La questione degli immigrati è un tema di forte preoccupazione.

 

La questione degli immigrati è un tema di forte preoccupazione.

 

 

 

Perché Trump ha insultato di nuovo Giorgia Meloni, la NATO come bancomat USA e l’ultimo attacco prima del vertice.

La reazione del governo.

msn.com – open.online.it - Storia di Giovanni Ruggiero – (05 -07 – 2026) – Redazione -ci dice: 

 

 

Giorgia Meloni vede Donald Trump.

Donald Trump torna a colpire Giorgia Meloni con un “meme” su Truth che, tradotto, suona più o meno come «tenetemela lontana», a meno di 48 ore dal “vertice Nato di Ankara” che si apre martedì 7 luglio.

È l’ennesimo affondo personale del presidente Usa contro la premier italiana, un attacco che Palazzo Chigi ha già derubricato a «provocazione» e a cui non intende dare seguito.

Del resto, rincorrere Trump su questo terreno rischia di essere ancora una volta tempo perso, tanto più alla luce di quanto scrive “Politico”, che mette a fuoco quale sia davvero l’obiettivo del presidente americano dietro ai continui attacchi agli alleati della Nato più o meno scomposti.

 

Come ha risposto Palazzo Chigi al “meme” di Trump su Meloni.

Il post finisce online poco dopo le 23 di domenica, e la prima reazione a Palazzo Chigi, racconta “Simone Canettieri” sul “Corriere della Sera”, è di puro sconcerto:

un colpo a freddo che nessuno, nemmeno la diplomazia italiana, si aspettava.

 La linea, però, non cambia: «Non reagiremo a questa provocazione», trapela dal governo.

Nella notte il ministro degli Esteri Antonio Tajani e la premier concordano la strategia, ignorare l’ennesimo affondo personale, così che l’agenda in vista di Ankara resti identica.

 Alcuni ministri, sentiti dal Corriere a microfoni spenti, non nascondono giudizi tutt’altro che lusinghieri sulla tenuta del presidente Usa, le cui uscite alcune fonti diplomatiche, citate da “La Stampa”, liquidano come «follie dell’imperatore».

Resta il rammarico per il lavoro fatto in questi mesi anche dall’ambasciatore” Tilman Ferlita”, amico personale di Trump, che ora rischia di essere vanificato, mentre Meloni entra di fatto nel club dei leader europei già bersaglio degli attacchi della Casa Bianca, da Macron all’ormai dimissionario Stoprmer.

 

Cosa raffigura il “meme” e cosa era successo a “Evian”.

Il meme incriminato arriva alle 22.51 di domenica, il giorno dopo i festeggiamenti per il 4 luglio:

una foto di Trump di spalle al G7 di Evian, con Meloni di fronte in una posa quasi adorante, e la scritta sovrimpressa «Serve un ordine restrittivo».

Il meme è assente dai giornali idealmente più vicini al governo, complice la chiusura redazionale ben prima della mezzanotte.

In ribattuta ci arrivano gli altri, a cominciare dal “Messaggero” che, con Ileana Sciarra, descrive un’immagine costruita apposta per il suo effetto virale, mentre” Francesco Malfitano” su “La Stampa! la traduce in un titolo ancora più diretto, «Deve stare lontano da me».

 Il precedente risale proprio a Evian, quando Trump aveva raccontato che la premier gli avesse fatto quasi pena nel tentativo, a suo dire, di ottenere uno scatto insieme, il celebre «mi ha supplicato» già smentito da Meloni con un video sui social: «Io e l’Italia non imploriamo mai».

 Difficile perfino stabilire, come nota “Paola Di Caro” sul “Corriere”, se nello scatto scelto da Trump la premier stia davvero guardando verso di lui.

 

Il post pubblicato su “Truth” dal presidente americano Donald Trump su Truth con un meme con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che lo guarda: il tutto è accompagnato dalla didascalia «serve un ordine restrittivo».

Quanto spenderà l’Italia in difesa secondo i piani per Ankara.

Al di là del meme, la partita più concreta riguarda i numeri che Roma porterà al vertice, e qui le cifre circolate in queste ore non coincidono del tutto.

