Per Trump, Israele è un ostacolo alla pace.

 

Per Trump, Israele è un ostacolo alla pace.

 

 

Il destino del mondo in mano ad uno Stato “cattivo”: Israele. Una riflessione.

Lab Parlamento.it – (08 Giugno 2026) – Redazione Lab Parlamento – Esteri –

Analisi geopolitica del dott. Yari Lepre Marrani - ci dice:

 

Il destino del mondo in mano ad uno Stato “cattivo”: Israele.

Una riflessione.

Lo scontro telefonico intercorso lo scorso lunedì tra il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu rappresenta un punto di rottura non soltanto formale, ma profondamente strutturale nelle dinamiche geopolitiche del Medio Oriente.

 

(Altri articoli interessanti:

L’illusione dell’Impero e la trappola persiana: il fallimento di Trump e i favori al dittatore Putin.

Perché Netanyahu deve pagare: Flotilla, Gaza e il tramonto morale di Israele.

Il Naufragio di Trump in Iran: cronaca di un disastro geopolitico e strategico.)

 

L’indiscrezione giornalistica lanciata da “Axios” – e successivamente confermata dallo stesso Trump durante un’intervista al podcast “Pod Force One” – ha svelato i dettagli di un colloquio tra i più violenti e cinici della storia diplomatica recente.

 Poche ore dopo l’ordine di Netanyahu di colpire duramente il quartiere di “Dahiyeh”, nella periferia meridionale di Beirut, Trump ha aggredito verbalmente il premier israeliano definendolo “fottutamente pazzo” (“fuking crazy”) e accusandolo di ingratitudine:

«Sei completamente pazzo. Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando. Ora tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per quello che sta succedendo».

 

Dietro la foga retorica e gli insulti si cela una fitta trama di calcoli geopolitici, ipocrisie strutturali e azzardi strategici che rischiano di trascinare l’intero scacchiere globale in una spirale bellica fuori controllo.

La strategia del caos di Netanyahu: il Libano e la spinta all’isolamento.

 

L’ordine di intensificare i bombardamenti su Beirut e di estendere le operazioni di terra nel Sud del Libano risponde a una logica politica interna ben precisa per Netanyahu, ma disastrosa sul piano internazionale.

 Da mesi l’azione militare israeliana si è spinta oltre i confini di Gaza, investendo il Libano e colpendo in modo sistematico posizioni della missione UNIFIL (compreso il contingente italiano).

 

Sotto il profilo analitico, gli attacchi in Libano e il coinvolgimento di assetti delle Nazioni Unite non rispondono a una mera necessità tattica di sicurezza, bensì al tentativo deliberato di esasperare il conflitto globale per scopi di sopravvivenza politica.

 

La dottrina della “guerra perpetua”:

Per Netanyahu, il prolungamento e l’allargamento del conflitto a un secondo fronte (e il potenziale scontro diretto con l’Iran) rappresentano l’unico strumento per procrastinare la caduta del suo governo, evitare il giudizio della magistratura interna sui casi di corruzione che lo pendono e silenziare le piazze israeliane che chiedono elezioni anticipate.

L’attacco alla legalità internazionale:

Colpire l’UNIFIL significa delegittimare lo strumento d’interposizione dell’ONU, mandando un messaggio chiaro alla comunità internazionale: Israele non riconosce alcuna autorità al di fuori della propria determinazione militare.

Questo atteggiamento ha generato un progressivo e drammatico isolamento diplomatico dello Stato ebraico, trasformandolo, come lo stesso Trump ha brutalmente evidenziato nel colloquio, in un soggetto percepito negativamente dall’opinione pubblica globale, erodendo anche lo storico capitale di simpatia e sostegno dell’Occidente.

 

L’ipocrisia strategica di Donald Trump: il fattore Iran.

L’ira di Donald Trump non nasce da un’improvvisa conversione umanitaria o da un sussulto di empatia verso le vittime civili libanesi.

 La reazione della Casa Bianca è squisitamente utilitaristica.

 

Nelle settimane precedenti, l’amministrazione Trump stava conducendo stringenti e riservati negoziati con Teheran, finalizzati a raggiungere un accordo preliminare per sbloccare i porti iraniani, riaprire lo Stretto di Hormuz e congelare il programma nucleare in cambio di un parziale allentamento delle sanzioni economiche.

 Un successo diplomatico di questa portata avrebbe garantito a Trump un enorme ritorno d’immagine in vista delle prossime elezioni di metà mandato, oltre a stabilizzare temporaneamente i mercati energetici globali.

 

L’improvvisa escalation ordinata da Netanyahu su Beirut ha fatto saltare il tavolo:

 l’Iran ha immediatamente minacciato di abbandonare i negoziati con Washington se le operazioni israeliane in Libano non fossero cessate, ponendo la tregua a Beirut come conditio sine qua non.

Di fatto, l’azzardo di Netanyahu ha sabotato la macro-strategia diplomatica americana.

La sfuriata di Trump – che ha temporaneamente costretto l’IDF a fare parziale marcia indietro sui piani di radere al suolo “Dahiyeh” – dimostra come l’alleanza tra Washington e Tel Aviv non sia un blocco monolitico, ma un perenne gioco di ricatti incrociati.

 

Il ruolo dell’Iran: una postura speculare.

 

In questo scenario, la reazione di Teheran si inserisce in una logica di deterrenza geopolitica consolidata.

Ponendo il veto sui negoziati con gli Stati Uniti a causa dei bombardamenti sul Libano, la Repubblica Islamica rivendica il proprio ruolo di potenza egemone regionale e garante dell’Asse della Resistenza (di cui Hezbollah è la colonna portante).

 

La minaccia iraniana di interrompere il dialogo non è un atto di irrazionalità bellicosa, ma un calcolo geostrategico:

 costringere gli Stati Uniti a esercitare una pressione diretta ed esplicita sul governo israeliano.

Teheran sa perfettamente che Trump necessita di un successo diplomatico immediato e usa questa leva per salvaguardare le strutture di comando di Hezbollah a Beirut, dimostrando la vulnerabilità della politica estera americana, perennemente ostaggio delle iniziative di Tel Aviv.

 

L’asse Trump-Netanyahu: un pericolo sistemico globale.

 

Il quadro storico-politico che emerge da questa crisi evidenzia come la partnership profonda tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu non rappresenti un fattore di stabilità, ma un elemento di grave pericolo sistemico per l’ordine globale.

 

Sebbene i due leader si siano scontrati duramente sulla gestione dei tempi del conflitto in Libano, la loro convergenza ideologica e metodologica poggia sulla sistematica demolizione del multilateralismo e del diritto internazionale.

 

Durante il suo primo mandato, Trump ha assecondato ogni richiesta storica della destra israeliana (dallo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme al riconoscimento della sovranità sul Golan), alimentando l’illusione di Netanyahu di poter agire nell’assoluta impunità geopolitica.

Oggi, quel “passato di favori” viene rinfacciato da Trump in chiave squisitamente transazionale («Saresti in prigione se non fosse per me»), riducendo la politica estera della superpotenza atomica americana a un regolamento di conti personale tra leader populisti.

 

Quando la sicurezza collettiva, l’incolumità dei contingenti di pace internazionali e i destini di interi popoli dipendono dagli umori, dai risentimenti personali e dalle scadenze giudiziarie di due soli uomini, l’intero sistema delle relazioni internazionali vacilla.

Lo scontro di lunedì scorso non è stato un episodio di fermezza diplomatica, ma la plastica dimostrazione che l’anarchia geopolitica mediorientale è ormai entrata in una fase di non ritorno, dove persino l’apprendista stregone di Washington fatica a controllare la creatura bellica che ha contribuito a nutrire.

 

L’ostacolo insormontabile alla distensione globale: come Netanyahu sabota il dialogo Occidente-Iran.

La furia di Donald Trump, al di là del folklore verbale, solleva il velo sulla conseguenza geostrategica più grave della condotta di Benjamin Netanyahu:

la sistematica e deliberata distruzione di qualsiasi canale diplomatico tra l’Occidente e la Repubblica Islamica dell’Iran.

 

Mentre la Casa Bianca tentava faticosamente di tessere una complessa trama negoziale con Teheran – volta a ottenere concessioni storiche sul congelamento del programma di arricchimento dell’uranio e sulla sicurezza delle rotte commerciali globali – l’escalation unilaterale israeliana in Libano ha agito come un detonatore mirato a far saltare il tavolo.

Ponendo l’Iran nella condizione politica e interna di dover scegliere tra il dialogo con il “Grande Satana” americano e la sopravvivenza stessa della sua rete di procure regionali (l’Asse della Resistenza), Netanyahu ha blindato le porte della diplomazia.

Non si tratta di un effetto collaterale non calcolato, ma di un preciso obiettivo strategico.

 Per il premier israeliano, un accordo di distensione tra Washington e Teheran rappresenterebbe il peggiore degli incubi:

 il ritorno dell’Iran nel consesso delle nazioni, la fine del suo isolamento economico e, di conseguenza, il ridimensionamento della centralità geopolitica di Israele come unico baluardo occidentale in Medio Oriente.

 

Sotto il profilo analitico, la dottrina Netanyahu si basa su un postulato rigido:

 l’Iran deve rimanere eternamente lo “Stato canaglia” da combattere, poiché solo la minaccia di un conflitto imminente giustifica l’impunità internazionale di cui il suo governo ha goduto per anni.

 Sabotando il dialogo Occidente-Iran, Gerusalemme non sta solo difendendo i propri confini, ma sta attivamente privando la comunità internazionale dell’unico strumento in grado di disinnescare, in via definitiva, la bomba a orologeria del Medio Oriente.

 

Le colpe politiche e morali del Premier: la strumentalizzazione della sopravvivenza.

Il collasso dei negoziati non è che il riflesso speculare di una profonda crisi morale che attanaglia la leadership israeliana.

 Il giudizio storico su Benjamin Netanyahu non potrà prescindere da una colpa etica fondamentale:

 l’aver subordinato la sicurezza collettiva, il diritto internazionale e il valore della vita umana (sia essa dei civili libanesi, palestinesi o dei militari delle missioni di pace ONU come l’UNIFIL) alla propria personale sopravvivenza giudiziaria e politica.

 

Sotto la sua guida, la politica di sicurezza di Israele si è svuotata di qualsiasi visione strategica a lungo termine per ridursi a pura tattica di logoramento.

 

Sul piano politico, la colpa risiede nell’aver scientemente alimentato l’estremismo radicale, preferendo la gestione cinica del conflitto perpetuo alla faticosa costruzione di un’architettura di pace regionale.

 L’illusione che la forza militare asimmetrica potesse, da sola, cancellare le rivendicazioni geopolitiche dei popoli confinanti è drammaticamente fallita.

Sul piano morale, la responsabilità è ancora più pesante.

Ordinare la sistematica distruzione di interi quartieri urbani come “Dahiyeh”, minacciare la sovranità di Stati sovrani e aggredire i contingenti di pace internazionali configura un totale disprezzo per le regole minime della coesistenza globale.

Netanyahu ha trascinato il suo stesso Paese in una spirale di odio che rischia di compromettere per generazioni la legittimità morale dello Stato ebraico agli occhi del mondo.

 La cinica ammissione di Trump – «Ora tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per quello che sta succedendo» – fotografa la realtà di un leader che, nel tentativo di salvare sé stesso dalla prigione, ha preso in ostaggio il destino del proprio popolo e la stabilità del mondo intero, trasformando una nazione nata dalle ceneri della storia novecentesca in un paria internazionale isolato e temuto:

in sintesi, uno “Stato cattivo” sullo scenario internazionale.

 

(Il “dott. Yari Lepre Marrani” è scrittore, giornalista culturale e analista geopolitico. Scrive su numerose testate sfruttando le proprie competenze storico – giuridiche.)

(Da settembre 2023 Marrani è inserito tra i poeti contemporanei di Wiki Poesia al seguente link:

wikipoesia.it/wiki/Yari_Lepre_Marrani.“

(Questo è il link al profilo FB: facebook.com/yarilepre.marrani/?locale=zh_CN.)

 

 

 

In Ucraina o nel Baltico, UE e

NATO Vogliono la Guerra

 alla Russia.

Conoscenzealconfine.it – (7 Giugno 2026) - Fabrizio Poggi – Redazione – ci dice:

 

Gli hanno dato 90 miliardi di euro e pretendono risultati. E che i risultati siano spettacolari, così da poterci tinteggiare le prime pagine dei giornali.

Per il resto, coi droni che colpiscono autobus della linea Moskva-Simpferopol sterminando sette persone, o puntino su obiettivi cittadini a Simferopol ammazzando altri tre civili, lì i nazi golpisti di Kiev hanno campo libero:

 l’importante è che stiano agli ordini quando si tratta di puntare su bersagli che fanno scena e mostrano al pubblico che la Russia è ormai allo stremo, che “la favola dell’operazione Speciale si svela solo una grande illusione”, come certifica la signora “Anna Zafesova”W su La Stampa.

 

Avanti così: noi vi diamo i miliardi di euro e voi continuate la guerra; a segnare le direttrici dei colpi più spettacolari ci pensano gli specialisti NATO;

voi, ucraini, colpite dove più vi aggrada.

 Noi non siamo ancora pronti per entrare in campo direttamente e abbiamo bisogno che voi continuiate a mandare al macello i vostri uomini.

 Se non ne avete più a sufficienza, ci pensiamo noi:

 rimpatriamo in tutta fretta quei “codardi” che si sono imboscati in Europa; la legge è già pronta.

 Perché, anche in guerra, quello che conta è la “legalità”;

 la nostra “legalità” europeista, quella che plaude al bombardamento di Piter e che, ancora secondo la signora suddetta, “è quindi diretto alla vanità del dittatore russo”, così che l’attacco, declama il signor Paolo Valentino sul Corriere della Sera, “non ha solo il valore simbolico di umiliazione cocente per Vladimir Putin”, che ora, dunque, “deve prendere atto che la guerra ce l’ha nel salotto di casa”.

 

 

Chissenefrega di qualche decina di civili mandati all’ospedale in fin di vita. È la guerra.

 La guerra dell’Ucraina “baluardo dei valori europei” contro le “autocrazie” asiatiche.

 L’Ucraina sta o non sta vincendo?

 E allora che lo si mostri a scena aperta: il nazi golpista capo, ex “attore” di gag televisive di terz’ordine, è lì apposta a recitare la parte del “condottiero” che è riuscito a piegare una potenza nucleare, così che i popoli d’Europa vedano che la Russia non è altro che una “tigre di carta”, che non c’è da averne paura e che se le cancellerie europee si preparano alla guerra aperta, lo fanno a ragion veduta, sapendo di avere di fronte un “gigante dai piedi d’argilla”.

 

Avanti alla guerra; l’Ucraina europeista ci dimostra come sia possibile piegare “lo zar”.

Ancora un paio d’anni di uomini ucraini mandati al macello e poi interverremo noi (cioè: loro) e faremo vedere allo “zar” che lo possiamo battere in quattro e quattr’otto.

Popoli d’Europa, non temete, sarà una guerricciola che promette enormi guadagni:

un “migliaio di morti” e ci siederemo al tavolo dei vincitori, come diceva “sua eccellenza” nel 1940, e ci assicureremo la nostra parte di tutte quelle sterminate ricchezze che i russi pretendono di godersi solo per sé.

 

Intanto, se i nazisti di Kiev ammazzano un po’ di civili qua e là per la Russia, sono quisquilie;

non fanno nemmeno cronaca spicciola da spenderci un piede di pagina. Quello che davvero conta è convincere il lettore che la guerra europea contro la Russia, la guerra guerreggiata contro un paese “ormai allo stremo”, sia possibile, necessaria e vittoriosa.

