L’attuale società difende l’eutanasia come segno di civiltà.
L’attuale
società difende l’eutanasia come segno di civiltà.
Vita e
Cura.
Eutanasia,
guerre, cultura di morte:
qui:
servono nuovi “profeti” della vita
Avvenire.it
- Renzo Pegoraro – (9 aprile 2026) – Redazione – ci dice:
Il
presidente della Pontificia Accademia per la Vita riflette sul calo di tensione
nel promuovere la cultura della vita, anche se proprio le grandi sfide di oggi
alla dignità umana imporrebbero il rilancio della riflessione e della presenza.
Con una nuova “profezia.”
Eutanasia,
guerre, cultura di morte: qui: servono nuovi “profeti” della vita.
Nel
1970-71 nasce negli Stati Uniti il neologismo “bioetica” – cioè “etica della
vita” – per opera di” V. R. Potter” e poi del “Kennedy Center” (Università di
Georgetown a Washington DC), anche se si è scoperto il termine “bioetica” in
tedesco negli scritti del pastore “Fritz Jabr” nel 1927.
La prospettiva di Potter poneva la vita al
centro, quella umana e quella dell'intero pianeta, richiamando la necessità di
una nuova responsabilità di tutti per un “ponte verso il futuro”.
E tale
impostazione è stata rilanciata nella bioetica globale, ripresa di recente da
“Henk teen Havre”:
si
pone attenzione al mondo globalizzato, criticato per una deriva neoliberale ed
economicista, e si approfondiscono i valori e i princìpi etici che definiscono
la responsabilità personale e sociale verso i problemi che riguardano la vita e
la salute delle persone, delle comunità e dell'intero creato.
Risuonano
in questa prospettiva, le indicazioni di papa Francesco nelle sue encicliche”
Laudato si’”, sulla cura della casa comune (2015), e Fratelli tutti, sulla
fraternità e l'amicizia sociale (2020).
La
sfida delle questioni globali.
La
bioetica globale ricorda il legame e l’interconnessione tra tutti gli esseri
umani, in quanto appartenenti a un’unica famiglia che abita la “casa comune”.
Si prospetta una nuova integrazione tra i
diversi saperi scientifici, tecnologici e umanistici per affrontare le sfide
generate da problemi sempre più globali come le disuguaglianze, la povertà,
l'emigrazione, le pandemie, i cambiamenti climatici, con le loro ripercussioni
sulla vita e la salute delle persone.
Incoraggia a ripensare le esperienze umane
fondamentali come generare, nascere, morire, ammalarsi ed essere curati,
delineando meglio le responsabilità individuali, delle professioni
socio-sanitarie delle istituzioni e della politica, per realizzare una nuova e
completa “etica della vita”.
(Monsignor
Renzo Pegoraro).
D’altra
parte, purtroppo, continuano o crescono indifferenza, rassegnazione, e una
“cultura della morte” già denunciata da papa Giovanni Paolo II.
E papa
Francesco e papa Leone hanno evidenziato la tendenza a una “globalizzazione
dell’indifferenza” che accetta ingiustizie, violenza, guerre e tante forme di
minaccia alla dignità intrinseca di ogni persona. Si seminano parole di odio,
si giustificano pratiche contro la vita come aborto ed eutanasia, si lascia che
nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale, invadano in maniera
eccessiva tutti gli ambiti della vita, per un controllo su di essa.
La
vita sembra perdere valore e, ricorda papa Leone, viene percepita «non più come
un dono, ma un'incognita, quasi una minaccia da cui preservarsi per non
rimanere delusi.
Per
questo, il coraggio di vivere e di generare vita, di testimoniare che Dio è per
eccellenza “l’amante della vita” oggi è un richiamo quanto mai urgente».
La
meraviglia di essere vivi.
Diventa
allora importante riprendere il dialogo e la collaborazione tra diversi saperi,
culture e religioni per considerare ogni vita umana come un valore
fondamentale, come un dono, come un impegno da accogliere, promuovere.
Parole come amore, rispetto, responsabilità,
giustizia e solidarietà dovrebbero esprimere il nostro atteggiamento verso la
vita, dal suo inizio alla sua fine, ritrovando la meraviglia di “essere vivi”,
anche in mezzo a difficoltà, prove, complessità dell’esistenza.
Giovanni
Paolo II ha posto la bioetica tra i “segni di speranza” per la possibilità di
riflessione e dialogo tra credenti e non credenti e tra credenti di diverse
religioni, sui problemi etici, anche fondamentali, che riguardano la vita
dell'uomo (Evangelium
vitae, n.27).
Perché
servono parole condivise.
È
necessario un “vocabolario” dei problemi e dei concetti (ad esempio terapia
genica, potenziamento, intelligenza artificiale, accanimento terapeutico...)
per una riflessione etica che aiuti le decisioni a tutti i livelli e ispiri la
stessa normativa giuridica.
Ma
emerge anche la necessità di una bioetica che ritorni più “profetica”, critica
verso certe derive tecnologiche e ideologiche capace di ascoltare e di
confrontarsi sulle questioni antropologiche di fondo sostenendo una vera
“passione per la vita”.
Occorre
discernimento e saggezza nell’affrontare i problemi che toccano la vita e la
morte delle persone, la salute di uomini, animali e ambiente. Papa Francesco
ricordava che l’attenzione e la cura per la vita devono garantire il rispetto
di ogni persona e che nessuno può essere ridotto a “scarto”:
«Si
trattano così specialmente i più fragili:
i bambini non ancora nati, gli anziani, i
bisognosi e gli svantaggiati... ciascuno è un dono sacro, ciascuno è un dono
unico a ogni età e in ogni condizione.
Rispettiamo
e promuoviamo la vita sempre! Non scartiamo la vita!» (Angelus, 29 gennaio 2023)
(Monsignor
Renzo Pegoraro è presidente della Pontificia Accademia per la Vita.
Il Papa lo ha appena nominato arcivescovo.)
Attivisti
umiliati da Ben Gvir, Mattarella:
"Trattamento
incivile, livello infimo di un ministro."
Msn.com
– Rai News.it - Storia di RaiNews.it – (21 – 05 – 2026) – Redazione – ci dice:
Attivisti
Flotilla bendati e in ginocchio, Ben Gvir li deride.
Brasile
denuncia: "Trattamento degradante e umiliante."
Il
governo brasiliano ha deplorato il trattamento "degradante e
umiliante" riservato agli attivisti della Global Surud Flottiglia da parte
delle autorita' israeliane, "in particolare dal Ministro della Sicurezza
Nazionale, Itamar Ben Gvir".
"Il
Brasile chiede l'immediato rilascio di tutti gli attivisti detenuti, compresi
quattro cittadini brasiliani, nonché il pieno rispetto dei loro diritti e della
loro dignità, in conformità con gli impegni internazionali assunti dallo Stato
di Israele", ha dichiarato il Ministero degli Esteri in un comunicato
stampa.
L'amministrazione
del Presidente Luiz Inacio Lula da Silva, fortemente critica nei confronti di
Israele sin dall'inizio della guerra a Gaza, ha ribadito la sua condanna
dell'intercettazione, in acque internazionali, delle imbarcazioni appartenenti
alla flottiglia e della detenzione dei suoi membri, azioni definite
"illegali".
“Flotilla”,
Tajani: "Domani mattina (Oggi, n.d.r.) gli attivisti saranno rimpatriati."
"Superata
la linea rossa", così il ministro degli Esteri Tajani, ospite di Bruno
Vespa a "Porta a porta", commentando il video degli attivisti della
flotilla inginocchiati al porto di Ashdod, e poi annuncia: "Gli attivisti
saranno rimpatriati."
Australia,
trattamento 'umiliante' di Israele contro la Flotilla.
La
ministra degli Esteri australiana ha condannato il comportamento 'umiliante' di
Israele nei confronti della Flotilla, commentando il video degli attivisti
mostrati ammanettati e derisi da Ben Gvir.
"Le immagini che abbiamo visto rilanciate
dal ministro Ben-Gvir, che l'Australia ha sanzionato, sono scioccanti e
inaccettabili - ha detto la ministra Penny Wong in una nota -.
Condanniamo
le sue azioni e le azioni umilianti delle autorità israeliane nei confronti
delle persone che sono state fermate".
Flotilla, Kallas (Ue): da Ben Gvir
comportamento indegno.
L'Alta
rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza
dell'Unione Europea, Kaja Kallas, critica duramente il ministro della Sicurezza
Nazionale israeliano Itamar Ben Gvir per un video in cui si esulta per aver
costretto gli attivisti a bordo della Global Flotilla diretta a Gaza a
inginocchiarsi a terra in file con le mani legate dietro la schiena.
"Il trattamento riservato agli attivisti
della Global Surud, tra cui alcuni cittadini dell'UE, è stato umiliante e
sbagliato", afferma Kallas in una dichiarazione.
"Il
comportamento del ministro israeliano Ben Gvir è indegno di chiunque ricopra
una carica in una democrazia", aggiunge.
Sanchez: "Vietiamo a Ben Gvir accesso a
Ue."
"Le
immagini del ministro israeliano Ben Gvir che umilia i membri della flottiglia
internazionale in supporto a Gaza sono inaccettabili.
Non
tollereremo che nessuno maltratti i nostri cittadini.
A
settembre ho annunciato il divieto di accesso al territorio nazionale di questo
membro del governo israeliano.
Ora
stiamo spingendo a Bruxelles affinché' queste sanzioni vengano elevate a
livello europeo con urgenza".
Lo
scrive il premier spagnolo Pedro Sanchez.
Legali della Flotilla: "I fermati
denunciano abusi, molestie sessuali e ferite."
Il
team legale dell'ong “Adalah” che ha fornito assistenza ai membri della
Flotilla nel porto di Ashdod riferisce di aver raccolto dai detenuti
"denunce relative a violenze estreme, umiliazione sessuali e gravi ferite
da parte delle forze israeliane", compresi "almeno tre casi di
persone ricoverate in ospedale e successivamente dimesse", "decine di
partecipanti con sospette fratture alle costole e conseguenti difficoltà
respiratorie."
Le testimonianze riportano "l'uso
frequente di taser" e ferite "da proiettili di gomma durante
l'intercettazione" in mare.
Oltre agli "abusi fisici, i partecipanti
sono stati sottoposti a gravi degradazioni, molestie sessuali e umiliazioni.
A
diverse partecipanti donne è stato strappato l'hijab dalle autorità
israeliane".
Tajani: "Da Israele non sono arrivate
scuse formali."
Le
scuse di Israele chieste dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dal
ministro degli Esteri Antonio Tajani dopo le immagini degli attivisti della
Flotilla fermati diffuse dal ministro israeliano Ben Gvir non sono arrivate.
"Formalmente
no", ha detto lo stesso Tajani, ospite di Tg2 Post, rispondendo alla
domanda se fossero arrivate le scuse.
Formalmente
le parole del ministro degli Esteri" israeliano Gideon Saar e del primo
ministro israeliano "Netanyahu vanno in quella direzione" ma
"non è sufficiente" e "siamo molto indignati", ha
proseguito Tajani, aggiungendo che "non vorremmo che la campagna
elettorale del signor Ben Gvir fosse tutta incentrata su azioni violente contro
gli altri".
(Il
Mattino.
Flotilla,
bufera su video Ben Gvir ma lui insiste: fuori i terroristi
Immagini
inaccettabili, le hanno definite la Presidente del Consiglio Giorgia
Global
Flotilla: "Segnalazione al garante per privazione arbitraria della
libertà").
Una
segnalazione urgente per privazione arbitraria della libertà personale è stata
trasmessa da Global Surud Italia al Garante Nazionale dopo il trattamento ad
Ashdod riservato dal ministro israeliano Ben Gvir agli attivisti della Flotilla
.
Lo comunica la Flotilla, che inquadra
l'accaduto come una "violazione dell'art. 5 della Convenzione europea dei
diritti dell'uomo e dell'art. 9 del Patto internazionale sui diritti civili e
politici".
La GSF
chiede al garante di intervenire nella sua qualità di Meccanismo Nazionale di
Prevenzione della tortura (NPM).
Sanchez:
"Chiederemo all'Ue di sanzionare Ben Gvir."
Il
premier spagnolo Pedro Sanchez chiederà all'Ue di sanzionare il ministro
israeliano Itamar Ben Gvir dopo il video in cui deride i membri della Flotilla,
tra cui 45 spagnoli.
"A
settembre ho annunciato il divieto di ingresso sul territorio nazionale di
questo membro del governo israeliano.
Ora
proporremo a Bruxelles di elevare queste sanzioni su scala europea in maniera
urgente", ha annunciato Sanchez su X definendo "inaccettabili"
le immagini del video diffuso dal ministro.
"Non
tollereremo che nessuno maltratti i nostri cittadini", ha aggiunto.
Timori di detenzione più lunga per i
recidivi, 6 già stati in carcere in Israele.
Dieci
attivisti italiani fermati anche nelle precedenti missioni, di cui sei già
finiti dietro le sbarre di un carcere israeliano a ottobre scorso e quindi
considerati recidivi. È per loro che in queste ore c'è maggiore apprensione.
"Siamo
particolarmente preoccupati per i sei recidivi che sono stati in quel carcere
nei mesi scorsi –
spiega la portavoce italiana della Global Surud
Flotilla, Maria Elena Delia –
Sono
già passati dalle procedure di espulsione e perciò Israele ha attribuito loro
un divieto di rientrare nel Paese per 99 anni.
Rischiano
che venga prolungato il periodo di detenzione e non sappiamo in che modo
verranno trattati".
Per la
portavoce italiana del movimento, "il tutto è grottesco in quanto sono
stati portati lì con la forza. Nessuno ha tentato di entrare nel Paese
illegalmente ma sono stati sequestrati in acque internazionali mentre cercavano
di portare aiuti umanitari a Gaza".
Si
tratta dei 29enni Luca Poggi e Adriano Veneziani, della 40enne Gessica La Struzzi,
del 30enne Andrea Sebastiano Tribulato, del 70enne Ruggiero Zeni e del 48enne
Marco Orefice.
Ai sei
'recidivi' si aggiunge il giornalista del “Fatto Quotidiano” Alessandro
Mantovani che, però, lascerà stasera Israele assieme al deputato M5s Dario
Carotenuto.
"Stiamo
aspettando notizie sulle condizioni degli attivisti dal team legale di Addala
che è sul posto e dalla Farnesina" spiega Delia.
Intanto
gli avvocati italiani si sono già messi al lavoro depositando una nuova
denuncia alla Procura di Roma, sulla scia di quella di aprile, e inviato una
lettera al Garante nazionale dei detenuti per segnalare "una situazione di
grave e attuale rischio per i diritti fondamentali" e chiedendo di
"monitorare e vigilare costantemente l'evoluzione della situazione".
Le
legali sollecitano "l'immediata attivazione delle autorità giudiziarie
competenti per accertare le responsabilità penali, configurando il delitto di
sequestro di persona aggravato dall'uso delle armi e dal concorso di più
soggetti".
L'azione - sostengono dal movimento
denunciando che le unità della Marina militare israeliana hanno intercettato e
abbordato ripetutamente la flottiglia in acque internazionali - è volta a
tutelare i diritti fondamentali dei partecipanti alla missione e a garantire il
rispetto del diritto internazionale del mare.
"Non
possiamo accettare - dicono - la privazione della libertà di cittadini italiani
impegnati in una missione esclusivamente pacifica. Chiediamo alle istituzioni
nazionali ed europee di attivarsi con urgenza per garantire l'incolumità dei
nostri connazionali, la trasparenza sulle loro condizioni e il rispetto dello
stato di diritto e l'immediato rilascio di tutti gli attivisti".
