Il riarmo Ue è solo un inganno.

 

Il riarmo Ue è solo un inganno.

 

Il riarmo europeo rilancerà l’economia

 e l’industria: non si poteva fare lo stesso

 sforzo per salvare il pianeta?

 Ilfattoquotidiano.it - Loretta Napoleoni, Economista – (29 giugno 2025) – ci dice:                   

 

Se i soldi ci sono o si trovano, allora perché non li abbiamo usati per salvare il pianeta invece di proteggerci da nemici immaginari?

Il riarmo europeo rilancerà l’economia e l’industria: non si poteva fare lo stesso sforzo per salvare il pianeta?

 

È finita, per ora, la guerra tra Israele, il suo alleato principale, gli Stati Uniti, e l’Iran, ma di guerre ce ne sono ormai a iosa e quindi l’Europa non ha abbandona il progetto di armarsi.

Certo la motivazione non è nostalgica, per esempio una sorta di ritorno ai “bei tempi” della Guerra Fredda per i paesi della vecchia Europa dell’Ovest; piuttosto a monte c’è una nuova realtà fredda e contabile, misurata in percentuali di Pil, miliardi di euro, armi intelligenti e nuove catene di produzione.

 Il riarmo insomma fa bene al portafoglio.

 

Le cancellerie europee, però, ci vogliono far credere che abbiano abbandonato decenni di disarmo programmato, sostituendo alla radice dell’avventura europea il concetto di pace con quello di deterrenza espansiva sotto la pressione americana e sotto la minaccia russa.

 Una deterrenza contro chi?

Putin? Contro cosa? Il caos mondiale attuale?

 

Ufficialmente, al centro di questo nuovo paradigma vi è un dato: l’obiettivo, perseguito con cocciutaggine dagli Stati Uniti e ormai accettato con remissiva convinzione dai partner europei, di destinare entro il 2035 il 5% del Pil europeo alla difesa, di cui il 3,5% in spesa diretta militare e l’1,5% in spese di resilienza.

In parole povere: una quota sempre più ampia delle nostre economie sarà destinata a mantenere, potenziare e far funzionare le macchine della guerra.

(Anni di austerity e ora la spesa per il riarmo diventa una panacea: quanta ipocrisia!).

 

Il nuovo corso è stato inaugurato in gran pompa magna al vertice Nato dell’Aia del 2025, palcoscenico perfetto. Una vittoria per il presidente Donald Trump che ha ottenuto quello che già reclamava durante il suo primo mandato: un’Europa che “paga la sua parte”.

Con una narrazione muscolare, fatta di elogi, minacce e improvvisi momenti di apparente magnanimità, Trump ha piegato la retorica europea.

Non più parole sulla pace, non più accenni all’autonomia strategica: ora si parla di carri armati, droni e logistica.

 

Nel contempo, la Commissione Europea ha lanciato il piano “Readiness 2030”, un’iniziativa che prevede l’attivazione di 800 miliardi di euro in quattro anni per finanziare la corsa al riarmo continentale.

Di questi, 650 miliardi arriveranno dall’alleggerimento dei vincoli fiscali per permettere agli Stati di aumentare la spesa militare fino a un +1,5 % del Pil senza violare i parametri europei.

I restanti 150 miliardi saranno distribuiti come prestiti comuni per investimenti strategici:

difesa aerea, sistemi missilistici, cyber-sicurezza, produzione munizionamento.

 Insomma: l’industria bellica diventa progetto europeo.

 

Due nazioni, Polonia e Francia, incarnano due modelli diametralmente opposti, ma paradossalmente complementari, all’interno del progetto di riarmo europeo.

 La Polonia, guidata da Donald Tusk, ha deciso la trincea avanzata della Nato, il fronte più esposto e, quindi, più armato.

 Con una spesa militare che ha già raggiunto il 4,7 per cento del Pil, Varsavia investe a ritmi vertiginosi in armamenti americani e sudcoreani: F-35, Himars, K2, K9, Abrams e così via.

 Il tutto accompagnato da una narrazione identitaria e marziale che fa della paura l’elemento coesivo nazionale.

 

La Francia, al contrario, punta sulla sovranità industriale.

Con un budget da 413 miliardi di euro fino al 2030, Macron investe su un complesso militare-industriale nazionale solido:

 Dassault, Naval Group, Nexter e Mbda.

La strategia francese è chiara: riarmarsi per ridurre la dipendenza dagli Usa, costruire una filiera strategica autonoma, fare della difesa un volano per l’integrazione continentale.

Ma facciamo attenzione, la logica è quella dell’accumulo e della preparazione al conflitto, non della prevenzione.

 

Ed ecco il vero motivo del riamo:

un’opportunità economica.

 Il riarmo massiccio è destinato a rimettere in moto settori industriali chiave: aerospazio, navalmeccanica, elettronica avanzata, cyber difesa, cantieristica e robotica.

Per molte nazioni europee, si tratta di un’occasione per rilanciare la propria industria manifatturiera, creare occupazione qualificata e tornare a investire in ricerca e sviluppo.

 

La Francia, ad esempio, vede nel riarmo la possibilità di rafforzare la propria autonomia strategica e di stimolare la domanda interna.

 I grandi gruppi della difesa vivranno una stagione d’oro, con effetti positivi sull’indotto, dalle Pmi ai distretti tecnologici.

 

Anche l’Italia, con Leonardo, Fincantieri e Avio Aero, conta di beneficiare della nuova domanda europea, se saprà posizionarsi come hub tecnologico all’interno della catena del valore continentale.

 La difesa dual-use, cioè tecnologia applicabile sia in ambito militare che civile, diventerà una leva per lo sviluppo di soluzioni ad alta intensità di innovazione: comunicazioni satellitari, semiconduttori, intelligenza artificiale, batterie, radar.

 

Infine, il riarmo concepito come investimenti pubblici nella difesa viene visto come il volano keynesiano di economie rallentate che genererà più domanda di beni, più occupazione, più entrate fiscali.

Non è un caso che anche gli economisti ortodossi inizino a vederlo come un motore anticiclico, in grado di far fronte alla stagnazione strutturale dell’eurozona.

Ma attenzione: l’industria della difesa genera profitti, sì, ma anche dipendenza tecnologica, sprechi e collusioni.

 E, come ogni settore regolato politicamente, premia le relazioni più che l’efficienza.

Ma non basta, prima o poi a qualcuno verrà voglia di usarle quelle armi.

E la domanda che mi sale alle labbra è la seguente:

 questo sforzo enorme non poteva essere fatto per lanciare l’economia verde e quella circolare?

 Se i soldi ci sono o si trovano, allora perché non li abbiamo usati per salvare il pianeta invece di proteggerci da nemici immaginari?

 

 

 

 

Guerra, vertigine e disincanto.

Lavialibera.it – Elena Ciccarello – (1° novembre 2025) – Redazione – ci dice:

 

Bruxelles e Roma spingono sul riarmo, oscurando conti e decisioni.

Ma i cittadini, sondaggi alla mano, non vogliono conflitti.

La retorica bellicista si fonda spesso su finzioni.

Quelle evocate per giustificare il piano di riarmo europeo spaziano dal presunto effetto deterrente di maggiori armamenti – una regola la cui validità storica resta tutta da dimostrare – alla pretesa di considerare “sostenibile” l’industria della difesa.

Negli ultimi mesi, tanto la “Commissione europea” quanto il “governo italiano” hanno progressivamente ridotto la trasparenza su dati e decisioni, oscurando il modo in cui l’Unione si prepara oggi a diventare un attore militare a tutti gli effetti.

 

Il programma “Rearm Europe”, presto ribattezzato “Readiness-2030”, “prontezza”, nasce con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la difesa comune e di "scoraggiare" Vladimir Putin.

"Le nostre illusioni sono state infrante – ha dichiarato il marzo scorso la presidente Ursula von der Leyen al Parlamento europeo –.

 In questa epoca più pericolosa, l’Europa deve fare un passo avanti".

 

Per lo storico” Alessandro Barbero”, aumentare le spese militari "innesca il paradosso della sicurezza."

Più esplicito, il segretario della Nato” Mark Rutte”, lo scorso 25 giugno, ha elogiato Donald Trump per aver "costretto" canadesi ed europei a spendere di più in armamenti, fino a raggiungere la soglia del cinque per cento del Pil.

"Dobbiamo proteggerci dai nostri avversari – ha dichiarato Rutte –, ma [questo traguardo] è giusto anche per equità con gli Usa.

 [Sostenere la difesa] non può più toccare solo ai contribuenti americani".

 

Il linguaggio dell’urgenza usato dall’Europa serve a giustificare una mobilitazione di risorse senza precedenti, che ridefinisce le priorità politiche ed economiche del continente.

 In questo numero de” la via libera” non ci interroghiamo sull’opportunità di queste scelte, ma sul loro prezzo per la democrazia e per la trasparenza.

 

In nome della sicurezza, Bruxelles ha di fatto rinnegato la campagna contro le mine antiuomo, restituendo ai singoli Stati la possibilità di tornare a usarle.

Allo stesso tempo, ha modificato la struttura del bilancio comunitario, rendendo quasi impossibile capire da quali voci saranno sottratte le risorse per alimentare le spese militari.

 Per mobilitare risorse private – perché quelle pubbliche non bastano – ha concesso agli operatori finanziari di definire “sostenibili” i fondi che investono nell’industria della difesa.

 Tacendo sul fatto che già in tempi di pace il comparto militare mondiale produce circa il 5,5 per cento delle emissioni totali di CO2.

Sono solo alcuni esempi, e l’Italia ripete lo stesso schema.

Meno accessibile il Documento della difesa 2025-2027, mentre in parlamento è avviata la modifica della legge 185, che da oltre trent’anni garantisce trasparenza sugli accordi di esportazione e importazione di armi.

Lo scarto tra retoriche del riarmo e disponibilità reale ad accogliere la guerra è testimoniato dai risultati di un sondaggio Censis di questa estate, forse dimenticato troppo in fretta.

Di fronte all’ipotesi di un conflitto solo il 16 per cento delle persone tra i 18 e i 45 anni si è dichiarata pronta a combattere.

Il 39 per cento si è detta pacifista e quindi protesterebbe, il 26 per cento preferirebbe delegare la difesa a soldati professionisti e a mercenari stranieri, mentre il 19 per cento "confessa senza remore che sceglierebbe la fuga per evitare il fronte e il dramma del conflitto". Insomma, una fotografia ben lontana dall’Europa "pronta alla guerra entro il 2030" immaginata da Ursula von der Leyen.

(la via libera N° 35).

 

 

 

L'insostenibile vertigine europea per le armi.

Huffingtonpost.it - Luigi Pandolfi – (05 Marzo 2025) – Redazione – ci dice:

 

L'inganno dietro la corsa al riarmo dell'Europa e i tagli inevitabili su sanità, istruzione e protezione sociale.

Dietro la corsa al riarmo dell’Europa si nasconde un grande inganno:

 la (presunta) minaccia russa di aggredire e invadere altri paesi, dopo aver chiuso i conti con Kiev.

Polonia, Paesi baltici, Moldavia, Romania:

 c’è una gara ad allungare la lista delle nazioni che sarebbero nel mirino di Putin.

Peccato che una simile narrazione faccia a pugni non solo con la geografia e con la storia, ma anche con gli interessi oggettivi del paese cui vengono attribuite queste intenzioni.

 

La Federazione russa è un paese con una superficie di oltre 17 milioni di chilometri quadrati, 11 fusi orari, più di cento gruppi etnici classificati per famiglie linguistiche.

 La sua popolazione però non arriva a 150 milioni di individui (meno della metà della popolazione Usa, meno di un terzo di quella Ue).

 Ne deriva che la densità demografica di questo paese, 9 abitanti per chilometro quadrato, sia tra le più basse al mondo.

 

Il problema della Russia, come si può ben comprendere, non è pertanto quello di acquisire nuovi territori, quanto quello di governare e sfruttare quelli che già ha, ricchissimi di materie prime, da San Pietroburgo a Vladivostok.

 D’altra parte, anche se considerassimo il solo aspetto militare, una prospettiva di espansione verso ovest sarebbe insostenibile per Mosca, come la stessa «operazione» in Ucraina sta dimostrando. Significherebbe dichiarare guerra alla Nato nel suo complesso, la cui forza militare è già di gran lunga soverchiante rispetto a quella di Russia e Cina messi insieme.

 

Ma su questi falsi presupposti, complici anche le minacce di disimpegno dal teatro europeo che giungono da oltreoceano, l’Europa si sta avviando verso una stagione di riarmo senza precedenti.

 I soldi?

Tagli alla spesa sociale e debito, per il quale non varranno i rigidi vincoli del patto di bilancio, fino all’utilizzo di quote dei piani nazionali del Next Generation Eu.

Sì, proprio così:

 austerità per sanità, istruzione, protezione sociale, briglie sciolte per le spese militari.

 Risorse sottratte al welfare e alla tutela dei diritti e dirottarle verso le multinazionali delle armi, che, guarda caso, sono per la maggior parte americane.

Economia di guerra che prepara la guerra, verrebbe da dire.

 Che nel frattempo, però, arricchisce produttori di armi e chi vive di plusvalenze sui titoli legati a questo comparto.

 Siamo solo agli annunci, infatti, e già volano i guadagni degli azionisti delle principali industrie degli armamenti.

 

Eppure, l’Europa ha chiuso il 2023 con un bilancio aggregato della difesa di 312 miliardi di euro, tre volte tanto la spesa militare della Russia, che si è fermata a 109 miliardi di dollari.

A questo va poi aggiunto che Francia e Gran Bretagna posseggono la bomba atomica, che costituisce, ben oltre le garanzie del “Trattato dell'Atlantico del Nord”, il principale deterrente contro qualsiasi (improbabile) minaccia di aggressione proveniente da est.

Viene il sospetto che dietro l’isteria delle cancellerie europee e dei vertici Ue ci siano ragioni diverse dalla percezione di un reale pericolo per la nostra sovranità ed integrità territoriale.

Non è da escludere che la corsa agli armamenti sia la nuova frontiera di un capitalismo impaludato in una lunga e persistente stagnazione.

 La storia insegna da questo punto di vista.

 

Non dimentichiamo poi che Trump, nell’ottica di una riduzione dell’esposizione con l’estero del suo paese e di un riequilibrio della bilancia commerciale, ha fatto capire chiaramente che gli «alleati» devono spendere di più in prodotti americani, intendendo per prodotti americani soprattutto armi, petrolio e gas.

 Il che la dice lunga sull’autonomia e l’indipendenza delle classi dirigenti europee rispetto all’impero americano.

Ci vorrebbe più Europa, certo, ma la strada non può essere quella che hanno imboccato le nostre élite.

 

 

Pacifico e armato. L'America ha

una Cina da contenere,

l'Europa può difendersi da sé.

Huffingpost.it - Giulia Belardelli – (30 maggio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Il messaggio che il capo del Pentagono consegna al “Shangri-La Dialogue” di Singapore è che nell'Indo-Pacifico serve una “stabilità strategica” che impedisca il dominio cinese.

 Avviato lo sviluppo di droni sottomarini con gli alleati asiatici, indicati per diligenza di spesa come modello all'Europa che non vuole affrancarsi nella difesa.

Ferma restando la volontà di "costruire una relazione costruttiva di stabilità strategica” con Pechino, Washington continua a considerare una priorità americana fare in modo che alla Cina non sia permesso di dominare l'Indo-Pacifico.

 È questo il cuore del messaggio consegnato dal segretario alla Difesa statunitense “Pete Hegseth” al “Shangri-La Dialogue” di Singapore, il più importante forum annuale sulla sicurezza in Asia.

