Odio contro l’uomo: il Nazismo e il Comunismo.

 

Odio contro l’uomo: il Nazismo e il Comunismo.

 

 

Comunismo, nazismo e lo scontro sulla memoria.

Ilbolive.unipd.it – Daniele Mont D’Arpizio – (25 settembre 2019) – Redazione – ci dice:

 

 

“La Seconda guerra mondiale, il conflitto più devastante della storia d'Europa, è iniziata come conseguenza immediata del famigerato trattato di non aggressione nazi-sovietico del 23 agosto 1939, noto anche come patto Molotov-Ribbentrop (…);

 i regimi nazisti e comunisti hanno commesso omicidi di massa, genocidi e deportazioni, causando, nel corso del XX secolo, perdite di vite umane e di libertà di una portata inaudita nella storia dell'umanità”.

Così la risoluzione del parlamento europeo “sull'importanza della memoria europea per il futuro dell'Europa” che, approvata a larghissima maggioranza il 19 settembre 2019 con l’appoggio sia dei popolari che dei socialisti, in questi giorni sta suscitando un forte dibattito soprattutto in Italia.

 All’ennesimo scontro tra i partiti sul tema della memoria infatti si è aggiunta anche l’Anpi, che ha espresso preoccupazione per un documento che accomuna “in un'unica riprovazione (…) oppressi ed oppressori, vittime e carnefici, invasori e liberatori”.

 

Le perplessità degli storici.

“Cosa ho provato quando ho letto? Profonda irritazione”, dice a Il Bo Live “Carlo Furian”, direttore del Centro di Ateneo per la storia della Resistenza e dell'età contemporanea.

 “Documenti di questo genere sono opprimenti:

 tra premesse chilometriche e considerando vari assomigliano più alle delibere comunali sulle aiuole piuttosto che a documenti di spessore. Perché non fare un testo scritto bene, invece di un minestrone ideologico onnicomprensivo?”.

 

Questo non significa che non si debbano criticare i regimi:

 “Sono favorevolissimo a una discussione anche feroce sul comunismo e sui suoi contenuti criminali – spiega lo storico –.

Anche paragoni e raffronti sono presenti da anni nel dibattito storiografico:

 pensiamo ad esempio all’opera di” Kershaw” e “Lewin”, Stalinismo e nazismo.

Dittature a confronto, pubblicata nel 2002.

O allo straordinario “Vita e destino” di “Vasilij Grossman”, eccelsa opera letteraria su nazismo e comunismo da cui si impara ben più che da un libro di storia.

Oppure alla “Storia d’Europa” di “Norman Davies” che faccio leggere ai miei studenti, che individua 17 punti chiave su cui i totalitarismi europei si sovrappongono:

“dall’uso del terrore e della polizia segreta all’uso massiccio della propaganda, fino al dogmatismo estremo”.

 

Paragoni e raffronti tra comunismo sovietico e nazismo sono presenti da anni nel dibattito storiografico.

“Lo stesso concetto di totalitarismo è controverso e la sua parabola è molto istruttiva – continua Furian –.

Lo inventò nel 1923 sulle colonne del “Mondo “Giovanni Amendola, senatore liberale in seguito massacrato dalle squadracce fasciste, sostenendo che il fascismo aveva una vocazione totalitaria.

 Il termine poi venne paradossalmente accolto da Mussolini, che rivendicò per il fascismo una ‘volontà totalitaria’.

 In seguito, credo soprattutto attraverso l’opera di don Sturzo a Londra, la parola entrò nella pubblicistica anglosassone e successivamente, nel clima della guerra fredda, venne usata soprattutto in chiave antisovietica”.

 

Quindi i totalitarismi possono essere messi sullo stesso piano?

“È facile dire che l’idea fondante del nazismo, quello della supremazia di una razza sulle altre, è terrificante ed eticamente indegna mentre i principi del comunismo – il lavoro e la liberazione degli oppressi – appaiono ben più nobili:

di fatto entrambe le ideologie si sono trasformate ben presto in prigioni dogmatiche che hanno ingabbiato per anni popoli interi.

Poi però ci sono anche le differenze:

ad esempio nella durata, ma anche nel fatto che milioni di persone hanno visto nel comunismo un sogno di redenzione, segnalando come lo spessore ideologico sia ben diverso da quello del nazismo”.

 

Un percorso che arriva da lontano.

Il provvedimento appena approvato non è che l’ultimo tassello di discorso più ampio:

da anni infatti i totalitarismi sono associati in una medesima condanna dalle istituzioni europee.

Già 10 anni fa, il 2 aprile 2009, il Parlamento Europeo aveva votato una “risoluzione su coscienza europea e totalitarismo”, mentre l’anno prima era stato stabilito per il 23 agosto di ogni anno, nella ricorrenza appunto della firma del patto Molotov-Ribbentrop, la "Giornata europea di commemorazione delle vittime dello stalinismo e del nazismo".

Il percorso è però iniziato ancora prima, con la caduta del muro e con il successivo allargamento a est dell’Ue:

 “Fino ad allora la politica della memoria in Europa era basata soprattutto sulla Shoah – spiega lo storico “Filippo Focardi”, direttore scientifico dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri –;

poi, con l’arrivo dei Paesi dell’ex blocco sovietico, a questa si affianca progressivamente l’altro pilastro del paradigma antitotalitario, che assomma ai crimini del nazismo quelli del comunismo sovietico”.

 

Fino al 2004 la politica della memoria in Europa era basata soprattutto sulla Shoah.

Di Filippo Focardi.

In gioco c’è la ridefinizione identitaria dell’Europa:

tema su cui lo stesso Focardi (con Bruno Groppo) ha curato il libro “L’Europa e le sue memorie. Politiche e culture del ricordo dopo il 1989” (Viella 2013).

 “Negli ultimi tre decenni, soprattutto a partire dagli anni Novanta del secolo scorso – scrivono Focardi e Groppo –, il tema della memoria è diventato sempre più importante nelle società europee, come pure a livello mondiale”.

 Un vero e proprio” memoria boom “che vede impegnate istituzioni nazionali e internazionali, oltre ai più diversi gruppi politici, sociali ed etnici, spesso attivi non solo sul piano locale ma anche internazionale.

 

Anche il cammino che porta alla recente mozione non viene quindi dal nulla ma nasce soprattutto da esponenti tedeschi del “Ppe” che fin dai primi anni 2000 stabiliscono un rapporto privilegiato con le élites politiche dei Paesi dell’est.

Già tre mesi prima dell’ingresso nell’Ue di otto Paesi provenienti dall’ex blocco orientale il XVI del Partito Popolare Europeo, svoltosi a Bruxelles il 4 e il 5 febbraio 2004, adotta la risoluzione “Condemning totalitarian communism”, nella quale sono già presenti molti degli elementi che ritroveremo nei documenti europei successivi.

In seguito nel 2011 viene creata a Praga, per iniziativa dei Paesi del gruppo di Visegrad, la Piattaforma della memoria e della coscienza europea, che oggi conta 18 Paesi aderenti e mira a diffondere, “una maggiore consapevolezza pubblica sui crimini commessi dai regimi totalitari” attraverso conferenze, eventi commemorativi e pubblicazioni.

 

I limiti delle politiche della memoria

Come si vede l’obiettivo polemico della mozione dello scorso 19 settembre non è tanto l’ideologia comunista in sé quanto il comunismo sovietico e, nemmeno tanto sottotraccia, la Russia di Putin, che negli ultimi anni sta tentando di valorizzare i vecchi fasti dell’Urss:

 l’ultimo punto della risoluzione impegna infatti il presidente del parlamento (l’italiano David Sassoli) a trasmettere il documento alla Duma russa.

Allo stesso tempo, complice una certa ambiguità del testo, è comprensibile che soprattutto nei Paesi dell’Europa meridionale – Italia e Francia, ma anche Spagna e Portogallo – la risoluzione abbia causato un certo sgomento.

 Qui infatti, come per certi versi nei Paesi latinoamericani, i partiti comunisti hanno partecipato alla resistenza contro i regimi fascisti (i grandi assenti nell’ultimo documento europeo) e alla costruzione dello stato democratico, oltre ad essere presenti per anni sulle schede elettorali. 

 

“Stiamo attenti a puntare tutto su un antitotalitarismo generico e rigido allo stesso tempo – continua Focardi –.

 È vero che nell’Europa occidentale c’è spesso una scarsa conoscenza storica degli orrori delle dittature comuniste;

allo stesso tempo però anche a est si deve tenere presente che il comunismo di un Berlinguer, con tutti i suoi limiti, era profondamente diverso da quello di Stalin:

lo sforzo conoscitivo deve venire da entrambe le parti”.

 

 

“Invece di cianciare di memoria sarebbe meglio fare storia”.

Di Carlo Furian.

Negli ultimi anni invece la memoria è stata spesso un terreno di scontro più che di incontro, dove le forze politiche si sono battute per la conquista di un’egemonia sullo spazio pubblico a colpi di monumenti e di giornate di commemorazione.

 Un approccio parziale, che mostra sempre più i suoi limiti: il rischio infatti – suggerisce lo storico “Markus Putsch” in uno studio pubblicato nel 2015 sempre dal Parlamento Europeo – è che serva più a scaricare la coscienza collettiva dagli orrori del passato che a comprenderne le responsabilità.

Tanto il soldato sovietico quanto la SS nazista sono rappresentati come stranieri e in qualche modo ‘alieni’ alla cultura europea, mentre ad esempio spesso si tace sul fenomeno del collaborazionismo.

 

“Ecco, invece di cianciare di memoria sarebbe meglio fare storia “– conclude Carlo Furian;–

 “non ha invece senso fissare versioni ufficiali e istituire un’altra pletora di celebrazioni e giorni della memoria, sanzionando magari chi dissente.

 Poi cosa facciamo, ci mettiamo a multare chi ha ancora qualche via dedicata a Lenin?”.

 

 

 

 

L’illusione dell’equivalenza tra nazismo e comunismo.

Reset.it - Gianfranco Pasquino – (20 Luglio 2020) – Redazione – ci dice:

 

Se accanto al nazismo si colloca il comunismo si finisce per relativizzare il “male assoluto” della Shoah?

 Oppure, si sottrae il presunto monopolio della rappresentanza del bene a una parte che partecipò attivamente alla costruzione del “male” del Novecento europeo e occidentale?

Sono solo alcune delle domande e problemi concettuali che pone la risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019 dedicata alla “importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa”.

 

Ce lo ricorda “Roberto Righetto” nella prefazione al volume “Novecento addio” – La risoluzione europea sui totalitarismi: un dibattito appena uscito per le Edizioni Medusa (pp. 118, € 14,50).

 «La sentenza che in un certo senso ha messo sullo stesso piano nazismo e comunismo – commenta Righetto – ha diviso gli storici e i politici ma, seppure carente in vari passaggi, ha avuto il merito di rilanciare la questione di una memoria storica condivisa a livello europeo rispetto ai totalitarismi del Novecento».

Il brano che segue è un estratto dal capitolo firmato dal prof. “Gianfranco Pasquino”, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, intitolato “Condividere non la memoria ma il futuro”.

La risoluzione del Parlamento europeo sui totalitarismi è tanto complessa quanto controvertibile.

 Meriterebbe di essere analizzata, in maniera qui impossibile, tenendo conto dei dibattiti che l’hanno preceduta e delle dichiarazioni di voto degli europarlamentari.

Mi limito a dire che quella risoluzione è segno dei tempi, e che in Europa i tempi non sono buoni.

Però, sono di gran lunga migliori, anche grazie all’Unione Europea, dei primi cinquant’anni del XX secolo.

 

No, i parlamenti non sono i luoghi migliori (ma neanche i peggiori) per scrivere la storia e dare valutazioni, e neppure per formulare memorie condivise.

I parlamenti, compreso quello, importante, europeo, sono luoghi, anzitutto, di rappresentanza politica e poi di conciliazione di preferenze e di interessi.

 La rappresentanza politica complessiva, che, dunque, tiene conto anche degli ideali e dei valori, emergerà inevitabilmente dalla discussione e dalla combinazione di posizioni inizialmente diverse, anche molto diverse, persino conflittuali, talvolta con un voto di maggioranza, talaltra con un compromesso.

Comprensibilmente, non si potranno cercare e tantomeno trovare giudizi storici definitivi condivisibili dagli storici i quali, al di là delle loro posizioni e preferenze, sono acutamente consapevoli che la storiografia è costante ricerca e revisione, anche profonda, che nessuna valutazione degli storici può essere messa ai voti e che, in materia, non vincono (e non convincono) le eventuali maggioranze.

 Inoltre, sono convinto che, a prescindere da come in seguito tratterò della “memoria condivisa”, la sua costruzione richiede una pluralità di riflessioni e di apporti che non possono essere contenuti, più o meno sintetizzati ed espressi in nessuna risoluzione parlamentare.

 

Dopo questa per me essenziale premessa, non ho nessun dubbio sul fatto che qualsiasi totalitarismo debba essere condannato, ma, al tempo stesso, non vedo perché si debba rinunciare quasi a priori a individuare e a tracciare indispensabili distinzioni fra i regimi totalitari evitando con grande accuratezza di parlare di superiorità morale dell’uno o dell’altro totalitarismo e di coloro che quel potere totalitario avevano conquistato, detenevano e utilizzarono.

Nella sostanza, sostengo, facendomi forte di una notevole quantità di studi storici, che è semplicemente profondamente sbagliato

mettere sullo stesso piano il totalitarismo nazista e quello comunista (?), meglio stalinista (poiché, non metterei tutti indistintamente i regimi comunisti dell’Europa centro-orientale nello stesso contenitore totalitario). Fermo restando che nazismo e stalinismo sono entrambi sicuramente condannabili, non è possibile non ritenere rilevanti alcune differenze fondamentali che intercorrono fra loro.

Senza sottovalutare la macabra contabilità numerica delle vittime, credo che la differenza verticale incancellabile fra nazismo e comunismo (persino quello stalinista) consista, come è stato notato da una molteplicità di storici, nell’ideologia.

 Progettualmente, il nazismo mirò al genocidio del popolo ebraico, alla “soluzione finale”, nonché allo sterminio dei diversi, omosessuali, disabili, malati di mente, portatori di malattie ereditarie e di tutti gli Untermenschen, fra i quali indistintamente gli slavi.

 Per quanto variamente distorta nella sua applicazione l’ideologia comunista, almeno nella versione originaria marxista, è un’ideologia di emancipazione e liberazione che mira non alla distruzione, ma alla “creazione” dell’uomo nuovo e di una società senza conflitti, senza sfruttamento, senza oppressione.

 

L’ideologia di dominio attraverso l’annichilimento è connaturata al pensiero nazista.

È di Hitler e di tutti i nazisti, mentre la repressione, l’oppressione, le uccisioni, i Gulag non sono conseguenza né del marxismo come ideologia e progetto né del comunismo come tentativo di realizzazione, ma dello stalinismo e, più precisamente, delle ambizioni e delle azioni di Stalin stesso.

 Non ammontano a un progetto di sterminio quanto, piuttosto, sono la conseguenza sicuramente criminale di drammatici errori.

 Mi guardo bene dal considerare lo stalinismo come una fase necessaria nella costruzione del comunismo e dal giustificarne i crimini con riferimento all’accerchiamento delle potenze capitalistiche.

