Escalation finché Teheran continua a colpire le navi.

 

Escalation finché Teheran continua a colpire le navi.

 

 

 

Iran, media: “Raid Usa finché non terminano attacchi a Hormuz”. Colpito sito militare iraniano. Trump sente Netanyahu. Khamenei sepolto a Mashhad.

Ilfattoquotidiano.it – (09-07 – 2026) - Redazione Esteri – ci dice:

 

Netanyahu: "Il Regime è più debole che mai". Israele avverte: “Pronti ad attaccare l’Iran una terza volta, se necessario” Qatar e Pakistan al lavoro per riaprire i negoziati.

 Gli Usa hanno colpito 170 obiettivi in due giorni

Iran, media: “Raid Usa finché non terminano attacchi a Hormuz”. Colpito sito militare iraniano. Trump sente Netanyahu. Khamenei sepolto a Mashhad.

A Mashhad la cerimonia di sepoltura di Ali Khamenei.

E’ iniziata a Mashhad la cerimonia funebre per l’ayatollah, Ali Khamenei, ucciso in un raid israelo-americano.

 L’agenzia Irna spiega che la folla ha circondato il veicolo che trasporta le salme dell’ex Guida suprema e dei suoi familiari, al grido di “Morte all’America”, “Morte a Israele”. Alla cerimonia – riporta l’agenzia iraniana – sono presenti funzionari politici di 45 paesi e studiosi, leader religiosi e scienziati provenienti da oltre 90 nazioni.

 

20:01

Axios: “Raid Usa continuerà finché non terminano attacchi a Hormuz

L’attuale escalation potrebbe protrarsi per uno o due giorni, una settimana o addirittura un mese, fino a che l’Iran continuerà a colpire le navi nello Stretto di Hormuz. Lo ha detto un funzionario americano ad Axios.

 

19:36

Netanyahu: “L’asse iraniano è più debole che mai, mentre Israele è più forte.”

Il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu, intervenendo ad una cerimonia militare insieme al ministro della Difesa Israel Katz, ha affermato che l’Iran è stato indebolito dalle due precedenti campagne militari lanciate da Israele contro la Repubblica islamica e ha sottolineato che il conflitto non è ancora concluso. “L’asse iraniano è più debole che mai, mentre Israele è più forte che mai. Abbiamo dimostrato che il braccio lungo dell’Aeronautica israeliana può arrivare ovunque, dallo Yemen all’Iran. Pertanto dobbiamo riconoscere che la campagna non è finita”, ha aggiunto Netanyahu. La guerra è iniziata il 28 febbraio scorso, quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato una campagna aerea contro l’Iran che ha portato all’uccisione della Guida Suprema della Repubblica Islamica e di altri alti funzionari. Si è trattato della seconda campagna di Israele contro l’Iran, dopo una guerra di 12 giorni svoltasi nel giugno 2025.

 

18:59

Cnn: “Pakistan e Qatar al lavoro per riprendere i negoziati Usa-Iran”

Pakistan e Qatar continuano a lavorare per riportare Usa e Iran al tavolo dei negoziati dopo l’ultima escalation. Lo confermano alla Cnn fonti nella regione. Nei mesi scorsi anche l’Oman ha contribuito a facilitare colloqui tra le parti.

18:55

Israele: “pronti ad attaccare l’Iran una terza volta, se necessario.”

Le forze armate israeliane sono pronte ad attaccare l’Iran “una terza volta, se necessario”: lo ha dichiarato oggi il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, nel corso di una cerimonia militare. “L’esercito è pronto e in allerta per una ripresa delle ostilità, per ristabilire la superiorità aerea e colpire ancora (…) in Iran al fine di eliminare le minacce, anche una terza volta se necessario”

15:43

Dombrovskis (Ue): “Blocco di Hormuz ha effetti, ma economia europea è resiliente allo shock.”

Sull’Iran “la situazione rimane offuscata da un’elevata incertezza e volatilità. Constatiamo che il cessate il fuoco nel contesto della guerra in Iran non regge. Ci sono stati nuovi blocchi dello Stretto di Hormuz, il che ovviamente ha delle implicazioni, ma nel complesso vediamo che l’economia europea si sta dimostrando resiliente di fronte a questo shock dell’offerta di petrolio e gas.” Lo ha detto il commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis entrando all’Eurogruppo. ” Il più grande intervento economico possibile in termini di prezzi dell’energia sia la de-escalation del conflitto”, ha aggiunto da parte sua la presidenza Ue.

 

15:14

Centcom: “Oltre 170 gli obiettivi iraniani colpiti dagli Usa negli ultimi due giorni.”

Sono più di 170 gli obiettivi militari iraniani colpiti dalle forze Usa negli ultimi due giorni. E’ quanto si legge sul New York Times che cita informazioni del Centcom secondo cui tra gli obiettivi presi di mira ci sono sistemi di difesa aerea, siti per ‘custodire’ droni e missili e infrastrutture della logistica lungo la costa nei pressi dello Stretto di Hormuz. L’obiettivo, secondo il Centcom, è intaccare ulteriormente le capacità dell’Iran di attaccare le navi commerciali nello Stretto di Hormuz. Il numero di obiettivi colpiti, evidenzia il giornale, è di circa 14 volte superiore rispetto alla quantità di obiettivi presi di mira nei due giorni di escalation a giugno.

 

14:47

Pasdaran: “Tre dei nostri uomini uccisi nei raid Usa di stamattina.”

“Tre dei nostri uomini sono stati uccisi negli attacchi americani di questa mattina nella provincia del Khuzestan, nel sud-ovest dell’Iran”. Lo hanno riferito le Guardie Rivoluzionarie iraniane, come riportato da Ynet News.

 

14:37

Al-Jazeera: “Udite esplosione a Bandar Abbas, sullo Stretto di Hormuz.”

Nuove esplosioni sono state udite a Bandar Abbas, città portuale nel sud dell’Iran, sullo Stretto di Hormuz. Lo riferisce la tv satellitare al-Jazeera che rilancia notizie dell’agenzia iraniana Mehr mentre prosegue la nuova escalation tra Usa e Iran. Anche nelle scorse ore erano state segnalate esplosioni nell’area.

 

13:48

Giordania: “Intercettati missili iraniani, violato il nostro spazio aereo.”

Le forze armate giordane hanno intercettato missili iraniani penetrati nello spazio aereo del Regno: lo ha annunciato il ministro delle Comunicazioni e portavoce del governo. “Sono scattate le sirene d’allarme dopo che lo spazio aereo del Regno è stato violato da missili lanciati dall’Iran, i quali sono stati intercettati”, ha dichiarato “Mohammad Modani” all’emittente pubblica “Al Malakal”.

 

 

 

Iran. Hormuz conteso:

il braccio di ferro con gli Stati Uniti.

Notiziegeopolitiche.net – (13 Luglio 2026) - Daniele Di Vuono – Redazione – ci dice:

 

La ripresa dei bombardamenti statunitensi contro l’Iran, gli attacchi iraniani contro installazioni e interessi americani nella regione e la nuova proclamazione di chiusura dello Stretto di Hormuz hanno riportato la crisi al centro degli equilibri mediorientali.

Teheran sostiene che il passaggio non sia più disponibile senza la propria autorizzazione;

Washington afferma invece che il traffico commerciale continui e che nessun Paese possa imporre permessi o pedaggi su una rotta internazionale.

La realtà si trova nello spazio tra queste due versioni:

Hormuz non è completamente sigillato, ma non funziona più come un passaggio normalmente aperto e prevedibile.

È questo il punto intorno al quale continua il braccio di ferro tra Stati Uniti e Iran.

La questione non riguarda soltanto l’ultima sequenza di attacchi e rappresaglie.

Riguarda chi possa stabilire le regole nello stretto, autorizzare le rotte, proteggere le navi e trasformare la libertà di navigazione in un fatto reale, non soltanto in un principio dichiarato.

L’intesa provvisoria raggiunta il mese scorso aveva aperto una finestra di sessanta giorni per cercare una soluzione più stabile.

 Sul piano militare, però, la tregua è ormai collassata.

 Donald Trump ha dichiarato concluso il cessate il fuoco, pur lasciando aperta la possibilità di proseguire i contatti con Teheran.

 I mediatori regionali continuano a lavorare, ma il negoziato procede mentre gli attacchi sono già ricominciati.

La tregua non ha risolto il conflitto.

Ha soltanto mostrato quanto sia difficile separare la diplomazia dalla questione di Hormuz.

Stati Uniti e Iran possono sospendere temporaneamente i bombardamenti, ma non possono evitare il problema centrale: Washington considera lo stretto una via internazionale che deve restare aperta senza autorizzazioni iraniane;

Teheran rivendica invece il diritto di condizionare ciò che accade nelle acque davanti alle proprie coste.

Il nuovo ciclo di escalation si è riaperto con gli attacchi contro il traffico commerciale nello stretto.

 Una portacontainer battente bandiera cipriota è stata colpita mentre navigava lungo la costa dell’Oman, riportando gravi danni alla sala macchine e un incendio.

Ventitré membri dell’equipaggio sono stati soccorsi, mentre un marittimo indiano risultava disperso.

 I Guardiani della Rivoluzione hanno sostenuto che alcune navi avessero ignorato gli avvertimenti e le indicazioni sulle rotte autorizzate; gli Stati Uniti hanno considerato l’attacco una minaccia diretta alla libertà di navigazione.

Washington ha quindi avviato una nuova serie di bombardamenti.

 Il Comando centrale statunitense ha dichiarato di aver colpito, nell’ultima grande operazione, circa 140 obiettivi militari iraniani, tra siti missilistici e per droni, depositi di munizioni, reti di comunicazione, capacità navali e sistemi di sorveglianza costiera.

 Gli attacchi sono poi proseguiti contro sistemi missilistici, difese aeree e imbarcazioni veloci dei Guardiani della Rivoluzione nell’area di Hormuz. Si tratta di dati e ricostruzioni provenienti da fonti statunitensi e non verificabili in modo indipendente nella loro completezza, ma indicano la dimensione rivendicata da Washington per la propria risposta.

L’obiettivo dichiarato degli Stati Uniti è ridurre la capacità iraniana di colpire le navi commerciali.

 Dietro la dimensione operativa esiste però una questione politica più ampia.

Washington vuole dimostrare che la sicurezza dello stretto continua a dipendere dalla presenza militare americana e che Teheran non può imporre unilateralmente un proprio regime di navigazione.

L’Iran ha risposto allargando il costo del confronto alla rete regionale degli Stati Uniti.

Missili e droni iraniani hanno colpito o tentato di colpire obiettivi in diversi Paesi del Golfo e in Giordania, tra cui Bahrain, Kuwait, Qatar, Oman ed Emirati Arabi Uniti:

Stati che ospitano forze, basi o infrastrutture militari americane.

 Le autorità locali hanno riferito intercettazioni, esplosioni, feriti e danni, mentre Teheran ha rivendicato attacchi contro centri di comando, radar, strutture logistiche e installazioni collegate alle forze statunitensi.

È quindi più preciso parlare di attacchi contro il sistema militare americano ospitato nei Paesi alleati, non di un bombardamento indiscriminato degli alleati in quanto tali.

La distinzione rivela la strategia iraniana.

Teheran vuole mostrare che le basi statunitensi non rappresentano soltanto una garanzia di protezione, ma possono trasformare il territorio che le ospita in un possibile bersaglio.

In questo modo il conflitto entra direttamente nel rapporto tra Washington e i suoi partner regionali.

 I governi del Golfo e la Giordania dipendono in diversa misura dalla cooperazione militare americana, ma devono anche evitare che la propria sicurezza venga travolta dallo scontro.

Per Teheran, colpire le infrastrutture statunitensi significa modificare il calcolo di quei governi:

 permettere agli Stati Uniti di utilizzare basi, aeroporti, radar e piattaforme logistiche comporta un rischio diretto.

L’Iran non deve necessariamente sconfiggere militarmente gli Stati Uniti.

Gli basta rendere la loro presenza più costosa, più esposta e politicamente più difficile da sostenere.

Questa strategia nasce da una sproporzione evidente.

 Washington conserva una netta superiorità convenzionale, soprattutto sul piano aereo, navale e tecnologico.

 L’Iran non può affrontarla in uno scontro simmetrico senza subire perdite molto più pesanti.

Può però utilizzare missili, droni, forze navali leggere, pressione sulle rotte commerciali e minacce contro le basi regionali per distribuire il costo del conflitto su un’area più vasta.

Hormuz è lo strumento principale di questa strategia.

 Non occorre bloccarlo completamente per trasformarlo in un’arma.

 È sufficiente rendere il transito incerto, pericoloso e costoso.

Quando una compagnia di navigazione non può prevedere se una nave verrà fermata, deviata o colpita, la libertà di passaggio continua a esistere sulla carta, ma si indebolisce nella pratica.

Il” Joint Maritime Information Center” ha classificato come “grave” il livello di minaccia nello stretto.

Allo stesso tempo, ha ribadito che una rotta meridionale vicina all’Oman rimane disponibile ed è stata ampliata per consentire il traffico nei due sensi.

 Le navi possono quindi continuare a transitare, ma dentro un ambiente segnato da rischi militari, interferenze alla navigazione, avvertimenti radio e pericoli legati alle mine.

La formula più corretta non è dunque che Hormuz sia totalmente chiuso, né che sia normalmente aperto.

Lo stretto è conteso.

L’Iran ne ha proclamato la chiusura e sostiene di poter autorizzare i passaggi;

gli Stati Uniti affermano invece che la via meridionale resti aperta e che nessuna autorità iraniana possa imporre permessi o tariffe.

Entrambe le parti cercano di trasformare la propria versione in una realtà operativa.

Teheran può sostenere di controllare Hormuz perché è in grado di minacciare le navi e condizionarne i percorsi.

Washington può dichiararlo aperto perché alcuni transiti continuano sotto la protezione americana.

Ma un passaggio commerciale che richiede rotte straordinarie, coordinamento militare e misure di sicurezza eccezionali non è più uno spazio marittimo normale.

Questa ambiguità è già una forma di potere.

Il problema supera inevitabilmente i confini regionali. In condizioni normali, attraverso Hormuz transita una quantità di petrolio e prodotti petroliferi equivalente a circa un quinto del consumo mondiale.

 Lo stretto assorbe inoltre circa un quinto del commercio globale di gas naturale liquefatto.

La riduzione del traffico, le minacce alle petroliere e l’aumento dei costi assicurativi possono influenzare i prezzi dell’energia, la sicurezza degli approvvigionamenti e l’inflazione ben oltre il Golfo Persico.

