Letteratura, politica e società.

Letteratura, politica e società.

 

 

 

«Anche le vite dei bianchi contano!».

Inchiostronero.it – Roberto Pecchioli – (15 -06 -2026) – Redazione – ci dice:

 

Dalle proteste globali per George Floyd ai recenti fatti britannici: il dibattito pubblico tra violenza, identità e doppi standard.

Partendo dal confronto tra la mobilitazione internazionale seguita alla morte di George Floyd e i più recenti episodi di violenza avvenuti nel Regno Unito, Roberto Pecchioli riflette sul diverso trattamento mediatico e politico riservato a vicende analoghe quando cambiano identità delle vittime e degli aggressori.

 L’autore denuncia quella che considera un’indignazione selettiva, alimentata da narrazioni ideologiche incapaci di riconoscere tutte le vittime con lo stesso metro morale.

Sullo sfondo emerge una critica più ampia alle trasformazioni sociali dell’Occidente, alle tensioni generate dal multiculturalismo e alla crescente distanza tra percezione popolare e racconto dominante.

Un intervento destinato a suscitare confronto su giustizia, uguaglianza e universalità dei diritti. (N.R.)

 

Non abbiamo dimenticato il caso di George Floyd, l’americano di colore ucciso nel 2020 da un poliziotto bianco.

 L’episodio scatenò un’ondata di proteste in sessanta paesi, tra cui il nostro, contro il cosiddetto razzismo sistemico.

 Innescò altresì il movimento internazionale Black Live Matter (BLM, le vite dei neri contano) con la servile abitudine, in eventi pubblici, di inginocchiarsi a testa china in segno di lutto e indignazione.

 Floyd, benché pluripregiudicato, non meritava quella fine, mentre la condotta della polizia dimostrò la violenza diffusa nella società americana, immersa nel micidiale cocktail di libertà competitiva, individualismo indifferente all’Altro, multiculturalismo tossico.

 

Nei giorni scorsi un episodio analogo, più grave nel merito e nelle modalità, è accaduto in Inghilterra, l’omicidio di un ragazzo diciottenne, “Henry Nowak”, per mano di un indiano sikh, con la sconcertante complicità della polizia.

 Varie manifestazioni di collera hanno incendiato il Regno Unito, ma nessuna ondata di sdegno si leva da chi manipola l’opinione pubblica occidentale;

nessuno si inginocchia per l’incolpevole Henry e le reazioni sono come sempre derubricate a razzismo.

La realtà, purtroppo, è più forte della mistificazione dominante e tende a ripetersi.

Un trentenne scozzese è stato quasi decapitato da un africano, sedicente rifugiato.

 Il poveretto è in coma, ma l’episodio – documentato da drammatiche immagini – sta suscitando violenti disordini a Belfast, la città del fatto, nel resto d’Irlanda e in decine di località del Regno che si definisce Unito.

 

Sta diventando realtà la guerra etnica in Gran Bretagna, mentre segnali sempre più preoccupanti riguardano Francia e Belgio, sede della sedicente Unione Europea.

 Mezzo secolo fa un deputato inglese, “Enoch Powell”, pronunciò il famoso discorso “dei fiumi di sangue” che avrebbero inondato il paese se fosse continuata l’ondata migratoria allora agli inizi.

Dovette abbandonare la politica.

Ma al sangue stiamo arrivando e solo il popolo reagisce contro le oligarchie, schierate per l’invasione, apertamente nemiche degli europei.

Diciamolo una buona volta: anche le vite dei bianchi contano e non possiamo tollerare ciò che accade.

Ne va della nostra sopravvivenza.

Agli europei importa, non ai loro nemici che stanno al governo, che controllano il sistema culturale, economico, finanziario, politico e religioso.

Sono schierati contro di noi: prendiamone atto.

Non è questione di destra e sinistra; la lotta è alto contro basso, gente comune contro élite.

 

Se il caso di Belfast desta orrore per la sua brutalità animale, quello del povero Nowak – di cui l’inutile parlamento europeo ha rifiutato di occuparsi – è la spia di una realtà insostenibile, non solo britannica.

Il ragazzo era appena stato accoltellato più volte quando la polizia intervenuta lo ha ammanettato dietro la schiena.

Ha ripetuto nove volte di non riuscire più a respirare.

 L’aggressore, un asiatico sikh, ha detto alla polizia di essere lui la vittima.

Gli agenti gli hanno creduto:

sono stati addestrati a credere al razzismo sistemico e a comportarsi di conseguenza.

Henry sarebbe forse ancora vivo se gli agenti che lo hanno arrestato non avessero agito con sprezzante, criminale, beffarda negligenza.

Le mani dietro la schiena di un ragazzo con un polmone perforato dal coltello tradizionale dei sikh!

 Lo sventurato aveva la colpa di essere bianco.

 Il suo non è un episodio isolato, bensì l’ennesima prova di uno schema sinistro che continua, nonostante l’aumento degli attacchi violenti da parte della popolazione immigrata.

Dilaga una disgustosa malafede:

c’è che nega addirittura che il coltello sikh, il Kirwan portato “per difendere i deboli, contrastare l’ingiustizia e simboleggiare il proprio impegno spirituale”, sia pericoloso.

 

Uno dei giornaloni del progressismo europeo, El Pais, ha titolato così: “L’estrema destra di Farage fomenta l’odio nel Regno Unito dopo che un giovane è stato accoltellato a morte da un uomo sikh”.

 Ciò che l’aggressore e la polizia hanno fatto a Nowak non è una notizia; lo è l’indignazione popolare e la legittima reazione di un esponente politico.

Non conta il fatto, ma la possibilità che fornisca argomenti alla famigerata estrema destra, peraltro estranea alla storia liberalconservatrice di Nigel Farage.

Suona familiare;

è una reazione consueta, il riflesso pavloviano dei progressisti, nemici del popolo quando non si comporta secondo i loro dettami e insegnamenti.

 È la linea delle autorità politiche, dei media, della chiesa ufficiale, più preoccupate di gestire le conseguenze dei propri atti che di metterli in discussione.

 

Nel Regno Unito – continuiamo a chiamarlo così per abitudine – tutto iniziò con il rapporto del 2014 sui fatti di Rotherham.

Per oltre un decennio millequattrocento minorenni bianche di famiglie povere sono state vittime di sfruttamento sessuale sistematico da parte di bande pakistane:

ragazzine di tredici, quattordici anni, drogate, violentate e trasferite da una città all’altra per essere sfruttate.

 Alcune minacciate di essere bruciate vive, moltissime brutalmente picchiate.

Il fatto agghiacciante è che le autorità sapevano tutto, polizia, assistenti sociali, amministratori comunali.

Rapporti di altre città hanno tutti individuato lo stesso problema:

 la paura delle ripercussioni politiche.

Millequattrocento ragazzine abusate per decenni sotto gli occhi vigili delle autorità, dell’affabile poliziotto britannico.

 Era scandaloso continuare con l’insabbiamento, la discriminazione nei confronti della popolazione locale e la censura.

Eppure i governi non fecero nulla.

 

Poi vennero i casi di Rochdale, Oxford, Telefori, Newcastle, con lo stesso schema:

 ragazzine vulnerabili, autorità indifferenti o complici, indagini ostacolate, insabbiamento.

Le vittime, giovani vite bianche, non contavano nulla.

White livesi dont mater.

Gli scandali si accumulavano, ma il Regno, anziché agire, sviluppava sistemi sofisticati per monitorare il discorso pubblico.

Nacque il concetto di “episodi di odio non criminali” per permettere la registrazione ufficiale di parole o comportamenti che non costituiscono reato.

 L’energia mancata per proteggere le ragazze è impiegata per sorvegliare le opinioni dei britannici.

Non incitano all’odio o alla violenza, ma commettono il peccato capitale di essere dissenzienti.

Non si tratta neppure di infrazioni amministrative, ma di un cumulo di registrazioni di polizia relative a condotte perfettamente legali, ritenute politicamente scorrette.

 

Da anni migliaia di sudditi di Sua Graziosa Maestà sono sorvegliati, registrati, inseriti in vasti database senza aver commesso alcun reato. Basta il semplice atto di esprimere un’opinione “eretica”.

Harry Miller, ex poliziotto, fu fermato dopo aver pubblicato dei commenti sull’identità di genere.

Non c’era alcun reato, lo riconobbero gli stessi agenti.

Ciononostante, ritennero necessario avvertirlo delle gravi conseguenze delle sue opinioni.

 Il caso finì in tribunale, divenendo il simbolo di una nuova mentalità:

la polizia non si limitava più a perseguire i reati; aveva iniziato a monitorare i pensieri.

La giornalista Allison Pearson ebbe un’esperienza simile:

 fu informata di essere indagata per un post.

Anche nel suo caso, non c’era alcun reato chiaramente identificabile. L’indagine venne archiviata, ma il sinistro messaggio di sorveglianza ideologica era passato, nel paese che afferma di avere istituito la moderna democrazia.

In Inghilterra la polizia ha eseguito oltre dodicimila arresti in un anno in base alla legislazione sulle comunicazioni elettroniche.

Trenta persone incarcerate ogni giorno per messaggi ritenuti offensivi. Una lezione per il KGB sovietico, se esistesse ancora.

 

Nel tempo le segnalazioni di reti organizzate di sfruttamento sessuale di minorenni bianche si accumulavano.

 A Oxford le condanne emesse dai tribunali con colpevole ritardo hanno rivelato una realtà che le autorità avevano evitato di affrontare per anni.

 Quando occorreva perseguire crimini di soggetti immigrati, le istituzioni erano paralizzate da un’infinita cautela.

Quando si trattava di sorvegliare e punire parole o commenti dei sudditi britannici, l’energia diventava inesauribile.

Nel resto d’Europa vigono gli stessi comportamenti.

 La volontà di non affrontare apertamente alcuni aspetti delle ondate migratorie alimenta la sfiducia nei confronti dei media e delle autorità. In Francia, il processo a Marine Le Pen per la diffusione di immagini di atrocità islamiste è il simbolo dell’inversione delle priorità.

 Le vittime delle fotografie erano state davvero assassinate, ma a finire in tribunale fu chi mostrò le immagini, non i colpevoli delle efferatezze.

 Il paradosso si ripete.

Ogni nuovo scandalo rafforza il controllo su chi solleva il problema, non su chi lo ha causato.

Ogni crisi porta nuovi strumenti per soffocare il dibattito pubblico.

 Il potere ha paura del giudizio della cittadinanza, quindi ne reprime le espressioni.

 

Gli eventi di Capodanno del 2015 a Colonia, in Germania, provocarono sconcerto.

 Centinaia di donne denunciarono aggressioni sessuali e rapine.

 La notizia si diffuse più rapidamente attraverso le reti sociali che attraverso gli organi di informazione tradizionali.

Il silenzio del femminismo non fu il segno di un imbarazzo – che pure ci fu – ma dell’ordine di soffocare la giusta indignazione, bloccare il dibattito e impedire ogni reazione popolare e legale.

Troncare e sopire, il sistema del manzoniano “Conte Zio”, epitome del potere.

 Il discorso pubblico si concentra su chi denuncia determinati fenomeni, non sui fenomeni stessi.

Un’odiosa censura che ha prodotto la vergogna di Stephen Ogilvie quasi decapitato a Belfast e del povero Henry Nowak, ammanettato dalla polizia dopo essere stato accoltellato, che muore a diciotto anni tra le beffe e i commenti indifferenti degli agenti.

 

Il caso, con l’aggressore che lancia accuse di razzismo e la vittima ammanettata che muore dissanguata, sarebbe sembrato fino a poco tempo fa una macabra parodia, una fantasia allucinatoria.

Invece è il segno di politiche di odio contro la nostra gente.

Forse comincia la ribellione, o almeno la consapevolezza.

Tardiva, osteggiata da tutte le centrali di potere.

Ma se il popolo si alza in piedi, c’è ancora speranza.

 Tutte le vite hanno pari dignità, tutte vanno difese.

 Anche le nostre, bianchi impazziti odiatori di noi stessi, malati di inclusione, buonismo, ingenuità, pecore che abbracciano i lupi.

 White live mater, le nostre vite contano.

Difendiamole dai lupi, che almeno si presentano come tali, ma soprattutto dai loro complici nell’economia, nella finanza, nella cultura, nella politica, nella chiesa.

(Roberto Pecchioli).

 

 

 

 

«La commedia dell’assurdo».

Inchiostronero.it – Redazione Inchiostro nero – (14 -06 -2026) – ci dice:

La diplomazia spettacolo trasforma la guerra in una narrazione surreale.

Tra propaganda, smentite e dichiarazioni contraddittorie.

Il Simplicissimus.

In un clima internazionale sempre più dominato dalla comunicazione istantanea, le dichiarazioni politiche sembrano assumere i tratti di una vera e propria commedia dell’assurdo.

 Annunci di pace seguiti da minacce di guerra, accordi proclamati e subito smentiti, bombardamenti dichiarati conclusi mentre continuano sul terreno:

 il linguaggio del potere appare prigioniero di una spirale di contraddizioni che confonde opinione pubblica e realtà dei fatti.

Al centro della scena c’è Donald Trump, protagonista di una narrazione in cui diplomazia, propaganda e spettacolo si fondono fino a rendere indistinguibile il confine tra verità e rappresentazione.

Sullo sfondo, la crisi mediorientale continua a produrre tensioni e distruzione, mentre una frase rivolta a Netanyahu finisce per rivelare, forse involontariamente, una verità che la retorica ufficiale fatica sempre più a nascondere:

 il crescente isolamento internazionale di Israele e l’usura della sua immagine presso una parte sempre più ampia dell’opinione pubblica mondiale. (N.R.)

 

Il teatrino è sempre aperto, l’atroce avanspettacolo continua.

 Trump dovrebbe avere il premio Nobel non per la pace che non si sogna nemmeno di perseguire, nemmeno quando sarebbe costretto dalla realtà a farla, ma per la letteratura fantastica o il teatro dell’assurdo.

 In sole 48 ore è stato capace di dar vita a una ridda di antinomie che potremmo condensare in questo raccapricciante elenco:

Il bombardamento è in corso. Il bombardamento è terminato.

L’accordo è pronto. L’accordo è ben lungi dall’essere concluso.

Ecco il testo dell’accordo. Nulla di tutto ciò è menzionato nel testo di alcun accordo.

Il petrolio scorre attraverso Hormuz. Non sta passando petrolio.

È stato raggiunto un accordo sul testo dell’accordo di pace.

Circa il 75% è stato approvato.

Il bombardamento è sospeso. Il bombardamento è in corso.

C’è anche chi si è preso il disturbo di contare tutte le volte che The Donald ha annunciato la pace negli ultimi tre mesi:

39 volte e almeno altrettante ha annunciato la guerra e tutto questo senza tenere nel minimo conto ciò che diceva l’Iran, nonostante Teheran smontasse tutte le volte le versioni fornite dalla Casa Bianca agli americani e purtroppo anche a tutti gli occidentali.

Ma in questa densa e incessante produzione letteraria del “genere fantasy”, ha trovato modo di dire anche una verità, quando ha urlato al signor Benjamin Mileikowsky, alias Netanyahu

“Ora tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per questo”, riferendosi alla decisione del premier israeliano di colpire Beirut, anzi sarebbe meglio dire i condomini di Beirut, certamente una grande minaccia militare per Tel Aviv.

 

Questo è in realtà assolutamente vero.