Il suo intervento, a circa due settimane dal viaggio di Trump in Cina, era particolarmente atteso per valutare l’orientamento dell’amministrazione americana rispetto alla grande questione di Taiwan – il grande nodo geopolitico che, evidentemente, deve restare tale per evitare collisioni.

 

"C'è una legittima preoccupazione per lo storico rafforzamento militare della Cina e per l'espansione delle sue attività militari nella regione e oltre", ha affermato “Hegseth”, assicurando agli alleati del Pacifico che Washington rimane impegnata nella regione.

 I toni, però, sono stati molto più mitigati rispetto a un anno fa, quando – sempre a Singapore – lo stesso “Hegseth” suscitò l'ira di Pechino avvertendo delle minacce in rapida evoluzione provenienti dalla Cina, in particolare della sua posizione aggressiva nei confronti di Taiwan.

 In quell'occasione, dichiarò che la Cina non si limitava più a rafforzare le proprie forze militari per conquistare l’isola autogovernata, ma si stava "addestrando attivamente per farlo, ogni giorno".

 

Questa volta, le parole sono state scelte con cura, sebbene la sostanza non cambi.

Hegseth ha affermato che la regione indo-pacifica "ha profonde implicazioni per la sicurezza e la prosperità degli Stati Uniti" e che la priorità di Washington è "raggiungere un equilibrio di potere duraturo e favorevole nel Pacifico".

E ancora:

 “Condividiamo una valutazione lucida del contesto di sicurezza e la reciproca consapevolezza che un Pacifico dominato da una qualsiasi potenza egemone sconvolgerebbe l'equilibrio di potere regionale e minerebbe l'equilibrio che tutti cerchiamo di preservare”.

 

L’accento, ora, viene messo sul mantenimento dell’equilibrio, anziché sull’incombenza della minaccia. Il che non significa che gli Usa non stiano portando avanti tutta una serie di iniziative per proseguire nella strategia di contenimento della Cina, dalla recente riaccensione del “Quad” (l’alleanza informale composta da Stati Uniti, India, Giappone e Australia) all’avanzamento dei progetti del patto “Aukus” (il partenariato di sicurezza che dal 2021 riunisce Stati Uniti, Regno Unito e Australia per lo sviluppo e la costruzione di sottomarini a propulsione nucleare).

 

Proprio oggi, in un evento tenutosi al di fuori della conferenza, “Hegseth”, il ministro della Difesa britannico” John Healey” e il loro omologo australiano “Richard Marles” hanno lanciato una nuova iniziativa nell'ambito del cosiddetto secondo pilastro di “Aukus”, annunciando investimenti congiunti per il potenziamento delle capacità dei droni sottomarini.

"Insieme stiamo producendo una gamma di sensori e sistemi d'arma all'avanguardia per i droni sottomarini", ha affermato Healey, sottolineando che ciò contribuirà a individuare minacce, anche a cavi e oleodotti sottomarini.

 La consegna dei nuovi veicoli – secondo quanto riporta Reuters – inizierà nel 2027.

Il programma migliorerà le capacità di ricognizione e attacco delle tre nazioni, "e rafforzerà la superiorità nella guerra antisommergibile e antinave, nelle contromisure contro le mine, nella guerra elettronica e nelle manovre litoranee contese", si legge in una dichiarazione congiunta.

 

Mentre i progetti con gli alleati vanno avanti, la novità più rilevante sta nella coesistenza tra queste mosse e una retorica decisamente più conciliante rispetto al passato.

 Del resto, sono passati appena 15 giorni dalla visita di Stato di Trump in Cina, durante la quale il presidente americano ha definito XI Jinping “un grande leader” e affermato che i due Paesi avrebbero avuto un “futuro fantastico insieme”.

Hegseth, che era con Trump a Pechino, ha dichiarato che i due leader hanno concordato che Cina e Stati Uniti dovrebbero "costruire una relazione costruttiva di stabilità strategica, basata su equità e reciprocità, riaffermando che, mentre le nostre nazioni proteggeranno con vigore i rispettivi interessi, possiamo raggiungere accordi pratici e reciprocamente vantaggiosi laddove i nostri interessi coincidano".

 

Pechino ha apprezzato:

 il generale “Meng Xiangqing” ha elogiato le osservazioni di “Hegseth” sull'incontro tra XI e Trump, affermando che il consenso raggiunto dai leader “dovrebbe fornire una guida strategica per le relazioni sino-americane nei prossimi tre anni e oltre”.

E ancora: “Durante il suo incontro con Trump, XI ha chiarito che tale stabilità strategica costruttiva dovrebbe essere una forma positiva di stabilità incentrata sulla cooperazione, una forma sana di stabilità in cui la competizione rimane entro limiti ragionevoli, uno stato normale di stabilità in cui le divergenze vengono gestite e tenute sotto controllo, e una forma di stabilità duratura che offre la prospettiva della pace”, ha affermato.

 

Significativamente, “Hegseth” si è tenuto alla larga da qualsiasi discorso sul nuovo pacchetto di armi da 14 miliardi di dollari sostenuto dal Congresso.

Il presidente lo ha definito "un'ottima carta da giocare nei negoziati" con la Cina, e sta temporeggiando sulla sua approvazione.

Molti a Washington non sono d’accordo, sottolineando come gli Stati Uniti siano tenuti per legge a fornire a Taiwan i mezzi per difendersi, pur seguendo una politica di "ambiguità strategica" riguardo a un eventuale intervento militare in caso di attacco cinese all'isola.

 Hegseth ha dichiarato al forum che non vi è stato "alcun cambiamento nel nostro atteggiamento" nei confronti di Taiwan, ma non ha voluto commentare l'accordo sulle armi.

 "Qualsiasi decisione sulle future vendite di armi a Taiwan, come ha detto il presidente, spetterà a lui", si è limitato a dire.

 

Le parole hanno ricominciato a fluire quando si è trattato di sottolineare le differenze tra i partner degli Usa nell’Indo-Pacifico – molto diligenti nell’aumentare le spese per la difesa – e i Paesi europei – mai menzionati per nome, ma chiaramente chiamati in causa.

"I nostri partner in Asia hanno da tempo compreso che il fondamento di una partnership duratura non si basa su valori idealistici, ma sul concreto allineamento degli interessi nazionali", ha dichiarato Hegseth, elogiando questi Paesi per i loro sforzi, ribadendo al contempo le critiche agli alleati europei, che a suo dire si sono "lasciati distrarre dalla vuota retorica globalista sull'ordine internazionale basato sulle regole".

 

Negli ultimi tempi, i governi dei principali partner strategici di Washington nell'area hanno avviato massicci piani di riarmo.

 Il Giappone, per esempio, ha stanziato per il 2026 un budget militare record di circa 58-62 miliardi di dollari.

Tokyo sta portando avanti un piano pluriennale storico per raddoppiare la spesa per la difesa fino al 2% del proprio Pil, investendo massicciamente in droni da sorveglianza e missili a lungo raggio. L’Australia, dal canto suo, ha pianificato un'iniezione di fondi pari a 425 miliardi di dollari australiani (circa 276 miliardi di dollari Usa) fino al 2036 per potenziare le capacità navali, sottomarine e missilistiche. Quanto alla Corea del Sud, il budget della difesa di Seul ha raggiunto circa 44 miliardi di dollari, pari al 2,36% del suo Pil, per rafforzare la deterrenza tecnologica sia contro la Corea del Nord che nel quadro della sicurezza regionale.

 "Abbiamo bisogno di partner, non di protettorati”, ha rimarcato il capo del Pentagono, lanciando un’altra frecciatina – questa volta esplicita – agli europei.

“Quando [con i partner nell’Indo-Pacifico, ndr] i nostri interessi divergono, ci adattiamo pragmaticamente, senza drammi o moralismi […]. Credo che l'Europa occidentale potrebbe prenderne nota: è una mentalità che condividiamo pienamente”.

 

 

 

 Il caso Fedorova. Prove francesi del disordine programmatico di Putin.

Huffingtonpost.it - Sofia Ventura – (30 maggio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Il caso Fedorova. Prove francesi del disordine programmatico di Putin.

La strategia russa prevede agganci con le destre europee per destabilizzare le democrazie.

Come una giornalista russa porta le tesi del Cremlino nei giornali e nelle tv di Francia e infiamma il dibattito.

 Il problema della libertà d’espressione e l’eterno dilemma su libertà e sicurezza

 

La propaganda pro-russa è ormai ospite con continuità nei media francesi del gruppo Bolloré, da CNEWS a Europe 1 fino alle pagine del “Journal du Dimanche”, coinvolgendo anche l’impero editoriale del magnate francese:

in particolare “Hachette”, il principale gruppo editoriale francese, che comprende case editrici prestigiose come Fayard e Grasset.

A un anno dalle elezioni presidenziali il caso è ormai esploso, poiché nei media del magnate francese un discorso compiacente verso la Russia di Putin si accompagna a messaggi tipicamente populisti, di ostilità alle élite e a temi identitari e sovranisti cari al “Rassemblement National”.

È utile ricordare che la grande popolarità di “Éric Zemmour”, giornalista e scrittore “reazionario” (secondo una sua stessa definizione), che gli permise di costruire una candidatura alle presidenziali del 2022, fu ampiamente favorita dalla sua costante presenza su CNEWS, da dove, con uno stile aggressivo e privo di rispetto per gli interlocutori (che però raccoglieva l’entusiasmo del pubblico) ebbe, almeno dal 2019, l’occasione di diffondere la sua visione identitaria, nazionalista e culturalmente cattolico-conservatrice:

difesa dell’identità cristiana della Francia, “riarmo” morale, ossessione islamica, teoria della “Grande sostituzione”.

Oggi Zemmour, a capo del suo piccolo partito “Reconquête” (un nome, un programma), ha posizioni molto in linea con gli interessi della Russia di Putin, che non considera un pericolo.

 

Nel presente, tuttavia, sembrano invece prevalere una prossimità e una frequentazione particolarmente significativa tra Vincent Bolloré e il suo universo e il Rassemblement National, in particolare nella persona di Jordan Bardella, la cui eventuale candidatura (che dipenderà anche dall’esito delle questioni giudiziarie che hanno coinvolto Marine Le Pen) lo collocherebbe tra i possibili vincitori della prossima elezione presidenziale.

Nel giugno del 2025 Bardella era presente a un evento organizzato sotto la supervisione di Vincent Bolloré e Pierre-Edouard Stérin, altro milionario cattolico-conservatore, insieme ad altre personalità della destra radicale – come Marion Maréchal –, al noto ex deputato sovranista Nicolas Dupont-Aignan e a qualche parlamentare repubblicano.

 

Ma tornando alla propaganda russa, questa si è ormai “istituzionalizzata” con la presenza costante sulle reti del gruppo Bolloré-Vivendi di “Xenia Fedorova”, ex presidente ed ex direttrice di RT France.

Ed è attorno a questa presenza che le polemiche si sono oggi infiammate.

 Il ministro degli Affari esteri ed europei Jean-Noël Barrot venerdì 29 maggio, ai microfoni di “France Inter”, ha parlato della questione in questi termini:

 “Madame Fedorova è una propagandista patentata che funge da canale di diffusione della disinformazione del Cremlino.

Ognuno è libero di avere la propria linea editoriale, ma aprire a questa signora i propri studi televisivi e le proprie pagine significa semplicemente fare il gioco di Vladimir Putin”.

 

Il giorno prima, il leader del partito centrista Horizons, Edouard Philippe, già gollista e già primo ministro di Emmanuel Macron, probabile candidato il prossimo anno, sempre da France Inter, si è trovato a replicare alle critiche lanciate da Fedorova alla sua recentissima visita a Kyiv – definita bizzarra, poiché la Francia dovrebbe invece, a suo parere, riprendere il dialogo con la Russia:

“Questa signora, che non è cittadina francese e non ha la tessera di giornalista, si esprime con una certa frequenza su diversi media francesi, i cui proprietari sono spesso particolarmente attenti a spiegare che bisogna finirla con l’immigrazione, mentre lei ha una carta di soggiorno, e viene in Francia esprimendosi perlopiù contro il governo, contro le posizioni francesi e facendosi megafono – che vi sia un piano o no – delle posizioni russe; trovo questo curioso”.

 Interrogata sulla presenza della ministra dell’Agricoltura a un recente evento organizzato nel circuito di Bolloré, ospite anche Fedorova, la portavoce del governo, “Maud Bregeon”, ha dovuto prendere le distanze a nome del governo dalla stessa Fedorova, denunciando le sue “affermazioni molto gravi” che “rovesciano completamente l’onere della prova sulle responsabilità tra la Russia e l’Ucraina”.

 

La presenza di Xenia Fedorova sulle reti di Vincent Bolloré appare qualcosa di più del semplice frutto di una strategia mediatica per attirare audience.

Come è noto, nel 2022 l’Unione europea sospende le attività di Russia Today e Sputnik sul territorio dell’Unione in quanto strumentali al perseguimento e al sostegno della guerra di aggressione contro l’Ucraina della Federazione russa e alla destabilizzazione dei paesi con essa confinanti.

Nel 2023 RT France viene liquidata.

Lo stesso anno, secondo Le Monde, Fedorova entra in contatto con Serge Nedjar, patron di CNEWS.

 L’anno dopo ottiene un visto di soggiorno decennale:

una concessione non scontata considerato il suo profilo e il contesto internazionale, tanto che oggi vi è chi chiede se Bolloré fosse intervenuto in suo favore.

 

Dal 2025 Fedorova rientra pienamente nel circuito Bolloré:

televisione, il Journal du Dimanche, dove ottiene una rubrica, la casa editrice Fayard, per la quale pubblica un libro, Bannie.

“ Liberté d’expression sous condition”, dove si erge a vittima della censura.

In un articolo del marzo 2025 le giornaliste di Le Monde, Ariane Chemin e Ivanne Trippenbach, osservano come il dialogo aperto da Donald Trump con Putin e il nuovo atteggiamento verso di lui, così come il discorso di J.D. Vance a Monaco, dove il vicepresidente americano non denunciò l’aggressione russa, ma il pericolo per la democrazia e per la libertà di espressione proveniente dall’Europa stessa, vengano percepiti dalla destra radicale francese come una sorta di via libera per esprimere ciò che dopo l’invasione in Francia era considerato un tabù, ovvero una certa indulgenza verso la Russia e il suo leader.

In particolare è il tema della libertà di espressione negata che viene ripreso e utilizzato;

 ciò accade anche nelle reti di Bolloré e la vittimizzazione di chi sarebbe impedito di portare una visione “alternativa” è al cuore del lancio del libro di Xenia Fedorova.

 In una mail promozionale inviata il 18 febbraio 2025, spiegano le autrici dell’inchiesta, a una mailing list francese, il direttore della comunicazione di Fayard, Yenad Mlaraha, agganciava il lancio di Bannie al discorso di J. D. Vance:

“Mentre le recenti dichiarazioni di Donald Trump e di J.D. Vance denunciano un arretramento della libertà d’espressione in Europa, Xenia Fedorova (…) offre una testimonianza inedita”, concludendo: “Si può ancora dire tutto in Europa?”.

 

Nel frattempo, l’ex presidente di RT France diviene presenza costante su CNEWS e frequente su Europe 1, come sul JDD, mentre i conduttori si adeguano progressivamente alla narrazione sempre più compiacente verso Mosca, qualche opinionista sparisce, e per bocca di Fedorova prendono corpo molti dei frame tipici della propaganda del Cremlino: dall’“operazione militare speciale” alla “denazificazione”, dal “colpo di Stato” di Maidan all’annessione della Crimea come “riunificazione”, dalla “guerra civile” nel Donbass alla responsabilità dell’Europa che vuole continuare la guerra mentre Putin propone la pace.