La crisi riguarda direttamente anche l’Europa e l’Italia.

 Golfo Persico, Mar Arabico, Mar Rosso, Canale di Suez e Mediterraneo formano una sola catena strategica.

Un’interruzione o un rallentamento a Hormuz può modificare rotte, tempi di consegna, costi del trasporto e disponibilità energetica nei mercati europei. La distanza geografica non elimina la dipendenza da passaggi marittimi concentrati in pochi punti vulnerabili.

Esiste però un limite alla strategia di entrambe le parti.

Gli Stati Uniti possono bombardare le infrastrutture militari iraniane e garantire il passaggio di una parte del traffico, ma non possono eliminare la geografia dell’Iran né controllare indefinitamente ogni nave.

Teheran può rendere lo stretto insicuro, ma non può bloccarlo per un periodo illimitato senza danneggiare le proprie esportazioni, isolarsi ulteriormente e rischiare una risposta militare ancora più estesa.

Questa impossibilità di ottenere una vittoria definitiva spiega perché la diplomazia continui nonostante i bombardamenti.

 Oman, Qatar e Pakistan restano coinvolti nei tentativi di mediazione. Washington chiede che Teheran dichiari pubblicamente aperte tutte le rotte, interrompa gli attacchi alle navi e rinunci a imporre autorizzazioni o pedaggi.

 L’Iran rifiuta invece di abbandonare la principale leva strategica con cui cerca di compensare la superiorità militare americana.

Il negoziato non potrà quindi limitarsi a restaurare la tregua precedente.

Dovrà affrontare il nodo che quella tregua aveva soltanto rinviato: quale sistema di sicurezza debba governare Hormuz, chi debba garantire la navigazione e quali limiti debbano essere posti alle attività militari delle due parti.

Finché questa questione resterà irrisolta, ogni accordo continuerà a essere esposto alla stessa sequenza:

attacco a una nave, bombardamento statunitense, rappresaglia iraniana contro le installazioni regionali e nuovo tentativo di mediazione.

La diplomazia potrà sospendere il conflitto, ma non interromperne la logica.

Il braccio di ferro continua perché nessuna delle due parti può accettare l’ordine marittimo rivendicato dall’altra.

Washington non può riconoscere all’Iran il diritto di decidere chi attraversa Hormuz.

 Teheran non può rinunciare allo strumento con cui rende globale il costo dello scontro.

Lo stretto resta quindi abbastanza aperto da evitare un blocco completo dei traffici, ma abbastanza insicuro da continuare a funzionare come un’arma.

È in questo equilibrio instabile che Stati Uniti e Iran conducono il loro confronto:

 non una guerra capace di produrre rapidamente un vincitore, ma una pressione continua nella quale ogni tregua rischia di diventare soltanto l’intervallo prima del bombardamento successivo.

 

 

 

Come vengono definiti i

crimini contro l’umanità?

Notiziegeopolitiche.net – (13 Luglio 2026) - Maddalena Pezzotti – Redazione – ci dice:

 

I crimini contro l’umanità sono stati concepiti in quanto tali nel diritto internazionale nel corso del XX secolo quando vennero anche approntati apparati sanzionatori ad hoc.

 La loro imputabilità, sia legale sia etica, è ascritta a capi di stato o altre espressioni di potere, che detengono facoltà decisionale, nel momento in cui vengono perpetrate le violazioni.

La nozione è apparsa nel 1915, in una dichiarazione congiunta di Francia, Gran Bretagna e Russia, in riferimento alla Turchia, responsabile del genocidio armeno.

Con l’istituzione del Tribunale di Norimberga, nel 1945, fu annoverata tra i reati contestabili ai nazisti tedeschi, in distinzione dal crimine di guerra.

Venne ripresa, nel 1946, nello Statuto del Tribunale militare internazionale per l’Estremo Oriente, e negli anni novanta del secolo passato, nello Statuto del Tribunale per la ex-Jugoslavia e in quello per il Ruanda.

La codificazione normativa in giurisprudenza si diede, in seno alle Nazioni Unite, con la Convenzione per la prevenzione e punizione del crimine di genocidio, del 1948.

Fu, però, solo nel 1998, grazie allo Statuto di Roma, che venne designata una sede giurisdizionale indipendente, nella Corte penale internazionale de L’Aia, per accertare e castigare i delitti, e cercare di arginare il rischio di discrezionalità e opportunismo, da parte di istanze nazionali.

Ciò nonostante, non tutti gli ordinamenti giuridici prevedono la figura di crimine contro l’umanità o la prevedono in forma recettizia da trattati internazionali.

 

In aggiunta, per limite statuario, la Corte può solo affiancarsi, in maniera complementare, alla giurisdizione ordinaria.

Fra i casi perseguiti, per crimine contro l’umanità, si annoverano: lo sterminio di massa; la pulizia etnica; lo stupro di guerra e la tortura; la deportazione e la sparizione forzata di persone; l’apartheid; la riduzione in schiavitù; la persecuzione contro un gruppo per ragioni di ordine politico, nazionale, culturale, religioso o di identità sessuale; qualsiasi azione disumana commessa contro le popolazioni civili, prima o durante la guerra; vessazioni che abbiano costituito un’infrazione del diritto del paese dove sono state commesse; la distruzione di patrimoni artistici e ambienti naturali di riconosciuta importanza.

Malgrado l’atrocità di ognuno di essi, si sono sollevati elementi di dibattito.

Per esempio, sebbene certi atti suscitino una condanna morale comune a partire dalla consapevolezza di un diritto congenito per sua natura agli esseri umani, si è discusso se ciò possa determinare il fattore di criminalità, e la cagione specifica della punibilità, secondo un’apposita previsione.

L’obiezione si è centrata sulla maggiore opportunità di considerarne la portata specifica. In tale ottica, la pulizia etnica, altro non sarebbe che un delitto di strage aggravato da premeditazione, continuazione e reiterazione, oltre che da motivi abietti, con dimensioni e proporzioni del danno arrecato, di gravità non contemplata dal codice ordinario.

Inoltre si è a lungo discusso circa l’effettiva riconoscibilità per l’intero genere umano di un ruolo diretto di vittima.

In pratica, si è eccepita la fattibilità procedurale che si costituisca parte civile. La contestazione è correlata al tema della rappresentanza, ovvero di chi avrebbe titolo a presentarsi in giudizio in nome dell’umanità. Quanti contrari all’idea di un diritto internazionale umanitario affermano, poi, che la diversità di situazioni sociali, espressioni culturali, e visioni etiche, tra i popoli, renderebbe impossibili, sia una definizione della fattispecie, sia un’applicazione della stessa, tali da ottenere un consenso universale.

A dispetto di tutte le argomentazioni tecniche, e le manipolazioni ideologiche sulla materia, esiste un’intesa di fondo che ha permeato l’opinione pubblica, a favore dell’esistenza di diritti inalienabili, in virtù della condizione umana, che devono essere difesi e promossi, per garantire la vita, la dignità, la sicurezza, e lo sviluppo.

Tuttavia, in assenza di un’applicazione del diritto internazionale, pregressa, continua, ed effettiva, questi crimini rimangono soggetti al filtro dell’interpretazione politica, negli equilibri geostrategici, e gli accusati hanno spesso opposto un vizio di competenza dei tribunali.

 

 

 

Mondo.

Hormuz, nuovi raid Usa sull’Iran.

Teheran risponde colpendo basi

americane in Giordania, Bahrein e Kuwait.

 

Editorialedomani.it – (13 luglio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Aggiornato, 13 luglio 2026 • 13:46.

Nuovi bombardamenti sull’Iran nella notte, gli ayatollah rispondono colpendo basi americane e chiedono che i paesi del medio oriente non offrano più le basi.

 

La battaglia su Hormuz dopo la nuova chiusura dello Stretto riaccende la guerra nel Golfo. tra ieri sera e stanotte gli Usa hanno lanciato ulteriori raid contro l'Iran «per indebolire la sua capacità di attaccare le navi nello Stretto». Teheran ha risposto colpendo basi americane in Giordania, Bahrein e Kuwait. Il petrolio ha aperto oggi in rialzo di oltre il 3,5 per cento.

 

Mondo.

Attacchi tra Usa e Iran, ricomincia la battaglia di Hormuz.

 

Secondo i media statali iraniani, gli attacchi aerei hanno colpito vaste aree dell'Iran occidentale e meridionale, tra cui l'isola di Qeshm e Bandar Abbas, vicino allo Stretto di Hormuz, nonché la provincia del Kuzistan, al confine con l'Iraq.

 La diplomazia iraniana ha «condannato fermamente» gli ultimi bombardamenti americani e accusato Washington di aver «vanificato tutti gli sforzi compiuti negli ultimi mesi» per ristabilire la pace nella regione.

 

13:45

Yemen, Houthi: “Raid saudita ad aeroporto Sanaa.”

Gli Houthi hanno accusato l'Arabia Saudita di avere attaccato l'aeroporto di Sanaa e minacciato una risposta.

Secondo il ministero della Difesa yemenita, citato dai media locali, il bombardamento aveva lo scopo di impedire l'atterraggio di un aereo iraniano.

"L'Arabia Saudita ha posto fine alla fase di riduzione delle tensioni", ha dichiarato un portavoce militare a quanto riporta l'agenzia Fars, "l'attacco all'aeroporto di Sanaa non resterà senza risposta e senza punizione".

 

13:43.

Media, esplosioni vicino a Bandar Abbas e isola Qeshm.

 

Nuove esplosioni sono state udite nei pressi della città portuale di Bandar Abbas e dell'isola di Qeshm, nel sud dell'Iran.

Lo riferiscono i media di Stato iraniani e l'agenzia Mehr, secondo cui le detonazioni sarebbero provenute lungo la costa occidentale della città. Secondo quanto riportato dall'agenzia, non risultano vittime civili né danni a infrastrutture.

 

13:39.

Attacco Usa: due morti ad Abadan.

I raid statunitensi di Abadan, nel sud-ovest dell'Iran, al confine con l'Iraq, hanno provocato due morti e tre feriti.

Lo riferisce l'Agenzia di stampa della Repubblica Islamica (IRNA).

 

11:38.

Teheran, 1 morto e 7 feriti in raid Usa contro sito militare Nain.

È di almeno un morto e sette feriti il bilancio dell'attacco statunitense contro un sito militare nella contea di Nadin, nell'Iran centrale.

Lo ha riferito il vicegovernatore della provincia di Isfahan con delega alla sicurezza, Akbar Salehi, citato dai media di Stato.

Secondo Salehi, i sette feriti hanno riportato lesioni non gravi e sono stati medicati e dimessi in regime ambulatoriale.

 

11:31.

Iran: "Europei infantili. Non tolleriamo prepotenze."

L'Iran ha accusato gli europei di essere infantili e ribadito che non accetterà prepotenze.

"Abbiamo superato da un pezzo l'era dell'asilo.

Spetta agli europei decidere se vogliono rimanere in quell'era e rispondere alle prepotenze americane allo stesso modo", ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Bacaie.

Ha aggiunto: "Non tollereremo alcuna forma di prepotenza o coercizione, poiché è contrario alla pace e alla sicurezza internazionali". L'Iran, ha assicurato, non ha "semplicemente una reazione emotiva; opporsi alla prepotenza e alla coercizione è ciò che garantisce la pace e la sicurezza internazionali e tutela la sovranità nazionale delle nazioni. Se i paesi europei desiderano attenersi ai propri principi vale a dire lo Stato di diritto, il rispetto del diritto internazionale e delle Nazioni Unite devono riconsiderare la loro posizione sugli sviluppi nella nostra regione".

 

11:24.

Secondo la Bbc, i transiti attraverso Hormuz sono azzerati da ieri sera.

 

La Bbc, citando il servizio di monitoraggio di navigazione Marine Traffic, riporta che il traffico di navi commerciali nello stretto si è azzerato, a seguito della nuova escalation fra Iran e Stati Uniti.

Allo stesso tempo, arrivano segnalazioni secondo cui alcuni cargo avrebbero fatto il passaggio "al buio", ovvero con i trasponder spenti, per non essere individuati dai radar iraniani.

 

10:08.

Teheran: "Ci ritiriamo dall'accordo se gli Usa non mantengono la parola."

"Nessuno può accusare l'Iran di aver violato un accordo. In tutti i casi, i doveri nostri e della controparte sono chiari, ed è documentabile che l’altra parte, con varie scuse, ha violato diverse sezioni del memorandum d’intesa. Continueremo ad agire nello stesso modo anche in futuro. Finché la controparte continuerà il processo di violazione dei propri impegni, l’Iran si asterrà reciprocamente dall’attuare gli obblighi che aveva assunto". Lo ha detto il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmail Bagnai

 

09:17.

Kallas: "L'Ue è pronta a contribuire alla sicurezza di Hormuz dopo un accordo."

 

L'Unione europea è pronta a contribuire alla sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz.

Qualsiasi iniziativa dovrà però essere inserita nel quadro dei negoziati con l'Iran.

 Lo ha ribadito l'Alta rappresentante dell'Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, rispondendo ai giornalisti prima dell'inizio del Consiglio Affari esteri a Bruxelles.

Ma si tratta di soluzioni tutte di là dal venire, dopo la fine delle trattative.

 Kallas ha sottolineato anche che "questo dovrebbe far parte del Memorandum d'intesa e delle discussioni future", ricordando che "al momento l'Iran afferma di non accettare alcun tipo di intervento esterno nello Stretto di Hormuz".

"Prima di tutto deve esserci un accordo che tenga davvero e, solo dopo, tutte queste iniziative potranno andare avanti", ha spiegato.

 

09:13.

Parigi: "Nessuna revoca delle sanzioni contro l'Iran."

 

Il ministro degli Esteri francese ha assicurato che non ci sarà "alcuna revoca delle sanzioni" europee contro l'Iran finché Teheran non avrà rinunciato al suo programma nucleare e alle sue azioni destabilizzanti nella regione del medio oriente.

"Non ci sarà alcuna revoca delle sanzioni nei confronti del regime iraniano finché non avrà rinunciato al suo programma nucleare, al suo progetto rivoluzionario che destabilizza la regione e al suo programma di missili balistici, alcuni dei quali potrebbero un giorno essere in grado di colpire l'Europa", ha detto Jean-Noel Barrot.

"E finché non avrà restituito agli iraniani la libertà di costruire il proprio futuro", ha aggiunto.

 

08:51.

Kallas: "La situazione in Cisgiordania è intollerabile."

