Russia e Cina e il resto del mondo.

 

Russia e Cina e il resto del mondo.

 

Cosa si pensa nel resto del mondo?

Intervista cinese a Putin.

 Contropiano.org – Xinhua – (19 settembre 2025) – Redazione – ci dice:

 

Se si guarda con un minimo di distacco emotivo il panorama dell’informazione occidente – quella italica è un caso di morte cerebrale ormai conclamato – ci si accorge subito che ciò che accade nel resto del mondo è sostanzialmente ignorato.

 Almeno fin quando non ci si inciampa sopra.

 

Peggio ancora, non sappiamo praticamente nulla di quel che si pensa – e come, e perché lo si pensa – al di fuori degli ormai ristretti confini dell’area euro-atlantica.

 

L’ammissione involontaria arriva dagli stessi gazzettieri-propagandisti che riempiono i media nostrani con titoli come “cosa c’è nella mente di Putin”, “cosa vuole XI Jinping”, e naturalmente tutti gli altri che preoccupano appena meno.

 

Non possiamo garantirvi una copertura completa o sistematica, ma cominciamo a darvi qualche informazione in più, grazie in questo caso a “Silvana Sale” che ha tradotto un’intervista di “Xinhua” a Vladimir Putin, fatta poco prima della grande parata del 3 settembre per l’80esimo anniversario della vittoria sull’invasore giapponese.

 

Come dovrebbe esser noto, non è un personaggio che ci stia particolarmente simpatico (è salito ai vertici con Eltsin, quando veniva distrutta l’Unione Sovietica), ma forse è più attendibile sapere cosa pensa detto da lui piuttosto che attendere le invenzioni degli “indovini” spiaggiati nelle redazioni del Corriere o di Repubblica.

In fondo, ci piaccia o no, è il presidente di una superpotenza nucleare con alcune migliaia di testate operative… E’ meglio farsene un’idea realistica, invece che raccontarsi scemenze e crederci pure…

 

Ecco l’intervista integrale rilasciata da Vladimir Putin all’”agenzia Xinhua”, pubblicata da “China Daly” il 30 agosto 2025.

 

Xinhua: A maggio di quest’anno, il presidente cinese XI Jinping ha fatto visita allo Stato russo e ha partecipato alle celebrazioni per l’80° anniversario della Vittoria nella “Grande Guerra Patriottica”, un evento di grande successo.

 

La tua visita in Cina è imminente: quali sono le tue aspettative? Negli ultimi dieci anni, tu e XI avete mantenuto stretti contatti, guidando il costante sviluppo delle relazioni bilaterali.

Come descriveresti XI Jinping come leader?

 

Putin:

 Certo, la visita del nostro amico, il presidente cinese XI Jinping, in Russia a maggio è stata un successo clamoroso, ha attirato ampia attenzione internazionale ed è stata molto apprezzata nel nostro Paese.

La sua presenza ha coinciso con una data sacra per noi — l’80° anniversario della Vittoria nella Grande Guerra Patriottica — conferendo un profondo significato simbolico allo sviluppo delle relazioni russo-cinesi.

 Riaffermiamo la scelta strategica dei nostri popoli per rafforzare le tradizioni di buon vicinato, amicizia e cooperazione mutuamente vantaggiosa e duratura.

 

Il leader cinese è stato l’ospite d’onore principale alle celebrazioni a Mosca.

Durante i nostri colloqui ad alto livello, abbiamo tenuto discussioni molto produttive su questioni chiave della cooperazione bilaterale.

 Il risultato è stato una dichiarazione congiunta e la firma di un importante pacchetto di documenti bilaterali.

 

Presto, su invito del presidente XI, farò visita di ritorno in Cina.

Attendo con grande piacere di visitare la città di “Tianjin”, che ospiterà il vertice dell’”Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai “(SCO) sotto la presidenza cinese.

 

Ci aspettiamo che il vertice dia un forte nuovo slancio all’Organizzazione, ne rafforzi la capacità di rispondere alle sfide e alle minacce contemporanee e consolidi la solidarietà nel nostro spazio eurasiatico condiviso.

 Tutto ciò contribuirà a plasmare un ordine mondiale più equo e multipolare.

 

Per quanto riguarda i colloqui russo-cinesi, avranno luogo a Pechino. Non vedo l’ora di avere approfondite discussioni con il presidente XI Jinping su tutti gli aspetti della nostra agenda bilaterale, incluse cooperazione politica e sicurezza, nonché legami economici, culturali e umanitari.

Come sempre, scambieremo opinioni su questioni regionali e internazionali urgenti.

 

A Pechino renderemo omaggio al gesto eroico comune dei nostri padri, nonni e bisnonni, che insieme sconfissero il Giappone militarista, ponendo la parola fine alla Seconda Guerra Mondiale.

Onoreremo la memoria di coloro che sigillarono con il loro sangue la fratellanza tra i nostri popoli, difesero la libertà e l’indipendenza dei nostri Stati e garantirono il diritto al libero sviluppo sovrano.

 

XI Jinping tratta la storia del suo Paese con il massimo rispetto; lo so per esperienza personale.

 È un vero leader di una grande potenza mondiale, un uomo di forte volontà, dotato di visione strategica e di una prospettiva globale, saldo nel difendere gli interessi nazionali.

Per la Cina è eccezionalmente importante che una figura di tale calibro guida il Paese in questo momento cruciale negli affari internazionali.

 

Il presidente cinese è un esempio per il mondo di cosa dovrebbe essere oggi un dialogo rispettoso ed equo con partner esteri.

 In Russia apprezziamo profondamente l’impegno genuino del leader cinese nell’avanzare la nostra partener-chip complessiva e cooperazione strategica.

 

Cina e Unione Sovietica, principali teatri della guerra in Asia e in Europa, sostennero enormi sacrifici e diedero un contributo significativo alla vittoria nella lotta globale contro il fascismo.

 

Qual è, secondo te, l’importanza di preservare la memoria di quella Vittoria nel contesto internazionale odierno?

Come dovrebbero Cina e Russia difendere insieme quella memoria storica in un momento in cui certe forze internazionali tentano di distorcerla?

 

Come ho già detto, quest’anno, insieme ai nostri amici cinesi, celebriamo l’80° anniversario della Vittoria nella Grande Guerra Patriottica e della capitolazione del Giappone militarista, che segnarono la fine della Seconda Guerra Mondiale.

 

I popoli dell’Unione Sovietica e della Cina sopportarono il peso maggiore dei combattimenti e subirono le perdite più gravi.

 Furono i nostri cittadini a patire le sofferenze più atroci nella lotta contro gli invasori e a giocare un ruolo decisivo nella sconfitta del nazismo e del militarismo.

Durante quelle dure prove si forgiarono le tradizioni più nobili di amicizia e mutuo soccorso, tradizioni che oggi costituiscono una solida base per le relazioni russo-cinesi.

 

Ricordo che già negli anni ’30, quando il Giappone intraprese in modo infido una guerra d’aggressione contro la Cina, l’Unione Sovietica stese una mano amica al popolo cinese.

 

Migliaia dei nostri ufficiali veterani prestarono servizio come consiglieri militari, aiutando a rafforzare l’esercito cinese e guidando le operazioni di combattimento.

Piloti sovietici combatterono coraggiosamente al fianco dei loro fratelli d’armi cinesi.

 

Tra ottobre 1937 e giugno 1941, l’URSS fornì alla Cina 1.235 aerei, migliaia di pezzi d’artiglieria, decine di migliaia di mitragliatrici, oltre a munizioni, equipaggiamenti e rifornimenti.

 

La principale via di trasporto fu un corridoio terrestre attraverso l’Asia centrale fino allo “Xinjiang”, dove specialisti sovietici costruirono una strada in tempi record per garantire consegne ininterrotte.

 

Il resoconto storico non lascia alcun dubbio sulla scala e ferocia di quelle battaglie.

Ricordiamo l’importanza dell’offensiva dei “Cento Reggimenti”, quando le forze comuniste cinesi liberarono un territorio con 5 milioni di abitanti dall’occupazione giapponese.

 Ricordiamo anche imprese impareggiabili da parte delle truppe e dei comandanti sovietici negli scontri con il Giappone presso il lago Khassab e il fiume Khalkhin Gol.

 

Nell’estate del 1939, il nostro leggendario comandante Georgy Zhukov ottenne la sua prima grande vittoria sulle steppe mongole, che in effetti prefigurò la successiva sconfitta dell’Asse Berlino–Tokyo–Roma.

Nel 1945, l’Operazione Strategica Offensiva della Manciuria ebbe un ruolo decisivo per liberare la Cina nord-orientale, alterare drasticamente la situazione in Estremo Oriente e rendere inevitabile la capitolazione del Giappone militarista.

 

In Russia non dimenticheremo mai che la resistenza eroica della Cina fu uno dei fattori cruciali che impedirono al Giappone di pugnalare alle spalle l’Unione Sovietica durante i mesi più bui del 1941–1942.

Ciò permise all’Armata Rossa di concentrare le sue forze sullo schiacciare il nazismo e liberare l’Europa.

 

La stretta cooperazione tra i nostri Paesi fu anche un elemento importante nella formazione della coalizione anti-Hitler, nel rafforzamento della Cina come grande potenza e nelle discussioni costruttive che plasmarono l’assetto postbellico e contribuirono a rivitalizzare il movimento anticoloniale.

 

È nostro sacro dovere onorare la memoria dei nostri connazionali che dimostrarono vero patriottismo e coraggio, sopportarono tutte le difficoltà e sconfissero nemici potenti e spietati.

Rinnoviamo il nostro profondo rispetto verso tutti i veterani e coloro che hanno dato la vita per la libertà delle generazioni future e per l’indipendenza dei nostri Paesi.

Siamo grati alla Cina per la sua attenta conservazione dei memoriali ai soldati dell’Armata Rossa caduti nelle battaglie per la liberazione della Cina.

 

Un atteggiamento tanto sincero e responsabile nei confronti del passato si contrappone nettamente alla situazione in alcuni Paesi europei, dove monumenti e tombe dei liberatori sovietici sono profanati in modo barbarico o distrutti, e fatti storici scomodi sono cancellati.

Vediamo che in certi Stati occidentali i risultati della Seconda Guerra Mondiale sono di fatto riveduti, e i verdetti dei tribunali di Norimberga e Tokyo sono apertamente ignorati.

 

Queste tendenze pericolose derivano da riluttanza ad ammettere la colpevolezza diretta dei predecessori delle élite occidentali odierne nell’innescare la guerra mondiale, e dalla volontà di cancellare pagine vergognose della propria storia, favorendo così revanscismo e neonazismo.

La verità storica è distorta e silenziata per adattarsi a agende politiche attuali.

 Il militarismo giapponese è riapparso sotto il pretesto di minacce immaginarie russe o cinesi, mentre in Europa, compresa la Germania, si compiono passi verso la rimilitarizzazione del continente, con scarsa attenzione ai parallelismi storici.

 

Russia e Cina condannano con decisione qualsiasi tentativo di distorcere la storia della Seconda Guerra Mondiale, di glorificare nazisti, militaristi e loro complici, membri di squadre della morte o assassini, o di diffamare i liberatori sovietici.

 

I risultati di quella guerra sono sanciti nella Carta delle Nazioni Unite e in altri strumenti internazionali.

Sono inviolabili e non soggetti a revisione.

 

Questa è la nostra posizione condivisa e incrollabile, insieme ai nostri amici cinesi.

La memoria della lotta congiunta dei popoli sovietico e cinese contro il nazismo tedesco e il militarismo giapponese è per noi un valore duraturo.

Vorrei ribadire che la partecipazione di XI Jinping alle commemorazioni russe dell’80° anniversario della Grande Vittoria ha avuto un profondo significato simbolico.

Per celebrare l’80° anniversario della Vittoria dell’URSS nella Grande Guerra Patriottica, della vittoria della Cina nella Guerra di Resistenza contro l’Aggressione Giapponese e della fondazione delle Nazioni Unite, abbiamo firmato una Dichiarazione Congiunta per approfondire ulteriormente il Partenariato Strategico di Coordinamento per una nuova era tra Cina e Russia.

 

Questo documento fornisce una risposta consolidata dei nostri Paesi ai tentativi di alcuni Stati di smantellare la memoria storica dell’umanità e di sostituire i solidi principi dell’ordine mondiale e del dialogo forgiati dopo la Seconda Guerra Mondiale con il cosiddetto “ordine basato sulle regole”.

 

Negli ultimi anni, la cooperazione pratica tra Cina e Russia in settori quali energia, agricoltura, produzione automobilistica e infrastrutture ha prodotto risultati positivi e portato a nuove scoperte, mentre il commercio bilaterale ha raggiunto livelli record.

 Come valuta lo stato attuale della cooperazione pratica tra Cina e Russia?

 Quali sono i vostri piani per promuovere ulteriormente una cooperazione di alta qualità e reciprocamente vantaggiosa tra Cina e Russia?

 

Le relazioni economiche tra Russia e Cina hanno raggiunto un livello senza precedenti.

Dal 2021, il commercio bilaterale è cresciuto di circa 100 miliardi di dollari.

 In termini di volume commerciale, la Cina è di gran lunga il principale partner della Russia, mentre lo scorso anno la Russia si è classificata al quinto posto tra i partner commerciali esteri della Cina.

 

Vorrei sottolineare che, mentre i dati commerciali sono denominati in dollari statunitensi, le transazioni tra Russia e Cina vengono effettuate in rubli e yuan, con la quota in dollari o in euro ridotta a una discrepanza statistica.

 

La Russia mantiene saldamente la sua posizione di principale esportatore di petrolio e gas verso la Cina.

Dall’entrata in funzione del gasdotto “Power of Siberia “nel 2019, le forniture cumulative di gas naturale hanno già superato i 100 miliardi di metri cubi.

 

Nel 2027, prevediamo di lanciare un’altra importante rotta del gas, la cosiddetta “Rotta dell’Estremo Oriente”.

 Stiamo inoltre collaborando efficacemente a progetti di GNL nella regione artica russa.

 

Continuiamo i nostri sforzi congiunti per ridurre le barriere commerciali bilaterali.

Negli ultimi anni, è stata avviata l’esportazione di carne suina e bovina verso la Cina. Nel complesso, i prodotti agricoli e alimentari occupano un posto di rilievo nelle esportazioni russe verso la Cina.

 

I volumi degli investimenti bilaterali sono in crescita.

 Lo scorso anno, Russia e Cina hanno concordato un Piano aggiornato per la cooperazione bilaterale in materia di investimenti.

 Quest’anno è stato firmato un nuovo Accordo sulla promozione e la protezione reciproca degli investimenti.

Progetti congiunti su larga scala sono in fase di attuazione in settori prioritari.

 

I nostri Paesi collaborano strettamente nell’industria.

La Russia è uno dei principali mercati mondiali per le esportazioni di automobili cinesi.

 

Allo stesso tempo, la produzione viene localizzata in Russia non solo per le auto cinesi, ma anche per gli elettrodomestici.

Insieme, stiamo costruendo impianti di produzione e infrastrutture ad alta tecnologia.

Abbiamo anche progetti su larga scala nel settore dei materiali da costruzione.

 

In sintesi, la cooperazione economica, commerciale e industriale tra i nostri Paesi sta progredendo in molteplici settori.

 Durante la mia prossima visita, discuteremo sicuramente di ulteriori prospettive di cooperazione reciprocamente vantaggiosa e di nuove iniziative per intensificarla a beneficio dei popoli di Russia e Cina.

 

Quest’anno segna la conclusione degli anni di scambio culturale tra Cina e Russia.

Durante questo periodo, i nostri Paesi hanno sviluppato un’ampia cooperazione nei settori dell’istruzione, del cinema, del teatro, del turismo e dello sport.

 Come valuta i risultati degli scambi e della cooperazione culturale e umanitaria tra Cina e Russia?

Quali prospettive intravede per l’ulteriore promozione dei legami tra i popoli di Cina e Russia?

 

Le iniziative culturali e umanitarie bilaterali su larga scala contribuiscono in modo significativo a promuovere relazioni amichevoli.

 

L’Anno russo in Cina e l’Anno cinese in Russia (2006-2007) hanno riscosso un grande successo.

I successivi anni tematici dedicati a Lingua, Turismo, Gioventù, Media, Cooperazione regionale, Sport, Scienza e Innovazione, lanciati in successione a partire dal 2009, hanno riscosso un’ampia risonanza pubblica.

 

Oggi, gli scambi culturali tra Russia e Cina continuano a svilupparsi dinamicamente.

La Roadmap Russia-Cina per la cooperazione umanitaria fino al 2030, che comprende oltre 100 importanti progetti, viene costantemente implementata.

 

Vorrei sottolineare in particolare il successo dell’organizzazione degli Anni della Cultura Russia-Cina, tenutisi nel 2024-2025 in concomitanza con il 75° anniversario delle relazioni diplomatiche tra i nostri Paesi.

 Il ricco e variegato programma ha riscosso un’accoglienza entusiastica sia in Russia che in Cina.

 

Vorrei anche sottolineare che la parte russa ha avviato l’”International Song Contest Intervisioni”, previsto per il 20 settembre di quest’anno, e siamo lieti che i nostri partner cinesi abbiano mostrato vivo interesse per questo progetto.

Istruzione e scienza rimangono ambiti di cooperazione particolarmente promettenti. La mobilità accademica e i contatti interuniversitari continuano a crescere.

 

Oggi, oltre 51.000 studenti cinesi studiano in Russia, mentre 21.000 studenti russi studiano in Cina.

A maggio, il Presidente XI e io abbiamo concordato che il 2026-2027 sarà designato come “Anni di istruzione Russia-Cina”.

 

Anche la cooperazione in ambito scientifico, tecnologico e innovativo si sta espandendo, anche nella ricerca fondamentale e nei progetti di mega-scienza.

 

Ad esempio, l’Università Statale di Mosca e l’Università di Pechino prevedono di aprire un istituto congiunto per la ricerca fondamentale.

 Sosteniamo pienamente la creazione di laboratori moderni e centri avanzati in settori prioritari dell’alta tecnologia per rafforzare la sovranità tecnologica di Russia e Cina.

 

La produzione cinematografica è un altro vivace ambito di cooperazione.

 

A febbraio, il film d’avventura russo-cinese “Seta Rossa” è stato presentato in anteprima in Russia e ci aspettiamo che raggiunga presto il pubblico cinese.

A maggio, è stato firmato a Mosca un Piano d’azione per la produzione cinematografica.

 Prevediamo l’uscita di molti nuovi film russo-cinesi nel prossimo futuro: film che promuoveranno sani principi morali e valori spirituali ed etici tradizionali, presentando al contempo resoconti veritieri di importanti eventi storici.

