L’UE è peggio di Trump.
L’UE è
peggio di Trump.
Le
mattane di Trump,
uno
stimolo per cambiare
che l
‘UE sta sprecando.
Economy
magazine.it – Sergio Luciano – (22-06-2026) - Redazione – ci dice:
E’ deprimente
constatare come i leader politici dei governi europei, ma soprattutto i partiti
che al momento si aggregano in Europa a sostenere la Commissione Ursula-2,
stiano sprecando l’occasione fornitagli da Trump col suo straparlare di
cambiare marcia e rifondare ma sul serio metodi e regole dell’Unione.
Di
fronte agli insulti dell’Energumeno Biondo che – dando quotidianamente ragione
con i fatti alle accuse della nipote Mary che lo definisce patologicamente in
declino cognitivo – accusano gli Stati europei di ogni nefandezza, quelli che
fanno?
Niente.
Si
indignano, solidarizzano, e perseverano… nelle loro nefandezze.
Ma
allora il “Matto-in Chief” ha ragione? Non particolarmente.
E nella misura in cui ce l’ha, sbaglia a
esprimerla nei termini che adotta perché la delegittima trasformando quella che
dovrebbe essere una critica impietosa in un vomito d’insulti inascoltabili.
Ma la ragione ce l’ha l’evidenza.
Le
norme che regolano l’Unione sono inapplicabili e insieme pesantissime.
Inapplicabili
rispetto al “fare” e pesantissime quanto a fattore frenante.
In
politica estera, noi europei non siamo stati capaci di creare alcun vero
organismo di coordinamento titolare di poteri effettivi:
l’Alta rappresentante dell’Unione per gli
affari esteri e la politica di sicurezza è poco più di un addetto stampa della
Presidente Von der Layen.
Sulla
Nato la nostra linea è eterogenea, con i tedeschi ultra -guerrafondai
probabilmente per tendenza storica, ahinoi, e forse anche perché Merz tenta
così di contrastare il passo, in casa sua, ai neonazisti di AFD, ormai
accreditati da molti sondaggi di un consenso del 30%.
I tedeschi hanno sbagliato tutte le scelte
sull’energia e sulla manifattura, dandosi in schiavitù alla Cina, sono in crisi
economica e reagiscono con protezionismi isteroidi come quello contro l’Italia
su Unicredit-Commerzbank.
La
Gran Bretagna non è Unione Europea, ma in Europa è l’unica nazione con capacità
militari attive riconosciute e quindi agli occhi del mondo è pur sempre Europa:
ebbene,
la sua situazione politica interna è devastante, Stormer sta per dimettersi e
nessuna maggioranza nitida si candida credibilmente a gestire il Paese.
Quindi
non fa blocco comune con l’Ue e dove serve come complemento, la difesa, non si
sa con chi parlarne.
Tutto
questo si riverbera sull’inconsistenza della linea Europea nella Nato,
denunciata da Trump con più ragione che su tutti gli altri temi.
In
Francia, l’imbarazzante controfigura massonica che si chiama Emmanuel Macron,
dopo aver sciolto il Parlamento nel giugno del 2024 ha già bruciato tre premier
(Barnier, Bayrou, Le Cornè), precipitando il paese nel caos politico più
profondo della Quinta Repubblica.
L’81%
dei francesi ritiene che la democrazia non funzioni e il 60% chiede le
dimissioni di Macron, ma lui le respinge, mentre il deficit francese è previsto
al 5,7% nel 2026 (il doppio dell’Italia) e il debito viaggia al 118% del Pil,
tanto che i titoli pubblici di Parigi hanno uno spread peggiori dei nostri.
In
Spagna invece sviluppo ce n’è, ma solo l’8% dei cittadini dichiara di fidarsi
del premier Sanchez, anche a causa dell’ormai irreversibile frattura con i
catalani.
Il
vicepresidente della Bce Luis de Guindo ha citato Madrid come esempio di
«fragilità politica» nell’Eurozona.
Moglie
e fratello di Sanchez son o inquisiti per corruzione.
E i
sondaggi indicano una costante crescita della destra estrema di “Vox”.
E cosa
dire dell’Italia?
La nostra crescita è stata portata unicamente
dalla spesa dei soldi del PNRR, che per quasi due terzi sono debiti.
Il
resto è gracile.
L’export
tira per la bravura delle nostre imprese, ma la domanda interna è debole.
Nessuna
delle grandi riforme promesse dal governo Meloni per vincere le elezioni è
stata attuata:
né la
giustizia, né l’autonomia differenziata, né il presidenzialismo, né le
pensioni, né il fisco.
Nulla
di serio sull’immigrazione, nulla di vero sulla sicurezza, sanità in
deperimento, trasporti nella fibrillazione degli scioperi.
La
destra che aveva nella propria compattezza interna la risorsa per rappresentare
quell’idea di stabilità politica che piace ai mercati, è minata oggi dal
fattore Vannacci e la sinistra si mina da sola su una quantità stupefacente di
cretinerie.
Questa
è l’Europa che Trump sbeffeggia.
E anziché chiedersi come fare per togliergli
ragioni di irrisione, i leader s’indignano.
Si
compattano per dire “ohibò” e un istante dopo continuano a far nulla anzi,
peggio, a fare danni, in balìa come sono della casta burocratica europea,
capace solo di dettare norme deliranti, come l’ETS – che oggi, guarda un po’,
la Commissione vuole riscrivere.
Insomma:
Trump
un infortunio della storia, un cafone pazzoide che sta oltretutto scavandosi la
fossa perché a sostenerlo ancora sono rimasti solo i fanatici “modello Capitol
Hill”.
Ma
mentre quest’evidenza scuote gli Stati Uniti, le sue parole pur così volgari e
inaccettabili in un contesto di serietà e di correttezza istituzionale,
descrivono con poche iperboli quello che è un vero e proprio un disastro
politico, l’Unione Europea.
Un
disastro dal quale, peraltro, è impossibile tornare indietro: si potrebbe
rifondarla ma appunto:
chi
potrebbe farlo, di queste quattro amebe al potere?
Così
lontana così presente.
Riflessioni
sull’Europa
nella
capitale di Trump.
Affarinternazionali.it
- Riccardo Alcano – (23 Aprile 2026) –
Redazione – ci dice:
Analisi
Europa – USA.
Pochi
giorni a Washington non possono che servire a farsi un’idea di massima dello
stato del dibattito di politica estera e in particolare delle relazioni con
l’Europa.
Eppure una serie di incontri con funzionari
della “Delegazione Ue” presso gli Stati Uniti e l’ambasciata italiana, nonché
con esperti di think tank con diverso orientamento di politica estera come il
“Center for American Progress” (di dichiarata vocazione progressista), l’”Atlantic
Council” e il “German Marshall Fund” (campioni della tradizione atlantista
degli Stati Uniti), la Booking Institution (bastione dell’internazionalismo e,
incidentalmente, per un periodo datore di lavoro di chi scrive) e il “Quincy
Institute for Responsible State kraft” (nato pochi anni fa con la missione di
dare maggiore voce ai “restringer”, gli scettici dell’interventismo globale
Usa) hanno fornito spunti che arricchiscono le riflessioni di chi studia la
politica estera dalla distante e provinciale Italia.
L’Europa
lontana.
Una
prima impressione è che l’Europa sia allo stesso tempo lontana e presente nel
lavoro quotidiano di chi si occupa di relazioni internazionali a Washington – e
anche oltre, come vedremo.
L’Europa
è lontana perché chiaramente è sempre meno una priorità strategica.
Al di
là delle ben note idiosincrasie dell’amministrazione Trump nei confronti del
Vecchio Continente – che in certi ambienti (anche molto in alto) sfociano in
aperta ostilità –, l’allentamento dei legami transatlantici nella mente di
politici ed esperti americani sembra difficilmente contestabile, anche se molti
(soprattutto tra gli esperti) se ne lamentano.
Il
punto non è tanto che non si riconosca il potenziale strategico di un rilancio
del legame transatlantico;
è che si hanno poche idee su come farlo e
ancor meno volontà di investirvi.
I quadri del governo, quelli che al
Dipartimento di Stato, al Pentagono e in altre agenzie governative con una
dimensione esterna gestiscono il “day by day” della politica estera e di difesa
Usa, continuano a essere inseriti in meccanismi istituzionalizzati di
comunicazione, coordinamento e cooperazione transatlantica.
Ma
anche a questo livello arriva, dietro le quinte, la raccomandazione agli
europei di investire sì nel mantenimento e potenziale rilancio della relazione
con gli Usa, ma anche di costruirsi alternative qualora l’ostilità dall’alto
dovesse gradualmente permeare tutta la macchina del governo.
“Seguite
il Canada”, è il consiglio spassionato, ovvero costruitevi modalità di maggiore
resilienza e autonomia come polizza assicurativa.
Per il
momento, le cose non sono così terribili come sembrerebbe se ci si fermasse ai
periodici ma ricorrenti insulti di Trump.
Ma
nemmeno sono incoraggianti.
L’amministrazione
vuole che l’Ue dia alle compagnie americane la possibilità di beneficiare dei
maggiori investimenti europei in difesa, senza però offrire reciprocità;
insiste
sul gas naturale liquefatto Usa come fonte sicura (anche se cara) di
approvvigionamento per gli europei;
e
accusa l’Ue di discriminare contro le aziende high tech americane,
surrettiziamente argomentando che la regolamentazione – e non l’assenza di
investimenti e il mancato completamento del mercato dei capitali Ue – sia la ragione
del ritardo tecnologico europeo.
Sull’Ucraina,
il silenzio è assordante.
Non
che la macchina del governo o i think tank non se ne interessino — al
contrario.
Ma i
processi decisionali tradizionali, che si basavano su scambi inter-agenzia poi
filtrati fino al vertice politico, sono fermi.
I
dossier più importanti sono gestiti dal presidente e da pochi altri che vi
hanno accesso e l’Ucraina chiaramente non è una priorità.
La “Sottocommissione
per l’Europa” della Camera dei Rappresentanti, per fare un esempio, non ha
avuto una singola audizione in merito per un anno e mezzo.
Un
discorso simile vale per l’Iran, che pure cattura l’attenzione del presidente
molto di più (e almeno la “Commissione Relazioni Estere della Camera” ha
ospitato membri del gabinetto in due occasioni, a porte chiuse, dopo l’inizio
della guerra).
Il
tema è dibattuto ampiamente nell’establishment di politica estera Usa, ma i
canali di comunicazione col vertice politico sono al limite dell’inesistente.
L’incertezza di noi europei sulle scelte del
presidente è insomma un’esperienza comune a molti anche a Washington,
nonostante la prossimità fisica e istituzionale.
Le
diplomazie europee, quella italiana compresa, si affidano a rapporti personali
per ottenere informazioni e trasmettere messaggi.
La buona notizia è che gli europei sembrano
abbastanza allineati su alcuni messaggi chiave in merito, tutti indirizzati
verso una spinta a concludere la guerra una volta per tutte:
che sono disponibili a contribuire al processo
di stabilizzazione post-conflitto del Golfo come testimonianza di
responsabilità;
che la
questione della fiducia è cruciale perché si possa cooperare con gli Usa, che
non possono semplicemente aspettarsi che gli europei soddisfino i loro
desiderata in assenza di coinvolgimento;
che
sono molto preoccupati per la sostenibilità del modello di sviluppo dei paesi
arabi dell’area;
che i
costi non sono solo un problema per le loro economie ma per le relazioni degli
Usa con paesi del mondo la cui collaborazione è necessaria per gestire i
rapporti con la Cina;
e che la Cina, appunto, sta beneficiando anche
del consumo nel Golfo di risorse Usa, la cui performance ha mostrato
vulnerabilità militari di cui Pechino farà tesoro.
Difficile
che la decisione di Trump di estendere indefinitamente la tregua rifletta
sensibilità europee – al contrario, il presidente sembrerebbe pronto a
disinteressarsi delle sorti dello “Stretto di Hormuz” e lasciare la patata
bollente a paesi della regione, agli europei e agli asiatici.
Ma
almeno da parte europea non c’è passivo silenzio.
L’Europa
presente.
Del
resto, e questa è una seconda importante impressione, l’indifferenza verso gli
europei da parte del presidente non è condivisa da molti.
Anti-intuitivamente, la “Delegazione Ue” gode
di ampio accesso a questa amministrazione, e anzi viene ricercata di continuo
anche da esponenti del gabinetto, sebbene non su questioni di sicurezza e high politica.
Ma su
economia, commercio, tecnologia, energia, catene del valore, l’Ue viene
riconosciuta come un attore influente, ben lontano quindi dalla caricatura di
innaturale e flebile mostro sovranazionale a cui spesso la retorica
dell’amministrazione la riduce.
E non
è solo l’amministrazione a guardare all’Ue.
Le
autorità statali sono interessate alle prospettive di investimento e – sorpresa
– anche all’esperienza europea di regolamentazione delle piattaforme digitali,
non tanto (o non solo) sul fronte dell’antitrust ma soprattutto sulle garanzie
di protezione dei minori, un tema a cui i Repubblicani sono altrettanto
interessati quanto i Democratici, se non di più. Insomma, lontana sì, ma anche
presente.
La
tensione fra queste due dimensioni di lontananza e presenza è ravvisabile anche
se si guarda oltre l’esperienza “anti-europea” dell’amministrazione Trump, che
viene spesso ricondotta a un fatto personale del presidente e dei suoi sodali.
Passerà, si dice.
Dopotutto non dovrebbe essere difficile
riproporre l’argomento che gli europei sono amici e che collaborare con loro
sul fronte economico e militare è un normale esercizio di buon senso
strategico.
Delle conseguenze sulla fiducia degli europei
negli Usa post-Trump però c’è consapevolezza limitata al di là degli esperti
che si occupano di queste cose per lavoro.
Gli
stessi Democratici non hanno affatto le idee chiare.
Di
certo sono ben predisposti verso gli europei ma, al di là della sempre più
ridotta schiera di atlantisti alla Joel Biden, le nuove generazioni di sinistra
non sembrano avere una visione strategica della relazione transatlantica –
anzi, non sembrano proprio avere una visione condivisa di una “grande
strategia” Usa nel mondo post-unipolare in cui gli ultimi anni ci hanno
sprofondato.
Le
priorità restano interne: costo della vita, sanità, affitti e mutui,
istruzione.
Che
gli Usa siano la più grande potenza del mondo e che questo imponga una
definizione di priorità strategiche internazionali, anche se non si fa campagna
elettorale su quei temi, sembra una questione rimandata alle primarie o,
peggio, a dopo un’eventuale riconquista della Casa Bianca nel 2028.
Infine,
una parola sull’Italia.
Della rottura Trump-Meloni non si è fatto un
gran parlare, un po’ perché l’Italia ha un peso specifico ridotto, un po’
perché l’aspettativa è che prima o poi rientri, visto che a Trump comunque
conviene avere una voce di sostegno come quella della nostra premier in Europa.
Gli
italiani sicuramente ci contano, ma ammettono di non poterne essere sicuri
vista la suscettibilità del presidente, che si è sentito tradito da Meloni.