 

Dunque: decine di miliardi in cambio della guerra e del massacro di altre centinaia di migliaia di uomini.

 Non è un caso, afferma dall’Austria il politologo ucraino “Konstantin Bondarenko”, che negli ultimi tempi “Vladimir Zelensky” abbia insistito sulla nota per cui la guerra durerà ancora due o tre anni;

perché due o tre anni?

Perché “i paesi europei dicono che bisogna combattere per altri due o tre anni; non bisogna fermarsi…

l’Europa si sta preparando alla guerra con la Russia e ha interesse che l’Ucraina guadagni tempo…

Se all’Ucraina vengono dati 90 miliardi, non li riceve per la pace, ma per la guerra”.

Tra l’altro, dice Bondarenko, rendendo pubblico il messaggio in cui chiede a Trump l’immediata fornitura di missili Patriot, Zelensky cerca di mettere il presidente USA “in una posizione scomoda”, esponendolo ad attacchi politici.

Nel messaggio, il nazi- golpista capo elogia l’Ucraina per aver difeso praticamente il mondo intero, e chiede poi missili antiaerei.

 Zelensky si sente al sicuro perché crede che gli Stati Uniti non gli impongano nulla e considera la Gran Bretagna il suo “principale Stato sovrano”, governato da casate – Windsor, Rothschild, ecc. – che dettano la vera politica e non permetteranno a nessuno di danneggiare lui, Zelensky.

 

 

 

In effetti, secondo “The Guardian”, la carenza di Patriot sta mettendo Kiev in serio stato di vulnerabilità:

l’aggressione yankee-sionista all’Iran ha innescato una carenza globale di quei sistemi, con grave impatto sul conflitto ucraino.

Il capo della giunta di Kiev lamenta che 800 missili Patriot siano stati utilizzati nelle prime 24 ore dell’aggressione all’Iran, mentre, a suo dire, Kiev non ha mai avuto a disposizione un numero così elevato di missili. Per l’afflizione di tutti i media liberal-bellicisti che vedono Mosca ormai in ginocchio, il giornale britannico osserva che la carenza di quei missili ha già influenzato le tattiche russe di guerra e, a detta del professor Phillips O’Brien, la situazione offre a Mosca ancora più opportunità di colpire le infrastrutture critiche dell’Ucraina.

 

Ma, per l’appunto, non sono solo le armi che mancano.

 La tedesca Die jungle West, su fonti dell’agenzia DPA, scrive che il 4 giugno i ministri degli interni UE hanno discusso la possibile abolizione dello status di protezione per i rifugiati ucraini in età militare.

 A quanto pare, scrive Kristian Stemperi, la UE intende prolungare la guerra per procura contro la Russia, non solo con milioni di euro e attrezzature militari per Kiev, ma anche con nuove reclute per il fronte. Una delle opzioni è quella di estendere di un altro anno l’attuale regime di protezione per tutti i rifugiati ucraini, valido fino a marzo 2027. L’alternativa è quella di escludere dalla protezione temporanea gli ucraini di età tra i 23 e i 60 anni.

Secondo la DPA, se la restrizione per gli uomini in età militare venisse adottata, potrebbe entrare in vigore in tempi relativamente brevi.

 

Attualmente, i rifugiati ucraini sono ammessi nella UE in base alla Direttiva sull’afflusso di massa, entrata in vigore nel febbraio 2022, che consente agli ucraini di vivere e lavorare nella UE senza dover seguire una normale procedura di richiesta di asilo. Stando a Eurostat, a marzo 2026 erano oltre 4 milioni gli ucraini con protezione temporanea nella UE, tra cui 1,27 milioni in Germania, 961.405 in Polonia, 379.820 nella Repubblica Ceca, con un 26,6% costituito da uomini adulti.

 

E, comunque, nel caso che – non piangano i farabutti delle redazioni liberal-torquemadiste – l’Ucraina dovesse trovarsi a corto di tutto e impossibilitata materialmente a tenere il campo prima che l’Europa sia pronta a entrare in guerra, ecco che si sta approntando uno scenario di riserva: quello del Baltico.

 

Il Comandante in Capo delle Forze armate svedesi ha comunicato che a Gotland si verificano carenze idriche e interferenze radio causate, manco a dirlo, dai russi.

 Dunque, scrive Vittoria Nikiforova su “RIA Novosti”, ciò “significa che quest’isola anonima, popolata da pecore e turisti, debba essere urgentemente trasformata in una ‘portaerei’ svedese“, aumentando il contingente militare già presente, accrescendo i mezzi militari, sistemi di difesa aerea e carri armati.

Gli “esperti” svedesi dipingono un quadro con truppe russe che sbarcano a Gotland, mentre gli analisti della RAND americana “confermano” che la Russia starebbe minacciando i cavi internet sottomarini sul fondo del mar Baltico e propongono che la NATO intensifichi le attività di intelligence nell’area, aumenti il numero di pattuglie e, soprattutto, intraprenda azioni militari per proteggere i cavi sottomarini.

 

Non si tratta solo di militarizzare il Baltico, afferma Nikiforova:

 si tratta di esercitare una “pressione militare diretta sulla Russia, che porterebbe al sequestro delle nostre navi e a un’ulteriore escalation, e che di fatto incoraggerebbe un vero e proprio attacco di rappresaglia”. Non sono da meno a Varsavia:

 l’Istituto Polacco per gli Affari internazionali ha pubblicando un rapporto zeppo di proprie “verità” sul “sabotaggio russo” nel Baltico.

E un eccentrico generale yankee a riposo ha proposto a Trump di creare un “secondo Stretto di Hormuz” per i russi nel Baltico, bloccando i porti di Primrose e Ust-Luga, fermare le navi russe e assediare Kaliningrad. Ma, dice Nikiforova, in quel caso la risposta di Mosca, in base alla strategia russa, sarebbe “nucleare e colpirebbe non solo gli europei ma anche gli americani, e questo è un incubo per qualsiasi amministrazione della Casa Bianca.

Avventurarsi nel Baltico sarebbe un vero e proprio suicidio, sebbene gli europei sarebbero lieti di esporre gli USA a un attacco, neutralizzando il loro concorrente e vendicando tutte le umiliazioni subite“.

 

In ogni caso, l’area del Baltico è già da tempo oggetto delle “attenzioni” UE-NATO e, come afferma l’ex maggiore dell’esercito USA di origini russe, Stanislav Rapivi, la situazione nel conflitto ucraino non cambierà finché i paesi NATO non ne soffriranno direttamente.

 Prendiamo uno o due paesi e usiamoli come esempio per inviare un messaggio diretto, dice Rapivi; “oggi Vilnius, domani Varsavia, dopodomani Parigi o Londra.

Non c’è bisogno di far saltare in aria i civili con armi nucleari.

La tecnologia russa è abbastanza sofisticata da paralizzare una città e distruggere le comunicazioni interne“.

Tanto più, dice, che Finlandia e Stati baltici hanno da tempo cessato di essere neutrali, avendo permesso “ai droni ucraini di entrare nel loro spazio aereo.

La Lituania si è spinta oltre, consentendo l’utilizzo di cinque delle sue basi militari come rampe di lancio. Ma finché la NATO non ne avvertirà le conseguenze, non si fermerà. Stanno permettendo all’Ucraina di utilizzare il loro spazio aereo.

Sono partecipanti diretti a questa guerra“.

 

Negli stessi termini si esprime anche l’ex ufficiale dei servizi segreti Andrei Bezuchov, docente al prestigioso MGIMO:

 i paesi baltici stanno di fatto già conducendo una guerra contro la Russia.

Mosca, tuttavia, si trattiene solo perché sta cercando di costruire relazioni con gli Stati Uniti.

Ciò che stanno facendo è di fatto un atto di guerra, dice Bezuchov:

“Se volessimo rispondere, il casus belli è già stato creato. Ma sarebbe molto doloroso per loro. L’esercito russo non interverrà. Cosa dovremmo fare noi in questi poveri Paesi baltici?…

una nostra petroliera è esplosa nel Mediterraneo.

 L’Europa dipende per oltre il 90% dal gas importato.

 Immaginate se una o due di queste petroliere esplodessero improvvisamente in porto. Cosa succederebbe all’Europa allora?… Vogliono arrivare a una grave provocazione.

A un certo punto non avremo altra scelta.

E non è detto che dovremo ricorrere alle armi nucleari. Anche se, in caso di una guerra seria, le useremo sicuramente”.

 

E, per i pianti dei filistei euro-guerrafondai che marciano petto in fuori all’arrembaggio di una Russia facile preda delle “potenze demo-liberiste”, l’osservatore Jurij Miloslavskij sostiene che l’Operazione militare russa sia molto probabilmente solo all’inizio.

 La Russia sta “preservando il più possibile le truppe e le scorte di armi in previsione di tale eventualità… la situazione economica in Europa rende inevitabile una nuova guerra di grandi proporzioni.

 I leader europei hanno completamente distrutto le economie dei loro paesi e ora non c’è via di ripresa; l’unica opzione possibile è la guerra”.

 

Bruxelles e le cancellerie europee l’hanno voluta, la guerra;

vi si sono preparate e stanno apprestando i piani per aprire il fronte;

la guerra, diceva Clausewitz, è “la continuazione della politica con altri mezzi”.

La politica UE-NATO ha preparato la guerra e solo un’organizzazione politica forte e combattiva delle masse popolari europee è in grado di mandare all’aria i loro piani.

Fabrizio Poggi.

(lantidiplomatico.it/dettnews-in_ucraina_o_nel_baltico_ue_e_nato_vogliono_la_guerra_alla_russia/45289_67295/).

 

 

 

 

Il rapporto tra Trump e Netanyahu

è sull’orlo del collasso?

 

Rsi.ch – (9 -6 – 2026) - Stephan Berlingo - Vanessa Ledergerber-SRF - Joel Pietracci -                                    Redazione – ci dice:

Stephan Berlingo, esperto di relazioni transatlantiche, spiega le possibili conseguenze di una rottura tra il presidente degli Stati Uniti ed il primo ministro israeliano.

 

Il rapporto tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ed il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è teso da tempo, non solo a seguito della recente escalation in Medio Oriente.

 Quali conseguenze potrebbe avere una rottura tra i due leader per gli Stati Uniti, Israele e il Medio Oriente?

SRF lo ha chiesto Stephan Berlingo, analista di politica interna, economica ed estera degli Stati Uniti per diverse testate giornalistiche e professore di politica internazionale all’Università di Regensburg in Germania.

 

“SRF”.

Come si può descrivere il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu?

 

“l rapporto tra Netanyahu e Trump - spiega Stephan Berlingo a SRF - è iniziato dieci anni fa come una grande storia d’amore e da allora si è trasformato in un’aspra faida.

Quando Trump è diventato presidente, si è creata una stretta coalizione di interessi con Netanyahu.

Ora però si sta sgretolando.

Anzitutto, la disponibilità nel sostenere Israele negli Stati Uniti è diminuita sia tra i Democratici che tra i Repubblicani.

Poi va aggiunto che Trump sta giocando la sua personale partita nella guerra con l’Iran e teme che Netanyahu lo possa trascinare in questioni nelle quali non vuole più essere coinvolto.

Ed infine, naturalmente, il primo ministro israeliano viene anche usato come capro espiatorio per tutti gli errori commessi da Trump negli ultimi mesi”.

 

Trump o Netanyahu: chi ha tratto maggior vantaggio dall’altro?

 

“Come in ogni buon rapporto, entrambi hanno tratto vantaggio l’uno dall’altro.

Sia Trump che Netanyahu condividono una visione del mondo populista e di destra.

Netanyahu l’ha sostanzialmente consolidata durante il suo lungo mandato come primo ministro di Israele.

E questo aspetto è risultato molto attrattivo agli occhi di Trump.

 Per gli israeliani, è di fondamentale importanza che la superpotenza statunitense sostenga Israele il più possibile.

Trump lo aveva promesso a Netanyahu e, per lungo tempo, gliel’ha garantito”.

 

(Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si stringono la mano a Mar-a-Lago in Florida.

AP Photo/Alex Brandon.)

Netanyahu negli ultimi giorni ha ignorato i dettami di Trump:

l’esercito israeliano ha lanciato nuovi attacchi contro l’Iran. Cosa significa?

 

“Trump sta abbandonando Netanyahu.

 Ma non solo: lo sta anche screditando pubblicamente.

Ha reso pubblica una telefonata privata con Netanyahu, durante la quale lo ha insultato pesantemente e ha affermato che Netanyahu era uscito di prigione solo grazie alla sua protezione (”...sei fottutamente pazzo. Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando il culo. Ora tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per questo motivo”, ndr.).

 Trump era pronto a dipingere Israele come l’unica causa del disastro in Medio Oriente.

È tipico di Trump: cerca sempre qualcuno da incolpare.

Gli israeliani, dal canto loro, sono attanagliati da paure esistenziali. Queste paure si sono intensificate oltre ogni limite il 7 ottobre 2023, con il massacro di civili israeliani perpetrato da Hamas.

 Israele si percepisce costantemente impegnato in una lotta per la sopravvivenza.

Dal 1948, gli arabi hanno sottoposto Israele a una guerra dopo l’altra e a svariati attacchi terroristici.

 Per Israele, il pericolo è di gran lunga più drammatico che per gli americani.

Pertanto, gli israeliani non potranno semplicemente sottrarsi alle proprie responsabilità, come Trump sta attualmente suggerendo”.

Che cosa comporterebbe una rottura tra Trump e Netanyahu?

 

“A prima vista - conclude Stephan berlinga - non sembra un grave ostacolo per gli americani.

Hanno altre opzioni nella regione: gli Stati Uniti collaborano molto strettamente con gli Emirati Arabi Uniti, anche sul piano militare.

Ma a lungo termine, ovviamente, si tratterebbe di un indebolimento.

Per gli israeliani invece sarebbe una catastrofe, dato che la loro stessa sopravvivenza dal 1968 è dovuta alla protezione americana.

 Se tale protezione dovesse cessare, lo Stato di Israele si troverebbe isolato in una regione estremamente ostile.

Questa sarebbe un’eredità disastrosa per Netanyahu, che ha sempre cercato di ingraziarsi gli americani, e in particolare Trump, e ora si trova a dover fare i conti con le conseguenze delle sue politiche”.

 

 

 

Il piano di pace di Trump tra Israele

e Hamas: cosa non va bene.

 Amnesty.it – (1° Ottobre 2025) – Agnes Clamar - Redazione – ci dice:

 

In risposta al piano proposto dall’amministrazione Trump per porre fine al conflitto nella Striscia di Gaza, la segretaria generale di Amnesty International, “Agnès Clamar”, ha dichiarato:

 

“La priorità più urgente è porre fine al genocidio israeliano nella Striscia di Gaza e liberare tutti gli ostaggi civili.

 Qualsiasi iniziativa volta a garantire una pace duratura deve essere fondata sul diritto internazionale, tutelare i diritti umani di tutte le persone nel Territorio palestinese occupato e in Israele e concentrarsi sulla fine immediata dell’occupazione illegale e del sistema di apartheid israeliano”.

 

“I primi passi immediati devono essere un cessate il fuoco permanente, la revoca incondizionata del blocco illegale imposto da Israele per consentire la fornitura sicura e senza ostacoli di aiuti salvavita e la liberazione incondizionata degli ostaggi nelle mani di Hamas e di altri gruppi armati palestinesi e delle persone detenute illegalmente da Israele”.