 

A tal fine, abbiamo anche lanciato una nuova iniziativa, l’”Open Eurasiana Film Award”, una piattaforma cinematografica unica, libera da pregiudizi o intrighi politici.

 

Il turismo è un altro settore importante che vorrei sottolineare. I dati sono incoraggianti: entro la fine del 2024, i flussi turistici reciproci erano aumentati di 2,5 volte, raggiungendo i 2,8 milioni di persone.

 

Anche la cooperazione sportiva è stata produttiva.

Siamo grati ai nostri partner cinesi per la loro partecipazione attiva agli eventi sportivi internazionali ospitati dalla Russia, tra cui gli innovativi Giochi del Futuro, i Giochi BRICS e molti altri.

 

La nazionale cinese era tra le delegazioni più numerose a queste competizioni.

Crediamo fermamente che lo sport debba rimanere libero da qualsiasi politicizzazione.

 

Un altro ambito prioritario è la politica giovanile. Apprezziamo molto il lavoro coordinato dei principali media russi e cinesi e la nostra cooperazione tra archivi svolge un ruolo importante nella preservazione della verità storica.

 

È incoraggiante constatare che la cooperazione culturale e umanitaria bilaterale continui a guadagnare slancio. Questa è senza dubbio una dimensione strategica delle nostre relazioni, che contribuisce a costruire un’ampia base pubblica di amicizia, buon vicinato e comprensione reciproca.

 

L’”Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai “(SCO), istituita congiuntamente da Cina e Russia, rappresenta un’importante piattaforma per una cooperazione regionale globale, fondamentale per garantire la pace, la stabilità e lo sviluppo nell’area eurasiatica.

 

La Cina detiene la presidenza di turno della SCO per il biennio 2024-2025 e la 25a riunione del Consiglio dei Capi di Stato della SCO si terrà presto a Tianjin.

Come valuta il ruolo costruttivo che la SCO ha svolto per oltre due decenni nel mantenimento della pace e della stabilità regionale e nella promozione dello sviluppo e della prosperità comuni?

 A suo avviso, in quali ambiti gli Stati membri dovrebbero rafforzare ulteriormente gli scambi e la cooperazione?

 

La fondazione della SCO nel 2001 ha incarnato l’aspirazione comune di Russia, Cina e degli stati dell’Asia centrale (Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan) di costruire fiducia, amicizia e relazioni di buon vicinato e di promuovere la pace e la stabilità nella regione.

 

Nel corso degli anni, la SCO ha sviluppato un solido quadro giuridico e istituzionale, creando meccanismi che consentono un’efficace cooperazione in ambito politico, di sicurezza, commerciale e di investimento, nonché negli scambi culturali e umanitari.

 

Da allora, la sua adesione si è ampliata fino a includere India, Pakistan, Iran e Bielorussia, mentre i paesi partner e osservatori, che rappresentano la diversità politica, economica e culturale dell’Eurasia, sono attivamente impegnati in attività congiunte.

 

Il fascino della SCO risiede nei suoi principi semplici ma potenti: un fermo impegno nei confronti della sua filosofia fondante, l’apertura alla cooperazione paritaria, il non confronto con terze parti e il rispetto per le caratteristiche nazionali e l’unicità di ogni nazione.

 

Attingendo a questi valori, la SCO contribuisce a plasmare un ordine mondiale più equo e multipolare, fondato sul diritto internazionale, con il ruolo centrale di coordinamento delle Nazioni Unite.

 

Un elemento fondamentale di questa visione globale è la creazione in Eurasia di un’architettura di sicurezza equa e indivisibile, anche attraverso uno stretto coordinamento tra gli Stati membri della SCO.

 Consideriamo il “Partenariato Eurasiatico Maggiore”, che collega le strategie di sviluppo nazionale, le iniziative di integrazione regionale e rafforza i legami tra la SCO, l’Unione Economica Eurasiatica, la CSI, l’ASEAN e altre organizzazioni internazionali, come il fondamento socio-economico di questa architettura.

 

Sono fiducioso che il vertice di “Tianjin”, insieme alla riunione della SCO Plus, segnerà una pietra miliare importante nella storia della SCO.

 

Sosteniamo pienamente le priorità dichiarate dalla presidenza cinese, che si concentrano sul consolidamento della SCO, sull’approfondimento della cooperazione in tutti i settori e sul rafforzamento del ruolo dell’organizzazione sulla scena globale.

Attribuiamo particolare importanza all’allineamento di questo lavoro con le misure concrete adottate durante la presidenza russa del Consiglio dei Capi di Governo della SCO.

Sono fiducioso che, attraverso i nostri sforzi congiunti, daremo nuovo slancio alla SCO, modernizzandola per soddisfare le esigenze del momento.

 

Come ha ripetutamente sottolineato il Presidente XI Jinping, la Cina è pronta a collaborare strettamente con la Russia per rafforzare il sostegno reciproco attraverso le piattaforme multilaterali, tra cui l’ONU, la SCO e i BRICS, per salvaguardare gli interessi di sviluppo e sicurezza di entrambe le nazioni, unire il Sud del mondo e promuovere un ordine internazionale più equo e razionale.

Come valuta la cooperazione tra Cina e Russia all’interno di questi quadri multilaterali?

 

A suo avviso, in quali ambiti Cina e Russia possono stabilire nuovi parametri di riferimento nella governance globale, in particolare per quanto riguarda settori emergenti come il cambiamento climatico, la governance dell’intelligenza artificiale e la riforma dell’architettura di sicurezza globale?

La cooperazione tra Russia e Cina in ambito multilaterale è un pilastro fondamentale delle nostre relazioni bilaterali e svolge un ruolo fondamentale negli affari globali.

 

I nostri scambi su questioni internazionali critiche hanno ripetutamente dimostrato che Mosca e Pechino condividono ampi interessi comuni e opinioni sorprendentemente simili su questioni fondamentali.

 

Siamo uniti nella nostra visione di costruire un ordine mondiale giusto e multipolare, con particolare attenzione alle nazioni della “Maggioranza Globale”.

 

Il partenariato strategico Russia-Cina funge da forza stabilizzatrice.

 

In quanto due potenze leader in Eurasia, non possiamo rimanere indifferenti alle sfide e alle minacce che il nostro continente e il mondo intero si trovano ad affrontare.

Questa questione è al centro del nostro dialogo politico bilaterale. Il concetto russo di creare uno spazio comune di sicurezza equa e indivisibile in Eurasia è in stretta sintonia con l’Iniziativa per la Sicurezza Globale del Presidente XI Jinping.

 

L’interazione tra Russia e Cina alle Nazioni Unite ha raggiunto un livello senza precedenti, riflettendo pienamente lo spirito di partenariato globale e cooperazione strategica.

Entrambi i Paesi attribuiscono particolare importanza al Gruppo di Amici in Difesa della Carta delle Nazioni Unite, un meccanismo fondamentale per il consolidamento del Sud del mondo.

 

Tra i suoi principali risultati figura la risoluzione “Eradicazione del colonialismo in tutte le sue forme e manifestazioni”, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 4 dicembre 2024.

 

Russia e Cina sostengono la riforma dell’ONU affinché ripristini pienamente la sua autorità e rifletta le realtà moderne. In particolare, sosteniamo la necessità di rendere il Consiglio di Sicurezza più democratico, includendo Stati di Asia, Africa e America Latina. Qualsiasi riforma di questo tipo deve, tuttavia, essere affrontata con la massima cautela.

 

La stretta cooperazione tra Mosca e Pechino ha influenzato positivamente il lavoro dei principali forum economici, tra cui il G20 e l’APEC.

 

All’interno del G20, insieme alle nazioni che condividono gli stessi ideali, e in particolare ai membri dei BRICS, abbiamo riorientato l’agenda verso questioni di reale importanza per la maggioranza globale, rafforzato il formato includendo l’Unione Africana e approfondito le sinergie tra G20 e BRICS.

 

Quest’anno, i nostri amici sudafricani detengono la presidenza del G20.

 Grazie ai loro sforzi, contiamo di consolidare i risultati raggiunti dal Sud del mondo e di consolidarli come fondamento per la democratizzazione delle relazioni internazionali.

All’interno dell’APEC, si prevede che la presidenza cinese nel 2026 darà nuovo impulso all’impegno tra Russia e Cina.

 

Stiamo lavorando a stretto contatto con la Cina all’interno dei BRICS per ampliare il suo ruolo di pilastro fondamentale dell’architettura globale. Insieme, promuoviamo iniziative volte ad ampliare le opportunità economiche per gli Stati membri, inclusa la creazione di piattaforme comuni per il partenariato in settori strategici. Prestiamo particolare attenzione alla mobilitazione di risorse aggiuntive per progetti infrastrutturali critici.

 

Siamo uniti nel rafforzare la capacità dei BRICS di affrontare le urgenti sfide globali, condividere visioni simili sulla sicurezza regionale e internazionale e assumere una posizione comune contro le sanzioni discriminatorie che ostacolano lo sviluppo socioeconomico dei nostri membri e del mondo in generale.

 

Insieme ai nostri partner cinesi, sosteniamo la riforma del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale.

Siamo uniti nell’idea che un nuovo sistema finanziario debba basarsi sull’apertura e sulla vera equità, garantendo a tutti i Paesi un accesso equo e non discriminatorio ai suoi strumenti e riflettendo la reale posizione degli Stati membri nell’economia globale.

 

È essenziale porre fine all’uso della finanza come strumento di neocolonialismo, che va contro gli interessi della maggioranza globale.

Al contrario, cerchiamo il progresso a beneficio di tutta l’umanità.

Sono fiducioso che Russia e Cina continueranno a lavorare insieme per raggiungere questo nobile obiettivo, allineando i nostri sforzi per garantire la prosperità delle nostre grandi nazioni.

(Xinhua.)

(Traduzione di Silvana Sale).

 

 

 

 

La “pace” di Putin.

Ispionline.it – (11 Mag. 2026) – Alessia De Luca – Redazione – ci dice:

 

Per la prima volta dall'inizio dell'invasione, Putin lascia intendere che il conflitto potrebbe avviarsi a conclusione.

 L'Europa ascolta, ma non si fida, e ha buone ragioni per non farlo.

(“Daly Focus”- Europa e Governance Globale · Russia, Caucaso e Asia Centrale).

 

Per la prima volta dall’inizio del conflitto in Ucraina, Vladimir Putin lascia intendere che le ostilità potrebbero essere prossime a una conclusione.

A margine della parata militare per la Giornata della Vittoria a Mosca, il presidente russo ha dichiarato:

“Penso che la questione stia giungendo al termine”, aggiungendo di essere disposto a negoziare “nuovi accordi di sicurezza per l’Europa” e indicando nell’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder il suo interlocutore privilegiato.

Nel consueto registro della narrazione bellica del Cremlino, Putin ha ribadito che la Russia combatte una guerra “giusta” contro un’Ucraina definita “forza aggressiva, armata e sostenuta dall’intero blocco della Nato”.

Quanto all’ipotesi di un incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, anche qui Putin si è mostrato flessibile condizionando un incontro al preventivo raggiungimento di un accordo:

“È possibile anche in un paese terzo, ma solo dopo che saranno stati raggiunti accordi definitivi su un trattato di pace in una prospettiva storica a lungo termine – deve essere un passo finale”.

Parole che suonano più come una presa di posizione negoziale che come una reale apertura.

 

Una parata sottotono?

La cornice scelta da Putin per queste dichiarazioni non è priva di significato.

Secondo numerosi osservatori, la parata del 9 maggio nella Piazza Rossa è stata la più dimessa degli ultimi anni.

Pochi leader stranieri, accesso negato a numerose testate giornalistiche internazionali, e soprattutto è mancato l’elemento che da decenni costituisce il cuore simbolico dell’evento:

nessun carro armato, nessun lanciarazzi, nessun missile balistico intercontinentale ha sfilato lungo il percorso.

 Il Cremlino ha giustificato l’assenza con i timori di un possibile attacco ucraino, un’ammissione implicita di vulnerabilità che stride con la retorica della ‘potenza invincibile’.

 Il segnale complessivo è quello di un regime che vuole proiettare sicurezza ma al tempo stesso non può – o non vuole – correre rischi. Intanto, un cessate il fuoco di tre giorni, mediato dagli Stati Uniti, ha garantito che la cerimonia si svolgesse senza incidenti.

 Ma l’intesa ha retto appena:

Mosca e Kiev si sono reciprocamente accusate di violazioni ripetute, e la tregua si è esaurita senza lasciare traccia di un percorso negoziale credibile.

 

L’Europa è scettica?

Le parole di Putin sono state accolte in Europa con attenzione, ma anche con una diffidenza ben motivata dalla storia recente.

Il divario tra la retorica della pace e le condizioni sul campo resta abissale:

Mosca continua a insistere sulla cessione dell’intero Donbass e sull’esclusione permanente dell’Ucraina dalla Nato, mentre Kiev si rifiuta di cedere i propri territori e chiede garanzie di sicurezza vincolanti come condizione preliminare a qualsiasi intesa.

 In questo contesto, la scelta di indicare Schröder come mediatore – figura da anni legata a Mosca attraverso i consigli di amministrazione di Nord Stream e Rosneft, e considerata da gran parte degli analisti tutt’altro che specchiata – è stata letta come un ulteriore segnale della scarsa serietà dell’apertura del Cremlino.

 “Non sarebbe molto saggio – ha commentato l’Alta rappresentante per la politica estera europea Kaja Kallas – Penso che Schroeder sia stato un lobbista, un lobbista di alto livello per le aziende statali russe, quindi è chiaro perché Putin voglia che sia lui la persona in questione, in modo da poter sedere da entrambe le parti del tavolo”. Quanto al presidente del Consiglio Antonio Costa ha ribadito che l’obiettivo dell’Ue rimane “una pace giusta e duratura”, precisando però che senza voler “disturbare l’iniziativa del presidente Trump”, al momento opportuno, sarà necessario aprire un canale diretto con Mosca sulle questioni di sicurezza comuni.

Secondo il “Financial Times “i 27 stanno accelerando le discussioni interne su quale messaggio trasmettere alla Russia, e attraverso chi farlo.

 

Né vincitori né vinti?

Quattro anni di guerra – decine di migliaia di morti, intere regioni dell’Ucraina orientale ridotte a macerie, un’economia russa convertita in economia di guerra e dissanguata dalle sanzioni occidentali – dovrebbero insegnare a non leggere le dichiarazioni del Cremlino come indicatori affidabili di una svolta in vista.

 I principali consiglieri di Putin hanno sottolineato che il Cremlino continua a chiedere il ritiro delle truppe ucraine dalla regione orientale del Donbass come condizione preliminare per i futuri negoziati.

E il presidente russo secondo il quotidiano britannico” The Guardian” “resta determinato a impadronirsi con la forza delle restanti parti della regione entro l’anno, prima dell’inizio di qualsiasi negoziato”.

Allo stato attuale, la Russia controlla circa un quinto del territorio ucraino, ma non è riuscita a completare la conquista del Donbass;

le controffensive di Kiev, a loro volta, non hanno riconquistato le aree chiave.

Il fronte è in stallo ormai da mesi.

Putin ha spiegato che un accordo di pace “dovrebbe essere concepito sulla base di una lunga prospettiva storica”, una frase che suggerisce la necessità che l’Ucraina rimanga nell’orbita di Mosca.

 Sul campo, però, quella storia non si sta scrivendo come Mosca aveva previsto.

Ottantuno anni fa, l’Unione Sovietica, vinse la Seconda Guerra Mondiale, al prezzo di venti milioni di morti.

 Oggi la Russia celebra quella vittoria mentre combatte un paese che non riesce a sottomettere.

E, almeno per il momento, non può ostentare alcun segno di vittoria.

Trump a Pechino senza alcuna carta da giocare.

Ispionline.it – (11 Mag. 2026) - Alicia García Herrero – Redazione – ci dice:

 

 

Diplomazia e tecnologia si intrecciano nel vertice del 14-15 maggio: Taiwan, semiconduttori e intelligenza artificiale al centro del confronto tra Washington e Pechino.

Poche visite presidenziali in Cina sono state accompagnate da un carico di aspettative e incertezza paragonabile a quello che precede il viaggio di Donald Trump a Pechino, previsto per il 14 e 15 maggio.

 L’ultimo incontro tra Trump e XI Jinping risale allo scorso ottobre, quando i due leader si videro a Busan, in Corea del Sud, a margine del vertice APEC, il foro per la Cooperazione economica nell’Asia-Pacifico. Presentato da entrambi come un successo, quel colloquio servì in realtà soprattutto a prendere tempo.

 

Per Trump, l’obiettivo era guadagnare margine per provare a costruire una filiera autonoma per le terre rare e per altri minerali critici, oggi quasi interamente sotto il controllo della Cina.

Un’ eventuale interruzione di queste forniture rischierebbe di paralizzare interi comparti dell’economia statunitense, incluse le capacità militari del Paese.

Pechino, dal canto suo, ottenne una concessione ben più immediata:

un allentamento parziale dei controlli all’export sui processori ad alte prestazioni per l’intelligenza artificiale, indispensabili alla Cina per ampliare la propria capacità di calcolo e restare competitiva nella corsa alla supremazia nell’IA.

L’intesa raggiunta a Busan fu quindi tattica, non strategica.

Non risolse i nodi di fondo, ma si limitò a rinviarli.

 Tra questi, il più rilevante — il futuro di Taiwan — venne lasciato in sospeso.

Con un elemento, tuttavia, favorevole a Pechino:

 il vertice successivo si sarebbe tenuto nella capitale cinese, e in tempi brevi.

 

Il rinvio per la guerra.

Il summit ha attraversato non pochi momenti di incertezza, a cominciare dal rinvio di un mese annunciato da Trump dopo l’attacco all’Iran.

Eppure, tutto lascia pensare che la leadership cinese lo attenda con particolare interesse.

 Pechino ha fatto capire con chiarezza che, questa volta, Taiwan sarà al centro del confronto.

La visita è stata trasformata in un’occasione diplomatica che il governo cinese non intende lasciarsi sfuggire.

Dal punto di vista del Partito Comunista Cinese, del resto, Pechino è la sede più naturale per discutere di quella che considera una questione interna, inalienabile e non negoziabile: la riunificazione con l’isola.

 

Anche il quadro internazionale sembra giocare a favore della Cina.

 Le iniziative di Trump su altri dossier — talvolta vere e proprie fughe in avanti — hanno creato precedenti che Pechino osserva con attenzione, pronta a registrarli e, se necessario, a richiamarli in futuro.

 In questo contesto, la Cina ha scelto una linea di contenimento calcolato:

toni duri, contestazione aperta dell’egemonia americana, ma nessun superamento delle linee rosse tracciate da Washington, in particolare sul tema delle forniture militari all’Iran.

