La guerra in Ucraina ruota attorno a precise strategie.

 

La guerra in Ucraina ruota attorno a precise strategie.

 

 

 

Come l’intelligence sta cambiando

la guerra dei raid in profondità.

Ilgiornale.it - Marco Pizzorno – (30 luglio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Intelligence, sistemi “un manne” e procedure operative avanzate stanno assumendo un ruolo crescente nell’evoluzione delle capacità di intervento a distanza nel conflitto russo-ucraino.

"Solo una macchina armata per la guerra salverà vite umane."

 

L’integrazione tra attività di intelligence, sistemi a pilotaggio remoto a lungo raggio e pianificazione operativa avanzata rappresenta uno degli sviluppi più significativi dell’attuale conflitto tra Russia e Ucraina. Un’analisi pubblicata dal Financial Times evidenzia come il supporto informativo fornito da Stati Uniti e Francia avrebbe probabilmente contribuito ad accrescere la precisione delle operazioni ucraine condotte contro infrastrutture energetiche e industriali situate in profondità nel territorio della Federazione Russa.

 La strategia descritta dal quotidiano britannico sarebbe orientata a colpire solo componenti ritenute essenziali per il funzionamento degli impianti, privilegiando interventi altamente selettivi rispetto ad attacchi estesi alle intere strutture.

Cosa sappiamo.

L’attività di supporto delle strutture d’intelligence occidentali comprenderebbe l’analisi del dispositivo di difesa aerea russo, l’individuazione delle rotte più favorevoli alla penetrazione dei velivoli senza pilota e l’assistenza nella selezione degli obiettivi di maggiore rilevanza strategica.

 

Le informazioni raccolte consentirebbero agli ucraini di elaborare una mappatura dettagliata delle principali infrastrutture energetiche e industriali russe, individuando i nodi ritenuti più vulnerabili sotto il profilo tecnico e logistico.

Nella preparazione delle missioni, gli operatori riceverebbero inoltre il supporto di specialisti del comparto industriale per identificare le apparecchiature la cui eventuale indisponibilità potrebbe richiedere tempi di ripristino particolarmente lunghi.

 La pianificazione prevederebbe anche obiettivi alternativi, da impiegare qualora quelli inizialmente individuati non risultassero raggiungibili per ragioni operative.

Operazioni mirate contro il comparto energetico e logistico.

 

Analisi, descrivono un’evoluzione dell’approccio operativo, oggi sempre più orientato verso attacchi di precisione contro specifici elementi funzionali degli impianti.

 In alcuni casi, le installazioni già danneggiate sarebbero state nuovamente colpite prima del completamento degli interventi di riparazione, con l’obiettivo di prolungarne l’inattività.

 

Tra gli obiettivi figurerebbero numerose raffinerie e impianti petrolchimici, oltre a otto centri logistici appartenenti alla rete Wild berrei, per una superficie complessiva stimata in circa 860.000 metri quadrati, pari a circa il 15,4% della capacità totale di stoccaggio dell’azienda.

 Il danno più rilevante avrebbe interessato il polo logistico di Elektrostal, nell’area di Mosca, dove un attacco del 18 luglio avrebbe provocato un vasto incendio.

Nel corso dello stesso mese, avrebbero inoltre sospeso temporaneamente le attività diversi impianti di raffinazione e complessi petrolchimici situati nelle aree di Tjumen, Salava, Sitran, Saratov, Omsk e Nizhegorodnefte orgsintez.

 

Ripercussioni sulla raffinazione e sviluppo delle capacità a lungo raggio.

 

Secondo le stime diffuse da “Energy Intelligence”, nel mese di luglio la capacità di raffinazione della Federazione Russa sarebbe scesa a circa 3,58 milioni di barili al giorno, un livello che la società di analisi indica come il più basso registrato almeno dall’inizio degli anni Duemila.

 

Tra gli impianti coinvolti figurerebbe la raffineria di Tjumen, una delle principali strutture indipendenti del Paese, con una capacità nominale di circa nove milioni di tonnellate annue. In base alle informazioni disponibili, si apprende che l’attacco con droni avrebbe determinato la sospensione della lavorazione del greggio e della produzione di carburanti.

Sarebbero stati interessati un impianto d’idro trattamento del gasolio e un’unità destinata alla produzione di benzine ad alto numero di ottano, mentre non risultano comunicazioni ufficiali sui tempi necessari per il completo ripristino delle attività.

Alcuni analisti evidenziano inoltre che la campagna comprenderebbe azioni rivolte anche contro sistemi di difesa aerea, radar e apparati di guerra elettronica, con lo scopo di agevolare la penetrazione dei droni nelle aree d’interesse operativo. In parallelo, le autorità ucraine hanno dichiarato che prosegue lo sviluppo dei programmi dedicati ai sistemi a pilotaggio remoto a lungo raggio, con l’obiettivo d’incrementarne progressivamente l’autonomia operativa nei prossimi anni.

 

 

 

 

Riconoscimento facciale, sprint del governo sul decreto: ira delle opposizioni.

Cosa cambierebbe

(anche per la polizia).

msn.com – il messaggero - Storia di Redazione Web – (30 -07 -2026) – ci dice:

 

Sprint del governo sul riconoscimento facciale.

 L'esecutivo ha impresso un'accelerazione al Senato, in Commissione politiche europee, allo schema di decreto legislativo che adegua la normativa nazionale ai sistemi e alle regole europee in merito all'uso dell'intelligenza artificiale e del riconoscimento facciale da parte delle forze di polizia.

È consentito l'uso di sistemi di videosorveglianza con” IA” per identificare persone indiziate solo dopo la commissione di un reato.

La conservazione dei dati è limitata a sette giorni per le registrazioni locali, con registri informatici (log) non modificabili mantenuti per cinque anni.

 Si mettono di traverso Pd ed M5s parlando di pericoloso blitz della maggioranza.

 

 

Pd: «Passo avanti pericoloso sul riconoscimento facciale».

«Ennesima forzatura sui diritti e le libertà in Commissione Affari Europei.

Palazzo Chigi ordina, il Parlamento si piega.

Il riconoscimento facciale a strascico fa un passo avanti molto pericoloso.

Conduzione di aula oggi inqualificabile.

Con alcuni colleghi alzati e andati via», ha scritto sui social il senatore del Pd Filippo Sensi.

«Un parere elusivo per un tema enorme come il controllo con l'intelligenza artificiale della nostra sicurezza.

Criticità enormi taciute, approfondimento soffocato, commissione usata come una clava sulle libertà dei cittadini.

Un altro mattoncino per lo Stato di Polizia che verrà».

 

Terzi (Fdi): «Il riconoscimento facciale rispetta l'”Ai Act europeo” e le garanzie costituzionali»

«La Commissione ha esaminato oggi lo schema di decreto legislativo sull'impiego dei sistemi di intelligenza artificiale da parte delle Forze di polizia e ha approvato osservazioni favorevoli, sottolineandone la coerenza con il Regolamento (UE) 2024/1689 sull'intelligenza artificiale e con la delega conferita dal Parlamento con la legge n. 132 del 2025.

Nel corso del dibattito sono stati espressi rilievi riguardanti la tutela delle libertà fondamentali e, in particolare, l'utilizzo dei sistemi di identificazione biometrica remota in tempo reale.

Si tratta di profili che meritano la massima attenzione, ma che trovano già una disciplina puntuale nel testo del decreto, che recepisce i principi dell'”AI Act europeo” traducendoli in un sistema di garanzie coerente con il diritto dell'Unione», ha detto il senatore di Fratelli d'Italia Giulio Terzi di Sant'Agata, presidente della Commissione Politiche Ue a Palazzo Madama.

 

«Nelle osservazioni favorevoli approvate dalla Commissione - spiega - è stato sottolineato l'esplicito richiamo alle garanzie previste dall'articolo 1 dello schema.

 L'impiego dei sistemi di intelligenza artificiale da parte delle Forze di polizia dovrà quindi avvenire in coerenza con il Regolamento europeo, nel rispetto della Costituzione, della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea e della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.

 Sono inoltre richiamati i principi di proporzionalità, non discriminazione, sorveglianza umana e trasparenza.

 Anche l'articolo 13 - prosegue - conferma la compatibilità della disciplina nazionale con il quadro europeo, prevedendo specifiche garanzie per l'utilizzo dei sistemi di identificazione biometrica remota in tempo reale.

L'impiego dei sistemi al di fuori dei casi previsti dalla legge - sottolinea ancora - comporta l'inutilizzabilità dei risultati e la loro cancellazione.

 L'Italia sta quindi dando attuazione all'”Artificial Intelligence Act” attraverso un impianto normativo equilibrato, volto a consentire alle Forze di polizia di disporre di strumenti adeguati alle nuove sfide della sicurezza, garantendo al contempo la tutela delle libertà fondamentali dei cittadini.

È questa la direzione indicata dal Governo con il decreto in esame», conclude.

 

Il ricorso alla Cyber nella cyberguerra

 russo-ucraina: analisi strategica

 di un esordio importante.

Stormshield.com - Pubblicato – (28 02 2024) - Victor Politevi – redazione – ci dice:

 

Analisi di una cyberguerra ibrida tra Russia e Ucraina

 (Stormshield.com).

 

L'invasione dell'Ucraina da parte della Russia ha visto, per la prima volta nella storia dei conflitti, l'impiego intensivo di attacchi informatici.

 Tale fenomeno ha trasformato il panorama bellico tradizionale, sollevando molti interrogativi.

 Analizziamo insieme la guerra cibernetica ibrida, in cui le forze coinvolte si alternano tra campi di battaglia tradizionali e una nuova dimensione digitale.

Il periodo prebellico in Ucraina: quale ruolo occupa la cibernetica nei conflitti armati?

In altre parole:

 da quando il cyberspazio è diventato terreno di operazioni militari?

 Come spesso accade, la storia ci fornisce le risorse necessarie per comprendere il contesto e, in questo caso, la natura senza precedenti di questa guerra informatica.

Per analizzare i primi approcci al cyberspazio bisogna risalire agli anni Ottanta e Novanta del ventesimo secolo.

Ma ciò che caratterizza questo periodo è piuttosto il divario tra la realtà dell'impatto di tali operazioni e l'immaginario che ruota attorno ad esse. “All'epoca, alcuni analisti sostenevano che era ormai possibile mettere in ginocchio intere popolazioni semplicemente brandendo uno strumento informatico “, afferma con un pizzico di ironia “”Pierre-Olivier Kaplan, ingegnere R&S del team Stormshield Cyber Theta Intelligence.

Una visione piuttosto apocalittica, distante anni luce dalla portata limitata degli attacchi informatici del periodo, permeata da una palpabile psicosi che si riflette vividamente nella narrazione del celebre millennium bug.

“La Pearl Harbor cibernetica non è mai avvenuta “, aggiunge l'esperto. In seguito, però, la situazione è cambiata, culminando in attacchi informatici su larga scala.

 Prendendo di mira infrastrutture critiche e sensibili, il loro impatto può essere misurato a livello internazionale, come nel caso dell'Estonia nel 2007, dell'india nel 2009, dell’Iran nel 2010 con Stunt, dell'Ucraina (già) nel 2015 e nel 2017 con i malware Black Energy, Crash Over ride e Tritone, e della Corea del Sud nel 2018 con Olympic Destroide.

Nonostante una serie di indizi riconducano ad alcune forze governative, questi attacchi non sono stati attribuiti ufficialmente.

Tuttavia, presentano un elemento comune (con l'eccezione dell'Olympic Destroide), come spiega Sébastien Vio, responsabile di Sicurezza informatica e Gestione dei prodotti di Stormshield:

 “L'obiettivo principale di questi attacchi informatici è senza alcun dubbio l'energia:

tagliare le risorse di un Paese ed esasperare la popolazione.

 L'arma cibernetica qui non è progettata per uccidere, ma per rendere la vita precaria, persino insostenibile.

“ È quindi corretto considerare un attacco informatico come un atto di guerra?

 “In pratica sì, ma da un punto di vista puramente semantico no“, afferma Pierre Olivier Kaplan.

 “Ancora una volta, risulta estremamente arduo individuare con precisione l'origine degli attacchi informatici, specialmente perché nessuno Stato ha mai dichiarato apertamente di esserne responsabile”.

 

Un gioco di potere? Obbligo di riservatezza? Protezione degli equilibri internazionali?

 Per Pierre-Olivier Kaplan, l'assenza di rivendicazioni si spiega con la natura poco chiara di questo tipo di attacchi, che non appartengono ufficialmente alle dottrine militari tradizionali, ma al tempo stesso presentano i tratti distintivi di metodi associati a determinati Stati.

Secondo lui, è proprio a partire dal conflitto russo-georgiano del 2008 che gli attacchi informatici sono stati utilizzati per sostenere le operazioni militari.

“A questo proposito, il caso della Georgia nel 2008 è emblematico.

 La modalità di invasione dei siti web governativi con ingenti attacchi DDOS reca in sé l'impronta della Russia.

Tuttavia, i servizi russi non hanno mai rivendicato ufficialmente le responsabilità di questa intrusione, che ha paralizzato alcuni siti sensibili del Paese, perché ciò avrebbe portato all'ufficializzazione delle pratiche di alcuni gruppi hacktivisti indipendenti.

“Si tratta, in effetti, di satelliti dei servizi russi, anche se non integrati nelle istituzioni militari ufficiali, che operano in una zona grigia geopolitica non ancora esplorata.

Durante il suo intervento alla FIC 2021 in Francia, l'allora Ministro della Difesa, Florence Parla, ha parlato di una “guerra fredda nel cyber spazio “e delle relative problematiche:

 “A differenza di quella del passato, che aveva i suoi meccanismi di de-escalation volti a evitare uno scenario da apocalisse nucleare, una nuova guerra fredda cibernetica, che coinvolga Stati o attori non governativi, non sarebbe certamente disciplinata dai medesimi vincoli. Non esiste un telefono rosso cibernetico.

Anzi, c’è una certa riluttanza nel definire le regole del gioco per il confronto nel cyberspazio. Potremmo quindi trovarci di fronte a un'escalation rapida e incontrollata, che porterebbe a crisi senza precedenti e ad effetti a cascata imprevisti.”

 

 Una cyberguerra ibrida: cibernetica e fisica.

Conflitto digitale, guerra informatica, di movimento o informatica: come descrivere la guerra in Ucraina?

Le definizioni variano a seconda degli interlocutori.