 Secondo “Tommaso Ciriaco” su “Repubblica”, il governo fisserà al 2028 un obiettivo del 3,4% del Pil in spese militari, per un totale di 19 miliardi in più in due anni, 0,25-0,3% nel 2027 e 0,55-0,65% nel 2028.

Una versione diversa arriva da “Francesco Malfitano” su” La Stampa”, che parla invece di cifre più contenute, circa 17-18 miliardi, con lo 0,3% nel 2027 e il doppio l’anno successivo, cifre che al momento risulterebbero «disconosciute» da Palazzo Chigi.

Resta comunque un fatto:

la traiettoria fissata in precedenza dal “Documento programmatico di finanza pubblica”, con incrementi dello 0,15% nel 2026 e nel 2027 e dello 0,2% nel 2028, è già stata disattesa, complice la mancata chiusura della procedura Ue per deficit eccessivo.

 

Cosa ha detto Crosetto sul vertice e sulle spese militari.

Trump vorrebbe che il traguardo del 5% del Pil, concordato per il 2035, venga centrato molto prima.

Anche il segretario generale della Nato “Mark Rutte” insiste sullo stesso punto, avvertendo che la sfida ora non è più promettere ma consegnare: «un anno fa si trattava solo di promesse, quest’anno si tratta di consegna», cioè di risultati concreti, come riporta il Corriere della Sera.

 Il ministro della Difesa “Guido Crosetto” prova comunque a blindare il vertice:

«Ankara è stata costruita perché tutto funzioni, gli impegni saranno rispettati e ogni Paese si presenta avendo fatto la sua parte», ha detto alla manifestazione Pantelleria Mediterraneo d’autore, aggiungendo che «quello che farà Trump lo vedremo» e prevedendo un summit breve, «tre o quattro ore».

 Verso l’esecutivo di cui fa parte, però, non fa sconti:

 «Se tu vuoi far parte di questa alleanza devi rispettare gli impegni presi».

Sullo sfondo restano le altre tensioni della vigilia, dalla telefonata di un’ora e mezza tra Trump e Putin, con la promessa del tycoon di tornare a mediare su Kiev, fino all’avvertimento del portavoce del Cremlino Dmitry Peskov alla Polonia, accusata di produrre droni diretti in Ucraina: «Varsavia rifletta sulla propria sicurezza».

 

Perché per “Politico” la Nato è diventata un bancomat per Trump.

A spiegare cosa si nasconda davvero dietro l’ossessione di Trump per il portafoglio della Nato ci pensa “Politico”, in un’inchiesta firmata da Paul Clear e Stefanie Bozen.

 Il presidente Usa, scrivono i due, ha rimodellato un’alleanza costruita su valori democratici condivisi trasformandola in qualcosa che gli somiglia molto di più, un’azienda.

 L’obiettivo è spingere gli alleati a investire sempre più in armamenti made in Usa, anche a costo di derubricare in secondo piano i dossier sull’allargamento del Patto e sulla difesa del fianco orientale contro la Russia.

Non a caso lo stesso Trump accusa apertamente gli alleati, Italia compresa, di comportarsi da «scrocconi» che scaricano su Washington il peso economico dell’Alleanza.

 «L’Europa dipende ancora dagli Stati Uniti, e non conviene cercare scontri», ammette un diplomatico europeo citato da Politico, «ma dobbiamo far capire a Washington, con fermezza, che anche i nostri interessi contano».

L’ambasciatore Usa alla Nato, Matt Whitaker, parla di quasi 120 miliardi di dollari impegnati dagli alleati nell’ultimo anno, metà dei quali in equipaggiamento americano, un risultato definito solo «un buon inizio» rispetto ai 90 miliardi annunciati un anno prima.

 

Cos’è il “Pur”, il piano Usa per far comprare armi agli alleati.

Il meccanismo al centro di tutto si chiama “Pur”, lo schema ideato da Trump insieme a Rutte per convincere gli alleati a comprare armi statunitensi da destinare all’Ucraina.

Ad Ankara, scrive ancora “Politico”, Trump tornerà a concentrarsi proprio sull’entità della spesa europea per le forniture militari made in Usa, rischiando di lasciare in secondo piano l’allargamento della Nato e la difesa del fianco orientale.

Tra i pochi Paesi a non aver ancora aderito al “Pur” ci sono, insieme all’Italia, anche Francia e Regno Unito.

