I negazionisti del calore.

 

I negazionisti del calore.

 

 

 

Da Trump a Salvini:

Le perle del negazionismo

Climatico.

Ilfattoquotidiano.it – (24 giugno 2026) – Luisiana Gaita – Ambiente -Redazione: ci dice:

 

 

L’Italia soffoca sotto le isole di calore. Da Trump a Salvini, da Franco Prodi a Vittorio Feltri: ecco le perle di saggezza del negazionismo climatico.

Per il presidente Usa "il riscaldamento globale è una bufala".

 L'alluvione in Emilia Romagna? Per il senatore Lucio Malan (Fratelli d'Italia) "è tutto già visto".

 Il leader del Carroccio: "Quando fa caldo, si sta all'ombra".

L’Italia soffoca sotto le isole di calore.

Da Trump a Salvini, da Franco Prodi a Vittorio Feltri: ecco le perle di saggezza del negazionismo climatico.

Dai post del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump (“Il riscaldamento globale, che grande bufala”), alle massime del vicepremier Matteo Salvini (“Fa caldo, è luglio”).

 Passando attraverso le indimenticabili parole pronunciare dal senatore di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, dopo l’alluvione che colpì l’Emilia-Romagna.

Bilancio complessivo:

17 vittime, oltre 36mila sfollati e danni tra gli 8,5 e i 10 miliardi di euro. Ma per Malan era “tutto già visto”.

 Da ricordare anche lo scambio di battute andato in onda nel 2023 tra l’ex conduttore di Rete 4, Andrea Giambruno, all’epoca anche compagno di Giorgia Meloni, e Vittorio Feltri:

 “Direttore, la notizia, ammesso che tale sia, è che a luglio fa caldo e probabilmente a dicembre nevicherà”.

Dal 2024, poi, dopo altre devastanti alluvioni, milioni persi a causa della siccità e dei raccolti andati persi, si sono tutti – o quasi – dati una regolata, passando dal negazionismo della prima ora al neo-negazionismo, incentrato sul contestare costi e tempistiche delle politiche di transizione ecologica.

 Chissà cosa pensano davvero, però, negazionisti e neo-negazionisti delle temperature di questi giorni.

Non solo in Europa.

Negli Usa le ondate di calore intense minacciano oltre 150 milioni di persone.

È tutto già visto?

Continua a non esserlo per la scienza.

La piattaforma scientifica internazionale “Clima Metter” calcola che, a causa delle emissioni di gas serra, le temperature associate all’attuale configurazione meteorologica sono di circa 2-4 °C più elevate di quanto sarebbero state in condizioni meteorologiche simili durante la seconda metà del XX secolo.

 A Parigi, si stimano circa 2,4 °C in più, a Milano +3,8 °C e a Saragozza +4 °C.

Questo dice la scienza, qualsiasi cosa postino Trump o Salvini.

 Ecco, però, una rassegna di alcune delle dichiarazioni più emblematiche rispetto al cambiamento climatico.

 

 

Donald Trump, dall’appello (quasi) dimenticato alle teorie del complotto.

Per Trump il cambiamento climatico è una bufala.

Ha ritrattato sì, ma poi è tornato sui suoi passi alla stessa velocità con cui è uscito dagli Accordi di Parigi.

E pensare che nel 2009, insieme a decine di leader aziendali americani e ai suoi tre figli maggiori, Donald Jr., Ivanka ed Eric, anche Trump firmò un appello rivolto all’allora presidente Barack Obama e al Congresso, pubblicato come annuncio a pagamento sul New York Times.

 “Se non agiamo ora, è scientificamente inconfutabile che ci saranno conseguenze catastrofiche” recitava la lettera.

 Oggi sembra fantascienza.

Il 6 novembre 2012, appena tre anni dopo, Trump postò su Twitter le seguenti parole:

 “Il concetto di riscaldamento globale è stato creato dalla e per la Cina allo scopo di rendere l’industria manifatturiera statunitense non competitiva”.

 Ottobre 2014:

 “Appena uscita. Le calotte polari sono alle massime altezze di tutti i tempi, la popolazione di orsi polari più forte che mai. Dove diavolo è il riscaldamento globale?”.

 Da allora, ha detto di tutto e, a settembre 2025, all’Assemblea Generale dell’Onu ha definito la lotta climatica “la più grande truffa mai perpetrata sul mondo”.

Per l’ex presidente “Václav Klaus” il riscaldamento globale è un “falso mito.”

Le posizioni dell’ex presidente della Repubblica Ceca, Václav Klaus, sono sempre state scettiche e negazioniste.

Ha definito il riscaldamento globale un “falso mito” e un’ideologia simile a una religione.

 Le sue tesi principali sono racchiuse nel suo saggio “Pianeta blu in catene verdi”, nel quale spiega come l’allarme climatico non sarebbe basato su dati scientifici solidi, ma su un’agenda politica mirata a limitare il libero mercato.

Mentre Klaus nega l’esistenza di un’emergenza, considerando i mutamenti in corso come normali fluttuazioni naturali.

 

Matteo Salvini senza freni.

In Italia, pur rifiutando l’etichetta di negazionista del clima, il vicepremier Matteo Salvini in realtà ha fatto scuola.

 L’ironia sulle temperature è stata una delle sue armi più taglienti.

A maggio 2019, sette mesi dopo la pubblicazione del “rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico” che avrebbe cambiato la percezione stessa del mondo sulla gravità della situazione, durante un comizio a Milano, Salvini ha dichiarato:

“Accendo la televisione e il problema fondamentale è il riscaldamento globale… stiamo qua col cappotto.

Fa un freddo pazzesco in Italia, portatemi il riscaldamento globale”. Altra perla di saggezza, a luglio 2023, durante una convention estiva: “D’estate fa caldo, d’inverno fa freddo. Mio nonno mi diceva che quando fa caldo bisogna stare all’ombra”.

 C’è poi la teoria salviniana dei cicli naturali, secondo la quale lo scioglimento dei ghiacciai non dipende dal riscaldamento globale dovuto alle emissioni di gas serra e, quindi, alle attività umane.

Sempre a luglio 2023, durante un comizio alla scuola politica della Lega: “Io adoro la montagna.

 E quando vai sull’Adamello e sul Tonale e vedi i ghiacciai che si ritirano anno dopo anno ti fermi a pensare, poi studi la storia e vedi che sono cicli.

 Il ghiaccio non arretra perché Capezzone sgasa con la sua Golf turbo”. Pochi mesi dopo, partecipando all’assemblea della Confederazione Italiana Agricoltori, è tornato sul contributo dell’uomo al riscaldamento globale:

 “L’uomo influisce sul cambiamento climatico? Sì, ma come un raffreddore durante un temporale”.

 Negli ultimi anni, le sue dichiarazioni sono tutte contro le misure del Green Deal che, di fatto, è stato smantellato.

 

Il senatore Malan, tra la rilettura dei disastri alla gaffe sul livello del mare.

Il capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, Lucio Malan, ha più volte espresso la sua opinione rispetto al cambiamento climatico. Indimenticabile un commento lasciato sui social nel 2012, poco dopo il suo passaggio da Forza Italia a Fratelli d’Italia, dopo un servizio andato in onda a “Uno Mattina”.

Si parlava di Fair-Bourne, centro sulla costa del Galles del Nord che entro il 2055 rischia di essere sommerso dalle acque.

“Sarebbe il primo (villaggio, ndr) a scomparire a causa del cambiamento climatico perché è sul mare.

Ma il mare non è tutto allo stesso livello?” domandava con ironia.

Eh no.

A sue spese Malan ha scoperto che il mare non è tutto allo stesso livello ma, quando si parla di ” livello del mare” ci si riferisce a una media.

 Tra l’altro, questo innalzamento avrà effetti diversi a seconda dei territori, della loro morfologia, della presenza di barriere naturali o artificiali e di insediamenti urbani.

 Dopo la gaffe, Malan non ha fatto marcia indietro.

“Il riscaldamento globale non perdona” ha commentato nel 2023 dopo una nevicata a Ragusa, in Sicilia.

Il culmine lo ha raggiunto dopo le alluvioni che hanno colpito l’Emilia-Romagna nel 2023 (“Il cambiamento climatico non è un dogma”).

 Per Malan non c’era una correlazione diretta con l’emergenza climatica, ma si trattava di fenomeni “già visti”, come l’alluvione di Firenze del 1966 o il disastro del Polesine.

Nessun cenno, però, ai dati sulla frequenza con cui questi eventi si stanno verificando, che è proprio il focus su cui si concentrano gli scienziati.

Per la cronaca, nella seconda fase delle alluvioni, tra il 15 e il 17 maggio di quell’anno, sono esondati completamente 21 tra fiumi e corsi d’acqua, sommergendo completamente o in parte 37 comuni.

 

Il leghista Claudio Borghi se l’è presa con le centraline.

Nevicate estive e freddo fuori stagione sono i campi di atterraggio preferiti per le battute social del leghista, Claudio Borghi.

Ad agosto 2023, sui propri canali social e in un’intervista al quotidiano La Verità, il senatore del Carroccio è arrivato a sollevare dubbi sul metodo con cui erano state calcolate le temperature in Sicilia durante l’ondata di quei giorni (47 gradi raggiunti a Palermo).

“Aeroporto di Lamezia.

Diciamo che, se il dato è giusto, mettere una centralina meteo sopra un distributore di carburanti in aeroporto non mi sembra un’ottima idea” ha scritto su Twitter.

Secondo il senatore, le centraline sarebbero state installate in luoghi poco adatti per “favorire il gioco degli eco-ansiosi”.

 In quella occasione è intervenuto l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) precisando che la vicinanza con i condizionatori era stata oggetto di alcune verifiche incrociate e che le centraline erano perfettamente a norma.

Cosa è cambiato per Borghi? Molto poco se a febbraio 2026, in occasione di Milano-Cortina e dopo le polemiche sulla presenza della neve, ha così commentato su “X”: “Ma cosa ci fa tutta quella neve sugli alberi attorno alla pista dello speciale a Bormio?

Ma non c’era mica il tipo in canottiera per il cambiamento climatico?”.

 

Nicola Procaccini e l’interpretazione dei dati di Copernico.

Il cambio di registro avvenuto negli ultimi anni è ben comprensibile da alcune esternazioni di Nicola Procaccini, europarlamentare e responsabile Ambiente di Fratelli d’Italia sui dati, pubblicati tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 dal Servizio Climatico Copernico.

 “La temperatura della Terra si è raffreddata nell’ultimo anno secondo Copernico, il sistema di monitoraggio meteo dell’Unione Europea.

La temperatura globale nel 2025 è scesa sia rispetto al 2024 che al 2023” ha commentato, domandandosi come mai non trovasse la notizia sugli organi di informazione internazionali.

Forse perché il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato a livello globale. Per inciso, solo di 0,01 °C più freddo del 2023 e di 0,13 °C più freddo del 2024, l’anno più caldo mai registrato.

 

Franco Prodi e l’articolo negazionista poi ritirato.

Tra i negazionismi del clima c’è anche il fisico dell’atmosfera “Franco Prodi”, fratello dell’ex premier Romano Prodi.

Insieme ad altri ricercatori dell’Istituto nazionale di fisica nucleare – Gianluca Alimonti, Luigi Mariani e Renato Angelo Ricci – ha firmato uno studio pubblicato a gennaio 2022 sulla rivista scientifica” European Physical Journal Plus” dell’editore “Springer Nature”, da non confondere con la prestigiosa rivista Nature.

Il senatore Malan citava proprio Prodi e il suo studio commentando l’alluvione che aveva devastato l’Emilia Romagna.

La tesi centrale dei quattro scienziati era che, sulla base dell’analisi dei dati storici osservati, la crisi climatica non fosse ancora evidente.

Un’indagine giornalistica di AFP (Agence France-Presse) portò a una revisione affidata a esperti del settore e, nell’agosto del 2023, lo studio fu ritirato.

 

Il cambiamento climatico secondo Giambruno, Feltri e Ferrara.

Meritano un accenno anche alcune dichiarazione di giornalisti in tema di cambiamento climatico.

“A luglio fa caldo da secoli, facciamocene una ragione” scriveva Giuliano Ferrara su “Il Foglio” nel 2022.

 Va citata anche una puntata della trasmissione ‘Diario del giorno’, andata in onda a luglio 2023 e condotta da Andrea Giambruno, allora anche compagno di Giorgia Meloni.

In Italia, come in questi giorni, si registravano temperature record, tanto da dedicare al tema tutta la puntata, ma per Giambruno gli effetti dell’anticiclone africano non erano “poi una grande notizia”.

E ancora: “Secondo gli ambientalisti la colpa è di noi cittadini che non ci curiamo dell’ambiente”.

 E Vittorio Feltri: “Gli ecologisti sono dei conformisti che parlano di caldo record, ma è sempre stato così a partire dagli anni Ottanta.

A me del caldo non interessa, non lo soffro e non sudo nemmeno…”. Sono state le giornaliste Caterina Collovati e, inviata a Bari, Rossella Grandolfo a invitare ad ascoltare gli scienziati.

 “Purtroppo va data ragione agli scienziati del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell’Onu – spiega Grandolfo – che studiano tutto questo e che purtroppo per tutti noi hanno confermato che le ondate di calore rispetto agli anni Ottanta sono aumentate e soprattutto si sono ravvicinate di gran lunga”.

 

 

 

Missili a un passo dalla Cina:

perché gli USA spostano

gli Hellfire nel cortile cinese

msn.com – IlGiornale.it - Storia di Federico Giuliani – (03 – 07 -2026) – Redazione – ci dice:

 

Missili a un passo dalla Cina: perché gli Usa spostano gli Hellfire nel cortile cinese.

Gli Stati Uniti hanno rafforzato l'arsenale militare di Singapore con una nuova fornitura di missili Hellfire, uno dei sistemi aria-superficie più diffusi al mondo.

Il Dipartimento di Stato americano ha autorizzato la vendita di altri 24 missili AGM-114R Hellfire per un valore di 22,3 milioni di dollari, portando a 67 il numero complessivo di ordigni inclusi nei due pacchetti approvati negli ultimi mesi.

Prodotti da Lockheed Martin, gli Hellfire sono missili guidati di precisione impiegati contro mezzi corazzati, postazioni fortificate e altri obiettivi terrestri.

A utilizzarli sarà l'Aeronautica militare di Singapore, che li integra tra i suoi elicotteri d'attacco AH-64D Apache Longo.