Non credo, però, che debba essere dimenticato che il comunismo non è una ideologia di sopraffazione e di morte e che non esistette mai una strategia di annientamento di uomini e donne perché considerati esseri inferiori.

 Il deplorevole, assolutamente condannabile, trattamento dei dissidenti in Unione Sovietica e negli altri regimi comunisti va valutato per quello che è stato:

 una drammatica conseguenza della lotta politica, non un inevitabile esito di un progetto precostituito da realizzare a ogni costo.

 

Poi, nel dibattito storico si trovano molti altri temi nient’affatto irrilevanti, ma anche da precisare.

 Senza la strenua resistenza sovietica all’invasione nazista, è probabile che la Seconda guerra mondiale sarebbe terminata con l’estensione vittoriosa del nazismo su tutta l’Europa (e forse altre parti del mondo). Non sono il solo, anzi, a sostenere che il merito della sconfitta di Hitler non sia attribuibile unicamente all’antinazismo di Stalin piuttosto che, come mi pare storicamente accertato, alla legittima difesa della patria e quindi al, peraltro lodevole e apprezzabile, nazionalismo dei russi. Questo elemento in nessun modo alleggerisce le responsabilità delle politiche interne di Stalin e di quelle verso i paesi satelliti.

 Innegabile è anche che nei paesi satelliti moltissimi cittadini, non oso dire e non penso che abbiano costituito la maggioranza, furono sostenitori dei regimi comunisti che, per quanto, certamente, repressivi e oppressivi, non possono essere in nessun modo considerati totalitari (ma duramente autoritari sì).

Intravedo che troppi degli attuali governanti di quei regimi ex-comunisti intendono liberarsi delle proprie responsabilità politiche dei tempi passati addebitando tutto al totalitarismo comunista sovietico.

Non è così.

Magari qualche riflessione riguardo al vasto consenso ottenuto dal nazionalsocialismo nei paesi dell’Europa centro-orientale e, comunque, alla sostanziale indifferenza di molti di quei cittadini nei confronti del genocidio degli ebrei sarebbe utile per coloro che ritengono importante, forse decisiva, l’esistenza (la formazione) di una memoria condivisa fra gli europei stessi.

 

La “violenza di sinistra”

qui è uno slogan elettorale.

Reset.it - Giovanni Cominelli – (23 Settembre 2025) – Redazione – ci dice:

 

Un filosofo russo della politica e un politico italiano hanno proposto, nel bel (?) mezzo del disordine che attraversa il mondo, una visione “originale”.

“Alexander Duin” è l’ideologo dell’eurasiatismo e dell’ultranazionalismo russo. 

Scrivendo dell’assassinio di Charlie Kirk, afferma:

“Noi russi, ovviamente, potremmo dire che sono affari loro, che non ci riguardano.

 Ma non sarebbe giusto né onesto.

Charlie Kirk era dalla nostra parte della linea del fronte che ora divide l’umanità.

La guerra civile negli Stati Uniti non è qualcosa di lontano.

 Fa parte della stessa guerra civile globale che è già in corso.

Uno dei fronti di questa guerra è l’Ucraina.

 In essa, persone con l’ideologia del patriottismo e del cristianesimo, sotto la bandiera di Cristo e del Katechon (noi) [il termine è usato da San Paolo nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi per indicare una Forza o un Soggetto che trattiene l’avvento pieno dell’Anticristo, Ndr] stanno combattendo contro brigate terroristiche mobilitate, zombificate, armate e incitate dai globalisti (loro).

 Gli stessi che hanno appena ucciso Charlie Kirk”.

 

Se una guerra civile è in corso a livello mondiale, è evidente che le sue nervature attraversano ogni Paese, gli piaccia o no.

Anzi: meglio che il Paese si allinei al più presto su un fronte o su un altro, se vuole tentare di stare nella corrente della Storia.

Sennò andrà incontro al destino che l’Apocalisse riserva ai tiepidi: “Poiché non sei né caldo né freddo, incomincerò a vomitarti dalla mia bocca”.

Così, anche un’Italia recalcitrante – avendo già un’altra volta sfidato il destino dei “colli fatali” – è reclutata in questo scontro finale tra la Luce e le Tenebre, tra il Bene e il Male.

E qui soccorre “Dario Franceschini” del Partito Democratico.

Ha dichiarato che le prossime elezioni, regionali o politiche, non si vincono più al centro, ma, al contrario, sulle posizioni estreme.

Ciascun blocco politico è perciò invitato ad attizzare, al bisogno, le ali estreme del proprio ventaglio elettorale per vincere il confronto. Franceschini parla al centro-sinistra, ma anche il centro-destra è implicitamente stimolato a fare altrettanto.

Perché le elezioni non si vincono più “al centro”?

Per ragioni socio-culturali.

 “La rabbia” è diventata un motore politico.

Il sovranismo a destra, il populismo a destra e a sinistra, il dirittismo e lo wokismo a sinistra hanno imposto un bipolarismo muscolare degli estremi che non ha nulla di liberal-conservatore né di liberal-progressista.

 Tutto ciò ha impedito al sistema politico di ricostruirsi secondo i canoni classici della democrazia liberale.

 

Un invito alla guerra civile? Non pare.

Sono troppe le differenze tra la visione tragico-apocalittica di Duin e quella casereccia del politico italiano.

 

Non che in Italia manchino conati di violenza, fatti per ora più di parole che di azioni.

 Le parole sono quelle che cadono dagli scranni di qualche Consiglio comunale o da qualche palco per comizi.

Così “Luca Ciriani”, ministro per i Rapporti con il Parlamento, reagendo a qualche voce sguaiata di sinistra, che ancora oggi si attarda a distinguere tra chi muore per colpa di altri e chi perché “se l’è cercata” come avrebbe fatto Kirk, ha dichiarato che la sinistra sta tornando al tempo delle BR.

Per un’intera generazione di neofiti della politica, impreparati culturalmente e professionalmente ai compiti del presente, la storia pare aver avuto inizio solo dalla propria nascita.

Prima di quella si stende un vuoto… di ignoranza.

In questo contesto, la presidente del Consiglio “Giorgia Meloni”, dismessi gli abiti di governo e indossati quelli della “pasionaria”, ha chiamato la sinistra a rispondere del clima violento che essa starebbe generando.

In realtà “Elly Schlein” non aveva dichiarato proprio nulla di men che corretto a proposito di Charlie Kirk.

Semmai, sì, da “Pierluigi Odifreddi” in giù, corre qua e là nella sinistra qualche pensiero tristo, per il quale la violenza altrui è sempre esecrabile, la propria no…

 

Poi, sì, ci sono anche atti e gesti di violenza.

Ogni sabato nelle principali piazze italiane manifestano i “Pro Pal”, non sempre pacificamente.

E negli atenei di Milano, Torino, Bologna, Pisa, Roma… sono stati oggetto di violenza studenti e docenti accusati di essere “genocidi”, in quanto ebrei o sionisti o simpatizzanti di Israele.

 Alcuni senati accademici e rettori, per ultima la rettrice dell’Università statale di Milano, cedendo alla violenza e alla piazza, hanno deciso, venendo meno ai propri compiti civili e educativi, di interrompere la collaborazione con le università israeliane.

Neppure all’epoca della guerra del Vietnam al più feroce antimperialista è mai venuto in mente di chiedere la rottura dei rapporti con le università americane.

Ma constatate queste miserie, no, non si respira nessuna “aria di piombo”.

Non c’è in atto nessuna guerra civile.

 La storia d’Italia ne ha conosciute almeno tre.

 La cosiddetta “Guerra al brigantaggio” tra il 1861 e il 1865, combattuta dall’esercito piemontese regio contro le popolazioni meridionali ribelli e deluse dall’unificazione, che provocò decine di migliaia di morti.

La seconda è quella del Biennio rosso/nero 1919-21, con qualche migliaio di morti e che aprì la strada al fascismo.

La terza si combatte tra il 1943 e il 1945 tra la Repubblica sociale italiana e il Movimento di resistenza:

i caduti da ambo le parti sono decine di migliaia. 

Si può parlare di guerra civile nel corso degli anni ’70?

Le BR, Prima Linea, Ordine nero, Ordine Nuovo, Terza posizione – cioè i gruppi terroristici di sinistra e di destra – hanno tentato di provocarla.

 Hanno ucciso alcune centinaia di persone.

Ma la guerra civile non è esplosa.

 

Perché dovrebbe incominciarne ora una quarta?

 

Ciò che sta incominciando in questi mesi non è una guerra civile, ma una normale, democratica e gridata battaglia elettorale.

Qui si riaffacciano i nostri: Meloni, Schlein, Conte, Salvini, Vannacci, i quali hanno tutti come problema principale quello di portare gli elettori alle urne.

 

Le statistiche delle ultime tornate elettorali amministrative, regionali e politiche segnalano un calo verticale, che sta scendendo sotto il 50 per cento. È così vero che nell’ambito delle discussioni sulla nuova legge elettorale “condenda” pare delinearsi un accordo bipartisan per far partire il premio di maggioranza già dal 40 per cento, eventualmente raggiunto da una coalizione. Perduta la speranza di convogliare alle urne la maggioranza degli elettori, si punta su minoranze iper-motivate, sui fan da stadio, sugli estremisti.

In fondo, ai partiti interessano più i seggi che gli elettori. E il numero dei seggi a disposizione della spartizione democratica tra partiti è costante, sia che al voto vadano 50 milioni di elettori sia che ci vadano solo 25 milioni o anche meno.

La fanatizzazione dello scontro e gli insulti tra Giorgia Meloni e Elly Schlein hanno a che fare, più con la guerra civile, con il tentativo di scaldare le platee social-digitali dei fan in vista dei prossimi scontri elettorali.

 

Certo, l’estremismo verbale, oltre ad eccitare pericolosamente all’azione violenta qualche individuo, sotto-produce effetti negativi sulla tenuta della società civile. In America un mix estremo di calvinismo letteralista – la Bibbia è la sola fonte del sapere e del diritto; la legislazione americana dovrebbe ispirarsi direttamente ai testi giuridici dell’Antico Testamento, inclusa la pena di morte per gli omosessuali – di cattolicesimo conservatore, di carismatismo, di pentecostalismo, di costruzionismo cristiano sta accendendo violenti bagliori nella società civile.

 

Ma nell’Italia secolarizzata e cinicamente senza fedi le correnti del cristianesimo fondamentalista e carismatico non si spingono fin là.

 

In Italia gli effetti negativi della fanatizzazione sono piuttosto altri due: quello di allontanare dalla politica e dalle urne la maggioranza silenziosa degli elettori e quello di frammentare lo spirito pubblico. Frammentazione significa il ripiegamento corporativo dei gruppi sociali e di fasce generazionali specifiche.

 Gli addetti la chiamano “pillarizzazione”: un processo di segmentazione verticale, nel quale ciascun gruppo crea il proprio pilastro – the pillar – culturale, politico, informativo e associativo, fino a trasformarlo in una bolla. I social sono un potente fattore moltiplicativo di questa dinamica, che aggrega micro gruppi e disgrega la società civile. Il ricorso all’estremismo verbale da parte dei leader di partito segnala un’impotenza profonda della politica a fornire qualche ordinamento di senso alle dinamiche plurali e conflittuali della società civile. I partiti e la politica sono sempre stati elementi di differenziazione democratica, ma anche di costruzione di senso per la società civile nel suo complesso.

Se questa viene meno, anche la “Nazione” frana.

Verso quale destino?

Verso un futuro di colonizzazione da parte di potenze politiche e economiche globali.

Il nazionalismo sovranista funziona qui solo come scudo retorico.

 

 

Il terrore rosso che nessuno vuole ricordare.

Il.gaziwo.net – (29 giugno 2023) - Michele Negro, ForzaUcraina.it – Redazione Editoriale – ci dice:

 

Pubblichiamo un'analisi di Michele Negro, del collettivo ForzaUcraina.it. La sua riflessione si inserisce nell'approfondimento sul tema della decolonizzazione e sul dialogo tra Russi e Ucraini recentemente proposto sul sito web della Fondazione Gariwo.

 

"Mai più̀", ripetiamo ogni anno il 27 gennaio, nella “Giornata della Memoria”.

 Lo ripetiamo anche il 25 aprile, nella Giornata della Liberazione. Ripetiamo "mai più̀" al nazifascismo ed ai terribili crimini da esso commessi in Europa.

 

Queste giornate, che preservano e commemorano la Memoria del male e la Liberazione da esso, sono fondamentali per il futuro e per la nostra consapevolezza.

 Perché́ non basta estraniarsi dalla storia e dire "mai più", è fondamentale capire che il male è stato possibile perché́ accettato o ignorato da tutti, e anche che oggi abbiamo tutti la responsabilità̀ e il dovere di guardarci attorno, nello spazio e nel tempo, per riconoscere il male e condannarlo.

 

Non voglio sminuire la Shoah o il terrore nazifascista nel dire che il comunismo forse è stato peggiore e purtroppo impunito.

Non intendo calpestare la memoria ed il dolore di chi, anche nella mia famiglia, ha vissuto il male del '900, perché́ quel male ha colpito altri milioni di famiglie ancora invisibili.

 

Hitler prese esempio da Stalin e dai gulag, concretizzando una "lotta di razza" al posto di una "lotta di classe".

 È proprio nel nome di quella "lotta di classe" che prima, durante e dopo il nazifascismo, il terrore rosso, all’ombra dei muri, perseguitò, deportò e sterminò milioni di innocenti.

 

Citando un brano da "Il libro nero del comunismo" (Mondadori, 1998) dello storico “Stephane Courtois”, Il comunismo ha commesso moltissimi crimini, crimini contro lo spirito innanzi tutto, ma anche crimini contro la cultura universale e contro le culture nazionali.

Stalin ha fatto demolire decine di chiese a Mosca;

Ceausescu ha sventrato il centro storico di Bucarest per costruirvi nuovi edifici e tracciarvi, con megalomania, sterminati e larghissimi viali;

Pol Post ha fatto smontare pietra dopo pietra la cattedrale di Phnom Penh e ha abbandonato alla giungla i templi di Angkor;

durante la “Rivoluzione culturale” le Guardie rosse di Mao hanno distrutto e bruciato tesori inestimabili.

 Eppure, per quanto gravi possano essere a lungo termine queste perdite, sia per le nazioni direttamente coinvolte sia per l'umanità̀ intera, che importanza hanno di fronte all'assassinio in massa di uomini, donne e bambini?

 

URSS, 20 milioni di morti,

Cina, 65 milioni di morti,

Vietnam, un milione di morti,

Corea del Nord, 2 milioni di morti,

Cambogia, 2 milioni di morti,

Europa dell'Est, un milione di morti,

America Latina, 150 mila morti,

Africa, un milione 700 mila morti,

Afghanistan, un milione 500 mila morti,

Movimento comunista internazionale e partiti comunisti non al potere, circa 10 mila morti.

Il totale si avvicina ai 100 milioni di morti.

Questo elenco di cifre nasconde situazioni molto diverse tra loro.

 

In termini relativi, la palma va incontestabilmente alla Cambogia, dove “Pol Post”, in tre anni e mezzo, è riuscito a uccidere nel modo più̀ atroce - carestia generalizzata e tortura - circa un quarto della popolazione.

 L'esperienza maoista colpisce, invece, per l'ampiezza delle masse coinvolte, mentre la Russia leninista e stalinista fa gelare il sangue per il suo carattere sperimentale, ma perfettamente calcolato, logico, politico. [dal capitolo "I crimini del comunismo"].

