L’abbraccio con la Cina sarebbe un danno per l’Italia.
L’abbraccio
con la Cina sarebbe un danno per l’Italia.
Una
lezione agli Usa: perché
la
Cina ha bloccato l’acquisto
di
Manus da parte di Meta.
It.insideover.com
– (28.04.2026) – Tecnologia – Federico Giuliani – ci dice:
La
Grande Muraglia della Cina si è alzata per impedire a Meta di acquistare la
startup di intelligenza artificiale (IA) Manus.
Le autorità di regolamentazione del Dragone,
impersonate nella potente “Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma”,
ossia l’agenzia...
La
Grande Muraglia della Cina si è alzata per impedire a Meta di acquistare la
startup di intelligenza artificiale (IA) Manus.
Le autorità di regolamentazione del Dragone,
impersonate nella potente Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma,
ossia l’agenzia per la pianificazione economica del Paese, ha stoppato il
tentativo della società proprietaria di Facebook di fare irruzione in uno dei
settori più delicati dell’universo cinese dell’hi-tech.
Meta
era sicura di aver fatto centro, tanto che lo scorso dicembre aveva persino
diffuso il valore dell’accordo, stimato in circa 2 miliardi di dollari.
E poi?
Nei
giorni scorsi Pechino ha vietato gli investimenti stranieri nell’operazione
imponendo “alle parti coinvolte di ritirare la transazione di acquisizione”.
Risultato:
affare
bloccato e un mare di problemi per Meta, che considerava l’operazione un
elemento chiave della sua nuova strategia per potenziarsi nel campo dell’IA.
Non
solo.
Bloomberg
ha scritto che non è chiaro come l’azienda statunitense possa annullare il “deal”,
visto che i dipendenti di Manus si erano già uniti al team di Ai di Meta, e che
investitori come “Tencent” e “Hongshan Capital” avevano già ricevuto la loro
quota.
“La
transazione si è svolta nel pieno rispetto della legge vigente. Prevediamo una
risoluzione adeguata dell’indagine”, si legge, intanto, in un comunicato
ufficiale di Meta.
USA.
Cosa
c’è dietro lo stop cinese.
Per
quale motivo la Cina ha bloccato l’operazione tra Manus e Meta?
La
mossa del Dragone è intanto un monito per tutti gli imprenditori del settore
tecnologico.
“Dopo
il caso “Manus gate” è chiaro che i fondatori di un’azienda capiranno che se si
inizia in Cina, si resta in Cina”, ha spiegato” Duncan Clark”, uno dei primi
consulenti di “Alibaba” e presidente della società di consulenza Beda China,
alla Cnbc.
Occhio
anche alla tempistica della fumata nera.
L’annuncio
di Pechino è arrivato pochi giorni prima della pubblicazione dei risultati
trimestrali di Meta, e a un mese circa dalla visita di Donald Trump a Pechino
dove, al tavolo di XI Jinping, verranno discussi temi legati a commercio e
investimenti.
Il
governo cinese si appiglia in ogni caso alla legge.
Già,
perché per effettuare investimenti esteri nella Cina continentale, sia diretti
sia indiretti, le aziende devono ottenere preventivamente l’approvazione per
tutte le operazioni che coinvolgono questioni di sicurezza nazionale.
E l’IA,
così come l’intero comparto tecnologico, è un campo delicatissimo.
“Last
but not least”, dopo mesi di crescenti tensioni politiche con la Casa Bianca,
la sensazione è che la Cina non abbia alcuna voglia di avallare accordi del
genere, non senza prima aver ricevuto adeguate garanzie. Tradotto: nel “vis a
vis tra” Trump e XI la situazione potrebbe sbloccarsi in favore di Meta, in
cambio di qualcosa su altri dossier.
L’affare
tra Manus e Meta.
Il
blocco cinese sull’operazione Manus-Meta è un duplice segnale inviato da
Pechino sia alle startup nazionali che agli investitori statunitensi. Quale?
Che il
fatto di creare una società a Singapore, o nei dintorni, non elimina il rischio
di ingerenze normative cinesi da un ipotetico accordo.
“Le
prime attività di ricerca e sviluppo di Manus si sono svolte in Cina e i suoi
dati principali provengono da lì”, si legge sul tabloid statale cinese “Global
Times” in un editoriale pubblicato ieri sera in lingua inglese.
“La
questione cruciale non è dove la società è registrata o dove si trova
attualmente il suo team.
Piuttosto,
risiede nell’entità dei suoi legami tecnologici, di talenti e di dati con la
Cina, e se la transazione potrebbe danneggiare la sicurezza industriale e gli
interessi di sviluppo della Cina”, prosegue l’articolo.
Dal
canto suo, Manus ha cercato di distinguersi dagli sviluppatori di intelligenza
artificiale concorrenti con quello che, a suo dire, può essere un agente
“veramente autonomo”.
A
differenza di molti altri “chatbot” che richiedono ripetute richieste prima che
l’utente ottenga la risposta desiderata, la startup sostiene che il suo
servizio è in grado di pianificare, eseguire e completare le attività in modo
autonomo, seguendo le istruzioni ricevute.
In
ogni caso, ricordiamo che la Cina ha sviluppato una serie di strumenti legali
per esercitare pressioni sulle aziende straniere.
Strumenti elaborati in risposta alle sanzioni,
ai controlli sulle esportazioni e ai divieti di investimento americani.
Palantir
e la regola del 40%. La società di Thiel tra vendite allo scoperto e
"buy" degli analisti.
Msn.com
– La Repubblica – (29 -04 -2026) – Redazione – ci dice:
(Walter
Galbiati, vicedirettore di Repubblica).
PALANTIR
TECHNOLOGIES INC.
Benvenuti
su Outlook, la newsletter di Repubblica che analizza l'economia, la finanza, i
mercati internazionali. Ogni mercoledì parleremo di società quotate e no, di
personaggi, istituzioni, di scandali e inchieste legate a questo mondo.
Tra
oggi e domani arrivano i conti delle” Magnifiche Sette”, ma la settimana
prossima, passata la bufera iniziata con il “warning di OpenAI”, si aprirà con
i numeri di un'altra protagonista dell’Intelligenza artificiale, senza dubbio
la più sopravvalutata, “Palantir”.
Un
periodo difficile.
Il mese di aprile non è stato dei migliori.
Non sono bastati i post di Trump e i contratti con l’amministrazione americana
per risollevare le sorti borsistiche della società statunitense, specializzata
nella gestione e analisi dei dati basate sull’intelligenza artificiale.
YTD
(year to date).
Il
gruppo fondato tra gli altri da” Peter Thiel” e “Alex Carp”, attuale ceo, ha
lasciato sul terreno da inizio anno ad oggi (Ytd) oltre il 16% del suo valore,
quando il Nasdaq, il suo indice di riferimento, nello stesso periodo è salito
dell’8%.
Il
crollo di aprile.
Non
che sia diventata una” penny stock”, anzi le sue quotazioni presentano ancora
multipli elevati.
Eppure,
un po’ di fiducia si è incrinata.
L’ultimo
scossone è arrivato a metà aprile, per un post pubblicato su “X” – e poi
cancellato - da “Michael Burry”, il gestore di hedge fund, reso famoso dal film
“The Big short” per aver scommesso al ribasso contro il mercato immobiliare
prima della crisi finanziaria del 2008 innescata dai mutui subprime.
La
concorrenza di “Anthropic”.
Nel
suo post, Burry sosteneva che Anthropic, la società attiva nell’IA guidata dai
fratelli “Amodei”, “stava sottraendo quote di mercato a Palantir”, perché nella
corsa verso il successo avrebbero vinto le società specializzate in IA,
alimentando così le preoccupazioni degli investitori per la già elevata
quotazione dell’azienda.
Il
confronto.
Anthropic rappresenterebbe “la soluzione più
semplice, economica e intuitiva per le aziende” e per questo avrebbe ampi
margini di crescita.
Al
contrario secondo Burry, Palantir è più sbilanciata verso il settore pubblico e
i contratti governativi non consentono la stessa rapida crescita, perché il
settore statale è caratterizzato “da margini ridotti e dimensioni limitate”.
“The
Big short “su Palantir.
Già lo
scorso autunno, Burry aveva fatto sapere di aver aperto una scommessa al
ribasso contro Palantir e Nvidia, quando le società tecnologiche avevano
raggiunto valori astronomici.
La
società di “Thiel” era arrivata a valere 475 miliardi di dollari, una
quotazione pari a oltre 230 volte gli utili del 2025, multipli che collocavano
il gruppo nell’iperuranio, insieme a Tesla e ben lontano anche dalle altre
Magnifiche Sette.
La “bolla hi-tech”.
Da
sempre Burry si è mostrato scettico sullo sviluppo dell’intelligenza
artificiale e più volte ha lanciato il suo allarme per una possibile bolla
tecnologica per le valutazioni troppo elevate dei titoli.
La
scala mobile di Buffett.
Per far comprendere come gli investimenti miliardari
nel settore dell’IA possano non essere ripagati, Burry ha ripescato un
passaggio di una lettera agli investitori di Warren Buffett, in cui l’oracolo
di Omaha parlava di come negli anni ’60 fu costretto a mettere in un grande
magazzino di sua proprietà una scala mobile, perché un concorrente che si
trovava dall’altra parte della strada ne installò una.
A chi
giova?
“Alla fine, nessuno dei due trasse beneficio
da quel costoso progetto. Nessun miglioramento duraturo dei margini o dei
costi, ed entrambi si ritrovarono esattamente nella stessa situazione.
È così che andrà a finire la maggior parte
delle implementazioni di IA”, ha spiegato Burry in una discussione con Jack
Clark, cofondatore di Anthropic, e il famoso podcaster Dwarkesh Patel,
pubblicata su Substack.
Manca
un fine.
Secondo il gestore di hedge fund, la spesa di
trilioni di dollari senza un chiaro percorso di utilizzo da parte dell’economia
reale è preoccupante. “Nell'esempio della scala mobile, l'unico valore è andato
a beneficio del cliente. Ed è così che va sempre quando i produttori o i
fornitori non possono applicare rendite di monopolio”, ha aggiunto Burry.
L’effetto
dello short.
Quando
a novembre scorso si è saputo attraverso una comunicazione alla Sec che Burry
aveva scommesso al ribasso sul titolo, Palantir è crollata in tre giorni del
16%, con il titolo passato da 190 a 175 dollari. Lo stesso è avvenuto ad
aprile: altro scivolone del 15% e valore sceso da 150 a 128 dollari per azione.
Il
post di Trump.
In
aiuto di Thiel è arrivato il presidente Trump che ha rinnovato il suo sostegno
al gruppo:
“Palantir
Technologies (PLTR) ha dimostrato di possedere grandi capacità e attrezzature
belliche. Basta chiedere ai nostri nemici! Presidente DJT.”
Gli
affari di Thiel.
Lo
scorso anno, Palantir ha chiuso il bilancio con ricavi pari a 4,475 miliardi di
dollari, di cui 1,855 miliardi, in crescita del 55% sull’anno precedente,
originati da contratti governativi.
Il
legame col governo.
Il che
significa che lo Stato americano genera il 41% di tutto il giro di affari del
gruppo.
Palantir
opera a stretto contatto con il Pentagono, fornendo software che hanno permesso
di pianificare gli attacchi all’Iran, ma anche con il Dipartimento per la
Sicurezza Interna e l’Immigration and Customs Enforcement (Ice), aiutando la
caccia agli immigrati di Trump.
Il
dilemma su Palantir.
I
conti vanno bene, perché con un Ebitda di 2,28 miliardi i margini sono del 57%
e l’utile è stato di 1,9 miliardi.
Ma
resta da capire se la crescita è sostenibile, oppure come dice Burry, è messa a
rischio dai competitor.
La
regola del 40%.
Un
modo per capire come potrebbe andare la società è la regola del 40%, un
principio finanziario utilizzato per valutare la salute e l'efficienza delle
aziende software SaaS (Software as a Service), secondo cui la somma del tasso
di crescita dei ricavi e del margine di profitto (operativo o Ebitda) dovrebbe
essere superiore al 40%.
I
numeri.
Nel
quarto trimestre Palantir ha ottenuto un Rule of 40 pari al 127% e di 106% per
tutto il 2025.
Per il
2026, la società prevede di chiudere con un fatturato compreso tra i 7,18 e
7,19 miliardi di dollari con una crescita del 60% sul 2025, trainata
soprattutto dagli affari nel settore privato.
Le
stime di Bofa.
Gli
analisti di Bank of America hanno stimato che nel 2026 Palantir possa
raggiungere un punteggio secondo la Rule of 40 del 122%, che la collocherebbe
ben al di sopra di tutti i concorrenti del settore del software aziendale e tra
i pochi insieme a Nvidia, TMSC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company) e
Micron Technology a superare persino un punteggio di 80.
La
valutazione.
Che
poi a differenza di Burry, Bank of America sia bullish su Palantir lo dimostra
il generoso target price, ovvero il prezzo obiettivo, attribuito all’azione che
è di 255 dollari contro una quotazione attuale intorno ai 140 dollari.
La
ratio.
Si
tratta di un valore che deriva da un rapporto Ev/Ebitda (valore di impresa su
margine operativo lordo) di 15 volte ricavato sulle stime di Bofa al 2035.
“Utilizziamo
- scrivono gli analisti nella loro nota - una metodologia di valutazione a più
lungo termine per riflettere il profilo di crescita elevata e redditività
sostenuta della società”.
I
pro...
A
spingere le quotazioni dovrebbero essere la posizione favorevole di Palantir
nelle commesse per la sicurezza nazionale e agli sforzi di modernizzazione
digitale del governo statunitense e dei suoi alleati, ma anche “il ruolo di primo piano nelle
piattaforme basate sull'intelligenza artificiale, le partnership
opportunistiche, il solido bilancio e la forte redditività”.
… e i
contro.
Dall’altra parte, però, gli analisti di Bofa
colgono anche le possibili minacce, che non sono poi tanto distanti da quelle
paventate anche da Burry.
Oltre
a una crescita del mercato delle piattaforme di IA inferiore alle attese, sul
futuro di Palantir potrebbero pesare un maggiore successo dei concorrenti (il
riferimento di Burry ad Anthropic), la trasformazione dell’IA in una commodity
(l’esempio della scala mobile di Buffett) e una resistenza più forte del
previsto da parte dei clienti governativi all’utilizzo di soluzioni commerciali
pronte all’uso.
La
trimestrale.
Il
primo banco di prova sarà il prossimo 4 maggio, quando Palantir presenterà i
risultati del primo trimestre per i quali la società si attende di chiudere con
ricavi tra 1,532 e 1,536 miliardi di dollari e un utile operativo rettificato
tra 870 e 874 milioni.
Tajani: va rilanciato il partenariato
strategico tra imprese di Italia e Cina. Siglato un piano d’azione per il Made
in Italy in China (Il Sole 24 Ore).
Esteri.it
– (18 Aprile 2026) - Intervista a Ministro della Cina effettuata da Carlo
Marroni – Il sole 24ore – ci dice:
(Ministero
degli affari esteri e della cooperazione internazionale).
Ministro
Antonio Tajani, lei sta concludendo una missione in Cina dedicata al commercio
e alla cooperazione economica.
È
arrivato a Pechino in un momento molto delicato, a partire dalla guerra in
Iran.
«Sono
venuto in Cina perché è imprescindibile esserci: la Cina è un gigante economico
con cui l’Italia, paese esportatore, vuole mantenere canali aperti e sempre più
forti.
È un
mercato importante per il nostro export e per l’internazionalizzazione delle
imprese, parte fondamentale del Piano Export della Farnesina.
Essere usciti dalla “Via della Seta” non
significa aver rinunciato ad avere solidi rapporti economici che rimangono
basati sul “Partenariato Strategico” firmato da Berlusconi nel 2004.
Su
alcuni temi abbiamo posizioni diverse, ma la Cina è una delle due grandi
superpotenze del mondo, protagonista con gli Usa nel Consiglio di sicurezza
Onu, attore sulla scena della politica internazionale e multilaterale.
La mia
missione è stata molto positiva, sia dal punto di vista politico che economico:
abbiamo notato buone aperture per le nostre imprese”.
Cosa
le hanno detto i ministri cinesi sulla guerra in Iran e in particolare sul
blocco di Hormuz?