 

Missili Usa a Singapore.

Come ha sottolineato CNA, il Ministero della Difesa di Singapore ha spiegato che l'acquisto rientra nella strategia di lungo periodo per mantenere elevate la prontezza operativa e le capacità di addestramento delle forze armate.

Oltre ai missili, il pacchetto comprende ricambi, aggiornamenti per i lanciatori, servizi di manutenzione, supporto tecnico, assistenza logistica, software, pubblicazioni specialistiche e programmi di formazione.

Il solito Dipartimento di Stato americano ha precisato che la vendita “non altererà l'equilibrio militare di base nella regione”, ma che contribuirà a rafforzare la sicurezza di un alleato considerato essenziale per la stabilità politica ed economica dell'Asia.

 Washington ritiene inoltre che Singapore non avrà difficoltà a integrare il nuovo equipaggiamento nelle proprie forze armate, già addestrate all'impiego del sistema Hellfire.

 

Ricordiamo che Singapore occupa una posizione strategica all'ingresso dello Stretto di Malacca, uno dei principali snodi del commercio mondiale e passaggio obbligato tra Oceano Indiano e Mar Cinese Meridionale. Pur mantenendo una politica estera improntata all'equilibrio tra Usa e Cina, la città-Stato rappresenta da decenni uno dei partner militari più affidabili di Washington nel Sud-est asiatico.

 

La strategia di Washington

L'invio di nuovi missili a Singapore va a potenziare la capacità di deterrenza di un Paese situato nel cuore dell'Indo-Pacifico, proprio mentre la competizione tra Stati Uniti e Cina continua ad allargarsi dal piano economico a quello militare.

Negli ultimi anni Washington ha intensificato la cooperazione con gli alleati dell'area attraverso esercitazioni militari congiunte, nuove forniture di armamenti e una presenza navale sempre più costante.

Di recente Washington ha deciso inoltre di investire circa 30 milioni di dollari per realizzare nuovi depositi logistici permanenti per il Corpo dei Marines nel sud-est dell’Australia.

Al centro delle preoccupazioni americane, a proposito di missili, c’è il DF-26, soprannominato da tempo “Guam Killer”.

Si tratta di un missile cinese balistico a raggio intermedio capace di colpire obiettivi fino a circa 4.000 chilometri di distanza, portando all’interno del suo raggio d’azione infrastrutture fondamentali come la base aerea di Andersen, i depositi di carburante e i centri di comando presenti sull’isola.

 

A turbare gli Usa troviamo anche l’evoluzione del programma DF-27, un sistema che potrebbe estendere ulteriormente la capacità di attacco cinese grazie a una gittata stimata tra 5.000 e 8.000 chilometri e a possibili caratteristiche ipersoniche.

 

 

Missili a un passo dalla Cina: perché gli USA spostano gli Hellfire nel cortile cinese.

Sotacarbo.it - Storia di Federico Giuliani – (13 settembre 2023) – Redazione – ci dice:

 

Missili a un passo dalla Cina: perché gli Usa spostano gli Hellfire nel cortile cinese.

Gli Stati Uniti hanno rafforzato l'arsenale militare di Singapore con una nuova fornitura di missili Hellfire, uno dei sistemi aria-superficie più diffusi al mondo.

 Il Dipartimento di Stato americano ha autorizzato la vendita di altri 24 missili AGM-114R Hellfire per un valore di 22,3 milioni di dollari, portando a 67 il numero complessivo di ordigni inclusi nei due pacchetti approvati negli ultimi mesi.

Prodotti da Lockheed Martin, gli Hellfire sono missili guidati di precisione impiegati contro mezzi corazzati, postazioni fortificate e altri obiettivi terrestri.

 A utilizzarli sarà l'Aeronautica militare di Singapore, che li integra nei suoi elicotteri d'attacco AH-64D Apache Long-bow.

 

Missili Usa a Singapore.

Come ha sottolineato CNA, il Ministero della Difesa di Singapore ha spiegato che l'acquisto rientra nella strategia di lungo periodo per mantenere elevate la prontezza operativa e le capacità di addestramento delle forze armate.

Oltre ai missili, il pacchetto comprende ricambi, aggiornamenti per i lanciatori, servizi di manutenzione, supporto tecnico, assistenza logistica, software, pubblicazioni specialistiche e programmi di formazione.

Il solito Dipartimento di Stato americano ha precisato che la vendita “non altererà l'equilibrio militare di base nella regione”, ma che contribuirà a rafforzare la sicurezza di un alleato considerato essenziale per la stabilità politica ed economica dell'Asia.

Washington ritiene inoltre che Singapore non avrà difficoltà a integrare il nuovo equipaggiamento nelle proprie forze armate, già addestrate all'impiego del sistema Hellfire.

 

Ricordiamo che Singapore occupa una posizione strategica all'ingresso dello Stretto di Malacca, uno dei principali snodi del commercio mondiale e passaggio obbligato tra Oceano Indiano e Mar Cinese Meridionale.

 Pur mantenendo una politica estera improntata all'equilibrio tra Usa e Cina, la città-Stato rappresenta da decenni uno dei partner militari più affidabili di Washington nel Sud-est asiatico.

 

La strategia di Washington.

L'invio di nuovi missili a Singapore va a potenziare la capacità di deterrenza di un Paese situato nel cuore dell'Indo-Pacifico, proprio mentre la competizione tra Stati Uniti e Cina continua ad allargarsi dal piano economico a quello militare.

Negli ultimi anni Washington ha intensificato la cooperazione con gli alleati dell'area attraverso esercitazioni militari congiunte, nuove forniture di armamenti e una presenza navale sempre più costante.

Di recente Washington ha deciso inoltre di investire circa 30 milioni di dollari per realizzare nuovi depositi logistici permanenti per il Corpo dei Marines nel sud-est dell’Australia.

Al centro delle preoccupazioni americane, a proposito di missili, c’è il DF-26, soprannominato da tempo “Guam Killer”.

Si tratta di un missile cinese balistico a raggio intermedio capace di colpire obiettivi fino a circa 4.000 chilometri di distanza, portando all’interno del suo raggio d’azione infrastrutture fondamentali come la base aerea di Andersen, i depositi di carburante e i centri di comando presenti sull’isola.

A turbare gli Usa troviamo anche l’evoluzione del programma DF-27, un sistema che potrebbe estendere ulteriormente la capacità di attacco cinese grazie a una gittata stimata tra 5.000 e 8.000 chilometri e a possibili caratteristiche ipersoniche.

 

 

 

I negazionisti del clima:

falsità e pregiudizi.

Sotacarbo.it – (6 -11- 2024) – Redazione – ci dice:

 

Sui cambiamenti climatici siamo tutti d'accordo. O forse no?

Viaggio negli argomenti "forti" di coloro che negano il riscaldamento globale e i suoi effetti.

 

La negazione della scienza.

1. Da sempre il clima cambia: prova ne sono i resoconti storici.

2. Non è vero che la concentrazione di CO2 in atmosfera sta crescendo.

3. Anche ammesso che la CO2 in atmosfera stia crescendo, non ci sono prove del suo impatto sul clima.

4. Come si può parlare di riscaldamento globale quando ad agosto fa così freddo?

5. Il reale riscaldamento è molto minore di quello previsto dagli scienziati.

6. Il riscaldamento è dovuto a fenomeni naturali: l’impatto dell’uomo sul pianeta è trascurabile.

7. È vero: il clima cambia, ma è un bene.

Il ruolo degli esperti.

Gli effetti del riscaldamento globale sono ormai sotto gli occhi di tutti.

 O meglio: di quasi tutti, dal momento che alcuni esperti o sedicenti tali continuano, per interessi specifici o più semplicemente per limitata capacità di visione d’insieme, a negare l’evidenza.

E sono tipicamente seguiti a ruota da chi è pronto, per le ragioni più svariate (politiche, economiche, commerciali), a cavalcare l’onda. Proprio poche settimane fa ha avuto un discreto risalto, nella stampa italiana, la presa di posizione del noto geologo e divulgatore scientifico “Mario Tozzi”, che ha dichiarato apertamente di non voler partecipare più a dibattiti pubblici nei quali dovessero essere coinvolti i cosiddetti “negazionisti del clima”.

 La cui presenza ha forse un certo interesse dal punto di vista di chi deve animare il dibattito, ma le cui posizioni sono in forte contrasto con la realtà dei fatti e con l’approccio scientifico.

Ma chi sono in sostanza, e cosa sostengono, i negazionisti del clima?

Prima di provare a fare chiarezza e discutere punto per punto le principali tesi negazioniste occorre fare una breve premessa.

 

Elementi che portano spesso a uno stravolgimento della percezione, come dimostrato già dieci anni fa dai risultati di uno studio sociologico proprio sul clima, pubblicati dal quotidiano inglese “The Guardian” (18 maggio 2013).

Se nella realtà la quasi totalità degli scienziati del clima (allora rappresentava “solo” il 97%, oggi il consenso è pressoché unanime) vede il riscaldamento globale come un problema, la percezione del pubblico intervistato era completamente diversa: secondo gli intervistati, solo il 45% degli esperti riconosceva il problema.

 

Quali le argomentazioni?

 

Ma quali sono le argomentazioni dei negazionisti del clima?

Posto che un elenco completo ed esaustivo è pressoché impossibile, proviamo a elencare le principali, che, come si può facilmente notare, son tutt’altro che coerenti l’una con l’altra.

 E proviamo a dare, per ciascuna, un’argomentazione, ben sapendo che, come è stato ampiamente dimostrato proprio dagli studi sociologici di cui sopra, i negazionisti climatici, spinti da reazioni irrazionali, non si convertono certo con dati scientifici e ragionamenti logici.

 

La negazione della scienza.

Partiamo da un presupposto:

 il metodo scientifico, secondo la definizione che ne dà l’Enciclopedia Treccani, “si basa sull'osservazione e sulla sperimentazione, sulla misura, sulla produzione di risultati per generalizzazione (induzione) e sulla conferma di tali risultati attraverso un certo numero di verifiche”. Non solo osservazione e deduzione, quindi, ma anche conferma dell’ipotesi con prove che siano affidabili e replicabili, come proposto per la prima volta da Galileo Galilei attorno al 1600.

 

Metodo non infallibile, ma che consente un’evoluzione graduale, per successive approssimazioni, della conoscenza scientifica. E che fa della replicabilità sperimentale quasi un mantra.

 

Tuttavia, accanto ad alcune conoscenze scientifiche (soprattutto quelle più direttamente vicine alla percezione popolare, come quelle sul cambiamento climatico), sorgono spesso delle teorie negazioniste che mirano, attraverso specifiche tecniche retoriche, a confondere e spesso ribaltare quanto la comunità scientifica sostiene in modo pressoché unanime grazie alle evidenze sperimentali.

Si tratta di un fenomeno, quello del negazionismo scientifico, il cui studio ha recentemente riscosso un notevole interesse dal punto di vista sociologico.

 Fino alla formulazione, nel 2017, del concetto di FLICC, acronimo inglese che indica i cinque principali elementi del negazionismo scientifico:

 falsi esperti, errori logici, presunta necessità di prove scientifiche impossibili da ottenere, conclusioni affrettate e spesso basate su informazioni parziali o su campioni non rappresentativi (indicate in inglese come “cherry picking”, letteralmente la raccolta delle ciliegie) e teorie complottistiche.

 

Le cinque caratteristiche dei negazionisti. (Photo credit: skepticalscience.com).

1. Da sempre il clima cambia: prova ne sono i resoconti storici.

Detta così non fa una piega. È vero: il clima cambia.

Ci sono state ere glaciali alternate a periodi più caldi che hanno visto lo scioglimento dei ghiacci, con il Pianeta che si è sempre in qualche modo adattato al mutamento del clima.

Un esempio su tutti: la Groenlandia.

In inglese si chiama Greenland, territorio verde, mentre oggi siamo abituati al bianco delle immagini trasmesse dai satelliti.

Ma son tanti i resoconti storici che parlano di vitigni coltivati in Inghilterra, vesti leggere in epoca romana, e molto altro.

 

Attenzione però: oltre ai cambiamenti climatici globali, estesi all’intero Pianeta, ci sono stati numerosi effetti del clima che hanno riguardato territori specifici e quello della Groenlandia – colonizzata da parte dei vichinghi islandesi attorno al 1000 d.C. – parrebbe essere uno di questi.

 

La temperatura media del pianeta viene misurata sistematicamente dal 1880, per cui non abbiamo dati storici derivanti da misure dirette.

 Ma già negli ultimi 140 anni i cambiamenti sono evidenti, come risulta dai dati pubblicati dal NOAA, l’Amministrazione del Governo statunitense deputata alla vigilanza di oceani e atmosfera.

Quello che risulta è un rapido incremento, soprattutto negli ultimi 40 anni, delle temperature medie.

 

Insomma: il clima varia da sempre, localmente e globalmente, ma quello al quale stiamo assistendo ora è un fenomeno di una rapidità e di una magnitudo mai verificatesi prima su scala globale.

 

2. Non è vero che la concentrazione di CO2 in atmosfera sta crescendo.

Questa è probabilmente la più grande delle assurdità che si dicono a proposito del riscaldamento globale.

 È assurda perché è assolutamente contraria all’evidenza scientifica.

 È vero: le misure sistematiche della concentrazione di CO2 nell’aria le abbiamo solo dal 1958 quando, sotto la direzione del chimico e climatologo statunitense “Charles David Keelung”, venne inaugurato a Mana Loa, nelle isole Hawaii, il primo osservatorio sul clima.

 Quello che è successo in precedenza, però, lo possiamo vedere dalle impronte lasciate dalla CO2 sulla scena del crimine.

Analizzando i campioni di ghiaccio depositatisi nelle diverse epoche, soprattutto nelle calotte polari, gli scienziati del clima sono riusciti a misurare, procedendo a ritroso, l’andamento della concentrazione di CO2 in atmosfera negli ultimi 800.000 anni.

E i risultati, anch’essi pubblicati dal NOAA americano, sono a dir poco eclatanti.

 

La concentrazione di CO2 in atmosfera è sempre oscillata tra 185 ppm (parti per milione, ovvero 185 molecole di CO2 su un milione di molecole complessive dei gas che costituiscono l’atmosfera) delle ere glaciali, circa 800-600.000 anni fa, e poco meno di 300 ppm.

