunque rappresentato, sa che svincolarsi economicamente
dagli Stati Uniti comprando un gas meno caro di più facile approvvigionamento,
stimola il risveglio della girl friend in a coma dando impulso all’industria e
favorendo il risveglio di quella piccola media impresa che è stata la nostra
unica grandezza e potrebbe essere la nostra unica via di salvezza.
Gli
italiani non funzionano compattati in rettangoli di obbedienti legionari.
Gli
italiani funzionano se li sommi nel loro anarchico, variopinto, generoso,
imprevedibile modo di esprimere visioni slegate in apparenza ma parte e
struttura di un paese visionario e generoso.
Quali
forze ci hanno spinto e ci spingono lontano da questa consapevolezza?
Scrivere
“Costituzione“su “google map” non è più nemmeno un’opzione di riserva per chi
sta al timone, non da oggi, ma sembra sempre che sfugga qualcosa.
Per
capire la dualità apparente dell’Italia, dobbiamo guardare agli Stati Uniti.
I
conservatori hanno vinto le elezioni e osteggiano il progetto di Davos mentre
incendiano il mondo senza scrupoli.
I
democratici, che rappresentano l’ideologia di Schwab e il progetto globalista,
sono vivi e vegeti e hanno un’appendice salda nell’Unione Europea.
Alla
Meloni dunque, l’ingrato compito di dipendere dal sostegno di Bruxelles per non
crollare alle prossime elezioni, mentre tratta con un Presidente degli Stati
Uniti in competizione aperta con i padrini europei.
Di
fronte all’accelerazione del disastro della apertura/chiusura a singhiozzo
degli stretti in cui transita l’80% delle merci del mondo, deve scontentare
Trump e incassarne le reazioni uterine o assumersi la colpa delle conseguenze
di quanto accade nelle tasche degli italiani.
Dalla
padella alla brace, sta preparando un’apertura alla Russia mentre si riavvicina
ai “volenterosi“ di Bruxelles che vogliono la guerra con Putin sì o sì.
“Denudo
lío”, direbbero gli spagnoli.
Intanto,
mentre l’Italia istituzionale apre alla Russia, Leonardo, colosso italiano
controllato dalla famiglia che non deve chiedere mai, chiude contratti da
capogiro con l’Ucraina per la produzione di droni destinati a proseguire il
conflitto.
Governo
e lobbisti scrivono due storie diverse dello stesso paese che, se intero non
stava tanto bene, figuriamoci spaccato in due.
Il
macrofenomeno cui assistiamo è una guerra civile planetaria fra due diverse concezioni
di potere che non intendono spartire la vittoria sui popoli, irrilevanti in
entrambi gli schemi.
Cosa
abbiamo da perdere in questo momento?
Per
una volta, cosa avremmo da perdere se optassimo per politiche egoistiche,
posizioni pericolose e di rottura?
Quando
tutto è perduto si aprono i varchi delle scelte assurde che sono i miracoli
laici che reindirizzano la storia.
Chiudiamo
pertanto con il terzo “NON È ANCORA IL MOMENTO”, quello con cui rimandiamo dai
tempi di Manzoni, il momento di prendere a calci nel sedere gli austriaci nel
Duomo di Milano.
Ci
sono di nuovo nel mondo, molti validi focolai di voglia di intervenire e
riprenderci la scena, scegliamone uno qualsiasi e spendiamo energie buone per
farlo crescere.
Impegniamoci
in qualcosa che abbia uno scopo collettivo.
È
assolutamente il momento, molto probabilmente l’ultimo momento utile, per
assumerci delle responsabilità.
È
nella danza di pezzi mobili di un puzzle impazzito, che si crea lo spazio per
ripensare il mondo.
(Claudia
Maria Sini).
NO
alla guerra con la Russia.
Appello
dell’intellettualità libera.
Lafionda.org
– (5 Mag., 2026) - Angelo D'Orsi –
Redazione – ci dice:
Noi,
firmatari di questo documento, scrittori artisti letterati professori musicisti
cineasti, ci appelliamo alla pubblica opinione per lanciare un messaggio, che
ci sembra urgentissimo e necessario.
In
Europa e in Italia, stiamo assistendo a una degenerazione della lotta politica,
divenuta trasposizione della guerra sotto altre forme.
Sebbene
nel mondo siano attivi una sessantina di conflitti militari, tre sono le “aree
di crisi” che più destano inquietudine:
l’aggressione all’Iran, da parte di USA e
Israele;
lo
sterminio del popolo palestinese da parte dello Stato israeliano e la guerra in
Ucraina, che oggi desta in noi la preoccupazione maggiore:
un conflitto nel quale l’Italia è direttamente
coinvolta con invio di armi e fondi, con l’apertura indiscriminata agli ucraini
che fuggono del loro paese, e una sorta di “ucrainizzazione” della nostra
politica estera, e dello stesso dibattito pubblico.