In passato, quando l’entità sionista compiva azioni impopolari, incassava i colpi d’immagine e andava avanti, aiutata dai miliardari ebrei che avevano man mano messo le mani sulla maggior parte dei media e intimidito i rimanenti.

Ma adesso la realtà è diversa, nonostante i sionisti cerchino di acquisire sempre più spazi di comunicazione (gli ultimi fatti salienti sono l’acquisto di TikTok da parte di Larry Ellison, proprietario di Paramount, CNN, HBO, WARNERBROS, MTV e la successiva acquisizione della CBS) chi ha meno di 60 anni si informa altrove ed è stato colpito sia dai video Lego iraniani, sia dai paesaggi di distruzione di Gaza o dalle clip di atrocità varie come quelle dei soldati israeliani che si vantano di sparare ai bambini oppure  di indossare le mutandine delle donne che hanno ucciso. Di certo non saranno gli speaker delle tante Tele Mossad in giro per l’Occidente, né le suadenti labbra delle “cannonate” dell’informazione mainstream, a cambiare questa condanna che sta sempre più crescendo all’interno delle nostre società.

 

Certo bisognerebbe impedire che questo si trasformi in una nuova ondata di antisemitismo se non fosse che proprio questa è la strada intrapresa dall’ informazione ufficiale e dai governi, compreso il nostro, ovvero quella di considerare qualsiasi critica agli orrori prodotti dal sionismo negli ultimi anni come antisemitismo tout court, esattamente ciò che si vorrebbe evitare.

Il retro pensiero sarebbe che l’antisemitismo è un tabù troppo grande per essere violato.

E forse lo sarebbe se non ci trovassimo di fronte a una Israele che fa della politica di pulizia etnica il fulcro dei suoi modus operandi e anche dei suoi sogni.

Quindi, come sta succedendo per altri tabù usati per imporre valletti della grande finanza ai vertici dei Paesi europei, anche questo protocollo inviolabile, finirà per usurarsi.

 E a tale proposito, sui tradimenti che propone la storia, la sinistra dovrebbe leggere attentamente i romanzi di Annie Renaud, come fossero guide pratiche al rinsavimento.

Ma, come si dice, Dio rende pazzo chi vuole perdere.

E di una cosa possiamo essere sicuri: che a cominciare dall’inquilino della Casa Bianca, fino all’ultima pescivendola dei mercati rionali elevata al rango di governo, abbiamo una lunga serie di perdenti che ancora non hanno capito di esserlo.

(Redazione inchiostro nero).

 

 

 

«Abbiamo svuotato il cielo. Ora vogliamo riempirlo di UFO?»

Inchiostronero.it - Redazione Inchiostro nero – (13 – 06 – 2026) – ci dice:

 

Dopo la morte di Dio, il tramonto dei miti e la crisi delle grandi narrazioni, l’Occidente continua a cercare nel cielo ciò che non riesce più a trovare sulla terra.

Anche nell’epoca della tecnica, l’uomo non smette di cercare ciò che lo supera.

NOTA REDAZIONALE.

L’idea di questo articolo nasce dall’interesse suscitato da “Disclosure Day”, l’ultimo film di “Steven Spielberg”, e dalle riflessioni che il tema della “rivelazione” extraterrestre continua a generare nell’immaginario contemporaneo.

 

Più che interrogarsi sull’esistenza degli UFO, questo saggio esplora una questione più profonda:

perché una civiltà che ha progressivamente abbandonato i propri miti, i propri simboli e le proprie certezze trascendenti continui a rivolgere lo sguardo verso il cielo in cerca di nuove presenze.

Tra filosofia, storia delle idee e antropologia del sacro, il fenomeno extraterrestre diventa così l’occasione per riflettere sul persistente bisogno umano di significato in un’epoca che si definisce razionale, tecnologica e disincantata.

 

Un cielo che un tempo era abitato.

Per gran parte della sua storia l’uomo non ha mai guardato il cielo come guarda oggi.

 Ciò che per noi è uno spazio fisico, misurabile e potenzialmente esplorabile, per le civiltà antiche era anzitutto un luogo di presenza.

 Il firmamento non era vuoto.

 Era popolato.

 

Le stelle, i pianeti, le costellazioni e i fenomeni celesti non apparivano come semplici oggetti naturali, ma come manifestazioni di una realtà più profonda.

 Alzare gli occhi verso la volta notturna significava contemplare un ordine che trascendeva l’esistenza individuale.

Nel cielo si leggevano i segni del destino, la volontà degli dèi, il ritmo stesso del cosmo.

 

Per i Mesopotamici il moto degli astri era una scrittura divina;

per gli Egizi il sole era la barca di Ra che attraversava quotidianamente il mondo visibile e quello invisibile;

per i Greci il cielo era la dimora degli immortali.

Persino laddove le tradizioni religiose differivano profondamente, rimaneva costante una convinzione:

sopra la testa degli uomini non si estendeva un deserto cosmico, ma una regione carica di significato.

 

Il filosofo greco Aristotele osservava che tutti gli uomini, per natura, desiderano conoscere.

Ma questa conoscenza non nasceva soltanto dall’osservazione delle cose vicine.

 Nasceva anche dallo stupore suscitato da ciò che appariva lontano e misterioso.

 Nella Metafisica scriveva che gli uomini cominciarono a filosofare

«a causa della meraviglia».

Quella meraviglia aveva spesso il volto del cielo.

 

Le grandi religioni monoteistiche conservarono questo carattere simbolico.

Cambiarono gli dèi, ma non cambiò il significato della volta celeste.

Il cielo divenne il luogo della trascendenza, il regno degli angeli, la sede del giudizio e della salvezza.

Per secoli milioni di uomini hanno rivolto lo sguardo verso l’alto non per cercare altri mondi, ma per cercare un senso.

Non è un caso che il filosofo Immanuel Kant, alle soglie della modernità, confessasse di sentirsi sopraffatto da due realtà:

«Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me».

In quella celebre frase il firmamento non è ancora un insieme di corpi celesti.

È qualcosa che richiama l’uomo a una dimensione superiore, un segno che rimanda oltre sé stesso.

 

Le civiltà tradizionali vivevano immerse in questa rete di corrispondenze. Il cosmo non era separato dall’esistenza umana.

Ogni stella, ogni eclissi, ogni cometa poteva essere interpretata come un messaggio.

 L’universo non era muto. Parlava.

 

Oggi questa visione può apparire ingenua.

Eppure essa custodiva una certezza che il mondo contemporaneo ha progressivamente smarrito:

la convinzione che l’uomo abitasse un universo dotato di significato. Prima ancora di essere una questione religiosa, era una questione esistenziale.

Il cielo non serviva a spiegare come funzionasse il mondo.

Serviva a spiegare perché il mondo esistesse e quale fosse il posto dell’uomo al suo interno.

Per millenni, dunque, il firmamento fu molto più di uno scenario naturale.

Fu una dimora del senso.

 E quando gli uomini guardavano verso le stelle, non cercavano soltanto ciò che si trovava lassù.

Cercavano una risposta a ciò che si agitava dentro di loro.

 

La grande opera di svuotamento.

(Galileo Galilei che mostra l’uso del cannocchiale al Doge di Venezia, affresco di Giuseppe Bertini).

Per millenni il cielo aveva custodito dèi, angeli, presenze e significati.

 Poi qualcosa cambiò. Non avvenne in un giorno né per opera di un singolo pensatore.

Fu un processo lungo secoli, una trasformazione lenta ma radicale che modificò il modo stesso in cui l’uomo guardava il mondo.

La rivoluzione scientifica segnò una svolta decisiva.

 Quando Galileo puntò il cannocchiale verso il cielo, non vide il regno perfetto immaginato dalla tradizione aristotelica.

Vide montagne sulla Luna, macchie sul Sole, irregolarità che rendevano il cosmo meno sacro e più simile alla Terra.

 L’universo cessava di essere un simbolo e diventava un oggetto d’indagine.

Iniziò una trasformazione destinata a cambiare il rapporto dell’uomo con il cosmo.

 

«La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi, io dico l’universo»,

scriveva nel Saggiatore.

L’universo cessava di essere una gerarchia di simboli e diventava un testo da decifrare.

Con “Newton” il cambiamento si approfondì ulteriormente.

Lo stesso insieme di leggi che faceva cadere una mela spiegava il movimento dei pianeti.

 Il cielo e la terra, fino ad allora distinti sul piano simbolico e metafisico, venivano unificati all’interno di un unico sistema governato da principi matematici.

 L’universo appariva sempre più come una macchina perfettamente ordinata.

L’Illuminismo portò a compimento questa trasformazione.

 La ragione divenne il principale strumento di conoscenza e il mistero iniziò a essere percepito come un territorio da conquistare.

 La domanda non era più quale significato si celasse dietro i fenomeni, ma quale meccanismo li producesse.

 Il mondo perdeva profondità simbolica mentre acquistava precisione descrittiva.

Fu però nell’Ottocento che questa evoluzione raggiunse il suo punto più drammatico.

«Dio è morto. Dio resta morto. E noi lo abbiamo ucciso»,

scrisse Friedrich Nietzsche ne “La gaia scienza”. Non era una dichiarazione ateistica nel senso comune del termine.

Nietzsche stava descrivendo la crisi dell’intero orizzonte spirituale dell’Occidente.

 Le antiche certezze non erano più credibili, ma nulla sembrava ancora in grado di sostituirle.

 

Pochi anni dopo” Max Weber” avrebbe definito questo processo Entzauberung der Welt, il disincanto del mondo.

 L’universo non era più abitato da forze misteriose, spiriti o significati nascosti.

Tutto, almeno in linea di principio, appariva spiegabile attraverso il calcolo, la scienza e la tecnica.

 

L’uomo moderno guadagnava una conoscenza senza precedenti, ma pagava un prezzo.

Il cielo continuava a essere popolato di stelle, ma non più di presenze.

Le costellazioni restavano al loro posto, ma avevano smesso di raccontare storie.

L’universo diventava immensamente più vasto e, nello stesso tempo, infinitamente più silenzioso.

Per la prima volta nella storia, l’uomo si trovò davanti a un cosmo che sembrava non avere nulla da dirgli.

 

Quando il mito cambia linguaggio.

Le grandi trasformazioni culturali raramente cancellano ciò che le ha precedute.

Più spesso ne modificano il linguaggio.

 Le domande restano, cambiano le risposte.

I bisogni sopravvivono, mutano le immagini attraverso cui vengono espressi.

 

L’uomo contemporaneo ama definirsi razionale, scientifico, disincantato.

Eppure continua a essere attratto dal mistero.

 La differenza è che il mistero non indossa più le vesti di un tempo.

 Là dove un tempo apparivano santi, angeli e prodigi, oggi compaiono astronavi, civiltà extraterrestri e tecnologie incomprensibili.

Lo scrittore inglese “Arthur C. Clarke” formulò una delle intuizioni più celebri del Novecento:

«Qualunque tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia».

In questa frase è racchiusa gran parte dell’immaginario contemporaneo. Ciò che nel passato sarebbe stato interpretato come soprannaturale oggi viene tradotto nel linguaggio della tecnica.

Anche la figura del messaggero celeste sembra aver cambiato volto.

Per secoli l’angelo è stato il tramite tra il mondo umano e una realtà superiore.

Portava annunci, avvertimenti, promesse.

Nella cultura contemporanea, almeno in alcune sue manifestazioni, questo ruolo appare talvolta occupato dall’extraterrestre:

un essere proveniente dall’alto, dotato di conoscenze superiori e capace di rivelare all’umanità verità sconosciute.

 

Non si tratta di affermare che gli UFO siano una religione.

 Sarebbe una semplificazione.

 È però difficile non notare alcune analogie simboliche.

Come nelle tradizioni religiose esistono i profeti, così nel mondo ufologico esistono testimoni privilegiati e divulgatori.

Come esistono rivelazioni sacre, così si attende la disclosure, la grande rivelazione destinata a cambiare per sempre la comprensione del nostro posto nell’universo.

 

Lo storico delle religioni “Mircea Eliade” osservava che

«il sacro è un elemento della struttura della coscienza e non un momento della storia della coscienza».

Se Eliade aveva ragione, il bisogno di trascendenza non può essere eliminato.

 Può soltanto assumere forme nuove.

 

In questa prospettiva il fenomeno UFO diventa interessante anche indipendentemente dalla sua realtà fisica.

 Prima ancora di essere un problema per astronomi, militari o scienziati, esso appare come uno specchio culturale.

Rivela desideri, paure e speranze di una civiltà che ha smesso di credere a molte delle proprie antiche narrazioni, senza però rinunciare alla necessità di una narrazione.

 

Fu proprio “Carl Gustav Jung” a suggerire, nel suo saggio sui dischi volanti, che questi ultimi dovessero essere letti anche come simboli.

 Non semplicemente oggetti osservati nel cielo, ma immagini nelle quali una società proietta le proprie inquietudini e le proprie attese.

 

Forse è per questo che il tema continua a esercitare un fascino così persistente.

 Gli UFO non promettono soltanto una risposta alla domanda se siamo soli nell’universo.

 Offrono qualcosa di più antico e più profondo:

 la possibilità che il cielo, dopo essere stato svuotato dagli dèi, non sia ancora completamente vuoto.

 

Carl Gustav Jung e i dischi volanti.

Tra i molti studiosi che si sono occupati del fenomeno UFO, Carl Gustav Jung occupa un posto particolare.

A differenza degli appassionati di ufologia e degli scettici militanti, il grande psichiatra svizzero non si interrogò anzitutto sulla natura fisica dei presunti avvistamenti.

 La domanda che lo interessava era un’altra:

perché milioni di persone sembrano così disposte a credere che qualcosa proveniente dal cielo stia cercando di comunicare con noi?

 

Nel 1958 pubblicò” Un mito moderno”.

“Le cose che si vedono in cielo”, un’opera che ancora oggi conserva una sorprendente attualità.

Jung non negava che alcuni fenomeni potessero avere una base reale, ma riteneva che la loro straordinaria diffusione culturale dovesse essere compresa anche sul piano simbolico.

 Gli UFO, sosteneva, stavano assumendo la funzione di un mito moderno.

 

Alla base della sua riflessione vi era la teoria dell’inconscio collettivo. Secondo Jung, la psiche umana non è composta soltanto da esperienze individuali, ma conserva immagini e schemi simbolici condivisi dall’intera umanità.

Questi archetipi riemergono continuamente sotto forme diverse, adattandosi alle condizioni storiche e culturali di ogni epoca.

Gli UFO sarebbero uno di questi fenomeni.

In una civiltà sempre più dominata dalla tecnica e dalla razionalità, l’antico bisogno di trascendenza troverebbe nuove modalità di espressione.

 

«Gli archetipi sono sistemi viventi di reazioni e attitudini»,

scriveva Jung, capaci di riaffiorare quando una società attraversa momenti di incertezza e trasformazione.

Non è difficile comprendere il contesto in cui maturò questa interpretazione.

Gli anni della Guerra Fredda erano segnati dalla minaccia nucleare, dall’angoscia collettiva e dalla sensazione che il destino dell’umanità fosse sfuggito al controllo degli individui.

In quel clima, le immagini provenienti dal cielo potevano assumere un significato che andava ben oltre il loro eventuale contenuto materiale.

 

Le società, infatti, non cessano mai di produrre simboli.

 Quando una figura perde la propria forza evocativa, un’altra tende a prenderne il posto.

 Il bisogno di rappresentare ciò che supera l’esperienza quotidiana rimane costante.

 Cambiano i nomi, cambiano le immagini, ma la funzione resta sorprendentemente simile.

