Il riarmo Ue è solo un inganno.
Il
riarmo Ue è solo un inganno.
Il
riarmo europeo rilancerà l’economia
e l’industria: non si poteva fare lo stesso
sforzo per salvare il pianeta?
Ilfattoquotidiano.it - Loretta Napoleoni,
Economista – (29 giugno 2025) – ci dice:
Se i
soldi ci sono o si trovano, allora perché non li abbiamo usati per salvare il
pianeta invece di proteggerci da nemici immaginari?
Il
riarmo europeo rilancerà l’economia e l’industria: non si poteva fare lo stesso
sforzo per salvare il pianeta?
È
finita, per ora, la guerra tra Israele, il suo alleato principale, gli Stati
Uniti, e l’Iran, ma di guerre ce ne sono ormai a iosa e quindi l’Europa non ha
abbandona il progetto di armarsi.
Certo
la motivazione non è nostalgica, per esempio una sorta di ritorno ai “bei
tempi” della Guerra Fredda per i paesi della vecchia Europa dell’Ovest;
piuttosto a monte c’è una nuova realtà fredda e contabile, misurata in
percentuali di Pil, miliardi di euro, armi intelligenti e nuove catene di
produzione.
Il riarmo insomma fa bene al portafoglio.
Le
cancellerie europee, però, ci vogliono far credere che abbiano abbandonato
decenni di disarmo programmato, sostituendo alla radice dell’avventura europea
il concetto di pace con quello di deterrenza espansiva sotto la pressione
americana e sotto la minaccia russa.
Una deterrenza contro chi?
Putin?
Contro cosa? Il caos mondiale attuale?
Ufficialmente,
al centro di questo nuovo paradigma vi è un dato: l’obiettivo, perseguito con
cocciutaggine dagli Stati Uniti e ormai accettato con remissiva convinzione dai
partner europei, di destinare entro il 2035 il 5% del Pil europeo alla difesa,
di cui il 3,5% in spesa diretta militare e l’1,5% in spese di resilienza.
In
parole povere: una quota sempre più ampia delle nostre economie sarà destinata
a mantenere, potenziare e far funzionare le macchine della guerra.
(Anni
di austerity e ora la spesa per il riarmo diventa una panacea: quanta
ipocrisia!).
Il
nuovo corso è stato inaugurato in gran pompa magna al vertice Nato dell’Aia del
2025, palcoscenico perfetto. Una vittoria per il presidente Donald Trump che ha
ottenuto quello che già reclamava durante il suo primo mandato: un’Europa che
“paga la sua parte”.
Con
una narrazione muscolare, fatta di elogi, minacce e improvvisi momenti di
apparente magnanimità, Trump ha piegato la retorica europea.
Non
più parole sulla pace, non più accenni all’autonomia strategica: ora si parla
di carri armati, droni e logistica.
Nel
contempo, la Commissione Europea ha lanciato il piano “Readiness 2030”,
un’iniziativa che prevede l’attivazione di 800 miliardi di euro in quattro anni
per finanziare la corsa al riarmo continentale.
Di
questi, 650 miliardi arriveranno dall’alleggerimento dei vincoli fiscali per
permettere agli Stati di aumentare la spesa militare fino a un +1,5 % del Pil
senza violare i parametri europei.
I
restanti 150 miliardi saranno distribuiti come prestiti comuni per investimenti
strategici:
difesa
aerea, sistemi missilistici, cyber-sicurezza, produzione munizionamento.
Insomma: l’industria bellica diventa progetto
europeo.
Due
nazioni, Polonia e Francia, incarnano due modelli diametralmente opposti, ma
paradossalmente complementari, all’interno del progetto di riarmo europeo.
La Polonia, guidata da Donald Tusk, ha deciso
la trincea avanzata della Nato, il fronte più esposto e, quindi, più armato.
Con una spesa militare che ha già raggiunto il
4,7 per cento del Pil, Varsavia investe a ritmi vertiginosi in armamenti
americani e sudcoreani: F-35, Himars, K2, K9, Abrams e così via.
Il tutto accompagnato da una narrazione
identitaria e marziale che fa della paura l’elemento coesivo nazionale.
La
Francia, al contrario, punta sulla sovranità industriale.
Con un
budget da 413 miliardi di euro fino al 2030, Macron investe su un complesso
militare-industriale nazionale solido:
Dassault, Naval Group, Nexter e Mbda.
La
strategia francese è chiara: riarmarsi per ridurre la dipendenza dagli Usa,
costruire una filiera strategica autonoma, fare della difesa un volano per
l’integrazione continentale.
Ma
facciamo attenzione, la logica è quella dell’accumulo e della preparazione al
conflitto, non della prevenzione.
Ed
ecco il vero motivo del riamo:
un’opportunità
economica.
Il riarmo massiccio è destinato a rimettere in
moto settori industriali chiave: aerospazio, navalmeccanica, elettronica
avanzata, cyber difesa, cantieristica e robotica.
Per
molte nazioni europee, si tratta di un’occasione per rilanciare la propria
industria manifatturiera, creare occupazione qualificata e tornare a investire
in ricerca e sviluppo.
La
Francia, ad esempio, vede nel riarmo la possibilità di rafforzare la propria
autonomia strategica e di stimolare la domanda interna.
I grandi gruppi della difesa vivranno una
stagione d’oro, con effetti positivi sull’indotto, dalle Pmi ai distretti
tecnologici.
Anche
l’Italia, con Leonardo, Fincantieri e Avio Aero, conta di beneficiare della
nuova domanda europea, se saprà posizionarsi come hub tecnologico all’interno
della catena del valore continentale.
La difesa dual-use, cioè tecnologia
applicabile sia in ambito militare che civile, diventerà una leva per lo
sviluppo di soluzioni ad alta intensità di innovazione: comunicazioni
satellitari, semiconduttori, intelligenza artificiale, batterie, radar.
Infine,
il riarmo concepito come investimenti pubblici nella difesa viene visto come il
volano keynesiano di economie rallentate che genererà più domanda di beni, più
occupazione, più entrate fiscali.
Non è
un caso che anche gli economisti ortodossi inizino a vederlo come un motore
anticiclico, in grado di far fronte alla stagnazione strutturale dell’eurozona.
Ma
attenzione: l’industria della difesa genera profitti, sì, ma anche dipendenza
tecnologica, sprechi e collusioni.
E, come ogni settore regolato politicamente,
premia le relazioni più che l’efficienza.
Ma non
basta, prima o poi a qualcuno verrà voglia di usarle quelle armi.
E la
domanda che mi sale alle labbra è la seguente:
questo sforzo enorme non poteva essere fatto
per lanciare l’economia verde e quella circolare?
Se i soldi ci sono o si trovano, allora perché
non li abbiamo usati per salvare il pianeta invece di proteggerci da nemici
immaginari?
Guerra,
vertigine e disincanto.
Lavialibera.it – Elena Ciccarello – (1°
novembre 2025) – Redazione – ci dice:
Bruxelles
e Roma spingono sul riarmo, oscurando conti e decisioni.
Ma i
cittadini, sondaggi alla mano, non vogliono conflitti.
La
retorica bellicista si fonda spesso su finzioni.
Quelle
evocate per giustificare il piano di riarmo europeo spaziano dal presunto
effetto deterrente di maggiori armamenti – una regola la cui validità storica
resta tutta da dimostrare – alla pretesa di considerare “sostenibile”
l’industria della difesa.
Negli
ultimi mesi, tanto la “Commissione europea” quanto il “governo italiano” hanno
progressivamente ridotto la trasparenza su dati e decisioni, oscurando il modo
in cui l’Unione si prepara oggi a diventare un attore militare a tutti gli
effetti.
Il
programma “Rearm Europe”, presto ribattezzato “Readiness-2030”, “prontezza”,
nasce con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la difesa comune e di
"scoraggiare" Vladimir Putin.
"Le
nostre illusioni sono state infrante – ha dichiarato il marzo scorso la
presidente Ursula von der Leyen al Parlamento europeo –.
In questa epoca più pericolosa, l’Europa deve
fare un passo avanti".
Per lo
storico” Alessandro Barbero”, aumentare le spese militari "innesca il
paradosso della sicurezza."
Più
esplicito, il segretario della Nato” Mark Rutte”, lo scorso 25 giugno, ha
elogiato Donald Trump per aver "costretto" canadesi ed europei a
spendere di più in armamenti, fino a raggiungere la soglia del cinque per cento
del Pil.
"Dobbiamo
proteggerci dai nostri avversari – ha dichiarato Rutte –, ma [questo traguardo]
è giusto anche per equità con gli Usa.
[Sostenere la difesa] non può più toccare solo
ai contribuenti americani".
Il
linguaggio dell’urgenza usato dall’Europa serve a giustificare una
mobilitazione di risorse senza precedenti, che ridefinisce le priorità
politiche ed economiche del continente.
In questo numero de” la via libera” non ci
interroghiamo sull’opportunità di queste scelte, ma sul loro prezzo per la
democrazia e per la trasparenza.
In
nome della sicurezza, Bruxelles ha di fatto rinnegato la campagna contro le
mine antiuomo, restituendo ai singoli Stati la possibilità di tornare a usarle.
Allo
stesso tempo, ha modificato la struttura del bilancio comunitario, rendendo
quasi impossibile capire da quali voci saranno sottratte le risorse per
alimentare le spese militari.
Per mobilitare risorse private – perché quelle
pubbliche non bastano – ha concesso agli operatori finanziari di definire
“sostenibili” i fondi che investono nell’industria della difesa.
Tacendo sul fatto che già in tempi di pace il
comparto militare mondiale produce circa il 5,5 per cento delle emissioni
totali di CO2.
Sono
solo alcuni esempi, e l’Italia ripete lo stesso schema.
Meno
accessibile il Documento della difesa 2025-2027, mentre in parlamento è avviata
la modifica della legge 185, che da oltre trent’anni garantisce trasparenza
sugli accordi di esportazione e importazione di armi.
Lo
scarto tra retoriche del riarmo e disponibilità reale ad accogliere la guerra è
testimoniato dai risultati di un sondaggio Censis di questa estate, forse
dimenticato troppo in fretta.
Di
fronte all’ipotesi di un conflitto solo il 16 per cento delle persone tra i 18
e i 45 anni si è dichiarata pronta a combattere.
Il 39
per cento si è detta pacifista e quindi protesterebbe, il 26 per cento
preferirebbe delegare la difesa a soldati professionisti e a mercenari
stranieri, mentre il 19 per cento "confessa senza remore che sceglierebbe
la fuga per evitare il fronte e il dramma del conflitto". Insomma, una
fotografia ben lontana dall’Europa "pronta alla guerra entro il 2030"
immaginata da Ursula von der Leyen.
(la via
libera N° 35).
L'insostenibile
vertigine europea per le armi.
Huffingtonpost.it
- Luigi Pandolfi – (05 Marzo 2025) – Redazione – ci dice:
L'inganno
dietro la corsa al riarmo dell'Europa e i tagli inevitabili su sanità,
istruzione e protezione sociale.
Dietro
la corsa al riarmo dell’Europa si nasconde un grande inganno:
la (presunta) minaccia russa di aggredire e
invadere altri paesi, dopo aver chiuso i conti con Kiev.
Polonia,
Paesi baltici, Moldavia, Romania:
c’è una gara ad allungare la lista delle
nazioni che sarebbero nel mirino di Putin.
Peccato
che una simile narrazione faccia a pugni non solo con la geografia e con la
storia, ma anche con gli interessi oggettivi del paese cui vengono attribuite
queste intenzioni.
La
Federazione russa è un paese con una superficie di oltre 17 milioni di
chilometri quadrati, 11 fusi orari, più di cento gruppi etnici classificati per
famiglie linguistiche.
La sua popolazione però non arriva a 150
milioni di individui (meno della metà della popolazione Usa, meno di un terzo
di quella Ue).
Ne deriva che la densità demografica di questo
paese, 9 abitanti per chilometro quadrato, sia tra le più basse al mondo.
Il
problema della Russia, come si può ben comprendere, non è pertanto quello di
acquisire nuovi territori, quanto quello di governare e sfruttare quelli che
già ha, ricchissimi di materie prime, da San Pietroburgo a Vladivostok.
D’altra parte, anche se considerassimo il solo
aspetto militare, una prospettiva di espansione verso ovest sarebbe
insostenibile per Mosca, come la stessa «operazione» in Ucraina sta
dimostrando. Significherebbe dichiarare guerra alla Nato nel suo complesso, la cui
forza militare è già di gran lunga soverchiante rispetto a quella di Russia e
Cina messi insieme.
Ma su
questi falsi presupposti, complici anche le minacce di disimpegno dal teatro europeo
che giungono da oltreoceano, l’Europa si sta avviando verso una stagione di
riarmo senza precedenti.
I soldi?
Tagli
alla spesa sociale e debito, per il quale non varranno i rigidi vincoli del
patto di bilancio, fino all’utilizzo di quote dei piani nazionali del Next
Generation Eu.
Sì,
proprio così:
austerità per sanità, istruzione, protezione
sociale, briglie sciolte per le spese militari.
Risorse sottratte al welfare e alla tutela dei
diritti e dirottarle verso le multinazionali delle armi, che, guarda caso, sono
per la maggior parte americane.
Economia
di guerra che prepara la guerra, verrebbe da dire.
Che nel frattempo, però, arricchisce
produttori di armi e chi vive di plusvalenze sui titoli legati a questo
comparto.
Siamo solo agli annunci, infatti, e già volano
i guadagni degli azionisti delle principali industrie degli armamenti.
Eppure,
l’Europa ha chiuso il 2023 con un bilancio aggregato della difesa di 312
miliardi di euro, tre volte tanto la spesa militare della Russia, che si è
fermata a 109 miliardi di dollari.
A
questo va poi aggiunto che Francia e Gran Bretagna posseggono la bomba atomica,
che costituisce, ben oltre le garanzie del “Trattato dell'Atlantico del Nord”,
il principale deterrente contro qualsiasi (improbabile) minaccia di aggressione
proveniente da est.
Viene
il sospetto che dietro l’isteria delle cancellerie europee e dei vertici Ue ci
siano ragioni diverse dalla percezione di un reale pericolo per la nostra
sovranità ed integrità territoriale.
Non è
da escludere che la corsa agli armamenti sia la nuova frontiera di un
capitalismo impaludato in una lunga e persistente stagnazione.
La storia insegna da questo punto di vista.
Non
dimentichiamo poi che Trump, nell’ottica di una riduzione dell’esposizione con
l’estero del suo paese e di un riequilibrio della bilancia commerciale, ha
fatto capire chiaramente che gli «alleati» devono spendere di più in prodotti
americani, intendendo per prodotti americani soprattutto armi, petrolio e gas.
Il che la dice lunga sull’autonomia e
l’indipendenza delle classi dirigenti europee rispetto all’impero americano.
Ci
vorrebbe più Europa, certo, ma la strada non può essere quella che hanno
imboccato le nostre élite.
Pacifico
e armato. L'America ha
una
Cina da contenere,
l'Europa
può difendersi da sé.
Huffingpost.it
- Giulia Belardelli – (30 maggio 2026) – Redazione – ci dice:
Il
messaggio che il capo del Pentagono consegna al “Shangri-La Dialogue” di
Singapore è che nell'Indo-Pacifico serve una “stabilità strategica” che
impedisca il dominio cinese.
Avviato lo sviluppo di droni sottomarini con
gli alleati asiatici, indicati per diligenza di spesa come modello all'Europa
che non vuole affrancarsi nella difesa.
Ferma
restando la volontà di "costruire una relazione costruttiva di stabilità
strategica” con Pechino, Washington continua a considerare una priorità
americana fare in modo che alla Cina non sia permesso di dominare
l'Indo-Pacifico.
È questo il cuore del messaggio consegnato dal
segretario alla Difesa statunitense “Pete Hegseth” al “Shangri-La Dialogue” di
Singapore, il più importante forum annuale sulla sicurezza in Asia.
