L’Italia è un paese industriale, ora farà da sola.

 

L’Italia è un paese industriale, ora farà da sola.

 

 

 

Il fallimento dei conti di

Meloni certificato

da Eurostat.

Ilmanifesto.it - Roberto Ciccarelli – (23 – 04 – 2026) – Redazione – ci dice:

Ultimi spiccioli Deficit troppo alto, dall’istituto europeo un colpo all’esecutivo: verso lo scostamento di bilancio.

(Governo nella morsa tra i veti di Bruxelles e le armi a Trump).

Dopo aver sottoscritto il nuovo Patto di stabilità con la Commissione Europea, e averlo applicato nella maniera più ortodossa e entusiasta, il governo Meloni ha mancato l’obiettivo di uscire dalla procedura di infrazione nel 2026 al quale ha legato la speranza di stanziare altri 15 miliardi di euro per le armi.

 Non è stato sufficiente spremere come un limone un paese in cui la produzione industriale è crollata praticando il taglio della spesa sociale per 12 miliardi di euro all’anno e la riduzione al contagocce degli investimenti pubblici, il definanziamento della sanità.

 Né è bastato fare cassa sulle pensioni o l’aumento record della pressione fiscale, praticata attraverso il drenaggio a carico di lavoratori e pensionati.

 

VITTIMA DI UN’AUSTERITÀ auto-inflitta, il governo ieri ha incassato un clamoroso fallimento certificato dall’Eurostat, l’istituto europeo di statistica.

Il rapporto tra il deficit e il Pil del 2025 va arrotondato al 3,1%, dunque sopra al 3% richiesto dai parametri del patto di stabilità Ue.

Il rapporto debito/Pil si attesta al 137,1 per cento, ben 0,7 punti percentuali in più rispetto a quanto previsto dalla Commissione europea nelle previsioni economiche di autunno dello scorso novembre (136,4 per cento).

 

NON SONO SOLO DATI TECNICI, ma politici.

Implicano il rinvio, di un anno almeno, l’uscita dell’Italia dalla procedura Ue, forse nel 2027.

 Ma questi dati prospettano il peggioramento di un’economia in difficoltà.

 La rilevazione Eurostat riguarda il 2025, un anno in cui non era la guerra di Trump e di Netanyahu contro l’Iran non c’era.

 Il debito e il deficit rischiano seriamente di peggiorare, mentre la respirazione artificiale del PNRR sta per esaurirsi a giugno.

 Il piano degli investimenti ha sostenuto il Pil, ma con gli effetti di lunga durata prodotti dal conflitto scatenato da Trump porteranno il paese sotto lo zero.

IL GOVERNO HA INIZIATO a prendere atto della realtà quando ieri ha varato il “Documento di Finanza Pubblica” (DFP), l’atto iniziale che porterà all’ultima legge finanziaria di questa legislatura.

È avvenuto pochi minuti dopo avere appreso il dato sul deficit al quale ha impiccato la sua politica economica nelle ultime settimane.

Ma le stime potrebbero cambiare man mano che la crisi peggiorerà.

Già oggi quelli sulla crescita del Pil sono sovrastimati:

nel 2026 sarà al 0,6%, ma altre valutazioni dell’Ocse e di Bankitalia tra lo 0,4% e lo 0,5% l’hanno data più bassa.

Sono brutti segnali per un governo che attende le previsioni della Commissione europea a metà maggio.

 

«FA ARRABBIARE – ha detto la presidente del consiglio Giorgia Meloni – constatare che saremmo stati comunque sotto il 3% di deficit se, anche nel 2025, sulle casse dello Stato non avesse gravato l’esborso di miliardi di euro per il superbonus».

La più che discutibile misura del governo Conte II è stata considerata da Meloni «sciagurata» ed è usata come spauracchio per quattro anni. L’obbligo, imposto da Bruxelles, di portare rapidamente sotto il 3% il rapporto deficit/Pil dell’8,1% – creato per contenere gli effetti economici della pandemia – è stato usato dal governo per imporre una maxi-dose di austerità al paese.

 Ma non è per questo che Meloni si è detta «arrabbiata».

La causa è la frustrazione per avere mancato l’obiettivo sventolato da mesi:

rientrare anticipatamente dalle sanzioni di Bruxelles sarebbe stato il segno di una virtù.

 

NON È ESCLUSO che il governo, e la sua maggioranza, riprenderanno la strada del riarmo per tornare a riscuotere il riconoscimento delle lobby armate e finanziarie.

Continueranno a praticare il rigore e tagliare di più la spesa sociale. Questo resta lo scenario per i prossimi governi:

dovranno portare la spesa militare al 5% del Pil entro il 2035.

Lo ha promesso Meloni a Trump.

Uno scenario che il governo ha cercato di nascondere.

Difficile immaginare, in queste condizioni, che destini le risorse al riarmo (+23 miliardi nel 2026-2028) alle emergenze più gravi create dalla crisi del Golfo.

 

LA CONFERENZA STAMPA del ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti dopo il varo del DFP ieri ha mostrato plasticamente la difficoltà in cui versa il governo.

Stropicciato, lamentoso e isolato Giorgetti ha sfoggiata la scontata metafora calcistica:

«Come diceva Boskov – ha detto – “rigore è quando l’arbitro fischia”, quindi l’arbitro [l’Eurostat, NDR.] ha deciso rigore, si può essere d’accordo o no, ma queste sono le regole del gioco».

Per Giorgetti le «regole» che lui stesso ha sostenuto fino all’inizio della guerra in Iran il 28 febbraio scorso, ora giocano contro l’«interesse nazionale».

 

LA STRATEGIA è evitare di dire che l’(ex) alleato Donald Trump è la causa delle «circostanze eccezionali» in cui Giorgetti si trova a cercare soldi per ammortizzare il caro-prezzi.

 Bisogna inoltre trovare capri espiratori elettorali e scaricare la propria responsabilità politica sull’«arbitro»:

 la Commissione Europea.

Lo si sente dal disco rotto di Salvini che chiede la sospensione del patto di stabilità «altrimenti faremo da soli».

Si proverà lo «scostamento del bilancio» e si preparano mesi di conflitto con Bruxelles.

Giorgetti, che della Lega sarebbe un ministro, ha parlato invece di «deroga» e di flessibilità.

Una posizione diversa l’ha presa Meloni quando, alle Camere, ha parlato di «sospensione del patto di stabilità».

 

Le idee sono confuse perché la crisi politica è reale.

 Soprattutto perché la Commissione, a cominciare da Ursula von der Leyen, è un muro di gomma.

 Non ci saranno deroghe al patto.

Fino a quando arriverà la recessione.

 Posizione assurda, ma che rientra nelle regole accettate dal governo.

 Le stesse che inizierà a scontare la prossima settimana quando dovrà affrontare il problema del taglio delle accise.

Il melonismo oggi si trova nella posizione del cane che si morde la coda.

 

 

 

 

Viva gli Italiani Boccaloni…

Conoscenzealconfine.it – (24 Aprile 2026) - Gabriele Sannino – Redazione – ci dice:

 

Se non vivessimo in una società profondamente ignorante e tenuta in un perenne stato di emotività, ingenuità e faziosità capiremmo che la SICUREZZA – quella vera, non quella creata ad arte dall’élite – è un bene di tutti, e va al di là della destra e della sinistra.

 

Se fossimo una società più evoluta, capiremmo che dipende anche dalle condizioni economiche di TUTTI, dato che non si possono impoverire le persone sempre di più, poiché più aumenta la povertà più aumenta la criminalità.

Se fossimo altrettanto evoluti – quindi consapevoli – capiremmo addirittura che non si possono fare entrare in un paese centinaia di migliaia di persone… senza darle un lavoro o una casa, perché molte di queste – è pressoché logico – cominceranno a delinquere e a generare proprio quell’insicurezza sociale già accennata.

 

In Italia, purtroppo, abbiamo una parte della magistratura che fa finta che questi discorsi non esistano.

Possiamo dire benissimo che è una parte del “Deep State”, certo, ma non è solo questo, alcuni magistrati sono del tutto IDEOLOGIZZATI…

 

Sono TANTISSIMI gli immigrati che, per esempio, in questo paese, compiono reati di percosse e lesioni (anche nei confronti di agenti!) fanno solo pochi mesi di prigione e dopo escono, liberi di commettere gli stessi se non reati peggiori.

Recentemente ce n’è stato uno che si chiama “Babau Hallo”, un gambiano che ha colpito 4 agenti a Pesaro dopo un semplice fermo per il controllo dei documenti:

ebbene il giudice lo ha liberato perché prima aspetta di vedere… una consulenza psichiatrica.

 

Nel frattempo Babau terrorizza tutti:

attualmente ha 11 denunce per resistenza a pubblico ufficiale, un divieto di dimora a Forlì, un daspo a Pesaro, ma – ovviamente – è ancora libero. Se siete in zona… vi consiglio di chiudervi in casa…

 

Ma Babau è in buona compagnia:

“Chukwuka Nweke” è un nigeriano autore di un efferato omicidio a Rovereto;

 l’uomo prima violentò una donna, poi la uccise.

Anche lui aveva commesso molti crimini prima di arrivare a questo femminicidio, ma la magistratura non si decise mai a lasciarlo dentro. Che dire, si parla tanto di femminicidio e poi…

 

Ebbene, questi sono solo due dei tantissimi esempi di rilasci di criminali che girano tranquillamente tra di noi.

Attualmente, più del 30% dei criminali in prigione in Italia è extracomunitario, ecco perché forse dovremmo fare qualcosa di più per risolvere il problema… ab origine, non credete?

Forse dovremmo aumentare questa percentuale, e nel frattempo non solo bloccare i flussi (cosa che la Meloni ha fatto a dir la verità, dato che ne ha ridotti tantissimo dirottandoli in Albania prima delle espulsioni) ma anche responsabilizzare questi magistrati che, in sostanza, con il loro comportamento “ultra garantista”… METTONO IN PERICOLO LE NOSTRE VITE.

 

La recente riforma della Magistratura (bocciata col referendum) prevedeva un’alta corte per giudicare anche questi magistrati che, al momento, se seguono certi poteri, restano SEMPRE impuniti.

 

Purtroppo il popolino ha scambiato una riforma che creava più sicurezza per tutti noi con un referendum politico sulla Meloni.

 Pensate che per il referendum l’”UCOII” – l’Unione delle comunità islamiche in Italia, fondata nel 1990 e vicina ai fratelli musulmani – ha chiamato all’appello ben due milioni di islamici per bocciare il referendum, quando in realtà sarebbe servito in primis a loro, per ripulire proprio la loro immagine… visti certi fatti di cronaca.

 

Nel caso del referendum, dunque, mi sembra evidente: ha vinto una informazione collusa che – anche in questo caso – si è fatta emotiva e non razionale.

Pensate, i magistrati di questo paese, pur di restare impuniti e seguire le logiche dell’élite, si sono inventati che sarebbero stati messi al servizio della politica, quando è adesso che succede questo, dato che sono controllati da “Consigli Superiori”… che sono organi meramente politici.

Che dire, viva la Repubblica, ma soprattutto… viva gli italiani boccaloni.

(Gabriele Sannino).

(facebook.com/gabriele.sannino.50)

 

 

 

Israele e l’Implosione da

Guerra Permanente.

Conoscenzealconfine.it – (23 Aprile 2026) - Lucio Caracciolo – Redazione- ci dice:

 

Israele ha intrapreso un percorso di autodistruzione.

A muoverlo è il bisogno di sicurezza inteso come costante allargamento del proprio territorio.

Imperativo esaltato dagli estremisti religiosi quale adempimento del mandato divino, che vorrebbe il popolo eletto titolare dello spazio tra Nilo ed Eufrate (Genesi, 15; 18-21).

 

Dio non essendo cartografo lascia agli ultra-sionisti religiosi qualche libertà di interpretazione circa la forma della Terra di Israele.

Certo non un sogno da realizzare nel tempo visibile, almeno per i sionisti che curano il senso del limite.

Diversi però, non solo ebrei — per esempio l’ambasciatore americano a Gerusalemme, “Mike Huckabee” — ne fanno l’ideale di riferimento.

 

Non entriamo nella disputa geo-religiosa.

 Restiamo all’equazione spazio=sicurezza.

Dalla quale discende spazio=identità.

Qui sicurezza e identità sono due facce della stessa medaglia.

Ovvero del controllo sui territori strappati agli arabi palestinesi dalla guerra dei Sei Giorni (5-10 giugno 1967) a oggi.

 Spazi da estendere a tempo indeterminato, con traiettorie variabili.

Nel menù odierno figurano mezza Gaza — in attesa di riprendere l’altra metà, sotto Hamas — tutta la Cisgiordania (Giudea e Samaria), il Libano meridionale sino al fiume Litani, il Golan con il Monte Hebron e altri territori siriani.

 

La differenza qualitativa tra le conquiste precedenti e quelle in corso dopo il trauma del 7 ottobre sta nell’enfasi sull’identità più che sulla sicurezza.

Il Grande Israele è anzitutto dovere verso sé stessi.

Autoidentificazione di un popolo eletto.

 

Di qui il rifiuto del” governo Netanyahu” di considerare umani coloro che resistono a tanto disegno, come i “gazawi” e i “palestinesi della Cisgiordania”.

 Privi di diritti in quanto non umani.

 La riduzione del nemico a bestia — ricambiata nella propaganda di Hamas e di altre organizzazioni palestinesi — legittima ogni violenza.

 

Nella dottrina militare di Gerusalemme l’espansione del territorio serve alla sicurezza “assoluta”.

 Le Forze di autodifesa di Israele sono impegnate in un’offensiva totale, permanente, destinata a estirpare la minaccia dei “terroristi” (sinonimo di tutti i nemici) una volta per tutte.

Basta “tagliare l’erba”, rappresaglie periodiche con cui lo Stato ebraico domava le rivolte palestinesi, tra una tregua e l’altra.

 

Questo assolutismo minaccia di suicidare Israele.

 Trascura il vincolo demografico:

sette milioni di ebrei, tra cui ancora molti laici e una crescente minoranza ultraortodossa che non si riconosce nello Stato, non possono reggere in eterno – fucile al piede – spazi sempre più estesi, estendibili per volontà divina, abitati da arabi in gran parte musulmani.

A meno di non sterminare gli autoctoni o vessarli per spingerli non si sa dove.

 Moshe Dayan, eroe dei Sei Giorni, da Gerusalemme liberata/occupata commentava: “Se dovessi scegliere di essere occupato da una nazione, non sceglierei Israele”.

 

I pogrom scatenati dai coloni in Cisgiordania hanno raggiunto intensità tale da spingere il loro massimo protettore nel governo, “Beale Smortici,” a deplorare “marginali fenomeni di violenza che danneggiano l’intera impresa degli insediamenti”.

Definizione che include uccisioni a freddo, stupri e atti di mero sadismo.

Come meravigliarsi se la reputazione di Israele nel mondo, persino nell’America garante della sua sicurezza, sia crollata?

Mentre dal 7 ottobre ogni anno decine di migliaia di israeliani lasciano la patria per ritrovarsi in una diaspora insicura e divisa, esposta all’odio di chi li identifica con Netanyahu.

 Lo Stato ebraico è ormai ostaggio dei coloni, sicuri dell’impunità perché reprimerli scatenerebbe la guerra civile.

Proprio per questo possibile.

Completiamo il nesso spazio=sicurezza=identità con la conseguenza diretta: guerra permanente.

Ergo, vittoria impossibile.

Massacro che rischia di produrre l’esatto opposto di quanto teorizzato dai bellicisti asserragliati nel governo attuale:

la sconfitta di Israele, se non la sua fine.

