L’abbraccio con la Cina sarebbe un danno per l’Italia.

 

L’abbraccio con la Cina sarebbe un danno per l’Italia.

 

 

 

Una lezione agli Usa: perché

la Cina ha bloccato l’acquisto

di Manus da parte di Meta.

It.insideover.com – (28.04.2026) – Tecnologia – Federico Giuliani – ci dice:

 

La Grande Muraglia della Cina si è alzata per impedire a Meta di acquistare la startup di intelligenza artificiale (IA) Manus.

 Le autorità di regolamentazione del Dragone, impersonate nella potente “Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma”, ossia l’agenzia...

 

La Grande Muraglia della Cina si è alzata per impedire a Meta di acquistare la startup di intelligenza artificiale (IA) Manus.

 Le autorità di regolamentazione del Dragone, impersonate nella potente Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma, ossia l’agenzia per la pianificazione economica del Paese, ha stoppato il tentativo della società proprietaria di Facebook di fare irruzione in uno dei settori più delicati dell’universo cinese dell’hi-tech.

 

Meta era sicura di aver fatto centro, tanto che lo scorso dicembre aveva persino diffuso il valore dell’accordo, stimato in circa 2 miliardi di dollari.

E poi?

Nei giorni scorsi Pechino ha vietato gli investimenti stranieri nell’operazione imponendo “alle parti coinvolte di ritirare la transazione di acquisizione”.

Risultato:

affare bloccato e un mare di problemi per Meta, che considerava l’operazione un elemento chiave della sua nuova strategia per potenziarsi nel campo dell’IA.

 

Non solo.

Bloomberg ha scritto che non è chiaro come l’azienda statunitense possa annullare il “deal”, visto che i dipendenti di Manus si erano già uniti al team di Ai di Meta, e che investitori come “Tencent” e “Hongshan Capital” avevano già ricevuto la loro quota.

“La transazione si è svolta nel pieno rispetto della legge vigente. Prevediamo una risoluzione adeguata dell’indagine”, si legge, intanto, in un comunicato ufficiale di Meta.

 

USA.

Cosa c’è dietro lo stop cinese.

Per quale motivo la Cina ha bloccato l’operazione tra Manus e Meta?

La mossa del Dragone è intanto un monito per tutti gli imprenditori del settore tecnologico.

“Dopo il caso “Manus gate” è chiaro che i fondatori di un’azienda capiranno che se si inizia in Cina, si resta in Cina”, ha spiegato” Duncan Clark”, uno dei primi consulenti di “Alibaba” e presidente della società di consulenza Beda China, alla Cnbc.

Occhio anche alla tempistica della fumata nera.

L’annuncio di Pechino è arrivato pochi giorni prima della pubblicazione dei risultati trimestrali di Meta, e a un mese circa dalla visita di Donald Trump a Pechino dove, al tavolo di XI Jinping, verranno discussi temi legati a commercio e investimenti.

 

Il governo cinese si appiglia in ogni caso alla legge.

Già, perché per effettuare investimenti esteri nella Cina continentale, sia diretti sia indiretti, le aziende devono ottenere preventivamente l’approvazione per tutte le operazioni che coinvolgono questioni di sicurezza nazionale.

E l’IA, così come l’intero comparto tecnologico, è un campo delicatissimo.

“Last but not least”, dopo mesi di crescenti tensioni politiche con la Casa Bianca, la sensazione è che la Cina non abbia alcuna voglia di avallare accordi del genere, non senza prima aver ricevuto adeguate garanzie. Tradotto: nel “vis a vis tra” Trump e XI la situazione potrebbe sbloccarsi in favore di Meta, in cambio di qualcosa su altri dossier.

 

L’affare tra Manus e Meta.

Il blocco cinese sull’operazione Manus-Meta è un duplice segnale inviato da Pechino sia alle startup nazionali che agli investitori statunitensi. Quale?

Che il fatto di creare una società a Singapore, o nei dintorni, non elimina il rischio di ingerenze normative cinesi da un ipotetico accordo.

 

“Le prime attività di ricerca e sviluppo di Manus si sono svolte in Cina e i suoi dati principali provengono da lì”, si legge sul tabloid statale cinese “Global Times” in un editoriale pubblicato ieri sera in lingua inglese.

“La questione cruciale non è dove la società è registrata o dove si trova attualmente il suo team.

Piuttosto, risiede nell’entità dei suoi legami tecnologici, di talenti e di dati con la Cina, e se la transazione potrebbe danneggiare la sicurezza industriale e gli interessi di sviluppo della Cina”, prosegue l’articolo.

 

Dal canto suo, Manus ha cercato di distinguersi dagli sviluppatori di intelligenza artificiale concorrenti con quello che, a suo dire, può essere un agente “veramente autonomo”.

A differenza di molti altri “chatbot” che richiedono ripetute richieste prima che l’utente ottenga la risposta desiderata, la startup sostiene che il suo servizio è in grado di pianificare, eseguire e completare le attività in modo autonomo, seguendo le istruzioni ricevute.

 

In ogni caso, ricordiamo che la Cina ha sviluppato una serie di strumenti legali per esercitare pressioni sulle aziende straniere.

 Strumenti elaborati in risposta alle sanzioni, ai controlli sulle esportazioni e ai divieti di investimento americani.

 

 

 

 

Palantir e la regola del 40%. La società di Thiel tra vendite allo scoperto e "buy" degli analisti.

Msn.com – La Repubblica – (29 -04 -2026) – Redazione – ci dice:

(Walter Galbiati, vicedirettore di Repubblica).

 

 

PALANTIR TECHNOLOGIES INC.

Benvenuti su Outlook, la newsletter di Repubblica che analizza l'economia, la finanza, i mercati internazionali. Ogni mercoledì parleremo di società quotate e no, di personaggi, istituzioni, di scandali e inchieste legate a questo mondo.

 

Tra oggi e domani arrivano i conti delle” Magnifiche Sette”, ma la settimana prossima, passata la bufera iniziata con il “warning di OpenAI”, si aprirà con i numeri di un'altra protagonista dell’Intelligenza artificiale, senza dubbio la più sopravvalutata, “Palantir”.

 

Un periodo difficile.

 Il mese di aprile non è stato dei migliori. Non sono bastati i post di Trump e i contratti con l’amministrazione americana per risollevare le sorti borsistiche della società statunitense, specializzata nella gestione e analisi dei dati basate sull’intelligenza artificiale.

YTD (year to date).

Il gruppo fondato tra gli altri da” Peter Thiel” e “Alex Carp”, attuale ceo, ha lasciato sul terreno da inizio anno ad oggi (Ytd) oltre il 16% del suo valore, quando il Nasdaq, il suo indice di riferimento, nello stesso periodo è salito dell’8%.

 

Il crollo di aprile.

Non che sia diventata una” penny stock”, anzi le sue quotazioni presentano ancora multipli elevati.

Eppure, un po’ di fiducia si è incrinata.

L’ultimo scossone è arrivato a metà aprile, per un post pubblicato su “X” – e poi cancellato - da “Michael Burry”, il gestore di hedge fund, reso famoso dal film “The Big short” per aver scommesso al ribasso contro il mercato immobiliare prima della crisi finanziaria del 2008 innescata dai mutui subprime.

 

La concorrenza di “Anthropic”.

Nel suo post, Burry sosteneva che Anthropic, la società attiva nell’IA guidata dai fratelli “Amodei”, “stava sottraendo quote di mercato a Palantir”, perché nella corsa verso il successo avrebbero vinto le società specializzate in IA, alimentando così le preoccupazioni degli investitori per la già elevata quotazione dell’azienda.

 

Il confronto.

 Anthropic rappresenterebbe “la soluzione più semplice, economica e intuitiva per le aziende” e per questo avrebbe ampi margini di crescita.

Al contrario secondo Burry, Palantir è più sbilanciata verso il settore pubblico e i contratti governativi non consentono la stessa rapida crescita, perché il settore statale è caratterizzato “da margini ridotti e dimensioni limitate”.

 

“The Big short “su Palantir.

Già lo scorso autunno, Burry aveva fatto sapere di aver aperto una scommessa al ribasso contro Palantir e Nvidia, quando le società tecnologiche avevano raggiunto valori astronomici.

 

La società di “Thiel” era arrivata a valere 475 miliardi di dollari, una quotazione pari a oltre 230 volte gli utili del 2025, multipli che collocavano il gruppo nell’iperuranio, insieme a Tesla e ben lontano anche dalle altre Magnifiche Sette.

 

La “bolla hi-tech”.

Da sempre Burry si è mostrato scettico sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale e più volte ha lanciato il suo allarme per una possibile bolla tecnologica per le valutazioni troppo elevate dei titoli.

 

La scala mobile di Buffett.

 Per far comprendere come gli investimenti miliardari nel settore dell’IA possano non essere ripagati, Burry ha ripescato un passaggio di una lettera agli investitori di Warren Buffett, in cui l’oracolo di Omaha parlava di come negli anni ’60 fu costretto a mettere in un grande magazzino di sua proprietà una scala mobile, perché un concorrente che si trovava dall’altra parte della strada ne installò una.

 

A chi giova?

 “Alla fine, nessuno dei due trasse beneficio da quel costoso progetto. Nessun miglioramento duraturo dei margini o dei costi, ed entrambi si ritrovarono esattamente nella stessa situazione.

 È così che andrà a finire la maggior parte delle implementazioni di IA”, ha spiegato Burry in una discussione con Jack Clark, cofondatore di Anthropic, e il famoso podcaster Dwarkesh Patel, pubblicata su Substack.

 

Manca un fine.

 Secondo il gestore di hedge fund, la spesa di trilioni di dollari senza un chiaro percorso di utilizzo da parte dell’economia reale è preoccupante. “Nell'esempio della scala mobile, l'unico valore è andato a beneficio del cliente. Ed è così che va sempre quando i produttori o i fornitori non possono applicare rendite di monopolio”, ha aggiunto Burry.

 

L’effetto dello short.

Quando a novembre scorso si è saputo attraverso una comunicazione alla Sec che Burry aveva scommesso al ribasso sul titolo, Palantir è crollata in tre giorni del 16%, con il titolo passato da 190 a 175 dollari. Lo stesso è avvenuto ad aprile: altro scivolone del 15% e valore sceso da 150 a 128 dollari per azione.

 

Il post di Trump.

In aiuto di Thiel è arrivato il presidente Trump che ha rinnovato il suo sostegno al gruppo:

“Palantir Technologies (PLTR) ha dimostrato di possedere grandi capacità e attrezzature belliche. Basta chiedere ai nostri nemici! Presidente DJT.”

 

Gli affari di Thiel.

Lo scorso anno, Palantir ha chiuso il bilancio con ricavi pari a 4,475 miliardi di dollari, di cui 1,855 miliardi, in crescita del 55% sull’anno precedente, originati da contratti governativi.

 

Il legame col governo.

Il che significa che lo Stato americano genera il 41% di tutto il giro di affari del gruppo.

Palantir opera a stretto contatto con il Pentagono, fornendo software che hanno permesso di pianificare gli attacchi all’Iran, ma anche con il Dipartimento per la Sicurezza Interna e l’Immigration and Customs Enforcement (Ice), aiutando la caccia agli immigrati di Trump.

 

Il dilemma su Palantir.

I conti vanno bene, perché con un Ebitda di 2,28 miliardi i margini sono del 57% e l’utile è stato di 1,9 miliardi.

Ma resta da capire se la crescita è sostenibile, oppure come dice Burry, è messa a rischio dai competitor.

 

La regola del 40%.

Un modo per capire come potrebbe andare la società è la regola del 40%, un principio finanziario utilizzato per valutare la salute e l'efficienza delle aziende software SaaS (Software as a Service), secondo cui la somma del tasso di crescita dei ricavi e del margine di profitto (operativo o Ebitda) dovrebbe essere superiore al 40%.

 

I numeri.

Nel quarto trimestre Palantir ha ottenuto un Rule of 40 pari al 127% e di 106% per tutto il 2025.

Per il 2026, la società prevede di chiudere con un fatturato compreso tra i 7,18 e 7,19 miliardi di dollari con una crescita del 60% sul 2025, trainata soprattutto dagli affari nel settore privato.

 

Le stime di Bofa.

Gli analisti di Bank of America hanno stimato che nel 2026 Palantir possa raggiungere un punteggio secondo la Rule of 40 del 122%, che la collocherebbe ben al di sopra di tutti i concorrenti del settore del software aziendale e tra i pochi insieme a Nvidia, TMSC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company) e Micron Technology a superare persino un punteggio di 80.

 

La valutazione.

Che poi a differenza di Burry, Bank of America sia bullish su Palantir lo dimostra il generoso target price, ovvero il prezzo obiettivo, attribuito all’azione che è di 255 dollari contro una quotazione attuale intorno ai 140 dollari.

La ratio.

Si tratta di un valore che deriva da un rapporto Ev/Ebitda (valore di impresa su margine operativo lordo) di 15 volte ricavato sulle stime di Bofa al 2035.

 

“Utilizziamo - scrivono gli analisti nella loro nota - una metodologia di valutazione a più lungo termine per riflettere il profilo di crescita elevata e redditività sostenuta della società”.

I pro...

A spingere le quotazioni dovrebbero essere la posizione favorevole di Palantir nelle commesse per la sicurezza nazionale e agli sforzi di modernizzazione digitale del governo statunitense e dei suoi alleati, ma anche “il ruolo di primo piano nelle piattaforme basate sull'intelligenza artificiale, le partnership opportunistiche, il solido bilancio e la forte redditività”.

 

… e i contro.

 Dall’altra parte, però, gli analisti di Bofa colgono anche le possibili minacce, che non sono poi tanto distanti da quelle paventate anche da Burry.

 

Oltre a una crescita del mercato delle piattaforme di IA inferiore alle attese, sul futuro di Palantir potrebbero pesare un maggiore successo dei concorrenti (il riferimento di Burry ad Anthropic), la trasformazione dell’IA in una commodity (l’esempio della scala mobile di Buffett) e una resistenza più forte del previsto da parte dei clienti governativi all’utilizzo di soluzioni commerciali pronte all’uso.

 

La trimestrale.

Il primo banco di prova sarà il prossimo 4 maggio, quando Palantir presenterà i risultati del primo trimestre per i quali la società si attende di chiudere con ricavi tra 1,532 e 1,536 miliardi di dollari e un utile operativo rettificato tra 870 e 874 milioni.

 

 

 

Tajani: va rilanciato il partenariato strategico tra imprese di Italia e Cina. Siglato un piano d’azione per il Made in Italy in China (Il Sole 24 Ore).

 

Esteri.it – (18 Aprile 2026) - Intervista a Ministro della Cina effettuata da Carlo Marroni – Il sole 24ore – ci dice:

 

(Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale).

Ministro Antonio Tajani, lei sta concludendo una missione in Cina dedicata al commercio e alla cooperazione economica.

È arrivato a Pechino in un momento molto delicato, a partire dalla guerra in Iran.

 

«Sono venuto in Cina perché è imprescindibile esserci: la Cina è un gigante economico con cui l’Italia, paese esportatore, vuole mantenere canali aperti e sempre più forti.

È un mercato importante per il nostro export e per l’internazionalizzazione delle imprese, parte fondamentale del Piano Export della Farnesina.

 Essere usciti dalla “Via della Seta” non significa aver rinunciato ad avere solidi rapporti economici che rimangono basati sul “Partenariato Strategico” firmato da Berlusconi nel 2004.

Su alcuni temi abbiamo posizioni diverse, ma la Cina è una delle due grandi superpotenze del mondo, protagonista con gli Usa nel Consiglio di sicurezza Onu, attore sulla scena della politica internazionale e multilaterale.

La mia missione è stata molto positiva, sia dal punto di vista politico che economico: abbiamo notato buone aperture per le nostre imprese”.

 

Cosa le hanno detto i ministri cinesi sulla guerra in Iran e in particolare sul blocco di Hormuz?

