Escalation finché Teheran continua a colpire le navi.
Escalation
finché Teheran continua a colpire le navi.
Iran,
media: “Raid Usa finché non terminano attacchi a Hormuz”. Colpito sito militare
iraniano. Trump sente Netanyahu. Khamenei sepolto a Mashhad.
Ilfattoquotidiano.it
– (09-07 – 2026) - Redazione Esteri – ci dice:
Netanyahu:
"Il Regime è più debole che mai". Israele avverte: “Pronti ad
attaccare l’Iran una terza volta, se necessario” Qatar e Pakistan al lavoro per
riaprire i negoziati.
Gli Usa hanno colpito 170 obiettivi in due
giorni
Iran,
media: “Raid Usa finché non terminano attacchi a Hormuz”. Colpito sito militare
iraniano. Trump sente Netanyahu. Khamenei sepolto a Mashhad.
A
Mashhad la cerimonia di sepoltura di Ali Khamenei.
E’
iniziata a Mashhad la cerimonia funebre per l’ayatollah, Ali Khamenei, ucciso
in un raid israelo-americano.
L’agenzia Irna spiega che la folla ha
circondato il veicolo che trasporta le salme dell’ex Guida suprema e dei suoi
familiari, al grido di “Morte all’America”, “Morte a Israele”. Alla cerimonia –
riporta l’agenzia iraniana – sono presenti funzionari politici di 45 paesi e
studiosi, leader religiosi e scienziati provenienti da oltre 90 nazioni.
20:01
Axios:
“Raid Usa continuerà finché non terminano attacchi a Hormuz”
L’attuale
escalation potrebbe protrarsi per uno o due giorni, una settimana o addirittura
un mese, fino a che l’Iran continuerà a colpire le navi nello Stretto di
Hormuz. Lo ha detto un funzionario americano ad Axios.
19:36
Netanyahu:
“L’asse iraniano è più debole che mai, mentre Israele è più forte.”
Il
primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu, intervenendo ad una cerimonia
militare insieme al ministro della Difesa Israel Katz, ha affermato che l’Iran
è stato indebolito dalle due precedenti campagne militari lanciate da Israele
contro la Repubblica islamica e ha sottolineato che il conflitto non è ancora
concluso. “L’asse iraniano è più debole che mai, mentre Israele è più forte che
mai. Abbiamo dimostrato che il braccio lungo dell’Aeronautica israeliana può
arrivare ovunque, dallo Yemen all’Iran. Pertanto dobbiamo riconoscere che la
campagna non è finita”, ha aggiunto Netanyahu. La guerra è iniziata il 28
febbraio scorso, quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato una campagna
aerea contro l’Iran che ha portato all’uccisione della Guida Suprema della
Repubblica Islamica e di altri alti funzionari. Si è trattato della seconda
campagna di Israele contro l’Iran, dopo una guerra di 12 giorni svoltasi nel
giugno 2025.
18:59
Cnn:
“Pakistan e Qatar al lavoro per riprendere i negoziati Usa-Iran”
Pakistan
e Qatar continuano a lavorare per riportare Usa e Iran al tavolo dei negoziati
dopo l’ultima escalation. Lo confermano alla Cnn fonti nella regione. Nei mesi
scorsi anche l’Oman ha contribuito a facilitare colloqui tra le parti.
18:55
Israele:
“pronti ad attaccare l’Iran una terza volta, se necessario.”
Le
forze armate israeliane sono pronte ad attaccare l’Iran “una terza volta, se
necessario”: lo ha dichiarato oggi il ministro della Difesa israeliano, Israel
Katz, nel corso di una cerimonia militare. “L’esercito è pronto e in allerta
per una ripresa delle ostilità, per ristabilire la superiorità aerea e colpire
ancora (…) in Iran al fine di eliminare le minacce, anche una terza volta se
necessario”
15:43
Dombrovskis
(Ue): “Blocco di Hormuz ha effetti, ma economia europea è resiliente allo shock.”
Sull’Iran
“la situazione rimane offuscata da un’elevata incertezza e volatilità.
Constatiamo che il cessate il fuoco nel contesto della guerra in Iran non
regge. Ci sono stati nuovi blocchi dello Stretto di Hormuz, il che ovviamente
ha delle implicazioni, ma nel complesso vediamo che l’economia europea si sta
dimostrando resiliente di fronte a questo shock dell’offerta di petrolio e
gas.” Lo ha detto il commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis entrando
all’Eurogruppo. ” Il più grande intervento economico possibile in termini di
prezzi dell’energia sia la de-escalation del conflitto”, ha aggiunto da parte
sua la presidenza Ue.
15:14
Centcom:
“Oltre 170 gli obiettivi iraniani colpiti dagli Usa negli ultimi due giorni.”
Sono
più di 170 gli obiettivi militari iraniani colpiti dalle forze Usa negli ultimi
due giorni. E’ quanto si legge sul New York Times che cita informazioni del
Centcom secondo cui tra gli obiettivi presi di mira ci sono sistemi di difesa
aerea, siti per ‘custodire’ droni e missili e infrastrutture della logistica
lungo la costa nei pressi dello Stretto di Hormuz. L’obiettivo, secondo il
Centcom, è intaccare ulteriormente le capacità dell’Iran di attaccare le navi
commerciali nello Stretto di Hormuz. Il numero di obiettivi colpiti, evidenzia
il giornale, è di circa 14 volte superiore rispetto alla quantità di obiettivi
presi di mira nei due giorni di escalation a giugno.
14:47
Pasdaran:
“Tre dei nostri uomini uccisi nei raid Usa di stamattina.”
“Tre
dei nostri uomini sono stati uccisi negli attacchi americani di questa mattina
nella provincia del Khuzestan, nel sud-ovest dell’Iran”. Lo hanno riferito le
Guardie Rivoluzionarie iraniane, come riportato da Ynet News.
14:37
Al-Jazeera:
“Udite esplosione a Bandar Abbas, sullo Stretto di Hormuz.”
Nuove
esplosioni sono state udite a Bandar Abbas, città portuale nel sud dell’Iran,
sullo Stretto di Hormuz. Lo riferisce la tv satellitare al-Jazeera che rilancia
notizie dell’agenzia iraniana Mehr mentre prosegue la nuova escalation tra Usa
e Iran. Anche nelle scorse ore erano state segnalate esplosioni nell’area.
13:48
Giordania:
“Intercettati missili iraniani, violato il nostro spazio aereo.”
Le
forze armate giordane hanno intercettato missili iraniani penetrati nello
spazio aereo del Regno: lo ha annunciato il ministro delle Comunicazioni e
portavoce del governo. “Sono scattate le sirene d’allarme dopo che lo spazio
aereo del Regno è stato violato da missili lanciati dall’Iran, i quali sono
stati intercettati”, ha dichiarato “Mohammad Modani” all’emittente pubblica “Al
Malakal”.
Iran.
Hormuz conteso:
il braccio
di ferro con gli Stati Uniti.
Notiziegeopolitiche.net
– (13 Luglio 2026) - Daniele Di Vuono – Redazione – ci dice:
La
ripresa dei bombardamenti statunitensi contro l’Iran, gli attacchi iraniani
contro installazioni e interessi americani nella regione e la nuova
proclamazione di chiusura dello Stretto di Hormuz hanno riportato la crisi al
centro degli equilibri mediorientali.
Teheran
sostiene che il passaggio non sia più disponibile senza la propria
autorizzazione;
Washington
afferma invece che il traffico commerciale continui e che nessun Paese possa
imporre permessi o pedaggi su una rotta internazionale.
La
realtà si trova nello spazio tra queste due versioni:
Hormuz
non è completamente sigillato, ma non funziona più come un passaggio
normalmente aperto e prevedibile.
È
questo il punto intorno al quale continua il braccio di ferro tra Stati Uniti e
Iran.
La
questione non riguarda soltanto l’ultima sequenza di attacchi e rappresaglie.
Riguarda
chi possa stabilire le regole nello stretto, autorizzare le rotte, proteggere
le navi e trasformare la libertà di navigazione in un fatto reale, non soltanto
in un principio dichiarato.
L’intesa
provvisoria raggiunta il mese scorso aveva aperto una finestra di sessanta
giorni per cercare una soluzione più stabile.
Sul piano militare, però, la tregua è ormai
collassata.
Donald Trump ha dichiarato concluso il cessate
il fuoco, pur lasciando aperta la possibilità di proseguire i contatti con
Teheran.
I mediatori regionali continuano a lavorare,
ma il negoziato procede mentre gli attacchi sono già ricominciati.
La
tregua non ha risolto il conflitto.
Ha
soltanto mostrato quanto sia difficile separare la diplomazia dalla questione
di Hormuz.
Stati
Uniti e Iran possono sospendere temporaneamente i bombardamenti, ma non possono
evitare il problema centrale: Washington considera lo stretto una via
internazionale che deve restare aperta senza autorizzazioni iraniane;
Teheran
rivendica invece il diritto di condizionare ciò che accade nelle acque davanti
alle proprie coste.
Il
nuovo ciclo di escalation si è riaperto con gli attacchi contro il traffico
commerciale nello stretto.
Una portacontainer battente bandiera cipriota
è stata colpita mentre navigava lungo la costa dell’Oman, riportando gravi
danni alla sala macchine e un incendio.
Ventitré
membri dell’equipaggio sono stati soccorsi, mentre un marittimo indiano
risultava disperso.
I Guardiani della Rivoluzione hanno sostenuto
che alcune navi avessero ignorato gli avvertimenti e le indicazioni sulle rotte
autorizzate; gli Stati Uniti hanno considerato l’attacco una minaccia diretta
alla libertà di navigazione.
Washington
ha quindi avviato una nuova serie di bombardamenti.
Il Comando centrale statunitense ha dichiarato
di aver colpito, nell’ultima grande operazione, circa 140 obiettivi militari
iraniani, tra siti missilistici e per droni, depositi di munizioni, reti di
comunicazione, capacità navali e sistemi di sorveglianza costiera.
Gli attacchi sono poi proseguiti contro
sistemi missilistici, difese aeree e imbarcazioni veloci dei Guardiani della
Rivoluzione nell’area di Hormuz. Si tratta di dati e ricostruzioni provenienti
da fonti statunitensi e non verificabili in modo indipendente nella loro
completezza, ma indicano la dimensione rivendicata da Washington per la propria
risposta.
L’obiettivo
dichiarato degli Stati Uniti è ridurre la capacità iraniana di colpire le navi
commerciali.
Dietro la dimensione operativa esiste però una
questione politica più ampia.
Washington
vuole dimostrare che la sicurezza dello stretto continua a dipendere dalla
presenza militare americana e che Teheran non può imporre unilateralmente un
proprio regime di navigazione.
L’Iran
ha risposto allargando il costo del confronto alla rete regionale degli Stati
Uniti.
Missili
e droni iraniani hanno colpito o tentato di colpire obiettivi in diversi Paesi
del Golfo e in Giordania, tra cui Bahrain, Kuwait, Qatar, Oman ed Emirati Arabi
Uniti:
Stati
che ospitano forze, basi o infrastrutture militari americane.
Le autorità locali hanno riferito
intercettazioni, esplosioni, feriti e danni, mentre Teheran ha rivendicato
attacchi contro centri di comando, radar, strutture logistiche e installazioni
collegate alle forze statunitensi.
È
quindi più preciso parlare di attacchi contro il sistema militare americano
ospitato nei Paesi alleati, non di un bombardamento indiscriminato degli
alleati in quanto tali.
La
distinzione rivela la strategia iraniana.
Teheran
vuole mostrare che le basi statunitensi non rappresentano soltanto una garanzia
di protezione, ma possono trasformare il territorio che le ospita in un
possibile bersaglio.
In
questo modo il conflitto entra direttamente nel rapporto tra Washington e i
suoi partner regionali.
I governi del Golfo e la Giordania dipendono
in diversa misura dalla cooperazione militare americana, ma devono anche
evitare che la propria sicurezza venga travolta dallo scontro.
Per
Teheran, colpire le infrastrutture statunitensi significa modificare il calcolo
di quei governi:
permettere agli Stati Uniti di utilizzare
basi, aeroporti, radar e piattaforme logistiche comporta un rischio diretto.
L’Iran
non deve necessariamente sconfiggere militarmente gli Stati Uniti.
Gli
basta rendere la loro presenza più costosa, più esposta e politicamente più
difficile da sostenere.
Questa
strategia nasce da una sproporzione evidente.
Washington conserva una netta superiorità
convenzionale, soprattutto sul piano aereo, navale e tecnologico.
L’Iran non può affrontarla in uno scontro
simmetrico senza subire perdite molto più pesanti.
Può
però utilizzare missili, droni, forze navali leggere, pressione sulle rotte
commerciali e minacce contro le basi regionali per distribuire il costo del
conflitto su un’area più vasta.
Hormuz
è lo strumento principale di questa strategia.
Non occorre bloccarlo completamente per
trasformarlo in un’arma.
È sufficiente rendere il transito incerto,
pericoloso e costoso.
Quando
una compagnia di navigazione non può prevedere se una nave verrà fermata,
deviata o colpita, la libertà di passaggio continua a esistere sulla carta, ma
si indebolisce nella pratica.
Il”
Joint Maritime Information Center” ha classificato come “grave” il livello di
minaccia nello stretto.
Allo
stesso tempo, ha ribadito che una rotta meridionale vicina all’Oman rimane
disponibile ed è stata ampliata per consentire il traffico nei due sensi.
Le navi possono quindi continuare a
transitare, ma dentro un ambiente segnato da rischi militari, interferenze alla
navigazione, avvertimenti radio e pericoli legati alle mine.
La
formula più corretta non è dunque che Hormuz sia totalmente chiuso, né che sia
normalmente aperto.
Lo
stretto è conteso.
L’Iran
ne ha proclamato la chiusura e sostiene di poter autorizzare i passaggi;
gli
Stati Uniti affermano invece che la via meridionale resti aperta e che nessuna
autorità iraniana possa imporre permessi o tariffe.
Entrambe
le parti cercano di trasformare la propria versione in una realtà operativa.
Teheran
può sostenere di controllare Hormuz perché è in grado di minacciare le navi e
condizionarne i percorsi.
Washington
può dichiararlo aperto perché alcuni transiti continuano sotto la protezione
americana.
Ma un
passaggio commerciale che richiede rotte straordinarie, coordinamento militare
e misure di sicurezza eccezionali non è più uno spazio marittimo normale.
Questa
ambiguità è già una forma di potere.
Il
problema supera inevitabilmente i confini regionali. In condizioni normali,
attraverso Hormuz transita una quantità di petrolio e prodotti petroliferi
equivalente a circa un quinto del consumo mondiale.
Lo stretto assorbe inoltre circa un quinto del
commercio globale di gas naturale liquefatto.