 

Ritengo corretto dire che, "Il libro nero del comunismo" è stato criticato per le cifre che riporta, e di conseguenza presenti anche in questo testo, in quanto molti pensano che non siano esatte o addirittura che l’autore le abbia volutamente gonfiate.

In realtà̀ sono cifre sicuramente indicative, in quanto i regimi citati non hanno mai permesso a storici e ricercatori di consultare i loro archivi, impedendo così alla verità̀ di venire a galla ed alla giustizia di fare il suo corso.

 

Nella sola Unione Sovietica, quindi, nel nome della "lotta di classe", furono eliminate almeno 20 milioni di persone, fra cui i cosacchi del Don, fra i 5 ed i 7 milioni di ucraini furono sterminati per fame durante l'Holodomor, e poi furono deportati su treni merci migliaia di polacchi, ucraini, baltici, moldavi, Bessarabia, tedeschi, tatari, ceceni, ingusci e dissidenti (o presunti tali).

Molti di questi deportati morirono durante gli interminabili viaggi a causa delle privazioni, e chi di loro riusciva ad arrivare a destinazione spesso è morto di stenti, malattie, freddo o stremati dal lavoro nei gulag.

 

Stragi simili avvengono tutt’oggi in Corea del Nord, dove chiunque sia sospettato di essere un dissidente (o presunto tale) si trova ad affrontare la deportazione, la prigionia e spesso la morte.

Essere dissidenti (o presunti tali) è ed era molto semplice, basta avere film o musica occidentali, avere fede in qualche religione, dipingere o scrivere, dire a voce alta il "pensiero sbagliato".

 

I comunisti non hanno mai ammesso questi crimini, non hanno mai chiesto scusa alle vittime e al mondo, non si sono mai presi la responsabilità̀ e il dovere di dire "mai più̀" alle e per le generazioni future.

Oggi infatti sono proprio i "nuovi comunisti" fra coloro che diffondono e sostengono la propaganda del Cremlino, che non è altro che l’ultimo rantolo di quella sovietica.

 

Va notato a riguardo, che proprio i Paesi che si vogliono allontanare il più̀ possibile dal grigio passato sovietico, e quindi costruiscono democrazie, rinominano strade, intrecciano nuove alleanze e demoliscono monumenti, sono il bersaglio preferito della propaganda o delle bombe di Mosca.

Lo abbiamo visto in Moldavia e Georgia, ora lo stiamo vedendo ogni giorno in Ucraina.

Il modus operandi è lo stesso, comune ad ogni tiranno: “o mi lasci comandare o ti distruggo”.

 

I "nuovi comunisti" non vogliono capire che il socialismo andrebbe adattato al mondo moderno, stanco delle vecchie ideologie del male. Oggi i muri sono crollati, e con essi tutto ciò̀ che doveva crollare. Le persone hanno potuto viaggiare anche in Occidente, molte hanno valutato di fermarsi "dall’altra parte" - chissà̀ perché́ - e molti altri hanno iniziato a raccontare il comunismo e a sfatarne i miti - l’unica cosa che poteva oltrepassare i muri.

 

Oggi, l’aggressione russa su larga scala dell‘Ucraina, insieme a nuovi orrori nel cuore d’Europa, ha portato sulla bocca di tutti parole come "nazisti", "comunisti", "denazificazione" e "de-comunizzazione", ma troppo poco si parla di Memoria e Responsabilità̀.

 

Credo che il gap dei "nuovi comunisti" consista proprio nella fede cieca nel terrore rosso, arrancano nella speranza di ricostruire un mondo che è crollato sotto al peso della libertà, rifiutando di vedere tutto l’orrore del passato e del presente.

 

Bisognerebbe ascoltare i nostri fratelli europei che hanno conosciuto sulla loro pelle la brutalità̀ indicibile del comunismo.

 I popoli di Paesi come la Repubblica Ceca, la Slovacchia, la Polonia, la Lituania, la Lettonia e l’Estonia hanno molto da raccontare e spiegare al mondo. Spesso vengono criticati quando demoliscono i vecchi monumenti comunisti, simboli dell’oppressione che hanno subito. Ma perché́ criticare con disprezzo la de-comunizzazione?

 È facile criticare quando si conosce solo il lato bello della storia. Dovremo imparare a conoscere, ad affrontare, anche il lato brutto. Bisognerebbe quindi equiparare il negazionismo dei crimini staliniani e comunisti a quello (che è punito per legge) dello sterminio degli ebrei da parte dei nazisti.

 

Basterebbe poco, che non significa che sia facile: aprire gli archivi, riconoscere e chiedere scusa per tutti quei crimini.

 Crimini che vanno analizzati e condannati in nome dei valori democratici, non degli ideali nazifascisti.

 Sarebbe giusto istituire altre due giornate dove dire "mai più̀", questa volta al terrore rosso ed ai crimini da esso commessi nel Mondo.

(Michele Negro).

 

 

 

Trump-Jinping: chi ha vinto?

 Msn.com - Storia di Carlo Valentini – Italia Oggi – (16 – 5 – 2026) – Redazione – ci dice:

 

Trump-Jinping: chi ha vinto?

Donald Trump è risalito sull’Air Force One, ed è tornato alla Casa Bianca. Si è conclusa la visita, durata 3 giorni, con il clou del pranzo a porte chiuse con XI Jinping nel complesso presidenziale di Zhongnanhai, a Pechino.

Il presidente Usa ha ricevuto un’accoglienza sontuosa, anche alla partenza era schierata, ai piedi dell’aereo, la guardia d’onore, col tappeto rosso fino alla scaletta e gli scolari vestiti con i colori azzurro e bianco dell'Air Force One che hanno sventolato bandiere americane e cinesi.

 

Ma al di là dei fasti del cerimoniale questo vertice tanto atteso ha prodotto risultati politici oppure Trump e la delegazione (anche di imprenditori) che lo accompagnava sono ripartiti a mani vuote?

 Ecco alcuni giudizi raccolti mentre Trump era ancora in volo.

Quindi una prima analisi su chi ha vinto e chi ha perso, ma potrebbero anche non esserci né vinti né vincitori.

La parola, agli esperti.

 

Un confronto in equilibrio tra le due superpotenze.

Il confronto tra i due leader è finito in equilibrio, secondo Zeno Leoni e Francesco Scisci.

Il primo è ricercatore in Studi strategici al “Wings College di Londra” e membro del” Lao China Institute”:

 «Parlerei piuttosto di un equilibrio, evitando una lettura che sottintenda una Cina inevitabilmente in ascesa e Stati Uniti in una posizione statica o di declino.

 In un sistema internazionale composto da Stati sovrani, caratterizzato da interdipendenza economica e dalla persistente rilevanza della geografia nei rapporti di forza, il divario deve essere molto ampio prima di poter parlare realmente di una posizione di forza o di debolezza.

Una maggiore capacità militare o economica da parte di uno Stato, infatti, non si traduce automaticamente in una maggiore capacità di determinare gli esiti politici o strategici nei confronti dell’altro. Il summit di Pechino lo ha confermato».

 Francesco Scisci è docente alla “Renminbi University of China”, a Pechino:

“Le debolezze di Trump sono note: il mancato successo in Iran, che si può definire almeno un fallimento parziale, se non totale, e le difficoltà nelle alleanze, con partner che mostrano segni di insofferenza. Tuttavia, anche la Cina non può vantare successi schiaccianti. Qualche mese fa ha sostenuto il Venezuela senza ottenere risultati significativi; i sistemi di difesa antiaerea forniti all’Iran non hanno funzionato come previsto.

(Trump-XI, visita finita: tante promesse, ma i fatti? -Milano Finanza).

 

Inoltre, Pechino non dispone di una vera rete di alleati solidi:

 uno dei pochi, la Corea del Nord, sta rafforzando la propria collaborazione con la Russia in modo preoccupante.

Se Mosca dovesse sostenere il riarmo nucleare nordcoreano, in Asia si creerebbe una situazione estremamente instabile.

 A ciò si aggiunge un’economia interna contraddittoria:

 molto dinamica e performante sul piano internazionale, ma più fragile e problematica all’interno.

In definitiva, non si può dire che uno dei due attori sia chiaramente più forte o più debole dell’altro e questo è chiaramente emerso dal vertice di Pechino».

L'analisi di Pierre Haski: la Cina come superpotenza.

È il responso di Pierre Haski, che analizza gli avvenimenti internazionali per “France Inter” e per” Internazionale” (la rivista diretta da Giovanni De Mauro):

«È naturale chiedersi cosa abbia spinto XI a dare a Trump una simile visibilità.

Il messaggio è duplice: da una parte il presidente cinese ha ufficializzato il ruolo del suo Paese come “l’altra” superpotenza (da tempo la Cina è una superpotenza di fatto, ma la novità è che ora Pechino lo rivendica). Dall’altra parte, XI mette in guardia gli Stati Uniti contro qualsiasi tentativo di bloccare o arginare l’ascesa della Cina.

Se Washington ci provasse, la conseguenza sarebbe la guerra.

 Oggi è la Cina a fissare le regole del gioco, segno di un rapporto di forze nuovo con Trump.

E qui sta l’ambivalenza del vertice:

la Cina ha riservato a Trump un’accoglienza sontuosa.

Il presidente statunitense, in cambio, ha definito XI «un grande leader» e un «amico».

Ma questo tono non riflette la realtà dei fatti».

 

La vittoria simbolica ed economica di Donald Trump.

Secondo “Massimo Janus”, che è stato vice-direttore del quotidiano “America Oggi” e collabora con” La voce di New York”:

 «Trump ha cercato da XI tre cose, riuscendoci.

 La prima è simbolica, una foto da leader mondiale capace di parlare con la Cina da pari a pari.

 La seconda è economica: contratti, acquisti, aperture di mercato, investimenti cinesi negli Stati Uniti.

La terza è politica, dimostrare agli elettori americani che i dazi non erano soltanto una tassa mascherata su imprese e consumatori, ma uno strumento per costringere Pechino a trattare.

Il messaggio è che l’America trumpiana non rifiuta il mondo, vuole riscriverne le condizioni.

 Contro la globalizzazione quando significa fabbriche chiuse in Ohio o Michigan, favorevole alla globalizzazione quando significa Boeing che vende aerei, Tesla che espande il mercato, Apple che protegge i margini, BlackRock che entra nei flussi finanziari, Cargill che vende soia e carne.

 È il paradosso di Pechino.

Trump è arrivato in Cina promettendo di difendere l’America dalla Cina, ma ha portato con sé l’America che non può fare a meno della Cina.

E ha chiesto a XI di aprire la porta, mentre tiene in tasca la chiave dei dazi».

 

Il giudizio di “Reuters”: un vertice ricco di cerimonie ma povero di risultati.

Convergono su questo giudizio gli esperti di politica internazionale dell’agenzia di stampa britannica Reuters:

«Il presidente degli Stati Uniti ha lasciato la Cina senza importanti progressi sul fronte commerciale né un aiuto concreto da parte di Pechino per porre fine alla guerra con l'Iran, nonostante due giorni trascorsi a tessere le lodi del suo ospite, XI Jinping.

La visita di Trump al principale rivale strategico ed economico degli Stati Uniti, la prima di un presidente americano dal suo ultimo viaggio nel 2017, mirava a ottenere risultati tangibili per risollevare i suoi indici di gradimento in calo in vista delle cruciali elezioni di medio termine.

Ma il vertice è stato ricco di cerimonie, dai soldati in marcia alle visite a un giardino segreto, e tutto è finito lì.

Poi a porte chiuse XI ha lanciato un severo avvertimento a Trump: qualsiasi gestione errata della questione di Taiwan, la principale preoccupazione della Cina, potrebbe degenerare in un conflitto.

Non c’è stato altro».

 

 

La negazione dell'Uomo

nel secolo delle ideologie.

Ilgariwo.net – (9 aprile 2026) – Totalitarismo – Redazione – ci dice:

 

Nell'esperienza storica del Novecento emergono due fenomeni speculari e produttivi delle peggiori tragedie del secolo:

il fascismo - nella sua versione estrema di nazismo - e il comunismo - nella sua versione estrema di stalinismo.

 Entrambi sorretti da una straordinaria e dirompente potenza "ideale" in grado di trasformarsi in forza materiale:

 l'ideologia, intesa come capacità di fornire una visione complessiva del mondo che spieghi ogni risvolto della vita dell'uomo e gli attribuisca un senso rigidamente inquadrato in quella visione, dalla quale non si può prescindere senza perdere la propria stessa essenza.

Una spiegazione che risponde all'ansia dell'animo umano di dare un significato alla nascita e alla morte, di dotarsi di uno scopo e di collocarsi all'interno di un più ampio Universo.

Non a caso le ideologie sviluppatesi in Occidente a cavallo tra il XIX e il XX secolo sono nate in contrasto con la religione dominante, il cristianesimo, come "ricetta" alternativa nella visione del mondo.

 

Il fascismo e il comunismo hanno entrambi prefigurato l'Uomo Nuovo come promessa di felicità, come futuro da realizzare univocamente e per l'eternità; ed entrambi hanno posto come condizione la delega totale del potere personale di ciascun essere umano a un organismo superiore, il Partito-Stato, garante dell'organizzazione del tessuto civile per il raggiungimento del fine ultimo: una società senza più conflitti, appagata e felice.

 Per tale scopo qualsiasi mezzo sarebbe stato giustificato, e auspicabili quelli più incisivi e tempestivi.

 Una delega "in bianco", assoluta e senza ritorno, come rinuncia alla propria libertà e più in generale come abdicazione a qualsiasi spazio individuale, sia fisico, materiale, che mentale, ideale.

 In questo modo non vi sarebbe più stata alcuna possibilità di controllo sull'operato dei delegati, sul potere costituito da pochi "eletti", detentori dei destini supremi di tutta l'Umanità.

 

La democrazia veniva scartata come poco produttiva, inefficiente e inefficace, ostacolo e impedimento alla realizzazione del grande disegno della felicità universale.

La pessima prova prodotta dai governi europei negli anni Venti e Trenta, l'incapacità delle Grandi Potenze dell'epoca di dirimere i conflitti nazionali e accogliere le esigenze dei popoli duramente provati dalla carneficina della prima guerra mondiale, insieme all'antisemitismo infiltratosi nei recessi più nascosti della società e alle condizioni sempre più misere di masse urbanizzate senza alcuna protezione, prepararono il terreno al prevalere di forze antidemocratiche, in grado di prefigurare un cambiamento di rotta assicurato da un leader capace, a cui affidare il proprio destino  e le sorti dell'intera nazione.

Una volta al potere, i grandi padroni dei Partiti-Stato hanno applicato alla lettera le loro teorie, riducendo l'intera società civile a un tessuto amorfo, a cui è stato impedito qualsiasi autonomia di pensiero e di azione, con una dura repressione verso coloro che hanno rifiutato l'omologazione per opporsi al totale annullamento della dignità umana. All'arma potente dell'ideologia si è unita quella altrettanto potente del terrore per ottenere il dominio completo.

Ciò che ha differenziato i due sistemi sono stati i valori sulla base dei quali l'Uomo Nuovo andava forgiato, più sbilanciati sul lato dell'identità comunitaria di origine, dell'orgoglio etnico, da parte del fascismo, o dell'anelito all'uguaglianza e alla fraternità da parte del comunismo.