 

“Indipendentemente dal fatto che le parti in conflitto concordino o meno su un piano di pace, gli stati devono agire, e farlo ora, per porre fine al genocidio, raggiungere un cessate il fuoco, garantire la liberazione degli ostaggi e consentire un accesso senza restrizioni agli aiuti umanitari.

La fornitura di aiuti umanitari e la fine del genocidio israeliano nella Striscia di Gaza non possono essere subordinate, come prevede questo piano, all’accettazione o meno della proposta da parte di Hamas.

 Sono state uccise oltre 65.000 persone palestinesi, centinaia di migliaia sono rimaste ferite e la popolazione della Striscia di Gaza continua a vacillare a causa del terribile impatto di sfollamenti, distruzione e fame in corso da quasi due anni. Questa catastrofe, architettata da Israele e resa possibile dal sostegno degli Stati Uniti, deve finire, indipendentemente dal raggiungimento o meno di un accordo”.

 

“Allo stesso modo, il ritorno in libertà degli ostaggi civili e la scarcerazione di persone palestinesi detenute arbitrariamente devono essere incondizionati.

Israele e Hamas devono entrambi porre fine alla pratica illegale di non restituire alle famiglie i corpi delle persone decedute”.

 

“La giustizia e la pace non possono escludersi a vicenda. L’apartheid e l’occupazione sono tra le cause di fondo dell’orrore che la popolazione palestinese sta vivendo e qualsiasi piano non riconosca questa realtà preparerà il terreno per nuove violazioni dei diritti umani”.

 

“Va respinto decisamente ogni piano che preveda trasferimenti forzati di persone palestinesi dalla Striscia di Gaza o dall’intero Territorio palestinese occupato, così come quelli tra una parte del Territorio e un’altra”.

 

“Ogni accordo che voglia durare a lungo dovrà assicurare il coinvolgimento delle persone palestinesi in ogni decisione sul futuro del Territorio palestinese occupato, sul suo governo e sulle questioni riguardanti i diritti umani, compreso quello al ritorno”.

 

Amnesty International ha notato con allarme l’affermazione del presidente Trump secondo il quale la sua amministrazione darebbe “totale sostegno” a Israele nel distruggere Hamas qualora quest’ultimo non accettasse il piano.

La distruzione di Hamas, infatti, è stata ed è la giustificazione per il genocidio nella Striscia di Gaza.

 Se Hamas dovesse rifiutare il piano, gli Usa e Israele dovrebbero rimanere vincolati al rispetto del diritto internazionale tanto quanto lo stesso Hamas.

 

 

 

 

Trump e Netanyahu ai ferri corti.

Progetto-radici.it - Samuele Lucia – (9 Giugno 2026) – Redazione – ci dice:

 

 

(Foto sviluppata tramite intelligenza artificiale su indicazioni di Samuele Lucia).

Trump, Netanyahu e il fallimento del nuovo ordine mondiale: perché la crisi tra Washington e Tel Aviv riguarda anche l’Italia.

Per mesi Donald Trump ha lasciato intendere che il mondo potesse essere riportato a un equilibrio fondato sulle sfere d’influenza delle grandi potenze.

Le tensioni esplose nelle ultime settimane con Benjamin Netanyahu raccontano invece una realtà diversa:

 il Medio Oriente continua a sfuggire a qualsiasi tentativo di controllo.

 E mentre Washington e Tel Aviv si allontanano, anche l’Italia è chiamata a interrogarsi sul proprio ruolo, sui propri interessi e sulla propria identità politica.

 

La radice del problema: Trump o Netanyahu?

La notizia delle tensioni tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu è stata raccontata come l’ennesimo scontro tra due leader forti.

Ma limitarsi a questo significa perdere di vista la questione centrale.

 

Il punto non è la telefonata dai toni accesi nella quale Trump avrebbe criticato duramente Netanyahu.

 Il vero tema è che, per la prima volta dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, emerge pubblicamente una divergenza strategica tra Washington e Tel Aviv.

 

Per anni Netanyahu ha rappresentato uno dei principali partner internazionali del trumpismo.

Oggi, però, il presidente americano sembra considerare alcune iniziative israeliane come un ostacolo ai tentativi statunitensi di stabilizzare la regione e riaprire canali negoziali con l’Iran.

 

Il sogno trumpiano delle sfere d’influenza.

Per comprendere la portata di questa crisi bisogna andare oltre il Medio Oriente.

La politica estera di Trump si è sempre basata su una convinzione precisa:

 il mondo può essere stabilizzato attraverso accordi tra grandi potenze che riconoscano reciprocamente le proprie aree di influenza.

Una sorta di ritorno alla geopolitica classica.

 

Washington dovrebbe concentrarsi sul contenimento della Cina e sulla sicurezza dell’emisfero occidentale. La Russia manterrebbe il proprio peso nello spazio ex sovietico. Pechino consoliderebbe la sua influenza asiatica. Le potenze regionali gestirebbero invece gli equilibri locali.

 

Era una visione che prometteva meno guerre e più pragmatismo.

Il problema è che il Medio Oriente non ha mai funzionato secondo questa logica.

 

La ribellione silenziosa di una parte dell’America.

C’è poi un altro elemento spesso sottovalutato in Europa.

L’America del 2026 non guarda a Israele con gli stessi occhi del passato.

I dati mostrano una crescita delle opinioni negative verso Israele, soprattutto tra i giovani americani e tra gli elettori più sensibili alla dottrina “American First”.

Anche all’interno del Partito Repubblicano emergono segnali di cambiamento.

 

Per una parte crescente della base trumpiana, il problema non è Israele in sé.

Il problema è la percezione che gli Stati Uniti continuino a essere coinvolti in crisi regionali che non producono benefici diretti per i cittadini americani.

 

Dopo Afghanistan, Iraq, Ucraina e Gaza, cresce la richiesta di una politica estera più selettiva e meno costosa.

Il dossier che divide davvero: l’Iran.

Dietro Gaza e il Libano si nasconde il vero cuore dello scontro.

L’Iran.

 

Per Netanyahu la Repubblica Islamica rappresenta una minaccia esistenziale.

Per Trump rappresenta soprattutto un problema da contenere senza arrivare a una guerra regionale che potrebbe destabilizzare i mercati energetici e compromettere la sua agenda internazionale.

In altre parole, Netanyahu continua a privilegiare una logica di sicurezza preventiva.

 Trump sembra preferire una strategia di contenimento e negoziazione.

 

Sono due approcci che rischiano di diventare sempre più incompatibili.

L’Italia non può permettersi di essere spettatrice.

Molti Italiani continuano a considerare il Medio Oriente una questione lontana.

Un grande errore.

L’Italia è tra i Paesi europei più esposti alle conseguenze di una destabilizzazione regionale.

Le rotte energetiche, il Mediterraneo, il Canale di Suez e la sicurezza nel Nord Africa sono elementi essenziali per l’economia nazionale.

Un conflitto più ampio potrebbe tradursi in un aumento dei costi energetici, dell’inflazione e delle tensioni migratorie.

Il fattore Vaticano e la distanza culturale con il trumpismo.

Esiste poi una questione raramente affrontata dagli analisti.

L’Italia rimane uno dei Paesi occidentali nei quali il Vaticano continua a esercitare un’influenza culturale significativa.

 

Quando il Papa richiama l’attenzione sulle sofferenze a Gaza o invoca una soluzione diplomatica, molti italiani interpretano quelle parole come un richiamo morale prima ancora che politico.

 

Al contrario, una parte dell’universo trumpiano tende a privilegiare una lettura basata sulla deterrenza militare, sulla sicurezza e sugli interessi strategici.

Non è semplicemente una differenza politica, bensì una differenza culturale.

 

Da Obama a Trump: perché Netanyahu entra spesso in collisione con Washington.

La tensione tra Netanyahu e Trump appare sorprendente soltanto a chi osserva la politica mediorientale da pochi anni.

In realtà il premier israeliano ha avuto rapporti difficili con diversi presidenti americani.

 

Lo scontro più noto fu quello con Barack Obama durante i negoziati sul programma nucleare iraniano.

Netanyahu considerava quell’accordo un errore storico, mentre Obama lo vedeva come l’unico strumento per evitare una guerra regionale.

 

Anche allora il nodo era lo stesso di oggi:

 Israele chiedeva una linea più dura contro Teheran, mentre Washington cercava di integrare l’Iran in un sistema di contenimento diplomatico.

 

La differenza è che Obama era un internazionalista convinto e credeva nelle istituzioni multilaterali.

Trump, invece, ha costruito la propria visione geopolitica su un principio molto diverso: il cosiddetto “offshore balancing”.

Secondo questa teoria, gli Stati Uniti dovrebbero evitare di intervenire direttamente nei conflitti regionali, limitandosi a sostenere gli equilibri di potenza da lontano e intervenendo solo quando un attore rischia di diventare egemone.

Sarebbe la strategia che riduce i costi militari e politici per Washington.

Ma presuppone che gli alleati regionali accettino di muoversi all’interno di limiti ben definiti.

Il problema è che Israele non ragiona come una semplice potenza regionale.

La leadership israeliana considera la propria sicurezza una questione esistenziale e difficilmente accetterà che sia subordinata a un progetto globale elaborato a Washington, è proprio qui che emerge la vera contraddizione della politica estera trumpiana.

 

La vera lezione della crisi Trump-Netanyahu.

La tensione tra Trump e Netanyahu non è soltanto una disputa personale.

Rappresenta il primo grande test della visione geopolitica trumpiana.

Per mesi si è parlato della possibilità di costruire un nuovo ordine internazionale fondato sulle sfere d’influenza e sulla riduzione dei conflitti.

Oggi il Medio Oriente dimostra quanto questa prospettiva sia difficile da realizzare.

Israele continua a perseguire la propria strategia regionale.

La Turchia continua a perseguire i propri interessi.

E le monarchie del Golfo fanno lo stesso.

 

Forse la vera notizia non è che Trump e Netanyahu stanno litigando. Forse la vera notizia è che il Medio Oriente continua a essere il luogo dove ogni tentativo di costruire un nuovo ordine internazionale si scontra con la realtà della storia, delle identità e degli interessi nazionali.

E questa volta, a differenza del passato, le conseguenze potrebbero arrivare molto più vicino all’Europa e all’Italia di quanto molti immaginino.

 

 

 

Intervista.

“Trump dà carta bianca a Israele, la pace è lontana.”

Rsi.ch – (22 settembre 2025) – Sei di sera -Andrea Vosti/Tieffe – Redazione – ci dice:

 

L’analisi dell’esperto Brian Katulis a SEIDISERA: “La strategia americana rafforza Netanyahu e allontana ogni prospettiva di soluzione a due Stati.”

 

SEIDISERA del 21.09.2025 - Assemblea generale dell’ONU, l’analisi dell’esperto.

Martedì prenderà il via a New York l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dove la Svizzera sarà rappresentata dalla presidente della Confederazione “Karin Keller-Sutter” e dal capo del Dipartimento degli Affari Esteri,” Ignazio Cassis”.

 

L’evento si svolge sullo sfondo dell’offensiva israeliana a Gaza e della grave crisi umanitaria che coinvolge la popolazione palestinese, e vedrà anche il ritorno di Donald Trump al Palazzo di Vetro.

Per approfondire la posizione di Trump riguardo al conflitto a Gaza, Andrea Vosti, corrispondente RSI negli Stati Uniti, ha intervistato per SEIDISERA Brian Katulis, esperto del Middle East Institute di Washington.

 

Brian Katalin, una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite accusa Israele di compiere un genocidio a Gaza nei confronti della popolazione palestinese. Lei è d’accordo?

 

Si tratta di un’accusa che ho sentito ripetere più volte nel corso dell’ultimo anno, ma personalmente non so con certezza se ciò che sta accadendo possa essere davvero considerato un genocidio.

Di certo sono stati commessi crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Ma in fin dei conti la definizione di quanto accade penso sia irrilevante, perché la reazione di Israele a questo rapporto e le sue azioni sul campo a Gaza indicano chiaramente che Netanyahu non ascolta nessuna di queste accuse.

 Israele sta procedendo con un’operazione militare che fa moltissime vittime e sembra che siamo a un passo da uno scenario ancora più catastrofico.

Brian Katalin, come giudica la posizione di Donald Trump rispetto alla tragedia umanitaria nella Striscia di Gaza. Davvero Trump non può fermare Israele?

 

L’impressione è che Trump non abbia alcun interesse a farlo. Negli otto mesi circa da quando è tornato in carica, Trump si è di fatto lasciato guidare da Benjamin Netanyahu.

 Se mettiamo da parte una certa retorica bellicosa e le dichiarazioni provocatorie, come quella di fare di Gaza la Riviera del Medio Oriente, il presidente statunitense è stato fin qui molto passivo.

 Trump ha firmato un assegno in bianco che permette a Israele di fare quello che vuole in questa sua guerra contro Hamas.

 Una libertà d’azione ancora più grande di quanta ne aveva con Biden alla Casa Bianca.

 

Durante il suo primo mandato Trump aveva contribuito alla storica firma degli Accordi di Abramo tra Israele e alcuni Stati arabi. Come valuta la strategia verso il Medio Oriente in questi primi mesi del Trump-bis?

 

Credo che Trump abbia mostrato di avere due obiettivi:

il primo è quello di offrire a Israele un sostegno incondizionato: ciò che Israele chiede, lo ottiene.

 La seconda componente - che abbiamo visto all’opera nella sua recente visita in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti - e che Trump cerca non solo di concludere accordi economici per gli Stati Uniti, ma prima di tutto di fare affari vantaggiosi per la sua famiglia, traendo beneficio finanziario da molte di queste relazioni.

Riassumendo, mi pare che i due pilastri principali della strategia di Trump verso il Medio Oriente siano dare carta bianca a Israele a Gaza, e poi arricchirsi, un po’ come ha fatto suo genero Jared Kushner.

Se penso che Trump abbia una visione geostrategica più articolata? Assolutamente no…

 

Brian Katalin, la soluzione dei due Stati è stata la dottrina per molte amministrazioni americane che si sono succedute. Possiamo dire che ora con Trump quello dei due Stati è niente più che un miraggio?

 

In effetti, oggi nel 2025 appare molto difficile ipotizzare uno scenario con uno stato palestinese a pieno titolo, uno Stato con un proprio esercito e il controllo dei propri confini.

 Sembra davvero impossibile.

 L’altro elemento significativo è che malgrado la distruzione a Gaza le aspirazioni della popolazione palestinese non sono cambiate.

 Il grande ostacolo in tutto questo è per me l’assenza di una vera leadership.

Non mi riferisco alla leadership di chi lancia provocazioni sui social media, come fa Trump, oppure di chi porta avanti politiche divisive per restare aggrappato al potere, come fa Netanyahu.

Ecco, è questo vuoto di leadership il grande ostacolo verso la pace. Lo dico poiché la maggioranza degli israeliani e dei palestinesi per bene capisce che dovrà comunque trovare il modo di convivere.

 

Nei prossimi giorni all’ONU a New York si discuterà del riconoscimento dello Stato palestinese da parte di alcuni alleati di Washington: in prima fila ci sono alcuni paesi europei e l’Arabia Saudita. Qual è il significato di questo passo, anche se solo sulla carta?

 

Sì, in effetti si tratta più che altro di un riconoscimento simbolico, ma comunque capace di mostrare l’isolamento di Israele, del suo attuale governo, e degli Stati Uniti sulla scena internazionale.

In secondo luogo, questo riconoscimento esporrà anche il divario tra il simbolismo dell’aspirazione allo stato palestinese e la cruda realtà di ciò che sta accadendo sul terreno, non soltanto a Gaza bensì anche in Cisgiordania.

