I negazionisti del calore.
I
negazionisti del calore.
Da
Trump a Salvini:
Le
perle del negazionismo
Climatico.
Ilfattoquotidiano.it
– (24 giugno 2026) – Luisiana Gaita – Ambiente -Redazione: ci dice:
L’Italia
soffoca sotto le isole di calore. Da Trump a Salvini, da Franco Prodi a
Vittorio Feltri: ecco le perle di saggezza del negazionismo climatico.
Per il
presidente Usa "il riscaldamento globale è una bufala".
L'alluvione in Emilia Romagna? Per il senatore
Lucio Malan (Fratelli d'Italia) "è tutto già visto".
Il leader del Carroccio: "Quando fa
caldo, si sta all'ombra".
L’Italia
soffoca sotto le isole di calore.
Da
Trump a Salvini, da Franco Prodi a Vittorio Feltri: ecco le perle di saggezza
del negazionismo climatico.
Dai
post del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump (“Il riscaldamento globale,
che grande bufala”), alle massime del vicepremier Matteo Salvini (“Fa caldo, è
luglio”).
Passando attraverso le indimenticabili parole
pronunciare dal senatore di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, dopo l’alluvione
che colpì l’Emilia-Romagna.
Bilancio
complessivo:
17
vittime, oltre 36mila sfollati e danni tra gli 8,5 e i 10 miliardi di euro. Ma
per Malan era “tutto già visto”.
Da ricordare anche lo scambio di battute
andato in onda nel 2023 tra l’ex conduttore di Rete 4, Andrea Giambruno,
all’epoca anche compagno di Giorgia Meloni, e Vittorio Feltri:
“Direttore, la notizia, ammesso che tale sia,
è che a luglio fa caldo e probabilmente a dicembre nevicherà”.
Dal
2024, poi, dopo altre devastanti alluvioni, milioni persi a causa della siccità
e dei raccolti andati persi, si sono tutti – o quasi – dati una regolata,
passando dal negazionismo della prima ora al neo-negazionismo, incentrato sul
contestare costi e tempistiche delle politiche di transizione ecologica.
Chissà cosa pensano davvero, però,
negazionisti e neo-negazionisti delle temperature di questi giorni.
Non
solo in Europa.
Negli
Usa le ondate di calore intense minacciano oltre 150 milioni di persone.
È
tutto già visto?
Continua
a non esserlo per la scienza.
La
piattaforma scientifica internazionale “Clima Metter” calcola che, a causa
delle emissioni di gas serra, le temperature associate all’attuale
configurazione meteorologica sono di circa 2-4 °C più elevate di quanto
sarebbero state in condizioni meteorologiche simili durante la seconda metà del
XX secolo.
A Parigi, si stimano circa 2,4 °C in più, a
Milano +3,8 °C e a Saragozza +4 °C.
Questo
dice la scienza, qualsiasi cosa postino Trump o Salvini.
Ecco, però, una rassegna di alcune delle
dichiarazioni più emblematiche rispetto al cambiamento climatico.
Donald
Trump, dall’appello (quasi) dimenticato alle teorie del complotto.
Per
Trump il cambiamento climatico è una bufala.
Ha
ritrattato sì, ma poi è tornato sui suoi passi alla stessa velocità con cui è
uscito dagli Accordi di Parigi.
E pensare
che nel 2009, insieme a decine di leader aziendali americani e ai suoi tre
figli maggiori, Donald Jr., Ivanka ed Eric, anche Trump firmò un appello
rivolto all’allora presidente Barack Obama e al Congresso, pubblicato come
annuncio a pagamento sul New York Times.
“Se non agiamo ora, è scientificamente
inconfutabile che ci saranno conseguenze catastrofiche” recitava la lettera.
Oggi sembra fantascienza.
Il 6
novembre 2012, appena tre anni dopo, Trump postò su Twitter le seguenti parole:
“Il concetto di riscaldamento globale è stato
creato dalla e per la Cina allo scopo di rendere l’industria manifatturiera
statunitense non competitiva”.
Ottobre 2014:
“Appena uscita. Le calotte polari sono alle
massime altezze di tutti i tempi, la popolazione di orsi polari più forte che
mai. Dove diavolo è il riscaldamento globale?”.
Da allora, ha detto di tutto e, a settembre
2025, all’Assemblea Generale dell’Onu ha definito la lotta climatica “la più
grande truffa mai perpetrata sul mondo”.
Per
l’ex presidente “Václav Klaus” il riscaldamento globale è un “falso mito.”
Le
posizioni dell’ex presidente della Repubblica Ceca, Václav Klaus, sono sempre
state scettiche e negazioniste.
Ha
definito il riscaldamento globale un “falso mito” e un’ideologia simile a una
religione.
Le sue tesi principali sono racchiuse nel suo
saggio “Pianeta blu in catene verdi”, nel quale spiega come l’allarme climatico
non sarebbe basato su dati scientifici solidi, ma su un’agenda politica mirata
a limitare il libero mercato.
Mentre
Klaus nega l’esistenza di un’emergenza, considerando i mutamenti in corso come
normali fluttuazioni naturali.
Matteo
Salvini senza freni.
In
Italia, pur rifiutando l’etichetta di negazionista del clima, il vicepremier
Matteo Salvini in realtà ha fatto scuola.
L’ironia sulle temperature è stata una delle
sue armi più taglienti.
A
maggio 2019, sette mesi dopo la pubblicazione del “rapporto del Gruppo
intergovernativo sul cambiamento climatico” che avrebbe cambiato la percezione
stessa del mondo sulla gravità della situazione, durante un comizio a Milano,
Salvini ha dichiarato:
“Accendo
la televisione e il problema fondamentale è il riscaldamento globale… stiamo
qua col cappotto.
Fa un
freddo pazzesco in Italia, portatemi il riscaldamento globale”. Altra perla di
saggezza, a luglio 2023, durante una convention estiva: “D’estate fa caldo,
d’inverno fa freddo. Mio nonno mi diceva che quando fa caldo bisogna stare
all’ombra”.
C’è poi la teoria salviniana dei cicli
naturali, secondo la quale lo scioglimento dei ghiacciai non dipende dal
riscaldamento globale dovuto alle emissioni di gas serra e, quindi, alle
attività umane.
Sempre
a luglio 2023, durante un comizio alla scuola politica della Lega: “Io adoro la
montagna.
E quando vai sull’Adamello e sul Tonale e vedi
i ghiacciai che si ritirano anno dopo anno ti fermi a pensare, poi studi la
storia e vedi che sono cicli.
Il ghiaccio non arretra perché Capezzone sgasa
con la sua Golf turbo”. Pochi mesi dopo, partecipando all’assemblea della
Confederazione Italiana Agricoltori, è tornato sul contributo dell’uomo al
riscaldamento globale:
“L’uomo influisce sul cambiamento climatico?
Sì, ma come un raffreddore durante un temporale”.
Negli ultimi anni, le sue dichiarazioni sono
tutte contro le misure del Green Deal che, di fatto, è stato smantellato.
Il
senatore Malan, tra la rilettura dei disastri alla gaffe sul livello del mare.
Il
capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, Lucio Malan, ha più volte espresso
la sua opinione rispetto al cambiamento climatico. Indimenticabile un commento
lasciato sui social nel 2012, poco dopo il suo passaggio da Forza Italia a
Fratelli d’Italia, dopo un servizio andato in onda a “Uno Mattina”.
Si
parlava di Fair-Bourne, centro sulla costa del Galles del Nord che entro il
2055 rischia di essere sommerso dalle acque.
“Sarebbe
il primo (villaggio, ndr) a scomparire a causa del cambiamento climatico perché
è sul mare.
Ma il
mare non è tutto allo stesso livello?” domandava con ironia.
Eh no.
A sue
spese Malan ha scoperto che il mare non è tutto allo stesso livello ma, quando
si parla di ” livello del mare” ci si riferisce a una media.
Tra l’altro, questo innalzamento avrà effetti
diversi a seconda dei territori, della loro morfologia, della presenza di
barriere naturali o artificiali e di insediamenti urbani.
Dopo la gaffe, Malan non ha fatto marcia
indietro.
“Il
riscaldamento globale non perdona” ha commentato nel 2023 dopo una nevicata a
Ragusa, in Sicilia.
Il
culmine lo ha raggiunto dopo le alluvioni che hanno colpito l’Emilia-Romagna
nel 2023 (“Il cambiamento climatico non è un dogma”).
Per Malan non c’era una correlazione diretta
con l’emergenza climatica, ma si trattava di fenomeni “già visti”, come
l’alluvione di Firenze del 1966 o il disastro del Polesine.
Nessun
cenno, però, ai dati sulla frequenza con cui questi eventi si stanno
verificando, che è proprio il focus su cui si concentrano gli scienziati.
Per la
cronaca, nella seconda fase delle alluvioni, tra il 15 e il 17 maggio di
quell’anno, sono esondati completamente 21 tra fiumi e corsi d’acqua,
sommergendo completamente o in parte 37 comuni.
Il
leghista Claudio Borghi se l’è presa con le centraline.
Nevicate
estive e freddo fuori stagione sono i campi di atterraggio preferiti per le
battute social del leghista, Claudio Borghi.
Ad
agosto 2023, sui propri canali social e in un’intervista al quotidiano La
Verità, il senatore del Carroccio è arrivato a sollevare dubbi sul metodo con
cui erano state calcolate le temperature in Sicilia durante l’ondata di quei
giorni (47 gradi raggiunti a Palermo).
“Aeroporto
di Lamezia.
Diciamo
che, se il dato è giusto, mettere una centralina meteo sopra un distributore di
carburanti in aeroporto non mi sembra un’ottima idea” ha scritto su Twitter.
Secondo
il senatore, le centraline sarebbero state installate in luoghi poco adatti per
“favorire il gioco degli eco-ansiosi”.
In quella occasione è intervenuto l’Istituto
Nazionale di Astrofisica (INAF) precisando che la vicinanza con i
condizionatori era stata oggetto di alcune verifiche incrociate e che le
centraline erano perfettamente a norma.
Cosa è
cambiato per Borghi? Molto poco se a febbraio 2026, in occasione di
Milano-Cortina e dopo le polemiche sulla presenza della neve, ha così
commentato su “X”: “Ma cosa ci fa tutta quella neve sugli alberi attorno alla
pista dello speciale a Bormio?
Ma non
c’era mica il tipo in canottiera per il cambiamento climatico?”.
Nicola
Procaccini e l’interpretazione dei dati di Copernico.
Il
cambio di registro avvenuto negli ultimi anni è ben comprensibile da alcune
esternazioni di Nicola Procaccini, europarlamentare e responsabile Ambiente di
Fratelli d’Italia sui dati, pubblicati tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026
dal Servizio Climatico Copernico.
“La temperatura della Terra si è raffreddata
nell’ultimo anno secondo Copernico, il sistema di monitoraggio meteo
dell’Unione Europea.
La
temperatura globale nel 2025 è scesa sia rispetto al 2024 che al 2023” ha
commentato, domandandosi come mai non trovasse la notizia sugli organi di
informazione internazionali.
Forse
perché il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato a livello
globale. Per inciso, solo di 0,01 °C più freddo del 2023 e di 0,13 °C più
freddo del 2024, l’anno più caldo mai registrato.
Franco
Prodi e l’articolo negazionista poi ritirato.
Tra i
negazionismi del clima c’è anche il fisico dell’atmosfera “Franco Prodi”,
fratello dell’ex premier Romano Prodi.
Insieme
ad altri ricercatori dell’Istituto nazionale di fisica nucleare – Gianluca
Alimonti, Luigi Mariani e Renato Angelo Ricci – ha firmato uno studio
pubblicato a gennaio 2022 sulla rivista scientifica” European Physical Journal
Plus” dell’editore “Springer Nature”, da non confondere con la prestigiosa
rivista Nature.
Il
senatore Malan citava proprio Prodi e il suo studio commentando l’alluvione che
aveva devastato l’Emilia Romagna.
La
tesi centrale dei quattro scienziati era che, sulla base dell’analisi dei dati
storici osservati, la crisi climatica non fosse ancora evidente.
Un’indagine
giornalistica di AFP (Agence France-Presse) portò a una revisione affidata a
esperti del settore e, nell’agosto del 2023, lo studio fu ritirato.
Il
cambiamento climatico secondo Giambruno, Feltri e Ferrara.
Meritano
un accenno anche alcune dichiarazione di giornalisti in tema di cambiamento
climatico.
“A
luglio fa caldo da secoli, facciamocene una ragione” scriveva Giuliano Ferrara
su “Il Foglio” nel 2022.
Va citata anche una puntata della trasmissione
‘Diario del giorno’, andata in onda a luglio 2023 e condotta da Andrea
Giambruno, allora anche compagno di Giorgia Meloni.
In
Italia, come in questi giorni, si registravano temperature record, tanto da
dedicare al tema tutta la puntata, ma per Giambruno gli effetti
dell’anticiclone africano non erano “poi una grande notizia”.
E
ancora: “Secondo gli ambientalisti la colpa è di noi cittadini che non ci
curiamo dell’ambiente”.
E Vittorio Feltri: “Gli ecologisti sono dei
conformisti che parlano di caldo record, ma è sempre stato così a partire dagli
anni Ottanta.
A me
del caldo non interessa, non lo soffro e non sudo nemmeno…”. Sono state le
giornaliste Caterina Collovati e, inviata a Bari, Rossella Grandolfo a invitare
ad ascoltare gli scienziati.
“Purtroppo va data ragione agli scienziati del
Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell’Onu – spiega Grandolfo –
che studiano tutto questo e che purtroppo per tutti noi hanno confermato che le
ondate di calore rispetto agli anni Ottanta sono aumentate e soprattutto si
sono ravvicinate di gran lunga”.
Missili
a un passo dalla Cina:
perché
gli USA spostano
gli
Hellfire nel cortile cinese
msn.com
– IlGiornale.it - Storia di Federico Giuliani – (03 – 07 -2026) – Redazione –
ci dice:
Missili
a un passo dalla Cina: perché gli Usa spostano gli Hellfire nel cortile cinese.
Gli
Stati Uniti hanno rafforzato l'arsenale militare di Singapore con una nuova
fornitura di missili Hellfire, uno dei sistemi aria-superficie più diffusi al
mondo.
Il
Dipartimento di Stato americano ha autorizzato la vendita di altri 24 missili
AGM-114R Hellfire per un valore di 22,3 milioni di dollari, portando a 67 il
numero complessivo di ordigni inclusi nei due pacchetti approvati negli ultimi
mesi.
Prodotti
da Lockheed Martin, gli Hellfire sono missili guidati di precisione impiegati
contro mezzi corazzati, postazioni fortificate e altri obiettivi terrestri.
