La questione degli immigrati è un tema di forte preoccupazione.
La
questione degli immigrati è un tema di forte preoccupazione.
Perché
Trump ha insultato di nuovo Giorgia Meloni, la NATO come bancomat USA e
l’ultimo attacco prima del vertice.
La
reazione del governo.
msn.com
– open.online.it - Storia di Giovanni Ruggiero – (05 -07 – 2026) – Redazione
-ci dice:
Giorgia
Meloni vede Donald Trump.
Donald
Trump torna a colpire Giorgia Meloni con un “meme” su Truth che, tradotto,
suona più o meno come «tenetemela lontana», a meno di 48 ore dal “vertice Nato
di Ankara” che si apre martedì 7 luglio.
È
l’ennesimo affondo personale del presidente Usa contro la premier italiana, un
attacco che Palazzo Chigi ha già derubricato a «provocazione» e a cui non
intende dare seguito.
Del
resto, rincorrere Trump su questo terreno rischia di essere ancora una volta
tempo perso, tanto più alla luce di quanto scrive “Politico”, che mette a fuoco
quale sia davvero l’obiettivo del presidente americano dietro ai continui
attacchi agli alleati della Nato più o meno scomposti.
Come
ha risposto Palazzo Chigi al “meme” di Trump su Meloni.
Il
post finisce online poco dopo le 23 di domenica, e la prima reazione a Palazzo
Chigi, racconta “Simone Canettieri” sul “Corriere della Sera”, è di puro
sconcerto:
un
colpo a freddo che nessuno, nemmeno la diplomazia italiana, si aspettava.
La linea, però, non cambia: «Non reagiremo a
questa provocazione», trapela dal governo.
Nella
notte il ministro degli Esteri Antonio Tajani e la premier concordano la
strategia, ignorare l’ennesimo affondo personale, così che l’agenda in vista di
Ankara resti identica.
Alcuni ministri, sentiti dal Corriere a
microfoni spenti, non nascondono giudizi tutt’altro che lusinghieri sulla
tenuta del presidente Usa, le cui uscite alcune fonti diplomatiche, citate da “La
Stampa”, liquidano come «follie dell’imperatore».
Resta
il rammarico per il lavoro fatto in questi mesi anche dall’ambasciatore” Tilman
Ferlita”, amico personale di Trump, che ora rischia di essere vanificato,
mentre Meloni entra di fatto nel club dei leader europei già bersaglio degli
attacchi della Casa Bianca, da Macron all’ormai dimissionario Stoprmer.
Cosa
raffigura il “meme” e cosa era successo a “Evian”.
Il
meme incriminato arriva alle 22.51 di domenica, il giorno dopo i festeggiamenti
per il 4 luglio:
una
foto di Trump di spalle al G7 di Evian, con Meloni di fronte in una posa quasi
adorante, e la scritta sovrimpressa «Serve un ordine restrittivo».
Il
meme è assente dai giornali idealmente più vicini al governo, complice la
chiusura redazionale ben prima della mezzanotte.
In
ribattuta ci arrivano gli altri, a cominciare dal “Messaggero” che, con Ileana
Sciarra, descrive un’immagine costruita apposta per il suo effetto virale,
mentre” Francesco Malfitano” su “La Stampa! la traduce in un titolo ancora più
diretto, «Deve stare lontano da me».
Il precedente risale proprio a Evian, quando
Trump aveva raccontato che la premier gli avesse fatto quasi pena nel
tentativo, a suo dire, di ottenere uno scatto insieme, il celebre «mi ha
supplicato» già smentito da Meloni con un video sui social: «Io e l’Italia non
imploriamo mai».
Difficile perfino stabilire, come nota “Paola Di Caro”
sul “Corriere”, se nello scatto scelto da Trump la premier stia davvero
guardando verso di lui.
Il
post pubblicato su “Truth” dal presidente americano Donald Trump su Truth con
un meme con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che lo guarda: il tutto
è accompagnato dalla didascalia «serve un ordine restrittivo».
Quanto
spenderà l’Italia in difesa secondo i piani per Ankara.
Al di
là del meme, la partita più concreta riguarda i numeri che Roma porterà al
vertice, e qui le cifre circolate in queste ore non coincidono del tutto.
Secondo “Tommaso Ciriaco” su “Repubblica”, il governo
fisserà al 2028 un obiettivo del 3,4% del Pil in spese militari, per un totale
di 19 miliardi in più in due anni, 0,25-0,3% nel 2027 e 0,55-0,65% nel 2028.
Una
versione diversa arriva da “Francesco Malfitano” su” La Stampa”, che parla
invece di cifre più contenute, circa 17-18 miliardi, con lo 0,3% nel 2027 e il
doppio l’anno successivo, cifre che al momento risulterebbero «disconosciute»
da Palazzo Chigi.
Resta
comunque un fatto:
la
traiettoria fissata in precedenza dal “Documento programmatico di finanza
pubblica”, con incrementi dello 0,15% nel 2026 e nel 2027 e dello 0,2% nel
2028, è già stata disattesa, complice la mancata chiusura della procedura Ue
per deficit eccessivo.
Cosa
ha detto Crosetto sul vertice e sulle spese militari.
Trump
vorrebbe che il traguardo del 5% del Pil, concordato per il 2035, venga
centrato molto prima.
Anche
il segretario generale della Nato “Mark Rutte” insiste sullo stesso punto,
avvertendo che la sfida ora non è più promettere ma consegnare: «un anno fa si
trattava solo di promesse, quest’anno si tratta di consegna», cioè di risultati
concreti, come riporta il Corriere della Sera.
Il ministro della Difesa “Guido Crosetto”
prova comunque a blindare il vertice:
«Ankara
è stata costruita perché tutto funzioni, gli impegni saranno rispettati e ogni
Paese si presenta avendo fatto la sua parte», ha detto alla manifestazione
Pantelleria Mediterraneo d’autore, aggiungendo che «quello che farà Trump lo
vedremo» e prevedendo un summit breve, «tre o quattro ore».
Verso l’esecutivo di cui fa parte, però, non
fa sconti:
«Se tu vuoi far parte di questa alleanza devi
rispettare gli impegni presi».
Sullo
sfondo restano le altre tensioni della vigilia, dalla telefonata di un’ora e
mezza tra Trump e Putin, con la promessa del tycoon di tornare a mediare su
Kiev, fino all’avvertimento del portavoce del Cremlino Dmitry Peskov alla
Polonia, accusata di produrre droni diretti in Ucraina: «Varsavia rifletta
sulla propria sicurezza».
Perché
per “Politico” la Nato è diventata un bancomat per Trump.
A
spiegare cosa si nasconda davvero dietro l’ossessione di Trump per il
portafoglio della Nato ci pensa “Politico”, in un’inchiesta firmata da Paul Clear
e Stefanie Bozen.
Il presidente Usa, scrivono i due, ha
rimodellato un’alleanza costruita su valori democratici condivisi
trasformandola in qualcosa che gli somiglia molto di più, un’azienda.
L’obiettivo è spingere gli alleati a investire
sempre più in armamenti made in Usa, anche a costo di derubricare in secondo
piano i dossier sull’allargamento del Patto e sulla difesa del fianco orientale
contro la Russia.
Non a
caso lo stesso Trump accusa apertamente gli alleati, Italia compresa, di
comportarsi da «scrocconi» che scaricano su Washington il peso economico
dell’Alleanza.
«L’Europa dipende ancora dagli Stati Uniti, e
non conviene cercare scontri», ammette un diplomatico europeo citato da
Politico, «ma dobbiamo far capire a Washington, con fermezza, che anche i
nostri interessi contano».
L’ambasciatore
Usa alla Nato, Matt Whitaker, parla di quasi 120 miliardi di dollari impegnati
dagli alleati nell’ultimo anno, metà dei quali in equipaggiamento americano, un
risultato definito solo «un buon inizio» rispetto ai 90 miliardi annunciati un
anno prima.
Cos’è
il “Pur”, il piano Usa per far comprare armi agli alleati.
Il
meccanismo al centro di tutto si chiama “Pur”, lo schema ideato da Trump
insieme a Rutte per convincere gli alleati a comprare armi statunitensi da
destinare all’Ucraina.
Ad
Ankara,
scrive ancora “Politico”, Trump tornerà a concentrarsi proprio sull’entità
della spesa europea per le forniture militari made in Usa, rischiando di
lasciare in secondo piano l’allargamento della Nato e la difesa del fianco
orientale.
Tra i
pochi Paesi a non aver ancora aderito al “Pur” ci sono, insieme all’Italia,
anche Francia e Regno Unito.
A
rendere il quadro ancora più teso, le parole del segretario alla Difesa “Pete Hester”,
che ha definito la Nato poco più di una «tigre di carta», legata a una «codipendenza
malsana» dalle forze Usa, chiedendo all’Alleanza di tornare a essere
«un’alleanza militare vera, capace di deterrenza sul continente».
Il
sondaggio che gela la sinistra:
italiani
contrari agli sbarchi e
favorevoli
ai rimpatri.
Ilgiornale.it
- Francesco Corridori – (4 luglio 2026) – Redazione - ci dice:
Secondo
un sondaggio di “Euromedia Resecar” ben il 73% degli italiani pensa che i
migranti irregolari debbano essere rimpatriati e il 57% valuta negativamente
gli sbarchi.
Il
sondaggio che gela la sinistra: italiani contrari agli sbarchi e favorevoli ai
rimpatri.
Scegli
Il Giornale come fonte preferita.
Il 73%
degli italiani ritiene che i migranti irregolari debbano essere rimpatriati e
il 57% valuta prevalentemente negativo l'impatto degli sbarchi di immigrati che
arrivano in Italia.
Questo
è quanto emerge dal sondaggio realizzato da Euromedia Resecar, diretto da
“Alessandra Ghisleri”, in occasione della rassegna 'Pantelleria, Mediterraneo
d'Autore', ideata e promossa da “Myrta Merlino” e” Valentina Fontana” per “Vis
Facto”.
Secondo
Ghisleri, “esiste una larga condivisione, trasversale agli schieramenti
politici, sull'idea che gli arrivi illegali debbano essere gestiti con
fermezza” e “anche una parte significativa dell'elettorato di centrosinistra
condivide questo orientamento''. Il Mediterraneo, insomma, continua a essere
percepito “come un tema sempre più rilevante”, aggiunge la sondaggista.
Gli
italiani affermano di conoscere il tema della 'remigrazione' ma solo il 36,8%
condivide le idee del generale Roberto Vannacci su questo tema
,
mentre il 44,4% dichiara di non condividerle.
La ‘remigrazione’, quindi, piace poco, ma
soprattutto per il 56,8% degli intervistati è irrealizzabile in Italia e nel
Mediterraneo.
''Le idee di Vannacci raccolgono attenzione,
ma la maggioranza degli italiani non le considera concretamente realizzabili'',
osserva Ghisleri. Che, poi, aggiunge:
''Allo
stesso tempo emerge un dato politicamente interessante: gli elettori di Azione
dimostrano grande autonomia di giudizio e, sul tema dell'immigrazione,
esprimono posizioni spesso più vicine a quelle dell'elettorato di
centrodestra''.
I
cittadini indicano come priorità un maggiore controllo delle frontiere del
Mediterraneo (32,6%), seguito dalla cooperazione con i Paesi di origine dei
migranti (24,9%), mentre solo il 21,7% auspica un equilibrio tra controllo,
cooperazione e integrazione.
Il sondaggio conferma che il Mediterraneo
viene percepito non soltanto come uno spazio geografico, ma come il crocevia
delle sfide che riguardano sicurezza, stabilità internazionale, energia e
gestione dei fenomeni migratori, temi destinati a occupare un ruolo centrale
nel dibattito pubblico italiano.
Secondo
“Valentina Fontana”, “Il sondaggio conferma che il Mediterraneo è percepito
dagli italiani come un tema sempre più rilevante” e, perciò, “portare a
Pantelleria una rassegna che mette insieme politica, cultura e imprese
significa creare uno spazio di confronto su questioni che hanno un impatto
diretto sul Paese”.
(“Serve
un ordine restrittivo”.).
Il nuovo attacco choc di Trump a Meloni.)
Fontana
non ha dubbi: “Dall'immigrazione, con le sfide e le opportunità che comporta,
allo sviluppo del territorio e delle sue potenzialità, fino al ruolo strategico
del Mediterraneo nello scenario geopolitico: sono temi che riguardano tutti.
L'informazione
ha il compito di raccontarli con profondità e contribuire a valorizzare
territori come Pantelleria, che possono diventare luoghi di riflessione oltre
che di straordinaria bellezza".
RFK
Jr. Annuncia la Fine dello Scudo
di Responsabilità per i Vaccini Anti-Covid.
“Le
grandi aziende farmaceutiche crolleranno, aprendo la strada a richieste di
risarcimento danni”.
Conoscenzealconfine.it
- 6 Luglio 2026) - Baxter Dmitry – Redazione – ci dice:
Il
Segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr. ha annunciato che “il governo
federale porrà fine alle dichiarazioni di emergenza relative ai vaccini contro
il COVID-19″, una mossa che eliminerebbe le tutele legali di cui i produttori
di vaccini hanno beneficiato dall’inizio della “pandemia” e che potrebbe
esporli a cause legali per presunti danni correlati ai vaccini.
Il
ministro della Salute in carica all’inizio del 2020 emise dichiarazioni di
emergenza, fornendo protezione legale alle aziende che producevano prodotti per
il Covid-19 e consentendo agli enti regolatori di rilasciare autorizzazioni di
emergenza, che hanno una soglia probatoria inferiore rispetto alle normali
approvazioni.
Le
dichiarazioni sono state prorogate più volte, l’ultima delle quali nel 2024
dall’allora Ministro della Salute Xavier Becerra fino alla fine del 2029. Esse
garantivano un’ampia immunità ai produttori dei prodotti, nonché alle persone
che li somministravano ad altri.
“Becerra”
aveva affermato nell’ultima proroga che, sebbene l’emergenza sanitaria pubblica
legata al Covid-19 fosse scaduta nel maggio 2023, il Covid-19 “continuava a
rappresentare un rischio credibile di una futura emergenza sanitaria pubblica “e
che mantenere in vigore le misure di protezione fosse necessario per mantenere
gli Stati Uniti preparati ad affrontare tale minaccia.
Kennedy
non era d’accordo e, in una nota di rescissione, ha scritto che “non sussistono
più circostanze che giustifichino l’uso di emergenza di tali farmaci durante la
pandemia di Covid-19”.
Ha
citato come esempio il fatto che nel 2025 le autorità di regolamentazione
abbiano revocato l’autorizzazione d’emergenza per i vaccini contro il Covid-19,
passando all’approvazione ordinaria per tutti i vaccini destinati a tutte le
fasce d’età.
“Gli
americani meritano un sistema di regolamentazione trasparente, responsabile e
fondato sullo stato di diritto”, ha dichiarato Kennedy in un comunicato.
“Ponendo
fine a queste dichiarazioni di autorizzazione all’uso di emergenza legate al
Covid-19, rafforziamo la fiducia del pubblico nel fatto che le autorizzazioni
di emergenza siano temporanee e mirate.”
Per
revocare le dichiarazioni di emergenza, il ministro della Sanità deve fornire
un preavviso che conceda alle aziende un lasso di tempo ragionevole per
ritirare i prodotti che sono stati realizzati in virtù di tali dichiarazioni.
Secondo
quanto affermato dai funzionari sanitari, la Food and Drug Administration ha
stabilito che 12 mesi rappresentano un periodo di tempo sufficiente.
Le
dichiarazioni relative a vaccini e farmaci cesseranno pertanto di essere valide
a partire dal 29 giugno 2027.
Le
dichiarazioni relative ai dispositivi medici come i test per il Covid-19
rimarranno in vigore solo per 180 giorni, ovvero fino al 26 dicembre 2026.
La FDA
ha collaborato con i produttori di tutti i prodotti ancora soggetti ad
autorizzazione d’emergenza per ottenere l’approvazione per l’uso continuato, ed
è ragionevole concludere che i produttori saranno in grado di generare dati a
supporto di nuove richieste di autorizzazione alle autorità di
regolamentazione, si legge nella nota.
Il
Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani ha dichiarato che i funzionari
intendono informare il Congresso di tale sviluppo.
(Articolo
di Baxter Dmitry).
(thepeoplesvoice.tv/big-pharma-collapse-rfk-jr-end-covid-vaccine-liability-shield-injury-claims/).
(sadefenza.blogspot.com/2026/07/rfk-jr-annuncia-la-fine-dello-scudo-di.html).
Mediterraneo,
Euromedia:
"Per
italiani area decisiva
per futuro Paese."
Adnkronos.com
– (4 luglio 2026) – Redazione Adnkronos – ci dice:
Il sondaggio
realizzato in occasione della rassegna 'Pantelleria, Mediterraneo d'Autore',
promossa da Myrta Merlino e Valentina Fontana per Vis Facto.
Il
Mediterraneo è percepito dagli italiani come un'area decisiva per il futuro del
Paese, ma anche come uno spazio attraversato da profonde tensioni geopolitiche.
È quanto emerge dal sondaggio realizzato da “Euromedia
Research”, diretto da Alessandra Ghisleri, in occasione della rassegna
'Pantelleria, Mediterraneo d'Autore', promossa da Myrta Merlino e Valentina
Fontana, in programma sull'isola dal 3 al 5 luglio.