 Ciò che verrà scritto e detto nei discorsi all’Assemblea dell’ONU sarà lontano anni luce dalla realtà della situazione.

Pertanto, il simbolismo è importante, ma mostrerà anche l’impotenza dell’Assemblea generale dell’ONU e l’inutilità di dichiarazioni d’intenti e discorsi nel rispetto alla drammatica situazione sul terreno.

 

 

 

A otto mesi dalla tregua a Gaza non è cambiato nulla.

 Avvenire.it - Francesca Ghirardelli – (9 giugno 2026) – Redazione – ci dice:

 

Bombardamenti, continui ordini di evacuazione e carenza di cibo. L’esercito israeliano sposta arbitrariamente la “linea gialla”, nessuno rimuove montagne di detriti e rifiuti.

A otto mesi dalla tregua a Gaza non è cambiato nulla.

Per tutti la risposta è sempre la stessa, le parole usate sempre uguali. «Non è cambiato nulla», «niente è migliorato».

A otto mesi esatti dall’accordo per il cessate il fuoco a Gaza, raggiunto il 9 ottobre e in vigore dal giorno successivo, che fine ha fatto il Piano di Trump e dov’è il maggior flusso di aiuti in entrata promesso con la tregua?

Cosa ne è della sospensione degli attacchi, che invece proseguono, e della rimozione delle macerie, ancora lì a ingombrare quartieri e strade? «Sono domande importanti, dato che la situazione qui è del tutto instabile», dice ad Avvenire “Mariam Z.”, maestra che insegna a “Deir al-Balah.”

 Come lei, nessuna delle persone raggiunte al telefono vuole perdere l’occasione di raccontare.

«Avrei voluto rispondere subito ieri – assicura l’insegnante – ma qui vicino è stato emesso un nuovo ordine di evacuazione, sono state ore tese».

 «Siamo ancora sotto la minaccia di bombardamenti, sfollamenti e fame.

Quasi ogni notte, qualche famiglia riceve una telefonata dall’esercito israeliano che ordina di abbandonare i propri alloggi prima degli attacchi», aggiunge Mariam Z.

Dalla tregua di ottobre sono 970 i morti registrati dal ministero della Salute di Gaza.

Tutti i gazawi contattati denunciano un’avanzata militare ancora in corso lungo la “linea gialla”, che il cessate il fuoco istituiva come primo limite dell’area sotto controllo israeliano.

Quest’area avrebbe dovuto essere pari al 53% della Striscia.

 «Ogni giorno, però, gli sfollati si sorprendono nel vedere le Forze di difesa israeliane (IDF) avanzare verso di loro e posizionare i blocchi che delimitano la linea in zone prima non incluse», si lamenta A.H., che chiede l’anonimato.

Il 28 maggio, il premier Benjamin Netanyahu ha ammesso che l’IDF è arrivato a occupare il 60% di Gaza, rivelando di aver ordinato di estendere la presenza al 70%.

 «Intanto, le strade sono ancora bloccate dalle macerie – prosegue A.H. –, i materiali da costruzione non ci sono».

Funzionari statunitensi avevano annunciato, entro l’estate, nuovi campi semi-permanenti per migliaia di palestinesi.

 Un paio di settimane fa, il quotidiano britannico “Guardian” riferiva di imprese edili che hanno presentato, invano, offerte per rimuovere i detriti.

Nessun contratto sarebbe stato ancora stipulato.

 

«La gente non pensa che a procurarsi del pane e un piatto di cibo gratuito o a prezzo agevolato», ci spiega “Abdel Nasser Al-Ajrami”, capo dell’Associazione panifici di Gaza.

 «Il volume degli aiuti è calato e sono stati immessi sul mercato prodotti alimentari destinati ai commercianti, ma a prezzi troppo alti».

L’Ufficio Onu per il Coordinamento degli affari umanitari (Ocha), il 6 giugno ha rilevato che «la carenza di fondi sta costringendo le organizzazioni umanitarie a ridimensionare o sospendere alcuni servizi fondamentali» e che «l'operazione umanitaria nel suo complesso è ostacolata dall'inasprimento delle restrizioni di accesso»

. Israele «non rispetta l'accordo nemmeno sull'ingresso di aiuti, dei 600 camion al giorno promessi ne entrano pochi», si lamenta” Fouad Kader”, musicista sfollato al Nord.

Dal tracciamento di Un’Opis (UN2720 Dashboard), i movimenti umanitari coordinati dall’Onu sono di 93 camion di aiuti scaricati in media al giorno dal 10 ottobre al 1° giugno, 77 al giorno da inizio aprile. L’insufficienza di merci «ha portato a monopoli sui prezzi», riferisce il musicista.

«Se i valichi rimangono serrati per due giorni, i mercati si svuotano. Intanto, il Programma alimentare mondiale ha chiuso alcune mense da cui dipendevano molte famiglie», fa sapere “Mariam Z.”

«Tutto è disorganizzato e insicuro, gli agenti di polizia vengono presi di mira con l'accusa di essere affiliati ad Hamas», aggiunge la maestra.

 È d’accordo “Fouad Kader”: «Abbiamo bisogno di un organo di governo che gestisca la vita quotidiana e la ricostruzione, come il Comitato tecnocratico palestinese (istituito a gennaio, al momento in Egitto, ndr)».

Secondo il controverso” Board of Peace” di Donald Trump, il «principale ostacolo» alla nuova fase del piano di pace è il rifiuto di Hamas di consegnare le armi e cedere il potere.

Chiediamo cosa rimanga di quel potere.

 «La polizia di Hamas convoca i cittadini per interrogarli e picchiarli, soprattutto i commercianti, che devono pagare per lavorare. La ripartizione dei guadagni si ripercuote sui prezzi», spiega A.H. «Hamas, a rischio costante di bombardamento, non deve nascondersi tra la popolazione, altrimenti muoiono innocenti.

C’è grande malcontento nei suoi confronti.

Soffriamo a causa di Hamas ma anche a causa delle milizie che collaborano con l’esercito israeliano, quelle di Abu Shabab, al-Mansi, Rami Halas e al-Astal.

Rapiscono le persone, le consegnano all’occupante».

A gennaio, il “Wall Street Journal” aveva rivelato i dettagli del supporto di Israele a milizie palestinesi anti-Hamas, tra assistenza logistica, di intelligence, droni, cibo.

 Conferma il senso di insicurezza anche H.R., sfollata ad al-Nasiera. «Oggi bande criminali, ladri e alcuni commercianti esercitano un’enorme influenza.

 Molti hanno paura di uscire di notte o di percorrere strade solitarie di giorno.

La polizia è legata a Hamas e continua a operare, ma non in modo efficace.

Non esiste una legge vera e propria né un sistema organizzato.

Ai piani per la ricostruzione o al Board of Peace non crediamo. Siamo cresciuti ascoltando promesse. Mai concretizzate».

Trump: “Netanyahu è pazzo, ma ci lavoro bene.

Il blocco sullo stretto di Hormuz potrebbe

durare fino al 7 settembre.”

Ilfattoquotidiano.it - Eleonora Bianchini – (3 giugno 2026) – Redazione – ci dice:

 

Intervistato da “Miranda Devie” per il podcast 'Por Force One', il tycoon dichiara che l'Iran ha accettato di rinunciare all’arma nucleare e ammette di essere "un po' turbato" dal fatto che la guerra di Israele in Libano stia ostacolando i colloqui di pace.

 E su Khamenei dice: "Spero di incontrarlo un giorno. Sento che non sta molto bene, gli mancano diverse parti".

Trump: “Netanyahu è pazzo, ma ci lavoro bene. Il blocco sullo stretto di Hormuz potrebbe durare fino al 7 settembre”

 

Parla di guerra, di Iran, di Netanyahu che conferma di avere dichiarato essere “pazzo” – come rivelato da “Axios” -, affermando di essere “un po’ turbato” dal fatto che le operazioni militari di Israele contro Hezbollah in Libano stia ostacolando i colloqui di pace con l’Iran, ma allo stesso tempo aggiunge di lavorare molto bene con lui.

 Spera di incontrare Khamenei e addirittura annuncia che i pasdaran hanno rinunciato all’arma nucleare.

 In quarantotto minuti di intervista con Miranda Devie per il podcast Por Force One, il tema del conflitto in Medioriente è centrale per Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti, spiegando che sono in corso i negoziati per trovare un’intesa (“e se non la troveremo bene lo stesso, agiremo in un altro modo”), dichiara che l’Iran ha accettato di rinunciare all’arma nucleare.

“Poi possono cambiare idea, ma quella è stata la cosa principale”, ha proseguito col consueto linguaggio colloquiale, lontanissimo dalle formule della diplomazia.

 

Una dei passaggi più interessanti dopo neanche cinque minuti di intervista.

 “Come vede l’economia e la situazione con l’Iran da qui al Labour Day, il 7 settembre? Dove sarà il nostro Paese?”, domanda la giornalista.

 “Penso che saremo in ottima forma – risponde Trump -. Siamo già in buona forma adesso. Abbiamo il blocco navale, che è qualcosa di straordinario. (…).

E stiamo ottenendo un grandissimo successo militare anche in Iran”. “Quindi pensa che il blocco navale sarà ancora in vigore per il Labour Day?”, lo incalza Devie.

“Non lo so. Voglio dire, penso che potrebbe esserlo, ma credo sia improbabile. Penso che risolveremo la situazione abbastanza rapidamente”.

Il timore è che la persistente carenza di petrolio e gas naturale possa mantenere elevati i prezzi globali e infliggere agli Stati Uniti e ad altri paesi livelli di inflazione che potrebbero ostacolare la loro crescita.

 

Il tycoon ha poi precisato di volere incontrare la Guida Suprema iraniana, Mastaba Khamenei.

 “È coinvolto nei negoziati, nutrono molto rispetto verso di lui.

 Non ho avuto il privilegio di incontrarlo. Sento che non sta molto bene: gli mancano diverse parti. Sembriamo andare molto d’accordo con l’ayatollah. Vorrei incontrarlo e penso che lo incontrerò a un certo punto”.

Quanto ai negoziati, che “stanno “evolvendo rapidamente”, oltre alla rinuncia all’arma nucleare “accadranno molte altre cose positive”, ha proseguito, senza specificare altro.

 Oltre a non avere alcun fondamento, visto che le parti non hanno esplicitato nessuna intesa, a smentire il presidente Usa è intervenuta l’agenzia di stampa iraniana Tasin, considerata vicina alle Guardie Rivoluzionarie:

ha riferito che “a causa dei crimini di Israele in Libano, l’Iran ha sospeso lo scambio di messaggi tramite intermediari fino a quando non saranno soddisfatte le condizioni poste dall’Iran riguardo al Libano.

Le affermazioni del presidente statunitense Donald Trump sulla risposta iraniana contraddicono completamente la realtà”.

 

Una replica a distanza tutt’altro che insolita.

Il capo della Casa Bianca, come osservato sin dall’inizio del conflitto, ha infatti spesso avanzato dichiarazioni e ultimatum che non hanno avuto seguito e che sono stati smentiti a stretto giro.

Nel corso dell’intervista trova spazio anche il commento alle indiscrezioni di” Axios” rispetto a quanto pensi del primo ministro israeliano.

Indiscrezioni che Trump ribadisce in pieno: ha confermato di aver dato del “fottutamente pazzo” a Benjamin Netanyahu, nel corso della loro recente telefonata per discutere del cessate il fuoco in Libano, ma ha ammesso comunque di “lavorare bene insieme” al primo ministro israeliano.

 “Ero un po’ turbato dai suoi continui combattimenti in Libano – ha detto Trump – Ma mi piace molto Bibi.

 E lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra, e lui è un primo ministro in tempo di guerra”.

Ha poi deriso le affermazioni secondo cui sarebbe stato ingannato da Netanyahu per entrare in guerra contro l’Iran.

“Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare – ha detto -. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare”.

Questo, ha aggiunto, “riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Israele non esisterebbe. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso”.

 

Parla anche dell’ipotesi del tutto remota dell’invio di truppe Usa in Iran, tema caro all’opinione pubblica americana.

“Abbiamo eliminato gran parte del loro esercito solo con le bombe”, ha detto, dunque non c’è alcun bisogno dell’invio di soldati sul campo.

Ed esaltando sé stesso per il lavoro svolto alla presidenza, ha descritto gli Stati Uniti come il Paese “più ‘hot’ e più di successo nel mondo”, tanto che anche il presidente cinese XI Jinping – che ha incontrato a metà maggio a Pechino – “ammira” quanto ottenuto dal presidente americano nel suo secondo mandato alla guida del Paese.

 Infine, in contrapposizione al suo lavoro, dedica anche una parte dell’intervista a denigrare Joel Biden, definendo “stupide” le persone che facevano parte della sua squadra.

E per marcare la differenza col predecessore, ha ricordato che le sue capacità cognitive sono “al 100%”.

 

 

 

 

 

Nucleare, sì della Camera al DDL

sui piccoli reattori. Pichetto:

“Passo importante.”

 Repubblica.it - Cencio Di Zanni – (4 giugno 2026) – Redazione – ci dice:

 

La protesta dei deputati di Avs (lapresse).

Via libera di Montecitorio alla delega al governo: cinque articoli per definire il nuovo quadro normativo. Il testo passa al Senato.

IV si astiene, protestano i deputati di AVS.

 

ROMA – Un primo passo verso i piccoli reattori nucleari in Italia. L'aula della Camera ha approvato con 155 voti favorevoli e 86 contrari (otto gli astenuti) il disegno di legge delega sull’energia nucleare. Tra gli astenuti, il gruppo di Italia viva, mentre – oltre alla maggioranza – a favore del provvedimento si sono espressi anche Azione e la componente Pld (Marattin)-misto.

Il primo sì di Montecitorio – cinque articoli in tutto – fissa la cornice entro la quale l'esecutivo potrà riaprire le porte all’atomo con uno o più decreti legislativi che dovranno regolare nel dettaglio la produzione e l'utilizzo di energia “da fonte nucleare sostenibile”, secondo la definizione dell'Unione europea.

 E dunque la fabbricazione del combustibile; lo smantellamento degli impianti esistenti; la gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile nucleare esaurito.

Poi ricerca, sviluppo e utilizzo dell'energia da fusione.

 Nella delega si fa riferimento, in particolare, ai nuovi impianti di produzione 'Small modular reattore (SMR)' e 'Advanced modular reactor' (AMR)'.

Il testo passa ora all’esame del Senato. E se anche Palazzo Madama darà il suo via libera, il governo avrà un anno per emanare le sue norme.

 

Intanto, dopo il voto a Montecitorio, i deputati di AVS hanno protestato contro il provvedimento con alcuni cartelli.

"Oggi la Camera ha fatto carta straccia della volontà popolare di 55 milioni di italiani che con ben due referendum avevano detto no al nucleare”, ha ricordato Angelo Bonelli, leader del partito con Nicola Fratoianni.

Di tutt’altro avviso il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Frattin.

Che invece ha parlato di “passo importante”.

Pichetto: nuove tecnologie disponibili nel prossimo decennio.

“Compiamo un passo importante per il futuro energetico dell'Italia. Oggi abbiamo iniziato a porre le condizioni affinché il Paese sia pronto ad adottare il nucleare sostenibile, quando le nuove tecnologie, alle quali puntiamo, saranno mature e disponibili, all'inizio del prossimo decennio", ha sostenuto Pichetto Frattin.