 

Un’oscillazione abbastanza regolare che, oltre a cambiare nel corso dell’anno (principalmente, nei due emisferi, in corrispondenza delle fasi di maggior crescita della vegetazione, che assorbe la CO2 dall’aria), ha avuto nei secoli notevoli incrementi, generalmente abbastanza rapidi, per poi riequilibrarsi gradualmente. Incrementi dovuti tipicamente a fenomeni naturali, per esempio grandi eruzioni vulcaniche, seguiti da un lento processo di assorbimento e auto adattamento.

 

Tutto regolare, dunque.

Tutto regolare fino all’inizio della rivoluzione industriale, quando la concentrazione di CO2 in atmosfera era prossima (278 ppm) ai valori massimi già registrati.

Da allora, tuttavia, cambia tutto, con la concentrazione che schizza fino a ben oltre le 400 ppm (quest’anno abbiamo toccato il record di 424 ppm), con un incremento così rapido che, nel diagramma del NOAA relativo agli ultimi 800.000 anni, si percepisce come verticale.

 

Questa è l’evidenza scientifica.

Alti e bassi fino alla rivoluzione industriale e all’uso incontrollato dei combustibili fossili.

Carbonio che per centinaia di migliaia di anni è rimasto confinato sottoterra in forma di carbon fossile, petrolio e gas naturale e che di colpo viene estratto e riversato in atmosfera sotto forma di CO2.

 

3. Anche ammesso che la CO2 in atmosfera stia crescendo, non ci sono prove del suo impatto sul clima

Anche questo è totalmente privo di fondamento.

 Già nel 1896, in un suo articolo pubblicato sul “Journal of Science”, il chimico svedese “Svante August Arrhenius” (a cui fu conferito il premio Nobel per la chimica nel 1903) dimostrò gli effetti della CO2 sull’effetto serra e indicò che un ipotetico raddoppio della concentrazione di CO2 in atmosfera avrebbe portato a un aumento della temperatura media del pianeta di circa 5 °C.

 

Arrhenius” è stato solo il primo, ma dopo di lui migliaia di scienziati del clima hanno dimostrato l’impatto della CO2 sull’effetto serra. Ci limitiamo a un esempio, seppure banale:

il pianeta Venere ha un’atmosfera molto spessa, composta per il 96% da CO2, e l’effetto serra porta a una temperatura media di 420 °C. Viceversa, l’atmosfera di Marte è sottile, con pochissima CO2 e una temperatura media del pianeta rosso pari a 50 °C sottozero.

 

4. Come si può parlare di riscaldamento globale quando ad agosto fa così freddo?

Anche quest’anno, nel mese di agosto, abbiamo assistito a un repentino crollo delle temperature, rimaste ben sotto la media stagionale per diversi giorni. Questo fenomeno è stato indicato da qualcuno come un’evidenza del fatto che il riscaldamento globale non sia affatto un qualcosa di concreto.

 

Si tratta, tuttavia, di un classico esempio del cosiddetto” cherry picking”. Si osserva un fenomeno locale e limitato per trarne delle conclusioni affrettate e prive di fondamento se valutate su scala globale.

 

Secondo i climatologi, molti di questi fenomeni che portano, nelle zone temperate del Pianeta, periodi di freddo intenso nella stagione estiva sono invece una diretta conseguenza del riscaldamento globale: molti derivano infatti da fenomeni di riscaldamento nelle aree polari, con correnti d’aria più calda che risalgono (per il principio di Archimede) verso gli strati più alti dell’atmosfera e che ridiscendono in alcune zone temperate.

Aria calda rispetto alle temperature dei poli, ma freddissima se confrontata con le medie del mese di agosto in Europa meridionale.

 

5. Il reale riscaldamento è molto minore di quello previsto dagli scienziati.

Questo è vero, ed è un bene.

 I modelli previsionali (che non sono, sia chiaro, delle sfere di cristallo tramite le quali si può predire con certezza il futuro) presentano degli scenari, più o meno ottimistici a seconda delle ipotesi che vengono adottate.

E i modelli più pessimistici prevedevano aumenti di temperatura ben al di sopra di quelli che stiamo osservando.

 

Questo anche grazie a noi e ai provvedimenti sempre più forti ed efficaci che stiamo adottando per preservare il clima. Interventi, tuttavia, ancora insufficienti per limitare gli effetti del riscaldamento globale.

 

6. Il riscaldamento è dovuto a fenomeni naturali: l’impatto dell’uomo sul pianeta è trascurabile.

Che molti fenomeni naturali contribuiscano al riscaldamento del pianeta l’abbiamo già visto. Eventi di vario tipo, tra cui soprattutto grandi eruzioni vulcaniche che hanno comportato emissioni di enormi quantità di CO2 in atmosfera. Si è trattato in qualche modo di eventi ciclici, con il Pianeta che si è sempre autoregolato in tempi (decine di migliaia di anni) che possiamo considerare relativamente brevi.

 

Quello che sta succedendo oggi, tuttavia, l’abbiamo visto: dalla rivoluzione industriale in poi abbiamo superato ogni limite, emettendo ogni anno fino a oltre 35 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. E la sua concentrazione in atmosfera ha ormai superato le 420 ppm.

 

Il problema è che stavolta non si tratta di emissioni naturali che, sebbene importanti, perdurano qualche settimana, qualche mese, al massimo qualche anno.

Si tratta invece di emissioni durature, che dalla fine del XVIII secolo continuano a crescere senza sosta.

Anche questa volta, secondo i climatologi, il Pianeta si potrebbe autoregolare.

Ma per consentirglielo è sempre più urgente azzerare le emissioni antropiche.

 Anzi, possibilmente aiutare la natura a ridurre la concentrazione lasciando più spazio alle foreste e alle tecnologie a emissioni negative.

 

7. È vero: il clima cambia, ma è un bene.

Qui occorre chiarire un concetto fondamentale: il problema non è l’effetto serra (senza il quale la vita sulla Terra non potrebbe esistere e si passerebbe da temperature glaciali la notte a temperature di diverse centinaia di gradi di giorno), ma l’aumento eccessivo dell’effetto serra dovuto alla concentrazione sempre maggiore di CO2.

 

Aumento dell’effetto serra che potrebbe portare, entro la fine del secolo, a un aumento della temperatura media del pianeta fino a 3-4 °C. Che non significa solo inverni più miti e stagione balneare più lunga. Significa alterare completamente il delicatissimo equilibrio del nostro pianeta.

 

Stiamo parlando di temperature medie, ma variazioni ben più consistenti si andrebbero a verificare nei circoli polari e nelle montagne, con il conseguente scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento del livello dei mari e l’intensificazione di fenomeni meteorologici estremi, di cui già oggi vediamo i primi segnali: uragani, alluvioni, siccità, incendi.

Variazioni del clima che andrebbero a incidere profondamente su tanti fattori, col rischio di innescare un circolo vizioso dal quale sarebbe impossibile tornare indietro (se non, come detto, in tempi dell’ordine delle decine di migliaia di anni).

 

Gli esempi son tanti.

Dalla temperatura superficiale dei mari (la cui alterazione rischia di compromettere la sopravvivenza della stragrande maggioranza delle forme viventi) all’assenza di neve sui rilievi (con il conseguente prosciugamento di molte delle attuali risorse idriche).

Insomma: la questione non riguarda un maglione in meno da indossare o un bagno in più fuori stagione. Riguarda la sopravvivenza della vita così come la conosciamo.

Il ruolo degli esperti.

Gli esperti, quelli veri, non sono privi di responsabilità.

Le grandi capacità di indagine in campo tecnico e scientifico non sempre si accompagnano all’abilità di trasmettere le proprie competenze in modo semplice e fruibile ai non addetti ai lavori.

 Ne conseguono spesso sospetti, paure e una generale diffidenza della popolazione verso le tecnologie di decarbonizzazione.

 

Pensiamo, per esempio, allo stoccaggio geologico dell’anidride carbonica, temuto da molti come possibile causa terremoti o altre catastrofi naturali.

 O come l’idrogeno, considerato da molti come la panacea di tutti i mali, la soluzione universale al problema, oppure, al contrario, come una sorta di bomba a orologeria.

Eccessive paure o eccessivi entusiasmi in un settore che, più di ogni altro, dovrebbe essere guidato da un’attenta pianificazione e da una grande lungimiranza, ma che spesso è soggetto, a causa della disinformazione, a frequenti cambi di rotta dovuti non certo all’avanzamento delle conoscenze, quanto piuttosto ai sentimenti della popolazione.

Pettina.

(06/11/2024).

 

Il negazionismo climatico si evolve:

le soluzioni della scienza sono inefficaci.

Asvis.it - Ivan Manzo – (13 febbraio 2024) – Redazione – Alleanza Italiana per lo Sviluppo sostenibile -  ci dice:

 

Uno studio condotto nel Regno Unito descrive il passaggio da “vecchie” a “nuove negazioni”.

Bufale su auto elettriche e pompe di calore.

Per il 37% dei giovani che usa tanto “Youtube” la narrazione sul clima è esagerata. 

 

Il negazionismo climatico si evolve: le soluzioni della scienza sono inefficaci.

Almeno un terzo dei teenager nel Regno Unito crede che la narrazione scientifica sulla crisi climatica sia esagerata.

Di pari passo crescono i contenuti sulla piattaforma di “Google YouTube” che promuovono una nuova frontiera del negazionismo climatico.

 Lo ha rilevato lo studio “The new climate denial”, pubblicato il 16 gennaio dal Center for counseling digitale house (CCDH), che descrive come la propaganda negazionista sia passata dal sostenere che il collasso climatico non sta avvenendo, o non è causato dall’essere umano, a mettere in discussione le soluzioni al riscaldamento globale.

Lo studio di CCDH ha infatti scoperto che la maggior parte dei video negazionisti su YouTube promuove l'idea che le soluzioni climatiche non funzionino, che la scienza climatica e il movimento climatico non siano affidabili, o che gli effetti del riscaldamento globale siano addirittura benefici o innocui.

Le ragazze e i ragazzi compresi tra i 13 e i 17 anni utilizzano YouTube più di qualsiasi altra piattaforma di social media, con il 71% che lo utilizza quotidianamente.

 

I BIG DEL MONDO DA DAVOS:

“QUESTA DISINFORMAZIONE MINA LA SICUREZZA GLOBALE.”

 

"Gli scienziati hanno vinto la battaglia per informare il pubblico sul cambiamento climatico e le sue cause, ecco perché chi è contrario all'azione climatica adesso cambia in modo cinico il suo focus con l’obiettivo di minare la fiducia screditando le soluzioni e la scienza stessa", ha dichiarato Imran Ahmed, amministratore delegato del CCDH.

 

Il 37% dei giovani che utilizza YouTube per diverse ore si dice scettico.

 

I ricercatori hanno raccolto un dataset di trascrizioni di testo da 12.058 video correlati al clima presenti su YouTube, pubblicati da 96 canali nel corso di quasi sei anni (dal primo gennaio 2018 al 30 settembre 2023). Nell’analisi è stato inoltre incluso il risultato di un sondaggio, condotto dalla società “Survoltino”, che ha rilevato come il 31% dei partecipanti nel Regno Unito di età compresa tra 13 e 17 anni concordasse con la seguente affermazione:

“il cambiamento climatico e i suoi effetti vengono intenzionalmente esagerati".

Un dato, questo degli scettici, che sale al 37% tra gli adolescenti che utilizzano la piattaforma per più di quattro ore al giorno.

 

Il Rapporto, in sostanza, descrive il passaggio dalla "vecchia negazione" alla "nuova negazione".

“Questa mentalità si è infiltrata nella politica britannica, con politici di destra che hanno fatto campagna per anni per persuadere il pubblico sugli obiettivi di neutralità climatica, definendoli irrealizzabili e troppo costosi, e sulle tecnologie come le auto elettriche e le pompe di calore sostenendo che non sono una soluzione valida”, ha aggiunto Ahmed.

 

Nel 2018 le negazioni basate sulle soluzioni inefficaci proposte dalla scienza costituivano il 35% di tutte quelle presenti su YouTube, una cifra che nel corso del tempo è raddoppiata visto che ora sono la stragrande maggioranza (70%).

Al contempo, la quota di vecchie negazioni è scesa dal 65% al 30%.

 

Tra i canali che promuovono fake news climatiche troviamo, evidenzia il rapporto, Balzetti (1,92 milioni di iscritti), Pregerà (3,21 milioni di iscritti) e il canale personale di “Jordan Peterson” (7,64 milioni di iscritti).

 

"È ipocrita per le aziende di social media affermare di essere ecologiche e poi monetizzare con le bugie sul clima”, ha infine detto Ahmed,

“Le piattaforme digitali dovrebbero rifiutarsi di amplificare contenuti che minano la fiducia nella nostra capacità collettiva di risolvere la sfida più urgente dell'umanità".

 Quella del cambiamento climatico.

 

Guterres: allarme sulle campagne di disinformazione che ostacolano la transizione

Il Segretario generale dell’Onu Antonio Guterres a Davos:

caos climatico e AI “senza guardrail” costituiscono rischi esistenziali.

 Combattere i “livelli osceni” delle diseguaglianze, superare i conflitti e ricostruire la fiducia. 

 

 

 

Quando il negazionista

climatico delira.

Climateranti.it – (Gen. 30, 2024) – Maurizio Maugeri – Redazione – ci dice:

 

Nei 15 anni di attività di Climalteranti abbiamo incontrato tante tesi infondate sul clima, tanti errori, esagerazioni, fraintendimenti sulla scienza del clima, oppure le cosiddette bufale.

L’ultimo articolo pubblicato su “La Verità” da “Franco Battaglia” è invece classificabile nella categoria dei deliri.

Ne parliamo perché segna la definitiva sconfitta del negazionismo climatico, ormai ridotto ad argomenti del tutto inconsistenti, palesemente assurdi.

 La tesi dell’articolo è che tutti i dati delle temperature globali usati dagli scienziati del clima non hanno alcun valore.

Abbiamo chiesto un commento al Prof. Maurizio Maugeri, fisico dell’atmosfera e uno dei principali esperti delle serie storiche dei dati delle temperature italiane.

 

Tra le tante strampalate argomentazioni proposte dai negazionisti per affermare che non vi siano cambiamenti climatici in atto, quella proposta da Franco Battaglia in un articolo pubblicato sul quotidiano La Verità il 18 gennaio 2024, intitolato “Il mito temperatura media globale non ha nessun valore scientifico”, merita sicuramente una menzione.

