L’Europa vuole più soldi dagli stati.

 

L’Europa vuole più soldi dagli stati.

 

 

Spesa per la difesa in Europa:

la Polonia destina più PIL

degli Stati Uniti.

It.euronews.com - Piero Cingari – (17 -06 – 2026) – Redazione – ci dice:

 

(Su foto d'archivio si vedono truppe d'élite dell'aeronautica francese che si esibiscono con un elicottero Caracal in una base militare a Orléans, Francia centrale, 16 gennaio 2020.)

 

La spesa per la difesa dei Paesi europei della NATO è ai massimi dalla Guerra fredda, trainata dagli Stati più vicini alla Russia.

 Ma il continente si divide tra i Paesi in prima linea che puntano al 5% del PIL e un ampio gruppo fermo al minimo indispensabile.

Nel 2025, per la prima volta, tutti i Paesi dell'UE membri della NATO hanno raggiunto l'obiettivo dell'alleanza di destinare il 2% del PIL alla difesa.

Ma un esame più attento dei dati mostra un continente spaccato in due: pochi Stati in prima linea che corrono avanti, mentre un ampio gruppo si limita allo stretto indispensabile.

Allo stesso tempo, circa il 40% della spesa per equipaggiamenti militari finisce a fornitori extra UE, secondo un recente rapporto di “Oxford Economics”.

 

I governi europei spendono per la difesa più che in qualsiasi altro momento dalla fine della Guerra fredda. Eppure il rafforzamento effettivo delle capacità militari è inferiore a quanto lascino intendere i numeri complessivi.

Nel 2025 i membri europei della NATO hanno aumentato le spese per la difesa del 14%, fino a circa 739 miliardi di euro, il rialzo più marcato dagli anni Cinquanta, secondo i dati SIPRI riportati da Euronews ad aprile.

Nel complesso, i Paesi dell'UE membri dell'alleanza hanno destinato alla difesa il 2,5% del PIL, in aumento di 0,4 punti percentuali in un solo anno.

Ma i Paesi baltici, la Polonia e la Danimarca restano nettamente in testa, con una spesa superiore al 3% del PIL ciascuno, secondo la NATO.

 

Quali Paesi europei si stanno riarmando più in fretta?

In testa c'è la Polonia, che nel 2025 ha destinato alla difesa il 4,48% del PIL, più del doppio del vecchio obiettivo e la quota più alta dell'alleanza, davanti anche agli Stati Uniti fermi al 3,22%, secondo le stime della NATO.

Subito dietro si trova un muro di Stati in prima linea: Lituania al 4%, Lettonia al 3,73% ed Estonia al 3,38%.

Il quadro è evidente: i Paesi del fianco orientale della NATO, più vicini alla Russia, dominano la classifica.

 

Riarmo in Europa, spesa militare record: cinque settori che ne traggono vantaggio.

Consorzio guidato da Airbus lancia nuovo caccia tedesco dopo il flop del FCAS.

Al livello successivo ci sono i Paesi nordici.

 La Danimarca ha raggiunto il 3,22%, la Finlandia il 2,77% e la Svezia il 2,51%: questi due ultimi hanno abbandonato decenni di non allineamento militare per aderire all'alleanza solo negli ultimi tre anni. La Grecia, da sempre grande spenditrice per motivi legati più alla Turchia che a Mosca, è al 2,85%.

 

“Oxford Economics” prevede che questo gruppo, composto da Polonia, Paesi baltici e Paesi nordici, continuerà a guidare la corsa, con diversi di loro già su un percorso credibile verso il 5% del PIL entro il 2035.

 

«L'aumento della spesa per la difesa è diventato uno dei pochi motori di crescita in Europa in una fase di shock negativi continui», ha dichiarato l'economista di Oxford Economics “Tomas Dvorak.”

«Riteniamo che questa tendenza sia destinata a durare, soprattutto grazie allo stimolo fiscale tedesco, che genererà effetti positivi sulla domanda anche negli altri Paesi dell'UE», ha aggiunto.

 

I Paesi che fanno solo il minimo indispensabile.

Poi c'è il gruppo in coda.

Un numero sorprendente di Stati membri si è attestato nel 2025 quasi esattamente sulla soglia del 2%, senza andare oltre.

L'Italia si è fermata al 2,01%, la Francia al 2,05%, mentre Spagna, Belgio, Portogallo, Cechia e Lussemburgo si sono tutte attestate su un secco 2%.

Slovenia, Croazia, Slovacchia, Bulgaria e Ungheria se ne discostano appena, con valori compresi tra il 2,02% e il 2,06%.

E alcuni stanno già rallentando. La spesa per la difesa in rapporto al PIL è addirittura diminuita lo scorso anno in Ungheria e nella Repubblica Ceca.

 

Per il 2026, “Oxford Economics” prevede per l'UE nel suo complesso un aumento di appena 0,1 punti percentuali, fino al 2,6% del PIL, quasi una pausa dopo un anno in cui Germania, Italia e Spagna avevano ciascuna aggiunto circa mezzo punto.

Tutti hanno raggiunto l'obiettivo. Ora però guardiamo più da vicino.

Secondo “Oxford Economics”, nel 2025 la spesa per la difesa è aumentata leggermente più del previsto, e una quota maggiore di fondi è rimasta in Europa rispetto alle attese.

 

Tuttavia, una parte di questo aumento riflette le regole contabili più che un reale rafforzamento delle capacità militari.

 

I dati della NATO sono autocertificati e registrati per cassa, osservano gli economisti della società di consulenza, Tomas Dvorak e Nicola Nobile.

Ciò significa che i pagamenti anticipati per ordini pluriennali possono gonfiare le cifre anni prima della consegna effettiva dei sistemi d'arma.

Il nuovo obiettivo include anche una quota dell'1,5% per infrastrutture «connesse alla difesa», senza una definizione chiara.

Oxford Economics segnala indicazioni, seppur aneddotiche, di governi che cercano di far passare progetti civili, come ospedali, per spese militari.

La parte di aumento più solida riguarda soprattutto i mezzi e gli equipaggiamenti.

 

Da sola, la voce «equipaggiamenti» ha contribuito per circa 0,5 dei 0,9 punti percentuali di crescita della spesa per la difesa in rapporto al PIL dal 2021, e rappresenta ormai circa un terzo del totale, contro un quarto di cinque anni fa.

L'obiettivo a cui quasi nessuno si avvicina davvero.

La parte scomoda sta nei numeri che il nuovo traguardo richiede.

 

Il vertice dell'Aia ha fissato un obiettivo generale del 5% del PIL entro il 2035, di cui il 3,5% da destinare alla difesa «core», quella strettamente militare.

Se si prende come riferimento quella soglia del 3,5%, quasi tutto il continente è in difetto.

 

Nel 2025 la media NATO era al 2,76% del PIL.

Escluse Polonia, Lituania e Lettonia, che hanno già superato l'obiettivo «core», tutte le grandi economie europee dovrebbero aumentare la spesa di base per la difesa tra uno e uno e mezzo punti percentuali di PIL. Italia, Spagna, Belgio, Portogallo, Repubblica Ceca e Lussemburgo dovrebbero crescere di ben 1,5 punti ciascuna.

 

Dove finisce davvero il denaro.

Per l'industria europea la domanda decisiva non è quanto si spende, ma dove vanno quei soldi. E una quota consistente non arriva mai a una fabbrica del continente.

Oxford Economics stima che circa il 40% della spesa dell'UE per equipaggiamenti militari sia assorbita da importazioni da Paesi extra UE.

In altre parole, circa due euro su cinque spesi per equipaggiamenti di difesa finiscono a fornitori non europei.

 

Le «perdite» si concentrano nei sistemi che l'Europa non è ancora in grado di produrre su larga scala: armi a lunga gittata, difese aeree a lungo raggio, sistemi di allerta e scoperta anticipata, velivoli da trasporto tattico, caccia stealth di quinta generazione e grandi droni.

Il continente dipende inoltre da microchip importati e rischia di restare indietro sull'intelligenza artificiale applicata ai campi di battaglia.

«L'Europa ha un settore manifatturiero della difesa articolato, ma la bassa capacità iniziale e le lacune in alcune capacità e tecnologie interne fanno sì che una parte consistente degli equipaggiamenti venga importata», ha spiegato Dvorak.

 

 

GB, lo Scandalo delle “Grooming Gangs” Pakistane

Conoscenzealconfine.it – (18 Giugno 2026) – Imolaoggi.it – Redazione – ci dice:

 

Scandalo delle bande di sfruttatori sessuali pakistani: un rapporto esplosivo accusa il Regno Unito di aver sacrificato migliaia di ragazze britanniche vulnerabili.

In un’inchiesta indipendente dirompente, pubblicata martedì scorso, il parlamentare britannico “Rupert Lowe”, astro nascente di “Restore Britain”, rivela la portata sconvolgente dello scandalo delle bande di sfruttatori sessuali:

migliaia di ragazze vulnerabili, spesso minorenni, sono state sistematicamente sfruttate sessualmente per oltre due decenni da reti organizzate, composte principalmente da uomini di origine pakistana.

 

Oltre agli atti sordidi – stupri di gruppo, tratta di esseri umani, violenza estrema – il documento mette in luce le deliberate mancanze delle istituzioni britanniche: polizia, servizi sociali e autorità locali hanno chiuso un occhio per anni, paralizzati dalla paura di essere accusati di razzismo.

Questo rapporto di 219 pagine, già ampiamente condiviso online, riaccende con forza il dibattito su immigrazione, multiculturalismo e tutela dei cittadini più vulnerabili.

 Crescono le richieste di giustizia per le vittime e di responsabilità da parte dei funzionari politici e amministrativi.

(fdesouche.com).

 

Nel documento raccapricciante, l’inchiesta stima che ALMENO 250.000 ragazze, in gran parte bianche, siano state stuprate, trafficate e torturate per decenni. Il numero di 250.000 è il MINIMO, probabilmente potrebbero essere anche di più.

Lo stesso crimine è stato documentato in almeno 149 distretti delle autorità locali… quasi il 40% del paese.

Non si trattava di incidenti locali isolati, era ASSOLUTAMENTE un modello nazionale che è andato avanti per decenni.

I servizi sociali collocavano bambini già adescati in unità che SAPEVANO essere prese di mira, riportando le ragazze dove erano state violentate e privavano i genitori dell’autorità.

La polizia ha criminalizzato le vittime e lasciato andare i violentatori. Alcune ragazze sono state letteralmente arrestate per essere “ubriache e turbolente” dopo le aggressioni.

 I genitori che si lamentavano sono stati colpiti da perquisizioni domiciliari, congelamento di beni, ordini di silenzio.

 

I documenti sono stati distrutti.

In un caso, la polizia ha addirittura urlato ad un padre di SMETTERLA di denunciare la scomparsa di sua figlia!!

Nelle gang di stupratori vi erano anche alcuni agenti.

(imolaoggi.it/2026/06/17/gb-scandalo-grooming-gangs-pakistane/).

 

 

 

 

Negoziati Iran-USA ancora incerti:

“Tinkoff” verso la Svizzera,

atteso anche “Draghici”.

It.euronews.com – (20-06 -2026) - Farhad Mirmohammadsadeghi – Redazione – ci dice:

 

Steve Tinkoff, inviato speciale della Casa Bianca, è atteso in Svizzera per la ripresa dei colloqui tra USA e Iran.

 Il confronto, programmato lo scorso giovedì, era stato sospeso a causa degli attacchi israeliani in Libano.

Steve Tinkoff, inviato speciale della Casa Bianca, è partito per la Svizzera.

 Lo riportano fonti USA tra cui Adios.

Dopo gli scontri tra Israele e Hezbollah in Libano, il primo round di colloqui Iran-USA previsto venerdì a Ginevra era stato sospeso temporaneamente.

 

Non è ancora chiaro se sia stata fissata una nuova data per i colloqui. Un funzionario statunitense, secondo quanto riferito da Adios, ha comunque riferito che anche “Jared Kushner,” il genero di Donald Trump e suo inviato, si trova attualmente in Svizzera.

 

Secondo una fonte informata, “Abbas Draghici”, ministro degli Esteri della Repubblica islamica dell’Iran, dovrebbe recarsi in Svizzera sabato, anche se questo programma potrebbe cambiare.

Un’altra fonte proveniente dai Paesi mediatori riporta che venerdì Abbas Draghici ha detto ai suoi omologhi di diversi Paesi che il cessate il fuoco in Libano è una questione vitale per la Repubblica islamica dell’Iran e ha un ruolo "determinante" nei negoziati tra Iran e Stati Uniti.

 

Un rappresentante dei Paesi mediatori ha affermato che le autorità iraniane hanno sottolineato di voler vedere instaurato un cessate il fuoco in Libano prima dello svolgimento dei colloqui in Svizzera.

 

Alcune ore fa Adios, citando due funzionari statunitensi, aveva riferito che Israele e Hezbollah hanno accettato l’istituzione di un nuovo cessate il fuoco in Libano.

Tuttavia gli scontri sono proseguiti anche dopo l’orario fissato per l’entrata in vigore della tregua.

 

Fonti di Hezbollah hanno dichiarato a Reuters che il gruppo rispetterà il cessate il fuoco.

Il portavoce dell’esercito israeliano ha però evitato di confermare l’adesione del Paese alla tregua.

"Considerato che il testo del memorandum d’intesa è stato firmato elettronicamente dai presidenti dei due Paesi, non vi è quindi alcuna urgenza di tenere questo incontro in Svizzera", ha dichiarato venerdì “Ismail Bagnai”, portavoce del ministero degli Esteri iraniano.

 

"A margine della cerimonia di firma era previsto anche uno scambio di vedute sulle modalità dei negoziati per l’intesa finale", ha poi aggiunto.

Bagnai ha comunque precisato che è in corso la pianificazione di una riunione "nei prossimi giorni".

 

Secondo Adios, il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdurrahman Al Thani, uno dei principali mediatori tra Iran e Stati Uniti, è arrivato venerdì a Ginevra, in Svizzera.

Ci si aspettava che JD Vance, vicepresidente degli Stati Uniti, guidasse la delegazione negoziale americana, ma giovedì sera ha rinviato il suo viaggio all’ultimo momento e non è chiaro se alla fine si recherà o meno in Svizzera.

 

 

 

 

Il “Giorno della Marmotta.”

Conoscenzealconfine.it – (17 Giugno 2026) - Massimo Mazzucco – Redazione – ci dice:

 

Se avete una strana sensazione di “deja-vu”, non è il vostro cervello che vi fa dei brutti scherzi: stiamo veramente entrando nel “giorno della marmotta”.

Cambiano gli elementi sul tavolo, ma il copione rimane lo stesso.