Tragico caso di guerra per la guerra, cifra dell’Occidente in decomposizione.

Nel suo studio sopra la “vittoria maledetta” dei Sei Giorni, “Aharon Bregma” ricorda la saggezza dell’allora premier Levi Eshkol, laburista di origine ucraina, che festeggiava con indice e medio uniti nella churchilliana “V”, segno di Vittoria.

Alla moglie Miriam che gli chiedeva se fosse impazzito, rispose: “Questa è una V in yiddish!

Significa Vi Christen arioso? Come ne usciamo?”.

(Lucio Caracciolo).

(ariannaeditrice.it/articoli/israele-e-l-implosione-da-guerra-permanente).

 

 

 

 

 

Trump e il Sistema Britannico:

una Strategia per Liberare il Medio

Oriente Partendo dallo Stretto di Hormuz

Conoscenzealconfine.it – (22 Aprile 2026) - Umberto Pascali – Redazione – ci dice:

 

Al di là della “guerra” in corso, sembra chiaro che Donald Trump sta perseguendo una linea d’azione che va ben oltre il confronto diretto con l’Iran.

 

Il suo obiettivo principale è quello di indebolire i meccanismi finanziari e strategici legati al cosiddetto “sistema britannico”, con particolare attenzione al controllo dello Stretto di Hormuz.

 

Trump ha descritto apertamente questa dinamica come “world extortion”, denunciando un sistema in cui tensioni prolungate e rischi assicurativi generano profitti consistenti per entità legate alla City di Londra, in particolare Lloyd’s of London.

 

Le Radici Storiche: Sykes-Picot e il “Divide et Impera”.

Questo approccio si collega a una lettura critica del “Sykes-Picot Agreement” del 1916, l’intesa segreta anglo-francese che ridisegnò i confini del Medio Oriente dopo la dissoluzione dell’Impero Ottomano.

Storici e analisti hanno spesso sottolineato come quei confini artificiali abbiano creato “Stati fragili”, favorendo divisioni interne (sunniti-sciiti, arabi-curdi) e un conflitto cronico tra Iran e Israele (o suoi alleati come Hezbollah).

L’effetto è stato un Medio Oriente frammentato, incapace di stabilizzarsi, dove guerre per procura e crisi cicliche hanno mantenuto il controllo esterno sulle rotte energetiche.

 

In questo quadro, lo “Stretto di Hormuz” – attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale – ha rappresentato un punto nevralgico. Le minacce iraniane di chiusura, i pedaggi o le azioni di disturbo hanno aumentato i rischi, facendo lievitare i premi delle polizze “war-risk” gestite da Lloyd’s of London.

 

Quando le tensioni salivano, i costi assicurativi crescevano in modo significativo, rallentando il commercio e beneficiando chi offriva “protezione” in un mercato ad alto rischio.

Alcune letture descrivono questo come un meccanismo estorsivo indiretto, in cui l’instabilità genera flussi finanziari verso Londra.

Trump ha risposto con misure concrete: il blocco navale americano, l’ordine di non pagare pedaggi illegali e la riapertura effettiva dello stretto.

Queste azioni mirano a rimuovere la leva economica che alimentava il ciclo.

 

Azioni Recenti e il Ridimensionamento del Conflitto.

 

Parallelamente, Trump ha imposto un cessate-il-fuoco tra Israele e Libano (intorno al 17 aprile 2026) e, tramite un post su “Truth Social”, ha indicato che gli Stati Uniti proibiscono ulteriori bombardamenti israeliani su Beirut.

 Questa mossa ha sorpreso Netanyahu e contribuito a ridurre la “leva perpetua” del confronto Iran-Israele, elemento chiave per mantenere lo status quo post-Sykes-Picot.

Sul piano finanziario, il 16 aprile 2026 il Segretario al Tesoro “Scott Besson” ha incontrato la Cancelliere britannica “Rachel Reeves”, ribadendo l’impegno nell’ “Economic Fury” contro chi sostiene attività legate all’Iran.

 

L’incontro, focalizzato sul Regno Unito, sembra mirato a tracciare flussi finanziari attraverso la City e a proporre alternative americane alle polizze tradizionali di Lloyd’s, anche tramite strumenti come la U.S. Development Finance Corporation.

 Trump sta inoltre favorendo lo spostamento dei benchmark sulle materie prime (petrolio, oro, metalli) da Londra verso New York.

 

Il 22 Aprile e la “Special Relationship.”

Tutto converge verso l’evento del 22 aprile 2026 al “Chatham House”, organizzato congiuntamente con il “House of Lords International Relations and Defense Committee”, dal titolo “The not-so-special relationship?

Can UK-US relations survive Trump 2.0?”.

Si tratta di un riconoscimento esplicito delle tensioni attuali.

La storica “special relationship” tra Stati Uniti e Regno Unito, consolidata dopo il 1946, appare in difficoltà:

Trump ha espresso delusione per l’atteggiamento britannico e ha chiarito che i rapporti non sono più quelli di un tempo.

 

Mentre si prepara la visita di Stato di Re Carlo III negli USA (27-30 aprile), l’élite britannica sembra cercare modi per ricucire, ma le azioni americane indicano una volontà di ridefinire i termini della partnership. (Vedi visita in fretta e furia di Carlo negli Stati Uniti -27/30 aprile)

 

In sintesi, appare chiaramente che Trump sta agendo per liberare le rotte energetiche dal ricatto estorsivo legato a Hormuz, ponendo fine a un ciclo di instabilità radicato nel divide et impera di un secolo fa.

 Non è una trasformazione immediata, ma un tentativo di restituire sovranità energetica e ridurre guerre senza via d’uscita.

Se questo porterà a un Medio Oriente più stabile e a relazioni transatlantiche diverse, lo diranno i prossimi sviluppi.

Trump sembra convinto che smantellare questi meccanismi obsoleti serva non solo agli interessi americani, ma a una maggiore libertà di navigazione e pace per tutti.

(Umberto Pascali).

(umbertopascali.substack.com/p/trump-e-il-sistema-britannico-una).

La Guerra dei Droni Smaschera

la Finzione Europea: Ora Siamo

Tutti un Bersaglio.

Conoscenzealconfine.it – (21 Aprile 2026) - Pino Cabras – Redazione – ci dice:

 

Mosca indica le fabbriche europee come bersagli, l’UE arma Kiev con filiere industriali integrate:

la nuova evoluzione industriale-militare dei droni cancella ogni finzione e porta il continente dentro il fronte.

 

La guerra dei droni ha fatto saltare l’ultima finzione utile con cui l’Europa ha raccontato a sé stessa il conflitto ucraino.

Fino a ieri il continente poteva ancora recitare la parte del sostenitore esterno:

aiuti, forniture, addestramento, denaro, sanzioni, intelligence.

Oggi quella rappresentazione non regge più.

 Quando Germania, Regno Unito, Norvegia, Paesi Bassi e adesso anche l’Italia entrano nella produzione congiunta di droni con Kiev, non siamo più davanti a una “guerra per procura” nel senso classico del termine. Siamo davanti a una “cobelligeranza industriale, militare e d’intelligence” che Mosca ha deciso di nominare apertamente come tale.

 

Il segnale è arrivato in modo brutale e repentino.

Il ministero della Difesa russo ha pubblicato l’elenco di aziende europee coinvolte nella produzione di droni per l’Ucraina, con indirizzi e localizzazioni.

Dmitry Medvedev ha accompagnato quel gesto con un messaggio che non lascia spazio a interpretazioni ingenue:

 quei siti sono, agli occhi russi, potenziali obiettivi.

 È il modo con cui il Cremlino sta dicendo agli europei:

sappiamo da tempo che siete parte della guerra, ma finora vi abbiamo lasciato il beneficio della finzione;

ora quella finzione è finita.

E da questa consapevolezza non si torna indietro.

 

La foto di “Friedrich Merz” e “Volodymyr Zelensky” davanti al drone kamikaze “Anubi” vale più di cento comunicati.

Quel velivolo, prodotto dalla joint venture “Auterion-Airlogix,” è la materializzazione della nuova fase del conflitto, non certo un simbolo marginale.

 Finora venivano trasferiti alla giunta di Kiev armamenti da magazzino, adesso si costruisce una filiera industriale europea permanente, distribuita, destinata a produrre in massa droni d’attacco autonomi guidati dall’intelligenza artificiale.

 Il modello è quello degli “Shake” iraniani, riprodotti con l’ingegneria inversa:

 basso costo, saturazione numerica, sciami, capacità di colpire in profondità.

 

La guerra dei droni è ormai una guerra di fabbriche, software, assemblaggi, laboratori.

 E quelle fabbriche sono in rapida diffusione nell’Europa che si deindustrializza negli altri settori ma è all’alba del Grande Riarmo.

 

L’Italia si è inserita in questo stesso meccanismo micidiale.

 L’incontro tra Giorgia Meloni e Zelensky ha aperto esplicitamente il capitolo della produzione congiunta di droni.

 Zelensky fa da catalizzatore e sta compiendo una tournée europea che ha un obiettivo chiarissimo:

trasformare il continente in una rete integrata di officine belliche, cucendo accordi bilaterali che sommano capacità industriali nazionali in una sola catena di montaggio strategica.

Berlino produce, Londra coopera, Roma si prepara a entrare.

Addio diplomazia:

è la costruzione di un’infrastruttura di guerra continentale.

 

Mosca ha colto perfettamente la portata di questo salto.

 Il punto decisivo non è la quantità di droni che l’Europa fornirà a Kiev.

Il punto è che la Russia considera ormai questi impianti parte organica della macchina bellica ucraina.

 Il giornalista geopolitico Aleksei Pileo, in un testo che riflette una linea sempre più diffusa nell’analisi strategica russa, lo ha detto senza infingimenti:

se alcuni Paesi europei sono diventati la retrovia strategica dell’Ucraina, non c’è più differenza sostanziale tra loro e il territorio ucraino.

 Questo è il nuovo paradigma.

E quando un paradigma viene enunciato in questo modo, di solito significa che è già entrato nella preparazione dottrinale.

L’impensabile diventa pensabile.

 

Il passaggio più pericoloso sta proprio qui:

 l’Europa continua a parlare come se si trovasse ancora fuori dalla guerra, ma la Russia la sta già trattando come spazio bellico potenziale. La nozione stessa di “retrovia” si dissolve.

Un impianto industriale in Baviera, una linea di assemblaggio in Veneto o in Sardegna, un laboratorio software in Estonia cessano di essere luoghi protetti dalla distanza geografica.

Entrano nella mappa dei bersagli pensabili.

E Mosca ha scelto di renderlo esplicito proprio per costringere i governi europei e i loro popoli a guardare in faccia questa realtà:

non siete più spettatori armati, siete dentro la guerra.

 

In questo quadro si capisce anche il comportamento dell’amministrazione americana.

Washington dà ogni giorno più segnali di voler allentare i vincoli automatici della NATO.

Il solito capriccio trumpiano?

La solita tattica negoziale? No.

 Gli Stati Uniti sanno che la guerra europea sta entrando in una fase in cui il rischio di collisione diretta Russia-Europa cresce rapidamente, e non intendono farsi trascinare in un meccanismo che potrebbe portarli a una cobelligeranza piena con conseguenze apocalittiche.

Se l’Europa vuole trasformarsi in piattaforma avanzata della guerra dei droni, gli americani sembrano intenzionati a lasciare che se ne assuma da sola il peso.

È come se ci dicessero: “volete suicidarvi? Prego, accomodatevi, ma senza di noi!”

 

C’è poi il secondo fronte, altrettanto esplosivo, che spinge Washington verso lo sganciamento:

 la tensione crescente fra Israele e Turchia, che pochi ancora notano, ma è già decollata.

Gli Stati Uniti vedono avvicinarsi una possibile frattura insanabile tra un alleato mediorientale centrale e un membro NATO strategico.

Restare legati a obblighi automatici in un simile scenario significa rischiare di essere trascinati in conflitti incrociati ingestibili.

 Anche qui il riflesso americano è lo stesso:

ridurre l’esposizione, guadagnare margine di manovra, sottrarsi ai meccanismi di solidarietà automatica.

 

L’Iran ha dato un’ulteriore dimostrazione di quanto sia cambiata la grammatica della guerra.

La risposta all’aggressione USA-Israele ha mostrato che i vecchi tabù regionali possono saltare in poche ore.

Colpire indirettamente i Paesi del Golfo, mettere sotto pressione rotte energetiche, destabilizzare equilibri ritenuti intoccabili:

Teheran ha fatto capire che quando certe linee rosse vengono superate, il conflitto non resta confinato al teatro iniziale.

Questo vale per il Medio Oriente e vale, con ancora maggiore potenza distruttiva, per l’Europa.

Gli USA hanno sottovalutato drammaticamente l’Iran, i dirigenti europei stanno sottovalutando tragicamente la Russia, un boccone ben più grande da digerire.

 

Il continente europeo si è immerso nella guerra scegliendo di colpire in profondità la Russia attraverso corridoi aerei che passano dentro l’ombrello NATO e attraverso retrovie industriali pienamente integrate nella NATO stessa.

Questa scelta cambia tutto.

Cambia la natura del rischio.

Cambia la postura strategica russa.

Cambia il significato della sicurezza civile europea.

 

Ogni giorno che passa senza che questa verità venga detta con chiarezza alle opinioni pubbliche europee aumenta la possibilità che il risveglio avvenga nel peggiore dei modi:

 non attraverso un dibattito politico, ma attraverso il primo attacco che renda impossibile continuare a fingere, con un intero continente in ginocchio e senza energia.

 

La vera tragedia è proprio questa:

mentre la guerra muta scala e geografia, i governi europei continuano a presentarla come se fosse ancora un conflitto delegato, remoto, circoscritto.

 Non lo è più.

E la Russia, con la franchezza che le è propria, ha appena avvertito il continente che intende trattarlo di conseguenza.

Se non si comprende che siamo già entrati in una nuova fase storica, la catastrofe non sarà un’ipotesi teorica:

diventerà il nome retrospettivo dell’errore che non si è voluto vedere in tempo…

(Pino Cabras).

(megachip.globalist.it/guerra-e-verita/2026/04/16/la-guerra-dei-droni-ha-finito-di-smascherare-la-finzione-europea-ora-siamo-tutti-un-bersaglio/).

 

Non Solo Paesi UE, Ora Anche

l’Ucraina Importa Gas da Mosca!

Conoscenzealconfine.it – (20 Aprile 2026) - Nico Combattei – Redazione – ci dice:

 

L’Ucraina importa gas da Mosca in barba alle sanzioni: è ora che l’Italia riapra i rubinetti…

L’ha detto chiaramente il leader di “Futuro Nazionale” Roberto Vannacci: “È necessario riaprire i canali di approvvigionamento di gas russo”.

Non per il solo gusto di dirlo, ma perché dietro vi è un ragionamento chiaro: il prezzo del gasolio, che in futuro potrebbe aumentare.

 

Il 16 marzo 2026 Vannacci ha espresso la volontà di riaprire i rubinetti con la Russia:

“Tutto questo influisce sul costo del gasolio, perché invece di pagare il prezzo reale paghiamo le tasse.

La soluzione migliore sarebbe togliere l’impianto sanzionatorio e, ad oggi, questo non sarebbe impossibile perché molti Stati europei continuano a importare gas dalla Russia.

Nel 2025 molti paesi hanno incrementato l’importazione di gas come la Francia del 70%, il Belgio del 20%, l’Olanda quasi del 100% e il Portogallo addirittura del 160%.