Le
aspettative su cosa potrebbe succedere se l’irritazione presidenziale dovesse
persistere non sono comunque eccessivamente preoccupanti. L’Italia potrebbe
perdere quel po’ di accesso privilegiato di cui ha goduto finora, mentre
ritorsioni più sostanziali sono considerate improbabili.
Ciò detto, nessuno ne può essere sicuro.
A
Washington come altrove, l’incertezza regna sovrana sotto Trump.
(Riccardo
Alcano).
Quasi
metà degli europei vede
Trump
come un “nemico dell’Europa.”
Eurofocus.adnkronos.com
– Redazione – (10 dicembre 2025) – ci dice:
L'Europa
vive nel timore della guerra e si sente impreparata: il 69% dubita della difesa
nazionale.
Il 48%
degli europei percepisce il presidente statunitense Donald Trump come un nemico
dell’Europa.
Un’altrettanta metà (il 51%) giudica come
“elevato” il rischio di una guerra aperta con la Russia nei prossimi anni.
Quasi sette su dieci (il 69%) ritengono che il
proprio Paese non sarebbe in grado di difendersi militarmente di fronte a
un’aggressione russa.
È questo quando emerge dall’ultima indagine di
“Euro bazooka,” condotta da Cluster 17 per “Le Grand Continente”, la quale
svela un continente profondamente consapevole delle proprie vulnerabilità in un
momento storico di grande tensione.
L’indagine,
realizzata tra il 22 e il 28 novembre su un campione di 9.553 persone in nove
Paesi europei, dipinge un quadro di grande ansia geopolitica, affiancata da
profonde fratture sociali interne.
L’attaccamento
all’Ue resiste, ma la Francia è l’”anello debole.”
Nonostante
le molteplici minacce esterne, l’appartenenza all’Unione europea rimane un
pilastro saldo:
il 74%
degli intervistati desidera che il proprio Paese resti nel blocco dei 27 Stati
membri, contro un 19% che preferirebbe uscirne.
Tuttavia,
la solidità di questo legame varia significativamente da Paese a Paese.
La
Francia, ad esempio, è lo Stato in cui il desiderio di appartenenza è il più debole.
Qui,
oltre un quarto della popolazione (il 27%) vorrebbe uscire dall’Ue, e l’Italia
si distingue per essere l’unico paese tra quelli fondatori ad avere un rapporto
sulla moneta unica più diviso (50% favorevoli al mantenimento dell’euro contro
il 48% che preferirebbe una moneta nazionale).
La
percezione diffusa che la Brexit sia stata un fallimento (il 63% degli
intervistati lo giudica negativo per il Regno Unito) serve da deterrente, ma
non dissuade completamente, lasciando spazi a un potenziale euroscetticismo in
nazioni come Polonia, Croazia e Francia.
Il
ritorno della guerra e il dubbio militare.
Il
ritorno della guerra come orizzonte plausibile è una delle principali
preoccupazioni del continente.
La Russia è considerata la minaccia statale
più preoccupante nell’opinione pubblica europea, con il 51% degli europei che
giudica il rischio di un conflitto aperto come “elevato”.
Questa paura è particolarmente accentuata in
Polonia, Paese di confine, dove la percentuale sale al 77%.
Tuttavia,
il sentimento di insicurezza non si limita al fronte orientale.
La
minaccia più immediata percepita dagli europei è il terrorismo, giudicato a
rischio “elevato” dal 63% dei rispondenti, superando la preoccupazione per la
Russia.
La Francia, in particolare, si distingue con
un livello di allarme eccezionalmente alto:
l’86%
ritiene elevato il rischio di guerra aperta con organizzazioni terroristiche.
Questa
paura si scontra con una profonda sfiducia nelle capacità militari nazionali.
Il 69%
degli europei non crede che il proprio Paese sarebbe in grado di difendersi da
un’aggressione russa.
Paesi come Portogallo, Italia e Belgio vedono
questa percentuale superare l’80%.
Perfino in Francia la maggioranza rimane
contraria (51%) a questa capacità.
Questa
combinazione di pericolo e debolezza nazionale percepiti crea un “fallimento
strategico centrale”.
La
richiesta di autonomia strategica.
Di
fronte alle crescenti rivalità tra potenze, gli europei rifiutano di essere
costretti a scegliere un campo:
il 55% considera preferibile mantenere la
stessa distanza da Stati Uniti e Cina.
In
totale, il 71% degli intervistati sostiene una posizione di autonomia o di non
allineamento, contrapposto al 20% che vorrebbe un allineamento prioritario con
gli Stati Uniti contro la Cina.
Questa
volontà di autonomia si manifesta chiaramente anche nel giudizio sugli Stati
Uniti.
L’indagine
rileva un netto deterioramento dell’immagine di Donald Trump, percepito come un
“nemico dell’Europa” dalla quasi maggioranza degli intervistati (48%).
Nonostante
questo giudizio duro sul leader, gli europei non cercano una rottura strategica
con Washington.
Al
contrario, quando viene chiesto quale atteggiamento l’Ue dovrebbe adottare nei
confronti del governo statunitense, prevale l’opzione del compromesso (48%),
mentre solo il 33% opta per l’opposizione.
Gli
europei sembrano distinguere l’uomo dalla potenza, prendendo le distanze dal
“trumpismo” ma mantenendo la relazione transatlantica come un imperativo
strategico, soprattutto in considerazione della minaccia russa e della
debolezza militare percepita.
Le
fratture interne: immigrazione e antisemitismo.
Il
barometro evidenzia che l’Europa è attraversata anche da profonde tensioni
interne.
La
questione migratoria è una delle principali fratture:
il 46% degli europei la percepisce come una
minaccia per la coesione nazionale, contro il 33% che la vede come una
necessità per compensare l’invecchiamento demografico.
Mentre
nei paesi del Nord e dell’Est la percezione di minaccia è dominante (61% in
Polonia, 60% in Belgio), i Paesi del Sud come Spagna, Portogallo e Italia
tendono a vedere l’immigrazione maggiormente come una necessità.
A
questa frattura si aggiunge un forte allarme sull’antisemitismo: il 61% degli
europei ritiene che l’antisemitismo sia in aumento nel proprio Paese. Questa
percezione è particolarmente elevata in Europa occidentale, con la Francia in
testa (73%).
Infine,
la questione relativa alla crisi climatica non è consensuale, con il 43% dei
rispondenti che si dichiara d’accordo sul fatto che il cambiamento climatico
sia “esagerato o strumentalizzato.”
Il
pilastro della civiltà come forza nazionale.
Nonostante
l’accumulo di ansie e divisioni, l’indagine si conclude con una nota su ciò che
gli europei considerano i punti di forza dei loro Paesi.
Essi
non definiscono la loro nazione principalmente attraverso la performance
economica (citata solo dal 12% in media) o l’innovazione, ma attraverso risorse
di civiltà, storia e qualità della vita.
A livello continentale, la cultura e il
patrimonio storico (42%) e i paesaggi/natura (39%) sono i punti di forza più
citati.
Il sistema sanitario (21%) e la qualità della
vita (27%) emergono come pilastri della fierezza nazionale, sottolineando come
l’identità europea sia profondamente legata alla storia, al territorio e al
benessere quotidiano, elementi che gli europei sentono oggi esposti alle
crescenti vulnerabilità.
Leader
Ue chiedono rispetto
da
parte di Trump, von der Leyen:
"Ue
sia più indipendente da Usa".
Euronews.com
– (23/01/2026) - Jorge Liborio – Redazione – ci dice:
Lo
stato di crisi delle relazioni Ue-Usa è stato al centro del vertice
straordinario di giovedì a Bruxelles, dove i leader europei hanno chiesto
rispetto a Donald Trump dopo le minacce di dazi punitivi.
I
leader dell'Unione europea hanno chiesto rispetto da parte di Donald Trump dopo
che il presidente degli Stati Uniti ha portato l'alleanza transatlantica
sull'orlo del collasso con la sua minaccia di acquisire la Groenlandia
attraverso l'uso di dazi punitivi.
Mercoledì
Trump ha improvvisamente fatto marcia indietro, optando invece per un accordo a
lungo termine sulla sicurezza dell'Artico mediato dal segretario generale della
Nato Mark Rutte.
"Crediamo
che le relazioni tra partner e alleati debbano essere gestite in modo cordiale
e rispettoso", ha dichiarato Antonio Costa, presidente del Consiglio
europeo, al termine del vertice straordinario a Bruxelles giovedì sera.
"L'Unione
europea continuerà a difendere i suoi interessi e difenderà sé stessa, i suoi
Stati membri, i suoi cittadini e le sue imprese da qualsiasi forma di
coercizione. Ha il potere e gli strumenti per farlo e lo farà se e quando sarà
necessario".
Al suo
fianco, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha
dichiarato che il blocco ha avuto "successo" nel respingere le
rivendicazioni territoriali di Trump "essendo fermo, non provocatorio e
soprattutto molto unito".
Von
der Leyen ha poi invitato l'Ue a rafforzare il suo "potere
economico", a diversificare le sue catene di approvvigionamento e a
diventare più indipendente dagli Stati Uniti.
"Questo
non accadrà da un giorno all'altro", ha detto. "È un lavoro
duro".
Prima
dell'inversione di rotta di Trump, la Commissione aveva iniziato i preparativi
per rispondere a Washington nel caso in cui la minaccia dei dazi si fosse
concretizzata.
Tra le
opzioni ventilate c'era l'attivazione, per la prima volta, dello Strumento
Anti-Coercizione, che concede un'ampia autorità per colpire contemporaneamente
più settori dell'economia, come i servizi, i flussi di investimenti, gli
appalti pubblici e la proprietà intellettuale.
"Lo
stile di vita europeo è diverso da quello americano. Noi rispettiamo lo stile
di vita americano. Ma dal nostro punto di vista, è molto importante preservare
e mantenere il nostro partenariato transatlantico", ha detto Costa.
"Non
reagiamo ogni giorno a qualsiasi tipo di comunicazione sui social media.
Abbiamo una visione chiara delle nostre relazioni. Stiamo rispettando i nostri
principi fondamentali", ha aggiunto.
I
leader dell'Ue si sono riuniti a Bruxelles. European Union, 2025.
Il
vertice informale di giovedì è stato caratterizzato da un sospiro di sollievo
da parte dei leader, che temevano che l'avvio di un confronto con Washington
avrebbe potuto provocare un danno economico incalcolabile e far deragliare gli
sforzi congiunti per porre fine alla guerra della Russia contro l'Ucraina.
Nonostante
sia stato scongiurato lo scenario peggiore, tra gli europei si è diffuso un
palpabile senso di inquietudine e di sospetto dopo la crisi senza precedenti
innescata dall'atteggiamento di Trump nei confronti della Groenlandia. I
dettagli dell'accordo quadro mediato da Mark Rutte non sono stati resi noti,
alimentando i dubbi che lo scontro sull'isola artica possa non essere ancora
finito.
"Rimaniamo
estremamente vigili e pronti a utilizzare i nostri strumenti in caso di
ulteriori minacce", ha dichiarato il presidente francese Emmanuel Macron,
che aveva pubblicamente chiesto l'attivazione dello Strumento Anti-Coercizione
come risposta collettiva.
(Nato:
nessuna missione decisa in Groenlandia, pianificazione ancora ferma).
(Consiglio
europeo: i leader discutono di dazi, Groenlandia e Gaza).
Frederiksen
difende la sovranità della Danimarca.
La
premier danese Mette Frederiksen, una delle protagoniste della giornata, ha
dichiarato che il suo Paese è disposto a discutere con la Casa Bianca di
questioni relative alla Groenlandia, a patto che non venga messa in discussione
la sua sovranità, definita una "linea rossa".
"Le
nostre regole democratiche non possono essere discusse", ha dichiarato
Frederiksen al suo arrivo a Bruxelles.
Alla
domanda se potesse ancora fidarsi degli Stati Uniti dopo le minacce tariffarie
di Trump, la leader danese ha insistito sul fatto che le due parti "devono
lavorare insieme con rispetto, senza minacciarsi a vicenda".
Il
vertice straordinario di giovedì è stato la coda di cinque giorni di frenetica
diplomazia europea per convincere Trump a rinunciare al suo tentativo di
conquistare la Groenlandia.
Le
tensioni alle stelle hanno dominato il “World Economic Forum” di Davos, in
Svizzera, dove von der Leyen e Macron hanno promesso di reagire.
La
presidente della Banca Centrale Europea Christine Lagarde avrebbe abbandonato
una cena privata di alto profilo a Davos dopo che il Segretario al Commercio
degli Stati Uniti, Howard Lunik, ha criticato aspramente i risultati economici
dell'Europa. Le osservazioni di Lunik sono state accolte dai fischi della sala.
Anche
la Russia, Schiaffeggia ed Umilia Giorgia Meloni.
Conoscenzealconfine.it
– (23 Giugno 2026) – T.me/in-Telegram – Veritas – Redazione -ci dice:
Con
Maria Zakharova, anche l’altro alleato sovranista di Trump, la Russia,
schiaffeggia ed umilia quella che ormai è soprannominata “Gi-Giorgia”.
Zakharova:
“L’indipendenza non consiste nel dire ‘prima io’ o ‘prima l’Europa’. Consiste
nel mettere davvero l’Italia al primo posto quando bisogna decidere su energia,
commercio, guerra, pace e rapporti internazionali. Perché la sovranità non si
proclama. Si esercita. E quando non la eserciti, prima o poi qualcuno
dall’esterno te lo fa notare.”
Gi-Giorgia,
facendo ridere il mondo, ha dichiarato senza neanche un accenno di sorriso che
“L’Italia rimane una nazione sovrana”. Ma dove? Ma quando? In che film lo ha
visto?
Proprio
il governo Meloni sta pedissequamente eseguendo tutti gli “ordini criminali”
che provengono da Bruxelles e quindi dai globalisti guidati da Londra.
Due
esempi su tutti:
cieca
e masochistica fedeltà alla “nazista Ucraina” del clown di Kiev e rottura dei
rapporti commerciali e diplomatici con Madre Russia, da sempre paese amico ed
altamente strategico per la nostra nazione.
Washington
e Mosca stanno chiedendo a Roma di diventare davvero sovrana abbandonando la
governance mondiale, per abbracciare il nuovo mondo multipolare appena nato,
dove l’Italia avrebbe un posto di grandissimo rilievo e prestigio.
Enrico
Mattei e JFK lo volevano già realizzare negli anni ’60. Non a caso, si chiama
asse Washington-Roma-Mosca.
Gi-Giorgia
strilla inutilmente frequenze non udibili da un essere umano, non avendo ancora
compreso che ormai sta giocando a tressette col morto.
Il morto, è il deep state.
“La
sovranità non si proclama. Si esercita.” – Maria Zakharova.
(t.me/In_Telegram_Veritas).
Parole
Svuotate, Cervelli Spenti:
il
Dibattito Politico Ridotto
a
Rumore Morale.
Conoscenzealconfine.it
– (22 Giugno 2026) - Alexandro Saletti – Redazione – ci dice:
Dittatore,
terrorista, democrazia, campista: parole consumate fino a perdere senso.