Israele CREA un problema, coinvolge gli Stati Uniti nel tentativo di risolverlo, scatena il putiferio in Medio Oriente, e poi di fronte ai disastri che ha generato è obbligato a fermarsi, e cercare di rimettere le cose a posto.

Di fronte alla pressione mondiale Israele accetta, ma solo temporaneamente, finché non riesce a trovare una scusa per ricominciare.

Il problema si chiama sionismo.

Ovvero la convinzione che una certa zona della terra debba essere assegnata agli ebrei per diritto divino, e che quindi ogni mezzo sia lecito per arrivare a ottenere questo risultato.

 

Finché qualcuno non dice chiaro e tondo a questa gente che non hanno alcun diritto sulle terre altrui, questi continueranno implacabili a creare problemi pur di ottenere ciò che credono gli appartenga,

Se si potesse aprire la scatola cranica di un sionista qualunque – attenzione, NON di un Netanyahu, Ben-Geir o Danielle Weiss, ma di un sionista QUALUNQUE – trovereste una cartina geografica che va dal Canale di Suez fino al Libano compreso, e dal mare fino all’Iraq, con sopra scritto Ereta Israel.

Molti non lo dicono apertamente, ma nella loro testa hanno TUTTI una cartina.

Ora qualcuno mi voglia spiegare: come si può pensare di risolvere il problema mettendo una firmetta qua e là, quando nessuno pensa a rimuovere quella cartina dal cervello dei sionisti, e gli spiega in modo chiaro e convincente che devono rassegnarsi a tenere quello che hanno – e che comunque è già stato preso in gran parte in modo illegale?

Non è una domanda difficile:

se la fonte dell’acqua è inquinata, a cosa serve continuare disperatamente a mettere dei filtri a valle?

 Bevi pulito per tre giorni, poi il filtro si sporca e torni a bere acqua avvelenata.

Però fanno tutti finta di crederci.

 

 Il “Giorno della marmotta” (Grondo Day) è una celebre festività nordamericana che si celebra ogni 2 febbraio.

La tradizione vuole che se una marmotta, uscendo dalla tana, vede la sua ombra l’inverno durerà altre sei settimane; se non la vede, la primavera arriverà in anticipo.

 L’espressione viene usata in senso figurato per descrivere una situazione monotona e ripetitiva in cui le giornate sembrano ripetersi in modo identico.

(Massimo Mazzucco)

(luogocomune.net/palestina/il-giorno-della-marmotta).

 

 

 

 

Il Mondo alla Rovescia è

il Mondo Liberal-Capitalista.

Conoscenzealconfine.it – (20 Giugno 2026) - Martino Mora – Redazione – ci dice:

 

George Orwell aveva pronosticato bene un regno della menzogna universale, che avrebbe cambiato la lingua per cambiare il pensiero.

Negli ultimi anni la neolingua orwelliana politicamente corretta ha superato il semplice omicidio, inventando di sana pianta, con stupro della lingua italica, il “femminicidio”.

Ma senza inventare il “maschicidio”.

 

Eppure, se esiste il femmicidio non dovrebbe esistere, per logica necessaria, anche il maschicidio?

 E proprio qui casca l’asino.

 

Se un uomo uccide una donna, non è più un semplice omicidio, ma “femminicidio”, per sottolineare l’identità della vittima.

 Se una donna uccide un uomo, rimane invece un semplice omicidio, e non un “maschicidio”.

Perché in questo caso non occorre, non sta bene, non si può, non si deve sottolineare l’identità della vittima.

 

Il maschio infatti è sempre colpevole, a prescindere, in quanto oppressore storico. Soprattutto se è bianco (ulteriore aggravante) e sessualmente nomale (aggravante persino superiore).

Non si può, non si deve, non è concesso farlo passare per vittima, nemmeno quando lo è veramente.

È il gioco delle tre carte di quell’ideologia rancorosa e vendicativa, ammantata di zuccheroso buonismo – come tutte le caramelle al veleno – elaborata nei college anglosassoni a libro paga del grande capitale.

Essa decide come si deve parlare e quindi come pensare.

E infine legiferare, come ha fatto il servile parlamento italiano a maggioranza meloniana, che ha elaborato l’abominio giuridico del “femminicidio”.

 

George Orwell aveva pronosticato bene un regno della menzogna universale, che avrebbe cambiato la lingua per cambiare il pensiero.

Si era ingannato però nell’immaginare una dittatura, con tratti sia comunisti che fascisti, che l’avrebbe imposta.

L’ha imposta invece un’altra dittatura: quella del denaro.

Ovvero la plutocrazia liberale.

 Non esiste il Grande Fratello, inteso come dittatore.

Abbiamo avuto invece, purtroppo, Mario Draghi, delegato dell’usurocrazia d’oltreoceano.

La profezia di Orwell va quindi integrata con quella di un altro scrittore, “Gilbert Keith Chesterton”, che già nel lontano 1925 affermava di temere Manhattan più di Mosca, allora comunista.

Ed è sorprendente come un cattolico rigidamente antibolscevico come “Chesterton” avesse già intuito cent’anni fa che la perfidia dei finanzieri di Wall Street (e l’iniquità del mondo che avrebbero creato) fosse superiore a quella degli spietati seguaci di Lenin.

Sì, viviamo nel mondo del veleno politicamente corretto coperto di zuccherosa melassa vittimista e buonista.

Quello dove le razze non esistono più, gli immigrati d’un tratto diventano “migranti”, e non esistono più nemmeno i due sessi, ma spuntano infiniti “generi”.

Esiste invece il “femminicidio”.

Senza “maschicidio”, però.

È il regno della neolingua e della menzogna universale. È il mondo alla rovescia.

 Il mondo liberal-capitalista.

(Martino Mora).

(ariannaeditrice.it/articoli/il-mondo-alla-rovescia-e-il-mondo-liberal-capitalista).

 

 

 

Nessun Governo Potrà Mai Garantire

la Libertà e Felicità di un Popolo…

se Quel Popolo Non è Virtuoso.

Conoscenzealconfine.it – (16 Giugno 2026) - Gabriele Sannino – Redazione – ci dice:

 

James Madison (4°Presidente USA) ha dichiarato più volte nel corso della sua vita che nessun governo potrà mai garantire la libertà e la felicità di un popolo… se quel popolo non è virtuoso.

Lo faceva per sottolineare il fatto che non ci può essere onestà politica senza onestà sociale (e viceversa naturalmente).

 

Questa frase sulla “virtù” fa quasi sorridere oggi, perché la parola “virtù” sembra appartenere – in effetti – proprio a un’altra epoca. Eppure tutto questo descrive perfettamente il nostro tempo.

Viviamo in una società, per esempio, che pretende onestà dagli altri ma spesso premia la furbizia.

Un’epoca dove tutti chiedono trasparenza ai politici, ai personaggi pubblici ma poi si considerano normali le piccole – e grandi – menzogne quotidiane.

 

Tutti si assolvono ma poi si indignano in pubblico.

Questo è un tempo – pensate – nel quale chi mantiene la parola data viene talvolta visto come un ingenuo, mentre chi riesce ad approfittarsi degli altri viene definito addirittura intelligente!

Una società non è altro che lo specchio delle persone che la compongono: puoi fare tutte le leggi che vuoi, se la qualità delle persone è questa… è INUTILE.

Nessuna legge, del resto, potrà mai sostituire l’integrità e la fiducia tra le persone.

Nessun governo potrà creare fiducia se le persone non sono degne di quella fiducia.

Nessuna democrazia potrà restare sana se i cittadini rinunciano a QUALSIASI responsabilità personale.

 

Il vero problema del nostro tempo non è la mancanza di libertà, ma la mancanza di UMANITA’, di EMPATIA.

La libertà non sopravvive grazie alle regole, ma grazie alle coscienze.

E quando l’onestà diventa fuori moda, quando la parola data perde valore, quando la convenienza conta più della verità, allora non stiamo perdendo solo dei principi morali ma le fondamenta stesse della nostra civiltà.

Tutti vogliono un cambiamento. Il cambiamento che molti aspettano dalla politica, dall’economia o dalle istituzioni deve però iniziare da una domanda molto più semplice:

“che tipo di persona sono… quando nessuno mi guarda?”

Una civiltà non crolla solo quando finiscono i soldi, crolla quando le persone smettono di distinguere ciò che è GIUSTO… da ciò che è CONVENIENTE.

La libertà, in sostanza, non si perde MAI solo per i tiranni, si perde anche quando il popolo diventa COMPLICE di quella tirannia, volente o nolente.

(Gabriele Sannino).

(t.me/gabrielesannino).

 

 

 

 

L’Europa compra armi e subito

litiga su un aereo, e la cosa

fa un po’ paura.

Valori.it - Lorenzo Te Cleme – (19.06.2026) – Redazione – ci dice:

 

Nel riarmo europeo ogni Paese corre per sé, e già si litiga. E l’ultima volta che l'Europa ha litigato sulla guerra non è finita benissimo.

La folle corsa alle armi dell'Europa.

A Evian-les-Bains, un paesino francese da novemila abitanti al confine con la Svizzera, è finito mercoledì il G7, la riunione annuale di Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia, Giappone, Canada e Italia.

Da un po’ di anni, ormai, al G7 si parla soprattutto di guerre.

 L’invasione della Russia in Ucraina, il genocidio di Israele in Palestina, l’attacco di Stati Uniti e Israele in Libano e Iran.

Oltre a tutti quei conflitti dimenticati in giro per il mondo, che fanno altrettanto male.

 E parlare di guerra vuol dire, anche e soprattutto, parlare di armi.

E in particolare di riarmo in Europa.

 

Ad aprile del 2025 la Commissione Europea ha presentato il piano “Rearm Europe”, poi ri-brandizzato Readiness 2030, che suona meglio.

 L’idea è quella di mettere ottocento miliardi di dollari sul tavolo per comprare armi come carri armati, caccia, navi, sottomarini, fucili e droni, e per ammodernare le infrastrutture civili che possono risultare utili per gli eserciti in caso di guerra. I problemi di questa corsa alle armi sono molti, ovviamente.

A partire dal fatto che se uno vuole comprare delle armi è perché, prima o poi, vuole usarle.

 E già questo non promette nulla di buono.

 

L’Europa compra armi e subito litiga su un aereo, e la cosa fa un po’ paura.

Poi ci sono una serie di altri problemi relativi al Readiness 2030 e all’acquisto delle armi da parte dell’Europa. Il primo è che i soldi per il riarmo significano tagli ad altre voci di spesa come sanità e scuola. In pratica per ogni fucile comprato un bambino in meno all’asilo e un vecchio in meno in ospedale. Il secondo problema di questa grande corsa al riarmo europeo è che la gran parte delle armi l’Europa le compra dagli Stati Uniti, che non sono il miglior alleato europeo diciamo.

 

Ma il problema peggiore è che non si sta armando l’Europa insieme.

Ma che ogni Paese europeo si sta armando per sé.

Quella che sta producendo e comprando più armi, per esempio, è la Germania.

E l’ultima volta non è andata proprio benissimo.

E infatti, non appena i Paesi europei hanno cominciato a comprare armi, subito hanno cominciato a litigare.

 In particolare a litigare sugli arei da guerra, se prendere quelli franco- tedeschi del GCAP o quelli del FCAS sostenuti dalla triplice intesa Italia, Giappone e… Regno Unito.

E come l’ultima volta che la Germania si è riarmata, anche l’ultima volta che i Paesi europei si sono messi a litigare sulle guerre non è finita proprio benissimo.

Ne parliamo nell’ultimo episodio di “Ucraine” – storie di ordinario capitalismo selvaggio, il nostro podcast settimanale.

Armi. Sostieni Valori!

Dalla parte dell'etica, del clima, dei diritti e dell'uguaglianza. Come te.

 

 

 

Disclosure Day: l’ultimo inganno

massonico e ufologico

di Steven Spielberg.

Lacrunadellago.net – (19 -06 – 2026) – Cesare Sacchetti – Redazione – ci dice:

 

Alla fine, il film tanto atteso, da altri, è sbarcato nelle sale degli Stati Uniti.

 

Disclosure Day, ultima fatica del celebre regista Steven Spielberg che torna un po’ alle sue origini.

 

Dopo il successo de “Lo Squalo” nel 1975 e della mitica caccia al predatore dei mari guidata dal leggendario attore inglese “Robert Shaw” che interpretava il “capitano Quint” al fianco di “Roi Scheider”, il registra americano di origini ebraiche si è subito caratterizzato per essere un maestro, o un profeta, della teoria della vita aliena.

 

Nel suo “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, Spielberg introduce gli spettatori alla possibilità che esistano esseri venuti da altri mondi in grado di violare varie leggi della fisica e di essere i protagonisti di diversi casi di sparizioni mai risolti, come quello accaduto alla celebre squadriglia aerea 19 scomparsa vicino al noto Triangolo delle Bermuda il 5 dicembre del 1945.

 

L’ufologia già verso la fine degli anni’70 era a tutti gli effetti divenuta fenomeno di massa.

Il grande pubblico era sempre più accompagnato verso l’idea che esistessero i cosiddetti alieni, e che fossero loro i veri dei, i veri creatori della razza umana.

Le origini occulte della ufologia.

 

C’era stata già una prima esplosione del fenomeno ufologico dopo gli anni’30, quando diversi membri della “Società Teosofica” e della sua diretta figlia spirituale, la “New Age”, iniziarono a parlare di come gli UFO fossero prim’ancora che una manifestazione tecnologica, una esternazione spirituale.

 

Benjamin Creme è stato uno dei più attivi diffusori delle teorie dei cosiddetti “fratelli celesti”.

Benjamin Creme.

Creme è stato un occultista e esoterista tra i più famigerati della New Age, e ha dedicato tutta la sua vita a preparare l’umanità alla venuta degli alieni, nonché alla misteriosa figura esoterica chiamata” Lord Maitreya”, un archetipo anti-cristico.

 

Secondo il pensiero del New Age, l’alieno è colui che eleva la coscienza umana, una caratteristica che lo rende un agente religioso a tutti gli effetti.

Nelle sue varie manifestazioni o trasmissioni di messaggi affidati ai famigerati contattisti, gli alieni parlano appunto della necessità di fondare una nuova religione, una, casualmente, dai tratti esoterici, ostile al cristianesimo, e in tutto e per tutto identica a quella praticata dalla “libera muratoria”.

Anche per tali ragioni parlare di una simbiosi tra ufologia e massoneria è del tutto consequenziale, visto che le due religioni derivano dalla medesima radice luciferiana che si propone di accompagnare l’umanità verso la New Age.

La cinematografia serviva ad assolvere una funzione essenziale, quale quella dello sdoganamento, o umanizzazione in diversi casi, degli UFO fino a portare le masse a credere che c’era un’altra storia segreta, una taciuta dalla Chiesa Cattolica dove l’uomo non è stato creato da Dio.