 

I media del gruppo sembrano incarnare sempre di più il profilo di una Fox News alla francese.

A questo proposito, il problema della trasformazione di CNEWS in canale d’opinione, e non tanto di informazione, era già stato messo a fuoco dallo studio del 2022 di François Jost realizzato per “Reporters sans frontières”, nel quadro di un ricorso contro il mancato intervento dell’autorità di regolazione.

Jost mostrava che, in alcune fasce orarie come Midi News e Soir Info, l’informazione propriamente detta rappresentava soltanto il 13% del tempo d’antenna, molto meno del 50% rivendicato dalla rete, e che il 78% degli ospiti dei dibattiti apparteneva alla destra o all’estrema destra.

 Il nodo, per Jost, era anche il metodo di conteggio del pluralismo: l’autorità considerava soprattutto le personalità politiche formalmente identificate, lasciando fuori giornalisti, editorialisti, cronisti ed esperti fortemente connotati politicamente.

 

Il contesto regolatorio, inoltre, ha rafforzato il discorso vittimistico.

 Le reti del gruppo Bolloré, in particolare CNEWS e C8, sono state negli anni richiamate o sanzionate dall’”Arcom” (Autorité de régulation de la communication audiovisuelle et numérique), e prima dal “CSA” (Conseil supérieur de l’audiovisuel), per mancanza di rigore e onestà dell’informazione, assenza di contraddittorio, pluralismo carente, frasi discriminatorie o suscettibili di incitare all’odio, passaggi televisivi complottisti o degradanti.

Il caso più rilevante è quello di C8:

l’accumulo di sanzioni ha pesato nella decisione dell’”Arcom” di non rinnovare la frequenza “TNT” (Télévision numérique terrestre).

 Proprio questa vicenda ha consentito alla galassia Bolloré e alla destra radicale di presentare i vari provvedimenti contro violazioni ripetute come la prova di una “censura” contro voci non conformi.

 

Quanto all’ ex direttrice di RT Francia, gli incontri degli ambienti della destra cattolica o radicale ai quali partecipa (ma anche le frequentazioni tra giornalisti del gruppo e quella stessa destra) proseguono.

Il più recente è del 21 maggio di quest’anno, presso la sede di Vivendi, in occasione del primo evento de l’Institut de l’Espérance – che ha avuto tra i suoi organizzatori Bolloré e ha visto la presenza di un consigliere di Bardella –, che ha tutta l’aria di essere un think tank pensato in vista delle prossime presidenziali.

 

Il "caso" Fedorova, dunque, va ben al di là della figura di questa ex presidente della rete di propaganda russa in Francia.

Esso mette in evidenza come quel connubio tra la Russia di Putin e la destra radicale, pervicacemente perseguito dal Cremlino come uno degli strumenti principali di penetrazione nelle società europee e di destabilizzazione delle stesse, prosegua.

Nel caso in questione, prosegue rafforzato dalla convergenza tra l’orientamento politico-culturale di un magnate a capo di un impero mediatico e la corsa verso il potere di un partito populista di destra radicale.

Questa convergenza poggia su una visione comune della società:

ostile alle élite liberali, diffidente verso le istituzioni sovranazionali, critica verso l’Unione europea e sempre più indulgente verso modelli autoritari presentati come difensori dell’ordine, dell’identità e della sovranità.

Essa li conduce ad avvicinarsi a un modello autocratico come quello di Putin e, di fatto, a operare per rendere le democrazie, la democrazia francese nello specifico, ad esso vulnerabili.

 In nome di un ritorno alla Francia dell’età dell’oro, aprono la porta alla destabilizzazione del sistema delle democrazie europee da molti anni ormai perseguita da Vladimir Putin e dal suo regime attraverso strategie ibride.

 Ed esattamente come Putin favoriscono il disordine informativo.

Un disordine informativo difeso con l’alibi della libertà di espressione:

il dilemma sempre esistito nelle democrazie tra sicurezza e libertà, che le stesse democrazie affrontano per tentativi ed errori, è sfruttato per creare un clima ostile a quelle stesse democrazie.

 In altri termini, per agire contro le società aperte, si manipolano le stesse caratteristiche di tali società.

Tra un anno in Francia si voterà e la guida di un Paese (potenza nucleare) cruciale nell’Unione Europea potrebbe essere conquistata da questo ecosistema.

 

 

 

 

Il progetto “Re Arm Europe” e quella falsa idea di sicurezza che mina la pace.

Altreconomia.it - Duccio Facchini — (4 Marzo 2025) – Redazione – ci dice:

 

Ursula von der Leyen ha annunciato a inizio marzo un piano straordinario per mobilitare fino a 800 miliardi di euro nel campo della Difesa europea.

 Tra le leve finanziarie immaginate ci sono anche i fondi per la Coesione o la possibilità di derogare al Patto di stabilità.

 Ma davvero la corsa al riarmo garantisce diritti per i popoli e stabilità tra i Paesi?

Intervista a “Francesco Bignasca” della Rete italiana pace e disarmo.

 

“Siamo in un’era di riarmo. E l’Europa è pronta a incrementare in modo massiccio la spesa per la difesa”.

 Il 4 marzo 2025 la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha presentato in poco più di sei minuti le linee guida di un nuovo progetto chiamato “Re Arm Europe” che a suo dire “potrebbe mobilitare quasi 800 miliardi di euro per un’Europa sicura e resiliente”.

Tono grave su sfondo blu notte.

“Non ho bisogno di descrivere la gravità delle minacce che dobbiamo affrontare -ha detto von der Leyen-.

O le conseguenze devastanti che dovremo sopportare se tali minacce si concretizzeranno.

 Perché la questione non è più se la sicurezza dell’Europa sia minacciata in modo reale.

 O se l’Europa dovrebbe assumersi una maggiore responsabilità per la propria sicurezza.

In verità, conosciamo da tempo le risposte a queste domande.

 La vera domanda che ci troviamo di fronte è se l’Europa è pronta ad agire con la stessa determinazione dettata dalla situazione”.

 

 Tra le leve finanziarie indicate dalla presidente della Commissione ci sono anche i fondi dei” programmi per la Coesione” o “la possibilità di derogare al Patto di stabilità e crescita”.

“Se gli Stati membri aumentassero la spesa per la difesa dell’1,5% del Prodotto interno lordo in media, si potrebbe creare uno spazio fiscale di quasi 650 miliardi di euro in un periodo di quattro anni”.

 

La strada è spazzata da un vento del riarmo che soffia fortissimo.

Tra chi non si fa impressionare da una retorica ormai quasi caricaturale c’è Francesco Bignasca, coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e disarmo.

 Conosce bene il lessico del comparto militare e dei suoi accoliti.

 Insieme ai suoi colleghi internazionali tenta di decostruirlo da più di vent’anni.

 Un conto è la pace, riflette, un conto è la supremazia.

 La prima garantisce sicurezza, la seconda nient’affatto.

 

Il caso ha voluto che il progetto “Re Arm Europe” venisse annunciato proprio mentre a New York, a casa di quello che è diventato il nemico che annuncia lo stop agli aiuti militari all’Ucraina, è in corso la settimana internazionale indetta dalla Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (“Ican”, Premio Nobel per la pace nel 2017) per rilanciare il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (Tpnw).

Bignasca sta seguendo i lavori.

 

Bignasca, che cosa ne pensa del progetto “Re Arm Europe”?

FV La strategia annunciata il 4 marzo da Ursula von der Leyen riprende in realtà cose già dette negli ultimi tempi, sia in termini di aumento delle spese militari dei singoli Paesi sia in termini di attivazione diretta della Commissione europea.

 L’unica differenza molto forte che riguarda gli 800 miliardi di euro stimati è che una parte di questi potrà essere rigirata dai” fondi per la Coesione”, attingendo cioè a risorse reali e già stanziate.

Ed è l’aspetto più problematico.

Così si sta mettendo l’Europa solo sul binario del riarmo.

 

L’Europa è carta velina in mezzo ai giganti, sostengono i promotori della corsa al riarmo, ovvio che debba fare scorta di munizioni.

Dove sta l’errore?

FV La pace vera non è la mancanza di conflitto armato, non è lo stallo alla messicana in cui tutti si tengono sotto tiro, la pace vera è la tutela e la presenza dei diritti, è una pace positiva, come diceva il sociologo e matematico norvegese Johan Galtung, fondatore nel 1959 del Peace research institute di Oslo. È la crescita delle società, delle culture, delle opportunità per le persone, del rispetto dei diritti a partire da quello della vita. La “forza” invocata da von der Leyen tutto questo non lo garantisce.

Crea una finta pace che è quella che alcuni hanno dipinto come la pace vera, cioè il fatto che se io sono più forte nessuno mi attacca.

Ma quella non è pace, è quello che vuole mettere in pista Donald Trump, è quello che vuole mettere in pista Vladimir Putin, è supremazia.

E noi questo ovviamente lo rifiutiamo, anche perché il limite di questa analisi, che si è visto nella pratica, è che porta al riarmo, e il riarmo porta a nuova conflittualità, porta cioè a una crescita di guerra e quindi a nuovo riarmo.

 È un circolo vizioso che stiamo vedendo da 25 anni.

Quindi continuare a presentare come soluzione una cosa che da 25 anni almeno non ha funzionato mi sembra una malattia, una coazione a ripetere.

 

L’ordine di grandezza del progetto vi impressiona?

FV Non siamo sicuri che gli 800 miliardi di euro invocati arriveranno tutti.

È ovvio che però qui c’è un fallimento culturale e politico.

In passato abbiamo registrato la fatica da parte degli Stati a garantire molte meno risorse per affrontare emergenze sociali.

 Adesso invece si trova facilmente una montagna di denaro pubblico.

 

Perché?

FV Perché in realtà la politica è fragilissima, non è lì che ci sono i veri decisori.

I decisori appartengono a quel complesso militare, industriale e finanziario che sposta i destini del Pianeta drogando il mercato solo per un proprio vantaggio.

 Dovremmo invece rilanciare la diplomazia e aumentare le condizioni di vita positive per l’Europa e per il mondo che sono quelle che veramente abbassano il rischio di conflitti e portano la pace.

Non si parla più di cooperazione internazionale e crisi climatica.

 

Colpa dei media?

FV Hanno una gigantesca responsabilità perché hanno contribuito a cancellare le voci dissenzienti, a cancellare l’idea che si potesse fare diversamente, a riproporre questi luoghi comuni della banalità della guerra. Non è ammesso nient’altro perché si dipinge la situazione come se fosse una questione astratta senza capire che invece ci sono interdipendenze. Ripenso a chi in questi tre anni ha ripetuto che si sarebbe vinta la pace perché si sarebbe vinta la guerra contro Putin. Ora che Trump ha cambiato idea e tolto il sostegno militare americano la cosa non funziona più. È un castello di carte che come movimenti per la pace e il disarmo abbiamo sempre cercato di far cascare ma che troppi interessi hanno tenuto in piedi.

 

A chi giova la strategia von der Leyen?

FV Alle aziende che producono armi, specie le più grandi, e soprattutto quelle statunitensi.

 E anche questo è un paradossale fallimento della “visione” von der Leyen, che finge di volere una convergenza comunitaria quando è ben consapevole che le aziende, come sempre è accaduto in passato anche con altri progetti di fondi comuni, prendono i soldi e scappano.

 

Trump così vince due volte?

FV Ne sono convinto.

 Non si allontanerà mai dall’Europa, che per gli Usa è una preziosa proiezione della loro presenza imperiale e militare, e però si libera di costi diretti che rientreranno come ricavi.

 Ed è proprio questo l’altro punto cruciale dei 25 anni di crescita della spesa militare già descritti che hanno portato a maggiore guerra.

In questi anni la spesa militare è cresciuta, soprattutto nell’ambito legato agli armamenti.

Per i Paesi europei della Nato si è passati dal 18 al 32%.

Se lo guardiamo a livello globale, prima stavamo attorno al 20, 22%, adesso ci avviciniamo al 30% delle spese militari che finiscono in armi. Per l’Italia, quest’anno, si parla del 40% della spesa militare che finisce in armi.

Quindi è chiaro che questo è un gioco che serve solo agli interessi dell’industria militare.

 

Ha appreso dell’annuncio da New York, dov’è in corso una settimana molto importante per la messa al bando delle armi nucleari.

 Che clima si respira?

FV Si guarda con preoccupazione a quanto accade in Europa.

Come attivisti dei Paesi europei ci preoccupa il tema della universalizzazione del Trattato per la proibizione delle armi nucleari e di come estenderlo.

Continuare ad armarsi ha alla base un fallimentare concetto di deterrenza che al suo estremo diventa anche deterrenza nucleare.

Se passa il concetto di base per cui l’Europa deve diventare forte come gli altri blocchi è chiaro che magari non oggi ma la naturale conseguenza sarà quella di dotarsi di armi nucleari in maniera diffusa, perché gli altri tre blocchi -Stati Uniti, Cina e Russia- l’arma nucleare ce l’hanno.

C’è quindi preoccupazione.

Dall’altro però è bello vedere che nonostante tutto, nonostante il deterioramento della situazione internazionale, anche e soprattutto sui sistemi di controllo del disarmo ci sono tante energie nei Paesi e nella società civile.

Melissa Parche, la direttrice esecutiva di Ican, ha detto che è proprio in questi momenti in cui sembra che tutto sia perso che bisogna rilanciare idee forti di disarmo e di pace.

 

Tre anni fa, all’inizio dell’invasione di Putin, andava di moda la stucchevole domanda “dove sono finiti i pacifisti?”.

Si sentirebbe di dire dove siete adesso?

FV I pacifisti ci sono sempre stati, i nonviolenti ci sono sempre stati, i disarmisti ci sono sempre stati.

Sono qui a New York, sono nelle azioni che facciamo quotidianamente nei conflitti perché noi vogliamo veramente proteggere le persone, non solo a parole, sono nelle idee alternative alla spesa militare, sono in tutte le cose che abbiamo detto e che si sono avverate, mentre i militaristi, quelli cioè dei luoghi comuni della guerra, quelli che hanno sbagliato tutto e che si propongono come i realisti quando sono i veri idealisti, continuano a fare danni.

Noi ci saremo sempre, quanto meno per dire che c’è una strada diversa e non ci silenzieranno.

 

 

 

 

DAL GREEN DEAL AL WAR DEAL: LA TRUFFA DEL RIARMO.

Articolotrentatre.it – (n. 10 - ottobre 2025) – Giulio Marcon – Redazione – ci dice:

 

Stiamo passando da un’economia di pace a una economia di guerra, dal Green Deal al War Deal, dalle armi della ragione alle ragioni delle armi. C’è una narrazione – subdola e strumentale – che l’economia di guerra porti lavoro, crescita economica e innovazione tecnologica.

Tutto falso.

Sì, un po’ il PIL e gli occupati crescono, ma molto, molto di meno di quello che avverrebbe se le stesse risorse venissero indirizzate sulla transizione ecologica, sul welfare, sulla sanità.

L’hanno dimostrato con accurati modelli econometrici i ricercatori di Greenpeace e Sbilanciamoci nel lavoro Economia a mano armata.

Secondo questi modelli, se prendiamo a esempio la Germania, un miliardo di spesa nel settore militare produce un ritorno economico di un miliardo e 200 milioni di euro e 6.150 nuovi posti di lavoro, mentre gli stessi soldi spesi nella transizione ecologica hanno un ritorno di un miliardo e 752 milioni e 11.360 posti di lavoro.

 

Ma se prendiamo l’Italia i dati sono ancora più eclatanti.

 Per ogni miliardo di euro speso il ritorno nel settore delle armi è di 741 milioni di euro e 3.160 occupati.