Ideata
e promossa da Vis Facto e realizzata in collaborazione con” My Comunicato”, con
il patrocinio del Ministero della Cultura, del Ministero del Turismo,
dell'Assemblea Regionale Siciliana e del Parco Nazionale Isola di Pantelleria e
con il sostegno del Comune di Pantelleria, la manifestazione, che vede
Adnkronos come media partner, si pone l'obiettivo di trasformare Pantelleria in
un laboratorio permanente di confronto sulle grandi sfide del Mediterraneo e
sul ruolo dell'Italia nello scenario internazionale.
L'indagine
è stata condotta tra il 26 e il 29 giugno su un campione rappresentativo di 800
italiani maggiorenni.
Nonostante
si ritenga spesso che gli italiani abbiano una conoscenza limitata di
geopolitica e geografia, il sondaggio racconta una realtà diversa.
Per il 58,9% degli intervistati il principale
elemento che rende il Mediterraneo un'area di interesse internazionale è la sua
posizione strategica tra Europa, Africa e Asia, molto più del commercio
marittimo (10,5%), dei flussi migratori (8,9%) o delle risorse energetiche
(8,7%). “Per quanto noi pensiamo che gli italiani non abbiano cognizione di
causa su geopolitica e geografia, il Mediterraneo è riconosciuto come un'area
vitale e fondamentale per il Paese e non solo", osserva Alessandra
Ghisleri.
"Allo stesso tempo viene percepito con
timore per ciò che rappresenta in termini di vicinanza con il Medio Oriente e
per i fenomeni migratori”.
La
ricerca evidenzia, infatti, come la principale preoccupazione sia rappresentata
dai flussi migratori, indicati dal 34% degli intervistati come il rischio più
rilevante per il Mediterraneo nei prossimi anni. Seguono la competizione per le
risorse energetiche (19,7%), i conflitti (15,3%) e l'instabilità politica
(14,9%).
Ma,
sottolinea Ghisleri, “se il tema energetico è al secondo posto tra i timori,
sommando flussi migratori, conflitti e instabilità politica emerge chiaramente
che la vera preoccupazione degli italiani riguarda la sicurezza complessiva
dell'area mediterranea e mediorientale”.
La
percezione del Mediterraneo è strettamente collegata agli interessi nazionali.
Quasi
otto italiani su dieci (79,9%) ritengono che la stabilità dell'area influenzi
direttamente il benessere economico e la sicurezza dell'Italia, mentre l'80,7%
considera fondamentale la cooperazione internazionale per garantire la
sicurezza del Mediterraneo.
"I
risultati di questo sondaggio confermano il motivo per cui c'è bisogno di una
manifestazione come 'Pantelleria, Mediterraneo d’Autore': il Mediterraneo non è
più soltanto un luogo dell’immaginario, ma il centro delle paure, delle
speranze e del futuro degli italiani", spiega Myrta Merlino.
"Colpisce
-continua- la consapevolezza: quasi il 60% degli intervistati indica nella
posizione strategica tra Europa, Africa e Asia la chiave del ruolo
internazionale dell’area.
Allo
stesso tempo prevale l’inquietudine:
migrazioni,
conflitti, instabilità politica e competizione sulle risorse energetiche
vengono letti come un unico grande tema, quello della sicurezza complessiva del
Mediterraneo e del Medio Oriente.
Sul
fronte migratorio emerge una richiesta chiara di controllo, regole certe e
soluzioni concrete, lontane dagli slogan, come dimostra anche lo scetticismo
verso le proposte di 're-migrazione'.
È un
segnale che interpella la politica, l’informazione e la cultura”.
Una
posizione particolarmente netta sul tema dei migranti.
E' quella che emerge dal sondaggio.
Il 57% degli intervistati infatti giudica
prevalentemente negativo l'impatto dei flussi migratori che raggiungono le
coste italiane, mentre solo il 14% lo considera positivo.
Ancora
più significativo il consenso sulla gestione dell'immigrazione irregolare:
il 73%
condivide l'idea che gli immigrati privi dei requisiti legali di soggiorno
debbano essere rimpatriati.
"Il
dato più forte è proprio questo", commenta Ghisleri.
“Esiste
una larga condivisione, trasversale agli schieramenti politici, sull'idea che
gli arrivi illegali debbano essere gestiti con fermezza. Anche una parte
significativa dell'elettorato di centrosinistra condivide questo orientamento”.
"Il
sondaggio conferma che il Mediterraneo è percepito dagli italiani come un tema
sempre più rilevante. Per questo portare a Pantelleria una rassegna che mette
insieme politica, cultura e imprese significa creare uno spazio di confronto su
questioni che hanno un impatto diretto sul Paese – spiega Valentina Fontana -
Dall'immigrazione, con le sfide e le opportunità che comporta, allo sviluppo
del territorio e delle sue potenzialità, fino al ruolo strategico del
Mediterraneo nello scenario geopolitico: sono temi che riguardano tutti.
L'informazione ha il compito di raccontarli con profondità e contribuire a
valorizzare territori come Pantelleria, che possono diventare luoghi di
riflessione oltre che di straordinaria bellezza”.
Gli
italiani conoscono il tema della 're-migrazione' ma solo il 36,8% afferma di
condividere le idee espresse dall'ex generale Roberto Vannacci, leader di
Futuro Nazionale, sul tema.
Secondo l'indagine, se il 73,5% degli italiani
dichiara di conoscere il termine della 're-migrazione, solo il 36,8% afferma di
condividere le idee di Vannacci, mentre il 44,4% dichiara di non condividerle.
Ancora più netto il giudizio sulla loro
concreta applicabilità:
il 56,8% ritiene che tali proposte non siano
realizzabili nel nostro Paese e nell'area mediterranea, contro il 26,7% che le
considera invece applicabili.
“Le
idee di Vannacci raccolgono attenzione, ma la maggioranza degli italiani non le
considera concretamente realizzabili”, osserva Ghisleri. “Allo stesso tempo emerge un dato
politicamente interessante: gli elettori di Azione dimostrano grande autonomia di
giudizio e, sul tema dell'immigrazione, esprimono posizioni spesso più vicine a
quelle dell'elettorato di centrodestra”.
Guardando
al futuro del Mediterraneo, gli italiani indicano come priorità un maggiore
controllo delle frontiere (32,6%), seguito dalla cooperazione con i Paesi di
origine dei migranti (24,9%), mentre il 21,7% auspica un equilibrio tra
controllo, cooperazione e integrazione.
Il sondaggio conferma così come il
Mediterraneo sia ormai percepito non soltanto come uno spazio geografico, ma
come il principale crocevia delle grandi sfide che riguardano sicurezza,
stabilità internazionale, energia e gestione dei fenomeni migratori, temi
destinati a occupare un ruolo centrale nel dibattito pubblico italiano.
IMMIGRAZIONE:
UN VALORE
CUI
DARE DELLE REGOLE.
Pietroichino.it
– Pietro Ichino – (1° luglio 2026) – ci dice:
IL PD
SI INTERROGA SULLE PROBLEMATICHE LEGATE ALL’IMMIGRAZIONE E CERCA SOLUZIONI
CONCRETE PER RENDERE POSSIBILE L’INTEGRAZIONE DI IMMIGRATI, STUDENTI E
LAVORATORI, CHE ARRICCHISCONO IL NOSTRO PAESE E L’EUROPA – OCCORRE AGGIORNARE
IL PATTO EUROPEO PER L’IMMIGRAZIONE E SEGUIRE L’ESEMPIO DI PAESI CON UN’ANTICA
TRADIZIONE MIGRATORIA, PRIVILEGIANDO CRITERI DI AMMISSIONE QUALITATIVI PIU’ CHE
QUANTITATIVI.
Documento
discusso e approvato dal Pd all’Assemblea programmatica di Varese dell’8-9
ottobre 2010 in materia di immigrazione. Il documento è stato discusso da una
Commissione, che ha redatto un verbale con la sintesi della discussione.
Cosa
diciamo di fronte a un genitore che non ha nulla contro gli immigrati e che
scopre che suo figlio è il solo italiano in una classe di bimbi stranieri? E
alle mamme di Sonnino che chiedono che la donna marocchina si scopra il viso
quando porta il bambino alla materna perché gli altri piccoli ne hanno paura? E
agli abitanti del quartiere di periferia che protestano perché con
l’insediamento dei Rom sono aumentati i furti nelle case? Cosa avrebbe detto un
premier di centrosinistra dopo le scelte sui Rom di Sarkozy?
Cosa
diciamo al bambino straniero che a causa delle quote del Ministro Gelmini deve
prendere due pullman per arrivare a scuola? E al padre di famiglia che perde il
lavoro e che ha paura che il suo collega immigrato gli faccia concorrenza? Ai
lavoratori immigrati che sono in Italia da oltre 10 anni, hanno portato qui la
famiglia, hanno fatto lavori che gli italiani non fanno più, e che ora a causa
della crisi lo perde e ha soltanto 6 mesi tempo per cercarlo un altro,
altrimenti viene espulso perché così vuole la legge Bossi-Fini? Cosa diciamo
alle famiglie e alle imprese che hanno tra loro lavoratori immigrati cui è
scaduto il visto turistico ed il permesso di soggiorno e non possono rinnovarlo
perché le quote dell’ingresso regolare sono chiuse? E al giovane immigrato,
nato e cresciuto in Italia, che al compimento di 18 anni, se non trova subito
un lavoro stabile diventa irregolare sulla base della nostra legge sulla
cittadinanza e rischia di essere espulso?
Vogliamo
partire dalle domande dell’Italia vera, dai dilemmi che vivono le sue persone.
Vogliamo
rompere il perverso circolo politico mediatico che alimenta i pregiudizi e le
paure e non risolve i problemi. Vogliamo sollecitare gli italiani a diventare
consapevoli di come sta cambiando l’Italia con la presenza degli immigrati, di
come e perché abbiamo bisogno di loro e che dunque dobbiamo imparare a vivere
insieme.
Italiani
e nuovi italiani. Dobbiamo liberarci dalla paura e accendere la curiosità verso
il mondo che cambia.
I
nuovi italiani.
Gli
immigrati sono una popolazione di cinque milioni di persone appartenente ad
oltre 100 popoli diversi, composti da famiglie giovani con figli, da lavoratori
e lavoratrici, per metà donne. I minori sono 864.000. Nel 1990 erano 50.000.
Questa popolazione vive prevalentemente nel Centro–Nord e si è insediata nei
territori seguendo le esigenze del nostro mercato del lavoro.
Gli
immigrati hanno contribuito e contribuiscono a rendere più giovane il nostro
Paese.
Un
sesto dei nuovi nati in Italia ha almeno un genitore straniero ed i giovani di
origine straniera incidono di un decimo sulle classi di età più giovani (i
minori ed i giovani fino a 39 anni).
Il 70%
dei piccoli comuni, quelli con meno di 5000 abitanti, non attraggono nuovi
cittadini e ben 2830, che sono circa la metà, sarebbero in irreversibile
declino se non fossero arrivati gli immigrati a ripopolarli. Al Nord, al Centro
ed al Sud.
Il
lavoro immigrato anche in tempi di crisi economica non ruba posti agli
italiani, perché occupa i segmenti del mercato del lavoro che agli italiani non
interessano mentre l’invecchiamento della popolazione con il conseguente
bisogno di servizi alla persona, anche per mancanza di servizi pubblici
adeguati, lo ha reso e lo renderà sempre più necessario.
Se in
Italia le porte fossero chiuse all’immigrazione, la popolazione giovane in età
attiva tra i 20 e 40 anni scenderebbe tra il 2010 e 2030 da 15.4 a 11.3
milioni; una diminuzione di oltre 4 milioni; 200.000 unità in meno per ogni
anno di calendario.
Né un
alto tasso di attività e di occupazione degli italiani e una perfetta parità
uomo– donna basterebbero ad evitare il nostro declino economico.
I
nuovi europei.
L’Europa
è un caleidoscopio di culture diverse, è la parte del mondo culturalmente più
eterogenea e gli europei vogliono conservare la propria eredità culturale ma,
al contempo, hanno ed avranno bisogno degli immigrati.
La
presenza degli immigrati anima conflitti, obbliga a confronti e crescita
culturale collettiva, obbliga a ripensare lo stato sociale ed i diritti di
cittadinanza che oggi, nella Europa unita, non possono più riguardare il
singolo paese.
Mai
come ora, infatti, la cittadinanza può e deve divenire il motore del processo
di integrazione politica, il cuore di una nuova Europa che sia davvero spazio
di libertà, sicurezza e giustizia. Cittadinanza nel senso più ampio: non solo
l’insieme dei diritti già riconosciuti ai cittadini europei e ancora da
inverare pienamente, ma anche un nucleo forte di diritti di cittadinanza per
tutte le persone che risiedono sul territorio dell’Unione europea, a comporre
il mosaico di una vera e propria cittadinanza di residenza.
Con il
Trattato di Lisbona la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea
diviene giuridicamente vincolante e, con essa, la cittadinanza europea e i
diritti che la compongono: il diritto di circolare liberamente e di stabilirsi
in un altro Stato membro dell’Unione, portandosi dietro i propri diritti e
acquisendo doveri, al pari dei cittadini di quello Stato.
Questo
diritto, che è il cuore della cittadinanza europea, è oggi – non a caso – al
centro di tensioni perché strettamente legato al concetto di uguaglianza.
Occorre dare piena applicazione alla direttiva 38/2004, che ne regola
l’esercizio, perché la libera circolazione sia garantita a tutti i cittadini
europei, senza discriminazioni fondate sul reddito o sulla presunta
appartenenza a un gruppo etnico.
Tuttavia
bisogna impedire la competizione tra le componenti più deboli dei paesi
dell’Unione. Per questo, a sostegno della libera circolazione, occorre una
grande iniziativa europea per definire un reddito minimo garantito, come
componente essenziale della cittadinanza, insieme alla definizione di politiche
comuni di inclusione, integrazione, prossimità e sicurezza.
Cittadinanza
europea, ma anche cittadinanza di residenza, dicevamo.
La
presenza degli immigrati non solo è utile all’Europa per gli stessi motivi per
cui è utile all’Italia, ma può contribuire a costruire il sogno europeo
dell’unità nella diversità.
Oggi
l’Europa ha nuovi strumenti per costruire questo sogno: con il Trattato di
Lisbona la politica di immigrazione, nelle due dimensioni della politica di
ingresso e della politica di contrasto all’immigrazione irregolare, diviene
piena competenza comunitaria. Per la prima volta diviene possibile definire a
livello dell’Unione i contorni di una politica di ingresso e soggiorno con il
pieno coinvolgimento del Parlamento europeo.
Occorre
cogliere questa occasione storica e costruire una nuova politica europea
dell’immigrazione che realizzi il sogno europeo dell’unità nella diversità.
Sviluppare una politica comune in materia di ingressi, di soggiorno, lavoro
stagionale, diritto d’asilo e visti che ridefinisca le leve di un governo
europeo dei flussi migratori e, al contempo, definisca un nucleo di forte di
diritti fondamentali e di cittadinanza per tutti i migranti.
Il
programma di Stoccolma, che definisce il quadro di azione quinquennale
dell’Unione anche in questa materia, va rafforzato nella dimensione “positiva”,
nel solco delle precedenti agende di Tampere e dell’Aia, promuovendo in seno al
Parlamento europeo una forte azione per l’adozione di direttive espansive per
l’ingresso e il soggiorno, a partire dalle recenti proposte sui lavoratori
stagionali e su un permesso unico di soggiorno e lavoro.
In
questa chiave, occorre aggiornare l’impostazione del Patto Europeo per
l’immigrazione sottoscritto nel giugno 2008, le cui parole chiave sono
prosperità, sicurezza e solidarietà, per progredire nella definizione di una
politica comune anche nell’ambito dei diritti di cittadinanza. L’integrazione
deve divenire l’elemento centrale nell’agenda europea e nel Patto, che la
definisce come “la chiave” del successo dell’immigrazione, un processo a
“doppio senso” che vede protagoniste le società ospitanti ma anche gli
immigrati, attraverso un reciproco adattamento, in cui gli immigrati sono
tenuti a rispettare le regole ed i valori dei paesi ospitanti ma sono anche
sollecitati ad arricchirli attraverso la conoscenza reciproca, lo scambio umano
e culturale.
Dai
territori la via italiana alla convivenza.
L’immigrazione
sta cambiando la società italiana.
E’ un
cambiamento molecolare e profondo che coinvolge i quartieri delle città, i
comuni, le scuole, le aziende, gli ospedali.
Certo
in questa Italia c’è chi ha paura degli immigrati, chi non li vuole per
pregiudizi o ideologia, ma c’è anche chi ha saputo combattere la paura, chi
guarda in faccia la realtà, chi affida a queste donne e a questi uomini
stranieri quanto ha di più caro.
C’è
chi costruisce, senza proclami o rumore, una civile convivenza quotidiana.
I
protagonisti dell’Italia della convivenza sono i lavoratori e le lavoratrici,
il giardiniere, la colf, la babysitter, la badante, le famiglie che diventano
datori di lavoro, gli insegnanti, le piccole e le grandi imprese il sindacato,
il volontariato, gli enti locali.
