L’attuale società difende l’eutanasia come segno di civiltà.

 

L’attuale società difende l’eutanasia come segno di civiltà.

 

 

Vita e Cura.

Eutanasia, guerre, cultura di morte:

qui: servono nuovi “profeti” della vita

Avvenire.it - Renzo Pegoraro – (9 aprile 2026) – Redazione – ci dice:

 

Il presidente della Pontificia Accademia per la Vita riflette sul calo di tensione nel promuovere la cultura della vita, anche se proprio le grandi sfide di oggi alla dignità umana imporrebbero il rilancio della riflessione e della presenza.

 Con una nuova “profezia.”

 

Eutanasia, guerre, cultura di morte: qui: servono nuovi “profeti” della vita.

Nel 1970-71 nasce negli Stati Uniti il neologismo “bioetica” – cioè “etica della vita” – per opera di” V. R. Potter” e poi del “Kennedy Center” (Università di Georgetown a Washington DC), anche se si è scoperto il termine “bioetica” in tedesco negli scritti del pastore “Fritz Jabr” nel 1927.

 La prospettiva di Potter poneva la vita al centro, quella umana e quella dell'intero pianeta, richiamando la necessità di una nuova responsabilità di tutti per un “ponte verso il futuro”.

E tale impostazione è stata rilanciata nella bioetica globale, ripresa di recente da “Henk teen Havre”:

si pone attenzione al mondo globalizzato, criticato per una deriva neoliberale ed economicista, e si approfondiscono i valori e i princìpi etici che definiscono la responsabilità personale e sociale verso i problemi che riguardano la vita e la salute delle persone, delle comunità e dell'intero creato.

Risuonano in questa prospettiva, le indicazioni di papa Francesco nelle sue encicliche” Laudato si’”, sulla cura della casa comune (2015), e Fratelli tutti, sulla fraternità e l'amicizia sociale (2020).

 

La sfida delle questioni globali.

La bioetica globale ricorda il legame e l’interconnessione tra tutti gli esseri umani, in quanto appartenenti a un’unica famiglia che abita la “casa comune”.

 Si prospetta una nuova integrazione tra i diversi saperi scientifici, tecnologici e umanistici per affrontare le sfide generate da problemi sempre più globali come le disuguaglianze, la povertà, l'emigrazione, le pandemie, i cambiamenti climatici, con le loro ripercussioni sulla vita e la salute delle persone.

 Incoraggia a ripensare le esperienze umane fondamentali come generare, nascere, morire, ammalarsi ed essere curati, delineando meglio le responsabilità individuali, delle professioni socio-sanitarie delle istituzioni e della politica, per realizzare una nuova e completa “etica della vita”.

(Monsignor Renzo Pegoraro).

D’altra parte, purtroppo, continuano o crescono indifferenza, rassegnazione, e una “cultura della morte” già denunciata da papa Giovanni Paolo II.

E papa Francesco e papa Leone hanno evidenziato la tendenza a una “globalizzazione dell’indifferenza” che accetta ingiustizie, violenza, guerre e tante forme di minaccia alla dignità intrinseca di ogni persona. Si seminano parole di odio, si giustificano pratiche contro la vita come aborto ed eutanasia, si lascia che nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale, invadano in maniera eccessiva tutti gli ambiti della vita, per un controllo su di essa.

La vita sembra perdere valore e, ricorda papa Leone, viene percepita «non più come un dono, ma un'incognita, quasi una minaccia da cui preservarsi per non rimanere delusi.

Per questo, il coraggio di vivere e di generare vita, di testimoniare che Dio è per eccellenza “l’amante della vita” oggi è un richiamo quanto mai urgente».

 

La meraviglia di essere vivi.

Diventa allora importante riprendere il dialogo e la collaborazione tra diversi saperi, culture e religioni per considerare ogni vita umana come un valore fondamentale, come un dono, come un impegno da accogliere, promuovere.

 Parole come amore, rispetto, responsabilità, giustizia e solidarietà dovrebbero esprimere il nostro atteggiamento verso la vita, dal suo inizio alla sua fine, ritrovando la meraviglia di “essere vivi”, anche in mezzo a difficoltà, prove, complessità dell’esistenza.

Giovanni Paolo II ha posto la bioetica tra i “segni di speranza” per la possibilità di riflessione e dialogo tra credenti e non credenti e tra credenti di diverse religioni, sui problemi etici, anche fondamentali, che riguardano la vita dell'uomo (Evangelium vitae, n.27).

Perché servono parole condivise.

 

È necessario un “vocabolario” dei problemi e dei concetti (ad esempio terapia genica, potenziamento, intelligenza artificiale, accanimento terapeutico...) per una riflessione etica che aiuti le decisioni a tutti i livelli e ispiri la stessa normativa giuridica.

Ma emerge anche la necessità di una bioetica che ritorni più “profetica”, critica verso certe derive tecnologiche e ideologiche capace di ascoltare e di confrontarsi sulle questioni antropologiche di fondo sostenendo una vera “passione per la vita”.

Occorre discernimento e saggezza nell’affrontare i problemi che toccano la vita e la morte delle persone, la salute di uomini, animali e ambiente. Papa Francesco ricordava che l’attenzione e la cura per la vita devono garantire il rispetto di ogni persona e che nessuno può essere ridotto a “scarto”:

«Si trattano così specialmente i più fragili:

 i bambini non ancora nati, gli anziani, i bisognosi e gli svantaggiati... ciascuno è un dono sacro, ciascuno è un dono unico a ogni età e in ogni condizione.

Rispettiamo e promuoviamo la vita sempre! Non scartiamo la vita!» (Angelus, 29 gennaio 2023)

(Monsignor Renzo Pegoraro è presidente della Pontificia Accademia per la Vita.

 Il Papa lo ha appena nominato arcivescovo.)

 

 

 

 

Attivisti umiliati da Ben Gvir, Mattarella:

"Trattamento incivile, livello infimo di un ministro."

Msn.com – Rai News.it - Storia di RaiNews.it – (21 – 05 – 2026) – Redazione – ci dice:

 

Attivisti Flotilla bendati e in ginocchio, Ben Gvir li deride.

Brasile denuncia: "Trattamento degradante e umiliante."

Il governo brasiliano ha deplorato il trattamento "degradante e umiliante" riservato agli attivisti della Global Surud Flottiglia da parte delle autorita' israeliane, "in particolare dal Ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir".

"Il Brasile chiede l'immediato rilascio di tutti gli attivisti detenuti, compresi quattro cittadini brasiliani, nonché il pieno rispetto dei loro diritti e della loro dignità, in conformità con gli impegni internazionali assunti dallo Stato di Israele", ha dichiarato il Ministero degli Esteri in un comunicato stampa.

L'amministrazione del Presidente Luiz Inacio Lula da Silva, fortemente critica nei confronti di Israele sin dall'inizio della guerra a Gaza, ha ribadito la sua condanna dell'intercettazione, in acque internazionali, delle imbarcazioni appartenenti alla flottiglia e della detenzione dei suoi membri, azioni definite "illegali".

“Flotilla”, Tajani: "Domani mattina (Oggi, n.d.r.) gli attivisti saranno rimpatriati."

"Superata la linea rossa", così il ministro degli Esteri Tajani, ospite di Bruno Vespa a "Porta a porta", commentando il video degli attivisti della flotilla inginocchiati al porto di Ashdod, e poi annuncia: "Gli attivisti saranno rimpatriati."

 

Australia, trattamento 'umiliante' di Israele contro la Flotilla.

 

La ministra degli Esteri australiana ha condannato il comportamento 'umiliante' di Israele nei confronti della Flotilla, commentando il video degli attivisti mostrati ammanettati e derisi da Ben Gvir.

 "Le immagini che abbiamo visto rilanciate dal ministro Ben-Gvir, che l'Australia ha sanzionato, sono scioccanti e inaccettabili - ha detto la ministra Penny Wong in una nota -.

Condanniamo le sue azioni e le azioni umilianti delle autorità israeliane nei confronti delle persone che sono state fermate". 

 

  Flotilla, Kallas (Ue): da Ben Gvir comportamento indegno.

 

L'Alta rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell'Unione Europea, Kaja Kallas, critica duramente il ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben Gvir per un video in cui si esulta per aver costretto gli attivisti a bordo della Global Flotilla diretta a Gaza a inginocchiarsi a terra in file con le mani legate dietro la schiena.

 "Il trattamento riservato agli attivisti della Global Surud, tra cui alcuni cittadini dell'UE, è stato umiliante e sbagliato", afferma Kallas in una dichiarazione.

"Il comportamento del ministro israeliano Ben Gvir è indegno di chiunque ricopra una carica in una democrazia", aggiunge.

 

  Sanchez: "Vietiamo a Ben Gvir accesso a Ue."

 

"Le immagini del ministro israeliano Ben Gvir che umilia i membri della flottiglia internazionale in supporto a Gaza sono inaccettabili.

Non tollereremo che nessuno maltratti i nostri cittadini.

A settembre ho annunciato il divieto di accesso al territorio nazionale di questo membro del governo israeliano.

Ora stiamo spingendo a Bruxelles affinché' queste sanzioni vengano elevate a livello europeo con urgenza".

Lo scrive il premier spagnolo Pedro Sanchez.

 

  Legali della Flotilla: "I fermati denunciano abusi, molestie sessuali e ferite."

 

Il team legale dell'ong “Adalah” che ha fornito assistenza ai membri della Flotilla nel porto di Ashdod riferisce di aver raccolto dai detenuti "denunce relative a violenze estreme, umiliazione sessuali e gravi ferite da parte delle forze israeliane", compresi "almeno tre casi di persone ricoverate in ospedale e successivamente dimesse", "decine di partecipanti con sospette fratture alle costole e conseguenti difficoltà respiratorie."

 Le testimonianze riportano "l'uso frequente di taser" e ferite "da proiettili di gomma durante l'intercettazione" in mare.

 Oltre agli "abusi fisici, i partecipanti sono stati sottoposti a gravi degradazioni, molestie sessuali e umiliazioni.

A diverse partecipanti donne è stato strappato l'hijab dalle autorità israeliane".

 

  Tajani: "Da Israele non sono arrivate scuse formali."

Le scuse di Israele chieste dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dal ministro degli Esteri Antonio Tajani dopo le immagini degli attivisti della Flotilla fermati diffuse dal ministro israeliano Ben Gvir non sono arrivate.

"Formalmente no", ha detto lo stesso Tajani, ospite di Tg2 Post, rispondendo alla domanda se fossero arrivate le scuse.

Formalmente le parole del ministro degli Esteri" israeliano Gideon Saar e del primo ministro israeliano "Netanyahu vanno in quella direzione" ma "non è sufficiente" e "siamo molto indignati", ha proseguito Tajani, aggiungendo che "non vorremmo che la campagna elettorale del signor Ben Gvir fosse tutta incentrata su azioni violente contro gli altri".

 

(Il Mattino.

Flotilla, bufera su video Ben Gvir ma lui insiste: fuori i terroristi

Immagini inaccettabili, le hanno definite la Presidente del Consiglio Giorgia

Global Flotilla: "Segnalazione al garante per privazione arbitraria della libertà").

 

Una segnalazione urgente per privazione arbitraria della libertà personale è stata trasmessa da Global Surud Italia al Garante Nazionale dopo il trattamento ad Ashdod riservato dal ministro israeliano Ben Gvir agli attivisti della Flotilla .

 Lo comunica la Flotilla, che inquadra l'accaduto come una "violazione dell'art. 5 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e dell'art. 9 del Patto internazionale sui diritti civili e politici".

La GSF chiede al garante di intervenire nella sua qualità di Meccanismo Nazionale di Prevenzione della tortura (NPM).

 

Sanchez: "Chiederemo all'Ue di sanzionare Ben Gvir."

 

Il premier spagnolo Pedro Sanchez chiederà all'Ue di sanzionare il ministro israeliano Itamar Ben Gvir dopo il video in cui deride i membri della Flotilla, tra cui 45 spagnoli.

"A settembre ho annunciato il divieto di ingresso sul territorio nazionale di questo membro del governo israeliano.

Ora proporremo a Bruxelles di elevare queste sanzioni su scala europea in maniera urgente", ha annunciato Sanchez su X definendo "inaccettabili" le immagini del video diffuso dal ministro.

"Non tollereremo che nessuno maltratti i nostri cittadini", ha aggiunto.

 

  Timori di detenzione più lunga per i recidivi, 6 già stati in carcere in Israele.

 

Dieci attivisti italiani fermati anche nelle precedenti missioni, di cui sei già finiti dietro le sbarre di un carcere israeliano a ottobre scorso e quindi considerati recidivi. È per loro che in queste ore c'è maggiore apprensione.

 

"Siamo particolarmente preoccupati per i sei recidivi che sono stati in quel carcere nei mesi scorsi –

 spiega la portavoce italiana della Global Surud Flotilla, Maria Elena Delia –

Sono già passati dalle procedure di espulsione e perciò Israele ha attribuito loro un divieto di rientrare nel Paese per 99 anni.

Rischiano che venga prolungato il periodo di detenzione e non sappiamo in che modo verranno trattati".

Per la portavoce italiana del movimento, "il tutto è grottesco in quanto sono stati portati lì con la forza. Nessuno ha tentato di entrare nel Paese illegalmente ma sono stati sequestrati in acque internazionali mentre cercavano di portare aiuti umanitari a Gaza".

 

Si tratta dei 29enni Luca Poggi e Adriano Veneziani, della 40enne Gessica La Struzzi, del 30enne Andrea Sebastiano Tribulato, del 70enne Ruggiero Zeni e del 48enne Marco Orefice.

Ai sei 'recidivi' si aggiunge il giornalista del “Fatto Quotidiano” Alessandro Mantovani che, però, lascerà stasera Israele assieme al deputato M5s Dario Carotenuto.

 

"Stiamo aspettando notizie sulle condizioni degli attivisti dal team legale di Addala che è sul posto e dalla Farnesina" spiega Delia.

Intanto gli avvocati italiani si sono già messi al lavoro depositando una nuova denuncia alla Procura di Roma, sulla scia di quella di aprile, e inviato una lettera al Garante nazionale dei detenuti per segnalare "una situazione di grave e attuale rischio per i diritti fondamentali" e chiedendo di "monitorare e vigilare costantemente l'evoluzione della situazione".

 

Le legali sollecitano "l'immediata attivazione delle autorità giudiziarie competenti per accertare le responsabilità penali, configurando il delitto di sequestro di persona aggravato dall'uso delle armi e dal concorso di più soggetti".

 L'azione - sostengono dal movimento denunciando che le unità della Marina militare israeliana hanno intercettato e abbordato ripetutamente la flottiglia in acque internazionali - è volta a tutelare i diritti fondamentali dei partecipanti alla missione e a garantire il rispetto del diritto internazionale del mare.

 

"Non possiamo accettare - dicono - la privazione della libertà di cittadini italiani impegnati in una missione esclusivamente pacifica. Chiediamo alle istituzioni nazionali ed europee di attivarsi con urgenza per garantire l'incolumità dei nostri connazionali, la trasparenza sulle loro condizioni e il rispetto dello stato di diritto e l'immediato rilascio di tutti gli attivisti".