«Il ministro degli Esteri “Wang Yi” condivide con noi la richiesta di garantire il transito libero dei mercantili attraverso Hormuz:

nessuno può pretendere di bloccare il commercio internazionale, nessuno può far pagare un pedaggio.

Quella guerra va fermata con la diplomazia e le ultime notizie che arrivano ci lasciano sperare bene».

 

Sono passati due anni dalla risoluzione dell’accordo della “Via della Seta”, l’Italia era stato l’unico paese G7 a firmarlo, poi siete usciti. Quale è lo stato delle relazioni commerciali?

 

«Da tempo abbiamo chiesto un riequilibrio del commercio fra i nostri due Paesi.

Ho colto da parte cinese la volontà politica di venirci incontro su molti dossier.

Per esempio mi hanno annunciato che le autorità stanno per bloccare altre aziende che usano falsi nomi italiani, esempi di “italian sounding” che sfruttano una lontana somiglianza linguistica con l’italiano.

La dirigenza cinese sta collaborando, ci aiutano a risolvere molti problemi sui marchi».

 

Ma la Cina rimane il Paese con più barriere d’accesso commerciali, come denuncia la Ue.

«Il mercato cinese è molto regolato, dobbiamo favorire l’accesso aiutando l’internazionalizzazione delle imprese italiane.

In Cina abbiamo 1.500 aziende che fanno 33 miliardi di euro di fatturato. Chiediamo apertura su alcuni aspetti di regolazione eccessiva del loro mercato:

sono il nostro quarto partner commerciale nel mondo e il primo in Asia, ma il nostro deficit commerciale continua ad aumentare, siamo a 46 miliardi.

Per questo ho chiesto al ministro del Commercio “Wang Wentao” di aumentare le possibilità di ingresso per il Made in Italy.

È stato siglato un piano d’azione; abbiamo aspettative forti, in settori come oreficeria, agroalimentare, cosmetica, gli appalti pubblici.

 

Per l’agroalimentare italiano in effetti negli anni ci sono stati molti ostacoli.

 

«Ne abbiamo parlato in una sessione dedicata al tema: per noi è cruciale far ripartire le esportazioni di prodotti chiave, in particolare carne bovina e suina.

Abbiamo discusso molto anche del settore dei gioielli, per il quale ci sono problemi di licenze che vogliamo superare.

 Ogni singola azione è vitale aiutare aree commerciali e industriali che danno molti posti di lavoro in Italia»

Avete discusso anche di” e-commerce”, per quali ragioni?

 

«La dimensione del commercio sulle piattaforme elettroniche in Cina è importante:

 il 27% del commercio cinese, pari a 2.400 miliardi di dollari all’anno, si svolge sui siti di e-commerce. Per vendere capi di alta moda, oppure scarpe di lusso o anche solo parmigiano in Cina bisogna stare sull’e-commerce.

 Con l’ICE aiutiamo i gruppi italiani ad avvicinare le catene di logistica che possano soddisfare le richieste degli utenti cinesi su Alibaba o sugli altri siti; le Pmi non possono fare tutto da sole, e in questo il nostro aiuto, del Sistema Italia, fa la differenza».

 

Un nodo importante è il “Golden Power”: come ha spiegato la recente decisione relativamente alla Pirelli?

 

«Al ministro del Commercio cinese che ha sollevato la questione ho detto che il “golden power” è stato approvato dal governo per garantire la presenza di Pirelli sul mercato americano.

Ma nel modo in cui è stata approvata non danneggerà finanziariamente i soci cinesi.

Il “Golden power” non vuole essere un ostacolo agli investitori stranieri, tanto meno ai cinesi.

Nel 2025 solo 40 operazioni su 1.000 notificate al Governo sono state sottoposte a controllo, e il veto è stato esercitato solo 2 volte».

C’è stato tempo per accordi apparentemente minori, come un altro volo per Venezia e i diritti del caldo della Serie alla tv di stato cinese…

 

«Sembrano accordi minori, ma sono ulteriori testimonianze dell’interesse trai due paesi.

Dopo il volo Venezia-Shanghai adesso avremo Venezia-Pechino:

 turisti cinesi e italiani a Pechino e Venezia, ma anche un collegamento diretto per gli imprenditori del Nord-est produttivo.

La Serie A italiana visibile sulla tv cinese è un altro spazio di amicizia fra le due nazioni, un fattore di attrazione per turisti.

Non ci sono solo la politica o l’economia, anche uno sport può unire due popoli».

 

Anche la cultura può farlo: 33 miliardi a Pechino d sono di continuo mostre sull’arte e la storia italiana.

 

«In questo momento ce ne sono 11, di cui 2 contemporaneamente nel Museo Nazionale Cinese, su Palladio e Pompei.

La presenza della cultura italiana in Cina è una delle carte più importanti per il nostro paese, e l’industria della cultura è strumento di amicizia.

A Pechino ieri ho inaugurato la mostra degli Uffizi dedicata ai Maestri italiani del rinascimento, un evento costruito in uno spazio immersivo tecnologicamente futuribile con opere d’arte prestate dagli Uffizi.

 A Shanghai nascerà un “Palazzo Treccani”, un polo culturale che rafforzerà il ruolo dell’Italia in questo settore.

Questa missione in Cina rientra nel lavoro che il Governo fa sull’export: abbiamo aumentato i fondi per l’ICE, abbiamo incrementato le risorse a fondo perduto di “Simest” per le imprese esportatrici che devono affrontare la crisi energetica.

 L’export è quasi il 40% del Pil:

sostenere le esportazioni è una priorità decisiva del Governo per rafforzare tutta l’economia italiana».

(Carlo Marroni - Testata: Il Sole 24 Ore).

 

 

 

 

Quali sono i fini strategici degli accordi Italia-Cina?

Starmag.it – Francesco d’Arrigo – (10 Agosto 2024) – Redazione – ci dice:

L’intervento di Francesco D’Arrigo, direttore dell'Istituto Italiano di Studi Strategici "Niccolò Machiavelli".

 

“Il governo non ha dato alcuna garanzia sulle conseguenze degli accordi che si appresta a firmare con la Cina e che riguardano settori strategici per la nostra sicurezza nazionale e la nostra sovranità economica e tecnologica. Parliamo di logistica, infrastruttura, energia, spazio e telecomunicazione: il fronte del conflitto in atto per il predominio mondiale. Il governo sta consegnando le chiavi di casa alla potenza mondiale che punta al dominio economico e militare globale.”

 

Inizia così l’”Operazione verità” sul vero contenuto degli accordi Italia – Cina che il governo (Conte) si apprestava a sottoscrivere, del meeting promosso a maggio del 2020 dalla Fondazione Farefuturo e da New Direction, dal titolo “Il Dragone in Europa. Opportunità e rischi per l’Italia”.

 Un evento organizzato per lanciare il report a cura dell’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata “Conoscere per deliberare – la sfida cinese e la posizione della Repubblica”, che ha visto gli interventi di Adolfo Urso, Giovanbattista Fazzolari, Corrado Ocone, Giulio Terzi, Andrea Margelletti, Giorgio Cuscito, Alessia Amighini, Helena Legarda, Federico Mollicone.

Nell’introduzione di quel report si legge: “l’adesione entusiastica del governo italiano – unico nel G7 – alla Via della Seta e alla BRI è stata decisa e attuata senza alcun approfondito dibattito sull’assertività spregiudicata, spesso in violazione del diritto e delle regole internazionali, della nuova politica estera e di sicurezza di Pechino. Ciò che è ad esempio avvenuto con l’occupazione illegale di parte rilevante del Mare della Cina; con la repressione voluta dal PCC delle dimostrazioni a Hong Kong; con le minacce a Taiwan; e infine con la grave mancanza di trasparenza e le omissioni di notifica – al primo manifestarsi nel Novembre 2019 del CoronaVirus – a tutti i Paesi aderenti al Trattato International Health Regulation ratificato anche dalla Cina.”

 

E ancora: “Negli ultimi anni l’Italia si è contraddistinta se non come l’unica, per lo meno come la principale voce fuori dal coro ogni qualvolta l’Unione Europea è riuscita ad affrontare più seriamente questioni di rilievo nei rapporti con la Cina. È un gioco pericoloso che rischia di mettere l’Italia ai margini nei rapporti con gli alleati euro- atlantici. Sono loro a rappresentare di gran lunga la principale forza per la nostra crescita economica, scientifica, tecnologica, e in particolare modo per la sicurezza e la Difesa dell’Italia.”

 

Un rapporto molto interessante della Fondazione presieduta dal Senatore Adolfo Urso che l’anno successivo veniva eletto presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir). Oggi il Senatore Urso è Ministro delle Imprese e del Made in Italy, nonché principale sponsor dello sbarco dell’industria automobilistica cinese in Italia e promotore degli accordi sottoscritti a Pechino dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni con il Primo Ministro Repubblica Popolare Cinese Li Qiang, durante la sua visita ufficiale lo scorso 28 luglio 2024.

 

Nel “Piano d’azione per il rafforzamento del Partenariato Strategico Globale Cina-Italia (2024-2027)” sottoscritto si legge: “le parti convengono di dare priorità alla cooperazione nei seguenti settori:

1) commercio e investimenti;

2) finanziario;

3) innovazione scientifica e tecnologica, istruzione;

4) sviluppo verde e sostenibile;

5) medico-sanitario;

6) rapporti culturali e scambi people-to-people.”

 

Ma che cosa è cambiato da quel rapporto del 2020 che ha portato il presidente del Consiglio Meloni prima a disdire il memorandum tra Italia e Cina sulla Belt and Road Initiative (o Nuova Via della Seta), firmato dal governo Conte – che lo stesso presidente Meloni ancora in questi giorni ha ribadito stava danneggiando l’Italia – e poi stipulare un nuovo “Partenariato strategico globale” con quella stessa Cina governata dal Partito Comunista Cinese, che oggi esprime una politica estera ancora più assertiva e sostiene la guerra di aggressione russa contro l’Ucraina?

In poche parole possiamo dire che è cambiato il contesto geostrategico mondiale e siamo, nostro malgrado, coinvolti in una guerra ibrida globale con schieramenti ben definiti dopo l’invasione russa dello Stato ucraino: da una parte ci sono le democrazie occidentali e gli Stati aderenti alla Nato, insieme ad Ucraina, Israele e Taiwan; dall’altra il cosiddetto nuovo “Asse del male” Russia, Iran, Cina ed i loro alleati.

 

Uno scenario geopolitico che è diventato così preoccupante che lo scorso 11 luglio 2024, al Summit Nato di Washington al quale ha partecipato il nostro presidente del Consiglio, i Capi di Stato e di Governo che hanno preso parte al Consiglio Nato-Ucraina hanno condiviso e pubblicato la seguente dichiarazione: …“L’Ucraina è su una “traiettoria irreversibile” per l’ingresso nella Nato e i suoi alleati occidentali “le forniranno assistenza a lungo termine per la sicurezza”. Lo hanno dichiarato, nero su bianco, nel comunicato finale del vertice NATO conclusosi a Washington. Un testo in 38 punti approvato all’unanimità in cui i leader dell’Alleanza affermano di “essere uniti e solidali di fronte a una brutale guerra di aggressione nel continente europeo e in un momento critico per la nostra sicurezza”…

 

Ma non è tutto: se i membri dell’Alleanza hanno confermato che “la Russia rimane la minaccia più significativa e diretta alla loro sicurezza”, per la prima volta hanno accusato apertamente Pechino di essere un “facilitatore decisivo” e di sostenere l’aggressione russa con l’invio di materiale bellico.

 

La firma all’accordo tra Italia e Cina è stata posta dopo il comunicato congiunto dei “Leaders of the Group of Seven (G7) di Apulia presieduto dall’Italia:

We will continue taking measures against actors in China and third countries that materially support Russia’s war machine, including financial institutions, consistent with our legal systems, and other entities in China that facilitate Russia’s acquisition of items for its defense industrial base.”

 

Un accordo strategico Italia-Cina che viene sottoscritto mentre gli Stati Uniti si muovono per rafforzare in modo significativo le alleanze nell’Indo-Pacifico, in presenza di una percepita minaccia alla sicurezza da parte della Cina, anche attraverso un importante potenziamento del comando militare statunitense in Giappone. E nonostante i ministri degli Esteri dell’Alleanza “QUAD”: Australia, India, Giappone e Stati Uniti, lunedì 29 luglio, dichiaravano di essere seriamente preoccupati per le manovre intimidatorie e pericolose nel Mar Cinese Meridionale e si sono impegnati a rafforzare la sicurezza marittima nella regione.

 

Scenari che evidentemente non sono stati ritenuti sufficientemente preoccupanti dal governo italiano nel suo riavvicinamento al Dragone cinese, malgrado i pericoli segnalati dal Congresso degli Stati Uniti, che ha recentemente approvato, con consenso unitario di entrambe le Camere, la legge “Biosecure Act”, che si aggiunge a tutti gli altri provvedimenti precedentemente adottati per limitare gli scambi tecnologici e le attività di molteplici aziende cinesi, che portano lo scontro con Pechino a livelli senza precedenti. In base alle nuove disposizioni del Congresso Usa, i fornitori di servizi medici finanziati dal governo degli Stati Uniti non potranno stipulare contratti con “avversari stranieri” e le aziende del settore delle biotecnologie e delle “Multiomics” (genomics, epigenomics, transcriptomics, proteomics, and metabolomics) dovranno separarsi dalle aziende cinesi.

 

Gli Stati Uniti stanno contrastando l’assertività della Cina ed il sostegno che il PCC offre alla Russia in tutti i settori delle nuove tecnologie oltre che nella sfera delle biotecnologie, e contemporaneamente stanno ampliando le restrizioni sulle vendite di semiconduttori e prossimamente, indipendentemente da chi vincerà le elezioni prossime presidenziali, saranno imposte nuove restrizioni unilaterali all’accesso della Cina ai chip di memoria IA.

 

Con l’intensificarsi di questa guerra tecnologica con gli Stati Uniti, non c’è da stupirsi che Pechino punti a sfruttare le divisioni dell’Unione Europea. Ed ecco perché gli accordi del governo italiano assumono caratteristiche discordanti con le politiche europee, permettendo a Pechino di inserirsi in una faglia apertasi nell’UE dopo le recenti elezioni, offrendo legami bilaterali dai dubbi vantaggi economici ai governi di destra ed a quelli populisti in Italia e in Ungheria, alimentando tensioni nel blocco dei 27 Paesi e perplessità in ambito Nato.

 

La discordia potrebbe aiutare la Cina ad aumentare la sua ingerenza nelle scelte strategiche di questi Paesi ed impedire dazi UE sui veicoli elettrici cinesi, e che le sanzioni si estendano ad altri settori. Di certo Pechino non ha perso di vista il fatto che il divario nella politica commerciale transatlantica tra Europa e Stati Uniti sembra destinato ad allargarsi ulteriormente, soprattutto se alla Casa Bianca dovesse arrivare Donald Trump.

 

L’Europa è ancora aperta ai veicoli elettrici cinesi, a differenza degli Stati Uniti che hanno imposto dazi doganali del 100%, ed il governo italiano in prima linea, che spinge per una “soluzione negoziale” tra Unione europea e Cina sull’applicazione dei dazi all’import di auto elettriche, può rappresentare il perfetto “cavallo di Troia” per contrastare la visione occidentale del progresso tecnologico basata su principi democratici e sui diritti, e non solo sugli interessi economici.

 

La Cina continua ad influenzare i politici nazionali ed europei affinché approvino politiche/leggi o accettino accordi che, insieme o separatamente, favoriscano gli interessi del PCC a spese dei cittadini di quel Paese e dell’Unione Europea.