Mentre per la transizione ecologica il ritorno economico è di 1 miliardo e 900 milioni per 9 mila e 960 posti di lavoro.

Il triplo del settore militare.

 

Per andare ai classici, va ricordato che Karl Marx nelle “Teorie sul plusvalore” affermava che la spesa militare è un consumo improduttivo, merce non scambiabile con altra merce e anzi distruttrice di ricchezza (quando poi le guerre si fanno: distruzione di città e territori, inquinamento dei siti, ecc.), merce destinata ad essere consumata o sostituita perché obsoleta, ma non scambiata, e quindi, appunto improduttiva.

Non crea valore aggiunto.

Un tornio, un software, una macchina di assemblaggio creano ricchezza economica e sociale, un fucile o un bazooka, no, anzi, la distruggono. Inoltre bisogna ricordare che negli ultimi dieci anni il contributo dato dall’industria militare all’innovazione e alla ricerca è drasticamente sceso nella classifica del contributo dato dai vari ambiti produttivi (digitale, farmaceutico, elettronico, ecc.).

 

La bufala del miraggio lavorativo.

 

I colossi del digitale (Google, Microsoft) e della logistica (Amazon, ecc.) nonché dell’Intelligenza Artificiale nascono e si sviluppano in ambito civile (a differenza di quello che avveniva negli anni ’50 e ’60), salvo oggi ricercare nuovi spazi di business – molto profittevole – nel settore militare.

Gli stessi investimenti della Cina (a differenza degli Stati Uniti) nei nuovi settori e frontiere dell’economia tech e digitale si concentrano sul civile e non sul militare.

E la ricerca e gli investimenti si sono concentrati su altri settori, come biotecnologie, Intelligenza Artificiale, semiconduttori e automotive, e non sul settore militare.

 Inoltre il settore aerospazio-difesa – questo è un paradosso, ma teniamone conto – pesa sempre meno nell’economia globale, anche se è stra-finanziato dalla spesa pubblica.

 

Secondo i dati della EU “Industrial R&D Investment Scoreboard” che monitora i 2 mila gruppi industriali più importanti al mondo, il settore aerospazio-difesa è scivolato dal decimo posto al quattordicesimo posto nella classifica globale per importanza economica.

 Il settore militare cresce a dismisura, è molto pompato dalla spesa pubblica che viene sottratta agli investimenti sociali.

Il complesso militare-industriale si impone anche sul resto dell’economia.

Sì, i posti di lavoro nel settore militare sono buoni – meglio pagati e protetti – e magari fanno rifiorire il fenomeno delle “aristocrazie operaie”.

Ma non sono così tanti.

 Secondo alcune stime i posti di lavoro creati in Europa con “Re arm Europe” sarebbero circa 1milione e 400 mila, poco più di 100 mila in Italia in una decina d’anni.

Sono stime.

 

Un sacco di soldi per pochi posti di lavoro.

Ricordo che per la spesa degli F35 si prevedevano in Italia oltre 10 mila posti di lavoro.

 Tra l’impianto di Cameri e l’indotto, forse arriviamo a 1.500.

 I peana all’industria militare sono speculari all’assenza di una politica industriale capace di creare lavoro buono nelle frontiere del futuro: transizione ecologica, welfare inclusivo e accogliente, digitale, un modello di sviluppo sostenibile.

L’economia di guerra fa felici le multinazionali, gli americani e pochi produttori.

Tra l’altro, l’80% della nostra spesa per sistemi d’arma se ne va in appalti per industrie di altri paesi, per i ¾ negli Stati Uniti.

Il keynesismo militare è un ossimoro insostenibile, una bufala.

 

Ricordo che quando Churchill vinse la guerra, poi perse le elezioni del 1945 a favore dei laburisti che si fecero portavoce di una società drammaticamente impoverita che voleva sanità pubblica, sicurezza sociale, case popolari.

L’economia di guerra lasciò in dotazione alla Gran Bretagna un debito pubblico del 210%.

 E negli Stati Uniti, prima dell’economia di guerra c’era stato con Roosevelt, dopo la crisi del ‘29, un keynesismo civile vero – altro che militare – che creò lavoro senza fare armi, tassando i ricchi con un’aliquota del 95% sui redditi più alti e colpendo ferocemente la finanza speculativa.

 

“Un peace deal”.

 

Quello che serve a noi è un peace deal non un” war deal”, un’economia di pace, non un ‘economia di guerra.

Si crea molto più lavoro, più crescita economica con un’economia di pace che con un’economia di guerra.

Ecco perché con “Sbilanciamoci” e “Rete Pace e Disarmo” abbiamo lanciato dal 20 ottobre al 30 novembre la carovana per un’economia di pace, in occasione della discussione della prossima legge di bilancio e della nostra contro-finanziaria.

Partiremo da Campobello di Mazara a Trapani, contro il caporalato e lo sfruttamento dei migranti, insieme alla CGIL, poi andremo a Messina, contro il Ponte sullo Stretto, per poi attraversare l’Italia, andando in un ospedale, in una scuola, in un consultorio, in una università, in una fabbrica, in un carcere, in un centro antiviolenza a fare iniziative per dire che questi sono i posti dove vanno messi i soldi e non nei cacciabombardieri e nei carri armati.

Invitiamo tutti a darci una mano e a organizzare iniziative sul vostro territorio:

anche un “flashmob”, un volantinaggio davanti una fabbrica, un’assemblea.

 

 

Il riarmo è cominciato in Italia ben prima del “Re arm Europe” e della decisione della NATO.

Dal 1989, ad eccezione di qualche anno nella prima metà degli anni ‘90, le spese per armamenti sono aumentate in tutto il mondo.

 L’Italia negli ultimi dieci anni ha aumentato del 60% la spesa militare:

 il 12% soltanto nell’ultimo anno.

Nel nostro Paese la “multinazionale italiana Leonardo”, si è adeguata a questo andazzo per inseguire i lucrosi profitti del militare, non fa più le locomotive del Frecciarossa e si è sfilata dall’Industria Italiana Autobus. Invece di investire nella mobilità sostenibile si è buttata, come un pescecane qualunque, sul militare e il traffico d’armi.

E il Governo, che detiene il 30% della proprietà di Leonardo, sta a guardare.

 

 

Il ministro delle imprese e del made in Italy “Adolfo Urso” ha dichiarato che l’auto-motive si può riconvertire nel militare per uscire dalla crisi.  Non essendo stato capace in più di due anni di affrontare la crisi del settore dell’auto – che risale a prima del green deal e la colpa non è certo della transizione – pensa che invece di fare 250 mila automobili si possano fare 250 mila carrarmati.

Con le stesse catene di montaggio, gli stessi robot, la stessa verniciatura, le stesse macchine di assemblaggio.

Dilettanti allo sbaraglio.

 

Noi invece diciamo il contrario.

 Che la riconversione al civile – senza perdere un solo posto di lavoro – si può fare.

Con le stesse tecnologie che vengono utilizzate per fare i sistemi di puntamento delle blindo si possono costruire i macchinari per fare la TAC.

 Con la stessa tecnologia che si utilizza per costruire i cacciabombardieri, si possono costruire gli aerei per spegnere gli incendi.

Con le stesse tecnologie che si utilizzano per costruire gli elicotteri da guerra Mangusta si possono costruire gli elicotteri per l’elisoccorso nelle aree interne.

Serve una politica industriale, un modello di sviluppo diverso, ma soprattutto serve la volontà politica.

 Non è una cosa impossibile.

Ed è per questo che dobbiamo impegnarci tutti, insieme al sindacato, per dimostrare che è possibile un’altra strada, un’alternativa che dobbiamo praticare e mettere in campo.

 

 

 

“UE” TRA DELIRI MILITARI E LOBBY:

IL GRANDE INGANNO EUROPEO.

Nuovogiornalenazionale.com – (Adolfo Tasinato) - Redazione – (15 Marzo 2025) – ci dice:                          

 

L’Unione Europea, da anni prigioniera di una visione burocratica e soffocante, si distingue sempre più per decisioni che oscillano tra il ridicolo e l’irrilevante.

 Dopo aver investito risorse ed energie nella regolamentazione del diametro delle cozze e nella criminalizzazione del lardo di Colonnata, Bruxelles ha recentemente trovato un’altra priorità tecnologica fondamentale:

 il tappo di plastica che non si stacca dalla bottiglia.

Una scelta che, pur con intenti ecologisti, appare l’ennesima dimostrazione di un’istituzione incapace di affrontare le reali sfide globali.

 

Eppure, questa stessa UE, che fatica a garantire un’efficace politica industriale e di difesa dei propri interessi economici, ora sogna di ergersi a potenza militare.

La prospettiva di una forza armata europea, ipotizzata da alcuni leader, sembra più una trovata propagandistica che una strategia credibile o probabilmente il disperato tentativo di ribadire il loro predominio come nel caso di Francia e Germania.

 

La verità è che l’Europa non ha la coesione necessaria per un progetto di tale portata e la sua storia recente dimostra come qualsiasi tentativo di azione autonoma si sia arenato nelle sabbie mobili della discordia politica.

 

A capo di questa Unione abbiamo la signora Ursula von der Leyen, che si è dimostrata totalmente inadeguata al ruolo.

Capace solo di fare annunci privi di un vero piano e di una programmazione concreta, ha ridotto la leadership europea a una serie di proclami inconsistenti e reazioni scomposte di fronte agli eventi.

Il suo operato conferma quanto l’UE sia governata da una classe dirigente priva di visione strategica, più incline alla gestione emergenziale che alla costruzione di un futuro solido per i cittadini europei.

 

Ma il delirio più grande si manifesta quando alcuni leader europei iniziano a fantasticare di un’Europa capace di contrastare militarmente gli Stati Uniti e la Russia.

Una follia pura o un nuovo genere di satira geopolitica?

Forse qualcuno ha dimenticato che l’Europa, tra tagli alla difesa e utopie burocratiche, fatica persino a garantire la propria sicurezza interna, figurarsi a sfidare superpotenze nucleari con eserciti veri, economie di guerra e un apparato industriale bellico funzionante.

 

Senza una vera unione politica e una politica estera condivisa a che serve avere più armamenti?

Si chiama Unione Europea e poi, tanto per fare un esempio, la Francia fa da sempre la guerra all’Italia per gli interessi in Libia e nel Mediterraneo, ricordate la fine fatta fare a Gheddafi?

 

Siamo di fronte a un nuovo livello di delirio politico o è solo un tentativo disperato di distogliere l’attenzione dal tracollo economico e industriale dell’UE e dal fallimento delle politiche ideologiche portate avanti sino a questo momento?

 Viene seriamente il dubbio che queste persone abbiano un concetto molto creativo della realtà.

O magari confidano che la guerra possa essere vinta a colpi di regolamenti, multe sulle emissioni di CO2 e sanzioni commerciali tra un summit e un aperitivo a Bruxelles.

 

Potenziare il fianco europeo della NATO è un altro discorso, e su questo si può e si deve anche ragionare, seppure sempre in una posizione subalterna agli Stati Uniti, gli unici ad avere le carte buone in mano. Non è un caso che Washington decida, Bruxelles esegua e i vari leader europei si affannino a trovare una narrazione che li renda protagonisti.

 

In definitiva si andrà forse verso una NATO europea, ma sempre nell’ambito della NATO tradizionale, ovvero a guida statunitense.

Che piaccia o meno, gli Stati Uniti sono e rimarranno i veri arbitri della geopolitica mondiale anche se con un peso minore a quello che avevano anni fa.

Pensare di far loro la guerra, come certe frange della politica italiana sembrano suggerire, significa non comprendere le dinamiche globali oppure fingere di non vederle.

 

Macron, Stormer e altri leader di turno cercano disperatamente visibilità e soluzioni per i loro problemi interni, piuttosto che avanzare proposte concrete per il futuro dell’Unione.

Un’Unione che, per altro, i cittadini hanno già dimostrato di non gradire più nella sua forma attuale.

Le elezioni e il crescente euroscetticismo lo confermano chiaramente.

 

Nel frattempo, in Italia, c’è chi continua a sventolare la bandiera europea per cercare di compattare una sinistra confusa, più impegnata a trovare un segretario che una visione politica chiara.

 Ma questa sinistra non è più quella che si proclamava difensore del popolo:

 dopo la caduta del comunismo sovietico, si è riciclata sottomettendosi alle lobby finanziarie che hanno preso il controllo dell’economia, della società e in parte anche della politica delle Nazioni.

 

Oggi la sinistra italiana e mondiale appare priva di un’identità chiara, impegnata a difendere interessi che poco hanno a che fare con quelli dei lavoratori e dei ceti medi.

 Le manifestazioni pro-UE a cui assistiamo non sono altro che tentativi disperati di mantenere in vita una narrazione che non convince più nessuno.

 

Infine, tra i ferventi sostenitori di un esercito europeo nessuno si è preoccupato di citare i valori espressi dai padri fondatori del pensiero europeo, che parlavano di un’Europa di idee e di cultura, non di eserciti e armamenti.

 Forse prima di proporre alleanze militari improbabili, qualcuno potrebbe rileggersi le parole dei Padri fondatori del pensiero europeista e riflettere su come quei principi si rapportino al contesto attuale.

 

In questo scenario di confusione e velleità irrealistiche, l’unico leader europeo che sembra mantenere un approccio pragmatico e realistico è il Presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni.

A differenza di chi insegue fantasie di superpotenze europee, Meloni riconosce l’importanza di una capacità di deterrenza militare, ma sempre nel contesto dell’alleanza con gli Stati Uniti.

Inoltre, sottolinea come un riarmo non pianificato, finanziato a discapito dei servizi essenziali ai cittadini, sarebbe solo un ulteriore elemento di disgregazione dell’idea europea.

 

Dopo anni di gestione subordinata agli interessi delle lobby finanziarie, prima con il miraggio del green a tutti i costi e ora con la prospettiva di meno sanità e più bombe, l’Europa ha già perso gran parte della fiducia dei suoi cittadini.

Un nuovo spreco di risorse in una corsa agli armamenti senza una vera strategia condivisa non farebbe che accelerarne il declino.

 

Ma la domanda più grave di tutte resta una sola:

chi sarebbe disposto ad andare a combattere e morire per salvare questa Europa?

Una costruzione burocratica ormai lontana dai reali bisogni dei suoi cittadini, che ha sostituito i valori della cooperazione e della crescita con regolamenti, ideologie e velleità prive di senso.

Se questa è l’Unione Europea che ci aspetta, il suo futuro appare sempre più incerto e sempre meno attraente per i suoi stessi cittadini.

(Adolfo Tasinato – Redazione).

 

 

 

 

 

“Shangri-La Dialogue 2026”:

la Cina invia il PLA e non il ministro Dong.

Nuovogiornalenazionale.com – Redazione - Elena Tempestini – (30 Maggio 2026) – ci dice:                                 

 

IISS Shangri-La Dialogue 2026.

Il significato geopolitico della scelta di Pechino.

Si chiude domani, 31 maggio, a Singapore lo “Shangri-La Dialogue 2026”, il più importante forum strategico e militare dell’area indo-pacifica.

Non è stato una semplice conferenza sulla sicurezza asiatica, perché dobbiamo comprendere la strategia del momento storico che stiamo attraversando.

A Singapore non si è discusso soltanto di difesa, hanno discusso del futuro equilibrio del mondo.

Lo “Shangri-La Dialogue”, organizzato dall’”International Institute for Strategic Studies”, rappresenta ormai il luogo in cui convergono le grandi linee della nuova competizione globale, Stati Uniti, Cina, Taiwan, intelligenza artificiale militare, semiconduttori, infrastrutture digitali, rotte energetiche, guerra dei dati e sicurezza delle supply chain.