 

L'inviato statunitense in Israele afferma: "Ben Gvir è spregevole e ha tradito la dignità della sua nazione"

L'inviato speciale degli Stati Uniti in Israele, “Mike Huckabee”, ha dichiarato, dopo che il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir ha pubblicamente umiliato gli attivisti della Global Surud Flottiglia detenuti mercoledì, che il funzionario di estrema destra è spregevole e ha tradito la dignità della sua nazione.

 

"La flottiglia è stata uno stupido scherzo, ma Ben Gvir ha tradito la dignità della sua nazione.

Atti spregevoli", ha scritto Huckabee su X, riferendosi al video diffuso da Ben Gvir in cui rimprovera gli attivisti della flottiglia, costretti a inginocchiarsi a faccia in giù, bendati e ammanettati, davanti a lui.

 

La Farnesina ha chiesto la liberazione immediata degli italiani all'ambasciatore israeliano convocato oggi al ministero.

 

Su istruzione del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, il Segretario Generale della Farnesina, Amb. Riccardo Guariglia, ha convocato oggi al Ministero l'Ambasciatore di Israele in Italia, Jonathan Peled, per esprimere la ferma protesta del Governo italiano in relazione alla vicenda che ha coinvolto cittadini italiani della Freedom Flotilla.

Nel corso dell'incontro, e’ stata chiesta l'immediata liberazione e il rapido rientro in Italia di tutti i connazionali ancora trattenuti. È quanto si legge in una nota del ministero degli Esteri.

 

Il Segretario Generale ha ribadito, su indicazione del ministro Tajani, l’inaccettabilità di quanto accaduto anche alla luce del fatto che i cittadini coinvolti non erano armati né avevano intenzioni violente. È stata inoltre evidenziata la gravità dell'intervento avvenuto in acque internazionali ed espressa forte indignazione per le immagini diffuse nelle ultime ore.

 

È stato sottolineato, come già anticipato oggi dal ministro Tajani, che il Governo italiano si riserva di valutare le iniziative politiche più opportune da prendere anche in sede europea.

La Farnesina continua a seguire il caso con la massima attenzione, in costante contatto con l'Ambasciata d'Italia a Tel Aviv e con le autorità israeliane, per garantire la massima assistenza ai connazionali coinvolti e favorirne il più rapido rientro in sicurezza, conclude la nota.

 

  Commissaria Ue: "Gli attivisti della Flotilla non sono criminali."

 

"Guardate questo video. Non si tratta di criminali condannati. Sono attivisti che cercano di portare del pane a chi ha fame. L'attivismo pacifico e la libertà di riunione sono diritti fondamentali. I civili devono essere protetti. Il diritto internazionale umanitario deve essere rispettato.

Nessuno dovrebbe essere punito per aver difeso l'umanità".

Lo scrive in un tweet la commissaria Ue alla gestione delle emergenze Nadja Labbi, rilanciando il video diffuso dal ministro per la sicurezza nazionale Ben-Gvir sugli attivisti della Flotilla trattenuti da Israele.

 

  Avvocate Global Summa Flotilla: "Liberare immediatamente gli attivisti sequestrati."

 

"Sono ore di grande allarme per le immagini e i video che vengono diffusi e che mostrano a tutto il mondo ciò che stanno subendo gli attivisti della Global Surud Flotilla, sequestrati dalle autorità israeliane in acque internazionali.

Oltre alla illegittima privazione della libertà degli attivisti ora si teme per le condizioni di trattenimento a cui sono sottoposti.

Le violazioni dei diritti fondamentali sono state documentate e rivendicate dalle autorità israeliane, le quali dimostrano, ancora una volta, l'assoluta incuranza per il diritto internazionale e per le regole minime che fondano ogni Stato di diritto:

 le violenze e le vessazioni di ogni genere sono esibite trionfalmente e pubblicate su canali ufficiali, offrendo una incontrovertibile evidenza di ciò che sta accadendo in queste ore.

 Chiederemo davanti a ogni giurisdizione nazionale e internazionale che queste forme di tortura siano perseguite, ma fin d'ora ribadiamo la necessità di una immediata liberazione dei nostri assistiti e di tutti gli attivisti sequestrati".

 Così, in una nota, le avvocate del legali team della Global Surud flotilla.

 

  Tajani: "Risposta a Israele? Studieremo la più proporzionata ed efficace."

 

“Adesso vedremo quali iniziative adottare per dare una risposta” a Israele dopo quanto accaduto agli attivisti della Flotilla, “facciamo concludere la vicenda e poi vedremo col governo quali decisioni adottare. È inaccettabile quello che è accaduto, ci sono diverse opzioni, studieremo quella più proporzionata ed efficace”. Così il vicepremier e segretario di FI, Antonio Tajani, parlando alla Camera con i cronisti.

 

Il duro commento di Mattarella al video in cu. compare anche Ben Gvir.

 

Si è trattato di un "trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali, che tocca un livello infimo ad opera di un ministro del governo di Israele".

Con queste parole il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha commentato il video sugli attivisti della Flotilla trattenuti da Israele nel quale compare il ministro per la sicurezza nazionale Ben Gvir.

 

La situazione attuale della Global Surud Flotilla.

 

Gli oltre 420 attivisti a bordo – provenienti da decine di Paesi e tra cui 29 italiani più tre residenti in Italia – sono stati trasferiti su navi militari israeliane e condotti al porto di Ashdod.

Molti di loro sono già sbarcati e sono stati visti ammanettati e in ginocchio nel porto durante la visita del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir.

Tra gli italiani fermati c’è anche il deputato del Movimento 5 Stelle Dario Carotenuto.

La Farnesina e il ministro degli Esteri Antonio Tajani stanno seguendo con attenzione il caso e hanno chiesto il rilascio immediato dei connazionali.

Nelle prossime ore la maggior parte degli attivisti dovrebbe essere deportata rapidamente, come avvenuto in operazioni analoghe del passato, con espulsioni volontarie o forzate entro 24 ore.

 Alcuni potrebbero tuttavia essere trattenuti più a lungo per interrogatori, mentre per altri è ipotizzabile il trasferimento in una struttura di detenzione, come è già accaduto in precedenti occasioni nel deserto del Negev, ad esempio nel carcere di Detrito.

Atene: "Inaccettabile il trattamento degli attivisti Flotilla da parte di Ben Gvir."

 

"Il comportamento del ministro israeliano della Sicurezza nazionale, rivolto contro i cittadini che partecipavano alla 'Global Surud Flotilla', è inaccettabile e assolutamente da condannare": così, in una nota, il ministero degli Esteri greco.

 

"Su ordine del ministro degli esteri Giorgos Gerapetritis, è stata presentata una nota di protesta in merito all'accaduto.

 

Chiediamo il pieno rispetto del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani e invitiamo le autorità israeliane a procedere rapidamente a tutte le formalità e al rilascio immediato dei cittadini greci", si legge nella nota.

 

  Tajani sul caso Flotilla: "Superata linea rossa, vedremo quali decisioni adottare.”

 

Dopo il video del ministro israeliano Ben-Gvir con gli attivisti della Flotilla, “per quanto ci riguarda è stata superata la linea rossa”: l’ha detto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani a margine del bilaterale con il vicepremier della Repubblica ceca in corso a Montecitorio Dopo aver ricordato che ha convocato l’ambasciatore israeliano oggi alle 18.30, Tajani ha aggiunto: “Adesso vedremo quale iniziative adottare per dare una risposta, facciamo concludere la vicenda e poi vedremo con il governo quali decisioni adottare. Quello che è accaduto è inaccettabile, ci sono diverse opzioni, studieremo quella più proporzionata ed efficace”.

 

Sono tre i bolognesi della Flotilla fermati dall’IDF.

 

"Il quadro rispetto a ieri si è notevolmente aggravato. Risultano essere tre le persone oggi fermate dall'Idf: Alessio Catanzaro del Comune di Budrio, Francesco Gilli del Comune di Grizzana Morandi e Ilaria Mancosu del Comune di Bologna". Così la consigliera delegata della città Metropolitana di Bologna Sara Accorsi in una nota, parlando delle persone imbarcate nell'operazione Flotilla provenienti dal territorio metropolitano di Bologna. "I contatti con la Farnesina sono attivati e faremo di tutto per riportare in Italia Alessio, Francesco e Ilaria, che al momento consideriamo illegalmente detenuti in completa violazione del diritto internazionale" aggiunge. "Abbiamo appreso della presenza sulla Flotilla anche della dottoressa Ilaria Riccardi del Comune di San Giovanni in Persiceto - ha specificato - imbarcata come personale sanitario sulla Family. Abbiamo contattato la famiglia e la stessa Ilaria: al momento si trova in Turchia poiché l'avaria dell'imbarcazione ha permesso il soccorso da parte della Guardia costiera turca, evitando l'abbordaggio da parte dell'IDF". Ad appellarsi al governo per garantire il rapido rientro in sicurezza degli attivisti, anche la vicesindaca di Bologna Emily Clancy: "le immagini diffuse da Ben Gvir, che lo mostrano mentre deride persone in ginocchio, ammanettate e bendate, non sono solo inaccettabili". "Desta forte allarme - conclude - apprendere che le persone fermate sarebbero trattenute per ore in condizioni umilianti e sottoposte a pressioni per firmare dichiarazioni relative a un presunto ingresso illegale in Israele come condizione per il rilascio".

 

  Presidente Ucei: "Inaccettabile il trattamento ad attivisti Flotilla"

 

Il trattamento riservato agli attivisti della Flotilla da Itamar Ben Gvir è "inaccettabile e grave". Così la presidente dell'Ucei Livia Ottolenghi commenta le immagini diffuse dal ministro della sicurezza di Israele.

 

Anche l'unione delle Comunità ebraiche sottolinea che le azioni del ministro, "in questa circostanza, "danneggiano Israele e le sue legittime ragioni" e dunque vanno "respinte nettamente".

 

"Abbiamo più volte sottolineato - prosegue l'Ucei - come la strumentalizzazione delle azioni della Flotilla ne abbia snaturato la missione umanitaria e tuttavia, quanto accaduto oggi, non giustifica in alcun modo le modalità con cui è stata contrastata la Flotilla".

 

Francia convoca ambasciatore di Israele: "Comportamento Gvir inaccettabile."

 

"Il comportamento di Ben Gvir nei confronti dei passeggeri della Global Surud Flotilla, denunciato dai suoi stessi colleghi del governo israeliano, è inaccettabile. Ho chiesto che l’ambasciatore di Israele in Francia fosse convocato per esprimere la nostra indignazione e ottenere spiegazioni". È quanto ha reso noto il ministro degli Esteri francese Jean Noel Barrot in un post sul social X. "La sicurezza dei nostri connazionali è una priorità costante", aggiunge, "a prescindere da ciò che si pensi di questa flottiglia – e abbiamo espresso più volte la nostra disapprovazione per questa iniziativa –, i nostri connazionali che vi partecipano devono essere trattati con rispetto e liberati al più presto. Apprezzo il lavoro delle squadre del Ministero, dell’Ambasciata e del Consolato che, ancora una volta, si stanno mobilitando per garantire loro protezione consolare".

 

  Carotenuto e Mantovani lasceranno Israele stasera, domani mattina in Italia

 

Il deputato M5s Dario Carotenuto e il giornalista de Il Fatto, Alessandro Mantovani, lasceranno Israele - secondo quanto si apprende - nella tarda serata di oggi e il loro arrivo in Italia è previsto per domani mattina.

 

   Amnesty: “Alle parole di condanna nei confronti Ben Gvir seguano i fatti.”

 

"Ben Gvir non si smentisce. Ogni volta che può manifestare il suo disprezzo per i diritti umani lo fa nella maniera più vergognosa. Il suo atteggiamento di scherno e le minacce che ha rivolto alle persone intercettate e portate in Israele è scandaloso. E ci auguriamo che alle parole di condanna per questo gesto seguono anche azioni concrete nei confronti del governo di Israele, perché qui non è più solo un problema di ministri estremisti e bulli, ma è un problema di un governo complessivo". È il commento del portavoce di Amnesty International Italia Riccardo Nouri sulla richiesta del ministro israeliano Ben Gvir a Netanyahu di mettere gli attivisti della Flotilla nelle carceri dei terroristi.

 

"L'Italia, anche alla luce della vicenda molto preoccupante che coinvolge decine e decine di persone italiane in questo momento nelle mani delle autorità israeliane, è necessario che - aggiunge - imposti i rapporti con Israele in maniera completamente opposta rispetto all'accondiscendenza tradizionale su cui li ha basati da decenni a questa parte".

 

  Hamas: “L'umiliazione della Flotilla espressione del sadismo israeliano.”

 

"Le scene di tortura e umiliazione orchestrate dal ministro sionista criminale e fascista Ben Gvir rappresentano l'espressione della depravazione morale e del sadismo che governano la mentalità dei dirigenti dell'entità nemica". Lo dichiara Hamas, criticando duramente il video diffuso dal ministro della Sicurezza nazionale israeliano che mostra i militanti della Flotilla inginocchiati e con le mani legate.

 

  Netanyahu: “Israele ha diritto a fermare Flotilla ma Ben Gvir ha sbagliato”

 

'Israele ha tutto il diritto di impedire alle flottiglie provocatorie di sostenitori del terrorismo di Hamas di entrare nelle nostre acque territoriali e raggiungere Gaza.

 

Tuttavia, il modo in cui il Ministro Ben Gvir ha trattato gli attivisti della flottiglia non è in linea con i valori e le norme di Israele. Ho dato istruzioni alle autorità competenti di espellere i provocatori il prima possibile''. Lo afferma il premier israeliano Benjamin Netanyahu in un comunicato.

 

   Crosetto a Ben Gvir: "Noi gli israeliani non li arrestiamo in mare."

 

 "Noi ci vantiamo di altro, ministro. Ci vantiamo di aver sempre trattato con rispetto i suoi connazionali e non abbiamo l'abitudine di arrestare le persone in acque internazionali ma semmai di soccorrerle se ne hanno bisogno. Non penso che con atteggiamenti di questo tipo si faccia il bene di Israele". Così il ministro della Difesa Guido Crosetto riferendosi alle immagini del ministro israeliano Ben Gvir che ha poi chiesto a Netanyahu la consegna degli attivisti della Flotilla per metterli nelle carceri dei terroristi.

 

"La cosa principale è dire che non accettiamo gesti come quelli che abbiamo visto, e che è meglio che i cittadini, noi ci occupiamo degli italiani, rientrino il prima possibile, rispettando la loro stessa regola che prevede che entro ventiquattro ore devono tornare, ci auguriamo intanto questo e poi dopo tutto quello che dovrà essere fatto lo faremo". Così, parlando con i giornalisti in Transatlantico, il ministro della Difesa commentando l'ipotesi di eventuali sanzioni a Israele.

 

  Global Flotilla: "Attivisti esposti come trofei, vergognoso e riprovevole."

 

Quello riservato da Israele agli attivisti della Global Surud Flotilla sequestrati in acque internazionali" è stato un "trattamento vergognoso e riprovevole". Lo ha scrive la Global Surud Flotilla in un comunicato, dove si parla di "uomini e donne costretti inginocchiati a terra, legati, umiliati ed esposti come trofei durante la visita del ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir al porto di Ashdod".