Ufficialmente, la guerra è stata descritta come cibernetica dal Generale Maggiore Aymerich Bonne Maison, comandante della difesa informatica francese, in occasione di una riunione del Comitato di Difesa Nazionale e delle Forze Armate nel dicembre 2022:

“In Ucraina, ha avuto luogo una vera e propria guerra cibernetica “.

 

A prescindere dalla terminologia, il conflitto russo-ucraino segna una novità nell'uso delle armi informatiche, poiché si differenzia dal conflitto russo-georgiano per la diversificazione delle tattiche di attacco informatico a sostegno delle operazioni belliche.

 O persino per finanziarne una parte...

“Negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescita esponenziale degli attacchi ransomware “, afferma Sébastien Vio.

“È risaputo che dietro a gran parte di essi si celano gruppi di matrice russa e che vi sono connessioni tra questi e lo Stato russo.

Ma c'è solo una possibilità, che purtroppo non saremo mai in grado di verificare, che si tratti di una preparazione finanziaria alla guerra. “

Secondo Pierre-Olivier Kaplan, “in questo conflitto possiamo distinguere quattro tipi ricorrenti di operazioni informatiche:

distruzione, interruzione, spionaggio e condizionamento “.

 La prima comporta la distruzione delle infrastrutture, dai semplici server informatici a interi impianti elettrici.

 L'interruzione consiste nel moltiplicare gli attacchi DDOS per neutralizzare determinate infrastrutture per un determinato periodo di tempo.

 Più tradizionalmente, lo spionaggio si basa sulla raccolta di informazioni sensibili.

 Infine, il condizionamento consiste nel manipolare le opinioni attraverso i social network, utilizzando bot e troll.

 Quattro modalità per destabilizzare uno Stato nel mondo virtuale.

La guerra russo-ucraina segna quindi un punto di svolta in questa corsa alle armi informatiche.

 

“Secondo gli strateghi del Cremlino, la guerra avrebbe dovuto consistere in un attacco lampo, della durata di sole tre settimane “, afferma Pierre-Olivier Kaplan.

Tanto che all'inizio del conflitto, la maggior parte delle aggressioni cibernetiche registrate provenivano da “gruppi di partigiani informatici che non avevano molte interazioni con i quartieri generali fisici dello schieramento russo “.

In quel frangente, la correlazione tra la guerra fisica di movimento e la guerra condotta nel cyberspazio era limitata.

Solo alla fine del 2022, a seguito della situazione di stallo da parte dei russi, il volume degli attacchi informatici è aumentato in modo significativo.

 In particolare, stiamo assistendo a un aumento delle operazioni di interferenza delle onde per contrastare l'impiego dei droni militari.

E il coordinamento tra il fronte fisico e quello cibernetico diventa una strategia che paga.

“Questa completa ibridazione tra la guerra di trincea, che rimanda ai giorni bui del conflitto mondiale del '14-'18, e la guerra tecnologica, basata sugli attacchi e lo spionaggio informatici, è uno dei punti salienti di questo conflitto “, aggiunge Sébastien Vio.

Contestualmente, nell'aprile del 2022, si è aperto un altro fronte: la guerra dell'informazione.

Il ritrovamento di una fossa comune nella città di Bouchta, che era stata occupata dalle forze russe, ha fatto sì che i massacri perpetrati sulla popolazione civile venissero ampiamente riportati dalla stampa internazionale.

La Russia è stata così messa sotto pressione dai media per presentare un contro-discorso che evidenziasse gli abusi commessi dall'esercito ucraino.

Una controffensiva propagandistica indispensabile in un momento in cui la sensibilità dell'opinione pubblica internazionale può indurre un governo a cambiare la propria strategia militare.

In definitiva, queste tre forme di guerra - militare, cibernetica e di informazione - sono collegate in modo permanente.

 

 Le forze informatiche coinvolte.

La guerra in Ucraina rappresenta un'opportunità per i gruppi di hacktivisti per indirizzare le loro attività in modo trasversale, sia che lavorino per conto dello Stato russo sia che difendano gli interessi ucraini.

Con il cyberspazio che funge da nuovo campo di battaglia, diversi gruppi di hacktivisti hanno dichiarato esplicitamente la propria appartenenza politica.

E nel quadro di questo conflitto, quali sono le (principali) forze coinvolte?

Nel rapporto di febbraio 2023 della società Thales, si sottolinea che “i belligeranti filorussi adottano una serie di strategie, che vanno dalla distruzione informatica mirata fino alla persecuzione informatica su vasta scala.

In particolare, gli hacktivisti utilizzano attacchi Danila of service (DDOS) per raggiungere i loro obiettivi.

“Questi metodi “contribuiscono ad alimentare le procedure russe di guerra d'informazione che mirano ad indebolire le organizzazioni private e pubbliche“.

Dal canto suo, Sekoia.io rileva l'esplicita collaborazione di alcuni gruppi di hacktivisti con i servizi segreti del Cremlino.

Un'affiliazione diretta che rende la guerra in Ucraina unica nel suo genere.

Secondo gli esperti dell'ENISA, i gruppi di hacktivisti “hanno scelto di schierarsi “, con quasi 70 organizzazioni coinvolte, tra cui l'Armata Informatica Russa, che supporta apertamente i filorussi.

 Inoltre, talvolta si osserva un notevole grado di sofisticazione nelle loro operazioni.

Il sito francese Numerava rileva la presenza del gruppo d'attacco pro-russo Conti, che è stato rapidamente scoperto e contrattaccato dagli ucraini.

Ma anche i potenti Killer e NoName, considerati controllati dallo Stato russo.

Questi gruppi consolidati operano parallelamente a piccole realtà isolate che, spinte dal patriottismo, intraprendono azioni di attacco in modo indipendente.

 “Sono veri e propri pirati del cyberspazio “, osserva Pierre-Olivier Kaplan, che agiscono in modo indipendente.

 L'esercito del Cremlino può contare anche sul supporto di agenzie statali, “come l'SVR, il servizio di intelligence straniero, e il suo braccio informatico, che svolgono le cosiddette operazioni di interruzione e supporto “, sottolinea l'esperto.

 “L'FSB, il servizio di intelligence nazionale, opera nel settore dello spionaggio militare, mentre il GRU, il servizio di intelligence interno all'esercito russo, è responsabile delle operazioni offensive con malware per distruggere i sistemi di difesa avversari “.

La cooperazione tra questi tre servizi è un chiaro esempio di come la guerra informatica sia orchestrata direttamente dal governo russo.

 

Non appena è iniziata l'invasione, l'Ucraina ha reagito con la formazione dell'IT Ukrainka Army, un gruppo di volontari costituito sotto la supervisione dello Stato per lanciare attacchi informatici contro obiettivi russi.

Esperto in materia di attacchi Danila of service (DDOS), questo gruppo svolge anche operazioni di intelligence per divulgare informazioni che potrebbero indebolire gli aggressori russi.

Inoltre, può contare sul sostegno del gruppo Anonymous, che in un tweet del 24 febbraio 2022 si è dichiarato “ufficialmente in guerra con il governo russo “.

Secondo le stime di “EY”, dall'inizio dell'offensiva, sono stati attaccati da questo gruppo internazionale di attivisti 2.500 siti web russi.

“In Polonia, anche la Squad 303 ha sostenuto esplicitamente il fronte ucraino.

Analogamente, in Bielorussia, un gruppo di cyber-partigiani che si oppone al governo filorusso sta difendendo gli interessi ucraini con operazioni di guerriglia informatica “, aggiunge Pierre Olivier Kaplan.

Per ragioni storiche, anche gli Stati Uniti sono entrati in gioco molto presto, offrendo agli ucraini alcuni strumenti come l'accesso ai servizi Microsoft per rafforzare la sicurezza informatica delle infrastrutture critiche del Paese.

Un intervento che avrebbe permesso, secondo l'esperto, di “evitare il peggio “.

In particolare, l'assistenza statunitense ha contribuito a resistere all'attacco russo perpetrato con il malware Ermetico Piper, che ha preso di mira server informatici, aziende governative e il satellite per telecomunicazioni KA-SAT nelle prime ore dell'invasione russa.

È grazie a un'altra azienda americana, Starlink, che è stato possibile mantenere il collegamento satellitare in Ucraina in quelle settimane di destabilizzazione.

 

Il contributo dei gruppi ausiliari partigiani è stato quindi decisivo per sostenere le azioni informatiche di entrambe le parti.

 “Attenzione, però, a vigilare sull'affidabilità di tutti questi gruppi ausiliari “, insiste Pierre-Olivier Kaplan.

“Per quanto riguarda i filorussi, l'ammutinamento guidato da Evgeni Protogine, il defunto leader del gruppo Wagner, ha dimostrato quanto queste organizzazioni satellite siano capaci di ribellarsi.”

 

 Il dopoguerra in Ucraina: ci saranno ripercussioni sui futuri conflitti?

 

Il concetto di resilienza è più che mai al centro di questi due anni di offensive russe in Ucraina.

Finora l'esercito ucraino ha tenuto duro, anche se le ultime informazioni diffuse dall'intelligence militare norvegese indicano un'escalation del conflitto.

Tuttavia, l'impatto più evidente riguarda l'integrazione delle operazioni e degli attacchi informatici nelle dottrine militari, come nel caso di l'attacco informatico degli Stati Uniti contro una nave militare iraniana sospetto spionaggio avvenuto all'inizio del 2024.

 

L'impiego di armi informatiche in questo conflitto evidenzia la scarsa trasparenza del contesto normativo nella guerra cibernetica.

Questo perché una tale minaccia può causare danni considerevoli alle popolazioni civili, soprattutto nel caso di attacchi informatici mirati ad infrastrutture critiche.

D'altra parte, gli aggressori informatici non sono tutelati dal punto di vista civile, sebbene non godano di uno status militare.

 Per quanto riguarda la classificazione dei loro atti, non è ancora chiaro: terrorismo? crimini di guerra? crimini contro l'umanità?

 Al di là della risposta a quest'ultima domanda, all'inizio di ottobre 2022 il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) ha pubblicato un elenco di regole volte a fornire un quadro migliore per i conflitti informatici.

 Parola d'ordine: limitare l'impatto sulle popolazioni civili.

In totale, sono otto le regole o raccomandazioni per gli aggressori informatici:

non condurre attacchi contro obiettivi civili;

non utilizzare software malevoli o altri strumenti o tecniche che si propagano automaticamente e causano danni indiscriminati a obiettivi militari e civili;

quando si pianifica un attacco informatico contro un obiettivo militare, fare tutto il possibile per evitare o limitare gli effetti che tale operazione potrebbe avere sui civili;

non condurre operazioni informatiche contro strutture mediche e umanitarie;

 non condurre attacchi informatici contro risorse essenziali per la sopravvivenza della popolazione o che potrebbero liberare sostanze pericolose;

non lanciare minacce di violenza per diffondere il terrore tra la popolazione civile;

non incitare a violazioni del diritto umanitario internazionale;

rispettare queste regole anche se il nemico le ignora.

Queste regole cautelative possono essere applicate già oggi nel contesto dei numerosi conflitti armati che agitano il pianeta, la maggior parte dei quali ha ripercussioni nello spazio cibernetico, come nel caso del conflitto israelo-palestinese.

 

 

C'è quindi un prima e un dopo nel conflitto russo-ucraino.

 Il ricorso ufficiale alla cibernetica come arma da guerra ha aperto le porte a un potenziamento degli arsenali statali in termini di sicurezza informatica, sollevando la questione di una possibile cooperazione internazionale rafforzata nella lotta contro la criminalità informatica in tempi di guerra.

 Un nuovo conflitto richiede nuovi strumenti: dopo i consiglieri diplomatici, avremo presto anche quelli informatici?

 

 

 

L’eredità geopolitica della

guerra in Ucraina.

 

 Ladiscussione.com – (venerdì, 31 Luglio 2026) - Paolo Falconi – Redazione – ci dice:

 

È probabilmente prematuro parlare di un vero e proprio dopoguerra, poiché il conflitto in Ucraina è ancora in corso, attraversa una fase di intensificazione delle operazioni convenzionali e continua a conservare un significativo potenziale di escalation sia verticale sia orizzontale. Tuttavia, se l’analisi viene spostata dal livello tattico a quello strategico, è possibile sostenere che la guerra abbia già prodotto le sue principali conseguenze geopolitiche.

 

L’esito fondamentale non riguarda tanto la definizione dei confini quanto la trasformazione dell’equilibrio europeo.

 Secondo “John Mearsheimer”, anche nello scenario più favorevole a Kiev, l’Ucraina uscirebbe dal conflitto profondamente indebolita:

 con infrastrutture devastate, una popolazione ridotta, la perdita di importanti aree industriali e di risorse strategiche, oltre alla concreta prospettiva di rimanere al di fuori della NATO.

 

La ricostruzione richiederà risorse finanziarie senza precedenti.

 Una cifra prossima ai mille miliardi di euro appare difficilmente sostenibile per qualsiasi attore occidentale, mentre la Cina rappresenterebbe l’unica potenza dotata della capacità economica necessaria.

 Ma il vero nodo non sarà quello finanziario, bensì quello strategico: investire in uno Stato destinato a rimanere permanentemente esposto alla competizione tra Russia e Occidente.

 

L’Ucraina rischia infatti di trasformarsi in uno Stato cuscinetto instabile.

 L’Unione Europea avrà interesse a consolidarne la capacità economica e istituzionale, favorendone l’integrazione nello spazio europeo.

La Federazione Russa, al contrario, avrà un incentivo strategico a impedirne la piena stabilizzazione, mantenendola in una condizione di vulnerabilità politica, economica e istituzionale.

 

In questo contesto, i rapporti tra Bruxelles e Mosca saranno tossici e rimarranno caratterizzati da una competizione strutturale anche dopo la cessazione delle ostilità.

 Il confronto tenderà progressivamente a spostarsi dal piano militare convenzionale a quello della guerra ibrida, attraverso “cyber war fare”, operazioni di influenza, campagne di disinformazione e cognitive “war fare”.

Di conseguenza, la resilienza cibernetica e cognitiva diventerà una componente essenziale della sicurezza nazionale degli Stati europei.

 

Secondo “Mearsheimer”, la guerra potrà concludersi soltanto quando Kiev riterrà insostenibile la prosecuzione del conflitto, configurando così una vittoria russa, forse non decisiva ma comunque sufficiente a consentire a Mosca di rivendicare il raggiungimento dei propri obiettivi strategici.

