Col lavoro si può ridare dignità alla persona.

 

Col lavoro si può ridare dignità alla persona.

 

 

“Il lavoro deve ridare dignità alle persone”:

 l’appello di un autista TPl di Foggia

 contro disoccupazione e precariato.

Statoquotidiano.it – (30 giugno 2026) – Giovanna Ambo – Cronaca Foggia – Redazione – ci dice:

 

«Il lavoro non deve essere soltanto uno scambio tra prestazione e stipendio, ma uno strumento di dignità, inclusione sociale e partecipazione alla vita della comunità».

"Il lavoro deve ridare dignità alle persone": l'appello di un autista TPl di Foggia contro disoccupazione e precariato.

 

FOGGIA – «Il lavoro non deve essere soltanto uno scambio tra prestazione e stipendio, ma uno strumento di dignità, inclusione sociale e partecipazione alla vita della comunità».

È questo il messaggio lanciato da un autista conducente del “Trasporto pubblico locale” di Foggia, che interviene sul tema della disoccupazione e della precarietà, proponendo un maggiore coinvolgimento delle istituzioni.

Secondo il lavoratore, il diritto al lavoro deve riguardare indistintamente tutti i cittadini, comprese le persone con disabilità, nel pieno rispetto dei principi sanciti dalla Costituzione italiana.

«L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e questo principio deve tradursi nella possibilità concreta, per ogni persona, di costruire la propria indipendenza economica e sociale», afferma.

 

L’autista evidenzia come la precarietà rappresenti oggi uno dei principali ostacoli alla costruzione di un progetto di vita.

«Molti giovani e tanti lavoratori rinunciano perfino a immaginare un futuro perché non hanno la certezza di un contratto stabile.

Senza sicurezza economica è difficile comprare una casa, creare una famiglia o semplicemente essere autonomi.»

 

Nel suo intervento viene denunciata anche una distribuzione del lavoro ritenuta poco equa.

«Continuo a vedere famiglie in cui lavorano quasi tutti i componenti e altre dove nessuno riesce a trovare un’occupazione. Le istituzioni devono intervenire con maggiore attenzione, collaborando meglio con i Centri per l’impiego e con le agenzie interinali.»

L’autista richiama inoltre l’attenzione sulle conseguenze psicologiche della disoccupazione.

«Chi resta senza lavoro rischia di sentirsi inutile, emarginato, fino a cadere nella depressione.

Nei casi più gravi si arriva persino a pensare che la propria vita non abbia più valore. Questo non può essere ignorato.»

 

Tra le proposte avanzate vi è l’istituzione di un albo comunale dedicato ai disoccupati e ai lavoratori precari, attraverso il quale le amministrazioni possano coinvolgere i cittadini in attività di pubblica utilità.

«Le persone devono sentirsi arruolate per il bene comune. In attesa di un impiego stabile possono svolgere lavori di manutenzione del verde, pulizia delle strade, giardinaggio e altri servizi utili alla collettività, ricevendo un compenso regolare attraverso strumenti previsti dalla legge, come i voucher.»

 

Secondo il conducente, tali attività dovrebbero essere accompagnate da percorsi di formazione e da tutte le misure necessarie a garantire la sicurezza nei luoghi di lavoro.

«Il lavoro deve diventare un’abitudine quotidiana, proprio come accade con le altre attività della vita. Così si favoriscono inclusione, socializzazione e senso di appartenenza.»

 

Nel suo intervento non manca una critica all’azione della politica, accusata di limitarsi troppo spesso agli annunci.

«Non servono comizi o slogan. Le amministrazioni devono dimostrare concretamente di essere vicine ai cittadini. Chi è disoccupato deve sapere che le istituzioni sono pronte a bussare alla sua porta per coinvolgerlo in attività utili alla comunità.»

Infine, l’autista sottolinea come una maggiore partecipazione al lavoro possa rappresentare anche uno strumento di prevenzione sociale.

«Solo così possiamo allontanare le persone dalla strada e dalla tentazione del denaro facile, contrastando fenomeni come furti, truffe e spaccio.

Il lavoro resta il più importante strumento di integrazione e di crescita civile.»

 

L’intervento si conclude con un appello alle amministrazioni locali affinché il diritto al lavoro venga considerato una priorità assoluta, non soltanto sul piano economico ma anche su quello sociale e umano.

(Giovanna Ambo).

 

 

 

Dallo sfruttamento alla dignità:

 il lavoro tra storia, diritto e realtà.

Lamagistratura.it - Monica Mastrandrea – (1° Maggio 2026) – Redazione – ci dice:

 

La Festa del Lavoro affonda le sue radici in una stagione di conflitto, quando il lavoro non era ancora un diritto ma una condizione segnata da sfruttamento e assenza di garanzie che, negli Stati Uniti della seconda metà dell’Ottocento, portò uomini e donne ad iniziare ad organizzarsi, a rivendicare limiti, chiedendo di fatto che il lavoro non consumasse la vita.

 

Il 1° maggio 1886 quella domanda divenne sciopero.

 A Chicago, migliaia di lavoratori scesero in piazza.

Nei giorni successivi, la protesta si trasformò in tragedia:

prima gli spari contro gli operai davanti a una fabbrica, poi l’esplosione di una bomba durante un comizio in “Ha market Squadre”, infine, la repressione e i processi che condussero alla condanna a morte di alcuni militanti, passati alla storia come i “martiri di Chicago”.

 

La vicenda di “Ha market Affaire” segna il momento in cui il lavoro entra nel diritto attraverso il conflitto senza essere riconosciuto come valore condiviso, ma come problema di ordine pubblico.

 Da allora, molto è cambiato. Ma non tutto.

 

Se si guarda al presente, il lavoro è formalmente tutelato, riconosciuto, costituzionalizzato.

 E tuttavia, accanto a questa architettura giuridica, sopravvive, e in alcuni contesti si espande, una realtà diversa: quella dello sfruttamento.

 

Non si tratta più soltanto di orari e salari.

 Il fenomeno si è trasformato, si è fatto più complesso, spesso più invisibile.

 Oggi lo sfruttamento si intreccia con le migrazioni, con le disuguaglianze globali, con la vulnerabilità di chi si trova ai margini. Non è raro che il lavoro perda la sua dimensione contrattuale per assumere tratti prossimi alla costrizione:

 lavoro irregolare, condizioni degradanti, dipendenza economica e sociale che annulla, di fatto, libertà e dignità.

 

Le analisi più recenti sul tema mostrano chiaramente come lo sfruttamento non sia una deviazione marginale, ma un fenomeno articolato e strutturale, radicato in assetti economici, sociali e migratori che si alimentando della vulnerabilità e, al tempo stesso, producono vulnerabilità.

Il fenomeno non è circoscrivibile a poche fattispecie, ma costituisce un insieme fluido e in espansione di pratiche lesive dei diritti fondamentali, che colpiscono soprattutto persone già esposte a condizioni di marginalità, povertà, disuguaglianze, migrazioni forzate, discriminazioni.

La vulnerabilità non è un elemento accessorio, ma rappresenta la condizione che rende possibile lo sfruttamento.

 

 Qui emerge il nodo più delicato: la distanza tra diritto e realtà.

Il diritto del lavoro e il diritto penale hanno costruito, nel tempo, strumenti di tutela sempre più sofisticati.

Eppure, la loro efficacia si scontra con un limite ricorrente:

la difficoltà di emersione dello sfruttamento quando esso si nasconde nel sommerso.

 Le persone sfruttate sono spesso invisibili.

Non solo perché isolate, ma perché collocate in una posizione tale da non poter emergere:

per paura, per dipendenza, per assenza di alternative.

E questa invisibilità è una condizione funzionale allo sfruttamento stesso.

Le esperienze maturate anche nell’ambito giudiziario mostrano quanto sia decisivo rovesciare lo sguardo:

non limitarsi a qualificare giuridicamente i fatti, ma ascoltare le persone, comprendere le dinamiche, riconoscere che dietro la violazione individuale si cela un fenomeno che incide sulla legalità dell’economia e sulla qualità della convivenza civile.

Lo sfruttamento, infatti, non colpisce solo chi lo subisce.

Altera la concorrenza, penalizza le imprese corrette, produce un abbassamento generale degli standard di legalità.

È una frattura che riguarda l’intero tessuto sociale.

 

Se si torna con lo sguardo a” Ha market”, si coglie un elemento che attraversa il tempo:

la distanza tra il riconoscimento formale del lavoro e la sua condizione reale.

Allora, la richiesta era semplice e radicale: limitare l’orario, rendere il lavoro compatibile con la vita.

 Oggi, la questione si presenta in forme diverse, ma non meno profonde: garantire che il lavoro non diventi strumento di sfruttamento, che non si trasformi in una zona grigia in cui i diritti si dissolvono.

 

Il diritto, nel frattempo, ha conosciuto un’evoluzione profonda:

 ha progressivamente riconosciuto il lavoro come luogo di tutela, ha costruito garanzie, ha definito responsabilità.

 E tuttavia questa costruzione, per quanto articolata, si misura con un limite ricorrente:

 la difficoltà di intercettare una realtà che cambia, che si riorganizza, che tende a spostarsi nelle zone meno visibili del sistema produttivo.

Non è dunque in discussione l’esistenza del diritto, ma la sua capacità di incidere effettivamente sulle condizioni materiali del lavoro, là dove lo sfruttamento si manifesta in forme nuove e spesso opache.

È in questo scarto tra riconoscimento formale e realtà concreta che si colloca la questione decisiva.

 

Una distanza che la letteratura aveva colto con lucidità ben prima che il diritto tentasse di colmarla.

 

In “Germinal”, “Zola” scrive dello sfruttamento non come un’eccezione, ma come un ordine delle cose:

un sistema chiuso, in cui il lavoro coincide con la sopravvivenza e la dignità resta ai margini.

E tuttavia, proprio dentro quel sistema, prende forma una consapevolezza nuova, un movimento che lentamente affiora e incrina l’equilibrio esistente.

Non è una rottura improvvisa, ma una pressione sotterranea, che cresce, si organizza, trova voce e mostra al lettore che lo sfruttamento non si limita a opprimere, ma produce – quasi inevitabilmente – una domanda di riconoscimento dell’uomo e della sua dignità.

 

Se si guarda al presente, quella dinamica non appare esaurita.

Le forme sono cambiate, i contesti si sono trasformati, ma resta, sotto la superficie, una stessa linea di frattura:

tra il lavoro come luogo di dignità e il lavoro come spazio di compressione dei diritti.

Anche oggi, ciò che accade spesso non è immediatamente visibile.

 Si muove ai margini, si annida nelle pieghe del sistema produttivo, emerge solo quando la soglia della sopportazione viene superata.

 

E allora il riferimento a” Germinal” non è solo memoria letteraria.

 È una chiave di lettura. Ricorda che ciò che è nascosto può riemergere, che ciò che appare stabile può incrinarsi, che sotto la superficie delle relazioni economiche si accumulano tensioni che prima o poi chiedono riconoscimento.

 

È a questo punto che il discorso ritorna, inevitabilmente, al diritto.

La nostra Costituzione si apre con il riconoscimento di una Repubblica democratica “fondata sul lavoro”:

non si tratta di una formula descrittiva, ma di una affermazione che vede il lavoro come fondamento della convivenza civile, luogo in cui si misura la dignità della persona e la qualità della democrazia.

 

Ma proprio per questo, quella formula costituzionale continua a interrogarci.

 Perché ogni volta che il lavoro diventa sfruttamento, ogni volta che la persona viene ridotta a funzione produttiva, ogni volta che la dignità arretra, quella promessa costituzionale si incrina.

Tra” Ha market” e oggi non c’è solo una distanza storica.

 C’è una domanda che attraversa il tempo.

 È la stessa che emerge dalle pagine di Zola, dalle lotte operaie, dalle storie contemporanee che faticano a essere viste:

 se il lavoro possa essere davvero il luogo della libertà, o se resti, in alcune sue forme, il punto più esposto alla sua negazione.

 

La risposta non è affidata solo alle leggi, ma alla capacità delle istituzioni, della giurisdizione e dell’intera comunità di renderle vive ed effettive nella realtà concreta del lavoro.

È forse questo il senso più profondo di quel “fondata”:

non una formula da proclamare, ma una promessa da mantenere. Qualcosa che deve essere continuamente costruito, difeso, reso effettivo.

 

 

 

«Magnifica Humanitas» e intelligenza artificiale nella giustizia: dall’enciclica di Leone XIV al dibattito giuridico italiano. O BABELE O GERUSALEMME di Mariano Sciacca Coordinatore scientifico” Progetto Lex Intel”.

Dirittogiustiziaecostituzione.it – (03 giugno 2026) - giustizia, intelligenza artificiale, Leone XIV, Magnifica Humanitas, persona umana – Redazione – ci dice:

 

La Lettera Enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV (15 maggio 2026), primo documento magisteriale pontificio interamente dedicato all’intelligenza artificiale, propone un quadro di principi antropologici e di discernimento etico di straordinaria profondità.

 Il presente contributo esamina la struttura argomentativa dell’enciclica e i suoi contenuti fondamentali;

procede poi a mostrare come quei principi — la non-neutralità algoritmica, la custodia della persona, il primato dell’accountability, il controllo umano effettivo — trovino eco e declinazione specifica nel dibattito giuridico italiano sull’intelligenza artificiale nella giustizia, un ambito governato da fonti di natura radicalmente diversa:

il Regolamento (UE) 2024/1689, la Legge n. 132/2025 e le linee guida del Consiglio Superiore della Magistratura.

L’incontro tra i due piani — quello dei principi universali e quello delle norme tecniche — non è comparazione tra testi omogenei, ma riconoscimento della medesima preoccupazione di fondo articolata in registri propri e irriducibili.

 

PARTE PRIMA — LA MAGNIFICA HUMANITAS: STRUTTURA, CONTENUTI, PRINCIPI.

 

1. Genesi e collocazione nel Magistero sociale.

 

La Magnifica Humanitas si inscrive nella linea evolutiva del Magistero pontificio inaugurata dalla Rerum novarum di Leone XIII (1891) — di cui l’enciclica celebra il 135° anniversario — e proseguita attraverso la Populorum progressio (1967) di Paolo VI, la Centesimus annus (1991) di Giovanni Paolo II e la Laudato si’ (2015) di Francesco.

 Ogni grande svolta tecnologica e sociale ha trovato nel Magistero sociale una risposta articolata, fondata sulla dignità inalienabile della persona e sul principio del bene comune.

 

L’enciclica, composta da 245 paragrafi articolati in un’introduzione, cinque capitoli e una conclusione, è il primo intervento magisteriale di rango enciclico interamente dedicato all’intelligenza artificiale.