 

  Scontro tra Saar e Ben Gvir dopo video sugli attivisti della Flotilla: "Tu non sei il volto di Israele."

 

Il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Saar, ha accusato il collega di governo, il ministro per la Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir

 

, di "aver consapevolmente arrecato danno allo Stato" pubblicando il video che mostra le umiliazioni e gli abusi subiti dagli attivisti della Global Surud Flotilla al loro arrivo ad Ashdod, definito "uno spettacolo vergognoso".

"E non è la prima volta", ha rimarcato Saar in un tweet a commento del video pubblicato sull'account X di Ben Gvir, in cui ha aggiunto: "Tu non sei il volto di Israele".

 

  Tajani convoca ambasciatore Israele: “Video contro ogni tutela e dignità umana”

 

"Quanto emerge dal video del ministro Ben Gvir è assolutamente inaccettabile e contro ogni elementare tutela della dignità umana. D'intesa con il presidente del consiglio ho fatto convocare immediatamente alla Farnesina l'ambasciatore d'Israele in Italia". Lo afferma su X il ministro degli esteri Antonio Tajani in una nota.

 

  Meloni e Tajani, inaccettabili le immagini di Ben Gvir, l'Italia pretende scuse e convoca ambasciatore israeliano.

 

In seguito alle immagini di Ben Gvir tra i manifestati della Flotilla arrestati da Israele "il ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale convocherà immediatamente l'ambasciatore israeliano per chiedere chiarimenti formali su quanto accaduto". Lo affermano in una nota congiunta la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani “Le immagini del ministro israeliano Ben Gvir sono inaccettabili. È inammissibile che questi manifestanti, fra cui molti cittadini italiani, vengano sottoposti a questo trattamento lesivo della dignità della persona". Lo afferma in una dichiarazione la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. "Il Governo italiano - aggiungono - sta immediatamente compiendo, ai più alti livelli istituzionali, tutti i passi necessari per ottenere la liberazione immediata dei cittadini italiani coinvolti. L'Italia pretende inoltre le scuse per il trattamento riservato a questi manifestanti e per il totale disprezzo dimostrato nei confronti delle esplicite richieste del Governo italiano".

 

"Per questi motivi - annunciano Meloni e Tajani -, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale convocherà immediatamente l'ambasciatore israeliano per chiedere chiarimenti formali su quanto accaduto".

 

    Opposizioni chiedono informativa al governo alla Camera.

 

M5s, AVS, +Europa e Partito democratico hanno chiesto oggi alla Camera che "il governo venga in Aula per parlare dell'ennesimo atto di pirateria di Israele che ha sequestrato in acque internazionali circa 450 attivisti provenienti da tutto il mondo tra cui 29 cittadini italiani", ha detto Riccardo Ricciardi.

Angelo Bonelli di AVS ha affermato che il governo Meloni "è capace solo di ripetere affermazioni irricevibili come quelle di Tajani che ha invitato Israele a rispettare il diritto internazionale: Israele - ha sottolineato - fa della violenza e del genocidio a Gaza il suo modo di essere". Arturo Scotto del Partito democratico ha ricordato che la Global Surud Flotilla è stata già attaccata in passato: "Quando dai banchi del governo qualcuno dirà basta? Qual è il confine tra la democrazia e il Cile di Pinochet?". Riccardo Magi, di +Europa si è unito alla richiesta di una informativa urgente del governo. "Non è la prima volta che avvengono questi abusi in acque internazionali. Il governo deve esigere che siano immediatamente rilasciati e che non vengano maltrattati" gli italiani trattenuti. "Vogliamo avere una risposta quanto prima", ha concluso.

 

  Legali Flotilla, 10 italiani già fermati in precedenti missioni

 

Sono 10 gli attivisti italiani fermati che erano già stati bloccati nelle precedenti spedizioni della Flotilla dirette a Gaza. Lo si apprende da fonti legali. Sette erano stati bloccati durante l'abbordaggio di ottobre 2025 e detenuti in Israele, 2 il 29 aprile al largo di Cipro e detenuti sulla nave israeliane e uno in entrambe. Il team legale italiano ha depositato una nuova denuncia alla procura di Roma chiedendo il rilascio immediato, protezione e garanzie per gli attivisti.

 

Sono 30 gli italiani bloccati, a cui si aggiungono 2 cittadini spagnoli e un americano che vivono stabilmente in Italia.

 

  Ben Gvir tra attivisti ammanettati e bendati: "Benvenuti in Israele. Non sono eroi, consegnarmeli per lungo tempo nelle prigioni antiterrorismo"

 

Il ministro della Sicurezza Nazionale di Israele Itamar Ben-Gvir ha visitato il porto di Ashdod, dove sono detenuti gli attivisti della Global Surud Flotilla fermati tra ieri e lunedì mentre navigavano verso Gaza. Nei filmati diffusi dal ministro sul proprio profilo X, lo si vede camminare tra i fermati, a terra ammanettati e bendati, e gridare: "Benvenuti in Israele, siamo i proprietari di questa casa". In un altro filmato, si vede un attivista avvicinarsi al ministro e venire legato a terra dagli agenti dello Shin Bet. Lo si vede anche dire a uno degli attivisti "Ama Israele Chia" (Sono Israele), con la parola "Nativa" (Viva!) in sottofondo. "Sono venuti con molto orgoglio, guardate come sono ridotti ora", ha poi affermato Ben Gvir, "non sono eroi o altro, sono sostenitori del terrorismo. Chiedo a Netanyahu di consegnarmeli per lungo tempo nelle prigioni antiterrorismo".

 

  Tajani al ministro Saar: attivisti Flotilla siano liberati al più presto

 

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha avuto nella notte diversi contatti con il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar e ha insistito perché i cittadini italiani, fra cui un parlamentare e un giornalista, vengano liberati e messi in condizione di ripartire al più presto, insistendo perché siano tutelati l'incolumità e i diritti di ogni singolo attivista. Lo comunica la Farnesina.  I funzionari dell'Ambasciata d'Italia sono in contatto con le autorità del porto di Ashdod per prestare assistenza consolare ai connazionali e favorire la partenza per l'Italia. Gli attivisti dovrebbero essere trasferiti in una struttura per le identificazioni e poi messi in grado di ripartire.

 

Farnesina, iniziato lo sbarco degli attivisti ad Ashdod.

 

In Israele è iniziato lo sbarco del primo gruppo di attivisti della Flottila nel porto Ashdod. Lo ha riferito una nota della Farnesina, aggiungendo che un secondo gruppo dovrebbe arrivare nel corso della giornata. I funzionari dell'ambasciata d'Italia a Tel Aviv sono in contatto con le autorità israeliane del porto di Ashdod per prestare assistenza consolare ai connazionali e favorire la loro partenza per l'Italia. Gli attivisti dovrebbero essere trasferiti in una struttura per le identificazioni e poi messi in grado di ripartire.

 

Attivisti della Flotilla cominciano ad arrivare a Ashdod su navi IDF.

 

I partecipanti della Flotilla fermati dalla marina militare israeliana al largo delle coste di Cipro stanno iniziando ad arrivare al porto di Ashdod. Lo conferma all'ANSA il portavoce di Abdallah, la Ong che assiste legalmente in Israele i partecipanti della missione e che ha iniziato a incontrare alcuni dei partecipanti fermati. ''Il team legale di Abdallah contesterà la legalità di queste detenzioni e chiederà l'immediato rilascio di tutti i partecipanti alla flottiglia", ha affermato Abdallah in una nota. Ieri notte Israele ha affermato di avere intercettato tutte le imbarcazioni, fermando 430 attivisti.

 

Flotilla: Sud corea accusa Israele per detenzione connazionali

 

Il presidente sudcoreano Lee Jael Myung ha denunciato che Israele ha detenuto cittadini sudcoreani in acque internazionali, definendo l'azione "ben oltre il limite". Lee alludevano apparentemente ai cittadini che partecipavano alla flotilla diretta a Gaza: il Ministero degli Esteri ha annunciato ieri che l'ultima missione di attivisti che cercava di rompere il blocco navale israeliano di Gaza "si è conclusa", con oltre 400 persone trasferite in Israele. Durante una riunione di governo, Lee ha dichiarato che i cittadini sudcoreani erano stati detenuti per motivi non validi secondo il diritto internazionale, chiedendosi se azioni del genere possano essere tollerate senza proteste

 

Flotilla: 87 partecipanti in sciopero della fame contro 'rapimento'.

 

"Per la seconda volta in tre settimane, il più morale degli eserciti ha rapito i nostri compagni dalle acque internazionali. Per protestare contro il loro rapimento illegale e in segno di solidarietà con gli oltre 9500 ostaggi palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane, almeno 87 partecipanti hanno iniziato uno sciopero della fame". Lo scrive su Telegram la Global Surud Flotilla.   "Chiediamo il rilascio di tutti gli ostaggi del regime israeliano - aggiunge - Chiedete al vostro governo di condannare questo atto di pirateria".

 

Flotilla: 430 attivisti trasferiti su navi dirette ad Ashdod

 

Il ministero degli Esteri israeliano ha confermato che è in corso il trasferimento verso Ashdod dei 430 attivisti a bordo delle imbarcazioni della Flotilla, tutte sequestrate ieri sera. Un comunicato del ministero recita che "tutti i 430 attivisti sono stati trasferiti su navi israeliane e sono in viaggio verso Israele, dove potranno incontrare i loro rappresentanti consolari". "Questa flottiglia si è dimostrata ancora una volta nient'altro che un'azione propagandistica al servizio di Hamas", ha affermato Tel Aviv.     Tutti gli attivisti - compresi i 29 italiani, tra cui il deputato del M5s Dario Carotenuto e tre persone con passaporto diverso ma residenti nel nostro Paese - vengono portati ad Ashdod, dove l'arrivo è previsto nella tarda mattinata di oggi. La Global Surud Flotilla era partita dal porto turco di Marmarsi per raggiungere la Striscia di Gaza con aiuti umanitari. I portavoce della Flotilla hanno confermato il sequestro di tutte le imbarcazioni e affermano di essere in attesa di notizie sugli attivisti arrestati.

 

Tajani: Chiediamo che i connazionali vengano immediatamente rilasciati

 

“Stiamo seguendo la vicenda con la nostra ambasciata a Tel Aviv, con il nostro consolato, con l'ambasciata italiana a Cipro. Abbiamo già mandato i nostri messaggi. Chiediamo e abbiamo chiesto che venissero comunque tutelati i nostri concittadini, liberati il prima possibile così come è accaduto per l'episodio di qualche settimana fa” ha detto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani.

 

Attivisti italiani riferiscono uso della forza da parte di Israele. Tajani: verifica urgente

 

Sono 29 gli italiani della Flotilla per Gaza che al momento risultano fermati. Le imbarcazioni su cui viaggiano dovrebbero giungere al porto di Ashdod. Lo rende noto la Farnesina, sottolineando che il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiesto “di verificare urgentemente l'uso della forza da parte delle autorità israeliane, che secondo quanto riferito dagli attivisti italiani avrebbero utilizzato proiettili di gomma contro le imbarcazioni”.

 

Intanto, a breve avverrà il trasferimento degli attivisti verso un porto israeliano. Lo comunica la Global Surud Flotilla. L'imbarcazione militare che trasporta gli attivisti “tra cui medici, giornalisti e difensori dei diritti umani provenienti da oltre 40 Paesi”, dovrebbe “attraccare entro circa due ore”.

 

Flotilla, abbordaggio delle forze israeliane al largo di Cipro.

 

Le forze navali israeliane hanno intercettato e abbordato in acque internazionali almeno 56 imbarcazioni (4 imbarcazioni della Freedom Flotilla Coalition), catturando almeno 319 attivisti. I soldati dell'Idf hanno preso il controllo di alcune imbarcazioni al largo delle acque di Cipro, riproponendo lo scenario che si è prodotto già due settimane fa.

 

Global Surud Flotilla: 29 attivisti italiani trattenuti da forze armate israeliane.

 

Tutte le barche della Flotilla per Gaza sono state intercettate dalle forze armate israeliane. L'ha confermato Maria Elena Delia, portavoce italiana della Global Surud Flotilla, aggiungendo che sono 29 gli attivisti italiani trattenuti. Con loro anche tre persone non italiane ma residenti in Italia. "L'ultima barca ad essere intercettata è stata la Karis-i Sabauda, sui cui viaggiavano il deputato M5s Dario Carotenuto, il giornalista Alessandro Mantovani e l'attivista, Ruggero Zeni". La corvetta su cui sono state fatte salire le persone trattenute arriverà nel porto di Ashdod in serata. Ad attenderli il team legale di Abdallah.

 

 

 

Eutanasia e suicidio assistito:

ecco come cambia tra Paesi,

sesso, età e religione.

Asvis.it – (4 settembre 2024) – Sofia Petrarca – Redazione – ci dice:

 

Notizie dal mondo ASVIS.

Al 2023 tredici Paesi hanno legalizzato alcune pratiche sul fine vita. Uno studio dell’Università di Bologna esamina le motivazioni alla base delle scelte individuali e fornisce dati e tendenze del fenomeno al centro del dibattito. 

 

Eutanasia e suicidio assistito: ecco come cambia tra Paesi, sesso, età e

Religione.

"La Chiesa invita a riflettere su quanto l’ostinazione irragionevole nelle cure (accanimento terapeutico) non rappresenti una medicina davvero a misura della persona malata” ha dichiarato monsignor “Vincenzo Paglia”, presidente della “Pontificia accademia per la vita”, che ad agosto aveva consegnato a “Papa Francesco” un vademecum sul tema del fine vita.

"Personalmente”, ha precisato, “non praticherei l'assistenza al suicidio, ma comprendo che una mediazione giuridica possa costituire il maggior bene comune concretamente possibile nelle condizioni in cui ci troviamo".

Le sue parole, pur distanti dall'apertura all'eutanasia e al suicidio assistito, sono stati interpretati sui media come una possibilità di una legge sul fine vita in Italia.

 

Il dibattito sull'eutanasia, il suicidio assistito e i diritti di fine vita è in costante evoluzione, con tendenze che variano significativamente a seconda del contesto giuridico e socio-culturale.

Mentre alcuni Paesi hanno già legalizzato forme di assistenza alla morte, in Italia il tema rimane al centro di discussioni etiche e legislative complesse.

 

Chi sceglie l’eutanasia e il suicidio assistito e perché:

le tendenze in atto.

Uno studio dell’Università di Bologna di Asher D. Colombo e Giampiero Dalla-Zanna, intitolato “Data and trends in assisted suicide and euthanasia, and some related demographic issues”, analizza i cambiamenti nell'opinione pubblica e la diffusione dell'eutanasia e del suicidio assistito (Eas) nei Paesi sviluppati.

Lo studio esamina le motivazioni alla base delle scelte di coloro che ricorrono a queste pratiche e offre un’analisi differenziata in base a sesso età e causa del decesso.