Essa riesce infatti a collocarsi in una posizione di assoluto rilievo nella graduatoria delle argomentazioni più assurde.

 

L’idea di fondo dell’articolo è quella di affermare che il concetto di temperatura media planetaria dell’aria non abbia senso e che non abbia quindi senso parlare di un suo cambiamento.

Come spesso accade per i negazionisti, anche in questo caso “Franco Battaglia” parte da premesse che possono avere una propria ragionevolezza.

 Egli afferma, infatti, che quando si opera una media tra diversi numeri occorre farlo in modo corretto e aggiunge che la media esprime solo parzialmente le caratteristiche di una serie di numeri che possono essere meglio descritte da un insieme più ampio di indicatori statistici.

 Ma è completamente assurdo che da queste premesse l’autore arrivi poi a dire che non abbia senso mediare le temperature, prima nel tempo, per arrivare dai valori istantanei a delle medie giornaliere, mensili e annuali, e poi nello spazio, per arrivare da valori locali a valori rappresentativi di aree più vaste che possono andare da singole aree geografiche a intere nazioni o continenti o anche all’intero Pianeta.

Questa operazione va naturalmente fatta in modo critico e rigoroso, e occorre evitare errori in ogni passo della procedura, ma è quanto fanno da molti decenni i climatologi di tutto il mondo (e non solo sui dati delle temperature) per fornire informazioni di grande importanza per la scienza del clima.

 

Un esempio riguarda la possibile non completezza delle serie di dati che si usano per ottenere una serie media areale:

in caso di valori mancanti, una semplice media sui dati disponibili ne può risultare molto influenzata, facendo sì che il segnale mostrato da essa sia più influenzato dalla presenza di queste lacune che non dal segnale climatico.

 È quindi sicuramente necessario che il processo di costruzione di una serie media areale sia fatto con procedure rigorose e ben documentate.

Un metodo molto usato per evitare che una serie media areale possa avere delle inomogeneità dovute alla presenza di lacune nelle serie delle singole stazioni consiste nel trasformare queste serie in anomalie, prima di procedere al calcolo della serie areale.

Le anomalie sono le variazioni rispetto ad un valore medio di riferimento, e (come spiegato ad esempio da NASA-GISS qui) esse sono rappresentative di aree vaste e sono correlate fra loro per grandissime distanze.

 La procedura che porta alle serie globali di temperatura del pianeta non prevede quindi affatto, come sembra credere Battaglia, che si calcoli la media fra i dati delle temperature assolute delle diverse stazioni disponibili: è invece basata sulle anomalie delle temperature di queste stazioni.

 

Il metodo che la comunità scientifica assicura per garantire che i risultati che essa produce siano corretti e rigorosi è la revisione tra pari, unita alla continua possibilità di critica di ciò che viene pubblicato. Le serie globali che vengono comunemente utilizzate per dare un quadro di sintesi sui cambiamenti climatici sono quindi prodotte e pubblicate in articoli scientifici che descrivono in dettaglio le metodologie adottate per produrle.

 Prima della pubblicazione ogni articolo viene valutato da colleghi che ne fanno una revisione anonima e poi esso può venire criticato e commentato da tutta la letteratura successiva.

Ogni membro della comunità scientifica, ed eventualmente anche persone esterne alla comunità, compreso Franco Battaglia, possono dare un loro contributo costruttivo al progresso delle scienze facendo rilievi puntuali e circostanziati.

 Indicando, per esempio, se un certo metodo utilizzato per produrre una certa serie di valori non sia corretto o efficace.

Rilievi di questo tipo sono assolutamente benvenuti e servono al progresso della scienza.

Al contrario, conclusioni assurde come quelle che affermano che non abbia senso mediare un certo numero di variabili sono assolutamente inutili e hanno il solo scopo di disorientare i lettori, andando a minare delle conoscenze che essi hanno acquisito fin dalle scuole elementari e che hanno sempre utilizzato in tantissimi campi della loro vita.

 

Questi stessi lettori, peraltro, troveranno sicuramente sullo stesso quotidiano molte altre considerazioni basate su valori medi, per esempio relativi ai redditi, al tasso di inflazione o alla crescita economica; e sarebbe davvero molto controproducente per loro se dovessero concludere che nessuno di essi ha senso.

(Maurizio Maugeri, Università di Milano).

 

 

 

 

 

Negazionisti climatici:

le 4 tesi infondate che supportano.

 Rigeneriamoterritorio.it – (05-02-2024) - Alberto Muraro – Redazione – ci dice:

Una manifestazione di ambientalisti.

Che al momento ci sia un cambiamento climatico in atto, con un impatto terrificante sugli ecosistemi e ovviamente sulle nostre stesse vite, è un dato di fatto.

La comunità scientifica è ormai unanime rispetto ai rischi rappresentati dal riscaldamento globale e ai suoi potenziali effetti sulla vita sul nostro pianeta.

 Le nuove generazioni sono in serio pericolo e proprio per questo motivo dovremmo agire a partire da ora per assicurare un futuro ai nostri figli e ai figli dei nostri figli.

Purtroppo, grazie anche al contributo spesso deleterio dei social, sono sempre più numerosi i cosiddetti negazionisti climatici, personaggi che per non si sa bene quale motivo negano le scoperte scientifiche e le innumerevoli prove che abbiamo a nostra disposizione, sostenendo che in realtà il fenomeno per cui Greta Thunberg e gli ambientalisti si battono nemmeno esiste.

 Vediamo insieme le loro idee più strampalate.

 

Indice:

1. “Il clima è sempre cambiato.”

2. “La concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera non sta crescendo.”

3. “Ad agosto fa freddo, quindi il riscaldamento globale non esiste”

4. “L’impatto dell’uomo sul riscaldamento globale è minimo.”

“Il clima è sempre cambiato.”

I negazionisti dei cambiamenti climatici sono purtroppo una piaga sempre più diffusa: ecco quali sono le loro teorie più assurde al momento.

Manifestazione di un gruppo di attivisti climatici.

In apparenza questa tesi potrebbe anche sembrare sensata: è innegabile che il clima stia mutando.

Nel corso della storia, il genere umano ha assistito a diversi periodi di glaciazione alternati a periodi molto più caldi, durante i quali i ghiacci si sono sciolti.

Pensiamo per esempio al caso della Groenlandia, che in inglese significa “terra verde”, anche se oggi la vediamo prevalentemente coperta di bianco dalle immagini satellitari.

Ma sappiamo anche, grazie alle testimonianze degli storici, che in passato è stato possibile coltivare vitigni in quella che oggi è l’Inghilterra.

 

Le primissime misurazioni precise della temperatura media del pianeta risalgono al 1880, quindi purtroppo non siamo in possesso di dati diretti più antichi.

 Tuttavia, anche negli ultimi 140 anni, sono evidenti i cambiamenti climatici, come hanno dimostrato i dati pubblicati dal NOAA, l’agenzia governativa statunitense responsabile del monitoraggio degli oceani e dell’atmosfera.

Si osserva infatti un aumento rapido delle temperature medie, soprattutto negli ultimi 40 anni.

 

Per sintetizzare, se è pur vero che abbiamo assistito a cambiamenti del clima in passato, la portata e soprattutto la velocità di queste modifiche sono elementi estremamente allarmanti che ci dovrebbero portare a fare delle serie riflessioni.

 

2. “La concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera non sta crescendo.”

Anche questa è un’affermazione del tutto infondata.

 Le evidenze scientifiche, infatti, puntano ad una verità ben diversa da quella raccontata dai negazionisti climatici.

Gli studiosi sono infatti riusciti, analizzando alcuni campioni di ghiaccio che si sono depositati nelle diverse epoche, a determinare l’andamento della concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera negli ultimi 800.000 anni: anche in questo caso, purtroppo, i risultati sono a dir poco inquietanti.

 

La concentrazione di CO2 in atmosfera si è sempre attestata tra i 185 ppm (parti per milione) nel corso delle ere glaciali, circa 800-600.000 anni fa, e poco meno di 300 ppm. Anche se questa concentrazione è cambiata molto con il passare dei secoli, raggiungendo anche valori molto più elevati, è comunque riuscita sempre a riequilibrarsi. Un aumento repentino, per esempio, è stato registrato in occasione di devastanti eruzioni vulcaniche (pensiamo al caso del Pinatubo delle Filippine nel 1991).

 

Con la Rivoluzione Industriale, tuttavia, tutto è cambiato in modo molto rapido: all’inizio di quel periodo, caratterizzato dall’ampio uso di fonti non rinnovabili come il carbone, la concentrazione di CO2 in atmosfera schizzò fino a oltre le 400 ppm con un incremento talmente rapido (come evidenzia il diagramma del NOAA riferito agli ultimi 800.000 anni) da apparire verticale.

 

3. “Ad agosto fa freddo, quindi il riscaldamento climatico non esiste.”

Si tratta di una delle teorie più diffuse in assoluto e supportata, purtroppo, anche da alcuni esponenti della politica italiana. Sicuramente è capitato che nel mese di agosto o in altri mesi di estate piena le temperature fossero di gran lunga inferiori alla media, o che in questo periodo si registrassero forti precipitazioni e maltempo. Ma questo, al contrario, è in realtà un chiaro segno del cambiamento climatico in atto.

 

Esiste infatti una differenza sostanziale tra quello che è il meteo, che fa riferimento a condizioni atmosferiche temporanee, e il clima, che è un fenomeno molto più complesso che si sviluppa su un arco temporale più ampio.

 

4. L’impatto dell’uomo sul riscaldamento globale è minimo.

Ecco che tipo di danni stanno facendo i negazionisti ambientali e quali sono le teorie più strampalate che fanno circolare.

Pianta in un luogo arido.

Secondo i negazionisti del clima i cambiamenti climatici sono legati in grandissima parte a fenomeni naturali, e soltanto in misura minima all’impatto dell’uomo. Per quanto, come abbiamo visto in precedenza, sul nostro Pianeta possano avvenire dei fenomeni che contribuiscono all’aumento repentino di gas serra nell’atmosfera (come le eruzioni vulcaniche) è indubbio che i livelli di CO2 generati a partire dalla Rivoluzione Industriale siano ormai fuori controllo.

Basti pensare che, secondo le più recenti analisi degli scienziati, risulta che il genere umano sia stato in grado di generare ogni anno fino a oltre 35 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, con concentrazioni che hanno ormai ampiamente superato le 420 ppm.

 

 

 

La civiltà ecologica

come ideologia.

Renewablematter.eu - Alex L. Wang – (19 maggio 2026) – Redazione – ci dice:

 

La dottrina ufficiale dell’ambientalismo cinese oggi non solo orienta le politiche interne della Cina, ma è diventata anche un potente strumento di diplomazia internazionale.

 

Il consolidamento delle politiche ambientali interne, delle iniziative e delle capacità istituzionali ha contribuito alla nascita di un’ideologia ambientalista cinese su scala globale che la Cina ha iniziato a promuovere a livello internazionale.

 È una versione dell’ambientalismo di tipo sviluppista, imposta dall’alto e guidata dallo Stato, e sta iniziando a esercitare pressione sulle norme ambientali globali definite negli Stati Uniti e in Europa.

 

Pochi giorni prima dell’insediamento di Donald Trump, a gennaio 2017, il presidente XI Jinping lanciò una critica non proprio velata agli Stati Uniti in un discorso programmatico al “Forum economico mondiale di Davos”.

 “Come recita un proverbio cinese, le persone con meschina astuzia si occupano di questioni insignificanti, mentre coloro dotati di lungimiranza si occupano della governance delle istituzioni”.

 Pochi istanti dopo, aggiunse:

 “Dovremmo onorare le promesse e rispettare le regole... L’”Accordo di Parigi” è un risultato conquistato a fatica, coerente con la tendenza alla base dello sviluppo globale.

 Tutti i firmatari dovrebbero attenersi ad esso invece di abbandonarlo, poiché si tratta di una responsabilità che dobbiamo assumerci per le generazioni future”.

 

L’osservazione faceva riferimento alla promessa elettorale di Trump di ritirare gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, e il punto di vista di XI non avrebbe potuto essere più chiaro.

La Cina era una nazione responsabile e un leader in materia ambientale. Gli Stati Uniti no.

I media occidentali e cinesi amplificarono il messaggio, senza badare troppo al livello sbalorditivo delle emissioni di gas serra della Cina o alla sua continua costruzione di centrali elettriche a carbone.

Ciò segnò un’intensificazione di quella che l’ex primo ministro australiano Kevin Rudd definì la “nuova geopolitica della leadership climatica della Cina” (2020).

 

La dottrina ufficiale dell’ambientalismo cinese si è sviluppata principalmente per il contesto interno della Cina.

Un articolo del “People’s Daily” del 2022, ad esempio, ha illustrato in modo piuttosto dettagliato il contenuto del “Pensiero di XI Jinping sulla civiltà ecologica”.

Diversi aspetti saltano all’occhio.

 Innanzitutto, si tratta di una visione guidata in primo luogo dal PCC (anziché dal popolo o dal settore privato).

Si esprime in termini di civiltà;

 vale a dire, le civiltà prosperano quando l’ecologia prospera e le civiltà cadono quando la natura vacilla.

 L’obiettivo è la coesistenza armoniosa tra uomo e natura, benché la definizione esatta del concetto rimanga poco chiara.

Ciò collega direttamente il Pensiero di XI Jinping alle antiche nozioni cinesi di “armonia tra uomo e natura” (tiānrén héyī), “la Via (Tao) segue la natura” (dàofǎ zìrán) e “prendere le cose con moderazione” (qǔzhī yǒudù).

 L'ambiente è fonte di prosperità economica.

 L’eco-civiltà ha una nozione di giustizia collettiva, perché l'ambiente sano contribuisce al benessere di tutte le persone.

 Il Pensiero di XI Jinping riconosce espressamente l’eco-civiltà come una “profonda rivoluzione nel concetto di sviluppo” e un allontanamento radicale dalle precedenti e più grossolane nozioni di sviluppo.

Include un appello specifico per la “gestione coordinata di montagne, fiumi, foreste, campi, laghi, praterie e sistemi sabbiosi”, che si è concretizzato in Cina nel programma della cosiddetta “linea rossa ecologica” (shēngtài hóngxiàn), un imponente progetto di Zonin a livello nazionale.

