L’UE è peggio di Trump.

 

L’UE è peggio di Trump.

 

Le mattane di Trump,

uno stimolo per cambiare

che l ‘UE sta sprecando.

Economy magazine.it – Sergio Luciano – (22-06-2026) - Redazione – ci dice:

 

E’ deprimente constatare come i leader politici dei governi europei, ma soprattutto i partiti che al momento si aggregano in Europa a sostenere la Commissione Ursula-2, stiano sprecando l’occasione fornitagli da Trump col suo straparlare di cambiare marcia e rifondare ma sul serio metodi e regole dell’Unione.

 

Di fronte agli insulti dell’Energumeno Biondo che – dando quotidianamente ragione con i fatti alle accuse della nipote Mary che lo definisce patologicamente in declino cognitivo – accusano gli Stati europei di ogni nefandezza, quelli che fanno?

Niente.

Si indignano, solidarizzano, e perseverano… nelle loro nefandezze.

 

Ma allora il “Matto-in Chief” ha ragione? Non particolarmente.

 E nella misura in cui ce l’ha, sbaglia a esprimerla nei termini che adotta perché la delegittima trasformando quella che dovrebbe essere una critica impietosa in un vomito d’insulti inascoltabili.

 Ma la ragione ce l’ha l’evidenza.

Le norme che regolano l’Unione sono inapplicabili e insieme pesantissime.

Inapplicabili rispetto al “fare” e pesantissime quanto a fattore frenante.

 

In politica estera, noi europei non siamo stati capaci di creare alcun vero organismo di coordinamento titolare di poteri effettivi:

 l’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza è poco più di un addetto stampa della Presidente Von der Layen.

Sulla Nato la nostra linea è eterogenea, con i tedeschi ultra -guerrafondai probabilmente per tendenza storica, ahinoi, e forse anche perché Merz tenta così di contrastare il passo, in casa sua, ai neonazisti di AFD, ormai accreditati da molti sondaggi di un consenso del 30%.

 I tedeschi hanno sbagliato tutte le scelte sull’energia e sulla manifattura, dandosi in schiavitù alla Cina, sono in crisi economica e reagiscono con protezionismi isteroidi come quello contro l’Italia su Unicredit-Commerzbank.

 

La Gran Bretagna non è Unione Europea, ma in Europa è l’unica nazione con capacità militari attive riconosciute e quindi agli occhi del mondo è pur sempre Europa:

ebbene, la sua situazione politica interna è devastante, Stormer sta per dimettersi e nessuna maggioranza nitida si candida credibilmente a gestire il Paese.

Quindi non fa blocco comune con l’Ue e dove serve come complemento, la difesa, non si sa con chi parlarne.

 

Tutto questo si riverbera sull’inconsistenza della linea Europea nella Nato, denunciata da Trump con più ragione che su tutti gli altri temi.

In Francia, l’imbarazzante controfigura massonica che si chiama Emmanuel Macron, dopo aver sciolto il Parlamento nel giugno del 2024 ha già bruciato tre premier (Barnier, Bayrou, Le Cornè), precipitando il paese nel caos politico più profondo della Quinta Repubblica.

L’81% dei francesi ritiene che la democrazia non funzioni e il 60% chiede le dimissioni di Macron, ma lui le respinge, mentre il deficit francese è previsto al 5,7% nel 2026 (il doppio dell’Italia) e il debito viaggia al 118% del Pil, tanto che i titoli pubblici di Parigi hanno uno spread peggiori dei nostri.

 

In Spagna invece sviluppo ce n’è, ma solo l’8% dei cittadini dichiara di fidarsi del premier Sanchez, anche a causa dell’ormai irreversibile frattura con i catalani.

Il vicepresidente della Bce Luis de Guindo ha citato Madrid come esempio di «fragilità politica» nell’Eurozona.

Moglie e fratello di Sanchez son o inquisiti per corruzione.

E i sondaggi indicano una costante crescita della destra estrema di “Vox”.

 

E cosa dire dell’Italia?

 La nostra crescita è stata portata unicamente dalla spesa dei soldi del PNRR, che per quasi due terzi sono debiti.

Il resto è gracile.

L’export tira per la bravura delle nostre imprese, ma la domanda interna è debole.

Nessuna delle grandi riforme promesse dal governo Meloni per vincere le elezioni è stata attuata:

né la giustizia, né l’autonomia differenziata, né il presidenzialismo, né le pensioni, né il fisco.

Nulla di serio sull’immigrazione, nulla di vero sulla sicurezza, sanità in deperimento, trasporti nella fibrillazione degli scioperi.

La destra che aveva nella propria compattezza interna la risorsa per rappresentare quell’idea di stabilità politica che piace ai mercati, è minata oggi dal fattore Vannacci e la sinistra si mina da sola su una quantità stupefacente di cretinerie.

 

Questa è l’Europa che Trump sbeffeggia.

 E anziché chiedersi come fare per togliergli ragioni di irrisione, i leader s’indignano.

Si compattano per dire “ohibò” e un istante dopo continuano a far nulla anzi, peggio, a fare danni, in balìa come sono della casta burocratica europea, capace solo di dettare norme deliranti, come l’ETS – che oggi, guarda un po’, la Commissione vuole riscrivere.

 

Insomma:

Trump un infortunio della storia, un cafone pazzoide che sta oltretutto scavandosi la fossa perché a sostenerlo ancora sono rimasti solo i fanatici “modello Capitol Hill”.

Ma mentre quest’evidenza scuote gli Stati Uniti, le sue parole pur così volgari e inaccettabili in un contesto di serietà e di correttezza istituzionale, descrivono con poche iperboli quello che è un vero e proprio un disastro politico, l’Unione Europea.

Un disastro dal quale, peraltro, è impossibile tornare indietro: si potrebbe rifondarla ma appunto:

chi potrebbe farlo, di queste quattro amebe al potere?

 

 

 

Così lontana così presente.

Riflessioni sull’Europa

nella capitale di Trump.

Affarinternazionali.it - Riccardo Alcano – (23 Aprile 2026) – Redazione – ci dice:

 

Analisi Europa – USA.

Pochi giorni a Washington non possono che servire a farsi un’idea di massima dello stato del dibattito di politica estera e in particolare delle relazioni con l’Europa.

 Eppure una serie di incontri con funzionari della “Delegazione Ue” presso gli Stati Uniti e l’ambasciata italiana, nonché con esperti di think tank con diverso orientamento di politica estera come il “Center for American Progress” (di dichiarata vocazione progressista), l’”Atlantic Council” e il “German Marshall Fund” (campioni della tradizione atlantista degli Stati Uniti), la Booking Institution (bastione dell’internazionalismo e, incidentalmente, per un periodo datore di lavoro di chi scrive) e il “Quincy Institute for Responsible State kraft” (nato pochi anni fa con la missione di dare maggiore voce ai “restringer”, gli scettici dell’interventismo globale Usa) hanno fornito spunti che arricchiscono le riflessioni di chi studia la politica estera dalla distante e provinciale Italia.

 

L’Europa lontana.

Una prima impressione è che l’Europa sia allo stesso tempo lontana e presente nel lavoro quotidiano di chi si occupa di relazioni internazionali a Washington – e anche oltre, come vedremo.

 

L’Europa è lontana perché chiaramente è sempre meno una priorità strategica.

Al di là delle ben note idiosincrasie dell’amministrazione Trump nei confronti del Vecchio Continente – che in certi ambienti (anche molto in alto) sfociano in aperta ostilità –, l’allentamento dei legami transatlantici nella mente di politici ed esperti americani sembra difficilmente contestabile, anche se molti (soprattutto tra gli esperti) se ne lamentano.

 

Il punto non è tanto che non si riconosca il potenziale strategico di un rilancio del legame transatlantico;

 è che si hanno poche idee su come farlo e ancor meno volontà di investirvi.

 I quadri del governo, quelli che al Dipartimento di Stato, al Pentagono e in altre agenzie governative con una dimensione esterna gestiscono il “day by day” della politica estera e di difesa Usa, continuano a essere inseriti in meccanismi istituzionalizzati di comunicazione, coordinamento e cooperazione transatlantica.

Ma anche a questo livello arriva, dietro le quinte, la raccomandazione agli europei di investire sì nel mantenimento e potenziale rilancio della relazione con gli Usa, ma anche di costruirsi alternative qualora l’ostilità dall’alto dovesse gradualmente permeare tutta la macchina del governo.

“Seguite il Canada”, è il consiglio spassionato, ovvero costruitevi modalità di maggiore resilienza e autonomia come polizza assicurativa.

 

Per il momento, le cose non sono così terribili come sembrerebbe se ci si fermasse ai periodici ma ricorrenti insulti di Trump.

Ma nemmeno sono incoraggianti.

L’amministrazione vuole che l’Ue dia alle compagnie americane la possibilità di beneficiare dei maggiori investimenti europei in difesa, senza però offrire reciprocità;

insiste sul gas naturale liquefatto Usa come fonte sicura (anche se cara) di approvvigionamento per gli europei;

e accusa l’Ue di discriminare contro le aziende high tech americane, surrettiziamente argomentando che la regolamentazione – e non l’assenza di investimenti e il mancato completamento del mercato dei capitali Ue – sia la ragione del ritardo tecnologico europeo.

 

Sull’Ucraina, il silenzio è assordante.

Non che la macchina del governo o i think tank non se ne interessino — al contrario.

Ma i processi decisionali tradizionali, che si basavano su scambi inter-agenzia poi filtrati fino al vertice politico, sono fermi.

I dossier più importanti sono gestiti dal presidente e da pochi altri che vi hanno accesso e l’Ucraina chiaramente non è una priorità.

La “Sottocommissione per l’Europa” della Camera dei Rappresentanti, per fare un esempio, non ha avuto una singola audizione in merito per un anno e mezzo.

 

Un discorso simile vale per l’Iran, che pure cattura l’attenzione del presidente molto di più (e almeno la “Commissione Relazioni Estere della Camera” ha ospitato membri del gabinetto in due occasioni, a porte chiuse, dopo l’inizio della guerra).

Il tema è dibattuto ampiamente nell’establishment di politica estera Usa, ma i canali di comunicazione col vertice politico sono al limite dell’inesistente.

 L’incertezza di noi europei sulle scelte del presidente è insomma un’esperienza comune a molti anche a Washington, nonostante la prossimità fisica e istituzionale.

 

Le diplomazie europee, quella italiana compresa, si affidano a rapporti personali per ottenere informazioni e trasmettere messaggi.

 La buona notizia è che gli europei sembrano abbastanza allineati su alcuni messaggi chiave in merito, tutti indirizzati verso una spinta a concludere la guerra una volta per tutte:

 che sono disponibili a contribuire al processo di stabilizzazione post-conflitto del Golfo come testimonianza di responsabilità;

che la questione della fiducia è cruciale perché si possa cooperare con gli Usa, che non possono semplicemente aspettarsi che gli europei soddisfino i loro desiderata in assenza di coinvolgimento;

che sono molto preoccupati per la sostenibilità del modello di sviluppo dei paesi arabi dell’area;

che i costi non sono solo un problema per le loro economie ma per le relazioni degli Usa con paesi del mondo la cui collaborazione è necessaria per gestire i rapporti con la Cina;

 e che la Cina, appunto, sta beneficiando anche del consumo nel Golfo di risorse Usa, la cui performance ha mostrato vulnerabilità militari di cui Pechino farà tesoro.

 

Difficile che la decisione di Trump di estendere indefinitamente la tregua rifletta sensibilità europee – al contrario, il presidente sembrerebbe pronto a disinteressarsi delle sorti dello “Stretto di Hormuz” e lasciare la patata bollente a paesi della regione, agli europei e agli asiatici.

Ma almeno da parte europea non c’è passivo silenzio.

 

L’Europa presente.

Del resto, e questa è una seconda importante impressione, l’indifferenza verso gli europei da parte del presidente non è condivisa da molti.

 Anti-intuitivamente, la “Delegazione Ue” gode di ampio accesso a questa amministrazione, e anzi viene ricercata di continuo anche da esponenti del gabinetto, sebbene non su questioni di sicurezza e high politica.

Ma su economia, commercio, tecnologia, energia, catene del valore, l’Ue viene riconosciuta come un attore influente, ben lontano quindi dalla caricatura di innaturale e flebile mostro sovranazionale a cui spesso la retorica dell’amministrazione la riduce.

E non è solo l’amministrazione a guardare all’Ue.

Le autorità statali sono interessate alle prospettive di investimento e – sorpresa – anche all’esperienza europea di regolamentazione delle piattaforme digitali, non tanto (o non solo) sul fronte dell’antitrust ma soprattutto sulle garanzie di protezione dei minori, un tema a cui i Repubblicani sono altrettanto interessati quanto i Democratici, se non di più. Insomma, lontana sì, ma anche presente.

 

La tensione fra queste due dimensioni di lontananza e presenza è ravvisabile anche se si guarda oltre l’esperienza “anti-europea” dell’amministrazione Trump, che viene spesso ricondotta a un fatto personale del presidente e dei suoi sodali.

 Passerà, si dice.

 Dopotutto non dovrebbe essere difficile riproporre l’argomento che gli europei sono amici e che collaborare con loro sul fronte economico e militare è un normale esercizio di buon senso strategico.

 Delle conseguenze sulla fiducia degli europei negli Usa post-Trump però c’è consapevolezza limitata al di là degli esperti che si occupano di queste cose per lavoro.

 

Gli stessi Democratici non hanno affatto le idee chiare.

Di certo sono ben predisposti verso gli europei ma, al di là della sempre più ridotta schiera di atlantisti alla Joel Biden, le nuove generazioni di sinistra non sembrano avere una visione strategica della relazione transatlantica – anzi, non sembrano proprio avere una visione condivisa di una “grande strategia” Usa nel mondo post-unipolare in cui gli ultimi anni ci hanno sprofondato.

Le priorità restano interne: costo della vita, sanità, affitti e mutui, istruzione.

Che gli Usa siano la più grande potenza del mondo e che questo imponga una definizione di priorità strategiche internazionali, anche se non si fa campagna elettorale su quei temi, sembra una questione rimandata alle primarie o, peggio, a dopo un’eventuale riconquista della Casa Bianca nel 2028.

 

Infine, una parola sull’Italia.

 Della rottura Trump-Meloni non si è fatto un gran parlare, un po’ perché l’Italia ha un peso specifico ridotto, un po’ perché l’aspettativa è che prima o poi rientri, visto che a Trump comunque conviene avere una voce di sostegno come quella della nostra premier in Europa.

Gli italiani sicuramente ci contano, ma ammettono di non poterne essere sicuri vista la suscettibilità del presidente, che si è sentito tradito da Meloni.

