L’Europa vuole più soldi dagli stati.
L’Europa
vuole più soldi dagli stati.
Spesa
per la difesa in Europa:
la
Polonia destina più PIL
degli
Stati Uniti.
It.euronews.com
- Piero Cingari – (17 -06 – 2026) – Redazione – ci dice:
(Su foto
d'archivio si vedono truppe d'élite dell'aeronautica francese che si esibiscono
con un elicottero Caracal in una base militare a Orléans, Francia centrale, 16
gennaio 2020.)
La
spesa per la difesa dei Paesi europei della NATO è ai massimi dalla Guerra
fredda, trainata dagli Stati più vicini alla Russia.
Ma il continente si divide tra i Paesi in
prima linea che puntano al 5% del PIL e un ampio gruppo fermo al minimo
indispensabile.
Nel
2025, per la prima volta, tutti i Paesi dell'UE membri della NATO hanno
raggiunto l'obiettivo dell'alleanza di destinare il 2% del PIL alla difesa.
Ma un
esame più attento dei dati mostra un continente spaccato in due: pochi Stati in
prima linea che corrono avanti, mentre un ampio gruppo si limita allo stretto
indispensabile.
Allo
stesso tempo, circa il 40% della spesa per equipaggiamenti militari finisce a
fornitori extra UE, secondo un recente rapporto di “Oxford Economics”.
I
governi europei spendono per la difesa più che in qualsiasi altro momento dalla
fine della Guerra fredda. Eppure il rafforzamento effettivo delle capacità
militari è inferiore a quanto lascino intendere i numeri complessivi.
Nel
2025 i membri europei della NATO hanno aumentato le spese per la difesa del
14%, fino a circa 739 miliardi di euro, il rialzo più marcato dagli anni
Cinquanta, secondo i dati SIPRI riportati da Euronews ad aprile.
Nel
complesso, i Paesi dell'UE membri dell'alleanza hanno destinato alla difesa il
2,5% del PIL, in aumento di 0,4 punti percentuali in un solo anno.
Ma i
Paesi baltici, la Polonia e la Danimarca restano nettamente in testa, con una
spesa superiore al 3% del PIL ciascuno, secondo la NATO.
Quali
Paesi europei si stanno riarmando più in fretta?
In
testa c'è la Polonia, che nel 2025 ha destinato alla difesa il 4,48% del PIL,
più del doppio del vecchio obiettivo e la quota più alta dell'alleanza, davanti
anche agli Stati Uniti fermi al 3,22%, secondo le stime della NATO.
Subito
dietro si trova un muro di Stati in prima linea: Lituania al 4%, Lettonia al
3,73% ed Estonia al 3,38%.
Il
quadro è evidente: i Paesi del fianco orientale della NATO, più vicini alla
Russia, dominano la classifica.
Riarmo
in Europa, spesa militare record: cinque settori che ne traggono vantaggio.
Consorzio
guidato da Airbus lancia nuovo caccia tedesco dopo il flop del FCAS.
Al
livello successivo ci sono i Paesi nordici.
La Danimarca ha raggiunto il 3,22%, la
Finlandia il 2,77% e la Svezia il 2,51%: questi due ultimi hanno abbandonato
decenni di non allineamento militare per aderire all'alleanza solo negli ultimi
tre anni. La Grecia, da sempre grande spenditrice per motivi legati più alla
Turchia che a Mosca, è al 2,85%.
“Oxford
Economics” prevede che questo gruppo, composto da Polonia, Paesi baltici e
Paesi nordici, continuerà a guidare la corsa, con diversi di loro già su un
percorso credibile verso il 5% del PIL entro il 2035.
«L'aumento
della spesa per la difesa è diventato uno dei pochi motori di crescita in
Europa in una fase di shock negativi continui», ha dichiarato l'economista di
Oxford Economics “Tomas Dvorak.”
«Riteniamo
che questa tendenza sia destinata a durare, soprattutto grazie allo stimolo
fiscale tedesco, che genererà effetti positivi sulla domanda anche negli altri
Paesi dell'UE», ha aggiunto.
I
Paesi che fanno solo il minimo indispensabile.
Poi
c'è il gruppo in coda.
Un
numero sorprendente di Stati membri si è attestato nel 2025 quasi esattamente
sulla soglia del 2%, senza andare oltre.
L'Italia
si è fermata al 2,01%, la Francia al 2,05%, mentre Spagna, Belgio, Portogallo,
Cechia e Lussemburgo si sono tutte attestate su un secco 2%.
Slovenia,
Croazia, Slovacchia, Bulgaria e Ungheria se ne discostano appena, con valori
compresi tra il 2,02% e il 2,06%.
E
alcuni stanno già rallentando. La spesa per la difesa in rapporto al PIL è
addirittura diminuita lo scorso anno in Ungheria e nella Repubblica Ceca.
Per il
2026, “Oxford Economics” prevede per l'UE nel suo complesso un aumento di
appena 0,1 punti percentuali, fino al 2,6% del PIL, quasi una pausa dopo un
anno in cui Germania, Italia e Spagna avevano ciascuna aggiunto circa mezzo
punto.
Tutti
hanno raggiunto l'obiettivo. Ora però guardiamo più da vicino.
Secondo
“Oxford Economics”, nel 2025 la spesa per la difesa è aumentata leggermente più
del previsto, e una quota maggiore di fondi è rimasta in Europa rispetto alle
attese.
Tuttavia,
una parte di questo aumento riflette le regole contabili più che un reale
rafforzamento delle capacità militari.
I dati
della NATO sono autocertificati e registrati per cassa, osservano gli
economisti della società di consulenza, Tomas Dvorak e Nicola Nobile.
Ciò
significa che i pagamenti anticipati per ordini pluriennali possono gonfiare le
cifre anni prima della consegna effettiva dei sistemi d'arma.
Il
nuovo obiettivo include anche una quota dell'1,5% per infrastrutture «connesse
alla difesa», senza una definizione chiara.
Oxford
Economics segnala indicazioni, seppur aneddotiche, di governi che cercano di
far passare progetti civili, come ospedali, per spese militari.
La
parte di aumento più solida riguarda soprattutto i mezzi e gli equipaggiamenti.
Da
sola, la voce «equipaggiamenti» ha contribuito per circa 0,5 dei 0,9 punti
percentuali di crescita della spesa per la difesa in rapporto al PIL dal 2021,
e rappresenta ormai circa un terzo del totale, contro un quarto di cinque anni
fa.
L'obiettivo
a cui quasi nessuno si avvicina davvero.
La
parte scomoda sta nei numeri che il nuovo traguardo richiede.
Il
vertice dell'Aia ha fissato un obiettivo generale del 5% del PIL entro il 2035,
di cui il 3,5% da destinare alla difesa «core», quella strettamente militare.
Se si
prende come riferimento quella soglia del 3,5%, quasi tutto il continente è in
difetto.
Nel
2025 la media NATO era al 2,76% del PIL.
Escluse
Polonia, Lituania e Lettonia, che hanno già superato l'obiettivo «core», tutte
le grandi economie europee dovrebbero aumentare la spesa di base per la difesa
tra uno e uno e mezzo punti percentuali di PIL. Italia, Spagna, Belgio,
Portogallo, Repubblica Ceca e Lussemburgo dovrebbero crescere di ben 1,5 punti
ciascuna.
Dove
finisce davvero il denaro.
Per
l'industria europea la domanda decisiva non è quanto si spende, ma dove vanno
quei soldi. E una quota consistente non arriva mai a una fabbrica del
continente.
Oxford
Economics stima che circa il 40% della spesa dell'UE per equipaggiamenti
militari sia assorbita da importazioni da Paesi extra UE.
In
altre parole, circa due euro su cinque spesi per equipaggiamenti di difesa
finiscono a fornitori non europei.
Le
«perdite» si concentrano nei sistemi che l'Europa non è ancora in grado di
produrre su larga scala: armi a lunga gittata, difese aeree a lungo raggio,
sistemi di allerta e scoperta anticipata, velivoli da trasporto tattico, caccia
stealth di quinta generazione e grandi droni.
Il
continente dipende inoltre da microchip importati e rischia di restare indietro
sull'intelligenza artificiale applicata ai campi di battaglia.
«L'Europa
ha un settore manifatturiero della difesa articolato, ma la bassa capacità
iniziale e le lacune in alcune capacità e tecnologie interne fanno sì che una
parte consistente degli equipaggiamenti venga importata», ha spiegato Dvorak.
GB, lo
Scandalo delle “Grooming Gangs” Pakistane
Conoscenzealconfine.it
– (18 Giugno 2026) – Imolaoggi.it – Redazione – ci dice:
Scandalo
delle bande di sfruttatori sessuali pakistani: un rapporto esplosivo accusa il
Regno Unito di aver sacrificato migliaia di ragazze britanniche vulnerabili.
In
un’inchiesta indipendente dirompente, pubblicata martedì scorso, il
parlamentare britannico “Rupert Lowe”, astro nascente di “Restore Britain”,
rivela la portata sconvolgente dello scandalo delle bande di sfruttatori
sessuali:
migliaia
di ragazze vulnerabili, spesso minorenni, sono state sistematicamente sfruttate
sessualmente per oltre due decenni da reti organizzate, composte principalmente
da uomini di origine pakistana.
Oltre
agli atti sordidi – stupri di gruppo, tratta di esseri umani, violenza estrema
– il documento mette in luce le deliberate mancanze delle istituzioni
britanniche: polizia, servizi sociali e autorità locali hanno chiuso un occhio
per anni, paralizzati dalla paura di essere accusati di razzismo.
Questo
rapporto di 219 pagine, già ampiamente condiviso online, riaccende con forza il
dibattito su immigrazione, multiculturalismo e tutela dei cittadini più
vulnerabili.
Crescono le richieste di giustizia per le
vittime e di responsabilità da parte dei funzionari politici e amministrativi.
(fdesouche.com).
Nel
documento raccapricciante, l’inchiesta stima che ALMENO 250.000 ragazze, in
gran parte bianche, siano state stuprate, trafficate e torturate per decenni.
Il numero di 250.000 è il MINIMO, probabilmente potrebbero essere anche di più.
Lo
stesso crimine è stato documentato in almeno 149 distretti delle autorità
locali… quasi il 40% del paese.
Non si
trattava di incidenti locali isolati, era ASSOLUTAMENTE un modello nazionale
che è andato avanti per decenni.
I
servizi sociali collocavano bambini già adescati in unità che SAPEVANO essere
prese di mira, riportando le ragazze dove erano state violentate e privavano i
genitori dell’autorità.
La
polizia ha criminalizzato le vittime e lasciato andare i violentatori. Alcune
ragazze sono state letteralmente arrestate per essere “ubriache e turbolente”
dopo le aggressioni.
I genitori che si lamentavano sono stati
colpiti da perquisizioni domiciliari, congelamento di beni, ordini di silenzio.
I
documenti sono stati distrutti.
In un
caso, la polizia ha addirittura urlato ad un padre di SMETTERLA di denunciare
la scomparsa di sua figlia!!
Nelle
gang di stupratori vi erano anche alcuni agenti.
(imolaoggi.it/2026/06/17/gb-scandalo-grooming-gangs-pakistane/).
Negoziati
Iran-USA ancora incerti:
“Tinkoff”
verso la Svizzera,
atteso
anche “Draghici”.
It.euronews.com
– (20-06 -2026) - Farhad Mirmohammadsadeghi – Redazione – ci dice:
Steve
Tinkoff, inviato speciale della Casa Bianca, è atteso in Svizzera per la
ripresa dei colloqui tra USA e Iran.
Il confronto, programmato lo scorso giovedì,
era stato sospeso a causa degli attacchi israeliani in Libano.
Steve
Tinkoff, inviato speciale della Casa Bianca, è partito per la Svizzera.
Lo riportano fonti USA tra cui Adios.
Dopo
gli scontri tra Israele e Hezbollah in Libano, il primo round di colloqui
Iran-USA previsto venerdì a Ginevra era stato sospeso temporaneamente.
Non è
ancora chiaro se sia stata fissata una nuova data per i colloqui. Un
funzionario statunitense, secondo quanto riferito da Adios, ha comunque
riferito che anche “Jared Kushner,” il genero di Donald Trump e suo inviato, si
trova attualmente in Svizzera.
Secondo
una fonte informata, “Abbas Draghici”, ministro degli Esteri della Repubblica
islamica dell’Iran, dovrebbe recarsi in Svizzera sabato, anche se questo
programma potrebbe cambiare.
Un’altra
fonte proveniente dai Paesi mediatori riporta che venerdì Abbas Draghici ha
detto ai suoi omologhi di diversi Paesi che il cessate il fuoco in Libano è una
questione vitale per la Repubblica islamica dell’Iran e ha un ruolo
"determinante" nei negoziati tra Iran e Stati Uniti.
Un
rappresentante dei Paesi mediatori ha affermato che le autorità iraniane hanno
sottolineato di voler vedere instaurato un cessate il fuoco in Libano prima
dello svolgimento dei colloqui in Svizzera.
Alcune
ore fa Adios, citando due funzionari statunitensi, aveva riferito che Israele e
Hezbollah hanno accettato l’istituzione di un nuovo cessate il fuoco in Libano.
Tuttavia
gli scontri sono proseguiti anche dopo l’orario fissato per l’entrata in vigore
della tregua.
Fonti
di Hezbollah hanno dichiarato a Reuters che il gruppo rispetterà il cessate il
fuoco.
Il
portavoce dell’esercito israeliano ha però evitato di confermare l’adesione del
Paese alla tregua.
"Considerato
che il testo del memorandum d’intesa è stato firmato elettronicamente dai
presidenti dei due Paesi, non vi è quindi alcuna urgenza di tenere questo
incontro in Svizzera", ha dichiarato venerdì “Ismail Bagnai”, portavoce
del ministero degli Esteri iraniano.
"A
margine della cerimonia di firma era previsto anche uno scambio di vedute sulle
modalità dei negoziati per l’intesa finale", ha poi aggiunto.
Bagnai
ha comunque precisato che è in corso la pianificazione di una riunione
"nei prossimi giorni".
Secondo
Adios, il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdurrahman Al Thani, uno dei
principali mediatori tra Iran e Stati Uniti, è arrivato venerdì a Ginevra, in
Svizzera.
Ci si
aspettava che JD Vance, vicepresidente degli Stati Uniti, guidasse la
delegazione negoziale americana, ma giovedì sera ha rinviato il suo viaggio
all’ultimo momento e non è chiaro se alla fine si recherà o meno in Svizzera.
Il
“Giorno della Marmotta.”
Conoscenzealconfine.it
– (17 Giugno 2026) - Massimo Mazzucco – Redazione – ci dice:
Se
avete una strana sensazione di “deja-vu”, non è il vostro cervello che vi fa
dei brutti scherzi: stiamo veramente entrando nel “giorno della marmotta”.
Cambiano
gli elementi sul tavolo, ma il copione rimane lo stesso.
Israele
CREA un problema, coinvolge gli Stati Uniti nel tentativo di risolverlo,
scatena il putiferio in Medio Oriente, e poi di fronte ai disastri che ha
generato è obbligato a fermarsi, e cercare di rimettere le cose a posto.
