La politica dell’attendere e vedere è finita. Ora è tempo di agire.
La
politica dell’attendere e vedere è finita. Ora è tempo di agire.
Pronto
il Primo Magnete Superconduttore Italiano per la Fusione Nucleare!
Conoscenzealconfine.it
– (5 Maggio 2026) - Mimmo Petrazzuolo – Redazione – ci dice:
In Via
Melara alla Spezia, fanno i cannoni più avanzati del mondo.
E adesso anche i magneti per l’energia delle
stelle.
Nella
stessa via dove Leonardo costruisce il cannone navale da 127 mm che arma le
fregate di mezzo pianeta, c’è un’altra fabbrica.
Si
chiama “ASG Superconductors”.
Fino a
ieri era quasi sconosciuta fuori dal settore. Oggi ha appena consegnato
qualcosa che non era mai stato fatto in Italia.
Il primo magnete superconduttore italiano per la
fusione nucleare.
Pesa
16 tonnellate. È alto più di 6 metri.
Raffreddato
a pochi gradi sopra lo zero assoluto, genera un campo magnetico 100.000 volte
più potente di quello terrestre.
Non per distruggere nulla – per contenere
qualcosa di ancora più difficile da gestire: un plasma riscaldato a 200 milioni
di gradi.
Dieci
volte la temperatura del nucleo del Sole.
Questo
magnete non è un pezzo di ricerca universitaria.
È uno
dei 18 magneti toroidali che andranno dentro il DTT – il “Divertor Tokamak Test”
– il tokamak tutto italiano che ENEA sta costruendo a Frascati, vicino Roma.
Il
progetto che vuole dimostrare, una volta per tutte, che la fusione nucleare può
diventare una fonte di energia su scala industriale.
Prima
di questo, ASG aveva già lavorato su ITER, il più grande esperimento di fusione
del mondo, in costruzione nel sud della Francia.
E su
JT-60SA, il tokamak giapponese.
Due
progetti che insieme coinvolgono 35 nazioni e decenni di investimenti globali.
Eppure
il magnete per il DTT – il progetto italiano – è il primo che ASG costruisce
interamente per una macchina nazionale.
18
magneti in totale. Il primo è pronto.
Una
fabbrica in una via della Spezia sta fabbricando i pezzi con cui l’Italia
potrebbe contribuire a risolvere il problema energetico del pianeta.
In
breve: “ASG Superconductors” alla Spezia ha costruito il primo magnete
superconduttore italiano per la fusione nucleare.
Il
magnete (16 tonnellate, alto 6 metri) genera un campo magnetico 100.000 volte
quello terrestre per contenere plasma a 200 milioni di gradi.
Andrà
nel DTT, il tokamak tutto italiano di ENEA a Frascati: 18 magneti in totale, il
primo è consegnato.
(Mimmo
Petrazzuolo).
(facebook.com/groups/1693179384142324/?multi_permalinks=26316643258035928).
Crisi
Medio Oriente, Giorgetti: finita
la
politica dell’attendere, ora è tempo di agire.
Mef.gov.it
– (04 maggio 2026) – Ministero dell’economia e della finanza – Redazione – ci
dice:
L’intervento
del ministro all’Eurogruppo ha aperto il dibattito sui rimedi alla crisi
economica.
Incontro con il Commissario Dombrovskis apre
discussioni su mandato Parlamento italiano.
Bruxelles,
4 maggio 2026.
Le
recenti tensioni geopolitiche in Medio Oriente stanno indebolendo le
prospettive macroeconomiche globali, generando uno shock energetico che incide
sulla crescita, alimenta pressioni inflazionistiche e accresce i rischi al
ribasso per l’economia europea.
È quanto ha sottolineato il ministro
dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, nel suo intervento
all’Eurogruppo.
A
margine della riunione Giorgetti ha incontrato il commissario europeo per
l’economia, Valdis Dombrovskis, aprendo così il dibattito sui rimedi alle
conseguenze negative della crisi in Medio Oriente in rispetto del mandato del
parlamento italiano che lo scorso 30 aprile ha approvato la risoluzione al DFP.
Giorgetti
si è soffermato sulle difficoltà dei settori produttivi più esposti all’aumento
dei prezzi energetici.
L’inflazione è destinata ad aumentare –
avverte il ministro - e all’orizzonte potrebbe esserci una stretta monetaria.
La dipendenza strutturale dalle importazioni
energetiche rimane elevata, sottolineando la necessità di accelerare la
transizione verso fonti energetiche più sicure e sostenibili.
“L’economia
italiana sta dimostrando resilienza”, ma vi è “forte preoccupazione per il
potenziale impatto sulla nostra industria, a cominciare dal settore chimico,
seriamente colpito dalla scarsità delle materie critiche”.
Ecco perché secondo Giorgetti “lo shock
energetico causato dalla crisi iraniana richiede una risposta rapida,
coordinata e proporzionata da parte dell’Unione europea, che tragga
insegnamento dalla crisi del 2022 2023”.
Nel
delineare le possibili risposte all’attuale contesto di crisi, le misure di
mitigazione di emergenza rimangono necessarie, ma “dovrebbero essere mirate,
temporanee e integrate in un quadro europeo comune”. In questo quadro, se la
situazione dovesse continuare a peggiorare, sarebbe opportuno attivare una
clausola di salvaguardia generale a livello UE per ottenere maggiore spazio di
bilancio.
Qualora
tale opzione non trovasse il necessario consenso, un’attivazione coordinata
delle clausole di salvaguardia nazionali rappresenterebbe la migliore
alternativa, con un rigoroso impegno a mantenere la sostenibilità fiscale.
In ogni caso, il loro utilizzo sarebbe
temporaneo, di portata limitata e mirato ai settori più esposti, in linea con
la flessibilità ora prevista dalla Commissione per il quadro UE sugli aiuti di
Stato (Temporary Framework per il Medio Oriente – METSAF).
Secondo
il ministro “un tale approccio garantirebbe parità di condizioni tra gli Stati
membri, consentendo un sostegno mirato e preservando al contempo l’integrità
del mercato unico”.
Quanto
all’allocazione degli interventi, le misure dovrebbero rimanere incentrate
sull’attenuazione dell’impatto sui settori più colpiti, in particolare
agricoltura, pesca, trasporti e industrie ad alta intensità energetica,
attraverso un sostegno proporzionato e temporaneo.
Tra le
opzioni considerate, il ministro dell’economia ha indicato, coerentemente con
le proposte del Parlamento, l’estensione, lasciando invariato il tetto già
previsto, “dell’applicazione della clausola di salvaguardia nazionale (NEC) a
fini di difesa per quanto riguarda le conseguenze negative della crisi iraniana
sul settore energetico, invocando le esigenze di sicurezza nazionale già
previste nel Temporary Framework approvato la settimana scorsa dalla
Commissione Ue”. L’auspicio è che questa strada che possa raccogliere un
consenso ampio anche da parte di altri Paesi europei.
Sul
fronte delle risorse, il ministro ha inoltre manifestato interesse a discutere
misure selettive per l’incremento delle entrate, sostenendo “l ’introduzione a
livello UE di una tassa sugli extraprofitti delle società energetiche, come
suggerito dall’Italia e da altri quattro Stati membri (Germania, Portogallo,
Austria e Spagna) in una lettera inviata alla Commissione il 3 aprile”.
Al riguardo, nella comunicazione “Accelerate EU” del
22 aprile, la Commissione ha dichiarato che non presenterà una proposta
specifica, ma si è detta pronta a fornire assistenza nella stesura di tali
imposte.
In tale contesto, il ministro ha auspicato una
proficua collaborazione. “La politica dell’attendere e vedere è finita. Ora è
tempo di agire”.
Trump
gela l'Iran: «Vogliono un accordo, il loro esercito è sparito». Poi l'apertura
a XI Jinping: lo scenario.
Msn.com
– Leggo.it - Storia di Redazione web - (05-05-2026) – ci dice:
© Ansa.
Il
Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, stringe il cerchio intorno a
Teheran in vista del decisivo vertice di Pechino con XI Jinping, previsto per
il 14 e 15 maggio.
Parlando
dallo Studio Ovale, il tycoon ha dipinto un quadro di totale supremazia
americana, convinto che la Repubblica Islamica sia ormai alle corde e pronta a
negoziare, nonostante la retorica pubblica suggerisca il contrario.
L'asse
con la Cina.
Il
dossier iraniano sarà il piatto forte dell'incontro con il leader cinese.
«Sarà uno degli argomenti, ma lui è stato
molto gentile al riguardo», ha spiegato Trump riferendosi a XI, descritto come
«un tipo in gamba con cui sono in ottimi rapporti».
Secondo
il Presidente, Pechino non intende ostacolare i piani di Washington: «È stato
molto rispettoso.
Non siamo stati sfidati dalla Cina. Non ci
sfidano. Lui non lo farebbe. Non credo che lo farebbe per via mia».
«Il
loro esercito è totalmente sparito».
Trump
ha usato toni durissimi per descrivere lo stato attuale delle forze iraniane,
sostenendo che la resistenza di Teheran sia ormai solo di facciata.
«L'Iran
vuole fare un accordo. E chi non lo vorrebbe quando il tuo esercito è
totalmente sparito?», ha incalzato il Presidente davanti ai giornalisti,
aggiungendo con sicurezza: «Possiamo fare tutto quello che vogliamo con loro.
Chi non lo vorrebbe?».
(Trump
sminuisce il conflitto con l'Iran: "Una miniguerra" - RaiNews
multimedia).
Secondo
la visione della Casa Bianca, il Paese asiatico non avrebbe più margini di
manovra:
«L'Iran
vuole fare un accordo. E chi non vorrebbe? Non hanno più nulla».
I
«giochetti» di Teheran.
Il
tycoon non ha però risparmiato critiche al modo in cui i leader iraniani
gestiscono la comunicazione, accusandoli di ipocrisia. «Quello che non mi piace dell'Iran è
che parlano con me con grande rispetto, e poi vanno in televisione e dicono:
'non abbiamo parlato col presidente'». Secondo Trump, si tratterebbe solo
di una messinscena:
«Quindi
giocano, ma lasciate che vi dica una cosa: vogliono fare un accordo».
Petrolio
e deterrenza nucleare.
Infine,
il Presidente ha rivendicato il successo delle sanzioni che hanno «schiacciato»
l'economia di Teheran, sottolineando come il prezzo del barile sia rimasto
stabile intorno ai 102 dollari, scongiurando i picchi di 300 dollari temuti dai
mercati.
«Un
prezzo davvero esiguo da pagare per evitare che dei pazzi possiedano l'arma
nucleare», ha concluso, esortando l'Iran a «fare la cosa intelligente» per
evitare ulteriori perdite di vite umane:
«Non vogliamo intervenire e uccidere altre
persone. Davvero non vogliamo».
La
diplomazia dell’energia fossile
e le
casse vuote per
mitigare
il caro-prezzi.
Ilmanifesto.it
– Economia – (05 -05 -2026) - Roberto Ciccarelli – ci dice:
Ultimi
spiccioli I problemi del governo tra l'Eurogruppo a Bruxelles e la ricerca di
più gas in Azerbaigian.
Ue: sui dazi di Trump prevale una cautela che
rischia di finire in stallo.
In
equilibrio precario tra le stanze di Bruxelles, dove si fanno orecchie da
mercante sulle proposte italiane riguardanti le deroghe al patto di stabilità,
e i giacimenti di gas in Azerbaigian da cui la presidente del consiglio Giorgia
Meloni punta ad ottenere fino a 20 miliardi di metri cubi di gas e il
rafforzamento del Tap: il” Trans Adriatic Pipeline”.
La
chiama «diplomazia dell’energia».
Quella fossile, perché di rinnovabili non se
ne parla.
Così
il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si è ripresentato ieri
all’Eurogruppo a Bruxelles dove ha confermato la debolezza di un esecutivo che
teme di restare strozzato tra il rigore dei conti europei e la guerra di Trump
in Iran che ha fatto impazzire i prezzi del petrolio.
Tutto
questo mentre la presidente del consiglio Giorgia Meloni a Baku ha rispolverato
l’idea di trasformare l’Italia in un «hub» delle energie fossili.
La
partita è difficile in Europa dove la Francia e il blocco dei «paesi frugali»,
e in generale la stessa commissione Europea, hanno frenato il pressing di Roma
all’ultimo Consiglio Europeo a Cipro.
Per
loro l’attuale crisi energetica non giustifica misure eccezionali simili a
quelle decise nel 2020 quando c’era la pandemia.
Ciò
che in realtà si teme è che il sostegno alla domanda di energia (fossile)
finirebbe solo per alimentare l’inflazione che è in aumento. Questo perché ci
si troverebbe di fronte a uno «choc dell’offerta» che non richiede tutti i
mezzi straordinari varati durante il Covid.
Senza contare il fatto che l’Italia non ha
ancora formalizzato la richiesta di attivare la clausola sulla spesa per la
difesa perché non è rientrata dalla procedura europea di infrazione per un
eccesso di deficit (3,1%).
«Se la
situazione dovesse continuare a peggiorare, sarebbe opportuno attivare una
clausola di salvaguardia generale a livello Ue per ottenere maggiore spazio di
bilancio», ha spiegato Giorgetti all’Eurogruppo. Giorgetti ha declinato altre
opzioni:
«Un’attivazione
coordinata delle clausole di salvaguardia nazionali rappresenterebbe la
migliore alternativa, con un rigoroso impegno a mantenere la sostenibilità
fiscale – ha aggiunto.
Un’altra opzione sarebbe quella di estendere,
lasciando invariato il tetto già previsto, l’applicazione della clausola di
salvaguardia nazionale a fini di difesa per quanto riguarda le conseguenze
negative sul settore energetico».
Quest’ultima
sarebbe, ad avviso di Giorgetti, una «terza via» che permetterebbe di invocare
le questioni di «sicurezza nazionale» previste nel nuovo quadro temporaneo
della Commissione Ue e applicate a settori come agricoltura, pesca e industria
chimica.
Come
Meloni, anche Giorgetti ha lanciato un monito.
La
premier ha detto che l’Ue deve passare «dal saper reagire al saper prevedere
crisi» e ha scoperto il concetto di «poli-crisi», cioè il fatto che viviamo in
più crisi collegate.
Giorgetti
ha aggiunto: «La politica attendere e vedere è finita, ora è tempo di agire».
Entrambi
hanno messo in discussione l’atteggiamento della Commissione Ue e della Bce.
Considerazioni che hanno bisogno di spalle
larghe, e di alleanze. Condizioni che non sembrano essere alla portata del
governo, per ora. Giorgetti ha infine richiesto l’introduzione di una tassa
europea sugli extraprofitti delle società energetiche.
Una
tassa che è stata rifiutata da Bruxelles che ha invitato i singoli paesi a
vararla da soli.
Eventualità esclusa da Roma.
«Hanno
scoperto la dipendenza strutturale dalle importazioni energetiche, ma è proprio
il loro governo – ha commentato Angelo Bonelli(Avs) – ad aver reso l’Italia più
debole facendo una guerra ideologica alle rinnovabili.