Le aspettative su cosa potrebbe succedere se l’irritazione presidenziale dovesse persistere non sono comunque eccessivamente preoccupanti. L’Italia potrebbe perdere quel po’ di accesso privilegiato di cui ha goduto finora, mentre ritorsioni più sostanziali sono considerate improbabili.

 Ciò detto, nessuno ne può essere sicuro.

A Washington come altrove, l’incertezza regna sovrana sotto Trump.

(Riccardo Alcano).

 

 

 

 

 

Quasi metà degli europei vede

Trump come un “nemico dell’Europa.”

Eurofocus.adnkronos.com – Redazione – (10 dicembre 2025) – ci dice:

L'Europa vive nel timore della guerra e si sente impreparata: il 69% dubita della difesa nazionale.

Il 48% degli europei percepisce il presidente statunitense Donald Trump come un nemico dell’Europa.

 Un’altrettanta metà (il 51%) giudica come “elevato” il rischio di una guerra aperta con la Russia nei prossimi anni.

 Quasi sette su dieci (il 69%) ritengono che il proprio Paese non sarebbe in grado di difendersi militarmente di fronte a un’aggressione russa.

 È questo quando emerge dall’ultima indagine di “Euro bazooka,” condotta da Cluster 17 per “Le Grand Continente”, la quale svela un continente profondamente consapevole delle proprie vulnerabilità in un momento storico di grande tensione.

 

L’indagine, realizzata tra il 22 e il 28 novembre su un campione di 9.553 persone in nove Paesi europei, dipinge un quadro di grande ansia geopolitica, affiancata da profonde fratture sociali interne.

L’attaccamento all’Ue resiste, ma la Francia è l’”anello debole.”

Nonostante le molteplici minacce esterne, l’appartenenza all’Unione europea rimane un pilastro saldo:

il 74% degli intervistati desidera che il proprio Paese resti nel blocco dei 27 Stati membri, contro un 19% che preferirebbe uscirne.

Tuttavia, la solidità di questo legame varia significativamente da Paese a Paese.

La Francia, ad esempio, è lo Stato in cui il desiderio di appartenenza è il più debole.

Qui, oltre un quarto della popolazione (il 27%) vorrebbe uscire dall’Ue, e l’Italia si distingue per essere l’unico paese tra quelli fondatori ad avere un rapporto sulla moneta unica più diviso (50% favorevoli al mantenimento dell’euro contro il 48% che preferirebbe una moneta nazionale).

La percezione diffusa che la Brexit sia stata un fallimento (il 63% degli intervistati lo giudica negativo per il Regno Unito) serve da deterrente, ma non dissuade completamente, lasciando spazi a un potenziale euroscetticismo in nazioni come Polonia, Croazia e Francia.

 

Il ritorno della guerra e il dubbio militare.

Il ritorno della guerra come orizzonte plausibile è una delle principali preoccupazioni del continente.

 La Russia è considerata la minaccia statale più preoccupante nell’opinione pubblica europea, con il 51% degli europei che giudica il rischio di un conflitto aperto come “elevato”.

 Questa paura è particolarmente accentuata in Polonia, Paese di confine, dove la percentuale sale al 77%.

Tuttavia, il sentimento di insicurezza non si limita al fronte orientale.

La minaccia più immediata percepita dagli europei è il terrorismo, giudicato a rischio “elevato” dal 63% dei rispondenti, superando la preoccupazione per la Russia.

 La Francia, in particolare, si distingue con un livello di allarme eccezionalmente alto:

l’86% ritiene elevato il rischio di guerra aperta con organizzazioni terroristiche.

 

Questa paura si scontra con una profonda sfiducia nelle capacità militari nazionali.

Il 69% degli europei non crede che il proprio Paese sarebbe in grado di difendersi da un’aggressione russa.

 Paesi come Portogallo, Italia e Belgio vedono questa percentuale superare l’80%.

 Perfino in Francia la maggioranza rimane contraria (51%) a questa capacità.

Questa combinazione di pericolo e debolezza nazionale percepiti crea un “fallimento strategico centrale”.

 

La richiesta di autonomia strategica.

Di fronte alle crescenti rivalità tra potenze, gli europei rifiutano di essere costretti a scegliere un campo:

 il 55% considera preferibile mantenere la stessa distanza da Stati Uniti e Cina.

In totale, il 71% degli intervistati sostiene una posizione di autonomia o di non allineamento, contrapposto al 20% che vorrebbe un allineamento prioritario con gli Stati Uniti contro la Cina.

Questa volontà di autonomia si manifesta chiaramente anche nel giudizio sugli Stati Uniti.

L’indagine rileva un netto deterioramento dell’immagine di Donald Trump, percepito come un “nemico dell’Europa” dalla quasi maggioranza degli intervistati (48%).

Nonostante questo giudizio duro sul leader, gli europei non cercano una rottura strategica con Washington.

Al contrario, quando viene chiesto quale atteggiamento l’Ue dovrebbe adottare nei confronti del governo statunitense, prevale l’opzione del compromesso (48%), mentre solo il 33% opta per l’opposizione.

Gli europei sembrano distinguere l’uomo dalla potenza, prendendo le distanze dal “trumpismo” ma mantenendo la relazione transatlantica come un imperativo strategico, soprattutto in considerazione della minaccia russa e della debolezza militare percepita.

 

Le fratture interne: immigrazione e antisemitismo.

Il barometro evidenzia che l’Europa è attraversata anche da profonde tensioni interne.

La questione migratoria è una delle principali fratture:

 il 46% degli europei la percepisce come una minaccia per la coesione nazionale, contro il 33% che la vede come una necessità per compensare l’invecchiamento demografico.

Mentre nei paesi del Nord e dell’Est la percezione di minaccia è dominante (61% in Polonia, 60% in Belgio), i Paesi del Sud come Spagna, Portogallo e Italia tendono a vedere l’immigrazione maggiormente come una necessità.

 

A questa frattura si aggiunge un forte allarme sull’antisemitismo: il 61% degli europei ritiene che l’antisemitismo sia in aumento nel proprio Paese. Questa percezione è particolarmente elevata in Europa occidentale, con la Francia in testa (73%).

Infine, la questione relativa alla crisi climatica non è consensuale, con il 43% dei rispondenti che si dichiara d’accordo sul fatto che il cambiamento climatico sia “esagerato o strumentalizzato.”

 

Il pilastro della civiltà come forza nazionale.

Nonostante l’accumulo di ansie e divisioni, l’indagine si conclude con una nota su ciò che gli europei considerano i punti di forza dei loro Paesi.

Essi non definiscono la loro nazione principalmente attraverso la performance economica (citata solo dal 12% in media) o l’innovazione, ma attraverso risorse di civiltà, storia e qualità della vita.

 A livello continentale, la cultura e il patrimonio storico (42%) e i paesaggi/natura (39%) sono i punti di forza più citati.

 Il sistema sanitario (21%) e la qualità della vita (27%) emergono come pilastri della fierezza nazionale, sottolineando come l’identità europea sia profondamente legata alla storia, al territorio e al benessere quotidiano, elementi che gli europei sentono oggi esposti alle crescenti vulnerabilità.

 

 

 

Leader Ue chiedono rispetto

da parte di Trump, von der Leyen:

"Ue sia più indipendente da Usa".

Euronews.com – (23/01/2026) - Jorge Liborio – Redazione – ci dice:

 

Lo stato di crisi delle relazioni Ue-Usa è stato al centro del vertice straordinario di giovedì a Bruxelles, dove i leader europei hanno chiesto rispetto a Donald Trump dopo le minacce di dazi punitivi.

I leader dell'Unione europea hanno chiesto rispetto da parte di Donald Trump dopo che il presidente degli Stati Uniti ha portato l'alleanza transatlantica sull'orlo del collasso con la sua minaccia di acquisire la Groenlandia attraverso l'uso di dazi punitivi.

Mercoledì Trump ha improvvisamente fatto marcia indietro, optando invece per un accordo a lungo termine sulla sicurezza dell'Artico mediato dal segretario generale della Nato Mark Rutte.

"Crediamo che le relazioni tra partner e alleati debbano essere gestite in modo cordiale e rispettoso", ha dichiarato Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo, al termine del vertice straordinario a Bruxelles giovedì sera.

"L'Unione europea continuerà a difendere i suoi interessi e difenderà sé stessa, i suoi Stati membri, i suoi cittadini e le sue imprese da qualsiasi forma di coercizione. Ha il potere e gli strumenti per farlo e lo farà se e quando sarà necessario".

 

Al suo fianco, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha dichiarato che il blocco ha avuto "successo" nel respingere le rivendicazioni territoriali di Trump "essendo fermo, non provocatorio e soprattutto molto unito".

Von der Leyen ha poi invitato l'Ue a rafforzare il suo "potere economico", a diversificare le sue catene di approvvigionamento e a diventare più indipendente dagli Stati Uniti.

"Questo non accadrà da un giorno all'altro", ha detto. "È un lavoro duro".

 

Prima dell'inversione di rotta di Trump, la Commissione aveva iniziato i preparativi per rispondere a Washington nel caso in cui la minaccia dei dazi si fosse concretizzata.

Tra le opzioni ventilate c'era l'attivazione, per la prima volta, dello Strumento Anti-Coercizione, che concede un'ampia autorità per colpire contemporaneamente più settori dell'economia, come i servizi, i flussi di investimenti, gli appalti pubblici e la proprietà intellettuale.

 

"Lo stile di vita europeo è diverso da quello americano. Noi rispettiamo lo stile di vita americano. Ma dal nostro punto di vista, è molto importante preservare e mantenere il nostro partenariato transatlantico", ha detto Costa.

"Non reagiamo ogni giorno a qualsiasi tipo di comunicazione sui social media. Abbiamo una visione chiara delle nostre relazioni. Stiamo rispettando i nostri principi fondamentali", ha aggiunto.

 

I leader dell'Ue si sono riuniti a Bruxelles. European Union, 2025.

Il vertice informale di giovedì è stato caratterizzato da un sospiro di sollievo da parte dei leader, che temevano che l'avvio di un confronto con Washington avrebbe potuto provocare un danno economico incalcolabile e far deragliare gli sforzi congiunti per porre fine alla guerra della Russia contro l'Ucraina.

Nonostante sia stato scongiurato lo scenario peggiore, tra gli europei si è diffuso un palpabile senso di inquietudine e di sospetto dopo la crisi senza precedenti innescata dall'atteggiamento di Trump nei confronti della Groenlandia. I dettagli dell'accordo quadro mediato da Mark Rutte non sono stati resi noti, alimentando i dubbi che lo scontro sull'isola artica possa non essere ancora finito.

"Rimaniamo estremamente vigili e pronti a utilizzare i nostri strumenti in caso di ulteriori minacce", ha dichiarato il presidente francese Emmanuel Macron, che aveva pubblicamente chiesto l'attivazione dello Strumento Anti-Coercizione come risposta collettiva.

 

(Nato: nessuna missione decisa in Groenlandia, pianificazione ancora ferma).

(Consiglio europeo: i leader discutono di dazi, Groenlandia e Gaza).

Frederiksen difende la sovranità della Danimarca.

La premier danese Mette Frederiksen, una delle protagoniste della giornata, ha dichiarato che il suo Paese è disposto a discutere con la Casa Bianca di questioni relative alla Groenlandia, a patto che non venga messa in discussione la sua sovranità, definita una "linea rossa".

 

"Le nostre regole democratiche non possono essere discusse", ha dichiarato Frederiksen al suo arrivo a Bruxelles.

Alla domanda se potesse ancora fidarsi degli Stati Uniti dopo le minacce tariffarie di Trump, la leader danese ha insistito sul fatto che le due parti "devono lavorare insieme con rispetto, senza minacciarsi a vicenda".

Il vertice straordinario di giovedì è stato la coda di cinque giorni di frenetica diplomazia europea per convincere Trump a rinunciare al suo tentativo di conquistare la Groenlandia.

 

Le tensioni alle stelle hanno dominato il “World Economic Forum” di Davos, in Svizzera, dove von der Leyen e Macron hanno promesso di reagire.

La presidente della Banca Centrale Europea Christine Lagarde avrebbe abbandonato una cena privata di alto profilo a Davos dopo che il Segretario al Commercio degli Stati Uniti, Howard Lunik, ha criticato aspramente i risultati economici dell'Europa. Le osservazioni di Lunik sono state accolte dai fischi della sala.

 

 

 

Anche la Russia, Schiaffeggia ed Umilia Giorgia Meloni.

Conoscenzealconfine.it – (23 Giugno 2026) – T.me/in-Telegram – Veritas – Redazione -ci dice:

Con Maria Zakharova, anche l’altro alleato sovranista di Trump, la Russia, schiaffeggia ed umilia quella che ormai è soprannominata “Gi-Giorgia”.

Zakharova: “L’indipendenza non consiste nel dire ‘prima io’ o ‘prima l’Europa’. Consiste nel mettere davvero l’Italia al primo posto quando bisogna decidere su energia, commercio, guerra, pace e rapporti internazionali. Perché la sovranità non si proclama. Si esercita. E quando non la eserciti, prima o poi qualcuno dall’esterno te lo fa notare.”

 

Gi-Giorgia, facendo ridere il mondo, ha dichiarato senza neanche un accenno di sorriso che “L’Italia rimane una nazione sovrana”. Ma dove? Ma quando? In che film lo ha visto?

 

Proprio il governo Meloni sta pedissequamente eseguendo tutti gli “ordini criminali” che provengono da Bruxelles e quindi dai globalisti guidati da Londra.

 

Due esempi su tutti:

cieca e masochistica fedeltà alla “nazista Ucraina” del clown di Kiev e rottura dei rapporti commerciali e diplomatici con Madre Russia, da sempre paese amico ed altamente strategico per la nostra nazione.

 

Washington e Mosca stanno chiedendo a Roma di diventare davvero sovrana abbandonando la governance mondiale, per abbracciare il nuovo mondo multipolare appena nato, dove l’Italia avrebbe un posto di grandissimo rilievo e prestigio.

 

Enrico Mattei e JFK lo volevano già realizzare negli anni ’60. Non a caso, si chiama asse Washington-Roma-Mosca.

 

Gi-Giorgia strilla inutilmente frequenze non udibili da un essere umano, non avendo ancora compreso che ormai sta giocando a tressette col morto.

 Il morto, è il deep state.

 

“La sovranità non si proclama. Si esercita.” – Maria Zakharova.

(t.me/In_Telegram_Veritas).

 

 

 

 

Parole Svuotate, Cervelli Spenti:

il Dibattito Politico Ridotto

a Rumore Morale.

Conoscenzealconfine.it – (22 Giugno 2026) - Alexandro Saletti – Redazione – ci dice:

Dittatore, terrorista, democrazia, campista: parole consumate fino a perdere senso.

