La guerra in Ucraina ruota attorno a precise strategie.
La
guerra in Ucraina ruota attorno a precise strategie.
Come
l’intelligence sta cambiando
la
guerra dei raid in profondità.
Ilgiornale.it
- Marco Pizzorno – (30 luglio 2026) – Redazione – ci dice:
Intelligence,
sistemi “un manne” e procedure operative avanzate stanno assumendo un ruolo
crescente nell’evoluzione delle capacità di intervento a distanza nel conflitto
russo-ucraino.
"Solo
una macchina armata per la guerra salverà vite umane."
L’integrazione
tra attività di intelligence, sistemi a pilotaggio remoto a lungo raggio e
pianificazione operativa avanzata rappresenta uno degli sviluppi più
significativi dell’attuale conflitto tra Russia e Ucraina. Un’analisi
pubblicata dal Financial Times evidenzia come il supporto informativo fornito
da Stati Uniti e Francia avrebbe probabilmente contribuito ad accrescere la
precisione delle operazioni ucraine condotte contro infrastrutture energetiche
e industriali situate in profondità nel territorio della Federazione Russa.
La strategia descritta dal quotidiano
britannico sarebbe orientata a colpire solo componenti ritenute essenziali per
il funzionamento degli impianti, privilegiando interventi altamente selettivi
rispetto ad attacchi estesi alle intere strutture.
Cosa
sappiamo.
L’attività
di supporto delle strutture d’intelligence occidentali comprenderebbe l’analisi
del dispositivo di difesa aerea russo, l’individuazione delle rotte più
favorevoli alla penetrazione dei velivoli senza pilota e l’assistenza nella
selezione degli obiettivi di maggiore rilevanza strategica.
Le
informazioni raccolte consentirebbero agli ucraini di elaborare una mappatura
dettagliata delle principali infrastrutture energetiche e industriali russe,
individuando i nodi ritenuti più vulnerabili sotto il profilo tecnico e
logistico.
Nella
preparazione delle missioni, gli operatori riceverebbero inoltre il supporto di
specialisti del comparto industriale per identificare le apparecchiature la cui
eventuale indisponibilità potrebbe richiedere tempi di ripristino
particolarmente lunghi.
La pianificazione prevederebbe anche obiettivi
alternativi, da impiegare qualora quelli inizialmente individuati non
risultassero raggiungibili per ragioni operative.
Operazioni
mirate contro il comparto energetico e logistico.
Analisi,
descrivono un’evoluzione dell’approccio operativo, oggi sempre più orientato
verso attacchi di precisione contro specifici elementi funzionali degli
impianti.
In alcuni casi, le installazioni già
danneggiate sarebbero state nuovamente colpite prima del completamento degli
interventi di riparazione, con l’obiettivo di prolungarne l’inattività.
Tra
gli obiettivi figurerebbero numerose raffinerie e impianti petrolchimici, oltre
a otto centri logistici appartenenti alla rete Wild berrei, per una superficie
complessiva stimata in circa 860.000 metri quadrati, pari a circa il 15,4%
della capacità totale di stoccaggio dell’azienda.
Il danno più rilevante avrebbe interessato il
polo logistico di Elektrostal, nell’area di Mosca, dove un attacco del 18
luglio avrebbe provocato un vasto incendio.
Nel
corso dello stesso mese, avrebbero inoltre sospeso temporaneamente le attività
diversi impianti di raffinazione e complessi petrolchimici situati nelle aree
di Tjumen, Salava, Sitran, Saratov, Omsk e Nizhegorodnefte orgsintez.
Ripercussioni
sulla raffinazione e sviluppo delle capacità a lungo raggio.
Secondo
le stime diffuse da “Energy Intelligence”, nel mese di luglio la capacità di
raffinazione della Federazione Russa sarebbe scesa a circa 3,58 milioni di
barili al giorno, un livello che la società di analisi indica come il più basso
registrato almeno dall’inizio degli anni Duemila.
Tra
gli impianti coinvolti figurerebbe la raffineria di Tjumen, una delle
principali strutture indipendenti del Paese, con una capacità nominale di circa
nove milioni di tonnellate annue. In base alle informazioni disponibili, si
apprende che l’attacco con droni avrebbe determinato la sospensione della
lavorazione del greggio e della produzione di carburanti.
Sarebbero
stati interessati un impianto d’idro trattamento del gasolio e un’unità
destinata alla produzione di benzine ad alto numero di ottano, mentre non
risultano comunicazioni ufficiali sui tempi necessari per il completo
ripristino delle attività.
Alcuni
analisti evidenziano inoltre che la campagna comprenderebbe azioni rivolte
anche contro sistemi di difesa aerea, radar e apparati di guerra elettronica,
con lo scopo di agevolare la penetrazione dei droni nelle aree d’interesse
operativo. In parallelo, le autorità ucraine hanno dichiarato che prosegue lo
sviluppo dei programmi dedicati ai sistemi a pilotaggio remoto a lungo raggio,
con l’obiettivo d’incrementarne progressivamente l’autonomia operativa nei
prossimi anni.
Riconoscimento
facciale, sprint del governo sul decreto: ira delle opposizioni.
Cosa
cambierebbe
(anche
per la polizia).
msn.com
– il messaggero - Storia di Redazione Web – (30 -07 -2026) – ci dice:
Sprint
del governo sul riconoscimento facciale.
L'esecutivo ha impresso un'accelerazione al Senato, in
Commissione politiche europee, allo schema di decreto legislativo che adegua la
normativa nazionale ai sistemi e alle regole europee in merito all'uso
dell'intelligenza artificiale e del riconoscimento facciale da parte delle
forze di polizia.
È
consentito l'uso di sistemi di videosorveglianza con” IA” per identificare
persone indiziate solo dopo la commissione di un reato.
La
conservazione dei dati è limitata a sette giorni per le registrazioni locali,
con registri informatici (log) non modificabili mantenuti per cinque anni.
Si mettono di traverso Pd ed M5s parlando di
pericoloso blitz della maggioranza.
Pd:
«Passo avanti pericoloso sul riconoscimento facciale».
«Ennesima
forzatura sui diritti e le libertà in Commissione Affari Europei.
Palazzo
Chigi ordina, il Parlamento si piega.
Il
riconoscimento facciale a strascico fa un passo avanti molto pericoloso.
Conduzione
di aula oggi inqualificabile.
Con
alcuni colleghi alzati e andati via», ha scritto sui social il senatore del Pd
Filippo Sensi.
«Un
parere elusivo per un tema enorme come il controllo con l'intelligenza
artificiale della nostra sicurezza.
Criticità
enormi taciute, approfondimento soffocato, commissione usata come una clava
sulle libertà dei cittadini.
Un
altro mattoncino per lo Stato di Polizia che verrà».
Terzi
(Fdi): «Il riconoscimento facciale rispetta l'”Ai Act europeo” e le garanzie
costituzionali»
«La
Commissione ha esaminato oggi lo schema di decreto legislativo sull'impiego dei
sistemi di intelligenza artificiale da parte delle Forze di polizia e ha
approvato osservazioni favorevoli, sottolineandone la coerenza con il
Regolamento (UE) 2024/1689 sull'intelligenza artificiale e con la delega
conferita dal Parlamento con la legge n. 132 del 2025.
Nel
corso del dibattito sono stati espressi rilievi riguardanti la tutela delle
libertà fondamentali e, in particolare, l'utilizzo dei sistemi di
identificazione biometrica remota in tempo reale.
Si
tratta di profili che meritano la massima attenzione, ma che trovano già una
disciplina puntuale nel testo del decreto, che recepisce i principi dell'”AI
Act europeo” traducendoli in un sistema di garanzie coerente con il diritto
dell'Unione», ha detto il senatore di Fratelli d'Italia Giulio Terzi di
Sant'Agata, presidente della Commissione Politiche Ue a Palazzo Madama.
«Nelle
osservazioni favorevoli approvate dalla Commissione - spiega - è stato
sottolineato l'esplicito richiamo alle garanzie previste dall'articolo 1 dello
schema.
L'impiego dei sistemi di intelligenza
artificiale da parte delle Forze di polizia dovrà quindi avvenire in coerenza
con il Regolamento europeo, nel rispetto della Costituzione, della Carta dei
diritti fondamentali dell'Unione europea e della Convenzione europea dei
diritti dell'uomo.
Sono inoltre richiamati i principi di
proporzionalità, non discriminazione, sorveglianza umana e trasparenza.
Anche l'articolo 13 - prosegue - conferma la
compatibilità della disciplina nazionale con il quadro europeo, prevedendo
specifiche garanzie per l'utilizzo dei sistemi di identificazione biometrica
remota in tempo reale.
L'impiego
dei sistemi al di fuori dei casi previsti dalla legge - sottolinea ancora -
comporta l'inutilizzabilità dei risultati e la loro cancellazione.
L'Italia sta quindi dando attuazione all'”Artificial
Intelligence Act” attraverso un impianto normativo equilibrato, volto a
consentire alle Forze di polizia di disporre di strumenti adeguati alle nuove
sfide della sicurezza, garantendo al contempo la tutela delle libertà
fondamentali dei cittadini.
È
questa la direzione indicata dal Governo con il decreto in esame», conclude.
Il
ricorso alla Cyber nella cyberguerra
russo-ucraina: analisi strategica
di un esordio importante.
Stormshield.com
- Pubblicato – (28 02 2024) - Victor Politevi – redazione – ci dice:
Analisi
di una cyberguerra ibrida tra Russia e Ucraina
(Stormshield.com).
L'invasione
dell'Ucraina da parte della Russia ha visto, per la prima volta nella storia
dei conflitti, l'impiego intensivo di attacchi informatici.
Tale fenomeno ha trasformato il panorama
bellico tradizionale, sollevando molti interrogativi.
Analizziamo insieme la guerra cibernetica
ibrida, in cui le forze coinvolte si alternano tra campi di battaglia
tradizionali e una nuova dimensione digitale.
Il
periodo prebellico in Ucraina: quale ruolo occupa la cibernetica nei conflitti
armati?
In
altre parole:
da quando il cyberspazio è diventato terreno
di operazioni militari?
Come spesso accade, la storia ci fornisce le risorse
necessarie per comprendere il contesto e, in questo caso, la natura senza
precedenti di questa guerra informatica.
Per
analizzare i primi approcci al cyberspazio bisogna risalire agli anni Ottanta e
Novanta del ventesimo secolo.
Ma ciò
che caratterizza questo periodo è piuttosto il divario tra la realtà
dell'impatto di tali operazioni e l'immaginario che ruota attorno ad esse.
“All'epoca, alcuni analisti sostenevano che era ormai possibile mettere in
ginocchio intere popolazioni semplicemente brandendo uno strumento informatico
“, afferma con un pizzico di ironia “”Pierre-Olivier Kaplan, ingegnere R&S
del team Stormshield Cyber Theta Intelligence.
Una
visione piuttosto apocalittica, distante anni luce dalla portata limitata degli
attacchi informatici del periodo, permeata da una palpabile psicosi che si
riflette vividamente nella narrazione del celebre millennium bug.
“La
Pearl Harbor cibernetica non è mai avvenuta “, aggiunge l'esperto. In seguito,
però, la situazione è cambiata, culminando in attacchi informatici su larga
scala.
Prendendo di mira infrastrutture critiche e
sensibili, il loro impatto può essere misurato a livello internazionale, come
nel caso dell'Estonia nel 2007, dell'india nel 2009, dell’Iran nel 2010 con Stunt,
dell'Ucraina (già) nel 2015 e nel 2017 con i malware Black Energy, Crash Over ride
e Tritone, e della Corea del Sud nel 2018 con Olympic Destroide.
Nonostante
una serie di indizi riconducano ad alcune forze governative, questi attacchi
non sono stati attribuiti ufficialmente.
Tuttavia,
presentano un elemento comune (con l'eccezione dell'Olympic Destroide), come
spiega Sébastien Vio, responsabile di Sicurezza informatica e Gestione dei
prodotti di Stormshield:
“L'obiettivo principale di questi attacchi
informatici è senza alcun dubbio l'energia:
tagliare
le risorse di un Paese ed esasperare la popolazione.
L'arma cibernetica qui non è progettata per
uccidere, ma per rendere la vita precaria, persino insostenibile.
“ È
quindi corretto considerare un attacco informatico come un atto di guerra?
“In pratica sì, ma da un punto di vista
puramente semantico no“, afferma Pierre Olivier Kaplan.
“Ancora una volta, risulta estremamente arduo
individuare con precisione l'origine degli attacchi informatici, specialmente
perché nessuno Stato ha mai dichiarato apertamente di esserne responsabile”.
Un
gioco di potere? Obbligo di riservatezza? Protezione degli equilibri
internazionali?
Per Pierre-Olivier Kaplan, l'assenza di
rivendicazioni si spiega con la natura poco chiara di questo tipo di attacchi,
che non appartengono ufficialmente alle dottrine militari tradizionali, ma al
tempo stesso presentano i tratti distintivi di metodi associati a determinati
Stati.
Secondo
lui, è proprio a partire dal conflitto russo-georgiano del 2008 che gli
attacchi informatici sono stati utilizzati per sostenere le operazioni
militari.
“A
questo proposito, il caso della Georgia nel 2008 è emblematico.
La modalità di invasione dei siti web
governativi con ingenti attacchi DDOS reca in sé l'impronta della Russia.
Tuttavia,
i servizi russi non hanno mai rivendicato ufficialmente le responsabilità di
questa intrusione, che ha paralizzato alcuni siti sensibili del Paese, perché
ciò avrebbe portato all'ufficializzazione delle pratiche di alcuni gruppi
hacktivisti indipendenti.
“Si
tratta, in effetti, di satelliti dei servizi russi, anche se non integrati
nelle istituzioni militari ufficiali, che operano in una zona grigia
geopolitica non ancora esplorata.
Durante
il suo intervento alla FIC 2021 in Francia, l'allora Ministro della Difesa,
Florence Parla, ha parlato di una “guerra fredda nel cyber spazio “e delle
relative problematiche:
“A differenza di quella del passato, che aveva
i suoi meccanismi di de-escalation volti a evitare uno scenario da apocalisse
nucleare, una nuova guerra fredda cibernetica, che coinvolga Stati o attori non
governativi, non sarebbe certamente disciplinata dai medesimi vincoli. Non
esiste un telefono rosso cibernetico.
Anzi,
c’è una certa riluttanza nel definire le regole del gioco per il confronto nel
cyberspazio. Potremmo quindi trovarci di fronte a un'escalation rapida e
incontrollata, che porterebbe a crisi senza precedenti e ad effetti a cascata
imprevisti.”
Una cyberguerra ibrida: cibernetica e fisica.
Conflitto
digitale, guerra informatica, di movimento o informatica: come descrivere la
guerra in Ucraina?
Le
definizioni variano a seconda degli interlocutori.