 

Sul versante occidentale, un simile esito aprirebbe inevitabilmente una fase di attribuzione reciproca delle responsabilità.

 Un’eventuale amministrazione Trump potrebbe accusare gli alleati europei di non aver investito adeguatamente nella propria difesa, rilanciando il dibattito sul ruolo della NATO.

I governi europei, al contrario, potrebbero imputare agli Stati Uniti un progressivo disimpegno dalla sicurezza del continente e dal sostegno all’Ucraina.

 

Se questa interpretazione dovesse rivelarsi corretta, la conclusione della guerra coinciderebbe con l’apertura di una nuova fase di competizione geopolitica.

 L’indebolimento della coesione occidentale offrirebbe infatti alla Federazione Russa ampi margini per intensificare attività di influenza e operazioni clandestine volte ad amplificare le divisioni politiche, strategiche e sociali all’interno dell’Europa e dell’Alleanza Atlantica.

 

Non condivido integralmente le conclusioni di Mearsheimer. Tuttavia, ritengo che le sue tesi meritino di essere analizzate senza pregiudizi ideologici.

Se il conflitto ha già prodotto i suoi principali effetti geopolitici, allora continuare a discutere esclusivamente dell’andamento delle operazioni militari rischia di far perdere di vista la questione fondamentale:

quale ordine europeo emergerà dalla guerra.

 

È quindi necessario iniziare a ragionare sin d’ora sul dopoguerra.

Non tanto sulla ricostruzione materiale dell’Ucraina, quanto sulla nuova architettura di sicurezza del continente, sulle future relazioni tra Europa e Russia, sulla natura del legame transatlantico e sulle forme che assumerà la competizione strategica nel nuovo contesto internazionale.

La vera eredità della guerra potrebbe infatti non essere la ridefinizione dei confini ucraini, ma l’avvio di una nuova fase storica dell’Europa, nella quale la competizione geopolitica continuerà con strumenti diversi da quelli impiegati sul campo di battaglia.

 

 

 

 

Ucraina ed Europa, quattro anni dopo.

Ispionline.it – (23 febbraio 2026) – Redazione Daly Focus – Eleonora Tafuro Ambrosetti – ci dice: 

 

Alla vigilia del quarto anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, le sanzioni contro Mosca aumentano, la pace è ancora lontana e la diplomazia è sempre più in secondo piano.

(Daly Focus Europa e Governance Globale · Russia, Caucaso e Asia Centrale).

Domani saranno passati quattro anni da quel 24 febbraio che ha cambiato per sempre la storia dell’Ucraina e del continente europeo. Quattro anni da quando la Russia ha lanciato quella che originariamente chiamava “operazione speciale” e che si è rapidamente rivelata come la più tradizionale delle aggressioni militari, di quelle che l’immaginario dell’Europa relegava al passato, compromettendo profondamente lo sviluppo delle relazioni internazionali.

Una guerra combattuta con un ingente numero di truppe, che conta quasi due milioni di vittime tra morti e feriti, ma che vede anche l’impiego di decine di migliaia di droni che hanno rivoluzionato il concetto stesso di guerra, portando a uno ‘sviluppo tecnologico della morte’ senza precedenti.

 Unione Europea e Stati Uniti hanno sin qui supportato Kiev con centinaia di miliardi di euro per sostenere la difesa ucraina, portando a un congelamento di fatto della linea del fronte, che da tre anni vede la Russia controllare meno di un quarto del territorio dell’Ucraina, inclusa la Crimea annessa unilateralmente nel 2014.

 Mentre Bruxelles si prepara a adottare il ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca, la Russia continua ad aumentare le proprie spese militari.

Sebbene la rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca sia arrivata sulla scorta di promesse di pace per l’Ucraina, la diplomazia non sta producendo risultati tangibili.

 Questi quattro anni di guerra segnano dunque cambiamenti radicali su più fronti:

nel modo di fare politica internazionale, nel fabbisogno energetico europeo, nel nostro sentirci al sicuro dentro i confini europei.

E segnano, forse definitivamente, il sorpasso delle armi sul dialogo.

 

Chi sta vincendo sul campo?

Secondo “ l’Institute for the Study of War”, nel 2025 le forze russe hanno conquistato circa 5mila chilometri quadrati, soprattutto nelle regioni di Lugansk e Donetsk, consolidando quindi la presa sul Donbas, mentre limitate conquiste territoriali sono state registrate nelle regioni di Kherson e Zaporizhzhya.

Sebbene tutte queste regioni siano state ‘integrate de iure’ nel territorio della Federazione russa con referendum pilotati dall’esercito poco dopo l’inizio dell’invasione, la Russia non è riuscita a conquistare grandi centri abitati e negli ultimi due anni è entrata in controllo di circa l’1,5% del territorio ucraino.

 Una delle principali battaglie oggi riguarda la città di Pokrovsk, che il Cremlino sostiene di controllare già in larga parte, e che rappresenta un importante snodo stradale e ferroviario che un tempo collegava le zone settentrionali della regione di Donetsk con città chiave a ovest, come Dnipro.

In generale, però, la situazione sul campo è rimasta pressoché invariata negli ultimi tre anni:

una guerra di logoramento che ha avuto enormi costi umani.

 Secondo il “Center for Strategic and International Studies” (CSIS), da febbraio 2022 la Russia ha perso 1 milione e 200mila soldati, di cui 325mila uccisi.

 Nessuna grande potenza ha subito nemmeno lontanamente un numero simile di perdite o di morti in alcuna guerra dalla Seconda guerra mondiale in poi.

Sul fronte ucraino, invece, sempre secondo le stime del CSIS, le perdite sarebbero di 600mila soldati, di cui 145mila uccisi.

 A questi, stando alle Nazioni Unite, si aggiungono oltre 15mila civili morti e più di 41mila feriti in quattro anni, di cui il 2025 è stato l’anno peggiore, con 2.514 persone uccise:

il 31% in più del 2024 e il 70% rispetto al 2023.

 

E sul fronte diplomatico?

Questi quattro anni di guerra hanno messo a dura prova anche le capacità diplomatiche occidentali.

Ci sono stati diversi colloqui, sia nelle prime fasi del conflitto sia più recentemente, con i round negoziali trilaterali di Abu Dhabi a gennaio e quelli di Ginevra della scorsa settimana tra delegazioni di tecnici. Tuttavia, ci sono stati pochi incontri diplomatici di alto livello tra le parti coinvolte:

il momento più significativo è stato probabilmente il “”vertice in Alaska tra il presidente USA Donald Trump e il suo omologo russo Vladimir Putin tenutosi a Ferragosto 2025, che servì perlopiù a garantire una riabilitazione morale al leader del Cremlino.

Sia prima che dopo la sua rielezione, Trump ha promesso più volte di risolvere il conflitto in Ucraina, ma in oltre un anno dal suo insediamento sono rimasti perlopiù gli echi retorici di un leader che va ergendosi a peacemaker mondiale.

L’unica proposta di pace concreta da parte USA è arrivata a fine 2025: un piano in 28 punti che rappresentavano più che altro una resa ucraina, rapidamente seguito da proposte presentate dall’Unione Europea, che prevedeva una roadmap in 6 punti, fino alla vigilia dello scorso Natale. In quel momento, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha presentato una proposta articolata in 20 punti, risultato di una convergenza diplomatica tra Kiev e Washington, che è stata però ufficialmente rigettata da Mosca due settimane fa.

 

Quanto si è speso in armi?

Secondo il “Stockholm International Peace Research Institute” (SIPRI), la spesa militare russa è cresciuta da circa 60 miliardi di euro nel 2021 a 93 miliardi nel 2022, 100 miliardi nel 2023 e 137 miliardi nel 2024.

Per il 2025, alcune stime parlano di una cifra annua superiore al 2024 (già 130 miliardi nei primi nove mesi), mentre altre prevedono un calo del 15%.

La Russia ha inoltre circa 300 miliardi di euro di riserve valutarie congelate in Occidente (di cui oltre 200 miliardi in Belgio).

La spesa ucraina, invece, è passata da 6,3 miliardi di euro nel 2021 a 37,7 miliardi nel 2022 e 60 miliardi nel 2023 e 2024; il bilancio del 2025 è infine salito a 65,4 miliardi di euro.

Queste spese sono state sostenute perlopiù dagli alleati di Kiev: dal 2022, infatti, Unione europea e Stati Uniti hanno fornito oltre 270 miliardi di euro in aiuti.

Tuttavia, da quando si è reinsediato Donald Trump, gli USA hanno quasi azzerato il sostegno (circa 368 milioni di euro), mentre gli europei hanno contribuito con 64,4 miliardi.

La guerra in Ucraina ha quindi rimesso in moto l’industria del settore della difesa e ha anche rianimato la discussione sulla necessità di reintrodurre la leva obbligatoria ma soprattutto di riarmare il continente europeo.

A marzo 2025, infatti, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha formalmente presentato il cosiddetto “Re Arm Europe”, un’iniziativa volta a rafforzare la difesa comune e mobilitare fino a circa 800 miliardi di euro in investimenti per aumentare spesa, capacità industriali e autonomia strategica, anche sostenendo la produzione di armi e tecnologie critiche.

 

Il commento.

(Di Eleonora Tafuro Ambrosetti, Osservatorio Russia, Caucaso e Asia Centrale ISPI)

 

“Alla vigilia dell’anniversario dell’invasione, si affievoliscono le speranze di successo per i negoziati di pace a guida americana.

 La guerra, che si trascinerà anche nel 2026, è un duello calcolato:

 la Russia scommette sulla stanchezza occidentale e sul logoramento delle forze ucraine, adottando un’economia di guerra e aggirando le sanzioni.

 L’Ucraina resiste non solo sul campo, ma anche al tavolo dei negoziati dove, nonostante una posizione sfavorevole, rifiuta un accordo troppo svantaggioso e ingiusto.

In questo equilibrio precario, in cui un cambio di strategia statunitense sembra molto improbabile, tutto ruota attorno alla capacità europea di mantenere il supporto politico e militare a Kiev e di chiudere le falle nelle sanzioni per aumentare i costi della guerra per il Cremlino”.

 

 

 

 

Oltre quattro anni di guerra:

 il costo umano e strategico

dell’invasione russo – putiniana

dell’Ucraina.

Arezzo24.net – (30/07/2026) - Redazione Arezzo24 - dott. Yari Lepre Marrani

 

La tragedia oltre la tragedia: Guerra Russia-Ucraina.

Analisi geopolitica a cura del dott. Lepre Marrani.

 

A oltre quattro anni dall’invasione su vasta scala dell’Ucraina, iniziata il 24 febbraio 2022, il conflitto continua a rappresentare la più grave guerra combattuta in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. L’obiettivo iniziale del Cremlino – rovesciare rapidamente il governo di Kiev e ricondurre l’Ucraina nella sfera di influenza russa – è fallito. Al suo posto è emersa una guerra di logoramento che ha provocato centinaia di migliaia di vittime, distrutto intere città, destabilizzato gli equilibri strategici del continente e riportato la competizione militare tra Russia e NATO a livelli che non si vedevano dalla Guerra fredda.

 

La responsabilità politica dell’apertura del conflitto ricade sulla decisione del presidente russo Vladimir Putin di ordinare l’invasione di uno Stato sovrano, violando apertamente il diritto internazionale e gli impegni assunti dalla Federazione Russa nei confronti dell’integrità territoriale ucraina.

Le motivazioni addotte dal Cremlino – dalla cosiddetta “denazificazione” alla presunta minaccia rappresentata dall’allargamento della NATO – non hanno trovato riconoscimento nella comunità internazionale e sono state considerate dalla maggioranza degli Stati membri delle Nazioni Unite come giustificazioni di un’aggressione militare.

 

L’Ucraina era già, prima della guerra, uno dei Paesi economicamente più fragili d’Europa. L’invasione ha colpito un tessuto produttivo vulnerabile, distruggendo infrastrutture energetiche, reti ferroviarie, ospedali, scuole e quartieri residenziali.

Milioni di cittadini sono stati costretti ad abbandonare le proprie case; migliaia di bambini sono cresciuti conoscendo soltanto il rumore delle sirene antiaeree e dei bombardamenti.

 In termini economici e sociali, il danno subito dall’Ucraina richiederà probabilmente almeno due decenni per essere ricostruito.

 

Questa guerra ha però colpito anche l’Europa nel suo complesso, mettendone in luce vulnerabilità che erano rimaste sottovalutate e sotto stimate per molti anni.

La forte dipendenza energetica dalla Russia, le limitate capacità produttive dell’industria della difesa europea e la difficoltà di elaborare una politica estera realmente unitaria hanno mostrato quanto il continente fosse impreparato ad affrontare un conflitto convenzionale di lunga durata ai propri confini.

In questo senso, la guerra ha rappresentato anche una sfida aperta e diretta alla sicurezza europea.

 

L’azione del Cremlino appare inserita in una strategia più ampia di ridefinizione degli equilibri del continente.

 Numerosi analisti interpretano la politica estera russa come orientata non soltanto al controllo dell’Ucraina, ma anche all’indebolimento della coesione dell’Unione europea e dell’Alleanza Atlantica, attraverso pressione militare, guerra dell’informazione, uso delle forniture energetiche come leva geopolitica e sostegno a campagne di disinformazione.

 Si tratta di interpretazioni diffuse negli studi strategici, anche se le autorità russe respingono questa lettura e sostengono di agire esclusivamente per la propria sicurezza nazionale.

 

Dal punto di vista militare, il conflitto ha assunto ormai le caratteristiche di una guerra di attrito.

Le offensive terrestri producono avanzamenti limitati, mentre l’impiego massiccio di droni, missili balistici, artiglieria di precisione e guerra elettronica domina il campo di battaglia. Entrambe le parti cercano di colpire le capacità logistiche, energetiche e industriali dell’avversario, trasformando la profondità strategica in un nuovo fronte della guerra.

 

Nelle ultime settimane il conflitto ha registrato un’ulteriore escalation.

 Nella notte tra il 26 e il 27 luglio 2026 missili balistici russi hanno colpito Kiev, causando danni anche a edifici residenziali. In risposta, le forze ucraine hanno intensificato gli attacchi contro obiettivi militari e infrastrutturali nella Crimea occupata, nell’ambito dell’operazione denominata “Crimea Switch Off”, volta a compromettere il sistema energetico e logistico della penisola.