E
tutto ciò sta succedendo dalla fine degli anni 70 realizzando, giorno dopo
giorno, un modello che non tende all’assimilazione, ma alla convivenza fatta di
integrazione sociale; educazione interculturale, interazione e reciprocità,
mescolanza, condivisione di un patto di diritti e doveri, promozione della
partecipazione alla vita pubblica. Insomma, “una via italiana alla convivenza”.
Le istituzioni locali, non sempre, ma in molti casi, sono riusciti a
coinvolgere attraverso la pratica della sussidiarietà i soggetti della società
civile e del mondo economico in accordi di programma e piani di zona sociali.
L’integrazione è dunque un processo che permea tutta la società coinvolgendo la
dimensione economica, sociale, politica e religiosa.
Le
esperienze maturate nei territori avevano avuto una traduzione legislativa, la
legge 40/98 poi rielaborata dal decreto legislativo 288/98. Si era determinato
in quegli anni e con i governi dell’Ulivo un processo virtuoso tra leggi e
risorse nazionali, politiche locali, azioni della società civile. Ma questo
processo si è interrotto con il governo Berlusconi. I comuni si sono trovati
senza le risorse necessarie ad affrontare i problemi inediti e difficili della
integrazione e della convivenza. Molti di loro hanno proseguito su questa
strada e molte Regioni come l’Emilia Romagna, la Toscana, la Calabria e la
Puglia hanno approvato leggi innovative per l’inclusione e la convivenza. Altri
comuni, quelli del centrodestra, hanno scelto la strada della riduzione dei
diritti degli immigrati in nome dello slogan “prima gli italiani”.
Vogliamo
partire dai territori per conoscere l’Italia vera e profonda. Quella che non fa
notizia. Vogliamo promuovere una “pedagogia dell’esperienza”, far conoscere i
successi dell’integrazione, far leva sulla forza dell’esempio: “se ce l’hanno
fatta loro, possiamo farcela anche noi”.
Quali
immigrati? Quote, punti, capitale umano? Una riflessione di lungo periodo Chi
sono gli immigrati? Con quali criteri vengono ammessi? Chi è il nuovo vicino di
casa, il nuovo “compagno” di lavoro, il “nuovo” abitante del quartiere? Quali
le garanzie che l’immigrazione non determini il degrado della comunità, dei
diritti sociali, dei servizi pubblici?
Il
nodo politico da affrontare è più che “quanti” immigrati, “quali” immigrati.
Porre la questione della qualità significa porre esplicitamente quella della
selezione. Quasi tutte le politiche migratorie attuate nel mondo hanno in sé
dosi massicce di selezione più o meno esplicite. Lo sono le riserve
geografiche, per le quali alcune provenienze vengono privilegiate rispetto ad
altre, lo sono le quote riservate a categorie particolari di immigrati –
imprenditori, investitori, scienziati, religiosi, calciatori.
Che un
paese abbia una politica migratoria utilitaria non è uno scandalo, ma così
facendo, si devono forse abbandonare i principi umanitari di accoglienza, così
radicati nello spirito riformista? Sicuramente no. La politica a carattere
umanitario può essere realizzata attraverso complesse politiche di aiuto allo
sviluppo attualmente ridotte al lumicino, con una aperta e generosa politica
dell’asilo. In numero assoluto i rifugiati in Italia sono un quindicesimo di
quelli accolti in Germania, un quinto degli accolti in Gran Bretagna e un
quarto degli accolti in Francia. Dunque, l’Italia può e deve fare di più.
Gli
italiani sono ansiosi di sapere “quali” stranieri vengono ammessi: la risposta
deve essere “quelli che sono utili al paese” ed i perseguitati, le vittime, le
persone la cui vita ed incolumità è in pericolo.
Alcuni
paesi di antica tradizione migratoria – Canada, Australia, Nuova Zelanda – e
recentemente alcuni paesi europei – Gran Bretagna, Danimarca – hanno adottato
regole di ammissione “a punti”. Altri paesi hanno in programma di adottarle. Il
principio è semplice, e consiste nell’attribuire al candidato un punteggio per
ogni caratteristica individuale di una determinata lista, e di farne la somma:
chi supera una determinata soglia è ammissibile (in funzione delle “quote” o
dei “tetti” numerici adottati). Normalmente si prendono in considerazione età,
stato civile, grado di istruzione, conoscenza della lingua, della cultura o
dell’ordinamento, capacità di guadagno o di produrre reddito, specializzazione
lavorativa, talenti particolari. Ma si può immaginare di attrezzarsi per
considerare altri elementi: per esempio, la composizione della famiglia e le
relative caratteristiche, l’esigenza di legami con il paese, eventuali
programmi (comprovabili) di inserimento. Naturalmente l’attribuzione del
punteggio non deve essere distorta da elementi discriminatori: genere, razza,
religione, opinioni, provenienza geografica. Un sistema di questo tipo ha il
vantaggio della trasparenza e dell’obbiettività: la selezione è basata su
criteri noti e (per quanto possibile) controllabili, ma poi… preferiamo i
giovani agli adulti, i colti agli incolti, gli specializzati ai generici, le
persone sole a quelle con famiglia? E perché? E in che misura? Le risposte a
questi quesiti possono darsi in funzione di un metro di giudizio complesso, ma
che si basa essenzialmente sul presunto contributo che una determinata
“qualità” o “caratteristica” del candidato dà allo sviluppo della società e
dell’economia e alla sua capacità di essere partecipe della società stessa
(inclusione, integrazione, interazione…).
Non è
(solo) l’esistenza di un posto di lavoro che determina l’ammissione
dell’immigrato, ma anche la qualità del capitale umano, la capacità e la
volontà di inclusione.
Questa
proposta è una riflessione di lungo periodo che dobbiamo però formulare oggi,
perché governare l’immigrazione significa di uscire dalla logica dell’emergenza
e pensare alla società del futuro.
Le
nostre proposte
•Residenza?
Europa.
•Casa
nostra, casa loro.
•Chi
nasce e cresce in Italia è italiano.
•La
scuola, per cominciare.
•Chiudere
la fabbrica della clandestinità con il lavoro legale e l’integrazione sui
territori.
•Votare
per partecipare.
•Moschee
e burka, perché e come.
•Respingimenti:
leggi e diritti.
•Rom e
Sinti, serve un piano
•PD,
partito della convivenza tra italiani e immigrati
Residenza?
Europa!
Il
Governo chiama spesso in causa l’Europa per sollecitarla ad assumersi le sue
responsabilità nel gestire i problemi dei richiedenti asilo, delle persone che
sbarcano sulle nostre coste. Tace però sulle novità dell’Europa e non si
impegna in modo adeguato a costruire una politica comune. Noi siamo impegnati a
costruire una nuova politica europea a partire dalla novità del Trattato di
Lisbona.
Con il
Trattato di Lisbona entrato in vigore il 1dicembre 2009, la Carta dei diritti
fondamentali dell’Unione Europea assume forza giuridicamente vincolante. I
diritti sanciti dalla Carta devono essere rispettati e promossi dall’Unione
europea e dagli Stati membri.
La
Carta, attraverso i suoi cinque titoli: dignità, libertà, uguaglianza,
solidarietà, cittadinanza, prevede un corpo di diritti che affermano in modo
compiuto la dignità della persona e disegna un modello sociale inclusivo,
definendo il quadro fondamentale di valori necessario per costruire il sogno
europeo dell’unità nella diversità.
Molti
diritti sanciti nella Carta sono diritti della persona e non solo dei cittadini
europei.
Si
tratta di una novità importante anche sul piano costituzionale, come hanno
riconosciuto autorevoli costituzionalisti, perché fonda l’identità dell’Unione
europea su di un nucleo di diritti fondamentali inviolabili comuni a tutti gli
esseri umani.
La
Carta dei diritti conferisce poi carattere costituzionale alla cittadinanza
europea elencando i diritti specifici derivanti dall’essere cittadini di un
Paese membro, tra cui il diritto a circolare liberamente sul territorio
dell’Unione e di partecipare alle elezioni del Parlamento Europeo e alle
elezioni comunali.
Occorre
quindi partire dalla Carta dei diritti fondamentali per espandere il concetto
di cittadinanza europea e fare evolvere i diritti di cittadinanza andando oltre
il legame con l’appartenenza allo Stato nazione.
Dalla
Carta dei diritti potrebbe scaturire una Carta Europea dei diritti dei migranti
che attribuisca in modo esplicito ai migranti quelli che la Carta riconosce
come diritti della persona.
Si
potrebbe inoltre riprendere la battaglia per estendere ai migranti
lungo-residenti la cittadinanza di residenza e consentire loro forme adeguate
di partecipazione politica a livello locale in tutta l’Unione europea.
Casa
nostra, casa loro.
Gli
accordi bilaterali avviati dai governi di centrosinistra (il 90% di quelli
esistenti) hanno dimostrato di essere la strada più efficace per governare
l’immigrazione. La Lega e il centrodestra ripetono “ aiutiamoli a casa loro”,
ma il governo Berlusconi ha ridotto le risorse per la cooperazione allo
sviluppo e l’Italia è fanalino di coda in Europa. Nella Finanziaria 2009 sono
scese ad un ammontare di circa 322.000.000 di euro e sono state ulteriormente
ridotte del 56% in quella 2010. Bisogna invece estendere quegli accordi e
rendere operative intese che prevedano l’impegno reciproco per il contrasto
all’immigrazione clandestina- terreno su cui l’Italia deve migliorare e non
recedere – e l’ingresso di quote regolari tra mercati del lavoro nazionali,
mercato unico europeo, area Schengen, all’interno di una politica estera di
pace, collaborazione e cooperazione.
La
dimensione puramente nazionale, però, non è sufficiente a governare un fenomeno
che è per sua natura sovranazionale.
L’Unione
europea è impegnata da tempo nella definizione di accordi bilaterali in materia
di immigrazione con i Paesi terzi di origine e transito dei flussi migratori
che interessano il continente. Occorre fare incrociare questo sforzo con la
dimensione nazionale, facendo in modo che gli accordi europei siano sempre più
il quadro politico generale e la cornice di principi entro cui definire gli
accordi bilaterali nazionali, a partire dalla necessità comune di rispettare e
promuovere i diritti fondamentali e in particolare il diritto a richiedere
asilo, di recente sottoposto a notevoli tensioni nell’applicazione concreta
delle politiche nazionali di riammissione.
Bisogna
collegare tra loro le politiche migratorie con quelle di promozione dello
sviluppo all’interno di una politica estera di pace, collaborazione e
cooperazione. Bisogna puntare su un nuovo approccio integrato tra mercati del
lavoro nazionali, mercato interno europeo, area Schengen e flussi migratori.
Va
attribuita una particolare attenzione da parte di tutta l’Unione Europea ai
problemi dell’Africa, alle sue potenzialità ed ai suoi drammi perché non
debbano essere i Paesi più esposti, come il nostro, a farsene carico.
Il
Programma di Stoccolma, in linea anche con il Patto Europeo sull’immigrazione,
impegna l’Unione europea a “collaborare strettamente con i paesi africani al
fine di attuare insieme il Processo di Rabat del 2006 sulle migrazioni e sullo
sviluppo” e a potenziare il partenariato politico UE – Africa in materia di
migrazione, mobilità e occupazione. In generale, il Programma di Stoccolma
prevede il potenziamento dei partenariati di mobilità tra l’Unione e i Paesi
terzi, sviluppando il concetto già noto di migrazione circolare. E’ necessario
operare affinché questo concetto non riduca il lavoratore migrante a essere un
lavoratore ospite nella società di accoglienza, senza uno status e destinato a
non restare.
Il
concetto di immigrazione circolare deve avere al centro il lavoratore migrante
come portatore di diritti, soggetto attivo di un processo di integrazione e
inclusione nelle società europee, dove il rapporto con i Paesi di provenienza
diventa centrale in una prospettiva di co-sviluppo. In questo processo è
importante promuovere una politica europea di valorizzazione non soltanto delle
rimesse, ma anche del patrimonio culturale e professionale accumulato
nell’esperienza migratoria.
E’
inoltre necessario rilanciare il partenariato economico, sociale, politico per
lo sviluppo tra l’Unione europea e i Paesi del mediterraneo e di Africa,
Caraibi e Pacifico, che deve avere al centro l’intensificazione delle politiche
di co-sviluppo attraverso la collaborazione paritaria tra territori,
istituzioni, con il coinvolgimento delle imprese e delle ONG. L’obiettivo è
quello di attivare le capacità e le risorse dei paesi poveri ed in via di
sviluppo per renderli protagonisti della loro crescita economica e sociale.
Gli
immigrati e le loro associazioni possono essere attori dello sviluppo e
potenziare quell’identità transnazionale di chi vive simultaneamente in due
società diverse, che connota molti di loro e che può costruire dei ponti tra le
popolazioni.
Vanno
promosse politiche di sostegno da parte dei governi dei paesi d’origine, del
governo e del parlamento italiano, degli enti locali, del terzo settore, del
sistema economico e finanziario, delle università. Come indicato nel recente
“manifesto migrazioni e sviluppo” promosso dal Laboratorio migrazioni e
sviluppo che raccoglie importanti centri di ricerca ed associazioni del nostro
Paese.
Chi
nasce e cresce in Italia è italiano.
Sono
864.000 i figli degli immigrati che vivono in Italia.
Ogni
anno ne nascono 50.000 in tutto. Nel 1992 erano 50.000.
50.000
– 864.000: in queste cifre è scritto il cambiamento che l’Italia ha vissuto
nell’arco di 20 anni. Questi bambini e ragazzi crescono con i nostri figli,
frequentano le nostre scuole, i nostri centri sportivi, le nostre piazze, le
nostre discoteche.
Sono
italiani di fatto, ma stranieri per la legge perché la nostra legge sulla
cittadinanza obbliga a risiedere in modo continuativo per 18 anni nel nostro
Paese prima di poter rivolgere la domanda per ottenerla. In nessuno stato
europeo esiste una legge così ostile nei confronti dei minori.
Bisogna
preparare questi figli dell’immigrazione ad essere membri a pieno titolo della
nostra comunità. E per questo bisogna modificare la legge in vigore sulla
cittadinanza (L. 191 del 1992) e prevedere che i figli di genitori stranieri,
da alcuni anni residenti nel nostro Paese, che nascono in Italia o che arrivano
bambini in Italia, al momento della nascita o quando concludono il primo ciclo
scolastico possono essere riconosciuti come cittadini italiani.
La
scuola, per cominciare.
Alla
mamma italiana il cui figlio si trovo solo in una classe di immigrati, alla
mamma straniera che deve prendere due pullman per portare il figlio a scuola,
diciamo che il loro è un caso estremo e che può essere evitato con una buona
programmazione scolastica.
La
nostra scuola sta diventando sempre più una scuola a colori. Gli alunni figli
di immigrati sono, senza contare i casi estremi che fanno notizia e destano
preoccupazione, il 7% della popolazione scolastica. Prezioso è, in tutto
questo, il lavoro silenzioso degli insegnanti che fanno della scuola pubblica
italiana una formidabile fucina della convivenza e che dimostrano concretamente
come la mescolanza sia una strada che offre opportunità formative maggiori per
i nostri ragazzi… Siamo impegnati a sostenere questo carattere inclusivo,
pubblico ed universalistico della scuola e a contrastare le gravi politiche del
Governo. Il primo passo resta l’apprendimento della lingua e della cultura
italiana per i bambini e per gli adulti. Per questi ultimi proponiamo un
programma nazionale della scuola pubblica in sinergia con il volontariato e le
associazioni e le imprese.
Con “
l’accordo di integrazione” (articolo 25 della legge 94 del 2009) il Governo
introduce una grave previsione, quella della espulsione del cittadino che nel
corso di due anni dal suo ingresso in Italia non raggiunge un determinato
livello di apprendimento della lingua e cultura italiana, senza peraltro
mettere a punto un programma nazionale che prevede opportunità concreta ma
rinviando tutta la responsabilità agli enti locali ed al volontariato.
Attraverso
un apposito disegno di legge il PD propone un sostegno pubblico per
l’apprendimento della lingua e cultura italiana – riteniamo la conoscenza
dell’italiano elemento imprescindibile per la popolazione immigrata- che mette
a disposizione opportunità concrete da parte dello Stato, in accordo con le
Regioni, gli enti locali ed il volontariato, rilancia le 150 ore per i
lavoratori sollecitando le imprese ed i sindacati a realizzare accordi di
integrazione.
Chiudere
la fabbrica della clandestinità con il lavoro legale e l’integrazione sui
territori.
All’operaio
che perde il lavoro, al giovane precario che non lo trova diciamo che non
devono arrabbiarsi con gli immigrati e temere la loro concorrenza. Dobbiamo
invece promuovere insieme un patto per la dignità e la legalità del lavoro che
combatta lo sfruttamento, il lavoro sommerso e irregolare che colpisce gli
italiani e gli immigrati.
All’interno
del patto per il lavoro proponiamo una piattaforma per il lavoro legale, contro
lo sfruttamento che vogliamo far vivere in Parlamento, nel confronto con le
parti sociali ed i lavoratori italiani e immigrati.