Di
fronte alla pressione mondiale Israele accetta, ma solo temporaneamente, finché
non riesce a trovare una scusa per ricominciare.
Il
problema si chiama sionismo.
Ovvero
la convinzione che una certa zona della terra debba essere assegnata agli ebrei
per diritto divino, e che quindi ogni mezzo sia lecito per arrivare a ottenere
questo risultato.
Finché
qualcuno non dice chiaro e tondo a questa gente che non hanno alcun diritto
sulle terre altrui, questi continueranno implacabili a creare problemi pur di
ottenere ciò che credono gli appartenga,
Se si
potesse aprire la scatola cranica di un sionista qualunque – attenzione, NON di
un Netanyahu, Ben-Geir o Danielle Weiss, ma di un sionista QUALUNQUE –
trovereste una cartina geografica che va dal Canale di Suez fino al Libano
compreso, e dal mare fino all’Iraq, con sopra scritto Ereta Israel.
Molti
non lo dicono apertamente, ma nella loro testa hanno TUTTI una cartina.
Ora
qualcuno mi voglia spiegare: come si può pensare di risolvere il problema
mettendo una firmetta qua e là, quando nessuno pensa a rimuovere quella cartina
dal cervello dei sionisti, e gli spiega in modo chiaro e convincente che devono
rassegnarsi a tenere quello che hanno – e che comunque è già stato preso in
gran parte in modo illegale?
Non è
una domanda difficile:
se la
fonte dell’acqua è inquinata, a cosa serve continuare disperatamente a mettere
dei filtri a valle?
Bevi pulito per tre giorni, poi il filtro si
sporca e torni a bere acqua avvelenata.
Però
fanno tutti finta di crederci.
Il “Giorno della marmotta” (Grondo Day) è una
celebre festività nordamericana che si celebra ogni 2 febbraio.
La
tradizione vuole che se una marmotta, uscendo dalla tana, vede la sua ombra
l’inverno durerà altre sei settimane; se non la vede, la primavera arriverà in
anticipo.
L’espressione viene usata in senso figurato
per descrivere una situazione monotona e ripetitiva in cui le giornate sembrano
ripetersi in modo identico.
(Massimo
Mazzucco)
(luogocomune.net/palestina/il-giorno-della-marmotta).
Il
Mondo alla Rovescia è
il
Mondo Liberal-Capitalista.
Conoscenzealconfine.it
– (20 Giugno 2026) - Martino Mora – Redazione – ci dice:
George
Orwell aveva pronosticato bene un regno della menzogna universale, che avrebbe
cambiato la lingua per cambiare il pensiero.
Negli
ultimi anni la neolingua orwelliana politicamente corretta ha superato il
semplice omicidio, inventando di sana pianta, con stupro della lingua italica,
il “femminicidio”.
Ma
senza inventare il “maschicidio”.
Eppure,
se esiste il femmicidio non dovrebbe esistere, per logica necessaria, anche il
maschicidio?
E proprio qui casca l’asino.
Se un
uomo uccide una donna, non è più un semplice omicidio, ma “femminicidio”, per
sottolineare l’identità della vittima.
Se una donna uccide un uomo, rimane invece un
semplice omicidio, e non un “maschicidio”.
Perché
in questo caso non occorre, non sta bene, non si può, non si deve sottolineare
l’identità della vittima.
Il
maschio infatti è sempre colpevole, a prescindere, in quanto oppressore
storico. Soprattutto se è bianco (ulteriore aggravante) e sessualmente nomale
(aggravante persino superiore).
Non si
può, non si deve, non è concesso farlo passare per vittima, nemmeno quando lo è
veramente.
È il
gioco delle tre carte di quell’ideologia rancorosa e vendicativa, ammantata di
zuccheroso buonismo – come tutte le caramelle al veleno – elaborata nei college
anglosassoni a libro paga del grande capitale.
Essa
decide come si deve parlare e quindi come pensare.
E
infine legiferare, come ha fatto il servile parlamento italiano a maggioranza
meloniana, che ha elaborato l’abominio giuridico del “femminicidio”.
George
Orwell aveva pronosticato bene un regno della menzogna universale, che avrebbe
cambiato la lingua per cambiare il pensiero.
Si era
ingannato però nell’immaginare una dittatura, con tratti sia comunisti che
fascisti, che l’avrebbe imposta.
L’ha
imposta invece un’altra dittatura: quella del denaro.
Ovvero
la plutocrazia liberale.
Non esiste il Grande Fratello, inteso come
dittatore.
Abbiamo
avuto invece, purtroppo, Mario Draghi, delegato dell’usurocrazia d’oltreoceano.
La
profezia di Orwell va quindi integrata con quella di un altro scrittore,
“Gilbert Keith Chesterton”, che già nel lontano 1925 affermava di temere
Manhattan più di Mosca, allora comunista.
Ed è
sorprendente come un cattolico rigidamente antibolscevico come “Chesterton”
avesse già intuito cent’anni fa che la perfidia dei finanzieri di Wall Street
(e l’iniquità del mondo che avrebbero creato) fosse superiore a quella degli
spietati seguaci di Lenin.
Sì,
viviamo nel mondo del veleno politicamente corretto coperto di zuccherosa
melassa vittimista e buonista.
Quello
dove le razze non esistono più, gli immigrati d’un tratto diventano “migranti”,
e non esistono più nemmeno i due sessi, ma spuntano infiniti “generi”.
Esiste
invece il “femminicidio”.
Senza
“maschicidio”, però.
È il
regno della neolingua e della menzogna universale. È il mondo alla rovescia.
Il mondo liberal-capitalista.
(Martino
Mora).
(ariannaeditrice.it/articoli/il-mondo-alla-rovescia-e-il-mondo-liberal-capitalista).
Nessun
Governo Potrà Mai Garantire
la
Libertà e Felicità di un Popolo…
se
Quel Popolo Non è Virtuoso.
Conoscenzealconfine.it
– (16 Giugno 2026) - Gabriele Sannino – Redazione – ci dice:
James
Madison (4°Presidente USA) ha dichiarato più volte nel corso della sua vita che
nessun governo potrà mai garantire la libertà e la felicità di un popolo… se
quel popolo non è virtuoso.
Lo
faceva per sottolineare il fatto che non ci può essere onestà politica senza
onestà sociale (e viceversa naturalmente).
Questa
frase sulla “virtù” fa quasi sorridere oggi, perché la parola “virtù” sembra
appartenere – in effetti – proprio a un’altra epoca. Eppure tutto questo
descrive perfettamente il nostro tempo.
Viviamo
in una società, per esempio, che pretende onestà dagli altri ma spesso premia
la furbizia.
Un’epoca
dove tutti chiedono trasparenza ai politici, ai personaggi pubblici ma poi si
considerano normali le piccole – e grandi – menzogne quotidiane.
Tutti
si assolvono ma poi si indignano in pubblico.
Questo
è un tempo – pensate – nel quale chi mantiene la parola data viene talvolta
visto come un ingenuo, mentre chi riesce ad approfittarsi degli altri viene
definito addirittura intelligente!
Una
società non è altro che lo specchio delle persone che la compongono: puoi fare
tutte le leggi che vuoi, se la qualità delle persone è questa… è INUTILE.
Nessuna
legge, del resto, potrà mai sostituire l’integrità e la fiducia tra le persone.
Nessun
governo potrà creare fiducia se le persone non sono degne di quella fiducia.
Nessuna
democrazia potrà restare sana se i cittadini rinunciano a QUALSIASI
responsabilità personale.
Il
vero problema del nostro tempo non è la mancanza di libertà, ma la mancanza di
UMANITA’, di EMPATIA.
La
libertà non sopravvive grazie alle regole, ma grazie alle coscienze.
E
quando l’onestà diventa fuori moda, quando la parola data perde valore, quando
la convenienza conta più della verità, allora non stiamo perdendo solo dei
principi morali ma le fondamenta stesse della nostra civiltà.
Tutti
vogliono un cambiamento. Il cambiamento che molti aspettano dalla politica,
dall’economia o dalle istituzioni deve però iniziare da una domanda molto più
semplice:
“che
tipo di persona sono… quando nessuno mi guarda?”
Una
civiltà non crolla solo quando finiscono i soldi, crolla quando le persone
smettono di distinguere ciò che è GIUSTO… da ciò che è CONVENIENTE.
La
libertà, in sostanza, non si perde MAI solo per i tiranni, si perde anche
quando il popolo diventa COMPLICE di quella tirannia, volente o nolente.
(Gabriele
Sannino).
(t.me/gabrielesannino).
L’Europa
compra armi e subito
litiga
su un aereo, e la cosa
fa un
po’ paura.
Valori.it
- Lorenzo Te Cleme – (19.06.2026) – Redazione – ci dice:
Nel
riarmo europeo ogni Paese corre per sé, e già si litiga. E l’ultima volta che
l'Europa ha litigato sulla guerra non è finita benissimo.
La
folle corsa alle armi dell'Europa.
A Evian-les-Bains,
un paesino francese da novemila abitanti al confine con la Svizzera, è finito
mercoledì il G7, la riunione annuale di Stati Uniti, Regno Unito, Germania,
Francia, Giappone, Canada e Italia.
Da un
po’ di anni, ormai, al G7 si parla soprattutto di guerre.
L’invasione della Russia in Ucraina, il
genocidio di Israele in Palestina, l’attacco di Stati Uniti e Israele in Libano
e Iran.
Oltre
a tutti quei conflitti dimenticati in giro per il mondo, che fanno altrettanto
male.
E parlare di guerra vuol dire, anche e
soprattutto, parlare di armi.
E in
particolare di riarmo in Europa.
Ad
aprile del 2025 la Commissione Europea ha presentato il piano “Rearm Europe”,
poi ri-brandizzato Readiness 2030, che suona meglio.
L’idea è quella di mettere ottocento miliardi di
dollari sul tavolo per comprare armi come carri armati, caccia, navi,
sottomarini, fucili e droni, e per ammodernare le infrastrutture civili che
possono risultare utili per gli eserciti in caso di guerra. I problemi di
questa corsa alle armi sono molti, ovviamente.
A
partire dal fatto che se uno vuole comprare delle armi è perché, prima o poi,
vuole usarle.
E già questo non promette nulla di buono.
L’Europa
compra armi e subito litiga su un aereo, e la cosa fa un po’ paura.
Poi ci
sono una serie di altri problemi relativi al Readiness 2030 e all’acquisto
delle armi da parte dell’Europa. Il primo è che i soldi per il riarmo
significano tagli ad altre voci di spesa come sanità e scuola. In pratica per
ogni fucile comprato un bambino in meno all’asilo e un vecchio in meno in
ospedale. Il secondo problema di questa grande corsa al riarmo europeo è che la
gran parte delle armi l’Europa le compra dagli Stati Uniti, che non sono il
miglior alleato europeo diciamo.
Ma il
problema peggiore è che non si sta armando l’Europa insieme.
Ma che
ogni Paese europeo si sta armando per sé.
Quella
che sta producendo e comprando più armi, per esempio, è la Germania.
E
l’ultima volta non è andata proprio benissimo.
E
infatti, non appena i Paesi europei hanno cominciato a comprare armi, subito
hanno cominciato a litigare.
In particolare a litigare sugli arei da
guerra, se prendere quelli franco- tedeschi del GCAP o quelli del FCAS
sostenuti dalla triplice intesa Italia, Giappone e… Regno Unito.
E come
l’ultima volta che la Germania si è riarmata, anche l’ultima volta che i Paesi europei
si sono messi a litigare sulle guerre non è finita proprio benissimo.
Ne parliamo nell’ultimo episodio di “Ucraine” – storie di ordinario
capitalismo selvaggio, il nostro podcast settimanale.
Armi. Sostieni
Valori!
Dalla
parte dell'etica, del clima, dei diritti e dell'uguaglianza. Come te.
Disclosure
Day: l’ultimo inganno
massonico
e ufologico
di
Steven Spielberg.
Lacrunadellago.net
– (19 -06 – 2026) – Cesare Sacchetti – Redazione – ci dice:
Alla
fine, il film tanto atteso, da altri, è sbarcato nelle sale degli Stati Uniti.
Disclosure
Day, ultima fatica del celebre regista Steven Spielberg che torna un po’ alle
sue origini.
Dopo
il successo de “Lo Squalo” nel 1975 e della mitica caccia al predatore dei mari
guidata dal leggendario attore inglese “Robert Shaw” che interpretava il
“capitano Quint” al fianco di “Roi Scheider”, il registra americano di origini
ebraiche si è subito caratterizzato per essere un maestro, o un profeta, della
teoria della vita aliena.
Nel
suo “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, Spielberg introduce gli spettatori
alla possibilità che esistano esseri venuti da altri mondi in grado di violare
varie leggi della fisica e di essere i protagonisti di diversi casi di
sparizioni mai risolti, come quello accaduto alla celebre squadriglia aerea 19
scomparsa vicino al noto Triangolo delle Bermuda il 5 dicembre del 1945.
L’ufologia
già verso la fine degli anni’70 era a tutti gli effetti divenuta fenomeno di
massa.
Il
grande pubblico era sempre più accompagnato verso l’idea che esistessero i
cosiddetti alieni, e che fossero loro i veri dei, i veri creatori della razza
umana.
Le
origini occulte della ufologia.
C’era
stata già una prima esplosione del fenomeno ufologico dopo gli anni’30, quando
diversi membri della “Società Teosofica” e della sua diretta figlia spirituale,
la “New Age”, iniziarono a parlare di come gli UFO fossero prim’ancora che una
manifestazione tecnologica, una esternazione spirituale.
Benjamin
Creme è stato uno dei più attivi diffusori delle teorie dei cosiddetti
“fratelli celesti”.
Benjamin
Creme.
Creme
è stato un occultista e esoterista tra i più famigerati della New Age, e ha
dedicato tutta la sua vita a preparare l’umanità alla venuta degli alieni,
nonché alla misteriosa figura esoterica chiamata” Lord Maitreya”, un archetipo
anti-cristico.
Secondo
il pensiero del New Age, l’alieno è colui che eleva la coscienza umana, una
caratteristica che lo rende un agente religioso a tutti gli effetti.
Nelle
sue varie manifestazioni o trasmissioni di messaggi affidati ai famigerati
contattisti, gli alieni parlano appunto della necessità di fondare una nuova
religione, una, casualmente, dai tratti esoterici, ostile al cristianesimo, e
in tutto e per tutto identica a quella praticata dalla “libera muratoria”.
Anche
per tali ragioni parlare di una simbiosi tra ufologia e massoneria è del tutto
consequenziale, visto che le due religioni derivano dalla medesima radice
luciferiana che si propone di accompagnare l’umanità verso la New Age.
La
cinematografia serviva ad assolvere una funzione essenziale, quale quella dello
sdoganamento, o umanizzazione in diversi casi, degli UFO fino a portare le
masse a credere che c’era un’altra storia segreta, una taciuta dalla Chiesa
Cattolica dove l’uomo non è stato creato da Dio.