La
riduzione del traffico, le minacce alle petroliere e l’aumento dei costi
assicurativi possono influenzare i prezzi dell’energia, la sicurezza degli
approvvigionamenti e l’inflazione ben oltre il Golfo Persico.
La
crisi riguarda direttamente anche l’Europa e l’Italia.
Golfo Persico, Mar Arabico, Mar Rosso, Canale
di Suez e Mediterraneo formano una sola catena strategica.
Un’interruzione
o un rallentamento a Hormuz può modificare rotte, tempi di consegna, costi del
trasporto e disponibilità energetica nei mercati europei. La distanza
geografica non elimina la dipendenza da passaggi marittimi concentrati in pochi
punti vulnerabili.
Esiste
però un limite alla strategia di entrambe le parti.
Gli
Stati Uniti possono bombardare le infrastrutture militari iraniane e garantire
il passaggio di una parte del traffico, ma non possono eliminare la geografia
dell’Iran né controllare indefinitamente ogni nave.
Teheran
può rendere lo stretto insicuro, ma non può bloccarlo per un periodo illimitato
senza danneggiare le proprie esportazioni, isolarsi ulteriormente e rischiare
una risposta militare ancora più estesa.
Questa
impossibilità di ottenere una vittoria definitiva spiega perché la diplomazia
continui nonostante i bombardamenti.
Oman, Qatar e Pakistan restano coinvolti nei
tentativi di mediazione. Washington chiede che Teheran dichiari pubblicamente
aperte tutte le rotte, interrompa gli attacchi alle navi e rinunci a imporre
autorizzazioni o pedaggi.
L’Iran rifiuta invece di abbandonare la
principale leva strategica con cui cerca di compensare la superiorità militare
americana.
Il
negoziato non potrà quindi limitarsi a restaurare la tregua precedente.
Dovrà
affrontare il nodo che quella tregua aveva soltanto rinviato: quale sistema di
sicurezza debba governare Hormuz, chi debba garantire la navigazione e quali
limiti debbano essere posti alle attività militari delle due parti.
Finché
questa questione resterà irrisolta, ogni accordo continuerà a essere esposto
alla stessa sequenza:
attacco
a una nave, bombardamento statunitense, rappresaglia iraniana contro le
installazioni regionali e nuovo tentativo di mediazione.
La
diplomazia potrà sospendere il conflitto, ma non interromperne la logica.
Il
braccio di ferro continua perché nessuna delle due parti può accettare l’ordine
marittimo rivendicato dall’altra.
Washington
non può riconoscere all’Iran il diritto di decidere chi attraversa Hormuz.
Teheran non può rinunciare allo strumento con
cui rende globale il costo dello scontro.
Lo
stretto resta quindi abbastanza aperto da evitare un blocco completo dei
traffici, ma abbastanza insicuro da continuare a funzionare come un’arma.
È in
questo equilibrio instabile che Stati Uniti e Iran conducono il loro confronto:
non una guerra capace di produrre rapidamente
un vincitore, ma una pressione continua nella quale ogni tregua rischia di
diventare soltanto l’intervallo prima del bombardamento successivo.
Come
vengono definiti i
crimini
contro l’umanità?
Notiziegeopolitiche.net
– (13 Luglio 2026) - Maddalena Pezzotti – Redazione – ci dice:
I
crimini contro l’umanità sono stati concepiti in quanto tali nel diritto
internazionale nel corso del XX secolo quando vennero anche approntati apparati
sanzionatori ad hoc.
La loro imputabilità, sia legale sia etica, è
ascritta a capi di stato o altre espressioni di potere, che detengono facoltà
decisionale, nel momento in cui vengono perpetrate le violazioni.
La
nozione è apparsa nel 1915, in una dichiarazione congiunta di Francia, Gran
Bretagna e Russia, in riferimento alla Turchia, responsabile del genocidio
armeno.
Con
l’istituzione del Tribunale di Norimberga, nel 1945, fu annoverata tra i reati
contestabili ai nazisti tedeschi, in distinzione dal crimine di guerra.
Venne
ripresa, nel 1946, nello Statuto del Tribunale militare internazionale per
l’Estremo Oriente, e negli anni novanta del secolo passato, nello Statuto del
Tribunale per la ex-Jugoslavia e in quello per il Ruanda.
La
codificazione normativa in giurisprudenza si diede, in seno alle Nazioni Unite,
con la Convenzione per la prevenzione e punizione del crimine di genocidio, del
1948.
Fu,
però, solo nel 1998, grazie allo Statuto di Roma, che venne designata una sede
giurisdizionale indipendente, nella Corte penale internazionale de L’Aia, per
accertare e castigare i delitti, e cercare di arginare il rischio di
discrezionalità e opportunismo, da parte di istanze nazionali.
Ciò
nonostante, non tutti gli ordinamenti giuridici prevedono la figura di crimine
contro l’umanità o la prevedono in forma recettizia da trattati internazionali.
In
aggiunta, per limite statuario, la Corte può solo affiancarsi, in maniera
complementare, alla giurisdizione ordinaria.
Fra i
casi perseguiti, per crimine contro l’umanità, si annoverano: lo sterminio di
massa; la pulizia etnica; lo stupro di guerra e la tortura; la deportazione e
la sparizione forzata di persone; l’apartheid; la riduzione in schiavitù; la
persecuzione contro un gruppo per ragioni di ordine politico, nazionale,
culturale, religioso o di identità sessuale; qualsiasi azione disumana commessa
contro le popolazioni civili, prima o durante la guerra; vessazioni che abbiano
costituito un’infrazione del diritto del paese dove sono state commesse; la
distruzione di patrimoni artistici e ambienti naturali di riconosciuta
importanza.
Malgrado
l’atrocità di ognuno di essi, si sono sollevati elementi di dibattito.
Per
esempio, sebbene certi atti suscitino una condanna morale comune a partire
dalla consapevolezza di un diritto congenito per sua natura agli esseri umani,
si è discusso se ciò possa determinare il fattore di criminalità, e la cagione
specifica della punibilità, secondo un’apposita previsione.
L’obiezione
si è centrata sulla maggiore opportunità di considerarne la portata specifica.
In tale ottica, la pulizia etnica, altro non sarebbe che un delitto di strage
aggravato da premeditazione, continuazione e reiterazione, oltre che da motivi
abietti, con dimensioni e proporzioni del danno arrecato, di gravità non
contemplata dal codice ordinario.
Inoltre
si è a lungo discusso circa l’effettiva riconoscibilità per l’intero genere
umano di un ruolo diretto di vittima.
In
pratica, si è eccepita la fattibilità procedurale che si costituisca parte
civile. La contestazione è correlata al tema della rappresentanza, ovvero di
chi avrebbe titolo a presentarsi in giudizio in nome dell’umanità. Quanti
contrari all’idea di un diritto internazionale umanitario affermano, poi, che
la diversità di situazioni sociali, espressioni culturali, e visioni etiche,
tra i popoli, renderebbe impossibili, sia una definizione della fattispecie,
sia un’applicazione della stessa, tali da ottenere un consenso universale.
A
dispetto di tutte le argomentazioni tecniche, e le manipolazioni ideologiche
sulla materia, esiste un’intesa di fondo che ha permeato l’opinione pubblica, a
favore dell’esistenza di diritti inalienabili, in virtù della condizione umana,
che devono essere difesi e promossi, per garantire la vita, la dignità, la
sicurezza, e lo sviluppo.
Tuttavia,
in assenza di un’applicazione del diritto internazionale, pregressa, continua,
ed effettiva, questi crimini rimangono soggetti al filtro dell’interpretazione
politica, negli equilibri geostrategici, e gli accusati hanno spesso opposto un
vizio di competenza dei tribunali.
Mondo.
Hormuz,
nuovi raid Usa sull’Iran.
Teheran risponde colpendo basi
americane
in Giordania, Bahrein e Kuwait.
Editorialedomani.it
– (13 luglio 2026) – Redazione – ci dice:
Aggiornato,
13 luglio 2026 • 13:46.
Nuovi
bombardamenti sull’Iran nella notte, gli ayatollah rispondono colpendo basi
americane e chiedono che i paesi del medio oriente non offrano più le basi.
La
battaglia su Hormuz dopo la nuova chiusura dello Stretto riaccende la guerra
nel Golfo. tra ieri sera e stanotte gli Usa hanno lanciato ulteriori raid
contro l'Iran «per indebolire la sua capacità di attaccare le navi nello
Stretto». Teheran ha risposto colpendo basi americane in Giordania, Bahrein e
Kuwait. Il petrolio ha aperto oggi in rialzo di oltre il 3,5 per cento.
Mondo.
Attacchi
tra Usa e Iran, ricomincia la battaglia di Hormuz.
Secondo
i media statali iraniani, gli attacchi aerei hanno colpito vaste aree dell'Iran
occidentale e meridionale, tra cui l'isola di Qeshm e Bandar Abbas, vicino allo
Stretto di Hormuz, nonché la provincia del Kuzistan, al confine con l'Iraq.
La diplomazia iraniana ha «condannato
fermamente» gli ultimi bombardamenti americani e accusato Washington di aver
«vanificato tutti gli sforzi compiuti negli ultimi mesi» per ristabilire la
pace nella regione.
13:45
Yemen,
Houthi: “Raid saudita ad aeroporto Sanaa.”
Gli
Houthi hanno accusato l'Arabia Saudita di avere attaccato l'aeroporto di Sanaa
e minacciato una risposta.
Secondo
il ministero della Difesa yemenita, citato dai media locali, il bombardamento
aveva lo scopo di impedire l'atterraggio di un aereo iraniano.
"L'Arabia
Saudita ha posto fine alla fase di riduzione delle tensioni", ha
dichiarato un portavoce militare a quanto riporta l'agenzia Fars,
"l'attacco all'aeroporto di Sanaa non resterà senza risposta e senza
punizione".
13:43.
Media,
esplosioni vicino a Bandar Abbas e isola Qeshm.
Nuove
esplosioni sono state udite nei pressi della città portuale di Bandar Abbas e
dell'isola di Qeshm, nel sud dell'Iran.
Lo
riferiscono i media di Stato iraniani e l'agenzia Mehr, secondo cui le
detonazioni sarebbero provenute lungo la costa occidentale della città. Secondo
quanto riportato dall'agenzia, non risultano vittime civili né danni a
infrastrutture.
13:39.
Attacco
Usa: due morti ad Abadan.
I raid
statunitensi di Abadan, nel sud-ovest dell'Iran, al confine con l'Iraq, hanno
provocato due morti e tre feriti.
Lo
riferisce l'Agenzia di stampa della Repubblica Islamica (IRNA).
11:38.
Teheran,
1 morto e 7 feriti in raid Usa contro sito militare Nain.
È di
almeno un morto e sette feriti il bilancio dell'attacco statunitense contro un
sito militare nella contea di Nadin, nell'Iran centrale.
Lo ha
riferito il vicegovernatore della provincia di Isfahan con delega alla
sicurezza, Akbar Salehi, citato dai media di Stato.
Secondo
Salehi, i sette feriti hanno riportato lesioni non gravi e sono stati medicati
e dimessi in regime ambulatoriale.
11:31.
Iran:
"Europei infantili. Non tolleriamo prepotenze."
L'Iran
ha accusato gli europei di essere infantili e ribadito che non accetterà
prepotenze.
"Abbiamo
superato da un pezzo l'era dell'asilo.
Spetta
agli europei decidere se vogliono rimanere in quell'era e rispondere alle
prepotenze americane allo stesso modo", ha dichiarato il portavoce del
ministero degli Esteri, Esmail Bacaie.
Ha
aggiunto: "Non tollereremo alcuna forma di prepotenza o coercizione,
poiché è contrario alla pace e alla sicurezza internazionali". L'Iran, ha
assicurato, non ha "semplicemente una reazione emotiva; opporsi alla
prepotenza e alla coercizione è ciò che garantisce la pace e la sicurezza
internazionali e tutela la sovranità nazionale delle nazioni. Se i paesi
europei desiderano attenersi ai propri principi vale a dire lo Stato di
diritto, il rispetto del diritto internazionale e delle Nazioni Unite devono riconsiderare
la loro posizione sugli sviluppi nella nostra regione".
11:24.
Secondo
la Bbc, i transiti attraverso Hormuz sono azzerati da ieri sera.
La
Bbc, citando il servizio di monitoraggio di navigazione Marine Traffic, riporta
che il traffico di navi commerciali nello stretto si è azzerato, a seguito
della nuova escalation fra Iran e Stati Uniti.
Allo
stesso tempo, arrivano segnalazioni secondo cui alcuni cargo avrebbero fatto il
passaggio "al buio", ovvero con i trasponder spenti, per non essere
individuati dai radar iraniani.
10:08.
Teheran:
"Ci ritiriamo dall'accordo se gli Usa non mantengono la parola."
"Nessuno
può accusare l'Iran di aver violato un accordo. In tutti i casi, i doveri
nostri e della controparte sono chiari, ed è documentabile che l’altra parte,
con varie scuse, ha violato diverse sezioni del memorandum d’intesa.
Continueremo ad agire nello stesso modo anche in futuro. Finché la controparte
continuerà il processo di violazione dei propri impegni, l’Iran si asterrà
reciprocamente dall’attuare gli obblighi che aveva assunto". Lo ha detto
il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmail Bagnai
09:17.
Kallas:
"L'Ue è pronta a contribuire alla sicurezza di Hormuz dopo un accordo."
L'Unione
europea è pronta a contribuire alla sicurezza della navigazione nello Stretto
di Hormuz.
Qualsiasi
iniziativa dovrà però essere inserita nel quadro dei negoziati con l'Iran.
Lo ha ribadito l'Alta rappresentante dell'Ue
per gli Affari esteri, Kaja Kallas, rispondendo ai giornalisti prima
dell'inizio del Consiglio Affari esteri a Bruxelles.
Ma si
tratta di soluzioni tutte di là dal venire, dopo la fine delle trattative.
Kallas ha sottolineato anche che "questo
dovrebbe far parte del Memorandum d'intesa e delle discussioni future",
ricordando che "al momento l'Iran afferma di non accettare alcun tipo di
intervento esterno nello Stretto di Hormuz".
"Prima
di tutto deve esserci un accordo che tenga davvero e, solo dopo, tutte queste
iniziative potranno andare avanti", ha spiegato.
09:13.
Parigi:
"Nessuna revoca delle sanzioni contro l'Iran."
Il
ministro degli Esteri francese ha assicurato che non ci sarà "alcuna
revoca delle sanzioni" europee contro l'Iran finché Teheran non avrà
rinunciato al suo programma nucleare e alle sue azioni destabilizzanti nella
regione del medio oriente.
"Non
ci sarà alcuna revoca delle sanzioni nei confronti del regime iraniano finché
non avrà rinunciato al suo programma nucleare, al suo progetto rivoluzionario
che destabilizza la regione e al suo programma di missili balistici, alcuni dei
quali potrebbero un giorno essere in grado di colpire l'Europa", ha detto
Jean-Noel Barrot.