Nel
dibattito pubblico non spiegano più la realtà, ma servono a evitare il pensiero
critico.
La propaganda moderna governa svuotando il
linguaggio.
Quando
le Parole Muoiono:
Come
il Dibattito politico Ha Smesso di Pensare.
Nel
dibattito pubblico contemporaneo le parole non descrivono più il mondo ma
funzionano come segnali acustici:
servono
a richiamare l’attenzione, a indicare chi sta da una parte e chi dall’altra,
non a capire cosa sta accadendo.
“Fascista”
è stata la prima parola totemica di questo processo, si può applicarla a tutto
e al contrario di tutto;
oggi la segue un’intera costellazione di
termini a rapido consumo, tra cui “dittatore”, “terrorista” ed è tornata di
moda, addirittura, “campista”.
Il risultato non è una maggiore chiarezza
morale, ma un lessico esausto, svuotato di rapporto con i fatti e con la realtà
storica.
L’uso
corrente di queste parole non mira a descrivere sistemi politici, rapporti di
forza o responsabilità concrete.
Serve
piuttosto a delimitare un recinto simbolico:
da una
parte il Bene, dall’altra il Male.
Putin
e gli Ayatollah vengono compressi nelle figure dei “dittatori feroci”, Hamas
diventa un’entità monolitica ridotta a pura etichetta terroristica, l’Iran
assolve comodamente a entrambe le funzioni.
Israele, invece, resta fuori da questo schema
semplificato, collocato in una zona di immunità semantica che lo sottrae a
qualsiasi categorizzazione problematica.
Non è
analisi geopolitica:
è un teatrino linguistico, recitato con un
tono serissimo e privo di ironia, come se la solennità potesse compensare
l’assenza di pensiero.
La
Democrazia Come Parola-Talismano.
Il
caso più istruttivo, e forse più deprimente, è quello della “democrazia”.
Termine
evocato come una formula magica, raramente definito, quasi mai discusso.
Nel
dibattito mainstream, democrazia coincide con una somma di libertà individuali
slegate da qualsiasi riflessione sul potere reale:
a
sinistra il diritto all’espressione identitaria, a destra quello all’autodifesa
armata.
Tutto il resto – partecipazione, controllo
delle élite, limiti all’esecutivo – scompare sullo sfondo.
Così
diventa irrilevante ricordare che leader considerati “dittatori” abbiano vinto
elezioni, la cui legittimità è oggetto di controversia ma non può essere
liquidata per decreto morale.
Allo
stesso modo, non sembra disturbare nessuno che il campione globale della
democrazia liberale abbia governato spesso per via esecutiva, riducendo il
ruolo degli organi rappresentativi.
La distinzione resta netta, quasi infantile:
di qua le democrazie, di là i regimi.
Ogni
sfumatura è sospetta, ogni complessità è percepita come una minaccia all’ordine
del discorso.
L’incoerenza
emerge in modo ancora più stridente quando si passa dal piano delle definizioni
a quello dei corpi.
Regimi
definiti teocratici e sanguinari vengono giustamente condannati per la
repressione interna;
alleati
democratici, responsabili di massacri documentati e rivendicati in diretta,
vengono invece assorbiti in una narrazione emergenziale in cui anche i civili
diventano, per definizione, obiettivi legittimi.
Non è
un problema di doppi standard:
è la
dimostrazione che le parole non servono più a giudicare i fatti, ma a
proteggerli dal giudizio.
“Campista”:
l’Ultima
Scorciatoia Intellettuale.
In
questo panorama si inserisce l’ultima moda linguistica: “campista”. Termine
riesumato e diffuso con la velocità di un meme, utilizzato come accusa
definitiva contro chiunque provi a ragionare fuori dallo schema binario
imposto.
Non
importa cosa si dica, né come lo si argomenti:
l’etichetta
basta a delegittimare l’interlocutore, risparmiando la fatica del confronto.
Il
successo di questa parola non sta nella sua precisione concettuale – che è
minima – ma nella sua utilità polemica.
“Campista” funziona come “fascista” o
“terrorista”:
un
contenitore vuoto in cui infilare tutto ciò che disturba.
È la vittoria della semplificazione pigra,
spesso praticata anche da ambienti che si autodefiniscono radicali o critici,
ma che finiscono per riprodurre, con zelo, il linguaggio dell’establishment che
pretendono di contestare.
Qui si
intravede il punto politico centrale:
la
degradazione semantica non è un incidente, ma una tecnica di governo del
discorso pubblico.
La propaganda contemporanea non ha bisogno di
mentire apertamente;
basta logorare le parole, usarle fino a
renderle inutilizzabili.
Quando
i concetti si svuotano, il pensiero si paralizza.
E in questo silenzio, mascherato da consenso
morale, il potere può finalmente parlare da solo.
(Alexandro
Saletti).
(kulturjam.it/costume-e-societa/parole-svuotate-cervelli-spenti-il-dibattito-politico-ridotto-a-rumore-morale/).
L’Attentato
con i Droni Contro
Trump
e il Coinvolgimento dell’UE:
la
Guerra di Bruxelles Contro Trump.
Conoscenzealconfine.it
– (21 Giugno 2026) - Cesare Sacchetti – La crunadellago.net – Redazione – ci
dice:
L’FBI
ha scoperto un massiccio piano per uccidere Trump e i presenti alla sua festa
attraverso un attacco di droni e cecchini. Il piano è stato vasto, tanto da
portare ad un coinvolgimento nell’operazione di governi stranieri.
Il
cielo, la scorsa domenica, era terso a Washington, a differenza di quello che
falsi bollettini meteorologici diramati per l’occasione dagli organi di stampa
volevano far credere.
C’erano
quella sera gli amici più cari di Trump, la sua famiglia e i membri della sua
amministrazione radunati per festeggiare l’80° compleanno del presidente degli
Stati Uniti.
Trump
era raggiante, sereno, il volto soddisfatto di chi aveva da poco incassato una
vittoria storica.
La
crisi in Iran è finita.
Il presidente, alla fine, non ha eseguito
nessun regime chance a differenza di quello che voleva lo stato di Israele, a
dir poco furioso per l’esito finale della crisi tanto da definire come “uno
schiaffo in faccia” le parole di Trump.
Gli
Stati Uniti consumano così quello che può essere definito come un vero e
proprio divorzio dallo stato ebraico.
La
politica delle guerre permanenti non esiste più, sostituita invece da quella di
una potenza che si è fatta portatrice di pace, non più longa manus dello stato
profondo di Washington e delle lobby sioniste che si sono servite della forza
militare americana per mettere a ferro e fuoco il Medio Oriente.
Trump
in questi giorni lo sta ricordando senza peli sulla lingua.
Il presidente sta ricordando a Israele che
senza gli Stati Uniti Tel Aviv non sarebbe nemmeno sulla cartina geografica,
visto che senza la protezione militare americana, il sionismo non sarebbe mai
riuscito a costruire la sua entità territoriale in un luogo che non le
apparteneva e che era ed è ostile ad essa.
Alla
Casa Bianca, ci sono stati sin dal secondo dopoguerra dei garanti di tale
ordine.
Si
sono succeduti dei presidenti che si assicuravano di eseguire le direttive
trasmesse dalla lobby sionista.
Il
presidente Trump ha invece scelto una strada diversa.
Non
quella della sottomissione coloniale a interessi esteri, ma quella del MAGA, il
movimento del rendere di nuovo grande l’America, nato quando il candidato
repubblicano discese i gradini delle scale mobili della Trump Tower.
Il
Divorzio tra l’America e Israele.
Nella
nuova agenda politica americana non c’è più posto per il tornaconto di altre
potenze.
C’è in essa la bussola del sovranismo
americano che mette al primo posto gli interessi nazionali anche se ciò
comporta la rottura pubblica con lo storico “alleato” trattato con parole di
amicizia in passato, disattese però da una politica estera che ha portato al
graduale disimpegno militare americano dal Medio Oriente.
Oggi
il presidente Trump nemmeno riserva più a Israele le dichiarazioni di
circostanza.
Al G7 di Evian, arrivano dichiarazioni al
vetriolo contro lo stato di Israele, colpevole di aver attaccato in maniera
“malvagia” i civili libanesi.
Gli
osservatori più attenti avevano sicuramente tutti gli strumenti per capire sin
dal principio che non c’era più posto per gli interessi israeliani nella
politica americana.
Era
sufficiente ascoltare le parole di Trump sulla necessità di chiudere le guerre
permanenti in Medio Oriente per capirlo.
Il
destinatario di quel messaggio non poteva essere altro che lo stato ebraico.
Ogni
singola guerra, ogni singolo focolaio di destabilizzazione è stato acceso da
Washington per conto di Tel Aviv e delle sue folli guerre imperialiste sempre
alla ossessiva caccia della Grande Israele e del miraggio del “maschiacci”,
l’uomo che, secondo il sionismo messianico, un giorno si farà leader di Israele
e del mondo intero attraverso la ricostruzione del Terzo Tempio.
Quei
sogni di imperialismo si sono però dovuti scontrare inevitabilmente con la
realtà.
Gli
Stati Uniti hanno recuperato la loro dimensione autentica.
Sono
passati da apparato al servizio di potenze e apparati stranieri a potenza su
dimensione sovranista e nazionale.
Viene
meno perciò il potere che nel secolo scorso, era in grado di imporre a
presidenti come” Woodrow Wilson” di nominare un giudice della Corte Suprema,
pena la rivelazione di un affare extraconiugale del presidente stesso.
Il
gioco dei ricatti non funziona però con Trump, nonostante quel che ne dicesse
il “buon” Marco Travaglio, alquanto silente in questi giorni sulla firma
dell’accordo che ha smontato la sua tesi che voleva il presidente americano
“ricattato” da Israele e costretto ad eseguire le sue volontà, mentre invece il
tycoon ha completamente ignorato Tel Aviv.
Termina
così la tensione permanente tra Washington e Teheran che non hanno rapporti
diplomatici ufficiali dal 1979.
L’accordo
porterà alla fine di ogni sanzione e alla restituzione dei fondi congelati
dalle precedenti amministrazioni ligie alle pressioni israeliane.
L’Attentato
Sventato alla Festa di Trump e la Mano dell’UE.
Il
volto del presidente al G7 non era sereno come la scorsa domenica a Washington.
Sin
dalle prime battute, si era intuito che il comandante in capo americano aveva
un profondo disagio, se non una vera e propria repulsione quando è dovuto
sbarcare in Francia per avere dei colloqui con i vari “leader” europei del G7.
A
Evian, è calato il gelo tra il capo di Stato americano e i capi di Stato e di
governo come Macron, Meloni, Stormer e Merz.
Nonostante
i tentativi di “ammorbidire” il presidente attraverso delle strette di mano e
dei regali con delle magliette di calcio con il suo nome, Donald Trump non ha
prestato la minima attenzione ai suoi interlocutori.
Ci
sono probabilmente altre ragioni dietro una freddezza e un disgusto ancora più
marcato del solito da parte del presidente americano.
Delle
ragioni molto serie che hanno a che vedere direttamente con quanto accaduto la
scorsa domenica, quando l’FBI ha scoperto un massiccio piano per uccidere Trump
e i presenti alla sua festa attraverso un attacco di droni e cecchini.
Un
attentato terroristico che se fosse riuscito avrebbe provocato una carneficina.
Sarebbe accaduto qualcosa di incredibilmente
simile a quanto si è visto nella cinematografia hollywoodiana sulla falsariga
della serie di “Attacco al potere”, dove la Casa Bianca viene assediata da un
commando di terroristi nordcoreani e, dove, in un successivo capitolo il
presidente subisce proprio un attacco di droni.
Secondo
il bureau, il piano è stato vasto, tanto da portare ad un coinvolgimento
nell’operazione di governi stranieri, anche se gli investigatori federali non
hanno fornito troppi dettagli sulla dinamica dell’attentato terroristico.
La
Riunione di Alto Livello Tenuta da Macron, Merz e Stormer.
Sono
però giunte in esclusiva a questo blog informazioni più precise sui mandanti di
questo attentato.
Secondo fonti di intelligence di diversi Paesi
balcanici, si sarebbe tenuta una riunione di altissimo livello nelle passate
settimane tra il presidente francese, Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco,
Merz, e il primo ministro britannico, Keri Stormer.
L’intelligence
francese avrebbe gestito ogni minimo particolare della riunione, alla quale
avrebbero preso parte alti ufficiali delle forze armate dei tre Paesi.
Nella
trilaterale tra Francia, Germania e Regno Unito, si sarebbe concordata una vera
e propria strategia dell’accerchiamento verso gli Stati Uniti di Donald Trump.
I
governi europei sono pronti a tutto, mossi da una febbricitante disperazione
che li sta portando a giocarsi qualsiasi carta, senza farsi troppi scrupoli.
L’obiettivo
delle cancellerie europee è solo uno.
Il
bersaglio è il presidente degli Stati Uniti anche se ciò vuol dire eseguire una
serie di attentati terroristici contro di lui e i vari membri della sua
amministrazione.
Secondo
le citate fonti, i tre leader politici avrebbero concordato un piano di azione
da qui fino alla fine dell’anno che prevede una progressiva escalation del
terrore, tramite una serie di attentati in serie, fino a quando non si sarà
raggiunto l’obiettivo ultimo, ovvero la fine dell’amministrazione Trump.
Quegli
strani messaggi comparsi sulla carta stampata nelle ultime settimane, nei quali
si parla di animali da uccidere ai quali è stato affibbiato il nome di Trump, assumono
così ancora più senso.
Sembra
di essere tornati ai messaggi in codice che si leggevano sul quotidiano inglese
“The Guardian” che l’8 febbraio del 2021 pubblicava un articolo, nel quale si
dichiarava che era arrivato il tempo di fermare il presidente della Tanzania,
Magufuli, che moriva appena un mese dopo in circostanze poco chiare.
C’è
chiaramente una guerra permanente dell’Unione europea contro Donald Trump,
iniziata non da oggi, ma sin dal primo giorno dell’avventura politica del
presidente, quando i servizi segreti italiani misero in atto il “famigerato Spigate”
assieme all’intelligence americana pur di sbarrare la strada al candidato
repubblicano così come voleva l’ex presidente Obama, in cima alla lista nera
del tycoon.
Trump
e gli Avvertimenti allo Stato Profondo Italiano.
Sulla
lista nera di Trump, però risultano esserci proprio i servizi italiani. Il
presidente Trump sarebbe a dir poco furioso con Giorgia Meloni alla quale
avrebbe fatto pervenire diversi messaggi negli ultimi mesi.
Secondo
fonti vicine all’amministrazione americana, il capo di Stato americano avrebbe
già espresso nei mesi passati tutto il suo disappunto verso” Lady Aspen”,
accusata di recitare la parte dell’”Arlecchino servitore dei due padroni”,
considerato il suo doppio gioco verso gli Stati Uniti e l’Unione europea.
Alcuni
osservatori hanno parlato di una politica del doppio forno proprio per tale
ragione, ma in realtà l’unico forno che ha ricevuto legna da parte della Meloni
è stato quello dell’UE e del regime nazista ucraino, rifornito costantemente di
armi e droni utilizzati da Kiev in molte occasioni contro civili russi.