Il governo Meloni, dopo l’ennesima questua di “Volodymir
Zelensky”, non solo ha concesso un nuovo finanziamento a fondo perduto, ma ha
firmato con Kiev accordi volti a fabbricare droni.
In
seguito a questi ultimi fatti, la Federazione Russa ha inviato un avvertimento:
considerare
obiettivi legittimi i luoghi nei quali si fabbricano armi che verranno
utilizzate per colpire il proprio territorio, ossia, l’Europa e l’Italia.
Tutto fa comprendere che, pur senza
dichiararlo, i nostri governanti ci stanno portando allo scontro con la Russia.
Una
guerra impossibile, data la disparità di forze a vantaggio della Russia, e
soprattutto una guerra insensata.
E, infine, una guerra che, dato l’armamento
nucleare posseduto dal “Nemico”, il più grande sulla terra, aprirebbe la porta
a un’apocalissi nucleare.
Anche
se possiamo non concordare con gli orientamenti politici interni di quel Paese
ed esprimere critiche su questo o quell’aspetto, noi respingiamo come errato,
pericoloso e antistorico qualsivoglia tentativo di esportare i nostri modelli.
Soprattutto siamo uniti nel respingere la
follia russo- fobica e il clima da caccia alle streghe che si sta imponendo in
Italia come in Europa, generato da politici e giornalisti irresponsabili, i
quali, dopo aver raccontato in modo distorto la genesi del conflitto,
diffondendo informazioni false, arrivano a esaltare le azioni terroristiche
dell’Ucraina, a cominciare dalla distruzione dei gasdotti North Stream 1 e 2, o
che, sulla scia della frase di Mario Draghi (“preferite la libertà o i
condizionatori?”), vogliono persuaderci che il significato di questa guerra
vada al di là degli interessi materiali, che l’Occidente combatte “per i suoi
valori”, e che la Russia è un regime autocratico, che il suo presidente è “il
nuovo Hitler” (e “il nuovo Stalin” e “il nuovo zar”!), fingendo di non
accorgersi di come e quanto venga, giorno dopo giorno, limitata la possibilità
per chi non sia allineato con la narrativa dominante, di esprimersi e, in
particolare, di rifiutare la damnatio della Russia, presentata semplicemente
come “Stato che viola il diritto internazionale”, dimenticando ben altre
violazioni compiute quotidianamente da Stati dei quali siamo alleati-servi, a
cominciare dagli USA.
La
Russia non ha mai compiuto gesti ostili verso le nazioni europee e men che meno
verso l’Italia, alla quale, anzi, ha sempre mostrato amicizia e persino
affetto:
non
dimentichiamo i consistenti aiuti medici e sanitari portati nella Penisola
durante la prima fase della pandemia, nel 2020, com’era accaduto un secolo
prima, nel 1908, quando la Russia era stato il primo Paese al mondo a recare
aiuto ai terremotati di Messina e Reggio Calabria.
Noi siamo sicuri che il popolo italiano,
pressoché nella sua totalità, vorrebbe che ritornassimo a commerciare con la
Russia, comprando il suo gas e il suo petrolio (a prezzi cinque volte inferiori
a quelli ai quali compriamo ora dagli USA) e vendendo le merci del nostro
straordinario comparto manifatturiero, in crisi a causa di assurde sanzioni
della UE.
Il popolo italiano, ne siamo certi, vuole
offrire al popolo russo la stessa amicizia che dal popolo russo ha sempre
ricevuto.
Contro
la costruzione di un senso comune russo- fobico e bellicistico, ci corre
l’obbligo, per onestà intellettuale, e per competenza storica, di rilevare che
la Federazione Russa, lo Stato più grande del mondo, non ha alcun interesse o
disposizione a invadere l’Europa.
La sua
guerra in Ucraina (l’Operazione Militare Speciale) è volta semplicemente alla
liberazione del Donbass, e, quindi, a favorire l’autodeterminazione delle sue
popolazioni che si sono già espresse, come peraltro la Crimea, per il “ritorno”
alla Madrepatria Russia, dopo il golpe a Kiev del 2014, organizzato dalla CIA,
sostenuto da USA e UE. Tutto ciò è documentato e va sottratto alla logica delle
opinioni, che si traduce in mero schieramento.
Noi
non vogliamo abdicare alla facoltà di pensare, a quel comandamento di Immanuel
Kant che, nel lontano 1784, invitava gli umani a rivendicare il diritto di
“usare la propria ragione”.
Noi
non abbiamo alcun sentimento ostile verso la Russia.
In
quanto “intellettuali”, ossia persone che intendono “abbracciare la propria
epoca” (come scrive Jean-Paul Sartre), noi rivendichiamo il diritto di dire la
nostra sui fatti della politica e riteniamo che questo faccia parte dei nostri
doveri, perché siamo parte integrante, e importante, di una comunità.
