Letteratura, politica e società.
Letteratura,
politica e società.
«Anche
le vite dei bianchi contano!».
Inchiostronero.it
– Roberto Pecchioli – (15 -06 -2026) – Redazione – ci dice:
Dalle proteste
globali per George Floyd ai recenti fatti britannici: il dibattito pubblico tra
violenza, identità e doppi standard.
Partendo
dal confronto tra la mobilitazione internazionale seguita alla morte di George
Floyd e i più recenti episodi di violenza avvenuti nel Regno Unito, Roberto
Pecchioli riflette sul diverso trattamento mediatico e politico riservato a
vicende analoghe quando cambiano identità delle vittime e degli aggressori.
L’autore denuncia quella che considera
un’indignazione selettiva, alimentata da narrazioni ideologiche incapaci di
riconoscere tutte le vittime con lo stesso metro morale.
Sullo
sfondo emerge una critica più ampia alle trasformazioni sociali dell’Occidente,
alle tensioni generate dal multiculturalismo e alla crescente distanza tra
percezione popolare e racconto dominante.
Un
intervento destinato a suscitare confronto su giustizia, uguaglianza e
universalità dei diritti. (N.R.)
Non
abbiamo dimenticato il caso di George Floyd, l’americano di colore ucciso nel
2020 da un poliziotto bianco.
L’episodio scatenò un’ondata di proteste in
sessanta paesi, tra cui il nostro, contro il cosiddetto razzismo sistemico.
Innescò altresì il movimento internazionale
Black Live Matter (BLM, le vite dei neri contano) con la servile abitudine, in
eventi pubblici, di inginocchiarsi a testa china in segno di lutto e
indignazione.
Floyd, benché pluripregiudicato, non meritava
quella fine, mentre la condotta della polizia dimostrò la violenza diffusa
nella società americana, immersa nel micidiale cocktail di libertà competitiva,
individualismo indifferente all’Altro, multiculturalismo tossico.
Nei
giorni scorsi un episodio analogo, più grave nel merito e nelle modalità, è
accaduto in Inghilterra, l’omicidio di un ragazzo diciottenne, “Henry Nowak”,
per mano di un indiano sikh, con la sconcertante complicità della polizia.
Varie manifestazioni di collera hanno
incendiato il Regno Unito, ma nessuna ondata di sdegno si leva da chi manipola
l’opinione pubblica occidentale;
nessuno
si inginocchia per l’incolpevole Henry e le reazioni sono come sempre
derubricate a razzismo.
La
realtà, purtroppo, è più forte della mistificazione dominante e tende a
ripetersi.
Un
trentenne scozzese è stato quasi decapitato da un africano, sedicente rifugiato.
Il poveretto è in coma, ma l’episodio –
documentato da drammatiche immagini – sta suscitando violenti disordini a
Belfast, la città del fatto, nel resto d’Irlanda e in decine di località del
Regno che si definisce Unito.
Sta
diventando realtà la guerra etnica in Gran Bretagna, mentre segnali sempre più
preoccupanti riguardano Francia e Belgio, sede della sedicente Unione Europea.
Mezzo secolo fa un deputato inglese, “Enoch
Powell”, pronunciò il famoso discorso “dei fiumi di sangue” che avrebbero
inondato il paese se fosse continuata l’ondata migratoria allora agli inizi.
Dovette
abbandonare la politica.
Ma al
sangue stiamo arrivando e solo il popolo reagisce contro le oligarchie,
schierate per l’invasione, apertamente nemiche degli europei.
Diciamolo
una buona volta: anche le vite dei bianchi contano e non possiamo tollerare ciò
che accade.
Ne va
della nostra sopravvivenza.
Agli
europei importa, non ai loro nemici che stanno al governo, che controllano il
sistema culturale, economico, finanziario, politico e religioso.
Sono
schierati contro di noi: prendiamone atto.
Non è
questione di destra e sinistra; la lotta è alto contro basso, gente comune
contro élite.
Se il
caso di Belfast desta orrore per la sua brutalità animale, quello del povero
Nowak – di cui l’inutile parlamento europeo ha rifiutato di occuparsi – è la
spia di una realtà insostenibile, non solo britannica.
Il
ragazzo era appena stato accoltellato più volte quando la polizia intervenuta
lo ha ammanettato dietro la schiena.
Ha
ripetuto nove volte di non riuscire più a respirare.
L’aggressore, un asiatico sikh, ha detto alla
polizia di essere lui la vittima.
Gli
agenti gli hanno creduto:
sono
stati addestrati a credere al razzismo sistemico e a comportarsi di
conseguenza.
Henry
sarebbe forse ancora vivo se gli agenti che lo hanno arrestato non avessero
agito con sprezzante, criminale, beffarda negligenza.
Le
mani dietro la schiena di un ragazzo con un polmone perforato dal coltello
tradizionale dei sikh!
Lo sventurato aveva la colpa di essere bianco.
Il suo non è un episodio isolato, bensì
l’ennesima prova di uno schema sinistro che continua, nonostante l’aumento
degli attacchi violenti da parte della popolazione immigrata.
Dilaga
una disgustosa malafede:
c’è
che nega addirittura che il coltello sikh, il Kirwan portato “per difendere i
deboli, contrastare l’ingiustizia e simboleggiare il proprio impegno
spirituale”, sia pericoloso.
Uno
dei giornaloni del progressismo europeo, El Pais, ha titolato così: “L’estrema
destra di Farage fomenta l’odio nel Regno Unito dopo che un giovane è stato
accoltellato a morte da un uomo sikh”.
Ciò che l’aggressore e la polizia hanno fatto a Nowak
non è una notizia; lo è l’indignazione popolare e la legittima reazione di un
esponente politico.
Non
conta il fatto, ma la possibilità che fornisca argomenti alla famigerata
estrema destra, peraltro estranea alla storia liberalconservatrice di Nigel
Farage.
Suona
familiare;
è una
reazione consueta, il riflesso pavloviano dei progressisti, nemici del popolo
quando non si comporta secondo i loro dettami e insegnamenti.
È la linea delle autorità politiche, dei
media, della chiesa ufficiale, più preoccupate di gestire le conseguenze dei
propri atti che di metterli in discussione.
Nel
Regno Unito – continuiamo a chiamarlo così per abitudine – tutto iniziò con il
rapporto del 2014 sui fatti di Rotherham.
Per
oltre un decennio millequattrocento minorenni bianche di famiglie povere sono
state vittime di sfruttamento sessuale sistematico da parte di bande pakistane:
ragazzine
di tredici, quattordici anni, drogate, violentate e trasferite da una città
all’altra per essere sfruttate.
Alcune minacciate di essere bruciate vive,
moltissime brutalmente picchiate.
Il
fatto agghiacciante è che le autorità sapevano tutto, polizia, assistenti
sociali, amministratori comunali.
Rapporti
di altre città hanno tutti individuato lo stesso problema:
la paura delle ripercussioni politiche.
Millequattrocento
ragazzine abusate per decenni sotto gli occhi vigili delle autorità,
dell’affabile poliziotto britannico.
Era scandaloso continuare con l’insabbiamento,
la discriminazione nei confronti della popolazione locale e la censura.
Eppure
i governi non fecero nulla.
Poi
vennero i casi di Rochdale, Oxford, Telefori, Newcastle, con lo stesso schema:
ragazzine vulnerabili, autorità indifferenti o
complici, indagini ostacolate, insabbiamento.
Le
vittime, giovani vite bianche, non contavano nulla.
White livesi
dont mater.
Gli
scandali si accumulavano, ma il Regno, anziché agire, sviluppava sistemi
sofisticati per monitorare il discorso pubblico.
Nacque
il concetto di “episodi di odio non criminali” per permettere la registrazione
ufficiale di parole o comportamenti che non costituiscono reato.
L’energia mancata per proteggere le ragazze è
impiegata per sorvegliare le opinioni dei britannici.
Non
incitano all’odio o alla violenza, ma commettono il peccato capitale di essere
dissenzienti.
Non si
tratta neppure di infrazioni amministrative, ma di un cumulo di registrazioni
di polizia relative a condotte perfettamente legali, ritenute politicamente
scorrette.
Da
anni migliaia di sudditi di Sua Graziosa Maestà sono sorvegliati, registrati,
inseriti in vasti database senza aver commesso alcun reato. Basta il semplice
atto di esprimere un’opinione “eretica”.
Harry
Miller, ex poliziotto, fu fermato dopo aver pubblicato dei commenti
sull’identità di genere.
Non
c’era alcun reato, lo riconobbero gli stessi agenti.
Ciononostante,
ritennero necessario avvertirlo delle gravi conseguenze delle sue opinioni.
Il caso finì in tribunale, divenendo il
simbolo di una nuova mentalità:
la
polizia non si limitava più a perseguire i reati; aveva iniziato a monitorare i
pensieri.
La
giornalista Allison Pearson ebbe un’esperienza simile:
fu informata di essere indagata per un post.
Anche
nel suo caso, non c’era alcun reato chiaramente identificabile. L’indagine
venne archiviata, ma il sinistro messaggio di sorveglianza ideologica era
passato, nel paese che afferma di avere istituito la moderna democrazia.
In
Inghilterra la polizia ha eseguito oltre dodicimila arresti in un anno in base
alla legislazione sulle comunicazioni elettroniche.
Trenta
persone incarcerate ogni giorno per messaggi ritenuti offensivi. Una lezione
per il KGB sovietico, se esistesse ancora.
Nel
tempo le segnalazioni di reti organizzate di sfruttamento sessuale di minorenni
bianche si accumulavano.
A Oxford le condanne emesse dai tribunali con
colpevole ritardo hanno rivelato una realtà che le autorità avevano evitato di
affrontare per anni.
Quando occorreva perseguire crimini di
soggetti immigrati, le istituzioni erano paralizzate da un’infinita cautela.
Quando
si trattava di sorvegliare e punire parole o commenti dei sudditi britannici,
l’energia diventava inesauribile.
Nel
resto d’Europa vigono gli stessi comportamenti.
La volontà di non affrontare apertamente
alcuni aspetti delle ondate migratorie alimenta la sfiducia nei confronti dei
media e delle autorità. In Francia, il processo a Marine Le Pen per la
diffusione di immagini di atrocità islamiste è il simbolo dell’inversione delle
priorità.
Le vittime delle fotografie erano state
davvero assassinate, ma a finire in tribunale fu chi mostrò le immagini, non i
colpevoli delle efferatezze.
Il paradosso si ripete.
Ogni
nuovo scandalo rafforza il controllo su chi solleva il problema, non su chi lo
ha causato.
Ogni
crisi porta nuovi strumenti per soffocare il dibattito pubblico.
Il potere ha paura del giudizio della
cittadinanza, quindi ne reprime le espressioni.
Gli
eventi di Capodanno del 2015 a Colonia, in Germania, provocarono sconcerto.
Centinaia di donne denunciarono aggressioni
sessuali e rapine.
La notizia si diffuse più rapidamente
attraverso le reti sociali che attraverso gli organi di informazione
tradizionali.
Il
silenzio del femminismo non fu il segno di un imbarazzo – che pure ci fu – ma
dell’ordine di soffocare la giusta indignazione, bloccare il dibattito e
impedire ogni reazione popolare e legale.
Troncare
e sopire, il sistema del manzoniano “Conte Zio”, epitome del potere.
Il discorso pubblico si concentra su chi
denuncia determinati fenomeni, non sui fenomeni stessi.
Un’odiosa
censura che ha prodotto la vergogna di Stephen Ogilvie quasi decapitato a
Belfast e del povero Henry Nowak, ammanettato dalla polizia dopo essere stato
accoltellato, che muore a diciotto anni tra le beffe e i commenti indifferenti
degli agenti.
Il
caso, con l’aggressore che lancia accuse di razzismo e la vittima ammanettata
che muore dissanguata, sarebbe sembrato fino a poco tempo fa una macabra
parodia, una fantasia allucinatoria.
Invece
è il segno di politiche di odio contro la nostra gente.
Forse
comincia la ribellione, o almeno la consapevolezza.
Tardiva,
osteggiata da tutte le centrali di potere.
Ma se
il popolo si alza in piedi, c’è ancora speranza.
Tutte le vite hanno pari dignità, tutte vanno
difese.
Anche le nostre, bianchi impazziti odiatori di
noi stessi, malati di inclusione, buonismo, ingenuità, pecore che abbracciano i
lupi.
White live mater, le nostre vite contano.
Difendiamole
dai lupi, che almeno si presentano come tali, ma soprattutto dai loro complici
nell’economia, nella finanza, nella cultura, nella politica, nella chiesa.
(Roberto
Pecchioli).
«La
commedia dell’assurdo».
Inchiostronero.it
– Redazione Inchiostro nero – (14 -06 -2026) – ci dice:
La
diplomazia spettacolo trasforma la guerra in una narrazione surreale.
Tra
propaganda, smentite e dichiarazioni contraddittorie.
Il
Simplicissimus.
In un
clima internazionale sempre più dominato dalla comunicazione istantanea, le
dichiarazioni politiche sembrano assumere i tratti di una vera e propria
commedia dell’assurdo.
Annunci di pace seguiti da minacce di guerra,
accordi proclamati e subito smentiti, bombardamenti dichiarati conclusi mentre
continuano sul terreno:
il linguaggio del potere appare prigioniero di
una spirale di contraddizioni che confonde opinione pubblica e realtà dei
fatti.
Al
centro della scena c’è Donald Trump, protagonista di una narrazione in cui
diplomazia, propaganda e spettacolo si fondono fino a rendere indistinguibile
il confine tra verità e rappresentazione.
Sullo
sfondo, la crisi mediorientale continua a produrre tensioni e distruzione,
mentre una frase rivolta a Netanyahu finisce per rivelare, forse
involontariamente, una verità che la retorica ufficiale fatica sempre più a
nascondere:
il crescente isolamento internazionale di
Israele e l’usura della sua immagine presso una parte sempre più ampia
dell’opinione pubblica mondiale. (N.R.)
Il
teatrino è sempre aperto, l’atroce avanspettacolo continua.
Trump dovrebbe avere il premio Nobel non per
la pace che non si sogna nemmeno di perseguire, nemmeno quando sarebbe
costretto dalla realtà a farla, ma per la letteratura fantastica o il teatro
dell’assurdo.
In sole 48 ore è stato capace di dar vita a
una ridda di antinomie che potremmo condensare in questo raccapricciante
elenco:
Il
bombardamento è in corso. Il bombardamento è terminato.
L’accordo
è pronto. L’accordo è ben lungi dall’essere concluso.
Ecco
il testo dell’accordo. Nulla di tutto ciò è menzionato nel testo di alcun
accordo.
Il
petrolio scorre attraverso Hormuz. Non sta passando petrolio.
È
stato raggiunto un accordo sul testo dell’accordo di pace.
Circa
il 75% è stato approvato.
Il
bombardamento è sospeso. Il bombardamento è in corso.
C’è
anche chi si è preso il disturbo di contare tutte le volte che The Donald ha
annunciato la pace negli ultimi tre mesi:
39
volte e almeno altrettante ha annunciato la guerra e tutto questo senza tenere
nel minimo conto ciò che diceva l’Iran, nonostante Teheran smontasse tutte le
volte le versioni fornite dalla Casa Bianca agli americani e purtroppo anche a
tutti gli occidentali.
Ma in
questa densa e incessante produzione letteraria del “genere fantasy”, ha
trovato modo di dire anche una verità, quando ha urlato al signor Benjamin
Mileikowsky, alias Netanyahu
“Ora
tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per questo”, riferendosi alla decisione
del premier israeliano di colpire Beirut, anzi sarebbe meglio dire i condomini
di Beirut, certamente una grande minaccia militare per Tel Aviv.
Questo
è in realtà assolutamente vero.
In
passato, quando l’entità sionista compiva azioni impopolari, incassava i colpi
d’immagine e andava avanti, aiutata dai miliardari ebrei che avevano man mano
messo le mani sulla maggior parte dei media e intimidito i rimanenti.