Secondo
fonti dei servizi europei, Trump avrebbe avuto ad Evian un’accesa discussione
con la Meloni proprio per via di quanto è accaduto la scorsa domenica al suo
80° compleanno.
Il
presidente sarebbe stufo perché ogni volta che c’è una qualche camarilla ai
suoi danni, puntuali si incontrano i servizi italiani ed europei che avrebbero
messo a disposizione i droni per eseguire un attentato che, se fosse riuscito,
avrebbe causato una strage.
L’ira
di Trump si comprende per questo. È stata superata una linea rossa, dalla quale
non si tornerà indietro, e che vedrà alla fine uno dei contendenti cadere.
Gli
Stati Uniti hanno scelto per il momento di non rivelare i veri mandanti
dell’attentato fallito la domenica passata.
L’ufficio
investigativo federale ha preferito parlare di un generico coinvolgimento di
alcuni personaggi ostili all’”AIPAC “nell’attentato, per evitare una vera e
propria rottura diplomatica con i “partner” europei che sfocerebbe in una
dichiarazione di guerra aperta.
Il
Muro Inseparabile tra UE e Stati Uniti.
A
separare l’Europa e gli Stati Uniti c’è ora un oceano persino più vasto
dell’Atlantico.
C’è un
oceano di diffidenze, di sospetti, di continue trame eversive e terroristiche
contro una presidenza che non ha più alcuna intenzione di tenere in vita la
“visione” della governance globale, alla quale invece vorrebbe restare
aggrappata l’Unione europea.
Nei
documenti pubblici della Casa Bianca, si trova perfettamente descritto il nuovo
corso americano.
Secondo Washington, il futuro non è più di
esclusivo possesso delle organizzazioni sovranazionali e di quei ristretti club
come il Bilderberg o il forum di Davos, popolati da globalisti ansiosi di
dominare il mondo.
Il
futuro sarà un ritorno al passato.
A tornare sulla scena sarà il dimenticato e
spogliato Stato nazionale, il vero esclusivo detentore della sovranità, che dal
secondo dopoguerra in poi era stato accantonato, esautorato da ambienti
mondialisti che lo hanno di fatto svuotato.
Gli
Stati Uniti rifiutano così l’idea che la sovranità debba essere portata al di
fuori dei confini nazionali.
Il
potere deve tornare nei palazzi del governo, che oggi sono divenuti comprimari
nelle mani di una UE definita apertamente dalla Casa Bianca come “nemica”.
Trump
perciò ha deciso di andare fino in fondo.
Vuole
chiudere l’esperienza politica dei nemici che hanno cospirato contro di lui sin
dal primo giorno.
Secondo
le citate fonti, il capo di Stato americano custodisce delle dettagliate
relazioni sui vari politici italiani ed europei.
In quei fascicoli, c’è tutto.
Ci sono gli scheletri negli armadi delle
corrotte classe politiche europee, a partire dalle tangenti ricevute per conto
del regime nazista ucraino, fino al riciclaggio di denaro sporco e altri affari
che riguardano anche le abitudini pedofile di diversi politici di primo piano
in Europa.
Washington
è intenzionata a scoperchiare i coperchi di questi scandali.
Le inchieste sulla corruzione della Spagna
sono solo gli inizi.
Il presidente degli Stati Uniti vuole andare
avanti e far emergere alla luce del giorno questi scandali.
La
Tangentopoli alla rovescia è appena iniziata.
(Articolo
di Cesare Sacchetti).
(lacrunadellago.net/28643/).
Il
rapporto ‘controverso’ di Trump
con l’Unione
europea.
Publicpolicy.net – (9 Dicembre 2025) – David
Allegranti – Redazione – ci dice:
ROMA (Public Policy) – Donald Trump ha un rapporto
controverso con l’Unione europea.
Forse
persino più controverso di quello con la Russia di Vladimir Putin o la Cina di
XI Jinping.
Non è una novità che emerge adesso, con la
pubblicazione delle linee aggiornate della “Strategia di sicurezza nazionale”
degli Stati Uniti, rese note la settimana scorsa.
Il pensiero di Trump era già chiaro fin dalle
prime riunioni della sua nuova Amministrazione, a febbraio di quest’anno:
l’Unione europea “si approfitta di noi”, “ci
deruba” e anzi “è nata apertamente con l’intento di fregarci”, aveva detto il
47esimo presidente degli Stati Uniti a inizio 2025.
Un
concetto ribadito anche dal suo vicepresidente JD Vance, il cui giudizio
sull’Europa è peraltro noto da tempo, visto che considera gli europei degli
“scrocconi”:
“La
minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’Europa non è la Russia, non
è la Cina, non è nessun altro attore esterno;
ciò
che mi preoccupa è la minaccia dall’interno, l’allontanamento dell’Europa da
alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Usa”, aveva
detto alla “Conferenza sulla Sicurezza di Monaco”, nel febbraio 2025.
La
visione sull’Europa dell’amministrazione Trump è condivisa appunto nel
documento sulla sicurezza appena pubblicato dalla Casa Bianca, a pochi giorni
dall’incontro di Volodymyr Zelensky con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi (dopo essere stato da Keri Stormer a
Londra, dove ha incontrato anche Friedrich Merz ed Emmanuel Macron prima di
volare a Bruxelles per incontrare i vertici dell’Unione europea).
“Il
documento di 30 pagine dipinge le nazioni europee come potenze ribelli e in
declino che hanno ceduto la loro sovranità all’Unione europea e sono guidate da
Governi che reprimono la democrazia e mettono a tacere le voci che vogliono una
svolta più nazionalista”, ha osservato il Wall Street Journal.
“I
funzionari statunitensi – c’è scritto nel documento – si sono abituati a
pensare ai problemi europei in termini di spesa militare insufficiente e
stagnazione economica.
C’è del vero in questo, ma i veri problemi
dell’Europa sono ancora più profondi”.
L’Europa
continentale ha perso quote del Pil globale, passando dal 25 per cento del 1990
al 14 per cento di oggi, “in parte a causa delle normative nazionali e
transnazionali che minano la creatività e l’operosità.
Ma
questo declino economico è eclissato dalla prospettiva reale e più grave della
cancellazione della civiltà.
Le questioni più importanti che l’Europa deve
affrontare includono le attività dell’Unione europea e di altri organismi
transnazionali che minano la libertà politica e la sovranità, le politiche
migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti, la
censura della libertà di parola e la repressione dell’opposizione politica, il
crollo dei tassi di natalità e la perdita delle identità nazionali e della
fiducia in sé stessi.
Se le
tendenze attuali dovessero continuare, il continente sarà irriconoscibile entro
20 anni o meno”.
L’Amministrazione
Trump è particolarmente interessata a risolvere il conflitto in Ucraina
scatenato dalla Russia, “al fine di stabilizzare le economie europee, prevenire
un’escalation o un’espansione involontaria della guerra e ristabilire la
stabilità strategica con la Russia, nonché consentire la ricostruzione
postbellica dell’Ucraina per consentirne la sopravvivenza come Stato vitale”.
La
domanda è: a quale prezzo?
Il
Donbas ceduto alla Russia?
La nuova dottrina Trump intende “consentire
all’Europa di camminare con le proprie gambe e operare come un gruppo di
nazioni sovrane allineate, anche assumendosi la responsabilità primaria della
propria difesa, senza essere dominata da alcuna potenza avversaria” e anche
“coltivare la resistenza alla traiettoria attuale dell’Europa all’interno delle
nazioni europee”.
Lo
storico “Timothy Gatton Asch” ha descritto il documento come “il più grande
campanello d’allarme per l’Europa”:
“Siamo
in una situazione strana in cui gli Stati Uniti sono ancora oggettivamente un
alleato dell’Europa, ma soggettivamente, almeno nell’amministrazione Trump e
secondo molti europei, non ci vediamo più in quel modo”, ha scritto.
“Da quando il presidente Trump è tornato in
carica a gennaio, la maggior parte dei leader europei ha cercato di rispondere
alle sue preoccupazioni, cercando di ingraziarselo”, osserva il Wall Street
Journal:
“Questi sforzi hanno ottenuto parole gentili
da Trump, ma altri membri del suo team mostrano disprezzo per l’Europa e
antipatia verso molte politiche europee”.
La
sezione sull’Europa evidenzia anche le differenze sulla guerra in Ucraina,
accusando i funzionari europei di nutrire “aspettative irrealistiche” riguardo
alla guerra.
È significativo, aggiunge il quotidiano
conservatore “che posizioni gli Stati Uniti più come un arbitro tra Europa e
Russia che come alleato dell’Europa contro la Russia, ruolo che gli Usa hanno
ricoperto dalla fine della Seconda guerra mondiale”.
Il
documento chiede anche che la Nato smetta di essere “un’Alleanza in continua
espansione”.
Insomma
sembra una memoria “a favore della posizione russa, che invita gli Stati
europei a tornare a collaborare con la Russia e propone gli Stati Uniti come
veicolo per farlo”, ha affermato “Phillips O’Brien”, professore di studi
strategici all’Università di St. Andrews, in Scozia, nella sua newsletter
quotidiana.
“Si
tratta di una strategia per distruggere l’Europa attuale, per renderla MAGA”.
Dalle
nostre parti, al Governo, d’altronde, c’è chi sarebbe ben disposto ad avere
un’Europa versione MAGA. (Public Policy).
(David
Allegranti).
Il
principale nemico dell’Ue?
Per
gli italiani non è Putin, ma Trump.
Il
sondaggio realizzato da “IZI” rivela un giudizio complessivamente positivo
sull’Unione europea, ma per l’85% degli intervistati l’attuale assetto politico
è lontano dalla visione dei padri fondatori.
Ecco
Donald Trump in mezzo a leader europei, nella foto anche Volodymyr Zelensky e
il segretario della Nato Mark Rutte (Afp).
Il
principale nemico dell’Ue? Per gli italiani non è Putin, ma Trump.
Roma,
13 dicembre 2025 – Per la maggioranza degli italiani l’Unione europea resta un
presidio utile, necessario, capace di tutelare gli interessi del Paese.
Ma c’è
un dato che colpisce più di altri e che racconta molto del clima geopolitico
attuale:
il
principale “nemico” dell’Ue non è la Russia di Vladimir Putin, bensì gli Stati
Uniti guidati da Donald Trump.
È
quanto emerge dal sondaggio sulla fiducia nell’Unione europea realizzato da
“IZI”, società di analisi e valutazioni economiche e politiche, presentato
durante ‘L’Aria che Tira’, il programma di La7 condotto da “David Parenzo.”
Secondo
la rilevazione, il 55% degli intervistati considera ancora l’Unione europea
utile allo sviluppo dell’Italia e in grado di difenderne gli interessi.
Un giudizio complessivamente positivo che però
convive con una crescente disillusione:
il 46%
degli italiani dichiara infatti che negli ultimi tre anni la fiducia nell’Ue è
peggiorata, mentre per il 40% è rimasta sostanzialmente invariata.
Sul
piano istituzionale, gli italiani mostrano idee piuttosto chiare.
Il 58%
ritiene che in Consiglio europeo si debba decidere a maggioranza e non più
all’unanimità, segnale di una domanda diffusa di maggiore efficienza e rapidità
decisionale.
Allo
stesso tempo, oltre l’85% degli intervistati giudica l’attuale assetto politico
dell’Unione lontano dallo spirito e dalla visione dei padri fondatori.
Ma è
sul fronte internazionale che il sondaggio restituisce il dato più
politicamente significativo.
In cima alla classifica dei principali
pericoli per l’Unione europea c’è Donald Trump:
il
39,5% degli italiani lo considera il nemico numero uno dell’Ue.
Al
secondo posto, con un distacco netto, Vladimir Putin (29,5%), mentre al terzo
figurano i Paesi sovranisti, indicati dal 23,4% degli intervistati.
Una
percezione che si riflette anche nel giudizio sulle parole del presidente
americano.
Più
dell’81% degli italiani si dice contrario alle affermazioni di Trump che ha
definito l’Europa decadente e guidata da leader deboli.
Un
rifiuto netto, che segnala come, al di là delle critiche e delle incertezze,
l’Unione europea continui a essere percepita come uno spazio politico da
difendere, soprattutto di fronte a chi, da fuori, ne mette in discussione
legittimità e ruolo.
Un’Europa
imperfetta, spesso distante, ma ancora considerata necessaria.
E
oggi, per molti italiani, persino più minacciata da Washington che da Mosca.
L’Europa
ai margini del grande gioco tra Trump e XI.
Davidcarretta.substack.com
- David Carretta, Christian Spellman, e Oliver Grimm – (gen. 14, 2026) –
Redazione - ci dicono:
Buongiorno!
Siamo David Carretta, Christian Spellman e Oliver Grimm, gli autori del”
Mattinale Europeo”.
Nell’analisi
del giorno, Christian torna a occuparsi della Groenlandia: incastrati nel
grande gioco tra Trump e XI, gli europei parlano molto, ma non faticano a
concretizzare.
Nelle
brevi del giorno ci occupiamo della Bce che difende la Fed dagli attacchi di
Trump.
Kaja
Kallas ha confermato la volontà di adottare il ventesimo pacchetto di sanzioni
contro la Russia il prossimo mese.
La
Commissione ha rinviato una proposta per bandire le società cinesi Huawei e ZTE
dalle infrastrutture critiche di telecomunicazioni.
La Germania non ha rispettato i suoi obblighi
sugli stoccaggi di gas.
Il
commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa ha lanciato una dura
critica contro l’Italia, la Danimarca e l’Ue per la “recessione dello stato di
diritto”.
L’Europa
ai margini del grande gioco tra Trump e XI.
Christian
Spellman.
Gli
europei riusciranno a trovare un accordo per impedire l’annessione della
Groenlandia da parte degli Stati Uniti - oppure dimostreranno ancora una volta
di non essere in grado di contrastare gli istinti egemonici di un presidente
americano impegnato in un braccio di ferro strategico con XI Jinping su energia
e terre rare?
I diplomatici sono in fermento.
Eppure, allo stesso tempo, al Congresso è
stato presentato un disegno di legge che apre la strada all’annessione del
territorio.
Nessuno
sembra sapere come rapportarsi a un presidente americano determinato a gestire
le relazioni con la Cina da una posizione di forza.
Donald
Trump vuole la Groenlandia perché è strategica - e perché scommette
sull’incapacità dell’Europa di fermarlo, consentendo così a Washington di
controllare, e se necessario chiudere, il passaggio tra l’Artico e l’Atlantico
settentrionale.
Il
ministro degli Esteri della Groenlandia, Vivian Motzfeldt, e il ministro degli
Esteri danese, Lars Lake Rasmussen, dovrebbero essere ricevuti oggi alla Casa
Bianca dal vicepresidente americano JD Vance.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha
dichiarato di “condividere le preoccupazioni americane sulla necessità di
proteggere meglio questa parte della Danimarca” e ha invocato una “soluzione
reciprocamente accettabile all’interno della Nato”.