A rendere il quadro ancora più teso, le parole del segretario alla Difesa “Pete Hester”, che ha definito la Nato poco più di una «tigre di carta», legata a una «codipendenza malsana» dalle forze Usa, chiedendo all’Alleanza di tornare a essere «un’alleanza militare vera, capace di deterrenza sul continente».

Il sondaggio che gela la sinistra:

italiani contrari agli sbarchi e

favorevoli ai rimpatri.

Ilgiornale.it - Francesco Corridori – (4 luglio 2026) – Redazione - ci dice:

Secondo un sondaggio di “Euromedia Resecar” ben il 73% degli italiani pensa che i migranti irregolari debbano essere rimpatriati e il 57% valuta negativamente gli sbarchi.

Il sondaggio che gela la sinistra: italiani contrari agli sbarchi e favorevoli ai rimpatri.

 

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Il 73% degli italiani ritiene che i migranti irregolari debbano essere rimpatriati e il 57% valuta prevalentemente negativo l'impatto degli sbarchi di immigrati che arrivano in Italia.

Questo è quanto emerge dal sondaggio realizzato da Euromedia Resecar, diretto da “Alessandra Ghisleri”, in occasione della rassegna 'Pantelleria, Mediterraneo d'Autore', ideata e promossa da “Myrta Merlino” e” Valentina Fontana” per “Vis Facto”.

 

Secondo Ghisleri, “esiste una larga condivisione, trasversale agli schieramenti politici, sull'idea che gli arrivi illegali debbano essere gestiti con fermezza” e “anche una parte significativa dell'elettorato di centrosinistra condivide questo orientamento''. Il Mediterraneo, insomma, continua a essere percepito “come un tema sempre più rilevante”, aggiunge la sondaggista.

 

Gli italiani affermano di conoscere il tema della 'remigrazione' ma solo il 36,8% condivide le idee del generale Roberto Vannacci su questo tema

, mentre il 44,4% dichiara di non condividerle.

 La ‘remigrazione’, quindi, piace poco, ma soprattutto per il 56,8% degli intervistati è irrealizzabile in Italia e nel Mediterraneo.

 ''Le idee di Vannacci raccolgono attenzione, ma la maggioranza degli italiani non le considera concretamente realizzabili'', osserva Ghisleri. Che, poi, aggiunge:

''Allo stesso tempo emerge un dato politicamente interessante: gli elettori di Azione dimostrano grande autonomia di giudizio e, sul tema dell'immigrazione, esprimono posizioni spesso più vicine a quelle dell'elettorato di centrodestra''.

I cittadini indicano come priorità un maggiore controllo delle frontiere del Mediterraneo (32,6%), seguito dalla cooperazione con i Paesi di origine dei migranti (24,9%), mentre solo il 21,7% auspica un equilibrio tra controllo, cooperazione e integrazione.

 Il sondaggio conferma che il Mediterraneo viene percepito non soltanto come uno spazio geografico, ma come il crocevia delle sfide che riguardano sicurezza, stabilità internazionale, energia e gestione dei fenomeni migratori, temi destinati a occupare un ruolo centrale nel dibattito pubblico italiano.

 

Secondo “Valentina Fontana”, “Il sondaggio conferma che il Mediterraneo è percepito dagli italiani come un tema sempre più rilevante” e, perciò, “portare a Pantelleria una rassegna che mette insieme politica, cultura e imprese significa creare uno spazio di confronto su questioni che hanno un impatto diretto sul Paese”.

 

(“Serve un ordine restrittivo”.).

 Il nuovo attacco choc di Trump a Meloni.)

 

Fontana non ha dubbi: “Dall'immigrazione, con le sfide e le opportunità che comporta, allo sviluppo del territorio e delle sue potenzialità, fino al ruolo strategico del Mediterraneo nello scenario geopolitico: sono temi che riguardano tutti.

L'informazione ha il compito di raccontarli con profondità e contribuire a valorizzare territori come Pantelleria, che possono diventare luoghi di riflessione oltre che di straordinaria bellezza".

RFK Jr. Annuncia la Fine dello Scudo

 di Responsabilità per i Vaccini Anti-Covid.

“Le grandi aziende farmaceutiche crolleranno, aprendo la strada a richieste di risarcimento danni”.