In quanto persone professionalmente addette
alla scienza, alla formazione, all’arte, alla comunicazione, alla letteratura,
respingiamo con sdegno ogni politica volta a sanzionare musicisti, scrittori,
danzatrici, direttori d’orchestra, uomini e donne di cinema e di teatro (per
non parlare degli atleti!), e deploriamo che a uno dei più importanti direttori
d’orchestra del mondo, “Valerij Gergiev”, sia stato per ben due volte, a Milano
e a Caserta, impedito di esibirsi, e che lo stesso sia accaduto alla danzatrice
Svetlana Zakharova, autentica stella nel firmamento della danza classica.
L’ultimo
caso è quello della Biennale d’Arte di Venezia, il cui direttore, “Pietrangelo
Buttafuoco”, intellettuale notoriamente schierato a destra, ha deciso,
intelligentemente, la riapertura del Padiglione Russo, in nome della libertà
della cultura, suscitando le ire della sua stessa area politica, ma anche di
gran parte di una sedicente opposizione parlamentare, per non parlare
dell’ignobile ricatto della UE che recita: “o cacciate i russi o non vi diamo
il contributo”.
Ebbene,
è ora di por fine a questa situazione umiliante (per noi!) e dannosa (per
noi!), ma soprattutto preoccupante (per tutti!).
È ora che le nostre popolazioni prendano in
mano i propri destini, è ora che si cessino parole e gesti ostili (dal primo
cittadino della Repubblica fino all’ultimo) verso la Russia, e si cessi di
piegare la testa ai comandi di leader e opinionisti affetti da visibili
sindromi psicopatologiche.
È ora
di dire: NOI NON VOGLIAMO LA GUERRA ALLA RUSSIA!
Il
popolo italiano ha conosciuto direttamente, dolorosamente, due conflitti
mondiali e ne ha tratto come conclusione l’articolo 11 della Carta
Costituzionale, che “ripudia la guerra”.
Noi
per primi, nelle università, nelle scuole, nei giornali, nelle case editrici,
nelle reti tv, nei libri che scriviamo, nelle conferenze che teniamo, dobbiamo
batterci per aiutare i cittadini distratti, ovvero inebetiti dalla propaganda,
ad aprire gli occhi e a opporsi insieme a noi a questa follia.
Il nostro primo dovere è suscitare il dubbio,
respingere la logica del pensiero binario e coltivare il pensiero critico.
Dobbiamo rivendicare il diritto di ascoltare
tutte le voci e di respingere con il disprezzo che meritano gli appelli alla
censura, i quali non di rado stanno diventando incitamento all’aggressione,
come già accaduto a qualcuno di noi.
Noi
vogliamo ascoltare le lezioni su Dostoevskij e vedere i film di Russia Today, o
sintonizzarci sui canali radiotelevisivi russi, proprio come fanno i cittadini
di quel Paese.
Noi
vogliamo assistere a concerti, balletti, spettacoli teatrali, film russi, così
come siamo liberi di fare la stessa cosa rispetto ai prodotti artistici di
altre nazioni.
Vogliamo
essere liberi di andare in Russia come in qualsiasi altro Paese del mondo,
senza chiedere permessi o senza fornire spiegazioni a chicchessia.
Non
accettiamo di essere ostracizzati o silenziati o addirittura additati come
“nemico interno” o persino quali “traditori” della patria!
Leggere,
ascoltare, incontrare “l’altro”, è la via maestra per evitare di vedere in lui
il “nemico”. Solo la libertà – di pensiero, riunione, organizzazione… – può
consentirci di uscire dalla logica della contrapposizione, che ci viene
presentata come inevitabile o persino necessaria.
Noi
non intendiamo “fare una scelta di campo” (Occidente contro Oriente!), ma una
“scelta di vita”, soprattutto in nome di coloro che non hanno voce e che sono
destinati a essere le prime vittime della guerra, oggi come ieri.
Perciò
sollecitiamo tutte le voci libere, a prescindere dagli orientamenti politici
dei singoli, a fare giungere la più alta protesta contro un folle progetto
bellicistico, e schierarsi dalla parte della libertà e della pace, ribadendo
che, sempre, “una cattiva pace è migliore di una buona guerra”.