Ufficialmente,
la guerra è stata descritta come cibernetica dal Generale Maggiore Aymerich Bonne
Maison, comandante della difesa informatica francese, in occasione di una
riunione del Comitato di Difesa Nazionale e delle Forze Armate nel dicembre
2022:
“In
Ucraina, ha avuto luogo una vera e propria guerra cibernetica “.
A
prescindere dalla terminologia, il conflitto russo-ucraino segna una novità
nell'uso delle armi informatiche, poiché si differenzia dal conflitto
russo-georgiano per la diversificazione delle tattiche di attacco informatico a
sostegno delle operazioni belliche.
O persino per finanziarne una parte...
“Negli
ultimi anni abbiamo assistito a una crescita esponenziale degli attacchi
ransomware “, afferma Sébastien Vio.
“È
risaputo che dietro a gran parte di essi si celano gruppi di matrice russa e
che vi sono connessioni tra questi e lo Stato russo.
Ma c'è
solo una possibilità, che purtroppo non saremo mai in grado di verificare, che
si tratti di una preparazione finanziaria alla guerra. “
Secondo
Pierre-Olivier Kaplan, “in questo conflitto possiamo distinguere quattro tipi
ricorrenti di operazioni informatiche:
distruzione,
interruzione, spionaggio e condizionamento “.
La prima comporta la distruzione delle
infrastrutture, dai semplici server informatici a interi impianti elettrici.
L'interruzione consiste nel moltiplicare gli
attacchi DDOS per neutralizzare determinate infrastrutture per un determinato
periodo di tempo.
Più tradizionalmente, lo spionaggio si basa
sulla raccolta di informazioni sensibili.
Infine, il condizionamento consiste nel
manipolare le opinioni attraverso i social network, utilizzando bot e troll.
Quattro modalità per destabilizzare uno Stato
nel mondo virtuale.
La
guerra russo-ucraina segna quindi un punto di svolta in questa corsa alle armi
informatiche.
“Secondo
gli strateghi del Cremlino, la guerra avrebbe dovuto consistere in un attacco
lampo, della durata di sole tre settimane “, afferma Pierre-Olivier Kaplan.
Tanto
che all'inizio del conflitto, la maggior parte delle aggressioni cibernetiche
registrate provenivano da “gruppi di partigiani informatici che non avevano
molte interazioni con i quartieri generali fisici dello schieramento russo “.
In
quel frangente, la correlazione tra la guerra fisica di movimento e la guerra
condotta nel cyberspazio era limitata.
Solo
alla fine del 2022, a seguito della situazione di stallo da parte dei russi, il
volume degli attacchi informatici è aumentato in modo significativo.
In particolare, stiamo assistendo a un aumento
delle operazioni di interferenza delle onde per contrastare l'impiego dei droni
militari.
E il
coordinamento tra il fronte fisico e quello cibernetico diventa una strategia
che paga.
“Questa
completa ibridazione tra la guerra di trincea, che rimanda ai giorni bui del
conflitto mondiale del '14-'18, e la guerra tecnologica, basata sugli attacchi
e lo spionaggio informatici, è uno dei punti salienti di questo conflitto “,
aggiunge Sébastien Vio.
Contestualmente,
nell'aprile del 2022, si è aperto un altro fronte: la guerra dell'informazione.
Il
ritrovamento di una fossa comune nella città di Bouchta, che era stata occupata
dalle forze russe, ha fatto sì che i massacri perpetrati sulla popolazione
civile venissero ampiamente riportati dalla stampa internazionale.
La
Russia è stata così messa sotto pressione dai media per presentare un
contro-discorso che evidenziasse gli abusi commessi dall'esercito ucraino.
Una
controffensiva propagandistica indispensabile in un momento in cui la
sensibilità dell'opinione pubblica internazionale può indurre un governo a
cambiare la propria strategia militare.
In
definitiva, queste tre forme di guerra - militare, cibernetica e di
informazione - sono collegate in modo permanente.
Le forze informatiche coinvolte.
La
guerra in Ucraina rappresenta un'opportunità per i gruppi di hacktivisti per
indirizzare le loro attività in modo trasversale, sia che lavorino per conto
dello Stato russo sia che difendano gli interessi ucraini.
Con il
cyberspazio che funge da nuovo campo di battaglia, diversi gruppi di
hacktivisti hanno dichiarato esplicitamente la propria appartenenza politica.
E nel
quadro di questo conflitto, quali sono le (principali) forze coinvolte?
Nel
rapporto di febbraio 2023 della società Thales, si sottolinea che “i
belligeranti filorussi adottano una serie di strategie, che vanno dalla
distruzione informatica mirata fino alla persecuzione informatica su vasta
scala.
In
particolare, gli hacktivisti utilizzano attacchi Danila of service (DDOS) per
raggiungere i loro obiettivi.
“Questi
metodi “contribuiscono ad alimentare le procedure russe di guerra
d'informazione che mirano ad indebolire le organizzazioni private e pubbliche“.
Dal
canto suo, Sekoia.io rileva l'esplicita collaborazione di alcuni gruppi di
hacktivisti con i servizi segreti del Cremlino.
Un'affiliazione
diretta che rende la guerra in Ucraina unica nel suo genere.
Secondo
gli esperti dell'ENISA, i gruppi di hacktivisti “hanno scelto di schierarsi “,
con quasi 70 organizzazioni coinvolte, tra cui l'Armata Informatica Russa, che
supporta apertamente i filorussi.
Inoltre, talvolta si osserva un notevole grado
di sofisticazione nelle loro operazioni.
Il
sito francese Numerava rileva la presenza del gruppo d'attacco pro-russo Conti,
che è stato rapidamente scoperto e contrattaccato dagli ucraini.
Ma
anche i potenti Killer e NoName, considerati controllati dallo Stato russo.
Questi
gruppi consolidati operano parallelamente a piccole realtà isolate che, spinte
dal patriottismo, intraprendono azioni di attacco in modo indipendente.
“Sono veri e propri pirati del cyberspazio “,
osserva Pierre-Olivier Kaplan, che agiscono in modo indipendente.
L'esercito del Cremlino può contare anche sul
supporto di agenzie statali, “come l'SVR, il servizio di intelligence
straniero, e il suo braccio informatico, che svolgono le cosiddette operazioni
di interruzione e supporto “, sottolinea l'esperto.
“L'FSB, il servizio di intelligence nazionale,
opera nel settore dello spionaggio militare, mentre il GRU, il servizio di
intelligence interno all'esercito russo, è responsabile delle operazioni
offensive con malware per distruggere i sistemi di difesa avversari “.
La
cooperazione tra questi tre servizi è un chiaro esempio di come la guerra
informatica sia orchestrata direttamente dal governo russo.
Non
appena è iniziata l'invasione, l'Ucraina ha reagito con la formazione dell'IT Ukrainka
Army, un gruppo di volontari costituito sotto la supervisione dello Stato per
lanciare attacchi informatici contro obiettivi russi.
Esperto
in materia di attacchi Danila of service (DDOS), questo gruppo svolge anche
operazioni di intelligence per divulgare informazioni che potrebbero indebolire
gli aggressori russi.
Inoltre,
può contare sul sostegno del gruppo Anonymous, che in un tweet del 24 febbraio
2022 si è dichiarato “ufficialmente in guerra con il governo russo “.
Secondo
le stime di “EY”, dall'inizio dell'offensiva, sono stati attaccati da questo
gruppo internazionale di attivisti 2.500 siti web russi.
“In
Polonia, anche la Squad 303 ha sostenuto esplicitamente il fronte ucraino.
Analogamente,
in Bielorussia, un gruppo di cyber-partigiani che si oppone al governo
filorusso sta difendendo gli interessi ucraini con operazioni di guerriglia
informatica “, aggiunge Pierre Olivier Kaplan.
Per
ragioni storiche, anche gli Stati Uniti sono entrati in gioco molto presto,
offrendo agli ucraini alcuni strumenti come l'accesso ai servizi Microsoft per
rafforzare la sicurezza informatica delle infrastrutture critiche del Paese.
Un
intervento che avrebbe permesso, secondo l'esperto, di “evitare il peggio “.
In
particolare, l'assistenza statunitense ha contribuito a resistere all'attacco
russo perpetrato con il malware Ermetico Piper, che ha preso di mira server
informatici, aziende governative e il satellite per telecomunicazioni KA-SAT
nelle prime ore dell'invasione russa.
È
grazie a un'altra azienda americana, Starlink, che è stato possibile mantenere
il collegamento satellitare in Ucraina in quelle settimane di
destabilizzazione.
Il
contributo dei gruppi ausiliari partigiani è stato quindi decisivo per
sostenere le azioni informatiche di entrambe le parti.
“Attenzione, però, a vigilare
sull'affidabilità di tutti questi gruppi ausiliari “, insiste Pierre-Olivier
Kaplan.
“Per
quanto riguarda i filorussi, l'ammutinamento guidato da Evgeni Protogine, il
defunto leader del gruppo Wagner, ha dimostrato quanto queste organizzazioni
satellite siano capaci di ribellarsi.”
Il dopoguerra in Ucraina: ci saranno
ripercussioni sui futuri conflitti?
Il
concetto di resilienza è più che mai al centro di questi due anni di offensive
russe in Ucraina.
Finora
l'esercito ucraino ha tenuto duro, anche se le ultime informazioni diffuse
dall'intelligence militare norvegese indicano un'escalation del conflitto.
Tuttavia,
l'impatto più evidente riguarda l'integrazione delle operazioni e degli
attacchi informatici nelle dottrine militari, come nel caso di l'attacco
informatico degli Stati Uniti contro una nave militare iraniana sospetto
spionaggio avvenuto all'inizio del 2024.
L'impiego
di armi informatiche in questo conflitto evidenzia la scarsa trasparenza del
contesto normativo nella guerra cibernetica.
Questo
perché una tale minaccia può causare danni considerevoli alle popolazioni
civili, soprattutto nel caso di attacchi informatici mirati ad infrastrutture
critiche.
D'altra
parte, gli aggressori informatici non sono tutelati dal punto di vista civile,
sebbene non godano di uno status militare.
Per quanto riguarda la classificazione dei
loro atti, non è ancora chiaro: terrorismo? crimini di guerra? crimini contro
l'umanità?
Al di là della risposta a quest'ultima
domanda, all'inizio di ottobre 2022 il Comitato Internazionale della Croce
Rossa (CICR) ha pubblicato un elenco di regole volte a fornire un quadro
migliore per i conflitti informatici.
Parola d'ordine: limitare l'impatto sulle
popolazioni civili.
In
totale, sono otto le regole o raccomandazioni per gli aggressori informatici:
non
condurre attacchi contro obiettivi civili;
non
utilizzare software malevoli o altri strumenti o tecniche che si propagano
automaticamente e causano danni indiscriminati a obiettivi militari e civili;
quando
si pianifica un attacco informatico contro un obiettivo militare, fare tutto il
possibile per evitare o limitare gli effetti che tale operazione potrebbe avere
sui civili;
non
condurre operazioni informatiche contro strutture mediche e umanitarie;
non condurre attacchi informatici contro
risorse essenziali per la sopravvivenza della popolazione o che potrebbero
liberare sostanze pericolose;
non
lanciare minacce di violenza per diffondere il terrore tra la popolazione
civile;
non
incitare a violazioni del diritto umanitario internazionale;
rispettare
queste regole anche se il nemico le ignora.
Queste
regole cautelative possono essere applicate già oggi nel contesto dei numerosi
conflitti armati che agitano il pianeta, la maggior parte dei quali ha
ripercussioni nello spazio cibernetico, come nel caso del conflitto
israelo-palestinese.
C'è
quindi un prima e un dopo nel conflitto russo-ucraino.
Il ricorso ufficiale alla cibernetica come
arma da guerra ha aperto le porte a un potenziamento degli arsenali statali in
termini di sicurezza informatica, sollevando la questione di una possibile
cooperazione internazionale rafforzata nella lotta contro la criminalità
informatica in tempi di guerra.
Un nuovo conflitto richiede nuovi strumenti: dopo i
consiglieri diplomatici, avremo presto anche quelli informatici?
L’eredità
geopolitica della
guerra
in Ucraina.
Ladiscussione.com – (venerdì, 31 Luglio 2026)
- Paolo Falconi – Redazione – ci dice:
È
probabilmente prematuro parlare di un vero e proprio dopoguerra, poiché il
conflitto in Ucraina è ancora in corso, attraversa una fase di intensificazione
delle operazioni convenzionali e continua a conservare un significativo
potenziale di escalation sia verticale sia orizzontale. Tuttavia, se l’analisi
viene spostata dal livello tattico a quello strategico, è possibile sostenere
che la guerra abbia già prodotto le sue principali conseguenze geopolitiche.
L’esito
fondamentale non riguarda tanto la definizione dei confini quanto la
trasformazione dell’equilibrio europeo.
Secondo “John Mearsheimer”, anche nello
scenario più favorevole a Kiev, l’Ucraina uscirebbe dal conflitto profondamente
indebolita:
con infrastrutture devastate, una popolazione
ridotta, la perdita di importanti aree industriali e di risorse strategiche,
oltre alla concreta prospettiva di rimanere al di fuori della NATO.
La
ricostruzione richiederà risorse finanziarie senza precedenti.
Una cifra prossima ai mille miliardi di euro
appare difficilmente sostenibile per qualsiasi attore occidentale, mentre la
Cina rappresenterebbe l’unica potenza dotata della capacità economica
necessaria.
Ma il vero nodo non sarà quello finanziario,
bensì quello strategico: investire in uno Stato destinato a rimanere
permanentemente esposto alla competizione tra Russia e Occidente.
L’Ucraina
rischia infatti di trasformarsi in uno Stato cuscinetto instabile.
L’Unione Europea avrà interesse a consolidarne
la capacità economica e istituzionale, favorendone l’integrazione nello spazio
europeo.
La
Federazione Russa, al contrario, avrà un incentivo strategico a impedirne la
piena stabilizzazione, mantenendola in una condizione di vulnerabilità
politica, economica e istituzionale.
In
questo contesto, i rapporti tra Bruxelles e Mosca saranno tossici e rimarranno
caratterizzati da una competizione strutturale anche dopo la cessazione delle
ostilità.
Il confronto tenderà progressivamente a
spostarsi dal piano militare convenzionale a quello della guerra ibrida,
attraverso “cyber war fare”, operazioni di influenza, campagne di
disinformazione e cognitive “war fare”.
Di
conseguenza, la resilienza cibernetica e cognitiva diventerà una componente
essenziale della sicurezza nazionale degli Stati europei.
Secondo
“Mearsheimer”, la guerra potrà concludersi soltanto quando Kiev riterrà
insostenibile la prosecuzione del conflitto, configurando così una vittoria
russa, forse non decisiva ma comunque sufficiente a consentire a Mosca di
rivendicare il raggiungimento dei propri obiettivi strategici.