Ecco i
punti della nostra piattaforma: utilizzare tutti gli strumenti già disponibili
per l’emersione del lavoro irregolare. A questo scopo occorre che sia
perseguita con energia il contrasto all’economia sommersa, le cui dimensioni
abnormi sono, nel nostro Paese, potente fattore attrattivo dell’irregolarità;
prevedere l’introduzione del nostro ordinamento del reato di grave sfruttamento
del lavoro (caporalato), aggravato quando interessa minori e migranti
clandestini; prolungare la durata del tempo per il rinnovo del permesso di
soggiorno quando si perde il lavoro ed estendere ai lavoratori immigrati gli
ammortizzatori sociali previsti per i lavoratori italiani; ridurre i tempi per
il rilascio ed il rinnovo dei permessi di soggiorno; adottare forme di regolarizzazione
ad personam per evitare il formarsi di periodiche “bolle” di irregolarità che
poi comportano il ricorso alle periodiche sanatorie. Tali regolarizzazioni
dovrebbero essere attuate sulla base di requisiti: il lavoro, la casa, il
rispetto delle leggi, la buona integrazione. Potrebbe riguardare coloro che
contribuiscono all’individuazione di fattispecie criminali legate
all’immigrazione; per coloro che compiono atti di rilevanza umanitaria e
sociale; riattivare le quote dell’ingresso regolare e semplificare le
procedure, incentivare e semplificare, in accordo con le Regioni,
l’applicazione dell’articolo 23 del decreto legislativo 296/98 relativamente
alla formazione di personale all’estero da parte delle aziende, applicare
l’articolo 18 del decreto legislativo 286/98 che prevede un permesso di
soggiorno umanitario per le persone che denunciano i propri sfruttatori;
applicare la direttiva del 18 giugno 2009 che impegna gli Stati membri
dell’Unione Europea a sanzioni e provvedimenti nei confronti dei datori di
lavoro che impiegano cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare;
incentivare il rimpatrio volontario degli irregolari sulla base di quanto
previsto dalla direttiva europea 2008/115/EC; prevedere l’inserimento dei
rifugiati e delle persone vittime di tratta tra le categorie svantaggiate che
possono essere inserite nella cooperazione sociale attraverso la modifica della
legge 382/91 sulla cooperazione sociale.
Ai
datori di lavoro che cercano lavoratori immigrati e li vogliono tenere in
regola, al lavoratore immigrato che rischia di essere espulso perché ha perso
il lavoro, alla badante che è stata ingannata dalla recente sanatoria, a quelli
che sono diventati irregolari grazie alla Bossi – Fini proponiamo di impegnarsi
per una profonda modifica delle politiche del Governo. In particolare siamo
interessati ad un confronto con i datori di lavoro e i sindacati per discutere
insieme le modalità più efficaci per consentire l’ingresso regolare per lavoro.
Infatti per combattere l’immigrazione clandestina bisogna promuovere
l’immigrazione legale e regolare e rendere conveniente l’ingresso regolare per
lavoro.
Infatti,
il Governo Berlusconi ha bloccato l’ingresso regolare per lavoro dal 1° gennaio
2009, non ha presentato nessun decreto flussi se non quello riguardante il
lavoro stagionale; non ha presentato il piano triennale delle politiche
migratorie interrompendo così l’azione di programmazione dei flussi e delle
politiche d’integrazione avviato dal centro- sinistra.
Non ha
stipulato nuovi accordi bilaterali. Non ha ancora recepito la Direttiva Europea
del 18 giugno 2009 contro lo sfruttamento del lavoro degli immigrati irregolari
attraverso sanzioni e provvedimenti nei confronti dei datori di lavoro che
impiegano cittadini di paesi terzi con il soggiorno irregolare.
La
propaganda leghista sbandiera successi sul fronte anti-immigrati, ma chiudendo
l’ingresso regolare, si incentiva di fatto quello irregolare. Le impervie norme
relative all’ingresso regolare contenute nella Bossi – Fini incentivano
l’irregolarità, cosicché il Governo è costretto a fare le sanatorie, come
quella del 2001, la più grande sanatoria d’Europa! L’esame dei decreti flussi e
delle regolarizzazioni nel periodo 1998- 2009 mette in evidenza dati molto
interessanti.
Il
centrosinistra in cinque anni di governo aveva programmato 948.400 ingressi di
cui 199.400 per stagionali (21%) e 749.000 per lavoro subordinato e autonomo;
ha regolarizzato 214.000 persone per un totale di 1.162.400.
Il
centrodestra in sei anni di governo aveva programmato 853.500 ingressi di cui
383.500 per lavoro stagionale (45%) e 500.000 per lavoro subordinato e
autonomo; ha regolarizzato 944.744 persone per un totale complessivo di
1.828.244.
Per
questo bisogna cambiare radicalmente le norme contenute nella Bossi–Fini e
nella recente legge 164 sulla sicurezza. Il PD propone una cancellazione delle
nuove norme contenute in quel “pacchetto” a partire dal reato di immigrazione
clandestina ed una revisione dell’intera normativa ispirandosi alla
legislazione dei governi dell’Ulivo: la legge 40/98, il decreto legislativo
286/98, la legge Amato- Ferrero. Tale legislazione ha dimostrato di essere
efficace e lungimirante ed era basata su tre pilastri: contrasto
dell’immigrazione irregolare, ingresso regolare per lavoro, politiche
d’integrazione.
La
nuova normativa dovrà introdurre nuove vie di accesso legale. Ecco alcune
proposte: ingresso per ricerca di lavoro sponsorizzata e garantita da
istituzioni ed organizzazioni certificate (sindacati, associazioni di
imprenditori, istituzioni pubbliche); ingresso per ricerca di lavoro su domanda
dei singoli, dietro prestazioni di garanzia da parte del richiedente entro
tetti numerici prefissati; la conversione del permesso di soggiorno ad altro
titolo in permesso di soggiorno per lavoro, in presenza di determinate
condizioni; l’ingresso di persone con profili professionali di alta qualità che
apportino particolari contributi alle conoscenze scientifiche e tecnologiche, o
alla qualità anche artistica della produzione, o che esercitino attività di
riconoscimento e particolare valore sociale.
I vari
canali d’ingresso legale hanno una natura complementare e per ciascuno di essi
può essere posto un tetto numerico, modulandone il funzionamento, così da
sperimentarne l’efficienza.
Una
buona politica migratoria deve fondarsi anche sulla adozione di metodi
scientifici adeguati per determinare la possibile domanda di lavoro straniero e
le concrete possibilità di integrazione. La conoscenza di grandezze plausibili
e non di valutazioni di parti interessate è una buona guida per la
programmazione di medio e lungo periodo. Bisogna pertanto semplificare il
sistema delle quote passando dal decreto annuale, elaborato dalle strutture
ministeriali, con vincolo amministrativo e contenente una misura quantitativa
rigida, ad un documento pluriennale elaborato da una agenzia tecnica che indica
le esigenze del mercato del lavoro, i profili professionali necessari, la
capacità di accoglienza del nostro Paese e le politiche di inclusione
necessaria.
La
macchina amministrativa che gestisce l’immigrazione deve essere messa in
condizioni di operare con efficienza e rapidità e necessità di forti
investimenti.
Gli
immigrati rappresentano il 7% della forza lavoro del nostro paese, con stipendi
netti attorno ai 900 euro mensili ed un’età media di 15 anni più bassa di
quella degli italiani, costituiscono l’1% del gettito fiscale complessivo,
hanno fatto lievitare di circa l’1% la spesa pubblica nei settori del welfare,
forniscono il 4% dei contributi previdenziali, ricevendo per ora una quota
minima dei trattamenti pensionistici.
Dunque,
non è vero come dice la Lega che gli immigrati abusano dei servizi sociali e
delle case popolari. Lo slogan “prima gli italiani” racconta una bugia e
nasconde il vero problema che si può formulare così: quando la coperta è
stretta aumentano coloro che stanno fuori e si accendono conflitti. La coperta
stretta l’ha creata il Governo con i tagli pesanti al welfare. Se si
ridimensiona il Welfare ed il suo perimetro pubblico, se si procede per tagli
ai servizi sociali allora è la scarsità che crea la concorrenza ed alimenta i
conflitti.
Un
Welfare della sicurezza per tutti, immigrati compresi, costruisce una rete
integrata di servizi sociali e sanitari, facilita l’accesso ai servizi
sanitari, investe sull’edilizia popolare, si dota di una misura universalistica
di lotta alla povertà (come il reddito di solidarietà attiva), promuove la
scuola pubblica, sostiene le famiglie nei loro compiti.
Arriva
a tutti coinvolge tutti prevedendo una compartecipazione ai costi sulla base
dei redditi.
In
tutto questo rientra anche la promozione di un percorso di integrazione per
ciascuna persona straniera che deve partire dall’apprendimento della lingua,
della cultura, delle regole del nostro Paese ed il rispetto di queste ultime.
Promotore
e garante della politica di integrazione è l’ente locale che attiva l’impegno
delle forze economiche e sociali, del volontariato ed inserisce le politiche di
integrazione nell’ambito della programmazione delle politiche sociali,
educative e dell’inserimento lavorativo.
Ai
Comuni devono essere trasferite le competenze del rinnovo del permesso di
soggiorno e tale scadenza può diventare l’occasione per verificare lo stato si
attuazione del percorso di integrazione di ciascuna persona, attraverso
adeguati strumenti istituzionali. Si potrebbe anche approntare un sistema di
incentivi per premiare i successi dell’integrazione.
Votare
per partecipare.
Il
diritto di voto amministrativo per gli immigrati rientra dentro il processo di
“manutenzione” della democrazia. La partecipazione politica in forme uguali
agli italiani facilita la collaborazione e la ricerca di interessi comuni,
favorisce l’apprendimento di regole e pratiche democratiche, incentiva
l’integrazione politica ed abbassa i rischi di conflitto interetnico e di
corporativismo.
La
proposta sul diritto di voto agli immigrati contiene sia l’istanza della
democrazia inclusiva, che quella della lealtà verso la nazione. In tal modo i
nuovi cittadini apprendono le regole e i valori del nostro ordinamento, ma sono
chiamati anche ad arricchirli contribuendo a costruire un orizzonte condiviso
di valori in cui ciascuno può riconoscersi perché è stato coinvolto a dare il
proprio contributo.
Una
legge per il diritto di voto deve partire dal recepimento, attraverso legge
ordinaria, della Convenzione promossa dal Consiglio d’Europa sulla
partecipazione degli stranieri alla vita pubblica locale, stipulata nel 1992,
entrata in vigore nel 1997 e che il nostro Paese nel 1994 attraverso la Legge
n. 204 aveva recepito escludendo la parte sul diritto di voto locale.
Moschee
e burka, perché e come.
La
Costituzione della nostra Repubblica prevede nei suoi diversi articoli la
libertà religiosa e il suo esercizio quale diritto umano fondamentale della
persona. Attraverso lo strumento delle intese tra Stato italiano e confessioni
religiose, l’esercizio di questo diritto è ampiamente riconosciuto e praticato
nel nostro Paese. Proprio per questo non si può continuare ad eludere la
questione dell’esercizio della religione musulmana, la seconda religione
d’Italia. Per rispettare i diritti umani fondamentali e per tutelare la
sicurezza della comunità. L’Italia non può continuare ad essere uno stato in
cui i musulmani non abbiano luoghi di preghiera e si riuniscano in contesti
degradati ed insicuri. Il PD ha presentato un disegno di legge per garantire il
diritto costituzionale della libertà religiosa. La Carta dei Valori adottata
dal Governo Prodi è il punto di riferimento. Molti comuni stanno aprendo luoghi
di culto sulla base di accordi con le comunità musulmane che definiscono
regole, doveri e diritti vincolanti per tutti. Dimostrando così che gli
italiani possono vivere tranquilli e sicuri in un quartiere o in comune in cui
c’è la moschea. Sarebbe importante che l’ANCI e il Governo facessero conoscere
queste esperienze positive e le promuovessero come esempio ed indirizzo di una
politica nazionale.
E’
inoltre essenziale che il Governo solleciti le molte comunità musulmane a
costruire tra loro un punto di sintesi per definire finalmente l’Intesa tra lo
Stato e questa importante religione.
Dobbiamo
dire anche la nostra opinione sul burka, ben sapendo che riguarda pochissime
persone e che, pur agitato ad arte per creare paura e rifiuto del diverso, non
è tra i primi pensieri degli italiani. La nostra risposta è: nei luoghi
pubblici o aperti al pubblico è consentito l’uso di qualunque indumento
religioso purché liberamente scelto e portato lasciando il volto scoperto.
Respingimenti:
legge e diritti.
Il
diritto di richiedere asilo e il diritto di non essere respinti verso un Paese
dove si corra il rischio di morte o di subire trattamenti disumani e degradanti
sono sanciti dalla Convenzione di Ginevra e dalla Carta dei diritti
fondamentali dell’Unione europea.
Le
intercettazioni in mare ed i ri-accompagnamenti all’origine sono leciti solo
nel pieno rispetto dei diritti umani a partire dal diritto del migrante
intercettato di avanzare domanda di asilo e di protezione umanitaria. I dati
forniti dall’UNHCR relativi alle domande di asilo nel 2009 registrano un forte
calo e sono la conferma che la politica del Governo sui respingimenti in mare
mette di fatto in discussione l’applicazione della Convenzione di Ginevra sui
rifugiati perché essi non consentono all’immigrato di attivare le procedure per
richiedere asilo. Ecco le cifre: nel 2008 le domande di protezione
internazionale sono state 31.097, in linea con la media europea; nel 2009 le
domande di protezione internazionale sono state 17.603; al mese di giugno 2010
le domande di protezione internazionale erano circa 5000 e questo fa presagire
un saldo ancora più basso degli anni scorsi.
Altri
paesi europei, che hanno adottato una legislazione rigida in materia di
immigrazione, non hanno arretrato dall’impegno per il diritto di asilo. Anzi:
la Germania nel 2009 ha registrato 28.000 domande di asilo ovvero + 25% del
2008 (22.000); la Francia nel 2009 ha registrato 42.000 domande di asilo ovvero
+ 20% del 2008 (35.400).
Ci
sono punti irrinunciabili per garantire il rispetto della Convenzione di
Ginevra: Nel caso di ri-accompagnamento o respingimento al paese
d’origine/transito, al migrante deve essere garantito il diritto di rivolgere
domanda di asilo per il tramite dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per
i Rifugiati (UNHCR). Le domande devono essere esaminate con le garanzie
giuridiche prescritte ed in tempi ragionevoli. Queste condizioni oggi non
esistono.
Deve
esserci accordo tra il paese di destinazione degli intercettati/riaccompagnati,
il paese che opera l’intercettazione e gli altri paesi europei sui criteri per
l’insediamento di coloro la cui domanda di asilo è stata accolta. Ricordiamo
che un criterio proporzionale (il PIL di ogni paese, per esempio) di
ridistribuzione dei richiedenti asilo tra i 27 paesi europei, addosserebbe
all’Italia un numero di ospiti maggiore dell’attuale.
Per
quanto riguarda il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia
e Libia, entrato in vigore il 2 marzo 2009, il Governo italiano deve applicarlo
in tutte le sue parti, a partire dagli articolo 1 e 6 che impegnano le parti ad
adempiere agli obblighi “derivanti dai principi e dalle norme del Diritto
Internazionale universalmente riconosciuti”; deve intervenire sul Governo
libico perché sia riattivato l’ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni
Unite, gestito da una commissione mista libico-europea, per consentire
l’attivazione della procedura del diritto d’asilo; deve inoltre rispettare
l’ordine del giorno presentato dal PD al Senato e accolto dal Governo per un
coinvolgimento del Parlamento medesimo nella gestione dell’Accordo Italia –
Libia.
Il
Governo italiano deve impegnarsi inoltre a promuovere e sostenere una politica
europea per il diritto d’asilo, un sistema di asilo europeo che definisca una
procedura comune ed uno status uniforme per la tutela della persona rifugiata,
deve dotarsi di un ufficio europeo per il supporto dell’asilo, deve rafforzare
la solidarietà intracomunitaria per l’accoglienza dei richiedenti asilo.
Rom e
Sinti, serve un piano.
Dalle
persone Rom bisogna esigere il rispetto delle regole. E al contempo offrire
loro le opportunità di inserimento nella società. A partire dall’obbligo
scolastico dei bambini e dal superamento dei campi rom, dannosi sia per i Rom
che per i cittadini italiani. Esistono in Italia molte esperienze positive di
integrazione. L’Unione Europea ha messo a disposizione da anni risorse per
l’integrazione della comunità Rom, il Governo italiano deve definire un Piano
Nazionale di integrazione attraverso l’istituzione di un tavolo congiunto tra
Regioni, Comuni e rappresentati delle comunità Rom.
PD,
partito della convivenza tra italiani e immigrati.
I
circoli del PD possono e devono diventare protagonisti della civile convivenza
attraverso un lavoro sul territorio che coinvolga i cittadini italiani e gli
immigrati. Possono e devono favorire l’incontro e la conoscenza reciproca,
attraverso attività concrete come il coinvolgimento delle associazioni degli
immigrati, i corsi di lingua e cultura italiana, la conoscenza e la promozione
delle altre culture, il coinvolgimento dei giovani e delle donne. Ci sono
esperienze importanti come quella del Circolo Esquilino a Roma o i Circoli di
Via Padova a Milano.
Proponiamo
inoltre la costruzione dei Forum PD sull’immigrazione in ogni città capoluogo
del nostro Paese: luoghi aperti di confronto e iniziativa tra tutti i soggetti
che operano sul tema dell’immigrazione.