(Angelo D’Orsi)
FIRMATARI
Angelo
d’Orsi, storico, Università di Torino, scrittore e giornalista, Torino;
Alessandro
Di Battista, giornalista e scrittore, Roma;
Elena
Basile, già ambasciatrice;
Alberto
Bradanini, già ambasciatore;
Vauro
Senesi, giornalista e vignettista;
Fiammetta
Cucurnia, giornalista;
Carmen
Betti, Emerita di Pedagogia, Università di Firenze;
Marc
Innaro, giornalista;
Vincenzo
Lorusso, giornalista RT (Russia Today);
Iaia
Chambers, già professore di Studi Culturali, Università di Napoli, L’Orientale;
Laura
Salmon, Università di Genova
Ugo
Mattei, Ordinario Diritto Civile, Università di Torino;
Aldo
Giannoli, già professore di storia contemporanea Università statale di Milano;
Demostene
Floro, Responsabile Energia CER-Centro Europa Ricerche;
Massimo
Arcangeli, linguista, Università di Cagliari;
Marinella
Mondaini, filologa russa e pubblicista (Mosca);
Ruggero
Giacomini, storico (Ancona);
William
Gambetta, ricercatore Centro studi movimenti, Parma;
Lara
Ballario, giornalista, Torino;
Paolo
Desogus, docente universitario, Parigi;
Franca
Balsamo, professoressa emerita Sociologia della famiglia Università di Torino;
Diana
Carminati, già docente Storia dell’Europa contemporanea, Università Torino;
Pier
Giorgio Ardenzi, professore ordinario di economia politica, Università di
Bologna;
Giulio
Di Donato, La Fionda;
Piero
Bevilacqua, già ordinario Storia contemporanea, Università La Sapienza, Roma;
Glauco
Della Sciucca, Filmaker, Direttore di Retrospective;
Federico
Greco, Filmaker;
Gianni
Fresu, Professore di Filosofia politica all’Università degli studi di Cagliari;
Andrea
Catone, direttore Marx Ventuno edizioni;
Sandro
Teti, Editore;
Franco
Coppoli, docente, COBAS scuola;
Roberto
Passini, avvocato in Firenze. Rivista Il Ponte;
Marina
Rota, scrittrice e giornalista, Torino;
Giulio
Chinappi, analista geopolitico presso World Politica Blog e Ce SEM;
Cristina
Alzati, scrittrice, Arco (Tn);
Giorgio
Bianchi, fotoreporter;
Francesco
Toscano, direttore Visione TV;
Pino
Cabras, scrittore ed ex deputato;
Amedeo
Fenelli, docente di storia medievale, Università dell’Aquila;
Paolo
Becchi, già professore ordinario di Filosofia del Diritto, Università di
Genova;
Loris
Caruso, Università di Bergamo;
Vito
Petrocelli, ex Presidente Commissione Affari Esteri del Senato, presidente
dell’Istituto Italia BRICS – Matera;
Alexander
Ho bel, professore di Storia contemporanea, Università di Sassari. Presidente
di Futura umanità. Direttore di Marxismo Oggi online;
Leonardo
Freddezza, Vice direttore, Istituto di Cultura e Lingua Russa;
Massimo
Zucchetti, Ordinario Politecnico di Torino;
Francesca
Chiarotto, Storica del pensiero politico, Ricercatrice Università del Piemonte
Orientale;
Claudio
Grassi, Coordinatore nazionale Disarma;
Clara
Statelo, curatrice Polivo, redazione Casa del Sole TV;
Andrea
Lucidi, giornalista;
Sara
Reginella, autrice e documentarista;
Stefano
Orsi, analista militare, scrittore, articolista, youtuber;
Giuseppe
Salamone, video blogger e referente Nord Schierarsi;
Alberto
Fazzolo, giornalista e saggista, Roma;
Guido
Liguori, già prof di Storia del pensiero politico, Univ. della Calabria;
Fabrizio
Marchi, giornalista “L’Interferenza”;
Carmelo
Buscema, ricercatore e docente, Università della Calabria
Tania
Di Malta, Poetessa;
Antonino
Salerno, musicista;
Emanuela
Ligari, musicista, Pisa;
Margherita
Furlan, giornalista, Direttore Casa Del Sole TV, Roma;
Angelo
Caputo, docente, presidente ass. La Città Futura;
Gennaro
Imbriano, professore associato di Storia moderna Università di Bologna;
Jeanne
Toschi Marazzini, giornalista;
Aldo
Gaccione, responsabile del blog Odissea;
Alessandro
Guerriero, designer e fondatore di Atelier Alchimia;
Franca
Ruggieri, Emerita Università di Roma Tre;
Danila
Ghigliano, artista;
Benedetto
Ligorio, assegnista di Storia moderna e Storia dell’Europa orientale, Sapienza,
Roma;
Marilena
Budroni, microbiologa, Università di Sassari;
Paolo
Ferrero, giornalista e saggista, già deputato e ministro, Torino;
Eloisa
d’Orsi, fotoreporter e ricercatrice, Barcellona-Milano;
Ascanio
Bernardeschi, saggista, Centro Studi Domenico Losardo;
Alessandra
Cattini, già docente di Antropologia culturale alla Sapienza di Roma;
Giovanni
Rezza, docente di Igiene e sanità pubblica, Università San Raffaele, Milano;
Francesco
Ammezzai, docente di Filosofia, Scuola Europea di Varese;
Davide
Bellelli, insegnante;
Marco
Morra, docente.
Angelo
D'Orsi.
Peter
Thiem, un teologo in incognito alla Silicon Valley.
Pandorarivista.it
– (21 ottobre 2025) - Scritto da Benedetta Lazzeri, Elia Scapini – Redazione –
ci dice:
Diciamocelo,
non annoia mai il dibattito sui fondamenti primi delle società occidentali, con
l’irrisolta questione se le moderne democrazie liberali possano veramente
legittimarsi o se, in fin dei conti, poggino su presupposti che non sono in
grado di darsi.