Per Jung, dunque, gli UFO non erano soltanto oggetti misteriosi.

Erano il segnale di qualcosa che si muoveva nelle profondità dell’immaginario contemporaneo.

 Più che parlarci di eventuali civiltà extraterrestri, essi sembravano raccontare la persistente difficoltà dell’uomo moderno ad accettare un universo completamente privo di significato.

 In questo senso, i dischi volanti non apparivano come visitatori dello spazio, ma come nuove figure del sacro sorte all’orizzonte di un mondo che credeva di aver superato il bisogno del mito.

 

Le nuove religioni dell’era tecnologica.

Se il cielo tradizionale si è progressivamente svuotato di dèi, angeli e presenze, non per questo è venuto meno il bisogno umano di sperare in qualcosa che trascenda i limiti della condizione presente.

 La modernità ha indebolito molte credenze, ma non ha eliminato l’attesa.

Ha semplicemente cambiato il linguaggio attraverso cui essa si manifesta.

L’ufologia rappresenta uno degli esempi più evidenti di questo fenomeno, ma non è l’unico.

 Negli ultimi decenni sono emerse nuove narrazioni che attribuiscono alla tecnologia un ruolo quasi salvifico.

 Il transumanesimo promette di liberare l’uomo dalla malattia, dall’invecchiamento e perfino dalla morte.

Alcuni teorici dell’intelligenza artificiale immaginano l’avvento di una superintelligenza capace di risolvere problemi che oggi appaiono insolubili.

Altri ancora attendono una trasformazione radicale della civiltà prodotta dall’accelerazione tecnologica.

 

Dietro queste prospettive si intravede una struttura sorprendentemente familiare.

Esiste una promessa di redenzione, esiste un futuro atteso come momento decisivo e, soprattutto, esiste la convinzione che una forza superiore possa intervenire a correggere i limiti dell’uomo.

Cambiano le parole, ma il meccanismo simbolico ricorda quello delle antiche attese religiose.

 

Lo storico delle idee Eric Voegele definì questo processo

«immanentizzazione dell’escatologia»:

il tentativo di trasferire nella storia terrena speranze che un tempo appartenevano alla sfera della trascendenza.

 Il paradiso non viene abolito; viene spostato nel futuro.

 

In questo senso, l’aspettativa di un contatto extraterrestre, la fiducia nella superintelligenza artificiale o il sogno transumanista possono essere letti come differenti versioni di una medesima aspirazione.

 Non necessariamente come illusioni, ma come espressioni di un bisogno antico.

Ernst Bloch, uno dei maggiori filosofi della speranza, ricordava che

«l’uomo vive proiettato verso ciò che non è ancora».

L’essere umano è una creatura orientata verso il domani. Ha sempre immaginato un evento capace di riscattare le insufficienze del presente.

 

Anche “Gilbert Keith Chesterton” colse un aspetto essenziale della questione quando scrisse:

«Quando gli uomini smettono di credere in Dio, non è vero che non credono più a nulla. Credono a qualsiasi cosa».

Al di là del tono polemico, la frase evidenzia un fatto storico: il bisogno di credere non scompare automaticamente con il declino delle religioni tradizionali. Tende piuttosto a cercare nuovi oggetti su cui investire le proprie speranze.

 

È qui che la riflessione assume un carattere più profondo. Mentre il transumanesimo promette di superare la morte e l’intelligenza artificiale viene talvolta presentata come una futura intelligenza superiore, riaffiora una domanda che la modernità non è mai riuscita a cancellare.

 

«Ormai solo un Dio ci può salvare»,

osservava “Martin Heidegger” negli ultimi anni della sua vita. Non era una professione di fede, ma il riconoscimento dei limiti di una civiltà che aveva affidato ogni speranza alla tecnica.

Forse il punto non è stabilire se questo Dio avrà il volto di una divinità, di un extraterrestre o di una macchina.

 Il punto è comprendere perché l’uomo continui a sentirne il bisogno. Dietro le nuove mitologie tecnologiche sembra infatti riemergere la stessa domanda che attraversa la storia umana da millenni:

chi, o che cosa, verrà a salvarci da noi stessi?

 

Forse non stiamo cercando alieni.

Alla fine di questo percorso, la questione decisiva non sembra più essere l’esistenza o meno degli UFO.

 Naturalmente la domanda conserva il suo fascino.

Siamo soli nell’universo?

Esistono altre forme di intelligenza?

Sono interrogativi legittimi e probabilmente destinati ad accompagnarci ancora a lungo.

Eppure, osservando il fenomeno nel suo insieme, emerge un dubbio diverso e forse più profondo.

 

Forse non stiamo cercando soltanto alieni.

Dall’antichità fino ai nostri giorni, l’uomo ha continuato a rivolgere lo sguardo verso il cielo.

 Sono cambiate le mappe cosmologiche, sono cambiate le credenze religiose, sono cambiate le conoscenze scientifiche.

 Ma è rimasto quasi immutato il bisogno di trovare oltre l’orizzonte qualcosa che conferisca significato all’esistenza.

 

“Blaise Pascal” scriveva:

«L’uomo supera infinitamente l’uomo».

 

In questa formula è racchiusa una delle verità più persistenti della condizione umana.

 L’essere umano non coincide mai completamente con ciò che è.

Avverte sempre una mancanza, una distanza, una tensione verso qualcosa che lo trascende.

Per questo motivo nessuna spiegazione puramente materiale sembra riuscire a soddisfarlo del tutto.

 

La modernità ha conquistato una comprensione dell’universo che sarebbe apparsa miracolosa alle generazioni precedenti.

Abbiamo misurato le galassie, esplorato i pianeti, decifrato il linguaggio della materia.

Eppure, come osservava “Albert Einstein”,

«la cosa più bella che possiamo provare è il senso del mistero».

Il progresso della conoscenza non ha eliminato la domanda di significato.

In alcuni casi l’ha persino resa più urgente.

 

È possibile che il cielo continui a esercitare il suo fascino proprio perché vi proiettiamo ciò che ci manca.

Un tempo vi collocavamo dèi e angeli.

 Oggi vi immaginiamo civiltà extraterrestri, intelligenze superiori o forme di vita capaci di possedere risposte che noi non abbiamo.

In entrambi i casi, il firmamento funziona come uno specchio.

Non riflette soltanto ciò che potrebbe esistere là fuori.

 Riflette soprattutto ciò che sentiamo mancare qui dentro.

 

Per questo gli UFO rappresentano un fenomeno culturale così interessante.

Essi sembrano collocarsi al confine tra scienza, immaginazione, speranza e nostalgia.

 Più che testimoniare la presenza di altre civiltà, raccontano il persistente desiderio umano di non essere soli, non soltanto nell’universo, ma anche nel significato.

 

«Quando gli uomini smettono di credere agli dèi, non smettono di cercare il cielo. Cambiano soltanto il nome di ciò che vi abitano.»

 

Forse questa frase riassume l’intera vicenda della modernità.

 Abbiamo svuotato il cielo delle sue antiche presenze, ma non abbiamo smesso di guardarlo.

 Continuiamo a scrutarlo con telescopi sempre più potenti, con sonde sempre più sofisticate e con la stessa inquietudine che accompagnava i nostri antenati.

La domanda finale, allora, non è se gli UFO ci parlino dell’universo.

 La domanda è se, attraverso di essi, non stiamo ancora una volta cercando di comprendere qualcosa di essenziale su noi stessi.

 Perché, forse, ogni volta che guardiamo il cielo in cerca di una presenza, stiamo in realtà interrogando il mistero dell’uomo.

(La Redazione inchiostro nero).

 

 

 

Scie Chimiche, Rosario Marcianò svela l’inganno dietro al DDL CIELI BLU: “Serve a regolamentare e legalizzare le operazioni clandestine di geoingegneria militare.”

 

Comedonchisciotte.org - Redazione CDC – (15 Giugno 2026) - Rosario Marcianò – ci dice:

 

Eccomi qua, questa è la prima diretta su Facebook almeno da diversi anni. Ho ritenuto necessario farla, per quanto cercherò di essere breve, anche perché ho alcuni impegni che mi aspettano.

Allora, devo chiarire alcune cose.

 

Come ho scritto nella descrizione, ci sono alcuni soggetti che, non so se in buona fede o in cattiva fede, questo è tutto da capire, eccepiscono che io non abbia fatto assolutamente niente.

Sono passati ventuno anni e non penso di non aver sacrificato buona parte della mia esistenza per la causa, per cui mi ritengo offeso in quanto, in coscienza, credo di aver dato tutto quello che potevo dare nel range delle mie competenze e delle mie possibilità.

 Non si può dire che non le abbia provate tutte.

 

Ora, la differenza tra il fare e il non fare è molto sottile, perché io potrei inventarmi qualsiasi iniziativa, pur sapendo che questa iniziativa potrebbe non avere dei risultati o potrebbe essere addirittura controproducente.

Per cui, è chiaro che, in base alle valutazioni che ho potuto fare in questi ventuno anni, ritengo che carte da giocare ormai non ce ne siano più tante, perché le abbiamo provate tutte e soprattutto da un punto di vista personale, sia mio fratello che io, abbiamo pagato in prima persona il fatto di esserci esposti.

Ora, quello che dovrebbe far ragionare altri che evidentemente non usano la materia grigia è che se il sistema, se lo Stato, se quello che io definisco “il regime”, è intervenuto in maniera pesante, pesantissima nei miei confronti:

 ho subito due condanne penali definitive che ritengo infondate, ingiuste, sono quindi stato condannato da innocente al carcere senza il beneficio di legge della sospensione della sentenza.

 

Per cui ho scontato 12 mesi, anzi 11, per via dello sconto che si fa in affidamento ai servizi sociali, ho lavorato gratis, mi sono dato da fare, nel senso che chi mi ha dato il lavoro ha considerato le mie prestazioni di alto livello, non ci sono state lamentele e il rapporto che è stato fatto al Tribunale di sorveglianza è ottimo.

 

Contemporaneamente, però, benché il “procedimento Cereda” fosse andato prescritto da tre mesi, la Cassazione ha deciso ugualmente di condannarmi ad altri 16 mesi di reclusione, basando tutto sulle dichiarazioni non veritiere della parte lesa che io avevo già querelato nel 2014, e che presentando una querela, come lite temeraria nel 2023, ha fatto sì che, guarda caso, come sempre accade quando io querelo qualcuno per legittimi motivi, guarda caso sono stato processato e condannato senza lo straccio di una prova e anzi il Tribunale e anche la Cassazione si sono rifiutati di accogliere la richiesta di fare una verifica degli indirizzi IP, perché nel periodo contestato io ero bloccato su Facebook e non potevo scrivere, per cui le dichiarazioni della parte lese sicuramente si basavano su invenzioni.

 La Magistratura non mi ha voluto dare retta, ma non perché io sia antipatico o perché io sia inattendibile in quanto le prove le ho portate, ma non sono state prese in considerazione.

 

No, perché dietro queste operazioni c’è lo Stato, ci sono altri dirigenti che hanno deciso di farmi fuori e ci stanno provando in mille modi, perché io ho altri procedimenti in corso e rischio effettivamente di passare il resto della mia esistenza in carcere.

 

Questo da innocente.

 Questo perché io sono l’unico in Italia che ha dichiarato e che ha scoperto e ha divulgato, così come aveva fatto “Franco Caddeo”, ricercatore che mi precedette e che è scomparso in circostanze misteriose, se non erro, nel 2010, sono l’unico che ha dimostrato, prove alla mano, che nelle operazioni di geo-ingegneria clandestina sono coinvolti i velivoli commerciali, quindi le compagnie aeree per il trasporto merci e passeggeri, i militari, nella fattispecie per quanto riguarda l’Italia l’aeronautica militare italiana, che infatti prevede le innocue velature con un buon anticipo di 2-3 giorni, le innocue velature sarebbero le scie chimiche, ogni previsione viene fatta in arrivo di una perturbazione.

 

Il meteo è gestito dall’aeronautica militare, che poi rilascia le veline a tutti i meteorologi civili d’Italia.

Ricordo che non c’è una laurea in meteorologia, quindi tutti i meteorologi che esistono sono da definirsi meteorologi d’accatto, che riprendono le veline dell’aeronautica militare e le riportano pari, pari , quindi se c’è in arrivo una perturbazione, si coordina l’azione di inseminazione igroscopica delle nubi basse, in modo tale da inibire le precipitazioni piovose che sono previste, o in modo tale da deviare la perturbazione, oppure quando la perturbazione è troppo ampia, troppo vasta, le nuvole, quelle alte, in cumulo nembi, vengono inquinati con materiali come la magnetite e il ferro, che sono stati effettivamente ritrovati nelle analisi che abbiamo condotto.

 

Ci sono tanti in questi mesi, specialmente durante gli episodi che hanno riguardato le vicende tristi di “Enrico Gianini”, che hanno dichiarato che le analisi sono state condotte da “Enrico”, quelle che abbiamo condotto noi in Francia, presso il laboratorio analitica, che in realtà Enrico è l’unica persona che ha condotto queste analisi ed è l’unica persona che ha parlato di scie chimiche in Italia.

 

Buona parte di queste informazioni non sono corrette, perché bisogna precisare che Enrico è entrato in gioco attorno al 2016-2017, quando mio fratello ed io abbiamo iniziato a informare sulla questione nel 2005, abbiamo iniziato a condurre analisi di laboratorio fin dal 2007, abbiamo condotto analisi certificate tra il 2013 e il 2017 presso il laboratorio analitica in Francia, dal Dott. Tallir, ormai purtroppo scomparso, abbiamo dimostrato che i polimeri di ricaduta non sono tele di ragno, ma sono dovuti alla polimerizzazione dei carburanti avio, abbiamo dimostrato, insieme anche con la scienziata delle nubi svizzera Ulrike Lehman, che i carburanti per aviazione contengono ben 16 metalli, oltre al carbonato di calcio, che è anch’esso idroscopico.

 

Abbiamo pubblicato i risultati già nel 2013 fino al 2018, quindi quando personaggi vari, non faccio nomi, dicono che non ci sono prove, che non sono mai state condotte analisi, che colui che dice che viene ritrovato il bario è un ciarlatano, riferendosi al sottoscritto, questi personaggi mentono, oppure non sanno, nella migliore delle ipotesi.

 

Ora, sei anni fa più o meno, quando sono stato condannato per aver reperito fotografie che dimostrano che una delle vittime del “Bataclan” non era morta, sono stato messo a tacere con una veloce condanna scaturita da un processo non valido, nullo, perché violava l’articolo 415 bis del codice di procedura penale, sono comparse sulla rete alcune persone che hanno iniziato a condurre delle informazioni, a produrre delle informazioni, anche con la collaborazione di vari media, delle informazioni scorrette, perché, e ne ho avuto ancora la conferma ieri, il loro disegno è quello della sostituzione, sostituire il sottoscritto, mandare nell’oblio tutte le informazioni corrette che sono state divulgate da me e mio fratello con il comitato “Tanker Enemi”, in relazione appunto al fatto che queste operazioni di geo-ingegneria non sono volte al contrasto al riscaldamento climatico, non sono il cloud seeding, ma sono operazioni idroscopiche di ottimizzazione dell’atmosfera per far funzionare bene i loro maledetti radar, i loro satelliti e i loro droni.

 

Sono operazioni militari, coordinate in Italia dall’aeronautica militare italiana, coordinate all’estero dalle varie aeronautiche dei rispettivi paesi.