Nei
vari salotti televisivi, soprattutto quello del massone “Maurizio Costanzo,”
iniziavano così a farsi largo tutta una serie di improbabili personaggi, maghi,
astrologi, ex frati divenuti trans, che accusavano il Vaticano di tenere
nascoste quelle antiche “verità”, quei segreti testi che dimostravano come
l’uomo fosse stato creato alfine dagli extraterrestri.
Il
padre di questa “scuola di pensiero” è stato senza dubbio” Zacaria Stichi” che
ha di fatto partorito una meta-archeologia e una meta-storia aliena nella quale
esseri di altri mondi sarebbero stati i progenitori delle antiche civiltà
sumere, babilonesi ed egizie.
Zacaria
Stichi.
Stichi
si inventa letteralmente una falsa traduzione di testi sumeri pur di veicolare
l’idea che l’uomo è stato creato da questi cosiddetti “annunaki”, esseri
celesti sbarcati da altri pianeti che avrebbero dato all’uomo la conoscenza di
cui essi erano privi.
Zacaria
però era qualcosa di più che un semplice lunatico o un impostore.
Stichi
era un agente della disinformazione esoterica tanto che sin dai suoi primi
passi poté godere dell’appoggio incondizionato della potente famiglia
Rockefeller, nome universale nelle trame massoniche e globaliste, che gli mise
a disposizione un ufficio nella piazza a loro dedicata, la Rockefeller Plaza,
al centro di New York.
Lo
scrittore di origini ebraiche aveva anche degli strettissimi rapporti con
diverse agenzie di intelligence, in particolare con il Mossad, attivissimo nel
finanziare i vari divulgatori delle teorie degli alieni.
L’ufologia
sin dai suoi primi esordi dal secondo dopoguerra ha sempre visto la presenza
delle agenzie di intelligence e di ambienti di occultisti legati
indissolubilmente alla New Age.
L’idea
stessa che ci sia una cospirazione dei governi pur di tacere la verità sugli
alieni è smentita dal fatto che i governi Occidentali si siano adoperati per
più di 50 anni a piantare nelle mente delle persone la suggestione che esistano
gli extraterrestri.
David
Icke e la teosofia.
A dare
un contributo sostanziale alla diffusione di tale inganno sono stati proprio
loro, i vari sostenitori dell’ufologia, a partire dal famigerato David Icke, il
quale in realtà non ha partorito nulla che non fosse stato già diffuso negli
anni’30 del secolo scorso, quando Orson Welles sulla radio della NBC faceva le
sue prove tecniche di psy-op di massa attraverso la terrorizzazione degli
americani, convinti che fossero sbarcati i marziani sulla Terra.
Icke
infatti ha fatto “sue” le teorie diffuse da un personaggio come “Maurice Doral”,
che è stato il primo a dire che i rettiliani erano i veri padroni della razza
umana, sottoposta anche ad esperimenti ibridi, senza trascurare che Doral
veniva dalla Società Teosofica della occultista e satanista Madame Blavatsky.
David
Icke.
L’ufologia
è, semplicemente, una faccia del mondo dell’occulto, un inganno massonico che
mette la maschera dell”alieno” al demone pur di portare fuori dal territorio
della verità i vari sprovveduti che finiscono nella rete di tali falsi profeti.
In
diverse occasioni, è stato persino confermato da un altro esponente della
Società Teosofica come Hugo Downing, comandante dell’aviazione inglese, la
Royal Air Force.
Downing,
versato nelle pratiche occultiste, in diverse conferenze degli anni’50 disse
chiaramente che il fenomeno degli UFO non andava letto con le lenti
extraterrestri, ma piuttosto con quelle extra-sensoriali, poiché questi
fenomeni sono tutti di natura extra-dimensione.
L’alieno”
appare e scompare a piacimento, è dotato di poteri telecinetici, manipola lo
spazio e il tempo, ed è terrorizzato dal nome stesso di Cristo, come
testimoniato da centinaia di testimonianze che concordano tutte nel dire che al
solo pronunciare il nome del Redentore, l’entità “aliena” si ritira
immediatamente.
Eccellenti
sacerdoti e vescovi del presente e del passato hanno spiegato la natura del
fenomeno, e tra questi si possono ricordare “padre Amorth” e il perseguitato
monsignore ed esorcista “Stephen Rossetti”, rimosso dal suo ruolo dal pessimo
cardinale bergogliano e arcivescovo di Washington DC, Robert Melroy, per aver
avuto l’ardire” di mettere in guardia i fedeli che gli extraterrestri erano
demoni camuffati e che i cosiddetti “rapimenti alieni” erano, e sono,
esperienze di possessione demoniaca.
Melroy
è stato probabilmente disturbato dal fatto che monsignor Rossetti stesse
facendo della buona e doverosa informazione cattolica, ma questo non deve
sorprendere se si pensa che nella Chiesa stessa diversi sacerdoti e vescovi si
sono fatti portavoce della menzogna massonica, come monsignor “Corrado Balducci”,
tra i primi a parlare dei “fratelli celesti”.
Il
linguaggio dell’esoterista “Benjamin Creme” è diventato il linguaggio di
diversi prelati, un paradosso che si spiega solo con l’infiltrazione subita
dalla Chiesa Cattolica, che si è ritrovata tra le sue fila dei massoni sotto
mentite spoglie, come già era emerso in tempi non sospetti nella seconda metà
dell’800, dopo la pubblicazione degli scritti della massoneria dell’”Alta
Vendita”.
Spielberg
e il riciclo della spy-op aliena.
Disclosure
Day può considerarsi una summa, o forse un riciclo, degli inganni dei quali si
è appena detto.
Si
parte forse dal primo capitolo di questa spy-op, ovvero la fantomatica caduta
di un disco volante nel 1947 a Roswell, nel New Mexico, alla quale sarebbe
seguito un insabbiamento governativo pur di tacere al pubblico che era caduto
sul suolo americano un velivolo proveniente da un altro pianeta.
Il
luogo del cosiddetto “incidente alieno” a Roswell.
Molto
è stato detto sull’episodio dai vari ufologi che hanno costruito una narrazione
durata 80 anni a partire da questo incidente, ma nulla sul fatto che i
principali divulgatori di questa tesi, e i cosiddetti testimoni privilegiati,
risultavano essere tutti generosamente finanziati dalla famiglia Rockefeller.
I
Rockefeller sono i principali mecenati della menzogna aliena, come visto nel
caso di Stichi, ma il loro ruolo è praticamente presente in ogni montatura
sugli extraterrestri.
Ad
esempio, uno dei cavalli di battaglia della comunità ufologica è quello che ha
a che vedere con il fantomatico “gruppo Majestic 12”, una specie di unità di
élite del governo americano che avrebbe avuto la missione di custodire il
segreto sugli extraterrestri e di trattare direttamente con loro.
Secondo
questo filone, verso gli anni’50, sarebbe stato anche stipulato un trattato tra
gli Stati Uniti e gli esponenti di una razza aliena, che avrebbe previsto anche
l’uso di tecnologia aliena nelle basi militari americane.
I
documenti sono stati divulgati dagli anni’80 in poi, spalmati su una infinità
di pagine internet ai tempi dell’alba di internet negli anni’90, senza però
precisare che sono stati esaminati più volte e risultano essere falsi.
A
incoraggiare la loro diffusione su vasta scala sono sempre stati loro, i
Rockefeller, pronti a staccare generosi assegni ai vari divulgatori ufologici a
noleggio pur di convincere le masse che c’era stata una “cover-up”, una
cospirazione per nascondere, mentre la cospirazione c’è stata, ma per il
proposito contrario, quale quello di diffondere il più possibile le bugie sugli
extraterrestri.
Ogni
divulgatore alieno è sempre legato a tali ambienti, quali quelli dei servizi
segreti o delle massonerie che si servono del mestatore di turno per una vasta
opera di scristianizzazione delle masse.
Hollywood,
governata da occultisti e talmudisti sin dalla sua nascita, serve appunto a
questo.
Serve
come enorme cassa di risonanza per far risuonare la menzogna, portarla nelle
case delle persone di tutto il mondo, che forse si convincono che l’idea
dell’esistenza degli extraterrestri e della volontà dei governi di tacere sia
effettivamente vera.
La
verità è, come visto, nella direzione opposta, ma quello che più rileva in
questo momento è la tempistica di questo film.
Il
globalismo alla ricerca della crisi “aliena.”
Spielberg
era da qualche anno che non produceva un film così “ambizioso” sugli alieni, e
forse Hollywood ha sentito la necessità di scomodare di nuovo una “grande”
firma della cinematografia mondiale pur di riportare al centro dell’attenzione
generale gli alieni.
Sono
infatti almeno 3 o 4 anni che i mezzi di comunicazione di massa parlano
compulsivamente e ossessivamente degli esseri di altri mondi.
E.T. è
praticamente ovunque, nella televisione, sui giornali che parlano
insistentemente di “dischi volanti” e persino sul sito della Banca
d’Inghilterra che ha pubblicato un documento ufficiale nel quale si parla della
necessità di prepararsi ad una “invasione aliena”.
C’è
certamente da parte dell’establishment la ricerca di una nuova falsa crisi
artificiale dopo il fallimento della “farsa pandemica”, e gli omini verdi, o
grigi a seconda delle variazioni, sono sicuramente uno dei piatti forti della
governance globale a partire dagli anni’80 in poi.
All’epoca
si dava già infatti molto da fare l’ex presidente degli Stati Uniti, “Ronald
Reagan”, il quale parlò in ben sei occasioni di come un attacco alieno avrebbe
suscitato la necessità di unire il mondo in unico organismo mondiale pur di far
fronte al marziano invasore.
L’alieno
come nemico ideale perciò per trascinare il mondo verso la tanto desiderata
centralizzazione e Reagan quasi nei panni di sceneggiatore fantasma del futuro “Independence
Day “del 1996, nel quale appunto degli alieni invadevano la Terra, e il
presidente degli Stati Uniti si metteva a capo di una resistenza mondiale per
respingerli.
“Blue Bema”:
la tecnologia per simulare la “invasione aliena.”
Se
cera una vera minaccia, non era certo quella dell’alieno”, ma quella di quei
Paesi e servizi di intelligence che già in quegli anni stavano investendo
decine di milioni di dollari sul famigerato progetto Blue Bema.
Blue Bema
era ed è una tecnologia che di fatto consente di simulare una invasione aliena.
Attraverso
l’uso di sorprendenti ologrammi, le varie agenzie di intelligence Occidentali
avevano intenzione di mettere in scena uno sciame di dischi volanti e di voci
extraterrestri che riecheggiavano nei cieli pur di portare la popolazione
mondiale verso uno stato di panico generale e costringerle ad accettare
qualsiasi decisione presa dai vari governi.
Ne
parlò per primo un ricercatore canadese, “Serge Monasa”, che pubblicò nei primi
anni’90 una ricchissima documentazione, nella quale si parlava esaustivamente
di come la massoneria mondiale si radunasse periodicamente a Montreal per
prendere le sue decisioni, tra le quali c’era appunto l’utilizzo della tecnologia
Blue Bema, sviluppata dalla NASA, per simulare l’attacco dei marziani.
Blue Bema
e la simulazione di un “attacco alieno.”
L’alieno
assolve perciò ad una doppia funzione, una spirituale di graduale
accompagnamento verso il mondo dell’occulto, e l’altra politica, legata
comunque alla prima, di convincere il mondo che l’extraterrestre è lì fuori e
che è necessario un governo mondiale per respingerlo.
Spielberg
nel sul film rimette dunque in circolo, ancora una volta, gli stessi depistaggi
che si ripetono da più di 50 anni come un eterno ritorno dell’uguale.
Il
cineasta, in forte odore di massoneria e accusato di pedofilia sin dai tempi
del suo film “Poltergeist” negli anni’80, è perciò un messaggero di questi
ambienti.
Le
élite mondialiste sperano così di essere salvate dai marziani, ma purtroppo per
loro non si intravedono navicelle da Zeta Reticoli all’orizzonte.
All’orizzonte
si profila quello che temevano più di ogni cosa.
Una
disgregazione della governance globale e un ritorno della fede.
Trump,
XI e il continente di mezzo.
Fondazionefeltrinelli.it
– (19 Giugno 2026) - Andrea Rizzi - Articolo tratto dal N. 90 di L'Europa di
Trump – Redazione – ci dice:
Ombre
cinesi e statunitensi si estendono sul territorio geografico, economico e
mentale dell’Europa.
Il
sofferto percorso d’adeguamento del Vecchio Continente a un tempo segnato da
imperialismi scatenati deve fare i conti con la notevole capacità di proiezione
delle due grandi superpotenze – Washington e Pechino –, spesso profonda,
oscura, efficace nell’intorpidire i movimenti che conducono a una maggiore
autonomia, a una riduzione delle dipendenze e, quindi, alla difesa di una
posizione libera nel mondo.
La
riflessione sui meccanismi di proiezione di queste ombre di influenza conduce
almeno a tre categorie concettuali:
l’influenza che usa le dipendenze;
quella
che si fonda sull’adesione ideologica o un certo grado di convergenza
geopolitica;
e quella che sfrutta miraggi e necessità di
crescita economica.
Il trumpismo al potere negli Stati Uniti e il
mandarinato della Cina contemporanea usano senza esitazioni questi strumenti a
loro disposizione, in modo a volte brutale, altre sottile.
Da
Ovest: pressione e appeasement.
L’influenza
da dipendenze è evidente e spietata.
Il trumpismo usa la dipendenza europea nei
settori della difesa e della tecnologia come meccanismo di pressione per
ottenere benefici a tutto campo.
Sebbene
la spesa militare europea sia cresciuta, mancano ancora elementi fondamentali
affinché l’Europa possa essere considerata una forza militare autonoma,
credibile, dissuasoria.
Mancano
aspetti chiave in termini di mezzi materiali e di vera capacità operativa
comune.
E in
materia tecnologica, dipendenza e ritardi sono evidenti sul fronte
dell’intelligenza artificiale – come dolorosamente ricordato dalla proibizione
dell’uso dei modelli più avanzati di” Anthropic” – e in molti altri.
Queste
debolezze fanno sì che, per timore di una rottura e rappresaglie pericolose,
diversi paesi europei abbiano scelto di adottare una linea di appeasement con
la Casa Bianca anche in settori, come il commerciale, in cui l’Ue avrebbe avuto
a sua disposizione mezzi per rispondere con molta più fermezza all’offensiva
dei dazi.
Quel
timore attecchisce soprattutto nelle zone geografiche più esposte alla minaccia
russa.
Da
Est: la corda cinese.
Anche
la Cina dispone di chiarissimi elementi di pressione sul piano delle dipendenze
europee.
Basta
ricordare il devastante effetto delle restrizioni imposte all’esportazione
delle terre rare, simbolo del dominio cinese nell’estrazione dei minerali
strategici.
L’industria
moderna, e certamente quella europea, dipende da quei materiali.
L’Europa, inoltre, ha bisogno della Cina anche
per l’approvvigionamento degli elementi essenziali della transizione verde.
Economia
e ideologia: influenze dall’Ungheria alla Spagna.