I
negoziati proseguono.
Ma in
parallelo, la Casa Bianca ha pubblicato su “X” un fotomontaggio che ritrae
Donald Trump mentre osserva una mappa della Groenlandia, accompagnato dalla
didascalia: “è necessario seguire la situazione”. Una provocazione calcolata.
Mika Balugino
Merced, specialista di geopolitica ed economia della Groenlandia, ritiene che
la determinazione del presidente americano a prendere il controllo del
territorio - tramite un acquisto o con la forza - vada presa sul serio.
“La Groenlandia è strategica per americani,
europei, russi e cinesi.
Si
trova all’incrocio tra l’Artico e l’Atlantico settentrionale.
Se la
Cina riuscisse a costruire infrastrutture e ad acquistare terreni, come ha già
tentato di fare, questo costituirebbe un problema per l’intera alleanza
transatlantica”.
Trump
non usa mezzi termini:
“Se non prendiamo la Groenlandia, lo faranno
Russia o Cina.
Non lo
permetterò”.
Randy
Fine, deputato repubblicano della Florida e fervente sostenitore di Trump, è
stato altrettanto esplicito nel presentare un disegno di legge di due pagine
intitolato “Greenland Annexation and State” Hood Act. “Siamo chiari: i nostri
avversari stanno cercando di insediarsi nell’Artico e non possiamo
permetterlo.”
Il
testo autorizza Trump a “intraprendere le azioni che potrebbero rendersi
necessarie, inclusa l’apertura di negoziati con il Regno di Danimarca, per
annettere o acquisire in altro modo la Groenlandia come territorio degli Stati
Uniti”.
La
giustificazione è diretta:
“Chi
controlla la Groenlandia controlla le principali rotte di navigazione artiche e
l’architettura di sicurezza che protegge gli Stati Uniti. L’America non può
lasciare il proprio futuro nelle mani di regimi che disprezzano i nostri valori
e cercano di minare la nostra sicurezza”.
Non
importa che i democratici abbiano presentato un disegno di legge per bloccare
le ambizioni di Trump.
Non
importano la storia, il diritto internazionale o l’opposizione della
popolazione groenlandese all’annessione.
Non
importano i fatti.
Non ci
sono navi da guerra russe o cinesi nella regione, né attività militari
segnalate nei pressi della Groenlandia.
Trump
vuole il territorio e le sue risorse - in particolare le terre rare - perché,
nella sua visione, si difende davvero solo ciò che si possiede.
Il
presidente mostra anche scarso rispetto per il rischio di una crisi all’interno
dell’Alleanza atlantica, dalla quale ha più volte minacciato di ritirare gli
Stati Uniti.
“Se
avessimo bisogno della Nato, ci sosterrebbe? Non ne sono sicuro”, ha dichiarato
Trump.
“Spendiamo molti soldi per la Nato e non sono
convinto che farebbe lo stesso per noi”.
Trump
pratica una politica di forza contro europei restii, o incapaci, di rispondere
sullo stesso piano.
Da
anni gli Stati Uniti sono impegnati in una contrapposizione con la Cina.
Trump
l’ha intensificata dal suo ritorno alla Casa Bianca.
Le recenti mosse della sua amministrazione
mirano a bloccare le rotte polari e il Canale di Panama, chiudendo l’Emisfero
Occidentale a Pechino e prosciugando le forniture energetiche - una
vulnerabilità cruciale per la Cina, che nel 2024 ha importato 11,1 milioni di
barili di petrolio al giorno.
Dopo
l’arresto di “Nicolás Maduro” durante un intervento militare americano, Trump
si è persino autoproclamato “presidente ad interim” del Venezuela,
annunciandolo su “Truth Social”.
Il
Venezuela è un importante fornitore di petrolio per la Cina, con circa 400.000
barili al giorno.
Trump ha inoltre imposto un dazio del 25 per
cento su tutti gli scambi con gli Stati Uniti per qualsiasi paese che faccia
affari con l’Iran, un altro grande fornitore della Cina tramite la Malesia.
“La Cina acquista da anni il 90 per cento del
petrolio iraniano illecito”, ha spiegato su “X” Mike Waltz, ambasciatore
statunitense all’Onu. Anche le principali compagnie petrolifere russe - terzo
fornitore della Cina - sono sotto sanzioni americane.
Questa
strategia di isolamento non è sufficiente di per sé: Pechino dispone di altri
fornitori.
Ma
offre a Trump una leva negoziale su un altro fronte: le terre rare, di cui la
Cina controlla la maggior parte della produzione mondiale.
L’Europa
vorrebbe essere un attore di questa sfida.
In
realtà, resta uno spettatore.
Chi
parla a nome dell’Unione europea?
Tutti
- e nessuno.
Dal vertice europeo del dicembre 2025, è
persino difficile dire quanti siano i suoi membri: 27, 26, 24?
L’Ue non ha una voce unica né una linea
chiara.
Due dichiarazioni di sostegno alla Danimarca
contro le pretese americane sulla Groenlandia sono state pubblicate, ma la
sommatoria dei firmatari — Francia, Germania, Italia, Polonia, Svezia e
Finlandia, ai quali si sono poi aggiunti Regno Unito e Norvegia, non membri
dell’Ue — è ben lontana da una maggioranza, anche se altri governi hanno
successivamente espresso appoggio.
Gli
europei parlano molto, condannano, minacciano, riflettono - ma faticano a
concretizzare.
Valérie
Hayek, eurodeputata francese e presidente del gruppo liberale Re new al
Parlamento europeo, utilizza il linguaggio del rapporto di forza: “
Non
dobbiamo avere paura di Donald Trump. Non dobbiamo sottovalutare le nostre
forze.
Abbiamo
un mercato di 450 milioni di consumatori.
Le imprese americane vogliono mantenere
l’accesso a questo mercato? Abbiamo leva sul debito statunitense detenuto dalle
banche centrali europee.
E abbiamo lo strumento anti-coercizione.
Non
dobbiamo temere di usarlo”.
Altri
avanzano proposte più radicali.
“Gabrieli
Landsbergis,” ex ministro degli Esteri lituano, suggerisce di “invitare la
Groenlandia a rientrare nell’Unione europea, offrendole le garanzie
dell’articolo 42(7) del trattato Ue”.
Si è
persino parlato del dispiegamento di una forza militare europea accanto alle
truppe danesi inviate in Groenlandia per scoraggiare un’eventuale operazione
americana - ma senza seguito.
Nessuna
di queste opzioni gode di consenso.
Il
timore di un ritiro americano dalla Nato, unito al ricatto di Trump
sull’Ucraina, paralizza gli europei e li spinge al compromesso.
Come avverte l’analista tedesco Ulrich Speck,
“più gli europei appariranno deboli, più saranno percepiti come prede in questa
nuova era di geopolitica competitiva”.
Gabrieli
Landsbergis è ancora più severo:
“Sappiamo di essere in un vicolo cieco. I
nostri amici e i nostri nemici lo sanno.
Nessuno
dovrebbe quindi aspettarsi che la pressione sull’Europa diminuisca finché non
avremo capito che il rispetto si conquista - non si mendica”.
“La
Russia deve comprendere che il freddo non l’aiuterà a vincere la guerra”. (Volodymyr
Zelensky).
L’Ue e
Trump.
La Bce
e le altre banche centrali in soccorso dell’indipendenza della Fed – La Banca
Centrale Europea e le altre banche centrali europee e internazionali sono
pienamente solidali con il Sistema della Federal Reserve e con il suo
presidente, Jerome H. Powell, ha annunciato ieri la Bce in un comunicato
firmato dalla sua presidente Christine Lagarde a nome del Consiglio direttivo
dell’istituzione e dai governatori delle banche centrali del Regno Unito, della
Svezia, della Danimarca, della Svizzera, dell’Australia, del Canada, della
Corea del Sud e del Brasile, nonché dai dirigenti della Banca dei Regolamenti
Internazionali.
“L’indipendenza
delle banche centrali è nell’interesse delle persone che serviamo”, hanno
insistito i firmatari, elogiando l’integrità e l’impegno di Jerome Powell.
Il
forte sostegno dei banchieri centrali rivela una preoccupazione per i rischi
che il sistema finanziario mondiale correrebbe se Trump mettesse le mani sulla
Fed.
La
banca centrale americana sarebbe ancora disposta a svolgere il suo ruolo di
prestatore di ultima istanza per garantire la liquidità, come avvenuto durante
le crisi finanziarie del passato?
Powell
paga il prezzo del suo richiamo a Trump – Donald Trump ha chiesto l’apertura di
un’indagine penale contro Powell da parte del Dipartimento di Giustizia.
Powell
è sospettato di aver mentito al Congresso sull’entità dei costi di
ristrutturazione della sede della Fed a Washington.
La questione era stata oggetto di uno scambio
pubblico tra Trump e Powell, durante il quale il presidente della Fed aveva
corretto il capo della Casa Bianca sui numeri e sulla sua ignoranza del
dossier.
Trump
ha reagito definendo Powell «uno stupido» e chiedendone ripetutamente le
dimissioni.
Powell
denuncia le azioni legali intentate contro di lui come un «pretesto» per minare
l’indipendenza della banca centrale.
Il presidente esercita pressioni da diversi
mesi per una riduzione più aggressiva dei tassi di interesse e ha
soprannominato Powell «Too Late» nei suoi messaggi sui social media.
Il
mandato di Jerome Powell dovrebbe ufficialmente terminare nel maggio 2026, ma
egli rimarrà membro del Consiglio dei governatori fino al 2028.
Il
realismo della Danimarca nei rapporti con gli Stati Uniti, la Groenlandia
sceglie l’Ue – “Il peggio deve ancora venire”, ha dichiarato ieri la premier
danese Mette Frederiksen dopo un incontro con il suo omologo groenlandese
Jens-Frederik Nielsen per preparare la riunione dei rispettivi ministri degli
Esteri con l’omologo statunitense Marco Rubio, organizzata alla Casa Bianca con
la presenza del vicepresidente JD Vance.
“Se
dovessimo scegliere tra gli Stati Uniti e la Danimarca, qui e ora, sceglieremmo
la Danimarca.
Sceglieremmo
la NATO, il Regno di Danimarca e l’UE», ha affermato Nielsen.
“Arriviamo
insieme, restiamo insieme e ce ne andiamo insieme. Nessuno parlerà da solo con
gli americani” domani, hanno assicurato i due leader.
“Vogliamo
il dialogo e la cooperazione. Non cerchiamo il conflitto. Ma il nostro
messaggio è chiaro: la Groenlandia non è in vendita», ha affermato Mette
Frederiksen.
La Groenlandia è un territorio autonomo della
Danimarca, paese membro dell’UE e della NATO.
La Groenlandia si è ritirata nel 1985 dalla
CEE, divenuta poi l’UE, ma è rimasta un territorio danese inserito nell’elenco
dei paesi e territori d’oltremare (PTOM) associati all’Unione europea.
Il
realismo di Kaja Kallas nei rapporti con gli Stati Uniti – “Gli Stati Uniti
sono un alleato indispensabile, ma è chiaro che i nostri rapporti non sono più
buoni come in passato”, ha detto ieri l’Alto rappresentante, Kaja Kallas, in
una conferenza stampa a Berlino.
“In
ogni alleanza ci sono momenti di disaccordo aperto.
Ma l’Europa non rinuncerà a 80 anni di
relazioni transatlantiche”, ha aggiunto Kallas.
Il
realismo dell’Alto rappresentante non si limita ai rapporti con Donald Trump.
Per il
sostegno a Kiev, “dal lato dell’Ue, concederemo all’Ucraina prestiti per 90
miliardi di euro per finanziare le funzioni statali e la difesa nei prossimi
due anni.
Stiamo inoltre portando avanti il ventesimo
pacchetto di sanzioni e puntiamo a finalizzarlo il mese prossimo”.
Lo ha
dichiarato l’Alta rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Kaja Kallas,
in conferenza stampa da Berlino con il ministro della Difesa tedesco, Boris
Pistorius.
Sull’Ucraina
“la dura realtà è che questa guerra potrebbe andare avanti a lungo, a meno che
non esercitiamo collettivamente una maggiore pressione sulla Russia affinché la
fermi”, ha detto Kallas.
L’alto rappresentante ha confermato che l’Ue
sta preparando il ventesimo pacchetto di sanzioni.
“Puntiamo a finalizzarlo il prossimo mese”.
I
ventisette dovrebbero adottarlo prima del 24 febbraio, data del quarto
anniversario dell’invasione della Russia.
Incontro
Trump-Zelensky a margine del Forum economico di Davos.
Un
incontro tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky è previsto a margine del Forum
economico mondiale, in programma dal 19 al 23 gennaio a Davos, in Svizzera.
Diversi
leader europei — il francese Emmanuel Macron, il tedesco Friedrich Merz,
l’italiana Giorgia Meloni, il britannico Keri Stormer e la presidente della
Commissione europea Ursula von der Leyen — hanno previsto di affiancare il
presidente ucraino, riferisce il Financial Times citando tre funzionari
informati sui piani.
Sovranità
digitale.
La
Commissione rinvia la legge sulla cybersicurezza, ma conferma i rischi di
Huawei e ZTE - La Commissione oggi avrebbe dovuto presentare il “Cyber Security
Act,” una serie di proposte per rafforzare la cybersicurezza nell’Ue, compresa
l’esclusione dei fornitori cinesi dalle infrastrutture critiche.
Ma il
testo non è ancora pronto. I negoziati tra i gabinetti dei commissari sono
ancora in corso.
La
Spagna è contraria a un bando contro Huawei e ZTE.
Un
portavoce della Commissione ieri ha confermato che le due società cinesi sono
considerate come fornitori ad alto rischio, dopo una valutazione effettuata due
anni fa nell’ambito del “5G Toolbox”. “Abbiamo incoraggiato gli Stati membri ad
adottare misure appropriate per escludere questi due fornitori ad alto rischio
dall’infrastruttura di connettività.
La
verità è che finora solo un numero molto limitato di Stati membri ha adottato
misure appropriate”, ha detto il portavoce.
“La
vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen è concentrata sull’esclusione
potenziale e incoraggia gli Stati membri ad adottare misure aggiuntive se
necessario”.
Energia.
La
Germania non ha rispettato gli obblighi sullo stoccaggio di gas, le riserve si
svuotano – La Commissione assicura che non ci sono problemi per
l’approvvigionamento energetico dell’Unione europea e dei suoi Stati membri.
Eppure guardando i dati sull’andamento di
stoccaggio di gas in Germania, un osservatore esterno potrebbe preoccuparsi.
La
fine della stagione è ancora lontana, ma lo stoccaggio di gas è sceso sotto al
47 per cento, il livello più basso in questo periodo del 2022, l’anno
dell’inizio della guerra in Ucraina.
Un
anno fa era al 77 per cento. Secondo alcune stime, se gli attuali trend
continueranno, la Germania potrebbe trovarsi a fine stagione con gli stock al 5
per cento.
Colpa
dell’inverno particolarmente freddo.