 Gli esiti, purtroppo, furono molto simili:

lo sterminio degli ebrei nelle camere a gas dei lager e il tentativo di dominare l'Europa da parte di Hitler;

 le "purghe" degli oppositori con milioni di vittime nei gulag e l'occupazione dell'Est alla fine della Seconda guerra mondiale da parte di Stalin.

Dobbiamo alla filosofa Hannah Arendt, ebrea tedesca fuggita negli Stati Uniti durante il nazismo, l'accostamento di nazismo e comunismo sotto il comun denominatore della categoria di totalitarismo, nel suo fondamentale saggio “Alle origini del totalitarismo.”

 

 

 

 

Heinrich Mann.

La Germania e l'odio.

Doppiozero.com - Marino Freschi – (5 Settembre 2024) – Redazione – ci dice:

 

Le recenti elezioni tedesche fanno riaffiorare lo spettro bruno, ricordando che giusto un secolo fa la loro prima affermazione i nazisti l’ebbero proprio in Turingia. Il rimosso, quel 1933, s’impone di nuovo. Quell’anno per “Heinrich Mann” significa l’esilio e la pubblicazione di un saggio incandescente, “L’odio”.

Come il nazismo ha degradato l’intelligenza (Eusebio Trabucchi, L’Orma), dedicato disperatamente «alla mia patria», ormai perduta.  Per la prima volta in maniera appassionata e ‘partigiana’ “Mann” illustra con la potenza del dolore l’ingiustizia subita rievocando la situazione politica del Terzo Reich.

L’odio illumina la vita quotidiana di quel terrore che già nei primi mesi si viveva in Germania con arresti arbitrari, perquisizioni illegittime, sparizioni improvvise, ritrovamenti di cadaveri deformati, reclusioni brutali e ingiustificate nei primi Lager, chiusura forzata di sedi di partiti, sindacati, associazioni, giornali, case editrici, pestaggi violenti degli oppositori.

E su tutto e tutti una diffusa cappa di odio, compatta, sostenuta dal terrorismo di stato.

Mann, il fratello maggiore di Thomas, nato anche lui a Lubecca, nel 1871, morì in esilio a Santa Monica nel 1950 poco prima di tornare in Germania, o più esattamente nella Repubblica Democratica Tedesca, in qualità di presidente della Accademia delle Arti di Berlino Est.

 La scelta di tornare in Germania – a differenza di Thomas – e di optare per quella che veniva chiamata ‘Germania comunista’ ossia nella neonata DDR, chiarisce le simpatie di sinistra di Mann, che nel saggio afferma la speranza in un futuro comunista per la Germania, in termini utopici, mentre l’autore non affronta la grave responsabilità della KPD, del partito comunista tedesco, notando, tuttavia onestamente:

 «Il Partito comunista di Germania non ha mai davvero interpretato il proprio ruolo, non ha mai agito in modo indipendentemente, limitandosi a prendere ordini da Mosca, e spesso senza saperli neppure eseguire.

 Gli mancava una profonda convinzione interiore della propria missione, e di conseguenza anche volontà e forza».

 

 Fu lungo il percorso che condusse lo scrittore a diventare il testimone della sinistra –tanto da ventilare la sua candidatura a presidente della Repubblica di Weimar contro il feldmaresciallo Paul von Hindenburg, quello che nel ’33 incaricò Hitler, il ‘caporale austriaco’, ad assumere la carica di cancelliere, consegnando di fatto il paese nelle mani del partito nazista e alla dittatura.

Mann, che proveniva da una agiata famiglia di commercianti anseatici, malgrado l’opposizione del padre aveva imposto la sua volontà di divenire scrittore.

 La liquidazione della ditta di famiglia –quella dei ‘Buddenbrook’ – con la precoce morte del padre, gli consentì di poter vivere di rendita e di compiere viaggi con prolungati soggiorni in Italia, tra cui quasi due anni tra Roma, a via di Torre Argentina, e Palestrina.

 È il periodo ‘dannunziano’ della trilogia, così intensamente decadente di “Le Dee” o i tre romanzi della “Duchessa d’ Assi”, che coincide con la direzione nel 1895, ancorché per breve tempo, della rivista «Il secolo ventesimo», di tendenze nazionalistiche, monarchiche, conservatrici, e persino antisemite.

Proprio a cavallo tra i due secoli avviene la svolta ideologica di Mann, che trova una sua spiegazione persino geografica con l’orientamento sempre più accentuato e definitivo per la Francia e la sua cultura democratica, laica, illuminista, che affiorò nel 1915 – a guerra iniziata – nel saggio Zola, pacifista e democratico, che causò la rottura con il fratello Thomas.

 Intanto “Heinrich” con “Professor Untar” o “la fine di un tiranno” del 1905 si era confrontato con una critica spietata del filisteismo autoritario tedesco.

Nel 1930 la trasposizione filmica in “L’angelo azzurro” con Marlene Dietrich per la regia di “Josef von Sternberg” gli assicurò un successo internazionale, mentre in Germania lo scrittore aveva colto un’altra affermazione con” Il suddito”.

 Che divenne un testo esemplare per l’‘altra’ Germania, quella democratica, quella dei quattordici anni scintillanti, spregiudicati, creativi della Repubblica di Weimar, che non sopravvisse al Trattato di Versailles e alla grave crisi del 1929 e soprattutto alla demagogia nazionalsocialista, allo scatenamento del terrore dalle SA.

 Heinrich si schierò sempre per la giovane democrazia in tutti i possibili interventi pubblici, protestando la sua fiducia in una unità europea fondata sull’alleanza tra Germania e Francia, con una Francia già pronta ad accettare una pace profonda, definitiva. Ma la Germania aveva compiuto la sua drammatica e scellerata scelta storica, quella dell’odio classista, razzista, nazionalista, quella dell’odio contro la ragione fino a giungere ai roghi, manipolata da Hitler ed egemonizzata da Goebbels, l’artefice del tentato assassinio della cultura tedesca, che era ancora egemone in Occidente.

 

Con il suo vivace excursus, retoricamente magistrale e con la sua singolare acutezza piscologica, Mann è uno dei primi a comprendere l’abilità del giovane demagogo, come pure la sua perfidia.

 L’analisi di Mann, che riguarda Goebbels, diventa anche una chiave per altri destini di intellettuali tedeschi attratti irresistibilmente dalla demonica nazista:

 «Un caso noto è quello del giovane letterato fallito divenuto ora l’attuale “ministro della Propaganda”.

Era stato allievo di Friedrich Gandolfi, un docente universitario ebreo, un critico di grande gusto e sottigliezza che proveniva dal circolo iniziatico del poeta Stefan George.

Capita che chi disprezza la folla si getti poi a capofitto nei movimenti popolari, ma proprio a causa dell’avversione che prova per le masse incolte finisce per aizzarle contro gli intellettuali. […]

Aveva dimenticato il suo maestro israelita e si scagliava contro lo spirito ebraico.

 Non si era scordato delle sue disfatte letterarie e per questo metteva alla pubblica gogna gli scrittori più dotati.

Gli studi raffinati e profondi che aveva compiuto gli rendevano ripugnante ogni idea che aveva di massa, e così incitava il proprio uditorio fino a farlo esplodere tutte le volte che pronunciava la parola “marxista”.

 I passati insuccessi e una malformazione al piede che lo affliggeva fin dalla nascita avevano alimentato a lungo il suo desiderio di vendetta contro il mondo, e ora era in grado di infonderlo anche negli altri.

Era questo il suo più grande talento.

Trasudava odio, appestava l’aria ovunque andasse, contaminava stanze, piazze, l’intero Paese.

 Certo, non era il solo:

gli agitatori nazisti non hanno mai fatto altro, sia prima di salire al potere che ora.

Ma in lui l’odio aveva radici più profonde.

Per riuscire a dare libero sfogo ai suoi più biechi istinti aveva dovuto cancellare il proprio passato».

 Heinrich non era presente nella fatidica notte del 10 maggio quando Goebbels denunciava la ‘vergognosa’ corruzione della cultura tedesca a causa del ’bolscevismo culturale’ che connotava gli intellettuali ebrei e marxisti, fautori di una sterile “letteratura dell’asfalto”.

 Heinrich non era più a Berlino, aveva lasciato precipitosamente la sua abitazione, devastata subito dalle SA e si era rifugiato per una provvisoria sistemazione economica in un villaggio di pescatori sulla Costa Azzurra, a” Sanary-sur-mer”, dove si erano raccolti numerosi scrittori tedeschi.

 L’esilio e il rogo, ecco i primi risultati dell’odio:

 «Siamo stati costretti ad abbandonare il nostro Paese, che non sarà mai veramente loro.

Così si sono ridotti a bruciare i libri, un’assurdità che non si vedeva dai tempi dell’Inquisizione».

Le considerazioni di Mann sono la testimonianza perspicua per comprendere la stupita incredulità di fronte a tale rigurgito di barbarie.

In Germania tale efferatezza culturale era ormai sconosciuta.

 I roghi che alla Festa di Wartburg del 18 ottobre 1817 gli studenti nazional-liberali avevano simbolicamente acceso riguardavano i testi dell’occupazione napoleonica (tra cui il celebre Code Napoleone).

E su quel rozzo antecedente si modellò l’“Azione contro lo spirito anti-tedesco” degli studenti nazionalsocialisti culminata con il rogo del 10 maggio 1933:

quella notte bruciò all’Opernplatz di Berlino – e simultaneamente in una sessantina di altre città, soprattutto universitarie –, l’intera cultura moderna, da Marx a Freud, da Heine a Heinrich Mann.

 Esilio, rogo dei suoi libri, l’anno proseguiva sempre più amaramente:

il 25 agosto Heinrich era nella prima lista dei 33 avversari del regime ai quali era stata disconosciuta la cittadinanza tedesca.

 

Si era dimesso dalla “Sezione Letteratura” della “Accademia Prussiana delle Arti”, di cui era stato eletto presidente nel 1931, che era la principale istituzione tedesca per le arti.

In quei mesi il suo rammarico passava gradualmente in disperazione, quella rievocata con una forza impetuosa e aspra nel saggio “L’Odio”, il primo pubblicato all’estero dall’editore “Emanuel Querino” ebreo-olandese (sefardita di origine portoghese come Spinoza), che divenne un punto di riferimento editoriale per gli scrittori tedeschi dell’esilio: finì deportato e assassinato insieme alla moglie nel campo di sterminio di Sobibor.

Con orgoglio intellettuale Heinrich aveva affermato nell’introduzione della rivista «Die Samsung» (pure edita dall’intrepido Querino) a cura di Klaus Mann:

«Non ci presentiamo come giornale della “emigrazione tedesca” […], sebbene la nostra sostanziale intenzione sia quella di costituire un luogo d’incontro della grande letteratura tedesca in esilio.

Noi ci presentiamo come il giornale dello spirito europeo, al quale appartiene quello veramente tedesco.

Pubblicheremo contributi provenienti da tutti i paesi europei, e anche da altre parti del mondo, e si dimostrerà così, con una simile raccolta, che la vera letteratura tedesca appartiene a quella mondiale».

 Nei primi tempi dell’esilio, Mann si faceva delle illusioni sui contrasti fra le fazioni all’interno del partito nazista, ben sapendo però come avrebbe risposto Hitler ad ogni tentativo insurrezionale:

 «Le prevedibili rivolte verrebbero soffocate nel sangue, in un mare di sangue. Ma poi si ripeterebbero comunque. Gli oppositori interni al partito finirono assassinati, in un bagno di sangue nella ‘Notte dei lunghi coltelli’ tra il 30 giugno e il primo luglio del 1934.

 Il saggio mannano da una parte analizza l’odio scatenato in Germania dai nazisti, dall’altra si augura che finalmente l’Europa possa ritrovare sé stessa in una unità economica e politica, nonché militare, fondata sulla cultura.

È commovente e sorprendente lo spirito quasi profetico di Heinrich Mann, la sua invincibile fiducia nella forza della ragione:

«Un rinnovamento tanto profondo può iniziare solo se si attiva il pensiero».

Un processo che è ancora in atto.

 In un senso, ma anche nell’altro: ogni tanto si accendono ancora roghi, o si combatte contro la vocazione democratica con temibili recrudescenze, come segnalano i recenti avvenimenti tedeschi.

 

L’Odio si conclude con l’unica possibile forma di speranza.

Un testimone scomodo viene ammazzato dai nazisti:

 «Non tornerà più. O forse sì, fra qualche tempo, in un’altra forma. In mille forme.

Innumerevoli testimoni! Innumerevoli!».

 

Heinrich Mann non tornò più in Germania, così come Thomas e come Klaus.

La grande famiglia venne travolta dal Terzo Reich.

Fino al 1945 in patria i loro libri vennero bruciati, proibiti, distrutti.

 

 

 

POLITICI E MESTIERANTI.

Opinione.it - Massimo Negretti – (15 maggio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Si dice spesso che, in democrazia, l’opposizione, nell’attaccare continuamente e su tutti i fronti il Governo, in fondo non fa altro che il suo mestiere.

È vero, ma, allo stesso tempo, dovremmo ricordare che qualsiasi ‘mestiere’ per essere svolto con serietà esige correttezza e, soprattutto, lealtà con chi ne usufruisce.

 

L’opposizione ricorre ovunque a sotterfugi o trappole in punta di regolamenti parlamentari, talvolta bloccando i lavori, ma la sua condotta più tipica consiste, ovviamente, nella proposizione o riproposizione di argomenti tratti dalla vita reale del sistema sociale, soprattutto in tema di economia.

 Ma la lealtà, sopra richiamata, spesso non costituisce qualcosa di interiorizzato, cioè un presupposto etico-politico da cui partire in nome del bene comune.

 

Quando, come in Italia ma anche in Francia o Spagna, la politica interiorizza prima di tutto posizioni ideologiche più che obiettivi pragmatici di valore comune, l’opposizione si rivela nella sua anima più deleteria facendo della democrazia una pura e semplice formula giuridica dietro la quale vengono costantemente additati i destini negativi più profondi e definitivi di una nazione quale colpa del Governo.

 

Attualmente, in Italia, l’opposizione, invece che proporre soluzioni praticabili e razionali per i vari problemi che abbiamo, insiste senza tregua sul pericolo fascista, l’isolamento internazionale, la sudditanza agli Usa di Trump e, va da sé, il supposto sfacelo economico che ci riguarderebbe.

Ma c’è un limite a tutto.

Di per sé, non scandalizza che il Governo esageri nel vantare i propri successi o che l’opposizione faccia altrettanto sul fronte opposto.

 A scandalizzare, semmai, è la cocciuta tendenza della sinistra a tacere su dettagli – che però dettagli non sono – come la differenza fra imposte e tasse.

 

Il Governo ha effettivamente abbassato alcune aliquote Irpef e dunque, se il tasso attuale di imposizione globale è salito, non può esserne certamente lui ad esserne responsabile.

L’aumento globale dell’imposizione infatti, (escludendo il cosiddetto fiscal drag dovuto all’inflazione che sta colpendo tutti i Paesi) è largamente dovuto all’attività fiscale degli Enti locali e, in particolare, alla fame insaziabile di risorse delle Regioni attraverso la mai abbastanza deprecata misura della Addizionale regionale Irpef, varata dal Governo Prodi nel 1997. Quella sì, assieme ad altre tassazioni locali sempre in aumento, rappresenta insieme la misura dell’incapacità amministrativa delle Regioni − che proprio non riescono a restare nei limiti dei trasferimenti finanziari dello Stato − e il modo, tipico in particolare a sinistra, di fare ‘perequazione sociale’ nell’unica modalità che conoscono, ossia il prelievo fiscale.