 

Pertanto rimangono di estrema attualità, valide ed assolutamente condivisibili le considerazioni del report della Fondazione FareFuturo, di seguito riportate: “È evidente che l’Italia è particolarmente esposta a tattiche cinesi che sono riuscite negli anni ad acquisire alla narrativa del Partito Comunista Cinese consensi di personalità politiche, di ambienti imprenditoriali, scientifici e culturali. I veri obiettivi di Xi Jinping sono costantemente ignorati da gran parte dell’informazione del nostro Paese, così come gli attacchi che la Cina attuale porta all’ordine mondiale, agli stessi valori della Costituzione italiana e dei Trattati Europei. Non è certo così per gli Stati Uniti e altri partner che si stanno preparando senza autolesionismi e timidezze ad un confronto con la Cina di natura politica ed economica. In questo quadro una posizione equivoca da parte dell’Italia non è assolutamente più sostenibile verso nessuno. Essa danneggia gravemente nostri fondamentali interessi nazionali. Per tale ragione a conclusione del rapporto indichiamo alcune raccomandazioni basate anche sulle esperienze positive acquisite dai Paesi alleati.”

 

“Si rende inoltre necessario un ben diverso paradigma nei rapporti bilaterali tra la Repubblica italiana e la Repubblica popolare cinese: a tutela dei diritti dei cittadini italiani, della democrazia costituzionale italiana, della sicurezza nazionale, dell’economia, e del ruolo dell’Italia a livello globale. Si tratta di un’esigenza non rinviabile.”

 

La stipula di questi accordi con la Cina crea seri dubbi sulla politica atlantista e pro-europea del governo italiano, disvelando ambiguità e contraddizioni che certamente non erano auspicabili e che lo privano di quella legittimazione che si era guadagnata, non senza ostacoli interni, in questi due anni.

Cina-Italia: ribadiscono forti legami,

promettono cooperazione più stretta.

 Elivebrescia.tv – (9 Ottobre 2025) - Xinhua – Redazione- ci dice:

 

Roma, 09 ott. – (Xinhua) –

La storia degli scambi tra Cina e Italia ha pienamente dimostrato che l’apertura, la cooperazione e lo sviluppo condiviso sono le scelte giuste basate sul patrimonio culturale e sulle esigenze pratiche di entrambi i Paesi, ha affermato ieri il ministro cinese degli Esteri Wang YI in visita a Roma.

 

Queste scelte servono gli interessi fondamentali e a lungo termine di entrambe le parti e riflettono le aspirazioni condivise dei due popoli, ha affermato Wang, anche membro dell’Ufficio politico del Comitato centrale del Partito comunista cinese, durante l’incontro con il vice presidente del Consiglio e ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale d’Italia Antonio Tajani.

 

Quest’anno ricorre il 55mo anniversario dell’instaurazione delle relazioni diplomatiche tra Cina e Italia. Wang ha affermato che per oltre mezzo secolo i due Paesi hanno portato avanti una cooperazione pragmatica di alto livello, promosso scambi culturali e tra popoli di alta qualità, e costruito un proficuo partenariato strategico globale.

 

 

La Cina è desiderosa di collaborare con l’Italia per rafforzare la fiducia, eliminare le interferenze, attuare attivamente il piano d’azione sul rafforzamento del partenariato strategico globale, promuovere ulteriori risultati nella cooperazione bilaterale e stimolare lo sviluppo economico dei due Paesi, ha aggiunto Wang.

 

Il funzionario ha osservato che, in qualità di partner strategici globali, la Cina e l’Italia dovrebbero mantenere stretti scambi, fiducia e sostegno reciproci e tenere conto delle principali preoccupazioni l’una dell’altra. La Cina spera e crede che l’Italia continuerà ad aderire fedelmente al principio di una sola Cina e a consolidare le basi politiche per una crescita solida e costante delle relazioni bilaterali.

 

Wang ha invitato i due Paesi a continuare ad attuare l’importante consenso raggiunto dai leader dei due Paesi attraverso azioni concrete, e a trasformare la buona volontà politica nella forza motrice per lo sviluppo delle relazioni sino-italiane.

 

Il funzionario cinese ha affermato che la Cina è desiderosa di esplorare attivamente il potenziale di cooperazione con l’Italia nei settori dell’ecologia, del digitale, dell’aerospaziale, dell’intelligenza artificiale e in altri campi, e di fornire un ambiente imprenditoriale equo, trasparente, non discriminatorio e prevedibile per incoraggiare le imprese dei due Paesi ad aumentare gli investimenti bilaterali.

 

Wang ha sottolineato che in un mondo che sta subendo sia cambiamenti che turbolenze, la Cina e l’Italia, in quanto rappresentanti di spicco delle antiche civiltà dell’Oriente e dell’Occidente, dovrebbero e sono in una posizione ideale per trarre saggezza e ispirazione dalle loro ricche storie, fornire soluzioni razionali e pratiche alle sfide globali più urgenti, unire le forze per la pace e la stabilità mondiali, e compiere sforzi incessanti per promuovere la costruzione di un sistema di governance globale più giusto ed equo.

 

Tajani ha affermato che l’Italia attribuisce grande importanza alle sue relazioni con la Cina. Le due parti hanno ottenuto risultati di cooperazione notevoli in vari campi nell’ambito del partenariato strategico e hanno costruito una relazione costruttiva e reciprocamente vantaggiosa, ha aggiunto il vice presidente.

 

Tajani ha sottolineato che la cooperazione economica e commerciale serve come forza trainante fondamentale per lo sviluppo delle relazioni bilaterali. Ha espresso l’auspicio che entrambe le parti intensifichino il dialogo e gli scambi attraverso meccanismi bilaterali quali il Comitato governativo Cina-Italia e la Commissione economica mista tra i due Paesi, approfondiscano la cooperazione pratica, attuino efficacemente il piano d’azione triennale, e promuovano lo sviluppo continuo e approfondito del partenariato strategico globale tra i due Paesi.

 

L’Italia è desiderosa di ampliare gli investimenti reciproci con la Cina sia nei settori tradizionali che in quelli innovativi, ampliare gli scambi e la cooperazione nei settori della scienza e della tecnologia, della sanità, del turismo, della cultura e in altri campi, aprire più voli diretti, e fare buon uso dell’opportunità offerta dal fatto che l’Italia ospiterà le Olimpiadi invernali il prossimo anno per rafforzare il sostegno reciproco, ha affermato il vice presidente.

 

L’Italia accoglie con favore più imprese cinesi affinché aumentino gli investimenti nel Paese ed è desiderosa di creare un ambiente favorevole a tal fine, ha aggiunto il vice presidente.

 

Tajani ha affermato che l’Italia aderisce fermamente alla politica di una sola Cina e non vacillerà mai su questa posizione. Ha sottolineato che la Cina, in qualità di membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, svolge un ruolo fondamentale nella salvaguardia della pace e dello sviluppo mondiali. L’Italia è pronta a rafforzare la cooperazione multilaterale con la Cina e a collaborare per promuovere la risoluzione pacifica di questioni quali il conflitto israelo-palestinese e la crisi ucraina, ha affermato Tajani. (XIN).

(© Xinhua).

 

 

 

L’Italia può permettersi di dire no alla Cina?

Busineespeople.it - Franco Balisti – (12 Novembre 2025) – Redazione – ci dice:

 

 

Tra golden power, tensioni geopolitiche e ritirata dalla Via della Seta, l’Italia prova a ricalibrare il rapporto con Pechino per difendere sovranità e strategia industriale delle circa 700 aziende tricolori con investitori del Sol Levante.

 Riuscirà nell’impresa, Trump permettendo?

 

Quanto sono lontani i tempi in cui l’Italia firmava per prima in Europa un memorandum fortemente voluto da XI Jinping. L’intesa riguardava la nuova Via della seta, progetto geopolitico e commerciale di lungo respiro pensato a Pechino. Anno 2019, solo sei anni fa, eppure pare un’altra era geologica.

 

All’epoca al governo c’era il sodalizio giallo-verde guidato dal primo Conte, e l’Italia veniva accusata dai suoi detrattori di essere il cavallo di Troia dei cinesi in Europa firmando un accordo promozionale per accrescere le esportazioni tra i due Paesi. I rapporti consolidati tra Roma e Pechino di quegli anni erano attribuibili alle ottime entrature dei Cinque Stelle con la Cina. Condizionamento segnalato anche dalla timidezza con cui il governo di allora espresse la sua opinione sulle rivolte a Hong Kong, che contestavano apertamente il regime della Cina continentale, poiché metteva a dura prova le libertà democratiche conseguite negli anni dall’ex colonia britannica.

 

A distanza di sei anni il mondo è cambiato. Complice la diffidenza originata dal Covid (le cui origini sono tutte da verificare e rimandano a Wuhan), ma soprattutto la guerra che tracima in Europa, investe l’Ucraina e unisce Russia e Cina (e India) in chiave anti-americana e anti- occidentale. Così non sorprende quello che ha in testa di fare Palazzo Chigi, anche se al momento in cui si scrive* non sono note le implicazioni e lo si scoprirà solo nei prossimi mesi.

 

Un’indiscrezione dell’agenzia americana Bloomberg in piena estate ha segnalato che «il governo di Giorgia Meloni sta valutando piani per limitare le partecipazioni degli investitori cinesi in aziende chiave per evitare potenziali tensioni con gli Stati Uniti». L’iniziativa italiana riguarderebbe «aziende considerate strategiche, sia private che controllate dallo Stato».

 

Uno degli esempi più significativi è senz’altro Pirelli, di cui la società statale cinese Sinochem International detiene il 37%. La partecipazione è già stata oggetto di restrizioni da parte del governo italiano attraverso l’esercizio dei poteri speciali, che nel 2023 hanno limitato l’influenza del socio asiatico su aspetti tecnologicamente sensibili come i sensori cyber montati sugli pneumatici, usati anche in Formula 1. Lo scorso aprile, su richiesta dei regolatori, il consiglio di amministrazione di Pirelli ha poi declassato lo status di governance di Sinochem, dichiarando che il gruppo non ha più il controllo della società.

 

Ai cinesi è vietato ora indicare l’amministratore delegato. Ma anche di decidere sulle operazioni straordinarie «come acquisizioni, conferimenti, concentrazioni, fusioni, scissioni, quotazioni di strumenti finanziarie». E di «coordinare iniziative in materia finanziaria, creditizia, di ricerca e sviluppo». Il tutto sarebbe partito da una segnalazione dei servizi americani che avrebbero avvertito Pirelli del fatto che gli pneumatici dotati di sensori connessi avrebbero potuto subire restrizioni sul mercato statunitense a causa della proprietà cinese, in linea con le misure americane su software e hardware provenienti da aziende controllate da Pechino.

 

Ma «Pirelli è solo il caso più estremo tra quelli che il governo italiano deve affrontare», ha scritto Bloomberg, «che vorrebbe anche estromettere gli investitori cinesi da Cdp Reti». L’azienda, che detiene partecipazioni di controllo nelle reti energetiche italiane tra cui Snam, Italgas e Terna, è posseduta al 35% da un’unità della State Grid Corporation of China, che ha due amministratori nel board in grado di influenzare il processo decisionale.

 

In Italia si contano circa 700 aziende con investitori cinesi, ma il focus del governo sarebbe sulle realtà di maggiori dimensioni attive in settori strategici come energia, trasporti, tecnologia e finanza. Il ministero degli Esteri cinese, replicando a Bloomberg, ha affermato che la cooperazione negli investimenti tra Cina e Italia è «mutuamente vantaggiosa e non dovrebbe essere ostacolata da terze parti», auspicando che Roma offra «un ambiente imprenditoriale equo, giusto e non discriminatorio» e salvaguardi i «legittimi diritti e interessi» delle imprese cinesi.

 

E allora non sorprende anche quello che sta avvenendo in termini macro-economici. Stanno crollando, non a caso, le acquisizioni della Cina in Italia e fra le cause, secondo gli osservatori, c’è proprio l’uso allargato e stringente del cosiddetto golden power, il potere di veto del governo all’ingresso di soci esteri nelle imprese italiane. Uno studio di Kpmg, rilasciato il 19 luglio scorso, ha rivelato come negli ultimi 12 anni (2010-2022) le operazioni di fusione e acquisizione da parte della Cina nel Paese sono state 147 per 24,9 miliardi. Di queste solo nove (per 494 milioni) sono avvenute lo scorso anno, otto nel 2021, 12 nel 2019. Nel 2022 il mercato si è ridotto a volume di un terzo dal 2017, anno record per numero di operazioni: 22 per 1,51 miliardi. Nel 2015 c’è stato il picco a valore con 9,138 miliardi.

 

Le grandi società che la Cina ha ancora in portafoglio sono però solo sette. Una, appunto, è Pirelli. Le altre sei sono Autostrade per l’Italia (ingresso nel 2017), partecipata da Silk Road Fund al 5%. La Candy, che Quingdao Haier comperò nel 2018 dai Fumagalli. E poi la Ferretti degli yacht, all’86% di Weichai che vi entrò nel 2012. Oppure Nms, il Nerviano Medical Center di cui è azionista dal 2018 il fondo Hefei Sar V-Capital. Infine, Eni East Africa di cui è socia la China national corporation dal 2013; e appunto Cdp Reti dove dal 2014 la State Grid Corporation of China ha il 35%: i cinesi sono soci finanziari, ma sottoposti alla direzione e coordinamento di Cdp. È chiaro come comincino a crescere le preoccupazioni degli imprenditori italiani che hanno produzioni in Cina. E anche chi continua ad avere buoni rapporti commerciali con Pechino lancia l’allarme.

 

«Attenzione a mettere troppe briglie», dice Daniele Ferrero, socio e Ceo di Venchi, che in Cina ha due uffici e 48 negozi. «Limitare la circolazione di capitali non è una scelta strategica. La Cina è un partner importante per tutto il mondo occidentale, ci siamo integrati negli ultimi anni. Attenzione a non cambiare gli equilibri». Venchi è partecipata nella filiale di Hong Kong da Simest, società riconducibile a Cdp. Nell’ultimo bilancio Simest sono 33 le partecipate in Cina e a Hong Kong.

 

Aziende come le quotate Eurogroup, rotori e statori per auto elettriche, o la Siti B&T, macchine per l’industria della ceramica. Partecipazioni avviate negli anni scorsi per sostenere l’internazionalizzazione. Le contraddizioni, però, non si fermano alle partecipazioni strategiche o meno della Cina in Italia. Investono soprattutto il rifinanziamento del nostro debito pubblico. A Davos, nel 2024, il ministro dell’Economia Giorgetti ebbe una serie di incontri con alcune controparti per motivarli a investire nei nostri titoli di Stato, ma non se ne fece nulla. Gli investitori istituzionali hanno d’altronde fame di rendimento e ora l’Italia sembra un partner più affidabile dopo la recente promozione dell’agenzia Fitch sulla nostra solvibilità. Ma anche sulla rete 5G hanno pesato molto gli interrogativi americani sulla cinese Huawei, che alla fine è stata estromessa dalla realizzazione dell’infrastruttura di telecomunicazione necessaria per il mobile.

 

Insomma, il sodalizio tra Roma e Pechino si è ormai interrotto, l’Italia è sempre più legata alla dottrina Trump – che peraltro con Pechino sta adottando un atteggiamento quanto meno altalenante – in aperto contrasto commerciale con la Cina. Il rischio è che il nostro Paese paghi dazio perché la nostra economia vive di export e la Cina è il più grande mercato al mondo, come segnalano i proventi della moda delle grandi griffe italiane. Prada, ad esempio, ha soci cinesi e sono molti i gruppi della moda che hanno accordi con la piattaforma cinese Alibaba. Fortunatamente sono rimasti pochi i brand di proprietà italiana, la gran parte è in mano ai francesi di Kering o Lvmh, maggiormente esposti a un conflitto aperto con la Cina. E ora si apre la transizione di Armani.

 

Italia-Cina, andata e ritorno.

Negli ultimi anni la Cina è diventata il principale partner commerciale dell’Italia in Asia. Il valore degli scambi ha superato i 70 miliardi di euro, con un forte aumento delle importazioni (tecnologia, componentistica, tessile) e un export italiano ancora trainato da macchinari, moda, agroalimentare e lusso.

La relazione in 5 punti.

 

Squilibrio nella bilancia commerciale.