Ma
anche colpa del fatto che la Germania non ha rispettato i suoi obblighi di
riempire gli stoccaggi di gas al 90 per cento, come previsto dalla
regolamentazione europea introdotta nel 2022 e modificata lo scorso anno
. “15
Stati membri su 18 hanno raggiunto i propri obiettivi di stoccaggio tra il 1°
ottobre e il 1° dicembre.
L’obiettivo
di stoccaggio è stato raggiunto a livello di Ue”, ma “tre Stati membri non
abbiano raggiunto l’obiettivo nazionale per vari motivi, tra cui la Germania”,
ci ha detto una fonte della Commissione.
La
Commissione chiude gli occhi sullo stoccaggio tedesco - Il massimo raggiunto
dalla Germania in termini di stoccaggio di gas è stato attorno al 75 per cento.
Come
previsto dalla regolamentazione dell’Ue.
Berlino
ha informato la Commissione e consultato i paesi confinanti.
In una riunione del Gruppo di coordinamento
del gas del 18 dicembre, la Commissione e gli Stati membri hanno valutato che i
livelli di stoccaggio dell’Ue non destassero preoccupazioni in termini di
sicurezza dell’approvvigionamento.
Di
conseguenza, la Commissione non ha ritenuto opportuno emanare una
raccomandazione con misure specifiche nei confronti della Germania.
Stato
di diritto.
Il
commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa contro Italia e
Danimarca - Il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Michael O
‘Flaherty, ieri ha criticato l’iniziativa lanciata da Giorgia Meloni e Mette
Frederiksen per riaprire la Convenzione europea sui diritti dell’uomo e
contestare le decisioni della Corte di Strasburgo sui migranti.
“L’Europa
deve affrontare una questione esistenziale:
se abbracciare la tendenza a mettere da parte
il diritto internazionale e i principi fondamentali di equità e umanità, o
essere orgogliosa del proprio modello di società, fondato sui diritti umani, lo
Stato di diritto e la democrazia”, ha detto O ‘Flaherty in un discorso a Roma.
“Purtroppo,
alcuni sarebbero inclini, almeno in parte, a seguire la prima strada.
Un
segno di ciò è la recente dichiarazione di alcuni 27 Stati membri del Consiglio
d’Europa riguardante la “Convenzione europea dei diritti dell’uomo” e la prassi
della Corte europea dei diritti dell’uomo
. In
termini generali, ciò che i firmatari desiderano è un indebolimento della
protezione garantita ad alcune persone”, ha aggiunto, ricordando che Italia e
Danimarca sono all’origine dell’iniziativa.
O
‘Flaherty chiede politiche migratorie basate su dati e Stato di diritto – Nel
suo discorso Michael O ‘Flaherty ha implicitamente accusato le leader di Italia
e Danimarca di condurre politiche migratorie basate sulle paure, e non sui
fatti. “L’agenzia dell’UE Frontex riferisce che la migrazione irregolare verso
l’UE è diminuita del 25 per cento nei primi 11 mesi del 2025 e che, in ogni
caso, non siamo affatto vicini alla situazione che abbiamo visto nel 2015. In
altre parole, non sembra che la migrazione rappresenti una sfida nella misura
suggerita”, ha detto il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa.
Sulla presunta incapacità di espellere i criminali stranieri, “questa visione è
in contrasto con i fatti concreti. Ad esempio, nel 2025, l’Oxford Bonavera
Institute of Human Rights, con sede nel Regno Unito, ha scoperto che in un
periodo di 15 mesi solo lo 0,73 per cento dei cittadini stranieri condannati ha
presentato con successo ricorso contro un provvedimento di espulsione”, ha
spiegato O ‘Flaherty. Il commissario ha chiesto di non mettere in discussione
principi fondamentali come il divieto di respingimento, l’uguaglianza e
l’universalità dei diritti umani e l’indipendenza della magistratura.
La
recessione dello Stato di diritto in Europa.
Al di
là della stretta nelle politiche migratorie, Michael O ‘Flaherty ha denunciato
quello che ha definito “una recessione dello Stato di diritto” anche in Europa
e non solo a livello globale.
“Un think tank, il “World Justice Project”, ha
riferito nel 2025 che, per l’ottavo anno consecutivo, lo Stato di diritto è
diminuito nella maggior parte dei paesi”, ha spiegato il commissario per i
Diritti umani del Consiglio d’Europa. “L’Europa non fa eccezione.
Nell’indice
dello Stato di diritto del World Justice Project del 2025, circa 22 Stati
membri del Consiglio d’Europa ottengono un punteggio inferiore a sette su dieci
in otto indicatori dello Stato di diritto.
Il punteggio dell’Italia è 6,6”.
Secondo
O ‘Flaherty, alcuni paesi europei hanno adottato “un approccio à la carte agli
impegni vincolanti dei trattati” sui diritti umani. Il commissario ha
denunciato “un aumento del sovranismo politico, del nativismo e delle ideologie
che sono scollegate dal primato filosofico della dignità umana”.
Francia.
Marine
Le Pen ricorre in appello contro la sua ineleggibilità — La leader del
Rassemblement National, il movimento di estrema destra fondato da suo padre e
oggi presieduto dall’eurodeputato Jordan Bardella, gioca da ieri la possibilità
di partecipare all’elezione presidenziale francese del 2027.
Marine
Le Pen ha presentato ricorso contro la condanna inflitta nel 2025 a cinque anni
di ineleggibilità con esecuzione immediata per appropriazione indebita di fondi
pubblici europei, nell’ambito del caso sugli assistenti parlamentari degli
eurodeputati del Front National, il partito poi diventato Rassemblement
National.
Il
processo è previsto fino al 12 febbraio 2026.
“Voglio
che si sappia che avevamo la sensazione di non aver commesso alcun reato
quando, nel 2004, poi nel 2009 e poi nel 2014, abbiamo assunto degli assistenti
e li abbiamo messi in comune”, ha dichiarato ieri dal banco degli imputati.
“Il
Parlamento europeo non ha svolto il suo ruolo di allerta come avrebbe dovuto”,
ha accusato.
“Quel denaro è stato sottratto per far
funzionare il partito Front National in quel periodo”, ha affermato da parte
sua l’avvocato del Parlamento europeo, Patrick Maison neuve, sottolineando ai
microfoni di BFM che i fondi distratti erano quelli dei contribuenti europei.
Jordan Bardella ha giudicato “profondamente
preoccupante per la democrazia” che Marine Le Pen possa essere ineleggibile nel
2027, proprio mentre viene data “come favorita del voto”.
Se la
pena di ineleggibilità sarà confermata, Jordan Bardella è il successore
designato per sostituire Marine Le Pen.
La
popolarità di Trump a picco all'estero,
peggio
di lui solo Netanyahu.
Ansa.it
– (NEW YORK, 23 giugno 2026) – Redazione Ansa – ci dice:
In
Italia inaffidabile per l'83% degli interpellati, solo il 23% degli stranieri
si fida.
La
popolarità di Donald Trump cola a picco anche nei sondaggi all'estero:
secondo
l'ultimo rilevamento del “Pew Research Center” condotto in 36 Paesi, tra cui
l'Italia, i giudizi sul presidente americano sono negativi o addirittura molto
negativi.
Una media di appena il 23% degli adulti
interpellati ha espresso fiducia sulla capacità di Trump di gestire gli affari
del mondo.
In
Italia questa percentuale è scesa al 17%, contro un 83% che del presidente Usa
nei panni dello statista non si fida per niente.
Il
giudizio negativo sul capo della Casa Bianca trascina in basso gli Stati Uniti
e il Pew nota che i pareri positivi sull'America sono diminuiti rispetto
all'anno scorso in molti luoghi, con "cali a doppia cifra" in
Indonesia, Italia, Nigeria, Sudafrica, Corea del Sud e Turchia.
Tra i
contenziosi che hanno spinto al ribasso la fiducia nei confronti di Trump e
dell'America ci sono i dazi, Gaza, l'Iran, la Groenlandia e l'Ucraina.
Sette nazioni dello studio continuano ad
avere un'opinione positiva degli Usa, con Israele in testa (81% favorevole),
mentre i giudizi peggiori vengono da Paesi a opinione pubblica in maggioranza
musulmana come Malaysia, Pakistan, Turchia e tra i palestinesi della
Cisgiordania e Gerusalemme Est.
Il Pew
ha fatto anche confronti tra i giudizi su Trump e altri leader mondiali:
il livello di fiducia nell'americano è più
bassa che nel francese Emmanuel Macron, l'ucraino Volodymyr Zelenskyy, il
cinese XI Jinping e il russo Vladimir Putin.
Solo l'israeliano Benjamin Netanyahu ha
ricevuto voti più bassi di Trump nel sondaggio.
La
collera degli europei
per la
nuova rottura di
Trump
sulle tariffe.
Ilsole24ore.com
– (3 maggio 2026) – Beda Romano – Redazione – ci dice:
Produttori
di auto in rivolta. La Commissione Ue: tuteleremo i nostri interessi.
Dal
nostro corrispondente Beda Romano.
(Ecco
la stretta di mano tra Ursula von der Leyen e Donald Trump a Burberry, in
Scozia, nel luglio del 2025- REUTERS.)
Bruxelles.
All’indomani
dell’annuncio del presidente Donald Trump di nuove tariffe da applicarsi
all’importazione di auto europee, l’associazione tedesca dei produttori
automobilistici VDA ha esortato Stati Uniti ed Unione europea ad allentare le
tensioni.
Il
nuovo braccio di ferro tra Washington e Bruxelles giunge in un momento
economico molto delicato.
Lo
shock energetico provocato dalla guerra contro l’Iran fa temere un forte
rallentamento della congiuntura mondiale.
«L’accordo
commerciale tra Stati Uniti e Unione europea deve essere rispettato da entrambe
le parti», ha affermato Hildegard Müller, presidente della VDA.
«Ciò significa anche che la Ue deve finalmente
ratificare la propria parte dell’accordo concordato la scorsa estate (…) I
costi di dazi aggiuntivi sarebbero enormi per l’industria dell’auto tedesca ed
europea in un momento già molto difficile».
Secondo
l’associazione delle case europee Acea, gli Stati Uniti pesano per il 25%
dell’export di auto europee.
La
reazione del mondo economico tedesco è giunta dopo che il presidente americano
ha annunciato venerdì 1° maggio un aumento dal 15 al 25% delle tariffe sulle
vetture e i camion europei importati negli Stati Uniti.
In un
commento su Truth Social, ha spiegato che «l’Unione europea non sta rispettando
l’accordo commerciale», raggiunto nell’estate scorsa.
Il presidente Trump ha precisato che
l’incremento entrerà in vigore dalla settimana entrante, ma ancora ieri sera
mancavano dettagli giuridici.
L’accordo
dell’anno scorso prevede dazi americani del 15% in cambio di una riduzione da
parte europea di molte tariffe imposte finora sui prodotti industriali
americani. La messa in pratica dell’intesa si è tradotta in due regolamenti,
attualmente oggetto di trattativa tra Parlamento e Consiglio. Strasburgo ha
rallentato il loro iter di approvazione, in particolare dopo le minacce
americane contro la Groenlandia.
Parlamento
e Consiglio hanno posizioni negoziali diverse. Il testo proposto da Strasburgo
prevede molte clausole di salvaguardie, a differenza della posizione dei
Ventisette.
In questo contesto, non si può escludere che
l’annuncio americano sia il tentativo di mettere sotto pressione le due
istituzioni europee.
Il rischio invece è che induca loro ad
arroccarsi ulteriormente sulle loro rispettive posizioni.
Una
nuova tornata negoziale tra Parlamento e Consiglio è prevista mercoledì.
Il
presidente della commissione commercio a Strasburgo, il socialdemocratico
tedesco Bernd Lange, ha affermato su “X”:
«Il piano di Donald Trump di imporre dazi del
25% sulle auto europee è inaccettabile.
Il Parlamento europeo continua a rispettare
l’accordo (…) Mentre l’Unione europea mantiene le sue promesse, la parte
americana continua a venir meno ai propri impegni (…) L’Unione europea deve ora
mantenere chiarezza e fermezza».
In
reazione alle notizie provenienti da Washington, la Commissione europea ha
affermato: «L’Unione europea sta attuando gli impegni assunti nella
dichiarazione congiunta secondo la prassi legislativa standard. Qualora gli
Stati Uniti adottassero misure non conformi alla dichiarazione congiunta
(firmata nell’estate scorsa in Scozia, ndr), ci riserveremo la possibilità di
agire per tutelare gli interessi dell’Unione europea».
Al
netto di eventuali cambiamenti di fronte da parte americana - come avvenne nel
maggio del 2025 quando la Casa Bianca annunciò dazi del 50% sui prodotti
europei, per poi cambiare idea giorni dopo - l’establishment europeo sta
soppesando l’eventuale messa in pratica delle nuove minacce provenienti da
Washington, la cui base legale, come detto, rimane incerta.
Una
prima discussione a livello politico potrebbe esserci domani e dopodomani
quando si incontreranno i ministri delle Finanze.
In un
contesto industriale già fragile, nuovi dazi americani sarebbero deleteri per
l’Europa, in primis per la Germania. Secondo i dati della VDA, la Germania ha
esportato nel 2025 3,1 milioni di vetture, di cui 410mila verso gli Stati
Uniti.
A questo proposito, il presidente
dell’associazione di categoria “Anfia”, Roberto Vavassori, ha spiegato che
nuovi dazi penalizzerebbero soprattutto la componentistica italiana, che passa
per la Germania, nonché Ferrari e Lamborghini che producono in Italia.
La
popolarità di Trump a picco
all’estero,
peggio di lui
solo
Netanyahu.
Espansionetv.it
– (23/06/2026) – Avatar Ansa – Redazione – ci dice:
In
Italia inaffidabile per l'83% degli interpellati.
(ANSA)
– NEW YORK, 23 giu.2026.
– La popolarità di Donald Trump cola a picco
anche nei sondaggi all’estero: secondo l’ultimo rilevamento del “Pew Research
Center” condotto in 36 Paesi, tra cui l’Italia, i giudizi sul presidente
americano sono negativi o addirittura molto negativi.
Una media di appena il 23% degli adulti
interpellati ha espresso fiducia sulla capacità di Trump di gestire gli affari
del mondo.
In
Italia questa percentuale è scesa al 17%, contro un 83% che del presidente Usa
nei panni dello statista non si fida per niente.
Il
giudizio negativo sul capo della Casa Bianca trascina in basso gli Stati Uniti
e il Pew nota che i pareri positivi sull’America sono diminuiti rispetto
all’anno scorso in molti luoghi, con "cali a doppia cifra" in
Indonesia, Italia, Nigeria, Sudafrica, Corea del Sud e Turchia.
Tra i
contenziosi che hanno spinto al ribasso la fiducia nei confronti di Trump e
dell’America ci sono i dazi, Gaza, l’Iran, la Groenlandia e l’Ucraina.
Sette nazioni dello studio continuano ad avere
un’opinione positiva degli Usa, con Israele in testa (81% favorevole), mentre i
giudizi peggiori vengono da Paesi a opinione pubblica in maggioranza musulmana
come Malaysia, Pakistan, Turchia e tra i palestinesi della Cisgiordania e
Gerusalemme Est.