«Il
ministro degli Esteri “Wang Yi” condivide con noi la richiesta di garantire il
transito libero dei mercantili attraverso Hormuz:
nessuno
può pretendere di bloccare il commercio internazionale, nessuno può far pagare
un pedaggio.
Quella
guerra va fermata con la diplomazia e le ultime notizie che arrivano ci
lasciano sperare bene».
Sono
passati due anni dalla risoluzione dell’accordo della “Via della Seta”,
l’Italia era stato l’unico paese G7 a firmarlo, poi siete usciti. Quale è lo
stato delle relazioni commerciali?
«Da
tempo abbiamo chiesto un riequilibrio del commercio fra i nostri due Paesi.
Ho
colto da parte cinese la volontà politica di venirci incontro su molti dossier.
Per
esempio mi hanno annunciato che le autorità stanno per bloccare altre aziende
che usano falsi nomi italiani, esempi di “italian sounding” che sfruttano una
lontana somiglianza linguistica con l’italiano.
La
dirigenza cinese sta collaborando, ci aiutano a risolvere molti problemi sui
marchi».
Ma la
Cina rimane il Paese con più barriere d’accesso commerciali, come denuncia la
Ue.
«Il
mercato cinese è molto regolato, dobbiamo favorire l’accesso aiutando
l’internazionalizzazione delle imprese italiane.
In
Cina abbiamo 1.500 aziende che fanno 33 miliardi di euro di fatturato.
Chiediamo apertura su alcuni aspetti di regolazione eccessiva del loro mercato:
sono
il nostro quarto partner commerciale nel mondo e il primo in Asia, ma il nostro
deficit commerciale continua ad aumentare, siamo a 46 miliardi.
Per
questo ho chiesto al ministro del Commercio “Wang Wentao” di aumentare le
possibilità di ingresso per il Made in Italy.
È
stato siglato un piano d’azione; abbiamo aspettative forti, in settori come
oreficeria, agroalimentare, cosmetica, gli appalti pubblici.
Per
l’agroalimentare italiano in effetti negli anni ci sono stati molti ostacoli.
«Ne
abbiamo parlato in una sessione dedicata al tema: per noi è cruciale far
ripartire le esportazioni di prodotti chiave, in particolare carne bovina e
suina.
Abbiamo
discusso molto anche del settore dei gioielli, per il quale ci sono problemi di
licenze che vogliamo superare.
Ogni singola azione è vitale aiutare aree
commerciali e industriali che danno molti posti di lavoro in Italia»
Avete
discusso anche di” e-commerce”, per quali ragioni?
«La
dimensione del commercio sulle piattaforme elettroniche in Cina è importante:
il 27% del commercio cinese, pari a 2.400
miliardi di dollari all’anno, si svolge sui siti di e-commerce. Per vendere
capi di alta moda, oppure scarpe di lusso o anche solo parmigiano in Cina
bisogna stare sull’e-commerce.
Con l’ICE aiutiamo i gruppi italiani ad
avvicinare le catene di logistica che possano soddisfare le richieste degli
utenti cinesi su Alibaba o sugli altri siti; le Pmi non possono fare tutto da
sole, e in questo il nostro aiuto, del Sistema Italia, fa la differenza».
Un
nodo importante è il “Golden Power”: come ha spiegato la recente decisione
relativamente alla Pirelli?
«Al
ministro del Commercio cinese che ha sollevato la questione ho detto che il
“golden power” è stato approvato dal governo per garantire la presenza di
Pirelli sul mercato americano.
Ma nel
modo in cui è stata approvata non danneggerà finanziariamente i soci cinesi.
Il “Golden
power” non vuole essere un ostacolo agli investitori stranieri, tanto meno ai
cinesi.
Nel
2025 solo 40 operazioni su 1.000 notificate al Governo sono state sottoposte a
controllo, e il veto è stato esercitato solo 2 volte».
C’è
stato tempo per accordi apparentemente minori, come un altro volo per Venezia e
i diritti del caldo della Serie alla tv di stato cinese…
«Sembrano
accordi minori, ma sono ulteriori testimonianze dell’interesse trai due paesi.
Dopo
il volo Venezia-Shanghai adesso avremo Venezia-Pechino:
turisti cinesi e italiani a Pechino e Venezia,
ma anche un collegamento diretto per gli imprenditori del Nord-est produttivo.
La
Serie A italiana visibile sulla tv cinese è un altro spazio di amicizia fra le
due nazioni, un fattore di attrazione per turisti.
Non ci
sono solo la politica o l’economia, anche uno sport può unire due popoli».
Anche
la cultura può farlo: 33 miliardi a Pechino d sono di continuo mostre sull’arte
e la storia italiana.
«In
questo momento ce ne sono 11, di cui 2 contemporaneamente nel Museo Nazionale
Cinese, su Palladio e Pompei.
La
presenza della cultura italiana in Cina è una delle carte più importanti per il
nostro paese, e l’industria della cultura è strumento di amicizia.
A
Pechino ieri ho inaugurato la mostra degli Uffizi dedicata ai Maestri italiani
del rinascimento, un evento costruito in uno spazio immersivo tecnologicamente
futuribile con opere d’arte prestate dagli Uffizi.
A Shanghai nascerà un “Palazzo Treccani”, un
polo culturale che rafforzerà il ruolo dell’Italia in questo settore.
Questa
missione in Cina rientra nel lavoro che il Governo fa sull’export: abbiamo
aumentato i fondi per l’ICE, abbiamo incrementato le risorse a fondo perduto di
“Simest” per le imprese esportatrici che devono affrontare la crisi energetica.
L’export è quasi il 40% del Pil:
sostenere
le esportazioni è una priorità decisiva del Governo per rafforzare tutta
l’economia italiana».
(Carlo
Marroni - Testata: Il Sole 24 Ore).
Quali
sono i fini strategici degli accordi Italia-Cina?
Starmag.it
– Francesco d’Arrigo – (10 Agosto 2024) – Redazione – ci dice:
L’intervento
di Francesco D’Arrigo, direttore dell'Istituto Italiano di Studi Strategici
"Niccolò Machiavelli".
“Il governo
non ha dato alcuna garanzia sulle conseguenze degli accordi che si appresta a
firmare con la Cina e che riguardano settori strategici per la nostra sicurezza
nazionale e la nostra sovranità economica e tecnologica. Parliamo di logistica,
infrastruttura, energia, spazio e telecomunicazione: il fronte del conflitto in
atto per il predominio mondiale. Il governo sta consegnando le chiavi di casa
alla potenza mondiale che punta al dominio economico e militare globale.”
Inizia
così l’”Operazione verità” sul vero contenuto degli accordi Italia – Cina che
il governo (Conte) si apprestava a sottoscrivere, del meeting promosso a maggio
del 2020 dalla Fondazione Farefuturo e da New Direction, dal titolo “Il Dragone
in Europa. Opportunità e rischi per l’Italia”.
Un evento organizzato per lanciare il report a
cura dell’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata “Conoscere per deliberare –
la sfida cinese e la posizione della Repubblica”, che ha visto gli interventi
di Adolfo Urso, Giovanbattista Fazzolari, Corrado Ocone, Giulio Terzi, Andrea
Margelletti, Giorgio Cuscito, Alessia Amighini, Helena Legarda, Federico
Mollicone.
Nell’introduzione
di quel report si legge: “l’adesione entusiastica del governo italiano – unico nel G7
– alla Via della Seta e alla BRI è stata decisa e attuata senza alcun
approfondito dibattito sull’assertività spregiudicata, spesso in violazione del
diritto e delle regole internazionali, della nuova politica estera e di
sicurezza di Pechino. Ciò che è ad esempio avvenuto con l’occupazione illegale
di parte rilevante del Mare della Cina; con la repressione voluta dal PCC delle
dimostrazioni a Hong Kong; con le minacce a Taiwan; e infine con la grave
mancanza di trasparenza e le omissioni di notifica – al primo manifestarsi nel
Novembre 2019 del CoronaVirus – a tutti i Paesi aderenti al Trattato
International Health Regulation ratificato anche dalla Cina.”
E
ancora: “Negli
ultimi anni l’Italia si è contraddistinta se non come l’unica, per lo meno come
la principale voce fuori dal coro ogni qualvolta l’Unione Europea è riuscita ad
affrontare più seriamente questioni di rilievo nei rapporti con la Cina. È un
gioco pericoloso che rischia di mettere l’Italia ai margini nei rapporti con
gli alleati euro- atlantici. Sono loro a rappresentare di gran lunga la
principale forza per la nostra crescita economica, scientifica, tecnologica, e
in particolare modo per la sicurezza e la Difesa dell’Italia.”
Un
rapporto molto interessante della Fondazione presieduta dal Senatore Adolfo
Urso che l’anno successivo veniva eletto presidente del Comitato parlamentare
per la sicurezza della Repubblica (Copasir). Oggi il Senatore Urso è Ministro
delle Imprese e del Made in Italy, nonché principale sponsor dello sbarco
dell’industria automobilistica cinese in Italia e promotore degli accordi
sottoscritti a Pechino dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni con il Primo
Ministro Repubblica Popolare Cinese Li Qiang, durante la sua visita ufficiale
lo scorso 28 luglio 2024.
Nel
“Piano d’azione per il rafforzamento del Partenariato Strategico Globale
Cina-Italia (2024-2027)” sottoscritto si legge: “le parti convengono di dare
priorità alla cooperazione nei seguenti settori:
1)
commercio e investimenti;
2)
finanziario;
3)
innovazione scientifica e tecnologica, istruzione;
4)
sviluppo verde e sostenibile;
5)
medico-sanitario;
6)
rapporti culturali e scambi people-to-people.”
Ma che
cosa è cambiato da quel rapporto del 2020 che ha portato il presidente del
Consiglio Meloni prima a disdire il memorandum tra Italia e Cina sulla Belt and
Road Initiative (o Nuova Via della Seta), firmato dal governo Conte – che lo
stesso presidente Meloni ancora in questi giorni ha ribadito stava danneggiando
l’Italia – e poi stipulare un nuovo “Partenariato strategico globale” con
quella stessa Cina governata dal Partito Comunista Cinese, che oggi esprime una
politica estera ancora più assertiva e sostiene la guerra di aggressione russa
contro l’Ucraina?
In
poche parole possiamo dire che è cambiato il contesto geostrategico mondiale e
siamo, nostro malgrado, coinvolti in una guerra ibrida globale con schieramenti
ben definiti dopo l’invasione russa dello Stato ucraino: da una parte ci sono
le democrazie occidentali e gli Stati aderenti alla Nato, insieme ad Ucraina,
Israele e Taiwan; dall’altra il cosiddetto nuovo “Asse del male” Russia, Iran,
Cina ed i loro alleati.
Uno
scenario geopolitico che è diventato così preoccupante che lo scorso 11 luglio
2024, al Summit Nato di Washington al quale ha partecipato il nostro presidente
del Consiglio, i Capi di Stato e di Governo che hanno preso parte al Consiglio
Nato-Ucraina hanno condiviso e pubblicato la seguente dichiarazione:
…“L’Ucraina è su una “traiettoria irreversibile” per l’ingresso nella Nato e i
suoi alleati occidentali “le forniranno assistenza a lungo termine per la
sicurezza”. Lo hanno dichiarato, nero su bianco, nel comunicato finale del
vertice NATO conclusosi a Washington. Un testo in 38 punti approvato
all’unanimità in cui i leader dell’Alleanza affermano di “essere uniti e
solidali di fronte a una brutale guerra di aggressione nel continente europeo e
in un momento critico per la nostra sicurezza”…
Ma non
è tutto: se i membri dell’Alleanza hanno confermato che “la Russia rimane la
minaccia più significativa e diretta alla loro sicurezza”, per la prima volta
hanno accusato apertamente Pechino di essere un “facilitatore decisivo” e di
sostenere l’aggressione russa con l’invio di materiale bellico.
La
firma all’accordo tra Italia e Cina è stata posta dopo il comunicato congiunto
dei “Leaders of the Group of Seven (G7) di Apulia presieduto dall’Italia:
We
will continue taking measures against actors in China and third countries that
materially support Russia’s war machine, including financial institutions,
consistent with our legal systems, and other entities in China that facilitate
Russia’s acquisition of items for its defense industrial base.”
Un
accordo strategico Italia-Cina che viene sottoscritto mentre gli Stati Uniti si
muovono per rafforzare in modo significativo le alleanze nell’Indo-Pacifico, in
presenza di una percepita minaccia alla sicurezza da parte della Cina, anche
attraverso un importante potenziamento del comando militare statunitense in
Giappone. E nonostante i ministri degli Esteri dell’Alleanza “QUAD”: Australia,
India, Giappone e Stati Uniti, lunedì 29 luglio, dichiaravano di essere
seriamente preoccupati per le manovre intimidatorie e pericolose nel Mar Cinese
Meridionale e si sono impegnati a rafforzare la sicurezza marittima nella
regione.
Scenari
che evidentemente non sono stati ritenuti sufficientemente preoccupanti dal
governo italiano nel suo riavvicinamento al Dragone cinese, malgrado i pericoli
segnalati dal Congresso degli Stati Uniti, che ha recentemente approvato, con
consenso unitario di entrambe le Camere, la legge “Biosecure Act”, che si
aggiunge a tutti gli altri provvedimenti precedentemente adottati per limitare
gli scambi tecnologici e le attività di molteplici aziende cinesi, che portano
lo scontro con Pechino a livelli senza precedenti. In base alle nuove
disposizioni del Congresso Usa, i fornitori di servizi medici finanziati dal
governo degli Stati Uniti non potranno stipulare contratti con “avversari
stranieri” e le aziende del settore delle biotecnologie e delle “Multiomics”
(genomics, epigenomics, transcriptomics, proteomics, and metabolomics) dovranno
separarsi dalle aziende cinesi.
Gli
Stati Uniti stanno contrastando l’assertività della Cina ed il sostegno che il
PCC offre alla Russia in tutti i settori delle nuove tecnologie oltre che nella
sfera delle biotecnologie, e contemporaneamente stanno ampliando le restrizioni
sulle vendite di semiconduttori e prossimamente, indipendentemente da chi
vincerà le elezioni prossime presidenziali, saranno imposte nuove restrizioni
unilaterali all’accesso della Cina ai chip di memoria IA.
Con
l’intensificarsi di questa guerra tecnologica con gli Stati Uniti, non c’è da
stupirsi che Pechino punti a sfruttare le divisioni dell’Unione Europea. Ed
ecco perché gli accordi del governo italiano assumono caratteristiche
discordanti con le politiche europee, permettendo a Pechino di inserirsi in una
faglia apertasi nell’UE dopo le recenti elezioni, offrendo legami bilaterali
dai dubbi vantaggi economici ai governi di destra ed a quelli populisti in
Italia e in Ungheria, alimentando tensioni nel blocco dei 27 Paesi e
perplessità in ambito Nato.
La
discordia potrebbe aiutare la Cina ad aumentare la sua ingerenza nelle scelte
strategiche di questi Paesi ed impedire dazi UE sui veicoli elettrici cinesi, e
che le sanzioni si estendano ad altri settori. Di certo Pechino non ha perso di
vista il fatto che il divario nella politica commerciale transatlantica tra
Europa e Stati Uniti sembra destinato ad allargarsi ulteriormente, soprattutto
se alla Casa Bianca dovesse arrivare Donald Trump.
L’Europa
è ancora aperta ai veicoli elettrici cinesi, a differenza degli Stati Uniti che
hanno imposto dazi doganali del 100%, ed il governo italiano in prima linea,
che spinge per una “soluzione negoziale” tra Unione europea e Cina
sull’applicazione dei dazi all’import di auto elettriche, può rappresentare il
perfetto “cavallo di Troia” per contrastare la visione occidentale del
progresso tecnologico basata su principi democratici e sui diritti, e non solo
sugli interessi economici.
La
Cina continua ad influenzare i politici nazionali ed europei affinché approvino
politiche/leggi o accettino accordi che, insieme o separatamente, favoriscano
gli interessi del PCC a spese dei cittadini di quel Paese e dell’Unione
Europea.