Parallelamente, il presidente Volodymyr Zelensky ha sostenuto che Mosca starebbe preparando una nuova mobilitazione e sarebbe pronta ad accogliere ulteriori contingenti militari provenienti dalla Corea del Nord, nell’ambito del crescente rapporto strategico tra Russia e Pyongyang.

 

Un ulteriore elemento di tensione riguarda il coinvolgimento di altri attori regionali.

 L’Iran ha accusato Kiev di avere colpito una propria nave nel Mar Caspio;

il governo ucraino ha replicato sostenendo che l’imbarcazione trasportasse materiali militari destinati alla Russia, episodio che testimonia come la guerra abbia ormai assunto una dimensione internazionale ben più ampia del teatro ucraino.

 

Sul piano delle perdite militari, nessuna delle due parti pubblica dati completi e verificabili.

 Per questo motivo non esistono “stime esatte”.

 Le valutazioni più autorevoli provengono dai governi occidentali, servizi di intelligence e centri di ricerca indipendenti, che utilizzano metodologie differenti.

Alla metà del 2026, tali stime convergono nell’indicare che la Russia abbia subito oltre un milione di perdite complessive (“casualties”), comprendendo cioè militari uccisi e feriti.

Le stime sui soli caduti oscillano generalmente tra circa 200.000 e oltre 250.000 soldati, mentre il numero complessivo di morti e feriti supera ampiamente il milione.

 

Questi numeri restituiscono la dimensione umana della tragedia anche dal lato russo.

Migliaia di famiglie hanno perso figli, mariti e padri; centinaia di migliaia di reduci convivranno con ferite permanenti, amputazioni o traumi psicologici.

 La prosecuzione della guerra, unita alle periodiche campagne di mobilitazione e al crescente ricorso a volontari, detenuti e personale proveniente da Paesi alleati, evidenzia il costo elevatissimo che il conflitto continua a imporre alla società russa.

 

L’impatto della guerra non si limita tuttavia all’Ucraina e alla Russia.

Le ripetute violazioni dello spazio aereo della Romania, così come gli episodi analoghi registrati in prossimità della Polonia, hanno aumentato la tensione lungo il fianco orientale della NATO.

 Negli ultimi giorni la Romania ha abbattuto il terzo drone di origine russa in tre giorni, definendo tali incursioni “inammissibili e intollerabili”.

Bucarest considera questi episodi una grave violazione della propria sovranità e dell’intero spazio aereo dell’Alleanza Atlantica.

 Sebbene tali eventi non costituiscano di per sé la prova di un’imminente intenzione russa di attaccare un Paese NATO, essi aumentano il rischio di incidenti militari e sono interpretati da molti osservatori come un serio fattore di destabilizzazione regionale.

 

Dopo oltre quattro anni, la guerra in Ucraina appare quindi come una sconfitta collettiva per la sicurezza europea.

La scelta del Cremlino di ricorrere alla forza per modificare i confini ha prodotto un conflitto che continua a causare sofferenze immense ai civili ucraini e pesantissime perdite anche tra i soldati russi.

Al tempo stesso ha accelerato il riarmo europeo, rafforzato la cooperazione tra gli Stati della NATO e trasformato il confine orientale dell’Europa nel principale punto di frizione geopolitica del continente.

Qualunque sarà l’esito militare finale, il prezzo umano, economico e politico di questa guerra segnerà l’Europa per molti anni ancora.

 

A ben vedere, il conflitto ucraino si colloca entro una prospettiva storica assai più ampia di quella, pur rilevantissima, delle contingenze militari.

 Esso richiama alla memoria le grandi crisi dell’equilibrio europeo, nelle quali la pretesa di una potenza revisionista di ridefinire unilateralmente gli assetti territoriali ha finito per destabilizzare l’intero continente.

 Non è casuale che numerosi storici abbiano richiamato il cosiddetto “concerto europeo” sorto dopo il Congresso di Vienna del 1815, quando le grandi potenze cercarono di fondare la stabilità continentale sul rispetto di un equilibrio condiviso, pur con tutte le gravi contraddizioni di quell’ordine politico.

 Anche il sistema internazionale nato dopo il 1945, e rafforzato dopo il 1991 con la Carta delle Nazioni Unite e con gli accordi di Helsinki(1975), si fondava sul principio dell’inviolabilità delle frontiere e sul divieto dell’uso della forza quale strumento di revisione territoriale.

L’invasione dell’Ucraina costituisce pertanto una rottura profonda di tale architettura giuridica e politica, riaprendo una stagione nella quale il diritto rischia di essere subordinato ai rapporti di forza.

 

Sotto questo profilo, la guerra assume una valenza che trascende il solo destino dell’Ucraina.

 Essa rappresenta una sfida diretta all’idea stessa di Europa quale spazio fondato sul diritto internazionale, sulla cooperazione tra Stati sovrani e sulla soluzione negoziale delle controversie.

 La strategia perseguita dal Cremlino sembra mirare non soltanto alla subordinazione politico – militare di Kiev, ma anche alla dimostrazione dell’incapacità delle democrazie europee di sostenere nel lungo periodo un conflitto ad alta intensità.

 L’usura economica, la pressione migratoria, la guerra energetica, la propaganda e le campagne di disinformazione hanno costituito strumenti complementari all’azione militare, nel tentativo di incrinare il consenso interno delle società occidentali e di alimentare divisioni politiche all’interno di un’Europa debole e disunita.

 

La persistenza del conflitto testimonia, peraltro, il fallimento di quella che nelle intenzioni iniziali avrebbe dovuto essere una rapida “operazione militare speciale”.

 La Russia dispone ancora di considerevoli risorse industriali e di una capacità di mobilitazione superiore rispetto all’Ucraina; tuttavia tali vantaggi sono stati compensati dalla resilienza ucraina, dal sostegno occidentale e dalle rilevanti perdite subite dalle forze armate russe.

 Il continuo ricorso alla mobilitazione di nuove classi di coscritti, all’arruolamento di detenuti, all’impiego di mercenari e alla crescente cooperazione militare con Stati autocratici o teocratici come la Corea del Nord e l’Iran evidenzia come Mosca sia ormai impegnata in uno sforzo bellico strutturale, incompatibile con la narrazione di un conflitto limitato e circoscritto. Perché la guerra russo – ucraina non è assolutamente un conflitto circoscritto.

 

L’aspetto forse più drammatico rimane tuttavia quello umano. Ogni dato statistico, ogni rapporto militare e ogni analisi strategica rischiano di occultare la realtà concreta di una guerra che continua quotidianamente a produrre lutti, mutilazioni e devastazioni.

Alle città ucraine sottoposte ai bombardamenti corrispondono, sul fronte opposto, migliaia di famiglie russe private dei propri figli, spesso inviati al combattimento con un addestramento insufficiente e destinati a operazioni di logoramento caratterizzate da costi umani elevatissimi.

 La responsabilità politica di tale tragedia non può essere disgiunta dalla scelta originaria di ricorrere alla guerra come strumento di affermazione della potenza statuale.

 

La vicenda ucraina costituisce, infine, un monito per l’intera Europa.

Essa dimostra come la pace non possa essere considerata una condizione irreversibile, bensì un equilibrio che richiede costante tutela politica, diplomatica e militare.

Il conflitto ha imposto all’Europa una profonda revisione delle proprie priorità strategiche, rendendo evidente che la difesa della libertà degli Stati, della sovranità nazionale e dell’ordinamento internazionale non rappresenta soltanto un principio giuridico, ma una condizione essenziale per la stabilità del continente.

 È in questa prospettiva che la guerra d’Ucraina continuerà a essere studiata dagli storici non solo come una tragedia del XXI secolo, ma come uno spartiacque destinato a ridefinire gli equilibri geopolitici europei per una generazione.

(Dott. Yari Lepre Marrani) -

(Il dott. Yari Lepre Marrani è scrittore, giornalista culturale e analista geopolitico.)

 

 

 

 

Internazionale.

Focus Ucraina. Aspetti strategico-militari del conflitto.

Mag.unitn.it – (24 marzo 2022) – Paolo Rosa – Redazione – ci dice:

(Paolo Rosa - Scuola di Studi Internazionali – SSI).

 

Approfondimenti a cura di Uni Trento Mag. e Scuola di Studi Internazionali.

L’invasione dell’Ucraina ha colto tutti di sorpresa.

I servizi di intelligence americani e britannici avevano segnalato già in autunno che un rischio fondato esisteva, ma il loro avvertimento era stato trascurato.

 I colleghi europei, gli analisti e gli studiosi in generale erano perlopiù convinti che la strategia di Putin fosse quella di spingere l’Ucraina ad accettare la perdita della Crimea e l’annessione della regione del Donbas senza ricorrere a una guerra su vasta scala.

Un articolo pubblicato il 15 Febbraio sul New York Times, intitolato “On Ukraine, U.S. and Russia Wade Segnalini War to Aver Attuale War”, esprimeva bene questo punto di vista:

le manovre militari, le minacce e le contro-minacce erano considerate come nient’altro che strumenti di una guerra di nervi che Russia e America stavano giocando per evitare la guerra vera.

I due attori, in altre parole, erano visti come coinvolti in una sorta di “gioco del pollo”, la tradizionale sfida tra adolescenti americani in cui ci si lancia con la macchina a tutta velocità uno contro l’altro e chi sterza per primo perde:

 fare la voce grossa, agire in maniera spericolata, ingigantire la propria determinazione con parole e fatti come le imponenti manovre militari, serve a innervosire e far cedere l’altro.

 

Corollario a questa situazione era la convinzione che l’America non avrebbe mai rischiato una guerra con la Russia per Kiev.

 L’America, infatti, si è trovata in una difficile situazione:

da una parte, dover proteggere uno stato terzo da un’aggressione; dall’altra, evitare, allo stesso tempo, di fornire un supporto incondizionato che incoraggiasse un comportamento avventato dello stato cliente (moral hazard), col rischio di essere trascinati in un conflitto non voluto.

La consapevolezza di Mosca di questo dilemma dei governanti americani ha indebolito la credibilità delle minacce deterrenti di Washington.

 

Il terzo assunto alla base dell’interpretazione della crisi russo-ucraina era che Mosca avesse obiettivi limitati, ordinati in maniera decrescente: il riconoscimento di Kiev delle richieste russe senza combattere; il mantenimento dello status quo (il congelamento del controllo di fatto delle zone orientali); un conflitto limitato, stile Crimea 2014; e, solo come opzione residuale, una guerra generale con l’Ucraina.

 

Col senno di poi, appare chiaro che Putin non avesse in mente operazioni di diplomazia coercitiva per ottenere degli obiettivi limitati ma, al contrario, si stesse preparando a una guerra generale condotta lungo tre assi: da est, verso il Donbas, da sud, nella direzione Mariupol e da nord in direzione Kiev. Come scrive l’americano Institute for the Study of War, che monitora giorno per giorno l’andamento delle operazioni sul terreno: l’asse principale delle operazioni è quello da nord che punta alla capitale ucraina, mentre gli altri due rappresentano operazioni di supporto allo sforzo principale, a conferma della natura non limitata delle operazioni russe.

 

Per usare un’analogia storica, l’atteggiamento di Putin verso l’Ucraina appare molto simile a quello dell’Austria-Ungheria verso la Serbia alla vigilia della prima guerra mondiale:

il leader russo ha cercato lo scontro, per “dare una lezione” a tutti gli stati dello spazio post-sovietico, evitare il rischio del “contagio democratico” e bloccare l’allargamento a est della NATO.

Obiettivi ben più ampi che la “semplice” annessione della Crimea o delle aree orientali.

Date queste premesse, è molto difficile che la guerra avrebbe potuto essere evitata.

 

E adesso?

 

I conflitti terminano o quando uno dei contendenti viene sconfitto, oppure quando entrambi realizzano che non potranno ottenere di più continuando a combattere.

 A quel punto, il proseguimento dei combattimenti cessa di avere una valenza militare e assume solo la funzione di migliorare la posizione dei contendenti al tavolo dei negoziati.

 

Tutto dipende, allora, dalla determinazione di Putin nel proseguire nella sua strategia, che originariamente doveva essere una sorta di blitzkrieg, ma che si è poi trasformata in una guerra di attrito, e nella capacità di Kiev, supportata dalle armi occidentali (innanzitutto missili antiaerei e anticarro), di rallentare l’avanzata al punto da rendere conveniente anche per Mosca cercare una soluzione negoziata.

Se le stime circolate, infatti, sulle perdite russe dovessero risultare vere – più di ventimila tra morti e feriti – la capacità operativa (per non parlare del morale) delle unità militari risulterebbe fortemente indebolita.

 Questo, però, potrebbe anche portare a un pericoloso allargamento del conflitto con l’intervento della Bielorussia a fianco dell’esercito russo.

 

 

Scenari politico-strategici

della guerra in Ucraina.

Geopolitica.info – (12 – 05 – 2015) - Federico Salvati – Redazione – ci dice:

(Donetsk- Novo rossia – Russia- Ucraina).

 

Nell'ultimo summit NATO in Galles l'ammiraglio” James Stravidi” ha definito l'intervento russo in Ucraina (con uno specifico riferimento al romanzo di Huxley): l'inizio di un “nuovo mondo.”

Questa citazione però è stata mal interpretata dalla stampa internazionale, che l’ha subito micronizzata come la dichiarazione di una rinnovata risolutezza da parte dell’Alleanza Atlantica.

Quello che veramente Stravidi voleva dire, è che la comunità internazionale sta entrando in una nuova dimensione di conflittualità, sconosciuta alle generazioni passate e di cui le classi intellettuali e militari non conoscono bene le dinamiche e le possibili ripercussioni. L’ammiraglio si è riferito a questo nuovo tipo di “war fare” con il termine “ibrido”, intendendo con l’espressione l’impiego integrato di mezzi convenzionali e non convenzionali per portare avanti un’offensiva contro il nemico su diversi piani, anche al di fuori di quello militare.

 

L’intervento ucraino e il nuovo war fare.

Jhonson e Sheley, trattando l’argomento, propongono il concetto di FSC (Full Spectre Conflitto):

una chiave di lettura integrata che permette di inquadrare l’offensiva russa sotto un punto di vista cinetico, economico, politico e propagandistico.

Essi ci fanno notare come al giorno d’oggi un’analisi unicamente politica o unicamente strategica delle operazioni risulta molto più incompleta che in passato e una comprensione sufficiente può avvenire solo attraverso la trattazione simultanea di questi aspetti.

 

La guerra ibrida non è una novità nella storia militare.