A
utilizzarli sarà l'Aeronautica militare di Singapore, che li integra tra i suoi
elicotteri d'attacco AH-64D Apache Longo.
Missili
Usa a Singapore.
Come
ha sottolineato CNA, il Ministero della Difesa di Singapore ha spiegato che
l'acquisto rientra nella strategia di lungo periodo per mantenere elevate la
prontezza operativa e le capacità di addestramento delle forze armate.
Oltre
ai missili, il pacchetto comprende ricambi, aggiornamenti per i lanciatori,
servizi di manutenzione, supporto tecnico, assistenza logistica, software,
pubblicazioni specialistiche e programmi di formazione.
Il
solito Dipartimento di Stato americano ha precisato che la vendita “non
altererà l'equilibrio militare di base nella regione”, ma che contribuirà a
rafforzare la sicurezza di un alleato considerato essenziale per la stabilità
politica ed economica dell'Asia.
Washington ritiene inoltre che Singapore non
avrà difficoltà a integrare il nuovo equipaggiamento nelle proprie forze
armate, già addestrate all'impiego del sistema Hellfire.
Ricordiamo
che Singapore occupa una posizione strategica all'ingresso dello Stretto di
Malacca, uno dei principali snodi del commercio mondiale e passaggio obbligato
tra Oceano Indiano e Mar Cinese Meridionale. Pur mantenendo una politica estera
improntata all'equilibrio tra Usa e Cina, la città-Stato rappresenta da decenni
uno dei partner militari più affidabili di Washington nel Sud-est asiatico.
La
strategia di Washington
L'invio
di nuovi missili a Singapore va a potenziare la capacità di deterrenza di un
Paese situato nel cuore dell'Indo-Pacifico, proprio mentre la competizione tra
Stati Uniti e Cina continua ad allargarsi dal piano economico a quello
militare.
Negli
ultimi anni Washington ha intensificato la cooperazione con gli alleati
dell'area attraverso esercitazioni militari congiunte, nuove forniture di
armamenti e una presenza navale sempre più costante.
Di
recente Washington ha deciso inoltre di investire circa 30 milioni di dollari
per realizzare nuovi depositi logistici permanenti per il Corpo dei Marines nel
sud-est dell’Australia.
Al
centro delle preoccupazioni americane, a proposito di missili, c’è il DF-26,
soprannominato da tempo “Guam Killer”.
Si
tratta di un missile cinese balistico a raggio intermedio capace di colpire
obiettivi fino a circa 4.000 chilometri di distanza, portando all’interno del
suo raggio d’azione infrastrutture fondamentali come la base aerea di Andersen,
i depositi di carburante e i centri di comando presenti sull’isola.
A
turbare gli Usa troviamo anche l’evoluzione del programma DF-27, un sistema che
potrebbe estendere ulteriormente la capacità di attacco cinese grazie a una
gittata stimata tra 5.000 e 8.000 chilometri e a possibili caratteristiche
ipersoniche.
Missili
a un passo dalla Cina: perché gli USA spostano gli Hellfire nel cortile cinese.
Sotacarbo.it
- Storia di Federico Giuliani – (13 settembre 2023) – Redazione – ci dice:
Missili
a un passo dalla Cina: perché gli Usa spostano gli Hellfire nel cortile cinese.
Gli
Stati Uniti hanno rafforzato l'arsenale militare di Singapore con una nuova
fornitura di missili Hellfire, uno dei sistemi aria-superficie più diffusi al
mondo.
Il Dipartimento di Stato americano ha
autorizzato la vendita di altri 24 missili AGM-114R Hellfire per un valore di
22,3 milioni di dollari, portando a 67 il numero complessivo di ordigni inclusi
nei due pacchetti approvati negli ultimi mesi.
Prodotti
da Lockheed Martin, gli Hellfire sono missili guidati di precisione impiegati
contro mezzi corazzati, postazioni fortificate e altri obiettivi terrestri.
A utilizzarli sarà l'Aeronautica militare di
Singapore, che li integra nei suoi elicotteri d'attacco AH-64D Apache Long-bow.
Missili
Usa a Singapore.
Come
ha sottolineato CNA, il Ministero della Difesa di Singapore ha spiegato che
l'acquisto rientra nella strategia di lungo periodo per mantenere elevate la
prontezza operativa e le capacità di addestramento delle forze armate.
Oltre
ai missili, il pacchetto comprende ricambi, aggiornamenti per i lanciatori,
servizi di manutenzione, supporto tecnico, assistenza logistica, software,
pubblicazioni specialistiche e programmi di formazione.
Il
solito Dipartimento di Stato americano ha precisato che la vendita “non
altererà l'equilibrio militare di base nella regione”, ma che contribuirà a
rafforzare la sicurezza di un alleato considerato essenziale per la stabilità
politica ed economica dell'Asia.
Washington
ritiene inoltre che Singapore non avrà difficoltà a integrare il nuovo
equipaggiamento nelle proprie forze armate, già addestrate all'impiego del
sistema Hellfire.
Ricordiamo
che Singapore occupa una posizione strategica all'ingresso dello Stretto di
Malacca, uno dei principali snodi del commercio mondiale e passaggio obbligato
tra Oceano Indiano e Mar Cinese Meridionale.
Pur mantenendo una politica estera improntata
all'equilibrio tra Usa e Cina, la città-Stato rappresenta da decenni uno dei
partner militari più affidabili di Washington nel Sud-est asiatico.
La
strategia di Washington.
L'invio
di nuovi missili a Singapore va a potenziare la capacità di deterrenza di un
Paese situato nel cuore dell'Indo-Pacifico, proprio mentre la competizione tra
Stati Uniti e Cina continua ad allargarsi dal piano economico a quello
militare.
Negli
ultimi anni Washington ha intensificato la cooperazione con gli alleati
dell'area attraverso esercitazioni militari congiunte, nuove forniture di
armamenti e una presenza navale sempre più costante.
Di
recente Washington ha deciso inoltre di investire circa 30 milioni di dollari
per realizzare nuovi depositi logistici permanenti per il Corpo dei Marines nel
sud-est dell’Australia.
Al
centro delle preoccupazioni americane, a proposito di missili, c’è il DF-26,
soprannominato da tempo “Guam Killer”.
Si
tratta di un missile cinese balistico a raggio intermedio capace di colpire
obiettivi fino a circa 4.000 chilometri di distanza, portando all’interno del
suo raggio d’azione infrastrutture fondamentali come la base aerea di Andersen,
i depositi di carburante e i centri di comando presenti sull’isola.
A
turbare gli Usa troviamo anche l’evoluzione del programma DF-27, un sistema che
potrebbe estendere ulteriormente la capacità di attacco cinese grazie a una
gittata stimata tra 5.000 e 8.000 chilometri e a possibili caratteristiche
ipersoniche.
I
negazionisti del clima:
falsità
e pregiudizi.
Sotacarbo.it
– (6 -11- 2024) – Redazione – ci dice:
Sui
cambiamenti climatici siamo tutti d'accordo. O forse no?
Viaggio
negli argomenti "forti" di coloro che negano il riscaldamento globale
e i suoi effetti.
La
negazione della scienza.
1. Da
sempre il clima cambia: prova ne sono i resoconti storici.
2. Non
è vero che la concentrazione di CO2 in atmosfera sta crescendo.
3.
Anche ammesso che la CO2 in atmosfera stia crescendo, non ci sono prove del suo
impatto sul clima.
4.
Come si può parlare di riscaldamento globale quando ad agosto fa così freddo?
5. Il
reale riscaldamento è molto minore di quello previsto dagli scienziati.
6. Il
riscaldamento è dovuto a fenomeni naturali: l’impatto dell’uomo sul pianeta è
trascurabile.
7. È
vero: il clima cambia, ma è un bene.
Il
ruolo degli esperti.
Gli
effetti del riscaldamento globale sono ormai sotto gli occhi di tutti.
O meglio: di quasi tutti, dal momento che
alcuni esperti o sedicenti tali continuano, per interessi specifici o più
semplicemente per limitata capacità di visione d’insieme, a negare l’evidenza.
E sono
tipicamente seguiti a ruota da chi è pronto, per le ragioni più svariate
(politiche, economiche, commerciali), a cavalcare l’onda. Proprio poche
settimane fa ha avuto un discreto risalto, nella stampa italiana, la presa di
posizione del noto geologo e divulgatore scientifico “Mario Tozzi”, che ha
dichiarato apertamente di non voler partecipare più a dibattiti pubblici nei
quali dovessero essere coinvolti i cosiddetti “negazionisti del clima”.
La cui presenza ha forse un certo interesse
dal punto di vista di chi deve animare il dibattito, ma le cui posizioni sono
in forte contrasto con la realtà dei fatti e con l’approccio scientifico.
Ma chi
sono in sostanza, e cosa sostengono, i negazionisti del clima?
Prima
di provare a fare chiarezza e discutere punto per punto le principali tesi
negazioniste occorre fare una breve premessa.
Elementi
che portano spesso a uno stravolgimento della percezione, come dimostrato già
dieci anni fa dai risultati di uno studio sociologico proprio sul clima,
pubblicati dal quotidiano inglese “The Guardian” (18 maggio 2013).
Se
nella realtà la quasi totalità degli scienziati del clima (allora rappresentava
“solo” il 97%, oggi il consenso è pressoché unanime) vede il riscaldamento
globale come un problema, la percezione del pubblico intervistato era
completamente diversa: secondo gli intervistati, solo il 45% degli esperti
riconosceva il problema.
Quali
le argomentazioni?
Ma
quali sono le argomentazioni dei negazionisti del clima?
Posto
che un elenco completo ed esaustivo è pressoché impossibile, proviamo a
elencare le principali, che, come si può facilmente notare, son tutt’altro che
coerenti l’una con l’altra.
E proviamo a dare, per ciascuna,
un’argomentazione, ben sapendo che, come è stato ampiamente dimostrato proprio
dagli studi sociologici di cui sopra, i negazionisti climatici, spinti da
reazioni irrazionali, non si convertono certo con dati scientifici e
ragionamenti logici.
La
negazione della scienza.
Partiamo
da un presupposto:
il metodo scientifico, secondo la definizione
che ne dà l’Enciclopedia Treccani, “si basa sull'osservazione e sulla
sperimentazione, sulla misura, sulla produzione di risultati per
generalizzazione (induzione) e sulla conferma di tali risultati attraverso un
certo numero di verifiche”. Non solo osservazione e deduzione, quindi, ma anche
conferma dell’ipotesi con prove che siano affidabili e replicabili, come
proposto per la prima volta da Galileo Galilei attorno al 1600.
Metodo
non infallibile, ma che consente un’evoluzione graduale, per successive
approssimazioni, della conoscenza scientifica. E che fa della replicabilità
sperimentale quasi un mantra.
Tuttavia,
accanto ad alcune conoscenze scientifiche (soprattutto quelle più direttamente
vicine alla percezione popolare, come quelle sul cambiamento climatico),
sorgono spesso delle teorie negazioniste che mirano, attraverso specifiche
tecniche retoriche, a confondere e spesso ribaltare quanto la comunità
scientifica sostiene in modo pressoché unanime grazie alle evidenze
sperimentali.
Si
tratta di un fenomeno, quello del negazionismo scientifico, il cui studio ha
recentemente riscosso un notevole interesse dal punto di vista sociologico.
Fino alla formulazione, nel 2017, del concetto di
FLICC, acronimo inglese che indica i cinque principali elementi del
negazionismo scientifico:
falsi esperti, errori logici, presunta
necessità di prove scientifiche impossibili da ottenere, conclusioni affrettate
e spesso basate su informazioni parziali o su campioni non rappresentativi
(indicate in inglese come “cherry picking”, letteralmente la raccolta delle
ciliegie) e teorie complottistiche.
Le
cinque caratteristiche dei negazionisti. (Photo credit: skepticalscience.com).
1. Da
sempre il clima cambia: prova ne sono i resoconti storici.
Detta
così non fa una piega. È vero: il clima cambia.
Ci
sono state ere glaciali alternate a periodi più caldi che hanno visto lo
scioglimento dei ghiacci, con il Pianeta che si è sempre in qualche modo
adattato al mutamento del clima.
Un
esempio su tutti: la Groenlandia.
In
inglese si chiama Greenland, territorio verde, mentre oggi siamo abituati al
bianco delle immagini trasmesse dai satelliti.
Ma son
tanti i resoconti storici che parlano di vitigni coltivati in Inghilterra,
vesti leggere in epoca romana, e molto altro.
Attenzione
però: oltre ai cambiamenti climatici globali, estesi all’intero Pianeta, ci
sono stati numerosi effetti del clima che hanno riguardato territori specifici
e quello della Groenlandia – colonizzata da parte dei vichinghi islandesi
attorno al 1000 d.C. – parrebbe essere uno di questi.
La temperatura
media del pianeta viene misurata sistematicamente dal 1880, per cui non abbiamo
dati storici derivanti da misure dirette.
Ma già negli ultimi 140 anni i cambiamenti
sono evidenti, come risulta dai dati pubblicati dal NOAA, l’Amministrazione del
Governo statunitense deputata alla vigilanza di oceani e atmosfera.
Quello
che risulta è un rapido incremento, soprattutto negli ultimi 40 anni, delle
temperature medie.
Insomma:
il clima varia da sempre, localmente e globalmente, ma quello al quale stiamo
assistendo ora è un fenomeno di una rapidità e di una magnitudo mai
verificatesi prima su scala globale.
2. Non
è vero che la concentrazione di CO2 in atmosfera sta crescendo.
Questa
è probabilmente la più grande delle assurdità che si dicono a proposito del
riscaldamento globale.
È assurda perché è assolutamente contraria
all’evidenza scientifica.
È vero: le misure sistematiche della
concentrazione di CO2 nell’aria le abbiamo solo dal 1958 quando, sotto la
direzione del chimico e climatologo statunitense “Charles David Keelung”, venne
inaugurato a Mana Loa, nelle isole Hawaii, il primo osservatorio sul clima.
Quello che è successo in precedenza, però, lo
possiamo vedere dalle impronte lasciate dalla CO2 sulla scena del crimine.
Analizzando
i campioni di ghiaccio depositatisi nelle diverse epoche, soprattutto nelle
calotte polari, gli scienziati del clima sono riusciti a misurare, procedendo a
ritroso, l’andamento della concentrazione di CO2 in atmosfera negli ultimi
800.000 anni.
E i
risultati, anch’essi pubblicati dal NOAA americano, sono a dir poco eclatanti.
La
concentrazione di CO2 in atmosfera è sempre oscillata tra 185 ppm (parti per
milione, ovvero 185 molecole di CO2 su un milione di molecole complessive dei
gas che costituiscono l’atmosfera) delle ere glaciali, circa 800-600.000 anni
fa, e poco meno di 300 ppm.