Già
nel 2022 le imprese avevano proposto 60 GW di nuova capacità “green”:
un
piano da 85 miliardi che, se attivato allora, ci avrebbe permesso di arrivare a
oggi producendo in Italia una quantità di energia paragonabile a quella
ottenuta dal gas di Usa e Qatar insieme.
Hanno
preferito tenerci legati al gas: questa crisi e il caro bollette portano la
firma della destra».
A
chiudere il cerchio delle preoccupazioni europee è l’ombra dei dazi di Trump.
I
ministri finanziari all’Eurogruppo e la Commissione Europea hanno scelto la via
della cautela, sperando che le minacce su auto e camion europei siano solo
tattiche negoziali.
Tuttavia,
resta la consapevolezza che la pressione americana lascerà cicatrici profonde.
In
Germania, il ministro Klingbeil predica unità, ma l’economista Marcel Fratesche
suggerisce di tassare le aziende tech statunitensi per negoziare da una
posizione di forza.
L’Europa
rischia lo stallo:
da un
lato, l’avvertimento del premio Nobel “Joseph Stiglitz” sulla profondità delle
conseguenze a lungo termine della stagflazione; dall’altra, il timore di
sovvenzionare i consumi fossili che, ufficialmente, vorrebbe abbandonare.
Eurogruppo,
Giorgetti: "Estendere
clausola
di salvaguardia per
la
difesa anche a energia."
Tg24.sky.it
- Economia – (04 mag. 2026) - ©Ansa – Redazione – ci dice:
Nel
suo intervento, il ministro dell'Economia ha illustrato la sua proposta per
affrontare la crisi energetica dovuta al conflitto in Iran.
E ha
aggiunto di essere interessato a sostenere "l'introduzione a livello Ue di
una tassa sugli extraprofitti delle società energetiche, come suggerito
dall'Italia e da altri quattro Stati membri (Germania, Portogallo, Austria e
Spagna) in una lettera inviata alla Commissione il 3 aprile".
Dombrovskis:
"Su crisi a stretto contatto con Stati, Italia inclusa"
L'inflazione
che sale e una crisi energetica di cui non si vede la fine:
oggi
l'Eurogruppo è tornato a ospitare un dibattito acceso come non lo si vedeva da
tempo.
E, in
questo quadro, il ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti, nel suo
intervento, ha segnalato come "opzione" quella di "estendere,
lasciando invariato il tetto già previsto, l'applicazione della clausola di
salvaguardia nazionale" per la deroga al Patto di stabilità "a fini
di difesa alla crisi iraniana, per quanto riguarda le conseguenze negative sul
settore energetico, invocando le questioni di sicurezza nazionale già previste
nel “Temporary Framework” approvato la settimana scorsa dalla Commissione
Ue" .
Giorgetti:
"Discutere di una tassa Ue sugli extraprofitti"
Non
solo.
Giorgetti ha detto anche di essere
"interessato a discutere misure selettive per l'incremento delle
entrate".
In quest'ottica, "sosterrei
l'introduzione a livello Ue di una tassa sugli extraprofitti delle società
energetiche, come suggerito dall'Italia e da altri quattro Stati membri
(Germania, Portogallo, Austria e Spagna) in una lettera inviata alla
Commissione il 3 aprile".
"Credo che la politica 'attendere e
vedere' sia finita.
Ora è
tempo di agire", si legge nella conclusione del suo intervento.
Su questa ipotesi è intervenuto a stretto giro
anche il commissario Ue all'Economia” Valdis Dombrovskis” nella conferenza
stampa al termine dell'Eurogruppo:
"La
tassazione degli extraprofitti è una possibilità:
gli
Stati membri possono utilizzarla.
Al momento, però, non stiamo prevedendo né
raccomandando alcuna iniziativa a livello europeo.
La
nostra valutazione è che l'applicazione passata di questa misura durante la
precedente crisi energetica abbia prodotto risultati contrastanti.
Tuttavia,
se gli Stati membri sono interessati a introdurla a livello nazionale, la
possibilità esiste certamente".
Dombrovskis:
"Su crisi a stretto contatto con Stati, Italia inclusa."
Ma
Dombrovskis ha commentato anche l'idea di estendere la clausola per la difesa
all'energia:
"Diversi Stati membri hanno espresso
opinioni differenti sulla risposta appropriata di politica fiscale.
Continuiamo
ovviamente a lavorare a stretto contatto con gli Stati membri, inclusa
l'Italia, per sviluppare questa risposta di politica fiscale. Ma per il momento
il nostro consiglio è di attenersi a misure temporanee e mirate, con un impatto
fiscale contenuto".
Scorte
di gas, l'Italia accelera: sfiorato il 50%, è record Ue.
Buch
(Bce): "Banche resilienti, ma crisi in Medio Oriente può pesare."
Sul
versante bancario, invece, è intervenuta la responsabile della vigilanza
bancaria Bce, “Claudia Buch”:
"Il
settore bancario europeo rimane resiliente", ma "questa resilienza
potrebbe essere messa alla prova", ha avvertito.
"Il conflitto in Medio Oriente si
aggiunge a un contesto geopolitico già complesso, con implicazioni per i prezzi
dell'energia, l'inflazione e la crescita.
Le condizioni finanziarie si sono irrigidite,
riflettendo il calo dei prezzi azionari e l'aumento dei premi per il rischio.
Ciò
potrebbe pesare sugli investimenti, mettere sotto pressione la capacità dei
debitori di rimborsare i prestiti e, in ultima analisi, incidere sulle
banche", ha aggiunto.
Europa.
Energia,
la ricetta di Giorgetti:
Clausola
di salvaguardia e tassa
Ue
sugli extraprofitti."
Ilgiornale.it
- Camilla Conti – (5 maggio 2026) – Redazione – ci dice
Il
ministro chiede deroghe al Patto di Stabilità come per la Difesa. L'assist
della Germania.
Energia,
la ricetta di Giorgetti: "Clausola di salvaguardia e tassa Ue sugli
extraprofitti."
Far
rientrare le spese per fronteggiare i rincari dei prezzi dell'energia a danno
dei settori economici più colpiti nella clausola di salvaguardia Ue, che
permette di deviare temporaneamente dai requisiti di bilancio, per sostenere le
spese per la difesa.
È
questa la proposta centrale avanzata ieri dal ministro dell'economia Giancarlo
Giorgetti all'Eurogruppo.
"Se
la situazione dovesse continuare a peggiorare, sarebbe opportuno attivare una
clausola di salvaguardia generale a livello Ue per ottenere maggiore spazio di
bilancio.
Se non
si raggiungesse il consenso necessario per questa soluzione, un'attivazione
coordinata delle clausole di salvaguardia nazionali rappresenterebbe la
migliore alternativa, con un rigoroso impegno a mantenere la sostenibilità
fiscale.
Un'altra
opzione sarebbe quella di estendere, lasciando invariato il tetto già previsto,
l'applicazione della clausola di salvaguardia nazionale a fini di difesa alla
crisi iraniana per quanto riguarda le conseguenze negative sul settore
energetico".
Quest'ultima viene considerata dal ministro la
soluzione più praticabile, stando a fonti ministeriali.
"Sono
anche interessato a discutere misure selettive per l'incremento delle entrate.
In quest'ottica, sosterrei l'introduzione a livello Ue di una tassa sugli
extraprofitti delle società energetiche, come suggerito dall'Italia e da
Germania, Portogallo, Austria e Spagna, in una lettera inviata alla Commissione
il 3 aprile", ha aggiunto.
Sottolineando
che "ora è tempo di agire", perché "la politica attendere e
vedere è finita".
Su
questo punto, Roma è allineata con Berlino.
Qualche
ora prima che intervenisse Giorgetti, il ministro delle Finanze tedesco,” Lars
Klingbeil”, aveva dichiarato:
"È
ingiusto se grandi imprese stanno realizzando profitti proprio grazie alla
situazione attuale e quindi ritengo che sia giusto, una questione di equità,
che le imprese che traggono profitto dalla crisi contribuiscano anche ai costi
della crisi.
Per questo continuerò a sostenerlo anche
all'Eurogruppo.
Ho al mio fianco Paesi come Spagna e Italia e
ora si tratta di trovare una maggioranza.
Mentre
i ministri europei si confrontano su come gestire la crisi, Giorgia Meloni è
volata a Baku, dove la premier ieri ha incontrato il presidente Ilham Aliyev.
"Abbiamo deciso di trasformare la nostra
collaborazione in una sorta di coordinamento politico permanente per
programmare insieme soprattutto le priorità che ci diamo da qui al
futuro", ha detto la premier nelle dichiarazioni congiunte al termine
dell'incontro.
L'Azerbaigian rappresenta uno snodo chiave per
la sicurezza energetica italiana perché è il secondo fornitore di gas e
petrolio, con circa il 16-17% del fabbisogno nazionale coperto.
Le
importazioni di gas azero avvengono attraverso il Corridoio meridionale del
gas, di cui il “Trans-Adriatic Pipeline” (Tap) rappresenta il tratto finale.
"Lo
scorso anno l'Azerbaigian ha esportato 25 miliardi di metri cubi di gas
naturale, di cui 5 miliardi verso il mercato italiano.
E oggi
abbiamo discusso di come aumentare il volume. Per farlo, il progetto Tap deve
naturalmente essere ampliato.
È già
stato fatto in una certa misura, ma questo processo deve continuare", ha
detto il presidente “Aliyev”.
("Putin
teme un colpo di Stato": cosa c'è dietro l'allarme che scuote il Cremlino
e chi vuole colpirlo.).
"Io,
imam di Francia, vi spiego perché l'islam radicale è una minaccia. Vogliono la
sharia, l'Italia è in pericolo.”
Ilgiornale.it
- Francesco Giubilei – (6 maggio 2026) – Redazione – ci dice:
Europa.
L'intervista
esclusiva a Hassan Chalghoumi.
Il
religioso moderato Hassan Chalghoumi:
"L'alleanza con l'estrema sinistra è un
pericolo reale"
"Io,
imam di Francia, vi spiego perché l'islam radicale è una minaccia.
Vogliono la sharia, l'Italia è in
pericolo."
Hassan
Chalghoumi è l'Imam della moschea di “Drancy” ed è il presidente della
Conferenza degli Imam di Francia, per la sua lotta al radicalismo islamico vive
da anni sotto scorta ed è uno dei volti più noti oltralpe per il dialogo
interreligioso e il contrasto all'antisemitismo.
Lo abbiamo intervistato sul pericolo della
diffusione dell'islamismo radicale in Italia.
Esiste
in Francia e in Europa un pericolo legato all'Islam radicale?
"Sì,
purtroppo.
Poiché
ho difeso la libertà, la Repubblica e i valori democratici europei, ne ho
pagato il prezzo.
Vivo
da quasi vent'anni sotto protezione della polizia.
Ho subìto minacce di morte, fatwa, aggressioni
e tentativi di intimidazione.
La mia
famiglia ne ha sofferto profondamente, con un allontanamento forzato, una vita
all'estero per alcuni e grandi sconvolgimenti personali. Il pericolo dell'Islam
radicale è oggi una delle principali minacce per l'Europa.
L'islamismo non è una semplice deriva
religiosa:
è un
progetto ideologico e politico che mira a distruggere le società dall'interno,
a dividere i popoli e a creare società parallele.
Alcune
nazioni si sono risvegliate e hanno compreso la posta in gioco: proteggere la
propria popolazione dall'Islam radicale, dall'Islam politico e dai Fratelli
Musulmani.
Penso in particolare agli Emirati Arabi Uniti.
Questi
movimenti cercano di mettere in discussione l'uguaglianza tra donne e uomini,
di alimentare l'antisemitismo e di frenare ogni forma di integrazione.
Reclutano
giovani fragili con un discorso di rottura e di scontro.
Sono tra noi, ma sono contro di noi; non sono
con noi.
Il pericolo è reale, enorme, e non bisogna più
sottovalutarlo".
Il
legame tra la sinistra radicale e l'islam radicale rappresenta un pericolo per
la democrazia?
"Sì,
è un pericolo reale e preoccupante.
Esiste
una convergenza tra alcune correnti dell'estrema sinistra e l'islam politico,
in particolare le reti vicine ai Fratelli Musulmani.
Questa
alleanza si basa spesso su interessi elettorali e su un discorso vittimistico.
Cause
come Gaza, la Palestina, la storia coloniale o l'islamofobia vengono
strumentalizzate per mobilitare e radicalizzare una parte della gioventù.
Questo discorso alimenta l'islamismo politico,
gli conferisce legittimità e gli permette di affermarsi nel dibattito pubblico.
Contribuisce
alla divisione della società, all'ascesa dell'antisemitismo e all'indebolimento
dei valori democratici.
Si tratta di un'alleanza pericolosa, poiché
prepara un terreno favorevole all'islamismo in Europa".
Alcune
figure dell'Islam radicale vogliono entrare nelle istituzioni?
"Sì,
chiaramente.
L'islamismo, in particolare quello dei
Fratelli Musulmani, è un progetto politico strutturato, strategico e a lungo
termine.
Non è
un progetto religioso, ma un progetto di potere.
Il suo obiettivo è quello di utilizzare la
democrazia per indebolirla e, a lungo termine, trasformarla in profondità.
Si
comincia a livello locale:
elezioni comunali, influenza sui voti,
controllo di alcune associazioni, pressione sui finanziamenti pubblici.
Oggi
non siamo più solo nella fase dell'entrismo.
In alcune città siamo già nella fase del
dominio.
Sono
riusciti a insediarsi, a influenzare e talvolta a controllare le dinamiche
locali.
Avanzano
progressivamente, avvalendosi di associazioni caritative, culturali o di difesa
dei diritti, per mascherare il loro vero progetto. Conoscono perfettamente le
leggi, mettono alla prova le fragilità del sistema e sanno come inserirsi in
esso.
Il loro obiettivo è quello di imporre
progressivamente norme contrarie ai valori democratici:
separazione
dei sessi, pressione religiosa, messa in discussione delle libertà,
rivendicazioni comunitarie e logica di società parallela".
Cosa
ne pensate della proposta di istituire il Ramadan come festa nazionale in
Italia?
"Il
Ramadan è un momento spirituale importante per i musulmani.
Deve
essere rispettato come pratica religiosa, sia personale che comunitaria.
Ma
istituirlo come festa nazionale in un paese europeo pone un problema di
principio in una democrazia laica.
Lo Stato deve rimanere neutrale e non favorire
alcuna religione. Bisogna anche essere lucidi:
alcune
correnti legate all'Islam politico, in particolare i Fratelli Musulmani,
possono utilizzare questo tipo di rivendicazione come strumento di influenza.
La
loro strategia è progressiva:
chiedere
poco all'inizio, testare le reazioni, poi avanzare ulteriormente. È una logica
di insediamento e di lenta trasformazione".
Cosa
dovrebbero fare le istituzioni italiane per impedire la diffusione dell'islam
radicale?
"La
Francia vanta oltre 25 anni di esperienza nella lotta contro l'islamismo e
l'islam politico.