Se ci si chiede perché Pechino non abbia approfittato del coinvolgimento statunitense nello Stretto di Hormuz per aumentare la pressione nell’Indo-Pacifico, la risposta va cercata proprio a Taiwan.

La Cina sta risparmiando le proprie munizioni diplomatiche per un negoziato più ampio.

E spera che quel negoziato possa aprirsi ora.

 

I segnali sono arrivati prima ancora che l’Air Force One decollasse.

Lo scorso settembre, la Casa Bianca ha respinto un pacchetto di aiuti militari a Taiwan da 400 milioni di dollari.

A dicembre, Washington ha poi annunciato la più grande vendita di armi mai destinata all’isola:

 un pacchetto tecnologicamente avanzato da 11 miliardi di dollari.

Sebbene l’accordo sia stato notificato al Congresso, la sua attuazione resta incerta proprio mentre si avvicina il vertice.

 A febbraio, Trump ha ammesso pubblicamente di essersi consultato con XI Jinping sulle vendite di armi a Taiwan, scegliendo di attendere la fine del summit prima di procedere. Da allora, sono aumentati i dubbi su quanta parte di quell’arsenale raggiungerà davvero l’isola.

 

Come arrivano XI e Trump all’incontro.

Trump si presenta a Pechino in una posizione negoziale insolitamente fragile per un presidente che ha costruito la propria immagine politica sull’idea di forza.

Bloccato sul dossier iraniano, privo dell’appoggio degli alleati europei in quel conflitto e alle prese con un’economia interna appesantita dai dazi da lui stesso imposti — poi fermati dalla Corte Suprema — il presidente americano ha bisogno di un’intesa da poter rivendicare in patria come una vittoria, tanto più in vista delle elezioni di novembre.

XI Jinping, al contrario, non deve misurarsi né con il calendario elettorale né con una stampa libera.

Può permettersi di aspettare. E in diplomazia, la capacità di attendere è una forma di potere.

 

La posta in gioco supera di gran lunga i comunicati che verranno diffusi al termine del vertice.

Lo Stretto di Taiwan non è una questione astratta:

è una delle arterie centrali della nuova economia tecnologica globale.

 Da lì passa, direttamente o indirettamente, la risorsa più decisiva dell’ultima rivoluzione industriale:

i semiconduttori avanzati che rendono possibile lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

La Taiwan Semi-conduttori Manufacturing Company (TSMC) produce oltre il 90% dei chip avanzati al mondo: componenti essenziali per i data center dell’IA, per i sistemi d’arma di nuova generazione e per le infrastrutture digitali delle democrazie occidentali.

Una crisi nello Stretto — o anche solo una sua minaccia credibile — avrebbe effetti sull’economia globale paragonabili, se non superiori, a quelli di una chiusura dello Stretto di Hormuz.

 Con una differenza sostanziale: non sarebbe il petrolio a smettere di scorrere, ma i chip che alimentano la trasformazione tecnologica del nostro tempo.

 

Trump arriva dunque a Pechino con poche carte da giocare.

 O, più precisamente, dopo averne già spese alcune tra le più importanti prima ancora di sedersi al tavolo.

 Il negoziato dei prossimi giorni con X Jinping non deciderà soltanto il futuro di un’isola di 23 milioni di abitanti.

Contribuirà anche a definire gli equilibri tecnologici e militari dei decenni a venire.

(Alicia García Herrero. ISPI Senior Advisor; Senior Fellow, Bruegel; Chef Economist for Asia Pacific, Natixis, Hong Kong).

 

 

 

 

 

La guerra in Ucraina

e l’allargamento dell’Unione europea:

prospettive e problemi.

Thefederalist.com – (10-10 -2025) – Anno LXVII – Rivista di politica - FABRIZIO FABBRINI – Redazione – ci dice:

 

 

I Introduzione

 

Le guerre hanno profonde conseguenze geopolitiche. Il 28 febbraio 2022, quattro giorni dopo l’inizio della massiccia invasione dell’Ucraina da parte della Russia, il Presidente, il Primo Ministro e il Presidente del Parlamento dell’Ucraina hanno congiuntamente presentato all’Unione europea la domanda di adesione dell’Ucraina all’UE. Essa è stata rapidamente seguita dalla domanda di adesione da parte della Moldavia. La guerra ha anche rivitalizzato il processo di adesione di altri paesi candidati dell’Europa dell’Est e dei Balcani occidentali, che in precedenza era in fase di stallo. L’UE non manifesta più la sua precedente riluttanza rispetto all’ampliamento, con la Presidente della Commissione europea, Ursula van der Leyen, che saluta la prospettiva di un’Unione allargata come “un investimento nella sicurezza [dell’UE]”,e il Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, che dichiara il suo desiderio di accelerare l’espansione dell’UE verso Est, completando l’intero processo entro il 2030.

 

L’obiettivo di questo saggio è di esaminare, da una prospettiva di diritto e politiche dell’UE, i principali passi compiuti dall’UE in risposta all’aggressione russa dell’Ucraina nella politica di allargamento e vicinato. In particolare il saggio offre una panoramica dell’avvio dei negoziati con l’Ucraina e la Moldavia, della concessione dello status di candidato alla Georgia e alla Bosnia-Erzegovina, del rilancio del processo di allargamento con Albania, Kosovo, Montenegro, Macedonia del Nord e Serbia, che, assieme alla Turchia, erano già paesi candidati nella lista d’attesa per entrare nell’UE. Il saggio descrive inoltre le altre iniziative dell’UE conseguenti all’aggressione russa volte ad incrementare la cooperazione transnazionale e le collaborazioni, compresa la creazione di una nuova istanza — la Comunità politica europea —, per cooperare con un’Europa più ampia prima del completamento del processo di allargamento. Infine, esso analizza gli sforzi dell’UE per approfondire la sua partecipazione ad altri enti europei e transatlantici come il Consiglio d’Europa e la NATO, così come la cooperazione con altri Stati europei, compreso l’ex-membro: il Regno Unito.

 

L’UE ha risposto alla prima guerra su vasta scala sul continente europeo dopo la Seconda Guerra mondiale aprendo il cammino verso l’ingresso nell’UE all’Ucraina e ad altri Stati europei dell’Est e creando o rafforzando altre organizzazioni per la cooperazione transnazionale tra Stati che condividono gli stessi ideali. In risposta alla minaccia militare e agli sforzi di destabilizzazione posti dalla Russia alla sicurezza e all’indipendenza dell’Ucraina e di altri Stati post-sovietici, l’UE ha confermato la sua capacità di attrazione come faro di libertà, democrazia, sicurezza e prosperità ed il progetto di integrazione europea ha dimostrato di mantenere il suo dinamismo. La decisione dell’Ucraina di richiedere l’ingresso appena pochi giorni dopo l’inizio dell’aggressione su vasta scala da parte della Russia è la testimonianza del fatto che l’appartenenza all’UE è largamente considerata il miglior modo per preservare la libertà.

 

Tuttavia, la prospettiva di una UE con 35 o più membri solleva profonde sfide costituzionali, che questo saggio si propone di mettere in luce. Per cominciare, l’esperienza dei precedenti allargamenti ha rivelato che la condizionalità pre-adesione non ha sempre funzionato, in particolare a causa del crescente fenomeno dell’arretramento democratico in diversi nuovi Stati membri come l’Ungheria e la Polonia, noto come “crisi dello Stato di diritto”. C’è inoltre la preoccupazione che i futuri allargamenti possano ulteriormente mettere sotto sforzo le strutture di governo dell’UE, che dipendono pesantemente dall’unanimità nel processo decisionale in seno al Consiglio dell’Unione europea e al Consiglio europeo. Di fatto, se prendere decisioni nell’UE con 27 Stati membri si è rivelato difficile — soprattutto in campi legati alla politica estera e di sicurezza (PESC) e a materie finanziarie — aumentare il numero degli Stati membri fino ipoteticamente a 35 non farà che aggravare queste sfide. In tale contesto c’è una crescente richiesta affinché l’UE adatti la sua struttura istituzionale per essere pronta all’allargamento. Tuttavia, a causa dei veti nazionali, essa non è riuscita finora a fare significativi progressi sulla via della riforma dei Trattati e rimane così impreparata a queste sfide dell’allargamento.

 

Il saggio è così strutturato: la Sezione II esamina i passaggi fondamentali adottati dall’UE in risposta alla guerra d’aggressione della Russia e a sostegno della libertà dell’Ucraina e degli altri Stati dell’Europa orientale e dei Balcani occidentali, tra cui il rilancio del processo di allargamento, la creazione della Comunità Politica Europea e il rafforzamento delle partnership con il Consiglio d’Europa, la NATO e altri paesi europei come il Regno Unito. La Sezione III discute le principali conseguenze per la politica di allargamento legate alla decisione di avviare i negoziati per l’ingresso dell’Ucraina in risposta all’aggressione russa e mette in luce la natura dinamica dell’attuale panorama della governance europea. La Sezione IV analizza le sfide costituzionali che l’allargamento crea per l’UE e sottolinea la scarsa preparazione sia dei paesi candidati, sia della stessa UE, data la sua incapacità trovare un accordo sulle riforme tanto necessarie. La Sezione V conclude riflettendo sulle questioni aperte circa il futuro dell’Europa.

 

 

1. La risposta dell’UE all’aggressione russa.

 

1.1 Il rilancio del processo di allargamento.

 

La guerra in Ucraina ha avuto importanti conseguenze per il processo di allargamento. Com’è noto, dopo l’ingresso della Croazia nel 2013, il processo di allargamento si è arrestato. Sebbene diverse nazioni dei Balcani occidentali avessero formalmente fatto progressi nel percorso di adesione all’UE, nel 2014 l’allora Presidente della Commissione, Jean-Claude Junker, ha annunciato che nessun nuovo Stato sarebbe entrato nell’UE durante il suo mandato. Nel 2019 la decisione di autorizzare i negoziati per l’ingresso dell’Albania e della Macedonia del Nord furono bloccati dalla Francia, con il sostegno della Danimarca e dell’Olanda. La Francia sosteneva che fosse necessaria una riforma del processo di adesione per affrontare meglio le sfide che questi Stati si trovavano ad affrontare, con un maggiore pilotaggio politico delle procedure. In assenza della necessaria unanimità in seno al Consiglio europeo, la questione è stata rinviata alla Commissione, che ha proposto una nuova metodologia per i negoziati di adesione. In definitiva, però, non si è verificato alcun progresso e nessun nuovo Stato è stato ammesso nell’UE.

 

La guerra in Ucraina ha profondamente modificato lo status quo, portando a una rivitalizzazione del processo di allargamento. Il 24 giugno 2022 — appena quattro mesi dopo l’inizio dell’aggressione russa — il Consiglio europeo ha concesso all’Ucraina e alla Moldavia lo status di paese candidato, riconoscendo anche alla Georgia la possibilità di divenire candidato. Il 15 dicembre 2022, il Consiglio europeo ha concesso lo status di candidato alla Bosnia-Erzegovina. La Comunicazione della Commissione sulla politica di allargamento dell’8 novembre 2023 ha preso atto del nuovo slancio nell’atteggiamento dell’UE nei confronti dall’allargamento, sottolineandone i benefici per l’UE e cogliendo l’opportunità di far progredire i negoziati per l’adesione degli Stati dei Balcani occidentali e dell’Europa dell’Est. Su questa base, il 15 dicembre 2023 il Consiglio europeo ha deciso di aprire i negoziati con l’Ucraina e la Moldavia, di concedere lo status di candidato alla Georgia[16] ed espresso la sua intenzione sia di aprire i negoziati per l’adesione con la Bosnia-Erzegovina, sia di portarli avanti con la Macedonia del Nord. Appena tre mesi dopo, in seguito ad una valutazione positiva da parte della Commissione, il Consiglio europeo ha deciso di aprire i negoziati di adesione con la Bosnia-Erzegovina, dando l’impressione che la procedura accelerata per la candidatura dell’Ucraina potrebbe aver avuto un effetto a catena sulla velocità dei progressi dei negoziati con altri paesi candidati.

 

I negoziati ufficiali per l’adesione dell’Ucraina e della Moldavia sono iniziai il 25 giugno 2024 in occasione della prima conferenza intergovernativa sull’allargamento. Nello stesso giorno, l’Unione europea ha anche pubblicato la sua posizione generale, che includeva il suo quadro negoziale, approvato dal Consiglio il 21 giugno 2024. La posizione generale salutava “il momento storico […] che segna una pietra miliare nelle relazioni [UE-Ucraina]” e sottolineava come l’adesione dell’Ucraina all’UE avesse un significato particolare alla luce “dell’ingiustificata e non provocata guerra di aggressione da parte della Russia”. Affermava che i colloqui per l’adesione si sarebbero basati sui criteri di Copenaghen sull’ammissibilità all’adesione all’Unione e sulla nuova metodologia per l’adesione, mettendo così in chiaro che la discussione sarebbe cominciata dagli aspetti fondamentali relativi alla democrazia, allo Stato di diritto e ai diritti umani e che il continuo rispetto di questi standard “avrebbe determinato il ritmo complessivo dei negoziati”. Il quadro negoziale specificava ulteriormente i principi, le procedure e la sostanza dei negoziati, affermando che il loro ritmo sarebbe “dipeso dai progressi dell’Ucraina nel soddisfare i requisiti per l’adesione”, ma che l’Unione sarebbe rimasta aperta a forme di “integrazione accelerata e di introduzione graduale delle singole politiche europee”. Il quadro negoziale ha anche esplicitato che la Commissione conservava il potere di sospendere i negoziati, subordinatamente ad un voto a maggioranza qualificata inversa del Consiglio, in caso di “una grave e persistente violazione da parte dell’Ucraina dei valori su cui si fonda l’UE”, ribadendo nel contempo il ruolo del Consiglio di decidere, deliberando all’unanimità, “sulla chiusura provvisoria di ciascuno dei 32 capitoli del negoziato.

 1.2. L’istituzione delle Comunità politica europea.

 

Riconoscendo il fatto che, nonostante le buone intenzioni e gli sforzi rinnovati, il processo di allargamento potrebbe richiedere anni, l’UE, in risposta alla guerra in Ucraina, ha deciso anche di istituire una nuova istanza: la Comunità Politica Europea. Il Presidente Emmanuel Macron ha lanciato l’idea il 9 maggio 2022[32] in occasione dell’evento conclusivo della Conferenza sul Futuro dell’Europa. Secondo il Presidente Macron, “Cette organisation européenne nouvelle permettrait aux nations européennes démocratiques adhérant à notre socle de valeurs de trouver un nouvel espace de coopération politique, de sécurité, de coopération en matière énergétique, de transport, d'investissements, d'infrastructures, de circulation des personnes et en particulier de nos jeunesses”.

 

La Comunità Politica Europea dovrebbe servire come più largo forum che collega l’UE a Stati che, come l’Ucraina, cercano di aderirvi, ma anche a Stati come il Regno Unito, che non ne fanno più parte. Come ha affermato il Presidente Macron, entrare nella Comunità Politica Europea “ne préjugerait pas d'adhésions futures à l'Union européenne, forcément, comme elle ne serait pas non plus fermée à ceux qui ont quitté cette dernière”.

 

Il Consiglio ha prontamente sostenuto il progetto della Comunità Politica Europea il 23-24 giugno 2022, nella stessa riunione in cui ha concesso all’Ucraina lo status di candidato all’adesione all’UE e l’Unione ha svolto un ruolo di primo piano nell’organizzare questa nuova istanza. La prima riunione della Comunità Politica Europea si è svolta a Praga, nella Repubblica Ceca — lo Stato membro dell’UE che deteneva in quel momento la presidenza del Consiglio — il 6 ottobre 2022. La seconda riunione ha avuto luogo a Chisinau, in Moldavia, il 1° giugno 2023. La terza si è svolta a Granada, in Spagna, nell’ottobre 2023, anche questa volta sotto l’egida della Presidenza a rotazione del Consiglio. La quarta è stata ospitata dal Regno Unito, un ex-membro dell’UE, nel luglio 2024 e la quinta a Budapest, in Ungheria, nel novembre 2024. Alla prima riunione della Comunità Politica Europea nell’ottobre 2022 hanno partecipato 44 Stati europei — tutti i 27 Stati membri e i leader delle istituzioni europee, più il Regno Unito, l’Ucraina e 15 altri Stati europei; alle riunioni successive hanno partecipato 45 Stati (Andorra e Monaco si sono aggiunti, la Turchia era assente). Essenzialmente, gli Stati membri della Comunità Politica Europea rispecchiano quasi esattamente gli Stati membri del Consiglio d’Europa, con piccole eccezioni come il Kosovo, che fa parte della Comunità Politica Europea ma non del Consiglio d’Europa, e San Marino, che è parte del Consiglio d’Europa e non della Comunità Politica Europea. Poiché, in assenza di un documento istitutivo, la partecipazione alle riunioni è essenzialmente il fattore determinante per l’appartenenza alla Comunità Politica Europea , c’è una certa ambiguità per quanto riguarda la Turchia, che ha partecipato alla prima riunione, ma non alle successive.

 

Allo stadio attuale, la Comunità Politica Europea rimane una istanza informale ed è più un forum che un’organizzazione. Come ha sottolineato Bruno de Witte, il summit di fondazione “non ha adottato alcun documento scritto formale, a parte i comunicati stampa dei vari partecipanti, né ha creato un segretariato o un altro organo della Comunità Politica Europea. Da questo punto di vista la Comunità Politica Europea “non è un’organizzazione, né una struttura e nemmeno un processo”. Tuttavia l’uso del termine “Comunità” per definire la Comunità Politica Europea non è privo di significato: l’Unione europea è nata dalla Comunità europea del Carbone e dell’Acciaio e dalla Comunità economica europea, e inoltre, nel 1954 è stata negoziata una Comunità politica in connessione con Comunità europea di Difesa. Pertanto, sebbene i risultati concreti della Comunità Politica Europea siano limitati, questa istanza ha potenzialità. Potrebbe servire non solo come anticamera per l’adesione all’UE — certamente il principale motivo di questa iniziativa, nato dalla consapevolezza che l’allargamento richiederà un certo tempo —,ma potrebbe anche diventare una piattaforma per incrementare la cooperazione tra l’UE e un’Europa più ampia, dall’Ucraina al Regno Unito.