"E
finché non avrà restituito agli iraniani la libertà di costruire il proprio
futuro", ha aggiunto.
08:51.
Kallas:
"La situazione in Cisgiordania è intollerabile."
"Tutti
concordano sul fatto che la situazione in Cisgiordania sia davvero
intollerabile ed è anche chiaro che tutti sosteniamo la soluzione dei due
Stati.
Quello
che sta accadendo in Cisgiordania rende sempre più difficile che questa
soluzione possa mai diventare realtà", ha detto l'Alta rappresentante Ue
per la politica estera, Kaja Kallas, al suo arrivo al Consiglio Affari Esteri a
Bruxelles.
Riguardo
le misure da adottare nei confronti di Israele "non importa quale sia la
mia opzione preferita, perché ho cercato di mettere insieme la posizione dei 27
Stati membri, dove possiamo trovare un terreno comune.
Vediamo
se le opzioni presentate ora riceveranno un maggiore sostegno da parte degli
Stati membri e se alcuni di loro cambieranno posizione ritenendo che questo sia
l’approccio giusto", ha aggiunto.
08:45.
Teheran:
"Abbiamo abbattuto un drone americano a Bandar Abbas."
Teheran
ha affermato che un drone statunitense è stato abbattuto nell'area di Bandar
Abbas. Il drone era del modello "Lucas".
08:42.
L'Iran
rivendica gli attacchi in Oman e Bahrein.
Le
Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno rivendicato la responsabilità dei nuovi
attacchi contro installazioni statunitensi in Oman e Bahrein, secondo una
dichiarazione pubblicata sul loro sito web. "Oltre ad attaccare
installazioni e infrastrutture militari statunitensi a Khuffyan, in Bahrein,
dove sono in corso degli incendi, la marina delle Guardie ha attaccato e
distrutto" radar, tra cui un radar per il rilevamento di navi in Oman,
secondo la dichiarazione pubblicata su Serpa News, il sito web dei Pasdaran.
08:15.
Teheran:
"Continueremo gli attacchi di ritorsione"
Le
Guardie rivoluzionarie hanno affermato in un comunicato diffuso questa mattina
che continueranno gli attacchi di "ritorsione" contro le basi
statunitensi nella regione.
"Lo
Stretto di Hormuz fa parte della nostra terra e non permetteremo a un esercito
di assassini di bambini proveniente da un'altra parte del mondo di continuare
le sue interferenze illegali", si legge nella nota, citata dall'agenzia
iraniana Irna.
07:54.
Kallas:
"È importante che la Siria rimanga fuori dal conflitto."
"Per
noi è importante la stabilita' della Siria, e anche che tengano conto della
presenza dei nostri campi profughi, in modo che non ci siano ripercussioni a
catena.
Finora
la Siria è riuscita a rimanere fuori da questo conflitto, ed è importante che
continui a esserlo" ha detto l'Alto Rappresentante per la Politica estera
e la sicurezza Kaja Kallas arrivando al Consiglio Esteri.
07:37.
Amman:
"Abbiamo abbattuto quattro missili nello spazio aereo"
L'esercito
giordano ha abbattuto quattro missili iraniani sul territorio nazionale, che
secondo Teheran sarebbero stati lanciati come rappresaglia per gli attacchi
statunitensi. Non si sono registrati feriti né danni a cose.
07:36.
L'Iran
all'Onu: "Il Golfo non conceda le proprie basi."
L'Iran
ha chiesto alle Nazioni Unite di sollecitare i Paesi del Golfo a impedire agli
Stati Uniti di utilizzare il loro territorio come base per attacchi contro
obiettivi iraniani.
La
richiesta è stata formulata dal portavoce del ministero degli Esteri Esmail Bagnai,
in risposta all'appello del segretario generale dell'Onu Antonio Guterres
contro una nuova escalation tra Washington e Teheran.
Bagnai
ha sostenuto che gli attacchi iraniani contro basi e installazioni militari
statunitensi nel Golfo Persico meridionale rappresentano un esercizio legittimo
del "diritto all'autodifesa".
07:00.
Teheran
rivendica gli attacchi in Giordania, Bahrein e Kuwait.
Le
Guardie rivoluzionarie iraniane affermano di aver colpito obiettivi e basi
militari americani in Giordania, Bahrein e Kuwait: sarebbero infatti stati
attaccati la base aerea Prince Hassan in Giordania, un centro di comando per
droni militari statunitensi in Bahrein e basi aeree, tra cui Ali Al Salem in
Kuwait.
07:00.
Gli
Stati Uniti completano "una terza serie di attacchi."
Il
Comando centrale (Cent com) degli Stati Uniti comunica di aver "completato
questa settimana, l'11 luglio, una terza serie di attacchi contro l'Iran,
ritenendo le forze iraniane responsabili dell'attacco a un'altra nave
mercantile nello Stretto di Hormuz" si legge sul sito.
Si è
trattato di un attacco di ampio raggio:
"Le forze statunitensi - viene
specificato - hanno colpito circa 140 obiettivi militari iraniani con munizioni
di precisione lanciate da aerei da combattimento terrestri e navali, droni e
unità navali.
Tra
gli obiettivi figuravano siti missilistici e di droni iraniani, capacità
navali, depositi di munizioni, reti di comunicazione e postazioni di
sorveglianza costiera".
"Durante
le tre notti di attacchi di questa settimana - continua il comunicato -, il
Cent com ha colpito oltre 300 obiettivi al fine di indebolire la capacità
dell'Iran di attaccare i marittimi civili e le navi mercantili che transitano
liberamente nello stretto.
Il
transito delle navi mercantili attraverso questo vitale corridoio marittimo
internazionale continua senza interruzioni. Dall'inizio di maggio le forze
statunitensi hanno contribuito a facilitare il transito di oltre 800 navi
mercantili e 400 milioni di barili di petrolio greggio attraverso lo Stretto di
Hormuz".
Guerra
Iran-USA: raffica di attacchi, colpite basi nel Golfo | Caos Hormuz: Israele
verso blitz anti Teheran.
Ilsussidiario.net
- Niccolò Magnani - Pubblicato 13 Luglio 2026 – Redazione – ci dice:
Guerra
Iran-USA.
Vendetta
Iran in guerra contro l'Occidente: l'appello di Mastaba Khamenei.
Cosa
succede nella guerra Iran-USA e perché continua l'escalation: gli attacchi, le
minacce e le prossime mosse di Israele (che conferma le Elezioni).
ESCALATION
NON SI PLACA: NUOVI ATTACCHI USA SU HORMUZ, IRAN REPLICA COLPENDO LE BASI NEL
GOLFO.
La
guerra Iran-USA sembra sempre più incontrollata:
dopo i tentativi dei rispettivi negoziatori di
far tornare al tavolo delle trattative i funzionari di Washington e Teheran, le
ultime 24 ore hanno nuovamente fatto tremare l’intera area del Golfo, con
un’impennata del petrolio stamane e soprattutto con la prospettiva che ancora
una volta il cessate il fuoco sarà un’impresa titanica.
UCRAINA,
IL DOPO GRAHAM - Il rimpasto di Kiev non spegne la pressione neocon su Trump.
Attacchi
incrociati senza un minimo di sosta sono continuati nel weekend e nella notte
appena passata, con il Comando Centrale americano che conferma i raid sullo
Stretto di Hormuz colpendo poi anche «decine di obiettivi in diverse località
con munizioni di precisione».
La
Casa Bianca motiva l’escalation come una risposta al missile lanciato negli
scorsi giorni dai Pasdaran contro navi mercantili nello Stretto, oltre alla
successiva chiusura di Hormuz imposta perché lato USA non vi sarebbe il pieno
rispetto dell’accordo di pace siglato.
CHI
SPINGE PER LA GUERRA.
Da
Israele all’Iran, il partito dell’escalation tenta di affondare il dialogo.
Guerra
a Hormuz.
Guerra
USA-Iran nello Stretto di Hormuz.
Di
contro, da Teheran attaccano le basi americane nel Golfo, dal Bahrein alla
Giordania fino al Kuwait:
«Sono
stati gli americani a violare il Memorandum d’Intesa e a fare a pezzi l’accordo
composto da 14 articoli», attacca stamane il portavoce del Ministero degli
Esteri, Esmail Bagnai, accusando Trump di aver per primo violato l’accordo.
Se gli
Stati Uniti non rispetteranno ancora il Memorandum, chiosano i Pasdaran nel
loro comunicato, «abbandoneremo definitivamente l’accordo sul cessate il
fuoco».
LE
MOSSE DI ISRAELE (E LE ELEZIONI CONFERMATE A OTTOBRE).
Secondo
la CNN, sarebbero quasi 150 gli obiettivi strategici, incluse le basi navali di
Bandar Abbas e dell’isola di Qeshm, colpite dalla Marina USA nel nuovo round di
attacchi contro l’Iran:
con il
regime che continua a imputare agli americani la violazione dei trattati, il
“risiko” che va a comporsi nel Golfo Persico è sempre più intricato e senza al
momento una exit strategy semplice.
(Meloni
nella lista nera Iran per Khamenei morto.
“Vendetta inevitabile”: chi sono nel mirino
del regime.)
Secondo
la nota del Cent Com americano, lo Stretto di Hormuz resta un corridoio vitale
per il commercio globale ed è per questo che gli USA tentano di non farlo
controllare all’Iran, «siamo schierati per assicurare che la libertà di
navigazione resti garantita al traffico mercantile nonostante la persistente e
ingiustificata aggressività di Teheran».
Se
nelle prossime ore si terrà almeno una parte dei negoziati rimasti intatti,
ovvero quelli tra Israele e Libano nella sede diplomatica di Roma, sono proprio
le mosse dello Stato Ebraico ad essere attese anche sul fronte Iran come
potenziale effetto imprevedibile:
il
Ministro della Difesa Israel Katz lo ha detto senza mezzi termini, la decisione
del Governo Netanyahu è quella di riprendere ad attaccare una terza volta il
regime iraniano, non appena ci sarà il via libera anche dall’alleato USA.
«L’esercito
è pronto e in allerta per una ripresa delle ostilità, per ristabilire la
superiorità aerea e colpire ancora in Iran al fine di eliminare le minacce»:
Katz ha però sottolineato come una missione indipendente con operazione
militare di Israele contro i Pasdaran non è affatto da escludere.
Netanyahu con capo “IDF”.
Vertici
militari Israele: il Ministro Katz con il Premier Netanayhu e il capo IDF Zamir
(ANSA
2025).
È
notizia infine di queste ore della conferma delle prossime Elezioni politiche
in Israele, con la scadenza naturale fissata per il 27 ottobre 2026:
dopo
50 anni di storia l’attuale esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu sarebbe il
primo a concludere il proprio mandato nei tempi naturali.
Il
premier si ricandiderà e i principali rivali sarebbero già tutti confermati:
il
generale Guadi Esento, fervente critico da destra della guerra a Gaza mossa da
Netanyahu; l’ex Premier nazionalista Naftali Bennett; l’ex Premier laico Yair
Lapid e l’ultra laico Avigdor Lieberman.
CHI
SPINGE PER LA GUERRA.
Da Israele all’Iran, il partito
dell’escalation
tenta di affondare il dialogo.
Ilsussidiario.net – Paolo Rossetti e Filippo
Landi -Pubblicano 13 Luglio 2026 – Redazione – ci dicono:
Diplomazia
ferma, a Hormuz parlano le armi: le mosse del governo israeliano e di parte del
regime iraniano portano alla guerra. E gli USA accusano Vance.
Gli
attacchi americani vicino a Hormuz continuano e gli USA ribadiscono che lo
stretto è aperto.
I
botta e risposta tra Washington e Teheran continuano e il livello della
tensione si alza fino a paventare una nuova guerra.
Più
che la diplomazia parlano le armi, usate anche per indirizzare le trattative:
una strategia pericolosa, commenta Filippo Landi, già corrispondente RAI a
Gerusalemme e inviato del TG1 Esteri.
Il linguaggio delle armi è quello a cui vuole
ricorrere Israele, svelando i piani iraniani di un attentato a Trump, di chi in
Iran mette sotto accusa la dirigenza che ha firmato il memorandum con gli Stati
Uniti, di quella parte dell’amministrazione Trump che si appresterebbe a dare
la colpa di tutto al vicepresidente J.D. Vance, “reo” di aver concluso le
trattative per un memorandum che non porta a un accordo.
Guerra
Iran-USA: raffica di attacchi, colpite basi nel Golfo. Caos Hormuz: Israele verso blitz anti Teheran.
Gli
americani, dopo gli ultimi attacchi all’Iran, dicono che Hormuz è aperto e
promettono anche di scortare le navi, mentre l’Iran attacca ancora i Paesi del
Golfo: siamo sull’orlo di una nuova guerra?
In
tanti si chiedono se siamo tornati all’inizio del conflitto.
Credo
che, per capirlo, bisogna fare un passo indietro, all’origine di questi nuovi
venti di guerra, così come li ha chiamati il Papa all’Angelus di domenica.
Hanno
iniziato a soffiare potenti nell’ultimo giorno dell’incontro NATO ad Ankara,
quando sono accaduti due fatti.
Il primo è stato una comunicazione da parte
del governo israeliano alla Casa Bianca di un nuovo progetto iraniano di
assassinare Trump.
UCRAINA,
IL DOPO GRAHAM. Il rimpasto di Kiev non spegne la pressione neocon su Trump.
Sull’altro
fronte, nelle stesse ore, c’è stato un attacco da parte degli iraniani contro
tre petroliere, di cui almeno una saudita, che avevano deciso di attraversare
lo Stretto di Hormuz senza alcun coordinamento con le autorità marittime e
militari iraniane.
Che
peso ha avuto la notizia del possibile attentato a Trump sulla decisione di
bombardare sia il sud sia il nord dell’Iran?
Occorre
riflettere su alcuni dettagli importanti: fonti americane dei servizi hanno
detto che non è possibile verificare la reale determinazione iraniana a
compiere un attentato a Trump.
Vuol
dire che Netanyahu e il suo governo hanno bypassato i servizi segreti americani
per puntare direttamente alla Casa Bianca, e questo non è piaciuto. Dall’altra
parte, il premier israeliano ha usato la parola “nuovo”, il che fa capire che
in precedenza era stato pianificato un altro attentato, che però non aveva
inficiato la decisione né degli Stati Uniti né dell’Iran di tentare di voltare
pagina dopo gli assassinii mirati della dirigenza iraniana e di firmare il “memorandum”.
(Meloni
nella lista nera Iran per Khamenei morto.
“Vendetta
inevitabile”: chi sono nel mirino del regime).
Il
punto vero resta Hormuz? Qual è il motivo del contendere?
Dalla
firma del memorandum sono passate oltre 500 navi, però gli iraniani sono
determinati ad affermare il loro diritto, e quello dell’Oman, a definire le
rotte e anche a introdurre pedaggi, cosa che non solo Trump, ma in primo luogo
i sauditi, non vogliono.