Ma
adesso la realtà è diversa, nonostante i sionisti cerchino di acquisire sempre
più spazi di comunicazione (gli ultimi fatti salienti sono l’acquisto di TikTok
da parte di Larry Ellison, proprietario di Paramount, CNN, HBO, WARNERBROS, MTV
e la successiva acquisizione della CBS) chi ha meno di 60 anni si informa
altrove ed è stato colpito sia dai video Lego iraniani, sia dai paesaggi di
distruzione di Gaza o dalle clip di atrocità varie come quelle dei soldati
israeliani che si vantano di sparare ai bambini oppure di indossare le mutandine delle donne che
hanno ucciso. Di certo non saranno gli speaker delle tante Tele Mossad in giro
per l’Occidente, né le suadenti labbra delle “cannonate” dell’informazione
mainstream, a cambiare questa condanna che sta sempre più crescendo all’interno
delle nostre società.
Certo
bisognerebbe impedire che questo si trasformi in una nuova ondata di
antisemitismo se non fosse che proprio questa è la strada intrapresa dall’
informazione ufficiale e dai governi, compreso il nostro, ovvero quella di
considerare qualsiasi critica agli orrori prodotti dal sionismo negli ultimi
anni come antisemitismo tout court, esattamente ciò che si vorrebbe evitare.
Il
retro pensiero sarebbe che l’antisemitismo è un tabù troppo grande per essere
violato.
E
forse lo sarebbe se non ci trovassimo di fronte a una Israele che fa della
politica di pulizia etnica il fulcro dei suoi modus operandi e anche dei suoi
sogni.
Quindi,
come sta succedendo per altri tabù usati per imporre valletti della grande
finanza ai vertici dei Paesi europei, anche questo protocollo inviolabile,
finirà per usurarsi.
E a tale proposito, sui tradimenti che propone
la storia, la sinistra dovrebbe leggere attentamente i romanzi di Annie Renaud,
come fossero guide pratiche al rinsavimento.
Ma,
come si dice, Dio rende pazzo chi vuole perdere.
E di
una cosa possiamo essere sicuri: che a cominciare dall’inquilino della Casa
Bianca, fino all’ultima pescivendola dei mercati rionali elevata al rango di
governo, abbiamo una lunga serie di perdenti che ancora non hanno capito di
esserlo.
(Redazione
inchiostro nero).
«Abbiamo
svuotato il cielo. Ora vogliamo riempirlo di UFO?»
Inchiostronero.it
- Redazione Inchiostro nero – (13 – 06 – 2026) – ci dice:
Dopo
la morte di Dio, il tramonto dei miti e la crisi delle grandi narrazioni,
l’Occidente continua a cercare nel cielo ciò che non riesce più a trovare sulla
terra.
Anche
nell’epoca della tecnica, l’uomo non smette di cercare ciò che lo supera.
NOTA
REDAZIONALE.
L’idea
di questo articolo nasce dall’interesse suscitato da “Disclosure Day”, l’ultimo
film di “Steven Spielberg”, e dalle riflessioni che il tema della “rivelazione”
extraterrestre continua a generare nell’immaginario contemporaneo.
Più
che interrogarsi sull’esistenza degli UFO, questo saggio esplora una questione
più profonda:
perché
una civiltà che ha progressivamente abbandonato i propri miti, i propri simboli
e le proprie certezze trascendenti continui a rivolgere lo sguardo verso il
cielo in cerca di nuove presenze.
Tra
filosofia, storia delle idee e antropologia del sacro, il fenomeno
extraterrestre diventa così l’occasione per riflettere sul persistente bisogno
umano di significato in un’epoca che si definisce razionale, tecnologica e
disincantata.
Un
cielo che un tempo era abitato.
Per
gran parte della sua storia l’uomo non ha mai guardato il cielo come guarda
oggi.
Ciò che per noi è uno spazio fisico,
misurabile e potenzialmente esplorabile, per le civiltà antiche era anzitutto
un luogo di presenza.
Il firmamento non era vuoto.
Era popolato.
Le
stelle, i pianeti, le costellazioni e i fenomeni celesti non apparivano come
semplici oggetti naturali, ma come manifestazioni di una realtà più profonda.
Alzare gli occhi verso la volta notturna
significava contemplare un ordine che trascendeva l’esistenza individuale.
Nel
cielo si leggevano i segni del destino, la volontà degli dèi, il ritmo stesso
del cosmo.
Per i
Mesopotamici il moto degli astri era una scrittura divina;
per
gli Egizi il sole era la barca di Ra che attraversava quotidianamente il mondo
visibile e quello invisibile;
per i
Greci il cielo era la dimora degli immortali.
Persino
laddove le tradizioni religiose differivano profondamente, rimaneva costante
una convinzione:
sopra
la testa degli uomini non si estendeva un deserto cosmico, ma una regione
carica di significato.
Il
filosofo greco Aristotele osservava che tutti gli uomini, per natura,
desiderano conoscere.
Ma
questa conoscenza non nasceva soltanto dall’osservazione delle cose vicine.
Nasceva anche dallo stupore suscitato da ciò
che appariva lontano e misterioso.
Nella Metafisica scriveva che gli uomini
cominciarono a filosofare
«a
causa della meraviglia».
Quella
meraviglia aveva spesso il volto del cielo.
Le
grandi religioni monoteistiche conservarono questo carattere simbolico.
Cambiarono
gli dèi, ma non cambiò il significato della volta celeste.
Il
cielo divenne il luogo della trascendenza, il regno degli angeli, la sede del
giudizio e della salvezza.
Per
secoli milioni di uomini hanno rivolto lo sguardo verso l’alto non per cercare
altri mondi, ma per cercare un senso.
Non è
un caso che il filosofo Immanuel Kant, alle soglie della modernità, confessasse
di sentirsi sopraffatto da due realtà:
«Il
cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me».
In
quella celebre frase il firmamento non è ancora un insieme di corpi celesti.
È
qualcosa che richiama l’uomo a una dimensione superiore, un segno che rimanda
oltre sé stesso.
Le
civiltà tradizionali vivevano immerse in questa rete di corrispondenze. Il
cosmo non era separato dall’esistenza umana.
Ogni
stella, ogni eclissi, ogni cometa poteva essere interpretata come un messaggio.
L’universo non era muto. Parlava.
Oggi
questa visione può apparire ingenua.
Eppure
essa custodiva una certezza che il mondo contemporaneo ha progressivamente
smarrito:
la
convinzione che l’uomo abitasse un universo dotato di significato. Prima ancora
di essere una questione religiosa, era una questione esistenziale.
Il
cielo non serviva a spiegare come funzionasse il mondo.
Serviva
a spiegare perché il mondo esistesse e quale fosse il posto dell’uomo al suo
interno.
Per
millenni, dunque, il firmamento fu molto più di uno scenario naturale.
Fu una
dimora del senso.
E quando gli uomini guardavano verso le
stelle, non cercavano soltanto ciò che si trovava lassù.
Cercavano
una risposta a ciò che si agitava dentro di loro.
La
grande opera di svuotamento.
(Galileo
Galilei che mostra l’uso del cannocchiale al Doge di Venezia, affresco di
Giuseppe Bertini).
Per
millenni il cielo aveva custodito dèi, angeli, presenze e significati.
Poi qualcosa cambiò. Non avvenne in un giorno
né per opera di un singolo pensatore.
Fu un
processo lungo secoli, una trasformazione lenta ma radicale che modificò il
modo stesso in cui l’uomo guardava il mondo.
La
rivoluzione scientifica segnò una svolta decisiva.
Quando Galileo puntò il cannocchiale verso il cielo,
non vide il regno perfetto immaginato dalla tradizione aristotelica.
Vide
montagne sulla Luna, macchie sul Sole, irregolarità che rendevano il cosmo meno
sacro e più simile alla Terra.
L’universo cessava di essere un simbolo e
diventava un oggetto d’indagine.
Iniziò
una trasformazione destinata a cambiare il rapporto dell’uomo con il cosmo.
«La
filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto
innanzi agli occhi, io dico l’universo»,
scriveva
nel Saggiatore.
L’universo
cessava di essere una gerarchia di simboli e diventava un testo da decifrare.
Con “Newton”
il cambiamento si approfondì ulteriormente.
Lo
stesso insieme di leggi che faceva cadere una mela spiegava il movimento dei
pianeti.
Il cielo e la terra, fino ad allora distinti
sul piano simbolico e metafisico, venivano unificati all’interno di un unico
sistema governato da principi matematici.
L’universo appariva sempre più come una
macchina perfettamente ordinata.
L’Illuminismo
portò a compimento questa trasformazione.
La ragione divenne il principale strumento di
conoscenza e il mistero iniziò a essere percepito come un territorio da
conquistare.
La domanda non era più quale significato si
celasse dietro i fenomeni, ma quale meccanismo li producesse.
Il mondo perdeva profondità simbolica mentre
acquistava precisione descrittiva.
Fu
però nell’Ottocento che questa evoluzione raggiunse il suo punto più
drammatico.
«Dio è
morto. Dio resta morto. E noi lo abbiamo ucciso»,
scrisse
Friedrich Nietzsche ne “La gaia scienza”. Non era una dichiarazione ateistica
nel senso comune del termine.
Nietzsche
stava descrivendo la crisi dell’intero orizzonte spirituale dell’Occidente.
Le antiche certezze non erano più credibili,
ma nulla sembrava ancora in grado di sostituirle.
Pochi
anni dopo” Max Weber” avrebbe definito questo processo Entzauberung der Welt,
il disincanto del mondo.
L’universo non era più abitato da forze
misteriose, spiriti o significati nascosti.
Tutto,
almeno in linea di principio, appariva spiegabile attraverso il calcolo, la
scienza e la tecnica.
L’uomo
moderno guadagnava una conoscenza senza precedenti, ma pagava un prezzo.
Il
cielo continuava a essere popolato di stelle, ma non più di presenze.
Le
costellazioni restavano al loro posto, ma avevano smesso di raccontare storie.
L’universo
diventava immensamente più vasto e, nello stesso tempo, infinitamente più
silenzioso.
Per la
prima volta nella storia, l’uomo si trovò davanti a un cosmo che sembrava non
avere nulla da dirgli.
Quando
il mito cambia linguaggio.
Le
grandi trasformazioni culturali raramente cancellano ciò che le ha precedute.
Più
spesso ne modificano il linguaggio.
Le domande restano, cambiano le risposte.
I
bisogni sopravvivono, mutano le immagini attraverso cui vengono espressi.
L’uomo
contemporaneo ama definirsi razionale, scientifico, disincantato.
Eppure
continua a essere attratto dal mistero.
La differenza è che il mistero non indossa più
le vesti di un tempo.
Là dove un tempo apparivano santi, angeli e
prodigi, oggi compaiono astronavi, civiltà extraterrestri e tecnologie
incomprensibili.
Lo
scrittore inglese “Arthur C. Clarke” formulò una delle intuizioni più celebri
del Novecento:
«Qualunque
tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia».
In
questa frase è racchiusa gran parte dell’immaginario contemporaneo. Ciò che nel
passato sarebbe stato interpretato come soprannaturale oggi viene tradotto nel
linguaggio della tecnica.
Anche
la figura del messaggero celeste sembra aver cambiato volto.
Per
secoli l’angelo è stato il tramite tra il mondo umano e una realtà superiore.
Portava
annunci, avvertimenti, promesse.
Nella
cultura contemporanea, almeno in alcune sue manifestazioni, questo ruolo appare
talvolta occupato dall’extraterrestre:
un
essere proveniente dall’alto, dotato di conoscenze superiori e capace di
rivelare all’umanità verità sconosciute.
Non si
tratta di affermare che gli UFO siano una religione.
Sarebbe una semplificazione.
È però difficile non notare alcune analogie
simboliche.
Come
nelle tradizioni religiose esistono i profeti, così nel mondo ufologico
esistono testimoni privilegiati e divulgatori.
Come
esistono rivelazioni sacre, così si attende la disclosure, la grande
rivelazione destinata a cambiare per sempre la comprensione del nostro posto
nell’universo.
Lo
storico delle religioni “Mircea Eliade” osservava che
«il
sacro è un elemento della struttura della coscienza e non un momento della
storia della coscienza».
Se
Eliade aveva ragione, il bisogno di trascendenza non può essere eliminato.
Può soltanto assumere forme nuove.
In
questa prospettiva il fenomeno UFO diventa interessante anche indipendentemente
dalla sua realtà fisica.
Prima ancora di essere un problema per
astronomi, militari o scienziati, esso appare come uno specchio culturale.
Rivela
desideri, paure e speranze di una civiltà che ha smesso di credere a molte
delle proprie antiche narrazioni, senza però rinunciare alla necessità di una
narrazione.
Fu
proprio “Carl Gustav Jung” a suggerire, nel suo saggio sui dischi volanti, che
questi ultimi dovessero essere letti anche come simboli.
Non semplicemente oggetti osservati nel cielo,
ma immagini nelle quali una società proietta le proprie inquietudini e le
proprie attese.
Forse
è per questo che il tema continua a esercitare un fascino così persistente.
Gli UFO non promettono soltanto una risposta
alla domanda se siamo soli nell’universo.
Offrono qualcosa di più antico e più profondo:
la possibilità che il cielo, dopo essere stato
svuotato dagli dèi, non sia ancora completamente vuoto.
Carl
Gustav Jung e i dischi volanti.
Tra i
molti studiosi che si sono occupati del fenomeno UFO, Carl Gustav Jung occupa
un posto particolare.
A
differenza degli appassionati di ufologia e degli scettici militanti, il grande
psichiatra svizzero non si interrogò anzitutto sulla natura fisica dei presunti
avvistamenti.
La domanda che lo interessava era un’altra:
perché
milioni di persone sembrano così disposte a credere che qualcosa proveniente
dal cielo stia cercando di comunicare con noi?
Nel
1958 pubblicò” Un mito moderno”.
“Le
cose che si vedono in cielo”, un’opera che ancora oggi conserva una
sorprendente attualità.
Jung
non negava che alcuni fenomeni potessero avere una base reale, ma riteneva che
la loro straordinaria diffusione culturale dovesse essere compresa anche sul
piano simbolico.
Gli UFO, sosteneva, stavano assumendo la
funzione di un mito moderno.
Alla
base della sua riflessione vi era la teoria dell’inconscio collettivo. Secondo
Jung, la psiche umana non è composta soltanto da esperienze individuali, ma
conserva immagini e schemi simbolici condivisi dall’intera umanità.
Questi
archetipi riemergono continuamente sotto forme diverse, adattandosi alle
condizioni storiche e culturali di ogni epoca.
Gli
UFO sarebbero uno di questi fenomeni.
In una
civiltà sempre più dominata dalla tecnica e dalla razionalità, l’antico bisogno
di trascendenza troverebbe nuove modalità di espressione.
«Gli
archetipi sono sistemi viventi di reazioni e attitudini»,
scriveva
Jung, capaci di riaffiorare quando una società attraversa momenti di incertezza
e trasformazione.
Non è
difficile comprendere il contesto in cui maturò questa interpretazione.
Gli
anni della Guerra Fredda erano segnati dalla minaccia nucleare, dall’angoscia
collettiva e dalla sensazione che il destino dell’umanità fosse sfuggito al
controllo degli individui.
In
quel clima, le immagini provenienti dal cielo potevano assumere un significato
che andava ben oltre il loro eventuale contenuto materiale.
Le
società, infatti, non cessano mai di produrre simboli.
Quando una figura perde la propria forza
evocativa, un’altra tende a prenderne il posto.
Il bisogno di rappresentare ciò che supera
l’esperienza quotidiana rimane costante.
Cambiano i nomi, cambiano le immagini, ma la
funzione resta sorprendentemente simile.
Per
Jung, dunque, gli UFO non erano soltanto oggetti misteriosi.