L'inviato
statunitense in Israele afferma: "Ben Gvir è spregevole e ha tradito la
dignità della sua nazione"
L'inviato
speciale degli Stati Uniti in Israele, “Mike Huckabee”, ha dichiarato, dopo che
il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir ha pubblicamente umiliato
gli attivisti della Global Surud Flottiglia detenuti mercoledì, che il
funzionario di estrema destra è spregevole e ha tradito la dignità della sua
nazione.
"La
flottiglia è stata uno stupido scherzo, ma Ben Gvir ha tradito la dignità della
sua nazione.
Atti
spregevoli", ha scritto Huckabee su X, riferendosi al video diffuso da Ben
Gvir in cui rimprovera gli attivisti della flottiglia, costretti a
inginocchiarsi a faccia in giù, bendati e ammanettati, davanti a lui.
La
Farnesina ha chiesto la liberazione immediata degli italiani all'ambasciatore
israeliano convocato oggi al ministero.
Su
istruzione del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, il Segretario Generale
della Farnesina, Amb. Riccardo Guariglia, ha convocato oggi al Ministero
l'Ambasciatore di Israele in Italia, Jonathan Peled, per esprimere la ferma
protesta del Governo italiano in relazione alla vicenda che ha coinvolto
cittadini italiani della Freedom Flotilla.
Nel
corso dell'incontro, e’ stata chiesta l'immediata liberazione e il rapido
rientro in Italia di tutti i connazionali ancora trattenuti. È quanto si legge
in una nota del ministero degli Esteri.
Il
Segretario Generale ha ribadito, su indicazione del ministro Tajani, l’inaccettabilità
di quanto accaduto anche alla luce del fatto che i cittadini coinvolti non
erano armati né avevano intenzioni violente. È stata inoltre evidenziata la gravità
dell'intervento avvenuto in acque internazionali ed espressa forte indignazione
per le immagini diffuse nelle ultime ore.
È
stato sottolineato, come già anticipato oggi dal ministro Tajani, che il
Governo italiano si riserva di valutare le iniziative politiche più opportune
da prendere anche in sede europea.
La
Farnesina continua a seguire il caso con la massima attenzione, in costante
contatto con l'Ambasciata d'Italia a Tel Aviv e con le autorità israeliane, per
garantire la massima assistenza ai connazionali coinvolti e favorirne il più
rapido rientro in sicurezza, conclude la nota.
Commissaria Ue: "Gli attivisti della
Flotilla non sono criminali."
"Guardate
questo video. Non si tratta di criminali condannati. Sono attivisti che cercano
di portare del pane a chi ha fame. L'attivismo pacifico e la libertà di
riunione sono diritti fondamentali. I civili devono essere protetti. Il diritto
internazionale umanitario deve essere rispettato.
Nessuno
dovrebbe essere punito per aver difeso l'umanità".
Lo
scrive in un tweet la commissaria Ue alla gestione delle emergenze Nadja Labbi,
rilanciando il video diffuso dal ministro per la sicurezza nazionale Ben-Gvir
sugli attivisti della Flotilla trattenuti da Israele.
Avvocate Global Summa Flotilla:
"Liberare immediatamente gli attivisti sequestrati."
"Sono
ore di grande allarme per le immagini e i video che vengono diffusi e che
mostrano a tutto il mondo ciò che stanno subendo gli attivisti della Global Surud
Flotilla, sequestrati dalle autorità israeliane in acque internazionali.
Oltre
alla illegittima privazione della libertà degli attivisti ora si teme per le
condizioni di trattenimento a cui sono sottoposti.
Le
violazioni dei diritti fondamentali sono state documentate e rivendicate dalle
autorità israeliane, le quali dimostrano, ancora una volta, l'assoluta
incuranza per il diritto internazionale e per le regole minime che fondano ogni
Stato di diritto:
le violenze e le vessazioni di ogni genere
sono esibite trionfalmente e pubblicate su canali ufficiali, offrendo una
incontrovertibile evidenza di ciò che sta accadendo in queste ore.
Chiederemo davanti a ogni giurisdizione
nazionale e internazionale che queste forme di tortura siano perseguite, ma fin
d'ora ribadiamo la necessità di una immediata liberazione dei nostri assistiti
e di tutti gli attivisti sequestrati".
Così, in una nota, le avvocate del legali team
della Global Surud flotilla.
Tajani: "Risposta a Israele? Studieremo
la più proporzionata ed efficace."
“Adesso
vedremo quali iniziative adottare per dare una risposta” a Israele dopo quanto
accaduto agli attivisti della Flotilla, “facciamo concludere la vicenda e poi
vedremo col governo quali decisioni adottare. È inaccettabile quello che è
accaduto, ci sono diverse opzioni, studieremo quella più proporzionata ed
efficace”. Così il vicepremier e segretario di FI, Antonio Tajani, parlando
alla Camera con i cronisti.
Il
duro commento di Mattarella al video in cu. compare anche Ben Gvir.
Si è
trattato di un "trattamento incivile inflitto a persone fermate
illegalmente in acque internazionali, che tocca un livello infimo ad opera di
un ministro del governo di Israele".
Con
queste parole il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha commentato
il video sugli attivisti della Flotilla trattenuti da Israele nel quale compare
il ministro per la sicurezza nazionale Ben Gvir.
La
situazione attuale della Global Surud Flotilla.
Gli
oltre 420 attivisti a bordo – provenienti da decine di Paesi e tra cui 29
italiani più tre residenti in Italia – sono stati trasferiti su navi militari
israeliane e condotti al porto di Ashdod.
Molti
di loro sono già sbarcati e sono stati visti ammanettati e in ginocchio nel
porto durante la visita del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir.
Tra
gli italiani fermati c’è anche il deputato del Movimento 5 Stelle Dario
Carotenuto.
La
Farnesina e il ministro degli Esteri Antonio Tajani stanno seguendo con
attenzione il caso e hanno chiesto il rilascio immediato dei connazionali.
Nelle
prossime ore la maggior parte degli attivisti dovrebbe essere deportata
rapidamente, come avvenuto in operazioni analoghe del passato, con espulsioni
volontarie o forzate entro 24 ore.
Alcuni potrebbero tuttavia essere trattenuti
più a lungo per interrogatori, mentre per altri è ipotizzabile il trasferimento
in una struttura di detenzione, come è già accaduto in precedenti occasioni nel
deserto del Negev, ad esempio nel carcere di Detrito.
Atene:
"Inaccettabile il trattamento degli attivisti Flotilla da parte di Ben
Gvir."
"Il
comportamento del ministro israeliano della Sicurezza nazionale, rivolto contro
i cittadini che partecipavano alla 'Global Surud Flotilla', è inaccettabile e
assolutamente da condannare": così, in una nota, il ministero degli Esteri
greco.
"Su
ordine del ministro degli esteri Giorgos Gerapetritis, è stata presentata una
nota di protesta in merito all'accaduto.
Chiediamo
il pieno rispetto del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani e
invitiamo le autorità israeliane a procedere rapidamente a tutte le formalità e
al rilascio immediato dei cittadini greci", si legge nella nota.
Tajani sul caso Flotilla: "Superata linea rossa,
vedremo quali decisioni adottare.”
Dopo
il video del ministro israeliano Ben-Gvir con gli attivisti della Flotilla, “per
quanto ci riguarda è stata superata la linea rossa”: l’ha detto il ministro
degli Esteri, Antonio Tajani a margine del bilaterale con il vicepremier della
Repubblica ceca in corso a Montecitorio Dopo aver ricordato che ha convocato l’ambasciatore
israeliano oggi alle 18.30, Tajani ha aggiunto: “Adesso vedremo quale iniziative
adottare per dare una risposta, facciamo concludere la vicenda e poi vedremo
con il governo quali decisioni adottare. Quello che è accaduto è inaccettabile,
ci sono diverse opzioni, studieremo quella più proporzionata ed efficace”.
Sono
tre i bolognesi della Flotilla fermati dall’IDF.
"Il
quadro rispetto a ieri si è notevolmente aggravato. Risultano essere tre le
persone oggi fermate dall'Idf: Alessio Catanzaro del Comune di Budrio,
Francesco Gilli del Comune di Grizzana Morandi e Ilaria Mancosu del Comune di
Bologna". Così la consigliera delegata della città Metropolitana di
Bologna Sara Accorsi in una nota, parlando delle persone imbarcate
nell'operazione Flotilla provenienti dal territorio metropolitano di Bologna.
"I contatti con la Farnesina sono attivati e faremo di tutto per riportare
in Italia Alessio, Francesco e Ilaria, che al momento consideriamo illegalmente
detenuti in completa violazione del diritto internazionale" aggiunge.
"Abbiamo appreso della presenza sulla Flotilla anche della dottoressa
Ilaria Riccardi del Comune di San Giovanni in Persiceto - ha specificato -
imbarcata come personale sanitario sulla Family. Abbiamo contattato la famiglia
e la stessa Ilaria: al momento si trova in Turchia poiché l'avaria
dell'imbarcazione ha permesso il soccorso da parte della Guardia costiera
turca, evitando l'abbordaggio da parte dell'IDF". Ad appellarsi al governo
per garantire il rapido rientro in sicurezza degli attivisti, anche la
vicesindaca di Bologna Emily Clancy: "le immagini diffuse da Ben Gvir, che
lo mostrano mentre deride persone in ginocchio, ammanettate e bendate, non sono
solo inaccettabili". "Desta forte allarme - conclude - apprendere che
le persone fermate sarebbero trattenute per ore in condizioni umilianti e
sottoposte a pressioni per firmare dichiarazioni relative a un presunto
ingresso illegale in Israele come condizione per il rilascio".
Presidente Ucei: "Inaccettabile il
trattamento ad attivisti Flotilla"
Il
trattamento riservato agli attivisti della Flotilla da Itamar Ben Gvir è
"inaccettabile e grave". Così la presidente dell'Ucei Livia
Ottolenghi commenta le immagini diffuse dal ministro della sicurezza di
Israele.
Anche
l'unione delle Comunità ebraiche sottolinea che le azioni del ministro,
"in questa circostanza, "danneggiano Israele e le sue legittime
ragioni" e dunque vanno "respinte nettamente".
"Abbiamo
più volte sottolineato - prosegue l'Ucei - come la strumentalizzazione delle
azioni della Flotilla ne abbia snaturato la missione umanitaria e tuttavia,
quanto accaduto oggi, non giustifica in alcun modo le modalità con cui è stata
contrastata la Flotilla".
Francia
convoca ambasciatore di Israele: "Comportamento Gvir inaccettabile."
"Il
comportamento di Ben Gvir nei confronti dei passeggeri della Global Surud
Flotilla, denunciato dai suoi stessi colleghi del governo israeliano, è
inaccettabile. Ho chiesto che l’ambasciatore di Israele in Francia fosse
convocato per esprimere la nostra indignazione e ottenere spiegazioni". È
quanto ha reso noto il ministro degli Esteri francese Jean Noel Barrot in un
post sul social X. "La sicurezza dei nostri connazionali è una priorità
costante", aggiunge, "a prescindere da ciò che si pensi di questa
flottiglia – e abbiamo espresso più volte la nostra disapprovazione per questa
iniziativa –, i nostri connazionali che vi partecipano devono essere trattati
con rispetto e liberati al più presto. Apprezzo il lavoro delle squadre del
Ministero, dell’Ambasciata e del Consolato che, ancora una volta, si stanno
mobilitando per garantire loro protezione consolare".
Carotenuto e Mantovani lasceranno Israele
stasera, domani mattina in Italia
Il
deputato M5s Dario Carotenuto e il giornalista de Il Fatto, Alessandro
Mantovani, lasceranno Israele - secondo quanto si apprende - nella tarda serata
di oggi e il loro arrivo in Italia è previsto per domani mattina.
Amnesty: “Alle parole di condanna nei
confronti Ben Gvir seguano i fatti.”
"Ben
Gvir non si smentisce. Ogni volta che può manifestare il suo disprezzo per i
diritti umani lo fa nella maniera più vergognosa. Il suo atteggiamento di
scherno e le minacce che ha rivolto alle persone intercettate e portate in
Israele è scandaloso. E ci auguriamo che alle parole di condanna per questo
gesto seguono anche azioni concrete nei confronti del governo di Israele,
perché qui non è più solo un problema di ministri estremisti e bulli, ma è un
problema di un governo complessivo". È il commento del portavoce di
Amnesty International Italia Riccardo Nouri sulla richiesta del ministro
israeliano Ben Gvir a Netanyahu di mettere gli attivisti della Flotilla nelle
carceri dei terroristi.
"L'Italia,
anche alla luce della vicenda molto preoccupante che coinvolge decine e decine
di persone italiane in questo momento nelle mani delle autorità israeliane, è
necessario che - aggiunge - imposti i rapporti con Israele in maniera
completamente opposta rispetto all'accondiscendenza tradizionale su cui li ha
basati da decenni a questa parte".
Hamas: “L'umiliazione della Flotilla
espressione del sadismo israeliano.”
"Le
scene di tortura e umiliazione orchestrate dal ministro sionista criminale e
fascista Ben Gvir rappresentano l'espressione della depravazione morale e del
sadismo che governano la mentalità dei dirigenti dell'entità nemica". Lo
dichiara Hamas, criticando duramente il video diffuso dal ministro della
Sicurezza nazionale israeliano che mostra i militanti della Flotilla
inginocchiati e con le mani legate.
Netanyahu: “Israele ha diritto a fermare
Flotilla ma Ben Gvir ha sbagliato”
'Israele
ha tutto il diritto di impedire alle flottiglie provocatorie di sostenitori del
terrorismo di Hamas di entrare nelle nostre acque territoriali e raggiungere
Gaza.
Tuttavia,
il modo in cui il Ministro Ben Gvir ha trattato gli attivisti della flottiglia
non è in linea con i valori e le norme di Israele. Ho dato istruzioni alle
autorità competenti di espellere i provocatori il prima possibile''. Lo afferma
il premier israeliano Benjamin Netanyahu in un comunicato.
Crosetto a Ben Gvir: "Noi gli
israeliani non li arrestiamo in mare."
"Noi ci vantiamo di altro, ministro. Ci
vantiamo di aver sempre trattato con rispetto i suoi connazionali e non abbiamo
l'abitudine di arrestare le persone in acque internazionali ma semmai di
soccorrerle se ne hanno bisogno. Non penso che con atteggiamenti di questo tipo
si faccia il bene di Israele". Così il ministro della Difesa Guido
Crosetto riferendosi alle immagini del ministro israeliano Ben Gvir che ha poi
chiesto a Netanyahu la consegna degli attivisti della Flotilla per metterli
nelle carceri dei terroristi.
"La
cosa principale è dire che non accettiamo gesti come quelli che abbiamo visto,
e che è meglio che i cittadini, noi ci occupiamo degli italiani, rientrino il
prima possibile, rispettando la loro stessa regola che prevede che entro
ventiquattro ore devono tornare, ci auguriamo intanto questo e poi dopo tutto
quello che dovrà essere fatto lo faremo". Così, parlando con i giornalisti
in Transatlantico, il ministro della Difesa commentando l'ipotesi di eventuali
sanzioni a Israele.
Global Flotilla: "Attivisti esposti come
trofei, vergognoso e riprovevole."
Quello
riservato da Israele agli attivisti della Global Surud Flotilla sequestrati in
acque internazionali" è stato un "trattamento vergognoso e
riprovevole". Lo ha scrive la Global Surud Flotilla in un comunicato, dove
si parla di "uomini e donne costretti inginocchiati a terra, legati,
umiliati ed esposti come trofei durante la visita del ministro della Sicurezza
Itamar Ben-Gvir al porto di Ashdod".