Proponiamo
di elaborare un Rapporto sull’Italia della convivenza che raccolga le
esperienze costruite nei territori che raccontano i successi e le possibilità
della convivenza per arrivare ad una Conferenza Nazionale.
Proponiamo
inoltre di tenere una Conferenza su una nuova politica europea
dell’immigrazione ed una dedicata ai rapporti con i paesi del mediterraneo e
alle politiche di cooperazione allo sviluppo.
Vogliamo
promuovere la partecipazione politica degli immigrati e la loro assunzione di
responsabilità nella vita del PD. La classe dirigente del nostro paese sarà
nuova e dinamica se sarà composta anche dai nuovi italiani.
SE IL
“MERITO” SCOMPARE
DALLO
STIPENDIO.
Pietroichino.it
– Pietro Ichino – (1° luglio 2026) – ci dice:
Al
ministero del Lavoro c’è una manina misteriosa che, nel decreto legislativo
sulla trasparenza delle retribuzioni, ha soppresso la parola che consente di
differenziarle sulla base dell’impegno personale: leggi il mio editoriale
telegrafico pubblicato sul Corriere della Sera del 1° luglio 2026. Sullo stesso
argomento v. l’articolo di Tito Boeri pubblicato su la Repubblica la settimana
precedente: Trasparenza dei salari non significa appiattimento. E ora
l’intervento critico del prof. Bruno Caruso, ordinario di Diritto del Lavoro
nell’Università di Catania: La direttiva parla di salari o di valore?, cui
hanno fatto seguito una mia replica e una sua controreplica. Eventuali altri
interventi nel dialogo che così si è aperto
saranno benvenuti (e molto volentieri ospitati su questo sito).
PERCHÉ
NON SARÀ IL DECRETO-LAVORO A FAR AUMENTARE I SALARI.
Non
può essere la legge a risolvere il problema di una produttività del lavoro
stagnante: occorrerebbe rendere più attrattivo il Paese per le multinazionali,
incentivare la migrazione della forza-lavoro verso le imprese che la
valorizzano meglio e fare in modo che una parte maggiore delle retribuzioni sia
legata alla produttività. Sono online
anche su questo sito le interviste parallele a Giuliano Cazzola e a me
pubblicate su Huffington Post il 26 giugno a seguito dell’approvazione della
legge di conversione del d.-l. n. 62/2026.
LE
SCIOCCHEZZE ITALIANE IN NOME DELLA PRIVACY.
La
protezione del diritto alla riservatezza in Italia, dilatata in modo abnorme, è
diventata un pretesto universalmente accreditato per impedire la circolazione o
l’uso di notizie che nulla hanno a che fare con il riserbo o la libertà morale
delle persone: è online anche su questo sito l’articolo di mio fratello Andrea
e mio pubblicato il 17 maggio scorso sul quotidiano Il Foglio.
il
prof. S. Fabbrini:
DESTRA,
SINISTRA E I RIFLESSI SULL’EUROPA.
Oggi
in Italia e negli altri Paesi dell’Europa occidentale il crinale
destra/sinistra è intersecato ortogonalmente da quello che divide i sovranisti
dai fautori di una accelerazione dell’integrazione europea. Finché il sistema
politico non ne prenderà atto anche gli elettori resteranno disorientati. Leggi
l’editoriale del prof. Sergio Fabbrini pubblicato dal Sole 24 Ore il 7 giugno
scorso.
COME
SI PUÒ ATTUARE IL COMMA 4 DELL’ARTICOLO 39.
Una
soluzione possibile del conflitto tra contratti collettivi nazionali o
territoriali, con l’efficacia erga omnes del trattamento economico previsto da
quello stipulato dalle associazioni sindacali e imprenditoriali più
rappresentative: è online anche su questo sito l’articolato legislativo che può
risolvere il problema nel modo più semplice e coerente con gli accordi
interconfederali del 2011 e 2014. Qui invece le slides di cui mi sono avvalso
per la presentazione del progetto a Piacenza l’11 giugno scorso; e qui
l’intervista in proposito al quotidiano di Piacenza Libertà.
L’APPALTO
LABOUR INTENSIVE NELL’ERA DIGITALE.
La
responsabilizzazione dell’impresa committente per il rispetto della legge in
tutta la filiera e il (solo apparentemente contraddittorio) divieto per la
stessa di “ingerirsi” nella gestione dei rapporti tra l’appaltatrice e i suoi
dipendenti: sono già online in anteprima le slides della mia relazione
introduttiva a un webinar promosso da ALSEA a Milano il 19 maggio scorso.
PER UN
LEGAME PIÙ STRETTO FRA SALARI E PRODUTTIVITÀ.
Un
modo per promuovere la contrattazione collettiva aziendale, avvicinare la fonte
di determinazione dei livelli salariali al luogo dove la ricchezza viene
prodotta e incentivare l’aumento della produttività del lavoro e dei redditi
che ne derivano: è online anche su questo sito il secondo progetto presentato
nel corso del convegno svoltosi a Milano il 21 maggio.
ANCORA
SULLO SCIOPERO-ROUTINE NEI TRASPORTI.
Idee
per recuperare la dovuta misura nel ricorso a questo strumento di lotta, e così
un suo maggiore prestigio, dunque efficacia, particolarmente in riferimento al
settore dei trasporti: è online anche su questo sito la mia intervista
pubblicata sul quotidiano Il Foglio il 30 maggio scorso.
LETTERA APERTA PROGRAMMATICA AL “CAMPO LARGO.”
I
dodici punti di un programma per la nuova legislatura, che consentirebbe al
Centro-Sinistra di aggregare, oltre a Italia Viva, anche Azione e +Europa; e di
vincere le prossime elezioni parlando chiaro agli elettori. È online su questo
sito l’intervento di Chicco Testa pubblicato su “Il Foglio” il 16 maggio
scorso.
SEMPRE
BENE L’OCCUPAZIONE MA IL SISTEMA RESTA FRAGILE.
Scarsa
partecipazione al lavoro, bassi salari, alta spesa pubblica assistenziale
rendono sostenibile un modello di produzione a basso costo, che spinge l’export
e permette alla baracca di stare in piedi; ma basta uno shock di modesta entità
per metterlo in crisi. È online anche su questo sito il n. 176 del bollettino “Mercato
del lavoro News”, organo della” Fondazione Anna Kuliscioff”.
Ucraina,
gli Orrori del Reggimento “Shala.”
Conoscenzealconfine.it-
(7 Luglio 2026) - Paolo Mosetti –
Redazione – ci dice:
Violenze,
torture, reclutamento forzato di vulnerabili e 26 morti sospette coperte da
certificati medici falsi.
L’indagine
è partita dal giornale indipendente ucraino “Babel”, e poi ripresa anche da
testate locali come “Kyiv Independent” – a dimostrazione che pur nel clima
plumbeo una certa libertà di stampa da quelle parti c’è – e ha squarciato il
velo su una delle realtà taciute del conflitto in corso:
la
gestione interna del 425° reggimento autonomo d’assalto, universalmente noto
come Shala.
Sevizie,
violenze sistematiche e persino torture che hanno portato alla morte delle
reclute sono tra le accuse mosse contro la leadership dell’unità, guidata dal
tenente colonnello Yuri Harakiri, recentemente sospeso dalle sue funzioni.
Sarebbero
addirittura 26 i militari morti per cause non legate al combattimento tra la
fine del 2025 e la primavera del 2026.
La
filosofa “Hannah Arendt” diceva che l’autorità che si fonda esclusivamente
sulla violenza, anziché il consenso, porta in sé i germi della propria
distruzione, trasformando le istituzioni nate per difendere lo Stato in
macchine di coercizione interna.
Solo che il reggimento Shala non è un’unità
qualunque, ma la più grande formazione d’assalto dell’esercito ucraino, con un
organico che supera i diecimila effettivi.
Gode di canali di rifornimento prioritari e
risponde direttamente al comandante in capo delle forze armate Oleksandr
Syrskyi.
La
deriva sta nella vertiginosa espansione numerica e nella necessità di
rimpiazzare le perdite nei settori più critici del fronte.
Questo
ha spinto l’unità a setacciare i centri di riabilitazione statali, raccattando
per la mobilitazione forzata numerosi tossicodipendenti in terapia con
metadone, obiettori di coscienza e anche persone affette da gravi disabilità
psichiche.
Da qui il nomignolo di “armata zombie”, che le
è stato affibbiato dal blogger militare “Peter Dorotea”.
Secondo
le testimonianze raccolte dai giornalisti, il primo impatto dei nuovi arrivati
avviene in un centro di smistamento soprannominato “il pollaio”:
una
struttura agricola priva di finestre in cui centinaia di uomini vengono privati
dei telefoni e denudati.
Da
quel momento, la disciplina viene mantenuta attraverso codici comportamentali
mutuati dal sistema carcerario post-sovietico, sotto lo stretto controllo dei
cosiddetti vertukhai, i guardiani armati.
I
soldati sono costretti a dirigersi in gruppo verso i servizi igienici sotto la
costante minaccia dei fucili d’assalto, beccandosi pesanti punizioni corporali
per ogni minima infrazione.
Nelle celle di isolamento si verifica la
coabitazione forzata tra reclute ordinarie e tossicodipendenti in piena crisi
d’astinenza, privati dei farmaci sostitutivi, tra allucinazioni e scatti di
violenza, spesso sedati dai carcerieri con l’uso di gas lacrimogeni.
Per
prevenire i frequenti tentativi di diserzione, i perimetri dei campi di
addestramento situati nelle aree boschive sono stati interamente minati,
trasformando le basi in veri e propri centri di detenzione a cielo aperto.
I testimoni riferiscono pure di esplosioni
notturne dovute sia alla fauna locale sia a soldati disperati che tentavano la
fuga.
In un
episodio documentato, una recluta catturata dopo essere sopravvissuta alla
deflagrazione di un ordigno è stata esposta pubblicamente davanti ai compagni
come monito, prima di sparire definitivamente dai registri ufficiali con una
diagnosi di insufficienza cardiaca.
Al
centro dell’inchiesta giudiziaria avviata dall’Ufficio statale delle indagini
ucraino, che cerca di barcamenarsi tra pressioni politiche e tutela dei
soldati, c’è la discrepanza tra la condizione clinica dei corpi e le versioni
fornite dai comandi militari. Per la quasi totalità dei decessi sospetti, i
certificati medici ufficiali riportano la dicitura di morte per polmonite
bilaterale o miocardiopatia non specificata, una formula burocratica che i
familiari trovano offensiva. Le salme consegnate alle famiglie mostravano
evidenti segni di traumi contusivi, emorragie interne, costole fratturate e
profonde lesioni compatibili con l’uso prolungato di manette.
Tra le
storie più drammatiche figurano quelle di Dmitrj Kovac, un cinquantenne di fede
battista e obiettore di coscienza, morto dopo essere stato sottoposto a
percosse quotidiane e all’alimentazione forzata tramite flebo, e di Volodymyr
Stachanov, un giovane affetto da dipendenze che accudiva la madre invalida,
deceduto in ospedale dopo che un sergente istruttore gli aveva fratturato nove
costole riempendolo di calci al torace. In un altro caso ancora, i vertici del
reggimento hanno tentato di giustificare le lesioni fatali di un militare
spiegando che era caduto accidentalmente da un albero nel tentativo di
sottrarsi al servizio.
La
difesa del reggimento, affidata al suo portavoce, ha respinto le accuse
sostenendo che la maggior parte dei decessi è avvenuta all’interno di strutture
ospedaliere civili a causa delle condizioni di salute precarie con cui i
cittadini si presentano alla leva, definendo le accuse come speculazioni prive
di fondamento giuridico promosse principalmente da soldati che hanno
abbandonato il reparto.
Mentre
il Comando delle forze terrestri assicura la massima imparzialità negli
accertamenti in corso, la responsabile dell’osservatorio militare Olah
Reshetylova ha definito la gestione del reparto come una condotta criminale
perpetrata da un gruppo organizzato di individui.
La crisi della gestione del personale e i
metodi brutali impiegati per forgiare quelli che i comandanti definiscono con
cinismo “soldati monouso” aprono un dibattito profondo sulla tenuta democratica
delle istituzioni militari del paese in un momento di estrema pressione
strategica.
(Articolo
di Paolo Mosetti).
(it.insideover.com/guerra/ucraina-gli-orrori-del-reggimento-skala-violenze-torture-morti-sospette-e-il-comandante-sotto-inchiesta.html).
Per
Meloni un presidente della Repubblica
di
destra non è più un tabù:
il
problema sarebbe chi.
Ilfattoquotidiano.it
– (3 luglio 2026) - Leonardo Botta – Redazione – ci dice:
Presidente
della Repubblica.
Condivido,
non senza riserve, la recente affermazione di Giorgia Meloni: “un presidente
della Repubblica non di centrosinistra non è più un tabù”. Ci sarebbe da
obiettare che definire “di centrosinistra” personalità come Ciampi, Cossiga,
Scalfaro, Segni, Einaudi fa un po’ sorridere;
ma, a
parte ciò, è sacrosanta l’aspirazione del centrodestra di mandare, al prossimo
giro (sarebbe la prima volta), uno dei propri esponenti al Quirinale.
Anzi,
confesso che qualche politico di area conservatrice che mi garbasse per tale
funzione in passato già c’era:
per
esempio Antonio Martino, persona competente e liberale doc (poi mi scadde un
po’ quando appresi che anche lui aveva votato per la mozione “Ruby nipote di
Mubarak”).
Il
problema sarebbe ora “chi”.
Ragioniamo
per scenari:
azzardando
una previsione, direi che l’anno prossimo lo schieramento conservatore, forte
di un probabile anche se complesso accordo programmatico con il partito di
Vannacci, forse rivincerà le elezioni; certo, sono curioso di sapere quali
slogan questa volta sostituiranno, in campagna elettorale, vecchie parole
d’ordine come blocchi navali, abolizione di accise e legge Fornero, float tax e
tetto alla pressione fiscale, sicurezza, “è finita la pacchia e abbasso
l’amichetto di sinistra”; ma questa è un’altra questione.
Dando
per buono lo scenario di una vittoria elettorale del destra-centro con i solidi
numeri in Parlamento che deriverebbero dalla riforma elettorale dotata di
premio di maggioranza, si aprirebbe dopo due anni la partita per il Colle con
il completamento del doppio mandato di Sergio Mattarella.
Dunque
chi dopo di lui?
(Meloni:
“Non c’è differenza tra Vannacci e la sinistra”. E sul Quirinale: “Un
presidente di destra non è più un tabù.”).
In
questi giorni girano alcuni nomi di “papabili”: La Russa, Fitto, Alfredo
Mantovano. Ora, sorvolando per carità cristiana sul primo (busto di Mussolini,
banda di semi-pensionati di via Rasella, do you remember?), devo dire che trovo
interessante l’ipotesi “Mantovano”, persona sobria nei modi, politico ed ex
magistrato dotato di un curriculum che mi pare di tutto rispetto; certo, ci
sarebbe l’antipatica questione del rimpatrio con volo di Stato dell’aguzzino
libico Almasi, che l’ha visto coinvolto in qualità di sottosegretario di Stato,
ma nessuno è perfetto;
del
resto anche il presidente Napolitano si era macchiato in passato della colpa di
vicinanza al regime sovietico, sostenendo l’invasione dell’Ungheria da parte
dell’Armata Rossa (chi è senza peccato…).
E
veniamo all’ultimo scenario, tutt’altro che remoto: Giorgia Meloni capo dello
Stato.
Da ciò
che leggo e capisco, sembra che la prospettiva la alletti parecchio, credo per
almeno un paio di motivi.
La
premier ha piacere ad accumulare record: dopo essere la prima donna presidente
del governo più longevo della storia, penso che inserire quest’ultima
prestigiosissima “figurina nell’album” non le dispiacerebbe affatto. Ma c’è un’altra motivazione che credo
la spinga in questa direzione: con o senza Vannacci, c’è il serio rischio che
nella prossima legislatura si esaurisca definitivamente la spinta della sua
azione di governo.
Effettivamente,
di risultati con questo esecutivo se ne sono visti pochini; e con il PNRR alle
spalle potrebbero essere, i prossimi, tempi di vacche magre per il nostro
paese. Allora l’idea di farsi ancora due anni a Palazzo Chigi e poi trasferirsi
al Quirinale le garantirebbe altri due-più-sette anni in sella.
Tutto
legittimo, per carità. Qualche criticità? Un paio, a mio modesto avviso:
– Non
mi parrebbe “lineare”, con il “trasloco” di Meloni, un cambio di governo con
nuovo premier (chi?) senza passare per nuove elezioni, visto che la legge
elettorale in discussione impone l’indicazione del candidato presidente del
Consiglio nel programma elettorale;
– sarebbe il primo capo dello Stato non
dotato di un “robusto” curriculum di studi. Insomma, passare dal
costituzionalista Mattarella alla professionista della politica (certo
talentuosa) con “diploma alberghiero” Meloni potrebbe condurre a paragoni
antipatici.
Ma, come si dice, mai mettere limiti alla
provvidenza.
Dentro
al “politichese”, il linguaggio
politico
da sinistra a destra.
Scomodo.org
- (9 giugno 2024) - Elia Belingheri, Giovanna Di Pietro, Leonardo Ciucci,
Maurizio Massa, Giulio Bartolini – Redazione – ci dicono:
Come
l’utilizzo dei social media rende strumentale la comunicazione orientando il
consenso elettorale.