 Quindi, quando ci sono persone che vi parlano di operazioni nelle quali sarebbero coinvolti personaggi che vogliono contrastare il riscaldamento climatico perché ci sono i brevetti e che fanno cloud seeding perché fanno piovere, vi stanno raccontando solo una parte della verità.

Vi stanno raccontando una parte della verità escludendo completamente e volutamente le vere motivazioni, i veri responsabili che sono i militari e i veri operatori che sono i vettori civili perché in questo modo occultano la verità e coprono le responsabilità dei veri autori e gestori di queste operazioni.

 

Vedi la proposta di legge di” DL Cieli blu”:

serve a regolamentare e legalizzare le operazioni clandestine di geo-ingegneria militare.

Non sono operazioni di geo-ingegneria basate su ricerche scientifiche in relazione a un supposto cambiamento climatico.

Il cloud seeding fa parte di un tipo di geo-ingegneria volto a produrre precipitazioni piovose che è già regolamentato dalla legge 36/94, quindi non ci sono regole da scrivere.

 

 IL VIDEO ESPLICATIVO “L’INGANNO DIETRO AL DDL CIELI BLU”.

Semmai ci sono regole tali che debbano alla fine impedire queste operazioni, ma da quello che ho sentito ieri, le reali intenzioni sono quelle di occultare la questione relativa alle scie chimiche e di portare all’attenzione del pubblico un’informazione completamente falsa.

 

Quando mi si viene a dire che io non ho fatto abbastanza, che non ho fatto proposte, sappiate che quando ho osato fare delle proposte mi sono ritrovato alla Polizia Postale a casa.

 Mi sono ritrovato con un provvedimento da parte del prefetto basato sulla legge antiterrorismo e con un’accusa di istigazione a delinquere dalla quale sono uscito solo dopo due anni e con la quale ho rischiato l’arresto.

Io non sono più nelle condizioni di dire tutto quello che ho intenzione di dire e già sto dicendo abbastanza perché, come ripeto, sono in attesa di un mandato di carcerazione per altri 16 mesi di galera che mi sono stati combinati illegalmente dalla Corte di Cassazione di Roma a procedimento prescritto e senza lo straccio di una prova.

 

Quindi ritengo che chi scrive che io sto lucrando sulla questione dopo che ho speso oltre 80.000 euro per difendermi inutilmente perché questi 19 processi in 15 anni sono andati tutti male, mi offende, perché io non ci sto lucrando, io ci sto perdendo.

Io ho perso tutta la mia libertà, ho perso la serenità, non ho più la possibilità di fare progetti per il futuro perché il mio futuro è dietro le sbarre.

Spero di essere stato finalmente chiaro.

 Fate girare questo video, ringrazio coloro che mi hanno sostenuto e chiaramente non saluto assolutamente con rispetto e affetto le persone che fino ad ora hanno pensato solo di giudicarmi senza conoscere assolutamente niente di quello che ho fatto e della mia vita.

(Rosario Marcianò).

 

 

La Sicilia si conferma una terra

 colonizzata da Israele: il

 “Mangia” di Brucoli è zona rossa.

 

Comedonchisciotte.org - Redazione CDC - Manuele Bonaccorsi e Madi Ferrucci, Invicta Palestina-

Il 15 Giugno 2026 – ci dicono:

Si confermano i timori che avevamo, l’area è interamente sorvegliata e viene controllato anche il transito dei veicoli su strada.

Attorno alla struttura cresce la militarizzazione causata dai sionisti e avallata dai loro complici del governo italiano.

L’ingresso della struttura è presidiato dalla Polizia di Stato e ogni tentativo di dissenso della società civile viene soffocato ancor prima di nascere.

Stamattina 4 di noi sono stati fermati, controllati e identificati mentre con una macchina transitavano lungo una strada pubblica da zelanti tutori dell’ordine pubblico, subito dopo il passaggio di numerosi pullman con a bordo i turisti israeliani della compagnia Ashram in vacanza premio.

 

Il colosso immobiliare Ashram è coinvolto in pesanti violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani per i suoi insediamenti illegali nei territori della Palestina Occupata, per questo è nella black list delle Nazioni Unite.

Per la seconda volta in pochi giorni a Brucoli, e dopo il caso in Sardegna, la medesima azienda “Mangia resort2 si conferma al servizio di chi ha commesso crimini di guerra.

 

Sappiamo che il Diritto Internazionale prevede precisi obblighi, non solo per gli Stati, ma anche per gli individui e per i soggetti privati, tra cui i doveri di non cooperazione, non favoreggiamento e non complicità rispetto a crimini internazionali gravi.

 

La neutralità che si potrebbe attribuire a un’attività alberghiera viene meno quando l’ospitalità rischia di contribuire – anche indirettamente – all’elusione della giustizia, alla legittimazione pubblica o alla impunità di soggetti coinvolti in gravi violazioni del Diritto Internazionale.

 Chi si rende complice andrà incontro a varie forme di denuncia e boicottaggio.

 

Il turismo di lusso non può diventare il salvacondotto attraverso il quale il capitale internazionale della generazione Epstein si insedia nei territori e compra e calpesta i diritti di chi li abita.

Basta alle risorse pubbliche usate per tutelare complici di un genocidio.

 

La Sicilia, come la Sardegna e la Puglia non sono e non saranno mai colonie sioniste.

Catanesi per la Palestina.

Ennesimo episodio dell’invasione di “turisti” israeliani nei luoghi più suggestivi del nostro paese.

Stavolta non si tratta di soldati in gita premio per riposarsi dalle fatiche del genocidio di Gaza, ma di un nutrito gruppo di manager e dipendenti dell’azienda israeliana Ashram, con sede a Tel Aviv, che avrebbero prenotato addirittura l’intero resort.

 

Ora va detto che “Ashram Group” è una delle più grandi aziende israeliane operanti nei settori dell’edilizia, delle infrastrutture e dell’immobiliare, che gestisce grandi progetti residenziali e commerciali sia sul territorio nazionale che a livello globale.

 

Ma soprattutto va ricordato che, nel 2020, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) ha incluso Ashram Group (insieme alle sue controllate Ashram Industries e Ashram Propertius) nel database ufficiale delle imprese commerciali operanti negli insediamenti israeliani ritenuti illegali secondo il diritto internazionale.

Il report ha evidenziato come le attività del gruppo facilitino direttamente il mantenimento e l’espansione di tali insediamenti. Il coinvolgimento di Ashram si articola in diverse aree chiave:

– Edificazione di insediamenti: Fin dagli anni ’70, il gruppo ha costruito migliaia di unità abitative e spazi commerciali in numerosi insediamenti della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, tra cui Beitar Lilit, Manale Adimi, Gilo, Ramon e Nifo Zion.

 

 – Infrastrutture e barriere di separazione: Ashram ha fornito elementi in cemento e materiali da costruzione al Ministero della Difesa israeliano per la realizzazione dei checkpoint militari e dei terminal lungo il muro di separazione in Cisgiordania.

– Infrastrutture di trasporto: Ha partecipato alla fornitura di materiali e alla costruzione del deposito per la Jerusalem Light RAI, una rete ferroviaria leggera che collega i quartieri di Gerusalemme Ovest con gli insediamenti situati oltre la Linea Verde (Gerusalemme Est).

– Strutture detentive: Nel 2021, il gruppo si è aggiudicato l’appalto per l’ampliamento del carcere militare di Ofer (situato in Cisgiordania), realizzando nuove celle destinate alla detenzione di prigionieri palestinesi.

Sfruttamento delle risorse naturali: L’azienda possiede e gestisce l’impianto di estrazione mineraria Audit a Missori Adimi e un impianto di calcestruzzo nella zona industriale di Atrato, attività contestate per l’utilizzo di risorse della terra palestinese a beneficio dell’industria israeliana.

 

 A causa di queste operazioni, Ashram Group ha affrontato campagne di disinvestimento etico guidate da università, fondi pensionistici e investitori internazionali.

 In particolare, il Fondo Pensione Governativo Norvegese (il più grande fondo sovrano al mondo) ha inserito il gruppo sotto osservazione o esclusione etica attraverso il proprio Consiglio Etico Norge Bank.

 

Diversi comitati studenteschi e amministrazioni universitarie negli Stati Uniti (come la San Francisco State University e la Fresno State) hanno inoltre votato risoluzioni per ritirare i propri fondi d’investimento dalle azioni della società.

Ancora una volta dunque, dobbiamo registrare la presenza sul nostro territorio di “turisti” israeliani che, in modo più o meno diretto, hanno contribuito e contribuiscono al regime di apartheid e ai crimini che quotidianamente lo stato ebraico commette ai danni del popolo palestinese.

E il fatto che il nostro stato agevoli la presenza sul nostro territorio di questi soggetti, quanto meno assicurandone la sicurezza e la scorta, è moralmente ingiustificabile e (probabilmente) giuridicamente illegale

 

“La vacanza di Ashram in Sicilia, azienda israeliana nella “black list” delle Nazioni Unite per le attività nei Territori Palestinesi Occupati.

Lo scorso 4 giugno un gruppo numeroso di manager e dipendenti dell’azienda Ashram Group con sede a Tel Aviv è arrivato al “Mangia Hotel di Brucoli”, in provincia di Siracusa, per trascorrere una settimana di relax.

Avrebbero affittato l’intero resort.

 

Ashram è un’azienda israeliana leader nel settore dell’edilizia, nota per il suo coinvolgimento attraverso varie filiali nell’espansione degli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati.

 

Per questa ragione le Nazioni Unite hanno inserito le filiali di Ashram in una black list delle compagnie coinvolte nella realizzazione delle colonie nei territori palestinesi occupati.

 A queste società si attribuivano in particolare la fornitura di servizi a sostegno delle colonie e l’utilizzo di risorse idriche e del territorio.

I dipendenti del gruppo hanno trascorso una settimana all’interno del resort fino al 7 giugno e apprendiamo da fonti interne che oggi un nuovo gruppo legato alla stessa azienda sarà accolto nel resort.

Nel settembre 2025 presso un altro hotel del “gruppo Mangia”, a Santa Teresa di Gallura, in Sardegna, aveva suscitato forti proteste l’arrivo di un gruppo di israeliani, tra cui sarebbero stati presenti anche soldati dell’esercito israeliano.”

(Manuele Bonaccorsi e Madi Ferrucci, Invicta Palestina).

 

 

 

È ora che Trump dica a Benjamin

Netanyahu di andarsene!

Unz.com - Filippo Giraldi – (14 giugno 2026) – Redazione – ci dice:

 

Netanyahu dice sempre "Ciò che possiedi appartiene a me”.

Oltre ai regolari attacchi letali americani e israeliani contro l'Iran, solo la scorsa settimana l'esercito israeliano ha ucciso 13 gazawi e 13 libanesi. Gaza è ora occupata per il 70% da israeliano, contrariamente a quanto concordato nell'accordo di cessate il fuoco, così come gran parte del sud del Libano. Più di 1.000 abitanti di Gaza sono stati assassinati da Israele da quando è stato dichiarato il cessate il fuoco temporaneo nell'ottobre 2025.

E si potrebbe aggiungere al bilancio la costante aggressione nella Siria meridionale, dove Israele sta creando una presenza di base militare da seguire dai coloni che si avvicina sempre di più alla capitale Damasco.

È un'invasione che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e la sua banda di criminali di guerra intendono trasformare in una componente del "Grande Israele" insieme a Gaza e Libano.

 

Nel frattempo, coloni ebrei armati stanno devastando ciò che resta della Cisgiordania palestinese, distruggendo fattorie e mezzi di sussistenza oltre a interi villaggi.

Tayeb, l'ultimo villaggio cristiano, è stato reso inabitabile la scorsa settimana dopo settimane di incursioni che hanno ucciso bestiame, avvelenato l'acqua e abbattuto gli ulivi.

Se un palestinese tentava di intervenire, veniva picchiato e in alcuni casi ucciso.

 Chiese e moschee in Cisgiordania sono regolarmente profanate e non ebrei in abiti religiosi o che tentano di entrare in un luogo sacro vengono spesso sputati addosso, soprattutto a Gerusalemme.

 Le Forze di Difesa Israeliane (IDF), nel frattempo, restano regolarmente a guardare le manifestazioni di brutalità sfrenata senza fare nulla.

 Per evitare confusione su ciò che sta per accadere, la Knesset ha ora autorizzato 51 milioni di dollari per costruire più di 60 nuovi insediamenti completamente illegali su terre palestinesi nella Cisgiordania occupata.

 

Ciò che tutti questi luoghi, oltre alla crudele mano israeliana, hanno in comune che gli Stati Uniti, spesso sotto forma personale di Trump, sono stati garanti dei cessate il fuoco oltre che fonte del cosiddetto ma assolutamente disfunzionale “Board of Peace,” non hanno fatto nulla per fermare il massacro.

Piuttosto, continua a fornire a Israele armi, denaro e copertura politica. È quindi complice dei crimini di guerra.

Qui a casa, Trump promuove il programma israeliano sostenendo la criminalizzazione di chiunque si esprima contro i crimini contro l'umanità commessi dal suo "migliore amico" Bibi, scegliendo di distruggere la libertà di parola piuttosto che permettere qualsiasi denuncia dei crimini di Israele.

Questo ricorda l'8 giugno 1967, quando Israele attaccò la “USS Liberty”, uccidendo 34 membri dell'equipaggio americano e ferendone altri 172.

È seguita una copertura per proteggere Israele, coordinata dal presidente” Lyndon B. Johnson”, una scusa orribile di essere umano che probabilmente avrebbe trovato piacevole parlare di "valori" con Trump.

 

Se c'è una cosa che è assolutamente vera, è che gli Stati Uniti non guadagnano assolutamente nulla né nell'interesse nazionale né nel benessere dell'America media dalla schiavitù a Israele e Netanyahu.

Se i sondaggi d'opinione significano qualcosa, il pubblico negli Stati Uniti l'ha capito e si è fortemente voltato contro lo Stato ebraico, ora favore sia la causa palestinese sia la spinta a porre fine alla guerra totalmente priva di senso contro l'Iran.

Ciò significa che è tempo che gli Stati Uniti tagliano il legame che lega Israele e si concentrino sui propri interessi.

 Questo è necessario anche se il Congresso e il presidente Donald Trump continuano a spingere nella direzione opposta per completare la loro sottomissione da parte degli israeliani, che ora include una fusione pianificata delle burocrazie della difesa e dell'intelligence statunitense e israeliana.

 

Se c'è una cosa che abbiamo imparato da tutto quanto detto finora, e da altre ancora, è che l'amministrazione del presidente Donald Trump è particolarmente incompetente in politica estera, ovvero nel modo in cui gestisce i rapporti con le altre nazioni e, di conseguenza, nella sua cattiva gestione della sicurezza nazionale.

 Parte della colpa ricade sicuramente sullo stesso Trump, poiché non ha alcuna empatia per gli altri esseri umani, a meno che non siano in grado di arrecargli danno o di procurargli un profitto personale, come nel caso di Netanyahu e dei miliardari ebrei.

 Inoltre, ha la tendenza a cambiare direzione spontaneamente e senza preoccuparsi troppo delle questioni che potrebbero interessare il suo pubblico.

L'unica cosa che conta per lui è ciò che ritiene possa farlo apparire bene in un dato momento, cosa che recentemente si è manifestata con l'apposizione del suo nome su edifici pubblici.

 Rispondendo alla domanda di un giornalista sull'aumento del tasso di inflazione, ha risposto che "adorava l'inflazione!".