Scontro tra Saar e Ben Gvir dopo video sugli
attivisti della Flotilla: "Tu non sei il volto di Israele."
Il
ministro degli Esteri israeliano, Gideon Saar, ha accusato il collega di
governo, il ministro per la Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir
, di
"aver consapevolmente arrecato danno allo Stato" pubblicando il video
che mostra le umiliazioni e gli abusi subiti dagli attivisti della Global Surud
Flotilla al loro arrivo ad Ashdod, definito "uno spettacolo
vergognoso".
"E
non è la prima volta", ha rimarcato Saar in un tweet a commento del video
pubblicato sull'account X di Ben Gvir, in cui ha aggiunto: "Tu non sei il
volto di Israele".
Tajani convoca ambasciatore Israele: “Video
contro ogni tutela e dignità umana”
"Quanto
emerge dal video del ministro Ben Gvir è assolutamente inaccettabile e contro
ogni elementare tutela della dignità umana. D'intesa con il presidente del
consiglio ho fatto convocare immediatamente alla Farnesina l'ambasciatore
d'Israele in Italia". Lo afferma su X il ministro degli esteri Antonio
Tajani in una nota.
Meloni e Tajani, inaccettabili le immagini di
Ben Gvir, l'Italia pretende scuse e convoca ambasciatore israeliano.
In
seguito alle immagini di Ben Gvir tra i manifestati della Flotilla arrestati da
Israele "il ministero degli Affari esteri e della cooperazione
internazionale convocherà immediatamente l'ambasciatore israeliano per chiedere
chiarimenti formali su quanto accaduto". Lo affermano in una nota
congiunta la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri
Antonio Tajani “Le immagini del ministro israeliano Ben Gvir sono
inaccettabili. È inammissibile che questi manifestanti, fra cui molti cittadini
italiani, vengano sottoposti a questo trattamento lesivo della dignità della
persona". Lo afferma in una dichiarazione la presidente del Consiglio,
Giorgia Meloni, e il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. "Il Governo
italiano - aggiungono - sta immediatamente compiendo, ai più alti livelli
istituzionali, tutti i passi necessari per ottenere la liberazione immediata
dei cittadini italiani coinvolti. L'Italia pretende inoltre le scuse per il
trattamento riservato a questi manifestanti e per il totale disprezzo
dimostrato nei confronti delle esplicite richieste del Governo italiano".
"Per
questi motivi - annunciano Meloni e Tajani -, il Ministero degli Affari Esteri
e della Cooperazione Internazionale convocherà immediatamente l'ambasciatore
israeliano per chiedere chiarimenti formali su quanto accaduto".
Opposizioni chiedono informativa al governo
alla Camera.
M5s, AVS,
+Europa e Partito democratico hanno chiesto oggi alla Camera che "il
governo venga in Aula per parlare dell'ennesimo atto di pirateria di Israele
che ha sequestrato in acque internazionali circa 450 attivisti provenienti da
tutto il mondo tra cui 29 cittadini italiani", ha detto Riccardo
Ricciardi.
Angelo
Bonelli di AVS ha affermato che il governo Meloni "è capace solo di
ripetere affermazioni irricevibili come quelle di Tajani che ha invitato
Israele a rispettare il diritto internazionale: Israele - ha sottolineato - fa
della violenza e del genocidio a Gaza il suo modo di essere". Arturo
Scotto del Partito democratico ha ricordato che la Global Surud Flotilla è
stata già attaccata in passato: "Quando dai banchi del governo qualcuno
dirà basta? Qual è il confine tra la democrazia e il Cile di Pinochet?".
Riccardo Magi, di +Europa si è unito alla richiesta di una informativa urgente
del governo. "Non è la prima volta che avvengono questi abusi in acque
internazionali. Il governo deve esigere che siano immediatamente rilasciati e
che non vengano maltrattati" gli italiani trattenuti. "Vogliamo avere
una risposta quanto prima", ha concluso.
Legali Flotilla, 10 italiani già fermati in
precedenti missioni
Sono
10 gli attivisti italiani fermati che erano già stati bloccati nelle precedenti
spedizioni della Flotilla dirette a Gaza. Lo si apprende da fonti legali. Sette
erano stati bloccati durante l'abbordaggio di ottobre 2025 e detenuti in
Israele, 2 il 29 aprile al largo di Cipro e detenuti sulla nave israeliane e
uno in entrambe. Il team legale italiano ha depositato una nuova denuncia alla
procura di Roma chiedendo il rilascio immediato, protezione e garanzie per gli
attivisti.
Sono
30 gli italiani bloccati, a cui si aggiungono 2 cittadini spagnoli e un
americano che vivono stabilmente in Italia.
Ben Gvir tra attivisti ammanettati e bendati:
"Benvenuti in Israele. Non sono eroi, consegnarmeli per lungo tempo nelle
prigioni antiterrorismo"
Il
ministro della Sicurezza Nazionale di Israele Itamar Ben-Gvir ha visitato il
porto di Ashdod, dove sono detenuti gli attivisti della Global Surud Flotilla
fermati tra ieri e lunedì mentre navigavano verso Gaza. Nei filmati diffusi dal
ministro sul proprio profilo X, lo si vede camminare tra i fermati, a terra
ammanettati e bendati, e gridare: "Benvenuti in Israele, siamo i
proprietari di questa casa". In un altro filmato, si vede un attivista
avvicinarsi al ministro e venire legato a terra dagli agenti dello Shin Bet. Lo
si vede anche dire a uno degli attivisti "Ama Israele Chia" (Sono
Israele), con la parola "Nativa" (Viva!) in sottofondo. "Sono
venuti con molto orgoglio, guardate come sono ridotti ora", ha poi
affermato Ben Gvir, "non sono eroi o altro, sono sostenitori del
terrorismo. Chiedo a Netanyahu di consegnarmeli per lungo tempo nelle prigioni
antiterrorismo".
Tajani al ministro Saar: attivisti Flotilla
siano liberati al più presto
Il
ministro degli Esteri Antonio Tajani ha avuto nella notte diversi contatti con
il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar e ha insistito perché i
cittadini italiani, fra cui un parlamentare e un giornalista, vengano liberati
e messi in condizione di ripartire al più presto, insistendo perché siano
tutelati l'incolumità e i diritti di ogni singolo attivista. Lo comunica la
Farnesina. I funzionari dell'Ambasciata
d'Italia sono in contatto con le autorità del porto di Ashdod per prestare
assistenza consolare ai connazionali e favorire la partenza per l'Italia. Gli
attivisti dovrebbero essere trasferiti in una struttura per le identificazioni
e poi messi in grado di ripartire.
Farnesina,
iniziato lo sbarco degli attivisti ad Ashdod.
In
Israele è iniziato lo sbarco del primo gruppo di attivisti della Flottila nel
porto Ashdod. Lo ha riferito una nota della Farnesina, aggiungendo che un
secondo gruppo dovrebbe arrivare nel corso della giornata. I funzionari
dell'ambasciata d'Italia a Tel Aviv sono in contatto con le autorità israeliane
del porto di Ashdod per prestare assistenza consolare ai connazionali e
favorire la loro partenza per l'Italia. Gli attivisti dovrebbero essere
trasferiti in una struttura per le identificazioni e poi messi in grado di
ripartire.
Attivisti
della Flotilla cominciano ad arrivare a Ashdod su navi IDF.
I
partecipanti della Flotilla fermati dalla marina militare israeliana al largo
delle coste di Cipro stanno iniziando ad arrivare al porto di Ashdod. Lo
conferma all'ANSA il portavoce di Abdallah, la Ong che assiste legalmente in
Israele i partecipanti della missione e che ha iniziato a incontrare alcuni dei
partecipanti fermati. ''Il team legale di Abdallah contesterà la legalità di
queste detenzioni e chiederà l'immediato rilascio di tutti i partecipanti alla
flottiglia", ha affermato Abdallah in una nota. Ieri notte Israele ha
affermato di avere intercettato tutte le imbarcazioni, fermando 430 attivisti.
Flotilla:
Sud corea accusa Israele per detenzione connazionali
Il
presidente sudcoreano Lee Jael Myung ha denunciato che Israele ha detenuto
cittadini sudcoreani in acque internazionali, definendo l'azione "ben
oltre il limite". Lee alludevano apparentemente ai cittadini che
partecipavano alla flotilla diretta a Gaza: il Ministero degli Esteri ha
annunciato ieri che l'ultima missione di attivisti che cercava di rompere il
blocco navale israeliano di Gaza "si è conclusa", con oltre 400
persone trasferite in Israele. Durante una riunione di governo, Lee ha
dichiarato che i cittadini sudcoreani erano stati detenuti per motivi non
validi secondo il diritto internazionale, chiedendosi se azioni del genere
possano essere tollerate senza proteste
Flotilla:
87 partecipanti in sciopero della fame contro 'rapimento'.
"Per
la seconda volta in tre settimane, il più morale degli eserciti ha rapito i
nostri compagni dalle acque internazionali. Per protestare contro il loro
rapimento illegale e in segno di solidarietà con gli oltre 9500 ostaggi
palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane, almeno 87 partecipanti hanno
iniziato uno sciopero della fame". Lo scrive su Telegram la Global Surud
Flotilla. "Chiediamo il rilascio
di tutti gli ostaggi del regime israeliano - aggiunge - Chiedete al vostro
governo di condannare questo atto di pirateria".
Flotilla:
430 attivisti trasferiti su navi dirette ad Ashdod
Il
ministero degli Esteri israeliano ha confermato che è in corso il trasferimento
verso Ashdod dei 430 attivisti a bordo delle imbarcazioni della Flotilla, tutte
sequestrate ieri sera. Un comunicato del ministero recita che "tutti i 430
attivisti sono stati trasferiti su navi israeliane e sono in viaggio verso
Israele, dove potranno incontrare i loro rappresentanti consolari".
"Questa flottiglia si è dimostrata ancora una volta nient'altro che
un'azione propagandistica al servizio di Hamas", ha affermato Tel
Aviv. Tutti gli attivisti - compresi
i 29 italiani, tra cui il deputato del M5s Dario Carotenuto e tre persone con
passaporto diverso ma residenti nel nostro Paese - vengono portati ad Ashdod,
dove l'arrivo è previsto nella tarda mattinata di oggi. La Global Surud
Flotilla era partita dal porto turco di Marmarsi per raggiungere la Striscia di
Gaza con aiuti umanitari. I portavoce della Flotilla hanno confermato il
sequestro di tutte le imbarcazioni e affermano di essere in attesa di notizie
sugli attivisti arrestati.
Tajani:
Chiediamo che i connazionali vengano immediatamente rilasciati
“Stiamo
seguendo la vicenda con la nostra ambasciata a Tel Aviv, con il nostro
consolato, con l'ambasciata italiana a Cipro. Abbiamo già mandato i nostri
messaggi. Chiediamo e abbiamo chiesto che venissero comunque tutelati i nostri
concittadini, liberati il prima possibile così come è accaduto per l'episodio
di qualche settimana fa” ha detto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani.
Attivisti
italiani riferiscono uso della forza da parte di Israele. Tajani: verifica
urgente
Sono
29 gli italiani della Flotilla per Gaza che al momento risultano fermati. Le
imbarcazioni su cui viaggiano dovrebbero giungere al porto di Ashdod. Lo rende
noto la Farnesina, sottolineando che il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha
chiesto “di verificare urgentemente l'uso della forza da parte delle autorità
israeliane, che secondo quanto riferito dagli attivisti italiani avrebbero
utilizzato proiettili di gomma contro le imbarcazioni”.
Intanto,
a breve avverrà il trasferimento degli attivisti verso un porto israeliano. Lo
comunica la Global Surud Flotilla. L'imbarcazione militare che trasporta gli
attivisti “tra cui medici, giornalisti e difensori dei diritti umani
provenienti da oltre 40 Paesi”, dovrebbe “attraccare entro circa due ore”.
Flotilla,
abbordaggio delle forze israeliane al largo di Cipro.
Le
forze navali israeliane hanno intercettato e abbordato in acque internazionali
almeno 56 imbarcazioni (4 imbarcazioni della Freedom Flotilla Coalition),
catturando almeno 319 attivisti. I soldati dell'Idf hanno preso il controllo di
alcune imbarcazioni al largo delle acque di Cipro, riproponendo lo scenario che
si è prodotto già due settimane fa.
Global
Surud Flotilla: 29 attivisti italiani trattenuti da forze armate israeliane.
Tutte
le barche della Flotilla per Gaza sono state intercettate dalle forze armate
israeliane. L'ha confermato Maria Elena Delia, portavoce italiana della Global Surud
Flotilla, aggiungendo che sono 29 gli attivisti italiani trattenuti. Con loro
anche tre persone non italiane ma residenti in Italia. "L'ultima barca ad
essere intercettata è stata la Karis-i Sabauda, sui cui viaggiavano il deputato
M5s Dario Carotenuto, il giornalista Alessandro Mantovani e l'attivista,
Ruggero Zeni". La corvetta su cui sono state fatte salire le persone
trattenute arriverà nel porto di Ashdod in serata. Ad attenderli il team legale
di Abdallah.
Eutanasia
e suicidio assistito:
ecco
come cambia tra Paesi,
sesso,
età e religione.
Asvis.it
– (4 settembre 2024) – Sofia Petrarca – Redazione – ci dice:
Notizie
dal mondo ASVIS.
Al
2023 tredici Paesi hanno legalizzato alcune pratiche sul fine vita. Uno studio
dell’Università di Bologna esamina le motivazioni alla base delle scelte
individuali e fornisce dati e tendenze del fenomeno al centro del dibattito.
Eutanasia
e suicidio assistito: ecco come cambia tra Paesi, sesso, età e
Religione.
"La
Chiesa invita a riflettere su quanto l’ostinazione irragionevole nelle cure
(accanimento terapeutico) non rappresenti una medicina davvero a misura della
persona malata” ha dichiarato monsignor “Vincenzo Paglia”, presidente della “Pontificia
accademia per la vita”, che ad agosto aveva consegnato a “Papa Francesco” un
vademecum sul tema del fine vita.
"Personalmente”,
ha precisato, “non praticherei l'assistenza al suicidio, ma comprendo che una
mediazione giuridica possa costituire il maggior bene comune concretamente
possibile nelle condizioni in cui ci troviamo".
Le sue
parole, pur distanti dall'apertura all'eutanasia e al suicidio assistito, sono
stati interpretati sui media come una possibilità di una legge sul fine vita in
Italia.
Il
dibattito sull'eutanasia, il suicidio assistito e i diritti di fine vita è in
costante evoluzione, con tendenze che variano significativamente a seconda del
contesto giuridico e socio-culturale.
Mentre
alcuni Paesi hanno già legalizzato forme di assistenza alla morte, in Italia il
tema rimane al centro di discussioni etiche e legislative complesse.
Chi
sceglie l’eutanasia e il suicidio assistito e perché:
le
tendenze in atto.
Uno
studio dell’Università di Bologna di Asher D. Colombo e Giampiero Dalla-Zanna,
intitolato “Data and trends in assisted suicide and euthanasia, and some related
demographic issues”, analizza i cambiamenti nell'opinione pubblica e la
diffusione dell'eutanasia e del suicidio assistito (Eas) nei Paesi sviluppati.
Lo
studio esamina le motivazioni alla base delle scelte di coloro che ricorrono a
queste pratiche e offre un’analisi differenziata in base a sesso età e causa
del decesso.