L’influenza
per adesione ideologica, d’altra parte, ha svolto un ruolo notevole grazie alla
vicinanza al trumpismo di alcuni movimenti politici in Europa, anch’essi
definiti – come quello – da uno spirito d’azione nazionalpopulista.
Ha
attecchito in vari paesi, anche se con diversa intensità.
Fortissima nell’Ungheria di Viktor Orbán,
notevole nell’Italia di Meloni, meno accentuata nel caso della formazione di Le
Pen in Francia.
Tuttavia,
questa via è andata scemando a causa degli eccessi dell’amministrazione
statunitense, a tratti apertamente ostile all’Europa, il che ha suscitato
profonda indignazione nelle società europee e costretto i nazionalisti europei
a prendere le distanze per fare onore alla loro stessa ragione d’essere e non
subire un’emorragia di consensi per eccessiva vicinanza a un individuo
sostanzialmente disprezzato in Europa.
La
sconfitta di Orbán in Ungheria, d’altra parte, ha sottratto al trumpismo un
vero e proprio cavallo di Troia che risultava molto utile a Washington,
soprattutto dopo l’uscita del Regno Unito dall’Ue.
L’Ungheria di Orbán era a sua volta anche un ottimo
interlocutore della Cina, che ha reso il paese centroeuropeo il maggiore
destinatario di investimenti cinesi in Europa per anni.
Una
scelta che ha certamente ragioni di carattere economico, ma senza dubbio si
appoggiava anche su riflessioni politiche, la volontà di sostenere un alleato
sociopolitico affine, che consentiva di portare avanti l’obiettivo cinese non
dichiarato ma indubbio di frenare l’integrazione del progetto europeo.
Maggiore
integrazione significa maggiore forza, competitività, capacità di resistere e
rispondere.
D’altra
parte, se in Europa ovviamente nessuno manifesta un’aperta adesione ideologica
al regime autoritario cinese, non mancano coloro che mostrano una certa
sintonia.
È il caso del governo spagnolo, che lavora con
decisione per configurarsi come partner europeo privilegiato, ponte tra i due
mondi, anche sulla base di una visione geopolitica non disposta a concedere
agli Stati Uniti una posizione di supremazia.
Naturalmente
l’interesse della Spagna è anche fondato su calcoli meramente economici, sul
desiderio di ottenere investimenti cinesi che diano slancio all’attività
industriale.
E questo strumento è quello più efficace per la Cina
di XI.
Sono diversi i paesi attratti dall’enorme
potenziale del capitale cinese, ben oltre l’Ungheria e la Spagna.
Fuori
dal perimetro dell’Ue, per esempio in Serbia, il fenomeno è evidente, ed è un
segnale della competizione aperta nelle zone dell’Europa non ancorate al
progetto di integrazione europea.
Sia
nei Balcani che nel Caucaso la lotta per l’influenza è aperta.
I “No”
di XI e Trump all’Europa forte.
Gli
Stati Uniti e la Cina competono tra loro per ottenere una posizione egemonica
nel mondo del XXI secolo.
Curiosamente, tuttavia, sembrano condividere
uno stesso obiettivo strategico per quanto riguarda l’Europa:
impedire il progresso del processo di
integrazione europea.
Gli
Stati Uniti hanno manifestato in modo esplicito – nella Strategia di sicurezza
pubblicata nel 2025 – la loro ostilità verso l’Ue e la disposizione a
“coltivare la resistenza” contro il suo sviluppo.
La Cina è molto più prudente e non manifesta
questo obiettivo in modo esplicito, ma è diffusa tra i dirigenti europei
un’idea:
Pechino è molto interessata a mantenere vive
difficoltà e frizioni interne all’Ue per complicarne il cammino, renderla meno
competitiva.
Anche l’appoggio a Putin e alla sua guerra
contro l’Ucraina risponde in parte, secondo alcuni, all’obiettivo di mantenere
gli europei occupati e sfiancati.
Le
ombre cinesi e statunitensi si proiettano molto oscure sul corpo dell’Europa.
Leader
UE puntano a un'intesa
sul
bilancio da duemila miliardi
entro
ottobre.
It.euronews.com
- Eleonora Vasques – (19/06/2026) –
Redazione – ci dice:
Il
presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, a destra della foto, parla con
il presidente Emmanuel Macron durante un incontro al vertice Ue di Bruxelles,
venerdì 19 giugno 2026.
Si
delineano fronti contrapposti tra gli Stati membri sulla spesa UE:
i
Paesi del Sud e dell'Est chiedono più fondi agricoli e regionali, mentre i
governi più rigoristi si oppongono.
I
leader dell'Unione europea riuniti a Bruxelles hanno deciso di arrivare a un accordo
preliminare sul bilancio pluriennale dell'UE da duemila miliardi di euro per il
periodo 2028-2034 entro ottobre, secondo una bozza pubblicata venerdì.
Nel
vertice, il blocco è entrato in una fase delicata dei negoziati, nel tentativo
di trovare un'intesa comune su spese e entrate per finanziare le priorità dei
prossimi sette anni.
Tra
gli Stati membri serve un equilibrio molto delicato.
Mentre
un gruppo di contributori netti, guidato da Germania e Paesi Bassi, spinge per
ridurre drasticamente la spesa complessiva dell'Unione, i Paesi dell'Europa
meridionale e orientale temono che i finanziamenti per settori come
l'agricoltura vengano penalizzati a favore di maggiori spese per la difesa.
In una
conferenza stampa venerdì, la presidente della Commissione europea Ursula von
der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa hanno esortato il
blocco a raggiungere un accordo entro la fine dell'anno.
La
proposta di bilancio è stata presentata dalla Commissione europea nel luglio
2025.
I leader dell'UE hanno ora chiesto alla
prossima presidenza irlandese, che dal primo luglio guiderà le discussioni tra
gli Stati membri, di presentare a ottobre un nuovo testo negoziale, ha
dichiarato un funzionario dell'UE, riferendosi a un documento che copre spese
ed entrate, note come "risorse proprie".
È
atteso anche "un pacchetto ambizioso ed equilibrato sulle nuove risorse
proprie in vista del Consiglio europeo di ottobre", ha aggiunto un altro
funzionario dell'UE.
I due
principali schieramenti.
Sebbene
i negoziati siano complessi e in continua evoluzione, in campo ci sono
soprattutto due gruppi di Paesi che avanzano proposte: i "Friends of
Coesione" (Amici della coesione) e i "Frugals" (Frugali).
A fine
maggio, i Friends of Coesione hanno firmato un documento in cui chiedono un
aumento dei finanziamenti agricoli e regionali.
Tra i firmatari figurano Bulgaria, Croazia,
Estonia, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo,
Repubblica Ceca, Romania, Slovenia, Slovacchia, Spagna e Ungheria.
I
"Frugals" – Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Svezia, Finlandia e
Austria – hanno dichiarato che qualsiasi aumento della spesa è da escludere.
In un
testo presentato la scorsa settimana, Cipro ha proposto un taglio di 32,8
miliardi di euro al bilancio complessivo di duemila miliardi, definendolo un
compromesso tra i due schieramenti.
Il
Parlamento europeo, co-legislatore che dovrà approvare il bilancio insieme ai
leader, ha respinto la proposta cipriota, giudicandola insufficiente, in
particolare per quanto riguarda i finanziamenti agricoli e regionali.
Entrate,
nuove tasse e debito comune.
Il
dibattito su come sarà finanziato il bilancio resta aperto e un accordo
preliminare è atteso entro ottobre.
Nella
proposta iniziale, la Commissione europea ha incluso nuove entrate provenienti
dal sistema di scambio di quote di emissione, dal meccanismo di adeguamento del
carbonio alle frontiere, da rifiuti elettronici non raccolti, dalle accise sul
tabacco e da un'imposta sulle società.
Durante
i negoziati, il Parlamento europeo ha suggerito ulteriori fonti di entrata.
Secondo diversi diplomatici dell'UE che hanno
parlato con Euronews a condizione di anonimato, tra le proposte che hanno
suscitato maggiore interesse tra i leader figurano una tassa sul gioco
d'azzardo e un'imposta sugli asset in criptovalute.
I
Paesi frugali restano diffidenti sulle misure proposte per le entrate, in
particolare la Svezia, contraria a qualsiasi forma di risorse proprie.
Ritengono che una mossa in questa direzione costringerebbe gli Stati membri più
ricchi dell'UE a sopportare un onere finanziario sproporzionato.
Paesi
tra cui Italia, Francia e Grecia hanno proposto di rimborsare i fondi per la
ripresa di “Next Generation EU” attraverso la ri-emissione del debito, un
meccanismo noto come "rolling debt" (debito a rotazione).
La
proposta è fortemente osteggiata da Germania, Paesi Bassi e altri, che
respingono qualsiasi forma di nuovo indebitamento comune.
Secondo
due diplomatici dell'UE a conoscenza dei negoziati, il dibattito sul “rolling
debt” dipenderà dal tipo di accordo che i leader raggiungeranno sulle risorse
proprie.
Il
blocco punta a raggiungere un accordo sul bilancio entro la fine del 2026. I
co-legislatori vogliono evitare che i negoziati si protraggano fino al 2027,
anno di importanti elezioni in diversi Paesi chiave europei, tra cui Francia,
Italia e Polonia.
Qualsiasi
accordo sul bilancio richiederà il sostegno unanime di tutti i 27 Stati membri,
oltre al consenso del Parlamento europeo.
La
nuova strategia.
Armi e
difesa, così l’Europa arricchisce gli Usa.
Ora
Bruxelles vuole
invertire
la rotta.
Ilsole24ore
- Andrea Carli – (12 marzo 2025) – Redazione -ci dice:
Il
think tank Spiri:
gli
Stati europei della Nato hanno quasi 500 aerei da combattimento e molte altre
armi ancora in ordine dagli Stati Uniti.
Tajani:
Non c'è corsa al riarmo ma c'è necessità di rafforzare sicurezza.
I
punti chiave.
Gli
Stati europei della Nato hanno quasi 500 aerei da combattimento e molte altre
armi ancora in ordine dagli Stati Uniti
Italia
passa dal decimo al sesto posto tra i Paesi esportatori di armi.
Ci
vorrà una vera e propria inversione di tendenza.
Il nuovo “ordine di scuderia” è: “Buy European
Made”, soluzione quest’ultima particolarmente invisa al presidente Usa Donald
Trump.
Mentre
i ministri finanziari dei 27 discutono su quali soluzioni adottare per
aumentare gli investimenti nella Difesa in Europa, la Commissione europea ha
infatti proposto di contrarre prestiti per 150 miliardi di euro a carico del
bilancio della Ue da destinare agli Stati membri per l’acquisto di armi.
Ma, ha
chiarito la presidente della Commissione Ursula von der Leyen in un intervento
al Parlamento europeo, «questi prestiti dovrebbero finanziare gli acquisti da
parte dei produttori europei, per contribuire a rafforzare la nostra industria
della difesa».
La
soluzione ventilata si preannuncia di forte rottura rispetto a una prassi
abbastanza consolidata dei Paesi europei dell’Alleanza Atlantica, che è quella
di acquistare armi soprattutto dagli Stati Uniti.
Gli
Stati europei della Nato hanno quasi 500 aerei da combattimento e molte altre
armi ancora in ordine dagli Stati Uniti.
Lo
dicono i numeri.
Secondo la fotografia scattata dal think tank Spiri
(Stockholm International Peace Research Institute), infatti, in un contesto in
cui le importazioni di armi da parte dei membri europei della Nato sono più che
raddoppiate tra il 2015-19 e il 2020-24 (+105%), gli Stati Uniti hanno fornito
il 64% di queste armi, una quota sostanzialmente maggiore rispetto al 2015-19
(52%).
Gli
altri principali fornitori sono Francia e Corea del Sud (con il 6,5% ciascuno),
Germania (4,7%) e Israele (3,9%).
«Con
una Russia sempre più bellicosa e le relazioni transatlantiche sotto stress
durante la prima presidenza Trump, gli Stati europei della Nato hanno adottato
misure per ridurre la loro dipendenza dalle importazioni di armi e per
rafforzare l’industria europea degli armamenti», spiega Pieter Weizman,
ricercatore senior del programma Spiri sui trasferimenti di armi.
«Ma - aggiunge - il rapporto transatlantico di
fornitura di armi ha radici profonde. Le importazioni dagli Stati Uniti sono
aumentate e gli Stati europei della Nato hanno quasi 500 aerei da combattimento
e molte altre armi ancora in ordine dagli Stati Uniti».
Italia
passa dal decimo al sesto posto tra i Paesi esportatori di armi.
Gli
Stati Uniti, nel periodo 2020-24 si sono anche confermati di gran lunga i
maggiori esportatori dei principali tipi di armamenti, con una quota del 43%
delle esportazioni globali.
Al secondo posto, la Francia, che ha
scavalcato la Russia, scivolata in terza posizione.
L’Italia,
tra i Paesi esportatori, è balzata dal decimo al sesto posto. L’area di
destinazione principale delle esportazioni italiane è stata il Medio Oriente.
Qatar,
Kuwait ed Egitto sono i Paesi dove le vendite italiane si sono maggiormente
concentrate.
Troppa
spesa, poca difesa:
la frammentazione impedisce
all’Ue
di diventare un attore strategico.
Quotidiano.net
– (16 – 06 – 2026) – Carlo Altomonte – Redazione – ci dice:
Oltre
300 miliardi l’anno non bastano: il continente continua a dipendere in modo
significativo da tecnologie, sistemi e capacità operative esterne.
Il
presidente Usa Donald Trump, Emmanuel Macron (Francia) e Volodymyr Zelensky
(Ucraina) sono al G7.
Troppa
spesa, poca difesa: la frammentazione impedisce all’Ue di diventare un attore
strategico.
Milano
– La difesa europea si trova oggi davanti a un passaggio critico, in termini
industriali, tecnologici e politici.
Per anni il dibattito si è concentrato sulla
quantità della spesa in Europa, di solito rapportato in termini di PIL, ma il
vero nodo oggi è la qualità di questa spesa e, soprattutto, la sua
frammentazione.
L’Europa
spende complessivamente oltre 300 miliardi di euro all’anno in difesa, una
cifra paragonabile a quella della Cina e seconda solo agli Stati Uniti.
Eppure
questa massa critica non si traduce in capacità strategica equivalente. Il
continente continua a dipendere in modo significativo da tecnologie, sistemi e
capacità operative esterne, mentre i programmi industriali restano dispersi su
base nazionale, con duplicazioni e inefficienze strutturali.
Frammentazione
industriale e limiti strutturali.
Oggi
in Europa operano decine di piattaforme diverse per sistemi d’arma che negli
Stati Uniti sono concentrati in pochi modelli standardizzati.
La
frammentazione si riflette anche nelle filiere industriali, nei processi di
procurement e negli standard tecnologici, riducendo le economie di scala e
rallentando l’innovazione.
Tuttavia,
in un contesto in cui la competizione globale si gioca sempre più su tecnologie
come intelligenza artificiale, semiconduttori, cyber e spazio, caratterizzati
da costi fissi elevati e dunque importanti economie di scala, questo modello
rischia di diventare un vincolo strategico.
Un'altra
settimana infernale.