 

L’idea che l’Europa non stia più importando idrocarburi dalla Russia è un falso, ci sono Stati europei che importano anche petrolio dalla Russia come l’Ungheria e la Slovacchia.

Ora, e non più perché gli ucraini hanno bloccato l’oleodotto di Družba, perfino l’Ucraina importa idrocarburi dalla Russia pagandoli con i soldi che noi le regaliamo.”

Le parole citate sono quelle del generale Vannacci, che ha fatto un’analisi perfetta della situazione dell’importazione degli idrocarburi dalla Russia.

 

A mio parere, non è giusto il fatto che l’Italia non debba importare gli idrocarburi dalla Russia perché ci sono molte nazioni che già lo fanno.

 La cosa più strana è che l’Unione Europea continua ad affermare che nessuna nazione importa idrocarburi dalla Russia, quando non è così.

La domanda che ci dobbiamo porre è:

il gasolio, in futuro, aumenterà?

(Nico Combattei).

(ilgiornaleditalia.it/news/esteri/781333/non-solo-paesi-ue-ora-anche-l-ucraina-importa-gas-da-mosca-in-barba-alle-sanzioni-e-ora-che-l-italia-riapra-i-rubinetti.html).

Hormuz e Cavi Internet Sottomarini:

la Guerra Non Riguarda Solo il Petrolio!

Conoscenzealconfine.it – (19 Aprile 2026) - Marcello Pamio – Redazione – ci dice:

 

Solo 33 chilometri misura lo Stretto di Hormuz, l’angusto passaggio attraverso cui transita ogni giorno circa un quinto della produzione mondiale di petrolio e gas naturale.

Ma nessuno ricorda che sui fondali marini passano anche i cavi internet.

 

Parliamo di oltre 1,4 milioni di chilometri di cavi sottomarini, che trasportano circa il 98% delle telecomunicazioni digitali globali, incluse le transazioni finanziarie!

 

La chiusura simultanea del Mar Rosso e dello Stretto di Hormuz rappresenterebbe un problema senza precedenti per Internet.

 Numerosi cavi sottomarini infatti attraversano lo stretto collegando la penisola arabica con Pakistan, India e altre destinazioni internazionali. In pratica il traffico tra Asia, Europa e Medioriente.

La rete si trova ad affrontare la minaccia più grave degli ultimi decenni. Le Big tech (Meta, Google e Amazon) hanno investito miliardi nella regione, sono ora costrette a rivalutare le proprie strategie…

Casualmente la Cina ha testato ieri con successo un sistema robotico capace di operare a 3.500 metri di profondità e tagliare cavi sottomarini, una tecnologia che apre scenari rilevanti per la sicurezza delle infrastrutture critiche globali.

 

Se uniamo i puntini il disegno prende forma.

Dallo Stretto di Hormuz alle reazioni statunitensi, appare evidente che il confronto non si gioca soltanto su navi, petrolio, missili o sanzioni.

Si gioca sulle infrastrutture che tengono in piedi la vita digitale, il commercio e la continuità operativa delle economie avanzate del mondo intero.

 

Chi controlla i cavi sottomarini controlla i dati e quindi il mondo!

(Marcello Pamio).

(t.me/marcellopamio).

 

 

 

 

 

 

La Bugia del Petrolio.

Conoscenzealconfine.it – (19 Aprile 2026) - Max Lo Verde – Redazione – ci dice:

 

Il petrolio non è raro, e non è nemmeno derivante da “dinosauri morti”. È il secondo liquido più comune dopo l’acqua ed è il sangue vitale della Terra.

 

Il mito della scarsità era una bugia dei Rockefeller per far aumentare drammaticamente il prezzo del petrolio.

Il sistema ti dice che il petrolio deriva dalla decomposizione di materia organica (“teoria biotica”) così credi che sia scarso e paghi qualunque prezzo vogliano.

Bugia.

Il petrolio è “abiotico” – un minerale liquido generato dal motore stesso della Terra attraverso processi ad alta pressione e alta temperatura nel mantello.

È il lubrificante per le placche tettoniche.

Pozzi esauriti degli anni ’70 sono stati trovati più pieni oggi di prima.

 

Perché?

Perché il sistema della Terra lo pompa dal sottosuolo.

Non si esaurisce; si rigenera.

 Estraendolo però su scala massiccia, stiamo seccando gli ingranaggi della Terra.

Ed è per questo che ci sono più terremoti e faglie che scricchiolano: stiamo privando il motore del petrolio.

 

La teoria fossile (coniata dai Rockefeller e dallo Smithsonian alla fine del XIX secolo) è il più grande “Hack economico” della storia.

 Se il petrolio provenisse da materia organica, avrebbe una firma biologica (azoto, fosforo, ecc.) che si degraderebbe.

Il petrolio greggio è puro idrocarburo polimerico.

 

La Tesi di Thomas Gold.

Questo esperto (che il sistema ha cercato di screditare) ha dimostrato che metano e petrolio risalgono dalle profondità del mantello.

Gli idrocarburi sono costituenti primordiali della formazione della Terra. Chiamandolo fossile, ti dicono che è una risorsa che si sta esaurendo.

 Se l’Umanità sapesse che il petrolio è come l’acqua del rubinetto per la Terra, la geopolitica dei parassiti andrebbe in malora in un solo giorno.

(Max Lo Verde).

(facebook.com/max.loverde).

 

Meloni Giorgia: Non C’è limite

al Tradimento del Popolo Italiano.

Conoscenzealconfine.it – (17 Aprile 2026) - Augusto Sinagra – Redazione – ci dice:

 

La Meloni Giorgia, che nulla ha di donna, di madre e di cristiana, ha ricevuto ieri ancora una volta il verme tossico di Kiev, producendosi in smancerie da compagni di liceo.

In questo caso si è trattato di smancerie di partecipi in un unico e inconfessabile progetto.

Il depauperamento dell’economia e delle finanze italiane continua ancora a beneficio del regime nazista di Kiev.

 

Ora si aggiunge una specie di laida partnership con i nazisti ucraini per la produzione in comune di droni che i nazisti ucraini useranno contro la Russia e così sarà un altro coinvolgimento diretto dell’Italia in una guerra che non ci appartiene.

Con buona pace dell’art. 11 della Costituzione e con buona pace del figlio di Bernardo Mattarella che continua ad ispirarsi alla saggezza popolare:

 “Non è vergogna tacer quando bisogna”.

I droni in questione, invece, l’Italia li userà per le festività di capodanno in “Napolitano style”.

 

Ma quello che fa più schifo è che la Meloni Giorgia, anch’essa senza vergogna, ha annunciato la fornitura all’Ucraina – ovviamente gratuita e a spese degli italiani – di presidi e macchinari sanitari mentre la sanità pubblica italiana soffre da tempo proprio di tali carenze:

 la Signora della Garbatella se ne fotte altamente della salute degli italiani, delle liste di attesa interminabili, dei decessi per mancanza di cure e quant’altro.

 

E ora basta con il solito ritornello giustificatorio “la sinistra farebbe peggio”.

A parte che non è questo che può giustificare la Meloni Giorgia, la verità è che questa pulzella riesce a fare peggio di quanto potrebbe fare il peggiore governo di sinistra o di centro-sinistra.

Questa situazione cesserà non quando gli italiani “si sveglieranno”, ma quando gli italiani usciranno dal loro bieco individualismo e convenienze opportunistiche come è nella nostra deplorevole tradizione storica.

(Prof. Augusto Sinagra).

(t.me/radioFogna).

 

 

 

 

Lavrov: “Satanismo Dilagante”

in Ucraina e nella UE.

Conoscenzealconfine.it – (26 Aprile 2026) - Renovati 21 – Redazione – ci dice:

 

Secondo il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, in alcuni Stati membri dell’UE dilaga il satanismo, citando la loro connivenza con le “pratiche blasfeme” delle autorità ucraine presso il monastero ortodosso di Kiev-Pechersk Lavra.

 

Dall’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022, il governo di Kiev ha intensificato la repressione contro la Chiesa ortodossa ucraina, accusandola di avere legami con Mosca. Da allora, le autorità ucraine hanno condotto numerose perquisizioni nei monasteri e avviato decine di procedimenti penali contro il clero con l’accusa di collaborazionismo, oltre a procedere al sequestro di beni.

Intervenendo mercoledì a un ricevimento del ministero degli Esteri russo dedicato alla Pasqua ortodossa, Lavrov ha affermato che la leadership ucraina ha rinnegato “le proprie radici spirituali e civili”.

 “La Chiesa ortodossa ucraina è perseguitata da oltre un decennio, con chiese occupate, vandalizzate e clero e parrocchiani molestati”, ha affermato.

Particolarmente “oltraggiosa e disgustosa” è l’iniziativa delle autorità ucraine di creare un “inventario e ispezionare le sacre reliquie in termini di valore storico e scientifico” presso il monastero di Kiev-Pechersk Lavra.

Secondo Lavrov, il ministero della Cultura ucraino ha utilizzato questa formula burocratica per nascondere le sue pratiche blasfeme legalizzate, mentre diversi paesi europei hanno chiuso un occhio su questi sviluppi o li hanno addirittura appoggiati direttamente.

“Anche in questi Paesi il satanismo è dilagante”, ha concluso il ministro degli esteri russo.

 

Lo scorso marzo sono emerse le prime notizie di funzionari governativi e poliziotti ucraini che si sono introdotti con la forza nelle catacombe di quello che è considerato il monastero più importante del paese e luogo di sepoltura di diversi santi cristiani.

Non si tratta della prima volta che Lavrov insinua l’esistenza di tendenze sataniche in Occidente.

Come riportato da Renovati 21, parlando a febbraio, dopo che il dipartimento di Giustizia statunitense aveva reso pubblica una grande quantità dei cosiddetti “dossier Epstein”, il ministro degli esteri russo aveva affermato che il materiale aveva “svelato il volto dell’Occidente”. “Ogni persona di buon senso sa che questo va oltre ogni comprensione ed è puro satanismo “, aveva detto il Lavrov all’epoca.

 

Il regime Zelensky a inizio 2023 aveva tolto la cittadinanza a sacerdoti della Chiesa Ortodossa d’Ucraina (UOC).

 Vi era stato quindi un ordine di cacciata dalla cattedrale della Dormizione dell’Abbazia delle Grotte di Kiev proprio per il Natale ortodosso.

Una tregua di Natale sul campo di battaglia proposta da Putin era stata sdegnosamente rifiutata da Kiev.

Dall’inizio del conflitto tra Mosca e Kiev, le autorità e gli attivisti ucraini hanno sequestrato i luoghi di culto della Chiesa Ortodossa Ucraina. L’esempio più doloroso è quello dei monaci della Chiesa ortodossa ucraina sono stati sfrattati dal luogo ortodosso più sacro del Paese, la “Lavra di Kiev”, teatro dell’eroica resistenza dei fedeli e dei religiosi dell’OCU.

 

A fine 2023 il Patriarca di tutte le Russie Kirill aveva inviato un appello a papa Francesco, Tamaro II di Alessandria (leader della Chiesa copta ortodossa), all’allora arcivescovo di Canterbury Justin Welby (capo della cosiddetta Comunione anglicana), all’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani e ad altri rappresentanti di organizzazioni internazionali, per chiedere il loro aiuto e porre fine alla persecuzione del vicegerente della Lavra, il metropolita Pavel, poi liberato con una cauzione di circa 820 mila euro.

Come riportato da Renovati 21, la Lavra occupata dagli ucraini era già stata oggetto di uno scandalo quando un famoso chef aveva registrato un programma televisivo di cucina al suo interno.

 

“Zelensky sta perpetrando un genocidio del popolo ucraino.

Ciò a cui stiamo assistendo ora è la continuazione delle politiche terroristiche di Zelensky contro il popolo ucraino.

 Zelensky è un demone nel corpo di un essere umano.

Puoi chiamarlo come vuoi, un senza Dio, un terrorista e così via.

Il succo delle sue azioni è lo stesso.

 Zelensky sta seguendo la volontà di un demone “, aveva affermato il parlamentare “Artem Dimitru” dopo un raid degli ucraini contro “la Lavra” lo scorso anno, fuggito dal Paese a causa della persecuzione della Chiesa ortodossa ucraina.

 

“Dimitru”, parlamentare della Rada (il Parlamento monocamerale ucraino) legato all’ortodossia costretto a fuggire dal Paese a causa delle sue opinioni, ora ricercato dalle autorità ucraine, in passato aveva indicato come la “Cattedrale della Trasfigurazione di Cernigov”, una delle più antiche chiese ortodosse dell’Ucraina, risalente agli inizi dell’XI secolo, sarebbe stata trasformata in un cinema improvvisato.

(Renovati 21).

(renovatio21.com/lavrov-satanismo-dilagante-nellue/).

Rampini, le guerre e il suo ‘pane e cannoni’:

“La globalizzazione non è deceduta di

morte naturale, è stata uccisa da

un piano di conquista cinese.”

Ilriformista.it – Aldo Torchiaro – (25 Aprile 2026) – Redazione – ci dice:

 

"Europa irrilevante."

“Israele è meno solo mentre Netanyahu perde i paesi Ue riallaccia i rapporti con il mondo arabo.”

 

Il segretario alla Difesa “Pete Hester” cita la Bibbia ma era una frase di Pulp Fiction.

 Rampini, le guerre e il suo ‘pane e cannoni’: “La globalizzazione non è deceduta di morte naturale, è stata uccisa da un piano di conquista cinese.”

Giornalista, analista ed autore di saggi di successo, Federico Rampini torna in libreria con “Pane e cannoni”, edito da Mondadori per la collana Strade Blu.

 

In questo suo ultimo lavoro racconti un mondo in cui mercato e guerra parlano ormai la stessa lingua:

quando è finita davvero l’illusione della globalizzazione felice?

«La prima crisi grave della globalizzazione fu il 2007-2008.

 Siamo soliti chiamarla crisi dei mutui subprime, dimentichiamo che era stata preceduta da un’iperinflazione delle materie prime (il barile di petrolio a 150 dollari!) causata dal boom della Cina.

 Quando fallì “Lehman Brothers” e Wall Street scivolò nel panico, i governanti di Pechino cominciarono a teorizzare apertamente il declino terminale del capitalismo americano, e invocarono la fine della centralità del dollaro.

Salto avanti di sette anni ed ecco che nel 2015 “XI Jinping” lancia il suo piano “Made in China 2025”.

Pochi lo capirono all’epoca, quello era un progetto per la distruzione sistematica dell’industria occidentale.

Brexit e la prima vittoria di Trump l’anno dopo furono epifenomeni di un Occidente che cominciava a rivoltarsi contro il pensiero unico delle frontiere aperte.

Sul finire della seconda presidenza Obama perfino i democratici Usa abbandonavano il loro ottimismo sulla relazione con la Cina.

 La globalizzazione non è deceduta di morte naturale, è stata uccisa da un piano di conquista cinese che prometteva squilibri insostenibili».

 

Donald Trump ha capito prima di altri che dazi, sanzioni e politica industriale sarebbero diventati armi geopolitiche, oppure ha semplicemente accelerato una tendenza già in corso?

«Trump non ha capito prima, ha solo avuto l’incoscienza di urlare ad alta voce quel che molti sussurravano, perfino in settori dell’establishment americano.

 Per reagire alla sfida cinese bisognava copiare la Cina:

 che ha sempre usato dazi, sanzioni, sussidi, politica industriale, svalutazioni competitive.

Pechino a sua volta aveva studiato i modelli di altri dragoni asiatici: Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Singapore.