 Il suo orizzonte è universale: si rivolge a tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, credenti e non credenti, in dialogo con le scienze, le istituzioni e la cultura.

Questa universalità non è una limitazione, è la vocazione propria del Magistero:

 proporre principi capaci di fondare il discernimento in ogni contesto, lasciando alle singole culture, ordinamenti e comunità il compito della declinazione concreta.

 

2. Architettura argomentativa e chiave ermeneutica.

 

L’architettura interna del documento rivela una strategia argomentativa rigorosa che muove dal generale al particolare.

I Capitoli 1 e 2 costruiscono il fondamento teologico-antropologico:

la Dottrina sociale come patrimonio vivo di sapienza;

la dignità trinitaria della persona umana (imago Dei);

 i principi del bene comune, della destinazione universale dei beni, della sussidiarietà, della solidarietà.

Il Capitolo 3 affronta il cuore del problema — «Tecnica e Dominio» — con la sezione dedicata all’”IA” (n. 93-111).

 Il Capitolo 4 scende nelle sfide concrete di verità, lavoro e libertà.

Il Capitolo 5 affronta la dimensione bellica e geopolitica.

La Conclusione propone il programma di vita cristiana nell’era algoritmica.

 

La chiave ermeneutica trasversale è una dicotomia biblica di straordinaria forza evocativa:

la Torre di Babele (Gn 11,1-9) come metafora del rischio tecnocratico — «un linguaggio unico, capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni» (n. 10) — e la ricostruzione di Gerusalemme da parte di Neemia (Ne 2-6) come modello di costruzione responsabile, condivisa, attenta alle paure delle persone e fedele alla pluralità delle voci.

 «La prima scelta non è tra un sì o un no alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme», tra un potere che si illude di dominare il cielo e una comunità che, in umiltà, si mette a lavorare insieme per la convivenza fraterna.

 

3. I principi fondamentali: una mappa tematica.

 

3.1. Il rifiuto della neutralità tecnologica e il paradigma tecnocratico.

 

Il primo snodo concettuale dell’enciclica è il rifiuto della neutralità tecnologica.

Leone XIV riprende la critica al paradigma tecnocratico avviata da Francesco nella “Laudato si”, radicalizzandola nel contesto digitale.

Ogni sistema di “IA,” afferma il documento, «porta con sé scelte e priorità:

 ciò che misura, ciò che ignora, ciò che ottimizza e il modo in cui classifica persone e situazioni» (n. 104).

 La tecnica non va considerata nemica dell’uomo — «essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto fatto profondamente umano» — ma il paradigma tecnocratico che la orienta può trasformarla in strumento di dominio.

 

Particolare rilievo assume la denuncia della concentrazione del potere digitale:

 «il controllo delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati e della capacità di calcolo non è appannaggio degli Stati, ma di grandi attori economici e tecnologici» (n. 95), creando asimmetrie epistemiche, economiche e politiche che il documento qualifica come «nuovi monopoli dell’IA» (n. 109) e che rischiano di distorcere le regole stesse del discorso pubblico e democratico.

 

3.2. La definizione dell’IA e i suoi limiti ontologici.

 

Leone XIV offre una caratterizzazione dell’IA sobria e precisa.

I sistemi di IA sono più «coltivati» che «costruiti»:

gli sviluppatori non ne progettano ogni dettaglio, ma creano un’architettura sulla quale il sistema «cresce», con la conseguenza che aspetti fondamentali del funzionamento restano ignoti anche ai progettisti (n. 98).

Soprattutto, tali sistemi «non vivono un’esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore» (n. 99):

 possono imitare linguaggi e comportamenti, ma non capiscono ciò che producono, perché non abitano il mondo affettivo, relazionale e spirituale nel quale l’umano diventa sapiente.

 

Questa precisazione ontologica non è accademica:

ha conseguenze normative dirette. Nessun algoritmo può sostituire il giudizio morale, che «implica coscienza, responsabilità personale e riconoscimento dell’altro come persona» (n. 198).

 Da qui la radicale messa in questione di qualsiasi forma di delega decisionale su diritti, libertà, opportunità alle macchine.

 

3.3. Deresponsabilizzazione e accountability.

 

Il terzo nucleo concettuale è la denuncia della deresponsabilizzazione per delega algoritmica:

 «affidare, nei fatti, a un algoritmo il potere di selezionare chi merita e chi no, senza che nessuno si assuma più il peso della decisione» (n. 103).

Quando la decisione si automatizza o si opacizza, cresce il rischio che la responsabilità si dissolva nell’infrastruttura tecnica:

 l’ingiustizia «si fa silenziosa e la compassione, la misericordia e il perdono […] scompaiono dall’orizzonte» (n. 103).

 

Il rimedio che l’enciclica propone è il principio di accountability:

«la possibilità di identificare chi deve rendere conto delle decisioni, motivarle, controllarle e, quando necessario, contestarle e rimediare ai danni che ne derivano» (n. 105).

 La catena di responsabilità — chi progetta, chi addestra, chi autorizza, chi utilizza — deve restare sempre identificabile e verificabile.

È questo il criterio che trasforma un principio morale in garanzia giuridicamente azionabile.

 

3.4. Lavoro, verità, libertà nell’era algoritmica.

 

Il Capitolo 4 sviluppa le sfide concrete con un’attenzione che trascende la retorica.

Sul lavoro, l’enciclica denuncia il paradosso per cui l’IA, pur promettendo di farsi carico delle mansioni ordinarie, produce spesso dequalificazione, sorveglianza automatizzata e riduzione dei lavoratori a esecutori di istruzioni macchina (n. 150).

Sulla verità, il documento avverte che chi controlla le piattaforme digitali possiede «una notevole capacità di incidere sull’immaginario collettivo» (n. 136):

gli algoritmi che selezionano e amplificano i contenuti modellano ciò che le persone credono vero.

 Sulla libertà, Leone XIV individua il rischio di nuove forme di dipendenza e mercificazione della persona, inclusa la simulazione artificiale di relazioni affettive (n. 100-101).

 

3.5. Le armi autonome: il confine invalicabile.

 

La sezione più giuridicamente densa dell’enciclica riguarda i sistemi d’arma ad autonomia operativa.

 L’IA in campo bellico rende la guerra «più praticabile» e «meno soggetta al controllo umano», contraddicendo il principio dell’ultima ratio (n. 197).

Il documento è categorico: «non è lecito affidare a sistemi artificiali decisioni letali o comunque irreversibili» (n. 198), perché «il giudizio morale non è riducibile a un calcolo: esso implica coscienza, responsabilità personale e riconoscimento dell’altro come persona» (n. 198).

Tre criteri operativi vengono enunciati: tracciabilità delle decisioni; controllo umano effettivo e consapevole sulla forza letale;

111regole internazionali condivise per frenare la corsa agli armamenti tecnologici (n. 200).

 

3.6. Le soluzioni: custodia, governance, «disarmatura».

 

Le proposte dell’enciclica si articolano su tre livelli. Sul piano normativo-istituzionale: «Non basta invocare genericamente l’etica: servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito» (n. 106).

 Sul piano culturale-educativo: un’«ecologia della comunicazione» (n. 137), un’«igiene dell’attenzione» (n. 146), un’alleanza educativa rinnovata tra famiglia, scuola e comunità. Sul piano politico-radicale: «disarmare» l’IA, sottraendola «alla logica della competizione armata […] renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita» (n. 110).

 

Il programma sintetico del documento è racchiuso nel lemma della «custodia» dell’umano, declinata in ogni dimensione: «far crescere la tecnica senza far regredire il cuore» (n. 126).

 Non tecno-fobia, non tecno-idolatria: discernimento responsabile, che assume il limite come risorsa e non come difetto, e che riconosce nella fragilità dell’umano non un errore da correggere ma il luogo dove si apre la comunione.

 

PARTE SECONDA — I PRINCIPI DELLA MAGNIFICA HUMANITAS NEL DIRITTO DELL’IA GIUDIZIARIO ITALIANO.

 

4. Piani distinti, medesima preoccupazione di fondo.

 

La Magnifica Humanitas è un atto del Magistero pontificio:

si rivolge all’umanità intera con il linguaggio della Dottrina sociale, fonda l’analisi sulla dignità ontologica della persona e propone principi di discernimento universali.

Il diritto positivo italiano sull’IA nella giustizia — il Regolamento (UE) 2024/1689[13], la Legge n. 132/2025[14], le Linee guida del CSM[15] — opera in un registro radicalmente diverso:

quello della norma tecnica, della fattispecie giuridica, della sanzione, dell’effettività istituzionale.

Nessuna di queste fonti richiede all’altra di fare ciò che non le appartiene; nessuna è incompleta rispetto all’altra.

Il Magistero non legifera; la legge non redime.

 

Eppure, chi lavora nel settore giustizia si trova esposto a entrambi questi piani nello stesso momento: è soggetto al diritto positivo che disciplina l’uso dell’IA nel processo, ed è interpellato — come persona e come professionista — dalla domanda di senso che l’enciclica pone. La questione non è quale dei due piani sia «più completo», ma come essi si articolino nell’esperienza concreta di chi esercita la funzione giurisdizionale.

Il presente contributo intende esplorare proprio questa articolazione:

mostrare come i principi universali dell’enciclica trovino, nel dibattito tecnico-giuridico italiano sull’IA nella giustizia, una declinazione specifica, con strumenti propri e finalità proprie.

 

Leone XIV è del resto il primo ad avvertire esplicitamente l’esigenza di questa mediazione: «Non è mia intenzione offrire qui una trattazione sull’intelligenza artificiale […]. Mi limito a richiamare alcuni elementi essenziali per un discernimento morale e sociale che custodisca il primato della persona» (n. 97). Il lavoro di traduzione concreta dei principi in politiche, norme e prassi operative è affidato ai competenti: legislatori, giuristi, tecnici, istituzioni.

 

Il Magistero indica la direzione; i singoli ordinamenti percorrono la strada.

 

5. Il principio di non-neutralità algoritmica: dalla diagnosi magisteriale alla norma tecnica.

 

L’enciclica afferma che ogni sistema di IA incorpora «una certa idea di persona e di società» inscritta nei dati e nei modelli che lo costituiscono (n. 104).

Questo principio — che opera al livello della filosofia della tecnica — trova nel diritto positivo una declinazione specifica attraverso la figura del bias algoritmico e dell’opacità computazionale.

Il Regolamento (UE) 2024/1689 vi risponde con obblighi di trasparenza, requisiti di robustezza e valutazione d’impatto sui diritti fondamentali (art. 27) per i sistemi ad alto rischio.

 Il dibattito accademico italiano ha ulteriormente elaborato il concetto di condizionamento surrettizio:

la capacità di un sistema formalmente ausiliario di influenzare il processo cognitivo del magistrato — attraverso meccanismi di priming, anchoring bias, automation bias — senza che tale influenza sia visibile o dichiarata.

 

Il principio magisteriale e la norma tecnica non si sovrappongono, ma si corrispondono: l’enciclica interroga la visione del mondo incorporata nel sistema; il diritto positivo disciplina le condizioni di uso, le procedure di verifica, le responsabilità conseguenti. Sono risposte a scale diverse della medesima domanda: a chi risponde un algoritmo che decide?

 

6. Accountability: da principio etico a garanzia giuridica.

 

Leone XIV usa la parola accountability senza traduzione — scelta linguistica consapevole — per indicare la condizione irrinunciabile di qualsiasi governance dell’IA: l’identificabilità di chi decide, motiva, controlla e risponde delle conseguenze (n. 105). Nel diritto positivo italiano questa esigenza trova una doppia espressione normativa. Il Regolamento (UE) 2024/1689 art. 14 impone l’human overnight come requisito strutturale dei sistemi ad alto rischio:

la sorveglianza umana non è formalità ma capacità effettiva di comprendere l’output, riconoscerne i limiti, intervenire quando necessario.

La Legge n. 132/2025 art. 15 comma 1 esprime la medesima esigenza nella forma della riserva di giurisdizione: «è sempre riservata al magistrato ogni decisione sull’interpretazione e sull’applicazione della legge, sulla valutazione dei fatti e delle prove e sull’adozione dei provvedimenti».

 

Il registro è diverso — etico-universale nell’enciclica, tecnico-positivo nella norma — ma la struttura della preoccupazione è identica: che nessuna decisione che incida su diritti fondamentali possa nascondersi nell’opacità di un processo automatizzato senza che qualcuno ne risponda. La Legge italiana porta questa logica alla sua conseguenza estrema: non supervisione rafforzata, ma riserva esclusiva e non delegabile alla persona fisica del magistrato.

 

7. La custodia cognitiva: quando il diritto opera dove il Magistero avverte.

 

Uno dei passaggi più originali della Magnifica Humanitas riguarda la crisi cognitiva indotta dalla delega algoritmica. Leone XIV avverte che la facilità e velocità di ottenere risposte dall’IA «può abituarci a delegare troppo e a cercare risposte pronte, indebolendo il giudizio personale e la creatività» (n. 100), e che l’educazione rischia di produrre persone che «sanno molte cose ma faticano a dare un orientamento alla propria vita, anche a causa dell’incapacità di connettere le informazioni e le conoscenze» (n. 146). È la diagnosi di una società che scambia la velocità dell’accesso alle informazioni con la profondità della comprensione.

 

Nel dominio giuridico, questa diagnosi trova riscontro nelle ricerche sulle neuroscienze cognitive applicate alle professioni: l’uso prolungato di sistemi automatizzati può determinare indebolimento funzionale delle capacità analitiche, di sintesi, di ragionamento sillogistico secondo il principio neurobiologico del «use it or lose it». È il fenomeno che il dibattito accademico ha denominato atrofia cognitiva, oggi entrato nel circuito delle preoccupazioni istituzionali: la Delibera CSM n. 118/VV/2024 richiama espressamente la necessità di preservare l’«integrità cognitiva» del magistrato come condizione di esercizio della funzione giurisdizionale.

 

L’enciclica avverte della minaccia dal piano culturale e spirituale; il diritto positivo e la ricerca scientifica la presidiano sul piano tecnico e normativo. Non vi è sovrapposizione, ma un continuum di responsabilità che scende dalla diagnosi di civiltà alla regola operativa.

 

8. La «terza via»: custodia dell’umano e intelligenza aumentata.

 

L’enciclica propone come risposta ai rischi tecnologici non il rifiuto ma la custodia: «far crescere la tecnica senza far regredire il cuore» (n. 126). L’IA può essere un «aiuto prezioso» (n. 100) a condizione che «sia sempre l’intelligenza umana, con la sua coscienza e la sua libertà, a guidare le innovazioni tecniche e a stabilirne con responsabilità l’uso e i limiti» (n. 97). Non è né accettazione acritica né rifiuto tecnofobico: è una terza via fondata sull’antropologia cristiana e aperta al dialogo con ogni tradizione di pensiero.