 

"Il nucleare sostenibile significa più sicurezza energetica, più decarbonizzazione, più indipendenza. In un mondo in cui la domanda di energia è destinata a crescere rapidamente, anche per effetto dell'intelligenza artificiale, dei data center, dell'elettrificazione industriale e civile, chi sarà in grado di produrre energia sarà più libero, più forte e più sicuro” – parole del ministro.

"Vogliamo un'Italia meno dipendente dall'estero, con energia più accessibile per famiglie e imprese – ha osservato ancora Pichetto Frattin – La bolletta arriva indistintamente nelle case e nelle imprese di tutti gli italiani. Per questo il nucleare non è una bandiera politica o ecologica: è uno strumento da valutare con serietà, fiducia nella ricerca e responsabilità verso le prossime generazioni".

 

 

Le reazioni/AVS.

"Oggi la Camera ha fatto carta straccia della volontà popolare di 55 milioni di italiani che con ben due referendum avevano detto no al nucleare. Vogliono il nucleare, un'energia estremamente costosa per continuare a mettere le mani nelle tasche degli italiani. Bloccano le rinnovabili ed è il segno del fallimento della strategia energetica di Giorgia Meloni. Ma la cosa grave è che hanno detto no a un emendamento di Alleanza Verdi e Sinistra che chiedeva di fermare l'uso militare nel nucleare. Hanno detto no. Chiediamo a Giorgia Meloni: che intenzioni hai di fare un utilizzo anche militare del nucleare? Si è scritta una pagina nera oggi della storia della democrazia nel nostro paese". Così il deputato e leader di Avs Angelo Bonelli, nel corso di un flash mob organizzato dal suo partito davanti alla Camera. Il collega Fratoianni: “Hanno confermato di essere contro gli interessi del Paese. Altro che patrioti, sono loro i primi ad essere contro l'interesse nazionale".

 

Azione.

Il leader di Azione Carlo Calenda ha promosso l’iniziativa: "Oggi abbiamo votato a favore del disegno di legge delega per la reintroduzione del nucleare in Italia. Era nel nostro programma e Azione ha fatto una grande campagna per il nucleare. È l'unica energia che ci consente di essere indipendenti, di pagare poco e di emettere nulla. Un passo avanti importante per l'Italia".

 

Lega.

"Oggi è il giorno del coraggio che consegniamo non alle elezioni dell'anno prossimo, ma alle prossime generazioni. I giovani, che sono spesso più avanti di noi, sono quelli a cui noi consegniamo questa delega. La Lega voterà convintamente a favore perché sono anni che chiede il ritorno al nucleare", ha fatto sapere Alberto Gusmeroli, deputato del Carroccio.

 

M5S.

Secondo il leader M5S, Giuseppe Conte, “questo nucleare rappresenta il passato”. "Non ho un approccio ideologico. È vero che in passato c'è stato un referendum che ha espresso un chiaro 'no', ma da allora il mondo è cambiato e oggi questo tema va valutato con estremo pragmatismo. Personalmente sono favorevole alla fusione nucleare, una prospettiva che dobbiamo assolutamente abbracciare e su cui moltissimi Paesi stanno investendo massicciamente a livello di ricerca, poiché consente di produrre energia pulita e totalmente priva di scorie. Non possiamo continuare a ragionare guardando solo a ieri", ha rimarcato ancora Conte.

Il punto, però, secondo l’ex premier, è che "in questo momento l'esecutivo è andato completamente in tilt a causa dei costi energetici fuori controllo e ha messo in campo la legge delega sul nucleare, ma non sta parlando di fusione, bensì di fissione – sottolinea Conte – Al contrario, dovremmo investire subito e con forza sulla fusione per non rischiare, come sempre, di arrivare in ritardo su tutto". Ancora: "Il governo non investe sulla fusione, preferisce parlare di fissione. Questo nucleare non rappresenta affatto il futuro, bensì il passato e, come è sempre accaduto, nessuno accetterà mai di averlo vicino a casa propria".

 

 

 

Il Nucleare non è una opzione.

Greenpleace.org – Redazione – (5 - giugno – 2026) – ci dice:

L’energia nucleare ha costi insostenibili, è pericolosa e genera enormi quantità di scorie radioattive che non possiamo smaltire.

Solo le fonti rinnovabili possono fermare il cambiamento climatico, fornire energia pulita e porre fine all’incubo nucleare.

 

9,2% -

La produzione di elettricità globale fornita dal nucleare, costantemente in declino.

Le rinnovabili hanno invece raggiunto quasi il 30%, oltre il triplo del nucleare.

9 -

Gli Stati in possesso di armi nucleari:

(Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Francia, Cina, India, Pakistan, Corea del Nord e Israele).

112$-189$ (MWh)-

Il costo dell’energia nucleare rispetto ai 36$-44$(MWh) dell’energia solare e i 29$-56$ (MWh) dell’energia a terra, secondo il “World Nuclear Industry Status Report”.

 

SENZA IL NUCLEARE PER UN MONDO VERDE E DI PACE.

Da sempre ci battiamo contro il nucleare:

 fu proprio una spedizione organizzata nel 1971 per impedire i danni ambientali di un test nucleare sull’isola di Kamchatka, al largo dell’Alaska, a dare vita a Greenpeace.

 

Siamo contro il nucleare perché è un’energia pericolosa come hanno dimostrato, tra gli altri, l’incidente di Chernobyl e quello di Fukushima le cui conseguenze sono ben note:

 enormi quantità di radiazioni rilasciate, centinaia di migliaia di persone costrette all’evacuazione, fiumi e foreste contaminati, estese aree diventate inabitabili, danni economici incalcolabili.

 Incidenti del genere hanno chiarito in modo evidente che questa tecnologia non può essere controllata in caso di catastrofe.

Ma oltre ai rischi legati alle centrali nucleari, un’altra minaccia incombe sulla sicurezza delle persone e del pianeta: le armi atomiche.

Qualsiasi Paese abbia accesso al nucleare civile ha la capacità di sviluppare il nucleare militare, ed entrambi sono da sempre interconnessi:

basti pensare che i primi reattori nucleari della storia sono stati costruiti proprio per costruire bombe atomiche e per la propulsione delle navi militari.

Ancora oggi nucleare civile e militare condividono conoscenze, personale specializzato e fabbriche di componenti:

si può dire che uno non esisterebbe senza l’altro ed è per questo che vogliamo che entrambi scompaiano.

 

Energia nucleare e ordigni atomici rappresentano una minaccia per l’incolumità dell’umanità e del pianeta:

l’unica soluzione è fermare l’espansione del nucleare, chiudere le centrali esistenti e rivolgere i nostri sforzi verso energie rinnovabili, sicure e pulite.

PERCHÉ DICIAMO NO AL NUCLEARE.

 

Il nucleare non è sicuro né sostenibile.

L’energia nucleare non è una fonte di energia rinnovabile e produce inoltre enormi quantità di scorie radioattive che rimarranno pericolose per diverse migliaia di anni: una condanna per l’ambiente e per le generazioni future, perché non esiste una soluzione sicura per smaltirle.

Per questo, quando l’Unione Europea ha incluso energia nucleare nell’elenco degli investimenti considerati sostenibili, otto uffici europei di Greenpeace hanno deciso di fare causa:

l’energia nucleare non deve beneficiare di finanziamenti verdi né essere spacciata per sostenibile!

 

Il nucleare è una falsa soluzione per la crisi climatica.

La crisi climatica parla chiaro:

entro il 2050 dobbiamo ridurre del 100% l’uso dei combustibili fossili e non c’è tempo affinché il nucleare possa contribuire alla decarbonizzazione.

 

Perfino due organizzazioni che promuovono il nucleare come la “World Nuclear Association” e l’”Agenzia per l’energia nucleare dell’OCSE ammettono che se la capacità di energia nucleare raddoppiasse entro il 2050, le emissioni di gas serra si ridurrebbero di appena il 4%.

Per ottenere questo misero risultato dovremmo costruire ben 37 nuovi reattori ogni anno, a partire da ora e fino al 2050, quando in realtà il numero di reattori nel mondo è da tempo in declino.

E comunque per ottenere cosa?

 Per ridurre le emissioni del 4% quando a noi occorre il 100%.

 

I nuovi reattori in Francia e USA hanno avuto tempi di costruzione ben superiori a 10 anni e costi da 3 a 4 volte quelli previsti.

 Perché continuare a investire sul nucleare quando esistono fonti energetiche rinnovabili, pulite e meno costose come il solare e l’eolico, che secondo diversi studi e rapporti scientifici possono fornirci il 100% di energia rinnovabile entro il 2050?

 

Tornare al nucleare in Italia? Un pessimo affare.

Mentre a fasi alterne i governi del nostro Paese mostrano possibili aperture al nucleare, vale la pena ricordare che le cittadine e i cittadini italiani si sono già dimostrati contrari con ben due referendum, nel 1987 e nel 2011.

 L’Italia inoltre sta tuttora facendo i conti con la gestione delle nostre scorie radioattive e non ha ancora trovato una soluzione a 37 anni di distanza dal referendum che decretò l’uscita dal nucleare.

 

A dissuaderci dal ritorno al nucleare dovrebbe bastare il fatto che si è rivelato un fallimento economico sia in Francia sia negli Stati Uniti. I costi dell’impianto francese di Flamanville sono lievitati a 19,1 miliardi di euro (invece dei 3,3 miliardi stimati), mentre due dei quattro reattori in costruzione negli USA sono stati cancellati e gli altri due proseguono a costi esorbitanti:

da circa 9 miliardi di dollari si è già passati a una stima di circa 32 miliardi.

 Non è andata meglio ai due reattori di Hensley Point, in Gran Bretagna, che dovevano costare 18 miliardi di sterline e oggi sono stimati a 46 miliardi.

 

 

 

 

«Sì al nucleare per centrare

 l’obiettivo Net Zero 2050.»

 

infrajournal.com – Sofia Fraschini – (10 gennaio 2023) – Redazione – ci dice:

L’energia dell’atomo sarà fondamentale per raggiungere gli obiettivi sulle emissioni e l’autonomia di approvvigionamento, insieme alle rinnovabili.

 Lo spiega Chicco Testa, manager e autore del libro “Tornare al nucleare?”, parlando a Infra Journal di centrali di quarta generazione e studi sulla fusione.

 

La crisi energetica provocata dal conflitto russo-ucraino e l’impossibilità di sopperire totalmente attraverso le rinnovabili all’energia che manca ha regalato al nucleare una “nuova stagione” in Europa.

 In Italia, dove l’atomo è stato bandito col referendum del 1987, il dibattito è stato riaperto.

 È il caso di tornare a considerare questa fonte di approvvigionamento? A che livello di sviluppo siamo rispetto al passato?

Che tempi avrebbe la costruzione di una nuova industria italiana del nucleare?

Il confronto è tiepido, il nuovo governo si è insediato da poco, ma le strade che potrebbero passare dall’atomo non mancano.

 Chicco Testa, autore del libro “Tornare al nucleare?”, ex presidente di Legambiente e Assoelettrica indica le strade possibili e fattibili e una soluzione per avere a disposizione in breve tempo energia nucleare anche in Italia.

 

Come è cambiato il nucleare negli ultimi anni?

«Siamo in un’altra dimensione. È sbagliato confrontare il vecchio e il nuovo nucleare perché la tecnologia atomica evolve continuamente e quindi possiamo tranquillamente dire che ogni considerazione fatta in passato sul rapporto tra rischi e benefici di questa fonte energetica è da rivedere».

 

Qual è la situazione in Europa?

«Attualmente l’energia nucleare rappresenta il 25% dell’energia elettrica totale. I Paesi che già la utilizzavano, ma che hanno deciso di investirvi maggiormente sono Francia e Regno Unito. Il Belgio ha fatto dietrofront, decidendo di tornare all’atomo, la Germania ha deciso di non dismettere più le centrali e i Paesi dell’Est ne stanno costruendo di nuove».

 

E in Italia? Che possibilità abbiamo?

«Dobbiamo ripartire da zero e scegliere quale tecnologia adottare».

 

Quali sono le opzioni disponibili?

«Ci sono i mini-reattori modulari (Small Modular Reattori, SMR) la tecnologia nucleare di quarta generazione.

Sono più piccoli e potrebbero per questo essere usati in serie a costi minori.

Sono piccoli reattori, sotto i 300 megawatt di potenza, derivati dai motori dei sommergibili e delle navi atomiche (una centrale nucleare tradizionale arriva fino a 1.600 MW).

Ne esistono di vari tipi e con varie tecnologie, ma il tratto comune è che sono piccoli e compatti.

Ma soprattutto, i mini-reattori modulari permettono di usare combustibili non convenzionali che durano di più, e quindi riducono la produzione di scorie.

Poi ci sono tutti quei progetti che non si basano più sulla fissione, ma sulla fusione.

Un'innovazione grandissima visto che produce una energia nucleare totalmente pulita senza scorie.

 In merito a questo ci sono diversi progetti in corso in Francia (progetto ITER) ma si parla di uno sviluppo in 20-30 anni».

 

Da escludere dunque?

«L’italiana Eni e il Massachusetts Institute of Technology (MIT) collaborano allo studio di una soluzione simile che si basa sempre sulla fusione e che potrebbe produrre il primo prototipo nel 2025, per una commercializzazione al 2030. Sarebbe una rivoluzione».

 

La fusione è più sicura?

«Si, è un cambio di paradigma, gli impianti a fissione si basano su reazioni a catena che amplificano l'energia e quindi il calore prodotto, se non adeguatamente controllate, un impianto a fusione invece non corre il rischio di incidenti legati ad una perdita di controllo della reazione».

 

L’attuale crisi ha cambiato il modo in cui gli italiani vedono il nucleare?

«Quello degli approvvigionamenti e dei costi dell’energia è un problema molto serio e l’opinione pubblica ha capito che non possiamo più dipendere per l’80% dai combustibili fossili o da pochi fornitori. Questa politica comporta costi enormi che il cittadino non vuole più sostenere».

Ci sono anche ragioni ambientali a supporto del nucleare?

«Se si vuole raggiungere l’obiettivo Net Zero al 2050 non possiamo farlo solo con le fonti rinnovabili, dobbiamo programmare anche una quota di nucleare che idealmente io vedrei al 20%.

Dobbiamo ridurre il rischio energetico con una grande diversificazione ma dobbiamo farlo ora perché per il nucleare vedo uno sviluppo possibile da qui a dieci anni».

 

Ci sono soluzioni più rapide che lei vede in questa fase emergenziale?

«Potremmo prendere esempio dalle acciaierie italiane che stanno negoziando con la Slovenia accordi per avere energia nucleare dalle loro centrali.

 Potremmo stringere accordi a livello Paese con la Francia per importare energia nucleare entrando magari in consorzio nei loro progetti di sviluppo».

(Sofia Fraschini - Giornalista economico-finanziaria, laureata in Sociologia a indirizzo Comunicazione e Mass media.)

 

Chi ha votato per il nucleare in

Parlamento sa poco o

nulla di energia.

ilfattoquotidiano.it - Elisabetta Ambrosi, Giornalista e scrittrice – (5 giugno 2026) – ci dice:

 

Una cambiale in bianco che servirà a rallentare lo sviluppo delle rinnovabili e a confondere gli italiani. Insomma, una mezza truffa. Sull'energia non può decidere solo il Parlamento.

Chi ha votato per il nucleare in Parlamento sa poco o nulla di energia.

In totale disprezzo dei due referendum contro il nucleare votati dagli italiani, la Camera ha approvato il nucleare civile nella forma dei così detti “mini-reattori di ultima generazione”.