E questi ultimi avevano replicato politiche industriali americane degli anni Trenta o della seconda guerra mondiale.

Imitazione, emulazione, sono più frequenti dell’invenzione pura».

 

 

Hormuz e il regime di transito passaggi:

 uno Stretto internazionale deve restare aperto.

Quando un Papa americano ci fa riscoprire europei.

L’Europa e lo specchio americano, la crisi del rapporto transatlantico non è una parentesi trumpiana: le domande che non si possono più rinviare.

Lei parla delle «guerre di Trump»:

sono conflitti commerciali negoziabili o il segnale di una nuova America più muscolare e meno multilaterale?

«Trump era un ragazzo quando Richard Nixon distruggeva l’ordine monetario di Bretton Woods con l’inconvertibilità del dollaro, aprendo un periodo di caos valutario che era un assalto frontale a Germania e Giappone.

L’America di Reagan fu anch’essa molto muscolare e poco multilaterale. Sono i due modelli di questo presidente.

Peccato che lui sia palesemente al di sotto degli originali, Nixon incluso:

 un lestofante però un grande stratega della geopolitica».

 

Il confronto tra Stati Uniti e Cina è ormai irreversibile? E siamo dentro una nuova Guerra fredda o dentro qualcosa di ancora più complesso?

«Molto più complesso. Immaginiamo se nel periodo più buio della guerra fredda l’Unione Sovietica, oltre agli arsenali nucleari, alle guerre per procura dalla Corea al Vietnam, alle crociate ideologiche, alle reti di spie infiltrate in Occidente, avesse avuto anche un’industria avanzata quanto quella americana, e un monopolio di risorse per noi essenziali».

Sul dossier iraniano:

 l’Occidente ha ancora una strategia verso Iran o si limita a reagire alle crisi, tra nucleare, proxy regionali e instabilità permanente?

«L’Occidente in Iran non esiste.

C’è l’America, che ha tuttora le forze armate più forti del pianeta, ma con un presidente ondivago e impulsivo.

Un’intuizione di Trump poteva essere giusta:

l’Iran ha preso in giro e umiliato ben sette presidenti prima di lui, forse bisognava tentare un affondo per mettere fine a una guerra di 47 anni voluta e perseguita dagli ayatollah.

L’intuizione di Trump si è persa per strada, cambiando ogni giorno il messaggio sugli obiettivi finali di questa guerra ha sprecato le performance del Pentagono.

Le cose hanno preso una brutta piega però aspetterei a fare bilanci, l’esito delle guerre si capisce anni dopo.

 In questa invece i due terzi dell’America e i nove decimi dell’Europa – odiando Trump per ragioni comprensibili – hanno deciso dal primo minuto che lui deve perderla e hanno annunciato cento volte la sua sconfitta».

 

Dopo il 7 ottobre e la guerra in Medio Oriente, Israele resta un avamposto strategico dell’Occidente oppure rischia un crescente isolamento politico?

«Sembra un controsenso, ma sono vere tutt’e due le cose.

Con una precisazione sull’isolamento:

mentre Netanyahu ha perso gran parte dell’Europa ed è riuscito ad alienarsi perfino una maggioranza della popolazione americana, Israele come sistema e come modello è molto meno isolato di una volta nel mondo arabo».

 

Lei sostiene che la Russia resti una minaccia strategica:

il vero rischio oggi viene solo da Russia o dall’asse sempre più stretto Mosca-Pechino-Teheran?

«Quell’asse – a cui furono aggiunti pure il Venezuela e la Corea del Nord – è sempre stato una semplificazione dei media.

Aiuti, collaborazioni, collusioni, sono costanti, però non si tratta di una vera alleanza.

 La Cina soprattutto, ma anche la Russia di Putin, sono governate da leader opportunisti.

 Per questa ragione anche lo strettissimo rapporto bilaterale fra Cina e Russia potrebbe non sopravvivere alla scomparsa di Putin o di XI.

 I russi saranno i primi a capire che trasformarsi in una colonia cinese è un errore quasi altrettanto grave che risvegliare il riarmo tedesco.

Putin crede di essere lo Zar del riscatto che cancellerà le umiliazioni di Gorbačëv, invece lascerà alle prossime generazioni una Russia più debole e inguaiata di quella di Gorbačëv».

 

 

I rapporti tra Unione Europea e Stati Uniti non erano forse mai stati così tesi:

l’Europa è ancora alleata o sta diventando concorrente debole e diffidente?

«I rapporti tra Europa e Stati Uniti – anche a prescindere dal periodo pre-1945 – sono sempre stati segnati da crisi gravissime.

Molte coincisero con guerre mediorientali assortite da shock energetici. A Suez nel 1956 il repubblicano Eisenhower mise in ginocchio Inghilterra e Francia;

 dopo il conflitto dello Yom Kippur nel 1973 Nixon minacciò di ritirare tutti i soldati americani dalla Germania.

Se rileggiamo le analisi che uscirono quando l’invasione dell’Iraq decisa da Bush Junior nel 2003 fu condannata da Germania e Francia, ritroviamo le stesse conclusioni:

 la Nato è morta, si disse.

Le crisi si assomigliano, ma col passare dei decenni il paradosso è questo:

l’Europa è diventata ancor meno rilevante.

Oggi l’influenza americana in Medio Oriente deve vedersela con partner o concorrenti locali che si chiamano Iran, Arabia, Emirati, Turchia, oltre che con i rivali storici Russia e Cina.

 Il ruolo europeo resterà come una nota a piè di pagina nei libri di storia».

 

Nel libro lei descrive un modello europeo in crisi: il continente ha abusato del proprio pacifismo confidando troppo nella protezione americana?

«Ora che alla Casa Bianca c’è il Grande Satana, è diventato impudico ricordarlo:

ma l’insofferenza per il parassitismo europeo della difesa risale al padre del Piano Marshall, “Harry Truman”, così come a “John Kennedy”.

 Il modello in crisi non riguarda solo il pacifismo che scambia l’impotenza per saggezza.

 Il Rapporto Draghi, redatto da un europeista, è implacabile sui ritardi accumulati verso l’America in termini di dinamismo economico, innovazione, imprenditorialità.

Il sistema-America batte l’Europa dagli anni Ottanta.

 In questo periodo si sono alternati presidenti di ogni colore, con ricette economiche molto diverse, su questo terreno Trump ha pochi meriti o demeriti.

 L’economia Usa non prende ordini dai governi. È proprio questa la sua forza».

(Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.)

Italia verso crisi industriale strutturale?

Ildiariodellavoro.it - Paolo Pirani- consigliere CNEL – (27 Aprile 2026) in Analisi -Redazione – ci dice:

Istat, nel 2017 fatturato a +5,1%, ai massimi dal 2008.

Accostare il poderoso riarmo tedesco alla eventualità avanzata da alcuni osservatori di una crisi strutturale della industria italiana potrebbe sembrare azzardato.

 Invece forse non lo è.

La Germania punterebbe ad aspirare a diventare la maggiore potenza militare europea con investimenti massicci in armamenti convenzionali, innovazione, numero di militari.

La crisi dei rapporti nella Nato, la guerra in Ucraina che ha fatto riemergere rischi di insicurezza in Europa, lo sconvolgimento dell’ordine mondiale e la fine della globalizzazione finora intesa, sta producendo modifiche nei comportamenti degli Stati fino a poco tempo fa impensabili.

 

Negli anni ’80 la rivoluzione tecnologica portò il marchio dell’industria militare Usa.

 L’era digitale ha spostato successivamente lo stesso significato di potere ed organizzazione della società in ambiti sempre meno accessibili alla cultura politica che è in forte ritardo.

Lo sviluppo tecnologico tutto interno alla economia capitalista ed alla finanza sta provocando mutazioni anche nelle classi dirigenti.

 E non è un caso che, la rivendicazione di un nuovo umanesimo, Papa Leone la lancia in questi giorni dall’Africa dove è più aggressiva la presenza delle grandi potenze e dove diseguaglianze e tragedie umanitarie sono fortissime ma anche incapaci di suscitare una vera solidarietà internazionale. 

Non ci sono piazze disponibili per il Sudan e gli altri epicentri drammatici delle guerre africane che celano voracità dittatoriali non meno che di accaparramento di materie prime essenziali per l’era digitale.

 

Non vi è da stupirsi allora che, un’Europa considerata imbelle dal contesto internazionale che conta, veda nascere al suo interno soluzioni nazionali “ambigue” ma che puntano al tempo stesso a puntellare la produzione ed a ridurre le paure delle popolazioni sia nella direzione della sicurezza che in quella del futuro.

 

Probabilmente dovremo scontare un risveglio confuso delle classi dirigenti europee per diverso tempo, ma i segnali che giungono ora come quello tedesco fanno capire che accumulare ancora in Italia esitazioni sul da farsi potrebbe davvero spingere la seconda potenza industriale europea verso il declino.

 

Il riarmo tedesco in realtà si configura anche come un …riarmo industriale.

 Vale a dire l’enorme spesa destinata alla difesa vedrà fra i beneficiari inevitabilmente i punti di forza della industria tedesca in attesa del diradarsi della guerra ucraina e attraverso la spregiudicatezza che caratterizza i rapporti con diversi Paesi asiatici compresa la Cina.

 

Insomma ci saranno investimenti che pioveranno sulla industria civile tedesca a promuoveranno una possibile e profonda sua trasformazione.

 

Un esempio che non si può (e non si dovrebbe) imitare, ma che sarebbe sbagliato ignorare.

Sono mesi ormai che l’industria italiana zoppica con evidenti difficoltà in settori chiave come l’auto, il tessile, perfino la moda e la chimica.

Aumentano le ore di cassa integrazione, si nota una propensione insufficiente verso la innovazione da parte di poco meno della metà delle imprese che operano sul territorio nazionale, anche a causa della ridotta dimensione, c’è il rischio di perdere un pilastro delle opere pubbliche costituito dall’acciaio.

 

E non va dimenticato che, la ventilata minaccia di un intreccio fra stagnazione e inflazione, potrebbe sferrare un nuovo duro colpo al nostro apparato produttivo ed alla condizione di migliaia di lavoratrici e lavoratori con conseguenze a ruota sui consumi e sul risparmio.

 

Eppure, gli scenari sono sbandierati più per esorcizzarli o usarli come materia di contrapposizione che per allestire proposte di politica industriale ed economica in grado di reggere ad uno dei periodi maggiormente pericolosi sul piano economico e sociale che il mondo abbia mai vissuto.

 Vi è una distanza fra la serietà dei problemi che vengono posti a tutti in questo momento e le risposte che si tentano di dare con l’ambizione di guardare oltre le emergenze.

 

Non ultima dovrebbe risultare la preoccupazione per la fuga di giovani cervelli dall’Italia che prosegue incessante ed aggrava la domanda di professionalità.

 

Se i prossimi mesi faranno da contrappunto ad una più o meno sotterranea campagna elettorale in vista delle elezioni 2027 questo deriva già negativa potrebbe accelerare e vi è da chiedersi quale mai governo di qualsiasi colore ed alleanza politica potrebbe mai reggere alla definizione di una manovra economica all’altezza della situazione internazionale ed interna.

 

Occorrerebbe insomma rincentrare l’attenzione sulla centralità della sorte della industria italiana, tenendo conto anche del fatto che alcuni sostegni europei verranno a mancare come le risorse del PNRR.

E ci sarebbe molto lavoro da fare in un confronto che superasse l’attuale impossibilità ad uscire da uno scontro politico di “trincea” che non ammette passi in avanti nel ricercare soluzioni utili per il Paese.

 

Ad esempio, non si può evitare di tentare di “rimpatriare” produzioni fuggite all’estero e che riguardano in particolare l’innovazione e la digitalizzazione.

Non va ignorato che in Italia si produsse negli anni ’50 il primo prototipo di computer alla Olivetti dando così ragione a chi ritiene che in Europa non manchino le intelligenze ma le volontà politiche e la capacità di concentrare investimenti e logistiche sugli obiettivi prioritari per la crescita, depotenziando al tempo stesso l’eccesso di burocrazia.

Perché quell’esperienza degli anni ’50 finì, appunto, in mano… americana.

 

Molto c’è da fare ovviamente sul piano energetico, attraverso la diversificazione delle fonti ma con un piano preciso che andrebbe condiviso nelle sue linee portanti dalla intera classe dirigente del Paese con risorse finanziarie e tempi di attuazione non millenaristici.

 

Non di meno andrebbe trascurato il fatto che buona parte della ripresa produttiva ed economica in senso generale lo si è dovuto alle imprese di costruzioni con ingenti finanziamenti pubblici che ora potrebbero in parte almeno venire a mancare.

Eppure, solo rammentare che anche quest’anno ciclicamente si sconta l’assenza di un piano generale di manutenzione del territorio con danni e drammi imponenti nella Penisola permetterebbe di individuare scelte e soluzioni per mantenere vitale quel settore che tanto ha contribuito a farci uscire dalla crisi dei primi anni del terzo millennio.

 Ma anche in questo caso è il confronto fra politica e forze sociali a diventare una possibile carta vincente.

 

Naturalmente l’Italia soffre di carenze di produttività e competitività che si trascinano nel tempo.

 In apparenza in un Paese del fai da te pare proprio che si sia smarrito un modello di sviluppo produttivo che pure ci ha caratterizzato per decenni.

Non dovrebbe essere una missione impossibile riflettere su questa carenza che chiama in causa anche evidenti responsabilità imprenditoriali.

 L’idea radicata nella politica ma, anche, in un’area delle imprese che debba essere lo Stato a sopperire ad esigenze di investimenti, di formazione, di infrastrutturazione senza che vi sia anche nella realtà economica e sociale un contributo in questa direzione di idee nuove, di proposte, di comportamenti, può rallentare ancora il procedere della nostra economia.

 

L’Italia del fai da te in una realtà nella quale l’organizzazione digitale prevale su ogni altra pretesa di tenere il passo con il resto del mondo è destinata ad essere soppiantata ben presto con conseguenze anche sulla identità stessa della nostra libertà e democrazia.

 

In questo periodo si succedono due date importanti per la nostra coscienza collettiva:

 il 25 aprile ed il primo maggio.

Libertà, progresso e dignità del lavoro. 

Coloro che furono i protagonisti della Liberazione il loro compito, magari non del tutto, come sottolineava Calamandrei, lo hanno svolto con coraggio e lungimiranza:

la Repubblica, la Costituzione, la democrazia, il miracolo economico. Oggi invece che soffermarsi su dispute datate la domanda reale dovrebbe essere:

cosa ci facciamo di questa fondamentale libertà che abbiamo ereditato?

(Paolo Pirani, Consigliere CNEL).

 

 

 

Intelligenza artificiale, Petrazzo (FIM- Cisl):

il sindacato può e deve governarla.

Ildiariodellavoro.it - Emanuele Ghiani – (24 Aprile 2026) - in Interviste – Redazione – ci dice:

 

Lavoro, sottoscritta intesa tra Cnel e CREF sull’intelligenza artificiale.

L’intelligenza artificiale, nelle sue svariate applicazioni, colpisce in modo trasversale l’intero mondo del lavoro nei suoi più disparati settori.

 Il sindacato dei metalmeccanici della Cisl ha elaborato un manifesto che mette in luce quali sono i rischi e le opportunità dell’I.A. per i lavoratori.

 Il diario del lavoro ha intervistato la segretaria nazionale della FIM- Cisl, Giovanna Petrazzo, per approfondire il tema.

 Per la sindacalista, il ruolo del sindacato deve sempre essere rispettato in quanto soggetto di rappresentanza e di conseguenza deve essere coinvolto anche nel governare, insieme alle parti datoriali, gli algoritmi e tutti i vari elementi che ruotano intorno all’utilizzo dell’I.A.