"Tutti concordano sul fatto che la situazione in Cisgiordania sia davvero intollerabile ed è anche chiaro che tutti sosteniamo la soluzione dei due Stati.

Quello che sta accadendo in Cisgiordania rende sempre più difficile che questa soluzione possa mai diventare realtà", ha detto l'Alta rappresentante Ue per la politica estera, Kaja Kallas, al suo arrivo al Consiglio Affari Esteri a Bruxelles.

Riguardo le misure da adottare nei confronti di Israele "non importa quale sia la mia opzione preferita, perché ho cercato di mettere insieme la posizione dei 27 Stati membri, dove possiamo trovare un terreno comune.

Vediamo se le opzioni presentate ora riceveranno un maggiore sostegno da parte degli Stati membri e se alcuni di loro cambieranno posizione ritenendo che questo sia l’approccio giusto", ha aggiunto.

 

08:45.

Teheran: "Abbiamo abbattuto un drone americano a Bandar Abbas."

 

Teheran ha affermato che un drone statunitense è stato abbattuto nell'area di Bandar Abbas. Il drone era del modello "Lucas".

 

08:42.

L'Iran rivendica gli attacchi in Oman e Bahrein.

 

Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno rivendicato la responsabilità dei nuovi attacchi contro installazioni statunitensi in Oman e Bahrein, secondo una dichiarazione pubblicata sul loro sito web. "Oltre ad attaccare installazioni e infrastrutture militari statunitensi a Khuffyan, in Bahrein, dove sono in corso degli incendi, la marina delle Guardie ha attaccato e distrutto" radar, tra cui un radar per il rilevamento di navi in Oman, secondo la dichiarazione pubblicata su Serpa News, il sito web dei Pasdaran.

 

08:15.

Teheran: "Continueremo gli attacchi di ritorsione"

 

Le Guardie rivoluzionarie hanno affermato in un comunicato diffuso questa mattina che continueranno gli attacchi di "ritorsione" contro le basi statunitensi nella regione.

"Lo Stretto di Hormuz fa parte della nostra terra e non permetteremo a un esercito di assassini di bambini proveniente da un'altra parte del mondo di continuare le sue interferenze illegali", si legge nella nota, citata dall'agenzia iraniana Irna.

 

07:54.

Kallas: "È importante che la Siria rimanga fuori dal conflitto."

 

"Per noi è importante la stabilita' della Siria, e anche che tengano conto della presenza dei nostri campi profughi, in modo che non ci siano ripercussioni a catena.

Finora la Siria è riuscita a rimanere fuori da questo conflitto, ed è importante che continui a esserlo" ha detto l'Alto Rappresentante per la Politica estera e la sicurezza Kaja Kallas arrivando al Consiglio Esteri.

 

07:37.

Amman: "Abbiamo abbattuto quattro missili nello spazio aereo"

 

L'esercito giordano ha abbattuto quattro missili iraniani sul territorio nazionale, che secondo Teheran sarebbero stati lanciati come rappresaglia per gli attacchi statunitensi. Non si sono registrati feriti né danni a cose.

 

07:36.

L'Iran all'Onu: "Il Golfo non conceda le proprie basi."

 

L'Iran ha chiesto alle Nazioni Unite di sollecitare i Paesi del Golfo a impedire agli Stati Uniti di utilizzare il loro territorio come base per attacchi contro obiettivi iraniani.

La richiesta è stata formulata dal portavoce del ministero degli Esteri Esmail Bagnai, in risposta all'appello del segretario generale dell'Onu Antonio Guterres contro una nuova escalation tra Washington e Teheran.

Bagnai ha sostenuto che gli attacchi iraniani contro basi e installazioni militari statunitensi nel Golfo Persico meridionale rappresentano un esercizio legittimo del "diritto all'autodifesa".

 

07:00.

Teheran rivendica gli attacchi in Giordania, Bahrein e Kuwait.

 

Le Guardie rivoluzionarie iraniane affermano di aver colpito obiettivi e basi militari americani in Giordania, Bahrein e Kuwait: sarebbero infatti stati attaccati la base aerea Prince Hassan in Giordania, un centro di comando per droni militari statunitensi in Bahrein e basi aeree, tra cui Ali Al Salem in Kuwait.

 

07:00.

Gli Stati Uniti completano "una terza serie di attacchi."

 

Il Comando centrale (Cent com) degli Stati Uniti comunica di aver "completato questa settimana, l'11 luglio, una terza serie di attacchi contro l'Iran, ritenendo le forze iraniane responsabili dell'attacco a un'altra nave mercantile nello Stretto di Hormuz" si legge sul sito.

Si è trattato di un attacco di ampio raggio:

 "Le forze statunitensi - viene specificato - hanno colpito circa 140 obiettivi militari iraniani con munizioni di precisione lanciate da aerei da combattimento terrestri e navali, droni e unità navali.

Tra gli obiettivi figuravano siti missilistici e di droni iraniani, capacità navali, depositi di munizioni, reti di comunicazione e postazioni di sorveglianza costiera".

 

"Durante le tre notti di attacchi di questa settimana - continua il comunicato -, il Cent com ha colpito oltre 300 obiettivi al fine di indebolire la capacità dell'Iran di attaccare i marittimi civili e le navi mercantili che transitano liberamente nello stretto.

Il transito delle navi mercantili attraverso questo vitale corridoio marittimo internazionale continua senza interruzioni. Dall'inizio di maggio le forze statunitensi hanno contribuito a facilitare il transito di oltre 800 navi mercantili e 400 milioni di barili di petrolio greggio attraverso lo Stretto di Hormuz".

 

 

 

Guerra Iran-USA: raffica di attacchi, colpite basi nel Golfo | Caos Hormuz: Israele verso blitz anti Teheran.

Ilsussidiario.net - Niccolò Magnani - Pubblicato 13 Luglio 2026 – Redazione – ci dice:

Guerra Iran-USA.

Vendetta Iran in guerra contro l'Occidente: l'appello di Mastaba Khamenei.

Cosa succede nella guerra Iran-USA e perché continua l'escalation: gli attacchi, le minacce e le prossime mosse di Israele (che conferma le Elezioni).

 

ESCALATION NON SI PLACA: NUOVI ATTACCHI USA SU HORMUZ, IRAN REPLICA COLPENDO LE BASI NEL GOLFO.

La guerra Iran-USA sembra sempre più incontrollata:

 dopo i tentativi dei rispettivi negoziatori di far tornare al tavolo delle trattative i funzionari di Washington e Teheran, le ultime 24 ore hanno nuovamente fatto tremare l’intera area del Golfo, con un’impennata del petrolio stamane e soprattutto con la prospettiva che ancora una volta il cessate il fuoco sarà un’impresa titanica.

 

 

UCRAINA, IL DOPO GRAHAM - Il rimpasto di Kiev non spegne la pressione neocon su Trump.

 

Attacchi incrociati senza un minimo di sosta sono continuati nel weekend e nella notte appena passata, con il Comando Centrale americano che conferma i raid sullo Stretto di Hormuz colpendo poi anche «decine di obiettivi in diverse località con munizioni di precisione».

La Casa Bianca motiva l’escalation come una risposta al missile lanciato negli scorsi giorni dai Pasdaran contro navi mercantili nello Stretto, oltre alla successiva chiusura di Hormuz imposta perché lato USA non vi sarebbe il pieno rispetto dell’accordo di pace siglato.

CHI SPINGE PER LA GUERRA.

Da Israele all’Iran, il partito dell’escalation tenta di affondare il dialogo.

 

Guerra a Hormuz.

Guerra USA-Iran nello Stretto di Hormuz.

Di contro, da Teheran attaccano le basi americane nel Golfo, dal Bahrein alla Giordania fino al Kuwait:

«Sono stati gli americani a violare il Memorandum d’Intesa e a fare a pezzi l’accordo composto da 14 articoli», attacca stamane il portavoce del Ministero degli Esteri, Esmail Bagnai, accusando Trump di aver per primo violato l’accordo.

Se gli Stati Uniti non rispetteranno ancora il Memorandum, chiosano i Pasdaran nel loro comunicato, «abbandoneremo definitivamente l’accordo sul cessate il fuoco».

 

LE MOSSE DI ISRAELE (E LE ELEZIONI CONFERMATE A OTTOBRE).

Secondo la CNN, sarebbero quasi 150 gli obiettivi strategici, incluse le basi navali di Bandar Abbas e dell’isola di Qeshm, colpite dalla Marina USA nel nuovo round di attacchi contro l’Iran:

con il regime che continua a imputare agli americani la violazione dei trattati, il “risiko” che va a comporsi nel Golfo Persico è sempre più intricato e senza al momento una exit strategy semplice.

 

(Meloni nella lista nera Iran per Khamenei morto.

 “Vendetta inevitabile”: chi sono nel mirino del regime.)

 

Secondo la nota del Cent Com americano, lo Stretto di Hormuz resta un corridoio vitale per il commercio globale ed è per questo che gli USA tentano di non farlo controllare all’Iran, «siamo schierati per assicurare che la libertà di navigazione resti garantita al traffico mercantile nonostante la persistente e ingiustificata aggressività di Teheran».

 

Se nelle prossime ore si terrà almeno una parte dei negoziati rimasti intatti, ovvero quelli tra Israele e Libano nella sede diplomatica di Roma, sono proprio le mosse dello Stato Ebraico ad essere attese anche sul fronte Iran come potenziale effetto imprevedibile:

il Ministro della Difesa Israel Katz lo ha detto senza mezzi termini, la decisione del Governo Netanyahu è quella di riprendere ad attaccare una terza volta il regime iraniano, non appena ci sarà il via libera anche dall’alleato USA.

 

«L’esercito è pronto e in allerta per una ripresa delle ostilità, per ristabilire la superiorità aerea e colpire ancora in Iran al fine di eliminare le minacce»: Katz ha però sottolineato come una missione indipendente con operazione militare di Israele contro i Pasdaran non è affatto da escludere.

 

Netanyahu con capo “IDF”.

Vertici militari Israele: il Ministro Katz con il Premier Netanayhu e il capo IDF Zamir (ANSA 2025).

È notizia infine di queste ore della conferma delle prossime Elezioni politiche in Israele, con la scadenza naturale fissata per il 27 ottobre 2026:

dopo 50 anni di storia l’attuale esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu sarebbe il primo a concludere il proprio mandato nei tempi naturali.

Il premier si ricandiderà e i principali rivali sarebbero già tutti confermati:

il generale Guadi Esento, fervente critico da destra della guerra a Gaza mossa da Netanyahu; l’ex Premier nazionalista Naftali Bennett; l’ex Premier laico Yair Lapid e l’ultra laico Avigdor Lieberman.

 

 

 

 

 

CHI SPINGE PER LA GUERRA.

 Da Israele all’Iran, il partito

dell’escalation tenta di affondare il dialogo.

 Ilsussidiario.net – Paolo Rossetti e Filippo Landi -Pubblicano 13 Luglio 2026 – Redazione – ci dicono:

 

Diplomazia ferma, a Hormuz parlano le armi: le mosse del governo israeliano e di parte del regime iraniano portano alla guerra. E gli USA accusano Vance.

 

Gli attacchi americani vicino a Hormuz continuano e gli USA ribadiscono che lo stretto è aperto.

I botta e risposta tra Washington e Teheran continuano e il livello della tensione si alza fino a paventare una nuova guerra.

 

Più che la diplomazia parlano le armi, usate anche per indirizzare le trattative: una strategia pericolosa, commenta Filippo Landi, già corrispondente RAI a Gerusalemme e inviato del TG1 Esteri.

 Il linguaggio delle armi è quello a cui vuole ricorrere Israele, svelando i piani iraniani di un attentato a Trump, di chi in Iran mette sotto accusa la dirigenza che ha firmato il memorandum con gli Stati Uniti, di quella parte dell’amministrazione Trump che si appresterebbe a dare la colpa di tutto al vicepresidente J.D. Vance, “reo” di aver concluso le trattative per un memorandum che non porta a un accordo.

 

 

Guerra Iran-USA: raffica di attacchi, colpite basi nel Golfo.  Caos Hormuz: Israele verso blitz anti Teheran.

 

Gli americani, dopo gli ultimi attacchi all’Iran, dicono che Hormuz è aperto e promettono anche di scortare le navi, mentre l’Iran attacca ancora i Paesi del Golfo: siamo sull’orlo di una nuova guerra?

 

In tanti si chiedono se siamo tornati all’inizio del conflitto.

Credo che, per capirlo, bisogna fare un passo indietro, all’origine di questi nuovi venti di guerra, così come li ha chiamati il Papa all’Angelus di domenica.

Hanno iniziato a soffiare potenti nell’ultimo giorno dell’incontro NATO ad Ankara, quando sono accaduti due fatti.

 Il primo è stato una comunicazione da parte del governo israeliano alla Casa Bianca di un nuovo progetto iraniano di assassinare Trump.

 

 

UCRAINA, IL DOPO GRAHAM. Il rimpasto di Kiev non spegne la pressione neocon su Trump.

 

Sull’altro fronte, nelle stesse ore, c’è stato un attacco da parte degli iraniani contro tre petroliere, di cui almeno una saudita, che avevano deciso di attraversare lo Stretto di Hormuz senza alcun coordinamento con le autorità marittime e militari iraniane.

 

Che peso ha avuto la notizia del possibile attentato a Trump sulla decisione di bombardare sia il sud sia il nord dell’Iran?

 

Occorre riflettere su alcuni dettagli importanti: fonti americane dei servizi hanno detto che non è possibile verificare la reale determinazione iraniana a compiere un attentato a Trump.

Vuol dire che Netanyahu e il suo governo hanno bypassato i servizi segreti americani per puntare direttamente alla Casa Bianca, e questo non è piaciuto. Dall’altra parte, il premier israeliano ha usato la parola “nuovo”, il che fa capire che in precedenza era stato pianificato un altro attentato, che però non aveva inficiato la decisione né degli Stati Uniti né dell’Iran di tentare di voltare pagina dopo gli assassinii mirati della dirigenza iraniana e di firmare il “memorandum”.

 

(Meloni nella lista nera Iran per Khamenei morto.

“Vendetta inevitabile”: chi sono nel mirino del regime).

 

Il punto vero resta Hormuz? Qual è il motivo del contendere?

Dalla firma del memorandum sono passate oltre 500 navi, però gli iraniani sono determinati ad affermare il loro diritto, e quello dell’Oman, a definire le rotte e anche a introdurre pedaggi, cosa che non solo Trump, ma in primo luogo i sauditi, non vogliono.