 Ciò che è accaduto, in sostanza è questo:

 un piccolo plotone di parlamentari del centrodestra, che – da quanto si è ampiamente visto – nulla sanno di energia, ha deciso che in Italia deve tornare il nucleare.

Tutto questo senza avere quasi alcuna contezza di quello che ciò significhi in termini di costi, di scorie, di compatibilità con l’attuale sistema energetico e soprattutto di tempi.

 

L’operazione, particolarmente avallata anche da giornali progressisti come la Stampa con un apposito sondaggio in cui gli italiani sarebbero favorevoli, pubblicato qualche giorno fa, è stata resa possibile probabilmente dal nome di questo nucleare.

Già, perché “mini-reattori di ultima generazione” fa pensare a qualcosa di innocuo, piccolo, trasportabile.

Secondo me i deputati se lo immaginano come una sorta di nucleare “pret-à-porter”, da borsetta insomma, che si attiva magicamente quando vogliamo e produce l’energia necessaria.

 Gli stessi giornali riportano notizie confuse sulla dimensione, se è vero che il Messaggero scrive oggi venerdì che le dimensioni sarebbero quelle di un tir (l’altra voce che circola è anche quella di un nucleare “galleggiante”), quando lo stesso Pichetto Frattin, nelle tante interviste gongolanti appena rilasciate ammette che, quanto a dimensioni, si parla di almeno tre campi da calcio.

 

Il problema è che, ripeto, chi ha votato questo nucleare di energia sa poco o nulla.

Si vota per il nucleare in nome di una visione “anti-ideologica”, come se le energie rinnovabili fossero qualcosa di ideologico, e non quanto di più concreto esista.

Si vota per il nucleare immaginando che già domani entri in funzione, probabilmente quasi nessun deputato sa che non si avrà energia prima di anni, almeno dieci.

 Di che stiamo parlando?

 In dieci anni tutto può succedere, soprattutto noi abbiamo bisogno di ridurre le emissioni e decarbonizzare ora, visto che non lo abbiamo fatto abbastanza con il PNRR e ora ci troviamo ad elemosinare soldi alla UE che, speriamo, vengano rigorosamente usati per questo scopo e non per inutili sconti all’energia che non danno nessun beneficio a chi li riceve (figuriamoci a chi non li riceve).

 Si vota per il nucleare senza sapere dove finiranno le scorie, se i territori accetteranno di averlo, quali saranno i costi.

In pratica, è una cambiale in bianco che di fatto, come già avvenuto in passato, servirà solo ad una cosa:

rallentare ulteriormente lo sviluppo delle rinnovabili, mettere soldi in progetti che non servono (e che probabilmente non si faranno), dare agli italiani l’illusione di una energia facile e pronta che non esiste, e così confonderli.

Insomma, una mezza truffa.

A ciò occorre aggiungere che la fantomatica credenza per cui il nucleare possa servire a compensare le intermittenze delle rinnovabili è falsa per il semplice fatto che il nucleare non lo puoi accendere o spegnere a piacimento, è un’energia continua, appunto, dunque in che senso sarebbe “complementare alle rinnovabili?”.

Ma è inutile chiederlo perché questo, con tutta probabilità, i deputati che hanno votato a favore non lo sanno, come il resto.

 

Resta dunque una operazione questa sì ideologica, sbagliata, preoccupante e anche antidemocratica, visto il “no” degli italiani al nucleare.

 E i mini-reattori di ultima generazione sono sempre nucleare, punto e basta.

Ciò che davvero allarma, su questo fronte come su altri tipi di scelte energetiche, come la dipendenza dal gas, è che a scegliere su questioni molto tecniche e scientifiche sia una politica che non sa nulla né di tecnica né di scienza e che spesso e volentieri è legata mani e piedi alle lobby dell’energia.

Assurdo che manchi, come spesso richiesto dai veri esperti, ad esempio Antonello Pasini del Cnr, un comitato di scienziati che dia indicazioni alla politica su questioni che riguardano l’ambiente e il clima, e dunque anche le scelte energetiche.

Si tratta davvero di questioni di vita e di morte, perché con l’energia facciamo tutto quello che serve, non potremmo vivere un’ora senza, e al tempo stesso l’energia è anche la causa del collasso del pianeta, perché quella non rinnovabile produce, appunto, emissioni climalteranti che hanno raggiunti livelli insostenibili.

 Ingannare così gli italiani, facendogli credere magari che le bollette caleranno col nucleare, è una vera impostura.

 

Sarebbe ora di ribellarsi a tutto questo, a questa ignoranza scientifica, a questa arroganza che addita le rinnovabili come ideologia, a un parlamento che vota un provvedimento che gli italiani non vogliono e che non porterà beneficio all’Italia, né ridurrà la povertà energetica. Perché se mai ci sarà energia nucleare, ripeto, sarà tra tantissimo tempo e certo non a costo zero.

 Il motivo per cui dobbiamo subire questo non è chiaro.

Invece è chiaro perché i giovani se ne vadano all’estero:

che un paese con una politica così medioevale, e dove l’anti-scienza regna sovrana, è davvero un posto quasi intollerabile in cui vivere.

 

 

 

Nucleare, c'è il sì alla svolta.

Ok alle centrali del futuro.

Ilgiornale.it - Gian Maria De Francesco – (5 giugno 2026) – ci dice:

 

La Camera approva il DDL delega: decreti attuativi entro Natale. Pichetto: "Bollette più leggere e meno dipendenza dall'estero."

 

L'Italia compie il primo passo concreto verso il ritorno dell'energia atomica.

La Camera ha approvato il DDL delega sul nucleare sostenibile voluto dal ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Frattin.

 Il provvedimento passa ora al Senato, ma l'obiettivo del governo è chiaro:

ottenere l'ok definitivo prima della pausa estiva e arrivare ai decreti attuativi entro la fine dell'anno.

Si crea così il quadro normativo necessario per riportare il Paese allo sviluppo e fuori dalla barbarie eco-talebana.

La delega consentirà al governo di disciplinare la costruzione e l'esercizio dei futuri impianti, la produzione di idrogeno attraverso energia nucleare, la gestione del combustibile esaurito, dei rifiuti radioattivi e degli standard di sicurezza.

Per Pichetto si tratta di una scelta strategica che guarda ai prossimi decenni.

Dopo il voto di Montecitorio, il ministro ha sottolineato che "con l'approvazione alla Camera compiamo un passo importante per il futuro energetico dell'Italia".

Si sono poste "le condizioni affinché il Paese sia pronto ad adottare il nucleare sostenibile quando le nuove tecnologie, alle quali puntiamo, saranno mature e disponibili all'inizio del prossimo decennio".

 

L'esecutivo continua infatti a ribadire che il ritorno dell'atomo non passerà dalle grandi centrali del passato, ma dai piccoli reattori modulari, gli SMR, una tecnologia più flessibile e sicura che sta avanzando rapidamente nei principali Paesi industrializzati.

Secondo il ministro, i primi impianti operativi potrebbero arrivare "nel 2034-2035".

Una previsione che tiene conto dei tempi necessari per la standardizzazione industriale delle nuove tecnologie.

 "Gli analisti e gli esperti dicono che la capacità di produzione standardizzata si avrà verso la fine di questo decennio, inizio del successivo", ha spiegato.

La spinta verso il nucleare nasce soprattutto dalla crescente domanda di elettricità.

 Intelligenza artificiale, data center, elettrificazione dei consumi e della produzione industriale stanno cambiando radicalmente gli scenari energetici.

"Il nucleare sostenibile significa più sicurezza energetica, più decarbonizzazione, più indipendenza", ha dichiarato aggiungendo che "in un mondo in cui la domanda di energia è destinata a crescere rapidamente, anche per effetto dell'intelligenza artificiale, dei data center, dell'elettrificazione industriale e civile, chi sarà in grado di produrre energia sarà più libero, più forte e più sicuro".

 Il target è ben definito:

 "Vogliamo un'Italia meno dipendente dall'estero, con energia più accessibile per famiglie e imprese", ha affermato.

 

Il tema economico resta centrale.

"La bolletta arriva indistintamente nelle case e nelle imprese di tutti gli italiani", ha ricordato Pichetto, spiegando che il nucleare "non è una bandiera politica o ecologica: è uno strumento da valutare con serietà, fiducia nella ricerca e responsabilità verso le prossime generazioni".

 Per questo, ha aggiunto, "questa è una scelta di concretezza, non di ideologia; una scelta di libertà".

 

Nella conferenza stampa alla Camera il ministro ha insistito sul fatto che il DDL riguarda esclusivamente il nucleare civile e che l'obiettivo è costruire un mix energetico equilibrato.

 "Dobbiamo integrare le rinnovabili con il nucleare e l'idrogeno, non sostituirle", ha spiegato.

Da qui anche la difesa della sostenibilità ambientale della scelta atomica.

 

"Il nucleare è una scelta energetica, ma anche ambientale e paesaggistica.

Un piccolo reattore modulare occupa tre campi di calcio.

 Per avere la stessa produzione servono tremila campi di calcio di pannelli fotovoltaici", ha concluso.

 

 

 

Flessibilità UE sull’energia solo

 se si spende in armi. Roma e

Bruxelles sulla stessa linea.

Contropiano.org – (04-06 – 2026) - Gigi Sartorelli – Redazione – ci dice:

 Bruxelles ha infine risposto alle richieste del governo Meloni sul fronte del caro-energia, anche se non si tratta di un assegno in bianco.

 E non si tratta nemmeno di una risposta scritta formale alla lettera inviata da Palazzo Chigi lo scorso 18 maggio a Palazzo Berlaymont, ma è integrata nel Pacchetto di Primavera del Semestre Europeo.

 

Ieri, mercoledì 3 giugno, la Commissione Europea ha deciso un’apertura parziale sulla flessibilità fiscale, come richiesto dall’Italia, prevedendo una sorta di “mini-clausola” per l’energia, integrata però al perimetro della difesa.

Non si tratta, dunque, di una nuova deroga a sé stante, quanto piuttosto di un’estensione delle maglie della clausola di salvaguardia già prevista per le spese per la difesa, che possono arrivare fino all’1,5% del PIL annuo.

 

Lo spazio di manovra delineato da Bruxelles si articola su paletti ben precisi per il triennio 2026-2028:

un margine annuo dello 0,3% del PIL, che per l’Italia è calcolabile tra i 6,5 e i 7 miliardi di euro.

C’è anche un tetto massimo cumulativo di spesa sul settore, pari allo 0,6% del PIL.

 Insomma, l’Italia potrebbe spingersi a spendere tra i 13 e i 14 miliardi nel triennio cominciato a febbraio, sul tema energia.

 

Ma non c’è libertà di scelta in cosa spendere.

La linea della Commissione, ribadita dal commissario all’Economia Valdis Dombrovskis, è chiara:

“si tratta di uno shock dell’offerta e non si può risolvere uno shock dell’offerta stimolando la domanda “.

Tradotto:

 non solo le misure dovranno essere temporanee e mirate, ma soprattutto gli strumenti pensati non possono essere indirizzati a calmierare i prezzi, e dunque ad aiutare i portafogli delle famiglie in difficoltà.

 

La flessibilità potrà essere così usata per investimenti volti a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili:

incentivi per l’acquisto di veicoli elettrici, pannelli solari e batterie; ammodernamento delle reti elettriche e sistemi di accumulo; efficientamento energetico.

Non si potrà invece impegnare per finanziare sussidi generalizzati e bonus a pioggia, e neanche il taglio delle accise.

 

Proprio sulle accise il Consiglio dei Ministri si riunisce oggi, dato che la misura è in scadenza il prossimo 6 giugno, e si prevede che verrà varato un sistema di voucher da circa 500 milioni di euro destinato esclusivamente alle fasce più deboli per sostenere le spese di benzina e bollette.

Del resto, il problema per i bilanci familiari è ora, e non si risolve chiedendo di comprare una macchina elettrica.

 

Ma tolte le vicende “giornaliere” del governo, è bene comprendere in che traiettoria generale si inserisce la flessibilità acconsentita da Bruxelles.

Perché, ci mancherebbe:

alla fine il taglio delle accise è un altro modo per trasferire risorse pubbliche agli speculatori, mentre invece investire in una reale transizione energetica sarebbe la via giusta.

Eppure, questa strada è stata abbandonata dalla UE, perché anche la farsa del “Green Deal” (che era un modo per ridare fiato all’economia, senza davvero cambiare modello) è stata nei fatti ipotecata per rilanciare il Vecchio Continente attraverso il riarmo.

E infatti, quello 0,6% del PIL potrà essere usato solo all’interno dell’attivazione della clausola di salvaguardia per le spese militari, cosa che l’Italia non ha ancora fatto.

 

Il Belpaese si trova ancora sotto procedura per deficit eccessivo a causa del disavanzo al 3,1% registrato nel 2025.

Il che non impedisce “legalmente” di chiedere la clausola, ma nei fatti significa innescare un circolo vizioso sul debito che può risultare disastroso.

La clausola permette di scorporare le spese militari dal calcolo della spesa primaria netta, e consente così di evitare la procedura nel caso in cui si superi il 3%.

 

Le spese, però, non vengono cancellate dal deficit nominale.

 Per chi è già sotto procedura, perciò, diventa più difficile scendere di nuovo sotto il 3%.

Senza contare che visto l’allarmismo continuo sui conti pubblici italiani e la crescita asfittica, una prospettiva del genere potrebbe rendere molto più costoso finanziarsi sul mercato del debito pubblico, peggiorando ulteriormente i conti di Roma.

 

Tuttavia il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha detto di essere “soddisfatto perché la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato “.

Anche se, di fatto, Roma non avrà margini di spesa aggiuntivi, e dovrà accedere alla clausola che fino a oggi ha evitato per legittimi timori.

 Al governo non sono costretti a spendere tutti i soldi previsti dalla nuova flessibilità, ma agli occhi degli investitori e dell’opinione pubblica sarà all’interno di questo schema bellicista.

 

Inoltre, vari analisti sono convinti che ora il governo chiederà anche i circa 10 miliardi del SAFE lasciati in sospeso come arma negoziale proprio rispetto alla flessibilità sull’energia.

Riassumendo, l’esecutivo aveva detto di non poter “dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa “, e così lo hanno fatto facendo sembrare di aver detto il contrario.

 

La narrazione che emerge da questa vicenda è quella di una Commissione che si mostra capace di ascoltare, mentre Palazzo Chigi si può rivendicare straordinarie capacità di trattativa.

Nella realtà dei fatti, Roma e Bruxelles si sono allineate per far meglio digerire ai cittadini di tutta la UE un’ulteriore spinta verso il riarmo e la difesa europea.

 

Dombrovskis, sotto sotto, lo ha pure detto:

 “come noto, le due principali priorità di questo ciclo politico sono la competitività dell’economia europea e la sicurezza.

Sicurezza e difesa sono elementi importanti.

È fondamentale che tutti gli Stati membri contribuiscano al rafforzamento delle capacità europee di sicurezza e difesa “.

 A pagare, ovviamente, sono sempre le classi popolari.

 

 

 

Energia, difesa e veti, l’Unione

si scopre fragile nel momento

peggiore.

Linkiesta.it – (30 aprile 2026) - Edoardo Arcidiacono – Redazione – ci dice:

Dal blocco di Hormuz alla dipendenza militare e industriale da Stati Uniti e Cina, l’Europa affronta una crisi sistemica.

 Il vertice di Nicosia segna un cambio di consapevolezza, ma le risposte restano incomplete.

Le mura veneziane che avvolgono la clora antica di Nicosia non sono le uniche barriere presenti a Cipro.