Sul
versante occidentale, un simile esito aprirebbe inevitabilmente una fase di
attribuzione reciproca delle responsabilità.
Un’eventuale amministrazione Trump potrebbe
accusare gli alleati europei di non aver investito adeguatamente nella propria
difesa, rilanciando il dibattito sul ruolo della NATO.
I
governi europei, al contrario, potrebbero imputare agli Stati Uniti un
progressivo disimpegno dalla sicurezza del continente e dal sostegno
all’Ucraina.
Se
questa interpretazione dovesse rivelarsi corretta, la conclusione della guerra
coinciderebbe con l’apertura di una nuova fase di competizione geopolitica.
L’indebolimento della coesione occidentale
offrirebbe infatti alla Federazione Russa ampi margini per intensificare
attività di influenza e operazioni clandestine volte ad amplificare le
divisioni politiche, strategiche e sociali all’interno dell’Europa e
dell’Alleanza Atlantica.
Non
condivido integralmente le conclusioni di Mearsheimer. Tuttavia, ritengo che le
sue tesi meritino di essere analizzate senza pregiudizi ideologici.
Se il
conflitto ha già prodotto i suoi principali effetti geopolitici, allora
continuare a discutere esclusivamente dell’andamento delle operazioni militari
rischia di far perdere di vista la questione fondamentale:
quale
ordine europeo emergerà dalla guerra.
È
quindi necessario iniziare a ragionare sin d’ora sul dopoguerra.
Non
tanto sulla ricostruzione materiale dell’Ucraina, quanto sulla nuova
architettura di sicurezza del continente, sulle future relazioni tra Europa e
Russia, sulla natura del legame transatlantico e sulle forme che assumerà la
competizione strategica nel nuovo contesto internazionale.
La
vera eredità della guerra potrebbe infatti non essere la ridefinizione dei
confini ucraini, ma l’avvio di una nuova fase storica dell’Europa, nella quale
la competizione geopolitica continuerà con strumenti diversi da quelli
impiegati sul campo di battaglia.
Ucraina
ed Europa, quattro anni dopo.
Ispionline.it
– (23 febbraio 2026) – Redazione Daly Focus – Eleonora Tafuro Ambrosetti – ci
dice:
Alla
vigilia del quarto anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, le sanzioni
contro Mosca aumentano, la pace è ancora lontana e la diplomazia è sempre più
in secondo piano.
(Daly
Focus Europa e Governance Globale · Russia, Caucaso e Asia Centrale).
Domani
saranno passati quattro anni da quel 24 febbraio che ha cambiato per sempre la
storia dell’Ucraina e del continente europeo. Quattro anni da quando la Russia
ha lanciato quella che originariamente chiamava “operazione speciale” e che si
è rapidamente rivelata come la più tradizionale delle aggressioni militari, di
quelle che l’immaginario dell’Europa relegava al passato, compromettendo
profondamente lo sviluppo delle relazioni internazionali.
Una
guerra combattuta con un ingente numero di truppe, che conta quasi due milioni
di vittime tra morti e feriti, ma che vede anche l’impiego di decine di
migliaia di droni che hanno rivoluzionato il concetto stesso di guerra,
portando a uno ‘sviluppo tecnologico della morte’ senza precedenti.
Unione Europea e Stati Uniti hanno sin qui
supportato Kiev con centinaia di miliardi di euro per sostenere la difesa
ucraina, portando a un congelamento di fatto della linea del fronte, che da tre
anni vede la Russia controllare meno di un quarto del territorio dell’Ucraina,
inclusa la Crimea annessa unilateralmente nel 2014.
Mentre Bruxelles si prepara a adottare il ventesimo
pacchetto di sanzioni contro Mosca, la Russia continua ad aumentare le proprie
spese militari.
Sebbene
la rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca sia arrivata sulla scorta di
promesse di pace per l’Ucraina, la diplomazia non sta producendo risultati
tangibili.
Questi quattro anni di guerra segnano dunque
cambiamenti radicali su più fronti:
nel
modo di fare politica internazionale, nel fabbisogno energetico europeo, nel
nostro sentirci al sicuro dentro i confini europei.
E
segnano, forse definitivamente, il sorpasso delle armi sul dialogo.
Chi
sta vincendo sul campo?
Secondo
“ l’Institute for the Study of War”, nel 2025 le forze russe hanno conquistato
circa 5mila chilometri quadrati, soprattutto nelle regioni di Lugansk e
Donetsk, consolidando quindi la presa sul Donbas, mentre limitate conquiste
territoriali sono state registrate nelle regioni di Kherson e Zaporizhzhya.
Sebbene
tutte queste regioni siano state ‘integrate de iure’ nel territorio della
Federazione russa con referendum pilotati dall’esercito poco dopo l’inizio
dell’invasione, la Russia non è riuscita a conquistare grandi centri abitati e
negli ultimi due anni è entrata in controllo di circa l’1,5% del territorio
ucraino.
Una delle principali battaglie oggi riguarda
la città di Pokrovsk, che il Cremlino sostiene di controllare già in larga
parte, e che rappresenta un importante snodo stradale e ferroviario che un
tempo collegava le zone settentrionali della regione di Donetsk con città
chiave a ovest, come Dnipro.
In
generale, però, la situazione sul campo è rimasta pressoché invariata negli
ultimi tre anni:
una
guerra di logoramento che ha avuto enormi costi umani.
Secondo il “Center for Strategic and
International Studies” (CSIS), da febbraio 2022 la Russia ha perso 1 milione e
200mila soldati, di cui 325mila uccisi.
Nessuna grande potenza ha subito nemmeno
lontanamente un numero simile di perdite o di morti in alcuna guerra dalla
Seconda guerra mondiale in poi.
Sul
fronte ucraino, invece, sempre secondo le stime del CSIS, le perdite sarebbero
di 600mila soldati, di cui 145mila uccisi.
A questi, stando alle Nazioni Unite, si
aggiungono oltre 15mila civili morti e più di 41mila feriti in quattro anni, di
cui il 2025 è stato l’anno peggiore, con 2.514 persone uccise:
il 31%
in più del 2024 e il 70% rispetto al 2023.
E sul
fronte diplomatico?
Questi
quattro anni di guerra hanno messo a dura prova anche le capacità diplomatiche
occidentali.
Ci
sono stati diversi colloqui, sia nelle prime fasi del conflitto sia più
recentemente, con i round negoziali trilaterali di Abu Dhabi a gennaio e quelli
di Ginevra della scorsa settimana tra delegazioni di tecnici. Tuttavia, ci sono
stati pochi incontri diplomatici di alto livello tra le parti coinvolte:
il
momento più significativo è stato probabilmente il “”vertice in Alaska tra il
presidente USA Donald Trump e il suo omologo russo Vladimir Putin tenutosi a
Ferragosto 2025, che servì perlopiù a garantire una riabilitazione morale al
leader del Cremlino.
Sia
prima che dopo la sua rielezione, Trump ha promesso più volte di risolvere il
conflitto in Ucraina, ma in oltre un anno dal suo insediamento sono rimasti
perlopiù gli echi retorici di un leader che va ergendosi a peacemaker mondiale.
L’unica
proposta di pace concreta da parte USA è arrivata a fine 2025: un piano in 28
punti che rappresentavano più che altro una resa ucraina, rapidamente seguito
da proposte presentate dall’Unione Europea, che prevedeva una roadmap in 6
punti, fino alla vigilia dello scorso Natale. In quel momento, il presidente
ucraino Volodymyr Zelensky ha presentato una proposta articolata in 20 punti,
risultato di una convergenza diplomatica tra Kiev e Washington, che è stata
però ufficialmente rigettata da Mosca due settimane fa.
Quanto
si è speso in armi?
Secondo
il “Stockholm International Peace Research Institute” (SIPRI), la spesa
militare russa è cresciuta da circa 60 miliardi di euro nel 2021 a 93 miliardi
nel 2022, 100 miliardi nel 2023 e 137 miliardi nel 2024.
Per il
2025, alcune stime parlano di una cifra annua superiore al 2024 (già 130
miliardi nei primi nove mesi), mentre altre prevedono un calo del 15%.
La
Russia ha inoltre circa 300 miliardi di euro di riserve valutarie congelate in
Occidente (di cui oltre 200 miliardi in Belgio).
La
spesa ucraina, invece, è passata da 6,3 miliardi di euro nel 2021 a 37,7
miliardi nel 2022 e 60 miliardi nel 2023 e 2024; il bilancio del 2025 è infine
salito a 65,4 miliardi di euro.
Queste
spese sono state sostenute perlopiù dagli alleati di Kiev: dal 2022, infatti,
Unione europea e Stati Uniti hanno fornito oltre 270 miliardi di euro in aiuti.
Tuttavia,
da quando si è reinsediato Donald Trump, gli USA hanno quasi azzerato il
sostegno (circa 368 milioni di euro), mentre gli europei hanno contribuito con
64,4 miliardi.
La
guerra in Ucraina ha quindi rimesso in moto l’industria del settore della
difesa e ha anche rianimato la discussione sulla necessità di reintrodurre la
leva obbligatoria ma soprattutto di riarmare il continente europeo.
A
marzo 2025, infatti, la presidente della Commissione Europea Ursula von der
Leyen ha formalmente presentato il cosiddetto “Re Arm Europe”, un’iniziativa
volta a rafforzare la difesa comune e mobilitare fino a circa 800 miliardi di
euro in investimenti per aumentare spesa, capacità industriali e autonomia
strategica, anche sostenendo la produzione di armi e tecnologie critiche.
Il
commento.
(Di
Eleonora Tafuro Ambrosetti, Osservatorio Russia, Caucaso e Asia Centrale ISPI)
“Alla
vigilia dell’anniversario dell’invasione, si affievoliscono le speranze di
successo per i negoziati di pace a guida americana.
La guerra, che si trascinerà anche nel 2026, è
un duello calcolato:
la Russia scommette sulla stanchezza
occidentale e sul logoramento delle forze ucraine, adottando un’economia di
guerra e aggirando le sanzioni.
L’Ucraina resiste non solo sul campo, ma anche
al tavolo dei negoziati dove, nonostante una posizione sfavorevole, rifiuta un
accordo troppo svantaggioso e ingiusto.
In
questo equilibrio precario, in cui un cambio di strategia statunitense sembra
molto improbabile, tutto ruota attorno alla capacità europea di mantenere il
supporto politico e militare a Kiev e di chiudere le falle nelle sanzioni per
aumentare i costi della guerra per il Cremlino”.
Oltre
quattro anni di guerra:
il costo umano e strategico
dell’invasione
russo – putiniana
dell’Ucraina.
Arezzo24.net
– (30/07/2026) - Redazione Arezzo24 - dott. Yari Lepre Marrani
La
tragedia oltre la tragedia: Guerra Russia-Ucraina.
Analisi
geopolitica a cura del dott. Lepre Marrani.
A
oltre quattro anni dall’invasione su vasta scala dell’Ucraina, iniziata il 24
febbraio 2022, il conflitto continua a rappresentare la più grave guerra
combattuta in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. L’obiettivo
iniziale del Cremlino – rovesciare rapidamente il governo di Kiev e ricondurre
l’Ucraina nella sfera di influenza russa – è fallito. Al suo posto è emersa una
guerra di logoramento che ha provocato centinaia di migliaia di vittime,
distrutto intere città, destabilizzato gli equilibri strategici del continente
e riportato la competizione militare tra Russia e NATO a livelli che non si
vedevano dalla Guerra fredda.
La
responsabilità politica dell’apertura del conflitto ricade sulla decisione del
presidente russo Vladimir Putin di ordinare l’invasione di uno Stato sovrano,
violando apertamente il diritto internazionale e gli impegni assunti dalla
Federazione Russa nei confronti dell’integrità territoriale ucraina.
Le
motivazioni addotte dal Cremlino – dalla cosiddetta “denazificazione” alla
presunta minaccia rappresentata dall’allargamento della NATO – non hanno
trovato riconoscimento nella comunità internazionale e sono state considerate
dalla maggioranza degli Stati membri delle Nazioni Unite come giustificazioni
di un’aggressione militare.
L’Ucraina
era già, prima della guerra, uno dei Paesi economicamente più fragili d’Europa.
L’invasione ha colpito un tessuto produttivo vulnerabile, distruggendo
infrastrutture energetiche, reti ferroviarie, ospedali, scuole e quartieri
residenziali.
Milioni
di cittadini sono stati costretti ad abbandonare le proprie case; migliaia di
bambini sono cresciuti conoscendo soltanto il rumore delle sirene antiaeree e
dei bombardamenti.
In termini economici e sociali, il danno
subito dall’Ucraina richiederà probabilmente almeno due decenni per essere
ricostruito.
Questa
guerra ha però colpito anche l’Europa nel suo complesso, mettendone in luce
vulnerabilità che erano rimaste sottovalutate e sotto stimate per molti anni.
La
forte dipendenza energetica dalla Russia, le limitate capacità produttive
dell’industria della difesa europea e la difficoltà di elaborare una politica
estera realmente unitaria hanno mostrato quanto il continente fosse impreparato
ad affrontare un conflitto convenzionale di lunga durata ai propri confini.
In
questo senso, la guerra ha rappresentato anche una sfida aperta e diretta alla
sicurezza europea.
L’azione
del Cremlino appare inserita in una strategia più ampia di ridefinizione degli
equilibri del continente.
Numerosi analisti interpretano la politica
estera russa come orientata non soltanto al controllo dell’Ucraina, ma anche
all’indebolimento della coesione dell’Unione europea e dell’Alleanza Atlantica,
attraverso pressione militare, guerra dell’informazione, uso delle forniture
energetiche come leva geopolitica e sostegno a campagne di disinformazione.
Si tratta di interpretazioni diffuse negli
studi strategici, anche se le autorità russe respingono questa lettura e
sostengono di agire esclusivamente per la propria sicurezza nazionale.
Dal
punto di vista militare, il conflitto ha assunto ormai le caratteristiche di
una guerra di attrito.
Le
offensive terrestri producono avanzamenti limitati, mentre l’impiego massiccio
di droni, missili balistici, artiglieria di precisione e guerra elettronica
domina il campo di battaglia. Entrambe le parti cercano di colpire le capacità
logistiche, energetiche e industriali dell’avversario, trasformando la
profondità strategica in un nuovo fronte della guerra.
Nelle ultime
settimane il conflitto ha registrato un’ulteriore escalation.
Nella notte tra il 26 e il 27 luglio 2026
missili balistici russi hanno colpito Kiev, causando danni anche a edifici
residenziali. In risposta, le forze ucraine hanno intensificato gli attacchi
contro obiettivi militari e infrastrutturali nella Crimea occupata, nell’ambito
dell’operazione denominata “Crimea Switch Off”, volta a compromettere il
sistema energetico e logistico della penisola.