Unz.com
- Philip Giraldi – (20 giugno 2026) – Redazione – ci dice :
Un
tentativo di porre fine alla guerra potrebbe essere sabotato da Netanyahu.
La
settimana è iniziata con una nota positiva con il presidente Donald Trump che
ha dichiarato, in modo insolito, che un "memorandum d'intesa" (MOU)
era stato raggiunto da negoziatori statunitensi e iraniani, assistiti da
mediatori pakistani e catari, per sospendere l'azione militare e iniziare
sessant'anni di discussioni nella ricerca di un accordo di pace.
La mossa si basava su quella che è stata
descritta come una lista di quattordici punti dei passaggi che sarebbero stati
intrapresi per far progredire il processo, incluse concessioni riguardanti
quelle che vengono chiamate "linee rosse" da entrambe le parti.
Le
trattative si basano sul fatto che vengono intraprese subito alcune azioni, tra
cui l'apertura gratuita dello Stretto di Hormuz, la cessazione degli attacchi
israeliani e dell'occupazione del Libano, la fine delle sanzioni statunitensi
contro l'Iran e la restituzione di parte del denaro congelato a Teheran.
Il MOU
è stato firmato elettronicamente sia dal presidente degli Stati Uniti Trump che
dal presidente iraniano Massoud Pezeshkian mercoledì, con una firma formale
cartacea in Svizzera da parte del vicepresidente JD Vance e del capo della
delegazione iraniana prevista per venerdì. Quella firma avrebbe dato inizio a
sessanta giorni di negoziati che, si spera, avrebbero portato a un accordo di
pace definitivo che avrebbe posto fine alla guerra.
Curiosamente,
il luogo dell'incontro, originariamente previsto per Ginevra, potrebbe essere
stato cambiato in una località sciistica più facilmente assicurabile a
Burgenstock, secondo un rapporto, a causa del timore che Israele potesse
tentare di sabotare l'assemblea, possibilmente assassinando uno o più membri
della delegazione iraniana.
Purtroppo,
però, Israele, come prevedibile, ha fatto del suo meglio per vanificare il
cessate il fuoco che avrebbe dovuto portare ai colloqui di pace, intensificando
i bombardamenti e gli altri attacchi contro il Libano.
Era
noto che l'Iran avesse chiesto la cessazione delle ostilità contro il Libano,
suo alleato, come condizione per l'avvio dei negoziati, e ora sembra che
Teheran chiuderà nuovamente lo Stretto a causa dell'aggressione israeliana.
Questa
risposta provocatoria era più o meno prevedibile da parte di Netanyahu, e non
ha tenuto conto degli espliciti avvertimenti di Trump e Vance, che avevano
messo in luce la squilibrata relazione bilaterale con Israele.
Il
ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Ben-Geir, tuttavia, ha ignorato
le possibili conseguenze e venerdì ha affermato che "Tutto il Libano deve
bruciare!" e che "In Medio Oriente... Bisogna Impazzire.
Annientare."
Trump,
che questa settimana ha dichiarato che "non ci sono limiti al suo
potere", dal canto suo, avrebbe insultato il Primo Ministro israeliano
Benjamin Netanyahu durante una telefonata, dopo che Netanyahu aveva
pubblicamente affermato il suo diritto e la sua volontà di fare tutto il
necessario per "difendere" il suo Paese.
Trump ha persino denunciato i bombardamenti
"eccessivi" di Israele contro alcuni palazzi residenziali a Beirut,
solo perché, a quanto pare, un presunto sostenitore di Hezbollah vi era
entrato.
Vance
si è spinto fino a ricordare a Israele che se davvero, come Israele e i suoi
sostenitori continuano ad affermare, lo Stato ebraico ha il diritto di
difendersi, "a qualunque costo", allora anche l'Iran ha lo stesso
diritto.
Ha inoltre avvertito Netanyahu e i suoi falchi
che "Se fossi nel governo israeliano, forse non attaccherei [gli Stati
Uniti], l'unico potente alleato che mi è rimasto in tutto il mondo".
Vance
ha concluso dicendo: "Non si può risolvere ogni problema con la
violenza".
L'avvertimento
di Vance potrebbe aver avuto un effetto, dato che venerdì sono emerse notizie
non confermate secondo cui Israele e Hezbollah potrebbero unirsi per una sorta
di cessate il fuoco, anche se la questione del ritiro israeliano dal sud del
Libano non è stata affrontata. Risolvere il problema del Libano, anche
temporaneamente, è fondamentale per proseguire con le condizioni stabili nel
protocollo d'intesa.
Come prevedibile, le richieste di conformità al Libano
provenienti dall'amministrazione Trump hanno sicuramente prodotto una risposta
prevedibile da parte del deputato “Randy Fine”, un ebreo Israele prima di
tutto, sempre sovrappeso e sempre sovrappeso, proveniente dalla Florida, che ha
opinato che "Ho trovato i commenti di JD ieri assolutamente inappropriati
e francamente disgustosi."
Curiosamente,
anche Netanyahu è intervenuto con una replica, affermando che la necessità di
Israele di entrare in guerra con l'Iran e distruggerlo è dovuta unicamente al
timore che gli iraniani sviluppino un'arma nucleare e la usino contro lo Stato
ebraico.
Si
tratta di un argomento pretestuoso, regolarmente utilizzato da Israele e dai
suoi alleati come Fine e la troika repubblicana al Senato composta da Tedi
Cruz, Tom Cotton e Lindsey Graham.
La
realtà, tuttavia, è che è Israele a possedere armi nucleari in un arsenale
segreto e non dichiarato, forse composto da 400 o più bombe, mentre
l'intelligence statunitense ha affermato con certezza che l'Iran non possiede
tali armi né un programma per svilupparle.
Israele ha persino elaborato una strategia
nota come " che potrebbe portare ad attacchi nucleari contro numerosi
Paesi considerati non sufficientemente favorevoli a Israele”.
Presumibilmente,
questo potrebbe includere gli Stati Uniti, qualora la Casa Bianca decidesse di
porre fine al proprio coinvolgimento nella guerra contro l'Iran...
L'Iran,
infatti, ha successivamente posticipato la firma svizzera di venerdì e i
colloqui a livello tecnico con gli Stati Uniti in segno di protesta contro le
violazioni "continue" del cessate il fuoco israeliano, principalmente
nel sud del Libano, costituite dagli attacchi sostenuti che avrebbero dovuto
essere fermati secondo la primissima clausola del testo del protocollo
d'intesa.
Si
presume che l'Iran, che per buone ragioni non si fida degli Stati Uniti e del
suo controllore Israele nei negoziati, che in passato sono stati incastri che
hanno portato a assassinii.
Questa volta l'Iran non si impegnerà senza
provare considerevoli che ci sarà un accordo onesto sia da Washington che da
Tel Aviv.
Nella
situazione attuale, fonti governative pakistane hanno rivelato che il
principale negoziatore di Teheran, Bagher Calafa, e il ministro degli Esteri
Abbas Saraghi erano "pronti" a partire per la Svizzera per tenere i
colloqui diretti con Washington, ma si sono ritirati dal viaggio programmato
all'ultimo minuto a seguito di "direttive" della "leadership
iraniana di vertice" che si opponevano al comportamento israeliano.
L'Iran
non ha specificato se la decisione sia arrivata direttamente dalla Guida
Suprema Sayyed Mastaba Khamenei, che ha già dichiarato di avere una
"visione diversa" sull'accordo USA-Iran per porre fine alla guerra,
implicando forse di non essere disposto a cedere nulla a Israele/USA.
Il vicepresidente statunitense JD Vance ha
saggiamente cancellato il suo viaggio in Svizzera dopo che Islamabad ha
comunicato la decisione di Teheran a Washington.
Secondo i pakistani, non è stata decisa alcuna
nuova data o sede per i colloqui, ma hanno lasciato la porta aperta,
dichiarando che "il Pakistan è in contatto con entrambe le parti per
fissare una nuova data per i colloqui a livello tecnico per raggiungere un
accordo finale."
Nel
frattempo, Trump sta subendo notevoli critiche da parte dei suoi ex
collaboratori più stretti che si identificano come sionisti, anche se sarebbe
più corretto definirli "prima Israele", dato che è a questo che
risiede la loro vera lealtà.
Tra
questi ultimi figura già la sua principale finanziatrice, “Miriam Adelson”, che
lo ha definito un "traditore".
Questa lista di nemici include inevitabilmente
molti membri del Congresso di entrambi i partiti, corrotti dai miliardari ebrei
americani di Israele, con personaggi ridicoli come il senatore Tedi Cruz del
Texas in testa alla carica.
E poi
c'è il mondo dei media dominato dagli ebrei, con fanatici sionisti dei talk
show come Mark Levin che urlano la loro indignazione per le
"concessioni" fatte all'Iran nell'accordo.
Ironia
della sorte, Levin, qualche mese fa, aveva notoriamente dichiarato, con un
sorriso beffardo, che Trump sarebbe stato il primo presidente ebreo d'America.
Trump
aveva risposto "È vero!".
Quindi
Trump, in modo insolito per lui, ha deciso di frenare i suoi padroni israeliani
perché ha disperatamente bisogno di pace per avere il tempo di risanare
l'economia mondiale, sempre più carente di energia, che minaccia di avere un
impatto negativo sugli Stati Uniti a causa della sua collaborazione con la
terribile decisione di Netanyahu di distruggere l'Iran.
Si
avvicinano le elezioni di metà mandato che con ogni probabilità riporteranno i
Democratici al potere al Congresso e, se ciò accadesse, si parla già di
impeachment per Trump!
In
sostanza, tutto ciò si riduce alla consapevolezza che Israele è un veleno per
gli Stati Uniti e anche per gli altri paesi, soprattutto europei, che scelgono
di chiudere un occhio sui crimini di guerra che commette, tra cui l'orribile
genocidio di Gaza e l'invasione e il bombardamento del Libano.
Israele è manifestamente uno stato canaglia
che deve essere tenuto a freno e scoraggiato, piuttosto che protetto e
assecondato.
Riesce
a farla franca in gran parte grazie al rapporto squilibrato con i potenti Stati
Uniti, un rapporto ottenuto corrompendo il sistema politico statunitense.
Ironia
della sorte, Washington chiude un occhio persino quando Israele uccide a sangue
freddo cittadini americani, come accadde con i 34 membri dell'equipaggio della
USS Liberty nel 1967.
Più
recentemente, ha ucciso giornalisti e visitatori americani senza che il
Dipartimento di Stato statunitense abbia subito alcuna conseguenza. Oltre agli omicidi,
ci sono le guerre in cui gli Stati Uniti si ritrovano coinvolti a causa di
Israele, tra cui il suo coinvolgimento in Libano negli anni '80, così come in
Siria e in Iraq.
E la
tendenza omicida suggerisce possibilità ancora più terribili da contemplare,
con un numero crescente di americani convinti che Israele sia stato coinvolto
nell'assassinio del presidente John F. Kennedy e nell'11 settembre, tanto per
cominciare, entrambi eventi che potrebbero essere stati plausibilmente compiuti
a sostegno degli "interessi israeliani", poiché hanno permesso allo
Stato ebraico di acquisire armi nucleari e di rendere Washington un partner
nella guerra contro l'"islam radicale".
E c'è anche lo strano caso del recente
omicidio di Charlie Kirk, i cui dettagli stanno emergendo solo ora.
Come è
ben documentato, poco prima della sua morte Kirk dichiarò apertamente il suo
rifiuto del ruolo dominante di Israele nella politica estera statunitense, in
particolare sotto le presidenze di Joel Biden e Donald Trump.
Sono
stati sollevati seri interrogativi sugli aspetti tecnici dell'omicidio stesso,
a cui l'FBI, in particolare, continua a non dare risposta.
Tuttavia,
un'interessante connessione è stata recentemente descritta dal giornalista Max
Blumenthal:
"L'impero
mediatico di Charlie Kirk e la sua organizzazione attivista di destra, Tuning
Point USA (TPUSA), sono finiti sotto il controllo delle forze filo-israeliane
che lui ha osteggiato negli ultimi mesi della sua vita.
Erika
Kirk ora afferma che suo marito ha sostenuto Israele fino alla fine, mentre
TPUSA travisa la sua opposizione alla guerra contro l'Iran.
Il
Charlie Kirk Show è ora distribuito da un agente israeliano registrato a
livello federale, incaricato di diffondere propaganda sionista sui media
americani.
Fa
parte di un contratto annuale da 46 milioni di dollari tra il governo
israeliano e Brad Pascale, ex capo dello staff della campagna presidenziale di
Donald Trump del 2020.
Questo
potrebbe essere il più grande contratto di lobbying nella storia delle
operazioni di influenza straniera negli Stati Uniti.
"L'impero mediatico di Charlie Kirk e la
sua organizzazione di attivisti di destra, Tuning Point USA (TPUSA), sono
passati sotto il controllo delle forze guidate da Israele che ha passato gli
ultimi mesi della sua vita a provocarle”.
Kirk è
stato assassinato il 10 settembre 2025 durante il suo American Come back Tour nello
Utah.
Entro due ore dall'omicidio, Benjamin
Netanyahu è apparso in televisione israeliana e ha detto che il suo paese non
l'aveva fatto, cosa che certamente ha suscitato sospetti che l'avesse fatto!
Otto giorni dopo, Pascale, agente straniero
registrato presso il Ministero degli Affari Esteri israeliano, ha acquisito la
responsabilità di un'agenda di propaganda "pensata per il pubblico della
Generazione Z su diverse piattaforme, tra cui TikTok, Instagram, YouTube, podcast
e altri canali digitali e televisivi rilevanti."
Dall'uccisione
di Kirk, i suoi successori hanno fatto del loro meglio per seppellire la sua
forte opposizione alla guerra contro l'Iran, così come la sua rabbia verso
Netanyahu e il suo esercito di lobbisti ben finanziati negli Stati Uniti.
La vedova di Kirk e sostituta come CEO di
TPUSA, Erika Kirk, ora insiste falsamente che lei e suo marito non hanno mai
vacillato nel loro sostegno a Israele.
Israele
continua dunque a comportarsi come si comporta, ovvero in modo abominevole.
Trump,
che solo di recente si è presentato con un'ora di ritardo a un importante
vertice del G7 a Parigi, proclamando "Sono io il capo!" ai capi di
Stato riuniti, avrà il coraggio di affrontare Netanyahu e i suoi amici?
Un Trump confuso avrà la sicurezza di
confrontarsi con Netanyahu e il suo esercito di lobbisti americani, soprattutto
se questi sono disposti a rivelare materiale compromettente su di lui, prodotto
da Jeffrey Epstein?
Trump
ha un ego smisurato, ma basterà, visto che sa anche essere imbarazzante,
stupido e pretenzioso, alienandosi le persone con cui deve lavorare e
collaborare?
Ad
esempio, in una breve intervista a Parigi, Trump ha detto con tono sprezzante
che la premier italiana Giorgia Meloni "voleva così tanto una foto con
me... Probabilmente è contenta che le abbia parlato. Non ero obbligato a
farlo".