 

Nel dibattito giuridico-tecnico italiano, questa posizione trova espressione nel paradigma dell’intelligenza aumentata: l’IA come strumento di amplificazione cognitiva che potenzia senza sostituire, che assiste senza decidere. È un’opzione che presuppone il pieno rispetto della riserva di giurisdizione, si traduce operativamente in metodologie strutturate di interazione con i sistemi — il cosiddetto legal prompting — e richiede la formazione continua del magistrato come presidio principale contro l’automation bias.

 Il Progetto Lex Intel, attivo presso il Tribunale di Catania – prima sperimentazione strutturata di LLM nel processo civile italiano autorizzata dal Ministero della Giustizia in collaborazione con CINI e Politecnico di Milano – costituisce il banco di prova empirico di questa opzione.

 

I due piani — quello della custodia proposta dall’enciclica e quello dell’intelligenza aumentata elaborata nel dibattito giuridico — non si traducono reciprocamente, perché appartengono a linguaggi diversi. Ma parlano della stessa cosa: che l’essere umano rimanga al centro, capace di giudicare, di sbagliare, di perdonare, di crescere; che nessuna macchina, per quanto sofisticata, possa appropriarsi di quella responsabilità.

 

9. I dati come bene comune: dall’enunciato magisteriale alla norma.

 

L’enciclica afferma con nettezza che «la proprietà dei dati non può essere affidata solo a privati, ma va regolamentata. Essi sono frutto del contributo di molti e non possono essere venduti o affidati a pochi» (n. 108). È l’applicazione del principio della destinazione universale dei beni al dominio digitale, e costituisce un invito esplicito a una politica pubblica del dato.

 

Nel settore giustizia questo principio si traduce in vincoli specifici che la regolamentazione vigente già presidia parzialmente: divieto di utilizzo di dati giudiziari per la profilazione dei magistrati (la cui problematica è già stata affrontata dal legislatore francese e monitorata in Italia); obbligo di anonimizzazione dei dati di addestramento; limiti alla commercializzazione di banche dati giurisprudenziali da parte di soggetti privati; requisiti di trasparenza sui dataset usati per sviluppare sistemi destinati al settore pubblico. Il principio magisteriale opera come orientamento teleologico che il diritto positivo deve implementare con strumenti tecnici proporzionati.

 

10. Il contributo dell’enciclica al dibattito giuridico: un’autorità di principio.

 

Qual è il contributo specifico della Magnifica Humanitas al dibattito giuridico sull’IA nella giustizia? Non è un contributo normativo — l’enciclica non detta fattispecie, non crea obblighi, non sanziona condotte.

 È un contributo di fondazione antropologica: offre la risposta alla domanda «perché», che il diritto positivo non può porsi senza trascendere il proprio registro.

 

L’enciclica afferma che la persona umana è sempre «la via della Chiesa» (n. 50), mai strumento, mai dato, mai output algoritmo. Questa affermazione è pre-giuridica, nel senso proprio del termine: sta prima del diritto, ne costituisce il fondamento ultimo, e orienta l’interpretazione sistematica delle norme.

 Il principio dell’human overnight — che il Regolamento (UE) 2024/1689 art. 14 pone come requisito tecnico — trova nella Magnifica Humanitas la propria giustificazione antropologica profonda: non è una regola di funzionamento, è la traduzione tecnica di un’esigenza costitutiva della dignità umana.

 

In questa prospettiva, la denuncia magisteriale dell’allineamento etico insufficiente — «non serve un’IA più morale, se questa morale è decisa da pochi» (n. 107) — non è un’obiezione alla regolazione tecnica ma la sua condizione di legittimità: qualsiasi framework di governance dell’IA che non si interroghi sul potere di chi ne controlla lo sviluppo resta formalmente corretto ma sostanzialmente cieco.

 

Tavola di articolazione — Principi dell’enciclica e loro declinazione nel diritto dell’IA giudiziario italiano.

 

CONCLUSIONI.

 

La Magnifica Humanitas è un documento che non si rivolge ai giuristi, ma i giuristi non possono ignorarlo. Non perché imponga regole — non è questo il suo compito — ma perché propone la risposta alla domanda che ogni regola deve presupporre senza potersela porre: perché la persona umana merita di essere protetta da qualsiasi forma di dominio algoritmico?

 

La risposta dell’enciclica è teologico-antropologica: la persona è «immagine del Dio trinitario» , voluta per la relazione e non per la prestazione, portatrice di una dignità ontologica che nessuna efficienza può scalfire e nessun codice può catturare.

Questa risposta non compete con quelle che l’ordinamento giuridico fornisce — art. 101 Cost., riserva di giurisdizione, human overnight, accountability algoritmica — ma le fonda: il diritto positivo presidia con le proprie armi ciò che il Magistero affida alla coscienza e alla ragione.

 

Per chi opera nel settore giustizia, il contributo specifico della Magnifica Humanitas è duplice.

 Sul piano istituzionale, offre una legittimazione universale al principio della riserva di giurisdizione: la scelta italiana di riservare in modo assoluto al magistrato ogni decisione su interpretazione della legge, valutazione dei fatti e adozione dei provvedimenti non è una posizione tecnico-regolatoria parrocchiale, è la declinazione normativa di una verità antropologica che il Magistero della Santa Sede enuncia con autorità propria.

Sul piano culturale, l’enciclica ricorda che i rischi dell’IA nella giustizia non sono solo tecnici o giuridici: sono rischi di civiltà.

 La deriva verso una giustizia algoritmica non sarebbe solo una violazione di norme; sarebbe la perdita di qualcosa di costitutivamente umano nell’atto del giudicare.

 

Leone XIV chiude l’enciclica con l’immagine di Gerusalemme che si riedifica: «questa è la via di Gesù Cristo, ieri, oggi e sempre» (n. 242).

 Per chi lavora nelle istituzioni giudiziarie, «ricostruire Gerusalemme» significa custodire — con le norme, con la formazione, con la coscienza critica — quella dimensione irriducibilmente umana del decidere che nessuna macchina potrà mai abitare.

 

 

 

Preservare la dignità.

La chiave della libertà personale.

 Hopemedia.it – (30 Aprile 2025) – Spiritualità- Redazione Hope media Italia – ci dice:

 

Come possiamo riconoscere le violazioni della dignità e il loro impatto sulla vita quotidiana?

 

“Genia Rusca” – Dignità è una parola potente, che evoca un valore umano fondamentale; sebbene intangibile, gioca un ruolo cruciale nella vita quotidiana.

 Per capire quando la nostra dignità è violata, dobbiamo prima comprenderne il significato e i diritti che la proteggono. Soprattutto, è essenziale riconoscere che la dignità di ogni persona è inviolabile, tutelata sia dalle Costituzioni che dalla Dichiarazione universale dei diritti umani.

Un valore umano intrinseco.

Nell’antichità, il diritto alla dignità era spesso interpretato in chiave meritocratica.

Oggi, è compreso in un contesto democratico in cui tutte le persone, non solo coloro che hanno privilegi o successo, hanno il diritto di essere trattate con dignità.

Da una prospettiva cristiana, gli esseri umani sono le uniche creature sulla terra che riflettono l’immagine di Dio (Imago Dei), il che li rende intrinsecamente dignitosi.

Anche i movimenti filosofici, emersi dopo il XVII, secolo affermano il valore assoluto di ogni essere umano.

Tuttavia, diversamente dalle prospettive religiose, la filosofia attribuisce la dignità umana all’autonomia razionale, una qualità innata conferita dalla natura, piuttosto che dalla divinità.

 

Il filosofo Immanuel Kant, per esempio, descrisse la dignità come un valore intrinseco della specie umana, appartenente agli individui indipendentemente dai meriti personali o dall’estrazione sociale.

 La sua reinterpretazione laica del concetto cristiano di dignità è sopravvissuta, plasmando campi contemporanei come il diritto, la politica e l’etica, fondati su principi universali ed egualitari.

Dignità nella vita quotidiana.

Nel libro “The art of the good life” (l’arte di vivere bene),” Rolf Debelli “definisce la dignità come “un’area nettamente delineata della mia vita che comprende tutto ciò che non è negoziabile.

Contiene preferenze e principi che non necessitano di giustificazioni”.

Pertanto, nelle nostre interazioni quotidiane, la dignità riflette l’essenza dell’essere umano: avere autocontrollo, rimanere fedele alle proprie convinzioni e ai propri valori, e trattare gli altri con onore, indipendentemente dal loro ambiente o dalle loro affiliazioni.

Serve anche come misura di integrità all’interno di una comunità, radicata nell’onestà, nella reciprocità e nel rispetto.

 

La dignità, quindi, è un valore intrinseco, qualcosa su cui non si può scendere a compromessi. È strettamente legata alla libertà di pensiero e di coscienza, e rifiuta, in quanto inaccettabili, azioni come inganno, insulti, danni, ingiustizia, diffamazione, negligenza o prevaricazione.

 

Dignità in famiglia.

Nell’ambito della vita familiare, la dignità è uno dei pilastri fondamentali che sostengono le relazioni armoniose. In sostanza, la dignità riguarda il rispetto di sé e degli altri. Onorare la dignità, l’individualità e la capacità di fare le proprie scelte è essenziale affinché l’amore cresca in modo equilibrato, appagante e significativo nella coppia.

 

Purtroppo, il matrimonio può a volte trasformarsi da rifugio sicuro, come era stato concepito, a contesto di incertezza e disagio. L’alto tasso di divorzi a livello globale testimonia come le buone intenzioni iniziali spesso svaniscano nel tempo, lasciando i coniugi con la sensazione di essere estranei che si infliggono a vicenda ferite emotive.

 

Una delle violazioni più gravi della dignità all’interno di una famiglia è la violenza domestica, che può assumere molteplici forme: verbale, psicologica, fisica, sessuale, finanziaria, sociale, spirituale o persino digitale.

Il filo conduttore di questi comportamenti distruttivi è il trattamento degradante, umiliante e restrittivo inflitto alla vittima, che l’altro membro violento della coppia ritiene indegna di rispetto.

Col tempo, le vittime spesso si condizionano ad accettare i maltrattamenti, interiorizzando la convinzione di meritarli e questo porta a una profonda perdita di autostima; ci si considera immeritevoli di amore, sostegno e comprensione. In questi casi, un intervento specializzato è fondamentale per aiutare a ricostruire la fiducia della vittima e riaffermare il suo diritto alla felicità.

 

Esistono anche altri modi, più sottili, in cui la dignità è minata all’interno di una famiglia, influenzando i rapporti tra coniugi, genitori e figli, fratelli e sorelle e membri della famiglia allargata.

Tra questi, situazioni in cui un membro della famiglia si sente non riconosciuto, sottovalutato o messo a tacere, che si tratti di un fratello o di una sorella oggetto di favoritismi, di un parente anziano ignorato e trascurato, o di un adolescente trattato come un bambino, con la sua autonomia e capacità decisionali sminuite.

 

Dignità sul posto di lavoro.

Il posto di lavoro è un altro ambiente in cui si può abusare del potere; spesso si manifesta con comportamenti aggressivi, intimidatori o sprezzanti nei confronti dei subordinati.

Può comprendere una serie di azioni ostili che non solo minacciano la capacità dei dipendenti di svolgere il proprio compito, ma erodono anche il clima lavorativo generale.

 Che tali problemi emergano nelle relazioni gerarchiche o tra pari, la violazione della dignità – una forma insidiosa di molestie sul posto di lavoro – ha un impatto diretto sulla produttività.

 I dipendenti sottoposti a tale trattamento possono demotivarsi, perdere la concentrazione o disimpegnarsi dal perseguire l’eccellenza.

 

Oltre alle difficoltà professionali, le vittime di molestie sul posto di lavoro soffrono spesso di disturbi legati allo stress, tra cui ansia, depressione, calo di autostima, sensi di colpa e insonnia.

Molti, alla fine, scelgono di lasciare l’impiego nel tentativo di eliminare la fonte del loro disagio.

Se questi comportamenti diventano parte integrante della cultura aziendale, anche le organizzazioni stesse ne subiscono le conseguenze.

Gli abusi non colpiscono solo i singoli individui, ma anche il fatturato, la reputazione e l’immagine pubblica dell’impresa.

 

Sebbene discutere di queste questioni possa sembrare rischioso, soprattutto quando le vittime temono di essere ignorate o addirittura incolpate da coloro che gestiscono la cattiva condotta sul posto di lavoro, il silenzio non è una soluzione.

Per quanto sia difficile, portare alla luce tali situazioni è una linea d’azione valida e necessaria per chi subisce maltrattamenti.

 Invece di rimanere in silenzio, le vittime che documentano le proprie esperienze, raccolgono prove concrete e cercano un soccorso legale possono svolgere un ruolo cruciale nel contestare – e, in definitiva, smantellare – la normalizzazione degli abusi sul posto di lavoro.

 

Altri aspetti della dignità.

Le violazioni della dignità possono verificarsi anche a livello istituzionale, quando organizzazioni pubbliche o private violano i diritti fondamentali, come quelli dei pazienti, delle persone con disabilità o delle minoranze. Anche i media non sono esenti; in nome della libertà di parola e dell’incessante ricerca del sensazionalismo, la rappresentazione di alcune figure pubbliche, e persino di privati cittadini, spesso manca di ritegno etico.

Casi di disprezzo per la dignità si possono riscontrare anche nelle interazioni quotidiane, che si tratti del traffico, di un negozio o di un incontro di routine tra genitori e insegnanti, dove le divergenze di opinione superano i limiti della civiltà.

 

Naturalmente, la violazione della dignità può manifestarsi anche in relazione a sé stessi, spesso legata a bassa autostima, sensi di colpa o negazione del proprio valore. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che le prime persone di cui dobbiamo rispettare la dignità siamo proprio noi stessi.

 

La frequenza degli episodi di violazione della dignità, più o meno gravi, visibili o sensibili, e la tendenza a ignorarli a causa della passività di coloro che ne sono direttamente colpiti, che scelgono di non parlare apertamente delle proprie esperienze o di ricorrere alle vie legali quando necessario, contribuiscono a perpetuare l’idea che la dignità sia qualcosa di relativo e soggettivo, con confini flessibili e un’elevata tolleranza alla frustrazione.

 

In realtà, per quanto possa sembrare astratto, complesso o ambiguo, la dignità è un diritto universale, che deve essere sia richiesto che concesso.

È il riconoscimento di ogni individuo come unico, prezioso e capace di crescere, insieme all’aspettativa di essere trattato di conseguenza.