In
questa situazione pesa la difficoltà delle parti di credere l’una all’altra:
gli iraniani hanno proseguito nelle trattative
nonostante lo scetticismo della Guida Suprema, sopravanzato dalle decisioni dei
leader politici laici.
C’è un
problema di fiducia. La realtà qual è? Quella della diplomazia tout court o di
una diplomazia che serve per prendere tempo, rendendo più forti i militari sul
terreno? Questo è un punto centrale che gli ultimi bombardamenti hanno fatto
emergere.
L’Iran
ha attaccato ancora in Kuwait, Qatar e Oman: vuole l’escalation più degli Stati
Uniti?
Qui
emerge l’ipocrisia dei Paesi del Golfo e della Giordania, che affermano di non
partecipare alla guerra degli Stati Uniti contro l’Iran, anche se è evidente
che gli attacchi verso l’Iran partono dalle basi americane sul loro territorio.
Un
piccolo attacco è stato portato anche nell’Oman, un segnale che le ultime
trattative tra omaniti e iraniani sullo stretto non sono andate bene.
L’Oman
ha proposto due rotte, una controllata da Muscat e una dall’Iran, che
rischiavano, per gli iraniani, di pregiudicare ogni ipotesi di controllo di
Hormuz e soprattutto di imposizione dei pedaggi.
È il segnale di un’irritazione nei confronti
degli omaniti che, nell’ultimissima tornata di incontri, sembravano aver
trovato un escamotage per permettere agli Stati Uniti e ai Paesi arabi di dire
che esiste una rotta fuori dal controllo iraniano.
Il
sito “Politico” dice che nell’amministrazione americana c’è chi vuole dare la
colpa a Vance della situazione, perché ha firmato il “memorandum” da cui si è
originata questa situazione.
Gli
USA devono rendere conto del loro fallimento e cercano qualcuno su cui
scaricare la colpa?
JD
Vance vicepresidente degli Stati Uniti.
Dietro
di lui il logo di Tuning Point USA (Ansa)
Credo
che queste voci abbiano un fondamento:
nell’amministrazione
americana ci sono personaggi secondo i quali il linguaggio delle armi è l’unico
da usare verso gli iraniani, fingendo stupore nell’apprendere, dopo che
americani e israeliani hanno decimato la dirigenza iraniana, che ci sia la
possibilità di un attentato a Trump.
Il
linguaggio delle armi torna in queste ore a essere il linguaggio centrale.
E per
questo siamo di nuovo sull’orlo di un abisso regionale.
Qui
torna a giocare un ruolo importante il governo Netanyahu.
Perché?
Bisogna
considerare il rapporto tra i suoi uomini e alcuni personaggi
dell’amministrazione Trump, a partire dall’ambasciatore americano in Israele,
Mike Huckabee:
due giorni fa ha detto che gli iraniani non
sono cambiati da 47 anni a questa parte.
I
problemi di Hormuz non vengono neppure affrontati, si è passati subito allo
strumento militare, riprendendo l’idea, sbandierata un mese fa, cioè che gli
iraniani hanno ormai poche armi.
Si è
giunti anche a sfiorare la provocazione, riprendendo i bombardamenti il giorno
antecedente alla fine dei funerali di Khamenei.
C’è un
tentativo di utilizzare lo strumento militare per premere politicamente, ma
questo provocherà solo altri disastri materiali e umani.
Chi in
Israele e in Iran ha interesse all’escalation?
C’è
anche un altro elemento di cui tenere conto.
Trump non ha fatto che ripetere che la NATO non ha
aiutato gli Stati Uniti nel momento del bisogno.
E questo bisogno è stato ricreato:
siamo
tornati alla chiusura dello stretto e alle pressioni sui Paesi dell’Alleanza
Atlantica.
Per
questo il primo ministro spagnolo Sanchez ha dichiarato che non bisogna
ripetere quello che è accaduto 25 anni fa, quando fu detto che in Iraq c’erano
armi di distruzione di massa, per poi scoprire, dopo la guerra, che non era
vero.
Per quanto riguarda Israele, la strategia è
abbastanza evidente.
In
cosa consiste?
Basta
guardare a quello che sta facendo nel sud del Libano e a Gaza, secondo il
modello Rafah (come lo ha definito il ministro della Difesa israeliano Katz),
la città sul confine tra la Striscia e l’Egitto che è stata distrutta, così
come è stato fatto con 23 villaggi libanesi.
Questi
comportamenti, insieme ai nuovi bombardamenti a Gaza e alla pressione
esercitata attraverso elementi dell’amministrazione USA più vicini a Israele,
puntano al boicottaggio del” memorandum”.
In
Iran si parla di vendetta per la morte di Khamenei padre, i media chiedono di
attaccare Israele: c’è chi si muove per tornare allo scontro?
Coloro
che si erano battuti, vincendo le resistenze della “Guida Suprema”, sono sotto
attacco, accusati di non aver ottenuto risultati.
Uno di questi è il presidente Pezeshkian.
Intanto il Gran Muftì di Gerusalemme e della
Palestina è stato bandito per una settimana dalla polizia israeliana dalla
moschea di Al-Aqsa.
Un fatto grave, perché coinvolge le
sensibilità religiose, un ulteriore segnale che le forze che si oppongono a una
stabilizzazione attraverso il dialogo e il compromesso pensano di tentare
un’ulteriore escalation.
(Paolo
Rossetti).
Meloni
nella lista nera Iran per Khamenei morto.
“Vendetta inevitabile”: chi sono nel mirino
del regime.
Ilsussidiario.net
- Niccolò Magnani - Pubblicato 12 Luglio 2026 – Redazione – ci dice:
Lista
nera Iran.
La
"lista nera" dell'Iran contro i presunti responsabili della morte di
Khamenei:
tra i nomi la Premier Giorgia Meloni (ANSA-EPA 2026, foto del quotidiano”
Ashari”).
(Foto
con minacce choc del quotidiano Iran contro (tra gli altri) Trump, Netanyahu,
Rubio, Meloni, Stormer, Macron e Merz: cos'è successo e quali reazioni.)
LA
“LISTA NERA”, LA VENDETTA DI KHAMENEI JR E L’ITALIA ANCORA NEL MIRINO (DOPO LA
RUSSIA).
Mentre
ancora fa discutere il caso di spionaggio con espulsione di due diplomatici
della Russia nel nostro Paese, l’Italia torna nuovamente nel mirino
internazionale:
in una sorta di “lista nera” diffusa dal
quotidiano Hamshahri (di proprietà del comune di Teheran, ndr) sono indicati
tutti i volti dei presunti responsabili della morte di Ali Khamenei,
l’Ayatollah ucciso nei primi giorni della guerra USA-Iran.
Tra questi volti considerati nemici dell’Iran
e meritevoli di morta, trova spazio anche la Presidente del Consiglio Giorgia
Meloni.
Guerra
Iran-USA: raffica di attacchi, colpite basi nel Golfo.
Caos Hormuz: Israele verso blitz anti Teheran.
La
nuova Guida Suprema – il figlio Mastaba Khamenei – nelle scorse ore ha diffuso
un nuovo audio-appello alla nazione in vista dei funerali celebrati per la
morte del padre, giurando una «vendetta inevitabile per il tuo sangue puro e il
sangue di tutti i martiri di queste due guerre, per mano di questi criminali e
disonorevoli assassini».
Passano poche ore e sul quotidiano online
iraniano emergerebbero i nomi e le facce dei leader internazionali imputati
come responsabili.
CULTURA,
UE E RUSSIA.
La censura dei fondi che divide Biennale,
Giuli e centrodestra.
I due
Ayatollah Khamenei.
I
ritratti in Iran dei due Ayatollah: Ali Khamenei e il figlio Mastaba (ANSA-EPA 2026)
Sono
minacce di morte neanche tanto velate in quanto vengono tutti ritratti con la
tuta arancione tipica dei condannati nelle carceri di massima detenzione, con
ovviamente Donald Trump e Bibi Netanyahu in cima alla “lista nera”.
Nel pieno della nuova escalation di guerra su
Hormuz, diversi leader internazionali vengono tacciati a mezzo stampa in Iran
di meritare la morte come vendetta per l’eliminazione di Khamenei stesso.
Oltre
a Giorgia Meloni e i leader di USA e Israele, vengono accusati anche i
Presidenti di Francia e UK (Macron e Stormer), il Cancelliere di Germania Merz
e il vertice massimo di Stati Uniti e Israele.
Si
tratta dei Ministri Rubio, Hester, il comandante Cooper e l’ambasciatore
americano in Israele, Huckabee, così come i ministri dello Stato ebraico Katz,
Saar e il capo dell’esercito Zamir.
UCRAINA,
IL DOPO GRAHAM.
Il rimpasto di Kiev non spegne la pressione
neocon su Trump.
LA
SOLIDARIETÀ ALLA PREMIER MELONI E LE PROSSIME MOSSE SUL FRONTE IRAN.
La
foto con l’intelligenza artificiale messa in campo dal quotidiano made in Iran
ha fatto il giro del mondo, provocando sdegno da quasi tutte le forze politiche
di Governo e opposizione tanto in Europa quanto negli States: non solo i due
mandanti “diretti” dei raid contro il covo di Khamenei, ma anche tutti i
Ministri, Segretari, elementi ai vertici dell’esercito e pure leader
internazionali alleati magari neanche in primissimo piano.
(Tanto che lo stesso Trump si è lamentato con
l’Italia di Meloni e l’Europa per la scarsa partecipazione al conflitto voluto
da Israele e USA).
«Chi
attacca Giorgia Meloni attacca tutti noi. A lei totale solidarietà e vicinanza.
E
ferma condanna per le minacce che arrivano dall’Iran. L’Italia non si lascia
intimidire», tuona il leader della Lega e vicepremier italiano, Matteo Salvini,
dopo le foto fake pubblicate da “Hamshahri”, seguito a ruota dal Ministro degli
Esteri Tajani che ribadisce come il nostro Paese non possa lasciarsi intimidire
dal regime sciita.
Tra
Governo e opposizione – dove però le condanne sono molto meno numerose – si
ribadisce la linea del falso clamoroso per le responsabilità dirette
dell’Italia nella morte di Khamenei, condannando invece il regime degli
Ayatollah a voler muovere guerra e violenze contro l’intero Occidente.
L’intelligence
è al lavoro per monitorare e verificare la natura di un attacco del genere da
un quotidiano molto vicino al sindaco di Teheran – Alierta Zigani – tra i
leader dell’ala più conservatrice e nazionalista dell’Iran.
Che la
lista nera sia opera diretta dei Pasdaran o una modalità per aizzare
l’elettorato più radicale in vista delle Elezioni Amministrative dei prossimi
mesi, ancora non è dato saperlo ma di certo resta il grado di intimidazione
contro chiunque si trovi in qualche modo alleato degli Stati Uniti.
Palazzo
Chigi per il momento ha scelto la via della prudenza, non commentando quelle
foto con l’AI e cercando di affrontare l’ennesimo caso di scontro
internazionale sotto profili più riservati e sotto traccia.
Iran,
la tregua impossibile nello Stretto che decide il mondo.
Italia-informa.com
– Redazione Esteri – (13 -07 – 2026) – ci dice:
Il
futuro ha sempre più destinazioni.
Iran,
la tregua impossibile nello Stretto che decide il mondo.
Nello
Stretto di Hormuz non si combatte soltanto una guerra tra Stati Uniti e Iran.
Si
combatte per il controllo delle rotte energetiche, per il prezzo del petrolio,
per il futuro degli equilibri nel Golfo e per la capacità delle potenze
regionali di resistere a una nuova escalation.
I raid
americani vicino a Hormuz, con almeno un morto, segnano l’ennesimo cedimento di
un’intesa già fragile.
Washington sostiene di avere colpito decine di
obiettivi per fermare gli attacchi contro le navi in transito.
Teheran
replica che non rispetterà più gli accordi se gli Stati Uniti continueranno a
violarli.
La
formula è quella consueta: entrambe le parti dichiarano di volere evitare la
guerra, mentre sul terreno compiono mosse che la rendono ogni giorno più
probabile.
Hormuz,
il vero centro del conflitto.
Lo
Stretto di Hormuz è una lingua di mare, ma soprattutto un nervo scoperto
dell’economia mondiale. Da lì passa una quota decisiva del commercio globale di
petrolio e gas. Ogni attacco contro una nave, ogni operazione militare, ogni
minaccia di chiusura produce effetti immediati sui mercati, sui premi
assicurativi e sui costi del trasporto marittimo.
Gli
Stati Uniti affermano di avere preso di mira infrastrutture e postazioni
collegate all’offensiva iraniana contro la navigazione. Ma il messaggio
militare va oltre la difesa delle rotte commerciali. Washington vuole dimostrare di poter
colpire senza entrare formalmente in guerra e di mantenere il controllo di
un’area dove la deterrenza americana appare sempre più contestata.
L’Iran,
dal canto suo, utilizza Hormuz come leva strategica.
Non
può competere con la potenza militare statunitense sul piano convenzionale, ma
può rendere insicuro il passaggio più sensibile dell’economia energetica
mondiale.
È una forma di guerra asimmetrica che consente
a Teheran di moltiplicare il costo politico e finanziario di ogni attacco
subito.
La
risposta dei Pasdaran.
I
Pasdaran hanno rivendicato attacchi contro basi americane in Oman e Bahrein,
estendendo il confronto alle monarchie del Golfo che ospitano installazioni
militari degli Stati Uniti.
È il
segnale che il conflitto non può restare confinato all’Iran o alle acque di
Hormuz.
Ogni
base statunitense nella regione può diventare un obiettivo, così come ogni
alleato di Washington rischia di essere trascinato nello scontro.
Anche
la Giordania è entrata nella spirale militare, annunciando di avere abbattuto
quattro missili iraniani.
La moltiplicazione dei fronti conferma una
dinamica già vista in Medio Oriente: una guerra può iniziare in un punto
preciso, ma raramente resta lì. Le reti di alleanze, le basi straniere, le
milizie e le rivalità regionali trasformano rapidamente un conflitto bilaterale
in una crisi più ampia.
Teheran
avverte che non rispetterà l’intesa se continueranno le violazioni.
Ma la
tregua, in realtà, sembra essere diventata uno strumento tattico:
una
pausa tra due attacchi, utile a riorganizzare le forze e a guadagnare tempo nei
negoziati.
La
diplomazia sotto le bombe.
Le
delegazioni sono attese in Oman, che ancora una volta prova a svolgere il ruolo
di mediatore tra Stati Uniti e Iran. È una diplomazia costretta a muoversi
sotto il rumore dei raid, con margini sempre più stretti e una fiducia
reciproca ormai quasi inesistente.
Sul
tavolo resta il programma nucleare iraniano, insieme alla sicurezza della
navigazione e alle condizioni per un eventuale alleggerimento delle sanzioni.