“Gli individui più favorevoli all'Eas sono più ricchi, più istruiti, più secolarizzati e vivono in contesti in cui l'assistenza sanitaria e la democrazia liberale funzionano bene”, si legge nella ricerca, “al contrario, i meno favorevoli a questi interventi sono i più fragili dal punto di vista economico, culturale ed esistenziale, vivono in gran parte in contesti autoritari e dove l'assistenza sanitaria non è né efficiente né affidabile”.

La religione poi, sottolinea lo studio, gioca un ruolo significativo:

i Paesi a maggioranza musulmana sono generalmente meno favorevoli, mentre quelli a maggioranza protestante mostrano maggiore apertura. I Paesi cattolici si collocano invece in una posizione intermedia.

 

Le motivazioni che spingono a richiedere l'Eas variano dalla sofferenza fisica o psicologica insostenibile alla perdita di dignità e autonomia, o alla sensazione di essere un peso per gli altri.

 In ogni caso, spiega l’analisi, l'opinione pubblica tende a vedere l'Eas più come “un mezzo per porre fine a un dolore insopportabile” piuttosto che come “l’esercizio di un diritto incondizionato a commettere un suicidio con l’assistenza di un medico”.

 

Le differenze tra i Paesi riguardo all'Eas, si legge nello studio, dipendono dalle normative che regolano l'accesso a tali pratiche, influenzate da principi come la "fase terminale della malattia", la "sofferenza continua e insopportabile" e il "diritto individuale di morire".

Al 2023, 13 Paesi hanno legalizzato alcune forme di Eas, otto dei quali in Europa, tre nelle Americhe e due in Oceania, con dati che variano notevolmente tra i Paesi.

Ad esempio, nei Paesi Bassi, le pratiche di Eas rappresentano oltre il 3% dei decessi, mentre negli Stati Uniti la percentuale è inferiore allo 0,4%.

Nonostante le differenze, i dati mostrano una crescita continua dell'Eas nel tempo, con alcune eccezioni come il Belgio, dove l'incremento è stato più moderato.

 

Analisi differenziali: sesso, età e cause di decesso.

La distribuzione dell'Eas tra uomini e donne, rileva la ricerca, è generalmente simile, con alcune variazioni come in Svizzera, dove le donne mostrano una leggera maggiore propensione verso queste pratiche.

 

Per quanto riguarda le cause di decesso, oltre il 50% delle richieste di Eas proviene da pazienti oncologici.

 La sclerosi laterale amiotrofica (Sla) ha una percentuale particolarmente alta in Oregon, dove l'11% dei decessi per Sla avviene tramite Eas.

 L'uso dell'eutanasia è invece molto limitato tra i pazienti con demenza, principalmente a causa della riluttanza dei pazienti e dei medici a praticarlo in questi casi.

Infine, l'età gioca un ruolo cruciale:

l'incidenza dell'Eas aumenta con l'età, seguendo un trend simile alla mortalità generale.

Sebbene l'impatto demografico dell'Eas sia attualmente limitato, i ricercatori ritengono che l'invecchiamento della popolazione e l'aumento delle disabilità cognitive potrebbero portare a un incremento delle richieste in futuro.

(Sofia Petrarca).

 

 

 

Le Sanzioni Contro la Russia

Cominciano a Crollare. E il Cedimento

 più Drammatico Avviene in… Inghilterra!

Conoscenzealconfine.it – (22 Maggio 2026) - Umberto Pascali – Redazione – ci dice:

 

Il governo di Stormer abbandona “a tempo indeterminato” le sanzioni sul carburante russo importato da paesi terzi.

Stormer si abbandona a bugie a frasi contraddittorie.

 I Conservatori esplodono. I funzionari del moribondo governo perdono la testa: siamo stati maldestri, abbiamo dato un’impressione sbagliata!

 

Zelensky s’infuria, ma il petrolio manca, sul Ponte (di Londra) sventola bandiera bianca…

 

La realtà irrompe e travolge le fantasie guerrafondaie dei paesi europei. È l’inizio della fine per i russofobi ossessionati. Ed è proprio il paese che ospita la cancerogena city di Londra (e i registi della nuova Operazione Barbarossa) il primo a dover cedere!

Il vice primo ministro russo Novak fotografa la realtà:

 senza petrolio russo non c’è la fate !

Il vice primo ministro russo Aleksander Novak ha affermato che le mosse di Gran Bretagna e Stati Uniti dimostrano che la politica sanzionatoria occidentale sta cominciando a incrinarsi sotto la pressione della crisi energetica mediorientale.

 

“Senza il petrolio e i prodotti petroliferi russi, i mercati globali oggi non possono farcela” ha dichiarato Novak a Vesti mercoledì.

 

I media russi si prendono la loro rivincita spernacchiando sonoramente Stormer e tutta l’élite britannica.

 

Il Regno Unito Nega di Aver Allentato le Sanzioni Dopo Aver Concesso una Licenza per l’Acquisto di Carburante di Origine Russa.

La mossa ha scatenato un’ondata di critiche nei confronti del governo di Keri Stormer.

 

Il governo britannico ha negato di aver allentato le sanzioni contro la Russia dopo essere stato criticato per aver rilasciato una licenza temporanea che consente l’importazione di gasolio e carburante per aerei di origine russa. Londra ha affermato che la mossa era necessaria per stabilizzare i mercati energetici sconvolti dal conflitto in Medio Oriente.

 

La licenza, che entra in vigore mercoledì, di fatto ribalta l’impegno del governo del primo ministro Keri Stormer di vietare le importazioni di carburante prodotto all’estero con greggio russo, lasciando una via d’accesso al mercato britannico per il petrolio soggetto a sanzioni attraverso raffinerie in paesi come l’India e la Turchia. Le nazioni occidentali hanno imposto sanzioni e misure di limitazione dei prezzi sulle esportazioni di petrolio russo dall’escalation del conflitto in Ucraina del 2022, nel tentativo di ridurre le entrate di Mosca.

 

La decisione fa seguito a una mossa simile degli Stati Uniti, che lunedì hanno prorogato una deroga alle sanzioni consentendo acquisti limitati di petrolio russo trasportato via mare per aiutare i paesi vulnerabili a far fronte alle interruzioni dell’approvvigionamento dopo l’effettiva chiusura dello Stretto di Hormuz durante la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran.

 

La licenza ha scatenato un’ondata di critiche da parte del Partito Conservatore. L’ex ministro conservatore David Livingston si è affrettato a definire la decisione del governo di indebolire le sanzioni sul petrolio russo “un terribile tradimento dell’Ucraina.” A fargli eco è stata la leader dei Tory Kemi D’Enoch, che ha postato su X che “dopo 18 mesi passati a ‘tenere testa a Putin’, il governo laburista ha silenziosamente allentato le restrizioni.”

 

Il gabinetto di Stormer si è poi affrettato a respingere le accuse, presentandole come un malinteso derivante da una comunicazione inadeguata. “Abbiamo gestito la cosa in modo maldestro”, ha dichiarato alla Camera dei Comuni Chris Bryant, funzionario del Dipartimento per gli Affari e il Commercio, scusandosi per “aver dato un’impressione sbagliata”.

 

Lo stesso primo ministro, che sta affrontando una crisi interna e richieste di dimissioni, ha affermato che le licenze erano “a breve termine” e ha insistito sul fatto che il governo stava in realtà inasprendo le sanzioni introducendo contemporaneamente “un nuovo pacchetto forte” di restrizioni mirate al GNL e al petrolio raffinato russi.

 

“Si tratta di nuove sanzioni che vengono introdotte gradualmente. Non si tratta in alcun modo di revocare le sanzioni esistenti”, ha dichiarato al Parlamento. Secondo i media britannici, le importazioni di combustibili di origine russa sono consentite a tempo indeterminato.

Il vice primo ministro russo Aleksander Novak ha affermato che le mosse di Gran Bretagna e Stati Uniti dimostrano che la politica sanzionatoria occidentale sta cominciando a incrinarsi sotto la pressione della crisi energetica mediorientale.

“Senza il petrolio e i prodotti petroliferi russi, i mercati globali oggi non possono farcela,” ha dichiarato Novak a Vesti mercoledì. Mosca ha ripetutamente segnalato di essere pronta a colmare eventuali lacune nell’approvvigionamento di petrolio causate dal conflitto in Medio Oriente. Alcuni paesi asiatici si sono già mossi per assicurarsi il greggio russo da quando Washington ha allentato le restrizioni.

(Articolo di Umberto Pascali).

(umbertopascali.substack.com/p/le-sanzioni-contro-la-russia-cominciano?publication_id=8067048&post_id=198657190&isFreemail=true&r=7zhpf3&triedRedirect=true).

Trump nel pantano, XI Jinping alla finestra: si rischia una guerra su vasta scala.

Msn.com – Il Riformista – (20 - 05 – 2026) – Redazione - Storia di Paolo Giordani – ci dice:

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump incontra il presidente cinese XI Jinping a Pechino in Cina.

Neanche sul conflitto nel Golfo il vertice tra XI e Trump ha portato sostanziali progressi.

I cinesi concordano sull’idea che lo Stretto di Hormuz debba essere libero, però non intendono assolutamente dare una mano a Trump per accompagnarlo fuori dal pantano in cui si è cacciato.

E aiutano, con triangolazioni, gli iraniani.

 Secondo il NYT di mercoledì scorso, imprese cinesi stanno negoziando con terze parti, anche in Africa, per nascondere le forniture di armi.

E si capisce perché:

nel conflitto con l’Iran gli americani consumano prestigio e risorse senza aver la prospettiva concreta di realizzare un cambio di regime (obiettivo primario non dichiarato) o di bloccare definitivamente il programma nucleare iraniano (obiettivo secondario dichiarato).

 

Per certi aspetti, si tratta di una situazione simile a quella della guerra in Ucraina:

con la Russia i cinesi si sono limitati alla “moral suasion”, ma hanno continuato a sostenere di fatto Mosca (tra l’altro Putin sarà a Pechino mercoledì).

Così com’era prevedibile fin dall’inizio, XI non farà pressione sugli iraniani per far piacere a Trump:

ritiene che la guerra nel Golfo sia un guaio in cui si è cacciato il presidente degli Stati Uniti e da cui dovrà districarsi da solo.

A maggior ragione per il fatto che le navi cinesi passano per lo Stretto di Hormuz con la benedizione dei Pasdaran e la Marina statunitense, non si sogna di bloccarle:

saremmo veramente sull’orlo di un conflitto molto grave se accadesse il contrario.

Secondo alcune fonti, Trump sta addirittura ipotizzando di togliere le sanzioni alle società cinesi che acquistano petrolio iraniano.

 XI può invece aver suggerito (avendo appena consultato gli iraniani) qualche nuova formula da utilizzare nel negoziato, al quale il ministro degli Esteri di Teheran Draghici si dichiara ancora disponibile.

Quindi il presidente americano rimane con il dilemma con cui è partito: attaccare di nuovo (le minacce dalla Casa Bianca sono continue) o ritentare per via diplomatica?

Magari viene da XI l’ipotesi di accettare, sul nucleare, anche una pausa di vent’anni, cosa che prima sembrava impossibile.

Insomma, continua il diluvio di messaggi contraddittori.

L’unica certezza è che una ripresa in grande stile degli attacchi contro l’Iran potrebbe essere molto pericolosa.

 La stessa intelligence americana stima che il 70% della capacità missilistica iraniana sia ancora in piedi, un po’ perché sopravvissuta alla prima ondata, un po’ perché in queste settimane, chiaramente, è stato possibile riorganizzarsi a riparare alcuni impianti.

Ma ciò che più fa paura dell’apparato offensivo iraniano sono i cosiddetti “droni”.

 In realtà qui c’è una distinzione importante da fare tra il drone (apparecchio recuperabile che si alza in volo con telecamere oppure missili che si staccano e colpiscono e poi torna alla base) e le cosiddette “loitering munitions”, cioè munizioni vaganti, impropriamente chiamate “droni kamikaze”, che si alzano in volo e si autodistruggono centrando un obiettivo.

 Su questo tipo di arma, molto pericoloso e molto efficace, gli iraniani contano moltissimo e – come si è visto nella prima fase della guerra – è perfettamente in grado di colpire non solo i Paesi del Golfo ma anche infrastrutture militari americane, radar, impianti di desalinizzazione. Hanno costretto comunque americani e israeliani a consumare una grande quantità di costosissimi missili antimissile e intercettori vari.

 

Al di là della retorica, l’Iran si è rivelato un osso più duro del previsto, e adesso intraprendere una nuova azione militare, magari con componenti di terra o nel tentativo di portare via il famoso uranio arricchito, è una grossa incognita per Trump, a pochi mesi da elezioni di medio termine.

Gli converrebbe (e in effetti ci pensa) sfogarsi con Cuba.

 Va ricordato che i prezzi petroliferi sono saliti anche per gli americani e che alla pompa, in certi Stati come la California, la benzina si vende a 6 dollari al gallone, nella media nazionale a 4,5.

Secondo il vecchio adagio, quando la benzina supera i quattro dollari al gallone l’inquilino della Casa Bianca deve tremare.

 

Insomma, il presidente dovrebbe pensarci bene prima di riprendere attacchi su vasta scala e ricominciare una guerra che in realtà fa solo il piacere e l’interesse dell’alleato israeliano, che infatti è prontissimo a ricominciare.

Azioni o bombardamenti mirati e la continuazione del blocco navale, per soffocare l’economia di Teheran, sono valide (per quanto scomode) opzioni alternative.

Questo dice la logica, ma con Trump, si sa, fare previsioni non è possibile.

Quindi fin da domani potremmo trovarci di nuovo in uno scenario di guerra su vasta scala.

 

 

 

Legge sul fine vita: l’Italia non può più negare il diritto alla dignità.

 Voltitalia.it – Redazione – Alessandro Ansa – (24 -5-2026) – ci dice:

 

 «Chi è malato non chiede compassione: chiede ascolto, rispetto, dignità».

 

In Italia il tema dell’“eutanasia legale” non è più rinviabile:

troppe persone affrontano sofferenze insopportabili senza poter scegliere come e quando porre fine alla propria vita.

Mentre altri Paesi europei si sono dotati di una legge sul fine vita, nel nostro resta un vuoto normativo che costringe chi ha risorse a cercare aiuto all’estero, e chi non le ha a subire.

È tempo di affrontare la questione con coraggio: perché in gioco c’è il diritto alla dignità.

 

Indice dei contenuti:

Contesto europeo e attivismo in Italia.

Esperienze legislative europee.

Cos'è l'eutanasia e qual è la situazione in Italia.

Il ruolo dell'Associazione Luca Coscioni: i casi simbolo di Marco Cappato.

Una legge sul fine vita serve, e serve ora.

Perché Volt si batte per l'eutanasia legale

Domande frequenti sul fine vita: facciamo chiarezza.

Il tempo delle scuse è finito.

Contesto europeo e attivismo in Italia.

Esperienze legislative europee.

Per un efficace approfondimento del tema del fine vita, è fondamentale confrontare la situazione italiana con quella di altri Paesi europei che hanno già adottato normative chiare e avanzate.

 

In Europa, Paesi come Belgio, Olanda, Spagna e Portogallo hanno legislazioni ben definite che regolamentano sia l’eutanasia attiva che il suicidio assistito.