Parallelamente,
il presidente Volodymyr Zelensky ha sostenuto che Mosca starebbe preparando una
nuova mobilitazione e sarebbe pronta ad accogliere ulteriori contingenti
militari provenienti dalla Corea del Nord, nell’ambito del crescente rapporto
strategico tra Russia e Pyongyang.
Un ulteriore
elemento di tensione riguarda il coinvolgimento di altri attori regionali.
L’Iran ha accusato Kiev di avere colpito una
propria nave nel Mar Caspio;
il
governo ucraino ha replicato sostenendo che l’imbarcazione trasportasse
materiali militari destinati alla Russia, episodio che testimonia come la
guerra abbia ormai assunto una dimensione internazionale ben più ampia del
teatro ucraino.
Sul
piano delle perdite militari, nessuna delle due parti pubblica dati completi e
verificabili.
Per questo motivo non esistono “stime esatte”.
Le valutazioni più autorevoli provengono dai
governi occidentali, servizi di intelligence e centri di ricerca indipendenti,
che utilizzano metodologie differenti.
Alla
metà del 2026, tali stime convergono nell’indicare che la Russia abbia subito
oltre un milione di perdite complessive (“casualties”), comprendendo cioè
militari uccisi e feriti.
Le
stime sui soli caduti oscillano generalmente tra circa 200.000 e oltre 250.000
soldati, mentre il numero complessivo di morti e feriti supera ampiamente il
milione.
Questi
numeri restituiscono la dimensione umana della tragedia anche dal lato russo.
Migliaia
di famiglie hanno perso figli, mariti e padri; centinaia di migliaia di reduci
convivranno con ferite permanenti, amputazioni o traumi psicologici.
La prosecuzione della guerra, unita alle
periodiche campagne di mobilitazione e al crescente ricorso a volontari,
detenuti e personale proveniente da Paesi alleati, evidenzia il costo
elevatissimo che il conflitto continua a imporre alla società russa.
L’impatto
della guerra non si limita tuttavia all’Ucraina e alla Russia.
Le
ripetute violazioni dello spazio aereo della Romania, così come gli episodi
analoghi registrati in prossimità della Polonia, hanno aumentato la tensione
lungo il fianco orientale della NATO.
Negli ultimi giorni la Romania ha abbattuto il
terzo drone di origine russa in tre giorni, definendo tali incursioni
“inammissibili e intollerabili”.
Bucarest
considera questi episodi una grave violazione della propria sovranità e
dell’intero spazio aereo dell’Alleanza Atlantica.
Sebbene tali eventi non costituiscano di per
sé la prova di un’imminente intenzione russa di attaccare un Paese NATO, essi
aumentano il rischio di incidenti militari e sono interpretati da molti
osservatori come un serio fattore di destabilizzazione regionale.
Dopo
oltre quattro anni, la guerra in Ucraina appare quindi come una sconfitta
collettiva per la sicurezza europea.
La
scelta del Cremlino di ricorrere alla forza per modificare i confini ha
prodotto un conflitto che continua a causare sofferenze immense ai civili
ucraini e pesantissime perdite anche tra i soldati russi.
Al
tempo stesso ha accelerato il riarmo europeo, rafforzato la cooperazione tra
gli Stati della NATO e trasformato il confine orientale dell’Europa nel
principale punto di frizione geopolitica del continente.
Qualunque
sarà l’esito militare finale, il prezzo umano, economico e politico di questa
guerra segnerà l’Europa per molti anni ancora.
A ben
vedere, il conflitto ucraino si colloca entro una prospettiva storica assai più
ampia di quella, pur rilevantissima, delle contingenze militari.
Esso richiama alla memoria le grandi crisi
dell’equilibrio europeo, nelle quali la pretesa di una potenza revisionista di
ridefinire unilateralmente gli assetti territoriali ha finito per
destabilizzare l’intero continente.
Non è casuale che numerosi storici abbiano
richiamato il cosiddetto “concerto europeo” sorto dopo il Congresso di Vienna
del 1815, quando le grandi potenze cercarono di fondare la stabilità
continentale sul rispetto di un equilibrio condiviso, pur con tutte le gravi
contraddizioni di quell’ordine politico.
Anche il sistema internazionale nato dopo il
1945, e rafforzato dopo il 1991 con la Carta delle Nazioni Unite e con gli
accordi di Helsinki(1975), si fondava sul principio dell’inviolabilità delle
frontiere e sul divieto dell’uso della forza quale strumento di revisione
territoriale.
L’invasione
dell’Ucraina costituisce pertanto una rottura profonda di tale architettura
giuridica e politica, riaprendo una stagione nella quale il diritto rischia di
essere subordinato ai rapporti di forza.
Sotto
questo profilo, la guerra assume una valenza che trascende il solo destino
dell’Ucraina.
Essa rappresenta una sfida diretta all’idea
stessa di Europa quale spazio fondato sul diritto internazionale, sulla
cooperazione tra Stati sovrani e sulla soluzione negoziale delle controversie.
La strategia perseguita dal Cremlino sembra
mirare non soltanto alla subordinazione politico – militare di Kiev, ma anche
alla dimostrazione dell’incapacità delle democrazie europee di sostenere nel
lungo periodo un conflitto ad alta intensità.
L’usura economica, la pressione migratoria, la
guerra energetica, la propaganda e le campagne di disinformazione hanno
costituito strumenti complementari all’azione militare, nel tentativo di
incrinare il consenso interno delle società occidentali e di alimentare
divisioni politiche all’interno di un’Europa debole e disunita.
La
persistenza del conflitto testimonia, peraltro, il fallimento di quella che
nelle intenzioni iniziali avrebbe dovuto essere una rapida “operazione militare
speciale”.
La Russia dispone ancora di considerevoli
risorse industriali e di una capacità di mobilitazione superiore rispetto
all’Ucraina; tuttavia tali vantaggi sono stati compensati dalla resilienza
ucraina, dal sostegno occidentale e dalle rilevanti perdite subite dalle forze
armate russe.
Il continuo ricorso alla mobilitazione di
nuove classi di coscritti, all’arruolamento di detenuti, all’impiego di
mercenari e alla crescente cooperazione militare con Stati autocratici o
teocratici come la Corea del Nord e l’Iran evidenzia come Mosca sia ormai
impegnata in uno sforzo bellico strutturale, incompatibile con la narrazione di
un conflitto limitato e circoscritto. Perché la guerra russo – ucraina non è
assolutamente un conflitto circoscritto.
L’aspetto
forse più drammatico rimane tuttavia quello umano. Ogni dato statistico, ogni
rapporto militare e ogni analisi strategica rischiano di occultare la realtà
concreta di una guerra che continua quotidianamente a produrre lutti,
mutilazioni e devastazioni.
Alle
città ucraine sottoposte ai bombardamenti corrispondono, sul fronte opposto,
migliaia di famiglie russe private dei propri figli, spesso inviati al
combattimento con un addestramento insufficiente e destinati a operazioni di
logoramento caratterizzate da costi umani elevatissimi.
La responsabilità politica di tale tragedia
non può essere disgiunta dalla scelta originaria di ricorrere alla guerra come
strumento di affermazione della potenza statuale.
La
vicenda ucraina costituisce, infine, un monito per l’intera Europa.
Essa
dimostra come la pace non possa essere considerata una condizione
irreversibile, bensì un equilibrio che richiede costante tutela politica,
diplomatica e militare.
Il
conflitto ha imposto all’Europa una profonda revisione delle proprie priorità
strategiche, rendendo evidente che la difesa della libertà degli Stati, della
sovranità nazionale e dell’ordinamento internazionale non rappresenta soltanto
un principio giuridico, ma una condizione essenziale per la stabilità del
continente.
È in questa prospettiva che la guerra
d’Ucraina continuerà a essere studiata dagli storici non solo come una tragedia
del XXI secolo, ma come uno spartiacque destinato a ridefinire gli equilibri
geopolitici europei per una generazione.
(Dott.
Yari Lepre Marrani) -
(Il
dott. Yari Lepre Marrani è scrittore, giornalista culturale e analista
geopolitico.)
Internazionale.
Focus
Ucraina. Aspetti strategico-militari del conflitto.
Mag.unitn.it
– (24 marzo 2022) – Paolo Rosa – Redazione – ci dice:
(Paolo
Rosa - Scuola di Studi Internazionali – SSI).
Approfondimenti
a cura di Uni Trento Mag. e Scuola di Studi Internazionali.
L’invasione
dell’Ucraina ha colto tutti di sorpresa.
I
servizi di intelligence americani e britannici avevano segnalato già in autunno
che un rischio fondato esisteva, ma il loro avvertimento era stato trascurato.
I colleghi europei, gli analisti e gli
studiosi in generale erano perlopiù convinti che la strategia di Putin fosse
quella di spingere l’Ucraina ad accettare la perdita della Crimea e
l’annessione della regione del Donbas senza ricorrere a una guerra su vasta
scala.
Un
articolo pubblicato il 15 Febbraio sul New York Times, intitolato “On Ukraine,
U.S. and Russia Wade Segnalini War to Aver Attuale War”, esprimeva bene questo
punto di vista:
le
manovre militari, le minacce e le contro-minacce erano considerate come
nient’altro che strumenti di una guerra di nervi che Russia e America stavano
giocando per evitare la guerra vera.
I due
attori, in altre parole, erano visti come coinvolti in una sorta di “gioco del
pollo”, la tradizionale sfida tra adolescenti americani in cui ci si lancia con
la macchina a tutta velocità uno contro l’altro e chi sterza per primo perde:
fare la voce grossa, agire in maniera
spericolata, ingigantire la propria determinazione con parole e fatti come le
imponenti manovre militari, serve a innervosire e far cedere l’altro.
Corollario
a questa situazione era la convinzione che l’America non avrebbe mai rischiato
una guerra con la Russia per Kiev.
L’America, infatti, si è trovata in una
difficile situazione:
da una
parte, dover proteggere uno stato terzo da un’aggressione; dall’altra, evitare,
allo stesso tempo, di fornire un supporto incondizionato che incoraggiasse un
comportamento avventato dello stato cliente (moral hazard), col rischio di
essere trascinati in un conflitto non voluto.
La
consapevolezza di Mosca di questo dilemma dei governanti americani ha
indebolito la credibilità delle minacce deterrenti di Washington.
Il
terzo assunto alla base dell’interpretazione della crisi russo-ucraina era che
Mosca avesse obiettivi limitati, ordinati in maniera decrescente: il
riconoscimento di Kiev delle richieste russe senza combattere; il mantenimento
dello status quo (il congelamento del controllo di fatto delle zone orientali);
un conflitto limitato, stile Crimea 2014; e, solo come opzione residuale, una
guerra generale con l’Ucraina.
Col
senno di poi, appare chiaro che Putin non avesse in mente operazioni di
diplomazia coercitiva per ottenere degli obiettivi limitati ma, al contrario,
si stesse preparando a una guerra generale condotta lungo tre assi: da est,
verso il Donbas, da sud, nella direzione Mariupol e da nord in direzione Kiev.
Come scrive l’americano Institute for the Study of War, che monitora giorno per
giorno l’andamento delle operazioni sul terreno: l’asse principale delle
operazioni è quello da nord che punta alla capitale ucraina, mentre gli altri
due rappresentano operazioni di supporto allo sforzo principale, a conferma
della natura non limitata delle operazioni russe.
Per
usare un’analogia storica, l’atteggiamento di Putin verso l’Ucraina appare
molto simile a quello dell’Austria-Ungheria verso la Serbia alla vigilia della
prima guerra mondiale:
il
leader russo ha cercato lo scontro, per “dare una lezione” a tutti gli stati
dello spazio post-sovietico, evitare il rischio del “contagio democratico” e
bloccare l’allargamento a est della NATO.
Obiettivi
ben più ampi che la “semplice” annessione della Crimea o delle aree orientali.
Date
queste premesse, è molto difficile che la guerra avrebbe potuto essere evitata.
E
adesso?
I
conflitti terminano o quando uno dei contendenti viene sconfitto, oppure quando
entrambi realizzano che non potranno ottenere di più continuando a combattere.
A quel punto, il proseguimento dei
combattimenti cessa di avere una valenza militare e assume solo la funzione di
migliorare la posizione dei contendenti al tavolo dei negoziati.
Tutto
dipende, allora, dalla determinazione di Putin nel proseguire nella sua
strategia, che originariamente doveva essere una sorta di blitzkrieg, ma che si
è poi trasformata in una guerra di attrito, e nella capacità di Kiev,
supportata dalle armi occidentali (innanzitutto missili antiaerei e anticarro),
di rallentare l’avanzata al punto da rendere conveniente anche per Mosca
cercare una soluzione negoziata.
Se le
stime circolate, infatti, sulle perdite russe dovessero risultare vere – più di
ventimila tra morti e feriti – la capacità operativa (per non parlare del
morale) delle unità militari risulterebbe fortemente indebolita.
Questo, però, potrebbe anche portare a un
pericoloso allargamento del conflitto con l’intervento della Bielorussia a
fianco dell’esercito russo.
Scenari
politico-strategici
della
guerra in Ucraina.
Geopolitica.info
– (12 – 05 – 2015) - Federico Salvati – Redazione – ci dice:
(Donetsk-
Novo rossia – Russia- Ucraina).
Nell'ultimo
summit NATO in Galles l'ammiraglio” James Stravidi” ha definito l'intervento
russo in Ucraina (con uno specifico riferimento al romanzo di Huxley): l'inizio
di un “nuovo mondo.”
Questa
citazione però è stata mal interpretata dalla stampa internazionale, che l’ha
subito micronizzata come la dichiarazione di una rinnovata risolutezza da parte
dell’Alleanza Atlantica.
Quello
che veramente Stravidi voleva dire, è che la comunità internazionale sta
entrando in una nuova dimensione di conflittualità, sconosciuta alle
generazioni passate e di cui le classi intellettuali e militari non conoscono
bene le dinamiche e le possibili ripercussioni. L’ammiraglio si è riferito a
questo nuovo tipo di “war fare” con il termine “ibrido”, intendendo con
l’espressione l’impiego integrato di mezzi convenzionali e non convenzionali
per portare avanti un’offensiva contro il nemico su diversi piani, anche al di
fuori di quello militare.
L’intervento
ucraino e il nuovo war fare.
Jhonson
e Sheley, trattando l’argomento, propongono il concetto di FSC (Full Spectre
Conflitto):
una
chiave di lettura integrata che permette di inquadrare l’offensiva russa sotto
un punto di vista cinetico, economico, politico e propagandistico.
Essi
ci fanno notare come al giorno d’oggi un’analisi unicamente politica o
unicamente strategica delle operazioni risulta molto più incompleta che in
passato e una comprensione sufficiente può avvenire solo attraverso la
trattazione simultanea di questi aspetti.