Pertanto
rimangono di estrema attualità, valide ed assolutamente condivisibili le
considerazioni del report della Fondazione FareFuturo, di seguito riportate: “È
evidente che l’Italia è particolarmente esposta a tattiche cinesi che sono
riuscite negli anni ad acquisire alla narrativa del Partito Comunista Cinese
consensi di personalità politiche, di ambienti imprenditoriali, scientifici e
culturali. I veri obiettivi di Xi Jinping sono costantemente ignorati da gran
parte dell’informazione del nostro Paese, così come gli attacchi che la Cina
attuale porta all’ordine mondiale, agli stessi valori della Costituzione
italiana e dei Trattati Europei. Non è certo così per gli Stati Uniti e altri
partner che si stanno preparando senza autolesionismi e timidezze ad un
confronto con la Cina di natura politica ed economica. In questo quadro una
posizione equivoca da parte dell’Italia non è assolutamente più sostenibile
verso nessuno. Essa danneggia gravemente nostri fondamentali interessi
nazionali. Per tale ragione a conclusione del rapporto indichiamo alcune
raccomandazioni basate anche sulle esperienze positive acquisite dai Paesi
alleati.”
“Si
rende inoltre necessario un ben diverso paradigma nei rapporti bilaterali tra
la Repubblica italiana e la Repubblica popolare cinese: a tutela dei diritti
dei cittadini italiani, della democrazia costituzionale italiana, della
sicurezza nazionale, dell’economia, e del ruolo dell’Italia a livello globale.
Si tratta di un’esigenza non rinviabile.”
La
stipula di questi accordi con la Cina crea seri dubbi sulla politica atlantista
e pro-europea del governo italiano, disvelando ambiguità e contraddizioni che
certamente non erano auspicabili e che lo privano di quella legittimazione che
si era guadagnata, non senza ostacoli interni, in questi due anni.
Cina-Italia:
ribadiscono forti legami,
promettono
cooperazione più stretta.
Elivebrescia.tv – (9 Ottobre 2025) - Xinhua –
Redazione- ci dice:
Roma,
09 ott. – (Xinhua) –
La
storia degli scambi tra Cina e Italia ha pienamente dimostrato che l’apertura,
la cooperazione e lo sviluppo condiviso sono le scelte giuste basate sul
patrimonio culturale e sulle esigenze pratiche di entrambi i Paesi, ha
affermato ieri il ministro cinese degli Esteri Wang YI in visita a Roma.
Queste
scelte servono gli interessi fondamentali e a lungo termine di entrambe le
parti e riflettono le aspirazioni condivise dei due popoli, ha affermato Wang,
anche membro dell’Ufficio politico del Comitato centrale del Partito comunista
cinese, durante l’incontro con il vice presidente del Consiglio e ministro
degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale d’Italia Antonio
Tajani.
Quest’anno
ricorre il 55mo anniversario dell’instaurazione delle relazioni diplomatiche
tra Cina e Italia. Wang ha affermato che per oltre mezzo secolo i due Paesi
hanno portato avanti una cooperazione pragmatica di alto livello, promosso
scambi culturali e tra popoli di alta qualità, e costruito un proficuo
partenariato strategico globale.
La
Cina è desiderosa di collaborare con l’Italia per rafforzare la fiducia,
eliminare le interferenze, attuare attivamente il piano d’azione sul
rafforzamento del partenariato strategico globale, promuovere ulteriori
risultati nella cooperazione bilaterale e stimolare lo sviluppo economico dei
due Paesi, ha aggiunto Wang.
Il
funzionario ha osservato che, in qualità di partner strategici globali, la Cina
e l’Italia dovrebbero mantenere stretti scambi, fiducia e sostegno reciproci e
tenere conto delle principali preoccupazioni l’una dell’altra. La Cina spera e
crede che l’Italia continuerà ad aderire fedelmente al principio di una sola
Cina e a consolidare le basi politiche per una crescita solida e costante delle
relazioni bilaterali.
Wang
ha invitato i due Paesi a continuare ad attuare l’importante consenso raggiunto
dai leader dei due Paesi attraverso azioni concrete, e a trasformare la buona
volontà politica nella forza motrice per lo sviluppo delle relazioni
sino-italiane.
Il
funzionario cinese ha affermato che la Cina è desiderosa di esplorare
attivamente il potenziale di cooperazione con l’Italia nei settori
dell’ecologia, del digitale, dell’aerospaziale, dell’intelligenza artificiale e
in altri campi, e di fornire un ambiente imprenditoriale equo, trasparente, non
discriminatorio e prevedibile per incoraggiare le imprese dei due Paesi ad
aumentare gli investimenti bilaterali.
Wang
ha sottolineato che in un mondo che sta subendo sia cambiamenti che turbolenze,
la Cina e l’Italia, in quanto rappresentanti di spicco delle antiche civiltà
dell’Oriente e dell’Occidente, dovrebbero e sono in una posizione ideale per
trarre saggezza e ispirazione dalle loro ricche storie, fornire soluzioni
razionali e pratiche alle sfide globali più urgenti, unire le forze per la pace
e la stabilità mondiali, e compiere sforzi incessanti per promuovere la
costruzione di un sistema di governance globale più giusto ed equo.
Tajani
ha affermato che l’Italia attribuisce grande importanza alle sue relazioni con
la Cina. Le due parti hanno ottenuto risultati di cooperazione notevoli in vari
campi nell’ambito del partenariato strategico e hanno costruito una relazione
costruttiva e reciprocamente vantaggiosa, ha aggiunto il vice presidente.
Tajani
ha sottolineato che la cooperazione economica e commerciale serve come forza
trainante fondamentale per lo sviluppo delle relazioni bilaterali. Ha espresso
l’auspicio che entrambe le parti intensifichino il dialogo e gli scambi
attraverso meccanismi bilaterali quali il Comitato governativo Cina-Italia e la
Commissione economica mista tra i due Paesi, approfondiscano la cooperazione
pratica, attuino efficacemente il piano d’azione triennale, e promuovano lo
sviluppo continuo e approfondito del partenariato strategico globale tra i due
Paesi.
L’Italia
è desiderosa di ampliare gli investimenti reciproci con la Cina sia nei settori
tradizionali che in quelli innovativi, ampliare gli scambi e la cooperazione
nei settori della scienza e della tecnologia, della sanità, del turismo, della
cultura e in altri campi, aprire più voli diretti, e fare buon uso
dell’opportunità offerta dal fatto che l’Italia ospiterà le Olimpiadi invernali
il prossimo anno per rafforzare il sostegno reciproco, ha affermato il vice
presidente.
L’Italia
accoglie con favore più imprese cinesi affinché aumentino gli investimenti nel
Paese ed è desiderosa di creare un ambiente favorevole a tal fine, ha aggiunto
il vice presidente.
Tajani
ha affermato che l’Italia aderisce fermamente alla politica di una sola Cina e
non vacillerà mai su questa posizione. Ha sottolineato che la Cina, in qualità
di membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, svolge un
ruolo fondamentale nella salvaguardia della pace e dello sviluppo mondiali.
L’Italia è pronta a rafforzare la cooperazione multilaterale con la Cina e a
collaborare per promuovere la risoluzione pacifica di questioni quali il
conflitto israelo-palestinese e la crisi ucraina, ha affermato Tajani. (XIN).
(©
Xinhua).
L’Italia
può permettersi di dire no alla Cina?
Busineespeople.it
- Franco Balisti – (12 Novembre 2025) – Redazione – ci dice:
Tra
golden power, tensioni geopolitiche e ritirata dalla Via della Seta, l’Italia
prova a ricalibrare il rapporto con Pechino per difendere sovranità e strategia
industriale delle circa 700 aziende tricolori con investitori del Sol Levante.
Riuscirà nell’impresa, Trump permettendo?
Quanto
sono lontani i tempi in cui l’Italia firmava per prima in Europa un memorandum
fortemente voluto da XI Jinping. L’intesa riguardava la nuova Via della seta,
progetto geopolitico e commerciale di lungo respiro pensato a Pechino. Anno
2019, solo sei anni fa, eppure pare un’altra era geologica.
All’epoca
al governo c’era il sodalizio giallo-verde guidato dal primo Conte, e l’Italia
veniva accusata dai suoi detrattori di essere il cavallo di Troia dei cinesi in
Europa firmando un accordo promozionale per accrescere le esportazioni tra i
due Paesi. I rapporti consolidati tra Roma e Pechino di quegli anni erano
attribuibili alle ottime entrature dei Cinque Stelle con la Cina.
Condizionamento segnalato anche dalla timidezza con cui il governo di allora
espresse la sua opinione sulle rivolte a Hong Kong, che contestavano
apertamente il regime della Cina continentale, poiché metteva a dura prova le
libertà democratiche conseguite negli anni dall’ex colonia britannica.
A
distanza di sei anni il mondo è cambiato. Complice la diffidenza originata dal
Covid (le cui origini sono tutte da verificare e rimandano a Wuhan), ma
soprattutto la guerra che tracima in Europa, investe l’Ucraina e unisce Russia
e Cina (e India) in chiave anti-americana e anti- occidentale. Così non
sorprende quello che ha in testa di fare Palazzo Chigi, anche se al momento in
cui si scrive* non sono note le implicazioni e lo si scoprirà solo nei prossimi
mesi.
Un’indiscrezione
dell’agenzia americana Bloomberg in piena estate ha segnalato che «il governo
di Giorgia Meloni sta valutando piani per limitare le partecipazioni degli
investitori cinesi in aziende chiave per evitare potenziali tensioni con gli
Stati Uniti». L’iniziativa italiana riguarderebbe «aziende considerate
strategiche, sia private che controllate dallo Stato».
Uno
degli esempi più significativi è senz’altro Pirelli, di cui la società statale
cinese Sinochem International detiene il 37%. La partecipazione è già stata
oggetto di restrizioni da parte del governo italiano attraverso l’esercizio dei
poteri speciali, che nel 2023 hanno limitato l’influenza del socio asiatico su
aspetti tecnologicamente sensibili come i sensori cyber montati sugli
pneumatici, usati anche in Formula 1. Lo scorso aprile, su richiesta dei
regolatori, il consiglio di amministrazione di Pirelli ha poi declassato lo
status di governance di Sinochem, dichiarando che il gruppo non ha più il
controllo della società.
Ai
cinesi è vietato ora indicare l’amministratore delegato. Ma anche di decidere
sulle operazioni straordinarie «come acquisizioni, conferimenti,
concentrazioni, fusioni, scissioni, quotazioni di strumenti finanziarie». E di
«coordinare iniziative in materia finanziaria, creditizia, di ricerca e
sviluppo». Il tutto sarebbe partito da una segnalazione dei servizi americani
che avrebbero avvertito Pirelli del fatto che gli pneumatici dotati di sensori
connessi avrebbero potuto subire restrizioni sul mercato statunitense a causa
della proprietà cinese, in linea con le misure americane su software e hardware
provenienti da aziende controllate da Pechino.
Ma
«Pirelli è solo il caso più estremo tra quelli che il governo italiano deve
affrontare», ha scritto Bloomberg, «che vorrebbe anche estromettere gli
investitori cinesi da Cdp Reti». L’azienda, che detiene partecipazioni di
controllo nelle reti energetiche italiane tra cui Snam, Italgas e Terna, è
posseduta al 35% da un’unità della State Grid Corporation of China, che ha due
amministratori nel board in grado di influenzare il processo decisionale.
In
Italia si contano circa 700 aziende con investitori cinesi, ma il focus del
governo sarebbe sulle realtà di maggiori dimensioni attive in settori
strategici come energia, trasporti, tecnologia e finanza. Il ministero degli
Esteri cinese, replicando a Bloomberg, ha affermato che la cooperazione negli
investimenti tra Cina e Italia è «mutuamente vantaggiosa e non dovrebbe essere
ostacolata da terze parti», auspicando che Roma offra «un ambiente
imprenditoriale equo, giusto e non discriminatorio» e salvaguardi i «legittimi
diritti e interessi» delle imprese cinesi.
E
allora non sorprende anche quello che sta avvenendo in termini macro-economici.
Stanno crollando, non a caso, le acquisizioni della Cina in Italia e fra le
cause, secondo gli osservatori, c’è proprio l’uso allargato e stringente del
cosiddetto golden power, il potere di veto del governo all’ingresso di soci
esteri nelle imprese italiane. Uno studio di Kpmg, rilasciato il 19 luglio
scorso, ha rivelato come negli ultimi 12 anni (2010-2022) le operazioni di
fusione e acquisizione da parte della Cina nel Paese sono state 147 per 24,9
miliardi. Di queste solo nove (per 494 milioni) sono avvenute lo scorso anno,
otto nel 2021, 12 nel 2019. Nel 2022 il mercato si è ridotto a volume di un
terzo dal 2017, anno record per numero di operazioni: 22 per 1,51 miliardi. Nel
2015 c’è stato il picco a valore con 9,138 miliardi.
Le
grandi società che la Cina ha ancora in portafoglio sono però solo sette. Una,
appunto, è Pirelli. Le altre sei sono Autostrade per l’Italia (ingresso nel
2017), partecipata da Silk Road Fund al 5%. La Candy, che Quingdao Haier
comperò nel 2018 dai Fumagalli. E poi la Ferretti degli yacht, all’86% di
Weichai che vi entrò nel 2012. Oppure Nms, il Nerviano Medical Center di cui è
azionista dal 2018 il fondo Hefei Sar V-Capital. Infine, Eni East Africa di cui
è socia la China national corporation dal 2013; e appunto Cdp Reti dove dal
2014 la State Grid Corporation of China ha il 35%: i cinesi sono soci
finanziari, ma sottoposti alla direzione e coordinamento di Cdp. È chiaro come
comincino a crescere le preoccupazioni degli imprenditori italiani che hanno produzioni
in Cina. E anche chi continua ad avere buoni rapporti commerciali con Pechino
lancia l’allarme.
«Attenzione
a mettere troppe briglie», dice Daniele Ferrero, socio e Ceo di Venchi, che in
Cina ha due uffici e 48 negozi. «Limitare la circolazione di capitali non è una
scelta strategica. La Cina è un partner importante per tutto il mondo
occidentale, ci siamo integrati negli ultimi anni. Attenzione a non cambiare
gli equilibri». Venchi è partecipata nella filiale di Hong Kong da Simest,
società riconducibile a Cdp. Nell’ultimo bilancio Simest sono 33 le partecipate
in Cina e a Hong Kong.
Aziende
come le quotate Eurogroup, rotori e statori per auto elettriche, o la Siti
B&T, macchine per l’industria della ceramica. Partecipazioni avviate negli
anni scorsi per sostenere l’internazionalizzazione. Le contraddizioni, però,
non si fermano alle partecipazioni strategiche o meno della Cina in Italia.
Investono soprattutto il rifinanziamento del nostro debito pubblico. A Davos,
nel 2024, il ministro dell’Economia Giorgetti ebbe una serie di incontri con
alcune controparti per motivarli a investire nei nostri titoli di Stato, ma non
se ne fece nulla. Gli investitori istituzionali hanno d’altronde fame di
rendimento e ora l’Italia sembra un partner più affidabile dopo la recente
promozione dell’agenzia Fitch sulla nostra solvibilità. Ma anche sulla rete 5G
hanno pesato molto gli interrogativi americani sulla cinese Huawei, che alla
fine è stata estromessa dalla realizzazione dell’infrastruttura di
telecomunicazione necessaria per il mobile.
Insomma,
il sodalizio tra Roma e Pechino si è ormai interrotto, l’Italia è sempre più
legata alla dottrina Trump – che peraltro con Pechino sta adottando un
atteggiamento quanto meno altalenante – in aperto contrasto commerciale con la
Cina. Il rischio è che il nostro Paese paghi dazio perché la nostra economia
vive di export e la Cina è il più grande mercato al mondo, come segnalano i
proventi della moda delle grandi griffe italiane. Prada, ad esempio, ha soci
cinesi e sono molti i gruppi della moda che hanno accordi con la piattaforma
cinese Alibaba. Fortunatamente sono rimasti pochi i brand di proprietà
italiana, la gran parte è in mano ai francesi di Kering o Lvmh, maggiormente
esposti a un conflitto aperto con la Cina. E ora si apre la transizione di Armani.
Italia-Cina,
andata e ritorno.
Negli
ultimi anni la Cina è diventata il principale partner commerciale dell’Italia
in Asia. Il valore degli scambi ha superato i 70 miliardi di euro, con un forte
aumento delle importazioni (tecnologia, componentistica, tessile) e un export
italiano ancora trainato da macchinari, moda, agroalimentare e lusso.
La
relazione in 5 punti.
Squilibrio
nella bilancia commerciale.