“Gli
individui più favorevoli all'Eas sono più ricchi, più istruiti, più
secolarizzati e vivono in contesti in cui l'assistenza sanitaria e la
democrazia liberale funzionano bene”, si legge nella ricerca, “al contrario, i
meno favorevoli a questi interventi sono i più fragili dal punto di vista
economico, culturale ed esistenziale, vivono in gran parte in contesti
autoritari e dove l'assistenza sanitaria non è né efficiente né affidabile”.
La
religione poi, sottolinea lo studio, gioca un ruolo significativo:
i
Paesi a maggioranza musulmana sono generalmente meno favorevoli, mentre quelli
a maggioranza protestante mostrano maggiore apertura. I Paesi cattolici si
collocano invece in una posizione intermedia.
Le
motivazioni che spingono a richiedere l'Eas variano dalla sofferenza fisica o
psicologica insostenibile alla perdita di dignità e autonomia, o alla
sensazione di essere un peso per gli altri.
In ogni caso, spiega l’analisi, l'opinione
pubblica tende a vedere l'Eas più come “un mezzo per porre fine a un dolore
insopportabile” piuttosto che come “l’esercizio di un diritto incondizionato a
commettere un suicidio con l’assistenza di un medico”.
Le
differenze tra i Paesi riguardo all'Eas, si legge nello studio, dipendono dalle
normative che regolano l'accesso a tali pratiche, influenzate da principi come
la "fase terminale della malattia", la "sofferenza continua e
insopportabile" e il "diritto individuale di morire".
Al
2023, 13 Paesi hanno legalizzato alcune forme di Eas, otto dei quali in Europa,
tre nelle Americhe e due in Oceania, con dati che variano notevolmente tra i
Paesi.
Ad
esempio, nei Paesi Bassi, le pratiche di Eas rappresentano oltre il 3% dei
decessi, mentre negli Stati Uniti la percentuale è inferiore allo 0,4%.
Nonostante
le differenze, i dati mostrano una crescita continua dell'Eas nel tempo, con
alcune eccezioni come il Belgio, dove l'incremento è stato più moderato.
Analisi
differenziali: sesso, età e cause di decesso.
La
distribuzione dell'Eas tra uomini e donne, rileva la ricerca, è generalmente
simile, con alcune variazioni come in Svizzera, dove le donne mostrano una
leggera maggiore propensione verso queste pratiche.
Per
quanto riguarda le cause di decesso, oltre il 50% delle richieste di Eas
proviene da pazienti oncologici.
La sclerosi laterale amiotrofica (Sla) ha una
percentuale particolarmente alta in Oregon, dove l'11% dei decessi per Sla
avviene tramite Eas.
L'uso dell'eutanasia è invece molto limitato
tra i pazienti con demenza, principalmente a causa della riluttanza dei
pazienti e dei medici a praticarlo in questi casi.
Infine,
l'età gioca un ruolo cruciale:
l'incidenza
dell'Eas aumenta con l'età, seguendo un trend simile alla mortalità generale.
Sebbene
l'impatto demografico dell'Eas sia attualmente limitato, i ricercatori
ritengono che l'invecchiamento della popolazione e l'aumento delle disabilità
cognitive potrebbero portare a un incremento delle richieste in futuro.
(Sofia
Petrarca).
Le
Sanzioni Contro la Russia
Cominciano
a Crollare. E il Cedimento
più Drammatico Avviene in… Inghilterra!
Conoscenzealconfine.it
– (22 Maggio 2026) - Umberto Pascali – Redazione – ci dice:
Il
governo di Stormer abbandona “a tempo indeterminato” le sanzioni sul carburante
russo importato da paesi terzi.
Stormer
si abbandona a bugie a frasi contraddittorie.
I Conservatori esplodono. I funzionari del
moribondo governo perdono la testa: siamo stati maldestri, abbiamo dato
un’impressione sbagliata!
Zelensky
s’infuria, ma il petrolio manca, sul Ponte (di Londra) sventola bandiera
bianca…
La
realtà irrompe e travolge le fantasie guerrafondaie dei paesi europei. È
l’inizio della fine per i russofobi ossessionati. Ed è proprio il paese che
ospita la cancerogena city di Londra (e i registi della nuova Operazione
Barbarossa) il primo a dover cedere!
Il
vice primo ministro russo Novak fotografa la realtà:
senza petrolio russo non c’è la fate !
Il
vice primo ministro russo Aleksander Novak ha affermato che le mosse di Gran
Bretagna e Stati Uniti dimostrano che la politica sanzionatoria occidentale sta
cominciando a incrinarsi sotto la pressione della crisi energetica
mediorientale.
“Senza
il petrolio e i prodotti petroliferi russi, i mercati globali oggi non possono
farcela” ha dichiarato Novak a Vesti mercoledì.
I
media russi si prendono la loro rivincita spernacchiando sonoramente Stormer e
tutta l’élite britannica.
Il
Regno Unito Nega di Aver Allentato le Sanzioni Dopo Aver Concesso una Licenza
per l’Acquisto di Carburante di Origine Russa.
La
mossa ha scatenato un’ondata di critiche nei confronti del governo di Keri
Stormer.
Il
governo britannico ha negato di aver allentato le sanzioni contro la Russia
dopo essere stato criticato per aver rilasciato una licenza temporanea che
consente l’importazione di gasolio e carburante per aerei di origine russa.
Londra ha affermato che la mossa era necessaria per stabilizzare i mercati
energetici sconvolti dal conflitto in Medio Oriente.
La
licenza, che entra in vigore mercoledì, di fatto ribalta l’impegno del governo
del primo ministro Keri Stormer di vietare le importazioni di carburante
prodotto all’estero con greggio russo, lasciando una via d’accesso al mercato
britannico per il petrolio soggetto a sanzioni attraverso raffinerie in paesi
come l’India e la Turchia. Le nazioni occidentali hanno imposto sanzioni e
misure di limitazione dei prezzi sulle esportazioni di petrolio russo
dall’escalation del conflitto in Ucraina del 2022, nel tentativo di ridurre le
entrate di Mosca.
La
decisione fa seguito a una mossa simile degli Stati Uniti, che lunedì hanno
prorogato una deroga alle sanzioni consentendo acquisti limitati di petrolio
russo trasportato via mare per aiutare i paesi vulnerabili a far fronte alle
interruzioni dell’approvvigionamento dopo l’effettiva chiusura dello Stretto di
Hormuz durante la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
La
licenza ha scatenato un’ondata di critiche da parte del Partito Conservatore.
L’ex ministro conservatore David Livingston si è affrettato a definire la
decisione del governo di indebolire le sanzioni sul petrolio russo “un
terribile tradimento dell’Ucraina.” A fargli eco è stata la leader dei Tory
Kemi D’Enoch, che ha postato su X che “dopo 18 mesi passati a ‘tenere testa a
Putin’, il governo laburista ha silenziosamente allentato le restrizioni.”
Il
gabinetto di Stormer si è poi affrettato a respingere le accuse, presentandole
come un malinteso derivante da una comunicazione inadeguata. “Abbiamo gestito
la cosa in modo maldestro”, ha dichiarato alla Camera dei Comuni Chris Bryant,
funzionario del Dipartimento per gli Affari e il Commercio, scusandosi per
“aver dato un’impressione sbagliata”.
Lo
stesso primo ministro, che sta affrontando una crisi interna e richieste di
dimissioni, ha affermato che le licenze erano “a breve termine” e ha insistito
sul fatto che il governo stava in realtà inasprendo le sanzioni introducendo
contemporaneamente “un nuovo pacchetto forte” di restrizioni mirate al GNL e al
petrolio raffinato russi.
“Si
tratta di nuove sanzioni che vengono introdotte gradualmente. Non si tratta in
alcun modo di revocare le sanzioni esistenti”, ha dichiarato al Parlamento.
Secondo i media britannici, le importazioni di combustibili di origine russa
sono consentite a tempo indeterminato.
Il
vice primo ministro russo Aleksander Novak ha affermato che le mosse di Gran
Bretagna e Stati Uniti dimostrano che la politica sanzionatoria occidentale sta
cominciando a incrinarsi sotto la pressione della crisi energetica
mediorientale.
“Senza
il petrolio e i prodotti petroliferi russi, i mercati globali oggi non possono
farcela,” ha dichiarato Novak a Vesti mercoledì. Mosca ha ripetutamente
segnalato di essere pronta a colmare eventuali lacune nell’approvvigionamento
di petrolio causate dal conflitto in Medio Oriente. Alcuni paesi asiatici si
sono già mossi per assicurarsi il greggio russo da quando Washington ha
allentato le restrizioni.
(Articolo
di Umberto Pascali).
(umbertopascali.substack.com/p/le-sanzioni-contro-la-russia-cominciano?publication_id=8067048&post_id=198657190&isFreemail=true&r=7zhpf3&triedRedirect=true).
Trump
nel pantano, XI Jinping alla finestra: si rischia una guerra su vasta scala.
Msn.com
– Il Riformista – (20 - 05 – 2026) – Redazione - Storia di Paolo Giordani – ci
dice:
Il
presidente degli Stati Uniti Donald Trump incontra il presidente cinese XI
Jinping a Pechino in Cina.
Neanche
sul conflitto nel Golfo il vertice tra XI e Trump ha portato sostanziali
progressi.
I
cinesi concordano sull’idea che lo Stretto di Hormuz debba essere libero, però
non intendono assolutamente dare una mano a Trump per accompagnarlo fuori dal
pantano in cui si è cacciato.
E
aiutano, con triangolazioni, gli iraniani.
Secondo il NYT di mercoledì scorso, imprese
cinesi stanno negoziando con terze parti, anche in Africa, per nascondere le
forniture di armi.
E si
capisce perché:
nel
conflitto con l’Iran gli americani consumano prestigio e risorse senza aver la
prospettiva concreta di realizzare un cambio di regime (obiettivo primario non
dichiarato) o di bloccare definitivamente il programma nucleare iraniano
(obiettivo secondario dichiarato).
Per
certi aspetti, si tratta di una situazione simile a quella della guerra in
Ucraina:
con la
Russia i cinesi si sono limitati alla “moral suasion”, ma hanno continuato a
sostenere di fatto Mosca (tra l’altro Putin sarà a Pechino mercoledì).
Così
com’era prevedibile fin dall’inizio, XI non farà pressione sugli iraniani per
far piacere a Trump:
ritiene
che la guerra nel Golfo sia un guaio in cui si è cacciato il presidente degli
Stati Uniti e da cui dovrà districarsi da solo.
A
maggior ragione per il fatto che le navi cinesi passano per lo Stretto di
Hormuz con la benedizione dei Pasdaran e la Marina statunitense, non si sogna
di bloccarle:
saremmo
veramente sull’orlo di un conflitto molto grave se accadesse il contrario.
Secondo
alcune fonti, Trump sta addirittura ipotizzando di togliere le sanzioni alle
società cinesi che acquistano petrolio iraniano.
XI può invece aver suggerito (avendo appena
consultato gli iraniani) qualche nuova formula da utilizzare nel negoziato, al
quale il ministro degli Esteri di Teheran Draghici si dichiara ancora
disponibile.
Quindi
il presidente americano rimane con il dilemma con cui è partito: attaccare di
nuovo (le minacce dalla Casa Bianca sono continue) o ritentare per via
diplomatica?
Magari
viene da XI l’ipotesi di accettare, sul nucleare, anche una pausa di vent’anni,
cosa che prima sembrava impossibile.
Insomma,
continua il diluvio di messaggi contraddittori.
L’unica
certezza è che una ripresa in grande stile degli attacchi contro l’Iran
potrebbe essere molto pericolosa.
La stessa intelligence americana stima che il
70% della capacità missilistica iraniana sia ancora in piedi, un po’ perché
sopravvissuta alla prima ondata, un po’ perché in queste settimane,
chiaramente, è stato possibile riorganizzarsi a riparare alcuni impianti.
Ma ciò
che più fa paura dell’apparato offensivo iraniano sono i cosiddetti “droni”.
In realtà qui c’è una distinzione importante
da fare tra il drone (apparecchio recuperabile che si alza in volo con
telecamere oppure missili che si staccano e colpiscono e poi torna alla base) e
le cosiddette “loitering munitions”, cioè munizioni vaganti, impropriamente
chiamate “droni kamikaze”, che si alzano in volo e si autodistruggono centrando
un obiettivo.
Su questo tipo di arma, molto pericoloso e
molto efficace, gli iraniani contano moltissimo e – come si è visto nella prima
fase della guerra – è perfettamente in grado di colpire non solo i Paesi del
Golfo ma anche infrastrutture militari americane, radar, impianti di
desalinizzazione. Hanno costretto comunque americani e israeliani a consumare
una grande quantità di costosissimi missili antimissile e intercettori vari.
Al di
là della retorica, l’Iran si è rivelato un osso più duro del previsto, e adesso
intraprendere una nuova azione militare, magari con componenti di terra o nel
tentativo di portare via il famoso uranio arricchito, è una grossa incognita
per Trump, a pochi mesi da elezioni di medio termine.
Gli
converrebbe (e in effetti ci pensa) sfogarsi con Cuba.
Va ricordato che i prezzi petroliferi sono
saliti anche per gli americani e che alla pompa, in certi Stati come la
California, la benzina si vende a 6 dollari al gallone, nella media nazionale a
4,5.
Secondo
il vecchio adagio, quando la benzina supera i quattro dollari al gallone
l’inquilino della Casa Bianca deve tremare.
Insomma,
il presidente dovrebbe pensarci bene prima di riprendere attacchi su vasta
scala e ricominciare una guerra che in realtà fa solo il piacere e l’interesse
dell’alleato israeliano, che infatti è prontissimo a ricominciare.
Azioni
o bombardamenti mirati e la continuazione del blocco navale, per soffocare
l’economia di Teheran, sono valide (per quanto scomode) opzioni alternative.
Questo
dice la logica, ma con Trump, si sa, fare previsioni non è possibile.
Quindi
fin da domani potremmo trovarci di nuovo in uno scenario di guerra su vasta
scala.
Legge
sul fine vita: l’Italia non può più negare il diritto alla dignità.
Voltitalia.it – Redazione – Alessandro Ansa – (24 -5-2026)
– ci dice:
«Chi è malato non chiede compassione: chiede
ascolto, rispetto, dignità».
In
Italia il tema dell’“eutanasia legale” non è più rinviabile:
troppe
persone affrontano sofferenze insopportabili senza poter scegliere come e
quando porre fine alla propria vita.
Mentre
altri Paesi europei si sono dotati di una legge sul fine vita, nel nostro resta
un vuoto normativo che costringe chi ha risorse a cercare aiuto all’estero, e
chi non le ha a subire.
È
tempo di affrontare la questione con coraggio: perché in gioco c’è il diritto
alla dignità.
Indice
dei contenuti:
Contesto
europeo e attivismo in Italia.
Esperienze
legislative europee.
Cos'è
l'eutanasia e qual è la situazione in Italia.
Il
ruolo dell'Associazione Luca Coscioni: i casi simbolo di Marco Cappato.
Una
legge sul fine vita serve, e serve ora.
Perché
Volt si batte per l'eutanasia legale
Domande
frequenti sul fine vita: facciamo chiarezza.
Il
tempo delle scuse è finito.
Contesto
europeo e attivismo in Italia.
Esperienze
legislative europee.
Per un
efficace approfondimento del tema del fine vita, è fondamentale confrontare la
situazione italiana con quella di altri Paesi europei che hanno già adottato
normative chiare e avanzate.
