Odio contro l’uomo: il Nazismo e il Comunismo.
Odio
contro l’uomo: il Nazismo e il Comunismo.
Comunismo,
nazismo e lo scontro sulla memoria.
Ilbolive.unipd.it
– Daniele Mont D’Arpizio – (25 settembre 2019) – Redazione – ci dice:
“La
Seconda guerra mondiale, il conflitto più devastante della storia d'Europa, è
iniziata come conseguenza immediata del famigerato trattato di non aggressione
nazi-sovietico del 23 agosto 1939, noto anche come patto Molotov-Ribbentrop
(…);
i regimi nazisti e comunisti hanno commesso
omicidi di massa, genocidi e deportazioni, causando, nel corso del XX secolo,
perdite di vite umane e di libertà di una portata inaudita nella storia
dell'umanità”.
Così
la risoluzione del parlamento europeo “sull'importanza della memoria
europea per il futuro dell'Europa” che, approvata a larghissima maggioranza il 19
settembre 2019 con l’appoggio sia dei popolari che dei socialisti, in questi
giorni sta suscitando un forte dibattito soprattutto in Italia.
All’ennesimo scontro tra i partiti sul tema
della memoria infatti si è aggiunta anche l’Anpi, che ha espresso
preoccupazione per un documento che accomuna “in un'unica riprovazione (…)
oppressi ed oppressori, vittime e carnefici, invasori e liberatori”.
Le
perplessità degli storici.
“Cosa
ho provato quando ho letto? Profonda irritazione”, dice a Il Bo Live “Carlo
Furian”, direttore del Centro di Ateneo per la storia della Resistenza e
dell'età contemporanea.
“Documenti di questo genere sono opprimenti:
tra premesse chilometriche e considerando vari
assomigliano più alle delibere comunali sulle aiuole piuttosto che a documenti
di spessore. Perché non fare un testo scritto bene, invece di un minestrone ideologico
onnicomprensivo?”.
Questo
non significa che non si debbano criticare i regimi:
“Sono favorevolissimo a una discussione anche
feroce sul comunismo e sui suoi contenuti criminali – spiega lo storico –.
Anche
paragoni e raffronti sono presenti da anni nel dibattito storiografico:
pensiamo ad esempio all’opera di” Kershaw” e “Lewin”,
Stalinismo e nazismo.
Dittature
a confronto, pubblicata nel 2002.
O allo
straordinario “Vita e destino” di “Vasilij Grossman”, eccelsa opera letteraria
su nazismo e comunismo da cui si impara ben più che da un libro di storia.
Oppure
alla “Storia d’Europa” di “Norman Davies” che faccio leggere ai miei studenti,
che individua 17 punti chiave su cui i totalitarismi europei si sovrappongono:
“dall’uso
del terrore e della polizia segreta all’uso massiccio della propaganda, fino al
dogmatismo estremo”.
Paragoni
e raffronti tra comunismo sovietico e nazismo sono presenti da anni nel
dibattito storiografico.
“Lo
stesso concetto di totalitarismo è controverso e la sua parabola è molto
istruttiva – continua Furian –.
Lo
inventò nel 1923 sulle colonne del “Mondo “Giovanni Amendola, senatore liberale
in seguito massacrato dalle squadracce fasciste, sostenendo che il fascismo
aveva una vocazione totalitaria.
Il termine poi venne paradossalmente accolto
da Mussolini, che rivendicò per il fascismo una ‘volontà totalitaria’.
In seguito, credo soprattutto attraverso
l’opera di don Sturzo a Londra, la parola entrò nella pubblicistica
anglosassone e successivamente, nel clima della guerra fredda, venne usata
soprattutto in chiave antisovietica”.
Quindi
i totalitarismi possono essere messi sullo stesso piano?
“È
facile dire che l’idea fondante del nazismo, quello della supremazia di una
razza sulle altre, è terrificante ed eticamente indegna mentre i principi del
comunismo – il lavoro e la liberazione degli oppressi – appaiono ben più
nobili:
di
fatto entrambe le ideologie si sono trasformate ben presto in prigioni
dogmatiche che hanno ingabbiato per anni popoli interi.
Poi
però ci sono anche le differenze:
ad
esempio nella durata, ma anche nel fatto che milioni di persone hanno visto nel
comunismo un sogno di redenzione, segnalando come lo spessore ideologico sia
ben diverso da quello del nazismo”.
Un
percorso che arriva da lontano.
Il
provvedimento appena approvato non è che l’ultimo tassello di discorso più
ampio:
da
anni infatti i totalitarismi sono associati in una medesima condanna dalle
istituzioni europee.
Già 10
anni fa, il 2 aprile 2009, il Parlamento Europeo aveva votato una “risoluzione
su coscienza europea e totalitarismo”, mentre l’anno prima era stato stabilito
per il 23 agosto di ogni anno, nella ricorrenza appunto della firma del patto
Molotov-Ribbentrop, la "Giornata europea di commemorazione delle vittime
dello stalinismo e del nazismo".
Il
percorso è però iniziato ancora prima, con la caduta del muro e con il
successivo allargamento a est dell’Ue:
“Fino ad allora la politica della memoria in
Europa era basata soprattutto sulla Shoah – spiega lo storico “Filippo Focardi”,
direttore scientifico dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri –;
poi,
con l’arrivo dei Paesi dell’ex blocco sovietico, a questa si affianca
progressivamente l’altro pilastro del paradigma antitotalitario, che assomma ai
crimini del nazismo quelli del comunismo sovietico”.
Fino
al 2004 la politica della memoria in Europa era basata soprattutto sulla Shoah.
Di Filippo
Focardi.
In
gioco c’è la ridefinizione identitaria dell’Europa:
tema
su cui lo stesso Focardi (con Bruno Groppo) ha curato il libro “L’Europa e le
sue memorie. Politiche e culture del ricordo dopo il 1989” (Viella 2013).
“Negli ultimi tre decenni, soprattutto a partire dagli
anni Novanta del secolo scorso – scrivono Focardi e Groppo –, il tema della
memoria è diventato sempre più importante nelle società europee, come pure a
livello mondiale”.
Un vero e proprio” memoria boom “che vede
impegnate istituzioni nazionali e internazionali, oltre ai più diversi gruppi
politici, sociali ed etnici, spesso attivi non solo sul piano locale ma anche
internazionale.
Anche
il cammino che porta alla recente mozione non viene quindi dal nulla ma nasce
soprattutto da esponenti tedeschi del “Ppe” che fin dai primi anni 2000
stabiliscono un rapporto privilegiato con le élites politiche dei Paesi
dell’est.
Già
tre mesi prima dell’ingresso nell’Ue di otto Paesi provenienti dall’ex blocco
orientale il XVI del Partito Popolare Europeo, svoltosi a Bruxelles il 4 e il 5
febbraio 2004, adotta la risoluzione “Condemning totalitarian communism”, nella quale sono già presenti
molti degli elementi che ritroveremo nei documenti europei successivi.
In
seguito nel 2011 viene creata a Praga, per iniziativa dei Paesi del gruppo di
Visegrad, la Piattaforma della memoria e della coscienza europea, che oggi
conta 18 Paesi aderenti e mira a diffondere, “una maggiore consapevolezza pubblica
sui crimini commessi dai regimi totalitari” attraverso conferenze, eventi
commemorativi e pubblicazioni.
I limiti
delle politiche della memoria
Come
si vede l’obiettivo polemico della mozione dello scorso 19 settembre non è
tanto l’ideologia comunista in sé quanto il comunismo sovietico e, nemmeno
tanto sottotraccia, la Russia di Putin, che negli ultimi anni sta tentando di
valorizzare i vecchi fasti dell’Urss:
l’ultimo punto della risoluzione impegna
infatti il presidente del parlamento (l’italiano David Sassoli) a trasmettere
il documento alla Duma russa.
Allo
stesso tempo, complice una certa ambiguità del testo, è comprensibile che
soprattutto nei Paesi dell’Europa meridionale – Italia e Francia, ma anche
Spagna e Portogallo – la risoluzione abbia causato un certo sgomento.
Qui infatti, come per certi versi nei Paesi
latinoamericani, i partiti comunisti hanno partecipato alla resistenza contro i
regimi fascisti (i grandi assenti nell’ultimo documento europeo) e alla
costruzione dello stato democratico, oltre ad essere presenti per anni sulle
schede elettorali.
“Stiamo
attenti a puntare tutto su un antitotalitarismo generico e rigido allo stesso
tempo – continua Focardi –.
È vero che nell’Europa occidentale c’è spesso
una scarsa conoscenza storica degli orrori delle dittature comuniste;
allo
stesso tempo però anche a est si deve tenere presente che il comunismo di un
Berlinguer, con tutti i suoi limiti, era profondamente diverso da quello di
Stalin:
lo
sforzo conoscitivo deve venire da entrambe le parti”.
“Invece
di cianciare di memoria sarebbe meglio fare storia”.
Di Carlo
Furian.
Negli
ultimi anni invece la memoria è stata spesso un terreno di scontro più che di
incontro, dove le forze politiche si sono battute per la conquista di
un’egemonia sullo spazio pubblico a colpi di monumenti e di giornate di
commemorazione.
Un approccio parziale, che mostra sempre più i
suoi limiti: il rischio infatti – suggerisce lo storico “Markus Putsch” in uno
studio pubblicato nel 2015 sempre dal Parlamento Europeo – è che serva più a
scaricare la coscienza collettiva dagli orrori del passato che a comprenderne
le responsabilità.
Tanto
il soldato sovietico quanto la SS nazista sono rappresentati come stranieri e
in qualche modo ‘alieni’ alla cultura europea, mentre ad esempio spesso si tace
sul fenomeno del collaborazionismo.
“Ecco,
invece di cianciare di memoria sarebbe meglio fare storia “– conclude Carlo Furian;–
“non ha invece senso fissare versioni
ufficiali e istituire un’altra pletora di celebrazioni e giorni della memoria,
sanzionando magari chi dissente.
Poi cosa facciamo, ci mettiamo a multare chi
ha ancora qualche via dedicata a Lenin?”.
L’illusione
dell’equivalenza tra nazismo e comunismo.
Reset.it
- Gianfranco Pasquino – (20 Luglio 2020) – Redazione – ci dice:
Se
accanto al nazismo si colloca il comunismo si finisce per relativizzare il
“male assoluto” della Shoah?
Oppure, si sottrae il presunto monopolio della
rappresentanza del bene a una parte che partecipò attivamente alla costruzione
del “male” del Novecento europeo e occidentale?
Sono
solo alcune delle domande e problemi concettuali che pone la risoluzione del
Parlamento europeo del 19 settembre 2019 dedicata alla “importanza della memoria europea per
il futuro dell’Europa”.
Ce lo
ricorda “Roberto Righetto” nella prefazione al volume “Novecento addio” – La risoluzione europea sui
totalitarismi: un dibattito appena uscito per le Edizioni Medusa (pp. 118, € 14,50).
«La sentenza che in un certo senso ha messo
sullo stesso piano nazismo e comunismo – commenta Righetto – ha diviso gli
storici e i politici ma, seppure carente in vari passaggi, ha avuto il merito
di rilanciare la questione di una memoria storica condivisa a livello europeo
rispetto ai totalitarismi del Novecento».
Il
brano che segue è un estratto dal capitolo firmato dal prof. “Gianfranco
Pasquino”, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna,
intitolato “Condividere non la memoria ma il futuro”.
La
risoluzione del Parlamento europeo sui totalitarismi è tanto complessa quanto
controvertibile.
Meriterebbe di essere analizzata, in maniera
qui impossibile, tenendo conto dei dibattiti che l’hanno preceduta e delle
dichiarazioni di voto degli europarlamentari.
Mi
limito a dire che quella risoluzione è segno dei tempi, e che in Europa i tempi
non sono buoni.
Però,
sono di gran lunga migliori, anche grazie all’Unione Europea, dei primi
cinquant’anni del XX secolo.
No, i
parlamenti non sono i luoghi migliori (ma neanche i peggiori) per scrivere la
storia e dare valutazioni, e neppure per formulare memorie condivise.
I
parlamenti, compreso quello, importante, europeo, sono luoghi, anzitutto, di
rappresentanza politica e poi di conciliazione di preferenze e di interessi.
La rappresentanza politica complessiva, che, dunque,
tiene conto anche degli ideali e dei valori, emergerà inevitabilmente dalla
discussione e dalla combinazione di posizioni inizialmente diverse, anche molto
diverse, persino conflittuali, talvolta con un voto di maggioranza, talaltra
con un compromesso.
Comprensibilmente,
non si potranno cercare e tantomeno trovare giudizi storici definitivi
condivisibili dagli storici i quali, al di là delle loro posizioni e
preferenze, sono acutamente consapevoli che la storiografia è costante ricerca
e revisione, anche profonda, che nessuna valutazione degli storici può essere
messa ai voti e che, in materia, non vincono (e non convincono) le eventuali
maggioranze.
Inoltre, sono convinto che, a prescindere da
come in seguito tratterò della “memoria condivisa”, la sua costruzione richiede
una pluralità di riflessioni e di apporti che non possono essere contenuti, più
o meno sintetizzati ed espressi in nessuna risoluzione parlamentare.
Dopo
questa per me essenziale premessa, non ho nessun dubbio sul fatto che qualsiasi
totalitarismo debba essere condannato, ma, al tempo stesso, non vedo perché si
debba rinunciare quasi a priori a individuare e a tracciare indispensabili
distinzioni fra i regimi totalitari evitando con grande accuratezza di parlare
di superiorità morale dell’uno o dell’altro totalitarismo e di coloro che quel
potere totalitario avevano conquistato, detenevano e utilizzarono.
Nella
sostanza, sostengo, facendomi forte di una notevole quantità di studi storici,
che è semplicemente profondamente sbagliato
mettere
sullo stesso piano il totalitarismo nazista e quello comunista (?), meglio
stalinista (poiché, non metterei tutti indistintamente i regimi comunisti
dell’Europa centro-orientale nello stesso contenitore totalitario). Fermo
restando che nazismo e stalinismo sono entrambi sicuramente condannabili, non è
possibile non ritenere rilevanti alcune differenze fondamentali che
intercorrono fra loro.
Senza
sottovalutare la macabra contabilità numerica delle vittime, credo che la
differenza verticale incancellabile fra nazismo e comunismo (persino quello
stalinista) consista, come è stato notato da una molteplicità di storici,
nell’ideologia.
Progettualmente, il nazismo mirò al genocidio del
popolo ebraico, alla “soluzione finale”, nonché allo sterminio dei diversi,
omosessuali, disabili, malati di mente, portatori di malattie ereditarie e di
tutti gli Untermenschen, fra i quali indistintamente gli slavi.
Per quanto variamente distorta nella sua applicazione l’ideologia comunista,
almeno nella versione originaria marxista, è un’ideologia di emancipazione e
liberazione che mira non alla distruzione, ma alla “creazione” dell’uomo nuovo
e di una società senza conflitti, senza sfruttamento, senza oppressione.
L’ideologia
di dominio attraverso l’annichilimento è connaturata al pensiero nazista.
È di
Hitler e di tutti i nazisti, mentre la repressione, l’oppressione, le
uccisioni, i Gulag non sono conseguenza né del marxismo come ideologia e
progetto né del comunismo come tentativo di realizzazione, ma dello stalinismo
e, più precisamente, delle ambizioni e delle azioni di Stalin stesso.
Non ammontano a un progetto di sterminio
quanto, piuttosto, sono la conseguenza sicuramente criminale di drammatici
errori.
Mi guardo bene dal considerare lo stalinismo
come una fase necessaria nella costruzione del comunismo e dal giustificarne i
crimini con riferimento all’accerchiamento delle potenze capitalistiche.