L’Italia registra un deficit commerciale con la Cina: importazioni nettamente superiori alle esportazioni. Questo è un tema strategico di politica industriale italiana, che cerca di rafforzare l’export verso Pechino per ridurre il gap. I comparti più forti verso la Cina sono macchinari industriali, automotive di fascia alta, moda, design, prodotti alimentari (vino e olio in testa). La crescita della classe media urbana cinese sostiene la domanda di Made in Italy.

Dipendenza tecnologica.

 L’Italia importa massicciamente elettronica, semiconduttori, pannelli solari e prodotti digitali dalla Cina, accentuando la dipendenza della filiera manifatturiera italiana dalla tecnologia di Pechino.

Effetto dei dazi Usa.

 Le politiche protezionistiche di Donald Trump hanno spinto Pechino a diversificare i propri mercati di sbocco. Questo ha reso l’Europa, e l’Italia in particolare, un partner alternativo strategico. Molte imprese italiane si sono trovate a beneficiare della ricerca cinese di opportunità in Europa, ma al tempo stesso a dover gestire la pressione competitiva cinese nei settori tecnologici.

La fine del Memorandum.

Nel 2019 l’Italia era entrata nella Nuova Via della Seta, ma nel 2023 ha ritirato l’adesione, riallineandosi alla strategia euro-atlantica. Ciò non ha chiuso i commerci, ma ha raffreddato la cornice politica delle relazioni. La Commissione europea parla di de-risking con la Cina: ridurre la dipendenza in settori strategici (tecnologia, materie prime critiche). L’Italia deve muoversi dentro questo equilibrio, cercando di non perdere quote di mercato in Cina pur rispettando le linee comuni Ue-Usa.

Competizione nei mercati terzi.

 Cina e Italia spesso competono in Paesi terzi (Africa, Balcani, America Latina) per infrastrutture, energia e manifattura. Questo aggiunge complessità al rapporto bilaterale diretto. Pechino resta per l’Italia un mercato essenziale ma sfidante. La domanda interna cinese rallenta, mentre le frizioni geopolitiche aumentano.

(Articolo pubblicato sul numero di Business People di novembre 2025).

 

 

 

Dichiarazioni Chiave del Ministero

della Difesa Russo sulla Situazione in Mali.

Conoscenzealconfine.it – (30 Aprile 2026) – t.me/Lombardia Russia Gen. – Redazione – ci dice:

 

Quanti dei soldi e delle armi che la UE e l’Italia dà a Kiev finiscono nelle mani di gruppi Terroristici?

“Gruppi armati illegali e terroristi hanno tentato un colpo di Stato armato in Mali il 25 Aprile.

Quattro città principali sono state attaccate durante il tentativo di colpo di Stato e il ministro della Difesa è stato ucciso in un attentato suicida con autobomba vicino alla sua residenza.

 

I terroristi hanno poi tentato di impadronirsi di strutture chiave nella capitale, incluso il palazzo presidenziale.

Tuttavia le unità della “Wagner – Africa Corps” hanno impedito il colpo di Stato e scongiurato massicce vittime civili, infliggendo pesanti perdite ai militanti.

 

La “Wagner – Africa Corps” ha usato tutti i tipi di armi per respingere gli attacchi, dalle armi leggere ai MLRS e continua a svolgere i compiti assegnati in Mali rimanendo pronta a respingere ulteriori attacchi.

I terroristi coinvolti nel tentativo di colpo di Stato sono stati addestrati con la partecipazione di istruttori mercenari ucraini ed europei.

 

Un distaccamento della “Wagner – Africa Corps” a Kidal ha combattuto per più di un giorno mentre era completamente circondato da una forza numericamente superiore, ma hanno vinto.

 I gruppi terroristi coinvolti nel tentativo di colpo di Stato contavano circa 12.000 persone ma hanno perso più di 2.500 uomini e 102 veicoli; l’aviazione della “Wagner – Africa Corps” ha eliminato oltre 245 terroristi.

Altri distaccamenti hanno respinto quattro attacchi su larga scala alla roccaforte principale e ai posti di difesa esterni a Kidal.

Per decisione della leadership maliana, le forze armate maliane e le unità della Wagner – Africa Corps hanno lasciato la roccaforte nella città di Kidal.

Intanto medici della Wagner – Africa Corps stanno fornendo assistenza ai civili feriti.”

 

Terroristi addestrati ed armati da mercenari ucraini ed europei… Kiev e Bruxelles… Due metastasi dello stesso CANCRO da abbattere il prima possibile!

Quanti dei soldi e delle armi che la UE e l’Italia fornisce a Kiev finiscono nelle mani di gruppi TERRORISTICI come questi in Mali?

Quanti dei NOSTRI soldi finiscono a questi gruppi?

 

Nessuno che solleva il problema in Parlamento? No?

(t.me/LombardiaRussiaGeN).

 

 

Von der Leyen ha Mentito sull’Accordo “Mercosur.”

Conoscenzealconfine.it – (29 Aprile 2026) - Ewa Zajączkowska-Hernik (membro polacco del Parlamento UE) – Redazione – ci dice:

 

 

È stato rivelato che von der Leyen HA MENTITO riguardo all’accordo con il Mercosur.

Da venerdì 1° maggio il mercato verrà inondato da decine di migliaia di tonnellate di manzo senza dazi, e la Commissione Europea ha ceduto a Brasile e Argentina la decisione su chi esporterà cibo nell’UE.

 

Ci avveleneranno e distruggeranno l’agricoltura, solo per fare un favore ai tedeschi, che si riprenderanno grazie all’esportazione dei loro prodotti nei paesi del Mercosur.

 Questo accordo è una grande fregatura che colpisce la nostra salute e la sicurezza alimentare!

 

 Scandalo Primo.

La Commissione Europea prometteva 99 mila tonnellate di manzo dal Mercosur in 6 anni, e ne entreranno quasi 60 mila già il primo giorno di entrata in vigore dell’accordo, cioè già venerdì 1° maggio!

 

Non è tutto:

come ha appreso RMF FM, fino ad ora quel manzo era soggetto a un dazio del 20%, ma improvvisamente è stato abbassato a zero, rendendolo subito più economico da importare e spingendo fuori dal mercato i prodotti dei contadini polacchi.

 Questa è una strategia per distruggere rapidamente i produttori europei.

 

 Scandalo Secondo.

Come se non bastasse, la Commissione Europea ha rinunciato volontariamente alla possibilità di decidere quali aziende dei paesi del Mercosur possono importare cibo nell’UE!

Questo è stato completamente ceduto nelle mani degli stati sudamericani e saranno loro, non gli importatori europei, a decidere quale azienda e quante migliaia di tonnellate di cibo venderanno nell’UE.

Eppure, solo di recente la Commissione Europea, con i risultati di un audit, ha ammesso che il Brasile NON CONTROLLA la qualità del cibo inviato nell’UE!

È difficile credere che i furbi burocrati dell’UE abbiano ceduto tutto senza combattere, quindi la domanda è: chi ci ha guadagnato e quanto?

 

 Scandalo Terzo.

Come riporta il quotidiano francese “Le Point”, questi cambiamenti fatali per i contadini e tutti i consumatori sono stati introdotti in sordina solo pochi giorni fa!

Il documento che modifica le regole per l’importazione di cibo dal Mercosur è stato approvato il 22 aprile 2026, senza informare l’opinione pubblica!

 

E tutto questo accade dopo che di recente nell’UE sono arrivate 62 tonnellate di manzo cancerogeno dal Brasile e girasole contaminato dall’Argentina (le norme sui pesticidi superate fino a 5 volte!), e solo in Polonia dall’Uruguay sono arrivati oltre 600 kg di manzo con ormoni.

 E ora gli eurocrati premono ancora sull’acceleratore! Come si può fidarsi di questa gente?

 

Avevo avvertito esattamente di questo per mesi, quando questo accordo veniva spinto illegalmente nell’UE e ora si conferma.

Dopo tutti questi scandali, l’accordo con il Mercosur dovrebbe essere completamente respinto – non solo per ragioni legali dal TSUE – ma per ragioni di sicurezza dei contadini e dei consumatori da parte dei paesi UE, in testa la Polonia!

(Articolo di Ewa Zajączkowska-Hernik (membro polacco del Parlamento UE.)

(Fonte originale: x.com/EwaZajaczkowska/status/2048742533547651270

imolaoggi.it/2026/04/28/von-der-leyen-ha-mentito-sullaccordo-mercosur/.)

 

 

Crisi Energetica, il piano dell’Ue per l’emergenza: voucher, aiuti alle imprese ma niente smart-working.

Fanpage.it - Francesca Moriero – (23 -04 – 2026) – Redazione – ci dice:

 

L’Unione europea risponde alla crisi energetica con il piano “Accelerate EU”, che prevede voucher energetici, sostegni diretti al reddito e aiuti alle imprese nei settori più esposti come trasporti e agricoltura. Scartate invece misure obbligatorie come lo smart working imposto o limiti alla mobilità, privilegiando invece un approccio più flessibile e temporaneo.

Nel pieno di una crisi energetica che ormai non può più essere letta come un'emergenza temporanea, ma che sta assumendo piuttosto sempre più caratteristiche strutturali, l'Unione europea cerca di costruire una risposta capace di tenere insieme due obiettivi complessi: da un lato intervenire nell'immediato per limitare gli effetti economici e sociali dei rincari, dall'altro affrontare le debolezze di fondo che questa fase ha messo in luce.

È proprio in questo equilibrio difficile che si inserisce il piano "Accelerate EU", presentato dalla Commissione guidata da Ursula von der Leyen. Si tratta di un insieme di strumenti che non pretende di offrire una soluzione definitiva, ma piuttosto di delineare una strategia organica per gestire una crisi che, sempre più chiaramente, è destinata a durare nel tempo.

 

 

Il punto di partenza, messo nero su bianco da Bruxelles nella giornata di ieri, è che l'Europa continua a pagare il costo della propria dipendenza energetica dall'estero.

Dall'inizio dell'escalation nell'Asia sud-occidentale, il continente ha dovuto sborsare decine di miliardi in più per le importazioni di energia, senza però ottenere una maggiore disponibilità di risorse.

 Tradotto in termini concreti, significa che famiglie e imprese stanno pagando di più semplicemente per consumare quanto prima.

Ed è proprio questa dinamica, prezzi in aumento senza un corrispondente incremento dell'offerta, a rendere la crisi attuale particolarmente complessa da gestire.

 

Il piano Accelerate Ue per la crisi energetica: voucher e aiuti alle imprese.

Nel breve periodo, il piano europeo si muove lungo una linea che segna una certa discontinuità rispetto al passato: evitare interventi generalizzati e puntare, invece, su misure più mirate, capaci cioè di raggiungere chi è davvero più esposto agli effetti della crisi.

In questa direzione, la Commissione apre a un maggiore margine di manovra per gli Stati membri, che possono attivare strumenti come sostegni diretti al reddito, voucher energetici e aiuti alle imprese più colpite, soprattutto nei settori ad alta intensità energetica, come trasporti e agricoltura.

 La logica è lineare: quando le risorse pubbliche sono limitate (e lo sono sempre più, anche per via dei vincoli di bilancio) distribuirle in modo uniforme rischia di essere poco efficace oltre che oneroso.

Intervenire in modo selettivo consente invece di concentrare l'impatto dove serve davvero, contenendo al tempo stesso la pressione sui conti pubblici. In questo quadro rientra anche la possibilità, concessa ai governi nazionali, di ridurre alcune componenti fiscali dell'energia, in particolare sull'elettricità, con l'obiettivo di alleggerire le bollette di famiglie e imprese.

Anche su questo punto, però, Bruxelles mantiene una linea prudente: si tratta di strumenti pensati per essere temporanei, perché una riduzione strutturale della tassazione energetica rischierebbe ovviamente di creare squilibri difficili da sostenere nel lungo periodo.

(Smart working obbligatorio un giorno a settimana e meno aria condizionata: il piano UE contro il caro energia.)

(Il problema centrale è la disponibilità energetica: non solo aumento dei prezzi).

Al centro del piano europeo c'è poi un aspetto che spesso sfugge a una lettura immediata: questa crisi non riguarda soltanto il costo dell'energia, ma la sua disponibilità concreta.

 Il problema, in altre parole, non è solo quanto si paga, ma quanta energia circola davvero.

 Le tensioni nello Stretto di Hormuz e, più in generale, nell'area del Golfo Persico hanno reso più fragili e incerti i flussi di petrolio, gas e derivati.

Si tratta di uno snodo fondamentale per l'approvvigionamento globale per cui quando il traffico rallenta o diventa più rischioso, l'impatto si estende ben oltre la regione.

 Non è soltanto quindi una questione di volumi che diminuiscono, ma anche e soprattutto di rotte più complesse, tempi di consegna che si allungano, costi logistici e assicurativi che aumentano.

Tutti elementi che, insieme, riducono di fatto l'offerta disponibile. In una situazione simile, intervenire esclusivamente sui prezzi (ad esempio attraverso tagli fiscali o sussidi) rischia di non essere sufficiente.

 Se l'energia è più difficile da reperire o da trasportare, il problema non si risolve:

 viene al massimo attenuato per un periodo, senza però incidere sulle cause più profonde della tensione.

Da qui l'insistenza di Bruxelles sul coordinamento tra gli Stati membri.

 L'obiettivo è evitare una somma di risposte nazionali scollegate, in cui ogni Paese si muove per conto proprio, e costruire invece una gestione più integrata delle scorte e degli approvvigionamenti.

 Significa, in concreto, mettere a sistema riserve e infrastrutture già esistenti, utilizzandole in modo più efficiente e, soprattutto, più equilibrato tra i diversi Paesi.

 

Nella stessa logica si inserisce anche la proposta di creare un osservatorio europeo sui carburanti:

uno strumento pensato sostanzialmente per seguire da vicino l'andamento della produzione, delle importazioni e dei livelli di scorta. L'idea è quella di disporre di informazioni tempestive per intervenire prima che le tensioni si trasformino in vere e proprie carenze.

 

Il caso dei carburanti per i trasporti.

Dentro il sistema energetico europeo, uno degli anelli più esposti resta quello dei carburanti per i trasporti, soprattutto per l'aviazione e per il trasporto su gomma.

A differenza di altri ambiti, qui le alternative nel breve periodo sono limitate: aerei, camion e gran parte della logistica continuano a dipendere in modo diretto da petrolio e derivati, spesso importati da aree geopoliticamente instabili.

 Le tensioni nello Stretto di Hormuz e nell'area del Golfo Persico rendono questa dipendenza ancor più evidente.

 Quando i flussi rallentano o diventano incerti, l'impatto si fa sentire quasi subito lungo tutta la catena:

dai costi del trasporto alle forniture, fino ai prezzi finali di molti beni.

Il rischio, in questi casi, non è soltanto quello di pagare di più il carburante.

Se le interruzioni dovessero protrarsi, potrebbe diventare più difficile reperirlo, con effetti concreti sull’operatività dei trasporti e sulla continuità delle attività economiche.

È uno scenario che finora è rimasto sullo sfondo, ma che il piano europeo prende in considerazione con maggiore attenzione.

Per questo Bruxelles insiste sulla necessità di monitorare da vicino questi segmenti e, se necessario, intervenire in modo coordinato tra Stati membri.

L'obiettivo è evitare che eventuali tensioni si trasformino in blocchi operativi, garantendo che le forniture continuino a fluire anche nelle fasi più critiche.

 

Niente smart working imposto ma più flessibilità.

Nel dibattito che ha preceduto la presentazione del piano, una delle ipotesi più discusse era quella di introdurre poi misure obbligatorie per ridurre i consumi energetici, come ad esempio forme di smart working imposto o limiti alla mobilità.

Alla fine, questa linea non è stata adottata.

La Commissione ha scelto un approccio più flessibile, limitandosi a raccomandare la riduzione della domanda energetica senza imporre vincoli rigidi.

Una decisione che riflette sia le resistenze politiche degli Stati membri sia la consapevolezza che interventi troppo invasivi rischierebbero di avere un costo economico e sociale elevato.

 

La vera partita dell'Unione Europea: uscire dalla dipendenza e puntare alle rinnovabili.