 

 

3. Il rinnovo della cooperazione dell’UE con il Consiglio d’Europa, la NATO e altri Stati.

 

Infine, la guerra in Ucraina ha spinto l’UE a rafforzare la sua partecipazione in altre organizzazioni regionali, tra cui il Consiglio d’Europa e la NATO, e ad approfondire la cooperazione bilaterale con Stati che condividono gli stessi ideali, tra cui il Regno Unito, la Svizzera e la Norvegia

 

In primo luogo, l’UE ha rafforzato la sua collaborazione con il Consiglio d’Europa. Originariamente creato nel 1949, esso è stata la prima istanza per la cooperazione pan-europea nel dopoguerra. Il Consiglio d’Europa si concentra sulla protezione dei diritti fondamentali, sulla promozione della democrazia e dello Stato di diritto, ed offre  un quadro istituzionale alla Convenzione per la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali (CEDU) e alla sua Corte, la Corte europea dei diritti dell’uomo, che, a partire dall’approvazione del Protocollo n. 11 alla CEDU nel 1998, agisce come tribunale di ultima istanza per i ricorsi in materia di diritti umani contro qualsiasi Stato membro. Il Consiglio d’Europa ha un’amplissima copertura del continente europeo, con 46 Stati membri: tutti i 27 membri dell’UE e 19 altri. Anche la Russia ne faceva parte, ma, dopo la sua aggressione dell’Ucraina, il Consiglio d’Europa ha deciso di espellerla. L’uscita di uno Stato membro era avvenuta una sola volta in passato, quando la Grecia uscì temporaneamente dal Consiglio d’Europa e dalla Corte negli anni Sessanta durante il periodo della dittatura militare in seguito al colpo di Stato del 1967, ma vi rientrò nel 1974 con il ritorno della democrazia.

 

Date le somiglianze e la parziale sovrapposizione tra UE e Consiglio d’Europa, a partire dagli anni Novanta del Novecento sono stati fatti molti tentativi di legare istituzionalmente le due organizzazioni e di aumentare la coerenza del sistema europeo di protezione dei diritti umani. L’articolo 6 del Trattato dell’Unione europea (TUE), come modificato dal Trattato di Lisbona, entrato in vigore nel 2009, stabilisce che “l’Unione aderisce alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”, mentre l’articolo 59 CEDU, come modificato dal Protocollo n. 14 della CEDU, entrato in vigore nel 2010, afferma che l’UE “può aderire alla presente Convenzione”. Tuttavia, i tentativi di adesione dell’UE sono falliti: dapprima nel 1996 e, più recentemente, nel 2013, la Corte di Giustizia europea ha invalidato la bozza di trattato negoziata dall’UE per accedere alla Convenzione europea. Nel discusso parere 2/2013, la Corte di giustizia ha sostenuto, tra l’altro, che la bozza dell’accordo di adesione interferiva negativamente con la procedura di rinvio pregiudiziale prevista dall’articolo 267 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea e dava alla Corte Europea dei diritti dell’uomo una giurisdizione sugli affari esteri maggiore di quella attribuita alla Corte di giustizia dall’articolo 24 TEU — una posizione che sembrava chiudere la porta all’adesione dell’UE alla Convenzione europea. In risposta all’aggressione russa all’Ucraina, tuttavia, nel gennaio 2023 l’UE ha riaffermato il suo sostegno “al Consiglio d’Europa, alla Corte europea dei diritti dell’uomo e al sistema della Convenzione sui diritti dell’uomo come principali strumenti per la tutela dei diritti umani in Europa” ed ha intensificato i suoi sforzi per aderire alla CEDU.

 

In secondo luogo, l’UE ha anche intensificato la sua cooperazione con la NATO. Come alleanza militare difensiva, creata nel 1949 da Stati Uniti, Canada e 10 Stati europei occidentali all’indomani della Seconda Guerra mondiale, la NATO si è progressivamente espansa durante la Guerra fredda, incorporando la Germania Ovest nel 1955 e infine includendo la maggior parte dell’Europa centro-orientale dopo la caduta del muro di Berlino. In seguito all’aggressione russa dell’Ucraina, la Finlandia e la Svezia — due Stati membri dell’UE che storicamente avevano abbracciato il principio di neutralità — hanno presentato insieme la domanda di aderire alla NATO e sono state accolte nell’alleanza rispettivamente nel 2023 e nel 2024. L’ingresso di Finlandia e Svezia è altamente significativo, non solo perché ha portato il numero degli Stati membri della NATO a 32, ma anche perché ha ridotto il numero degli Stati membri dell’UE non membri della NATO a solo quattro Stati relativamente piccoli, cioè Austria, Cipro, Irlanda e Malta.

 

Sulla base di questa realtà, l’UE stessa ha rafforzato il suo partenariato istituzionale con la NATO, che, come esplicitamente riconosciuto nella articolo 42 TEU, rimane “per gli Stati che ne fanno parte […] il fondamento della loro difesa collettiva e l’istanza di attuazione della stessa”. Nel gennaio 2023 i leader delle due organizzazioni hanno rilasciato una dichiarazione congiunta sulla cooperazione UE-NATO — la terza della loro storia — in cui hanno riaffermato la loro “partnership strategica” e si sono impegnati a portarla ad un livello superiore, rafforzando la cooperazione su aspetti quali “la crescente competizione geostrategica, le questioni di resilienza, la protezione delle infrastrutture critiche, le tecnologie emergenti e di rottura, lo spazio, le implicazioni dei cambiamenti climatici per la sicurezza, nonché la manipolazione delle informazioni e le ingerenze da parte di attori stranieri”. In effetti, l’UE è sempre più un partner istituzionale chiave della NATO in una pluralità di compiti legati alla guerra e al post-conflitto.

 

In terzo luogo, in risposta alla guerra in Ucraina, l’Unione ha ricostruito i suoi rapporti con il Regno Unito. Dopo il referendum sulla Brexit del giugno 2016 e complessi negoziati, il Regno Unito è uscito dall’UE nel gennaio 2020 in conformità ai termini di un Accordo di recesso. Successivamente, l’UE e il Regno Unito hanno negoziato un Accordo di commercio e cooperazione che regola le reciproche relazioni, entrato in vigore provvisoriamente nel gennaio 2021 e definitivamente nel maggio 2021. Su insistenza del governo britannico guidato da Boris Johnson, tuttavia, quest’ultimo accordo ha stabilito l’ossatura di un accordo di libero scambio tra le parti con movimenti di beni limitati, una minima cooperazione in giustizia ed affari interni, e nessuna partnership in materia di difesa e sicurezza. In effetti, il Regno Unito ha perseguito una Brexit sovranista e la sua “preoccupazione per la sovranità, che dominava il suo linguaggio, le sue richieste e le sue azioni, ha drammaticamente ristretto quello che il Regno Unito avrebbe potuto concordare e che l’UE avrebbe potuto offrire”.

 

Con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, tuttavia, si è verificato un importante riavvicinamento tra l’UE e il Regno Unito, dovuto, in parte, al cambiamento della guida del governo inglese. In particolare, nell’autunno del 2022, il Regno Unito ha chiesto di entrare nella Cooperazione strutturata permanente (PESCO) sulla mobilità militare come paese terzo, richiesta che il Consiglio ha prontamente accolto. Inoltre, nel febbraio 2023, l’allora Primo Ministro Rishi Sunak si fece mediatore di un accordo con l’UE per mettere a punto il Protocollo sull’Irlanda/Irlanda del Nord, allegato all’Accordo di recesso, portando all’approvazione del Windsor Framework. Stabilendo un confine nel Mare d’Irlanda, il protocollo aveva causato forti tensioni nell’Irlanda del Nord. Attraverso modifiche tecniche volte a ridurre l’impatto burocratico dei controlli doganali nel Mare d’Irlanda, il Windsor Framework ha contribuito a ricostruire la fiducia tra UE e Regno Unito. E i dividendi di una relazione UE-Regno Unito più positiva si sono rapidamente riversati in altre aree, portando, tra gli altri, ad accordi sui servizi finanziari, ricerca e spazio e commercio. Per di più, dopo la schiacciante vittoria del partito laburista nelle elezioni generali il 4 luglio 2024 in Gran Bretagna, sono iniziate discussioni per fare buon uso della revisione quinquennale dell’attuazione dell’Accordo commerciale e di cooperazione prevista per il 2026 al fine di ampliare la cooperazione UE-Regno Unito a nuovi settori — come ad esempio tramite un trattato di sicurezza ad hoc — sul presupposto che le democrazie basate sullo Stato di diritto debbano agire insieme per fronteggiare il ritorno della guerra sul continente europeo.

 

 

2. Le conseguenze della risposta dell’UE.

 

La risposta dell’UE alla guerra in Ucraina nel campo dell’allargamento e delle relazioni esterne rivela il dinamismo del progetto di integrazione europea. In modo ancor più significativo, il rilancio  della politica di allargamento dell’UE “come investimento geopolitico strategico” conferma come l’appartenenza all’UE sia una garanzia di libertà, pace, sicurezza e prosperità. Stando così le cose, una delle più importanti conseguenze dell’aggressione russa all’Ucraina è stata di aprire le porte dell’UE a nove nuovi Stati dei Balcani occidentali e dell’Europa centro-orientale, ponendo così le basi per una Unione europea ancor più ampia. Come sottolineato dal Ministro degli Esteri ucraino Dmitrj Kuleba, “l’Ucraina ha agito come una vera e propria locomotiva per Moldavia, Georgia e paesi dei Balcani occidentali e come catalizzatore per il processo storico dell’espansione dell’Unione europea fino ai suoi confini politici naturali”. Quando ci fu il voto della Brexit nel 2016, molti erano preoccupati che esso segnasse la fine dell’integrazione europea e che altri Stati avrebbero seguito il Regno Unito nel lasciare l’UE. Invece, otto anni dopo, l’UE è più viva che mai e si incammina verso una nuova espansione a Est — per molti aspetti più significativa dell’allargamento del 2004 con il quale dieci paesi entrarono nell’UE.

 

In particolare, l’avvio del processo di adesione dell’Ucraina, con il conferimento dello status di candidato nel giugno 2022, e l’inizio ufficiale dei negoziati di adesione nel giugno 2024, è uno sviluppo storico epocale. L’Ucraina è un paese in guerra e non ci sono precedenti di una simile situazione in nessuno dei sette cicli di allargamento dell’UE (1973, 1981, 1984, 1995, 2004, 2007 e 2013). Il solo esempio possibile potrebbe essere Cipro, isola divisa dal 1974, con la parte settentrionale del suo territorio sotto l’occupazione illegale dei militari turchi che costituisce uno Stato riconosciuto internazionalmente dalla sola Turchia. Tuttavia il conflitto cipriota è rimasto congelato per decenni, e, sebbene il Segretario generale dell’ONU, Kofi Annan, nel 2004, avesse mediato un piano per riunificare l’isola, il piano è stato respinto a maggioranza nella Repubblica di Cipro, nonostante il sostegno dei residenti della Repubblica Turca della Cipro settentrionale. Cipro è entrata divisa nell’UE nel 2004, con l’efficacia del diritto dell’UE sospesa per il suo territorio al di sopra della Linea verde, cioè sotto controllo turco.[80] Tuttavia, a differenza dell’Ucraina, a Cipro non vi sono stati conflitti per decenni. Inoltre, Cipro pone sfide geografiche e geopolitiche minimi rispetto a quelli posti dall’Ucraina. Di conseguenza, la decisione dell’UE di offrire una prospettiva di adesione all’Ucraina e di avviare i negoziati d’adesione rivela l’ambizione delle istituzioni dell’UE di sfruttare l’allargamento come importante strumento geopolitico.

 

Nello stesso tempo, in seguito all’aggressione russa dell’Ucraina, la dinamica d’integrazione europea ha coesistito con una fase di sperimentalismo istituzionale nel più ampio panorama della cooperazione regionale. L’UE ha promosso la creazione della Comunità Politica Europea, concepita per unire l’UE a 27 con gli altri paesi dell’Europa allargata. Nonostante questa istanza rimanga sotto-istituzionalizzata, essa possiede il potenziale sia di assistere i paesi candidati durante il processo di adesione, sia di collegare l’UE con altri Stati europei. Oltre a creare la Comunità Politica Europea, l’UE ha approfondito la cooperazione con altre organizzazioni regionali e transatlantiche come il Consiglio d’Europa e la NATO. Il Consiglio d’Europa e la NATO stessi sono stati rivitalizzati dalla guerra, il che porta a pensare che l’aggressione russa abbia contribuito a rafforzare i legami che uniscono tutti gli Stati europei ed ha ricordato a tutti che l’union fai la force, l’unione fa la forza.

 

Prima dell’invasione dell’Ucraina, il Consiglio d’Europa stava riscontrando difficoltà. Stati come la Russia e il Regno Unito avevano criticato la Corte europea dei Diritti umani per aver limitato la sovranità nazionale imponendo sentenze considerate come ingerenze negli affari interni degli Stati. Per affrontare il problema, sono stati compiuti diversi sforzi diplomatici tendenti a limitare i poteri della Corte europea dei diritti dell’uomo, processo iniziato con la Dichiarazione di Brighton e concluso con l’approvazione dei Protocolli n. 15 e 16 alla Convenzione, che hanno introdotto il principio di sussidiarietà, un margine di valutazione nel preambolo della Convenzione e incluso un sistema di rinvio pregiudiziale che consente ai tribunali nazionali di richiedere pareri consultivi alla Corte europea dei diritti umani. Nonostante questo difficile periodo, in seguito alla palese violazione del diritto internazionale da parte della Russia, i membri del Consiglio d’Europa si sono uniti attorno all’organizzazione, rafforzandone l’obiettivo di promuovere la democrazia, i diritti umani e lo Stato di diritto. In particolare, ad un importante vertice svoltosi a Reykjavik, i capi di Stato e di governo dei 46 Stati membri del Consiglio d’Europa hanno riaffermato la loro unità attorno ai comuni valori della libertà e della democrazia. In quello che ha rappresentato solo il quarto vertice dei Capi di Stato e di governo dalla creazione del Consiglio d’Europa, le Parti contraenti della CEDU hanno anche adottato una dichiarazione che esprime il sostegno incrollabile ai principi costituzionali liberali e ribadisce “l’impegno nei confronti della Convenzione come pietra angolare della tutela dei diritti umani da parte del Consiglio d’Europa”.

 

Analogamente, negli anni recenti la NATO è stata oggetto di crescente riflessione. Essa aveva avuto un ruolo nella cosiddetta “guerra del terrore” con la sua disposizione fondamentale, l’Articolo V, che sancisce un impegno di difesa reciproca da parte di tutti i membri, attivato per la prima volta in seguito agli eventi dell’11 settembre 2001. Tuttavia, a causa dei ricorrenti disaccordi tra i suoi membri, nel 2019 il Presidente francese Emmanuel Macron arrivò a dichiarare l’alleanza come “morta cerebralmente”, e nonostante gli sforzi diplomatici di ridefinirne lo scopo, il suo ruolo era divenuto meno chiaro nel periodo in cui la Russia sembrava più un partner che una minaccia. La aggressione russa all’Ucraina, tuttavia, ha rappresentato un punto di svolta. Il ritorno della guerra in Europa ha rivitalizzato la NATO, che è rapidamente divenuta il principale quadro istituzionale nel coordinamento dell’assistenza militare all’Ucraina, compresi materiale bellico e intelligence. Inoltre, l’invasione russa, che veniva spesso presentata dalla propaganda del regime come il tentativo di prevenire l’accerchiamento della Russia da parte della NATO tramite la sua espansione, ha prodotto esattamente l’effetto opposto, spingendo la Finlandia e la Svezia ad aderire all’alleanza.

 

Il rafforzamento della cooperazione transnazionale in Europa tramite molteplici istanze ha prodotto interazioni tra questi sforzi, ad esempio tra l’ampliamento della NATO e l’allargamento dell’UE. In particolare, mentre l’UE ha concesso all’Ucraino lo status di candidato, anche il vertice NATO di Vilnius l’11 luglio 2023 ha affermato che il futuro dell’Ucraina è nell’alleanza, “quando gli alleati saranno d’accordo e le condizioni saranno soddisfatte”. Nello stesso vertice, la Turchia ha acconsentito a togliere il veto all’adesione della Svezia alla NATO, grazie alle assicurazioni politiche fornite dal Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, sul fatto l’UE avrebbe rivitalizzato i suoi legami con Turchia, la cui richiesta di adesione è rimasta in sospeso da decenni. Di conseguenza, nel novembre 2023, la Commissione e l’Alto Rappresentante per gli Affari esteri hanno pubblicato un comunicato congiunto sui rapporti politici, economici e commerciali UE-Turchia, che suggerisce un percorso per potenziare l’unione doganale tra UE e Turchia. Così, sembra che la guerra in Ucraina abbia avuto profonde conseguenze per la cooperazione transnazionale in tutto il continente, attraverso diverse forme di messa in comune della sovranità.

 

 

3. Le sfide per l’allargamento dell’UE.

 

Tuttavia, le prospettive della cooperazione europea in generale e l’allargamento dell’UE in particolare si scontrano con una serie di ostacoli importanti. Non si può sottovalutare il fatto che non solo l’entrata della Svezia nella NATO è stata inutilmente ritardata con ragioni pretestuose dalla Turchia e dall’Ungheria, ma anche l’apertura dei negoziati per l’adesione dell’Ucraina nel dicembre 2023 è diventata una commedia politica: poiché l’Ungheria era contraria alla decisione e tecnicamente aveva il diritto di porre il veto, il Consiglio europeo ha potuto approvare l’apertura dei negoziati di adesione dell’Ucraina  solo dopo che il Primo Ministro Victor Orban ha convenientemente lasciato la sala della riunione al momento del voto, permettendo agli altri 26 Capi di Stato e di governo dare il via libera al processo. Secondo le regole sull’allargamento dell’UE, la progressione dei negoziati per ciascun capitolo dell’adesione richiede l’unanimità dei 27 Stati membri — che devono anche approvare unanimemente il trattato finale di adesione — il che significa che, in ultima analisi, dal punto di vista politico, l’adesione di un nuovo Stato membro all’UE “non è affatto una cosa scontata”. Inoltre, da un punto di vista giuridico, l’allargamento si scontra con una serie di difficoltà, come la preparazione dei paesi candidati, la preparazione dell’UE e lo stallo nelle riforme dell’UE.

 

 

3.1 La preparazione dei paesi candidati.

 

L’articolo 49 TEU proclama che: “Ogni Stato europeo che rispetti i valori di cui all’articolo 2 e si impegni a promuoverli può domandare di diventare membro dell’Unione”. I valori indicati nell’articolo 2 sono “rispetto della dignità umana, libertà, democrazia, eguaglianza, Stato di diritto e rispetto dei diritti umani, compresi i diritti di persone appartenenti a minoranze”. A partire dal Consiglio europeo di Copenaghen del 1993, l’adesione di nuovi membri è disciplinata dai cd. criteri di Copenaghen: “L’adesione richiede che il paese candidato abbia raggiunto la stabilità di istituzioni che garantiscano democrazia, Stato di diritto, diritti umani e rispetto e protezione delle minoranze, l’esistenza di un’economia di mercato funzionante, nonché la capacità di far fronte alla pressione della concorrenza e alle forze di mercato all’interno dell’Unione. L’adesione presuppone la capacità del candidato di assumersi gli obblighi derivanti dall’appartenenza all’UE.” Riassumendo, vi sono criteri che uno Stato candidato deve soddisfare: primo, il rispetto dello Stato di diritto e istituzioni democratiche stabili che assicurino la  tutela dei diritti fondamentali; secondo, un’economia di mercato funzionante; terzo, la conformità con l’acquis dell’UE (ossia i diritti e gli obblighi comuni che costituiscono il corpus del diritto dell’UE). Esiste un quarto criterio che richiede che l’UE abbia la capacità interna di assorbire nuovi Stati membri (discusso sotto nella Sezione IVB).