Ha
adottato misure significative contro il separatismo e l'entrismo. Desidero
rendere omaggio al lavoro svolto durante i due mandati del presidente Emmanuel
Macron e al suo governo che stanno conducendo un'azione determinante contro
l'islamismo, il separatismo e le reti di influenza legate all'islam politico.
L'Italia
deve agire subito.
Non
bisogna aspettare di trovarsi in una situazione di scontro per reagire.
L'azione
deve essere globale: giuridica, educativa, mediatica e sociale. Bisogna
controllare i finanziamenti, regolamentare le strutture, sostenere i musulmani
legati ai valori democratici e combattere la radicalizzazione dei
giovani".
Cosa
ne pensa dei partiti composti esclusivamente da musulmani?
"Sono
contrario a qualsiasi logica comunitarista in politica.
L'Islam politico, in particolare quello
sostenuto dai Fratelli Musulmani, mira proprio a strutturare la società attorno
all'identità religiosa.
I
cittadini musulmani devono partecipare pienamente alla vita democratica, ma in
un quadro comune, repubblicano e universale. Creare partiti basati sulla
religione è pericoloso.
Questo divide la società, indebolisce l'unità
nazionale e può aprire la porta a ideologie radicali".
.
"Putin
teme un colpo di Stato": cosa c'è dietro l'allarme che scuote il Cremlino
e chi vuole colpirlo.
Ilgiornale.it
- Federico Giuliani – (4 maggio 2026 ) - Redazione – ci dice:
Allarme
a Mosca.
Secondo
indiscrezioni dell’intelligence occidentale, Vladimir Putin teme complotti
interni e ha rafforzato drasticamente la propria sicurezza personale.
"Putin
teme un colpo di Stato": cosa c'è dietro l'allarme che scuote il Cremlino
e chi vuole colpirlo.
Cosa
sta succedendo in Russia?
Le
intelligence occidentali sostengono che almeno dall'inizio di marzo il Cremlino
sia preoccupatissimo dalla fuga di informazioni riservate, dal rischio di
complotti e, peggio ancora, dal possibile tentativo di colpo di Stato guidato
da Sergei Shogun.
La
sicurezza personale di Vladimir Putin sarebbe così stata rafforzata in maniera
drastica, con sistemi di sorveglianza installati persino nelle case dei suoi
più stretti collaboratori.
I
timori di un golpe e la recente ondata di assassinii di alti ufficiali militari
avrebbero dunque spinto il presidente russo a prendere adeguate contromisure.
“Il
Cremlino rischia un colpo di Stato.”
La CNN
ha scritto che c'è un nome, in particolare, tra i membri dell'élite politica
russa che preoccupa Putin: quello di Shogun, un tempo stretto collaboratore del
presidente.
L'ex
ministro della Difesa, adesso segretario del Consiglio di Sicurezza, "è
associato al rischio di un colpo di stato, poiché conserva una notevole
influenza all'interno dell'alto comando militare", si legge in un report
diffuso dagli 007 occidentali.
Il
documento aggiunge che l'arresto di Ruslan Tagiko, ex vice di Shogun, avvenuto
il 5 marzo, è considerato "una violazione degli accordi di protezione
tacita tra le élite, che indebolisce Shogun e aumenta la probabilità che egli
stesso possa diventare oggetto di un'indagine giudiziaria".
A
proposito di Tagiko, in una dichiarazione rilasciata a marzo, la commissione
investigativa russa ha annunciato il suo arresto con l'accusa di appropriazione
indebita, riciclaggio di denaro e corruzione.
In
ogni caso, tutte queste indiscrezioni non sono accompagnate da prove a sostegno
delle accuse contro Shogun.
Non solo: un tentativo di destituire il
presidente russo rappresenterebbe un netto ribaltamento di alleanze.
È
inoltre significativo che i servizi segreti europei, di fatto, stiano
avvertendo il Cremlino di un possibile colpo di Stato.
Rafforzata
la sicurezza personale di Putin.
La
sicurezza personale di Putin, come detto, sarebbe stata rafforzata. Cuochi,
guardie del corpo e fotografi che lavorano con il presidente avrebbero il
divieto di utilizzare i mezzi pubblici.
Tutti
i visitatori del capo del Cremlino dovrebbero essere sottoposti a due
controlli, mentre coloro che lavorano a stretto contatto con il leader russo
potrebbero utilizzare solo telefoni cellulari senza accesso a internet.
Il
motivo di tutto ciò?
Queste
misure, spiegano le intelligence occidentali, suggeriscono un crescente
malcontento all'interno del Cremlino, che si trova ad affrontare problemi
sempre più pressanti sia in patria che all'estero, tra cui difficoltà
economiche, crescenti segnali di dissenso e battute d'arresto sul campo di
battaglia in Ucraina.
Nel
dossier diffuso dalla CNN ci sono altre informazioni curiose, ovviamente
impossibili da confermare o smentire.
I funzionari della sicurezza russa avrebbero
drasticamente ridotto il numero di luoghi che Putin visita regolarmente.
Quest'anno,
tra l'altro, non ha ancora visitato alcuna struttura militare, nonostante i
viaggi previsti per il 2025.
Per aggirare
queste restrizioni, il Cremlino diffonderebbe al pubblico immagini
preregistrate del presidente che, dallo scoppio della guerra in Ucraina,
sarebbe anche solito trascorrere diverse settimane in bunker potenziati, spesso
a Krasnodar, una regione costiera affacciata sul Mar Nero a diverse ore di
distanza da Mosca.
Patto
di Stabilità, Giorgetti incalza
l’Ue: "Deroghe anche per il caro-energia."
Rainews.it
– (04/05/2026) - Giancarlo Giorgetti – Redazione – ci dice:
Shock
energetico.
Proposta
di estendere le clausole della difesa alla crisi energetica.
Il Mef: "Serve agire subito".
Dubbi
da Bruxelles e asse con la Germania.
Il
Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha aperto ufficialmente il dibattito
all’Eurogruppo sulla necessità di una risposta fiscale comune agli shock
derivanti dalla crisi in Medio Oriente.
La
richiesta italiana è chiara:
estendere
le deroghe al Patto di Stabilità, già previste per le spese militari
nell'ambito del piano "Prontezza 2030", anche ai costi straordinari
legati all'energia.
L’obiettivo
di Giorgetti è utilizzare la cornice normativa esistente – che consente
scostamenti fino all’1,5% del PIL – senza variare i tetti di spesa, ma
includendo le contromisure contro il caro-bollette e la scarsità di materie
critiche che sta colpendo duramente l'industria.
"La politica dell'attendere è finita, ora è tempo
di agire", ha avvertito il Ministro, sottolineando i rischi al ribasso per
crescita e inflazione.
Asse
sugli extraprofitti e freddezza di Bruxelles.
L'Italia
non è sola in questa battaglia.
Si è
consolidato un asse con la Germania (supportato anche da Spagna, Austria e
Portogallo) per l'introduzione di una tassa europea sugli extraprofitti delle
società energetiche.
Una
questione di "equità", come ribadito dal vice cancelliere tedesco “Lars
Klingbeil”, per far contribuire chi ha tratto profitto dalla crisi.
Tuttavia,
la Commissione Europea mantiene una linea prudente. Il Commissario “Valdis
Dombrovskis”, pur confermando il dialogo costante con Roma, ha gelato le
aspettative su una sospensione generale del Patto o su nuove clausole ampie.
Per
Bruxelles, le misure devono restare "temporanee, mirate e contenute",
confidando che l'attuale flessibilità dei piani di spesa sia già sufficiente a
gestire l'emergenza.
Mosca
perde l'alleato in Europa
e
attacca, 'l'Ue collasserà.'
Ansa.it
– Mondo – Alberto Zanconato – Redazione – (13 aprile 2026) – ci dice:
Il
Cremlino resta comunque pragmatico:
'Ci
sono progetti congiunti, il dialogo proseguirà'.
La
Russia accusa il colpo, e a confermarlo è il primo commento, di “Kirill Dmitriev.”
La
vittoria di “Peter Magyar” nelle elezioni ungheresi "non farà altro che
accelerare il collasso dell'Ue, verificate se ho ragione tra quattro
mesi", scrive in un commento su” X” il consigliere di Vladimir Putin per
gli investimenti esteri e negoziatore con gli Usa.
Nelle
dichiarazioni ufficiali, però, prevale la prudenza.
"L'Ungheria ha fatto la sua scelta.
Noi rispettiamo questa scelta", afferma il portavoce del Cremlino, Dmitry
Peskov, auspicando che anche sotto la guida della nuova leadership a Budapest
"continuino i contatti altamente pragmatici tra i due Paesi".
Mosca, dunque, non vuole manifestare alcun
rimpianto per Viktor Orban, il leader europeo che più di ogni altro ha cercato
di riannodare il dialogo con il Cremlino e per questo è stato accusato dai
vertici europei di essere amico di Putin si è scontrato frontalmente con la
leadership ucraina, arrivando a bloccare l'erogazione del finanziamento da 90
miliardi di euro deciso al vertice Ue del dicembre scorso.
La motivazione del governo Orban è che Kiev
impedisce la ripresa del flusso di petrolio russo verso l'Ungheria ritardando
le riparazioni dell'oleodotto Diruba, danneggiato nel tratto che corre sul
territorio ucraino.
Meglio "avere pazienza e vedere" in
cosa la politica estera di Magyar si differenzierà da quella del suo
predecessore, ha detto Peskov.
E comunque, ha aggiunto il portavoce di Putin,
è "improbabile che le elezioni ungheresi possano influire sulla situazione
relativa al conflitto tra Russia e Ucraina".
Proprio sui rapporti con Mosca e il dossier
ucraino Magyar è atteso più che mai alla prova dei fatti per chiarire la sua
posizione.
Nella
sua prima conferenza stampa da vincitore, il futuro premier ha ringraziato la
Russia, insieme con la Cina, di avere "accettato con rispetto" il
responso delle urne e di essere "aperte a una cooperazione
pragmatica".
Quanto
all'Ucraina, il suo primo commento non può aver fatto piacere al presidente
Volodymyr Zelensky.
Magyar
ha infatti "escluso" una corsia preferenziale per fare entrare Kiev
nella Ue, in quanto "Paese in guerra".
Se
l'Ucraina dovesse essere ammessa, ha aggiunto, ci sarà un referendum in
Ungheria.
"Ma
non penso che ciò avverrà in un futuro prossimo, né nei prossimi anni", ha
avvertito.
Anche
se poi ha sottolineato che l'Ucraina "è la vittima di questo
conflitto" e ha auspicato che Putin "sia costretto a mettere fine
alla guerra".
Magyar ha dichiarato che non chiamerà il
presidente russo.
Così come Peskov ha chiarito che Putin non
si congratulerà con lui. "Non mandiamo congratulazioni ai Paesi non amici,
e l'Ungheria è un Paese non amico", ha sottolineato il portavoce del
Cremlino, usando la definizione adottata per gli Stati che sostengono le
sanzioni contro la Russia.
Quanto
a Orban, ha aggiunto, quella con Putin non è mai stata "un'amicizia",
ma Mosca ha semplicemente avuto "un dialogo con lui".
Peskov
ha detto di sperare che, "prima o poi", ci siano contatti anche tra
il presidente russo e il futuro premier ungherese.
Anche
perché, ha ricordato, tra Mosca e Budapest c'è "una serie di progetti
congiunti, che richiedono coordinamento o almeno il dialogo".
Tra questi, la costruzione in corso della
seconda centrale nucleare ungherese, quella di “Paks 2”.
L’Europa
può difendersi dalla
Russia
senza gli Usa.
Ma
deve muoversi subito.
Eunews.it
- Marco La Rocca – (21 Febbraio 2025) – Redazione – ci dice:
Secondo
gli esperti di “Bruegel” "all'Europa servirebbero 300 mila truppe e 250
miliardi di euro in più per fronteggiare Mosca". Cruciale aumentare
coordinamento, produzione e spese
Bruxelles
– Quanto costa organizzare la difesa europea?
Quanto tempo ci vorrebbe a raggiungere
l’efficienza necessaria?
Si
potrebbe avere la forza per contrastare un attacco russo?
Tutto
sommato l’Europa è meno lontana dall’essere preparata di quanto molti allarmi
farebbero pensare, facendo bene i conti.
È
quanto emerge da un rapporto pubblicato oggi (21 febbraio) dal think tank
brussellese “Bruegel”, che analizza tipo e numero di truppe e mezzi che
l’Europa dovrebbe dispiegare in caso di ritiro effettivo delle forze americane
dal continente.
La
minaccia da fronteggiare sarebbe una Russia che può contare su un’importante
esperienza sul campo, 700 mila uomini mobilitati in Ucraina nel 2024 e una
rampante produzione di armamenti avanzati. Analisti statunitensi e non solo
hanno definito “concepibile” la possibilità di un attacco all’Ue già nei
prossimi tre/dieci anni.
Se
l’Ucraina dovesse rifiutare un eventuale accordo di pace russo-americano,
spiega il rapporto, la scelta più saggia per l’Unione sarebbe continuare a
sostenere Kiev.
In termini economici colmare il vuoto lasciato
dagli aiuti americani comporterebbe soltanto un aumento della spesa pari allo
0.12 per cento del Pil Ue.
“Dal
febbraio 2022, il sostegno militare degli Stati Uniti all’Ucraina è stato pari
a 64 miliardi di euro – ricorda “Bruegel” – mentre l’Europa, compreso il Regno
Unito, ha inviato 62 miliardi di euro.
Nel 2024, il sostegno militare statunitense
ammontava a 20 miliardi di euro su un totale di 42 miliardi di euro.
Per
sostituire gli Stati Uniti, l’UE dovrebbe quindi spendere solo un altro 0,12%
del suo PIL – una cifra abbordabile”.
Molto
più sfidante sarebbe invece la situazione nella prospettiva di un piano di pace
accettato dall’Ucraina, che permetterebbe alla Russia di continuare
l’accrescimento della sua forza militare.
Ciò
costringerebbe l’Europa (Regno Unito e Norvegia comprese) ad avviare
un’immediata corsa agli armamenti.
Secondo
l’attuale dottrina della Nato, in caso di attacco russo, 200 mila truppe
statunitensi dovrebbero dare man forte alle 100 mila truppe europee già
stanziate.
Perciò,
senza gli americani, sarebbe necessaria una forza di 300 mila truppe, munite
del dovuto addestramento ed equipaggiamento.
Oltre
al numero, conta la capacità:
ci
vorrebbe un comando unificato tutto europeo capace di coordinare le truppe dei
27 (che ad oggi non esiste) ma anche una forza, in termini di mezzi corazzati,
carri ed artiglieria, superiore a quella delle odierne forze di terra di
Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna messe insieme, supervisionata da una
politica industriale comune.
Per costruire una forza di deterrenza
credibile si renderebbe necessaria, inoltre, un’esplosione della produzione
bellica, che per abbattere i costi dovrebbe sostanziarsi in un procurement di
scala europea, e non nazionale.