Se le misure di breve periodo servono a contenere l'impatto immediato della crisi, il cuore del piano è però altrove.

"Accelerate EU" punta infatti ad accelerare in modo deciso la transizione verso un sistema energetico basato su fonti rinnovabili e su una maggiore elettrificazione dei consumi.

Questo significa investire massicciamente in infrastrutture, reti elettriche, tecnologie pulite e sistemi di accumulo, ma anche e soprattutto modificare i comportamenti di consumo e i modelli produttivi.

 È ovviamente una trasformazione complessa, che richiede tempo e risorse enormi, ma che viene ormai considerata inevitabile.

Il ragionamento della Commissione sostanzialmente è:

finché l'Europa resterà dipendente da combustibili fossili importati, sarà esposta a shock esterni che non può controllare.

Ridurre questa dipendenza non è quindi solo una scelta ambientale, ma se mai una condizione necessaria per la stabilità economica e politica.

 

Urgenza e limiti.

Resta però una contraddizione di fondo che attraversa tutto il piano.

Da un lato, la necessità di intervenire subito spinge verso misure rapide e spesso costose; dall'altro, i vincoli di bilancio e la sostenibilità finanziaria impongono cautela.

 Questo equilibrio instabile si riflette in un approccio che combina interventi temporanei, flessibilità regolatoria e promesse di riforme strutturali.

Ma proprio questa natura ibrida evidenzia il limite principale: molte delle soluzioni più efficaci richiedono anni per produrre effetti, mentre la crisi si sta sviluppando adesso.

In questo senso, "Accelerate EU" non rappresenta tanto una soluzione definitiva quanto un tentativo di gestire una fase di transizione complessa, in cui le vecchie certezze (energia abbondante, prezzi relativamente stabili, mercati prevedibili) sono venute meno, e le nuove non sono ancora pienamente costruite.

(fanpage.it/politica/crisi-energetica-il-piano-dellue-per-lemergenza-voucher-aiuti-alle-imprese-ma-niente-smart-working/).

(fanpage.it/).

 

 

 

Crisi energetica: l'Italia si prepara

a un piano anti-emergenza.

Metropolitano.it – (7 Aprile 2026) – Alberto Minazzi – Redazione – ci dice:

 

Giovedì 9 la presidente Meloni in Parlamento, mentre rientra parzialmente l’allerta per i rifornimenti negli aeroporti.

 Il problema, però, resta.

La vicenda del carburante per i voli esaurito all’aeroporto di Brindisi, che ha tenuto banco nei giorni di Pasqua, si è almeno in parte ridimensionata.

Le notizie circolate relativamente all’esaurimento delle scorte di cherosene nello scalo pugliese sono però la punta dell’iceberg della crisi energetica, innescata dalla guerra in Iran, che preoccupa su più fronti.

Per questo, si rende quantomai urgente l’adozione di una strategia da parte del Governo.

 E, in tale prospettiva, si attende in particolare l‘informativa che la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, porterà in Parlamento giovedì 9 aprile.

La prospettiva è quella dell’elaborazione di un pacchetto di misure che si traducano in vero e proprio piano di emergenza.

 

Verso le mosse dell’Italia per affrontare l’emergenza-energia.

La premier, prima di Pasqua, si era recata nel Golfo Persico per un blitz volto ad approfondire diversi aspetti di una situazione in continua evoluzione, ma della quale ancora non si vede la fine.

Anche perché non è solo il carburante aereo a preoccupare, anzi.

C’è il gas, per esempio, con il tangibile rischio di un razionamento.

A questa ipotesi, affrontata dal “Comitato tecnico” riunitosi nelle ultime ore al” Ministero dell’Ambiente”, si potrebbero aggiungere ulteriori misure, legate al consumo di benzina e diesel.

Ovvero l’introduzione della circolazione a targhe alterne e un ricorso straordinario allo smart working nel settore pubblico.

 

Crisi energetica.

Tra le idee al tavolo di Palazzo Chigi c’è anche quella di tornare ad aprire alle forniture di metano e petrolio dalla Russia, per scongiurare l’esaurimento delle scorte.

Perché, se è vero che, con la fine della stagione fredda, si spengono gli impianti di riscaldamento, l’arrivo dell’estate si accompagnerà alla crescita della richiesta di elettricità per alimentare i condizionatori.

 

Un quadro complicato (anche sul fronte-sicurezza).

Nel frattempo, pur nella consapevolezza delle difficoltà, l’invito è quello di evitare inutili allarmismi.

La questione, del resto, è delicata anche negli equilibri internazionali.

 A partire dai segnali tutt’altro che rassicuranti nelle prospettive dei traffici internazionali che arrivano dal blocco dello Stretto di Hormuz.

Si deve cioè tenere conto anche delle mosse, non sempre prevedibili, del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che rendono particolarmente incerta la prospettiva di durata del conflitto.

 Così come delle strategie di più ampio respiro all’interno dell’Unione Europea.

Il tutto, non va mai dimenticato, senza sottovalutare i temi legati alla pubblica sicurezza.

In materia, va ricordato, sono attualmente all’esame dalle Camere una serie di provvedimenti.

 Insieme alla conversione del “decreto Sicurezza”, l’obiettivo del Governo è quello di una rapida conclusione dell’iter parlamentare anche sui disegni di legge relativi alle nuove assunzioni per le forze dell’ordine, alle tematiche dell’immigrazione e alla Polizia municipale.

 

La verità sulle scorte di cherosene a Brindisi.

A proposito di allarmi, sul tema delle carenze dei carburanti allo scalo aereo di Brindisi è arrivato nelle ultime ore il chiarimento del presidente di Aeroporti di Puglia, Antonio Maria Vasile.

 “Al momento – ha dichiarato – non c’è alcuna emergenza per quanto riguarda la disponibilità di carburante negli scali pugliesi.

 La situazione è sotto controllo, anche e soprattutto a Brindisi e non c’è alcun motivo per creare preoccupazioni o allarmismi.

Le forniture di carburante continuano regolarmente e non c’è alcun rischio di carenza imminente”.

Le problematiche degli ultimi giorni, ha spiegato il presidente di Aeroporti di Puglia, sono state dovute a “effetti indiretti connessi alle problematiche registrate da altri scali”.

Le scorte, cioè, sono state ridotte in maniera significativa per rifornire aerei provenienti da Milano, Bologna e Venezia.

 Ma il gestore ha assicurato il ripristino dei livelli entro la mattinata di oggi, martedì 7 aprile.

 

Crisi energetica.

 

Carburante negli aeroporti: il punto della situazione.

Tutto questo, in ogni caso, non nasconde una realtà in cui il carburante negli aeroporti italiani sta iniziando a scarseggiare.

Sabato, insieme a Brindisi, era scattata l’allerta anche a Pescara (poi smentita) e Reggio Calabria, segnalando la necessità di limitazioni ai voli.

 E, ancor prima, la distribuzione di carburante era stata contingentata a Milano Linate, Venezia, Treviso e Bologna.

La situazione sulle forniture internazionali attraverso Hormuz, da cui dipende il 30% del carburante per aerei utilizzato in Europa, ma con quote ancor più alte in Asia, si è del resto incrociata in Italia con l’aumento dei traffici legato alle festività pasquali.

Considerazioni che preoccupano soprattutto in vista delle ferie estive. Gli spostamenti a lunga distanza potrebbero essere infatti ridotti, oltre che in considerazione delle numerose aree del pianeta in cui sono in corso conflitti, anche per motivi legati ai costi, con ricadute sul settore del turismo organizzato.

Mentre i viaggiatori “fai da te” valutano sempre più l’ipotesi di assicurarsi contro inconvenienti, anche se il Codacons avverte che questi contratti costano fino all’8% in più e non coprono tutti i possibili eventi negativi.

(Alberto Minazzi).

 

 

 

 

Scende il potere di acquisto e

cambiano le spese degli italiani.

 Metropolitano.it – (30 Aprile 2026) - Economia + - Redazione – ci dice:

 

Negli ultimi anni l’inflazione ha intaccato significativamente il poter d’acquisto delle famiglie e il conflitto in Medio Oriente si fa sentire anche sulle scelte dei consumatori, diventati più oculati.

I conti sono presto fatti e lasciano trapelare una situazione allarmante.

Dal 2020 fino al 2025 oltre la metà dei lavoratori italiani, il 51%, non ha recuperato l’inflazione accumulata nel periodo, pari al 18%, con una perdita conseguente di potere d’acquisto.

È il dato che arriva dal rapporto “Acli-Iref” “Un’Italia stabilmente fragile” realizzato su un campione di circa quattro milioni di dichiarazioni dei redditi che per la prima volta ha preso in esame sei anni fiscali.

 Detta in altri temini significa che negli ultimi anni in Italia, pur avendo lavorato di più, ciò non si è tradotto in una maggiore sicurezza economica.

Non solo.

 La mobilità infatti rimane molto limitata se si considera che il 66,1% dei lavoratori che nel 2020 si trovavano nel livello di reddito più basso, nel 2025 è rimasto allo stesso punto.

 

Stipendi e ascensore sociale fermi fanno aumentare la povertà.

Al potere d’acquisto che in sei anni è stato eroso dall’inflazione si aggiungono stipendi reali praticamente fermi come anche l’ascensore sociale che di fatto non concede ai lavoratori un percorso di crescita.

 Chi si trova nelle fasce di reddito medio-alte, circa il 65% dei lavoratori, ha subito una perdita reale mentre per chi guadagna fino a 13.500 euro annui la situazione si può definire di sopravvivenza.

 

Più lavori per sopravvivere.

Nonostante il 23% dei lavoratori abbia più lavori, questo impegno non serve a colmare il divario con chi ha un impegno stabile e mediamente percepisce 10 mila euro in meno rispetto a questi ultimi.

Una situazione che va a colpire soprattutto i giovani tra i 25 e 34 anni e che condiziona la vita e le scelte dei lavoratori con conseguenze sulla famiglia, la casa e nelle spese per istruzione e attività per i figli, laddove vi siano.

 

Diminuiscono le intenzioni di acquisto, ma si continua a viaggiare.

A rendere maggiormente complicato lo scenario è il conflitto in Medio Oriente, il cui impatto economico si sta facendo sentire anche sulle scelte dei consumatori italiani.

Come rileva l’Osservatorio mensile Findomestic, solo il 20% pensa sia un buon momento per fare acquisti importanti.

 Il 44% delle famiglie si trova in ogni caso in una situazione economica problematica e 4 italiani su 10 non sono riusciti a risparmiare negli ultimi dieci mesi.

 

Se da un lato l’Osservatorio ha registrato un calo dell’1,1% delle intenzioni di acquisto (in questo momento c’è più attenzione al risparmio di carburante, ai prezzi della spesa e al contenimento delle spese non necessarie), dall’altro un segnale positivo arriva dai viaggi. Questo comparto, nonostante il contesto particolarmente complesso sembra non risentire delle difficoltà. Risulta infatti che il 61% degli italiani abbia intenzione di acquistarne nei prossimi tre mesi. Un dato in crescita di 4,1 punti percentuali a testimoniare che la voglia di partire c’è ancora nonostante tutto.

 

Positivi e in aumento anche gli acquisti per il fai da te, indicato dal 34% e cresce anche la voglia di ristrutturare.

Più deboli invece risultano le intenzioni di acquisto legate all’efficienza energetica e alla mobilità leggere dove scendono l’isolamento termico e i mezzi di mobilità alternativa come le e-bike.

 

 

 

 

 

Per l’Agenzia internazionale dell’energia siamo nella più grave crisi di sempre: resta solo una via di fuga dal ricatto.

 Ilfattoquotidiano.it – (6 Aprile 2026) - Gianfranco Mascia - Ecologista, scrittore e blogger – ci dice:

Il peccato originale risiede nel tempo incalcolabile che abbiamo sprecato prima di avviare, con reale convinzione e pragmatismo industriale, la rivoluzione delle fonti rinnovabili.

Per l’Agenzia internazionale dell’energia siamo nella più grave crisi di sempre: resta solo una via di fuga dal ricatto.

“Fatih Biral “direttore generale dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, non ha usato mezzi termini:

 stiamo vivendo “la più grande crisi energetica della storia” ha tuonato. Le sue parole, rimbalzate in queste ore sulle agenzie di stampa, fotografano con spietata lucidità una realtà con cui l’Europa e il mondo intero stanno facendo i conti.

 

Questa è la tempesta perfetta, innescata dai conflitti geopolitici e deflagrata attraverso la nostra tossicodipendenza dal gas e dal petrolio: ha messo a nudo le fragilità strutturali di un intero sistema economico.

Tuttavia, fermarsi a incolpare esclusivamente la congiuntura internazionale o le guerre in corso significa guardare il dito e ostinarsi a ignorare la luna.

 La verità, molto più scomoda e che le stesse istituzioni energetiche internazionali oggi ammettono, è che questa crisi non è solo figlia della geopolitica di oggi, ma dei decenni di ritardi di ieri.

 

Il peccato originale risiede nel tempo incalcolabile che abbiamo sprecato prima di avviare, con reale convinzione e pragmatismo industriale, la rivoluzione delle fonti rinnovabili.

Per anni, la transizione ecologica è stata trattata nei dibattiti politici come un vezzo ambientalista, un lusso da perseguire a patto che non disturbasse troppo lo status quo economico delle grandi compagnie fossili.

Abbiamo continuato, e purtroppo continuiamo, a sussidiare le fonti tradizionali e a costruire infrastrutture per il gas naturale, cullandoci nella pericolosa illusione che fosse un eterno “combustibile ponte”.

 

Nel frattempo, abbiamo sistematicamente ignorato i moniti di scienziati ed economisti, i quali avvertivano che delegare la nostra sicurezza energetica a nazioni politicamente instabili o apertamente ostili equivaleva a innescare una bomba a orologeria.

(L’Ue dice no: niente tassa sui mega-utili dei big dell’energia).

 

Se vent’anni fa, invece di rincorrere le fluttuazioni del prezzo del barile, avessimo investito massicciamente e strategicamente in eolico, solare, reti intelligenti (smart grad) e sistemi di accumulo, l’onda d’urto di questa crisi sarebbe stata infinitamente meno devastante.

 

Le rinnovabili non sono soltanto lo strumento fondamentale per arginare il collasso climatico;

sono, come i fatti recenti hanno brutalmente dimostrato, la più potente arma di indipendenza e sicurezza nazionale a nostra disposizione.

 Il vento e il sole non sono soggetti a embarghi, non finanziano conflitti e non subiscono i ricatti politici o le oscillazioni irrazionali dei mercati finanziari.

 

Oggi paghiamo un conto salatissimo per la nostra miopia politica e industriale.

Abbiamo sprecato decenni a discutere se la tecnologia delle rinnovabili fosse abbastanza matura, quando il vero problema era che la nostra classe dirigente non era pronta ad abbandonare un modello di business obsoleto.

 

Le dichiarazioni di Biral non devono essere lette solo come un bollettino di guerra economica, ma come la pietra tombale sulle politiche energetiche del passato.

Non possiamo più permetterci di tamponare l’emergenza cercando affannosamente nuovi fornitori di gas altrove o, peggio, riaccendendo vecchie centrali inquinanti.

Dobbiamo usare questo shock sistemico per accelerare in modo drastico e definitivo verso un modello energetico distribuito, pulito e indipendente.

 

Il rammarico per il tempo perso è un esercizio sterile se non si trasforma in azione immediata.

Come recita un vecchio adagio, il momento migliore per piantare un albero era vent’anni fa; il secondo momento migliore è adesso.

La rivoluzione delle rinnovabili non è più un’opzione sul tavolo:

è la nostra unica via di fuga da un ricatto che non dobbiamo mai più subire.

 

 

 

 

 

Misure di emergenza: la risposta

dei Governi alla crisi energetica.

Rinnovabili.it - Erminia Voccia – (14 Aprile 2026) – Redazione – ci dice:

 

Tagli alle accise sui carburanti, rigidi protocolli di razionamento, ritorno all'uso del carbone hanno dimostrato che la sicurezza energetica e la stabilità sociale dovrebbero avere la priorità assoluta.