La Francia ha chiarito che non ci sarà alcuna revoca
finché Teheran non modificherà il proprio programma atomico.
È la
linea occidentale: pressione economica, deterrenza militare e negoziato. Ma è anche la stessa strategia che
negli anni non è riuscita a produrre una soluzione stabile.
Il
rischio è che la diplomazia venga utilizzata per amministrare il conflitto, non
per risolverlo.
Gli
Stati Uniti vogliono impedire all’Iran di trasformare Hormuz in un’arma
permanente.
Teheran
vuole dimostrare che nessuna sicurezza regionale può essere costruita
escludendola o bombardandola.
Nel
mezzo ci sono Oman, Bahrein, Giordania, le monarchie del Golfo e soprattutto le
economie dipendenti dalle rotte energetiche.
Perché
quando Hormuz si chiude, anche solo parzialmente, il conflitto smette di essere
regionale.
Diventa
immediatamente globale.
Trump
all’Iran: «La tregua è finita, siete feccia, presto colpiremo di nuovo».
Ilsole24ore.com
– Luca Veronese – (9 luglio 2026) – Redazione – ci dice:
Il
presidente Usa dopo gli attacchi alle navi a Hormuz e i raid incrociati: «Non
credo che la guerra ricomincerà, qualsiasi cosa accada finirà in fretta».
Teheran:
«L’era del bullismo è terminata, non ci arrenderemo»
L’accordo
provvisorio di cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran è saltato.
Il memorandum d’intesa firmato a metà giugno
da Donald Trump e dal presidente iraniano Massoud Pezeshkian avrebbe dovuto
dare tempo ai negoziati per raggiungere un accordo più stabile e duraturo, ma è
durato venti giorni.
La
tregua è finita, lo ha detto lo stesso Trump, lanciando insulti e minacce
contro i leader iraniani.
«Il cessate il fuoco con l’Iran non esiste
più, dopo gli attacchi delle ultime ore, non voglio più avere a che fare con
loro», ha detto il presidente americano, da Ankara durante il summit della
Nato.
«Sono
feccia. Sono persone malate. Sono guidati da persone malate. E sono persone
spietate, violente.
E - ha
ribadito - se avessero un’arma nucleare, la userebbero.
Per
quanto mi riguarda, è finita».
Gli
scontri sono ricominciati martedì, con violenza. I Pasdaran hanno lanciato
missili e droni contro le navi mercantili a Hormuz, le forze militari
statunitensi hanno risposto attaccando obiettivi strategici iraniani. E il
regime di Teheran ha reagito tentando di colpire le basi militari Usa in
Bahrein e Kuwait.
The
Donald ha preannunciato ulteriori attacchi.
«Vi avverto: tra poco, nella notte li
colpiremo duramente, potremmo colpire di nuovo l’isola di Khar», ha detto ieri,
mentre crescevano le preoccupazioni per la sicurezza nello Stretto di Hormuz.
Ma il
presidente americano ha escluso un ritorno alla guerra su vasta scala:
«Non credo che ricomincerà. Penso che andrà
molto velocemente. Qualsiasi cosa accada finirà molto in fretta... e non farà
altro che rendere le cose più sicure, anche per il petrolio».
Il
Comando militare congiunto iraniano, ha definito gli attacchi statunitensi «un
palese atto di aggressione», che merita «una risposta schiacciante».
Ha poi
rivendicato il controllo su Hormuz e ha avvertito che non verrà tollerata la
presenza militare degli Usa nello Stretto.
Per il segretario generale della Nato, Mark
Rutte, gli attacchi statunitensi contro l’Iran erano invece «assolutamente
necessari».
E
l’Alta rappresentante Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha affermato che
«gli attacchi iraniani contro il Bahrein e il Kuwait sono inaccettabili».
Il
segretario generale della NATO Mark Rutte sale sul palco durante gli annunci di
alto livello in materia di difesa al Forum dell'industria della difesa, a
margine del vertice dei leader della NATO, ad Ankara, il 7 luglio 2026 REUTERS.
Per
Trump gli Stati Uniti hanno vinto la guerra perché il regime di Teheran «non
potrà avere un’arma nucleare»: è questo il risultato raggiunto, secondo il
presidente americano, nel conflitto iniziato a fine febbraio, costato ai
cittadini americani - sono stime di Moody’s Analytics - almeno 132 miliardi di
dollari, con un dispiegamento militare che non si vedeva da decenni.
E che ha contraddetto ogni dichiarazione sulla
guerra fatta da Trump alla base Maga che lo ha voluto alla Casa Bianca.
In
Iran, inoltre, i raid di Usa e Israele hanno ucciso almeno 3.500 persone, tra
civili e militari.
Mentre
il regime ha represso nel sangue le proteste di piazza, rimaste ormai senza
alcun sostegno internazionale.
Ma se
la situazione del programma nucleare iraniano è tutta da verificare, gli altri
obiettivi della guerra sono stati mancati clamorosamente.
Il regime iraniano è stato decapitato, ma i
molti leader uccisi nei raid - a cominciare dalla guida suprema Ali Khamenei -
sono stati rimpiazzati da nuove figure, spesso più radicali e nemiche
dell’Occidente: «Sono il loro bersaglio numero uno», ha affermato lo tesso
Trump.
La promessa di annientare la capacità militare
dell’Iran non è stata mantenuta.
E il sostegno di Teheran alle milizie sciite
nella regione - da Hezbollah in Libano agli Houthi nello Yemen - sembra non
essere più in discussione.
In più
il regime degli ayatollah ha scoperto di avere nello Stretto di Hormuz l’arma
decisiva per mettere in difficoltà l’economia globale.
«Non
costruiranno mai un’arma nucleare in base al nostro accordo, ma non so se
avremo un accordo, perché queste persone mentono e imbrogliano.
Parlerò
con i nostri negoziatori, loro vogliono negoziare. Sono bravissimi:
Steve Tinkoff,
Jared Kushner.
Ma penso - ha continuato Trump - che trattare
con gli iraniani sia solo una perdita di tempo.
Sono dei bugiardi».
Da
Teheran, il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalib, uno dei
principali negoziatori, ha accusato gli Stati Uniti di aver violato l’accordo
di cessate il fuoco e ha poi mandato un chiaro un messaggio:
«L’era
del bullismo e dell’estorsione è finita: non ci arrendiamo».
I
“Padroni del Mondo.”
Conoscenzealconfine.it
– (13 Luglio 2026) - Alessandro Volpi – Redazione – ci dice:
Le
principali banche dell’Eurozona sono cresciute in maniera quasi innaturale
negli ultimi anni raggiungendo una capitalizzazione enorme.
Santader,
BBVA, Unicredit, Bnp Paribas, Intesa Sanpaolo, Caixa Bank, Ing, Deutsche Bank,
Nordea, Société Générale, Crédit Agricole, KBC hanno raggiunto una
capitalizzazione complessiva di 1100 miliardi di dollari.
Nel
2021, la capitalizzazione degli stessi istituti era di circa 550 miliardi di
dollari. Dunque la capitalizzazione è raddoppiata.
Ma Chi
è il Principale Azionista di Queste Banche?
Black
Roch Naturalmente…
–
Santander: 6,2% (dato di giugno 2026). BlackRock è il maggiore azionista della
banca spagnola.
–
BBVA: 7,4% (dato di giugno 2026). Anche in questo caso BlackRock risulta essere
il primo azionista.
–
UniCredit: 7,62% (dato aggiornato a febbraio 2026). La partecipazione è
detenuta principalmente a titolo di gestione non discrezionale del risparmio.
– BNP
Paribas: 7,1% dei diritti di voto (dato al 31 dicembre 2025). È uno e i soci
istituzionali di riferimento del gruppo francese.
–
Intesa Sanpaolo: 5,02% (dato inizio 2026). Con questa quota BlackRock è il
secondo azionista della banca italiana, subito dopo la Fondazione Compagnia di
San Paolo.
–
Caixa Bank: circa 5,0% (dato di luglio 2025/2026). BlackRock è il terzo
azionista dell’istituto spagnolo, posizionandosi dietro Criteria Caixa e lo
Stato spagnolo.
– ING:
7,3% (dato al 1° aprile 2026). BlackRock è il principale investitore
istituzionale del gruppo olandese.
–
Deutsche Bank: 8,14% dei diritti di voto totali (7,92% in azioni dirette, dato
di gennaio 2026). È il maggiore azionista singolo della banca tedesca.
–
Nordea: 5,9% (dato di giugno 2026). BlackRock è il primo azionista della
principale banca scandinava.
–
Société Générale: 7,93% del capitale e 7,13% dei diritti di voto (dato
2025/2026).
–
Crédit Agricole SA: 1,86% (dato di giugno 2026). La quota è sensibilmente più
bassa rispetto ad altre banche poiché il controllo dell’istituto è saldamente
nelle mani delle Casse Regionali (tramite SAS Rue La Beote).
– KBC:
circa 4,12% – 4,24% (dati tra luglio 2025 e giugno 2026).
Dunque
BlackRock è il principale azionista di quasi tutte le banche dell’eurozona,
risultando decisiva con i propri diritti di voto. La sua percentuale dal 2021 è
raddoppiata.
La
strategia della Bce ha, senza dubbio, beneficiato il più grande gestore del
mondo.
Domiciliato negli Stati Uniti.
(Alessandro
Volpi).
(ariannaeditrice.it/articoli/i-padroni-del-mondo).
Guerra
Iran Usa, perché Donald Trump ha ripreso a bombardare Teheran nonostante il
"cessate il fuoco."
Virgilio.it
– (09 – 07 – 2026) - Maurizio Perriello – Giornalista – Redazione – ci dice:
La
tregua si è confermata fragile come previsto. Al di là delle motivazioni
contingenti, la causa principale è sempre la stessa: gli interessi strategici
di Washington e Teheran restano inconciliabili.
La
guerra tra Stati Uniti e Iran conosce una nuova escalation.
L’accordo
preliminare di cessate il fuoco si è rivelato scritto sulla sabbia, come su
Virgilio Notizie avevamo sottolineato subito dopo la firma.
Il
motivo principale è sempre lo stesso, che farà fallire qualsivoglia tentativo
di mediazione o negoziato:
gli
interessi strategici di Teheran e Washington sono inconciliabili.
Il nodo del contendere più pressante è lo
Stretto di Hormuz, che gli americani vogliono tornare a controllare e i
persiani, al contrario, non hanno intenzione di mollare per mettere sul tavolo
una leva negoziale insostituibile.
Risultato: attacchi e contrattacchi.
Raid
in Iran e replica: colpite basi Usa in Medio Oriente.
Hormuz
di nuovo bloccato.
Perché
l'accordo tra Usa e Iran non viene rispettato.
Raid
in Iran e replica: colpite basi Usa in Medio Oriente.
Mercoledì
8 luglio le Forze statunitensi hanno condotto nuovi raid contro l’Iran,
colpendo Teheran e il sud del Paese.
Circostanza che ha fatto scattare l’immediata
replica della Repubblica Islamica.
I
Pasdaran hanno infatti bersagliato nuovamente le basi statunitensi situate in
Kuwait e in Bahrein, minacciando di estendere il raggio d’azione se necessario.
Cioè se gli Usa non rispetteranno gli accordi
di tregua così come sono stati modificati dall’Iran.
Proposito
impossibile, come ormai dovremmo aver pienamente compreso.
Guerra
Iran Usa, perché Donald Trump ha ripreso a bombardare Teheran nonostante il
"cessate il fuoco". (ANSA)
“Non
sprecate energie, lo Stretto di Hormuz si apre solo con gli accordi iraniani,
non con le minacce americane”, ha tuonato il presidente del Parlamento e capo
negoziatore persiano Mohammad Bagher Ghalib.
Il
Comando Centrale delle Forze armate americane (Centcom) ha riferito di aver
centrato circa 90 obiettivi militari in terra iraniana, compresi sistemi di
difesa aerea.
L’obiettivo dichiarato è ridurre la capacità
di Teheran di colpire navi mercantili nello Stretto di Hormuz.
Hormuz
di nuovo bloccato.
Proprio
il collo di bottiglia del Golfo Persico è stato, ancora una volta, il primo a
subire le conseguenze delle rinnovate ostilità.
Attualmente
il traffico marittimo è quasi totalmente bloccato.
Guerra
Iran Usa, Trump vuole l'isola di Khar e annuncia un nuovo attacco ma
"senza colpire il petrolio."
Trump
è tornato a minacciare di prendere il controllo dell'Isola di Kehr: perché il
terminale petrolifero iraniano è così importante.
La
tattica iraniana è sempre la stessa: colpire le arterie economiche che via mare
collegano Europa e Asia attraverso il nodo mediorientale.
Non
per danneggiare direttamente noi, ma gli egemoni Stati Uniti.
Washington
basa la sua supremazia globale sul controllo degli oceani, ossia sulla gestione
militare degli stretti marittimi.
Se un
singolo coke point, com’è accaduto, dovesse essere sottratto al controllo
diretto degli americani, l’intera architettura della superpotenza risulterebbe
compromessa.
Ormai
è una realtà acclarata. Il nuovo blocco di Hormuz è la conseguenza diretta del
secondo giorno consecutivo di attacchi statunitensi all’Iran.
L’8
luglio soltanto 14 navi mercantili sono riuscite ad attraversare lo Stretto in
entrambe le direzioni.
Donald
Trump torna a pungere Giorgia Meloni e l'Italia, "brava persona ma per noi
non c'è stata sull'Iran."
Donald
Trump attacca ancora Giorgia Meloni e l'Italia: "Il nostro rapporto è
diventato un po' cattivo, ha rifiutato di aiutarci", ha spiegato.
Si
tratta del numero più basso dall’accordo tra Stati Uniti e Iran del 16 giugno.
La media di navi in passaggio per queste tre settimane è stata di 34 navi al
giorno.
Perché
l’accordo tra Usa e Iran non viene rispettato.
I
nuovi raid americani hanno preso di mira anche i ponti sulle strade che portano
a Mashhad, la città in cui l’ex guida suprema Ali Khamenei verrà sepolto nel
corso della giornata.
Il
messaggio dell’amministrazione Trump è chiaro: anche l’Occidente è pronto a
minacciare la quotidianità persiana.
Il
Paese mediorientale è però ampiamente attrezzato, soprattutto mentalmente, per
sopportare stato di guerra e assedio.
La decimazione dei vertici della Repubblica
Islamica da parte di Usa e Israele ha inoltre privato il regime di figure
anziane e più moderate rispetto alla nuova generazione di decisori.
Iran
minaccia l'Italia dopo le parole di Rutte sugli aerei partiti dalle basi Usa:
"Ci saranno conseguenze."
L'Iran
ha accusato l'Italia di aver partecipato attivamente alla guerra di Usa e
Israele contro Teheran, per le parole di Rutte sugli aerei transitati dalle
basi nel nostro Paese.