 

Il Governo attuale ha senz’altro molti difetti ma su un punto nascondere la verità è davvero scandaloso:

tutti i cosiddetti ‘fondamentali’ dell’economia italiana negli ultimi quattro anni sono decisamente migliorati grazie al risveglio, peraltro ancora parziale, dell’imprenditoria italiana e all’attività fin qui rigorosa del bocconiano ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.

 È ovvio che esistono ancora molti problemi da risolvere, ma un’economia senza credito internazionale non riuscirebbe nemmeno a vedere da lontano le soluzioni.

E il credito internazionale sarebbe esattamente la prima vittima di una politica economica nella quale le ‘risposte’ e le ‘risorse’ , che la sinistra chiede a gran voce ogni giorno pur sapendo che il portafoglio è quasi vuoto, venissero unicamente trovate attraverso un’ulteriore imposizione fiscale invece che creando le condizioni per aumentare gli investimenti i quali produrrebbero più reddito e entrate statali anche senza necessità di aumentare le imposte e soprattutto l’attuale soffocante miriade di tasse locali.

 

 

Ucraina, Arrestato Ex Capo Ufficio di Zelensky, Yerma, Accusato di Riciclaggio di Denaro e Corruzione.

Conoscenzealconfine.it – (15 Maggio 2026) – Redazione di il Giornale d’Italia – ci dice:

 

Kiev arresta l’ex capo dello staff di Zelensky, Andriy Yerma: accuse di riciclaggio e il divieto di contattare collaboratori, altre persone coinvolte nell’inchiesta, la moglie e la sua astrologa personale.

 

L’ex capo dell’ufficio presidenziale di Volodymyr Zelensky, Andriy Yerma, è stato arrestato oggi dal tribunale anticorruzione di Kiev con le accuse di riciclaggio di denaro e corruzione in una maxi-inchiesta che coinvolge molti membri dell’amministrazione attuale.

 

Yerma sarà detenuto per 60 giorni, con la possibilità di ottenere la libertà provvisoria su una cauzione da 3 milioni di dollari che, però, secondo lui stesso, “non riesce a pagare “.

 In questo periodo, non potrà avere contatti né con sua moglie, né con altre persone indagate, ma nemmeno con la sua astrologa personale.

Una vasta inchiesta per corruzione e riciclaggio che scuote i vertici del potere ucraino.

Secondo gli investigatori, Yerma avrebbe partecipato a un sistema di riciclaggio di circa 460 milioni di grivne, circa 9 milioni di dollari, attraverso la costruzione di residenze di lusso a Korin, alle porte di Kiev. L’ex collaboratore di Zelensky respinge le accuse e nega di possedere immobili collegati all’operazione contestata.

 

A rendere il caso ancora più clamoroso sono però le condizioni imposte dal tribunale.

Tra i divieti notificati a Yerma compare infatti quello di contattare una donna indicata dagli inquirenti come sua consulente astrologica personale, Veronika Anikievich, salvata nel telefono dell’ex funzionario come “Veronika Feng Seui “.

Secondo l’accusa, Yerma avrebbe chiesto consigli all’astrologa persino su come contrastare le indagini della Nabu, l’agenzia anticorruzione ucraina, e sulle nomine politiche.

 Circostanze che lui nega categoricamente.

 

Anikievich, 51 anni, gestisce un canale Telegram chiamato “Luna Hours” ed è diventata nota online per le sue posizioni radicalmente filo-Yerma e anti-Nabu.

In diversi post ha accusato l’agenzia anticorruzione di essere “venduta ai russi” e ha descritto l’inchiesta come una manovra internazionale per indebolire Kiev.

 

Oltre a lei, Yerma non può contattare sua moglie, ma anche altre persone coinvolte nell’inchiesta, come Timor Mandich e Aleksey Chernihiv.

(Articolo della Redazione de il Giornale d’Italia).

(ilgiornaleditalia.it/news/esteri/786065/ucraina-arrestato-yermak-ex-capo-ufficio-zelensky-accusato-riciclaggio-corruzione-cauzione-3-milioni-dollari.html).

 

 

 

 

“Terso”: Previsto un Aumento dei Casi di Antivirus.

Conoscenzealconfine.it – (15 Maggio 2026) – “Renovatio 21” – Redazione – ci dice:

 

Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Terso Addano Ghebreyesus, ha messo in guardia sul fatto che “potremmo assistere a un aumento dei casi” del “letale” ceppo andino dell’anti-virus nei prossimi giorni, dopo la conferma dell’undicesimo contagio.

 

Il virus ha provocato la morte di tre persone partite dall’Argentina a bordo di una nave da crociera il mese scorso e ha infettato altre otto.

Il caso più recente è stato accertato martedì dal ministero della Salute spagnolo e riguarda un passeggero che era stato posto in quarantena in un ospedale militare di Madrid dopo il viaggio sulla nave.

“Al momento non ci sono segnali che indichino l’inizio di un’epidemia su larga scala, ma ovviamente la situazione potrebbe cambiare e, dato il lungo periodo di incubazione del virus, è possibile che nelle prossime settimane si registrino più casi”, ha dichiarato Ghebreyesus durante una conferenza stampa a Madrid martedì.

 

Ghebreyesus ha espresso gratitudine al primo ministro spagnolo “Pedro Sánchez” per aver mostrato “compassione e solidarietà” permettendo alla nave, la “MV Hondius” battente bandiera olandese, di attraccare lunedì alle Isole Canarie.

Dalle Canarie, i passeggeri sono stati rimpatriati nei rispettivi Paesi d’origine, dove Terso ha invitato le autorità a mantenerli in quarantena per 42 giorni.

 

Gli antivirus costituiscono una famiglia di virus trasmessi dai roditori, che si diffondono all’uomo attraverso il contatto con feci, urina o saliva di questi animali.

Il ceppo Andes è l’unica variante nota in grado di trasmettersi da persona a persona e provoca la sindrome cardiopolmonare da antivirus (HPS) negli individui infetti.

 

Dopo un prolungato periodo di incubazione che va dalle sei alle otto settimane, i pazienti sviluppano generalmente sintomi simil-influenzali che possono progredire verso problemi cardiaci, ipertensione e accumulo di liquidi nei polmoni e nella cavità toracica.

Il ceppo Andes dell’antivirus presenta un tasso di mortalità di circa il 38%.

 

Come riportato da “Renovatio 21”, sabato “Terso” aveva ribadito che “l’attuale rischio per la salute pubblica derivante dall’antivirus rimane basso” e che l’epidemia non si trasformerà in “un altro COVID”.

 

La “MV Hondius” era partita dall’Argentina con 147 passeggeri e membri dell’equipaggio provenienti da 23 Paesi.

Finora tutti i casi confermati riguardano persone che hanno viaggiato a bordo della nave.

Venti cittadini britannici sono in isolamento nel Regno Unito, 14 spagnoli sono in quarantena presso l’ospedale militare di Madrid e cinque cittadini francesi sono sotto osservazione a Parigi.

 

Una di loro, una donna di 65 anni, ha sviluppato sintomi gravi ed è stata intubata martedì, secondo le autorità francesi.

Anche dodici operatori sanitari olandesi sono stati posti in quarantena dopo aver gestito in modo errato i fluidi corporei di un paziente affetto da “antivirus”.

 

Dei 17 americani evacuati dalla nave, uno risultato positivo al virus verrà messo in quarantena, mentre gli altri potranno rientrare a casa dopo un breve controllo.

“Terso” ha avvertito che questo approccio “potrebbe comportare dei rischi”.

… Fantasia zero, tutto uguale, stesso tipo di narrazione, cambia solo il nome del “Virus”! (nota di conoscenze al confine).

(Articolo di Renovatio 21).

(renovatio21.com/tedros-previsto-un-aumento-dei-casi-di-hantavirus/).

 

 

 

 

Presidenza Ue: “Avviato Meccanismo

 di Monitoraggio su Hantavirus”

Conoscenzealconfine.it – (14 Maggio 2026) – Tg24.sky.it – Redazione – ci dice:

La presidenza di turno cipriota del Consiglio Ue ha deciso di attivare il meccanismo integrato di risposta politica alle crisi (IPCR) in risposta all’allarme Hantavirus (Antivirus).

 

“A titolo precauzionale, abbiamo deciso di ricorrere alle riunioni dell’ (IPCR) per monitorare la situazione e facilitare lo scambio di informazioni tra gli Stati membri” ha fatto sapere un portavoce della presidenza.

A quanto si apprende, oggi la Commissione europea ha fornito agli ambasciatori dei Ventisette una panoramica della situazione e degli sforzi compiuti finora per garantire il coordinamento.

Sebbene il rischio per la popolazione sia basso, il monitoraggio della situazione epidemiologica proseguirà.

 Le strutture sanitarie Ue competenti sono state attivate sin dalla prima notifica inviata tramite il sistema di allerta e risposta precoce dell’Ue il 9 maggio.

Hantavirus (Antivirus), per Contatti Stretti Quarantena per 6 settimane: la Circolare del Ministero in Italia:

“Pur confermando che il rischio da Hantavirus per la popolazione generale dell’UE/SEE rimane molto basso, si ritiene opportuno mantenere un approccio di massima cautela e rafforzare le attività di sorveglianza sanitaria, con particolare attenzione all’identificazione precoce di eventuali casi sospetti e all’adozione tempestiva delle misure di contenimento previste per i casi confermati“, afferma la circolare sull’Hantavirus intitolata ‘Focolaio di Hantavirus tipo “Andes” a bordo della nave da crociera MV Hondius:

aggiornamento della situazione e indicazioni di sanità pubblica’, firmata oggi dal capo di “dipartimento della Prevenzione del ministero della Salute”, Maria Rosaria Campitiello, e dal “direttore della Prevenzione” Sergio Larvicoli.

Tic tac…  tic tac… tic tac… (nota di conoscenze al confine).

(tg24.sky.it/).

 

 

 

L’Europa Atlantista

Prepara la Sua Eutanasia.

Conoscenzealconfine.it – (13 Maggio 2026) - Alex Marquez – Redazione – ci dice:

 

L’Europa atlantista prepara la sua eutanasia: il suicidio geopolitico degli orfani della Nato.

L’Europa ultra-atlantista affronta il declino con più riarmo, più subordinazione agli USA e meno autonomia strategica.

Tra crisi energetica, Gaza, Ucraina e collasso industriale, le élite europee sembrano preparare un suicidio geopolitico collettivo.

Facciamo un passo indietro:

nel giugno 2025, al vertice NATO dell’Aia, i governi europei avevano approvato un nuovo incremento della spesa militare mentre il prezzo del gas restava strutturalmente superiore ai livelli pre-2022, la manifattura tedesca – nel mentre – continua a perdere competitività e Washington, sotto l’apparente confusione strategica di Trump, scarica apertamente sugli alleati il costo strategico dell’Occidente.

 È questo il dato reale.

Tutto il resto — i sermoni sull’unità euro-atlantica, la “difesa dei valori”, le liturgie a mezzo stampa sul fronte democratico — serve ormai solo a coprire un gigantesco fallimento storico.

 

La vera questione europea oggi non è l’Ucraina.

 Non è neppure la Russia.

È la sopravvivenza materiale del continente dentro un ordine mondiale che non controlla più.

Gli Stati Uniti stanno ridefinendo le proprie priorità strategiche: contenimento della Cina, protezionismo industriale, rilocalizzazione tecnologica, supremazia energetica.

 L’Europa, invece, continua a comportarsi come un funzionario sovietico nel 1988:

 irrigidita ideologicamente proprio mentre il sistema che la sosteneva si decompone.

 

Qui emerge la patologia politica delle classi dirigenti ultra-atlantiste:

la totale incapacità di leggere il mutamento storico.

Un ceto politico cresciuto sotto il paternalismo geopolitico americano si ritrova improvvisamente orfano, ma reagisce come un bambino isterico che stringe ancora più forte la mano del padre mentre questo se ne sta andando.

Un soggetto razionale avrebbe preso atto della transizione multipolare.

Avrebbe cercato nuove relazioni energetiche, industriali e diplomatiche.

Avrebbe costruito una strategia di equilibrio tra Stati Uniti, Cina, India, Golfo Persico, Africa e persino Russia.

Avrebbe almeno tentato di salvare il salvabile.

 Invece l’Europa ha fatto l’opposto.

 

Ha assecondato per trent’anni il progetto di penetrazione economica nello spazio post-sovietico, dall’epoca del disastro Eltsin fino all’espansione Nato verso est.

Ha partecipato alla guerra ucraina trasformandola in una voragine finanziaria e militare senza alcuna strategia realistica di uscita.

Ha sostenuto un conflitto logorante che ha devastato l’economia europea molto più di quella americana.

 

Nel frattempo, l’industria tedesca arranca.

 BASF riduce investimenti in Germania e li sposta altrove.

Il costo energetico europeo resta più alto rispetto a quello statunitense e cinese.

 Le filiere industriali perdono competitività.

Ma a Bruxelles sembrano convinti che le acciaierie possano funzionare con le conferenze stampa di Ursula von der Leyen.

 

L’Epitaffio Mediorientale.

Poi c’è il Medio Oriente con Gaza a rappresentare il punto di rottura morale definitivo.

Per quasi due anni, gran parte dell’establishment europeo ha reagito alla distruzione della Striscia con comunicati anestetizzati: “preoccupazione”, “moderazione”, “diritto alla difesa”.

Nessuna vera sanzione.

Nessuna sospensione seria degli accordi.

 Nessuna autonomia diplomatica rispetto a Washington e Tel Aviv. Soltanto la Spagna di Pedro Sánchez ha assunto, almeno parzialmente, una posizione diversa nel quadro europeo.

 

Il risultato è devastante:

l’Europa ha perso contemporaneamente credibilità politica nel Sud globale e stabilità interna.

Si è presentata al mondo come una potenza moralista incapace però di applicare i propri principi quando gli interessi strategici americani entrano in gioco.

 

Nel frattempo, il riarmo procede.

La Germania annuncia programmi militari giganteschi.

La Polonia accelera.

 I bilanci della difesa crescono ovunque mentre i sistemi sanitari arrancano e il potere d’acquisto crolla.

L’Europa si sta trasformando in una piattaforma avanzata di confronto geopolitico tra un Occidente in declino relativo e il blocco emergente eurasiatico.

 

E qui si arriva al vero cortocircuito:

queste élite parlano continuamente di “difesa della civiltà europea” mentre stanno distruggendo le basi materiali della vita europea. Energia cara, deindustrializzazione, militarizzazione, subordinazione diplomatica, stagnazione salariale:

 il capolavoro politico degli euro-atlantisti è aver trasformato il continente più prospero del pianeta in un condominio impaurito che compra missili americani mentre chiude le fabbriche.

 

Naturalmente, in Italia il dibattito resta a livelli dadaisti.

 Giorgia Meloni tenta operazioni cosmetiche con bonus immobiliari e propaganda identitaria.

Carlo Calenda continua a comportarsi come l’ultimo amministratore delegato di una multinazionale fallita che pretende ancora di impartire lezioni di management dal ponte del Titanic.

Matteo Renzi rinasce ciclicamente come una soap opera scritta male.