Erano
il segnale di qualcosa che si muoveva nelle profondità dell’immaginario
contemporaneo.
Più che parlarci di eventuali civiltà
extraterrestri, essi sembravano raccontare la persistente difficoltà dell’uomo
moderno ad accettare un universo completamente privo di significato.
In questo senso, i dischi volanti non
apparivano come visitatori dello spazio, ma come nuove figure del sacro sorte
all’orizzonte di un mondo che credeva di aver superato il bisogno del mito.
Le
nuove religioni dell’era tecnologica.
Se il
cielo tradizionale si è progressivamente svuotato di dèi, angeli e presenze,
non per questo è venuto meno il bisogno umano di sperare in qualcosa che
trascenda i limiti della condizione presente.
La modernità ha indebolito molte credenze, ma
non ha eliminato l’attesa.
Ha
semplicemente cambiato il linguaggio attraverso cui essa si manifesta.
L’ufologia
rappresenta uno degli esempi più evidenti di questo fenomeno, ma non è l’unico.
Negli ultimi decenni sono emerse nuove
narrazioni che attribuiscono alla tecnologia un ruolo quasi salvifico.
Il transumanesimo promette di liberare l’uomo
dalla malattia, dall’invecchiamento e perfino dalla morte.
Alcuni
teorici dell’intelligenza artificiale immaginano l’avvento di una
superintelligenza capace di risolvere problemi che oggi appaiono insolubili.
Altri
ancora attendono una trasformazione radicale della civiltà prodotta
dall’accelerazione tecnologica.
Dietro
queste prospettive si intravede una struttura sorprendentemente familiare.
Esiste
una promessa di redenzione, esiste un futuro atteso come momento decisivo e,
soprattutto, esiste la convinzione che una forza superiore possa intervenire a
correggere i limiti dell’uomo.
Cambiano
le parole, ma il meccanismo simbolico ricorda quello delle antiche attese
religiose.
Lo
storico delle idee Eric Voegele definì questo processo
«immanentizzazione
dell’escatologia»:
il
tentativo di trasferire nella storia terrena speranze che un tempo
appartenevano alla sfera della trascendenza.
Il paradiso non viene abolito; viene spostato
nel futuro.
In
questo senso, l’aspettativa di un contatto extraterrestre, la fiducia nella
superintelligenza artificiale o il sogno transumanista possono essere letti
come differenti versioni di una medesima aspirazione.
Non necessariamente come illusioni, ma come
espressioni di un bisogno antico.
Ernst
Bloch, uno dei maggiori filosofi della speranza, ricordava che
«l’uomo
vive proiettato verso ciò che non è ancora».
L’essere
umano è una creatura orientata verso il domani. Ha sempre immaginato un evento
capace di riscattare le insufficienze del presente.
Anche “Gilbert
Keith Chesterton” colse un aspetto essenziale della questione quando scrisse:
«Quando
gli uomini smettono di credere in Dio, non è vero che non credono più a nulla.
Credono a qualsiasi cosa».
Al di
là del tono polemico, la frase evidenzia un fatto storico: il bisogno di
credere non scompare automaticamente con il declino delle religioni
tradizionali. Tende piuttosto a cercare nuovi oggetti su cui investire le
proprie speranze.
È qui
che la riflessione assume un carattere più profondo. Mentre il transumanesimo
promette di superare la morte e l’intelligenza artificiale viene talvolta
presentata come una futura intelligenza superiore, riaffiora una domanda che la
modernità non è mai riuscita a cancellare.
«Ormai
solo un Dio ci può salvare»,
osservava
“Martin Heidegger” negli ultimi anni della sua vita. Non era una professione di
fede, ma il riconoscimento dei limiti di una civiltà che aveva affidato ogni
speranza alla tecnica.
Forse
il punto non è stabilire se questo Dio avrà il volto di una divinità, di un
extraterrestre o di una macchina.
Il punto è comprendere perché l’uomo continui
a sentirne il bisogno. Dietro le nuove mitologie tecnologiche sembra infatti
riemergere la stessa domanda che attraversa la storia umana da millenni:
chi, o
che cosa, verrà a salvarci da noi stessi?
Forse
non stiamo cercando alieni.
Alla
fine di questo percorso, la questione decisiva non sembra più essere
l’esistenza o meno degli UFO.
Naturalmente la domanda conserva il suo
fascino.
Siamo
soli nell’universo?
Esistono
altre forme di intelligenza?
Sono
interrogativi legittimi e probabilmente destinati ad accompagnarci ancora a
lungo.
Eppure,
osservando il fenomeno nel suo insieme, emerge un dubbio diverso e forse più
profondo.
Forse
non stiamo cercando soltanto alieni.
Dall’antichità
fino ai nostri giorni, l’uomo ha continuato a rivolgere lo sguardo verso il
cielo.
Sono cambiate le mappe cosmologiche, sono
cambiate le credenze religiose, sono cambiate le conoscenze scientifiche.
Ma è rimasto quasi immutato il bisogno di
trovare oltre l’orizzonte qualcosa che conferisca significato all’esistenza.
“Blaise
Pascal” scriveva:
«L’uomo
supera infinitamente l’uomo».
In
questa formula è racchiusa una delle verità più persistenti della condizione
umana.
L’essere umano non coincide mai completamente
con ciò che è.
Avverte
sempre una mancanza, una distanza, una tensione verso qualcosa che lo
trascende.
Per
questo motivo nessuna spiegazione puramente materiale sembra riuscire a
soddisfarlo del tutto.
La
modernità ha conquistato una comprensione dell’universo che sarebbe apparsa
miracolosa alle generazioni precedenti.
Abbiamo
misurato le galassie, esplorato i pianeti, decifrato il linguaggio della
materia.
Eppure,
come osservava “Albert Einstein”,
«la
cosa più bella che possiamo provare è il senso del mistero».
Il
progresso della conoscenza non ha eliminato la domanda di significato.
In
alcuni casi l’ha persino resa più urgente.
È
possibile che il cielo continui a esercitare il suo fascino proprio perché vi
proiettiamo ciò che ci manca.
Un
tempo vi collocavamo dèi e angeli.
Oggi vi immaginiamo civiltà extraterrestri,
intelligenze superiori o forme di vita capaci di possedere risposte che noi non
abbiamo.
In
entrambi i casi, il firmamento funziona come uno specchio.
Non
riflette soltanto ciò che potrebbe esistere là fuori.
Riflette soprattutto ciò che sentiamo mancare
qui dentro.
Per
questo gli UFO rappresentano un fenomeno culturale così interessante.
Essi
sembrano collocarsi al confine tra scienza, immaginazione, speranza e
nostalgia.
Più che testimoniare la presenza di altre
civiltà, raccontano il persistente desiderio umano di non essere soli, non
soltanto nell’universo, ma anche nel significato.
«Quando
gli uomini smettono di credere agli dèi, non smettono di cercare il cielo.
Cambiano soltanto il nome di ciò che vi abitano.»
Forse
questa frase riassume l’intera vicenda della modernità.
Abbiamo svuotato il cielo delle sue antiche
presenze, ma non abbiamo smesso di guardarlo.
Continuiamo a scrutarlo con telescopi sempre
più potenti, con sonde sempre più sofisticate e con la stessa inquietudine che
accompagnava i nostri antenati.
La
domanda finale, allora, non è se gli UFO ci parlino dell’universo.
La domanda è se, attraverso di essi, non
stiamo ancora una volta cercando di comprendere qualcosa di essenziale su noi
stessi.
Perché, forse, ogni volta che guardiamo il
cielo in cerca di una presenza, stiamo in realtà interrogando il mistero
dell’uomo.
(La
Redazione inchiostro nero).
Scie
Chimiche, Rosario Marcianò svela l’inganno dietro al DDL CIELI BLU: “Serve a
regolamentare e legalizzare le operazioni clandestine di geoingegneria militare.”
Comedonchisciotte.org
- Redazione CDC – (15 Giugno 2026) - Rosario Marcianò – ci dice:
Eccomi
qua, questa è la prima diretta su Facebook almeno da diversi anni. Ho ritenuto
necessario farla, per quanto cercherò di essere breve, anche perché ho alcuni
impegni che mi aspettano.
Allora,
devo chiarire alcune cose.
Come
ho scritto nella descrizione, ci sono alcuni soggetti che, non so se in buona
fede o in cattiva fede, questo è tutto da capire, eccepiscono che io non abbia
fatto assolutamente niente.
Sono
passati ventuno anni e non penso di non aver sacrificato buona parte della mia
esistenza per la causa, per cui mi ritengo offeso in quanto, in coscienza,
credo di aver dato tutto quello che potevo dare nel range delle mie competenze
e delle mie possibilità.
Non si può dire che non le abbia provate
tutte.
Ora,
la differenza tra il fare e il non fare è molto sottile, perché io potrei
inventarmi qualsiasi iniziativa, pur sapendo che questa iniziativa potrebbe non
avere dei risultati o potrebbe essere addirittura controproducente.
Per
cui, è chiaro che, in base alle valutazioni che ho potuto fare in questi
ventuno anni, ritengo che carte da giocare ormai non ce ne siano più tante,
perché le abbiamo provate tutte e soprattutto da un punto di vista personale,
sia mio fratello che io, abbiamo pagato in prima persona il fatto di esserci
esposti.
Ora,
quello che dovrebbe far ragionare altri che evidentemente non usano la materia
grigia è che se il sistema, se lo Stato, se quello che io definisco “il
regime”, è intervenuto in maniera pesante, pesantissima nei miei confronti:
ho subito due condanne penali definitive che
ritengo infondate, ingiuste, sono quindi stato condannato da innocente al
carcere senza il beneficio di legge della sospensione della sentenza.
Per
cui ho scontato 12 mesi, anzi 11, per via dello sconto che si fa in affidamento
ai servizi sociali, ho lavorato gratis, mi sono dato da fare, nel senso che chi
mi ha dato il lavoro ha considerato le mie prestazioni di alto livello, non ci
sono state lamentele e il rapporto che è stato fatto al Tribunale di
sorveglianza è ottimo.
Contemporaneamente,
però, benché il “procedimento Cereda” fosse andato prescritto da tre mesi, la
Cassazione ha deciso ugualmente di condannarmi ad altri 16 mesi di reclusione,
basando tutto sulle dichiarazioni non veritiere della parte lesa che io avevo
già querelato nel 2014, e che presentando una querela, come lite temeraria nel
2023, ha fatto sì che, guarda caso, come sempre accade quando io querelo
qualcuno per legittimi motivi, guarda caso sono stato processato e condannato
senza lo straccio di una prova e anzi il Tribunale e anche la Cassazione si
sono rifiutati di accogliere la richiesta di fare una verifica degli indirizzi
IP, perché nel periodo contestato io ero bloccato su Facebook e non potevo
scrivere, per cui le dichiarazioni della parte lese sicuramente si basavano su
invenzioni.
La Magistratura non mi ha voluto dare retta,
ma non perché io sia antipatico o perché io sia inattendibile in quanto le
prove le ho portate, ma non sono state prese in considerazione.
No,
perché dietro queste operazioni c’è lo Stato, ci sono altri dirigenti che hanno
deciso di farmi fuori e ci stanno provando in mille modi, perché io ho altri
procedimenti in corso e rischio effettivamente di passare il resto della mia
esistenza in carcere.
Questo
da innocente.
Questo perché io sono l’unico in Italia che ha
dichiarato e che ha scoperto e ha divulgato, così come aveva fatto “Franco
Caddeo”, ricercatore che mi precedette e che è scomparso in circostanze
misteriose, se non erro, nel 2010, sono l’unico che ha dimostrato, prove alla
mano, che
nelle operazioni di geo-ingegneria clandestina sono coinvolti i velivoli
commerciali, quindi le compagnie aeree per il trasporto merci e passeggeri, i
militari, nella fattispecie per quanto riguarda l’Italia l’aeronautica militare
italiana, che infatti prevede le innocue velature con un buon anticipo di 2-3
giorni, le innocue velature sarebbero le scie chimiche, ogni previsione viene
fatta in arrivo di una perturbazione.
Il
meteo è gestito dall’aeronautica militare, che poi rilascia le veline a tutti i
meteorologi civili d’Italia.
Ricordo
che non c’è una laurea in meteorologia, quindi tutti i meteorologi che esistono
sono da definirsi meteorologi d’accatto, che riprendono le veline
dell’aeronautica militare e le riportano pari, pari , quindi se c’è in arrivo
una perturbazione, si coordina l’azione di inseminazione igroscopica delle nubi
basse, in modo tale da inibire le precipitazioni piovose che sono previste, o
in modo tale da deviare la perturbazione, oppure quando la perturbazione è
troppo ampia, troppo vasta, le nuvole, quelle alte, in cumulo nembi, vengono
inquinati con materiali come la magnetite e il ferro, che sono stati
effettivamente ritrovati nelle analisi che abbiamo condotto.
Ci
sono tanti in questi mesi, specialmente durante gli episodi che hanno
riguardato le vicende tristi di “Enrico Gianini”, che hanno dichiarato che le
analisi sono state condotte da “Enrico”, quelle che abbiamo condotto noi in
Francia, presso il laboratorio analitica, che in realtà Enrico è l’unica
persona che ha condotto queste analisi ed è l’unica persona che ha parlato di
scie chimiche in Italia.
Buona
parte di queste informazioni non sono corrette, perché bisogna precisare che
Enrico è entrato in gioco attorno al 2016-2017, quando mio fratello ed io
abbiamo iniziato a informare sulla questione nel 2005, abbiamo iniziato a
condurre analisi di laboratorio fin dal 2007, abbiamo condotto analisi
certificate tra il 2013 e il 2017 presso il laboratorio analitica in Francia,
dal Dott. Tallir, ormai purtroppo scomparso, abbiamo dimostrato che i polimeri
di ricaduta non sono tele di ragno, ma sono dovuti alla polimerizzazione dei
carburanti avio, abbiamo dimostrato, insieme anche con la scienziata delle nubi
svizzera Ulrike Lehman, che i carburanti per aviazione contengono ben 16
metalli, oltre al carbonato di calcio, che è anch’esso idroscopico.
Abbiamo
pubblicato i risultati già nel 2013 fino al 2018, quindi quando personaggi
vari, non faccio nomi, dicono che non ci sono prove, che non sono mai state condotte
analisi, che colui che dice che viene ritrovato il bario è un ciarlatano,
riferendosi al sottoscritto, questi personaggi mentono, oppure non sanno, nella
migliore delle ipotesi.
Ora,
sei anni fa più o meno, quando sono stato condannato per aver reperito
fotografie che dimostrano che una delle vittime del “Bataclan” non era morta,
sono stato messo a tacere con una veloce condanna scaturita da un processo non
valido, nullo, perché violava l’articolo 415 bis del codice di procedura
penale, sono comparse sulla rete alcune persone che hanno iniziato a condurre
delle informazioni, a produrre delle informazioni, anche con la collaborazione
di vari media, delle informazioni scorrette, perché, e ne ho avuto ancora la
conferma ieri, il loro disegno è quello della sostituzione, sostituire il sottoscritto, mandare
nell’oblio tutte le informazioni corrette che sono state divulgate da me e mio
fratello con il comitato “Tanker Enemi”, in relazione appunto al fatto che
queste operazioni di geo-ingegneria non sono volte al contrasto al
riscaldamento climatico, non sono il cloud seeding, ma sono operazioni
idroscopiche di ottimizzazione dell’atmosfera per far funzionare bene i loro
maledetti radar, i loro satelliti e i loro droni.
Sono
operazioni militari, coordinate in Italia dall’aeronautica militare italiana,
coordinate all’estero dalle varie aeronautiche dei rispettivi paesi.
Quindi, quando ci sono persone che vi parlano
di operazioni nelle quali sarebbero coinvolti personaggi che vogliono
contrastare il riscaldamento climatico perché ci sono i brevetti e che fanno
cloud seeding perché fanno piovere, vi stanno raccontando solo una parte della
verità.