In
Europa, Paesi come Belgio, Olanda, Spagna e Portogallo hanno legislazioni ben
definite che regolamentano sia l’eutanasia attiva che il suicidio assistito.
Ad
esempio, in Belgio l’eutanasia è legale dal 2002 ed è permessa in casi di
sofferenza fisica o psicologica insopportabile, previa valutazione medica
accurata.
L’Olanda, che ha legalizzato l’eutanasia nello
stesso anno, ha stabilito protocolli dettagliati per tutelare sia il paziente
che il personale sanitario.
In
Spagna, la legge sull’eutanasia è entrata in vigore nel 2021 e permette ai
pazienti di richiedere il suicidio assistito o l’eutanasia attiva, sotto
rigorosi criteri di controllo medico e psicologico.
In
Portogallo, dopo un lungo iter legislativo e un acceso dibattito pubblico,
l’eutanasia è stata regolamentata con l’obiettivo di garantire il diritto alla
dignità e all’autodeterminazione del paziente.
Cos’è
l’eutanasia e qual è la situazione in Italia.
L’eutanasia
è la possibilità, per chi vive una condizione di malattia irreversibile, di
porre fine alla propria vita in modo assistito, consapevole e volontario.
Si distingue tra suicidio assistito (in cui la
persona assume il farmaco letale) ed eutanasia attiva (in cui il farmaco viene
somministrato da un medico).
In
Italia, entrambe le pratiche sono vietate, salvo una parziale apertura
introdotta dalla Corte Costituzionale nel 2019 (sentenza 242/2019) che ha
depenalizzato il suicidio assistito in condizioni molto specifiche.
Tuttavia,
questa sentenza non basta:
è vincolata a criteri estremi e lascia fuori
molte persone, come chi soffre senza essere attaccato a un macchinario.
Ad oggi, ogni richiesta è un percorso a
ostacoli, spesso accompagnato da lunghi contenziosi giudiziari.
Il
ruolo dell’Associazione Luca Coscioni: i casi simbolo di Marco Cappato.
In
Italia, l’Associazione Luca Coscioni, con figure come Marco Cappato, ha portato
avanti numerose battaglie civili e legali sul tema del fine vita, evidenziando
il vuoto normativo e le gravi conseguenze che ne derivano.
Marco
Cappato, in particolare, ha accompagnato personalmente diversi malati terminali
in Svizzera per permettere loro l’accesso al suicidio assistito, attirando
l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni sulla necessità urgente
di una legislazione chiara anche in Italia.
Casi
noti come quello di DJ Falbo hanno contribuito a sensibilizzare l’opinione
pubblica e ad avviare dibattiti parlamentari sulla necessità di superare
l’attuale quadro normativo insufficiente e discriminatorio.
Questi
esempi europei e le iniziative della società civile, guidate dall’Associazione
Luca Coscioni, dimostrano chiaramente che è possibile regolamentare il fine
vita in modo etico, responsabile e rispettoso della dignità umana, offrendo ai
cittadini la libertà di scegliere in autonomia e con consapevolezza.
Una
legge sul fine vita serve, e serve ora.
Nel
2022, oltre un milione di cittadini firmarono per chiedere un referendum
sull’eutanasia legale.
La
Corte Costituzionale lo dichiarò inammissibile, lasciando la questione al
Parlamento.
La
Camera approvò una proposta di legge, mai votata dal Senato.
Oggi,
un nuovo testo è in discussione, ma rischia di peggiorare la situazione: vieta
al servizio sanitario nazionale di garantire l’accesso al suicidio assistito,
scaricando tutto sulle spalle di chi può permettersi cure private.
Una
legge sul fine vita serve per tre motivi:
dare
certezza giuridica e dignità alle persone che soffrono;
tutelare
il personale sanitario, che oggi rischia conseguenze legali anche solo per
ascoltare una richiesta;
garantire
equità, perché oggi chi ha più soldi ha più libertà di scelta.
Perché
Volt si batte per l’eutanasia legale.
Volt
crede in un’Europa dei diritti, dove la libertà individuale e la giustizia
sociale si tengono per mano.
In
molti Paesi europei (Belgio, Spagna, Olanda, Portogallo), l’eutanasia è legale
e regolamentata.
L’Italia non può restare indietro.
Difendere il diritto al fine vita non
significa imporre un modello, ma garantire una scelta, protetta, consapevole e
accompagnata.
Volt
sostiene da anni le battaglie civili sul tema:
dalle
raccolte firme promosse dall’Associazione Luca Coscioni, alle proposte di legge
di iniziativa popolare.
Crediamo
che la laicità dello Stato e il diritto all’autodeterminazione debbano essere
la base di ogni legge che parla di vita, cura e libertà.
Domande
frequenti sul fine vita: facciamo chiarezza.
Le
cure palliative non bastano?
Sono
fondamentali, ma non sempre sufficienti.
Ci
sono casi in cui il dolore resta, oppure in cui una persona rifiuta di
prolungare una condizione che considera intollerabile.
L’eutanasia non sostituisce le cure:
offre
un’opzione in più, rispettando la volontà di chi soffre.
Una
legge sull’eutanasia potrebbe essere abusata?
Cosa
posso fare per cambiare le cose?
Il
tempo delle scuse è finito.
Non
possiamo più permettere che l’inerzia politica condanni altre persone a viaggi
della disperazione, o a vivere prigionieri in un corpo che non scelgono più.
Serve una legge sul fine vita che sia giusta, accessibile, pubblica.
E serve adesso.
Volt
continuerà a battersi per questo diritto, insieme a chi non ha voce. Ma non
basta che lo facciano i movimenti: serve un’onda civile, fatta di cittadini che
scelgono di non stare zitti.
Perché
la libertà di scegliere quando e come finire la propria vita non è un
privilegio: è un diritto umano.
L’Europa
di fronte a Hormuz:
una
Suez senza seguito.
Voltitalia.it – Redazione - Andi Shehu, Volt Europa –
(24 aprile 2026) – ci dice:
L’Europa ha detto no alla guerra in Iran: ha
negato basi, sorvoli e coinvolgimento diretto, mostrando una compattezza rara.
Ma un
rifiuto, da solo, non basta a fare una politica.
Dopo
la crisi di Suez del 1956, l’umiliazione europea accelerò la nascita della CEE;
oggi l’Unione europea è davanti a una scelta
simile:
limitarsi
a non seguire Washington o trasformare quel no in un progetto concreto di
autonomia economica, diplomatica e strategica.
I
leader europei contro la guerra: una compattezza inedita.
Il 24
aprile, “Reuters” ha ottenuto una mail interna del Pentagono in cui si
proponeva di sospendere la Spagna dalla NATO.
La
colpa di Madrid, insieme a Roma e Parigi, era quella di aver rifiutato l’uso
delle basi spagnole agli aerei americani diretti contro l’Iran.
La
stessa mail suggeriva, come avvertimento più discreto a una Londra restia, che
Washington riconsiderasse il proprio sostegno alla sovranità britannica sulle
Falkland.
La
mattina dopo, interrogato sulla minaccia, Pedro Sánchez ha risposto: “Non lavoriamo sulle email. Lavoriamo
sui documenti ufficiali e sulle posizioni dei governi.”
Il
Trattato Nord Atlantico non prevede meccanismi per la sospensione di un membro,
solo il ritiro volontario.
Difficilmente
si trovano primi ministri europei che parlino a Washington in questo registro.
Sánchez,
Meloni e Macron, leader che non condividono quasi niente, hanno tutti detto no
alla guerra.
Keri Stormer, dopo due settimane di
esitazione, ha concesso solo “missioni difensive”.
Persino
Papa Leone XIV, in viaggio in Africa, ha dichiarato di non avere paura
dell’amministrazione Trump e ha invitato Stati Uniti e Iran a tornare al tavolo
del negoziato.
Trump ha risposto con un’immagine generata
dall’intelligenza artificiale che lo ritraeva come Cristo, poi cancellata.
La
tentazione, davanti a tutto questo, è di leggervi il momento in cui l’Europa ha
ritrovato la propria voce.
La cronaca sembra confermarlo:
La Spagna ha chiuso le sue basi;
l’Italia e la Francia hanno negato il sorvolo;
il
presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha dichiarato, con sollievo
udibile, che “l’Unione europea non fa parte del conflitto”. Paradossalmente, è
una posizione più unita di quella del 2003, quando Schröder e Chirac
protestarono, mentre i governi italiano, spagnolo e britannico si schierarono
con Bush.
È
molto più di quanto si fece nel 1991, quando perfino Mitterrand mandò truppe
francesi nel Golfo.
La
capacità di rifiutare è reale ed è cresciuta.
Ma il
rifiuto da solo non basta a fare una politica.
Il no europeo, a guardarlo da vicino, è anche
l’elenco di ciò che l’Europa non ha fatto.
Non ha
contestato la legalità del blocco navale americano dei porti iraniani.
Non ha
convocato un club degli acquirenti di petrolio come gli economisti Isabella
Weber e Gregor Seminii propongono pubblicamente, una mossa ovvia per un blocco
che assorbe un quarto del greggio mondiale e che, insieme a Giappone, Corea del
Sud e Singapore, potrebbe imporre un prezzo.
Non ha
avanzato alcuno strumento diplomatico nuovo.
Attraverso
la base aerea di Ramstein, in Germania, ha continuato a sostenere la logistica
della guerra.
Come
ha osservato il sociologo tedesco Wolfgang Stretch, questa distanza fra le
parole e i fatti è ormai uno schema europeo familiare. L’Europa, in breve, ha
rifiutato senza proporre.
Hormuz
2026 come Suez 1956?
Esiste
un precedente su cui vale la pena soffermarsi, con un po’ di cautela.
Alla
fine di ottobre 1956, le forze britanniche, francesi e israeliane invasero
l’Egitto.
Il
pretesto fu la nazionalizzazione della Compagnia del Canale di Suez decisa da
Nasser;
il vero motivo, dal lato britannico e
francese, era la difesa di una posizione imperiale che gli americani avevano da
tempo giudicato insostenibile.
Eisenhower, che non era stato consultato, usò
l’unica arma che contava: il denaro.
Ordinò
al Tesoro di minacciare la vendita delle riserve americane di titoli di Stato
britannici, mossa che avrebbe fatto crollare la sterlina.
Bloccò l’accesso del Regno Unito ai prestiti
d’emergenza del Fondo monetario internazionale.
La
Banca d’Inghilterra perse 45 milioni di dollari in pochi giorni.
Il
cancelliere britannico, Harold Macmillan, disse al primo ministro Anthony Eden
che il Paese non avrebbe potuto importare cibo e petrolio per più di qualche
settimana.
Il
cessate il fuoco arrivò a mezzanotte del 6 novembre suggellando la fine
politica di avvenuta all’inizio del nuovo anno.
Cinque mesi dopo, i leader di Germania, Francia,
Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo erano a Roma a firmare il trattato
che avrebbe dato vita alla Comunità Economica Europea.
Non è
una piccola cosa, né un caso, che il Trattato di Roma sia stato firmato cinque
mesi dopo Suez.
I negoziati andavano avanti da anni, certo;
i
piani dei padri fondatori non furono inventati da un giorno all’altro. Ma la
rapidità dei Sei in quei cinque mesi, la disponibilità a vincolarsi in
un’unione doganale, in una politica agricola comune e in una corte di
giustizia, qualcosa deve a quella lezione del novembre 1956.
La
lezione non era che gli Usa fossero ostili ma che dipendere da loro per ogni
cosa producesse forti limiti.
L’istituzione che costruirono fu la risposta a
questi limiti.
Il
Regno Unito, che trasse la lezione opposta (cioè che la speciale “relation ship”
andava ricucita a qualunque prezzo), restò fuori dalla fondazione e passò i
sedici anni successivi a chiedere di entrare.
Lo
specchio del 2026 è ovvio, quasi troppo.
Un’amministrazione
americana lancia una guerra senza consultare gli alleati.
Gli
alleati negano le basi e i sorvoli.
Washington
reagisce con gli strumenti della disciplina, il seggio NATO della Spagna, le
Falkland, l’accordo commerciale con il Regno Unito.
Gli europei tengono il punto.
Ovviamente,
i ruoli si sono invertiti:
oggi è
l’Europa a rifiutare l’avventura imperiale ed è Washington a trovarsi senza
leve.
Questo è un nuovo momento Suez.
Ma
l’analogia va maneggiata con cura. Tre differenze che contano.
Tre
differenze fondamentali.
La
prima è la direzione del rifiuto.
Nel
1956, le potenze umiliate erano europee in ritirata da una conquista propria.
Nel
2026, la potenza che eccede i propri mezzi è americana, e il ruolo europeo è
declinare il coinvolgimento, non esserne cacciati.
Questo
cambia il significato del no.
L’Europa
del 1956 doveva inventarsi qualcosa per sostituire un impero perduto.
L’Europa del 2026 deve inventarsi qualcosa per
consolidare un rifiuto già pronunciato.
La prima è più drammatica mentre la seconda
potrebbe essere più difficile.
La
seconda differenza è la leva.
Eisenhower aveva il dollaro e il mercato dei
titoli e ruppe Eden in una settimana.
Gli
strumenti di Trump, minacce tariffarie, condivisione di intelligence ritirata,
la mail trapelata del Pentagono, sono più grossolani e meno efficaci.
Si
sono scontrati con tre fatti nuovi:
il dollaro non è più l’unico strumento del
commercio internazionale;
la Banca centrale europea ha passato quindici
anni a costruire riserve;
e oggi
nessun primo ministro europeo vince elezioni capitolando a Washington.
Sánchez, che governa sul filo, guadagna a dire
no.
Meloni, che corteggia un elettorato che ha
raffreddato il proprio atlantismo, guadagna a dire no.
Persino Stormer, che preferirebbe non
guadagnare nulla, guadagna un po’.
La
terza differenza, la più importante, è che non c’è un progetto.
Nel
1956, i leader dei Sei non dovettero inventare la Comunità Economica Europea
dal nulla.
I piani erano già sui loro tavoli.
L’immaginazione
politica esisteva perché, per dieci anni, una generazione di europei aveva
deciso che l’integrazione era la risposta alle domande poste dalla questione
tedesca, dall’insicurezza francese e dalla tutela americana.
Nel 2026 non c’è niente sul tavolo.
C’è
l’articolo di Weber e Seminii.
C’è la
frase speranzosa ma vaga di Costa sull’essere “parte della soluzione”.
Ci
sono slogan della bolla europea, autonomia strategica, Europa geopolitica,
sovranità, che vengono sbandierati da un decennio senza aver prodotto nulla di
vincolante.
Ed è
per questo che vale la pena tenere ferma l’analogia.
Suez
insegna che l’umiliazione, di per sé, non produce istituzioni.
I Sei
costruirono la CEE perché avevano un piano e una classe politica capace di
raccoglierlo.
Gli
inglesi, che furono umiliati nello stesso modo, non lo fecero.
Noi siamo oggi nella posizione inglese.
I
materiali per un’altra politica estera ed economica europea esistono,
l’economista Adam Tozze li ha messi in fila, ma mancano i politici capaci di
tradurli in istituzioni.
La London School of Economica ha avuto
ragione, a fine marzo, a definire l’Europa una “spettatrice strategica“.
Lo
stato di spettatrice non nasce dall’assenza di opinione, ma dall’assenza di
veicoli.
Da
spettatrice a potenza politica.
Che
cosa sarebbe un veicolo?