Ad esempio, in Belgio l’eutanasia è legale dal 2002 ed è permessa in casi di sofferenza fisica o psicologica insopportabile, previa valutazione medica accurata.

 L’Olanda, che ha legalizzato l’eutanasia nello stesso anno, ha stabilito protocolli dettagliati per tutelare sia il paziente che il personale sanitario.

In Spagna, la legge sull’eutanasia è entrata in vigore nel 2021 e permette ai pazienti di richiedere il suicidio assistito o l’eutanasia attiva, sotto rigorosi criteri di controllo medico e psicologico.

In Portogallo, dopo un lungo iter legislativo e un acceso dibattito pubblico, l’eutanasia è stata regolamentata con l’obiettivo di garantire il diritto alla dignità e all’autodeterminazione del paziente.

 

Cos’è l’eutanasia e qual è la situazione in Italia.

L’eutanasia è la possibilità, per chi vive una condizione di malattia irreversibile, di porre fine alla propria vita in modo assistito, consapevole e volontario.

 Si distingue tra suicidio assistito (in cui la persona assume il farmaco letale) ed eutanasia attiva (in cui il farmaco viene somministrato da un medico).

 

In Italia, entrambe le pratiche sono vietate, salvo una parziale apertura introdotta dalla Corte Costituzionale nel 2019 (sentenza 242/2019) che ha depenalizzato il suicidio assistito in condizioni molto specifiche.

 

Tuttavia, questa sentenza non basta:

 è vincolata a criteri estremi e lascia fuori molte persone, come chi soffre senza essere attaccato a un macchinario.

 Ad oggi, ogni richiesta è un percorso a ostacoli, spesso accompagnato da lunghi contenziosi giudiziari.

Il ruolo dell’Associazione Luca Coscioni: i casi simbolo di Marco Cappato.

In Italia, l’Associazione Luca Coscioni, con figure come Marco Cappato, ha portato avanti numerose battaglie civili e legali sul tema del fine vita, evidenziando il vuoto normativo e le gravi conseguenze che ne derivano.

Marco Cappato, in particolare, ha accompagnato personalmente diversi malati terminali in Svizzera per permettere loro l’accesso al suicidio assistito, attirando l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni sulla necessità urgente di una legislazione chiara anche in Italia.

Casi noti come quello di DJ Falbo hanno contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica e ad avviare dibattiti parlamentari sulla necessità di superare l’attuale quadro normativo insufficiente e discriminatorio.

 

Questi esempi europei e le iniziative della società civile, guidate dall’Associazione Luca Coscioni, dimostrano chiaramente che è possibile regolamentare il fine vita in modo etico, responsabile e rispettoso della dignità umana, offrendo ai cittadini la libertà di scegliere in autonomia e con consapevolezza.

 

Una legge sul fine vita serve, e serve ora.

Nel 2022, oltre un milione di cittadini firmarono per chiedere un referendum sull’eutanasia legale.

La Corte Costituzionale lo dichiarò inammissibile, lasciando la questione al Parlamento.

La Camera approvò una proposta di legge, mai votata dal Senato.

Oggi, un nuovo testo è in discussione, ma rischia di peggiorare la situazione: vieta al servizio sanitario nazionale di garantire l’accesso al suicidio assistito, scaricando tutto sulle spalle di chi può permettersi cure private.

 

Una legge sul fine vita serve per tre motivi:

 

dare certezza giuridica e dignità alle persone che soffrono;

tutelare il personale sanitario, che oggi rischia conseguenze legali anche solo per ascoltare una richiesta;

garantire equità, perché oggi chi ha più soldi ha più libertà di scelta.

Perché Volt si batte per l’eutanasia legale.

Volt crede in un’Europa dei diritti, dove la libertà individuale e la giustizia sociale si tengono per mano.

In molti Paesi europei (Belgio, Spagna, Olanda, Portogallo), l’eutanasia è legale e regolamentata.

 L’Italia non può restare indietro.

 Difendere il diritto al fine vita non significa imporre un modello, ma garantire una scelta, protetta, consapevole e accompagnata.

 

Volt sostiene da anni le battaglie civili sul tema:

dalle raccolte firme promosse dall’Associazione Luca Coscioni, alle proposte di legge di iniziativa popolare.

Crediamo che la laicità dello Stato e il diritto all’autodeterminazione debbano essere la base di ogni legge che parla di vita, cura e libertà.

 

Domande frequenti sul fine vita: facciamo chiarezza.

Le cure palliative non bastano?

Sono fondamentali, ma non sempre sufficienti.

Ci sono casi in cui il dolore resta, oppure in cui una persona rifiuta di prolungare una condizione che considera intollerabile.

 L’eutanasia non sostituisce le cure:

offre un’opzione in più, rispettando la volontà di chi soffre.

 

Una legge sull’eutanasia potrebbe essere abusata?

Cosa posso fare per cambiare le cose?

Il tempo delle scuse è finito.

Non possiamo più permettere che l’inerzia politica condanni altre persone a viaggi della disperazione, o a vivere prigionieri in un corpo che non scelgono più. Serve una legge sul fine vita che sia giusta, accessibile, pubblica.

 E serve adesso.

 

Volt continuerà a battersi per questo diritto, insieme a chi non ha voce. Ma non basta che lo facciano i movimenti: serve un’onda civile, fatta di cittadini che scelgono di non stare zitti.

Perché la libertà di scegliere quando e come finire la propria vita non è un privilegio: è un diritto umano.

 

 

L’Europa di fronte a Hormuz:

una Suez senza seguito.

 Voltitalia.it – Redazione - Andi Shehu, Volt Europa – (24 aprile 2026) – ci dice:

 

 L’Europa ha detto no alla guerra in Iran: ha negato basi, sorvoli e coinvolgimento diretto, mostrando una compattezza rara.

Ma un rifiuto, da solo, non basta a fare una politica.

Dopo la crisi di Suez del 1956, l’umiliazione europea accelerò la nascita della CEE;

 oggi l’Unione europea è davanti a una scelta simile:

limitarsi a non seguire Washington o trasformare quel no in un progetto concreto di autonomia economica, diplomatica e strategica.

 

I leader europei contro la guerra: una compattezza inedita.

Il 24 aprile, “Reuters” ha ottenuto una mail interna del Pentagono in cui si proponeva di sospendere la Spagna dalla NATO.

La colpa di Madrid, insieme a Roma e Parigi, era quella di aver rifiutato l’uso delle basi spagnole agli aerei americani diretti contro l’Iran.

La stessa mail suggeriva, come avvertimento più discreto a una Londra restia, che Washington riconsiderasse il proprio sostegno alla sovranità britannica sulle Falkland.

La mattina dopo, interrogato sulla minaccia, Pedro Sánchez ha risposto: “Non lavoriamo sulle email. Lavoriamo sui documenti ufficiali e sulle posizioni dei governi.”

 

Il Trattato Nord Atlantico non prevede meccanismi per la sospensione di un membro, solo il ritiro volontario.

Difficilmente si trovano primi ministri europei che parlino a Washington in questo registro.

Sánchez, Meloni e Macron, leader che non condividono quasi niente, hanno tutti detto no alla guerra.

 Keri Stormer, dopo due settimane di esitazione, ha concesso solo “missioni difensive”.

Persino Papa Leone XIV, in viaggio in Africa, ha dichiarato di non avere paura dell’amministrazione Trump e ha invitato Stati Uniti e Iran a tornare al tavolo del negoziato.

 Trump ha risposto con un’immagine generata dall’intelligenza artificiale che lo ritraeva come Cristo, poi cancellata.

 

La tentazione, davanti a tutto questo, è di leggervi il momento in cui l’Europa ha ritrovato la propria voce.

 La cronaca sembra confermarlo:

 La Spagna ha chiuso le sue basi;

 l’Italia e la Francia hanno negato il sorvolo;

il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha dichiarato, con sollievo udibile, che “l’Unione europea non fa parte del conflitto”. Paradossalmente, è una posizione più unita di quella del 2003, quando Schröder e Chirac protestarono, mentre i governi italiano, spagnolo e britannico si schierarono con Bush.

È molto più di quanto si fece nel 1991, quando perfino Mitterrand mandò truppe francesi nel Golfo.

La capacità di rifiutare è reale ed è cresciuta.

 

Ma il rifiuto da solo non basta a fare una politica.

 Il no europeo, a guardarlo da vicino, è anche l’elenco di ciò che l’Europa non ha fatto.

Non ha contestato la legalità del blocco navale americano dei porti iraniani.

Non ha convocato un club degli acquirenti di petrolio come gli economisti Isabella Weber e Gregor Seminii propongono pubblicamente, una mossa ovvia per un blocco che assorbe un quarto del greggio mondiale e che, insieme a Giappone, Corea del Sud e Singapore, potrebbe imporre un prezzo.

Non ha avanzato alcuno strumento diplomatico nuovo.

Attraverso la base aerea di Ramstein, in Germania, ha continuato a sostenere la logistica della guerra.

Come ha osservato il sociologo tedesco Wolfgang Stretch, questa distanza fra le parole e i fatti è ormai uno schema europeo familiare. L’Europa, in breve, ha rifiutato senza proporre.

 

Hormuz 2026 come Suez 1956?

Esiste un precedente su cui vale la pena soffermarsi, con un po’ di cautela.

Alla fine di ottobre 1956, le forze britanniche, francesi e israeliane invasero l’Egitto.

Il pretesto fu la nazionalizzazione della Compagnia del Canale di Suez decisa da Nasser;

 il vero motivo, dal lato britannico e francese, era la difesa di una posizione imperiale che gli americani avevano da tempo giudicato insostenibile.

 Eisenhower, che non era stato consultato, usò l’unica arma che contava: il denaro.

Ordinò al Tesoro di minacciare la vendita delle riserve americane di titoli di Stato britannici, mossa che avrebbe fatto crollare la sterlina.

 Bloccò l’accesso del Regno Unito ai prestiti d’emergenza del Fondo monetario internazionale.

La Banca d’Inghilterra perse 45 milioni di dollari in pochi giorni.

Il cancelliere britannico, Harold Macmillan, disse al primo ministro Anthony Eden che il Paese non avrebbe potuto importare cibo e petrolio per più di qualche settimana.

Il cessate il fuoco arrivò a mezzanotte del 6 novembre suggellando la fine politica di avvenuta all’inizio del nuovo anno.

 Cinque mesi dopo, i leader di Germania, Francia, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo erano a Roma a firmare il trattato che avrebbe dato vita alla Comunità Economica Europea.

 

Non è una piccola cosa, né un caso, che il Trattato di Roma sia stato firmato cinque mesi dopo Suez.

 I negoziati andavano avanti da anni, certo;

i piani dei padri fondatori non furono inventati da un giorno all’altro. Ma la rapidità dei Sei in quei cinque mesi, la disponibilità a vincolarsi in un’unione doganale, in una politica agricola comune e in una corte di giustizia, qualcosa deve a quella lezione del novembre 1956.

La lezione non era che gli Usa fossero ostili ma che dipendere da loro per ogni cosa producesse forti limiti.

 L’istituzione che costruirono fu la risposta a questi limiti.

Il Regno Unito, che trasse la lezione opposta (cioè che la speciale “relation ship” andava ricucita a qualunque prezzo), restò fuori dalla fondazione e passò i sedici anni successivi a chiedere di entrare.

 

Lo specchio del 2026 è ovvio, quasi troppo.

Un’amministrazione americana lancia una guerra senza consultare gli alleati.

Gli alleati negano le basi e i sorvoli.

Washington reagisce con gli strumenti della disciplina, il seggio NATO della Spagna, le Falkland, l’accordo commerciale con il Regno Unito.

 Gli europei tengono il punto.

Ovviamente, i ruoli si sono invertiti:

oggi è l’Europa a rifiutare l’avventura imperiale ed è Washington a trovarsi senza leve.

 Questo è un nuovo momento Suez.

 

Ma l’analogia va maneggiata con cura. Tre differenze che contano.

 

Tre differenze fondamentali.

La prima è la direzione del rifiuto.

Nel 1956, le potenze umiliate erano europee in ritirata da una conquista propria.

Nel 2026, la potenza che eccede i propri mezzi è americana, e il ruolo europeo è declinare il coinvolgimento, non esserne cacciati.

Questo cambia il significato del no.

L’Europa del 1956 doveva inventarsi qualcosa per sostituire un impero perduto.

 L’Europa del 2026 deve inventarsi qualcosa per consolidare un rifiuto già pronunciato.

 La prima è più drammatica mentre la seconda potrebbe essere più difficile.

 

La seconda differenza è la leva.

 Eisenhower aveva il dollaro e il mercato dei titoli e ruppe Eden in una settimana.

Gli strumenti di Trump, minacce tariffarie, condivisione di intelligence ritirata, la mail trapelata del Pentagono, sono più grossolani e meno efficaci.

Si sono scontrati con tre fatti nuovi:

 il dollaro non è più l’unico strumento del commercio internazionale;

 la Banca centrale europea ha passato quindici anni a costruire riserve;

e oggi nessun primo ministro europeo vince elezioni capitolando a Washington.

 Sánchez, che governa sul filo, guadagna a dire no.

 Meloni, che corteggia un elettorato che ha raffreddato il proprio atlantismo, guadagna a dire no.

 Persino Stormer, che preferirebbe non guadagnare nulla, guadagna un po’.

 

La terza differenza, la più importante, è che non c’è un progetto.

Nel 1956, i leader dei Sei non dovettero inventare la Comunità Economica Europea dal nulla.

 I piani erano già sui loro tavoli.

L’immaginazione politica esisteva perché, per dieci anni, una generazione di europei aveva deciso che l’integrazione era la risposta alle domande poste dalla questione tedesca, dall’insicurezza francese e dalla tutela americana.

 Nel 2026 non c’è niente sul tavolo.

C’è l’articolo di Weber e Seminii.

C’è la frase speranzosa ma vaga di Costa sull’essere “parte della soluzione”.

Ci sono slogan della bolla europea, autonomia strategica, Europa geopolitica, sovranità, che vengono sbandierati da un decennio senza aver prodotto nulla di vincolante.

 

Ed è per questo che vale la pena tenere ferma l’analogia.

Suez insegna che l’umiliazione, di per sé, non produce istituzioni.

I Sei costruirono la CEE perché avevano un piano e una classe politica capace di raccoglierlo.

Gli inglesi, che furono umiliati nello stesso modo, non lo fecero.

 Noi siamo oggi nella posizione inglese.

I materiali per un’altra politica estera ed economica europea esistono, l’economista Adam Tozze li ha messi in fila, ma mancano i politici capaci di tradurli in istituzioni.

 La London School of Economica ha avuto ragione, a fine marzo, a definire l’Europa una “spettatrice strategica“.

Lo stato di spettatrice non nasce dall’assenza di opinione, ma dall’assenza di veicoli.

 

Da spettatrice a potenza politica.

Che cosa sarebbe un veicolo?

Weber e Seminii hanno dato la risposta più precisa di questa primavera. Un club degli acquirenti di petrolio, con l’Ue al centro e i grandi importatori asiatici come partner naturali, potrebbe fissare un tetto al prezzo del greggio fisico a 100 dollari al barile, generoso per i produttori e saldo contro il panico che oggi fa pagare allo Sri Lanka 286 dollari al barile e perfino le raffinerie europee 150 dollari per il greggio del Mare del Nord.