Il suo
intervento, a circa due settimane dal viaggio di Trump in Cina, era
particolarmente atteso per valutare l’orientamento dell’amministrazione
americana rispetto alla grande questione di Taiwan – il grande nodo geopolitico
che, evidentemente, deve restare tale per evitare collisioni.
"C'è
una legittima preoccupazione per lo storico rafforzamento militare della Cina e
per l'espansione delle sue attività militari nella regione e oltre", ha
affermato “Hegseth”, assicurando agli alleati del Pacifico che Washington
rimane impegnata nella regione.
I toni, però, sono stati molto più mitigati
rispetto a un anno fa, quando – sempre a Singapore – lo stesso “Hegseth”
suscitò l'ira di Pechino avvertendo delle minacce in rapida evoluzione
provenienti dalla Cina, in particolare della sua posizione aggressiva nei
confronti di Taiwan.
In quell'occasione, dichiarò che la Cina non
si limitava più a rafforzare le proprie forze militari per conquistare l’isola
autogovernata, ma si stava "addestrando attivamente per farlo, ogni
giorno".
Questa
volta, le parole sono state scelte con cura, sebbene la sostanza non cambi.
Hegseth
ha affermato che la regione indo-pacifica "ha profonde implicazioni per la
sicurezza e la prosperità degli Stati Uniti" e che la priorità di
Washington è "raggiungere un equilibrio di potere duraturo e favorevole
nel Pacifico".
E
ancora:
“Condividiamo una valutazione lucida del contesto di
sicurezza e la reciproca consapevolezza che un Pacifico dominato da una
qualsiasi potenza egemone sconvolgerebbe l'equilibrio di potere regionale e
minerebbe l'equilibrio che tutti cerchiamo di preservare”.
L’accento,
ora, viene messo sul mantenimento dell’equilibrio, anziché sull’incombenza
della minaccia. Il che non significa che gli Usa non stiano portando avanti
tutta una serie di iniziative per proseguire nella strategia di contenimento
della Cina, dalla recente riaccensione del “Quad” (l’alleanza informale
composta da Stati Uniti, India, Giappone e Australia) all’avanzamento dei
progetti del patto “Aukus” (il partenariato di sicurezza che dal 2021 riunisce
Stati Uniti, Regno Unito e Australia per lo sviluppo e la costruzione di
sottomarini a propulsione nucleare).
Proprio
oggi, in un evento tenutosi al di fuori della conferenza, “Hegseth”, il
ministro della Difesa britannico” John Healey” e il loro omologo australiano “Richard
Marles” hanno lanciato una nuova iniziativa nell'ambito del cosiddetto secondo
pilastro di “Aukus”, annunciando investimenti congiunti per il potenziamento
delle capacità dei droni sottomarini.
"Insieme
stiamo producendo una gamma di sensori e sistemi d'arma all'avanguardia per i
droni sottomarini", ha affermato Healey, sottolineando che ciò contribuirà
a individuare minacce, anche a cavi e oleodotti sottomarini.
La consegna dei nuovi veicoli – secondo quanto
riporta Reuters – inizierà nel 2027.
Il
programma migliorerà le capacità di ricognizione e attacco delle tre nazioni,
"e rafforzerà la superiorità nella guerra antisommergibile e antinave,
nelle contromisure contro le mine, nella guerra elettronica e nelle manovre
litoranee contese", si legge in una dichiarazione congiunta.
Mentre
i progetti con gli alleati vanno avanti, la novità più rilevante sta nella
coesistenza tra queste mosse e una retorica decisamente più conciliante
rispetto al passato.
Del resto, sono passati appena 15 giorni dalla
visita di Stato di Trump in Cina, durante la quale il presidente americano ha
definito XI Jinping “un grande leader” e affermato che i due Paesi avrebbero
avuto un “futuro fantastico insieme”.
Hegseth,
che era con Trump a Pechino, ha dichiarato che i due leader hanno concordato
che Cina e Stati Uniti dovrebbero "costruire una relazione costruttiva di
stabilità strategica, basata su equità e reciprocità, riaffermando che, mentre
le nostre nazioni proteggeranno con vigore i rispettivi interessi, possiamo
raggiungere accordi pratici e reciprocamente vantaggiosi laddove i nostri
interessi coincidano".
Pechino
ha apprezzato:
il generale “Meng Xiangqing” ha elogiato le
osservazioni di “Hegseth” sull'incontro tra XI e Trump, affermando che il
consenso raggiunto dai leader “dovrebbe fornire una guida strategica per le
relazioni sino-americane nei prossimi tre anni e oltre”.
E
ancora: “Durante il suo incontro con Trump, XI ha chiarito che tale stabilità
strategica costruttiva dovrebbe essere una forma positiva di stabilità
incentrata sulla cooperazione, una forma sana di stabilità in cui la
competizione rimane entro limiti ragionevoli, uno stato normale di stabilità in
cui le divergenze vengono gestite e tenute sotto controllo, e una forma di
stabilità duratura che offre la prospettiva della pace”, ha affermato.
Significativamente,
“Hegseth” si è tenuto alla larga da qualsiasi discorso sul nuovo pacchetto di
armi da 14 miliardi di dollari sostenuto dal Congresso.
Il
presidente lo ha definito "un'ottima carta da giocare nei negoziati"
con la Cina, e sta temporeggiando sulla sua approvazione.
Molti
a Washington non sono d’accordo, sottolineando come gli Stati Uniti siano
tenuti per legge a fornire a Taiwan i mezzi per difendersi, pur seguendo una
politica di "ambiguità strategica" riguardo a un eventuale intervento
militare in caso di attacco cinese all'isola.
Hegseth ha dichiarato al forum che non vi è
stato "alcun cambiamento nel nostro atteggiamento" nei confronti di
Taiwan, ma non ha voluto commentare l'accordo sulle armi.
"Qualsiasi decisione sulle future vendite
di armi a Taiwan, come ha detto il presidente, spetterà a lui", si è
limitato a dire.
Le
parole hanno ricominciato a fluire quando si è trattato di sottolineare le
differenze tra i partner degli Usa nell’Indo-Pacifico – molto diligenti
nell’aumentare le spese per la difesa – e i Paesi europei – mai menzionati per
nome, ma chiaramente chiamati in causa.
"I
nostri partner in Asia hanno da tempo compreso che il fondamento di una
partnership duratura non si basa su valori idealistici, ma sul concreto
allineamento degli interessi nazionali", ha dichiarato Hegseth, elogiando
questi Paesi per i loro sforzi, ribadendo al contempo le critiche agli alleati
europei, che a suo dire si sono "lasciati distrarre dalla vuota retorica
globalista sull'ordine internazionale basato sulle regole".
Negli
ultimi tempi, i governi dei principali partner strategici di Washington
nell'area hanno avviato massicci piani di riarmo.
Il Giappone, per esempio, ha stanziato per il
2026 un budget militare record di circa 58-62 miliardi di dollari.
Tokyo
sta portando avanti un piano pluriennale storico per raddoppiare la spesa per
la difesa fino al 2% del proprio Pil, investendo massicciamente in droni da
sorveglianza e missili a lungo raggio. L’Australia, dal canto suo, ha
pianificato un'iniezione di fondi pari a 425 miliardi di dollari australiani
(circa 276 miliardi di dollari Usa) fino al 2036 per potenziare le capacità
navali, sottomarine e missilistiche. Quanto alla Corea del Sud, il budget della
difesa di Seul ha raggiunto circa 44 miliardi di dollari, pari al 2,36% del suo
Pil, per rafforzare la deterrenza tecnologica sia contro la Corea del Nord che
nel quadro della sicurezza regionale.
"Abbiamo bisogno di partner, non di
protettorati”, ha rimarcato il capo del Pentagono, lanciando un’altra
frecciatina – questa volta esplicita – agli europei.
“Quando
[con i partner nell’Indo-Pacifico, ndr] i nostri interessi divergono, ci
adattiamo pragmaticamente, senza drammi o moralismi […]. Credo che l'Europa
occidentale potrebbe prenderne nota: è una mentalità che condividiamo
pienamente”.
Il caso Fedorova. Prove francesi del disordine programmatico
di Putin.
Huffingtonpost.it
- Sofia Ventura – (30 maggio 2026) – Redazione – ci dice:
Il
caso Fedorova. Prove francesi del disordine programmatico di Putin.
La
strategia russa prevede agganci con le destre europee per destabilizzare le
democrazie.
Come
una giornalista russa porta le tesi del Cremlino nei giornali e nelle tv di
Francia e infiamma il dibattito.
Il problema della libertà d’espressione e
l’eterno dilemma su libertà e sicurezza
La
propaganda pro-russa è ormai ospite con continuità nei media francesi del
gruppo Bolloré, da CNEWS a Europe 1 fino alle pagine del “Journal du Dimanche”,
coinvolgendo anche l’impero editoriale del magnate francese:
in
particolare “Hachette”, il principale gruppo editoriale francese, che comprende
case editrici prestigiose come Fayard e Grasset.
A un
anno dalle elezioni presidenziali il caso è ormai esploso, poiché nei media del
magnate francese un discorso compiacente verso la Russia di Putin si accompagna
a messaggi tipicamente populisti, di ostilità alle élite e a temi identitari e
sovranisti cari al “Rassemblement National”.
È
utile ricordare che la grande popolarità di “Éric Zemmour”, giornalista e
scrittore “reazionario” (secondo una sua stessa definizione), che gli permise
di costruire una candidatura alle presidenziali del 2022, fu ampiamente
favorita dalla sua costante presenza su CNEWS, da dove, con uno stile
aggressivo e privo di rispetto per gli interlocutori (che però raccoglieva
l’entusiasmo del pubblico) ebbe, almeno dal 2019, l’occasione di diffondere la
sua visione identitaria, nazionalista e culturalmente cattolico-conservatrice:
difesa
dell’identità cristiana della Francia, “riarmo” morale, ossessione islamica,
teoria della “Grande sostituzione”.
Oggi
Zemmour, a capo del suo piccolo partito “Reconquête” (un nome, un programma),
ha posizioni molto in linea con gli interessi della Russia di Putin, che non
considera un pericolo.
Nel
presente, tuttavia, sembrano invece prevalere una prossimità e una
frequentazione particolarmente significativa tra Vincent Bolloré e il suo
universo e il Rassemblement National, in particolare nella persona di Jordan
Bardella, la cui eventuale candidatura (che dipenderà anche dall’esito delle
questioni giudiziarie che hanno coinvolto Marine Le Pen) lo collocherebbe tra i
possibili vincitori della prossima elezione presidenziale.
Nel
giugno del 2025 Bardella era presente a un evento organizzato sotto la
supervisione di Vincent Bolloré e Pierre-Edouard Stérin, altro milionario
cattolico-conservatore, insieme ad altre personalità della destra radicale –
come Marion Maréchal –, al noto ex deputato sovranista Nicolas Dupont-Aignan e
a qualche parlamentare repubblicano.
Ma
tornando alla propaganda russa, questa si è ormai “istituzionalizzata” con la
presenza costante sulle reti del gruppo Bolloré-Vivendi di “Xenia Fedorova”, ex
presidente ed ex direttrice di RT France.
Ed è
attorno a questa presenza che le polemiche si sono oggi infiammate.
Il ministro degli Affari esteri ed europei
Jean-Noël Barrot venerdì 29 maggio, ai microfoni di “France Inter”, ha parlato
della questione in questi termini:
“Madame Fedorova è una propagandista patentata
che funge da canale di diffusione della disinformazione del Cremlino.
Ognuno
è libero di avere la propria linea editoriale, ma aprire a questa signora i
propri studi televisivi e le proprie pagine significa semplicemente fare il
gioco di Vladimir Putin”.
Il
giorno prima, il leader del partito centrista Horizons, Edouard Philippe, già
gollista e già primo ministro di Emmanuel Macron, probabile candidato il
prossimo anno, sempre da France Inter, si è trovato a replicare alle critiche
lanciate da Fedorova alla sua recentissima visita a Kyiv – definita bizzarra,
poiché la Francia dovrebbe invece, a suo parere, riprendere il dialogo con la
Russia:
“Questa
signora, che non è cittadina francese e non ha la tessera di giornalista, si
esprime con una certa frequenza su diversi media francesi, i cui proprietari
sono spesso particolarmente attenti a spiegare che bisogna finirla con
l’immigrazione, mentre lei ha una carta di soggiorno, e viene in Francia
esprimendosi perlopiù contro il governo, contro le posizioni francesi e
facendosi megafono – che vi sia un piano o no – delle posizioni russe; trovo
questo curioso”.
Interrogata sulla presenza della ministra
dell’Agricoltura a un recente evento organizzato nel circuito di Bolloré,
ospite anche Fedorova, la portavoce del governo, “Maud Bregeon”, ha dovuto
prendere le distanze a nome del governo dalla stessa Fedorova, denunciando le
sue “affermazioni molto gravi” che “rovesciano completamente l’onere della
prova sulle responsabilità tra la Russia e l’Ucraina”.
La
presenza di Xenia Fedorova sulle reti di Vincent Bolloré appare qualcosa di più
del semplice frutto di una strategia mediatica per attirare audience.
Come è
noto, nel 2022 l’Unione europea sospende le attività di Russia Today e Sputnik
sul territorio dell’Unione in quanto strumentali al perseguimento e al sostegno
della guerra di aggressione contro l’Ucraina della Federazione russa e alla
destabilizzazione dei paesi con essa confinanti.
Nel
2023 RT France viene liquidata.
Lo
stesso anno, secondo Le Monde, Fedorova entra in contatto con Serge Nedjar,
patron di CNEWS.
L’anno dopo ottiene un visto di soggiorno
decennale:
una
concessione non scontata considerato il suo profilo e il contesto
internazionale, tanto che oggi vi è chi chiede se Bolloré fosse intervenuto in
suo favore.
Dal
2025 Fedorova rientra pienamente nel circuito Bolloré:
televisione,
il Journal du Dimanche, dove ottiene una rubrica, la casa editrice Fayard, per
la quale pubblica un libro, Bannie.
“
Liberté d’expression sous condition”, dove si erge a vittima della censura.
In un
articolo del marzo 2025 le giornaliste di Le Monde, Ariane Chemin e Ivanne
Trippenbach, osservano come il dialogo aperto da Donald Trump con Putin e il
nuovo atteggiamento verso di lui, così come il discorso di J.D. Vance a Monaco,
dove il vicepresidente americano non denunciò l’aggressione russa, ma il
pericolo per la democrazia e per la libertà di espressione proveniente
dall’Europa stessa, vengano percepiti dalla destra radicale francese come una
sorta di via libera per esprimere ciò che dopo l’invasione in Francia era
considerato un tabù, ovvero una certa indulgenza verso la Russia e il suo
leader.
In
particolare è il tema della libertà di espressione negata che viene ripreso e
utilizzato;
ciò accade anche nelle reti di Bolloré e la
vittimizzazione di chi sarebbe impedito di portare una visione “alternativa” è
al cuore del lancio del libro di Xenia Fedorova.
In una mail promozionale inviata il 18
febbraio 2025, spiegano le autrici dell’inchiesta, a una mailing list francese,
il direttore della comunicazione di Fayard, Yenad Mlaraha, agganciava il lancio
di Bannie al discorso di J. D. Vance:
“Mentre
le recenti dichiarazioni di Donald Trump e di J.D. Vance denunciano un
arretramento della libertà d’espressione in Europa, Xenia Fedorova (…) offre
una testimonianza inedita”, concludendo: “Si può ancora dire tutto in Europa?”.
Nel
frattempo, l’ex presidente di RT France diviene presenza costante su CNEWS e
frequente su Europe 1, come sul JDD, mentre i conduttori si adeguano
progressivamente alla narrazione sempre più compiacente verso Mosca, qualche
opinionista sparisce, e per bocca di Fedorova prendono corpo molti dei frame
tipici della propaganda del Cremlino: dall’“operazione militare speciale” alla
“denazificazione”, dal “colpo di Stato” di Maidan all’annessione della Crimea
come “riunificazione”, dalla “guerra civile” nel Donbass alla responsabilità
dell’Europa che vuole continuare la guerra mentre Putin propone la pace.