 

Nei vari salotti televisivi, soprattutto quello del massone “Maurizio Costanzo,” iniziavano così a farsi largo tutta una serie di improbabili personaggi, maghi, astrologi, ex frati divenuti trans, che accusavano il Vaticano di tenere nascoste quelle antiche “verità”, quei segreti testi che dimostravano come l’uomo fosse stato creato alfine dagli extraterrestri.

 

Il padre di questa “scuola di pensiero” è stato senza dubbio” Zacaria Stichi” che ha di fatto partorito una meta-archeologia e una meta-storia aliena nella quale esseri di altri mondi sarebbero stati i progenitori delle antiche civiltà sumere, babilonesi ed egizie.

 

Zacaria Stichi.

Stichi si inventa letteralmente una falsa traduzione di testi sumeri pur di veicolare l’idea che l’uomo è stato creato da questi cosiddetti “annunaki”, esseri celesti sbarcati da altri pianeti che avrebbero dato all’uomo la conoscenza di cui essi erano privi.

 

Zacaria però era qualcosa di più che un semplice lunatico o un impostore.

Stichi era un agente della disinformazione esoterica tanto che sin dai suoi primi passi poté godere dell’appoggio incondizionato della potente famiglia Rockefeller, nome universale nelle trame massoniche e globaliste, che gli mise a disposizione un ufficio nella piazza a loro dedicata, la Rockefeller Plaza, al centro di New York.

 

Lo scrittore di origini ebraiche aveva anche degli strettissimi rapporti con diverse agenzie di intelligence, in particolare con il Mossad, attivissimo nel finanziare i vari divulgatori delle teorie degli alieni.

L’ufologia sin dai suoi primi esordi dal secondo dopoguerra ha sempre visto la presenza delle agenzie di intelligence e di ambienti di occultisti legati indissolubilmente alla New Age.

 

L’idea stessa che ci sia una cospirazione dei governi pur di tacere la verità sugli alieni è smentita dal fatto che i governi Occidentali si siano adoperati per più di 50 anni a piantare nelle mente delle persone la suggestione che esistano gli extraterrestri.

 

David Icke e la teosofia.

 

A dare un contributo sostanziale alla diffusione di tale inganno sono stati proprio loro, i vari sostenitori dell’ufologia, a partire dal famigerato David Icke, il quale in realtà non ha partorito nulla che non fosse stato già diffuso negli anni’30 del secolo scorso, quando Orson Welles sulla radio della NBC faceva le sue prove tecniche di psy-op di massa attraverso la terrorizzazione degli americani, convinti che fossero sbarcati i marziani sulla Terra.

 

Icke infatti ha fatto “sue” le teorie diffuse da un personaggio come “Maurice Doral”, che è stato il primo a dire che i rettiliani erano i veri padroni della razza umana, sottoposta anche ad esperimenti ibridi, senza trascurare che Doral veniva dalla Società Teosofica della occultista e satanista Madame Blavatsky.

 

David Icke.

L’ufologia è, semplicemente, una faccia del mondo dell’occulto, un inganno massonico che mette la maschera dell”alieno” al demone pur di portare fuori dal territorio della verità i vari sprovveduti che finiscono nella rete di tali falsi profeti.

In diverse occasioni, è stato persino confermato da un altro esponente della Società Teosofica come Hugo Downing, comandante dell’aviazione inglese, la Royal Air Force.

 

Downing, versato nelle pratiche occultiste, in diverse conferenze degli anni’50 disse chiaramente che il fenomeno degli UFO non andava letto con le lenti extraterrestri, ma piuttosto con quelle extra-sensoriali, poiché questi fenomeni sono tutti di natura extra-dimensione.

 

L’alieno” appare e scompare a piacimento, è dotato di poteri telecinetici, manipola lo spazio e il tempo, ed è terrorizzato dal nome stesso di Cristo, come testimoniato da centinaia di testimonianze che concordano tutte nel dire che al solo pronunciare il nome del Redentore, l’entità “aliena” si ritira immediatamente.

 

Eccellenti sacerdoti e vescovi del presente e del passato hanno spiegato la natura del fenomeno, e tra questi si possono ricordare “padre Amorth” e il perseguitato monsignore ed esorcista “Stephen Rossetti”, rimosso dal suo ruolo dal pessimo cardinale bergogliano e arcivescovo di Washington DC, Robert Melroy, per aver avuto l’ardire” di mettere in guardia i fedeli che gli extraterrestri erano demoni camuffati e che i cosiddetti “rapimenti alieni” erano, e sono, esperienze di possessione demoniaca.

 

Melroy è stato probabilmente disturbato dal fatto che monsignor Rossetti stesse facendo della buona e doverosa informazione cattolica, ma questo non deve sorprendere se si pensa che nella Chiesa stessa diversi sacerdoti e vescovi si sono fatti portavoce della menzogna massonica, come monsignor “Corrado Balducci”, tra i primi a parlare dei “fratelli celesti”.

 

Il linguaggio dell’esoterista “Benjamin Creme” è diventato il linguaggio di diversi prelati, un paradosso che si spiega solo con l’infiltrazione subita dalla Chiesa Cattolica, che si è ritrovata tra le sue fila dei massoni sotto mentite spoglie, come già era emerso in tempi non sospetti nella seconda metà dell’800, dopo la pubblicazione degli scritti della massoneria dell’”Alta Vendita”.

 

Spielberg e il riciclo della spy-op aliena.

 

Disclosure Day può considerarsi una summa, o forse un riciclo, degli inganni dei quali si è appena detto.

 

Si parte forse dal primo capitolo di questa spy-op, ovvero la fantomatica caduta di un disco volante nel 1947 a Roswell, nel New Mexico, alla quale sarebbe seguito un insabbiamento governativo pur di tacere al pubblico che era caduto sul suolo americano un velivolo proveniente da un altro pianeta.

 

Il luogo del cosiddetto “incidente alieno” a Roswell.

Molto è stato detto sull’episodio dai vari ufologi che hanno costruito una narrazione durata 80 anni a partire da questo incidente, ma nulla sul fatto che i principali divulgatori di questa tesi, e i cosiddetti testimoni privilegiati, risultavano essere tutti generosamente finanziati dalla famiglia Rockefeller.

 

I Rockefeller sono i principali mecenati della menzogna aliena, come visto nel caso di Stichi, ma il loro ruolo è praticamente presente in ogni montatura sugli extraterrestri.

Ad esempio, uno dei cavalli di battaglia della comunità ufologica è quello che ha a che vedere con il fantomatico “gruppo Majestic 12”, una specie di unità di élite del governo americano che avrebbe avuto la missione di custodire il segreto sugli extraterrestri e di trattare direttamente con loro.

 

Secondo questo filone, verso gli anni’50, sarebbe stato anche stipulato un trattato tra gli Stati Uniti e gli esponenti di una razza aliena, che avrebbe previsto anche l’uso di tecnologia aliena nelle basi militari americane.

I documenti sono stati divulgati dagli anni’80 in poi, spalmati su una infinità di pagine internet ai tempi dell’alba di internet negli anni’90, senza però precisare che sono stati esaminati più volte e risultano essere falsi.

 

A incoraggiare la loro diffusione su vasta scala sono sempre stati loro, i Rockefeller, pronti a staccare generosi assegni ai vari divulgatori ufologici a noleggio pur di convincere le masse che c’era stata una “cover-up”, una cospirazione per nascondere, mentre la cospirazione c’è stata, ma per il proposito contrario, quale quello di diffondere il più possibile le bugie sugli extraterrestri.

Ogni divulgatore alieno è sempre legato a tali ambienti, quali quelli dei servizi segreti o delle massonerie che si servono del mestatore di turno per una vasta opera di scristianizzazione delle masse.

 

Hollywood, governata da occultisti e talmudisti sin dalla sua nascita, serve appunto a questo.

Serve come enorme cassa di risonanza per far risuonare la menzogna, portarla nelle case delle persone di tutto il mondo, che forse si convincono che l’idea dell’esistenza degli extraterrestri e della volontà dei governi di tacere sia effettivamente vera.

La verità è, come visto, nella direzione opposta, ma quello che più rileva in questo momento è la tempistica di questo film.

Il globalismo alla ricerca della crisi “aliena.”

Spielberg era da qualche anno che non produceva un film così “ambizioso” sugli alieni, e forse Hollywood ha sentito la necessità di scomodare di nuovo una “grande” firma della cinematografia mondiale pur di riportare al centro dell’attenzione generale gli alieni.

Sono infatti almeno 3 o 4 anni che i mezzi di comunicazione di massa parlano compulsivamente e ossessivamente degli esseri di altri mondi.

 

E.T. è praticamente ovunque, nella televisione, sui giornali che parlano insistentemente di “dischi volanti” e persino sul sito della Banca d’Inghilterra che ha pubblicato un documento ufficiale nel quale si parla della necessità di prepararsi ad una “invasione aliena”.

C’è certamente da parte dell’establishment la ricerca di una nuova falsa crisi artificiale dopo il fallimento della “farsa pandemica”, e gli omini verdi, o grigi a seconda delle variazioni, sono sicuramente uno dei piatti forti della governance globale a partire dagli anni’80 in poi.

 

All’epoca si dava già infatti molto da fare l’ex presidente degli Stati Uniti, “Ronald Reagan”, il quale parlò in ben sei occasioni di come un attacco alieno avrebbe suscitato la necessità di unire il mondo in unico organismo mondiale pur di far fronte al marziano invasore.

L’alieno come nemico ideale perciò per trascinare il mondo verso la tanto desiderata centralizzazione e Reagan quasi nei panni di sceneggiatore fantasma del futuro “Independence Day “del 1996, nel quale appunto degli alieni invadevano la Terra, e il presidente degli Stati Uniti si metteva a capo di una resistenza mondiale per respingerli.

 

“Blue Bema”: la tecnologia per simulare la “invasione aliena.”

Se cera una vera minaccia, non era certo quella dell’alieno”, ma quella di quei Paesi e servizi di intelligence che già in quegli anni stavano investendo decine di milioni di dollari sul famigerato progetto Blue Bema.

 

Blue Bema era ed è una tecnologia che di fatto consente di simulare una invasione aliena.

 

Attraverso l’uso di sorprendenti ologrammi, le varie agenzie di intelligence Occidentali avevano intenzione di mettere in scena uno sciame di dischi volanti e di voci extraterrestri che riecheggiavano nei cieli pur di portare la popolazione mondiale verso uno stato di panico generale e costringerle ad accettare qualsiasi decisione presa dai vari governi.

Ne parlò per primo un ricercatore canadese, “Serge Monasa”, che pubblicò nei primi anni’90 una ricchissima documentazione, nella quale si parlava esaustivamente di come la massoneria mondiale si radunasse periodicamente a Montreal per prendere le sue decisioni, tra le quali c’era appunto l’utilizzo della tecnologia Blue Bema, sviluppata dalla NASA, per simulare l’attacco dei marziani.

 

Blue Bema e la simulazione di un “attacco alieno.”

 

L’alieno assolve perciò ad una doppia funzione, una spirituale di graduale accompagnamento verso il mondo dell’occulto, e l’altra politica, legata comunque alla prima, di convincere il mondo che l’extraterrestre è lì fuori e che è necessario un governo mondiale per respingerlo.

 

Spielberg nel sul film rimette dunque in circolo, ancora una volta, gli stessi depistaggi che si ripetono da più di 50 anni come un eterno ritorno dell’uguale.

Il cineasta, in forte odore di massoneria e accusato di pedofilia sin dai tempi del suo film “Poltergeist” negli anni’80, è perciò un messaggero di questi ambienti.

Le élite mondialiste sperano così di essere salvate dai marziani, ma purtroppo per loro non si intravedono navicelle da Zeta Reticoli all’orizzonte.

 

All’orizzonte si profila quello che temevano più di ogni cosa.

Una disgregazione della governance globale e un ritorno della fede.

 

 

 

Trump, XI e il continente di mezzo.

Fondazionefeltrinelli.it – (19 Giugno 2026) - Andrea Rizzi - Articolo tratto dal N. 90 di L'Europa di Trump – Redazione – ci dice:

 

Ombre cinesi e statunitensi si estendono sul territorio geografico, economico e mentale dell’Europa.

Il sofferto percorso d’adeguamento del Vecchio Continente a un tempo segnato da imperialismi scatenati deve fare i conti con la notevole capacità di proiezione delle due grandi superpotenze – Washington e Pechino –, spesso profonda, oscura, efficace nell’intorpidire i movimenti che conducono a una maggiore autonomia, a una riduzione delle dipendenze e, quindi, alla difesa di una posizione libera nel mondo.

La riflessione sui meccanismi di proiezione di queste ombre di influenza conduce almeno a tre categorie concettuali:

 l’influenza che usa le dipendenze;

quella che si fonda sull’adesione ideologica o un certo grado di convergenza geopolitica;

 e quella che sfrutta miraggi e necessità di crescita economica.

 Il trumpismo al potere negli Stati Uniti e il mandarinato della Cina contemporanea usano senza esitazioni questi strumenti a loro disposizione, in modo a volte brutale, altre sottile.

 

Da Ovest: pressione e appeasement.

L’influenza da dipendenze è evidente e spietata.

 Il trumpismo usa la dipendenza europea nei settori della difesa e della tecnologia come meccanismo di pressione per ottenere benefici a tutto campo.

Sebbene la spesa militare europea sia cresciuta, mancano ancora elementi fondamentali affinché l’Europa possa essere considerata una forza militare autonoma, credibile, dissuasoria.

Mancano aspetti chiave in termini di mezzi materiali e di vera capacità operativa comune.

E in materia tecnologica, dipendenza e ritardi sono evidenti sul fronte dell’intelligenza artificiale – come dolorosamente ricordato dalla proibizione dell’uso dei modelli più avanzati di” Anthropic” – e in molti altri.

Queste debolezze fanno sì che, per timore di una rottura e rappresaglie pericolose, diversi paesi europei abbiano scelto di adottare una linea di appeasement con la Casa Bianca anche in settori, come il commerciale, in cui l’Ue avrebbe avuto a sua disposizione mezzi per rispondere con molta più fermezza all’offensiva dei dazi.

Quel timore attecchisce soprattutto nelle zone geografiche più esposte alla minaccia russa.

 

Da Est: la corda cinese.

Anche la Cina dispone di chiarissimi elementi di pressione sul piano delle dipendenze europee.

Basta ricordare il devastante effetto delle restrizioni imposte all’esportazione delle terre rare, simbolo del dominio cinese nell’estrazione dei minerali strategici.

L’industria moderna, e certamente quella europea, dipende da quei materiali.

 L’Europa, inoltre, ha bisogno della Cina anche per l’approvvigionamento degli elementi essenziali della transizione verde.