Conoscenzealconfine.it - 6 Luglio 2026) - Baxter Dmitry – Redazione – ci dice:

 

Il Segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr. ha annunciato che “il governo federale porrà fine alle dichiarazioni di emergenza relative ai vaccini contro il COVID-19″, una mossa che eliminerebbe le tutele legali di cui i produttori di vaccini hanno beneficiato dall’inizio della “pandemia” e che potrebbe esporli a cause legali per presunti danni correlati ai vaccini.

 

Il ministro della Salute in carica all’inizio del 2020 emise dichiarazioni di emergenza, fornendo protezione legale alle aziende che producevano prodotti per il Covid-19 e consentendo agli enti regolatori di rilasciare autorizzazioni di emergenza, che hanno una soglia probatoria inferiore rispetto alle normali approvazioni.

 

Le dichiarazioni sono state prorogate più volte, l’ultima delle quali nel 2024 dall’allora Ministro della Salute Xavier Becerra fino alla fine del 2029. Esse garantivano un’ampia immunità ai produttori dei prodotti, nonché alle persone che li somministravano ad altri.

“Becerra” aveva affermato nell’ultima proroga che, sebbene l’emergenza sanitaria pubblica legata al Covid-19 fosse scaduta nel maggio 2023, il Covid-19 “continuava a rappresentare un rischio credibile di una futura emergenza sanitaria pubblica “e che mantenere in vigore le misure di protezione fosse necessario per mantenere gli Stati Uniti preparati ad affrontare tale minaccia.

 

Kennedy non era d’accordo e, in una nota di rescissione, ha scritto che “non sussistono più circostanze che giustifichino l’uso di emergenza di tali farmaci durante la pandemia di Covid-19”.

Ha citato come esempio il fatto che nel 2025 le autorità di regolamentazione abbiano revocato l’autorizzazione d’emergenza per i vaccini contro il Covid-19, passando all’approvazione ordinaria per tutti i vaccini destinati a tutte le fasce d’età.

“Gli americani meritano un sistema di regolamentazione trasparente, responsabile e fondato sullo stato di diritto”, ha dichiarato Kennedy in un comunicato.

“Ponendo fine a queste dichiarazioni di autorizzazione all’uso di emergenza legate al Covid-19, rafforziamo la fiducia del pubblico nel fatto che le autorizzazioni di emergenza siano temporanee e mirate.”

 

Per revocare le dichiarazioni di emergenza, il ministro della Sanità deve fornire un preavviso che conceda alle aziende un lasso di tempo ragionevole per ritirare i prodotti che sono stati realizzati in virtù di tali dichiarazioni.

Secondo quanto affermato dai funzionari sanitari, la Food and Drug Administration ha stabilito che 12 mesi rappresentano un periodo di tempo sufficiente.

Le dichiarazioni relative a vaccini e farmaci cesseranno pertanto di essere valide a partire dal 29 giugno 2027.

Le dichiarazioni relative ai dispositivi medici come i test per il Covid-19 rimarranno in vigore solo per 180 giorni, ovvero fino al 26 dicembre 2026.

 

La FDA ha collaborato con i produttori di tutti i prodotti ancora soggetti ad autorizzazione d’emergenza per ottenere l’approvazione per l’uso continuato, ed è ragionevole concludere che i produttori saranno in grado di generare dati a supporto di nuove richieste di autorizzazione alle autorità di regolamentazione, si legge nella nota.

Il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani ha dichiarato che i funzionari intendono informare il Congresso di tale sviluppo.

(Articolo di Baxter Dmitry).

(thepeoplesvoice.tv/big-pharma-collapse-rfk-jr-end-covid-vaccine-liability-shield-injury-claims/).

(sadefenza.blogspot.com/2026/07/rfk-jr-annuncia-la-fine-dello-scudo-di.html).

Mediterraneo, Euromedia:

"Per italiani area decisiva

 per futuro Paese."

Adnkronos.com – (4 luglio 2026) – Redazione Adnkronos – ci dice:

 

Il sondaggio realizzato in occasione della rassegna 'Pantelleria, Mediterraneo d'Autore', promossa da Myrta Merlino e Valentina Fontana per Vis Facto.