Non
credo, però, che debba essere dimenticato che il comunismo non è una ideologia
di sopraffazione e di morte e che non esistette mai una strategia di
annientamento di uomini e donne perché considerati esseri inferiori.
Il deplorevole, assolutamente condannabile,
trattamento dei dissidenti in Unione Sovietica e negli altri regimi comunisti
va valutato per quello che è stato:
una drammatica conseguenza della lotta
politica, non un inevitabile esito di un progetto precostituito da realizzare a
ogni costo.
Poi,
nel dibattito storico si trovano molti altri temi nient’affatto irrilevanti, ma
anche da precisare.
Senza la strenua resistenza sovietica
all’invasione nazista, è probabile che la Seconda guerra mondiale sarebbe
terminata con l’estensione vittoriosa del nazismo su tutta l’Europa (e forse
altre parti del mondo). Non sono il solo, anzi, a sostenere che il merito della
sconfitta di Hitler non sia attribuibile unicamente all’antinazismo di Stalin
piuttosto che, come mi pare storicamente accertato, alla legittima difesa della
patria e quindi al, peraltro lodevole e apprezzabile, nazionalismo dei russi.
Questo elemento in nessun modo alleggerisce le responsabilità delle politiche
interne di Stalin e di quelle verso i paesi satelliti.
Innegabile è anche che nei paesi satelliti
moltissimi cittadini, non oso dire e non penso che abbiano costituito la
maggioranza, furono sostenitori dei regimi comunisti che, per quanto,
certamente, repressivi e oppressivi, non possono essere in nessun modo
considerati totalitari (ma duramente autoritari sì).
Intravedo
che troppi degli attuali governanti di quei regimi ex-comunisti intendono
liberarsi delle proprie responsabilità politiche dei tempi passati addebitando
tutto al totalitarismo comunista sovietico.
Non è
così.
Magari
qualche riflessione riguardo al vasto consenso ottenuto dal nazionalsocialismo
nei paesi dell’Europa centro-orientale e, comunque, alla sostanziale
indifferenza di molti di quei cittadini nei confronti del genocidio degli ebrei
sarebbe utile per coloro che ritengono importante, forse decisiva, l’esistenza
(la formazione) di una memoria condivisa fra gli europei stessi.
La
“violenza di sinistra”
qui è
uno slogan elettorale.
Reset.it
- Giovanni Cominelli – (23 Settembre 2025) – Redazione – ci dice:
Un
filosofo russo della politica e un politico italiano hanno proposto, nel bel
(?) mezzo del disordine che attraversa il mondo, una visione “originale”.
“Alexander
Duin” è l’ideologo dell’eurasiatismo e dell’ultranazionalismo russo.
Scrivendo
dell’assassinio di Charlie Kirk, afferma:
“Noi
russi, ovviamente, potremmo dire che sono affari loro, che non ci riguardano.
Ma non sarebbe giusto né onesto.
Charlie
Kirk era dalla nostra parte della linea del fronte che ora divide l’umanità.
La
guerra civile negli Stati Uniti non è qualcosa di lontano.
Fa parte della stessa guerra civile globale
che è già in corso.
Uno
dei fronti di questa guerra è l’Ucraina.
In essa, persone con l’ideologia del
patriottismo e del cristianesimo, sotto la bandiera di Cristo e del Katechon
(noi) [il termine è usato da San Paolo nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi
per indicare una Forza o un Soggetto che trattiene l’avvento pieno
dell’Anticristo, Ndr] stanno combattendo contro brigate terroristiche
mobilitate, zombificate, armate e incitate dai globalisti (loro).
Gli stessi che hanno appena ucciso Charlie
Kirk”.
Se una
guerra civile è in corso a livello mondiale, è evidente che le sue nervature
attraversano ogni Paese, gli piaccia o no.
Anzi:
meglio che il Paese si allinei al più presto su un fronte o su un altro, se
vuole tentare di stare nella corrente della Storia.
Sennò
andrà incontro al destino che l’Apocalisse riserva ai tiepidi: “Poiché non sei
né caldo né freddo, incomincerò a vomitarti dalla mia bocca”.
Così,
anche un’Italia recalcitrante – avendo già un’altra volta sfidato il destino
dei “colli fatali” – è reclutata in questo scontro finale tra la Luce e le
Tenebre, tra il Bene e il Male.
E qui
soccorre “Dario Franceschini” del Partito Democratico.
Ha
dichiarato che le prossime elezioni, regionali o politiche, non si vincono più
al centro, ma, al contrario, sulle posizioni estreme.
Ciascun
blocco politico è perciò invitato ad attizzare, al bisogno, le ali estreme del
proprio ventaglio elettorale per vincere il confronto. Franceschini parla al
centro-sinistra, ma anche il centro-destra è implicitamente stimolato a fare
altrettanto.
Perché
le elezioni non si vincono più “al centro”?
Per
ragioni socio-culturali.
“La rabbia” è diventata un motore politico.
Il
sovranismo a destra, il populismo a destra e a sinistra, il dirittismo e lo
wokismo a sinistra hanno imposto un bipolarismo muscolare degli estremi che non
ha nulla di liberal-conservatore né di liberal-progressista.
Tutto ciò ha impedito al sistema politico di
ricostruirsi secondo i canoni classici della democrazia liberale.
Un
invito alla guerra civile? Non pare.
Sono
troppe le differenze tra la visione tragico-apocalittica di Duin e quella
casereccia del politico italiano.
Non
che in Italia manchino conati di violenza, fatti per ora più di parole che di
azioni.
Le parole sono quelle che cadono dagli scranni
di qualche Consiglio comunale o da qualche palco per comizi.
Così “Luca
Ciriani”, ministro per i Rapporti con il Parlamento, reagendo a qualche voce
sguaiata di sinistra, che ancora oggi si attarda a distinguere tra chi muore
per colpa di altri e chi perché “se l’è cercata” come avrebbe fatto Kirk, ha
dichiarato che la sinistra sta tornando al tempo delle BR.
Per
un’intera generazione di neofiti della politica, impreparati culturalmente e
professionalmente ai compiti del presente, la storia pare aver avuto inizio
solo dalla propria nascita.
Prima
di quella si stende un vuoto… di ignoranza.
In
questo contesto, la presidente del Consiglio “Giorgia Meloni”, dismessi gli
abiti di governo e indossati quelli della “pasionaria”, ha chiamato la sinistra
a rispondere del clima violento che essa starebbe generando.
In
realtà “Elly Schlein” non aveva dichiarato proprio nulla di men che corretto a
proposito di Charlie Kirk.
Semmai,
sì, da “Pierluigi Odifreddi” in giù, corre qua e là nella sinistra qualche
pensiero tristo, per il quale la violenza altrui è sempre esecrabile, la
propria no…
Poi,
sì, ci sono anche atti e gesti di violenza.
Ogni
sabato nelle principali piazze italiane manifestano i “Pro Pal”, non sempre
pacificamente.
E
negli atenei di Milano, Torino, Bologna, Pisa, Roma… sono stati oggetto di
violenza studenti e docenti accusati di essere “genocidi”, in quanto ebrei o
sionisti o simpatizzanti di Israele.
Alcuni senati accademici e rettori, per ultima
la rettrice dell’Università statale di Milano, cedendo alla violenza e alla
piazza, hanno deciso, venendo meno ai propri compiti civili e educativi, di
interrompere la collaborazione con le università israeliane.
Neppure
all’epoca della guerra del Vietnam al più feroce antimperialista è mai venuto
in mente di chiedere la rottura dei rapporti con le università americane.
Ma
constatate queste miserie, no, non si respira nessuna “aria di piombo”.
Non
c’è in atto nessuna guerra civile.
La storia d’Italia ne ha conosciute almeno
tre.
La cosiddetta “Guerra al brigantaggio” tra il
1861 e il 1865, combattuta dall’esercito piemontese regio contro le popolazioni
meridionali ribelli e deluse dall’unificazione, che provocò decine di migliaia
di morti.
La
seconda è quella del Biennio rosso/nero 1919-21, con qualche migliaio di morti
e che aprì la strada al fascismo.
La
terza si combatte tra il 1943 e il 1945 tra la Repubblica sociale italiana e il
Movimento di resistenza:
i
caduti da ambo le parti sono decine di migliaia.
Si può
parlare di guerra civile nel corso degli anni ’70?
Le BR,
Prima Linea, Ordine nero, Ordine Nuovo, Terza posizione – cioè i gruppi
terroristici di sinistra e di destra – hanno tentato di provocarla.
Hanno ucciso alcune centinaia di persone.
Ma la
guerra civile non è esplosa.
Perché
dovrebbe incominciarne ora una quarta?
Ciò
che sta incominciando in questi mesi non è una guerra civile, ma una normale,
democratica e gridata battaglia elettorale.
Qui si
riaffacciano i nostri: Meloni, Schlein, Conte, Salvini, Vannacci, i quali hanno
tutti come problema principale quello di portare gli elettori alle urne.
Le
statistiche delle ultime tornate elettorali amministrative, regionali e
politiche segnalano un calo verticale, che sta scendendo sotto il 50 per cento.
È così vero che nell’ambito delle discussioni sulla nuova legge elettorale
“condenda” pare delinearsi un accordo bipartisan per far partire il premio di
maggioranza già dal 40 per cento, eventualmente raggiunto da una coalizione.
Perduta la speranza di convogliare alle urne la maggioranza degli elettori, si
punta su minoranze iper-motivate, sui fan da stadio, sugli estremisti.
In
fondo, ai partiti interessano più i seggi che gli elettori. E il numero dei
seggi a disposizione della spartizione democratica tra partiti è costante, sia
che al voto vadano 50 milioni di elettori sia che ci vadano solo 25 milioni o
anche meno.
La
fanatizzazione dello scontro e gli insulti tra Giorgia Meloni e Elly Schlein
hanno a che fare, più con la guerra civile, con il tentativo di scaldare le
platee social-digitali dei fan in vista dei prossimi scontri elettorali.
Certo,
l’estremismo verbale, oltre ad eccitare pericolosamente all’azione violenta
qualche individuo, sotto-produce effetti negativi sulla tenuta della società
civile. In America un mix estremo di calvinismo letteralista – la Bibbia è la
sola fonte del sapere e del diritto; la legislazione americana dovrebbe
ispirarsi direttamente ai testi giuridici dell’Antico Testamento, inclusa la
pena di morte per gli omosessuali – di cattolicesimo conservatore, di
carismatismo, di pentecostalismo, di costruzionismo cristiano sta accendendo
violenti bagliori nella società civile.
Ma
nell’Italia secolarizzata e cinicamente senza fedi le correnti del
cristianesimo fondamentalista e carismatico non si spingono fin là.
In
Italia gli effetti negativi della fanatizzazione sono piuttosto altri due:
quello di allontanare dalla politica e dalle urne la maggioranza silenziosa
degli elettori e quello di frammentare lo spirito pubblico. Frammentazione
significa il ripiegamento corporativo dei gruppi sociali e di fasce
generazionali specifiche.
Gli addetti la chiamano “pillarizzazione”: un
processo di segmentazione verticale, nel quale ciascun gruppo crea il proprio
pilastro – the pillar – culturale, politico, informativo e associativo, fino a
trasformarlo in una bolla. I social sono un potente fattore moltiplicativo di
questa dinamica, che aggrega micro gruppi e disgrega la società civile. Il
ricorso all’estremismo verbale da parte dei leader di partito segnala
un’impotenza profonda della politica a fornire qualche ordinamento di senso
alle dinamiche plurali e conflittuali della società civile. I partiti e la
politica sono sempre stati elementi di differenziazione democratica, ma anche
di costruzione di senso per la società civile nel suo complesso.
Se
questa viene meno, anche la “Nazione” frana.
Verso
quale destino?
Verso
un futuro di colonizzazione da parte di potenze politiche e economiche globali.
Il
nazionalismo sovranista funziona qui solo come scudo retorico.
Il
terrore rosso che nessuno vuole ricordare.
Il.gaziwo.net
– (29 giugno 2023) - Michele Negro, ForzaUcraina.it – Redazione Editoriale – ci
dice:
Pubblichiamo
un'analisi di Michele Negro, del collettivo ForzaUcraina.it. La sua riflessione
si inserisce nell'approfondimento sul tema della decolonizzazione e sul dialogo
tra Russi e Ucraini recentemente proposto sul sito web della Fondazione Gariwo.
"Mai
più̀", ripetiamo ogni anno il 27 gennaio, nella “Giornata della Memoria”.
Lo ripetiamo anche il 25 aprile, nella
Giornata della Liberazione. Ripetiamo "mai più̀" al nazifascismo ed
ai terribili crimini da esso commessi in Europa.
Queste
giornate, che preservano e commemorano la Memoria del male e la Liberazione da
esso, sono fondamentali per il futuro e per la nostra consapevolezza.
Perché́ non basta estraniarsi dalla storia e dire
"mai più", è fondamentale capire che il male è stato possibile
perché́ accettato o ignorato da tutti, e anche che oggi abbiamo tutti la responsabilità̀
e il dovere di guardarci attorno, nello spazio e nel tempo, per riconoscere il
male e condannarlo.
Non
voglio sminuire la Shoah o il terrore nazifascista nel dire che il comunismo
forse è stato peggiore e purtroppo impunito.
Non
intendo calpestare la memoria ed il dolore di chi, anche nella mia famiglia, ha
vissuto il male del '900, perché́ quel male ha colpito altri milioni di
famiglie ancora invisibili.
Hitler
prese esempio da Stalin e dai gulag, concretizzando una "lotta di
razza" al posto di una "lotta di classe".
È proprio nel nome di quella "lotta di
classe" che prima, durante e dopo il nazifascismo, il terrore rosso,
all’ombra dei muri, perseguitò, deportò e sterminò milioni di innocenti.
Citando
un brano da "Il libro nero del comunismo" (Mondadori, 1998) dello
storico “Stephane Courtois”, Il comunismo ha commesso moltissimi crimini,
crimini contro lo spirito innanzi tutto, ma anche crimini contro la cultura
universale e contro le culture nazionali.
Stalin
ha fatto demolire decine di chiese a Mosca;
Ceausescu
ha sventrato il centro storico di Bucarest per costruirvi nuovi edifici e
tracciarvi, con megalomania, sterminati e larghissimi viali;
Pol Post
ha fatto smontare pietra dopo pietra la cattedrale di Phnom Penh e ha
abbandonato alla giungla i templi di Angkor;
durante
la “Rivoluzione culturale” le Guardie rosse di Mao hanno distrutto e bruciato
tesori inestimabili.
Eppure, per quanto gravi possano essere a
lungo termine queste perdite, sia per le nazioni direttamente coinvolte sia per
l'umanità̀ intera, che importanza hanno di fronte all'assassinio in massa di
uomini, donne e bambini?
URSS,
20 milioni di morti,
Cina,
65 milioni di morti,
Vietnam,
un milione di morti,
Corea
del Nord, 2 milioni di morti,
Cambogia,
2 milioni di morti,
Europa
dell'Est, un milione di morti,
America
Latina, 150 mila morti,
Africa,
un milione 700 mila morti,
Afghanistan,
un milione 500 mila morti,
Movimento
comunista internazionale e partiti comunisti non al potere, circa 10 mila
morti.
Il
totale si avvicina ai 100 milioni di morti.
Questo
elenco di cifre nasconde situazioni molto diverse tra loro.
In
termini relativi, la palma va incontestabilmente alla Cambogia, dove “Pol Post”,
in tre anni e mezzo, è riuscito a uccidere nel modo più̀ atroce - carestia
generalizzata e tortura - circa un quarto della popolazione.
L'esperienza maoista colpisce, invece, per
l'ampiezza delle masse coinvolte, mentre la Russia leninista e stalinista fa
gelare il sangue per il suo carattere sperimentale, ma perfettamente calcolato,
logico, politico. [dal capitolo "I crimini del comunismo"].