Il termine infatti è comparso per la prima volta per descrivere la situazione in Libano nel 2006.

Lo stesso concetto di ingaggio limitato è un antesignano di quella che è la guerra ibrida.

 L’attuazione di una strategia ibrida, però, oggi denuncia la presenza in Russia di un comando militare accentrato che è lontano dalla goffaggine delle operazioni Georgiane e Cecene.

Solo una catena di comando efficiente che sappia orchestrare insieme le risorse prettamente esecutive con quelle collaterali, può portare ad un successo in questa circostanza.

La Russia con la sua operazione in Ucraina rivela di aver saputo adattare il suo potere militare alla nuova condizione regionale, sviluppando forze d’intervento rapide e altamente specializzate che gli permettono di conseguire obiettivi limitati a corto raggio ma in maniera molto efficace.

 

L’intervento Ucraino.

Le operazioni sicuramente sono state a lungo calcolate. Poco è stato lasciato al caso nello scenario ucraino.

 Mosca ha subito puntato a fornire ai guerriglieri delle competenze e del personale che difficilmente sarebbero stati ottenuti nel breve periodo.

Piccoli contingenti delle forze speciali russe, altamente addestrati, hanno affiancato le bande armate sin dall’inizio degli scontri.

Questi operativi sono persone qualificate, preparate ad operare in teatri dove sono presenti dei civili e a pensare a come agire in relazione al fatto.

Da questo punto di vista la natura strategica delle operazioni potrebbe essere accostata a quella che era la politica americana del” win hearts and minds”, sviluppata per il quadrante mediorientale.

Militari e agenti del GRU hanno portato avanti operazioni di confidence building tra la popolazione per vincerne il favore. Agenti dei sevizi segreti inoltre hanno provveduto all’organizzazione di bande armate di auto-difesa tra i civili e al rifornimento di questi gruppi con mezzi e armi.

 In tutto ciò solo alla fine di Aprile il presidente Putin ha riconosciuto l’intervento russo in Ucraina.

 Le operazioni hanno visto infatti l’impiego di mezzi e uomini senza contrassegni, che ricordiamo sono illegali secondo il diritto internazionale.

 

A livello tattico i movimenti su vasta scala sono stati preceduti dalla posta in sicurezza di obiettivi minori attraverso azioni rapide e leggere. Una volta assicurate le vie di rifornimento e i palazzi governativi locali, si è quindi passati alla fase di manovra, preceduta sempre da raffiche di artiglieria pesante sulle posizioni ucraine.

Un esempio di questa tattica può essere visibile negli avvenimenti successivi al primo fallito protocollo di Minsk.

Piccole ma molto efficaci incursioni da sud est e da est hanno spinto la Kiev alla firma del cessate il fuoco.

Mosca ha utilizzato questo cessate il fuoco per ottenere una prima legittimazione dei ribelli ucraini e poi per posizionare le forze per la fase di manovra offensiva a Settembre del 2014.

Questa è identificata dagli analisti con l’inizio della battaglia per l’aero porto di Lugansk.

 Il cessate il fuoco e la demarcazione della linea di contatto smilitarizzata dopo il primo protocollo di Minsk, hanno permesso il riposizionamento dell’artiglieria che è servita nell’offensiva contro l’aeroporto in questione.

La struttura era stata progettata dai sovietici come un ostacolo strategico, in grado di resistere un attacco ingente.

Il governo di Kiev non potendo e non volendo ingaggiare le forze russe in uno scontro aperto ha organizzato un corridoio di evacuazione per i contingenti nazionali, lasciando poche truppe a presidiare la posizione. La presa dell’aeroporto (proprio come le operazioni estive di Novo azovsk e Ilo-vaisk) è servita ai separatisti per fare pressioni sull’Ucraina per ulteriori concessioni territoriali.

Nonostante le ultime negoziazioni e il nuovo cessate il fuoco al momento in cui si scrive gli scontri continuano, così come le rivendicazioni da parte dei miliziani pro russi di spingere il territorio da loro controllato fino alla frontiera amministrativa degli Oblast separatisti.

 

I teatri d’azione: Repubblica di Donetsk e Luhansk.

Questo territorio rappresenta la spina dorsale della strategia russa.

 Fin tanto che esisterà uno Stato proxy all’interno dei confini ucraini la NATO non accetterà il paese nell’alleanza restando lontano dai confini russi.

 I movimenti separatisti in queste zone all’inizio dell’estate del 2014 hanno ricevuto l’appoggio delle forze di Mosca, potendo così dichiararsi repubbliche indipendenti e assicurare il controllo della parte orientale delle regioni a Mosca.

 

Al momento in cui si scrive forze ucraine si trovano ancora nelle zone di Adiva e Pinsk e l’artiglieria tiene sotto tiro l’area di Donetsk.

Al confine sud di Luhansk inoltre sembra che gli scontri continuano nonostante il cessate il fuoco soprattutto nei territori a sud di Pervomaisk.

 Infine si sono intensificate in entrambi Oblast le attività terroristiche nei confronti delle porzioni di territorio ancora in mano al governo centrale ucraino.

 

I teatri d’azione: Debaltseve

Questo è un importante hub ferroviario che collega Lugansk e Donetsk.

Al momento l’area si trova sotto il controllo delle forze separatiste. Le operazioni di conquista da parte dei ribelli sono state condotte da sue ovest e da nord est prendendo la città in poco tempo e lasciando alle forze ucraine la possibilità di ritirarsi verso Arte Minsk.

 

Fondamentale è stato l’impiego dei veicoli corazzati russi e artiglieria pesante. La perdita della città è stato un grande colpo per gli ucraini dal punto di vista sia territoriale che logistico (Debaltseve infatti era uno degli ultimi cunei strategici che l’esercito ucraino aveva all’interno dei territori separatisti). Dopo questa conquista, le forze pro-russe sono in una posizione più forte rispetto a prima, avendo un collegamento ferroviario che unisce la Russia direttamente con la nuova linea di contatto.

 

I teatri d’azione: Mariupol

Questa città sarebbe il prossimo grande obiettivo dei ribelli. 

Aleksandr Zakharchenko, capo delle forze di Donetsk ha dichiarato che Mariupol è un obiettivo strategico vitale perché permetterebbe al territorio dell’auto-dichiarata repubblica un sicuro approvvigionamento di acqua potabile.

 La città dopo il settembre 2014 ha scampato gran parte degli scontri ma a sud, fuori dalla città, i combattimenti continuano nonostante il cessate il fuoco. Lungo la città corre parallela alla costa sud l’autostrada H 20. Questa è già stata oggetto lotte tra i separatisti e i soldati ucraini. Questa città sarebbe un passaggio obbligato nel caso le forze ribelli decidessero di portare l’offensiva lungo la costa.

 

I teatri d’azione: Slavina.

Slavina rappresenta la grande vittoria dell’esercito ucraino nello scenario.

 Ad aprile, piccoli contingenti russi, armati di armi leggere, aveva preso i palazzi governativi della città.

 Lo stesso mese il governo Ucraino ha lanciato la controffensiva liberando la base di Kramatorsk grazie all’impiego delle forze corazzate. A maggio, dopo una breve e tesa tregua, il governo lanciò un’offensiva su larga scala che portò alla conquista di tutti e 9 i check point intorno alla città. Un ruolo fondamentale è stato svolto dai veicoli corazzati e dalla superiorità numerica. La conquista della città, avvenuta a giugno, fece pensare ad una fine vicina della guerra in Ucraina. L’offensiva governativa è avvenuta in maniera veloce e efficace, ingaggiando gli avversari in maniera conseguenziale e attiva. La presa di Slavina è avvenuta in un momento in cui sicuramente il livello organizzativo e di potenza di fuoco dei ribelli era minore rispetto a quello di oggi e ciò ha giocato a favore dei militari ucraini.

 

I teatri d’azione: Crimea.

La presa della Crimea a differenza degli altri scenari è avvenuta con un basso livello di violenza.

Le truppe ucraine erano state ordinate di non ingaggiare a meno che non dovessero difendersi dal fuoco nemico. Questo ha permesso l’accerchiamento in breve da parte delle forze russe dei contingenti ucraini. La maggior parte delle operazioni è stata svolta dalla fanteria. L’impiego della marina e dell’aviazione è stato maggiormente di carattere preventivo e logistico.

 L’impiego di corpi speciali del GRU ha permesso di fare leva sula comunanza etnica della popolazione russa.

A questo va aggiunto che l’intelligence russa era cosciente che le potenzialità di offensiva da parte dell’Ucraina erano piuttosto limitate e la promessa mobilitazione delle forze sul territorio si è rivelata presto un bluff governativo che non ha fermato l’avanzata di Mosca.

 

Gli scenari futuri.

Ad un anno dal conflitto è ancora difficile stabilire quale sarà lo scenario ultimo dei combattimenti. Agenzie di intelligence e analisti da tutto il mondo continuano tutti i giorni a produrre scenari futuri analisi di contingenza. I piani di Putin rimangono ancora oscuri nel lungo periodo e solo il tempo rivelerà la natura dei fatti. Nei prossimi paragrafi tuttavia abbiamo riportato quelli che secondo noi rappresentano gli scenari più interessanti da prendere in considerazione. Fermo restando comunque che l’analisi condotta rimane meramente su un piano teorico.

 

Status quo.

Congelare il conflitto sembra una scelta abbastanza logica in apparenza. In effetti la Russia ha già ottenuto quello che vuole con la creazione dell’ennesimo Stato proxy che renderebbe sicura l’Ucraina dall’avanzata NATO.

Il problema è che questa non è una soluzione attuabile nella situazione corrente.

Le bande d’irregolari sul territorio sono ancora molte e Mosca deve fare i conti sia a Lugansk che a Donetsk con i sentimenti nazionalisti dei combattenti

I capi delle forze armate separatiste sono decisi ad andare fino ai confini amministrativi delle loro regioni e un eventuale rottura con i gruppi armati significherebbe per Mosca una grande grana proprio su confine orientale che fatica tanto a difendere.

 

Progetto “Novo rassia”

Mentre oggi con il termine la stampa si riferisce a tutti i territori secessionisti, all’inizio dei combattimenti “Novo rassia” identificava la possibilità per Mosca di unificare tutti i territori dagli Oblast secessionisti fino alla Transnistria.

L’obiettivo principale in questo scenario sarebbe sicuramente la città di Odessa la cui sottrazione porterebbe un grave colpo all’economia Ucraina.

La nazione sarebbe definitivamente tagliata fuori dal Mar Nero soffrendo di conseguenza una grave perdita da un punto di vista strategico.

Lo scenario include manovre d’incursione si larga scala che dovrebbero postare le forze pro-russe al di là del fiume Dnieper senza però i vantaggi di barriere naturali a difendere le forze pro-russe sul versante nord.

La distanza tra il confine dei territori occupati e la Transnistria è di circa 700 KM.

L’agenzia Stratford per la realizzazione di tale scenario preventiva l’impiego di circa 30.000 uomini e un periodo di 14 giorni operativi. L’agenzia Mellon invece vede l’operazione più dilatata nel tempo preventivando un minimo di 20 giorni e l’impiego di 45.000 uomini.

 

L’opzione Dnieper.

Uno scenario più realistico consiste nell’unificazione del territorio degli Oblast ribelli con il territorio della Crimea. Questo assicurerebbe un fronte comune per i territori occupati e permetterebbe anche di avere sicuri rifornimenti di acqua potabile.

Forse però il vantaggio maggiore di questo scenario è l’ancoraggio delle forze di secessione all’elemento geografico più importante del territorio ucraino: il fiume Dnieper.

Il territorio ucraino nella zona di riferimento è sostanzialmente pianeggiante e permetterebbe una avanzata della fanteria senza particolari ostacoli geografici.

Il fiume sarebbe utilizzabile, una volta raggiunto, come un’efficace linea di difesa.

Per questo tipo di operazione gli analisti preventivano l’impiego di circa 24,000-36,000 e due settimane operative.

Questo scenario permetterebbe di prendere Mariupol e soddisfarebbe le aspirazioni dei ribelli.

Il lato negativo dell’operazione è che lascerebbe le forze occupanti a difendere una stretta striscia di terra tra il mare e l’esercito ucraino per assicurare la comunicazione e i rifornimenti tra la Crimea e Donetsk.

 

Qualunque sia l’opzione che la Russia sceglierà in futuro sicuramente questa sarà commisurata agli obiettivi strategici di Mosca.

La leva della minoranza rappresenta un fattore di cui la Russia non dispone al di fuori delle regioni russofone.

Questo significa che spostandosi verso nord il livello di ingaggio e i tempi operativi sarebbero molto più dilatati e rischierebbero di innervosire l’occidente perché ci si avvicinerebbe pericolosamente agli stati baltici.

È fuori da ogni dubbio che qualunque sarà la scelta di Mosca i russi continueranno a portare avanti piccole incursioni sul confine ucraino per sparpagliare ed indebolire il potere difensivo di Kiev.

Tale strategia è stata la base dell’operazione “Ucraina” sin dalla prima ora e vista la superiorità numerica di cui godono i russi potrà portare altri vantaggi in futuro.

 Al momento la preoccupazione di Mosca è sicuramente quella di mantenere il controllo sulle forze ribelli che se dovessero soffrire di troppa autonomia potrebbero costituire un problema.

A questo proposito sicuramente Mosca manterrà un ingaggio limitato commisurato alla forza difensiva ucraina di modo da non dare un margine di vantaggio troppo alto ai secessionisti e avere di conseguenza un’efficace leva nei loro confronti.

(Federico Salvati).

 

 

 

La guerra cyber-elettromagnetica: come Pechino integra armi cibernetiche e spettro elettromagnetico nella militarizzazione dell’orbita bassa.

  Geopolitica.info – (24 -07 -2024) - Sara Russo – Redazione -ci dice:

(Cina cybersecurity Spazio.)

(Cina e Indo-Pacifico, Cyber e Tech, Difesa).

 

«La vittoria in guerra inizia vincendo nel cyberspazio», recita uno dei testi dottrinali di riferimento dell’”Esercito Popolare di Liberazione” (PLA).

 Cyber e spettro elettromagnetico, elevati al rango di leve strategiche nella guerra informatizzata, offrono il potenziale asimmetrico su cui Pechino scommette per colmare il divario con Washington nella corsa all’orbita bassa.