 

Quest’anno il vertice ha assunto un peso geopolitico ancora maggiore per una ragione molto precisa, Pechino ha deciso di non inviare il ministro della Difesa “Dong Jun”, lasciando il proprio posto a una delegazione tecnica e accademica dell’Esercito Popolare di Liberazione, una scelta solo apparentemente protocollare.

 

L’Esercito Popolare di Liberazione, “People’s Liberation Army”, PLA, rappresenta l’intero apparato militare della Cina, comprendendo forze terrestri, marina, aeronautica, forza missilistica strategica e unità dedicate alla guerra cyber e spaziale.

 

Soprattutto, costituisce uno degli strumenti più diretti del potere del Partito Comunista Cinese, al quale risponde attraverso la Commissione Militare Centrale.

Per questo la scelta assume un significato politico preciso;

Pechino mantiene una presenza ufficiale, ma evita l’esposizione diretta del ministro, affidando, invece, la rappresentanza a figure tecnico-strategiche interne al sistema militare cinese.

 

Una modalità che segnala prudenza, controllo e una precisa volontà di calibrare il messaggio geopolitico senza trasformarlo in un confronto apertamente politico.

Per anni lo “Shangri-La Dialogue” è stato uno dei rarissimi spazi in cui vertici militari cinesi e americani potevano confrontarsi pubblicamente.

 

L’assenza di “Dong June” mostra, invece, una Cina che preferisce oggi ridurre l’esposizione diplomatica diretta mentre continua a consolidare la propria architettura di potenza nel Pacifico.

 

Pechino osserva, misura e costruisce.

Nel frattempo, rafforza la marina, espande il sistema satellitare “Bei Dou”, la rete di navigazione spaziale sviluppata da Pechino come alternativa autonoma al GPS statunitense.

 

“Bei Dou” non serve soltanto per la navigazione civile, i trasporti o le telecomunicazioni, ma rappresenta una delle infrastrutture più sensibili della sovranità tecnologica cinese.

Il sistema consente, infatti, comunicazioni, localizzazione, coordinamento militare e gestione di infrastrutture strategiche, senza dipendere da reti controllate dagli Stati Uniti.

 

Per questo” Bei Dou” è considerato parte integrante dell’architettura geopolitica e militare della Cina contemporanea, strettamente collegata anche alle capacità dell’Esercito Popolare di Liberazione e alla crescente competizione tecnologica tra Washington e Pechino.

 

Il sistema satellitare accelera sull’intelligenza artificiale militare, consolida la “Belt and Road Initiative” e continua a esercitare pressione attorno a Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale.

Ed è proprio Taiwan ad aver dominato il vertice, non soltanto come crisi regionale, ma come cuore stesso della competizione tecnologica mondiale.

 

Per gli Stati Uniti Taiwan rappresenta molto più di un’isola. È il centro globale dei semiconduttori avanzati, il nodo essenziale delle supply chain tecnologiche e il punto da cui dipende l’equilibrio strategico del Pacifico occidentale.

 

Per la Cina, invece, Taiwan rappresenta contemporaneamente riunificazione nazionale, controllo della” First Island Chain” e possibilità di ridefinire la geografia della potenza asiatica.

Dietro le dichiarazioni ufficiali è emersa una preoccupazione molto più ampia.

 Gli alleati asiatici di Washington iniziano a interrogarsi sulla reale capacità americana di sostenere, contemporaneamente, più fronti strategici quali Ucraina, Iran, Medio Oriente e contenimento della Cina nel Pacifico.

 

È questa la vera domanda che ha attraversato il forum.

 Il segretario alla Difesa americano “Pete Hegseth”, protagonista assoluto del vertice, ha cercato di rassicurare gli alleati ribadendo l’impegno statunitense nell’Indo-Pacifico.

 

Ma il dato politico appare evidente, il sistema internazionale sta entrando in una fase di simultaneità delle crisi che mette sotto pressione anche la principale potenza mondiale.

 

Lo” Shangri-La Dialogue 2026 “segna un passaggio importante, per la prima volta il tema centrale non è stato soltanto militare, il confronto si è progressivamente spostato verso le infrastrutture strategiche del XXI secolo: semiconduttori, AI, cloud militari, satelliti, guerra cibernetica, piattaforme digitali, reti energetiche, autonomia tecnologica e controllo dei dati.

 

Il vertice di Singapore si collega direttamente alle altre grandi dinamiche geopolitiche di queste settimane; questo è il messaggio più importante emerso da Singapore, le crisi contemporanee non sono più separate.

Taiwan, Hormuz, semiconduttori, AI, Ucraina, rotte marittime, satelliti, terre rare e sistemi finanziari fanno ormai parte dello stesso spazio strategico globale.

 

Lo “Shangri-La Dialogue 2026” si chiude, così, non come un semplice forum sulla sicurezza asiatica, ma come una delle più importanti fotografie geopolitiche del nostro tempo.

 

Come abbiamo spesso scritto, il potere non consiste più soltanto nel controllare confini ma nel governare i flussi che tengono insieme il pianeta.

(Elena Tempestini).

 

 

 

Iran, accordo tra linee rosse e firme in sospeso.

Nuovogiornalenazionale.com - Desina Novalis – (31 Maggio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Iran accordo.

Se si raggiungesse un accordo lo firmerebbe Trump, ma per Teheran chi firma?

Il presidente Donald Trump raggiungerà un accordo di pace con l’Iran solo se questo soddisferà tutte le sue condizioni, ha dichiarato venerdì un funzionario della Casa Bianca all’”AFP”, mentre si moltiplicavano i dubbi sullo stato dei negoziati per porre fine alla guerra.

 

“Mastaba Khamenei” è solo un “ingranaggio” nelle mani dei Pasdaran, ossia dei terroristi iraniani, così definiti anche dall’Unione Europea.

Sarà lui a firmare?

 Sempre che sia vivo o, comunque, in grado di intendere e di volere, e che i suoi proclami scritti non siano frutto di altre mani.

Può Trump firmare una qualsiasi cosa senza che dall’altra parte ci sia la firma certa e preventiva della Guida Suprema?

 

La Casa Bianca aveva lasciato intendere che Trump fosse vicino a una decisione su un potenziale accordo, anche se Teheran insisteva sul fatto che non ci fosse ancora “nessun accordo definitivo” per porre fine al conflitto in Medio Oriente.

Anche un servizio dei media statali iraniani ha smentito diversi elementi chiave della descrizione dell’accordo fatta da Trump, con fonti che hanno definito le sue dichiarazioni un “miscuglio di verità e menzogne”.

 

Fonti statunitensi avevano riferito all’AFP che l’accordo era in attesa dell’approvazione di Trump, dopo settimane di negoziati interrotti a causa di un conflitto che ha travolto il Medio Oriente e scosso l’economia globale.

Venerdì Trump ha partecipato a una riunione di due ore nella “Situation Room della Casa Bianca”, ma non ha preso alcuna decisione.

“Il presidente Trump concluderà solo un accordo che sia positivo per l’America e che soddisfi le sue linee rosse”, ha dichiarato in seguito un funzionario della Casa Bianca all’”AFP”.

 

“L’Iran non potrà mai possedere un’arma nucleare”, ha aggiunto il funzionario.

Trump aveva annunciato l’incontro con un lungo post sui social media, ribadendo le sue richieste di lunga data affinché l’Iran si impegni a non sviluppare mai armi nucleari e a riaprire la vitale via di navigazione dello Stretto di Hormuz.

    

Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano,” Esmail Bacaie”, ha replicato affermando ai media statali che la Repubblica islamica “ha detto addio al linguaggio del ‘deve’ 47 anni fa”.

Lo scambio di messaggi è in corso, ha aggiunto, ma “non è stato ancora raggiunto un accordo definitivo”.

 

In una telefonata con l’emiro del Qatar, il presidente iraniano “Massoud Pezeshkian” ha affermato che l’Iran è pronto a raggiungere un “quadro dignitoso” per porre fine alla guerra, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa statale IRNA.

 

Nel suo post, Trump ha affermato che Teheran avrebbe rimosso le mine dallo Stretto di Hormuz e posto fine al blocco del canale senza imporre pedaggi, mentre gli Stati Uniti avrebbero revocato il blocco parallelo dei porti iraniani.

I due Paesi si coordineranno anche per la rimozione e la distruzione dell’uranio arricchito iraniano, ha affermato, aggiungendo che “non ci sarà alcuno scambio di denaro, fino a nuovo avviso”.

 

L’agenzia di stampa iraniana” Fars”, tuttavia, ha citato fonti secondo le quali Teheran chiedeva “l’immediato sblocco di 12 miliardi di dollari di beni iraniani congelati” prima di passare alla fase successiva dei negoziati.

 

Riguardo alla riapertura senza pedaggio del valico di Hormuz, le fonti hanno affermato che “nessuna clausola di questo tipo compare nel testo dell’accordo”, mentre il commento di Trump sulla distruzione del materiale nucleare iraniano “è fondamentalmente infondato”.

“Bacaie” ha inoltre dichiarato alla televisione di stato che al momento non sono in corso “negoziazioni” sul programma nucleare iraniano, mentre il massimo diplomatico iraniano ha suggerito che gli Stati Uniti stessero ostacolando un accordo con il loro approccio ai colloqui.

 

Le speranze di raggiungere un accordo erano aumentate giovedì, dopo che i funzionari statunitensi avevano espresso ottimismo sui progressi diplomatici.

I mercati energetici hanno subito forti oscillazioni questa settimana, mentre gli investitori valutavano le possibilità di un accordo che potesse potenzialmente ripristinare la normale navigazione attraverso il cruciale Stretto di Hormuz.

 

Washington e Teheran si sono accusate a vicenda di aver violato la tregua nello stretto e nelle aree circostanti, anche questa settimana, con gli attacchi statunitensi contro il porto iraniano meridionale di Bandar Abbas a cui hanno risposto con il fuoco iraniano.

 

La televisione di stato iraniana ha riferito venerdì che 24 navi hanno attraversato lo stretto nelle ultime 24 ore, in coordinamento con le Guardie Rivoluzionarie e il ministero degli Esteri.

Tuttavia, ha avvertito che “le navi provenienti da Paesi ostili rischiano una dura reazione” da parte delle forze armate iraniane.

 

Sul fronte libanese della guerra, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato venerdì che le forze del suo paese si sono spinte più in profondità nel territorio libanese, mentre il gruppo libanese Hezbollah, sostenuto dall’Iran, ha rivendicato la responsabilità di una serie di attacchi con droni contro obiettivi militari nel nord di Israele, tra cui raduni di truppe e una caserma.

Ha inoltre affermato che le sue forze stavano attaccando le truppe israeliane che cercavano di avanzare nella zona della fortezza medievale di Beaufort, vicino alla città di “Nabatei”.

 

Gli attacchi sono avvenuti mentre delegazioni militari israeliane e libanesi stavano tenendo colloqui sulla sicurezza a Washington.

 

Netanyahu ha affermato che le truppe avevano attraversato il fiume Litani, a circa 30 chilometri a nord del confine tra Libano e Israele, e stavano “attaccando Hezbollah frontalmente”.

Israele ha inoltre continuato i pesanti bombardamenti sul Libano meridionale, dove, secondo il ministero della Salute libanese, un soccorritore è tra le 11 vittime.

 

Il cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah avrebbe dovuto entrare in vigore il 17 aprile, ma non è mai stato rispettato.

Entrambe le parti si accusano a vicenda di violarlo e giustificano i propri attacchi con le presunte violazioni commesse dall’altro schieramento.

 

Il Libano è stato coinvolto nella guerra all’inizio di marzo, quando Hezbollah ha lanciato razzi contro Israele in seguito all’uccisione della Guida Suprema iraniana negli attacchi israeliani e statunitensi, provocando attacchi israeliani e un’invasione di terra.

(Desina Novalis).

 

 

 

 

La NATO rafforza il fianco orientale.

Nuovogiornalenazionale.com – Redazione - Elena Tempestini – (31 Maggio 2026) – ci dice:

Cresce la pressione russa nel Mar Nero e nell’Europa orientale.

La guerra in Ucraina ha modificato in profondità l’architettura della sicurezza europea, ma il vero cambiamento strategico riguarda la trasformazione del confine orientale della NATO in una linea permanente di competizione geopolitica con la Russia.

Negli ultimi mesi l’Alleanza Atlantica ha intensificato la presenza militare lungo il fianco orientale, dal Baltico al Mar Nero, rafforzando basi, sistemi di difesa aerea, capacità logistiche e interoperabilità tra gli eserciti europei e statunitensi.

 

Non si tratta soltanto di una risposta contingente al conflitto ucraino, ma della costruzione di una nuova postura strategica destinata a durare negli anni.

 

Il Mar Nero sta assumendo un ruolo sempre più centrale. Chi controlla quest’area controlla una parte decisiva delle connessioni tra Europa, Caucaso, Mediterraneo ed Eurasia.

Nel Mar Nero si concentra oggi una parte decisiva della competizione strategica tra NATO e Russia, non soltanto sul piano militare ma anche su quello digitale ed energetico.

 

Tra i principali cavi e corridoi di comunicazione che attraversano o collegano l’area vi sono il “KAFOS” (Karadeniz Fiber Optic System), che collega Russia, Ucraina, Bulgaria e Romania attraverso il Mar Nero, l’”ITUR” (Italy-Turkey-Ukraine-Russia), fondamentale per il traffico dati euroasiatico tra Mediterraneo orientale, Turchia, Ucraina e Russia, il “BSFOCS “(Black Sea Fiber Optic Cable System), che connette Bulgaria, Georgia, Russia e Ucraina, e il “Caucasus Cable System”, strategico per i flussi digitali tra Europa e Caucaso.

 

A questi si aggiungono le infrastrutture sottomarine e integrate di “Turkcell” e “Türk Telekom” e i corridoi caucasici trans-anatolici che collegano Azerbaigian, Georgia, Turchia ed Europa.

 

Questi sistemi rappresentano delle infrastrutture strategiche sensibili perché trasportano dati finanziari, comunicazioni governative, traffico internet e connessioni economiche vitali tra Europa, Asia e Medio Oriente.

 

Sul piano militare la Russia continua a mantenere nel Mar Nero una postura estremamente aggressiva attraverso la Flotta del Mar Nero con base principale a Sebastopoli, il rafforzamento dei sistemi missilistici ipersonici e delle capacità anti-access/area denial (A2/AD), l’impiego di sottomarini classe Kilo, strumenti di guerra elettronica e” cyber warfare”.

 

Mosca usa, inoltre, la Crimea come piattaforma strategica avanzata per proiettare influenza verso Mediterraneo, Caucaso ed Europa orientale, esercitando contemporaneamente pressione energetica sui Balcani e controllo delle rotte nel Mar d’Azov e sui corridoi del grano ucraino.

La NATO, dal canto suo, ha intensificato il rafforzamento del fianco orientale attraverso l’espansione delle basi in Romania e Bulgaria, la presenza navale nel Mediterraneo orientale e i sistemi antimissile schierati in Romania.

 

L’Alleanza utilizza inoltre droni” ISR” (Intelligence, Surveillance, Reconnaissance), pattugliamenti AWACS e grandi esercitazioni congiunte per aumentare la capacità di deterrenza regionale.

 

L’ingresso della Finlandia e il rafforzamento della cooperazione con la Svezia hanno inoltre ampliato il controllo strategico sul Baltico, creando una continuità di pressione sul fronte nord-orientale della Russia.

 

Per Mosca rappresenta uno spazio vitale sia dal punto di vista militare sia da quello energetico e commerciale. Per la NATO, invece, il rafforzamento della presenza nella regione serve a contenere la proiezione russa verso sud e a proteggere le infrastrutture strategiche che collegano l’Europa orientale ai corridoi energetici internazionali.