 Si estende oltre quanto semplicemente affermato nei regolamenti ufficiali; al suo centro, si tratta di dare valore alla vita stessa e al suo Creatore.

 

 

Il lavoro è dignità e non carità!

Focusitaliaewb.it – (1° maggio 2026) – Giuseppe Reale – Lavoro – Redazione – ci dice:

 

Pensando all’annuale Festa del I° maggio mi sono ricordato di un episodio di vita familiare:

un rapporto lavorativo sull’orlo della rottura;

un franco scambio di opinione e, quindi, un’espressione con cui una cara amica pose fine sul nascere a ipotetiche controversie.

Sintetizzando, infatti, mirabilmente i termini della questione dibattuta, ricordò a tutti come “il lavoro sia dignità e non carità”.

 Si dirà che si tratta in fondo di una diffusa acquisizione e ciò probabilmente è anche vero dal punto di vista di un confronto che sia “politicamente corretto”;

tuttavia, il confronto con l’usura della vita quotidiana e un rapporto lavorativo spesso ci conduce su di un piano inclinato, in cui sarà difficile distinguere gli elementi della posta in gioco.

In fondo il concetto stesso di organizzazione – come spesso ricordo a giovani studenti di master in specializzazione aziendale – è una sospensione temporanea di un principio supremo ed inviolabile di libera individualità, a favore, invece, di un’organicità così raggiunta solo per il raggiungimento di un obiettivo più grande, che non potrebbe essere alla portata del singolo.

Si tratta, dunque, di una sospensione temporanea e a certe condizioni, che nella comune giurisprudenza si chiama accordo contrattuale.

 Un accordo sottoscritto, nel quadro di garanzie bilaterali, è lo scenario che il diritto del lavoro e al lavoro ha ottenuto come riequilibrio delle parti e tentativo di calmierare i conflitti sociali.

 La giurisprudenza del lavoro non è concessione sindacale, ma la conseguenza di un mutuo riconoscimento e di un’articolazione sociale a cui attenersi, partendo dalla consapevolezza di un potenziale rischio di squilibrio tra le parti.

Nella fattispecie della Carta costituzionale del nostro Paese, andrebbe certo meglio considerato il principio espresso con l’art. 4 con cui “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”.

Questo diritto andrebbe prioritariamente ascritto in capo alla responsabilità dello Stato e non agito solo nei confronti del diritto d’impresa dei singoli, fatto salvo il dovere di restituzione sociale per chi faccia ricorso ad agevolazioni e sostegni governativi.

In linea di principio, infatti, qualsiasi sottoscrizione contrattuale deve poter avere delle reciproche clausole di garanzia ma anche di rescissione, secondo un riequilibrio delle parti.

Il ruolo dello Stato come arbitro e come giudice di valutazione sta proprio qui, facendosi carico in prima persona dell’esecutività di un diritto alla dignitosa sussistenza.

 L’ascensore sociale del miglioramento lavorativo, da una parte, dovrebbe incrociare una mobilità del sistema del lavoro, che, senza diventare una giungla dei diritti di garanzia, dovrebbe favorire l’interscambio.

Questo ruolo di riequilibrio e di protezione dei più fragili è specifico di chi ha la delega al governo, mentre l’impresa dovrebbe ritrovare una possibilità di sviluppo che non sia schiacciata da un sistema fiscale e previdenziale, che nel nostro Paese aggrava prepotentemente qualsiasi ipotesi gestionale.

In altri termini, va trovato un punto di equilibrio tra la soglia di un salario minimo per il lavoratore e l’alleggerimento del carico della tassazione, che spesso riduce al minimo qualsiasi capacità di onesta impresa.

La giustizia sociale resta ancora il fondamento della stabilità della vita democratica e non basta la legittima archiviazione delle ricette socialiste e/o comuniste, per ritenere risolto il problema.

 Il Capitale (1867) di Marx può legittimamente essere considerato solo come un classico del pensiero filosofico ed economico, ma le diseguaglianze sociali restano tali ed alimentano divisione e contrapposizioni.

D’altra parte, proprio l’odierna accelerazione tecnologica e digitale delinea nuovi scenari, in cui vecchie e nuove paure rischiano di farci precipitare nel caos.

 

La necessità di lavorare per la comune sussistenza di singoli e di gruppi sociali è non solo un appello all’operosità, alla progettazione creativa, al patto comune, ma è ciò che ci obbliga a diventare un corpo organizzato, in assenza del quale i nostri sforzi sarebbero imprigionati nei nostri stessi limiti.

 Questa comune evidenza, tuttavia, riguarda sia la dimensione trasversale delle forze strumentali, resesi disponibili sul mercato del lavoro, ma è anche il bene essenziale di chi si dedica all’obiettivo progettuale più organico, ovvero farsi impresa per un’azione comune.

Che cosa sarebbe, infatti, un progetto imprenditoriale senza la strumentalità collaborativa dei singoli?

Ma che cosa potrebbero queste stesse forze, se non strutturate nello sforzo di farne un’impresa comune?

L’equilibrio sociale è nel mutuo riconoscimento del bisogno di un’azione collaborativa, in cui uguaglianza e giustizia sono i principi basilari della loro progettualità, poiché la sola strumentalità del lavoro non può bastare al raggiungimento di un obiettivo così ambizioso.

Senza il mutuo riconoscimento di una coappartenenza non vi potrà mai essere un progetto efficace!

Ciò significa che la visione oppositiva del conflitto sociale deve costantemente superarsi nella prospettiva di una relazionalità indispensabile.

La lettura hegeliana ottocentesca del conflitto necessario alla Storia per l’inveramento di sé stessa resta un’analisi tragica e veritiera sia negli esiti novecenteschi del trionfo delle ideologie dittatoriali del nazismo/fascismo sia del comunismo.

Il conflitto è condannato a non essere transitorio e temporaneo, ma strutturale in tutte le esperienze drammatiche che la storia reale ha generato, con il risulto di una macchina che si impalla su sé stessa.

L’opposizione è strutturale in tutte le nostre relazioni, ma è solo lo sforzo di attraversale orientandole, che ci genera come una società.

In una metafora calcistica, che cosa sarebbe il talento di un calciatore senza l’inserimento in una visione di gioco proposta da un allenatore?

Ma che cosa potrebbe farsene un allenatore della sua tecnica sportiva senza la capacità di esprimerla e rappresentarla grazie al talento dei singoli, quando sono schierati come una squadra in campo?

La tensione del conflitto è parte di questo avvicinamento, è una faglia tellurica della quale, talvolta, l’esperienza quotidiana vorrebbe volentieri farne a meno scappando.

 Certo è che la soluzione non può essere affidata solo all’aspettativa del “posto fisso”, come fa il nostro “Checco Zalone” interpretando sé stesso – insieme ai sogni di milioni di italiani – nell’esilarante” Quo vado” (2016):

un trentottenne avvinghiato inossidabilmente al mito raggiunto del posto fisso nella pubblica amministrazione.

Le sue consolidate abitudini vengono messe in crisi dall’amore e dalla sorpresa di una vita nascente, che lo conducono ad uno stravolgimento di orizzonti e lo spingono a rimettersi in gioco.

Questa divertente e spietata fotografia resta purtroppo tanto vera ed attuale come un vero esodo, che si mette al riparo di un sistema ingessato nella burocrazia pubblica o nell’eldorado di un “posto nella scuola”.

 Ci sarebbe certo da chiedersi se questo blocco dell’amministrazione dello Stato non costituisca la vera cappa allo sviluppo del nostro Paese, anche se ogni propaganda liberale, alla maniera berlusconiana, si è sempre purtroppo trasformata solo nell’esclusiva erosione delle garanzie dei lavoratori.

Da entrambi i versanti del problema, sia nell’apparato pubblico che nella necessaria dinamicità dell’impresa privata, è, invece, centrale la questione del suo capitale umano, che non è questione da “comunisti”, ma prima ancora elemento per un’analisi economica.

 In queste considerazioni spesso ancora fermi bloccati alla strumentalità della forza lavoro, come se l’energia collaborativa possa essere del tutto estrinseca al vissuto dei singoli lavoratori.

 L’economia classica si è basata generalmente sull’osservazione di tre indicatori: la terra, il capitale fisico (ovvero i mezzi di produzione) e il lavoro.

Negli anni successivi alla Seconda Guerra mondiale la crescita esponenziale dell’economia, al di là delle previsioni, spinse a valutare e a rivedere le teorie diffuse sulla base di “un explained residual” che andava invece elencato tra gli indicatori in gioco.

 La crescita produttiva, al di là delle più rosee previsioni, dipendeva, infatti, dai costi sostenuti negli investimenti in cultura e istruzione, che aveva differenziato l’impatto lavorativo in ragione delle specificità individuali.

Questa constatazione sembrerebbe del tutto banale, ma, di fatto, ha introdotto un elemento di valutazione che non può più esternalizzare la forza del lavoro rispetto al lavoratore stesso, rappresentandolo nella dovuta attenzione al suo capitale umano.

 La demografia qualitativa (cfr. Jean Sutter 1911-1998) considera il valore della singola persona e la creatività applicativa che lo esprime, introducendo tra le cause economiche il valore dei fattori umani di natura educativa e culturale.

 

Insomma, quanto impatta nella crescita economica di un’azienda il valore del capitale umano portato ed espresso dai singoli lavoratori?

 In questa prospettiva davvero ogni lavoratore è di per sé sostituibile o questo riconoscimento valoriale lo sottrae alla funzione di un posto occupato e lo trasforma in un attore di sistema?

Un’attenta – ma necessaria – analisi valutativa delle forze, non solo strumentali, in gioco, sarebbe un buon modo per superare la deplorata esclusiva riduzione finanziaria e quantitativa dell’economia, per coglierne tutte le funzioni in un’ottica di riequilibrio sociale.

 Sicuramente il profilo creativo e di talento del singolo dovranno costituire il valore aggiunto di ogni analisi produttiva, proprio mentre si è sfidati dalla velocizzazione dei processi che il ricorso all’intelligenza artificiale sta rendendo possibile.

La sfida di competenze allargherà, come già sta avvenendo, la forbice tra i professionisti esperti della digitalizzazione e quanti si limitano ad applicarne le possibilità per lo sviluppo delle tradizionali o nuove attività, ma, soprattutto, renderà sempre più urgente interrogarsi su quale sia la misura del valore socializzante dell’economia ed il contributo del capitale umano portato in dote.

Mentre i robot ci sfidano, ormai al di là delle tradizionali catene di produzione, sulla velocità dell’esecuzione e la sicurezza della ripetizione, gli umani dovranno ancor più metter in gioco il talento della loro capacità di trasformare creativamente un’incognita, non ancora prevista dal software di sistema, nella possibilità di una geniale ed inaspettata soluzione.

 

 

 

«Il grande tema è il lavoro.»

La teologia del lavoro

di Papa Francesco.

Lavorodirittieuropa.it – (7 luglio 2025) - Bruno Bignami – Principi e fonti – Redazione – ci dice:

 

In tredici anni di pontificato Papa Francesco è intervenuto molte volte sul tema del lavoro, dimostrando non solo una competenza personale, ma ancor di più una capacità di riflessione originale.

 Troviamo interventi molto diversi tra loro quanto a impegno magisteriale (un conto è un’enciclica e un conto un’esortazione apostolica, un discorso durante un’udienza non ha lo stesso valore di un documento postsinodale…) e questo non va ignorato.

Alcuni discorsi, peraltro, si collocano in luoghi particolari o con persone speciali, che meritano tutta l’attenzione del caso.

Straordinario, per esempio, e quasi insuperabile rimane il discorso tenuto all’Ilva di Genova il 27 maggio 2017, così come i diversi interventi con i movimenti popolari, che aiutano a fare luce sul principio di sussidiarietà e a comprendere l’importanza di un protagonismo dal basso delle persone che la società tende a mettere ai margini o considera scarti.

Infine, non si può dimenticare che il magistero di Francesco conosce due livelli inseparabili:

il contenuto e il gesto che indica sempre un impegno concreto.

 Bergoglio viene ricordato soprattutto per aver attivato processi e non semplicemente per aver fatto belle meditazioni.

Unico rimane il tentativo di organizzare la speranza in campo economico attraverso il movimento denominato Economy of Francesco:

 giovani imprenditori, imprenditrici, economisti e “chance makers” si sono incontrati, a partire da una lettera di invito del Papa datata 1° maggio 2019, per immaginare un’economia civile, capace di valorizzare le persone e di promuovere sostenibilità ambientale, di creare impresa sociale e di costruire luoghi di pace.

Un movimento culturale destinato a far intrecciare esistenze e sogni.

Il percorso qui proposto conoscerà tre tappe: si metterà in rilievo la teologia del lavoro che sottostà al magistero di Francesco, si approfondirà il senso del lavoro che emerge da diversi documenti sociali e, infine, si analizzerà la condizione lavorativa che conosce anche in questo tempo forme di sfruttamento e di ingiustizia sociale.

 

1. Gesù «il falegname» (Mc 6,3): per una teologia del lavoro.

Chi accosta le pagine del magistero di Francesco dedicate al lavoro non può non rimanere meravigliato dalla prospettiva cristocentrica.

Spesso la teologia del lavoro trova fondamento esclusivo nell’opera di Dio Creatore:

l’uomo è collaboratore e continuatore della creazione voluta dal Padre.

 Il Papa argentino sembra evidenziare molto di più l’attività lavorativa di Gesù Cristo.

 La questione torna in diversi interventi.

Gesù lavora con le sue mani, tanto da essere definito non solo il «figlio del falegname», Giuseppe, ma lui pure «falegname» in Mc 6,3.

L’annotazione evangelica indica la semplicità della vita di Cristo, che non appare per nulla straordinaria e non fa comprendere agli abitanti di Nazareth la sua divinità.

Nella catechesi su san Giuseppe falegname (12 gennaio 2022) Francesco spiega che il termine greco nekton, tradotto dai Padri della Chiesa latina con «falegname», in realtà indica molto di più:

nella Palestina ai tempi di Gesù il legno serviva per costruire aratri, mobili, ma anche case con serramenti di legno e tetti a terrazza costruiti con travi dove si mescolano rami e terra. Probabilmente «falegname» sta per «carpentiere», indicando nello stesso tempo sia l’artigianato del legno sia il lavoro operaio tipico dell’edilizia.

La memoria del lavoro di Gesù si trova nell’enciclica “Laudato si” (LS) 98, ma trova riprese significative nelle esortazioni apostoliche “Amoris laetitia” (AL) e “Christus vivit” (ChV).

I trent’anni in cui «Gesù si guadagnò il pane lavorando con le sue mani» (AL 65) sono un apprendistato rispetto alla vita.