Un’oscillazione
abbastanza regolare che, oltre a cambiare nel corso dell’anno (principalmente,
nei due emisferi, in corrispondenza delle fasi di maggior crescita della
vegetazione, che assorbe la CO2 dall’aria), ha avuto nei secoli notevoli
incrementi, generalmente abbastanza rapidi, per poi riequilibrarsi
gradualmente. Incrementi dovuti tipicamente a fenomeni naturali, per esempio
grandi eruzioni vulcaniche, seguiti da un lento processo di assorbimento e auto
adattamento.
Tutto
regolare, dunque.
Tutto
regolare fino all’inizio della rivoluzione industriale, quando la
concentrazione di CO2 in atmosfera era prossima (278 ppm) ai valori massimi già
registrati.
Da
allora, tuttavia, cambia tutto, con la concentrazione che schizza fino a ben
oltre le 400 ppm (quest’anno abbiamo toccato il record di 424 ppm), con un
incremento così rapido che, nel diagramma del NOAA relativo agli ultimi 800.000
anni, si percepisce come verticale.
Questa
è l’evidenza scientifica.
Alti e
bassi fino alla rivoluzione industriale e all’uso incontrollato dei
combustibili fossili.
Carbonio
che per centinaia di migliaia di anni è rimasto confinato sottoterra in forma
di carbon fossile, petrolio e gas naturale e che di colpo viene estratto e
riversato in atmosfera sotto forma di CO2.
3.
Anche ammesso che la CO2 in atmosfera stia crescendo, non ci sono prove del suo
impatto sul clima
Anche
questo è totalmente privo di fondamento.
Già nel 1896, in un suo articolo pubblicato sul “Journal
of Science”, il chimico svedese “Svante August Arrhenius” (a cui fu conferito
il premio Nobel per la chimica nel 1903) dimostrò gli effetti della CO2
sull’effetto serra e indicò che un ipotetico raddoppio della concentrazione di
CO2 in atmosfera avrebbe portato a un aumento della temperatura media del
pianeta di circa 5 °C.
“Arrhenius” è stato solo il primo, ma
dopo di lui migliaia di scienziati del clima hanno dimostrato l’impatto della
CO2 sull’effetto serra. Ci limitiamo a un esempio, seppure banale:
il
pianeta Venere ha un’atmosfera molto spessa, composta per il 96% da CO2, e
l’effetto serra porta a una temperatura media di 420 °C. Viceversa, l’atmosfera
di Marte è sottile, con pochissima CO2 e una temperatura media del pianeta
rosso pari a 50 °C sottozero.
4.
Come si può parlare di riscaldamento globale quando ad agosto fa così freddo?
Anche
quest’anno, nel mese di agosto, abbiamo assistito a un repentino crollo delle
temperature, rimaste ben sotto la media stagionale per diversi giorni. Questo
fenomeno è stato indicato da qualcuno come un’evidenza del fatto che il
riscaldamento globale non sia affatto un qualcosa di concreto.
Si
tratta, tuttavia, di un classico esempio del cosiddetto” cherry picking”. Si
osserva un fenomeno locale e limitato per trarne delle conclusioni affrettate e
prive di fondamento se valutate su scala globale.
Secondo
i climatologi, molti di questi fenomeni che portano, nelle zone temperate del
Pianeta, periodi di freddo intenso nella stagione estiva sono invece una
diretta conseguenza del riscaldamento globale: molti derivano infatti da
fenomeni di riscaldamento nelle aree polari, con correnti d’aria più calda che
risalgono (per il principio di Archimede) verso gli strati più alti
dell’atmosfera e che ridiscendono in alcune zone temperate.
Aria
calda rispetto alle temperature dei poli, ma freddissima se confrontata con le
medie del mese di agosto in Europa meridionale.
5. Il
reale riscaldamento è molto minore di quello previsto dagli scienziati.
Questo
è vero, ed è un bene.
I modelli previsionali (che non sono, sia chiaro,
delle sfere di cristallo tramite le quali si può predire con certezza il
futuro) presentano degli scenari, più o meno ottimistici a seconda delle
ipotesi che vengono adottate.
E i
modelli più pessimistici prevedevano aumenti di temperatura ben al di sopra di
quelli che stiamo osservando.
Questo
anche grazie a noi e ai provvedimenti sempre più forti ed efficaci che stiamo
adottando per preservare il clima. Interventi, tuttavia, ancora insufficienti
per limitare gli effetti del riscaldamento globale.
6. Il
riscaldamento è dovuto a fenomeni naturali: l’impatto dell’uomo sul pianeta è
trascurabile.
Che
molti fenomeni naturali contribuiscano al riscaldamento del pianeta l’abbiamo
già visto. Eventi
di vario tipo, tra cui soprattutto grandi eruzioni vulcaniche che hanno
comportato emissioni di enormi quantità di CO2 in atmosfera. Si è trattato in qualche modo di
eventi ciclici, con il Pianeta che si è sempre autoregolato in tempi (decine di
migliaia di anni) che possiamo considerare relativamente brevi.
Quello
che sta succedendo oggi, tuttavia, l’abbiamo visto: dalla rivoluzione
industriale in poi abbiamo superato ogni limite, emettendo ogni anno fino a
oltre 35 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. E la sua concentrazione
in atmosfera ha ormai superato le 420 ppm.
Il
problema è che stavolta non si tratta di emissioni naturali che, sebbene
importanti, perdurano qualche settimana, qualche mese, al massimo qualche anno.
Si
tratta invece di emissioni durature, che dalla fine del XVIII secolo continuano
a crescere senza sosta.
Anche
questa volta, secondo i climatologi, il Pianeta si potrebbe autoregolare.
Ma per
consentirglielo è sempre più urgente azzerare le emissioni antropiche.
Anzi, possibilmente aiutare la natura a
ridurre la concentrazione lasciando più spazio alle foreste e alle tecnologie a
emissioni negative.
7. È
vero: il clima cambia, ma è un bene.
Qui
occorre chiarire un concetto fondamentale: il problema non è l’effetto serra
(senza il quale la vita sulla Terra non potrebbe esistere e si passerebbe da
temperature glaciali la notte a temperature di diverse centinaia di gradi di
giorno), ma l’aumento eccessivo dell’effetto serra dovuto alla concentrazione
sempre maggiore di CO2.
Aumento
dell’effetto serra che potrebbe portare, entro la fine del secolo, a un aumento
della temperatura media del pianeta fino a 3-4 °C. Che non significa solo
inverni più miti e stagione balneare più lunga. Significa alterare
completamente il delicatissimo equilibrio del nostro pianeta.
Stiamo
parlando di temperature medie, ma variazioni ben più consistenti si andrebbero
a verificare nei circoli polari e nelle montagne, con il conseguente
scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento del livello dei mari e
l’intensificazione di fenomeni meteorologici estremi, di cui già oggi vediamo i
primi segnali: uragani, alluvioni, siccità, incendi.
Variazioni
del clima che andrebbero a incidere profondamente su tanti fattori, col rischio
di innescare un circolo vizioso dal quale sarebbe impossibile tornare indietro
(se non, come detto, in tempi dell’ordine delle decine di migliaia di anni).
Gli
esempi son tanti.
Dalla
temperatura superficiale dei mari (la cui alterazione rischia di compromettere
la sopravvivenza della stragrande maggioranza delle forme viventi) all’assenza
di neve sui rilievi (con il conseguente prosciugamento di molte delle attuali
risorse idriche).
Insomma:
la questione non riguarda un maglione in meno da indossare o un bagno in più fuori
stagione. Riguarda la sopravvivenza della vita così come la conosciamo.
Il
ruolo degli esperti.
Gli
esperti, quelli veri, non sono privi di responsabilità.
Le
grandi capacità di indagine in campo tecnico e scientifico non sempre si
accompagnano all’abilità di trasmettere le proprie competenze in modo semplice
e fruibile ai non addetti ai lavori.
Ne conseguono spesso sospetti, paure e una
generale diffidenza della popolazione verso le tecnologie di decarbonizzazione.
Pensiamo,
per esempio, allo stoccaggio geologico dell’anidride carbonica, temuto da molti
come possibile causa terremoti o altre catastrofi naturali.
O come l’idrogeno, considerato da molti come
la panacea di tutti i mali, la soluzione universale al problema, oppure, al
contrario, come una sorta di bomba a orologeria.
Eccessive
paure o eccessivi entusiasmi in un settore che, più di ogni altro, dovrebbe
essere guidato da un’attenta pianificazione e da una grande lungimiranza, ma
che spesso è soggetto, a causa della disinformazione, a frequenti cambi di
rotta dovuti non certo all’avanzamento delle conoscenze, quanto piuttosto ai
sentimenti della popolazione.
Pettina.
(06/11/2024).
Il
negazionismo climatico si evolve:
le
soluzioni della scienza sono inefficaci.
Asvis.it
- Ivan Manzo – (13 febbraio 2024) – Redazione – Alleanza Italiana per lo
Sviluppo sostenibile - ci dice:
Uno
studio condotto nel Regno Unito descrive il passaggio da “vecchie” a “nuove
negazioni”.
Bufale
su auto elettriche e pompe di calore.
Per il
37% dei giovani che usa tanto “Youtube” la narrazione sul clima è
esagerata.
Il
negazionismo climatico si evolve: le soluzioni della scienza sono inefficaci.
Almeno
un terzo dei teenager nel Regno Unito crede che la narrazione scientifica sulla
crisi climatica sia esagerata.
Di
pari passo crescono i contenuti sulla piattaforma di “Google YouTube” che
promuovono una nuova frontiera del negazionismo climatico.
Lo ha rilevato lo studio “The new climate denial”,
pubblicato il 16 gennaio dal Center for counseling digitale house (CCDH), che
descrive come la propaganda negazionista sia passata dal sostenere che il
collasso climatico non sta avvenendo, o non è causato dall’essere umano, a
mettere in discussione le soluzioni al riscaldamento globale.
Lo
studio di CCDH ha infatti scoperto che la maggior parte dei video negazionisti
su YouTube promuove l'idea che le soluzioni climatiche non funzionino, che la
scienza climatica e il movimento climatico non siano affidabili, o che gli
effetti del riscaldamento globale siano addirittura benefici o innocui.
Le
ragazze e i ragazzi compresi tra i 13 e i 17 anni utilizzano YouTube più di
qualsiasi altra piattaforma di social media, con il 71% che lo utilizza
quotidianamente.
I BIG
DEL MONDO DA DAVOS:
“QUESTA
DISINFORMAZIONE MINA LA SICUREZZA GLOBALE.”
"Gli
scienziati hanno vinto la battaglia per informare il pubblico sul cambiamento
climatico e le sue cause, ecco perché chi è contrario all'azione climatica
adesso cambia in modo cinico il suo focus con l’obiettivo di minare la fiducia
screditando le soluzioni e la scienza stessa", ha dichiarato Imran Ahmed,
amministratore delegato del CCDH.
Il 37%
dei giovani che utilizza YouTube per diverse ore si dice scettico.
I
ricercatori hanno raccolto un dataset di trascrizioni di testo da 12.058 video
correlati al clima presenti su YouTube, pubblicati da 96 canali nel corso di
quasi sei anni (dal primo gennaio 2018 al 30 settembre 2023). Nell’analisi è
stato inoltre incluso il risultato di un sondaggio, condotto dalla società “Survoltino”,
che ha rilevato come il 31% dei partecipanti nel Regno Unito di età compresa
tra 13 e 17 anni concordasse con la seguente affermazione:
“il
cambiamento climatico e i suoi effetti vengono intenzionalmente
esagerati".
Un
dato, questo degli scettici, che sale al 37% tra gli adolescenti che utilizzano
la piattaforma per più di quattro ore al giorno.
Il
Rapporto, in sostanza, descrive il passaggio dalla "vecchia
negazione" alla "nuova negazione".
“Questa
mentalità si è infiltrata nella politica britannica, con politici di destra che
hanno fatto campagna per anni per persuadere il pubblico sugli obiettivi di
neutralità climatica, definendoli irrealizzabili e troppo costosi, e sulle
tecnologie come le auto elettriche e le pompe di calore sostenendo che non sono
una soluzione valida”, ha aggiunto Ahmed.
Nel
2018 le negazioni basate sulle soluzioni inefficaci proposte dalla scienza
costituivano il 35% di tutte quelle presenti su YouTube, una cifra che nel
corso del tempo è raddoppiata visto che ora sono la stragrande maggioranza
(70%).
Al
contempo, la quota di vecchie negazioni è scesa dal 65% al 30%.
Tra i
canali che promuovono fake news climatiche troviamo, evidenzia il rapporto, Balzetti
(1,92 milioni di iscritti), Pregerà (3,21 milioni di iscritti) e il canale
personale di “Jordan Peterson” (7,64 milioni di iscritti).
"È
ipocrita per le aziende di social media affermare di essere ecologiche e poi
monetizzare con le bugie sul clima”, ha infine detto Ahmed,
“Le
piattaforme digitali dovrebbero rifiutarsi di amplificare contenuti che minano
la fiducia nella nostra capacità collettiva di risolvere la sfida più urgente
dell'umanità".
Quella del cambiamento climatico.
Guterres:
allarme sulle campagne di disinformazione che ostacolano la transizione
Il
Segretario generale dell’Onu Antonio Guterres a Davos:
caos climatico
e AI “senza guardrail” costituiscono rischi esistenziali.
Combattere i “livelli osceni” delle
diseguaglianze, superare i conflitti e ricostruire la fiducia.
Quando
il negazionista
climatico
delira.
Climateranti.it
– (Gen. 30, 2024) – Maurizio Maugeri – Redazione – ci dice:
Nei 15
anni di attività di Climalteranti abbiamo incontrato tante tesi infondate sul
clima, tanti errori, esagerazioni, fraintendimenti sulla scienza del clima,
oppure le cosiddette bufale.
L’ultimo
articolo pubblicato su “La Verità” da “Franco Battaglia” è invece
classificabile nella categoria dei deliri.
Ne
parliamo perché segna la definitiva sconfitta del negazionismo climatico, ormai
ridotto ad argomenti del tutto inconsistenti, palesemente assurdi.
La tesi dell’articolo è che tutti i dati delle
temperature globali usati dagli scienziati del clima non hanno alcun valore.
Abbiamo
chiesto un commento al Prof. Maurizio Maugeri, fisico dell’atmosfera e uno dei
principali esperti delle serie storiche dei dati delle temperature italiane.
Tra le
tante strampalate argomentazioni proposte dai negazionisti per affermare che
non vi siano cambiamenti climatici in atto, quella proposta da Franco Battaglia
in un articolo pubblicato sul quotidiano La Verità il 18 gennaio 2024,
intitolato “Il mito temperatura media globale non ha nessun valore
scientifico”, merita sicuramente una menzione.