Nel dibattito pubblico non spiegano più la realtà, ma servono a evitare il pensiero critico.

 La propaganda moderna governa svuotando il linguaggio.

 

Quando le Parole Muoiono:

Come il Dibattito politico Ha Smesso di Pensare.

Nel dibattito pubblico contemporaneo le parole non descrivono più il mondo ma funzionano come segnali acustici:

servono a richiamare l’attenzione, a indicare chi sta da una parte e chi dall’altra, non a capire cosa sta accadendo.

 

“Fascista” è stata la prima parola totemica di questo processo, si può applicarla a tutto e al contrario di tutto;

 oggi la segue un’intera costellazione di termini a rapido consumo, tra cui “dittatore”, “terrorista” ed è tornata di moda, addirittura, “campista”.

 Il risultato non è una maggiore chiarezza morale, ma un lessico esausto, svuotato di rapporto con i fatti e con la realtà storica.

 

L’uso corrente di queste parole non mira a descrivere sistemi politici, rapporti di forza o responsabilità concrete.

Serve piuttosto a delimitare un recinto simbolico:

da una parte il Bene, dall’altra il Male.

Putin e gli Ayatollah vengono compressi nelle figure dei “dittatori feroci”, Hamas diventa un’entità monolitica ridotta a pura etichetta terroristica, l’Iran assolve comodamente a entrambe le funzioni.

 Israele, invece, resta fuori da questo schema semplificato, collocato in una zona di immunità semantica che lo sottrae a qualsiasi categorizzazione problematica.

Non è analisi geopolitica:

 è un teatrino linguistico, recitato con un tono serissimo e privo di ironia, come se la solennità potesse compensare l’assenza di pensiero.

 

La Democrazia Come Parola-Talismano.

Il caso più istruttivo, e forse più deprimente, è quello della “democrazia”.

Termine evocato come una formula magica, raramente definito, quasi mai discusso.

Nel dibattito mainstream, democrazia coincide con una somma di libertà individuali slegate da qualsiasi riflessione sul potere reale:

a sinistra il diritto all’espressione identitaria, a destra quello all’autodifesa armata.

 Tutto il resto – partecipazione, controllo delle élite, limiti all’esecutivo – scompare sullo sfondo.

 

Così diventa irrilevante ricordare che leader considerati “dittatori” abbiano vinto elezioni, la cui legittimità è oggetto di controversia ma non può essere liquidata per decreto morale.

Allo stesso modo, non sembra disturbare nessuno che il campione globale della democrazia liberale abbia governato spesso per via esecutiva, riducendo il ruolo degli organi rappresentativi.

 La distinzione resta netta, quasi infantile:

 di qua le democrazie, di là i regimi.

Ogni sfumatura è sospetta, ogni complessità è percepita come una minaccia all’ordine del discorso.

 

L’incoerenza emerge in modo ancora più stridente quando si passa dal piano delle definizioni a quello dei corpi.

Regimi definiti teocratici e sanguinari vengono giustamente condannati per la repressione interna;

alleati democratici, responsabili di massacri documentati e rivendicati in diretta, vengono invece assorbiti in una narrazione emergenziale in cui anche i civili diventano, per definizione, obiettivi legittimi.

Non è un problema di doppi standard:

è la dimostrazione che le parole non servono più a giudicare i fatti, ma a proteggerli dal giudizio.

 

“Campista”: l’Ultima Scorciatoia Intellettuale.

In questo panorama si inserisce l’ultima moda linguistica: “campista”. Termine riesumato e diffuso con la velocità di un meme, utilizzato come accusa definitiva contro chiunque provi a ragionare fuori dallo schema binario imposto.

Non importa cosa si dica, né come lo si argomenti:

l’etichetta basta a delegittimare l’interlocutore, risparmiando la fatica del confronto.

 

Il successo di questa parola non sta nella sua precisione concettuale – che è minima – ma nella sua utilità polemica.

 “Campista” funziona come “fascista” o “terrorista”:

un contenitore vuoto in cui infilare tutto ciò che disturba.

 È la vittoria della semplificazione pigra, spesso praticata anche da ambienti che si autodefiniscono radicali o critici, ma che finiscono per riprodurre, con zelo, il linguaggio dell’establishment che pretendono di contestare.

Qui si intravede il punto politico centrale:

la degradazione semantica non è un incidente, ma una tecnica di governo del discorso pubblico.

 La propaganda contemporanea non ha bisogno di mentire apertamente;

 basta logorare le parole, usarle fino a renderle inutilizzabili.

Quando i concetti si svuotano, il pensiero si paralizza.

 E in questo silenzio, mascherato da consenso morale, il potere può finalmente parlare da solo.

(Alexandro Saletti).

(kulturjam.it/costume-e-societa/parole-svuotate-cervelli-spenti-il-dibattito-politico-ridotto-a-rumore-morale/).

 

 

 

L’Attentato con i Droni Contro

Trump e il Coinvolgimento dell’UE:

la Guerra di Bruxelles Contro Trump.

Conoscenzealconfine.it – (21 Giugno 2026) - Cesare Sacchetti – La crunadellago.net – Redazione – ci dice:

 

L’FBI ha scoperto un massiccio piano per uccidere Trump e i presenti alla sua festa attraverso un attacco di droni e cecchini. Il piano è stato vasto, tanto da portare ad un coinvolgimento nell’operazione di governi stranieri.

Il cielo, la scorsa domenica, era terso a Washington, a differenza di quello che falsi bollettini meteorologici diramati per l’occasione dagli organi di stampa volevano far credere.

C’erano quella sera gli amici più cari di Trump, la sua famiglia e i membri della sua amministrazione radunati per festeggiare l’80° compleanno del presidente degli Stati Uniti.

 

Trump era raggiante, sereno, il volto soddisfatto di chi aveva da poco incassato una vittoria storica.

 

La crisi in Iran è finita.

 Il presidente, alla fine, non ha eseguito nessun regime chance a differenza di quello che voleva lo stato di Israele, a dir poco furioso per l’esito finale della crisi tanto da definire come “uno schiaffo in faccia” le parole di Trump.

Gli Stati Uniti consumano così quello che può essere definito come un vero e proprio divorzio dallo stato ebraico.

 

La politica delle guerre permanenti non esiste più, sostituita invece da quella di una potenza che si è fatta portatrice di pace, non più longa manus dello stato profondo di Washington e delle lobby sioniste che si sono servite della forza militare americana per mettere a ferro e fuoco il Medio Oriente.

Trump in questi giorni lo sta ricordando senza peli sulla lingua.

 Il presidente sta ricordando a Israele che senza gli Stati Uniti Tel Aviv non sarebbe nemmeno sulla cartina geografica, visto che senza la protezione militare americana, il sionismo non sarebbe mai riuscito a costruire la sua entità territoriale in un luogo che non le apparteneva e che era ed è ostile ad essa.

 

Alla Casa Bianca, ci sono stati sin dal secondo dopoguerra dei garanti di tale ordine.

Si sono succeduti dei presidenti che si assicuravano di eseguire le direttive trasmesse dalla lobby sionista.

Il presidente Trump ha invece scelto una strada diversa.

 

Non quella della sottomissione coloniale a interessi esteri, ma quella del MAGA, il movimento del rendere di nuovo grande l’America, nato quando il candidato repubblicano discese i gradini delle scale mobili della Trump Tower.

 

Il Divorzio tra l’America e Israele.

Nella nuova agenda politica americana non c’è più posto per il tornaconto di altre potenze.

 C’è in essa la bussola del sovranismo americano che mette al primo posto gli interessi nazionali anche se ciò comporta la rottura pubblica con lo storico “alleato” trattato con parole di amicizia in passato, disattese però da una politica estera che ha portato al graduale disimpegno militare americano dal Medio Oriente.

 

Oggi il presidente Trump nemmeno riserva più a Israele le dichiarazioni di circostanza.

 Al G7 di Evian, arrivano dichiarazioni al vetriolo contro lo stato di Israele, colpevole di aver attaccato in maniera “malvagia” i civili libanesi.

Gli osservatori più attenti avevano sicuramente tutti gli strumenti per capire sin dal principio che non c’era più posto per gli interessi israeliani nella politica americana.

Era sufficiente ascoltare le parole di Trump sulla necessità di chiudere le guerre permanenti in Medio Oriente per capirlo.

Il destinatario di quel messaggio non poteva essere altro che lo stato ebraico.

Ogni singola guerra, ogni singolo focolaio di destabilizzazione è stato acceso da Washington per conto di Tel Aviv e delle sue folli guerre imperialiste sempre alla ossessiva caccia della Grande Israele e del miraggio del “maschiacci”, l’uomo che, secondo il sionismo messianico, un giorno si farà leader di Israele e del mondo intero attraverso la ricostruzione del Terzo Tempio.

 

Quei sogni di imperialismo si sono però dovuti scontrare inevitabilmente con la realtà.

Gli Stati Uniti hanno recuperato la loro dimensione autentica.

Sono passati da apparato al servizio di potenze e apparati stranieri a potenza su dimensione sovranista e nazionale.

Viene meno perciò il potere che nel secolo scorso, era in grado di imporre a presidenti come” Woodrow Wilson” di nominare un giudice della Corte Suprema, pena la rivelazione di un affare extraconiugale del presidente stesso.

 

Il gioco dei ricatti non funziona però con Trump, nonostante quel che ne dicesse il “buon” Marco Travaglio, alquanto silente in questi giorni sulla firma dell’accordo che ha smontato la sua tesi che voleva il presidente americano “ricattato” da Israele e costretto ad eseguire le sue volontà, mentre invece il tycoon ha completamente ignorato Tel Aviv.

 

Termina così la tensione permanente tra Washington e Teheran che non hanno rapporti diplomatici ufficiali dal 1979.

L’accordo porterà alla fine di ogni sanzione e alla restituzione dei fondi congelati dalle precedenti amministrazioni ligie alle pressioni israeliane.

 

L’Attentato Sventato alla Festa di Trump e la Mano dell’UE.

Il volto del presidente al G7 non era sereno come la scorsa domenica a Washington.

Sin dalle prime battute, si era intuito che il comandante in capo americano aveva un profondo disagio, se non una vera e propria repulsione quando è dovuto sbarcare in Francia per avere dei colloqui con i vari “leader” europei del G7.

 

A Evian, è calato il gelo tra il capo di Stato americano e i capi di Stato e di governo come Macron, Meloni, Stormer e Merz.

Nonostante i tentativi di “ammorbidire” il presidente attraverso delle strette di mano e dei regali con delle magliette di calcio con il suo nome, Donald Trump non ha prestato la minima attenzione ai suoi interlocutori.

Ci sono probabilmente altre ragioni dietro una freddezza e un disgusto ancora più marcato del solito da parte del presidente americano.

Delle ragioni molto serie che hanno a che vedere direttamente con quanto accaduto la scorsa domenica, quando l’FBI ha scoperto un massiccio piano per uccidere Trump e i presenti alla sua festa attraverso un attacco di droni e cecchini.

 

Un attentato terroristico che se fosse riuscito avrebbe provocato una carneficina.

 Sarebbe accaduto qualcosa di incredibilmente simile a quanto si è visto nella cinematografia hollywoodiana sulla falsariga della serie di “Attacco al potere”, dove la Casa Bianca viene assediata da un commando di terroristi nordcoreani e, dove, in un successivo capitolo il presidente subisce proprio un attacco di droni.

 

Secondo il bureau, il piano è stato vasto, tanto da portare ad un coinvolgimento nell’operazione di governi stranieri, anche se gli investigatori federali non hanno fornito troppi dettagli sulla dinamica dell’attentato terroristico.

La Riunione di Alto Livello Tenuta da Macron, Merz e Stormer.

Sono però giunte in esclusiva a questo blog informazioni più precise sui mandanti di questo attentato.

 Secondo fonti di intelligence di diversi Paesi balcanici, si sarebbe tenuta una riunione di altissimo livello nelle passate settimane tra il presidente francese, Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco, Merz, e il primo ministro britannico, Keri Stormer.

 

L’intelligence francese avrebbe gestito ogni minimo particolare della riunione, alla quale avrebbero preso parte alti ufficiali delle forze armate dei tre Paesi.

Nella trilaterale tra Francia, Germania e Regno Unito, si sarebbe concordata una vera e propria strategia dell’accerchiamento verso gli Stati Uniti di Donald Trump.

 

I governi europei sono pronti a tutto, mossi da una febbricitante disperazione che li sta portando a giocarsi qualsiasi carta, senza farsi troppi scrupoli.

L’obiettivo delle cancellerie europee è solo uno.

Il bersaglio è il presidente degli Stati Uniti anche se ciò vuol dire eseguire una serie di attentati terroristici contro di lui e i vari membri della sua amministrazione.

 

Secondo le citate fonti, i tre leader politici avrebbero concordato un piano di azione da qui fino alla fine dell’anno che prevede una progressiva escalation del terrore, tramite una serie di attentati in serie, fino a quando non si sarà raggiunto l’obiettivo ultimo, ovvero la fine dell’amministrazione Trump.

Quegli strani messaggi comparsi sulla carta stampata nelle ultime settimane, nei quali si parla di animali da uccidere ai quali è stato affibbiato il nome di Trump, assumono così ancora più senso.

Sembra di essere tornati ai messaggi in codice che si leggevano sul quotidiano inglese “The Guardian” che l’8 febbraio del 2021 pubblicava un articolo, nel quale si dichiarava che era arrivato il tempo di fermare il presidente della Tanzania, Magufuli, che moriva appena un mese dopo in circostanze poco chiare.

 

C’è chiaramente una guerra permanente dell’Unione europea contro Donald Trump, iniziata non da oggi, ma sin dal primo giorno dell’avventura politica del presidente, quando i servizi segreti italiani misero in atto il “famigerato Spigate” assieme all’intelligence americana pur di sbarrare la strada al candidato repubblicano così come voleva l’ex presidente Obama, in cima alla lista nera del tycoon.

 

Trump e gli Avvertimenti allo Stato Profondo Italiano.

Sulla lista nera di Trump, però risultano esserci proprio i servizi italiani. Il presidente Trump sarebbe a dir poco furioso con Giorgia Meloni alla quale avrebbe fatto pervenire diversi messaggi negli ultimi mesi.

 

Secondo fonti vicine all’amministrazione americana, il capo di Stato americano avrebbe già espresso nei mesi passati tutto il suo disappunto verso” Lady Aspen”, accusata di recitare la parte dell’”Arlecchino servitore dei due padroni”, considerato il suo doppio gioco verso gli Stati Uniti e l’Unione europea.