Il Pew ha fatto anche confronti tra i giudizi
su Trump e altri leader mondiali: il livello di fiducia nell’americano è più
bassa che nel francese Emmanuel Macron, l’ucraino Volodymyr Zelenskyy, il
cinese XI Jinping e il russo Vladimir Putin.
Solo l’israeliano Benjamin Netanyahu ha
ricevuto voti più bassi di Trump nel sondaggio. (ANSA).
“L’Europa
è più sgradevole della Cina”:
Trump
insulta ancora l’Ue ma è
la
popolarità degli Usa nel mondo a crollare.
Eurofocus.adnkronos.com
– Redazione – (20 -06 -2025) – ci dice:
'Make
America Great Again' si traduce in un tonfo globale: gli Stati Uniti crollano
nel Democracy Perception Index 2025, mentre la Cina li supera e il presidente
Usa è il leader più impopolare del pianeta.
“L’Europa
è più sgradevole della Cina”.
È solo
l’ultima delle dichiarazioni provocatorie del presidente Usa Donald Trump
rivolte all’Unione europea, fresco stavolta di un inaspettato accordo con il
Dragone per sospendere l’escalation di dazi commerciali.
Un
accordo che con l’Ue, nonostante la pausa di 90 giorni in corso, sembra ancora
lontano.
Ma
mentre Trump insulta a più riprese gli europei (nonché, sottilmente, anche i
cinesi), sono proprio gli Usa a perdere smalto nella percezione globale:
la
loro popolarità è crollata di 27 punti percentuali dai tempi di Joel Biden,
stando al Democracy Perception Index 2025.
Un
paradosso per chi aveva promesso di rendere l’America ‘Great Again’ (di nuovo
grande).
Il
sondaggio, realizzato dalla Alliance of Democracies Foundation in
collaborazione con Latana e Nira Data in occasione del Democracy Summit in
corso a Copenaghen, è stato condotto su oltre 110mila persone in 100 Paesi con
l’obiettivo di capire come i cittadini percepiscano i valori democratici
fondamentali – elezioni, solidità dello stato di diritto, libertà di parola e
partecipazione – e la loro aderenza nella pratica.
Gli
Stati Uniti crollano.
Per
gli Stati Uniti è un crollo: la maggior parte degli intervistati nel mondo ha
cambiato drasticamente opinione sul Paese. I
l punteggio
netto di percezione globale degli Usa infatti è ora al -5%, a fronte del +22%
di un anno fa.
Addirittura
gli Stati Uniti sprofondano sotto la Cina e si collocano poco sopra la Russia,
risalita al -9% dal -14% del 2024. Nel dettaglio, solo il 45% dei Paesi giudica
gli Usa positivamente, rispetto al 76% dell’anno precedente.
Nel
frattempo, la Cina ha registrato il 14% di buone opinioni rispetto al
precedente +5%, risultando quindi per la prima volta più popolare degli Usa e
raccogliendo percezioni per lo più favorevoli in tutte le regioni. Gli alleati
degli Stati Uniti come Israele, Corea del Sud, Giappone, Polonia e Ucraina
continuano a preferirli, ma si tratta di eccezioni: nell’Europa occidentale, in
gran parte dell’Asia e dell’America Latina, e soprattutto in Medio Oriente e
Nord Africa, la Cina è considerata molto più positivamente degli Stati Uniti.
Nel Vecchio Continente, solo Lituania, Ungheria, Polonia e Regno Unito valutano
Washington meglio di Pechino.
Sicuramente
su questo risultato pesano gli insulti del tycoon, che ha più volte definito
gli europei “scrocconi, cattivoni e parassiti“.
Trump:
impopolarità record a livello mondiale.
Non
occorre andare lontano per capire il perché di questo cambiamento: è tutto
merito di Trump. Dalle sue continue critiche all’Ue alle sue dichiarazioni
controverse, dalla scomposta guerra dei dazi al crollo delle Borse fino
all’addio agli aiuti umanitari (rinunciando, en passant, a varie forme di ‘soft
power’), in tutto il mondo la reazione è stata netta.
La
conferma viene dalla reputazione del presidente Usa, che a livello globale è
meno popolare anche di Putin e Xi Jinping. In sostanza, il tycoon ha ottenuto
il punteggio peggiore tra una serie di leader politici, culturali e spirituali
– tra cui Elon Musk, Bill Gates, Papa Francesco, Taylor Swift e Kim Kardashian
– risultando quello con l’immagine più universalmente negativa.
Nell’82%
dei Paesi, il 57% in media delle persone lo giudicano in modo sfavorevole e
solo il 27% positivamente. Dietro di lui Putin, che raccoglie percezioni nette
negative nel 61% dei Paesi, e Xi Jinping con il 44%. Anche Elon Musk ottiene
una percezione netta negativa complessiva, mentre Bill Gates sembra essere
molto apprezzato con un punteggio netto positivo che supera sia Papa Francesco
che Taylor Swift.
Trump
è visto negativamente in quasi tutte le regioni del mondo, specialmente nei
Paesi democratici. Solo nell’Africa sub-sahariana riceve un rating leggermente
positivo. Putin, nel frattempo, è percepito altrettanto negativamente di Trump
nei Paesi democratici, ma l’opinione è più neutrale in Asia e nella regione
Mena (Middle East and North Africa), ed è leggermente positiva nei Paesi
autoritari e in tutta l’Africa subsahariana.
XI
Jinping riceve invece valutazioni complessivamente molto meno negative, con
opinioni leggermente positive nei Paesi autoritari, in particolare nell’area
Mena e nell’Africa subsahariana. Nei Paesi democratici, compresa l’Europa, il
leader cinese viene considerato negativamente, ma meno di Trump o Putin.
Democracy
Perception Index 2025 Popolarità leader.
La
popolarità dei leader politici, culturali, spirituali e ‘business’ (Verdi:
giudizi positivi; Rossi: negativi; Grigio: Non sa) – (Democracy Perception
Index 2025)
La
democrazia è ancora la forma di governo preferita.
“Non
sono sorpreso che la percezione degli Stati Uniti sia diminuita così
drasticamente, anche se trovo rassicurante che il sostegno all’ordine
internazionale basato sulle regole rimanga forte in tutto il mondo”, ha
commentato Anders Fogh Rasmussen, presidente di Alliance of Democracies
Foundation ed ex segretario generale della Nato.
Infatti,
nonostante il calo degli Usa, l’analisi mostra che la fiducia nella democrazia
resta alta a livello globale: due terzi degli intervistati la considerano la
forma di governo preferita. Ma ci sono ancora molte sfide che preoccupano i
cittadini: la corruzione, la mancanza di trasparenza e l’influenza indebita di
interessi particolari.
C’è
poi un ampio sostegno a un ordine internazionale basato sulle regole: l’85%
degli intervistati crede che i Paesi debbano rispettare le leggi
internazionali, anche se questo limita la loro libertà d’azione. Un’opinione
condivisa da persone sia negli Stati democratici che in quelli non democratici,
comprese le grandi potenze come gli Stati Uniti, la Russia e la Cina.
Non
tutti combatterebbero per difendere il proprio Paese.
Tuttavia,
ha sottolineato Rasmussen, rimangono contrastanti le opinioni sulla spesa per
la difesa e la volontà delle persone di difendere il proprio Paese, definite
“piuttosto preoccupanti, soprattutto in Europa “.
Nel
Vecchio Continente, infatti, i cittadini di Paesi come Ucraina, Polonia,
Norvegia, Georgia, Finlandia, Svezia, Paesi Bassi e Regno Unito sostengono
l’aumento della spesa per la difesa, mentre quelli di Italia, Francia, Grecia,
Austria e Belgio si oppongono. In Germania l’opinione pubblica è divisa.
Anche
la disponibilità a difendere personalmente il proprio Paese in caso di attacco
varia fortemente: in Europa, è alta in Norvegia, Grecia e Svezia, ma bassa in
Francia, Belgio, Moldavia e Italia.
A
livello globale, i Paesi autoritari mostrano maggiore prontezza (59%) rispetto
alle democrazie (45%). Gli intervistati nella regione Mena hanno riportato la
più alta disponibilità a combattere (69% tra quelli di età compresa tra 18 e 55
anni).
Democracy
Perception Index 2025 disponibilità a combattere per il proprio Paese.
Disponibilità
a combattere per il proprio Paese (0% non favorevoli – 100% favorevoli)
(Democracy Perception Index 2025).
Infine,
un campanello d’allarme non analizzato nel Democracy Perception Index ma
comunque rilevante è una crescente disillusione da parte dei giovani della Gen
Z, molti dei quali esprimono scetticismo verso la democrazia, con alcuni che
preferirebbero forme di governo più autoritarie.
Anche
per questo è particolarmente significativo il monito lanciato infine da
Rasmussen commentando i risultati dell’Indice: “Ogni anno questo sondaggio
conferma che i cittadini in tutto il mondo credono nella democrazia, ma coloro
che hanno la fortuna di vivere nelle democrazie chiedono con forza che i loro
governi mantengano le promesse”.
Buio
americano: gli Stati Uniti di Trump.
Intervista
a Mario Del Pero.
Pandorarivista.it – (13 - 02 – 2026) - Scritto
da Ruben David – ci dice:
L’ascesa
di Donald Trump e del trumpismo alla guida degli Stati Uniti sta ridefinendo in
profondità il sistema politico americano sia sul piano interno – con il rischio
concreto di una torsione illiberale e autoritaria – sia su quello della
politica internazionale, spingendo il Paese verso una postura ostentatamente
neo-imperiale e marcatamente affaristica.
In
questa intervista a Mario Del Pero, professore ordinario presso il Centre
d’Histoire di Sciences Po a Parigi dove insegna storia globale e storia della
politica estera statunitense, a partire dal suo ultimo libro Buio americano.
Gli
Stati Uniti e il mondo nell’era Trump (il Mulino 2025), ripercorriamo le
origini e gli sviluppi più recenti della crisi interna americana e della nuova
collocazione internazionale degli Stati Uniti sotto la presidenza Trump,
interrogandoci anche sui possibili scenari futuri.
Partiamo
da una questione quasi metodologica, eppure importante. La storia può aiutarci
a comprendere quello che sta accadendo oggi negli Stati Uniti?
Mario
Del Pero:
Di
mestiere faccio lo storico e cerco quindi di leggere il presente attraverso le
chiavi della storia.
Questo
non significa credere nella ciclicità o nella ripetizione degli eventi, né
pensare che la storia offra “lezioni” pronte all’uso.
Non si
tratta di tornare al passato per trovare modelli identici a ciò che accade oggi
per ricavarne indicazioni, ma di ricostruire i processi che hanno condotto
all’oggi.
La storia non si ripete, è progressiva ma non
lineare ed è fatta di rotture, svolte e discontinuità.
È con questo approccio che provo a comprendere
ciò che sta accadendo negli Stati Uniti, una situazione che mi colpisce e mi
addolora profondamente.
Sono un americanista, ho vissuto e lavorato a
lungo nel Paese, verso il quale nutro una forte passione intellettuale.
Tornarci
oggi suscita in me una preoccupazione inedita. Storicizzare il presente
significa dunque contestualizzare, collocare l’oggi in una traiettoria più
ampia.
Così emergono fattori che aiutano a spiegare
fenomeni altrimenti difficili da comprendere, dall’ascesa di Donald Trump alla
presidenza alla spirale di violenza che attraversa la società americana, fino
all’impressione sempre più netta di una torsione autoritaria e illiberale.
Guardiamo allora più da vicino a questi
fattori.
Quali
sono le cause profonde, la matrice storica, di Trump e del trumpismo?
Nel
libro richiama fattori come la sfiducia nelle istituzioni, la polarizzazione,
le disuguaglianze e la deindustrializzazione che hanno segnato gli Stati Uniti
degli ultimi decenni.
Vorrei
si soffermasse sulla dimensione socioeconomica: perché l’idea di una base
elettorale di Trump composta soprattutto dalla working class è, a suo avviso,
una lettura fuorviante?
Mario
Del Pero:
L’elezione di Trump si comprende solo
ricostruendo il profondo malessere sociale ed economico e il processo di
delegittimazione della politica e delle istituzioni, su cui una proposta
radicale e autoritaria come la sua ha potuto fare leva.
Nell’ultimo
mezzo secolo, i processi di integrazione economica globale, riassumibili nel
concetto di globalizzazione, hanno trasformato in profondità la struttura
sociale ed economica degli Stati Uniti e non solo.
In nessun altro Paese avanzato, tuttavia,
questi cambiamenti hanno avuto effetti così dirompenti:
la
quota di occupati nell’industria manifatturiera è crollata di circa il 70%, con
la perdita di milioni di posti di lavoro. Oggi il settore manifatturiero
impiega appena il 7-8% degli occupati, circa un terzo rispetto a Paesi come
Italia e Germania.
Durante
il liceo trascorsi un anno negli Stati Uniti a Gary, una città industriale
dell’Indiana nata attorno all’acciaio e poi devastata dalla deindustrializzazione.
Tra
gli anni Settanta e Novanta, con l’arrivo dell’acciaio giapponese e tedesco
prima ancora che cinese, ha perso circa il 70% degli abitanti e non si è mai
più ripresa.
Ma
queste dinamiche non hanno riguardato tutta l’America. Mentre alcune aree sono
state colpite duramente, altre – grandi aree metropolitane e poli dell’economia
dei servizi come Charlotte, Austin, Phoenix o la Silicon Valley – hanno
beneficiato dalla transizione verso un altro modello di economia. Ne è derivata
una frattura territoriale e sociale profonda, primo elemento chiave per
comprendere il trumpismo.
A questo processo se n’è affiancato un secondo
strettamente correlato.
In una
società di servizi avanzati, con specifiche politiche fiscali e tributarie,
sono cresciute in modo significativo le diseguaglianze di reddito e, ancor più,
di ricchezza.
Il premio salariale legato al livello di
istruzione è aumentato drasticamente e chi è privo di titoli post-secondari
oggi accede soprattutto a lavori precari e peggio retribuiti. Fino al 2008,
l’impatto di queste trasformazioni è stato in parte attutito da un meccanismo
compensativo: i consumi alimentati dal debito, resi possibili dall’aumento del
valore degli immobili e da un accesso estremamente facile al credito.
Quel
compromesso sociale – i consumi come ammortizzatore indiretto delle
disuguaglianze – è però esploso con la crisi dei mutui subprime.
Venuto
meno quel meccanismo compensativo, sono riemerse con forza le fratture sociali
che la bolla immobiliare aveva temporaneamente occultato.
Da
questo quadro emerge che i gruppi maggiormente colpiti sono stati soprattutto i
maschi bianchi con livelli di istruzione bassi o medio-bassi e redditi medio o
medio-bassi, che hanno visto ridursi reddito e potere d’acquisto.
Sono
loro – e non gli americani più poveri – a costituire la base elettorale di
Trump.
A
questi si aggiungono gli elettori con redditi molto elevati, attratti dalle
promesse di riduzione delle tasse sui redditi alti, sui capitali e sui profitti
d’impresa, nonché dalla promessa di smantellamento dell’impianto regolatorio
post-2008.