L’Italia
registra un deficit commerciale con la Cina: importazioni nettamente superiori
alle esportazioni. Questo è un tema strategico di politica industriale
italiana, che cerca di rafforzare l’export verso Pechino per ridurre il gap. I
comparti più forti verso la Cina sono macchinari industriali, automotive di
fascia alta, moda, design, prodotti alimentari (vino e olio in testa). La
crescita della classe media urbana cinese sostiene la domanda di Made in Italy.
Dipendenza
tecnologica.
L’Italia importa massicciamente elettronica,
semiconduttori, pannelli solari e prodotti digitali dalla Cina, accentuando la
dipendenza della filiera manifatturiera italiana dalla tecnologia di Pechino.
Effetto
dei dazi Usa.
Le politiche protezionistiche di Donald Trump
hanno spinto Pechino a diversificare i propri mercati di sbocco. Questo ha reso
l’Europa, e l’Italia in particolare, un partner alternativo strategico. Molte
imprese italiane si sono trovate a beneficiare della ricerca cinese di
opportunità in Europa, ma al tempo stesso a dover gestire la pressione
competitiva cinese nei settori tecnologici.
La
fine del Memorandum.
Nel
2019 l’Italia era entrata nella Nuova Via della Seta, ma nel 2023 ha ritirato
l’adesione, riallineandosi alla strategia euro-atlantica. Ciò non ha chiuso i
commerci, ma ha raffreddato la cornice politica delle relazioni. La Commissione
europea parla di de-risking con la Cina: ridurre la dipendenza in settori
strategici (tecnologia, materie prime critiche). L’Italia deve muoversi dentro
questo equilibrio, cercando di non perdere quote di mercato in Cina pur
rispettando le linee comuni Ue-Usa.
Competizione
nei mercati terzi.
Cina e Italia spesso competono in Paesi terzi
(Africa, Balcani, America Latina) per infrastrutture, energia e manifattura.
Questo aggiunge complessità al rapporto bilaterale diretto. Pechino resta per
l’Italia un mercato essenziale ma sfidante. La domanda interna cinese rallenta,
mentre le frizioni geopolitiche aumentano.
(Articolo
pubblicato sul numero di Business People di novembre 2025).
Dichiarazioni
Chiave del Ministero
della
Difesa Russo sulla Situazione in Mali.
Conoscenzealconfine.it
– (30 Aprile 2026) – t.me/Lombardia Russia Gen. – Redazione – ci dice:
Quanti
dei soldi e delle armi che la UE e l’Italia dà a Kiev finiscono nelle mani di
gruppi Terroristici?
“Gruppi
armati illegali e terroristi hanno tentato un colpo di Stato armato in Mali il
25 Aprile.
Quattro
città principali sono state attaccate durante il tentativo di colpo di Stato e
il ministro della Difesa è stato ucciso in un attentato suicida con autobomba
vicino alla sua residenza.
I
terroristi hanno poi tentato di impadronirsi di strutture chiave nella
capitale, incluso il palazzo presidenziale.
Tuttavia
le unità della “Wagner – Africa Corps” hanno impedito il colpo di Stato e
scongiurato massicce vittime civili, infliggendo pesanti perdite ai militanti.
La “Wagner
– Africa Corps” ha usato tutti i tipi di armi per respingere gli attacchi,
dalle armi leggere ai MLRS e continua a svolgere i compiti assegnati in Mali
rimanendo pronta a respingere ulteriori attacchi.
I
terroristi coinvolti nel tentativo di colpo di Stato sono stati addestrati con
la partecipazione di istruttori mercenari ucraini ed europei.
Un
distaccamento della “Wagner – Africa Corps” a Kidal ha combattuto per più di un
giorno mentre era completamente circondato da una forza numericamente
superiore, ma hanno vinto.
I gruppi terroristi coinvolti nel tentativo di
colpo di Stato contavano circa 12.000 persone ma hanno perso più di 2.500
uomini e 102 veicoli; l’aviazione della “Wagner – Africa Corps” ha eliminato
oltre 245 terroristi.
Altri
distaccamenti hanno respinto quattro attacchi su larga scala alla roccaforte
principale e ai posti di difesa esterni a Kidal.
Per
decisione della leadership maliana, le forze armate maliane e le unità della
Wagner – Africa Corps hanno lasciato la roccaforte nella città di Kidal.
Intanto
medici della Wagner – Africa Corps stanno fornendo assistenza ai civili
feriti.”
Terroristi
addestrati ed armati da mercenari ucraini ed europei… Kiev e Bruxelles… Due
metastasi dello stesso CANCRO da abbattere il prima possibile!
Quanti
dei soldi e delle armi che la UE e l’Italia fornisce a Kiev finiscono nelle
mani di gruppi TERRORISTICI come questi in Mali?
Quanti
dei NOSTRI soldi finiscono a questi gruppi?
Nessuno
che solleva il problema in Parlamento? No?
(t.me/LombardiaRussiaGeN).
Von
der Leyen ha Mentito sull’Accordo “Mercosur.”
Conoscenzealconfine.it
– (29 Aprile 2026) - Ewa Zajączkowska-Hernik (membro polacco del Parlamento UE)
– Redazione – ci dice:
È
stato rivelato che von der Leyen HA MENTITO riguardo all’accordo con il
Mercosur.
Da
venerdì 1° maggio il mercato verrà inondato da decine di migliaia di tonnellate
di manzo senza dazi, e la Commissione Europea ha ceduto a Brasile e Argentina la
decisione su chi esporterà cibo nell’UE.
Ci
avveleneranno e distruggeranno l’agricoltura, solo per fare un favore ai
tedeschi, che si riprenderanno grazie all’esportazione dei loro prodotti nei
paesi del Mercosur.
Questo accordo è una grande fregatura che
colpisce la nostra salute e la sicurezza alimentare!
Scandalo Primo.
La
Commissione Europea prometteva 99 mila tonnellate di manzo dal Mercosur in 6
anni, e ne entreranno quasi 60 mila già il primo giorno di entrata in vigore
dell’accordo, cioè già venerdì 1° maggio!
Non è
tutto:
come
ha appreso RMF FM, fino ad ora quel manzo era soggetto a un dazio del 20%, ma
improvvisamente è stato abbassato a zero, rendendolo subito più economico da
importare e spingendo fuori dal mercato i prodotti dei contadini polacchi.
Questa è una strategia per distruggere
rapidamente i produttori europei.
Scandalo Secondo.
Come
se non bastasse, la Commissione Europea ha rinunciato volontariamente alla
possibilità di decidere quali aziende dei paesi del Mercosur possono importare
cibo nell’UE!
Questo
è stato completamente ceduto nelle mani degli stati sudamericani e saranno
loro, non gli importatori europei, a decidere quale azienda e quante migliaia
di tonnellate di cibo venderanno nell’UE.
Eppure,
solo di recente la Commissione Europea, con i risultati di un audit, ha ammesso
che il Brasile NON CONTROLLA la qualità del cibo inviato nell’UE!
È
difficile credere che i furbi burocrati dell’UE abbiano ceduto tutto senza
combattere, quindi la domanda è: chi ci ha guadagnato e quanto?
Scandalo Terzo.
Come
riporta il quotidiano francese “Le Point”, questi cambiamenti fatali per i
contadini e tutti i consumatori sono stati introdotti in sordina solo pochi
giorni fa!
Il
documento che modifica le regole per l’importazione di cibo dal Mercosur è
stato approvato il 22 aprile 2026, senza informare l’opinione pubblica!
E
tutto questo accade dopo che di recente nell’UE sono arrivate 62 tonnellate di
manzo cancerogeno dal Brasile e girasole contaminato dall’Argentina (le norme
sui pesticidi superate fino a 5 volte!), e solo in Polonia dall’Uruguay sono
arrivati oltre 600 kg di manzo con ormoni.
E ora gli eurocrati premono ancora
sull’acceleratore! Come si può fidarsi di questa gente?
Avevo
avvertito esattamente di questo per mesi, quando questo accordo veniva spinto
illegalmente nell’UE e ora si conferma.
Dopo
tutti questi scandali, l’accordo con il Mercosur dovrebbe essere completamente
respinto – non solo per ragioni legali dal TSUE – ma per ragioni di sicurezza
dei contadini e dei consumatori da parte dei paesi UE, in testa la Polonia!
(Articolo
di Ewa Zajączkowska-Hernik (membro polacco del Parlamento UE.)
(Fonte
originale: x.com/EwaZajaczkowska/status/2048742533547651270
imolaoggi.it/2026/04/28/von-der-leyen-ha-mentito-sullaccordo-mercosur/.)
Crisi
Energetica, il piano dell’Ue per l’emergenza: voucher, aiuti alle imprese ma
niente smart-working.
Fanpage.it
- Francesca Moriero – (23 -04 – 2026) – Redazione – ci dice:
L’Unione
europea risponde alla crisi energetica con il piano “Accelerate EU”, che
prevede voucher energetici, sostegni diretti al reddito e aiuti alle imprese
nei settori più esposti come trasporti e agricoltura. Scartate invece misure
obbligatorie come lo smart working imposto o limiti alla mobilità,
privilegiando invece un approccio più flessibile e temporaneo.
Nel
pieno di una crisi energetica che ormai non può più essere letta come
un'emergenza temporanea, ma che sta assumendo piuttosto sempre più
caratteristiche strutturali, l'Unione europea cerca di costruire una risposta
capace di tenere insieme due obiettivi complessi: da un lato intervenire
nell'immediato per limitare gli effetti economici e sociali dei rincari,
dall'altro affrontare le debolezze di fondo che questa fase ha messo in luce.
È
proprio in questo equilibrio difficile che si inserisce il piano
"Accelerate EU", presentato dalla Commissione guidata da Ursula von
der Leyen. Si tratta di un insieme di strumenti che non pretende di offrire una
soluzione definitiva, ma piuttosto di delineare una strategia organica per
gestire una crisi che, sempre più chiaramente, è destinata a durare nel tempo.
Il
punto di partenza, messo nero su bianco da Bruxelles nella giornata di ieri, è
che l'Europa continua a pagare il costo della propria dipendenza energetica
dall'estero.
Dall'inizio
dell'escalation nell'Asia sud-occidentale, il continente ha dovuto sborsare
decine di miliardi in più per le importazioni di energia, senza però ottenere
una maggiore disponibilità di risorse.
Tradotto in termini concreti, significa che
famiglie e imprese stanno pagando di più semplicemente per consumare quanto
prima.
Ed è
proprio questa dinamica, prezzi in aumento senza un corrispondente incremento
dell'offerta, a rendere la crisi attuale particolarmente complessa da gestire.
Il
piano Accelerate Ue per la crisi energetica: voucher e aiuti alle imprese.
Nel
breve periodo, il piano europeo si muove lungo una linea che segna una certa
discontinuità rispetto al passato: evitare interventi generalizzati e puntare,
invece, su misure più mirate, capaci cioè di raggiungere chi è davvero più
esposto agli effetti della crisi.
In
questa direzione, la Commissione apre a un maggiore margine di manovra per gli
Stati membri, che possono attivare strumenti come sostegni diretti al reddito,
voucher energetici e aiuti alle imprese più colpite, soprattutto nei settori ad
alta intensità energetica, come trasporti e agricoltura.
La logica è lineare: quando le risorse
pubbliche sono limitate (e lo sono sempre più, anche per via dei vincoli di
bilancio) distribuirle in modo uniforme rischia di essere poco efficace oltre
che oneroso.
Intervenire
in modo selettivo consente invece di concentrare l'impatto dove serve davvero,
contenendo al tempo stesso la pressione sui conti pubblici. In questo quadro
rientra anche la possibilità, concessa ai governi nazionali, di ridurre alcune
componenti fiscali dell'energia, in particolare sull'elettricità, con
l'obiettivo di alleggerire le bollette di famiglie e imprese.
Anche
su questo punto, però, Bruxelles mantiene una linea prudente: si tratta di
strumenti pensati per essere temporanei, perché una riduzione strutturale della
tassazione energetica rischierebbe ovviamente di creare squilibri difficili da
sostenere nel lungo periodo.
(Smart
working obbligatorio un giorno a settimana e meno aria condizionata: il piano
UE contro il caro energia.)
(Il
problema centrale è la disponibilità energetica: non solo aumento dei prezzi).
Al
centro del piano europeo c'è poi un aspetto che spesso sfugge a una lettura
immediata: questa crisi non riguarda soltanto il costo dell'energia, ma la sua
disponibilità concreta.
Il problema, in altre parole, non è solo
quanto si paga, ma quanta energia circola davvero.
Le tensioni nello Stretto di Hormuz e, più in
generale, nell'area del Golfo Persico hanno reso più fragili e incerti i flussi
di petrolio, gas e derivati.
Si
tratta di uno snodo fondamentale per l'approvvigionamento globale per cui
quando il traffico rallenta o diventa più rischioso, l'impatto si estende ben
oltre la regione.
Non è soltanto quindi una questione di volumi
che diminuiscono, ma anche e soprattutto di rotte più complesse, tempi di
consegna che si allungano, costi logistici e assicurativi che aumentano.
Tutti
elementi che, insieme, riducono di fatto l'offerta disponibile. In una
situazione simile, intervenire esclusivamente sui prezzi (ad esempio attraverso
tagli fiscali o sussidi) rischia di non essere sufficiente.
Se l'energia è più difficile da reperire o da
trasportare, il problema non si risolve:
viene al massimo attenuato per un periodo,
senza però incidere sulle cause più profonde della tensione.
Da qui
l'insistenza di Bruxelles sul coordinamento tra gli Stati membri.
L'obiettivo è evitare una somma di risposte
nazionali scollegate, in cui ogni Paese si muove per conto proprio, e costruire
invece una gestione più integrata delle scorte e degli approvvigionamenti.
Significa, in concreto, mettere a sistema
riserve e infrastrutture già esistenti, utilizzandole in modo più efficiente e,
soprattutto, più equilibrato tra i diversi Paesi.
Nella
stessa logica si inserisce anche la proposta di creare un osservatorio europeo
sui carburanti:
uno
strumento pensato sostanzialmente per seguire da vicino l'andamento della
produzione, delle importazioni e dei livelli di scorta. L'idea è quella di
disporre di informazioni tempestive per intervenire prima che le tensioni si
trasformino in vere e proprie carenze.
Il
caso dei carburanti per i trasporti.
Dentro
il sistema energetico europeo, uno degli anelli più esposti resta quello dei
carburanti per i trasporti, soprattutto per l'aviazione e per il trasporto su
gomma.
A
differenza di altri ambiti, qui le alternative nel breve periodo sono limitate:
aerei, camion e gran parte della logistica continuano a dipendere in modo
diretto da petrolio e derivati, spesso importati da aree geopoliticamente
instabili.
Le tensioni nello Stretto di Hormuz e
nell'area del Golfo Persico rendono questa dipendenza ancor più evidente.
Quando i flussi rallentano o diventano
incerti, l'impatto si fa sentire quasi subito lungo tutta la catena:
dai
costi del trasporto alle forniture, fino ai prezzi finali di molti beni.
Il
rischio, in questi casi, non è soltanto quello di pagare di più il carburante.
Se le
interruzioni dovessero protrarsi, potrebbe diventare più difficile reperirlo,
con effetti concreti sull’operatività dei trasporti e sulla continuità delle
attività economiche.
È uno
scenario che finora è rimasto sullo sfondo, ma che il piano europeo prende in
considerazione con maggiore attenzione.
Per
questo Bruxelles insiste sulla necessità di monitorare da vicino questi
segmenti e, se necessario, intervenire in modo coordinato tra Stati membri.
L'obiettivo
è evitare che eventuali tensioni si trasformino in blocchi operativi,
garantendo che le forniture continuino a fluire anche nelle fasi più critiche.
Niente
smart working imposto ma più flessibilità.
Nel
dibattito che ha preceduto la presentazione del piano, una delle ipotesi più
discusse era quella di introdurre poi misure obbligatorie per ridurre i consumi
energetici, come ad esempio forme di smart working imposto o limiti alla
mobilità.
Alla
fine, questa linea non è stata adottata.
La
Commissione ha scelto un approccio più flessibile, limitandosi a raccomandare
la riduzione della domanda energetica senza imporre vincoli rigidi.
Una
decisione che riflette sia le resistenze politiche degli Stati membri sia la
consapevolezza che interventi troppo invasivi rischierebbero di avere un costo
economico e sociale elevato.
La
vera partita dell'Unione Europea: uscire dalla dipendenza e puntare alle
rinnovabili.
Se le
misure di breve periodo servono a contenere l'impatto immediato della crisi, il
cuore del piano è però altrove.