La
guerra ibrida non è una novità nella storia militare.
Il
termine infatti è comparso per la prima volta per descrivere la situazione in
Libano nel 2006.
Lo
stesso concetto di ingaggio limitato è un antesignano di quella che è la guerra
ibrida.
L’attuazione di una strategia ibrida, però,
oggi denuncia la presenza in Russia di un comando militare accentrato che è
lontano dalla goffaggine delle operazioni Georgiane e Cecene.
Solo
una catena di comando efficiente che sappia orchestrare insieme le risorse
prettamente esecutive con quelle collaterali, può portare ad un successo in
questa circostanza.
La
Russia con la sua operazione in Ucraina rivela di aver saputo adattare il suo
potere militare alla nuova condizione regionale, sviluppando forze d’intervento
rapide e altamente specializzate che gli permettono di conseguire obiettivi
limitati a corto raggio ma in maniera molto efficace.
L’intervento
Ucraino.
Le
operazioni sicuramente sono state a lungo calcolate. Poco è stato lasciato al
caso nello scenario ucraino.
Mosca ha subito puntato a fornire ai
guerriglieri delle competenze e del personale che difficilmente sarebbero stati
ottenuti nel breve periodo.
Piccoli
contingenti delle forze speciali russe, altamente addestrati, hanno affiancato
le bande armate sin dall’inizio degli scontri.
Questi
operativi sono persone qualificate, preparate ad operare in teatri dove sono
presenti dei civili e a pensare a come agire in relazione al fatto.
Da
questo punto di vista la natura strategica delle operazioni potrebbe essere
accostata a quella che era la politica americana del” win hearts and minds”,
sviluppata per il quadrante mediorientale.
Militari
e agenti del GRU hanno portato avanti operazioni di confidence building tra la
popolazione per vincerne il favore. Agenti dei sevizi segreti inoltre hanno
provveduto all’organizzazione di bande armate di auto-difesa tra i civili e al
rifornimento di questi gruppi con mezzi e armi.
In tutto ciò solo alla fine di Aprile il
presidente Putin ha riconosciuto l’intervento russo in Ucraina.
Le operazioni hanno visto infatti l’impiego di
mezzi e uomini senza contrassegni, che ricordiamo sono illegali secondo il
diritto internazionale.
A
livello tattico i movimenti su vasta scala sono stati preceduti dalla posta in
sicurezza di obiettivi minori attraverso azioni rapide e leggere. Una volta
assicurate le vie di rifornimento e i palazzi governativi locali, si è quindi
passati alla fase di manovra, preceduta sempre da raffiche di artiglieria
pesante sulle posizioni ucraine.
Un
esempio di questa tattica può essere visibile negli avvenimenti successivi al
primo fallito protocollo di Minsk.
Piccole
ma molto efficaci incursioni da sud est e da est hanno spinto la Kiev alla
firma del cessate il fuoco.
Mosca
ha utilizzato questo cessate il fuoco per ottenere una prima legittimazione dei
ribelli ucraini e poi per posizionare le forze per la fase di manovra offensiva
a Settembre del 2014.
Questa
è identificata dagli analisti con l’inizio della battaglia per l’aero porto di
Lugansk.
Il cessate il fuoco e la demarcazione della
linea di contatto smilitarizzata dopo il primo protocollo di Minsk, hanno
permesso il riposizionamento dell’artiglieria che è servita nell’offensiva
contro l’aeroporto in questione.
La
struttura era stata progettata dai sovietici come un ostacolo strategico, in
grado di resistere un attacco ingente.
Il
governo di Kiev non potendo e non volendo ingaggiare le forze russe in uno
scontro aperto ha organizzato un corridoio di evacuazione per i contingenti
nazionali, lasciando poche truppe a presidiare la posizione. La presa
dell’aeroporto (proprio come le operazioni estive di Novo azovsk e Ilo-vaisk) è
servita ai separatisti per fare pressioni sull’Ucraina per ulteriori
concessioni territoriali.
Nonostante
le ultime negoziazioni e il nuovo cessate il fuoco al momento in cui si scrive
gli scontri continuano, così come le rivendicazioni da parte dei miliziani pro
russi di spingere il territorio da loro controllato fino alla frontiera
amministrativa degli Oblast separatisti.
I
teatri d’azione: Repubblica di Donetsk e Luhansk.
Questo
territorio rappresenta la spina dorsale della strategia russa.
Fin tanto che esisterà uno Stato proxy
all’interno dei confini ucraini la NATO non accetterà il paese nell’alleanza
restando lontano dai confini russi.
I movimenti separatisti in queste zone
all’inizio dell’estate del 2014 hanno ricevuto l’appoggio delle forze di Mosca,
potendo così dichiararsi repubbliche indipendenti e assicurare il controllo
della parte orientale delle regioni a Mosca.
Al
momento in cui si scrive forze ucraine si trovano ancora nelle zone di Adiva e Pinsk
e l’artiglieria tiene sotto tiro l’area di Donetsk.
Al
confine sud di Luhansk inoltre sembra che gli scontri continuano nonostante il
cessate il fuoco soprattutto nei territori a sud di Pervomaisk.
Infine si sono intensificate in entrambi
Oblast le attività terroristiche nei confronti delle porzioni di territorio
ancora in mano al governo centrale ucraino.
I
teatri d’azione: Debaltseve
Questo
è un importante hub ferroviario che collega Lugansk e Donetsk.
Al
momento l’area si trova sotto il controllo delle forze separatiste. Le
operazioni di conquista da parte dei ribelli sono state condotte da sue ovest e
da nord est prendendo la città in poco tempo e lasciando alle forze ucraine la
possibilità di ritirarsi verso Arte Minsk.
Fondamentale
è stato l’impiego dei veicoli corazzati russi e artiglieria pesante. La perdita
della città è stato un grande colpo per gli ucraini dal punto di vista sia
territoriale che logistico (Debaltseve infatti era uno degli ultimi cunei
strategici che l’esercito ucraino aveva all’interno dei territori separatisti).
Dopo questa conquista, le forze pro-russe sono in una posizione più forte
rispetto a prima, avendo un collegamento ferroviario che unisce la Russia
direttamente con la nuova linea di contatto.
I
teatri d’azione: Mariupol
Questa
città sarebbe il prossimo grande obiettivo dei ribelli.
Aleksandr
Zakharchenko, capo delle forze di Donetsk ha dichiarato che Mariupol è un
obiettivo strategico vitale perché permetterebbe al territorio
dell’auto-dichiarata repubblica un sicuro approvvigionamento di acqua potabile.
La città dopo il settembre 2014 ha scampato
gran parte degli scontri ma a sud, fuori dalla città, i combattimenti
continuano nonostante il cessate il fuoco. Lungo la città corre parallela alla
costa sud l’autostrada H 20. Questa è già stata oggetto lotte tra i separatisti
e i soldati ucraini. Questa città sarebbe un passaggio obbligato nel caso le
forze ribelli decidessero di portare l’offensiva lungo la costa.
I
teatri d’azione: Slavina.
Slavina
rappresenta la grande vittoria dell’esercito ucraino nello scenario.
Ad aprile, piccoli contingenti russi, armati
di armi leggere, aveva preso i palazzi governativi della città.
Lo stesso mese il governo Ucraino ha lanciato
la controffensiva liberando la base di Kramatorsk grazie all’impiego delle
forze corazzate. A maggio, dopo una breve e tesa tregua, il governo lanciò
un’offensiva su larga scala che portò alla conquista di tutti e 9 i check point
intorno alla città. Un ruolo fondamentale è stato svolto dai veicoli corazzati
e dalla superiorità numerica. La conquista della città, avvenuta a giugno, fece
pensare ad una fine vicina della guerra in Ucraina. L’offensiva governativa è
avvenuta in maniera veloce e efficace, ingaggiando gli avversari in maniera
conseguenziale e attiva. La presa di Slavina è avvenuta in un momento in cui
sicuramente il livello organizzativo e di potenza di fuoco dei ribelli era
minore rispetto a quello di oggi e ciò ha giocato a favore dei militari
ucraini.
I
teatri d’azione: Crimea.
La
presa della Crimea a differenza degli altri scenari è avvenuta con un basso
livello di violenza.
Le
truppe ucraine erano state ordinate di non ingaggiare a meno che non dovessero
difendersi dal fuoco nemico. Questo ha permesso l’accerchiamento in breve da
parte delle forze russe dei contingenti ucraini. La maggior parte delle
operazioni è stata svolta dalla fanteria. L’impiego della marina e
dell’aviazione è stato maggiormente di carattere preventivo e logistico.
L’impiego di corpi speciali del GRU ha
permesso di fare leva sula comunanza etnica della popolazione russa.
A
questo va aggiunto che l’intelligence russa era cosciente che le potenzialità
di offensiva da parte dell’Ucraina erano piuttosto limitate e la promessa
mobilitazione delle forze sul territorio si è rivelata presto un bluff
governativo che non ha fermato l’avanzata di Mosca.
Gli
scenari futuri.
Ad un
anno dal conflitto è ancora difficile stabilire quale sarà lo scenario ultimo
dei combattimenti. Agenzie di intelligence e analisti da tutto il mondo
continuano tutti i giorni a produrre scenari futuri analisi di contingenza. I
piani di Putin rimangono ancora oscuri nel lungo periodo e solo il tempo
rivelerà la natura dei fatti. Nei prossimi paragrafi tuttavia abbiamo riportato
quelli che secondo noi rappresentano gli scenari più interessanti da prendere
in considerazione. Fermo restando comunque che l’analisi condotta rimane
meramente su un piano teorico.
Status
quo.
Congelare
il conflitto sembra una scelta abbastanza logica in apparenza. In effetti la
Russia ha già ottenuto quello che vuole con la creazione dell’ennesimo Stato
proxy che renderebbe sicura l’Ucraina dall’avanzata NATO.
Il
problema è che questa non è una soluzione attuabile nella situazione corrente.
Le
bande d’irregolari sul territorio sono ancora molte e Mosca deve fare i conti
sia a Lugansk che a Donetsk con i sentimenti nazionalisti dei combattenti
I capi
delle forze armate separatiste sono decisi ad andare fino ai confini
amministrativi delle loro regioni e un eventuale rottura con i gruppi armati
significherebbe per Mosca una grande grana proprio su confine orientale che
fatica tanto a difendere.
Progetto
“Novo rassia”
Mentre
oggi con il termine la stampa si riferisce a tutti i territori secessionisti,
all’inizio dei combattimenti “Novo rassia” identificava la possibilità per
Mosca di unificare tutti i territori dagli Oblast secessionisti fino alla Transnistria.
L’obiettivo
principale in questo scenario sarebbe sicuramente la città di Odessa la cui
sottrazione porterebbe un grave colpo all’economia Ucraina.
La
nazione sarebbe definitivamente tagliata fuori dal Mar Nero soffrendo di
conseguenza una grave perdita da un punto di vista strategico.
Lo
scenario include manovre d’incursione si larga scala che dovrebbero postare le
forze pro-russe al di là del fiume Dnieper senza però i vantaggi di barriere
naturali a difendere le forze pro-russe sul versante nord.
La
distanza tra il confine dei territori occupati e la Transnistria è di circa 700
KM.
L’agenzia
Stratford per la realizzazione di tale scenario preventiva l’impiego di circa
30.000 uomini e un periodo di 14 giorni operativi. L’agenzia Mellon invece vede
l’operazione più dilatata nel tempo preventivando un minimo di 20 giorni e
l’impiego di 45.000 uomini.
L’opzione
Dnieper.
Uno
scenario più realistico consiste nell’unificazione del territorio degli Oblast
ribelli con il territorio della Crimea. Questo assicurerebbe un fronte comune
per i territori occupati e permetterebbe anche di avere sicuri rifornimenti di
acqua potabile.
Forse
però il vantaggio maggiore di questo scenario è l’ancoraggio delle forze di
secessione all’elemento geografico più importante del territorio ucraino: il
fiume Dnieper.
Il
territorio ucraino nella zona di riferimento è sostanzialmente pianeggiante e
permetterebbe una avanzata della fanteria senza particolari ostacoli
geografici.
Il
fiume sarebbe utilizzabile, una volta raggiunto, come un’efficace linea di
difesa.
Per
questo tipo di operazione gli analisti preventivano l’impiego di circa
24,000-36,000 e due settimane operative.
Questo
scenario permetterebbe di prendere Mariupol e soddisfarebbe le aspirazioni dei
ribelli.
Il
lato negativo dell’operazione è che lascerebbe le forze occupanti a difendere
una stretta striscia di terra tra il mare e l’esercito ucraino per assicurare
la comunicazione e i rifornimenti tra la Crimea e Donetsk.
Qualunque
sia l’opzione che la Russia sceglierà in futuro sicuramente questa sarà
commisurata agli obiettivi strategici di Mosca.
La
leva della minoranza rappresenta un fattore di cui la Russia non dispone al di
fuori delle regioni russofone.
Questo
significa che spostandosi verso nord il livello di ingaggio e i tempi operativi
sarebbero molto più dilatati e rischierebbero di innervosire l’occidente perché
ci si avvicinerebbe pericolosamente agli stati baltici.
È
fuori da ogni dubbio che qualunque sarà la scelta di Mosca i russi
continueranno a portare avanti piccole incursioni sul confine ucraino per
sparpagliare ed indebolire il potere difensivo di Kiev.
Tale
strategia è stata la base dell’operazione “Ucraina” sin dalla prima ora e vista
la superiorità numerica di cui godono i russi potrà portare altri vantaggi in
futuro.
Al momento la preoccupazione di Mosca è
sicuramente quella di mantenere il controllo sulle forze ribelli che se
dovessero soffrire di troppa autonomia potrebbero costituire un problema.
A
questo proposito sicuramente Mosca manterrà un ingaggio limitato commisurato
alla forza difensiva ucraina di modo da non dare un margine di vantaggio troppo
alto ai secessionisti e avere di conseguenza un’efficace leva nei loro
confronti.
(Federico
Salvati).
La
guerra cyber-elettromagnetica: come Pechino integra armi cibernetiche e spettro
elettromagnetico nella militarizzazione dell’orbita bassa.
Geopolitica.info – (24 -07 -2024) - Sara
Russo – Redazione -ci dice:
(Cina
cybersecurity Spazio.)
(Cina
e Indo-Pacifico, Cyber e Tech, Difesa).
«La
vittoria in guerra inizia vincendo nel cyberspazio», recita uno dei testi
dottrinali di riferimento dell’”Esercito Popolare di Liberazione” (PLA).
Cyber e spettro elettromagnetico, elevati al
rango di leve strategiche nella guerra informatizzata, offrono il potenziale
asimmetrico su cui Pechino scommette per colmare il divario con Washington
nella corsa all’orbita bassa.