Tutto
questo quanto costerebbe?
Secondo
Bruegel, le spese europee per la difesa dovrebbero salire rapidamente a 250
miliardi di euro ogni anno (il 3,5 per cento del pil europeo, confrontato con
l’attuale 2 per cento), e dovrebbero essere pagate in debito per dare spinta
all’attività economica europea in un periodo di possibile guerra dei dazi.
Nel breve periodo il picco della domanda
potrebbe portare ad un consistente aumento dell’inflazione ma in ogni caso, con
l’aumento dei volumi degli ordini in armamenti, i prezzi dovrebbero rientrare.
I Paesi europei più prossimi al confine russo,
che incontrerebbero minore opposizione da parte delle opinioni pubbliche
nazionali, potrebbero cofinanziare con l’Ue lo sforzo attraverso fondi
nazionali.
In
ultima analisi, il contributo della leadership tedesca sarebbe la conditio sine
qua non dell’intera operazione:
la
Germania da sola, secondo le stime, dovrebbe portare la propria spesa militare
da 80 a 140 miliardi di euro.
Mosca:
“Imprudente ed errato indicare la Russia come minaccia all’esistenza
dell’Europa.”
Agenzianova.com
– (26 aprile 2026) – Agenzia nova – Redazione – ci dice:
"Purtroppo,
l'attuale generazione di politici europei sta scegliendo una linea di totale
russofobia come obiettivo primario", ha dichiarato il portavoce
presidenziale Peskov.
Dichiarare
la Russia come la principale minaccia all’esistenza dell’Europa “è imprudente
ed errato”.
Lo ha affermato il portavoce presidenziale
russo Dmitrij Peskov, spiegando che “l’architettura di sicurezza europea
è impensabile senza la partecipazione della Russia e la considerazione dei suoi
interessi”.
In un’intervista al giornalista Pavel Zarini
dell’agenzia di stampa “Vesti”, Peskov ha osservato che la Russia viene
presentata all’Europa come un “nemico esterno modello” da un punto di vista
propagandistico.
“Purtroppo,
l’attuale generazione di politici europei sta scegliendo una linea di totale
russofobia come obiettivo primario”, ha spiegato.
Secondo
il portavoce, inoltre, “nessuna architettura di sicurezza europea è concepibile
senza tenere conto degli interessi della Russia e senza la sua partecipazione.
Si può solo sperare che questa costellazione
di politici lasci prima o poi il posto a politici più pragmatici.
Ma per ora, ovviamente, il quadro è
assolutamente deprimente”.
Trump,
Putin e le guerre intrecciate.
Ispionline.it
– (30 Apr. 2026) – Alessia De Luca – Redazione – ci dice:
Trump
parla con Putin e torna a promettere una tregua in Ucraina e una soluzione
“rapida” in Iran.
Ma i
fatti smentiscono tutto e i due conflitti, intrecciandosi, si alimentano a
vicenda.
Ogni
notte la Russia continua a colpire l’Ucraina con attacchi missilistici e droni,
mentre le riserve di Kiev si assottigliano e i sistemi Patriot, che
servirebbero per difendersi, vengono dirottati verso il fronte iraniano.
Eppure,
secondo Donald Trump, bisogna essere fiduciosi che una soluzione alla guerra
tra Russia e Ucraina arriverà “relativamente in fretta”.
Per
l’ennesima volta, il presidente americano ha dichiarato il suo ottimismo
all’indomani di una telefonata con Vladimir Putin, durante la quale i due
leader hanno discusso di entrambi i conflitti, quello russo in Ucraina e quello
americano contro l’Iran.
“Penso
che gli piacerebbe vedere una soluzione”, ha detto Trump ai giornalisti durante
una conferenza stampa nello Studio Ovale.
“Ve lo posso assicurare. Ed è una cosa
positiva”.
Se
dice il vero, i segnali non si vedono.
Ma la
conversazione telefonica, durata 90 minuti e definita “cordiale” da entrambe le
parti, è comunque rivelatoria di una strana simmetria nelle posizioni di
Washington e del Cremlino:
mentre
le truppe russe sono impantanate nella regione del Donbass, con i droni ucraini
che bombardano infrastrutture energetiche chiave da un lato, Trump – dall’altro
– fatica ad articolare una strategia valida contro l’Iran, mentre l’aumento dei
prezzi della benzina minaccia di affossare i repubblicani alle prossime
elezioni di midterm.
Così, entrambi i presidenti combattono guerre
che non riescono a chiudere.
Ed entrambi fanno finta di vincerle.
Sull’Iran,
ottimismo senza fondamenta?
Non è
la prima volta che Trump ostenta fiducia circa una vittoria imminente
sull’Iran.
Al
contrario, il presidente americano ha una storia consolidata di annunci
trionfalistici che si ‘sgonfiano’ nel giro di poche ore.
Il 7 marzo ha dichiarato: “Abbiamo già vinto”.
Due
giorni dopo, la guerra sarebbe finita “molto presto”.
Di
nuovo, l’11 marzo ha detto: “Abbiamo vinto”.
Poi,
il 20 marzo, gli Stati Uniti stavano valutando di “ridurre gradualmente le
operazioni”.
Il 26 marzo, l’Iran “implorava” un accordo.
Il 16
aprile, il conflitto “dovrebbe finire abbastanza presto” e, il giorno dopo, “la
maggior parte dei punti sono già stati negoziati”.
E così
via, in un loop di ottimismo puntualmente smentito dai fatti, che non è
sfuggito agli alleati.
“Gli americani non hanno chiaramente alcuna
strategia”, ha detto il cancelliere tedesco Friedrich Merz, aggiungendo, con
durezza insolita per un partner Nato:
“Un’intera
nazione viene umiliata”.
Il
riferimento era all’Iran, ma suonava come un giudizio sull’intera condotta
americana.
In assenza di una strategia militare coerente,
Trump sostituisce la pianificazione con la narrazione:
ogni
giorno un nuovo annuncio di vittoria, ogni settimana un nuovo orizzonte di
pace.
Una politica fatta di dichiarazioni
trionfalistiche che può reggere nei talk show, ma non sui campi di battaglia.
Ucraina,
una tregua di carta?
Sul
fronte ucraino, la strategia è simile:
annunci,
ottimismo, nessun progresso reale.
Durante
la telefonata con Putin, Trump ha anticipato la possibilità di una pausa nei
combattimenti legata alle celebrazioni russe per il Giorno della vittoria, il
prossimo 9 maggio – una notizia rimbalzata sull’agenzia di stato TASS prima
ancora che Washington la confermasse ufficialmente.
“Ho suggerito una sorta di cessate il fuoco, e
penso che potrebbe accettarlo”, ha detto Trump ai giornalisti.
Una
frase in cui il condizionale è tutto.
In
questo contesto, le ripetute telefonate Trump-Putin appaiono meno come
negoziati e più come un rito bilaterale di reciproco incoraggiamento, dal quale
non emerge alcun impegno concreto e verificabile.
Significativo, in questo quadro, lo scambio
sul ruolo della Russia in Iran: Putin avrebbe chiesto di essere coinvolto nei
negoziati sull’arricchimento dell’uranio iraniano.
“Gli
ho risposto che preferirei di gran lunga che si occupasse di porre fine alla
guerra con l’Ucraina”, ha precisato Trump.
La sua è una risposta ragionevole, ma che
rivela la postura fondamentale dell’amministrazione americana:
trattare
Mosca come un interlocutore privilegiato, anche mentre le prove di una
cooperazione militare russo-iraniana continuano ad accumularsi.
Due
guerre che si alimentano a vicenda?
È
questo un punto su cui gli analisti sono sempre più concordi:
le guerre in Ucraina e Iran non sono più due
crisi parallele.
Stanno infatti convergendo e
l’interconnessione non fa che amplificare l’instabilità di entrambe.
Non è
una novità per Kiev.
Già dal settembre 2022 – sette mesi dopo
l’invasione su larga scala – la Russia ha cominciato a usare i droni Shahid di
fabbricazione iraniana contro le infrastrutture civili ucraine.
La
novità è che, dopo l’attacco congiunto israelo-americano del 28 febbraio, Mosca
ha ricambiato il favore a Teheran, con un presunto flusso di informazioni,
intelligence e supporto tattico.
L’intreccio passa anche attraverso i mercati
energetici.
La risposta iraniana alla guerra – con la
chiusura del traffico nello Stretto di Hormuz – ha fatto impennare i prezzi del
petrolio, trasformando l’escalation militare nel Golfo in un’ancora di salvezza
economica per Mosca, proprio quando l’economia russa subiva le maggiori
pressioni.
L’aumento
delle entrate da idrocarburi ha permesso al Cremlino di abbandonare i piani di
tagli al bilancio e di sostenere lo sforzo bellico in Ucraina.
Ma
l’amministrazione Trump si rifiuta di riconoscere questo nesso. Mantiene verso
Mosca un trattamento di favore – allentamento delle sanzioni, toni accomodanti,
telefonate cordiali – anche mentre emergono prove sempre più robuste
dell’assistenza russa all’Iran.
La
riluttanza a vedere il quadro d’insieme ha prodotto, almeno in un’occasione,
uno scivolone rivelatore:
ai
giornalisti accolti nello Studio Ovale, il presidente ha dichiarato che
l’Ucraina “ha perso tutte le sue navi e i suoi aerei” e che è stata
“militarmente sconfitta”.
Secondo
diverse testate Usa sembrava stesse confondendo l’Ucraina con l’Iran, usando
per Kiev lo stesso linguaggio trionfalistico con cui aveva rivendicato il
successo americano contro Teheran.
È un
errore che dice molto.
Quando
le narrazioni della vittoria sono intercambiabili, è lecito chiedersi se chi le
gestisce distingua davvero tra i due fronti – o se non stia improvvisando su
entrambi.
Il
commento.
Di
Eleonora Tafuro Ambrosetti, Osservatorio Russia, Caucaso e Asia Centrale ISPI.
“Oltre
al vantaggio economico, Mosca spera di trarre dalla guerra in Iran un vantaggio
politico-diplomatico.
Dalla
telefonata tra Trump e Putin si evince che la Russia intende presentarsi come
interlocutore essenziale su due conflitti che in modo diverso, vedono coinvolta
la Casa Bianca.
Grazie
ai rapporti con Teheran e ai contatti con Washington e Tel Aviv, il Cremlino
intravede la possibilità di offrire a Trump un canale con l’Iran in cambio di
concessioni sull’Ucraina.
Per il
momento, sembra che il presidente Usa non sia interessato, ma Mosca sembra
determinata a riportare in auge l’immagine dell’attore indispensabile in Medio
Oriente che parla con tutti – immagine che aveva subito un duro colpo dopo la
caduta di Assad in Siria”.
La
grande bugia di Nato e Ue: perché
Putin
non ha alcun interesse a
invadere
l’Europa.
Ilfattoquotidiano.it – (9 novembre 2025) - Enrico
Grazzini – Redazione – ci dice:
L’Europa
si mette l’elmetto perché, secondo von der Leyen (e Rutte), Putin dopo avere
invaso l’Ucraina vorrebbe conquistare l’intera Europa. La verità è un'altra.
La
grande bugia di Nato e Ue: perché Putin non ha alcun interesse a invadere
l’Europa.
L’Unione
Europea guidata dalla presidente tedesca Ursula von der Leyen sta diffondendo
una grande menzogna, ovvero che Vladimir Putin, il tiranno russo, dopo avere
invaso l’Ucraina, voglia invadere tutta l’Europa.
Questa grande bugia propagandata anche da Mark
Rutte, l’olandese a capo della Nato, serve solo a mettere paura alla gente e a
promuovere il riarmo dell’Europa (e in particolare la Germania) e tentare di
ridare un senso a un’Unione che si sta disgregando.
L’Ue
si mette l’elmetto perché, secondo Ursula, Putin dopo avere invaso l’Ucraina
vorrebbe conquistare l’intera Europa.
Ursula
ha avvertito che “diverse agenzie di intelligence stimano che il Cremlino
potrebbe essere pronto per un simile attacco entro il 2030”. Ma non c’è
assolutamente nessuna prova dell’attacco russo.
La verità è un’altra.
Putin
non ha alcuna intenzione di attaccare la Nato e l’Europa non perché è buono e
generoso ma perché sa perfettamente che perderebbe la guerra in maniera
disastrosa.
Un
esame oggettivo della situazione militare mostra che la Russia non ha le forze
per vincere la Nato.
E
Putin non ha nessun interesse a attaccare e conquistare Berlino, Parigi,
Londra, Roma, Madrid e Lisbona.
Sarebbe
una cosa da pazzi e, qualunque cosa si possa pensare di Putin, comunque ha
sempre dimostrato di agire in modo razionale e non come un folle scatenato.
I 32
paesi membri della Nato – quasi tutti i paesi dell’Ue, gli Stati Uniti
d’America e il Canada – sono insieme attualmente molto più potenti della Russia
e Putin non ha nulla da guadagnare a attaccare l’Europa.
La
grande bugia promossa dall’Ue e dalla Nato può portare a risultati tragici:
non
solo il riarmo impoverisce ulteriormente i popoli dell’Europa ma innesca una
spirale che porta dritto verso la guerra con la Russia, una guerra che
rischierebbe di trasformarsi presto in un conflitto atomico.
La Russia è infatti più forte sul piano
convenzionale di ogni singolo Stato europeo;
ma è
molto più debole dei 32 Stati della Nato:
in un eventuale conflitto, per sopravvivere,
Mosca sarebbe quindi presto costretta a usare le bombe atomiche.
Il
conflitto con la Russia genererebbe un’ecatombe mondiale.
La
grande menzogna dell’imminente invasione russa serve unicamente a militarizzare
la società europea, a mistificare le vere cause della crisi europea – che sono innanzitutto
interne e strutturali -, a foraggiare con soldi pubblici le potenti lobby delle
armi, dell’energia e della finanza, a reprimere il dissenso interno e a imporre
ulteriori sacrifici ai popoli europei in nome della lotta contro “l’orso
russo”.
Occorre
considerare che la Russia non ha mai avuto prospettive di conquista verso
l’Occidente:
la sua
strategia è in realtà fondamentalmente difensiva.
La Russia non persegue espansioni territoriali
perché è già troppo vasta di suo:
quando
Mosca attacca, come ha fatto in Ucraina nel 2022, non punta a conquistare terre
ma punta a estromettere potenze esterne che, come la Nato, si affacciano
pericolosamente ai suoi confini.
I politici della Ue ci vogliono fare
dimenticare che la Nato non è un’associazione di boy-scout ma è
un’organizzazione aggressiva che ha condotto guerre illegali e di attacco (non
di difesa) dentro e fuori la Ue, in Serbia, in Afghanistan, in Iraq e in Libia,
guerre che la Nato ha sempre perso ma che hanno provocato centinaia di migliaia
di vittime innocenti e che, tra l’altro, hanno diffuso il terrorismo in Europa
e nel mondo.