Era come dire "Addio elezioni di metà mandato!".

Si consideri, ad esempio, come giovedì scorso Trump abbia annunciato al mattino che avrebbe attaccato l'Iran quella stessa notte per impadronirsi del suo principale impianto di esportazione petrolifera sull'isola di Khar, nell'ambito di un piano per paralizzare la capacità del paese di garantire le forniture energetiche.

Alle 14:00, tuttavia, ha annullato l'attacco previsto, convinto che Stati Uniti e Iran fossero ormai vicini a un accordo per porre fine ai combattimenti e risolvere le varie questioni che hanno generato il conflitto.

Il Primo Ministro pakistano, in veste di mediatore, ha confermato venerdì la possibilità di un accordo di pace, sebbene osservatori ben informati abbiano immediatamente fatto notare l'insostenibilità di tale affermazione, dato che non erano in corso negoziati tra le parti e l'Iran ha negato qualsiasi progresso su questioni chiave.

A sabato, nulla era stato confermato, ma Trump ha ribadito che domenica ci sarebbe stata la "firma" di un "memorandum d'intesa" come primo passo verso un accordo di pace, presumibilmente in concomitanza con il suo compleanno.

La maggior parte degli osservatori, tuttavia, continua a sostenere che un Trump debole e vulnerabile, pur desideroso di ritirarsi da una disastrosa guerra contro l'Iran, vi rimane coinvolto solo a causa delle intense pressioni di Israele e della sua lobby interna negli Stati Uniti, che potrebbe essere disposta a ricorrere al ricatto "Epstein" nei confronti del presidente per mantenere la partecipazione americana al conflitto.

Se Trump dovesse anche solo prendere in considerazione l'idea di ritirarsi dall'anello di fuoco intorno all'Iran, Israele adotterebbe immediatamente tutte le misure necessarie per far saltare l'accordo e riprendere i combattimenti, sia attraverso un'operazione sotto falsa bandiera per trascinare nuovamente gli Stati Uniti nel conflitto, sia sfruttando la menzogna secondo cui "l'Iran possiede armi nucleari".

 

Sarebbe quindi saggio accettare che Donald Trump sia una nave senza timone e che le interazioni con la maggior parte del Medio Oriente continueranno ad essere guidate da Israele, mentre i colloqui bilaterali altrove con attori importanti come Russia e Cina sembrano stare completamente prosciugati.

Nominare i miliardari immobiliari Steve Tinkoff e il genero Jared Kushner come rappresentanti presidenziali privati, entrambi inesperti e ferventi sionisti, certamente non migliorò le prospettive di ciò che passava per negoziato con chiunque.

Nessuno può fidarsi di Trump.

 

L'influenza di Israele supera di gran lunga le dimensioni e la reale potenza del paese.

Un recente "amico" di Trump è il Primo Ministro argentino “Javier Mieli”, che, guarda caso, è anche un grande amico di Israele, avendo compiuto la consueta visita di cortesia al Muro del Pianto a Gerusalemme durante una visita di Stato in Israele poco dopo la sua elezione.

Cresciuto in una famiglia cattolica, Mieli avrebbe voluto convertirsi all'ebraismo, ma ha rinunciato perché la regola del "divieto di lavoro il sabato" avrebbe interferito con il suo ruolo di Primo Ministro.

Non contenti di conquistare tutto il Medio Oriente, gli ebrei israeliani stanno guardando anche oltreoceano.

La Patagonia, in Argentina, sarebbe stata particolarmente presa di mira dagli acquirenti israeliani con l'aiuto del regime di Mieli, che ha contribuito a eludere le restrizioni ambientali.

 Gli israeliani stanno anche acquistando numerose proprietà a Cipro e in Grecia, stati vicini che sarebbero convenienti come rifugi nel caso in cui Israele provocasse troppi dei suoi vicini e si trovasse a subire un attacco nucleare.

Jonathan Pollard, la spia americana di Benjamin Netanyahu, avrebbe menzionato Turchia ed Egitto come i prossimi paesi a subire l'ira di Sion dopo la distruzione dell'Iran.

Entrambi gli eserciti potrebbero facilmente sconfiggere i codardi dell'esercito israeliano, più abili nello stuprare e torturare che nel combattere.

 

Ma una storia che ha attirato l'attenzione illustra chiaramente la mania israeliana di rubare la proprietà altrui, soprattutto la terra, a qualunque costo.

 Come sempre, non vengono ritenuti responsabili dei loro crimini da Donald Trump, che ha un debole per il furto di proprietà altrui e sceglie di risparmiare a tutti i costi, come dimostrano i grandiosi progetti per un lussuoso complesso residenziale, il Trump Riviera, sul lungomare di Gaza.

E poi ci sono le recenti manovre su un'isola al largo dell'Albania, che viene "sviluppata" con un progetto multimiliardario dalla figlia Ivanka e dal genero Jared Kushner, utilizzando denaro degli Emirati Arabi Uniti, per farne un importante resort per ricchi e famosi.

Kushner ha ottenuto il denaro grazie ai suoi legami familiari e, fortunatamente, molti albanesi sono furiosi per l'accordo concluso e stanno manifestando!

 

Ma la vicenda proveniente dagli Stati Uniti e dal Canada, così come quella del fine settimana a Londra, supera molti degli stratagemmi di Trump/Israele per la sua pura audacia e criminalità.

 Amnesty International UK chiede al governo britannico di bloccare un evento immobiliare previsto a Londra, in cui alcune aziende pubblicizzano apertamente la vendita di terreni negli insediamenti israeliani nella Cisgiordania illegalmente occupata.

Il "Grande Evento Immobiliare Israeliano" è un roadshow itinerante che ha già tenuto eventi in Canada e negli Stati Uniti e che ora si appresta a fare tappa a Londra domenica prossima.

Gli eventi sono organizzati da un'azienda immobiliare israeliana chiamata “My Home in Israel”.

L'azienda vende terreni a potenziali acquirenti tramite un team di agenti immobiliari con sede negli Stati Uniti, e le vendite si svolgono solitamente in sinagoghe o altri edifici di proprietà e gestiti da ebrei.

Inevitabilmente, ci sono state proteste contro queste vendite in città come Los Angeles e New York, dove i "lotti" sono stati promossi presso le comunità ebraiche locali.

 I lotti in vendita includono ampie porzioni di terreno situate in insediamenti illegali nella Cisgiordania palestinese, terre sottratte ai legittimi proprietari.

 Il rapporto di Amnesty International pubblicato la scorsa settimana in opposizione alla mostra londinese ha denunciato la campagna di pulizia etnica guidata dallo Stato israeliano in Cisgiordania, "documentando lo sfollamento di almeno 5.910 membri delle comunità beduine e di pastori palestinesi dal 2023, la demolizione di oltre 3.400 case e strutture nell'Area C [della Cisgiordania palestinese] e un'impennata senza precedenti di violenza da parte dei coloni e di accaparramento di terre, sostenuti dallo Stato".

Ecco qua, qualunque cosa Israele voglia prendersi cura senza alcuna preoccupazione per chi muore o perdono la casa nel processo.

 E il governo degli Stati Uniti resta a guardare mentre Netanyahu racconta bugia dopo menzogna.

Beh, basta così.

L'America è odiata quasi quanto Israele per il suo comportamento e se continuerà ci saranno gravi conseguenze.

È ora di mostrare la porta a Netanyahu e dirgli insieme al suo gruppo di sostegno di AIPAC e amici miliardari ebrei di andarsene il più possibile.

(Philip M. Giraldi, PH.D., è Direttore Esecutivo del Concil for the National Interesse, una fondazione educativa deducibile dalle tasse 501(c)3.)

 

 

 

 

Il Congresso si muove per istituzionalizzare

le relazioni tra Stati Uniti e Israele.

Unz.com - Filippo Giraldi – (7 giugno 2026) – ci dice:

 

Israele ne trarrà enormi benefici e gli americani ne sopporteranno il peso.

È quasi certo che la Sezione 224 del National Defense Authorization Act (NDAA) per il 2027 passerà alla Camera dei Rappresentanti e diventerà legge la prossima settimana, dopo il fallito tentativo, giovedì scorso, da parte della Commissione per i Servizi Armati della Camera, di approvare un emendamento volto a eliminarla, promosso dal deputato democratico Ro Hanna e da  Repubblica Thomas Massei.

L'NDAA attende ora solo la quasi certa firma del presidente Donald Trump, servitore di Israele, per entrare a far parte del pacchetto legislativo nazionale che definirà le norme e i regolamenti che disciplineranno la difesa del Paese.

Purtroppo, la Sezione 224 istituirà anche una "Iniziativa di cooperazione tecnologica per la difesa tra Stati Uniti e Israele" che integrerà "ricerca e sviluppo militare tra Stati Uniti e Israele, coproduzione di sistemi d'arma, accordi di licenza, intelligenza artificiale, energia diretta, integrazione dei dati e difesa missilistica".

Creerà inoltre il quadro per "ricerca e sviluppo bilaterale, coproduzione di armi, joint venture, accordi di licenza e, apparentemente, ogni forma di cooperazione tra il complesso militare-industriale statunitense e quello israeliano".

Il direttore dell'"Iniziativa" sarà responsabile del coordinamento dei lavori e si vocifera che sarà un israeliano.

 I finanziamenti proverranno al 100% dal Tesoro statunitense, attraverso lo stanziamento di 1.500 miliardi di dollari richiesto per le forze armate statunitensi nel 2027.

 

Il risultato è quello di connettere completamente le funzionalità delle forze armate statunitensi con quelle israeliane in quella che è stata descritta come una partnership paritaria che includerà il governo di Israele e le sue Forze di Difesa israeliane come partecipanti a pieno titolo.

Ci sarà una completa condivisione di informazioni di intelligence e un processo di pianificazione che determinerà molti aspetti di come il Dipartimento della Guerra americano (sic) si procurerà armi e attrezzature e stabilirà i suoi obiettivi strategici.

 Questa è plausibilmente la storia nascosta dietro il perché il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu abbia astutamente suggerito che Israele potrebbe in futuro rinunciare ai 3,8 miliardi di dollari di "aiuto" automatico annuale (che alcuni chiamano "tributo") dal Tesoro statunitense, un processo avviato dal Presidente Barack Obama.

Netanyahu, agendo tramite i suoi complici alla Casa Bianca e al Congresso degli Stati Uniti, sapeva chiaramente in anticipo che una fetta ben più grande della torta sarebbe arrivata tramite la Sezione 224.

 

Quei politici che hanno sponsorizzato e promosso il 224 citano inevitabilmente lo Stato ebraico come un importante "alleato e migliore amico", sebbene non sia né l'uno né l'altro, ignorando però il lato oscuro, ovvero che si tratta anche di uno Stato genocida i cui leader sono stati condannati dai tribunali internazionali per molteplici crimini di guerra ed è odiato dalla maggior parte del mondo.

 E questo odio si è riversato sugli Stati Uniti, che sono la principale fonte di armi, denaro e copertura politica per Israele. Il massacro a Gaza e ora in Libano non avverrebbe senza il sostegno dei presidenti Joel Biden e Donald Trump.

 

E non è finita qui:

 il Senato sta facendo qualcosa di simile con il disegno di legge sull'autorizzazione all'intelligence per l'anno fiscale 2027, che renderà obbligatoria la condivisione di informazioni di intelligence tra Stati Uniti e Israele.

 Il disegno di legge in questione è l'S-4615, presentato il 20 maggio Dal senatore Tom Cotton dell'Arkansas, esponente di spicco del movimento "Israel First".

 Il testo integrale è disponibile Qui.

L'S-4615 include la Sezione 622, intitolata "Miglioramento della condivisione di informazioni di intelligence tra Stati Uniti e Israele".

Questa nuova sezione stabilirebbe come legge (e si applicherebbe per sempre, a meno che non venga abrogata dal Congresso) nuovi obblighi degli Stati Uniti in materia di sicurezza nazionale nei confronti di Israele. Include una Dichiarazione di Politica :

"(1) Mantenere e rafforzare il partenariato strategico per la sicurezza con Israele come mezzo per promuovere la difesa nazionale degli Stati Uniti...

(2) Migliorare la collaborazione in materia di intelligence attraverso una solida condivisione di informazioni e un partenariato analitico con Israele...

(4) Garantire che l'assistenza alla sicurezza e la cooperazione in materia di difesa siano strutturate in modo da aiutare Israele a mantenere il suo vantaggio militare qualitativo..."

 

Quando il disegno di legge sull'autorizzazione dei servizi segreti (Intel Authorization Bill) verrà sottoposto al voto del Senato, passerà senza dubbio grazie alla maggioranza repubblicana, supportata dai soliti sostenitori di Israele tra i democratici.

 E per completare l'ascesa di Israele, è in corso al Congresso un disegno di legge che concederà benefici militari statunitensi ai cittadini americani, spesso con doppia cittadinanza israeliana, che prestano servizio nell'esercito israeliano, inclusi benefici sanitari e formativi non disponibili agli altri americani che non hanno prestato servizio nelle forze armate statunitensi. Ironia della sorte, il nuovo status di Israele come partner degli Stati Uniti in materia di sicurezza nazionale e guerra, riconosciuto da entrambe le camere del Congresso, non è condiviso da nessuno degli alleati effettivi di Washington nella NATO, rendendo la relazione con Israele unica e, secondo molti, particolarmente pericolosa, poiché un Israele rafforzato lavorerà inevitabilmente per promuovere le proprie percezioni di sicurezza e le ambizioni di "Ereta Israel" in Medio Oriente a scapito delle legittime preoccupazioni che gli Stati Uniti potrebbero avere intrinseche alla loro ben più ampia esposizione alle minacce globali. In altre parole, assecondare le preoccupazioni israeliane renderà di fatto gli Stati Uniti molto più deboli e vulnerabili.

 

Sorprendentemente, il pericolo che Israele rappresenta per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, attraverso il suo inserimento quasi alla pari nel processo di pianificazione, è stato poco evidenziato dai principali media statunitensi, forse a causa della crescente persecuzione, da parte del governo federale e statale, degli "antisemiti", che include la criminalizzazione delle critiche a Israele.

Ciò suggerisce ancora una volta il potere della lobby israeliana, dei suoi media "comprati" e della sua rete di miliardari ebrei che la sostengono.

Tuttavia, molti media alternativi hanno espresso notevole preoccupazione, alcuni dei quali hanno persino raggiunto le prime pagine, suggerendo che vi siano delle fughe di notizie per alimentare le riserve ufficiali sulla Sezione 224.

 Il New York Times, che a volte funge da fonte di informazioni riservate per le comunità dell'intelligence e della difesa, ha pubblicato un interessante articolo sullo spionaggio israeliano contro gli Stati Uniti, basato su fonti della Defense Intelligence Agency (DIA), apparso subito dopo il dibattito sulla Sezione 224 al Congresso.

 

L'articolo del Times, intitolato "Il Pentagono vede una crescente minaccia di spionaggio da parte di Israele", riassume il contenuto affermando che "il Dipartimento della Difesa ha innalzato al massimo livello la valutazione della minaccia di controspionaggio e si ritiene che Israele abbia intercettato le negoziazioni tra Stati Uniti e Iran".

L'articolo descrive in dettaglio come "Israele si trovi ora al massimo livello di allerta per il controspionaggio del Pentagono".

Si parla anche di come gli ufficiali americani che lavorano con le loro controparti israeliane, sia negli Stati Uniti che all'estero, abbiano subito intercettazioni telefoniche e di altri sistemi di messaggistica tramite l'inserimento di dispositivi di ascolto clandestini da parte degli israeliani.