 

Stando così le cose, — e lasciando da parte il fatto che il sostegno all’adesione all’UE è basso nella maggioranza dei paesi candidati — nessuno dei paesi candidati, attualmente, soddisfa i criteri di Copenaghen ed è pronto ad entrare nell’UE. Per esempio la Macedonia del Nord sta vivendo un rigurgito nazionalista e si è rifiutata di riconoscere la minoranza bulgara, come richiesto dall’UE;[98] la Serbia non si è allineata con alcuna delle misure della PESC, coltivando invece relazioni con la Cina e con la Russia; e la Georgia ha recentemente approvato una legge, ispirata dalla Russia e osteggiata dall’UE e dagli USA, che richiede a qualsiasi organizzazione che riceva finanziamenti dall’estero di registrarsi come agente straniero e di essere soggetta a controlli governativi pervasivi. Ancor più importante è che l’Ucraina si trova ad affrontare grandi sfide nella sua preparazione all’ingresso nell’UE. Il paese soffre di corruzione sistemica, come dimostra l’arresto per corruzione del Presidente della Corte suprema; ha ratificato lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale solo nell’estate del 2024; la legge marziale, introdotta in risposta alla guerra di aggressione da parte della Russia, ha portato alla sospensione a tempo indeterminato delle elezioni, la forma più elementare di responsabilità democratica; e ci si chiede se un paese ipernazionalista che emerge da una lotta all’ultimo sangue possa essere adatto ad entrare nell’UE, un’organizzazione sovranazionale concepita per domare il nazionalismo.

 

La Commissione ha apertamente riconosciuto questi problemi: nella sua comunicazione sull’allargamento del novembre 2023, ha segnalato i problemi sistemici affrontati dai paesi candidati: da “instabilità, politica, tensioni, debole funzionamento delle istituzioni democratiche e giudiziarie in Montenegro” — probabilmente lo Stato candidato più avanzato — al completo disaccordo con l’approccio all’UE della Turchia” — Stato con il quale le trattative sono “a un punto morto”. Di fatto, l’esempio della Turchia serve da monito in tema di allargamento, in quanto questo paese è stato candidato per decenni, ma pochi progressi sono stati fatti nei negoziati per l’ingresso nell’UE. Mentre gli sviluppi della politica interna turca — in particolare l’ascesa del governo autoritario nel 2016 — hanno praticamente chiuso la porta all’adesione, l’UE non ha affrontato seriamente la questione, scegliendo invece di congelare i negoziati. Questo stato di incertezza non ha portato alcun miglioramento, anzi ha solo causato un aumento della frustrazione in Turchia. Nonostante questa consapevolezza, le lezioni, in particolare quelle derivanti dal fallimento dell’adesione della Turchia, apparentemente non sono state imparate. In effetti, nell’ultimo pacchetto di allargamento, le azioni della Commissione non sono in linea con le sue precedenti dichiarazioni. Nonostante il riconoscimento dei loro problemi strutturali, la Commissione ha raccomandato di accelerare l’allargamento e di aprire i negoziati con l’Ucraina e la Moldavia, purché continuino i loro sforzi di riforma, e, per quanto riguarda la Georgia, a condizione che il paese adotti parecchie ulteriori misure. Nonostante le dichiarazioni ufficiali secondo cui l’allargamento sarà basato “sui meriti propri” dei paesi candidati, questa decisione di aprire i negoziati prima che i candidati abbiano pienamente soddisfatto i criteri richiesti manda il messaggio sbagliato che l’adesione sia in gran parte determinate da priorità politiche.

 

Inoltre, la Commissione ha anche indebolito i meccanismi interni di imposizione e condizionalità dello Stato di diritto, che sarebbero stati utili nel processo di allargamento. In particolare, nel settembre 2023, la Commissione ha completato il Meccanismo di cooperazione e verifica (CVM) post-adesione con la Romania e la Bulgaria, uno speciale procedimento di sorveglianza rafforzata che era stato messo in atto nei confronti dei due Stati membri, entrati nel 2007, che tuttora soffrono di gravi problemi di corruzione. Questa brusca decisione non era motivata da alcun reale miglioramento nel contrasto della corruzione nei due Stati interessati. Ed è stata seguita, nel maggio 2024, dalla decisione di porre fine alla procedura prevista dall’articolo 7 TUE — una forma di sanzione per la persistente violazione dei valori dall’UE — nei confronti della Polonia, iniziata nel 2017 in seguito alle riforme giudiziarie polacche, che ledono l’indipendenza del potere giudiziario. Anche in questo caso, non si era verificato in Polonia alcun vero cambiamento giuridico, salvo l’elezione di un governo pro-europeo. Il tentativo del nuovo governo di annullare le azioni del suo predecessore, tuttavia, è stato bloccato dal Presidente polacco e dai tribunali. Così oltre ad indebolire i meccanismi di imposizione dello Stato di diritto all’interno dell’UE, la Commissione sembra anche aver opportunisticamente ignorato gravi insufficienze nella preparazione dei paesi candidati, il che non fa ben sperare né per i negoziati di adesione, né per il futuro dell’UE.

 

 

3.2 La preparazione dell’UE.

 

Oltre alla preparazione dei paesi candidati all’adesione, secondo i criteri di Copenaghen un quarto fattore che influisce sull’allagamento è la preparazione dell’UE stessa: “La capacità dell’Unione di assorbire nuovi membri, pur mantenendo lo slancio dell’integrazione europea è anche un’importante considerazione nell’interesse generale sia dell’Unione, sia dei paesi candidati.” Ai tempi dell’allagamento del 2004, la Commissione aveva già riconosciuto che un fattore critico nella gestione dell’adesione di nuovi Stati membri era “la capacità di assorbimento [dell’Unione], o meglio la sua capacità di integrazione”. La Commissione ha definito questo “concetto funzionale” come la capacità dell’UE di “accogliere nuovi membri ad un certo momento o in un certo periodo, senza mettere in pericolo gli obiettivi politici e strategici fissati dai Trattati”. La Commissione ha messo in relazione questa capacità di assorbimento con il funzionamento delle istituzioni, l’attuazione delle politiche europee e il finanziamento del bilancio dell’UE, ma sottolineando anche l’importanza di mantenere il sostegno dell’opinione pubblica per il processo di allargamento.

 

Secondo questi standard, la prospettiva di un allargamento in ipotesi fino a nove nuovi Stati membri crea grosse sfide per l’UE. In particolare, la possibile adesione dell’Ucraina pone un rompicapo. Il paese è attualmente in guerra, con un quinto del suo territorio occupato dal nemico. Prima della guerra aveva una popolazione di 41 milioni di abitanti e quindi diventerebbe il quinto Stato membro più grande per popolazione, oltre che il più grande per superfice; tuttavia, con PIL pro capite relativamente basso, di circa 4.500 dollari l’Ucraina sarebbe il paese più povero dell’UE e diventerebbe il principale beneficiario dei fondi strutturali agricoli e la sua adesione avrebbe un massiccio impatto sul funzionamento dell’UE. Di fatto, quando si prende in considerazione anche il costo potenziale della ricostruzione post-bellica, le prime stime hanno concluso che l’adesione dell’Ucraina avrebbe significative conseguenze sul bilancio dell’UE e, mentre alcuni analisti hanno definito “gestibili” questi costi, altri hanno sottolineato che aggiungere nove nuovi Stati membri dell’UE trasformerebbe la maggior parte degli attuali membri in contributori netti del bilancio dell’UE.

 

Nel marzo del 2024, la Commissione ha pubblicato una comunicazione sulle riforme e sulla revisione delle politiche pre-allargamento, in cui esplora “le implicazioni di una più ampia UE in quattro aree principali: valori, politiche, bilancio e governance”. In questo documento, che indica anche la possibilità di una integrazione parziale dei paesi candidati nelle politiche dell’UE ancor prima della loro adesione, la Commissione ha chiaramente riaffermato l’importanza di salvaguardare i valori della democrazia e dello Stato di diritto nel processo di allargamento ed ha apertamente delineato le conseguenze dell’allargamento sul funzionamento e sul finanziamento dell’UE. La Commissione ha riconosciuto che l’adesione di nuovi Stati membri più poveri “metterà sotto pressione il futuro bilancio a lungo termine” e di conseguenza ha affermato che “i futuri programmi di spesa dell’UE dovrebbero essere sviluppati avendo in mente il futuro allargamento”. Inoltre, a proposito della governance dell’UE; la Commissione ha sottolineato come “un’Unione allargata a 30+ Stati membri solleva interrogativi immediati sulla composizione delle istituzioni UE” e “inevitabilmente comporterà più lavoro per le istituzioni in numerose aree”.

 

Tuttavia, la Commissione è stata estremamene cauta nel delineare i cambiamenti istituzionali e costituzionali necessari per preparare l’UE all’allargamento. Ciò riflette anche le ambiguità del Consiglio europeo: nella dichiarazione di Granada dell’ottobre 2023 — rilasciata in occasione del terzo vertice della Comunità Politica Europea — il Consiglio europeo aveva affermato che “guardando avanti alla prospettiva di un’Unione ulteriormente allargata, bisogna che sia l’UE, sia i futuri Stati membri siano pronti. […] L’Unione deve predisporre le fondamenta interne e le riforme necessarie”, una dichiarazione ripetuta letteralmente nelle conclusioni del dicembre 2023. Tuttavia, il Consiglio europeo si è riferito solo genericamente alla “capacità di agire” dell’UE senza chiarire quali riforme del funzionamento e del finanziamento dell’UE sarebbero necessarie per raggiungere questo obiettivo e, nel marzo 2024, si è limitato a ricordare che “bisogna che il lavoro proceda in parallelo su entrambi i binari per assicurare che sia i futuri Stati membri, sia l’UE siano pronti al momento dell’adesione”. Nel giugno 2024 la Presidenza belga del Consiglio dell’UE ha pubblicato un rapporto sullo stato di avanzamento sul futuro dell’Europa, che riassumeva lo stato delle discussioni sulle riforme dell’UE a livello degli Stati membri e riconfermava l’obiettivo di lavorare su quattro aree prioritarie — cioè valori, politiche bilancio e governance — con una tabella di marcia provvisoria.

Tuttavia, nelle sue conclusioni del 27 giugno 2024, il Consiglio europeo ha ampiamente aggirato la questione delle riforme dell’UE, concentrandosi invece sulle nuove nomine a ruoli chiave — Antonio Costa come Presidente del Consiglio europeo, Ursula von der Leyen come prossima Presidente della Commissione e Kaja Kallas come nuovo Alto Rappresentante — ed approvando la nuova Agenda strategica 2024-2929 dell’UE, che chiede un’Europa libera e democratica, forte e sicura, prospera e competitiva. Al vertice, il Consiglio europeo ha sottolineato ancora una volta “la necessità di predisporre le basi interne e le riforme per soddisfare le ambizioni a lungo termine dell’Unione e di affrontare questioni fondamentali in relazione alle sue priorità, alle sue politiche, nonché alla sua capacità di agire”, ed ha ripetuto che il lavoro sulle riforme dovrebbe “progredire parallelamente al processo di allargamento”. In termini sostanziali, tuttavia, il Consiglio europeo ha semplicemente ribadito le quattro aree su cui dovrebbero concentrarsi le riforme — ancora una volta valori, politiche, bilancio e governance— indicando che avrebbe valutato i progressi [dopo un anno] nel giugno 2025 e dato ulteriori indicazioni a seconda delle necessità”.

 

Questo stato di cose è altamente problematico. Come sottolineato da Sylvie Goulard, allargare l’UE senza riformarla profondamente rischia di compromettere l’intero progetto di integrazione perché l’Unione crescerebbe fino al punto di “esplodere”. Difatti, come la guerra in Ucraina ha messo in evidenza, la struttura costituzionale dell’UE soffre di numerose carenze sostanziali ed istituzionali che, in ultima analisi, le impediscono di essere all’altezza delle attuali sfide geopolitiche. Allo stato delle cose, l’UE da sola non può garantire i benefici della libertà all’Ucraina garantendone la sicurezza contro la Russia, perché non  ha la capacità fiscale e la forza militare per scoraggiare un’aggressione esterna. Se l’Ucraina e probabilmente altri otto paesi dell’Europa orientale e dei Balcani occidentali aderissero all’UE a trattati costanti, la capacità di un’UE a 35 membri di fornire sicurezza e prosperità diminuirebbe ulteriormente, dato l’ostacolo delle decisioni all’unanimità. Di conseguenza, sono necessarie riforme costituzionali del sistema di governo dell’UE per evitare di fare dell’adesione all’UE una vuota promessa, ed occorre preparare adeguatamente l’UE all’allargamento.

 

 

3.3 La stasi delle riforme costituzionali dell’UE.

 

Il dibattito sulle riforme costituzionali dell’UE sta andando avanti da diversi anni, almeno a partire dal referendum su Brexit. Un forte motore è stata la Conferenza sul Futuro dell’Europa, originariamente proposta nel marzo 2019 dal Presidente francese, Emmanuel Macron, come una via per rilanciare il progetto dell’integrazione europea dopo il ritiro del Regno Unito. Dopo i ritardi dovuti alla pandemia da Covid-19, la Conferenza è iniziata il 9 maggio 2021 e si è conclusa un anno dopo, il 9 maggio 2022, quando la guerra in Ucraina era già in pieno svolgimento. La conferenza è stata organizzata come un esercizio dal basso incentrato sui cittadini, concepito per raccogliere i loro contributi su questioni chiave che l’Europa si trova a fronteggiare. Questo innovativo processo di partecipazione si è svolto attraverso una struttura a molti livelli. Il nucleo della Conferenza era rappresentato da quattro panel, ciascuno formato da 200 cittadini europei, scelti a caso per rappresentare la realtà sociodemografica dell’UE, che si sono incontrati sia di persona, sia a distanza, per diversi mesi. Il contributo di queste assemblee dei cittadini, insieme a quanto emerso da analoghi processi nazionali, è stato poi riportato alla plenaria della Conferenza per la discussione. Alla fine la plenaria ha approvato 49 proposte con una lista di 326 dettagliate raccomandazioni, che sono state presentate al Comitato esecutivo e pubblicate in un rapporto finale reso pubblico nella Giornata dell’Europa del 2022.

 

Il rapporto finale della Conferenza ha esplicitamente identificato una serie di carenze nell’attuale struttura costituzionale dell’UE e sostenuto la necessità di diverse modifiche sostanziali dei Trattati europei, nonché riforme istituzionali. La Conferenza ha chiesto, in particolare, il rafforzamento dei poteri dell’UE, con l’ampliamento delle sue competenze, tra gli altri, nei campi della salute, dell’energia, della tecnologia digitale, della migrazione e degli affari esteri. Inoltre, la Conferenza ha richiesto una revisione del sistema decisionale dell’UE, compreso il superamento dell’ostacolo rappresentato dalla regola dell’unanimità, particolarmente nei campi degli affari esteri e della difesa, e un chiarimento dei ruoli delle istituzioni europee. Infine, ha sottolineato l’importanza di dotare l’UE dei mezzi finanziari per sostenere le sue azioni, anche riproducendo il modello di finanziamento del Next Generation EU al di là della pandemia da Covid-19. Allo stesso tempo, la Conferenza ha chiesto “la riapertura della discussione sulla costituzione [dell’UE]” sulla base del presupposto che una costituzione renderebbe le regole “più precise, oltre a coinvolgere i cittadini e a definire le regole del processo decisionale”. L’esito della conferenza è stato quindi un appello per un’Unione europea più forte e più unita.

 

Diversi decisori politici hanno immediatamente accolto con favore l’ambizioso risultato della Conferenza. Sia il Presidente Macron, sia il Primo Ministro Mario Draghi hanno approvato l’idea di emendare i Trattati e la Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha dichiarato il sostegno a questa prospettiva.La reazione più importante è però venuta dal Parlamento europeo, che ha chiesto che fosse dato pieno seguito alla Conferenza, compresa la modifica dei Trattati. In una risoluzione approvata nel novembre 2023, il Parlamento ha approvato una lista dettagliata di emendamenti ai Trattati riguardanti sia le competenze sostanziali, sia i meccanismi istituzionali del processo decisionale e ha chiesto la convocazione di una Convenzione ai sensi dell’48 TEU per esaminarli. Inoltre, in un’altra risoluzione adottata nel febbraio 2024, il Parlamento ha chiesto l’approfondimento dell’integrazione dell’UE in vista dei futuri allargamenti, affermando che “allargamento ed approfondimento devo procedere parallelamente”, ma mettendo in chiaro che “riforme pre-allargamento sono necessarie per garantire l’efficiente funzionamento dell’UE allargata e la sua capacità di assorbire nuovi membri”.

 

Tuttavia, l’entusiasmo per le modifiche costituzionali generato dalla Conferenza sul Futuro dell’Europa ha incontrato opposizione in altri ambienti. In un non-paper congiunto reso noto il giorno della conclusione della Conferenza, 13 Stati membri dell’Europa settentrionale ed orientale hanno chiaramente indicato che essi “non sostenevano avventati e prematuri tentativi di avviare un processo di modifica dei Trattati”. Le visioni dell’UE come sistema politico, che richiede una maggior federalizzazione, sono politicamente ed istituzionalmente contestate da opposte visioni dell’UE come mercato o come autocrazia, che spingono in direzioni molto diverse. In particolare, il Primo Ministro Victor Orban, che ha recentemente creato in seno al PE un nuovo gruppo parlamentare di estrema destra, chiamato Patrioti per l’Europa — ora, dopo le elezioni europee del 2024, il terzo gruppo per numero in Parlamento — ha sistematicamente richiesto la rinazionalizzazione di competenze dall’UE agli Stati membri. Di conseguenza, l’attuazione dei risultati della Conferenza si è arenata: dopo due anni, le sue proposte più innovative restano in sospeso e la richiesta del Parlamento di convocare una convenzione per la revisione dei Trattati non è stata nemmeno presa in considerazione da parte del Consiglio.