Che
l’accordo per il cessate il fuoco sarebbe svanito nel frastuono della guerra,
lo avevamo detto chiaro e tondo su Virgilio Notizie fin dall’inizio.
Innanzitutto perché l’intesa raggiunta tra Washington e Teheran non
rappresentava una pace in senso tecnico, bensì un memorandum preliminare che
apre una finestra negoziale di 60 giorni.
Secondo,
perché le questioni davvero importanti – programma nucleare iraniano, missili
balistici, sanzioni, ruolo regionale di Teheran e rapporti con Israele – erano
state rinviate a trattative future.
Il che
vuol dire che, nel frattempo, ambedue le parti tenteranno di aumentare il
proprio vantaggio negoziale.
La
durata di questa nuova fase di escalation dipenderà dalla frequenza e della
portata degli attacchi iraniani contro le navi che transitano nel Golfo
Persico.
Nella consapevolezza che il tempo avvantaggia
Teheran e i rivali degli Usa che agiscono silenziosamente supportando la
Repubblica Islamica, Cina in primis.
Per
questo motivo lo stallo di Hormuz potrebbe protrarsi anche per un (altro) mese.
La
Casa Bianca ritiene tuttavia di avere maggiore margine di manovra per piegare ulteriormente
gli iraniani, dal momento che centinaia di petroliere sono riuscite a lasciare
lo Stretto nelle ultime settimane.
La
tregua tra Iran e Usa è finita ma i colloqui restano aperti, l’equilibrio
regionale è sempre più fragile.
Agenzianova.com
– (10 luglio 2026) – Società Editrice Agenzia Nova SRL – Redazione – ci dice:
Intanto,
il 15 e 16 luglio dovrebbero tenersi a Roma nuovi colloqui tra israeliani e
libanesi, mentre Italia e Francia lavorano a una possibile architettura
destinata a raccogliere l’eredità di Unifil.
Il
cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran è finito, ma i colloqui continuano. È
questa la formula, apparentemente contraddittoria, con cui Donald Trump prova a
tenere insieme pressione militare e diplomazia dopo due notti di nuovi scambi
di attacchi tra Washington e Teheran.
“La Repubblica islamica dell’Iran ci ha
chiesto di continuare i colloqui. Abbiamo accettato di farlo, ma gli Stati
Uniti hanno dichiarato loro, senza alcuna ambiguità, che il cessate il fuoco è
finito”, ha scritto oggi il presidente statunitense su Truth.
Una
dichiarazione che certifica la conclusione dell’intesa raggiunta a metà giugno,
senza tuttavia chiudere il canale negoziale.
Almeno per ora.
La
nuova escalation era cominciata mentre Trump si trovava ad Ankara per il
vertice della Nato, quando il presidente aveva ordinato nuovi bombardamenti
contro obiettivi iraniani dopo gli attacchi attribuiti a Teheran contro tre
navi commerciali nello Stretto di Hormuz, tra cui la petroliera saudita
“Weidman” e la metaniera qatariota “Al Rekayyat”. Per due notti, Stati Uniti e
Iran sono tornati a scambiarsi missili e droni. Subito dopo, tuttavia, i
mediatori regionali hanno ricominciato a tessere la propria tela, confermando
la natura ibrida di una crisi nella quale le operazioni militari non
interrompono necessariamente il negoziato, ma diventano parte integrante della
trattativa.
Gli
attacchi iraniani alle navi non sono avvenuti nel corridoio meridionale vicino
alle coste dell’Oman, promosso da Washington come una rotta più sicura per
riaprire gradualmente Hormuz.
Per
Teheran, accettare che gli Stati Uniti garantiscano unilateralmente il transito
significherebbe però rinunciare alla propria principale leva negoziale.
L’Iran rivendica un ruolo nella gestione dello
Stretto e punta a imporre permessi o tariffe per il passaggio delle navi,
promettendo condizioni privilegiate ai Paesi amici, a cominciare dalla Cina.
In gioco c’è il controllo politico del
passaggio attraverso cui transita una quota decisiva dell’energia mondiale.
Colpendo
una nave saudita e, soprattutto, una metaniera del Qatar, Teheran ha inoltre
coinvolto due Paesi del Golfo che avevano lavorato per favorire il dialogo.
Proprio Doha, tuttavia, si è rimessa
immediatamente in movimento. Insieme a Pakistan, Turchia, Egitto e Arabia
Saudita, il Qatar sta cercando di ricucire i contatti tra Washington e Teheran.
Una
delegazione qatariota si è recata in Iran e le interlocuzioni a livello tecnico
non si sono interrotte.
La
scelta statunitense di tenere Israele fuori dai nuovi attacchi risponde alla
volontà di evitare un allargamento incontrollabile del conflitto. Secondo fonti
israeliane citate dalla “CNN”, il primo ministro Benjamin Netanyahu vorrebbe
partecipare alle operazioni, ma l’amministrazione Trump non intende
coinvolgerlo.
Il
timore a Washington è che un intervento israeliano trasformi una campagna
militare ancora circoscritta in una guerra regionale di più vasta portata.
Il ministro della Difesa israeliano Israel
Katz ha comunque avvertito che le Forze di difesa sono pronte a riprendere
autonomamente la campagna contro l’Iran.
La
valutazione prevalente in Israele, tuttavia, è che Trump non voglia tornare a
un conflitto su larga scala e possa spingersi, al massimo, fino al ripristino
del blocco navale sui porti iraniani.
Nel
frattempo, i funerali dell’ayatollah Ali Khamenei, conclusi ieri, hanno
restituito l’immagine di un Iran ferito ma non disgregato, semmai rinvigorito
dallo “spirito di vendetta” delle componenti più radicali del sistema.
Milioni
di persone hanno accompagnato il feretro nelle diverse tappe delle cerimonie.
I Guardiani della rivoluzione appaiono ancora
più saldamente al timone, mentre persino gli eredi di Ruhollah Khomeini sono
stati pubblicamente marginalizzati.
L’intervento
militare esterno non ha prodotto una frattura visibile nella Repubblica
islamica.
Tutt’altro.
Almeno
per ora, ha favorito una ricomposizione nazionalista e rafforzato l’apparato
militare-religioso.
Il
paradosso è che la nuova escalation si è consumata durante un vertice Nato che
ha cercato di mostrare la ritrovata unità dell’Occidente.
Da Ankara è emersa un’Alleanza meno fragile di
quanto si temesse, con l’Europa chiamata ad assumersi maggiori responsabilità e
gli Stati Uniti ancora consapevoli del valore della propria presenza nel
continente e nel Mediterraneo.
Un altro tassello del puzzle si trova in
Libano.
Il 15
e 16 luglio dovrebbero tenersi a Roma nuovi colloqui tra israeliani e libanesi,
mentre Italia e Francia lavorano a una possibile architettura destinata a
raccogliere l’eredità di Unifil.
L’escalation iraniana potrebbe complicare
l’appuntamento o suggerire di attendere la visita del presidente “Joseph Aoun”
negli Stati Uniti, prevista il 21 luglio.
Ma non
è ancora detta l’ultima parola.
La
settimana consegna così un Medio Oriente sospeso tra due spinte solo
apparentemente opposte:
le
armi, impiegate per ridefinire rapporti di forza e linee rosse, e la
diplomazia, richiamata subito dopo per impedire che l’escalation diventi
incontrollabile.
Trump
ha dichiarato concluso il cessate il fuoco, non il negoziato.
È nella distanza tra queste due formule che si
misura oggi tutta la fragilità un’architettura regionale completamente
sconvolta e impensabile fino a solo pochi mesi fa.
Guerra
nel Golfo.
Terza
notte di raid Usa sull’Iran, Hormuz torna una polveriera: missili di Teheran su
due petroliere.
Secoloditalia.it
- Esteri - di Alice Carrozza – (14 Luglio 2026) – Redazione Esteri – ci dice:
Washington
schiera aerocisterne e velivoli da ricognizione. Il presidente Usa:
"Colpiremo tutte le capacità iraniane e ci faremo rimborsare"
«Colpiremo
tutte le loro capacità».
Donald
Trump annuncia così dallo Studio Ovale una nuova offensiva contro l’Iran e
promette che il conflitto «sarà molto veloce».
Ma mentre il presidente americano rilancia la
pressione militare su Teheran, a Hormuz si torna a sparare:
due
petroliere sono state raggiunte da missili iraniani, un marinaio è rimasto
ucciso e altri otto membri degli equipaggi sono stati feriti.
Contemporaneamente, le Guardie rivoluzionarie hanno rivendicato attacchi con
missili e droni contro installazioni statunitensi in Bahrein.
La
tregua è finita.
La
tregua è ormai archiviata.
Il Centcom ha concluso una nuova operazione
durata cinque ore contro obiettivi militari iraniani, mentre almeno una dozzina
di velivoli americani è stata individuata nei cieli del Golfo Persico, del
Golfo di Oman, degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita.
In
volo, secondo la CNN, nove aerocisterne KC-135R, due KC-46A e diversi aerei da
ricognizione, tra cui un E-3B Centri e un P-8 Poseidone.
Trump:
«Hanno rotto l’accordo».
Il
tycoon accusa l’Iran di aver violato l’intesa provvisoria raggiunta con
Washington.
«Hanno rotto l’accordo, hanno scoperto che
c’era qualcosa che non gli piaceva e noi non intendiamo accettarlo», ha
dichiarato.
«Alla fine finiremo per controllare tutto
quello che stanno facendo: è folle e molto stupido».
Il
presidente ha assicurato che un nuovo accordo rimane possibile, ma ha ribadito
una condizione non negoziabile:
«Teheran non avrà l’arma nucleare».
Ha poi
confermato il ripristino del blocco contro i porti iraniani e l’intenzione di
imporre una commissione del 20 per cento sui carichi che attraversano lo
Stretto sotto protezione americana.
Washington,
ha spiegato Trump, vuole essere rimborsata dagli alleati regionali.
«Stiamo proteggendo una delle regioni più
ricche del mondo», ha detto, indicando Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti,
Qatar, Kuwait e Bahrein. Alle domande sulla durata della guerra ha risposto con
una battuta: «Siamo stati in Vietnam diciannove anni, qui siamo arrivati a
quattro mesi».
Il
progetto dei pedaggi, tuttavia, incontra resistenze persino all’interno
dell’amministrazione.
Secondo
il New York Times, il segretario di Stato Marco Rubio e il vicepresidente JD
Vance considererebbero il piano difficilmente attuabile, sia sul piano
operativo sia su quello giuridico.
Il diritto internazionale garantisce infatti
il passaggio attraverso gli stretti internazionali senza il pagamento di una
tassa per il semplice transito.
Missili
contro le petroliere e raid sul Bahrein.
Gli
Emirati Arabi Uniti hanno denunciato l’attacco contro le petroliere Mombasa e
Bahia, colpite da due missili da crociera nella parte meridionale dello
Stretto.
A
bordo della Mombasa è morto un marinaio indiano; otto persone sono rimaste
ferite, quattro delle quali gravemente.
Gli
incendi divampati sulle imbarcazioni sono stati successivamente domati.
L’India
ha convocato il viceambasciatore iraniano, mentre il ministero della Difesa
emiratino ha definito il raid «una grave violazione del diritto internazionale»
e una minaccia alla sicurezza regionale.
La
repubblica degli ayatollah ha contemporaneamente allargato il raggio della
rappresaglia.
I pasdaran hanno rivendicato attacchi contro
la base di Muffai, sede della Quinta Flotta americana, sostenendo di aver
colpito depositi di armi, sistemi radar, centri di comunicazione e alloggi
militari statunitensi.
Sirene
d’allarme sono risuonate più volte a Manama.
Le
Guardie rivoluzionarie hanno inoltre annunciato un attacco contro una base
utilizzata dagli americani in Giordania.
Amman
ha riferito di aver intercettato quattro missili entrati nel proprio spazio
aereo.
Petrolio
e gas tornano a correre.
L’escalation
si riflette immediatamente sui mercati. Il Brent è salito fino a 85 dollari al
barile, dopo il balzo di quasi il 10 per cento registrato lunedì.
Il gas
europeo TTF ha raggiunto i 53 euro per megawattora, il livello più alto da tre
mesi.
Il
nodo resta Hormuz, la rotta attraverso la quale, in condizioni normali,
transita circa un quinto delle esportazioni mondiali di petrolio e gas.
Stati
Uniti e Iran ne rivendicano il controllo, mentre le petroliere rallentano o
sospendono i passaggi.
E
quella che Trump promette come una guerra lampo rischia già di trasformarsi in
una battaglia per il dominio del Golfo e per la sicurezza energetica mondiale.
Non ci
sono commenti, inizia una discussione.
Esteri.
Il
rebus della tregua tra Usa e Iran: diventerà pace o sarà solo l’intervallo tra
due guerre?
Ilriformista.it
- Giuseppe Kurowsky – (7 Luglio 2026) – Redazione esteri -
TEL
AVIV – C’è
un elemento che rende estremamente fragile l’attuale tentativo di dialogo tra
Stati Uniti e Iran: la distanza tra le dichiarazioni ufficiali e la realtà
politica.
Parlare
di un “memorandum d’intesa” tra Washington e Teheran appare quasi un ossimoro
se, mentre si discute di possibili intese, dalle autorità iraniane continuano
ad arrivare slogan di vendetta e appelli alla morte di Donald Trump durante le
commemorazioni per la scomparsa della Guida Suprema.
È difficile immaginare un percorso negoziale
credibile quando il linguaggio pubblico resta quello dello scontro esistenziale.
Le
contraddizioni non si fermano qui.
Il
memorandum negoziato dagli Stati Uniti con l’asse iraniano appare difficilmente
conciliabile con quello raggiunto a Washington tra Israele e Libano, che
individua nel progressivo disarmo di Hezbollah uno dei cardini della
stabilizzazione del Libano meridionale, accompagnato dal successivo ritiro
delle forze israeliane dalle aree ancora presidiate.
Nell’altro
tavolo negoziale, invece, il ritiro immediato di Israele dal Libano viene
indicato come una condizione preliminare, mentre Hezbollah continua a essere
considerato da Teheran una componente irrinunciabile della propria architettura
strategica regionale.
Due
impostazioni che, almeno sulla carta, sembrano procedere in direzioni opposte.
Overlay-Cleber-Logo.
È
proprio questa sovrapposizione di accordi difficilmente compatibili ad
alimentare il timore che la tregua sia soltanto temporanea.
La guerra tra Israele e Iran appare
inevitabile e il rischio di una nuova escalation resta elevato se le questioni
di fondo, programma nucleare iraniano, missili balistici, milizie alleate di
Teheran e sicurezza d’Israele, continueranno a rimanere irrisolte.
Donald
Trump punta chiaramente a presentarsi come il presidente capace di chiudere i
conflitti attraverso la diplomazia.