 Il suo centro è anche il suo confine, dal momento che la Turchia l’ha invasa nel 1974 senza accettare mai alcuna mediazione da parte della Nato, di cui pur fa parte.

 La settimana scorsa Nicosia ha ospitato il vertice informale dei ventisette Stati dell’Unione, atteso da settimane:

 non sono state prese decisioni, intendimenti sì.

All’appuntamento, organizzato dalla Presidenza di turno cipriota del Consiglio dell’Unione europea, si è parlato soprattutto dello stallo nello Stretto di Hormuz e delle conseguenze della crisi energetica.

 L’IEA (Agenzia internazionale dell’energia) l’ha già definita come la più grave della storia recente.

 Sul tavolo anche i conti pubblici:

la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha rimarcato la necessità che l’Unione abbia «nuove risorse economiche proprie, che sono indispensabili», perché «senza di esse, la scelta è tra aumentare i contributi nazionali o ridurre la capacità di spesa».

Infine, l’Articolo 42.7 del Tratto dell’Unione europea, la cosiddetta “clausola di solidarietà” tra gli Stati:

Cipro non fa parte della Nato, come Malta, Austria e Irlanda, e rafforzare questa clausola sarebbe l’unica assicurazione reale in caso di attacco.

 

 

Il Golfo Persico è chiuso da otto settimane.

Tutti sembrano scommettere che la situazione sia temporanea e che, in pieno stile trumpiano, tutto finirà a tarallucci e vino, con lo Stretto di Hormuz pronto a riaprire presto.

 Ciò che però tiene svegli i governi del continente è l’incubo del razionamento:

le riserve di gas sono ai minimi da nove anni, e i deficit statali europei costano sempre di più da sostenere con i tassi d’interesse in salita. Proprio in vista del vertice di Cipro, la Commissione ha presentato Accelerate Eu, il piano d’azione per rispondere alla crisi energetica.

Agisce su tre livelli:

nel breve periodo, rafforza il coordinamento tra Stati membri sugli stoccaggi di gas e istituisce un nuovo osservatorio sui carburanti per monitorare forniture e scorte in tempo reale;

nel medio periodo, una strategia per l’elettrificazione con target vincolanti e l’accelerazione del pacchetto europeo sulle reti elettriche da adottare entro l’estate;

sul fronte finanziario, una strategia per mobilitare capitali privati a fianco dei fondi pubblici già esistenti verso un obiettivo da seicentosessanta miliardi di investimenti l’anno fino al 2030.

L’Unione europea sta inoltre valutando la possibilità di estendere il mandato della missione navale Aspides fino allo Stretto di Hormuz.

Per l’Italia, e in particolare per il ministro della Difesa Guido Crosetto, una simile responsabilità non può essere solo europea. I Paesi asiatici – Cina, Giappone, Corea del Sud, India – dovrebbero contribuire alla missione di stabilizzazione, data la loro dipendenza dal transito di petrolio nello Stretto.

Estendere il mandato geografico di Aspides richiederebbe una decisione formale del Consiglio Ue e dei Parlamenti nazionali, oltre che nuove regole d’ingaggio e complicazioni logistiche ovvie.

Le conseguenze della crisi iraniana non si limitano al prezzo dell’energia: gli Stati Uniti hanno segnalato ritardi per la consegna di armamenti e munizioni agli Stati baltici.

 Per la prima volta in vent’anni, l’Europa è diventata il principale mercato per le esportazioni americane di armi, superando il Medio Oriente.

 Soprattutto in termini di sistemi avanzati.

Questo sottolinea che la dipendenza dagli Stati Uniti è una debolezza che l’Unione europea non può permettersi.

Eppure l’Europa è doppiamente dipendente.

Con il petrolio tornato sopra i cento dollari al barile dopo l’annuncio dell’uscita dall’Opec degli Emirati Arabi, il costo aggiuntivo per fare il pieno di un’auto a benzina è stimato cinque volte superiore al costo per ricaricare un’auto elettrica.

Di conseguenza, le immatricolazioni di auto elettriche in Europa sono cresciute del cinquantuno per cento a marzo, il 33,5 per cento in più dello stesso periodo del 2025.

 I veicoli elettrici sono alimentati da batterie al litio prodotte per l’ottanta per cento in Cina, se non direttamente assemblati da aziende cinesi che giocano al di fuori delle regole della concorrenza.

La crisi non starebbe solo accelerando la transizione alla mobilità elettrica, ma piuttosto rendendo l’Ue ancor più dipendente dalla Cina nell’importazione di veicoli e materie prime critiche per produrli.

 

Non appena il petrolio russo ha ripreso a scorrere verso Ungheria e Slovacchia, attraverso l’oleodotto di Deruba – quattromila chilometri di metallo che trasportano il petrolio dalla Russia attraverso i territori ucraini contesi da Putin –, l’Ungheria ha rimosso il veto sul prestito europeo da novanta miliardi per l’Ucraina, ponendo fine a due mesi di stallo.

Se l’elezione di Peter Magyar ha sbloccato l’ostruzionismo ungherese, l’elezione a premier della Bulgaria dell’ex presidente filorusso Rumen Radev rischia di accendere nuovamente il gioco dei ricatti in Consiglio dell’Ue.

Tre settimane prima delle elezioni, il governo tecnico aveva firmato con Kyiv un accordo decennale di sicurezza.

In più la Bulgaria è un importante fornitore di munizioni ed esplosivi per l’Ucraina.

Al tempo stesso il profilo di Radev è più sfumato di quello di Viktor Orbán.

Non ci si aspetta che il neo-premier bulgaro blocchi le sanzioni Ue o i grandi pacchetti di aiuti all’Ucraina, ma piuttosto che ritiri gli accordi bilaterali già firmati.

 

L’articolo 42.7 del Trattato Ue impone agli Stati membri di fornire «aiuto e assistenza con tutti i mezzi a loro disposizione» se un Paese alleato venisse attaccato.

 È, sulla carta, l’equivalente europeo dell’articolo 5 della Nato.

Con la differenza che non prevede alcuna dimensione operativa o protocollo una volta attivato.

 Il 2 marzo scorso, per la prima volta nella storia dell’Unione, un attacco diretto iraniano ha colpito un territorio membro nel pieno di un conflitto.

 Cipro non ha attivato l’articolo 42.7 ma Grecia, Francia, Italia, Spagna e Paesi Bassi hanno mobilitato spontaneamente le loro forze militari. Costa, chiamandolo «banco di prova», l’ha identificata come la prima dimostrazione concreta che l’Europa è in grado di schierarsi a fianco di un membro sotto minaccia.

Ma se uno Stato membro attivasse oggi l’articolo 42.7, quali Paesi risponderebbero?

Con quali risorse? In quanto tempo?

 Secondo quali procedure di comando?

 I leader vogliono costruire un manuale operativo che trasformi una promessa scritta in un meccanismo funzionante.

 A maggio si terrà la prima esercitazione teorica del Comitato Politico e di Sicurezza (COPS), seguita da un secondo round ministeriale.

 Come reagirebbero gli Stati Uniti di Trump a un indebolimento dell’architettura di sicurezza della Nato per applicare un equivalente europeo?

 

Il 9 maggio è la Giornata dell’Europa.

Festeggeremo questa ricorrenza in un clima difficile, poiché l’intolleranza, le divisioni e l’antieuropeismo hanno caratterizzato le piazze del 25 aprile.

Sorge spontanea la domanda:

se le istituzioni europee stesse sono divise al loro interno, come possiamo sperare che l’opinione pubblica sia invece compatta nel giudizio sull’operato di Bruxelles?

 Sono necessarie più che mai riforme ad ogni livello di funzionamento dell’Ue, dal Consiglio al Parlamento passando per il mercato unico, per l’articolo 47.2, l’esercito comune e chi più ne ha più ne metta.

 Se non si trova presto un compromesso, se questa è l’ora della paura e non del coraggio, l’Europa è condannata a rimanere vassalla.

 

 

 

 

L'Ue annacqua la finanza sostenibile:

ok anche alle armi nucleari.

Avvenire.it – (23 gennaio 2026) - Alessandro Bonini, Elisa Campisi – Redazione – ci dicono:

Modificate le regole sugli ambiti di attività esclusi: ora restano fuori solo le armi "proibite", cioè mine antiuomo, bombe a grappolo, armi biologiche.

L'Ue annacqua la finanza sostenibile: ok anche alle armi nucleari.

(Le prove di un missile di General Dynamics / WEB.)

Una bomba atomica può essere considerata un investimento sostenibile?

Per quanto possa sembrare incredibile, per le regole europee sulla finanza ESQ (cioè gli investimenti che rispettano criteri ambientali, sociali e di governance) la risposta, sorprendente, è “sì”.

 

Dall’inizio dell’anno è stato introdotto un aggiornamento al framework europeo EAQ, il quadro di regole sulla finanza sostenibile.

La modifica, già approvata dal parlamento europeo ed entrata silenziosamente in vigore nei primi giorni del 2026, è stata portata alla luce dal blog Alphaville del “Financial Times”.

Il penultimo giorno del 2025, l’Unione europea ha pubblicato una comunicazione della Commissione per fornire indicazioni sui tipi di investimenti nella difesa che si adattano al suo quadro di finanza sostenibile.

L’aggiornamento, viene spiegato, si è reso necessario per finanziare i maxi piani di investimento in spesa militare promessi dai leader europei. Tra le possibili soluzioni c’era quella di facilitare l’accesso dei fondi ESQ al settore della difesa.

E così è stato fatto.

Il quadro europeo per la finanza sostenibile escludeva in precedenza le “società coinvolte in attività legate alle armi controverse”.

Ora la regola è stata cambiata e la regola esclude le “società coinvolte in attività legate alle armi proibite”.

Il cambio di terminologia.

Nella terminologia dai trattati internazionali, le armi proibite sono le mine antiuomo, le munizioni a grappolo, le armi biologiche e le armi chimiche.

Le armi controverse sono quelle basate sull’uranio impoverito, sul fosforo bianco e sulle armi nucleari.

 Le armi nucleari possono quindi essere incluse tra gli investimenti dei fondi classificati come ESQ secondo le regole europee.

 Non è certo la prima volta che la finanza sostenibile finisce nel mirino delle critiche per investimenti controversi e potenzialmente ingannevoli (la cosiddetta attività di greenwashing) in settori come l’industria delle armi, venendo meno alle promesse etiche e contraddicendo gli obiettivi di sostenibilità.

 Dal 2022 in particolare, dopo l’esplosione del conflitto tra Russia e Ucraina, i fondi ESQ hanno triplicato gli investimenti nel settore della difesa pura, dimostrando di dare priorità ai rendimenti piuttosto che ai valori.

In generale il quadro normativo dell’Ue ha sempre consentito quasi tutto con moderazione, incluso il finanziamento delle aziende della difesa; sono previsti limiti severi in un paio di casi (coltivazione del tabacco, violazione dei diritti umani) e livelli di tolleranza per l’estrazione di materie prime, ma i criteri esatti vengono lasciati al giudizio dei gestori di fondi nonché dei fornitori di rating ESQ.

 

È più probabile che i nuovi investimenti rientrino nell’Articolo 8 (fondi che incorporano criteri ESQ, senza un obiettivo di sostenibilità vincolante) che nell’Articolo 9 (fondi il cui obiettivo primario è l’investimento sostenibile).

 Non è dato sapere se l’introduzione delle nuove regole abbia contribuito al nuovo scatto in avanti delle azioni della difesa andato in scena dall’inizio dell’anno, con rialzi a doppia cifra percentuale per i principali protagonisti del settore degli armamenti, complici anche i numerosi focolai di tensioni geopolitiche.

 Gli analisti di Jefferies tuttavia sottolineano che l’emendamento rimette in gioco diverse aziende legate alle armi nucleari, in particolare Rolls-Royce (che produce sistemi di propulsione per i missili balistici sotterranei britannici), Leonardo e Airbus (azionisti di MBDA, il produttore di missili che rifornisce l’arsenale nucleare francese) e Safran (tramite Ariane Group, che partecipa anche al programma nucleare militare francese).

Thales non produce armi nucleari, ma il gruppo è esposto come importante fornitore di equipaggiamenti per le forze armate francesi. L’azienda maggiormente coinvolta, tuttavia, è americana: General Dynamics è esposta a fosforo bianco, uranio impoverito e armi nucleari.

Gli esperti perplessi.

«Dal nostro punto di vista non ci sono armi sostenibili, di nessuna sorta, sia dal punto di vista sociale, dato che sono costruite per togliere vite, sia dal punto di vista ambientale, perché inquinano.

 Sul tema la Ue si è persa per strada, disconoscendo sé stessa» commenta Roberto Grossi, direttore generale di Etica Sgr, società di gestione del risparmio del Gruppo Banca Etica.

Per Grossi, così, «si rischia di andare a svuotare di significato ciò che è stato costruito con fatica», ma soprattutto che «chi legittimamente non vuole investire in questo settore, perché è contrario ai propri principi, finisca comunque per finanziarlo con i propri risparmi inconsapevolmente».

Dato che «gli investimenti in armi non mancano», il direttore di Etica Sgr suggerisce invece di rendere gli investitori più attenti ai dettagli e di aumentare la trasparenza, «magari creando un bollino ad hoc che garantisca il fatto che chi dice di non fare operazioni nel comparto militare poi lo rispetti veramente».

Per quale motivo, si chiede, si stanno indirizzando proprio i soldi della finanza sostenibile verso il settore della difesa:

«Piuttosto, si creino degli appositi fondi militarizzati».

Che il tentativo sia proprio di «annacquare i criteri ESQ, aumentando l’opacità, è ormai evidente», dice.

Basti pensare che «addirittura Euronext, una delle principali società borsistiche europee, ha proposto la reinterpretazione dell’acronimo ESQ, passando da “Environmental, Social and Governance” a “Energy, Security and Geostrategica”», per allineare i mercati dei capitali all’obiettivo di rafforzare l’autonomia strategica europea.

 

Cosa rimane però della finanza sostenibile se la si piega alle presunte esigenze geopolitiche?

«Gli investimenti in armi, salvo quelli in armi controverse, sono certamente legittimi.

 La sostenibilità di tali investimenti è invece un tema diverso», puntualizza Francesco Bucciato, direttore generale del Forum per la Finanza Sostenibile, ricordando che sulla sostenibilità degli investimenti in armi è in corso un dibattito tra gli operatori finanziari, in cui il Forum è parte attiva e aperta al confronto.

 «Ci teniamo a sottolineare che la finanza sostenibile si fonda sull’integrazione tra i fattori economici e quelli ambientali e sociali. Secondo questa logica, gli investimenti in armi non ci sembra possano essere considerati sostenibili», spiega.

Tuttavia, il Regolamento Ue sull’informativa di sostenibilità nel settore dei servizi finanziari (SFDR), «non è uno strumento di classificazione», non ci sono divieti specifici agli investimenti in armi per i fondi che promuovono caratteristiche ambientali o sociali o per quelli che hanno come obiettivo l’investimento sostenibile, specifica.

Ma non va dimenticato che comunque «gli investimenti in armi sono soggetti a rischi di sostenibilità e reputazionali».

Del resto, dalla finanza sostenibile non sono mai state escluse le armi che sono al servizio dell’ordine pubblico e della sicurezza nazionale.

 Lo ricorda Alfonso Del Giudice, professore di Finanza Sostenibile dell’ Università Cattolica del Sacro Cuore:

 «La Ue ha solo specificato ciò che era già logico, cioè che non si esclude un settore a priori, ma solo produttori di armi che violavano le convenzioni internazionali».