In questa situazione pesa la difficoltà delle parti di credere l’una all’altra:

 gli iraniani hanno proseguito nelle trattative nonostante lo scetticismo della Guida Suprema, sopravanzato dalle decisioni dei leader politici laici.

 

C’è un problema di fiducia. La realtà qual è? Quella della diplomazia tout court o di una diplomazia che serve per prendere tempo, rendendo più forti i militari sul terreno? Questo è un punto centrale che gli ultimi bombardamenti hanno fatto emergere.

 

L’Iran ha attaccato ancora in Kuwait, Qatar e Oman: vuole l’escalation più degli Stati Uniti?

 

Qui emerge l’ipocrisia dei Paesi del Golfo e della Giordania, che affermano di non partecipare alla guerra degli Stati Uniti contro l’Iran, anche se è evidente che gli attacchi verso l’Iran partono dalle basi americane sul loro territorio.

 

Un piccolo attacco è stato portato anche nell’Oman, un segnale che le ultime trattative tra omaniti e iraniani sullo stretto non sono andate bene.

L’Oman ha proposto due rotte, una controllata da Muscat e una dall’Iran, che rischiavano, per gli iraniani, di pregiudicare ogni ipotesi di controllo di Hormuz e soprattutto di imposizione dei pedaggi.

 È il segnale di un’irritazione nei confronti degli omaniti che, nell’ultimissima tornata di incontri, sembravano aver trovato un escamotage per permettere agli Stati Uniti e ai Paesi arabi di dire che esiste una rotta fuori dal controllo iraniano.

Il sito “Politico” dice che nell’amministrazione americana c’è chi vuole dare la colpa a Vance della situazione, perché ha firmato il “memorandum” da cui si è originata questa situazione.

Gli USA devono rendere conto del loro fallimento e cercano qualcuno su cui scaricare la colpa?

 

 

JD Vance vicepresidente degli Stati Uniti.

Dietro di lui il logo di Tuning Point USA (Ansa)

Credo che queste voci abbiano un fondamento:

nell’amministrazione americana ci sono personaggi secondo i quali il linguaggio delle armi è l’unico da usare verso gli iraniani, fingendo stupore nell’apprendere, dopo che americani e israeliani hanno decimato la dirigenza iraniana, che ci sia la possibilità di un attentato a Trump.

Il linguaggio delle armi torna in queste ore a essere il linguaggio centrale.

E per questo siamo di nuovo sull’orlo di un abisso regionale.

Qui torna a giocare un ruolo importante il governo Netanyahu.

Perché?

Bisogna considerare il rapporto tra i suoi uomini e alcuni personaggi dell’amministrazione Trump, a partire dall’ambasciatore americano in Israele, Mike Huckabee:

 due giorni fa ha detto che gli iraniani non sono cambiati da 47 anni a questa parte.

I problemi di Hormuz non vengono neppure affrontati, si è passati subito allo strumento militare, riprendendo l’idea, sbandierata un mese fa, cioè che gli iraniani hanno ormai poche armi.

Si è giunti anche a sfiorare la provocazione, riprendendo i bombardamenti il giorno antecedente alla fine dei funerali di Khamenei.

C’è un tentativo di utilizzare lo strumento militare per premere politicamente, ma questo provocherà solo altri disastri materiali e umani.

 

Chi in Israele e in Iran ha interesse all’escalation?

C’è anche un altro elemento di cui tenere conto.

 Trump non ha fatto che ripetere che la NATO non ha aiutato gli Stati Uniti nel momento del bisogno.

 E questo bisogno è stato ricreato:

siamo tornati alla chiusura dello stretto e alle pressioni sui Paesi dell’Alleanza Atlantica.

Per questo il primo ministro spagnolo Sanchez ha dichiarato che non bisogna ripetere quello che è accaduto 25 anni fa, quando fu detto che in Iraq c’erano armi di distruzione di massa, per poi scoprire, dopo la guerra, che non era vero.

 Per quanto riguarda Israele, la strategia è abbastanza evidente.

 

In cosa consiste?

Basta guardare a quello che sta facendo nel sud del Libano e a Gaza, secondo il modello Rafah (come lo ha definito il ministro della Difesa israeliano Katz), la città sul confine tra la Striscia e l’Egitto che è stata distrutta, così come è stato fatto con 23 villaggi libanesi.

Questi comportamenti, insieme ai nuovi bombardamenti a Gaza e alla pressione esercitata attraverso elementi dell’amministrazione USA più vicini a Israele, puntano al boicottaggio del” memorandum”.

 

In Iran si parla di vendetta per la morte di Khamenei padre, i media chiedono di attaccare Israele: c’è chi si muove per tornare allo scontro?

 

Coloro che si erano battuti, vincendo le resistenze della “Guida Suprema”, sono sotto attacco, accusati di non aver ottenuto risultati.

 Uno di questi è il presidente Pezeshkian.

 Intanto il Gran Muftì di Gerusalemme e della Palestina è stato bandito per una settimana dalla polizia israeliana dalla moschea di Al-Aqsa.

 Un fatto grave, perché coinvolge le sensibilità religiose, un ulteriore segnale che le forze che si oppongono a una stabilizzazione attraverso il dialogo e il compromesso pensano di tentare un’ulteriore escalation.

(Paolo Rossetti).

 

 

 

Meloni nella lista nera Iran per Khamenei morto.

 “Vendetta inevitabile”: chi sono nel mirino del regime.

Ilsussidiario.net - Niccolò Magnani - Pubblicato 12 Luglio 2026 – Redazione – ci dice:

Lista nera Iran.

La "lista nera" dell'Iran contro i presunti responsabili della morte di Khamenei:

 tra i nomi la Premier Giorgia Meloni (ANSA-EPA 2026, foto del quotidiano” Ashari”).

 

(Foto con minacce choc del quotidiano Iran contro (tra gli altri) Trump, Netanyahu, Rubio, Meloni, Stormer, Macron e Merz: cos'è successo e quali reazioni.)

 

LA “LISTA NERA”, LA VENDETTA DI KHAMENEI JR E L’ITALIA ANCORA NEL MIRINO (DOPO LA RUSSIA).

Mentre ancora fa discutere il caso di spionaggio con espulsione di due diplomatici della Russia nel nostro Paese, l’Italia torna nuovamente nel mirino internazionale:

 in una sorta di “lista nera” diffusa dal quotidiano Hamshahri (di proprietà del comune di Teheran, ndr) sono indicati tutti i volti dei presunti responsabili della morte di Ali Khamenei, l’Ayatollah ucciso nei primi giorni della guerra USA-Iran.

 Tra questi volti considerati nemici dell’Iran e meritevoli di morta, trova spazio anche la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

 

Guerra Iran-USA: raffica di attacchi, colpite basi nel Golfo.

 Caos Hormuz: Israele verso blitz anti Teheran.

 

La nuova Guida Suprema – il figlio Mastaba Khamenei – nelle scorse ore ha diffuso un nuovo audio-appello alla nazione in vista dei funerali celebrati per la morte del padre, giurando una «vendetta inevitabile per il tuo sangue puro e il sangue di tutti i martiri di queste due guerre, per mano di questi criminali e disonorevoli assassini».

 Passano poche ore e sul quotidiano online iraniano emergerebbero i nomi e le facce dei leader internazionali imputati come responsabili.

 

CULTURA, UE E RUSSIA.

 La censura dei fondi che divide Biennale, Giuli e centrodestra.

 

I due Ayatollah Khamenei.

I ritratti in Iran dei due Ayatollah: Ali Khamenei e il figlio Mastaba (ANSA-EPA 2026)

Sono minacce di morte neanche tanto velate in quanto vengono tutti ritratti con la tuta arancione tipica dei condannati nelle carceri di massima detenzione, con ovviamente Donald Trump e Bibi Netanyahu in cima alla “lista nera”.

 Nel pieno della nuova escalation di guerra su Hormuz, diversi leader internazionali vengono tacciati a mezzo stampa in Iran di meritare la morte come vendetta per l’eliminazione di Khamenei stesso.

 

Oltre a Giorgia Meloni e i leader di USA e Israele, vengono accusati anche i Presidenti di Francia e UK (Macron e Stormer), il Cancelliere di Germania Merz e il vertice massimo di Stati Uniti e Israele.

Si tratta dei Ministri Rubio, Hester, il comandante Cooper e l’ambasciatore americano in Israele, Huckabee, così come i ministri dello Stato ebraico Katz, Saar e il capo dell’esercito Zamir.

 

UCRAINA, IL DOPO GRAHAM.

 Il rimpasto di Kiev non spegne la pressione neocon su Trump.

 

LA SOLIDARIETÀ ALLA PREMIER MELONI E LE PROSSIME MOSSE SUL FRONTE IRAN.

La foto con l’intelligenza artificiale messa in campo dal quotidiano made in Iran ha fatto il giro del mondo, provocando sdegno da quasi tutte le forze politiche di Governo e opposizione tanto in Europa quanto negli States: non solo i due mandanti “diretti” dei raid contro il covo di Khamenei, ma anche tutti i Ministri, Segretari, elementi ai vertici dell’esercito e pure leader internazionali alleati magari neanche in primissimo piano.

 (Tanto che lo stesso Trump si è lamentato con l’Italia di Meloni e l’Europa per la scarsa partecipazione al conflitto voluto da Israele e USA).

 

«Chi attacca Giorgia Meloni attacca tutti noi. A lei totale solidarietà e vicinanza.

E ferma condanna per le minacce che arrivano dall’Iran. L’Italia non si lascia intimidire», tuona il leader della Lega e vicepremier italiano, Matteo Salvini, dopo le foto fake pubblicate da “Hamshahri”, seguito a ruota dal Ministro degli Esteri Tajani che ribadisce come il nostro Paese non possa lasciarsi intimidire dal regime sciita.

 

Tra Governo e opposizione – dove però le condanne sono molto meno numerose – si ribadisce la linea del falso clamoroso per le responsabilità dirette dell’Italia nella morte di Khamenei, condannando invece il regime degli Ayatollah a voler muovere guerra e violenze contro l’intero Occidente.

L’intelligence è al lavoro per monitorare e verificare la natura di un attacco del genere da un quotidiano molto vicino al sindaco di Teheran – Alierta Zigani – tra i leader dell’ala più conservatrice e nazionalista dell’Iran.

 

Che la lista nera sia opera diretta dei Pasdaran o una modalità per aizzare l’elettorato più radicale in vista delle Elezioni Amministrative dei prossimi mesi, ancora non è dato saperlo ma di certo resta il grado di intimidazione contro chiunque si trovi in qualche modo alleato degli Stati Uniti.

Palazzo Chigi per il momento ha scelto la via della prudenza, non commentando quelle foto con l’AI e cercando di affrontare l’ennesimo caso di scontro internazionale sotto profili più riservati e sotto traccia.

 

 

 

 

 

Iran, la tregua impossibile nello Stretto che decide il mondo.

Italia-informa.com – Redazione Esteri – (13 -07 – 2026) – ci dice:

 

Il futuro ha sempre più destinazioni.

Iran, la tregua impossibile nello Stretto che decide il mondo.

Nello Stretto di Hormuz non si combatte soltanto una guerra tra Stati Uniti e Iran.

Si combatte per il controllo delle rotte energetiche, per il prezzo del petrolio, per il futuro degli equilibri nel Golfo e per la capacità delle potenze regionali di resistere a una nuova escalation.

 

I raid americani vicino a Hormuz, con almeno un morto, segnano l’ennesimo cedimento di un’intesa già fragile.

 Washington sostiene di avere colpito decine di obiettivi per fermare gli attacchi contro le navi in transito.

Teheran replica che non rispetterà più gli accordi se gli Stati Uniti continueranno a violarli.

 

La formula è quella consueta: entrambe le parti dichiarano di volere evitare la guerra, mentre sul terreno compiono mosse che la rendono ogni giorno più probabile.

 

Hormuz, il vero centro del conflitto.

Lo Stretto di Hormuz è una lingua di mare, ma soprattutto un nervo scoperto dell’economia mondiale. Da lì passa una quota decisiva del commercio globale di petrolio e gas. Ogni attacco contro una nave, ogni operazione militare, ogni minaccia di chiusura produce effetti immediati sui mercati, sui premi assicurativi e sui costi del trasporto marittimo.

 

Gli Stati Uniti affermano di avere preso di mira infrastrutture e postazioni collegate all’offensiva iraniana contro la navigazione. Ma il messaggio militare va oltre la difesa delle rotte commerciali. Washington vuole dimostrare di poter colpire senza entrare formalmente in guerra e di mantenere il controllo di un’area dove la deterrenza americana appare sempre più contestata.

 

L’Iran, dal canto suo, utilizza Hormuz come leva strategica.

Non può competere con la potenza militare statunitense sul piano convenzionale, ma può rendere insicuro il passaggio più sensibile dell’economia energetica mondiale.

 È una forma di guerra asimmetrica che consente a Teheran di moltiplicare il costo politico e finanziario di ogni attacco subito.

 

La risposta dei Pasdaran.

I Pasdaran hanno rivendicato attacchi contro basi americane in Oman e Bahrein, estendendo il confronto alle monarchie del Golfo che ospitano installazioni militari degli Stati Uniti.

È il segnale che il conflitto non può restare confinato all’Iran o alle acque di Hormuz.

Ogni base statunitense nella regione può diventare un obiettivo, così come ogni alleato di Washington rischia di essere trascinato nello scontro.

 

Anche la Giordania è entrata nella spirale militare, annunciando di avere abbattuto quattro missili iraniani.

 La moltiplicazione dei fronti conferma una dinamica già vista in Medio Oriente: una guerra può iniziare in un punto preciso, ma raramente resta lì. Le reti di alleanze, le basi straniere, le milizie e le rivalità regionali trasformano rapidamente un conflitto bilaterale in una crisi più ampia.

Teheran avverte che non rispetterà l’intesa se continueranno le violazioni.

Ma la tregua, in realtà, sembra essere diventata uno strumento tattico:

una pausa tra due attacchi, utile a riorganizzare le forze e a guadagnare tempo nei negoziati.

 

La diplomazia sotto le bombe.

Le delegazioni sono attese in Oman, che ancora una volta prova a svolgere il ruolo di mediatore tra Stati Uniti e Iran. È una diplomazia costretta a muoversi sotto il rumore dei raid, con margini sempre più stretti e una fiducia reciproca ormai quasi inesistente.

 

Sul tavolo resta il programma nucleare iraniano, insieme alla sicurezza della navigazione e alle condizioni per un eventuale alleggerimento delle sanzioni.