Vi
stanno raccontando una parte della verità escludendo completamente e
volutamente le vere motivazioni, i veri responsabili che sono i militari e i
veri operatori che sono i vettori civili perché in questo modo occultano la
verità e coprono le responsabilità dei veri autori e gestori di queste
operazioni.
Vedi
la proposta di legge di” DL Cieli blu”:
serve
a regolamentare e legalizzare le operazioni clandestine di geo-ingegneria
militare.
Non
sono operazioni di geo-ingegneria basate su ricerche scientifiche in relazione
a un supposto cambiamento climatico.
Il
cloud seeding fa parte di un tipo di geo-ingegneria volto a produrre
precipitazioni piovose che è già regolamentato dalla legge 36/94, quindi non ci
sono regole da scrivere.
IL VIDEO ESPLICATIVO “L’INGANNO DIETRO AL DDL
CIELI BLU”.
Semmai
ci sono regole tali che debbano alla fine impedire queste operazioni, ma da
quello che ho sentito ieri, le reali intenzioni sono quelle di occultare la questione
relativa alle scie chimiche e di portare all’attenzione del pubblico
un’informazione completamente falsa.
Quando
mi si viene a dire che io non ho fatto abbastanza, che non ho fatto proposte,
sappiate che quando ho osato fare delle proposte mi sono ritrovato alla Polizia
Postale a casa.
Mi sono ritrovato con un provvedimento da parte del
prefetto basato sulla legge antiterrorismo e con un’accusa di istigazione a
delinquere dalla quale sono uscito solo dopo due anni e con la quale ho
rischiato l’arresto.
Io non
sono più nelle condizioni di dire tutto quello che ho intenzione di dire e già
sto dicendo abbastanza perché, come ripeto, sono in attesa di un mandato di
carcerazione per altri 16 mesi di galera che mi sono stati combinati
illegalmente dalla Corte di Cassazione di Roma a procedimento prescritto e
senza lo straccio di una prova.
Quindi
ritengo che chi scrive che io sto lucrando sulla questione dopo che ho speso
oltre 80.000 euro per difendermi inutilmente perché questi 19 processi in 15
anni sono andati tutti male, mi offende, perché io non ci sto lucrando, io ci
sto perdendo.
Io ho
perso tutta la mia libertà, ho perso la serenità, non ho più la possibilità di
fare progetti per il futuro perché il mio futuro è dietro le sbarre.
Spero
di essere stato finalmente chiaro.
Fate girare questo video, ringrazio coloro che
mi hanno sostenuto e chiaramente non saluto assolutamente con rispetto e
affetto le persone che fino ad ora hanno pensato solo di giudicarmi senza
conoscere assolutamente niente di quello che ho fatto e della mia vita.
(Rosario
Marcianò).
La
Sicilia si conferma una terra
colonizzata da Israele: il
“Mangia” di Brucoli è zona rossa.
Comedonchisciotte.org
- Redazione CDC - Manuele Bonaccorsi e Madi Ferrucci, Invicta Palestina-
Il 15
Giugno 2026 – ci dicono:
Si
confermano i timori che avevamo, l’area è interamente sorvegliata e viene
controllato anche il transito dei veicoli su strada.
Attorno
alla struttura cresce la militarizzazione causata dai sionisti e avallata dai
loro complici del governo italiano.
L’ingresso
della struttura è presidiato dalla Polizia di Stato e ogni tentativo di
dissenso della società civile viene soffocato ancor prima di nascere.
Stamattina
4 di noi sono stati fermati, controllati e identificati mentre con una macchina
transitavano lungo una strada pubblica da zelanti tutori dell’ordine pubblico,
subito dopo il passaggio di numerosi pullman con a bordo i turisti israeliani
della compagnia Ashram in vacanza premio.
Il
colosso immobiliare Ashram è coinvolto in pesanti violazioni del diritto
internazionale e dei diritti umani per i suoi insediamenti illegali nei
territori della Palestina Occupata, per questo è nella black list delle Nazioni
Unite.
Per la
seconda volta in pochi giorni a Brucoli, e dopo il caso in Sardegna, la
medesima azienda “Mangia resort2 si conferma al servizio di chi ha commesso
crimini di guerra.
Sappiamo
che il Diritto Internazionale prevede precisi obblighi, non solo per gli Stati,
ma anche per gli individui e per i soggetti privati, tra cui i doveri di non
cooperazione, non favoreggiamento e non complicità rispetto a crimini
internazionali gravi.
La
neutralità che si potrebbe attribuire a un’attività alberghiera viene meno
quando l’ospitalità rischia di contribuire – anche indirettamente –
all’elusione della giustizia, alla legittimazione pubblica o alla impunità di
soggetti coinvolti in gravi violazioni del Diritto Internazionale.
Chi si rende complice andrà incontro a varie
forme di denuncia e boicottaggio.
Il
turismo di lusso non può diventare il salvacondotto attraverso il quale il
capitale internazionale della generazione Epstein si insedia nei territori e
compra e calpesta i diritti di chi li abita.
Basta
alle risorse pubbliche usate per tutelare complici di un genocidio.
La
Sicilia, come la Sardegna e la Puglia non sono e non saranno mai colonie
sioniste.
Catanesi
per la Palestina.
Ennesimo
episodio dell’invasione di “turisti” israeliani nei luoghi più suggestivi del
nostro paese.
Stavolta
non si tratta di soldati in gita premio per riposarsi dalle fatiche del
genocidio di Gaza, ma di un nutrito gruppo di manager e dipendenti dell’azienda
israeliana Ashram, con sede a Tel Aviv, che avrebbero prenotato addirittura
l’intero resort.
Ora va
detto che “Ashram Group” è una delle più grandi aziende israeliane operanti nei
settori dell’edilizia, delle infrastrutture e dell’immobiliare, che gestisce
grandi progetti residenziali e commerciali sia sul territorio nazionale che a
livello globale.
Ma
soprattutto va ricordato che, nel 2020, l’Alto commissariato delle Nazioni
Unite per i diritti umani (OHCHR) ha incluso Ashram Group (insieme alle sue
controllate Ashram Industries e Ashram Propertius) nel database ufficiale delle
imprese commerciali operanti negli insediamenti israeliani ritenuti illegali
secondo il diritto internazionale.
Il
report ha evidenziato come le attività del gruppo facilitino direttamente il
mantenimento e l’espansione di tali insediamenti. Il coinvolgimento di Ashram
si articola in diverse aree chiave:
–
Edificazione di insediamenti: Fin dagli anni ’70, il gruppo ha costruito migliaia di
unità abitative e spazi commerciali in numerosi insediamenti della Cisgiordania
e di Gerusalemme Est, tra cui Beitar Lilit, Manale Adimi, Gilo, Ramon e Nifo
Zion.
– Infrastrutture e barriere di separazione: Ashram ha fornito elementi in
cemento e materiali da costruzione al Ministero della Difesa israeliano per la
realizzazione dei checkpoint militari e dei terminal lungo il muro di
separazione in Cisgiordania.
–
Infrastrutture di trasporto: Ha partecipato alla fornitura di materiali e alla
costruzione del deposito per la Jerusalem Light RAI, una rete ferroviaria
leggera che collega i quartieri di Gerusalemme Ovest con gli insediamenti
situati oltre la Linea Verde (Gerusalemme Est).
–
Strutture detentive: Nel 2021, il gruppo si è aggiudicato l’appalto per
l’ampliamento del carcere militare di Ofer (situato in Cisgiordania),
realizzando nuove celle destinate alla detenzione di prigionieri palestinesi.
– Sfruttamento delle risorse naturali: L’azienda possiede e gestisce
l’impianto di estrazione mineraria Audit a Missori Adimi e un impianto di
calcestruzzo nella zona industriale di Atrato, attività contestate per
l’utilizzo di risorse della terra palestinese a beneficio dell’industria
israeliana.
A causa di queste operazioni, Ashram Group ha
affrontato campagne di disinvestimento etico guidate da università, fondi
pensionistici e investitori internazionali.
In particolare, il Fondo Pensione Governativo
Norvegese (il più grande fondo sovrano al mondo) ha inserito il gruppo sotto
osservazione o esclusione etica attraverso il proprio Consiglio Etico Norge
Bank.
Diversi
comitati studenteschi e amministrazioni universitarie negli Stati Uniti (come
la San Francisco State University e la Fresno State) hanno inoltre votato
risoluzioni per ritirare i propri fondi d’investimento dalle azioni della
società.
Ancora
una volta dunque, dobbiamo registrare la presenza sul nostro territorio di
“turisti” israeliani che, in modo più o meno diretto, hanno contribuito e
contribuiscono al regime di apartheid e ai crimini che quotidianamente lo stato
ebraico commette ai danni del popolo palestinese.
E il
fatto che il nostro stato agevoli la presenza sul nostro territorio di questi
soggetti, quanto meno assicurandone la sicurezza e la scorta, è moralmente
ingiustificabile e (probabilmente) giuridicamente illegale…
“La
vacanza di Ashram in Sicilia, azienda israeliana nella “black list” delle
Nazioni Unite per le attività nei Territori Palestinesi Occupati.
Lo
scorso 4 giugno un gruppo numeroso di manager e dipendenti dell’azienda Ashram
Group con sede a Tel Aviv è arrivato al “Mangia Hotel di Brucoli”, in provincia
di Siracusa, per trascorrere una settimana di relax.
Avrebbero
affittato l’intero resort.
Ashram
è un’azienda israeliana leader nel settore dell’edilizia, nota per il suo
coinvolgimento attraverso varie filiali nell’espansione degli insediamenti
israeliani nei Territori Palestinesi Occupati.
Per
questa ragione le Nazioni Unite hanno inserito le filiali di Ashram in una
black list delle compagnie coinvolte nella realizzazione delle colonie nei
territori palestinesi occupati.
A queste società si attribuivano in
particolare la fornitura di servizi a sostegno delle colonie e l’utilizzo di
risorse idriche e del territorio.
I
dipendenti del gruppo hanno trascorso una settimana all’interno del resort fino
al 7 giugno e apprendiamo da fonti interne che oggi un nuovo gruppo legato alla
stessa azienda sarà accolto nel resort.
Nel
settembre 2025 presso un altro hotel del “gruppo Mangia”, a Santa Teresa di
Gallura, in Sardegna, aveva suscitato forti proteste l’arrivo di un gruppo di
israeliani, tra cui sarebbero stati presenti anche soldati dell’esercito
israeliano.”
(Manuele
Bonaccorsi e Madi Ferrucci, Invicta Palestina).
È ora
che Trump dica a Benjamin
Netanyahu
di andarsene!
Unz.com
- Filippo Giraldi – (14 giugno 2026) – Redazione – ci dice:
Netanyahu
dice sempre "Ciò che possiedi appartiene a me”.
Oltre
ai regolari attacchi letali americani e israeliani contro l'Iran, solo la
scorsa settimana l'esercito israeliano ha ucciso 13 gazawi e 13 libanesi. Gaza
è ora occupata per il 70% da israeliano, contrariamente a quanto concordato
nell'accordo di cessate il fuoco, così come gran parte del sud del Libano. Più
di 1.000 abitanti di Gaza sono stati assassinati da Israele da quando è stato
dichiarato il cessate il fuoco temporaneo nell'ottobre 2025.
E si
potrebbe aggiungere al bilancio la costante aggressione nella Siria
meridionale, dove Israele sta creando una presenza di base militare da seguire
dai coloni che si avvicina sempre di più alla capitale Damasco.
È
un'invasione che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e la sua banda di
criminali di guerra intendono trasformare in una componente del "Grande
Israele" insieme a Gaza e Libano.
Nel
frattempo, coloni ebrei armati stanno devastando ciò che resta della
Cisgiordania palestinese, distruggendo fattorie e mezzi di sussistenza oltre a
interi villaggi.
Tayeb,
l'ultimo villaggio cristiano, è stato reso inabitabile la scorsa settimana dopo
settimane di incursioni che hanno ucciso bestiame, avvelenato l'acqua e
abbattuto gli ulivi.
Se un
palestinese tentava di intervenire, veniva picchiato e in alcuni casi ucciso.
Chiese e moschee in Cisgiordania sono
regolarmente profanate e non ebrei in abiti religiosi o che tentano di entrare
in un luogo sacro vengono spesso sputati addosso, soprattutto a Gerusalemme.
Le Forze di Difesa Israeliane (IDF), nel
frattempo, restano regolarmente a guardare le manifestazioni di brutalità
sfrenata senza fare nulla.
Per evitare confusione su ciò che sta per
accadere, la Knesset ha ora autorizzato 51 milioni di dollari per costruire più
di 60 nuovi insediamenti completamente illegali su terre palestinesi nella
Cisgiordania occupata.
Ciò
che tutti questi luoghi, oltre alla crudele mano israeliana, hanno in comune
che gli Stati Uniti, spesso sotto forma personale di Trump, sono stati garanti
dei cessate il fuoco oltre che fonte del cosiddetto ma assolutamente
disfunzionale “Board of Peace,” non hanno fatto nulla per fermare il massacro.
Piuttosto,
continua a fornire a Israele armi, denaro e copertura politica. È quindi
complice dei crimini di guerra.
Qui a
casa, Trump promuove il programma israeliano sostenendo la criminalizzazione di
chiunque si esprima contro i crimini contro l'umanità commessi dal suo
"migliore amico" Bibi, scegliendo di distruggere la libertà di parola
piuttosto che permettere qualsiasi denuncia dei crimini di Israele.
Questo
ricorda l'8 giugno 1967, quando Israele attaccò la “USS Liberty”, uccidendo 34
membri dell'equipaggio americano e ferendone altri 172.
È
seguita una copertura per proteggere Israele, coordinata dal presidente” Lyndon
B. Johnson”, una scusa orribile di essere umano che probabilmente avrebbe
trovato piacevole parlare di "valori" con Trump.
Se c'è
una cosa che è assolutamente vera, è che gli Stati Uniti non guadagnano
assolutamente nulla né nell'interesse nazionale né nel benessere dell'America
media dalla schiavitù a Israele e Netanyahu.
Se i
sondaggi d'opinione significano qualcosa, il pubblico negli Stati Uniti l'ha
capito e si è fortemente voltato contro lo Stato ebraico, ora favore sia la
causa palestinese sia la spinta a porre fine alla guerra totalmente priva di
senso contro l'Iran.
Ciò
significa che è tempo che gli Stati Uniti tagliano il legame che lega Israele e
si concentrino sui propri interessi.
Questo è necessario anche se il Congresso e il
presidente Donald Trump continuano a spingere nella direzione opposta per
completare la loro sottomissione da parte degli israeliani, che ora include una
fusione pianificata delle burocrazie della difesa e dell'intelligence
statunitense e israeliana.
Se c'è
una cosa che abbiamo imparato da tutto quanto detto finora, e da altre ancora,
è che l'amministrazione del presidente Donald Trump è particolarmente
incompetente in politica estera, ovvero nel modo in cui gestisce i rapporti con
le altre nazioni e, di conseguenza, nella sua cattiva gestione della sicurezza
nazionale.
Parte della colpa ricade sicuramente sullo
stesso Trump, poiché non ha alcuna empatia per gli altri esseri umani, a meno
che non siano in grado di arrecargli danno o di procurargli un profitto
personale, come nel caso di Netanyahu e dei miliardari ebrei.
Inoltre, ha la tendenza a cambiare direzione
spontaneamente e senza preoccuparsi troppo delle questioni che potrebbero
interessare il suo pubblico.
L'unica
cosa che conta per lui è ciò che ritiene possa farlo apparire bene in un dato
momento, cosa che recentemente si è manifestata con l'apposizione del suo nome
su edifici pubblici.
Rispondendo alla domanda di un giornalista
sull'aumento del tasso di inflazione, ha risposto che "adorava
l'inflazione!".
Era
come dire "Addio elezioni di metà mandato!".