 Cristo ha avuto un rapporto positivo con il mondo. Imparando l’abilità delle mani come artigiano ha preso contatto quotidiano con la materia, ha santificato l’esperienza lavorativa.

Il fatto che fosse riconosciuto dai suoi concittadini come un lavoratore è un dettaglio che rivela chi era davvero Gesù:

«un ragazzo del villaggio come gli altri e che aveva relazioni del tutto normali.

Nessuno lo considerava un giovane strano o separato dagli altri.

Proprio per questo motivo, quando Gesù si presentò a predicare, la gente non si spiegava da dove prendesse quella saggezza:

“Non è costui il figlio di Giuseppe?” (Lc 4,22)» (ChV 28). Cristo ha imparato un mestiere da Giuseppe, crescendo nella bottega:

una condivisione profonda dell’umanità, rivelando il volto positivo del lavoro.

 Nell’udienza all’associazione Confartigianato (10 febbraio 2024) Francesco ha ricordato che Gesù

«ha vissuto per diversi anni tra pialle, scalpelli e attrezzi di carpenteria.

Ha imparato il valore delle cose e del lavoro.

 Il consumismo ha diffuso una brutta mentalità: la mentalità dell’“usa e getta”.

Ma il creato non è una somma di cose, è dono, “un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode” (Enc. Laudato si, 12).

E voi artigiani ci aiutate ad avere occhi diversi sulla realtà, a riconoscere il valore e la bellezza della materia che Dio ha messo nelle nostre mani» .

In questo discorso il Papa si è fermato sugli occhi dell’artigiano, che hanno uno sguardo originale sulla realtà. Egli

«ha la capacità di riconoscere nella materia inerte un capolavoro prima ancora di realizzarlo.

 Quello che per tutti è un blocco di marmo, per l’artigiano è un elemento di arredo;

quello che per tutti è un pezzo di legno, per un artigiano è un violino, una sedia, una cornice!

L’artigiano arriva prima di tutti a intuire il destino di bellezza che può avere la materia.

E questo lo avvicina al Creatore».

L’abilità manuale di Gesù sottolinea questa caratteristica del lavoro:

 trasforma la materia secondo un progetto e un disegno. Gesù artigiano sa vedere un capolavoro nella materia inerte:

ciò rivela anche il suo stile di approccio alle persone. Quando in Mt 25 egli si identifica con il povero, ossia l’affamato, l’assetato, lo straniero, il malato, il detenuto, il bisognoso di vestito, intende riconoscere la profonda dignità di ogni persona.

 Gesù ha incontrato le fragilità umane, spirituali, economiche e sociali, e si è prodigato per il pieno recupero della persona.

Il Gesù Cristo artigiano offre le basi per una teologia del lavoro:

la manualità trasforma e valorizza la creazione.

Senza l’attività lavorativa probabilmente Gesù non avrebbe dimostrato la straordinaria familiarità con quei luoghi di lavoro di cui si è servito per narrare parabole. Molte immagini prese dalle professioni esistenti al suo tempo introducono al Regno di Dio, raccontano il suo mistero e fanno comprendere il suo amore.

Le parabole prendono vita nell’ordinarietà dei lavori presenti nella terra di Gesù, a testimonianza di un’abilità sul campo e di un occhio attento ai lavoratori e alle lavoratrici: contadini, pescatori, fornai, falegnami, banchieri, servitori, artigiani…

Si vede una sopraffina sensibilità per il lavoro umano.

 Si percepisce che la fatica quotidiana di Gesù rimanda sia al mistero dell’incarnazione sia a quello della redenzione.

Le pagine della Bibbia mostrano tutta la bontà del lavoro umano. In AL 23 Francesco ricorda il Sal 128, dove la dignità umana è associata all’opera delle mani: «Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene» (v. 2). Il lavoro è parte della dignità umana, visto nella sua positività. Il riferimento che torna spesso in Francesco è Gen 2,15: Dio prende l’uomo e lo pone nel giardino di Eden «perché lo coltivasse e lo custodisse». La citazione ritorna tre volte in LS (n. 66-67-124), a evidenziare che siamo nel cuore del messaggio cristiano. Coltivare e custodire concretizzano la cura dell’uomo che attraverso il lavoro migliora il mondo, trasforma il creato, guadagna il pane e coltiva se stesso. Dunque, Dio lavora e invita a lavorare. Bergoglio ne è così convinto da riprendere in AL 24 alcuni passi biblici che sottolineano l’importanza del lavoro:

«Nel Libro dei Proverbi si presenta anche il compito della madre di famiglia, il cui lavoro viene descritto in tutte le sue particolarità quotidiane, attirando la lode dello sposo e dei figli (cfr 31,10-31). Lo stesso apostolo Paolo si mostrava orgoglioso di aver vissuto senza essere di peso per gli altri, perché lavorò con le sue mani assicurandosi così il sostentamento (cfr At 18,3; 1 Cor 4,12; 9,12). Era talmente convinto della necessità del lavoro, che stabilì una ferrea norma per le sue comunità: “Chi non vuole lavorare, neppure mangi” (2 Ts 3,10; cfr 1 Ts 4,11)».

Teologicamente parlando, il lavoro diventa il caso serio della vita. Dio crea e opera continuamente, Gesù ha lavorato, l’apostolo Paolo si è mantenuto con le sue mani, la Bibbia descrive con dovizie di particolari le attività di lavoratori. Tutto fa supporre che non sia possibile la vita cristiana senza il lavoro. Francesco ricorda che

«fare non equivale a produrre. Mette in gioco la capacità creativa che sa tenere insieme l’abilità delle mani, la passione del cuore e le idee della mente. Le vostre mani - rifletteva per Confartigianato - sanno realizzare moltissime cose che vi rendono collaboratori di Dio. Dice il Signore: «Come l’argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani» (Ger 18,6). Benedite e ringraziate il Signore per il dono delle mani e per il lavoro che vi consente di esprimere».

Perciò, il lavoro è anche luogo di santificazione. In un passaggio dell’esortazione apostolica Gaudete et exsultate (GE) il Papa si rivolge a tutti con la domanda: «Sei un lavoratore? Sii santo compiendo con onestà e competenza il tuo lavoro al servizio dei fratelli» (GE 14). Una teologia del lavoro così audace trova fondamento nei racconti evangelici: si pensi alla guarigione di un uomo dalla mano paralizzata (Mc 3,1-6). Con quel gesto Gesù ha restituito all’uomo la capacità di lavorare e la sua dignità. Ancora oggi, analizza Bergoglio nel terzo incontro Mondiale dei movimenti popolari il 5 novembre 2016, ci sono persone dalle mani atrofizzate e compito della Chiesa è

«aiutare a guarire il mondo dalla sua atrofia morale. Questo sistema atrofizzato è in grado di fornire alcune “protesi” cosmetiche che non sono vero sviluppo: crescita economica, progressi tecnologici, maggiore “efficienza” per produrre cose che si comprano, si usano e si buttano inglobandoci tutti in una vertiginosa dinamica dello scarto... Ma questo mondo non consente lo sviluppo dell’essere umano nella sua integralità, lo sviluppo che non si riduce al consumo, che non si riduce al benessere di pochi, che include tutti i popoli e le persone nella pienezza della loro dignità, godendo fraternamente la meraviglia del creato. Questo è lo sviluppo di cui abbiamo bisogno: umano, integrale, rispettoso del creato, di questa casa comune» .

La teologia del lavoro è un fascio di luce su tutta la realtà: rivela chi è Dio, manifesta l’umanità di Cristo, fa comprendere il senso dell’attività manuale, migliora la creazione. Tutto si tiene.

 

2. Il lavoro «dimensione irrinunciabile della vita sociale» (FT 162)

L’orizzonte teologico del lavoro illumina quello antropologico. Che senso ha lavorare? È esperienza che promuove la persona o la schiavizza? Di fronte alle correnti sommerse che vedono nel lavoro un peso, una fatica, una necessità per sopravvivere, lo sguardo di Papa Francesco si fa acuto. Il lavoro è cosa buona. Realizza e promuove la persona, perché le assicura «la possibilità di far germogliare i semi che Dio ha posto in ciascuno, le sue capacità, la sua iniziativa, le sue forze» (Fratelli tutti - FT 162). Permette una vita dignitosa, rialza il povero dalla dipendenza sociale, riscatta l’umanità dal nichilismo e dalla chiusura autoreferenziale, costruisce una comunità. Da qui l’esigenza di garantire a tutti l’accesso al lavoro, perché è il modo ordinario con cui ciascuno può contribuire al bene comune ed esercitare la sua cittadinanza attiva. Il punto più elevato di sintesi del valore del lavoro lo troviamo in FT 162 quando il Papa scrive: «In una società realmente progredita, il lavoro è una dimensione irrinunciabile della vita sociale, perché non solo è un modo di guadagnarsi il pane, ma anche un mezzo per la crescita personale, per stabilire relazioni sane, per esprimere sé stessi, per condividere doni, per sentirsi corresponsabili nel miglioramento del mondo e, in definitiva, per vivere come popolo». Ecco le ragioni che sostengono un impegno quotidiano. Afferisce al lavoro non solo la possibilità di guadagnarsi da vivere, ma ancora di più l’opportunità di esprimersi con i propri talenti, maturare la comprensione di sé, far crescere la propria appartenenza alla comunità, contribuire alla costruzione di un mondo migliore.

Proprio quest’ultimo punto riprende l’approdo definitivo di LS, secondo cui «in qualunque impostazione di ecologia integrale, che non escluda l’essere umano, è indispensabile integrare il valore del lavoro» (LS 124). In sostanza, l’attività umana si prende cura del mondo e lo rende casa abitabile per tutti. Non sempre, purtroppo, assistiamo a una corretta concezione del lavoro, perché non basta fermarsi alla dimensione oggettiva, ossia a ciò che il lavoro produce. Nell’epoca degli investimenti in armi sempre più potenti e distruttive, questo livello non va trascurato, per evitare una relazione distorta dell’uomo con la materia e le cose, ma non è sufficiente. Occorre salvaguardare la sua dimensione soggettiva, se è vero che «qualsiasi forma di lavoro presuppone un’idea sulla relazione che l’essere umano può o deve stabilire con l’altro da sé» (LS 125). Il lavoro manifesta la vocazione personale in rapporto a tutte le altre creature. Non a caso alcune esperienze monastiche come quella di san Benedetto da Norcia hanno voluto unire la preghiera e l’attività manuale (ora et labora), coniugando la dimensione contemplativa con quella attiva, il raccoglimento con la fatica, la preghiera con l’operosità, la mistica con l’azione. Si deve al monachesimo, dunque, la coraggiosa fedeltà alla Parola di Dio: il lavoro non va semplicemente sopportato, ma gustato. Non è una triste necessità, ma un dono, tanto che «tale maniera di vivere il lavoro ci rende più capaci di cura e di rispetto verso l’ambiente, impregna di sana sobrietà la nostra relazione con il mondo» (LS 126). Quando vengono meno la contemplazione e la cura, anche il lavoro subisce stravolgimenti. Si assiste alla distorsione del rapporto con la creazione, che anziché migliorare il mondo, lo vive come cava da cui estrarre le risorse necessarie per l’accumulo di beni e il loro consumo in mano a pochi privilegiati. Il lavoro, invece, rende possibile il miglioramento materiale della società, il progresso morale e la realizzazione del destino spirituale dell’uomo. Attraverso l’opera delle mani la persona mette in gioco la creatività, fa crescere le sue capacità, esercita una comunicazione con gli altri, progetta il futuro e rafforza un atteggiamento contemplativo.

Ecco perché il lavoro è il caso serio della società, soprattutto dei più giovani. Francesco ha dedicato al lavoro alcuni numeri specifici della ChV, il documento pubblicato nel 2019 in seguito al Sinodo sui giovani. La situazione di precarietà vissuta da molti giovani e la condizione di passaggio repentino da un lavoro all’altro non favoriscono un’adeguata maturazione umana e spirituale: «Il lavoro definisce e influenza l’identità e il concetto di sé di un giovane adulto ed è un luogo fondamentale dove si sviluppano le amicizie e altre relazioni, perché di solito non si lavora da soli» (ChV 268). C’è la possibilità grazie al lavoro di trovare il proprio posto nel mondo e di rispondere alla chiamata di Dio. Del resto, per Bergoglio la persona vive il suo essere per gli altri attraverso le due esperienze umane fondamentali che sono la famiglia e il lavoro .

La visione antropologica positiva del lavoro non può far dimenticare le forme di esclusione e di emarginazione cui sono sottoposti i giovani . Peraltro, proprio queste sofferenze che fanno sentire molte persone scarti della società non vanno trascurate, perché accrescono la vulnerabilità giovanile e favoriscono forme di depressione psicologica e di pessimismo esistenziale. Francesco non ha trascurato di sottolineare che la mancanza di senso del lavoro è una sofferenza spirituale. Parlando ai giovani di Economy of Francesco il 24 settembre 2022 si è soffermato sulla delicata crisi che attraversa l’esistenza di molti:

«Spesso di fronte al dolore e alle incertezze della vita si ritrovano con un’anima impoverita di risorse spirituali per elaborare sofferenze, frustrazioni, delusioni e lutti. Guardate la percentuale di suicidi giovanili, com’è salito: e non li pubblicano tutti, nascondono la cifra. La fragilità di molti giovani deriva dalla carenza di questo prezioso capitale spirituale – io dico: voi avete un capitale spirituale? Ognuno si risponda dentro – un capitale invisibile ma più reale dei capitali finanziari o tecnologici. C’è un urgente bisogno di ricostituire questo patrimonio spirituale essenziale. La tecnica può fare molto; ci insegna il “cosa” e il “come” fare: ma non ci dice il “perché”; e così le nostre azioni diventano sterili e non riempiono la vita, neanche la vita economica» .

La mancanza di lavoro, la disoccupazione, lo sfruttamento e il non riconoscimento impattano sulla crescita e sul futuro dei più giovani. Infatti,

«il lavoro per un giovane non è semplicemente un’attività finalizzata a produrre un reddito. È un’espressione della dignità umana, è un cammino di maturazione e di inserimento sociale, è uno stimolo costante a crescere in termini di responsabilità e di creatività, è una protezione contro la tendenza all’individualismo e alla comodità, ed è anche dar gloria a Dio attraverso lo sviluppo delle proprie capacità» (ChV 271).