 Richiede “sistemi”, “stato di diritto” e l’azione individuale dei cittadini cinesi per contribuire all’attuazione dell’eco-civiltà. [...]

 

[Prima di tutto], l’ambientalismo globale cinese è un concetto legato allo sviluppo.

Inizialmente riguardava i limiti ambientali imposti allo sviluppo, per poi evolversi in un’idea di sviluppo sostenibile come veicolo per una “crescita di alta qualità”.

 L’“idea cardine” della civiltà ecologica cinese è la “teoria delle due montagne” di XI.

Se da un lato il concetto ha una certa risonanza storica all’interno della Cina, la sua traduzione internazionale – green is gol – suona puramente orientata allo sviluppo.

 

In altre parole, l’ambiente è fonte di prosperità.

Uno dei veicoli di maggiore visibilità per questo slogan è stato un rapporto del “Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente” (UNEP) redatto da autori cinesi e intitolato Green is Gold: “The Strategy and Actions of China’s Ecologica Civilizzazioni”, in cui la civiltà ecologica è presentata come un contributo cinese all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile (UNEP 2016).

 

I leader cinesi hanno integrato questa retorica green nel linguaggio della politica estera dell’era di XI Jinping.

 Così, XI ha promesso di “rendere il green una caratteristica distintiva della cooperazione nell’ambito della “Belt and Road” (la principale strategia cinese di investimenti all’estero dell’era XIi) con “cooperazione su infrastrutture verdi, energia verde e finanza verde”.

 

Le formulazioni green si integrano perfettamente con il linguaggio generale della politica estera cinese sulla promozione di una “comunità di destino condiviso” e sull’offerta al mondo di “benefici condivisi” e “beni pubblici globali”.

 Questi principi fondamentali sono qualificati con riferimento a un miscuglio di valori quali “ampia consultazione”, “contributo congiunto”, “coordinamento delle politiche”, “connettività delle infrastrutture”, “commercio senza ostacoli”, “connettività”, “integrazione finanziaria” e “legami interpersonali”.

 È un vago richiamo ai valori ecologici come mezzo per perseguire una più ampia gamma di virtù cinesi positive.

 

In aggiunta, la Cina continua a proporsi come difensore degli interessi del “Global South” e a definirsi “il più grande Paese in via di sviluppo del mondo” (PRC SCIO 2021a).

Questo include il continuo richiamo al concetto di “responsabilità comuni ma differenziate” e ai Cinque Principi di Coesistenza Pacifica. Tali principi sottolineano la sovranità e il diritto dei Paesi in via di sviluppo di avvalersi di più tempo per raggiungere gli obiettivi ambientali globali, ricevendo al contempo assistenza dai Paesi sviluppati. Queste argomentazioni traggono forza anche dai discorsi post-coloniali che considerano alcuni aspetti dell’ambientalismo occidentale come ipocriti o dettati dall’interesse personale (ovvero, che le nazioni occidentali stiano chiedendo al Global South di “fare come diciamo, non come facciamo”). La retorica ufficiale cinese ha anche iniziato a sottolineare gli aspetti “civilizzazionali” della governance del Paese attraverso programmi come la Global Civilizzazioni Iniziative, lanciata nel 2023. Lo scopo apparente dell’iniziativa è quello di enfatizzare l’importanza della diversità delle civiltà e dei discorsi e di suggerire che l’“ordine internazionale basato sulle regole” occidentale sia solo uno dei tanti approcci accettabili (X 2023).

Alla base di tutto questo c'è l'idea che il potere statale cinese, stabile e dominante, alla guida di una civiltà cinese più ampia, sia essenziale per realizzare le visioni utopiche e vincenti dell'ambientalismo globale cinese.

Gli aspetti ideologici dell'ambientalismo globale cinese sono illustrati in una serie sempre più ampia di documenti politici e orientativi.

Gli obiettivi strategici della Cina per le sue attività ecologiche all'estero sono stati espressi per la prima volta nel documento dell'aprile 2017 Guidante on Promotion Green Belt and Road, pubblicato dal Ministero della Protezione Ambientale (MEP), dal Ministero degli Affari Esteri (MFA), dalla NDRC e dal Ministero del Commercio (MOFCOM), per promuovere la “filosofia della civiltà ecologica” e costruire una “comunità con un futuro condiviso per l’umanità”.

 

L'era di XI ha anche visto una crescente diffusione di materiali in lingua straniera pensati per trasmettere al pubblico internazionale le ideologie cinesi sull'ambientalismo globale.

Oggi questi concetti vengono regolarmente diffusi attraverso i discorsi dei vertici politici, le dichiarazioni ufficiali di politica estera, i media statali e altre pubblicazioni.

La raccolta in quattro volumi dei discorsi di XI Jinping, The Governance of China, pubblicata tra il 2013 e il 2022, comprende più di due dozzine di discorsi su questioni ambientali globali e nazionali.

Il Padiglione cinese ai negoziati annuali sul clima dell’UNFCCC è pieno di libri come China’s Road of Green Development di Xie Zhenhua e Toward a Green and Low-Carbon Future: China’s Energy Strategy di Zhou Dadi. Ma l’opera magna della comunicazione cinese verso l'estero è un volume curato in lingua inglese di 775 pagine che raccoglie saggi di oltre 70 eminenti studiosi e ricercatori cinesi, intitolato Beautiful China: 70 Years Since 1949 and 70 People’s Views on Eco-civilization Construction.

Nel complesso, lo spirito del messaggio è chiaro: l’approccio della Cina alla governance e la ricerca del proprio interesse nazionale porteranno benefici al resto del mondo in termini di sviluppo e ambiente.

L’idea più forte rimane quella per cui la governance cinese possa produrre risultati che altri sistemi non sono in grado di garantire.

 Il sottotesto è che l’approccio cinese alla governance – caratterizzato, tra le altre cose, da una leadership tecnocratica e verticistica del partito-Stato, da una liberalizzazione del mercato entro certi limiti e dall’enfasi sui diritti economici rispetto a quelli civili – sia più adatto a garantire tali risultati.

Sebbene alcuni commentatori abbiano sostenuto che la Cina sia entrata in un'era più ideologica con l'ascesa di XI Jinping, il messaggio globale è pragmatico e risale agli albori della politica stessa: seguimi e ti darò ciò che desideri.

 

Un interrogativo chiave è quale ruolo concreto rivesta l’ideologia ecologista nell’azione globale della Cina.

 Ha un’effettiva utilità o è mera retorica?

Ciò che è chiaro è che si tratta di uno sforzo imponente volto a trasformare il modo di pensare cinese su cosa costituisca lo “sviluppo” e sul giusto rapporto tra uomo e natura.

Modelli di crescita meno dispendiosi in termini di risorse o meno inquinanti sono ora apprezzati in un modo impensabile solo pochi decenni fa.

 Se da un lato le tecnologie pulite vengono presentate come una “truffa verde” all’inizio del secondo mandato dell’amministrazione Trump negli Stati Uniti (Casa Bianca 2025), dall’altro sono considerate uno sviluppo auspicabile e di “maggiore qualità” in Cina (Qiu 2024; People’s Daily 2025). L’ideologia cinese ha anche creato un quadro perfetto per consentire al Paese di trarre vantaggio dalle dinamiche di economia politica che giocano a suo favore.

Così, la Cina sta cercando di sfuggire alla trappola del reddito medio promuovendo in modo deciso le industrie “clean-tech avanzate”.

 Tale strategia contribuisce a mitigare i rischi per la sicurezza energetica, a ridurre le pressioni sull’ambiente e sulla salute pubblica e a rafforzare la reputazione globale della Cina attraverso il contributo agli obiettivi globali di sviluppo e ambientali.

 

Ma soprattutto, si tratta di una strategia con cui la Cina intende trarre vantaggio da quella che considera un’inevitabile transizione globale verso le tecnologie energetiche pulite (Boyd 2012).

Come si risolveranno nella pratica le contraddizioni tra uomo e natura, sviluppo e ambiente, o tra la Cina e il resto del mondo?

La dottrina dell'eco-civiltà inizia a dare risultati concreti a livello nazionale, dove sta modificando la struttura economica, il comportamento industriale e i modelli di utilizzo del territorio della Cina.

Non vi è tuttavia alcuna garanzia che ciò continui, ad esempio, se l'economia dovesse vacillare o se ci fosse un cambio di leadership.

Sebbene l'ideologia si traduca in prassi a livello nazionale, è probabile che si manifesti in modo diverso all'estero.

L'ideologia verde cinese, per esempio, potrebbe richiedere una maggiore protezione ecologica in patria, tollerando al contempo un maggiore impatto ambientale a livello globale in nome dello sviluppo o semplicemente a causa di una minore capacità di governance globale o attenzione?

(Alex L. Wang).

(Per gentile concessione dell’autore, un’analisi tratta dal saggio Chinese Global Environmentalism -Cambridge University Press, 2026).

 

 

 

 

Il Secolo Cinese.

Renewablematter.eu - Emanuele Bompani – (19 MAG. 2026) – Redazione – ci dice:

 

È online il nuovo numero di Materia Rinnovabile: Cina.

Un tempo, quando si voleva vedere il futuro si andava a San Francisco o Las Vegas.

Oggi si viaggia a Shanghai, Hong Kong, Chengdu o Hangzhou.

Robotica, AI, energie rinnovabili, auto elettriche, droni, alimentazione, capacità di lavorazione delle materie prime critiche:

le “nuove forze produttive di qualità”, come le ha definite il presidente XI Jinping, insieme alla crescita dei consumi interni e alla crescente finanziarizzazione dell’economia, costituiscono la forza di traino del possibile sorpasso dell’economia cinese rispetto a quella americana, entro la fine del decennio.

Nonostante la probabile recessione globale, il PIL cinese nel 2026 crescerà di oltre il 4,5% (secondo Bloomberg), grazie alle riserve strategiche di petrolio, la rapida crescita dell’elettrificazione, la spinta della manifattura hi-tech e il surplus commerciale in espansione (grazie al dominio nelle filiere delle materie prime critiche).

Un sorpasso che Pechino sta preparando da oltre vent’anni, prima con l’apertura commerciale della “Go Out Policy” di Jiang Zemin, poi con la Belt and Road Initiative lanciata da XI.

 

Certo non mancano i problemi strutturali nella domanda interna:

consumi ancora bassi, crisi del settore immobiliare, invecchiamento della popolazione, disoccupazione.

Secondo Hai Shan, capo economista per la Cina di Goldman Sachs: “Sebbene gli esportatori cinesi abbiano con successo diversificato verso mercati non-USA, costruire un'economia trainata da consumi e servizi richiederà anni, se non decenni”.

 In diplomazia Pechino guarda al “Global South” e all’”Europa”, lavorando lentamente per prendere la posizione americana di gigante diplomatico e pilastro delle Nazioni Unite.

 Attualmente la Cina contribuisce a circa il 20% del budget ONU e già quest’anno diventerà il primo finanziatore del Palazzo di Vetro, consolidando la posizione in numerose agenzie, e impiegando tutta la sua influenza per la selezione del nuovo Segretario Generale, grazie a un crescente rafforzamento del supporto dei Paesi emergenti.

 

Dunque, per iniziare a esplorare il Secolo Cinese (中国世, Zhōngguó shìjì), Materia ha voluto dedicare un intero numero della rivista al tema, con particolare attenzione alla transizione ecologica, cercando di dare una lettura non eurocentrica degli accadimenti economici nel Paese di Mezzo. Non è stato semplice lavorare su questo monografico, dato il non sempre agevole accesso alla politica e alle aziende cinesi in Cina, ma grazie a varie e importanti collaborazioni internazionali siamo riusciti a raccontare la trasformazione in superpotenza elettrica, con il boom delle rinnovabili, il mercato EV, l’economia circolare, l’impatto dell’AI.

Quando leggerete queste pagine, saremo probabilmente in viaggio per Shanghai dove presenteremo questo numero in una serie di eventi che ci vedono presenti e protagonisti.

 La Cina per questa testata, digitale e online, è destinata sempre più a occupare un posto centrale sia come contenuti ma anche come possibile community di lettori e lettrici, per creare ponti con l’Europa, mossi dal comune obiettivo di sostenere la transizione dell’economia verso l’armonia e la creazione di una comunità dal destino condiviso per l'umanità. (类命运共同体 - Rénlèi mìngyùn gòngtóngtǐ).

(Emanuele Bompani).

 

 

 

 

 

L’ambientalismo di destra

è solo slogan senza programmi.

ondazionefeltrinelli.it – (01 Agosto 2025) – Cecilia Biancalana - Riccardo Ladini – Redazione – ci dicono:

(Articolo tratto dal N. 46 di “Letture per navigare il presente”.)

 

Pubblichiamo qui di seguito un estratto tratto dal volume di Cecilia Biancalana e Riccardo Ladini, “Emergenza lenta”.

 La questione climatica in Italia tra politica, media e società, Fondazione Feltrinelli, Milano 2025.

 

Qual è il motivo delle differenze tra partiti di aree ideologiche diverse sul tema del cambiamento climatico?

Vi sono diverse prospettive teoriche che tentano di spiegarle.

Ad esempio, alcuni sostengono che il motivo per cui la destra tende a negare, o comunque a sottostimare, il cambiamento climatico sia legata alla sua opposizione alle proposte di affrontare i problemi sociali creati dal capitalismo industriale, come appunto il cambiamento climatico. Il conservatorismo favorisce la libertà economica individuale, la proprietà privata e il libero mercato, opponendosi a un’azione forte dei governi per risolvere o mitigare gli effetti del riscaldamento globale.

 

Alcuni autori hanno inoltre analizzato l’affinità tra partiti populisti di destra e di estrema destra e il negazionismo climatico.

Sappiamo che, in generale, i partiti populisti di destra manifestano posizioni ambigue nei confronti del cambiamento climatico e ostilità alle politiche ambientali ed energetiche tese alla riduzione delle emissioni.

Al contrario, nel loro discorso tendono a enfatizzare l’ambiente in connessione con la natura, il paesaggio e il territorio, adottando un punto di vista essenzialmente “patrimoniale” sull’ambiente, che viene visto, in un’ottica nativista, come un patrimonio nazionale da preservare. Questo perché la dimensione nazionalista presente nell’ideologia populista fa sì che essi vedano l’ambiente come una “Terra Madre” da salvaguardare, che dovrebbe essere protetta da influenze sovranazionali.