Il Mediterraneo è percepito dagli italiani come un'area decisiva per il futuro del Paese, ma anche come uno spazio attraversato da profonde tensioni geopolitiche.

 È quanto emerge dal sondaggio realizzato da “Euromedia Research”, diretto da Alessandra Ghisleri, in occasione della rassegna 'Pantelleria, Mediterraneo d'Autore', promossa da Myrta Merlino e Valentina Fontana, in programma sull'isola dal 3 al 5 luglio.

 

Ideata e promossa da Vis Facto e realizzata in collaborazione con” My Comunicato”, con il patrocinio del Ministero della Cultura, del Ministero del Turismo, dell'Assemblea Regionale Siciliana e del Parco Nazionale Isola di Pantelleria e con il sostegno del Comune di Pantelleria, la manifestazione, che vede Adnkronos come media partner, si pone l'obiettivo di trasformare Pantelleria in un laboratorio permanente di confronto sulle grandi sfide del Mediterraneo e sul ruolo dell'Italia nello scenario internazionale.

 

L'indagine è stata condotta tra il 26 e il 29 giugno su un campione rappresentativo di 800 italiani maggiorenni.

Nonostante si ritenga spesso che gli italiani abbiano una conoscenza limitata di geopolitica e geografia, il sondaggio racconta una realtà diversa.

 Per il 58,9% degli intervistati il principale elemento che rende il Mediterraneo un'area di interesse internazionale è la sua posizione strategica tra Europa, Africa e Asia, molto più del commercio marittimo (10,5%), dei flussi migratori (8,9%) o delle risorse energetiche (8,7%). “Per quanto noi pensiamo che gli italiani non abbiano cognizione di causa su geopolitica e geografia, il Mediterraneo è riconosciuto come un'area vitale e fondamentale per il Paese e non solo", osserva Alessandra Ghisleri.

 "Allo stesso tempo viene percepito con timore per ciò che rappresenta in termini di vicinanza con il Medio Oriente e per i fenomeni migratori”.

 

La ricerca evidenzia, infatti, come la principale preoccupazione sia rappresentata dai flussi migratori, indicati dal 34% degli intervistati come il rischio più rilevante per il Mediterraneo nei prossimi anni. Seguono la competizione per le risorse energetiche (19,7%), i conflitti (15,3%) e l'instabilità politica (14,9%).

Ma, sottolinea Ghisleri, “se il tema energetico è al secondo posto tra i timori, sommando flussi migratori, conflitti e instabilità politica emerge chiaramente che la vera preoccupazione degli italiani riguarda la sicurezza complessiva dell'area mediterranea e mediorientale”.

 

La percezione del Mediterraneo è strettamente collegata agli interessi nazionali.

Quasi otto italiani su dieci (79,9%) ritengono che la stabilità dell'area influenzi direttamente il benessere economico e la sicurezza dell'Italia, mentre l'80,7% considera fondamentale la cooperazione internazionale per garantire la sicurezza del Mediterraneo.

 

"I risultati di questo sondaggio confermano il motivo per cui c'è bisogno di una manifestazione come 'Pantelleria, Mediterraneo d’Autore': il Mediterraneo non è più soltanto un luogo dell’immaginario, ma il centro delle paure, delle speranze e del futuro degli italiani", spiega Myrta Merlino.

"Colpisce -continua- la consapevolezza: quasi il 60% degli intervistati indica nella posizione strategica tra Europa, Africa e Asia la chiave del ruolo internazionale dell’area.

Allo stesso tempo prevale l’inquietudine:

migrazioni, conflitti, instabilità politica e competizione sulle risorse energetiche vengono letti come un unico grande tema, quello della sicurezza complessiva del Mediterraneo e del Medio Oriente.

Sul fronte migratorio emerge una richiesta chiara di controllo, regole certe e soluzioni concrete, lontane dagli slogan, come dimostra anche lo scetticismo verso le proposte di 're-migrazione'.

È un segnale che interpella la politica, l’informazione e la cultura”.

 

Una posizione particolarmente netta sul tema dei migranti.

 E' quella che emerge dal sondaggio.

 Il 57% degli intervistati infatti giudica prevalentemente negativo l'impatto dei flussi migratori che raggiungono le coste italiane, mentre solo il 14% lo considera positivo.