Si
consideri, ad esempio, come giovedì scorso Trump abbia annunciato al mattino
che avrebbe attaccato l'Iran quella stessa notte per impadronirsi del suo
principale impianto di esportazione petrolifera sull'isola di Khar, nell'ambito
di un piano per paralizzare la capacità del paese di garantire le forniture
energetiche.
Alle
14:00, tuttavia, ha annullato l'attacco previsto, convinto che Stati Uniti e
Iran fossero ormai vicini a un accordo per porre fine ai combattimenti e
risolvere le varie questioni che hanno generato il conflitto.
Il
Primo Ministro pakistano, in veste di mediatore, ha confermato venerdì la
possibilità di un accordo di pace, sebbene osservatori ben informati abbiano
immediatamente fatto notare l'insostenibilità di tale affermazione, dato che
non erano in corso negoziati tra le parti e l'Iran ha negato qualsiasi
progresso su questioni chiave.
A
sabato, nulla era stato confermato, ma Trump ha ribadito che domenica ci
sarebbe stata la "firma" di un "memorandum d'intesa" come
primo passo verso un accordo di pace, presumibilmente in concomitanza con il
suo compleanno.
La
maggior parte degli osservatori, tuttavia, continua a sostenere che un Trump
debole e vulnerabile, pur desideroso di ritirarsi da una disastrosa guerra
contro l'Iran, vi rimane coinvolto solo a causa delle intense pressioni di
Israele e della sua lobby interna negli Stati Uniti, che potrebbe essere
disposta a ricorrere al ricatto "Epstein" nei confronti del
presidente per mantenere la partecipazione americana al conflitto.
Se
Trump dovesse anche solo prendere in considerazione l'idea di ritirarsi
dall'anello di fuoco intorno all'Iran, Israele adotterebbe immediatamente tutte
le misure necessarie per far saltare l'accordo e riprendere i combattimenti,
sia attraverso un'operazione sotto falsa bandiera per trascinare nuovamente gli
Stati Uniti nel conflitto, sia sfruttando la menzogna secondo cui "l'Iran
possiede armi nucleari".
Sarebbe
quindi saggio accettare che Donald Trump sia una nave senza timone e che le
interazioni con la maggior parte del Medio Oriente continueranno ad essere
guidate da Israele, mentre i colloqui bilaterali altrove con attori importanti
come Russia e Cina sembrano stare completamente prosciugati.
Nominare
i miliardari immobiliari Steve Tinkoff e il genero Jared Kushner come
rappresentanti presidenziali privati, entrambi inesperti e ferventi sionisti,
certamente non migliorò le prospettive di ciò che passava per negoziato con
chiunque.
Nessuno
può fidarsi di Trump.
L'influenza
di Israele supera di gran lunga le dimensioni e la reale potenza del paese.
Un
recente "amico" di Trump è il Primo Ministro argentino “Javier Mieli”,
che, guarda caso, è anche un grande amico di Israele, avendo compiuto la
consueta visita di cortesia al Muro del Pianto a Gerusalemme durante una visita
di Stato in Israele poco dopo la sua elezione.
Cresciuto
in una famiglia cattolica, Mieli avrebbe voluto convertirsi all'ebraismo, ma ha
rinunciato perché la regola del "divieto di lavoro il sabato" avrebbe
interferito con il suo ruolo di Primo Ministro.
Non
contenti di conquistare tutto il Medio Oriente, gli ebrei israeliani stanno
guardando anche oltreoceano.
La
Patagonia, in Argentina, sarebbe stata particolarmente presa di mira dagli
acquirenti israeliani con l'aiuto del regime di Mieli, che ha contribuito a
eludere le restrizioni ambientali.
Gli israeliani stanno anche acquistando
numerose proprietà a Cipro e in Grecia, stati vicini che sarebbero convenienti
come rifugi nel caso in cui Israele provocasse troppi dei suoi vicini e si
trovasse a subire un attacco nucleare.
Jonathan
Pollard, la spia americana di Benjamin Netanyahu, avrebbe menzionato Turchia ed
Egitto come i prossimi paesi a subire l'ira di Sion dopo la distruzione
dell'Iran.
Entrambi
gli eserciti potrebbero facilmente sconfiggere i codardi dell'esercito
israeliano, più abili nello stuprare e torturare che nel combattere.
Ma una
storia che ha attirato l'attenzione illustra chiaramente la mania israeliana di
rubare la proprietà altrui, soprattutto la terra, a qualunque costo.
Come sempre, non vengono ritenuti responsabili
dei loro crimini da Donald Trump, che ha un debole per il furto di proprietà
altrui e sceglie di risparmiare a tutti i costi, come dimostrano i grandiosi
progetti per un lussuoso complesso residenziale, il Trump Riviera, sul
lungomare di Gaza.
E poi
ci sono le recenti manovre su un'isola al largo dell'Albania, che viene
"sviluppata" con un progetto multimiliardario dalla figlia Ivanka e
dal genero Jared Kushner, utilizzando denaro degli Emirati Arabi Uniti, per
farne un importante resort per ricchi e famosi.
Kushner
ha ottenuto il denaro grazie ai suoi legami familiari e, fortunatamente, molti
albanesi sono furiosi per l'accordo concluso e stanno manifestando!
Ma la
vicenda proveniente dagli Stati Uniti e dal Canada, così come quella del fine
settimana a Londra, supera molti degli stratagemmi di Trump/Israele per la sua
pura audacia e criminalità.
Amnesty International UK chiede al governo
britannico di bloccare un evento immobiliare previsto a Londra, in cui alcune
aziende pubblicizzano apertamente la vendita di terreni negli insediamenti
israeliani nella Cisgiordania illegalmente occupata.
Il
"Grande Evento Immobiliare Israeliano" è un roadshow itinerante che
ha già tenuto eventi in Canada e negli Stati Uniti e che ora si appresta a fare
tappa a Londra domenica prossima.
Gli
eventi sono organizzati da un'azienda immobiliare israeliana chiamata “My Home
in Israel”.
L'azienda
vende terreni a potenziali acquirenti tramite un team di agenti immobiliari con
sede negli Stati Uniti, e le vendite si svolgono solitamente in sinagoghe o
altri edifici di proprietà e gestiti da ebrei.
Inevitabilmente,
ci sono state proteste contro queste vendite in città come Los Angeles e New
York, dove i "lotti" sono stati promossi presso le comunità ebraiche
locali.
I lotti in vendita includono ampie porzioni di
terreno situate in insediamenti illegali nella Cisgiordania palestinese, terre
sottratte ai legittimi proprietari.
Il rapporto di Amnesty International
pubblicato la scorsa settimana in opposizione alla mostra londinese ha
denunciato la campagna di pulizia etnica guidata dallo Stato israeliano in
Cisgiordania, "documentando lo sfollamento di almeno 5.910 membri delle
comunità beduine e di pastori palestinesi dal 2023, la demolizione di oltre
3.400 case e strutture nell'Area C [della Cisgiordania palestinese] e
un'impennata senza precedenti di violenza da parte dei coloni e di
accaparramento di terre, sostenuti dallo Stato".
Ecco
qua, qualunque cosa Israele voglia prendersi cura senza alcuna preoccupazione
per chi muore o perdono la casa nel processo.
E il governo degli Stati Uniti resta a
guardare mentre Netanyahu racconta bugia dopo menzogna.
Beh,
basta così.
L'America
è odiata quasi quanto Israele per il suo comportamento e se continuerà ci
saranno gravi conseguenze.
È ora
di mostrare la porta a Netanyahu e dirgli insieme al suo gruppo di sostegno di
AIPAC e amici miliardari ebrei di andarsene il più possibile.
(Philip
M. Giraldi, PH.D., è Direttore Esecutivo del Concil for the National Interesse,
una fondazione educativa deducibile dalle tasse 501(c)3.)
Il
Congresso si muove per istituzionalizzare
le
relazioni tra Stati Uniti e Israele.
Unz.com
- Filippo Giraldi – (7 giugno 2026) – ci dice:
Israele
ne trarrà enormi benefici e gli americani ne sopporteranno il peso.
È
quasi certo che la Sezione 224 del National Defense Authorization Act (NDAA)
per il 2027 passerà alla Camera dei Rappresentanti e diventerà legge la
prossima settimana, dopo il fallito tentativo, giovedì scorso, da parte della
Commissione per i Servizi Armati della Camera, di approvare un emendamento
volto a eliminarla, promosso dal deputato democratico Ro Hanna e da Repubblica Thomas Massei.
L'NDAA
attende ora solo la quasi certa firma del presidente Donald Trump, servitore di
Israele, per entrare a far parte del pacchetto legislativo nazionale che
definirà le norme e i regolamenti che disciplineranno la difesa del Paese.
Purtroppo,
la Sezione 224 istituirà anche una "Iniziativa di cooperazione tecnologica
per la difesa tra Stati Uniti e Israele" che integrerà "ricerca e
sviluppo militare tra Stati Uniti e Israele, coproduzione di sistemi d'arma,
accordi di licenza, intelligenza artificiale, energia diretta, integrazione dei
dati e difesa missilistica".
Creerà
inoltre il quadro per "ricerca e sviluppo bilaterale, coproduzione di
armi, joint venture, accordi di licenza e, apparentemente, ogni forma di
cooperazione tra il complesso militare-industriale statunitense e quello
israeliano".
Il
direttore dell'"Iniziativa" sarà responsabile del coordinamento dei
lavori e si vocifera che sarà un israeliano.
I finanziamenti proverranno al 100% dal Tesoro
statunitense, attraverso lo stanziamento di 1.500 miliardi di dollari richiesto
per le forze armate statunitensi nel 2027.
Il
risultato è quello di connettere completamente le funzionalità delle forze
armate statunitensi con quelle israeliane in quella che è stata descritta come
una partnership paritaria che includerà il governo di Israele e le sue Forze di
Difesa israeliane come partecipanti a pieno titolo.
Ci
sarà una completa condivisione di informazioni di intelligence e un processo di
pianificazione che determinerà molti aspetti di come il Dipartimento della
Guerra americano (sic) si procurerà armi e attrezzature e stabilirà i suoi
obiettivi strategici.
Questa è plausibilmente la storia nascosta
dietro il perché il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu abbia
astutamente suggerito che Israele potrebbe in futuro rinunciare ai 3,8 miliardi
di dollari di "aiuto" automatico annuale (che alcuni chiamano
"tributo") dal Tesoro statunitense, un processo avviato dal
Presidente Barack Obama.
Netanyahu,
agendo tramite i suoi complici alla Casa Bianca e al Congresso degli Stati
Uniti, sapeva chiaramente in anticipo che una fetta ben più grande della torta
sarebbe arrivata tramite la Sezione 224.
Quei
politici che hanno sponsorizzato e promosso il 224 citano inevitabilmente lo
Stato ebraico come un importante "alleato e migliore amico", sebbene
non sia né l'uno né l'altro, ignorando però il lato oscuro, ovvero che si
tratta anche di uno Stato genocida i cui leader sono stati condannati dai
tribunali internazionali per molteplici crimini di guerra ed è odiato dalla
maggior parte del mondo.
E questo odio si è riversato sugli Stati
Uniti, che sono la principale fonte di armi, denaro e copertura politica per
Israele. Il massacro a Gaza e ora in Libano non avverrebbe senza il sostegno
dei presidenti Joel Biden e Donald Trump.
E non
è finita qui:
il Senato sta facendo qualcosa di simile con
il disegno di legge sull'autorizzazione all'intelligence per l'anno fiscale
2027, che renderà obbligatoria la condivisione di informazioni di intelligence
tra Stati Uniti e Israele.
Il disegno di legge in questione è l'S-4615,
presentato il 20 maggio Dal senatore Tom Cotton dell'Arkansas, esponente di
spicco del movimento "Israel First".
Il testo integrale è disponibile Qui.
L'S-4615
include la Sezione 622, intitolata "Miglioramento della condivisione di
informazioni di intelligence tra Stati Uniti e Israele".
Questa
nuova sezione stabilirebbe come legge (e si applicherebbe per sempre, a meno
che non venga abrogata dal Congresso) nuovi obblighi degli Stati Uniti in
materia di sicurezza nazionale nei confronti di Israele. Include una
Dichiarazione di Politica :
"(1)
Mantenere e rafforzare il partenariato strategico per la sicurezza con Israele
come mezzo per promuovere la difesa nazionale degli Stati Uniti...
(2)
Migliorare la collaborazione in materia di intelligence attraverso una solida
condivisione di informazioni e un partenariato analitico con Israele...
(4)
Garantire che l'assistenza alla sicurezza e la cooperazione in materia di
difesa siano strutturate in modo da aiutare Israele a mantenere il suo
vantaggio militare qualitativo..."
Quando
il disegno di legge sull'autorizzazione dei servizi segreti (Intel
Authorization Bill) verrà sottoposto al voto del Senato, passerà senza dubbio
grazie alla maggioranza repubblicana, supportata dai soliti sostenitori di
Israele tra i democratici.
E per completare l'ascesa di Israele, è in
corso al Congresso un disegno di legge che concederà benefici militari
statunitensi ai cittadini americani, spesso con doppia cittadinanza israeliana,
che prestano servizio nell'esercito israeliano, inclusi benefici sanitari e
formativi non disponibili agli altri americani che non hanno prestato servizio
nelle forze armate statunitensi. Ironia della sorte, il nuovo status di Israele
come partner degli Stati Uniti in materia di sicurezza nazionale e guerra,
riconosciuto da entrambe le camere del Congresso, non è condiviso da nessuno
degli alleati effettivi di Washington nella NATO, rendendo la relazione con
Israele unica e, secondo molti, particolarmente pericolosa, poiché un Israele
rafforzato lavorerà inevitabilmente per promuovere le proprie percezioni di
sicurezza e le ambizioni di "Ereta Israel" in Medio Oriente a scapito
delle legittime preoccupazioni che gli Stati Uniti potrebbero avere intrinseche
alla loro ben più ampia esposizione alle minacce globali. In altre parole,
assecondare le preoccupazioni israeliane renderà di fatto gli Stati Uniti molto
più deboli e vulnerabili.
Sorprendentemente,
il pericolo che Israele rappresenta per la sicurezza nazionale degli Stati
Uniti, attraverso il suo inserimento quasi alla pari nel processo di
pianificazione, è stato poco evidenziato dai principali media statunitensi,
forse a causa della crescente persecuzione, da parte del governo federale e
statale, degli "antisemiti", che include la criminalizzazione delle
critiche a Israele.
Ciò
suggerisce ancora una volta il potere della lobby israeliana, dei suoi media
"comprati" e della sua rete di miliardari ebrei che la sostengono.
Tuttavia,
molti media alternativi hanno espresso notevole preoccupazione, alcuni dei
quali hanno persino raggiunto le prime pagine, suggerendo che vi siano delle
fughe di notizie per alimentare le riserve ufficiali sulla Sezione 224.
Il New York Times, che a volte funge da fonte
di informazioni riservate per le comunità dell'intelligence e della difesa, ha
pubblicato un interessante articolo sullo spionaggio israeliano contro gli
Stati Uniti, basato su fonti della Defense Intelligence Agency (DIA), apparso
subito dopo il dibattito sulla Sezione 224 al Congresso.
L'articolo
del Times, intitolato "Il Pentagono vede una crescente minaccia di
spionaggio da parte di Israele", riassume il contenuto affermando che
"il Dipartimento della Difesa ha innalzato al massimo livello la
valutazione della minaccia di controspionaggio e si ritiene che Israele abbia
intercettato le negoziazioni tra Stati Uniti e Iran".
L'articolo
descrive in dettaglio come "Israele si trovi ora al massimo livello di
allerta per il controspionaggio del Pentagono".
Si
parla anche di come gli ufficiali americani che lavorano con le loro
controparti israeliane, sia negli Stati Uniti che all'estero, abbiano subito
intercettazioni telefoniche e di altri sistemi di messaggistica tramite
l'inserimento di dispositivi di ascolto clandestini da parte degli israeliani.