Le negoziazioni per porre fine alla guerra con l'Iran sono state particolarmente prese di mira, sia attraverso i telefoni utilizzati dai negoziatori, sia da Washington, dove vengono ricevute le chiamate e i messaggi.

 

La realtà è che Israele è stato una delle principali fonti di spionaggio, e ancor peggio, contro gli Stati Uniti sin dagli anni '50, classificandosi costantemente tra i primi tre paesi stranieri responsabili di spionaggio nelle valutazioni dell'FBI e del Dipartimento della Difesa, spesso al primo posto.

Le azioni clandestine e gli attacchi sotto falsa bandiera israeliani non hanno esitato a uccidere cittadini americani nel tentativo di insabbiare le loro attività più riprovevoli.

In particolare, spicca l'attacco sotto falsa bandiera israeliano contro la USS Liberty della Marina statunitense in acque internazionali l'8 giugno 1967, in cui persero la vita 34 membri dell'equipaggio, soprattutto per il successivo insabbiamento opportunamente orchestrato dai presidenti Lyndon B. Johnson e Robert McNamara.

 

Spie israeliane, tra cui forse anche lo stesso Netanyahu quando risiedeva negli Stati Uniti, organizzarono il prelievo illegale di uranio arricchito da un'azienda metallurgica di proprietà di ebrei sionisti in Pennsylvania e ottennero anche i dispositivi di innesco speciali in California che permisero a Tel Aviv di creare un arsenale nucleare.

Quando il presidente John F. Kennedy cercò di fermare questo sviluppo, fu assassinato, molto probabilmente con l'aiuto del Mossad.

 E poi c'è la spia più dannosa nella storia degli Stati Uniti, Jonathan Pollard, che rubò per Israele le informazioni più sensibili mai ottenute da una potenza straniera.

Ora si candida alla Knesset in Israele e parla dei prossimi due probabili obiettivi dell'esercito israeliano, una volta eliminati palestinesi, libanesi e siriani:

i vicini Egitto e Turchia!

 

L'aspetto dell'articolo del Times è sospetto e potrebbe essere stato un avvertimento da parte della comunità dell'intelligence, proveniente apparentemente da quello che un tempo si chiamava Dipartimento della Difesa, nei confronti di Israele.

Ma Israele sembra aver vinto questa manche e si appresta a instaurare una nuova relazione con i sistemi di sicurezza nazionale, intelligence e difesa degli Stati Uniti.

Data l'assoluta spietatezza di Israele e la disponibilità dei suoi finanziatori a Washington a lasciargliela passare impunemente, letteralmente, nonostante gli omicidi di massa, questa è una catastrofe per gli Stati Uniti e produrrà solo conseguenze terribilmente negative.

(Philip M. Giraldi, Ph.D., è Direttore Esecutivo del Council for the National Interest, una fondazione educativa 501(c)3).

 

 

 

 

L'Iran afferma che la fine della guerra israeliana in Libano è una parte 'inseparabile' dell'intesa con gli Stati Uniti.

Globalresearch.ca – Presstv.ir – (15 giugno 2026) – Redazione – ci dice:

 

Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano è Esmail Bagheri.

L'Iran afferma che la fine della guerra israeliana contro il Libano è una parte "inseparabile" di un accordo tra Teheran e Washington per porre fine definitivamente all'aggressione illegale tra Stati Uniti e Israele contro la Repubblica Islamica.

 

Il portavoce del Ministero degli Esteri, Esmail Bagheri, ha fatto queste dichiarazioni durante la sua conferenza stampa settimanale di lunedì, mentre funzionari americani e iraniani hanno confermato che le due parti hanno finalizzato un memorandum d'intesa (MOU), con una cerimonia formale di firma prevista per venerdì.

 

Ha affermato che la finalizzazione del memorandum Iran-USA che chiede la fine della guerra su tutti i fronti, incluso il Libano, è il risultato della resilienza della Repubblica Islamica contro due attori malvagi.

 

Ha aggiunto che i crimini del regime sionista nel sobborgo meridionale di Haniyeh, Beirut, avvenuti in un contesto di crescenti tentativi per raggiungere un accordo tra Iran e Stati Uniti, sono diventati un mezzo per garantire al massimo livello gli interessi nazionali di Iran e Libano e hanno reso l'Asse della Resistenza più unito.

 

"Il Libano e la fine della guerra in Libano sono una parte inseparabile dell'intesa per porre fine alla guerra [USA-Israele] [contro l'Iran]. Abbiamo dimostrato di essere determinati in questo senso e abbiamo dimostrato nella pratica di essere seri, e continueremo a monitorare attentamente gli sviluppi in futuro," ha detto.

 

"La parola Libano viene usata tre volte nell'intesa. Si menziona che porre fine alla guerra include quella in Libano e il rispetto della sovranità e dell'integrità territoriale del paese."

'Gli Stati Uniti devono assicurarsi che Israele adempia agli obblighi.'

Il portavoce ha anche avvertito che il regime sionista non cerca la pace nella regione, sottolineando che gli Stati Uniti si assumono la responsabilità per qualsiasi violazione della promessa da parte di altre parti dell'accordo.

 

"Non abbiamo fiducia nel regime sionista, così come non abbiamo fiducia negli Stati Uniti.

Nel frattempo, abbiamo i nostri attrezzi.

Gli Stati Uniti devono onorare i loro impegni e assicurarsi che il regime sionista adempia al suo obbligo di non attaccare il Libano.

Gli obblighi sono corrispondenti e reciproci," affermò.

 

'L'accordo Iran-USA è solo il primo passo verso l'allentamento delle tensioni.'

Inoltre, nelle sue dichiarazioni, Bagheri ha affermato che il MOU per porre fine alla guerra su tutti i fronti è stato finalizzato 108 giorni dopo l'inizio della guerra imposta, in una situazione in cui l'altra parte, nei peggiori termini possibili, ha affermato di aver distrutto le infrastrutture e la civiltà iraniane.

 

Ha detto che la ritirata del nemico è indicativa del potere deterrente della Repubblica Islamica.

Tuttavia, ha aggiunto, "il sospetto della nazione iraniana verso gli atti di sabotaggio di lunga data da parte dell'amministrazione statunitense al potere (che ha radici in eventi storici, incluso il colpo di stato del 1953) è così radicato che la recente comprensione è solo un primo passo verso la riduzione delle tensioni."

 

Bagheri ha anche affermato che gli “iniziatori della guerra d'aggressione” hanno subito una sconfitta e pesanti perdite, mentre la nazione iraniana ha dimostrato di non risparmiare sacrifici o resistenza nella ricerca della propria dignità nazionale, indipendenza e sovranità.

 

Il Pakistan ospiterà la cerimonia di firma dell'accordo 'storico' tra Iran e Stati Uniti a Ginevra il 19 giugno: il PM Sharif.

Il primo ministro pakistano afferma che il suo paese ospiterà la firma dell'accordo Iran-USA a Ginevra il 19 giugno.

Gli Stati Uniti e il regime israeliano hanno condotto il loro primo attacco militare illegale contro l'Iran, durato 12 giorni, nel giugno 2025. Il loro secondo attacco iniziò a fine febbraio e si interruppe all'inizio di aprile dopo 40 giorni.

In entrambe le guerre, la coraggiosa resistenza dell'Iran e le operazioni di ritorsione di successo, così come il suo potente controllo dello Stretto di Hormuz, costrinsero i nemici ad accettare un cessate il fuoco.

 

 

 

 

Israele usurpa l'autorità costituzionale

degli Stati Uniti. "Congresso degli

Stati Uniti, amico di Israele."

Globalresearch.ca – (15 giugno 2026) - Renee Parsons – Redazione – ci dice:

 

Non dovrebbe sorprendere che il Congresso degli Stati Uniti, che si è dimostrato un amico fidato di Israele, abbia deciso di formalizzare legalmente l'ampia partecipazione militare israeliana all'interno del governo statunitense senza audizioni pubbliche né dibattito pubblico;

ciò che può sorprendere è la profondità dell'acquiescenza nel consegnare una vasta gamma di informazioni classificate e segrete a un governo straniero, compresi il suo complesso militare-industriale e i suoi servizi segreti;

 un'azione che potrebbe, in ultima analisi, compromettere lo status costituzionale degli Stati Uniti come governo sovrano e indipendente.

Poiché il parlamento federale ha visto la corruzione da parte di un'entità straniera, troppo fragile e instabile per negare i benefici redditizi dell'”AIPAC”, il cambiamento di lealtà rappresenta un conflitto traumatico all'interno dell'identità americana come nazione di carattere anemico.

Il pubblico americano è già stato informato delle minacce tramite la NDAA (2027 National Defense Authorization Act) HR 8800, che integra tutto il complesso militare-industriale statunitense con Israele tramite la Sezione 224 , creando la "United States-Israel Defense Technology Cooperazione Iniziative."

 

La NDAA è stata storicamente considerata una legislazione annuale mega-enorme con 3.000 pagine che non solo finanzia il Pentagono, ma spesso contiene una “minuta di dettagli” sepolti in profondità nel documento che potenzialmente alterano il corso della politica estera statunitense e talvolta oltre.

In questione è la Sezione 224 intitolata " Disposizioni legislative unite per la ricerca, sviluppo, test e valutazione " che richiederebbe al Segretario della Difesa di designare un " agente esecutivo responsabile della sincronizzazione degli sforzi di cooperazione tra Stati Uniti e Israele, inclusi la ricerca, lo sviluppo, i test, la valutazione, l'integrazione e la cooperazione industriale bilaterale sulle tecnologie di difesa, inclusi maggiore cooperazione su difesa missilistica, intelligenza artificiale, "esercitazioni di addestramento congiunte" con una maggiore collaborazione tra " istituzioni governative, private e accademiche " negli Stati Uniti e in Israele.

 

Non c'è nulla in questo testo che suggerisca che l'Agente Esecutivo sarà americano; c'è tutto ciò che suggerisce che questa " Cooperazione " aumenterà l'agenda militarista americana su sollecitazione di Israele con il sacrificio dei nostri giovani uomini e donne, focalizzata su una campagna militarista di guerra come l'Iran, come partner totalitario, continua a diffondere morte e disperazione a livello globale, mentre Israele è diventato il paese più odiato al mondo.

 

In altre parole, la Sezione 224 fornirà a Israele una presenza invasiva che alla fine espanderà e coordinerà ogni elemento del complesso militare-industriale statunitense da coordinare da un ' agente esecutivo responsabile dell'sincronizzazione degli sforzi' che potrebbe non essere cittadino statunitense.

La NDAA 2027 è stata autorizzata a tarda giornata, il 4 giugno Contro un voto di 44 – 12 da parte del Commissione per i Servizi Armati della Camera con trenta membri repubblicani e ventisette democratici. La maggior parte dei membri del suo Comitato è Destinatari AIPAC Il che ti dà un'idea di dove risiedono le loro lealtà legislative.   

Nella dichiarazione di apertura del Presidente giustificando un bilancio del Pentagono da 1,1 trilioni di dollari, il deputato Mike Rogers (R-Ala) ha parlato di un

"declino della prontezza, funzione critica di supervisione per troppo tempo, abbiamo sottofinanziato la difesa e ora vediamo che le nostre munizioni sono basse e non abbiamo abbastanza aerei e sistemi autonomi per garantire la vittoria su ogni avversario", il che solleva la domanda su come sono stati sprecati i precedenti bilanci del Pentagono da miliardi di dollari.

 

Il Comitato al suo pieno sostiene di aver impiegato quattordici ore a approvare e adottare quasi 900 emendamenti fino all'approvazione finale che autorizzò un budget di 1,15 trilioni di dollari.

Il voto nominale per l'approvazione finale rimane un mistero e non può essere trovato sul sito web del Comitato dei Servizi Armati né presso il Deposito del Comitato, che sarebbe un luogo centrale per tutti i voti registrati.

 

Poiché la revisione del comitato della NDAA può essere consultata online, il deputato Seth Moulton (D-Mass) ha proposto un emendamento che richiederebbe un rendiconto finanziario completo della guerra con l'Iran, mentre il presidente Rogers ha suggerito che l'Iran ' non era una guerra di scelta', come se gli Stati Uniti fossero stati costretti ad attaccare l'Iran per circostanze attenuanti. L'emendamento di Moulton fu respinto 30-27.

 

Il deputato Ro Khan (D-Cal) ha poi proposto un emendamento per cancellare il 224 dalla NDAA, sottolineando che gli americani non sono interessati a Netanyahu a dettare la politica statunitense e si aspettano meno assegni in bianco per Israele. L'emendamento di Khan non ha ottenuto voti sufficienti per ottenere un potenziale voto registrato; lasciando così intatto il 224.

 

Il deputato Ronny Jackson (R Fl) ha anche proposto un emendamento di successo per codificare il cambio del titolo del Dipartimento della Difesa in Dipartimento della Guerra, suscitando un acceso dibattito. La deputata Sara Jacobs (D-Cal) era favorevole all'emendamento di Khan e ha parlato della storia di Israele in violazione della Costituzione e del diritto internazionale; Entrambi hanno perso la voce.

Il sostegno per 224 proveniva da sostenitori bipartisan di Israele, tra cui il membro di spicco Adam Smith (Wash.), Wilson (SC), Golden (me), Bacon (NEB), Jackson (Fl) e Davis, tutti finanziati AIPAC.

Il prossimo passo per l'adozione della NDAA è in aula per una votazione sull'approvazione finale. Si prevede che il deputato Tom Massei (Ky.) presenti un emendamento per cancellare la Sezione 224 dalla NDAA. Se l'emendamento di Massei non avrà successo, l'intera Composizione della Camera voterà NO contro l'approvazione finale della NDAA o voterà a favore della sua adozione.

È essenziale riconoscere che la homepage del Comitato non prevede un voto nominale come di consueto, tradizionale, che riporta l'azione legislativa pubblica del Comitato della Camera. In altre parole, possiamo solo ipotizzare che siano stati i 44 voti di approvazione.

 

La ricerca del conteggio finale dei voti ha inoltre rivelato che la pagina principale del Comitato per i Servizi Armati non fornisce le informazioni necessarie e di base che ogni Comitato dovrebbe fornire per mantenere gli americani ben informati sulle proprie azioni. La Commissione per i Servizi Armati della Camera fallisce miseramente nel suo obbligo imposto dalla Costituzione di adempiere a tale obbligo.

 

Il Comitato ha aggiornato il suo consueto processo di voto nominale con una commissione elettorale elettronica gestita dal cancelliere del Comitato per riferire il conteggio dei voti. La maggior parte delle centinaia di emendamenti che sono state esaminate durante il 4 giugno erano voti di linea di partito con, rare eccezioni, dominati dai repubblicani. Non sembra esserci una fonte unica che fornisca un riassunto di tutti i voti registrati durante l'esame della NDAA.

 

Resta la domanda come il pubblico americano possa monitorare quei totali elettronici dei voti per valutare come i suoi membri eletti votano su questioni di politica estera e militare o se stiano scambiando il loro onore e integrità per un controllo AIPAC.

 

Il comitato dispone di un unico numero di telefono principale (202-225-4151) per tutti i membri, che tuttavia non riceve risposta dopo una lunga serie di squilli a vuoto per diversi giorni. Non è possibile lasciare un messaggio in quanto non risponde nessuno e non è disponibile una segreteria telefonica.