 

La pressione russa non si manifesta soltanto sul piano militare. Cyberattacchi, guerra informativa, pressione energetica, destabilizzazione politica e utilizzo delle infrastrutture come strumenti di influenza fanno ormai parte di una competizione ibrida permanente.

 

È il modello della guerra contemporanea, meno dichiarazioni formali e più pressione continua sugli equilibri economici, digitali e psicologici degli Stati.

 

In questo scenario anche l’Europa sta cambiando approccio. Paesi che per anni avevano ridotto investimenti militari e capacità industriali della difesa stanno tornando a considerare sicurezza e deterrenza come elementi strutturali della sovranità nazionale.

 

La stessa espansione della NATO verso nord, con l’ingresso della Finlandia e il rafforzamento della cooperazione con la Svezia, dimostra come la percezione della minaccia russa abbia ridefinito la geografia strategica del continente.

La Russia sa che il tempo rappresenta uno degli elementi centrali della partita geopolitica. Mosca punta a logorare la compattezza occidentale, ad aumentare le divisioni interne europee e a sfruttare le fragilità economiche e sociali dell’Occidente.

 

La NATO, al contrario, cerca di trasformare la deterrenza in stabilità strategica di lungo periodo.

 Il rischio è che il continente europeo entri in una fase di tensione permanente, una nuova guerra fredda meno ideologica ma più diffusa, in cui tecnologia, energia, informazione e sicurezza economica avranno un peso almeno pari a quello delle forze armate tradizionali.

Il confronto tra NATO e Russia non riguarda più soltanto l’Ucraina.

 Riguarda il futuro equilibrio del continente europeo e la ridefinizione degli spazi di potere nel nuovo ordine internazionale.

(Elena Tempestini).

 

 

Bonelli: “Il piano di riarmo Ue? Follia pura, condanna l’Europa a economia di guerra e l’Italia a recessione.

Meloni? Come sempre scappa.”

Ilfattoquotidiano.it – Angelo Bonelli – (4 marzo 2025) – Redazione FQ – ci dice:

 

Durissimo attacco del deputato di “AVS” alla proposta di riarmo europeo di von der Leyen e al silenzio della presidente del Consiglio.

Ma ne ha anche per Salvini:

 "Il suo pacifismo è odioso e irritante come quello di Trump, che vuole trasformare Gaza nei suoi resort personali".

 

“Il piano di riarmo europeo proposto da Ursula von der Leyen è follia pura, perché sottrae risorse a fondi strategici, al Fondo di sviluppo e coesione, al Next Generation EU, alla transizione ecologica, a interventi sul lavoro.

E quindi porta l’Europa in un’economia di guerra e il nostro paese verso una recessione, perché, quando punti tutto sulle armi e trascuri il resto, dalla sanità pubblica al lavoro, si apre un problema molto serio.

Questa non è la strada corretta e giusta per arrivare alla pace, che invece dovrebbe arrivare attraverso una negoziazione “.

Sono le parole pronunciate ai microfoni di Radio Radicale da Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa Verde e deputato di AVS, a proposito del piano “Re Arm Europe” presentato dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, a 2 giorni dal vertice straordinario sulla difesa che si terrà il 6 marzo.

 

Bonelli aggiunge:

“C’è anche una questione di cui nessuno parla:

l’Europa già spende 730 miliardi di dollari l’anno in armamenti, che è il 58% in più di quello che spendono i russi.

 Al contrario, serve una razionalizzazione degli interventi che deve portare a una politica estera e di difesa comune, cosa che non si vuole fare.

 È un controsenso che la Ue spenda tutti questi soldi per il riarmo senza avere una difesa comune, ma non si vuole arrivare perché, se ci fosse un coordinamento – spiega – non sarebbero necessari questi investimenti. Il punto è che c’è una pressione molto forte anche dalle industrie militari che hanno raggiunto profitti incredibili in questi anni e li stanno raggiungendo anche mentre stiamo parlando.

Von der Leyen è convinta che attraverso questo riarmo così irrazionale e folle raggiungeremo la pace?

Io penso che invece la Ue avrebbe dovuto instaurare una via di negoziazione che non ha voluto intraprendere fino ad oggi”.

 

Durissima critica del parlamentare al silenzio di Giorgia Meloni:

“Ormai da tanto tempo fugge e non viene in Parlamento.

Abbiamo una crisi internazionale su vari livelli e non sappiamo quello che pensa la presidente del Consiglio se non attraverso le sue asettiche interviste preconfezionate nel suo studio televisivo di Palazzo Chigi.

 Il 6 marzo ci sarà il vertice europeo straordinario sulla difesa e ancora non sappiamo se Meloni verrà a riferire in Parlamento.

Ovviamente non credo che verrà, visto che il 6 marzo è dopodomani”.

Scudisciata di Bonelli anche al leader della Lega Matteo Salvini: “Regalargli di regalare una bandiera arcobaleno? Le bandiere arcobaleno Salvini non le prende perché poi pensa che sono quelle del movimento LGTQ+.

 In realtà, il pacifismo di Salvini è odioso e irritante, come quello di Trump che pensa di trasformare Gaza nei suoi resort personali, sancendo la fine della dignità delle istituzioni”.

 

Tre ragioni per cui il centro-sinistra

perderà le elezioni politiche.

Ilfattoquotidiano.it - Enrico Grazzini – (30 maggio 2026) – Redazione – ci dice:

 

L'opposizione si presenta senza ideali ma solo con distopie. Mentre l’elettorato, a causa della crisi economica, si polarizza, la sinistra rincorre il centro

Tre ragioni per cui il centro-sinistra perderà le elezioni politiche

Ci sono tre ragioni per cui le forze di centro-sinistra perderanno le prossime elezioni politiche:

 

1) il centrosinistra si presenta senza ideali ma solo con distopie:

 infatti il Partito Democratico appoggia la Nato e l’Unione Europea di Ursula von der Leyen, ma Nato e UE vogliono portarci in guerra con la Russia, aumentare le spese militari e ridurre quelle sociali.

 Mark Rutte, il capo della Nato, ha addirittura proposto che gli europei intervenissero a fianco di Trump nella fallimentare guerra in Iran.

2) PD, sindacati, e anche Movimento 5 Stelle, non difendono con forza gli interessi materiali e vitali dei lavoratori.

Non promuovono obiettivi sacrosanti che sono necessari per tutti, a partire dall’indicizzazione dei salari al costo della vita.

Il centrosinistra e la CGIL denunciano a gran voce che il governo Meloni non fa nulla contro l’inflazione che mangia gli stipendi ma, per paura della lotta di classe, non lanciano nessuna proposta per aumentare gli stipendi agganciandoli al costo della vita.

Così non sono credibili.

3) Infine, soprattutto il PD, ma anche i 5 Stelle (pensiamo a Di Maio), hanno una cattiva reputazione.

Nel passato hanno troppo deluso i lavoratori, e godono di cattiva fama presso molti settori di opinione pubblica.

 Pochi si fidano ancora.

Hanno appoggiato il governo Draghi e, in precedenza, altri governi che hanno portato avanti solo politiche di austerità e sacrifici.

Ormai la maggioranza del popolo di sinistra pensa che, destra o sinistra, poco o nulla cambia.

Non a caso il popolo degli astensionisti ha la maggioranza in questo paese.

“Sinistra” sembra essere diventata una brutta parola, semplicemente perché la sinistra ha fatto troppe politiche di destra, sull’immigrazione, sui salari, sulla guerra in Ucraina, e così via.

 

Una volta essere di sinistra significava lottare con coraggio e sacrificio per la libertà e la democrazia, contro lo sfruttamento e la speculazione finanziaria, e per l’eguaglianza.

Oggi non si capisce più per che cosa si batte la sinistra.

 Oggi uno che si dichiara di sinistra è visto dalla maggioranza delle persone, purtroppo, come uno dell’establishment, uno che vuole fare carriera in un sistema politico corrotto e clientelare.

 Tipi come Tony Blair o Matteo Renzi hanno dato cattiva fama alla sinistra.

La sinistra non è più affidabile come difensore dei lavoratori.

 I lavoratori in maggioranza o non votano o votano a destra, non certo per l’europeismo del PD.

 

Mentre l’elettorato, a causa della crisi economica, si polarizza, la sinistra rincorre il centro e, con il suo moderatismo, perde i voti della maggioranza delle persone e non riesce a cambiare nulla.

Se i salari in valore reale sono scesi in venti anni è perché la presunta sinistra, magari in nome dell’europeismo, hanno promosso l’austerità di Bruxelles facendola pesare sui ceti medi e sui lavoratori, mentre le banche e la finanza hanno i profitti più alti di sempre.

 

Solo AVS di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli ha sussurrato, a bassa voce e con levità, come si conviene alle persone educate, una legge per il recupero salariale sull’inflazione, con scadenza annuale.

Una proposta come questa farebbe vincere milioni di voti al centro-sinistra perché orma il 70% delle famiglie italiane fatica ad arrivare alla fine del mese.

 Anche Maurizio Landini tentenna sul salario agganciato all’inflazione: secondo lui una legge non va bene (chissà perché?!) e invece bisognerebbe adeguare i contratti collettivi all’inflazione ogni anno (?), il ché mi sembra una posizione assurda, del tutto impraticabile, e corporativista, a protezione del potere sindacale, ma non dei lavoratori. Se Landini e la sinistra proponessero un referendum per indicizzare i salari al costo della vita, vincerebbero con milioni di voti.

Elly Schlein, dopo la proposta dei 5 Stelle, ha finalmente aderito al salario minimo garantito, che riguarda 4-5 milioni di lavoratori:

 ma non dice nulla su una possibile e necessaria scala mobile che impatterebbe 24 milioni di lavoratori.

Il centrosinistra ha evidentemente paura di alienarsi le simpatie di Confindustria, di Emanuele Orsini, che, però ha già dichiarato che è contrario al salario minimo per legge.

La Confindustria non sarà mai dalla parte del centro-sinistra.

 

Il PD, con i socialisti europei, continua ad appoggiare la Nato e questa UE che corre verso la guerra.

Meloni, Macron, Merz, PD e socialisti europei continuano cinicamente a volere armare l’Ucraina in una guerra che Kiev non può vincere, e rifiutano ogni possibile negoziato e compromesso con la Russia:

così ci portano dritti verso la guerra atomica.

La maggioranza dei vertici del PD difende a spada tratta la Nato, ma Mark Rutte, il capo della Nato, e Ursula ingannano i popoli europei: vogliono che l’Europa si armi fino ai denti per combattere la Russia che vorrebbe, secondo loro, invadere l’Europa.

Ma la Russia non ne ha nessuna intenzione.

 Putin ha invaso illegalmente l’Ucraina solo perché la Nato voleva metterci le sue basi militari.

È un despota, ma certamente non è così pazzo da volere conquistare l’Europa e scontrarsi con la Nato (a meno che Rutte non continui a armare Kiev per lanciare droni in Russia). Ecco perché il centro-sinistra perderà le elezioni.

 

 

 

L'Ucraina nella Ue: la Lega

è contraria e il Governo si spacca.

 Avvenire.it - Marco Usevoli – (27 -05 – 2026) – Redazione – ci dice:

Il Carroccio si oppone e sconfessa la linea di Meloni: Kiev danneggerà gli altri Paesi. Tajani: noi favorevoli ma senza dimenticare chi aspetta da tempo. Le opposizioni: ennesimo cortocircuito.

L'Ucraina nella Ue: la Lega è contraria e il Governo si spacca.

A pensar male...

Mentre la maggioranza mette la sesta sulla legge elettorale, la Lega cerca e trova quei motivi che potrebbero giustificare un anticipo del voto di qualche mese almeno.

Dall’autunno alla primavera 2027, come d’altra parte si sussurra da tempo.

 E certo l’Ucraina, come motivo per un prolungato litigio pre-elettorale, si presterebbe bene.

 

Il fatto, innanzitutto.

Poco dopo le 15.30 da Bruxelles fonti comunitarie fanno trapelare che già al prossimo Consiglio Affari generali, previsto il 16 giugno, potrebbe essere aperto il primo gruppo di capitoli negoziali con Kiev (e con la Moldavia).

L’incontro, si fa inoltre notare, precederebbe il summit dei leader del 18-19 giugno, che potrà esprimersi sulla proposta approfittando del cambio di rotta del nuovo premier ungherese, Peter Magyar.

Ma il caso è principalmente italiano.

Perché nemmeno novanta minuti dopo la Lega dirama una nota durissima:

il Carroccio, si spiega, «è assolutamente contrario ad ogni ipotesi di adesione dell'Ucraina all'Unione Europea.

Oltre a non avere i requisiti necessari, che altri Paesi hanno o stanno per ottenere dopo anni di lavoro, Kiev nella Ue rappresenterebbe un danno economico e sociale di enormi proporzioni».

È una mina lanciata tra i piedi degli alleati Giorgia Meloni e Antonio Tajani.

La presidente del Consiglio non si esprime, ma a verbale ci sono le sue numerose dichiarazioni a sostegno di un’accelerazione delle procedure di adesione.

 E d’altra parte appena pochi giorni fa la Germania di Friedrich Merz ha proposto l’ingresso di Kiev nell’Unione come «membro associato».

 

Insomma, la sortita di Salvini imbarazza e non poco la premier.

 E costringe anche l’altro vicepremier, Antonio Tajani, a ribadire che la linea dell’Italia su questi temi è nelle mani sue e di Meloni.

 «Noi siamo favorevoli all’avvio di un percorso che porti l’Ucraina all’interno dell’Unione Europea, ma non dobbiamo dimenticare che ci sono altri Paesi candidati.

Per noi la priorità sono i Balcani, fermo restando che l’Ucraina e la Moldavia devono avviare un percorso, devono anche combattere la corruzione, rispettare le regole per far parte dell’Unione Europea.

Noi siamo pronti a fare la nostra parte per aiutarli», ha detto il ministro degli Esteri da Limassol, a Cipro.

Certo si può discutere sul tempismo di Bruxelles, alla luce dell’imminente vertice Ue-Balcani della prossima settimana, in cui saranno presenti Paesi che da tempo spingono per entrare nell’Unione.

 In ogni caso il tema, in Italia e nelle altre cancellerie, non può essere messo sotto il tappeto.

 E diventerà forse dirimente l’11 giugno, quando la premier si presenterà alle Camere per le consuete comunicazioni in vista del Consiglio Europeo del 17-18 giugno.

Comunicazioni molto anticipate, e che per questo indispettiscono e non poco le opposizioni.

Ieri il Pd ha già iniziato ad attaccare, soprattutto con i riformisti.

Da Lia Quarta pelle a Stefano Sensi, sino a Piero De Luca, è un continuo evidenziare il «cortocircuito» nel Governo, con Salvini che «sconfessa Meloni».

Reagisce anche Calenda, che accusa il capo della Lega:

 «Aspettiamo le altre quinte colonne di Putin. Questi si fanno anche chiamare sovranisti. Sovranisti russi...», scrive su “X” il leader di Azione.

 

Ma anche le opposizioni hanno una grana quando si parla di Ucraina. M5s è fredda sull’accelerazione dei negoziati.

 Lo dice la governatrice sarda Alessandra Todde:

«Prima di porci il problema di chi deve entrare dobbiamo pensare ai Trattati e alle regole in vigore, come l'unanimità».

 E la tutela che l’Ue offrirebbe a Kiev: «Ho vissuto 10 anni negli Usa, difficile possa considerarmi filorussa.

Sono anni che stiamo trascinando il conflitto, ma a quale prezzo?

Sono anni che i nostri cittadini pagano», conclude riprendendo la tesi dei “danni” che emerge anche dalla nota della Lega.