Ritengo
corretto dire che, "Il libro nero del comunismo" è stato criticato
per le cifre che riporta, e di conseguenza presenti anche in questo testo, in
quanto molti pensano che non siano esatte o addirittura che l’autore le abbia
volutamente gonfiate.
In realtà̀
sono cifre sicuramente indicative, in quanto i regimi citati non hanno mai
permesso a storici e ricercatori di consultare i loro archivi, impedendo così
alla verità̀ di venire a galla ed alla giustizia di fare il suo corso.
Nella
sola Unione Sovietica, quindi, nel nome della "lotta di classe",
furono eliminate almeno 20 milioni di persone, fra cui i cosacchi del Don, fra
i 5 ed i 7 milioni di ucraini furono sterminati per fame durante l'Holodomor, e
poi furono deportati su treni merci migliaia di polacchi, ucraini, baltici,
moldavi, Bessarabia, tedeschi, tatari, ceceni, ingusci e dissidenti (o presunti
tali).
Molti
di questi deportati morirono durante gli interminabili viaggi a causa delle
privazioni, e chi di loro riusciva ad arrivare a destinazione spesso è morto
di stenti, malattie, freddo o stremati dal lavoro nei gulag.
Stragi
simili avvengono tutt’oggi in Corea del Nord, dove chiunque sia sospettato di
essere un dissidente (o presunto tale) si trova ad affrontare la deportazione,
la prigionia e spesso la morte.
Essere
dissidenti (o presunti tali) è ed era molto semplice, basta avere film o
musica occidentali, avere fede in qualche religione, dipingere o scrivere, dire
a voce alta il "pensiero sbagliato".
I
comunisti non hanno mai ammesso questi crimini, non hanno mai chiesto scusa
alle vittime e al mondo, non si sono mai presi la responsabilità̀ e il dovere
di dire "mai più̀" alle e per le generazioni future.
Oggi
infatti sono proprio i "nuovi comunisti" fra coloro che diffondono e
sostengono la propaganda del Cremlino, che non è altro che l’ultimo rantolo di
quella sovietica.
Va
notato a riguardo, che proprio i Paesi che si vogliono allontanare il più̀
possibile dal grigio passato sovietico, e quindi costruiscono democrazie,
rinominano strade, intrecciano nuove alleanze e demoliscono monumenti, sono il
bersaglio preferito della propaganda o delle bombe di Mosca.
Lo
abbiamo visto in Moldavia e Georgia, ora lo stiamo vedendo ogni giorno in
Ucraina.
Il
modus operandi è lo stesso, comune ad ogni tiranno: “o mi lasci comandare o ti
distruggo”.
I
"nuovi comunisti" non vogliono capire che il socialismo andrebbe
adattato al mondo moderno, stanco delle vecchie ideologie del male. Oggi i muri
sono crollati, e con essi tutto ciò̀ che doveva crollare. Le persone hanno
potuto viaggiare anche in Occidente, molte hanno valutato di fermarsi
"dall’altra parte" - chissà̀ perché́ - e molti altri hanno iniziato a
raccontare il comunismo e a sfatarne i miti - l’unica cosa che poteva
oltrepassare i muri.
Oggi,
l’aggressione russa su larga scala dell‘Ucraina, insieme a nuovi orrori nel
cuore d’Europa, ha portato sulla bocca di tutti parole come
"nazisti", "comunisti", "denazificazione" e
"de-comunizzazione", ma troppo poco si parla di Memoria e Responsabilità̀.
Credo
che il gap dei "nuovi comunisti" consista proprio nella fede cieca
nel terrore rosso, arrancano nella speranza di ricostruire un mondo che è
crollato sotto al peso della libertà, rifiutando di vedere tutto l’orrore del
passato e del presente.
Bisognerebbe
ascoltare i nostri fratelli europei che hanno conosciuto sulla loro pelle la
brutalità̀ indicibile del comunismo.
I popoli di Paesi come la Repubblica Ceca, la
Slovacchia, la Polonia, la Lituania, la Lettonia e l’Estonia hanno molto da
raccontare e spiegare al mondo. Spesso vengono criticati quando demoliscono i
vecchi monumenti comunisti, simboli dell’oppressione che hanno subito. Ma
perché́ criticare con disprezzo la de-comunizzazione?
È facile criticare quando si conosce solo il
lato bello della storia. Dovremo imparare a conoscere, ad affrontare, anche il
lato brutto. Bisognerebbe quindi equiparare il negazionismo dei crimini
staliniani e comunisti a quello (che è punito per legge) dello sterminio degli
ebrei da parte dei nazisti.
Basterebbe
poco, che non significa che sia facile: aprire gli archivi, riconoscere e
chiedere scusa per tutti quei crimini.
Crimini che vanno analizzati e condannati in
nome dei valori democratici, non degli ideali nazifascisti.
Sarebbe giusto istituire altre due giornate
dove dire "mai più̀", questa volta al terrore rosso ed ai crimini da
esso commessi nel Mondo.
(Michele
Negro).
Trump-Jinping:
chi ha vinto?
Msn.com - Storia di Carlo Valentini – Italia
Oggi – (16 – 5 – 2026) – Redazione – ci dice:
Trump-Jinping:
chi ha vinto?
Donald
Trump è risalito sull’Air Force One, ed è tornato alla Casa Bianca. Si è
conclusa la visita, durata 3 giorni, con il clou del pranzo a porte chiuse con
XI Jinping nel complesso presidenziale di Zhongnanhai, a Pechino.
Il
presidente Usa ha ricevuto un’accoglienza sontuosa, anche alla partenza era
schierata, ai piedi dell’aereo, la guardia d’onore, col tappeto rosso fino alla
scaletta e gli scolari vestiti con i colori azzurro e bianco dell'Air Force One
che hanno sventolato bandiere americane e cinesi.
Ma al
di là dei fasti del cerimoniale questo vertice tanto atteso ha prodotto
risultati politici oppure Trump e la delegazione (anche di imprenditori) che lo
accompagnava sono ripartiti a mani vuote?
Ecco alcuni giudizi raccolti mentre Trump era
ancora in volo.
Quindi
una prima analisi su chi ha vinto e chi ha perso, ma potrebbero anche non
esserci né vinti né vincitori.
La
parola, agli esperti.
Un
confronto in equilibrio tra le due superpotenze.
Il
confronto tra i due leader è finito in equilibrio, secondo Zeno Leoni e
Francesco Scisci.
Il
primo è ricercatore in Studi strategici al “Wings College di Londra” e membro
del” Lao China Institute”:
«Parlerei piuttosto di un equilibrio, evitando
una lettura che sottintenda una Cina inevitabilmente in ascesa e Stati Uniti in
una posizione statica o di declino.
In un sistema internazionale composto da Stati
sovrani, caratterizzato da interdipendenza economica e dalla persistente
rilevanza della geografia nei rapporti di forza, il divario deve essere molto
ampio prima di poter parlare realmente di una posizione di forza o di
debolezza.
Una
maggiore capacità militare o economica da parte di uno Stato, infatti, non si
traduce automaticamente in una maggiore capacità di determinare gli esiti
politici o strategici nei confronti dell’altro. Il summit di Pechino lo ha
confermato».
Francesco Scisci è docente alla “Renminbi
University of China”, a Pechino:
“Le
debolezze di Trump sono note: il mancato successo in Iran, che si può definire
almeno un fallimento parziale, se non totale, e le difficoltà nelle alleanze,
con partner che mostrano segni di insofferenza. Tuttavia, anche la Cina non può
vantare successi schiaccianti. Qualche mese fa ha sostenuto il Venezuela senza
ottenere risultati significativi; i sistemi di difesa antiaerea forniti
all’Iran non hanno funzionato come previsto.
(Trump-XI, visita finita: tante
promesse, ma i fatti? -Milano Finanza).
Inoltre,
Pechino non dispone di una vera rete di alleati solidi:
uno dei pochi, la Corea del Nord, sta
rafforzando la propria collaborazione con la Russia in modo preoccupante.
Se
Mosca dovesse sostenere il riarmo nucleare nordcoreano, in Asia si creerebbe
una situazione estremamente instabile.
A ciò si aggiunge un’economia interna
contraddittoria:
molto dinamica e performante sul piano
internazionale, ma più fragile e problematica all’interno.
In
definitiva, non si può dire che uno dei due attori sia chiaramente più forte o
più debole dell’altro e questo è chiaramente emerso dal vertice di Pechino».
L'analisi
di Pierre Haski: la Cina come superpotenza.
È il
responso di Pierre Haski, che analizza gli avvenimenti internazionali per “France
Inter” e per” Internazionale” (la rivista diretta da Giovanni De Mauro):
«È
naturale chiedersi cosa abbia spinto XI a dare a Trump una simile visibilità.
Il
messaggio è duplice: da una parte il presidente cinese ha ufficializzato il
ruolo del suo Paese come “l’altra” superpotenza (da tempo la Cina è una
superpotenza di fatto, ma la novità è che ora Pechino lo rivendica). Dall’altra
parte, XI mette in guardia gli Stati Uniti contro qualsiasi tentativo di
bloccare o arginare l’ascesa della Cina.
Se
Washington ci provasse, la conseguenza sarebbe la guerra.
Oggi è la Cina a fissare le regole del gioco,
segno di un rapporto di forze nuovo con Trump.
E qui
sta l’ambivalenza del vertice:
la
Cina ha riservato a Trump un’accoglienza sontuosa.
Il
presidente statunitense, in cambio, ha definito XI «un grande leader» e un
«amico».
Ma
questo tono non riflette la realtà dei fatti».
La
vittoria simbolica ed economica di Donald Trump.
Secondo
“Massimo Janus”, che è stato vice-direttore del quotidiano “America Oggi” e
collabora con” La voce di New York”:
«Trump ha cercato da XI tre cose, riuscendoci.
La prima è simbolica, una foto da leader
mondiale capace di parlare con la Cina da pari a pari.
La seconda è economica: contratti, acquisti,
aperture di mercato, investimenti cinesi negli Stati Uniti.
La
terza è politica, dimostrare agli elettori americani che i dazi non erano
soltanto una tassa mascherata su imprese e consumatori, ma uno strumento per
costringere Pechino a trattare.
Il
messaggio è che l’America trumpiana non rifiuta il mondo, vuole riscriverne le
condizioni.
Contro la globalizzazione quando significa
fabbriche chiuse in Ohio o Michigan, favorevole alla globalizzazione quando
significa Boeing che vende aerei, Tesla che espande il mercato, Apple che
protegge i margini, BlackRock che entra nei flussi finanziari, Cargill che
vende soia e carne.
È il paradosso di Pechino.
Trump
è arrivato in Cina promettendo di difendere l’America dalla Cina, ma ha portato
con sé l’America che non può fare a meno della Cina.
E ha
chiesto a XI di aprire la porta, mentre tiene in tasca la chiave dei dazi».
Il
giudizio di “Reuters”: un vertice ricco di cerimonie ma povero di risultati.
Convergono
su questo giudizio gli esperti di politica internazionale dell’agenzia di
stampa britannica Reuters:
«Il
presidente degli Stati Uniti ha lasciato la Cina senza importanti progressi sul
fronte commerciale né un aiuto concreto da parte di Pechino per porre fine alla
guerra con l'Iran, nonostante due giorni trascorsi a tessere le lodi del suo
ospite, XI Jinping.
La
visita di Trump al principale rivale strategico ed economico degli Stati Uniti,
la prima di un presidente americano dal suo ultimo viaggio nel 2017, mirava a
ottenere risultati tangibili per risollevare i suoi indici di gradimento in
calo in vista delle cruciali elezioni di medio termine.
Ma il
vertice è stato ricco di cerimonie, dai soldati in marcia alle visite a un
giardino segreto, e tutto è finito lì.
Poi a
porte chiuse XI ha lanciato un severo avvertimento a Trump: qualsiasi gestione
errata della questione di Taiwan, la principale preoccupazione della Cina,
potrebbe degenerare in un conflitto.
Non
c’è stato altro».
La
negazione dell'Uomo
nel
secolo delle ideologie.
Ilgariwo.net
– (9 aprile 2026) – Totalitarismo – Redazione – ci dice:
Nell'esperienza
storica del Novecento emergono due fenomeni speculari e produttivi delle
peggiori tragedie del secolo:
il
fascismo - nella sua versione estrema di nazismo - e il comunismo - nella sua
versione estrema di stalinismo.
Entrambi sorretti da una straordinaria e
dirompente potenza "ideale" in grado di trasformarsi in forza
materiale:
l'ideologia, intesa come capacità di fornire
una visione complessiva del mondo che spieghi ogni risvolto della vita
dell'uomo e gli attribuisca un senso rigidamente inquadrato in quella visione,
dalla quale non si può prescindere senza perdere la propria stessa essenza.
Una
spiegazione che risponde all'ansia dell'animo umano di dare un significato alla
nascita e alla morte, di dotarsi di uno scopo e di collocarsi all'interno di un
più ampio Universo.
Non a
caso le ideologie sviluppatesi in Occidente a cavallo tra il XIX e il XX secolo
sono nate in contrasto con la religione dominante, il cristianesimo, come
"ricetta" alternativa nella visione del mondo.
Il
fascismo e il comunismo hanno entrambi prefigurato l'Uomo Nuovo come promessa
di felicità, come futuro da realizzare univocamente e per l'eternità; ed
entrambi hanno posto come condizione la delega totale del potere personale di
ciascun essere umano a un organismo superiore, il Partito-Stato, garante
dell'organizzazione del tessuto civile per il raggiungimento del fine ultimo:
una società senza più conflitti, appagata e felice.
Per tale scopo qualsiasi mezzo sarebbe stato
giustificato, e auspicabili quelli più incisivi e tempestivi.
Una delega "in bianco", assoluta e
senza ritorno, come rinuncia alla propria libertà e più in generale come
abdicazione a qualsiasi spazio individuale, sia fisico, materiale, che mentale,
ideale.
In questo modo non vi sarebbe più stata alcuna
possibilità di controllo sull'operato dei delegati, sul potere costituito da
pochi "eletti", detentori dei destini supremi di tutta l'Umanità.
La
democrazia veniva scartata come poco produttiva, inefficiente e inefficace,
ostacolo e impedimento alla realizzazione del grande disegno della felicità
universale.
La
pessima prova prodotta dai governi europei negli anni Venti e Trenta,
l'incapacità delle Grandi Potenze dell'epoca di dirimere i conflitti nazionali
e accogliere le esigenze dei popoli duramente provati dalla carneficina della
prima guerra mondiale, insieme all'antisemitismo infiltratosi nei recessi più
nascosti della società e alle condizioni sempre più misere di masse urbanizzate
senza alcuna protezione, prepararono il terreno al prevalere di forze
antidemocratiche, in grado di prefigurare un cambiamento di rotta assicurato da
un leader capace, a cui affidare il proprio destino e le sorti dell'intera nazione.
Una
volta al potere, i grandi padroni dei Partiti-Stato hanno applicato alla
lettera le loro teorie, riducendo l'intera società civile a un tessuto amorfo,
a cui è stato impedito qualsiasi autonomia di pensiero e di azione, con una
dura repressione verso coloro che hanno rifiutato l'omologazione per opporsi al
totale annullamento della dignità umana. All'arma potente dell'ideologia si
è unita quella altrettanto potente del terrore per ottenere il dominio
completo.
Ciò
che ha differenziato i due sistemi sono stati i valori sulla base dei quali
l'Uomo Nuovo andava forgiato, più sbilanciati sul lato dell'identità
comunitaria di origine, dell'orgoglio etnico, da parte del fascismo, o
dell'anelito all'uguaglianza e alla fraternità da parte del comunismo.