Alcuni osservatori hanno parlato di una politica del doppio forno proprio per tale ragione, ma in realtà l’unico forno che ha ricevuto legna da parte della Meloni è stato quello dell’UE e del regime nazista ucraino, rifornito costantemente di armi e droni utilizzati da Kiev in molte occasioni contro civili russi.

Secondo fonti dei servizi europei, Trump avrebbe avuto ad Evian un’accesa discussione con la Meloni proprio per via di quanto è accaduto la scorsa domenica al suo 80° compleanno.

Il presidente sarebbe stufo perché ogni volta che c’è una qualche camarilla ai suoi danni, puntuali si incontrano i servizi italiani ed europei che avrebbero messo a disposizione i droni per eseguire un attentato che, se fosse riuscito, avrebbe causato una strage.

L’ira di Trump si comprende per questo. È stata superata una linea rossa, dalla quale non si tornerà indietro, e che vedrà alla fine uno dei contendenti cadere.

Gli Stati Uniti hanno scelto per il momento di non rivelare i veri mandanti dell’attentato fallito la domenica passata.

L’ufficio investigativo federale ha preferito parlare di un generico coinvolgimento di alcuni personaggi ostili all’”AIPAC “nell’attentato, per evitare una vera e propria rottura diplomatica con i “partner” europei che sfocerebbe in una dichiarazione di guerra aperta.

 

Il Muro Inseparabile tra UE e Stati Uniti.

A separare l’Europa e gli Stati Uniti c’è ora un oceano persino più vasto dell’Atlantico.

C’è un oceano di diffidenze, di sospetti, di continue trame eversive e terroristiche contro una presidenza che non ha più alcuna intenzione di tenere in vita la “visione” della governance globale, alla quale invece vorrebbe restare aggrappata l’Unione europea.

Nei documenti pubblici della Casa Bianca, si trova perfettamente descritto il nuovo corso americano.

 Secondo Washington, il futuro non è più di esclusivo possesso delle organizzazioni sovranazionali e di quei ristretti club come il Bilderberg o il forum di Davos, popolati da globalisti ansiosi di dominare il mondo.

Il futuro sarà un ritorno al passato.

 A tornare sulla scena sarà il dimenticato e spogliato Stato nazionale, il vero esclusivo detentore della sovranità, che dal secondo dopoguerra in poi era stato accantonato, esautorato da ambienti mondialisti che lo hanno di fatto svuotato.

 

Gli Stati Uniti rifiutano così l’idea che la sovranità debba essere portata al di fuori dei confini nazionali.

Il potere deve tornare nei palazzi del governo, che oggi sono divenuti comprimari nelle mani di una UE definita apertamente dalla Casa Bianca come “nemica”.

 

Trump perciò ha deciso di andare fino in fondo.

Vuole chiudere l’esperienza politica dei nemici che hanno cospirato contro di lui sin dal primo giorno.

 

Secondo le citate fonti, il capo di Stato americano custodisce delle dettagliate relazioni sui vari politici italiani ed europei.

 In quei fascicoli, c’è tutto.

 Ci sono gli scheletri negli armadi delle corrotte classe politiche europee, a partire dalle tangenti ricevute per conto del regime nazista ucraino, fino al riciclaggio di denaro sporco e altri affari che riguardano anche le abitudini pedofile di diversi politici di primo piano in Europa.

Washington è intenzionata a scoperchiare i coperchi di questi scandali.

 Le inchieste sulla corruzione della Spagna sono solo gli inizi.

 Il presidente degli Stati Uniti vuole andare avanti e far emergere alla luce del giorno questi scandali.

La Tangentopoli alla rovescia è appena iniziata.

(Articolo di Cesare Sacchetti).

(lacrunadellago.net/28643/).

 

 

 

 

 

Il rapporto ‘controverso’ di Trump

con l’Unione europea.

 Publicpolicy.net – (9 Dicembre 2025) – David Allegranti – Redazione – ci dice:

 ROMA (Public Policy) – Donald Trump ha un rapporto controverso con l’Unione europea.

Forse persino più controverso di quello con la Russia di Vladimir Putin o la Cina di XI Jinping.

 Non è una novità che emerge adesso, con la pubblicazione delle linee aggiornate della “Strategia di sicurezza nazionale” degli Stati Uniti, rese note la settimana scorsa.

 Il pensiero di Trump era già chiaro fin dalle prime riunioni della sua nuova Amministrazione, a febbraio di quest’anno:

 l’Unione europea “si approfitta di noi”, “ci deruba” e anzi “è nata apertamente con l’intento di fregarci”, aveva detto il 47esimo presidente degli Stati Uniti a inizio 2025.

 

Un concetto ribadito anche dal suo vicepresidente JD Vance, il cui giudizio sull’Europa è peraltro noto da tempo, visto che considera gli europei degli “scrocconi”:

“La minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno;

ciò che mi preoccupa è la minaccia dall’interno, l’allontanamento dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Usa”, aveva detto alla “Conferenza sulla Sicurezza di Monaco”, nel febbraio 2025.

 

La visione sull’Europa dell’amministrazione Trump è condivisa appunto nel documento sulla sicurezza appena pubblicato dalla Casa Bianca, a pochi giorni dall’incontro di Volodymyr Zelensky con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi (dopo essere stato da Keri Stormer a Londra, dove ha incontrato anche Friedrich Merz ed Emmanuel Macron prima di volare a Bruxelles per incontrare i vertici dell’Unione europea).

 

“Il documento di 30 pagine dipinge le nazioni europee come potenze ribelli e in declino che hanno ceduto la loro sovranità all’Unione europea e sono guidate da Governi che reprimono la democrazia e mettono a tacere le voci che vogliono una svolta più nazionalista”, ha osservato il Wall Street Journal.

“I funzionari statunitensi – c’è scritto nel documento – si sono abituati a pensare ai problemi europei in termini di spesa militare insufficiente e stagnazione economica.

 C’è del vero in questo, ma i veri problemi dell’Europa sono ancora più profondi”.

 

L’Europa continentale ha perso quote del Pil globale, passando dal 25 per cento del 1990 al 14 per cento di oggi, “in parte a causa delle normative nazionali e transnazionali che minano la creatività e l’operosità.

Ma questo declino economico è eclissato dalla prospettiva reale e più grave della cancellazione della civiltà.

 Le questioni più importanti che l’Europa deve affrontare includono le attività dell’Unione europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà politica e la sovranità, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti, la censura della libertà di parola e la repressione dell’opposizione politica, il crollo dei tassi di natalità e la perdita delle identità nazionali e della fiducia in sé stessi.

Se le tendenze attuali dovessero continuare, il continente sarà irriconoscibile entro 20 anni o meno”.

 

L’Amministrazione Trump è particolarmente interessata a risolvere il conflitto in Ucraina scatenato dalla Russia, “al fine di stabilizzare le economie europee, prevenire un’escalation o un’espansione involontaria della guerra e ristabilire la stabilità strategica con la Russia, nonché consentire la ricostruzione postbellica dell’Ucraina per consentirne la sopravvivenza come Stato vitale”.

La domanda è: a quale prezzo?

Il Donbas ceduto alla Russia?

 La nuova dottrina Trump intende “consentire all’Europa di camminare con le proprie gambe e operare come un gruppo di nazioni sovrane allineate, anche assumendosi la responsabilità primaria della propria difesa, senza essere dominata da alcuna potenza avversaria” e anche “coltivare la resistenza alla traiettoria attuale dell’Europa all’interno delle nazioni europee”.

 

Lo storico “Timothy Gatton Asch” ha descritto il documento come “il più grande campanello d’allarme per l’Europa”:

“Siamo in una situazione strana in cui gli Stati Uniti sono ancora oggettivamente un alleato dell’Europa, ma soggettivamente, almeno nell’amministrazione Trump e secondo molti europei, non ci vediamo più in quel modo”, ha scritto.

 “Da quando il presidente Trump è tornato in carica a gennaio, la maggior parte dei leader europei ha cercato di rispondere alle sue preoccupazioni, cercando di ingraziarselo”, osserva il Wall Street Journal:

 “Questi sforzi hanno ottenuto parole gentili da Trump, ma altri membri del suo team mostrano disprezzo per l’Europa e antipatia verso molte politiche europee”.

La sezione sull’Europa evidenzia anche le differenze sulla guerra in Ucraina, accusando i funzionari europei di nutrire “aspettative irrealistiche” riguardo alla guerra.

 È significativo, aggiunge il quotidiano conservatore “che posizioni gli Stati Uniti più come un arbitro tra Europa e Russia che come alleato dell’Europa contro la Russia, ruolo che gli Usa hanno ricoperto dalla fine della Seconda guerra mondiale”.

Il documento chiede anche che la Nato smetta di essere “un’Alleanza in continua espansione”.

Insomma sembra una memoria “a favore della posizione russa, che invita gli Stati europei a tornare a collaborare con la Russia e propone gli Stati Uniti come veicolo per farlo”, ha affermato “Phillips O’Brien”, professore di studi strategici all’Università di St. Andrews, in Scozia, nella sua newsletter quotidiana.

“Si tratta di una strategia per distruggere l’Europa attuale, per renderla MAGA”.

Dalle nostre parti, al Governo, d’altronde, c’è chi sarebbe ben disposto ad avere un’Europa versione MAGA. (Public Policy).

(David Allegranti).

 

 

 

 

Il principale nemico dell’Ue?

Per gli italiani non è Putin, ma Trump.

 

Il sondaggio realizzato da “IZI” rivela un giudizio complessivamente positivo sull’Unione europea, ma per l’85% degli intervistati l’attuale assetto politico è lontano dalla visione dei padri fondatori.

Ecco Donald Trump in mezzo a leader europei, nella foto anche Volodymyr Zelensky e il segretario della Nato Mark Rutte (Afp).

 

Il principale nemico dell’Ue? Per gli italiani non è Putin, ma Trump.

Roma, 13 dicembre 2025 – Per la maggioranza degli italiani l’Unione europea resta un presidio utile, necessario, capace di tutelare gli interessi del Paese.

Ma c’è un dato che colpisce più di altri e che racconta molto del clima geopolitico attuale:

il principale “nemico” dell’Ue non è la Russia di Vladimir Putin, bensì gli Stati Uniti guidati da Donald Trump.

È quanto emerge dal sondaggio sulla fiducia nell’Unione europea realizzato da “IZI”, società di analisi e valutazioni economiche e politiche, presentato durante ‘L’Aria che Tira’, il programma di La7 condotto da “David Parenzo.”

 

Secondo la rilevazione, il 55% degli intervistati considera ancora l’Unione europea utile allo sviluppo dell’Italia e in grado di difenderne gli interessi.

 Un giudizio complessivamente positivo che però convive con una crescente disillusione:

il 46% degli italiani dichiara infatti che negli ultimi tre anni la fiducia nell’Ue è peggiorata, mentre per il 40% è rimasta sostanzialmente invariata.

Sul piano istituzionale, gli italiani mostrano idee piuttosto chiare.

Il 58% ritiene che in Consiglio europeo si debba decidere a maggioranza e non più all’unanimità, segnale di una domanda diffusa di maggiore efficienza e rapidità decisionale.

Allo stesso tempo, oltre l’85% degli intervistati giudica l’attuale assetto politico dell’Unione lontano dallo spirito e dalla visione dei padri fondatori.

 

Ma è sul fronte internazionale che il sondaggio restituisce il dato più politicamente significativo.

 In cima alla classifica dei principali pericoli per l’Unione europea c’è Donald Trump:

il 39,5% degli italiani lo considera il nemico numero uno dell’Ue.

Al secondo posto, con un distacco netto, Vladimir Putin (29,5%), mentre al terzo figurano i Paesi sovranisti, indicati dal 23,4% degli intervistati.

 

Una percezione che si riflette anche nel giudizio sulle parole del presidente americano.

Più dell’81% degli italiani si dice contrario alle affermazioni di Trump che ha definito l’Europa decadente e guidata da leader deboli.

Un rifiuto netto, che segnala come, al di là delle critiche e delle incertezze, l’Unione europea continui a essere percepita come uno spazio politico da difendere, soprattutto di fronte a chi, da fuori, ne mette in discussione legittimità e ruolo.

 

Un’Europa imperfetta, spesso distante, ma ancora considerata necessaria.

E oggi, per molti italiani, persino più minacciata da Washington che da Mosca.

 

 

 

 

L’Europa ai margini del grande gioco tra Trump e XI.

Davidcarretta.substack.com - David Carretta, Christian Spellman, e Oliver Grimm – (gen. 14, 2026) – Redazione - ci dicono:

 

Buongiorno! Siamo David Carretta, Christian Spellman e Oliver Grimm, gli autori del” Mattinale Europeo”.

Nell’analisi del giorno, Christian torna a occuparsi della Groenlandia: incastrati nel grande gioco tra Trump e XI, gli europei parlano molto, ma non faticano a concretizzare.

Nelle brevi del giorno ci occupiamo della Bce che difende la Fed dagli attacchi di Trump.

Kaja Kallas ha confermato la volontà di adottare il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia il prossimo mese.

La Commissione ha rinviato una proposta per bandire le società cinesi Huawei e ZTE dalle infrastrutture critiche di telecomunicazioni.

 La Germania non ha rispettato i suoi obblighi sugli stoccaggi di gas.

Il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa ha lanciato una dura critica contro l’Italia, la Danimarca e l’Ue per la “recessione dello stato di diritto”.

 

L’Europa ai margini del grande gioco tra Trump e XI.

Christian Spellman.

 

Gli europei riusciranno a trovare un accordo per impedire l’annessione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti - oppure dimostreranno ancora una volta di non essere in grado di contrastare gli istinti egemonici di un presidente americano impegnato in un braccio di ferro strategico con XI Jinping su energia e terre rare?

 I diplomatici sono in fermento.

 Eppure, allo stesso tempo, al Congresso è stato presentato un disegno di legge che apre la strada all’annessione del territorio.

Nessuno sembra sapere come rapportarsi a un presidente americano determinato a gestire le relazioni con la Cina da una posizione di forza.

Donald Trump vuole la Groenlandia perché è strategica - e perché scommette sull’incapacità dell’Europa di fermarlo, consentendo così a Washington di controllare, e se necessario chiudere, il passaggio tra l’Artico e l’Atlantico settentrionale.

 

Il ministro degli Esteri della Groenlandia, Vivian Motzfeldt, e il ministro degli Esteri danese, Lars Lake Rasmussen, dovrebbero essere ricevuti oggi alla Casa Bianca dal vicepresidente americano JD Vance.

 Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dichiarato di “condividere le preoccupazioni americane sulla necessità di proteggere meglio questa parte della Danimarca” e ha invocato una “soluzione reciprocamente accettabile all’interno della Nato”.

I negoziati proseguono.