I Paesi a basso reddito potrebbero mantenere i volumi di importazione di prima della guerra;

i membri del club assorbirebbero il 25% mancante con riduzioni coordinate.

Le raffinerie dovrebbero rinunciare ai profitti straordinari in cambio di un accesso garantito.

Lo strumento è tecnicamente semplice, Weber lo paragona alle agenzie alleate per le materie prime della Prima guerra mondiale.

Se lo convocassimo, sarebbe la prima volta in una generazione che l’Ue pratica una politica economica estera distinta da quella di Washington.

 

Ovviamente da sola non basterebbe.

Il Consiglio europeo dovrebbe seguire con un piano di emergenza energetica vero:

non i tagli alle accise che sono diventati il riflesso a Roma e Parigi, politicamente facili, economicamente goffi e, alla fine, dannosi per le persone che dovrebbero aiutare, ma il razionamento della domanda che gli anni Settanta hanno effettivamente richiesto e che Bruxelles non ha mai avuto il coraggio di coordinare.

Dovrebbe impegnarsi, finalmente e per iscritto, sul calendario di elettrificazione che il surplus nucleare francese e i prezzi in caduta libera delle batterie rendono già possibile.

 Dovrebbe prendere sul serio l’argomento per cui l’Europa non può tenere indefinitamente sia il fronte iraniano sia quello ucraino, avanzato con fini diversi da Anatoli Lieve.

E dovrebbe chiamare la guerra una aggressione, nel linguaggio usato dai cento docenti di diritto internazionale la cui lettera aperta è stata finora ignorata.

Perché l’ordine basato sulle regole che l’Europa dice di difendere non sopravvive alla propria applicazione selettiva.

 

Non sono proposte radicali.

Sono il contenuto minimo di un rifiuto europeo che voglia essere più di un comunicato stampa.

Sono anche, tutte, ben dentro la capacità giuridica e istituzionale dell’Unione attuale.

 Non servono nuovi trattati.

 Serve la vecchia immaginazione politica;

 quella che nel 1957 guardò le macerie di una spedizione anglo-francese e vi vide il profilo di un’unione doganale.

 

L’Europa, nella primavera del 2026, ha fatto qualcosa che non faceva da vent’anni: ha detto no, e ha tenuto la posizione.

 Che questo no non sia ancora diventato un progetto non è ancora un verdetto.

Ma i mesi successivi a Suez sono l’analogia che dovrebbe togliere il sonno ai responsabili politici europei.

 Non c’è alcuna bozza sul tavolo questa volta.

C’è solo l’occasione di iniziare a scriverne una; e una guerra che, restringendo ogni altro futuro, ha almeno reso quella scrittura leggibile.

 

Il caso italiano.

Vale la pena spendere qualche parola sull’Italia, perché di questa storia è una delle protagoniste meno commentate.

 

Il no di Meloni alla guerra è una sorpresa politica.

Una presidente del Consiglio che ha costruito buona parte della propria credibilità internazionale sull’allineamento con la Casa Bianca di Trump ha scelto, sull’Iran, di non concedere basi e di non concedere sorvoli.

Le ragioni sono molteplici e non tutte nobili, la diffidenza di parte della destra italiana per le aggressioni israeliane, la sensibilità dell’opinione pubblica, la posizione di un’industria energetica nazionale che non ha alcun interesse a uno shock di approvvigionamento, ma il risultato è che l’Italia, per la prima volta in due decenni, si trova sul lato europeo di una linea di demarcazione atlantica.

 È un fatto su cui costruire.

 

L’altro fatto italiano è il riflesso delle accise.

Giancarlo Giorgetti ha già chiesto, come già nel 2022, di sospendere il Patto di Stabilità per finanziare la riduzione del prezzo dei carburanti alla pompa.

È, come ha argomentato bene Mattia Marcasti, una misura che ha senso sul margine ma che non affronta la natura del problema.

Lo shock attuale è uno shock di offerta, non di domanda;

è uno shock di scarsità di un bene critico, non di crollo del potere d’acquisto.

 La risposta efficace non è abbassare artificialmente il prezzo per consumare di più, ma coordinare la riduzione del consumo per evitare la rottura.

 Lo si è fatto, in tutta Europa, nel 1973, con le cosiddette domeniche austere, con i divieti di circolazione, con la calmierazione del riscaldamento.

Erano misure impopolari e funzionarono.

La memoria di quella stagione, in Italia, è ancora viva nei genitori e nei nonni di chi oggi guida un’azienda o scrive un editoriale.

Vale la pena recuperarla, perché è probabile che ci serva di nuovo.

E perché, in mancanza di un coordinamento europeo serio, l’Italia rischia di affrontare la prossima rottura della catena di approvvigionamento da sola, con strumenti più poveri di quelli che nel 1973 si era saputa dare.

In un saggio breve come questo non si può fare di più che indicarlo.

Ma è qui, nello scarto fra il no politico di Meloni e la timidezza tecnica di Giorgetti, che si vede in piccolo l’Europa più grande di cui parliamo: capace di rifiutare; incapace di proporre.

Il declino dell’Occidente.

Ugotramballi.blog.ilsole24ore.com – (6 Dicembre 2025) - Ugo Traballi – diplomaci – ci dice:

Un amico di Washington che aveva seguito la trattativa per il cessate il fuoco a Gaza, spiega che il negoziatore americano Steve Tinkoff avesse chiesto chi fosse quel Marwan Barghouti del quale Hamas chiedeva con insistenza la liberazione.

 Non è un episodio inverosimile, è la nuova normalità.

Con la seconda amministrazione Trump è finita l’epoca della diplomazia di professione, sostituita da una fondata sulla transazione:

non conta conoscere i dettagli di un conflitto, per quanto importanti, né i principi morali che devono portare a una pace, ma le opportunità di business.

 

Le 33 pagine della “National Security Strategy”, la guida della politica estera americana per il triennio e – forse – oltre, sono la summa di questa nuova visione del mondo.

Qualche tempo fa Ursula von der Leyen aveva affermato che “l’Occidente per come lo conosciamo, non esiste più”.

Il documento che porta la firma di Donald Trump lo conferma definitivamente.

A meno che fra quindici giorni il presidente non cambi di nuovo idea: anche questa è una costante della nuova normalità nella quale viviamo, disorientati.

 

Come aveva già fatto nel suo logorroico discorso all’Assemblea generale dell’Onu, a settembre, Trump se la prende con l’Europa:

 più precisamente con l’Unione Europea che starebbe portando il continente verso una “cancellazione della civiltà” che conosciamo.

Migrazioni, bassa natalità, pacifismo, energie rinnovabili, eccessiva difesa dei principi liberali che l’Europa ostinatamente persegue, sarebbero le cause della nostra imminente decadenza.

 

L’avversario del nuovo ordine che il documento invece si prefigge, non è la Cina considerata il partner/avversario di questo secolo, come già Barack Obama e Joey Biden avevano individuato;

non è la Russia, a favore della quale Trump riafferma la pace sbilanciata che voleva imporre all’Ucraina un paio di settimane fa.

 No, il nemico è l’Unione Europea – e per default la Nato alla quale aderisce la gran parte dei paesi europei – che non smettono di considerare la Russia l’aggressore e l’Ucraina l’aggredito.

 

Ma c’è qualcosa di ancora più profondo e molto più pericoloso in questa visione del mondo.

 Riconoscendo a Putin il diritto di annettere parti dell’Ucraina, ignorando quel principio d’inviolabilità delle frontiere che ha fatto uscire l’Europa dalla barbarie del secondo conflitto mondiale;

e, ancora di più, facendo l’elogio del primato dello stato-nazione sugli inutili “corpi transnazionali come la UE”, Donald Trump costruisce una macchina del tempo che porta indietro la civiltà occidentale a un’epoca simile all’età di Versailles, 1919.

 A quella pace che anziché chiudere i conflitti pose invece fine a qualsiasi speranza di pace per l’Europa.

 

Non sapendo dell’esistenza del palestinese Barghouti, è difficile sperare che Steve Tinkoff sappia cosa accadde 106 anni fa a Versailles.

Ieri a Delhi, visitando il “Ragnate”, il luogo in cui era stato cremato il Mahatma Gandhi, Vladimir Putin ha affermato che le “sue idee su libertà, virtù e umanesimo rimangono rilevanti fino ai nostri giorni”.

Se il leader russo ne seguisse almeno una di quelle idee della “Grande Anima”, il mondo sarebbe un posto migliore.

 

Invece il mondo è sempre più complicato.

Putin si sente vicino alla vittoria e forse pensa ad altri conflitti.

Con l’aiuto di Trump che detesta le innovazioni, la Cina di XI diventerà superpotenza prima del tempo.

Protagonisti regionali come India, Sudafrica, Brasile non aderiscono ad alleanze ma si sentono liberi di seguire i propri interessi nazionali, più dei principi internazionali.

In teoria è una conquista di libertà, in pratica un ulteriore elemento di disordine globale.

 Soprattutto nell’epoca di Maga e della sua road map verso il caos.

 

 

 

La riflessione.

L’Europa sovrana degli Stati sovrani.

Ilroma.net – (06 Febbraio 2025) - Gennaro Malgieri – Redazione – ci dice:

 

 

Il punto di Gennaro Malgieri sugli scenari geopolitici.

“Gli sciagurati europei hanno preferito giocare ad almanacchi e borgognoni, anziché farsi carico su tutto il globo della grande funzione che nella società della loro epoca i Romani avevano saputo assumere e sostenere per secoli.

 In confronto ai nostri, il loro numero e i loro mezzi non erano nulla;

 ma nelle viscere dei loro polli essi trovavano più idee giuste e coerenti di quante non ne contengano le nostre scienze politiche”.

Come non ricordare questo tagliente giudizio di “Paul Valéry”, andando con la memoria alla bocciatura del “Trattato di Lisbona” (firmato il 13 dicembre 2007) da parte dell’Irlanda un anno dopo e, dunque, del sostanziale fallimento del processo di costituzionalizzazione dell’Unione Europea, i cui principi agnostici ed anti-identitari ne hanno descritto la natura sostanzialmente antieuropea?

Quasi tutti, allora, fecero finta di niente e istituzioni, classi politiche e burocrati si sono comportati come se nulla fosse accaduto.

C’è della follia in tutto ciò.

Infatti, non ci si rende conto che l’Europa non c’è, ma quel che vediamo è soltanto un simulacro di unità continentale.

Per di più, nazioni come l’Italia si stanno letteralmente disfacendo, mentre dovrebbero essere il traino della costituzione europea.

 Lo spossessamento delle ragioni della nazione di fatto in egual misura colpisce l’Italia e l’Europa, l’una e l’altra sono sempre più destinate a diventare entità meramente economiche, funzionali a un disegno utilitaristico coerente con le logiche globaliste dominanti e, dunque, prede di egemonie agguerrite come quella cinese i cui progetti di destabilizzazione dell’Occidente sono palesi.

In questo quadro, la «regionalizzazione» dell’Europa, tendenza più spiccata in Italia, Spagna e in Gran Bretagna, che per il momento ha abbandonato l’Unione europea, dove, unità subnazionali omogenee, per dirla con “Ralf Dahrendorf”, «si uniscono con una formazione sopranazionale retorica e debole», è foriera di conflitti interni agli Stati e di indecisionismo congenito negli stessi per ciò che concerne i rapporti esterni.

 Insomma, dalla cessione di sovranità e dallo smembramento dello Stato in nome di un federalismo assolutamente inventato come esigenza storico-politica, non è scaturita quell’Europa Nazione che sola avrebbe potuto dare un senso all’unione dei popoli del Vecchio Continente, liberando gli Stati in una dimensione più grande e rendendo le diverse culture componenti organiche di una identità sulla quale fondare un aggregato geopolitico dalle dimensioni imponenti avente le caratteristiche e la forza di un impero.

 Il palcoscenico anti-europeo – ma a suo modo paradossalmente “europeista” – improvvisamente s’è popolato di soggetti che fino a qualche tempo fa servivano Stati che utilizzavano l’Europa soltanto come teatro neutrale per scontri diplomatici, per ricatti politici, per guerricciole sui diritti dell’uomo.

Soggetti che non hanno mai alzato la voce davanti al Muro di Berlino e hanno lasciato che l’odio crescesse e maturasse al di qua della “cortina di ferro”, nei Balcani che sarebbero stati insanguinati dall’intolleranza tribale e ideologica;

gli stessi soggetti che non si sono accorti come nel cuore dell’Europa alcuni milioni di albanesi fossero tenuti in schiavitù da una tirannia sanguinaria e che oggi avversano l’idea dell’Europa politica e delle identità culturali.

 L’Europa abortita, eppure paradossalmente riconosciuta come “viva” negli ambulacri della tecnocrazia e dell’alta finanza, non ha niente di tutto questo.

 Essa, al contrario, nasconde (e neppure tanto bene) il conflitto latente tra gli Stati dell’Unione, i quali, come tutti i commercianti del mondo, cercano di ricavare il massimo dalla loro posizione a discapito di altri.

 Se non si acquisisce una chiara idea di nazione, non ci sarà nessuna possibilità per realizzare una reale ed armonica Europa unita.

L’una e l’altra non vanno considerate separatamente, come la storia degli ultimi due secoli insegna.

Europa e nazione, diceva” Friedrich Minace”, sono piuttosto apparse come «una bipolarità inscindibile di interessi spaziali».

 Infatti, sono stati i vari e diversi popoli europei, soprattutto quando hanno assunto caratteristiche specificità nazionali, che hanno fatto l’Europa come identità rendendola, secondo l’espressione di Jean-Jacques Rousseau”, una «società reale» dotata di un sentire comune grazie al retaggio religioso, tradizionale, storico, culturale.

Ma è altresì l’Europa, osservò con molta lucidità circa cinquant’anni fa Carlo Curcio, «terra di nazioni» e cioè che «senza quel corso di eventi ̀ e quel moto di idee, che hanno creato la moderna Europa, non vi sarebbero state le nazioni europee;

ma dovrebbe essere facile ammettere che senza le sue nazioni l’Europa non avrebbe avuto né vita, né senso;

 quella vita e quel senso, di cui già da secoli, lentamente, ma sempre più chiaramente, ci si è accorti, sia pure con una evidente visuale nazionale».

 Da qui alla considerazione che l’idea dell’Europa è fondamentalmente un’idea politica, il passo è breve.

 Al di fuori questa visione c’è soltanto l’Europa della moneta e del mercato:

 una non-idea dell’Europa, o meglio, un’idea priva di storia e l’Europa che ne scaturisce è l’Europa dei mercanti e dei banchieri, degli interessi particolari e dei bisogni fittizi, degli egoismi e dei consumi.

 Non è neppure lontanamente l’Europa dei popoli e delle nazioni.

 Men che meno è l’Europa della cultura, delle identità, delle tradizioni.

È soltanto l’Europa di Maastricht, appunto; non l’Europa di Atene, di Roma, di Vienna, di Lepanto, di Berlino.