"Accelerate
EU" punta infatti ad accelerare in modo deciso la transizione verso un
sistema energetico basato su fonti rinnovabili e su una maggiore
elettrificazione dei consumi.
Questo
significa investire massicciamente in infrastrutture, reti elettriche,
tecnologie pulite e sistemi di accumulo, ma anche e soprattutto modificare i
comportamenti di consumo e i modelli produttivi.
È ovviamente una trasformazione complessa, che
richiede tempo e risorse enormi, ma che viene ormai considerata inevitabile.
Il
ragionamento della Commissione sostanzialmente è:
finché
l'Europa resterà dipendente da combustibili fossili importati, sarà esposta a
shock esterni che non può controllare.
Ridurre
questa dipendenza non è quindi solo una scelta ambientale, ma se mai una
condizione necessaria per la stabilità economica e politica.
Urgenza
e limiti.
Resta
però una contraddizione di fondo che attraversa tutto il piano.
Da un
lato, la necessità di intervenire subito spinge verso misure rapide e spesso
costose; dall'altro, i vincoli di bilancio e la sostenibilità finanziaria
impongono cautela.
Questo equilibrio instabile si riflette in un
approccio che combina interventi temporanei, flessibilità regolatoria e
promesse di riforme strutturali.
Ma
proprio questa natura ibrida evidenzia il limite principale: molte delle
soluzioni più efficaci richiedono anni per produrre effetti, mentre la crisi si
sta sviluppando adesso.
In
questo senso, "Accelerate EU" non rappresenta tanto una soluzione
definitiva quanto un tentativo di gestire una fase di transizione complessa, in
cui le vecchie certezze (energia abbondante, prezzi relativamente stabili, mercati
prevedibili) sono venute meno, e le nuove non sono ancora pienamente costruite.
(fanpage.it/politica/crisi-energetica-il-piano-dellue-per-lemergenza-voucher-aiuti-alle-imprese-ma-niente-smart-working/).
(fanpage.it/).
Crisi
energetica: l'Italia si prepara
a un
piano anti-emergenza.
Metropolitano.it
– (7 Aprile 2026) – Alberto Minazzi – Redazione – ci dice:
Giovedì
9 la presidente Meloni in Parlamento, mentre rientra parzialmente l’allerta per
i rifornimenti negli aeroporti.
Il problema, però, resta.
La
vicenda del carburante per i voli esaurito all’aeroporto di Brindisi, che ha
tenuto banco nei giorni di Pasqua, si è almeno in parte ridimensionata.
Le
notizie circolate relativamente all’esaurimento delle scorte di cherosene nello
scalo pugliese sono però la punta dell’iceberg della crisi energetica,
innescata dalla guerra in Iran, che preoccupa su più fronti.
Per
questo, si rende quantomai urgente l’adozione di una strategia da parte del
Governo.
E, in tale prospettiva, si attende in
particolare l‘informativa che la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni,
porterà in Parlamento giovedì 9 aprile.
La
prospettiva è quella dell’elaborazione di un pacchetto di misure che si
traducano in vero e proprio piano di emergenza.
Verso
le mosse dell’Italia per affrontare l’emergenza-energia.
La
premier, prima di Pasqua, si era recata nel Golfo Persico per un blitz volto ad
approfondire diversi aspetti di una situazione in continua evoluzione, ma della
quale ancora non si vede la fine.
Anche
perché non è solo il carburante aereo a preoccupare, anzi.
C’è il
gas, per esempio, con il tangibile rischio di un razionamento.
A
questa ipotesi, affrontata dal “Comitato tecnico” riunitosi nelle ultime ore
al” Ministero dell’Ambiente”, si potrebbero aggiungere ulteriori misure, legate
al consumo di benzina e diesel.
Ovvero
l’introduzione della circolazione a targhe alterne e un ricorso straordinario
allo smart working nel settore pubblico.
Crisi
energetica.
Tra le
idee al tavolo di Palazzo Chigi c’è anche quella di tornare ad aprire alle
forniture di metano e petrolio dalla Russia, per scongiurare l’esaurimento
delle scorte.
Perché,
se è vero che, con la fine della stagione fredda, si spengono gli impianti di
riscaldamento, l’arrivo dell’estate si accompagnerà alla crescita della
richiesta di elettricità per alimentare i condizionatori.
Un
quadro complicato (anche sul fronte-sicurezza).
Nel
frattempo, pur nella consapevolezza delle difficoltà, l’invito è quello di
evitare inutili allarmismi.
La
questione, del resto, è delicata anche negli equilibri internazionali.
A partire dai segnali tutt’altro che
rassicuranti nelle prospettive dei traffici internazionali che arrivano dal
blocco dello Stretto di Hormuz.
Si
deve cioè tenere conto anche delle mosse, non sempre prevedibili, del
presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che rendono particolarmente incerta
la prospettiva di durata del conflitto.
Così come delle strategie di più ampio respiro
all’interno dell’Unione Europea.
Il
tutto, non va mai dimenticato, senza sottovalutare i temi legati alla pubblica
sicurezza.
In
materia, va ricordato, sono attualmente all’esame dalle Camere una serie di
provvedimenti.
Insieme alla conversione del “decreto
Sicurezza”, l’obiettivo del Governo è quello di una rapida conclusione
dell’iter parlamentare anche sui disegni di legge relativi alle nuove
assunzioni per le forze dell’ordine, alle tematiche dell’immigrazione e alla
Polizia municipale.
La
verità sulle scorte di cherosene a Brindisi.
A
proposito di allarmi, sul tema delle carenze dei carburanti allo scalo aereo di
Brindisi è arrivato nelle ultime ore il chiarimento del presidente di Aeroporti
di Puglia, Antonio Maria Vasile.
“Al momento – ha dichiarato – non c’è alcuna emergenza
per quanto riguarda la disponibilità di carburante negli scali pugliesi.
La situazione è sotto controllo, anche e
soprattutto a Brindisi e non c’è alcun motivo per creare preoccupazioni o
allarmismi.
Le
forniture di carburante continuano regolarmente e non c’è alcun rischio di
carenza imminente”.
Le
problematiche degli ultimi giorni, ha spiegato il presidente di Aeroporti di
Puglia, sono state dovute a “effetti indiretti connessi alle problematiche
registrate da altri scali”.
Le
scorte, cioè, sono state ridotte in maniera significativa per rifornire aerei
provenienti da Milano, Bologna e Venezia.
Ma il gestore ha assicurato il ripristino dei
livelli entro la mattinata di oggi, martedì 7 aprile.
Crisi
energetica.
Carburante
negli aeroporti: il punto della situazione.
Tutto
questo, in ogni caso, non nasconde una realtà in cui il carburante negli
aeroporti italiani sta iniziando a scarseggiare.
Sabato,
insieme a Brindisi, era scattata l’allerta anche a Pescara (poi smentita) e
Reggio Calabria, segnalando la necessità di limitazioni ai voli.
E, ancor prima, la distribuzione di carburante
era stata contingentata a Milano Linate, Venezia, Treviso e Bologna.
La
situazione sulle forniture internazionali attraverso Hormuz, da cui dipende il
30% del carburante per aerei utilizzato in Europa, ma con quote ancor più alte
in Asia, si è del resto incrociata in Italia con l’aumento dei traffici legato
alle festività pasquali.
Considerazioni
che preoccupano soprattutto in vista delle ferie estive. Gli spostamenti a
lunga distanza potrebbero essere infatti ridotti, oltre che in considerazione
delle numerose aree del pianeta in cui sono in corso conflitti, anche per
motivi legati ai costi, con ricadute sul settore del turismo organizzato.
Mentre
i viaggiatori “fai da te” valutano sempre più l’ipotesi di assicurarsi contro
inconvenienti, anche se il Codacons avverte che questi contratti costano fino
all’8% in più e non coprono tutti i possibili eventi negativi.
(Alberto
Minazzi).
Scende
il potere di acquisto e
cambiano
le spese degli italiani.
Metropolitano.it – (30 Aprile 2026) - Economia
+ - Redazione – ci dice:
Negli
ultimi anni l’inflazione ha intaccato significativamente il poter d’acquisto
delle famiglie e il conflitto in Medio Oriente si fa sentire anche sulle scelte
dei consumatori, diventati più oculati.
I
conti sono presto fatti e lasciano trapelare una situazione allarmante.
Dal
2020 fino al 2025 oltre la metà dei lavoratori italiani, il 51%, non ha
recuperato l’inflazione accumulata nel periodo, pari al 18%, con una perdita
conseguente di potere d’acquisto.
È il
dato che arriva dal rapporto “Acli-Iref” “Un’Italia stabilmente fragile”
realizzato su un campione di circa quattro milioni di dichiarazioni dei redditi
che per la prima volta ha preso in esame sei anni fiscali.
Detta in altri temini significa che negli
ultimi anni in Italia, pur avendo lavorato di più, ciò non si è tradotto in una
maggiore sicurezza economica.
Non
solo.
La mobilità infatti rimane molto limitata se
si considera che il 66,1% dei lavoratori che nel 2020 si trovavano nel livello
di reddito più basso, nel 2025 è rimasto allo stesso punto.
Stipendi
e ascensore sociale fermi fanno aumentare la povertà.
Al
potere d’acquisto che in sei anni è stato eroso dall’inflazione si aggiungono
stipendi reali praticamente fermi come anche l’ascensore sociale che di fatto
non concede ai lavoratori un percorso di crescita.
Chi si trova nelle fasce di reddito
medio-alte, circa il 65% dei lavoratori, ha subito una perdita reale mentre per
chi guadagna fino a 13.500 euro annui la situazione si può definire di
sopravvivenza.
Più
lavori per sopravvivere.
Nonostante
il 23% dei lavoratori abbia più lavori, questo impegno non serve a colmare il
divario con chi ha un impegno stabile e mediamente percepisce 10 mila euro in
meno rispetto a questi ultimi.
Una
situazione che va a colpire soprattutto i giovani tra i 25 e 34 anni e che
condiziona la vita e le scelte dei lavoratori con conseguenze sulla famiglia,
la casa e nelle spese per istruzione e attività per i figli, laddove vi siano.
Diminuiscono
le intenzioni di acquisto, ma si continua a viaggiare.
A
rendere maggiormente complicato lo scenario è il conflitto in Medio Oriente, il
cui impatto economico si sta facendo sentire anche sulle scelte dei consumatori
italiani.
Come
rileva l’Osservatorio mensile Findomestic, solo il 20% pensa sia un buon
momento per fare acquisti importanti.
Il 44% delle famiglie si trova in ogni caso in
una situazione economica problematica e 4 italiani su 10 non sono riusciti a
risparmiare negli ultimi dieci mesi.
Se da
un lato l’Osservatorio ha registrato un calo dell’1,1% delle intenzioni di
acquisto (in questo momento c’è più attenzione al risparmio di carburante, ai
prezzi della spesa e al contenimento delle spese non necessarie), dall’altro un
segnale positivo arriva dai viaggi. Questo comparto, nonostante il contesto
particolarmente complesso sembra non risentire delle difficoltà. Risulta
infatti che il 61% degli italiani abbia intenzione di acquistarne nei prossimi
tre mesi. Un dato in crescita di 4,1 punti percentuali a testimoniare che la
voglia di partire c’è ancora nonostante tutto.
Positivi
e in aumento anche gli acquisti per il fai da te, indicato dal 34% e cresce
anche la voglia di ristrutturare.
Più
deboli invece risultano le intenzioni di acquisto legate all’efficienza
energetica e alla mobilità leggere dove scendono l’isolamento termico e i mezzi
di mobilità alternativa come le e-bike.
Per
l’Agenzia internazionale dell’energia siamo nella più grave crisi di sempre:
resta solo una via di fuga dal ricatto.
Ilfattoquotidiano.it – (6 Aprile 2026) - Gianfranco
Mascia - Ecologista, scrittore e blogger – ci dice:
Il
peccato originale risiede nel tempo incalcolabile che abbiamo sprecato prima di
avviare, con reale convinzione e pragmatismo industriale, la rivoluzione delle
fonti rinnovabili.
Per
l’Agenzia internazionale dell’energia siamo nella più grave crisi di sempre:
resta solo una via di fuga dal ricatto.
“Fatih
Biral “direttore generale dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, non ha
usato mezzi termini:
stiamo vivendo “la più grande crisi energetica
della storia” ha tuonato. Le sue parole, rimbalzate in queste ore sulle agenzie
di stampa, fotografano con spietata lucidità una realtà con cui l’Europa e il
mondo intero stanno facendo i conti.
Questa
è la tempesta perfetta, innescata dai conflitti geopolitici e deflagrata
attraverso la nostra tossicodipendenza dal gas e dal petrolio: ha messo a nudo
le fragilità strutturali di un intero sistema economico.
Tuttavia,
fermarsi a incolpare esclusivamente la congiuntura internazionale o le guerre
in corso significa guardare il dito e ostinarsi a ignorare la luna.
La verità, molto più scomoda e che le stesse
istituzioni energetiche internazionali oggi ammettono, è che questa crisi non è
solo figlia della geopolitica di oggi, ma dei decenni di ritardi di ieri.
Il
peccato originale risiede nel tempo incalcolabile che abbiamo sprecato prima di
avviare, con reale convinzione e pragmatismo industriale, la rivoluzione delle
fonti rinnovabili.
Per
anni, la transizione ecologica è stata trattata nei dibattiti politici come un
vezzo ambientalista, un lusso da perseguire a patto che non disturbasse troppo
lo status quo economico delle grandi compagnie fossili.
Abbiamo
continuato, e purtroppo continuiamo, a sussidiare le fonti tradizionali e a
costruire infrastrutture per il gas naturale, cullandoci nella pericolosa
illusione che fosse un eterno “combustibile ponte”.
Nel
frattempo, abbiamo sistematicamente ignorato i moniti di scienziati ed
economisti, i quali avvertivano che delegare la nostra sicurezza energetica a
nazioni politicamente instabili o apertamente ostili equivaleva a innescare una
bomba a orologeria.
(L’Ue
dice no: niente tassa sui mega-utili dei big dell’energia).
Se
vent’anni fa, invece di rincorrere le fluttuazioni del prezzo del barile,
avessimo investito massicciamente e strategicamente in eolico, solare, reti
intelligenti (smart grad) e sistemi di accumulo, l’onda d’urto di questa crisi
sarebbe stata infinitamente meno devastante.
Le
rinnovabili non sono soltanto lo strumento fondamentale per arginare il
collasso climatico;
sono,
come i fatti recenti hanno brutalmente dimostrato, la più potente arma di
indipendenza e sicurezza nazionale a nostra disposizione.
Il vento e il sole non sono soggetti a
embarghi, non finanziano conflitti e non subiscono i ricatti politici o le
oscillazioni irrazionali dei mercati finanziari.
Oggi
paghiamo un conto salatissimo per la nostra miopia politica e industriale.
Abbiamo
sprecato decenni a discutere se la tecnologia delle rinnovabili fosse
abbastanza matura, quando il vero problema era che la nostra classe dirigente
non era pronta ad abbandonare un modello di business obsoleto.
Le
dichiarazioni di Biral non devono essere lette solo come un bollettino di
guerra economica, ma come la pietra tombale sulle politiche energetiche del
passato.
Non
possiamo più permetterci di tamponare l’emergenza cercando affannosamente nuovi
fornitori di gas altrove o, peggio, riaccendendo vecchie centrali inquinanti.
Dobbiamo
usare questo shock sistemico per accelerare in modo drastico e definitivo verso
un modello energetico distribuito, pulito e indipendente.
Il
rammarico per il tempo perso è un esercizio sterile se non si trasforma in
azione immediata.
Come
recita un vecchio adagio, il momento migliore per piantare un albero era
vent’anni fa; il secondo momento migliore è adesso.
La
rivoluzione delle rinnovabili non è più un’opzione sul tavolo:
è la
nostra unica via di fuga da un ricatto che non dobbiamo mai più subire.
Misure
di emergenza: la risposta
dei
Governi alla crisi energetica.
Rinnovabili.it
- Erminia Voccia – (14 Aprile 2026) – Redazione – ci dice:
Tagli
alle accise sui carburanti, rigidi protocolli di razionamento, ritorno all'uso
del carbone hanno dimostrato che la sicurezza energetica e la stabilità sociale
dovrebbero avere la priorità assoluta.
Indice
dei contenuti.
Politiche
di risposta alla crisi energetica.