Weber
e Seminii hanno dato la risposta più precisa di questa primavera. Un club degli
acquirenti di petrolio, con l’Ue al centro e i grandi importatori asiatici come
partner naturali, potrebbe fissare un tetto al prezzo del greggio fisico a 100
dollari al barile, generoso per i produttori e saldo contro il panico che oggi
fa pagare allo Sri Lanka 286 dollari al barile e perfino le raffinerie europee
150 dollari per il greggio del Mare del Nord.
I
Paesi a basso reddito potrebbero mantenere i volumi di importazione di prima
della guerra;
i
membri del club assorbirebbero il 25% mancante con riduzioni coordinate.
Le
raffinerie dovrebbero rinunciare ai profitti straordinari in cambio di un
accesso garantito.
Lo
strumento è tecnicamente semplice, Weber lo paragona alle agenzie alleate per
le materie prime della Prima guerra mondiale.
Se lo
convocassimo, sarebbe la prima volta in una generazione che l’Ue pratica una
politica economica estera distinta da quella di Washington.
Ovviamente
da sola non basterebbe.
Il
Consiglio europeo dovrebbe seguire con un piano di emergenza energetica vero:
non i
tagli alle accise che sono diventati il riflesso a Roma e Parigi, politicamente
facili, economicamente goffi e, alla fine, dannosi per le persone che
dovrebbero aiutare, ma il razionamento della domanda che gli anni Settanta
hanno effettivamente richiesto e che Bruxelles non ha mai avuto il coraggio di
coordinare.
Dovrebbe
impegnarsi, finalmente e per iscritto, sul calendario di elettrificazione che
il surplus nucleare francese e i prezzi in caduta libera delle batterie rendono
già possibile.
Dovrebbe prendere sul serio l’argomento per
cui l’Europa non può tenere indefinitamente sia il fronte iraniano sia quello
ucraino, avanzato con fini diversi da Anatoli Lieve.
E
dovrebbe chiamare la guerra una aggressione, nel linguaggio usato dai cento
docenti di diritto internazionale la cui lettera aperta è stata finora
ignorata.
Perché
l’ordine basato sulle regole che l’Europa dice di difendere non sopravvive alla
propria applicazione selettiva.
Non
sono proposte radicali.
Sono
il contenuto minimo di un rifiuto europeo che voglia essere più di un
comunicato stampa.
Sono
anche, tutte, ben dentro la capacità giuridica e istituzionale dell’Unione
attuale.
Non servono nuovi trattati.
Serve la vecchia immaginazione politica;
quella che nel 1957 guardò le macerie di una
spedizione anglo-francese e vi vide il profilo di un’unione doganale.
L’Europa,
nella primavera del 2026, ha fatto qualcosa che non faceva da vent’anni: ha
detto no, e ha tenuto la posizione.
Che questo no non sia ancora diventato un
progetto non è ancora un verdetto.
Ma i
mesi successivi a Suez sono l’analogia che dovrebbe togliere il sonno ai
responsabili politici europei.
Non c’è alcuna bozza sul tavolo questa volta.
C’è
solo l’occasione di iniziare a scriverne una; e una guerra che, restringendo
ogni altro futuro, ha almeno reso quella scrittura leggibile.
Il
caso italiano.
Vale
la pena spendere qualche parola sull’Italia, perché di questa storia è una
delle protagoniste meno commentate.
Il no
di Meloni alla guerra è una sorpresa politica.
Una
presidente del Consiglio che ha costruito buona parte della propria credibilità
internazionale sull’allineamento con la Casa Bianca di Trump ha scelto,
sull’Iran, di non concedere basi e di non concedere sorvoli.
Le
ragioni sono molteplici e non tutte nobili, la diffidenza di parte della destra
italiana per le aggressioni israeliane, la sensibilità dell’opinione pubblica,
la posizione di un’industria energetica nazionale che non ha alcun interesse a
uno shock di approvvigionamento, ma il risultato è che l’Italia, per la prima
volta in due decenni, si trova sul lato europeo di una linea di demarcazione
atlantica.
È un fatto su cui costruire.
L’altro
fatto italiano è il riflesso delle accise.
Giancarlo
Giorgetti ha già chiesto, come già nel 2022, di sospendere il Patto di
Stabilità per finanziare la riduzione del prezzo dei carburanti alla pompa.
È,
come ha argomentato bene Mattia Marcasti, una misura che ha senso sul margine
ma che non affronta la natura del problema.
Lo
shock attuale è uno shock di offerta, non di domanda;
è uno
shock di scarsità di un bene critico, non di crollo del potere d’acquisto.
La risposta efficace non è abbassare
artificialmente il prezzo per consumare di più, ma coordinare la riduzione del
consumo per evitare la rottura.
Lo si è fatto, in tutta Europa, nel 1973, con
le cosiddette domeniche austere, con i divieti di circolazione, con la
calmierazione del riscaldamento.
Erano
misure impopolari e funzionarono.
La
memoria di quella stagione, in Italia, è ancora viva nei genitori e nei nonni
di chi oggi guida un’azienda o scrive un editoriale.
Vale
la pena recuperarla, perché è probabile che ci serva di nuovo.
E
perché, in mancanza di un coordinamento europeo serio, l’Italia rischia di
affrontare la prossima rottura della catena di approvvigionamento da sola, con
strumenti più poveri di quelli che nel 1973 si era saputa dare.
In un
saggio breve come questo non si può fare di più che indicarlo.
Ma è
qui, nello scarto fra il no politico di Meloni e la timidezza tecnica di
Giorgetti, che si vede in piccolo l’Europa più grande di cui parliamo: capace
di rifiutare; incapace di proporre.
Il
declino dell’Occidente.
Ugotramballi.blog.ilsole24ore.com
– (6 Dicembre 2025) - Ugo Traballi – diplomaci – ci dice:
Un
amico di Washington che aveva seguito la trattativa per il cessate il fuoco a
Gaza, spiega che il negoziatore americano Steve Tinkoff avesse chiesto chi
fosse quel Marwan Barghouti del quale Hamas chiedeva con insistenza la
liberazione.
Non è un episodio inverosimile, è la nuova
normalità.
Con la
seconda amministrazione Trump è finita l’epoca della diplomazia di professione,
sostituita da una fondata sulla transazione:
non
conta conoscere i dettagli di un conflitto, per quanto importanti, né i
principi morali che devono portare a una pace, ma le opportunità di business.
Le 33
pagine della “National Security Strategy”, la guida della politica estera
americana per il triennio e – forse – oltre, sono la summa di questa nuova
visione del mondo.
Qualche
tempo fa Ursula von der Leyen aveva affermato che “l’Occidente per come lo
conosciamo, non esiste più”.
Il
documento che porta la firma di Donald Trump lo conferma definitivamente.
A meno
che fra quindici giorni il presidente non cambi di nuovo idea: anche questa è
una costante della nuova normalità nella quale viviamo, disorientati.
Come
aveva già fatto nel suo logorroico discorso all’Assemblea generale dell’Onu, a
settembre, Trump se la prende con l’Europa:
più precisamente con l’Unione Europea che
starebbe portando il continente verso una “cancellazione della civiltà” che
conosciamo.
Migrazioni,
bassa natalità, pacifismo, energie rinnovabili, eccessiva difesa dei principi
liberali che l’Europa ostinatamente persegue, sarebbero le cause della nostra
imminente decadenza.
L’avversario
del nuovo ordine che il documento invece si prefigge, non è la Cina considerata
il partner/avversario di questo secolo, come già Barack Obama e Joey Biden
avevano individuato;
non è
la Russia, a favore della quale Trump riafferma la pace sbilanciata che voleva
imporre all’Ucraina un paio di settimane fa.
No, il nemico è l’Unione Europea – e per
default la Nato alla quale aderisce la gran parte dei paesi europei – che non
smettono di considerare la Russia l’aggressore e l’Ucraina l’aggredito.
Ma c’è
qualcosa di ancora più profondo e molto più pericoloso in questa visione del
mondo.
Riconoscendo a Putin il diritto di annettere parti
dell’Ucraina, ignorando quel principio d’inviolabilità delle frontiere che ha
fatto uscire l’Europa dalla barbarie del secondo conflitto mondiale;
e,
ancora di più, facendo l’elogio del primato dello stato-nazione sugli inutili
“corpi transnazionali come la UE”, Donald Trump costruisce una macchina del
tempo che porta indietro la civiltà occidentale a un’epoca simile all’età di
Versailles, 1919.
A quella pace che anziché chiudere i conflitti
pose invece fine a qualsiasi speranza di pace per l’Europa.
Non
sapendo dell’esistenza del palestinese Barghouti, è difficile sperare che Steve
Tinkoff sappia cosa accadde 106 anni fa a Versailles.
Ieri a
Delhi, visitando il “Ragnate”, il luogo in cui era stato cremato il Mahatma
Gandhi, Vladimir Putin ha affermato che le “sue idee su libertà, virtù e
umanesimo rimangono rilevanti fino ai nostri giorni”.
Se il
leader russo ne seguisse almeno una di quelle idee della “Grande Anima”, il
mondo sarebbe un posto migliore.
Invece
il mondo è sempre più complicato.
Putin
si sente vicino alla vittoria e forse pensa ad altri conflitti.
Con
l’aiuto di Trump che detesta le innovazioni, la Cina di XI diventerà
superpotenza prima del tempo.
Protagonisti
regionali come India, Sudafrica, Brasile non aderiscono ad alleanze ma si
sentono liberi di seguire i propri interessi nazionali, più dei principi
internazionali.
In
teoria è una conquista di libertà, in pratica un ulteriore elemento di
disordine globale.
Soprattutto nell’epoca di Maga e della sua
road map verso il caos.
La
riflessione.
L’Europa
sovrana degli Stati sovrani.
Ilroma.net
– (06 Febbraio 2025) - Gennaro Malgieri – Redazione – ci dice:
Il
punto di Gennaro Malgieri sugli scenari geopolitici.
“Gli
sciagurati europei hanno preferito giocare ad almanacchi e borgognoni, anziché
farsi carico su tutto il globo della grande funzione che nella società della
loro epoca i Romani avevano saputo assumere e sostenere per secoli.
In confronto ai nostri, il loro numero e i
loro mezzi non erano nulla;
ma nelle viscere dei loro polli essi trovavano
più idee giuste e coerenti di quante non ne contengano le nostre scienze
politiche”.
Come
non ricordare questo tagliente giudizio di “Paul Valéry”, andando con la
memoria alla bocciatura del “Trattato di Lisbona” (firmato il 13 dicembre 2007)
da parte dell’Irlanda un anno dopo e, dunque, del sostanziale fallimento del
processo di costituzionalizzazione dell’Unione Europea, i cui principi
agnostici ed anti-identitari ne hanno descritto la natura sostanzialmente antieuropea?
Quasi
tutti, allora, fecero finta di niente e istituzioni, classi politiche e
burocrati si sono comportati come se nulla fosse accaduto.
C’è
della follia in tutto ciò.
Infatti,
non ci si rende conto che l’Europa non c’è, ma quel che vediamo è soltanto un
simulacro di unità continentale.
Per di
più, nazioni come l’Italia si stanno letteralmente disfacendo, mentre
dovrebbero essere il traino della costituzione europea.
Lo spossessamento delle ragioni della nazione
di fatto in egual misura colpisce l’Italia e l’Europa, l’una e l’altra sono
sempre più destinate a diventare entità meramente economiche, funzionali a un
disegno utilitaristico coerente con le logiche globaliste dominanti e, dunque,
prede di egemonie agguerrite come quella cinese i cui progetti di
destabilizzazione dell’Occidente sono palesi.
In
questo quadro, la «regionalizzazione» dell’Europa, tendenza più spiccata in
Italia, Spagna e in Gran Bretagna, che per il momento ha abbandonato l’Unione
europea, dove, unità subnazionali omogenee, per dirla con “Ralf Dahrendorf”, «si uniscono con una formazione
sopranazionale retorica e debole», è foriera di conflitti interni agli Stati e di indecisionismo
congenito negli stessi per ciò che concerne i rapporti esterni.
Insomma, dalla cessione di sovranità e dallo
smembramento dello Stato in nome di un federalismo assolutamente inventato come
esigenza storico-politica, non è scaturita quell’Europa Nazione che sola
avrebbe potuto dare un senso all’unione dei popoli del Vecchio Continente,
liberando gli Stati in una dimensione più grande e rendendo le diverse culture
componenti organiche di una identità sulla quale fondare un aggregato
geopolitico dalle dimensioni imponenti avente le caratteristiche e la forza di
un impero.
Il palcoscenico anti-europeo – ma a suo modo
paradossalmente “europeista” – improvvisamente s’è popolato di soggetti che
fino a qualche tempo fa servivano Stati che utilizzavano l’Europa soltanto come
teatro neutrale per scontri diplomatici, per ricatti politici, per guerricciole
sui diritti dell’uomo.
Soggetti
che non hanno mai alzato la voce davanti al Muro di Berlino e hanno lasciato
che l’odio crescesse e maturasse al di qua della “cortina di ferro”, nei
Balcani che sarebbero stati insanguinati dall’intolleranza tribale e
ideologica;
gli
stessi soggetti che non si sono accorti come nel cuore dell’Europa alcuni
milioni di albanesi fossero tenuti in schiavitù da una tirannia sanguinaria e
che oggi avversano l’idea dell’Europa politica e delle identità culturali.
L’Europa abortita, eppure paradossalmente
riconosciuta come “viva” negli ambulacri della tecnocrazia e dell’alta finanza,
non ha niente di tutto questo.
Essa, al contrario, nasconde (e neppure tanto
bene) il conflitto latente tra gli Stati dell’Unione, i quali, come tutti i
commercianti del mondo, cercano di ricavare il massimo dalla loro posizione a
discapito di altri.
Se non si acquisisce una chiara idea di
nazione, non ci sarà nessuna possibilità per realizzare una reale ed armonica
Europa unita.
L’una
e l’altra non vanno considerate separatamente, come la storia degli ultimi due
secoli insegna.
Europa
e nazione, diceva” Friedrich Minace”, sono piuttosto apparse come «una
bipolarità inscindibile di interessi spaziali».
Infatti, sono stati i vari e diversi popoli
europei, soprattutto quando hanno assunto caratteristiche specificità
nazionali, che hanno fatto l’Europa come identità rendendola, secondo
l’espressione di Jean-Jacques Rousseau”, una «società reale» dotata di un
sentire comune grazie al retaggio religioso, tradizionale, storico, culturale.
Ma è
altresì l’Europa, osservò con molta lucidità circa cinquant’anni fa Carlo
Curcio, «terra di nazioni» e cioè che «senza quel corso di eventi ̀ e quel moto
di idee, che hanno creato la moderna Europa, non vi sarebbero state le nazioni
europee;
ma
dovrebbe essere facile ammettere che senza le sue nazioni l’Europa non avrebbe
avuto né vita, né senso;
quella vita e quel senso, di cui già da
secoli, lentamente, ma sempre più chiaramente, ci si è accorti, sia pure con
una evidente visuale nazionale».
Da qui alla considerazione che l’idea dell’Europa è
fondamentalmente un’idea politica, il passo è breve.
Al di fuori questa visione c’è soltanto
l’Europa della moneta e del mercato:
una non-idea dell’Europa, o meglio, un’idea
priva di storia e l’Europa che ne scaturisce è l’Europa dei mercanti e dei
banchieri, degli interessi particolari e dei bisogni fittizi, degli egoismi e
dei consumi.
Non è neppure lontanamente l’Europa dei popoli
e delle nazioni.
Men che meno è l’Europa della cultura, delle
identità, delle tradizioni.
È
soltanto l’Europa di Maastricht, appunto; non l’Europa di Atene, di Roma, di
Vienna, di Lepanto, di Berlino.