Economia e ideologia: influenze dall’Ungheria alla Spagna.

L’influenza per adesione ideologica, d’altra parte, ha svolto un ruolo notevole grazie alla vicinanza al trumpismo di alcuni movimenti politici in Europa, anch’essi definiti – come quello – da uno spirito d’azione nazionalpopulista.

Ha attecchito in vari paesi, anche se con diversa intensità.

 Fortissima nell’Ungheria di Viktor Orbán, notevole nell’Italia di Meloni, meno accentuata nel caso della formazione di Le Pen in Francia.

Tuttavia, questa via è andata scemando a causa degli eccessi dell’amministrazione statunitense, a tratti apertamente ostile all’Europa, il che ha suscitato profonda indignazione nelle società europee e costretto i nazionalisti europei a prendere le distanze per fare onore alla loro stessa ragione d’essere e non subire un’emorragia di consensi per eccessiva vicinanza a un individuo sostanzialmente disprezzato in Europa.

 

La sconfitta di Orbán in Ungheria, d’altra parte, ha sottratto al trumpismo un vero e proprio cavallo di Troia che risultava molto utile a Washington, soprattutto dopo l’uscita del Regno Unito dall’Ue.

 L’Ungheria di Orbán era a sua volta anche un ottimo interlocutore della Cina, che ha reso il paese centroeuropeo il maggiore destinatario di investimenti cinesi in Europa per anni.

Una scelta che ha certamente ragioni di carattere economico, ma senza dubbio si appoggiava anche su riflessioni politiche, la volontà di sostenere un alleato sociopolitico affine, che consentiva di portare avanti l’obiettivo cinese non dichiarato ma indubbio di frenare l’integrazione del progetto europeo.

Maggiore integrazione significa maggiore forza, competitività, capacità di resistere e rispondere.

D’altra parte, se in Europa ovviamente nessuno manifesta un’aperta adesione ideologica al regime autoritario cinese, non mancano coloro che mostrano una certa sintonia.

 È il caso del governo spagnolo, che lavora con decisione per configurarsi come partner europeo privilegiato, ponte tra i due mondi, anche sulla base di una visione geopolitica non disposta a concedere agli Stati Uniti una posizione di supremazia.

 

Naturalmente l’interesse della Spagna è anche fondato su calcoli meramente economici, sul desiderio di ottenere investimenti cinesi che diano slancio all’attività industriale.

 E questo strumento è quello più efficace per la Cina di XI.

 Sono diversi i paesi attratti dall’enorme potenziale del capitale cinese, ben oltre l’Ungheria e la Spagna.

Fuori dal perimetro dell’Ue, per esempio in Serbia, il fenomeno è evidente, ed è un segnale della competizione aperta nelle zone dell’Europa non ancorate al progetto di integrazione europea.

Sia nei Balcani che nel Caucaso la lotta per l’influenza è aperta.

 

I “No” di XI e Trump all’Europa forte.

Gli Stati Uniti e la Cina competono tra loro per ottenere una posizione egemonica nel mondo del XXI secolo.

 Curiosamente, tuttavia, sembrano condividere uno stesso obiettivo strategico per quanto riguarda l’Europa:

 impedire il progresso del processo di integrazione europea.

Gli Stati Uniti hanno manifestato in modo esplicito – nella Strategia di sicurezza pubblicata nel 2025 – la loro ostilità verso l’Ue e la disposizione a “coltivare la resistenza” contro il suo sviluppo.

 La Cina è molto più prudente e non manifesta questo obiettivo in modo esplicito, ma è diffusa tra i dirigenti europei un’idea:

 Pechino è molto interessata a mantenere vive difficoltà e frizioni interne all’Ue per complicarne il cammino, renderla meno competitiva.

 Anche l’appoggio a Putin e alla sua guerra contro l’Ucraina risponde in parte, secondo alcuni, all’obiettivo di mantenere gli europei occupati e sfiancati.

Le ombre cinesi e statunitensi si proiettano molto oscure sul corpo dell’Europa.

 

 

Leader UE puntano a un'intesa

sul bilancio da duemila miliardi

entro ottobre.

It.euronews.com - Eleonora Vasques – (19/06/2026) – Redazione – ci dice:

 

Il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, a destra della foto, parla con il presidente Emmanuel Macron durante un incontro al vertice Ue di Bruxelles, venerdì 19 giugno 2026.

Si delineano fronti contrapposti tra gli Stati membri sulla spesa UE:

i Paesi del Sud e dell'Est chiedono più fondi agricoli e regionali, mentre i governi più rigoristi si oppongono.

I leader dell'Unione europea riuniti a Bruxelles hanno deciso di arrivare a un accordo preliminare sul bilancio pluriennale dell'UE da duemila miliardi di euro per il periodo 2028-2034 entro ottobre, secondo una bozza pubblicata venerdì.

Nel vertice, il blocco è entrato in una fase delicata dei negoziati, nel tentativo di trovare un'intesa comune su spese e entrate per finanziare le priorità dei prossimi sette anni.

 

Tra gli Stati membri serve un equilibrio molto delicato.

Mentre un gruppo di contributori netti, guidato da Germania e Paesi Bassi, spinge per ridurre drasticamente la spesa complessiva dell'Unione, i Paesi dell'Europa meridionale e orientale temono che i finanziamenti per settori come l'agricoltura vengano penalizzati a favore di maggiori spese per la difesa.

 

In una conferenza stampa venerdì, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa hanno esortato il blocco a raggiungere un accordo entro la fine dell'anno.

La proposta di bilancio è stata presentata dalla Commissione europea nel luglio 2025.

 I leader dell'UE hanno ora chiesto alla prossima presidenza irlandese, che dal primo luglio guiderà le discussioni tra gli Stati membri, di presentare a ottobre un nuovo testo negoziale, ha dichiarato un funzionario dell'UE, riferendosi a un documento che copre spese ed entrate, note come "risorse proprie".

È atteso anche "un pacchetto ambizioso ed equilibrato sulle nuove risorse proprie in vista del Consiglio europeo di ottobre", ha aggiunto un altro funzionario dell'UE.

I due principali schieramenti.

Sebbene i negoziati siano complessi e in continua evoluzione, in campo ci sono soprattutto due gruppi di Paesi che avanzano proposte: i "Friends of Coesione" (Amici della coesione) e i "Frugals" (Frugali).

 

A fine maggio, i Friends of Coesione hanno firmato un documento in cui chiedono un aumento dei finanziamenti agricoli e regionali.

 Tra i firmatari figurano Bulgaria, Croazia, Estonia, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Slovenia, Slovacchia, Spagna e Ungheria.

 

I "Frugals" – Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Svezia, Finlandia e Austria – hanno dichiarato che qualsiasi aumento della spesa è da escludere.

In un testo presentato la scorsa settimana, Cipro ha proposto un taglio di 32,8 miliardi di euro al bilancio complessivo di duemila miliardi, definendolo un compromesso tra i due schieramenti.

Il Parlamento europeo, co-legislatore che dovrà approvare il bilancio insieme ai leader, ha respinto la proposta cipriota, giudicandola insufficiente, in particolare per quanto riguarda i finanziamenti agricoli e regionali.

Entrate, nuove tasse e debito comune.

Il dibattito su come sarà finanziato il bilancio resta aperto e un accordo preliminare è atteso entro ottobre.

Nella proposta iniziale, la Commissione europea ha incluso nuove entrate provenienti dal sistema di scambio di quote di emissione, dal meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, da rifiuti elettronici non raccolti, dalle accise sul tabacco e da un'imposta sulle società.

 

Durante i negoziati, il Parlamento europeo ha suggerito ulteriori fonti di entrata.

 Secondo diversi diplomatici dell'UE che hanno parlato con Euronews a condizione di anonimato, tra le proposte che hanno suscitato maggiore interesse tra i leader figurano una tassa sul gioco d'azzardo e un'imposta sugli asset in criptovalute.

I Paesi frugali restano diffidenti sulle misure proposte per le entrate, in particolare la Svezia, contraria a qualsiasi forma di risorse proprie. Ritengono che una mossa in questa direzione costringerebbe gli Stati membri più ricchi dell'UE a sopportare un onere finanziario sproporzionato.

Paesi tra cui Italia, Francia e Grecia hanno proposto di rimborsare i fondi per la ripresa di “Next Generation EU” attraverso la ri-emissione del debito, un meccanismo noto come "rolling debt" (debito a rotazione).

 

La proposta è fortemente osteggiata da Germania, Paesi Bassi e altri, che respingono qualsiasi forma di nuovo indebitamento comune.

Secondo due diplomatici dell'UE a conoscenza dei negoziati, il dibattito sul “rolling debt” dipenderà dal tipo di accordo che i leader raggiungeranno sulle risorse proprie.

Il blocco punta a raggiungere un accordo sul bilancio entro la fine del 2026. I co-legislatori vogliono evitare che i negoziati si protraggano fino al 2027, anno di importanti elezioni in diversi Paesi chiave europei, tra cui Francia, Italia e Polonia.

Qualsiasi accordo sul bilancio richiederà il sostegno unanime di tutti i 27 Stati membri, oltre al consenso del Parlamento europeo.

 

 

 

La nuova strategia.

Armi e difesa, così l’Europa arricchisce gli Usa.

Ora Bruxelles vuole

invertire la rotta.

Ilsole24ore - Andrea Carli – (12 marzo 2025) – Redazione -ci dice:

 

Il think tank Spiri:

gli Stati europei della Nato hanno quasi 500 aerei da combattimento e molte altre armi ancora in ordine dagli Stati Uniti.

Tajani: Non c'è corsa al riarmo ma c'è necessità di rafforzare sicurezza.

I punti chiave.

Gli Stati europei della Nato hanno quasi 500 aerei da combattimento e molte altre armi ancora in ordine dagli Stati Uniti

Italia passa dal decimo al sesto posto tra i Paesi esportatori di armi.

Ci vorrà una vera e propria inversione di tendenza.

 Il nuovo “ordine di scuderia” è: “Buy European Made”, soluzione quest’ultima particolarmente invisa al presidente Usa Donald Trump.

Mentre i ministri finanziari dei 27 discutono su quali soluzioni adottare per aumentare gli investimenti nella Difesa in Europa, la Commissione europea ha infatti proposto di contrarre prestiti per 150 miliardi di euro a carico del bilancio della Ue da destinare agli Stati membri per l’acquisto di armi.

Ma, ha chiarito la presidente della Commissione Ursula von der Leyen in un intervento al Parlamento europeo, «questi prestiti dovrebbero finanziare gli acquisti da parte dei produttori europei, per contribuire a rafforzare la nostra industria della difesa».

La soluzione ventilata si preannuncia di forte rottura rispetto a una prassi abbastanza consolidata dei Paesi europei dell’Alleanza Atlantica, che è quella di acquistare armi soprattutto dagli Stati Uniti.

 

Gli Stati europei della Nato hanno quasi 500 aerei da combattimento e molte altre armi ancora in ordine dagli Stati Uniti.

Lo dicono i numeri.

 Secondo la fotografia scattata dal think tank Spiri (Stockholm International Peace Research Institute), infatti, in un contesto in cui le importazioni di armi da parte dei membri europei della Nato sono più che raddoppiate tra il 2015-19 e il 2020-24 (+105%), gli Stati Uniti hanno fornito il 64% di queste armi, una quota sostanzialmente maggiore rispetto al 2015-19 (52%).

Gli altri principali fornitori sono Francia e Corea del Sud (con il 6,5% ciascuno), Germania (4,7%) e Israele (3,9%).

«Con una Russia sempre più bellicosa e le relazioni transatlantiche sotto stress durante la prima presidenza Trump, gli Stati europei della Nato hanno adottato misure per ridurre la loro dipendenza dalle importazioni di armi e per rafforzare l’industria europea degli armamenti», spiega Pieter Weizman, ricercatore senior del programma Spiri sui trasferimenti di armi.

 «Ma - aggiunge - il rapporto transatlantico di fornitura di armi ha radici profonde. Le importazioni dagli Stati Uniti sono aumentate e gli Stati europei della Nato hanno quasi 500 aerei da combattimento e molte altre armi ancora in ordine dagli Stati Uniti».

 

Italia passa dal decimo al sesto posto tra i Paesi esportatori di armi.

Gli Stati Uniti, nel periodo 2020-24 si sono anche confermati di gran lunga i maggiori esportatori dei principali tipi di armamenti, con una quota del 43% delle esportazioni globali.

 Al secondo posto, la Francia, che ha scavalcato la Russia, scivolata in terza posizione.

L’Italia, tra i Paesi esportatori, è balzata dal decimo al sesto posto. L’area di destinazione principale delle esportazioni italiane è stata il Medio Oriente.

Qatar, Kuwait ed Egitto sono i Paesi dove le vendite italiane si sono maggiormente concentrate.

 

Troppa spesa, poca difesa:

 la frammentazione impedisce

all’Ue di diventare un attore strategico.

Quotidiano.net – (16 – 06 – 2026) – Carlo Altomonte – Redazione – ci dice:

 

Oltre 300 miliardi l’anno non bastano: il continente continua a dipendere in modo significativo da tecnologie, sistemi e capacità operative esterne.

Il presidente Usa Donald Trump, Emmanuel Macron (Francia) e Volodymyr Zelensky (Ucraina) sono al G7.

 

Troppa spesa, poca difesa: la frammentazione impedisce all’Ue di diventare un attore strategico.

Milano – La difesa europea si trova oggi davanti a un passaggio critico, in termini industriali, tecnologici e politici.

 Per anni il dibattito si è concentrato sulla quantità della spesa in Europa, di solito rapportato in termini di PIL, ma il vero nodo oggi è la qualità di questa spesa e, soprattutto, la sua frammentazione.

L’Europa spende complessivamente oltre 300 miliardi di euro all’anno in difesa, una cifra paragonabile a quella della Cina e seconda solo agli Stati Uniti.

Eppure questa massa critica non si traduce in capacità strategica equivalente. Il continente continua a dipendere in modo significativo da tecnologie, sistemi e capacità operative esterne, mentre i programmi industriali restano dispersi su base nazionale, con duplicazioni e inefficienze strutturali.

 

Frammentazione industriale e limiti strutturali.

Oggi in Europa operano decine di piattaforme diverse per sistemi d’arma che negli Stati Uniti sono concentrati in pochi modelli standardizzati.

La frammentazione si riflette anche nelle filiere industriali, nei processi di procurement e negli standard tecnologici, riducendo le economie di scala e rallentando l’innovazione.

Tuttavia, in un contesto in cui la competizione globale si gioca sempre più su tecnologie come intelligenza artificiale, semiconduttori, cyber e spazio, caratterizzati da costi fissi elevati e dunque importanti economie di scala, questo modello rischia di diventare un vincolo strategico.