 La Francia ha chiarito che non ci sarà alcuna revoca finché Teheran non modificherà il proprio programma atomico.

È la linea occidentale: pressione economica, deterrenza militare e negoziato. Ma è anche la stessa strategia che negli anni non è riuscita a produrre una soluzione stabile.

 

Il rischio è che la diplomazia venga utilizzata per amministrare il conflitto, non per risolverlo.

Gli Stati Uniti vogliono impedire all’Iran di trasformare Hormuz in un’arma permanente.

Teheran vuole dimostrare che nessuna sicurezza regionale può essere costruita escludendola o bombardandola.

Nel mezzo ci sono Oman, Bahrein, Giordania, le monarchie del Golfo e soprattutto le economie dipendenti dalle rotte energetiche.

Perché quando Hormuz si chiude, anche solo parzialmente, il conflitto smette di essere regionale.

Diventa immediatamente globale.

 

 

 

 

 

Trump all’Iran: «La tregua è finita, siete feccia, presto colpiremo di nuovo».

 

Ilsole24ore.com – Luca Veronese – (9 luglio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Il presidente Usa dopo gli attacchi alle navi a Hormuz e i raid incrociati: «Non credo che la guerra ricomincerà, qualsiasi cosa accada finirà in fretta».

Teheran: «L’era del bullismo è terminata, non ci arrenderemo»

L’accordo provvisorio di cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran è saltato.

 Il memorandum d’intesa firmato a metà giugno da Donald Trump e dal presidente iraniano Massoud Pezeshkian avrebbe dovuto dare tempo ai negoziati per raggiungere un accordo più stabile e duraturo, ma è durato venti giorni.

 

La tregua è finita, lo ha detto lo stesso Trump, lanciando insulti e minacce contro i leader iraniani.

 «Il cessate il fuoco con l’Iran non esiste più, dopo gli attacchi delle ultime ore, non voglio più avere a che fare con loro», ha detto il presidente americano, da Ankara durante il summit della Nato.

«Sono feccia. Sono persone malate. Sono guidati da persone malate. E sono persone spietate, violente.

E - ha ribadito - se avessero un’arma nucleare, la userebbero.

Per quanto mi riguarda, è finita».

 

Gli scontri sono ricominciati martedì, con violenza. I Pasdaran hanno lanciato missili e droni contro le navi mercantili a Hormuz, le forze militari statunitensi hanno risposto attaccando obiettivi strategici iraniani. E il regime di Teheran ha reagito tentando di colpire le basi militari Usa in Bahrein e Kuwait.

 

The Donald ha preannunciato ulteriori attacchi.

 «Vi avverto: tra poco, nella notte li colpiremo duramente, potremmo colpire di nuovo l’isola di Khar», ha detto ieri, mentre crescevano le preoccupazioni per la sicurezza nello Stretto di Hormuz.

Ma il presidente americano ha escluso un ritorno alla guerra su vasta scala:

 «Non credo che ricomincerà. Penso che andrà molto velocemente. Qualsiasi cosa accada finirà molto in fretta... e non farà altro che rendere le cose più sicure, anche per il petrolio».

 

Il Comando militare congiunto iraniano, ha definito gli attacchi statunitensi «un palese atto di aggressione», che merita «una risposta schiacciante».

Ha poi rivendicato il controllo su Hormuz e ha avvertito che non verrà tollerata la presenza militare degli Usa nello Stretto.

 Per il segretario generale della Nato, Mark Rutte, gli attacchi statunitensi contro l’Iran erano invece «assolutamente necessari».

E l’Alta rappresentante Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha affermato che «gli attacchi iraniani contro il Bahrein e il Kuwait sono inaccettabili».

 

Il segretario generale della NATO Mark Rutte sale sul palco durante gli annunci di alto livello in materia di difesa al Forum dell'industria della difesa, a margine del vertice dei leader della NATO, ad Ankara, il 7 luglio 2026 REUTERS.

 

Per Trump gli Stati Uniti hanno vinto la guerra perché il regime di Teheran «non potrà avere un’arma nucleare»: è questo il risultato raggiunto, secondo il presidente americano, nel conflitto iniziato a fine febbraio, costato ai cittadini americani - sono stime di Moody’s Analytics - almeno 132 miliardi di dollari, con un dispiegamento militare che non si vedeva da decenni.

 E che ha contraddetto ogni dichiarazione sulla guerra fatta da Trump alla base Maga che lo ha voluto alla Casa Bianca.

In Iran, inoltre, i raid di Usa e Israele hanno ucciso almeno 3.500 persone, tra civili e militari.

Mentre il regime ha represso nel sangue le proteste di piazza, rimaste ormai senza alcun sostegno internazionale.

Ma se la situazione del programma nucleare iraniano è tutta da verificare, gli altri obiettivi della guerra sono stati mancati clamorosamente.

 Il regime iraniano è stato decapitato, ma i molti leader uccisi nei raid - a cominciare dalla guida suprema Ali Khamenei - sono stati rimpiazzati da nuove figure, spesso più radicali e nemiche dell’Occidente: «Sono il loro bersaglio numero uno», ha affermato lo tesso Trump.

 La promessa di annientare la capacità militare dell’Iran non è stata mantenuta.

 E il sostegno di Teheran alle milizie sciite nella regione - da Hezbollah in Libano agli Houthi nello Yemen - sembra non essere più in discussione.

In più il regime degli ayatollah ha scoperto di avere nello Stretto di Hormuz l’arma decisiva per mettere in difficoltà l’economia globale.

 

«Non costruiranno mai un’arma nucleare in base al nostro accordo, ma non so se avremo un accordo, perché queste persone mentono e imbrogliano.

Parlerò con i nostri negoziatori, loro vogliono negoziare. Sono bravissimi:

Steve Tinkoff, Jared Kushner.

 Ma penso - ha continuato Trump - che trattare con gli iraniani sia solo una perdita di tempo.

 Sono dei bugiardi».

 

Da Teheran, il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalib, uno dei principali negoziatori, ha accusato gli Stati Uniti di aver violato l’accordo di cessate il fuoco e ha poi mandato un chiaro un messaggio:

«L’era del bullismo e dell’estorsione è finita: non ci arrendiamo».

 

 

 

I “Padroni del Mondo.”

Conoscenzealconfine.it – (13 Luglio 2026) - Alessandro Volpi – Redazione – ci dice:

 

Le principali banche dell’Eurozona sono cresciute in maniera quasi innaturale negli ultimi anni raggiungendo una capitalizzazione enorme.

Santader, BBVA, Unicredit, Bnp Paribas, Intesa Sanpaolo, Caixa Bank, Ing, Deutsche Bank, Nordea, Société Générale, Crédit Agricole, KBC hanno raggiunto una capitalizzazione complessiva di 1100 miliardi di dollari.

 

Nel 2021, la capitalizzazione degli stessi istituti era di circa 550 miliardi di dollari. Dunque la capitalizzazione è raddoppiata.

 

Ma Chi è il Principale Azionista di Queste Banche?

Black Roch Naturalmente…

– Santander: 6,2% (dato di giugno 2026). BlackRock è il maggiore azionista della banca spagnola.

– BBVA: 7,4% (dato di giugno 2026). Anche in questo caso BlackRock risulta essere il primo azionista.

– UniCredit: 7,62% (dato aggiornato a febbraio 2026). La partecipazione è detenuta principalmente a titolo di gestione non discrezionale del risparmio.

– BNP Paribas: 7,1% dei diritti di voto (dato al 31 dicembre 2025). È uno e i soci istituzionali di riferimento del gruppo francese.

– Intesa Sanpaolo: 5,02% (dato inizio 2026). Con questa quota BlackRock è il secondo azionista della banca italiana, subito dopo la Fondazione Compagnia di San Paolo.

– Caixa Bank: circa 5,0% (dato di luglio 2025/2026). BlackRock è il terzo azionista dell’istituto spagnolo, posizionandosi dietro Criteria Caixa e lo Stato spagnolo.

– ING: 7,3% (dato al 1° aprile 2026). BlackRock è il principale investitore istituzionale del gruppo olandese.

– Deutsche Bank: 8,14% dei diritti di voto totali (7,92% in azioni dirette, dato di gennaio 2026). È il maggiore azionista singolo della banca tedesca.

– Nordea: 5,9% (dato di giugno 2026). BlackRock è il primo azionista della principale banca scandinava.

– Société Générale: 7,93% del capitale e 7,13% dei diritti di voto (dato 2025/2026).

– Crédit Agricole SA: 1,86% (dato di giugno 2026). La quota è sensibilmente più bassa rispetto ad altre banche poiché il controllo dell’istituto è saldamente nelle mani delle Casse Regionali (tramite SAS Rue La Beote).

– KBC: circa 4,12% – 4,24% (dati tra luglio 2025 e giugno 2026).

 

Dunque BlackRock è il principale azionista di quasi tutte le banche dell’eurozona, risultando decisiva con i propri diritti di voto. La sua percentuale dal 2021 è raddoppiata.

La strategia della Bce ha, senza dubbio, beneficiato il più grande gestore del mondo.

 Domiciliato negli Stati Uniti.

(Alessandro Volpi).

(ariannaeditrice.it/articoli/i-padroni-del-mondo).

 

 

 

Guerra Iran Usa, perché Donald Trump ha ripreso a bombardare Teheran nonostante il "cessate il fuoco."

Virgilio.it – (09 – 07 – 2026) - Maurizio Perriello – Giornalista – Redazione – ci dice:

 

La tregua si è confermata fragile come previsto. Al di là delle motivazioni contingenti, la causa principale è sempre la stessa: gli interessi strategici di Washington e Teheran restano inconciliabili.

La guerra tra Stati Uniti e Iran conosce una nuova escalation.

L’accordo preliminare di cessate il fuoco si è rivelato scritto sulla sabbia, come su Virgilio Notizie avevamo sottolineato subito dopo la firma.

Il motivo principale è sempre lo stesso, che farà fallire qualsivoglia tentativo di mediazione o negoziato:

gli interessi strategici di Teheran e Washington sono inconciliabili.

 Il nodo del contendere più pressante è lo Stretto di Hormuz, che gli americani vogliono tornare a controllare e i persiani, al contrario, non hanno intenzione di mollare per mettere sul tavolo una leva negoziale insostituibile.

 Risultato: attacchi e contrattacchi.

 

Raid in Iran e replica: colpite basi Usa in Medio Oriente.

Hormuz di nuovo bloccato.

Perché l'accordo tra Usa e Iran non viene rispettato.

Raid in Iran e replica: colpite basi Usa in Medio Oriente.

Mercoledì 8 luglio le Forze statunitensi hanno condotto nuovi raid contro l’Iran, colpendo Teheran e il sud del Paese.

 Circostanza che ha fatto scattare l’immediata replica della Repubblica Islamica.

 

I Pasdaran hanno infatti bersagliato nuovamente le basi statunitensi situate in Kuwait e in Bahrein, minacciando di estendere il raggio d’azione se necessario.

 Cioè se gli Usa non rispetteranno gli accordi di tregua così come sono stati modificati dall’Iran.

Proposito impossibile, come ormai dovremmo aver pienamente compreso.

 

Guerra Iran Usa, perché Donald Trump ha ripreso a bombardare Teheran nonostante il "cessate il fuoco". (ANSA)

“Non sprecate energie, lo Stretto di Hormuz si apre solo con gli accordi iraniani, non con le minacce americane”, ha tuonato il presidente del Parlamento e capo negoziatore persiano Mohammad Bagher Ghalib.

 

Il Comando Centrale delle Forze armate americane (Centcom) ha riferito di aver centrato circa 90 obiettivi militari in terra iraniana, compresi sistemi di difesa aerea.

 L’obiettivo dichiarato è ridurre la capacità di Teheran di colpire navi mercantili nello Stretto di Hormuz.

 

Hormuz di nuovo bloccato.

Proprio il collo di bottiglia del Golfo Persico è stato, ancora una volta, il primo a subire le conseguenze delle rinnovate ostilità.

Attualmente il traffico marittimo è quasi totalmente bloccato.

 

Guerra Iran Usa, Trump vuole l'isola di Khar e annuncia un nuovo attacco ma "senza colpire il petrolio."

Trump è tornato a minacciare di prendere il controllo dell'Isola di Kehr: perché il terminale petrolifero iraniano è così importante.

 

La tattica iraniana è sempre la stessa: colpire le arterie economiche che via mare collegano Europa e Asia attraverso il nodo mediorientale.

Non per danneggiare direttamente noi, ma gli egemoni Stati Uniti.

Washington basa la sua supremazia globale sul controllo degli oceani, ossia sulla gestione militare degli stretti marittimi.

Se un singolo coke point, com’è accaduto, dovesse essere sottratto al controllo diretto degli americani, l’intera architettura della superpotenza risulterebbe compromessa.

Ormai è una realtà acclarata. Il nuovo blocco di Hormuz è la conseguenza diretta del secondo giorno consecutivo di attacchi statunitensi all’Iran.

L’8 luglio soltanto 14 navi mercantili sono riuscite ad attraversare lo Stretto in entrambe le direzioni.

 

Donald Trump torna a pungere Giorgia Meloni e l'Italia, "brava persona ma per noi non c'è stata sull'Iran."

Donald Trump attacca ancora Giorgia Meloni e l'Italia: "Il nostro rapporto è diventato un po' cattivo, ha rifiutato di aiutarci", ha spiegato.

Si tratta del numero più basso dall’accordo tra Stati Uniti e Iran del 16 giugno. La media di navi in passaggio per queste tre settimane è stata di 34 navi al giorno.

 

Perché l’accordo tra Usa e Iran non viene rispettato.

I nuovi raid americani hanno preso di mira anche i ponti sulle strade che portano a Mashhad, la città in cui l’ex guida suprema Ali Khamenei verrà sepolto nel corso della giornata.

Il messaggio dell’amministrazione Trump è chiaro: anche l’Occidente è pronto a minacciare la quotidianità persiana.

Il Paese mediorientale è però ampiamente attrezzato, soprattutto mentalmente, per sopportare stato di guerra e assedio.

 La decimazione dei vertici della Repubblica Islamica da parte di Usa e Israele ha inoltre privato il regime di figure anziane e più moderate rispetto alla nuova generazione di decisori.

 

Iran minaccia l'Italia dopo le parole di Rutte sugli aerei partiti dalle basi Usa: "Ci saranno conseguenze."

L'Iran ha accusato l'Italia di aver partecipato attivamente alla guerra di Usa e Israele contro Teheran, per le parole di Rutte sugli aerei transitati dalle basi nel nostro Paese.