Le
negoziazioni per porre fine alla guerra con l'Iran sono state particolarmente
prese di mira, sia attraverso i telefoni utilizzati dai negoziatori, sia da
Washington, dove vengono ricevute le chiamate e i messaggi.
La
realtà è che Israele è stato una delle principali fonti di spionaggio, e ancor
peggio, contro gli Stati Uniti sin dagli anni '50, classificandosi
costantemente tra i primi tre paesi stranieri responsabili di spionaggio nelle
valutazioni dell'FBI e del Dipartimento della Difesa, spesso al primo posto.
Le
azioni clandestine e gli attacchi sotto falsa bandiera israeliani non hanno
esitato a uccidere cittadini americani nel tentativo di insabbiare le loro
attività più riprovevoli.
In
particolare, spicca l'attacco sotto falsa bandiera israeliano contro la USS
Liberty della Marina statunitense in acque internazionali l'8 giugno 1967, in
cui persero la vita 34 membri dell'equipaggio, soprattutto per il successivo
insabbiamento opportunamente orchestrato dai presidenti Lyndon B. Johnson e
Robert McNamara.
Spie
israeliane, tra cui forse anche lo stesso Netanyahu quando risiedeva negli
Stati Uniti, organizzarono il prelievo illegale di uranio arricchito da
un'azienda metallurgica di proprietà di ebrei sionisti in Pennsylvania e
ottennero anche i dispositivi di innesco speciali in California che permisero a
Tel Aviv di creare un arsenale nucleare.
Quando
il presidente John F. Kennedy cercò di fermare questo sviluppo, fu assassinato,
molto probabilmente con l'aiuto del Mossad.
E poi c'è la spia più dannosa nella storia
degli Stati Uniti, Jonathan Pollard, che rubò per Israele le informazioni più
sensibili mai ottenute da una potenza straniera.
Ora si
candida alla Knesset in Israele e parla dei prossimi due probabili obiettivi
dell'esercito israeliano, una volta eliminati palestinesi, libanesi e siriani:
i
vicini Egitto e Turchia!
L'aspetto
dell'articolo del Times è sospetto e potrebbe essere stato un avvertimento da
parte della comunità dell'intelligence, proveniente apparentemente da quello
che un tempo si chiamava Dipartimento della Difesa, nei confronti di Israele.
Ma
Israele sembra aver vinto questa manche e si appresta a instaurare una nuova
relazione con i sistemi di sicurezza nazionale, intelligence e difesa degli
Stati Uniti.
Data
l'assoluta spietatezza di Israele e la disponibilità dei suoi finanziatori a
Washington a lasciargliela passare impunemente, letteralmente, nonostante gli
omicidi di massa, questa è una catastrofe per gli Stati Uniti e produrrà solo
conseguenze terribilmente negative.
(Philip
M. Giraldi, Ph.D., è Direttore Esecutivo del Council for the National Interest,
una fondazione educativa 501(c)3).
L'Iran
afferma che la fine della guerra israeliana in Libano è una parte
'inseparabile' dell'intesa con gli Stati Uniti.
Globalresearch.ca
– Presstv.ir – (15 giugno 2026) – Redazione – ci dice:
Il
portavoce del Ministero degli Esteri iraniano è Esmail Bagheri.
L'Iran
afferma che la fine della guerra israeliana contro il Libano è una parte
"inseparabile" di un accordo tra Teheran e Washington per porre fine
definitivamente all'aggressione illegale tra Stati Uniti e Israele contro la
Repubblica Islamica.
Il
portavoce del Ministero degli Esteri, Esmail Bagheri, ha fatto queste
dichiarazioni durante la sua conferenza stampa settimanale di lunedì, mentre
funzionari americani e iraniani hanno confermato che le due parti hanno
finalizzato un memorandum d'intesa (MOU), con una cerimonia formale di firma
prevista per venerdì.
Ha
affermato che la finalizzazione del memorandum Iran-USA che chiede la fine
della guerra su tutti i fronti, incluso il Libano, è il risultato della
resilienza della Repubblica Islamica contro due attori malvagi.
Ha
aggiunto che i crimini del regime sionista nel sobborgo meridionale di Haniyeh,
Beirut, avvenuti in un contesto di crescenti tentativi per raggiungere un
accordo tra Iran e Stati Uniti, sono diventati un mezzo per garantire al
massimo livello gli interessi nazionali di Iran e Libano e hanno reso l'Asse
della Resistenza più unito.
"Il
Libano e la fine della guerra in Libano sono una parte inseparabile dell'intesa
per porre fine alla guerra [USA-Israele] [contro l'Iran]. Abbiamo dimostrato di
essere determinati in questo senso e abbiamo dimostrato nella pratica di essere
seri, e continueremo a monitorare attentamente gli sviluppi in futuro," ha
detto.
"La
parola Libano viene usata tre volte nell'intesa. Si menziona che porre fine
alla guerra include quella in Libano e il rispetto della sovranità e
dell'integrità territoriale del paese."
'Gli
Stati Uniti devono assicurarsi che Israele adempia agli obblighi.'
Il
portavoce ha anche avvertito che il regime sionista non cerca la pace nella
regione, sottolineando che gli Stati Uniti si assumono la responsabilità per
qualsiasi violazione della promessa da parte di altre parti dell'accordo.
"Non
abbiamo fiducia nel regime sionista, così come non abbiamo fiducia negli Stati
Uniti.
Nel
frattempo, abbiamo i nostri attrezzi.
Gli
Stati Uniti devono onorare i loro impegni e assicurarsi che il regime sionista
adempia al suo obbligo di non attaccare il Libano.
Gli
obblighi sono corrispondenti e reciproci," affermò.
'L'accordo
Iran-USA è solo il primo passo verso l'allentamento delle tensioni.'
Inoltre,
nelle sue dichiarazioni, Bagheri ha affermato che il MOU per porre fine alla
guerra su tutti i fronti è stato finalizzato 108 giorni dopo l'inizio della
guerra imposta, in una situazione in cui l'altra parte, nei peggiori termini
possibili, ha affermato di aver distrutto le infrastrutture e la civiltà
iraniane.
Ha
detto che la ritirata del nemico è indicativa del potere deterrente della
Repubblica Islamica.
Tuttavia,
ha aggiunto, "il sospetto della nazione iraniana verso gli atti di
sabotaggio di lunga data da parte dell'amministrazione statunitense al potere
(che ha radici in eventi storici, incluso il colpo di stato del 1953) è così
radicato che la recente comprensione è solo un primo passo verso la riduzione
delle tensioni."
Bagheri
ha anche affermato che gli “iniziatori della guerra d'aggressione” hanno subito
una sconfitta e pesanti perdite, mentre la nazione iraniana ha dimostrato di
non risparmiare sacrifici o resistenza nella ricerca della propria dignità
nazionale, indipendenza e sovranità.
Il
Pakistan ospiterà la cerimonia di firma dell'accordo 'storico' tra Iran e Stati
Uniti a Ginevra il 19 giugno: il PM Sharif.
Il
primo ministro pakistano afferma che il suo paese ospiterà la firma
dell'accordo Iran-USA a Ginevra il 19 giugno.
Gli
Stati Uniti e il regime israeliano hanno condotto il loro primo attacco
militare illegale contro l'Iran, durato 12 giorni, nel giugno 2025. Il loro
secondo attacco iniziò a fine febbraio e si interruppe all'inizio di aprile
dopo 40 giorni.
In
entrambe le guerre, la coraggiosa resistenza dell'Iran e le operazioni di
ritorsione di successo, così come il suo potente controllo dello Stretto di
Hormuz, costrinsero i nemici ad accettare un cessate il fuoco.
Israele
usurpa l'autorità costituzionale
degli
Stati Uniti. "Congresso degli
Stati
Uniti, amico di Israele."
Globalresearch.ca
– (15 giugno 2026) - Renee Parsons – Redazione – ci dice:
Non
dovrebbe sorprendere che il Congresso degli Stati Uniti, che si è dimostrato un
amico fidato di Israele, abbia deciso di formalizzare legalmente l'ampia
partecipazione militare israeliana all'interno del governo statunitense senza
audizioni pubbliche né dibattito pubblico;
ciò
che può sorprendere è la profondità dell'acquiescenza nel consegnare una vasta
gamma di informazioni classificate e segrete a un governo straniero, compresi
il suo complesso militare-industriale e i suoi servizi segreti;
un'azione che potrebbe, in ultima analisi,
compromettere lo status costituzionale degli Stati Uniti come governo sovrano e
indipendente.
Poiché
il parlamento federale ha visto la corruzione da parte di un'entità straniera,
troppo fragile e instabile per negare i benefici redditizi dell'”AIPAC”, il
cambiamento di lealtà rappresenta un conflitto traumatico all'interno
dell'identità americana come nazione di carattere anemico.
Il
pubblico americano è già stato informato delle minacce tramite la NDAA (2027
National Defense Authorization Act) HR 8800, che integra tutto il complesso
militare-industriale statunitense con Israele tramite la Sezione 224 , creando
la "United States-Israel Defense Technology Cooperazione Iniziative."
La
NDAA è stata storicamente considerata una legislazione annuale mega-enorme con
3.000 pagine che non solo finanzia il Pentagono, ma spesso contiene una “minuta
di dettagli” sepolti in profondità nel documento che potenzialmente alterano il
corso della politica estera statunitense e talvolta oltre.
In
questione è la Sezione 224 intitolata " Disposizioni legislative unite per
la ricerca, sviluppo, test e valutazione " che richiederebbe al Segretario
della Difesa di designare un " agente esecutivo responsabile della
sincronizzazione degli sforzi di cooperazione tra Stati Uniti e Israele,
inclusi la ricerca, lo sviluppo, i test, la valutazione, l'integrazione e la
cooperazione industriale bilaterale sulle tecnologie di difesa, inclusi
maggiore cooperazione su difesa missilistica, intelligenza artificiale,
"esercitazioni di addestramento congiunte" con una maggiore
collaborazione tra " istituzioni governative, private e accademiche "
negli Stati Uniti e in Israele.
Non
c'è nulla in questo testo che suggerisca che l'Agente Esecutivo sarà americano;
c'è tutto ciò che suggerisce che questa " Cooperazione " aumenterà
l'agenda militarista americana su sollecitazione di Israele con il sacrificio
dei nostri giovani uomini e donne, focalizzata su una campagna militarista di
guerra come l'Iran, come partner totalitario, continua a diffondere morte e
disperazione a livello globale, mentre Israele è diventato il paese più odiato
al mondo.
In
altre parole, la Sezione 224 fornirà a Israele una presenza invasiva che alla
fine espanderà e coordinerà ogni elemento del complesso militare-industriale
statunitense da coordinare da un ' agente esecutivo responsabile
dell'sincronizzazione degli sforzi' che potrebbe non essere cittadino
statunitense.
La
NDAA 2027 è stata autorizzata a tarda giornata, il 4 giugno Contro un voto di
44 – 12 da parte del Commissione per i Servizi Armati della Camera con trenta
membri repubblicani e ventisette democratici. La maggior parte dei membri del
suo Comitato è Destinatari AIPAC Il che ti dà un'idea di dove risiedono le loro
lealtà legislative.
Nella
dichiarazione di apertura del Presidente giustificando un bilancio del
Pentagono da 1,1 trilioni di dollari, il deputato Mike Rogers (R-Ala) ha
parlato di un
"declino
della prontezza, funzione critica di supervisione per troppo tempo, abbiamo
sottofinanziato la difesa e ora vediamo che le nostre munizioni sono basse e
non abbiamo abbastanza aerei e sistemi autonomi per garantire la vittoria su
ogni avversario", il che solleva la domanda su come sono stati sprecati i
precedenti bilanci del Pentagono da miliardi di dollari.
Il
Comitato al suo pieno sostiene di aver impiegato quattordici ore a approvare e
adottare quasi 900 emendamenti fino all'approvazione finale che autorizzò un
budget di 1,15 trilioni di dollari.
Il
voto nominale per l'approvazione finale rimane un mistero e non può essere
trovato sul sito web del Comitato dei Servizi Armati né presso il Deposito del
Comitato, che sarebbe un luogo centrale per tutti i voti registrati.
Poiché
la revisione del comitato della NDAA può essere consultata online, il deputato
Seth Moulton (D-Mass) ha proposto un emendamento che richiederebbe un
rendiconto finanziario completo della guerra con l'Iran, mentre il presidente
Rogers ha suggerito che l'Iran ' non era una guerra di scelta', come se gli
Stati Uniti fossero stati costretti ad attaccare l'Iran per circostanze
attenuanti. L'emendamento di Moulton fu respinto 30-27.
Il
deputato Ro Khan (D-Cal) ha poi proposto un emendamento per cancellare il 224
dalla NDAA, sottolineando che gli americani non sono interessati a Netanyahu a
dettare la politica statunitense e si aspettano meno assegni in bianco per
Israele. L'emendamento di Khan non ha ottenuto voti sufficienti per ottenere un
potenziale voto registrato; lasciando così intatto il 224.
Il
deputato Ronny Jackson (R Fl) ha anche proposto un emendamento di successo per
codificare il cambio del titolo del Dipartimento della Difesa in Dipartimento
della Guerra, suscitando un acceso dibattito. La deputata Sara Jacobs (D-Cal)
era favorevole all'emendamento di Khan e ha parlato della storia di Israele in
violazione della Costituzione e del diritto internazionale; Entrambi hanno
perso la voce.
Il
sostegno per 224 proveniva da sostenitori bipartisan di Israele, tra cui il
membro di spicco Adam Smith (Wash.), Wilson (SC), Golden (me), Bacon (NEB),
Jackson (Fl) e Davis, tutti finanziati AIPAC.
Il
prossimo passo per l'adozione della NDAA è in aula per una votazione
sull'approvazione finale. Si prevede che il deputato Tom Massei (Ky.) presenti
un emendamento per cancellare la Sezione 224 dalla NDAA. Se l'emendamento di Massei
non avrà successo, l'intera Composizione della Camera voterà NO contro
l'approvazione finale della NDAA o voterà a favore della sua adozione.
È
essenziale riconoscere che la homepage del Comitato non prevede un voto
nominale come di consueto, tradizionale, che riporta l'azione legislativa
pubblica del Comitato della Camera. In altre parole, possiamo solo ipotizzare
che siano stati i 44 voti di approvazione.
La
ricerca del conteggio finale dei voti ha inoltre rivelato che la pagina
principale del Comitato per i Servizi Armati non fornisce le informazioni
necessarie e di base che ogni Comitato dovrebbe fornire per mantenere gli
americani ben informati sulle proprie azioni. La Commissione per i Servizi
Armati della Camera fallisce miseramente nel suo obbligo imposto dalla
Costituzione di adempiere a tale obbligo.
Il
Comitato ha aggiornato il suo consueto processo di voto nominale con una
commissione elettorale elettronica gestita dal cancelliere del Comitato per
riferire il conteggio dei voti. La maggior parte delle centinaia di emendamenti
che sono state esaminate durante il 4 giugno erano voti di linea di partito
con, rare eccezioni, dominati dai repubblicani. Non sembra esserci una fonte
unica che fornisca un riassunto di tutti i voti registrati durante l'esame
della NDAA.
Resta
la domanda come il pubblico americano possa monitorare quei totali elettronici
dei voti per valutare come i suoi membri eletti votano su questioni di politica
estera e militare o se stiano scambiando il loro onore e integrità per un
controllo AIPAC.
Il
comitato dispone di un unico numero di telefono principale (202-225-4151) per
tutti i membri, che tuttavia non riceve risposta dopo una lunga serie di
squilli a vuoto per diversi giorni. Non è possibile lasciare un messaggio in
quanto non risponde nessuno e non è disponibile una segreteria telefonica.
C'è
anche una carenza di informazioni di base su quali membri fanno parte di quale
sottocommissione, senza una reale descrizione della storia legislativa di
ciascuna sottocommissione, inclusa la necessità di un registro pubblico dei
voti registrati passati del Comitato.