I
media del gruppo sembrano incarnare sempre di più il profilo di una Fox News
alla francese.
A
questo proposito, il problema della trasformazione di CNEWS in canale
d’opinione, e non tanto di informazione, era già stato messo a fuoco dallo
studio del 2022 di François Jost realizzato per “Reporters sans frontières”,
nel quadro di un ricorso contro il mancato intervento dell’autorità di
regolazione.
Jost
mostrava che, in alcune fasce orarie come Midi News e Soir Info, l’informazione
propriamente detta rappresentava soltanto il 13% del tempo d’antenna, molto
meno del 50% rivendicato dalla rete, e che il 78% degli ospiti dei dibattiti
apparteneva alla destra o all’estrema destra.
Il nodo, per Jost, era anche il metodo di
conteggio del pluralismo: l’autorità considerava soprattutto le personalità
politiche formalmente identificate, lasciando fuori giornalisti, editorialisti,
cronisti ed esperti fortemente connotati politicamente.
Il
contesto regolatorio, inoltre, ha rafforzato il discorso vittimistico.
Le reti del gruppo Bolloré, in particolare CNEWS
e C8, sono state negli anni richiamate o sanzionate dall’”Arcom” (Autorité de
régulation de la communication audiovisuelle et numérique), e prima dal “CSA”
(Conseil supérieur de l’audiovisuel), per mancanza di rigore e onestà
dell’informazione, assenza di contraddittorio, pluralismo carente, frasi
discriminatorie o suscettibili di incitare all’odio, passaggi televisivi
complottisti o degradanti.
Il
caso più rilevante è quello di C8:
l’accumulo
di sanzioni ha pesato nella decisione dell’”Arcom” di non rinnovare la
frequenza “TNT” (Télévision numérique terrestre).
Proprio questa vicenda ha consentito alla galassia
Bolloré e alla destra radicale di presentare i vari provvedimenti contro
violazioni ripetute come la prova di una “censura” contro voci non conformi.
Quanto
all’ ex direttrice di RT Francia, gli incontri degli ambienti della destra
cattolica o radicale ai quali partecipa (ma anche le frequentazioni tra
giornalisti del gruppo e quella stessa destra) proseguono.
Il più
recente è del 21 maggio di quest’anno, presso la sede di Vivendi, in occasione
del primo evento de l’Institut de l’Espérance – che ha avuto tra i suoi
organizzatori Bolloré e ha visto la presenza di un consigliere di Bardella –,
che ha tutta l’aria di essere un think tank pensato in vista delle prossime
presidenziali.
Il
"caso" Fedorova, dunque, va ben al di là della figura di questa ex
presidente della rete di propaganda russa in Francia.
Esso
mette in evidenza come quel connubio tra la Russia di Putin e la destra
radicale, pervicacemente perseguito dal Cremlino come uno degli strumenti
principali di penetrazione nelle società europee e di destabilizzazione delle
stesse, prosegua.
Nel
caso in questione, prosegue rafforzato dalla convergenza tra l’orientamento
politico-culturale di un magnate a capo di un impero mediatico e la corsa verso
il potere di un partito populista di destra radicale.
Questa
convergenza poggia su una visione comune della società:
ostile
alle élite liberali, diffidente verso le istituzioni sovranazionali, critica
verso l’Unione europea e sempre più indulgente verso modelli autoritari
presentati come difensori dell’ordine, dell’identità e della sovranità.
Essa
li conduce ad avvicinarsi a un modello autocratico come quello di Putin e, di
fatto, a operare per rendere le democrazie, la democrazia francese nello
specifico, ad esso vulnerabili.
In nome di un ritorno alla Francia dell’età
dell’oro, aprono la porta alla destabilizzazione del sistema delle democrazie
europee da molti anni ormai perseguita da Vladimir Putin e dal suo regime
attraverso strategie ibride.
Ed esattamente come Putin favoriscono il disordine
informativo.
Un
disordine informativo difeso con l’alibi della libertà di espressione:
il
dilemma sempre esistito nelle democrazie tra sicurezza e libertà, che le stesse
democrazie affrontano per tentativi ed errori, è sfruttato per creare un clima
ostile a quelle stesse democrazie.
In altri termini, per agire contro le società
aperte, si manipolano le stesse caratteristiche di tali società.
Tra un
anno in Francia si voterà e la guida di un Paese (potenza nucleare) cruciale
nell’Unione Europea potrebbe essere conquistata da questo ecosistema.
Il
progetto “Re Arm Europe” e quella falsa idea di sicurezza che mina la pace.
Altreconomia.it
- Duccio Facchini — (4 Marzo 2025) – Redazione – ci dice:
Ursula
von der Leyen ha annunciato a inizio marzo un piano straordinario per
mobilitare fino a 800 miliardi di euro nel campo della Difesa europea.
Tra le leve finanziarie immaginate ci sono
anche i fondi per la Coesione o la possibilità di derogare al Patto di
stabilità.
Ma davvero la corsa al riarmo garantisce
diritti per i popoli e stabilità tra i Paesi?
Intervista
a “Francesco Bignasca” della Rete italiana pace e disarmo.
“Siamo
in un’era di riarmo. E l’Europa è pronta a incrementare in modo massiccio la
spesa per la difesa”.
Il 4 marzo 2025 la presidente della
Commissione europea Ursula von der Leyen ha presentato in poco più di sei
minuti le linee guida di un nuovo progetto chiamato “Re Arm Europe” che a suo
dire “potrebbe mobilitare quasi 800 miliardi di euro per un’Europa sicura e
resiliente”.
Tono
grave su sfondo blu notte.
“Non
ho bisogno di descrivere la gravità delle minacce che dobbiamo affrontare -ha
detto von der Leyen-.
O le
conseguenze devastanti che dovremo sopportare se tali minacce si
concretizzeranno.
Perché la questione non è più se la sicurezza
dell’Europa sia minacciata in modo reale.
O se l’Europa dovrebbe assumersi una maggiore
responsabilità per la propria sicurezza.
In
verità, conosciamo da tempo le risposte a queste domande.
La vera domanda che ci troviamo di fronte è se
l’Europa è pronta ad agire con la stessa determinazione dettata dalla
situazione”.
Tra le leve finanziarie indicate dalla
presidente della Commissione ci sono anche i fondi dei” programmi per la
Coesione” o “la possibilità di derogare al Patto di stabilità e crescita”.
“Se
gli Stati membri aumentassero la spesa per la difesa dell’1,5% del Prodotto
interno lordo in media, si potrebbe creare uno spazio fiscale di quasi 650
miliardi di euro in un periodo di quattro anni”.
La
strada è spazzata da un vento del riarmo che soffia fortissimo.
Tra
chi non si fa impressionare da una retorica ormai quasi caricaturale c’è
Francesco Bignasca, coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e
disarmo.
Conosce bene il lessico del comparto militare
e dei suoi accoliti.
Insieme ai suoi colleghi internazionali tenta
di decostruirlo da più di vent’anni.
Un conto è la pace, riflette, un conto è la
supremazia.
La prima garantisce sicurezza, la seconda
nient’affatto.
Il
caso ha voluto che il progetto “Re Arm Europe” venisse annunciato proprio
mentre a New York, a casa di quello che è diventato il nemico che annuncia lo
stop agli aiuti militari all’Ucraina, è in corso la settimana internazionale
indetta dalla Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (“Ican”,
Premio Nobel per la pace nel 2017) per rilanciare il Trattato sulla proibizione
delle armi nucleari (Tpnw).
Bignasca
sta seguendo i lavori.
Bignasca,
che cosa ne pensa del progetto “Re Arm Europe”?
FV La
strategia annunciata il 4 marzo da Ursula von der Leyen riprende in realtà cose
già dette negli ultimi tempi, sia in termini di aumento delle spese militari
dei singoli Paesi sia in termini di attivazione diretta della Commissione
europea.
L’unica differenza molto forte che riguarda
gli 800 miliardi di euro stimati è che una parte di questi potrà essere
rigirata dai” fondi per la Coesione”, attingendo cioè a risorse reali e già
stanziate.
Ed è
l’aspetto più problematico.
Così
si sta mettendo l’Europa solo sul binario del riarmo.
L’Europa
è carta velina in mezzo ai giganti, sostengono i promotori della corsa al
riarmo, ovvio che debba fare scorta di munizioni.
Dove
sta l’errore?
FV La
pace vera non è la mancanza di conflitto armato, non è lo stallo alla messicana
in cui tutti si tengono sotto tiro, la pace vera è la tutela e la presenza dei
diritti, è una pace positiva, come diceva il sociologo e matematico norvegese
Johan Galtung, fondatore nel 1959 del Peace research institute di Oslo. È la
crescita delle società, delle culture, delle opportunità per le persone, del
rispetto dei diritti a partire da quello della vita. La “forza” invocata da von
der Leyen tutto questo non lo garantisce.
Crea
una finta pace che è quella che alcuni hanno dipinto come la pace vera, cioè il
fatto che se io sono più forte nessuno mi attacca.
Ma
quella non è pace, è quello che vuole mettere in pista Donald Trump, è quello
che vuole mettere in pista Vladimir Putin, è supremazia.
E noi
questo ovviamente lo rifiutiamo, anche perché il limite di questa analisi, che
si è visto nella pratica, è che porta al riarmo, e il riarmo porta a nuova
conflittualità, porta cioè a una crescita di guerra e quindi a nuovo riarmo.
È un circolo vizioso che stiamo vedendo da 25
anni.
Quindi
continuare a presentare come soluzione una cosa che da 25 anni almeno non ha
funzionato mi sembra una malattia, una coazione a ripetere.
L’ordine
di grandezza del progetto vi impressiona?
FV Non
siamo sicuri che gli 800 miliardi di euro invocati arriveranno tutti.
È
ovvio che però qui c’è un fallimento culturale e politico.
In
passato abbiamo registrato la fatica da parte degli Stati a garantire molte
meno risorse per affrontare emergenze sociali.
Adesso invece si trova facilmente una montagna
di denaro pubblico.
Perché?
FV
Perché in realtà la politica è fragilissima, non è lì che ci sono i veri
decisori.
I
decisori appartengono a quel complesso militare, industriale e finanziario che
sposta i destini del Pianeta drogando il mercato solo per un proprio vantaggio.
Dovremmo invece rilanciare la diplomazia e
aumentare le condizioni di vita positive per l’Europa e per il mondo che sono
quelle che veramente abbassano il rischio di conflitti e portano la pace.
Non si
parla più di cooperazione internazionale e crisi climatica.
Colpa
dei media?
FV
Hanno una gigantesca responsabilità perché hanno contribuito a cancellare le
voci dissenzienti, a cancellare l’idea che si potesse fare diversamente, a
riproporre questi luoghi comuni della banalità della guerra. Non è ammesso
nient’altro perché si dipinge la situazione come se fosse una questione
astratta senza capire che invece ci sono interdipendenze. Ripenso a chi in
questi tre anni ha ripetuto che si sarebbe vinta la pace perché si sarebbe
vinta la guerra contro Putin. Ora che Trump ha cambiato idea e tolto il
sostegno militare americano la cosa non funziona più. È un castello di carte
che come movimenti per la pace e il disarmo abbiamo sempre cercato di far
cascare ma che troppi interessi hanno tenuto in piedi.
A chi
giova la strategia von der Leyen?
FV
Alle aziende che producono armi, specie le più grandi, e soprattutto quelle
statunitensi.
E anche questo è un paradossale fallimento
della “visione” von der Leyen, che finge di volere una convergenza comunitaria
quando è ben consapevole che le aziende, come sempre è accaduto in passato
anche con altri progetti di fondi comuni, prendono i soldi e scappano.
Trump
così vince due volte?
FV Ne
sono convinto.
Non si allontanerà mai dall’Europa, che per
gli Usa è una preziosa proiezione della loro presenza imperiale e militare, e
però si libera di costi diretti che rientreranno come ricavi.
Ed è proprio questo l’altro punto cruciale dei
25 anni di crescita della spesa militare già descritti che hanno portato a
maggiore guerra.
In
questi anni la spesa militare è cresciuta, soprattutto nell’ambito legato agli
armamenti.
Per i
Paesi europei della Nato si è passati dal 18 al 32%.
Se lo
guardiamo a livello globale, prima stavamo attorno al 20, 22%, adesso ci
avviciniamo al 30% delle spese militari che finiscono in armi. Per l’Italia,
quest’anno, si parla del 40% della spesa militare che finisce in armi.
Quindi
è chiaro che questo è un gioco che serve solo agli interessi dell’industria
militare.
Ha
appreso dell’annuncio da New York, dov’è in corso una settimana molto
importante per la messa al bando delle armi nucleari.
Che clima si respira?
FV Si
guarda con preoccupazione a quanto accade in Europa.
Come
attivisti dei Paesi europei ci preoccupa il tema della universalizzazione del
Trattato per la proibizione delle armi nucleari e di come estenderlo.
Continuare
ad armarsi ha alla base un fallimentare concetto di deterrenza che al suo
estremo diventa anche deterrenza nucleare.
Se
passa il concetto di base per cui l’Europa deve diventare forte come gli altri
blocchi è chiaro che magari non oggi ma la naturale conseguenza sarà quella di
dotarsi di armi nucleari in maniera diffusa, perché gli altri tre blocchi
-Stati Uniti, Cina e Russia- l’arma nucleare ce l’hanno.
C’è
quindi preoccupazione.
Dall’altro
però è bello vedere che nonostante tutto, nonostante il deterioramento della
situazione internazionale, anche e soprattutto sui sistemi di controllo del
disarmo ci sono tante energie nei Paesi e nella società civile.
Melissa
Parche, la direttrice esecutiva di Ican, ha detto che è proprio in questi
momenti in cui sembra che tutto sia perso che bisogna rilanciare idee forti di
disarmo e di pace.
Tre
anni fa, all’inizio dell’invasione di Putin, andava di moda la stucchevole
domanda “dove sono finiti i pacifisti?”.
Si
sentirebbe di dire dove siete adesso?
FV I
pacifisti ci sono sempre stati, i nonviolenti ci sono sempre stati, i
disarmisti ci sono sempre stati.
Sono
qui a New York, sono nelle azioni che facciamo quotidianamente nei conflitti
perché noi vogliamo veramente proteggere le persone, non solo a parole, sono
nelle idee alternative alla spesa militare, sono in tutte le cose che abbiamo
detto e che si sono avverate, mentre i militaristi, quelli cioè dei luoghi
comuni della guerra, quelli che hanno sbagliato tutto e che si propongono come
i realisti quando sono i veri idealisti, continuano a fare danni.
Noi ci
saremo sempre, quanto meno per dire che c’è una strada diversa e non ci
silenzieranno.
DAL
GREEN DEAL AL WAR DEAL: LA TRUFFA DEL RIARMO.
Articolotrentatre.it
– (n. 10 - ottobre 2025) – Giulio Marcon – Redazione – ci dice:
Stiamo
passando da un’economia di pace a una economia di guerra, dal Green Deal al War
Deal, dalle armi della ragione alle ragioni delle armi. C’è una narrazione –
subdola e strumentale – che l’economia di guerra porti lavoro, crescita
economica e innovazione tecnologica.
Tutto
falso.
Sì, un
po’ il PIL e gli occupati crescono, ma molto, molto di meno di quello che
avverrebbe se le stesse risorse venissero indirizzate sulla transizione
ecologica, sul welfare, sulla sanità.
L’hanno
dimostrato con accurati modelli econometrici i ricercatori di Greenpeace e
Sbilanciamoci nel lavoro Economia a mano armata.
Secondo
questi modelli, se prendiamo a esempio la Germania, un miliardo di spesa nel
settore militare produce un ritorno economico di un miliardo e 200 milioni di
euro e 6.150 nuovi posti di lavoro, mentre gli stessi soldi spesi nella
transizione ecologica hanno un ritorno di un miliardo e 752 milioni e 11.360
posti di lavoro.
Ma se
prendiamo l’Italia i dati sono ancora più eclatanti.
Per ogni miliardo di euro speso il ritorno nel
settore delle armi è di 741 milioni di euro e 3.160 occupati.