 

Davanti agli ostacoli all’emendamento dei Trattati, varie opzioni costituzionali alternative sono recentemente entrate al centro del dibattito su come prepararsi ad un’UE allargata. In particolare, è stato ripetutamente preso in considerazione l’uso della clausole passerella per cambiare le regole decisionali, in particolar nella PESC. Le clausole passerella permettono di passare dal voto all’unanimità  a quello a maggioranza qualificata in seno al Consiglio dell’UE senza emendare i Trattati. L’articolo 48 TEU stabilisce che quando i Trattati dell’Unione prevedono che “il Consiglio deliberi all’unanimità in un settore o in un caso determinato, il Consiglio europeo può adottare una decisione che consenta al Consiglio di deliberare a maggioranza qualificata in detto settore o caso”. Inoltre, specifiche clausole passerella sono sparse nei Trattati per politiche specifiche. Basandosi su questo, il 4 maggio 2023, nove Stati membri — Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Olanda, Spagna e Slovenia (tutti, tranne quest’ultima, dell’Europa occidentale) — hanno rilasciato una dichiarazione congiunta lanciando il “Gruppo degli amici del voto a maggioranza qualificata nella PESC”. A ciò ha fatto seguito, l’11 luglio 2023, una risoluzione di supporto del PE, che richiedeva di ricorrere quanto prima possibile alle clausole passerella.

Tuttavia, la strategia di utilizzare le clausole passerella ha i suoi ostacoli. Attivare una clausola passerella richiederebbe comunque l’unanimità del Consiglio europeo, che non è scontata, data la posizione recalcitrante di diversi Stati membri. Inoltre, l’articolo 48 TEU autorizza il Parlamento di un singolo Stato membro a bloccare l’uso di una clausola passerella, anche se approvata dai Capi di Stato e di governo nel Consiglio europeo, entro sei mesi dall’approvazione. Da ultimo, la stessa disposizione vieta esplicitamente di applicare le clausole passerella “a decisioni che hanno implicazioni militari o che rientrano nel settore della difesa”. Non si può quindi negare che una clausola passerella abbia solo un effetto limitato. La struttura della governance dell’UE soffre di una serie di carenze, e il rafforzamento e l’efficacia dell’UE richiedono adattamenti che possono essere realizzati solo attraverso opportune modifiche dei Trattati. Per esempio, un ruolo più importante del Parlamento europeo nelle questioni di bilancio e fiscali è un’esigenza democratica, specialmente dopo l’adozione del Next Generation EU, ma ciò può essere ottenuto solo attraverso la revisione di diverse disposizioni dei Trattati.

 

Tuttavia, date queste sfide, i decisori politici hanno sempre più cercato opzioni alternative per progredire nell’integrazione europea. In particolare, nel settembre 2023, un gruppo di esperti nominati congiuntamente dai governi francese e tedesco ha proposto una serie di raccomandazioni per riformare ed allargare l’UE nel ventunesimo secolo. Il loro rapporto ha delineato sei opzioni per le riforme, tra cui l’approvazione di un trattato di riforma supplementare tra gli Stati volonterosi se si arrivasse a un punto morto nella modifica dei Trattati. Esistono infatti precedenti di avanguardie di Stati membri che hanno concluso tra di loro accordi intergovernativi separati e sempre più l’integrazione differenziata è diventata una caratteristica dell’UE contemporanea. In questa linea, una proposta sarebbe di adottare un “Political Compact” per far avanzare l’integrazione, superando il veto degli Stati membri ostili. Diversamente, l’articolo 49 TEU afferma che adattamenti istituzionali dell’UE e del suo funzionamento possono essere ottenuti nel quadro dei nuovi trattati di adesione: mentre questa disposizione è stata tradizionalmente interpretata come riferita ai cambiamenti minimali delle istituzioni che derivano necessariamente dall’adesione un nuovo Stato membro, una lettura più ambiziosa di essa sarebbe di legare l’allargamento e le più ampie riforme in un unico accordo. Tuttavia questa strada ritarderebbe le riforme fino a quando non avverrà l’allargamento e non è detto che ciò sia fattibile, per cui non si può escludere che una cooperazione transnazionale attraverso istanze come la Comunità Politica Europea si rivelino di fatto la principale strada per andare avanti.

 

 

4. Conclusione.

 

Questo saggio ha esaminato l’impatto della guerra in Ucraina sull’allargamento dell’UE e sulla cooperazione transnazionale in Europa. Ha spiegato come, in risposta all’aggressione della Russia contro l’Ucraina, l’UE ha rilanciato il suo processo di allargamento — in particolare aprendo con l’Ucraina i negoziati per l’adesione — ha promosso la creazione di una nuova Comunità Politica Europea ed approfondito i suoi legami con entrambe le due organizzazioni regionali, il Consiglio d’Europa e la NATO, e con altri Stati. Come il saggio ha spiegato, il ritorno della guerra su larga scala sul continente europeo per la prima volta dopo la fine della Seconda Guerra mondiale in ultima analisi ha contribuito a riaffermare il ruolo dell’UE come faro di libertà, di pace, di sicurezza e di prosperità. La richiesta di adesione all’UE dell’Ucraina solo pochi giorni dopo l’invasione russa ha dimostrato che gli Stati che non sono membri dell’UE vedono l’appartenenza all’UE come la via migliore per assicurare la loro libertà. Inoltre, al di fuori dell’UE la guerra in Ucraina ha rappresentato un innesco per ringiovanire organizzazioni come il Consiglio d’Europa e la NATO,  per lanciare una nuova istanza (la Comunità Politica Europea) e per rafforzare l’interazione tra queste entità, tutte ispirate dalla fiducia nei benefici della cooperazione transnazionale.

 

Tuttavia, come è stato sottolineato, incombono numerose sfide sia sull’integrazione regionale in generale, sia specificamente sull’allargamento dell’UE. In particolare, per quanto riguarda l’adesione dell’Ucraina e degli altri otto paesi dei Balcani occidentali e dell’Europa orientale, ci sono problemi sia con la preparazione dei paesi candidati, sia con la disponibilità dell’UE stessa: mentre i paesi candidati sono attualmente ben lontani dal soddisfare i criteri di Copenaghen, alla stessa UE manca attualmente la capacità di assorbire ed integrare nuovi membri. Ciò è il risultato dello stallo nelle riforme istituzionali, che nonostante siano richieste da molte istituzioni, tra cui la Conferenza sul futuro dell’Europa e il Parlamento europeo, sono state finora bloccate da un certo numero di Stati membri recalcitranti. Rimane quindi incerto se l’UE possa realmente ampliarsi a 35 o più membri, e, se lo facesse, se sopravviverebbe alla propria espansione. Possono così emergere strade alternative, come la Comunità Politica Europea, che potrebbero rivelarsi necessarie per far avanzare l’integrazione regionale nel breve periodo, offrendo nel contempo l’opportunità ad un ex-membro, come il Regno Unito, di riconnettersi con l’UE. In conclusione, se la guerra in Ucraina ha riaffermato il “ruolo messianico” dell’UE e il dinamismo del progetto europeo, potrebbe essere necessaria della creatività per plasmare il futuro dell’Europa negli anni a venire.

 

 

 

 

L’arco di crisi che avvolge la NATO: alcune lezioni apprese nell’ultimo anno.

Geopolitica.info - Gabriele Natalizia – (12/05/2026) - Medio Oriente e Nord Africa, NATO, Relazioni Internazionali, Russia e Spazio Post-sovietico – Redazione – ci dice:

 

Dalla guerra nel Golfo alla crisi ucraina, passando per Sahel e Mar Rosso: le nuove lezioni strategiche per la NATO tra competizione globale, sicurezza energetica e difesa del Mediterraneo allargato.

Il mondo sembra vivere in uno stato di shock permanente. È stato sotto shock per la guerra dei dodici giorni tra Israele e Iran e l’operazione americana Midnight Hammer. Lo è stato nuovamente per lo scoppio della Terza guerra del Golfo alla fine di febbraio. È attualmente sotto shock per la sua durata, molto maggiore del previsto. È, ancor di più, sotto shock per le sue ripercussioni sulla libertà di navigazione, sull’economia mondiale e, pertanto, sulla stabilità – presente e futura – di partner strategici del Vicinato meridionale.

 

Pochi mesi prima, eravamo rimasti ugualmente colpiti dalle tensioni tra Washington e Kiev seguite all’insediamento della seconda amministrazione Trump, poi dai segnali di riavvicinamento lanciati dalla Casa Bianca al Cremlino e, infine, dai contenuti delle prime proposte di pace emerse nell’autunno 2025. Anche oggi, mentre si discute di cessate il fuoco e possibili negoziati, la Russia continua a colpire l’Ucraina. E questo conferma quanto fragile resti ogni prospettiva di stabilizzazione del Fianco est.

 

La serie di shock che hanno contraddistinto l’ultimo anno, tuttavia, rischia di produrre un effetto distorsivo che potrebbe farci sottovalutare un punto cruciale per le politiche dell’Alleanza Atlantica: da almeno quindici anni il sistema internazionale e, ancor di più al suo interno, il Mediterraneo Allargato assistono a una sequenza di crisi senza soluzione di continuità.

 

Circoscrivendo l’analisi al solo decennio in corso, si ricordi come dal 2020 una serie di colpi di Stato ha trasformato soprattutto il Sahel in uno spazio di penetrazione per attori ostili all’Occidente: da un lato le forze paramilitari controllate dalla Russia, dall’altro quelle forze jihadiste che, dopo la sconfitta territoriale dell’ISIS, erano state troppo frettolosamente considerate sul viale del tramonto, ma che continuano a proliferare di fronte a richieste di sicurezza inevase e risentimento anti-occidentale. Il precipitare della situazione in Mali proprio in questi ultimi giorni, con il Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani – JNIM – che minaccia la capitale Bamako, costituisce un monito a non perdere di vista il Sahel, a cui – anche per la sua capacità di contagio tra gli Stati ad esso adiacenti – la sicurezza dell’Europa risulta legata a doppio nodo.

 

Il 7 ottobre e la guerra a Gaza hanno poi riaperto, in tutta la sua drammaticità, la questione della sicurezza mediorientale. Gli attacchi degli Houthi nel Mar Arabico hanno mostrato quanto vulnerabili siano le rotte marittime da cui dipendono non solo il commercio e gli approvvigionamenti globali, ma anche i modelli di sviluppo dell’Europa e, ancor di più, quello di alcuni dei più importanti Paesi dell’area. Questi corrono oggi il rischio di vedere resettato almeno un ventennio di sforzi fatti per uscire dalla condizione di “Stati-rentier”.

 

All’interno del Gruppo Speciale per il Mediterraneo e il Medio Oriente della NATO, pertanto, ha preso forma un dibattito serrato sulla necessità, per l’Alleanza Atlantica, di ripensare i propri impegni. Di guardare anche a Sud, e non esclusivamente a Est. O, ancor meglio, di adottare un approccio “a 360 gradi”, così come sancito dal Concetto Strategico 2022.

 

Il passaggio dalla teoria alla pratica dell’approccio “a 360 gradi” resta, tuttavia, uno dei punti dolenti per l’Alleanza Atlantica, anche se negli ultimi anni non sono mancati alcuni passi in avanti, a partire dall’istituzione della figura del Rappresentante Speciale per il Vicinato Meridionale. La ragione di fondo di questo approccio è però chiara: anche un’eventuale soluzione della guerra in Ucraina, o la fine delle operazioni belliche in Medio Oriente, non basterebbero a riportare il sistema internazionale alla condizione – relativamente stabile – degli anni Novanta e Duemila. Le crisi in corso non sono parentesi destinate a chiudersi con il ritorno alla normalità, ma manifestazioni di una trasformazione più profonda dell’ordine internazionale.

 

Già dall’inizio dello scorso decennio, d’altronde, siamo entrati in una fase – ricorrente nella vita politica internazionale – cui solitamente si fa riferimento con il concetto di “competizione tra grandi potenze”. Questa non ha come posta in gioco la mera sicurezza di uno Stato piuttosto che di un altro, ma il primato internazionale o l’imposizione di sfere di influenza più o meno estese. I suoi attuali protagonisti – non possiamo nascondercelo – sono gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese, con la Federazione Russa che – grazie al grande apparato militare ereditato dall’Unione Sovietica – prova a inserirvisi, finendo spesso per svolgere il ruolo di junior partner di Pechino.

 

L’Alleanza Atlantica, del resto, non può considerarsi un osservatore esterno. Dopo la fine della Guerra fredda, gli alleati hanno scelto di continuarne l’esperienza ripensando la NATO come principale custode dei nuovi assetti internazionali. E poiché essa trova negli Stati Uniti il suo Paese leader – come negli anni del confronto con l’Unione Sovietica – nessuno dei suoi membri può davvero dirsi, o pensarsi, estraneo alla grande competizione globale in corso.

 

Proprio per questo, le crisi dell’ultimo anno non possono essere interpretate come eventi separati, né come emergenze destinate a esaurirsi una volta chiuso il singolo dossier. Sono, piuttosto, manifestazioni diverse di una stessa stagione strategica. Non parlano soltanto dei singoli teatri in cui si producono – l’Ucraina, il Medio Oriente, il Mar Rosso, il Golfo, il Sahel – ma anche delle condizioni in cui la NATO sarà chiamata a operare nei prossimi anni. Ed è da questa sovrapposizione tra crisi locali e competizione globale che possiamo ricavare alcune lezioni.

 

La prima lezione riguarda l’asimmetria di forze convenzionali. La concomitante sfida posta alla sicurezza dell’Alleanza Atlantica dalla guerra in Ucraina e dalla Terza guerra del Golfo mostra che la superiorità militare non è necessariamente decisiva per l’esito di una guerra. Tanto il caso dell’Ucraina quanto quello dell’Iran ci confermano ancora una volta che è possibile combattere da una posizione di debolezza, seppur perseguendo obiettivi diversi da quelli dei rivali più potenti. È possibile puntare, infatti, a far sì che la guerra duri troppo a lungo e abbia costi – umani, politici o economici – troppo alti da sostenere, rendendo la possibile vittoria un obiettivo non razionale.

 

La seconda lezione appresa, indissolubilmente legata alla precedente, è che la superiorità tecnologica resta fondamentale – e la NATO deve continuare a mantenerla rispetto ai suoi avversari – ma non è sufficiente. L’industria della difesa occidentale deve essere in grado di produrre sistemi d’arma diversificati, includendo sia quelli tecnologicamente più sofisticati e costosi, sia quelli più rudimentali ed economici, ma non per questo necessariamente meno efficaci. In particolare, è necessario lavorare affinché le linee di produzione europee riducano i costi e accelerino i tempi di consegna.

 

Le ragioni sono almeno due. Da un lato, non si può pensare di continuare ad abbattere droni che costano poche migliaia di euro principalmente con sistemi d’arma dal costo anche cento volte superiore. In questo senso, una futura cooperazione industriale con l’Ucraina sarebbe certamente auspicabile. Dall’altro, quanto accaduto ai Paesi del Golfo dimostra che la guerra può scoppiare in qualsiasi momento e che non è possibile arrivare impreparati – ovvero disarmati – a un appuntamento indesiderato, ma verosimile.

 

La dronizzazione, almeno parziale, dello strumento militare permetterebbe alle Forze Armate occidentali di compensare alcuni dei problemi legati alla carenza di personale. Tale scelta, tuttavia, richiederebbe un aumento massiccio del numero di droni disponibili, rendendo indispensabili scorte adeguate, cicli di sostituzione rapidi e una filiera capace di sostenere consumi elevati in caso di conflitto prolungato.

 

La terza lezione appresa dalle dinamiche internazionali in corso è – per chi lo avesse dimenticato – che la geografia conta. Conta perché può diventare uno strumento nelle mani dei rivali dell’Alleanza Atlantica, utile a compensare inferiorità militari o tecnologiche in altri domini. Lo ha dimostrato la Russia, quando ha reso impraticabile per mesi la principale via di esportazione del grano ucraino attraverso il Mar Nero. Lo sta dimostrando anche l’Iran. Non solo attraverso il tentativo di bloccare lo Stretto di Hormuz, ma anche provocando una riduzione del traffico marittimo – e quindi dei flussi di petrolio, gas e fertilizzanti – tramite l’aumento dei costi assicurativi per gli armatori. In questo modo, il mercato assicurativo viene trasformato in uno strumento di guerra asimmetrica a disposizione di Teheran.

 

È una lezione che dovrebbe indurci a guardare con maggiore attenzione anche al Mar Rosso, dove alla minaccia degli Houthi si sommano l’instabilità degli Stati rivieraschi e la presenza militare cinese a Gibuti. Ma dovrebbe anche spingere l’Alleanza Atlantica a non perdere di vista la Libia, dove l’eventuale apertura di una seconda base navale russa nel Mediterraneo, in Cirenaica, aggraverebbe ulteriormente la competizione strategica nel fianco sud dell’Alleanza.

 

Una quarta lezione appresa riguarda la linea di frattura che attraversa oggi il sistema internazionale. Questa, ci piaccia o meno, non coincide perfettamente con quella tra democrazie e autocrazie. In una fase segnata dal ritorno della competizione tra grandi potenze, esistono Stati parzialmente democratici o – più o meno – apertamente non democratici che condividono con il mondo occidentale interessi concreti. Perderli, o lasciarli scivolare nell’abbraccio di Mosca e Pechino, costituirebbe un errore strategico.

 

Per questo, l’Alleanza Atlantica dovrebbe affiancare alla difesa dei propri valori una politica più pragmatica di cooperazione con partner like-mende: non necessariamente Stati già pienamente allineati ai nostri modelli politici ed economici, ma che comunque hanno interessi convergenti con i nostri. La stessa esperienza della NATO nel post-Guerra fredda mostra, del resto, che democrazia, libero mercato e libertà individuali non si costruiscono per decreto, né dall’oggi al domani, ma come esito di un processo più lungo di consolidamento della sicurezza e delle istituzioni statuali.

Da qui l’importanza di rilanciare la cooperative security, valorizzando formati già esistenti come il Mediterranea Dialogo e l’Istanbul Cooperazione Iniziative, e attivando strumenti di Defense and Relate Security Capacità Building per i partner che ne facciano richiesta.

 

Un’ulteriore lezione appresa dalle crisi degli ultimi mesi è che l’Alleanza Atlantica e, quindi, l’Europa hanno ancora un valore strategico per gli Stati Uniti, al netto delle tensioni ricorrenti tra le due sponde dell’Atlantico su burden sharing e burden shiftino e dello stile comunicativo della Casa Bianca. La recente polemica dell’amministrazione Trump sulla mancata concessione dell’utilizzo delle basi europee per le operazioni in Iran e il suo invito agli europei a contribuire fattivamente alla messa in sicurezza della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, paradossalmente, intervengono a dimostrare non soltanto che la NATO è vitale per la sicurezza del continente europeo, ma anche che è – quanto meno – decisiva per la proiezione di potenza degli Stati Uniti sull’Eurasia e per la sicurezza nel dispiegamento della loro forza militare.