È l’Europa degli istituti di credito, non è l’Europa dell’Alcazar, di Versailles, di Place de la Concorde, di piazza San Venceslao, nazionalismo europeo, dunque, non è un’anticaglia storica che si sposa con la l’idea della sovranità continentale indispensabile per salvaguardare il “nostro mondo” e renderlo perfino competitivo con il globalismo sostenuto da nazionalisti ben più agguerriti che delle nazioni vorrebbero sbarazzarsi o tenerle soggetti ai loro disegni imperialistici. Da questo punto di vista, il 7 ottobre 2017, nell’anniversario della battaglia di Lepanto quando l’Europa cristiana fermò l’avanzata islamica, alcuni tra i più importanti intellettuali europei, capeggiati dal filosofo conservatore britannico Roger Scruto, e tra essi l’ex ministro polacco dell’Istruzione Ryszard Leuto, l’intellettuale tedesco Robert Spasmano, hanno firmato la “Dichiarazione di Parigi” dove un gruppo di studiosi e intellettuali conservatori si incontrò nel maggio dello stesso anno sulla decadenza dell’Europa e rilanciare l’idea di unità continentale, della sua identità messa a dura prova dal processo di secolarizzazione e dalla radicalizzazione del relativismo etico.

Il risultato di quell’incontro fu l’elaborazione del documento che pochi mesi dopo venne reso pubblico con il titolo Un’’Europa in cui possiamo credere nel quel si riaffermano i valori fondanti della civiltà europea e, dunque, si ribadisce la sua sovranità intangibile. Il documento si apre con questo “preambolo”:

 “L’Europa ci appartiene e noi apparteniamo all’Europa. Queste terre sono la nostra casa; non ne abbiamo altra.

Le ragioni per cui l’Europa ci è cara superano la nostra capacità di spiegare o di giustificare la nostra lealtà verso di essa.

 Sono storie, speranze e affetti condivisi.

 Usanze consolidate, e momenti di pathos e di dolore.

 Esperienze entusiasmanti di riconciliazione e la promessa di un futuro condiviso.

Scenari ed eventi comuni si caricano di significato speciale:

per noi, ma non per altri.

 La casa è un luogo dove le cose sono familiari e dove veniamo riconosciuti per quanto lontano abbiamo vagato.

 Questa è l’Europa vera, la nostra civiltà preziosa e insostituibile”.

Di più e di meglio non si potrebbe dire attendendo con trepidazione gli esiti delle recenti consultazioni europee.

 

 

 

 

L’Europa è nata il 9 Maggio,

ma oggi è ancora viva?

Eurobull.it – (19 maggio 2025) - Davide Masella – Redazione – ci dice:

 

 

Il 9 Maggio 1950 è nata l’Europa, o meglio, iniziava a concretizzarsi l’idea di Europa.

Ma oggi nel 2025, siamo ancora sicuri che quest’Europa sia viva?

 

Il punto di partenza era chiaro: pace, cooperazione, integrazione.

E oggi cosa ci ritroviamo? Lentezza, burocrazia, impotenza politica.

E il motivo secondo me è che abbiamo abbandonato la via a cui eravamo predisposti, chiamati, la via “Federalista Europea”, per inginocchiarci a una via fatta di compromessi e di sottomissioni – non alla volontà dei popoli, ma alla volontà dei Governi nazionali.

 

La storia della Ruhr: La rivalità tra Francia e Germania.

Per capire il contesto storico della” Dichiarazione Schuman “del 9 Maggio, dobbiamo ripercorrere la storia di una piccola ma fondamentale regione dell’Europa Centrale: La Ruhr.

Oggi la Ruhr si estende nella Renania Settentrionale-Vestfalia, con i suoi 5.3 milioni di abitanti è una delle più grandi aree urbane europee che si estende con una superfice di 4.535 km².

 

La Ruhr è una regione estremamente ricca di risorse per le industrie belliche, quali carbone e acciaio.

Il controllo della regione per la prima metà del XX secolo è sempre stato tra gli obiettivi tanto del Governo tedesco quanto di quello francese, e da qui nasce la rivalità tra Francia e Germania.

 

Durante la Prima guerra mondiale, il controllo della Ruhr era un interesse conteso tra le potenze del conflitto.

 Dopo la fine delle ostilità, il “Trattato di Versailles” del 1919 impose alla Germania pesanti sanzioni di guerra, che includevano il pagamento di ingenti somme e la consegna di risorse industriali, tra cui carbone e acciaio, alla Francia e alle altre nazioni vincitrici.

 La Ruhr, successivamente, fu occupata da francesi e belgi, nel tentativo di far rispettare le regole del Trattato.

 

La Dichiarazione Schuman e la fine della contesta storica.

Dal 1948 al 1953 Robert Schuman è il Ministro degli Esteri francese. Schuman ha una forte intuizione:

capisce che l’unico modo per scongiurare la guerra è renderla non solo impossibile, ma materialmente impensabile.

 Dunque, il 9 Maggio 1950, propone la creazione di un’entità sovranazionale tra Francia e Germania per la gestione delle risorse belliche quali acciaio e carbone.

 

Così, il 18 Aprile 1951 a Parigi viene firmato il trattato costitutivo della “CECA”, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio.

Si tratta della prima Istituzione sovranazionale europea, antenata dell’Unione europea.

 

Il cammino verso la Federazione Europea: federalismo pragmatico e ideale a confronto.

In realtà dietro questa dichiarazione vi è la mente di “Jean Monnet”, che ha redatto il testo coi collaboratori del Ministro.

Qui si evince chiaramente la volontà di Monnet:

nel testo originale della dichiarazione, i collaboratori del ministro avevano inserito per due volte l’aggettivo «sovranazionale» sostituito da Monnet entrambe le volte con «federale».

 

Sia “Monnet” che “Altiero Spinelli”, autore del “Manifesto di Ventotene”, avevano come obiettivo il raggiungimento di una vera e propria “Federazione Europea”.

Ma la differenza tra le loro visioni è il modo con cui arrivare all’Europa federale.

 

La visione di Spinelli è quella che oggi possiamo definire federalismo ideale.

 Spinelli parlava chiaramente della necessità di federare l’Europa attraverso la mobilitazione popolare, che per Spinelli doveva avere caratteristiche rivoluzionarie e sfociare in una costituente europea democratica.

 La visione di Monnet è quella che oggi possiamo invece definire federalismo pragmatico.

 Secondo lui infatti, bisognava avviare un’opera di convincimento dei Governi attraverso azioni concrete capaci di creare fra gli Stati una solidarietà di fatto.

 Questo metodo puntava all’obiettivo dell’integrazione graduale concepita secondo il cosiddetto «metodo funzionalista».

 

Oggi a posteriori, siamo sicuri del fatto che abbia prevalso il federalismo pragmatico di Monnet, con la creazione di livelli di integrazione graduali che sono poi sfociati nell’UE, con progetti che sono partiti da coalizioni di volenterosi per poi essere integrati nei Trattati (l’euro, l’area Schengen).

Nonostante ciò, la sua idea non è stata compiuta.

Monnet concepiva questo metodo uno strumento per comunque rendere l’Europa una federazione.

 Oggi siamo arrivati a un ibrido:

l’UE non è una semplice all’alleanza, ma non è una federazione.

Sembra avere più i contorni di una Confederazione di Stati sovrani.

 

Il paradigma odierno: dare seguito alla scia di Spinelli e Monnet.

Oggi le crisi investono l’Europa come non mai: dal punto di vista militare, con la minaccia russa a est e il sempre più fragile “sostegno” (se così possiamo definirlo) americano a ovest, dal punto di vista dell’emergenza migratoria che l’Europa non sta riuscendo a gestire, rendendola solo carburante per la propaganda delle ultradestre nazionaliste ed euroscettiche, dal punto di vista dell’Intelligenza Artificiale - ossia la seconda rivoluzione digitale - che rischia di essere un’opportunità che l’Europa perderà come è successo con la prima rivoluzione digitale, Internet.

 

L’Unione europea, oggi, non è sufficientemente forte per affrontare questi dilemmi. Mentre le Istituzioni europee sono piegate a volontà e visioni di Governi che sono spesso in contraddizione tra loro per la mancanza di volontà di pianificare assieme per il lungo periodo, noi europei rimaniamo fermi con la tempesta che ci travolge.

 

Il risultato di tutto ciò è questo: frustrazione, euroscetticismo, un sentimento dilagante del fatto che l’Europa non serva.

 

Ma guardando la nostra storia europea, oggi più che mai serve una Federazione Europea, serve una politica comune europea, serve una cooperazione politica, economica e militare.

Oggi più che mai bisogna ripartire da un’Europa unitaria, da valori condivisi e non solo da numeri e Trattati.

 Bisogna partire dagli Stati che condividono i valori di uguaglianza, democrazia, Stato di diritto, dignità umana, e gli stati che vogliono sabotare questo progetto non devono avere il potere di farlo.

 

Il federalismo di Spinelli non è utopico, ma ora dobbiamo applicarlo! L’UE può diventare una potenza mondiale e democratica solo se si riparte da questi valori federalisti, per un’Europa unita, libera e democratica.

 

Stati Uniti d’Europa: un progetto incompiuto che sta a noi rilanciare.

In conclusione ho tre considerazioni da fare:

Il 9 Maggio non è solo una ricorrenza vuota, ma è un monito: o completiamo il progetto dei padri fondatori europei, o torniamo a un doloroso passato.

Se vogliamo un’UE che sia capace di agire, contendere e vincere sullo scacchiere internazionale, dobbiamo osare di più.

L’unico modo per fare ciò è quello di riprendere la via federalista, servono gli Stati Uniti d’Europa, e servono subito!

Per citare il Manifesto di Ventotene, la via da percorrere non è né facile né sicura, ma deve essere percorsa.

 E lo sarà!

 

 

 

Breve storia dell’Area Schengen.

 Apceuropa.com - Gabriele Giordano – (20 Gennaio 2025) - Redazione – ci dice:

 

L’Area Schengen rappresenta “l’area di libertà, sicurezza e giustizia senza frontiere interne” (art. 3 TUE) più grande al mondo, garantendo la libera circolazione di oltre 450 milioni di cittadini UE e di tutti i cittadini extra-comunitari residenti nell’Unione o presenti al suo interno per ragioni turistiche, lavorative o di istruzione.

 

Inizialmente consacrata dall’accordo tra i governi di Lussemburgo, Belgio, Francia, Germania e Paesi Bassi il 14 giugno 1985 (firmato simbolicamente sulla Mosella, fiume che sorge in Francia per poi immettersi nel Reno tedesco, passando per il Lussemburgo), è stata gradualmente estesa a tutti gli Stati dell’Unione Europea (esclusi Irlanda e Cipro), includendovi financo 4 Paesi non-UE (Islanda, Norvegia, Svizzera e Liechtenstein).

 

 È il trattato di Maastricht del 1992 a introdurre il concetto di cittadinanza dell’UE ed è questa a sancire il diritto delle persone di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri. Il Trattato di Lisbona ha confermato tale diritto, ribadendo la libertà di movimento di persone, beni, servizi e capitali all’interno di uno spazio comune europeo.

 

 L’originalità di questo “esperimento” politico sta nel fatto che Stati sovrani tra loro confinanti hanno abolito le frontiere che li separano all’insegna della fiducia reciproca, con i benefici e i rischi che tale integrazione senza precedenti implica.

Tuttavia, da circa 10 anni si è spesso assistito alla limitazione temporanea delle regole Schengen da parte di alcuni Stati membri, ad esempio come conseguenza degli ingenti flussi migratori del 2015-16, e nel contesto della diffusione dell’epidemia di Covid.

Più di recente, il ripristino dei controlli ai confini interni è stata una politica trasversale a molti Paesi Schengen nel 2024:

Francia, Italia, Austria, Slovenia, i Paesi scandinavi di Danimarca, Svezia e Norvegia, e, da ultimi, Germania (in seguito all’attentato di Solingen) e Paesi Bassi (il cui ministro per la migrazione e l’asilo ha dichiarato di voler rendere il Paese “il meno attraente possibile”).

 

 Tali orientamenti politici sono ormai consolidati nell’approccio al contrasto all’immigrazione e in quello della ricerca di sicurezza nei governi di impronta nazionalista, anche se non sono esenti da tali tentazioni anche i governi liberal-progressisti.

Inoltre, il perdurare dei conflitti in Ucraina e in Medio Oriente ha provocato un aumento notevole delle richieste di asilo, oltre a suscitare il timore che si possano presentare nuove forme di terrorismo ed estremismo.

 Resta il fatto che, in base all’articolo 25 del Codice delle Frontiere Schengen, adottato nel 2006, sospendere temporaneamente e in via eccezionale Schengen è nelle facoltà di un Paese “in caso di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza interna di uno Stato membro”.

 

 Per quanto riguarda invece il controllo delle frontiere esterne comuni, la necessità di coordinamento tra i Paesi Schengen ha portato all’armonizzazione delle politiche migratorie e di sicurezza, come le regole sui visti, sulle espulsioni, sulle operazioni di polizia interstatali, sullo scambio di informazioni tra agenzie di pubblica sicurezza di diversa affiliazione statale, ecc.

Di particolare rilevanza a tale scopo è il “Codice delle Frontiere Schengen”, che disciplina la gestione dei flussi in uscita e in entrata, affiancato dal “Visa Information System” (VIS) e dallo “Schengen Information System” (SIS) – il primo permette la condivisione dei dati riguardanti i visti, il secondo quelli riguardanti la circolazione di potenziali criminali e il rintracciamento di merci rubate o perse.

 

 

 

Criticare l’Unione Europea per farla crescere.

Apceuropa.com - Franco Chittolini – (21 Maggio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Di questi tempi le critiche all’Unione Europea si sprecano, ma non sono tutte uguali.

Ve ne sono di fondate e altre col sapore di vecchi luoghi comuni.

 Soprattutto ve ne sono che puntano a minarne il futuro e altre che lo straordinario processo di integrazione sovranazionale vogliono portare al traguardo, quello di un’Unione federale in grado di sfidare gli imperi dei predatori globali, come nel messaggio della settimana scorsa di “Mario Draghi” ad Aquisgrana.

 

Sono diverse le critiche degli amici dell’Unione Europea e quella dei suoi avversari, tanto di quelli di casa nostra che di quelli che la contrastano da fuori.

 

E così può capitare che le critiche degli “amici”, spesso accusati di dare sull’UE “cattive notizie”, siano anche più severe, se non altro perché l’Unione Europea la conoscono meglio, ne hanno negli anni denunciato gli errori e le omissioni, ma ne hanno anche colto le grandi potenzialità; l’hanno vista scivolare verso livelli mediocri ma anche rimbalzare con inatteso coraggio, come avvenuto ancora recentemente con la solidarietà in risposta alla pandemia o a fianco dell’Ucraina aggredita dalla Russia.

 

Sono quelli che l’hanno criticata e continuano a criticarla per l’insufficiente solidarietà alle vittime del governo israeliano in Palestina e in Libano, ma che l’apprezzano per il suo rifiuto di farsi coinvolgere nella guerra di USA e Israele all’Iran, il cui regime non mancano di condannare.