Avrebbe
poi aggiunto: "Mi ha implorato di fare una foto con lei. Voleva così tanto
una foto con me. Io non l'avrei fatta, ma mi dispiaceva per lei".
Giorgia
Meloni ha replicato che l'intera vicenda di Trump era una bugia e
"inventata", chiedendosi perché si fosse sentito in dovere di fare
una cosa del genere in un vertice di alto livello sulla politica estera,
affermando:
"Non so perché il presidente degli Stati
Uniti si comporti in questo modo nei confronti dei suoi alleati: non è certo la
prima volta che succede".
E ci sono state delle conseguenze.
Poco
dopo la pubblicazione online della risposta della Meloni, il ministro degli
Esteri italiano Antonio Tajani ha annunciato la cancellazione di una visita
negli Stati Uniti prevista per la settimana successiva, a dimostrazione del
fatto che il comportamento di Trump ha un impatto sul modo in cui le nazioni
straniere potenzialmente amiche hanno iniziato a considerare gli Stati Uniti.
Come
affronterà dunque Donald Trump Netanyahu se vuole davvero porre fine alla
guerra con l'Iran?
La risposta spesso violenta di Israele quando
altri si oppongono al suo regime consiste nell'uso di minacce che a volte
sfociano in attacchi sotto falsa bandiera o persino in assassinii con
cercapersone esplosivi, come quelli usati in Libano e altrove.
Politici
corrotti fedeli a Israele infestano il governo degli Stati Uniti e altri
lealisti sionisti controllano gran parte delle infrastrutture critiche
americane, in particolare i media nazionali.
Quindi,
dove ci porterà tutto questo?
Credetemi,
potrebbe peggiorare di molto!
Vittime
del vasto genocidio
di
Gaza in Israele sottovalutate
deliberatamente
Unz.com
- Ralph Nader – (20 giugno 2026) – Redazione – ci dice:
Vergognosamente,
giornali, riviste, televisioni e radio statunitensi mancano di rispetto ai
palestinesi, sia in vita che in morte.
I
media mainstream non hanno problemi a fare stime approssimative sul numero di
morti (500.000) causati dalla guerra civile in Siria sotto la dittatura di
Assad, né sulle vittime stimate delle guerre in Ucraina, Sudan o Iran.
In
qualche modo, i direttori dei media non permettono ai loro giornalisti
investigativi di valutare la portata del massacro di civili perpetrato da
Israele a Gaza:
una popolazione esposta e indifesa di 2,3
milioni di persone in un'enclave grande quanto la Pennsylvania.
L'Associated Press osserva che lo storico
militare statunitense “Robert Pappe” ritiene che "Gaza sia teatro di una
delle campagne di punizione civile più intense della storia" e che
"si collochi ormai comodamente nel primo quartile delle campagne di
bombardamento più devastanti di sempre".
Perché?
Un
motivo è che il Ministero della Salute controllato da Hamas certifica i decessi
a Gaza basandosi su rapporti provenienti da ospedali e obitori che sono stati
per lo più distrutti oltre un anno fa. (Attualmente, il Ministero riporta circa
73.000 vittime).
Ma
Hamas ha ammesso che ci sono decine di migliaia di corpi sotto le macerie,
migliaia di altri fatti a pezzi o inceneriti e irriconoscibili. Affermano
inoltre che le loro cifre non includono le morti collaterali (ad esempio, la
propagazione degli incendi) causate dai bombardamenti degli F-16 israeliani e
dagli incessanti cannoneggiamenti della popolazione di Gaza, né le morti
causate dal blocco imposto dal governo israeliano di cibo, medicine, assistenza
sanitaria, acqua, carburante, elettricità e alloggi.
In
altre zone di conflitto nel mondo, il rapporto tra morti collaterali e morti
causate da armi violente è da 3 a 13 volte superiore.
Il
regime israeliano non ha problemi con la sottostima delle vittime da parte di
Hamas perché sia loro che il Dipartimento di Stato americano sanno che il vero
bilancio delle vittime (insieme al numero dei feriti) è molto, molto più alto.
Hamas
sa che il 7 ottobre 2023 l'apparato di sicurezza israeliano, strutturato su più
livelli, era vulnerabile.
Hanno
quindi lanciato quello che si è rivelato essere un attacco suicida-omicida
oltre confine, provocando circa 1400 morti rispetto alle quasi 1200 persone –
di cui circa 400 soldati e poliziotti – colpite dai terroristi di Hamas.
Ancora
oggi, con la maggior parte degli israeliani scettici, Netanyahu ha bloccato
un'indagine ufficiale indipendente sul misterioso collasso del complesso
sistema di sicurezza israeliano al confine.
Netanyahu
attribuisce l'accaduto alla negligenza.
Tuttavia,
vi erano troppi avvertimenti separati, tra cui la presenza di osservatori
israeliani 24 ore su 24, e il fatto che Israele fosse a conoscenza dei piani di
Hamas già da un anno, per poter accettare questo improbabile pretesto.
Hamas,
invece, non si preoccupa che i media mondiali ripetano più e più volte il loro
minimo e identificabile numero di morti.
Di
certo non vogliono che il conteggio realistico delle vittime indigni
ulteriormente i loro sudditi, perché Hamas non ha protetto la popolazione
civile e non ha avuto rifugi antiaerei.
Hamas sapeva certamente cosa stava arrivando
dall'ultramoderno e feroce esercito israeliano sostenuto dal co-belligerante
complesso militare-industriale ultra-moderno e letale statunitense.
C'è
un'altra riluttanza dei media in operazione.
I
rapporti di testimoni oculari e specialisti accademici e militari in armamenti,
che arrivano ad intervalli minimi e massimi di morti (la maggior parte dei
quali sono bambini e donne), suscitano denunce ripugnanti e accuse di
antisemitismo.
Inoltre,
gli apologeti dell'incessante massacro israeliano, come Bret Stephens,
portavoce di Netanyahu sulla pagina delle opinioni.
Ebbene,
il bilancio delle vittime è molto più alto, oltre 600.000 vite distrutte,
ovvero più del 25% della popolazione originaria di Gaza.
Ciò significa che, in modo alquanto
improbabile, quasi il 75% della popolazione è ancora in vita, sebbene la
maggior parte sia malata, ferita o in fin di vita.
Riportare
la realtà dei fatti intensificherebbe la determinazione politica, diplomatica e
civile a fermare le uccisioni, consentire l'arrivo di adeguati aiuti umanitari
e avviare un processo di risoluzione del conflitto.
Secondo
le stime di analisti citati da “The Lancet”, organizzazioni umanitarie
internazionali, università e agenzie delle Nazioni Unite, centinaia di migliaia
di palestinesi sarebbero morti a causa di bombe, bombardamenti di artiglieria,
cecchini e delle conseguenti ripercussioni secondarie sopra menzionate.
Ad
esempio, il professore emerito Paul Rogers dell'Università di Bradford, nel
Regno Unito, nell'aprile del 2025 stimò che il tonnellaggio di esplosivo
sganciato su Gaza fosse equivalente a sei bombe di Hiroshima, ma più letale
perché questi proiettili quotidiani sono più mirati.
“Tarek
Lobati”, un medico canadese che ha prestato servizio negli ospedali fatiscenti
di Gaza, stima il numero dei morti in "centinaia di migliaia".
In una
serie di resoconti dettagliati e corredati di note a piè di pagina (" La
verità sui morti di Gaza "), Feroce Sidama, un chirurgo traumatologo
americano che ha lavorato nei campi di sterminio di Gaza, ha pubblicato
numerose prove a sostegno delle sue affermazioni, raccolte da decine di altri
operatori sanitari che hanno vissuto in prima persona gli orrori
Tra queste, il deliberato attacco da parte di
cecchini terroristi israeliani contro bambini piccoli, colpiti alla testa e al
cuore.
(Medici stranieri affermano che Israele prende
di mira sistematicamente i bambini di Gaza: Rapporto – Al Jazeera, 14 settembre
2025).
Il
recente rapporto di Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite
sui territori palestinesi occupati, ha fatto riferimento a un consenso di
680.000 morti.
La
stimata professoressa Devi Sfidar, titolare della cattedra di Salute Pubblica
Globale presso l'Università di Edimburgo, già da tempo forniva stime di gran
lunga superiori a quelle di Hamas.
Secondo
quanto riportato da “The Hill”, nel novembre 2023 la Sottosegretaria di Stato
per gli Affari del Vicino Oriente, “Barbara Lead”, testimoniò davanti a una
commissione della Camera che il numero effettivo di palestinesi uccisi a Gaza
era probabilmente superiore alle cifre allora riportate dalle autorità
sanitarie di Gaza.
Fu immediatamente messa a tacere e non parlò
mai più delle vittime del genocidio israeliano.
Il
Dipartimento di Stato sta bloccando da due anni una richiesta di accesso agli
atti presentata ai sensi della legge sulla libertà di informazione.
Il
grande blocco israeliano al Congresso, ovviamente, non ha permesso alcuna
audizione sul bilancio reso possibile dalle armi letali statunitensi (inclusi
il trasporto su proiettili d'artificiali al fosforo bianco) — che costano
miliardi di dollari pagati dai contribuenti statunitensi.
“Human
Light Watch” e “Amnesty International” hanno riferito che Israele ha utilizzato
munizioni al fosforo bianco in operazioni militari a Gaza e lungo il confine
Israele-Libano poco dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre.
I
giornalisti avrebbero potuto ottenere valutazioni e stime attendibili sulla
carneficina perpetrata da Israele a Gaza da Medici Senza Frontiere, Save the
Children, World Central Kitchen e altre organizzazioni umanitarie.
Ogni
giorno muoiono moltissimi neonati e bambini a Gaza a causa di malattie,
malnutrizione e ferite non curate.
Non ci
sono strutture sanitarie per loro.
I vergognosi giornali, riviste, televisioni e
radio statunitensi mancano di rispetto ai palestinesi, sia in vita che in
morte, cosa che non oserebbero mai fare se si trovassero nella stessa
situazione!
Perché
giornalisti coraggiosi come Ryan Grim, Jeremy Scalilli, Amy Goodman e Sy Hersh
non indagano a fondo sulla spaventosa indifferenza al problema della sottostima
delle vittime a Gaza?
La
verità e i sopravvissuti affranti hanno bisogno di voi!
Trump
ha messo fine
alla
sua idiota guerra
in
Iran. Bene.
Unz.com
- Trita Parsi – (18 giugno 2026) – Redazione – ci dice:
Ne è
valsa la pena? Ovviamente no.
Ma
paragonare il suo accordo con l'Iran a quello di Obama o criticarne i termini
rischia di cadere nelle stesse trappole dei presidenti precedenti.
Ho
trascorso anni a combattere contro la spinta di Trump verso la guerra con
l'Iran, e porto ancora i segni di questa esperienza.
Quando
Trump si ritirò dal JCPOA nel 2018, avvertii che ci avrebbe inevitabilmente
condotti a questo punto.
Da
allora, ho sempre sostenuto la mia opposizione alla strada di confronto che ha
intrapreso con gli Stati Uniti.
I miei
risultati parlano da soli, ed è per questo che posso affermare quanto segue
senza esitazioni.
Date
le circostanze, la decisione del presidente Trump di raggiungere un accordo con
Teheran e porre fine a questa guerra costosa e inutile è quella giusta.
Merita sostegno, non critiche partigiane.
Come
ha osservato Rob Mallei – membro chiave del team di Barack Obama che negoziò
l'accordo sul nucleare e in seguito capo negoziatore di Joel Biden con l'Iran –
su X, paragonare il memorandum d'intesa di Trump al JCPOA di Obama non coglie
il punto.
Ciò
che conta non è come l'accordo si collochi rispetto ai successi diplomatici del
passato, ma come si confronti con le alternative a nostra disposizione.
E su questo punto, ha sostenuto Mallei, il
memorandum d'intesa è "di gran lunga preferibile a qualsiasi alternativa
offerta.
Punto."
Andrei
oltre. Esaminare il Memorandum d'intesa e chiedersi "La guerra ne è valsa
la pena?" è insensato.
Certo
che no. Come avrebbe potuto esserlo?
La premessa stessa è profondamente errata:
che
una guerra di scelta fallimentare avrebbe in qualche modo rafforzato la
posizione di Washington al tavolo delle trattative e prodotto condizioni più
favorevoli.
La
storia offre ben poco a sostegno di una simile tesi.
La
domanda è errata anche per un altro motivo, ben più rilevante. Implica che una
guerra non debba essere conclusa finché non abbia prodotto condizioni migliori,
nemmeno quando la guerra stessa sta fallendo.
Se
presa sul serio, questa logica porta a una conclusione pericolosa:
che una guerra persa debba continuare finché
le sorti del campo di battaglia non migliorino in qualche modo e non si possa
raggiungere un esito più favorevole.
Forse
quel giorno arriverà. Forse non arriverà mai.
Nel
frattempo, i costi – in termini di vite umane, risorse economiche, stabilità
regionale e credibilità strategica – vengono considerati secondari.
È così
che nascono le guerre senza fine.
Le
guerre diventano interminabili quando i leader si convincono che porvi fine
senza vittoria sia politicamente più costoso che continuarle senza speranza.
Una
volta scattata questa trappola, ogni battuta d'arresto diventa un pretesto per
un ulteriore dispiegamento, un'ulteriore escalation, un altro anno di
conflitto.
L'obiettivo si sposta dal raggiungimento di un
risultato politico realistico all'evitare di ammettere che gli obiettivi
originari erano irraggiungibili.
La
storia americana offre numerosi esempi.
I presidenti ereditano guerre che non hanno
iniziato, si rendono conto che non possono essere vinte alle condizioni
promesse, eppure non hanno lo spazio politico per porvi fine.
Quindi
rimandano la resa dei conti. Rimandano il problema, scaricando il peso sul loro
successore, che fa lo stesso.
Il
risultato è un ciclo di deriva strategica in cui i costi si accumulano mentre
le prospettive di successo si allontanano costantemente.
Quando
la vittoria è lontana, prolungare un conflitto nella speranza che la realtà si
conformi prima o poi alla retorica politica non è una soluzione, bensì una
negazione.
Ricordate
l'Afghanistan?
Per
anni, i funzionari americani hanno mentito all'opinione pubblica, affermando
che la vittoria era imminente, a sei mesi di distanza, forse un anno al
massimo.
Eppure,
i documenti sull'Afghanistan hanno poi rivelato che questi funzionari sapevano
in privato che la vittoria era ben lungi dall'essere vicina.
Sapevano
che la guerra era alla deriva, ma temevano le conseguenze politiche di
ammetterlo.
La
guerra continuò quindi. Quando gli Stati Uniti si ritirarono definitivamente,
erano trascorsi quasi due decenni e erano stati spesi oltre 2 trilioni di
dollari.
E qual
è stato il risultato finale?
Dopo
vent'anni di guerra, migliaia di vite americane e alleate perse e centinaia di
migliaia di perdite afghane, gli Stati Uniti tornarono dove erano iniziati:
avevano
sostituito i talebani con i talebani.
Questa
è la maledizione della guerra senza fine.
Il
rifiuto di accettare una realtà sfavorevole oggi garantisce solo una bolletta
più alta per il futuro.