Un tema stimolante, questo, soprattutto perché
chiama in causa la questione della religiosità, in generale, e della religione
cristiana in particolare, nel suo rapporto con le società contemporanee,
sollevando la domanda se, in fondo, l’aver relegato le religioni allo spazio
del privato sia stato veramente un buon affare o se non si sia scelto di
liquidare, assieme al Cristianesimo, anche una realtà in grado di opporsi
all’entropia intrinseca alle dinamiche umane e di potere, qualcosa che sappia
resistere al caos e alla disgregazione.
Nel
gergo teologico politico, questa forza resistente ha un nome specifico:
Katechon.
Un
termine complesso, che ci arriva dal Nuovo Testamento – 2 Tessalonicesi 2,6-7 –
e che, dalla prima Modernità alla prima metà del Novecento, ha abitato le
pagine più raffinate della trattatistica politica che, ora come allora, era mossa
da una domanda fondamentale: su quali basi si costruiscano le nostre
istituzioni e se ci sia, nelle loro fondamenta, una forza che faccia da
deterrente, da freno. Una questione che diviene sempre più urgente man mano che
le religioni, le ideologie e i simboli perdono la loro forza spirituale e
morale sulla comunità.
Ma più
del dubbio se abbiamo fatto e stiamo facendo bene, se le nostre scelte di
democrazia e liberalismo ci beneficeranno sul lungo periodo o se invece non
siamo parte di un macro trend che nel suo complesso è in declino, più di ogni
rimpianto e rimorso, siamo incuriositi dalle proposte, dalle nuove teorie e
letture, da tutte quelle voci che propongono convintamente di indicare strade
nuove, che lo siano realmente o apparentemente.
A
colorare il dibattito con un senso di fallimento e sconfitta ci hanno pensato,
fra gli altri, Donald Trump e J. D. Vance e che la loro proposta intersechi i
motivi del Cristianesimo non fa certo dubbio: abbiamo sentito parlare di
elezione divina e abbiamo visto ministri di governo riuniti in preghiera.
Non solo, J. D. Vance, convertito al
Cristianesimo dalla lettura di Agostino, ha addirittura proposto l’applicazione
geopolitica del principio dell’”ordo amoris” di Tommaso d’Aquino, mostrandone
l’interno accordo con lo slogan America First:
ci
sono cose che vengono prima e cose che vengono dopo, e le cose che vengono
prima esigono una dedizione maggiore, con buona pace di tutto il resto.
In
questo senso, per quanto possano sembrare bizzarri, i riferimenti e le
citazioni teologiche che arrivano dalla Casa Bianca andrebbero prese molto sul
serio, e non per un’improbabile consapevolezza nascosta dietro di esse, quanto
perché queste parole sono la prova della cogenza di una teoria che Carl Schmitt
sostenne quasi un secolo fa: tutte le società contemporanee e occidentali si
basano su concetti teologici secolarizzati.
Che il
Cristianesimo abbia un ruolo fondamentale nel dibattito politico mondiale non è
cosa nuova;
se si
riavvolge il nastro della storia, anche solo di due o tre anni, si vedranno
apparire, in fila, momenti fondamentali della contemporaneità più recente in
cui il Cristianesimo e i suoi principali simboli si sono fatti carico di
messaggi e gesti dalla portata politica non trascurabile, come, per esempio,
l’incontro tra il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e Donald Trump fuori
dalla Basilica di San Pietro, in Vaticano.
Il
problema, tuttavia, andrebbe posto in modo più preciso e scientifico,
domandandosi innanzitutto, che ruolo abbia il Cristianesimo nell’orientamento
delle politiche degli Stati sovrani, su tutti, in quella degli Stati Uniti di
Donald Trump.
Una
domanda che apre la strada ad altre questioni cruciali, ad esempio, quella su
quanto siano ancora pregnanti i simboli religiosi (seppur secolarizzati)
all’interno delle società occidentali;
su quale rapporto intercorra tra il
Cristianesimo professato dai trumpiani e il dio-denaro – l’unica vera guida
delle politiche della Casa Bianca e della Silicon Valley – e, ancora, se il Cristianesimo possa essere la forza in grado
di tenere a freno il caos che sta sconvolgendo gli ordini mondiali.
C’è
un’altra figura fondamentale, seppur infinitamente meno nota dei Trump e dei
Vance, che potrebbe aiutarci a rispondere a queste domande;
un
uomo che tira le fila del dibattito geopolitico mondiale e che ha influenzato
(e continua a influenzare) profondamente l’establishment nordamericano.
Classe
1967, patrimonio personale di 8 miliardi di dollari, Peter Thiem nasce a
Francoforte da famiglia tedesca poi naturalizzata statunitense. Appassionato
sin da piccolo di fantascienza, studia filosofia nella prestigiosa sede di
Stanford, dove segue i corsi di René Girard e acquisisce una specializzazione
in legge.