 

A leggerle bene, le critiche severe degli “amici” dell’UE sanno fare la distinzione tra le spinte mancate verso l’unità da parte delle Istituzioni comunitarie e le resistenze dei suoi Paesi membri, di gran lunga prevalenti nel frenare il processo di integrazione, salvo criticarlo per attribuirne con disinvoltura, da parte di questi ultimi, la responsabilità a Bruxelles e dintorni e indebolire le Istituzioni UE dall’interno.

 

Altra storia e altra strategia quella degli “avversari” che aggrediscono l’Unione Europea da fuori dei suoi confini, come i predatori globali che ne denunciano la decadenza perché resta aggrappata alla cultura del diritto e del dialogo contro la forza del denaro e delle armi.

Nulla di più interessante di leggere, come in uno specchio, le critiche dell’attuale Amministrazione americana confrontandole a quelle di chi vuole “più Europa”.

Gli interventi del vice-presidente americano J.D, Vance all’UE nelle sue scorribande in Europa, dalla Conferenza di Monaco del 2025 alla campagna elettorale ungherese del mese scorso, disegnano un Occidente al tramonto con un’Europa decadente, considerata la principale responsabile, e questo mentre i predatori provocano caos e conflitti nel mondo.

 

Malgrado la pressione di questa sgangherata propaganda politica, dove Usa e Russia sembrano agire di concerto, l’opinione pubblica europea rivela una sorprendente linea di resistenza in favore del processo di integrazione che non è estranea ai timori che avverte congiuntamente tra l’indebolimento dell’Unione Europea e l’aggravamento delle condizioni di vita e di sicurezza, provocate dagli avversari esterni, ex-alleato compreso.

 

Anche l’Italia è comprensibilmente teatro di critiche analoghe, tra un’area politica severa con l’Unione Europea, di cui rispetta le regole condivise chiedendole più coraggio, e una avversaria che le regole le ignora e si dice pronta a trasgredirle, magari dopo aver implorato di allargarne la flessibilità, come nel caso del Patto di stabilità, dimenticando il macigno del debito che pesa sulle future generazioni e che continua a crescere.

 

Resta da sperare che la convergenza delle critiche sullo stesso bersaglio dell’Unione Europea si possa anche tradurre, per maggioranza e opposizione, nella prossima contesa elettorale nella centralità dell’ancoraggio europeo, senza ambiguità tra chi lo vuole e chi lo sta minando in un mondo fuori controllo dove la “Nazione”, da sola, è destinata al fallimento.

 

 

 

Green Deal europeo:

verità, bugie e sfide

della transizione verde.

  Ecobnb.it - Pubblicato il (15 marzo 2026) da Monica Palazzi – Redazione – ci dice:

 

Nel 2025 l’Europa ha affrontato sfide cruciali nella sua transizione verde.

Dietro le critiche e i dietrofront, i dati mostrano una realtà chiara:

la crisi climatica non aspetta, e il Green Deal europeo rimane la via obbligata per un futuro sostenibile e competitivo.

 

Cos’è il Green Deal europeo?

Il Green Deal europeo, lanciato nel 2019, ha l’obiettivo ambizioso di rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050.

 

Si ispira agli Accordi di Parigi 2015, che puntano a contenere l’aumento della temperatura globale entro 1,5 °C.

Prevede investimenti in energie rinnovabili, mobilità sostenibile, efficienza energetica e innovazione tecnologica.

Punta a creare nuove opportunità economiche e sociali, generando posti di lavoro “verdi” e stimolando la ricerca.

Il Green Deal non è solo ambiente: è anche sviluppo economico e resilienza europea.

 

Perché il Green Deal incontra resistenze.

“Eco not Ego”, esiste il cartello per difendere il green deal e la transizione verde in Europa.

Negli ultimi anni, le critiche si sono moltiplicate, sia tra cittadini sia tra aziende:

Industrie in crisi: settori come il gas, le caldaie e l’auto-motive temono i costi di adeguamento e l’impatto sui mercati.

Cittadini preoccupati: le auto elettriche e le ristrutturazioni energetiche sono percepite come troppo costose.

Disinformazione diffusa: alcune fake news sostengono che le energie rinnovabili siano più inquinanti dei combustibili fossili.

A livello internazionale, anche politici come Donald Trump hanno definito le energie verdi “la truffa del secolo”. In Europa, il malcontento è emerso in Italia e Germania, portando a scelte di retromarcia nel 2025.

 

Nonostante le critiche, gli esperti ricordano che la strada verso la decarbonizzazione non ha alternative.

 

Il dietrofront del 2025: cosa è successo.

A dicembre 2025, l’Unione Europea ha preso una decisione importante sulle regole per la produzione e vendita di automobili.

 In pratica, ha modificato alcune norme pensate per ridurre le emissioni di CO₂ dei veicoli, permettendo alle case automobilistiche tradizionali di continuare a vendere una parte significativa delle loro auto con motore a combustione.

 Questo ha salvato circa il 60% del mercato europeo delle auto, evitando multe o restrizioni immediate per molte aziende.

 

Chi ha guadagnato: le aziende automobilistiche tradizionali, che hanno evitato penalizzazioni immediate.

 

Chi ha perso: l’ambiente e chi punta a una riduzione drastica delle emissioni.

 

Un compromesso politico che dimostra quanto la transizione verde sia una sfida anche a livello decisionale.

 

La crisi climatica peggiora: i dati che spaventano

inondazioni ed eventi climatici catastrofici causati dal riscaldamento globale.

I numeri sono inequivocabili: il riscaldamento globale è causato dall’uomo e i danni economici sono enormi.

 

Dati chiave 2025:

 

120 miliardi di dollari di danni globali causati da eventi climatici estremi (Christian Aid).

Italia prima in UE per danni economici legati a eventi meteorologici (Istat, Eurostat, Confartigianato).

Solo 23% delle aziende europee totalmente allineate agli obiettivi climatici globali (Influencer Mape).

La crisi climatica non è un problema futuro: è qui e ora, e colpisce soprattutto chi meno ha contribuito alle emissioni.

 

Sfide e opportunità: miti da sfatare

energie rinnovabili e nuove opportunità.

Molti ostacoli percepiti sono in realtà pregiudizi o convinzioni errate:

 

Le energie rinnovabili non bastano: falso.

Chi ha bisogno di grandi quantità di energia può attingere a reti distribuite di energia pulita.

Il fotovoltaico e le auto elettriche inquinano come il gas: falso. Sono molto più efficienti e sostenibili a lungo termine.

La transizione è costosa per tutti: vero in parte, ma gli incentivi e i risparmi energetici riducono rapidamente i costi.

Le aziende e i cittadini che investono oggi in soluzioni verdi risparmiano domani e contribuiscono a un futuro sostenibile.

 

Decarbonizzare è il futuro.

Il Green Deal non è una scelta ideologica: è strategia economica e tecnologica.

 

Le aziende europee allineate ai target climatici sono cresciute dal 3% nel 2019 al 23% nel 2025.

Il restante 50% è parzialmente allineato, e solo il 14% completamente fuori target.

Investire in sostenibilità significa competitività, innovazione e resilienza.

La transizione verde è una vittoria possibile, ma serve coraggio politico, investimenti e consapevolezza collettiva.

 

Come il Green Deal cambia la vita dei cittadini

“Time for Change”: come il Green Deal può cambiare la vita dei cittadini.

Non si tratta solo di industria e politica: la rivoluzione verde riguarda anche te:

 

Migliori qualità dell’aria nelle città.

Riduzione dei costi energetici con case più efficienti.

Opportunità di lavoro in settori sostenibili.

Investire oggi in soluzioni verdi significa proteggere il Pianeta e le future generazioni.

Conclusione: il Green Deal tra verità e bugie.

 

Nonostante dietrofront e critiche, il Green Deal rimane la via obbligata per un’Europa più pulita, competitiva e innovativa.

È cresciuto il numero di aziende che punta alla transizione verde, come dimostra uno studio di “Influencer Mape”, che evidenzia che le aziende europee totalmente allineate con i target globali sul clima sono passate dal 3% del 2019 al 23% del 2025.

 Della restante parte, il 50% sono parzialmente allineate e solo il 14% sono totalmente fuori da questi parametri.

 

La grande maggioranza delle persone vorrebbe delle azioni concrete per il clima, ma purtroppo cittadini e governi devono ancora superare timori e disinformazione.

Certo, la strada non è semplice, ma questa è l’unica via possibile da percorrere e ci permetterà di essere competitivi e tecnologici, ma anche e soprattutto rispettosi dell’ambiente.

La domanda non è più “se” fare la rivoluzione verde, ma come farla insieme e subito! 

 

 

 

Consiglio europeo.

Green Deal, «basta follie verdi»: ecco gli stop e i tre paletti di Meloni.

Ilsole24ore.com - Manuela Perrone – (23 ottobre 2025) – Redazione – ci dice:

 

La premier ha indicato le tre condizioni del Governo italiano per procedere con la transizione ecologica e la legge europea per il clima.

 

I punti chiave.

Il “no” italiano alla proposta di Bruxelles.

L’appello per un nuovo pragmatismo.

Tre ambiti in cui voltare pagina.

Il conteggio dei crediti internazionali.

Il principio della neutralità tecnologica.

Risorse adeguate per la transizione.

 

C’è anche la transizione ecologica all’ordine del giorno del Consiglio europeo in corso oggi e domani a Bruxelles.

Preceduto da un alt in piena regola del Governo italiano, annunciato ieri alle Camere da Giorgia Meloni, alla proposta di revisione della Commissione Ue alla legge europea per il clima. E da una serie di paletti al Green Deal messi in fila dalla premier, che dopo l’attacco all’«ambientalismo ideologico» già sferrato all’assemblea generale dell’Onu a New York ha stigmatizzato con durezza le «follie verdi» che danneggiano l’industria italiana ed europea, a cominciare dall’auto-motive.

 

Il “no” italiano alla proposta di Bruxelles.

Meloni ha chiarito che l’Italia non sosterrà l’emendamento dell’Esecutivo comunitario alla legge europea per il clima con cui si intende fissare un nuovo obiettivo intermedio di taglio delle emissioni nette del 90% entro il 2040 rispetto al livello del 1990, come tappa verso il target finale del 100% entro il 2050.

 La premier ha assicurato che l’Italia continuerà a sostenere un «ambizioso percorso di riduzione delle emissioni», ma mai più rincorrendo «un approccio ideologico e pertanto irragionevole, che impone obiettivi insostenibili e irraggiungibili, che producono danni al nostro tessuto economico-industriale, indeboliscono le nazioni europee e rischiano di compromettere definitivamente la credibilità stessa dell’Unione europea».

 

 

L’appello per un nuovo pragmatismo.

«Noi vogliamo abbandonare quell’approccio ideologico che ha caratterizzato la stagione del Green deal - ha scandito in Aula la premier nelle comunicazioni alla vigilia del Consiglio europeo - per abbracciare un pragmatismo serio e ben ancorato al principio di neutralità tecnologica».

 Chiara, dunque, la richiesta dell’Italia: non limitarsi a piccole revisioni dell’iter immaginato, ma voltare pagina e cambiare paradigma. Ne va, per il Governo, la credibilità dell’Unione:

«Come possiamo risultare credibili agli occhi dei nostri partner internazionali, e degli investitori, se ci poniamo obiettivi inverosimili, perfino dannosi, per chi volesse fare impresa in Europa e in Italia?».

 

La partita di Meloni con la Ue: strappare misure «mirate» per abbassare i prezzi dell’energia (19 marzo 2026).

 

Tre ambiti in cui voltare pagina.

Meloni ha indicato tre ambiti in cui questo mutamento di approccio dovrebbe sostanziarsi, considerando le energie da fonti rinnovabili una componente, ma non l’unica, di un sistema «equilibrato, tecnologicamente attrezzato per contenere al massimo le emissioni».

 Il primo, per giustificare l’introduzione dell’obiettivo intermedio al 2040, riguarda la garanzia di «condizioni abilitanti»: strumenti - li ha definiti Meloni - che consentano di raggiungere gli scopi «senza compromettere irrimediabilmente l’economia europea, a vantaggio, peraltro, di un numero sempre più alto di concorrenti strategici a livello globale, che fanno salti di gioia di fronte alle follie verdi che ci siamo autoimposti e che vogliamo continuare ad autoimporci».

 

Il conteggio dei crediti internazionali.

Il Governo chiede di poter conteggiare fino al 5% (degli obiettivi a livello Ue e nazionali) i “crediti internazionali”, ossia quei progetti di cooperazione internazionale anti-emissioni di carbonio che l’Ue e gli Stati membri finanziano in Paesi terzi.

 Considerando che le emissioni europee valgono circa il 6% di quelle globali, «non è trascurabile - per Meloni - il valore che ha, ai fini dell’obiettivo finale, favorire un’economia sostenibile nei Paesi in via di sviluppo».

Scontato l’interesse italiano:

far valere il peso del Piano Mattei e del suo focus sui progetti ambientali.

Come il sostegno alla strategia internazionale di rafforzamento dell’accesso all’energia elettrica “Mission 300”, i progetti dalla Costa d’Avorio al Congo, le iniziative Ascente cofinanziate con la Banca mondiale in Tanzania e in Mozambico per ampliare l’accesso all’energia da fonti rinnovabili.

Non solo: l’Italia sollecita la massima flessibilità nella contabilizzazione dei tagli alle emissioni ottenute dai diversi sistemi di cattura del carbonio in uso e l’adozione di una «robusta clausola di revisione» degli obiettivi climatici della legge clima, capace di valutare a cinque anni progressi e azioni.

 

Il principio della neutralità tecnologica.

La seconda condizione posta dall’Italia è la piena applicazione del principio di neutralità tecnologica a tutta la legislazione climatica Ue, a cominciare da quella relativa al settore automobilistico e a quello dell’industria pesante «dove esiste un limite tecnico alla transizione e bisogna ragionare anche in termini di integrazione energetica».

Meloni ha ribadito che per il futuro dell’auto, del trasporto pesante o delle industrie di acciaio, vetro e cemento non può esistere solo l’elettrificazione e che bisogna restare aperti a tutte le soluzioni, come i biocarburanti sostenibili che «devono essere consentiti anche dopo il 2035».

Bene, dunque, le prime aperture di Ursula von der Leyen nella lettera sulla competitività inviata ai leader lunedì scorso.

Perché il motore endotermico sopravviverebbe, alimentato con carburanti alternativi e sostenibili, e si salverebbe la nostra filiera dell’auto-motive e del gas.

 

Risorse adeguate perla transizione.

Il terzo punto sollevato dalla premier riguarda i fondi:

 «Nessuna transizione è davvero possibile senza stanziare le risorse adeguate».

Meloni guarda al nuovo Quadro finanziario pluriennale, considerato un banco di prova cruciale per l’avanzamento verso l’Unione dei mercati dei capitali Ue, snodo per favorire gli «indispensabili» investimenti privati necessari a completamento di quelli pubblici.

La richiesta esplicita a Bruxelles è chiara:

archiviare «le scelte azzardate» del passato con il Green deal e le «iniziative autodistruttive».

 E guardare alla realtà dell’industria.

 Una battaglia su cui l’Italia cerca alleati. Uno su tutti: la Germania del cancelliere Friedrich Merz.

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