Questo
articolo parla di:
lingua,
linguaggio, politica.
Il
panorama politico attuale vede le democrazie corrodersi fino quasi
all’implosione.
La libertà e la pace, valori cardine della
sinistra, fanno sempre più fatica contro un’estrema destra che corre veloce:
negli
ultimi anni si sta assistendo a un avanzamento da parte dei vari partiti
ultra-reazionari, con un crescente consenso in diverse parti del globo.
L’opinione pubblica subisce la seduzione di tematiche
polarizzanti, quali negazionismo storico e climatico, o le politiche migratorie.
È nell’ampio dibattito dedicato a queste ultime che si
inserisce il discorso della “sostituzione etnica”, che contribuisce alla
propaganda politica delle principali fazioni conservatrici.
In
merito a questo contesto, gioca un ruolo fondamentale la relazione ambivalente
fra mass media ed estrema destra.
Secondo quanto detto dal politologo olandese Cas Mude
a Vox-Europa, dietro le apparenze si cela un rapporto di simbiosi forte,
vantaggioso per entrambi, fatto di attacchi alla “Lügen-presse” (stampa
bugiarda) e di risposte della stampa basate sui pericoli che rappresenta la
destra radicale.
Lampante
è il caso degli Stati Uniti:
durante le presidenziali del 2016, testate
come il “New York Times” e il “Washington Post” hanno concesso il
corrispondente di 4.24 miliardi di euro a livello di spazio mediatico-gratuito
a Donald Trump.
Il
Tycoon ha poi gonfiato le loro casse, dando uno slancio verticale agli
abbonamenti digitali dei due media.
Rientra in quest’ambito la manipolazione del
linguaggio politico.
Una manipolazione subdola, granulare:
da una
parte si confondono le acque del lessico – che accumula vaghezza – e della
semantica – in cui la retorica degli opposti viene esasperata;
dall’altra
si usano riferimenti a fattori identitari, ossia valori morali, civili e
religiosi riconosciuti dalla società e per questo incontestabili, connotandosi
dell’eccezionalità che può essere confermata e garantita solo dalla parte
politica che se ne fa portavoce.
Perciò
è rilevante riprendere il discorso del presidente argentino Javier Mieli tenuto
al World Economico Forum di Davos il 17 gennaio:
Oggi sono qui per dirvi che l’Occidente è in
pericolo. È in pericolo perché coloro che dovrebbero difendere i valori
occidentali si ritrovano cooptati da una visione del mondo che porta
inesorabilmente al socialismo e, di conseguenza, alla povertà.
In tale testo politico si riscontra subito
l’uso della ripetizione “è in pericolo”, usata per persuadere meglio attraverso
l’insistenza e la ridondanza.
Dà
ritmo, determinante ed efficace in un testo orale in favore degli effetti
fonici decorativi del discorso.
E
ancora in conclusione:
Non
arrendetevi a una casta politica o ai parassiti che vivono delle spese dello
stato, che vuole solo restare al potere e mantenere i propri privilegi.
In questo passaggio, si nota la violazione
della pertinenza valoriale rispetto alla tesi sostenuta, in quanto Mieli
sferra un attacco personale nei confronti
della coalizione opposta, denotando con aggettivi sprezzanti che mirano a
spettacolarizzare. Un’esigenza comunicativa che cattura l’opinione pubblica e
l’attenzione dei media.
L’evoluzione
della comunicazione politica.
La
“discesa in campo” di Silvio Berlusconi, trasmessa sulle reti televisive
nazionali nel gennaio del 1994, segna l’inizio di un nuovo modo di comunicare
in politica.
Gli
anni Novanta sono il ponte tra la comunicazione politica di massa del
dopoguerra e l’utilizzo dei media digitali del nuovo millennio.
Il Polo della Libertà – coalizione guidata da
Forza Italia – fu il riflesso di ciò che stava avvenendo in Italia:
le prime elezioni a sistema maggioritario,
l’ascesa del partito pigliatutto, la nascita del mercato elettorale e la
personalizzazione della politica.
Silvio
Berlusconi è il primo a usare gli strumenti del marketing in questo campo,
grazie alle risorse e alla copertura mediatica di Mediaset.
La
politica stessa ne esce completamente trasformata:
sparito il voto di appartenenza, il programma
elettorale si fa prodotto, confezionato con cura per i telespettatori.
Berlusconi
guida questo cambiamento, travasando l’esperienza televisiva nella sfera
politica.
La
strategia berlusconiana si basa interamente sulle capacità persuasive,
narrative e agonistiche del leader politico, insomma sul suo appeal personale.
La
chiave è uno stile comunicativo diretto, fitto di termini colloquiali e di
metafore importate da campi esterni alla politica, distante dal “politichese”
parlato fino ad allora.
I
discorsi di Berlusconi incarnano un nuovo clima politico, dove l’identità
nazionale prende il posto delle ideologie partitiche (“l’Italia è il Paese che
amo”), la reputazione personale conta come garanzia di una leadership efficace
(“il mio mestiere di imprenditore”) e si crea un rapporto diretto e personale
con l’elettorato (“amiche e amici”).
Il “nuovo” – pronunciato otto volte solo nel
discorso della “discesa in campo ”– è la
parola d’ordine della politica spettacolo.
La “costruzione dell’antagonista” è uno strumento
essenziale per lo storytelling berlusconiano, che mina gli avversari
presentandosi al tempo stesso come un eroe, o meglio “il Cavaliere”.
Non
solo, l’intera identità politica viene costruita proprio sulla base dello
scontro con l’avversario, come specifica “Giansante” in La costruzione
strategica dell’eroe e dell’antagonista nel discorso politico di Berlusconi.
Alla sfiducia nelle ideologie viene opposto il
pragmatismo della cultura imprenditoriale, il miracolo italiano, il liberalismo
patinato di fine millennio.
Le
elezioni politiche del 1994 segnano un primato nella storia politica italiana:
un
“braccio di ferro” televisivo tra il carisma dell’ “homo novus” e la “prima
repubblica” in declino.
Berlusconi
si rivolge al pubblico, costruendo un “noi”, un’identità nazionale assimilata a
quella del centrodestra, che trova la sua massima espressione nel bipolarismo
con la “vecchia sinistra”.
L’anticomunismo di Berlusconi si nutre della sfiducia
degli elettori nel sistema politico post tangentopoli e del potere immaginifico
del discorso politico, che cristallizza dei nemici nell’immaginario collettivo,
anche quando non esistono più.
E quando i nemici non bastano, è il tempo
delle promesse, come analizza Marit Vigan in “La retorica politica
contemporanea”: analisi dei discorsi di Berlusconi e di Stoltenberg.
Il
2001 è l’anno del “contratto con gli italiani”, un patto stretto in diretta
televisiva poco prima delle elezioni, “la rivoluzione liberale” ideata dal suo
team, che sancisce l’unione tra il leader e il suo pubblico.
In un altro scontro televisivo, questa volta
contro Romano Prodi per le elezioni del 2006, la strategia di Berlusconi è
ancora una volta vincente, sullo schermo e in cabina elettorale.
Sguardo fisso in telecamera, dito puntato e
un’ultima battuta: «avete capito bene, aboliremo l’ICI anche sulla vostra
casa».
La comunicazione berlusconiana concretizza un
nuovo panorama politico, dove l’arena politica è mediatica, il pubblico è
mercato e il leader è partito.
L’eredità
del “berlusconismo” è complessa: da un lato, un nuovo format comunicativo, la
politica-spettacolo, basato interamente sul carisma di chi parla, dall’altro la
partecipazione passiva, tra le sedie del pubblico o tra le schiere di
“comunisti”.
Vent’anni
di governo berlusconiano hanno cambiato il volto della democrazia italiana in
una “dittatura mediale” in cui è impossibile distinguere poteri, ambito
pubblico e privato, propaganda politica e pubblicitaria.
L’arena politica si trasforma completamente in
una piazza mediatica:
dove i
leader selezionano i “topic” di discussione, creando il vocabolario, e il
pubblico assiste al confronto, decretandone il vincitore.
Tra le
piaghe della “seconda repubblica”, il berlusconismo facilita l’ingresso al
populismo, alla sfiducia nelle autorità, alla “pop-politica” di simboli e
performance, alle strategie comunicative dei social media; come sottolinea “Fabio
Dei” in Pop-politica:
le basi culturali del berlusconismo.
Twitter
e i social.
L’avvento
dei social network ha modificato radicalmente il linguaggio politico,
caratterizzato da una maggior indifferenza. Ad oggi il social network
maggiormente usato dalla politica è X (ex Twitter).
Il primo politico ad esordire con un tweet fu
Matteo Renzi nel 2009.
«Torno
a pensare che per il Pd fiorentino più che le primarie, ci voglia il primario».
Il
linguaggio politico si caratterizza perciò per una sua spettacolarizzazione,
sorretta da battute accattivanti o slogan lampo anche non di natura politica.
L’immediatezza
dei social nel riscontro del consenso e del dissenso e la possibilità di avere
un contatto diretto, anche se virtuale, con i cittadini, porta la politica a
tenere un linguaggio che sia d’impatto.
La
semplificazione del linguaggio, causata dall’uso preponderante dei social, ha
mutato la comunicazione anche nelle sedi istituzionali, dove il tentativo è
sempre quello di mantenere un alto consenso sulla base di informazioni e
notizie trasmesse superficialmente.
Se
analizziamo in dati l’approdo della politica su Twitter, sulla base delle
informazioni raccolte dall’Utopia Yearly Report, vediamo che Matteo Salvini nel
2020 è stato il maggior “twittatore” politico. Infatti, Salvini ha adottato la
cosiddetta strategia della “bulimia da tweet”. L’analisi del professor Stefano
Ondelli, ordinario di Linguistica italiana presso il Dipartimento di studi
giuridici, del linguaggio, dell’interpretazione e della traduzione
dell’Università di Trieste, su Treccani riguardo l’attività social di Salvini,
analizza il periodo dal 2011 al 2018.
Già dal suo debutto sui social, l’attività di
Salvini si è dimostrata fin da subito intensa.
Infatti,
l’azione politica condotta sui social mira ad attaccare il nemico di turno.
Primo
fu il Sud Italia, ma nel corso degli anni ha modificato il target dei suoi
nemici, passando dall’Unione europea e al suo sistema bancario, fino ad
arrivare ad abbattersi sull’emergenza migratoria e sui migranti nello specifico.
La sua
attività social mira ad attirare nuovi elettori o a consolidare lo zoccolo duro
leghista, riproponendo articoli di giornali e video, cercando così di
influenzare la percezione del cittadino, filtrando, attraverso le proprie idee,
notizie che potrebbero avere diverse letture.
L’intervento politico sui social mostra oggettivamente
un cambio linguistico che, deteriorandosi, lascia sempre meno spazio a
un’informazione equa.
Così
rimane un ampio margine per una narrazione macchiettistica dello spettro
politico italiano, abusando dello strumento social, il quale si mantiene su un
movimento ridondante di colpi e contraccolpi.
Le
difficoltà della sinistra divisa.
Passando
all’altra sponda dell’arco parlamentare, le modalità comunicative della
sinistra risentono di quello che è uno dei suoi problemi atavici: la sua
frammentazione.
Proprio
il principale partito del centrosinistra italiano, il Partito Democratico,
rappresenta uno degli esempi più peculiari:
percepito
nel sentire comune come il successore della sinistra primo-repubblicana, rimane
oggi l’unico grande partito del nostro paese a contenere un numero di correnti
spesso anche in netta contrapposizione tra loro.
Da ciò
si crea il cortocircuito per cui chi si aspetta certe prese di posizione si
ritrova davanti a una comunicazione “democristiana”, incerta e poco agile.
Molto
spesso il PD si dimostra timido su molti temi cari agli elettori di sinistra,
soprattutto sui diritti sociali ed economici, e anche quando decide di esporsi
lo fa in maniera poco convinta, in alcuni casi sembrando quasi vergognarsene:
emblematico
fu per esempio il presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, quando
prima delle ultime elezioni politiche affermò, sostanzialmente mentendo, che
nel programma del PD non era presente nessuna proposta per una tassa
patrimoniale.
Le divisioni interne sono state particolarmente
dannose quando il partito ha dovuto esporsi su temi di attualità: rispetto alla
guerra in Ucraina il PD non è mai sembrato riuscire a trovare una quadra
stabile interna e all’esterno si è allineato alla posizione europea di supporto
militare all’Ucraina, scontentando però una parte dell’elettorato “pacifista”.
Ancora
più rovinosa è stata la gestione della comunicazione su Israele e Gaza:
la
morbidezza e la poca tempestività del PD sono state incompatibili con la
storica importanza che la questione palestinese riveste per l’elettorato di
sinistra, sia prima che dopo il 7 ottobre.
Quando
poi il partito ha cominciato a esprimersi con più decisione, sono arrivate
dichiarazioni dissonanti o critiche pubbliche da parte di suoi stessi
esponenti, come il deputato “Piero Fassino”, o il consigliere comunale di
Milano “Daniele Nahum”, che ha addirittura lasciato il partito, accusandolo di
aver sdoganato il termine “genocidio”.
Allora a chi parla oggi il PD?
Osservando
le analisi del voto alle scorse elezioni politiche, si nota come la sua platea
venga riempita principalmente dai ceti più ricchi e più istruiti.
Agli
impacci elencati precedentemente si aggiunge proprio la difficoltà nel
contrastare, anche mediaticamente, questa nuova ondata di populismo di destra,
giocando spesso in difesa parlando del “pericolo fascismo”, ma andando poco
all’attacco, spesso riservando le proposte relativamente più coraggiose e
innovative solo all’area dei diritti civili.
E così
il PD e il centrosinistra italiano in generale non riescono più a raccontarsi
alla working class e vengono invece percepiti come l’area politica dei radical
chic.
Programmi
elettorali come specchio della comunicazione.
Rimanendo
sullo scenario nazionale la difformità tra il linguaggio della destra e quello
della sinistra si evince anche dalla struttura dei programmi elettorali dei
partiti di punta delle due coalizioni, FDI e PD.
Il
programma di FDI apre con un semplice quanto immediato “Per l’Italia”, slogan
che non comunica un contenuto complesso ma rimane facilmente impresso,
trasmettendo la vocazione identitaria del movimento. L’intero programma si
sviluppa attorno a 15 punti, ogni punto si riassume in una pagina. I punti non
vengono dettagliati e non vi è alcun riferimento ideologico né
tecnico/strategico a supporto delle argomentazioni, che però risultano semplici
e comprensibili.
Il
programma del PD apre invece con una citazione di “David Sassoli” seguita da 3
pagine di premessa a sottolineare i valori europeisti del partito.
Si
struttura attorno a 3 macroaree che si suddividono in una miriade di punti.
Ogni
punto viene approfondito e dettagliato in modo preciso, le tematiche, già di
per sé complesse, sono arricchite da una serie di tecnicismi.
Senza entrare nel merito del contenuto, a
prima vista l’organizzazione dei temi pare confusa anche da un punto di vista
grafico.
Capitoli e sottocapitoli non si distinguono in
modo chiaro e l’indice si trova alla fine del testo.
Inoltre,
per larghi tratti del programma vengono esposti aspetti valoriali;
il
tutto per un totale di 37 pagine.
In
questo caso i programmi elettorali rispecchiano le caratteristiche comunicative
delle leader di partito. Da un lato il pragmatismo di Giorgia Meloni e la capacità
di adattare la sua comunicazione al contesto, passando agilmente dall’accento
romano dai toni alti dei comizi, al perfetto inglese dai toni moderati dei
palazzi delle istituzioni europee.
Dall’altro
la comunicazione quasi seminaristica dell’allora Segretario “Enrico Letta” e quella fin troppo onesta
intellettualmente e poco smaliziata di “Elly Schlein”, che restituiscono
un’immagine elitaria e una distanza siderale dai problemi reali dei cittadini.
Da
quanto visto emerge come, da un punto di vista comunicativo, la destra populista si dimostri
maggiormente a proprio agio con i moderni mezzi di comunicazione, mentre i
movimenti progressisti siano rimasti incagliati nelle loro stesse correnti
interne e in una comunicazione incomprensibile per larghe fasce di elettorato.
In
questo universo multimediale gli attori che traggono maggiori benefici sono
quelli che intendono azzerare il dibattito, orientando la comunicazione non
tanto sul contenuto quanto sull’impatto emotivo che scaturisce nei fruitori.
Il
problema è che i temi della politica sono di per sé complessi ma i canali
attraverso i quali vengono promulgati per caratteristiche tendono a iper-semplificare
la realtà, rappresentando di per sé l’antitesi di qualsiasi paradigma che
faccia della complessità una propria caratteristica.
Le
principali argomentazioni delle quali la sinistra si dovrebbe occupare, quali
l’emergenza climatica, la redistribuzione della ricchezza o i diritti civili vanno
argomentati attraverso una storicizzazione dei fenomeni e la restituzione di
dati oggettivi, processi questi che non possono coincidere per struttura con i
canali attraverso i quali vengono trasmesse.
Questo
sistema risulta impermeabile alla complessità, l’essenziale dei messaggi sta
nella forma non nel contenuto.