 

 Petrazzo, l’intelligenza artificiale porta con sé vantaggi e rischi, a seconda di come venga utilizzata nel mondo del lavoro.

Partiamo dai rischi, quali sono i più concreti e incombenti che avete rilevato?

 

L’iper-misurazione del lavoro, per esempio, è un danno per il lavoratore nella misura in cui non tiene conto del contesto reale, delle dinamiche tra le relazioni fra i lavoratori.

Il mondo metalmeccanico, come tutto il mondo dell’industria, ha sviluppato tutta una metrica rispetto al lavoro che tiene conto delle pause fisiologiche, del contesto, degli imprevisti, insomma di tutta una serie di elementi che al contrario, attraverso l’algoritmo, non verrebbero presi in considerazione.

Si espone quindi il lavoratore a essere valutato sui tempi, sulle modalità e sulla creazione del proprio lavoro in una forma sganciata dalla realtà umana, da un’analisi veritiera e concreta del modo di lavorare.

Non dimentichiamo anche il tema del controllo a distanza che assume forme nuove rispetto a quanto è stato finora normato dalla legge e dalla contrattazione, oppure discriminazione nei processi HR e sostituzione e compressione occupazionale.

 

Un problema che comprende sia le tute blu che i colletti bianchi?

 

Si, è un meccanismo che riguarda tanto il lavoro strettamente collegato alla produzione, quindi il controllo del lavoro applicato alle macchine, alla produzione, tanto quanto al lavoro intellettuale.

Sono rischi dai quali possono conseguire altre difficoltà per i lavoratori, come lo stress da lavoro correlato piuttosto che gli effetti negativi sulla valutazione della performance del lavoro;

con tutto ciò che ne consegue sia sul piano della carriera del lavoratore piuttosto che sul suo riconoscimento retributivo.

 

Una iper-misurazione che sembra quasi sovrapporsi al ruolo del capo reparto.

In un certo senso si, perché l’iper-misurazione affidata a un algoritmo, rispetto al quale il capo reparto non può intervenire vestendo i panni di soggetto capace di tenere conto dei fattori umani nel processo produttivo, espone tutti a una fredda valutazione statistica che non comprende invece di tutto ciò che accade nella concretezza della realizzazione del lavoro.

Affidare questa valutazione a un asettico algoritmo e quindi distogliere questo ambito da quelli che sono i rapporti di relazioni dentro il mondo del lavoro, tra il lavoratore e i propri responsabili, rischia di determinare una discriminazione tra i lavoratori rispetto a chi sta dentro i parametri dell’algoritmo e chi ne rimane fuori; tutto questo avviene senza poter nemmeno discutere e avere un’interlocuzione con il sindacato.

 

Il sindacato quindi vuole essere coinvolto su come si determina l’algoritmo, è corretto?

 

SI, le aziende devono entrare nell’ottica che l’intelligenza artificiale non deve essere semplicemente introdotta nel processo lavorativo ma deve essere governata insieme al sindacato, altrimenti i rischi che corriamo sono deleteri per il fattore umano.

Inoltre, in futuro con chi ci confronteremo?

Chi definisce i tempi, chi li ha stabiliti?

Chi ha fatto la selezione e su che basi di informazioni?

Chi ha deciso e come?

Se tutto viene affidato a un algoritmo di cui noi non abbiamo nemmeno il controllo della sua costruzione, dei dati che vengono inseriti nella sua struttura, con chi contrattiamo questi parametri?

 Faccio presente che, storicamente, una delle battaglie sul quale il sindacato ha caratterizzato la propria storia è stata proprio quella di incidere nell’organizzazione del lavoro, anche sul cosiddetto “tempi e metodi”.

Per esempio le RSU, soprattutto nelle aziende manifatturiere, hanno un confronto con l’azienda rispetto alla metrica, alle scadenze e alla quantità del lavoro.

 Una buona e doverosa pratica che pretendiamo non si volatilizzi con la comparsa dell’I.A.

Quindi ribadiamo il diritto di sapere quali sono i criteri di valutazione attraverso i quali viene misurato il lavoro e di poterli incidere attraverso il confronto.

 

Quindi sostenete che l’algoritmo e le regole che lo compongono, dato che è frutto di una scelta aziendale a monte, si possono poter contrattare.

 

Esatto.

Non deve passare il concetto che, siccome lo ha detto l’intelligenza artificiale, è per sua natura esatta come se fosse un oracolo, perfettamente giusto e corretto.

L’intelligenza artificiale non è una scienza esatta, è un metodo attraverso il quale si imputano milioni di informazioni.

L’I.A. ha la capacità di metterli in relazione, attraverso un processo statistico, di estrarre delle informazioni.

 Ma se la qualità delle informazioni non è governata, se addirittura tra le informazioni che vengono utilizzate dall’intelligenza artificiale alcune sono volutamente errate, capisce che di conseguenza può sbagliare e neanche raramente.

Non possiamo non tenere conto di tutto questo, va corretta laddove c’è la possibilità di ravvisare gli errori e l’unico soggetto che può farlo è l’essere umano, con le proprie competenze e la propria professionalità, che a sua volta deve essere continuamente alimentata, irrobustita e sviluppata tramite la formazione.

 

Tra le vostre proposte nel manifesto dell’I.A. avete dato risalto a una richiesta storica del movimento operaio, quella della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.

Grazie all’intelligenza artificiale è possibile raggiungere questo traguardo?

È anche una battaglia identitaria per noi della FIM - Cisl, dove abbiamo nel nostro simbolo un petalo che viene sfilato, nato proprio in occasione della campagna sulle 35 ore degli anni ’80.

 Facciamo una semplice analogia:

nei primi del Novecento la rivoluzione industriale, nata dalla diffusione del motore a scoppio e dell’elettricità, ha determinato la messa in discussione dell’orario di lavoro di 14-16 ore giornaliere e la liberazione della fatica pesante, attribuita alle macchine attraverso questa nuova fonte di energia rivoluzionaria.

 Da qui si è costruito tutto un processo di rivendicazioni sindacali intorno alla costruzione delle 8 ore e l’istituzione delle 150 ore per la formazione.

Oggi si sta verificando un’ennesima rivoluzione tecnologica, che cambia fortemente i processi del lavoro e ha un impatto soprattutto sul lavoro concettuale.

 Così come più di un secolo fa è stato possibile far fare dei passi avanti rispetto al tempo di lavoro, come sindacato riteniamo che grazie alle opportunità dell’intelligenza artificiale si libera del tempo, perché ha la capacità di creare dei processi di conoscenza e di elaborazione ad una velocità superiore alla velocità del pensiero dell’uomo, grazie al fatto che mette in collegamento miliardi di dati.

Se è vero l’assunto che l’intelligenza artificiale ha la possibilità di aumentare la produttività delle aziende e il valore la ricchezza prodotta, al contempo questo valore deve essere distribuito, anche attraverso la riduzione dell’orario di lavoro.

Se aumenta la produttività di 100 volte e l’orario di lavoro rimane intatto allora suggerite che qualcosa non quadra.

 

Certo, non quadra il fatto che quel lavoro lo faranno in meno persone, un modello non sostenibile sul piano sociale ed economico.

 Invece riducendo l’orario di lavoro si permette l’ingresso di nuovi lavoratori, che a loro volta potranno essere consumatori e produttori, riuscendo in questo modo a tenere in piedi l’intero sistema.

 

L’I.A. prenderà sempre più spazio nel mondo del lavoro, il sindacato riuscirà a mantenere lo stesso ruolo, la stessa funzione di oggi?

Guardi, se anche in un futuro l’intelligenza artificiale governasse l’intero mondo del lavoro e prendesse il posto degli umani, degli HR, dei vari capi d’azienda, sempre e comunque si dovrà rispondere alla rappresentanza sindacale.

Perché rappresentiamo e tuteliamo i lavoratori ed è alla base di questo principio che faremo rispettare il ruolo di parti sociali.

Faremo il nostro lavoro di sindacato, al di là di chi si siederà dall’altra parte del tavolo, umano o meno che sia.

(Emanuele Ghiani)

 

Moody’s: “Con l’escalation

in Medio Oriente per l’Italia

incubo stagflazione.”

Lastampa.it - Fabrizio Goria – (24 Aprile 2026) – Redazione – ci dice:

 

L’agenzia di rating statunitense mette in guarda il Paese sugli shock dal conflitto nel Golfo Persico.

Rischio inflazione fino a +5% nello scenario avverso e recessione profonda in caso di perdurare del blocco dello Stretto di Hormuz.

Moody’s: “Con l’escalation in Medio Oriente per l’Italia incubo stagflazione.”

Lo spettro della stagflazione incombe sull’Italia.

È questo il monito lanciato da Moody’s.

L’escalation militare in Medio Oriente ha innescato uno shock energetico globale capace di perturbare i flussi di petrolio e gas naturale liquefatto attraverso lo Stretto di Hormuz.

 La penisola italiana, secondo l’agenzia di rating statunitense, risulta il bersaglio perfetto per questa tempesta perfetta.

Come evidenzia Andrea Pinelli nel nuovo rapporto di “Moody's Analytics”, «la struttura dell’industria italiana aumenta il rischio che uno shock temporaneo diventi un colpo persistente ai margini e alla competitività delle imprese». In tal senso, la dipendenza italiana dal gas naturale amplifica le conseguenze, poiché il prezzo da gas a energia elettrica farà lievitare i costi e diffonderà lo shock in tutti i settori.

 

Il tempo per la compiacenza è terminato.

La dinamica del blocco alle rotte commerciali in Medio Oriente appare chiara e punitiva per l’architettura industriale del Paese, esponendo debolezze sistemiche pregresse.

 La chiusura di fatto dello Stretto ha ridotto le esportazioni di petrolio dal Medio Oriente, mentre i danni alle infrastrutture in Qatar hanno contratto l’offerta globale di GNL, irrigidendo in misura sensibile i mercati europei del gas.

Secondo Moody’s, l’Italia si trova esposta a causa della sua profonda dipendenza dal gas naturale e dalle importazioni di GNL da fornitori chiave proprio come il Qatar, risorse indispensabili sia per la generazione di elettricità sia per la produzione industriale.

 Quando la carenza di materie prime spinge i prezzi verso l’alto, si rammenta nel rapporto, il colpo si trasmette ai mercati elettrici attraverso la fissazione dei prezzi da gas a energia, innalzando i costi marginali per le imprese in tutto il perimetro nazionale.

 

Questi rincari su energia e trasporti, secondo Moody’s, colpiranno i flussi di cassa in tempi brevissimi, mentre un trasferimento di proporzioni maggiori sui fattori di produzione intermedi e sui servizi emergerà in concomitanza con i rinnovi dei contratti commerciali.

La pressione, viene rimarcato, non risparmia la rete di interscambio globale, in particolare attraverso Germania e Stati Uniti ‘America, dove la domanda mostra una forte correlazione con la produzione industriale italiana nel modello macroeconomico.

 Una situazione nota, ma non per questo meno profonda per la stabilità relativa.

 Come spiega Moody’s, una flessione della domanda tedesca pesa in modo considerevole sui settori italiani dei beni strumentali e dell'auto, riflettendo gli stretti legami di esportazione con la manifattura teutonica.

Di contro, il canale di trasmissione statunitense opera su uno spettro più ampio, dove una crescita ridotta comprime la domanda in numerosi ambiti, tra cui macchinari, metalli lavorati, chimica e svariati settori rivolti ai consumatori.

 

Patto di Stabilità e procedura, i quattro falsi miti da sfatare.

Dal nostro corrispondente “Marco Bresolin”.

L’agenzia di rating statunitense elabora tre scenari macroeconomici distinti per delineare l'evoluzione della crisi.

 Nello scenario di base, che presuppone la riapertura dello Stretto di Hormuz a cavallo tra fine aprile e inizio maggio con un riavvio delle spedizioni e della produzione di materie prime, la crescita del Pil italiano rimane debole.

 I prezzi elevati di petrolio, gas ed elettricità fanno segnare all'inflazione un picco del 2,6% su base annua nel quarto trimestre del 2026, erodendo i redditi reali, con la Banca centrale europea (Bce) “costretta a un rialzo dei tassi di interesse”.

 In questo quadro, i prezzi dell’energia restano alti per poi allentarsi man mano che le condizioni di offerta e le scorte si normalizzano a livello globale.

 Le prospettive assumono tinte più cupe nello scenario “Stagflazione”, basato su ostilità persistenti per diversi mesi, incertezza elevata e rincari energetici prolungati.

 In tale contesto, l’Italia scivola in una lieve recessione, evidenzia Moody’s.

 Il costo di gas ed elettricità comprime i margini industriali e indebolisce le esportazioni, mentre l’inflazione sale in modo marcato per via di maggiori effetti di primo e secondo impatto, toccando quota 3,9%. Secondo gli esperti di Moody’s, pressioni inflazionistiche obbligano la Bce a ulteriori strette sui tassi, intensificando le difficoltà per consumi, investimenti e occupazione, con una politica fiscale capace di offrire compensazioni del tutto marginali.

L’indebolimento della crescita nell’area euro risulta netto, aggravando il quadro generale.

 

L’allarme di Giorgetti: “L’economia peggiora”.

Il rischio stagflazione.

“Alessandro Barbera”.

L’ipotesi estrema, denominata “High Oil Price scenario”, traccia i contorni di una crisi strutturale e profonda.

 Una interruzione protratta dei flussi di energia e GNL nel Golfo e danni duraturi alle infrastrutture innescano uno shock di prezzo molto più ampio, una stretta monetaria aggressiva e una inesorabile spirale recessiva.

L’Italia sprofonda in una recessione marcata, con aumenti drastici del prezzo del gas che guidano un’impennata delle tariffe elettriche e provocano una brusca contrazione della produzione e della fiducia delle imprese.

L’inflazione subisce un rincaro verticale fino a raggiungere il 5,1% in Italia e nella zona euro, spingendo verso politiche monetarie ancora più severe in grado di amplificare lo stress finanziario per aziende e consumatori.

Questo profilo di prezzi alti per un lungo periodo risulta insidioso per la penisola, poiché muta un temporaneo shock del premio al rischio in uno shock dei costi persistente, trasmesso in simultanea attraverso petrolio, gas ed elettricità.

 

 

L’intervista.

Cottarelli: “Il problema è che non cresciamo.”

“Paolo Baroni”.

In tal quadro, l’amplificazione degli effetti di secondo impatto si propaga lungo le catene di approvvigionamento e il trasporto marittimo, azzerando la redditività dei settori ad alta intensità energetica ed erodendo la competitività della manifattura, costretta a fronteggiare ostacoli strutturali radicati.

Per intercettare tale complessità, “Moody’s Analytics” ha potenziato il proprio modello macroeconomico globale integrando relazioni input-output specifiche per nazione, consentendo agli shock energetici di propagarsi lungo le intere catene del valore italiane.

 

 

Il retroscena.

Ue, scure Fmi: crescita ferma, i prezzi corrono.

“Basta aiuti a pioggia, ora riforme”.

Avviso a Roma

“Fabrizio Goria”.

L’impatto sul tessuto produttivo si manifesta in modo irregolare, con un tributo altissimo per i settori produttori di beni ad elevato assorbimento di energia.

Nello scenario peggiore delineato da Moody’s, edilizia, manifattura e agricoltura registrano le perdite maggiori, schiacciate dall'interazione tra costi maggiorati, domanda debole, condizioni di finanziamento rigide e minore propensione agli investimenti.