Mentre
per la transizione ecologica il ritorno economico è di 1 miliardo e 900 milioni
per 9 mila e 960 posti di lavoro.
Il
triplo del settore militare.
Per
andare ai classici, va ricordato che Karl Marx nelle “Teorie sul plusvalore”
affermava che la spesa militare è un consumo improduttivo, merce non
scambiabile con altra merce e anzi distruttrice di ricchezza (quando poi le
guerre si fanno: distruzione di città e territori, inquinamento dei siti,
ecc.), merce destinata ad essere consumata o sostituita perché obsoleta, ma non
scambiata, e quindi, appunto improduttiva.
Non
crea valore aggiunto.
Un
tornio, un software, una macchina di assemblaggio creano ricchezza economica e
sociale, un fucile o un bazooka, no, anzi, la distruggono. Inoltre bisogna
ricordare che negli ultimi dieci anni il contributo dato dall’industria
militare all’innovazione e alla ricerca è drasticamente sceso nella classifica
del contributo dato dai vari ambiti produttivi (digitale, farmaceutico,
elettronico, ecc.).
La
bufala del miraggio lavorativo.
I
colossi del digitale (Google, Microsoft) e della logistica (Amazon, ecc.)
nonché dell’Intelligenza Artificiale nascono e si sviluppano in ambito civile
(a differenza di quello che avveniva negli anni ’50 e ’60), salvo oggi
ricercare nuovi spazi di business – molto profittevole – nel settore militare.
Gli
stessi investimenti della Cina (a differenza degli Stati Uniti) nei nuovi
settori e frontiere dell’economia tech e digitale si concentrano sul civile e
non sul militare.
E la
ricerca e gli investimenti si sono concentrati su altri settori, come
biotecnologie, Intelligenza Artificiale, semiconduttori e automotive, e non sul
settore militare.
Inoltre il settore aerospazio-difesa – questo
è un paradosso, ma teniamone conto – pesa sempre meno nell’economia globale,
anche se è stra-finanziato dalla spesa pubblica.
Secondo
i dati della EU “Industrial R&D Investment Scoreboard” che monitora i 2
mila gruppi industriali più importanti al mondo, il settore aerospazio-difesa è
scivolato dal decimo posto al quattordicesimo posto nella classifica globale
per importanza economica.
Il settore militare cresce a dismisura, è
molto pompato dalla spesa pubblica che viene sottratta agli investimenti
sociali.
Il
complesso militare-industriale si impone anche sul resto dell’economia.
Sì, i
posti di lavoro nel settore militare sono buoni – meglio pagati e protetti – e
magari fanno rifiorire il fenomeno delle “aristocrazie operaie”.
Ma non
sono così tanti.
Secondo alcune stime i posti di lavoro creati
in Europa con “Re arm Europe” sarebbero circa 1milione e 400 mila, poco più di
100 mila in Italia in una decina d’anni.
Sono
stime.
Un
sacco di soldi per pochi posti di lavoro.
Ricordo
che per la spesa degli F35 si prevedevano in Italia oltre 10 mila posti di
lavoro.
Tra l’impianto di Cameri e l’indotto, forse
arriviamo a 1.500.
I peana all’industria militare sono speculari
all’assenza di una politica industriale capace di creare lavoro buono nelle
frontiere del futuro: transizione ecologica, welfare inclusivo e accogliente,
digitale, un modello di sviluppo sostenibile.
L’economia
di guerra fa felici le multinazionali, gli americani e pochi produttori.
Tra
l’altro, l’80% della nostra spesa per sistemi d’arma se ne va in appalti per
industrie di altri paesi, per i ¾ negli Stati Uniti.
Il
keynesismo militare è un ossimoro insostenibile, una bufala.
Ricordo
che quando Churchill vinse la guerra, poi perse le elezioni del 1945 a favore
dei laburisti che si fecero portavoce di una società drammaticamente impoverita
che voleva sanità pubblica, sicurezza sociale, case popolari.
L’economia
di guerra lasciò in dotazione alla Gran Bretagna un debito pubblico del 210%.
E negli Stati Uniti, prima dell’economia di
guerra c’era stato con Roosevelt, dopo la crisi del ‘29, un keynesismo civile
vero – altro che militare – che creò lavoro senza fare armi, tassando i ricchi
con un’aliquota del 95% sui redditi più alti e colpendo ferocemente la finanza
speculativa.
“Un
peace deal”.
Quello
che serve a noi è un peace deal non un” war deal”, un’economia di pace, non un
‘economia di guerra.
Si
crea molto più lavoro, più crescita economica con un’economia di pace che con
un’economia di guerra.
Ecco
perché con “Sbilanciamoci” e “Rete Pace e Disarmo” abbiamo lanciato dal 20
ottobre al 30 novembre la carovana per un’economia di pace, in occasione della
discussione della prossima legge di bilancio e della nostra contro-finanziaria.
Partiremo
da Campobello di Mazara a Trapani, contro il caporalato e lo sfruttamento dei
migranti, insieme alla CGIL, poi andremo a Messina, contro il Ponte sullo
Stretto, per poi attraversare l’Italia, andando in un ospedale, in una scuola,
in un consultorio, in una università, in una fabbrica, in un carcere, in un
centro antiviolenza a fare iniziative per dire che questi sono i posti dove
vanno messi i soldi e non nei cacciabombardieri e nei carri armati.
Invitiamo
tutti a darci una mano e a organizzare iniziative sul vostro territorio:
anche
un “flashmob”, un volantinaggio davanti una fabbrica, un’assemblea.
Il
riarmo è cominciato in Italia ben prima del “Re arm Europe” e della decisione
della NATO.
Dal
1989, ad eccezione di qualche anno nella prima metà degli anni ‘90, le spese
per armamenti sono aumentate in tutto il mondo.
L’Italia negli ultimi dieci anni ha aumentato
del 60% la spesa militare:
il 12% soltanto nell’ultimo anno.
Nel
nostro Paese la “multinazionale italiana Leonardo”, si è adeguata a questo
andazzo per inseguire i lucrosi profitti del militare, non fa più le locomotive
del Frecciarossa e si è sfilata dall’Industria Italiana Autobus. Invece di
investire nella mobilità sostenibile si è buttata, come un pescecane qualunque,
sul militare e il traffico d’armi.
E il
Governo, che detiene il 30% della proprietà di Leonardo, sta a guardare.
Il
ministro delle imprese e del made in Italy “Adolfo Urso” ha dichiarato che
l’auto-motive si può riconvertire nel militare per uscire dalla crisi. Non essendo stato capace in più di due anni
di affrontare la crisi del settore dell’auto – che risale a prima del green
deal e la colpa non è certo della transizione – pensa che invece di fare 250
mila automobili si possano fare 250 mila carrarmati.
Con le
stesse catene di montaggio, gli stessi robot, la stessa verniciatura, le stesse
macchine di assemblaggio.
Dilettanti
allo sbaraglio.
Noi
invece diciamo il contrario.
Che la riconversione al civile – senza perdere
un solo posto di lavoro – si può fare.
Con le
stesse tecnologie che vengono utilizzate per fare i sistemi di puntamento delle
blindo si possono costruire i macchinari per fare la TAC.
Con la stessa tecnologia che si utilizza per
costruire i cacciabombardieri, si possono costruire gli aerei per spegnere gli
incendi.
Con le
stesse tecnologie che si utilizzano per costruire gli elicotteri da guerra
Mangusta si possono costruire gli elicotteri per l’elisoccorso nelle aree
interne.
Serve
una politica industriale, un modello di sviluppo diverso, ma soprattutto serve
la volontà politica.
Non è una cosa impossibile.
Ed è
per questo che dobbiamo impegnarci tutti, insieme al sindacato, per dimostrare
che è possibile un’altra strada, un’alternativa che dobbiamo praticare e
mettere in campo.
“UE”
TRA DELIRI MILITARI E LOBBY:
IL
GRANDE INGANNO EUROPEO.
Nuovogiornalenazionale.com
– (Adolfo Tasinato) - Redazione – (15 Marzo 2025) – ci dice:
L’Unione
Europea, da anni prigioniera di una visione burocratica e soffocante, si
distingue sempre più per decisioni che oscillano tra il ridicolo e
l’irrilevante.
Dopo aver investito risorse ed energie nella
regolamentazione del diametro delle cozze e nella criminalizzazione del lardo
di Colonnata, Bruxelles ha recentemente trovato un’altra priorità tecnologica
fondamentale:
il tappo di plastica che non si stacca dalla
bottiglia.
Una
scelta che, pur con intenti ecologisti, appare l’ennesima dimostrazione di
un’istituzione incapace di affrontare le reali sfide globali.
Eppure,
questa stessa UE, che fatica a garantire un’efficace politica industriale e di
difesa dei propri interessi economici, ora sogna di ergersi a potenza militare.
La
prospettiva di una forza armata europea, ipotizzata da alcuni leader, sembra
più una trovata propagandistica che una strategia credibile o probabilmente il
disperato tentativo di ribadire il loro predominio come nel caso di Francia e
Germania.
La
verità è che l’Europa non ha la coesione necessaria per un progetto di tale
portata e la sua storia recente dimostra come qualsiasi tentativo di azione
autonoma si sia arenato nelle sabbie mobili della discordia politica.
A capo
di questa Unione abbiamo la signora Ursula von der Leyen, che si è dimostrata
totalmente inadeguata al ruolo.
Capace
solo di fare annunci privi di un vero piano e di una programmazione concreta,
ha ridotto la leadership europea a una serie di proclami inconsistenti e
reazioni scomposte di fronte agli eventi.
Il suo
operato conferma quanto l’UE sia governata da una classe dirigente priva di
visione strategica, più incline alla gestione emergenziale che alla costruzione
di un futuro solido per i cittadini europei.
Ma il
delirio più grande si manifesta quando alcuni leader europei iniziano a
fantasticare di un’Europa capace di contrastare militarmente gli Stati Uniti e
la Russia.
Una
follia pura o un nuovo genere di satira geopolitica?
Forse qualcuno
ha dimenticato che l’Europa, tra tagli alla difesa e utopie burocratiche,
fatica persino a garantire la propria sicurezza interna, figurarsi a sfidare
superpotenze nucleari con eserciti veri, economie di guerra e un apparato
industriale bellico funzionante.
Senza
una vera unione politica e una politica estera condivisa a che serve avere più
armamenti?
Si
chiama Unione Europea e poi, tanto per fare un esempio, la Francia fa da sempre
la guerra all’Italia per gli interessi in Libia e nel Mediterraneo, ricordate
la fine fatta fare a Gheddafi?
Siamo
di fronte a un nuovo livello di delirio politico o è solo un tentativo
disperato di distogliere l’attenzione dal tracollo economico e industriale
dell’UE e dal fallimento delle politiche ideologiche portate avanti sino a
questo momento?
Viene seriamente il dubbio che queste persone
abbiano un concetto molto creativo della realtà.
O
magari confidano che la guerra possa essere vinta a colpi di regolamenti, multe
sulle emissioni di CO2 e sanzioni commerciali tra un summit e un aperitivo a
Bruxelles.
Potenziare
il fianco europeo della NATO è un altro discorso, e su questo si può e si deve
anche ragionare, seppure sempre in una posizione subalterna agli Stati Uniti,
gli unici ad avere le carte buone in mano. Non è un caso che Washington decida,
Bruxelles esegua e i vari leader europei si affannino a trovare una narrazione
che li renda protagonisti.
In
definitiva si andrà forse verso una NATO europea, ma sempre nell’ambito della
NATO tradizionale, ovvero a guida statunitense.
Che
piaccia o meno, gli Stati Uniti sono e rimarranno i veri arbitri della
geopolitica mondiale anche se con un peso minore a quello che avevano anni fa.
Pensare
di far loro la guerra, come certe frange della politica italiana sembrano
suggerire, significa non comprendere le dinamiche globali oppure fingere di non
vederle.
Macron,
Stormer e altri leader di turno cercano disperatamente visibilità e soluzioni
per i loro problemi interni, piuttosto che avanzare proposte concrete per il
futuro dell’Unione.
Un’Unione
che, per altro, i cittadini hanno già dimostrato di non gradire più nella sua
forma attuale.
Le
elezioni e il crescente euroscetticismo lo confermano chiaramente.
Nel
frattempo, in Italia, c’è chi continua a sventolare la bandiera europea per
cercare di compattare una sinistra confusa, più impegnata a trovare un
segretario che una visione politica chiara.
Ma questa sinistra non è più quella che si
proclamava difensore del popolo:
dopo la caduta del comunismo sovietico, si è
riciclata sottomettendosi alle lobby finanziarie che hanno preso il controllo
dell’economia, della società e in parte anche della politica delle Nazioni.
Oggi
la sinistra italiana e mondiale appare priva di un’identità chiara, impegnata a
difendere interessi che poco hanno a che fare con quelli dei lavoratori e dei
ceti medi.
Le manifestazioni pro-UE a cui assistiamo non
sono altro che tentativi disperati di mantenere in vita una narrazione che non
convince più nessuno.
Infine,
tra i ferventi sostenitori di un esercito europeo nessuno si è preoccupato di
citare i valori espressi dai padri fondatori del pensiero europeo, che
parlavano di un’Europa di idee e di cultura, non di eserciti e armamenti.
Forse prima di proporre alleanze militari
improbabili, qualcuno potrebbe rileggersi le parole dei Padri fondatori del
pensiero europeista e riflettere su come quei principi si rapportino al
contesto attuale.
In
questo scenario di confusione e velleità irrealistiche, l’unico leader europeo
che sembra mantenere un approccio pragmatico e realistico è il Presidente del
Consiglio italiano, Giorgia Meloni.
A
differenza di chi insegue fantasie di superpotenze europee, Meloni riconosce
l’importanza di una capacità di deterrenza militare, ma sempre nel contesto
dell’alleanza con gli Stati Uniti.
Inoltre,
sottolinea come un riarmo non pianificato, finanziato a discapito dei servizi
essenziali ai cittadini, sarebbe solo un ulteriore elemento di disgregazione
dell’idea europea.
Dopo
anni di gestione subordinata agli interessi delle lobby finanziarie, prima con
il miraggio del green a tutti i costi e ora con la prospettiva di meno sanità e
più bombe, l’Europa ha già perso gran parte della fiducia dei suoi cittadini.
Un
nuovo spreco di risorse in una corsa agli armamenti senza una vera strategia
condivisa non farebbe che accelerarne il declino.
Ma la
domanda più grave di tutte resta una sola:
chi
sarebbe disposto ad andare a combattere e morire per salvare questa Europa?
Una
costruzione burocratica ormai lontana dai reali bisogni dei suoi cittadini, che
ha sostituito i valori della cooperazione e della crescita con regolamenti,
ideologie e velleità prive di senso.
Se
questa è l’Unione Europea che ci aspetta, il suo futuro appare sempre più
incerto e sempre meno attraente per i suoi stessi cittadini.
(Adolfo
Tasinato – Redazione).
“Shangri-La
Dialogue 2026”:
la
Cina invia il PLA e non il ministro Dong.
Nuovogiornalenazionale.com
– Redazione - Elena Tempestini – (30 Maggio 2026) – ci dice:
IISS
Shangri-La Dialogue 2026.
Il
significato geopolitico della scelta di Pechino.
Si
chiude domani, 31 maggio, a Singapore lo “Shangri-La Dialogue 2026”, il più
importante forum strategico e militare dell’area indo-pacifica.
Non è
stato una semplice conferenza sulla sicurezza asiatica, perché dobbiamo
comprendere la strategia del momento storico che stiamo attraversando.
A
Singapore non si è discusso soltanto di difesa, hanno discusso del futuro
equilibrio del mondo.
Lo
“Shangri-La Dialogue”, organizzato dall’”International Institute for Strategic
Studies”, rappresenta ormai il luogo in cui convergono le grandi linee della
nuova competizione globale, Stati Uniti, Cina, Taiwan, intelligenza artificiale
militare, semiconduttori, infrastrutture digitali, rotte energetiche, guerra
dei dati e sicurezza delle supply chain.