 

Tra i fattori che orientano l’esito dei conflitti contemporanei, l’hardware militare ha perso il suo primato, cedendo il posto al “controllo dello spettro elettromagnetico” (EMS), ossia il “dominio invisibile attraverso cui transitano comunicazioni, decisioni e percezioni”.

La capacità di interferire con tale flusso di informazioni permette di paralizzare i nodi di comando e controllo (C2) e aggiudicarsi la superiorità informativa.

Questo, e non più la concentrazione di massa e potenza di fuoco, sembra ormai essere determinante per il successo di una campagna ibrida.

 

La Cina, che ambisce a controllare le comunicazioni cruciali in tempo di pace e di guerra, individua nello spazio extra-atmosferico un dominio strategico per vincere la “guerra informatizzata”.

 In particolare, i sistemi di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR) e di allerta preventiva, installati sui satelliti, svolgono un ruolo cruciale a monte della cosiddetta “elettronica krill chain”, fornendo l’intelligence necessaria a coordinare attacchi su più livelli.

 

Analizzare la concezione informatizzata della guerra professata da Pechino, volgendo uno sguardo alle capacità counter-space di cui si è dotata e all’infrastruttura dual-use che sta dispiegando nell’orbita terrestre bassa (low-Earth orbit, LEO), consente di valutare il peso specifico del vantaggio asimmetrico che l’integrazione tra cyber, EMS e spazio offre alla Cina nella competizione sino-americana.

 

Una guerra invisibile e senza limiti.

 

Il report “Future Operating Environment 2040” della U.S. Space Force, nel delineare scenari bellici futuri con Pechino, formula il concetto di “guerra a spettro illimitato” come prodotto di una competizione costante in cui le continue e ambigue interferenze elettromagnetiche e cibernetiche nello spazio circumterrestre dissolvono il confine tra guerra e pace.

 Il risultato è uno stato di tensione che si protrae indefinitamente, alimentato da una minaccia difficile da identificare.

 

Quest’approccio integrato riecheggia il concetto di guerra nello spazio cyber-elettromagnetico, introdotto dal documento “Science of Military Strategy 2020” della National Defense University, in cui il dominio cibernetico e quello elettromagnetico confluiscono in un unico teatro operativo, preparando il terreno per il controllo dell’informazione, dello spazio aereo, delle rotte marittime e dell’intero campo di battaglia.

 

Si tratta di un modello di guerra ibrida “con caratteristiche cinesi” che, lungi dal ricercare la battaglia campale per annientare le forze nemiche, sposta il mirino in direzione delle infrastrutture di rete (terrestri, aeree e spaziali) dell’avversario, combinando operazioni cyber, EMS, intelligence spaziale e manipolazione informativa in un’offensiva multi-dominio che colpisce simultaneamente la dimensione tecnologica e quella cognitiva.

In altre parole, si rifugge dall’attrito che lo scontro diretto comporta, perché l’obiettivo è disorientare il comando nemico e disgregare la sua catena decisionale, per spezzarne la capacità di «percepire, comunicare e rispondere efficacemente».

 

L’arsenale counter-space.

 

Stuart Petits, un colonnello in congedo della U.S. Air Force, individua nel counter-space la capacità di negare all’avversario l’accesso allo spazio attraverso misure offensive e difensive.

 La Cina sta affinando tali capacità in direzione coercitiva più che dissuasiva, in quanto vede nella “spade war fare” il mezzo per raggiungere la superiorità spaziale, che non solo consoliderebbe la propria libertà operativa, ma limiterebbe quella della controparte attraverso la neutralizzazione o degradazione dei suoi asset orbitali.

 

Le counter-space weapons differiscono tra di loro per il tipo di danno che arrecano al dispositivo colpito, il grado di reversibilità degli effetti, la sofisticatezza della tecnologia necessaria e il livello di difficoltà di attribuzione. Un report del Center for Strategic and International Studies le analizza nel dettaglio.

 

Le armi cinetiche fisiche, come missili antisatellite ad ascesa diretta (DA-ASAT) e sistemi ASAT co-orbitali, distruggono direttamente il bersaglio, arrecano danni irreversibili e, talvolta, possono causare perdite umane se dirette contro stazioni di terra con personale o satelliti presidiati. Oltre all’elevato potenziale distruttivo, la produzione di detriti orbitali e la possibilità di rilevare la fonte dell’attacco giustificano l’onerosità del loro impiego e l’interesse crescente per alternative non cinetiche. Nessun paese ha mai condotto un attacco cinetico contro il satellite di un altro paese, proprio per il rischio di escalation incontrollata che queste armi comportano, ma Stati Uniti, Russia, Cina e India hanno testato missili DA-ASAT contro propri satelliti.

 

Le armi non-cinetiche fisiche sono in grado di produrre effetti fisici su satelliti o stazioni di terra senza ricorrere al contatto diretto, e comprendono:

 

i laser ad alta potenza, che possono accecare temporaneamente o permanentemente i sensori di un satellite;

le armi a microonde ad alta potenza (High-Power Micro-wave, HPM), le quali, attraverso l’emissione di potenti impulsi elettromagnetici, possono mettere fuori uso o persino danneggiare irreversibilmente i circuiti elettronici dei target;

Queste ultime offrono un vantaggio asimmetrico in termini di costi sostenuti, che si manifesta nella capacità di neutralizzare costellazioni satellitari da miliardi di dollari a un costo marginale irrisorio. Inoltre, il loro impiego garantisce all’attaccante un grado di ” plausibile disabiliti”, in quanto, non lasciando tracce riconducibili alla fonte, creano un contesto di deliberata ambiguità.

 La Cina sta investendo molto in queste tecnologie militari: un team di ricercatori del centro di ricerca “Northwest Institute of Nuclear Technology” ha di recente progettato quello che è stato descritto come il “pulsa power driver” per armi HPM più compatto al mondo, noto come TPG1000Cs.

 Il sistema, lungo circa 4 metri e del peso di 5 tonnellate, è in grado di erogare impulsi da 20 gigawatt per un massimo di un minuto, una potenza di gran lunga superiore alla soglia stimata di circa 1 gigawatt necessaria per compromettere satelliti in LEO.

 

Le ragioni della proliferazione delle “counter-space weapons elettroniche” sono da ricercare nel loro basso costo di mercato, che le rende alla portata non solo degli stati, ma anche di attori non statali. Esse agiscono sullo spettro elettromagnetico attraverso cui i sistemi spaziali trasmettono e ricevono dati.

 

Il jamming genera rumore nella stessa banda di frequenza radio del segnale bersaglio, in modo da ostruire le comunicazioni nemiche. Il jamming in uplink disturba i comandi inviati da terra al satellite, mentre quello in down link interferisce con il segnale che il satellite trasmette agli utenti sulla Terra.

Lo spoofing, invece, inganna il sistema inducendolo a scambiare un segnale falso per quello autentico, iniettando informazioni contraffatte nel flusso di dati o impartendo comandi non autorizzati al satellite.

Il primo tipo si maschera da interferenza naturale, mentre il secondo si mimetizza tra gli errori comunicativi di routine. L’erosione della fiducia dei comandanti nei sistemi C2, scaturita da questo contesto di ambiguità, paralizza i meccanismi decisionali, traducendosi in un ritardo della risposta rispetto all’avversario.

 

I cyberattacchi sferrati contro sistemi spaziali prendono di mira i dati e producono effetti che possono variare dalla semplice perdita di dati, tramite intercettazione o corruzione, fino alla neutralizzazione permanente del satellite, quando l’hacker è in grado di usurpare il controllo dei sistemi C2.

Quest’ultimo scenario è la forma di attacco cibernetico con un potenziale distruttivo maggiore, perché consente di impartire ordini autodistruttivi al satellite.

 Il potenziale anonimato che il cyberspazio offre agli attori malevoli complica notevolmente il processo di attribuzione.

Inoltre, la proliferazione delle mega-costellazioni e dell’”Internet of Thuins” nello spazio amplia la superficie d’attacco, trasformando la cyber-war-fare in uno strumento di guerra asimmetrica quando impiegata contro avversari tecnologicamente avanzati, poiché il sabotaggio di dispositivi e sistemi, anche ben blindati, non richiede risorse altrettanto sofisticate.

 

Le costellazioni dual-use nella corsa alla LEO.

 

Secondo uno studio del “Delhi Defense Review”, nel contesto della guerra ibrida, l’ambiguità viene deliberatamente

strumentalizzata per eludere le norme del diritto internazionale dello spazio e i meccanismi tradizionali di deterrenza. Questa dinamica è esemplificata dalla strategia nazionale cinese della fusione civile-militare (MCF), la quale si cristallizza nello sviluppo di infrastrutture spaziali dual-use, che perseguono capacità militari sotto copertura civile.

 Tale commistione rende impossibile per l’avversario distinguere una manovra coercitiva da un’operazione innocua e, non potendo qualificare un’azione come atto offensivo, si preclude il ricorso al quadro giuridico che legittimerebbe una risposta difensiva.

Più nello specifico, sono i vuoti normativi che connotano l’Outer Space Treaty (OST) del 1967 a permettere alla Cina di operare nella “zona grigia” e, al contempo, ottenere vantaggi tattici senza incorrere in ritorsioni.

 L’OST proibisce le armi di distruzione di massa nello spazio, ma non regolamenta le tecnologie dual-use.

Dunque, il trattato non è stato in grado di prevenire la militarizzazione dello spazio, che procede oggi non solo con mezzi cinetici, ma soprattutto attraverso tecnologie soft-kilt.

 

L’esempio emblematico di applicazione della strategia MCF è il programma Guiyang (国网, “Rete nazionale”), una mega-costellazione concepita come strumento di sovranità digitale, per garantire una catena informativa sotto giurisdizione nazionale.

Tuttavia, la portata di questo programma non ha ricadute solo all’interno dei confini domestici: rivendicare preventivamente i diritti d’uso delle radiofrequenze, necessari a operare in LEO, è un modo per sottrarre slot orbitali ad altri contendenti, prima che le loro costellazioni saturino gli strati disponibili.

 

Questo programma si inserisce nel contesto più ampio della corsa alla LEO e dell’ambizione di diventare la potenza spaziale globale entro il 2045, in cui il confronto con Starlink – la più grande mega-costellazione al mondo per servizi internet a banda larga – costituisce il banco di prova per Pechino.

Sviluppata dall’azienda aerospaziale statunitense Space “X “di Elon Musk, Starlink conta 10.828 satelliti attivi in LEO a luglio 2026 (a fronte dei 199 di Guowang), come riportato da Satellite map.space.

Tale ridondanza vanifica il ricorso a mezzi cinetici, in quanto distruggere una porzione dei dispositivi in orbita non è sufficiente ad abbattere l’intera infrastruttura.

 

Secondo uno studio condotto da RAND, le risposte cinesi alle nuove capacità spaziali statunitensi sono dettate dal timore di restare indietro nella competizione con Washington. Sebbene la costellazione Guowang sia stata concepita proprio per rimediare allo squilibrio con Starlink, sarebbe fuorviante considerarla come il contraltare cinese di quest’ultima, in quanto differiscono nel modello di governance adottato. Mentre la progettazione, costruzione e gestione di Guowang sono state affidate alla società statale China SatNet Co. – istituita nell’aprile 2021 e vigilata dalla Commissione per la Supervisione e l’Amministrazione delle Attività Statali del Consiglio di Stato –, Starlink poggia su capitale privato incanalato verso un piano di sviluppo industriale commerciale in rapida espansione.

 

Gli analisti di RAND ipotizzano che la percezione del PLA della minaccia costituita da Starlink sia frutto di una valutazione che eccede le sue reali capacità operative.

Ciononostante, il carattere dual-use di Starlink è chiaramente ravvisabile nell’impiego che l’Ucraina

ne ha fatto nel contesto della guerra con la Russia, beneficiando di un sistema di telecomunicazioni resiliente.

In modo analogo, i servizi di internet satellitare, forniti da Guang, sono stati pensati per colmare i vuoti di copertura nelle aree remote, ma possono essere rapidamente adattati a impieghi militari, come ha dichiarato pubblicamente Yuan Jungmann, capo progettista del programma.

D’altronde, a fine 2025, su 1.353 satelliti cinesi in orbita più di 510 sono piattaforme ISR, munite di sensori ottici, multispettrali, a radiofrequenza e radar, che supportano le attività di monitoraggio, tracciamento e targeting degli obiettivi statunitensi.

 

Senza dubbio la Cina non ha replicato il successo di Space “X” e gli Stati Uniti rimangono la potenza indiscussa nello spazio, ma il vantaggio asimmetrico di cui gode Pechino nella guerra cyber-elettromagnetica è reale.

L’integrazione multi-dominio consente di condurre operazioni belliche a bassa intensità che si protraggono in maniera indefinita, senza varcare la soglia del conflitto aperto.

 Questo prospetto rischia di invischiare la controparte statunitense in campagne di logoramento senza fine, le quali minacciano di eroderne la superiorità nel dominio spaziale.

(Sara Russo).

 

 

 

Guerra Ucraina-Russia.

Ucraina, la guerra è diventata profonda. Gli analisti: “Mosca ammassa missili per l’inverno.”

Fanpage.it – (30 Luglio 2026) -Riccardo Amati – Redazione – ci dice:

Putin promette la vittoria, Kiev colpisce raffinerie, logistica e produzioni critiche russe.

Ma scarseggia di Patriot.

Le vittime civili aumentano.

Senza diplomazia l’escalation in atto rischia di prolungare il conflitto.

L’esperto di disarmo Poddi: “Gli attacchi aerei reciproci sono una strada senza uscita”.

La guerra in Ucraina ha cambiato volto.

Missili e droni colpiscono sempre più in profondità, mentre l’attrito sulla prima linea perde centralità.

 Entrambe le parti mirano a destabilizzare il fronte interno dell’avversario.

 L’unico risultato certo è l’aumento delle vittime civili.

Putin torna a evocare la vittoria e ritira anche i limitati compromessi discussi un anno fa ad Anchorage.

 In risposta, cresce il sostegno a Kiev.

Anche da parte degli Stati Uniti, ha qualche ragione per ritenere Volodymyr Zelensky.

L’Ucraina ha migliorato la propria posizione militare e contribuisce con gli attacchi vincenti dei suoi droni alla crisi dell’economia russa.

 Ma senza diplomazia, questi sviluppi rischiano di alimentare l’escalation e prolungare il conflitto, invece di fermarlo.

 

Sempre più vittime fra i civili.