Il danno supera l’uso diretto dei carburanti, trovando le costruzioni del tutto vulnerabili per la sensibilità congiunta ai costi degli input e ai tassi di interesse.

 

 

L’intervista:

Energia, parla Birol: “Aerei a rischio, stop entro fine maggio.

 L’Italia deve tornare al nucleare.”

Giuseppe Bottero.

All’interno della manifattura, a crollare con maggiore intensità sono i comparti a monte delle filiere o dipendenti in larga misura dalle materie prime e dall’energia intermedia.

Prodotti chimici, autoveicoli, apparecchiature elettriche, prodotti petroliferi raffinati e minerali non metalliferi subiscono le flessioni più repentine, in linea con un classico shock da spinta dei costi.

 In uno scenario così marcato, altri comparti risentono di danni inferiori: la produzione di gomma, plastica, metalli di base, carta e alimentari registra perdite moderate grazie a un'esposizione diretta più contenuta o a una domanda resiliente.

Il settore farmaceutico emerge come oasi di sicurezza e resta in buona parte isolato dalle turbolenze, al pari dei servizi regolamentati come sanità, istruzione, pubblica amministrazione, informazione e parte del comparto finanziario.

Il terziario, in generale, non vanta immunità.

Per Moody’s, attività legate a costi e domanda, quali commercio al dettaglio, ospitalità e trasporti, soffrono per via del ridotto potere d’acquisto delle famiglie e dei rincari della logistica.

 

 

L’allarme.

Fmi: “Squilibri fiscali in aumento con la guerra in Iran. Per l’Italia deficit sopra il 3% del Pil.”

“Fabrizio Goria”.

Quello che è certo, secondo Moody’s, è che il conflitto sta smascherando la dipendenza italiana dal gas quale vulnerabilità sistemica, capace di convertire una crisi esogena in una sfida vitale per la competitività del Paese.

 Il combinato disposto tra fissazione del prezzo dell’energia basata sul gas, fitte connessioni produttive ed esposizione alle catene di fornitura internazionali consegna la nazione a un rischio enorme per la crescita, le spinte inflazionistiche e le performance di tutto l’apparato industriale.

Un panorama che preoccupa non solo i mercati finanziari ma anche le istituzioni italiane.

 

 

 

 

L’Italia tra declino industriale,

paradisi fiscali e sfide politiche.

Tvsvizzera.it – Riccardo Franciolli – (10 aprile 2026) – Redazione – ci dice:

 

“John Elkann” con la maglia della Juventus.

 (EPA/ALESSANDRO DI MARCO).

I media svizzeri tracciano questa settimana un quadro in chiaroscuro dell'Italia contemporanea:

dal declino dell’impero Agnelli guidato da John Elkann alla crisi d’identità del calcio azzurro e alle difficoltà di Giorgia Meloni dopo la sconfitta referendaria.

A fare da contraltare è il boom di Milano come paradiso fiscale per i superricchi.

(Questo contenuto è stato pubblicato il10 aprile 2026.)

“Riccardo Franciolli”.

John Elkann il becchino dell’industria italiana.

Il declino dell’industria automobilistica, la svendita del settore editoriale, i fallimenti sportivi di Juventus e Ferrari:

il popolo italiano fatica a digerire l’impopolare erede degli Agnelli e il suo allontanamento dall’identità nazionale.

 È questo il ritratto di John Elkann tracciato dalla “Neue Zürcher Zeitung” - Collegamento esterno (NZZ).

 Il quotidiano zurighese descrive Elkann come il “becchino dell’industria automobilistica italiana”, un leader che, a differenza del carismatico nonno Gianni Agnelli, si comporta più da amministratore fallimentare che da capitano d’industria.

 

Come fa notare la NZZ, la fusione di Fiat prima con Chrysler e poi con Peugeot e Citroën per creare “Stellanti” ha portato a un drastico ridimensionamento della produzione in Italia.

Con l’assemblaggio spostato sempre più all’estero, la produzione nazionale di auto è scesa nel 2025 al livello più basso dal 1955.

 Degli ultimi 18’000 dipendenti, quasi la metà è in cassa integrazione.

Un declino che gli italiani e le italiane non perdonano a Elkann, ricordando i decenni in cui la famiglia Agnelli ha goduto di generosi sussidi statali.

Ma l'”esaurimento” dell’impero, sottolinea il giornale, non si ferma alle auto.

 Negli ultimi mesi Elkann ha venduto testate storiche come La Stampa, L’Espresso e Il Secolo XIX, per poi cedere La Repubblica al gruppo greco Antenna.

 Una mossa, quest’ultima, che ha scatenato forti resistenze, visti i legami della famiglia acquirente con Donald Trump e il principe saudita Mohammed bin Salman.

Anche sul fronte sportivo le delusioni non mancano:

 la Ferrari rincorre in Formula 1 dal 2008 e la Juventus, dopo nove scudetti consecutivi, è sprofondata in una crisi sportiva e finanziaria culminata con le dimissioni del cugino Andrea Agnelli.

 

L’impopolarità di Elkann in patria è ormai palese.

La NZZ ricorda i fischi ricevuti al torneo di tennis di Torino e le parole dell’ex editore Carlo De Benedetti:

 “Se oggi passeggia per le strade di Torino, non lo saluta più nessuno”. Per il quotidiano elvetico, l’epilogo è già scritto:

John Elkann, che possiede passaporto americano e vanta ottime relazioni oltreoceano (siede nel cda di Meta ed è in contatto con Trump e Sam Altman), è destinato a trasferirsi a New York, dove l’accoglienza sarà certamente più calorosa che in Italia.

 

Ogni settimana proponiamo un riassunto dei temi che riguardano l’Italia di cui si è occupata la stampa della Svizzera tedesca e francese.

 

(Milano, con particolare del Duomo e sullo sfondo il quartiere City Life.”

 “AP Photo/Luca Bruno)

Milano, la nuova Dubai dei super-ricchi.

L’Italia si sta trasformando in una calamita per personalità super-ricche di tutto il mondo, sfidando apertamente la Svizzera e Dubai.

Come rivela il “Tages Anziese” Collegamento esterno, nel 2025 ben 3’600 persone milionarie si sono trasferite nella Penisola, portando con sé un patrimonio stimato in 21 miliardi di dollari.

 Un esodo dorato che ha catapultato l’Italia al terzo posto mondiale per l’attrazione di grandi patrimoni, subito dietro a Emirati Arabi e Stati Uniti, e appena prima della Svizzera (ferma a quota 3’000).

 

Il segreto di questo successo, spiega il quotidiano zurighese, risiede in una vantaggiosa politica fiscale introdotta nel 2017 dal Governo di Matteo Renzi:

una “Flat Tax” sui redditi generati all’estero, inizialmente fissata a 100’000 euro e progressivamente alzata fino ai 300’000 euro previsti per il 2026.

Ma c’è un dettaglio cruciale che, fa notare il Tages Anziese, conferisce all’Italia un netto vantaggio competitivo rispetto alla tassazione forfettaria svizzera:

 il sistema italiano permette a chi beneficia di esercitare liberamente un’attività lucrativa nel Paese, tassata con le aliquote ordinarie.

 Inoltre, un visto per investitori consente l’ingresso a cittadini e cittadine extra-Schengen a fronte di un investimento minimo di 250’000 euro.

 

Milano è la principale beneficiaria di questa ondata.

Il giornale elvetico sottolinea che circa la metà dei nuovi arrivati ha scelto il capoluogo lombardo, attratta dal suo dinamismo economico e culturale.

Questo afflusso ha avuto un impatto dirompente sul mercato immobiliare di lusso:

 in soli quattro anni, i prezzi nel segmento premium sono esplosi del 40-50%, raggiungendo cifre tra i 25’000 e i 30’000 euro al metro quadrato.

 I nuovi residenti cercano appartamenti enormi, tra i 250 e i 500 metri quadrati, e rigorosamente pronti all’uso, snobbando la vecchia abitudine italiana di comprare per ristrutturare.

 

Mentre l’instabilità in Medio Oriente frena l’ascesa di Dubai, scrive il foglio zurighese, l’Italia gioca la carta della qualità della vita, estendendo il boom immobiliare anche a destinazioni iconiche come il Lago di Como, Portofino, Venezia e Cortina.

Il Tages Anziese si chiede se l’Italia stia cannibalizzando la clientela svizzera.

Gli esperti interpellati dal quotidiano rassicurano: i due sistemi sono complementari.

A Milano arrivano manager attivi e partner di fondi d’investimento che vogliono lavorare, mentre la Svizzera continua ad attrarre chi cerca altri tipi di vantaggi, sebbene le richieste di trasferimento in Italia siano in aumento.

 

Giorgia Meloni.

(EPA/FABIO FRUSTACI).

Meloni, la funambola dell’estrema destra.

La parabola di Giorgia Meloni sembra arrivata a un punto di svolta.

Da modello di estrema destra “normalizzata”, capace di rassicurare l’Europa e i mercati, la premier italiana si trova ora ad affrontare la prima vera crisi del suo mandato.

 Come scrive il Blick Collegamento esterno, la bocciatura al referendum sulla riforma della giustizia (respinta dal 53% dell’elettorato) non è stata solo una sconfitta tecnica, ma un duro avvertimento da parte della cittadinanza preoccupata per una “deriva illiberale” e autoritaria del Governo.

 

Il quotidiano svizzero ripercorre l’abilità tattica con cui Meloni, erede del Movimento sociale italiano di matrice neofascista, è riuscita a consolidare il suo potere nei primi tre anni.

Ha abbandonato le minacce di uscita dall’Unione Europea, ha sostenuto fermamente l’Ucraina contro la Russia di Putin e, pur promettendo blocchi navali in campagna elettorale, ha rilasciato più permessi di soggiorno dei Governi precedenti per rispondere alle esigenze del mercato del lavoro.

Un pragmatismo che, fa notare il “Blick”, le ha permesso di vendere la narrazione di un’Italia stabile e prospera, nonostante la crescita asfittica e le giovani generazioni in fuga.

 

Tuttavia, sottolinea il giornale, nei fatti le politiche di estrema destra non sono mai mancate.

 Dalla crociata contro le famiglie omogenitoriali (con la gestazione per altri dichiarata “reato universale”) all’inserimento di associazioni anti-abortiste negli ospedali, fino all’esternalizzazione della gestione delle persone migranti in costosi centri in Albania.

 A preoccupare maggiormente, però, è la stretta su sicurezza e giustizia. Il “Blick” evidenzia l’escalation di decreti repressivi contro manifestanti, attivisti e organizzatori di rave, culminata nel tentativo di limitare l’autonomia della magistratura, percepita dal Governo come un “plotone di esecuzione”.

 

Oggi la presidente del Consiglio appare indebolita.

 Scandali interni al Governo e l’ingombrante vicinanza a Donald Trump ne hanno appannato l’immagine.

Secondo il quotidiano elvetico, Meloni ha tentato un rimpasto silurando alcuni ministri e ministre, ma il messaggio delle urne è chiaro:

se abbandona l’equilibrismo per abbracciare pienamente la sua visione radicale, l’opinione pubblica si ribella.

Il “Blick” conclude che, sebbene le divisioni dell’opposizione giochino ancora a suo favore, la premier dovrà tornare a camminare in punta di piedi sul suo filo da funambola se vorrà arrivare alle elezioni del 2027.

 

(Giocatori italiani abbracciati in attesa dell'esito dei calci di rigore.)

 (Copyright 2026 The Associated Press. All Rights Reserved)

L’Italia che non c’è più.

L’eliminazione dell’Italia dalle qualificazioni ai Mondiali non è solo una delusione sportiva, ma il sintomo di una profonda crisi d’identità nazionale.

È l’amara riflessione dello scrittore italo-svizzero “Franco Supino”, che sulle pagine della “NZZ am Sonntag- Collegamento esterno” racconta come il calcio lo abbia aiutato a integrarsi in Svizzera e perché oggi non creda più a una rinascita del movimento azzurro.

Per l’autore, l’esclusione dal Mondiale è paragonabile a una “Coppa del mondo di sci senza la Svizzera: un senso di vuoto”.

 

Il simbolo del fallimento, fa notare il domenicale, non è tanto tecnico quanto morale.

 Supino cita il caso del difensore “Alessandro Bastoni,” capace di simulare un fallo per far espellere un avversario e poi esultare per la scorrettezza.

Un atteggiamento che, unito all’espulsione diretta rimediata contro la Bosnia, incarna per l’autore i mali del calcio italiano.

 Ma le radici della crisi, sottolinea la “NZZ a Sontag”, sono profonde e già note dal 2010, quando l’Italia fu eliminata ai gironi in Sudafrica. All’epoca Roberto Baggio redasse un rapporto di 900 pagine denunciando la carenza di strutture, la scarsa promozione giovanile e l’ossessione per la tattica a scapito del talento.

Quel documento è rimasto lettera morta.

 

Il problema di fondo, spiega il giornale, è che agli italiani e alle italiane della Nazionale importa poco: il tifo vero è riservato ai club, espressione del forte campanilismo regionale. Inoltre, molti grandi club sono passati in mani straniere, a fondi d’investimento interessati al rendimento a breve termine piuttosto che alla formazione di giovani italiani o a concedere i giocatori alla Nazionale. Per questo Supino si dice convinto che “non cambierà nulla”, nonostante le lacrime di circostanza.

 

La NZZ ma Sontag ricorda con nostalgia l’Italia del 1982 e l’esultanza contagiosa di Paolo Rossi, che in Svizzera aiutò a scacciare lo spettro dell’iniziativa Schwarzenbach contro gli immigrati e le immigrate.

 Oggi, invece, sottolinea il domenicale, il senso del “noi” generato dalla Nazionale sta svanendo, in un Paese che fatica a mantenere la propria identità.

 La chiusa è amara ma solidale:

lo scrittore si augura che la vittoria della Bosnia, trascinata dallo “svizzero” Haris Tabakov, possa portare al Paese balcanico lo stesso rispetto che la vittoria ai Mondiali spagnoli regalò alla diaspora italiana.

 

 

 

 

 

La questione industriale e la

manifattura italiana

in profonda crisi.

 

Ilfoglio.it - Luciano Capone – (10 - DIC. - 2025) – Redazione – ci dice:

 

La politica, sia l'opposizione che il governo, ignora il declino della produzione industriale.

 Due ricerche, una del Centro studi di Confindustria e una dell'Istituto universitario europeo di Fiesole, indicano problemi e soluzioni.

 

C’è una grande rimozione nel dibattito politico italiano, sia rispetto al peso che ha per l’economia del nostro paese sia per la lunga e profonda crisi che sta attraversando: l’industria.

Nella retorica quotidiana si parla genericamente di “made in Italy”, delle “eccellenze italiane” e della “seconda manifattura in Europa”. Nell’agenda politica – si pensi solo al dibattito di queste settimane sulla legge di Bilancio – l’industria è la grande assente.

Si parla molto di fisco, pensioni, condoni e addirittura di riserve auree della Banca d’Italia.

Ma di industria niente.

 Eppure da sola genera il 15 per cento del pil del paese (il doppio considerando l’indotto) e circa 120 miliardi di surplus commerciale.

 Per giunta è un settore con una produttività superiore alla media e che, per questo, paga salari più elevati rispetto ai servizi (+20 per cento), al pubblico impiego (+8,3 per cento) e all’economia totale (+14,5 per cento).

Il problema è che la manifattura italiana è in profonda crisi.

Non ci sono solo i casi macroscopici, come l’auto-motive e l’Ilva di Taranto, ma un declino generale che prosegue ininterrottamente da tre anni.