Prima
di approdare in California e di diventare uno dei capostipiti della Silicon
Valley, Thiem lavora come avvocato e trader.
Nel 1999 fonda “PayPal “che, un anno più
tardi, si fonde con X.com di Elon Musk prima di essere venduta a eBay (nel
2002) per 1,5 miliardi di dollari.
È solo
nel 2003 che l’ambizioso capostipite della PayPal Mafia fonda Palantir
Technologies – il nome della società, che deriva dalle “pietre veggenti” della
saga fantasy Il Signore degli Anelli di Tolkien, ci dice qualcosa
sull’eccentrica personalità di Thiem –, compagnia di software specializzata
nell’analisi e nella gestione dei dati complessi, utilizzata, tra le altre, da
agenzie governative quali CIA e FBI.
Dichiaratamente
gay, balbuziente, colto e infinitamente meno scenografico dell’allievo Musk, è
stato proprio Thiem a sdoganare, nel 2016, l’appoggio della Silicon Valley e
delle Big Tech a Donald Trump; una vicinanza che, soprattutto nelle ultime
elezioni, si è dimostrata essenziale alla leadership del Tycoon.
Minimalista, austero e con una cultura più
alta della media dei suoi sodali e colleghi, Peter Thiem è un ideologo
efficace, forse non di altissimo livello, talvolta tranchant nel tagliare lo
spazio politico mondiale in categorie riduttive (seppur schmittiane) come il
bipolarismo amico-nemico, ma sicuramente capace di orientare il sentimento
politico e geopolitico della Silicon Valley e dello Studio Ovale.
Ma
ideologo di cosa?
Qual è il pensiero, lo schema, che si nasconde
dietro la retorica ultrareazionaria e nazionalista di Trump e Vance?
Quale ragionamento può giustificare la totale
sottomissione dello spazio politico al potere economico che sembra tenere in
piedi l’asse che lega la Casa Bianca e la Silicon Valley e, soprattutto, come
entra il Cristianesimo in questa equazione?
Sono questioni complicate, come complicato è
lo scenario che le genera; tuttavia, nella confusione generale del momento,
Peter Thiem sembra poter fornire delle prime risposte.
A differenza di coloro cui si accompagna, Thiem
ha più volte tentato di dare ragione delle proprie idee e i suoi primi scritti
politicamente orientati risalgono agli anni dell’università a Stanford.
Un
particolare, questo, non da poco, considerando che la forma scritta ci fornisce
non solo una via d’accesso diretta e interna all’ideologia del magnate, ma ci
dà anche la possibilità di interpretare e commentare da fuori un pensiero che,
dal 2017 a oggi, sembra essersi rafforzato nel suo peso politico specifico.
Già
nel lontano 2003 il breve saggio (circa 25 pagine) Il momento straussiano
raccoglieva gran parte di quella che, negli anni a venire, sarebbe diventata la
sua visione politica.
Nel
libro, le riflessioni del magnate della Silicon Valley vengono liricamente
introdotte da un estratto in versi di Locksley Hall di Alfred Tennyson;
parole, quelle del poeta inglese, che con il
senno di poi risuonano più potenti e rivelatrici che mai.
Il
passo racconta una visione del futuro dai tratti escatologici: in questa
preveggenza profetica, l’uomo può spingere il proprio sguardo fino al limite
del possibile e lì vede la meraviglia del progresso. Un avanzamento tecnico del
mondo che, continua Tennyson, porta con sé guerra e distruzione, almeno fino
all’istituzione – che va di pari passo con il crollo di ogni potere politico
specifico – di un Parlamento dell’umanità, di una Federazione del mondo,
guidata solo da una saggezza condivisa che tiene a bada persino i popoli più
irrequieti e i regni più instabili.
In altre parole, Thiem non santifica il
progresso sfrenato e senza limiti, bensì sembra inserirlo in una sorta di
movimento triadico hegeliano, durante il quale, a due fasi diametralmente
opposte e inconciliabili, se ne aggiunge una di ricomprensione delle due nella
conciliazione del common senso.
Questo
senso comune tanto idealizzato è, pare ovvio, il Katechon paolino, è una forza
frenante che ha una direzione e un fine, è, insomma, un concetto teologico
secolarizzato.
Rispetto
alla visione poetica di Tennyson, non è difficile individuare la fase in cui si
trovano a vivere gli Stati contemporanei.
Il
mondo è in fiamme, la globalizzazione del commercio senza barriere è in crisi
e, con essa, la pace e l’unità che si diceva fossero seguite alla separazione
della Guerra Fredda.
Ciò
che manca – questo sembra dirci Thiem – è appunto il common senso cui Tennyson
fa riferimento nei suoi versi, lo stesso che appare ciclicamente nelle
dichiarazioni che provengono dalla Casa Bianca.