Gli esiti, purtroppo, furono molto simili:
lo
sterminio degli ebrei nelle camere a gas dei lager e il tentativo di dominare
l'Europa da parte di Hitler;
le "purghe" degli oppositori con
milioni di vittime nei gulag e l'occupazione dell'Est alla fine della Seconda
guerra mondiale da parte di Stalin.
Dobbiamo
alla filosofa Hannah Arendt, ebrea tedesca fuggita negli Stati Uniti durante il
nazismo, l'accostamento di nazismo e comunismo sotto il comun denominatore
della categoria di totalitarismo, nel suo fondamentale saggio “Alle origini del totalitarismo.”
Heinrich
Mann.
La Germania
e l'odio.
Doppiozero.com
- Marino Freschi – (5 Settembre 2024) – Redazione – ci dice:
Le
recenti elezioni tedesche fanno riaffiorare lo spettro bruno, ricordando che
giusto un secolo fa la loro prima affermazione i nazisti l’ebbero proprio in
Turingia. Il rimosso, quel 1933, s’impone di nuovo. Quell’anno per “Heinrich
Mann” significa l’esilio e la pubblicazione di un saggio incandescente, “L’odio”.
Come
il nazismo ha degradato l’intelligenza (Eusebio Trabucchi, L’Orma), dedicato
disperatamente «alla mia patria», ormai perduta. Per la prima volta in maniera appassionata e
‘partigiana’ “Mann” illustra con la potenza del dolore l’ingiustizia subita
rievocando la situazione politica del Terzo Reich.
L’odio
illumina la vita quotidiana di quel terrore che già nei primi mesi si viveva in
Germania con arresti arbitrari, perquisizioni illegittime, sparizioni
improvvise, ritrovamenti di cadaveri deformati, reclusioni brutali e
ingiustificate nei primi Lager, chiusura forzata di sedi di partiti, sindacati,
associazioni, giornali, case editrici, pestaggi violenti degli oppositori.
E su
tutto e tutti una diffusa cappa di odio, compatta, sostenuta dal terrorismo di
stato.
Mann,
il fratello maggiore di Thomas, nato anche lui a Lubecca, nel 1871, morì in
esilio a Santa Monica nel 1950 poco prima di tornare in Germania, o più
esattamente nella Repubblica Democratica Tedesca, in qualità di presidente
della Accademia delle Arti di Berlino Est.
La scelta di tornare in Germania – a
differenza di Thomas – e di optare per quella che veniva chiamata ‘Germania
comunista’ ossia nella neonata DDR, chiarisce le simpatie di sinistra di Mann,
che nel saggio afferma la speranza in un futuro comunista per la Germania, in
termini utopici, mentre l’autore non affronta la grave responsabilità della
KPD, del partito comunista tedesco, notando, tuttavia onestamente:
«Il Partito comunista di Germania non ha mai
davvero interpretato il proprio ruolo, non ha mai agito in modo
indipendentemente, limitandosi a prendere ordini da Mosca, e spesso senza
saperli neppure eseguire.
Gli mancava una profonda convinzione interiore
della propria missione, e di conseguenza anche volontà e forza».
Fu lungo il percorso che condusse lo scrittore a
diventare il testimone della sinistra –tanto da ventilare la sua candidatura a
presidente della Repubblica di Weimar contro il feldmaresciallo Paul von
Hindenburg, quello che nel ’33 incaricò Hitler, il ‘caporale austriaco’, ad
assumere la carica di cancelliere, consegnando di fatto il paese nelle mani del
partito nazista e alla dittatura.
Mann,
che proveniva da una agiata famiglia di commercianti anseatici, malgrado
l’opposizione del padre aveva imposto la sua volontà di divenire scrittore.
La liquidazione della ditta di famiglia
–quella dei ‘Buddenbrook’ – con la precoce morte del padre, gli consentì di
poter vivere di rendita e di compiere viaggi con prolungati soggiorni in
Italia, tra cui quasi due anni tra Roma, a via di Torre Argentina, e
Palestrina.
È il periodo ‘dannunziano’ della trilogia,
così intensamente decadente di “Le Dee” o i tre romanzi della “Duchessa d’ Assi”,
che coincide con la direzione nel 1895, ancorché per breve tempo, della rivista
«Il secolo ventesimo», di tendenze nazionalistiche, monarchiche, conservatrici,
e persino antisemite.
Proprio
a cavallo tra i due secoli avviene la svolta ideologica di Mann, che trova una
sua spiegazione persino geografica con l’orientamento sempre più accentuato e
definitivo per la Francia e la sua cultura democratica, laica, illuminista, che
affiorò nel 1915 – a guerra iniziata – nel saggio Zola, pacifista e
democratico, che causò la rottura con il fratello Thomas.
Intanto “Heinrich” con “Professor Untar” o “la
fine di un tiranno” del 1905 si era confrontato con una critica spietata del
filisteismo autoritario tedesco.
Nel
1930 la trasposizione filmica in “L’angelo azzurro” con Marlene Dietrich per la
regia di “Josef von Sternberg” gli assicurò un successo internazionale, mentre
in Germania lo scrittore aveva colto un’altra affermazione con” Il suddito”.
Che divenne un testo esemplare per l’‘altra’
Germania, quella democratica, quella dei quattordici anni scintillanti,
spregiudicati, creativi della Repubblica di Weimar, che non sopravvisse al
Trattato di Versailles e alla grave crisi del 1929 e soprattutto alla demagogia
nazionalsocialista, allo scatenamento del terrore dalle SA.
Heinrich si schierò sempre per la giovane
democrazia in tutti i possibili interventi pubblici, protestando la sua fiducia
in una unità europea fondata sull’alleanza tra Germania e Francia, con una
Francia già pronta ad accettare una pace profonda, definitiva. Ma la Germania
aveva compiuto la sua drammatica e scellerata scelta storica, quella dell’odio
classista, razzista, nazionalista, quella dell’odio contro la ragione fino a
giungere ai roghi, manipolata da Hitler ed egemonizzata da Goebbels, l’artefice
del tentato assassinio della cultura tedesca, che era ancora egemone in
Occidente.
Con il
suo vivace excursus, retoricamente magistrale e con la sua singolare acutezza
piscologica, Mann è uno dei primi a comprendere l’abilità del giovane demagogo,
come pure la sua perfidia.
L’analisi di Mann, che riguarda Goebbels,
diventa anche una chiave per altri destini di intellettuali tedeschi attratti
irresistibilmente dalla demonica nazista:
«Un caso noto è quello del giovane letterato
fallito divenuto ora l’attuale “ministro della Propaganda”.
Era
stato allievo di Friedrich Gandolfi, un docente universitario ebreo, un critico
di grande gusto e sottigliezza che proveniva dal circolo iniziatico del poeta
Stefan George.
Capita
che chi disprezza la folla si getti poi a capofitto nei movimenti popolari, ma
proprio a causa dell’avversione che prova per le masse incolte finisce per
aizzarle contro gli intellettuali. […]
Aveva
dimenticato il suo maestro israelita e si scagliava contro lo spirito ebraico.
Non si era scordato delle sue disfatte
letterarie e per questo metteva alla pubblica gogna gli scrittori più dotati.
Gli
studi raffinati e profondi che aveva compiuto gli rendevano ripugnante ogni
idea che aveva di massa, e così incitava il proprio uditorio fino a farlo
esplodere tutte le volte che pronunciava la parola “marxista”.
I passati insuccessi e una malformazione al
piede che lo affliggeva fin dalla nascita avevano alimentato a lungo il suo
desiderio di vendetta contro il mondo, e ora era in grado di infonderlo anche
negli altri.
Era
questo il suo più grande talento.
Trasudava
odio, appestava l’aria ovunque andasse, contaminava stanze, piazze, l’intero
Paese.
Certo, non era il solo:
gli
agitatori nazisti non hanno mai fatto altro, sia prima di salire al potere che
ora.
Ma in
lui l’odio aveva radici più profonde.
Per
riuscire a dare libero sfogo ai suoi più biechi istinti aveva dovuto cancellare
il proprio passato».
Heinrich non era presente nella fatidica notte
del 10 maggio quando Goebbels denunciava la ‘vergognosa’ corruzione della
cultura tedesca a causa del ’bolscevismo culturale’ che connotava gli
intellettuali ebrei e marxisti, fautori di una sterile “letteratura
dell’asfalto”.
Heinrich non era più a Berlino, aveva lasciato
precipitosamente la sua abitazione, devastata subito dalle SA e si era
rifugiato per una provvisoria sistemazione economica in un villaggio di
pescatori sulla Costa Azzurra, a” Sanary-sur-mer”, dove si erano raccolti
numerosi scrittori tedeschi.
L’esilio e il rogo, ecco i primi risultati
dell’odio:
«Siamo stati costretti ad abbandonare il
nostro Paese, che non sarà mai veramente loro.
Così
si sono ridotti a bruciare i libri, un’assurdità che non si vedeva dai tempi
dell’Inquisizione».
Le
considerazioni di Mann sono la testimonianza perspicua per comprendere la
stupita incredulità di fronte a tale rigurgito di barbarie.
In
Germania tale efferatezza culturale era ormai sconosciuta.
I roghi che alla Festa di Wartburg del 18
ottobre 1817 gli studenti nazional-liberali avevano simbolicamente acceso
riguardavano i testi dell’occupazione napoleonica (tra cui il celebre Code Napoleone).
E su
quel rozzo antecedente si modellò l’“Azione contro lo spirito anti-tedesco”
degli studenti nazionalsocialisti culminata con il rogo del 10 maggio 1933:
quella
notte bruciò all’Opernplatz di Berlino – e simultaneamente in una sessantina di
altre città, soprattutto universitarie –, l’intera cultura moderna, da Marx a
Freud, da Heine a Heinrich Mann.
Esilio, rogo dei suoi libri, l’anno proseguiva
sempre più amaramente:
il 25
agosto Heinrich era nella prima lista dei 33 avversari del regime ai quali era
stata disconosciuta la cittadinanza tedesca.
Si era
dimesso dalla “Sezione Letteratura” della “Accademia Prussiana delle Arti”, di
cui era stato eletto presidente nel 1931, che era la principale istituzione
tedesca per le arti.
In
quei mesi il suo rammarico passava gradualmente in disperazione, quella
rievocata con una forza impetuosa e aspra nel saggio “L’Odio”, il primo
pubblicato all’estero dall’editore “Emanuel Querino” ebreo-olandese (sefardita
di origine portoghese come Spinoza), che divenne un punto di riferimento
editoriale per gli scrittori tedeschi dell’esilio: finì deportato e assassinato
insieme alla moglie nel campo di sterminio di Sobibor.
Con
orgoglio intellettuale Heinrich aveva affermato nell’introduzione della rivista
«Die Samsung» (pure edita dall’intrepido Querino) a cura di Klaus Mann:
«Non
ci presentiamo come giornale della “emigrazione tedesca” […], sebbene la nostra
sostanziale intenzione sia quella di costituire un luogo d’incontro della
grande letteratura tedesca in esilio.
Noi ci
presentiamo come il giornale dello spirito europeo, al quale appartiene quello
veramente tedesco.
Pubblicheremo
contributi provenienti da tutti i paesi europei, e anche da altre parti del
mondo, e si dimostrerà così, con una simile raccolta, che la vera letteratura
tedesca appartiene a quella mondiale».
Nei primi tempi dell’esilio, Mann si faceva
delle illusioni sui contrasti fra le fazioni all’interno del partito nazista,
ben sapendo però come avrebbe risposto Hitler ad ogni tentativo insurrezionale:
«Le prevedibili rivolte verrebbero soffocate nel
sangue, in un mare di sangue. Ma poi si ripeterebbero comunque. Gli oppositori
interni al partito finirono assassinati, in un bagno di sangue nella ‘Notte dei
lunghi coltelli’ tra il 30 giugno e il primo luglio del 1934.
Il saggio mannano da una parte analizza l’odio
scatenato in Germania dai nazisti, dall’altra si augura che finalmente l’Europa
possa ritrovare sé stessa in una unità economica e politica, nonché militare,
fondata sulla cultura.
È
commovente e sorprendente lo spirito quasi profetico di Heinrich Mann, la sua
invincibile fiducia nella forza della ragione:
«Un
rinnovamento tanto profondo può iniziare solo se si attiva il pensiero».
Un
processo che è ancora in atto.
In un senso, ma anche nell’altro: ogni tanto
si accendono ancora roghi, o si combatte contro la vocazione democratica con
temibili recrudescenze, come segnalano i recenti avvenimenti tedeschi.
L’Odio
si conclude con l’unica possibile forma di speranza.
Un
testimone scomodo viene ammazzato dai nazisti:
«Non tornerà più. O forse sì, fra qualche
tempo, in un’altra forma. In mille forme.
Innumerevoli
testimoni! Innumerevoli!».
Heinrich
Mann non tornò più in Germania, così come Thomas e come Klaus.
La
grande famiglia venne travolta dal Terzo Reich.
Fino
al 1945 in patria i loro libri vennero bruciati, proibiti, distrutti.
POLITICI
E MESTIERANTI.
Opinione.it
- Massimo Negretti – (15 maggio 2026) – Redazione – ci dice:
Si
dice spesso che, in democrazia, l’opposizione, nell’attaccare continuamente e
su tutti i fronti il Governo, in fondo non fa altro che il suo mestiere.
È
vero, ma, allo stesso tempo, dovremmo ricordare che qualsiasi ‘mestiere’ per
essere svolto con serietà esige correttezza e, soprattutto, lealtà con chi ne
usufruisce.
L’opposizione
ricorre ovunque a sotterfugi o trappole in punta di regolamenti parlamentari,
talvolta bloccando i lavori, ma la sua condotta più tipica consiste,
ovviamente, nella proposizione o riproposizione di argomenti tratti dalla vita
reale del sistema sociale, soprattutto in tema di economia.
Ma la lealtà, sopra richiamata, spesso non
costituisce qualcosa di interiorizzato, cioè un presupposto etico-politico da
cui partire in nome del bene comune.
Quando,
come in Italia ma anche in Francia o Spagna, la politica interiorizza prima di
tutto posizioni ideologiche più che obiettivi pragmatici di valore comune,
l’opposizione si rivela nella sua anima più deleteria facendo della democrazia
una pura e semplice formula giuridica dietro la quale vengono costantemente
additati i destini negativi più profondi e definitivi di una nazione quale
colpa del Governo.
Attualmente,
in Italia, l’opposizione, invece che proporre soluzioni praticabili e razionali
per i vari problemi che abbiamo, insiste senza tregua sul pericolo fascista,
l’isolamento internazionale, la sudditanza agli Usa di Trump e, va da sé, il
supposto sfacelo economico che ci riguarderebbe.
Ma c’è
un limite a tutto.
Di per
sé, non scandalizza che il Governo esageri nel vantare i propri successi o che
l’opposizione faccia altrettanto sul fronte opposto.
A scandalizzare, semmai, è la cocciuta
tendenza della sinistra a tacere su dettagli – che però dettagli non sono –
come la differenza fra imposte e tasse.
Il
Governo ha effettivamente abbassato alcune aliquote Irpef e dunque, se il tasso
attuale di imposizione globale è salito, non può esserne certamente lui ad
esserne responsabile.
L’aumento
globale dell’imposizione infatti, (escludendo il cosiddetto fiscal drag dovuto
all’inflazione che sta colpendo tutti i Paesi) è largamente dovuto all’attività
fiscale degli Enti locali e, in particolare, alla fame insaziabile di risorse
delle Regioni attraverso la mai abbastanza deprecata misura della Addizionale
regionale Irpef, varata dal Governo Prodi nel 1997. Quella sì, assieme ad altre
tassazioni locali sempre in aumento, rappresenta insieme la misura
dell’incapacità amministrativa delle Regioni − che proprio non riescono a
restare nei limiti dei trasferimenti finanziari dello Stato − e il modo, tipico
in particolare a sinistra, di fare ‘perequazione sociale’ nell’unica modalità
che conoscono, ossia il prelievo fiscale.