Tra i
fattori che orientano l’esito dei conflitti contemporanei, l’hardware militare
ha perso il suo primato, cedendo il posto al “controllo dello spettro
elettromagnetico” (EMS), ossia il “dominio invisibile attraverso cui transitano
comunicazioni, decisioni e percezioni”.
La
capacità di interferire con tale flusso di informazioni permette di paralizzare
i nodi di comando e controllo (C2) e aggiudicarsi la superiorità informativa.
Questo,
e non più la concentrazione di massa e potenza di fuoco, sembra ormai essere
determinante per il successo di una campagna ibrida.
La
Cina, che ambisce a controllare le comunicazioni cruciali in tempo di pace e di
guerra, individua nello spazio extra-atmosferico un dominio strategico per
vincere la “guerra informatizzata”.
In particolare, i sistemi di intelligence,
sorveglianza e ricognizione (ISR) e di allerta preventiva, installati sui
satelliti, svolgono un ruolo cruciale a monte della cosiddetta “elettronica krill
chain”, fornendo l’intelligence necessaria a coordinare attacchi su più
livelli.
Analizzare
la concezione informatizzata della guerra professata da Pechino, volgendo uno
sguardo alle capacità counter-space di cui si è dotata e all’infrastruttura
dual-use che sta dispiegando nell’orbita terrestre bassa (low-Earth orbit,
LEO), consente di valutare il peso specifico del vantaggio asimmetrico che
l’integrazione tra cyber, EMS e spazio offre alla Cina nella competizione
sino-americana.
Una
guerra invisibile e senza limiti.
Il
report “Future Operating Environment 2040” della U.S. Space Force, nel
delineare scenari bellici futuri con Pechino, formula il concetto di “guerra a
spettro illimitato” come prodotto di una competizione costante in cui le
continue e ambigue interferenze elettromagnetiche e cibernetiche nello spazio
circumterrestre dissolvono il confine tra guerra e pace.
Il risultato è uno stato di tensione che si
protrae indefinitamente, alimentato da una minaccia difficile da identificare.
Quest’approccio
integrato riecheggia il concetto di guerra nello spazio cyber-elettromagnetico,
introdotto dal documento “Science of Military Strategy 2020” della National
Defense University, in cui il dominio cibernetico e quello elettromagnetico
confluiscono in un unico teatro operativo, preparando il terreno per il
controllo dell’informazione, dello spazio aereo, delle rotte marittime e
dell’intero campo di battaglia.
Si
tratta di un modello di guerra ibrida “con caratteristiche cinesi” che, lungi
dal ricercare la battaglia campale per annientare le forze nemiche, sposta il
mirino in direzione delle infrastrutture di rete (terrestri, aeree e spaziali)
dell’avversario, combinando operazioni cyber, EMS, intelligence spaziale e
manipolazione informativa in un’offensiva multi-dominio che colpisce
simultaneamente la dimensione tecnologica e quella cognitiva.
In
altre parole, si rifugge dall’attrito che lo scontro diretto comporta, perché
l’obiettivo è disorientare il comando nemico e disgregare la sua catena
decisionale, per spezzarne la capacità di «percepire, comunicare e rispondere
efficacemente».
L’arsenale
counter-space.
Stuart
Petits, un colonnello in congedo della U.S. Air Force, individua nel counter-space la capacità di negare
all’avversario l’accesso allo spazio attraverso misure offensive e difensive.
La Cina sta affinando tali capacità in
direzione coercitiva più che dissuasiva, in quanto vede nella “spade war fare”
il mezzo per raggiungere la superiorità spaziale, che non solo consoliderebbe
la propria libertà operativa, ma limiterebbe quella della controparte
attraverso la neutralizzazione o degradazione dei suoi asset orbitali.
Le
counter-space weapons differiscono tra di loro per il tipo di danno che
arrecano al dispositivo colpito, il grado di reversibilità degli effetti, la
sofisticatezza della tecnologia necessaria e il livello di difficoltà di
attribuzione. Un report del Center for Strategic and International Studies le
analizza nel dettaglio.
Le
armi cinetiche fisiche, come missili antisatellite ad ascesa diretta (DA-ASAT)
e sistemi ASAT co-orbitali, distruggono direttamente il bersaglio, arrecano
danni irreversibili e, talvolta, possono causare perdite umane se dirette
contro stazioni di terra con personale o satelliti presidiati. Oltre
all’elevato potenziale distruttivo, la produzione di detriti orbitali e la
possibilità di rilevare la fonte dell’attacco giustificano l’onerosità del loro
impiego e l’interesse crescente per alternative non cinetiche. Nessun paese ha
mai condotto un attacco cinetico contro il satellite di un altro paese, proprio
per il rischio di escalation incontrollata che queste armi comportano, ma Stati
Uniti, Russia, Cina e India hanno testato missili DA-ASAT contro propri
satelliti.
Le
armi non-cinetiche fisiche sono in grado di produrre effetti fisici su
satelliti o stazioni di terra senza ricorrere al contatto diretto, e
comprendono:
i
laser ad alta potenza, che possono accecare temporaneamente o permanentemente i
sensori di un satellite;
le
armi a microonde ad alta potenza (High-Power Micro-wave, HPM), le quali,
attraverso l’emissione di potenti impulsi elettromagnetici, possono mettere fuori
uso o persino danneggiare irreversibilmente i circuiti elettronici dei target;
Queste
ultime offrono un vantaggio asimmetrico in termini di costi sostenuti, che si
manifesta nella capacità di neutralizzare costellazioni satellitari da miliardi
di dollari a un costo marginale irrisorio. Inoltre, il loro impiego garantisce
all’attaccante un grado di ” plausibile disabiliti”, in quanto, non lasciando
tracce riconducibili alla fonte, creano un contesto di deliberata ambiguità.
La Cina sta investendo molto in queste
tecnologie militari: un team di ricercatori del centro di ricerca “Northwest
Institute of Nuclear Technology” ha di recente progettato quello che è stato
descritto come il “pulsa power driver” per armi HPM più compatto al mondo, noto
come TPG1000Cs.
Il sistema, lungo circa 4 metri e del peso di
5 tonnellate, è in grado di erogare impulsi da 20 gigawatt per un massimo di un
minuto, una potenza di gran lunga superiore alla soglia stimata di circa 1
gigawatt necessaria per compromettere satelliti in LEO.
Le
ragioni della proliferazione delle “counter-space weapons elettroniche” sono da
ricercare nel loro basso costo di mercato, che le rende alla portata non solo
degli stati, ma anche di attori non statali. Esse agiscono sullo spettro
elettromagnetico attraverso cui i sistemi spaziali trasmettono e ricevono dati.
Il
jamming genera rumore nella stessa banda di frequenza radio del segnale
bersaglio, in modo da ostruire le comunicazioni nemiche. Il jamming in uplink
disturba i comandi inviati da terra al satellite, mentre quello in down link
interferisce con il segnale che il satellite trasmette agli utenti sulla Terra.
Lo
spoofing, invece, inganna il sistema inducendolo a scambiare un segnale falso
per quello autentico, iniettando informazioni contraffatte nel flusso di dati o
impartendo comandi non autorizzati al satellite.
Il
primo tipo si maschera da interferenza naturale, mentre il secondo si mimetizza
tra gli errori comunicativi di routine. L’erosione della fiducia dei comandanti
nei sistemi C2, scaturita da questo contesto di ambiguità, paralizza i
meccanismi decisionali, traducendosi in un ritardo della risposta rispetto
all’avversario.
I
cyberattacchi sferrati contro sistemi spaziali prendono di mira i dati e
producono effetti che possono variare dalla semplice perdita di dati, tramite
intercettazione o corruzione, fino alla neutralizzazione permanente del
satellite, quando l’hacker è in grado di usurpare il controllo dei sistemi C2.
Quest’ultimo
scenario è la forma di attacco cibernetico con un potenziale distruttivo
maggiore, perché consente di impartire ordini autodistruttivi al satellite.
Il potenziale anonimato che il cyberspazio
offre agli attori malevoli complica notevolmente il processo di attribuzione.
Inoltre,
la proliferazione delle mega-costellazioni e dell’”Internet of Thuins” nello
spazio amplia la superficie d’attacco, trasformando la cyber-war-fare in uno
strumento di guerra asimmetrica quando impiegata contro avversari
tecnologicamente avanzati, poiché il sabotaggio di dispositivi e sistemi, anche
ben blindati, non richiede risorse altrettanto sofisticate.
Le
costellazioni dual-use nella corsa alla LEO.
Secondo
uno studio del “Delhi Defense Review”, nel contesto della guerra ibrida,
l’ambiguità viene deliberatamente
strumentalizzata
per eludere le norme del diritto internazionale dello spazio e i meccanismi
tradizionali di deterrenza. Questa dinamica è esemplificata dalla strategia
nazionale cinese della fusione civile-militare (MCF), la quale si cristallizza
nello sviluppo di infrastrutture spaziali dual-use, che perseguono capacità
militari sotto copertura civile.
Tale commistione rende impossibile per
l’avversario distinguere una manovra coercitiva da un’operazione innocua e, non
potendo qualificare un’azione come atto offensivo, si preclude il ricorso al
quadro giuridico che legittimerebbe una risposta difensiva.
Più
nello specifico, sono i vuoti normativi che connotano l’Outer Space Treaty
(OST) del 1967 a permettere alla Cina di operare nella “zona grigia” e, al
contempo, ottenere vantaggi tattici senza incorrere in ritorsioni.
L’OST proibisce le armi di distruzione di massa nello
spazio, ma non regolamenta le tecnologie dual-use.
Dunque,
il trattato non è stato in grado di prevenire la militarizzazione dello spazio,
che procede oggi non solo con mezzi cinetici, ma soprattutto attraverso
tecnologie soft-kilt.
L’esempio
emblematico di applicazione della strategia MCF è il programma Guiyang (国网, “Rete nazionale”), una
mega-costellazione concepita come strumento di sovranità digitale, per
garantire una catena informativa sotto giurisdizione nazionale.
Tuttavia,
la portata di questo programma non ha ricadute solo all’interno dei confini
domestici: rivendicare preventivamente i diritti d’uso delle radiofrequenze,
necessari a operare in LEO, è un modo per sottrarre slot orbitali ad altri
contendenti, prima che le loro costellazioni saturino gli strati disponibili.
Questo
programma si inserisce nel contesto più ampio della corsa alla LEO e
dell’ambizione di diventare la potenza spaziale globale entro il 2045, in cui
il confronto con Starlink – la più grande mega-costellazione al mondo per
servizi internet a banda larga – costituisce il banco di prova per Pechino.
Sviluppata
dall’azienda aerospaziale statunitense Space “X “di Elon Musk, Starlink conta
10.828 satelliti attivi in LEO a luglio 2026 (a fronte dei 199 di Guowang),
come riportato da Satellite map.space.
Tale
ridondanza vanifica il ricorso a mezzi cinetici, in quanto distruggere una
porzione dei dispositivi in orbita non è sufficiente ad abbattere l’intera
infrastruttura.
Secondo
uno studio condotto da RAND, le risposte cinesi alle nuove capacità spaziali
statunitensi sono dettate dal timore di restare indietro nella competizione con
Washington. Sebbene la costellazione Guowang sia stata concepita proprio per
rimediare allo squilibrio con Starlink, sarebbe fuorviante considerarla come il
contraltare cinese di quest’ultima, in quanto differiscono nel modello di
governance adottato. Mentre la progettazione, costruzione e gestione di Guowang
sono state affidate alla società statale China SatNet Co. – istituita
nell’aprile 2021 e vigilata dalla Commissione per la Supervisione e
l’Amministrazione delle Attività Statali del Consiglio di Stato –, Starlink
poggia su capitale privato incanalato verso un piano di sviluppo industriale
commerciale in rapida espansione.
Gli
analisti di RAND ipotizzano che la percezione del PLA della minaccia costituita
da Starlink sia frutto di una valutazione che eccede le sue reali capacità
operative.
Ciononostante,
il carattere dual-use di Starlink è chiaramente ravvisabile nell’impiego che
l’Ucraina
ne ha
fatto nel contesto della guerra con la Russia, beneficiando di un sistema di
telecomunicazioni resiliente.
In
modo analogo, i servizi di internet satellitare, forniti da Guang, sono stati
pensati per colmare i vuoti di copertura nelle aree remote, ma possono essere
rapidamente adattati a impieghi militari, come ha dichiarato pubblicamente Yuan
Jungmann, capo progettista del programma.
D’altronde,
a fine 2025, su 1.353 satelliti cinesi in orbita più di 510 sono piattaforme
ISR, munite di sensori ottici, multispettrali, a radiofrequenza e radar, che
supportano le attività di monitoraggio, tracciamento e targeting degli
obiettivi statunitensi.
Senza
dubbio la Cina non ha replicato il successo di Space “X” e gli Stati Uniti
rimangono la potenza indiscussa nello spazio, ma il vantaggio asimmetrico di
cui gode Pechino nella guerra cyber-elettromagnetica è reale.
L’integrazione
multi-dominio consente di condurre operazioni belliche a bassa intensità che si
protraggono in maniera indefinita, senza varcare la soglia del conflitto
aperto.
Questo prospetto rischia di invischiare la
controparte statunitense in campagne di logoramento senza fine, le quali
minacciano di eroderne la superiorità nel dominio spaziale.
(Sara
Russo).
Guerra
Ucraina-Russia.
Ucraina,
la guerra è diventata profonda. Gli analisti: “Mosca ammassa missili per
l’inverno.”
Fanpage.it
– (30 Luglio 2026) -Riccardo Amati – Redazione – ci dice:
Putin
promette la vittoria, Kiev colpisce raffinerie, logistica e produzioni critiche
russe.
Ma
scarseggia di Patriot.
Le
vittime civili aumentano.
Senza
diplomazia l’escalation in atto rischia di prolungare il conflitto.
L’esperto
di disarmo Poddi: “Gli attacchi aerei reciproci sono una strada senza uscita”.
La
guerra in Ucraina ha cambiato volto.
Missili
e droni colpiscono sempre più in profondità, mentre l’attrito sulla prima linea
perde centralità.
Entrambe le parti mirano a destabilizzare il
fronte interno dell’avversario.
L’unico risultato certo è l’aumento delle
vittime civili.
Putin
torna a evocare la vittoria e ritira anche i limitati compromessi discussi un
anno fa ad Anchorage.
In risposta, cresce il sostegno a Kiev.
Anche
da parte degli Stati Uniti, ha qualche ragione per ritenere Volodymyr Zelensky.
L’Ucraina
ha migliorato la propria posizione militare e contribuisce con gli attacchi
vincenti dei suoi droni alla crisi dell’economia russa.
Ma senza diplomazia, questi sviluppi rischiano
di alimentare l’escalation e prolungare il conflitto, invece di fermarlo.
Sempre
più vittime fra i civili.