Ad esempio,” Spoon e Williams” suggeriscono che per la destra populista la protezione dell’ambiente si inserisce in un’ideologia nativista di protezione della nazione e della popolazione autoctona che gli autori definiscono come “calvinismo ambientale”. […]

 

(…) la coltivazione della terra, la pastorizia e l’allevamento sono il frutto secolare dell’amore per il territorio e del rispetto per i cicli della natura, volerli stravolgere in nome della frenetica volontà di disporre sempre e comunque di ogni prodotto, determina un generale impoverimento della qualità e delle specificità che fanno grande e inimitabile il nostro patrimonio, e che costituiscono l’elemento di prima e più immediata riconoscibilità internazionale del “made in Italy” (programma Fratelli d’Italia, 2013).

 

La tipica attenzione dei conservatori alla salvaguardia della natura è ben sintetizzata anche da questo estratto di un dibattito tra Letta e Meloni andato in onda sul sito del Corriere della Sera prima delle elezioni del 2022, in cui Meloni afferma che “non c’è nessuno che ami l’ambiente più di un conservatore perché l’obiettivo dei conservatori è prendere la terra dei padri e consegnarla alle generazioni future nella migliore condizione possibile”.

 

Va tuttavia segnalato come, mentre i partiti di centro e centro-sinistra dedicano scarsa attenzione verso la conservazione e alla protezione dell’ambiente, i partiti di sinistra ne dedicano una relativamente ampia parte dei loro programmi ambientali.

Occorre di nuovo sottolineare come il tema ambientale sia decisamente più presente nei programmi di tali partiti rispetto che degli altri, soprattutto nell’ultima tornata elettorale.

Per dare un’idea, circa il 10% del programma elettorale dei partiti di sinistra (Alleanza Verdi-Sinistra) era dedicato alla protezione dell’ambiente, mentre in nessuna delle quattro elezioni analizzate (2008-2022) questa parte superava il 3% del totale del programma della destra.

 

Nei programmi della destra è evidente l’assenza di riferimenti agli aspetti sociali della transizione ecologica, come temi legati ai beni comuni e alla giustizia sociale.

 Campo in cui, non sorprendentemente, la sinistra primeggia con una percentuale dei programmi dedicata a questo tema del 15% all’interno dei riferimenti all’ambiente.

 

Per quanto riguarda la categoria della mitigazione, che comprende la proposta di strategie per la riduzione delle emissioni attraverso iniziative come la mobilità sostenibile e la transizione energetica, il Movimento 5 Stelle assume un ruolo di primo piano.

Ad esempio, nel 2013, il programma del Movimento approfondisce ampiamente la questione dell’energia e della mobilità sostenibile, affrontando direttamente la questione della riduzione delle emissioni.

 In tale occasione, addirittura il 31% del programma del “Movimento 5 Stelle” conteneva riferimenti che rientrano nella categoria della mitigazione.

Nel 2018, uno degli obiettivi centrali del Movimento era “Uscita dal petrolio entro il 2050”.

L’attenzione alla riduzione delle emissioni è presente anche nel 2022, specialmente in relazione all’efficienza degli edifici e ancora una volta, nel campo della mobilità, anche se il programma non menziona direttamente gli obiettivi di neutralità climatica.

 

Infine, il centro-sinistra e segnatamente il “Partito democratico”, coerentemente con la cultura politica dei partiti di sinistra italiani da cui deriva, tradizionalmente orientati alla crescita piuttosto che all’ambiente, si posiziona al primo posto nella categoria dedicata alla dimensione economica della transizione ecologica e dello sviluppo sostenibile (22% del totale dei riferimenti all’ambiente nei programmi).

L’attenzione dell’area di sinistra per la dimensione sociale della transizione e dell’area di centro-sinistra per quella economica può rappresentare una sorta di divisione del lavoro all’interno del campo largo della sinistra, in cui i partiti più moderati, come il Partito democratico, puntano sugli aspetti economici della transizione, mentre quelli più radicali sui temi della giustizia sociale.

 

 

 

 

Le politiche ambientali sono

il tallone d’Achille del Paese.

Asvis.it – Editoriale – Flavia Belladonna – (19 aprile 2024) – Redazione – ci dice:

 

Alla vigilia delle elezioni europee, il “Rapporto BES” dell’Istat denuncia i punti deboli nel benessere collettivo, gli scienziati avvertono i politici sui rischi della disinformazione e si cerca di configurare una nuova Europa.

 

“Gli obiettivi della transizione ecologica prevedono una produzione e un consumo più sostenibili, disaccoppiando la crescita economica dall'uso delle risorse”, ma “le molteplici azioni messe in campo nel nostro Paese per avviare la transizione non hanno prodotto ancora i risultati auspicati”.

 

Con queste parole l’Istat commenta parte della propria analisi contenuta nel nuovo rapporto sul Benessere equo e sostenibile (BES), il documento che offre annualmente un quadro integrato dei principali fenomeni non solo economici, ma anche sociali e ambientali, che caratterizzano l’Italia, per valutare il progresso della società e la qualità della vita attraverso una visione più completa, al di là della sola misura del Pil.

 

Giunto alla sua undicesima edizione e presentato in un convegno a Roma il 17 aprile, il Rapporto fa il punto attraverso 152 indicatori sulla trasformazione del benessere nei 12 differenti domini che lo compongono, ovvero: salute; istruzione e formazione; lavoro e conciliazione dei tempi di vita; benessere economico; relazioni sociali; politica e istituzioni; sicurezza; benessere soggettivo; paesaggio e patrimonio culturale; ambiente; innovazione, ricerca e creatività; qualità dei servizi.

 

Come procede dunque l’Italia?

Partiamo dalle buone notizie. Innanzitutto, aumenta il benessere generale: circa la metà dei 129 indicatori (su 152) per cui è possibile il confronto, infatti, è migliorato rispetto all'anno precedente, mentre il 28,7% è su livelli peggiori e il 17,8% risulta stabile.

 

In particolare, sale la speranza di vita, pari a 83,1 anni e in aumento rispetto al 2022 (82,3), sebbene si riduca invece la speranza di vita in buona salute che raggiunge nel 2023 i 59,2 anni, rispetto ai 60,1 del 2022. Bene anche il lavoro, con più occupati tra i 20 e i 64 anni (+1,8% rispetto al 2022), ma con un lieve rallentamento rispetto all'anno precedente, e un tasso di occupazione che raggiunge il 66,3% (+1,5 punti percentuali rispetto al 2022).

E ancora, progressi per la maggior parte degli indicatori relativi all’istruzione, in particolare si segnala l’incremento della popolazione con un titolo di studio più elevato, la riduzione della quota di giovani che non studiano e non lavorano (Neet) scesi dal 19% del 2022 al 16,1% nel 2023 e il calo dell’uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione.

 

Il nodo più critico riguarda invece le questioni ambientali: soltanto 4 dei 16 indicatori del dominio “Ambiente” migliorano nell’ultimo anno, a fronte dei sette che peggiorano. In particolare, aumentano le emissioni di CO2, che tornano ai livelli del 2019, e si aggrava l’inquinamento atmosferico, che causa ogni anno 47mila morti premature da PM2,5 (una questione che richiede serie misure strutturali, come ho sottolineato in un mio precedente editoriale).

Peggiorano anche le temperature e il conseguente rischio siccità, con 42 giorni di caldo intenso (+36 rispetto al periodo di riferimento 1981-2010) e 29 giorni consecutivi senza pioggia a livello nazionale (+5,5 giorni).

 Crescono il consumo di materia e quello di suolo, un fenomeno quest’ultimo che l’ASviS chiede da tempo di arrestare attraverso una normativa quadro di livello nazionale e altre misure (si vedano ad esempio i diversi Position paper del Gruppo di lavoro ASviS sul Goal 11 “Città e comunità sostenibili” e le proposte nel Rapporto ASviS 2023 del Gdl 11 e del Gruppo di lavoro sui Goal 6-14-15, ovvero acqua e biodiversità marina e terrestre).

Non migliora la dispersione di acqua potabile dalle reti comunali di distribuzione (42,4% dell’acqua immessa in rete).

 

Proprio per chiedere un cambio di passo sulle questioni ambientali, 22 scienziati italiani hanno lanciato un appello alle forze politiche in vista delle elezioni europee affinché non neghino i risultati della ricerca scientifica e prendano posizioni chiare sul clima e i sistemi naturali: “Le attività umane hanno inequivocabilmente causato il riscaldamento globale, negare la conoscenza scientifica ci espone a rischi gravi ed evitabili”.

 Anche la società civile si sta mobilitando in questi giorni in difesa dell’ambiente:

lunedì 22 aprile, infatti, sarà l’”Earth Day”, la Giornata mondiale dedicata alla tutela dell’unico Pianeta che abbiamo, con oltre 600 iniziative in tutta Italia.

 Dal 18 fino al 21 aprile è già in corso il Villaggio per la Terra, celebrazione storica romana organizzata da “Earth Day Italia” e “Movimento dei focolari”, che rappresenta la manifestazione ambientale più partecipata del nostro Paese.

Da segnalare anche la maratona multimediale #OnePeopleOnePlanet, il 22 sempre a Roma oltre che online su RaiPlay, la Planet week del Mese dal 20 al 28 aprile e altre manifestazioni a Torino e in altre città. Anche l’ASviS è impegnata in questi giorni per sensibilizzare e mobilitare la cittadinanza sulla sostenibilità ambientale, non solo partecipando e collaborando con le principali manifestazioni organizzate per l’Earth Day, ma anche attraverso l’organizzazione di laboratori per scuole e famiglie con bambine e bambini tra i cinque e i sette anni nell’ambito del Festival delle scienze all’Auditorium Parco della musica “Ennio Morricone” di Roma.

 I laboratori didattici ASviS nel weekend del 20 e 21 aprile, rivolti alle famiglie, si concentreranno sull’impronta ecologica, ma tutta questa settimana è stata dedicata ad attività sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile con oltre 300 partecipanti.

 

Ma torniamo al Rapporto BES. Oltre alle criticità ambientali va posta l’attenzione sulle disuguaglianze territoriali: il documento evidenzia come le Regioni del Nord-Est si caratterizzino per maggiori livelli di benessere, con oltre la metà degli indicatori nelle due classi di benessere più elevate, mentre quelle del Mezzogiorno presentino una situazione invertita, con oltre il 55% degli indicatori nelle classi bassa e medio-bassa.

 

Guardando invece alle criticità a livello nazionale, dopo l’ambiente preoccupa particolarmente il tema della sicurezza, che vede peggioramenti per ben 5 indicatori su 7: si deteriorano gli indicatori relativi a omicidi volontari, furti in abitazioni, borseggi e rapine, e aumenta la percezione del rischio di criminalità nella zona in cui si vive (+1,4 punti percentuali rispetto al 2022, arrivando al 23,3% di famiglie che ritengono la propria zona sia molto o abbastanza a rischio).

 

In tema di salute aumentano le persone (4,5 milioni nel 2023) che rinunciano a visite mediche ed esami per problemi economici, di difficoltà di accesso o di liste d’attesa (in quest’ultimo caso c’è stato un raddoppio di rinunce). Tutte sfide che richiedono un riorientamento del nostro sistema sanitario (qui un editoriale sul tema). Per quel che riguarda la parità di genere, invece, continua ad aumentare il divario tra uomini e donne in termini di soddisfazione per la vita, con il 48,7% della componente maschile che si dichiara “molto soddisfatta”, a fronte del 44,8% di quella femminile. Male le competenze dei giovani: il 38,5% degli studenti del terzo e ultimo anno delle secondarie di primo grado non raggiunge la sufficienza per le competenze in italiano (era il 35,2% nel 2019) e il 44,2% in matematica (39,6% nel 2019). Calano, infine, la partecipazione civica e politica e la lettura di libri e quotidiani.

 

Sul fronte del benessere economico, che presenta in larga parte miglioramenti rispetto all’anno precedente, troviamo la povertà assoluta in una situazione peggiore di quella pre-pandemica, con una crescita dell’incidenza individuale: scesa al 7,6% nel 2019 “per effetto, in larga parte, dell’introduzione del Reddito di cittadinanza”, sottolinea l’Istat, ha raggiunto nel 2023 il 9,8%.

Andando oltre i confini nazionali, proprio di protezione dalla povertà ha parlato recentemente il direttore scientifico dell’ASviS, Enrico Giovannini, alla "Conferenza di alto livello per un pilastro europeo dei diritti sociali", organizzata dalla presidenza di turno belga del Consiglio dell’Ue a La Halep, vicino Bruxelles:

“Se l´UE non viene vista dai cittadini come un´istituzione che non lascia indietro nessuno, è chiaro che non ha futuro”. Ispirati al principio “No one left behind”, nessuno rimanga indietro, motto dell’Agenda 2030 dell’Onu, sono stati tutti i discorsi alla conferenza tenuti dagli italiani chiamati a delineare la strategia futura europea attraverso l’elaborazione di rapporti:

insieme a Giovannini, con il suo report incaricato dalla presidenza belga, sono intervenuti Mario Draghi, che ha anticipato alcune linee guida del report sulla competitività europea che presenterà a giugno, chiesto dalla Commissione Ue, ed Enrico Letta, che ha illustrato ai capi di Stato e di governo dell´Unione il suo report sul mercato unico europeo su incarico del Consiglio europeo. Tre relazioni fortemente complementari che guardano molto alla sostenibilità sociale:

per Draghi, l’Europa si è occupata troppo di competitività interna e non ha guardato abbastanza al resto del mondo, portando a una competitività al ribasso in termini sociali, e spingendo verso il basso i costi, incluso quello del lavoro, quando invece la competitività passa per gli investimenti e la ricerca;

Letta si è soffermato su un diritto sociale, quello di poter restare dove si è nati senza dover emigrare, anche all’interno dell’Ue o di un Paese, e poi sul mercato unico, che deve superare la propria dimensione puramente economica e fornire servizi e una qualità della vita migliore per i cittadini;

per Giovannini, senza gli investimenti sociali, come la formazione per il futuro dei giovani o il supporto alle imprese per avere capitale umano adeguato, “l’Ue resta monca.”

 

Il focus dei tre esponenti italiani riflette anche il tema a cui le cittadine e i cittadini europei vorrebbero fosse data maggiore priorità nella campagna elettorale in corso. Secondo l’ultimo Eurobarometro, infatti, le quattro principali istanze sono: lotta alla povertà e all'esclusione sociale (33%), salute pubblica (32%), sostegno all'economia e alla creazione di nuovi posti di lavoro (31%) e la difesa e la sicurezza dell'Ue (31%).