In questa quinta estate di guerra, nelle prime tre settimane di luglio i raid russi hanno ucciso 380 civili e ne hanno feriti almeno 2.100: è il bilancio più grave da aprile 2022.

Dal 20 al 25 del mese, Mosca ha lanciato quasi 1.700 droni, oltre 1.630 bombe guidate e più di 50 missili balistici.

 Dati del governo ucraino.

 Colpita più volte Kiev.

(Raid russi in Ucraina, bambini tra le vittime. Tusk denuncia violazione dello spazio aereo polacco).

La Russia utilizza spesso missili balistici.

 Per la loro velocità ipersonica, la traiettoria alta e poi la ripida discesa, sono difficili da intercettare.

La finestra d’ingaggio è troppo stretta.

A volte, anche per i sistemi di difesa più efficaci.

Che sono e resteranno i Patriot americani.

 Gli ucraini però stanno finendo le munizioni:

i missili intercettori che ogni batteria Patriot lancia in salve di tre o quattro – se ne ha abbastanza.

 

La licenza di produrre i Patriot in Ucraina, assicurata da Trump a Zelensky, nel breve termine cambia poco:

“Gli ucraini hanno le capacità per costruirli, ma ci vorrà tempo”, spiega a Fanpage.it Pavel Poddi, direttore del progetto Russian Forbes e ricercatore all’Istituto dell’ONU per la ricerca sul disarmo (UNIDIR).

 

Difesa impossibile.

Zelensky ha discusso nuovamente dei Patriot con Trump alla Casa Bianca il 28 luglio, ma Washington ne ha troppo pochi per soddisfare le richieste ucraine.

Secondo una stima del CSIS, la guerra con l’Iran ha consumato il 65% delle scorte statunitensi di intercettori Patriot.

La produzione sarà triplicata, ma serviranno anni.

Anche il “progetto Freya”, sviluppato dall’Ucraina con nove Paesi europei, non offrirà soluzioni immediate:

 i primi risultati pratici arriveranno oltre il 2026 e gli analisti giudicano troppo ottimistici i tempi annunciati.

 

Nessun sistema garantirà comunque una protezione totale.

“Né i Patriot né una grande quantità di sistemi europei fermeranno tutti i missili balistici: qualcuno passerà sempre”, avverte Poddi.

 Le vittime civili continueranno ad aumentare e lo scambio di attacchi missilistici resterà “una strada senza uscita”.

 

Guerra di profondità.

La Russia sta probabilmente accumulando missili balistici per una nuova offensiva invernale contro la rete elettrica ucraina.

"L’anno scorso l’ha parzialmente compromessa;

 ora il rischio che riesca a distruggerla è notevole", dice a Fanpage.it Pasi Parione, analista del” Black Bird Group” e ufficiale della riserva finlandese.

 

Mosca produce circa 660 Iskander e Chincha all’anno, secondo l’Intelligence militare ucraina:

dovrà accelerare per sostenere una campagna aerea prolungata.

A ostacolarla sono gli attacchi ucraini contro i nodi dell’economia e dell’industria bellica russa.

I raid sulle raffinerie hanno già compromesso l’approvvigionamento di carburante civile e, in parte, militare. Ora Kiev colpisce componenti industriali essenziali e difficili da sostituire, con il sostegno dell’Intelligence americana e francese. Secondo il “Financial Times”, che cita fonti militari e civili ucraine, l’obiettivo non è più soltanto incendiare impianti e depositi, ma paralizzare il sistema che finanzia e alimenta la guerra russa.

Mosca denuncia oltre 200 civili uccisi dagli attacchi ucraini nell’ultimo mese. Il bilancio comprende i territori occupati dell’Ucraina.

 

Danni non pervenuti (al Cremlino).

Gli attacchi ucraini hanno messo fuori uso il 10% della capacità logistica di Wildberries, l’Amazon russa, distruggendo le merci di decine di migliaia di piccole imprese e rallentando le consegne.

 Le perdite restano da quantificare.

È un colpo al centro dell’economia dei consumi che caratterizza la Russia più ancora dell’Occidente.

E a una classe media già provata da inflazione, stagnazione e controllo del regime sull’ambiente digitale.

 

Dopo i blackout di internet di marzo e i progressi militari ucraini, nell’élite russa si sono moltiplicate le richieste di realismo e compromessi.

Anche politologi vicini al Cremlino hanno riconosciuto sui media statali che "la disfatta dell’Ucraina è impossibile" e invitato a trattare.

Questa corrente si scontra con la volontà di Putin di proseguire e ampliare la guerra.

La frattura non avvicina la pace: secondo Tatiana Stanovaya di Popliti, aumenta il rischio di repressione, radicalizzazione ed escalation.

"Le speranze che Putin cedesse di fronte all’accumularsi dei problemi si sono rivelate infondate", ha scritto su Carnegie.

 

La determinazione del capo.

Il 26 luglio, il leader del Cremlino ha detto di non dubitare “neppure per un secondo” che la guerra finirà con la vittoria della Russia.

 Ha sostenuto che l’Ucraina finirà per perdere, oltre al Donbass e alle altre aree rivendicate da Mosca, anche i territori occidentali.

Tornando a insinuare che possano passare a Polonia, Ungheria e Romania.

“La Russia raggiungerà tutti gli obiettivi dell’operazione militare speciale”, ha ribadito il giorno dopo ai parlamentari della sua Duma.

 “Il Donbass? Sarà completamente nostro, è solo questione di tempo”.

 

Con questi presupposti, è facile prevedere che la proposta di cessate il fuoco per quanto riguarda gli attacchi di missili e droni sui reciproci territori, avanzata da Kiev e Washington, finisca nel dimenticatoio.

Putin non l’ha nemmeno presa in considerazione.

 

Che nel Donbass sia “solo questione di tempo”, come dice Putin, è quanto meno opinabile.

Secondo Pasi Parione, “le offensive sono in miniatura”.

Negli ultimi sei mesi Mosca “non ha ottenuto progressi significativi”, pur continuando ad attaccare con infiltrazioni di fanteria e subendo perdite elevate.

 Visto il quadro, tutti si aspettano una nuova mobilitazione entro la fine dell’anno, in Russia.

 

La realtà sul campo.

La situazione più grave per le forze armate ucraine è a Kostiantynivka, dove i russi sono penetrati in gran parte della città e i due eserciti combattono “mescolati tra le rovine”.

Più a Nord, le truppe russe avanzano lentamente verso Kramatorsk e Sloviansk, ormai distanti 13-15 chilometri:

 i reparti ucraini appaiono “esausti” e Kiev non è riuscita a inviare riserve sufficienti.

Verso Dobropillia, invece, le colonne meccanizzate russe sono state respinte e i loro progressi restano minimi, anche se la città è ridotta in macerie — riporta il “Kyiv Independent”.

 

A bloccare Mosca sono difese profonde e stratificate: mine, reticolati, fossati anticarro. E droni che colpiscono rinforzi e rifornimenti già 10-15 chilometri prima del fronte.

La stessa “kilt zone” si estende però nelle retrovie ucraine, come dimostrano gli attacchi russi alle vie di comunicazione di Kostiantynivka.

 

Per sfondare, “Mosca dovrebbe addestrare per almeno due o tre mesi da sei a nove brigate complete, concentrando le migliori unità di droni e artiglieria e dotando i mezzi di sistemi anti-drone”, osserva Parione.

Ma anche così un’offensiva meccanizzata sarebbe “un’enorme scommessa”, avverte.

Se l’attesa mobilitazione servisse soltanto a “scagliare altri uomini contro le difese del Donbas, sarebbe probabilmente inutile”.

 

Diplomazia necessaria.

La mobilitazione parziale del settembre 2022 – 300mila riservisti richiamati e decine di migliaia di giovani in fuga – alimentò tensioni e ridusse il consenso per Putin e la guerra. Una nuova leva rafforzerebbe quella parte dell’élite che oggi chiede obiettivi realistici e minori costi.

 

Tatiana Stanovaya esclude rivolgimenti imminenti, ma vede nello scontro tra radicalizzazione e domanda di cambiamento il possibile avvio di una ristrutturazione interna e, in prospettiva, di un dopo-Putin. L’Occidente dovrebbe favorirla affiancando alla pressione militare un’iniziativa diplomatica.

 

Pavel Poddi propone di partire dal controllo degli armamenti: un ruolo “umanitario” consentirebbe a Putin di salvare la faccia e accettare compromessi sull’Ucraina. Suggerisce inoltre di revocare le sanzioni che colpiscono i comuni cittadini russi e, anziché indebolire il regime, possono rafforzarne il consenso.

I progressi ucraini e le difficoltà russe possono diventare una leva, ma non bastano a fermare la guerra.

"Senza diplomazia rischiano di prolungare il conflitto o alimentare una nuova escalation", scrive Samuel Charap della RAND sul Financial Times.

Con Washington assorbita dall’Iran, Francia, Germania e Regno Unito dovrebbero avviare, con l’appoggio americano, un negoziato permanente tra Kiev e Mosca.

Resta l’ostacolo decisivo: convincere Putin.

(fanpage.it/esteri/ucraina-la-guerra-e-diventata-profonda-gli-analisti-mosca-ammassa-missili-per-linverno/)

(fanpage.it/).

 

 

 

 

 

Ucraina Anno IV.

CESI -Centro studi internazionali.

Cesi-italia.org – (26 -02 -2026) – Redazione -  Andrea Marcelletti, Marco Di Liddo, Emmanuele Panero, Alexandru Fodera , Alessio Stilo e Elisa Querini – ci dicono:

 

La guerra tra Russia e Ucraina è entrata nel suo quarto anno o sarebbe più corretto affermare nel suo dodicesimo.

Infatti, se è vero che l’invasione su larga scala russa è iniziata il 24 febbraio del 2022, è altrettanto vero che le attività di interferenza politica e di bassa e media intensità militare da parte del Cremlino ai danni di Kiev sono incominciati sistematicamente nell’aprile del 2014.

 La distinzione delle date e le diverse tipologie di conteggio degli anni di conflitto non sono soltanto un esercizio stilistico o una querelle accademica.

Al contrario, sotto il profilo analitico, avere la consapevolezza di trovarsi davanti a un conflitto ultradecennale entrato nel 2022 in una fase di maggiore intensità, offre una prospettiva diversa anche per lo sviluppo delle previsioni future.

 

Infatti, la guerra russo-ucraina potrebbe essere categorizzata in due momenti ben precisi:

il primo, dal 2014 al 2022, è stato quello dell’interdizione mentre il secondo, che va dal 2022 ai giorni nostri, della radicalizzazione. All’indomani della “Rivoluzione della Dignità” e della destituzione del Presidente filorusso Yanukovich, il Cremlino aveva optato per una strategia contenitiva consistente nell’immediata annessione della Crimea e nel supporto militare non ufficiale alle milizie ucraine del Donbas allo scopo di interdire, appunto, lo scivolamento di Kiev nell’orbita euro-atlantica e la transizione a un sistema politico interno ed estero in rottura con il passato coloniale russo e sovietico.

Mosca era sostanzialmente riuscita nell’intento, congelando il conflitto nella vacuità degli Accordi di Minsk e sperando che Europa e Stati Uniti perdessero interesse nel dossier e che, di conseguenza, l’Ucraina abbandonasse ogni speranza verso un futuro all’insegna delle riforme, della liberalizzazione e dell’indipendenza dalla sfera d’influenza del potente vicino.

Tuttavia, a Kiev l’aspirazione europeista e atlantista non si è sopita e, complice la convergenza di fattori internazionali come gli impatti della pandemia di Covid-19, il frettoloso ritiro occidentale dall’Afghanistan e la necessità russa di esternalizzare una crisi interna in via di deflagrazione, il progetto ucraino di emancipazione dal giogo russo si è riproposto con vigore tra il 2021 e l’inizio del 2022.

Questa volta a Mosca non è bastata la minaccia dell’uso della forza e il prosieguo di azioni di disturbo nelle due Repubbliche separatiste fantoccio di Lugansk e Donetsk.

L’invasione si è resa necessaria per provare a dare una spallata all’ordine globale incentrato sull’Occidente e riprendere il controllo di quella che era considerata una provincia ribelle dell’impero.

 

Oggi ci si trova nel quarto anno di questa seconda fase della guerra, caratterizzata da livelli di intensità decisamente più alti e prolungati nel tempo e senza margini di negoziato accettabili. Il rischio di un’escalation continentale convenzionale in Europa continua a crescere mese dopo mese, mentre né il Cremlino né Kiev, nonostante le diverse e crescenti problematiche di sostenibilità economico-militare, non appaiono disposte a ritirarsi o a trovare un compromesso.

 

Più il conflitto va avanti, più si riducono gli spazi di manovra e le opzioni a disposizione dei belligeranti e delle rispettive fazioni che li supportano.

L’impressione generale è che, a breve, il conflitto si troverà davanti a un bivio evolutivo.

La prima diramazione potrebbe condurre a un ipotetico congelamento o diminuzione dell’intensità delle ostilità per consentire a tutte le parti di riprendere ossigeno e riproporre lo scontro nei prossimi mesi o anni, previa adeguata preparazione.

La seconda diramazione, invece, conduce direttamente a un’escalation continentale, con il coinvolgimento diretto dei Paesi europei e con esiti imprevedibili sotto tutti i punti di vista.

In entrambi i casi, l’analisi dei fattori strategici porta a pensare che la seconda fase del conflitto russo-ucraino sia prossima al tramonto.

 Questo vuol dire che le strategie e le metodologie di azione adottate sinora si avviano all’obsolescenza e che di nuove ne subentreranno.

 L’unica certezza è che la pace, in Europa, è ancora molto lontana.

 

 

 

 

 

 

“Putin si barrica per

 il timore di essere ucciso.”

Rsi.ch – (7 maggio 2026) – Mondo – Redazione – Galia Ackermann - ci dice:

Così il Financial Times cita i servizi di intelligence europei e figure vicine al presidente russo - L’analisi della storica Galia Ackermann: “È sicuramente paranoico.”

(Una recente apparizione in pubblico di Putin, con i rappresentanti dei popoli nativi della Russia. Mosca, 30 aprile 2026)

Il Financial Times ha appena delineato un nuovo ritratto del presidente russo Vladimir Putin, ossessionato dalla sicurezza, confinato in un bunker e più concentrato sulle strategie militari che sulle questioni civili.

 Il quotidiano economico-finanziario britannico (di proprietà del media group giapponese Nikkei), cita tra le fonti i servizi di intelligence europei e figure vicine a Putin.