 

Indice dei contenuti.

 

Politiche di risposta alla crisi energetica.

Almeno 60 Paesi hanno adottato misure di emergenza.

Strategie di risposta in Asia: tra sgravi fiscali e austerità forzata.

Sudest asiatico: razionamenti e voli cancellati.

L’Africa e la crisi energetica: vulnerabilità e risposte locali.

Kenya e il Corno d’Africa: razionamenti e impatti umanitari.

Misure di emergenza fiscali in Sudafrica e Africa Australe.

Ritorno al carbone.

Politiche di risposta alla crisi energetica.

Con l’esplosione del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, diversi Paesi in tutto il mondo hanno adottato misure di emergenza in risposta alla conseguente crisi energetica.

 La chiusura dello Stretto di Hormuz ha interrotto il transito di quasi il 20% della fornitura mondiale di petrolio e di una quota analoga di gas naturale liquefatto (GNL).

Nonostante l’annuncio di un cessate il fuoco di due settimane, si prevede che la crisi continuerà a causa dei danni alle infrastrutture energetiche in Medio Oriente e alle persistenti incertezze politiche.

 

L’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) ha definito la situazione attuale come la più grande interruzione della fornitura nella storia del mercato petrolifero, superando per magnitudo e impatto sistemico gli shock degli anni Settanta.

 

L’IEA sta monitorando le politiche adottate dai vari Paesi in risposta alla crisi energetica attraverso uno strumento di monitoraggio dedicato. Quest’ultimo fornisce un quadro sempre aggiornato delle azioni implementate per il risparmio energetico e il sostegno ai consumatori a livello globale.

 

Per le economie di Asia e dell’Africa, caratterizzate da una dipendenza strutturale dalle importazioni energetiche dal Golfo, l’impatto della crisi ha imposto l’adozione di misure senza precedenti. Tali interventi, che spaziano da tagli radicali alle accise sui carburanti a rigidi protocolli di razionamento, fino a un ritorno all’uso del carbone, hanno dimostrato che la sicurezza energetica e la stabilità sociale dovrebbero avere una priorità assoluta.

 

Almeno 60 Paesi hanno adottato misure di emergenza.

Come ha evidenziato un monitoraggio di Carbon Brief, dall’inizio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, almeno 60 Paesi hanno adottato misure di emergenza.

Quasi 30 Stati, dalla Norvegia allo Zambia, hanno tagliato le tasse sul carburante per aiutare i cittadini in difficoltà con l’aumento dei costi. Quest’ultima sembra essere stata la risposta politica più comune alla crisi.

Alcuni Paesi hanno spinto sulla costruzione di impianti per energie rinnovabili.

Altri, come Giappone, Corea del Sud hanno scelto di fare maggiore affidamento sul carbone, almeno a breve termine.

 

Anche in Italia il “phase out “del carbone è stato prorogato al 2038, mentre per le centrali di Brindisi e Civitavecchia si pensa al ritorno di una produzione più strutturale

(Crisi energetica europea, quali rischi per il gas nel 2026-2027?)

 

Strategie di risposta in Asia: tra sgravi fiscali e austerità forzata.

L’Asia, che assorbe il 75% del petrolio e il 59% del GNL che transita attraverso Hormuz, è emersa come la regione più esposta allo shock.

 I Governi hanno risposto con un mix di sussidi miliardari e misure d’emergenza per limitare i consumi.

 

L’India ha adottato una delle risposte più strutturate della regione.

 Il 27 marzo 2026 il Ministro delle Finanze, Nirmal Sitharaman, ha annunciato un taglio delle accise sulla benzina e sul diesel. Questa misura, sebbene abbia pesato pesantemente sulle entrate governative, è stata considerata necessaria per proteggere i consumatori dall’impennata dei prezzi, passati da 70 a 122 dollari al barile in un solo mese. Accanto ai tagli fiscali, il governo indiano ha implementato misure restrittive per garantire la fornitura domestica:

 

Tasse sulle esportazioni: Sono stati imposti dazi di 21,5 rupie al litro sul diesel e 29,5 rupie al litro sul carburante per aviazione (ATF) per scoraggiare i raffinatori dal vendere all’estero.

Gestione delle scorte: Il Primo Ministro Narendra Modi ha rassicurato il Paese evidenziando che l’India dispone di 53 lakh (5,3 milioni) di tonnellate metriche di riserve petrolifere strategiche, con ulteriori 65 lakh in fase di sviluppo.

Razionamento del gas: A causa della carenza di GNL, il Governo ha razionato l’uso commerciale GPL, dando priorità al consumo domestico. È stata inoltre ripristinata temporaneamente la fornitura di cherosene tramite il sistema di distribuzione pubblica (PDS) in 21 Stati per alleviare la pressione sui costi del gas da cucina.

Il quotidiano locale “The Economic Times” ha riferito che il Governo ha anche introdotto esenzioni dai dazi doganali su materie prime petrolchimiche selezionate fino al 30 giugno 2026, per proteggere i settori farmaceutico e manifatturiero dall’aumento dei costi dei fattori produttivi.

 

Sudest asiatico: razionamenti e voli cancellati.

In Vietnam il settore dell’aviazione ha dovuto tagliare 23 voli domestici a settimana per conservare le scorte di carburante, mentre l’Indonesia ha imposto un razionamento di 50 litri al giorno per i veicoli privati e ha ordinato il lavoro da casa per i dipendenti pubblici ogni venerdì.

 

Le Filippine a fine marzo 2026 sono state il primo Paese a dichiarare formalmente lo stato di emergenza energetica nazionale, considerate le conseguenze di vasta portata per l’arcipelago fortemente dipendente dalle importazioni di petrolio. Nel Paese lo sciopero dei lavoratori dei trasporti, combinato con la carenza di carburante, ha messo in ginocchio il Governo, impegnato in trattative frenetiche con Russia e Cina per forniture di emergenza.

 

L’Africa e la crisi energetica: vulnerabilità e risposte locali.

Molti Stati africani, pur esportando greggio, dipendono dalle importazioni di prodotti raffinati dal Medio Oriente. Ciò le rende estremamente sensibili alle interruzioni delle rotte del Golfo e all’aumento dei costi assicurativi marittimi.

 

In Egitto a marzo è stata disposta la chiusura di negozi e ristoranti alle 21. Fino alla fine di aprile gli esercizi commerciali dovranno chiudere massimo alle 23.

 

La Nigeria, la più grande economia africana, ha visto i prezzi della benzina schizzare da 800 a 1.500 naira al litro in poche settimane. Poiché la rete elettrica nazionale è soggetta a continui collassi (12 solo nella prima metà del 2024 e nuovi guasti nel 2026), il Paese dipende da una “economia dei generatori” valutata in 14 miliardi di dollari annui. L’aumento dei prezzi del diesel, arrivati vicino alle 2.000 naira al litro, ha reso insostenibile la vita quotidiana e l’attività delle PMI, spingendo molte famiglie a spendere fino al 90% dei propri guadagni in energia e trasporti.

 

Kenya e il Corno d’Africa: razionamenti e impatti umanitari.

A Nairobi molte stazioni di servizio sono rimaste a secco a metà marzo 2026.

Martin Comba, a capo della Petroleum Outlets Association a fine marzo ha detto a Bloomberg che i principali fornitori avevano iniziato a razionare il prodotto, lasciando scoperte le aree rurali. L’impatto umanitario è stato severo: l’International Rescue Committee (IRC) ha avvertito che la carenza di diesel sta interrompendo la catena del freddo per i vaccini e il funzionamento delle apparecchiature mediche nei campi profughi di Kakuta e Dagaba.

 

In Etiopia, il Governo ha istituito una priorità assoluta per l’allocazione del carburante, favorendo i trasporti pubblici e l’agricoltura rispetto ai privati, mentre i prezzi del diesel sono passati da 80 a 230 dollari al barile.

 

Misure di emergenza fiscali in Sudafrica e Africa Australe.

Il Governo del Sudafrica ha adottato un approccio pragmatico. Il primo aprile 2026, ha introdotto una riduzione temporanea della tassa generale sul carburante della durata di un mese. Tuttavia, l’instabilità della valuta e l’aumento dei costi di spedizione hanno comunque portato a rincari storici.

 

Altri Paesi della regione hanno seguito percorsi simili:

● Namibia: ha ridotto le tasse sul carburante del 50% per tre mesi.

● Zambia: ha sospeso per tre mesi i dazi e azzerato l’IVA sulle importazioni di benzina e diesel.

● Zimbabwe: ha aumentato il mix di etanolo nella benzina al 20% e ha tagliato le tasse sulle importazioni per calmierare i prezzi saliti del 40% in un mese.

 

Ritorno al carbone.

Sempre in base all’analisi di “Carbon Brief”, sarebbero almeno otto i Paesi ad aver annunciato piani per aumentare l’uso del carbone o rivedere i piani esistenti per l’abbandono dello stesso.

Tra questi, oltre all’Italia, figurano Giappone, Corea del Sud, Bangladesh, Filippine, Thailandia, Pakistan, Germania.

 Generalmente, in tali Paesi è stato predisposto il rinvio della chiusura delle centrali a carbone o il permesso a siti vecchi di operare a regimi più elevati, come nel caso del Giappone, piuttosto che la costruzione di nuove centrali.

Per un anno a partire da aprile il Governo giapponese consentirà infatti il pieno funzionamento delle centrali a carbone più vecchie e meno efficienti, che in precedenza operavano a capacità ridotta per limitare le emissioni di CO2.

(Erminia Voccia).

 

 

 

Crisi energetica e transizione: basta con le soluzioni d’emergenza.

Vaielettrico.it – Antonello Pasini - Massimo Degli Esposti – (18 Marzo 2026) – Redazione – ci dicono:

 

Nel vertice Ue del 19 e 20 marzo i leader europei discuteranno di crisi energetica, transizione e riforma degli ETS.

 Lo dice la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, da un lato respingendo la richiesta di sospensione del sistema di scambio del carbonio avanzata anche dall’Italia e già bocciata da 8 governi, dall’altro aprendo a un intervento d’emergenza contro la crisi energetica innescata dalla guerra nel Golfo

 Di questo, e altro, Fuoco Amico parla con il professor Antonello Pasini, fisico del clima, ricercatore presso l’Istituto sull’Inquinamento Atmosferico (IIA) del CNR.

A fine febbraio Pasini ha raccolto 150 firme di scienziati ed economisti su una lettera aperta al Governo in difesa degli ETS e del Green Deal europeo.

 

Cosa sono gli ETS (e perché l’Italia li boicotta?)

Gli ETS, acronimo di “Emissions Trading System” prevedono un sistema di tariffazione delle emissioni di carbonio che si applica a una serie di industrie ad alta intensità energetica.

Per tali aziende rappresentano un costo aggiuntivo pari a circa il 10%. Ma consentono agli Stati di raccogliere risorse da destinare al finanziamento della transizione energetica.

 

Su questo punto l’Italia è già pesantemente inadempiente, denuncia oggi il think tank italiano” ECCO Climate”.

Analizzando le rendicontazioni presentate dall’Italia alla Commissione europea tra il 2012 e il 2024 l’organizzazione ha scoperto che l’Italia ha speso solo il 9% dei proventi generati dalle aste del sistema europeo di scambio delle quote di emissione, ETS, per politiche legate alla transizione come lo sviluppo delle rinnovabili, l’efficienza energetica o la compensazione dei costi per imprese esposte alla competizione internazionale.

 In termini assoluti si tratta di 1,6 miliardi di euro sui 18 raccolti nel periodo.

 

A livello europeo si stima che le economie dell’Unione nel loro insieme dovrebbero investire 660 miliardi all’anno nel periodo 2026-2030 per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione fissati dalla direttiva “Fit fo fifty Five”.

 Per l’Italia significa un impegno di circa 130 miliardi di euro all’anno, ai quali le aste ETS potrebbero contribuire per 4 miliardi annui.

Transizione, una sfida che non si può non vincere.

È una sfida estremamente ambiziosa. Che però,

  secondo il professor Antonello Pasini e i 150 firmatari della lettera aperta, val la pena di affrontare con più decisione «smettendo di correre dietro alle emergenze geopolitiche».

E assolutamente vincere.

La crisi energetica in corso, ci dice infatti lo scienziato, aggiunge contenuti e motivazioni a quelle prevalentemente ambientali dell’appello, che risale a fine febbraio, prima dell’attacco americano e israeliano all’Iran.

 

Aggiunge soprattutto urgenza.

Perché intervenire tempestivamente scongiura il rischio di trovarci fra qualche anno in una situazione in cui «non riusciremo più né a mitigare né ad adattarci».

E allora, come stima il documento del “Commitee of Climate Change”, consulente scientifico del Governo Britannico, i costi del non aver fatto saranno anche quattro volte superiori a quelli del fare.

Net-zero costa meno dei combustibili fossili. Lo dice il governo britannico.

 

Pasini concorda e ricorda di aver proposto al governo la creazione di un organismo scientifico sul modello britannico, rimasta però lettera morta.

«Non possiamo mettere la testa sotto la sabbia, ma nemmeno alimentare allarmismo sfiducia e rassegnazione» dice. «La scienza deve fornire un quadro numerico rigoroso sui fenomeni in atto e le sue cause – precisa -. Ma non rubare il lavoro alla politica a cui spetta discuterne con l’opinione pubblica e proporre le soluzioni».

 

Crisi energetica.

Antonello Pasini.

L’opinione pubblica resiste? Parliamone in positivo.

Un’idea su come motivare l’opinione pubblica, però, Pasini ce l’ha: «Insistere sui vantaggi o i disastri futuri è inutile o addirittura controproducente – dice -: preferirei che si insistesse invece su quello che la decarbonizzazione produce già oggi. Per esempio su tantissime aziende che generano già profitti producendo o utilizzando tecnologie de-carbonizzate.

Oppure sui benefici economici di cui già godono Paesi come la Spagna, molto più avanti di noi nella transizione».

 

Crisi energetica.

La crisi di questi giorni, infatti, colpisce più duramente chi come noi è ancora fortemente dipendente dal gas.

«Non ha molto senso gettare la croce addosso agli ETS, che incidono solo marginalmente sui costi dell’energia per i consumatori e le aziende. Incide molto di più l’impennata del costo del gas, salito di oltre il 50%, quando in Italia interviene sulla generazione elettrica nell’89% delle ore, contro il 15% della Spagna».

 

La lezione della guerra in Iran: auto elettrica o per sempre schiavi del petrolio.

 

Crisi energetica.

Un paradosso chiamato Donald Trump.

Sulla soluzione nucleare Pasini non ha pregiudizi, ma ritiene che tempi lunghi e costi elevati la rendano inadeguata a giocare un ruolo decisivo nella transizione che deve portare alle zero emissioni entro il 2050.

Soprattutto se il ripetersi di crisi geopolitiche (Covid, Ucraina e oggi Medio Oriente) spostano il focus della transizione dal tema ambientale a quelli strategici della sicurezza e della sovranità energetica.

 

Conclusione semiseria e paradossale: finiremo per ringraziare il campione del “drill baby drill” Donald Trump e le sue guerre, che almeno costringeranno all’azione anche i Paesi più “distratti”.

Trump va alla guerra del petrolio. Che Dio ce la mandi buona.

(Antonello Pasini - Massimo Degli Esposti).

 

 

 

 

 

Crisi energetica, le rinnovabili sono la soluzione: perché aspettare non ha senso.

Vita.it –(7 aprile 2026) - Daria Capitani – Sostenibilità – Redazione – ci dice:

Katiuscia Eroe, responsabile Energia di Legambiente, cita il modello spagnolo per ridurre la vulnerabilità del sistema energetico.

 «Negli ultimi cinque anni, la Spagna ha investito massicciamente nelle fonti rinnovabili», spiega: «oggi il gas incide per circa il 15% delle ore di produzione energetica, mentre in Italia arriva fino all’89%. Senza un cambio di passo, continueremo a rincorrere le emergenze anziché prevenirle».