Il
Governo attuale ha senz’altro molti difetti ma su un punto nascondere la verità
è davvero scandaloso:
tutti
i cosiddetti ‘fondamentali’ dell’economia italiana negli ultimi quattro anni
sono decisamente migliorati grazie al risveglio, peraltro ancora parziale,
dell’imprenditoria italiana e all’attività fin qui rigorosa del bocconiano
ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.
È ovvio che esistono ancora molti problemi da
risolvere, ma un’economia senza credito internazionale non riuscirebbe nemmeno
a vedere da lontano le soluzioni.
E il
credito internazionale sarebbe esattamente la prima vittima di una politica
economica nella quale le ‘risposte’ e le ‘risorse’ , che la sinistra chiede a
gran voce ogni giorno pur sapendo che il portafoglio è quasi vuoto, venissero
unicamente trovate attraverso un’ulteriore imposizione fiscale invece che
creando le condizioni per aumentare gli investimenti i quali produrrebbero più
reddito e entrate statali anche senza necessità di aumentare le imposte e
soprattutto l’attuale soffocante miriade di tasse locali.
Ucraina,
Arrestato Ex Capo Ufficio di Zelensky, Yerma, Accusato di Riciclaggio di Denaro
e Corruzione.
Conoscenzealconfine.it
– (15 Maggio 2026) – Redazione di il Giornale d’Italia – ci dice:
Kiev
arresta l’ex capo dello staff di Zelensky, Andriy Yerma: accuse di riciclaggio
e il divieto di contattare collaboratori, altre persone coinvolte
nell’inchiesta, la moglie e la sua astrologa personale.
L’ex
capo dell’ufficio presidenziale di Volodymyr Zelensky, Andriy Yerma, è stato
arrestato oggi dal tribunale anticorruzione di Kiev con le accuse di
riciclaggio di denaro e corruzione in una maxi-inchiesta che coinvolge molti
membri dell’amministrazione attuale.
Yerma
sarà detenuto per 60 giorni, con la possibilità di ottenere la libertà
provvisoria su una cauzione da 3 milioni di dollari che, però, secondo lui
stesso, “non riesce a pagare “.
In questo periodo, non potrà avere contatti né
con sua moglie, né con altre persone indagate, ma nemmeno con la sua astrologa
personale.
Una
vasta inchiesta per corruzione e riciclaggio che scuote i vertici del potere
ucraino.
Secondo
gli investigatori, Yerma avrebbe partecipato a un sistema di riciclaggio di
circa 460 milioni di grivne, circa 9 milioni di dollari, attraverso la
costruzione di residenze di lusso a Korin, alle porte di Kiev. L’ex
collaboratore di Zelensky respinge le accuse e nega di possedere immobili
collegati all’operazione contestata.
A
rendere il caso ancora più clamoroso sono però le condizioni imposte dal
tribunale.
Tra i
divieti notificati a Yerma compare infatti quello di contattare una donna
indicata dagli inquirenti come sua consulente astrologica personale, Veronika
Anikievich, salvata nel telefono dell’ex funzionario come “Veronika Feng Seui
“.
Secondo
l’accusa, Yerma avrebbe chiesto consigli all’astrologa persino su come
contrastare le indagini della Nabu, l’agenzia anticorruzione ucraina, e sulle
nomine politiche.
Circostanze che lui nega categoricamente.
Anikievich,
51 anni, gestisce un canale Telegram chiamato “Luna Hours” ed è diventata nota
online per le sue posizioni radicalmente filo-Yerma e anti-Nabu.
In
diversi post ha accusato l’agenzia anticorruzione di essere “venduta ai russi”
e ha descritto l’inchiesta come una manovra internazionale per indebolire Kiev.
Oltre
a lei, Yerma non può contattare sua moglie, ma anche altre persone coinvolte
nell’inchiesta, come Timor Mandich e Aleksey Chernihiv.
(Articolo
della Redazione de il Giornale d’Italia).
(ilgiornaleditalia.it/news/esteri/786065/ucraina-arrestato-yermak-ex-capo-ufficio-zelensky-accusato-riciclaggio-corruzione-cauzione-3-milioni-dollari.html).
“Terso”:
Previsto un Aumento dei Casi di Antivirus.
Conoscenzealconfine.it
– (15 Maggio 2026) – “Renovatio 21” – Redazione – ci dice:
Il
direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Terso Addano
Ghebreyesus, ha messo in guardia sul fatto che “potremmo assistere a un aumento
dei casi” del “letale” ceppo andino dell’anti-virus nei prossimi giorni, dopo
la conferma dell’undicesimo contagio.
Il
virus ha provocato la morte di tre persone partite dall’Argentina a bordo di
una nave da crociera il mese scorso e ha infettato altre otto.
Il
caso più recente è stato accertato martedì dal ministero della Salute spagnolo
e riguarda un passeggero che era stato posto in quarantena in un ospedale
militare di Madrid dopo il viaggio sulla nave.
“Al
momento non ci sono segnali che indichino l’inizio di un’epidemia su larga
scala, ma ovviamente la situazione potrebbe cambiare e, dato il lungo periodo
di incubazione del virus, è possibile che nelle prossime settimane si
registrino più casi”, ha dichiarato Ghebreyesus durante una conferenza stampa a
Madrid martedì.
Ghebreyesus
ha espresso gratitudine al primo ministro spagnolo “Pedro Sánchez” per aver
mostrato “compassione e solidarietà” permettendo alla nave, la “MV Hondius”
battente bandiera olandese, di attraccare lunedì alle Isole Canarie.
Dalle
Canarie, i passeggeri sono stati rimpatriati nei rispettivi Paesi d’origine,
dove Terso ha invitato le autorità a mantenerli in quarantena per 42 giorni.
Gli
antivirus costituiscono una famiglia di virus trasmessi dai roditori, che si
diffondono all’uomo attraverso il contatto con feci, urina o saliva di questi
animali.
Il
ceppo Andes è l’unica variante nota in grado di trasmettersi da persona a
persona e provoca la sindrome cardiopolmonare da antivirus (HPS) negli
individui infetti.
Dopo
un prolungato periodo di incubazione che va dalle sei alle otto settimane, i
pazienti sviluppano generalmente sintomi simil-influenzali che possono
progredire verso problemi cardiaci, ipertensione e accumulo di liquidi nei
polmoni e nella cavità toracica.
Il
ceppo Andes dell’antivirus presenta un tasso di mortalità di circa il 38%.
Come
riportato da “Renovatio 21”, sabato “Terso” aveva ribadito che “l’attuale
rischio per la salute pubblica derivante dall’antivirus rimane basso” e che
l’epidemia non si trasformerà in “un altro COVID”.
La “MV
Hondius” era partita dall’Argentina con 147 passeggeri e membri dell’equipaggio
provenienti da 23 Paesi.
Finora
tutti i casi confermati riguardano persone che hanno viaggiato a bordo della
nave.
Venti
cittadini britannici sono in isolamento nel Regno Unito, 14 spagnoli sono in
quarantena presso l’ospedale militare di Madrid e cinque cittadini francesi
sono sotto osservazione a Parigi.
Una di
loro, una donna di 65 anni, ha sviluppato sintomi gravi ed è stata intubata
martedì, secondo le autorità francesi.
Anche
dodici operatori sanitari olandesi sono stati posti in quarantena dopo aver
gestito in modo errato i fluidi corporei di un paziente affetto da “antivirus”.
Dei 17
americani evacuati dalla nave, uno risultato positivo al virus verrà messo in
quarantena, mentre gli altri potranno rientrare a casa dopo un breve controllo.
“Terso”
ha avvertito che questo approccio “potrebbe comportare dei rischi”.
…
Fantasia zero, tutto uguale, stesso tipo di narrazione, cambia solo il nome del
“Virus”! (nota
di conoscenze al confine).
(Articolo
di Renovatio 21).
(renovatio21.com/tedros-previsto-un-aumento-dei-casi-di-hantavirus/).
Presidenza
Ue: “Avviato Meccanismo
di Monitoraggio su Hantavirus”
Conoscenzealconfine.it
– (14 Maggio 2026) – Tg24.sky.it – Redazione – ci dice:
La
presidenza di turno cipriota del Consiglio Ue ha deciso di attivare il
meccanismo integrato di risposta politica alle crisi (IPCR) in risposta
all’allarme Hantavirus (Antivirus).
“A
titolo precauzionale, abbiamo deciso di ricorrere alle riunioni dell’ (IPCR)
per monitorare la situazione e facilitare lo scambio di informazioni tra gli
Stati membri” ha fatto sapere un portavoce della presidenza.
A
quanto si apprende, oggi la Commissione europea ha fornito agli ambasciatori
dei Ventisette una panoramica della situazione e degli sforzi compiuti finora
per garantire il coordinamento.
Sebbene
il rischio per la popolazione sia basso, il monitoraggio della situazione
epidemiologica proseguirà.
Le strutture sanitarie Ue competenti sono
state attivate sin dalla prima notifica inviata tramite il sistema di allerta e
risposta precoce dell’Ue il 9 maggio.
Hantavirus
(Antivirus), per Contatti Stretti Quarantena per 6 settimane: la Circolare del
Ministero in Italia:
“Pur
confermando che il rischio da Hantavirus per la popolazione generale
dell’UE/SEE rimane molto basso, si ritiene opportuno mantenere un approccio di
massima cautela e rafforzare le attività di sorveglianza sanitaria, con
particolare attenzione all’identificazione precoce di eventuali casi sospetti e
all’adozione tempestiva delle misure di contenimento previste per i casi
confermati“, afferma la circolare sull’Hantavirus intitolata ‘Focolaio di
Hantavirus tipo “Andes” a bordo della nave da crociera MV Hondius:
aggiornamento
della situazione e indicazioni di sanità pubblica’, firmata oggi dal capo di “dipartimento
della Prevenzione del ministero della Salute”, Maria Rosaria Campitiello, e dal
“direttore della Prevenzione” Sergio Larvicoli.
Tic
tac… tic tac… tic tac… (nota di conoscenze al confine).
(tg24.sky.it/).
L’Europa
Atlantista
Prepara
la Sua Eutanasia.
Conoscenzealconfine.it
– (13 Maggio 2026) - Alex Marquez – Redazione – ci dice:
L’Europa
atlantista prepara la sua eutanasia: il suicidio geopolitico degli orfani della
Nato.
L’Europa
ultra-atlantista affronta il declino con più riarmo, più subordinazione agli
USA e meno autonomia strategica.
Tra
crisi energetica, Gaza, Ucraina e collasso industriale, le élite europee
sembrano preparare un suicidio geopolitico collettivo.
Facciamo
un passo indietro:
nel
giugno 2025, al vertice NATO dell’Aia, i governi europei avevano approvato un
nuovo incremento della spesa militare mentre il prezzo del gas restava
strutturalmente superiore ai livelli pre-2022, la manifattura tedesca – nel
mentre – continua a perdere competitività e Washington, sotto l’apparente
confusione strategica di Trump, scarica apertamente sugli alleati il costo
strategico dell’Occidente.
È questo il dato reale.
Tutto
il resto — i sermoni sull’unità euro-atlantica, la “difesa dei valori”, le
liturgie a mezzo stampa sul fronte democratico — serve ormai solo a coprire un
gigantesco fallimento storico.
La
vera questione europea oggi non è l’Ucraina.
Non è neppure la Russia.
È la
sopravvivenza materiale del continente dentro un ordine mondiale che non
controlla più.
Gli
Stati Uniti stanno ridefinendo le proprie priorità strategiche: contenimento
della Cina, protezionismo industriale, rilocalizzazione tecnologica, supremazia
energetica.
L’Europa, invece, continua a comportarsi come
un funzionario sovietico nel 1988:
irrigidita ideologicamente proprio mentre il
sistema che la sosteneva si decompone.
Qui
emerge la patologia politica delle classi dirigenti ultra-atlantiste:
la
totale incapacità di leggere il mutamento storico.
Un
ceto politico cresciuto sotto il paternalismo geopolitico americano si ritrova
improvvisamente orfano, ma reagisce come un bambino isterico che stringe ancora
più forte la mano del padre mentre questo se ne sta andando.
Un
soggetto razionale avrebbe preso atto della transizione multipolare.
Avrebbe
cercato nuove relazioni energetiche, industriali e diplomatiche.
Avrebbe
costruito una strategia di equilibrio tra Stati Uniti, Cina, India, Golfo
Persico, Africa e persino Russia.
Avrebbe
almeno tentato di salvare il salvabile.
Invece l’Europa ha fatto l’opposto.
Ha
assecondato per trent’anni il progetto di penetrazione economica nello spazio
post-sovietico, dall’epoca del disastro Eltsin fino all’espansione Nato verso
est.
Ha
partecipato alla guerra ucraina trasformandola in una voragine finanziaria e
militare senza alcuna strategia realistica di uscita.
Ha
sostenuto un conflitto logorante che ha devastato l’economia europea molto più
di quella americana.
Nel
frattempo, l’industria tedesca arranca.
BASF riduce investimenti in Germania e li
sposta altrove.
Il
costo energetico europeo resta più alto rispetto a quello statunitense e
cinese.
Le filiere industriali perdono competitività.
Ma a
Bruxelles sembrano convinti che le acciaierie possano funzionare con le
conferenze stampa di Ursula von der Leyen.
L’Epitaffio
Mediorientale.
Poi
c’è il Medio Oriente con Gaza a rappresentare il punto di rottura morale
definitivo.
Per
quasi due anni, gran parte dell’establishment europeo ha reagito alla
distruzione della Striscia con comunicati anestetizzati: “preoccupazione”,
“moderazione”, “diritto alla difesa”.
Nessuna
vera sanzione.
Nessuna
sospensione seria degli accordi.
Nessuna autonomia diplomatica rispetto a
Washington e Tel Aviv. Soltanto la Spagna di Pedro Sánchez ha assunto, almeno
parzialmente, una posizione diversa nel quadro europeo.
Il
risultato è devastante:
l’Europa
ha perso contemporaneamente credibilità politica nel Sud globale e stabilità
interna.
Si è
presentata al mondo come una potenza moralista incapace però di applicare i
propri principi quando gli interessi strategici americani entrano in gioco.
Nel
frattempo, il riarmo procede.
La
Germania annuncia programmi militari giganteschi.
La
Polonia accelera.
I bilanci della difesa crescono ovunque mentre
i sistemi sanitari arrancano e il potere d’acquisto crolla.
L’Europa
si sta trasformando in una piattaforma avanzata di confronto geopolitico tra un
Occidente in declino relativo e il blocco emergente eurasiatico.
E qui
si arriva al vero cortocircuito:
queste
élite parlano continuamente di “difesa della civiltà europea” mentre stanno
distruggendo le basi materiali della vita europea. Energia cara,
deindustrializzazione, militarizzazione, subordinazione diplomatica,
stagnazione salariale:
il capolavoro politico degli euro-atlantisti è
aver trasformato il continente più prospero del pianeta in un condominio
impaurito che compra missili americani mentre chiude le fabbriche.
Naturalmente,
in Italia il dibattito resta a livelli dadaisti.
Giorgia Meloni tenta operazioni cosmetiche con
bonus immobiliari e propaganda identitaria.
Carlo
Calenda continua a comportarsi come l’ultimo amministratore delegato di una
multinazionale fallita che pretende ancora di impartire lezioni di management
dal ponte del Titanic.
Matteo
Renzi rinasce ciclicamente come una soap opera scritta male.