Quest’anno
il vertice ha assunto un peso geopolitico ancora maggiore per una ragione molto
precisa, Pechino ha deciso di non inviare il ministro della Difesa “Dong Jun”,
lasciando il proprio posto a una delegazione tecnica e accademica dell’Esercito
Popolare di Liberazione, una scelta solo apparentemente protocollare.
L’Esercito
Popolare di Liberazione, “People’s Liberation Army”, PLA, rappresenta l’intero
apparato militare della Cina, comprendendo forze terrestri, marina,
aeronautica, forza missilistica strategica e unità dedicate alla guerra cyber e
spaziale.
Soprattutto,
costituisce uno degli strumenti più diretti del potere del Partito Comunista
Cinese, al quale risponde attraverso la Commissione Militare Centrale.
Per
questo la scelta assume un significato politico preciso;
Pechino
mantiene una presenza ufficiale, ma evita l’esposizione diretta del ministro,
affidando, invece, la rappresentanza a figure tecnico-strategiche interne al
sistema militare cinese.
Una
modalità che segnala prudenza, controllo e una precisa volontà di calibrare il
messaggio geopolitico senza trasformarlo in un confronto apertamente politico.
Per
anni lo “Shangri-La Dialogue” è stato uno dei rarissimi spazi in cui vertici
militari cinesi e americani potevano confrontarsi pubblicamente.
L’assenza
di “Dong June” mostra, invece, una Cina che preferisce oggi ridurre
l’esposizione diplomatica diretta mentre continua a consolidare la propria
architettura di potenza nel Pacifico.
Pechino
osserva, misura e costruisce.
Nel
frattempo, rafforza la marina, espande il sistema satellitare “Bei Dou”, la
rete di navigazione spaziale sviluppata da Pechino come alternativa autonoma al
GPS statunitense.
“Bei Dou”
non serve soltanto per la navigazione civile, i trasporti o le
telecomunicazioni, ma rappresenta una delle infrastrutture più sensibili della
sovranità tecnologica cinese.
Il
sistema consente, infatti, comunicazioni, localizzazione, coordinamento
militare e gestione di infrastrutture strategiche, senza dipendere da reti
controllate dagli Stati Uniti.
Per
questo” Bei Dou” è considerato parte integrante dell’architettura geopolitica e
militare della Cina contemporanea, strettamente collegata anche alle capacità
dell’Esercito Popolare di Liberazione e alla crescente competizione tecnologica
tra Washington e Pechino.
Il
sistema satellitare accelera sull’intelligenza artificiale militare, consolida
la “Belt and Road Initiative” e continua a esercitare pressione attorno a
Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale.
Ed è
proprio Taiwan ad aver dominato il vertice, non soltanto come crisi regionale,
ma come cuore stesso della competizione tecnologica mondiale.
Per
gli Stati Uniti Taiwan rappresenta molto più di un’isola. È il centro globale
dei semiconduttori avanzati, il nodo essenziale delle supply chain tecnologiche
e il punto da cui dipende l’equilibrio strategico del Pacifico occidentale.
Per la
Cina, invece, Taiwan rappresenta contemporaneamente riunificazione nazionale,
controllo della” First Island Chain” e possibilità di ridefinire la geografia
della potenza asiatica.
Dietro
le dichiarazioni ufficiali è emersa una preoccupazione molto più ampia.
Gli alleati asiatici di Washington iniziano a
interrogarsi sulla reale capacità americana di sostenere, contemporaneamente,
più fronti strategici quali Ucraina, Iran, Medio Oriente e contenimento della
Cina nel Pacifico.
È
questa la vera domanda che ha attraversato il forum.
Il segretario alla Difesa americano “Pete
Hegseth”, protagonista assoluto del vertice, ha cercato di rassicurare gli
alleati ribadendo l’impegno statunitense nell’Indo-Pacifico.
Ma il
dato politico appare evidente, il sistema internazionale sta entrando in una
fase di simultaneità delle crisi che mette sotto pressione anche la principale
potenza mondiale.
Lo”
Shangri-La Dialogue 2026 “segna un passaggio importante, per la prima volta il
tema centrale non è stato soltanto militare, il confronto si è progressivamente
spostato verso le infrastrutture strategiche del XXI secolo: semiconduttori,
AI, cloud militari, satelliti, guerra cibernetica, piattaforme digitali, reti
energetiche, autonomia tecnologica e controllo dei dati.
Il
vertice di Singapore si collega direttamente alle altre grandi dinamiche
geopolitiche di queste settimane; questo è il messaggio più importante emerso
da Singapore, le crisi contemporanee non sono più separate.
Taiwan,
Hormuz, semiconduttori, AI, Ucraina, rotte marittime, satelliti, terre rare e
sistemi finanziari fanno ormai parte dello stesso spazio strategico globale.
Lo “Shangri-La
Dialogue 2026” si chiude, così, non come un semplice forum sulla sicurezza
asiatica, ma come una delle più importanti fotografie geopolitiche del nostro
tempo.
Come
abbiamo spesso scritto, il potere non consiste più soltanto nel controllare
confini ma nel governare i flussi che tengono insieme il pianeta.
(Elena
Tempestini).
Iran,
accordo tra linee rosse e firme in sospeso.
Nuovogiornalenazionale.com
- Desina Novalis – (31 Maggio 2026) – Redazione – ci dice:
Iran
accordo.
Se si
raggiungesse un accordo lo firmerebbe Trump, ma per Teheran chi firma?
Il
presidente Donald Trump raggiungerà un accordo di pace con l’Iran solo se
questo soddisferà tutte le sue condizioni, ha dichiarato venerdì un funzionario
della Casa Bianca all’”AFP”, mentre si moltiplicavano i dubbi sullo stato dei negoziati
per porre fine alla guerra.
“Mastaba
Khamenei” è solo un “ingranaggio” nelle mani dei Pasdaran, ossia dei terroristi
iraniani, così definiti anche dall’Unione Europea.
Sarà
lui a firmare?
Sempre che sia vivo o, comunque, in grado di
intendere e di volere, e che i suoi proclami scritti non siano frutto di altre
mani.
Può
Trump firmare una qualsiasi cosa senza che dall’altra parte ci sia la firma
certa e preventiva della Guida Suprema?
La
Casa Bianca aveva lasciato intendere che Trump fosse vicino a una decisione su
un potenziale accordo, anche se Teheran insisteva sul fatto che non ci fosse
ancora “nessun accordo definitivo” per porre fine al conflitto in Medio
Oriente.
Anche
un servizio dei media statali iraniani ha smentito diversi elementi chiave
della descrizione dell’accordo fatta da Trump, con fonti che hanno definito le
sue dichiarazioni un “miscuglio di verità e menzogne”.
Fonti
statunitensi avevano riferito all’AFP che l’accordo era in attesa
dell’approvazione di Trump, dopo settimane di negoziati interrotti a causa di
un conflitto che ha travolto il Medio Oriente e scosso l’economia globale.
Venerdì
Trump ha partecipato a una riunione di due ore nella “Situation Room della Casa
Bianca”, ma non ha preso alcuna decisione.
“Il
presidente Trump concluderà solo un accordo che sia positivo per l’America e
che soddisfi le sue linee rosse”, ha dichiarato in seguito un funzionario della
Casa Bianca all’”AFP”.
“L’Iran
non potrà mai possedere un’arma nucleare”, ha aggiunto il funzionario.
Trump
aveva annunciato l’incontro con un lungo post sui social media, ribadendo le
sue richieste di lunga data affinché l’Iran si impegni a non sviluppare mai
armi nucleari e a riaprire la vitale via di navigazione dello Stretto di
Hormuz.
Il
portavoce del ministero degli Esteri iraniano,” Esmail Bacaie”, ha replicato
affermando ai media statali che la Repubblica islamica “ha detto addio al
linguaggio del ‘deve’ 47 anni fa”.
Lo
scambio di messaggi è in corso, ha aggiunto, ma “non è stato ancora raggiunto
un accordo definitivo”.
In una
telefonata con l’emiro del Qatar, il presidente iraniano “Massoud Pezeshkian”
ha affermato che l’Iran è pronto a raggiungere un “quadro dignitoso” per porre
fine alla guerra, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa statale IRNA.
Nel
suo post, Trump ha affermato che Teheran avrebbe rimosso le mine dallo Stretto
di Hormuz e posto fine al blocco del canale senza imporre pedaggi, mentre gli
Stati Uniti avrebbero revocato il blocco parallelo dei porti iraniani.
I due
Paesi si coordineranno anche per la rimozione e la distruzione dell’uranio
arricchito iraniano, ha affermato, aggiungendo che “non ci sarà alcuno scambio
di denaro, fino a nuovo avviso”.
L’agenzia
di stampa iraniana” Fars”, tuttavia, ha citato fonti secondo le quali Teheran
chiedeva “l’immediato sblocco di 12 miliardi di dollari di beni iraniani
congelati” prima di passare alla fase successiva dei negoziati.
Riguardo
alla riapertura senza pedaggio del valico di Hormuz, le fonti hanno affermato
che “nessuna clausola di questo tipo compare nel testo dell’accordo”, mentre il
commento di Trump sulla distruzione del materiale nucleare iraniano “è
fondamentalmente infondato”.
“Bacaie”
ha inoltre dichiarato alla televisione di stato che al momento non sono in
corso “negoziazioni” sul programma nucleare iraniano, mentre il massimo
diplomatico iraniano ha suggerito che gli Stati Uniti stessero ostacolando un
accordo con il loro approccio ai colloqui.
Le
speranze di raggiungere un accordo erano aumentate giovedì, dopo che i
funzionari statunitensi avevano espresso ottimismo sui progressi diplomatici.
I
mercati energetici hanno subito forti oscillazioni questa settimana, mentre gli
investitori valutavano le possibilità di un accordo che potesse potenzialmente
ripristinare la normale navigazione attraverso il cruciale Stretto di Hormuz.
Washington
e Teheran si sono accusate a vicenda di aver violato la tregua nello stretto e
nelle aree circostanti, anche questa settimana, con gli attacchi statunitensi
contro il porto iraniano meridionale di Bandar Abbas a cui hanno risposto con
il fuoco iraniano.
La
televisione di stato iraniana ha riferito venerdì che 24 navi hanno
attraversato lo stretto nelle ultime 24 ore, in coordinamento con le Guardie
Rivoluzionarie e il ministero degli Esteri.
Tuttavia,
ha avvertito che “le navi provenienti da Paesi ostili rischiano una dura
reazione” da parte delle forze armate iraniane.
Sul
fronte libanese della guerra, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu
ha dichiarato venerdì che le forze del suo paese si sono spinte più in
profondità nel territorio libanese, mentre il gruppo libanese Hezbollah,
sostenuto dall’Iran, ha rivendicato la responsabilità di una serie di attacchi
con droni contro obiettivi militari nel nord di Israele, tra cui raduni di
truppe e una caserma.
Ha
inoltre affermato che le sue forze stavano attaccando le truppe israeliane che
cercavano di avanzare nella zona della fortezza medievale di Beaufort, vicino
alla città di “Nabatei”.
Gli
attacchi sono avvenuti mentre delegazioni militari israeliane e libanesi
stavano tenendo colloqui sulla sicurezza a Washington.
Netanyahu
ha affermato che le truppe avevano attraversato il fiume Litani, a circa 30
chilometri a nord del confine tra Libano e Israele, e stavano “attaccando
Hezbollah frontalmente”.
Israele
ha inoltre continuato i pesanti bombardamenti sul Libano meridionale, dove,
secondo il ministero della Salute libanese, un soccorritore è tra le 11
vittime.
Il
cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah avrebbe dovuto entrare in vigore il 17
aprile, ma non è mai stato rispettato.
Entrambe
le parti si accusano a vicenda di violarlo e giustificano i propri attacchi con
le presunte violazioni commesse dall’altro schieramento.
Il
Libano è stato coinvolto nella guerra all’inizio di marzo, quando Hezbollah ha
lanciato razzi contro Israele in seguito all’uccisione della Guida Suprema
iraniana negli attacchi israeliani e statunitensi, provocando attacchi
israeliani e un’invasione di terra.
(Desina
Novalis).
La
NATO rafforza il fianco orientale.
Nuovogiornalenazionale.com
– Redazione - Elena Tempestini – (31 Maggio 2026) – ci dice:
Cresce
la pressione russa nel Mar Nero e nell’Europa orientale.
La
guerra in Ucraina ha modificato in profondità l’architettura della sicurezza
europea, ma il vero cambiamento strategico riguarda la trasformazione del
confine orientale della NATO in una linea permanente di competizione
geopolitica con la Russia.
Negli
ultimi mesi l’Alleanza Atlantica ha intensificato la presenza militare lungo il
fianco orientale, dal Baltico al Mar Nero, rafforzando basi, sistemi di difesa
aerea, capacità logistiche e interoperabilità tra gli eserciti europei e
statunitensi.
Non si
tratta soltanto di una risposta contingente al conflitto ucraino, ma della
costruzione di una nuova postura strategica destinata a durare negli anni.
Il Mar
Nero sta assumendo un ruolo sempre più centrale. Chi controlla quest’area
controlla una parte decisiva delle connessioni tra Europa, Caucaso,
Mediterraneo ed Eurasia.
Nel
Mar Nero si concentra oggi una parte decisiva della competizione strategica tra
NATO e Russia, non soltanto sul piano militare ma anche su quello digitale ed
energetico.
Tra i
principali cavi e corridoi di comunicazione che attraversano o collegano l’area
vi sono il “KAFOS” (Karadeniz Fiber Optic System), che collega Russia, Ucraina,
Bulgaria e Romania attraverso il Mar Nero, l’”ITUR”
(Italy-Turkey-Ukraine-Russia), fondamentale per il traffico dati euroasiatico
tra Mediterraneo orientale, Turchia, Ucraina e Russia, il “BSFOCS “(Black Sea
Fiber Optic Cable System), che connette Bulgaria, Georgia, Russia e Ucraina, e
il “Caucasus Cable System”, strategico per i flussi digitali tra Europa e
Caucaso.
A
questi si aggiungono le infrastrutture sottomarine e integrate di “Turkcell” e
“Türk Telekom” e i corridoi caucasici trans-anatolici che collegano
Azerbaigian, Georgia, Turchia ed Europa.
Questi
sistemi rappresentano delle infrastrutture strategiche sensibili perché
trasportano dati finanziari, comunicazioni governative, traffico internet e
connessioni economiche vitali tra Europa, Asia e Medio Oriente.
Sul
piano militare la Russia continua a mantenere nel Mar Nero una postura
estremamente aggressiva attraverso la Flotta del Mar Nero con base principale a
Sebastopoli, il rafforzamento dei sistemi missilistici ipersonici e delle
capacità anti-access/area denial (A2/AD), l’impiego di sottomarini classe Kilo,
strumenti di guerra elettronica e” cyber warfare”.
Mosca
usa, inoltre, la Crimea come piattaforma strategica avanzata per proiettare
influenza verso Mediterraneo, Caucaso ed Europa orientale, esercitando
contemporaneamente pressione energetica sui Balcani e controllo delle rotte nel
Mar d’Azov e sui corridoi del grano ucraino.
La
NATO, dal canto suo, ha intensificato il rafforzamento del fianco orientale
attraverso l’espansione delle basi in Romania e Bulgaria, la presenza navale
nel Mediterraneo orientale e i sistemi antimissile schierati in Romania.
L’Alleanza
utilizza inoltre droni” ISR” (Intelligence, Surveillance, Reconnaissance),
pattugliamenti AWACS e grandi esercitazioni congiunte per aumentare la capacità
di deterrenza regionale.
L’ingresso
della Finlandia e il rafforzamento della cooperazione con la Svezia hanno
inoltre ampliato il controllo strategico sul Baltico, creando una continuità di
pressione sul fronte nord-orientale della Russia.
Per
Mosca rappresenta uno spazio vitale sia dal punto di vista militare sia da
quello energetico e commerciale. Per la NATO, invece, il rafforzamento della
presenza nella regione serve a contenere la proiezione russa verso sud e a
proteggere le infrastrutture strategiche che collegano l’Europa orientale ai
corridoi energetici internazionali.