Ancora più significativo il consenso sulla gestione dell'immigrazione irregolare:

il 73% condivide l'idea che gli immigrati privi dei requisiti legali di soggiorno debbano essere rimpatriati.

"Il dato più forte è proprio questo", commenta Ghisleri.

“Esiste una larga condivisione, trasversale agli schieramenti politici, sull'idea che gli arrivi illegali debbano essere gestiti con fermezza. Anche una parte significativa dell'elettorato di centrosinistra condivide questo orientamento”.

 

"Il sondaggio conferma che il Mediterraneo è percepito dagli italiani come un tema sempre più rilevante. Per questo portare a Pantelleria una rassegna che mette insieme politica, cultura e imprese significa creare uno spazio di confronto su questioni che hanno un impatto diretto sul Paese – spiega Valentina Fontana - Dall'immigrazione, con le sfide e le opportunità che comporta, allo sviluppo del territorio e delle sue potenzialità, fino al ruolo strategico del Mediterraneo nello scenario geopolitico: sono temi che riguardano tutti. L'informazione ha il compito di raccontarli con profondità e contribuire a valorizzare territori come Pantelleria, che possono diventare luoghi di riflessione oltre che di straordinaria bellezza”.

 

 

Gli italiani conoscono il tema della 're-migrazione' ma solo il 36,8% afferma di condividere le idee espresse dall'ex generale Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, sul tema.

 Secondo l'indagine, se il 73,5% degli italiani dichiara di conoscere il termine della 're-migrazione, solo il 36,8% afferma di condividere le idee di Vannacci, mentre il 44,4% dichiara di non condividerle.

 Ancora più netto il giudizio sulla loro concreta applicabilità:

 il 56,8% ritiene che tali proposte non siano realizzabili nel nostro Paese e nell'area mediterranea, contro il 26,7% che le considera invece applicabili.

“Le idee di Vannacci raccolgono attenzione, ma la maggioranza degli italiani non le considera concretamente realizzabili”, osserva Ghisleri. “Allo stesso tempo emerge un dato politicamente interessante: gli elettori di Azione dimostrano grande autonomia di giudizio e, sul tema dell'immigrazione, esprimono posizioni spesso più vicine a quelle dell'elettorato di centrodestra”.

 

Guardando al futuro del Mediterraneo, gli italiani indicano come priorità un maggiore controllo delle frontiere (32,6%), seguito dalla cooperazione con i Paesi di origine dei migranti (24,9%), mentre il 21,7% auspica un equilibrio tra controllo, cooperazione e integrazione.

 Il sondaggio conferma così come il Mediterraneo sia ormai percepito non soltanto come uno spazio geografico, ma come il principale crocevia delle grandi sfide che riguardano sicurezza, stabilità internazionale, energia e gestione dei fenomeni migratori, temi destinati a occupare un ruolo centrale nel dibattito pubblico italiano.

 

 

 

 

IMMIGRAZIONE: UN VALORE

CUI DARE DELLE REGOLE.

Pietroichino.it – Pietro Ichino – (1° luglio 2026) – ci dice:

IL PD SI INTERROGA SULLE PROBLEMATICHE LEGATE ALL’IMMIGRAZIONE E CERCA SOLUZIONI CONCRETE PER RENDERE POSSIBILE L’INTEGRAZIONE DI IMMIGRATI, STUDENTI E LAVORATORI, CHE ARRICCHISCONO IL NOSTRO PAESE E L’EUROPA – OCCORRE AGGIORNARE IL PATTO EUROPEO PER L’IMMIGRAZIONE E SEGUIRE L’ESEMPIO DI PAESI CON UN’ANTICA TRADIZIONE MIGRATORIA, PRIVILEGIANDO CRITERI DI AMMISSIONE QUALITATIVI PIU’ CHE QUANTITATIVI.

 

Documento discusso e approvato dal Pd all’Assemblea programmatica di Varese dell’8-9 ottobre 2010 in materia di immigrazione. Il documento è stato discusso da una Commissione, che ha redatto un verbale con la sintesi della discussione.