 

Choc energetico, il prezzo del petrolio impazzito, la corsa alle scorte, i timori di uno stop al traffico aereo per mancanza di carburante, l’ombra dello smartworking forzato.

 C’è una nuova crisi pronta a tenere in scacco il mondo:

è quella energetica, figlia del protrarsi del conflitto in Iran e della conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz.

Per Katiuscia Eroe, responsabile Energia di Legambiente e membro della segreteria nazionale dell’associazione dal 2011, «si tratta dell’ennesimo banco di prova per l’Italia, che sull’approvvigionamento energetico, puntualmente, non riesce a trasformare le emergenze in lezioni apprese».

Secondo l’esperta in fonti rinnovabili, fossili, efficienza e risparmio, «ci muoviamo su due facce della stessa medaglia».

 

Katiuscia Eroe, responsabile Energia di Legambiente.

Quali sono le due facce dell’Italia quando si parla di crisi energetica?

Da un lato, subiamo le conseguenze di crisi internazionali (dal conflitto in Medio Oriente a quello tra Russia e Ucraina) senza avere costruito nel tempo una vera strategia energetica. Il risultato è una dipendenza ancora forte dal gas e risposte emergenziali che guardano al breve periodo:

mantenimento del carbone fino al 2038, bonus in bolletta, interventi tampone che vanno nella direzione opposta rispetto all’autonomia energetica.

Dall’altro lato, però, esiste un’Italia che si muove in un’altra direzione: aziende e territori presentano progetti su fotovoltaico, agri-voltaico ed eolico;

amministrazioni locali investono nell’efficientamento degli edifici pubblici;

 strumenti come il conto termico hanno registrato una domanda così alta da aver fatto sospendere le richieste.

Eppure, questo slancio verso le rinnovabili incontra ostacoli strutturali: impianti già autorizzati per l’eolico offshore, ad esempio, restano in attesa di condizioni operative per partire.

Ne emerge un paradosso:

a livello nazionale il Paese appare poco strategico e reattivo solo in emergenza, ma dal basso c’è un dinamismo concreto che spinge verso la transizione energetica.

Questo movimento andrebbe sostenuto e accompagnato con politiche pubbliche coerenti, stabili e di lungo periodo.

A che punto siamo con le energie rinnovabili?

 

Per avere un riferimento chiaro, si può guardare agli obiettivi per il 2030 sullo sviluppo delle rinnovabili:

l’Italia deve installare circa 80 GW di nuova capacità.

Oggi però siamo poco sopra il 30% e i numeri non sono particolarmente confortanti se pensiamo che nei prossimi anni dovremmo realizzare circa il 70% della capacità prevista.

Anche gli strumenti esistenti mostrano tutti i limiti di un approccio non strutturale:

 la detrazione fiscale del 50% per l’efficientamento resta una misura temporanea, frammentata.

La strada è ancora lunga, ma il punto è che l’Italia non è un Paese che “non ce la può fare”.

 Al contrario, ha tutte le condizioni per riuscirci.

Se questo slancio venisse davvero supportato da politiche industriali ed energetiche stabili, potrebbe non soltanto raggiungere, ma anche superare gli obiettivi e arrivare tra cinque anni con risultati concreti: bollette più basse per famiglie e imprese, maggiore indipendenza energetica, innovazione tecnologica e nuovi posti di lavoro.

 

Qual è l’origine di questo ritardo nello sviluppo delle fonti rinnovabili? È una questione culturale?

 

No. Io credo che sia una questione di visione errata e di volontà politica.

Continuiamo a rivolgerci ai Paesi africani per rafforzare i flussi di gas all’Italia e intanto non si rispettano le tempistiche nella valutazione dei progetti che puntano sulle fonti rinnovabili.

 In questo momento, sono centinaia quelli fermi in attesa di valutazione.

 

Le misure messe in campo dal governo sono adeguate?

 

Le misure adottate finora rispondono a un’emergenza immediata e non hanno carattere strutturale.

Questo significa che non sono né sufficienti né adeguate nel medio-lungo periodo.

Interventi come la riduzione delle accise sui carburanti, l’ampliamento dei bonus bollette per le famiglie a basso reddito o persino la riattivazione di centrali a carbone già in fase di dismissione, non affrontano realmente il problema di fondo: la vulnerabilità del sistema energetico italiano.

 Queste misure non mettono il Paese al riparo da nuove crisi.

Se il conflitto internazionale dovesse proseguire o se si verificasse un’ulteriore speculazione sul prezzo del gas, l’Italia si troverebbe esattamente nella stessa situazione di emergenza, senza aver costruito una strategia a lungo termine per evitarla.

Il confronto con altri Paesi è significativo.

Negli ultimi cinque anni, la Spagna ha investito massicciamente nelle fonti rinnovabili:

oggi il gas incide per circa il 15% delle ore di produzione energetica, mentre in Italia arriva fino all’89%.

 Questo significa che qualsiasi aumento del prezzo del gas ha un impatto molto più forte sul nostro sistema, con conseguenze dirette su famiglie e imprese, che si ritrovano a pagare bollette sempre più elevate, come già accaduto dopo la pandemia.

Ridurre questa dipendenza è fondamentale, puntando su fonti energetiche a basso costo e più stabili.

 

Tra le alternative viene citato il nucleare…

 

Anche questa strada presenta criticità importanti.

Paesi come la Spagna coprono circa il 20% del fabbisogno con il nucleare, ma attraverso impianti costruiti decenni fa.

 In Italia, invece, il nucleare è assente.

Realizzare una rete significativa richiederebbe, nella migliore delle ipotesi, la costruzione di decine di reattori.

 Questo implica pianificazione, progettazione, individuazione dei siti e tempi medi di costruzione di almeno 8-10 anni per ogni impianto. Considerando che in Italia servono fino a cinque o sei anni per autorizzare un impianto eolico, è difficile immaginare che un programma nucleare possa essere realizzato rapidamente.

 Nel frattempo, quindi, la domanda resta aperta: cosa facciamo?

Serve una strategia energetica credibile e immediata, che acceleri davvero sulle rinnovabili, semplifichi le autorizzazioni, investa nelle reti e nello stoccaggio e riduca progressivamente la dipendenza dal gas. Senza questo cambio di passo, l’Italia continuerà a rincorrere le emergenze anziché prevenirle.

 

Tre strategie che si potrebbero mettere in campo nell’immediato.

 

Innanzitutto, rafforzare il “reddito energetico” già introdotto dal governo, che prevede la realizzazione di impianti solari fotovoltaici sui tetti delle abitazioni a spese dello Stato, a beneficio delle famiglie con redditi più bassi.

Si tratta di una misura potenzialmente molto efficace, perché interviene direttamente sul costo dell’energia riducendo la dipendenza dalla rete e abbassando le bollette in modo duraturo.

Tuttavia, per avere un impatto significativo, questo strumento dovrebbe essere ampliato sia in termini di risorse disponibili sia di tecnologie coinvolte.

Sarebbe fondamentale estenderlo anche ad altre soluzioni energetiche (come sistemi di accumulo o pompe di calore) e includere le famiglie in affitto, che oggi rischiano di essere escluse da questi benefici.

 

Avviare una politica strutturale di efficienza energetica: recuperare il ritardo e avviare subito investimenti concreti nel patrimonio edilizio, riducendo i consumi energetici e di conseguenza il peso delle bollette per famiglie e imprese.

 

Infine, accelerare sulle fonti rinnovabili come ha fatto il governo spagnolo.

 

 

 

 

Dazi, pochi danni. La Cina cresce e noi restiamo inchiodati.

Lespresso.it – (30 dicembre, 2025) - Carlo Cottarelli – Redazione – ci dice:

 

Il 2025 si chiude con numeri fotocopia rispetto al 2024. Con qualche nota per il mondo e l’Italia.

 

 

Se un visitatore arrivato da una regione remota del cosmo volesse giudicare il 2025 solo guardando ai dati sulle principali variabili macroeconomiche lo considererebbe un anno del tutto noioso.

In termini di crescita economica, i dati sulla crescita del Pil sono quasi la copia carbone di quelli del 2024.

 Il Pil mondiale, secondo le stime del Fondo monetario internazionale (Fmi), è stimato essere cresciuto del 3,2% (3,3% nel 2024);

i Paesi avanzati sono cresciuti nel complesso dell’1,6% (1,8% l’anno prima); quelli emergenti e in via di sviluppo del 4,2% (4,3% l’anno prima).

Certo, a un livello di granularità maggiore, qualcosa si vede.

Gli Stati Uniti hanno rallentato un po’ (2% invece del 2,8%), ma per l’economia a stelle e strisce c’è una maggiore incertezza sui risultati finali per l’enorme ritardo nella pubblicazione delle statistiche dovuto alla chiusura per un mese e mezzo del governo federale.

 La Germania, dopo la recessione del 2024, ha ora un segno leggermente positivo (0,2%).

Ma tutto sommato i cambiamenti sono modesti.

 Le notizie però stanno in quello che non si vede.

Ne cito tre.

 

 Primo, la guerra dei dazi è stata aperta, combattuta e, almeno temporaneamente, conclusa senza che questo impattasse sugli andamenti dell’economia reale, come abbiamo visto.

 Questo nonostante i dazi sul commercio verso gli Stati Uniti siano stati alzati a livelli che non si vedevano dagli anni ’30 del XX secolo.

Come mai?

Vuol dire che tutte le cose che ci hanno detto sui danni che le barriere al commercio possono causare sono bufale?

Non proprio.

 Per quanto alti siano ora i dazi, negli anni ’30 (e nei decenni seguenti) esistevano vincoli molto stringenti in termini di quote di importazioni. Certe cose proprio non si potevano importare in misura superiore a date quantità.

Queste quote ora sono in gran parte sparite.

Le restrizioni al commercio basate sui dazi hanno un impatto più lento a manifestarsi.

Inoltre, per ora, i Paesi colpiti dai dazi americani non hanno reagito con contro dazi o altre restrizioni (tranne la Cina), quindi l’impatto complessivo è stato più moderato.

 Infine, il mondo è più diversificato che in passato.

Per quanto importanti siano gli Stati Uniti, non sono più l’unico grande mercato a livello mondiale.

 

 Secondo, non si è visto un rallentamento dell’economia cinese, che invece le organizzazioni internazionali prevedevano per il 2025. L’economia del Dragone continua a crescere a tassi vicino al 5%, distanziando ulteriormente, in termini di volumi di produzione, quella statunitense.

Il rallentamento previsto era basato su basse aspettative di domanda interna. Invece, in un anno in cui la guerra dei dazi è stata più intensa proprio contro la Cina, questa è riuscita comunque a compensare la bassa dinamica dei consumi domestici, con una ripresa delle esportazioni verso il resto del mondo non americano, e non solo l’Europa.

 Il mondo dei Paesi emergenti costituisce ormai un mercato ampio che la Cina riesce a sfruttare.

 

 La terza cosa che non è cambiata è lo zero davanti al prefisso della crescita economica italiana.

Il governo aveva previsto una crescita del Pil dell’1,2%.

Chiudiamo allo 0,5%, meno della metà e un po’ meno del 2024 (0,7%). Quel che è peggio è che il governo sembra ormai avere istituzionalizzato lo zerovirgola:

nel prossimo triennio si prevede una crescita media dello 0,7%. Appropriata prudenza? Speriamo …

 

 

 

Ai dazi di Trump la Cina risponde

con la cooperazione economica.

Renewablematter.eu - Giorgia Marino – (1° aprile 2025) – Redazione – ci dice:

 

Un’intensa settimana di summit, incontri diplomatici e accordi commerciali indica con chiarezza la direzione di Pechino per contrastare i dazi americani.

Se Trump mette i dazi, la Cina stringe mani e accordi.

 Senza troppo clamore, ma speditamente, XI Jinping e i suoi ministri stanno infatti procedendo nel rafforzare la cooperazione economica internazionale, con vecchi e nuovi partner.

 

Solo nell’ultima settimana, e soprattutto nel weekend fra il 28 e il 30 marzo, ci sono stati un summit trilaterale fra il Ministro del Commercio cinese con le controparti di Corea del Sud e Giappone, la firma di un accordo economico col Bangladesh, un importante forum internazionale per l’Asia e l’incontro (piuttosto eccezionale) del presidente XI con una quarantina di CEO delle più importanti industrie del mondo, comprese quelle americane.

 

Proviamo dunque a fare il punto su questa intensa settimana cinese.

 

Il “Boa Forum” per l’Asia, un megafono per il multilateralismo.

 Cominciamo con il Boa Forum per l’Asia, che si è concluso venerdì 28 marzo.

Noto come la “Davos asiatica”, il BFA è una conferenza di alto profilo su temi economici per i governi, le imprese e gli studiosi, che sin dal 2002 si svolge annualmente sull’isola di Hainan, la provincia più meridionale della Cina. Se inizialmente vi partecipavano solo Paesi asiatici, oggi è un’occasione di discussione globale, e a questa edizione hanno preso parte delegazioni da oltre 60 nazioni, tra cui gli Stati Uniti e l’Italia.

 

Quest’anno il tema era Asia in the Channing World:

Towers a Share Future, e si è parlato molto di multilateralismo.

Non è una sorpresa, in realtà: l’appello a un nuovo (o rinnovato) multilateralismo, in opposizione al crescente unilateralismo promosso dal presidente americano Trump, è da qualche tempo una costante di tutti i discorsi e le uscite ufficiali di XI Jinping e dei suoi ministri.

Certo, però, la portata dell’appello esce amplificata da un forum che riunisce tutte le economie asiatiche, che insieme, stando al report 2025 del BFA, rappresentano il 48,6% del PIL globale e hanno un tasso di crescita del PIL reale del 4,5%. “L’Asia – ha scritto il Global Times – è diventata il motore principale della crescita globale e può essere meritatamente considerata l’àncora stabilizzante dell’economia mondiale”. Anche l'ex segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, ora presidente del BFA, ha osservato che l'Asia è oggi una voce guida per il multilateralismo, il libero scambio e la globalizzazione.

 

E se l’Asia è una forza stabilizzante per il mondo, la Cina lo è per l’Asia – ha detto il vice premier cinese Ding Xinxiang.

Ribadendo poi, naturalmente, l’invito a industrie e imprese di tutto il mondo a investire nel processo di modernizzazione della Repubblica Popolare e a puntare sulle grandi opportunità offerte dallo sviluppo cinese.

 

XI Jinping incontra i CEO di tutto il mondo.

Mentre all’estremo sud della Cina si discuteva di alte idee e di direzioni da dare agli equilibri geopolitici mondiali, più o meno contemporaneamente nel nord del Paese, a Pechino, si riuniva il gotha dell’industria globale.

 

In occasione dell’annuale China Development Forum, il 23 e 24 marzo, decine di CEO e rappresentanti delle più grandi aziende e multinazionali del mondo erano infatti stati invitati nella capitale in vista di uno specialissimo incontro con XI Jinping.

 

Venerdì 28 marzo, nella Grande Sala del Popolo, il presidente Xi ha dunque ricevuto una quarantina di presidenti e amministratori delegati di aziende come FedEx, BMW, Mercedes-Benz. Saud Aramco, Sanofi, AstraZeneca, Hitachi, Toyota.

Con due scopi principali: rassicurare circa le politiche di apertura dell’economia cinese agli investimenti e alle collaborazioni internazionali;

e fare fronte comune contro i dazi di Trump, per tutelare le catene di fornitura e quindi la salute dell’industria globale.

 

Le aziende straniere, ha ricordato XI, “rappresentano un terzo delle importazioni ed esportazioni totali della Cina, un quarto del suo valore aggiunto industriale e un settimo delle sue entrate fiscali, creando oltre 30 milioni di posti di lavoro”.

Sono dunque parte attiva e importante del processo di modernizzazione del Paese, anche se – ha ammesso, diplomaticamente, il presidente cinese – “negli ultimi anni hanno effettivamente incontrato alcune difficoltà nel loro sviluppo in Cina”.