 

 

Zingaretti a caccia di cibo

italiano a Bruxelles, mentre

l’Europa trema tra l’incubo-

Ucraina e i silenzi sul Libano.

Ladolcevita.tv – (29 – 05 – 2026) – Redazione – Carlo Di Stanislao – ci dice:

 

Tra Bruxelles, Ucraina e Libano, Carlo Di Stanislao analizza la crisi europea tra guerra, ipocrisie e silenzi mediatici.

​”L’Europa è stata fatta con i trattati; si muove solo per paura, non per visione.”

Nel cuore pulsante, gelido e profondamente ipocrita della capitale belga, Nicola Zingaretti, neo-Capogruppo del PD al Parlamento Europeo, è stato recentemente avvistato a caccia di autentico cibo e specialità del patrimonio italiano tra i vicoli più esclusivi di Bruxelles, quasi a voler cercare un rifugio nostalgico o una distrazione gastronomica prima di farsi inghiottire dai palazzi del potere.

Ma dietro le facciate di vetro e acciaio delle istituzioni comunitarie, l’atmosfera è cupa, quasi d’assedio.

 Mentre gli eurodeputati si godono i comfort della bolla europea, l’Unione sta scivolando in un baratro geopolitico ed economico senza precedenti, paralizzata dal terrore dei propri stessi errori e da una colpevole cecità mediatica.

 

La crisi dell’Europa tra Ucraina e Libano apre il caso Bruxelles.

​Mentre l’ex segretario del Partito Democratico si preoccupa di rintracciare i sapori di casa, i dossier che scottano sulle scrivanie dei burocrati europei raccontano tutta un’altra storia.

 Il dogma intoccabile dell’establishment di Bruxelles resta il potenziale ingresso dell’Ucraina in Europa.

Un progetto sbandierato per anni come un dovere morale indiscutibile, ma che oggi si rivela per quello che è:

un azzardo politico ed economico insostenibile, una vera e propria iattura che rischia di frantumare definitivamente i fragili equilibri dell’Unione.

 

I nodi stanno venendo al pettine con una violenza inaudita, tanto da far vacillare persino le certezze delle forze politiche più allineate ai diktat di Washington.

 

La guerra in Ucraina pesa sulla crisi europea.

La retorica della solidarietà a oltranza sta finendo le munizioni.

 Frena anche Fratelli d’Italia, il partito della premier Giorgia Meloni. Dopo aver cavalcato per mesi l’atlantismo più intransigente, la destra di governo italiana si ritrova stretta d’assedio dalla realtà.

 Il timore del collasso elettorale, spinto dalla rabbia dei produttori agricoli e delle piccole imprese del Made in Italy, ha imposto un brusco bagno di realismo.

 

Far entrare Kiev nell’UE significa, senza troppi giri di parole, firmare la condanna a morte della Politica Agricola Comune (PAC).

L’Ucraina, con le sue immense distese latifondiste, cannibalizzerebbe istantaneamente i fondi europei, azzerando i sussidi per i coltivatori italiani e francesi.

 A questo si somma lo shock sistematico del mercato del lavoro e l’invasione di merci a basso costo che devasterebbero il tessuto produttivo dell’Europa centro-orientale, condannando l’Europa a una paralisi decisionale irreversibile.

 

La crisi dell’Europa tra Ucraina e Libano passa dai conti pubblici.

La propaganda di Bruxelles si scontra frontalmente con la durezza dei bilanci.

 L’Ucraina è già costata all’Europa la cifra mostruosa di oltre 200 miliardi di euro.

Una montagna di denaro pubblico sottratta al welfare, alla sanità e alle scuole dei cittadini europei per finanziare una guerra di logoramento che sembra non avere fine.

 

Questo immenso dissanguamento si articola su tre fronti devastanti:

 

Il saccheggio degli arsenali:

L’invio continuo di armamenti pesanti ha svuotato i depositi militari nazionali, costringendo i governi a contrarre nuovi debiti per ricomprare armi dalle multinazionali della difesa.

Il debito comune tossico:

Gli aiuti macro-finanziari concessi a fondo perduto o a tassi agevolati gravano direttamente sul bilancio comunitario, ipotecando le risorse delle future generazioni di contribuenti.

L’inflazione da guerra:

Le sanzioni boomerang e il caos energetico hanno alimentato una fiammata inflazionistica che ha impoverito i ceti medi e popolari europei, mentre i tassi d’interesse schizzavano alle stelle.

A microfoni spenti, nei corridoi del Parlamento Europeo, il malcontento è palpabile.

Molti deputati sanno perfettamente che questa emorragia finanziaria sta spingendo il Continente verso la recessione, ma nessuno ha il coraggio politico di ammetterlo pubblicamente.

Washington scarica l’Europa: l’asse cinico tra USA e Iran.

Mentre Bruxelles si incatena da sola al proprio destino fallimentare, lo scenario globale si muove secondo logiche di puro cinismo geopolitico. Le cancellerie europee tremano di fronte alle notizie che arrivano da oltreoceano.

I canali diplomatici confermano che si è ad un passo dall’accordo tra USA e Iran.

 

Gli Stati Uniti sono stanchi di dover gestire il collasso economico ucraino.

 Inoltre, sono ossessionati dalla sfida strategica con la Cina nel Pacifico. Per questo si preparano a sacrificare l’intransigenza ideologica sull’altare del pragmatismo.

L’accordo con Teheran serve a Washington per stabilizzare l’area mediorientale.

Soprattutto, serve per rimettere in circolo il greggio iraniano.

Così Washington punta a calmierare i prezzi globali dell’energia in vista delle scadenze elettorali interne.

 L’Europa ha rinunciato alla propria autonomia energetica e diplomatica.

 Inoltre, ha seguito ciecamente la linea dura americana.

Così si ritrova beffata e isolata.

 

Il massacro del Libano e l’osceno silenzio dei media mainstream.

​Il prezzo di questo cinismo internazionale si paga sul campo, nel sangue dei civili.

 Mentre le superpotenze trattano, continuano feroci gli attacchi e i bombardamenti israeliani in Libano.

 Interi quartieri di Beirut vengono rasi al suolo, la sovranità di uno Stato sovrano viene calpestata quotidianamente e una crisi umanitaria spaventosa sta devastando un Paese già economicamente in ginocchio.

 

Di fronte a questo scempio, l’informazione occidentale sta offrendo uno spettacolo indegno.

 Esiste una colpevole complicità mediatica che decide quali vittime meritino solidarietà e quali debbano essere relegate all’oblio.

 

La distruzione del Libano avviene nel silenzio quasi totale dei grandi network.

Le bombe su Beirut non aprono i telegiornali, non generano sanzioni, non provocano l’indignazione delle cancellerie europee.

È il trionfo dell’ipocrisia occidentale.

 

Il monopolio della verità: MA solo il Manifesto ne parla.

In questo deserto etico e professionale, si staglia un’unica eccezione nel panorama editoriale italiano:

 MA solo il Manifesto ne parla con la durezza e la continuità che la gravità della situazione richiede.

Il quotidiano comunista resta l’unica voce fuori dal coro disposta a rompere il muro di gomma eretto dalla stampa mainstream.

 

Mentre i grandi quotidiani nazionali e i canali televisivi preferiscono concentrarsi sulle schermaglie di palazzo, sul gossip politico o sulle veline dei servizi di sicurezza occidentali, Il Manifesto continua a documentare i crimini di guerra, la carneficina dei civili libanesi e il doppio standard morale di un’Europa che si professa tribunale dei diritti umani, ma si scopre complice e muta quando a bombardare è un alleato strategico.

 

La crisi dell’Europa tra Ucraina e Libano lascia Bruxelles tra le macerie del mondo.

Il contrasto è stridente, quasi intollerabile.

Da un lato abbiamo i leader del progressismo europeo, come Nicola Zingaretti.

Vagano per Bruxelles alla ricerca della “cacio e pepe” perfetta.

Oppure del ristorante italiano di grido dove consumare le proprie cene di lavoro.

Dall’altro abbiamo i corpi estratti dalle macerie a Beirut.

E i bilanci statali che crollano sotto il peso di una guerra agricola e industriale indotta contro la Russia.

​Questa è l’immagine dell’Europa odierna:

una fortezza di burocrati dorati che si abbuffa mentre il mondo intorno brucia.

Incapace di imporre la pace a est, complice del massacro a sud, e sistematicamente ingannata dagli alleati a ovest.

Tra una cena esclusiva a Bruxelles e l’inferno del Libano, l’Unione Europea ha smarrito la sua anima, ammesso che ne abbia mai avuta una.

(Carlo Di Stanislao - Redazione de La Dolce Vita).

 

 

 

 

 

 

Adesione dell’Ucraina nell’Unione

Europea: a che punto siamo.

Valigiablu.it – (19 Marzo 2026) - Andrea Braschayko – Redazione – ci dice:

 

Adesione dell’Ucraina nell’Unione Europea: a che punto siamo.

L’Ucraina ha presentato domanda di adesione all’UE il 28 febbraio 2022, quattro giorni dopo l’inizio dell’invasione su larga scala da parte della Russia.

 In quell’occasione Zelensky chiese un’adesione immediata tramite una “procedura speciale” (che non era prevista dalle regole UE né allora né oggi).

Nelle stesse ore i leader di otto stati membri invocarono un iter accelerato, e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen sposò l’idea che l’Ucraina “dovesse unirsi alla famiglia europea”.

 

Si trattò di un nuovo passaggio lungo la traiettoria iniziata nel 2013, quando la scelta dell’allora presidente ucraino Viktor Yanukovych di non firmare l’accordo di associazione tra l’Ucraina e l’UE fece esplodere le grandi proteste di Euro-Maiden.

 Decine di manifestanti furono uccisi nella repressione:

una parte della società ucraina pagò letteralmente con la vita l’idea di “Europa” come destino politico e morale per il proprio Paese, non come mera direzione di sviluppo socio-economico.

 

Una relazione travagliata.

Al di là della cooperazione nell’ambito della Politica Europea di Vicinato, per Kyiv l’integrazione europea è stata per anni una promessa di modernizzazione e abbandono della stasi post-sovietica, spesso rivendute dai partiti filo-europei in campagna elettorale.

Per molte capitali europee, invece, le ambizioni ucraine, intensificatesi con la “Rivoluzione Arancione nel 2004”, andavano gestite e rappresentavano un delicato rischio geopolitico e istituzionale, in particolare ad inizio anni Duemila quando la relazione con la Russia era vista come essenziale per diversi Stati Membri.

La celebre battuta, nel 2002, dell’allora presidente della Commissione Europea Romano Prodi, per cui l’Ucraina “ha le stesse probabilità di diventare uno Stato Membro dell’UE della Nuova Zelanda”, riassume bene lo scetticismo di quel ciclo storico.

 

Il 2014, all’indomani della rivoluzione di Maidan, segna un primo spartiacque: l’accordo di associazione UEUcraina viene firmato in due tempi (marzo e giugno 2014) ed entra pienamente in vigore il 1° settembre 2017, portando con sé anche una Deep and Comprehensive Free Trade Area (DCFTA) che aggancia ampie porzioni di legislazioni e standard europei. Nello stesso decennio arriva un altro simbolo concreto, tanto atteso da milioni di ucraini: dal giugno 2017 i cittadini ucraini con passaporto biometrico possono viaggiare senza visto per brevi soggiorni (90 giorni su 180) nell’area Schengen (con le eccezioni applicabili nel quadro UE).

 

Eppure, fino al 2022, l’adesione resta un “orizzonte” più che un calendario politico: la Commissione stessa, nella sua valutazione del 2022, lega il percorso a riforme strutturali su Stato di diritto, corruzione e influenza oligarchica, riconoscendo progressi ma segnalando fragilità sistemiche.

 Sullo sfondo pesa la cosiddetta” engagement fatigue”, maturata in Europa dopo il grande allargamento ad Est del 2004 e accentuata negli anni di crisi economica e austerità post-2008; non a caso l’ultimo ingresso nella famiglia europea rimane quello della Croazia nel 2013.

È solo con la guerra d’invasione russa che le prospettive ucraine si fanno più concrete: d’altronde, l’allargamento UE è, prima di tutto, una scelta politica.

 

Come funziona l’accesso UE: i criteri di Copenaghen e l’EU acquis.

Il Trattato sull’Unione europea prevede un lungo iter per l’ammissione di un nuovo Stato membro, che passa per dettagliati negoziati tecnici su 33 diversi capitoli tematici. È un percorso scandito da valutazioni della Commissione Europea e decisioni prese all’unanimità dagli Stati membri. La bussola fondamentale sono i cosiddetti “criteri di Copenaghen”: stabilità delle istituzioni democratiche e dello stato di diritto; economia di mercato funzionante; capacità di assumere gli obblighi derivanti dall’adesione, inclusa l’applicazione di tutte le norme europee esistenti.

 

Sul piano tecnico, l’adeguamento riguarda i 33 capitoli dell’EU acquis: per la metodologia oggi utilizzata nei negoziati, questi capitoli sono organizzati in sei cluster — Fundamentals; Internal Market; Competitiveness and inclusive growth; Green agenda & sustainable connectivity; Resources, agriculture & cohesion; External relations — con una regola politica decisiva: i “Fundamentals” si aprono per primi e si chiudono per ultimi, perché condizionano ritmo e credibilità dell’intero percorso.

 

Quando, il 17 giugno 2022, la Commissione europea ha raccomandato di concedere all’Ucraina lo status di paese candidato, ha allegato anche una lista di priorità immediate (“sette passi”): riforma della Corte costituzionale; prosecuzione della riforma giudiziaria; anticorruzione (inclusa la governance delle agenzie SAPO e NABU); antiriciclaggio; attuazione della legge “antioligarchi secondo le indicazioni della Venice Commission; armonizzazione della normativa sui media audiovisivi; revisione della legislazione sulle minoranze nazionali. Nel “Ukraine 2024 Report” la Commissione ricostruisce la sequenza che ha portato all’apertura formale dei negoziati nel giugno 2024, segnalando che i “passi rimanenti” indicati in precedenza erano stati completati, le riforme erano state cioè considerate soddisfacenti da Bruxelles, e consentendo così l’adozione del quadro negoziale.

 

Il punto, però, è che l’acquis richiede anni di screening, apertura e chiusura dei cluster e, soprattutto, decisioni unanimi a ogni snodo (dall’avanzamento alla ratifica finale). Qui entrano in gioco i veti nazionali: da anni, l’opposizione politica più sistematica viene attribuita all’Ungheria di Viktor Orbán, mentre la Slovacchia di Robert Fico, l’altro governo vicino alle posizioni del Cremlino, lega il proprio sostegno a una “interpretazione rigorosa” delle condizioni di adesione. Entrambi i paesi, e in questo non sono soli, insieme alle estreme destre e ai partiti populisti di larga parte dell’UE, denunciano inoltre i presunti costi insostenibili di un eventuale accesso di Kyiv sul bilancio dell’Unione.

 

Secondo “Roman Petrov”, “Jean Monnet Chair in EU” Law alla National University of Kyiv-Mohyla Academy”, si è venuto a creare un paradosso:

 i cluster “ufficialmente” non risultano aperti, ma i lavori tecnici procedono in forme informali, attraverso il cosiddetto formato di Leopoli, in attesa che l’unanimità politica consenta di trasformare questi progressi in tappe negoziali formalizzate.

 

Tuttavia, questa unanimità potrebbe non arrivare presto, nonostante il piano in dieci punti atto ad accelerare le riforme di Kyiv e l’apertura dei cluster formulato dalla Commissaria europea per l’allargamento “Marta Kos” e il vice primo-ministro ucraino “Taras Kwacha”, al fine di superare il blocco di Budapest.