È
l’Europa degli istituti di credito, non è l’Europa dell’Alcazar, di Versailles,
di Place de la Concorde, di piazza San Venceslao, nazionalismo europeo, dunque,
non è un’anticaglia storica che si sposa con la l’idea della sovranità
continentale indispensabile per salvaguardare il “nostro mondo” e renderlo
perfino competitivo con il globalismo sostenuto da nazionalisti ben più
agguerriti che delle nazioni vorrebbero sbarazzarsi o tenerle soggetti ai loro
disegni imperialistici. Da questo punto di vista, il 7 ottobre 2017,
nell’anniversario della battaglia di Lepanto quando l’Europa cristiana fermò
l’avanzata islamica, alcuni tra i più importanti intellettuali europei,
capeggiati dal filosofo conservatore britannico Roger Scruto, e tra essi l’ex
ministro polacco dell’Istruzione Ryszard Leuto, l’intellettuale tedesco Robert Spasmano,
hanno firmato la “Dichiarazione di Parigi” dove un gruppo di studiosi e
intellettuali conservatori si incontrò nel maggio dello stesso anno sulla
decadenza dell’Europa e rilanciare l’idea di unità continentale, della sua
identità messa a dura prova dal processo di secolarizzazione e dalla
radicalizzazione del relativismo etico.
Il
risultato di quell’incontro fu l’elaborazione del documento che pochi mesi dopo
venne reso pubblico con il titolo Un’’Europa in cui possiamo credere nel quel si
riaffermano i valori fondanti della civiltà europea e, dunque, si ribadisce la
sua sovranità intangibile. Il documento si apre con questo “preambolo”:
“L’Europa ci appartiene e noi apparteniamo
all’Europa. Queste terre sono la nostra casa; non ne abbiamo altra.
Le
ragioni per cui l’Europa ci è cara superano la nostra capacità di spiegare o di
giustificare la nostra lealtà verso di essa.
Sono storie, speranze e affetti condivisi.
Usanze consolidate, e momenti di pathos e di
dolore.
Esperienze entusiasmanti di riconciliazione e
la promessa di un futuro condiviso.
Scenari
ed eventi comuni si caricano di significato speciale:
per
noi, ma non per altri.
La casa è un luogo dove le cose sono familiari
e dove veniamo riconosciuti per quanto lontano abbiamo vagato.
Questa è l’Europa vera, la nostra civiltà
preziosa e insostituibile”.
Di più
e di meglio non si potrebbe dire attendendo con trepidazione gli esiti delle
recenti consultazioni europee.
L’Europa
è nata il 9 Maggio,
ma
oggi è ancora viva?
Eurobull.it
– (19 maggio 2025) - Davide Masella – Redazione – ci dice:
Il 9
Maggio 1950 è nata l’Europa, o meglio, iniziava a concretizzarsi l’idea di
Europa.
Ma
oggi nel 2025, siamo ancora sicuri che quest’Europa sia viva?
Il
punto di partenza era chiaro: pace, cooperazione, integrazione.
E oggi
cosa ci ritroviamo? Lentezza, burocrazia, impotenza politica.
E il
motivo secondo me è che abbiamo abbandonato la via a cui eravamo predisposti,
chiamati, la via “Federalista Europea”, per inginocchiarci a una via fatta di
compromessi e di sottomissioni – non alla volontà dei popoli, ma alla volontà
dei Governi nazionali.
La
storia della Ruhr: La rivalità tra Francia e Germania.
Per
capire il contesto storico della” Dichiarazione Schuman “del 9 Maggio, dobbiamo
ripercorrere la storia di una piccola ma fondamentale regione dell’Europa
Centrale: La Ruhr.
Oggi
la Ruhr si estende nella Renania Settentrionale-Vestfalia, con i suoi 5.3
milioni di abitanti è una delle più grandi aree urbane europee che si estende
con una superfice di 4.535 km².
La
Ruhr è una regione estremamente ricca di risorse per le industrie belliche,
quali carbone e acciaio.
Il
controllo della regione per la prima metà del XX secolo è sempre stato tra gli
obiettivi tanto del Governo tedesco quanto di quello francese, e da qui nasce
la rivalità tra Francia e Germania.
Durante
la Prima guerra mondiale, il controllo della Ruhr era un interesse conteso tra
le potenze del conflitto.
Dopo la fine delle ostilità, il “Trattato di
Versailles” del 1919 impose alla Germania pesanti sanzioni di guerra, che
includevano il pagamento di ingenti somme e la consegna di risorse industriali,
tra cui carbone e acciaio, alla Francia e alle altre nazioni vincitrici.
La Ruhr, successivamente, fu occupata da
francesi e belgi, nel tentativo di far rispettare le regole del Trattato.
La
Dichiarazione Schuman e la fine della contesta storica.
Dal
1948 al 1953 Robert Schuman è il Ministro degli Esteri francese. Schuman ha una
forte intuizione:
capisce
che l’unico modo per scongiurare la guerra è renderla non solo impossibile, ma
materialmente impensabile.
Dunque, il 9 Maggio 1950, propone la creazione di
un’entità sovranazionale tra Francia e Germania per la gestione delle risorse
belliche quali acciaio e carbone.
Così,
il 18 Aprile 1951 a Parigi viene firmato il trattato costitutivo della “CECA”,
la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio.
Si
tratta della prima Istituzione sovranazionale europea, antenata dell’Unione
europea.
Il
cammino verso la Federazione Europea: federalismo pragmatico e ideale a
confronto.
In
realtà dietro questa dichiarazione vi è la mente di “Jean Monnet”, che ha
redatto il testo coi collaboratori del Ministro.
Qui si
evince chiaramente la volontà di Monnet:
nel
testo originale della dichiarazione, i collaboratori del ministro avevano
inserito per due volte l’aggettivo «sovranazionale» sostituito da Monnet
entrambe le volte con «federale».
Sia “Monnet”
che “Altiero Spinelli”, autore del “Manifesto di Ventotene”, avevano come
obiettivo il raggiungimento di una vera e propria “Federazione Europea”.
Ma la
differenza tra le loro visioni è il modo con cui arrivare all’Europa federale.
La
visione di Spinelli è quella che oggi possiamo definire federalismo ideale.
Spinelli parlava chiaramente della necessità
di federare l’Europa attraverso la mobilitazione popolare, che per Spinelli
doveva avere caratteristiche rivoluzionarie e sfociare in una costituente
europea democratica.
La visione di Monnet è quella che oggi
possiamo invece definire federalismo pragmatico.
Secondo lui infatti, bisognava avviare
un’opera di convincimento dei Governi attraverso azioni concrete capaci di
creare fra gli Stati una solidarietà di fatto.
Questo metodo puntava all’obiettivo
dell’integrazione graduale concepita secondo il cosiddetto «metodo
funzionalista».
Oggi a
posteriori, siamo sicuri del fatto che abbia prevalso il federalismo pragmatico
di Monnet, con la creazione di livelli di integrazione graduali che sono poi
sfociati nell’UE, con progetti che sono partiti da coalizioni di volenterosi
per poi essere integrati nei Trattati (l’euro, l’area Schengen).
Nonostante
ciò, la sua idea non è stata compiuta.
Monnet
concepiva questo metodo uno strumento per comunque rendere l’Europa una
federazione.
Oggi siamo arrivati a un ibrido:
l’UE
non è una semplice all’alleanza, ma non è una federazione.
Sembra
avere più i contorni di una Confederazione di Stati sovrani.
Il
paradigma odierno: dare seguito alla scia di Spinelli e Monnet.
Oggi
le crisi investono l’Europa come non mai: dal punto di vista militare, con la
minaccia russa a est e il sempre più fragile “sostegno” (se così possiamo
definirlo) americano a ovest, dal punto di vista dell’emergenza migratoria che
l’Europa non sta riuscendo a gestire, rendendola solo carburante per la
propaganda delle ultradestre nazionaliste ed euroscettiche, dal punto di vista
dell’Intelligenza Artificiale - ossia la seconda rivoluzione digitale - che
rischia di essere un’opportunità che l’Europa perderà come è successo con la
prima rivoluzione digitale, Internet.
L’Unione
europea, oggi, non è sufficientemente forte per affrontare questi dilemmi.
Mentre le Istituzioni europee sono piegate a volontà e visioni di Governi che
sono spesso in contraddizione tra loro per la mancanza di volontà di
pianificare assieme per il lungo periodo, noi europei rimaniamo fermi con la
tempesta che ci travolge.
Il
risultato di tutto ciò è questo: frustrazione, euroscetticismo, un sentimento
dilagante del fatto che l’Europa non serva.
Ma
guardando la nostra storia europea, oggi più che mai serve una Federazione
Europea, serve una politica comune europea, serve una cooperazione politica,
economica e militare.
Oggi
più che mai bisogna ripartire da un’Europa unitaria, da valori condivisi e non
solo da numeri e Trattati.
Bisogna partire dagli Stati che condividono i
valori di uguaglianza, democrazia, Stato di diritto, dignità umana, e gli stati
che vogliono sabotare questo progetto non devono avere il potere di farlo.
Il
federalismo di Spinelli non è utopico, ma ora dobbiamo applicarlo! L’UE può
diventare una potenza mondiale e democratica solo se si riparte da questi
valori federalisti, per un’Europa unita, libera e democratica.
Stati
Uniti d’Europa: un progetto incompiuto che sta a noi rilanciare.
In
conclusione ho tre considerazioni da fare:
Il 9
Maggio non è solo una ricorrenza vuota, ma è un monito: o completiamo il
progetto dei padri fondatori europei, o torniamo a un doloroso passato.
Se
vogliamo un’UE che sia capace di agire, contendere e vincere sullo scacchiere
internazionale, dobbiamo osare di più.
L’unico
modo per fare ciò è quello di riprendere la via federalista, servono gli Stati
Uniti d’Europa, e servono subito!
Per
citare il Manifesto di Ventotene, la via da percorrere non è né facile né
sicura, ma deve essere percorsa.
E lo sarà!
Breve
storia dell’Area Schengen.
Apceuropa.com - Gabriele Giordano – (20
Gennaio 2025) - Redazione – ci dice:
L’Area
Schengen rappresenta “l’area di libertà, sicurezza e giustizia senza frontiere
interne” (art. 3 TUE) più grande al mondo, garantendo la libera circolazione di
oltre 450 milioni di cittadini UE e di tutti i cittadini extra-comunitari
residenti nell’Unione o presenti al suo interno per ragioni turistiche,
lavorative o di istruzione.
Inizialmente
consacrata dall’accordo tra i governi di Lussemburgo, Belgio, Francia, Germania
e Paesi Bassi il 14 giugno 1985 (firmato simbolicamente sulla Mosella, fiume
che sorge in Francia per poi immettersi nel Reno tedesco, passando per il
Lussemburgo), è stata gradualmente estesa a tutti gli Stati dell’Unione Europea
(esclusi Irlanda e Cipro), includendovi financo 4 Paesi non-UE (Islanda,
Norvegia, Svizzera e Liechtenstein).
È il trattato di Maastricht del 1992 a
introdurre il concetto di cittadinanza dell’UE ed è questa a sancire il diritto
delle persone di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli
Stati membri. Il Trattato di Lisbona ha confermato tale diritto, ribadendo la
libertà di movimento di persone, beni, servizi e capitali all’interno di uno
spazio comune europeo.
L’originalità di questo “esperimento” politico
sta nel fatto che Stati sovrani tra loro confinanti hanno abolito le frontiere
che li separano all’insegna della fiducia reciproca, con i benefici e i rischi
che tale integrazione senza precedenti implica.
Tuttavia,
da circa 10 anni si è spesso assistito alla limitazione temporanea delle regole
Schengen da parte di alcuni Stati membri, ad esempio come conseguenza degli
ingenti flussi migratori del 2015-16, e nel contesto della diffusione
dell’epidemia di Covid.
Più di
recente, il ripristino dei controlli ai confini interni è stata una politica
trasversale a molti Paesi Schengen nel 2024:
Francia,
Italia, Austria, Slovenia, i Paesi scandinavi di Danimarca, Svezia e Norvegia,
e, da ultimi, Germania (in seguito all’attentato di Solingen) e Paesi Bassi (il
cui ministro per la migrazione e l’asilo ha dichiarato di voler rendere il
Paese “il meno attraente possibile”).
Tali orientamenti politici sono ormai
consolidati nell’approccio al contrasto all’immigrazione e in quello della
ricerca di sicurezza nei governi di impronta nazionalista, anche se non sono
esenti da tali tentazioni anche i governi liberal-progressisti.
Inoltre,
il perdurare dei conflitti in Ucraina e in Medio Oriente ha provocato un
aumento notevole delle richieste di asilo, oltre a suscitare il timore che si
possano presentare nuove forme di terrorismo ed estremismo.
Resta il fatto che, in base all’articolo 25
del Codice delle Frontiere Schengen, adottato nel 2006, sospendere
temporaneamente e in via eccezionale Schengen è nelle facoltà di un Paese “in
caso di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza interna di uno
Stato membro”.
Per quanto riguarda invece il controllo delle
frontiere esterne comuni, la necessità di coordinamento tra i Paesi Schengen ha
portato all’armonizzazione delle politiche migratorie e di sicurezza, come le
regole sui visti, sulle espulsioni, sulle operazioni di polizia interstatali,
sullo scambio di informazioni tra agenzie di pubblica sicurezza di diversa
affiliazione statale, ecc.
Di
particolare rilevanza a tale scopo è il “Codice delle Frontiere Schengen”, che
disciplina la gestione dei flussi in uscita e in entrata, affiancato dal “Visa
Information System” (VIS) e dallo “Schengen Information System” (SIS) – il
primo permette la condivisione dei dati riguardanti i visti, il secondo quelli
riguardanti la circolazione di potenziali criminali e il rintracciamento di
merci rubate o perse.
Criticare
l’Unione Europea per farla crescere.
Apceuropa.com
- Franco Chittolini – (21 Maggio 2026) – Redazione – ci dice:
Di
questi tempi le critiche all’Unione Europea si sprecano, ma non sono tutte
uguali.
Ve ne
sono di fondate e altre col sapore di vecchi luoghi comuni.
Soprattutto ve ne sono che puntano a minarne
il futuro e altre che lo straordinario processo di integrazione sovranazionale
vogliono portare al traguardo, quello di un’Unione federale in grado di sfidare
gli imperi dei predatori globali, come nel messaggio della settimana scorsa di “Mario
Draghi” ad Aquisgrana.
Sono
diverse le critiche degli amici dell’Unione Europea e quella dei suoi
avversari, tanto di quelli di casa nostra che di quelli che la contrastano da
fuori.
E così
può capitare che le critiche degli “amici”, spesso accusati di dare sull’UE
“cattive notizie”, siano anche più severe, se non altro perché l’Unione Europea
la conoscono meglio, ne hanno negli anni denunciato gli errori e le omissioni,
ma ne hanno anche colto le grandi potenzialità; l’hanno vista scivolare verso
livelli mediocri ma anche rimbalzare con inatteso coraggio, come avvenuto
ancora recentemente con la solidarietà in risposta alla pandemia o a fianco
dell’Ucraina aggredita dalla Russia.
Sono
quelli che l’hanno criticata e continuano a criticarla per l’insufficiente
solidarietà alle vittime del governo israeliano in Palestina e in Libano, ma
che l’apprezzano per il suo rifiuto di farsi coinvolgere nella guerra di USA e
Israele all’Iran, il cui regime non mancano di condannare.