Se è vero che non si può vivere senza lavorare e che, in alcune situazioni, è saggio anche accontentarsi delle opportunità lavorative che si presentano, tuttavia non si deve dimenticare che tarpare le ali ai sogni è una violenza: non si dovrebbe mai chiedere a un giovane di rinunciare ai suoi sogni e di seppellire il suo talento sottoterra. Occorre avere il coraggio di cercare sempre la propria vocazione e di inseguire i propri sogni:

«Quando uno scopre che Dio lo chiama a qualcosa, che è fatto per questo – può essere l’infermieristica, la falegnameria, la comunicazione, l’ingegneria, l’insegnamento, l’arte o qualsiasi altro lavoro – allora sarà capace di far sbocciare le sue migliori capacità di sacrificio, generosità e dedizione. Sapere che non si fanno le cose tanto per farle, ma con un significato, come risposta a una chiamata che risuona nel più profondo del proprio essere per dare qualcosa agli altri, fa sì che queste attività offrano al proprio cuore un’esperienza speciale di pienezza. Questo è ciò che diceva l’antico libro biblico del Qoèlet: “Mi sono accorto che nulla c’è di meglio per l’uomo che godere delle sue opere” (3,22)» .

La questione del senso invoca una risposta educativa. Non basta la formazione delle competenze, se insieme non si offrono le ragioni che sostengono un impegno e che mostrano l’unicità del lavoro di ciascuno. Per questo «nel lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale, l’essere umano esprime e accresce la dignità della propria vita. Il giusto salario permette l’accesso adeguato agli altri beni che sono destinati all’uso comune» (EG 192). C’è un compito educativo che attende tutti: famiglia, scuola, sindacato, politica, imprenditori e lavoratori… La domanda di fondo rimane: «perché alzarsi la mattina e affrontare una giornata di lavoro?»

 

3. La denuncia delle ingiustizie sociali nel lavoro.

Il magistero di Francesco ha anche affrontato le ferite sanguinanti del lavoro. Le condizioni di sfruttamento, di ingiustizia, di precarietà, di esclusione e di corruzione segnano molte esistenze. La vicinanza della Chiesa si è fatta denuncia e solidarietà. Su tre questioni la voce del Papa si è alzata libera e coraggiosa.

La prima questione è la sicurezza sul lavoro. Il tema è stato sollevato in modo più pressante negli ultimi anni. I morti sono sempre troppi («bollettino di guerra» ) e per Francesco non basta fermarsi ai numeri. Si tratta di persone che hanno alle spalle una famiglia e una comunità. Ogni lavoratore o lavoratrice che subisce un incidente è una perdita umana e di competenze. «La sicurezza sul lavoro è come l’aria che respiriamo: ci accorgiamo della sua importanza solo quando viene tragicamente a mancare, ed è sempre troppo tardi!» . Soprattutto, le vittime denotano un atteggiamento antropologico sbagliato: il rischio è di sposare una visione strumentale della vita umana. L’idolatria del denaro finisce per disumanizzare il lavoro. Parlando ai costruttori edili dell’Ance (20 gennaio 2022) Bergoglio ha ricordato ciò che era accaduto durante la costruzione della torre di Babele: se un operaio fosse morto, non sarebbe accaduto nulla; mentre sarebbe stata una tragedia se si fosse rovinato un mattone. Ci sono analogie con la mentalità corrente della massimizzazione del profitto. Invece, «la vera ricchezza sono le persone: senza di esse non c’è comunità di lavoro, non c’è impresa, non c’è economia. La sicurezza dei luoghi di lavoro significa custodia delle risorse umane, che hanno valore inestimabile agli occhi di Dio e anche agli occhi del vero imprenditore» . La salvaguardia della vita delle persone rivela la prima basilare attenzione alla dignità dei lavoratori. Più c’è sicurezza e più c’è cura per il lavoro e migliora la qualità di ciò che si produce. La morte di chi lavora è una sconfitta per l’intera società. Il lavoro legislativo e quello educativo devono procedere assieme. Si deve fare ogni sforzo perché siano rispettate le norme sulla sicurezza, in modo da prevenire infortuni: ciò comporta la responsabilità sia dei titolari delle imprese sia dei lavoratori. Nell’udienza all’Associazione Nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro (ANMIL - 11 settembre 2023) Francesco ha coniato il neologismo di carewashing, criticando l’atteggiamento diffuso di chi preferisce lavarsi la coscienza con qualche opera benefica (nell’ambito dello sport, della sanità, dei restauri di opere d’arte o di edifici di culto…) piuttosto che investire sulla sicurezza. Si preferisce curare la propria immagine invece di salvare esistenze fragili. In realtà,

«“la gloria di Dio è l’uomo vivente” (Sant’Ireneo di Lione, Contro le eresie, IV,20,7). Questo è il primo lavoro: prendersi cura dei fratelli e delle sorelle, del corpo dei fratelli e delle sorelle. La responsabilità verso i lavoratori è prioritaria: la vita non si smercia per alcuna ragione, tanto più se è povera, precaria e fragile. Siamo esseri umani e non macchinari, persone uniche e non pezzi di ricambio. E tante volte alcuni operatori sono trattati come pezzi di ricambio» .

Un secondo tema è l’attenzione alle categorie che soffrono di più la condizione del lavoro odierno: i giovani che non trovano opportunità o non sono motivati (NEET), le donne che guadagnano meno e spesso sono costrette a rinunciare alla maternità o alla carriera, i migranti che sono a rischio di sfruttamento e lavoro nero, i lavoratori poveri che fanno la fame con salari insufficienti per sostenere la famiglia . Il Papa non ha mancato di farsi interprete di chi non ha voce e rischia di rimanere sempre ai margini perché schiacciati dentro a forme di schiavitù e di precariato. Al sindacato della CGIL (19 dicembre 2022) ha condiviso le preoccupazioni per

«lo sfruttamento delle persone come se fossero macchine da prestazione. Ci sono forme violente, come il caporalato e la schiavitù dei braccianti in agricoltura o nei cantieri edili e in altri luoghi di lavoro, la costrizione a turni massacranti, il gioco al ribasso nei contratti, il disprezzo della maternità, il conflitto tra lavoro e famiglia. Quante contraddizioni e quante guerre tra poveri si consumano intorno al lavoro! Negli ultimi anni sono aumentati i cosiddetti “lavoratori poveri”: persone che, pur avendo un lavoro, non riescono a mantenere le loro famiglie e a dare speranza per il futuro» .

La lucidità della denuncia rivela non solo che Francesco è molto attento alle trasformazioni del lavoro, ma anche la sua capacità di cogliere le storture relazionali che si perpetrano negli ambienti lavorativi. Tutto ciò esprime la necessità di liberare il lavoro dalle forme degradanti e di umanizzare il lavoro, in linea con l’obiettivo del magistero sociale da Rerum novarum in poi. Il precariato, ad esempio, impatta sulle scelte di vita dei giovani e genera sfiducia nei rapporti sociali, con conseguenze sull’intera società in termini di stabilità futura del sistema previdenziale e di natalità. Da qui la necessità di elogiare i poveri che si organizzano, come ha espresso molto bene in diversi discorsi ai Movimenti popolari. La convinzione è che i poveri non possono più aspettare e «vogliono essere protagonisti; si organizzano, studiano, lavorano, esigono e soprattutto praticano quella solidarietà tanto speciale che esiste fra quanti soffrono, tra i poveri, e che la nostra civiltà sembra aver dimenticato, o quantomeno ha molta voglia di dimenticare» . Si tratta di vivere una profonda solidarietà verso i poveri e organizzare con loro la speranza di un mondo migliore. Ecco perché l’investimento più serio da fare è quello di credere nelle persone, rimetterle in piedi e dare loro fiducia, come afferma nell’incontro con il mondo del lavoro in Messico (17 febbraio 2016):

«Il miglior investimento è quello di creare opportunità. La mentalità dominante pone il flusso di persone al servizio dei flussi di capitale provocando in molti casi lo sfruttamento dei dipendenti come oggetti da usare e gettare, e scartare. Dio chiederà conto agli schiavisti dei nostri giorni, e noi dobbiamo fare tutto il possibile perché queste situazioni non si verifichino più» .

La cultura dello scarto contraddice il principio cardine della dottrina sociale della Chiesa secondo cui tutto l’impianto della comunità civile si sostiene sulla persona. Anche negli incontri con il mondo agricolo è emersa forte la preoccupazione per le forme di caporalato, di sfruttamento del lavoro straniero e la necessità che il pane arrivi sulla tavola di tutti, in coerenza con il principio della destinazione universale dei beni .

Il terzo punto critico è la corruzione. Nel corso degli anni Francesco ha più volte affermato che la politica e l’economia non devono sovvertire il loro rapporto. In FT scrive:

«Mi permetto di ribadire che la politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia. Benché si debba respingere il cattivo uso del potere, la corruzione, la mancanza di rispetto delle leggi e l’inefficienza, non si può giustificare un’economia senza politica, che sarebbe incapace di propiziare un’altra logica in grado di governare i vari aspetti della crisi attuale» (FT 177).

Agli imprenditori ha indicato la strada per evitare che la corruzione dilaghi: far camminare insieme concorrenza e trasparenza . Ciò consente di evitare la concorrenza sleale che spesso porta a ridurre i posti di lavoro, a ricorrere al lavoro nero o sottopagato, a marginalizzare le persone fragili. La corruzione si alimenta nel torbido dell’illegalità e dell’ingiustizia: ammala la società in tutte le sue dimensioni: economica, lavorativa, politica, relazionale e spirituale. Si può essere tentati di arrendersi ai ricatti e alle estorsioni con il fine buono di salvare un’impresa e la comunità dei lavoratori e si può rischiare di giustificarsi perché «così fan tutti», ma ogni cedimento alla corruzione è adorazione idolatrica del denaro . Anche il paradigma tecnocratico esercita un dominio sull’economia e sulla politica, con una finanza che tende a soffocare il lavoro. In fondo, passa l’idea che non ci sia opportunità per tutti e che qualcuno debba essere escluso. Francesco lo ha ribadito in uno dei suoi discorsi più alti sul lavoro, tenuto il 27 maggio 2017 presso l’Ilva di Genova:

«quando non si lavora, o si lavora male, si lavora poco o si lavora troppo, è la democrazia che entra in crisi, è tutto il patto sociale. E’ anche questo il senso dell’articolo 1 della Costituzione italiana, che è molto bello: “L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro”. In base a questo possiamo dire che togliere il lavoro alla gente o sfruttare la gente con lavoro indegno o malpagato o come sia, è anticostituzionale. Se non fosse fondata sul lavoro, la Repubblica italiana non sarebbe una democrazia, perché il posto di lavoro lo occupano e lo hanno sempre occupato privilegi, caste, rendite. Bisogna allora guardare senza paura, ma con responsabilità, alle trasformazioni tecnologiche dell’economia e della vita e non rassegnarsi all’ideologia che sta prendendo piede ovunque, che immagina un mondo dove solo metà o forse due terzi dei lavoratori lavoreranno, e gli altri saranno mantenuti da un assegno sociale. Dev’essere chiaro che l’obiettivo vero da raggiungere non è il “reddito per tutti”, ma il “lavoro per tutti”!» .

Il mercato da solo non è in grado di promuovere l’inclusione sociale e l’ecologia integrale: servono nuovi paradigmi, come quello della cooperazione al posto della competizione spietata. «Uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità di vita integralmente superiore, non può considerarsi progresso» (LS 194). Il traffico di armi, per esempio, rappresenta un settore poco trasparente e al servizio della distruzione del mondo. In FT si denuncia che «a partire dallo sviluppo delle armi nucleari, chimiche e biologiche, e delle enormi e crescenti possibilità offerte dalle nuove tecnologie, si è dato alla guerra un potere distruttivo incontrollabile, che colpisce molti civili innocenti» (FT 258). Il lavoro ha bisogno di pensarsi e organizzarsi in favore della vita, se non vuole diventare strumento di crescita delle disuguaglianze tra pochi ricchi che moltiplicano i loro guadagni e una massa di poveri dimenticati e strumentalizzati.

 

4. Motivi di speranza.

Al termine del pontificato di Francesco, la riflessione sul lavoro conosce punti di non ritorno. Per prima cosa, il Papa ha ribadito il valore positivo dell’attività umana, fondandola teologicamente. In Cristo il lavoro consente di acquisire una competenza con il mondo e struttura buone relazioni sociali. Il lavoro è vocazione ed esprime la dignità umana. Tuttavia, non si devono nascondere le forme di schiavitù che si ripresentano in ogni epoca: in nome dell’esclusivo profitto la persona è asservita e schiacciata. Ogni stagione è chiamata ad umanizzare il lavoro. Le situazioni problematiche non devono far assumere atteggiamenti remissivi. L’analisi di Francesco ha sempre sullo sfondo una preoccupazione pastorale: dare motivi di speranza. Bergoglio non ha mai smesso di incoraggiare sentieri nuovi di educazione, formazione, consapevolezza, responsabilità verso il lavoro. Non si deve mai dimenticare, infatti, che il lavoro edifica la società dal basso. Si mostra come

«un’esperienza primaria di cittadinanza, in cui trova forma una comunità di destino, frutto dell’impegno e dei talenti di ciascuno; tale comunità è molto di più della somma delle diverse professionalità, perché ognuno si riconosce nella relazione con gli altri e per gli altri. E così, nella trama ordinaria delle connessioni tra le persone e i progetti economici e politici, si dà vita giorno per giorno al tessuto della “democrazia”. È un tessuto che non si confeziona a tavolino in qualche palazzo, ma con operosità creativa nelle fabbriche, nelle officine, nelle aziende agricole, commerciali, artigianali, nei cantieri, nelle pubbliche amministrazioni, nelle scuole, negli uffici, e così via. Viene “dal basso”, dalla realtà» .

Il lavoro si presenta come esperienza terapeutica: valorizza la persona e fa crescere lo stile comunitario, tanto che «a volte si guarisce lavorando con gli altri, insieme agli altri, per gli altri» .

Emerge un metodo inclusivo che Francesco ha espresso come patto per il lavoro. Il metodo è dato dalla convergenza di tutti gli attori in gioco per risolvere i problemi del lavoro. Nessuno può tirarsi fuori. Vi sono responsabilità degli imprenditori, dei lavoratori e delle lavoratrici, dei politici, delle famiglie, delle scuole, delle università, delle associazioni e persino della comunità cristiana: vanno tutte esercitate. I problemi del lavoro si possono risolvere solo mettendo insieme idee, progetti e alleanze. La logica cooperativa fa sperimentare che «uno più uno fa tre» , perché solo insieme si riescono a risolvere questioni anche complesse. Un esempio su tutti è il dialogo che Francesco ha instaurato con i pescatori di San Benedetto del Tronto, che hanno raccontato il loro impegno per la pulizia del mare attraverso l’iniziativa «A pesca di plastica». Il Pontefice li ha citati numerose volte per il loro impegno ecologico, facendo crescere nella categoria la responsabilità non solo per il lavoro, ma anche per la qualità dell’ambiente marino che ricade sulla qualità del pescato. Non si dimentichi che Francesco si è reso protagonista di un’udienza con il mondo della pesca italiano il 23 novembre 2024, quasi al termine del suo pontificato. Erano presenti circa quattromila pescatori e familiari, con tutte le associazioni di categoria al completo. In questo senso Francesco ha saputo innovare il mondo del lavoro anche attraverso il principio della sostenibilità, ben presente nell’enciclica LS. Ha chiamato tutti a raccolta nella responsabilità per far crescere la cultura della cura del mondo.