XI si è quindi impegnato non solo a garantire maggiori aperture, ma anche un trattamento più equo per le imprese straniere che operano nella Repubblica Popolare, spingendosi fino a promettere “che i prodotti fabbricati in Cina da aziende straniere possano partecipare agli appalti pubblici su un piano di parità, in conformità con la legge".

 

Intanto, pochi giorni prima, sempre a Pechino, il Ministro del Commercio Wang Cenato incontrava Tim Cook, il CEO di Apple. La società di Cupertino ha sempre avuto un forte legame (per quanto controverso) con la Cina, e non stupisce dunque che in un momento delicato come questo le istituzioni cinesi vogliano rinsaldare l’amicizia. Quello che è un po’ più sorprendente è il tono dell’incontro, almeno stando al riassunto ufficiale riportato sul sito del Ministero.

Wang e Cook hanno parlato di relazioni economiche e commerciali sino-americane, quasi come se il CEO di Apple fosse un rappresentante della Casa Bianca. Wang ha ribadito che “nella guerra commerciale non ci sono vincitori” e ha detto che “la Cina è disposta a collaborare con gli Stati Uniti per creare un ambiente politico più stabile per le imprese attraverso un dialogo paritario”.

E Cook, oltre ad assicurare che “continuerà ad aumentare gli investimenti nella catena di fornitura cinese, nella ricerca e sviluppo”, ha risposto che “Apple è disposta a svolgere un ruolo attivo nello sviluppo stabile e sano delle relazioni economiche e commerciali sino-americane”.

Insomma, se ancora ci fosse bisogno di sottolinearlo, la “Big Tech diplomacy” sta assumendo un ruolo sempre più centrale nella geopolitica globale.

 

Un po’ di accordi con il resto dell’Asia, e un invito all’Europa.

L’intenso venerdì diplomatico cinese ha trovato il suo coronamento nella stipula di un accordo economico con il Bangladesh. Il premier ad interim del Paese, il premio Nobel per la pace Muhammad Yunus, era infatti anche lui in visita a Pechino, e ha incontrato XI Jinping per la firma di un accordo di cooperazione e di otto memorandum d’intesa su cultura, media, sanità e sport.

 La Cina ha promesso 2,1 miliardi di investimenti e prestiti, e XI ha dichiarato che potrebbe diminuire i tassi di interesse sui prestiti concessi. I due Paesi hanno inoltre concordato di avviare negoziati per un accordo di libero scambio.

 

Ancora più degno di nota è, infine, il summit trilaterale fra Cina, Giappone e Corea del Sud.

Domenica 30 marzo, i ministri del commercio dei tre Paesi si sono infatti incontrati a Seul per intensificare gli sforzi verso un accordo di libero scambio che si sta cercando di raggiungere addirittura dal 2012.

Si tratta del primo dialogo economico trilaterale fra Pechino, Tokyo e Seul degli ultimi cinque anni, e anche di questo evento va dato il “merito” a Donald Trump.

I tre Paesi, tutti membri della “Regional Comprehensive Economic Partnership” (RCEP), nonostante le dispute territoriali nel Mar Cinese orientale e nel Mar Giallo, puntano infatti a rafforzare gli scambi commerciali regionali in vista dei dazi americani.

 

Mettendo insieme tutti i pezzi del puzzle raccolti in questi giorni (e altri ne arriveranno senz’altro a breve), è abbastanza chiara la direzione di resilienza che la Cina ha intrapreso a fronte delle politiche commerciali di Trump. Una cosa però non è affatto chiara, ai cinesi (ne scrivono parecchi analisti) ma pure a noi: perché l’Europa non cerca un avvicinamento con Pechino?

 

L’invito è sul tavolo da tempo, ed è stato apertamente ribadito il 27 marzo in occasione dell’incontro fra il secondo (in Cina ne hanno più di uno) vice premier He Lifeng e il Commissario europeo per il Commercio Maros Sefcovic.

Il 2025, ha fatto notare il ministro cinese, segna il 50° anniversario dell'istituzione delle relazioni diplomatiche fra Cina e UE:

sarebbe un’ottima occasione per unire le forze e “resistere all'unilateralismo, al protezionismo, e salvaguardare il sistema commerciale multilaterale”.

 

 

Guerra in Iran, le conseguenze per l’Italia: energia, commercio e il fantasma di Hormuz.

Renewablematter.eu – (3 marzo 2026) - Stefania Divertito – Redazione – ci dice:

I legami tra Roma e Teheran sono antichi e consolidati ma nella nuova geopolitica energetica sembrano contare poco, scaricando il prezzo della crisi su famiglie e aziende.

Sabato 28 febbraio 2026, nelle prime ore del mattino, Stati Uniti e Israele hanno lanciato un’operazione militare congiunta contro l’Iran, colpendo infrastrutture militari, missilistiche e nucleari, causando tra l’altro la morte dell’ayatollah Ali Khamenei.

 La risposta di Teheran è stata immediata:

circa 35 missili balistici verso Israele, attacchi a basi statunitensi in Bahrein, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, e soprattutto la dichiarazione di chiusura dello Stretto di Hormuz.

Per l’Italia, secondo partner commerciale europea dell’Iran dopo la Germania, le onde d’urto arrivano direttamente in bolletta e in fabbrica.

 

Quattro parole, “lo Stretto di Hormuz è chiuso”, trasmesse dalle motovedette dei Pasdaran, hanno gelato le cancellerie europee.

 Da quel corridoio di 54 chilometri tra Golfo Persico e Golfo dell’Oman transita circa il 20% del petrolio mondiale e oltre il 30% del commercio globale di gas naturale liquefatto.

Centinaia di petroliere e metaniere sono rimaste ferme ai margini della rotta, compresi i carichi del Qatar, principale fornitore di GNL per l’Europa. I mercati hanno reagito con violenza:

il Brent è balzato oltre gli 82 dollari al barile, con rialzi superiori al 13%, mentre il TTF di Amsterdam (l’indice di riferimento europeo per il gas) ha segnato un’impennata del 25%, tornando ai massimi da febbraio 2025.

 

Blocco dello Stretto di Hormuz, quali conseguenze per l’Italia.

Per l’Italia il conto è salato e articolato su più livelli.

Il primo è quello energetico diretto:

nel 2025 circa il 25% del GNL consumato dal nostro paese proveniva dal Qatar – fra i 5 e i 6 miliardi di metri cubi − e tutto quel gas deve attraversare Hormuz.

ENI ha contratti a lungo termine con Doha per la fornitura di fino a 1,5 miliardi di metri cubi annui per 27 anni a partire dal 2026.

Se il blocco dovesse persistere, i rigassificatori italiani perderebbero una quota fondamentale del mix energetico nazionale, senza alternative immediate per sostituire quei volumi.

 

Il secondo livello è quello dei prezzi al consumo.

Secondo le stime di “Assium”, l’associazione degli Utility manager, un incremento del 10% su gas ed elettricità costerebbe alle famiglie italiane circa 207 euro in più all’anno;

 se l’aumento toccasse il 30% per il gas e il 25% per la luce, l’aggravio salirebbe a 585 euro a famiglia.

Come ha sottolineato il ministro della difesa Guido Crosetto in audizione parlamentare, i costi assicurativi per il trasporto marittimo sono già aumentati tra il 30% e il 50%, con effetti a cascata sull’intera filiera logistica e sui prezzi industriali.

Ma per capire cosa significhi davvero questa crisi per l’Italia bisogna guardare più in profondità, alla storia di un rapporto che ha radici lunghe.

 

Le relazioni tra Italia e Iran.

I legami tra Roma e Teheran non sono un’invenzione della globalizzazione.

La prima visita di un capo di stato straniero nell’Italia repubblicana fu quella dello Scià di Persia, nell’agosto 1948.

Negli anni Cinquanta, fu Enrico Mattei a rivoluzionare i rapporti petroliferi con l’Iran introducendo nel 1957 la formula 75/25 nei contratti dell’ENI − tre quarti dei profitti al paese produttore − sfidando il “cartello delle Sette Sorelle” (locuzione da lui coniata per indicare le sette maggiori compagnie petrolifere che ebbero il monopolio del petrolio dagli anni Quaranta ai Settanta).

 

Poi vennero le visite di Aldo Moro e di Arnaldo Forlani, ministro degli esteri del governo Andreotti, che nel maggio 1978 confermò a Teheran l’attenzione italiana per un paese considerato strategico nella parte meridionale dell’Asia.

 La rivoluzione islamica del 1979 raffredda i rapporti, ma non li spezza. Fu Romano Prodi, nel 1998, il primo premier europeo a visitare ufficialmente l’Iran dalla caduta dello Scià.

E, come ricordava nel 2019 il presidente della Commissione esteri del parlamento iraniano in Senato, “fin dai tempi di Andreotti” l’Italia si è sempre distinta per un tratto di realismo nella gestione dei rapporti con Teheran, anche durante la guerra Iran-Iraq.

 

Il Joint Comprehensive Plan of Action.

È su questo tessuto di relazioni che si innesta il JCPOA, il Joint Comprehensive Plan of Action, l’accordo sul nucleare iraniano firmato nel 2015 dall’Iran con i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito) più la Germania (il cosiddetto formato P5+1) con l’Unione Europea nel ruolo di coordinatrice dei negoziati. In cambio della limitazione del programma nucleare di Teheran, le potenze firmatarie revocavano le sanzioni economiche e finanziarie.

 

Per le imprese europee e italiane, il JCPOA fu una finestra di opportunità senza precedenti: nel 2017, al picco dell’accordo, l’export italiano verso l’Iran raggiunse 1,33 miliardi di euro. L’Italia era ed è il secondo partner commerciale europeo di Teheran, con il 15,6% della quota degli scambi UE-Iran.

Ma nel maggio 2018 Donald Trump ritirò gli Stati Uniti dall’accordo e reimpose le sanzioni secondarie, quelle che pur non essendo giuridicamente vincolanti in Europa paralizzano di fatto il sistema bancario europeo minacciando con multe e restrizioni chiunque faccia affari con l’Iran.

 Il risultato: l’interscambio UE-Iran è crollato da 20,7 miliardi nel 2017 a 4,6 miliardi nel 2024. Le esportazioni italiane si sono dimezzate a 528 milioni di euro nel 2025.

 

Prima di quel crollo, le imprese italiane avevano scommesso pesantemente sull’Iran.

Nel comparto delle rinnovabili, Carlo Maresca S.p.A. di Pescara fu il primo operatore a realizzare una centrale fotovoltaica nel paese. Nel marzo 2018 inaugurò sull’isola di Qeshm il parco “Blu Terra 2”: 30.000 pannelli su 20 ettari per 10 MW di potenza, con un investimento di 8 milioni di euro in full equity.

Ma l’espansione prevista − altri 200 MW nei pressi di Teheran − non è mai partita.

Lo stesso destino ha colpito il progetto da 1 GW di Genesis e Denikon nella provincia di Qazvin.

In totale, i memorandum solari firmati da operatori italiani nel 2016 ammontavano a circa 1,5 GW. Il ritorno delle sanzioni li ha congelati tutti.

 

Il paradosso è che l’Iran ha condizioni eccezionali per il fotovoltaico: l’80% del territorio gode di 300 giorni di sole all’anno.

Ma il vuoto lasciato dagli operatori occidentali è stato colmato da Pechino:

nel maggio 2025 treni carichi di pannelli solari sono arrivati in Iran dalla Cina, mentre un accordo tra LDK Solar e il Ghadir Investment Group vale 1,2 miliardi di dollari.

 

Gli investimenti italiani in Iran.

Nell’ “oil & gas”, le cifre in gioco erano enormi.

“Saipem” aveva firmato protocolli d’intesa per un gasdotto da 1.800 km e l’upgrade di raffinerie, per un valore di 5 miliardi di dollari.

“Maire Tecnimont” aveva un memorandum da 1 miliardo di euro per raffinerie e impianti petrolchimici.

Ansaldo Energia, presente in Iran dagli anni Sessanta, aveva fornito alla MAPNA 44 turbine a gas per circa 4.800 MW, pari al 20% della produzione elettrica iraniana.

 

Il caso più emblematico è quello di “Danieli”, colosso friulano della siderurgia:

nel 2016 firmò accordi per circa 5,7 miliardi di euro e nel 2017 inaugurò a Isfahan quello che fu presentato come il più grande impianto siderurgico del Medio Oriente.

 Dopo il 2018 il CEO annunciò il congelamento di ordini per 1,5 miliardi. Eppure, a ottobre 2025 Danieli risulta ancora coinvolta con una partecipazione del 40% in una società iraniana.

Il tentativo istituzionale più ambizioso fu l’Accordo Quadro da 5 miliardi di euro firmato nel gennaio 2018 da Invitalia Global Investment con banche iraniane, concepito per aggirare la riluttanza di SACE e Cassa depositi e prestiti.

Il DPCM attuativo non è mai entrato in vigore:

il ritiro USA dal JCPOA rese l’operazione impraticabile.

I 5 miliardi non sono mai stati erogati.

La situazione attuale è di stallo per quasi tutte le aziende italiane.

 Le eccezioni documentate sono Danieli, Landi Renzo e Benetton, che mantengono controllate o filiali formalmente attive a Teheran.

 Tutti i grandi progetti restano congelati.

 

La geopolitica dell’energia nell’attacco all’Iran.

È in questo quadro che si innesta l’analisi del think tank italiano ECCO, secondo cui l’intervento militare va letto attraverso la lente della geopolitica dell’energia.

 Non è l’abbondanza di risorse fossili a rendere l’Iran strategico, ma la sua posizione geografica sulle rotte che collegano l’Asia all’Europa tramite Hormuz.

 L’operazione si inserisce nella dottrina della energy dominance: controllare le risorse fossili mondiali, indebolire la catena di alleanze Russia-Cina-Iran e riaffermare l’egemonia statunitense, nel quadro di una traiettoria che ha portato Washington al ritiro dall’Accordo di Parigi e dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

 

Per l’Europa, il rischio è concreto e immediato.

 Simone Tagliapietra, analista del think tank Bruegel, ha avvertito che la vulnerabilità più acuta del continente riguarda il GNL: se i flussi attraverso Hormuz si riducessero, l’Europa sarebbe costretta a competere con gli acquirenti asiatici per i carichi spot flessibili, replicando lo scenario della crisi 2021-2023, quando i pochi carichi disponibili da altre provenienze (Stati Uniti, Africa occidentale, Australia) finirono all’asta tra Europa e Asia e i prezzi europei del gas schizzarono.

 

Goldman Sachs stima che un blocco di circa un mese potrebbe far salire i prezzi del gas europeo fino al 130%.

Le riserve di stoccaggio a fine febbraio 2026 erano intorno a 46 miliardi di metri cubi, contro i 60 del 2025 e i 77 del 2024: un cuscinetto assai più sottile.

La Commissione europea ha definito gli sviluppi “molto preoccupanti”.

G7 e Consiglio affari esteri UE si sono riuniti in sessione straordinaria.

 In Italia, i ministri Tajani e Pichetto Frattin hanno incontrato le associazioni di categoria, attivando una task force per la tutela degli interessi commerciali e la protezione delle rotte attraverso Hormuz.

 

Eppure, come ha scritto “Materia Rinnovabile” all’indomani dell’attacco, l’Unione Europea sembra indossare ancora una volta il costume dell’adulto responsabile:

comunicati di preoccupazione, inviti alla moderazione, richiami al diritto internazionale, ma nessun posizionamento chiaro sulla legalità dell’azione.

La neutralità geopolitica rischia di sostituire quella climatica.

E il conto, come ogni volta che uno scenario internazionale si infiamma, arriverà a casa:

energia più cara con il GNL statunitense, peraltro più inquinante del dismesso gas russo, inflazione, dazi, instabilità industriale.

 

La lezione strategica è una sola.

Come sottolinea ECCO, ripensare la sicurezza energetica europea ancorandola a rinnovabili, reti, stoccaggio, interconnessioni ed efficienza energetica non è più soltanto una scelta coerente con gli impegni climatici, ma un imperativo di sicurezza e autonomia strategica.

(Ora la guerra nel Golfo dimostra che non c’è sicurezza energetica senza rinnovabili).

 

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