La
pressione russa non si manifesta soltanto sul piano militare. Cyberattacchi,
guerra informativa, pressione energetica, destabilizzazione politica e utilizzo
delle infrastrutture come strumenti di influenza fanno ormai parte di una
competizione ibrida permanente.
È il
modello della guerra contemporanea, meno dichiarazioni formali e più pressione
continua sugli equilibri economici, digitali e psicologici degli Stati.
In
questo scenario anche l’Europa sta cambiando approccio. Paesi che per anni
avevano ridotto investimenti militari e capacità industriali della difesa
stanno tornando a considerare sicurezza e deterrenza come elementi strutturali
della sovranità nazionale.
La
stessa espansione della NATO verso nord, con l’ingresso della Finlandia e il
rafforzamento della cooperazione con la Svezia, dimostra come la percezione
della minaccia russa abbia ridefinito la geografia strategica del continente.
La
Russia sa che il tempo rappresenta uno degli elementi centrali della partita
geopolitica. Mosca punta a logorare la compattezza occidentale, ad aumentare le
divisioni interne europee e a sfruttare le fragilità economiche e sociali
dell’Occidente.
La
NATO, al contrario, cerca di trasformare la deterrenza in stabilità strategica
di lungo periodo.
Il rischio è che il continente europeo entri
in una fase di tensione permanente, una nuova guerra fredda meno ideologica ma
più diffusa, in cui tecnologia, energia, informazione e sicurezza economica
avranno un peso almeno pari a quello delle forze armate tradizionali.
Il
confronto tra NATO e Russia non riguarda più soltanto l’Ucraina.
Riguarda il futuro equilibrio del continente
europeo e la ridefinizione degli spazi di potere nel nuovo ordine
internazionale.
(Elena
Tempestini).
Bonelli:
“Il piano di riarmo Ue? Follia pura, condanna l’Europa a economia di guerra e
l’Italia a recessione.
Meloni?
Come sempre scappa.”
Ilfattoquotidiano.it
– Angelo Bonelli – (4 marzo 2025) – Redazione FQ – ci dice:
Durissimo
attacco del deputato di “AVS” alla proposta di riarmo europeo di von der Leyen
e al silenzio della presidente del Consiglio.
Ma ne
ha anche per Salvini:
"Il suo pacifismo è odioso e irritante
come quello di Trump, che vuole trasformare Gaza nei suoi resort
personali".
“Il
piano di riarmo europeo proposto da Ursula von der Leyen è follia pura, perché
sottrae risorse a fondi strategici, al Fondo di sviluppo e coesione, al Next
Generation EU, alla transizione ecologica, a interventi sul lavoro.
E
quindi porta l’Europa in un’economia di guerra e il nostro paese verso una
recessione, perché, quando punti tutto sulle armi e trascuri il resto, dalla
sanità pubblica al lavoro, si apre un problema molto serio.
Questa
non è la strada corretta e giusta per arrivare alla pace, che invece dovrebbe
arrivare attraverso una negoziazione “.
Sono
le parole pronunciate ai microfoni di Radio Radicale da Angelo Bonelli,
co-portavoce di Europa Verde e deputato di AVS, a proposito del piano “Re Arm
Europe” presentato dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der
Leyen, a 2 giorni dal vertice straordinario sulla difesa che si terrà il 6
marzo.
Bonelli
aggiunge:
“C’è
anche una questione di cui nessuno parla:
l’Europa
già spende 730 miliardi di dollari l’anno in armamenti, che è il 58% in più di
quello che spendono i russi.
Al contrario, serve una razionalizzazione
degli interventi che deve portare a una politica estera e di difesa comune,
cosa che non si vuole fare.
È un controsenso che la Ue spenda tutti questi
soldi per il riarmo senza avere una difesa comune, ma non si vuole arrivare
perché, se ci fosse un coordinamento – spiega – non sarebbero necessari questi
investimenti. Il punto è che c’è una pressione molto forte anche dalle
industrie militari che hanno raggiunto profitti incredibili in questi anni e li
stanno raggiungendo anche mentre stiamo parlando.
Von
der Leyen è convinta che attraverso questo riarmo così irrazionale e folle
raggiungeremo la pace?
Io
penso che invece la Ue avrebbe dovuto instaurare una via di negoziazione che
non ha voluto intraprendere fino ad oggi”.
Durissima
critica del parlamentare al silenzio di Giorgia Meloni:
“Ormai
da tanto tempo fugge e non viene in Parlamento.
Abbiamo
una crisi internazionale su vari livelli e non sappiamo quello che pensa la
presidente del Consiglio se non attraverso le sue asettiche interviste
preconfezionate nel suo studio televisivo di Palazzo Chigi.
Il 6 marzo ci sarà il vertice europeo
straordinario sulla difesa e ancora non sappiamo se Meloni verrà a riferire in
Parlamento.
Ovviamente
non credo che verrà, visto che il 6 marzo è dopodomani”.
Scudisciata
di Bonelli anche al leader della Lega Matteo Salvini: “Regalargli di regalare una bandiera
arcobaleno? Le bandiere arcobaleno Salvini non le prende perché poi pensa che
sono quelle del movimento LGTQ+.
In realtà, il pacifismo di Salvini è odioso e
irritante, come quello di Trump che pensa di trasformare Gaza nei suoi resort
personali, sancendo la fine della dignità delle istituzioni”.
Tre
ragioni per cui il centro-sinistra
perderà
le elezioni politiche.
Ilfattoquotidiano.it
- Enrico Grazzini – (30 maggio 2026) – Redazione – ci dice:
L'opposizione
si presenta senza ideali ma solo con distopie. Mentre l’elettorato, a causa
della crisi economica, si polarizza, la sinistra rincorre il centro
Tre
ragioni per cui il centro-sinistra perderà le elezioni politiche
Ci
sono tre ragioni per cui le forze di centro-sinistra perderanno le prossime
elezioni politiche:
1) il
centrosinistra si presenta senza ideali ma solo con distopie:
infatti il Partito Democratico appoggia la
Nato e l’Unione Europea di Ursula von der Leyen, ma Nato e UE vogliono portarci
in guerra con la Russia, aumentare le spese militari e ridurre quelle sociali.
Mark Rutte, il capo della Nato, ha addirittura
proposto che gli europei intervenissero a fianco di Trump nella fallimentare
guerra in Iran.
2) PD,
sindacati, e anche Movimento 5 Stelle, non difendono con forza gli interessi
materiali e vitali dei lavoratori.
Non
promuovono obiettivi sacrosanti che sono necessari per tutti, a partire
dall’indicizzazione dei salari al costo della vita.
Il
centrosinistra e la CGIL denunciano a gran voce che il governo Meloni non fa
nulla contro l’inflazione che mangia gli stipendi ma, per paura della lotta di
classe, non lanciano nessuna proposta per aumentare gli stipendi agganciandoli
al costo della vita.
Così
non sono credibili.
3)
Infine, soprattutto il PD, ma anche i 5 Stelle (pensiamo a Di Maio), hanno una
cattiva reputazione.
Nel
passato hanno troppo deluso i lavoratori, e godono di cattiva fama presso molti
settori di opinione pubblica.
Pochi si fidano ancora.
Hanno
appoggiato il governo Draghi e, in precedenza, altri governi che hanno portato
avanti solo politiche di austerità e sacrifici.
Ormai
la maggioranza del popolo di sinistra pensa che, destra o sinistra, poco o
nulla cambia.
Non a
caso il popolo degli astensionisti ha la maggioranza in questo paese.
“Sinistra”
sembra essere diventata una brutta parola, semplicemente perché la sinistra ha
fatto troppe politiche di destra, sull’immigrazione, sui salari, sulla guerra
in Ucraina, e così via.
Una
volta essere di sinistra significava lottare con coraggio e sacrificio per la
libertà e la democrazia, contro lo sfruttamento e la speculazione finanziaria,
e per l’eguaglianza.
Oggi
non si capisce più per che cosa si batte la sinistra.
Oggi uno che si dichiara di sinistra è visto
dalla maggioranza delle persone, purtroppo, come uno dell’establishment, uno
che vuole fare carriera in un sistema politico corrotto e clientelare.
Tipi come Tony Blair o Matteo Renzi hanno dato
cattiva fama alla sinistra.
La
sinistra non è più affidabile come difensore dei lavoratori.
I lavoratori in maggioranza o non votano o
votano a destra, non certo per l’europeismo del PD.
Mentre
l’elettorato, a causa della crisi economica, si polarizza, la sinistra rincorre
il centro e, con il suo moderatismo, perde i voti della maggioranza delle
persone e non riesce a cambiare nulla.
Se i
salari in valore reale sono scesi in venti anni è perché la presunta sinistra,
magari in nome dell’europeismo, hanno promosso l’austerità di Bruxelles
facendola pesare sui ceti medi e sui lavoratori, mentre le banche e la finanza
hanno i profitti più alti di sempre.
Solo
AVS di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli ha sussurrato, a bassa voce e con
levità, come si conviene alle persone educate, una legge per il recupero
salariale sull’inflazione, con scadenza annuale.
Una
proposta come questa farebbe vincere milioni di voti al centro-sinistra perché
orma il 70% delle famiglie italiane fatica ad arrivare alla fine del mese.
Anche Maurizio Landini tentenna sul salario
agganciato all’inflazione: secondo lui una legge non va bene (chissà perché?!)
e invece bisognerebbe adeguare i contratti collettivi all’inflazione ogni anno
(?), il ché mi sembra una posizione assurda, del tutto impraticabile, e
corporativista, a protezione del potere sindacale, ma non dei lavoratori. Se
Landini e la sinistra proponessero un referendum per indicizzare i salari al
costo della vita, vincerebbero con milioni di voti.
Elly
Schlein, dopo la proposta dei 5 Stelle, ha finalmente aderito al salario minimo
garantito, che riguarda 4-5 milioni di lavoratori:
ma non dice nulla su una possibile e
necessaria scala mobile che impatterebbe 24 milioni di lavoratori.
Il
centrosinistra ha evidentemente paura di alienarsi le simpatie di
Confindustria, di Emanuele Orsini, che, però ha già dichiarato che è contrario
al salario minimo per legge.
La Confindustria
non sarà mai dalla parte del centro-sinistra.
Il PD,
con i socialisti europei, continua ad appoggiare la Nato e questa UE che corre
verso la guerra.
Meloni,
Macron, Merz, PD e socialisti europei continuano cinicamente a volere armare
l’Ucraina in una guerra che Kiev non può vincere, e rifiutano ogni possibile
negoziato e compromesso con la Russia:
così
ci portano dritti verso la guerra atomica.
La
maggioranza dei vertici del PD difende a spada tratta la Nato, ma Mark Rutte,
il capo della Nato, e Ursula ingannano i popoli europei: vogliono che l’Europa
si armi fino ai denti per combattere la Russia che vorrebbe, secondo loro,
invadere l’Europa.
Ma la
Russia non ne ha nessuna intenzione.
Putin ha invaso illegalmente l’Ucraina solo
perché la Nato voleva metterci le sue basi militari.
È un
despota, ma certamente non è così pazzo da volere conquistare l’Europa e
scontrarsi con la Nato (a meno che Rutte non continui a armare Kiev per
lanciare droni in Russia). Ecco perché il centro-sinistra perderà le elezioni.
L'Ucraina
nella Ue: la Lega
è
contraria e il Governo si spacca.
Avvenire.it - Marco Usevoli – (27 -05 – 2026)
– Redazione – ci dice:
Il
Carroccio si oppone e sconfessa la linea di Meloni: Kiev danneggerà gli altri
Paesi. Tajani: noi favorevoli ma senza dimenticare chi aspetta da tempo. Le
opposizioni: ennesimo cortocircuito.
L'Ucraina
nella Ue: la Lega è contraria e il Governo si spacca.
A
pensar male...
Mentre
la maggioranza mette la sesta sulla legge elettorale, la Lega cerca e trova
quei motivi che potrebbero giustificare un anticipo del voto di qualche mese
almeno.
Dall’autunno
alla primavera 2027, come d’altra parte si sussurra da tempo.
E certo l’Ucraina, come motivo per un prolungato
litigio pre-elettorale, si presterebbe bene.
Il
fatto, innanzitutto.
Poco
dopo le 15.30 da Bruxelles fonti comunitarie fanno trapelare che già al
prossimo Consiglio Affari generali, previsto il 16 giugno, potrebbe essere
aperto il primo gruppo di capitoli negoziali con Kiev (e con la Moldavia).
L’incontro,
si fa inoltre notare, precederebbe il summit dei leader del 18-19 giugno, che
potrà esprimersi sulla proposta approfittando del cambio di rotta del nuovo
premier ungherese, Peter Magyar.
Ma il
caso è principalmente italiano.
Perché
nemmeno novanta minuti dopo la Lega dirama una nota durissima:
il
Carroccio, si spiega, «è assolutamente contrario ad ogni ipotesi di adesione
dell'Ucraina all'Unione Europea.
Oltre
a non avere i requisiti necessari, che altri Paesi hanno o stanno per ottenere
dopo anni di lavoro, Kiev nella Ue rappresenterebbe un danno economico e
sociale di enormi proporzioni».
È una
mina lanciata tra i piedi degli alleati Giorgia Meloni e Antonio Tajani.
La
presidente del Consiglio non si esprime, ma a verbale ci sono le sue numerose
dichiarazioni a sostegno di un’accelerazione delle procedure di adesione.
E d’altra parte appena pochi giorni fa la
Germania di Friedrich Merz ha proposto l’ingresso di Kiev nell’Unione come
«membro associato».
Insomma,
la sortita di Salvini imbarazza e non poco la premier.
E costringe anche l’altro vicepremier, Antonio
Tajani, a ribadire che la linea dell’Italia su questi temi è nelle mani sue e
di Meloni.
«Noi siamo favorevoli all’avvio di un percorso
che porti l’Ucraina all’interno dell’Unione Europea, ma non dobbiamo
dimenticare che ci sono altri Paesi candidati.
Per
noi la priorità sono i Balcani, fermo restando che l’Ucraina e la Moldavia
devono avviare un percorso, devono anche combattere la corruzione, rispettare
le regole per far parte dell’Unione Europea.
Noi
siamo pronti a fare la nostra parte per aiutarli», ha detto il ministro degli
Esteri da Limassol, a Cipro.
Certo
si può discutere sul tempismo di Bruxelles, alla luce dell’imminente vertice
Ue-Balcani della prossima settimana, in cui saranno presenti Paesi che da tempo
spingono per entrare nell’Unione.
In ogni caso il tema, in Italia e nelle altre
cancellerie, non può essere messo sotto il tappeto.
E diventerà forse dirimente l’11 giugno,
quando la premier si presenterà alle Camere per le consuete comunicazioni in
vista del Consiglio Europeo del 17-18 giugno.
Comunicazioni
molto anticipate, e che per questo indispettiscono e non poco le opposizioni.
Ieri
il Pd ha già iniziato ad attaccare, soprattutto con i riformisti.
Da Lia
Quarta pelle a Stefano Sensi, sino a Piero De Luca, è un continuo evidenziare
il «cortocircuito» nel Governo, con Salvini che «sconfessa Meloni».
Reagisce
anche Calenda, che accusa il capo della Lega:
«Aspettiamo le altre quinte colonne di Putin.
Questi si fanno anche chiamare sovranisti. Sovranisti russi...», scrive su “X”
il leader di Azione.
Ma
anche le opposizioni hanno una grana quando si parla di Ucraina. M5s è fredda
sull’accelerazione dei negoziati.
Lo dice la governatrice sarda Alessandra
Todde:
«Prima
di porci il problema di chi deve entrare dobbiamo pensare ai Trattati e alle
regole in vigore, come l'unanimità».
E la tutela che l’Ue offrirebbe a Kiev: «Ho
vissuto 10 anni negli Usa, difficile possa considerarmi filorussa.
Sono
anni che stiamo trascinando il conflitto, ma a quale prezzo?
Sono
anni che i nostri cittadini pagano», conclude riprendendo la tesi dei “danni”
che emerge anche dalla nota della Lega.