Almeno
60 Paesi hanno adottato misure di emergenza.
Strategie
di risposta in Asia: tra sgravi fiscali e austerità forzata.
Sudest
asiatico: razionamenti e voli cancellati.
L’Africa
e la crisi energetica: vulnerabilità e risposte locali.
Kenya
e il Corno d’Africa: razionamenti e impatti umanitari.
Misure
di emergenza fiscali in Sudafrica e Africa Australe.
Ritorno
al carbone.
Politiche
di risposta alla crisi energetica.
Con
l’esplosione del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, diversi Paesi in
tutto il mondo hanno adottato misure di emergenza in risposta alla conseguente
crisi energetica.
La chiusura dello Stretto di Hormuz ha
interrotto il transito di quasi il 20% della fornitura mondiale di petrolio e
di una quota analoga di gas naturale liquefatto (GNL).
Nonostante
l’annuncio di un cessate il fuoco di due settimane, si prevede che la crisi
continuerà a causa dei danni alle infrastrutture energetiche in Medio Oriente e
alle persistenti incertezze politiche.
L’Agenzia
Internazionale dell’Energia (IEA) ha definito la situazione attuale come la più
grande interruzione della fornitura nella storia del mercato petrolifero,
superando per magnitudo e impatto sistemico gli shock degli anni Settanta.
L’IEA
sta monitorando le politiche adottate dai vari Paesi in risposta alla crisi
energetica attraverso uno strumento di monitoraggio dedicato. Quest’ultimo
fornisce un quadro sempre aggiornato delle azioni implementate per il risparmio
energetico e il sostegno ai consumatori a livello globale.
Per le
economie di Asia e dell’Africa, caratterizzate da una dipendenza strutturale
dalle importazioni energetiche dal Golfo, l’impatto della crisi ha imposto
l’adozione di misure senza precedenti. Tali interventi, che spaziano da tagli
radicali alle accise sui carburanti a rigidi protocolli di razionamento, fino a
un ritorno all’uso del carbone, hanno dimostrato che la sicurezza energetica e
la stabilità sociale dovrebbero avere una priorità assoluta.
Almeno
60 Paesi hanno adottato misure di emergenza.
Come
ha evidenziato un monitoraggio di Carbon Brief, dall’inizio della guerra tra
Stati Uniti, Israele e Iran, almeno 60 Paesi hanno adottato misure di
emergenza.
Quasi
30 Stati, dalla Norvegia allo Zambia, hanno tagliato le tasse sul carburante
per aiutare i cittadini in difficoltà con l’aumento dei costi. Quest’ultima
sembra essere stata la risposta politica più comune alla crisi.
Alcuni
Paesi hanno spinto sulla costruzione di impianti per energie rinnovabili.
Altri,
come Giappone, Corea del Sud hanno scelto di fare maggiore affidamento sul
carbone, almeno a breve termine.
Anche
in Italia il “phase out “del carbone è stato prorogato al 2038, mentre per le
centrali di Brindisi e Civitavecchia si pensa al ritorno di una produzione più
strutturale
(Crisi
energetica europea, quali rischi per il gas nel 2026-2027?)
Strategie
di risposta in Asia: tra sgravi fiscali e austerità forzata.
L’Asia,
che assorbe il 75% del petrolio e il 59% del GNL che transita attraverso
Hormuz, è emersa come la regione più esposta allo shock.
I Governi hanno risposto con un mix di sussidi
miliardari e misure d’emergenza per limitare i consumi.
L’India
ha adottato una delle risposte più strutturate della regione.
Il 27 marzo 2026 il Ministro delle Finanze, Nirmal
Sitharaman, ha annunciato un taglio delle accise sulla benzina e sul diesel.
Questa misura, sebbene abbia pesato pesantemente sulle entrate governative, è
stata considerata necessaria per proteggere i consumatori dall’impennata dei
prezzi, passati da 70 a 122 dollari al barile in un solo mese. Accanto ai tagli
fiscali, il governo indiano ha implementato misure restrittive per garantire la
fornitura domestica:
Tasse
sulle esportazioni: Sono stati imposti dazi di 21,5 rupie al litro sul diesel e
29,5 rupie al litro sul carburante per aviazione (ATF) per scoraggiare i
raffinatori dal vendere all’estero.
Gestione
delle scorte: Il Primo Ministro Narendra Modi ha rassicurato il Paese evidenziando
che l’India dispone di 53 lakh (5,3 milioni) di tonnellate metriche di riserve
petrolifere strategiche, con ulteriori 65 lakh in fase di sviluppo.
Razionamento
del gas: A
causa della carenza di GNL, il Governo ha razionato l’uso commerciale GPL,
dando priorità al consumo domestico. È stata inoltre ripristinata
temporaneamente la fornitura di cherosene tramite il sistema di distribuzione
pubblica (PDS) in 21 Stati per alleviare la pressione sui costi del gas da
cucina.
Il
quotidiano locale “The Economic Times” ha riferito che il Governo ha anche
introdotto esenzioni dai dazi doganali su materie prime petrolchimiche
selezionate fino al 30 giugno 2026, per proteggere i settori farmaceutico e
manifatturiero dall’aumento dei costi dei fattori produttivi.
Sudest
asiatico: razionamenti e voli cancellati.
In
Vietnam il settore dell’aviazione ha dovuto tagliare 23 voli domestici a
settimana per conservare le scorte di carburante, mentre l’Indonesia ha imposto
un razionamento di 50 litri al giorno per i veicoli privati e ha ordinato il
lavoro da casa per i dipendenti pubblici ogni venerdì.
Le
Filippine a fine marzo 2026 sono state il primo Paese a dichiarare formalmente
lo stato di emergenza energetica nazionale, considerate le conseguenze di vasta
portata per l’arcipelago fortemente dipendente dalle importazioni di petrolio.
Nel Paese lo sciopero dei lavoratori dei trasporti, combinato con la carenza di
carburante, ha messo in ginocchio il Governo, impegnato in trattative
frenetiche con Russia e Cina per forniture di emergenza.
L’Africa
e la crisi energetica: vulnerabilità e risposte locali.
Molti
Stati africani, pur esportando greggio, dipendono dalle importazioni di
prodotti raffinati dal Medio Oriente. Ciò le rende estremamente sensibili alle
interruzioni delle rotte del Golfo e all’aumento dei costi assicurativi
marittimi.
In
Egitto a marzo è stata disposta la chiusura di negozi e ristoranti alle 21.
Fino alla fine di aprile gli esercizi commerciali dovranno chiudere massimo
alle 23.
La
Nigeria, la più grande economia africana, ha visto i prezzi della benzina
schizzare da 800 a 1.500 naira al litro in poche settimane. Poiché la rete
elettrica nazionale è soggetta a continui collassi (12 solo nella prima metà
del 2024 e nuovi guasti nel 2026), il Paese dipende da una “economia dei
generatori” valutata in 14 miliardi di dollari annui. L’aumento dei prezzi del
diesel, arrivati vicino alle 2.000 naira al litro, ha reso insostenibile la
vita quotidiana e l’attività delle PMI, spingendo molte famiglie a spendere
fino al 90% dei propri guadagni in energia e trasporti.
Kenya
e il Corno d’Africa: razionamenti e impatti umanitari.
A
Nairobi molte stazioni di servizio sono rimaste a secco a metà marzo 2026.
Martin
Comba, a capo della Petroleum Outlets Association a fine marzo ha detto a
Bloomberg che i principali fornitori avevano iniziato a razionare il prodotto,
lasciando scoperte le aree rurali. L’impatto umanitario è stato severo:
l’International Rescue Committee (IRC) ha avvertito che la carenza di diesel
sta interrompendo la catena del freddo per i vaccini e il funzionamento delle
apparecchiature mediche nei campi profughi di Kakuta e Dagaba.
In
Etiopia, il Governo ha istituito una priorità assoluta per l’allocazione del
carburante, favorendo i trasporti pubblici e l’agricoltura rispetto ai privati,
mentre i prezzi del diesel sono passati da 80 a 230 dollari al barile.
Misure
di emergenza fiscali in Sudafrica e Africa Australe.
Il
Governo del Sudafrica ha adottato un approccio pragmatico. Il primo aprile
2026, ha introdotto una riduzione temporanea della tassa generale sul
carburante della durata di un mese. Tuttavia, l’instabilità della valuta e
l’aumento dei costi di spedizione hanno comunque portato a rincari storici.
Altri
Paesi della regione hanno seguito percorsi simili:
●
Namibia:
ha ridotto le tasse sul carburante del 50% per tre mesi.
●
Zambia: ha
sospeso per tre mesi i dazi e azzerato l’IVA sulle importazioni di benzina e
diesel.
●
Zimbabwe:
ha aumentato il mix di etanolo nella benzina al 20% e ha tagliato le tasse
sulle importazioni per calmierare i prezzi saliti del 40% in un mese.
Ritorno
al carbone.
Sempre
in base all’analisi di “Carbon Brief”, sarebbero almeno otto i Paesi ad aver
annunciato piani per aumentare l’uso del carbone o rivedere i piani esistenti
per l’abbandono dello stesso.
Tra
questi, oltre all’Italia, figurano Giappone, Corea del Sud, Bangladesh,
Filippine, Thailandia, Pakistan, Germania.
Generalmente, in tali Paesi è stato
predisposto il rinvio della chiusura delle centrali a carbone o il permesso a
siti vecchi di operare a regimi più elevati, come nel caso del Giappone,
piuttosto che la costruzione di nuove centrali.
Per un
anno a partire da aprile il Governo giapponese consentirà infatti il pieno
funzionamento delle centrali a carbone più vecchie e meno efficienti, che in
precedenza operavano a capacità ridotta per limitare le emissioni di CO2.
(Erminia
Voccia).
Crisi
energetica e transizione: basta con le soluzioni d’emergenza.
Vaielettrico.it
– Antonello Pasini - Massimo Degli Esposti – (18 Marzo 2026) – Redazione – ci
dicono:
Nel
vertice Ue del 19 e 20 marzo i leader europei discuteranno di crisi energetica,
transizione e riforma degli ETS.
Lo dice la Presidente della Commissione Ursula
von der Leyen, da un lato respingendo la richiesta di sospensione del sistema
di scambio del carbonio avanzata anche dall’Italia e già bocciata da 8 governi,
dall’altro aprendo a un intervento d’emergenza contro la crisi energetica
innescata dalla guerra nel Golfo
Di questo, e altro, Fuoco Amico parla con il
professor Antonello Pasini, fisico del clima, ricercatore presso l’Istituto
sull’Inquinamento Atmosferico (IIA) del CNR.
A fine
febbraio Pasini ha raccolto 150 firme di scienziati ed economisti su una
lettera aperta al Governo in difesa degli ETS e del Green Deal europeo.
Cosa
sono gli ETS (e perché l’Italia li boicotta?)
Gli
ETS, acronimo di “Emissions Trading System” prevedono un sistema di
tariffazione delle emissioni di carbonio che si applica a una serie di
industrie ad alta intensità energetica.
Per
tali aziende rappresentano un costo aggiuntivo pari a circa il 10%. Ma
consentono agli Stati di raccogliere risorse da destinare al finanziamento
della transizione energetica.
Su
questo punto l’Italia è già pesantemente inadempiente, denuncia oggi il think
tank italiano” ECCO Climate”.
Analizzando
le rendicontazioni presentate dall’Italia alla Commissione europea tra il 2012
e il 2024 l’organizzazione ha scoperto che l’Italia ha speso solo il 9% dei
proventi generati dalle aste del sistema europeo di scambio delle quote di
emissione, ETS, per politiche legate alla transizione come lo sviluppo delle
rinnovabili, l’efficienza energetica o la compensazione dei costi per imprese
esposte alla competizione internazionale.
In termini assoluti si tratta di 1,6 miliardi
di euro sui 18 raccolti nel periodo.
A
livello europeo si stima che le economie dell’Unione nel loro insieme
dovrebbero investire 660 miliardi all’anno nel periodo 2026-2030 per
raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione fissati dalla direttiva “Fit fo
fifty Five”.
Per l’Italia significa un impegno di circa 130
miliardi di euro all’anno, ai quali le aste ETS potrebbero contribuire per 4
miliardi annui.
Transizione,
una sfida che non si può non vincere.
È una
sfida estremamente ambiziosa. Che però,
secondo il professor Antonello Pasini e i 150
firmatari della lettera aperta, val la pena di affrontare con più decisione
«smettendo di correre dietro alle emergenze geopolitiche».
E
assolutamente vincere.
La
crisi energetica in corso, ci dice infatti lo scienziato, aggiunge contenuti e
motivazioni a quelle prevalentemente ambientali dell’appello, che risale a fine
febbraio, prima dell’attacco americano e israeliano all’Iran.
Aggiunge
soprattutto urgenza.
Perché
intervenire tempestivamente scongiura il rischio di trovarci fra qualche anno
in una situazione in cui «non riusciremo più né a mitigare né ad adattarci».
E
allora, come stima il documento del “Commitee of Climate Change”, consulente
scientifico del Governo Britannico, i costi del non aver fatto saranno anche
quattro volte superiori a quelli del fare.
Net-zero
costa meno dei combustibili fossili. Lo dice il governo britannico.
Pasini
concorda e ricorda di aver proposto al governo la creazione di un organismo
scientifico sul modello britannico, rimasta però lettera morta.
«Non
possiamo mettere la testa sotto la sabbia, ma nemmeno alimentare allarmismo
sfiducia e rassegnazione» dice. «La scienza deve fornire un quadro numerico
rigoroso sui fenomeni in atto e le sue cause – precisa -. Ma non rubare il
lavoro alla politica a cui spetta discuterne con l’opinione pubblica e proporre
le soluzioni».
Crisi
energetica.
Antonello
Pasini.
L’opinione
pubblica resiste? Parliamone in positivo.
Un’idea
su come motivare l’opinione pubblica, però, Pasini ce l’ha: «Insistere sui
vantaggi o i disastri futuri è inutile o addirittura controproducente – dice -:
preferirei che si insistesse invece su quello che la decarbonizzazione produce
già oggi. Per esempio su tantissime aziende che generano già profitti
producendo o utilizzando tecnologie de-carbonizzate.
Oppure
sui benefici economici di cui già godono Paesi come la Spagna, molto più avanti
di noi nella transizione».
Crisi
energetica.
La
crisi di questi giorni, infatti, colpisce più duramente chi come noi è ancora
fortemente dipendente dal gas.
«Non
ha molto senso gettare la croce addosso agli ETS, che incidono solo
marginalmente sui costi dell’energia per i consumatori e le aziende. Incide
molto di più l’impennata del costo del gas, salito di oltre il 50%, quando in
Italia interviene sulla generazione elettrica nell’89% delle ore, contro il 15%
della Spagna».
La
lezione della guerra in Iran: auto elettrica o per sempre schiavi del petrolio.
Crisi
energetica.
Un
paradosso chiamato Donald Trump.
Sulla
soluzione nucleare Pasini non ha pregiudizi, ma ritiene che tempi lunghi e
costi elevati la rendano inadeguata a giocare un ruolo decisivo nella
transizione che deve portare alle zero emissioni entro il 2050.
Soprattutto
se il ripetersi di crisi geopolitiche (Covid, Ucraina e oggi Medio Oriente)
spostano il focus della transizione dal tema ambientale a quelli strategici
della sicurezza e della sovranità energetica.
Conclusione
semiseria e paradossale: finiremo per ringraziare il campione del “drill baby
drill” Donald Trump e le sue guerre, che almeno costringeranno all’azione anche
i Paesi più “distratti”.
Trump
va alla guerra del petrolio. Che Dio ce la mandi buona.
(Antonello
Pasini - Massimo Degli Esposti).
Crisi
energetica, le rinnovabili sono la soluzione: perché aspettare non ha senso.
Vita.it
–(7 aprile 2026) - Daria Capitani – Sostenibilità – Redazione – ci dice:
Katiuscia
Eroe, responsabile Energia di Legambiente, cita il modello spagnolo per ridurre
la vulnerabilità del sistema energetico.
«Negli ultimi cinque anni, la Spagna ha
investito massicciamente nelle fonti rinnovabili», spiega: «oggi il gas incide
per circa il 15% delle ore di produzione energetica, mentre in Italia arriva
fino all’89%. Senza un cambio di passo, continueremo a rincorrere le emergenze
anziché prevenirle».
Choc
energetico, il prezzo del petrolio impazzito, la corsa alle scorte, i timori di
uno stop al traffico aereo per mancanza di carburante, l’ombra dello
smartworking forzato.