La ricerca di un’intesa con Teheran risponde
anche a una logica di politica interna, dopo mesi difficili sul fronte del
consenso, un accordo internazionale rappresenterebbe un risultato di grande
impatto. Tuttavia, proprio questa determinazione rischia di essere interpretata
dall’altra parte come la volontà di raggiungere un compromesso quasi a
qualsiasi costo.
Guerra
in Libano, la vera pace passa dal disarmo dei terroristi non dalla resa di
Israele: altrimenti ci sarebbe un genocidio, quello vero.
Usa-Iran,
il cessate il fuoco basta? La lezione degli anni Trenta.
La
guerra in Libano e il continuo cessate il fuoco di Hezbollah: solo Trump non
capisce la strategia del regime contro Israele.
Sul
fronte israeliano, il clima è molto diverso.
Il
governo guidato da Benjamin Netanyahu continua a considerare l’Iran la
principale minaccia strategica e guarda con crescente preoccupazione a
un’intesa che non elimini realmente le capacità militari della Repubblica
islamica.
Secondo
diverse indiscrezioni, Netanyahu sarebbe pronto a recarsi nei prossimi giorni a
Washington nel tentativo di ottenere almeno una garanzia fondamentale, che gli
Stati Uniti non si disimpegnino completamente qualora Israele decidesse di
colpire nuovamente, da solo, obiettivi iraniani.
A meno di quattro mesi dalle elezioni
israeliane, che potrebbero mettere in discussione la sua permanenza al governo,
Netanyahu sa di non poter apparire debole proprio sul dossier che più di ogni
altro ha caratterizzato la sua lunga carriera politica.
Più che chiedere un coinvolgimento diretto
delle forze americane, l’obiettivo sarebbe ottenere il mantenimento dello scudo
difensivo antimissilistico statunitense schierato nella regione, così da
garantire a Israele una protezione in caso di rappresaglia iraniana.
Uno
scenario che richiamerebbe quanto avvenne nel 2024, quando gli Stati Uniti,
insieme ad altri alleati occidentali, tra cui la Francia, contribuirono
all’intercettazione di gran parte dei missili e dei droni lanciati dall’Iran
contro Israele, nel contesto dell’escalation seguita all’uccisione del leader
di Hamas Ismail Haniyeh.
La
domanda decisiva resta quindi una sola:
la diplomazia riuscirà davvero a prevalere
oppure i memorandum oggi celebrati saranno ricordati soltanto come una pausa
tra due conflitti?
Se le profonde contraddizioni tra le richieste
di Teheran, le esigenze di sicurezza israeliane e gli obiettivi politici di
Washington non verranno superate, il rischio è che la tregua si riveli soltanto
un intervallo.
In
Medio Oriente gli accordi possono rallentare gli eventi, ma raramente riescono,
da soli, a cancellare le cause che alimentano le guerre.
(Giuseppe
Kurowsky).
IL
CONFLITTO.
La
tregua è finita: Stati Uniti e
Iran
verso una nuova escalation.
Lacapitalenews.it
– Antonio Marzio – (10 luglio 2026) – Redazione – ci dice:
La
tregua tra Stati Uniti e Iran è crollata: Trump dichiara finito il memorandum,
valuta nuove opzioni militari e prepara il blocco navale, mentre lo Stretto di
Hormuz si paralizza dopo i raid e Putin tenta di mantenere aperto il negoziato.
Trump.
La
tregua tra Stati Uniti e Iran sembra definitivamente tramontata.
Dal
vertice NATO di Ankara, Donald Trump ha dichiarato che il memorandum d’intesa
con Teheran è ormai “superato”, accusando la Repubblica islamica di aver
violato il cessate il fuoco con attacchi alle navi mercantili nello Stretto di
Hormuz e nuove azioni contro obiettivi militari americani nel Golfo.
Una
rottura che arriva mentre il presidente russo Vladimir Putin tenta di mantenere
aperto un canale negoziale, nel timore che la crisi possa trasformarsi in un
conflitto regionale su vasta scala.
Il
tentativo di mediazione di Putin.
“Penso
che sia finita. Non voglio avere a che fare con loro”, ha detto Trump,
definendo la leadership iraniana “sleale” e sostenendo che Washington stia
“perdendo tempo” nel tentativo di raggiungere un’intesa diplomatica.
Nonostante
il linguaggio durissimo, il presidente ha lasciato aperto uno spiraglio,
autorizzando Steve Bischoff e Jared Kushner a proseguire i contatti con
Teheran: “Possono continuare i negoziati, ma penso che sia una perdita di
tempo”.
Una contraddizione che riflette la tensione
tra la linea politica annunciata pubblicamente e la diplomazia che continua a
muoversi dietro le quinte.
Nel
frattempo, Mosca prova a ritagliarsi un ruolo centrale.
Putin
mantiene rapporti solidi con Teheran ma dialoga anche con Washington e con le
principali potenze regionali.
Il Cremlino insiste sulla necessità di una
soluzione politica, convinto che un’escalation militare aggraverebbe
ulteriormente l’instabilità del Medio Oriente.
Gli
Usa si preparano a un conflitto prolungato.
Sul
terreno, però, la situazione precipita. Dopo gli attacchi attribuiti ai
Pasdaran contro installazioni americane in Bahrein e Kuwait, gli Stati Uniti
avrebbero risposto con nuove operazioni militari.
E
mentre la tensione cresce, a Washington si prepara lo scenario peggiore: un
conflitto prolungato.
Secondo
quanto riportato da “Channel 12”, Trump ha convocato i principali responsabili
della sicurezza nazionale per discutere le prossime mosse.
I combattimenti, secondo funzionari
statunitensi, potrebbero durare “da un paio di giorni fino a un mese”, a
seconda della decisione iraniana di continuare o meno gli attacchi alle navi
commerciali nello Stretto di Hormuz.
Tra le
opzioni allo studio c’è anche il ripristino del blocco navale dei porti
iraniani, misura evocata dallo stesso presidente ma non ancora formalmente
decisa.
Al momento, riferisce l’emittente israeliana,
non vi sarebbe interesse per un coinvolgimento diretto di Israele nei
combattimenti.
Stretto
di Hormuz paralizzato.
Tel
Aviv, tuttavia, si prepara a ogni eventualità, inclusa la possibilità che
l’Iran prenda di mira basi israeliane utilizzate dagli aerei americani, come
Nevati e Ramon.
Prosegue
intanto il coordinamento operativo tra le Forze di difesa israeliane e il
Comando Centrale degli Stati Uniti.
Intanto
lo Stretto di Hormuz, uno dei punti più sensibili del commercio energetico
globale, è quasi paralizzato.
La CNN, citando dati del traffico marittimo,
segnala un drastico rallentamento del trasporto internazionale.
Secondo
gli analisti, Teheran avrebbe approfittato della tregua per accelerare le
esportazioni dall’isola di Khar, il principale snodo petrolifero iraniano:
“Non meno di 10 milioni di barili di greggio e
carburanti in una sola notte”, riferisce Tanker Trackers.
Woodward, servizio di intelligence marittima,
calcola che “circa 63 milioni di barili di greggio iraniano si trovano ora in
mare”.
La
situazione è resa ancora più complessa dalla decisione degli Stati Uniti di
revocare la deroga che consentiva le esportazioni di greggio iraniano:
operatori, assicuratori e acquirenti sono ora pienamente esposti alle sanzioni
secondarie statunitensi.
I dati
“Marine” Traffic mostrano solo poche imbarcazioni in transito, tra cui due
petroliere iraniane vuote dirette nel Golfo e una nave di Adoc che lascia la
regione seguendo una rotta vicina alla costa dell’Oman.
Dal
Giappone un richiamo alla prudenza.
La
comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione. Dal Giappone
arriva un richiamo alla prudenza:
Tokyo
teme “un’ulteriore escalation” e invita a non basarsi esclusivamente sulle
parole di Trump, auspicando che Washington e Teheran mantengano aperti i canali
del dialogo.
Il
governo giapponese, fortemente dipendente dalla stabilità del Medio Oriente per
i propri approvvigionamenti energetici, ha intensificato la raccolta di
informazioni e valuta nuove iniziative diplomatiche.
In
questo quadro, la mediazione di Putin resta uno dei pochi canali ancora aperti.
Ma la
sensazione, tra analisti e governi, è che il cessate il fuoco sia ormai un
ricordo e che la regione stia scivolando verso una nuova fase del conflitto,
con conseguenze potenzialmente devastanti per gli equilibri globali.
L’Iran
prova a salvare la tregua:
“Un
errore” gli attacchi alle navi.
Trump:
“Se mi uccidono,
li
spazzeremo via.”
Ladiscussione.com – (sabato, 11 Luglio 2026) -
Redazione Esteri – ci dice:
Teheran
avrebbe riconosciuto in colloqui riservati con Washington di avere commesso un
errore attaccando il 7 luglio le navi saudite e qatariote nello Stretto di
Hormuz, provocando la ripresa dei bombardamenti americani sull’Iran e la
successiva risposta di Teheran contro installazioni militari statunitensi nel
Golfo.
L’ammissione,
non confermata pubblicamente da Teheran, sarebbe arrivata durante contatti con
l’amministrazione americana.
“Siamo
tornati al tavolo e ci hanno detto: abbiamo sbagliato, abbiamo commesso un
errore, continuiamo a parlare”, ha riferito alla CBS un alto funzionario
statunitense.
Emissari
iraniani hanno attribuito le operazioni a una fazione di estremisti “fuori
controllo”, intenzionata a sabotare il dialogo con gli Stati Uniti.
Le
trattative proseguono: il ministro degli Esteri Abbas Draghici è arrivato oggi
in Oman, mentre un nuovo incontro tecnico è previsto domani in Pakistan.
Washington
chiede ora una dichiarazione pubblica con cui la Repubblica islamica riconosca
lo Stretto aperto alla navigazione e si impegni a non colpire più il traffico
mercantile.
Secondo il Wall Street Journal, il
pronunciamento iraniano potrebbe arrivare nelle prossime ore.
Draghici
a Muscat, incontro tecnico.
Teheran
continua tuttavia ad accusare gli Stati Uniti di avere violato il memorandum
del 17 giugno.
Il
rappresentante iraniano all’Onu Saeed Ravani ha ribadito che il Paese
rispetterà l’intesa solo se Washington farà altrettanto.
Il
presidente Massoud Pezeshkian ha invitato tutte le parti a evitare iniziative
che possano “minare la fiducia e complicare il processo diplomatico”.
Draghici
è arrivato intanto a Muscat per discutere con le autorità omanite della crisi
regionale e della sicurezza nello Stretto di Hormuz. Secondo “Al Arabiya”,
domani le squadre tecniche di Stati Uniti e Iran dovrebbero incontrarsi in
Pakistan per affrontare il dossier nucleare, le sanzioni e i fondi iraniani
congelati all’estero.
La
Casa Bianca resta però pessimista sulla possibilità di un’intesa. Washington
pretende che l’Iran consegni le proprie scorte di uranio altamente arricchito:
senza il trasferimento del materiale nucleare, hanno avvertito funzionari
americani, non ci sarà alcun accordo.
La
minaccia di Trump.
Sul
negoziato pesa anche l’allarme per un presunto piano iraniano contro Donald
Trump.
Il
Presidente ha scritto su Truth Social che mille missili americani sono “pronti
al lancio” e puntati contro l’Iran in caso di tentativo di assassinarlo.
“Ho
dato l’ordine”, ha affermato Trump, assicurando che le disposizioni resteranno
valide per un anno e potranno essere prorogate.
Se
Teheran metterà in atto la minaccia, ha aggiunto, le forze americane sono
pronte a “spazzare via e distruggere completamente” obiettivi in tutto il
Paese.
Perché
la tregua nella guerra USA-Iran è finita: attacchi di Trump e conseguenze sui
negoziati di pace.
Geopop.it
– (10 luglio 2026) – Andrea Gaspardo – Redazione Esteri – ci dice:
Alla
luce delle recenti “fiammate di guerra” tra Stati Uniti e Iran nell'area dello
Stretto di Hormuz dobbiamo chiederci come mai la situazione stia vivendo un
deterioramento e cosa dobbiamo aspettarci nel prossimo futuro. Tra le
indiscrezioni che circolano, sempre da prendere con le pinze, il presunto piano
di Teheran uccidere Trump svelato da Israele.
Negli
ultimi giorni gli Stati Uniti hanno colpito oltre 100 obiettivi siti militari
iraniani situati lungo le aree costiere e l'Iran ha attaccato con missili e
droni le basi americane situate nella regione.
È
dagli inizi di luglio 2026 che le tensioni geopolitiche nell'area situata
attorno allo Stretto di Hormuz si sono di nuovo intensificate nella guerra
USA-Iran, tanto da far affermare allo stesso presidente americano Donald J.
Trump nel corso di una conferenza stampa a latere dell'ultimo vertice NATO di
Ankara che, tra le altre cose, “la tregua è finita”.
Questi
eventi – oltre ai colloqui con Netanyahu e un presunto piano iraniano per
assassinare Trump – gettano nuovamente un'ombra sulla possibilità che i
negoziati di pace tra gli Stati Uniti d'America e la Repubblica Islamica d'Iran
possano giungere ad una conclusione positiva.
Il “Memorandum
di Islamabad”: una sconfitta strategica per gli USA.
Il 17
giugno 2026 nel corso di due cerimonie disgiunte tenutesi rispettivamente a
Teheran e alla reggia di Versailles, non lontano da Parigi, il presidente
americano Trump e quello iraniano Pezeshkian avevano controfirmato il
cosiddetto “Memorandum di Islamabad”, articolato su 14 punti e interpretato
dalla maggior parte degli analisti come una sorta di capitolazione americana
nei confronti dell'Iran, che ne è infatti uscito notevolmente rafforzato dal
lato diplomatico e in virtuale controllo delle rotte in entrata ed uscita da e
per il Golfo Persico attraverso il “coke point” costituito dallo Stretto di
Hormuz.
Iran e Oman starebbero ora lavorando a un
piano per introdurre la riscossione di un pedaggio per le navi in transito
nello Stretto:
il
Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha formalmente negato che l'Iran
abbia il controllo dello Stretto.
Vi è
poi il nodo geopolitico della situazione in Libano. L'Iran ha infatti legato
l'implementazione del Memorandum alla cessazione completa delle ostilità in
territorio libanese e quindi alla fine delle operazioni militari israeliane
contro Hezbollah, ma lo Stato Ebraico ha sino ad ora continuato a mantenere una
libertà d'azione indipendente rispetto ai desiderata dei principali attori
della contesa mediorientale. Viste queste premesse, in molti si chiedevano
quanto a lungo questa tregua posticcia avrebbe potuto durare.
Il
perdurare delle tensioni, i nuovi attacchi incrociati e i funerali di Ali
Khamenei.