 La produzione industriale è diminuita del 2 per cento nel 2023, del 4 per cento nel 2024 ed è in calo di un altro 0,9 per cento nei primi nove mesi del 2025 (in attesa dei dati che diffonderà oggi l’Istat sul mese di ottobre):

significa che i livelli produttivi sono ora ben al di sotto di quelli pre -Covid.

 Insomma, la spina dorsale dell’economia italiana si sta indebolendo sempre di più, a causa di patologie interne e di pressioni esterne.

Da un lato gli storici ritardi italiani sul lato dell’innovazione dell’aumento della produttività, dall’altro un contesto internazionale sempre più ostile al nostro sistema produttivo (aumento dei costi dell’energia, chiusura di mercati come quello statunitense, concorrenza delle produzioni asiatiche, crisi del modello tedesco, etc.).

 La politica si limita a declamare questi problemi o a usare la questione industriale come arma polemica, il governo contro le politiche europee e l’opposizione contro il governo.

Ma di analisi e di soluzioni non c’è traccia.

Qualcosa però si muove al di fuori della politica, nei settori economici e accademici.

Due esempi.

Il primo è la recente pubblicazione, da parte del Centro studi di Confindustria, del Rapporto Industria dal titolo

“Manifattura in trasformazione: rimarrà ancora competitiva?”

 (un fatto particolarmente significativo è che questo rapporto non veniva pubblicato da quattro anni, l’ultima volta è stata nel 2021, in piena pandemia).

 Il lavoro del Centro studi di Confindustria indica chiaramente che le criticità strutturali dell’economia italiana sono figlie della debole dinamica della produttività.

Tra il 1995 e il 2024, sebbene sia aumentata di più rispetto ai servizi e all’economia in generale, la crescita cumulata della produttività nella manifattura (+26 per cento) è stata significativamente inferiore a quella registrata nei grandi paesi dell’Ue:

 un terzo rispetto a quella di Francia e Germania (+80 per cento tra il 1995 e il 2024) e meno della metà rispetto alla Spagna (+60 per cento).

Se l’Europa in termini di dinamismo e innovazione è il malato del mondo (rispetto a Stati Uniti e Cina), l’Italia è il malato d’Europa.

Ci sono anche dei segnali positivi, per certi versi sorprendenti:

ad esempio, le medie e grandi imprese italiane sono più produttive delle omologhe tedesche, francesi e spagnole.

 Il problema è che sono troppo poche:

in Italia solo il 42 per cento del valore aggiunto manifatturiero è generato da grandi imprese, mentre in Germania è il 75 per cento, in Francia il 74 per cento e in Spagna il 50 per cento.

Al contrario, le micro e piccole imprese – che sono molto meno produttive – rappresentano in Italia il 30 per cento del valore aggiunto, il triplo rispetto alla Germania e il doppio rispetto alla Francia.

L’altro documento interessante sul tema è un e-book dell’Istituto universitario europeo (Eui), scritto dagli economisti “Marco Buti”, “Stefano Casini Benvenuti” e “Alessandro Petretto”, dal titolo “La sfida della reindustrializzazione: dalla Toscana all’Italia e all’Europa”.

 Al centro del volume c’è il tema della “deindustrializzazione” della Toscana, che rappresenta un microcosmo dell’economia italiana con le sue eccellenze, le sue peculiarità e le sue criticità: settori dinamici come la farmaceutica, in crisi come il tessile, forte esposizione all’export americano e ai dazi di Trump, e crescita in settori a più basso valore aggiunto come il turismo.

 Invertire il declino e “reindustrializzare” non significa proteggere l’esistente, ma innovare con politiche industriali in grado di gestire la “distruzione creatrice” spostando le imprese italiane su un livello maggiore di competitività.

Il manifesto sulla “reindustrializzazione” dell’EUI offre alcune proposte per la Toscana, e in capitoli specifici per le altre regioni italiane.

Ma il punto di partenza dell’analisi, che coincide con quella del Centro studi di Confindustria, è che la criticità fondamentale è la scarsa produttività:

 i salari sono bassi, e addirittura in calo, non perché siano aumentati i profitti (anzi, neppure quelli non se la passano bene) ma perché si produce meno valore aggiunto per ora lavorata.

Trovare soluzioni per invertire la rotta non è semplice, ma bisognerebbe quantomeno essere consapevoli del problema.

L’aspetto più preoccupante è proprio che la questione industriale è largamente ignorata, dal governo di centrodestra che non ha fatto una sola riforma per affrontare il nodo della produttività e dall’opposizione di centrosinistra che pensa che il problema essenziale sia la redistribuzione della torta e non il fatto che la torta si stia rimpicciolendo.

L’Italia dello “zero virgola”

nell’economia delle

guerre commerciali.

Linkiesta.it - Lidia Baratta – (14 marzo 2026) – Redazione – ci dice:

La crescita del Paese continua a muoversi su numeri piccolissimi.

Ma il panorama economico è instabile per l’Europa intera, anche a causa dell’assenza di una vera strategia per attrarre e trattenere nuovi investimenti.

 

A Rho, in provincia di Milano, a più di undici ore di volo dalla Casa Bianca, si trova la prima azienda che a fine 2025 ha deciso di chiudere, licenziare tutti gli operai e spostare la produzione, motivando il tutto con l’introduzione dei dazi da parte di Donald Trump e la conseguente riduzione dei margini di profitto.

 

L’impatto della guerra commerciale statunitense sul tessuto produttivo italiano si rivelerà nel dettaglio nel corso di quest’anno.

I distretti industriali italiani più esposti già provano ad adeguarsi alle nuove regole del commercio globale, cercando nuovi mercati e riducendo gli investimenti Oltreoceano.

Si tagliano gli organici negli uffici commerciali di New York, si studia l’apertura di nuovi stabilimenti sul suolo americano.

Ma quello che accadrà all’economia del Paese europeo più vicino a Trump è ancora difficile da prevedere.

E mentre cresce il ricorso alla cassa integrazione nella manifattura, l’ex Ilva di Taranto è ancora una volta in piena crisi e al minimo della produzione.

Con l’Italia che resta alla ricerca di una politica industriale che non si vede all’orizzonte.

 

Una cosa però è certa: l’Italia continua a muoversi lungo la rotta dello zero virgola.

 D’altronde gli ultimi aggiornamenti dicono che il Pil è salito dello 0,5 per cento nel 2025, secondo l’Istat, e il deficit, misurato in rapporto al Pil, è stato pari al 3,1 per cento, oltre il limite di un decimo relativo agli accordi dell’Unione europea.

 

Una debolezza che forse si noterà di meno in un’Europa altrettanto debole, con la Francia e la Germania in difficoltà.

Ma l’immobilismo italiano pesa ancora di più se si considera la curva piatta degli ultimi anni.

 E soprattutto se si considera che la crescita, seppur minima, è drogata dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR).

 Senza la benzina del PNRR, l’Italia avrebbe vissuto già una lieve recessione nel 2025.

E il 2026, ora, segna la fine del piano, a eccezione di qualche intervento successivo concesso dalla Commissione europea, che comunque ne annacquerebbe ancora di più l’effetto sulla crescita del Paese.

 

In ogni caso, il boom atteso non c’è stato.

 Le esperienze di PNRR e Superbonus confermano le immissioni di denaro non sono state in grado di smuovere la curva anemica del Pil italiano.

Che quest’anno dovrà vedersela pure con le intemperie causate dall’«alleato» Donald Trump.

Non solo per i dazi.

Ma anche perché le merci cinesi, che prima affollavano il mercato americano, a causa dell’«effetto Trump» entreranno in Europa, facendo concorrenza ai prodotti italiani, soprattutto sul prezzo.

 

Se Giorgia Meloni ha festeggiato il suo terzo anniversario a Palazzo Chigi in ottima forma politica, economicamente le prospettive non sembrano così rosee.

Finora, il tessuto produttivo italiano si è mostrato più o meno resiliente agli shock degli ultimi anni.

Ma le minacce geopolitiche che si vedono all’orizzonte del 2026, in un Paese con una forte vocazione all’export, sono anche troppe da elencare.

 

Certo, la lezione degli ultimi anni è che la recessione è poco probabile. Quello che gli osservatori internazionali si aspettano è solo un rallentamento della crescita, anche nella debole Europa schiacciata tra Cina e Stati Uniti.

Secondo il Fmi, l’economia mondiale crescerà solo del 3,1 per cento nel 2026, con l’inflazione in discesa ma ancora sopra gli obiettivi di molte banche centrali.

 

Nel 2026, l’Europa si troverà ancora ad affrontare un panorama instabile, plasmato dall’evoluzione della politica commerciale statunitense e dai crescenti obblighi in materia di difesa, legati soprattutto alla guerra russa contro l’Ucraina e al disimpegno americano.

Secondo la Commissione, le esportazioni caleranno dello 0,7 e le importazioni cresceranno.

Ma tra dazi, sanzioni, costi dell’energia e restrizioni non tariffarie, i singoli Paesi continueranno a difendere ciascuno i propri interessi nazionali.

La cosiddetta «geoeconomia» svolgerà ancora un ruolo chiave nello scacchiere economico globale.

E il passaggio dal «libero scambio» al «commercio sicuro» guiderà ancora gli investimenti esteri, portando a un maggiore controllo delle filiere, in particolare in settori considerati critici per la sicurezza nazionale, come la tecnologia e le infrastrutture.

 

Il grande punto di domanda è se la tendenza verso un mondo più frammentato accelererà o se, ora che il dazio medio statunitense si è stabilizzato intorno al quindici per cento (era 2,5 per cento prima del mandato di Trump), il rafforzamento dei legami commerciali tra Unione europea e nuovi mercati, soprattutto nel Sud Est asiatico, compenserà in parte gli effetti della ridotta apertura degli Stati Uniti.

 

L’unica certezza è che l’«incertezza» continuerà a guidare l’economia.

La Banca centrale europea, come più volte spiegato dalla presidente “Christine Lagarde”, seguirà ancora un approccio basato sui dati, in base al quale le decisioni sui tassi di interesse vengono adottate di volta in volta a ogni riunione senza una traiettoria.

È la logica del «wait and watch».

 I rischi si sono ridotti, ma non sono scomparsi.

Un nuovo peggioramento delle relazioni commerciali potrebbe ulteriormente frenare le esportazioni e trascinare verso il basso investimenti e consumi.

E l’inflazione, per ora sotto controllo, potrebbe diventare più alta con una frammentazione della supply chain globale o nel caso di eventi climatici estremi.

La novità dal 2026 è l’introduzione da parte della Bce del «fattore climatico» nelle garanzie per valutare i rischi finanziari nella concessione dei prestiti.

 Alle incertezze generate da guerre e dazi, si aggiungerà quindi a pieno titolo anche quello del clima.

Solo nell’estate del 2025, gli eventi meteo estremi hanno determinato perdite combinate di quarantatré miliardi di euro in tutta Europa, con l’Italia sul secondo gradino del podio.

Di fronte a tanta incertezza, la propensione al risparmio di famiglie e imprese europee avanza a scapito di consumi e investimenti.

 Mentre il rapporto di Mario Draghi sul futuro della competitività europea, con tutte le riforme auspicate, è rimasto per lo più lettera morta sulle scrivanie delle cancellerie europee.

 

Il rischio per l’economia del 2026 non è tanto la spinta americana a trasferire le aziende europee Oltreoceano, ma l’assenza di una strategia per attrarre e trattenere nuovi investimenti.

Solo così la vecchia Europa potrebbe crearsi un’occasione di consolidamento industriale e attrazione di capitali, senza limitarsi a essere campo di battaglia tra Cina, Stati Uniti e Russia.

(Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Lo scudo democratico”).

 

 

 

 

 

Debito e colpa ovvero come

l’Ue sta demolendo l’Europa.

Epochtimes.it – Guglielmo Maccavo – (27 aprile 2024) – Redazione – ci dice:

Da Libero la proposta di uno shock fiscale per rimettere in moto l'economia.

Tra crisi energetica e i nuovi vincoli del Patto di Stabilità, il governo Meloni cerca la via per evitare la recessione mentre l’Europa si trincera dietro i decimali.

 Il realismo economico oggi impone di scegliere la crescita invece di una supina accettazione dei diktat europei che possono distruggere l’economia italiana.

(L'edificio della Banca centrale europea a Francoforte, Germania, 6 giugno 2024. Foto REUTERS/Wolfgang Rattai).

Non c’è solo una tempesta economica che non sembra voler passare, nella prospettiva finanziaria del nostro Paese.

C’è anche il muro di gomma che ancora una volta Bruxelles decide di ergere coni sistematica metodicità quando gli Stati membri si trovano a dover affrontare momenti delicati e che devono essere gestiti secondo le specificità di ciascun Paese.

L’Ue sembra aver definitivamente smarrito ogni contatto con la realtà, trincerata dietro una contabilità algida, asettica e, come affermato anche dal nostro ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, «freddamente burocratica».

Mentre lo Stretto di Hormuz resta una enorme incognita che continua a dissanguare le economie attraverso rincari energetici insostenibili, il dibattito nazionale sullo scostamento di bilancio passa dall’essere un mero tecnicismo finanziario a diventare atto di sopravvivenza industriale e, soprattutto, di resistenza politica.

 Il dato nudo e impietoso è che, numeri di Eurostat alla mano, l’Italia si trova in infrazione per aver sforato dello 0,1% le regole del Patto di Stabilità.

Uno scarto minimo, ma che nell’ortodossia europea diventa una ghigliottina.

La linea che emana dalle cancellerie del Nord, con il tedesco Merz e i falchi del rigore che gelano ogni speranza di solidarietà o di debito comune, è intrisa di quella che è definibile come una “teologia del debito”.

E non è un caso che il “Patto di Stabilità” riformato a fine 2023 abbia, come accade da sempre nell’economia comunitaria, una pesante impronta germanica.

Il concetto di debito è praticamente sovrapponibile a quello di colpa e gli Stati in procedura d’infrazione vengono trattati alla stregua dei peccatori che devono espiare attraverso una permanenza prolungata nel purgatorio burocratico delle sanzioni e dei controlli serrati.

 Anche se i motivi dello sforamento sono riconducibili a circostanze eccezionali, violente, totalmente fuori dalla volontà e dal controllo del Governo nazionale, come la crisi energetica mondiale innescata dal regime iraniano.

Un’asimmetria regolatoria sfacciata, quasi provocatoria:

si è deciso di attivare clausole di flessibilità per la difesa a favore di ben 17 Stati membri, permettendo il riarmo europeo di procedere senza intoppi contabili;

ma se viene chiesta la stessa identica flessibilità per l’energia, vera e propria linfa vitale del nostro sistema produttivo, la risposta di Ursula von der Leyen e Valdis Dombrovskis è un secco e indispettito «non ci sono le condizioni».

Di fatto, sulla carta, questa flessibilità è prevista solo in caso di recessione conclamata, e non è attuabile per evitare di arrivare al momento della recessione conclamata, ma è come se un medico di Pronto Soccorso aspettasse che il paziente si aggravi fino a sfiorare la morte prima di intervenire.

 Una regola simile è bene cambiarla, se si ha a cuore la vita del paziente. Invece a prevalere è il trionfo della visione gerarchica dell’Unione, dove le priorità di chi ha spazi fiscali – si legga: la Germania – diventano “regole” per tutti.

Mentre le emergenze di chi è “sotto osservazione” vengono liquidati come irresponsabili tentativi di allegra finanza.

In questo contesto da scontro frontale, la politica interna italiana ribolle.