C’è una nuova crisi pronta a tenere in scacco
il mondo:
è
quella energetica, figlia del protrarsi del conflitto in Iran e della
conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz.
Per
Katiuscia Eroe, responsabile Energia di Legambiente e membro della segreteria
nazionale dell’associazione dal 2011, «si tratta dell’ennesimo banco di prova
per l’Italia, che sull’approvvigionamento energetico, puntualmente, non riesce
a trasformare le emergenze in lezioni apprese».
Secondo
l’esperta in fonti rinnovabili, fossili, efficienza e risparmio, «ci muoviamo
su due facce della stessa medaglia».
Katiuscia
Eroe, responsabile Energia di Legambiente.
Quali
sono le due facce dell’Italia quando si parla di crisi energetica?
Da un
lato, subiamo le conseguenze di crisi internazionali (dal conflitto in Medio
Oriente a quello tra Russia e Ucraina) senza avere costruito nel tempo una vera
strategia energetica. Il risultato è una dipendenza ancora forte dal gas e
risposte emergenziali che guardano al breve periodo:
mantenimento
del carbone fino al 2038, bonus in bolletta, interventi tampone che vanno nella
direzione opposta rispetto all’autonomia energetica.
Dall’altro
lato, però, esiste un’Italia che si muove in un’altra direzione: aziende e
territori presentano progetti su fotovoltaico, agri-voltaico ed eolico;
amministrazioni
locali investono nell’efficientamento degli edifici pubblici;
strumenti come il conto termico hanno
registrato una domanda così alta da aver fatto sospendere le richieste.
Eppure,
questo slancio verso le rinnovabili incontra ostacoli strutturali: impianti già
autorizzati per l’eolico offshore, ad esempio, restano in attesa di condizioni
operative per partire.
Ne
emerge un paradosso:
a
livello nazionale il Paese appare poco strategico e reattivo solo in emergenza,
ma dal basso c’è un dinamismo concreto che spinge verso la transizione
energetica.
Questo
movimento andrebbe sostenuto e accompagnato con politiche pubbliche coerenti,
stabili e di lungo periodo.
A che
punto siamo con le energie rinnovabili?
Per
avere un riferimento chiaro, si può guardare agli obiettivi per il 2030 sullo
sviluppo delle rinnovabili:
l’Italia
deve installare circa 80 GW di nuova capacità.
Oggi
però siamo poco sopra il 30% e i numeri non sono particolarmente confortanti se
pensiamo che nei prossimi anni dovremmo realizzare circa il 70% della capacità
prevista.
Anche
gli strumenti esistenti mostrano tutti i limiti di un approccio non
strutturale:
la detrazione fiscale del 50% per
l’efficientamento resta una misura temporanea, frammentata.
La
strada è ancora lunga, ma il punto è che l’Italia non è un Paese che “non ce la
può fare”.
Al contrario, ha tutte le condizioni per
riuscirci.
Se
questo slancio venisse davvero supportato da politiche industriali ed
energetiche stabili, potrebbe non soltanto raggiungere, ma anche superare gli
obiettivi e arrivare tra cinque anni con risultati concreti: bollette più basse
per famiglie e imprese, maggiore indipendenza energetica, innovazione
tecnologica e nuovi posti di lavoro.
Qual è
l’origine di questo ritardo nello sviluppo delle fonti rinnovabili? È una
questione culturale?
No. Io
credo che sia una questione di visione errata e di volontà politica.
Continuiamo
a rivolgerci ai Paesi africani per rafforzare i flussi di gas all’Italia e
intanto non si rispettano le tempistiche nella valutazione dei progetti che
puntano sulle fonti rinnovabili.
In questo momento, sono centinaia quelli fermi
in attesa di valutazione.
Le
misure messe in campo dal governo sono adeguate?
Le
misure adottate finora rispondono a un’emergenza immediata e non hanno
carattere strutturale.
Questo
significa che non sono né sufficienti né adeguate nel medio-lungo periodo.
Interventi
come la riduzione delle accise sui carburanti, l’ampliamento dei bonus bollette
per le famiglie a basso reddito o persino la riattivazione di centrali a
carbone già in fase di dismissione, non affrontano realmente il problema di
fondo: la vulnerabilità del sistema energetico italiano.
Queste misure non mettono il Paese al riparo
da nuove crisi.
Se il
conflitto internazionale dovesse proseguire o se si verificasse un’ulteriore
speculazione sul prezzo del gas, l’Italia si troverebbe esattamente nella
stessa situazione di emergenza, senza aver costruito una strategia a lungo
termine per evitarla.
Il
confronto con altri Paesi è significativo.
Negli
ultimi cinque anni, la Spagna ha investito massicciamente nelle fonti
rinnovabili:
oggi
il gas incide per circa il 15% delle ore di produzione energetica, mentre in
Italia arriva fino all’89%.
Questo significa che qualsiasi aumento del
prezzo del gas ha un impatto molto più forte sul nostro sistema, con
conseguenze dirette su famiglie e imprese, che si ritrovano a pagare bollette
sempre più elevate, come già accaduto dopo la pandemia.
Ridurre
questa dipendenza è fondamentale, puntando su fonti energetiche a basso costo e
più stabili.
Tra le
alternative viene citato il nucleare…
Anche
questa strada presenta criticità importanti.
Paesi
come la Spagna coprono circa il 20% del fabbisogno con il nucleare, ma
attraverso impianti costruiti decenni fa.
In Italia, invece, il nucleare è assente.
Realizzare
una rete significativa richiederebbe, nella migliore delle ipotesi, la
costruzione di decine di reattori.
Questo implica pianificazione, progettazione,
individuazione dei siti e tempi medi di costruzione di almeno 8-10 anni per
ogni impianto. Considerando che in Italia servono fino a cinque o sei anni per
autorizzare un impianto eolico, è difficile immaginare che un programma
nucleare possa essere realizzato rapidamente.
Nel frattempo, quindi, la domanda resta aperta: cosa
facciamo?
Serve
una strategia energetica credibile e immediata, che acceleri davvero sulle
rinnovabili, semplifichi le autorizzazioni, investa nelle reti e nello
stoccaggio e riduca progressivamente la dipendenza dal gas. Senza questo cambio
di passo, l’Italia continuerà a rincorrere le emergenze anziché prevenirle.
Tre
strategie che si potrebbero mettere in campo nell’immediato.
Innanzitutto,
rafforzare il “reddito energetico” già introdotto dal governo, che prevede la
realizzazione di impianti solari fotovoltaici sui tetti delle abitazioni a
spese dello Stato, a beneficio delle famiglie con redditi più bassi.
Si
tratta di una misura potenzialmente molto efficace, perché interviene
direttamente sul costo dell’energia riducendo la dipendenza dalla rete e
abbassando le bollette in modo duraturo.
Tuttavia,
per avere un impatto significativo, questo strumento dovrebbe essere ampliato
sia in termini di risorse disponibili sia di tecnologie coinvolte.
Sarebbe
fondamentale estenderlo anche ad altre soluzioni energetiche (come sistemi di
accumulo o pompe di calore) e includere le famiglie in affitto, che oggi
rischiano di essere escluse da questi benefici.
Avviare
una politica strutturale di efficienza energetica: recuperare il ritardo e
avviare subito investimenti concreti nel patrimonio edilizio, riducendo i
consumi energetici e di conseguenza il peso delle bollette per famiglie e
imprese.
Infine,
accelerare sulle fonti rinnovabili come ha fatto il governo spagnolo.
Dazi,
pochi danni. La Cina cresce e noi restiamo inchiodati.
Lespresso.it
– (30 dicembre, 2025) - Carlo Cottarelli – Redazione – ci dice:
Il
2025 si chiude con numeri fotocopia rispetto al 2024. Con qualche nota per il
mondo e l’Italia.
Se un
visitatore arrivato da una regione remota del cosmo volesse giudicare il 2025
solo guardando ai dati sulle principali variabili macroeconomiche lo
considererebbe un anno del tutto noioso.
In
termini di crescita economica, i dati sulla crescita del Pil sono quasi la
copia carbone di quelli del 2024.
Il Pil mondiale, secondo le stime del Fondo
monetario internazionale (Fmi), è stimato essere cresciuto del 3,2% (3,3% nel
2024);
i
Paesi avanzati sono cresciuti nel complesso dell’1,6% (1,8% l’anno prima);
quelli emergenti e in via di sviluppo del 4,2% (4,3% l’anno prima).
Certo,
a un livello di granularità maggiore, qualcosa si vede.
Gli
Stati Uniti hanno rallentato un po’ (2% invece del 2,8%), ma per l’economia a
stelle e strisce c’è una maggiore incertezza sui risultati finali per l’enorme
ritardo nella pubblicazione delle statistiche dovuto alla chiusura per un mese
e mezzo del governo federale.
La Germania, dopo la recessione del 2024, ha
ora un segno leggermente positivo (0,2%).
Ma
tutto sommato i cambiamenti sono modesti.
Le notizie però stanno in quello che non si
vede.
Ne
cito tre.
Primo, la guerra dei dazi è stata aperta, combattuta e,
almeno temporaneamente, conclusa senza che questo impattasse sugli andamenti
dell’economia reale, come abbiamo visto.
Questo nonostante i dazi sul commercio verso
gli Stati Uniti siano stati alzati a livelli che non si vedevano dagli anni ’30
del XX secolo.
Come
mai?
Vuol
dire che tutte le cose che ci hanno detto sui danni che le barriere al
commercio possono causare sono bufale?
Non
proprio.
Per quanto alti siano ora i dazi, negli anni
’30 (e nei decenni seguenti) esistevano vincoli molto stringenti in termini di
quote di importazioni. Certe cose proprio non si potevano importare in misura
superiore a date quantità.
Queste
quote ora sono in gran parte sparite.
Le
restrizioni al commercio basate sui dazi hanno un impatto più lento a
manifestarsi.
Inoltre,
per ora, i Paesi colpiti dai dazi americani non hanno reagito con contro dazi o
altre restrizioni (tranne la Cina), quindi l’impatto complessivo è stato più
moderato.
Infine, il mondo è più diversificato che in
passato.
Per
quanto importanti siano gli Stati Uniti, non sono più l’unico grande mercato a
livello mondiale.
Secondo, non si è visto un rallentamento dell’economia
cinese, che invece le organizzazioni internazionali prevedevano per il 2025.
L’economia del Dragone continua a crescere a tassi vicino al 5%, distanziando
ulteriormente, in termini di volumi di produzione, quella statunitense.
Il
rallentamento previsto era basato su basse aspettative di domanda interna.
Invece, in un anno in cui la guerra dei dazi è stata più intensa proprio contro
la Cina, questa è riuscita comunque a compensare la bassa dinamica dei consumi
domestici, con una ripresa delle esportazioni verso il resto del mondo non
americano, e non solo l’Europa.
Il mondo dei Paesi emergenti costituisce ormai
un mercato ampio che la Cina riesce a sfruttare.
La terza cosa che non è cambiata è lo zero davanti al
prefisso della crescita economica italiana.
Il
governo aveva previsto una crescita del Pil dell’1,2%.
Chiudiamo
allo 0,5%, meno della metà e un po’ meno del 2024 (0,7%). Quel che è peggio è
che il governo sembra ormai avere istituzionalizzato lo zerovirgola:
nel
prossimo triennio si prevede una crescita media dello 0,7%. Appropriata
prudenza? Speriamo …
Ai
dazi di Trump la Cina risponde
con la
cooperazione economica.
Renewablematter.eu
- Giorgia Marino – (1° aprile 2025) – Redazione – ci dice:
Un’intensa
settimana di summit, incontri diplomatici e accordi commerciali indica con
chiarezza la direzione di Pechino per contrastare i dazi americani.
Se
Trump mette i dazi, la Cina stringe mani e accordi.
Senza troppo clamore, ma speditamente, XI
Jinping e i suoi ministri stanno infatti procedendo nel rafforzare la
cooperazione economica internazionale, con vecchi e nuovi partner.
Solo
nell’ultima settimana, e soprattutto nel weekend fra il 28 e il 30 marzo, ci
sono stati un summit trilaterale fra il Ministro del Commercio cinese con le
controparti di Corea del Sud e Giappone, la firma di un accordo economico col
Bangladesh, un importante forum internazionale per l’Asia e l’incontro
(piuttosto eccezionale) del presidente XI con una quarantina di CEO delle più
importanti industrie del mondo, comprese quelle americane.
Proviamo
dunque a fare il punto su questa intensa settimana cinese.
Il
“Boa Forum” per l’Asia, un megafono per il multilateralismo.
Cominciamo con il Boa Forum per l’Asia, che si
è concluso venerdì 28 marzo.
Noto
come la “Davos asiatica”, il BFA è una conferenza di alto profilo su temi
economici per i governi, le imprese e gli studiosi, che sin dal 2002 si svolge
annualmente sull’isola di Hainan, la provincia più meridionale della Cina. Se
inizialmente vi partecipavano solo Paesi asiatici, oggi è un’occasione di
discussione globale, e a questa edizione hanno preso parte delegazioni da oltre
60 nazioni, tra cui gli Stati Uniti e l’Italia.
Quest’anno
il tema era Asia in the Channing World:
Towers
a Share Future, e si è parlato molto di multilateralismo.
Non è
una sorpresa, in realtà: l’appello a un nuovo (o rinnovato) multilateralismo,
in opposizione al crescente unilateralismo promosso dal presidente americano
Trump, è da qualche tempo una costante di tutti i discorsi e le uscite
ufficiali di XI Jinping e dei suoi ministri.
Certo,
però, la portata dell’appello esce amplificata da un forum che riunisce tutte
le economie asiatiche, che insieme, stando al report 2025 del BFA,
rappresentano il 48,6% del PIL globale e hanno un tasso di crescita del PIL
reale del 4,5%. “L’Asia – ha scritto il Global Times – è diventata il motore
principale della crescita globale e può essere meritatamente considerata
l’àncora stabilizzante dell’economia mondiale”. Anche l'ex segretario generale
delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, ora presidente del BFA, ha osservato che
l'Asia è oggi una voce guida per il multilateralismo, il libero scambio e la
globalizzazione.
E se
l’Asia è una forza stabilizzante per il mondo, la Cina lo è per l’Asia – ha
detto il vice premier cinese Ding Xinxiang.
Ribadendo
poi, naturalmente, l’invito a industrie e imprese di tutto il mondo a investire
nel processo di modernizzazione della Repubblica Popolare e a puntare sulle
grandi opportunità offerte dallo sviluppo cinese.
XI
Jinping incontra i CEO di tutto il mondo.
Mentre
all’estremo sud della Cina si discuteva di alte idee e di direzioni da dare
agli equilibri geopolitici mondiali, più o meno contemporaneamente nel nord del
Paese, a Pechino, si riuniva il gotha dell’industria globale.
In
occasione dell’annuale China Development Forum, il 23 e 24 marzo, decine di CEO
e rappresentanti delle più grandi aziende e multinazionali del mondo erano
infatti stati invitati nella capitale in vista di uno specialissimo incontro
con XI Jinping.
Venerdì
28 marzo, nella Grande Sala del Popolo, il presidente Xi ha dunque ricevuto una
quarantina di presidenti e amministratori delegati di aziende come FedEx, BMW,
Mercedes-Benz. Saud Aramco, Sanofi, AstraZeneca, Hitachi, Toyota.
Con
due scopi principali: rassicurare circa le politiche di apertura dell’economia
cinese agli investimenti e alle collaborazioni internazionali;
e fare
fronte comune contro i dazi di Trump, per tutelare le catene di fornitura e
quindi la salute dell’industria globale.
Le
aziende straniere, ha ricordato XI, “rappresentano un terzo delle importazioni ed esportazioni totali
della Cina, un quarto del suo valore aggiunto industriale e un settimo delle
sue entrate fiscali, creando oltre 30 milioni di posti di lavoro”.
Sono
dunque parte attiva e importante del processo di modernizzazione del Paese,
anche se – ha ammesso, diplomaticamente, il presidente cinese – “negli ultimi
anni hanno effettivamente incontrato alcune difficoltà nel loro sviluppo in
Cina”.
XI si
è quindi impegnato non solo a garantire maggiori aperture, ma anche un
trattamento più equo per le imprese straniere che operano nella Repubblica
Popolare, spingendosi fino a promettere “che i prodotti fabbricati in Cina da
aziende straniere possano partecipare agli appalti pubblici su un piano di
parità, in conformità con la legge".