A
questi fattori si somma, nel 2008, l’elezione del primo presidente
afroamericano.
Una parte dell’America bianca non l’ha mai
accettata, alimentando una campagna di delegittimazione che Trump ha
contribuito a guidare fin dall’inizio e sulla quale ha costruito la sua ascesa.
È su
questa reazione che si innesta il riemergere della questione razziale e del
suprematismo bianco come componente ideologica del trumpismo. Nel tornante del
2008 si intrecciano dunque la crisi di un modello socioeconomico e il
riemergere della questione razziale che si sommano al fallimento delle guerre
americane del XXI secolo.
È in
questo contesto di rabbia, frustrazione e sfiducia che matura il terreno su cui
può affermarsi una figura antipolitica come Donald Trump.
Senza
questo sfondo non si spiegherebbe l’elezione, per la prima volta nella storia
statunitense, di un presidente privo di qualsiasi precedente esperienza
politica o militare.
Una
rottura quindi che diventa comprensibile solo alla luce della frattura prodotta
dal 2008, da collocare nella più ampia trasformazione dovuta ai processi
d’integrazione economica globale dell’ultimo mezzo secolo.
Torniamo
alla questione della torsione autoritaria. Tra l’uso dell’agenzia federale” ICE”
(Immigration and Customs Enforcement) come strumento para-militare al servizio
del presidente, le intimidazioni nei confronti della stampa, la messa in
discussione del limite dei due mandati e delle regole del gioco elettorale,
fino al precedente dell’assalto al Campidoglio, i segnali si accumulano.
In quale punto della “scala di grigi” tra democrazia e
autocrazia si collocano oggi gli Stati Uniti di Trump? E qual è lo stato dei
contropoteri interni inclusa l’opposizione politica?
Mario
Del Pero:
Credo
che l’esistenza di un tentativo di torsione autoritaria sia ormai difficilmente
contestabile.
La
gravità di quanto sta accadendo è tale che negarla significa essere
ideologicamente ciechi o in mala fede.
Che questo progetto riesca a compiersi fino in fondo
non è scontato, perché molto dipenderà dalla tenuta dei contropoteri
democratici, ma l’impianto autoritario è evidente. Il caso dell’ICE è
particolarmente rivelatore.
Nata
dopo l’11 settembre 2001 con funzioni prevalentemente amministrative legate al
controllo dello status degli immigrati e all’antiterrorismo, l’agenzia è stata
progressivamente trasformata da Trump in un braccio operativo e militarizzato
dell’esecutivo.
L’ultima
legge di bilancio ne ha quadruplicato i fondi; gli agenti sono passati da
10.000 a 22.000 e dovrebbero arrivare a 50.000 entro la fine del mandato. Il
reclutamento segue criteri apertamente politici e ideologici, con una presenza
significativa di ambienti del suprematismo bianco. A ciò si aggiungono
formazione accelerata, addestramento insufficiente, uso sproporzionato della
forza e un messaggio di sostanziale impunità. Quando veri e propri assassinii
documentati vengono giustificati come operazioni contro il “terrorismo
interno”, senza sospensioni né indagini, non siamo di fronte a singoli abusi ma
alla costruzione deliberata di una verità alternativa.
Fin
dall’insediamento della nuova amministrazione, inoltre, si è dispiegata una
violenza senza precedenti contro immigrati e presunti irregolari, con una
sospensione di fatto dell’habeas corpus che ha portato anche persone innocenti
in carceri di massima sicurezza in El Salvador, dopo essere state incatenate ed
esibite come trofei.
Questa
torsione non riguarda però solo sicurezza e immigrazione.
Si
manifesta anche nel modo di governare.
Trump fa un uso massiccio degli ordini esecutivi,
molto superiore a quello di Biden, tentando in alcuni casi di modificare
principi costituzionali fondamentali come il diritto di cittadinanza sancito
dal XIV emendamento. Il Congresso, pur a maggioranza repubblicana, è stato
marginalizzato e si governa per eccezione, mentre l’autonomia delle agenzie e
delle istituzioni federali viene progressivamente erosa.
Il
Dipartimento di Giustizia è ormai un organo al servizio diretto del presidente;
persino la Federal Reserve è stata oggetto di forti pressioni ed ingerenze.
Tra i primi atti dell’amministrazione vi sono stati il
licenziamento degli ispettori generali di tutti i dipartimenti dell’esecutivo
incaricati di vigilare sulla legalità dell’azione di governo e incriminazioni
mirate contro funzionari considerati avversari politici, a partire dal
funzionario che aveva certificato la regolarità delle elezioni del 2020 e
dall’ex direttore dell’FBI.
Tutto
ciò mette in luce anche la fragilità della Costituzione americana, antica e
poco attrezzata a contenere una sfida autoritaria di questo tipo. Sul fronte
dei contropoteri, il ruolo più attivo è stato finora svolto dalle Corti, che
hanno bloccato diversi decreti presidenziali.
Tuttavia,
il mancato rispetto di alcune sentenze apre una crisi costituzionale, aggravata
dalla sentenza del 2024 sull’immunità presidenziale e dal ruolo ancora tutto da
verificare di una Corte Suprema a maggioranza conservatrice e in parte nominata
dallo stesso Trump.
Un ulteriore contropotere è rappresentato
dalla mobilitazione civile ed elettorale.
Nel ciclo elettorale del 2025, dalle elezioni
locali al referendum in California, i democratici hanno ottenuto risultati
significativi e oggi controllano più governi statali rispetto a dieci anni fa.
Se le elezioni di mid-term si svolgeranno regolarmente, è probabile che
riconquistino la Camera, anche se restano forti incognite legate a
intimidazioni e interferenze incluso il dispiegamento dell’ICE ai seggi. I
media continuano a operare, ma il loro impatto sull’opinione pubblica è
fortemente ridotto da un ecosistema frammentato e polarizzato dove circolano
narrazioni false o manipolate.
A ciò si aggiunga il fatto che Trump in più di
un’occasione ha tentato di influenzare o pilotare processi di fusione e
concentrazione dei media. In sintesi, un disegno autoritario è in atto. I
contropoteri democratici non sono scomparsi, ma agiscono in un clima di
intimidazione e violenza crescente.
È questa combinazione di repressione, delegittimazione
e produzione di verità alternative a definire i tratti dell’autoritarismo
contemporaneo.
Venendo alla politica estera, lei sostiene che
l’isolazionismo non sia una categoria utile per interpretare il collocamento
internazionale statunitense, né oggi né storicamente. Eppure, soprattutto
durante la campagna elettorale e già nel primo mandato di Trump, anche in
Europa si è diffusa l’idea di un presidente sostanzialmente isolazionista.
Alla
luce del discorso di insediamento del gennaio 2025 e delle prime azioni della
nuova amministrazione, quale visione di politica estera emerge oggi? Se non si
tratta di isolazionismo, quali categorie interpretative risultano più adeguate?
Mario
Del Pero:
L’isolazionismo
non è una categoria analitica utile, né per Trump né, più in generale, per la
storia degli Stati Uniti. Quando Trump si insedia per la prima volta nel 2017, gli
Stati Uniti dispongono di centinaia di basi militari nel mondo, il dollaro è la
valuta di riferimento del sistema finanziario e commerciale globale e
Washington mantiene un potere decisivo nelle istituzioni internazionali. Un
Paese con questo livello di proiezione globale non può “isolarsi”, può semmai
ridefinire forme, strumenti e linguaggi della propria egemonia. Per comprendere
la politica estera della seconda amministrazione Trump, la categoria più
adeguata è quella di imperialismo, inteso in senso sia analitico sia
prescrittivo.
Analitico, perché la politica internazionale
viene concepita come una competizione permanente tra potenze in un contesto
anarchico e a somma zero.
Prescrittivo, perché se questa è la natura del
sistema internazionale, allora – nella visione trumpiana – è legittimo agire
senza vincoli multilaterali, senza mediazioni istituzionali e senza remore
morali.
Si
tratta inoltre di un imperialismo esplicito, ostentato. Nel discorso di
insediamento del gennaio 2025 Trump richiama apertamente l’espansione
territoriale e il manifest destiny, uno slogan del nazionalismo cristiano
espansionista che rinvia all’Ottocento, alla guerra contro il Messico
(1846-1848) ai tempi del presidente James Polk e alla prima fase dell’ascesa
imperiale americana alla fine di quello stesso secolo.
Non a caso indica William McKinley come
modello e arriva ad affermare che gli Stati Uniti “si prenderanno la
Groenlandia in un modo o nell’altro”, parole che fino a pochi anni fa sarebbero
sembrate impensabili.
Questa
visione emerge con chiarezza anche nella nuova National Security Strategy
(NSS). Il capitolo sull’America Latina ripropone una Dottrina Monroe
aggiornata, che concepisce la regione come uno spazio a sovranità limitata e
legittima un diritto di intervento diretto degli Stati Uniti nel loro “giardino
di casa”.
Non sorprende che la pressione si stia
nuovamente concentrando su Paesi come Venezuela e Cuba, secondo una logica
apertamente neocoloniale.
Accanto
all’imperialismo, si afferma una dimensione che potremmo definire
gangsteristica: una politica estera fondata sull’uso disinibito della forza,
della minaccia e del ricatto, in cui l’azione conta più della legittimità.
Trump lo aveva già esplicitato nel 2017 sostenendo davanti ad un giornalista
che gli Stati Uniti avrebbero dovuto imparare da Putin ad essere dei “killer”
più efficaci. Infine, vi è una terza componente cruciale: l’affarismo. La
politica estera diventa strumento al servizio di interessi privati e familiari.
Dalla deregolamentazione delle criptovalute che favorisce direttamente attività
riconducibili alla famiglia Trump, agli investimenti esteri in società
controllate dai suoi figli, fino ai dossier mediorientali gestiti dal genero
Jared Kushner e intrecciati all’attivismo dei fondi sovrani del Golfo, emerge
una sistematica confusione tra interesse nazionale e arricchimento personale.
In questo quadro si collocano anche iniziative opache come il cosiddetto Board
of Peace, dove Trump viene indicato come presidente a vita e pensato come
alternativa alle istituzioni multilaterali onusiane. Anche lo scontro con
l’Unione Europea può essere in parte letto in questa chiave, come difesa degli
interessi dei grandi colossi digitali statunitensi contro le politiche
regolatorie europee. Dunque, la politica estera trumpiana non è isolazionista
ma è il prodotto di una combinazione di imperialismo esplicito, uso predatorio
del potere e privatizzazione delle relazioni internazionali. Ed è proprio questa
miscela a renderla profondamente destabilizzante, per l’ordine globale e per la
stessa democrazia americana.
Riguardo
i rapporti transatlantici, tra minacce a Stati membri dell’Unione Europea e
della NATO, dazi unilaterali, retorica ostile verso gli alleati, ambiguità
sull’Ucraina e sostegno ai movimenti Make Europe Great Again (MEGA), quale
visione ha oggi l’amministrazione Trump dell’Europa e dell’UE? L’obiettivo è
indebolire il progetto di integrazione sovranazionale? E sul piano della difesa
e sicurezza, come va interpretato il rapporto con la NATO?
Mario
Del Pero:
Ho
appena terminato l’insegnamento di un corso sulle relazioni transatlantiche e,
scherzando, ho detto ai miei assistenti che forse è l’ultimo anno in cui questo
corso avrà luogo. Perché siamo di fronte ad una crisi qualitativamente diversa
rispetto a quelle del passato.
Partiamo
dall’Europa.
Dal punto di vista di Trump e del suo entourage,
l’Europa è al meglio un partner subalterno, dipendente, facilmente ricattabile;
al peggio è un vero e proprio nemico.
Un
nemico ideologico, perché l’Unione Europea, con tutti i suoi limiti, resta un
progetto di integrazione sovranazionale e cosmopolita, cioè l’esatto opposto
del nazionalismo razziale e identitario alla base del trumpismo.
Non è
un caso che nella National Security Strategy si parli di una possibile
“cancellazione della civiltà europea” e si affermi che alcuni Paesi starebbero
diventando “meno europei” in quanto destinati ad essere meno bianchi e meno
cristiani.
In questa visione oltretutto l’Alleanza
Atlantica smette di essere solo un’alleanza strategico-militare e diventa un
progetto di civiltà: un Occidente definito in termini razziali e religiosi. A
ciò si aggiungono elementi più pragmatici come l’accusa all’Europa di essere
troppo legata economicamente alla Cina e, soprattutto, il fastidio per la
capacità regolatoria dell’UE, che colpisce direttamente grandi interessi
economici statunitensi, dal digitale alle multinazionali.
L’Unione Europea ha finora scelto una
strategia di mediazione consistente nell’attenuare l’urto, guadagnare tempo,
cercare compromessi sui dazi per proteggere un tessuto produttivo, come quello
italiano, fortemente esposto al mercato americano. Questa scelta ha una sua
razionalità politica ed economica, ma ha un costo elevato in quanto l’UE ne
esce ulteriormente delegittimata e umiliata. Non ha dato l’impressione di
fermezza né di capacità di risposta autonoma, e Trump lo ha capito benissimo.
Vuole disintegrare l’UE? Sì. Perché per lui è molto più conveniente trattare
bilateralmente con governi nazionali, più deboli e più facilmente divisibili, e
perché spera di favorire l’ascesa di “piccoli Trump” in Europa. Il sostegno
esplicito ai partiti dell’estrema destra europea, gli incontri istituzionali
selettivi con la segretaria di Alternative für Deutschland (AfD) al posto del
cancelliere tedesco, il messaggio apertamente antieuropeo del vicepresidente
J.D. Vance alla Conferenza di Monaco vanno tutti in questa direzione.
Quanto
alla NATO, il tema dell’aumento fino al 5% rispetto al PIL della spesa militare
dei Paesi membri è in larga misura cosmetico.
Serve a fare pressione politica e propaganda,
più che ad aumentare il reale contributo militare europeo all’Alleanza creando
magari un pilastro europeo della NATO.
L’Alleanza
Atlantica resta fondata su un compromesso strutturale e asimmetrico: gli Stati
Uniti garantiscono sicurezza, gli europei concedono basi, privilegi e una
posizione semi-imperiale a Washington.
Questo
compromesso oggi scricchiola, ma non viene sostituito da un’alternativa
coerente. Il punto decisivo è un altro, ovvero che dentro lo schema
neo-imperiale di Trump non esistono alleati permanenti. Tutto è transazionale.
Ogni relazione è uno scambio che deve favorire il più forte. Se servono
territori, risorse o concessioni, vengono presi anche se appartengono ad
alleati storici.
La crisi sulla Groenlandia nasce esattamente da qui.
In questo quadro, la crisi transatlantica attuale non è solo l’ennesima crisi,
come tante se ne sono succedute dalla fondazione dell’Alleanza, ma è una
trasformazione profonda del modo in cui gli Stati Uniti concepiscono alleanze,
partner e ordine internazionale.
E
questo la rende qualitativamente diversa da tutte quelle che l’hanno preceduta.
(Scritto
da Ruben David).
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