 E intorno, il solito sottobosco mediatico-finanziario sogna governi tecnici, “responsabilità nazionale”, centrismi miracolosi e altre reliquie degli anni Novanta.

Ma il problema non è più elettorale.

È storico.

La domanda non è se questa strategia porterà a una crisi sistemica europea.

Ci è già dentro.

 La domanda vera è quanto durerà la fase di decomposizione prima che qualche incidente geopolitico, economico o terroristico venga utilizzato come detonatore definitivo.

Perché gli orfani della Nato sembrano pronti a tutto pur di non accettare che il mondo è cambiato.

Anche a suicidarsi con impeccabile disciplina atlantica.

(Articolo di Alex Marquez).

(kulturjam.it/in-evidenza/leuropa-atlantista-prepara-la-sua-eutanasia-il-suicidio-geopolitico-degli-orfani-della-nato/).

 

 

 

 

Il Piano Segreto della Finanziaria 2026

per Militarizzare l’Industria Italiana.

Conoscenzealconfine.it – (12 Maggio 2026) - E. Gentili, F. Giusti – Centro Studi Politico-Sindacale – Redazione – ci dice:

 

Nel maxi-emendamento alla Finanziaria per il 2026 è stato inserito un comma che consente la riconversione industriale a fini militari, parlando esplicitamente di “progetti infrastrutturali, finalizzati alla realizzazione, all’ampliamento, alla conversione, alla gestione e allo sviluppo delle capacità industriali della difesa”.[1]

 

Questo aspetto della Legge è incredibilmente passato in sordina nei mass-media tradizionali, tanto che lo scorso mese abbiamo pensato di scriverci sopra in un intervento dedicato [2], spinti a farlo anche dalle notizie provenienti dalla Germania e dalla Francia su progetti di riconversione già avviati.

Non è dato sapere quale sarà, in Italia, la posizione assunta dai sindacati metalmeccanici (trattandosi prevalentemente di fabbriche dell’indotto automobilistico), ma siamo preoccupati dal probabile assenso di alcuni fra questi a processi di militarizzazione che possano salvaguardare, almeno in parte, l’occupazione.

 

Nell’articolo sopra menzionato avevamo citato alcuni casi emblematici di riconversione bellica di stabilimenti dell’auto-motive – segnatamente quello relativo all’azienda “Berco”, parte della “Thyssenkrupp” e produttrice di componentistica per veicoli, che nello stabilimento di “Caparro” (FE) sta iniziando la produzione di componenti per veicoli militari a fronte di un investimento di partenza di 12 milioni di €.[3] In un altro intervento avevamo parlato dell’esistenza di analoghe “trattative con il gruppo Stellanti Q”[4] sempre finalizzate alla riconversione militare.

 

Ebbene, negli ultimi mesi sono emerse delle evidenze piuttosto preoccupanti proprio in relazione al gruppo Stellanti, probabilmente facilitate dalla promulgazione del comma della Finanziaria di cui sopra. Due stabilimenti – Cassino e Melfi – starebbero infatti sperimentando delle trattative per la riconversione.

 Per quanto riguarda Cassino, il Sindaco Ferdinando aveva dichiarato a fine 2025 che “la nascita della joint venture Leonardo-Rheinmetall, la definizione dei programmi MBT e Aics per l’Esercito italiano ed il progressivo ridimensionamento delle aree produttive Stellanti - Cassino Plant- rendono sempre più chiaro che il nostro territorio è coinvolto in una fase di trasformazione industriale profonda.

La prospettiva di destinare parte dello stabilimento di Piedimonte San Germano alla produzione di veicoli militari rappresenta un cambio di paradigma per l’area del cassinate “.[5]

Nonostante sia Stellanti che Leonardo (coinvolta nella possibile riconversione) avessero smentito il Sindaco, la recentissima apertura di trattative col gruppo automobilistico cinese “Dongfeng Motor Corporation” per la cessione dello stabilimento [6] fa supporre che i capitalisti nostrani possano optare per la riconversione al fine di evitare la vendita al gruppo cinese – in ciò sicuramente supportati dal citato comma della Finanziaria, che non per caso è comparso in questa fase politica.

Lo stabilimento in questione, difatti, ha avuto un crollo produttivo del 37,4%.

Le opzioni, quindi, potrebbero essere le seguenti:

l’ingresso nella filiera bellica o in quella dell’auto-motive cinese;

il progressivo disimpegno della proprietà con il contestuale ricorso strutturale, per anni, agli ammortizzatori sociali al fine di scongiurare i licenziamenti, accompagnata dalla lenta e silenziosa decadenza – e ridimensionamento – del distretto industriale.

Per quanto concerne l’indotto dello stabilimento di Melfi (aziende PMC e Borse), invece, il Consiglio Regionale della Basilicata ha recentemente approvato una risoluzione, a firma di Fratelli d’Italia, secondo cui bisogna rafforzare “la politica di attrazione investimenti verso tecnologie industriali strategiche ad applicazione civile prevalente e, ove pertinente, anche dual use”[7] (ricordiamo che le tecnologie dual-use sono quelle utilizzabili allo stesso tempo sia in ambito civile che militare).

 

La riconversione militare, dunque, procede inesorabilmente. A farne le spese saranno i lavoratori (che potranno subire licenziamenti in virtù della riorganizzazione produttiva, nonché modifiche contrattuali e aumenti della produttività) e la popolazione civile.

A quest’ultimo proposito giova menzionare, infatti, “l’ultima uscita del Ministro della Difesa russo, che individua come possibili obiettivi le fabbriche di droni (o di componenti degli stessi) dislocate in vari paesi occidentali (…).

Nell’elenco è compresa anche l’Italia, che secondo il Ministero russo produce droni per l’Ucraina negli stabilimenti di CMD Avio (Veneto), MVFY, EPA Power e Gilardoni (Lombardia)”.[8]

 

Chiaramente quando si parla di riconversione industriale si può intendere anche altro, come ad esempio le riconversioni a favore dell’industria green; tuttavia è proprio quella bellica a sembrare il percorso privilegiato dell’industria manifatturiera italiana. Alla luce di queste considerazioni si comprende la finalità di quell’emendamento recepito nella Legge di Bilancio, emendamento passato fin troppo inosservato anche nei settori pacifisti.

Prima di soffermarci sulle conseguenze dei processi di militarizzazione, allora, si renderebbe necessaria una maggiore attenzione alle dinamiche strutturali della riconversione industriale.

(Articolo di Gentili, F. Giusti – Centro Studi Politico-Sindacale).

 

Note:

([1] L. 199/2025, art. 1, c. 280.)

([2] E. Gentili, F. Giusti, Dalle auto alle armi: l’industria si prepara alla guerra, 27 Aprile 2026, diogenenotizie.com/dalle-auto-alle-armi-lindustria-si-prepara-alla-guerra/.)

([3] MIMIT, Comunicato stampa: Berco: azienda conferma al” Mimit” il piano di risanamento e nuovi investimenti per lo stabilimento di Copparo, 25 Marzo 2026.)

([4] E. Gentili, F. Giusti, Dove ci porta la riconversione bellica dell’auto-motive, 30 Marzo 2026, diogenenotizie.com/dove-ci-porta-la-riconversione-bellica-dellautomotive/.)

([5] P. M. Alfieri, “Produzione militare nel sito Stellantis”. La “riconversione” di Cassino è un caso, 25 Novembre 2025, “Avvenire”,avvenire.it/attualita/produzione-militare-nel-sito-stellantis-la-riconversione-di-cassino-e-un-caso_101312.)

([6] F. Forni, Stellantis vende 4 stabilimenti ai cinesi? Che fine farà Cassino? 28 Aprile 2026,.auto.it/news/attualita/2026/04/28-8761524/stellantis_vende_4_stabilimenti_ai_cinesi_che_fine_far_cassino_.)

([7] Redazione ANSA, Stellantis e indotto Melfi, il Consiglio regionale approva una risoluzione unitaria, 13 gennaio 2026,ansa.it/basilicata/notizie/2026/01/13/stellantis-e-indotto-melfi-consiglio-basilicata-approva-risoluzione-unitaria_d52ee5b6-12c7-4781-85e5-c5923023653e.html.)

([8] F. Giusti, E. Gentili, Droni nel mirino: la Russia minaccia le fabbriche italiane tra Veneto e Lombardia, 18 Aprile 2026, lantidiplomatico.it/dettnews-droni_nel_mirino_la_russia_minaccia_le_fabbriche_italiane_tra_veneto_e_lombardia/45289_66410/.)

(lantidiplomatico.it/dettnews-dalle_auto_ai_carri_armati_il_piano_segreto_della_finanziaria_2026_per_militarizzare_lindustria_italiana/45289_66802/).

 

 

 

 

 

La banalità

del male.

Ilpiacenza.it – (09 maggio 2022) – Carlo Gianelli – Redazione – ci dice:

Questo titolo si riferisce ad un testo ormai considerato un classico, scritto dalla filosofa Hannah Arendt allorché nel 1961 inviata dal New Yorker a Gerusalemme, per seguire il processo contro il criminale nazista Eichmann che si era occupato dell’internamento di 5 milioni di ebrei nei campi di concentramento e di sterminio, descrisse il resoconto del processo in un libro che venne appunto intitolato:

la banalità del male.

Fatta questa premessa non voglio parlare del libro, ma solo del male che spesso e volentieri si presenta in modo talmente scontato che sembra addirittura una banalità.

 Dal libro quindi passiamo a chi quel libro l’ha ispirato, vale a dire al popolo tedesco, nel periodo della seconda guerra mondiale.

 Ed in particolare fissiamoci sul loro capo, chiamato Fuhrer, responsabile del massacro di oltre sei milioni di ebrei.

 Il suo nome è quindi entrato nella storia come il criminale per antonomasia.

 Infatti quando qualcuno muove una guerra di aggressione, come oggi sta facendo Putin contro l’Ucraina, ecco che appare il nome fatale, Hitler, considerato il peggior criminale della storia.

Che la realtà fattuale inerente alle stesse immagini tramandateci dello sterminio compiuto da parte dell’allucinato uomo coi baffetti, siano più che esaurienti per definirlo il principe del male, quasi usurpando il titolo appartenente a satana, è ormai entrato nelle coscienze di tutti quelli che hanno un minimo di buon senso.

Ma se questo è vero, molte di queste coscienze si sono per così dire distratte da un altro criminale, che per ragioni non tutte chiare si preferisce non citare per non dire volerlo rimuovere dalla storia.

Parlo, come avrete intuito, di Stalin che come capo del governo dell’Unione Sovietica e quindi del comunismo sovietico, si rese responsabile di crimini contro tutti gli oppositori, ma grazie all’alibi della ideologia marxiana, quelle sue efferatezze sono passate quasi sotto traccia.

Tanto che quando mori nel 1953, autorevoli politici italiani, fra cui Il socialista “Sandro Pertini” che poi sarebbe diventato il Presidente della Repubblica, ebbe parole di cordoglio per la perdita di un uomo visto come un benefattore delle classi povere.

 Ed in termini più generali dell’umanità.

Citati i due nomi, ora bisogna rivolgersi ai due diversi regimi da loro così crudamente interpretati.

Da una parte sta il nazional socialismo, versione più edulcorata, nella sua spiegazione sociale e politica, del nazismo.

Un sistema questo che poneva la Germania al di sopra di ogni altra nazione, per questioni di tipo esoterico, misterico e addirittura mistico che per questo doveva avere una giustificazione razziale di origine genetica.

Per la quale tutto doveva ottenere per intrinseco motivo di superiorità etnica e niente doveva dare.

 L’ aspirazione alla conquista del mondo diventava pertanto un diritto da raggiugere a qualsiasi costo.

 Ebbene come sono andate le cose le sappiamo.

L’ideologia perversa nazista, alla fine si è dovuta arrendere di fronte ai milioni di morti provocati da una guerra assurda di natura razziale, lasciando la scia che quel male non avrebbe mai più fatto parte dell’umanità.

Al punto che quel vertice toccato, in fatto di crimini contro l’umanità, in particolare verso gli ebrei, non avrebbe mai potuto avere un uguale nei fatti e nelle coscienze di fronte ad altri eventi storici, che per crudeltà non avrebbero mai raggiunto un tale livello di esaltazione di odio collettivo.

 A questa ideologia perversa se ne contrapponeva un’altra, quella comunista.

 Proposta e propagandata dal filosofo di origine ebrea Karl Marx, che in occasione della nascente rivoluzione industriale, prima in accordo e poi in opposizione al filosofo Hegel, diventa un teorico del socialismo e poi un profeta della rivoluzione proletaria.

 Nel suo più famoso libro:

Il Capitale espone infatti tutte le sue critiche nei confronti della economia politica come asservimento della classe lavoratrice al capitale, inteso come forza capitalista, protesa a perseguire i suoi fini di lucro, senza curarsi del bisogno del popolo lavoratore sfruttato ed oppresso.

Con Marx si genera allora una nuova rivoluzione politica e culturale che diventa presto una sociologia.

 Dove emergono tutte le contraddizioni fra il lavoro di molti non retribuito secondo giustizia e il vantaggio di pochi che possedendo i mezzi di produzione si arricchiscono al fine di generare la proprietà privata.

 Sovvertendo questa contraddizione, il lavoratore da alienato per essere privato addirittura della propria identità, solo attraverso la rivoluzione di classe acquista una nuova dignità.

Diventando attraverso il lavoro l’artefice di un nuovo mondo sociale detto appunto comunismo.

 Da tale presupposto fino ad ipotizzare una società di tutti uguali, nulla ci manca.

Questo, per grandi linee, è quello che è successo in Russia al tempo di Stalin.

Dove chi non era d’accordo ed ambiva col proprio lavoro a costruirsi un minimo di indipendenza, veniva considerato nemico del comunismo e quindi soppresso o relegato nei campi di concentramento. 

Dove fatiche massacranti, il clima rigido (in genere era la Siberia) e l’alimentazione scarsa, provvedevano a generare naturalmente, nel disfacimento fisico, quello che spesso si poteva ottenere con le armi, risparmiando sulle pallottole. 

Detto questo se non è lecito paragonare le due ideologie criminali, nazismo e comunismo, sulla base del solo numero dei morti, che per la verità sono di gran lunga maggiori nei regimi comunisti, sia almeno lecito chiedersi il perché della prima se ne parla come la massima espressione della criminalità e della seconda si è preferito stendere un velo di ipocrisia, per non impadronirsi della realtà.

 La ragione a mio avviso pende da una sola parte, come è successo, in quanto l’ideologia nazista non possiede elementi giustificativi.

 È errata in sé, per la sua natura totalmente perversa, che dal super uomo nietzschiano, passa alla collettività della supremazia razziale che, come detto, acquista la dimensione della follia pura.

Al contrario il comunismo, con questa sua altra follia del tutti uguali, per la coercizione dello stato padrone, ha avuto un sussulto di cambiamento.

 Sostituendo la sua primitiva origine di pura spettanza economica, ad una visione più moderna, dove la chiave umanistica ha preso il sopravvento.

 Dunque non più lotta di classe ad oltranza per ottenere il benessere economico (vedi Sartre) in parte raggiunto quanto meno ai fini della sopravvivenza, ma una nuova rivoluzione di promozione umana.

 In questo modo, l’interesse dell’analisi marxiana legata alla produzione e al profitto, subisce pertanto un drastico cambiamento stavolta non violento.