In
questa quinta estate di guerra, nelle prime tre settimane di luglio i raid
russi hanno ucciso 380 civili e ne hanno feriti almeno 2.100: è il bilancio più
grave da aprile 2022.
Dal 20
al 25 del mese, Mosca ha lanciato quasi 1.700 droni, oltre 1.630 bombe guidate
e più di 50 missili balistici.
Dati del governo ucraino.
Colpita più volte Kiev.
(Raid
russi in Ucraina, bambini tra le vittime. Tusk denuncia violazione dello spazio
aereo polacco).
La
Russia utilizza spesso missili balistici.
Per la loro velocità ipersonica, la
traiettoria alta e poi la ripida discesa, sono difficili da intercettare.
La
finestra d’ingaggio è troppo stretta.
A
volte, anche per i sistemi di difesa più efficaci.
Che
sono e resteranno i Patriot americani.
Gli ucraini però stanno finendo le munizioni:
i
missili intercettori che ogni batteria Patriot lancia in salve di tre o quattro
– se ne ha abbastanza.
La
licenza di produrre i Patriot in Ucraina, assicurata da Trump a Zelensky, nel
breve termine cambia poco:
“Gli
ucraini hanno le capacità per costruirli, ma ci vorrà tempo”, spiega a
Fanpage.it Pavel Poddi, direttore del progetto Russian Forbes e ricercatore
all’Istituto dell’ONU per la ricerca sul disarmo (UNIDIR).
Difesa
impossibile.
Zelensky
ha discusso nuovamente dei Patriot con Trump alla Casa Bianca il 28 luglio, ma
Washington ne ha troppo pochi per soddisfare le richieste ucraine.
Secondo
una stima del CSIS, la guerra con l’Iran ha consumato il 65% delle scorte
statunitensi di intercettori Patriot.
La
produzione sarà triplicata, ma serviranno anni.
Anche
il “progetto Freya”, sviluppato dall’Ucraina con nove Paesi europei, non
offrirà soluzioni immediate:
i primi risultati pratici arriveranno oltre il
2026 e gli analisti giudicano troppo ottimistici i tempi annunciati.
Nessun
sistema garantirà comunque una protezione totale.
“Né i
Patriot né una grande quantità di sistemi europei fermeranno tutti i missili
balistici: qualcuno passerà sempre”, avverte Poddi.
Le vittime civili continueranno ad aumentare e
lo scambio di attacchi missilistici resterà “una strada senza uscita”.
Guerra
di profondità.
La
Russia sta probabilmente accumulando missili balistici per una nuova offensiva
invernale contro la rete elettrica ucraina.
"L’anno
scorso l’ha parzialmente compromessa;
ora il rischio che riesca a distruggerla è
notevole", dice a Fanpage.it Pasi Parione, analista del” Black Bird Group”
e ufficiale della riserva finlandese.
Mosca
produce circa 660 Iskander e Chincha all’anno, secondo l’Intelligence militare
ucraina:
dovrà
accelerare per sostenere una campagna aerea prolungata.
A
ostacolarla sono gli attacchi ucraini contro i nodi dell’economia e
dell’industria bellica russa.
I raid
sulle raffinerie hanno già compromesso l’approvvigionamento di carburante
civile e, in parte, militare. Ora Kiev colpisce componenti industriali essenziali e
difficili da sostituire, con il sostegno dell’Intelligence americana e
francese. Secondo il “Financial Times”, che cita fonti militari e civili
ucraine, l’obiettivo non è più soltanto incendiare impianti e depositi, ma
paralizzare il sistema che finanzia e alimenta la guerra russa.
Mosca
denuncia oltre 200 civili uccisi dagli attacchi ucraini nell’ultimo mese. Il
bilancio comprende i territori occupati dell’Ucraina.
Danni
non pervenuti (al Cremlino).
Gli
attacchi ucraini hanno messo fuori uso il 10% della capacità logistica di
Wildberries, l’Amazon russa, distruggendo le merci di decine di migliaia di
piccole imprese e rallentando le consegne.
Le perdite restano da quantificare.
È un
colpo al centro dell’economia dei consumi che caratterizza la Russia più ancora
dell’Occidente.
E a
una classe media già provata da inflazione, stagnazione e controllo del regime
sull’ambiente digitale.
Dopo i
blackout di internet di marzo e i progressi militari ucraini, nell’élite russa
si sono moltiplicate le richieste di realismo e compromessi.
Anche
politologi vicini al Cremlino hanno riconosciuto sui media statali che "la
disfatta dell’Ucraina è impossibile" e invitato a trattare.
Questa
corrente si scontra con la volontà di Putin di proseguire e ampliare la guerra.
La
frattura non avvicina la pace: secondo Tatiana Stanovaya di Popliti, aumenta il
rischio di repressione, radicalizzazione ed escalation.
"Le
speranze che Putin cedesse di fronte all’accumularsi dei problemi si sono
rivelate infondate", ha scritto su Carnegie.
La
determinazione del capo.
Il 26
luglio, il leader del Cremlino ha detto di non dubitare “neppure per un
secondo” che la guerra finirà con la vittoria della Russia.
Ha sostenuto che l’Ucraina finirà per perdere,
oltre al Donbass e alle altre aree rivendicate da Mosca, anche i territori
occidentali.
Tornando
a insinuare che possano passare a Polonia, Ungheria e Romania.
“La
Russia raggiungerà tutti gli obiettivi dell’operazione militare speciale”, ha
ribadito il giorno dopo ai parlamentari della sua Duma.
“Il Donbass? Sarà completamente nostro, è solo
questione di tempo”.
Con
questi presupposti, è facile prevedere che la proposta di cessate il fuoco per
quanto riguarda gli attacchi di missili e droni sui reciproci territori,
avanzata da Kiev e Washington, finisca nel dimenticatoio.
Putin
non l’ha nemmeno presa in considerazione.
Che
nel Donbass sia “solo questione di tempo”, come dice Putin, è quanto meno
opinabile.
Secondo
Pasi Parione, “le offensive sono in miniatura”.
Negli
ultimi sei mesi Mosca “non ha ottenuto progressi significativi”, pur
continuando ad attaccare con infiltrazioni di fanteria e subendo perdite
elevate.
Visto il quadro, tutti si aspettano una nuova
mobilitazione entro la fine dell’anno, in Russia.
La
realtà sul campo.
La
situazione più grave per le forze armate ucraine è a Kostiantynivka, dove i
russi sono penetrati in gran parte della città e i due eserciti combattono
“mescolati tra le rovine”.
Più a
Nord, le truppe russe avanzano lentamente verso Kramatorsk e Sloviansk, ormai
distanti 13-15 chilometri:
i reparti ucraini appaiono “esausti” e Kiev
non è riuscita a inviare riserve sufficienti.
Verso
Dobropillia, invece, le colonne meccanizzate russe sono state respinte e i loro
progressi restano minimi, anche se la città è ridotta in macerie — riporta il “Kyiv
Independent”.
A
bloccare Mosca sono difese profonde e stratificate: mine, reticolati, fossati
anticarro. E droni che colpiscono rinforzi e rifornimenti già 10-15 chilometri
prima del fronte.
La
stessa “kilt zone” si estende però nelle retrovie ucraine, come dimostrano gli
attacchi russi alle vie di comunicazione di Kostiantynivka.
Per
sfondare, “Mosca dovrebbe addestrare per almeno due o tre mesi da sei a nove
brigate complete, concentrando le migliori unità di droni e artiglieria e
dotando i mezzi di sistemi anti-drone”, osserva Parione.
Ma
anche così un’offensiva meccanizzata sarebbe “un’enorme scommessa”, avverte.
Se
l’attesa mobilitazione servisse soltanto a “scagliare altri uomini contro le
difese del Donbas, sarebbe probabilmente inutile”.
Diplomazia
necessaria.
La
mobilitazione parziale del settembre 2022 – 300mila riservisti richiamati e
decine di migliaia di giovani in fuga – alimentò tensioni e ridusse il consenso
per Putin e la guerra. Una nuova leva rafforzerebbe quella parte dell’élite che
oggi chiede obiettivi realistici e minori costi.
Tatiana
Stanovaya esclude rivolgimenti imminenti, ma vede nello scontro tra
radicalizzazione e domanda di cambiamento il possibile avvio di una
ristrutturazione interna e, in prospettiva, di un dopo-Putin. L’Occidente
dovrebbe favorirla affiancando alla pressione militare un’iniziativa
diplomatica.
Pavel Poddi
propone di partire dal controllo degli armamenti: un ruolo “umanitario”
consentirebbe a Putin di salvare la faccia e accettare compromessi
sull’Ucraina. Suggerisce inoltre di revocare le sanzioni che colpiscono i
comuni cittadini russi e, anziché indebolire il regime, possono rafforzarne il
consenso.
I
progressi ucraini e le difficoltà russe possono diventare una leva, ma non
bastano a fermare la guerra.
"Senza
diplomazia rischiano di prolungare il conflitto o alimentare una nuova
escalation", scrive Samuel Charap della RAND sul Financial Times.
Con
Washington assorbita dall’Iran, Francia, Germania e Regno Unito dovrebbero
avviare, con l’appoggio americano, un negoziato permanente tra Kiev e Mosca.
Resta
l’ostacolo decisivo: convincere Putin.
(fanpage.it/esteri/ucraina-la-guerra-e-diventata-profonda-gli-analisti-mosca-ammassa-missili-per-linverno/)
(fanpage.it/).
Ucraina
Anno IV.
CESI
-Centro studi internazionali.
Cesi-italia.org
– (26 -02 -2026) – Redazione - Andrea
Marcelletti, Marco Di Liddo, Emmanuele Panero, Alexandru Fodera , Alessio Stilo
e Elisa Querini – ci dicono:
La
guerra tra Russia e Ucraina è entrata nel suo quarto anno o sarebbe più
corretto affermare nel suo dodicesimo.
Infatti,
se è vero che l’invasione su larga scala russa è iniziata il 24 febbraio del
2022, è altrettanto vero che le attività di interferenza politica e di bassa e
media intensità militare da parte del Cremlino ai danni di Kiev sono
incominciati sistematicamente nell’aprile del 2014.
La distinzione delle date e le diverse
tipologie di conteggio degli anni di conflitto non sono soltanto un esercizio
stilistico o una querelle accademica.
Al
contrario, sotto il profilo analitico, avere la consapevolezza di trovarsi
davanti a un conflitto ultradecennale entrato nel 2022 in una fase di maggiore
intensità, offre una prospettiva diversa anche per lo sviluppo delle previsioni
future.
Infatti,
la guerra russo-ucraina potrebbe essere categorizzata in due momenti ben
precisi:
il
primo, dal 2014 al 2022, è stato quello dell’interdizione mentre il secondo,
che va dal 2022 ai giorni nostri, della radicalizzazione. All’indomani della
“Rivoluzione della Dignità” e della destituzione del Presidente filorusso
Yanukovich, il Cremlino aveva optato per una strategia contenitiva consistente
nell’immediata annessione della Crimea e nel supporto militare non ufficiale
alle milizie ucraine del Donbas allo scopo di interdire, appunto, lo
scivolamento di Kiev nell’orbita euro-atlantica e la transizione a un sistema
politico interno ed estero in rottura con il passato coloniale russo e
sovietico.
Mosca
era sostanzialmente riuscita nell’intento, congelando il conflitto nella
vacuità degli Accordi di Minsk e sperando che Europa e Stati Uniti perdessero
interesse nel dossier e che, di conseguenza, l’Ucraina abbandonasse ogni
speranza verso un futuro all’insegna delle riforme, della liberalizzazione e
dell’indipendenza dalla sfera d’influenza del potente vicino.
Tuttavia,
a Kiev l’aspirazione europeista e atlantista non si è sopita e, complice la
convergenza di fattori internazionali come gli impatti della pandemia di
Covid-19, il frettoloso ritiro occidentale dall’Afghanistan e la necessità
russa di esternalizzare una crisi interna in via di deflagrazione, il progetto
ucraino di emancipazione dal giogo russo si è riproposto con vigore tra il 2021
e l’inizio del 2022.
Questa
volta a Mosca non è bastata la minaccia dell’uso della forza e il prosieguo di
azioni di disturbo nelle due Repubbliche separatiste fantoccio di Lugansk e
Donetsk.
L’invasione
si è resa necessaria per provare a dare una spallata all’ordine globale
incentrato sull’Occidente e riprendere il controllo di quella che era
considerata una provincia ribelle dell’impero.
Oggi
ci si trova nel quarto anno di questa seconda fase della guerra, caratterizzata
da livelli di intensità decisamente più alti e prolungati nel tempo e senza
margini di negoziato accettabili. Il rischio di un’escalation continentale
convenzionale in Europa continua a crescere mese dopo mese, mentre né il
Cremlino né Kiev, nonostante le diverse e crescenti problematiche di
sostenibilità economico-militare, non appaiono disposte a ritirarsi o a trovare
un compromesso.
Più il
conflitto va avanti, più si riducono gli spazi di manovra e le opzioni a
disposizione dei belligeranti e delle rispettive fazioni che li supportano.
L’impressione
generale è che, a breve, il conflitto si troverà davanti a un bivio evolutivo.
La
prima diramazione potrebbe condurre a un ipotetico congelamento o diminuzione
dell’intensità delle ostilità per consentire a tutte le parti di riprendere
ossigeno e riproporre lo scontro nei prossimi mesi o anni, previa adeguata
preparazione.
La
seconda diramazione, invece, conduce direttamente a un’escalation continentale,
con il coinvolgimento diretto dei Paesi europei e con esiti imprevedibili sotto
tutti i punti di vista.
In
entrambi i casi, l’analisi dei fattori strategici porta a pensare che la
seconda fase del conflitto russo-ucraino sia prossima al tramonto.
Questo vuol dire che le strategie e le
metodologie di azione adottate sinora si avviano all’obsolescenza e che di
nuove ne subentreranno.
L’unica certezza è che la pace, in Europa, è
ancora molto lontana.
“Putin
si barrica per
il timore di essere ucciso.”
Rsi.ch
– (7 maggio 2026) – Mondo – Redazione – Galia Ackermann - ci dice:
Così
il Financial Times cita i servizi di intelligence europei e figure vicine al
presidente russo - L’analisi della storica Galia Ackermann: “È sicuramente
paranoico.”
(Una
recente apparizione in pubblico di Putin, con i rappresentanti dei popoli
nativi della Russia. Mosca, 30 aprile 2026)
Il
Financial Times ha appena delineato un nuovo ritratto del presidente russo
Vladimir Putin, ossessionato dalla sicurezza, confinato in un bunker e più
concentrato sulle strategie militari che sulle questioni civili.
Il quotidiano economico-finanziario britannico
(di proprietà del media group giapponese Nikkei), cita tra le fonti i servizi
di intelligence europei e figure vicine a Putin.