E poco importa se il modo in cui il poeta
inglese intende l’espressione poco (o niente) ha a che fare con il “buon senso”
trumpianamente inteso;
è
proprio questa l’accezione cui pensa la giovanissima speaker della Casa Bianca”
Karoline Leavitt” quando per comunicare le risoluzioni operate dal governo le
descrive come ovvie e scontate proprio perché conformi con il senso comune
della maggioranza degli elettori.
Se per
Tennyson, infatti, il senso comune è sinonimo di un “sentire collettivo”, della
ragionevole concordia condivisa da un gruppo di persone che ha il sapore di
un’élite razionale mossa dalla fiducia nell’ordine globale della giustizia, con
Trump – e forse anche con Thiem – ci troviamo di fronte a un senso comune che
non richiede nessuno sforzo di ragione ma che dà per buona l’opinione immediata
e urgente dei più, senza trascurare (anzi) le comuni (appunto!) frustrazioni e
delusioni.
La ripresa che Peter Thiem fa di questa
espressione ci mette davanti a uno dei punti essenziali del dibattito
contemporaneo:
il
senso comune ci porta tutti a evitare aghi e vaccini, il senso comune darà
ragione a chi suggerisce esservi un legame vincolante fra somaticità
biologico-genitale e rappresentazione genderizzata dell’orientamento sessuale,
il senso comune non vede ragione nello sforzo economico e bellico in guerre
oltreoceano e, cosa più importante, il common senso diviene incomprensibilmente
verità assoluta.
È stato questo, in fondo, il principale
richiamo di Vance all’Europa, quando, armato di gesso e bacchetta, ha ricordato
ai nostri politici come fare il loro mestiere:
obbedire al senso comune, a quello che la
pancia del popolo chiede a gran voce, anche qualora il buon senso sembri
spingere in una direzione diversa.
In
altre parole, esiste una teologia anche in politica, un discorso attorno a
quelli che devono essere i principi primi e ultimi delle società, ed esistono
agenti politici in grado di orientare la scena del mondo senza lasciarsi
influenzare da quelle che, alla luce di questi ragionamenti, non sono che
visioni parziali, frammentarie del reale.
Sono stati proprio i Thiem e i Musk a
orientare la scelta della Vicepresidenza su J. D. Vance – decisione che ha
scontentato l’ala più moderata dei magnati vicini a Trump – ed è stato Thiem a
fornire una parte dei presupposti teorici della campagna trumpiana contro le
istanze inclusive e la cultura woke.
Risale
addirittura a trent’anni fa un libro poco noto del proprietario di Palantir –
meno famoso del già citato “The Straussian Moment” e molto meno noto del
vendutissimo Da zero a uno – dal titolo più che eloquente: The Diversity Myth.
Scritto
quando Thiem si trovava ancora tra i banchi della Stanford University, il libro
attacca duramente le prime voci woke, accusandole di avallare un atteggiamento
“semplicemente anti-occidentale” senza alcun proposito se non quello di
distruggere l’Occidente e tutte le sue forme.
In
effetti, l’idea che la società occidentale esista anche in virtù delle sue
espressioni sociali, culturali e politiche non è di per sé errata, né può
essere sovrapposta alle istanze nazionaliste e suprematiste che formano il
sostrato ideologico che ha dato forma, tra le altre cose, al governo Trump.
L’ultranazionalismo
intransigente che muove la California delle tech affonda le sue radici in idee
molto più raffinate e colte; per comprenderle – e per tentare di capire il
valore religioso a queste associato – può essere utile tornare alle pagine
iniziali de Il momento straussiano.
Un’idea sulla piega che prendono le pagine del
saggio l’ha già data l’introduzione, con l’immagine di un’umanità impelagata in
un regno di mezzo fatto di guerra e distruzione.
L’intero
testo è permeato da un senso di minaccia da parte di un oscuro nemico che
presto si capisce essere – neanche a farlo apposta – l’Islam; un Islam
genericamente inteso, senza nessuna distinzione territoriale o politica, ma che
porta con sé l’oscura minaccia della distruzione religiosa e culturale del
mondo occidentale e democratico.
Ogni politica di integrazione e adattamento al
nuovo ordine dell’Occidente, dopo l’11 settembre, è andata sgretolandosi.
Le democrazie liberali hanno visto aumentare
le ondate di violenza e odio, il tutto mentre i partiti di sinistra e i
movimenti inclusivi strizzavano l’occhio a pensieri e religioni alternative.
A ciò si è aggiunta la depauperazione degli
Stati occidentali, con enormi flussi di denaro che, invece di favorire (come da
programma) le economie dei Paesi in via di sviluppo, andavano a stanziarsi nei
ricchi conti svizzeri di ignoti dittatori del terzo mondo.
È
probabilmente questa puntuale decostruzione delle basi su cui poggia il mondo
contemporaneo a portare Thiem a riflettere – ancora prima che sulla distruzione
dell’identità religiosa e nazionale – su quale sia la natura più profonda
dell’essere umano.