Un ulteriore motivo di speranza è l’investimento formativo. La formazione continua genera futuro, perché crea le condizioni affinché nessuno sia escluso. Le tentazioni della tecnofobia e della tecnocrazia sono entrambe dannose: portano a rifiutare la tecnologia o a pensarla come la soluzione a tutti i problemi. Si tratta di dare il giusto riconoscimento culturale ai lavori manuali e di abitare le trasformazioni in corso con l’IA, mostrando quanto la creatività sia in grado di fare la differenza. La coscienza umana non è riducibile all’abilità e alla velocità della macchina. La formazione tocca non solo il capitolo delle competenze, ma anche quello del senso. C’è bisogno di ridare motivazioni all’impegno lavorativo.

La sintesi dell’impegno educativo è espressa nell’incontro con il Progetto Policoro della Chiesa italiana il 5 giugno 2021. Il Progetto è ideato nel 1995 per formare giovani che educano al senso del lavoro e che accompagnano altri giovani alla nascita di impresa e di cooperative. Per l’occasione, Francesco ha indicato quattro verbi: animare attraverso la costruzione di reti comunitarie, abitare i territori in difficoltà, appassionarsi alla vita di chi rischia di restare escluso, accompagnare sullo stile di Gesù coi discepoli di Emmaus, che nel cammino ha illuminato sul senso dell’accaduto.

Tutti possono essere sentinelle del sociale, generando speranza grazie al buon lavoro. Si evangelizza attraverso l’opera delle mani realizzata con amore e nella giustizia. Lo ricorda il Papa: «Se la musica del Vangelo smette di suonare nelle nostre case, nelle nostre piazze, nei luoghi di lavoro, nella politica e nell’economia, avremo spento la melodia che ci provocava a lottare per la dignità di ogni uomo e donna» (FT 276).

Pensando al fecondo insegnamento di Francesco sul lavoro, verrebbe da invocare un solenne: «Musica, Maestro!».

 

 

 

«Certe norme Ue? Un piano diabolico

 per deindustrializzare l’Europa».

Pressreader.com – la verità di Francesco Borgonovo – (29 giugno 2026) – ci dice:

 

Il ministro denuncia la difficoltà di Bruxelles a superare l’ideologia green che ha condizionato i regolamenti.

 «Ma il settore dell’auto doveva ribellarsi. Anche la tassa Ets ci frena.

E paghiamo l’abbandono del nucleare».

(La Verità - Italia).

(...) i dibattiti della seconda edizione di «Alzati Europa - Il coraggio della verità», il grande evento organizzato da Paolo Ansevini, euro deputato di Fratelli d’Italia-Ecr.

Una kermesse che ha riunito politici, amministratori, intellettuali, imprenditori per discutere del futuro dell’Europa da una prospettiva conserva­trice ma variegata e aperta.

 I temi cul­tu­rali e quelli sociali e politici si sono intersecati in modo costruttivo e stimolante, segno che a destra la vitalità e le idee non mancano.

 

COMBATTIVO Tommaso Foti, ministro per gli Affari europei.

Tra gli ospiti di rilievo della manifestazione c’era il ministro per gli Affari Europei, il PNRR e le Politiche di coesione, Tommaso Foti.

Il ministro ci ha concesso una lunga intervista che sarà visi­bile integralmente oggi sul canale You tube TV Verità.

 Qui ne riportiamo i passaggi salienti sui temi, più attuali che mai, delle politiche energetiche e green.

 

Ministro, il clima politico europeo è cambiato. Ma sembra che i vertici di questa Ue, su alcuni temi, fatichino a cambiare atteggiamento. Soprattutto sulle questioni green.

 

«È indubbio che il condizionamento ideologico della passata Commis­sione abbia dato un’impronta.

Que­sto vale soprattutto per la burocrazia che è sicuramente chiusa verso l’esterno e che ritiene, a mio avviso sbagliando di grosso, che quanto è stato una volta pensato debba essere vangelo.

Il tema dell’energia oggi non riguarda soltanto una questione di natura ambientale.

Oggi energia significa innanzitutto indipendenza nazionale e nel caso di specie indipendenza europea.

 È evidente che nel momento in cui noi abbiamo dei costi dell’energia che sono tre o quattro volte superiori a quelli ad esempio degli Usa, andare sui mercati e competere diventa difficile.

È vero che fino a oggi ci siamo difesi grazie alle peculiarità della manifattura italiana, ma oltre una certa soglia non si riesce ad andare. Oggi abbiamo anche dei limiti di tipo produttivo perché le aziende energivore è evidente che si trovano in una situazione di totale impossibilità di competere».

 

Difficile sostenere il contrario.

 

«Prendiamo il settore della ceramica. Qualcuno può spiegare che cosa può fare di più di quanto non abbia già fatto, visto che sul piano tecnico non vi è un’alternativa?

 Non si tratta di dire che c’è un’alternativa molto costosa. No, oltre al limite a cui si è arrivati non si riesce ad andare. E allora significa che si stanno applicando imposta­zioni ideologiche».

 

Ha accennato alla ceramica, però c’è un caso emblematico di come le fissazioni green abbiano prodotto disastri: l’industria dell’auto.

 Il caso di Volkswagen è dramma­tico.

 

«È un disastro annunciato.

 

A differenza della ceramica che citavo prima, quello dell’auto motive è un disastro che vede anche un po’ di complicità dell’industria dell’automobile,

 Perché inizialmente non vi è stata l’alzata di scudi che doveva esserci, nella convinzione che si potesse addirittura cambiare linea senza avere particolari scossoni.

 Poi, pian piano, ci si è resi conto che in realtà il passaggio all’elettrico, che tra l’altro sarà impossibile da effettuare completamente, era ingestibile.

E pur­troppo l’industria tedesca, ma anche l’industria italiana, soprattutto per quanto riguarda la componentistica, oggi vede nero».

 

Ritornando al caldo, c’è chi in que­sti giorni, penso al commissa­rio Ue all’Ambiente Hoekestra, ha soste­nuto la necessità di conti­nuare con gli ETS proprio usando le temperature come leva.

 

«Quello degli Ets è un grande problema su cui si scontrano due impostazioni:

la nostra e quella dei Paesi nordici, dove l’industria ha un peso molto diverso da quello che ha altrove.

Noi continuiamo a sostenere che sia una tassa aggiuntiva che rischia fortemente di mandare in crisi tutto il settore dell’industria.

Loro sostengono, invece, che si tratti semplicemente di fare diventare l’industria più green.

 In realtà dietro tutto questo cosa si nasconde anche un mercato delle quote, con una speculazione finanziaria che non penso abbia nulla a che vedere con l’ambiente.

 Ecco perché l’Italia ha insi­stito molto per la revisione dell’ETS. E posso dire che all’ultimo Consiglio europeo è stata accettata un’impostazione che dovrebbe prevedere, per la metà di luglio, una Commissione europea che dia una indicazione diversa, speriamo nuova, rispetto all’ETS».

Diversa come?

«Quando si dice diversa non si sa mai se è meglio o peggio».

 

Spesso con l’Ue «diverso» significa peggiore.

 

«Non a caso ho detto diversa. Spero che non sia da intendere come peggiore. Se così fosse, penso che si dovrebbe riavvol­gere il filo e chiedersi se non ci sia dietro un diabolico piano che punti alla deindustrializzazione dell’Europa».

 

Ultimamente abbiamo visto qualche segnale di cambiamento. Si è parlato addirittura della formazione di una «maggioranza Giorgia».

Che in effetti ha ottenuto in materia di immigrazione un cambio di approccio importante.

 

«Qui bisogna dire una cosa. Sull’immigra­zione c’è sicuramente una trasversalità diversa.

 Fac­cio un esempio: la Danimarca, che ha sicuramente un governo non di centrodestra, si è messa quasi capo­fila accanto a Georgia Meloni per la totale inversione del racconto sull’immigrazione.

 E siamo riusciti finalmente a far passare il principio per cui l’immigrazione clandestina va combattuta anziché alimentata. Sull’industria, invece, vi è una differenza di impostazioni.

 Se da noi l’industria pesa significativamente e in altri luoghi pesa molto meno, è chiaro che si avverte molto meno in quei luo­ghi l’impatto di certe misure rispetto a quel che accade da noi».

 

Quindi anche la «maggioranza Giorgia» ha comunque più difficoltà sulle questioni industriali e sul green.

 

«Sì, ha più difficoltà. Spero tuttavia che vi sia una convergenza dei grandi Paesi europei, dei grandi della manifattura europea a partire dalla Germania. Qui poi si inserisce un altro argomento».

Quale?

«La Spagna ha un mix di nucleare ed energie rinnovabili che le consente di avere un prezzo dell’energia molto più basso del nostro.

Noi paghiamo la scelta idiota di essere usciti dal nucleare.

Negli anni Ottanta eravamo leader del nucleare in Europa e ce ne siamo usciti proprio nel momento in cui avevamo indicato a tutti l’alternativa a un mercato molto condizionante sotto il profilo politico.

 Su questo tema dobbiamo fare ragionare l’Europa.

Se il secondo Paese manifatturiero del continente va in crisi non è che gli altri ne possono godere.

 Sem­mai ne gode qualche Paese che in questo momento ha una grossissima sovrapproduzione perché non è in grado di avere una domanda interna che assorba.

Ogni riferimento alla Cina...».

 

 

 

Confindustria

Orsini: l’Ue ha fatto di tutto

 per distruggere l’industria,

ora va tutelata.

Ilsole24ore.com – (12 settembre 2025) – Redazione Roma – ci dice:

Lo ha detto Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, alla Festa nazionale dell’Unità a Reggio Emilia partecipando al dibattito “L’economia e le imprese italiane tra dazi e incertezze».

 

EMANUELE ORSINI, PRESIDENTE CONFINDUSTRIA.

I punti chiave.

Orsini: l’Ue ha fatto di tutto per distruggere l’industria.

«Monito Draghi arriva da anni, Europa faccia presto».

«Ci aspettiamo che manovra metta davvero l’industria al centro».

«Anche con Pd dialoghiamo su competitività».

 

I dazi sì «preoccupano» ma quello che «preoccupa di più» e che «molti stanno sottovalutando è il cambio euro-dollaro.

 È quella la grande differenza che ci toglie competitività».

 Lo ha detto Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, alla Festa nazionale dell’Unità a Reggio Emilia partecipando al dibattito “L’economia e le imprese italiane tra dazi e incertezze».

 «Il vero capitolo - ha rimarcato - è che noi in Europa non stiamo facendo nulla» per poter attrarre capitali.

 «Per quello abbiamo detto che si faccia presto, pensando anche agli Eurobond».

 

Orsini: l’Ue ha fatto di tutto per distruggere l’industria.

In questi anni «l’Europa ha fatto di tutto per distruggere l’auto, l’auto-motive» e l’industria in generale, e anche ora che la Commissione Ue sembra voler correggere in parte la rotta la parola “neutralità tecnologica” e “libertà tecnologica” ancora non si vede. «Abbiamo fatto di tutto - ha ammonito Orsini - per deindustrializzare l’Europa con le scelte fatte dalla precedente Commissione europea» che «ci auguriamo, questa Commissione europea non continui, ma purtroppo non mi sembra così allineata alle nostre richieste».

 Per il leader degli industriali anche «su calzaturiero, pelletteria, farmaci stiamo facendo di tutto per far scappare le nostre imprese dall’Europa. Quindi anche qui serve fare una riflessione seria, perché la verità è che quando le norme vengono pensate in Europa non si pensa all’effetto che generano».

«Monito Draghi arriva da anni, Europa faccia presto».

Il monito di Draghi, per il presidente di Confindustria «arriva già da qualche anno».

 Ed è sempre stato ignorato.

 «Quello che noi stiamo chiedendo all’Europa è di fare presto»

 

«Ci aspettiamo che manovra metta davvero l’industria al centro».

Orsini ha ricordato poi che sono in scadenza quasi tutte le misure a sostegno alle imprese.

 Industria 4.0, Industria 5.0. Zen. Ricerca e sviluppo.

 «Come Confindustria ci aspettiamo che se veramente l’industria è al centro allora la si metta al centro.

 Che non vuol dire gli stiamo regalando dei soldi.

 Se io ho un credito d’imposta al 30%, quindi una agevolazione al 30% per costruire un nuovo macchinario o realizzare un nuovo stabilimento, io su quel 100% di investimento pago il  22% di Iva.

E genero nuove assunzioni: a quel punto è un “win- win.”

 Faccio l’esempio dei 4,8 miliardi messi al Sud che hanno generato 28 miliardi di investimenti e 35.000 assunzioni. Noi il nostro mestiere l’abbiamo fatto lì», ha detto ancora Orsini.

Sulla manovra «servono due vie, una via per sostenere le medio, micro e piccole imprese. E la via delle grandi imprese. E non scordiamoci di riuscire di creare delle agevolazioni fiscali per mettere assieme i piccoli».

 

«Anche con Pd dialoghiamo su competitività».

«Con il Partito democratico abbiamo ragionato su competitività e investimenti. Quella è la via» ha detto ancora Orsini a margine del dibattito alla Festa nazionale dell’Unità a Reggio Emilia, ricordando che «grazie alla misura per la ZES, sono stati stanziati 4 miliardi e 8 e ha generato 28 miliardi di investimento e 35.000 posti di lavoro».

«Noi abbiamo incontri ovviamente con tutti i segretari politici e tutti i responsabili economici dei vari partiti - ha spiegato Orsini -.

 Ovvio che il Partito democratico è un partito importante in questo paese.

 Confindustria deve fare una cosa semplice: raccogliere le istanze delle imprese che oggi su circa 900 miliardi di entrate dello Stato, oltre due terzi derivano dalle imprese che danno lavoro».

 

 

 

 

 

La Cina domina sulle rinnovabili

e detta le regole della transizione.

Am.pietet.com – (10 maggio 2026) – Sviluppo sostenibile – Green Finance – ci dice: 

 

Secondo le nuove stime del presidente XI Jinping, Pechino porterà la capacità eolica e solare, già la più vasta al mondo, a 3.600 gigawatt entro il 2035.

Sommario.

I numeri della crescita cinese nelle rinnovabili.