Fonti
quindi non direttamente verificabili.
Ma ci
sono degli elementi che convalidano le preoccupazioni di un presidente che,
dall’inizio dell’anno, si è fatto immortalare in sole due occasioni note al
grande pubblico.
I
bunker.
Il
capo del Cremlino vivrebbe nel timore di essere ucciso. Non risiede più nella
sua dacia, fuori Mosca, da dove ha finora governato il Paese. Raramente Putin
sta al Cremlino.
Disertata
anche la sua lussuosa residenza di Valdai, nel nord-ovest della Russia.
Il presidente vivrebbe isolato in un bunker a
Krasnodar, nel sud del Paese, da dove seguirebbe da vicino l’andamento delle
operazioni militari in Ucraina.
L’apparato amministrativo del Cremlino
diffonde immagini preregistrate giorni prima, che mostrano un presidente al
lavoro.
Ricordiamo
che in tutte le residenze di Putin c’è comunque un ufficio standard riprodotto
nei dettagli per non consentire di comprendere dove esattamente si trovi.
I
protocolli di sicurezza.
Quindi
un Putin ancor più attento alla sua sicurezza, e questo si ripercuote su chi
lavora per lui. Dai cuochi al personale di casa, alle sue guardie del corpo,
anche per loro il protocollo di sicurezza è stato rafforzato. Non possono
prendere nemmeno mezzi pubblici o usare cellulari con accesso a Internet.
Secondo il Financial Times, Putin in questi bunker trascorrerebbe la maggior
parte del suo tempo nel monitorare nei dettagli l’andamento dell’invasione in
Ucraina. Il 70% è dedicato al fronte, il resto alle questioni civili passate in
secondo piano. In un momento comunque delicato. Perché il blocco del social
Telegram e la censura di internet stanno creando malcontento tra i russi;
malcontento e timori anche tra le alte sfere dei militari che hanno osato far
presente a Putin che anche loro sono nel mirino di attentati. Per loro la
scorta è stata rafforzata, ma questo aspetto pare che abbia alimentato le paure
del presidente che teme il tradimento di alti esponenti dell’esercito.
L’analisi
della storica Galia Ackerman.
“SEI DI
SERA” ha intervistato la storica franco-russa Galia Ackerman, che studia da
anni (e da vicino) la figura del presidente russo.
“È
sicuramente paranoico da molto tempo e ci sono esempi di questo suo stato
d’animo.
Ad
esempio in tutti gli spostamenti porta con sé qualcuno che raccoglie la sua
urina e le sue feci perché non vuole che il suo materiale biologico possa
finire nelle mani di nemici.
Da
tempo fa assaggiare a qualcun altro il cibo prima di mangiarlo.
Ora
non ci vengono dette le fonti di queste informazioni, quindi non siamo sicuri
al 100% che trascorra settimane chiuso in un bunker, ma mi sembra del tutto
plausibile.
Ci
sono giornalisti indipendenti fuori dalla Russia che si divertono a smascherare
i filmati diffusi ogni giorno dalla televisione riguardanti il presidente.
Sono immagini registrate giorni prima.
Le chiamiamo “conserve”.
Putin
viene sempre ripreso in uno dei suoi uffici fotocopia, ma a volte si vedono dei
dettagli che non quadrano (una pianta più bassa rispetto al giorno prima) e
sembrerebbe che queste “conserve” ultimamente siano molto presenti in
televisione.
Inoltre
la realtà alimenta questa paranoia perché, come hanno dimostrato i fatti, ci
sono missili e droni ucraini che possono raggiungere Mosca e altre località.
Certo,
ci sono i sistemi di difesa antiaerea installati lungo la Moscova su diversi
edifici del Cremlino, ma non basta.
E quindi il 9 maggio per la festa della
Vittoria, una festa sacra, la vittoria sul nazismo: questa volta ci saranno
pochissimi mezzi militari, non ci saranno allievi ufficiali, l’accesso alla
Piazza Rossa sarà estremamente ridotto e non ci saranno deputati della Duma a
San Pietroburgo, dove le sfilate sono limitate a 300 persone”.
Vladimir
Putin sarebbe anche molto sospettoso del suo entourage. Di chi si fida il presidente
russo?
“Credo
che si fidi di alcuni amici di vecchia data, come i fratelli Rosenberg, due
oligarchi.
Si
conoscono dall’infanzia.
Probabilmente
si fida anche dei capi dei servizi di sicurezza come Alexander Bortnikov
direttore dell’FSB, l’intelligence russa.
Ma è
anche possibile che diffidi di tutti, perché la vicenda che ruota attorno
all’ex ministro della Difesa Sergej Shogun deve averlo marcato.
Il clan Shogun - mi riferisco a personaggi
poco raccomandabili vicini al generale - ha rubato una quantità di fondi e
mezzi inimmaginabile e penso che questa vicenda (Shogun era comunque un suo
amico intimo) faccia sì che non si fidi completamente di nessuno”.
Viene
riportato anche un certo malcontento da parte di ufficiali russi di alto
livello che si sentono poco protetti.
Ne
sono morti alcuni in attentati su suolo russo.
Sempre
le fonti citate dal Financial Times dicono che Putin teme un colpo di Stato.
È uno
scenario plausibile?
“Ho
sempre avuto dei dubbi sul fatto che un colpo di Stato fosse realmente
possibile nella Russia di Putin, perché tutto è controllato in modo tale che è
tecnicamente estremamente difficile.
D’altra
parte, ora in gran parte della popolazione, c’è un malcontento che non è mai
stato così forte da diversi anni.
Questo
malcontento è legato al fatto che internet è stato quasi completamente
interrotto.
Sono
stati bloccati i social network, che erano molto popolari in Russia, ed è molto
difficile usare le VPN, quegli strumenti informatici che permettono di aggirare
i blocchi del web.
Non si può più chiamare un taxi, fare
pagamenti, ordinare merce via internet.
Non è
solo una questione di libero accesso all’informazione, ma c’è il problema del
funzionamento quotidiano delle imprese.
È l’economia che ne risente.
Quindi
la gente è scontenta, come anche la popolazione patriottica.
Il
“mondo Z”, come viene chiamato, i blogger che non vedono progressi nella
guerra.
Al contrario, ci sono sempre più morti e
feriti e attacchi ucraini a raffinerie, depositi di carburante e fabbriche
militari.
I russi, per la prima volta da quando è
iniziata questa guerra, da 1 o 2 mesi, non sentono più che il conflitto sia da
qualche parte lontano e che riguardi solo chi ha firmato per andare al fronte,
ma chiunque può essere toccato.
Per
Putin la sofferenza e l’insoddisfazione della popolazione non significano
granché, ma non si può completamente escludere che se in alcuni ambienti vicini
al potere ci fossero tentativi di scalzare Putin, l’insoddisfazione popolare
potrebbe forse, e sottolineo quel forse, fungere da catalizzatore”.
(Putin:
l'arma nucleare "è una priorità.)
Gruber
(ex CEO UBS e CS):
“sbagliato
intromettersi in Ucraina.”
Swissinfo.ch
– (30 luglio 2026) – Gruber, Ceo UBS – Redazione – ci dice:
È
sbagliato intromettersi in Ucraina: lo sostiene Oswald Gruber, il banchiere
probabilmente più celebre della Svizzera, protagonista di una carriera
decennale che lo ha portato ai vertici prima di Credit Suisse (CS) e poi di
UBS.
(Keystone-ATS).
L’82enne lancia un j’accuse contro la politica di potenza americana, la
burocrazia di Bruxelles e l’avvicinamento di Berna all’Ue, difendendo una linea
di distacco dal conflitto ucraino, di cooperazione economica con la Russia e di
rigorosa indipendenza elvetica.
“Ciò
che mi preoccupa di più è la campagna propagandistica che ruota attorno
all’Ucraina”, afferma l’ex dirigente in un’intervista pubblicata oggi dalla
Weltwoche.
“Helmut Schmidt una volta ha detto che noi
europei abbiamo un fervore missionario nel voler interferire nella politica di
altri paesi: faremmo meglio a restare a casa nostra. Si potrebbe anche
considerare l’Ucraina come una questione tra la Russia e l’Ucraina stessa, che
storicamente ha sempre fatto parte della Russia. Perché crediamo di doverci
intromettere? Questo ha a che fare solo con la politica di potenza”.
“Questa guerra ha indebolito la nostra
economia e alla fine non porterà a nulla, se non a molti morti”, prosegue l’ex
presidente della direzione di CS (2003-2007) e UBS (2009-2011).
“Inoltre bisogna rendersi conto di una cosa: si può
fare guerra contro una potenza nucleare solo se si dispone dello stesso
potenziale di deterrenza atomica”.
Gruber,
che ha trascorso i primi anni di vita nell’allora Germania dell’Est, prima di
scappare all’ovest nel 1952 all’età di otto anni, rimpiange la scelta di
interrompere i rapporti economici con Mosca.
“Avere la Russia come fornitore di materie
prime per le nostre industrie di trasformazione aveva assolutamente senso.
La
combinazione migliore sarebbe stata:
materie
prime dalla Russia, lavorazione da noi e così portare la Russia in una dipendenza
economica dall’Europa.
Allora avremmo avuto più influenza.
La
Russia, con il successo economico che ne sarebbe derivato, non avrebbe avuto
interesse a una leadership dittatoriale. Invece ci siamo scollegati”.
E
sulle responsabilità dello scontro, l’ex banchiere punta il dito contro
Washington.
“Gli
Usa influiscono sulla politica mondiale e non vogliono che l’Europa giochi.
Un’Europa
forte con la Russia come fornitore di materie prime sarebbe diventata
economicamente così potente che Washington non poteva permetterlo.
Hanno i loro mezzi e modi, come abbiamo visto
quando il Nord Stream 2 è stato reso inutilizzabile, persino con l’annuncio
dell’allora presidente americano Joel Biden.
Noi
siamo così ingenui da credere che sia tutto a posto”.
L’imprenditore
attacca frontalmente Bruxelles.
“L’Ue, come è oggi, non è stata pensata da
nessuno.
Un grosso problema è che nel Parlamento
europeo siedono tutti quei politici che nel loro paese non sono più stati
eletti o non vengono eletti.
Si sospinge praticamente la seconda fila a
Bruxelles.
L’Ue è
diventata uno stato di funzionari con un tribunale proprio, che emana
continuamente nuove leggi.
E poi
paesi come la Germania, che già soffocano nel loro stesso mare di normative, si
lamentano di dover rispettare anche quelle dell’Ue.
Non
sarei sorpreso se nei prossimi cinque anni un governo tedesco pensasse ad alta
voce all’uscita dall’Unione europea, o almeno a un taglio sostanziale dei
contributi”.
Gruber
mette anche in guardia i leader del vecchio continente riguardo alla
successione di Donald Trump. “Non sarà presidente ancora a lungo, ma la sua
eredità – gestita dai repubblicani – durerà più di quanto l’Europa pensi.
I politici europei dovrebbero stare attenti a
ciò che dicono oggi sull’America.
Un
giorno li raggiungerà”.
E
ricorda un’occasione mancata:
“Una
delle più grandi opportunità che l’Europa ha clamorosamente perso è stata
quando gli Stati Uniti, in Medio Oriente contro l’Iran, hanno chiesto aiuto
agli europei.
La
logica era che gli europei avrebbero dovuto partecipare, perché sarebbero stati
i più colpiti se l’Iran avesse avuto bombe atomiche.
Con la Corea del Nord si è negoziato per
cinquant’anni: oggi hanno 50 ordigni nucleari.
Quando
l’Iran ne avrà 50, vorrò sentire le urla dell’Ue: ma allora sarà troppo tardi”.
E la
Svizzera?
“Molto va bene e sono un grande patriota”,
risponde l’intervistato.
“Ma ciò che mi preoccupa è l’avvicinamento
all’Ue.
Se confronto la Confederazione con qualsiasi
altro stato dell’Unione europea non ne trovo nemmeno uno in cui mi piacerebbe
vivere altrettanto volentieri.
Sono
tutti peggiori:
dal
punto di vista economico, in termini di ricchezza, con un debito maggiore.
Perché
vogliamo aderire a questa unione?
Come
pesce piccolo in un grande stagno, diventeremmo parte di quello stagno.
Il
benessere verrà ridistribuito:
l’Europa
è campionessa mondiale nella ridistribuzione, è l’unica cosa che sa fare
davvero bene.
E i
nuovi trattati cambieranno il nostro sistema politico:
ci allontaneremo dalla volontà popolare
espressa tramite votazioni, perché nell’Ue questo non esiste.
L’Unione
europea contesterà le leggi che non le vanno a genio.
La
Corte di giustizia europea deciderà:
‘Questa
votazione non è valida perché è contraria al diritto dell’Ue;
di
conseguenza, il testo sottoposto al popolo verrà concordato in anticipo con
l’Ue”.
Per Gruber
ci si dovrebbe chiedere chi ha bisogno dei nuovi accordi con Bruxelles o,
meglio ancora, chi li vuole. “Sono le grandi multinazionali e le grandi aziende
che, principalmente per motivi fiscali, sono qui e rimarranno finché le imposte
qui saranno più basse:
sosterranno la campagna referendaria con
milioni, perché sono le uniche vincitrici”, sostiene.
Sul
fallimento della Credit Suisse, l’ex CEO non nasconde l’amarezza.
“È stata probabilmente l’unica possibilità che
rimaneva. Ma è un peccato che per dieci anni si sia guardato come CS si
autodistruggeva.
Mi
sarei aspettato di più dalle autorità di vigilanza.
Negli Usa e in Inghilterra lo stato si
preoccupa di chi guida una grande banca, si parla regolarmente con il
presidente della direzione e il consiglio di amministrazione, ci si assicura
che ci siano i manager giusti; qui purtroppo non accade”.
C’era
uno scenario alternativo: “Una via d’uscita ci sarebbe stata:
la
Banca Nazionale rileva Credit Suisse, mette al comando il management giusto e
dopo cinque anni la riporta sul mercato.
La
piazza finanziaria sarebbe ora più forte”.
Ai
giovani, Gruber dà un consiglio.
“Se volete avere successo, dovete amare ciò
che fate. Dovete avere l’ambizione di essere i migliori.
Se
fate il lavoro solo perché qualcuno ha detto che si può diventare ricchi, non
accadrà”.
E sul senso della vita, l’ex banchiere
risponde con pragmatismo:
“Organizzare la vita in modo che ci piaccia. È
già abbastanza faticoso per ognuno.
Alcuni
attraversano un’intera vita che in realtà non vogliono e spesso incolpano gli
altri.
Ma
bisogna fin dall’inizio plasmare la propria vita, con tutte le difficoltà, come
la si vuole.
Chi lo fa è più soddisfatto e vive più a
lungo”, conclude.
Commenti
Posta un commento