Seguono l'azione contro il cambiamento climatico (27%), il futuro dell'Europa ), la migrazione e l'asilo , la democrazia e lo stato di diritto  e la politica agricola.

 

Si muoveranno in questa direzione le forze politiche alle elezioni di giugno? Noi abbiamo pensato di scoprirlo attraverso “Europa 2030: speciale elezioni”, la nuova rubrica ASviS su Radio Radicale per conoscere, attraverso un ciclo di interviste che durerà fino al 9 giugno, la visione dei partiti sul futuro dell’Ue, dalla governance alla transizione ecologica, dalle politiche migratorie a salute e istruzione.

Ma anche per presentare le proposte politiche dell’Alleanza, dal momento che l’esito di queste elezioni sarà cruciale per il futuro della democrazia e per il percorso di sviluppo sostenibile del mondo.

 

Intanto, in questi giorni (19 e 20 aprile) si tiene alla Camera dei Deputati la “Beyond Growth Conference Italia 2024”, per discutere con partiti e gruppi parlamentari di lavoro, sviluppo sostenibile e welfare.

Ma ancora più importante, a Palermo dal 4 al 6 novembre, sarà la settima edizione del “Forum mondiale dell’Ocse sul benessere”, un incontro per riflettere sui meccanismi del sistema, nel solco di un ciclo avviato vent’anni fa da Giovannini, all’epoca chef statistica dell’Ocse, quando organizzò sempre a Palermo il primo Forum internazionale su “Statistica, knowledge and policy”, che diede un importante impulso agli studi sulle misure di benessere collettivo “oltre il Pil”.

Un traguardo importante per l’Italia non solo per l’evoluzione della misurazione del benessere, ma anche per le scelte economiche e politiche (si veda in proposito l’editoriale di Donato Speroni).

 Anche il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, in vista del “Summit sul futuro”, ha  divulgato un” policy brief” per ribadire l’importanza di “misurare ciò che conta davvero”. Il comunicato di Mef e Istat sul Forum dell’Ocse, invece, ci ricorda che:

 

L’Italia è il primo fra i membri della Ue e del G7 ad aver incluso dal 2017, nei propri Documenti di programmazione economico-finanziaria (Def e Nadef), dodici indicatori di benessere equo e sostenibile (BES). In questo modo assicura un monitoraggio di alto livello delle condizioni di benessere della popolazione italiana, attraverso i dati forniti periodicamente dall’Istat, nonché la valutazione dell’impatto delle misure adottate in vista del raggiungimento degli obiettivi fissati dall’Agenda 2030.

 

Tuttavia, è un peccato notare come la relazione di marzo del Mef sugli effetti della Legge di Bilancio sugli indicatori BES abbia rivelato un impatto quasi nullo, di cui tra l’altro non si è discusso sui media.

 È importante dunque non solo elaborare dati, ma anche portarli nel dibattito pubblico.

Solo discutendo dati come quelli offerti dal Rapporto sul Benessere equo e sostenibile potremo promuovere l’adozione di politiche complete per il benessere, la sostenibilità e la riduzione delle disuguaglianze.

È proprio con questo spirito che l’ASviS presenterà un rapporto all’evento di apertura del Festival dello Sviluppo Sostenibile il 7 maggio a Ivrea:

per sollecitare una seria discussione sull’Italia e l’Europa che vogliamo e promuovere la costruzione di un futuro migliore.

 

 

 

L'APPROFONDIMENTO.

Ambiente sostenibile: definizione,

pilastri, politiche e pratiche

per costruire il futuro.

Esg360.it – (1° settembre 2025) – ESG Word – Redazione – ci dice:

 

L’ambiente sostenibile unisce lo sviluppo economico, la responsabilità ambientale e sociale e l’innovazione per costruire comunità più resilienti, filiere produttive più efficienti e un futuro equo per le generazioni presenti e future.

Parlare di ambiente sostenibile oggi significa molto più che preservare la natura.

È un’espressione che riassume una visione integrata del mondo, in cui sviluppo economico, benessere sociale e tutela ecologica si tengono in equilibrio dinamico.

 La definizione ufficiale prende corpo nel 1987 con il “Rapporto Brundtland “delle Nazioni Unite, che parlava di sviluppo sostenibile come quella forma di progresso capace di soddisfare i bisogni del presente senza compromettere quelli delle generazioni future.

Ma negli ultimi anni questo concetto si è arricchito di nuove sfumature, diventando il fulcro delle agende politiche, delle strategie aziendali e delle aspirazioni collettive.

 

Indice degli argomenti.

Quando un ambiente si può dire sostenibile?

Quali sono i pilastri della sostenibilità ambientale?

Perché l’ambiente sostenibile ha bisogno di passare da un’economia lineare e un’economia circolare?

Cosa dicono le politiche europee e italiane?

Come costruire un ambiente sostenibile: cosa dicono i numeri del report IEA?

Quali sono i dati chiave degli investimenti energetici globali?

L’ambiente sostenibile può rappresentare una leva competitiva per le imprese?

Casi virtuosi e modelli ispirazionali: l’ambiente sostenibile in pratica

In che modo tecnologia e innovazione diventano strumenti essenziali per la sostenibilità?

In cosa consistono le insidie del greenwashing?

Verso una cultura dell’ambiente sostenibile

Quando un ambiente si può dire sostenibile?

Un ambiente è sostenibile quando riesce a rigenerarsi, a mantenere intatte le proprie risorse vitali – acqua, aria, suolo, biodiversità – e a garantire condizioni di vita dignitose e resilienti per chi lo abita.

Questo principio vale sia per i sistemi naturali, come le foreste o gli oceani, sia per quelli antropici, come le città o le filiere produttive.

 Non si tratta quindi solo di limitare i danni ambientali, ma di ripensare il nostro modo di abitare, produrre, consumare e innovare.

Parlare di ambiente sostenibile significa parlare di agricoltura sostenibile, di economia sostenibile, di rigenerazione urbana, di architettura sostenibile solo per fare alcuni esempi.

 

Quali sono i pilastri della sostenibilità ambientale?

L’ambiente sostenibile si regge su alcune fondamenta imprescindibili.

 La prima è la gestione responsabile delle risorse naturali: non possiamo continuare a sfruttare acqua, suolo, minerali e aria come se fossero illimitati.

 Occorre invece imparare a usarli in modo efficiente, evitando sprechi, riducendo le emissioni e favorendo pratiche rigenerative.

 Questo principio riguarda tanto l’agricoltura quanto l’industria, passando per l’uso domestico dell’energia e l’organizzazione delle città.

 

Perché l’ambiente sostenibile ha bisogno di passare da un’economia lineare e un’economia circolare?

Un altro pilastro fondamentale è la transizione da un’economia lineare a una logica di economia circolare, dove i rifiuti vengono ridotti e i materiali vengono riutilizzati o trasformati in nuove risorse.

 L’obiettivo è chiudere il ciclo produttivo, evitando che ogni bene abbia un solo ciclo di vita e che il suo smaltimento comporti un danno ecologico.

 

La questione energetica rappresenta un nodo centrale.

Un ambiente sostenibile richiede la progressiva uscita dalle fonti fossili e l’adozione su larga scala di energie rinnovabili.

Ma non basta installare impianti fotovoltaici per produrre energia solare o pale eoliche:

serve una vera strategia di decarbonizzazione che coinvolga tutti i settori, dai trasporti all’edilizia, dall’industria pesante al settore IT.

 

Non meno importante è la dimensione urbana.

Le città, che ospitano la maggior parte della popolazione mondiale, devono diventare più intelligenti e più verdi.

L’integrazione tra tecnologia digitale, mobilità sostenibile e infrastrutture verdi rappresenta una chiave strategica per ridurre l’impatto ambientale e migliorare la qualità della vita.

In questo senso, la digitalizzazione, se ben indirizzata, può diventare alleata della sostenibilità, grazie a strumenti come l’”Internet of Things”, l’analisi dei dati ambientali in tempo reale e i “digital twin urbani”.

 

Cosa dicono le politiche europee e italiane?

L’Unione Europea ha fatto dell’ambiente sostenibile uno dei suoi assi portanti. Con il Green Deal, lanciato nel 2019, ha definito un percorso ambizioso verso la neutralità climatica al 2050.

Questo percorso passa per una serie di tappe intermedie, tra cui il taglio del 55% delle emissioni entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, come previsto dal pacchetto legislativo Fit for 55.

 

La tassonomia verde, uno degli strumenti più innovativi introdotti dalla Commissione, consente di distinguere con criteri rigorosi le attività economiche veramente sostenibili da quelle che non lo sono. Ciò ha implicazioni dirette per il mondo della finanza, che oggi è chiamato a orientare i capitali verso progetti a basso impatto ambientale.

 

Anche in Italia, sebbene con velocità e coerenza variabili, si stanno facendo passi avanti. Il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC) e il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) dedicano risorse ingenti alla transizione ecologica, promuovendo l’efficienza energetica, la mobilità elettrica, la forestazione urbana e la digitalizzazione delle reti. Tuttavia, la sfida resta quella dell’implementazione concreta, a livello locale e territoriale.

 

Come costruire un ambiente sostenibile: cosa dicono i numeri del report IEA?

Il report sugli energy trends dell’Agenzia Internazionale dell’Energia IEA, “Global Energy Investment Trends 2025“. (Il report è disponibile in versione integrale) ci dice che gli investimenti globali per un ambiente sostenibile raggiungeranno $2.2 trilioni nel 2025, il doppio dei combustibili fossili.

 In particolare energia.

 

 

 

"Sinistra antidemocratica.

Il Colle non è loro feudo."

Ilgiornale.it – (02-07 -2026) – Gabriele Barberis – Redazione – ci dice:

 

Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani: "La destra non è figlia di un Dio minore."

"Sinistra antidemocratica. Il Colle non è loro feudo."

Il ministro per i Rapporti con il Parlamento non piace la piega che ha preso il dibattito sul Quirinale 2029.

 Ha apprezzato la rivendicazione della premier Meloni che vuole infrangere il tabù del Colle feudo intoccabile della sinistra.

 Ma le reazioni dell'opposizione, che accusa il centrodestra di smania di potere, riescono ad accendere un politico compassato come Luca Ciriani.

 «Questa è arroganza, ma chi l'ha scritto che una parte politica non può avere il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio allo stesso tempo?

Prodi e Napolitano, Renzi e Gentiloni con Mattarella... È successo e abbiamo tutti continuato a vivere normalmente» si sfoga.

 Ciriani parla con il Giornale dal suo ufficio al ministero.

Per lui una giornata di autentico flipper tra Camera e Senato.

Sorride sul suo «pranzo monacale» al ristorante di Palazzo Madama:

un piatto di pasta fredda consumato in piedi e un bicchiere d'acqua. Indossa un abito blu navy, camicia a righe sottili azzurrine, cravatta celeste fantasia.

 

Ministro Ciriani, il Pd continua a parlare di colpo di Stato sulla nuova legge elettorale. Quante possibilità esistono che il Parlamento arrivi a licenziare un testo condiviso?

 

«Temo sia impossibile e certamente non per una mancanza di volontà del centrodestra che ha cercato più volte il dialogo ma si è vista sempre sbattere le porte in faccia.

A questo punto è giusto che gli italiani sappiano che mentre noi vogliamo garantire alla Nazione stabilità, una maggioranza chiara e un presidente del Consiglio che può formare l'esecutivo in tempi rapidi, la sinistra preferisce una legge elettorale, quella attuale, che rischia di dare un risultato poco definito e dunque favorire governi ibridi o tecnici, basati su maggioranze fantasiose che non rispecchiano la volontà popolare.

 Vogliono un modo per stare al governo anche senza vincere le elezioni, come accaduto in passato».

 

Il ritorno delle preferenze suscita divisioni nella maggioranza. Lei è favorevole oppure come ministro sceglie un ruolo neutrale?

 

«Per quasi tutta la mia vita politica mi sono misurato con le preferenze, quindi sicuramente sono a favore. Tuttavia facciamo parte di una coalizione, quindi vedremo se ci sono le condizioni per introdurle o no».

 

La premier Meloni ha introdotto nell'agenda il tema del Quirinale.

Mattarella scade nel 2029 ma si evoca già il sogno di un presidente di centrodestra, impresa mai riuscita neppure con Berlusconi.

 Ci state ragionando?

 

«La presidente ha posto un tema di legittimità di una larghissima parte di italiani che non è di centrosinistra. Come ha detto lei chi è di centrodestra non è figlio di un Dio minore ed esistono eminenti profili in grado di ricoprire il ruolo di presidente della Repubblica.

Assunto questo, il presidente Mattarella è in carica, parlare del nome del suo successore quando mancano poco meno di tre anni alla scadenza mi sembra irrispettoso ed irrituale».

 

A sinistra sembrano più pensare a sbarrare la strada al centrodestra al Colle che a scegliere il prossimo presidente del Consiglio.

 Chi fa parte dell'establishment è terrorizzato di cedere il Quirinale, come ha detto la premier?

«Io penso che ritenere il Quirinale una sorta di proprietà privata come fa la sinistra, sia profondamente antidemocratico.

 

 Dove è scritto che il presidente della Repubblica italiana non possa avere un orientamento di centrodestra? Suggerirei al centrosinistra, invece di attaccare Giorgia Meloni con tesi fantasiose, di concentrarsi sulla loro proposta programmatica per l'Italia, visto che non hanno nulla in comune se non l'essere contro di noi. Peraltro credo che l'ultimo pensiero di Giorgia Meloni in questo momento sia quello del Colle».

 

Fratelli d'Italia e Vannacci. Per voi è meglio il dialogo in attesa di convergenze o chiudere subito le porte?

 

«Penso che come prima cosa Vannacci se vuole ragionare con il centrodestra e se vuole continuare a professarsi di destra debba smettere di votare come la sinistra.

 Il centrodestra ha già un leader molto forte a livello nazionale e internazionale, spetta a Vannacci dimostrare con i fatti da che parte sta».

 

Il clima è infuocato tra FDI e M5s sulla commissione d'inchiesta sul Covid che ha evidenziato gravi anomalie nella gestione della pandemia. L'ex premier Conte sarà presto audito. Per lei sono possibili ricadute giudiziarie?

 

«Non sta a me esprimere un parere sulle ricadute giudiziarie, ma quanto sta emergendo ha sicuramente dei tratti allarmanti.