 

C'è anche una carenza di informazioni di base su quali membri fanno parte di quale sottocommissione, senza una reale descrizione della storia legislativa di ciascuna sottocommissione, inclusa la necessità di un registro pubblico dei voti registrati passati del Comitato.

 

Nessuna di queste illecite azioni può essere considerata una coincidenza, ma piuttosto uno sforzo deliberato e consapevole per tenere il pubblico americano disinformato ed evitare di fornire dettagli sui voti legislativi più controversi e simboli del 119sessione Sessione del Congresso.      

 

In altre parole, la Commissione per le Forze Armate è gravemente carente nel fornire le necessarie informazioni al pubblico, il che solleva il dubbio su come il Presidente Johnson permetta che la Commissione sia inesistente, quando il suo obbligo costituzionale di tenere informato il pubblico è del tutto irrilevante. Un'analisi della Commissione sembra suggerire che la sua storia sia stata ripulita e che le sue decisioni legislative più recenti siano state deliberatamente eliminate.

 

Poiché la NDAA è già stata adottata dalla Commissione per i Servizi Armati della Camera (44-12), una votazione in aula potrebbe essere fissata per luglio.

 

Inoltre, l'opinione pubblica americana è venuta a conoscenza di recente dell'Intelligence Authorization Act 2027 (S 4615), presentato dall'illustre senatore americano Tom Cotton (R-Arkansas), presidente della Commissione Intelligence del Senato.

Il disegno di legge sull'intelligence integrerà 194 pagine di dati di intelligence statunitensi altamente classificati con quelli di Israele, come delineato nella Sezione 622.

 

L'HR 4615 conferisce al Presidente l'autorità di

"espandere e potenziare la condivisione di intelligenza con Israele non sarà sospesa, ridotta o limitata materialmente se non sulla base di una specifica e identificabile preoccupazione di sicurezza nazionale identificata dal Presidente."

In altre parole, solo il Presidente può prendere una decisione che limita la portata della fornitura agli americani di informazioni rilevanti del Pentagono.

L'Autorizzazione Intel include inoltre,

“… rafforzare la collaborazione nell'intelligence attraverso una solida condivisione e partnership analitiche con Israele per contrastare il terrorismo, le reti di proliferazione, le minacce informatiche, gli aggressori statali e non statali, il finanziamento del terrorismo, l'evasione delle sanzioni e altre sfide transnazionali alla sicurezza che minacciano sia Israele che gli Stati Uniti."

 

Il 20 maggio 2026, la Commissione Intelligence del Senato ha votato a favore della HR 4615 in quella che sembra essere stata una riunione a porte chiuse, con 14 voti a favore e 3 contrari. Il senatore Ronn Wide (Oregon) ha votato contro, mentre altri due voti contrari non sono stati resi pubblici, in conformità con le norme della Commissione.

 

Come ha spiegato Cotton su “X” che promuove una disposizione dell'Intel Act

"richiederebbe al Presidente degli Stati Uniti di ampliare e migliorare la condivisione di intelligence con il Governo di Israele su un ampio elenco di argomenti. La disposizione vieterebbe inoltre al Presidente di sospendere o limitare materialmente tale condivisione di intelligence se non sulla base di una preoccupazione specifica e identificabile per la sicurezza nazionale determinata dal Presidente."

In altre parole, solo il Presidente avrà l'autorità esclusiva di determinare se informazioni di intelligence statunitensi altamente classificate e affidabili rappresentino " specifiche e identificabili preoccupazioni per la sicurezza nazionale ", tali da poter essere negate a Israele, fornendo al contempo un rapporto di 15 giorni per notificare alle commissioni di intelligence del Congresso l'azione presidenziale.

Sarà interessante vedere come l'agenzia di sicurezza nazionale israeliana, composta da 8200 persone, parteciperà senza sovvertire completamente l'autorità costituzionale degli Stati Uniti.

Per verificare quali membri del Congresso ricevono fondi AIPAC e votano a favore di Israele, Per confermare quali membri del Congresso ricevono fondi AIPAC e votano a favore di Israele, verificare il nome del proprio rappresentante o senatore eletto.

 

Non è una coincidenza che sia il National Defense Authorization Act per l'anno fiscale 2027 (NDAA) che l'Intelligence Authorization Act per il 2027 siano stati opportunamente presentati nello stesso periodo, poiché entrambi fungono da perfetti espedienti per imporre l'approvazione di leggi "indispensabili" su cui si basa la politica estera federale statunitense; in tal modo, si legittima la necessità di far approvare rapidamente entrambi i pacchetti legislativi dal Congresso prima che l'opinione pubblica americana si renda pienamente conto della minaccia incombente alla propria forma di governo costituzionale.

 

Ci sono forti indicazioni che il sostegno americano a Israele sia diminuito drasticamente negli ultimi mesi, con la diffusione diffusa del genocidio di Gaza e del massacro in Libano.

Gli americani generalmente sostengono il comportamento umanitario e trovano che il massacro di massa di civili, specialmente quando colpisce i bambini e le loro famiglie, richiedono persecuzioni e condannano per crimini di guerra.

Ci sono forti indicazioni che il sostegno americano a Israele sia diminuito precipitosamente negli ultimi mesi con la diffusione della consapevolezza del genocidio di Gaza e del massacro in Libano.

Gli americani generalmente sostengono il comportamento umanitario e ritengono che il massacro di massa di civili, soprattutto quando colpisce i bambini e le loro famiglie, richieda un processo e una condanna per crimini di guerra.

 

Le indagini continuano a rivelare una totale mancanza di rispetto da parte dei sionisti per le origini del cristianesimo sia a Gaza che in Libano, per le sue chiese e statue e per alcune delle città più antiche del paese abitate ininterrottamente, mentre abbandonano milioni di persone senza una società funzionante.

 

A livello nazionale, il sostegno a Israele continua a calare drasticamente: il 60% degli americani ha un'opinione "sfavorevole" di Israele, mentre il tasso di approvazione del presidente Trump è sceso al 58% di disapprovazione.

 

Né la Sezione 224 della NDAA né la Sezione 622 dell'Autorizzazione Intel dovrebbero essere politicizzate da un Congresso che non ha dimostrato la propria forza di carattere, poiché il Congresso adotta frequentemente ogni legge sionista senza considerare il suo contenuto.

 

Sebbene Israele non si sia dimostrato un partner affidabile per il popolo americano, sia la NDAA che l'Autorizzazione di Intel devono essere bocciate dal Congresso.

(Renee Parsons è stata una funzionaria pubblica eletta in Colorado, una lobbista ambientalista per Friends of the Earth e un membro dello staff della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti a Washington, DC. Prima della sua chiusura, è stata anche membro del consiglio di amministrazione della sezione della Florida dell'ACLU e presidente della sezione ACLU di Treasure Coast.

È una collaboratrice abituale di Global Research.)

 

 

 

 

L'era dei popoli usa e getta.

Un'incriminazione davanti al

Tribunale della Storia. 

Con l'Iran come prova.

Globalresearch.ca – (15 giugno 2026) - Lala Bechetoula – Redazione – ci dice:

 

Sono nato lontano da Washington.

Lontano da Wall Street.

Lontano da Bruxelles.

Lontano dalle stanze lucide dove uomini in giacca e cravatta spiegano la sofferenza altrui in un linguaggio progettato per non tremare.

Sono nato nel Sahara.

In una terra dove la memoria cammina lentamente, ma non muore mai.

Lì, le persone imparano presto cosa gli imperi hanno passato secoli a cercare di nascondere:

Quando uomini potenti mentono, le persone comuni seppelliscono i morti.

Questo articolo non è scritto contro una nazione.

Non contro una religione.

Non contro un popolo.

È scritto contro un'idea.

 

L'idea politica più pericolosa del nostro secolo: che alcuni popoli siano usa e getta.

Nessun impero lo dice chiaramente.

Nessun presidente firma un decreto che afferma che alcuni bambini ne contano meno.

Nessun ministro si presenta davanti alle telecamere e dichiara che alcune nazioni hanno solo umanità condizionata.

Eppure il mondo è governato, bombardato, autorizzato e ingannato come se fosse vero.

 

Ai palestinesi viene chiesto di dimostrare la loro umanità sotto le macerie.

Ai civili libanesi viene chiesto di capire perché i loro villaggi devono diventare messaggi.

Gli iraniani vengono discussi come un regime prima di essere ricordati come un popolo.

I cubani sono puniti attraverso le generazioni per il crimine di rifiutare l'obbedienza.

E sempre, lo stesso meccanismo ritorna.

 

Innanzitutto un popolo diventa un problema.

Poi il problema diventa una minaccia.

 

Allora la minaccia diventa un'eccezione.

Allora l'eccezione diventa politica.

Poi la politica diventa morte.

 

Il linguaggio compie il primo atto di violenza molto prima che arrivi il missile.

La bomba completa semplicemente ciò che il vocabolario ha già iniziato.

Nel 1953, “Mohammad Mosaddegh” commise quello che gli imperi hanno spesso considerato un crimine imperdonabile: credeva che il petrolio iraniano appartenesse agli iraniani.

 

L'Operazione Ajax. Un primo ministro eletto fu rovesciato tramite un'operazione segreta organizzata dalla CIA e dall'MI6.

Decenni dopo, documenti ufficiali confermarono ciò che gli iraniani non avevano mai dimenticato.

La lezione era semplice.

La sovranità veniva tollerata solo quando rimaneva innocua.

Povera Cuba.

Una piccola isola a 90 miglia dal paese più potente della Terra. Seguirono più di sei decenni di embargo. I presidenti cambiarono. I discorsi cambiarono. La Guerra Fredda finì. L'Unione Sovietica è scomparsa. La punizione rimaneva.

Generazioni sono nate sotto le sanzioni, sono invecchiate sotto le sanzioni e sono morte sotto le sanzioni.

La politica durò più a lungo di molte persone che affermavano di resistere.

Poi arriverà l'Iraq.

Al mondo era stato detto che esistevano armi di distruzione di massa.

Non è così.

L'attesa comunque.

I morti non tornarono quando la menzogna crollò.

Questo è il privilegio della falsità imperiale: può essere corretto dopo che il cimitero è pieno.

 

Poi è arrivato il “JCPOA”.

L'Iran ha negoziato. Ispettori ispezionati. Gli impegni sono stati verificati. La diplomazia, per una volta, sembrava aver costruito un ponte stretto su un abisso pericoloso.

Poi gli Stati Uniti se ne andarono.

Non perché il ponte fosse crollato.

Ma perché il potere è passato di mano.

 

Per milioni di persone in tutto il Sud Globale, il messaggio era devastante: un accordo poteva essere firmato, onorato e verificato — e comunque distrutto dal prossimo sovrano dell'impero.

A cosa vale allora la diplomazia quando i potenti si riservano il diritto di tradire la firma di ieri?

Gaza potrebbe diventare il processo morale definitorio del ventunesimo secolo.

Non perché la storia manchi di altre tragedie.

Ma perché mai prima d'ora era stata visibile così tanta sofferenza in tempo reale.

 

Interi quartieri scomparvero davanti agli occhi dell'umanità.

Ospedali, scuole, campi profughi, famiglie, giornalisti, medici, bambini — tutti sono entrati nei record mondiali.

La domanda non era più se il mondo potesse vedere.

La domanda divenne se vedere avesse ancora importanza.

Il Libano è un'altra ferita nello stesso corpo.

Un paese sovrano ripetutamente trattato come un campo di battaglia da potenze più grandi di sé stesso.

I suoi villaggi diventano avvertimenti.

I suoi cieli diventano corridoi.

I suoi civili diventano punti di pressione.

La sua sovranità diventa negoziabile ogni volta che la forza richiede una mappa.

E poi arrivò di nuovo l'Iran.

La guerra del 2026 ha rivelato qualcosa di più spaventoso della violenza militare.

Rivelava la guerra come performance.

Un giorno, resa incondizionata.

Il giorno dopo, ritmo imminente.

Un giorno, vittoria.

Il giorno dopo, escalation.

Un giorno, un accordo.

Il giorno dopo, fuoco.

Donald Trump non ha inventato l'arroganza imperiale.

Lo tolse dalla cerimonia.

Gli imperi più antichi avvolgevano la dominazione nella dottrina.

Trump l'ha avvolta nell'impulso.

Non si limitò a mentire.

Ha fatto della contraddizione un metodo di governo.

Di tutti i capitoli di questa incriminazione, questo non è ancora chiuso. Viene scritto ora, in tempo reale, e merita più di un paragrafo — perché per una volta, il metodo non è sepolto in archivi o ecogrammi oscurati.

Quest'anno è registrato, con le sue stesse parole.

 Quello che segue è quel fascicolo, letto come prova.

 

Prova Uno: Il Calendario della Contraddizione.

Guarda quattro giorni a marzo, e il metodo si manifesta nudo.

Il 6 marzo, decretò che non ci sarebbe stato alcun accordo "tranne la RESA INCONDIZIONATA" e allegò all'ultimatum uno slogan pubblicitario: Rendiamo di nuovo grande l'Iran.

 Il 7 marzo, annunciò al mondo che l'Iran si era scusato e si era arreso.

La guerra, a quanto pareva, era finita.

 Il 9 marzo, promise "Morte, Fuoco e Furia", una risposta "venti volte" più violenta.

 Il 10 marzo, chiese la rimozione "immediata" delle mine dallo Stretto di Hormuz, pur ammettendo, nello stesso istante, di non avere "alcun rapporto" che attestasse la loro presenza.

 

Resa ottenuta. Poi la guerra si è riaccesa.

 Poi è stata promessa l'apocalisse.

Poi un ultimatum basato su un fatto che il suo stesso autore ammette non esistere.

Quando un giornalista ha chiesto, semplicemente, a chi l'Iran avrebbe dovuto arrendersi – nessun soldato americano ha mai messo piede sul suolo iraniano – il portavoce della Casa Bianca ha svelato l'intera strategia:

solo il presidente avrebbe deciso, quando lo avesse voluto, che l'Iran si fosse "arreso".

La resa non è più un fatto. È uno stato d'animo.

La realtà è stata ignorata. Rimane solo il decreto.

 

Ma i morti non possono essere rianimati. Rimangono morti, qualunque sia la versione della storia che viene raccontata in quel momento.

 

Secondo esempio: La grammatica dell'impero.

Dietro il pagliaccio si cela il colonizzatore. E qui l'impulso smette di essere semplicemente erratico: si consolida in una dottrina su chi ha il diritto di essere sovrano e chi no.

Trump non si è limitato a chiedere la resa dell'Iran.

Ha preteso di avere voce in capitolo nella scelta della prossima “Guida Suprema iraniana”, invocando la "selezione di un leader GRANDE e ACCETTABILE."

 Accettabile per chi? Per lui.

 Un presidente straniero che si autoproclama arbitro della guida spirituale di una nazione di novanta milioni di persone: questa è la grammatica inalterata del colonialismo, in cui l'indigeno non è mai abbastanza maturo per governarsi da solo.

 

Poi si è rivolto ai curdi.

Alla domanda su come il regime potesse cadere senza truppe americane sul terreno, ha definito "meravigliosa" un'offensiva curda in Iran: "Sarei completamente a favore".

 Secondo quanto riferito, avrebbe promesso ai leader curdi "un'ampia copertura aerea" in caso di rivolta.

Questa è la più antica manovra imperialista:

armare una minoranza contro lo Stato che si vuole distruggere, per poi abbandonarla una volta esaurita la sua utilità, come Washington ha fatto con i curdi, stando alla sua stessa storia, ogni decennio dagli anni '70.