Ma in parallelo, la Casa Bianca ha pubblicato su “X” un fotomontaggio che ritrae Donald Trump mentre osserva una mappa della Groenlandia, accompagnato dalla didascalia: “è necessario seguire la situazione”. Una provocazione calcolata.

 

Mika Balugino Merced, specialista di geopolitica ed economia della Groenlandia, ritiene che la determinazione del presidente americano a prendere il controllo del territorio - tramite un acquisto o con la forza - vada presa sul serio.

 “La Groenlandia è strategica per americani, europei, russi e cinesi.

Si trova all’incrocio tra l’Artico e l’Atlantico settentrionale.

Se la Cina riuscisse a costruire infrastrutture e ad acquistare terreni, come ha già tentato di fare, questo costituirebbe un problema per l’intera alleanza transatlantica”.

 

Trump non usa mezzi termini:

 “Se non prendiamo la Groenlandia, lo faranno Russia o Cina.

Non lo permetterò”.

Randy Fine, deputato repubblicano della Florida e fervente sostenitore di Trump, è stato altrettanto esplicito nel presentare un disegno di legge di due pagine intitolato “Greenland Annexation and State” Hood Act. “Siamo chiari: i nostri avversari stanno cercando di insediarsi nell’Artico e non possiamo permetterlo.”

 

Il testo autorizza Trump a “intraprendere le azioni che potrebbero rendersi necessarie, inclusa l’apertura di negoziati con il Regno di Danimarca, per annettere o acquisire in altro modo la Groenlandia come territorio degli Stati Uniti”.

La giustificazione è diretta:

“Chi controlla la Groenlandia controlla le principali rotte di navigazione artiche e l’architettura di sicurezza che protegge gli Stati Uniti. L’America non può lasciare il proprio futuro nelle mani di regimi che disprezzano i nostri valori e cercano di minare la nostra sicurezza”.

 

Non importa che i democratici abbiano presentato un disegno di legge per bloccare le ambizioni di Trump.

Non importano la storia, il diritto internazionale o l’opposizione della popolazione groenlandese all’annessione.

Non importano i fatti.

Non ci sono navi da guerra russe o cinesi nella regione, né attività militari segnalate nei pressi della Groenlandia.

Trump vuole il territorio e le sue risorse - in particolare le terre rare - perché, nella sua visione, si difende davvero solo ciò che si possiede.

 

Il presidente mostra anche scarso rispetto per il rischio di una crisi all’interno dell’Alleanza atlantica, dalla quale ha più volte minacciato di ritirare gli Stati Uniti.

“Se avessimo bisogno della Nato, ci sosterrebbe? Non ne sono sicuro”, ha dichiarato Trump.

 “Spendiamo molti soldi per la Nato e non sono convinto che farebbe lo stesso per noi”.

Trump pratica una politica di forza contro europei restii, o incapaci, di rispondere sullo stesso piano.

 

Da anni gli Stati Uniti sono impegnati in una contrapposizione con la Cina.

Trump l’ha intensificata dal suo ritorno alla Casa Bianca.

 Le recenti mosse della sua amministrazione mirano a bloccare le rotte polari e il Canale di Panama, chiudendo l’Emisfero Occidentale a Pechino e prosciugando le forniture energetiche - una vulnerabilità cruciale per la Cina, che nel 2024 ha importato 11,1 milioni di barili di petrolio al giorno.

 

Dopo l’arresto di “Nicolás Maduro” durante un intervento militare americano, Trump si è persino autoproclamato “presidente ad interim” del Venezuela, annunciandolo su “Truth Social”.

Il Venezuela è un importante fornitore di petrolio per la Cina, con circa 400.000 barili al giorno.

 Trump ha inoltre imposto un dazio del 25 per cento su tutti gli scambi con gli Stati Uniti per qualsiasi paese che faccia affari con l’Iran, un altro grande fornitore della Cina tramite la Malesia.

 “La Cina acquista da anni il 90 per cento del petrolio iraniano illecito”, ha spiegato su “X” Mike Waltz, ambasciatore statunitense all’Onu. Anche le principali compagnie petrolifere russe - terzo fornitore della Cina - sono sotto sanzioni americane.

 

Questa strategia di isolamento non è sufficiente di per sé: Pechino dispone di altri fornitori.

Ma offre a Trump una leva negoziale su un altro fronte: le terre rare, di cui la Cina controlla la maggior parte della produzione mondiale.

 

L’Europa vorrebbe essere un attore di questa sfida.

In realtà, resta uno spettatore.

Chi parla a nome dell’Unione europea?

Tutti - e nessuno.

 Dal vertice europeo del dicembre 2025, è persino difficile dire quanti siano i suoi membri: 27, 26, 24?

 L’Ue non ha una voce unica né una linea chiara.

 Due dichiarazioni di sostegno alla Danimarca contro le pretese americane sulla Groenlandia sono state pubblicate, ma la sommatoria dei firmatari — Francia, Germania, Italia, Polonia, Svezia e Finlandia, ai quali si sono poi aggiunti Regno Unito e Norvegia, non membri dell’Ue — è ben lontana da una maggioranza, anche se altri governi hanno successivamente espresso appoggio.

 

Gli europei parlano molto, condannano, minacciano, riflettono - ma faticano a concretizzare.

Valérie Hayek, eurodeputata francese e presidente del gruppo liberale Re new al Parlamento europeo, utilizza il linguaggio del rapporto di forza: “

Non dobbiamo avere paura di Donald Trump. Non dobbiamo sottovalutare le nostre forze.

Abbiamo un mercato di 450 milioni di consumatori.

 Le imprese americane vogliono mantenere l’accesso a questo mercato? Abbiamo leva sul debito statunitense detenuto dalle banche centrali europee.

 E abbiamo lo strumento anti-coercizione.

Non dobbiamo temere di usarlo”.

 

Altri avanzano proposte più radicali.

“Gabrieli Landsbergis,” ex ministro degli Esteri lituano, suggerisce di “invitare la Groenlandia a rientrare nell’Unione europea, offrendole le garanzie dell’articolo 42(7) del trattato Ue”.

Si è persino parlato del dispiegamento di una forza militare europea accanto alle truppe danesi inviate in Groenlandia per scoraggiare un’eventuale operazione americana - ma senza seguito.

Nessuna di queste opzioni gode di consenso.

 

Il timore di un ritiro americano dalla Nato, unito al ricatto di Trump sull’Ucraina, paralizza gli europei e li spinge al compromesso.

 Come avverte l’analista tedesco Ulrich Speck, “più gli europei appariranno deboli, più saranno percepiti come prede in questa nuova era di geopolitica competitiva”.

 

Gabrieli Landsbergis è ancora più severo:

 “Sappiamo di essere in un vicolo cieco. I nostri amici e i nostri nemici lo sanno.

Nessuno dovrebbe quindi aspettarsi che la pressione sull’Europa diminuisca finché non avremo capito che il rispetto si conquista - non si mendica”.

 

“La Russia deve comprendere che il freddo non l’aiuterà a vincere la guerra”. (Volodymyr Zelensky).

 

L’Ue e Trump.

La Bce e le altre banche centrali in soccorso dell’indipendenza della Fed – La Banca Centrale Europea e le altre banche centrali europee e internazionali sono pienamente solidali con il Sistema della Federal Reserve e con il suo presidente, Jerome H. Powell, ha annunciato ieri la Bce in un comunicato firmato dalla sua presidente Christine Lagarde a nome del Consiglio direttivo dell’istituzione e dai governatori delle banche centrali del Regno Unito, della Svezia, della Danimarca, della Svizzera, dell’Australia, del Canada, della Corea del Sud e del Brasile, nonché dai dirigenti della Banca dei Regolamenti Internazionali.

“L’indipendenza delle banche centrali è nell’interesse delle persone che serviamo”, hanno insistito i firmatari, elogiando l’integrità e l’impegno di Jerome Powell.

Il forte sostegno dei banchieri centrali rivela una preoccupazione per i rischi che il sistema finanziario mondiale correrebbe se Trump mettesse le mani sulla Fed.

La banca centrale americana sarebbe ancora disposta a svolgere il suo ruolo di prestatore di ultima istanza per garantire la liquidità, come avvenuto durante le crisi finanziarie del passato?

 

Powell paga il prezzo del suo richiamo a Trump – Donald Trump ha chiesto l’apertura di un’indagine penale contro Powell da parte del Dipartimento di Giustizia.

Powell è sospettato di aver mentito al Congresso sull’entità dei costi di ristrutturazione della sede della Fed a Washington.

 La questione era stata oggetto di uno scambio pubblico tra Trump e Powell, durante il quale il presidente della Fed aveva corretto il capo della Casa Bianca sui numeri e sulla sua ignoranza del dossier.

Trump ha reagito definendo Powell «uno stupido» e chiedendone ripetutamente le dimissioni.

Powell denuncia le azioni legali intentate contro di lui come un «pretesto» per minare l’indipendenza della banca centrale.

 Il presidente esercita pressioni da diversi mesi per una riduzione più aggressiva dei tassi di interesse e ha soprannominato Powell «Too Late» nei suoi messaggi sui social media.

Il mandato di Jerome Powell dovrebbe ufficialmente terminare nel maggio 2026, ma egli rimarrà membro del Consiglio dei governatori fino al 2028.

 

Il realismo della Danimarca nei rapporti con gli Stati Uniti, la Groenlandia sceglie l’Ue – “Il peggio deve ancora venire”, ha dichiarato ieri la premier danese Mette Frederiksen dopo un incontro con il suo omologo groenlandese Jens-Frederik Nielsen per preparare la riunione dei rispettivi ministri degli Esteri con l’omologo statunitense Marco Rubio, organizzata alla Casa Bianca con la presenza del vicepresidente JD Vance.

“Se dovessimo scegliere tra gli Stati Uniti e la Danimarca, qui e ora, sceglieremmo la Danimarca.

Sceglieremmo la NATO, il Regno di Danimarca e l’UE», ha affermato Nielsen.

“Arriviamo insieme, restiamo insieme e ce ne andiamo insieme. Nessuno parlerà da solo con gli americani” domani, hanno assicurato i due leader.

“Vogliamo il dialogo e la cooperazione. Non cerchiamo il conflitto. Ma il nostro messaggio è chiaro: la Groenlandia non è in vendita», ha affermato Mette Frederiksen.

 La Groenlandia è un territorio autonomo della Danimarca, paese membro dell’UE e della NATO.

 La Groenlandia si è ritirata nel 1985 dalla CEE, divenuta poi l’UE, ma è rimasta un territorio danese inserito nell’elenco dei paesi e territori d’oltremare (PTOM) associati all’Unione europea.

 

Il realismo di Kaja Kallas nei rapporti con gli Stati Uniti – “Gli Stati Uniti sono un alleato indispensabile, ma è chiaro che i nostri rapporti non sono più buoni come in passato”, ha detto ieri l’Alto rappresentante, Kaja Kallas, in una conferenza stampa a Berlino.

“In ogni alleanza ci sono momenti di disaccordo aperto.

 Ma l’Europa non rinuncerà a 80 anni di relazioni transatlantiche”, ha aggiunto Kallas.

Il realismo dell’Alto rappresentante non si limita ai rapporti con Donald Trump.

Per il sostegno a Kiev, “dal lato dell’Ue, concederemo all’Ucraina prestiti per 90 miliardi di euro per finanziare le funzioni statali e la difesa nei prossimi due anni.

 Stiamo inoltre portando avanti il ventesimo pacchetto di sanzioni e puntiamo a finalizzarlo il mese prossimo”.

Lo ha dichiarato l’Alta rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Kaja Kallas, in conferenza stampa da Berlino con il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius.

Sull’Ucraina “la dura realtà è che questa guerra potrebbe andare avanti a lungo, a meno che non esercitiamo collettivamente una maggiore pressione sulla Russia affinché la fermi”, ha detto Kallas.

 L’alto rappresentante ha confermato che l’Ue sta preparando il ventesimo pacchetto di sanzioni.

 “Puntiamo a finalizzarlo il prossimo mese”.

I ventisette dovrebbero adottarlo prima del 24 febbraio, data del quarto anniversario dell’invasione della Russia.

Incontro Trump-Zelensky a margine del Forum economico di Davos. 

Un incontro tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky è previsto a margine del Forum economico mondiale, in programma dal 19 al 23 gennaio a Davos, in Svizzera.

Diversi leader europei — il francese Emmanuel Macron, il tedesco Friedrich Merz, l’italiana Giorgia Meloni, il britannico Keri Stormer e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen — hanno previsto di affiancare il presidente ucraino, riferisce il Financial Times citando tre funzionari informati sui piani.

 

Sovranità digitale.

 

La Commissione rinvia la legge sulla cybersicurezza, ma conferma i rischi di Huawei e ZTE - La Commissione oggi avrebbe dovuto presentare il “Cyber Security Act,” una serie di proposte per rafforzare la cybersicurezza nell’Ue, compresa l’esclusione dei fornitori cinesi dalle infrastrutture critiche.

Ma il testo non è ancora pronto. I negoziati tra i gabinetti dei commissari sono ancora in corso.

La Spagna è contraria a un bando contro Huawei e ZTE.

Un portavoce della Commissione ieri ha confermato che le due società cinesi sono considerate come fornitori ad alto rischio, dopo una valutazione effettuata due anni fa nell’ambito del “5G Toolbox”. “Abbiamo incoraggiato gli Stati membri ad adottare misure appropriate per escludere questi due fornitori ad alto rischio dall’infrastruttura di connettività.

La verità è che finora solo un numero molto limitato di Stati membri ha adottato misure appropriate”, ha detto il portavoce.

“La vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen è concentrata sull’esclusione potenziale e incoraggia gli Stati membri ad adottare misure aggiuntive se necessario”.

 

Energia.

La Germania non ha rispettato gli obblighi sullo stoccaggio di gas, le riserve si svuotano – La Commissione assicura che non ci sono problemi per l’approvvigionamento energetico dell’Unione europea e dei suoi Stati membri.

 Eppure guardando i dati sull’andamento di stoccaggio di gas in Germania, un osservatore esterno potrebbe preoccuparsi.

La fine della stagione è ancora lontana, ma lo stoccaggio di gas è sceso sotto al 47 per cento, il livello più basso in questo periodo del 2022, l’anno dell’inizio della guerra in Ucraina.

Un anno fa era al 77 per cento. Secondo alcune stime, se gli attuali trend continueranno, la Germania potrebbe trovarsi a fine stagione con gli stock al 5 per cento.

Colpa dell’inverno particolarmente freddo.

Ma anche colpa del fatto che la Germania non ha rispettato i suoi obblighi di riempire gli stoccaggi di gas al 90 per cento, come previsto dalla regolamentazione europea introdotta nel 2022 e modificata lo scorso anno

. “15 Stati membri su 18 hanno raggiunto i propri obiettivi di stoccaggio tra il 1° ottobre e il 1° dicembre.