Così,
in modo apparentemente gratuito, lo scritto schmittiano di Thiem si trasforma
in quella che solo a un occhio inesperto potrebbe sembrare una speculazione
filosofica e che è, in realtà, il tentativo di basare l’agire politico dei “decision
maker” cristiani occidentali su premesse razionali.
Che
cosa ha a che fare il turbocapitalismo condito di un richiamo alla trascendenza
delle forme politiche con l’esistenza umana in genere?
Secondo
Peter Thiem, molto.
La
natura umana ha alla base una violenza cieca e incontrollabile – la stessa che
era al centro dei testi del maestro putativo di Thiem, Girard –, una brutalità
che può essere mitigata solamente dalla ragione.
L’Islam è il portatore contemporaneo di questa
bruta violenza senza intelletto, di un odio irrisolvibile e impermeabile a
quella cultura del dialogo e della coscienza introdotta, in Occidente,
dall’Illuminismo.
Mettere
la violenza alla base della natura umana, al di là dei risvolti islamofobi che
la teoria acquisisce in queste pagine, non apporta alcuna novità al dibattito
politico contemporaneo, come non è nuova la disillusione verso l’ottimistica
visione illuminista secondo cui tutti gli agenti politici, assieme, sarebbero
in grado di sedersi a un tavolo e stipulare un patto sociale sulla base del
quale avviare una convivenza pacifica e duratura.
Quello che stupisce – non per originalità,
quanto per l’eccessiva semplificazione – è l’individuazione del nemico non
tanto nel rivale (economicamente o politicamente inteso), quanto nel diverso;
insomma, il nemico come l’islamico di bianco
bendato di monicelliana memoria: “l’antico periglio che vien dallo mare”!
È una
strana commistione tra il Leviatano e il binomio schmittiano amico-nemico il
mostro a due teste che sembra orientare le idee di Thiem, secondo il quale la
scelta della sovranità dovrebbe ricadere solamente su colui che si dimostri in
grado di individuare il nemico e sia deciso a combatterlo fino ad annientarlo,
nel rispetto e nella salvaguardia del mondo occidentale e delle sue forme.
Quella
cui siamo davanti nelle pagine de Il momento straussiano è la rischiosa sintesi
tra un neoliberismo estremo e un autoritarismo dai caratteri escatologici,
quasi che la decisione del più forte sia resa tale da una volontà Altra che
arriverà a dimostrarne la futura necessità.
Thiem
ha quello che a Musk manca e quello che al Tycoon (che lo sappia o no) serve:
una visione teologica del reale.
Dove “teologico” indica una precisa visione
occidentale e cristiano-centrica secondo la quale un intelletto più alto e
potente debba indirizzare la realtà verso le sue forme proprie, tenendo a freno
le istanze particolari. Forse è proprio quella del freno, del Katechon, l’idea
che sta alla base di Palantir, l’azienda fondata dal miliardario che
ufficialmente si occupa di raccolta e protezione di dati ma della quale, nello
specifico, non si sa quasi nulla. Rimandando, ancora una volta, all’idea di un
ente di controllo superiore e ineffabile.
Un’inchiesta
di Wired, che ha anche coinvolto ex dipendenti come fonti, ha spiegato che la
piattaforma non venderebbe solo software ma anche «l’idea di soluzioni senza
attriti a problemi complessi», non solo, dopo aver collaborato con l’ICE
(Immigration and Customs Enforcement), con il Dipartimento della Difesa degli
Stati Uniti e con le forze armate israeliane, questa primavera Palantir ha
firmato un accordo con la NATO che gli permetterà – attraverso un sistema di
intelligenza artificiale acquistato dall’Alleanza – di avere accesso a tutti i
dati raccolti e annotati dei Paesi membri.
Alla
base sia di Palantir che delle riflessioni del saggio, c’è uno schema preciso
che prevede, evidentemente – e lo stesso Thiem non lo ha nascosto – un’idea di
fortificazione dell’Occidente e, con esso, delle sue forme politiche e
religiose. D’altra parte, e questo Thiem lo dice chiaramente ne Il momento
straussiano, la prerogativa principale dello statista occidentale e cristiano è
proprio quella di sapere introdurre nella comunità un potere che frena.
C’è un
problema, tuttavia, che lo stesso magnate riconosce:
l’apertura
incontrollata dei mercati e degli scambi (anche culturali) porta
necessariamente allo scontro, l’umanità si non fonda su alcun principio
positivo di unione o concordanza e l’incontro ha sempre in sé il germe della
contrapposizione.
Il
Cristianesimo – quello della Casa Bianca, che si leva al grido di Dio, Patria e
Famiglia – è l’unico freno possibile alla deflagrazione, l’unico baluardo del
vecchio mondo in dissolvenza in grado di fare la guida in tempi di distruzione
e caos.
Thiem
sembra aver risposto a ciascuna delle domande che ci eravamo posti in partenza,
tranne una:
che ne
facciamo, quindi, del neoliberismo sfrenato che lo ha creato?
(Benedetta
Lazzeri - Elia Scapini).
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