 In cui ogni interesse verso la promozione della condizione umana per la ricerca se possibile della felicità, prende il sopravvento sulla condizione economica.

 Il nemico allora non è più lo sfruttamento del lavoro, ma il processo dell’alienazione che si produce nella società capitalistica.

 Dove indipendentemente dalle condizioni lavorative diverse fra loro per mansioni e competenze, si genera una condizione di comune alienazione.

Al punto che tutti sono uguali nel riconoscersi in questa dimensione.  Dove, senza distinzione, ognuno diventa una merce fra le merci, con l’abolizione in questo modo delle classi.

 Il risultato è che il borghese ed il povero, da nemici diventano entrambi amici insoddisfatti, causa l’alienazione e la conseguente perdita dell’identità.

Ecco allora che il comunismo cambiando faccia, si è proposto modernamente come una forza di liberazione, riacquistando credito soprattutto fra gli intellettuali.

 In questo modo il mito del comunismo, si impossessa quietamente della gente non più mossa dalla vecchia lotta di classe, ma dalla comune voglia di raggiungere la felicità.

Da tutto questo ne deriva che il male è uno solo, il nazismo ed il suo profeta è sempre lui, Hitler.

A questo punto avanzo una mia raccomandazione.

Andiamoci piano a paragonare i nuovi dittatori guerrafondai e dominati dall’idea di conquista, al principe del male.

Così facendo rischiamo di fare due errori.

Perdere un po’ di obiettività nel valutare le persone, che per quanto meritevoli di condanna difficilmente, per le ragioni dette, possono essere messe sullo stesso piano del fanatico genio del male.

 Nello stesso tempo, va considerato il rischio che inflazionando quel nome, la mente possa di abituarsi a tutto.

 In quanto col tempo alla vergogna dell’orrore, non si può escludere possa subentrare, per pigrizia mentale, la rimozione del ricordo che riguarda nel caso specifico la figura di Hitler con tutta la sua carica maligna.

Infatti anche la troppa inflazione può generare per contrasto l’effetto opposto, la stagnazione della memoria, quindi attenzione!  

(ilpiacenza.it/blog/anticaglie/la-banalita-del-male.html).

(© Il Piacenza).

 

 

 

 

LA TRAGEDIA DEL COMUNISMO.

 Opinione.it - Renato Cristin – (25 febbraio 2025) – Redazione – ci dice:

 

La tragedia del comunismo.

Nel primo anniversario della drammatica e oscura morte di” Aleksej Navalny” nel carcere di massima sicurezza di “Charm”.

 

La storia europea è punteggiata, addirittura intrisa di feroci guerre, di sanguinosi conflitti, di immani tragedie.

Guerra significa morti.

Molte guerre, molti morti; e i caduti nel corso di tutte queste guerre sono probabilmente incalcolabili.

Limitandoci alle due guerre mondiali, che hanno avuto l’Europa come epicentro e come principale teatro, arriviamo a circa 100 milioni di morti.

 

Ebbene, 100 milioni di morti sono stati causati anche da un’altra grande tragedia, che non viene rubricata come guerra ma che ha devastato, in misura maggiore o minore a seconda delle aree, l’intero mondo, sotto la forma di regimi dittatoriali accomunati da un denominatore chiamato ideologia comunista.

Il disastro causato da questa ideologia non è stato dunque esclusivamente europeo, ma certamente in Europa, a prescindere dal numero effettivo di vittime sul suo suolo, il comunismo ha prodotto una tragedia particolarmente eclatante.

 

Di esso, come regime e come ideologia, è noto ormai pressoché tutto, dal punto di vista storiografico e da quello politico.

La bibliografia è vastissima.

 Cito un testo per tutti: il “Libro nero del comunismo”, curato nel 1997 da “Stéphane Courtois” e che, detto per inciso, è stato tradotto in italiano grazie alla sensibilità politica di Silvio Berlusconi.

Ciò nonostante, ci sono ancora drammatiche lacune da colmare, misfatti ancora occultati o misconosciuti, episodi oscuri e verità ancora da ripristinare.

 

Sono trascorsi poco più di cent’anni dalla rivoluzione bolscevica, eppure le sciagure, le tragedie, i massacri causati da quella origine sono stati (e ancora sono) di tale portata che, secondo il metro e il senso dello sviluppo storico, sembra che siano trascorsi svariati secoli.

 E al tempo stesso sembra ieri, quando ha iniziato a manifestarsi a livello statale quel virus germinato fin dalla metà del XIX secolo a partire dalle teorie di Marx e dai movimenti rivoluzionari ad esse ispirati.

 

In quanto regime totalitario, il comunismo va associato, pur nelle differenze, al nazionalsocialismo.

Entrambi hanno prodotto devastazioni indicibili e massacri immani. Quando si parla di tragedia europea, il primo pensiero va, giustamente, alla Shoah, allo sterminio della popolazione ebraica, al genocidio perpetrato dalla follia nazista;

ma tragedia europea è stato anche il gigantesco crimine collettivo commesso dal comunismo.

Stabilita e affermata l’unicità della Shoah, comunismo e nazismo sono entrambi infernali macchine di morte, di eliminazione fisica e di annullamento psichico degli individui, e rappresentano i due volti del totalitarismo novecentesco.

 

Fra parentesi:

c’è anche un terzo totalitarismo, l’islam radicale, che è vivo e minaccioso, e che conta su un bacino di affiliati più vasto e, in quanto fondato su una religione, ancor più fidelizzato di quello già ampio del comunismo.

 

Come scrisse “Courtois”, «il comunismo è stato il fenomeno fondamentale del Novecento, perché si trova proprio al centro dello scenario storico.

Preesisteva al fascismo e al nazismo ed è sopravvissuto a essi, colpendo i quattro grandi continenti».

Dilagando, e trascinando con sé, nel disastro, interi popoli.

 

Il comunismo però non è sepolto sotto alle macerie del Muro di Berlino, ma continua ad agitarsi in ogni direzione.

Non è morto, né come ideologia né come forma di Stato, sia pure diversa rispetto al passato (come si vede oggi in Cina, Cuba, Venezuela, come pure in Russia, che è un regime sostanzialmente neo-sovietico), ma la propaganda della sinistra occidentale vorrebbe indurci a credere che invece sia davvero finito.

Vivo e morto al tempo stesso?

 Questo equivoco è prodotto e viene alimentato dai centri operativi di quella stessa ideologia, attivando un doppio movimento, quasi dialettico, con il quale stringere come in un cappio la coscienza politica, soprattutto quella del mondo occidentale:

morto sarebbe il sistema sovietico (il socialismo reale), viva invece sarebbe l’idea, che prima o poi dovrebbe trovare una realizzazione adeguata corrispondente alla bontà, si fa per dire, dei suoi obiettivi.

 

Così, pur sconfitto dall’Occidente liberaldemocratico, il comunismo resta un nemico attivo da affrontare con determinazione.

 In tal senso, si osservano alcuni segni di un orientamento, sia pure ancora flebile, di condanna.

 L’Unione Europea – al netto di tutte le sue malefatte legislative, di tutte le sue sciagurate iniziative di integrazione forzata dei popoli e di tutte le critiche che giustamente vanno indirizzate alla sua struttura burocratica che come un buco nero di antimateria disintegra le energie vitali dei popoli europei (con sguardo esperto e penetrante, Vladimir Bukowski colse inquietanti ed effettive analogie fra la burocrazia di Bruxelles e quella del Cremlino) –, nonostante tutto ciò, l’Unione Europea ha il merito – parziale e ancora insufficiente, ma incamminato sulla buona strada – di aver quanto meno denunciato l’essenza criminale del comunismo.

 

Dopo tanto tempo e tanti sforzi, nel 2019 il Parlamento Europeo ha infatti votato una risoluzione di condanna dei regimi totalitari con la quale nazismo e comunismo vengono equiparati in quanto regimi totalitari.

Oggi, la risoluzione del Parlamento europeo del 22 gennaio di quest’anno sulla «disinformazione e falsificazione della storia da parte della Russia per giustificare la sua guerra di aggressione contro l’Ucraina» fa un passo avanti rispetto alla risoluzione del 2019, perché fornisce anche un supporto normativo operativo: il divieto di esporre i simboli dei due totalitarismi, cioè svastica e falce e martello.

 

Sembra poca cosa, ma in realtà è un significativo risultato culturale e politico, perché questo divieto, che per altro è già in vigore negli Stati Baltici, può costituire la base per far emergere il senso distopico del comunismo e contrastarne le insorgenze nella società, fino a farne risaltare il profilo che si nasconde anche fra i torbidi gestori della burocrazia di Bruxelles.

 

C’è sempre bisogno infatti di un lavoro educativo a largo raggio, perché – nonostante i massacri, i genocidi compiuti sotto le insegne della falce e martello – gran parte della sinistra europea continua a derubricare tutto ciò come effetti collaterali del tentativo di instaurare una società egualitaria, e continua a praticare il medesimo inganno ideologico adattandolo a una realtà storico-sociale molto diversa.

Non facciamoci ingannare dai sinistri mascherati da buonisti, dai burocrati camuffati da filantropi, dai progressisti che si fingono liberali.

Timeo Danarosa, e vanno temuti proprio perché recano doni.

 

Sullo sfondo di tutti i regimi comunisti c’è il drammatico tema dell’odio che essi hanno sempre scatenato contro la religione e contro il cattolicesimo in particolare.

La loro tesi è:

se il comunismo dev’essere oggetto di fede, non può essere tollerato alcun altro credo religioso.

Da qui le persecuzioni contro gli ecclesiastici e contro chiunque professasse pubblicamente la fede cristiana (mentre l’ortodossia russa era parzialmente accettata perché era diventata conciliante e talvolta perfino connivente con il potere sovietico).

 Da qui la repressione, fino all’uccisione, nei confronti di ecclesiastici e laici, accomunati nella testimonianza della fede.

Impossibile farne l’elenco, ma doveroso ricordarne il sacrificio.

 Ne scelgo uno per tutti:

Jerzy Popiełuszko, il cappellano di Solidarnosc assassinato a Varsavia dalla polizia politica nel 1984, quando era primo ministro il generale Jaruzelski.

 Questa era la «Chiesa del silenzio», tra i cui martiri si inscrivono i tre sacerdoti oggi commemorati.

E ridotta al silenzio sarebbe stata la Chiesa anche in Occidente, se quell’ideologia avesse preso il potere, come dimostra, per esempio, l’uccisione di circa settemila sacerdoti spagnoli da parte delle brigate anarco-comuniste durante la guerra civile o, in terre italiane e limitrofe, le centinaia di esponenti del clero assassinati dai comunisti prima e dopo la fine della seconda guerra mondiale.

 

Oggi in Occidente la religione cristiana continua ad essere sotto il medesimo attacco, sia pure non così sanguinario.

 Vediamo ancora marxisti coerenti con la loro sempiterna lotta alla religione, ma si tratta di forme residuali, perché il marxismo è entrato nel cristianesimo e quest’ultimo, uscito da sé stesso, utilizza teorie riconducibili al marxismo.

Vediamo cattolici laicisti, progressisti anticattolici, sinistri anti-identitari e perciò anticristiani (e antisionisti ovvero antiebraici, e su questo punto si saldano con la pseudo destra filo-russa).

Vediamo fanatici europeisti antireligiosi e soprattutto anticristiani:

 la mancata menzione delle radici ebraico-cristiane dell’Europa non è solo una macchia incancellabile sull’Unione Europea ma anche un palanchino per scardinare la coscienza religiosa tradizionale dei popoli europei.

Qui si mostra l’ottusità delle istituzioni di Bruxelles, che vedono nella religione un ostacolo alla loro idea di integrazione forzata:

è vero che lo spirito religioso cristiano contrasta (ed è bene che sia così) con la laicizzazione burocratica, ma è anche vero che questo spirito, se adeguatamente valorizzato, potrebbe fornire un apporto fondamentale per l’armonizzazione dei popoli e degli Stati dell’Unione europea, a vantaggio di tutti.

Ma purtroppo gli europeisti ottusi non lo possono capire.

 

Con l’islam le istituzioni europee hanno un rapporto diverso, di tipo più pragmatico, dettato da convenienze più che da convinzioni, e munifico di concessioni di ogni tipo.

 Premessa per l’instaurazione di Eurabia?

Forse, e quindi occorrerà impegnarsi a fondo per evitarla, così come è necessario impedire l’avvento di Eurasia, che gli strateghi politici e culturali del Cremlino auspicano, dicendo Eurasia ma pensando Russia europea.

 

Lo stolido laicismo radicale dell’Unione Europea è il riflesso di una altrettanto insipiente concezione dei rapporti con le identità dei vari popoli, rapporti basati esclusivamente sull’imposizione normativa e sulla gestione burocratica, dannose non solo a quelle identità particolari ma anche controproducenti, perché stanno causando danni alla stabilità della stessa Unione Europea.

 Per chi lavorano dunque questi sedicenti europeisti, se la loro azione sta affossando l’Unione Europea?

 

Ecco che si comprende allora il senso della critica talvolta radicale ma sempre precisa che alcuni leader politici – e penso in primo luogo alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni – esercitano con determinazione e, mi auguro, con sempre maggiore successo, nei confronti delle istituzioni di Bruxelles.

 E della premier Meloni va anche valorizzato il costante impegno, ideale e concreto, a contrastare l’ideologia comunista in tutte le sue forme e a difesa delle vittime di quella ideologia.

 

Ora, fra i vari aspetti caratteristici del comunismo – tra i quali la lotta, anzi l’odio contro la proprietà privata è forse il più noto –, evidenzierò qui tre che sono emblematici della configurazione teorica e dell’architettura pragmatica della galassia comunista:

la pratica onnipervasiva della menzogna, il controllo sistematico e l’uso della disinformazione.

 

1) La pratica della menzogna viene esercitata non solo come modo di informazione istituzionale ma anche come forma di esistenza delle persone e delle loro strutture organizzate.

 La falsità generalizzata è uno dei caratteri primari della vita nei regimi comunisti, ed è una necessità politica, sociale e perfino antropologica, perché il comunismo ha potuto e può realizzarsi solo nascondendo e mistificando non soltanto la terrificante realtà dei suoi regimi ma anche la sua orribile ideologia.

Sulla menzogna si è retta la dittatura sovietica, su di essa continuano a sostenersi i regimi comunisti attuali e tutti i movimenti che in varia forma discendono dal marxismo-leninismo o che di esso sono varianti progressiste, postmoderne, politicamente corrette o come le si voglia chiamare.

 

Come annotò Boris Bovarine nel 1937, «essendo l’elemento naturale per i bolscevichi di tutte le sfumature, mentire non è più mentire, è fare politica».

 La menzogna finisce non solo per assumere i tratti della normalità, ma pure per trasformarsi in un carattere antropologico essenziale:

l’homo sovietico è un homo mendace, altrimenti non solo non sarebbe sovietico ma non sarebbe nemmeno uomo.

 Se non diventa sovietico, egli è un Untermensch, come lo è l’ebreo per i nazionalsocialisti.

 

Nei regimi comunisti la menzogna viene praticata in combinazione con il terrore, e lo stesso avviene – sebbene in forma non così appariscente – negli attuali movimenti della sinistra, le cui tesi e le cui parole d’ordine vengono diffuse mediante il terrorismo psicologico o, come ha spiegato Richard Millet, il «terrorismo letterario» o culturale.

Il terrore è la principale conseguenza della menzogna.