Claudio Borghi, Lega, ha ventilato la possibilità di un abbandono unilaterale del Patto di Stabilità qualora non arrivino risposte concrete da Bruxelles.

Una proposta, provocatoria me nemmeno troppo, che riflette il sentimento di quella parte produttiva del Paese che non capisce perché si debba morire di parametri per compiacere dei funzionari che non hanno mai visto una fabbrica o pagato una bolletta industriale.

Questa posizione di Borghi, apostrofata da “Marco Osnato” (Fratelli d’Italia) come «volo pindarico», o definita azzardo da “Raffaele Nevi” (Forza Italia) ha il merito di aver rotto l’ipocrisia del dibattito.

 Limitarsi a difendere l’esistente mentre lo spread resta calmo, quando però l’economia reale slitta sempre più verso la crisi è un lusso che un Governo non può permettersi.

Specialmente con l’orizzonte delle elezioni del 2027.

In questo vuoto di iniziativa, assume un valore di straordinaria lucidità l’analisi proposta da “Fabio Dragoni” sulle colonne di Libero.

Non tanto una mera provocazione giornalistica, ma come una proposta costruttiva e pragmatica, dotata di una sua profonda coerenza interna, su cui il Governo dovrebbe avere il coraggio di ragionare seriamente.

Dragoni suggerisce di ribaltare completamente il tavolo attraverso quella che definisce la «Regola del Sette».

Non si tratta di chiedere un piccolo scostamento per distribuire mance elettorali, ma di programmare un maxi scostamento di bilancio strutturato su un orizzonte di sette anni, dal 2026 al 2033.

Obiettivo: trasformare il debito aggiuntivo non in assistenza sterile, ma in uno shock positivo dal lato dell’offerta e rimettere in moto l’economia.

«Non siamo in presenza di uno shock da domanda con milioni di disoccupati.

 Il Governo, sul fronte occupazione, ha fatto bene.

Abbiamo invece uno shock da offerta», scrive infatti Dragoni.

I prezzi salgono perché produrre è diventato proibitivo, perché le materie prime sono ostaggio della geopolitica e perché l’Europa si è legata da sola le mani con posizioni ambientaliste estreme che hanno reso l’energia un bene di lusso.

«Serve cancellare balzelli come gli” Ets” che rendono meno profittevole raffinare petrolio o bruciare carbone.

Non basta sospendere il PSC ma pure il “Green New Deal”.

Non un dito nell’occhio a Bruxelles ma due e in entrambi gli occhi. Spendere così sarebbe – scrive ancora Dragoni – però produttivo ed avrebbe ricadute positive sui prezzi alla pompa e in bolletta.

L’ordine di grandezza potrebbe essere di un paio di miliardi da trovare sul mercato come sempre.

Minima spesa massima resa».

Ma il cuore della “Regola del Sette” è la rivoluzione fiscale.

L’analisi mette in luce come il sistema italiano sia appesantito da oltre cento imposte, di cui solo una ventina garantisce il 95% del gettito.

Le altre sono puro rumore burocratico, costi di gestione che gravano su cittadini e Stato senza produrre reale valore.

 Programmare lo scostamento per finanziare la cancellazione di 90 micro-tasse e, soprattutto, per dimezzare l’IMU in sette anni, sarebbe una mossa di enorme portata economica.

L’IMU oggi agisce come una patrimoniale odiosa sugli immobili, patrimoniali che secondo la Cgia di Mestre in 20 anni hanno generato un +74 percento di gettito nelle casse dello Stato.

Ridurre questo balzello progressivamente di un miliardo e mezzo all’anno significa restituire fiducia al mattone e liquidità al sistema.

«Queste misure, implementate con gradualità, alleggerirebbero il carico sui contribuenti e creerebbero crescita, occupazione e gettito da tasse basse su una base economica più ampia» si legge ancora nel pezzo di Dragoni, ma «serve rispolverare la teoria delle aspettative razionali. Indurre gli operatori a certe scelte con una programmazione di bilancio; senza stressare di più del dovuto il calendario delle emissioni. Si coglierebbero i vantaggi della riduzione delle tasse prima ancora che questi entrino tutti a regime».

Questo potrebbe essere il modo, forse l’unico per Dragoni, per far ripartire il Pil (che è la conditio sine qua non per tutto) in un contesto di tassi d’interesse che restano elevati e di inflazione energetica persistente.

Politicamente, questa si tradurrebbe in una mossa elettorale magistrale per il centrodestra, che si presenterebbe agli elettori nel 2027 non con promesse fumose su ciò che “farà”, ma con un piano di riduzione fiscale già in corso d’opera.

Il ministro dell’Economia ha ragione a cercare la sponda dei Paesi come Spagna, Portogallo e Austria per tassare gli extraprofitti energetici e per chiedere una valutazione diversa viste le circostanze eccezionali.

 Ma qui il problema è il tempo:

quello delle trattative e delle proposte spesso non coincide con quello della sopravvivenza aziendale.

Se l’Europa sceglie di essere la maestrina contabile ligia a regole da algoritmi che non tengono conto delle singole specificità, delle singole criticità, allora è legittimo che l’Italia, per dovere morale e politico, richiami l’attenzione sull’esigenza di una propria tutela.

Lo scostamento di bilancio, se finalizzato a un piano industriale di abbattimento dei costi energetici e a una drastica semplificazione fiscale, non è un atto di irresponsabilità finanziaria.

Al contrario, è un investimento capace di evitare che il Paese scivoli in una recessione difficilmente reversibile, anche visti i sempre più complessi scenari internazionali che investono l’economia nazionale.

La vera irresponsabilità sarebbe continuare a osservare passivamente il declino del nostro settore manifatturiero, agricolo e dei trasporti in nome di un parametro del 3% che – ormai si è capito – ha una natura più dogmatica che pratica.

Soprattutto, l’Italia ha toccato con mano cosa voglia dire una politica economica eterodiretta da Bruxelles, quando nel 2011 ha dovuto convivere con scelte dolorose operate dal “Governo dei professori”, quello delle lacrime e dei bilancini, da cui il Paese si è ripreso solo dopo oltre 10 anni.

 Mettere al centro le proprie necessità specifiche non è una follia illogica, bensì l’esatto contrario:

vuol dire ripartire dalla propria libertà d’impresa, dalle eccellenze, dalla creazione di indotto.

Tra l’altro, uniche armi a disposizione di chi non può governare processi economici con politiche monetarie, vista la moneta unica e le Banche Centrali svuotate dei propri compiti.

Rispondere alla fredda burocrazia con il calore di una crescita reale e duratura, oggi, non è un atto eversivo, né di blasfemia:

 è un gesto di sopravvivenza che, in questo preciso momento, è lo spartiacque tra il governo della crisi e la recessione.

(Guglielmo Maccavo).

 

 

 

Il 25 Aprile e il nuovo fascismo.

Epochtimes.it – Guglielmo Maccavo – (27 aprile 2026) – Redazione – ci dice:

 

Cronaca di un anniversario segnato da aggressioni e spari ad aria compressa contro i manifestanti.

Dalle bandiere ucraine strappate a Roma agli insulti antisemiti contro la Brigata Ebraica a Milano:

 il reportage di una giornata dove il pluralismo della Resistenza ha ceduto il passo all’intolleranza.

 Mentre la politica si divide, le piazze si trasformano in recinti di esclusione che tradiscono lo spirito della democrazia.

(Tensioni al corteo per l'anniversario della Festa della Liberazione a Milano, 25 aprile 2026. Foto ANSA/MOURAD BALTI TOUATI).

 

Doveva essere una giornata di coesione nazionale e memoria condivisa, invece, come ormai accade con puntuale ricorrenza, l’anniversario della Liberazione è diventato il palcoscenico per nuove polemiche, proteste di piazza, aggressioni, finanche spari.

 Le cronache che sono giunte dalle principali piazze del Paese restituiscono l’immagine di una ricorrenza profondamente lacerata, con una preoccupante deriva escludente.

Accanto alle cerimonie istituzionali, le varie piazze e le diverse manifestazioni sono state segnate da episodi di violenza che hanno fatto slittare il tema della celebrazione e portato in primo piano le divisioni tra idee politiche e sui temi geopolitici attuali, con particolare riferimento ai conflitti in Ucraina e in Medio Oriente.

A Roma il tradizionale corteo promosso dall’Anpi, partito da Porta San Paolo e diretto verso Parco Schuster, è stato puntinato dallo sventolare di bandiere rosse, vessilli della Cgil e simboli della pace, di Emergency e della Palestina.

 Il clima si è fatto testo quando una delegazione dei Radicali Italiani, guidata dal presidente Matteo Allisesi e dal segretario Filippo Benigno, ha tentato di partecipare al corteo esponendo bandiere dell’Ucraina.

I diretti interessati, e le ricostruzioni della Polizia, hanno denunciato la brutale aggressione da militanti riconducibili al” collettivo Cambiare Rotta”, afferente ai gruppi di estrema sinistra.

Gli aggressori hanno strappato i vessilli” giallo bli” e utilizzato spray al peperoncino contro i Radicali e persino contro agenti in borghese intervenuti per sedare la rissa.

Allisesi è finito in Pronto Soccorso con un’abrasione alla cornea.

«Siamo stati picchiati da fascisti con le bandiere rosse» hanno dichiarato Benigno e la tesoriera Patrizia De Grazia, definendo l’accaduto una «vergogna senza precedenti» perché «in una piazza che dovrebbe essere inclusiva, è inammissibile che non ci sia spazio per chi sostiene popoli che ancora oggi si difendono» ha aggiunto Allisesi una volta dimesso dall’ospedale.

La violenza nella Capitale non si è limitata agli scontri in piazza.

 Al termine del corteo, che ha terminato il percorso nei pressi di Parco Schuster, un uomo e una donna, entrambi iscritti all’Anpi e con il fazzoletto rosso al collo, sono stati colpiti con armi ad aria compressa da due persone a bordo di uno scooter in via delle Sette Chiese.

 Lievi escoriazioni per i due manifestanti, ma l’episodio ha destato grande allarme per le modalità della dinamica, su cui indaga la Digos.

Il corteo di Milano è stato ancora una volta teatro di una durissima contestazione contro la Brigata Ebraica.

Prima ancora della partenza del corteo, militanti del gruppo Carc si sono posizionati alla testa della sfilata intonando Bella Ciao e gridando slogan come «Fuori i sionisti dal corteo» e «Non vogliamo né nazisti né fascisti né sionisti».

Davide Romano, direttore del Museo della Brigata Ebraica, aveva tentato di ricordare il valore storico dei 5 mila volontari ebrei che hanno combattuto contro il nazifascismo, sottolineando:

«chi non ci vuole viola la memoria del 25 aprile».

 Nonostante la protezione dei City ANGELES e un imponente cordone di polizia, la Brigata è rimasta bloccata per oltre un’ora e mezza all’angolo tra via Senato e corso Venezia, sommersa da fischi e insulti antisemiti. L’ex parlamentare del Pd Emanuele Fiano ha denunciato le vergognose parole che sono state rivolte, raccontando una pagina totalmente antitetica ai valori della ricorrenza:

 «Ci hanno urlato ‘siete solo saponette mancate’.

 È una sensazione orribile essere espulsi da un corteo che celebra la libertà».

Sono dovute intervenire le Forze dell’ordine in tenuta antisommossa per scortare la Brigata Ebraica fuori dal percorso ed evitare scontri fisici peggiori.

A infiammare ulteriormente gli animi sono state le parole del presidente dell’Anpi nazionale, Gianfranco Pagliarulo, che prima del corteo aveva affermato che «la bandiera di Israele non può sventolare.

 È un Paese aggressore come la Russia.

Quella ucraina ci può stare perché sono stati invasi, ma quella israeliana e americana preferirei non vederle».

Ma le parole di Pagliarulo non sono arrivate a Bologna, città che ha vissuto la sua zona d’ombra quando Tino Ferrari, professore in pensione di 81 anni ed ex docente di Scienze della Comunicazione, è stato allontanato dal corteo perché portava un’unica asta con le bandiere italiana, europea e ucraina.

Mentre si dirigeva verso Piazza dell’Unità, Ferrari è stato bloccato da un gruppo di giovani antagonisti, anche una volta vicini a “Cambiare Rotta”, che gli hanno imposto di far sparire i vessilli.

 «Via la bandiera ucraina o sparisci tu» è stato detto dai 4 soggetti, uno con un fratino arancione probabilmente del servizio d’ordine della manifestazione.

 L’anziano professore, visibilmente scosso, ha constatato con amarezza il ritorno a un clima vissuto solo nel ’68:

 «Sono rimasto attonito. Il 25 aprile è dedicato anche agli ucraini, che oggi sono nella stessa situazione dei nostri partigiani».

Le violenze e le esclusioni hanno innescato un durissimo dibattito politico.

 Giorgia Meloni, in un tweet a fine giornata ha affermato:

«Se questi sono quelli che dicono di difendere libertà e democrazia, direi che abbiamo un problema».

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha definito «vergognosi» gli attacchi alla comunità ebraica e l’aggressione a chi portava le bandiere di un Paese come l’Ucraina, che combatte per la propria dignità.

Carlo Calenda ha criticato aspramente la «sinistra parlamentare», chiedendo una presa di distanza netta dai «fascisti putiniani» che governano le piazze e cacciano i simboli della resistenza di Kiev.

Anche Roberto Giachetti, Italia Viva, ha definito di «gravità inaudita» l’aggressione ai Radicali a Roma, sottolineando l’assurdità di un simile attacco avvenuto proprio nel giorno della libertà.

Solidarietà è stata espressa anche al ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, la cui immagine è stata esposta a testa in giù durante un corteo a Napoli.

L’inclusività di questa ricorrenza, impostata all’origine come una casa comune fondata sui valori universali della libertà e dell’antifascismo e capace di accogliere tutte le anime della Resistenza da quella comunista a quella liberale, da quella cattolica a quella azionista ed ebraica, sembra essere solo un ricordo lontano.

Gli ultimi fatti di cronaca confermano quella tendenza degenerativa, e divisiva, che si trascina da anni ovvero la trasformazione di questa giornata in un momento appannaggio esclusivo di una singola parte politica che non si limita a celebrare la Storia, ma pretende di esercitare un tribunale ideologico permanente, decidendo

L’esclusione della Brigata Ebraica con insulti feroci e parole che, a esser lusinghieri, sono vergognose, o l’allontanamento fisico di un anziano professore reo di sostenere la resistenza ucraina per mano di energumeni irrispettosi dell’età dell’uomo non sono incidenti di percorso, ma il sintomo di una cultura politica che non tollera il dissenso.

Un passaggio dalla memoria condivisa auspicata alla memoria pattugliata praticata, dove la partecipazione è subordinata all’accettazione di un’unica linea politica, spesso intrisa di pregiudizi ideologici obsoleti o di nuove forme di intolleranza mascherate da pacifismo.

Una espressione di quella mancata pacificazione che proprio l’istituzione del 25 aprile come ricorrenza si prefiggeva come obiettivo:

unire davvero un popolo diviso da ferite e scontri.

Imporre con la forza fisica o verbale chi può parlare e chi no, attaccare con violenza chi espone i simboli di popoli aggrediti, trasformare un corteo di libertà in un cordone di esclusione, rappresenta un evidente tradimento dello spirito stesso della Liberazione.

Questo atteggiamento che nega il pluralismo e utilizza l’intimidazione per soffocare la diversità di pensiero è, a tutti gli effetti, un comportamento che mutua i metodi e la violenza propri di quel passato che si dice di voler combattere.

E che resta tragicamente inconciliabile con i valori autentici del 25 aprile.

 (Guglielmo Maccavo).

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