Che l’accordo per il cessate il fuoco sarebbe svanito nel frastuono della guerra, lo avevamo detto chiaro e tondo su Virgilio Notizie fin dall’inizio. Innanzitutto perché l’intesa raggiunta tra Washington e Teheran non rappresentava una pace in senso tecnico, bensì un memorandum preliminare che apre una finestra negoziale di 60 giorni.

 

Secondo, perché le questioni davvero importanti – programma nucleare iraniano, missili balistici, sanzioni, ruolo regionale di Teheran e rapporti con Israele – erano state rinviate a trattative future.

Il che vuol dire che, nel frattempo, ambedue le parti tenteranno di aumentare il proprio vantaggio negoziale.

La durata di questa nuova fase di escalation dipenderà dalla frequenza e della portata degli attacchi iraniani contro le navi che transitano nel Golfo Persico.

 Nella consapevolezza che il tempo avvantaggia Teheran e i rivali degli Usa che agiscono silenziosamente supportando la Repubblica Islamica, Cina in primis.

 

Per questo motivo lo stallo di Hormuz potrebbe protrarsi anche per un (altro) mese.

La Casa Bianca ritiene tuttavia di avere maggiore margine di manovra per piegare ulteriormente gli iraniani, dal momento che centinaia di petroliere sono riuscite a lasciare lo Stretto nelle ultime settimane.

 

La tregua tra Iran e Usa è finita ma i colloqui restano aperti, l’equilibrio regionale è sempre più fragile.

Agenzianova.com – (10 luglio 2026) – Società Editrice Agenzia Nova SRL – Redazione – ci dice:

 

Intanto, il 15 e 16 luglio dovrebbero tenersi a Roma nuovi colloqui tra israeliani e libanesi, mentre Italia e Francia lavorano a una possibile architettura destinata a raccogliere l’eredità di Unifil.

Il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran è finito, ma i colloqui continuano. È questa la formula, apparentemente contraddittoria, con cui Donald Trump prova a tenere insieme pressione militare e diplomazia dopo due notti di nuovi scambi di attacchi tra Washington e Teheran.

 “La Repubblica islamica dell’Iran ci ha chiesto di continuare i colloqui. Abbiamo accettato di farlo, ma gli Stati Uniti hanno dichiarato loro, senza alcuna ambiguità, che il cessate il fuoco è finito”, ha scritto oggi il presidente statunitense su Truth.

Una dichiarazione che certifica la conclusione dell’intesa raggiunta a metà giugno, senza tuttavia chiudere il canale negoziale.

 Almeno per ora.

La nuova escalation era cominciata mentre Trump si trovava ad Ankara per il vertice della Nato, quando il presidente aveva ordinato nuovi bombardamenti contro obiettivi iraniani dopo gli attacchi attribuiti a Teheran contro tre navi commerciali nello Stretto di Hormuz, tra cui la petroliera saudita “Weidman” e la metaniera qatariota “Al Rekayyat”. Per due notti, Stati Uniti e Iran sono tornati a scambiarsi missili e droni. Subito dopo, tuttavia, i mediatori regionali hanno ricominciato a tessere la propria tela, confermando la natura ibrida di una crisi nella quale le operazioni militari non interrompono necessariamente il negoziato, ma diventano parte integrante della trattativa.

Gli attacchi iraniani alle navi non sono avvenuti nel corridoio meridionale vicino alle coste dell’Oman, promosso da Washington come una rotta più sicura per riaprire gradualmente Hormuz.

Per Teheran, accettare che gli Stati Uniti garantiscano unilateralmente il transito significherebbe però rinunciare alla propria principale leva negoziale.

 L’Iran rivendica un ruolo nella gestione dello Stretto e punta a imporre permessi o tariffe per il passaggio delle navi, promettendo condizioni privilegiate ai Paesi amici, a cominciare dalla Cina.

 In gioco c’è il controllo politico del passaggio attraverso cui transita una quota decisiva dell’energia mondiale.

Colpendo una nave saudita e, soprattutto, una metaniera del Qatar, Teheran ha inoltre coinvolto due Paesi del Golfo che avevano lavorato per favorire il dialogo.

 Proprio Doha, tuttavia, si è rimessa immediatamente in movimento. Insieme a Pakistan, Turchia, Egitto e Arabia Saudita, il Qatar sta cercando di ricucire i contatti tra Washington e Teheran.

Una delegazione qatariota si è recata in Iran e le interlocuzioni a livello tecnico non si sono interrotte.

 

La scelta statunitense di tenere Israele fuori dai nuovi attacchi risponde alla volontà di evitare un allargamento incontrollabile del conflitto. Secondo fonti israeliane citate dalla “CNN”, il primo ministro Benjamin Netanyahu vorrebbe partecipare alle operazioni, ma l’amministrazione Trump non intende coinvolgerlo.

Il timore a Washington è che un intervento israeliano trasformi una campagna militare ancora circoscritta in una guerra regionale di più vasta portata.

 Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha comunque avvertito che le Forze di difesa sono pronte a riprendere autonomamente la campagna contro l’Iran.

La valutazione prevalente in Israele, tuttavia, è che Trump non voglia tornare a un conflitto su larga scala e possa spingersi, al massimo, fino al ripristino del blocco navale sui porti iraniani.

Nel frattempo, i funerali dell’ayatollah Ali Khamenei, conclusi ieri, hanno restituito l’immagine di un Iran ferito ma non disgregato, semmai rinvigorito dallo “spirito di vendetta” delle componenti più radicali del sistema.

Milioni di persone hanno accompagnato il feretro nelle diverse tappe delle cerimonie.

 I Guardiani della rivoluzione appaiono ancora più saldamente al timone, mentre persino gli eredi di Ruhollah Khomeini sono stati pubblicamente marginalizzati.

L’intervento militare esterno non ha prodotto una frattura visibile nella Repubblica islamica.

 Tutt’altro.

Almeno per ora, ha favorito una ricomposizione nazionalista e rafforzato l’apparato militare-religioso.

 

Il paradosso è che la nuova escalation si è consumata durante un vertice Nato che ha cercato di mostrare la ritrovata unità dell’Occidente.

 Da Ankara è emersa un’Alleanza meno fragile di quanto si temesse, con l’Europa chiamata ad assumersi maggiori responsabilità e gli Stati Uniti ancora consapevoli del valore della propria presenza nel continente e nel Mediterraneo.

 Un altro tassello del puzzle si trova in Libano.

Il 15 e 16 luglio dovrebbero tenersi a Roma nuovi colloqui tra israeliani e libanesi, mentre Italia e Francia lavorano a una possibile architettura destinata a raccogliere l’eredità di Unifil.

 L’escalation iraniana potrebbe complicare l’appuntamento o suggerire di attendere la visita del presidente “Joseph Aoun” negli Stati Uniti, prevista il 21 luglio.

Ma non è ancora detta l’ultima parola.

La settimana consegna così un Medio Oriente sospeso tra due spinte solo apparentemente opposte:

le armi, impiegate per ridefinire rapporti di forza e linee rosse, e la diplomazia, richiamata subito dopo per impedire che l’escalation diventi incontrollabile.

Trump ha dichiarato concluso il cessate il fuoco, non il negoziato.

 È nella distanza tra queste due formule che si misura oggi tutta la fragilità un’architettura regionale completamente sconvolta e impensabile fino a solo pochi mesi fa.

 

 

 

 

Guerra nel Golfo.

Terza notte di raid Usa sull’Iran, Hormuz torna una polveriera: missili di Teheran su due petroliere.

Secoloditalia.it - Esteri - di Alice Carrozza – (14 Luglio 2026) – Redazione Esteri – ci dice:

 

Washington schiera aerocisterne e velivoli da ricognizione. Il presidente Usa: "Colpiremo tutte le capacità iraniane e ci faremo rimborsare"

«Colpiremo tutte le loro capacità».

Donald Trump annuncia così dallo Studio Ovale una nuova offensiva contro l’Iran e promette che il conflitto «sarà molto veloce».

 Ma mentre il presidente americano rilancia la pressione militare su Teheran, a Hormuz si torna a sparare:

due petroliere sono state raggiunte da missili iraniani, un marinaio è rimasto ucciso e altri otto membri degli equipaggi sono stati feriti. Contemporaneamente, le Guardie rivoluzionarie hanno rivendicato attacchi con missili e droni contro installazioni statunitensi in Bahrein.

 

La tregua è finita.

La tregua è ormai archiviata.

 Il Centcom ha concluso una nuova operazione durata cinque ore contro obiettivi militari iraniani, mentre almeno una dozzina di velivoli americani è stata individuata nei cieli del Golfo Persico, del Golfo di Oman, degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita.

In volo, secondo la CNN, nove aerocisterne KC-135R, due KC-46A e diversi aerei da ricognizione, tra cui un E-3B Centri e un P-8 Poseidone.

 

Trump: «Hanno rotto l’accordo».

Il tycoon accusa l’Iran di aver violato l’intesa provvisoria raggiunta con Washington.

 «Hanno rotto l’accordo, hanno scoperto che c’era qualcosa che non gli piaceva e noi non intendiamo accettarlo», ha dichiarato.

 «Alla fine finiremo per controllare tutto quello che stanno facendo: è folle e molto stupido».

Il presidente ha assicurato che un nuovo accordo rimane possibile, ma ha ribadito una condizione non negoziabile:

 «Teheran non avrà l’arma nucleare».

Ha poi confermato il ripristino del blocco contro i porti iraniani e l’intenzione di imporre una commissione del 20 per cento sui carichi che attraversano lo Stretto sotto protezione americana.

 

Washington, ha spiegato Trump, vuole essere rimborsata dagli alleati regionali.

 «Stiamo proteggendo una delle regioni più ricche del mondo», ha detto, indicando Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait e Bahrein. Alle domande sulla durata della guerra ha risposto con una battuta: «Siamo stati in Vietnam diciannove anni, qui siamo arrivati a quattro mesi».

 

Il progetto dei pedaggi, tuttavia, incontra resistenze persino all’interno dell’amministrazione.

Secondo il New York Times, il segretario di Stato Marco Rubio e il vicepresidente JD Vance considererebbero il piano difficilmente attuabile, sia sul piano operativo sia su quello giuridico.

 Il diritto internazionale garantisce infatti il passaggio attraverso gli stretti internazionali senza il pagamento di una tassa per il semplice transito.

 

Missili contro le petroliere e raid sul Bahrein.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno denunciato l’attacco contro le petroliere Mombasa e Bahia, colpite da due missili da crociera nella parte meridionale dello Stretto.

A bordo della Mombasa è morto un marinaio indiano; otto persone sono rimaste ferite, quattro delle quali gravemente.

Gli incendi divampati sulle imbarcazioni sono stati successivamente domati.

 

L’India ha convocato il viceambasciatore iraniano, mentre il ministero della Difesa emiratino ha definito il raid «una grave violazione del diritto internazionale» e una minaccia alla sicurezza regionale.

La repubblica degli ayatollah ha contemporaneamente allargato il raggio della rappresaglia.

 I pasdaran hanno rivendicato attacchi contro la base di Muffai, sede della Quinta Flotta americana, sostenendo di aver colpito depositi di armi, sistemi radar, centri di comunicazione e alloggi militari statunitensi.

Sirene d’allarme sono risuonate più volte a Manama.

Le Guardie rivoluzionarie hanno inoltre annunciato un attacco contro una base utilizzata dagli americani in Giordania.

Amman ha riferito di aver intercettato quattro missili entrati nel proprio spazio aereo.

 

Petrolio e gas tornano a correre.

L’escalation si riflette immediatamente sui mercati. Il Brent è salito fino a 85 dollari al barile, dopo il balzo di quasi il 10 per cento registrato lunedì.

Il gas europeo TTF ha raggiunto i 53 euro per megawattora, il livello più alto da tre mesi.

Il nodo resta Hormuz, la rotta attraverso la quale, in condizioni normali, transita circa un quinto delle esportazioni mondiali di petrolio e gas.

Stati Uniti e Iran ne rivendicano il controllo, mentre le petroliere rallentano o sospendono i passaggi.

E quella che Trump promette come una guerra lampo rischia già di trasformarsi in una battaglia per il dominio del Golfo e per la sicurezza energetica mondiale.

Non ci sono commenti, inizia una discussione.

 

 

 

Esteri.

Il rebus della tregua tra Usa e Iran: diventerà pace o sarà solo l’intervallo tra due guerre?    

Ilriformista.it - Giuseppe Kurowsky – (7 Luglio 2026) – Redazione esteri -  

 

TEL AVIV – C’è un elemento che rende estremamente fragile l’attuale tentativo di dialogo tra Stati Uniti e Iran: la distanza tra le dichiarazioni ufficiali e la realtà politica.

Parlare di un “memorandum d’intesa” tra Washington e Teheran appare quasi un ossimoro se, mentre si discute di possibili intese, dalle autorità iraniane continuano ad arrivare slogan di vendetta e appelli alla morte di Donald Trump durante le commemorazioni per la scomparsa della Guida Suprema.

 È difficile immaginare un percorso negoziale credibile quando il linguaggio pubblico resta quello dello scontro esistenziale.

 

Le contraddizioni non si fermano qui.

Il memorandum negoziato dagli Stati Uniti con l’asse iraniano appare difficilmente conciliabile con quello raggiunto a Washington tra Israele e Libano, che individua nel progressivo disarmo di Hezbollah uno dei cardini della stabilizzazione del Libano meridionale, accompagnato dal successivo ritiro delle forze israeliane dalle aree ancora presidiate.

Nell’altro tavolo negoziale, invece, il ritiro immediato di Israele dal Libano viene indicato come una condizione preliminare, mentre Hezbollah continua a essere considerato da Teheran una componente irrinunciabile della propria architettura strategica regionale.

Due impostazioni che, almeno sulla carta, sembrano procedere in direzioni opposte.

 

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È proprio questa sovrapposizione di accordi difficilmente compatibili ad alimentare il timore che la tregua sia soltanto temporanea.

 La guerra tra Israele e Iran appare inevitabile e il rischio di una nuova escalation resta elevato se le questioni di fondo, programma nucleare iraniano, missili balistici, milizie alleate di Teheran e sicurezza d’Israele, continueranno a rimanere irrisolte.

Donald Trump punta chiaramente a presentarsi come il presidente capace di chiudere i conflitti attraverso la diplomazia.

 La ricerca di un’intesa con Teheran risponde anche a una logica di politica interna, dopo mesi difficili sul fronte del consenso, un accordo internazionale rappresenterebbe un risultato di grande impatto. Tuttavia, proprio questa determinazione rischia di essere interpretata dall’altra parte come la volontà di raggiungere un compromesso quasi a qualsiasi costo.