Non si trattano i popoli in questo modo.

Si trattano le pedine.

E poi, quasi di sfuggita, disse la parte che di solito non viene detta. Parlando degli uomini uccisi dai suoi attacchi, disse ai giornalisti che la maggior parte dei bersagli erano già morti e che presto "non conosceremo più nessuno".

La disinvoltura è il razzismo.

 Quando la morte dell'Altro smette di essere una tragedia e diventa una barzelletta passeggera, l'Altro ha già smesso di essere considerato un essere umano.

Questo è ciò a cui Malek Benabbi alludeva con la “sua idea di colonizzabilità”:

 non la reale inferiorità del colonizzato, ma la ferma convinzione del colonizzatore di avere a che fare con la materia, non con un popolo.

 

Ed è qui che risiede l'errore di valutazione.

Trump credeva che uccidere Khamenei avrebbe fatto crollare il regime, che la guerra si sarebbe conclusa in "quattro o cinque settimane".

 Ha scambiato uno Stato per un uomo.

 Non si può decapitare una nazione come si rimuove un capo di Stato. Tagliare la testa non dissolve un corpo intessuto di una solidarietà storica che nessun missile può raggiungere.

L'Iran non ha implorato.

Ha chiuso lo Stretto.

 

Documento numero tre: un uomo, un aeroporto.

Un uomo. Un aeroporto. Una decisione amministrativa. Eppure i simboli contano, e questa volta il simbolo non è stato osservato dagli eserciti, ma da miliardi di persone.

 

“Omar Abdelkader Artan”, arbitro somalo nominato arbitro dell'anno 2025 dalla “Confederazione Africana di Calcio”, avrebbe dovuto diventare il primo somalo ad arbitrare in un Mondiale.

Arrivò a Miami da Istanbul con un visto statunitense valido, rilasciato la settimana precedente.

 Fu trattenuto per undici ore, interrogato sulla politica somala, rinchiuso in una cella di detenzione e imbarcato sul primo volo disponibile, senza mai mettere piede su un campo da gioco.

La motivazione ufficiale:

"problemi di verifica" e una presunta associazione con presunti membri di organizzazioni terroristiche.

 Non fu prodotta alcuna prova.

Un ex diplomatico somalo fece notare che Artan non aveva precedenti penali e non rappresentava una minaccia per nessuno.

 A Mogadiscio, al suo ritorno, fu accolto come un eroe:

avvolto nella bandiera del suo paese, portato in trionfo da una folla che, non avendo una squadra da festeggiare, celebrava uno dei suoi.

 

Dovrebbe forse sorprendere qualcuno?

Sei mesi prima, in una riunione di gabinetto trasmessa dalla Casa Bianca stessa, lo stesso presidente aveva definito gli immigrati somali "spazzatura", aveva affermato che il loro paese "non vale niente" e "puzza", dichiarando di non volerli nel suo paese.

 A un membro del Congresso in carica, nato in Somalia, erano state rivolte le stesse parole.

Non si trattava dell'eccesso di zelo di un funzionario seduto a una scrivania.

Era dottrina presidenziale, pronunciata al vertice dello Stato, che giungeva – meccanicamente, prevedibilmente – a un posto di blocco a Miami.

 

E il filo conduttore di questa storia ci riporta all'Iran.

 Trump aveva inizialmente minacciato di escludere completamente la squadra iraniana dal torneo, finché la FIFA non si è opposta.

 Il compromesso si riflette nei numeri:

a circa quindici funzionari iraniani è stato negato l'ingresso negli Stati Uniti, insieme al fotografo ufficiale della squadra irachena, mentre i giocatori, tra cui l'iracheno Yamen Hussein, hanno descritto perquisizioni sistematiche e invasive al confine.

Sollecitata a fornire spiegazioni, la FIFA si è trincerata dietro il diritto sovrano del paese ospitante di controllare l'immigrazione, abbandonando Artan e, con lui, il principio stesso che il torneo pretendeva di incarnare.

 

Ciò a cui il pianeta ha assistito, dunque, non è stata una partita.

 È stata la messa in scena dal vivo di quali corpi sono autorizzati a entrare e quali no, a prescindere dal merito, dal visto, dal talento.

La Coppa del Mondo avrebbe dovuto narrare l'universale.

Ha narrato il confine.

 

Documento numero quattro: chi ha scritto il menu?

Alcuni sosterranno che quest'atto d'accusa attribuisce a Israele un potere che non detiene.

 Lasciamo che siano i fatti, non l'accusa, a parlare.

 

Innanzitutto:

per giustificare gli attacchi del 28 febbraio, i funzionari americani hanno infine sostenuto che gli Stati Uniti erano stati "costretti a colpire l'Iran dal loro alleato israeliano".

Un'ammissione di enorme portata: la superpotenza che invoca la coercizione da parte del proprio cliente.

 

In secondo luogo:

la strategia curda non è nata a Washington.

 Secondo un funzionario citato da “Axios”, era "opinione generale, e certamente anche di Netanyahu", che i curdi si sarebbero ribellati. L'idea era precedente alla Casa Bianca.

Proveniva da Gerusalemme.

 

In terzo luogo, e punto decisivo: Israele si dichiara ufficialmente "non parte" del memorandum in fase di negoziazione, eppure ne ha dettato l'intera sostanza.

La trascrizione della telefonata tra Trump e Netanyahu è inequivocabile: il Primo Ministro "ringrazia" il Presidente per il suo "impegno" affinché qualsiasi accordo finale includa la rimozione del materiale arricchito, lo smantellamento delle infrastrutture di arricchimento, un limite al numero di missili e la fine del sostegno iraniano ai suoi alleati regionali. La parte "non presente al tavolo" ha scritto l'intero menù.

 

Quarto: ogni volta che la tregua minaccia di reggere, è Israele a infrangerla.

Proprio nel momento in cui si aprono i colloqui a Islamabad, riprendono gli attacchi israeliani sul Libano meridionale, raggiungendo Tiro, ordinando l'evacuazione del quartiere cristiano della città e respingendo un convoglio umanitario guidato da un inviato vaticano.

Teheran aveva tracciato una linea rossa:

la prosecuzione delle operazioni in Libano avrebbe fatto fallire la tregua. Israele l'ha oltrepassata, consapevolmente.

 

Quattro fatti.

Una conclusione.

In questa guerra, la superpotenza fornisce la potenza di fuoco e la narrazione;

lo stato cliente fornisce gli obiettivi e la tempistica.

 Il rapporto di vassallaggio si è capovolto, e il conto viene pagato con il sangue libanese e iraniano.

 

Esempio Cinque: Il Registro Onesto.

Un'accusa che vede con un solo occhio non è un'incriminazione.

È propaganda con buone maniere.

Il governo di Teheran non è una vittima immacolata.

 Mentre le bombe cadevano, ha intensificato la repressione iniziata con le proteste di gennaio:

nuovi arresti, confische di proprietà, condanne al carcere – il poeta e romanziere Yousef Ansari, condannato nel pieno della guerra.

La teocrazia reprime il proprio popolo.

 Affermarlo è un dovere, non una concessione al nemico.

 

Ma è proprio questo che rende la guerra di Trump imperdonabile, anziché scusabile.

Attaccando l'Iran dall'esterno, armando i curdi, incitando gli iraniani a "ripulire" il proprio regime, ha soffocato l'unica opposizione che contava: l'opposizione interna.

Ogni dissidente iraniano è ora sospettato di essere un agente straniero. Ogni richiesta di libertà si trasforma in tradimento.

Ogni curdo che ha creduto in Washington scoprirà, domani, di essere stato uno strumento, non un alleato.

 Bombardare non indebolisce la tirannia.

 Le dà l'unico argomento che la salva: il nemico è alle porte, tacete.

Non si libera un popolo uccidendone il leader e screditando i suoi figli.

Lo si condanna a scegliere tra due carcerieri.

 

Reperto numero sei: Il mare che non obbedisce

Lo Stretto di Hormuz ha smascherato la frode.

Un presidente può annunciare il controllo.

 Il mare non obbedisce ai discorsi.

 I mercati non obbediscono agli slogan.

 Le compagnie assicurative non obbediscono ai social media.

 La geografia del mondo è più antica della vanità dei governanti.

 

Trump ha tentato di tutto per riaprire lo stretto:

 bombardamenti, blocco navale, poi un'operazione di scorta denominata "Project Freedom".

Il risultato: l'Iran continua a controllarlo.

Persino gli analisti americani più autorevoli descrivono una guerra "che inciampa di un errore dopo l'altro".

 Una valutazione della CIA trapelata contraddice apertamente la versione ufficiale di un Iran "sull'orlo del collasso":

 secondo la valutazione, Teheran può resistere al blocco per altri tre o quattro mesi e conserva la maggior parte del suo arsenale missilistico. Nel frattempo, il petrolio supera i novanta dollari al barile, decine di migliaia di voli vengono cancellati e le rotte di trasporto merci globali vengono deviate intorno alla regione.

La realtà, prima o poi, umilia la propaganda, e questa volta il conto viene presentato al mondo intero, non solo alla regione.

 

E guardate chi negozia la fine della guerra.

Non l'ONU. Non l'Europa. Non Washington da sola.

 Il Pakistan fa da mediatore.

Si dice che un "memorandum di Islamabad" sia "più vicino che mai", mentre Teheran insiste immediatamente sul fatto che non verrà firmato "domani".

Il centro della diplomazia è sfuggito dalle mani dell'Occidente, e il linguaggio stesso di Trump tradisce ciò che è diventato.

Parla di un "grande accordo", di una "transazione" da finalizzare, di miliardi di fondi congelati da sbloccare.

La guerra come contratto.

La pace come un accordo.

 La sovranità dei popoli ridotta a una semplice voce di spesa.

 

Questa è la multipolarità frammentata che descrivo da anni:

 un mondo in cui l'egemone conserva il potere di distruggere ma ha perso quello di ordinare.

Può uccidere un Leader Supremo ma non sceglierne il successore. Bombardare uno stretto ma non riaprirlo.

Decretare la resa ma non ottenerla.

 Dare il benvenuto al mondo ai suoi Mondiali di calcio e mostrargli, dal vivo, chi non ne fa parte.

Un potere che colpisce e seleziona, senza che nulla possa dare fondamento a nessuna delle due azioni.

Questa è l'epoca in cui viviamo.

 

Un'epoca in cui i potenti parlano di regole mentre si esentano da esse.

Un'epoca in cui il diritto internazionale viene invocato contro i nemici e negoziato attorno agli alleati.

Un'epoca in cui la sovranità è sacra in Europa, condizionata in Medio Oriente, sospesa in Palestina, violata in Libano, punita a Cuba e riscritta in Iran.

Un'epoca in cui alcuni bambini vengono pianti per nome, mentre altri si perdono in numeri.

Questa non è civiltà.

È contabilità con i cadaveri.

E coloro che creano persone usa e getta iniziano sempre creando distanza morale.

Ci dicono che la vittima è una persona complessa.

È una morte deplorevole.

Il bombardamento è difensivo.

L'assedio è necessario.

L'occupazione è continua.

Le aspettative sono mirate.

Il massacro è sotto indagine.

La carestia è luminosa.

La resistenza è termica.

L'alleato si sta opponendo.

Il nemico se l'è cercato.

 

Così, passo dopo passo, la coscienza viene addestrata a inginocchiarsi.

Ma la storia ha una memoria più lunga del potere.

Gli imperi che si credevano eterni sono ora capitoli.

Gli uomini che affermavano di possedere il mondo sono ora note a piè di pagina.

I popoli che hanno cercato di cancellare parlano ancora.

L’algerino ricorda.

Il palestinese ricorda.

Il cubano ricorda.

I libanesi ricordano.

L'iraniano ricorda.

I colonizzati non ereditano la storia come archivio.

Lo ereditano come una ferita che ha imparato a parlare.

Scrivo dall'Algeria perché l'Algeria lo sa.

Conoscere l'odore dell'automobile.

Conoscere la grammatica dell'occupazione.

Conosce l'arroganza di chi arriva con armi e dizionari, uccidendo persone mentre corregge il loro vocabolario.

 

E poiché l'Algeria lo sa, deve fare più che parlare.

 Un anno fa, assistendo ai primi attacchi di giugno 2025, ho invitato l'Algeria a mediare — non allineata, fedele alla propria tradizione di mediazione, portando con sé l'autorità della propria decolonizzazione. Quella chiamata è diventata sempre più urgente.

La lezione di questi dodici mesi è chiara:

una mediazione efficace non arriverà più dal centro screditato, ma dai margini crescenti.

Se il Pakistan è quello che oggi parla sia a Teheran che a Washington, allora si è aperto uno spazio per i poteri degli intermedi — coloro che non hanno umiliazione da vendicare e nessun cliente da proteggere. L'Algeria è una di queste.

La sua voce, proprio perché non porta truppe in questo gioco, può contenere ciò che i bellicosi hanno perso:

la memoria di quanto costa un precipizio, una volta saltato.

 

Ecco perché non si tratta solo di un argomento politico.

È un avvertimento civilizzato.

Nel momento in cui una persona diventa sacrificabile, nessuna persona è più al sicuro.

Nel momento in cui la morte di un bambino richiede una spiegazione mentre la morte di un altro bambino richiede solo lutto, l'umanità è già divisa.

 

Nel momento in cui uno Stato può bombardare, affamare, sanzionare, occupare e assassinare in nome dell'ordine, mentre a un altro viene negato persino il linguaggio della sovranità, la legge è diventata una maschera.

La grande domanda del nostro secolo non è se gli imperi esistano ancora.

Sì, lo fanno.

Non si tratta di stabilire se gli stati potenti dominino ancora quelli più deboli.

Sì, lo fanno.

La vera questione è se l'umanità continuerà ad accettare una gerarchia del valore umano.

Se alcuni confini rimarranno più sacri di altri.

Se alcuni dolori rimarranno più legittimi di altri.

Se alcuni popoli rimarranno più umani di altri.

 

C'è un'altra cosa che questa terra ha imparato a sue spese: un anno fa, la regione si trovava sull'orlo di un precipizio. Il mondo non si è tirato indietro. Si è lanciato nel vuoto, e solo ora sta scoprendo che il precipizio aveva un fondo. Quel fondo ha un nome.

L'abisso.

 

Non intendo difendere ogni governo.

Non si tratta di santificare ogni forma di resistenza.

Ciò non significa giustificare ogni crimine commesso in nome della liberazione.

Ma per difendere il principio più antico della dignità politica:

Nessuno dovrebbe dover guadagnarsi il diritto di esistere.

Nessuno dovrebbe essere costretto all'obbedienza con i bombardamenti.

Nessun popolo dovrebbe essere costretto alla sottomissione tramite sanzioni.

Nessuna persona dovrebbe essere cancellata dietro la parola "sicurezza".

Nessuna persona è sacrificabile.

Non i palestinesi.

Non libanesi.

Non gli iraniani.

Non i cubani.

Non a nessuno.

 

Ogni impero alla fine si presenta davanti allo stesso tribunale.

Non il tribunale che controlla.

Non il tribunale che finanzia.

Non l'istituzione che intimidisce.

Il paese della storia.

Lì, i discorsi non contano.

Le conferenze stampa non contano.

Le bandiere non contano.

Solo i morti pagano.

E i morti non restano mai in silenzio per sempre.

(Lala Bechetoula è uno storico, giornalista e analista geopolitico algerino indipendente. Dal 2025 si occupa di Trump, dell'egemonia americana e del crollo dell'ordine internazionale). 

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