L’obiettivo di stoccaggio è stato raggiunto a livello di Ue”, ma “tre Stati membri non abbiano raggiunto l’obiettivo nazionale per vari motivi, tra cui la Germania”, ci ha detto una fonte della Commissione.

 

La Commissione chiude gli occhi sullo stoccaggio tedesco - Il massimo raggiunto dalla Germania in termini di stoccaggio di gas è stato attorno al 75 per cento.

Come previsto dalla regolamentazione dell’Ue.

Berlino ha informato la Commissione e consultato i paesi confinanti.

 In una riunione del Gruppo di coordinamento del gas del 18 dicembre, la Commissione e gli Stati membri hanno valutato che i livelli di stoccaggio dell’Ue non destassero preoccupazioni in termini di sicurezza dell’approvvigionamento.

Di conseguenza, la Commissione non ha ritenuto opportuno emanare una raccomandazione con misure specifiche nei confronti della Germania.

 

Stato di diritto.

 

Il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa contro Italia e Danimarca - Il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Michael O ‘Flaherty, ieri ha criticato l’iniziativa lanciata da Giorgia Meloni e Mette Frederiksen per riaprire la Convenzione europea sui diritti dell’uomo e contestare le decisioni della Corte di Strasburgo sui migranti.

“L’Europa deve affrontare una questione esistenziale:

 se abbracciare la tendenza a mettere da parte il diritto internazionale e i principi fondamentali di equità e umanità, o essere orgogliosa del proprio modello di società, fondato sui diritti umani, lo Stato di diritto e la democrazia”, ha detto O ‘Flaherty in un discorso a Roma.

“Purtroppo, alcuni sarebbero inclini, almeno in parte, a seguire la prima strada.

Un segno di ciò è la recente dichiarazione di alcuni 27 Stati membri del Consiglio d’Europa riguardante la “Convenzione europea dei diritti dell’uomo” e la prassi della Corte europea dei diritti dell’uomo

. In termini generali, ciò che i firmatari desiderano è un indebolimento della protezione garantita ad alcune persone”, ha aggiunto, ricordando che Italia e Danimarca sono all’origine dell’iniziativa.

 

O ‘Flaherty chiede politiche migratorie basate su dati e Stato di diritto – Nel suo discorso Michael O ‘Flaherty ha implicitamente accusato le leader di Italia e Danimarca di condurre politiche migratorie basate sulle paure, e non sui fatti. “L’agenzia dell’UE Frontex riferisce che la migrazione irregolare verso l’UE è diminuita del 25 per cento nei primi 11 mesi del 2025 e che, in ogni caso, non siamo affatto vicini alla situazione che abbiamo visto nel 2015. In altre parole, non sembra che la migrazione rappresenti una sfida nella misura suggerita”, ha detto il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa. Sulla presunta incapacità di espellere i criminali stranieri, “questa visione è in contrasto con i fatti concreti. Ad esempio, nel 2025, l’Oxford Bonavera Institute of Human Rights, con sede nel Regno Unito, ha scoperto che in un periodo di 15 mesi solo lo 0,73 per cento dei cittadini stranieri condannati ha presentato con successo ricorso contro un provvedimento di espulsione”, ha spiegato O ‘Flaherty. Il commissario ha chiesto di non mettere in discussione principi fondamentali come il divieto di respingimento, l’uguaglianza e l’universalità dei diritti umani e l’indipendenza della magistratura.

 

La recessione dello Stato di diritto in Europa.

Al di là della stretta nelle politiche migratorie, Michael O ‘Flaherty ha denunciato quello che ha definito “una recessione dello Stato di diritto” anche in Europa e non solo a livello globale.

 “Un think tank, il “World Justice Project”, ha riferito nel 2025 che, per l’ottavo anno consecutivo, lo Stato di diritto è diminuito nella maggior parte dei paesi”, ha spiegato il commissario per i Diritti umani del Consiglio d’Europa. “L’Europa non fa eccezione.

Nell’indice dello Stato di diritto del World Justice Project del 2025, circa 22 Stati membri del Consiglio d’Europa ottengono un punteggio inferiore a sette su dieci in otto indicatori dello Stato di diritto.

 Il punteggio dell’Italia è 6,6”.

Secondo O ‘Flaherty, alcuni paesi europei hanno adottato “un approccio à la carte agli impegni vincolanti dei trattati” sui diritti umani. Il commissario ha denunciato “un aumento del sovranismo politico, del nativismo e delle ideologie che sono scollegate dal primato filosofico della dignità umana”.

 

Francia.

Marine Le Pen ricorre in appello contro la sua ineleggibilità — La leader del Rassemblement National, il movimento di estrema destra fondato da suo padre e oggi presieduto dall’eurodeputato Jordan Bardella, gioca da ieri la possibilità di partecipare all’elezione presidenziale francese del 2027.

Marine Le Pen ha presentato ricorso contro la condanna inflitta nel 2025 a cinque anni di ineleggibilità con esecuzione immediata per appropriazione indebita di fondi pubblici europei, nell’ambito del caso sugli assistenti parlamentari degli eurodeputati del Front National, il partito poi diventato Rassemblement National.

Il processo è previsto fino al 12 febbraio 2026.

“Voglio che si sappia che avevamo la sensazione di non aver commesso alcun reato quando, nel 2004, poi nel 2009 e poi nel 2014, abbiamo assunto degli assistenti e li abbiamo messi in comune”, ha dichiarato ieri dal banco degli imputati.

“Il Parlamento europeo non ha svolto il suo ruolo di allerta come avrebbe dovuto”, ha accusato.

 “Quel denaro è stato sottratto per far funzionare il partito Front National in quel periodo”, ha affermato da parte sua l’avvocato del Parlamento europeo, Patrick Maison neuve, sottolineando ai microfoni di BFM che i fondi distratti erano quelli dei contribuenti europei.

 Jordan Bardella ha giudicato “profondamente preoccupante per la democrazia” che Marine Le Pen possa essere ineleggibile nel 2027, proprio mentre viene data “come favorita del voto”.

Se la pena di ineleggibilità sarà confermata, Jordan Bardella è il successore designato per sostituire Marine Le Pen.

 

La popolarità di Trump a picco all'estero,

peggio di lui solo Netanyahu.

Ansa.it – (NEW YORK, 23 giugno 2026) – Redazione Ansa – ci dice:

 

In Italia inaffidabile per l'83% degli interpellati, solo il 23% degli stranieri si fida.

La popolarità di Donald Trump cola a picco anche nei sondaggi all'estero:

secondo l'ultimo rilevamento del “Pew Research Center” condotto in 36 Paesi, tra cui l'Italia, i giudizi sul presidente americano sono negativi o addirittura molto negativi.

  Una media di appena il 23% degli adulti interpellati ha espresso fiducia sulla capacità di Trump di gestire gli affari del mondo.

In Italia questa percentuale è scesa al 17%, contro un 83% che del presidente Usa nei panni dello statista non si fida per niente.

 

Il giudizio negativo sul capo della Casa Bianca trascina in basso gli Stati Uniti e il Pew nota che i pareri positivi sull'America sono diminuiti rispetto all'anno scorso in molti luoghi, con "cali a doppia cifra" in Indonesia, Italia, Nigeria, Sudafrica, Corea del Sud e Turchia.

Tra i contenziosi che hanno spinto al ribasso la fiducia nei confronti di Trump e dell'America ci sono i dazi, Gaza, l'Iran, la Groenlandia e l'Ucraina.

    Sette nazioni dello studio continuano ad avere un'opinione positiva degli Usa, con Israele in testa (81% favorevole), mentre i giudizi peggiori vengono da Paesi a opinione pubblica in maggioranza musulmana come Malaysia, Pakistan, Turchia e tra i palestinesi della Cisgiordania e Gerusalemme Est.

Il Pew ha fatto anche confronti tra i giudizi su Trump e altri leader mondiali:

 il livello di fiducia nell'americano è più bassa che nel francese Emmanuel Macron, l'ucraino Volodymyr Zelenskyy, il cinese XI Jinping e il russo Vladimir Putin.

 Solo l'israeliano Benjamin Netanyahu ha ricevuto voti più bassi di Trump nel sondaggio.

 

 

 

La collera degli europei

per la nuova rottura di

Trump sulle tariffe.

Ilsole24ore.com – (3 maggio 2026) – Beda Romano – Redazione – ci dice:

 

Produttori di auto in rivolta. La Commissione Ue: tuteleremo i nostri interessi.

Dal nostro corrispondente Beda Romano.

 

(Ecco la stretta di mano tra Ursula von der Leyen e Donald Trump a Burberry, in Scozia, nel luglio del 2025- REUTERS.)

 

Bruxelles. All’indomani dell’annuncio del presidente Donald Trump di nuove tariffe da applicarsi all’importazione di auto europee, l’associazione tedesca dei produttori automobilistici VDA ha esortato Stati Uniti ed Unione europea ad allentare le tensioni.

Il nuovo braccio di ferro tra Washington e Bruxelles giunge in un momento economico molto delicato.

Lo shock energetico provocato dalla guerra contro l’Iran fa temere un forte rallentamento della congiuntura mondiale.

 

«L’accordo commerciale tra Stati Uniti e Unione europea deve essere rispettato da entrambe le parti», ha affermato Hildegard Müller, presidente della VDA.

 «Ciò significa anche che la Ue deve finalmente ratificare la propria parte dell’accordo concordato la scorsa estate (…) I costi di dazi aggiuntivi sarebbero enormi per l’industria dell’auto tedesca ed europea in un momento già molto difficile».

Secondo l’associazione delle case europee Acea, gli Stati Uniti pesano per il 25% dell’export di auto europee.

 

La reazione del mondo economico tedesco è giunta dopo che il presidente americano ha annunciato venerdì 1° maggio un aumento dal 15 al 25% delle tariffe sulle vetture e i camion europei importati negli Stati Uniti.

In un commento su Truth Social, ha spiegato che «l’Unione europea non sta rispettando l’accordo commerciale», raggiunto nell’estate scorsa.

 Il presidente Trump ha precisato che l’incremento entrerà in vigore dalla settimana entrante, ma ancora ieri sera mancavano dettagli giuridici.

 

L’accordo dell’anno scorso prevede dazi americani del 15% in cambio di una riduzione da parte europea di molte tariffe imposte finora sui prodotti industriali americani. La messa in pratica dell’intesa si è tradotta in due regolamenti, attualmente oggetto di trattativa tra Parlamento e Consiglio. Strasburgo ha rallentato il loro iter di approvazione, in particolare dopo le minacce americane contro la Groenlandia.

Parlamento e Consiglio hanno posizioni negoziali diverse. Il testo proposto da Strasburgo prevede molte clausole di salvaguardie, a differenza della posizione dei Ventisette.

 In questo contesto, non si può escludere che l’annuncio americano sia il tentativo di mettere sotto pressione le due istituzioni europee.

 Il rischio invece è che induca loro ad arroccarsi ulteriormente sulle loro rispettive posizioni.

Una nuova tornata negoziale tra Parlamento e Consiglio è prevista mercoledì.

Il presidente della commissione commercio a Strasburgo, il socialdemocratico tedesco Bernd Lange, ha affermato su “X”:

 «Il piano di Donald Trump di imporre dazi del 25% sulle auto europee è inaccettabile.

 Il Parlamento europeo continua a rispettare l’accordo (…) Mentre l’Unione europea mantiene le sue promesse, la parte americana continua a venir meno ai propri impegni (…) L’Unione europea deve ora mantenere chiarezza e fermezza».

In reazione alle notizie provenienti da Washington, la Commissione europea ha affermato: «L’Unione europea sta attuando gli impegni assunti nella dichiarazione congiunta secondo la prassi legislativa standard. Qualora gli Stati Uniti adottassero misure non conformi alla dichiarazione congiunta (firmata nell’estate scorsa in Scozia, ndr), ci riserveremo la possibilità di agire per tutelare gli interessi dell’Unione europea».

 

Al netto di eventuali cambiamenti di fronte da parte americana - come avvenne nel maggio del 2025 quando la Casa Bianca annunciò dazi del 50% sui prodotti europei, per poi cambiare idea giorni dopo - l’establishment europeo sta soppesando l’eventuale messa in pratica delle nuove minacce provenienti da Washington, la cui base legale, come detto, rimane incerta.

Una prima discussione a livello politico potrebbe esserci domani e dopodomani quando si incontreranno i ministri delle Finanze.

 

In un contesto industriale già fragile, nuovi dazi americani sarebbero deleteri per l’Europa, in primis per la Germania. Secondo i dati della VDA, la Germania ha esportato nel 2025 3,1 milioni di vetture, di cui 410mila verso gli Stati Uniti.

 A questo proposito, il presidente dell’associazione di categoria “Anfia”, Roberto Vavassori, ha spiegato che nuovi dazi penalizzerebbero soprattutto la componentistica italiana, che passa per la Germania, nonché Ferrari e Lamborghini che producono in Italia.

 

 

La popolarità di Trump a picco

all’estero, peggio di lui

solo Netanyahu.

Espansionetv.it – (23/06/2026) – Avatar Ansa – Redazione – ci dice:

 

In Italia inaffidabile per l'83% degli interpellati.

(ANSA) – NEW YORK, 23 giu.2026.

 – La popolarità di Donald Trump cola a picco anche nei sondaggi all’estero: secondo l’ultimo rilevamento del “Pew Research Center” condotto in 36 Paesi, tra cui l’Italia, i giudizi sul presidente americano sono negativi o addirittura molto negativi.

 Una media di appena il 23% degli adulti interpellati ha espresso fiducia sulla capacità di Trump di gestire gli affari del mondo.

In Italia questa percentuale è scesa al 17%, contro un 83% che del presidente Usa nei panni dello statista non si fida per niente.

Il giudizio negativo sul capo della Casa Bianca trascina in basso gli Stati Uniti e il Pew nota che i pareri positivi sull’America sono diminuiti rispetto all’anno scorso in molti luoghi, con "cali a doppia cifra" in Indonesia, Italia, Nigeria, Sudafrica, Corea del Sud e Turchia.

Tra i contenziosi che hanno spinto al ribasso la fiducia nei confronti di Trump e dell’America ci sono i dazi, Gaza, l’Iran, la Groenlandia e l’Ucraina.

 Sette nazioni dello studio continuano ad avere un’opinione positiva degli Usa, con Israele in testa (81% favorevole), mentre i giudizi peggiori vengono da Paesi a opinione pubblica in maggioranza musulmana come Malaysia, Pakistan, Turchia e tra i palestinesi della Cisgiordania e Gerusalemme Est.