La filiera industriale che sostiene il primato cinese

Transizione energetica e nuovi equilibri geopolitici.

Il quindicesimo piano quinquennale cinese, avviato a marzo 2026, mette le energie rinnovabili al centro della strategia economica di Pechino, accelerando la costruzione del più grande sistema energetico rinnovabile del pianeta.

Pechino continua a crescere in questa direzione, resistendo meglio di altri Paesi allo shock energetico derivante dalla guerra in Iran.

 

Eppure, la crescita della Cina nel settore delle energie rinnovabili non rappresenta solo una trasformazione interna del suo sistema energetico, ma un cambiamento strutturale degli equilibri globali.

Il modello economico cinese, basato su pianificazione statale, investimenti pubblici massicci e integrazione industriale, sta ridefinendo le regole della green economy a livello globale.

 

I numeri della crescita cinese nelle rinnovabili.

L’ultimo piano quinquennale mostra come la transizione energetica sia ormai parte integrante della strategia industriale e geopolitica della Cina.

Pechino sta guidando la crescita di settori chiave come il solare e l’eolico, questo primato non è soltanto il risultato di una rapida evoluzione tecnologica, ma soprattutto di una strategia industriale e infrastrutturale di lungo periodo.

 

Nel 2025, la nuova potenza eolica e fotovoltaica cinese ha superato i 430 GW, con un totale che supera 1,8 TW, coprendo oltre il 60% della capacità elettrica del Paese. Il fotovoltaico, da solo, ha superato i 1.000 GW di potenza.

 

Oggi la Cina rappresenta già il più grande sistema solare al mondo, con una capacità installata che è oltre il doppio di quella del resto del mondo, dieci degli impianti solari più grandi si trovano in Cina.

Un aspetto interessante è anche l’accumulo, con una forte accelerazione nello stoccaggio, che ha raggiunto gli oltre 160 GWh di nuovi impianti nel 2025, per un totale di 351 GWh.

La stessa accelerazione si registra sull’energia nucleare: con oltre 30 reattori in costruzione, entro il 2030 la Cina sorpasserà gli Stati Uniti per capacità installata.

 

Pechino sta costruendo così enormi infrastrutture di rete per integrare solare ed eolico, insieme a sistemi di accumulo energetico sempre più avanzati.

 

Le cosiddette “mega-reti” elettriche permettono in questo modo di trasferire energia dalle regioni occidentali, ricche di impianti rinnovabili, verso i grandi centri industriali e urbani della costa orientale.

Questo approccio infrastrutturale è fondamentale per sostenere la transizione su larga scala del Paese e ridurre la dipendenza dal carbone, ancora molto presente nel mix energetico di Pechino.

La Cina oggi resta il Paese che genera più emissioni di C02 al mondo in termini assoluti.

A settembre 2025, davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, XI Jinping ha annunciato che la Cina ridurrà le emissioni di gas serra del 7%-10% entro il prossimo decennio.

 

La filiera industriale che sostiene il primato cinese.

Negli ultimi anni, oltre a investire in modo massiccio nella costruzione di impianti fotovoltaici ed eolici, Pechino ha accompagnato questi investimenti con politiche pubbliche mirate a sostenere la filiera industriale nazionale.

 

Il Paese detiene oggi una quota dominante della produzione globale di pannelli solari e turbine eoliche, oltre a controllare gran parte delle catene di approvvigionamento necessarie alla loro realizzazione, dai minerali critici alla manifattura avanzata.

 

Uno degli elementi chiave di questo successo è il forte intervento dello Stato attraverso piani industriali strategici, incentivi fiscali e finanziamenti alle imprese del settore.

Programmi come il piano “Made in China 2025” hanno avuto un ruolo decisivo, favorendo l’innovazione tecnologica e la scalabilità.

 

Allo stesso tempo, la pianificazione energetica nazionale punta alla sicurezza energetica.

A differenza degli Stati Uniti che sono il primo Paese per produzione di petrolio e per esportazione di gas naturale, la Cina ha disponibilità di risorse fossili limitate e punta in questo modo a ridurre la dipendenza dalle importazioni energetiche sviluppando le rinnovabili.

 

Transizione energetica e nuovi equilibri geopolitici.

Con questa strategia, la Cina è diventata oggi il principale attore nella catena globale delle tecnologie verdi, influenzando i prezzi e l’evoluzione tecnologica dei sistemi energetici rinnovabili.

Il dominio nella produzione di pannelli solari, ad esempio, ha contribuito a ridurre drasticamente i costi a livello mondiale, accelerando l’adozione del fotovoltaico anche in Europa e negli Stati Uniti.

Allo stesso tempo, questa centralità ha creato una forte dipendenza dalle forniture cinesi.

In questo contesto, soprattutto in un momento di shock energetico dovuto alla crisi della guerra in Iran, la competizione internazionale si sta spostando anche sulla transizione energetica.

 

Mentre l’Occidente cerca di rafforzare la propria capacità produttiva, la Cina continua a consolidare il proprio vantaggio competitivo e tecnologico.

 E il controllo delle tecnologie rinnovabili è diventato oggi un fattore strategico tanto quanto lo era quello delle fonti fossili nel secolo scorso.

 

 

 

Cina: Il carbone resta il “Pilastro”

del sistema. I veri numeri del

nuovo piano energetico.

Scenarieconomici.it – (26 -06 – 2026) -Fabio Lugano – Redazione – ci dice:

Il nuovo piano energetico di Pechino punta sulle rinnovabili ma blinda il carbone come motore irrinunciabile per la stabilità industriale. I numeri del paradosso cinese.

La Cina sarà la fornitrice mondiale di energie rinnovabili, ma al proprio interno non rinuncia a fonti energetiche stabili e tradizionali.

 Le autorità cinesi non stanno limitando la crescita dell’energia da carbone nel nuovo piano quinquennale per l’energia, poiché Pechino punta ancora di più sul combustibile fossile come “garanzia fondamentale” del sistema elettrico, nonostante la quota crescente delle energie rinnovabili.

 

La Cina ha presentato il suo piano quinquennale per il settore energetico, prevedendo che le energie rinnovabili aumentino la loro quota nell’approvvigionamento elettrico entro il 2031, ma sottolineando anche l’intenzione di rafforzare il ruolo del carbone come “garanzia fondamentale”.

 

La Cina punta a far sì che l’energia pulita rappresenti il 30% della propria produzione di energia elettrica entro il 2030, rispetto all’attuale 22% circa.

 Mentre l’eolico e il solare sono destinati a diventare il “pilastro” del mix energetico, il carbone continuerà a crescere e fungerà sempre più da sostegno flessibile per rafforzare la sicurezza energetica.

 

«Il piano quinquennale per il settore energetico appena pubblicato dalla Cina offre ben pochi motivi di entusiasmo», ha affermato Lauri Mylly virta, cofondatore del Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA), con sede in Finlandia.

 

«Gli aumenti della produzione di energia da fonti fossili consentiti dagli obiettivi non sono in linea con gli impegni della Cina di raggiungere il picco delle emissioni di CO₂ e del consumo di carbone e di ridurre l’intensità di CO₂ entro il 2030, nonostante la leggera accelerazione dell’elettrificazione», ha aggiunto Myllyvirta.

 

La Cina, nonostante la massiccia spinta verso le energie rinnovabili e la sua posizione di leader come principale investitore mondiale nell’espansione della capacità di energia rinnovabile, continua a fare affidamento sul carbone per soddisfare la propria domanda e colmare le lacune ogni volta che le energie rinnovabili vacillano, come è avvenuto con l’energia eolica negli ultimi mesi o con quella idroelettrica due anni fa.

L’anno scorso, la Cina ha rappresentato un enorme 78% di tutta la capacità mondiale di energia da carbone entrata in funzione.

Il principale consumatore e importatore mondiale di carbone rappresenta inoltre un’impressionante quota dell’86% della capacità globale totale in costruzione e che dovrebbe essere messa in servizio quest’anno, secondo i dati analizzati dall’organizzazione no-profit Global Energy Monitor (GEM).

Comunque continuate a comprare pannelli solari e turbine eoliche cinesi: fanno bene all’ambiente…

 

 

 

La Cina accende il “Sole Artificiale”:

record mondiale per il magnete

a fusione. È sfida totale agli USA.

 

Scenarieconomici.it – (28 -06 – 2026) – Fabio Lugano – Redazione – ci dice:

Energia infinita: la Cina batte il record mondiale testando il cuore del suo Sole Artificiale.

Reattore pronto nel 2027: un vantaggio industriale enorme che lancia la sfida diretta agli USA.

La corsa all’energia infinita e pulita ha appena registrato una scossa drammatica.

 La Cina ha completato con successo il test su un componente vitale per il suo “sole artificiale”.

 Non parliamo di fantascienza, ma di una svolta reale che potrebbe cambiare per sempre gli equilibri energetici globali.

Pechino fa sul serio e accelera.

 

Il componente testato è un magnete superconduttore ad alta temperatura.

È destinato al progetto BEST (Durning Plasma Esperimentale Super-conducting Tokamak), nella città della scienza di Hefei.

Si tratta di un tokamak avanzato, cioè una macchina per la fusione nucleare, ma con guadagno d’energia, in questo caso.

In parole molto semplici, questo magnete centrale funziona esattamente come la candela di accensione del motore di un’automobile.

Il suo compito? Avviare il reattore spingendo corrente elettrica attraverso il plasma, il gas rovente alla base della reazione di fusione nucleare.

I dati del test sono impressionanti e segnano un vero primato globale. Eccoli in sintesi:

 

Corrente stabile: 60 chiloampere.

Energia immagazzinata: 6,03 megajoule.

Produzione: Materiali e design 100% cinesi.

Se il reattore non si accende e non resta stabile, la fusione fallisce. Questo magnete dimostra che il salto dal laboratorio alle applicazioni pratiche è ormai vicino.

L’impatto per l’industria cinese sarebbe colossale. Avere energia a basso costo e quasi illimitata darebbe a Pechino un vantaggio produttivo assoluto sulle nazioni rivali.

 

I tempi dettati dal governo sono strettissimi. Il completamento del reattore BEST è previsto per il 2027.

L’obiettivo clamoroso è generare energia già nel 2030.

 

Ma Pechino non corre da sola in questa gara decisiva. Negli Stati Uniti, aziende private come “Commonwealth Fusion” stanno puntando a traguardi del tutto simili.

È la vera sfida tecnologica del nostro secolo: chi domina la fusione nucleare, domina il futuro.

E per ora, il drago cinese ha appena mosso una pedina pesantissima.

 

 

 

 

La fine degli informatici?

Le Big Tech ora cercano

filosofi per “domare”

l’Intelligenza Artificiale.

 

Scenarieconomici.it – (28 giugno 2026) – Fabio Lugano – Redazione – ci dice:

 

Rivoluzione nel lavoro: le grandi aziende di IA assumono filosofi e frenano sui programmatori.

Intanto, i leader della Silicon Valley vietano gli schermi ai propri figli.

 

Fino a ieri, una laurea in informatica era il biglietto d’oro per la ricchezza sicura.

Oggi, un’ombra imprevista si allunga sui programmatori, perché le aziende che creano l’Intelligenza Artificiale stanno cercando disperatamente filosofi.

 

Per approfondire:

Articolo: La rivoluzione invisibile di IBM: il chip a 0,7 nanometri che promette di salvare l’era dell’Intelligenza Artificiale e l’energia.

Articolo: L’Intelligenza artificiale non ha immaginazione: perché senza l’uomo la ricerca rischia la mediocrità

Articolo: La Cina straccia i costi dell’Intelligenza Artificiale: dopo DeepSeek, il modello GLM-5.2 di Z.ai fa tremare la Silicon Valley.

Play Video.

Il motivo è molto pratico: le macchine sanno già scrivere il codice da sole.

 Quello che i computer non sanno fare è distinguere il bene dal male o comprendere i complessi equilibri sociali del mondo reale.

 

Così, il mercato del lavoro tecnologico sta subendo un ribaltamento storico.

Ad aprile 2026, Google Deep Mind ha assunto Henry Skelin, noto filosofo dell’Università di Cambridge.

 Il suo ruolo non è tecnico, ma di gestione della futura convivenza tra umani e un’Intelligenza Artificiale Generale.

 

I dati confermano questo spostamento di capitali e risorse.

Sul portale accademico Phil-Jobs, gli annunci legati all’IA sono schizzati dall’1% del 2013 al 16% nel 2025. “Anthropic”, un’altra azienda leader, ha affidato alla filosofa Amanda Aksel la stesura della “Costituzione” del suo modello “Claude”.

 

Tutto questo ha un impatto economico enorme. I salari a sei cifre della Silicon Valley iniziano a premiare chi sa gestire i dilemmi etici.

Di conseguenza, il potere contrattuale dei puri tecnici del software rischia di ridursi notevolmente nei prossimi anni.

A questo si aggiunge una certa, inevitabile ironia.

I grandi capi del settore vendono schermi e algoritmi a tutto il mondo, ma tengono i propri figli rigorosamente lontani da questi strumenti tecnologici.

Elon Musk, ad esempio, ha creato “Astra Nova”, una scuola basata sul ragionamento pratico.

Sam Altman di OpenAI preferisce che i suoi figli “giochino con la terra” e imparino la tecnologia solo da adulti, quando avranno solide basi umane.

 

Da anni le famiglie dei dirigenti tecnologici scelgono per la prole le “scuole steineriane” (metodo Waldorf). In queste aule non ci sono tablet, ma si insegna la creatività e il pensiero critico per risolvere i problemi.

 

 

In sintesi, i creatori dell’IA lo sanno bene: la vera ricchezza futura non sarà calcolare velocemente, ma saper pensare. La tecnologia deve restare uno strumento al servizio dell’uomo, e per governarla serve, paradossalmente, un buon vecchio filosofo.

 

La rivincita del pensiero sulla tecnica.

I fatti riportati nel testo confermano una tendenza reale e ampiamente documentata.

Se una volta era lo scienziato informatico a essere conteso a suon di bonus, mentre il filosofo era spesso destinato a un precario insegnamento, oggi le cose stanno cambiando profondamente.

 

La programmazione pura sta diventando una merce abbondante e a basso costo, proprio grazie all’IA.

 Il vero collo di bottiglia per le Big Tech è la responsabilità civile, legale e sociale dei loro prodotti.

Assumere umanisti non è solo una scelta etica, ma una necessità economica per evitare cause miliardarie e rigetti normativi da parte dei governi.

Il pensatore, oggi, protegge il capitale dell’azienda molto più del programmatore.

Commenti

Post popolari in questo blog

L’umanità sta creando il nostro tempo.

La cultura della disumanizzazione del nemico ideologico.

La Flotilla e il senso di Netanyahu per la Pace.