I
politici dell’Ue nascondono il fatto che la Russia ha invaso illegalmente
l’Ucraina per prevenire l’espansione della Nato alle sue frontiere, espansione
che oggettivamente rappresenta una minaccia esistenziale per Mosca.
Per
fortuna la Ue non può deliberare nel campo della difesa e della sicurezza.
Per
fortuna che su queste questioni di fondamentale importanza il Consiglio
Europeo, che detiene il vero potere decisionale nella Ue, decide all’unanimità
e non a maggioranza qualificata.
Per
fortuna che le questioni sulla guerra e sulla pace non possono essere decise a
maggioranza da istituzioni Ue che soffrono – per essere eufemistici – di
deficit di democrazia.
Per
fortuna che solo i parlamenti nazionali eletti dal popolo possono deliberare
sulla guerra e sulla pace.
Il
voto a maggioranza qualificata su queste materie, invocato dal Pd, da Mario
Draghi e perfino dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella,
rischierebbe di portarci dritto verso la guerra.
Per
fortuna è praticamente impossibile che i loro desideri siano esauditi: infatti
per adottare il voto a maggioranza occorre… il voto all’unanimità del Consiglio
Europeo!
E
l’unanimità su questa questione è impossibile.
È
impossibile che grandi nazioni democratiche – come Francia e Germania –, ma
anche le piccole e medie nazioni europee, si facciano scavalcare da Bruxelles
su questioni decisive come la guerra o la pace.
L’Ue
discute sulla clausola di difesa reciproca in caso di attacco, ma nessuno sa
come funziona. “Il timore è quello di sovrapporsi alla Nato.”
Ilfattoquotidiano.it – (7 maggio 2026) - Gianni
Rosini – Redazione – ci dice:
"La
difesa reciproca non è un compito facoltativo per l'Unione europea, è un
obbligo", aveva dichiarato Ursula von der Leyen.
Ma spingere sull'autonomia in campo della
difesa rischia di fornire un pretesto a Donald Trump per un ulteriore
disimpegno.
E
nessuno Stato europeo membro dell'Alleanza lo vuole.
L’Ue
discute sulla clausola di difesa reciproca in caso di attacco, ma nessuno sa
come funziona.
“Il
timore è quello di sovrapporsi alla Nato.”
Con
nuove guerre che esplodono, quelle ‘vecchie’ che non accennano a concludersi e
un’amministrazione americana che quasi quotidianamente minaccia il disimpegno
dalla Nato, l’Unione europea cerca un modo per garantire la propria sicurezza.
A
febbraio, la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, aveva
pubblicamente invitato l’Ue a “dare vita” alla clausola di difesa reciproca
dell’Europa:
“Non è
un compito facoltativo – aveva detto -, è un obbligo.
Il
nostro impegno collettivo a sostenerci a vicenda in caso di aggressione.
O, in
parole semplici, uno per tutti e tutti per uno.”
L’occasione
l’ha offerta l’attacco con droni su una base britannica a Cipro, all’inizio di
marzo, che ha spinto Nicosia, che non è membro della Nato, a chiedere l’avvio
di una discussione sull’articolo 42.7, ossia la clausola di mutua assistenza
prevista dai Trattati.
C’è
però un problema: la clausola esiste, ma nessuno ha ben chiaro come (e se
convenga) attivarla.
La
proposta.
A
mettere pressione agli Stati membri è stato il presidente cipriota “Nikos
Christo doulides”, preoccupato per quanto accaduto a marzo con l’attacco alla
base della Raf di Akrotiri.
Nicosia
non è un membro della Nato, come invece la maggior parte dei Paesi dell’Ue, e
quindi ha nella clausola di mutua assistenza europea l’unica speranza di
supporto in caso di attacco.
Una
richiesta, quella di Nicosia, alla quale in Europa difficilmente si poteva dire
di no, spiega a Ilfattoquotidiano.it un funzionario del Servizio europeo per
l’azione esterna dell’Ue (EEAS):
“L’appello è arrivato da un Paese che in
questo momento ha la presidenza di turno e che ha ospitato il vertice informale
del 24 aprile nell’ambito del quale è stata avanzata questa richiesta.
Per questo era complicato per istituzioni e
Stati membri ignorarla, nonostante non ci sia il minimo interesse a portare
avanti il discorso. D’altra parte, su questo sia Ursula von der Leyen sia Kaja
Kallas sono state chiare nel precisare che quella in Medio Oriente ‘non è la
nostra guerra‘.
E lo è
ancora meno se l’Europa deve affrontarla senza poter contare sull’ombrello
americano.“
Il
primo incontro.
Fatto
sta che il 4 maggio si è tenuta la prima esercitazione sull’attuazione
dell’articolo 42.7 con i membri del Comitato politico e di sicurezza (Cops),
composto dagli ambasciatori degli Stati membri e presieduto dai rappresentanti
dell’EEAS.
Già
l’ambito nel quale si è svolta questa prima discussione lascia trasparire le
difficoltà tecniche e politiche dell’attuazione della clausola: qualche
rappresentante tecnico e tutti i diplomatici in rappresentanza dei 27 Stati
membri.
“Questo
perché – continua la fonte – non è chiaro a nessuno quali siano le procedure di
attuazione dell’articolo 42.7, diverso anche nella sostanza dall’articolo 5
della Nato e senza potersi rifare a dei precedenti che ne favoriscano
l’interpretazione.
D’altra
parte, è stato introdotto con i” Trattati di Lisbona” che sono frutto di un
compromesso dopo il fallimento del progetto di una Costituzione europea,
naufragato in seguito alla bocciatura ai referendum in Francia e nei Paesi
Bassi.
Questo
rende quell’articolo vago e poco incisivo nel concreto”.
Anche
perché il rischio che tutti in Europa vogliono scongiurare è quello di creare
un’alternativa alla Nato.
Sia
von der Leyen che Kallas hanno sempre ripetuto che qualsiasi progetto di difesa
comune europeo sarebbe nato e si sarebbe sviluppato solo in maniera
complementare rispetto all’Alleanza Atlantica e che non l’avrebbe sostituita.
Questo perché nessuno Stato membro dell’Ue e
della Nato ha intenzione di rinunciare al potere di deterrenza, ed
eventualmente militare, di Paesi come Stati Uniti o Turchia, con una
preoccupazione particolare legata alle azioni della Russia sul confine Est.
La
divisione dei compiti tra Ue e Nato in caso di attacco a un Paese membro
dell’Alleanza è il grande quesito al quale i funzionari non sembrano in grado
di trovare una soluzione.
Anche perché la risposta ai loro dubbi rischia
di trasformarli in un pretesto con il quale il presidente Trump potrebbe
giustificare un disimpegno dal Trattato o un mancato intervento in caso di
attacco su suolo Ue.
Non è quindi un caso che la discussione
interna al Cops, poco pubblicizzata dalle stesse istituzioni Ue, si sia
limitata a ipotizzare situazioni legate ad attacchi meno gravi, ad esempio
quelli cibernetici, mentre sono state lasciate da parte operazioni militari
convenzionali per le quali si punta invece al ricorso alla clausola Nato.
Cosa
dice l’articolo 42.7
Le
speranze di affossare la discussione sul ricorso alla clausola di mutua
assistenza sono favorite dalla vaghezza del testo.
Se
sulla carta può apparire simile all’articolo 5 della Nato, esistono evidenti
differenze sia nella sostanza sia per la mancanza di una casistica che ne abbia
negli anni delineato in maniera più marcata i confini di applicazione.
Una
delle differenze sta intanto nelle motivazioni che hanno contribuito alla sua
adozione.
A spingere affinché l’Europa si dotasse di una
clausola di mutuo soccorso, nel corso delle trattative, fu la Spagna, ancora
scossa dagli attentati dell’11 marzo 2004 alle stazioni di Atocha, El Pozo e
Santa Eugenia, a Madrid, che provocarono 192 morti e oltre 2mila feriti e
vennero rivendicati da Al Qaeda.
Memore delle disquisizioni sul ricorso
all’articolo 5 della Nato dopo gli attentati dell’11 settembre negli Stati
Uniti, il governo spagnolo chiese e ottenne che la clausola affrontasse i casi
di “aggressione armata nel territorio di uno Stato membro” e non di “attacco
armato“, come nell’articolo Nato.
Questo
apre a una varietà più ampia di azioni aggressive, dagli attacchi ibridi, a
quelli cibernetici e terroristici, ma rende allo stesso tempo la clausola più
generica e, quindi, soggetta a interpretazioni.
Solo la Francia, fino a oggi, ne ha infatti
chiesto l’applicazione dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre 2015.
L’articolo,
inoltre, non fa mai riferimento esplicito all’uso della forza come sostegno che
ogni singolo Paese può offrire allo Stato membro sotto attacco.
Questo,
come per la clausola Nato, permette ai governi di scegliere in quale modo dare
il proprio contributo dopo la richiesta di aiuto, ma in qualche modo
marginalizza l’opzione armata, relegandola nella più generica formula di “aiuto
e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso”.
Anche perché, e qui si passa nel campo degli
strumenti operativi, se l’Alleanza gode di piani di risposta rapida collaudati,
forze militari integrate e di una catena di comando rodata, l’Ue non ha un
esercito comune e questo colloca l’assistenza a un livello inevitabilmente
bilaterale e non collettivo.
Il
motivo dietro a questa mancanza di specificità, secondo la fonte interpellata
da Ilfattoquotidiano.it, va ricercato in un semplice concetto: “Non c’è la volontà politica di
ricorrere all’articolo 42.7, anche quest’ultime esercitazioni finiranno in un
nulla di fatto”.
(Gianni
Rosini).
La guerra
di Putin contro l’Europa.
Valigiablu.it
– (24 Settembre 2025) - Gabriele Catania – Redazione – ci dice:
Nella
notte tra il 9 e il 10 settembre una ventina di droni ha violato lo spazio
aereo della Polonia – uno Stato membro della UE e della NATO. Alcuni di essi
sono stati abbattuti, principalmente dai caccia F-35 dei Paesi Bassi
intervenuti (al pari di un E-550A italiano decollato dalla base aerea di Ämari,
in Estonia) per dare manforte alla “Siły Powietrzne”, l’aeronautica militare
polacca.
Nel
voivodato di Lublino, area della Polonia sudorientale che confina con l’Ucraina
e con la Bielorussia, la popolazione ha assistito con sgomento a una scena di
guerra, con danni alle case e, soprattutto, tanta paura.
I
droni erano dei “Gerbera” russi, UAV duttili e a basso costo che spesso fungono
da esca per saturare le difese ucraine, equipaggiati in questo caso anche con
schede SIM polacche e lituane, in modo da operare in modo più efficace in
territorio UE.
Non avevano contrassegni, ed erano disarmati.
C’è
chi ha ipotizzato che abbiano violato lo spazio aereo polacco per sbaglio
(incluso lo stesso presidente statunitense Trump).
Ma proprio la presenza delle SIM, è stato
osservato da analisti militari, evidenzia la premeditazione dietro quella che
il ministro della difesa Guidi Crosetto ha definito «la più grave violazione
dello spazio aereo europeo dall’inizio della guerra: un attacco deliberato con
oltre venti droni russi.
Un
atto inaccettabile […] con un duplice scopo: provocare e testare. Mosca sta
volutamente alimentando un’escalation che nessuno vuole».
Il
governo russo ha risposto alle accuse in modo ambiguo:
ha
dichiarato di non voler attaccare la Polonia, ha accusato Varsavia di
diffondere «miti» per favorire l’escalation in Ucraina e ha avviato una vasta
campagna di disinformazione attribuendo l’accaduto a un’operazione sotto falsa
bandiera (false flag) architettata dagli ucraini.
Pochi
giorni dopo si è verificata un’incursione (di un singolo drone russo) in
Romania, quindi è toccato all’Estonia.
Tre
MiG-31 russi hanno violato lo spazio aereo del paese baltico, costringendo gli
F-35 italiani a decollare dalla già citata base di Amari. Per la quinta volta
nel 2025 l’Estonia (un membro della UE e della NATO, un alleato dell’Italia al
pari della Polonia) ha visto i suoi cieli violati.
Il
ministro degli esteri estoni Marcus Taschina ha sottolineato che «la Russia sta
mettendo sempre più alla prova i confini, e sta divenendo sempre più
aggressiva».
Sempre Taschina, alla riunione del Consiglio
di Sicurezza tenutasi il 22 settembre a New York, ha mostrato una fotografia
dei MiG-31 di Mosca sottolineando che stavano «trasportando missili ed erano
pronti al combattimento».
Il ministero della difesa russa ovviamente ha
negato tutto.
Per
Mosca (come per ogni regime totalitario o aspirante tale, insegna Hannah
Arendt) non esistono fatti:
la
realtà è un intreccio di miti, fattoidi, storytelling e contro-verità
manipolabile secondo le necessità contingenti; il passato è un palinsesto da
raschiare e su cui riscrivere senza remore, alla bisogna.
È la
Russia a provocare con le sue guerre neo-imperialiste il riarmo dell’Europa, o
è l’Europa che con il riarmo provoca la Russia?
Non
importa che la Russia si riarmi da anni, non importa che sia stata la Russia ad
aver aggredito la Georgia nel 2008, l’Ucraina nel 2014 e nel 2022.
Droni
russi in Polonia?
No, sono droni ucraini abbattuti da Varsavia
(in combutta con l’Ucraina).
L’Ucraina uno Stato indipendente?
No, è
parte della Russia eterna.
Timothy
Snyder lo ha ricordato di recente sul Financial Times:
Putin,
in quanto «signore della guerra e dittatore», può «rendere il falso vero»,
eliminando la prova del contrario.
Karl Popper, in Russia, farebbe una fine
analoga a quella di Aleksej Navalny.
Il
regime di Putin dovrà fare i conti con l’eredità di Navalny.
Lo ha
chiaramente spiegato pochissimi giorni fa, al quotidiano economico Puls Binese,
il generale di brigata Jaroslaw Story, a capo del controspionaggio militare
polacco (Służby Kontrwywiadu Wojskowego, SKW): è in corso un vero e proprio
scontro informativo, e l’obiettivo di Mosca non è tanto persuadere, quanto
depotenziare i fatti.
La situazione
geopolitica in cui versa l’Europa è oggi paradossale.
In Ucraina è in corso una guerra di inaudita
ferocia, lanciata dal regime russo contro un popolo– quello ucraino – colpevole
di voler appartenere all’Unione Europea, e non al Русский мир (mondo russo) o a
una fantomatica comunità eurasiatica.
Una
guerra contro quella che Putin stesso ha definito in più occasioni una “nazione
sorella”.
E del
resto si sa: “quando abbatti il bosco le schegge volano”, dice un proverbio
russo.
C’è
tuttavia un’altra guerra in corso, meno cinetica ma non per questo meno
pericolosa: quella lanciata da Mosca all'UE e alle istituzioni democratiche
europee.
Una
guerra Ibrida, elusiva e vaga, combattuta spesso da ignoti, e che usa
l’eversione, il sabotaggio e la disinformazione al posto dei T-90M e dei
MiG-31;
gli
attacchi cibernetici (e allo spettro elettromagnetico), la corruzione e le
minacce invece di Kina e Iskander.