E intorno, il solito sottobosco
mediatico-finanziario sogna governi tecnici, “responsabilità nazionale”,
centrismi miracolosi e altre reliquie degli anni Novanta.
Ma il
problema non è più elettorale.
È
storico.
La
domanda non è se questa strategia porterà a una crisi sistemica europea.
Ci è
già dentro.
La domanda vera è quanto durerà la fase di
decomposizione prima che qualche incidente geopolitico, economico o
terroristico venga utilizzato come detonatore definitivo.
Perché
gli orfani della Nato sembrano pronti a tutto pur di non accettare che il mondo
è cambiato.
Anche
a suicidarsi con impeccabile disciplina atlantica.
(Articolo
di Alex Marquez).
(kulturjam.it/in-evidenza/leuropa-atlantista-prepara-la-sua-eutanasia-il-suicidio-geopolitico-degli-orfani-della-nato/).
Il
Piano Segreto della Finanziaria 2026
per
Militarizzare l’Industria Italiana.
Conoscenzealconfine.it
– (12 Maggio 2026) - E. Gentili, F. Giusti – Centro Studi Politico-Sindacale –
Redazione – ci dice:
Nel
maxi-emendamento alla Finanziaria per il 2026 è stato inserito un comma che
consente la riconversione industriale a fini militari, parlando esplicitamente
di “progetti infrastrutturali, finalizzati alla realizzazione, all’ampliamento,
alla conversione, alla gestione e allo sviluppo delle capacità industriali
della difesa”.[1]
Questo
aspetto della Legge è incredibilmente passato in sordina nei mass-media
tradizionali, tanto che lo scorso mese abbiamo pensato di scriverci sopra in un
intervento dedicato [2], spinti a farlo anche dalle notizie provenienti dalla
Germania e dalla Francia su progetti di riconversione già avviati.
Non è
dato sapere quale sarà, in Italia, la posizione assunta dai sindacati
metalmeccanici (trattandosi prevalentemente di fabbriche dell’indotto
automobilistico), ma siamo preoccupati dal probabile assenso di alcuni fra
questi a processi di militarizzazione che possano salvaguardare, almeno in
parte, l’occupazione.
Nell’articolo
sopra menzionato avevamo citato alcuni casi emblematici di riconversione
bellica di stabilimenti dell’auto-motive – segnatamente quello relativo
all’azienda “Berco”, parte della “Thyssenkrupp” e produttrice di
componentistica per veicoli, che nello stabilimento di “Caparro” (FE) sta
iniziando la produzione di componenti per veicoli militari a fronte di un
investimento di partenza di 12 milioni di €.[3] In un altro intervento avevamo
parlato dell’esistenza di analoghe “trattative con il gruppo Stellanti Q”[4]
sempre finalizzate alla riconversione militare.
Ebbene,
negli ultimi mesi sono emerse delle evidenze piuttosto preoccupanti proprio in
relazione al gruppo Stellanti, probabilmente facilitate dalla promulgazione del
comma della Finanziaria di cui sopra. Due stabilimenti – Cassino e Melfi –
starebbero infatti sperimentando delle trattative per la riconversione.
Per quanto riguarda Cassino, il Sindaco Ferdinando
aveva dichiarato a fine 2025 che “la nascita della joint venture
Leonardo-Rheinmetall, la definizione dei programmi MBT e Aics per l’Esercito
italiano ed il progressivo ridimensionamento delle aree produttive Stellanti -
Cassino Plant- rendono sempre più chiaro che il nostro territorio è coinvolto
in una fase di trasformazione industriale profonda.
La
prospettiva di destinare parte dello stabilimento di Piedimonte San Germano
alla produzione di veicoli militari rappresenta un cambio di paradigma per
l’area del cassinate “.[5]
Nonostante
sia Stellanti che Leonardo (coinvolta nella possibile riconversione) avessero
smentito il Sindaco, la recentissima apertura di trattative col gruppo
automobilistico cinese “Dongfeng Motor Corporation” per la cessione dello
stabilimento [6] fa supporre che i capitalisti nostrani possano optare per la
riconversione al fine di evitare la vendita al gruppo cinese – in ciò
sicuramente supportati dal citato comma della Finanziaria, che non per caso è
comparso in questa fase politica.
Lo
stabilimento in questione, difatti, ha avuto un crollo produttivo del 37,4%.
Le
opzioni, quindi, potrebbero essere le seguenti:
l’ingresso
nella filiera bellica o in quella dell’auto-motive cinese;
il
progressivo disimpegno della proprietà con il contestuale ricorso strutturale,
per anni, agli ammortizzatori sociali al fine di scongiurare i licenziamenti,
accompagnata dalla lenta e silenziosa decadenza – e ridimensionamento – del
distretto industriale.
Per
quanto concerne l’indotto dello stabilimento di Melfi (aziende PMC e Borse),
invece, il Consiglio Regionale della Basilicata ha recentemente approvato una
risoluzione, a firma di Fratelli d’Italia, secondo cui bisogna rafforzare “la
politica di attrazione investimenti verso tecnologie industriali strategiche ad
applicazione civile prevalente e, ove pertinente, anche dual use”[7] (ricordiamo che le tecnologie
dual-use sono quelle utilizzabili allo stesso tempo sia in ambito civile che
militare).
La
riconversione militare, dunque, procede inesorabilmente. A farne le spese
saranno i lavoratori (che potranno subire licenziamenti in virtù della
riorganizzazione produttiva, nonché modifiche contrattuali e aumenti della
produttività) e la popolazione civile.
A
quest’ultimo proposito giova menzionare, infatti, “l’ultima uscita del Ministro
della Difesa russo, che individua come possibili obiettivi le fabbriche di
droni (o di componenti degli stessi) dislocate in vari paesi occidentali (…).
Nell’elenco
è compresa anche l’Italia, che secondo il Ministero russo produce droni per
l’Ucraina negli stabilimenti di CMD Avio (Veneto), MVFY, EPA Power e Gilardoni
(Lombardia)”.[8]
Chiaramente
quando si parla di riconversione industriale si può intendere anche altro, come
ad esempio le riconversioni a favore dell’industria green; tuttavia è proprio
quella bellica a sembrare il percorso privilegiato dell’industria
manifatturiera italiana. Alla luce di queste considerazioni si comprende la
finalità di quell’emendamento recepito nella Legge di Bilancio, emendamento
passato fin troppo inosservato anche nei settori pacifisti.
Prima
di soffermarci sulle conseguenze dei processi di militarizzazione, allora, si
renderebbe necessaria una maggiore attenzione alle dinamiche strutturali della
riconversione industriale.
(Articolo
di Gentili, F. Giusti – Centro Studi Politico-Sindacale).
Note:
([1]
L. 199/2025, art. 1, c. 280.)
([2]
E. Gentili, F. Giusti, Dalle auto alle armi: l’industria si prepara alla
guerra, 27 Aprile 2026, diogenenotizie.com/dalle-auto-alle-armi-lindustria-si-prepara-alla-guerra/.)
([3]
MIMIT, Comunicato stampa: Berco: azienda conferma al” Mimit” il piano di
risanamento e nuovi investimenti per lo stabilimento di Copparo, 25 Marzo 2026.)
([4]
E. Gentili, F. Giusti, Dove ci porta la riconversione bellica dell’auto-motive,
30 Marzo 2026,
diogenenotizie.com/dove-ci-porta-la-riconversione-bellica-dellautomotive/.)
([5]
P. M. Alfieri, “Produzione militare nel sito Stellantis”. La “riconversione” di
Cassino è un caso, 25 Novembre 2025,
“Avvenire”,avvenire.it/attualita/produzione-militare-nel-sito-stellantis-la-riconversione-di-cassino-e-un-caso_101312.)
([6]
F. Forni, Stellantis vende 4 stabilimenti ai cinesi? Che fine farà Cassino? 28
Aprile
2026,.auto.it/news/attualita/2026/04/28-8761524/stellantis_vende_4_stabilimenti_ai_cinesi_che_fine_far_cassino_.)
([7]
Redazione ANSA, Stellantis e indotto Melfi, il Consiglio regionale approva una
risoluzione unitaria, 13 gennaio
2026,ansa.it/basilicata/notizie/2026/01/13/stellantis-e-indotto-melfi-consiglio-basilicata-approva-risoluzione-unitaria_d52ee5b6-12c7-4781-85e5-c5923023653e.html.)
([8]
F. Giusti, E. Gentili, Droni nel mirino: la Russia minaccia le fabbriche
italiane tra Veneto e Lombardia, 18 Aprile 2026,
lantidiplomatico.it/dettnews-droni_nel_mirino_la_russia_minaccia_le_fabbriche_italiane_tra_veneto_e_lombardia/45289_66410/.)
(lantidiplomatico.it/dettnews-dalle_auto_ai_carri_armati_il_piano_segreto_della_finanziaria_2026_per_militarizzare_lindustria_italiana/45289_66802/).
La
banalità
del
male.
Ilpiacenza.it
– (09 maggio 2022) – Carlo Gianelli – Redazione – ci dice:
Questo
titolo si riferisce ad un testo ormai considerato un classico, scritto dalla
filosofa Hannah Arendt allorché nel 1961 inviata dal New Yorker a Gerusalemme,
per seguire il processo contro il criminale nazista Eichmann che si era
occupato dell’internamento di 5 milioni di ebrei nei campi di concentramento e
di sterminio, descrisse il resoconto del processo in un libro che venne appunto
intitolato:
la
banalità del male.
Fatta
questa premessa non voglio parlare del libro, ma solo del male che spesso e
volentieri si presenta in modo talmente scontato che sembra addirittura una
banalità.
Dal libro quindi passiamo a chi quel libro
l’ha ispirato, vale a dire al popolo tedesco, nel periodo della seconda guerra
mondiale.
Ed in particolare fissiamoci sul loro capo,
chiamato Fuhrer, responsabile del massacro di oltre sei milioni di ebrei.
Il suo nome è quindi entrato nella storia come
il criminale per antonomasia.
Infatti quando qualcuno muove una guerra di
aggressione, come oggi sta facendo Putin contro l’Ucraina, ecco che appare il
nome fatale, Hitler, considerato il peggior criminale della storia.
Che la
realtà fattuale inerente alle stesse immagini tramandateci dello sterminio
compiuto da parte dell’allucinato uomo coi baffetti, siano più che esaurienti
per definirlo il principe del male, quasi usurpando il titolo appartenente a
satana, è ormai entrato nelle coscienze di tutti quelli che hanno un minimo di
buon senso.
Ma se
questo è vero, molte di queste coscienze si sono per così dire distratte da un
altro criminale, che per ragioni non tutte chiare si preferisce non citare per
non dire volerlo rimuovere dalla storia.
Parlo,
come avrete intuito, di Stalin che come capo del governo dell’Unione Sovietica
e quindi del comunismo sovietico, si rese responsabile di crimini contro tutti
gli oppositori, ma grazie all’alibi della ideologia marxiana, quelle sue
efferatezze sono passate quasi sotto traccia.
Tanto
che quando mori nel 1953, autorevoli politici italiani, fra cui Il socialista
“Sandro Pertini” che poi sarebbe diventato il Presidente della Repubblica, ebbe
parole di cordoglio per la perdita di un uomo visto come un benefattore delle
classi povere.
Ed in termini più generali dell’umanità.
Citati
i due nomi, ora bisogna rivolgersi ai due diversi regimi da loro così
crudamente interpretati.
Da una
parte sta il nazional socialismo, versione più edulcorata, nella sua
spiegazione sociale e politica, del nazismo.
Un
sistema questo che poneva la Germania al di sopra di ogni altra nazione, per
questioni di tipo esoterico, misterico e addirittura mistico che per questo
doveva avere una giustificazione razziale di origine genetica.
Per la
quale tutto doveva ottenere per intrinseco motivo di superiorità etnica e
niente doveva dare.
L’ aspirazione alla conquista del mondo
diventava pertanto un diritto da raggiugere a qualsiasi costo.
Ebbene come sono andate le cose le sappiamo.
L’ideologia
perversa nazista, alla fine si è dovuta arrendere di fronte ai milioni di morti
provocati da una guerra assurda di natura razziale, lasciando la scia che quel
male non avrebbe mai più fatto parte dell’umanità.
Al
punto che quel vertice toccato, in fatto di crimini contro l’umanità, in
particolare verso gli ebrei, non avrebbe mai potuto avere un uguale nei fatti e
nelle coscienze di fronte ad altri eventi storici, che per crudeltà non
avrebbero mai raggiunto un tale livello di esaltazione di odio collettivo.
A questa ideologia perversa se ne
contrapponeva un’altra, quella comunista.
Proposta e propagandata dal filosofo di
origine ebrea Karl Marx, che in occasione della nascente rivoluzione
industriale, prima in accordo e poi in opposizione al filosofo Hegel, diventa
un teorico del socialismo e poi un profeta della rivoluzione proletaria.
Nel suo più famoso libro:
Il
Capitale espone infatti tutte le sue critiche nei confronti della economia
politica come asservimento della classe lavoratrice al capitale, inteso come
forza capitalista, protesa a perseguire i suoi fini di lucro, senza curarsi del
bisogno del popolo lavoratore sfruttato ed oppresso.
Con
Marx si genera allora una nuova rivoluzione politica e culturale che diventa
presto una sociologia.
Dove emergono tutte le contraddizioni fra il
lavoro di molti non retribuito secondo giustizia e il vantaggio di pochi che
possedendo i mezzi di produzione si arricchiscono al fine di generare la
proprietà privata.
Sovvertendo questa contraddizione, il
lavoratore da alienato per essere privato addirittura della propria identità,
solo attraverso la rivoluzione di classe acquista una nuova dignità.
Diventando
attraverso il lavoro l’artefice di un nuovo mondo sociale detto appunto
comunismo.
Da tale presupposto fino ad ipotizzare una
società di tutti uguali, nulla ci manca.
Questo,
per grandi linee, è quello che è successo in Russia al tempo di Stalin.
Dove
chi non era d’accordo ed ambiva col proprio lavoro a costruirsi un minimo di
indipendenza, veniva considerato nemico del comunismo e quindi soppresso o
relegato nei campi di concentramento.
Dove
fatiche massacranti, il clima rigido (in genere era la Siberia) e
l’alimentazione scarsa, provvedevano a generare naturalmente, nel disfacimento
fisico, quello che spesso si poteva ottenere con le armi, risparmiando sulle
pallottole.
Detto
questo se non è lecito paragonare le due ideologie criminali, nazismo e
comunismo, sulla base del solo numero dei morti, che per la verità sono di gran
lunga maggiori nei regimi comunisti, sia almeno lecito chiedersi il perché
della prima se ne parla come la massima espressione della criminalità e della
seconda si è preferito stendere un velo di ipocrisia, per non impadronirsi
della realtà.
La ragione a mio avviso pende da una sola
parte, come è successo, in quanto l’ideologia nazista non possiede elementi
giustificativi.
È errata in sé, per la sua natura totalmente
perversa, che dal super uomo nietzschiano, passa alla collettività della
supremazia razziale che, come detto, acquista la dimensione della follia pura.
Al
contrario il comunismo, con questa sua altra follia del tutti uguali, per la
coercizione dello stato padrone, ha avuto un sussulto di cambiamento.
Sostituendo la sua primitiva origine di pura
spettanza economica, ad una visione più moderna, dove la chiave umanistica ha
preso il sopravvento.
Dunque non più lotta di classe ad oltranza per
ottenere il benessere economico (vedi Sartre) in parte raggiunto quanto meno ai
fini della sopravvivenza, ma una nuova rivoluzione di promozione umana.
In questo modo, l’interesse dell’analisi
marxiana legata alla produzione e al profitto, subisce pertanto un drastico
cambiamento stavolta non violento.
In cui ogni interesse verso la promozione
della condizione umana per la ricerca se possibile della felicità, prende il
sopravvento sulla condizione economica.