Nessuna
di queste illecite azioni può essere considerata una coincidenza, ma piuttosto
uno sforzo deliberato e consapevole per tenere il pubblico americano
disinformato ed evitare di fornire dettagli sui voti legislativi più
controversi e simboli del 119sessione Sessione del Congresso.
In
altre parole, la Commissione per le Forze Armate è gravemente carente nel
fornire le necessarie informazioni al pubblico, il che solleva il dubbio su
come il Presidente Johnson permetta che la Commissione sia inesistente, quando
il suo obbligo costituzionale di tenere informato il pubblico è del tutto
irrilevante. Un'analisi della Commissione sembra suggerire che la sua storia
sia stata ripulita e che le sue decisioni legislative più recenti siano state
deliberatamente eliminate.
Poiché
la NDAA è già stata adottata dalla Commissione per i Servizi Armati della
Camera (44-12), una votazione in aula potrebbe essere fissata per luglio.
Inoltre,
l'opinione pubblica americana è venuta a conoscenza di recente
dell'Intelligence Authorization Act 2027 (S 4615), presentato dall'illustre
senatore americano Tom Cotton (R-Arkansas), presidente della Commissione
Intelligence del Senato.
Il
disegno di legge sull'intelligence integrerà 194 pagine di dati di intelligence
statunitensi altamente classificati con quelli di Israele, come delineato nella
Sezione 622.
L'HR
4615 conferisce al Presidente l'autorità di
"espandere
e potenziare la condivisione di intelligenza con Israele non sarà sospesa,
ridotta o limitata materialmente se non sulla base di una specifica e
identificabile preoccupazione di sicurezza nazionale identificata dal
Presidente."
In
altre parole, solo il Presidente può prendere una decisione che limita la
portata della fornitura agli americani di informazioni rilevanti del Pentagono.
L'Autorizzazione
Intel include inoltre,
“…
rafforzare la collaborazione nell'intelligence attraverso una solida
condivisione e partnership analitiche con Israele per contrastare il
terrorismo, le reti di proliferazione, le minacce informatiche, gli aggressori
statali e non statali, il finanziamento del terrorismo, l'evasione delle
sanzioni e altre sfide transnazionali alla sicurezza che minacciano sia Israele
che gli Stati Uniti."
Il 20
maggio 2026, la Commissione Intelligence del Senato ha votato a favore della HR
4615 in quella che sembra essere stata una riunione a porte chiuse, con 14 voti
a favore e 3 contrari. Il senatore Ronn Wide (Oregon) ha votato contro, mentre
altri due voti contrari non sono stati resi pubblici, in conformità con le
norme della Commissione.
Come
ha spiegato Cotton su “X” che promuove una disposizione dell'Intel Act
"richiederebbe
al Presidente degli Stati Uniti di ampliare e migliorare la condivisione di
intelligence con il Governo di Israele su un ampio elenco di argomenti. La
disposizione vieterebbe inoltre al Presidente di sospendere o limitare
materialmente tale condivisione di intelligence se non sulla base di una
preoccupazione specifica e identificabile per la sicurezza nazionale
determinata dal Presidente."
In
altre parole, solo il Presidente avrà l'autorità esclusiva di determinare se
informazioni di intelligence statunitensi altamente classificate e affidabili
rappresentino " specifiche e identificabili preoccupazioni per la
sicurezza nazionale ", tali da poter essere negate a Israele, fornendo al
contempo un rapporto di 15 giorni per notificare alle commissioni di
intelligence del Congresso l'azione presidenziale.
Sarà
interessante vedere come l'agenzia di sicurezza nazionale israeliana, composta
da 8200 persone, parteciperà senza sovvertire completamente l'autorità
costituzionale degli Stati Uniti.
Per
verificare quali membri del Congresso ricevono fondi AIPAC e votano a favore di
Israele, Per confermare quali membri del Congresso ricevono fondi AIPAC e
votano a favore di Israele, verificare il nome del proprio rappresentante o
senatore eletto.
Non è
una coincidenza che sia il National Defense Authorization Act per l'anno
fiscale 2027 (NDAA) che l'Intelligence Authorization Act per il 2027 siano
stati opportunamente presentati nello stesso periodo, poiché entrambi fungono
da perfetti espedienti per imporre l'approvazione di leggi
"indispensabili" su cui si basa la politica estera federale
statunitense; in tal modo, si legittima la necessità di far approvare
rapidamente entrambi i pacchetti legislativi dal Congresso prima che l'opinione
pubblica americana si renda pienamente conto della minaccia incombente alla
propria forma di governo costituzionale.
Ci
sono forti indicazioni che il sostegno americano a Israele sia diminuito
drasticamente negli ultimi mesi, con la diffusione diffusa del genocidio di
Gaza e del massacro in Libano.
Gli
americani generalmente sostengono il comportamento umanitario e trovano che il
massacro di massa di civili, specialmente quando colpisce i bambini e le loro
famiglie, richiedono persecuzioni e condannano per crimini di guerra.
Ci
sono forti indicazioni che il sostegno americano a Israele sia diminuito
precipitosamente negli ultimi mesi con la diffusione della consapevolezza del
genocidio di Gaza e del massacro in Libano.
Gli
americani generalmente sostengono il comportamento umanitario e ritengono che
il massacro di massa di civili, soprattutto quando colpisce i bambini e le loro
famiglie, richieda un processo e una condanna per crimini di guerra.
Le
indagini continuano a rivelare una totale mancanza di rispetto da parte dei
sionisti per le origini del cristianesimo sia a Gaza che in Libano, per le sue
chiese e statue e per alcune delle città più antiche del paese abitate
ininterrottamente, mentre abbandonano milioni di persone senza una società
funzionante.
A
livello nazionale, il sostegno a Israele continua a calare drasticamente: il
60% degli americani ha un'opinione "sfavorevole" di Israele, mentre
il tasso di approvazione del presidente Trump è sceso al 58% di
disapprovazione.
Né la
Sezione 224 della NDAA né la Sezione 622 dell'Autorizzazione Intel dovrebbero
essere politicizzate da un Congresso che non ha dimostrato la propria forza di
carattere, poiché il Congresso adotta frequentemente ogni legge sionista senza
considerare il suo contenuto.
Sebbene
Israele non si sia dimostrato un partner affidabile per il popolo americano,
sia la NDAA che l'Autorizzazione di Intel devono essere bocciate dal Congresso.
(Renee
Parsons è stata una funzionaria pubblica eletta in Colorado, una lobbista
ambientalista per Friends of the Earth e un membro dello staff della Camera dei
Rappresentanti degli Stati Uniti a Washington, DC. Prima della sua chiusura, è
stata anche membro del consiglio di amministrazione della sezione della Florida
dell'ACLU e presidente della sezione ACLU di Treasure Coast.
È una
collaboratrice abituale di Global Research.)
L'era
dei popoli usa e getta.
Un'incriminazione
davanti al
Tribunale
della Storia.
Con
l'Iran come prova.
Globalresearch.ca
– (15 giugno 2026) - Lala Bechetoula – Redazione – ci dice:
Sono
nato lontano da Washington.
Lontano
da Wall Street.
Lontano
da Bruxelles.
Lontano
dalle stanze lucide dove uomini in giacca e cravatta spiegano la sofferenza
altrui in un linguaggio progettato per non tremare.
Sono
nato nel Sahara.
In una
terra dove la memoria cammina lentamente, ma non muore mai.
Lì, le
persone imparano presto cosa gli imperi hanno passato secoli a cercare di
nascondere:
Quando
uomini potenti mentono, le persone comuni seppelliscono i morti.
Questo
articolo non è scritto contro una nazione.
Non
contro una religione.
Non
contro un popolo.
È
scritto contro un'idea.
L'idea
politica più pericolosa del nostro secolo: che alcuni popoli siano usa e getta.
Nessun
impero lo dice chiaramente.
Nessun
presidente firma un decreto che afferma che alcuni bambini ne contano meno.
Nessun
ministro si presenta davanti alle telecamere e dichiara che alcune nazioni
hanno solo umanità condizionata.
Eppure
il mondo è governato, bombardato, autorizzato e ingannato come se fosse vero.
Ai
palestinesi viene chiesto di dimostrare la loro umanità sotto le macerie.
Ai
civili libanesi viene chiesto di capire perché i loro villaggi devono diventare
messaggi.
Gli
iraniani vengono discussi come un regime prima di essere ricordati come un
popolo.
I
cubani sono puniti attraverso le generazioni per il crimine di rifiutare
l'obbedienza.
E
sempre, lo stesso meccanismo ritorna.
Innanzitutto
un popolo diventa un problema.
Poi il
problema diventa una minaccia.
Allora
la minaccia diventa un'eccezione.
Allora
l'eccezione diventa politica.
Poi la
politica diventa morte.
Il
linguaggio compie il primo atto di violenza molto prima che arrivi il missile.
La
bomba completa semplicemente ciò che il vocabolario ha già iniziato.
Nel
1953, “Mohammad Mosaddegh” commise quello che gli imperi hanno spesso
considerato un crimine imperdonabile: credeva che il petrolio iraniano
appartenesse agli iraniani.
L'Operazione
Ajax. Un primo ministro eletto fu rovesciato tramite un'operazione segreta
organizzata dalla CIA e dall'MI6.
Decenni
dopo, documenti ufficiali confermarono ciò che gli iraniani non avevano mai
dimenticato.
La
lezione era semplice.
La
sovranità veniva tollerata solo quando rimaneva innocua.
Povera
Cuba.
Una
piccola isola a 90 miglia dal paese più potente della Terra. Seguirono più di
sei decenni di embargo. I presidenti cambiarono. I discorsi cambiarono. La
Guerra Fredda finì. L'Unione Sovietica è scomparsa. La punizione rimaneva.
Generazioni
sono nate sotto le sanzioni, sono invecchiate sotto le sanzioni e sono morte
sotto le sanzioni.
La
politica durò più a lungo di molte persone che affermavano di resistere.
Poi
arriverà l'Iraq.
Al
mondo era stato detto che esistevano armi di distruzione di massa.
Non è
così.
L'attesa
comunque.
I
morti non tornarono quando la menzogna crollò.
Questo
è il privilegio della falsità imperiale: può essere corretto dopo che il
cimitero è pieno.
Poi è
arrivato il “JCPOA”.
L'Iran
ha negoziato. Ispettori ispezionati. Gli impegni sono stati verificati. La
diplomazia, per una volta, sembrava aver costruito un ponte stretto su un
abisso pericoloso.
Poi
gli Stati Uniti se ne andarono.
Non
perché il ponte fosse crollato.
Ma
perché il potere è passato di mano.
Per
milioni di persone in tutto il Sud Globale, il messaggio era devastante: un
accordo poteva essere firmato, onorato e verificato — e comunque distrutto dal
prossimo sovrano dell'impero.
A cosa
vale allora la diplomazia quando i potenti si riservano il diritto di tradire
la firma di ieri?
Gaza
potrebbe diventare il processo morale definitorio del ventunesimo secolo.
Non
perché la storia manchi di altre tragedie.
Ma
perché mai prima d'ora era stata visibile così tanta sofferenza in tempo reale.
Interi
quartieri scomparvero davanti agli occhi dell'umanità.
Ospedali,
scuole, campi profughi, famiglie, giornalisti, medici, bambini — tutti sono
entrati nei record mondiali.
La
domanda non era più se il mondo potesse vedere.
La
domanda divenne se vedere avesse ancora importanza.
Il
Libano è un'altra ferita nello stesso corpo.
Un
paese sovrano ripetutamente trattato come un campo di battaglia da potenze più
grandi di sé stesso.
I suoi
villaggi diventano avvertimenti.
I suoi
cieli diventano corridoi.
I suoi
civili diventano punti di pressione.
La sua
sovranità diventa negoziabile ogni volta che la forza richiede una mappa.
E poi
arrivò di nuovo l'Iran.
La
guerra del 2026 ha rivelato qualcosa di più spaventoso della violenza militare.
Rivelava
la guerra come performance.
Un
giorno, resa incondizionata.
Il
giorno dopo, ritmo imminente.
Un
giorno, vittoria.
Il
giorno dopo, escalation.
Un
giorno, un accordo.
Il
giorno dopo, fuoco.
Donald
Trump non ha inventato l'arroganza imperiale.
Lo
tolse dalla cerimonia.
Gli
imperi più antichi avvolgevano la dominazione nella dottrina.
Trump
l'ha avvolta nell'impulso.
Non si
limitò a mentire.
Ha
fatto della contraddizione un metodo di governo.
Di
tutti i capitoli di questa incriminazione, questo non è ancora chiuso. Viene
scritto ora, in tempo reale, e merita più di un paragrafo — perché per una
volta, il metodo non è sepolto in archivi o ecogrammi oscurati.
Quest'anno
è registrato, con le sue stesse parole.
Quello che segue è quel fascicolo, letto come
prova.
Prova
Uno: Il Calendario della Contraddizione.
Guarda
quattro giorni a marzo, e il metodo si manifesta nudo.
Il 6
marzo, decretò che non ci sarebbe stato alcun accordo "tranne la RESA
INCONDIZIONATA" e allegò all'ultimatum uno slogan pubblicitario: Rendiamo
di nuovo grande l'Iran.
Il 7 marzo, annunciò al mondo che l'Iran si
era scusato e si era arreso.
La
guerra, a quanto pareva, era finita.
Il 9 marzo, promise "Morte, Fuoco e
Furia", una risposta "venti volte" più violenta.
Il 10 marzo, chiese la rimozione
"immediata" delle mine dallo Stretto di Hormuz, pur ammettendo, nello
stesso istante, di non avere "alcun rapporto" che attestasse la loro
presenza.
Resa
ottenuta. Poi la guerra si è riaccesa.
Poi è stata promessa l'apocalisse.
Poi un
ultimatum basato su un fatto che il suo stesso autore ammette non esistere.
Quando
un giornalista ha chiesto, semplicemente, a chi l'Iran avrebbe dovuto
arrendersi – nessun soldato americano ha mai messo piede sul suolo iraniano –
il portavoce della Casa Bianca ha svelato l'intera strategia:
solo
il presidente avrebbe deciso, quando lo avesse voluto, che l'Iran si fosse
"arreso".
La
resa non è più un fatto. È uno stato d'animo.
La
realtà è stata ignorata. Rimane solo il decreto.
Ma i
morti non possono essere rianimati. Rimangono morti, qualunque sia la versione
della storia che viene raccontata in quel momento.
Secondo
esempio: La grammatica dell'impero.
Dietro
il pagliaccio si cela il colonizzatore. E qui l'impulso smette di essere
semplicemente erratico: si consolida in una dottrina su chi ha il diritto di essere
sovrano e chi no.
Trump
non si è limitato a chiedere la resa dell'Iran.
Ha
preteso di avere voce in capitolo nella scelta della prossima “Guida Suprema
iraniana”, invocando la "selezione di un leader GRANDE e ACCETTABILE."
Accettabile per chi? Per lui.
Un presidente straniero che si autoproclama
arbitro della guida spirituale di una nazione di novanta milioni di persone:
questa è la grammatica inalterata del colonialismo, in cui l'indigeno non è mai
abbastanza maturo per governarsi da solo.
Poi si
è rivolto ai curdi.
Alla
domanda su come il regime potesse cadere senza truppe americane sul terreno, ha
definito "meravigliosa" un'offensiva curda in Iran: "Sarei
completamente a favore".
Secondo quanto riferito, avrebbe promesso ai
leader curdi "un'ampia copertura aerea" in caso di rivolta.
Questa
è la più antica manovra imperialista:
armare
una minoranza contro lo Stato che si vuole distruggere, per poi abbandonarla
una volta esaurita la sua utilità, come Washington ha fatto con i curdi, stando
alla sua stessa storia, ogni decennio dagli anni '70.