È
un’escalation ibrida che non arriva certo dal nulla, e che tra un paio di anni
potrebbe trasformarsi (a certe condizioni) in una guerra tra Russia ed Europa.
Perché
Mosca detesta l'Unione Europea.
Il
presunto jamming russo al GPS dell’aereo di Ursula von der Leyen, presidente
della Commissione Europea, ha destato scandalo in tutto il mondo.
Ma è
da tempo che l'UE e le istituzioni democratiche europee sono un obiettivo della
Russia.
A
Mosca non sono mai piaciute le preoccupazioni europee per i diritti umani, la
tutela delle minoranze, il rispetto della sovranità dei piccoli Stati (Stati
deboli, quindi indegni di esistere, secondo la spaventosa Weltanschauung
russa).
Del
resto le stragi di civili durante la seconda guerra cecena, l’aggressione alla
Georgia nel 2008, la prima invasione dell’Ucraina nel 2014, gli omicidi e le
incarcerazioni di giornalisti, politici e dissidenti russi come Anna
Politkovskaja e Aleksej Navalny (ma anche il celebre caso Mikheev del 2006)
mostrano che il Cremlino ha sempre avuto ben altre priorità e valori.
Tuttavia
per anni le critiche di politici e parlamentari europei, così come le denunce
di ONG, media e attivisti, non hanno impedito alle classi dirigenti europee di
fare lauti affari con la Russia.
Mosca
poteva tollerare la dichiarazione dura di qualche europarlamentare nordico, o
l’editoriale di fuoco su un quotidiano britannico o un settimanale francese.
Rientrava tutto nel gioco delle parti, e di
certo non scoraggiava gli oligarchi russi dal comprare case sontuose a Londra,
Parigi o Forte dei Marmi, oppure di spedire i figli a studiare a Ginevra o
Cambridge.
La
cancelliera tedesca Angela Merkel e il primo ministro neerlandese Mark Rutte
(oggi segretario della NATO) erano felici di partecipare alla cerimonia di
inaugurazione del Nord Stream con Dmitrij Medvedev, allora presidente russo
diventato negli ultimi anni tonitruante megafono del regime (anche per motivi
di incolumità personale).
Le élite europee e russe fraternizzavano, ex
esponenti di spicco di importanti governi dell’eurozona accoglievano con
disinvoltura gli inviti russi a essere membri (ben remunerati) di questo o quel
board di società statali o parastatali russe.
Gli
aeroporti europei, di recente paralizzati da attacchi cibernetici o droni,
erano gremiti di ricchi turisti russi ansiosi di mangiar bene e fare shopping
nei centri storici di Parigi, Milano, Roma o Vienna.
Il
crescente degrado morale e politico in cui scivolava la Russia non interessava
quasi a nessuno.
Come
notava già nel 2007 un articolo della Stampa (un esempio tra i tanti) mentre il
Comitato del Consiglio d’Europa contro la tortura e i trattamenti inumani e
degradanti denunciava pubblicamente il ricorso alla tortura, alle detenzioni
illegali e così via in Cecenia, «[i] leader delle democrazie europee
affronta[va]no sempre più timidamente l’argomento con Putin».
Il
legame tra la “nuova Russia” e la UE aveva una natura eminentemente commerciale
e finanziaria.
Le
economie europee si impegnavano a comprare immense quantità di energia e
materie prime dalla Russia;
in
cambio i russi acquistavano vini e profumi francesi, auto di lusso tedesche,
scarpe, borse e yacht italiani.
E dove finivano gli enormi guadagni della
classe dirigente di uno dei paesi più corrotti del pianeta?
Una
parte nelle banche e nelle finanziarie europee, oltre che in speculazioni
edilizie e grandi progetti immobiliari in tutto il continente. Pecunia rustica
non olea.
Nel
2013 veniva pubblicata una roadmap per la EU-Russia Energy Cooperazioni uniti
2050 (cooperazione energetica tra UE e Russia sino al 2050).
Coordinatori
del dialogo euro-russo erano il futuro commissario europeo Günther Oettinger e
il ministro russo per l’Energia Alexander Novak. L’energia (fossile) doveva
divenire per i rapporti euro-russi ciò che il carbone e l’acciaio erano stati
per la Francia e la Germania.
«Entro il 2050 l’UE e la Russia dovrebbero far
parte di un mercato energetico comune di taglia subcontinentale.
Un
mercato così ampliato richiederà il graduale ravvicinamento delle norme, degli
standard e dei mercati nel settore dell’energia».
Certo,
l’allora presidente della Commissione Europea Manuel Barroso chiedeva al primo
ministro Medvedev di rafforzare «Stato di diritto» e «libertà fondamentali», ma
senza troppa convinzione.
La
luna di miele tra la Russia e l’UE terminava poco dopo. Nel 2014 (anno cruciale
per i rapporti tra Bruxelles e Kyiv, come si vedrà sotto) la Russia, con i suoi
“omini verdi”, lanciava la prima aggressione contro l’Ucraina: relativamente
poca cosa per Parigi, Berlino e Roma, un inquietante campanello d’allarme per
Varsavia, Vilnius e Stoccolma.
Nel
2016 la Commissione Europea pubblicava la sua iniziativa “Clan Energy for alla Europea”,
nel 2018 la Direttiva 2018/2001 sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti
rinnovabili (rifusione) entrava in vigore.
La predilezione di una certa eurocrazia per le
energie verdi irritava sempre di più la Russia, superpotenza idrocarburica il
cui export idrocarburico era, e resta, il pilastro economico nazionale (non a
caso l’Ucraina da tempo colpisce raffinerie e gasdotti russi per fermare la
macchina bellica di Mosca).
Gli
attacchi dei droni ucraini hanno spinto il prezzo della benzina russa ai
massimi storici.
La
vitalità dell’industria idrocarburica russa è sempre stata cruciale per il
tenore di vita, e la capacità di influenza, della classe dirigente russa. Ecco
perché la “svolta verde” di Bruxelles e di vari paesi europei ha destato le ire
di Putin e della sua cerchia, fautori di una paleo-modernità fossile.
Nel
2019 una ukaz presidenziale definiva le tecnologie verdi una reale «minaccia
alla sicurezza economica» russa.
L’anno
scorso un rapporto della NATO ha rilevato che «attori sostenuti dal Cremlino
stanno promuovendo il negazionismo del cambiamento climatico in tutta
l’Alleanza, cercando allo stesso tempo di ostacolare attivamente le politiche
di mitigazione del cambiamento climatico e gli investimenti in energie
rinnovabili».
Ancora, «dall’inizio dell’invasione su vasta
scala dell’Ucraina da parte della Russia si è osservato un notevole aumento
della disinformazione russa relativa alla transizione energetica verde
europea». Dal punto di vista di Mosca l'UE è venuta meno alla premessa di
creare il già citato spazio energetico pan-europeo.
Ancora,
l’UE è da tempo l’orizzonte dell’Ucraina.
Tra il
marzo e il giugno del 2014 fu firmato dalle autorità ucraine l’Accordo di
associazione con l’UE (entrato poi in vigore nel 2017).
La
Революція гідності (rivoluzione della dignità) del 2014 nacque dal profondo
desiderio del popolo ucraino di vivere la sua europeità, e fu innescata
dall’Euro-maidan, dalle proteste contro un potere statale che cercava in tutti
i modi di impedire l’Accordo con l’UE.
Perché Mosca, e i politici filo-russi a Kyiv,
sono sempre stati consapevoli che più l’Ucraina si avvicinava all’UE, e più si
allontanava dalla Russia.
E il crescente allentamento dei rapporti
economici, commerciali e industriali tra Russia e Ucraina è stato decisivo
nella genesi dell’invasione del 2022.
Se
l’Ucraina entrasse un giorno (com’è probabile e auspicabile) nell’UE,
proverebbe a milioni di russi che un paese descritto dalla propaganda di regime
come parte del mondo russo può sperare di vivere nella prosperità e nella
libertà, e che la democrazia non porta per forza al caos hobbesiano degli anni
della presidenza Elci.
L’Ucraina
si trasformerebbe allora nella vera anti-Russia, l’inquietante dimostrazione
che un paese che fa parte dello «stesso spazio storico e spirituale» della
Russia non necessita di un regime come quello putiniano per sfuggire alla
miseria.
Se
l’Ucraina diventasse il ventottesimo stato membro, l’eccezionalismo russo
verrebbe incrinato, e la Russia perderebbe una volta per tutte un grande
mercato di sbocco per i suoi prodotti, una cruciale riserva di manodopera e
materie prime, una base industriale di grande rilevanza.
Nel
suo noto articolo Sull’unità storica dei russi e degli ucraini, ormai
architrave della Weltanschauung russa, Putin ha citato il concetto di
“anti-Russia” sette volte.
Troppe.
La
NATO, invece, è menzionata appena due volte.
E la realtà che la NATO non è mai stata la
causa primaria delle aggressioni russe all’Ucraina.
Ancora oggi le possibilità che il paese
esteuropeo possa entrare nella NATO sono bassissime, ed erano vicine allo zero
prima del 2022.
Al
vertice di Bucarest del 2008 Francia e Germania (cioè i due principali paesi
UE) si opposero all’ipotesi dell’Ucraina nella NATO;
e del
resto solo nel dicembre del 2014, mesi dopo l’inizio dell’occupazione illegale
russa della Crimea, l’Ucraina si decise ad abbandonare lo status di paese
non-allineato.
D’altra
parte nel suo articolo Putin è stato chiaro:
«l’Ucraina
e la Russia si sono sviluppate come un singolo sistema economica nei decenni e
nei secoli.
La
profonda cooperazione che avevamo 30 anni fa è un esempio da seguire per
l’Unione Europea.
Siamo [noi russi e gli ucraini] per natura
partner economici complementari».
E
ancora: «Persino dopo gli eventi a Kiev del 2014 [la rivoluzione della dignità]
incaricai il governo russo di elaborare delle opzioni per preservare e
mantenere i nostri legami economici [con l’Ucraina]». Appunto.
I
volti della guerra ibrida russa.
Ma se
l’ostilità di Mosca verso l’UE (che nel lontano 2006 Putin definiva «uno dei
principali e più importanti partner della Russia») c’entra ben poco con il
militarismo degli europei e con l’espansione della NATO (anzi: invadendo
l’Ucraina il Cremlino ha spinto le due potenze militari nordiche, la Svezia e
la Finlandia, a entrare nella NATO), e ha invece molto a che fare con
l’economia e la geoeconomia, la guerra ibrida russa nei confronti di Bruxelles
e di numerosi stati europei ha assunto le forme più svariate. Una guerra
ambigua e proteiforme, che si è sostanziata, ad esempio, nella manipolazione
politica e sociale.
Da
anni infatti Mosca cerca di condizionare gli elettori e i governanti europei.
Secondo
alcuni osservatori il primo grande atto di manipolazione russa dei processi
democratici europei sarebbe stata la campagna di influenza per condizionare
l’esito del referendum sull’indipendenza scozzese, nel 2014.
La
manipolazione politica e sociale russa avviene in vari modi: con vaste campagne
di fake news; con il sostegno a partiti eurofobi, xenofobi e reazionari (ma
pure populistici di sinistra); con interferenze nei processi decisionali di
governi e parlamenti; con le minacce di apocalissi nucleari e nuove guerre
(allo scopo di condizionare, atterrendoli,
elettori e decisori); con l’incessante diffamazione di funzionari
europei e capi di stato e governo (incluso il presidente Mattarella), e della
UE nel suo complesso, dipinta – in base alla convenienza – come un’entità
guerrafondaia e militarizzata, come un pericolo fascista (o nazista), come un
vassallo degli USA (o della NATO), come un coacervo di imbecilli (si noti, a
margine, che questo eterogeneo arsenale di vituperi non è frutto di confusione:
Mosca sa che una parte degli europei è più sensibile al tema della UE “succube
degli americani”, un’altra al tema della UE “guerrafondaia” o “idiota” – nel
mercato delle opinioni c’è domanda per ogni tipo di insulto).
Vengono
colpiti poi i media più autorevoli, storicamente cruciali non solo nei processi
di formazione dell’opinione pubblica, ma nel controllo del potere (screditarli
significa indebolire il tessuto democratico). L’operazione Doppelgänger,
sconosciuta a molti, e riattivata di recente (in concomitanza con le elezioni
federali tedesche), è un esempio agghiacciante della spietata guerra russa ai
fatti. Del resto nel mondo della post-verità non c’è spazio per un’informazione
libera, indipendente e di qualità.
Sia
chiaro, il Cremlino e i suoi agenti (ad esempio la SDA) non sono onnipotenti.
Non va sopravvalutato l’impatto delle loro azioni, che però sono una minaccia
concreta alla democrazia europea. Da un lato ingannano i cittadini, spingendoli
verso un cinismo ben noto alle autorità russe (e pericolosissimo, perché chi
non crede più in niente è il suddito ideale di ogni regime). Dall’altro cercano
di svuotare di senso il concetto stesso di democrazia rappresentativa europea,
antitetico a quella “democrazia sovrana” russa che non ha certo rinnegato
antichi retaggi stalinisti, e dove il culto del вождь (capo), e un
plebiscitarismo kitsch coesistono con oligarchi corrotti, giudici e media
asserviti, un’opposizione imbelle (del resto Stalin considerava l’URSS la più
grande democrazia esistente, e il regime nazista si definiva, per bocca di
Goebbels, die edelste Form der Demokratie, la più nobile forma di democrazia).
La
Russia ha favorito negli anni l’elezione di donne e uomini felici di essere
veicolo della Weltanschauung e degli interessi russi. “Cavalli di Troia”
politici, pronti a tradire il proprio paese e gli interessi degli elettori in
cambio di potere e/o ricchezze. Grande è infatti la capacità corruttiva russa.
Il regime può offrire, ai propri “cavalli di Troia” politici, sostegno
propagandistico e di intelligence; legittimazione internazionale; fondi per il
partito; persino incarichi nei board di grandi aziende, una volta concluso il
mandato.
Il
risultato è che negli ultimi dieci anni il Cremlino è riuscito a costruire una
capillare rete di politici europei “amici” (cosa segnalata da chi scrive già
nel 2014), pescando in particolare nelle fila della destra più reazionaria (e
più bisognosa di sostegno: undici o dodici anni fa l’ultraconservatorismo non
era ancora mainstream).
Il
regime russo ha puntato soprattutto su reietti, trasformisti e personaggi ai
margini della grande politica; nihil sub sole novi:
pratiche
di questo tipo furono fatte proprie da Washington durante le Banana Wars in
America centrale, o della Germania tra il 1939 e il 1945, quando mezze cartucce
come Quisling in Norvegia, Van de Wiele in Belgio o Mussert nei Paesi Bassi
furono portate alla ribalta da Berlino.
Il
sostegno russo a partiti eurofobi, ultranazionalisti e anti-immigrazione ha
contribuito a stravolgere il panorama politico europeo.