Essa
riesce infatti a collocarsi in una posizione di assoluto rilievo nella
graduatoria delle argomentazioni più assurde.
L’idea
di fondo dell’articolo è quella di affermare che il concetto di temperatura
media planetaria dell’aria non abbia senso e che non abbia quindi senso parlare
di un suo cambiamento.
Come
spesso accade per i negazionisti, anche in questo caso “Franco Battaglia” parte
da premesse che possono avere una propria ragionevolezza.
Egli afferma, infatti, che quando si opera una
media tra diversi numeri occorre farlo in modo corretto e aggiunge che la media
esprime solo parzialmente le caratteristiche di una serie di numeri che possono
essere meglio descritte da un insieme più ampio di indicatori statistici.
Ma è completamente assurdo che da queste
premesse l’autore arrivi poi a dire che non abbia senso mediare le temperature,
prima nel tempo, per arrivare dai valori istantanei a delle medie giornaliere,
mensili e annuali, e poi nello spazio, per arrivare da valori locali a valori
rappresentativi di aree più vaste che possono andare da singole aree
geografiche a intere nazioni o continenti o anche all’intero Pianeta.
Questa
operazione va naturalmente fatta in modo critico e rigoroso, e occorre evitare
errori in ogni passo della procedura, ma è quanto fanno da molti decenni i
climatologi di tutto il mondo (e non solo sui dati delle temperature) per
fornire informazioni di grande importanza per la scienza del clima.
Un
esempio riguarda la possibile non completezza delle serie di dati che si usano
per ottenere una serie media areale:
in
caso di valori mancanti, una semplice media sui dati disponibili ne può
risultare molto influenzata, facendo sì che il segnale mostrato da essa sia più
influenzato dalla presenza di queste lacune che non dal segnale climatico.
È quindi sicuramente necessario che il
processo di costruzione di una serie media areale sia fatto con procedure
rigorose e ben documentate.
Un
metodo molto usato per evitare che una serie media areale possa avere delle
inomogeneità dovute alla presenza di lacune nelle serie delle singole stazioni
consiste nel trasformare queste serie in anomalie, prima di procedere al
calcolo della serie areale.
Le
anomalie sono le variazioni rispetto ad un valore medio di riferimento, e (come
spiegato ad esempio da NASA-GISS qui) esse sono rappresentative di aree vaste e
sono correlate fra loro per grandissime distanze.
La procedura che porta alle serie globali di
temperatura del pianeta non prevede quindi affatto, come sembra credere
Battaglia, che si calcoli la media fra i dati delle temperature assolute delle
diverse stazioni disponibili: è invece basata sulle anomalie delle temperature
di queste stazioni.
Il
metodo che la comunità scientifica assicura per garantire che i risultati che
essa produce siano corretti e rigorosi è la revisione tra pari, unita alla
continua possibilità di critica di ciò che viene pubblicato. Le serie globali
che vengono comunemente utilizzate per dare un quadro di sintesi sui
cambiamenti climatici sono quindi prodotte e pubblicate in articoli scientifici
che descrivono in dettaglio le metodologie adottate per produrle.
Prima della pubblicazione ogni articolo viene
valutato da colleghi che ne fanno una revisione anonima e poi esso può venire
criticato e commentato da tutta la letteratura successiva.
Ogni
membro della comunità scientifica, ed eventualmente anche persone esterne alla
comunità, compreso Franco Battaglia, possono dare un loro contributo
costruttivo al progresso delle scienze facendo rilievi puntuali e
circostanziati.
Indicando, per esempio, se un certo metodo
utilizzato per produrre una certa serie di valori non sia corretto o efficace.
Rilievi
di questo tipo sono assolutamente benvenuti e servono al progresso della
scienza.
Al
contrario, conclusioni assurde come quelle che affermano che non abbia senso
mediare un certo numero di variabili sono assolutamente inutili e hanno il solo
scopo di disorientare i lettori, andando a minare delle conoscenze che essi
hanno acquisito fin dalle scuole elementari e che hanno sempre utilizzato in
tantissimi campi della loro vita.
Questi
stessi lettori, peraltro, troveranno sicuramente sullo stesso quotidiano molte
altre considerazioni basate su valori medi, per esempio relativi ai redditi, al
tasso di inflazione o alla crescita economica; e sarebbe davvero molto
controproducente per loro se dovessero concludere che nessuno di essi ha senso.
(Maurizio
Maugeri, Università di Milano).
Negazionisti
climatici:
le 4
tesi infondate che supportano.
Rigeneriamoterritorio.it – (05-02-2024) - Alberto
Muraro – Redazione – ci dice:
Una
manifestazione di ambientalisti.
Che al
momento ci sia un cambiamento climatico in atto, con un impatto terrificante
sugli ecosistemi e ovviamente sulle nostre stesse vite, è un dato di fatto.
La
comunità scientifica è ormai unanime rispetto ai rischi rappresentati dal riscaldamento
globale e ai suoi potenziali effetti sulla vita sul nostro pianeta.
Le nuove generazioni sono in serio pericolo e
proprio per questo motivo dovremmo agire a partire da ora per assicurare un
futuro ai nostri figli e ai figli dei nostri figli.
Purtroppo,
grazie anche al contributo spesso deleterio dei social, sono sempre più
numerosi i cosiddetti negazionisti climatici, personaggi che per non si sa bene
quale motivo negano le scoperte scientifiche e le innumerevoli prove che
abbiamo a nostra disposizione, sostenendo che in realtà il fenomeno per cui
Greta Thunberg e gli ambientalisti si battono nemmeno esiste.
Vediamo insieme le loro idee più strampalate.
Indice:
1. “Il
clima è sempre cambiato.”
2. “La
concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera non sta crescendo.”
3. “Ad
agosto fa freddo, quindi il riscaldamento globale non esiste”
4.
“L’impatto dell’uomo sul riscaldamento globale è minimo.”
“Il
clima è sempre cambiato.”
I
negazionisti dei cambiamenti climatici sono purtroppo una piaga sempre più
diffusa: ecco quali sono le loro teorie più assurde al momento.
Manifestazione
di un gruppo di attivisti climatici.
In
apparenza questa tesi potrebbe anche sembrare sensata: è innegabile che il
clima stia mutando.
Nel
corso della storia, il genere umano ha assistito a diversi periodi di
glaciazione alternati a periodi molto più caldi, durante i quali i ghiacci si
sono sciolti.
Pensiamo
per esempio al caso della Groenlandia, che in inglese significa “terra verde”,
anche se oggi la vediamo prevalentemente coperta di bianco dalle immagini
satellitari.
Ma
sappiamo anche, grazie alle testimonianze degli storici, che in passato è stato
possibile coltivare vitigni in quella che oggi è l’Inghilterra.
Le
primissime misurazioni precise della temperatura media del pianeta risalgono al
1880, quindi purtroppo non siamo in possesso di dati diretti più antichi.
Tuttavia, anche negli ultimi 140 anni, sono
evidenti i cambiamenti climatici, come hanno dimostrato i dati pubblicati dal
NOAA, l’agenzia governativa statunitense responsabile del monitoraggio degli
oceani e dell’atmosfera.
Si
osserva infatti un aumento rapido delle temperature medie, soprattutto negli
ultimi 40 anni.
Per
sintetizzare, se è pur vero che abbiamo assistito a cambiamenti del clima in
passato, la portata e soprattutto la velocità di queste modifiche sono elementi
estremamente allarmanti che ci dovrebbero portare a fare delle serie
riflessioni.
2. “La
concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera non sta crescendo.”
Anche
questa è un’affermazione del tutto infondata.
Le evidenze scientifiche, infatti, puntano ad
una verità ben diversa da quella raccontata dai negazionisti climatici.
Gli
studiosi sono infatti riusciti, analizzando alcuni campioni di ghiaccio che si
sono depositati nelle diverse epoche, a determinare l’andamento della
concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera negli ultimi 800.000 anni:
anche in questo caso, purtroppo, i risultati sono a dir poco inquietanti.
La concentrazione
di CO2 in atmosfera si è sempre attestata tra i 185 ppm (parti per milione) nel
corso delle ere glaciali, circa 800-600.000 anni fa, e poco meno di 300 ppm.
Anche se questa concentrazione è cambiata molto con il passare dei secoli,
raggiungendo anche valori molto più elevati, è comunque riuscita sempre a
riequilibrarsi. Un aumento repentino, per esempio, è stato registrato in
occasione di devastanti eruzioni vulcaniche (pensiamo al caso del Pinatubo
delle Filippine nel 1991).
Con la
Rivoluzione Industriale, tuttavia, tutto è cambiato in modo molto rapido:
all’inizio di quel periodo, caratterizzato dall’ampio uso di fonti non
rinnovabili come il carbone, la concentrazione di CO2 in atmosfera schizzò fino
a oltre le 400 ppm con un incremento talmente rapido (come evidenzia il
diagramma del NOAA riferito agli ultimi 800.000 anni) da apparire verticale.
3. “Ad
agosto fa freddo, quindi il riscaldamento climatico non esiste.”
Si
tratta di una delle teorie più diffuse in assoluto e supportata, purtroppo,
anche da alcuni esponenti della politica italiana. Sicuramente è capitato che
nel mese di agosto o in altri mesi di estate piena le temperature fossero di
gran lunga inferiori alla media, o che in questo periodo si registrassero forti
precipitazioni e maltempo. Ma questo, al contrario, è in realtà un chiaro segno
del cambiamento climatico in atto.
Esiste
infatti una differenza sostanziale tra quello che è il meteo, che fa
riferimento a condizioni atmosferiche temporanee, e il clima, che è un fenomeno
molto più complesso che si sviluppa su un arco temporale più ampio.
4.
L’impatto dell’uomo sul riscaldamento globale è minimo.
Ecco
che tipo di danni stanno facendo i negazionisti ambientali e quali sono le
teorie più strampalate che fanno circolare.
Pianta
in un luogo arido.
Secondo
i negazionisti del clima i cambiamenti climatici sono legati in grandissima
parte a fenomeni naturali, e soltanto in misura minima all’impatto dell’uomo.
Per quanto, come abbiamo visto in precedenza, sul nostro Pianeta possano
avvenire dei fenomeni che contribuiscono all’aumento repentino di gas serra
nell’atmosfera (come le eruzioni vulcaniche) è indubbio che i livelli di CO2
generati a partire dalla Rivoluzione Industriale siano ormai fuori controllo.
Basti
pensare che, secondo le più recenti analisi degli scienziati, risulta che il
genere umano sia stato in grado di generare ogni anno fino a oltre 35 miliardi
di tonnellate di anidride carbonica, con concentrazioni che hanno ormai
ampiamente superato le 420 ppm.
La
civiltà ecologica
come
ideologia.
Renewablematter.eu
- Alex L. Wang – (19 maggio 2026) – Redazione – ci dice:
La
dottrina ufficiale dell’ambientalismo cinese oggi non solo orienta le politiche
interne della Cina, ma è diventata anche un potente strumento di diplomazia
internazionale.
Il
consolidamento delle politiche ambientali interne, delle iniziative e delle
capacità istituzionali ha contribuito alla nascita di un’ideologia
ambientalista cinese su scala globale che la Cina ha iniziato a promuovere a
livello internazionale.
È una versione dell’ambientalismo di tipo sviluppista,
imposta dall’alto e guidata dallo Stato, e sta iniziando a esercitare pressione
sulle norme ambientali globali definite negli Stati Uniti e in Europa.
Pochi
giorni prima dell’insediamento di Donald Trump, a gennaio 2017, il presidente
XI Jinping lanciò una critica non proprio velata agli Stati Uniti in un
discorso programmatico al “Forum economico mondiale di Davos”.
“Come recita un proverbio cinese, le persone
con meschina astuzia si occupano di questioni insignificanti, mentre coloro
dotati di lungimiranza si occupano della governance delle istituzioni”.
Pochi istanti dopo, aggiunse:
“Dovremmo onorare le promesse e rispettare le
regole... L’”Accordo di Parigi” è un risultato conquistato a fatica, coerente
con la tendenza alla base dello sviluppo globale.
Tutti i firmatari dovrebbero attenersi ad esso
invece di abbandonarlo, poiché si tratta di una responsabilità che dobbiamo
assumerci per le generazioni future”.
L’osservazione
faceva riferimento alla promessa elettorale di Trump di ritirare gli Stati
Uniti dall’Accordo di Parigi, e il punto di vista di XI non avrebbe potuto
essere più chiaro.
La
Cina era una nazione responsabile e un leader in materia ambientale. Gli Stati
Uniti no.
I
media occidentali e cinesi amplificarono il messaggio, senza badare troppo al
livello sbalorditivo delle emissioni di gas serra della Cina o alla sua
continua costruzione di centrali elettriche a carbone.
Ciò
segnò un’intensificazione di quella che l’ex primo ministro australiano Kevin
Rudd definì la “nuova geopolitica della leadership climatica della Cina” (2020).
La
dottrina ufficiale dell’ambientalismo cinese si è sviluppata principalmente per
il contesto interno della Cina.
Un
articolo del “People’s Daily” del 2022, ad esempio, ha illustrato in modo
piuttosto dettagliato il contenuto del “Pensiero di XI Jinping sulla civiltà
ecologica”.
Diversi
aspetti saltano all’occhio.
Innanzitutto, si tratta di una visione guidata
in primo luogo dal PCC (anziché dal popolo o dal settore privato).
Si
esprime in termini di civiltà;
vale a dire, le civiltà prosperano quando
l’ecologia prospera e le civiltà cadono quando la natura vacilla.
L’obiettivo è la coesistenza armoniosa tra
uomo e natura, benché la definizione esatta del concetto rimanga poco chiara.
Ciò
collega direttamente il Pensiero di XI Jinping alle antiche nozioni cinesi di
“armonia tra uomo e natura” (tiānrén héyī), “la Via (Tao) segue la natura”
(dàofǎ zìrán) e “prendere le cose con moderazione” (qǔzhī yǒudù).
L'ambiente è fonte di prosperità economica.
L’eco-civiltà ha una nozione di giustizia
collettiva, perché l'ambiente sano contribuisce al benessere di tutte le
persone.
Il Pensiero di XI Jinping riconosce
espressamente l’eco-civiltà come una “profonda rivoluzione nel concetto di
sviluppo” e un allontanamento radicale dalle precedenti e più grossolane
nozioni di sviluppo.
Include
un appello specifico per la “gestione coordinata di montagne, fiumi, foreste,
campi, laghi, praterie e sistemi sabbiosi”, che si è concretizzato in Cina nel
programma della cosiddetta “linea rossa ecologica” (shēngtài hóngxiàn), un
imponente progetto di Zonin a livello nazionale.
Richiede “sistemi”, “stato di diritto” e
l’azione individuale dei cittadini cinesi per contribuire all’attuazione
dell’eco-civiltà. [...]