Per il professore, dunque, «la Ue, che prima poteva permettersi una postura forse un po’ naif, avendo difesa e costi energetici garantiti da terzi, ora deve affrontare un cambio di scenario drastico».

Guardando all’investitore, invece, anche se il filtro della trasparenza, secondo lui, in Europa c’è perché chiunque può ancora controllare le finalità dei fondi e scegliere quelli che escludono esplicitamente gli armamenti, «la finanza sostenibile viene ora tirata per la giacchetta e il perimetro si allarga rendendo sempre meno chiaro ciò che c’è dentro e quello che rimane fuori».

Il tema è ormai «sporcato dalla contingenza», politicizzato, e questo sta provocando disastri sulle definizioni, avverte.

«Se dal punto di vista logico si possono ammettere spese per sostenere la difesa e la polizia, non è lo stesso per l’arma nucleare, che dovrebbe essere finanziata con canali alternativi a quelli della finanza sostenibile», chiarisce.

Di fronte a queste derive, il futuro della finanza sostenibile sembra annebbiato quanto i criteri che ormai la definiscono.

Ma per il professore bisogna andare cauti, «perché come non ho mai reputato che questo processo di investimenti fosse “salvifico”, così penso che neanche bisogna demoralizzarsi eccessivamente per la contingenza e i motivi politici che nel breve tempo stanno deviando un po’ i suoi obiettivi».

Ad aumentare le probabilità di un conflitto, conclude, sono soprattutto le disuguaglianze nelle società.

Il riarmo europeo, dunque, rientrerebbe nel principio della deterrenza: «Ma serve solo a comprare tempo, non la pace.

Nel frattempo, bisognerebbe comunque lavorare per eliminare le cause dei conflitti, perché altrimenti la deterrenza rimane fine a sé stessa e in un mondo multipolare, fa solo peggio».

 

 

 

Finanza.

Armi nucleari negli investimenti ESQ:

l’Unione europea ha ucciso la finanza

sostenibile.

Valori.it – Simone Silani – (28.01.2026) – Redazione – ci dice:

 

L'Unione europea ha ammesso gli investimenti in armi nucleari tra quelli considerati sostenibili.

La riconquista della finanza sostenibile da parte del progetto di riarmo europeo procede spedita e determinata come un carro armato, ça va sans dire.

Una delle più recenti “conquiste” è stato lo sfondamento del muro costituito dall’esclusione delle imprese coinvolte in attività produttive relative alle armi controverse dagli indici di riferimento per la finanza sostenibile.

D’altra parte lo aveva chiesto esplicitamente Mario Draghi nel suo Rapporto sul futuro della competitività europea:

 occorre “chiarire” le interpretazioni date dalle istituzioni europee relative al Quadro europeo sulla finanza sostenibile e sui criteri ESQ, in modo da evitare di frapporre dei limiti di accesso per le imprese degli armamenti alla finanza privata.

 

Da “armi controverse” ad “armi proibite”: così le bombe atomiche sono diventate sostenibili.

E così, obbedendo a questa raccomandazione, le istituzioni europee hanno proceduto alla revisione del Regolamento delegato 2020/1818, relativo alle «norme minime per gli indici di riferimento Ue di transizione climatica e per gli indici di riferimento Ue allineati con l’Accordo di Parigi».

 

All’articolo 12 il Regolamento prevedeva che «gli amministratori di indici di riferimento Ue allineati con l’Accordo di Parigi escludono dagli indici di riferimento … le società coinvolte in attività riguardanti armi controverse».

Sempre l’art.12 intendeva, appunto, per armi controverse quelle «di cui ai trattati e alle convenzioni internazionali, ai principi delle Nazioni Unite e, se del caso, alle legislazioni nazionali».

 

La modifica proposta e infine approvata cambia la definizione delle armi da «controverse» ad un più specifico e circoscritto «proibite».

E chiarisce che per tali armi si intendono «le mine antiuomo, le munizioni a grappolo, le armi biologiche e chimiche il cui uso, possesso, sviluppo, trasferimento, produzione e stoccaggio sia espressamente proibito da convenzioni internazionali sugli armamenti a cui la maggioranza degli Stati membri hanno aderito, come elencati nell’allegato».

 

In fumo anni di lavoro sulle regole per la finanza sostenibile.

Nell’allegato al Regolamento modificato troviamo, in effetti, solo i quattro trattati o convenzioni relative alle suddette quattro tipologie di armi.

Vengono così “salvate”, ad esempio, le armi nucleari, le cui imprese produttrici potranno così avere libero accesso ai fondi allineati con l’Accordo di Parigi e con il Regolamento Ue 2020/852.

Parliamo della tassonomia europea, cioè il sistema di classificazione europeo che definisce le attività economiche che si possono considerare sostenibili con l’obiettivo per indirizzare gli investimenti verso gli obiettivi del “Green Deal.”

 

Per arrivare a questo risultato sono state svolte delle consultazioni con gli Stati membri, i rappresentanti delle imprese e altri portatori di interesse rilevanti.

 La relazione allegata al testo normativo, riferisce che tre Stati membri hanno presentato suggerimenti per estendere il campo di applicazione (senza indicare né quali né in quale direzione).

 

Ma si riferisce che queste osservazioni non sono state prese in considerazione perché «i trattati pertinenti non vietano la produzione e lo sviluppo di tali armi, ma si riferiscono solo al loro uso, oppure non pregiudicano il diritto degli Stati di mantenere il loro programma di deterrenza nucleare (trattato di non proliferazione).

Inoltre l’estensione dell’ambito di applicazione della definizione delle armi che non sono escluse sulla base di un trattato è stata ritenuta problematica, dato l’obiettivo di fornire una definizione giuridicamente fondata».

 

Parlamento e Consiglio europeo d’accordo per la modifica, che piace all’estrema destra.

Su questo si può facilmente argomentare che il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari fa divieto di fornire anche tecnologia, oltre a materie prime e armi complete, a Paesi non dotati di testate nucleari.

Questa può essere considerata senza dubbio una fonte giuridica sufficiente per estendere alle armi nucleari (almeno) la qualifica di “vietate”.

 

Questa proposta di modifica del Regolamento delegato 2020/1818 predisposta dalla Commissione europea è stata trasmessa al Parlamento europeo, il secondo dei tre legislatori europei, dove il 26 novembre è stato respinto con 392 voti contrari, 236 favorevoli e 34 astenuti un documento contrario alla modifica del Regolamento 2020/1818, presentato da Sinistra, Verdi e Socialisti, con una nuova alleanza inedita tra Partito Popolare e i gruppi di estrema destra europei.

 

I risparmiatori che vogliono investire in modo sostenibile dovranno vigilare con attenzione.

Restava, in teoria, solo la possibile obiezione del Consiglio europeo.

 Ma entro i termini previsti, l’organismo, come prevedibile, non ha eccepito nulla.

Dunque la modifica al Regolamento delegato è stata pubblicata nell’Official Journal of the Europea Union (l’equivalente della Gazzetta Ufficiale) il 30 dicembre 2025.

 Il Regolamento modificato è entrato in vigore il 20esimo giorno dopo la pubblicazione.

E si applicherà a partire dal 30 giugno 2026 per quanto riguarda gli indici di riferimento già esistenti autorizzati prima della sua data di entrata in vigore (quindi, avrà anche effetto retroattivo).

 

Così, da quella data, il risparmiatore che vorrà investire in un fondo di finanza sostenibile secondo la normativa europea se ne potrebbe tornare a casa avendo nel proprio portafoglio azioni di imprese produttrici di armi nucleari.

Starà solo a lui chiedere, informarsi, discutere eventualmente e, soprattutto scegliere.

È davvero uno stravolgimento di tutta la strategia e la normativa di supporto sulla finanza sostenibile che la Commissione europea aveva creato durante il primo mandato di Ursula von der Leyen.

 Se anche le armi nucleari sono sostenibili, niente più è sostenibile. Restano solo i fondi etici e quelli degli operatori che vorranno rimanere coerenti e fedeli ad una idea della sostenibilità che abbia ancora un qualche senso.

 

 

 

Ue, allarme austerity: «Prepariamoci

a ridurre i consumi. Presto misure

per famiglie e imprese.»

ilsole24ore.com – (31 marzo 2026) - Dan Jorgensen – Redazione – ci dice:

 

Il commissario europeo all’Energia Dan Jorgensen: «Un mese di conflitto sono costati 14 miliardi».

La possibilità, sempre meno remota, di una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz risveglia in Europa lo spettro dell’austerità energetica, effetto dello choc petrolifero che seguì alla guerra del Kippur dell’ottobre 1973.

 Il commissario europeo all’Energia Dan Jorgensen, in vista della videoconferenza di oggi tra i ministri Ue dell’Energia, ha inviato una lettera in cui invita gli Stati membri a valutare «misure di riduzione della domanda», in particolare nel settore dei «trasporti».

Il problema sono proprio i carburanti:

«Dipendiamo dai mercati globali - ricorda Jorgensen - per il nostro approvvigionamento di combustibili fossili, in diretta concorrenza con altri consumatori.

 L’intensificarsi della concorrenza globale per le forniture disponibili potrebbe introdurre una maggiore volatilità nei mercati europei».

 «A breve termine - sottolinea il commissario - desta particolare preoccupazione la dipendenza dell’Ue dalla regione del Golfo Persico per i prodotti petroliferi raffinati, aggravata dalla limitata disponibilità di fornitori alternativi e di capacità di raffinazione per prodotti specifici all’interno dell’Ue».

 

Jorgensen: potrebbe servire una riduzione della domanda.

Gli Stati membri, aggiunge Jorgensen, sono pertanto «incoraggiati a prepararsi tempestivamente in previsione di una potenziale interruzione prolungata (delle scorte di petrolio, ndr).

Oltre al rilascio di scorte di emergenza, le misure volontarie di riduzione della domanda rappresentano un ulteriore strumento di risposta essenziale».

Pertanto, «considerata la situazione attuale, gli Stati membri sono invitati a valutare la promozione di misure di riduzione della domanda, in conformità con i propri piani di emergenza, con particolare attenzione al settore dei trasporti. Per evitare di «aggravare le difficoltà di approvvigionamento», gli Stati membri per la Commissione «dovrebbero astenersi dall’adottare misure che possano aumentare il consumo di carburante, limitare la libera circolazione dei prodotti petroliferi o disincentivare la produzione delle raffinerie dell’Ue>.

 

«Presto misure per famiglie e imprese»

 

La Commissione europea sta lavorando «a un insieme di misure che presenteremo presto per sostenere gli Stati membri nel proteggere sia le famiglie che le imprese» dai rincari energetici, ha detto ancora Jorgensen, riunione informale, senza sbilanciarsi sui tempi di presentazione.

«Dobbiamo mantenere la rotta sulla nostra strategia a lungo termine», ha osservato.

 «Questa crisi ci dimostra ancora una volta che la nostra esposizione agli shock energetici esterni è una vulnerabilità importante.

 E questo è legato alla nostra dipendenza dai combustibili fossili importati», ha aggiunto.

 «Questo è un mio incoraggiamento chiarissimo per gli Stati membri: occorre fare tutto il possibile per generare più energia da fonti rinnovabili», continua Jorgensen.

 «Ci sono alcuni progetti che sono quasi finiti, ma per l’assenza di stoccaggio, per problemi di rete, eccetera, non si sono ancora conclusi. Quindi incoraggiamo caldamente gli Stati membri a accelerare queste procedure affinché si concludano»,

 

«Preservare il mercato interno».

Gli Stati dovrebbero anche “valutare - continua Jorgensen - il potenziale impatto transfrontaliero delle misure nazionali e consultarsi con gli Stati membri limitrofi e con la Commissione per preservare la coerenza a livello Ue e il funzionamento del mercato interno».

 Data la «volatilità» della situazione attuale, aggiunge il commissario, «sono essenziali meccanismi di monitoraggio efficaci e di rapida condivisione delle informazioni, anche da parte del settore industriale, come produttori, importatori, distributori, gestori di infrastrutture, raffinerie e altre imprese rilevanti».

Per salvaguardare la disponibilità di prodotti petroliferi sul mercato dell’Ue, gli Stati membri «sono incoraggiati a rinviare qualsiasi manutenzione non urgente delle raffinerie.

Inoltre, gli Stati membri sono invitati a valutare la possibilità di incrementare l’utilizzo dei biocarburanti, che potrebbero contribuire a sostituire i prodotti petroliferi di origine fossile e ad alleviare la pressione sul mercato».

 

«Un mese di conflitto sono costati 14 miliardi».

«Ora più che mai, è estremamente importante che tutti noi restiamo uniti e agiamo insieme. Permettetemi di iniziare con alcuni dati: dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, i prezzi nell’Ue sono aumentati di circa il 70% per il gas e del 60% per il petrolio.

In termini finanziari, 30 giorni di conflitto hanno già aggiunto 14 miliardi di euro alla spesa per le importazioni di combustibili fossili dell’Unione. Questi numeri dipingono un quadro molto chiaro: mentre la crisi in Medio Oriente entra nel suo secondo mese, è evidente che ci troviamo di fronte a una situazione molto grave»., afferma ancora il commissario per l’Energia, Dan Jorgensen.

 

Energia. Forte la dipendenza

energetica dell’Ue dall’estero.

Hitechambiente.com – Vanessa C. – (25 Marzo 2026) – News – Redazione – ci dice:

 

Energia. Forte la dipendenza energetica dell’Ue dall’estero.

Nel 2024, l’Unione Europea ha dimostrato una forte dipendenza energetica dall’estero.

 Secondo recenti dati riportati da Eurostat nel report “Energy Europe 2026”, infatti, solo il 43% dell’energia disponibile è stata prodotta all’interno dell’Ue, mentre la parte restante (57%) è stata importata.

 

Nel report si legge che il mix energetico dell’Ue continua a essere fortemente sbilanciato sui combustibili fossili, con i prodotti petroliferi al primo posto (38%), seguiti dal gas naturale (21%); restano dietro le energie rinnovabili (20%), il nucleare (12%) e i combustibili solidi (10%).

 

Per quanto riguarda, invece, la produzione elettrica interna dell’Unione si nota una significativa prevalenza di fonti rinnovabili, che nel 2024 hanno rappresentato il 48% del totale della produzione elettrica; segue il nucleare (28%), i combustibili solidi (15%), il gas naturale (5%) e il petrolio (3%).

 

In termini di energia disponibile lorda, le differenze tra i Paesi membri sono evidenti: Cipro (86%), Malta (85%) e Lussemburgo (60%) fanno largo uso di petrolio, mentre il gas naturale è particolarmente rilevante in Italia (36%), Paesi Bassi (31%) e Ungheria (29%). Le energie rinnovabili hanno la meglio in Svezia, Lettonia e Danimarca, mentre il nucleare pesa soprattutto in Francia (40%) e i combustibili solidi restano centrali in Estonia e Polonia.

 

Sul fronte delle importazioni dei prodotti energetici, petrolio e prodotti petroliferi dominano con il 67% del totale, seguiti dal gas naturale (24%); quote ridotte riguardano, invece, i combustibili fossili solidi (4%), l’elettricità (3%) e le energie rinnovabili (2%).

 

Nel dettaglio, il bel Paese importa soprattutto gas (37%), mentre Paesi come Cipro (96%) e Malta (86%) dipendono quasi interamente dal petrolio. L’elettricità ha un peso rilevante in Estonia e Lussemburgo, mentre le importazioni di energia rinnovabile restano marginali, sebbene più diffuse in Danimarca e Lettonia.

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