Questo
è uno dei motivi per cui la sinistra progressista, che non riesce a svincolarsi
dalla complessità del suo lessico, raggiunge solo le fasce di popolazione più
colte e istruite, risultando incomprensibile o addirittura boriosa per le
persone a cui storicamente si rivolge.
Di
contro, la destra, maggiormente pragmatica, ha virato su un linguaggio
essenziale, intercettando – anche in modo strumentale – il rifiuto collettivo
alla complessità a favore di una comunicazione che subordina il contenuto alla
forma.
La
continuità del male.
Quel
lunghissimo filo nero:
la
destra è ancora fascista.
Editorialedomani.it
- Tomaso Montanari – (07 aprile 2026) – Redazione – ci dice:
Leggendo
i discorsi dei leader di FDL emerge chiaramente una traditio che porta fino al
fascismo storico.
È una
genealogia ideologica che riguarda tutto:
dal
ruolo della donna nella società alla scuola allo Stato, come esplorato nel
saggio “La continuità del male” (Feltrinelli 2026).
Non
avrei mai pensato di scrivere un libr
o del
genere (ovvero La continuità del male, Feltrinelli).
In
primo luogo, perché non avrei mai pensato che un giorno mi sarei trovato a
vivere in un paese governato da persone con idee del genere. E in secondo luogo
perché sono uno storico dell’arte, e finora i miei libri hanno tutti un legame
più o meno evidente con la disciplina che studio. Questa volta no, questa volta
è un libro diverso.
Non che il nesso non ci sia, ma affonda le sue
radici in uno strato più remoto della mia formazione.
Quando
avevo diciannove anni, l’ultimo anno del liceo, lessi un libro che decise una
buona parte del mio futuro:
L’apologia
della storia, o mestiere di storico, di “Marc Bloch”. Storico tra i più
visionari e influenti del Novecento, perse la cattedra alla Sorbona in quanto
ebreo, e dovette entrare in clandestinità nel 1942.
Membro
della Resistenza, fu catturato dalla Gestapo di Klaus Barbie l’8 marzo del 1944
e, dopo mesi di torture, fucilato il 16 giugno.
«Papà
spiegami allora a che serve la storia»:
la
domanda che apre quel lucidissimo testamento mi folgorò.
Mentre
cercavo di dare un senso alla mia vita attraverso lo studio, arrivava una
risposta chiara, decisiva:
il metodo critico della storia, quello che
insegna a leggere le fonti, metterle in relazione, interpretarle e farle
parlare è «una tecnica» che apre «una nuova via verso il vero, e perciò verso
il giusto».
È «l’arte di dirigere utilmente il dubbio»,
che smonta la propaganda del potere leggendo i testi, confrontandoli
denudandoli e costringendoli a dire “la verità”.
È il
metodo del dubbio, l’attrezzo che scardina ogni totalitarismo, la pratica
intellettuale del dissenso.
Di
fronte al nazismo e al genocidio degli ebrei, la risposta di Bloch è quella di
una generazione che, in Italia, decide di porre la cultura a difesa della
libertà a caro prezzo riconquistata:
il
primo comma dell’articolo 9 della Costituzione («La Repubblica promuove lo
sviluppo della cultura e la ricerca») progetta uno Stato fondato non sulla
segretezza e la credulità, ma sulla ricerca della verità, sulla diffusione
capillare del metodo critico, sul dissenso addirittura.
Il
vaccino delle democrazie che rinascono dalla resistenza è il pensiero critico:
un vaccino contro nuovi fascismi.
Bloch scrive che quel pensiero critico era
particolarmente necessario nella sua epoca, «più che mai esposta alle tossine
della menzogna della falsa diceria».
Parole
non meno vere oggi, al tempo della post-verità, della crisi profonda delle
democrazie, dell’intelligenza artificiale e di un nuovo controllo sistematico
dell’informazione da parte del potere.
Dentro
Fratelli d’Italia.
Così,
quando Fratelli d’Italia è diventato il primo partito della parte di paese che
va a votare, e dunque il perno del governo della Repubblica, mi sono chiesto
quali fossero davvero le idee della sua leader, della sua classe dirigente:
quale
la visione del mondo, al di là della propaganda, e quale il progetto di
società.
Il
dibattito pubblico sul loro essere, o meno, fascisti era posto in termini che
non mi convincevano:
perché
astratti (“la storia non si ripete” contro “la storia si ripete”), troppo
inchiodati all’eterno presente della cronaca (“sono solo dei cialtroni”),
apologetici (“Meloni ha introiettato i valori moderati”), troppo militanti
(“basta guardarli per capire che sono fascisti”), troppo politicisti (è, o non
è, un’estrema destra..) o non perfettamente a fuoco (i ragionamenti basati
sull’estensione a Fratelli d’Italia di ciò che via via si apprendeva dalle
inchieste, ottime e fondamentali, sui neofascismi dichiarati).
Quel
che mi pareva mancasse, almeno in una versione sistematica, era un’analisi non
di ciò che questa destra al governo nasconde, ma di ciò che dice apertamente di
sé stessa e del mondo, di ciò che scrive, di ciò che proclama a voce alta. E
così ho tolto un po’ di tempo alla lettura delle fonti storiche del mio
Seicento figurativo, e mi sono messo a leggere distesamente i libri e i
discorsi di Giorgia Meloni, e i testi programmatici fondamentali di Fratelli
d’Italia.
E a
cercarne le radici, tracciando una genealogia dimostrabile:
una continuità di idee, e insieme una
ininterrotta trasmissione personale.
Una
vera e propria “traditio”, cioè un passaggio di mano in mano, di generazione in
generazione:
una
linea che ho chiamato “la continuità del male” perché porta diritta al pensiero
del fascismo storico in Italia e in Germania.
Una
continuità che riguarda tutto: dal ruolo della donna nella società al conflitto
sociale, dalla scuola al rapporto tra i poteri dello Stato.
Nazione,
identità, razza.
Ma il
nucleo ardente di questa ideologia, o forse meglio mitologia, riguarda l’idea
di nazione, l’identità, la razza.
Sì, la
razza.
Quando
l’ex cognato, e ancora ministro, di Giorgia Meloni “Francesco Lollobrigida”
parlò di «sostituzione etnica», una diffusa levata di scudi indusse i vari
portavoce dell’estrema destra ad assicurare che era un banale incidente
terminologico, che non si sarebbe più ripetuto.
La
realtà è un’altra:
Giorgia
Meloni crede che l’umanità si divida (sul piano fisico) in razze, lo ha detto
in un libro.
È
esattamente la stessa cosa che dice Roberto Vannacci quando nota che “Paola
Egonu” sarà anche italiana, ma non ha i tratti somatici “italiani”. Siamo in un campo minato ideologico,
ma è proprio qua che nasce l’idea che una razza bianca europea cristiana
incapace di perpetuarsi attraverso le nascite venga sostituita (con una regia
più o meno occulta da parte di poteri internazionali – leggi “ebraici”) con
neri islamici.
Le
varie genealogie che ancorano questa aberrante idea al presente sono fallaci:
è
dimostrabile che essa nasce invece nel ventennio fascista, tra Italia e
Germania, e che lo stesso Mussolini ebbe un ruolo centrale nel propalarla,
attraverso libri che oggi vengono ossessivamente ripubblicati da case editrici
organiche a questa estrema destra.
Idee
vecchie di un secolo, che oggi conoscono una nuova giovinezza, in un contesto
internazionale in cui è il presidente americano Donald Trump a gerarchizzare
razzialmente il mondo attraverso le guerre – e il suo paese attraverso la
deportazione e il terrore dell’ICE.
Cultura.
La
grande sostituzione etnica abita nei retropensieri di Lollobrigida.
Raffaele
Simone.
Il
mito di Sparta.
E
anche quando queste idee assumono forme apparentemente nuove, dissimulanti, è
tuttavia possibile dimostrarne una genealogia nel fascismo storico.
Per esempio:
perché
Giorgia Meloni si fa fotografare in posa sorridente davanti alla copertina del
febbraio 2022 di Magnete (il tabloid di Gioventù nazionale distribuito nelle
scuole), nella quale lei stessa è disegnata come un oplita spartano?
E
perché le scuole giovanili di Fratelli d’Italia si chiamano “egloghe”, come
quelle degli antichi spartani?
Nei
suoi libri, Meloni esalta l’eroismo degli spartani che alle Termopili si
immolano contro l’invasione persiana, accodandosi al credo “nativista” di tutte
le estreme destre mondiali:
al
punto che il “lambda” (la lettera greca iniziale dell’altro nome degli
spartani, i Lacedemoni) è stato censito nel più importante repertorio americano
dei simboli di odio.
Si potrebbe pensare che almeno questo sia un
mito neofascista, cioè creato nel Dopoguerra.
In
effetti Maurice Ardèche – cognato del fascista e collaborazionista filonazista “Robert
Brasillach” – pubblica nel 1969 “Sparte et les sudistes”.
Ristampato nel 1994, e nel 2019, quell’elogio
di Sparta venne tradotto in Italia già nel 1970, dalle Edizioni del Borghese,
con il titolo Fasciscmo70.
Sparta
e i sudisti, e quindi viene riproposto nel 2013 (ultima ristampa nel giugno
2025) dalle Edizioni di Ar di Franco Freda, con il non equivoco titolo Fascisti si nasce.
Sparta
e i sudisti.
Ma,
anche qua, la miccia è più lunga:
il
mito del modello spartano presso l’estrema destra europea inizia con un
articolo del maestro di Ardèche, Maurice Barrese, del 1906, che esalta la
capacità spartana di costruire una «razza dominante»:
e da lì si diffonde soprattutto in Germania,
fino a incontrare l’entusiasmo di Adolf Hitler in persona, che definisce con
entusiasmo Sparta «il primo Stato razzista».
Ecco dove affonda le radici l’immaginario
delle “egloghe” di Fratelli d’Italia.
Ed
ecco come si dimostra la continuità del male.
I
dubbi che i 250 anni degli Stati Uniti mi mettono sull'idea di nazione, ma parliamo anche di Super girl,
Federico Fellini, The Office, Umberto Galimberti, Ildegarda di Bingen e La
storia infinita.
Scrip.substack.com - Ermanno Ferretti – (lug.
06, 2026) – Redazione – ci dice:
Sono
ufficialmente in vacanza.
La
settimana scorsa ho concluso gli Esami di maturità e venerdì si è tenuto anche
quell’evento sulla scuola di cui vi parlavo (qualche info, se siete curiosi):
così, adesso posso finalmente dedicarmi a un
po’ di riposo, a programmare un bel viaggio e a portarmi un po’ avanti coi
video e i podcast (e altri progetti a cui sto in realtà lavorando da mesi).
Rimane
un ultimo dettaglio, un’ultima cosa da sistemare per chiudere l’anno
scolastico:
domattina
c’è l’orale di maturità del primogenito.
Da
genitore, provo una sensazione strana:
in
questi panni mi rendo ancora più conto dell’aleatorietà di un esame che non ha
davvero più alcun senso.
Tanti
di voi mi hanno scritto, raccontandomi di orali (e correzioni degli scritti)
diversissimi:
in
certi casi i commissari non fanno domande, chiedendo “argomenti a piacere”;
dalle
mie parti, si è interrogato, a volte anche molto dettagliatamente;
e poi
lo stesso compito di matematica è stato valutato con criteri diversissimi da
provincia a provincia. Purtroppo, quando c’è così tanta discrepanza tra l’agire
di una commissione e l’altra, il voto finale perde ogni significato.
E
allora, vien da chiedersi: a che pro, questo esame? Neppure le università lo considerano
più rilevante, tanto è vero che si procede coi “TOLC” molto prima dell’esame
stesso.
Certo
è un rito di passaggio, è un momento di prova che ha un suo significato, ma è
anche, almeno in certi casi, una pantomima, su cui non ha più neppure troppo
senso perdere il sonno.
Lasciamo
però perdere tutto questo – che ci porterebbe via troppo tempo, e di cui forse
discuteremo un’altra volta – ed entriamo piuttosto nel vivo della nostra
newsletter.
Partiamo!
Quello
che ho letto.
E
allora iniziamo dai libri.
Visioni
sinfoniche di “Paola Anna Maria Müller”:
vi ho
già parlato, un paio di settimane fa, di questo libro da poco pubblicato da “Carocci”
e dedicato a una delle filosofe più trascurate della storia del pensiero:
Ildegarda
di Bingen.
Non so
se conoscete la storia di questa donna del XII secolo:
tedesca, di nobile famiglia, fu praticamente
cresciuta in convento e iniziò fin da giovanissima ad avere delle visioni
mistiche;
poi,
però, maturò anche delle grandi capacità, diventando scienziata, filosofa e
persino consigliera politica.
Il
libro della Müller ne ricostruisce, nei primi capitoli, la vita, per poi
passare ad analizzarne il pensiero e la pratica di vita, anche attraverso dei
richiami molto interessanti ai cinque sensi.
Già il titolo – “Visioni sinfoniche,” che
gioca sulla vista e sull’udito – rende chiaro che l’intento è quello di
presentare questa figura sotto diversi punti di vista e da differenti
angolazioni.
Sono a
un quarto circa della lettura del volume, quindi tornerò a parlarvene ancora;
e devo
dire che, nonostante sia un testo pensato per un pubblico universitario, la
particolarità del soggetto potrebbe interessare anche chi non si occupa, nello
specifico, di mistica medievale.
L’”etica
del viandante” di “Umberto Galimberti”:
credo
di aver già detto troppo, nelle settimane scorso, riguardo a questo libro di
Galimberti.
Come
già vi ho raccontato, il saggio è stato infatti scelto dagli abbonati del “Club
del Libro” affinché ne discutiamo assieme tra circa un mese;
e
però, quando ne parlo in anticipo qui sulla newsletter, succede che poi nella
riunione gli abbonati sappiano già in anticipo tutto quello che intendo dire, e
anzi elaborino per tempo le possibili contro-obiezioni ai miei discorsi.
E allora, appunto, bisogna che cominci a
moderarmi, altrimenti rischio di fare scena muta all’incontro.
Cosa
posso dire, dunque?
Che Galimberti in questo libro ha sintetizzato
una serie di riflessioni che porta avanti ormai da parecchi decenni, relative
al dominio della tecnica, agli effetti psicologici dei cambiamenti della
modernità e a come uscirne, tramite un’etica ambientalista e, appunto, del
viandante.
I debiti verso Heidegger, Anders, Jaspers e
Hegel sono notevoli, ma anche ben sciorinati.
Sono circa a metà dell’opera:
finora,
però, il succo c’è già nelle prime pagine, mentre tutto quello che viene dopo è
un approfondire quelle prime idee:
il che equivale a dire che forse vi basta
leggere anche solo l’introduzione per avere un quadro abbastanza completo.
Ne riparleremo.
La
storia infinita di “Michael Ende”:
se
siete abbonati a questa newsletter da parecchi mesi, sapete che fino a qualche
anno fa i lunghi viaggi in auto della mia famiglia erano contrassegnati
dall’ascolto di alcuni audiolibri.
Da un
po’ abbiamo perso quell’abitudine, per mille motivi;
però
da qualche giorno sono riuscito a convincere il mio terzo figlio a leggere un
romanzo assieme, un po’ lui e un po’ io, alternandoci alla lettura, in modo da
rinverdire i fasti di un tempo.
È, spero, un bel modo per invogliarlo ad
affrontare romanzi diversi da quelli che legge di solito, anche per scoprire
dei generi in cui da solo magari non si avventurerebbe.
Abbiamo optato per “La storia infinita”, libro
bellissimo, pieno di riferimenti filosofici, che spero possa essere un buon
punto d’avvio verso il fantasy.
Certo,
lo so:
da
qualche anno il libro è stato fatto proprio dalla destra di governo (Atreju, la manifestazione di Giorgia
Meloni, prende il nome proprio da un personaggio del romanzo), ma questo non
danneggia una storia che ha un valore ben più alto (e ben più complesso) delle
appropriazioni indebite della politica italiana.
Io e
il figlio abbiamo letto per ora tutta la prima parte (Bastiano e la soffitta,
per intenderci) e abbiamo cominciato a leggere delle vicende di “Fantàsia”, con
l’Infanta malata e il nulla che si mangia pezzi di realtà.
Ve ne riparlerò, ma – avendolo già letto a suo
tempo – posso già consigliarlo, per tutte le età.
Quello
che ho visto.
Passiamo
ora ai film e alle serie tv.
La
strada (1954), di Federico Fellini, con Giulietta Masina, Anthony Quinn,
Richard Base Hart:
questa sera si è svolta la riunione del Club
del Libro dedicata a” Il Principe di Niccolò Machiavelli”, ma tra pochi giorni
con gli abbonati ci dedicheremo anche al cinema, visto che abbiamo in programma
un incontro incentrato sui lavori di Federico Fellini.
I film che abbiamo scelto di vedere sono in
particolare tre:
“I
vitelloni”, di cui vi ho già parlato un paio di newsletter fa;” La dolce vita”, che ho visto un sacco di volte e di
cui tornerò presto a raccontarvi; e infine “La strada”, titolo che invece non rivedevo più
da moltissimo tempo.
Riguardarlo nei giorni scorsi mi ha fatto un
grande piacere, perché c’erano alcuni buchi nella memoria da colmare, ma
soprattutto perché il film è un piccolo capolavoro che merita di essere visto e
rivisto.