Fonti quindi non direttamente verificabili.

Ma ci sono degli elementi che convalidano le preoccupazioni di un presidente che, dall’inizio dell’anno, si è fatto immortalare in sole due occasioni note al grande pubblico.

 

I bunker.

Il capo del Cremlino vivrebbe nel timore di essere ucciso. Non risiede più nella sua dacia, fuori Mosca, da dove ha finora governato il Paese. Raramente Putin sta al Cremlino.

Disertata anche la sua lussuosa residenza di Valdai, nel nord-ovest della Russia.

 Il presidente vivrebbe isolato in un bunker a Krasnodar, nel sud del Paese, da dove seguirebbe da vicino l’andamento delle operazioni militari in Ucraina.

 L’apparato amministrativo del Cremlino diffonde immagini preregistrate giorni prima, che mostrano un presidente al lavoro.

Ricordiamo che in tutte le residenze di Putin c’è comunque un ufficio standard riprodotto nei dettagli per non consentire di comprendere dove esattamente si trovi.

I protocolli di sicurezza.

Quindi un Putin ancor più attento alla sua sicurezza, e questo si ripercuote su chi lavora per lui. Dai cuochi al personale di casa, alle sue guardie del corpo, anche per loro il protocollo di sicurezza è stato rafforzato. Non possono prendere nemmeno mezzi pubblici o usare cellulari con accesso a Internet. Secondo il Financial Times, Putin in questi bunker trascorrerebbe la maggior parte del suo tempo nel monitorare nei dettagli l’andamento dell’invasione in Ucraina. Il 70% è dedicato al fronte, il resto alle questioni civili passate in secondo piano. In un momento comunque delicato. Perché il blocco del social Telegram e la censura di internet stanno creando malcontento tra i russi; malcontento e timori anche tra le alte sfere dei militari che hanno osato far presente a Putin che anche loro sono nel mirino di attentati. Per loro la scorta è stata rafforzata, ma questo aspetto pare che abbia alimentato le paure del presidente che teme il tradimento di alti esponenti dell’esercito.

L’analisi della storica Galia Ackerman.

“SEI DI SERA” ha intervistato la storica franco-russa Galia Ackerman, che studia da anni (e da vicino) la figura del presidente russo.

 

“È sicuramente paranoico da molto tempo e ci sono esempi di questo suo stato d’animo.

Ad esempio in tutti gli spostamenti porta con sé qualcuno che raccoglie la sua urina e le sue feci perché non vuole che il suo materiale biologico possa finire nelle mani di nemici.

Da tempo fa assaggiare a qualcun altro il cibo prima di mangiarlo.

Ora non ci vengono dette le fonti di queste informazioni, quindi non siamo sicuri al 100% che trascorra settimane chiuso in un bunker, ma mi sembra del tutto plausibile.

Ci sono giornalisti indipendenti fuori dalla Russia che si divertono a smascherare i filmati diffusi ogni giorno dalla televisione riguardanti il presidente.

 Sono immagini registrate giorni prima.

 Le chiamiamo “conserve”.

Putin viene sempre ripreso in uno dei suoi uffici fotocopia, ma a volte si vedono dei dettagli che non quadrano (una pianta più bassa rispetto al giorno prima) e sembrerebbe che queste “conserve” ultimamente siano molto presenti in televisione.

Inoltre la realtà alimenta questa paranoia perché, come hanno dimostrato i fatti, ci sono missili e droni ucraini che possono raggiungere Mosca e altre località.

Certo, ci sono i sistemi di difesa antiaerea installati lungo la Moscova su diversi edifici del Cremlino, ma non basta.

 E quindi il 9 maggio per la festa della Vittoria, una festa sacra, la vittoria sul nazismo: questa volta ci saranno pochissimi mezzi militari, non ci saranno allievi ufficiali, l’accesso alla Piazza Rossa sarà estremamente ridotto e non ci saranno deputati della Duma a San Pietroburgo, dove le sfilate sono limitate a 300 persone”.

 

Vladimir Putin sarebbe anche molto sospettoso del suo entourage. Di chi si fida il presidente russo?

 

“Credo che si fidi di alcuni amici di vecchia data, come i fratelli Rosenberg, due oligarchi.

Si conoscono dall’infanzia.

Probabilmente si fida anche dei capi dei servizi di sicurezza come Alexander Bortnikov direttore dell’FSB, l’intelligence russa.

Ma è anche possibile che diffidi di tutti, perché la vicenda che ruota attorno all’ex ministro della Difesa Sergej Shogun deve averlo marcato.

 Il clan Shogun - mi riferisco a personaggi poco raccomandabili vicini al generale - ha rubato una quantità di fondi e mezzi inimmaginabile e penso che questa vicenda (Shogun era comunque un suo amico intimo) faccia sì che non si fidi completamente di nessuno”.

 

Viene riportato anche un certo malcontento da parte di ufficiali russi di alto livello che si sentono poco protetti.

Ne sono morti alcuni in attentati su suolo russo.

Sempre le fonti citate dal Financial Times dicono che Putin teme un colpo di Stato.

È uno scenario plausibile?

 

“Ho sempre avuto dei dubbi sul fatto che un colpo di Stato fosse realmente possibile nella Russia di Putin, perché tutto è controllato in modo tale che è tecnicamente estremamente difficile.

D’altra parte, ora in gran parte della popolazione, c’è un malcontento che non è mai stato così forte da diversi anni.

Questo malcontento è legato al fatto che internet è stato quasi completamente interrotto.

Sono stati bloccati i social network, che erano molto popolari in Russia, ed è molto difficile usare le VPN, quegli strumenti informatici che permettono di aggirare i blocchi del web.

 Non si può più chiamare un taxi, fare pagamenti, ordinare merce via internet.

Non è solo una questione di libero accesso all’informazione, ma c’è il problema del funzionamento quotidiano delle imprese.

 È l’economia che ne risente.

Quindi la gente è scontenta, come anche la popolazione patriottica.

Il “mondo Z”, come viene chiamato, i blogger che non vedono progressi nella guerra.

 Al contrario, ci sono sempre più morti e feriti e attacchi ucraini a raffinerie, depositi di carburante e fabbriche militari.

 I russi, per la prima volta da quando è iniziata questa guerra, da 1 o 2 mesi, non sentono più che il conflitto sia da qualche parte lontano e che riguardi solo chi ha firmato per andare al fronte, ma chiunque può essere toccato.

Per Putin la sofferenza e l’insoddisfazione della popolazione non significano granché, ma non si può completamente escludere che se in alcuni ambienti vicini al potere ci fossero tentativi di scalzare Putin, l’insoddisfazione popolare potrebbe forse, e sottolineo quel forse, fungere da catalizzatore”.

(Putin: l'arma nucleare "è una priorità.)

 

 

 

 

Gruber (ex CEO UBS e CS):

“sbagliato intromettersi in Ucraina.”

Swissinfo.ch – (30 luglio 2026) – Gruber, Ceo UBS – Redazione – ci dice:

 

È sbagliato intromettersi in Ucraina: lo sostiene Oswald Gruber, il banchiere probabilmente più celebre della Svizzera, protagonista di una carriera decennale che lo ha portato ai vertici prima di Credit Suisse (CS) e poi di UBS.

(Keystone-ATS). L’82enne lancia un j’accuse contro la politica di potenza americana, la burocrazia di Bruxelles e l’avvicinamento di Berna all’Ue, difendendo una linea di distacco dal conflitto ucraino, di cooperazione economica con la Russia e di rigorosa indipendenza elvetica.

 

“Ciò che mi preoccupa di più è la campagna propagandistica che ruota attorno all’Ucraina”, afferma l’ex dirigente in un’intervista pubblicata oggi dalla Weltwoche.

 “Helmut Schmidt una volta ha detto che noi europei abbiamo un fervore missionario nel voler interferire nella politica di altri paesi: faremmo meglio a restare a casa nostra. Si potrebbe anche considerare l’Ucraina come una questione tra la Russia e l’Ucraina stessa, che storicamente ha sempre fatto parte della Russia. Perché crediamo di doverci intromettere? Questo ha a che fare solo con la politica di potenza”.

 

Questa guerra ha indebolito la nostra economia e alla fine non porterà a nulla, se non a molti morti”, prosegue l’ex presidente della direzione di CS (2003-2007) e UBS (2009-2011).

 “Inoltre bisogna rendersi conto di una cosa: si può fare guerra contro una potenza nucleare solo se si dispone dello stesso potenziale di deterrenza atomica”.

 

Gruber, che ha trascorso i primi anni di vita nell’allora Germania dell’Est, prima di scappare all’ovest nel 1952 all’età di otto anni, rimpiange la scelta di interrompere i rapporti economici con Mosca.

 “Avere la Russia come fornitore di materie prime per le nostre industrie di trasformazione aveva assolutamente senso.

La combinazione migliore sarebbe stata:

materie prime dalla Russia, lavorazione da noi e così portare la Russia in una dipendenza economica dall’Europa.

 Allora avremmo avuto più influenza.

La Russia, con il successo economico che ne sarebbe derivato, non avrebbe avuto interesse a una leadership dittatoriale. Invece ci siamo scollegati”.

E sulle responsabilità dello scontro, l’ex banchiere punta il dito contro Washington.

“Gli Usa influiscono sulla politica mondiale e non vogliono che l’Europa giochi.

Un’Europa forte con la Russia come fornitore di materie prime sarebbe diventata economicamente così potente che Washington non poteva permetterlo.

 Hanno i loro mezzi e modi, come abbiamo visto quando il Nord Stream 2 è stato reso inutilizzabile, persino con l’annuncio dell’allora presidente americano Joel Biden.

Noi siamo così ingenui da credere che sia tutto a posto”.

 

L’imprenditore attacca frontalmente Bruxelles.

 “L’Ue, come è oggi, non è stata pensata da nessuno.

 Un grosso problema è che nel Parlamento europeo siedono tutti quei politici che nel loro paese non sono più stati eletti o non vengono eletti.

 Si sospinge praticamente la seconda fila a Bruxelles.

L’Ue è diventata uno stato di funzionari con un tribunale proprio, che emana continuamente nuove leggi.

E poi paesi come la Germania, che già soffocano nel loro stesso mare di normative, si lamentano di dover rispettare anche quelle dell’Ue.

Non sarei sorpreso se nei prossimi cinque anni un governo tedesco pensasse ad alta voce all’uscita dall’Unione europea, o almeno a un taglio sostanziale dei contributi”.

 

Gruber mette anche in guardia i leader del vecchio continente riguardo alla successione di Donald Trump. “Non sarà presidente ancora a lungo, ma la sua eredità – gestita dai repubblicani – durerà più di quanto l’Europa pensi.

 I politici europei dovrebbero stare attenti a ciò che dicono oggi sull’America.

Un giorno li raggiungerà”.

E ricorda un’occasione mancata:

“Una delle più grandi opportunità che l’Europa ha clamorosamente perso è stata quando gli Stati Uniti, in Medio Oriente contro l’Iran, hanno chiesto aiuto agli europei.

La logica era che gli europei avrebbero dovuto partecipare, perché sarebbero stati i più colpiti se l’Iran avesse avuto bombe atomiche.

 Con la Corea del Nord si è negoziato per cinquant’anni: oggi hanno 50 ordigni nucleari.

Quando l’Iran ne avrà 50, vorrò sentire le urla dell’Ue: ma allora sarà troppo tardi”.

E la Svizzera?

 “Molto va bene e sono un grande patriota”, risponde l’intervistato.

 “Ma ciò che mi preoccupa è l’avvicinamento all’Ue.

 Se confronto la Confederazione con qualsiasi altro stato dell’Unione europea non ne trovo nemmeno uno in cui mi piacerebbe vivere altrettanto volentieri.

Sono tutti peggiori:

dal punto di vista economico, in termini di ricchezza, con un debito maggiore.

Perché vogliamo aderire a questa unione?

Come pesce piccolo in un grande stagno, diventeremmo parte di quello stagno.

Il benessere verrà ridistribuito:

l’Europa è campionessa mondiale nella ridistribuzione, è l’unica cosa che sa fare davvero bene.

E i nuovi trattati cambieranno il nostro sistema politico:

 ci allontaneremo dalla volontà popolare espressa tramite votazioni, perché nell’Ue questo non esiste.

L’Unione europea contesterà le leggi che non le vanno a genio.

La Corte di giustizia europea deciderà:

‘Questa votazione non è valida perché è contraria al diritto dell’Ue;

di conseguenza, il testo sottoposto al popolo verrà concordato in anticipo con l’Ue”.

 

Per Gruber ci si dovrebbe chiedere chi ha bisogno dei nuovi accordi con Bruxelles o, meglio ancora, chi li vuole. “Sono le grandi multinazionali e le grandi aziende che, principalmente per motivi fiscali, sono qui e rimarranno finché le imposte qui saranno più basse:

 sosterranno la campagna referendaria con milioni, perché sono le uniche vincitrici”, sostiene.

 

Sul fallimento della Credit Suisse, l’ex CEO non nasconde l’amarezza.

 “È stata probabilmente l’unica possibilità che rimaneva. Ma è un peccato che per dieci anni si sia guardato come CS si autodistruggeva.

Mi sarei aspettato di più dalle autorità di vigilanza.

 Negli Usa e in Inghilterra lo stato si preoccupa di chi guida una grande banca, si parla regolarmente con il presidente della direzione e il consiglio di amministrazione, ci si assicura che ci siano i manager giusti; qui purtroppo non accade”.

C’era uno scenario alternativo: “Una via d’uscita ci sarebbe stata:

la Banca Nazionale rileva Credit Suisse, mette al comando il management giusto e dopo cinque anni la riporta sul mercato.

La piazza finanziaria sarebbe ora più forte”.

 

Ai giovani, Gruber dà un consiglio.

 “Se volete avere successo, dovete amare ciò che fate. Dovete avere l’ambizione di essere i migliori.

Se fate il lavoro solo perché qualcuno ha detto che si può diventare ricchi, non accadrà”.

 E sul senso della vita, l’ex banchiere risponde con pragmatismo:

 “Organizzare la vita in modo che ci piaccia. È già abbastanza faticoso per ognuno.

Alcuni attraversano un’intera vita che in realtà non vogliono e spesso incolpano gli altri.

Ma bisogna fin dall’inizio plasmare la propria vita, con tutte le difficoltà, come la si vuole.

 Chi lo fa è più soddisfatto e vive più a lungo”, conclude.

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