L’evento che più ha cambiato l’UE negli ultimi
anni, il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione, ha senz’altro
acceso le brame manipolatorie di Mosca, e media russi come Sputnik hanno dato
largo spazio ai sostenitori della Brexit;
ciò
non significa che la Brexit sia il mero frutto di un complotto russo, ma
casomai che si è verificata una convergenza (forse temporanea) di interessi tra
certi attori e gruppi britannici anti-UE e la Russia, decisa a staccare una
delle maggiori potenze europee dalla UE (e il fatto che a Londra ci sia stata
una forte cautela a indagare su eventuali intromissioni russe nella Brexit
induce a pensar male).
Naturalmente
l’ascesa dell’estrema destra in Europa non ha come causa primaria le attività
russe.
Le persone non votano un partito reazionario
solo perché hanno visto un meme su Facebook o sentito un discorso a favore
della Russia in radio. Ci sono ragioni profonde nel forte malcontento di una
crescente fetta della popolazione europea (dallo smantellamento del welfare
alla de-industrializzazione, dal disinteresse nei confronti delle aree
periferiche al disgusto verso una classe dirigente percepita come egoista e
incapace). Mosca ha sfruttato le ansie di un elettorato sempre più impoverito e
impaurito, cercando di indirizzarle verso i suoi “cavalli di Troia” politici.
Ma se
anche solo un 2% degli elettori fosse condizionato nel suo voto dalle azioni
russe, nei contesti politicamente polarizzati e ad alto astensionismo di molti
paesi europei ciò potrebbe avere un impatto significativo.
Se la
Russia riesce a condurre con estrema perizia vaste campagne di disinformazione
e influenza, corruzione ecc. è anche grazie all’expertise russo di lunga data a
riguardo, come sa chiunque abbia studiato la storia del KGB (dalle cui fila
proviene l’uomo da anni al vertice della Russia).
Tuttavia
il regime per la sua guerra ibrida contro l’UE ricorre anche ad altre modalità,
impensabili durante la Guerra Fredda: ad esempio gli attacchi cibernetici.
Nell’aprile
del 2007 l’Estonia fu colpita da una violenta ondata di attacchi cibernetici.
Prima
di allora non si era mai assistito a nulla di simile.
Non fu
mai chiarito chi fosse il mandante dell’aggressione (anche se molti, non solo
in Estonia, sospettarono Mosca), ma essa fu senz’altro utile agli interessi
russi, ed ebbe luogo in una fase di aspre tensioni tra il paese baltico e la
Russia.
Dal
2007 a oggi il ciberspazio è diventato, per le forze armate di tutto il mondo,
il quinto dominio, dopo terra, acqua, aria e spazio.
E la
Russia (al pari dei suoi principali alleati: la Cina, l’Iran e la Corea del
Nord) è una delle potenze che più ricorrono alla guerra cibernetica (cyber-warfare)
per destabilizzare, indebolire e minacciare i paesi europei percepiti come
ostili.
L’aggressione
del 2022 all’Ucraina ha aggravato la situazione, e soltanto negli ultimi due
anni sono stati attribuiti ad agenzie o attori comunque controllati dalla
Russia attacchi cibernetici contro istituzioni democratiche, media ed enti
pubblici di Germania, Cechia e Francia.
Sono
poi aumentati in modo significativo i sabotaggi russi contro le infrastrutture
del continente (ad esempio i misteriosi incidenti ai cavi sottomarini nel
Baltico).
E
ancora, ci sarebbero i russi dietro vari attacchi incendiari in grandi
magazzini e negozi. Mosca avrebbe poi cercato di eliminare Armin Papperei, AD
della “Rheinmetall”, colosso tedesco della difesa che da tempo sostiene lo
sforzo bellico dell’Ucraina.
L’uso
del condizionale (sarebbero, avrebbe…) è d’obbligo, perché la guerra ibrida
della Russia contro l’Europa non è condotta da uomini in divisa, non ha
contrassegni.
Provare che dietro un rogo, l’invio di un
drone o la distruzione di un cavo sottomarino ci sia il governo russo è arduo,
per non dire impossibile.
È una
guerra ambigua, e pericolosissima, in un’epoca di ombre e certezze che si
sgretolano.
Ucraina,
Zelensky: "Putin non si ferma con baci o fiori". Rubio: "Usa
unici in grado di portare Mosca e Kiev a tavolo negoziati.”
Comunicazioneitaliana.it
– (16.02.2026) – News Adnkronos – Redazione – ci dice:
"E'
un errore grave permettere all'aggressore di prendere qualcosa.
È
stato un grosso errore fin dall'inizio, a partire dal 2014. E anche prima di
allora".
Così
il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, in un post su “X”, parlando di
"molti errori fatti" e affermando che "non si può fermare Putin
con baci o fiori" mentre la guerra in Ucraina sta per entrare nel quarto
anno dall'inizio dell'invasione russa su vasta scala.
Alla vigilia dei negoziati a Ginevra sulla
fine del conflitto, Zelensky mette in chiaro:
"Non voglio essere il presidente che
ripeterà gli errori commessi dai miei predecessori o da altre persone.
Non
parlo solo dell'Ucraina.
Parlo dei leader di diversi Paesi che hanno
permesso a un Paese aggressivo come la Russia di entrare nel loro territorio.
Non si
può fermare Putin con baci o fiori.
Io non l'ho mai fatto ed è per questo non
penso sia la strada giusta.
Il mio consiglio per tutti è di non farlo con
Putin". Altrimenti, avverte, "ci sarà un primo passo, poi in cinque
anni ricostruirà il suo esercito, aumenterà il numero di soldati, il suo
esercito sarà ben addestrato.
Perché ha perso molto personale ben
addestrato. Attualmente perde 30-35.000 persone al mese.
Potete
immaginare tutto questo nel XXI secolo?
Potete immaginare che sta perdendo 35.000
persone al mese?
Non
sono certo lo sappia".
Zelensky
insiste per "sanzioni totali" contro la Russia e affinché il nucleare
non resti escluso.
"Sanzioni totali significa totali",
scrive a chiare lettere su “X”, ringraziando il presidente degli Stati Uniti,
Donald Trump, che "ha adottato misure forti sanzionando Lukoil e
Rosneft".
"Può
sanzionare tutto il loro settore dell'energia, in particolare l'energia
nucleare", prosegue il presidente ucraino, convinto che "sarà un
messaggio potente per gli europei".
"Gli
europei hanno fatto molto, ma non hanno ancora sanzionato l'energia nucleare
russa, Rosatom", incalza Zelensky, citando dirigenti e parenti e
affermando che vivono in Europa e negli Stati Uniti.
"Andate in Russia. Tornate a casa.
Non rispettate nessuno negli Usa.
Non rispettate le regole. Non rispettate la
democrazia - conclude - Non rispettate l'Ucraina né l'Europa. Andatevene a
casa".
Da
Budapest Marco Rubio rivendica che gli Stati Uniti sembrano essere
"l'unica nazione sulla Terra" in grado di portare rappresentanti
ucraini e russi "al tavolo per parlare".
"Non voglio insultare nessuno, ma le
Nazioni Unite non sono in grado di farlo, non c'è un altro Paese in Europa che
è stato in grado di farlo", afferma il segretario di Stato Usa rispondendo
alle domande dei giornalisti durante la conferenza stampa con Viktor
Orban.
"Noi
non siamo cercando di imporre un accordo a nessuno - afferma - non stiamo
cercando di costringere nessuno ad accettare un accordo che non vogliono.
Vogliamo
solo aiutarli, perché pensiamo che sia una guerra incredibilmente dannosa,
incredibilmente distruttiva".
Per Orban, "se Trump fosse stato il
presidente degli Stati Uniti questa guerra non sarebbe mai scoppiata.
E se lui non fosse il presidente allora non
avremmo avuto nessuna chance di mettere fine alla guerra con la pace".
Il
premier ungherese assicura di "continuare a sostenere gli sforzi di
pace" degli Stati Uniti, aggiungendo, durante la conferenza stampa con
Rubio, che l'Ungheria "rimane pronta" ad offrire Budapest come sede
di un vertice di pace, se questo sarà possibile.
In “C'è anche l'ipotesi di un cessate il fuoco
energetico sul tavolo dei negoziati trilaterali tra Ucraina, Russia e Stati
Uniti che si apriranno domani a Ginevra”.
Lo scrive l'agenzia di stampa russa Tass
citando una fonte occidentale:
"La
questione di un cessate il fuoco energetico verrà senza dubbio sollevata".
Sul campo la Russia intanto rivendica il
controllo di due località nella regione di Sumy e nel Donetsk, nell'est
dell'Ucraina.
Secondo
il ministero della Difesa di Mosca, sono sotto controllo russo le località di
Prova, nella regione di Sumy, e Minuiva, nel Donetsk.
Lo
riportano i media russi.
Nel
2025 le vittime civili in Ucraina causate dai bombardamenti sono aumentate del
26%, un dato che riflette l'aumento degli attacchi russi contro città e
infrastrutture del Paese.
Secondo
quanto riportato dal “Guardian”, che cita “Action on Armed Violence” (AOAV),
2.248 civili sono stati uccisi e 12.493 feriti a causa delle violenze in
Ucraina, con un numero di vittime e incidenti in significativo aumento.
La
Russia invaderà l’Europa?
Notiziegeopolitiche.net
– (30 Marzo 2026) – Dario Rivolta – Redazione – ci dice:
Trump,
impegnato in una guerra contro l’Iran che, comunque e quando finisca,
rappresenta una sconfitta personale per lui e per gli Stati Uniti, ha
nuovamente minacciato di voler ritirare le truppe americane da quegli Stati
europei che non raggiungeranno, per la difesa, una spesa del 5% del proprio
PIL.
Probabilmente
non arriverà a farlo ma, anche qualora dopo di lui fosse eletto un presidente
che si mostrerà più diplomatico e meno guascone nei nostri confronti, il nostro
continente non potrà più fare affidamento sicuro sull’art. 5 della NATO per
garantire la nostra sicurezza in caso di guerra.
Per quanto spiacevole e impopolare possa essere, il
tempo del bengodi per noi è finito e dovremo cominciare a pensare seriamente a
investire in nuovi e più completi armamenti.
Dal dopoguerra, noi europei occidentali
abbiamo potuto permetterci di fare solamente finta di avere eserciti nazionali
in grado di difenderci nel caso di attacchi stranieri e, invece di spendere per
la nostra difesa, abbiamo potuto giustamente permetterci di investire nello
“stato sociale”.
La
nostra garanzia di sicurezza erano gli USA.
Adesso
saremo obbligati a spendere molto di più per le armi ma l’ideale sarebbe di
farlo con gradualità e con il minimo impatto sulle spese per la sanità,
l’istruzione e la previdenza di vario genere.
È pure
ovvio che, se ci trovassimo davanti a un pericolo imminente, ogni possibile
gradualità sarebbe impensabile ma, nonostante quel che ci raccontano, la verità
è che nessun vero pericolo ci minaccia e che nessun esercito nazionale dei
Paesi europei sarebbe in grado, nemmeno se più armato e modernizzato, di
sostituire la garanzia difensiva dataci fino ad ora dagli americani.
Sgombriamo
quindi il campo da facili illusioni e da grida allarmistiche lanciate
volutamente da politici bugiardi e/o da produttori di armi malignamente
interessati e guardiamo in faccia la realtà.
Numero
uno:
fino a
che non esisterà, se mai succederà, un’unità politica europea, ogni esercito
unitario dell’Unione è impossibile.
Infatti, chi dovrebbe comandarlo?
Chi
deciderà il suo eventuale impiego?
Chi ne
stabilirà l’organizzazione, la dislocazione, gli obiettivi?
Se non
esiste una volontà statuale politica unitaria e democratica, è certo
impensabile lasciare che sia un qualche generale (e di quale Paese?) a decidere
autonomamente.
Immaginare che l’ultima decisione spetti alla “Commissione”
suona assurdo, se non addirittura ridicolo, vista la sua composizione
(immaginate che ben tre commissari vengono dai minuscoli Paesi baltici) e la
sua totale non rispondenza alle volontà popolari.
Anche
immaginare che la volontà politica dipenderà da un accordo tra un piccolo
gruppo di Stati e non dall’intera Unione non risolve il problema, visto che,
come dimostrato da tutte le crisi politiche mondiali che abbiamo affrontato
recentemente, ogni Governo se n’è andato per proprio conto perseguendo, a torto
o ragione, ciò che giudicava il proprio interesse nazionale. Il massimo che si
potrà fare è cercare il maggiore coordinamento negli acquisti degli armamenti,
in modo che i vari eserciti, alla bisogna, possano avere armi interscambiabili.
Anche
se questo è il minimo che si debba fare nelle condizioni attuali, abbiamo
dovuto constatare (ad esempio per quanto riguarda i nuovi sistemi aerei da
combattimento) che, comprensibilmente, il problema sta in chi e dove quegli
armamenti saranno progettati e costruiti.
Numero
due:
smettano
politici in malafede e giornalisti servili di ripeterci che la Russia è il
nostro pericolo numero uno e che, finita la guerra in Ucraina, il suo prossimo
obiettivo sarà qualche Stato europeo.
Tale
ipotesi è totalmente campata per aria e lo è per motivi politici, economici e
anche militari.
Innanzitutto domandiamoci per quale motivo la
Russia dovrebbe attaccare Paesi che fanno oramai parte dell’Unione Europea.
La Russia ha il maggior territorio del mondo e
le maggiori riserve di materie prime.
Cos’altro
cercherebbe in Europa?
Da
quando Putin è al potere, ogni dichiarazione e ogni azione del Cremlino ha
puntato a sottolineare che il suo obiettivo è sempre stato quello di poter
garantire la sicurezza dei propri confini e, nei limiti del possibile, poter
gestire una qualche “influenza” negli Stati post-sovietici.
Anche
la guerra in Ucraina è stata obiettivamente motivata dal voler impedire che la
NATO, già estesa ai Baltici, potesse installarsi anche sull’immensa pianura
ucraina, ottenendo così un facile accesso alla via per Mosca.
Al di
là di ciò, la parte est di quel Paese, il Donbass, è stata russa per secoli e
così anche la Crimea, con l’aggravante (per Mosca) che Kiev nella NATO avrebbe
messo a rischio il controllo russo sulla sua principale base navale nel Mar
Nero, Sebastopoli.
Da un punto di vista strettamente economico e
politico, una guerra contro un Paese dell’Unione innescherebbe delle
conseguenze che diventerebbero insopportabili per Mosca.
Non va
dimenticato che il PIL combinato dei Paesi europei è molte volte superiore a
quello della Russia e una guerra aperta provocherebbe per Mosca un isolamento
economico quasi totale, un’ulteriore dipendenza da pochi partner, una
militarizzazione dell’economia interna con conseguente riduzione del benessere
generale.
La Russia, in caso di un conflitto con
l’Europa, subirebbe un esproprio effettivo (non solo il congelamento) dei suoi
asset detenuti nel continente (più di 200 miliardi di dollari), affronterebbe
sanzioni economiche ancora maggiori, la totale perdita di investimenti
dall’estero e l’isolamento finanziario totale.