Il nemico allora non è più lo sfruttamento del
lavoro, ma il processo dell’alienazione che si produce nella società
capitalistica.
Dove indipendentemente dalle condizioni
lavorative diverse fra loro per mansioni e competenze, si genera una condizione
di comune alienazione.
Al
punto che tutti sono uguali nel riconoscersi in questa dimensione. Dove, senza distinzione, ognuno diventa una
merce fra le merci, con l’abolizione in questo modo delle classi.
Il risultato è che il borghese ed il povero,
da nemici diventano entrambi amici insoddisfatti, causa l’alienazione e la
conseguente perdita dell’identità.
Ecco
allora che il comunismo cambiando faccia, si è proposto modernamente come una
forza di liberazione, riacquistando credito soprattutto fra gli intellettuali.
In questo modo il mito del comunismo, si
impossessa quietamente della gente non più mossa dalla vecchia lotta di classe,
ma dalla comune voglia di raggiungere la felicità.
Da
tutto questo ne deriva che il male è uno solo, il nazismo ed il suo profeta è
sempre lui, Hitler.
A
questo punto avanzo una mia raccomandazione.
Andiamoci
piano a paragonare i nuovi dittatori guerrafondai e dominati dall’idea di
conquista, al principe del male.
Così
facendo rischiamo di fare due errori.
Perdere
un po’ di obiettività nel valutare le persone, che per quanto meritevoli di
condanna difficilmente, per le ragioni dette, possono essere messe sullo stesso
piano del fanatico genio del male.
Nello stesso tempo, va considerato il rischio
che inflazionando quel nome, la mente possa di abituarsi a tutto.
In quanto col tempo alla vergogna dell’orrore,
non si può escludere possa subentrare, per pigrizia mentale, la rimozione del
ricordo che riguarda nel caso specifico la figura di Hitler con tutta la sua
carica maligna.
Infatti
anche la troppa inflazione può generare per contrasto l’effetto opposto, la
stagnazione della memoria, quindi attenzione!
(ilpiacenza.it/blog/anticaglie/la-banalita-del-male.html).
(© Il Piacenza).
LA
TRAGEDIA DEL COMUNISMO.
Opinione.it - Renato Cristin – (25 febbraio
2025) – Redazione – ci dice:
La
tragedia del comunismo.
Nel
primo anniversario della drammatica e oscura morte di” Aleksej Navalny” nel
carcere di massima sicurezza di “Charm”.
La
storia europea è punteggiata, addirittura intrisa di feroci guerre, di
sanguinosi conflitti, di immani tragedie.
Guerra
significa morti.
Molte
guerre, molti morti; e i caduti nel corso di tutte queste guerre sono
probabilmente incalcolabili.
Limitandoci
alle due guerre mondiali, che hanno avuto l’Europa come epicentro e come
principale teatro, arriviamo a circa 100 milioni di morti.
Ebbene,
100 milioni di morti sono stati causati anche da un’altra grande tragedia, che
non viene rubricata come guerra ma che ha devastato, in misura maggiore o
minore a seconda delle aree, l’intero mondo, sotto la forma di regimi
dittatoriali accomunati da un denominatore chiamato ideologia comunista.
Il
disastro causato da questa ideologia non è stato dunque esclusivamente europeo,
ma certamente in Europa, a prescindere dal numero effettivo di vittime sul suo
suolo, il comunismo ha prodotto una tragedia particolarmente eclatante.
Di
esso, come regime e come ideologia, è noto ormai pressoché tutto, dal punto di
vista storiografico e da quello politico.
La
bibliografia è vastissima.
Cito un testo per tutti: il “Libro nero del
comunismo”, curato nel 1997 da “Stéphane Courtois” e che, detto per inciso, è
stato tradotto in italiano grazie alla sensibilità politica di Silvio
Berlusconi.
Ciò
nonostante, ci sono ancora drammatiche lacune da colmare, misfatti ancora
occultati o misconosciuti, episodi oscuri e verità ancora da ripristinare.
Sono
trascorsi poco più di cent’anni dalla rivoluzione bolscevica, eppure le
sciagure, le tragedie, i massacri causati da quella origine sono stati (e
ancora sono) di tale portata che, secondo il metro e il senso dello sviluppo
storico, sembra che siano trascorsi svariati secoli.
E al tempo stesso sembra ieri, quando ha
iniziato a manifestarsi a livello statale quel virus germinato fin dalla metà
del XIX secolo a partire dalle teorie di Marx e dai movimenti rivoluzionari ad
esse ispirati.
In
quanto regime totalitario, il comunismo va associato, pur nelle differenze, al
nazionalsocialismo.
Entrambi
hanno prodotto devastazioni indicibili e massacri immani. Quando si parla di
tragedia europea, il primo pensiero va, giustamente, alla Shoah, allo sterminio
della popolazione ebraica, al genocidio perpetrato dalla follia nazista;
ma
tragedia europea è stato anche il gigantesco crimine collettivo commesso dal
comunismo.
Stabilita
e affermata l’unicità della Shoah, comunismo e nazismo sono entrambi infernali
macchine di morte, di eliminazione fisica e di annullamento psichico degli
individui, e rappresentano i due volti del totalitarismo novecentesco.
Fra
parentesi:
c’è
anche un terzo totalitarismo, l’islam radicale, che è vivo e minaccioso, e che conta
su un bacino di affiliati più vasto e, in quanto fondato su una religione,
ancor più fidelizzato di quello già ampio del comunismo.
Come
scrisse “Courtois”, «il comunismo è stato il fenomeno fondamentale del
Novecento, perché si trova proprio al centro dello scenario storico.
Preesisteva
al fascismo e al nazismo ed è sopravvissuto a essi, colpendo i quattro grandi
continenti».
Dilagando,
e trascinando con sé, nel disastro, interi popoli.
Il
comunismo però non è sepolto sotto alle macerie del Muro di Berlino, ma
continua ad agitarsi in ogni direzione.
Non è
morto, né come ideologia né come forma di Stato, sia pure diversa rispetto al
passato (come si vede oggi in Cina, Cuba, Venezuela, come pure in Russia, che è
un regime sostanzialmente neo-sovietico), ma la propaganda della sinistra
occidentale vorrebbe indurci a credere che invece sia davvero finito.
Vivo e
morto al tempo stesso?
Questo equivoco è prodotto e viene alimentato
dai centri operativi di quella stessa ideologia, attivando un doppio movimento,
quasi dialettico, con il quale stringere come in un cappio la coscienza
politica, soprattutto quella del mondo occidentale:
morto
sarebbe il sistema sovietico (il socialismo reale), viva invece sarebbe l’idea,
che prima o poi dovrebbe trovare una realizzazione adeguata corrispondente alla
bontà, si fa per dire, dei suoi obiettivi.
Così,
pur sconfitto dall’Occidente liberaldemocratico, il comunismo resta un nemico
attivo da affrontare con determinazione.
In tal senso, si osservano alcuni segni di un
orientamento, sia pure ancora flebile, di condanna.
L’Unione Europea – al netto di tutte le sue malefatte
legislative, di tutte le sue sciagurate iniziative di integrazione forzata dei
popoli e di tutte le critiche che giustamente vanno indirizzate alla sua
struttura burocratica che come un buco nero di antimateria disintegra le
energie vitali dei popoli europei (con sguardo esperto e penetrante, Vladimir
Bukowski colse inquietanti ed effettive analogie fra la burocrazia di Bruxelles
e quella del Cremlino) –, nonostante tutto ciò, l’Unione Europea ha il merito –
parziale e ancora insufficiente, ma incamminato sulla buona strada – di aver
quanto meno denunciato l’essenza criminale del comunismo.
Dopo
tanto tempo e tanti sforzi, nel 2019 il Parlamento Europeo ha infatti votato
una risoluzione di condanna dei regimi totalitari con la quale nazismo e
comunismo vengono equiparati in quanto regimi totalitari.
Oggi,
la risoluzione del Parlamento europeo del 22 gennaio di quest’anno sulla
«disinformazione e falsificazione della storia da parte della Russia per
giustificare la sua guerra di aggressione contro l’Ucraina» fa un passo avanti
rispetto alla risoluzione del 2019, perché fornisce anche un supporto normativo
operativo: il divieto di esporre i simboli dei due totalitarismi, cioè svastica
e falce e martello.
Sembra
poca cosa, ma in realtà è un significativo risultato culturale e politico,
perché questo divieto, che per altro è già in vigore negli Stati Baltici, può
costituire la base per far emergere il senso distopico del comunismo e
contrastarne le insorgenze nella società, fino a farne risaltare il profilo che
si nasconde anche fra i torbidi gestori della burocrazia di Bruxelles.
C’è
sempre bisogno infatti di un lavoro educativo a largo raggio, perché –
nonostante i massacri, i genocidi compiuti sotto le insegne della falce e
martello – gran parte della sinistra europea continua a derubricare tutto ciò
come effetti collaterali del tentativo di instaurare una società egualitaria, e
continua a praticare il medesimo inganno ideologico adattandolo a una realtà
storico-sociale molto diversa.
Non
facciamoci ingannare dai sinistri mascherati da buonisti, dai burocrati
camuffati da filantropi, dai progressisti che si fingono liberali.
Timeo Danarosa,
e vanno temuti proprio perché recano doni.
Sullo
sfondo di tutti i regimi comunisti c’è il drammatico tema dell’odio che essi
hanno sempre scatenato contro la religione e contro il cattolicesimo in
particolare.
La
loro tesi è:
se il
comunismo dev’essere oggetto di fede, non può essere tollerato alcun altro
credo religioso.
Da qui
le persecuzioni contro gli ecclesiastici e contro chiunque professasse
pubblicamente la fede cristiana (mentre l’ortodossia russa era parzialmente
accettata perché era diventata conciliante e talvolta perfino connivente con il
potere sovietico).
Da qui la repressione, fino all’uccisione, nei
confronti di ecclesiastici e laici, accomunati nella testimonianza della fede.
Impossibile
farne l’elenco, ma doveroso ricordarne il sacrificio.
Ne scelgo uno per tutti:
Jerzy
Popiełuszko, il cappellano di Solidarnosc assassinato a Varsavia dalla polizia
politica nel 1984, quando era primo ministro il generale Jaruzelski.
Questa era la «Chiesa del silenzio», tra i cui
martiri si inscrivono i tre sacerdoti oggi commemorati.
E
ridotta al silenzio sarebbe stata la Chiesa anche in Occidente, se
quell’ideologia avesse preso il potere, come dimostra, per esempio, l’uccisione
di circa settemila sacerdoti spagnoli da parte delle brigate anarco-comuniste
durante la guerra civile o, in terre italiane e limitrofe, le centinaia di
esponenti del clero assassinati dai comunisti prima e dopo la fine della
seconda guerra mondiale.
Oggi
in Occidente la religione cristiana continua ad essere sotto il medesimo
attacco, sia pure non così sanguinario.
Vediamo ancora marxisti coerenti con la loro
sempiterna lotta alla religione, ma si tratta di forme residuali, perché il
marxismo è entrato nel cristianesimo e quest’ultimo, uscito da sé stesso,
utilizza teorie riconducibili al marxismo.
Vediamo
cattolici laicisti, progressisti anticattolici, sinistri anti-identitari e
perciò anticristiani (e antisionisti ovvero antiebraici, e su questo punto si
saldano con la pseudo destra filo-russa).
Vediamo
fanatici europeisti antireligiosi e soprattutto anticristiani:
la mancata menzione delle radici
ebraico-cristiane dell’Europa non è solo una macchia incancellabile sull’Unione
Europea ma anche un palanchino per scardinare la coscienza religiosa
tradizionale dei popoli europei.
Qui si
mostra l’ottusità delle istituzioni di Bruxelles, che vedono nella religione un
ostacolo alla loro idea di integrazione forzata:
è vero
che lo spirito religioso cristiano contrasta (ed è bene che sia così) con la
laicizzazione burocratica, ma è anche vero che questo spirito, se adeguatamente
valorizzato, potrebbe fornire un apporto fondamentale per l’armonizzazione dei
popoli e degli Stati dell’Unione europea, a vantaggio di tutti.
Ma
purtroppo gli europeisti ottusi non lo possono capire.
Con
l’islam le istituzioni europee hanno un rapporto diverso, di tipo più
pragmatico, dettato da convenienze più che da convinzioni, e munifico di
concessioni di ogni tipo.
Premessa per l’instaurazione di Eurabia?
Forse,
e quindi occorrerà impegnarsi a fondo per evitarla, così come è necessario
impedire l’avvento di Eurasia, che gli strateghi politici e culturali del
Cremlino auspicano, dicendo Eurasia ma pensando Russia europea.
Lo
stolido laicismo radicale dell’Unione Europea è il riflesso di una altrettanto
insipiente concezione dei rapporti con le identità dei vari popoli, rapporti
basati esclusivamente sull’imposizione normativa e sulla gestione burocratica,
dannose non solo a quelle identità particolari ma anche controproducenti,
perché stanno causando danni alla stabilità della stessa Unione Europea.
Per chi lavorano dunque questi sedicenti
europeisti, se la loro azione sta affossando l’Unione Europea?
Ecco
che si comprende allora il senso della critica talvolta radicale ma sempre
precisa che alcuni leader politici – e penso in primo luogo alla Presidente del
Consiglio Giorgia Meloni – esercitano con determinazione e, mi auguro, con
sempre maggiore successo, nei confronti delle istituzioni di Bruxelles.
E della premier Meloni va anche valorizzato il
costante impegno, ideale e concreto, a contrastare l’ideologia comunista in
tutte le sue forme e a difesa delle vittime di quella ideologia.
Ora,
fra i vari aspetti caratteristici del comunismo – tra i quali la lotta, anzi
l’odio contro la proprietà privata è forse il più noto –, evidenzierò qui tre
che sono emblematici della configurazione teorica e dell’architettura
pragmatica della galassia comunista:
la
pratica onnipervasiva della menzogna, il controllo sistematico e l’uso della disinformazione.
1) La
pratica della menzogna viene esercitata non solo come modo di informazione
istituzionale ma anche come forma di esistenza delle persone e delle loro
strutture organizzate.
La falsità generalizzata è uno dei caratteri
primari della vita nei regimi comunisti, ed è una necessità politica, sociale e
perfino antropologica, perché il comunismo ha potuto e può realizzarsi solo
nascondendo e mistificando non soltanto la terrificante realtà dei suoi regimi
ma anche la sua orribile ideologia.
Sulla
menzogna si è retta la dittatura sovietica, su di essa continuano a sostenersi
i regimi comunisti attuali e tutti i movimenti che in varia forma discendono
dal marxismo-leninismo o che di esso sono varianti progressiste, postmoderne, politicamente
corrette o come le si voglia chiamare.
Come
annotò Boris Bovarine nel 1937, «essendo l’elemento naturale per i bolscevichi
di tutte le sfumature, mentire non è più mentire, è fare politica».
La menzogna finisce non solo per assumere i
tratti della normalità, ma pure per trasformarsi in un carattere antropologico
essenziale:
l’homo
sovietico è un homo mendace, altrimenti non solo non sarebbe sovietico ma non
sarebbe nemmeno uomo.
Se non diventa sovietico, egli è un
Untermensch, come lo è l’ebreo per i nazionalsocialisti.
Nei
regimi comunisti la menzogna viene praticata in combinazione con il terrore, e
lo stesso avviene – sebbene in forma non così appariscente – negli attuali
movimenti della sinistra, le cui tesi e le cui parole d’ordine vengono diffuse
mediante il terrorismo psicologico o, come ha spiegato Richard Millet, il
«terrorismo letterario» o culturale.
Il
terrore è la principale conseguenza della menzogna.