 

 

Un'altra settimana infernale.

Unz.com - Philip Giraldi – (20 giugno 2026) – Redazione – ci dice :

 

Un tentativo di porre fine alla guerra potrebbe essere sabotato da Netanyahu.

La settimana è iniziata con una nota positiva con il presidente Donald Trump che ha dichiarato, in modo insolito, che un "memorandum d'intesa" (MOU) era stato raggiunto da negoziatori statunitensi e iraniani, assistiti da mediatori pakistani e catari, per sospendere l'azione militare e iniziare sessant'anni di discussioni nella ricerca di un accordo di pace.

 La mossa si basava su quella che è stata descritta come una lista di quattordici punti dei passaggi che sarebbero stati intrapresi per far progredire il processo, incluse concessioni riguardanti quelle che vengono chiamate "linee rosse" da entrambe le parti.

Le trattative si basano sul fatto che vengono intraprese subito alcune azioni, tra cui l'apertura gratuita dello Stretto di Hormuz, la cessazione degli attacchi israeliani e dell'occupazione del Libano, la fine delle sanzioni statunitensi contro l'Iran e la restituzione di parte del denaro congelato a Teheran.

 

Il MOU è stato firmato elettronicamente sia dal presidente degli Stati Uniti Trump che dal presidente iraniano Massoud Pezeshkian mercoledì, con una firma formale cartacea in Svizzera da parte del vicepresidente JD Vance e del capo della delegazione iraniana prevista per venerdì. Quella firma avrebbe dato inizio a sessanta giorni di negoziati che, si spera, avrebbero portato a un accordo di pace definitivo che avrebbe posto fine alla guerra.

Curiosamente, il luogo dell'incontro, originariamente previsto per Ginevra, potrebbe essere stato cambiato in una località sciistica più facilmente assicurabile a Burgenstock, secondo un rapporto, a causa del timore che Israele potesse tentare di sabotare l'assemblea, possibilmente assassinando uno o più membri della delegazione iraniana.

 

Purtroppo, però, Israele, come prevedibile, ha fatto del suo meglio per vanificare il cessate il fuoco che avrebbe dovuto portare ai colloqui di pace, intensificando i bombardamenti e gli altri attacchi contro il Libano.

Era noto che l'Iran avesse chiesto la cessazione delle ostilità contro il Libano, suo alleato, come condizione per l'avvio dei negoziati, e ora sembra che Teheran chiuderà nuovamente lo Stretto a causa dell'aggressione israeliana.

Questa risposta provocatoria era più o meno prevedibile da parte di Netanyahu, e non ha tenuto conto degli espliciti avvertimenti di Trump e Vance, che avevano messo in luce la squilibrata relazione bilaterale con Israele.

Il ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Ben-Geir, tuttavia, ha ignorato le possibili conseguenze e venerdì ha affermato che "Tutto il Libano deve bruciare!" e che "In Medio Oriente... Bisogna Impazzire. Annientare."

 

Trump, che questa settimana ha dichiarato che "non ci sono limiti al suo potere", dal canto suo, avrebbe insultato il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante una telefonata, dopo che Netanyahu aveva pubblicamente affermato il suo diritto e la sua volontà di fare tutto il necessario per "difendere" il suo Paese.

 Trump ha persino denunciato i bombardamenti "eccessivi" di Israele contro alcuni palazzi residenziali a Beirut, solo perché, a quanto pare, un presunto sostenitore di Hezbollah vi era entrato.

Vance si è spinto fino a ricordare a Israele che se davvero, come Israele e i suoi sostenitori continuano ad affermare, lo Stato ebraico ha il diritto di difendersi, "a qualunque costo", allora anche l'Iran ha lo stesso diritto.

 Ha inoltre avvertito Netanyahu e i suoi falchi che "Se fossi nel governo israeliano, forse non attaccherei [gli Stati Uniti], l'unico potente alleato che mi è rimasto in tutto il mondo".

Vance ha concluso dicendo: "Non si può risolvere ogni problema con la violenza".

 

L'avvertimento di Vance potrebbe aver avuto un effetto, dato che venerdì sono emerse notizie non confermate secondo cui Israele e Hezbollah potrebbero unirsi per una sorta di cessate il fuoco, anche se la questione del ritiro israeliano dal sud del Libano non è stata affrontata. Risolvere il problema del Libano, anche temporaneamente, è fondamentale per proseguire con le condizioni stabili nel protocollo d'intesa.

 Come prevedibile, le richieste di conformità al Libano provenienti dall'amministrazione Trump hanno sicuramente prodotto una risposta prevedibile da parte del deputato “Randy Fine”, un ebreo Israele prima di tutto, sempre sovrappeso e sempre sovrappeso, proveniente dalla Florida, che ha opinato che "Ho trovato i commenti di JD ieri assolutamente inappropriati e francamente disgustosi."

 

Curiosamente, anche Netanyahu è intervenuto con una replica, affermando che la necessità di Israele di entrare in guerra con l'Iran e distruggerlo è dovuta unicamente al timore che gli iraniani sviluppino un'arma nucleare e la usino contro lo Stato ebraico.

Si tratta di un argomento pretestuoso, regolarmente utilizzato da Israele e dai suoi alleati come Fine e la troika repubblicana al Senato composta da Tedi Cruz, Tom Cotton e Lindsey Graham.

La realtà, tuttavia, è che è Israele a possedere armi nucleari in un arsenale segreto e non dichiarato, forse composto da 400 o più bombe, mentre l'intelligence statunitense ha affermato con certezza che l'Iran non possiede tali armi né un programma per svilupparle.

 Israele ha persino elaborato una strategia nota come " che potrebbe portare ad attacchi nucleari contro numerosi Paesi considerati non sufficientemente favorevoli a Israele”.

Presumibilmente, questo potrebbe includere gli Stati Uniti, qualora la Casa Bianca decidesse di porre fine al proprio coinvolgimento nella guerra contro l'Iran...

 

L'Iran, infatti, ha successivamente posticipato la firma svizzera di venerdì e i colloqui a livello tecnico con gli Stati Uniti in segno di protesta contro le violazioni "continue" del cessate il fuoco israeliano, principalmente nel sud del Libano, costituite dagli attacchi sostenuti che avrebbero dovuto essere fermati secondo la primissima clausola del testo del protocollo d'intesa.

Si presume che l'Iran, che per buone ragioni non si fida degli Stati Uniti e del suo controllore Israele nei negoziati, che in passato sono stati incastri che hanno portato a assassinii.

 Questa volta l'Iran non si impegnerà senza provare considerevoli che ci sarà un accordo onesto sia da Washington che da Tel Aviv.

 

Nella situazione attuale, fonti governative pakistane hanno rivelato che il principale negoziatore di Teheran, Bagher Calafa, e il ministro degli Esteri Abbas Saraghi erano "pronti" a partire per la Svizzera per tenere i colloqui diretti con Washington, ma si sono ritirati dal viaggio programmato all'ultimo minuto a seguito di "direttive" della "leadership iraniana di vertice" che si opponevano al comportamento israeliano.

 

L'Iran non ha specificato se la decisione sia arrivata direttamente dalla Guida Suprema Sayyed Mastaba Khamenei, che ha già dichiarato di avere una "visione diversa" sull'accordo USA-Iran per porre fine alla guerra, implicando forse di non essere disposto a cedere nulla a Israele/USA.

 Il vicepresidente statunitense JD Vance ha saggiamente cancellato il suo viaggio in Svizzera dopo che Islamabad ha comunicato la decisione di Teheran a Washington.

 Secondo i pakistani, non è stata decisa alcuna nuova data o sede per i colloqui, ma hanno lasciato la porta aperta, dichiarando che "il Pakistan è in contatto con entrambe le parti per fissare una nuova data per i colloqui a livello tecnico per raggiungere un accordo finale."

 

Nel frattempo, Trump sta subendo notevoli critiche da parte dei suoi ex collaboratori più stretti che si identificano come sionisti, anche se sarebbe più corretto definirli "prima Israele", dato che è a questo che risiede la loro vera lealtà.

Tra questi ultimi figura già la sua principale finanziatrice, “Miriam Adelson”, che lo ha definito un "traditore".

 Questa lista di nemici include inevitabilmente molti membri del Congresso di entrambi i partiti, corrotti dai miliardari ebrei americani di Israele, con personaggi ridicoli come il senatore Tedi Cruz del Texas in testa alla carica.

E poi c'è il mondo dei media dominato dagli ebrei, con fanatici sionisti dei talk show come Mark Levin che urlano la loro indignazione per le "concessioni" fatte all'Iran nell'accordo.

Ironia della sorte, Levin, qualche mese fa, aveva notoriamente dichiarato, con un sorriso beffardo, che Trump sarebbe stato il primo presidente ebreo d'America.

Trump aveva risposto "È vero!".

 

Quindi Trump, in modo insolito per lui, ha deciso di frenare i suoi padroni israeliani perché ha disperatamente bisogno di pace per avere il tempo di risanare l'economia mondiale, sempre più carente di energia, che minaccia di avere un impatto negativo sugli Stati Uniti a causa della sua collaborazione con la terribile decisione di Netanyahu di distruggere l'Iran.

Si avvicinano le elezioni di metà mandato che con ogni probabilità riporteranno i Democratici al potere al Congresso e, se ciò accadesse, si parla già di impeachment per Trump!

 

In sostanza, tutto ciò si riduce alla consapevolezza che Israele è un veleno per gli Stati Uniti e anche per gli altri paesi, soprattutto europei, che scelgono di chiudere un occhio sui crimini di guerra che commette, tra cui l'orribile genocidio di Gaza e l'invasione e il bombardamento del Libano.

 Israele è manifestamente uno stato canaglia che deve essere tenuto a freno e scoraggiato, piuttosto che protetto e assecondato.

Riesce a farla franca in gran parte grazie al rapporto squilibrato con i potenti Stati Uniti, un rapporto ottenuto corrompendo il sistema politico statunitense.

Ironia della sorte, Washington chiude un occhio persino quando Israele uccide a sangue freddo cittadini americani, come accadde con i 34 membri dell'equipaggio della USS Liberty nel 1967.

Più recentemente, ha ucciso giornalisti e visitatori americani senza che il Dipartimento di Stato statunitense abbia subito alcuna conseguenza. Oltre agli omicidi, ci sono le guerre in cui gli Stati Uniti si ritrovano coinvolti a causa di Israele, tra cui il suo coinvolgimento in Libano negli anni '80, così come in Siria e in Iraq.

 

E la tendenza omicida suggerisce possibilità ancora più terribili da contemplare, con un numero crescente di americani convinti che Israele sia stato coinvolto nell'assassinio del presidente John F. Kennedy e nell'11 settembre, tanto per cominciare, entrambi eventi che potrebbero essere stati plausibilmente compiuti a sostegno degli "interessi israeliani", poiché hanno permesso allo Stato ebraico di acquisire armi nucleari e di rendere Washington un partner nella guerra contro l'"islam radicale".

 E c'è anche lo strano caso del recente omicidio di Charlie Kirk, i cui dettagli stanno emergendo solo ora.

Come è ben documentato, poco prima della sua morte Kirk dichiarò apertamente il suo rifiuto del ruolo dominante di Israele nella politica estera statunitense, in particolare sotto le presidenze di Joel Biden e Donald Trump.

Sono stati sollevati seri interrogativi sugli aspetti tecnici dell'omicidio stesso, a cui l'FBI, in particolare, continua a non dare risposta.

Tuttavia, un'interessante connessione è stata recentemente descritta dal giornalista Max Blumenthal:

"L'impero mediatico di Charlie Kirk e la sua organizzazione attivista di destra, Tuning Point USA (TPUSA), sono finiti sotto il controllo delle forze filo-israeliane che lui ha osteggiato negli ultimi mesi della sua vita.

Erika Kirk ora afferma che suo marito ha sostenuto Israele fino alla fine, mentre TPUSA travisa la sua opposizione alla guerra contro l'Iran.

Il Charlie Kirk Show è ora distribuito da un agente israeliano registrato a livello federale, incaricato di diffondere propaganda sionista sui media americani.

Fa parte di un contratto annuale da 46 milioni di dollari tra il governo israeliano e Brad Pascale, ex capo dello staff della campagna presidenziale di Donald Trump del 2020.

Questo potrebbe essere il più grande contratto di lobbying nella storia delle operazioni di influenza straniera negli Stati Uniti.

 "L'impero mediatico di Charlie Kirk e la sua organizzazione di attivisti di destra, Tuning Point USA (TPUSA), sono passati sotto il controllo delle forze guidate da Israele che ha passato gli ultimi mesi della sua vita a provocarle”.

 

Kirk è stato assassinato il 10 settembre 2025 durante il suo American Come back Tour nello Utah.

 Entro due ore dall'omicidio, Benjamin Netanyahu è apparso in televisione israeliana e ha detto che il suo paese non l'aveva fatto, cosa che certamente ha suscitato sospetti che l'avesse fatto!

 Otto giorni dopo, Pascale, agente straniero registrato presso il Ministero degli Affari Esteri israeliano, ha acquisito la responsabilità di un'agenda di propaganda "pensata per il pubblico della Generazione Z su diverse piattaforme, tra cui TikTok, Instagram, YouTube, podcast e altri canali digitali e televisivi rilevanti."

Dall'uccisione di Kirk, i suoi successori hanno fatto del loro meglio per seppellire la sua forte opposizione alla guerra contro l'Iran, così come la sua rabbia verso Netanyahu e il suo esercito di lobbisti ben finanziati negli Stati Uniti.

 La vedova di Kirk e sostituta come CEO di TPUSA, Erika Kirk, ora insiste falsamente che lei e suo marito non hanno mai vacillato nel loro sostegno a Israele.

 

Israele continua dunque a comportarsi come si comporta, ovvero in modo abominevole.

Trump, che solo di recente si è presentato con un'ora di ritardo a un importante vertice del G7 a Parigi, proclamando "Sono io il capo!" ai capi di Stato riuniti, avrà il coraggio di affrontare Netanyahu e i suoi amici?

 Un Trump confuso avrà la sicurezza di confrontarsi con Netanyahu e il suo esercito di lobbisti americani, soprattutto se questi sono disposti a rivelare materiale compromettente su di lui, prodotto da Jeffrey Epstein?

 

Trump ha un ego smisurato, ma basterà, visto che sa anche essere imbarazzante, stupido e pretenzioso, alienandosi le persone con cui deve lavorare e collaborare?

Ad esempio, in una breve intervista a Parigi, Trump ha detto con tono sprezzante che la premier italiana Giorgia Meloni "voleva così tanto una foto con me... Probabilmente è contenta che le abbia parlato. Non ero obbligato a farlo".

Avrebbe poi aggiunto: "Mi ha implorato di fare una foto con lei. Voleva così tanto una foto con me. Io non l'avrei fatta, ma mi dispiaceva per lei".