La
situazione ha visto una brusca accelerazione nel corso degli ultimi giorni di
giugno, quando gli attacchi incrociati sono ricominciati nel mezzo dello stallo
nelle trattative. Ovviamente i duellanti sia a Washington che a Teheran non
hanno esitato a scaricare la colpa sulla controparte avversaria, annunciando
contemporaneamente un ampliamento delle rispettive azioni militari in risposta
alla violazione dello spirito del Memorandum di Islamabad.
Tra il
7 e l'8 luglio l'escalation ha portato gli Stati Uniti a colpire un'ottantina
di siti militari iraniani situati lungo le aree costiere, specialmente
nell'area di Bushehr, Bandar Abbas e Korana (a cui si sono aggiunti altri
obiettivi colpiti negli ultimi giorni), mentre i Pasdaran hanno attaccato con
missili e droni le basi americane situate nella regione, in particolare quelle
situate in Kuwait, Qatar e Bahrein, che già erano state danneggiate nel corso
della fase attiva della guerra.
Oltre
agli attacchi diretti contro le basi USA nel Golfo, alcuni missili iraniani
sono stati intercettati anche in Giordania.
A
rendere il clima ancora più incandescente si sono aggiunti i funerali, appena
conclusisi a Mashhad, dell'ex Guida suprema Ali Khamenei, rimasto ucciso
all'inizio delle ostilità insieme ad alcuni familiari.
Un
evento epocale – che la stampa locale ha celebrato come il funerale più grande
della storia mondiale, con 40 milioni di partecipanti – che ha scosso
profondamente il Paese, segnato peraltro dall'assenza per motivi di sicurezza
del suo successore Mastaba.
Tregua
o nuova guerra Iran-USA: le previsioni per il futuro e il piano contro Trump.
È
molto difficile dire al momento cosa ci riserverà il futuro. Alcuni analisti
hanno apertamente parlato di ritorno alla guerra mentre altri hanno invece
letto l'azione americana come un modo per poter recuperare alcune leve
coercitive in sede diplomatica.
Sebbene
nessuno scenario vada scartato a priori, parrebbe che la seconda spiegazione
sia quella più probabile perché al momento gli americani, che nel corso dei
mesi scorsi hanno ritirato dall'area tutta una serie di asset navali e aerei
fondamentali, non possono più fare affidamento su un sostegno logistico
adeguato a portare avanti un conflitto su vasta scala e di lunga durata. Quello
stesso sostegno che, dimostratosi carente nel corso del mese di marzo 2026,
aveva decretato l'interruzione delle operazioni militari americane e dei loro
alleati e la vittoria dell'Iran durante la prima fase della guerra.
Da
capire poi, ancora una volta, quale sarà il ruolo di Israele. In base a quanto
riportato dalla testata “Aio,” nelle ultime ore il presidente americano Trump e
il primo ministro israeliano Netanyahu hanno avuto una lunga conversazione
telefonica per coordinare le loro azioni future con il sempre attivo ministro
della difesa Katz affermare che Israele è pronta a riprendere i raid aerei.
Secondo
indiscrezioni pubblicate dal Wall Street Journal, i servizi segreti israeliani
avrebbero anche condiviso con le loro controparti a Stelle e Strisce i dettagli
di un piano iraniano per assassinare Trump, ma tali notizie devono essere
trattate con la massima attenzione visto il massiccio utilizzo della propaganda
e la disseminazione di false informazioni alle quali i contendenti hanno fatto
più volte ricorso in passato.
(geopop.it/perche-la-tregua-nella-guerra-usa-iran-e-finita-attacchi-di-trump-e-conseguenze-sui-negoziati-di-pace/).
(geopop.it/).
USA-IRAN:
“La guerra non piega Teheran:resta
potenza regionale e punta sul nucleare.”
Ilsussidiario.net
- Giorgio Battisti- (Pubblicato 11
Luglio 2026) – Redazione Esteri – ci dice:
Tregua
fragile, negoziato incerto, ma nessuno vuole chiudere Hormuz.
Sul nucleare Teheran rinuncerà a qualcosa ma
terrà aperto il programma.
La
nuova escalation tra Stati Uniti e Iran ha rimesso in discussione una tregua
già fragile.
Washington
ha colpito obiettivi iraniani dopo gli attacchi alle navi commerciali nello
Stretto di Hormuz;
Teheran ha risposto colpendo installazioni
militari statunitensi in Kuwait, Bahrain, Qatar e Giordania.
Eppure i colloqui proseguono, mentre Israele
preme per una linea più dura e segnala un presunto piano iraniano per uccidere
Donald Trump.
METODO
TRUMP.
Se il tycoon diventa il miglior
"allievo" di Pechino.
Per il
generale Giorgio Battisti, la lettura più immediata rischia però di essere
anche la più ingannevole:
“L’Iran
ha sofferto molto, ma ha dimostrato di essere una potenza regionale capace di
reagire.
A
questo punto non è soltanto una questione militare: è una questione di
reputazione, prestigio e controllo della regione”.
ISRAELE-IRAN,
IL RETROSCENA.
Katz prepara il piano B, ma senza Washington l’attacco
è molto più difficile.
Generale
Battisti, Israele avrebbe trasmesso agli Stati Uniti informazioni su un nuovo
piano iraniano per uccidere Trump.
È una
minaccia credibile o può essere, almeno in parte, una forma di pressione
israeliana sulla Casa Bianca?
Potrebbe
esserci anche una forma di influenza, di soft power israeliano. Però bisogna
tenere conto di alcuni aspetti.
Già nel 2024 erano emerse notizie su un
possibile progetto iraniano contro Trump e gli Stati Uniti avevano fatto sapere
a Teheran che un tentativo del genere sarebbe stato considerato un atto di
guerra.
Quindi io ritengo che un fondo di verità ci
sia.
L’ostilità
iraniana verso Trump nasce soprattutto dall’ordine che portò, il 3 gennaio
2020, all’uccisione del generale Jassem Solimai.
È una
ferita che, per l’establishment iraniano, non si è mai chiusa.
“DAZI”
TRUMP A HORMUZ.
L’“alleato” Usa presenta il conto agli errori dell’Ue
e alla debolezza italiana.
Lei
dice “un fondo di verità”. Che cosa la porta a prenderla sul serio?
Anche
le misure di sicurezza adottate intorno al presidente.
Al termine del summit di Ankara, per esempio,
Trump non avrebbe utilizzato l’aereo proveniente dal Qatar, ma un velivolo
statunitense dotato di tutti i sistemi di protezione e di difesa necessari.
Questo, a mio avviso, segnala che la minaccia
non viene considerata soltanto propaganda.
Poi,
certo, Israele ha interesse a mostrare l’Iran come un pericolo immediato e
personale per Trump. Le due cose possono convivere.
Durante
i funerali dell’ayatollah Ali Khamenei sono risuonati slogan di vendetta,
rilanciati anche da esponenti dei Pasdaran.
Quanto
pesa davvero questo risentimento nelle decisioni iraniane?
Pesa
molto, perché non nasce oggi.
Da quando l’Iran è finito sotto il controllo
della Repubblica islamica, dopo la fuga dello scià e la rivoluzione del 1979,
gli Stati Uniti sono stati indicati come il nemico principale, il «Grande
Satana», mentre Israele è il «Piccolo Satana».
Parliamo
di un’impostazione politica, religiosa e militare costruita in quasi
cinquant’anni.
Gli
attacchi recenti, le distruzioni e le vittime civili hanno ulteriormente
radicalizzato una parte della popolazione.
Ma
bisogna evitare di immaginare un Iran compatto: è un Paese di circa 90 milioni
di abitanti, composto da diverse nazionalità e attraversato da fratture
profonde.
In
altre parole, il regime non rappresenta tutto il Paese, ma dispone ancora di
una base sociale interessata alla sua sopravvivenza.
È
esatto?
Sì.
L’establishment, in questi decenni, ha costruito intorno a sé un sistema
politico, militare, economico e anche familiare.
Una
parte della popolazione vive grazie agli incarichi, alle carriere e alle
opportunità garantite dalla Repubblica islamica. Queste persone sanno che, se
il governo dovesse cadere, potrebbero diventare il bersaglio della vendetta di
chi ha subito la repressione.
Quindi
combattono anche per la propria sopravvivenza. Dall’altra parte c’è una parte
consistente della società che ha manifestato ed è stata repressa con estrema
durezza.
Questo rende il quadro interno molto più
pericoloso di quanto appaia.
Netanyahu
vorrebbe tornare a colpire l’Iran e aspetterebbe il via libera di Trump.
Israele e Stati Uniti, però, hanno davvero lo stesso obiettivo?
Donald
Trump, guerra in Iran (Foto: Tg5).
No,
non necessariamente. Israele punta a una vittoria definitiva sull’Iran.
E per vittoria definitiva intendo un
cambiamento che costringa Teheran ad abbandonare Hezbollah, Hamas, gli Houthi e
le altre milizie sciite presenti tra Libano, Siria, Iraq e aree vicine a
Israele.
Per Netanyahu questa guerra viene letta come
una questione di sopravvivenza nazionale.
Per
Trump il quadro è diverso:
gli Stati Uniti devono guardare anche
all’Ucraina e, soprattutto, all’Indo-Pacifico.
Non
possono concentrare indefinitamente uomini, mezzi e risorse in Medio Oriente.
È qui che gli interessi americani e israeliani
possono separarsi.
Eppure
Washington continua a colpire e, nello stesso tempo, accetta di negoziare.
Non è
una contraddizione?
È una
strategia di pressione.
Gli Stati Uniti vogliono dimostrare di non
accettare gli attacchi iraniani contro le navi commerciali o le proprie
installazioni, ma lasciano aperti i contatti tecnici.
Il problema è capire fino a dove possa
funzionare questo doppio binario.
Il memorandum firmato a giugno ha creato uno
spazio negoziale, ma non ha risolto i nodi veri.
Si può sospendere temporaneamente il fuoco, si
può discutere della navigazione, ma quando si arriva al nucleare, ai missili e
ai proxy regionali, le posizioni tornano molto lontane.
Sul
nucleare Trump sostiene di volere ispezioni molto estese. Lei ritiene possibile
un accordo che neutralizzi davvero la capacità iraniana?
Lo
ritengo molto difficile.
Un
accordo concreto dovrebbe prevedere la consegna dell’uranio arricchito, la
neutralizzazione dei sistemi utilizzati per l’arricchimento e ispezioni
effettive nei siti coinvolti.
Ma
l’Iran ha già posto limiti all’accesso ad alcune installazioni militari,
richiamando la sicurezza nazionale.
Era
uno dei problemi anche dell’accordo del 2015.
Se
restano aree non ispezionabili, rimane anche la possibilità di conservare
competenze, materiali e infrastrutture.
Teheran
non accetterà facilmente di perdere del tutto una capacità che considera
strategica.
Cosa intende
dire? Che l’Iran potrebbe firmare un’intesa formalmente favorevole agli Stati
Uniti e, allo stesso tempo, mantenere una capacità residua?
Esattamente.
Sulla
carta l’accordo potrebbe essere presentato come una vittoria americana.
Poi,
entrando negli aspetti tecnici, potrebbero rimanere margini sufficienti per
continuare una parte del programma o per riattivarlo in futuro.
Trump
deve anche guardare alle elezioni di metà mandato:
un’intesa
debole potrebbe essere attaccata dai suoi avversari, ma una guerra lunga, con
costi economici e aumento dei prezzi dell’energia, potrebbe danneggiarlo
altrettanto.
È una
spada di Damocle politica.
Veniamo
allo Stretto di Hormuz. Nonostante le minacce e gli attacchi, alcune petroliere
continuano a transitare. È il segnale che né Washington né Teheran possono
permettersi una chiusura totale?
Io
penso che nessuna delle due parti abbia davvero interesse a chiuderlo
completamente e a lungo.
L’impatto sull’economia mondiale sarebbe
enorme e la pressione internazionale sugli Stati Uniti diventerebbe fortissima.
Anche
l’Iran, pur avendo dimostrato di poter resistere alla pressione americana e
israeliana, ha bisogno che una parte del traffico continui.
Il dato interessante, e direi controintuitivo,
è che non esiste soltanto il problema del passaggio o del mancato passaggio:
esiste anche il problema di chi stabilisce la rotta.
Vale a
dire?
L’Iran
vuole che le navi seguano la rotta vicina alle sue coste e che si mettano in
contatto con le autorità iraniane.
Gli
americani, invece, suggeriscono il percorso meridionale, lungo la costa
dell’Oman.
Le navi colpite nei giorni scorsi, secondo
quanto emerso, seguivano proprio la rotta indicata dagli Stati Uniti.
Quindi
Teheran non sta dicendo soltanto: «Chiudo lo Stretto». Sta cercando di imporre,
nei fatti, una propria capacità di controllo sul traffico.
È una
situazione bizzarra, perché entrambe le parti tollerano una forma di status
quo, ma ciascuna vuole dimostrare di essere quella che detta le regole.
Gli
attacchi iraniani contro obiettivi statunitensi in Kuwait, Bahrain, Qatar e
Giordania possono spingere i Paesi del Golfo ad allontanarsi da Washington?
È
possibile che chiedano una riduzione o una diversa distribuzione delle basi
americane.
Questi
Paesi sono alleati degli Stati Uniti, ma restano geograficamente accanto
all’Iran.
Gli
americani, un giorno, possono anche andarsene; loro rimangono lì, con le
proprie città, le infrastrutture energetiche e gli interessi economici.
Non a caso, ai funerali di Khamenei erano
presenti numerose delegazioni internazionali, comprese quelle di Paesi che
avevano appena subito attacchi iraniani.
Non è
una contraddizione: è il tentativo di non interrompere tutti i canali con
Teheran.
Questo
rischia di isolare Israele?
Non
parlerei di isolamento immediato.
Però
può rallentare l’allargamento degli “Accordi di Abramo”, soprattutto per quanto
riguarda l’Arabia Saudita. Nello stesso tempo esistono collaborazioni che non
vengono pubblicizzate: Israele, per esempio, ha fornito sistemi di difesa agli
Emirati Arabi Uniti.
Nel
Golfo ci sono alleanze ufficiali, intese sottotraccia, vecchie rivalità e nuove
paure.
Non è
un sistema lineare.
Qual
è, allora, il dato più importante emerso da questi mesi di guerra?
La
capacità di resistenza dell’Iran.
Ha subito perdite pesanti, distruzioni e una
forte riduzione degli introiti di petrolio e gas.
Eppure
ha conservato la capacità di reagire agli attacchi e di colpire installazioni
americane nella regione.
Questo non significa che abbia vinto.
Significa
però che non è stato neutralizzato.
Anzi, ha mostrato di essere ancora una potenza
regionale.
A questo punto la partita riguarda il prestigio, la
reputazione e il futuro equilibrio del Medio Oriente.
Ed è
proprio questo che rende molto difficile immaginare che Teheran rinunci,
semplicemente e passivamente, al programma nucleare, all’arsenale missilistico
e alla propria rete di alleati.
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