 

Guerra in Libano, la vera pace passa dal disarmo dei terroristi non dalla resa di Israele: altrimenti ci sarebbe un genocidio, quello vero.

Usa-Iran, il cessate il fuoco basta? La lezione degli anni Trenta.

La guerra in Libano e il continuo cessate il fuoco di Hezbollah: solo Trump non capisce la strategia del regime contro Israele.

Sul fronte israeliano, il clima è molto diverso.

Il governo guidato da Benjamin Netanyahu continua a considerare l’Iran la principale minaccia strategica e guarda con crescente preoccupazione a un’intesa che non elimini realmente le capacità militari della Repubblica islamica.

Secondo diverse indiscrezioni, Netanyahu sarebbe pronto a recarsi nei prossimi giorni a Washington nel tentativo di ottenere almeno una garanzia fondamentale, che gli Stati Uniti non si disimpegnino completamente qualora Israele decidesse di colpire nuovamente, da solo, obiettivi iraniani.

 A meno di quattro mesi dalle elezioni israeliane, che potrebbero mettere in discussione la sua permanenza al governo, Netanyahu sa di non poter apparire debole proprio sul dossier che più di ogni altro ha caratterizzato la sua lunga carriera politica.

 Più che chiedere un coinvolgimento diretto delle forze americane, l’obiettivo sarebbe ottenere il mantenimento dello scudo difensivo antimissilistico statunitense schierato nella regione, così da garantire a Israele una protezione in caso di rappresaglia iraniana.

 

Uno scenario che richiamerebbe quanto avvenne nel 2024, quando gli Stati Uniti, insieme ad altri alleati occidentali, tra cui la Francia, contribuirono all’intercettazione di gran parte dei missili e dei droni lanciati dall’Iran contro Israele, nel contesto dell’escalation seguita all’uccisione del leader di Hamas Ismail Haniyeh.

La domanda decisiva resta quindi una sola:

 la diplomazia riuscirà davvero a prevalere oppure i memorandum oggi celebrati saranno ricordati soltanto come una pausa tra due conflitti?

 Se le profonde contraddizioni tra le richieste di Teheran, le esigenze di sicurezza israeliane e gli obiettivi politici di Washington non verranno superate, il rischio è che la tregua si riveli soltanto un intervallo.

In Medio Oriente gli accordi possono rallentare gli eventi, ma raramente riescono, da soli, a cancellare le cause che alimentano le guerre.

(Giuseppe Kurowsky).

 

 

 

IL CONFLITTO.

La tregua è finita: Stati Uniti e

Iran verso una nuova escalation.

Lacapitalenews.it – Antonio Marzio – (10 luglio 2026) – Redazione – ci dice:

 

La tregua tra Stati Uniti e Iran è crollata: Trump dichiara finito il memorandum, valuta nuove opzioni militari e prepara il blocco navale, mentre lo Stretto di Hormuz si paralizza dopo i raid e Putin tenta di mantenere aperto il negoziato.

 

Trump.

La tregua tra Stati Uniti e Iran sembra definitivamente tramontata.

Dal vertice NATO di Ankara, Donald Trump ha dichiarato che il memorandum d’intesa con Teheran è ormai “superato”, accusando la Repubblica islamica di aver violato il cessate il fuoco con attacchi alle navi mercantili nello Stretto di Hormuz e nuove azioni contro obiettivi militari americani nel Golfo.

 

Una rottura che arriva mentre il presidente russo Vladimir Putin tenta di mantenere aperto un canale negoziale, nel timore che la crisi possa trasformarsi in un conflitto regionale su vasta scala.

 

Il tentativo di mediazione di Putin.

“Penso che sia finita. Non voglio avere a che fare con loro”, ha detto Trump, definendo la leadership iraniana “sleale” e sostenendo che Washington stia “perdendo tempo” nel tentativo di raggiungere un’intesa diplomatica.

 

Nonostante il linguaggio durissimo, il presidente ha lasciato aperto uno spiraglio, autorizzando Steve Bischoff e Jared Kushner a proseguire i contatti con Teheran: “Possono continuare i negoziati, ma penso che sia una perdita di tempo”.

 Una contraddizione che riflette la tensione tra la linea politica annunciata pubblicamente e la diplomazia che continua a muoversi dietro le quinte.

 

Nel frattempo, Mosca prova a ritagliarsi un ruolo centrale.

 

Putin mantiene rapporti solidi con Teheran ma dialoga anche con Washington e con le principali potenze regionali.

 Il Cremlino insiste sulla necessità di una soluzione politica, convinto che un’escalation militare aggraverebbe ulteriormente l’instabilità del Medio Oriente.

 

Gli Usa si preparano a un conflitto prolungato.

Sul terreno, però, la situazione precipita. Dopo gli attacchi attribuiti ai Pasdaran contro installazioni americane in Bahrein e Kuwait, gli Stati Uniti avrebbero risposto con nuove operazioni militari.

 

E mentre la tensione cresce, a Washington si prepara lo scenario peggiore: un conflitto prolungato.

 

Secondo quanto riportato da “Channel 12”, Trump ha convocato i principali responsabili della sicurezza nazionale per discutere le prossime mosse.

 I combattimenti, secondo funzionari statunitensi, potrebbero durare “da un paio di giorni fino a un mese”, a seconda della decisione iraniana di continuare o meno gli attacchi alle navi commerciali nello Stretto di Hormuz.

Tra le opzioni allo studio c’è anche il ripristino del blocco navale dei porti iraniani, misura evocata dallo stesso presidente ma non ancora formalmente decisa.

 Al momento, riferisce l’emittente israeliana, non vi sarebbe interesse per un coinvolgimento diretto di Israele nei combattimenti.

 

Stretto di Hormuz paralizzato.

Tel Aviv, tuttavia, si prepara a ogni eventualità, inclusa la possibilità che l’Iran prenda di mira basi israeliane utilizzate dagli aerei americani, come Nevati e Ramon.

Prosegue intanto il coordinamento operativo tra le Forze di difesa israeliane e il Comando Centrale degli Stati Uniti.

 

Intanto lo Stretto di Hormuz, uno dei punti più sensibili del commercio energetico globale, è quasi paralizzato.

 La CNN, citando dati del traffico marittimo, segnala un drastico rallentamento del trasporto internazionale.

 

Secondo gli analisti, Teheran avrebbe approfittato della tregua per accelerare le esportazioni dall’isola di Khar, il principale snodo petrolifero iraniano:

 “Non meno di 10 milioni di barili di greggio e carburanti in una sola notte”, riferisce Tanker Trackers.

 Woodward, servizio di intelligence marittima, calcola che “circa 63 milioni di barili di greggio iraniano si trovano ora in mare”.

 

La situazione è resa ancora più complessa dalla decisione degli Stati Uniti di revocare la deroga che consentiva le esportazioni di greggio iraniano: operatori, assicuratori e acquirenti sono ora pienamente esposti alle sanzioni secondarie statunitensi.

I dati “Marine” Traffic mostrano solo poche imbarcazioni in transito, tra cui due petroliere iraniane vuote dirette nel Golfo e una nave di Adoc che lascia la regione seguendo una rotta vicina alla costa dell’Oman.

 

Dal Giappone un richiamo alla prudenza.

La comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione. Dal Giappone arriva un richiamo alla prudenza:

Tokyo teme “un’ulteriore escalation” e invita a non basarsi esclusivamente sulle parole di Trump, auspicando che Washington e Teheran mantengano aperti i canali del dialogo.

 

Il governo giapponese, fortemente dipendente dalla stabilità del Medio Oriente per i propri approvvigionamenti energetici, ha intensificato la raccolta di informazioni e valuta nuove iniziative diplomatiche.

In questo quadro, la mediazione di Putin resta uno dei pochi canali ancora aperti.

Ma la sensazione, tra analisti e governi, è che il cessate il fuoco sia ormai un ricordo e che la regione stia scivolando verso una nuova fase del conflitto, con conseguenze potenzialmente devastanti per gli equilibri globali.

 

 

 

L’Iran prova a salvare la tregua:

“Un errore” gli attacchi alle navi.

Trump: “Se mi uccidono,

li spazzeremo via.”

 Ladiscussione.com – (sabato, 11 Luglio 2026) - Redazione Esteri – ci dice:

 

Teheran avrebbe riconosciuto in colloqui riservati con Washington di avere commesso un errore attaccando il 7 luglio le navi saudite e qatariote nello Stretto di Hormuz, provocando la ripresa dei bombardamenti americani sull’Iran e la successiva risposta di Teheran contro installazioni militari statunitensi nel Golfo.

 

L’ammissione, non confermata pubblicamente da Teheran, sarebbe arrivata durante contatti con l’amministrazione americana.

“Siamo tornati al tavolo e ci hanno detto: abbiamo sbagliato, abbiamo commesso un errore, continuiamo a parlare”, ha riferito alla CBS un alto funzionario statunitense.

Emissari iraniani hanno attribuito le operazioni a una fazione di estremisti “fuori controllo”, intenzionata a sabotare il dialogo con gli Stati Uniti.

Le trattative proseguono: il ministro degli Esteri Abbas Draghici è arrivato oggi in Oman, mentre un nuovo incontro tecnico è previsto domani in Pakistan.

 

Washington chiede ora una dichiarazione pubblica con cui la Repubblica islamica riconosca lo Stretto aperto alla navigazione e si impegni a non colpire più il traffico mercantile.

 Secondo il Wall Street Journal, il pronunciamento iraniano potrebbe arrivare nelle prossime ore.

 

Draghici a Muscat, incontro tecnico.

Teheran continua tuttavia ad accusare gli Stati Uniti di avere violato il memorandum del 17 giugno.

Il rappresentante iraniano all’Onu Saeed Ravani ha ribadito che il Paese rispetterà l’intesa solo se Washington farà altrettanto.

Il presidente Massoud Pezeshkian ha invitato tutte le parti a evitare iniziative che possano “minare la fiducia e complicare il processo diplomatico”.

 

Draghici è arrivato intanto a Muscat per discutere con le autorità omanite della crisi regionale e della sicurezza nello Stretto di Hormuz. Secondo “Al Arabiya”, domani le squadre tecniche di Stati Uniti e Iran dovrebbero incontrarsi in Pakistan per affrontare il dossier nucleare, le sanzioni e i fondi iraniani congelati all’estero.

La Casa Bianca resta però pessimista sulla possibilità di un’intesa. Washington pretende che l’Iran consegni le proprie scorte di uranio altamente arricchito: senza il trasferimento del materiale nucleare, hanno avvertito funzionari americani, non ci sarà alcun accordo.

 

La minaccia di Trump.

Sul negoziato pesa anche l’allarme per un presunto piano iraniano contro Donald Trump.

Il Presidente ha scritto su Truth Social che mille missili americani sono “pronti al lancio” e puntati contro l’Iran in caso di tentativo di assassinarlo.

“Ho dato l’ordine”, ha affermato Trump, assicurando che le disposizioni resteranno valide per un anno e potranno essere prorogate.

Se Teheran metterà in atto la minaccia, ha aggiunto, le forze americane sono pronte a “spazzare via e distruggere completamente” obiettivi in tutto il Paese.

 

 

 

 

Perché la tregua nella guerra USA-Iran è finita: attacchi di Trump e conseguenze sui negoziati di pace.

Geopop.it – (10 luglio 2026) – Andrea Gaspardo – Redazione Esteri – ci dice:

Alla luce delle recenti “fiammate di guerra” tra Stati Uniti e Iran nell'area dello Stretto di Hormuz dobbiamo chiederci come mai la situazione stia vivendo un deterioramento e cosa dobbiamo aspettarci nel prossimo futuro. Tra le indiscrezioni che circolano, sempre da prendere con le pinze, il presunto piano di Teheran uccidere Trump svelato da Israele.

 

Negli ultimi giorni gli Stati Uniti hanno colpito oltre 100 obiettivi siti militari iraniani situati lungo le aree costiere e l'Iran ha attaccato con missili e droni le basi americane situate nella regione.

È dagli inizi di luglio 2026 che le tensioni geopolitiche nell'area situata attorno allo Stretto di Hormuz si sono di nuovo intensificate nella guerra USA-Iran, tanto da far affermare allo stesso presidente americano Donald J. Trump nel corso di una conferenza stampa a latere dell'ultimo vertice NATO di Ankara che, tra le altre cose, “la tregua è finita”.

Questi eventi – oltre ai colloqui con Netanyahu e un presunto piano iraniano per assassinare Trump – gettano nuovamente un'ombra sulla possibilità che i negoziati di pace tra gli Stati Uniti d'America e la Repubblica Islamica d'Iran possano giungere ad una conclusione positiva.

 

Il “Memorandum di Islamabad”: una sconfitta strategica per gli USA.

Il 17 giugno 2026 nel corso di due cerimonie disgiunte tenutesi rispettivamente a Teheran e alla reggia di Versailles, non lontano da Parigi, il presidente americano Trump e quello iraniano Pezeshkian avevano controfirmato il cosiddetto “Memorandum di Islamabad”, articolato su 14 punti e interpretato dalla maggior parte degli analisti come una sorta di capitolazione americana nei confronti dell'Iran, che ne è infatti uscito notevolmente rafforzato dal lato diplomatico e in virtuale controllo delle rotte in entrata ed uscita da e per il Golfo Persico attraverso il “coke point” costituito dallo Stretto di Hormuz.

 Iran e Oman starebbero ora lavorando a un piano per introdurre la riscossione di un pedaggio per le navi in transito nello Stretto:

il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha formalmente negato che l'Iran abbia il controllo dello Stretto.

 

Vi è poi il nodo geopolitico della situazione in Libano. L'Iran ha infatti legato l'implementazione del Memorandum alla cessazione completa delle ostilità in territorio libanese e quindi alla fine delle operazioni militari israeliane contro Hezbollah, ma lo Stato Ebraico ha sino ad ora continuato a mantenere una libertà d'azione indipendente rispetto ai desiderata dei principali attori della contesa mediorientale. Viste queste premesse, in molti si chiedevano quanto a lungo questa tregua posticcia avrebbe potuto durare.

 

Il perdurare delle tensioni, i nuovi attacchi incrociati e i funerali di Ali Khamenei.

La situazione ha visto una brusca accelerazione nel corso degli ultimi giorni di giugno, quando gli attacchi incrociati sono ricominciati nel mezzo dello stallo nelle trattative. Ovviamente i duellanti sia a Washington che a Teheran non hanno esitato a scaricare la colpa sulla controparte avversaria, annunciando contemporaneamente un ampliamento delle rispettive azioni militari in risposta alla violazione dello spirito del Memorandum di Islamabad.