 

Giorgia Meloni ha replicato che l'intera vicenda di Trump era una bugia e "inventata", chiedendosi perché si fosse sentito in dovere di fare una cosa del genere in un vertice di alto livello sulla politica estera, affermando:

 "Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti in questo modo nei confronti dei suoi alleati: non è certo la prima volta che succede".

 E ci sono state delle conseguenze.

Poco dopo la pubblicazione online della risposta della Meloni, il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha annunciato la cancellazione di una visita negli Stati Uniti prevista per la settimana successiva, a dimostrazione del fatto che il comportamento di Trump ha un impatto sul modo in cui le nazioni straniere potenzialmente amiche hanno iniziato a considerare gli Stati Uniti.

 

Come affronterà dunque Donald Trump Netanyahu se vuole davvero porre fine alla guerra con l'Iran?

 La risposta spesso violenta di Israele quando altri si oppongono al suo regime consiste nell'uso di minacce che a volte sfociano in attacchi sotto falsa bandiera o persino in assassinii con cercapersone esplosivi, come quelli usati in Libano e altrove.

Politici corrotti fedeli a Israele infestano il governo degli Stati Uniti e altri lealisti sionisti controllano gran parte delle infrastrutture critiche americane, in particolare i media nazionali.

Quindi, dove ci porterà tutto questo?

Credetemi, potrebbe peggiorare di molto!

 

 

 

Vittime del vasto genocidio

di Gaza in Israele sottovalutate

deliberatamente

Unz.com - Ralph Nader – (20 giugno 2026) – Redazione – ci dice:

Vergognosamente, giornali, riviste, televisioni e radio statunitensi mancano di rispetto ai palestinesi, sia in vita che in morte.

 

 

I media mainstream non hanno problemi a fare stime approssimative sul numero di morti (500.000) causati dalla guerra civile in Siria sotto la dittatura di Assad, né sulle vittime stimate delle guerre in Ucraina, Sudan o Iran.

 

In qualche modo, i direttori dei media non permettono ai loro giornalisti investigativi di valutare la portata del massacro di civili perpetrato da Israele a Gaza:

 una popolazione esposta e indifesa di 2,3 milioni di persone in un'enclave grande quanto la Pennsylvania.

 L'Associated Press osserva che lo storico militare statunitense “Robert Pappe” ritiene che "Gaza sia teatro di una delle campagne di punizione civile più intense della storia" e che "si collochi ormai comodamente nel primo quartile delle campagne di bombardamento più devastanti di sempre".

 

Perché?

Un motivo è che il Ministero della Salute controllato da Hamas certifica i decessi a Gaza basandosi su rapporti provenienti da ospedali e obitori che sono stati per lo più distrutti oltre un anno fa. (Attualmente, il Ministero riporta circa 73.000 vittime).

Ma Hamas ha ammesso che ci sono decine di migliaia di corpi sotto le macerie, migliaia di altri fatti a pezzi o inceneriti e irriconoscibili. Affermano inoltre che le loro cifre non includono le morti collaterali (ad esempio, la propagazione degli incendi) causate dai bombardamenti degli F-16 israeliani e dagli incessanti cannoneggiamenti della popolazione di Gaza, né le morti causate dal blocco imposto dal governo israeliano di cibo, medicine, assistenza sanitaria, acqua, carburante, elettricità e alloggi.

In altre zone di conflitto nel mondo, il rapporto tra morti collaterali e morti causate da armi violente è da 3 a 13 volte superiore.

 

Il regime israeliano non ha problemi con la sottostima delle vittime da parte di Hamas perché sia loro che il Dipartimento di Stato americano sanno che il vero bilancio delle vittime (insieme al numero dei feriti) è molto, molto più alto.

Hamas sa che il 7 ottobre 2023 l'apparato di sicurezza israeliano, strutturato su più livelli, era vulnerabile.

Hanno quindi lanciato quello che si è rivelato essere un attacco suicida-omicida oltre confine, provocando circa 1400 morti rispetto alle quasi 1200 persone – di cui circa 400 soldati e poliziotti – colpite dai terroristi di Hamas.

Ancora oggi, con la maggior parte degli israeliani scettici, Netanyahu ha bloccato un'indagine ufficiale indipendente sul misterioso collasso del complesso sistema di sicurezza israeliano al confine.

 

Netanyahu attribuisce l'accaduto alla negligenza.

Tuttavia, vi erano troppi avvertimenti separati, tra cui la presenza di osservatori israeliani 24 ore su 24, e il fatto che Israele fosse a conoscenza dei piani di Hamas già da un anno, per poter accettare questo improbabile pretesto.

 

Hamas, invece, non si preoccupa che i media mondiali ripetano più e più volte il loro minimo e identificabile numero di morti.

Di certo non vogliono che il conteggio realistico delle vittime indigni ulteriormente i loro sudditi, perché Hamas non ha protetto la popolazione civile e non ha avuto rifugi antiaerei.

 Hamas sapeva certamente cosa stava arrivando dall'ultramoderno e feroce esercito israeliano sostenuto dal co-belligerante complesso militare-industriale ultra-moderno e letale statunitense.

 

C'è un'altra riluttanza dei media in operazione.

I rapporti di testimoni oculari e specialisti accademici e militari in armamenti, che arrivano ad intervalli minimi e massimi di morti (la maggior parte dei quali sono bambini e donne), suscitano denunce ripugnanti e accuse di antisemitismo.

 

Inoltre, gli apologeti dell'incessante massacro israeliano, come Bret Stephens, portavoce di Netanyahu sulla pagina delle opinioni.

Ebbene, il bilancio delle vittime è molto più alto, oltre 600.000 vite distrutte, ovvero più del 25% della popolazione originaria di Gaza.

 Ciò significa che, in modo alquanto improbabile, quasi il 75% della popolazione è ancora in vita, sebbene la maggior parte sia malata, ferita o in fin di vita.

Riportare la realtà dei fatti intensificherebbe la determinazione politica, diplomatica e civile a fermare le uccisioni, consentire l'arrivo di adeguati aiuti umanitari e avviare un processo di risoluzione del conflitto.

 

Secondo le stime di analisti citati da “The Lancet”, organizzazioni umanitarie internazionali, università e agenzie delle Nazioni Unite, centinaia di migliaia di palestinesi sarebbero morti a causa di bombe, bombardamenti di artiglieria, cecchini e delle conseguenti ripercussioni secondarie sopra menzionate.

Ad esempio, il professore emerito Paul Rogers dell'Università di Bradford, nel Regno Unito, nell'aprile del 2025 stimò che il tonnellaggio di esplosivo sganciato su Gaza fosse equivalente a sei bombe di Hiroshima, ma più letale perché questi proiettili quotidiani sono più mirati.

“Tarek Lobati”, un medico canadese che ha prestato servizio negli ospedali fatiscenti di Gaza, stima il numero dei morti in "centinaia di migliaia".

 

In una serie di resoconti dettagliati e corredati di note a piè di pagina (" La verità sui morti di Gaza "), Feroce Sidama, un chirurgo traumatologo americano che ha lavorato nei campi di sterminio di Gaza, ha pubblicato numerose prove a sostegno delle sue affermazioni, raccolte da decine di altri operatori sanitari che hanno vissuto in prima persona gli orrori

 Tra queste, il deliberato attacco da parte di cecchini terroristi israeliani contro bambini piccoli, colpiti alla testa e al cuore.

 (Medici stranieri affermano che Israele prende di mira sistematicamente i bambini di Gaza: Rapporto – Al Jazeera, 14 settembre 2025).

 

Il recente rapporto di Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, ha fatto riferimento a un consenso di 680.000 morti.

La stimata professoressa Devi Sfidar, titolare della cattedra di Salute Pubblica Globale presso l'Università di Edimburgo, già da tempo forniva stime di gran lunga superiori a quelle di Hamas.

 

Secondo quanto riportato da “The Hill”, nel novembre 2023 la Sottosegretaria di Stato per gli Affari del Vicino Oriente, “Barbara Lead”, testimoniò davanti a una commissione della Camera che il numero effettivo di palestinesi uccisi a Gaza era probabilmente superiore alle cifre allora riportate dalle autorità sanitarie di Gaza.

 Fu immediatamente messa a tacere e non parlò mai più delle vittime del genocidio israeliano.

Il Dipartimento di Stato sta bloccando da due anni una richiesta di accesso agli atti presentata ai sensi della legge sulla libertà di informazione.

 

Il grande blocco israeliano al Congresso, ovviamente, non ha permesso alcuna audizione sul bilancio reso possibile dalle armi letali statunitensi (inclusi il trasporto su proiettili d'artificiali al fosforo bianco) — che costano miliardi di dollari pagati dai contribuenti statunitensi.

“Human Light Watch” e “Amnesty International” hanno riferito che Israele ha utilizzato munizioni al fosforo bianco in operazioni militari a Gaza e lungo il confine Israele-Libano poco dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre.

 

I giornalisti avrebbero potuto ottenere valutazioni e stime attendibili sulla carneficina perpetrata da Israele a Gaza da Medici Senza Frontiere, Save the Children, World Central Kitchen e altre organizzazioni umanitarie.

Ogni giorno muoiono moltissimi neonati e bambini a Gaza a causa di malattie, malnutrizione e ferite non curate.

Non ci sono strutture sanitarie per loro.

 I vergognosi giornali, riviste, televisioni e radio statunitensi mancano di rispetto ai palestinesi, sia in vita che in morte, cosa che non oserebbero mai fare se si trovassero nella stessa situazione!

 

Perché giornalisti coraggiosi come Ryan Grim, Jeremy Scalilli, Amy Goodman e Sy Hersh non indagano a fondo sulla spaventosa indifferenza al problema della sottostima delle vittime a Gaza?

La verità e i sopravvissuti affranti hanno bisogno di voi!

 

 

 

Trump ha messo fine

alla sua idiota guerra

in Iran. Bene.

Unz.com - Trita Parsi – (18 giugno 2026) – Redazione – ci dice:

 

Ne è valsa la pena? Ovviamente no.

Ma paragonare il suo accordo con l'Iran a quello di Obama o criticarne i termini rischia di cadere nelle stesse trappole dei presidenti precedenti.

 

Ho trascorso anni a combattere contro la spinta di Trump verso la guerra con l'Iran, e porto ancora i segni di questa esperienza.

Quando Trump si ritirò dal JCPOA nel 2018, avvertii che ci avrebbe inevitabilmente condotti a questo punto.

Da allora, ho sempre sostenuto la mia opposizione alla strada di confronto che ha intrapreso con gli Stati Uniti.

I miei risultati parlano da soli, ed è per questo che posso affermare quanto segue senza esitazioni.

 

Date le circostanze, la decisione del presidente Trump di raggiungere un accordo con Teheran e porre fine a questa guerra costosa e inutile è quella giusta.

 Merita sostegno, non critiche partigiane.

Come ha osservato Rob Mallei – membro chiave del team di Barack Obama che negoziò l'accordo sul nucleare e in seguito capo negoziatore di Joel Biden con l'Iran – su X, paragonare il memorandum d'intesa di Trump al JCPOA di Obama non coglie il punto.

Ciò che conta non è come l'accordo si collochi rispetto ai successi diplomatici del passato, ma come si confronti con le alternative a nostra disposizione.

 E su questo punto, ha sostenuto Mallei, il memorandum d'intesa è "di gran lunga preferibile a qualsiasi alternativa offerta.

Punto."

 

Andrei oltre. Esaminare il Memorandum d'intesa e chiedersi "La guerra ne è valsa la pena?" è insensato.

Certo che no. Come avrebbe potuto esserlo?

 La premessa stessa è profondamente errata:

che una guerra di scelta fallimentare avrebbe in qualche modo rafforzato la posizione di Washington al tavolo delle trattative e prodotto condizioni più favorevoli.

La storia offre ben poco a sostegno di una simile tesi.

 

La domanda è errata anche per un altro motivo, ben più rilevante. Implica che una guerra non debba essere conclusa finché non abbia prodotto condizioni migliori, nemmeno quando la guerra stessa sta fallendo.

Se presa sul serio, questa logica porta a una conclusione pericolosa:

 che una guerra persa debba continuare finché le sorti del campo di battaglia non migliorino in qualche modo e non si possa raggiungere un esito più favorevole.

Forse quel giorno arriverà. Forse non arriverà mai.

Nel frattempo, i costi – in termini di vite umane, risorse economiche, stabilità regionale e credibilità strategica – vengono considerati secondari.

È così che nascono le guerre senza fine.

 

Le guerre diventano interminabili quando i leader si convincono che porvi fine senza vittoria sia politicamente più costoso che continuarle senza speranza.

Una volta scattata questa trappola, ogni battuta d'arresto diventa un pretesto per un ulteriore dispiegamento, un'ulteriore escalation, un altro anno di conflitto.

 L'obiettivo si sposta dal raggiungimento di un risultato politico realistico all'evitare di ammettere che gli obiettivi originari erano irraggiungibili.

 

La storia americana offre numerosi esempi.

 I presidenti ereditano guerre che non hanno iniziato, si rendono conto che non possono essere vinte alle condizioni promesse, eppure non hanno lo spazio politico per porvi fine.

Quindi rimandano la resa dei conti. Rimandano il problema, scaricando il peso sul loro successore, che fa lo stesso.

Il risultato è un ciclo di deriva strategica in cui i costi si accumulano mentre le prospettive di successo si allontanano costantemente.

Quando la vittoria è lontana, prolungare un conflitto nella speranza che la realtà si conformi prima o poi alla retorica politica non è una soluzione, bensì una negazione.

 

Ricordate l'Afghanistan?

Per anni, i funzionari americani hanno mentito all'opinione pubblica, affermando che la vittoria era imminente, a sei mesi di distanza, forse un anno al massimo.

Eppure, i documenti sull'Afghanistan hanno poi rivelato che questi funzionari sapevano in privato che la vittoria era ben lungi dall'essere vicina.

Sapevano che la guerra era alla deriva, ma temevano le conseguenze politiche di ammetterlo.

La guerra continuò quindi. Quando gli Stati Uniti si ritirarono definitivamente, erano trascorsi quasi due decenni e erano stati spesi oltre 2 trilioni di dollari.

E qual è stato il risultato finale?

Dopo vent'anni di guerra, migliaia di vite americane e alleate perse e centinaia di migliaia di perdite afghane, gli Stati Uniti tornarono dove erano iniziati:

avevano sostituito i talebani con i talebani.

Questa è la maledizione della guerra senza fine.

Il rifiuto di accettare una realtà sfavorevole oggi garantisce solo una bolletta più alta per il futuro.