[Prima
di tutto], l’ambientalismo globale cinese è un concetto legato allo sviluppo.
Inizialmente
riguardava i limiti ambientali imposti allo sviluppo, per poi evolversi in
un’idea di sviluppo sostenibile come veicolo per una “crescita di alta
qualità”.
L’“idea cardine” della civiltà ecologica
cinese è la “teoria delle due montagne” di XI.
Se da
un lato il concetto ha una certa risonanza storica all’interno della Cina, la
sua traduzione internazionale – green is gol – suona puramente orientata allo
sviluppo.
In
altre parole, l’ambiente è fonte di prosperità.
Uno
dei veicoli di maggiore visibilità per questo slogan è stato un rapporto del “Programma
delle Nazioni Unite per l’Ambiente” (UNEP) redatto da autori cinesi e
intitolato Green is Gold: “The Strategy and Actions of China’s Ecologica Civilizzazioni”,
in cui la civiltà ecologica è presentata come un contributo cinese all’Agenda
2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile (UNEP 2016).
I
leader cinesi hanno integrato questa retorica green nel linguaggio della
politica estera dell’era di XI Jinping.
Così, XI ha promesso di “rendere il green una
caratteristica distintiva della cooperazione nell’ambito della “Belt and Road”
(la principale strategia cinese di investimenti all’estero dell’era XIi) con
“cooperazione su infrastrutture verdi, energia verde e finanza verde”.
Le
formulazioni green si integrano perfettamente con il linguaggio generale della
politica estera cinese sulla promozione di una “comunità di destino condiviso”
e sull’offerta al mondo di “benefici condivisi” e “beni pubblici globali”.
Questi principi fondamentali sono qualificati
con riferimento a un miscuglio di valori quali “ampia consultazione”,
“contributo congiunto”, “coordinamento delle politiche”, “connettività delle
infrastrutture”, “commercio senza ostacoli”, “connettività”, “integrazione
finanziaria” e “legami interpersonali”.
È un vago richiamo ai valori ecologici come
mezzo per perseguire una più ampia gamma di virtù cinesi positive.
In
aggiunta, la Cina continua a proporsi come difensore degli interessi del “Global
South” e a definirsi “il più grande Paese in via di sviluppo del mondo” (PRC SCIO 2021a).
Questo
include il continuo richiamo al concetto di “responsabilità comuni ma
differenziate” e ai Cinque Principi di Coesistenza Pacifica. Tali principi
sottolineano la sovranità e il diritto dei Paesi in via di sviluppo di
avvalersi di più tempo per raggiungere gli obiettivi ambientali globali,
ricevendo al contempo assistenza dai Paesi sviluppati. Queste argomentazioni
traggono forza anche dai discorsi post-coloniali che considerano alcuni aspetti
dell’ambientalismo occidentale come ipocriti o dettati dall’interesse personale
(ovvero, che le nazioni occidentali stiano chiedendo al Global South di “fare
come diciamo, non come facciamo”). La retorica ufficiale cinese ha anche
iniziato a sottolineare gli aspetti “civilizzazionali” della governance del
Paese attraverso programmi come la Global Civilizzazioni Iniziative, lanciata
nel 2023. Lo scopo apparente dell’iniziativa è quello di enfatizzare
l’importanza della diversità delle civiltà e dei discorsi e di suggerire che
l’“ordine internazionale basato sulle regole” occidentale sia solo uno dei
tanti approcci accettabili (X 2023).
Alla
base di tutto questo c'è l'idea che il potere statale cinese, stabile e
dominante, alla guida di una civiltà cinese più ampia, sia essenziale per
realizzare le visioni utopiche e vincenti dell'ambientalismo globale cinese.
Gli
aspetti ideologici dell'ambientalismo globale cinese sono illustrati in una
serie sempre più ampia di documenti politici e orientativi.
Gli
obiettivi strategici della Cina per le sue attività ecologiche all'estero sono
stati espressi per la prima volta nel documento dell'aprile 2017 Guidante on Promotion
Green Belt and Road, pubblicato dal Ministero della Protezione Ambientale
(MEP), dal Ministero degli Affari Esteri (MFA), dalla NDRC e dal Ministero del
Commercio (MOFCOM), per promuovere la “filosofia della civiltà ecologica” e
costruire una “comunità con un futuro condiviso per l’umanità”.
L'era
di XI ha anche visto una crescente diffusione di materiali in lingua straniera
pensati per trasmettere al pubblico internazionale le ideologie cinesi
sull'ambientalismo globale.
Oggi
questi concetti vengono regolarmente diffusi attraverso i discorsi dei vertici
politici, le dichiarazioni ufficiali di politica estera, i media statali e
altre pubblicazioni.
La
raccolta in quattro volumi dei discorsi di XI Jinping, The Governance of China,
pubblicata tra il 2013 e il 2022, comprende più di due dozzine di discorsi su
questioni ambientali globali e nazionali.
Il
Padiglione cinese ai negoziati annuali sul clima dell’UNFCCC è pieno di libri
come China’s Road of Green Development di Xie Zhenhua e Toward a Green and
Low-Carbon Future: China’s Energy Strategy di Zhou Dadi. Ma l’opera magna della
comunicazione cinese verso l'estero è un volume curato in lingua inglese di 775
pagine che raccoglie saggi di oltre 70 eminenti studiosi e ricercatori cinesi,
intitolato Beautiful China: 70 Years Since 1949 and 70 People’s Views on
Eco-civilization Construction.
Nel
complesso, lo spirito del messaggio è chiaro: l’approccio della Cina alla
governance e la ricerca del proprio interesse nazionale porteranno benefici al
resto del mondo in termini di sviluppo e ambiente.
L’idea
più forte rimane quella per cui la governance cinese possa produrre risultati
che altri sistemi non sono in grado di garantire.
Il sottotesto è che l’approccio cinese alla
governance – caratterizzato, tra le altre cose, da una leadership tecnocratica
e verticistica del partito-Stato, da una liberalizzazione del mercato entro
certi limiti e dall’enfasi sui diritti economici rispetto a quelli civili – sia
più adatto a garantire tali risultati.
Sebbene
alcuni commentatori abbiano sostenuto che la Cina sia entrata in un'era più
ideologica con l'ascesa di XI Jinping, il messaggio globale è pragmatico e
risale agli albori della politica stessa: seguimi e ti darò ciò che desideri.
Un
interrogativo chiave è quale ruolo concreto rivesta l’ideologia ecologista
nell’azione globale della Cina.
Ha un’effettiva utilità o è mera retorica?
Ciò
che è chiaro è che si tratta di uno sforzo imponente volto a trasformare il
modo di pensare cinese su cosa costituisca lo “sviluppo” e sul giusto rapporto
tra uomo e natura.
Modelli
di crescita meno dispendiosi in termini di risorse o meno inquinanti sono ora
apprezzati in un modo impensabile solo pochi decenni fa.
Se da un lato le tecnologie pulite vengono
presentate come una “truffa verde” all’inizio del secondo mandato
dell’amministrazione Trump negli Stati Uniti (Casa Bianca 2025), dall’altro
sono considerate uno sviluppo auspicabile e di “maggiore qualità” in Cina (Qiu
2024; People’s Daily 2025). L’ideologia cinese ha anche creato un quadro
perfetto per consentire al Paese di trarre vantaggio dalle dinamiche di
economia politica che giocano a suo favore.
Così,
la Cina sta cercando di sfuggire alla trappola del reddito medio promuovendo in
modo deciso le industrie “clean-tech avanzate”.
Tale strategia contribuisce a mitigare i
rischi per la sicurezza energetica, a ridurre le pressioni sull’ambiente e
sulla salute pubblica e a rafforzare la reputazione globale della Cina
attraverso il contributo agli obiettivi globali di sviluppo e ambientali.
Ma
soprattutto, si tratta di una strategia con cui la Cina intende trarre
vantaggio da quella che considera un’inevitabile transizione globale verso le
tecnologie energetiche pulite (Boyd 2012).
Come
si risolveranno nella pratica le contraddizioni tra uomo e natura, sviluppo e
ambiente, o tra la Cina e il resto del mondo?
La
dottrina dell'eco-civiltà inizia a dare risultati concreti a livello nazionale,
dove sta modificando la struttura economica, il comportamento industriale e i
modelli di utilizzo del territorio della Cina.
Non vi
è tuttavia alcuna garanzia che ciò continui, ad esempio, se l'economia dovesse
vacillare o se ci fosse un cambio di leadership.
Sebbene
l'ideologia si traduca in prassi a livello nazionale, è probabile che si
manifesti in modo diverso all'estero.
L'ideologia
verde cinese, per esempio, potrebbe richiedere una maggiore protezione
ecologica in patria, tollerando al contempo un maggiore impatto ambientale a
livello globale in nome dello sviluppo o semplicemente a causa di una minore
capacità di governance globale o attenzione?
(Alex
L. Wang).
(Per
gentile concessione dell’autore, un’analisi tratta dal saggio Chinese Global
Environmentalism -Cambridge University Press, 2026).
Il
Secolo Cinese.
Renewablematter.eu
- Emanuele Bompani – (19 MAG. 2026) – Redazione – ci dice:
È
online il nuovo numero di Materia Rinnovabile: Cina.
Un
tempo, quando si voleva vedere il futuro si andava a San Francisco o Las Vegas.
Oggi
si viaggia a Shanghai, Hong Kong, Chengdu o Hangzhou.
Robotica,
AI, energie rinnovabili, auto elettriche, droni, alimentazione, capacità di
lavorazione delle materie prime critiche:
le
“nuove forze produttive di qualità”, come le ha definite il presidente XI
Jinping, insieme alla crescita dei consumi interni e alla crescente
finanziarizzazione dell’economia, costituiscono la forza di traino del
possibile sorpasso dell’economia cinese rispetto a quella americana, entro la
fine del decennio.
Nonostante
la probabile recessione globale, il PIL cinese nel 2026 crescerà di oltre il
4,5% (secondo Bloomberg), grazie alle riserve strategiche di petrolio, la
rapida crescita dell’elettrificazione, la spinta della manifattura hi-tech e il
surplus commerciale in espansione (grazie al dominio nelle filiere delle
materie prime critiche).
Un
sorpasso che Pechino sta preparando da oltre vent’anni, prima con l’apertura
commerciale della “Go Out Policy” di Jiang Zemin, poi con la Belt and Road
Initiative lanciata da XI.
Certo
non mancano i problemi strutturali nella domanda interna:
consumi
ancora bassi, crisi del settore immobiliare, invecchiamento della popolazione,
disoccupazione.
Secondo
Hai Shan, capo economista per la Cina di Goldman Sachs: “Sebbene gli
esportatori cinesi abbiano con successo diversificato verso mercati non-USA,
costruire un'economia trainata da consumi e servizi richiederà anni, se non
decenni”.
In diplomazia Pechino guarda al “Global South”
e all’”Europa”, lavorando lentamente per prendere la posizione americana di
gigante diplomatico e pilastro delle Nazioni Unite.
Attualmente la Cina contribuisce a circa il
20% del budget ONU e già quest’anno diventerà il primo finanziatore del Palazzo
di Vetro, consolidando la posizione in numerose agenzie, e impiegando tutta la
sua influenza per la selezione del nuovo Segretario Generale, grazie a un
crescente rafforzamento del supporto dei Paesi emergenti.
Dunque,
per iniziare a esplorare il Secolo Cinese (中国世纪, Zhōngguó shìjì), Materia ha voluto dedicare un intero
numero della rivista al tema, con particolare attenzione alla transizione
ecologica, cercando di dare una lettura non eurocentrica degli accadimenti
economici nel Paese di Mezzo. Non è stato semplice lavorare su questo
monografico, dato il non sempre agevole accesso alla politica e alle aziende
cinesi in Cina, ma grazie a varie e importanti collaborazioni internazionali
siamo riusciti a raccontare la trasformazione in superpotenza elettrica, con il
boom delle rinnovabili, il mercato EV, l’economia circolare, l’impatto dell’AI.
Quando
leggerete queste pagine, saremo probabilmente in viaggio per Shanghai dove
presenteremo questo numero in una serie di eventi che ci vedono presenti e
protagonisti.
La Cina per questa testata, digitale e online,
è destinata sempre più a occupare un posto centrale sia come contenuti ma anche
come possibile community di lettori e lettrici, per creare ponti con l’Europa,
mossi dal comune obiettivo di sostenere la transizione dell’economia verso
l’armonia e la creazione di una comunità dal destino condiviso per l'umanità. (人类命运共同体 - Rénlèi mìngyùn gòngtóngtǐ).
(Emanuele
Bompani).
L’ambientalismo
di destra
è solo
slogan senza programmi.
ondazionefeltrinelli.it
– (01 Agosto 2025) – Cecilia Biancalana - Riccardo Ladini – Redazione – ci
dicono:
(Articolo
tratto dal N. 46 di “Letture per navigare il presente”.)
Pubblichiamo
qui di seguito un estratto tratto dal volume di Cecilia Biancalana e Riccardo
Ladini, “Emergenza lenta”.
La questione climatica in Italia tra politica,
media e società, Fondazione Feltrinelli, Milano 2025.
Qual è
il motivo delle differenze tra partiti di aree ideologiche diverse sul tema del
cambiamento climatico?
Vi
sono diverse prospettive teoriche che tentano di spiegarle.
Ad esempio,
alcuni sostengono che il motivo per cui la destra tende a negare, o comunque a
sottostimare, il cambiamento climatico sia legata alla sua opposizione alle
proposte di affrontare i problemi sociali creati dal capitalismo industriale,
come appunto il cambiamento climatico. Il conservatorismo favorisce la libertà
economica individuale, la proprietà privata e il libero mercato, opponendosi a
un’azione forte dei governi per risolvere o mitigare gli effetti del
riscaldamento globale.
Alcuni
autori hanno inoltre analizzato l’affinità tra partiti populisti di destra e di
estrema destra e il negazionismo climatico.
Sappiamo
che, in generale, i partiti populisti di destra manifestano posizioni ambigue
nei confronti del cambiamento climatico e ostilità alle politiche ambientali ed
energetiche tese alla riduzione delle emissioni.
Al
contrario, nel loro discorso tendono a enfatizzare l’ambiente in connessione
con la natura, il paesaggio e il territorio, adottando un punto di vista
essenzialmente “patrimoniale” sull’ambiente, che viene visto, in un’ottica
nativista, come un patrimonio nazionale da preservare. Questo perché la
dimensione nazionalista presente nell’ideologia populista fa sì che essi vedano
l’ambiente come una “Terra Madre” da salvaguardare, che dovrebbe essere
protetta da influenze sovranazionali.