Per
capire quanto la menzogna fosse penetrata in profondità nella mente sovietica,
basti ricordare le parole di Solgenitsin:
«la
menzogna generalizzata, imposta, obbligatoria, è l’aspetto più orrendo della
vita delle persone nel nostro paese».
Ma il
regime pretendeva che l’orrore fosse a tal punto nascosto da apparire come il
suo opposto: splendore.
Si voleva raggiungere quello stadio in cui la
menzogna fosse vista come verità: se tutti mentono, nessuno mente.
Qui la
logica viene sconvolta nelle fondamenta, il modus ponnese e il modus tollese
cortocircuitano, perché è vero che tutti mentono, ma è falso che nessuno mente.
È
dunque fino all’assurdo che l’ideologia comunista è arrivata, fino al punto in
cui la menzogna viene spacciata per verità:
assumendo
e distorcendo la proposizione di Hegel secondo cui «il tutto è il vero», gli
ideologi del bolscevismo potevano sostenere che nel socialismo realizzato
nessuno mente, perché essendo parte di esso in quanto totalità, tutti non
possono che essere nella verità, perché appunto il tutto è il vero.
Povera
dialettica hegeliana, stravolta in modo abominevole.
Premessa teorica del totalitarismo, che non
tutti i marxisti occidentali però accettavano:
«il tutto è il falso», afferma infatti il
marxista critico “Theodor Adorno”, che pur da marxista respinge il
totalitarismo sovietico.
La
menzogna è non solo l’opposto della verità, ma è anche la negazione della “parresia”,
del parlare con chiarezza e onestà, cioè di quell’antico pilastro della cultura
politica greca che consiste nel dire la verità, perché solo la verità – come
avrebbe successivamente e definitivamente insegnato Cristo – rende liberi gli
uomini;
solo
la verità permette il confronto politico;
solo
la verità permette il dispiegamento della democrazia, solo nella verità si
dispiega la libertà.
Ed è
proprio la libertà, individuale e collettiva, che il sovietismo (e il comunismo
di ogni epoca) vuole sopprimere.
Eretta
a sistema – politico, istituzionale, culturale e mentale –, la menzogna diventa
assoluta e quindi agli occhi di chi vive in quel sistema finisce per
scomparire.
Ma per
chi, in quel medesimo sistema, la vede e la denuncia, si apre la via
dell’inferno.
Ecco
che compaiono (e scompaiono nel gulag) i dissidenti.
Elenco
lunghissimo, liste infinite, infinito dolore:
itinerarium
mentis et corporis in Gulag.
Cambiano
i tempi ma la sostanza, pur camuffata diversamente, resta identica:
dall’Unione
Sovietica alla Russia attuale; da Mao a Castro, da Chávez a Putin, dal
movimento del ‘68 ai movimenti terzomondisti, fino al “progetto totalitario del
politicamente corretto”.
E
poiché quella essenza è, appunto, menzognera, dev’essere appunto dissimulata,
affinché la falsità non venga riconosciuta e, pian piano, venga percepita come
verità.
La
menzogna riesce così a piegare la realtà ai suoi scopi.
Se
infatti, secondo la frase attribuita a Goebbels, una bugia ripetuta cento,
mille, un milione di volte, diventerà una verità, replicare mille volte la
struttura sociale basata su quella falsa verità produrrà – letteralmente – una
realtà.
Come
scrisse Orwell:
«se
tutti accettavano la menzogna imposta dal Partito, se tutti i documenti
raccontavano la stessa favola, ecco che la menzogna diventava un fatto storico,
quindi vera».
Una volta dunque introiettata la menzogna, è
difficile estirparla ed è facile controllare gli individui, perché essi la
credono una verità.
Ben lo
sapeva Bukowski, che per non voler credere a quella falsa verità subì anni di
internamento, comminati allo scopo di curarne la dissidenza politica
diagnosticata come devianza mentale:
l’ospedale
psichiatrico era dunque il luogo adatto per detenere coloro che non riuscivano
ad apprezzare il paradiso comunista e che, di conseguenza, non potevano essere
altro che pazzi.
Il
comunismo viene annunciato come il paradiso in terra, e i suoi cantori
spacciano per utopia una distopia; spacciano per società buona e giusta una
società malvagia e ingiusta.
Questo
è uno dei punti ideologici centrali che vanno smascherati:
il comunismo non è buono nemmeno nella sua
forma ideale.
2) Per
proteggere la loro ciclopica menzogna, i vari regimi – ieri e oggi – devono
tutti reggersi sul controllo.
Il
regime controllava gli spostamenti delle persone, anche orientandoli verso
determinate mete;
possedeva i mezzi di informazione, plasmando
l’opinione pubblica; vigilava sui rapporti interpersonali e familiari;
tentava di controllare perfino le menti degli
individui.
Per un
migliore risultato in questa vasta azione di sorveglianza, veniva incentivata
la delazione, come ha magistralmente descritto” Florian Henckel von
Donnersmarck “nel film “Le vite degli altri”.
Così
il controllo passa da azione verticale ad attività orizzontale, sgravando i
nuclei centrali di sorveglianza e trasformando i controllati in controllori,
che non vigilano però sul potere bensì sui loro pari, sui loro concittadini,
vicini di casa, parenti.
Applicazione
scientifico-sociale della teoria.
Così
il potere consegue il massimo risultato con il minimo sforzo, utilizzando i
sudditi come sorveglianti.
Tutti
controllori, e perciò necessariamente delatori.
E
tutto confluisce nei centri di raccolta delle informazioni, dai quali si dirama
poi il sistema giudiziario e quello carcerario:
la delazione denuncia il dissidente, che viene
condannato dal tribunale (del popolo ovviamente) e poi spedito nel gulag o nel
carcere più o meno duro.
Il
Gulag è il simbolo più atroce dell’universo carcerario comunista.
Il
Gulag è il Golem sovietico, il mostro che sgretola l’essere umano.
Come
scrive Barlaam Salamoi a Boris Pasternak l’8 gennaio 1956, quattro anni dopo
essere stato scarcerato dal gulag siberiano della Kolyma,
«il
fatto fondamentale è la corruzione della mente e del cuore, quando l’enorme
maggioranza delle persone si persuade di giorno in giorno, in modo sempre più
netto, che si può vivere senza carne, senza zucchero, senza vestiti, senza
scarpe, ma anche senza onore, senza coscienza, senza amore, senza dovere».
Questo è il Gulag – versione sovietica del
Lager nazista –: luogo di sterminio dello spirito oltre che del corpo.
Il
controllo doveva essere totale; controllo a tutti i costi.
Analogamente
a quanto accade con la menzogna, il regime voleva arrivare a un rovesciamento
dialettico della realtà:
tutti controllati, nessuno controllato.
Ennesima
falsità. La realtà piegata all’ideologia.
Se non
sottostare alla menzogna, all’epoca dell’Unione Sovietica conduceva diritti
all’inferno del gulag o alla fucilazione, oggi, nella Russia putiniana, gli
oppositori vengono spediti al carcere duro e in molti casi portati alla morte,
come è accaduto ad Aleksej Navalny, stroncato nella colonia carceraria artica
n. 3 esattamente un anno fa.
Il gulag in quanto tale è stato dismesso, ma i
suoi surrogati funzionano a pieno regime, con una leggera variazione nella
formula di condanna: la vecchia antisovetskaja agitacija, la propaganda
antisovietica, è oggi trasformata in «propaganda antinazionale».
Un
esempio:
nel marzo 2023 Vladimir Kara-Mura è stata
condannata a venticinque anni di carcere con la seguente motivazione:
«alto tradimento e reati di natura politica
per aver contestato l’invasione dell’Ucraina», ed è stato poi scarcerata
nell’agosto 2024 solo grazie a un accordo per uno scambio di prigionieri con
gli Stati Uniti.
Insomma,
i meccanismi del potere sono rimasti identici: un tempo si reggevano su
ideologia marxista-leninista e burocrazia, oggi su burocrazia e una nuova
ideologia (l’eurasianismo, elaborato in particolare da Aleksandr Dugin, che
mescola nazionalismo russo, messianismo antiliberale e bolscevismo, il tutto in
funzione dichiaratamente antieuropea e antioccidentale), ma con la medesima
tecnica. A saldare le due epoche sono le strutture degli onnipotenti servizi
segreti, invariati nella forma e nella sostanza: il KGB prima, l’FSB oggi.
Continuità, dunque. Perché, come spiega ancora Bukovskij, «la nostra tragedia
nazionale è che non c’è stata una chiara sconfitta del sistema comunista,
nessun processo stile Norimberga per i suoi crimini, nessuna purificazione.
L’Occidente si è affrettato a celebrare la fine della Guerra Fredda e la
vittoria della democrazia nei paesi dell’ex cortina di ferro, ma la vecchia
nomenklatura comunista è rimasta al potere a tutti i livelli, anche se sotto
altro nome».
Nel
mondo occidentale, individuare i segnali del controllo serve a svelare la
presenza di questa pervicace ideologia.
Per fare solo un esempio di grande impatto, ne
abbiamo visto le tracce nella sciagurata gestione politico-sanitaria della
pandemia da Covid.
Il
virus cinese e comunista (cinese per la sua origine, comunista perché prodotto
e diffuso con l’avallo del Partito comunista cinese, che controlla qualsiasi
attività di alto livello di sicurezza e che stabilisce se e come impiegarne i
prodotti, in questo caso SARS-CoV-2), quel virus ha trovato un ambiente
politico-ideologico recettivo nell’Occidente liberaldemocratico, che lo ha
gestito in modo illiberale come in Cina.
Al
virus microbico si è aggiunto il virus ideologico.
Il
primo si insinua nell’organismo fisico, il secondo infetta le menti, quelle già
pronte ad accoglierlo o inclini alla tirannide.
Tempesta perfetta. Comunismo realizzato.
Liberalismo annichilito.
Per fortuna – e anche per la posizione ferma
di alcune forze politiche (non posso non menzionare ancora Giorgia Meloni, che
si è sempre opposta al diluvio di obblighi vaccinali e di lasciapassare
sanitari da cui siamo stati sommersi, e che ha voluto la Commissione
parlamentare d’inchiesta sulla pandemia) –, per fortuna dicevo, il test pandemico
comunista non ha avuto seguito (pur avendo lasciato dietro a sé migliaia di morti e
danni colossali), ma il liberalismo è sempre sotto attacco.
3) La
menzogna viene alimentata dalla disinformazione, che si insinua fra le pieghe
della società e invade i cervelli delle persone, e che a sua volta è
indispensabile per mantenere e rafforzare il controllo. Dinamica circolare,
circuito chiuso.
La
dezinformatjia sovietica si è sempre congegnata, fin dagli anni Venti, con due
azioni congiunte:
per un
verso mascherare la realtà dell’inumano sistema sovietico tessendo le lodi del
magnifico mondo comunista; per un altro verso e parallelamente diffamare il sistema
liberal-capitalista descrivendolo come un mondo decadente, degenerato,
destinato a soccombere dinanzi alla forza vitale dello Stato bolscevico.
Ed
entrambe le azioni erano rivolte sia all’interno sia all’esterno del blocco
sovietico.
All’interno
occorreva, da un lato, nascondere la realtà miserevole ammantandola di fasti
futuri, correlandola all’obiettivo finale che giustifica non solo la miseria ma
anche i massacri;
e
dall’altro lato occorreva distorcere la realtà occidentale affinché i sudditi
non ne vedessero gli aspetti positivi.
All’esterno il doppio movimento era identico
nella motivazione ma diverso nell’attuazione, perché doveva trovare le chiavi
adatte per entrare nella mente di popolazioni – quelle dei paesi occidentali –
molto diverse dai russi per storia e abitudini.
Oggi
avviene la stessa cosa: magnificare il mondo russo e infangare quello occidentale.
Certo,
è vero che l’Occidente è in crisi e il suo spirito è sofferente, è vero che sta
subendo drammatiche distorsioni di alcuni dei suoi princìpi tradizionali, è
vero che i nemici interni (progressisti, marxisti, fanatici del wokeism,
terzomondisti, anti-atlantisti e filo-putiniani) lo stanno erodendo
affiancandosi così ai nemici esterni, ma è irricevibile che a denunciare e
cavalcare questa crisi sia quel sistema di corruzione suprema dello spirito che
è l’attuale sistema russo.
È
grottesco che il patriarca Kirill, ex agente del KGB, possa impartirci lezioni
di morale o di religiosità. Non vengano a raccontarcela.
Questo è l’impero fondato sulla menzogna e sulla
disinformazione, oggi come allora.
Il ricorso ai capisaldi della tradizione russa
viene mescolato con alcune parole d’ordine del socialismo:
lotta
contro il fascismo e contro la decadenza del mondo occidentale; ortodossia
religiosa coniugata a quella difesa della patria che cela il nazionalismo russo
e abbandona l’internazionalismo.
Certo,
come affermava” Lord Acton”, «il potere tende a corrompere, e il potere assoluto corrompe
in modo assoluto», e ciò vale per tutte le epoche e per tutte le civiltà. Questa massima,
che per realismo politico eguaglia la straordinaria lucidità di Machiavelli,
reca in sé un monito:
è
necessario che il potere non sia mai assoluto e che, perciò, contenga e ammetta
il pluralismo. E proprio in ciò consiste la differenza fra totalitarismo e
liberalismo.
Questa
è stata la principale differenza fra il mondo occidentale e la dittatura
comunista (e ovviamente anche nazista), e questa continua ad essere la
differenza tra l’Occidente e la Russia putiniana, della cui attività di
disinformazione così riferisce Stéphane Courtois:
«è
sfruttando reti di propaganda e di disinformazione in tutto il mondo che [la
Russia di Putin] tenta di minare dall’interno l’unità occidentale, se non
addirittura di innescarvi la guerra civile».
E
continua: «questa
propaganda mutua alcune modalità della sua antenata sovietica, ma ha una
propria originalità ed è molto più capillare da quando ha abbandonato i suoi
tratti ideologici specifici. È composta da tre elementi: destabilizzazione,
confusione e minimizzazione».
Tutto come un tempo: mentire,
minimizzare e metabolizzare.
Si racconta che nel 1935 il direttore della
fabbrica di trattori a Celjabinsk avesse riferito a Stalin che più di un
milione di persone erano morte di fame negli Urali, nella regione al di là del
Volga nella Siberia occidentale.
E fu
in quella circostanza che Stalin avrebbe pronunciato la famigerata frase «un morto è una tragedia, un milione
di morti sono statistica».
In
questa espressione troviamo tutto il significato del modo in cui il comunismo
si rapporta agli assassinii di massa: relativizzazione, minimizzazione,
cinismo assoluto. Infatti, se una morte è una tragedia e un milione è statistica, cento milioni di persone uccise
sarebbero archivio, un fatto meramente burocratico, nemmeno più politico.
Tutto
come un tempo: i dissidenti vengono silenziati o fatti sparire.
Come Anna Politkovskaja, la quale scrisse:
«non eravamo dove credevamo di essere arrivati plaudendo a Gorbačëv e scendendo
in piazza con Eltsin, ma a metà strada tra Stalin e Brežnev.
Il
nostro cammino va a ritroso: dalla stagnazione di Brežnev verso lo Stalin a cui
“tutto è permesso”».
Non
dimentichiamo, come constatò amaramente Plinio Correa de Oliveira, che il
comunismo «è
la più terribile macchina di perdizione e falsificazione che il demonio abbia
generato nel corso della storia», e quindi esercitiamo il ricordo per impedirne il
ritorno, e al tempo stesso attiviamoci per smascherarne le metamorfosi.
La
grande tragedia storica del comunismo infatti può ripetersi, ma non secondo la
formula marxiana – la prima volta come tragedia e la seconda come farsa –,
bensì nella forma della catastrofe, di un abisso pronto a inghiottire
l’Occidente.
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