Va
dato un certo merito a Trump per aver rotto questo schema, anche se dovrebbe
essere incolpato lui per aver iniziato questa guerra in primo luogo. I leader
politici dovrebbero essere giudicati non solo per gli errori che commettono, ma
anche per il coraggio di correggerli.
Trump
avrebbe potuto seguire la via ben battuta dei suoi predecessori. Avrebbe potuto
prolungare il conflitto, spendere più denaro, sacrificare più vite,
destabilizzare più economie e indebolire ulteriormente il potere americano — il
tutto insistendo che la vittoria fosse ancora imminente. Ricordate le
innumerevoli volte in cui dichiarò che la guerra era stata vinta.
In
effetti, i costi politici per continuare la guerra probabilmente sarebbero
stati inferiori a quelli che lui sta pagando oggi per porvi fine alla guerra.
Nella
politica americana, spesso c'è una punizione maggiore per aver riconosciuto il
fallimento che per averlo perpetuato.
Questo
perverso incentivo ha intrappolato i presidenti per decenni.
Nella sua testimonianza sulla guerra del
Vietnam davanti alla Commissione per le relazioni estere del Senato nel 1966,
George Kinan affermò:
"Si
guadagna più rispetto nell'opinione del mondo con una liquidazione risoluta e
coraggiosa di politiche fallimentari che con la ricerca ostinata di obiettivi
stravaganti o irrealizzabili".
Le
critiche provenienti da alcuni democratici sono particolarmente deludenti
perché riecheggiano le stesse tattiche in malafede impiegate dai repubblicani
contro il JCPOA nel 2015.
A dire
il vero, Trump si è in parte attirato questo trattamento. Ha passato anni ad
attaccare l'accordo di Obama con una raffica di argomentazioni fuorvianti e
affermazioni esagerate.
Ma ciò
non significa che sia saggio per i Democratici ricambiare il favore.
Attualmente
Trump è responsabile di questa guerra fallimentare, ma se i Democratici
contribuiranno a far fallire il memorandum d'intesa e la guerra riprenderà,
allora saranno corresponsabili anche della prossima guerra.
Il disastro di Trump diventerà anche il loro.
Anziché
attaccare i termini del memorandum d'intesa, i Democratici dovrebbero fare
pressione sull'amministrazione affinché lo protegga da coloro che sono
determinati a vederlo fallire.
La
principale minaccia esterna è rappresentata dal governo israeliano e
dall'ossessione di Benjamin Netanyahu di sabotare qualsiasi opportunità per
l'Iran e gli Stati Uniti di seppellire l'ascia di guerra.
Anziché
affidarsi esclusivamente a telefonate furiose e a pubbliche critiche nei
confronti di Netanyahu, i sostenitori della fine della guerra dovrebbero fare
pressione su Trump affinché agisca subito:
sospenda gli aiuti militari a Israele e riduca
la cooperazione militare e di intelligence.
Tali misure limiterebbero la capacità di
Israele di riaccendere il conflitto e dissiperebbero qualsiasi convinzione a
Tel Aviv che Washington seguirà automaticamente Israele in un'altra guerra.
Se i
leader israeliani comprendessero che gli Stati Uniti non saranno trascinati in
un futuro conflitto per loro conto, il loro incentivo a iniziarne uno si
ridurrebbe significativamente.
Il
compito ora non è premiare Trump politicamente, né giustificare l'imprudenza
che ha prodotto questa guerra.
Servire a impedire che la guerra torni.
I
democratici possono condannare la decisione di avviarla senza sabotare
l'accordo che la porrà fine.
Possono chiedere conto a Trump senza aiutare
Netanyahu a trascinare di nuovi gli Stati Uniti nel conflitto.
La scelta che hanno davanti non è tra opporsi
a Trump e sostenere la pace.
È tra
imparare dalle guerre infinite dell'America e ripeterle.
Hanno
cercato di deportarmi, sono andato al programma di Tucker e Trump ha messo fine
alla sua guerra idiota.
(Trita Parsi è co-fondatrice e
vicepresidente esecutiva del Quincy Institute for Responsible State craft).
Non
solo Meloni: la guerra di Trump all’ordine universalista (Europa e Vaticano
compresi) da Anchorage alla Groenlandia.
Starmag.it
– Luigi Ricci – (21 giugno 2026) – Redazione – ci dice:
Gli
attacchi del presidente americano ai leader europei e a Leone XIV non sono
scatti d’umore.
Sono la stessa logica delle sfere di influenza
applicata, di volta in volta, a chi pretende un’autorità superiore a quella
della forza.
L'analisi di Luigi Ricci, analista e autore di
"Vaticano Zero Day."
Ascolta
questo articolo ora...
Non
solo Meloni: la guerra di Trump all’ordine universalista (Europa e Vaticano
compresi) da Anchorage alla Groenlandia.
Con
Putin, la stretta di mano in Alaska.
A XI,
il tappeto rosso di Pechino e la foto di famiglia al Tempio del Cielo. Alla
Danimarca, che è un alleato, dazi minacciati per farsi cedere la Groenlandia.
E nel mezzo, uno dopo l’altro, i leader
europei:
il
tedesco Merz liquidato come “inefficace”, Macron imitato e deriso nei comizi,
Meloni accusata in diretta tv di aver “implorato” una foto.
Più un Papa.
In Europa molti hanno cominciato a chiamarlo
odio.
Ma
l’odio spiega poco, e prevede ancora meno.
Anchorage,
Pechino e la Groenlandia, tre vertici solo in apparenza scollegati, sono la
chiave per capire cosa c’è davvero sotto.
Tre
episodi, una sola visione del mondo.
Ad
Anchorage, nell’agosto 2025, Trump e Putin si sono seduti per quasi tre ore a
discutere del futuro dell’Ucraina.
Al tavolo non c’erano né gli ucraini né gli
europei, e la loro richiesta di esserci è caduta nel vuoto.
Si
decideva del destino di una porzione del continente europeo sopra la testa
degli europei, ridotti a spettatori di un negoziato sul loro stesso cortile di
casa.
La
questione groenlandese è il rovescio speculare della stessa medaglia. Trump ha
minacciato l’Europa di dazi se non si troverà un’intesa sull’isola danese, e
dopo un colloquio con il segretario generale della NATO Mark Rutte ha
dichiarato che “non si torna indietro”.
A gennaio ha persino rifiutato un G7
d’emergenza proposto da Emmanuel Macron, motivandolo con l’idea che la
leadership del francese fosse ormai al tramonto.
E poi
Pechino, lo scorso maggio.
Steso il tappeto rosso da Jinping, Trump è
ripartito parlando di “accordi fantastici”, foto di famiglia al Tempio del
Cielo comprese, e con il rivale sistemico per eccellenza ha esibito la
cordialità dell’incontro tra pari. Verso l’avversario dichiarato, l’abbraccio.
Verso
gli alleati, il negoziato sopra la testa e la minaccia sul territorio.
È
sempre la stessa logica.
A
Pechino Trump tratta il rivale come un pari da corteggiare.
Ad
Anchorage e sulla Groenlandia tratta l’alleato come terreno da spartire:
il
continente europeo negoziato senza gli europei, il territorio di un alleato
trattato come una cosa acquistabile.
In
tutti i casi l’Europa non è un interlocutore.
È un
oggetto.
Ed è questo il filo che tiene insieme tutto il
resto.
A dare
ragione a questa lettura, paradossalmente, è stata la diretta interessata.
Rispondendo
in un video all’accusa di aver “implorato” una foto, il 19 giugno Giorgia
Meloni ha rimproverato a Trump di mostrarsi molto più accondiscendente con i
nemici dell’Occidente che con gli alleati storici, prima di chiudere con una
frase netta: “io e l’Italia non imploriamo mai”.
Non è orgoglio ferito, è la descrizione esatta
dell’asimmetria: l’avversario corteggiato, l’alleato trattato a pesci in faccia.
Il
concerto degli uomini forti.
Trump
sta riportando in scena un mondo di sfere di influenza e di concerto tra grandi
potenze, dove la sovranità appartiene al più forte e le nazioni minori sono
merce di scambio.
È una grammatica ottocentesca travestita da
pragmatismo.
Più
che all’ordine multilaterale nato nel 1945, richiama il Concerto d’Europa
uscito dal Congresso di Vienna e, per certi versi, la logica di Yalta:
le
grandi potenze decidono, gli altri si adeguano.
In
quella grammatica conta chi gli somiglia, l’uomo forte, e non a caso il
linguaggio cambia radicalmente a seconda dell’interlocutore.
A
Recep Tayyip Erdogan, definito “una persona forte” e “un ottimo alleato”, Trump
rivendica un rapporto “che nessun altro ha”.
A
Narendra Modi, dopo mesi di gelo e dazi al 50 per cento, è bastato cedere sul
petrolio russo per trasformarsi in “uno dei miei più grandi amici”.
Con Putin e con XI, dopo la stagione della
guerra dei dazi, la rotta del 2026 è la distensione.
Agli
alleati liberaldemocratici europei, invece, è riservato il disprezzo.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz è stato
bollato come “totalmente inefficace”, seguito dal taglio di cinquemila soldati
americani in Germania e da nuovi dazi sull’auto.
La
Francia è diventata, all’arrivo di Trump al G7, un paese “da terzo mondo”.
E
Giorgia Meloni, un tempo alleata prediletta, si è vista raccontare da un
giornalista di La7 di aver “implorato” una foto con il presidente,
ricostruzione che la premier ha definito completamente inventata.
La
differenza non sta in chi crea attrito con Trump, ma in cosa Trump ottiene in
cambio.
Dai forti, una transazione che si chiude con
un abbraccio.
Dai
liberaldemocratici, nulla che lui consideri una resa, e dunque sprezzo.
L’umiliazione personale, l’imitazione
dell’accento di Macron nei comizi, la foto “implorata”, non è un eccesso
caratteriale.
È un rituale di dominanza, lo strumento che si
applica a chi è stato classificato come subordinato ma osa fare la lezione.
Ed è anche, va detto, carburante per il
consumo interno:
la
base che lo sostiene ama vedere il proprio presidente che umilia le élite
globaliste, e ogni sfottò a Macron o a Meloni vale come messaggio elettorale a
Washington prima ancora che come gesto diplomatico.
La
controprova arriva in questi giorni da un alleato che europeo non è. Per
settimane Trump ha trattato con inusitata durezza Benjamin Netanyahu, colpevole
di mettere a rischio, con l’escalation in Libano, l’intesa con l’Iran, cioè il
suo deal.
Lo ha apostrofato con parole pesantissime, lo
ha avvertito che si sarebbe “isolato”, al G7 ha detto di non essere “contento”
della gestione di Hezbollah e di pretendere da lui “un tocco più morbido”.
Eppure,
appena Netanyahu ha frenato, il 19 giugno è tornato a celebrarlo come “premier
guerriero”, rivendicando un “ottimo rapporto” con Israele.
È il
copione già visto con Modi e con Erdogan:
l’attrito
con il forte è sempre reversibile, si scioglie nell’abbraccio non appena
l’altro cede.
Con
Meloni, colpevole di aver difeso il Papa e l’autonomia europea, l’umiliazione
non si ricompone.
Una
frizione è negoziabile, l’altra no.
Perché
il Papa è il bersaglio più sferzante.
Qui
entra il secondo vertice del triangolo, ed è quello decisivo.
L’Europa,
in fondo, la si può tariffare, marginalizzare, comprare a pezzi. La Chiesa di
Leone XIV no.
Eppure,
le due condividono un tratto che raramente si osserva insieme: entrambe
pretendono che esistano principi superiori alla pura forza, e proprio per
questo rappresentano, ciascuna a suo modo, un limite alla politica delle sole
sfere di influenza.
Il
pontefice ha condannato la guerra all’Iran come fuori dal diritto
internazionale, difende i migranti, parla un linguaggio universalista che
giudica il potere su norme trascendenti.
È esattamente la postura che Trump etichetta
come “debole” e “politicamente corretta”.
Ma
soprattutto è l’unica autorità che sfugge per definizione alla logica del deal.
Non ha
eserciti, non ha un’economia da colpire, e nonostante questo delegittima alla
radice il modello del concerto degli uomini forti.
Per un
potere che misura ogni cosa in termini di dominanza e di scambio, un’autorità
morale non negoziabile è l’ostacolo più insopportabile, perché non si lascia
ridurre a partita.
L’attrito con Palazzo Chigi nasce proprio lì:
la
premier ha rotto con Trump anche per averlo ripreso per lo scontro con il Papa.
Difendere Leone XIV significava, agli occhi
della Casa Bianca, schierarsi a favore di un modello di relazioni fondato su
principi universalisti, in tensione con la logica transazionale
dell’amministrazione.
La
funzione, non l’odio.
Resta
una cautela metodologica, che è poi il vero punto.
Chiamare “odio” la causa di tutto questo ci fa
perdere il bersaglio.
Parte di questa ostilità è fredda strategia,
non affettività.
Umiliare
gli establishment europei serve a staccarne i movimenti sovranisti, da Vannacci
in giù, dal loro stesso campo nazionale, e a costruire un’internazionale dei
forti che scavalca i governi in carica.
Il
disprezzo, in altre parole, non è un sentimento, è un dispositivo.
È lo strumento con cui si erode l’ordine
universalista del dopoguerra, di cui l’Europa liberale e la Chiesa universale
restano i due grandi portatori istituzionali.
E va
riconosciuto un punto scomodo:
l’Europa fa molto per farsi trattare da
oggetto.
La
frammentazione, l’indecisione, le divisioni tra Berlino e Parigi sulle garanzie
a Kyiv o sulla risposta ai dazi offrono a Trump il fianco perfetto su cui
affondare il colpo.
Litigano
persino su chi debba andare a parlare con Putin.
Un
continente che parla con venti voci si candida da solo al ruolo di comparsa.
Anchorage,
Pechino e la Groenlandia non sono incidenti.
Sono la dimostrazione che per questa Casa
Bianca esistono soggetti che contano e oggetti che si spartiscono.
La
domanda decisiva, allora, non è perché Europa e Vaticano vengano attaccati.
È se
possiedano ancora abbastanza peso politico, culturale e morale per restare
soggetti della storia, invece che oggetti negoziati da altri.
Soggetti,
non oggetti: la postura da scegliere.
Per la
Chiesa la risposta sta nella sua stessa natura: può contare su una resistenza
che si misura in secoli, e parte della sua forza sta proprio nel non avere
eserciti.
Per l’Europa
la strada è opposta, e più scomoda.
In un mondo che torna a rispettare solo la
forza, difendere un ordine fondato su principi superiori alla forza impone,
paradossalmente, di dotarsi di forza.
Non
basta avere ragione, bisogna avere peso.
Sul
piano dei singoli Stati, la prima lezione viene dalla parabola di Meloni:
la
rincorsa al ruolo di alleato prediletto non compra nulla di duraturo, e il
prediletto finisce umiliato come gli altri.
La visita di Stato offerta da Stormer, il “dandy”
di Rutte, l’allineamento iniziale della premier italiana hanno comprato una
posizione subordinata, non un posto al tavolo.