Ad
esempio,” Spoon e Williams” suggeriscono che per la destra populista la
protezione dell’ambiente si inserisce in un’ideologia nativista di protezione
della nazione e della popolazione autoctona che gli autori definiscono come “calvinismo
ambientale”. […]
(…) la
coltivazione della terra, la pastorizia e l’allevamento sono il frutto secolare
dell’amore per il territorio e del rispetto per i cicli della natura, volerli
stravolgere in nome della frenetica volontà di disporre sempre e comunque di
ogni prodotto, determina un generale impoverimento della qualità e delle
specificità che fanno grande e inimitabile il nostro patrimonio, e che
costituiscono l’elemento di prima e più immediata riconoscibilità
internazionale del “made in Italy” (programma Fratelli d’Italia, 2013).
La
tipica attenzione dei conservatori alla salvaguardia della natura è ben
sintetizzata anche da questo estratto di un dibattito tra Letta e Meloni andato
in onda sul sito del Corriere della Sera prima delle elezioni del 2022, in cui
Meloni afferma che “non c’è nessuno che ami l’ambiente più di un conservatore
perché l’obiettivo dei conservatori è prendere la terra dei padri e consegnarla
alle generazioni future nella migliore condizione possibile”.
Va
tuttavia segnalato come, mentre i partiti di centro e centro-sinistra dedicano
scarsa attenzione verso la conservazione e alla protezione dell’ambiente, i
partiti di sinistra ne dedicano una relativamente ampia parte dei loro
programmi ambientali.
Occorre
di nuovo sottolineare come il tema ambientale sia decisamente più presente nei
programmi di tali partiti rispetto che degli altri, soprattutto nell’ultima
tornata elettorale.
Per
dare un’idea, circa il 10% del programma elettorale dei partiti di sinistra
(Alleanza Verdi-Sinistra) era dedicato alla protezione dell’ambiente, mentre in
nessuna delle quattro elezioni analizzate (2008-2022) questa parte superava il
3% del totale del programma della destra.
Nei
programmi della destra è evidente l’assenza di riferimenti agli aspetti sociali
della transizione ecologica, come temi legati ai beni comuni e alla giustizia
sociale.
Campo in cui, non sorprendentemente, la
sinistra primeggia con una percentuale dei programmi dedicata a questo tema del
15% all’interno dei riferimenti all’ambiente.
Per
quanto riguarda la categoria della mitigazione, che comprende la proposta di
strategie per la riduzione delle emissioni attraverso iniziative come la
mobilità sostenibile e la transizione energetica, il Movimento 5 Stelle assume
un ruolo di primo piano.
Ad
esempio, nel 2013, il programma del Movimento approfondisce ampiamente la
questione dell’energia e della mobilità sostenibile, affrontando direttamente
la questione della riduzione delle emissioni.
In tale occasione, addirittura il 31% del
programma del “Movimento 5 Stelle” conteneva riferimenti che rientrano nella
categoria della mitigazione.
Nel
2018, uno degli obiettivi centrali del Movimento era “Uscita dal petrolio entro
il 2050”.
L’attenzione
alla riduzione delle emissioni è presente anche nel 2022, specialmente in
relazione all’efficienza degli edifici e ancora una volta, nel campo della
mobilità, anche se il programma non menziona direttamente gli obiettivi di
neutralità climatica.
Infine,
il centro-sinistra e segnatamente il “Partito democratico”, coerentemente con
la cultura politica dei partiti di sinistra italiani da cui deriva,
tradizionalmente orientati alla crescita piuttosto che all’ambiente, si
posiziona al primo posto nella categoria dedicata alla dimensione economica
della transizione ecologica e dello sviluppo sostenibile (22% del totale dei
riferimenti all’ambiente nei programmi).
L’attenzione
dell’area di sinistra per la dimensione sociale della transizione e dell’area
di centro-sinistra per quella economica può rappresentare una sorta di
divisione del lavoro all’interno del campo largo della sinistra, in cui i
partiti più moderati, come il Partito democratico, puntano sugli aspetti
economici della transizione, mentre quelli più radicali sui temi della
giustizia sociale.
Le
politiche ambientali sono
il
tallone d’Achille del Paese.
Asvis.it
– Editoriale – Flavia Belladonna – (19 aprile 2024) – Redazione – ci dice:
Alla
vigilia delle elezioni europee, il “Rapporto BES” dell’Istat denuncia i punti
deboli nel benessere collettivo, gli scienziati avvertono i politici sui rischi
della disinformazione e si cerca di configurare una nuova Europa.
“Gli
obiettivi della transizione ecologica prevedono una produzione e un consumo più
sostenibili, disaccoppiando la crescita economica dall'uso delle risorse”, ma
“le molteplici azioni messe in campo nel nostro Paese per avviare la
transizione non hanno prodotto ancora i risultati auspicati”.
Con
queste parole l’Istat commenta parte della propria analisi contenuta nel nuovo
rapporto sul Benessere equo e sostenibile (BES), il documento che offre
annualmente un quadro integrato dei principali fenomeni non solo economici, ma
anche sociali e ambientali, che caratterizzano l’Italia, per valutare il
progresso della società e la qualità della vita attraverso una visione più
completa, al di là della sola misura del Pil.
Giunto
alla sua undicesima edizione e presentato in un convegno a Roma il 17 aprile,
il Rapporto fa il punto attraverso 152 indicatori sulla trasformazione del
benessere nei 12 differenti domini che lo compongono, ovvero: salute;
istruzione e formazione; lavoro e conciliazione dei tempi di vita; benessere
economico; relazioni sociali; politica e istituzioni; sicurezza; benessere
soggettivo; paesaggio e patrimonio culturale; ambiente; innovazione, ricerca e
creatività; qualità dei servizi.
Come
procede dunque l’Italia?
Partiamo
dalle buone notizie. Innanzitutto, aumenta il benessere generale: circa la metà
dei 129 indicatori (su 152) per cui è possibile il confronto, infatti, è
migliorato rispetto all'anno precedente, mentre il 28,7% è su livelli peggiori
e il 17,8% risulta stabile.
In
particolare, sale la speranza di vita, pari a 83,1 anni e in aumento rispetto
al 2022 (82,3), sebbene si riduca invece la speranza di vita in buona salute
che raggiunge nel 2023 i 59,2 anni, rispetto ai 60,1 del 2022. Bene anche il
lavoro, con più occupati tra i 20 e i 64 anni (+1,8% rispetto al 2022), ma con
un lieve rallentamento rispetto all'anno precedente, e un tasso di occupazione
che raggiunge il 66,3% (+1,5 punti percentuali rispetto al 2022).
E
ancora, progressi per la maggior parte degli indicatori relativi
all’istruzione, in particolare si segnala l’incremento della popolazione con un
titolo di studio più elevato, la riduzione della quota di giovani che non
studiano e non lavorano (Neet) scesi dal 19% del 2022 al 16,1% nel 2023 e il
calo dell’uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione.
Il
nodo più critico riguarda invece le questioni ambientali: soltanto 4 dei 16
indicatori del dominio “Ambiente” migliorano nell’ultimo anno, a fronte dei
sette che peggiorano. In particolare, aumentano le emissioni di CO2, che
tornano ai livelli del 2019, e si aggrava l’inquinamento atmosferico, che causa
ogni anno 47mila morti premature da PM2,5 (una questione che richiede serie
misure strutturali, come ho sottolineato in un mio precedente editoriale).
Peggiorano
anche le temperature e il conseguente rischio siccità, con 42 giorni di caldo
intenso (+36 rispetto al periodo di riferimento 1981-2010) e 29 giorni
consecutivi senza pioggia a livello nazionale (+5,5 giorni).
Crescono il consumo di materia e quello di
suolo, un fenomeno quest’ultimo che l’ASviS chiede da tempo di arrestare
attraverso una normativa quadro di livello nazionale e altre misure (si vedano
ad esempio i diversi Position paper del Gruppo di lavoro ASviS sul Goal 11
“Città e comunità sostenibili” e le proposte nel Rapporto ASviS 2023 del Gdl 11
e del Gruppo di lavoro sui Goal 6-14-15, ovvero acqua e biodiversità marina e
terrestre).
Non
migliora la dispersione di acqua potabile dalle reti comunali di distribuzione
(42,4% dell’acqua immessa in rete).
Proprio
per chiedere un cambio di passo sulle questioni ambientali, 22 scienziati
italiani hanno lanciato un appello alle forze politiche in vista delle elezioni
europee affinché non neghino i risultati della ricerca scientifica e prendano
posizioni chiare sul clima e i sistemi naturali: “Le attività umane hanno
inequivocabilmente causato il riscaldamento globale, negare la conoscenza
scientifica ci espone a rischi gravi ed evitabili”.
Anche la società civile si sta mobilitando in
questi giorni in difesa dell’ambiente:
lunedì
22 aprile, infatti, sarà l’”Earth Day”, la Giornata mondiale dedicata alla
tutela dell’unico Pianeta che abbiamo, con oltre 600 iniziative in tutta
Italia.
Dal 18 fino al 21 aprile è già in corso il
Villaggio per la Terra, celebrazione storica romana organizzata da “Earth Day
Italia” e “Movimento dei focolari”, che rappresenta la manifestazione
ambientale più partecipata del nostro Paese.
Da
segnalare anche la maratona multimediale #OnePeopleOnePlanet, il 22 sempre a
Roma oltre che online su RaiPlay, la Planet week del Mese dal 20 al 28 aprile e
altre manifestazioni a Torino e in altre città. Anche l’ASviS è impegnata in
questi giorni per sensibilizzare e mobilitare la cittadinanza sulla
sostenibilità ambientale, non solo partecipando e collaborando con le
principali manifestazioni organizzate per l’Earth Day, ma anche attraverso
l’organizzazione di laboratori per scuole e famiglie con bambine e bambini tra
i cinque e i sette anni nell’ambito del Festival delle scienze all’Auditorium
Parco della musica “Ennio Morricone” di Roma.
I laboratori didattici ASviS nel weekend del
20 e 21 aprile, rivolti alle famiglie, si concentreranno sull’impronta
ecologica, ma tutta questa settimana è stata dedicata ad attività sugli
Obiettivi di sviluppo sostenibile con oltre 300 partecipanti.
Ma
torniamo al Rapporto BES. Oltre alle criticità ambientali va posta l’attenzione
sulle disuguaglianze territoriali: il documento evidenzia come le Regioni del
Nord-Est si caratterizzino per maggiori livelli di benessere, con oltre la metà
degli indicatori nelle due classi di benessere più elevate, mentre quelle del
Mezzogiorno presentino una situazione invertita, con oltre il 55% degli
indicatori nelle classi bassa e medio-bassa.
Guardando
invece alle criticità a livello nazionale, dopo l’ambiente preoccupa
particolarmente il tema della sicurezza, che vede peggioramenti per ben 5
indicatori su 7: si deteriorano gli indicatori relativi a omicidi volontari,
furti in abitazioni, borseggi e rapine, e aumenta la percezione del rischio di
criminalità nella zona in cui si vive (+1,4 punti percentuali rispetto al 2022,
arrivando al 23,3% di famiglie che ritengono la propria zona sia molto o
abbastanza a rischio).
In
tema di salute aumentano le persone (4,5 milioni nel 2023) che rinunciano a
visite mediche ed esami per problemi economici, di difficoltà di accesso o di
liste d’attesa (in quest’ultimo caso c’è stato un raddoppio di rinunce). Tutte
sfide che richiedono un riorientamento del nostro sistema sanitario (qui un
editoriale sul tema). Per quel che riguarda la parità di genere, invece,
continua ad aumentare il divario tra uomini e donne in termini di soddisfazione
per la vita, con il 48,7% della componente maschile che si dichiara “molto
soddisfatta”, a fronte del 44,8% di quella femminile. Male le competenze dei
giovani: il 38,5% degli studenti del terzo e ultimo anno delle secondarie di
primo grado non raggiunge la sufficienza per le competenze in italiano (era il
35,2% nel 2019) e il 44,2% in matematica (39,6% nel 2019). Calano, infine, la
partecipazione civica e politica e la lettura di libri e quotidiani.
Sul
fronte del benessere economico, che presenta in larga parte miglioramenti
rispetto all’anno precedente, troviamo la povertà assoluta in una situazione
peggiore di quella pre-pandemica, con una crescita dell’incidenza individuale:
scesa al 7,6% nel 2019 “per effetto, in larga parte, dell’introduzione del
Reddito di cittadinanza”, sottolinea l’Istat, ha raggiunto nel 2023 il 9,8%.
Andando
oltre i confini nazionali, proprio di protezione dalla povertà ha parlato
recentemente il direttore scientifico dell’ASviS, Enrico Giovannini, alla
"Conferenza di alto livello per un pilastro europeo dei diritti
sociali", organizzata dalla presidenza di turno belga del Consiglio
dell’Ue a La Halep, vicino Bruxelles:
“Se
l´UE non viene vista dai cittadini come un´istituzione che non lascia indietro
nessuno, è chiaro che non ha futuro”. Ispirati al principio “No one left
behind”, nessuno rimanga indietro, motto dell’Agenda 2030 dell’Onu, sono stati
tutti i discorsi alla conferenza tenuti dagli italiani chiamati a delineare la
strategia futura europea attraverso l’elaborazione di rapporti:
insieme
a Giovannini, con il suo report incaricato dalla presidenza belga, sono
intervenuti Mario Draghi, che ha anticipato alcune linee guida del report sulla
competitività europea che presenterà a giugno, chiesto dalla Commissione Ue, ed
Enrico Letta, che ha illustrato ai capi di Stato e di governo dell´Unione il
suo report sul mercato unico europeo su incarico del Consiglio europeo. Tre
relazioni fortemente complementari che guardano molto alla sostenibilità
sociale:
per
Draghi, l’Europa si è occupata troppo di competitività interna e non ha
guardato abbastanza al resto del mondo, portando a una competitività al ribasso
in termini sociali, e spingendo verso il basso i costi, incluso quello del
lavoro, quando invece la competitività passa per gli investimenti e la ricerca;
Letta
si è soffermato su un diritto sociale, quello di poter restare dove si è nati
senza dover emigrare, anche all’interno dell’Ue o di un Paese, e poi sul
mercato unico, che deve superare la propria dimensione puramente economica e
fornire servizi e una qualità della vita migliore per i cittadini;
per
Giovannini, senza gli investimenti sociali, come la formazione per il futuro
dei giovani o il supporto alle imprese per avere capitale umano adeguato, “l’Ue
resta monca.”
Il
focus dei tre esponenti italiani riflette anche il tema a cui le cittadine e i
cittadini europei vorrebbero fosse data maggiore priorità nella campagna
elettorale in corso. Secondo l’ultimo Eurobarometro, infatti, le quattro
principali istanze sono: lotta alla povertà e all'esclusione sociale (33%),
salute pubblica (32%), sostegno all'economia e alla creazione di nuovi posti di
lavoro (31%) e la difesa e la sicurezza dell'Ue (31%).