 

Va dato un certo merito a Trump per aver rotto questo schema, anche se dovrebbe essere incolpato lui per aver iniziato questa guerra in primo luogo. I leader politici dovrebbero essere giudicati non solo per gli errori che commettono, ma anche per il coraggio di correggerli.

Trump avrebbe potuto seguire la via ben battuta dei suoi predecessori. Avrebbe potuto prolungare il conflitto, spendere più denaro, sacrificare più vite, destabilizzare più economie e indebolire ulteriormente il potere americano — il tutto insistendo che la vittoria fosse ancora imminente. Ricordate le innumerevoli volte in cui dichiarò che la guerra era stata vinta.

 

In effetti, i costi politici per continuare la guerra probabilmente sarebbero stati inferiori a quelli che lui sta pagando oggi per porvi fine alla guerra.

Nella politica americana, spesso c'è una punizione maggiore per aver riconosciuto il fallimento che per averlo perpetuato.

Questo perverso incentivo ha intrappolato i presidenti per decenni.

 Nella sua testimonianza sulla guerra del Vietnam davanti alla Commissione per le relazioni estere del Senato nel 1966, George Kinan affermò:

"Si guadagna più rispetto nell'opinione del mondo con una liquidazione risoluta e coraggiosa di politiche fallimentari che con la ricerca ostinata di obiettivi stravaganti o irrealizzabili".

 

Le critiche provenienti da alcuni democratici sono particolarmente deludenti perché riecheggiano le stesse tattiche in malafede impiegate dai repubblicani contro il JCPOA nel 2015.

A dire il vero, Trump si è in parte attirato questo trattamento. Ha passato anni ad attaccare l'accordo di Obama con una raffica di argomentazioni fuorvianti e affermazioni esagerate.

Ma ciò non significa che sia saggio per i Democratici ricambiare il favore.

 

Attualmente Trump è responsabile di questa guerra fallimentare, ma se i Democratici contribuiranno a far fallire il memorandum d'intesa e la guerra riprenderà, allora saranno corresponsabili anche della prossima guerra.

 Il disastro di Trump diventerà anche il loro.

Anziché attaccare i termini del memorandum d'intesa, i Democratici dovrebbero fare pressione sull'amministrazione affinché lo protegga da coloro che sono determinati a vederlo fallire.

La principale minaccia esterna è rappresentata dal governo israeliano e dall'ossessione di Benjamin Netanyahu di sabotare qualsiasi opportunità per l'Iran e gli Stati Uniti di seppellire l'ascia di guerra.

 

Anziché affidarsi esclusivamente a telefonate furiose e a pubbliche critiche nei confronti di Netanyahu, i sostenitori della fine della guerra dovrebbero fare pressione su Trump affinché agisca subito:

 sospenda gli aiuti militari a Israele e riduca la cooperazione militare e di intelligence.

 Tali misure limiterebbero la capacità di Israele di riaccendere il conflitto e dissiperebbero qualsiasi convinzione a Tel Aviv che Washington seguirà automaticamente Israele in un'altra guerra.

Se i leader israeliani comprendessero che gli Stati Uniti non saranno trascinati in un futuro conflitto per loro conto, il loro incentivo a iniziarne uno si ridurrebbe significativamente.

 

Il compito ora non è premiare Trump politicamente, né giustificare l'imprudenza che ha prodotto questa guerra.

 Servire a impedire che la guerra torni.

I democratici possono condannare la decisione di avviarla senza sabotare l'accordo che la porrà fine.

 Possono chiedere conto a Trump senza aiutare Netanyahu a trascinare di nuovi gli Stati Uniti nel conflitto.

 La scelta che hanno davanti non è tra opporsi a Trump e sostenere la pace.

È tra imparare dalle guerre infinite dell'America e ripeterle.

Hanno cercato di deportarmi, sono andato al programma di Tucker e Trump ha messo fine alla sua guerra idiota.

(Trita Parsi è co-fondatrice e vicepresidente esecutiva del Quincy Institute for Responsible State craft).

 

 

 

 

Non solo Meloni: la guerra di Trump all’ordine universalista (Europa e Vaticano compresi) da Anchorage alla Groenlandia.

Starmag.it – Luigi Ricci – (21 giugno 2026) – Redazione – ci dice:

 

Gli attacchi del presidente americano ai leader europei e a Leone XIV non sono scatti d’umore.

 Sono la stessa logica delle sfere di influenza applicata, di volta in volta, a chi pretende un’autorità superiore a quella della forza.

 L'analisi di Luigi Ricci, analista e autore di "Vaticano Zero Day."

 

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Non solo Meloni: la guerra di Trump all’ordine universalista (Europa e Vaticano compresi) da Anchorage alla Groenlandia.

Con Putin, la stretta di mano in Alaska.

A XI, il tappeto rosso di Pechino e la foto di famiglia al Tempio del Cielo. Alla Danimarca, che è un alleato, dazi minacciati per farsi cedere la Groenlandia.

 E nel mezzo, uno dopo l’altro, i leader europei:

il tedesco Merz liquidato come “inefficace”, Macron imitato e deriso nei comizi, Meloni accusata in diretta tv di aver “implorato” una foto.

 Più un Papa.

 In Europa molti hanno cominciato a chiamarlo odio.

Ma l’odio spiega poco, e prevede ancora meno.

Anchorage, Pechino e la Groenlandia, tre vertici solo in apparenza scollegati, sono la chiave per capire cosa c’è davvero sotto.

 

Tre episodi, una sola visione del mondo.

Ad Anchorage, nell’agosto 2025, Trump e Putin si sono seduti per quasi tre ore a discutere del futuro dell’Ucraina.

 Al tavolo non c’erano né gli ucraini né gli europei, e la loro richiesta di esserci è caduta nel vuoto.

Si decideva del destino di una porzione del continente europeo sopra la testa degli europei, ridotti a spettatori di un negoziato sul loro stesso cortile di casa.

La questione groenlandese è il rovescio speculare della stessa medaglia. Trump ha minacciato l’Europa di dazi se non si troverà un’intesa sull’isola danese, e dopo un colloquio con il segretario generale della NATO Mark Rutte ha dichiarato che “non si torna indietro”.

 A gennaio ha persino rifiutato un G7 d’emergenza proposto da Emmanuel Macron, motivandolo con l’idea che la leadership del francese fosse ormai al tramonto.

 

E poi Pechino, lo scorso maggio.

 Steso il tappeto rosso da Jinping, Trump è ripartito parlando di “accordi fantastici”, foto di famiglia al Tempio del Cielo comprese, e con il rivale sistemico per eccellenza ha esibito la cordialità dell’incontro tra pari. Verso l’avversario dichiarato, l’abbraccio.

Verso gli alleati, il negoziato sopra la testa e la minaccia sul territorio.

 

È sempre la stessa logica.

A Pechino Trump tratta il rivale come un pari da corteggiare.

Ad Anchorage e sulla Groenlandia tratta l’alleato come terreno da spartire:

il continente europeo negoziato senza gli europei, il territorio di un alleato trattato come una cosa acquistabile.

 

In tutti i casi l’Europa non è un interlocutore.

È un oggetto.

 Ed è questo il filo che tiene insieme tutto il resto.

 

A dare ragione a questa lettura, paradossalmente, è stata la diretta interessata.

Rispondendo in un video all’accusa di aver “implorato” una foto, il 19 giugno Giorgia Meloni ha rimproverato a Trump di mostrarsi molto più accondiscendente con i nemici dell’Occidente che con gli alleati storici, prima di chiudere con una frase netta: “io e l’Italia non imploriamo mai”.

 Non è orgoglio ferito, è la descrizione esatta dell’asimmetria: l’avversario corteggiato, l’alleato trattato a pesci in faccia.

 

Il concerto degli uomini forti.

Trump sta riportando in scena un mondo di sfere di influenza e di concerto tra grandi potenze, dove la sovranità appartiene al più forte e le nazioni minori sono merce di scambio.

 È una grammatica ottocentesca travestita da pragmatismo.

Più che all’ordine multilaterale nato nel 1945, richiama il Concerto d’Europa uscito dal Congresso di Vienna e, per certi versi, la logica di Yalta:

le grandi potenze decidono, gli altri si adeguano.

In quella grammatica conta chi gli somiglia, l’uomo forte, e non a caso il linguaggio cambia radicalmente a seconda dell’interlocutore.

 

A Recep Tayyip Erdogan, definito “una persona forte” e “un ottimo alleato”, Trump rivendica un rapporto “che nessun altro ha”.

A Narendra Modi, dopo mesi di gelo e dazi al 50 per cento, è bastato cedere sul petrolio russo per trasformarsi in “uno dei miei più grandi amici”.

 Con Putin e con XI, dopo la stagione della guerra dei dazi, la rotta del 2026 è la distensione.

 

Agli alleati liberaldemocratici europei, invece, è riservato il disprezzo.

 Il cancelliere tedesco Friedrich Merz è stato bollato come “totalmente inefficace”, seguito dal taglio di cinquemila soldati americani in Germania e da nuovi dazi sull’auto.

La Francia è diventata, all’arrivo di Trump al G7, un paese “da terzo mondo”.

E Giorgia Meloni, un tempo alleata prediletta, si è vista raccontare da un giornalista di La7 di aver “implorato” una foto con il presidente, ricostruzione che la premier ha definito completamente inventata.

 

La differenza non sta in chi crea attrito con Trump, ma in cosa Trump ottiene in cambio.

 Dai forti, una transazione che si chiude con un abbraccio.

Dai liberaldemocratici, nulla che lui consideri una resa, e dunque sprezzo.

 L’umiliazione personale, l’imitazione dell’accento di Macron nei comizi, la foto “implorata”, non è un eccesso caratteriale.

 È un rituale di dominanza, lo strumento che si applica a chi è stato classificato come subordinato ma osa fare la lezione.

 Ed è anche, va detto, carburante per il consumo interno:

la base che lo sostiene ama vedere il proprio presidente che umilia le élite globaliste, e ogni sfottò a Macron o a Meloni vale come messaggio elettorale a Washington prima ancora che come gesto diplomatico.

 

La controprova arriva in questi giorni da un alleato che europeo non è. Per settimane Trump ha trattato con inusitata durezza Benjamin Netanyahu, colpevole di mettere a rischio, con l’escalation in Libano, l’intesa con l’Iran, cioè il suo deal.

 Lo ha apostrofato con parole pesantissime, lo ha avvertito che si sarebbe “isolato”, al G7 ha detto di non essere “contento” della gestione di Hezbollah e di pretendere da lui “un tocco più morbido”.

Eppure, appena Netanyahu ha frenato, il 19 giugno è tornato a celebrarlo come “premier guerriero”, rivendicando un “ottimo rapporto” con Israele.

È il copione già visto con Modi e con Erdogan:

l’attrito con il forte è sempre reversibile, si scioglie nell’abbraccio non appena l’altro cede.

Con Meloni, colpevole di aver difeso il Papa e l’autonomia europea, l’umiliazione non si ricompone.

Una frizione è negoziabile, l’altra no.

 

Perché il Papa è il bersaglio più sferzante.

Qui entra il secondo vertice del triangolo, ed è quello decisivo.

L’Europa, in fondo, la si può tariffare, marginalizzare, comprare a pezzi. La Chiesa di Leone XIV no.

Eppure, le due condividono un tratto che raramente si osserva insieme: entrambe pretendono che esistano principi superiori alla pura forza, e proprio per questo rappresentano, ciascuna a suo modo, un limite alla politica delle sole sfere di influenza.

Il pontefice ha condannato la guerra all’Iran come fuori dal diritto internazionale, difende i migranti, parla un linguaggio universalista che giudica il potere su norme trascendenti.

 È esattamente la postura che Trump etichetta come “debole” e “politicamente corretta”.

Ma soprattutto è l’unica autorità che sfugge per definizione alla logica del deal.

Non ha eserciti, non ha un’economia da colpire, e nonostante questo delegittima alla radice il modello del concerto degli uomini forti.

 

Per un potere che misura ogni cosa in termini di dominanza e di scambio, un’autorità morale non negoziabile è l’ostacolo più insopportabile, perché non si lascia ridurre a partita.

 L’attrito con Palazzo Chigi nasce proprio lì:

la premier ha rotto con Trump anche per averlo ripreso per lo scontro con il Papa.

 Difendere Leone XIV significava, agli occhi della Casa Bianca, schierarsi a favore di un modello di relazioni fondato su principi universalisti, in tensione con la logica transazionale dell’amministrazione.

 

La funzione, non l’odio.

Resta una cautela metodologica, che è poi il vero punto.

 Chiamare “odio” la causa di tutto questo ci fa perdere il bersaglio.

 Parte di questa ostilità è fredda strategia, non affettività.

Umiliare gli establishment europei serve a staccarne i movimenti sovranisti, da Vannacci in giù, dal loro stesso campo nazionale, e a costruire un’internazionale dei forti che scavalca i governi in carica.

 

Il disprezzo, in altre parole, non è un sentimento, è un dispositivo.

 È lo strumento con cui si erode l’ordine universalista del dopoguerra, di cui l’Europa liberale e la Chiesa universale restano i due grandi portatori istituzionali.

E va riconosciuto un punto scomodo:

 l’Europa fa molto per farsi trattare da oggetto.

La frammentazione, l’indecisione, le divisioni tra Berlino e Parigi sulle garanzie a Kyiv o sulla risposta ai dazi offrono a Trump il fianco perfetto su cui affondare il colpo.

Litigano persino su chi debba andare a parlare con Putin.

Un continente che parla con venti voci si candida da solo al ruolo di comparsa.

 

Anchorage, Pechino e la Groenlandia non sono incidenti.

 Sono la dimostrazione che per questa Casa Bianca esistono soggetti che contano e oggetti che si spartiscono.

La domanda decisiva, allora, non è perché Europa e Vaticano vengano attaccati.

È se possiedano ancora abbastanza peso politico, culturale e morale per restare soggetti della storia, invece che oggetti negoziati da altri.

 

Soggetti, non oggetti: la postura da scegliere.

Per la Chiesa la risposta sta nella sua stessa natura: può contare su una resistenza che si misura in secoli, e parte della sua forza sta proprio nel non avere eserciti.

Per l’Europa la strada è opposta, e più scomoda.

 In un mondo che torna a rispettare solo la forza, difendere un ordine fondato su principi superiori alla forza impone, paradossalmente, di dotarsi di forza.

Non basta avere ragione, bisogna avere peso.

Sul piano dei singoli Stati, la prima lezione viene dalla parabola di Meloni:

la rincorsa al ruolo di alleato prediletto non compra nulla di duraturo, e il prediletto finisce umiliato come gli altri.

 La visita di Stato offerta da Stormer, il “dandy” di Rutte, l’allineamento iniziale della premier italiana hanno comprato una posizione subordinata, non un posto al tavolo.