Intanto,
pochi giorni prima, sempre a Pechino, il Ministro del Commercio Wang Cenato
incontrava Tim Cook, il CEO di Apple. La società di Cupertino ha sempre avuto
un forte legame (per quanto controverso) con la Cina, e non stupisce dunque che
in un momento delicato come questo le istituzioni cinesi vogliano rinsaldare
l’amicizia. Quello che è un po’ più sorprendente è il tono dell’incontro,
almeno stando al riassunto ufficiale riportato sul sito del Ministero.
Wang e
Cook hanno parlato di relazioni economiche e commerciali sino-americane, quasi
come se il CEO di Apple fosse un rappresentante della Casa Bianca. Wang ha
ribadito che “nella guerra commerciale non ci sono vincitori” e ha detto che “la Cina è disposta a collaborare con
gli Stati Uniti per creare un ambiente politico più stabile per le imprese
attraverso un dialogo paritario”.
E
Cook, oltre ad assicurare che “continuerà ad aumentare gli investimenti nella
catena di fornitura cinese, nella ricerca e sviluppo”, ha risposto che “Apple è disposta a svolgere un ruolo
attivo nello sviluppo stabile e sano delle relazioni economiche e commerciali
sino-americane”.
Insomma,
se ancora ci fosse bisogno di sottolinearlo, la “Big Tech diplomacy” sta
assumendo un ruolo sempre più centrale nella geopolitica globale.
Un po’
di accordi con il resto dell’Asia, e un invito all’Europa.
L’intenso
venerdì diplomatico cinese ha trovato il suo coronamento nella stipula di un
accordo economico con il Bangladesh. Il premier ad interim del Paese, il premio
Nobel per la pace Muhammad Yunus, era infatti anche lui in visita a Pechino, e
ha incontrato XI Jinping per la firma di un accordo di cooperazione e di otto
memorandum d’intesa su cultura, media, sanità e sport.
La Cina ha promesso 2,1 miliardi di
investimenti e prestiti, e XI ha dichiarato che potrebbe diminuire i tassi di
interesse sui prestiti concessi. I due Paesi hanno inoltre concordato di
avviare negoziati per un accordo di libero scambio.
Ancora
più degno di nota è, infine, il summit trilaterale fra Cina, Giappone e Corea
del Sud.
Domenica
30 marzo, i ministri del commercio dei tre Paesi si sono infatti incontrati a
Seul per intensificare gli sforzi verso un accordo di libero scambio che si sta
cercando di raggiungere addirittura dal 2012.
Si
tratta del primo dialogo economico trilaterale fra Pechino, Tokyo e Seul degli
ultimi cinque anni, e anche di questo evento va dato il “merito” a Donald
Trump.
I tre
Paesi, tutti membri della “Regional Comprehensive Economic Partnership” (RCEP),
nonostante le dispute territoriali nel Mar Cinese orientale e nel Mar Giallo,
puntano infatti a rafforzare gli scambi commerciali regionali in vista dei dazi
americani.
Mettendo
insieme tutti i pezzi del puzzle raccolti in questi giorni (e altri ne
arriveranno senz’altro a breve), è abbastanza chiara la direzione di resilienza
che la Cina ha intrapreso a fronte delle politiche commerciali di Trump. Una
cosa però non è affatto chiara, ai cinesi (ne scrivono parecchi analisti) ma
pure a noi: perché l’Europa non cerca un avvicinamento con Pechino?
L’invito
è sul tavolo da tempo, ed è stato apertamente ribadito il 27 marzo in occasione
dell’incontro fra il secondo (in Cina ne hanno più di uno) vice premier He
Lifeng e il Commissario europeo per il Commercio Maros Sefcovic.
Il
2025, ha fatto notare il ministro cinese, segna il 50° anniversario
dell'istituzione delle relazioni diplomatiche fra Cina e UE:
sarebbe
un’ottima occasione per unire le forze e “resistere all'unilateralismo, al
protezionismo, e salvaguardare il sistema commerciale multilaterale”.
Guerra
in Iran, le conseguenze per l’Italia: energia, commercio e il fantasma di
Hormuz.
Renewablematter.eu
– (3 marzo 2026) - Stefania Divertito – Redazione – ci dice:
I
legami tra Roma e Teheran sono antichi e consolidati ma nella nuova geopolitica
energetica sembrano contare poco, scaricando il prezzo della crisi su famiglie
e aziende.
Sabato
28 febbraio 2026, nelle prime ore del mattino, Stati Uniti e Israele hanno
lanciato un’operazione militare congiunta contro l’Iran, colpendo
infrastrutture militari, missilistiche e nucleari, causando tra l’altro la
morte dell’ayatollah Ali Khamenei.
La risposta di Teheran è stata immediata:
circa
35 missili balistici verso Israele, attacchi a basi statunitensi in Bahrein,
Qatar ed Emirati Arabi Uniti, e soprattutto la dichiarazione di chiusura dello
Stretto di Hormuz.
Per
l’Italia, secondo partner commerciale europea dell’Iran dopo la Germania, le
onde d’urto arrivano direttamente in bolletta e in fabbrica.
Quattro
parole, “lo Stretto di Hormuz è chiuso”, trasmesse dalle motovedette dei
Pasdaran, hanno gelato le cancellerie europee.
Da quel corridoio di 54 chilometri tra Golfo
Persico e Golfo dell’Oman transita circa il 20% del petrolio mondiale e oltre
il 30% del commercio globale di gas naturale liquefatto.
Centinaia
di petroliere e metaniere sono rimaste ferme ai margini della rotta, compresi i
carichi del Qatar, principale fornitore di GNL per l’Europa. I mercati hanno
reagito con violenza:
il
Brent è balzato oltre gli 82 dollari al barile, con rialzi superiori al 13%,
mentre il TTF di Amsterdam (l’indice di riferimento europeo per il gas) ha
segnato un’impennata del 25%, tornando ai massimi da febbraio 2025.
Blocco
dello Stretto di Hormuz, quali conseguenze per l’Italia.
Per
l’Italia il conto è salato e articolato su più livelli.
Il
primo è quello energetico diretto:
nel
2025 circa il 25% del GNL consumato dal nostro paese proveniva dal Qatar – fra
i 5 e i 6 miliardi di metri cubi − e tutto quel gas deve attraversare Hormuz.
ENI ha
contratti a lungo termine con Doha per la fornitura di fino a 1,5 miliardi di
metri cubi annui per 27 anni a partire dal 2026.
Se il
blocco dovesse persistere, i rigassificatori italiani perderebbero una quota
fondamentale del mix energetico nazionale, senza alternative immediate per
sostituire quei volumi.
Il
secondo livello è quello dei prezzi al consumo.
Secondo
le stime di “Assium”, l’associazione degli Utility manager, un incremento del
10% su gas ed elettricità costerebbe alle famiglie italiane circa 207 euro in
più all’anno;
se l’aumento toccasse il 30% per il gas e il
25% per la luce, l’aggravio salirebbe a 585 euro a famiglia.
Come
ha sottolineato il ministro della difesa Guido Crosetto in audizione
parlamentare, i costi assicurativi per il trasporto marittimo sono già
aumentati tra il 30% e il 50%, con effetti a cascata sull’intera filiera
logistica e sui prezzi industriali.
Ma per
capire cosa significhi davvero questa crisi per l’Italia bisogna guardare più
in profondità, alla storia di un rapporto che ha radici lunghe.
Le
relazioni tra Italia e Iran.
I
legami tra Roma e Teheran non sono un’invenzione della globalizzazione.
La
prima visita di un capo di stato straniero nell’Italia repubblicana fu quella
dello Scià di Persia, nell’agosto 1948.
Negli
anni Cinquanta, fu Enrico Mattei a rivoluzionare i rapporti petroliferi con
l’Iran introducendo nel 1957 la formula 75/25 nei contratti dell’ENI − tre
quarti dei profitti al paese produttore − sfidando il “cartello delle Sette
Sorelle” (locuzione da lui coniata per indicare le sette maggiori compagnie
petrolifere che ebbero il monopolio del petrolio dagli anni Quaranta ai
Settanta).
Poi
vennero le visite di Aldo Moro e di Arnaldo Forlani, ministro degli esteri del
governo Andreotti, che nel maggio 1978 confermò a Teheran l’attenzione italiana
per un paese considerato strategico nella parte meridionale dell’Asia.
La rivoluzione islamica del 1979 raffredda i
rapporti, ma non li spezza. Fu Romano Prodi, nel 1998, il primo premier europeo
a visitare ufficialmente l’Iran dalla caduta dello Scià.
E,
come ricordava nel 2019 il presidente della Commissione esteri del parlamento
iraniano in Senato, “fin dai tempi di Andreotti” l’Italia si è sempre distinta
per un tratto di realismo nella gestione dei rapporti con Teheran, anche
durante la guerra Iran-Iraq.
Il
Joint Comprehensive Plan of Action.
È su
questo tessuto di relazioni che si innesta il JCPOA, il Joint Comprehensive
Plan of Action, l’accordo sul nucleare iraniano firmato nel 2015 dall’Iran con
i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU (Stati Uniti,
Russia, Cina, Francia e Regno Unito) più la Germania (il cosiddetto formato
P5+1) con l’Unione Europea nel ruolo di coordinatrice dei negoziati. In cambio
della limitazione del programma nucleare di Teheran, le potenze firmatarie
revocavano le sanzioni economiche e finanziarie.
Per le
imprese europee e italiane, il JCPOA fu una finestra di opportunità senza
precedenti: nel 2017, al picco dell’accordo, l’export italiano verso l’Iran
raggiunse 1,33 miliardi di euro. L’Italia era ed è il secondo partner
commerciale europeo di Teheran, con il 15,6% della quota degli scambi UE-Iran.
Ma nel
maggio 2018 Donald Trump ritirò gli Stati Uniti dall’accordo e reimpose le
sanzioni secondarie, quelle che pur non essendo giuridicamente vincolanti in
Europa paralizzano di fatto il sistema bancario europeo minacciando con multe e
restrizioni chiunque faccia affari con l’Iran.
Il risultato: l’interscambio UE-Iran è
crollato da 20,7 miliardi nel 2017 a 4,6 miliardi nel 2024. Le esportazioni
italiane si sono dimezzate a 528 milioni di euro nel 2025.
Prima
di quel crollo, le imprese italiane avevano scommesso pesantemente sull’Iran.
Nel
comparto delle rinnovabili, Carlo Maresca S.p.A. di Pescara fu il primo
operatore a realizzare una centrale fotovoltaica nel paese. Nel marzo 2018
inaugurò sull’isola di Qeshm il parco “Blu Terra 2”: 30.000 pannelli su 20
ettari per 10 MW di potenza, con un investimento di 8 milioni di euro in full
equity.
Ma
l’espansione prevista − altri 200 MW nei pressi di Teheran − non è mai partita.
Lo
stesso destino ha colpito il progetto da 1 GW di Genesis e Denikon nella
provincia di Qazvin.
In totale,
i memorandum solari firmati da operatori italiani nel 2016 ammontavano a circa
1,5 GW. Il ritorno delle sanzioni li ha congelati tutti.
Il
paradosso è che l’Iran ha condizioni eccezionali per il fotovoltaico: l’80% del
territorio gode di 300 giorni di sole all’anno.
Ma il
vuoto lasciato dagli operatori occidentali è stato colmato da Pechino:
nel
maggio 2025 treni carichi di pannelli solari sono arrivati in Iran dalla Cina,
mentre un accordo tra LDK Solar e il Ghadir Investment Group vale 1,2 miliardi
di dollari.
Gli
investimenti italiani in Iran.
Nell’
“oil & gas”, le cifre in gioco erano enormi.
“Saipem”
aveva firmato protocolli d’intesa per un gasdotto da 1.800 km e l’upgrade di
raffinerie, per un valore di 5 miliardi di dollari.
“Maire
Tecnimont” aveva un memorandum da 1 miliardo di euro per raffinerie e impianti
petrolchimici.
Ansaldo
Energia, presente in Iran dagli anni Sessanta, aveva fornito alla MAPNA 44
turbine a gas per circa 4.800 MW, pari al 20% della produzione elettrica
iraniana.
Il
caso più emblematico è quello di “Danieli”, colosso friulano della siderurgia:
nel
2016 firmò accordi per circa 5,7 miliardi di euro e nel 2017 inaugurò a Isfahan
quello che fu presentato come il più grande impianto siderurgico del Medio
Oriente.
Dopo il 2018 il CEO annunciò il congelamento
di ordini per 1,5 miliardi. Eppure, a ottobre 2025 Danieli risulta ancora
coinvolta con una partecipazione del 40% in una società iraniana.
Il
tentativo istituzionale più ambizioso fu l’Accordo Quadro da 5 miliardi di euro
firmato nel gennaio 2018 da Invitalia Global Investment con banche iraniane,
concepito per aggirare la riluttanza di SACE e Cassa depositi e prestiti.
Il
DPCM attuativo non è mai entrato in vigore:
il
ritiro USA dal JCPOA rese l’operazione impraticabile.
I 5
miliardi non sono mai stati erogati.
La
situazione attuale è di stallo per quasi tutte le aziende italiane.
Le eccezioni documentate sono Danieli, Landi
Renzo e Benetton, che mantengono controllate o filiali formalmente attive a
Teheran.
Tutti i grandi progetti restano congelati.
La
geopolitica dell’energia nell’attacco all’Iran.
È in
questo quadro che si innesta l’analisi del think tank italiano ECCO, secondo
cui l’intervento militare va letto attraverso la lente della geopolitica
dell’energia.
Non è l’abbondanza di risorse fossili a
rendere l’Iran strategico, ma la sua posizione geografica sulle rotte che
collegano l’Asia all’Europa tramite Hormuz.
L’operazione si inserisce nella dottrina della
energy dominance: controllare le risorse fossili mondiali, indebolire la catena
di alleanze Russia-Cina-Iran e riaffermare l’egemonia statunitense, nel quadro
di una traiettoria che ha portato Washington al ritiro dall’Accordo di Parigi e
dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.
Per
l’Europa, il rischio è concreto e immediato.
Simone Tagliapietra, analista del think tank
Bruegel, ha avvertito che la vulnerabilità più acuta del continente riguarda il
GNL: se i flussi attraverso Hormuz si riducessero, l’Europa sarebbe costretta a
competere con gli acquirenti asiatici per i carichi spot flessibili, replicando
lo scenario della crisi 2021-2023, quando i pochi carichi disponibili da altre
provenienze (Stati Uniti, Africa occidentale, Australia) finirono all’asta tra
Europa e Asia e i prezzi europei del gas schizzarono.
Goldman
Sachs stima che un blocco di circa un mese potrebbe far salire i prezzi del gas
europeo fino al 130%.
Le
riserve di stoccaggio a fine febbraio 2026 erano intorno a 46 miliardi di metri
cubi, contro i 60 del 2025 e i 77 del 2024: un cuscinetto assai più sottile.
La
Commissione europea ha definito gli sviluppi “molto preoccupanti”.
G7 e
Consiglio affari esteri UE si sono riuniti in sessione straordinaria.
In Italia, i ministri Tajani e Pichetto Frattin
hanno incontrato le associazioni di categoria, attivando una task force per la
tutela degli interessi commerciali e la protezione delle rotte attraverso
Hormuz.
Eppure,
come ha scritto “Materia Rinnovabile” all’indomani dell’attacco, l’Unione
Europea sembra indossare ancora una volta il costume dell’adulto responsabile:
comunicati
di preoccupazione, inviti alla moderazione, richiami al diritto internazionale,
ma nessun posizionamento chiaro sulla legalità dell’azione.
La
neutralità geopolitica rischia di sostituire quella climatica.
E il
conto, come ogni volta che uno scenario internazionale si infiamma, arriverà a
casa:
energia
più cara con il GNL statunitense, peraltro più inquinante del dismesso gas
russo, inflazione, dazi, instabilità industriale.
La
lezione strategica è una sola.
Come sottolinea
ECCO, ripensare la sicurezza energetica europea ancorandola a rinnovabili,
reti, stoccaggio, interconnessioni ed efficienza energetica non è più soltanto
una scelta coerente con gli impegni climatici, ma un imperativo di sicurezza e
autonomia strategica.
(Ora la
guerra nel Golfo dimostra che non c’è sicurezza energetica senza rinnovabili).
Commenti
Posta un commento