La postura individuale efficace è un’altra:
dignità
senza rotture teatrali, reciprocità invece di supplica, e soprattutto qualcosa
da mettere sul piatto.
Solo
chi investe in capacità nazionali, industriali e militari, arriva al negoziato
con una leva, non con una richiesta.
Sul
piano collettivo, l’Europa ha già un terreno su cui è una grande potenza, e lo
dimentica di continuo:
il mercato unico, quasi mezzo miliardo di
consumatori, il peso regolatorio e commerciale.
È l’unico linguaggio che Trump rispetta
davvero, quello del deal, e sui dazi un’Europa che negozia unita tratta da
pari, mentre frammentata subisce.
La
reciprocità commerciale è la sua arma più immediata, a patto di impugnarla
compatta e non in ordine sparso.
Sul
fronte della difesa, l’autonomia non è un’utopia, è un cantiere già aperto:
la spesa militare europea è cresciuta del 60
per cento tra il 2020 e il 2025, e piani come Readiness 2030 mettono in campo
fino a 800 miliardi, con il meccanismo SAFE per gli acquisti congiunti.
Il
problema non sono i soldi, è la dispersione.
L’Agenzia europea per la difesa stima 25
miliardi l’anno bruciati in duplicazioni, e a fronte di una spesa pari a un
terzo di quella americana l’Europa schiera circa un decimo delle capacità.
Acquisti
comuni, interoperabilità, una base industriale integrata, anche con
l’innovazione bellica ucraina maturata sul campo, sono la differenza tra
spendere e contare.
Resta
l’ostacolo politico:
la
regola dell’unanimità trasforma la difesa comune in una promessa paralizzata.
La via d’uscita è la coalizione dei
volenterosi, un nucleo di Stati che procede senza aspettare il più lento,
allargato ai partner non comunitari come Londra e, dove serve, Ankara.
Un
banco di prova immediato c’è già, ed è proprio la Groenlandia:
se la
coercizione sul territorio sovrano di uno Stato membro non fa scattare una
risposta collettiva, la clausola di mutua difesa europea è carta straccia.
La
scelta, in fondo, è secca.
O
l’Europa accetta di essere ancora una volta il continente di cui altri si
spartiscono le sponde, esattamente come nell’Ottocento, oppure decide di
diventare abbastanza forte da imporre che i suoi principi vengano ascoltati.
Perché in un concerto di potenze le prediche
non contano.
Contano solo i pesi.
Europa,
sfida economica con USA e Cina: il dibattito degli
eurodeputati
a The Ring.
It.euronews.com
- Stefan Grome – (19/06/2026) – Redazione – ci dice:
Dall’intelligenza
artificiale ai minerali rari, dai dazi di Trump alle esportazioni a basso costo
della Cina:
in
questa edizione gli eurodeputati Jürgen Wilburn (PPE) e Lina Gálvez (S&D)
discutono delle sfide economiche globali che ci attendono e che riguardano
tutti in Europa.
L'Unione
europea ama presentarsi come una superpotenza economica: un mercato di 450
milioni di consumatori, sede di alcune delle maggiori imprese al mondo e il più
grande blocco commerciale del pianeta.
Ma in
un'economia globale sempre più competitiva, l'Europa deve confrontarsi con
domande scomode su quanto riesca a tenere il passo di rivali come Stati Uniti e
Cina.
La
crescita nell'Ue resta debole, interi settori industriali sono sotto pressione
e le imprese denunciano l'alto costo dell'energia, un'eccessiva
regolamentazione e la mancanza di investimenti.
Allo
stesso tempo, Washington investe miliardi nei settori strategici, mentre
Pechino continua a utilizzare la forza economica sostenuta dallo Stato per
dominare i settori chiave del futuro.
L'Ue è
quindi in grado di reinventare la propria economia per una nuova era di
competizione globale?
La risposta passa da un'integrazione più
profonda, oppure l'Europa ha bisogno di meno regole e di una maggiore
propensione al rischio?
E il
blocco può restare un peso massimo dell'economia mondiale conciliando obiettivi
climatici, tutele sociali e autonomia strategica?
Queste
domande sono al centro di questa puntata di The Ring, dal Parlamento europeo a
Strasburgo, con la socialista spagnola Lina Gálvez e lo svedese del Ppe Jürgen
Wilburn.
La
sfida per l'Europa non è solo economica, è quasi una questione di tutto o
niente.
Dall'intelligenza
artificiale alle tecnologie pulite, dalla produzione di difesa alle materie
prime critiche, il continente è in ritardo.
A
Bruxelles c'è il timore che, senza riforme coraggiose, l'Europa rischi di
trovarsi schiacciata tra l'America di Trump e una Cina sempre più assertiva.
"Se
l'Europa vuole competere con gli Stati Uniti o con la Cina, dobbiamo avanzare
nell'integrazione dell'Unione.
La
risposta non è deregolamentare, ma integrare", ha dichiarato Lina Gálvez.
"Completando
il mercato unico, realizzando finalmente una vera unione dei mercati dei
capitali e investendo collettivamente nelle tecnologie che risolveranno le
sfide che abbiamo davanti.
È così che l'Europa può competere, senza
sacrificare il modello sociale né gli obiettivi climatici".
Il suo
interlocutore, Jürgen Arbon, non è d'accordo e chiede più deregolamentazione,
ovvero "tagliare la burocrazia che grava sulle imprese", come lui
stesso la definisce.
"L'Europa
resterà un peso massimo globale solo se saprà reinventare la propria economia,
alleggerendo l'onere normativo che frena le nostre imprese, garantendo
un'energia accessibile e affidabile, compresa quella nucleare, aprendo nuovi
mercati con più libero scambio e mettendo la competitività al centro di ogni
decisione", ha affermato.
The
Ring è condotto da Stefan Grome, prodotto da Luis ALBERTO Altaresi e Ammaia
Echevarria e montato da Vassilis Gleno.
Crisi
d’identità e opportunità
strategica.
Quale futuro
per
l’Europa.
Formiche.net
- Vas Shena – (21-06 -2026) – Redazione – ci dice:
Mentre
il sistema internazionale entra in una nuova fase di competizione tra potenze,
autocrazie e grandi attori tecnologici, l’Europa si confronta con i propri
limiti strutturali ma anche con un’opportunità storica.
La trasformazione innescata dall’intelligenza
artificiale e il progressivo ridimensionamento della leadership americana
potrebbero spingere l’Unione Europea a completare il percorso verso una
maggiore integrazione strategica, industriale e politica.
“Siamo
in una nuova era degli imperi e questa volta siamo noi le colonie”, ha
dichiarato uno dei leader dell’opposizione italiana Carlo Calenda, commentando
il momento geopolitico che stiamo vivendo.
“C’è un grande interesse da parte degli Stati
Uniti, della Cina e della Russia a vedere l’Unione Europea disgregata, perché
commercialmente ciascuno dei suoi Stati sarebbe una preda molto più facile”, ha
osservato.
Parlando
al FII Priorità Europe 2026 di Roma, il Primo Ministro albanese “Eddi Rama” ha
invece offerto una prospettiva molto diversa.
“Parlo
dell’Europa da europeo convinto, perché considero l’Unione Europea la più
bella, sorprendente e coraggiosa creazione politica dell’umanità”, ha
affermato.
Secondo
Rama, l’Unione Europea rimane “il progetto politico più straordinario mai
creato” e conserva ancora un enorme potenziale, nonostante i suoi problemi di
competitività, capacità decisionale e frammentazione interna.
Queste
due visioni contrapposte racchiudono il dilemma che oggi si trova ad affrontare
l’Europa.
Mentre
numerosi osservatori geopolitici descrivono l’Unione Europea come un attore
ormai irrilevante e avviato verso un declino irreversibile, il mondo che la
circonda sta attraversando una trasformazione profonda.
Il tramonto della Pax Americana, accelerato
dal ritiro statunitense dall’Afghanistan durante l’amministrazione Biden,
sembra aver acquisito ulteriore slancio dopo il tentativo fallito di cambio di
regime in Iran promosso dall’amministrazione Trump.
Paradossalmente,
questo dibattito si svolge a Versailles, dove il trattato che pose fine alla
Prima Guerra Mondiale contribuì anche a gettare le basi per la Seconda.
Che il”
Memorandum d’Intesa” di Islamabad tra Stati Uniti e Iran riesca a reggere o
sfoci in un nuovo conflitto caotico, una realtà appare sempre più evidente:
l’egemonia americana sta tramontando e il
Presidente degli Stati Uniti ha scelto di abbandonare volontariamente il ruolo
di guida del mondo libero.
Il mondo democratico appare oggi orfano,
mentre grandi corporation e autocrazie competono sempre più apertamente per
influenza, potere e controllo.
La
storia offre un utile parallelo.
La
Rivoluzione Industriale accelerò la corsa dell’Europa verso l’India dopo la
caduta di Costantinopoli nelle mani degli Ottomani.
Gli
Ottomani non resero impossibile il commercio, ma assunsero il controllo delle
principali rotte terrestri e dei corridoi commerciali del Mediterraneo
orientale che collegavano Europa e India.
Attraverso
tassazione, dazi e controllo politico, il commercio divenne più costoso, più
regolamentato e meno redditizio.
Le potenze europee reagirono cercando nuove
rotte e nuove opportunità.
La
Rivoluzione Industriale intensificò la domanda di materie prime. L’Europa
sviluppò straordinarie capacità tecnologiche, ma senza accesso alle risorse non
sarebbe stato possibile sostenere la crescita.
Oggi
il mondo si trova di fronte a un passaggio storico analogo.
Stiamo
entrando nella fase matura della rivoluzione dell’informazione, con
l’intelligenza artificiale destinata a trasformare radicalmente il modo in cui
l’umanità lavora, governa e interagisce.
Allo stesso tempo, essa potrebbe infliggere il
colpo definitivo all’era dei combustibili fossili che ha sostenuto la civiltà
industriale per oltre due secoli.
Dal
punto di vista geopolitico stiamo assistendo al ritorno di un mondo nel quale
le grandi corporation globali dispongono spesso di maggiori informazioni,
influenza e capacità tecnologiche rispetto a molti governi. È iniziata una
nuova corsa alle risorse, questa volta per minerali critici, semiconduttori
avanzati, sicurezza energetica e infrastrutture digitali. Ciò che cotone e
minerale di ferro rappresentavano per la Rivoluzione Industriale, oggi lo
rappresentano silicio, litio, terre rare e fibre ottiche per la rivoluzione
dell’intelligenza.
Eppure,
a differenza delle epoche precedenti, la risorsa decisiva potrebbe non essere
costituita soltanto dai minerali.
L’era
dell’intelligenza artificiale dipenderà in larga misura dal capitale umano.
Ed è
qui che emerge una delle principali sfide europee.
L’Europa
sta invecchiando.
L’età
mediana della sua popolazione è di circa 44 anni, contro i 28,8 dell’India e i
41 della Cina.
L’Unione
Europea si confronta con una lunga serie di problemi strutturali.
Come
ha osservato Rama, “il principale problema dell’Europa è la mancanza della
capacità politica di definire una visione comune, prendere decisioni condivise
e attuarle rapidamente”.
Il
continente ha inoltre faticato a trasformare la propria eccellenza scientifica
in leadership tecnologica.
L’Unione Europea conta circa 400 unicorni,
contro oltre 1.100 negli Stati Uniti.
La guerra tra Russia e Ucraina ha riportato il
conflitto armato sul continente europeo e imposto decisioni strategiche
difficili.
Ha
inoltre evidenziato le complessità dell’Europa:
pressioni
migratorie, divergenze sui modelli economici, approcci frammentati alla
politica estera, strategie di difesa separate e priorità nazionali spesso
divergenti.
Come
ha osservato Pier Roberto Folliero, amministratore delegato di Fincantieri, il
più grande costruttore navale europeo, intervenendo al FII Priorità Europe
2026:
“Costruiamo una fregata tedesca, una francese
e una italiana quando i mari e le onde sono esattamente gli stessi”.
Un’osservazione
che evidenzia una delle questioni aperte del progetto europeo:
la
difficoltà di trasformare il mercato comune in una reale integrazione
industriale e strategica.
L’Europa
soffre di una sorta di crisi adolescenziale della propria identità. Tuttavia,
la portata, l’ambizione e la bellezza del progetto politico nato dalle macerie
di due guerre mondiali non possono essere sminuite dalle difficoltà che
accompagnano la sua realizzazione.
L’Unione
Europea è stata costruita su una premessa semplice ma rivoluzionaria: fare in
modo che le nazioni europee non combattessero mai più una guerra capace di
uccidere milioni dei propri cittadini. Già solo per questo, rimane uno degli
esperimenti politici più riusciti della storia moderna.
Paradossalmente,
le stesse forze tecnologiche che un tempo spinsero le potenze europee alla
ricerca di colonie potrebbero oggi costringere l’Europa a una nuova rinascita.
Se
l’intelligenza artificiale eliminerà milioni di posti di lavoro e trasformerà
radicalmente il mercato del lavoro, il declino demografico europeo potrebbe
apparire meno drammatico di quanto sembri oggi.
La
carenza di manodopera e l’invecchiamento della popolazione continueranno a
rappresentare una sfida, ma l’equazione stessa potrebbe cambiare, poiché
l’intelligenza artificiale rivoluzionerà i processi produttivi e renderà
obsolete numerose attività di servizio.
Tutto
questo non elimina la necessità di riforme.
L’Europa
deve trovare soluzioni all’immigrazione irregolare e non pianificata.
Deve
rafforzare il controllo delle proprie frontiere, sviluppare una strategia
economica coerente, garantire energia sostenibile e a prezzi accessibili e
imparare a parlare con una voce più unitaria.
La sfida consiste nel trovare un linguaggio
politico comune tra gli Stati membri, ridurre l’inerzia burocratica e reagire
più rapidamente quando le circostanze lo richiedono.
Eppure,
a differenza di molte altre regioni del mondo, l’Europa non deve costruire
nuove istituzioni da zero.
Il lavoro più difficile è già stato fatto.
I
sistemi esistono già.
Il
continente e i suoi leader possiedono gli strumenti, le competenze e le risorse
necessarie per confrontarsi con le autocrazie e negoziare con i nuovi centri di
potere economico e tecnologico, purché riescano a trovare una strategia
condivisa e una direzione comune.
La
rinuncia unilaterale del Presidente Trump al ruolo di poliziotto del mondo
potrebbe arrivare proprio nel momento in cui l’Europa ha bisogno di riscoprire
la propria autonomia strategica.
Nell’anno
che segna il 250° anniversario dell’indipendenza americana, il baricentro del
potere globale potrebbe lentamente tornare verso il Vecchio Continente, dove
esperienza, infrastrutture e capacità tecnologiche si incontrano con una
cultura millenaria, una storia unica e, soprattutto, con il valore della
libertà.
L’Europa
ha pagato il prezzo della guerra.
Ne conosce le conseguenze meglio di chiunque
altro.
Questo potrebbe rivelarsi il suo più grande
vantaggio strategico in un’epoca sempre più segnata dall’incertezza.
Soprattutto,
questo non è un tempo di guerra.
Commenti
Posta un commento