 La postura individuale efficace è un’altra:

dignità senza rotture teatrali, reciprocità invece di supplica, e soprattutto qualcosa da mettere sul piatto.

Solo chi investe in capacità nazionali, industriali e militari, arriva al negoziato con una leva, non con una richiesta.

 

Sul piano collettivo, l’Europa ha già un terreno su cui è una grande potenza, e lo dimentica di continuo:

 il mercato unico, quasi mezzo miliardo di consumatori, il peso regolatorio e commerciale.

 È l’unico linguaggio che Trump rispetta davvero, quello del deal, e sui dazi un’Europa che negozia unita tratta da pari, mentre frammentata subisce.

La reciprocità commerciale è la sua arma più immediata, a patto di impugnarla compatta e non in ordine sparso.

Sul fronte della difesa, l’autonomia non è un’utopia, è un cantiere già aperto:

 la spesa militare europea è cresciuta del 60 per cento tra il 2020 e il 2025, e piani come Readiness 2030 mettono in campo fino a 800 miliardi, con il meccanismo SAFE per gli acquisti congiunti.

Il problema non sono i soldi, è la dispersione.

 L’Agenzia europea per la difesa stima 25 miliardi l’anno bruciati in duplicazioni, e a fronte di una spesa pari a un terzo di quella americana l’Europa schiera circa un decimo delle capacità.

Acquisti comuni, interoperabilità, una base industriale integrata, anche con l’innovazione bellica ucraina maturata sul campo, sono la differenza tra spendere e contare.

 

Resta l’ostacolo politico:

la regola dell’unanimità trasforma la difesa comune in una promessa paralizzata.

 La via d’uscita è la coalizione dei volenterosi, un nucleo di Stati che procede senza aspettare il più lento, allargato ai partner non comunitari come Londra e, dove serve, Ankara.

Un banco di prova immediato c’è già, ed è proprio la Groenlandia:

se la coercizione sul territorio sovrano di uno Stato membro non fa scattare una risposta collettiva, la clausola di mutua difesa europea è carta straccia.

La scelta, in fondo, è secca.

O l’Europa accetta di essere ancora una volta il continente di cui altri si spartiscono le sponde, esattamente come nell’Ottocento, oppure decide di diventare abbastanza forte da imporre che i suoi principi vengano ascoltati.

 Perché in un concerto di potenze le prediche non contano.

 Contano solo i pesi.

 

 

 

 

 

Europa, sfida economica con USA e Cina: il dibattito degli

eurodeputati a The Ring.

It.euronews.com - Stefan Grome – (19/06/2026) – Redazione – ci dice:

 

Dall’intelligenza artificiale ai minerali rari, dai dazi di Trump alle esportazioni a basso costo della Cina:

in questa edizione gli eurodeputati Jürgen Wilburn (PPE) e Lina Gálvez (S&D) discutono delle sfide economiche globali che ci attendono e che riguardano tutti in Europa.

L'Unione europea ama presentarsi come una superpotenza economica: un mercato di 450 milioni di consumatori, sede di alcune delle maggiori imprese al mondo e il più grande blocco commerciale del pianeta.

Ma in un'economia globale sempre più competitiva, l'Europa deve confrontarsi con domande scomode su quanto riesca a tenere il passo di rivali come Stati Uniti e Cina.

La crescita nell'Ue resta debole, interi settori industriali sono sotto pressione e le imprese denunciano l'alto costo dell'energia, un'eccessiva regolamentazione e la mancanza di investimenti.

Allo stesso tempo, Washington investe miliardi nei settori strategici, mentre Pechino continua a utilizzare la forza economica sostenuta dallo Stato per dominare i settori chiave del futuro.

 

L'Ue è quindi in grado di reinventare la propria economia per una nuova era di competizione globale?

 La risposta passa da un'integrazione più profonda, oppure l'Europa ha bisogno di meno regole e di una maggiore propensione al rischio?

E il blocco può restare un peso massimo dell'economia mondiale conciliando obiettivi climatici, tutele sociali e autonomia strategica?

Queste domande sono al centro di questa puntata di The Ring, dal Parlamento europeo a Strasburgo, con la socialista spagnola Lina Gálvez e lo svedese del Ppe Jürgen Wilburn.

La sfida per l'Europa non è solo economica, è quasi una questione di tutto o niente.

Dall'intelligenza artificiale alle tecnologie pulite, dalla produzione di difesa alle materie prime critiche, il continente è in ritardo.

A Bruxelles c'è il timore che, senza riforme coraggiose, l'Europa rischi di trovarsi schiacciata tra l'America di Trump e una Cina sempre più assertiva.

 

"Se l'Europa vuole competere con gli Stati Uniti o con la Cina, dobbiamo avanzare nell'integrazione dell'Unione.

La risposta non è deregolamentare, ma integrare", ha dichiarato Lina Gálvez.

"Completando il mercato unico, realizzando finalmente una vera unione dei mercati dei capitali e investendo collettivamente nelle tecnologie che risolveranno le sfide che abbiamo davanti.

 È così che l'Europa può competere, senza sacrificare il modello sociale né gli obiettivi climatici".

 

Il suo interlocutore, Jürgen Arbon, non è d'accordo e chiede più deregolamentazione, ovvero "tagliare la burocrazia che grava sulle imprese", come lui stesso la definisce.

"L'Europa resterà un peso massimo globale solo se saprà reinventare la propria economia, alleggerendo l'onere normativo che frena le nostre imprese, garantendo un'energia accessibile e affidabile, compresa quella nucleare, aprendo nuovi mercati con più libero scambio e mettendo la competitività al centro di ogni decisione", ha affermato.

 

The Ring è condotto da Stefan Grome, prodotto da Luis ALBERTO Altaresi e Ammaia Echevarria e montato da Vassilis Gleno.

 

 

 

Crisi d’identità e opportunità

strategica. Quale futuro

per l’Europa.

Formiche.net - Vas Shena – (21-06 -2026) – Redazione – ci dice:

 

Mentre il sistema internazionale entra in una nuova fase di competizione tra potenze, autocrazie e grandi attori tecnologici, l’Europa si confronta con i propri limiti strutturali ma anche con un’opportunità storica.

 La trasformazione innescata dall’intelligenza artificiale e il progressivo ridimensionamento della leadership americana potrebbero spingere l’Unione Europea a completare il percorso verso una maggiore integrazione strategica, industriale e politica.

 

“Siamo in una nuova era degli imperi e questa volta siamo noi le colonie”, ha dichiarato uno dei leader dell’opposizione italiana Carlo Calenda, commentando il momento geopolitico che stiamo vivendo.

 “C’è un grande interesse da parte degli Stati Uniti, della Cina e della Russia a vedere l’Unione Europea disgregata, perché commercialmente ciascuno dei suoi Stati sarebbe una preda molto più facile”, ha osservato.

 

Parlando al FII Priorità Europe 2026 di Roma, il Primo Ministro albanese “Eddi Rama” ha invece offerto una prospettiva molto diversa.

“Parlo dell’Europa da europeo convinto, perché considero l’Unione Europea la più bella, sorprendente e coraggiosa creazione politica dell’umanità”, ha affermato.

Secondo Rama, l’Unione Europea rimane “il progetto politico più straordinario mai creato” e conserva ancora un enorme potenziale, nonostante i suoi problemi di competitività, capacità decisionale e frammentazione interna.

Queste due visioni contrapposte racchiudono il dilemma che oggi si trova ad affrontare l’Europa.

Mentre numerosi osservatori geopolitici descrivono l’Unione Europea come un attore ormai irrilevante e avviato verso un declino irreversibile, il mondo che la circonda sta attraversando una trasformazione profonda.

 Il tramonto della Pax Americana, accelerato dal ritiro statunitense dall’Afghanistan durante l’amministrazione Biden, sembra aver acquisito ulteriore slancio dopo il tentativo fallito di cambio di regime in Iran promosso dall’amministrazione Trump.

Paradossalmente, questo dibattito si svolge a Versailles, dove il trattato che pose fine alla Prima Guerra Mondiale contribuì anche a gettare le basi per la Seconda.

 

Che il” Memorandum d’Intesa” di Islamabad tra Stati Uniti e Iran riesca a reggere o sfoci in un nuovo conflitto caotico, una realtà appare sempre più evidente:

 l’egemonia americana sta tramontando e il Presidente degli Stati Uniti ha scelto di abbandonare volontariamente il ruolo di guida del mondo libero.

 Il mondo democratico appare oggi orfano, mentre grandi corporation e autocrazie competono sempre più apertamente per influenza, potere e controllo.

La storia offre un utile parallelo.

La Rivoluzione Industriale accelerò la corsa dell’Europa verso l’India dopo la caduta di Costantinopoli nelle mani degli Ottomani.

Gli Ottomani non resero impossibile il commercio, ma assunsero il controllo delle principali rotte terrestri e dei corridoi commerciali del Mediterraneo orientale che collegavano Europa e India.

Attraverso tassazione, dazi e controllo politico, il commercio divenne più costoso, più regolamentato e meno redditizio.

 Le potenze europee reagirono cercando nuove rotte e nuove opportunità.

La Rivoluzione Industriale intensificò la domanda di materie prime. L’Europa sviluppò straordinarie capacità tecnologiche, ma senza accesso alle risorse non sarebbe stato possibile sostenere la crescita.

Oggi il mondo si trova di fronte a un passaggio storico analogo.

Stiamo entrando nella fase matura della rivoluzione dell’informazione, con l’intelligenza artificiale destinata a trasformare radicalmente il modo in cui l’umanità lavora, governa e interagisce.

 Allo stesso tempo, essa potrebbe infliggere il colpo definitivo all’era dei combustibili fossili che ha sostenuto la civiltà industriale per oltre due secoli.

 

Dal punto di vista geopolitico stiamo assistendo al ritorno di un mondo nel quale le grandi corporation globali dispongono spesso di maggiori informazioni, influenza e capacità tecnologiche rispetto a molti governi. È iniziata una nuova corsa alle risorse, questa volta per minerali critici, semiconduttori avanzati, sicurezza energetica e infrastrutture digitali. Ciò che cotone e minerale di ferro rappresentavano per la Rivoluzione Industriale, oggi lo rappresentano silicio, litio, terre rare e fibre ottiche per la rivoluzione dell’intelligenza.

Eppure, a differenza delle epoche precedenti, la risorsa decisiva potrebbe non essere costituita soltanto dai minerali.

L’era dell’intelligenza artificiale dipenderà in larga misura dal capitale umano.

Ed è qui che emerge una delle principali sfide europee.

 

L’Europa sta invecchiando.

L’età mediana della sua popolazione è di circa 44 anni, contro i 28,8 dell’India e i 41 della Cina.

L’Unione Europea si confronta con una lunga serie di problemi strutturali.

Come ha osservato Rama, “il principale problema dell’Europa è la mancanza della capacità politica di definire una visione comune, prendere decisioni condivise e attuarle rapidamente”.

 

Il continente ha inoltre faticato a trasformare la propria eccellenza scientifica in leadership tecnologica.

 L’Unione Europea conta circa 400 unicorni, contro oltre 1.100 negli Stati Uniti.

 La guerra tra Russia e Ucraina ha riportato il conflitto armato sul continente europeo e imposto decisioni strategiche difficili.

Ha inoltre evidenziato le complessità dell’Europa:

pressioni migratorie, divergenze sui modelli economici, approcci frammentati alla politica estera, strategie di difesa separate e priorità nazionali spesso divergenti.

 

Come ha osservato Pier Roberto Folliero, amministratore delegato di Fincantieri, il più grande costruttore navale europeo, intervenendo al FII Priorità Europe 2026:

 “Costruiamo una fregata tedesca, una francese e una italiana quando i mari e le onde sono esattamente gli stessi”.

Un’osservazione che evidenzia una delle questioni aperte del progetto europeo:

la difficoltà di trasformare il mercato comune in una reale integrazione industriale e strategica.

 

L’Europa soffre di una sorta di crisi adolescenziale della propria identità. Tuttavia, la portata, l’ambizione e la bellezza del progetto politico nato dalle macerie di due guerre mondiali non possono essere sminuite dalle difficoltà che accompagnano la sua realizzazione.

 

L’Unione Europea è stata costruita su una premessa semplice ma rivoluzionaria: fare in modo che le nazioni europee non combattessero mai più una guerra capace di uccidere milioni dei propri cittadini. Già solo per questo, rimane uno degli esperimenti politici più riusciti della storia moderna.

Paradossalmente, le stesse forze tecnologiche che un tempo spinsero le potenze europee alla ricerca di colonie potrebbero oggi costringere l’Europa a una nuova rinascita.

Se l’intelligenza artificiale eliminerà milioni di posti di lavoro e trasformerà radicalmente il mercato del lavoro, il declino demografico europeo potrebbe apparire meno drammatico di quanto sembri oggi.

La carenza di manodopera e l’invecchiamento della popolazione continueranno a rappresentare una sfida, ma l’equazione stessa potrebbe cambiare, poiché l’intelligenza artificiale rivoluzionerà i processi produttivi e renderà obsolete numerose attività di servizio.

 

Tutto questo non elimina la necessità di riforme.

L’Europa deve trovare soluzioni all’immigrazione irregolare e non pianificata.

Deve rafforzare il controllo delle proprie frontiere, sviluppare una strategia economica coerente, garantire energia sostenibile e a prezzi accessibili e imparare a parlare con una voce più unitaria.

 La sfida consiste nel trovare un linguaggio politico comune tra gli Stati membri, ridurre l’inerzia burocratica e reagire più rapidamente quando le circostanze lo richiedono.

 

Eppure, a differenza di molte altre regioni del mondo, l’Europa non deve costruire nuove istituzioni da zero.

 Il lavoro più difficile è già stato fatto.

I sistemi esistono già.

Il continente e i suoi leader possiedono gli strumenti, le competenze e le risorse necessarie per confrontarsi con le autocrazie e negoziare con i nuovi centri di potere economico e tecnologico, purché riescano a trovare una strategia condivisa e una direzione comune.

La rinuncia unilaterale del Presidente Trump al ruolo di poliziotto del mondo potrebbe arrivare proprio nel momento in cui l’Europa ha bisogno di riscoprire la propria autonomia strategica.

Nell’anno che segna il 250° anniversario dell’indipendenza americana, il baricentro del potere globale potrebbe lentamente tornare verso il Vecchio Continente, dove esperienza, infrastrutture e capacità tecnologiche si incontrano con una cultura millenaria, una storia unica e, soprattutto, con il valore della libertà.

L’Europa ha pagato il prezzo della guerra.

 Ne conosce le conseguenze meglio di chiunque altro.

 Questo potrebbe rivelarsi il suo più grande vantaggio strategico in un’epoca sempre più segnata dall’incertezza.

Soprattutto, questo non è un tempo di guerra.

 

 

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