 

Per capire quanto la menzogna fosse penetrata in profondità nella mente sovietica, basti ricordare le parole di Solgenitsin:

«la menzogna generalizzata, imposta, obbligatoria, è l’aspetto più orrendo della vita delle persone nel nostro paese».

Ma il regime pretendeva che l’orrore fosse a tal punto nascosto da apparire come il suo opposto: splendore.

 Si voleva raggiungere quello stadio in cui la menzogna fosse vista come verità: se tutti mentono, nessuno mente.

Qui la logica viene sconvolta nelle fondamenta, il modus ponnese e il modus tollese cortocircuitano, perché è vero che tutti mentono, ma è falso che nessuno mente.

 

È dunque fino all’assurdo che l’ideologia comunista è arrivata, fino al punto in cui la menzogna viene spacciata per verità:

assumendo e distorcendo la proposizione di Hegel secondo cui «il tutto è il vero», gli ideologi del bolscevismo potevano sostenere che nel socialismo realizzato nessuno mente, perché essendo parte di esso in quanto totalità, tutti non possono che essere nella verità, perché appunto il tutto è il vero.

Povera dialettica hegeliana, stravolta in modo abominevole.

 Premessa teorica del totalitarismo, che non tutti i marxisti occidentali però accettavano:

 «il tutto è il falso», afferma infatti il marxista critico “Theodor Adorno”, che pur da marxista respinge il totalitarismo sovietico.

 

La menzogna è non solo l’opposto della verità, ma è anche la negazione della “parresia”, del parlare con chiarezza e onestà, cioè di quell’antico pilastro della cultura politica greca che consiste nel dire la verità, perché solo la verità – come avrebbe successivamente e definitivamente insegnato Cristo – rende liberi gli uomini;

solo la verità permette il confronto politico;

solo la verità permette il dispiegamento della democrazia, solo nella verità si dispiega la libertà.

Ed è proprio la libertà, individuale e collettiva, che il sovietismo (e il comunismo di ogni epoca) vuole sopprimere.

 

Eretta a sistema – politico, istituzionale, culturale e mentale –, la menzogna diventa assoluta e quindi agli occhi di chi vive in quel sistema finisce per scomparire.

Ma per chi, in quel medesimo sistema, la vede e la denuncia, si apre la via dell’inferno.

Ecco che compaiono (e scompaiono nel gulag) i dissidenti.

Elenco lunghissimo, liste infinite, infinito dolore:

itinerarium mentis et corporis in Gulag.

 

Cambiano i tempi ma la sostanza, pur camuffata diversamente, resta identica:

dall’Unione Sovietica alla Russia attuale; da Mao a Castro, da Chávez a Putin, dal movimento del ‘68 ai movimenti terzomondisti, fino al “progetto totalitario del politicamente corretto”.

E poiché quella essenza è, appunto, menzognera, dev’essere appunto dissimulata, affinché la falsità non venga riconosciuta e, pian piano, venga percepita come verità.

La menzogna riesce così a piegare la realtà ai suoi scopi.

Se infatti, secondo la frase attribuita a Goebbels, una bugia ripetuta cento, mille, un milione di volte, diventerà una verità, replicare mille volte la struttura sociale basata su quella falsa verità produrrà – letteralmente – una realtà.

 

Come scrisse Orwell:

«se tutti accettavano la menzogna imposta dal Partito, se tutti i documenti raccontavano la stessa favola, ecco che la menzogna diventava un fatto storico, quindi vera».

 Una volta dunque introiettata la menzogna, è difficile estirparla ed è facile controllare gli individui, perché essi la credono una verità.

Ben lo sapeva Bukowski, che per non voler credere a quella falsa verità subì anni di internamento, comminati allo scopo di curarne la dissidenza politica diagnosticata come devianza mentale:

l’ospedale psichiatrico era dunque il luogo adatto per detenere coloro che non riuscivano ad apprezzare il paradiso comunista e che, di conseguenza, non potevano essere altro che pazzi.

 

Il comunismo viene annunciato come il paradiso in terra, e i suoi cantori spacciano per utopia una distopia; spacciano per società buona e giusta una società malvagia e ingiusta.

Questo è uno dei punti ideologici centrali che vanno smascherati:

 il comunismo non è buono nemmeno nella sua forma ideale.

 

2) Per proteggere la loro ciclopica menzogna, i vari regimi – ieri e oggi – devono tutti reggersi sul controllo.

Il regime controllava gli spostamenti delle persone, anche orientandoli verso determinate mete;

 possedeva i mezzi di informazione, plasmando l’opinione pubblica; vigilava sui rapporti interpersonali e familiari;

 tentava di controllare perfino le menti degli individui.

Per un migliore risultato in questa vasta azione di sorveglianza, veniva incentivata la delazione, come ha magistralmente descritto” Florian Henckel von Donnersmarck “nel film “Le vite degli altri”.

Così il controllo passa da azione verticale ad attività orizzontale, sgravando i nuclei centrali di sorveglianza e trasformando i controllati in controllori, che non vigilano però sul potere bensì sui loro pari, sui loro concittadini, vicini di casa, parenti.

Applicazione scientifico-sociale della teoria.

Così il potere consegue il massimo risultato con il minimo sforzo, utilizzando i sudditi come sorveglianti.

Tutti controllori, e perciò necessariamente delatori.

E tutto confluisce nei centri di raccolta delle informazioni, dai quali si dirama poi il sistema giudiziario e quello carcerario:

 la delazione denuncia il dissidente, che viene condannato dal tribunale (del popolo ovviamente) e poi spedito nel gulag o nel carcere più o meno duro.

 

Il Gulag è il simbolo più atroce dell’universo carcerario comunista.

Il Gulag è il Golem sovietico, il mostro che sgretola l’essere umano.

Come scrive Barlaam Salamoi a Boris Pasternak l’8 gennaio 1956, quattro anni dopo essere stato scarcerato dal gulag siberiano della Kolyma,

«il fatto fondamentale è la corruzione della mente e del cuore, quando l’enorme maggioranza delle persone si persuade di giorno in giorno, in modo sempre più netto, che si può vivere senza carne, senza zucchero, senza vestiti, senza scarpe, ma anche senza onore, senza coscienza, senza amore, senza dovere».

 Questo è il Gulag – versione sovietica del Lager nazista –: luogo di sterminio dello spirito oltre che del corpo.

 

Il controllo doveva essere totale; controllo a tutti i costi.

Analogamente a quanto accade con la menzogna, il regime voleva arrivare a un rovesciamento dialettico della realtà:

 tutti controllati, nessuno controllato.

Ennesima falsità. La realtà piegata all’ideologia.

 

Se non sottostare alla menzogna, all’epoca dell’Unione Sovietica conduceva diritti all’inferno del gulag o alla fucilazione, oggi, nella Russia putiniana, gli oppositori vengono spediti al carcere duro e in molti casi portati alla morte, come è accaduto ad Aleksej Navalny, stroncato nella colonia carceraria artica n. 3 esattamente un anno fa.

 Il gulag in quanto tale è stato dismesso, ma i suoi surrogati funzionano a pieno regime, con una leggera variazione nella formula di condanna: la vecchia antisovetskaja agitacija, la propaganda antisovietica, è oggi trasformata in «propaganda antinazionale».

Un esempio:

 nel marzo 2023 Vladimir Kara-Mura è stata condannata a venticinque anni di carcere con la seguente motivazione:

 «alto tradimento e reati di natura politica per aver contestato l’invasione dell’Ucraina», ed è stato poi scarcerata nell’agosto 2024 solo grazie a un accordo per uno scambio di prigionieri con gli Stati Uniti.

 

Insomma, i meccanismi del potere sono rimasti identici: un tempo si reggevano su ideologia marxista-leninista e burocrazia, oggi su burocrazia e una nuova ideologia (l’eurasianismo, elaborato in particolare da Aleksandr Dugin, che mescola nazionalismo russo, messianismo antiliberale e bolscevismo, il tutto in funzione dichiaratamente antieuropea e antioccidentale), ma con la medesima tecnica. A saldare le due epoche sono le strutture degli onnipotenti servizi segreti, invariati nella forma e nella sostanza: il KGB prima, l’FSB oggi. Continuità, dunque. Perché, come spiega ancora Bukovskij, «la nostra tragedia nazionale è che non c’è stata una chiara sconfitta del sistema comunista, nessun processo stile Norimberga per i suoi crimini, nessuna purificazione. L’Occidente si è affrettato a celebrare la fine della Guerra Fredda e la vittoria della democrazia nei paesi dell’ex cortina di ferro, ma la vecchia nomenklatura comunista è rimasta al potere a tutti i livelli, anche se sotto altro nome».

 

Nel mondo occidentale, individuare i segnali del controllo serve a svelare la presenza di questa pervicace ideologia.

 Per fare solo un esempio di grande impatto, ne abbiamo visto le tracce nella sciagurata gestione politico-sanitaria della pandemia da Covid.

Il virus cinese e comunista (cinese per la sua origine, comunista perché prodotto e diffuso con l’avallo del Partito comunista cinese, che controlla qualsiasi attività di alto livello di sicurezza e che stabilisce se e come impiegarne i prodotti, in questo caso SARS-CoV-2), quel virus ha trovato un ambiente politico-ideologico recettivo nell’Occidente liberaldemocratico, che lo ha gestito in modo illiberale come in Cina.

Al virus microbico si è aggiunto il virus ideologico.

Il primo si insinua nell’organismo fisico, il secondo infetta le menti, quelle già pronte ad accoglierlo o inclini alla tirannide.

 Tempesta perfetta. Comunismo realizzato.

 Liberalismo annichilito.

 Per fortuna – e anche per la posizione ferma di alcune forze politiche (non posso non menzionare ancora Giorgia Meloni, che si è sempre opposta al diluvio di obblighi vaccinali e di lasciapassare sanitari da cui siamo stati sommersi, e che ha voluto la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla pandemia) –, per fortuna dicevo, il test pandemico comunista non ha avuto seguito (pur avendo lasciato dietro a sé migliaia di morti e danni colossali), ma il liberalismo è sempre sotto attacco.

 

3) La menzogna viene alimentata dalla disinformazione, che si insinua fra le pieghe della società e invade i cervelli delle persone, e che a sua volta è indispensabile per mantenere e rafforzare il controllo. Dinamica circolare, circuito chiuso. 

 

La dezinformatjia sovietica si è sempre congegnata, fin dagli anni Venti, con due azioni congiunte:

per un verso mascherare la realtà dell’inumano sistema sovietico tessendo le lodi del magnifico mondo comunista; per un altro verso e parallelamente diffamare il sistema liberal-capitalista descrivendolo come un mondo decadente, degenerato, destinato a soccombere dinanzi alla forza vitale dello Stato bolscevico.

Ed entrambe le azioni erano rivolte sia all’interno sia all’esterno del blocco sovietico.

 

All’interno occorreva, da un lato, nascondere la realtà miserevole ammantandola di fasti futuri, correlandola all’obiettivo finale che giustifica non solo la miseria ma anche i massacri;

e dall’altro lato occorreva distorcere la realtà occidentale affinché i sudditi non ne vedessero gli aspetti positivi.

 All’esterno il doppio movimento era identico nella motivazione ma diverso nell’attuazione, perché doveva trovare le chiavi adatte per entrare nella mente di popolazioni – quelle dei paesi occidentali – molto diverse dai russi per storia e abitudini.

 

Oggi avviene la stessa cosa: magnificare il mondo russo e infangare quello occidentale.

Certo, è vero che l’Occidente è in crisi e il suo spirito è sofferente, è vero che sta subendo drammatiche distorsioni di alcuni dei suoi princìpi tradizionali, è vero che i nemici interni (progressisti, marxisti, fanatici del wokeism, terzomondisti, anti-atlantisti e filo-putiniani) lo stanno erodendo affiancandosi così ai nemici esterni, ma è irricevibile che a denunciare e cavalcare questa crisi sia quel sistema di corruzione suprema dello spirito che è l’attuale sistema russo.

È grottesco che il patriarca Kirill, ex agente del KGB, possa impartirci lezioni di morale o di religiosità. Non vengano a raccontarcela.

 Questo è l’impero fondato sulla menzogna e sulla disinformazione, oggi come allora.

 Il ricorso ai capisaldi della tradizione russa viene mescolato con alcune parole d’ordine del socialismo:

lotta contro il fascismo e contro la decadenza del mondo occidentale; ortodossia religiosa coniugata a quella difesa della patria che cela il nazionalismo russo e abbandona l’internazionalismo.

 

Certo, come affermava” Lord Acton”, «il potere tende a corrompere, e il potere assoluto corrompe in modo assoluto», e ciò vale per tutte le epoche e per tutte le civiltà. Questa massima, che per realismo politico eguaglia la straordinaria lucidità di Machiavelli, reca in sé un monito:

è necessario che il potere non sia mai assoluto e che, perciò, contenga e ammetta il pluralismo. E proprio in ciò consiste la differenza fra totalitarismo e liberalismo.

 

Questa è stata la principale differenza fra il mondo occidentale e la dittatura comunista (e ovviamente anche nazista), e questa continua ad essere la differenza tra l’Occidente e la Russia putiniana, della cui attività di disinformazione così riferisce Stéphane Courtois:

«è sfruttando reti di propaganda e di disinformazione in tutto il mondo che [la Russia di Putin] tenta di minare dall’interno l’unità occidentale, se non addirittura di innescarvi la guerra civile».

E continua: «questa propaganda mutua alcune modalità della sua antenata sovietica, ma ha una propria originalità ed è molto più capillare da quando ha abbandonato i suoi tratti ideologici specifici. È composta da tre elementi: destabilizzazione, confusione e minimizzazione».

 

Tutto come un tempo: mentire, minimizzare e metabolizzare.

 Si racconta che nel 1935 il direttore della fabbrica di trattori a Celjabinsk avesse riferito a Stalin che più di un milione di persone erano morte di fame negli Urali, nella regione al di là del Volga nella Siberia occidentale.

E fu in quella circostanza che Stalin avrebbe pronunciato la famigerata frase «un morto è una tragedia, un milione di morti sono statistica».

In questa espressione troviamo tutto il significato del modo in cui il comunismo si rapporta agli assassinii di massa: relativizzazione, minimizzazione, cinismo assoluto. Infatti, se una morte è una tragedia e un milione è statistica, cento milioni di persone uccise sarebbero archivio, un fatto meramente burocratico, nemmeno più politico.

 

Tutto come un tempo: i dissidenti vengono silenziati o fatti sparire.

 Come Anna Politkovskaja, la quale scrisse: «non eravamo dove credevamo di essere arrivati plaudendo a Gorbačëv e scendendo in piazza con Eltsin, ma a metà strada tra Stalin e Brežnev.

Il nostro cammino va a ritroso: dalla stagnazione di Brežnev verso lo Stalin a cui “tutto è permesso”». 

 

Non dimentichiamo, come constatò amaramente Plinio Correa de Oliveira, che il comunismo «è la più terribile macchina di perdizione e falsificazione che il demonio abbia generato nel corso della storia», e quindi esercitiamo il ricordo per impedirne il ritorno, e al tempo stesso attiviamoci per smascherarne le metamorfosi.

La grande tragedia storica del comunismo infatti può ripetersi, ma non secondo la formula marxiana – la prima volta come tragedia e la seconda come farsa –, bensì nella forma della catastrofe, di un abisso pronto a inghiottire l’Occidente.

 

 

 

 

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