Zingaretti
a caccia di cibo
italiano
a Bruxelles, mentre
l’Europa
trema tra l’incubo-
Ucraina
e i silenzi sul Libano.
Ladolcevita.tv
– (29 – 05 – 2026) – Redazione – Carlo Di Stanislao – ci dice:
Tra
Bruxelles, Ucraina e Libano, Carlo Di Stanislao analizza la crisi europea tra
guerra, ipocrisie e silenzi mediatici.
”L’Europa
è stata fatta con i trattati; si muove solo per paura, non per visione.”
Nel cuore pulsante, gelido e
profondamente ipocrita della capitale belga, Nicola Zingaretti, neo-Capogruppo
del PD al Parlamento Europeo, è stato recentemente avvistato a caccia di
autentico cibo e specialità del patrimonio italiano tra i vicoli più esclusivi
di Bruxelles, quasi a voler cercare un rifugio nostalgico o una distrazione
gastronomica prima di farsi inghiottire dai palazzi del potere.
Ma
dietro le facciate di vetro e acciaio delle istituzioni comunitarie,
l’atmosfera è cupa, quasi d’assedio.
Mentre gli eurodeputati si godono i comfort
della bolla europea, l’Unione sta scivolando in un baratro geopolitico ed
economico senza precedenti, paralizzata dal terrore dei propri stessi errori e
da una colpevole cecità mediatica.
La crisi dell’Europa tra Ucraina e
Libano apre il caso Bruxelles.
Mentre
l’ex segretario del Partito Democratico si preoccupa di rintracciare i sapori
di casa, i dossier che scottano sulle scrivanie dei burocrati europei
raccontano tutta un’altra storia.
Il dogma intoccabile dell’establishment di
Bruxelles resta il potenziale ingresso dell’Ucraina in Europa.
Un
progetto sbandierato per anni come un dovere morale indiscutibile, ma che oggi
si rivela per quello che è:
un
azzardo politico ed economico insostenibile, una vera e propria iattura che
rischia di frantumare definitivamente i fragili equilibri dell’Unione.
I nodi stanno venendo al pettine con
una violenza inaudita, tanto da far vacillare persino le certezze delle forze
politiche più allineate ai diktat di Washington.
La
guerra in Ucraina pesa sulla crisi europea.
La retorica della solidarietà a
oltranza sta finendo le munizioni.
Frena anche Fratelli d’Italia, il partito
della premier Giorgia Meloni. Dopo aver cavalcato per mesi l’atlantismo più
intransigente, la destra di governo italiana si ritrova stretta d’assedio dalla
realtà.
Il timore del collasso elettorale, spinto
dalla rabbia dei produttori agricoli e delle piccole imprese del Made in Italy,
ha imposto un brusco bagno di realismo.
Far entrare Kiev nell’UE significa,
senza troppi giri di parole, firmare la condanna a morte della Politica
Agricola Comune (PAC).
L’Ucraina,
con le sue immense distese latifondiste, cannibalizzerebbe istantaneamente i
fondi europei, azzerando i sussidi per i coltivatori italiani e francesi.
A questo si somma lo shock sistematico del
mercato del lavoro e l’invasione di merci a basso costo che devasterebbero il
tessuto produttivo dell’Europa centro-orientale, condannando l’Europa a una
paralisi decisionale irreversibile.
La
crisi dell’Europa tra Ucraina e Libano passa dai conti pubblici.
La propaganda di Bruxelles si scontra
frontalmente con la durezza dei bilanci.
L’Ucraina è già costata all’Europa la cifra
mostruosa di oltre 200 miliardi di euro.
Una
montagna di denaro pubblico sottratta al welfare, alla sanità e alle scuole dei
cittadini europei per finanziare una guerra di logoramento che sembra non avere
fine.
Questo immenso dissanguamento si
articola su tre fronti devastanti:
Il saccheggio degli arsenali:
L’invio
continuo di armamenti pesanti ha svuotato i depositi militari nazionali,
costringendo i governi a contrarre nuovi debiti per ricomprare armi dalle
multinazionali della difesa.
Il debito comune tossico:
Gli
aiuti macro-finanziari concessi a fondo perduto o a tassi agevolati gravano
direttamente sul bilancio comunitario, ipotecando le risorse delle future
generazioni di contribuenti.
L’inflazione da guerra:
Le
sanzioni boomerang e il caos energetico hanno alimentato una fiammata
inflazionistica che ha impoverito i ceti medi e popolari europei, mentre i
tassi d’interesse schizzavano alle stelle.
A microfoni spenti, nei corridoi del
Parlamento Europeo, il malcontento è palpabile.
Molti
deputati sanno perfettamente che questa emorragia finanziaria sta spingendo il
Continente verso la recessione, ma nessuno ha il coraggio politico di
ammetterlo pubblicamente.
Washington scarica l’Europa: l’asse
cinico tra USA e Iran.
Mentre Bruxelles si incatena da sola
al proprio destino fallimentare, lo scenario globale si muove secondo logiche
di puro cinismo geopolitico. Le cancellerie europee tremano di fronte alle
notizie che arrivano da oltreoceano.
I
canali diplomatici confermano che si è ad un passo dall’accordo tra USA e Iran.
Gli
Stati Uniti sono stanchi di dover gestire il collasso economico ucraino.
Inoltre, sono ossessionati dalla sfida
strategica con la Cina nel Pacifico. Per questo si preparano a sacrificare
l’intransigenza ideologica sull’altare del pragmatismo.
L’accordo
con Teheran serve a Washington per stabilizzare l’area mediorientale.
Soprattutto,
serve per rimettere in circolo il greggio iraniano.
Così
Washington punta a calmierare i prezzi globali dell’energia in vista delle
scadenze elettorali interne.
L’Europa ha rinunciato alla propria autonomia
energetica e diplomatica.
Inoltre, ha seguito ciecamente la linea dura
americana.
Così
si ritrova beffata e isolata.
Il massacro del Libano e l’osceno
silenzio dei media mainstream.
Il
prezzo di questo cinismo internazionale si paga sul campo, nel sangue dei
civili.
Mentre le superpotenze trattano, continuano
feroci gli attacchi e i bombardamenti israeliani in Libano.
Interi quartieri di Beirut vengono rasi al
suolo, la sovranità di uno Stato sovrano viene calpestata quotidianamente e una
crisi umanitaria spaventosa sta devastando un Paese già economicamente in
ginocchio.
Di fronte a questo scempio,
l’informazione occidentale sta offrendo uno spettacolo indegno.
Esiste una colpevole complicità mediatica che
decide quali vittime meritino solidarietà e quali debbano essere relegate
all’oblio.
La distruzione del Libano avviene nel
silenzio quasi totale dei grandi network.
Le
bombe su Beirut non aprono i telegiornali, non generano sanzioni, non provocano
l’indignazione delle cancellerie europee.
È il
trionfo dell’ipocrisia occidentale.
Il monopolio della verità: MA solo il
Manifesto ne parla.
In questo deserto etico e
professionale, si staglia un’unica eccezione nel panorama editoriale italiano:
MA solo il Manifesto ne parla con la durezza e
la continuità che la gravità della situazione richiede.
Il
quotidiano comunista resta l’unica voce fuori dal coro disposta a rompere il
muro di gomma eretto dalla stampa mainstream.
Mentre i grandi quotidiani nazionali
e i canali televisivi preferiscono concentrarsi sulle schermaglie di palazzo,
sul gossip politico o sulle veline dei servizi di sicurezza occidentali, Il
Manifesto continua a documentare i crimini di guerra, la carneficina dei civili
libanesi e il doppio standard morale di un’Europa che si professa tribunale dei
diritti umani, ma si scopre complice e muta quando a bombardare è un alleato
strategico.
La crisi dell’Europa tra Ucraina e
Libano lascia Bruxelles tra le macerie del mondo.
Il
contrasto è stridente, quasi intollerabile.
Da un
lato abbiamo i leader del progressismo europeo, come Nicola Zingaretti.
Vagano
per Bruxelles alla ricerca della “cacio e pepe” perfetta.
Oppure
del ristorante italiano di grido dove consumare le proprie cene di lavoro.
Dall’altro
abbiamo i corpi estratti dalle macerie a Beirut.
E i
bilanci statali che crollano sotto il peso di una guerra agricola e industriale
indotta contro la Russia.
Questa
è l’immagine dell’Europa odierna:
una
fortezza di burocrati dorati che si abbuffa mentre il mondo intorno brucia.
Incapace
di imporre la pace a est, complice del massacro a sud, e sistematicamente
ingannata dagli alleati a ovest.
Tra
una cena esclusiva a Bruxelles e l’inferno del Libano, l’Unione Europea ha
smarrito la sua anima, ammesso che ne abbia mai avuta una.
(Carlo
Di Stanislao - Redazione de La Dolce Vita).
Adesione
dell’Ucraina nell’Unione
Europea:
a che punto siamo.
Valigiablu.it
– (19 Marzo 2026) - Andrea Braschayko – Redazione – ci dice:
Adesione
dell’Ucraina nell’Unione Europea: a che punto siamo.
L’Ucraina
ha presentato domanda di adesione all’UE il 28 febbraio 2022, quattro giorni
dopo l’inizio dell’invasione su larga scala da parte della Russia.
In quell’occasione Zelensky chiese un’adesione
immediata tramite una “procedura speciale” (che non era prevista dalle regole
UE né allora né oggi).
Nelle
stesse ore i leader di otto stati membri invocarono un iter accelerato, e la
presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen sposò l’idea che
l’Ucraina “dovesse unirsi alla famiglia europea”.
Si
trattò di un nuovo passaggio lungo la traiettoria iniziata nel 2013, quando la
scelta dell’allora presidente ucraino Viktor Yanukovych di non firmare
l’accordo di associazione tra l’Ucraina e l’UE fece esplodere le grandi
proteste di Euro-Maiden.
Decine di manifestanti furono uccisi nella
repressione:
una
parte della società ucraina pagò letteralmente con la vita l’idea di “Europa”
come destino politico e morale per il proprio Paese, non come mera direzione di
sviluppo socio-economico.
Una
relazione travagliata.
Al di
là della cooperazione nell’ambito della Politica Europea di Vicinato, per Kyiv
l’integrazione europea è stata per anni una promessa di modernizzazione e
abbandono della stasi post-sovietica, spesso rivendute dai partiti filo-europei
in campagna elettorale.
Per
molte capitali europee, invece, le ambizioni ucraine, intensificatesi con la
“Rivoluzione Arancione nel 2004”, andavano gestite e rappresentavano un
delicato rischio geopolitico e istituzionale, in particolare ad inizio anni
Duemila quando la relazione con la Russia era vista come essenziale per diversi
Stati Membri.
La
celebre battuta, nel 2002, dell’allora presidente della Commissione Europea
Romano Prodi, per cui l’Ucraina “ha le stesse probabilità di diventare uno
Stato Membro dell’UE della Nuova Zelanda”, riassume bene lo scetticismo di quel
ciclo storico.
Il
2014, all’indomani della rivoluzione di Maidan, segna un primo spartiacque:
l’accordo di associazione UE‑Ucraina viene firmato in due tempi
(marzo e giugno 2014) ed entra pienamente in vigore il 1° settembre 2017, portando con sé anche una “Deep and Comprehensive Free Trade
Area”
(DCFTA) che aggancia ampie porzioni di legislazioni e standard europei. Nello
stesso decennio arriva un altro simbolo concreto, tanto atteso da milioni di
ucraini: dal giugno 2017 i cittadini ucraini con passaporto biometrico possono
viaggiare senza visto per brevi soggiorni (90 giorni su 180) nell’area Schengen
(con le eccezioni applicabili nel quadro UE).
Eppure,
fino al 2022, l’adesione resta un “orizzonte” più che un calendario politico:
la Commissione stessa, nella sua valutazione del 2022, lega il percorso a
riforme strutturali su Stato di diritto, corruzione e influenza oligarchica,
riconoscendo progressi ma segnalando fragilità sistemiche.
Sullo sfondo pesa la cosiddetta” engagement
fatigue”, maturata in Europa dopo il grande allargamento ad Est del 2004 e
accentuata negli anni di crisi economica e austerità post-2008; non a caso
l’ultimo ingresso nella famiglia europea rimane quello della Croazia nel 2013.
È solo
con la guerra d’invasione russa che le prospettive ucraine si fanno più
concrete: d’altronde, l’allargamento UE è, prima di tutto, una scelta politica.
Come
funziona l’accesso UE: i criteri di Copenaghen e l’EU acquis.
Il
Trattato sull’Unione europea prevede un lungo iter per l’ammissione di un nuovo
Stato membro, che passa per dettagliati negoziati tecnici su 33 diversi
capitoli tematici. È un percorso scandito da valutazioni della Commissione
Europea e decisioni prese all’unanimità dagli Stati membri. La bussola
fondamentale sono i cosiddetti “criteri di Copenaghen”: stabilità delle
istituzioni democratiche e dello stato di diritto; economia di mercato
funzionante; capacità di assumere gli obblighi derivanti dall’adesione, inclusa
l’applicazione di tutte le norme europee esistenti.
Sul
piano tecnico, l’adeguamento riguarda i 33 capitoli dell’EU acquis: per la
metodologia oggi utilizzata nei negoziati, questi capitoli sono organizzati in
sei cluster — Fundamentals; Internal Market; Competitiveness and inclusive
growth; Green agenda & sustainable connectivity; Resources, agriculture
& cohesion; External relations — con una regola politica decisiva: i
“Fundamentals” si aprono per primi e si chiudono per ultimi, perché
condizionano ritmo e credibilità dell’intero percorso.
Quando,
il 17 giugno 2022, la Commissione europea ha raccomandato di concedere
all’Ucraina lo status di paese candidato, ha allegato anche una lista di
priorità immediate (“sette passi”): riforma della Corte costituzionale;
prosecuzione della riforma giudiziaria; anticorruzione (inclusa la governance
delle agenzie SAPO e NABU); antiriciclaggio; attuazione della legge “anti‑oligarchi” secondo le indicazioni della Venice
Commission; armonizzazione della normativa sui media audiovisivi; revisione
della legislazione sulle minoranze nazionali. Nel “Ukraine 2024 Report” la
Commissione ricostruisce la sequenza che ha portato all’apertura formale dei
negoziati nel giugno 2024, segnalando che i “passi rimanenti” indicati in
precedenza erano stati completati, le riforme erano state cioè considerate
soddisfacenti da Bruxelles, e consentendo così l’adozione del quadro negoziale.
Il
punto, però, è che l’acquis richiede anni di screening, apertura e chiusura dei
cluster e, soprattutto, decisioni unanimi a ogni snodo (dall’avanzamento alla
ratifica finale). Qui entrano in gioco i veti nazionali: da anni, l’opposizione
politica più sistematica viene attribuita all’Ungheria di Viktor Orbán, mentre
la Slovacchia di Robert Fico, l’altro governo vicino alle posizioni del
Cremlino, lega il proprio sostegno a una “interpretazione rigorosa” delle
condizioni di adesione. Entrambi i paesi, e in questo non sono soli, insieme
alle estreme destre e ai partiti populisti di larga parte dell’UE, denunciano
inoltre i presunti costi insostenibili di un eventuale accesso di Kyiv sul
bilancio dell’Unione.
Secondo
“Roman Petrov”, “Jean Monnet Chair in EU” Law alla National University of
Kyiv-Mohyla Academy”, si è venuto a creare un paradosso:
i cluster “ufficialmente” non risultano
aperti, ma i lavori tecnici procedono in forme informali, attraverso il
cosiddetto formato di Leopoli, in attesa che l’unanimità politica consenta di
trasformare questi progressi in tappe negoziali formalizzate.
Tuttavia,
questa unanimità potrebbe non arrivare presto, nonostante il piano in dieci
punti atto ad accelerare le riforme di Kyiv e l’apertura dei cluster formulato
dalla Commissaria europea per l’allargamento “Marta Kos” e il vice
primo-ministro ucraino “Taras Kwacha”, al fine di superare il blocco di
Budapest.