Ho avuto modo di sentire personalmente il racconto di alcune persone coinvolte nelle forniture di mascherine e quindi credo sia giusto approfondire senza guardare in faccia a nessuno, anche perché sarebbe inconcepibile che qualcuno avesse lucrato sulla sofferenza degli italiani. Attendiamo di sentire cosa dirà Giuseppe Conte, vista la resistenza che ha fatto nel farsi udire.

Dove è finita la trasparenza e la tanto sbandierata onestà dei 5 stelle?»

 

Lei, ministro, è espressione del Nordest. Esiste competizione sul territorio tra FDI e la Lega, che detiene i governatori di Veneto e Friuli?

 

«Siamo alleati e siamo una coalizione, governiamo insieme l'Italia e tante regioni e ci interessa garantire il massimo a chi ci ha votato.

Di tutto il resto parleremo a tempo debito, sicuramente il toto-nomi non interessa, anzi addirittura irrita, gli italiani».

 

Leggi e riforme in discussione da molto tempo, dal fine vita al premierato. Saranno mai approvati?

 

«Il fine vita è una legge di iniziativa parlamentare, è una questione delicatissima su cui il governo ha lasciato operatività totale al Parlamento.

 Per quanto riguarda il premierato, i tempi purtroppo sono stretti, ma in ogni caso la riforma della legge elettorale ha già lo scopo di garantire la stabilità».

 

Se avesse un jolly da giocare, quale provvedimento adotterebbe subito?

 

«In realtà più che un provvedimento nuovo vorrei vedere subito gli effetti della rivoluzione che abbiamo portato sul fronte dell'immigrazione.

Partendo dal nuovo regolamento europeo che per quanto mi riguarda porta la firma di Giorgia Meloni.

È stato il governo italiano a fare da precursore con i centri in Albania, ora l'Europa ci dà ragione.

Quando ci siamo insediati l'Italia era il punto di accoglienza di tutta l'Ue, adesso siamo quelli che dettano l'agenda sul tema».

 

 

Se il Pd non è più il partito del Colle.

Lastampa.it - Alessandro De Angelis – (27 giugno 2025) – Redazione – ci dice:

 

Su Putin, Europa, difesa la dissonanza tra Mattarella e Schlein è evidente. Bel problema.

Se il Pd non è più il partito del Colle. (Ansa).

Questo servizio è contenuto ne "Lo spigolo", la newsletter settimanale di Alessandro De Angelis.

C’è stato un periodo, piuttosto lungo, in cui il Pd è stato il “partito del Colle”.

Che non si significa, tanto per capirci, complicità manovriera o trame politiche, ma una comune idea dell’interesse nazionale.

Quando Sergio Mattarella, in un passaggio drammatico, chiama Mario Draghi, il Pd, sia pur con qualche maldipancia iniziale, si adegua perché “prima il paese”.

Andando a ritroso:

 quando sempre Mattarella stoppa la richiesta di elezioni anticipate da parte di Matteo Renzi, dopo la sconfitta al referendum, arriva il governo di Paolo Gentiloni e lo stesso Renzi si adegua.

Andando ancora più a ritroso, c’è Giorgio Napolitano che, senza quel partito, non avrebbe potuto gestire la crisi dello spread, e così via.

 Fino ai tempi di Oscar Luigi Scalfaro.

 

L’obiezione è nota:

 tutto vero, ma è anche vero che, in nome della famosa “responsabilità”, la sinistra ha donato sangue con esiti non proprio vantaggiosi.

Dopo Monti il Pd si è schiantato, dopo Draghi pure. Mentre la sinistra faceva da stampella del sistema, gli altri macinavano voti sulla protesta, Giorgia Meloni compresa.

Si potrebbe contro-obiettare facilmente che tra il non assumersi la responsabilità e fare la stampella ci sono infinite sfumature che attengono alla politica.

Perché essere un partito con cultura istituzionale non significa, come accaduto, essere per forza subalterni a chi ti porta a governo.

 In fondo così è stato da parecchio tempo a questa parte, e non solo con i “governi del presidente”.

 Vai alla voce, ad esempio: Conte 2.

 

Sia come sia, ora questa storia è a un giro di pagina.

Il Pd non è più il partito del Colle, nel senso che di quel rapporto sono mutati i fondamentali di cultura politica.

Innanzitutto viene da chiedersi se ci sia ancora una interlocuzione, fatta di contatti informali, di approfondimenti comuni, di uno scambio di vedute.

Giorgia Meloni, ad esempio, lo ha fatto, prima dell’ultimo passaggio parlamentare e gli effetti si sono visti nel suo discorso in Aula, molto più equilibrato del solito.

Mentre la sensazione è che Elly Schlein, che si è messa a fare Meloni con Meloni, di questo rapporto sembra non avvertire il bisogno, diversamente dai suoi predecessori.

 

A ben vedere, il rapporto col Quirinale è molto cambiato da quando è arrivata.

E riflette in toto la cifra della nuova segretaria in termini di cultura politica, squisitamente identitaria:

Mattarella viene buono come bandiera quando c’è da celebrare il 25 aprile o sui giudici, oppure quando, essendo popolare, il suo nome viene speso in opposizione al premierato.

Insomma, quando si è d’accordo c’è l’attitudine a coinvolgerlo nell’agone politico, rischiando così di minare la sua terzietà.

E forse deve essere arrivato qualche segnale da lassù perché l’andazzo, negli ultimi tempi si è un po’ temperato.

 

Quando invece non viene ritenuto una bandiera su altri terreni, allora viene beatamente ignorato, anzi viene messa in conto, come se fosse normale, una clamorosa divaricazione di vedute. Difficile non notare la non banale dissonanza tra Sergio Mattarella ed Elly Schlein non su quisquilie e pinzillacchere, come diceva Totò, ma questioni essenziali, da cui discende tutto il resto:

l’Ucraina, la minaccia rappresentata dalla Russia, le scelte cui è chiamata l’Europa sul terreno della difesa e della sicurezza.

 

Ebbene, l’uno (Sergio Mattarella) non perde occasione per ricordare di che entità sia la minaccia russa - la equiparò, in un celebre discorso, alla Germania nazista - e dunque per sollecitare l’Europa a essere “protagonista e non vassalla”, facendo della difesa il primo passo verso una più profonda integrazione politica.

In questo quadro, il capo dello Stato considera il “piano di riarmo” un primo passo, insufficiente ma necessario. L’altra (Elly Schlein), al contrario, ha espunto dal discorso il tema dell’imperialismo russo, polemizza con l’Europa, ne contesta un piano che viene visto come guerrafondaio, chiedendone una “radicale revisione”.

 Il tema di come costruire un nuovo ordine mondiale nel quale sia garantita la sicurezza, che della democrazia è la precondizione, è del tutto ignorato.

 L’importante è intercettare il pacifismo politico e il pacifismo da portafoglio di chi dice “basta sacrifici”, facendo di tutt’erba un fascio:

aggressori, aggrediti, esigenza di sicurezza e spirito guerrafondaio.

 Né la segretaria del Pd si pone il problema di un alleato che sull’Ucraina ha tesi, diciamo così, molto ardite.

 

Bel problema. Per farla breve, se domani il campo largo vincesse le elezioni, Mattarella si troverebbe a fare qualche domanda in più del solito in relazione a alla tenuta di quella cornice attorno a cui si articola l’interesse nazionale.

Ai tempi del Conte 1, si oppose alla nomina di Paolo Savona all’Economia perché voleva uscire dall’Euro. Quando è arrivata Giorgia Meloni, all’Interno non è andato Matteo Salvini, che ha posizioni filorusse, e alla Difesa e agli Esteri ci sono figure affidabili.

 Insomma, avrebbe lo stesso problema di temperare operazioni fantasiose e assicurarsi un’affidabilità complessiva.

 Fa un po’ effetto, visto che stiamo parlando del partito che lo ha espresso…

 

 

 

“Con il premierato il Colle ha meno poteri.

La sfiducia “vincolata”?

Non regge.»

Ildubbio.news.it - (14 dicembre 2025) – Giacomo Pulenti – Redazione – ci dice:

 

Il costituzionalista “Michele Ainis” al Dubbio:

 «E' inevitabile che nel momento in cui cresce la figura del presidente del Consiglio grazie a un diretto mandato popolare, in qualche misura decrescono le funzioni del presidente della Repubblica»

 

«Con il premierato il Colle ha meno poteri. La sfiducia “vincolata”? Non regge».

Il costituzionalista Michele Ainis analizza l’ipotesi di riforma costituzionale del premierato e pur sfuggendo «la maglia da tifoso in un senso o nell’altro» spiega che «è inevitabile che nel momento in cui cresce la figura del presidente del Consiglio grazie a un diretto mandato popolare, in qualche misura decrescono le funzioni del presidente della Repubblica».

 

Professor Ainis, la maggioranza è pronta a portare in Cdm la riforma costituzionale del premierato: su quali aspetti si dibatterà nei prossimi mesi?

 

Al momento ragioniamo sulla base di alcune dichiarazioni e indiscrezioni che, a volte, sono fallaci.

In ogni caso non mi metto indosso la maglia da tifoso in un senso o nell’altro, fenomeno che si è ripetuto direi sempre quando si sono varate riforme costituzionali importanti.

In questi casi, da un lato c’è chi dice che la Costituzione è sacra e intoccabile e dall’altro quelli che dicono che è una vecchia signora da mandare dal chirurgo estetico.

 Io credo invece che bisogna essere “laici” e per farlo occorre osservare intanto la coerenza del disegno che viene proposto e poi il rapporto tra l’innovazione costituzionale e il sistema complessivo di pesi e contrappesi.

 

La prima grande novità è l’elezione diretta del presidente del Consiglio: che ne pensa?

 

È inevitabile che nel momento in cui cresce la figura del presidente del Consiglio grazie a un diretto mandato popolare, in qualche misura decrescono le funzioni del presidente della Repubblica.

Ma la maggioranza dice che i poteri del capo dello Stato restano tali…

 

Vediamo il disegno complessivo:

attualmente i poteri più importanti del capo dello Stato sono la nomina del presidente del Consiglio e lo scioglimento delle camere.

Il primo in situazione di crisi diventa un potere effettivo mentre quando il risultato elettorale è chiaro il parere del Quirinale diventa una fisarmonica, cioè si restringe.

È accaduto nel 2001, quando Berlusconi disse di aver ricevuto il mandato «conformemente al voto popolare», sottinteso che il presidente Ciampi non avrebbe potuto fare diversamente, e nel 2022 con il governo Meloni.

Con questa riforma, questo potere verrebbe indebolito.

 

Accennava poi al potere di scioglimento delle Camere, e qui la maggioranza introduce una “sorta di sfiducia costruttiva”. Ci spiega meglio?

 

In questo caso, delle due l’una.

 O nel momento in cui la maggioranza parlamentare va in crisi lo scioglimento è automatico, e allora il potere del capo dello Stato si perderebbe;

oppure si ragiona di sfiducia costruttiva, che in questo caso definirei “vincolata”.

 Nel senso che, stando a quanto si dice, ove ci siano dimissioni del presidente del Consiglio eletto o una crisi parlamentare la stessa maggioranza uscita dalle urne può indicare il suo successore.

 Una norma cosiddetta “antiribaltoni”.

 Secondo me è un tratto d’incoerenza.

La sfiducia costruttiva esiste in Germania ed è uno strumento di stabilizzazione dei regimi parlamentari, non di quelli presidenziali.

 Biden, ad esempio, non può essere sostituito in corso d’opera da un altro, a meno che non muoia.

 La formula italiana creerebbe un grosso problema costituzionale perché metterebbe il Parlamento contro gli elettori.

Nel momento in cui gli elettori votano tizio e poi il Parlamento in seguito a crisi sceglie Caio gli elettori si sentiranno raggirati e penseranno di essere presi in giro.

 

La maggioranza potrebbe dire che se Tizio è a capo di una coalizione di più partiti e gli elettori votano quella coalizione, poi non faranno storie se il capo del governo viene sostituito da una figura interna alla coalizione…

 

Capisco il suo ragionamento, ma non è detto che le cose vadano così.

 Il voto per l’elezione diretta del presidente della Repubblica o del presidente del Consiglio ha una forte connotazione personale, mentre la logica di coalizione ha una forte connotazione parlamentare.

E le dinamiche politiche si possono standardizzare fino a un certo punto.

Potrebbero nascere, ad esempi, nuovi gruppi all’interno della stessa maggioranza, come accade ora.

E in quel caso la coalizione di maggioranza potrebbe non essere coesa come era al momento del voto.

 Il presidenzialismo porta con sé la personalizzazione del potere.

 L’elettore vota una certa persona e non è detto che voterebbe anche un alleato della stessa.

 

L’alternativa sarebbe il ritorno al voto, un’ipotesi gradita a FDI ma che non piace a Lega e Fi…

 

Anche l’altra soluzione, cioè quella praticata nelle Regioni e nei Comuni, realizza una sorta di equilibrio del terrore, in cui maggioranze in crisi votano comunque la fiducia al sindaco perché non vogliono tornare a casa. C’è poi il problema dell’abolizione dei senatori a vita.

 

Cioè?

La nomina dei senatori a vita è un potere importante del nostro presidente della Repubblica.

 C’è un libro di Paolo Armaroli, pubblicato di recente, che ripercorre il ruolo dei senatori a vita, che a volte fu determinante come nell’ultimo governo Prodi.

 

In ogni caso, in che modo si arriverà all’elezione del presidente del Consiglio?

 

L’ipotesi di cui si parla è che la coalizione vittoriosa prenda il 55 per cento dei seggi in Parlamento.

Questo è un problema.

 Ipotizziamo che si sfidino quattro coalizioni maggiori, e che quella vincente abbia preso il 17 per cento.

Se quel 17 diventa 55 per cento in Parlamento si crea una stortura istituzionale.

Ricordo che il Porcellum venne dichiarato incostituzionale proprio per questo motivo.

Sulla base dei principi costituzionali, se viene scritta una norma come quella appena descritta potremmo dire che la Costituzione italiana diventa meno democratica ma non potremmo dire che la norma è incostituzionale perché la Costituzione stessa lo prevederebbe.

Se la Costituzione si limita a dire che il presidente del Consiglio viene eletto ma poi affida il procedimento alla futura legge elettorale, allora ci sarà di nuovo un forte rischio di incostituzionalità.

 

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