Credo che la trama più o meno la conosciate:
racconta
la storia di una ragazza, la piccola Gelsomina, che, per via di un deficit
cognitivo, viene sostanzialmente venduta dalla madre a Zampanò, un circense, un
forzuto che gira di paesello in paesello e di fiera in fiera per racimolare
qualche soldo.
Tra i
due nasce un rapporto particolare, perché Gelsomina è ingenua, quasi una
bambina in un corpo di piccola donna, mentre Zampanò è un omaccione brutale e
burbero che però in qualche modo se la porta appresso.
L’uomo
però è anche violento, non tanto verso Gelsomina ma soprattutto verso il resto
del mondo, con cui sembra essere in perenne lotta.
La sua
furia a un certo punto si scaglia sul “Matto”, un acrobata a cui piace
scherzare e prendere in giro, che farà purtroppo una brutta fine.
Il
film è poetico, sincero e semplicissimo, ma presenta tutti i tratti più
salienti della poetica di Fellini, come l’amore per il circo, l’equilibrio
delicato tra clownesco e sacro e i rapporti personali ridotti ai loro elementi
più profondi, brutali e vividi.
Ambientato
nell’Italia del dopoguerra, nelle piccole fiere di paese, tra la gente che vive
per strada, fu considerato all’epoca un film forse neorealista, ma in realtà
trasfigura tutto attraverso le lenti di Fellini, che già sanno come guardare il
mondo.
Bravissima “Giulietta Masina”, ma ancor più
bravo “Anthony Quinn”, davvero in una prova magistrale.
Tra
l’altro lo trovate gratuitamente anche su YouTube: da rivedere.
Super-girl
(2026), di Craig Gillespie, con Milly Alcock, Matthias Schoenaerts, Eve Ridley:
forse
lo ricorderete anche voi:
c’è stato un periodo in cui i film di
supereroi dominavano letteralmente la scena, in cui tutti li andavano a vedere,
in cui non si parlava d’altro.
È stato pochi anni fa, nel momento d’oro del “Marvel
Cinematic Universe”.
Poi,
soprattutto dopo la saga di “Thanos”, qualcosa si è rotto:
forse
quel genere ha stufato, o forse le belle storie da raccontare erano finite.
E così
sono continuati a uscire nuovi film sempre legati a quelle dinamiche, che però
non riscuotevano il medesimo successo, non entravano nell’immaginario e che
molti letteralmente snobbavano.
Quindi
può darsi che oggi non vi siate minimamente accorti che è da poco uscito al
cinema un nuovo film di supereroi, dedicato in realtà a una supereroina: Super-girl,
la cugina di Super-man.
Il
film in effetti è passato un po’ in sordina, sia perché mancano attori di primo
piano nel cast, sia perché appartiene all’universo DC che, in Italia, al di là
di Superman e Batman, non è mai riuscito a conquistare il grande pubblico.
Ad
ogni modo, questo film di Super-girl, preso dalla noia, me lo sono guardato;
e se
voi non l’avete ancora fatto, devo anche dirvi che non vi siete persi poi
molto.
Il
film, per carità, fa il suo:
ci
presenta per una volta una protagonista di sesso femminile alle prese con i
soliti tormenti a cui i supereroi ormai ci hanno abituati;
eroina
che però, mossa dall’affetto per una ragazzina e più ancora per il proprio
cane, decide di affrontare il cattivo di turno.
Di azione ce n’è molta e l’attrice che
interpreta Super-girl è stata scelta con una certa intelligenza;
quello
che manca, però, è un minimo di spessore.
La storia è trita e ritrita, e anche l’idea
dell’eroe che si dà all’alcol per non dover pensare al proprio dolore, e che
decide di tornare a combattere dopo mille titubanze, l’abbiamo già sorbita nei
film di “Thor”, “Iran Man” e di molti altri.
In
più, il cattivo di questo film è un cattivo veramente eccessivo, quasi una
macchietta, senza spessore e senza carattere. Insomma, un film che certo riesce
a intrattenere per qualche decina di minuti, ma che lascia poco e che non ti fa
affezionare neppure al personaggio principale.
Sul
versante dei supereroi abbiamo visto cose nettamente migliori.
Lo trovate comunque ancora al cinema.
“The
Office” episodi 3.01-3.02-3.03 (2006), di Greg Daniels, con Steve Carel, Raino
Wilson, John Kaminsky: so che vi ho parlato da poco di “The Office”, la serie
comica americana tratta da un irriverente antecedente britannico, però in
questi giorni sto rivedendo lo show molto volentieri e quindi mi viene facile
far partire nuovi episodi e gustarmeli uno dietro l'altro.
In
questo re-match, a distanza di molti anni dalla prima visione, sono arrivato
ormai all'inizio della terza stagione, quella che rappresenta un primo netto
cambiamento rispetto alle due stagioni iniziali.
Jim,
infatti, ha lasciato la sede dell'azienda dopo aver chiesto un trasferimento
per non essere più a stretto contatto con Pam, ragazza di cui era innamorato e
che era in procinto di sposare un altro;
in
realtà, come apprendiamo dalle prime puntate di questa nuova annata, il
matrimonio è poi saltato, ma ormai Jim se ne è andato altrove, a contatto con
nuovi colleghi e con nuove dinamiche.
In
compenso, a Scranton tutto continua più o meno come prima, con Dwight sempre
più fuori controllo e con Michael Scott, il vero protagonista, sempre più in
balia della propria immaturità.
Come
già dicevo la settimana scorsa, la serie ha trovato un suo equilibrio,
riuscendo a risultare sia divertente che tenera, tant'è vero, come vi dicevo,
che si fa fatica a smettere di guardarla.
La
trovate su Netflix.
Quello
che ho pensato.
L’avrete
visto in TV:
questa
settimana gli Stati Uniti hanno celebrato i loro 250 anni di storia, con grandi
cerimonie e contestati comizi di Trump, che ha usato la ricorrenza, come al
solito, per parlare soprattutto di sé.
L’anniversario,
però, non è stata l’unica notizia proveniente da oltreoceano;
anzi,
è arrivato quasi in contemporanea a una sentenza che sembra fatta apposta per
farci porre qualche domanda.
Il 30 giugno, pochi giorni prima del 4 luglio, la
Corte Suprema statunitense ha bocciato, con sei voti contro tre, il tentativo
di Trump di cancellare tramite un ordine esecutivo il cosiddetto” ius soli
americano”.
Di
cosa si tratta?
Come
forse sapete, questo diritto è sancito dal “XIV Emendamento”, ratificato
addirittura nel 1868:
chi nasce in territorio americano acquisisce
automaticamente lo status di cittadino, indipendentemente dalla provenienza dei
suoi genitori. Trump ha provato a modificare questa norma costituzionale, ma la Corte
(che pure è a maggioranza “trumpiana”) gliel’ha proibito.
Il
presidente, come al solito, l’ha presa male, l’ha definita una sentenza
sbagliata e ha promesso di portare la battaglia al Congresso.
Ma la
sua tenacia sul tema mostra che ormai questo argomento è al centro della
propaganda dell’estrema destra mondiale:
negli
stessi giorni anche qui da noi, a causa soprattutto di “Roberto Vannacci” e di
vari gruppi neo o post-fascisti, si continua a sentire la parola “re-migrazione”,
che nelle
sue versioni più caute indica il rimpatrio di chi non ha titolo per restare, e
in quelle più esplicite arriva a comprendere anche chi un titolo ce l’ha per
legge ma non, dicono i fan di questa linea, per “cultura”.
Potremmo
facilmente derubricare queste polemiche a atti di propaganda becera e
superficiale, e non avremmo poi torto.
Ma
l’occasione dei 250 anni degli Stati Uniti – uno Stato fondato su un’idea di
nazione “in divenire”, che si allargava costantemente grazie all’immigrazione –
mi spinge a provare a farmi (e a farci) qualche domanda un po’ più seria.
Che
cos’è, esattamente, un popolo o, meglio ancora, una nazione?
Cosa rende un insieme di persone un “noi”
invece che una somma casuale di individui che vivono nello stesso posto?
La
risposta più antica e più insidiosa è stata, storicamente, quella del sangue:
popolo lo si nasce, non lo si diventa.
È la
tesi che “Johann Gottlieb Fichte” formulò nei suoi Discorsi alla nazione
tedesca, di cui abbiamo parlato spesso sia nei video di filosofia che in quelli
di storia, discorsi scritti sotto l’occupazione napoleonica.
I
tedeschi, sosteneva “Fichte”, sarebbero un popolo perché condividono una lingua
originaria e ininterrotta, e quella lingua porterebbe con sé un carattere,
quasi un destino.
È una
tesi semplice e semplicistica, perché non richiede criteri complessi né scelte:
si è
dentro o si è fuori per nascita, punto.
È quello che vorrebbe, in un certo senso, pure
Trump, anche se lui non parla di sangue, grazie al cielo; ma già il fatto che sia così
semplice (e, appunto, semplicistica) dovrebbe farci venire qualche sospetto.
Un
altro filosofo tedesco, “Johann Gottfried Herder”, qualche decennio prima di
Fichte l’aveva già preparata, addolcendola:
lui
non parlava di sangue, ma preferiva l’espressione Volksgeist, ovvero lo
“spirito di un popolo” che si esprime nella lingua e nei canti popolari.
Era
una versione più raffinata dello stesso principio: l’appartenenza restava comunque
qualcosa che si ereditava e non si sceglieva.
Inutile
ricordare che queste idee avrebbero prodotto, nel Novecento, dei frutti
avvelenati.
Verrebbe
da pensare, però, che la storia degli Stati Uniti sia ben diversa:
la
loro è una nazione fondata non sul sangue ma su un’idea, anzi su una
proposizione («riteniamo che queste verità siano di per sé evidenti», scriveva
Jefferson) alla quale chiunque poteva aderire, a prescindere da dove venisse e
da chi fossero i suoi antenati.
È
stata quest’idea ciò che ha reso gli Stati Uniti a lungo una novità, un paese a
sé, ben diverso dall’Europa:
si apparteneva alla nazione se si decideva di
sposarne le finalità e le credenze, non per un fatto biologico.
Non a
caso, da sempre a Washington si dice che la nazione americana è “credo”,
fondata cioè su un credo condiviso più che su un’eredità.
Lo ius soli divenne dunque il perfetto
strumento giuridico per rendere concreta questa idea:
bastava nascere lì, perché quel luogo non
apparteneva a un sangue ma a un progetto (più o meno aperto).
Peccato
che se andiamo poi a guardare con più attenzione la storia americana, ci
rendiamo conto che essa, spesso e volentieri, ha smentito questa leggenda
fondativa.
La stessa nazione che si raccontava basata su
un’idea universale si è creata distruggendo le popolazioni autoctone (i Sioux,
i Navajo, gli Apache e via discorrendo), tenendo in schiavitù una parte
consistente dei suoi abitanti fino al 1865, imponendo per decenni quote di
immigrazione calibrate sull’origine nazionale.
E
ancora oggi discute se un bambino nato a Houston da genitori senza documenti
sia davvero, fino in fondo, parte di quella nazione. Segno che la differenza tra buoni
propositi (o principi scritti sulla carta) e realtà dei fatti è spesso assai
rilevante.
Il che
mi porta a pensare anche a un’altra cosa:
che
forse il problema non sia mai stato scegliere tra il fondare un popolo sul
sangue o il fondarlo su un’idea; perché in ogni caso, qualunque cosa scegliamo
come collante, prima o poi bisogna decidere chi ne resta fuori. Stabilire cos’è una nazione significa
stabilire un confine, dire “tu stai di qua e tu di là”, “tu ci rientri e tu
no”; e quella decisione torna sempre, in un modo o nell’altro, ad assomigliare
a un confine etnico.
C’è
però forse una terza via, meno nota delle prime due, che vale la pena di
recuperare.
Nel
1882 un filosofo francese di nome “Ernest Renan”, che di solito non si studia
sui libri di scuola, provò a rispondere proprio a Fichte (che oramai era morto
e sepolto da un pezzo) e alla scuola tedesca che fondava la nazione sulla
lingua e sulla razza.
Renan
scrisse infatti un libro dal titolo Che cos’è una nazione?
che
all’epoca ebbe anche un certo successo, e propose una definizione diversa: per Renan un popolo esiste perché ha
fatto, in passato, grandi cose insieme, e vuole continuare a farne.
Sintetizzò
così la sua idea in uno slogan: la nazione è “un plebiscito di ogni giorno”.
Non è un’eredità da scoprire nel sangue ma è,
piuttosto, un contratto che va rinnovato quotidianamente, e che quindi, in
teoria, chiunque può firmare.
Mi
pare una definizione già meno ingenua di quella americana:
non
nega il passato (le “grandi cose fatte insieme” costituiscono una sorta di
storia condivisa, fondamentale per definirsi in un certo modo), ma sposta il
baricentro sulla volontà presente e futura di restare insieme, più che
sull’origine.
Una
nazione, insomma, si definisce anche in base a cosa pensa di voler diventare.
Si
potrebbe pensare, a prima vista, che con Renan il problema sia risolto:
se l’appartenenza è un contratto rinnovabile e
non un destino di sangue, chiunque aderisca al progetto dovrebbe poterne fare
parte, e la faccenda finirebbe lì.
In
realtà, però, il discorso regge solo fino a un certo punto:
un contratto ha sempre bisogno di qualcuno che
ne stabilisca i termini e verifichi le firme, e quel qualcuno, guarda caso, è
sempre chi è già dentro al contratto stesso.
Da noi lo abbiamo visto l’anno scorso, quando il
referendum per dimezzare da dieci a cinque gli anni di residenza richiesti per
naturalizzarsi è affondato sotto il quorum.
La domanda – interpretata alla maniera di
Renan – era: “Quanto tempo serve per dimostrare di aver aderito davvero al patto?”; ma a dare la risposta è stato chi in
quel patto c’era già dentro, in maniera unilaterale.
Ed è
qui che casca l’asino della re-migrazione all’italiana. Perché quando si
distingue tra chi è “legalmente presente” e chi è “culturalmente incompatibile”
con l’Occidente, si sta facendo proprio quello che Renan voleva evitare:
si sta
dicendo che la cittadinanza legale, cioè il contratto, non basta, perché sotto
ci deve essere anche un’appartenenza più profonda, quasi di sangue, mascherata
da una parola più presentabile come “cultura”.
Si
cade cioè in un Fichte solo un po’ riverniciato: non conta il patto che hai
firmato, conta chi sei “davvero”; e a stabilire chi sei davvero non sei tu, ma
è chi quel patto ti permette di firmarlo.
Non a
caso, quando si chiedono agli esponenti della destra quali siano, per loro, gli
esempi positivi di integrazione, quell’impianto retorico cita gli immigrati che
si assimilano totalmente, ad esempio il ragazzino di origine africana che parla
in dialetto veneto meglio dei nativi:
che è
un modo per dire che l’appartenenza si merita solo sparendo dentro un’identità
preesistente, mai portandone una nuova sul tavolo.
Renan
non pensava a questo, e neppure gli Stati Uniti – pur con tutte le loro
contraddizioni – sono stati questo: la cultura americana si è costruita
attraverso una serie di mescolanze (linguistiche, religiose e culturali), non
tramite quella di accoglienza che assorbiva fino ad annullare quella di chi
veniva da fuori.
Proprio
per questo oggi in America abbiamo la pizza, il rap, lo slang e mille altre
cose che Trump utilizza ogni giorno e che non sarebbero esistite senza quella
mescolanza.
Mi
chiedo allora se non sia il caso, oggi, di provare a spingere l’idea di Renan
un passo oltre, verso un baricentro ancora più spostato in avanti:
fondare
l’appartenenza non più sulle grandi cose fatte insieme in passato (che restano
comunque un patrimonio selettivo, da cui qualcuno è naturalmente escluso), ma
su quelle che si vogliono fare insieme d’ora in poi.
Il romanticismo ottocentesco, quello di Fichte e di
Herder, aveva bisogno di una storia comune alle spalle per giustificare un
confine;
un’idea
di popolo tutta rivolta al futuro, alla direzione in cui si vuole andare
insieme, avrebbe meno bisogno di quel passato da difendere, e forse meno
bisogno anche del confine.
A
pensarci meglio, però, non credo che sia così facile, non credo che basti
spostare la bussola dal passato al futuro per disinnescare il problema.
Anche
i progetti rivolti in avanti sanno essere spietatamente escludenti quanto i
miti basati sul sangue: il “sogno americano” era, dopotutto, un progetto di
futuro, e sappiamo bene che molti ne restarono fuori; ma anche “l’uomo nuovo”
sovietico era un progetto futuribile.
Dire
“siamo uniti da dove vogliamo andare” sposta solo la domanda, ma la lascia
presente: chi decide la direzione? E che ne è di chi non è d’accordo?
Sospetto
che ogni “noi”, orientato all’indietro o in avanti che sia, porti con sé,
inevitabilmente, un confine e un “loro”.
Il
vero terreno di scontro, tra “Corte Suprema americana” e “nuovi partiti
italiani”, non è mai stato scegliere il criterio giusto per includere, ma
piuttosto decidere chi ha il potere di tracciare quel confine, e quanto siamo
disposti a lasciarglielo fare.
Quello
che ho registrato e pubblicato.
“Cosa sto leggendo, cosa sto vedendo, a cosa sto
pensando”.
Commenti
Posta un commento