 

L’ultima lezione appresa – ma non per importanza – è che l’Alleanza Atlantica resta uno strumento indispensabile per la sicurezza dei suoi membri. Nonostante sia attraversata – come ciclicamente avviene a tutte le alleanze – da tensioni interne, divergenze politiche o problemi di burden sharing, è indispensabile perché continua a rappresentare il più efficiente meccanismo di deterrenza e difesa collettiva oggi disponibile per l’Occidente.

 

Lo ha dimostrato durante la Guerra fredda, nella gestione delle crisi degli anni Novanta, dopo gli attacchi dell’11 settembre e, più recentemente, di fronte alle ambizioni revisioniste della Russia sul continente europeo. La NATO, pertanto, deve rafforzare le proprie capacità militari, industriali e di resilienza, ma deve anche ricostruire un consenso politico e sociale attorno alla propria funzione.

 

L’aumento delle spese per la difesa, come dimostrato dai casi dell’Ucraina e dei Paesi del Golfo, non può essere raccontato soltanto come un costo, né tantomeno come una sottrazione automatica al welfare state, ma come una condizione necessaria per garantirne la sopravvivenza in un contesto internazionale più instabile e minaccioso. In questo senso, alla deterrenza militare deve accompagnarsi una più efficace diplomazia strategica dell’Alleanza: occorre spiegare meglio ai cittadini e agli alleati perché la sicurezza non sia alternativa alla protezione sociale, ma ne costituisca il presupposto.

 

La NATO, infine, è indispensabile anche per un’altra ragione. Non è uno strumento da costruire ex novo per rispondere a minacce che si potrebbero verificare in un momento indeterminato nel futuro, ma un’infrastruttura politica, militare e operativa già disponibile per rispondere a rischi che possono materializzarsi qui e ora.

(Gabriele Natalizia).

 

 

 

Russia e Cina, l’asse che resiste solo perché conviene. Il nuovo equilibrio eurasiatico alla prova.

It.insideover.info - Riccardo Renzi – (08 -03 – 2026) - Economia e Finanza -                                                 Redazione – ci dice:

La convergenza sino-russa non nasce da affinità ideologica, ma da necessità e opportunismo. L'asse resiste perché conviene.

(SCO: il gasdotto Cina-Russia e il sorriso del signor” Cai Qi”).

 

Nel 1997, sotto la guida di Boris El’ cin e Jiang Zemin, Mosca e Pechino proclamavano la nascita di un ordine multipolare fondato su dialogo, consultazioni e centralità delle Nazioni Unite.

La fine del bipolarismo doveva aprire una stagione di cooperazione equilibrata, lontana dall’egemonia statunitense.

 A quasi trent’anni di distanza, quella visione appare sbiadita.

 L’intesa tra Russia e Cina non è più soltanto un esercizio diplomatico, ma una convergenza strategica pragmatica alimentata dalla pressione occidentale e dalla competizione sistemica con Washington.

 

Putin, XI e il consolidamento dell’intesa.

 

Con l’ascesa di Vladimir Putin, la Cina diventa per il Cremlino un contrappeso alla presenza euro-atlantica.

La cooperazione si intensifica nelle piattaforme multilaterali come i BRICS e l’”Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai”, fino a intrecciarsi con progetti di integrazione economica quali la” Belt and Road iniziative”.

 Dopo il 2014, con l’annessione della Crimea e l’espulsione dal G8, Mosca comprende che l’isolamento finanziario può essere mitigato solo rafforzando il legame con Pechino.

La crisi del 2008 aveva già avvicinato i due Paesi sul terreno della de-dollarizzazione; le sanzioni occidentali rendono quella traiettoria una necessità.

 

Dal partenariato paritario all’asimmetria strutturale.

 

Tra il 2014 e il 2022 crescono le esercitazioni militari congiunte, la cooperazione tecnologica e l’interscambio energetico.

Ma l’equilibrio si modifica. La domanda cinese di armamenti russi si riduce, mentre aumenta la dipendenza russa da componenti elettroniche, macchinari e tecnologia dual use provenienti dalla Cina.

 

Dopo il 2022, la quota cinese nelle importazioni russe supera il 50%. Mosca paga sovrapprezzi elevati per beni soggetti a restrizioni occidentali e, nel 2025, emette per la prima volta bond in renminbi, segnalando una crescente esposizione finanziaria verso Pechino. Il rapporto fornitore-cliente si rovescia: la Russia diventa junior partner.

 

Washington come catalizzatore dell’asse.

Gli Stati Uniti restano il principale fattore di coesione tra Mosca e Pechino.

La Casa Bianca interpreta l’intesa come una sfida diretta al primato globale.

Con il ritorno di Donald Trump nel 2025, la linea americana assume toni più transazionali ma mantiene l’obiettivo di contenere la Cina, considerata minaccia strutturale.

 Il risultato è un triangolo geopolitico instabile:

 Washington tenta di isolare Mosca per concentrarsi su Pechino;

 la Cina sostiene la Russia senza esporsi eccessivamente;

 il Cremlino sfrutta il legame per dimostrare la resilienza alle sanzioni.

 

Un matrimonio di convenienza.

 

Per Mosca, la Cina è ossigeno economico e sbocco energetico.

Per Pechino, la Russia è un partner revisionista che distrae l’Occidente e garantisce accesso privilegiato a materie prime strategiche.

Ma la relazione è segnata da un pragmatismo freddo, non da un’alleanza formale.

La crescente asimmetria rischia di erodere la sovranità strategica russa, mentre la Cina deve gestire un alleato nucleare imprevedibile, attivo in scenari sensibili come Asia Centrale e Artico.

 È un equilibrio funzionale finché la pressione anti-occidentale persiste.

 

Tre scenari per il 2026 e oltre.

 

Stabilizzazione multipolare.

La competizione USA-Cina resta prevalentemente commerciale;

Mosca diversifica parzialmente le esportazioni;

 Pechino mitiga l’asimmetria.

L’asse sino-russo si consolida come alternativa al G7.

 

Vassallaggio silenzioso.

La dipendenza tecnologica e finanziaria russa diventa strutturale.

La Cina utilizza Mosca come scudo strategico e fornitore energetico a basso costo.

 L’asse regge, ma la Russia perde autonomia in Asia Centrale e nell’Artico.

Attrito aperto.

Una crisi finanziaria russa o divergenze strategiche portano a tensioni manifeste.

Pechino riduce il supporto;

Mosca cerca aperture verso altre potenze asiatiche.

Il risultato sarebbe un vicino nucleare isolato e instabile ai confini cinesi.

 

 

Un multipolarismo fragile.

 

Nel 1997 si parlava di equilibrio condiviso;

nel 2026 prevale una simbiosi asimmetrica.

La convergenza sino-russa non nasce da affinità ideologica, ma da necessità e opportunismo.

È un’alleanza che resiste perché conviene, non perché unisce.

 La domanda non è se Mosca e Pechino resteranno partner, ma a quale prezzo e con quali margini di autonomia reciproca.

 In un ordine internazionale frammentato, l’asse eurasiatico è insieme fattore di stabilizzazione e potenziale detonatore.

XI fa l’equilibrista tra le due guerre e Donald deve guardarlo dal basso.

Lastampa.it – Bill Emmott – (09 Maggio 2026) – Redazione – ci dice:

Al Tycoon serve Pechino per garantire la navigazione dello Stretto e gestire l’uranio arricchito.

 

XI fa l’equilibrista tra le due guerre e Donald deve guardarlo dal basso

Di solito, quando il presidente americano e quello cinese si incontrano, è l’emergente Cina a voler disperatamente essere trattata alla pari dalla superpotenza più importante del mondo.

 Il 14 maggio, invece, quando Donald Trump volerà a Pechino per il primo dei quattro incontri previsti quest’anno con il presidente cinese XI Jinping, sarà proprio lui a trovarsi in una posizione di inferiorità.

 In parte, ciò dipende dalla plateale ammirazione che Trump nutre nei confronti dei leader autoritari.

Perlopiù, comunque, dipende dal fatto che arriverà a Pechino con la necessità di far sì che la Cina lo aiuti a porre fine alla sua guerra con l’Iran.

 

In un primo tempo, l’imminente summit era stato etichettato come l’occasione giusta per Trump e XI di trasformare in un accordo più duraturo la tregua, dichiarata lo scorso ottobre, nella loro guerra commerciale.

 La battaglia dei dazi sulle importazioni dei rispettivi prodotti non si sarebbe conclusa con una sorta di libero commercio, ma quanto meno a essa si sarebbe sostituita una certa stabilità, vicina ai livelli medi attuali del 47 per cento di tassazione americana sulle importazioni dalla Cina e del 30 per cento di tassazione cinese su quelle dall’America.

 

Anche se di sicuro rivestiranno un ruolo di primo piano nel meeting di Pechino e porteranno probabilmente a una sorta di accordo su un nuovo meccanismo di risoluzione delle controversie tra i due Paesi, in ogni caso il commercio e l’economia non saranno gli argomenti più importanti di cui i due leader discuteranno.

 Il più importante sarà l’Iran:

come gestire il programma iraniano di armamento e di arricchimento dell’uranio e come raggiungere un accordo tra le parti in guerra che permetta alle petroliere e ad altre navi di attraversare liberamente Hormuz, lo stretto specchio d’acqua che divide Iran e Oman e che attualmente è soggetto a un duplice blocco navale, quello iraniano e quello statunitense.

 

Inizialmente, il vertice di Pechino avrebbe dovuto svolgersi a metà aprile, ma è stato rimandato su richiesta di Trump a causa della sua guerra all’Iran.

È possibile che, nei pochi giorni che restano prima dell’incontro tra Trump e XI, iraniani e americani riescano a raggiungere un accordo a interim a partire dai piani di pace proposti da entrambi i Paesi.

Se così sarà, molto si dovrà al desiderio di Trump di prendere un volo per Pechino senza che l’ombra della guerra incomba sulla sua testa.

 In ogni caso, una soluzione a lungo termine non potrà che fare affidamento su un accordo di entrambe le parti con la Cina, perché la Cina è l’unica grande potenza a essere a uno stesso tempo il partner degli iraniani e capace di sovrintendere a un accordo sul nucleare.

 

A differenza del suo partner strategico, la Russia, la Cina è stata restia a intervenire apertamente e direttamente nei conflitti internazionali.

Sta aiutando la Russia nella sua guerra in Ucraina, ma finora ha evitato di farsi coinvolgere in modo diretto, in termini militari o diplomatici.

 Lo stesso vale per la guerra dell’Iran con America e Israele.

 

La Cina ha aiutato il regime iraniano continuando ad acquistarne il petrolio e altre materie prime, nella misura in cui era possibile procurarsele.

Di fatto, inoltre, ha incoraggiato un altro dei suoi partner, il Pakistan, a fungere da mediatore tra Iran e Stati Uniti.

 Ancora più importante è che il 6 maggio ha accolto il ministro degli Esteri iraniano Abbas Draghici, in visita a Pechino.

 Di sicuro, Draghici non è andato in Cina per turismo.

 

Mettere in imbarazzo Trump, calcando la mano sul suo ruolo di risolutrice del conflitto a cui lo stesso presidente americano ha dato inizio più di due mesi fa, di sicuro non è nell’interesse di Pechino.

 Poiché è di gran lunga il più grande importatore di petrolio del pianeta, la Cina ha un interesse in comune con l’America, l’Europa e il resto del mondo:

riaprire lo Stretto di Hormuz e riportare il prezzo del petrolio ai livelli di prima della guerra.

 Manifestare la disponibilità a collaborare per contenere la proliferazione di armi nucleari oltretutto servirebbe a dare una bella spolverata alle credenziali che la Cina vanta, essere una forza di pace e di stabilità, gravemente appannate dal sostegno dato alla Russia in Ucraina.

 

Bisogna sperare che questo ruolo positivo, e la leva su Trump che esso offre, non renda XI Jinping troppo sicuro di sé.

 Il Paese che ha più da perdere nel caso in cui XI si mostrasse troppo fiducioso è Taiwan, o perché il presidente cinese potrebbe sentirsi sufficientemente imbaldanzito da cimentarsi in un’invasione o un blocco coercitivo, o perché potrebbe persuadere un Trump grato a indebolire il suo appoggio all’autonomia di Taiwan.

 

In verità, è improbabile che XI si cimenti in un’invasione o in un blocco, perché gli esempi della Russia in Ucraina e dell’America in Iran hanno messo palesemente in evidenza i costi e i rischi dell’avventurismo militare.

La cosa migliore in cui può sperare la Cina è attendere che le nuove elezioni a Taiwan per la presidenza del gennaio 2028 portino al governo qualcuno di più favorevole a Pechino o quanto meno una figura più manipolabile rispetto ai personaggi di spicco favorevoli all’indipendenza che hanno governato Taiwan nell’ultimo decennio.

È probabile che XI eserciterà pressioni su Trump per indurlo a tagliare le vendite di armi americane a Taiwan, in un non dichiarato quid pro quo in cambio di un aiuto con l’Iran.

 

La stranezza di questo presunto summit di giganti a Pechino è che nessuno dei due Paesi si trova di fatto in una posizione di forza.

 Uno dei messaggi più vigorosi della propaganda circolati nei 13 anni al potere di XI in Cina è che l’America è in declino mentre la Cina è in ascesa.

In termini economici, questo non è assolutamente vero:

nel 2021 il Pil annuo cinese ha toccato il picco al 77 per cento di quello americano, ma da allora è sceso a poco più del 60 per cento.

 

I pronostici un tempo molto diffusi, secondo cui la Cina avrebbe superato gli Stati Uniti nel volgere di poco tempo, sono stati abbandonati silenziosamente a mano a mano che l’economia cinese è stata indebolita dal crollo del mercato immobiliare e dal calo demografico, mentre l’America ha accelerato in modo considerevole grazie a investimenti in campo tecnologico.

 Adesso, per rendere plausibile l’idea che la Cina possa superare l’America in un qualsiasi momento nel giro dei prossimi decenni, o forse un giorno, sarebbe necessario un crollo del dollaro statunitense contestualmente a un considerevole aumento della valuta cinese.

Nel frattempo, uno dei grandi paradossi dello slogan di Trump “Make America Great Agani” è che in termini geopolitici e strategici lui ha fatto più di qualsiasi altro presidente americano a memoria d’uomo per far passare come teoricamente avverabile il messaggio cinese del declino. Ha fatto del suo meglio per demolire o deteriorare le alleanze per la sicurezza in Europa e in Asia dalle quali l’America è dipesa negli ultimi ottant’anni.

 Ha reso l’America meno appetibile per gli scienziati internazionali e altri emigranti di talento.

Si è alienato le popolazioni di tutto il mondo che prima erano schierate dalla parte degli Stati Uniti.

 

Aspetto ancora più importante, tuttavia, è il fatto che – benché la guerra a cui ha dato inizio in Iran il 28 febbraio abbia messo in evidenza la potenza militare americana – Trump ha messo in mostra anche tutte le debolezze strategiche del Paese.

 L’America ha fatto vedere di essere incapace al momento di produrre abbastanza armi avanzate e sofisticate da durare più di poche settimane in un conflitto intenso.

Ma, soprattutto, l’eccessiva sicurezza porta l’America a dare inizio a guerre che non sa come concludere.

 

Quando l’eccessiva sicurezza di sé si somma all’incompetenza strategica, il risultato è disastroso.

Dovremmo tutti tenerlo ben presente la settimana prossima, quando vedremo sfilare il presidente XI e il presidente Trump con orgoglio nella Grande Sala del popolo a Pechino, o quando seguiremo la “Parata della Vittoria” di Vladimir Putin a Mosca il 9 maggio.

Le tre superpotenze nucleari mostrano tutte il medesimo mix pericoloso.

(Traduzione di Anna Bissanti).

 

 

 

La squadra negoziale di Trump sulla Cina è fatta solo da imprenditori interessati.

Ilfoglio.it- Giulia Pompili – (12 MAG. 2026) – redazione – ci dice:

 

Pechino conferma la visita di stato del presidente americano mentre resta aperto il dossier iraniano.

 Il cambio di linea della Casa Bianca sulla leadership di XI Jinping: meno ideologia, più affari con Musk, Cook e Wall Street al seguito di Trump.

 Le preoccupazioni degli alleati.

 

L’Immagine della squadra negoziale di Trump sulla Cina è fatta solo da imprenditori interessati.

Ieri la Repubblica popolare cinese ha confermato la visita di stato del presidente americano Donald Trump a Pechino che inizia giovedì.

 Non era scontato:

la Casa Bianca non ha ancora risolto il dossier iraniano, e compiere una delle visite di stato più complicate nel mezzo di una negoziazione di così alto livello poteva far pensare a un secondo rinvio del vertice.

Ora che anche la Cina ha confermato, farlo saltare sarebbe uno sgarbo. Quando Trump e il leader cinese XI Jinping s’incontreranno, il fantasma iraniano aleggerà fra loro.

L’ultima visita di un presidente americano in Cina risale al 2017:

era stato lo stesso Trump a compierla.

Ma è sorprendente il cambiamento avvenuto fra il primo e il secondo mandato – secondo diversi media americani dovuto anche a un cambiamento dentro all’Amministrazione e a chi sussurra nelle orecchie di Trump.

La sua prima Casa Bianca era caratterizzata da falchi anti cinesi dall’allora segretario di stato Mike Pompeo al direttore del Fbi Christopher Wrap, ma anche da profondi conoscitori delle sfide poste da Pechino, come l’ex vice consigliere per la Sicurezza nazionale Matt Pettiere.

Oggi tutta quella squadra non esiste più, anzi, alcuni di loro nel corso di sei anni hanno cambiato prospettiva e posizione, un po’ come Trump: uno come l’ex consigliere Robert O’Brien, che un tempo sosteneva che l’America avrebbe dovuto distruggere le fabbriche di microchip di Taiwan pur di non farle cadere in mani cinesi, è finito poi per convincere Trump a sollevare le restrizioni sulla vendita di chip verso la Cina per conto del colosso americano Nvidia.

 Il vicesegretario alla Difesa Eldridge Colby sembrava dovesse rappresentare l’uomo simbolo dell’aggressività americana contro la Cina, ma non menziona Pechino da mesi.

 

La leadership cinese ha lamentato spesso lo scarso coordinamento preparatorio da parte della Casa Bianca a livello ministeriale – poi, solo il 30 aprile scorso, ci sono state due telefonate fra ministri degli Esteri e della Difesa.