A
leggerle bene, le critiche severe degli “amici” dell’UE sanno fare la
distinzione tra le spinte mancate verso l’unità da parte delle Istituzioni
comunitarie e le resistenze dei suoi Paesi membri, di gran lunga prevalenti nel
frenare il processo di integrazione, salvo criticarlo per attribuirne con
disinvoltura, da parte di questi ultimi, la responsabilità a Bruxelles e
dintorni e indebolire le Istituzioni UE dall’interno.
Altra
storia e altra strategia quella degli “avversari” che aggrediscono l’Unione
Europea da fuori dei suoi confini, come i predatori globali che ne denunciano
la decadenza perché resta aggrappata alla cultura del diritto e del dialogo
contro la forza del denaro e delle armi.
Nulla
di più interessante di leggere, come in uno specchio, le critiche dell’attuale
Amministrazione americana confrontandole a quelle di chi vuole “più Europa”.
Gli
interventi del vice-presidente americano J.D, Vance all’UE nelle sue
scorribande in Europa, dalla Conferenza di Monaco del 2025 alla campagna elettorale
ungherese del mese scorso, disegnano un Occidente al tramonto con un’Europa
decadente, considerata la principale responsabile, e questo mentre i predatori
provocano caos e conflitti nel mondo.
Malgrado
la pressione di questa sgangherata propaganda politica, dove Usa e Russia
sembrano agire di concerto, l’opinione pubblica europea rivela una sorprendente
linea di resistenza in favore del processo di integrazione che non è estranea
ai timori che avverte congiuntamente tra l’indebolimento dell’Unione Europea e
l’aggravamento delle condizioni di vita e di sicurezza, provocate dagli
avversari esterni, ex-alleato compreso.
Anche
l’Italia è comprensibilmente teatro di critiche analoghe, tra un’area politica
severa con l’Unione Europea, di cui rispetta le regole condivise chiedendole
più coraggio, e una avversaria che le regole le ignora e si dice pronta a
trasgredirle, magari dopo aver implorato di allargarne la flessibilità, come
nel caso del Patto di stabilità, dimenticando il macigno del debito che pesa
sulle future generazioni e che continua a crescere.
Resta
da sperare che la convergenza delle critiche sullo stesso bersaglio dell’Unione
Europea si possa anche tradurre, per maggioranza e opposizione, nella prossima
contesa elettorale nella centralità dell’ancoraggio europeo, senza ambiguità
tra chi lo vuole e chi lo sta minando in un mondo fuori controllo dove la “Nazione”, da sola, è
destinata al fallimento.
Green
Deal europeo:
verità,
bugie e sfide
della
transizione verde.
Ecobnb.it - Pubblicato il (15 marzo 2026) da
Monica Palazzi – Redazione – ci dice:
Nel
2025 l’Europa ha affrontato sfide cruciali nella sua transizione verde.
Dietro
le critiche e i dietrofront, i dati mostrano una realtà chiara:
la
crisi climatica non aspetta, e il Green Deal europeo rimane la via obbligata
per un futuro sostenibile e competitivo.
Cos’è
il Green Deal europeo?
Il
Green Deal europeo, lanciato nel 2019, ha l’obiettivo ambizioso di rendere
l’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050.
Si
ispira agli Accordi di Parigi 2015, che puntano a contenere l’aumento della
temperatura globale entro 1,5 °C.
Prevede
investimenti in energie rinnovabili, mobilità sostenibile, efficienza
energetica e innovazione tecnologica.
Punta
a creare nuove opportunità economiche e sociali, generando posti di lavoro
“verdi” e stimolando la ricerca.
Il
Green Deal non è solo ambiente: è anche sviluppo economico e resilienza
europea.
Perché
il Green Deal incontra resistenze.
“Eco
not Ego”, esiste il cartello per difendere il green deal e la transizione verde
in Europa.
Negli
ultimi anni, le critiche si sono moltiplicate, sia tra cittadini sia tra
aziende:
Industrie
in crisi: settori come il gas, le caldaie e l’auto-motive temono i costi di
adeguamento e l’impatto sui mercati.
Cittadini
preoccupati: le auto elettriche e le ristrutturazioni energetiche sono
percepite come troppo costose.
Disinformazione
diffusa: alcune fake news sostengono che le energie rinnovabili siano più
inquinanti dei combustibili fossili.
A
livello internazionale, anche politici come Donald Trump hanno definito le
energie verdi “la truffa del secolo”. In Europa, il malcontento è emerso in
Italia e Germania, portando a scelte di retromarcia nel 2025.
Nonostante
le critiche, gli esperti ricordano che la strada verso la decarbonizzazione non
ha alternative.
Il
dietrofront del 2025: cosa è successo.
A
dicembre 2025, l’Unione Europea ha preso una decisione importante sulle regole
per la produzione e vendita di automobili.
In pratica, ha modificato alcune norme pensate
per ridurre le emissioni di CO₂ dei veicoli, permettendo alle case
automobilistiche tradizionali di continuare a vendere una parte significativa
delle loro auto con motore a combustione.
Questo ha salvato circa il 60% del mercato
europeo delle auto, evitando multe o restrizioni immediate per molte aziende.
Chi ha
guadagnato:
le aziende automobilistiche tradizionali, che hanno evitato penalizzazioni
immediate.
Chi ha
perso:
l’ambiente e chi punta a una riduzione drastica delle emissioni.
Un
compromesso politico che dimostra quanto la transizione verde sia una sfida
anche a livello decisionale.
La
crisi climatica peggiora: i dati che spaventano
inondazioni
ed eventi climatici catastrofici causati dal riscaldamento globale.
I
numeri sono inequivocabili: il riscaldamento globale è causato dall’uomo e i
danni economici sono enormi.
Dati
chiave 2025:
120
miliardi di dollari di danni globali causati da eventi climatici estremi
(Christian Aid).
Italia
prima in UE per danni economici legati a eventi meteorologici (Istat, Eurostat,
Confartigianato).
Solo
23% delle aziende europee totalmente allineate agli obiettivi climatici globali
(Influencer Mape).
La
crisi climatica non è un problema futuro: è qui e ora, e colpisce soprattutto
chi meno ha contribuito alle emissioni.
Sfide
e opportunità: miti da sfatare
energie
rinnovabili e nuove opportunità.
Molti
ostacoli percepiti sono in realtà pregiudizi o convinzioni errate:
Le
energie rinnovabili non bastano: falso.
Chi ha
bisogno di grandi quantità di energia può attingere a reti distribuite di
energia pulita.
Il
fotovoltaico e le auto elettriche inquinano come il gas: falso. Sono molto più efficienti e
sostenibili a lungo termine.
La
transizione è costosa per tutti: vero in parte, ma gli incentivi e i risparmi
energetici riducono rapidamente i costi.
Le
aziende e i cittadini che investono oggi in soluzioni verdi risparmiano domani
e contribuiscono a un futuro sostenibile.
Decarbonizzare
è il futuro.
Il Green
Deal non è una scelta ideologica: è strategia economica e tecnologica.
Le
aziende europee allineate ai target climatici sono cresciute dal 3% nel 2019 al
23% nel 2025.
Il
restante 50% è parzialmente allineato, e solo il 14% completamente fuori
target.
Investire
in sostenibilità significa competitività, innovazione e resilienza.
La
transizione verde è una vittoria possibile, ma serve coraggio politico,
investimenti e consapevolezza collettiva.
Come
il Green Deal cambia la vita dei cittadini
“Time
for Change”: come il Green Deal può cambiare la vita dei cittadini.
Non si
tratta solo di industria e politica: la rivoluzione verde riguarda anche te:
Migliori
qualità dell’aria nelle città.
Riduzione
dei costi energetici con case più efficienti.
Opportunità
di lavoro in settori sostenibili.
Investire
oggi in soluzioni verdi significa proteggere il Pianeta e le future
generazioni.
Conclusione:
il Green Deal tra verità e bugie.
Nonostante
dietrofront e critiche, il Green Deal rimane la via obbligata per un’Europa più
pulita, competitiva e innovativa.
È
cresciuto il numero di aziende che punta alla transizione verde, come dimostra
uno studio di “Influencer Mape”, che evidenzia che le aziende europee
totalmente allineate con i target globali sul clima sono passate dal 3% del
2019 al 23% del 2025.
Della restante parte, il 50% sono parzialmente
allineate e solo il 14% sono totalmente fuori da questi parametri.
La
grande maggioranza delle persone vorrebbe delle azioni concrete per il clima,
ma purtroppo cittadini e governi devono ancora superare timori e
disinformazione.
Certo,
la strada non è semplice, ma questa è l’unica via possibile da percorrere e ci
permetterà di essere competitivi e tecnologici, ma anche e soprattutto
rispettosi dell’ambiente.
La
domanda non è più “se” fare la rivoluzione verde, ma come farla insieme e
subito!
Consiglio
europeo.
Green
Deal, «basta follie verdi»: ecco gli stop e i tre paletti di Meloni.
Ilsole24ore.com
- Manuela Perrone – (23 ottobre 2025) – Redazione – ci dice:
La
premier ha indicato le tre condizioni del Governo italiano per procedere con la
transizione ecologica e la legge europea per il clima.
I
punti chiave.
Il
“no” italiano alla proposta di Bruxelles.
L’appello
per un nuovo pragmatismo.
Tre
ambiti in cui voltare pagina.
Il
conteggio dei crediti internazionali.
Il
principio della neutralità tecnologica.
Risorse
adeguate per la transizione.
C’è
anche la transizione ecologica all’ordine del giorno del Consiglio europeo in
corso oggi e domani a Bruxelles.
Preceduto
da un alt in piena regola del Governo italiano, annunciato ieri alle Camere da
Giorgia Meloni, alla proposta di revisione della Commissione Ue alla legge
europea per il clima. E da una serie di paletti al Green Deal messi in fila
dalla premier, che dopo l’attacco all’«ambientalismo ideologico» già sferrato
all’assemblea generale dell’Onu a New York ha stigmatizzato con durezza le
«follie verdi» che danneggiano l’industria italiana ed europea, a cominciare
dall’auto-motive.
Il
“no” italiano alla proposta di Bruxelles.
Meloni
ha chiarito che l’Italia non sosterrà l’emendamento dell’Esecutivo comunitario
alla legge europea per il clima con cui si intende fissare un nuovo obiettivo
intermedio di taglio delle emissioni nette del 90% entro il 2040 rispetto al
livello del 1990, come tappa verso il target finale del 100% entro il 2050.
La premier ha assicurato che l’Italia
continuerà a sostenere un «ambizioso percorso di riduzione delle emissioni», ma
mai più rincorrendo «un approccio ideologico e pertanto irragionevole, che
impone obiettivi insostenibili e irraggiungibili, che producono danni al nostro
tessuto economico-industriale, indeboliscono le nazioni europee e rischiano di
compromettere definitivamente la credibilità stessa dell’Unione europea».
L’appello
per un nuovo pragmatismo.
«Noi
vogliamo abbandonare quell’approccio ideologico che ha caratterizzato la
stagione del Green deal - ha scandito in Aula la premier nelle comunicazioni
alla vigilia del Consiglio europeo - per abbracciare un pragmatismo serio e ben
ancorato al principio di neutralità tecnologica».
Chiara, dunque, la richiesta dell’Italia: non
limitarsi a piccole revisioni dell’iter immaginato, ma voltare pagina e
cambiare paradigma. Ne va, per il Governo, la credibilità dell’Unione:
«Come
possiamo risultare credibili agli occhi dei nostri partner internazionali, e
degli investitori, se ci poniamo obiettivi inverosimili, perfino dannosi, per
chi volesse fare impresa in Europa e in Italia?».
La
partita di Meloni con la Ue: strappare misure «mirate» per abbassare i prezzi
dell’energia (19 marzo 2026).
Tre
ambiti in cui voltare pagina.
Meloni
ha indicato tre ambiti in cui questo mutamento di approccio dovrebbe
sostanziarsi, considerando le energie da fonti rinnovabili una componente, ma
non l’unica, di un sistema «equilibrato, tecnologicamente attrezzato per
contenere al massimo le emissioni».
Il primo, per giustificare l’introduzione
dell’obiettivo intermedio al 2040, riguarda la garanzia di «condizioni
abilitanti»: strumenti - li ha definiti Meloni - che consentano di raggiungere
gli scopi «senza compromettere irrimediabilmente l’economia europea, a
vantaggio, peraltro, di un numero sempre più alto di concorrenti strategici a
livello globale, che fanno salti di gioia di fronte alle follie verdi che ci
siamo autoimposti e che vogliamo continuare ad autoimporci».
Il
conteggio dei crediti internazionali.
Il
Governo chiede di poter conteggiare fino al 5% (degli obiettivi a livello Ue e
nazionali) i “crediti internazionali”, ossia quei progetti di cooperazione
internazionale anti-emissioni di carbonio che l’Ue e gli Stati membri
finanziano in Paesi terzi.
Considerando che le emissioni europee valgono
circa il 6% di quelle globali, «non è trascurabile - per Meloni - il valore che
ha, ai fini dell’obiettivo finale, favorire un’economia sostenibile nei Paesi
in via di sviluppo».
Scontato
l’interesse italiano:
far
valere il peso del Piano Mattei e del suo focus sui progetti ambientali.
Come
il sostegno alla strategia internazionale di rafforzamento dell’accesso
all’energia elettrica “Mission 300”, i progetti dalla Costa d’Avorio al Congo,
le iniziative Ascente cofinanziate con la Banca mondiale in Tanzania e in
Mozambico per ampliare l’accesso all’energia da fonti rinnovabili.
Non
solo: l’Italia sollecita la massima flessibilità nella contabilizzazione dei
tagli alle emissioni ottenute dai diversi sistemi di cattura del carbonio in
uso e l’adozione di una «robusta clausola di revisione» degli obiettivi
climatici della legge clima, capace di valutare a cinque anni progressi e
azioni.
Il
principio della neutralità tecnologica.
La
seconda condizione posta dall’Italia è la piena applicazione del principio di
neutralità tecnologica a tutta la legislazione climatica Ue, a cominciare da
quella relativa al settore automobilistico e a quello dell’industria pesante
«dove esiste un limite tecnico alla transizione e bisogna ragionare anche in
termini di integrazione energetica».
Meloni
ha ribadito che per il futuro dell’auto, del trasporto pesante o delle
industrie di acciaio, vetro e cemento non può esistere solo l’elettrificazione
e che bisogna restare aperti a tutte le soluzioni, come i biocarburanti
sostenibili che «devono essere consentiti anche dopo il 2035».
Bene,
dunque, le prime aperture di Ursula von der Leyen nella lettera sulla
competitività inviata ai leader lunedì scorso.
Perché
il motore endotermico sopravviverebbe, alimentato con carburanti alternativi e
sostenibili, e si salverebbe la nostra filiera dell’auto-motive e del gas.
Risorse
adeguate perla transizione.
Il
terzo punto sollevato dalla premier riguarda i fondi:
«Nessuna transizione è davvero possibile senza
stanziare le risorse adeguate».
Meloni
guarda al nuovo Quadro finanziario pluriennale, considerato un banco di prova
cruciale per l’avanzamento verso l’Unione dei mercati dei capitali Ue, snodo
per favorire gli «indispensabili» investimenti privati necessari a
completamento di quelli pubblici.
La
richiesta esplicita a Bruxelles è chiara:
archiviare
«le scelte azzardate» del passato con il Green deal e le «iniziative
autodistruttive».
E guardare alla realtà dell’industria.
Una battaglia su cui l’Italia cerca alleati.
Uno su tutti: la Germania del cancelliere Friedrich Merz.
Commenti
Posta un commento