 “Per ora abbiamo problemi con un paio di paesi con chiara posizione anti-ucraina: Ungheria, Slovacchia su tutti.

Questi governi potranno cambiare in futuro certo [le elezioni ungheresi sono previste per l’aprile di quest’anno, con il partito di Orbán dietro di quasi 10 punti nei sondaggi, ndr], ma l’ondata anti-Ucraina di governi populisti di destra può al contrario aumentare, anche nell’Europa occidentale.

 I paesi più a rischio sono la Francia e la Germania,” sostiene Petrov.

 

Le difficoltà di un accesso “fast-track.”

Negli ultimi mesi, molti analisti e politici chiedono a gran voce un allargamento veloce e snello, non solo per “Kyiv” ma anche per altri paesi candidati in fase avanzata nel processo di adesione:

 Montenegro, Moldova e Albania, paesi di dimensioni e rilevanza geopolitica ben inferiori all’Ucraina.

Una speranza rinvigorita dall’Alta rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, “Kaja Kallas”, che lo scorso a novembre aveva dichiarato che un ingresso di nuovi membri entro il 2030 è possibile.

 

Sull’Ucraina queste ipotesi sono ritornate in auge durante le lenti e opache trattative di pace tra Kyiv e Mosca mediate dagli Stati Uniti di Donald Trump.

In particolare, si parla di un possibile ingresso dell’Ucraina già nel 2027 come parte delle garanzie di sicurezza contro un nuovo attacco del Cremlino richieste dal presidente Zelensky, nella forma di una “membership-lite”, in cui l’Ucraina tecnicamente accederebbe all’UE senza però avere gli stessi diritti degli altri Stati membri, tra cui quello di veto.

 In un recente articolo, la corrispondente UE di POLITICO “Zoya Sheftalovich” ha persino delineato i cinque passi per rendere un accesso nel 2027 davvero possibile.

 

“Non credo sia una prospettiva possibile.

 Bisogna prima di tutto definire il campo: se parliamo di un accesso come “Membro completo”, come è sempre stato, queste date non sono percorribili.

Entro il 2027 l’Ucraina non riuscirà, non ha ancora iniziato le negoziazioni perché sono bloccate da Budapest e Bratislava,” sostiene “Petrov”.

 “Se ci riferiamo ad altri format, bisogna ricordare che non c’è in quanto tale un concetto di “Accesso/Membro parziale”, senza potere di voto;

credo siano narrazioni populiste, senza alcuna concretezza dietro.

O parliamo di accesso completo, o di nient’altro, poiché altri format per ora non esistono.

Le riforme dei trattati europei, in parte anacronistici, per superare il diritto di veto, sono necessarie, ma è azzardato pensare che possano avvenire in tempi brevi”.

 

Il presidente ucraino Zelensky, ha dichiarato in modo diplomatico che l’Ucraina farà quantomeno in modo di essere tecnicamente pronta entro il 2027, anche se il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha già escluso la fattibilità di un accesso light per qualsiasi Stato membro, Ucraina inclusa.

E la posizione della Germania continua a pesare sugli equilibri europei.

 

Ci troviamo di fronte a una crescente tensione tra il tempo necessario per applicare un approccio credibile e basato sul merito e le pressioni sempre maggiori esercitate da attori esterni sui nostri paesi candidati: pressioni pensate per aumentare il costo politico del loro avanzamento verso l’UE”, ha detto “Kos” durante un’intervista a Tallinn ad inizio febbraio.

“Il nostro modello di allargamento richiede tempo, stabilità e riforme graduali. Ma l’attuale contesto geopolitico è instabile e spesso coercitivo”, ha aggiunto, avvertendo poi che i nuovi “modelli” allo studio dovrebbero comunque partire dallo stesso “punto di base”:

“la piena adesione arriva solo dopo riforme complete”, ha dichiarato Kos, che aveva già in precedenza avvertito della necessità di prevenire l’ingresso di nuovi “cavalli di Troia”, per prevenire il ripetersi dello scenario magiaro.

 

In cosa sperare per Kyiv?

“Finché c’è la guerra l’accesso non è possibile, ne ho scritto molto.

Non è possibile per diversi motivi: di sicurezza, economici, giuridici.

 E gli stessi Paesi Membri non sono pronti a questo, ad accettare un paese in guerra e quindi essere responsabili della sua sovranità territoriale secondo il principio di solidarietà UE.

Un conto è l’aiuto finanziario e militare, un altro è mandare contingenti e soldati.

 Quindi non è possibile un accesso finché c’è la guerra, anche se molti parlano del modello Cipro:

tuttavia, la Repubblica di Cipro è entrata nell’Unione quando i combattimenti erano fermi da decenni, con un piano di pace in atto e confini chiari”, spiega “Petrov”.

 

Tuttavia, questo resta un tema di dibattito più che una posizione consolidata dell’UE.

Sebbene persistano ostacoli politici, giuridici e di sicurezza, l’adesione dell’Ucraina è crescentemente percepita a Bruxelles come una sfida, sì senza precedenti, da raccogliere, piuttosto che come un’impossibilità assoluta.

 

Nel corso dell’ultimo anno, i preparativi per l’adesione dell’Ucraina sono avanzati su più livelli.

 Il già menzionato “formato di Leopoli” ha consentito agli altri 26 Stati membri, insieme alla Commissione, di anticipare alcune fasi del processo:

Kyiv ha ricevuto benchmark e criteri tecnici normalmente forniti solo durante i negoziati formali. Il lavoro procede ora a livello molto dettagliato, con la Commissione che ha già iniziato a definire dei benchmark intermedi e finali su questioni che vanno dalla riforma giudiziaria agli appalti pubblici.

 

Allo stesso tempo, durante la sua recente visita a Kyiv in occasione del quarto anniversario dell’invasione su larga scala, Ursula von der Leyen ha mantenuto un tono prudente, evitando di sostenere esplicitamente l’obiettivo ucraino di aderire entro il 2027 e ribadendo che l’adesione non può essere legata a scadenze fisse.

 

Anche Kallas aveva precedentemente dichiarato di ritenere come i governi dell’UE non siano pronti a dare all’Ucraina una data per l’adesione, nonostante la richiesta in tal senso del presidente Zelensky.

 “La mia impressione è che gli Stati membri non siano pronti a indicare una data concreta”, ha detto Kallas durante un panel alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco.

“C’è ancora molto lavoro da fare”.

 

Secondo “Petrov”, tra i cluster oggi in discussione quello più allineato agli standard europei è l’”Esterna Relations”, che comprende i capitoli sulla politica commerciale e sulla politica estera e di sicurezza.

Qui l’adeguamento è soprattutto politico-diplomatico e passa dal coordinamento del ministero degli Esteri con le posizioni di Bruxelles:

“è un lavoro soprattutto attinente al ministero degli Esteri, l’armonizzazione della nostra politica estera con quella dell’UE”.

 

Diverso il quadro per gli altri capitoli.

 Sul cluster "Interna Market" le riforme legislative sono tecnicamente possibili, ma potrebbero incontrare “le resistenze di alcuni settori economici, in particolare quello agricolo e alimentare”, tradizionalmente protetti dallo Stato.

 Il nodo principale resta però il “cluster Fundamentals”, legato a Stato di diritto e corruzione, dove serviranno interventi continui e risultati concreti:

“La corruzione continua, gli scandali non scompaiono e queste dimensioni saranno sempre sotto la lente dell’UE.

 Lo ha mostrato anche lo scandalo dell’estate scorsa sugli organismi anticorruzione NABU e SAPO, che il parlamento ucraino aveva votato per rendere dipendenti dal governo, con il presidente Zelensky poi costretto a fare marcia indietro dopo forti proteste popolari.

 

Ucraina, tre aspetti da chiarire sullo scandalo corruzione.

Molte riforme, aggiunge “Petrov”, sono inoltre difficili da attuare in piena guerra, soprattutto nei settori della connettività e della transizione verde, che “richiedono non solo leggi, ma anche investimenti e capacità amministrativa”.

 

“Petrov” sottolinea poi due fattori politici spesso trascurati nel dibattito sull’adesione.

Il primo riguarda l’evoluzione delle relazioni tra Stati Uniti e Unione europea:

eventuali divergenze strategiche tra Washington e Bruxelles finirebbero inevitabilmente per riflettersi su Kyiv, alleata di entrambe.

 In questo contesto, anche il futuro della NATO viene percepito come incerto.

 Se l’Alleanza dovesse ridimensionarsi o trasformarsi, molti Stati membri dell’UE potrebbero spingere per una difesa comune europea, e in quel quadro l’Ucraina, con la sua esperienza militare e il suo peso strategico, diventerebbe un partner molto ricercato.

 

Il secondo elemento, spesso sottovalutato, è la necessità di una riforma interna dell’Unione.

L’attuale architettura istituzionale, fondata sul “Trattato di Lisbona”, viene considerata da diversi osservatori inadatta a sostenere un allargamento su larga scala.

L’ingresso simultaneo di Ucraina, Moldova e dei paesi dei Balcani occidentali richiederebbe cambiamenti profondi:

dal superamento del voto all’unanimità in alcuni ambiti al rafforzamento delle politiche comuni, in particolare nel settore della difesa.

Tuttavia, si tratterebbe di negoziati complessi e politicamente dolorosi tra i ventisette Stati Membri.

 

Alla fine, però, ricorda “Petrov”, “l’allargamento è prima di tutto un processo politico”.

Senza l’unanimità degli Stati membri, anche i progressi più significativi sul piano delle riforme rischiano di non bastare: “queste sono le regole”.

Ogni parlamento nazionale dovrà ratificare l’adesione, e questo apre interrogativi difficili:

“chi controllerà i processi nei parlamenti nazionali?

 E quali governi ci saranno quando si dovrà votare?”.

 

Anche un paese fortemente filo-ucraino come i Paesi Bassi, nel 2016, ha assistito a un controverso referendum sulla firma del trattato di associazione UE-Ucraina, che ha visto il trionfo degli euroscettici, e mantiene ad ora una posizione cauta.

Cosa potrebbe succedere se la situazione si dovesse ripetere, come proposto da Orbán per l’Ungheria o in altri paesi?

Questi fattori dipendono poco da Kyiv e parecchio da una politica unica a livello comunitario.

 

Per l’Ucraina, non rimane altro che continuare la tortuosa strada delle riforme, con sforzi e successi in ogni caso tangibili negli ultimi anni nonostante le difficoltà della guerra, e sperare in un cielo sereno sopra Bruxelles e le altre capitali dei Ventisette.

 

 

Ucraina nell’UE: negoziati e ipotesi di membership graduale.

La volontà dell’Ucraina di avvicinarsi all’Unione Europea ha rappresentato uno dei principali fattori di trasformazione del Paese negli ultimi decenni, intrecciandosi con profonde tensioni interne e con la sua posizione geopolitica tra Europa e Russia. Questo processo ha contribuito allo scoppio delle proteste di Euro Maiden, aprendo una fase di forte instabilità culminata nell’Anti-Terrorist Operation (ATO) nel Donbas e, dal 2022, nella guerra su vasta scala lanciata dalla Russia contro l’Ucraina.

 

I primi passi formali del percorso di integrazione europea risalgono all’”Association Agreement” firmato nel 2014 ed entrato pienamente in vigore nel 2017, che ha avviato un progressivo allineamento normativo tra Kyiv e Bruxelles.

Da allora, l’Ucraina ha accelerato in modo significativo il processo di riforme per soddisfare i criteri di adesione all’Unione Europea.

 

Tuttavia, mentre Kyiv punta a una piena adesione in tempi rapidi, le principali capitali europee, in particolare Parigi e Berlino, stanno discutendo ipotesi di integrazione graduale, come una forma status intermedio, che garantirebbe un avvicinamento politico ed economico senza però i pieni diritti di uno Stato membro.

 

A che punto è l’Ucraina?

 

Per diventare Stato membro dell’Unione Europea, l’Ucraina deve soddisfare i “criteri di Copenaghen”, definiti dalla Commissione europea come base del processo di allargamento: istituzioni democratiche stabili, un’economia di mercato funzionante e la capacità di adottare l’intero “acquis communautaire”.

 

Nel giugno 2022 l’Ucraina ha ottenuto lo status di Paese candidato all’UE, come confermato dal Consiglio europeo.

Nel giugno 2024 sono stati ufficialmente aperti i negoziati di adesione tra Ucraina e Unione Europea, segnando l’ingresso nella fase tecnica del processo.

 

Nel corso del 2025 si è invece concluso lo screening, ovvero la valutazione dettagliata dell’allineamento della legislazione ucraina al diritto europeo, fase preparatoria fondamentale per i negoziati sui singoli capitoli (energia, giustizia, ambiente, concorrenza). All’inizio del 2026, la Commissione europea ha infine confermato che i capitoli negoziali sono pronti per essere aperti, ma la decisione politica finale spetta agli Stati membri dell’UE, che devono deliberare all’unanimità.

 

Si entra così nella fase pienamente negoziale del processo, in cui i progressi tecnici dell’Ucraina si intrecciano con le scelte politiche dei governi europei e con il più ampio dibattito sull’allargamento, oggi sempre più legato anche all’ipotesi di forme di integrazione graduale o membership intermedia.

 

Reverse engagement o membership simbolica?

 

Negli ultimi mesi il dibattito europeo si è progressivamente spostato dalla domanda “quando l’Ucraina entrerà nell’UE” alla questione più ambigua di “che tipo di integrazione sarà possibile prima della piena adesione”.

 

La Commissione europea ha presentato l’idea di “reverse engagement”, in cui l’Ucraina otterrebbe una piena adesione formale all’Unione senza aver completato tutti i criteri tradizionali, mentre i benefici economici e istituzionali verrebbero concessi progressivamente, in base al raggiungimento di specifici obiettivi settoriali.

 

Tuttavia, questa proposta ha incontrato una resistenza, come comunica “Financial Times”, specialmente da Berlino e Parigi, che hanno delineato approcci alternativi che si discostano nettamente dall’idea di un’adesione accelerata.

 Infatti, la Germania propone una forma di “associate membership”, in cui l’Ucraina parteciperebbe a riunioni ministeriali e vertici europei, ma senza diritto di voto e senza applicazione automatica del bilancio comunitario.

La Francia, invece, parla di uno “status di Stato integrato”, in cui l’accesso alla Politica Agricola Comune e ai fondi di coesione verrebbe rinviato alla fase post-adesione.

 

La differenza principale tra i diversi approcci riguarda dunque il momento in cui l’Ucraina potrebbe essere considerata a pieno titolo uno Stato membro dell’Unione e ottenere diritti decisionali all’interno delle sue istituzioni.

Tuttavia, un elemento comune emerge con forza in tutte le proposte: la dimensione della sicurezza, considerata uno dei principali benefici politici per Kyiv, soprattutto in un contesto in cui l’adesione alla NATO resta fuori portata.

Infatti, anche nelle versioni più prudenti di membership graduale, si ipotizza un’estensione all’Ucraina della clausola di difesa reciproca dell’UE (art. 42 TUE).

Parallelamente, l’integrazione economica resterebbe invece progressiva:

l’accesso ai fondi europei verrebbe ampliato solo in linea con l’avanzamento dei negoziati e secondo regole transitorie, senza automatismi.

 

Tra piena adesione, modelli intermedi e soluzioni ibride, il futuro europeo dell’Ucraina resta dunque aperto.

La direzione è ormai chiara, ma i tempi, le modalità e soprattutto la natura dell’appartenenza all’Unione dipenderanno sempre più dall’equilibrio tra volontà politica degli Stati membri e capacità di riforma del Paese, in un contesto geopolitico che continua a esercitare una forte pressione su entrambe le parti.

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