Seguono
l'azione contro il cambiamento climatico (27%), il futuro dell'Europa ), la
migrazione e l'asilo , la democrazia e lo stato di diritto e la politica agricola.
Si
muoveranno in questa direzione le forze politiche alle elezioni di giugno? Noi
abbiamo pensato di scoprirlo attraverso “Europa 2030: speciale elezioni”, la
nuova rubrica ASviS su Radio Radicale per conoscere, attraverso un ciclo di
interviste che durerà fino al 9 giugno, la visione dei partiti sul futuro
dell’Ue, dalla governance alla transizione ecologica, dalle politiche
migratorie a salute e istruzione.
Ma
anche per presentare le proposte politiche dell’Alleanza, dal momento che
l’esito di queste elezioni sarà cruciale per il futuro della democrazia e per
il percorso di sviluppo sostenibile del mondo.
Intanto,
in questi giorni (19 e 20 aprile) si tiene alla Camera dei Deputati la “Beyond
Growth Conference Italia 2024”, per discutere con partiti e gruppi parlamentari
di lavoro, sviluppo sostenibile e welfare.
Ma
ancora più importante, a Palermo dal 4 al 6 novembre, sarà la settima edizione
del “Forum mondiale dell’Ocse sul benessere”, un incontro per riflettere sui
meccanismi del sistema, nel solco di un ciclo avviato vent’anni fa da
Giovannini, all’epoca chef statistica dell’Ocse, quando organizzò sempre a
Palermo il primo Forum internazionale su “Statistica, knowledge and policy”,
che diede un importante impulso agli studi sulle misure di benessere collettivo
“oltre il Pil”.
Un
traguardo importante per l’Italia non solo per l’evoluzione della misurazione
del benessere, ma anche per le scelte economiche e politiche (si veda in proposito l’editoriale di
Donato Speroni).
Anche il segretario generale dell’Onu Antonio
Guterres, in vista del “Summit sul futuro”, ha
divulgato un” policy brief” per ribadire l’importanza di “misurare ciò
che conta davvero”. Il comunicato di Mef e Istat sul Forum dell’Ocse, invece,
ci ricorda che:
L’Italia
è il primo fra i membri della Ue e del G7 ad aver incluso dal 2017, nei propri
Documenti di programmazione economico-finanziaria (Def e Nadef), dodici
indicatori di benessere equo e sostenibile (BES). In questo modo assicura un
monitoraggio di alto livello delle condizioni di benessere della popolazione
italiana, attraverso i dati forniti periodicamente dall’Istat, nonché la
valutazione dell’impatto delle misure adottate in vista del raggiungimento
degli obiettivi fissati dall’Agenda 2030.
Tuttavia,
è un peccato notare come la relazione di marzo del Mef sugli effetti della
Legge di Bilancio sugli indicatori BES abbia rivelato un impatto quasi nullo,
di cui tra l’altro non si è discusso sui media.
È importante dunque non solo elaborare dati,
ma anche portarli nel dibattito pubblico.
Solo
discutendo dati come quelli offerti dal Rapporto sul Benessere equo e
sostenibile potremo promuovere l’adozione di politiche complete per il
benessere, la sostenibilità e la riduzione delle disuguaglianze.
È
proprio con questo spirito che l’ASviS presenterà un rapporto all’evento di
apertura del Festival dello Sviluppo Sostenibile il 7 maggio a Ivrea:
per
sollecitare una seria discussione sull’Italia e l’Europa che vogliamo e
promuovere la costruzione di un futuro migliore.
L'APPROFONDIMENTO.
Ambiente
sostenibile: definizione,
pilastri,
politiche e pratiche
per
costruire il futuro.
Esg360.it
– (1° settembre 2025) – ESG Word – Redazione – ci dice:
L’ambiente
sostenibile unisce lo sviluppo economico, la responsabilità ambientale e
sociale e l’innovazione per costruire comunità più resilienti, filiere
produttive più efficienti e un futuro equo per le generazioni presenti e
future.
Parlare
di ambiente sostenibile oggi significa molto più che preservare la natura.
È
un’espressione che riassume una visione integrata del mondo, in cui sviluppo
economico, benessere sociale e tutela ecologica si tengono in equilibrio
dinamico.
La definizione ufficiale prende corpo nel 1987
con il “Rapporto Brundtland “delle Nazioni Unite, che parlava di sviluppo
sostenibile come quella forma di progresso capace di soddisfare i bisogni del
presente senza compromettere quelli delle generazioni future.
Ma
negli ultimi anni questo concetto si è arricchito di nuove sfumature,
diventando il fulcro delle agende politiche, delle strategie aziendali e delle
aspirazioni collettive.
Indice
degli argomenti.
Quando
un ambiente si può dire sostenibile?
Quali
sono i pilastri della sostenibilità ambientale?
Perché
l’ambiente sostenibile ha bisogno di passare da un’economia lineare e
un’economia circolare?
Cosa
dicono le politiche europee e italiane?
Come
costruire un ambiente sostenibile: cosa dicono i numeri del report IEA?
Quali
sono i dati chiave degli investimenti energetici globali?
L’ambiente
sostenibile può rappresentare una leva competitiva per le imprese?
Casi
virtuosi e modelli ispirazionali: l’ambiente sostenibile in pratica
In che
modo tecnologia e innovazione diventano strumenti essenziali per la
sostenibilità?
In
cosa consistono le insidie del greenwashing?
Verso
una cultura dell’ambiente sostenibile
Quando
un ambiente si può dire sostenibile?
Un
ambiente è sostenibile quando riesce a rigenerarsi, a mantenere intatte le
proprie risorse vitali – acqua, aria, suolo, biodiversità – e a garantire
condizioni di vita dignitose e resilienti per chi lo abita.
Questo
principio vale sia per i sistemi naturali, come le foreste o gli oceani, sia
per quelli antropici, come le città o le filiere produttive.
Non si tratta quindi solo di limitare i danni
ambientali, ma di ripensare il nostro modo di abitare, produrre, consumare e
innovare.
Parlare
di ambiente sostenibile significa parlare di agricoltura sostenibile, di
economia sostenibile, di rigenerazione urbana, di architettura sostenibile solo
per fare alcuni esempi.
Quali
sono i pilastri della sostenibilità ambientale?
L’ambiente
sostenibile si regge su alcune fondamenta imprescindibili.
La prima è la gestione responsabile delle
risorse naturali: non possiamo continuare a sfruttare acqua, suolo, minerali e
aria come se fossero illimitati.
Occorre invece imparare a usarli in modo
efficiente, evitando sprechi, riducendo le emissioni e favorendo pratiche
rigenerative.
Questo principio riguarda tanto l’agricoltura
quanto l’industria, passando per l’uso domestico dell’energia e
l’organizzazione delle città.
Perché
l’ambiente sostenibile ha bisogno di passare da un’economia lineare e
un’economia circolare?
Un
altro pilastro fondamentale è la transizione da un’economia lineare a una
logica di economia circolare, dove i rifiuti vengono ridotti e i materiali
vengono riutilizzati o trasformati in nuove risorse.
L’obiettivo è chiudere il ciclo produttivo,
evitando che ogni bene abbia un solo ciclo di vita e che il suo smaltimento
comporti un danno ecologico.
La
questione energetica rappresenta un nodo centrale.
Un
ambiente sostenibile richiede la progressiva uscita dalle fonti fossili e
l’adozione su larga scala di energie rinnovabili.
Ma non
basta installare impianti fotovoltaici per produrre energia solare o pale
eoliche:
serve
una vera strategia di decarbonizzazione che coinvolga tutti i settori, dai
trasporti all’edilizia, dall’industria pesante al settore IT.
Non
meno importante è la dimensione urbana.
Le
città, che ospitano la maggior parte della popolazione mondiale, devono
diventare più intelligenti e più verdi.
L’integrazione
tra tecnologia digitale, mobilità sostenibile e infrastrutture verdi
rappresenta una chiave strategica per ridurre l’impatto ambientale e migliorare
la qualità della vita.
In
questo senso, la digitalizzazione, se ben indirizzata, può diventare alleata
della sostenibilità, grazie a strumenti come l’”Internet of Things”, l’analisi
dei dati ambientali in tempo reale e i “digital twin urbani”.
Cosa
dicono le politiche europee e italiane?
L’Unione
Europea ha fatto dell’ambiente sostenibile uno dei suoi assi portanti. Con il
Green Deal, lanciato nel 2019, ha definito un percorso ambizioso verso la
neutralità climatica al 2050.
Questo
percorso passa per una serie di tappe intermedie, tra cui il taglio del 55%
delle emissioni entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, come previsto dal
pacchetto legislativo Fit for 55.
La
tassonomia verde, uno degli strumenti più innovativi introdotti dalla
Commissione, consente di distinguere con criteri rigorosi le attività
economiche veramente sostenibili da quelle che non lo sono. Ciò ha implicazioni
dirette per il mondo della finanza, che oggi è chiamato a orientare i capitali
verso progetti a basso impatto ambientale.
Anche
in Italia, sebbene con velocità e coerenza variabili, si stanno facendo passi
avanti. Il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC) e il
Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) dedicano risorse ingenti alla
transizione ecologica, promuovendo l’efficienza energetica, la mobilità
elettrica, la forestazione urbana e la digitalizzazione delle reti. Tuttavia,
la sfida resta quella dell’implementazione concreta, a livello locale e territoriale.
Come
costruire un ambiente sostenibile: cosa dicono i numeri del report IEA?
Il
report sugli energy trends dell’Agenzia Internazionale dell’Energia IEA,
“Global Energy Investment Trends 2025“. (Il report è disponibile in versione
integrale) ci dice che gli investimenti globali per un ambiente sostenibile
raggiungeranno $2.2 trilioni nel 2025, il doppio dei combustibili fossili.
In particolare energia.
"Sinistra
antidemocratica.
Il
Colle non è loro feudo."
Ilgiornale.it
– (02-07 -2026) – Gabriele Barberis – Redazione – ci dice:
Il
ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani: "La destra non è
figlia di un Dio minore."
"Sinistra
antidemocratica. Il Colle non è loro feudo."
Il
ministro per i Rapporti con il Parlamento non piace la piega che ha preso il
dibattito sul Quirinale 2029.
Ha apprezzato la rivendicazione della premier
Meloni che vuole infrangere il tabù del Colle feudo intoccabile della sinistra.
Ma le reazioni dell'opposizione, che accusa il
centrodestra di smania di potere, riescono ad accendere un politico compassato
come Luca Ciriani.
«Questa è arroganza, ma chi l'ha scritto che
una parte politica non può avere il presidente della Repubblica e il presidente
del Consiglio allo stesso tempo?
Prodi
e Napolitano, Renzi e Gentiloni con Mattarella... È successo e abbiamo tutti
continuato a vivere normalmente» si sfoga.
Ciriani parla con il Giornale dal suo ufficio
al ministero.
Per
lui una giornata di autentico flipper tra Camera e Senato.
Sorride
sul suo «pranzo monacale» al ristorante di Palazzo Madama:
un
piatto di pasta fredda consumato in piedi e un bicchiere d'acqua. Indossa un
abito blu navy, camicia a righe sottili azzurrine, cravatta celeste fantasia.
Ministro
Ciriani, il Pd continua a parlare di colpo di Stato sulla nuova legge
elettorale. Quante possibilità esistono che il Parlamento arrivi a licenziare
un testo condiviso?
«Temo
sia impossibile e certamente non per una mancanza di volontà del centrodestra
che ha cercato più volte il dialogo ma si è vista sempre sbattere le porte in
faccia.
A
questo punto è giusto che gli italiani sappiano che mentre noi vogliamo
garantire alla Nazione stabilità, una maggioranza chiara e un presidente del
Consiglio che può formare l'esecutivo in tempi rapidi, la sinistra preferisce
una legge elettorale, quella attuale, che rischia di dare un risultato poco
definito e dunque favorire governi ibridi o tecnici, basati su maggioranze
fantasiose che non rispecchiano la volontà popolare.
Vogliono un modo per stare al governo anche senza
vincere le elezioni, come accaduto in passato».
Il
ritorno delle preferenze suscita divisioni nella maggioranza. Lei è favorevole
oppure come ministro sceglie un ruolo neutrale?
«Per
quasi tutta la mia vita politica mi sono misurato con le preferenze, quindi
sicuramente sono a favore. Tuttavia facciamo parte di una coalizione, quindi
vedremo se ci sono le condizioni per introdurle o no».
La
premier Meloni ha introdotto nell'agenda il tema del Quirinale.
Mattarella
scade nel 2029 ma si evoca già il sogno di un presidente di centrodestra,
impresa mai riuscita neppure con Berlusconi.
Ci state ragionando?
«La
presidente ha posto un tema di legittimità di una larghissima parte di italiani
che non è di centrosinistra. Come ha detto lei chi è di centrodestra non è
figlio di un Dio minore ed esistono eminenti profili in grado di ricoprire il
ruolo di presidente della Repubblica.
Assunto
questo, il presidente Mattarella è in carica, parlare del nome del suo
successore quando mancano poco meno di tre anni alla scadenza mi sembra
irrispettoso ed irrituale».
A
sinistra sembrano più pensare a sbarrare la strada al centrodestra al Colle che
a scegliere il prossimo presidente del Consiglio.
Chi fa parte dell'establishment è terrorizzato
di cedere il Quirinale, come ha detto la premier?
«Io
penso che ritenere il Quirinale una sorta di proprietà privata come fa la
sinistra, sia profondamente antidemocratico.
Dove è scritto che il presidente della
Repubblica italiana non possa avere un orientamento di centrodestra? Suggerirei
al centrosinistra, invece di attaccare Giorgia Meloni con tesi fantasiose, di
concentrarsi sulla loro proposta programmatica per l'Italia, visto che non
hanno nulla in comune se non l'essere contro di noi. Peraltro credo che
l'ultimo pensiero di Giorgia Meloni in questo momento sia quello del Colle».
Fratelli
d'Italia e Vannacci. Per voi è meglio il dialogo in attesa di convergenze o
chiudere subito le porte?
«Penso
che come prima cosa Vannacci se vuole ragionare con il centrodestra e se vuole
continuare a professarsi di destra debba smettere di votare come la sinistra.
Il centrodestra ha già un leader molto forte a
livello nazionale e internazionale, spetta a Vannacci dimostrare con i fatti da
che parte sta».
Il
clima è infuocato tra FDI e M5s sulla commissione d'inchiesta sul Covid che ha
evidenziato gravi anomalie nella gestione della pandemia. L'ex premier Conte
sarà presto audito. Per lei sono possibili ricadute giudiziarie?