 Il Pew ha fatto anche confronti tra i giudizi su Trump e altri leader mondiali: il livello di fiducia nell’americano è più bassa che nel francese Emmanuel Macron, l’ucraino Volodymyr Zelenskyy, il cinese XI Jinping e il russo Vladimir Putin.

 Solo l’israeliano Benjamin Netanyahu ha ricevuto voti più bassi di Trump nel sondaggio. (ANSA).

 

 

 

“L’Europa è più sgradevole della Cina”:

Trump insulta ancora l’Ue ma è

la popolarità degli Usa nel mondo a crollare.

Eurofocus.adnkronos.com – Redazione – (20 -06 -2025) – ci dice:

'Make America Great Again' si traduce in un tonfo globale: gli Stati Uniti crollano nel Democracy Perception Index 2025, mentre la Cina li supera e il presidente Usa è il leader più impopolare del pianeta.

 

“L’Europa è più sgradevole della Cina”.

È solo l’ultima delle dichiarazioni provocatorie del presidente Usa Donald Trump rivolte all’Unione europea, fresco stavolta di un inaspettato accordo con il Dragone per sospendere l’escalation di dazi commerciali.

Un accordo che con l’Ue, nonostante la pausa di 90 giorni in corso, sembra ancora lontano.

Ma mentre Trump insulta a più riprese gli europei (nonché, sottilmente, anche i cinesi), sono proprio gli Usa a perdere smalto nella percezione globale:

la loro popolarità è crollata di 27 punti percentuali dai tempi di Joel Biden, stando al Democracy Perception Index 2025.

Un paradosso per chi aveva promesso di rendere l’America ‘Great Again’ (di nuovo grande).

 

Il sondaggio, realizzato dalla Alliance of Democracies Foundation in collaborazione con Latana e Nira Data in occasione del Democracy Summit in corso a Copenaghen, è stato condotto su oltre 110mila persone in 100 Paesi con l’obiettivo di capire come i cittadini percepiscano i valori democratici fondamentali – elezioni, solidità dello stato di diritto, libertà di parola e partecipazione – e la loro aderenza nella pratica.

 

Gli Stati Uniti crollano.

Per gli Stati Uniti è un crollo: la maggior parte degli intervistati nel mondo ha cambiato drasticamente opinione sul Paese. I

l punteggio netto di percezione globale degli Usa infatti è ora al -5%, a fronte del +22% di un anno fa.

 

Addirittura gli Stati Uniti sprofondano sotto la Cina e si collocano poco sopra la Russia, risalita al -9% dal -14% del 2024. Nel dettaglio, solo il 45% dei Paesi giudica gli Usa positivamente, rispetto al 76% dell’anno precedente.

Nel frattempo, la Cina ha registrato il 14% di buone opinioni rispetto al precedente +5%, risultando quindi per la prima volta più popolare degli Usa e raccogliendo percezioni per lo più favorevoli in tutte le regioni. Gli alleati degli Stati Uniti come Israele, Corea del Sud, Giappone, Polonia e Ucraina continuano a preferirli, ma si tratta di eccezioni: nell’Europa occidentale, in gran parte dell’Asia e dell’America Latina, e soprattutto in Medio Oriente e Nord Africa, la Cina è considerata molto più positivamente degli Stati Uniti. Nel Vecchio Continente, solo Lituania, Ungheria, Polonia e Regno Unito valutano Washington meglio di Pechino.

 

Sicuramente su questo risultato pesano gli insulti del tycoon, che ha più volte definito gli europei “scrocconi, cattivoni e parassiti“.

 

Trump: impopolarità record a livello mondiale.

Non occorre andare lontano per capire il perché di questo cambiamento: è tutto merito di Trump. Dalle sue continue critiche all’Ue alle sue dichiarazioni controverse, dalla scomposta guerra dei dazi al crollo delle Borse fino all’addio agli aiuti umanitari (rinunciando, en passant, a varie forme di ‘soft power’), in tutto il mondo la reazione è stata netta.

 

La conferma viene dalla reputazione del presidente Usa, che a livello globale è meno popolare anche di Putin e Xi Jinping. In sostanza, il tycoon ha ottenuto il punteggio peggiore tra una serie di leader politici, culturali e spirituali – tra cui Elon Musk, Bill Gates, Papa Francesco, Taylor Swift e Kim Kardashian – risultando quello con l’immagine più universalmente negativa.

 

Nell’82% dei Paesi, il 57% in media delle persone lo giudicano in modo sfavorevole e solo il 27% positivamente. Dietro di lui Putin, che raccoglie percezioni nette negative nel 61% dei Paesi, e Xi Jinping con il 44%. Anche Elon Musk ottiene una percezione netta negativa complessiva, mentre Bill Gates sembra essere molto apprezzato con un punteggio netto positivo che supera sia Papa Francesco che Taylor Swift.

Trump è visto negativamente in quasi tutte le regioni del mondo, specialmente nei Paesi democratici. Solo nell’Africa sub-sahariana riceve un rating leggermente positivo. Putin, nel frattempo, è percepito altrettanto negativamente di Trump nei Paesi democratici, ma l’opinione è più neutrale in Asia e nella regione Mena (Middle East and North Africa), ed è leggermente positiva nei Paesi autoritari e in tutta l’Africa subsahariana.

 

XI Jinping riceve invece valutazioni complessivamente molto meno negative, con opinioni leggermente positive nei Paesi autoritari, in particolare nell’area Mena e nell’Africa subsahariana. Nei Paesi democratici, compresa l’Europa, il leader cinese viene considerato negativamente, ma meno di Trump o Putin.

 

Democracy Perception Index 2025 Popolarità leader.

La popolarità dei leader politici, culturali, spirituali e ‘business’ (Verdi: giudizi positivi; Rossi: negativi; Grigio: Non sa) – (Democracy Perception Index 2025)

La democrazia è ancora la forma di governo preferita.

“Non sono sorpreso che la percezione degli Stati Uniti sia diminuita così drasticamente, anche se trovo rassicurante che il sostegno all’ordine internazionale basato sulle regole rimanga forte in tutto il mondo”, ha commentato Anders Fogh Rasmussen, presidente di Alliance of Democracies Foundation ed ex segretario generale della Nato.

 

Infatti, nonostante il calo degli Usa, l’analisi mostra che la fiducia nella democrazia resta alta a livello globale: due terzi degli intervistati la considerano la forma di governo preferita. Ma ci sono ancora molte sfide che preoccupano i cittadini: la corruzione, la mancanza di trasparenza e l’influenza indebita di interessi particolari.

 

C’è poi un ampio sostegno a un ordine internazionale basato sulle regole: l’85% degli intervistati crede che i Paesi debbano rispettare le leggi internazionali, anche se questo limita la loro libertà d’azione. Un’opinione condivisa da persone sia negli Stati democratici che in quelli non democratici, comprese le grandi potenze come gli Stati Uniti, la Russia e la Cina.

 

Non tutti combatterebbero per difendere il proprio Paese.

Tuttavia, ha sottolineato Rasmussen, rimangono contrastanti le opinioni sulla spesa per la difesa e la volontà delle persone di difendere il proprio Paese, definite “piuttosto preoccupanti, soprattutto in Europa “.

Nel Vecchio Continente, infatti, i cittadini di Paesi come Ucraina, Polonia, Norvegia, Georgia, Finlandia, Svezia, Paesi Bassi e Regno Unito sostengono l’aumento della spesa per la difesa, mentre quelli di Italia, Francia, Grecia, Austria e Belgio si oppongono. In Germania l’opinione pubblica è divisa.

Anche la disponibilità a difendere personalmente il proprio Paese in caso di attacco varia fortemente: in Europa, è alta in Norvegia, Grecia e Svezia, ma bassa in Francia, Belgio, Moldavia e Italia.

 

A livello globale, i Paesi autoritari mostrano maggiore prontezza (59%) rispetto alle democrazie (45%). Gli intervistati nella regione Mena hanno riportato la più alta disponibilità a combattere (69% tra quelli di età compresa tra 18 e 55 anni).

 

Democracy Perception Index 2025 disponibilità a combattere per il proprio Paese.

Disponibilità a combattere per il proprio Paese (0% non favorevoli – 100% favorevoli) (Democracy Perception Index 2025).

Infine, un campanello d’allarme non analizzato nel Democracy Perception Index ma comunque rilevante è una crescente disillusione da parte dei giovani della Gen Z, molti dei quali esprimono scetticismo verso la democrazia, con alcuni che preferirebbero forme di governo più autoritarie.

Anche per questo è particolarmente significativo il monito lanciato infine da Rasmussen commentando i risultati dell’Indice: “Ogni anno questo sondaggio conferma che i cittadini in tutto il mondo credono nella democrazia, ma coloro che hanno la fortuna di vivere nelle democrazie chiedono con forza che i loro governi mantengano le promesse”.

 

 

  

Buio americano: gli Stati Uniti di Trump.

Intervista a Mario Del Pero.

 Pandorarivista.it – (13 - 02 – 2026) - Scritto da Ruben David – ci dice:

 

L’ascesa di Donald Trump e del trumpismo alla guida degli Stati Uniti sta ridefinendo in profondità il sistema politico americano sia sul piano interno – con il rischio concreto di una torsione illiberale e autoritaria – sia su quello della politica internazionale, spingendo il Paese verso una postura ostentatamente neo-imperiale e marcatamente affaristica.

 

In questa intervista a Mario Del Pero, professore ordinario presso il Centre d’Histoire di Sciences Po a Parigi dove insegna storia globale e storia della politica estera statunitense, a partire dal suo ultimo libro Buio americano.

Gli Stati Uniti e il mondo nell’era Trump (il Mulino 2025), ripercorriamo le origini e gli sviluppi più recenti della crisi interna americana e della nuova collocazione internazionale degli Stati Uniti sotto la presidenza Trump, interrogandoci anche sui possibili scenari futuri.

 

Partiamo da una questione quasi metodologica, eppure importante. La storia può aiutarci a comprendere quello che sta accadendo oggi negli Stati Uniti?

 

Mario Del Pero:

Di mestiere faccio lo storico e cerco quindi di leggere il presente attraverso le chiavi della storia.

Questo non significa credere nella ciclicità o nella ripetizione degli eventi, né pensare che la storia offra “lezioni” pronte all’uso.

Non si tratta di tornare al passato per trovare modelli identici a ciò che accade oggi per ricavarne indicazioni, ma di ricostruire i processi che hanno condotto all’oggi.

 La storia non si ripete, è progressiva ma non lineare ed è fatta di rotture, svolte e discontinuità.

 È con questo approccio che provo a comprendere ciò che sta accadendo negli Stati Uniti, una situazione che mi colpisce e mi addolora profondamente.

 Sono un americanista, ho vissuto e lavorato a lungo nel Paese, verso il quale nutro una forte passione intellettuale.

Tornarci oggi suscita in me una preoccupazione inedita. Storicizzare il presente significa dunque contestualizzare, collocare l’oggi in una traiettoria più ampia.

 Così emergono fattori che aiutano a spiegare fenomeni altrimenti difficili da comprendere, dall’ascesa di Donald Trump alla presidenza alla spirale di violenza che attraversa la società americana, fino all’impressione sempre più netta di una torsione autoritaria e illiberale.

 

 Guardiamo allora più da vicino a questi fattori.

Quali sono le cause profonde, la matrice storica, di Trump e del trumpismo?

Nel libro richiama fattori come la sfiducia nelle istituzioni, la polarizzazione, le disuguaglianze e la deindustrializzazione che hanno segnato gli Stati Uniti degli ultimi decenni.

Vorrei si soffermasse sulla dimensione socioeconomica: perché l’idea di una base elettorale di Trump composta soprattutto dalla working class è, a suo avviso, una lettura fuorviante?

 

Mario Del Pero:

 L’elezione di Trump si comprende solo ricostruendo il profondo malessere sociale ed economico e il processo di delegittimazione della politica e delle istituzioni, su cui una proposta radicale e autoritaria come la sua ha potuto fare leva.

Nell’ultimo mezzo secolo, i processi di integrazione economica globale, riassumibili nel concetto di globalizzazione, hanno trasformato in profondità la struttura sociale ed economica degli Stati Uniti e non solo.

 In nessun altro Paese avanzato, tuttavia, questi cambiamenti hanno avuto effetti così dirompenti:

la quota di occupati nell’industria manifatturiera è crollata di circa il 70%, con la perdita di milioni di posti di lavoro. Oggi il settore manifatturiero impiega appena il 7-8% degli occupati, circa un terzo rispetto a Paesi come Italia e Germania.

Durante il liceo trascorsi un anno negli Stati Uniti a Gary, una città industriale dell’Indiana nata attorno all’acciaio e poi devastata dalla deindustrializzazione.

Tra gli anni Settanta e Novanta, con l’arrivo dell’acciaio giapponese e tedesco prima ancora che cinese, ha perso circa il 70% degli abitanti e non si è mai più ripresa.

Ma queste dinamiche non hanno riguardato tutta l’America. Mentre alcune aree sono state colpite duramente, altre – grandi aree metropolitane e poli dell’economia dei servizi come Charlotte, Austin, Phoenix o la Silicon Valley – hanno beneficiato dalla transizione verso un altro modello di economia. Ne è derivata una frattura territoriale e sociale profonda, primo elemento chiave per comprendere il trumpismo.

 A questo processo se n’è affiancato un secondo strettamente correlato.

In una società di servizi avanzati, con specifiche politiche fiscali e tributarie, sono cresciute in modo significativo le diseguaglianze di reddito e, ancor più, di ricchezza.

 Il premio salariale legato al livello di istruzione è aumentato drasticamente e chi è privo di titoli post-secondari oggi accede soprattutto a lavori precari e peggio retribuiti. Fino al 2008, l’impatto di queste trasformazioni è stato in parte attutito da un meccanismo compensativo: i consumi alimentati dal debito, resi possibili dall’aumento del valore degli immobili e da un accesso estremamente facile al credito.

Quel compromesso sociale – i consumi come ammortizzatore indiretto delle disuguaglianze – è però esploso con la crisi dei mutui subprime.

Venuto meno quel meccanismo compensativo, sono riemerse con forza le fratture sociali che la bolla immobiliare aveva temporaneamente occultato.

 

Da questo quadro emerge che i gruppi maggiormente colpiti sono stati soprattutto i maschi bianchi con livelli di istruzione bassi o medio-bassi e redditi medio o medio-bassi, che hanno visto ridursi reddito e potere d’acquisto.

Sono loro – e non gli americani più poveri – a costituire la base elettorale di Trump.

A questi si aggiungono gli elettori con redditi molto elevati, attratti dalle promesse di riduzione delle tasse sui redditi alti, sui capitali e sui profitti d’impresa, nonché dalla promessa di smantellamento dell’impianto regolatorio post-2008.