 Superattivo sul lato commerciale è stato invece il segretario al Tesoro Scott Besson, che in questi mesi ha incontrato spesso il vicepremier cinese He Lienz, l’uomo che supervisiona per conto di XI Jinping gli accordi con gli Stati Uniti.

Besson ha annunciato ieri che subito prima del viaggio del presidente a Pechino, lui sarà a Tokyo e a Seul – nella capitale sudcoreana incontrerà He per l’ultima volta prima del vertice fra i leader, segnale che non tutto è ancora deciso sul piano della tregua commerciale.

 A Tokyo invece, Besson andrà a portare un messaggio più diplomatico: la premier giapponese Sanai Talamici si è esposta molto sul dossier Taiwan, e ha bisogno di rassicurazioni da parte americana – secondo Bloomberg, Besson va a Tokyo anche per convincere il governo a mantenere una linea più rigorosa su inflazione, tassi e spesa pubblica, invece di intervenire troppo sul mercato per sostenere lo yen.

Il team negoziale di Trump resta un mistero, però, così come chi di fatto costruisce la sua politica con la Cina.

Per ora la Casa Bianca ha fatto sapere i nomi dei vertici di alcune delle maggiori aziende americane che accompagneranno il presidente americano nella visita in Cina, tra cui Elon Musk per Tesla, Tim Cook per Apple, Larry Fink per BlackRock e Kelly Ortberg per Boeing, e poi Blackstone, Citigroup, Goldman Sachs, Mastercard, Visa, oltre a dirigenti di Meta, Micron, Illumina e Coerente e perfino di GE Aero space, che fa motori militari.

Trump vuole mostrare i suoi pezzi da novanta e probabilmente intimidire l’assetto ingessato e burocratico della leadership cinese, ma intanto porta avanti la sua agenda trumpiana:

 ieri è stata confermata anche la notizia della presenza al viaggio di Eric Trump e sua moglie Lara.

Eric supervisiona il business all’estero della famiglia, ma ufficialmente non è in viaggio di lavoro, solo “per sostenere il padre” – Reuters ricordava ieri che Trump aveva criticato l’ex presidente Jole Biden per aver permesso al figlio Hunter Biden di accompagnarlo in Cina quando era vicepresidente.

Le regole di coerenza non si adattano all’Amministrazione Trump, e secondo diversi osservatori sarà questo il grande vantaggio del team negoziale cinese.

 Secondo Politico, diversi diplomatici di paesi alleati degli Stati Uniti sono particolarmente preoccupati del fatto che il presidente americano, “noto per dichiarazioni estemporanee e ad ampio raggio, possa finire per rinnegare il sostegno americano a Taiwan, forse persino involontariamente”.

Del resto, basta un cambio nel registro linguistico per cambiare l’assetto di deterrenza nell’Indo-Pacifico.

 Non a caso c’è un’espressione che i funzionari e i media di partito sono tornati a usare per raccontare la nuova fase auspicabile delle relazioni fra America e Cina, ed è keeping gronghi, la coesistenza pacifica di sovietica memoria riadattata poi negli anni Cinquanta dal primo ministro Zhou Enlai secondo i famosi “cinque principi” alla base della politica estera cinese.

Dopo aver confermato il viaggio di Trump, ieri il ministero degli Esteri cinese ha diffuso perfino un video dal titolo “coesistenza pacifica”, mettendo a confronto immagini di Cina e Stati Uniti, “sottolineando le principali tappe storiche e gli ambiti di collaborazione”, ha scritto il giornale di partito in lingua inglese” Global Times”.

(Giulia Pompili).

 

 

 

 

Usa, Cina e Russia fanno apertamente i propri interessi economici.

Agli altri non resta che capire di chi diventare vassalli.

Ilfattoquotidiano.it – (6 – gennaio – 2026) – Michele Sanfilippo – Redazione – ci dice:             

Quella che poteva essere la sola vera speranza di sopravvivenza per questa forma politica, e cioè l’Europa Unita, ha perso il treno.

Usa, Cina e Russia fanno apertamente i propri interessi economici. Agli altri non resta che capire di chi diventare vassalli.

Il re è nudo.

 Gli Stati Uniti d’America di Trump, con l’attacco al Venezuela, il rapimento di Maduro e la rivendicazione quotidiana della Groenlandia (perché gli serve), abbandonano ogni forma d’ipocrisia, e fanno alla luce del sole quello che hanno sempre fatto con un minimo di giustificazioni ideologiche: i propri interessi economici.

 

Parlando solo di quanto è accaduto dopo la seconda guerra mondiale, non bastano due mani per contare i colpi di stato sostenuti, se non organizzati, dagli Usa in Sudamerica. Ma almeno altrettanti sono quelli organizzati nel Sud Est asiatico e in Medio Oriente. Del resto, negli anni della guerra fredda, l’Unione Sovietica non era di certo meno attiva nel cercare di portare sotto la propria sfera d’influenza quanti più paesi possibile.

 

Così, almeno fino alla fine degli anni ’80, la presenza di due blocchi economici (e ideologici), rappresentati da Usa e Urss, richiedevano un minimo di forma e di rispetto delle regole internazionali non foss’altro per giustificare la propria posizione ideologica.

E ancora dopo la caduta del muro di Berlino gli Usa hanno sentito di dover giustificare ogni intervento militare usando argomentazioni come “l’esportazione della democrazia” spesso affiancata “dall’eliminazione di armi di distruzione di massa” di bushiana e blairiana memoria.

L’ira di Putin per l’attacco di Trump in Venezuela si appianerà: entrambi violano la sovranità di altri Stati.

Insomma, c’era ancora un minimo di pudore, nei confronti dell’opinione pubblica interna (seppur sempre meno attenta, così presa a godersi i favolosi anni ’90) e occorrevano delle giustificazioni, più o meno plausibili, per poter attaccare militarmente un altro paese e cambiarne la leadership sempre con l’obiettivo di introdurre una democrazia.

Ma credo che sia ormai chiaro a tutti che non bastano delle elezioni per far nascere una democrazia, come sanno bene in Iraq o in Afghanistan.

La democrazia è un sistema politico dove l’azione del governo deve poter essere contenuta da solidi argini garantiti da un forte Costituzione di cui devono essere custodi un Parlamento e una libera magistratura.

Se poi si è molto fortunati, la presenza di una libera stampa, possibilmente non in mano a centri di potere economico, controlla tutti.

Solo la presenza di pesi e contrappesi e di meccanismi di auto regolazione possono rendere le elezioni libere ed efficaci.

 

Ma da un po’ di tempo la democrazia rappresentativa, minata dall’interno dalla rapacità di un sistema economico che non fa prigionieri e che, attraverso il lobbismo e i mezzi d’informazione, ha svuotato di ogni contenuto sociale i parlamenti, non va più molto di moda.

 

Quella che poteva essere la sola vera speranza di sopravvivenza per questa forma politica, e cioè l’Europa Unita, ha perso il treno per darsi la capacità decisionale in grado di superare le differenze culturali che esistono tra i paesi baltici e quelli mediterranei, dotarsi una politica estera comune, di un esercito comune e di una fiscalità condivisa, non sembra attrezzata per affrontare il nuovo ordine mondiale che si sta delineando e di cui si fa fatica a capire quali sarà il punto di caduta.

 

L’unica certezza è che la partita se la stiano giocando le tre superpotenze militari Usa, Russia e Cina mentre gli altri, che sembrano andare avanti in ordine sparso, cercano di accreditarsi come vassalli dell’uno e dell’altro.

 

 

 

 

Come le tecnologie di Russia e Cina

sostengono la profondità

strategica iraniana.

 Notiziegeopolitiche.net – (4 Marzo 2026) – Silvia Baltus – Redazione – ci dice:

 

La mattina del 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’“Operazione Furia Epica”, una massiccia campagna aerea congiunta che ha colpito infrastrutture militari e civili iraniane.

In un primo momento, Teheran ha risposto con attacchi ritorsivi contenuti su asset statunitensi e partner regionali.

 Inizialmente, l’approccio è stato quello di una “pazienza strategica”, assorbendo gli attacchi e utilizzando la diplomazia per ottenere un cessate il fuoco mediato dagli alleati del Golfo, preservando al contempo il proprio arsenale missilistico principale.

Tuttavia, dopo l’uccisione della Guida Suprema del Paese e un attacco ad una scuola elementare femminile che ha mietuto oltre 150 vittime, la strategia iraniana è destinata a virare verso un’escalation diretta significativa.

Mosca ha condannato “l’aggressione ingiustificata”, mentre Pechino ha espresso “grave preoccupazione”, chiedendo la cessazione immediata delle ostilità per salvaguardare “l’integrità territoriale” del Paese.

Entrambe le potenze eurasiatiche hanno richiesto una sessione straordinaria del Consiglio di Sicurezza ONU per affrontare la crisi in crescita.

Tra fine 2025 e inizio 2026, l’Iran ha intensificato la politica definita di “Sguardo ad Est”, finalizzando un “Trattato di Partenariato Strategico” Complessivo ventennale con la Russia e accelerando il” Programma di Cooperazione venticinquennale con la Cina”.

L’attuale contesto cinetico minaccia direttamente il regionalismo iraniano, orientamento in politica estera fortemente voluta dalla Guida Suprema a seguito del progressivo isolamento da parte dell’Occidente e portata ai massimi livelli dalla presidenza Raisi, con impatti sui principali attori che hanno investito nel Paese.

 

Repubblica Popolare Cinese (RPC): sicurezza energetica e rotta marittima alternativa.

L’interesse primario della Cina in Iran risiede nella garanzia di flussi petroliferi a condizioni vantaggiose, attualmente veicolati al di fuori del circuito bancario sotto controllo statunitense mediante il ricorso alle cosiddette raffinerie “tea pot”.

A seguito della recente contrazione delle forniture venezuelane per effetto dell’operazione militare statunitense, Pechino ha accresciuto la propria sensibilità rispetto a qualsiasi fattore di destabilizzazione iraniana.

Sebbene la Repubblica Popolare abbia avviato una strategia di diversificazione energetica attraverso gli stati membri del “Consiglio di Cooperazione del Golfo” (GCC), il rischio di un conflitto regionale su vasta scala minaccia l’intera architettura di sicurezza energetica cinese.

L’Iran costituisce inoltre un nodo strategico della “Belt and Road Initiative”, offrendo a Pechino una direttrice terrestre alternativa allo Stretto di Malacca, snodo nel quale la presenza navale statunitense esercita una funzione di contenimento sui flussi marittimi cinesi.

 Eventuali attacchi cinetici contro infrastrutture costiere iraniane, quali quelle di “Asaluyeh” o “Bandar Abbas”, inciderebbero direttamente sulla logistica finanziata dalla Cina, concepita per assicurare l’accesso alle acque internazionali prescindendo dai principali “coke points” sotto influenza occidentale.

 

Federazione Russa: INSTC e multipolarità.

Per Mosca, l’Iran rappresenta il terminale continentale ultimo del “Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud” (INSTC). Nel gennaio 2026, il traffico lungo questa arteria ha raggiunto livelli record, con l’avvio dei primi treni container regolari che collegano la regione di Mosca al porto iraniano di Bandar Abbas.

L’INSTC costituisce un’infrastruttura cruciale che connette la Russia ai mercati indiani attraverso l’Asia centrale, il Mar Caspio, il Caucaso e la rete ferroviaria e portuale iraniana.

In un contesto in cui le sanzioni occidentali isolano le rotte settentrionali russe, qualsiasi instabilità in Iran potrebbe compromettere gli investimenti infrastrutturali e la connettività strategica, elementi oggi essenziali per le strategie commerciali del Cremlino nella fase post-conflitto ucraino.

Nel primo giorno di ostilità, Israele e Stati Uniti hanno colpito il porto strategico di Bandar Abbas, nodo in cui convergono interessi di diversi attori regionali di peso, sottolineandone la rilevanza geopolitica e logistica.

Alla luce della progressiva erosione dell’influenza russa nel Caucaso meridionale — segnata dall’avvicinamento armeno all’amministrazione Trump e dalle crisi con l’Azerbaigian — e nel Levante, con la perdita di un alleato chiave in Siria, nonché dei recenti massicci investimenti statunitensi in Kazakistan, l’Iran emerge come una delle ultime “fortezze” di Mosca contro l’egemonia occidentale in Eurasia.

 Un cambio di regime filo-occidentale o un collasso dello Stato iraniano costituirebbero un colpo terminale all’ordine mondiale multipolare che le potenze eurasiatiche stanno cercando di consolidare.

In questo contesto, Russia e Cina hanno progressivamente agito come gli “occhi” dell’Iran, fornendo asset strategici high-tech, spaziano dalla sorveglianza orbitale alla guida missilistica avanzata.

Questa cooperazione ha subito una significativa accelerazione a seguito delle escalation regionali del 2025 (spesso denominate la “Guerra dei 12 giorni”).

 

Asset forniti dalla Russia.

Il contributo della Russia si concentra sull’hardware militare pesante e sulla ricognizione orbitale dedicata.

Satellite spia Khayyam: Lanciato nel 2022, si tratta di un satellite di fabbricazione congiunta russo-iraniana della serie Kanopus-V.

È stato portato in orbita dal vettore russo Soyuz.

Fornisce immagini ad alta risoluzione (1,2 metri), consentendo a Teheran di assegnare al satellite il monitoraggio di specifiche basi statunitensi e israeliane.

 

Caccia multiruolo Su-35 “Flanker-E”: All’inizio del 2026, la Russia ha avviato la consegna di un ordine di 48 unità (valore circa 6,5 miliardi di dollari).

Questi jet sono equipaggiati con podi per la guerra elettronica (EW) Khibiny-M e radar Irbis-E, progettati specificamente per rilevare velivoli a bassa osservabilità (stealth) come l’F-35.

 

– Sistemi di difesa aerea S-400: Molteplici rapporti d’intelligence confermano che la Russia ha consegnato componenti dell’S-400 all’Iran per creare una difesa “stratificata” contro gli attacchi aerei occidentali.

Radar Rezonans-NE: Un sofisticato sistema radar Over-The-Horizon (OTH) fornito dalla Russia, capace di tracciare bersagli stealth e missili balistici a lungo raggio.

 

Asset forniti dalla Cina.

Il supporto della Cina è più “silenzioso”, ma probabilmente più critico per le capacità di attacco di precisione di Teheran.

 

Sistema di navigazione BeiDou-3: L’Iran ha ufficialmente convertito la propria architettura militare dal GPS statunitense al sistema cinese Bei Dou.

A differenza del GPS, il Bei Dou include un servizio di messaggistica breve che consente ai nodi di comando iraniani di comunicare anche in caso di interruzione delle reti locali.

 

– Il vantaggio: L’Iran ha accesso a segnali militari criptati ad alta precisione (accuratezza al centimetro) resistenti al jamming occidentale.

 

Condivisione d’intelligence in tempo reale: La Cina utilizza la sua flotta di oltre 500 satelliti per fornire all’Iran SIGINT (Segnalo Intelligence) costante e mappatura del terreno. Questo supporto aiuta l’Iran a tracciare i movimenti navali statunitensi nel Golfo Persico in tempo reale.

 

– Missili supersonici CM-302: Teheran sta attualmente definendo un accordo per i CM-302 (versione export dell’YJ-12). Sono considerati “carrier killers” (distruttori di portaerei) a causa della loro velocità supersonica e della gittata di 290 km, potenziando significativamente la capacità dell’Iran di chiudere lo Stretto di Hormuz.

 

– Radar anti-stealth (YLC-8B): La Cina ha fornito radar avanzati in banda UHF come l’YLC-8B, che utilizza onde a bassa frequenza per neutralizzare i rivestimenti radar-assorbenti (RAM) utilizzati dai bombardieri e caccia stealth statunitensi.

 

Rischio di percezione.

Fornendo il “tessuto connettivo” per la difesa dell’Iran (nello specifico immagini ad alta risoluzione e sistemi di puntamento resistenti al jamming) questi alleati hanno assicurato che Teheran non operasse in un vuoto strategico isolato.

In ultima analisi, la sopravvivenza del governo rivoluzionario iraniano appare agli occhi dei suoi alleati strettamente connessa alla percorribilità del corridoio INSTC (Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud) e delle rotte energetiche della Belt and Road Initiative.

La vera dimensione di questo confronto risiede nel determinare se questa silenziosa infusione di tecnologia strategica sia in grado di preservare il vitale avamposto russo-cinese contro la pressione cinetica occidentale.

Tuttavia, nel contesto geopolitico, la percezione riveste spesso un peso pari, se non superiore, alla forza materiale.

Qualora Mosca e Pechino consentissero lo smantellamento di un nodo cruciale come Teheran senza una evidente escalation del proprio sostegno, si esporrebbero a un deficit di credibilità capace di alienare altri potenziali partner nel Sud Globale.

Esiste un punto di rottura critico in cui il semplice ancoraggio tecnologico cessa di risultare sufficiente.

Per il Cremlino e per lo Zhongnanhai, il conflitto ha raggiunto una fase in cui un supporto puramente passivo rischia di essere interpretato come paralisi strategica.

Qualora la coalizione occidentale riuscisse a degradare l’infrastruttura governativa iraniana nonostante queste iniezioni tecnologiche, la narrativa di una “alternativa multipolare” potrebbe crollare.

Nessuna potenza regionale si orienterà verso un’architettura di sicurezza incapace di superare il suo test primario.

Se Russia e Cina non evolveranno dal ruolo di fornitori verso modalità più assertive di deterrenza, sia mediante lo schieramento di unità offensive per la guerra elettronica, sia attraverso una manifesta postura navale, rischiano di essere percepite come garanti inaffidabili.

Pur in un contesto in cui la dinamica USA-Cina è attualmente frenata da guerre tariffarie e strozzature nell’approvvigionamento di materie prime, e la Russia rimane vincolata al teatro ucraino, nessuna delle due potenze può permettersi la caduta di Teheran.

Un collasso iraniano rappresenterebbe uno scacco matto definitivo al ponte terrestre eurasiatico.

Di contro, con la decapitazione dei vertici iraniani e la frattura strategica della catena di comando, risulterà più complicato per questi attori coordinarsi con il governo iraniano.

Di conseguenza, ci si avvicina a una “soglia minima di credibilità”.

 Per preservare il proprio status di validi contrappesi all’Occidente, Mosca e Pechino devono colmare il divario tra il semplice “mettere in condizione” la resistenza iraniana e il proteggerla attivamente, fermo restando che una richiesta di aiuto deve arrivare da Teheran.

Il mancato compimento di questo passo comporterebbe non solo la cessione del Medio Oriente all’egemonia occidentale, ma segnalerebbe altresì al resto del mondo che l’ombrello di sicurezza russo-cinese resta essenzialmente transazionale e privo della fermezza necessaria per un confronto diretto.

(Special Eurasia).

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