Non si
trattano i popoli in questo modo.
Si
trattano le pedine.
E poi,
quasi di sfuggita, disse la parte che di solito non viene detta. Parlando degli
uomini uccisi dai suoi attacchi, disse ai giornalisti che la maggior parte dei
bersagli erano già morti e che presto "non conosceremo più nessuno".
La
disinvoltura è il razzismo.
Quando la morte dell'Altro smette di essere
una tragedia e diventa una barzelletta passeggera, l'Altro ha già smesso di
essere considerato un essere umano.
Questo
è ciò a cui Malek Benabbi alludeva con la “sua idea di colonizzabilità”:
non la reale inferiorità del colonizzato, ma
la ferma convinzione del colonizzatore di avere a che fare con la materia, non
con un popolo.
Ed è
qui che risiede l'errore di valutazione.
Trump
credeva che uccidere Khamenei avrebbe fatto crollare il regime, che la guerra
si sarebbe conclusa in "quattro o cinque settimane".
Ha scambiato uno Stato per un uomo.
Non si può decapitare una nazione come si
rimuove un capo di Stato. Tagliare la testa non dissolve un corpo intessuto di
una solidarietà storica che nessun missile può raggiungere.
L'Iran
non ha implorato.
Ha
chiuso lo Stretto.
Documento
numero tre: un uomo, un aeroporto.
Un
uomo. Un aeroporto. Una decisione amministrativa. Eppure i simboli contano, e
questa volta il simbolo non è stato osservato dagli eserciti, ma da miliardi di
persone.
“Omar Abdelkader
Artan”, arbitro somalo nominato arbitro dell'anno 2025 dalla “Confederazione
Africana di Calcio”, avrebbe dovuto diventare il primo somalo ad arbitrare in
un Mondiale.
Arrivò
a Miami da Istanbul con un visto statunitense valido, rilasciato la settimana
precedente.
Fu trattenuto per undici ore, interrogato
sulla politica somala, rinchiuso in una cella di detenzione e imbarcato sul
primo volo disponibile, senza mai mettere piede su un campo da gioco.
La
motivazione ufficiale:
"problemi
di verifica" e una presunta associazione con presunti membri di
organizzazioni terroristiche.
Non fu prodotta alcuna prova.
Un ex
diplomatico somalo fece notare che Artan non aveva precedenti penali e non
rappresentava una minaccia per nessuno.
A Mogadiscio, al suo ritorno, fu accolto come
un eroe:
avvolto
nella bandiera del suo paese, portato in trionfo da una folla che, non avendo
una squadra da festeggiare, celebrava uno dei suoi.
Dovrebbe
forse sorprendere qualcuno?
Sei
mesi prima, in una riunione di gabinetto trasmessa dalla Casa Bianca stessa, lo
stesso presidente aveva definito gli immigrati somali "spazzatura",
aveva affermato che il loro paese "non vale niente" e
"puzza", dichiarando di non volerli nel suo paese.
A un membro del Congresso in carica, nato in
Somalia, erano state rivolte le stesse parole.
Non si
trattava dell'eccesso di zelo di un funzionario seduto a una scrivania.
Era
dottrina presidenziale, pronunciata al vertice dello Stato, che giungeva –
meccanicamente, prevedibilmente – a un posto di blocco a Miami.
E il
filo conduttore di questa storia ci riporta all'Iran.
Trump aveva inizialmente minacciato di
escludere completamente la squadra iraniana dal torneo, finché la FIFA non si è
opposta.
Il compromesso si riflette nei numeri:
a
circa quindici funzionari iraniani è stato negato l'ingresso negli Stati Uniti,
insieme al fotografo ufficiale della squadra irachena, mentre i giocatori, tra
cui l'iracheno Yamen Hussein, hanno descritto perquisizioni sistematiche e
invasive al confine.
Sollecitata
a fornire spiegazioni, la FIFA si è trincerata dietro il diritto sovrano del
paese ospitante di controllare l'immigrazione, abbandonando Artan e, con lui,
il principio stesso che il torneo pretendeva di incarnare.
Ciò a
cui il pianeta ha assistito, dunque, non è stata una partita.
È stata la messa in scena dal vivo di quali
corpi sono autorizzati a entrare e quali no, a prescindere dal merito, dal
visto, dal talento.
La
Coppa del Mondo avrebbe dovuto narrare l'universale.
Ha
narrato il confine.
Documento
numero quattro: chi ha scritto il menu?
Alcuni
sosterranno che quest'atto d'accusa attribuisce a Israele un potere che non
detiene.
Lasciamo che siano i fatti, non l'accusa, a
parlare.
Innanzitutto:
per
giustificare gli attacchi del 28 febbraio, i funzionari americani hanno infine
sostenuto che gli Stati Uniti erano stati "costretti a colpire l'Iran dal
loro alleato israeliano".
Un'ammissione
di enorme portata: la superpotenza che invoca la coercizione da parte del
proprio cliente.
In
secondo luogo:
la
strategia curda non è nata a Washington.
Secondo un funzionario citato da “Axios”, era
"opinione generale, e certamente anche di Netanyahu", che i curdi si
sarebbero ribellati. L'idea era precedente alla Casa Bianca.
Proveniva
da Gerusalemme.
In
terzo luogo, e punto decisivo: Israele si dichiara ufficialmente "non
parte" del memorandum in fase di negoziazione, eppure ne ha dettato
l'intera sostanza.
La
trascrizione della telefonata tra Trump e Netanyahu è inequivocabile: il Primo
Ministro "ringrazia" il Presidente per il suo "impegno"
affinché qualsiasi accordo finale includa la rimozione del materiale
arricchito, lo smantellamento delle infrastrutture di arricchimento, un limite
al numero di missili e la fine del sostegno iraniano ai suoi alleati regionali.
La parte "non presente al tavolo" ha scritto l'intero menù.
Quarto:
ogni volta che la tregua minaccia di reggere, è Israele a infrangerla.
Proprio
nel momento in cui si aprono i colloqui a Islamabad, riprendono gli attacchi
israeliani sul Libano meridionale, raggiungendo Tiro, ordinando l'evacuazione
del quartiere cristiano della città e respingendo un convoglio umanitario
guidato da un inviato vaticano.
Teheran
aveva tracciato una linea rossa:
la
prosecuzione delle operazioni in Libano avrebbe fatto fallire la tregua.
Israele l'ha oltrepassata, consapevolmente.
Quattro
fatti.
Una
conclusione.
In
questa guerra, la superpotenza fornisce la potenza di fuoco e la narrazione;
lo
stato cliente fornisce gli obiettivi e la tempistica.
Il rapporto di vassallaggio si è capovolto, e
il conto viene pagato con il sangue libanese e iraniano.
Esempio
Cinque: Il Registro Onesto.
Un'accusa
che vede con un solo occhio non è un'incriminazione.
È
propaganda con buone maniere.
Il
governo di Teheran non è una vittima immacolata.
Mentre le bombe cadevano, ha intensificato la
repressione iniziata con le proteste di gennaio:
nuovi
arresti, confische di proprietà, condanne al carcere – il poeta e romanziere
Yousef Ansari, condannato nel pieno della guerra.
La
teocrazia reprime il proprio popolo.
Affermarlo è un dovere, non una concessione al
nemico.
Ma è
proprio questo che rende la guerra di Trump imperdonabile, anziché scusabile.
Attaccando
l'Iran dall'esterno, armando i curdi, incitando gli iraniani a
"ripulire" il proprio regime, ha soffocato l'unica opposizione che
contava: l'opposizione interna.
Ogni
dissidente iraniano è ora sospettato di essere un agente straniero. Ogni
richiesta di libertà si trasforma in tradimento.
Ogni
curdo che ha creduto in Washington scoprirà, domani, di essere stato uno
strumento, non un alleato.
Bombardare non indebolisce la tirannia.
Le dà l'unico argomento che la salva: il
nemico è alle porte, tacete.
Non si
libera un popolo uccidendone il leader e screditando i suoi figli.
Lo si
condanna a scegliere tra due carcerieri.
Reperto
numero sei: Il mare che non obbedisce
Lo
Stretto di Hormuz ha smascherato la frode.
Un
presidente può annunciare il controllo.
Il mare non obbedisce ai discorsi.
I mercati non obbediscono agli slogan.
Le compagnie assicurative non obbediscono ai
social media.
La geografia del mondo è più antica della
vanità dei governanti.
Trump
ha tentato di tutto per riaprire lo stretto:
bombardamenti, blocco navale, poi
un'operazione di scorta denominata "Project Freedom".
Il
risultato: l'Iran continua a controllarlo.
Persino
gli analisti americani più autorevoli descrivono una guerra "che inciampa
di un errore dopo l'altro".
Una valutazione della CIA trapelata
contraddice apertamente la versione ufficiale di un Iran "sull'orlo del
collasso":
secondo la valutazione, Teheran può resistere
al blocco per altri tre o quattro mesi e conserva la maggior parte del suo
arsenale missilistico. Nel frattempo, il petrolio supera i novanta dollari al
barile, decine di migliaia di voli vengono cancellati e le rotte di trasporto
merci globali vengono deviate intorno alla regione.
La
realtà, prima o poi, umilia la propaganda, e questa volta il conto viene
presentato al mondo intero, non solo alla regione.
E
guardate chi negozia la fine della guerra.
Non
l'ONU. Non l'Europa. Non Washington da sola.
Il Pakistan fa da mediatore.
Si
dice che un "memorandum di Islamabad" sia "più vicino che
mai", mentre Teheran insiste immediatamente sul fatto che non verrà
firmato "domani".
Il
centro della diplomazia è sfuggito dalle mani dell'Occidente, e il linguaggio
stesso di Trump tradisce ciò che è diventato.
Parla
di un "grande accordo", di una "transazione" da
finalizzare, di miliardi di fondi congelati da sbloccare.
La
guerra come contratto.
La
pace come un accordo.
La sovranità dei popoli ridotta a una semplice
voce di spesa.
Questa
è la multipolarità frammentata che descrivo da anni:
un mondo in cui l'egemone conserva il potere
di distruggere ma ha perso quello di ordinare.
Può
uccidere un Leader Supremo ma non sceglierne il successore. Bombardare uno
stretto ma non riaprirlo.
Decretare
la resa ma non ottenerla.
Dare il benvenuto al mondo ai suoi Mondiali di
calcio e mostrargli, dal vivo, chi non ne fa parte.
Un
potere che colpisce e seleziona, senza che nulla possa dare fondamento a
nessuna delle due azioni.
Questa
è l'epoca in cui viviamo.
Un'epoca
in cui i potenti parlano di regole mentre si esentano da esse.
Un'epoca
in cui il diritto internazionale viene invocato contro i nemici e negoziato
attorno agli alleati.
Un'epoca
in cui la sovranità è sacra in Europa, condizionata in Medio Oriente, sospesa
in Palestina, violata in Libano, punita a Cuba e riscritta in Iran.
Un'epoca
in cui alcuni bambini vengono pianti per nome, mentre altri si perdono in
numeri.
Questa
non è civiltà.
È
contabilità con i cadaveri.
E
coloro che creano persone usa e getta iniziano sempre creando distanza morale.
Ci
dicono che la vittima è una persona complessa.
È una
morte deplorevole.
Il
bombardamento è difensivo.
L'assedio
è necessario.
L'occupazione
è continua.
Le
aspettative sono mirate.
Il
massacro è sotto indagine.
La
carestia è luminosa.
La resistenza
è termica.
L'alleato
si sta opponendo.
Il
nemico se l'è cercato.
Così,
passo dopo passo, la coscienza viene addestrata a inginocchiarsi.
Ma la
storia ha una memoria più lunga del potere.
Gli
imperi che si credevano eterni sono ora capitoli.
Gli
uomini che affermavano di possedere il mondo sono ora note a piè di pagina.
I
popoli che hanno cercato di cancellare parlano ancora.
L’algerino
ricorda.
Il
palestinese ricorda.
Il
cubano ricorda.
I
libanesi ricordano.
L'iraniano
ricorda.
I colonizzati
non ereditano la storia come archivio.
Lo
ereditano come una ferita che ha imparato a parlare.
Scrivo
dall'Algeria perché l'Algeria lo sa.
Conoscere
l'odore dell'automobile.
Conoscere
la grammatica dell'occupazione.
Conosce
l'arroganza di chi arriva con armi e dizionari, uccidendo persone mentre
corregge il loro vocabolario.
E
poiché l'Algeria lo sa, deve fare più che parlare.
Un anno fa, assistendo ai primi attacchi di
giugno 2025, ho invitato l'Algeria a mediare — non allineata, fedele alla
propria tradizione di mediazione, portando con sé l'autorità della propria
decolonizzazione. Quella chiamata è diventata sempre più urgente.
La
lezione di questi dodici mesi è chiara:
una
mediazione efficace non arriverà più dal centro screditato, ma dai margini
crescenti.
Se il
Pakistan è quello che oggi parla sia a Teheran che a Washington, allora si è
aperto uno spazio per i poteri degli intermedi — coloro che non hanno
umiliazione da vendicare e nessun cliente da proteggere. L'Algeria è una di
queste.
La sua
voce, proprio perché non porta truppe in questo gioco, può contenere ciò che i
bellicosi hanno perso:
la
memoria di quanto costa un precipizio, una volta saltato.
Ecco
perché non si tratta solo di un argomento politico.
È un
avvertimento civilizzato.
Nel
momento in cui una persona diventa sacrificabile, nessuna persona è più al
sicuro.
Nel
momento in cui la morte di un bambino richiede una spiegazione mentre la morte
di un altro bambino richiede solo lutto, l'umanità è già divisa.
Nel
momento in cui uno Stato può bombardare, affamare, sanzionare, occupare e
assassinare in nome dell'ordine, mentre a un altro viene negato persino il
linguaggio della sovranità, la legge è diventata una maschera.
La
grande domanda del nostro secolo non è se gli imperi esistano ancora.
Sì, lo
fanno.
Non si
tratta di stabilire se gli stati potenti dominino ancora quelli più deboli.
Sì, lo
fanno.
La
vera questione è se l'umanità continuerà ad accettare una gerarchia del valore
umano.
Se
alcuni confini rimarranno più sacri di altri.
Se
alcuni dolori rimarranno più legittimi di altri.
Se
alcuni popoli rimarranno più umani di altri.
C'è
un'altra cosa che questa terra ha imparato a sue spese: un anno fa, la regione
si trovava sull'orlo di un precipizio. Il mondo non si è tirato indietro. Si è
lanciato nel vuoto, e solo ora sta scoprendo che il precipizio aveva un fondo.
Quel fondo ha un nome.
L'abisso.
Non
intendo difendere ogni governo.
Non si
tratta di santificare ogni forma di resistenza.
Ciò
non significa giustificare ogni crimine commesso in nome della liberazione.
Ma per
difendere il principio più antico della dignità politica:
Nessuno
dovrebbe dover guadagnarsi il diritto di esistere.
Nessuno
dovrebbe essere costretto all'obbedienza con i bombardamenti.
Nessun
popolo dovrebbe essere costretto alla sottomissione tramite sanzioni.
Nessuna
persona dovrebbe essere cancellata dietro la parola "sicurezza".
Nessuna
persona è sacrificabile.
Non i
palestinesi.
Non
libanesi.
Non
gli iraniani.
Non i
cubani.
Non a
nessuno.
Ogni
impero alla fine si presenta davanti allo stesso tribunale.
Non il
tribunale che controlla.
Non il
tribunale che finanzia.
Non
l'istituzione che intimidisce.
Il
paese della storia.
Lì, i
discorsi non contano.
Le
conferenze stampa non contano.
Le
bandiere non contano.
Solo i
morti pagano.
E i
morti non restano mai in silenzio per sempre.
(Lala Bechetoula è uno storico, giornalista e analista geopolitico algerino indipendente. Dal 2025 si occupa di Trump, dell'egemonia americana e del crollo dell'ordine internazionale).
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