A questi fattori si somma, nel 2008, l’elezione del primo presidente afroamericano.

 Una parte dell’America bianca non l’ha mai accettata, alimentando una campagna di delegittimazione che Trump ha contribuito a guidare fin dall’inizio e sulla quale ha costruito la sua ascesa.

È su questa reazione che si innesta il riemergere della questione razziale e del suprematismo bianco come componente ideologica del trumpismo. Nel tornante del 2008 si intrecciano dunque la crisi di un modello socioeconomico e il riemergere della questione razziale che si sommano al fallimento delle guerre americane del XXI secolo.

È in questo contesto di rabbia, frustrazione e sfiducia che matura il terreno su cui può affermarsi una figura antipolitica come Donald Trump.

Senza questo sfondo non si spiegherebbe l’elezione, per la prima volta nella storia statunitense, di un presidente privo di qualsiasi precedente esperienza politica o militare.

Una rottura quindi che diventa comprensibile solo alla luce della frattura prodotta dal 2008, da collocare nella più ampia trasformazione dovuta ai processi d’integrazione economica globale dell’ultimo mezzo secolo.

 

 

Torniamo alla questione della torsione autoritaria. Tra l’uso dell’agenzia federale” ICE” (Immigration and Customs Enforcement) come strumento para-militare al servizio del presidente, le intimidazioni nei confronti della stampa, la messa in discussione del limite dei due mandati e delle regole del gioco elettorale, fino al precedente dell’assalto al Campidoglio, i segnali si accumulano.

 In quale punto della “scala di grigi” tra democrazia e autocrazia si collocano oggi gli Stati Uniti di Trump? E qual è lo stato dei contropoteri interni inclusa l’opposizione politica?

 

Mario Del Pero:

Credo che l’esistenza di un tentativo di torsione autoritaria sia ormai difficilmente contestabile.

La gravità di quanto sta accadendo è tale che negarla significa essere ideologicamente ciechi o in mala fede.

 Che questo progetto riesca a compiersi fino in fondo non è scontato, perché molto dipenderà dalla tenuta dei contropoteri democratici, ma l’impianto autoritario è evidente. Il caso dell’ICE è particolarmente rivelatore.

Nata dopo l’11 settembre 2001 con funzioni prevalentemente amministrative legate al controllo dello status degli immigrati e all’antiterrorismo, l’agenzia è stata progressivamente trasformata da Trump in un braccio operativo e militarizzato dell’esecutivo.

L’ultima legge di bilancio ne ha quadruplicato i fondi; gli agenti sono passati da 10.000 a 22.000 e dovrebbero arrivare a 50.000 entro la fine del mandato. Il reclutamento segue criteri apertamente politici e ideologici, con una presenza significativa di ambienti del suprematismo bianco. A ciò si aggiungono formazione accelerata, addestramento insufficiente, uso sproporzionato della forza e un messaggio di sostanziale impunità. Quando veri e propri assassinii documentati vengono giustificati come operazioni contro il “terrorismo interno”, senza sospensioni né indagini, non siamo di fronte a singoli abusi ma alla costruzione deliberata di una verità alternativa.

Fin dall’insediamento della nuova amministrazione, inoltre, si è dispiegata una violenza senza precedenti contro immigrati e presunti irregolari, con una sospensione di fatto dell’habeas corpus che ha portato anche persone innocenti in carceri di massima sicurezza in El Salvador, dopo essere state incatenate ed esibite come trofei.

Questa torsione non riguarda però solo sicurezza e immigrazione.

Si manifesta anche nel modo di governare.

 Trump fa un uso massiccio degli ordini esecutivi, molto superiore a quello di Biden, tentando in alcuni casi di modificare principi costituzionali fondamentali come il diritto di cittadinanza sancito dal XIV emendamento. Il Congresso, pur a maggioranza repubblicana, è stato marginalizzato e si governa per eccezione, mentre l’autonomia delle agenzie e delle istituzioni federali viene progressivamente erosa.

Il Dipartimento di Giustizia è ormai un organo al servizio diretto del presidente; persino la Federal Reserve è stata oggetto di forti pressioni ed ingerenze.

 Tra i primi atti dell’amministrazione vi sono stati il licenziamento degli ispettori generali di tutti i dipartimenti dell’esecutivo incaricati di vigilare sulla legalità dell’azione di governo e incriminazioni mirate contro funzionari considerati avversari politici, a partire dal funzionario che aveva certificato la regolarità delle elezioni del 2020 e dall’ex direttore dell’FBI.

 

Tutto ciò mette in luce anche la fragilità della Costituzione americana, antica e poco attrezzata a contenere una sfida autoritaria di questo tipo. Sul fronte dei contropoteri, il ruolo più attivo è stato finora svolto dalle Corti, che hanno bloccato diversi decreti presidenziali.

Tuttavia, il mancato rispetto di alcune sentenze apre una crisi costituzionale, aggravata dalla sentenza del 2024 sull’immunità presidenziale e dal ruolo ancora tutto da verificare di una Corte Suprema a maggioranza conservatrice e in parte nominata dallo stesso Trump.

 Un ulteriore contropotere è rappresentato dalla mobilitazione civile ed elettorale.

 Nel ciclo elettorale del 2025, dalle elezioni locali al referendum in California, i democratici hanno ottenuto risultati significativi e oggi controllano più governi statali rispetto a dieci anni fa. Se le elezioni di mid-term si svolgeranno regolarmente, è probabile che riconquistino la Camera, anche se restano forti incognite legate a intimidazioni e interferenze incluso il dispiegamento dell’ICE ai seggi. I media continuano a operare, ma il loro impatto sull’opinione pubblica è fortemente ridotto da un ecosistema frammentato e polarizzato dove circolano narrazioni false o manipolate.

 A ciò si aggiunga il fatto che Trump in più di un’occasione ha tentato di influenzare o pilotare processi di fusione e concentrazione dei media. In sintesi, un disegno autoritario è in atto. I contropoteri democratici non sono scomparsi, ma agiscono in un clima di intimidazione e violenza crescente.

 È questa combinazione di repressione, delegittimazione e produzione di verità alternative a definire i tratti dell’autoritarismo contemporaneo.

 

 Venendo alla politica estera, lei sostiene che l’isolazionismo non sia una categoria utile per interpretare il collocamento internazionale statunitense, né oggi né storicamente. Eppure, soprattutto durante la campagna elettorale e già nel primo mandato di Trump, anche in Europa si è diffusa l’idea di un presidente sostanzialmente isolazionista.

Alla luce del discorso di insediamento del gennaio 2025 e delle prime azioni della nuova amministrazione, quale visione di politica estera emerge oggi? Se non si tratta di isolazionismo, quali categorie interpretative risultano più adeguate?

 

Mario Del Pero:

L’isolazionismo non è una categoria analitica utile, né per Trump né, più in generale, per la storia degli Stati Uniti. Quando Trump si insedia per la prima volta nel 2017, gli Stati Uniti dispongono di centinaia di basi militari nel mondo, il dollaro è la valuta di riferimento del sistema finanziario e commerciale globale e Washington mantiene un potere decisivo nelle istituzioni internazionali. Un Paese con questo livello di proiezione globale non può “isolarsi”, può semmai ridefinire forme, strumenti e linguaggi della propria egemonia. Per comprendere la politica estera della seconda amministrazione Trump, la categoria più adeguata è quella di imperialismo, inteso in senso sia analitico sia prescrittivo.

Analitico, perché la politica internazionale viene concepita come una competizione permanente tra potenze in un contesto anarchico e a somma zero.

 Prescrittivo, perché se questa è la natura del sistema internazionale, allora – nella visione trumpiana – è legittimo agire senza vincoli multilaterali, senza mediazioni istituzionali e senza remore morali.

Si tratta inoltre di un imperialismo esplicito, ostentato. Nel discorso di insediamento del gennaio 2025 Trump richiama apertamente l’espansione territoriale e il manifest destiny, uno slogan del nazionalismo cristiano espansionista che rinvia all’Ottocento, alla guerra contro il Messico (1846-1848) ai tempi del presidente James Polk e alla prima fase dell’ascesa imperiale americana alla fine di quello stesso secolo.

 Non a caso indica William McKinley come modello e arriva ad affermare che gli Stati Uniti “si prenderanno la Groenlandia in un modo o nell’altro”, parole che fino a pochi anni fa sarebbero sembrate impensabili.

Questa visione emerge con chiarezza anche nella nuova National Security Strategy (NSS). Il capitolo sull’America Latina ripropone una Dottrina Monroe aggiornata, che concepisce la regione come uno spazio a sovranità limitata e legittima un diritto di intervento diretto degli Stati Uniti nel loro “giardino di casa”.

 Non sorprende che la pressione si stia nuovamente concentrando su Paesi come Venezuela e Cuba, secondo una logica apertamente neocoloniale.

 

Accanto all’imperialismo, si afferma una dimensione che potremmo definire gangsteristica: una politica estera fondata sull’uso disinibito della forza, della minaccia e del ricatto, in cui l’azione conta più della legittimità. Trump lo aveva già esplicitato nel 2017 sostenendo davanti ad un giornalista che gli Stati Uniti avrebbero dovuto imparare da Putin ad essere dei “killer” più efficaci. Infine, vi è una terza componente cruciale: l’affarismo. La politica estera diventa strumento al servizio di interessi privati e familiari. Dalla deregolamentazione delle criptovalute che favorisce direttamente attività riconducibili alla famiglia Trump, agli investimenti esteri in società controllate dai suoi figli, fino ai dossier mediorientali gestiti dal genero Jared Kushner e intrecciati all’attivismo dei fondi sovrani del Golfo, emerge una sistematica confusione tra interesse nazionale e arricchimento personale. In questo quadro si collocano anche iniziative opache come il cosiddetto Board of Peace, dove Trump viene indicato come presidente a vita e pensato come alternativa alle istituzioni multilaterali onusiane. Anche lo scontro con l’Unione Europea può essere in parte letto in questa chiave, come difesa degli interessi dei grandi colossi digitali statunitensi contro le politiche regolatorie europee. Dunque, la politica estera trumpiana non è isolazionista ma è il prodotto di una combinazione di imperialismo esplicito, uso predatorio del potere e privatizzazione delle relazioni internazionali. Ed è proprio questa miscela a renderla profondamente destabilizzante, per l’ordine globale e per la stessa democrazia americana.

Riguardo i rapporti transatlantici, tra minacce a Stati membri dell’Unione Europea e della NATO, dazi unilaterali, retorica ostile verso gli alleati, ambiguità sull’Ucraina e sostegno ai movimenti Make Europe Great Again (MEGA), quale visione ha oggi l’amministrazione Trump dell’Europa e dell’UE? L’obiettivo è indebolire il progetto di integrazione sovranazionale? E sul piano della difesa e sicurezza, come va interpretato il rapporto con la NATO?

 

Mario Del Pero:

Ho appena terminato l’insegnamento di un corso sulle relazioni transatlantiche e, scherzando, ho detto ai miei assistenti che forse è l’ultimo anno in cui questo corso avrà luogo. Perché siamo di fronte ad una crisi qualitativamente diversa rispetto a quelle del passato.

Partiamo dall’Europa.

 Dal punto di vista di Trump e del suo entourage, l’Europa è al meglio un partner subalterno, dipendente, facilmente ricattabile; al peggio è un vero e proprio nemico.

Un nemico ideologico, perché l’Unione Europea, con tutti i suoi limiti, resta un progetto di integrazione sovranazionale e cosmopolita, cioè l’esatto opposto del nazionalismo razziale e identitario alla base del trumpismo.

Non è un caso che nella National Security Strategy si parli di una possibile “cancellazione della civiltà europea” e si affermi che alcuni Paesi starebbero diventando “meno europei” in quanto destinati ad essere meno bianchi e meno cristiani.

 In questa visione oltretutto l’Alleanza Atlantica smette di essere solo un’alleanza strategico-militare e diventa un progetto di civiltà: un Occidente definito in termini razziali e religiosi. A ciò si aggiungono elementi più pragmatici come l’accusa all’Europa di essere troppo legata economicamente alla Cina e, soprattutto, il fastidio per la capacità regolatoria dell’UE, che colpisce direttamente grandi interessi economici statunitensi, dal digitale alle multinazionali.

 L’Unione Europea ha finora scelto una strategia di mediazione consistente nell’attenuare l’urto, guadagnare tempo, cercare compromessi sui dazi per proteggere un tessuto produttivo, come quello italiano, fortemente esposto al mercato americano. Questa scelta ha una sua razionalità politica ed economica, ma ha un costo elevato in quanto l’UE ne esce ulteriormente delegittimata e umiliata. Non ha dato l’impressione di fermezza né di capacità di risposta autonoma, e Trump lo ha capito benissimo. Vuole disintegrare l’UE? Sì. Perché per lui è molto più conveniente trattare bilateralmente con governi nazionali, più deboli e più facilmente divisibili, e perché spera di favorire l’ascesa di “piccoli Trump” in Europa. Il sostegno esplicito ai partiti dell’estrema destra europea, gli incontri istituzionali selettivi con la segretaria di Alternative für Deutschland (AfD) al posto del cancelliere tedesco, il messaggio apertamente antieuropeo del vicepresidente J.D. Vance alla Conferenza di Monaco vanno tutti in questa direzione.

 

Quanto alla NATO, il tema dell’aumento fino al 5% rispetto al PIL della spesa militare dei Paesi membri è in larga misura cosmetico.

 Serve a fare pressione politica e propaganda, più che ad aumentare il reale contributo militare europeo all’Alleanza creando magari un pilastro europeo della NATO.

L’Alleanza Atlantica resta fondata su un compromesso strutturale e asimmetrico: gli Stati Uniti garantiscono sicurezza, gli europei concedono basi, privilegi e una posizione semi-imperiale a Washington.

Questo compromesso oggi scricchiola, ma non viene sostituito da un’alternativa coerente. Il punto decisivo è un altro, ovvero che dentro lo schema neo-imperiale di Trump non esistono alleati permanenti. Tutto è transazionale. Ogni relazione è uno scambio che deve favorire il più forte. Se servono territori, risorse o concessioni, vengono presi anche se appartengono ad alleati storici.

 La crisi sulla Groenlandia nasce esattamente da qui. In questo quadro, la crisi transatlantica attuale non è solo l’ennesima crisi, come tante se ne sono succedute dalla fondazione dell’Alleanza, ma è una trasformazione profonda del modo in cui gli Stati Uniti concepiscono alleanze, partner e ordine internazionale.

E questo la rende qualitativamente diversa da tutte quelle che l’hanno preceduta.

(Scritto da Ruben David).

 

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