Già
per questa guerra il Cremlino ha dovuto ricorrere a un reclutamento in misura
minore per non svuotare eccessivamente la forza lavoro interna e per evitare la
nascita di un malcontento non controllabile. Una guerra contro l’Europa
comporterebbe mobilitazioni molto più ampie, perdite umane più elevate e un
possibile malcontento sociale. Dopo quattro anni di guerra, la Russia ha
conquistato non più di un quinto del territorio ucraino con una perdita (si
stima) di circa 150.000 caduti e molti feriti. Ha persino fatto ricorso a
mercenari stranieri per rimpinzare le file del suo esercito.
Le difficoltà incontrate dalla Russia in
Ucraina rappresentano un indicatore dei limiti operativi dell’esercito russo e
del punto a cui un qualunque governo stesse a Mosca possa spingersi.
È
possibile immaginare che, se Putin non avesse ascoltato i suoi servizi segreti,
che l’avevano assicurato che, a seguito di un’invasione, a Kiev ci sarebbe
stato un immediato colpo di stato, e se avesse immaginato quanto poi successo,
avrebbe pensato due volte prima di lanciare il conflitto.
Il problema fu che lui e il suo staff avevano
sopravvalutato la propria potenza militare e sottovalutato gli aiuti che
l’Occidente aveva dato (e continuato poi a fornire) agli ucraini.
La Russia resta una potenza militare
significativa, ma con forti limiti militari, economici e demografici.
Limitiamoci,
comunque, a considerare l’aspetto puramente militare.
La
NATO ha creato nove gruppi di battaglia situati nei Paesi considerati “in prima
linea”.
Gli
Stati Uniti ne guidano solo uno, stanziato in Polonia, e gli altri sono così
suddivisi:
in
Finlandia il leader è la Svezia, in Estonia la Gran Bretagna, in Slovacchia è
la Spagna, in Romania la Francia, in Bulgaria l’Italia e l’Ungheria si guida da
sola.
In Lituania è la Germania a comandare la forza
NATO e in loco ci saranno circa 500 militari tedeschi.
Nel caso a Mosca si decidesse,
irrazionalmente, di attaccare la Lituania, al di là del fatto che è membro NATO
e della UE, lo si farebbe partendo dalla Bielorussia.
Vilnius
sta a meno di cento chilometri dal confine, ma Varsavia è a meno di 200
chilometri, così come Riga in Lettonia e Tallinn in Estonia.
Le
truppe americane in Polonia ammontano a circa 10.000 uomini molto ben armati.
Se si attaccasse la Lituania, le truppe invasori
sarebbero esposte immediatamente sul fianco sinistro, che confina con la
Polonia.
Anche considerando un attacco di sorpresa e
velocissimo, una reazione europea e americana sarebbe immediata e basterebbe
che uno solo dei militari euro-americani venisse colpito per obbligare a una
guerra che si estenderebbe ben oltre i soli Paesi baltici.
In
Lituania le difese sono state predisposte in modo da ottenere una rapidissima
distruzione dei ponti chiave per i passaggi non desiderati e in Polonia, come
barriere difensive atte a rallentare le truppe, sono state aumentate le
superfici delle terre paludose e di quelle umide.
È pur
vero che Trump abbia spesso parlato di un disimpegno in Europa, ma il suo
obiettivo è di raggiungere, se ci riuscisse, un accordo con Mosca per spartirsi
le zone d’influenza e l’Europa rientra sempre nei piani americani.
Un
attacco su quest’area sarebbe un insulto personale al presidente americano e
costui non potrebbe far finta di niente. Non va dimenticata poi la realtà di
Kaliningrad, exclave russa circondata da Stati, e quindi eserciti, europei, che
sarebbe ben presto espugnabile in caso di conflitto.
Esiste,
teoricamente, anche la possibilità di una guerra “ibrida” lanciata dalla Russia
contro cavi sottomarini, satelliti e con attacchi informatici fantasma, ma atti
di tale genere, una volta identificata la provenienza, determinerebbero una
uguale reazione e le capacità russe nel settore non sono certo superiori a
quelle occidentali.
Infine, qualcuno ipotizza che i russi
potrebbero usare armi nucleari contro l’Europa.
Al di
là del fatto che, nonostante le difficoltà incontrate sul terreno, nessuno che
ne possieda le ha mai usate sino a ora, l’uso di tali armi da parte dei russi
autorizzerebbe anche francesi, inglesi e americani a fare lo stesso, con le
conseguenze terribili che si possono immaginare per il mondo.
In conclusione, a meno che a Mosca
impazziscano tutti (e proprio tutti), la possibilità che la Russia attacchi
Paesi europei è totalmente inverosimile, poiché i costi militari, economici e
politici supererebbero di gran lunga qualsiasi possibile beneficio.
La si
smetta dunque di sventolare fantasmi inesistenti e, se si vuole giustamente
potenziare le difese militari dell’Europa, lo si faccia con buon senso e con
tempi realistici.
(Dario
Rivolta. Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e
commercio internazionali.)
Iran.
Trump sospende il “Project Freedom”
ad
Hormuz, “Grandi progressi
verso
un accordo”.
Notiziegeopolitiche.net
– (6 Maggio 2026) – Agenzia Dire – Redazione – ci dice:
Lo ha
comunicato lo stesso capo della Casa Bianca con un messaggio sul suo social
“Truth” dopo l'appello di Marco Rubio a Teheran di 'fare una scelta sensata',
optando per la via diplomatica.
Il
presidente Donald Trump ha sospeso il “Project Freedom”, ovvero il passaggio
delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz.
Lo ha
comunicato lo stesso capo della Casa Bianca con un messaggio sul suo social
“Truth.”
“Sulla
base della richiesta del Pakistan e di altri Paesi, dell’enorme successo
militare che abbiamo conseguito durante la campagna contro l’Iran e, inoltre,
del fatto che sono stati compiuti grandi progressi verso un accordo completo e
definitivo con i rappresentanti dell’Iran – scrive Trump – abbiamo concordato
di comune accordo che, pur mantenendo il blocco in vigore, il “Project Freedom”
(il passaggio delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz) verrà sospeso per un
breve periodo di tempo per verificare se l’accordo possa essere finalizzato e
firmato“.
Una
mossa inaspettata che arriva dopo la ripresa degli attacchi dell’Iran contro
gli Emirati Arabi Uniti e l’appello del segretario di Stato, Marco Rubio, di
“fare una scelta sensata”, optando invece per la via diplomatica.
“L’operazione
“Epic Fury” è conclusa. Abbiamo raggiunto gli obiettivi prefissati”.
Lo ha
dichiarato Rubio ai giornalisti presenti alla Casa Bianca.
“Se
rappresentano una minaccia per le nostre forze, abbatteremo i droni,
abbatteremo i missili.
Ma è
un’azione difensiva”, ha detto Rubio, secondo quanto riportato da Abc News.
“Non
ci saranno sparatorie a meno che non ci sparino per primi.
Non li
stiamo attaccando. Non lo stiamo facendo.
Ma se
loro ci attaccano… bisogna reagire”, ha detto ancora il segretario di Stato.
(Fonte:
agenzia Dire).
Iran.
Nuova escalation tra Iran e Usa:
tensione
alle stelle nello Stretto di Hormuz.
Notiziegeopolitiche.net
– (5 Maggio 2026) - Guido Keller – Redazione – ci dice:
Tensione
nuovamente alle stelle in Medio Oriente, dopo una nuova escalation militare che
coinvolge Iran, Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti.
A
pochi giorni dalla tregua entrata in vigore tra il 7 e l’8 aprile, si registra
la violazione più grave del cessate-il-fuoco, con attacchi incrociati che
riaccendono il conflitto in una delle aree più strategiche al mondo.
Teheran
ha lanciato missili e droni contro infrastrutture statunitensi o di ausilio
alle forze Usa negli Emirati Arabi Uniti, colpendo anche il porto di Fujairah,
dove si è sviluppato un incendio che ha causato diversi feriti.
Le
autorità emiratine hanno dichiarato di aver intercettato parte degli attacchi,
mentre la risposta statunitense si è concentrata nello Stretto di Hormuz, con
operazioni contro mezzi militari iraniani e l’intercettazione di ordigni
diretti verso navi commerciali.
Dal
fronte iraniano arrivano accuse dirette a Washington.
Un
funzionario militare, parlando in forma anonima, ha dichiarato che “La
Repubblica Islamica non aveva alcun piano prestabilito per attaccare le
infrastrutture” e che “Quanto accaduto è il risultato dell’avventurismo
militare statunitense volto a creare un passaggio per il transito illegale di
navi attraverso le acque ristrette dello Stretto di Hormuz.
L’esercito statunitense deve esserne ritenuto
responsabile.
I
funzionari statunitensi devono porre fine alla pratica impropria dell’uso della
forza nel processo diplomatico e fermare l’avventurismo militare in questa
delicata regione petrolifera, che ha ripercussioni sulle economie di paesi di
tutto il mondo”.
Il
presidente del Parlamento iraniano “Mohammad Bagher Ghalib” ha rilanciato con
toni ancora più duri:
“Un
nuovo assetto dello Stretto di Hormuz è in fase di consolidamento”.
E ha aggiunto:
“La sicurezza del trasporto marittimo e del
transito energetico è stata compromessa dagli Stati Uniti e dai loro alleati
attraverso la violazione del cessate-il-fuoco e l’imposizione di un blocco;
naturalmente, la loro malvagità diminuirà.
Sappiamo benissimo che il mantenimento dello
status quo è intollerabile per l’America, e non abbiamo ancora nemmeno
iniziato”.
Un
concetto ribadito poco dopo con una frase destinata a far discutere:
“Non abbiamo nemmeno iniziato”.
La
condanna agli attacchi è arrivata anche da Islamabad, tra i principali
mediatori.
Il primo ministro pakistano “Shihab Sharif” ha
scritto che “Il Pakistan condanna fermamente gli attacchi missilistici e con
droni contro infrastrutture civili avvenuti la scorsa notte negli Emirati Arabi
Uniti”.
Esprimendo solidarietà ad Abu Dhabi, ha
aggiunto che “Il Pakistan è fermamente al fianco dei nostri fratelli e sorelle
emiratini, così come del governo degli Emirati Arabi Uniti, in questo momento
difficile.
È assolutamente essenziale che il
cessate-il-fuoco venga mantenuto e rispettato, per consentire il necessario
spazio diplomatico per il dialogo che porti a una pace e a una stabilità
durature nella regione”.
Anche
l’Italia ha preso posizione.
La
presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato che “Il governo italiano
esprime la sua vicinanza agli Emirati Arabi Uniti per gli ingiustificabili
attacchi subiti che devono immediatamente cessare”, e che “In questo difficile
scenario, l’Italia continuerà a fare la sua parte per favorire il dialogo e
scongiurare il propagarsi della crisi a livello regionale”.
Sottolineando infine un punto cruciale per gli
equilibri globali:
“La libertà di navigazione attraverso lo
stretto di Hormuz è un principio fondamentale del diritto internazionale ed
essenziale per l’economia globale”.
Sul
piano diplomatico, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Draghici è atteso a
Pechino per colloqui con le autorità cinesi, mentre il presidente statunitense
Donald Trump ha in programma una visita in Cina a metà maggio per incontrare “XI”
Jinping, in un momento in cui la crisi rischia di avere ripercussioni globali.
Ucraina.
Zelensky minaccia,
“Mosca
ha violato la tregua,
agiremo
di conseguenza”
notiziegeopolitiche.net
– Agenzia Dire – (6 Maggio 2026) – Redazione – ci dice:
Kiev e
Mosca continuano in maniera reciproca a violare il cessate-il-fuoco.
Un
finto cessate-il-fuoco.
Non
può definirsi che in questa maniera la “tregua” annunciata dalla mezzanotte di
ieri da Zelensky e già violata diverse volte sia dall’Ucraina che dalla Russia.
Con un post su” X”, oggi il presidente ucraino
ha annunciato che il suo Paese agirà di conseguenza dopo la violazione della
tregua da parte della Russia:
“Dopo gli attacchi brutali di ieri contro le
nostre città e comunità, cioè Dnipro, Zaporizhzhya, Kramatorsk e altre,
l’esercito russo ha proseguito oggi con ostilità attive e bombardamenti
terroristici.
La
scelta della Russia è un evidente rifiuto del cessate il fuoco e del salvare
vite umane”, scrive Zelensky.
“Gli
assalti continuano su tutte le sezioni chiave del fronte, e solo dall’inizio di
questa giornata l’esercito russo ha già condotto quasi 30 assalti.
Sono
stati registrati più di 20 raid aerei con oltre 70 bombe aeree solo durante la
notte e questa mattina.
Durante
la notte, l’esercito russo ha anche lanciato attacchi con vari tipi di droni.
In
particolare, le Forze di Difesa ucraine hanno neutralizzato quasi 90 droni
d’attacco da sole.
Ci
sono stati anche attacchi missilistici.
In totale, alle 10 del mattino, l’esercito
russo aveva commesso 1.820 violazioni del regime di cessate il fuoco –
bombardamenti, tentati assalti, raid aerei e uso di droni”.
“L’Ucraina ha chiaramente dichiarato che
avrebbe agito di conseguenza- aggiunge-, tenendo conto degli insistenti appelli
della Russia attraverso i media e i social network per un cessate il fuoco
durante la parata di Mosca.
È
ovvio per qualsiasi persona ragionevole che una guerra su vasta scala e
l’omicidio quotidiano di persone siano un brutto momento per ‘celebrazioni’
pubbliche.
La Russia deve porre fine alla guerra che sta
attualmente conducendo. Anche con internet spento e le comunicazioni bloccate,
è perfettamente chiaro alla maggior parte dei russi che la loro leadership può
uscire dal bunker e scegliere la pace.
La parte russa ha le nostre proposte
diplomatiche, e l’unica cosa necessaria è la volontà della Russia di muoversi
verso una pace reale”.
“A
partire da oggi, possiamo confermare che la parte russa ha violato il regime di
cessate il fuoco.
Sulla base dei rapporti serali del nostro
esercito e dei servizi di intelligence, decideremo sulle nostre ulteriori
azioni”, conclude.
Dal
canto suo, la Russia punta il dito contro i nemici ucraini, colpevoli di aver
attaccato l’edificio amministrativo della città di Energia e le zone
residenziali senza tuttavia prendere di mira la centrale nucleare di Zaporoze.
Lo
scrive la Tass, che cita la direttrice della comunicazione dell’impianto
Evgenia Yasmina.
“Ci
sono stati nuovamente attacchi contro l’edificio amministrativo e le zone
residenziali.
Non ci
sono stati attacchi contro l’impianto.
Stiamo
monitorando la situazione”.
Solo
24 ore fa, poi, è stato Putin ad attaccare l’Ucraina mentre chiedeva
contemporaneamente una tregua per consentire lo svolgimento della parata della
vittoria del 9 maggio a Mosca.
(Fonte:
agenzia Dire.)
Commenti
Posta un commento