 

Tra il 7 e l'8 luglio l'escalation ha portato gli Stati Uniti a colpire un'ottantina di siti militari iraniani situati lungo le aree costiere, specialmente nell'area di Bushehr, Bandar Abbas e Korana (a cui si sono aggiunti altri obiettivi colpiti negli ultimi giorni), mentre i Pasdaran hanno attaccato con missili e droni le basi americane situate nella regione, in particolare quelle situate in Kuwait, Qatar e Bahrein, che già erano state danneggiate nel corso della fase attiva della guerra.

Oltre agli attacchi diretti contro le basi USA nel Golfo, alcuni missili iraniani sono stati intercettati anche in Giordania.

 

A rendere il clima ancora più incandescente si sono aggiunti i funerali, appena conclusisi a Mashhad, dell'ex Guida suprema Ali Khamenei, rimasto ucciso all'inizio delle ostilità insieme ad alcuni familiari.

Un evento epocale – che la stampa locale ha celebrato come il funerale più grande della storia mondiale, con 40 milioni di partecipanti – che ha scosso profondamente il Paese, segnato peraltro dall'assenza per motivi di sicurezza del suo successore Mastaba.

 

Tregua o nuova guerra Iran-USA: le previsioni per il futuro e il piano contro Trump.

È molto difficile dire al momento cosa ci riserverà il futuro. Alcuni analisti hanno apertamente parlato di ritorno alla guerra mentre altri hanno invece letto l'azione americana come un modo per poter recuperare alcune leve coercitive in sede diplomatica.

 

Sebbene nessuno scenario vada scartato a priori, parrebbe che la seconda spiegazione sia quella più probabile perché al momento gli americani, che nel corso dei mesi scorsi hanno ritirato dall'area tutta una serie di asset navali e aerei fondamentali, non possono più fare affidamento su un sostegno logistico adeguato a portare avanti un conflitto su vasta scala e di lunga durata. Quello stesso sostegno che, dimostratosi carente nel corso del mese di marzo 2026, aveva decretato l'interruzione delle operazioni militari americane e dei loro alleati e la vittoria dell'Iran durante la prima fase della guerra.

 

Da capire poi, ancora una volta, quale sarà il ruolo di Israele. In base a quanto riportato dalla testata “Aio,” nelle ultime ore il presidente americano Trump e il primo ministro israeliano Netanyahu hanno avuto una lunga conversazione telefonica per coordinare le loro azioni future con il sempre attivo ministro della difesa Katz affermare che Israele è pronta a riprendere i raid aerei.

 

Secondo indiscrezioni pubblicate dal Wall Street Journal, i servizi segreti israeliani avrebbero anche condiviso con le loro controparti a Stelle e Strisce i dettagli di un piano iraniano per assassinare Trump, ma tali notizie devono essere trattate con la massima attenzione visto il massiccio utilizzo della propaganda e la disseminazione di false informazioni alle quali i contendenti hanno fatto più volte ricorso in passato.

(geopop.it/perche-la-tregua-nella-guerra-usa-iran-e-finita-attacchi-di-trump-e-conseguenze-sui-negoziati-di-pace/).

(geopop.it/).

 

 

 

 

 

USA-IRAN: “La guerra non piega  Teheran:resta potenza regionale e punta sul nucleare.”

Ilsussidiario.net - Giorgio Battisti-  (Pubblicato 11 Luglio 2026) – Redazione Esteri – ci dice:

 

Tregua fragile, negoziato incerto, ma nessuno vuole chiudere Hormuz.

 Sul nucleare Teheran rinuncerà a qualcosa ma terrà aperto il programma.

 

La nuova escalation tra Stati Uniti e Iran ha rimesso in discussione una tregua già fragile.

Washington ha colpito obiettivi iraniani dopo gli attacchi alle navi commerciali nello Stretto di Hormuz;

 Teheran ha risposto colpendo installazioni militari statunitensi in Kuwait, Bahrain, Qatar e Giordania.

 Eppure i colloqui proseguono, mentre Israele preme per una linea più dura e segnala un presunto piano iraniano per uccidere Donald Trump.

 

METODO TRUMP.

 Se il tycoon diventa il miglior "allievo" di Pechino.

 

Per il generale Giorgio Battisti, la lettura più immediata rischia però di essere anche la più ingannevole:

“L’Iran ha sofferto molto, ma ha dimostrato di essere una potenza regionale capace di reagire.

A questo punto non è soltanto una questione militare: è una questione di reputazione, prestigio e controllo della regione”.

 

ISRAELE-IRAN, IL RETROSCENA.

 Katz prepara il piano B, ma senza Washington l’attacco è molto più difficile.

Generale Battisti, Israele avrebbe trasmesso agli Stati Uniti informazioni su un nuovo piano iraniano per uccidere Trump.

È una minaccia credibile o può essere, almeno in parte, una forma di pressione israeliana sulla Casa Bianca?

 

Potrebbe esserci anche una forma di influenza, di soft power israeliano. Però bisogna tenere conto di alcuni aspetti.

 Già nel 2024 erano emerse notizie su un possibile progetto iraniano contro Trump e gli Stati Uniti avevano fatto sapere a Teheran che un tentativo del genere sarebbe stato considerato un atto di guerra.

 Quindi io ritengo che un fondo di verità ci sia.

L’ostilità iraniana verso Trump nasce soprattutto dall’ordine che portò, il 3 gennaio 2020, all’uccisione del generale Jassem Solimai.

È una ferita che, per l’establishment iraniano, non si è mai chiusa.

 

“DAZI” TRUMP A HORMUZ.

 L’“alleato” Usa presenta il conto agli errori dell’Ue e alla debolezza italiana.

Lei dice “un fondo di verità”. Che cosa la porta a prenderla sul serio?

 

Anche le misure di sicurezza adottate intorno al presidente.

 Al termine del summit di Ankara, per esempio, Trump non avrebbe utilizzato l’aereo proveniente dal Qatar, ma un velivolo statunitense dotato di tutti i sistemi di protezione e di difesa necessari.

 Questo, a mio avviso, segnala che la minaccia non viene considerata soltanto propaganda.

Poi, certo, Israele ha interesse a mostrare l’Iran come un pericolo immediato e personale per Trump. Le due cose possono convivere.

Durante i funerali dell’ayatollah Ali Khamenei sono risuonati slogan di vendetta, rilanciati anche da esponenti dei Pasdaran.

Quanto pesa davvero questo risentimento nelle decisioni iraniane?

 

Pesa molto, perché non nasce oggi.

 Da quando l’Iran è finito sotto il controllo della Repubblica islamica, dopo la fuga dello scià e la rivoluzione del 1979, gli Stati Uniti sono stati indicati come il nemico principale, il «Grande Satana», mentre Israele è il «Piccolo Satana».

Parliamo di un’impostazione politica, religiosa e militare costruita in quasi cinquant’anni.

Gli attacchi recenti, le distruzioni e le vittime civili hanno ulteriormente radicalizzato una parte della popolazione.

 

Ma bisogna evitare di immaginare un Iran compatto: è un Paese di circa 90 milioni di abitanti, composto da diverse nazionalità e attraversato da fratture profonde.

In altre parole, il regime non rappresenta tutto il Paese, ma dispone ancora di una base sociale interessata alla sua sopravvivenza.

È esatto?

 

Sì. L’establishment, in questi decenni, ha costruito intorno a sé un sistema politico, militare, economico e anche familiare.

Una parte della popolazione vive grazie agli incarichi, alle carriere e alle opportunità garantite dalla Repubblica islamica. Queste persone sanno che, se il governo dovesse cadere, potrebbero diventare il bersaglio della vendetta di chi ha subito la repressione.

Quindi combattono anche per la propria sopravvivenza. Dall’altra parte c’è una parte consistente della società che ha manifestato ed è stata repressa con estrema durezza.

 Questo rende il quadro interno molto più pericoloso di quanto appaia.

 

Netanyahu vorrebbe tornare a colpire l’Iran e aspetterebbe il via libera di Trump. Israele e Stati Uniti, però, hanno davvero lo stesso obiettivo?

 

 

Donald Trump, guerra in Iran (Foto: Tg5).

No, non necessariamente. Israele punta a una vittoria definitiva sull’Iran.

 E per vittoria definitiva intendo un cambiamento che costringa Teheran ad abbandonare Hezbollah, Hamas, gli Houthi e le altre milizie sciite presenti tra Libano, Siria, Iraq e aree vicine a Israele.

 Per Netanyahu questa guerra viene letta come una questione di sopravvivenza nazionale.

Per Trump il quadro è diverso:

 gli Stati Uniti devono guardare anche all’Ucraina e, soprattutto, all’Indo-Pacifico.

Non possono concentrare indefinitamente uomini, mezzi e risorse in Medio Oriente.

 È qui che gli interessi americani e israeliani possono separarsi.

 

Eppure Washington continua a colpire e, nello stesso tempo, accetta di negoziare.

Non è una contraddizione?

 

È una strategia di pressione.

 Gli Stati Uniti vogliono dimostrare di non accettare gli attacchi iraniani contro le navi commerciali o le proprie installazioni, ma lasciano aperti i contatti tecnici.

 Il problema è capire fino a dove possa funzionare questo doppio binario.

 Il memorandum firmato a giugno ha creato uno spazio negoziale, ma non ha risolto i nodi veri.

 Si può sospendere temporaneamente il fuoco, si può discutere della navigazione, ma quando si arriva al nucleare, ai missili e ai proxy regionali, le posizioni tornano molto lontane.

 

Sul nucleare Trump sostiene di volere ispezioni molto estese. Lei ritiene possibile un accordo che neutralizzi davvero la capacità iraniana?

 

Lo ritengo molto difficile.

Un accordo concreto dovrebbe prevedere la consegna dell’uranio arricchito, la neutralizzazione dei sistemi utilizzati per l’arricchimento e ispezioni effettive nei siti coinvolti.

Ma l’Iran ha già posto limiti all’accesso ad alcune installazioni militari, richiamando la sicurezza nazionale.

Era uno dei problemi anche dell’accordo del 2015.

Se restano aree non ispezionabili, rimane anche la possibilità di conservare competenze, materiali e infrastrutture.

Teheran non accetterà facilmente di perdere del tutto una capacità che considera strategica.

 

Cosa intende dire? Che l’Iran potrebbe firmare un’intesa formalmente favorevole agli Stati Uniti e, allo stesso tempo, mantenere una capacità residua?

 

Esattamente.

Sulla carta l’accordo potrebbe essere presentato come una vittoria americana.

Poi, entrando negli aspetti tecnici, potrebbero rimanere margini sufficienti per continuare una parte del programma o per riattivarlo in futuro.

Trump deve anche guardare alle elezioni di metà mandato:

un’intesa debole potrebbe essere attaccata dai suoi avversari, ma una guerra lunga, con costi economici e aumento dei prezzi dell’energia, potrebbe danneggiarlo altrettanto.

È una spada di Damocle politica.

 

Veniamo allo Stretto di Hormuz. Nonostante le minacce e gli attacchi, alcune petroliere continuano a transitare. È il segnale che né Washington né Teheran possono permettersi una chiusura totale?

 

Io penso che nessuna delle due parti abbia davvero interesse a chiuderlo completamente e a lungo.

 L’impatto sull’economia mondiale sarebbe enorme e la pressione internazionale sugli Stati Uniti diventerebbe fortissima.

Anche l’Iran, pur avendo dimostrato di poter resistere alla pressione americana e israeliana, ha bisogno che una parte del traffico continui.

 Il dato interessante, e direi controintuitivo, è che non esiste soltanto il problema del passaggio o del mancato passaggio: esiste anche il problema di chi stabilisce la rotta.

 

Vale a dire?

 

L’Iran vuole che le navi seguano la rotta vicina alle sue coste e che si mettano in contatto con le autorità iraniane.

Gli americani, invece, suggeriscono il percorso meridionale, lungo la costa dell’Oman.

 Le navi colpite nei giorni scorsi, secondo quanto emerso, seguivano proprio la rotta indicata dagli Stati Uniti.

Quindi Teheran non sta dicendo soltanto: «Chiudo lo Stretto». Sta cercando di imporre, nei fatti, una propria capacità di controllo sul traffico.

È una situazione bizzarra, perché entrambe le parti tollerano una forma di status quo, ma ciascuna vuole dimostrare di essere quella che detta le regole.

 

Gli attacchi iraniani contro obiettivi statunitensi in Kuwait, Bahrain, Qatar e Giordania possono spingere i Paesi del Golfo ad allontanarsi da Washington?

 

È possibile che chiedano una riduzione o una diversa distribuzione delle basi americane.

Questi Paesi sono alleati degli Stati Uniti, ma restano geograficamente accanto all’Iran.

Gli americani, un giorno, possono anche andarsene; loro rimangono lì, con le proprie città, le infrastrutture energetiche e gli interessi economici.

 Non a caso, ai funerali di Khamenei erano presenti numerose delegazioni internazionali, comprese quelle di Paesi che avevano appena subito attacchi iraniani.

Non è una contraddizione: è il tentativo di non interrompere tutti i canali con Teheran.

 

Questo rischia di isolare Israele?

 

Non parlerei di isolamento immediato.

Però può rallentare l’allargamento degli “Accordi di Abramo”, soprattutto per quanto riguarda l’Arabia Saudita. Nello stesso tempo esistono collaborazioni che non vengono pubblicizzate: Israele, per esempio, ha fornito sistemi di difesa agli Emirati Arabi Uniti.

Nel Golfo ci sono alleanze ufficiali, intese sottotraccia, vecchie rivalità e nuove paure.

Non è un sistema lineare.

 

Qual è, allora, il dato più importante emerso da questi mesi di guerra?

 

La capacità di resistenza dell’Iran.

 Ha subito perdite pesanti, distruzioni e una forte riduzione degli introiti di petrolio e gas.

Eppure ha conservato la capacità di reagire agli attacchi e di colpire installazioni americane nella regione.

 Questo non significa che abbia vinto.

Significa però che non è stato neutralizzato.

 Anzi, ha mostrato di essere ancora una potenza regionale.

 A questo punto la partita riguarda il prestigio, la reputazione e il futuro equilibrio del Medio Oriente.

Ed è proprio questo che rende molto difficile immaginare che Teheran rinunci, semplicemente e passivamente, al programma nucleare, all’arsenale missilistico e alla propria rete di alleati.

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