«Non
sta a me esprimere un parere sulle ricadute giudiziarie, ma quanto sta
emergendo ha sicuramente dei tratti allarmanti.
Ho
avuto modo di sentire personalmente il racconto di alcune persone coinvolte
nelle forniture di mascherine e quindi credo sia giusto approfondire senza
guardare in faccia a nessuno, anche perché sarebbe inconcepibile che qualcuno
avesse lucrato sulla sofferenza degli italiani. Attendiamo di sentire cosa dirà
Giuseppe Conte, vista la resistenza che ha fatto nel farsi udire.
Dove è
finita la trasparenza e la tanto sbandierata onestà dei 5 stelle?»
Lei,
ministro, è espressione del Nordest. Esiste competizione sul territorio tra FDI
e la Lega, che detiene i governatori di Veneto e Friuli?
«Siamo
alleati e siamo una coalizione, governiamo insieme l'Italia e tante regioni e
ci interessa garantire il massimo a chi ci ha votato.
Di
tutto il resto parleremo a tempo debito, sicuramente il toto-nomi non
interessa, anzi addirittura irrita, gli italiani».
Leggi
e riforme in discussione da molto tempo, dal fine vita al premierato. Saranno
mai approvati?
«Il
fine vita è una legge di iniziativa parlamentare, è una questione delicatissima
su cui il governo ha lasciato operatività totale al Parlamento.
Per quanto riguarda il premierato, i tempi
purtroppo sono stretti, ma in ogni caso la riforma della legge elettorale ha
già lo scopo di garantire la stabilità».
Se
avesse un jolly da giocare, quale provvedimento adotterebbe subito?
«In
realtà più che un provvedimento nuovo vorrei vedere subito gli effetti della
rivoluzione che abbiamo portato sul fronte dell'immigrazione.
Partendo
dal nuovo regolamento europeo che per quanto mi riguarda porta la firma di
Giorgia Meloni.
È
stato il governo italiano a fare da precursore con i centri in Albania, ora
l'Europa ci dà ragione.
Quando
ci siamo insediati l'Italia era il punto di accoglienza di tutta l'Ue, adesso
siamo quelli che dettano l'agenda sul tema».
Se il
Pd non è più il partito del Colle.
Lastampa.it
- Alessandro De Angelis – (27 giugno 2025) – Redazione – ci dice:
Su
Putin, Europa, difesa la dissonanza tra Mattarella e Schlein è evidente. Bel
problema.
Se il
Pd non è più il partito del Colle. (Ansa).
Questo
servizio è contenuto ne "Lo spigolo", la newsletter settimanale di
Alessandro De Angelis.
C’è
stato un periodo, piuttosto lungo, in cui il Pd è stato il “partito del Colle”.
Che
non si significa, tanto per capirci, complicità manovriera o trame politiche,
ma una comune idea dell’interesse nazionale.
Quando
Sergio Mattarella, in un passaggio drammatico, chiama Mario Draghi, il Pd, sia
pur con qualche maldipancia iniziale, si adegua perché “prima il paese”.
Andando
a ritroso:
quando sempre Mattarella stoppa la richiesta
di elezioni anticipate da parte di Matteo Renzi, dopo la sconfitta al
referendum, arriva il governo di Paolo Gentiloni e lo stesso Renzi si adegua.
Andando
ancora più a ritroso, c’è Giorgio Napolitano che, senza quel partito, non
avrebbe potuto gestire la crisi dello spread, e così via.
Fino ai tempi di Oscar Luigi Scalfaro.
L’obiezione
è nota:
tutto vero, ma è anche vero che, in nome della
famosa “responsabilità”, la sinistra ha donato sangue con esiti non proprio
vantaggiosi.
Dopo
Monti il Pd si è schiantato, dopo Draghi pure. Mentre la sinistra faceva da
stampella del sistema, gli altri macinavano voti sulla protesta, Giorgia Meloni
compresa.
Si
potrebbe contro-obiettare facilmente che tra il non assumersi la responsabilità
e fare la stampella ci sono infinite sfumature che attengono alla politica.
Perché
essere un partito con cultura istituzionale non significa, come accaduto,
essere per forza subalterni a chi ti porta a governo.
In fondo così è stato da parecchio tempo a
questa parte, e non solo con i “governi del presidente”.
Vai alla voce, ad esempio: Conte 2.
Sia
come sia, ora questa storia è a un giro di pagina.
Il Pd
non è più il partito del Colle, nel senso che di quel rapporto sono mutati i
fondamentali di cultura politica.
Innanzitutto
viene da chiedersi se ci sia ancora una interlocuzione, fatta di contatti
informali, di approfondimenti comuni, di uno scambio di vedute.
Giorgia
Meloni, ad esempio, lo ha fatto, prima dell’ultimo passaggio parlamentare e gli
effetti si sono visti nel suo discorso in Aula, molto più equilibrato del
solito.
Mentre
la sensazione è che Elly Schlein, che si è messa a fare Meloni con Meloni, di
questo rapporto sembra non avvertire il bisogno, diversamente dai suoi
predecessori.
A ben
vedere, il rapporto col Quirinale è molto cambiato da quando è arrivata.
E
riflette in toto la cifra della nuova segretaria in termini di cultura
politica, squisitamente identitaria:
Mattarella
viene buono come bandiera quando c’è da celebrare il 25 aprile o sui giudici,
oppure quando, essendo popolare, il suo nome viene speso in opposizione al
premierato.
Insomma,
quando si è d’accordo c’è l’attitudine a coinvolgerlo nell’agone politico,
rischiando così di minare la sua terzietà.
E
forse deve essere arrivato qualche segnale da lassù perché l’andazzo, negli
ultimi tempi si è un po’ temperato.
Quando
invece non viene ritenuto una bandiera su altri terreni, allora viene
beatamente ignorato, anzi viene messa in conto, come se fosse normale, una
clamorosa divaricazione di vedute. Difficile non notare la non banale
dissonanza tra Sergio Mattarella ed Elly Schlein non su quisquilie e
pinzillacchere, come diceva Totò, ma questioni essenziali, da cui discende
tutto il resto:
l’Ucraina,
la minaccia rappresentata dalla Russia, le scelte cui è chiamata l’Europa sul
terreno della difesa e della sicurezza.
Ebbene,
l’uno (Sergio Mattarella) non perde occasione per ricordare di che entità sia
la minaccia russa - la equiparò, in un celebre discorso, alla Germania nazista
- e dunque per sollecitare l’Europa a essere “protagonista e non vassalla”,
facendo della difesa il primo passo verso una più profonda integrazione
politica.
In
questo quadro, il capo dello Stato considera il “piano di riarmo” un primo
passo, insufficiente ma necessario. L’altra (Elly Schlein), al contrario, ha
espunto dal discorso il tema dell’imperialismo russo, polemizza con l’Europa,
ne contesta un piano che viene visto come guerrafondaio, chiedendone una
“radicale revisione”.
Il tema di come costruire un nuovo ordine
mondiale nel quale sia garantita la sicurezza, che della democrazia è la
precondizione, è del tutto ignorato.
L’importante è intercettare il pacifismo
politico e il pacifismo da portafoglio di chi dice “basta sacrifici”, facendo
di tutt’erba un fascio:
aggressori,
aggrediti, esigenza di sicurezza e spirito guerrafondaio.
Né la segretaria del Pd si pone il problema di
un alleato che sull’Ucraina ha tesi, diciamo così, molto ardite.
Bel
problema. Per farla breve, se domani il campo largo vincesse le elezioni,
Mattarella si troverebbe a fare qualche domanda in più del solito in relazione
a alla tenuta di quella cornice attorno a cui si articola l’interesse
nazionale.
Ai
tempi del Conte 1, si oppose alla nomina di Paolo Savona all’Economia perché
voleva uscire dall’Euro. Quando è arrivata Giorgia Meloni, all’Interno non è
andato Matteo Salvini, che ha posizioni filorusse, e alla Difesa e agli Esteri
ci sono figure affidabili.
Insomma, avrebbe lo stesso problema di
temperare operazioni fantasiose e assicurarsi un’affidabilità complessiva.
Fa un po’ effetto, visto che stiamo parlando
del partito che lo ha espresso…
“Con
il premierato il Colle ha meno poteri.
La
sfiducia “vincolata”?
Non
regge.»
Ildubbio.news.it
- (14 dicembre 2025) – Giacomo Pulenti – Redazione – ci dice:
Il
costituzionalista “Michele Ainis” al Dubbio:
«E' inevitabile che nel momento in cui cresce
la figura del presidente del Consiglio grazie a un diretto mandato popolare, in
qualche misura decrescono le funzioni del presidente della Repubblica»
«Con
il premierato il Colle ha meno poteri. La sfiducia “vincolata”? Non regge».
Il
costituzionalista Michele Ainis analizza l’ipotesi di riforma costituzionale
del premierato e pur sfuggendo «la maglia da tifoso in un senso o nell’altro»
spiega che «è inevitabile che nel momento in cui cresce la figura del
presidente del Consiglio grazie a un diretto mandato popolare, in qualche
misura decrescono le funzioni del presidente della Repubblica».
Professor
Ainis, la maggioranza è pronta a portare in Cdm la riforma costituzionale del
premierato: su quali aspetti si dibatterà nei prossimi mesi?
Al
momento ragioniamo sulla base di alcune dichiarazioni e indiscrezioni che, a
volte, sono fallaci.
In
ogni caso non mi metto indosso la maglia da tifoso in un senso o nell’altro,
fenomeno che si è ripetuto direi sempre quando si sono varate riforme
costituzionali importanti.
In
questi casi, da un lato c’è chi dice che la Costituzione è sacra e intoccabile
e dall’altro quelli che dicono che è una vecchia signora da mandare dal
chirurgo estetico.
Io credo invece che bisogna essere “laici” e per farlo
occorre osservare intanto la coerenza del disegno che viene proposto e poi il
rapporto tra l’innovazione costituzionale e il sistema complessivo di pesi e contrappesi.
La
prima grande novità è l’elezione diretta del presidente del Consiglio: che ne
pensa?
È
inevitabile che nel momento in cui cresce la figura del presidente del
Consiglio grazie a un diretto mandato popolare, in qualche misura decrescono le
funzioni del presidente della Repubblica.
Ma la
maggioranza dice che i poteri del capo dello Stato restano tali…
Vediamo
il disegno complessivo:
attualmente
i poteri più importanti del capo dello Stato sono la nomina del presidente del
Consiglio e lo scioglimento delle camere.
Il
primo in
situazione di crisi diventa un potere effettivo mentre quando il risultato
elettorale è chiaro il parere del Quirinale diventa una fisarmonica, cioè si
restringe.
È
accaduto nel 2001, quando Berlusconi disse di aver ricevuto il mandato
«conformemente al voto popolare», sottinteso che il presidente Ciampi non
avrebbe potuto fare diversamente, e nel 2022 con il governo Meloni.
Con
questa riforma, questo potere verrebbe indebolito.
Accennava
poi al potere di scioglimento delle Camere, e qui la maggioranza introduce una “sorta
di sfiducia costruttiva”. Ci spiega meglio?
In
questo caso, delle due l’una.
O nel momento in cui la maggioranza
parlamentare va in crisi lo scioglimento è automatico, e allora il potere del
capo dello Stato si perderebbe;
oppure
si ragiona di sfiducia costruttiva, che in questo caso definirei “vincolata”.
Nel senso che, stando a quanto si dice, ove ci
siano dimissioni del presidente del Consiglio eletto o una crisi parlamentare
la stessa maggioranza uscita dalle urne può indicare il suo successore.
Una norma cosiddetta “antiribaltoni”.
Secondo me è un tratto d’incoerenza.
La
sfiducia costruttiva esiste in Germania ed è uno strumento di stabilizzazione
dei regimi parlamentari, non di quelli presidenziali.
Biden, ad esempio, non può essere sostituito
in corso d’opera da un altro, a meno che non muoia.
La formula italiana creerebbe un grosso
problema costituzionale perché metterebbe il Parlamento contro gli elettori.
Nel
momento in cui gli elettori votano tizio e poi il Parlamento in seguito a crisi
sceglie Caio gli elettori si sentiranno raggirati e penseranno di essere presi
in giro.
La
maggioranza potrebbe dire che se Tizio è a capo di una coalizione di più
partiti e gli elettori votano quella coalizione, poi non faranno storie se il capo del
governo viene sostituito da una figura interna alla coalizione…
Capisco
il suo ragionamento, ma non è detto che le cose vadano così.
Il voto per l’elezione diretta del presidente
della Repubblica o del presidente del Consiglio ha una forte connotazione
personale, mentre la logica di coalizione ha una forte connotazione
parlamentare.
E le
dinamiche politiche si possono standardizzare fino a un certo punto.
Potrebbero
nascere, ad esempi, nuovi gruppi all’interno della stessa maggioranza, come
accade ora.
E in
quel caso la coalizione di maggioranza potrebbe non essere coesa come era al
momento del voto.
Il presidenzialismo porta con sé la
personalizzazione del potere.
L’elettore vota una certa persona e non è
detto che voterebbe anche un alleato della stessa.
L’alternativa
sarebbe il ritorno al voto, un’ipotesi gradita a FDI ma che non piace a Lega e
Fi…
Anche
l’altra soluzione, cioè quella praticata nelle Regioni e nei Comuni, realizza
una sorta di equilibrio del terrore, in cui maggioranze in crisi votano
comunque la fiducia al sindaco perché non vogliono tornare a casa. C’è poi il
problema dell’abolizione dei senatori a vita.
Cioè?
La
nomina dei senatori a vita è un potere importante del nostro presidente della
Repubblica.
C’è un libro di Paolo Armaroli, pubblicato di
recente, che ripercorre il ruolo dei senatori a vita, che a volte fu
determinante come nell’ultimo governo Prodi.
In
ogni caso, in che modo si arriverà all’elezione del presidente del Consiglio?
L’ipotesi
di cui si parla è che la coalizione vittoriosa prenda il 55 per cento dei seggi
in Parlamento.
Questo
è un problema.
Ipotizziamo che si sfidino quattro coalizioni
maggiori, e che quella vincente abbia preso il 17 per cento.
Se
quel 17 diventa 55 per cento in Parlamento si crea una stortura istituzionale.
Ricordo
che il Porcellum venne dichiarato incostituzionale proprio per questo motivo.
Sulla
base dei principi costituzionali, se viene scritta una norma come quella appena
descritta potremmo dire che la Costituzione italiana diventa meno democratica
ma non potremmo dire che la norma è incostituzionale perché la Costituzione
stessa lo prevederebbe.
Se la
Costituzione si limita a dire che il presidente del Consiglio viene eletto ma
poi affida il procedimento alla futura legge elettorale, allora ci sarà di
nuovo un forte rischio di incostituzionalità.
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