“Per ora abbiamo problemi con un paio di paesi
con chiara posizione anti-ucraina: Ungheria, Slovacchia su tutti.
Questi
governi potranno cambiare in futuro certo [le elezioni ungheresi sono previste
per l’aprile di quest’anno, con il partito di Orbán dietro di quasi 10 punti
nei sondaggi, ndr], ma l’ondata anti-Ucraina di governi populisti di destra può
al contrario aumentare, anche nell’Europa occidentale.
I paesi più a rischio sono la Francia e la Germania,”
sostiene Petrov.
Le
difficoltà di un accesso “fast-track.”
Negli
ultimi mesi, molti analisti e politici chiedono a gran voce un allargamento
veloce e snello, non solo per “Kyiv” ma anche per altri paesi candidati in fase
avanzata nel processo di adesione:
Montenegro, Moldova e Albania, paesi di
dimensioni e rilevanza geopolitica ben inferiori all’Ucraina.
Una
speranza rinvigorita dall’Alta rappresentante dell'Unione per gli affari esteri
e la politica di sicurezza, “Kaja Kallas”, che lo scorso a novembre aveva
dichiarato che un ingresso di nuovi membri entro il 2030 è possibile.
Sull’Ucraina
queste ipotesi sono ritornate in auge durante le lenti e opache trattative di
pace tra Kyiv e Mosca mediate dagli Stati Uniti di Donald Trump.
In
particolare, si parla di un possibile ingresso dell’Ucraina già nel 2027 come
parte delle garanzie di sicurezza contro un nuovo attacco del Cremlino
richieste dal presidente Zelensky, nella forma di una “membership-lite”, in cui
l’Ucraina tecnicamente accederebbe all’UE senza però avere gli stessi diritti
degli altri Stati membri, tra cui quello di veto.
In un recente articolo, la corrispondente UE
di POLITICO “Zoya Sheftalovich” ha persino delineato i cinque passi per rendere
un accesso nel 2027 davvero possibile.
“Non
credo sia una prospettiva possibile.
Bisogna prima di tutto definire il campo: se
parliamo di un accesso come “Membro completo”, come è sempre stato, queste date
non sono percorribili.
Entro
il 2027 l’Ucraina non riuscirà, non ha ancora iniziato le negoziazioni perché
sono bloccate da Budapest e Bratislava,” sostiene “Petrov”.
“Se ci riferiamo ad altri format, bisogna
ricordare che non c’è in quanto tale un concetto di “Accesso/Membro parziale”,
senza potere di voto;
credo
siano narrazioni populiste, senza alcuna concretezza dietro.
O
parliamo di accesso completo, o di nient’altro, poiché altri format per ora non
esistono.
Le
riforme dei trattati europei, in parte anacronistici, per superare il diritto
di veto, sono necessarie, ma è azzardato pensare che possano avvenire in tempi
brevi”.
Il
presidente ucraino Zelensky, ha dichiarato in modo diplomatico che l’Ucraina
farà quantomeno in modo di essere tecnicamente pronta entro il 2027, anche se
il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha già escluso la fattibilità di un
accesso light per qualsiasi Stato membro, Ucraina inclusa.
E la
posizione della Germania continua a pesare sugli equilibri europei.
“Ci troviamo di fronte a una crescente
tensione tra il tempo necessario per applicare un approccio credibile e basato
sul merito e le pressioni sempre maggiori esercitate da attori esterni sui
nostri paesi candidati: pressioni pensate per aumentare il costo politico del
loro avanzamento verso l’UE”, ha detto “Kos” durante un’intervista a Tallinn ad
inizio febbraio.
“Il
nostro modello di allargamento richiede tempo, stabilità e riforme graduali. Ma
l’attuale contesto geopolitico è instabile e spesso coercitivo”, ha aggiunto,
avvertendo poi che i nuovi “modelli” allo studio dovrebbero comunque partire
dallo stesso “punto di base”:
“la
piena adesione arriva solo dopo riforme complete”, ha dichiarato Kos, che aveva
già in precedenza avvertito della necessità di prevenire l’ingresso di nuovi
“cavalli di Troia”, per prevenire il ripetersi dello scenario magiaro.
In
cosa sperare per Kyiv?
“Finché
c’è la guerra l’accesso non è possibile, ne ho scritto molto.
Non è
possibile per diversi motivi: di sicurezza, economici, giuridici.
E gli stessi Paesi Membri non sono pronti a
questo, ad accettare un paese in guerra e quindi essere responsabili della sua
sovranità territoriale secondo il principio di solidarietà UE.
Un
conto è l’aiuto finanziario e militare, un altro è mandare contingenti e
soldati.
Quindi non è possibile un accesso finché c’è
la guerra, anche se molti parlano del modello Cipro:
tuttavia,
la Repubblica di Cipro è entrata nell’Unione quando i combattimenti erano fermi
da decenni, con un piano di pace in atto e confini chiari”, spiega “Petrov”.
Tuttavia,
questo resta un tema di dibattito più che una posizione consolidata dell’UE.
Sebbene
persistano ostacoli politici, giuridici e di sicurezza, l’adesione dell’Ucraina
è crescentemente percepita a Bruxelles come una sfida, sì senza precedenti, da
raccogliere, piuttosto che come un’impossibilità assoluta.
Nel
corso dell’ultimo anno, i preparativi per l’adesione dell’Ucraina sono avanzati
su più livelli.
Il già menzionato “formato di Leopoli” ha
consentito agli altri 26 Stati membri, insieme alla Commissione, di anticipare
alcune fasi del processo:
Kyiv
ha ricevuto benchmark e criteri tecnici normalmente forniti solo durante i
negoziati formali. Il lavoro procede ora a livello molto dettagliato, con la Commissione
che ha già iniziato a definire dei benchmark intermedi e finali su questioni
che vanno dalla riforma giudiziaria agli appalti pubblici.
Allo
stesso tempo, durante la sua recente visita a Kyiv in occasione del quarto
anniversario dell’invasione su larga scala, Ursula von der Leyen ha mantenuto
un tono prudente, evitando di sostenere esplicitamente l’obiettivo ucraino di
aderire entro il 2027 e ribadendo che l’adesione non può essere legata a
scadenze fisse.
Anche
Kallas aveva precedentemente dichiarato di ritenere come i governi dell’UE non
siano pronti a dare all’Ucraina una data per l’adesione, nonostante la
richiesta in tal senso del presidente Zelensky.
“La mia impressione è che gli Stati membri non
siano pronti a indicare una data concreta”, ha detto Kallas durante un panel
alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco.
“C’è
ancora molto lavoro da fare”.
Secondo
“Petrov”, tra i cluster oggi in discussione quello più allineato agli standard
europei è l’”Esterna Relations”, che comprende i capitoli sulla politica
commerciale e sulla politica estera e di sicurezza.
Qui
l’adeguamento è soprattutto politico-diplomatico e passa dal coordinamento del
ministero degli Esteri con le posizioni di Bruxelles:
“è un
lavoro soprattutto attinente al ministero degli Esteri, l’armonizzazione della
nostra politica estera con quella dell’UE”.
Diverso
il quadro per gli altri capitoli.
Sul cluster "Interna Market" le
riforme legislative sono tecnicamente possibili, ma potrebbero incontrare “le
resistenze di alcuni settori economici, in particolare quello agricolo e
alimentare”, tradizionalmente protetti dallo Stato.
Il nodo principale resta però il “cluster
Fundamentals”, legato a Stato di diritto e corruzione, dove serviranno
interventi continui e risultati concreti:
“La
corruzione continua, gli scandali non scompaiono e queste dimensioni saranno
sempre sotto la lente dell’UE.”
Lo ha mostrato anche lo scandalo dell’estate
scorsa sugli organismi anticorruzione NABU e SAPO, che il parlamento ucraino
aveva votato per rendere dipendenti dal governo, con il presidente Zelensky poi
costretto a fare marcia indietro dopo forti proteste popolari.
Ucraina,
tre aspetti da chiarire sullo scandalo corruzione.
Molte
riforme, aggiunge “Petrov”, sono inoltre difficili da attuare in piena guerra,
soprattutto nei settori della connettività e della transizione verde, che
“richiedono non solo leggi, ma anche investimenti e capacità amministrativa”.
“Petrov”
sottolinea poi due fattori politici spesso trascurati nel dibattito
sull’adesione.
Il
primo riguarda
l’evoluzione delle relazioni tra Stati Uniti e Unione europea:
eventuali
divergenze strategiche tra Washington e Bruxelles finirebbero inevitabilmente
per riflettersi su Kyiv, alleata di entrambe.
In questo contesto, anche il futuro della NATO
viene percepito come incerto.
Se l’Alleanza dovesse ridimensionarsi o
trasformarsi, molti Stati membri dell’UE potrebbero spingere per una difesa
comune europea, e in quel quadro l’Ucraina, con la sua esperienza militare e il
suo peso strategico, diventerebbe un partner molto ricercato.
Il
secondo elemento, spesso sottovalutato, è la necessità di una riforma interna
dell’Unione.
L’attuale
architettura istituzionale, fondata sul “Trattato di Lisbona”, viene
considerata da diversi osservatori inadatta a sostenere un allargamento su
larga scala.
L’ingresso
simultaneo di Ucraina, Moldova e dei paesi dei Balcani occidentali
richiederebbe cambiamenti profondi:
dal
superamento del voto all’unanimità in alcuni ambiti al rafforzamento delle
politiche comuni, in particolare nel settore della difesa.
Tuttavia,
si tratterebbe di negoziati complessi e politicamente dolorosi tra i ventisette
Stati Membri.
Alla
fine, però, ricorda “Petrov”, “l’allargamento è prima di tutto un processo
politico”.
Senza
l’unanimità degli Stati membri, anche i progressi più significativi sul piano
delle riforme rischiano di non bastare: “queste sono le regole”.
Ogni
parlamento nazionale dovrà ratificare l’adesione, e questo apre interrogativi
difficili:
“chi
controllerà i processi nei parlamenti nazionali?
E quali governi ci saranno quando si dovrà
votare?”.
Anche
un paese fortemente filo-ucraino come i Paesi Bassi, nel 2016, ha assistito a
un controverso referendum sulla firma del trattato di associazione UE-Ucraina,
che ha visto il trionfo degli euroscettici, e mantiene ad ora una posizione
cauta.
Cosa
potrebbe succedere se la situazione si dovesse ripetere, come proposto da Orbán
per l’Ungheria o in altri paesi?
Questi
fattori dipendono poco da Kyiv e parecchio da una politica unica a livello
comunitario.
Per
l’Ucraina, non rimane altro che continuare la tortuosa strada delle riforme,
con sforzi e successi in ogni caso tangibili negli ultimi anni nonostante le
difficoltà della guerra, e sperare in un cielo sereno sopra Bruxelles e le
altre capitali dei Ventisette.
Ucraina
nell’UE: negoziati e ipotesi di membership graduale.
La
volontà dell’Ucraina di avvicinarsi all’Unione Europea ha rappresentato uno dei
principali fattori di trasformazione del Paese negli ultimi decenni,
intrecciandosi con profonde tensioni interne e con la sua posizione geopolitica
tra Europa e Russia. Questo processo ha contribuito allo scoppio delle proteste
di Euro Maiden, aprendo una fase di forte instabilità culminata
nell’Anti-Terrorist Operation (ATO) nel Donbas e, dal 2022, nella guerra su
vasta scala lanciata dalla Russia contro l’Ucraina.
I
primi passi formali del percorso di integrazione europea risalgono all’”Association
Agreement” firmato nel 2014 ed entrato pienamente in vigore nel 2017, che ha
avviato un progressivo allineamento normativo tra Kyiv e Bruxelles.
Da
allora, l’Ucraina ha accelerato in modo significativo il processo di riforme
per soddisfare i criteri di adesione all’Unione Europea.
Tuttavia,
mentre Kyiv punta a una piena adesione in tempi rapidi, le principali capitali
europee, in particolare Parigi e Berlino, stanno discutendo ipotesi di
integrazione graduale, come una forma status intermedio, che garantirebbe un
avvicinamento politico ed economico senza però i pieni diritti di uno Stato
membro.
A che
punto è l’Ucraina?
Per
diventare Stato membro dell’Unione Europea, l’Ucraina deve soddisfare i “criteri
di Copenaghen”, definiti dalla Commissione europea come base del processo di
allargamento: istituzioni democratiche stabili, un’economia di mercato funzionante e la
capacità di adottare l’intero “acquis communautaire”.
Nel
giugno 2022 l’Ucraina ha ottenuto lo status di Paese candidato all’UE, come
confermato dal Consiglio europeo.
Nel
giugno 2024 sono stati ufficialmente aperti i negoziati di adesione tra Ucraina
e Unione Europea, segnando l’ingresso nella fase tecnica del processo.
Nel
corso del 2025 si è invece concluso lo screening, ovvero la valutazione
dettagliata dell’allineamento della legislazione ucraina al diritto europeo,
fase preparatoria fondamentale per i negoziati sui singoli capitoli (energia,
giustizia, ambiente, concorrenza). All’inizio del 2026, la Commissione europea
ha infine confermato che i capitoli negoziali sono pronti per essere aperti, ma
la decisione politica finale spetta agli Stati membri dell’UE, che devono
deliberare all’unanimità.
Si
entra così nella fase pienamente negoziale del processo, in cui i progressi
tecnici dell’Ucraina si intrecciano con le scelte politiche dei governi europei
e con il più ampio dibattito sull’allargamento, oggi sempre più legato anche
all’ipotesi di forme di integrazione graduale o membership intermedia.
Reverse
engagement o membership simbolica?
Negli
ultimi mesi il dibattito europeo si è progressivamente spostato dalla domanda “quando l’Ucraina entrerà nell’UE” alla questione più ambigua di “che tipo di integrazione sarà
possibile prima della piena adesione”.
La
Commissione europea ha presentato l’idea di “reverse engagement”, in cui
l’Ucraina otterrebbe una piena adesione formale all’Unione senza aver
completato tutti i criteri tradizionali, mentre i benefici economici e
istituzionali verrebbero concessi progressivamente, in base al raggiungimento
di specifici obiettivi settoriali.
Tuttavia,
questa proposta ha incontrato una resistenza, come comunica “Financial Times”,
specialmente da Berlino e Parigi, che hanno delineato approcci alternativi che
si discostano nettamente dall’idea di un’adesione accelerata.
Infatti, la Germania propone una forma di
“associate membership”, in cui l’Ucraina parteciperebbe a riunioni ministeriali
e vertici europei, ma senza diritto di voto e senza applicazione automatica del
bilancio comunitario.
La
Francia, invece, parla di uno “status di Stato integrato”, in cui l’accesso
alla Politica Agricola Comune e ai fondi di coesione verrebbe rinviato alla
fase post-adesione.
La
differenza principale tra i diversi approcci riguarda dunque il momento in cui
l’Ucraina potrebbe essere considerata a pieno titolo uno Stato membro
dell’Unione e ottenere diritti decisionali all’interno delle sue istituzioni.
Tuttavia,
un elemento comune emerge con forza in tutte le proposte: la dimensione della
sicurezza, considerata uno dei principali benefici politici per Kyiv,
soprattutto in un contesto in cui l’adesione alla NATO resta fuori portata.
Infatti,
anche nelle versioni più prudenti di membership graduale, si ipotizza un’estensione all’Ucraina
della clausola di difesa reciproca dell’UE (art. 42 TUE).
Parallelamente,
l’integrazione economica resterebbe invece progressiva:
l’accesso
ai fondi europei verrebbe ampliato solo in linea con l’avanzamento dei
negoziati e secondo regole transitorie, senza automatismi.
Tra
piena adesione, modelli intermedi e soluzioni ibride, il futuro europeo
dell’Ucraina resta dunque aperto.
La
direzione è ormai chiara, ma i tempi, le modalità e soprattutto la natura
dell’appartenenza all’Unione dipenderanno sempre più dall’equilibrio tra
volontà politica degli Stati membri e capacità di riforma del Paese, in un
contesto geopolitico che continua a esercitare una forte pressione su entrambe
le parti.
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