 

 

Cosa diciamo di fronte a un genitore che non ha nulla contro gli immigrati e che scopre che suo figlio è il solo italiano in una classe di bimbi stranieri? E alle mamme di Sonnino che chiedono che la donna marocchina si scopra il viso quando porta il bambino alla materna perché gli altri piccoli ne hanno paura? E agli abitanti del quartiere di periferia che protestano perché con l’insediamento dei Rom sono aumentati i furti nelle case? Cosa avrebbe detto un premier di centrosinistra dopo le scelte sui Rom di Sarkozy?

 

Cosa diciamo al bambino straniero che a causa delle quote del Ministro Gelmini deve prendere due pullman per arrivare a scuola? E al padre di famiglia che perde il lavoro e che ha paura che il suo collega immigrato gli faccia concorrenza? Ai lavoratori immigrati che sono in Italia da oltre 10 anni, hanno portato qui la famiglia, hanno fatto lavori che gli italiani non fanno più, e che ora a causa della crisi lo perde e ha soltanto 6 mesi tempo per cercarlo un altro, altrimenti viene espulso perché così vuole la legge Bossi-Fini? Cosa diciamo alle famiglie e alle imprese che hanno tra loro lavoratori immigrati cui è scaduto il visto turistico ed il permesso di soggiorno e non possono rinnovarlo perché le quote dell’ingresso regolare sono chiuse? E al giovane immigrato, nato e cresciuto in Italia, che al compimento di 18 anni, se non trova subito un lavoro stabile diventa irregolare sulla base della nostra legge sulla cittadinanza e rischia di essere espulso?

 

Vogliamo partire dalle domande dell’Italia vera, dai dilemmi che vivono le sue persone.

 

Vogliamo rompere il perverso circolo politico mediatico che alimenta i pregiudizi e le paure e non risolve i problemi. Vogliamo sollecitare gli italiani a diventare consapevoli di come sta cambiando l’Italia con la presenza degli immigrati, di come e perché abbiamo bisogno di loro e che dunque dobbiamo imparare a vivere insieme.

 

Italiani e nuovi italiani. Dobbiamo liberarci dalla paura e accendere la curiosità verso il mondo che cambia.

 

I nuovi italiani.

Gli immigrati sono una popolazione di cinque milioni di persone appartenente ad oltre 100 popoli diversi, composti da famiglie giovani con figli, da lavoratori e lavoratrici, per metà donne. I minori sono 864.000. Nel 1990 erano 50.000. Questa popolazione vive prevalentemente nel Centro–Nord e si è insediata nei territori seguendo le esigenze del nostro mercato del lavoro.

 

Gli immigrati hanno contribuito e contribuiscono a rendere più giovane il nostro Paese.

 

Un sesto dei nuovi nati in Italia ha almeno un genitore straniero ed i giovani di origine straniera incidono di un decimo sulle classi di età più giovani (i minori ed i giovani fino a 39 anni).

 

Il 70% dei piccoli comuni, quelli con meno di 5000 abitanti, non attraggono nuovi cittadini e ben 2830, che sono circa la metà, sarebbero in irreversibile declino se non fossero arrivati gli immigrati a ripopolarli. Al Nord, al Centro ed al Sud.

 

Il lavoro immigrato anche in tempi di crisi economica non ruba posti agli italiani, perché occupa i segmenti del mercato del lavoro che agli italiani non interessano mentre l’invecchiamento della popolazione con il conseguente bisogno di servizi alla persona, anche per mancanza di servizi pubblici adeguati, lo ha reso e lo renderà sempre più necessario.

 

Se in Italia le porte fossero chiuse all’immigrazione, la popolazione giovane in età attiva tra i 20 e 40 anni scenderebbe tra il 2010 e 2030 da 15.4 a 11.3 milioni; una diminuzione di oltre 4 milioni; 200.000 unità in meno per ogni anno di calendario.

 

Né un alto tasso di attività e di occupazione degli italiani e una perfetta parità uomo– donna basterebbero ad evitare il nostro declino economico.

 

I nuovi europei.

L’Europa è un caleidoscopio di culture diverse, è la parte del mondo culturalmente più eterogenea e gli europei vogliono conservare la propria eredità culturale ma, al contempo, hanno ed avranno bisogno degli immigrati.

 

La presenza degli immigrati anima conflitti, obbliga a confronti e crescita culturale collettiva, obbliga a ripensare lo stato sociale ed i diritti di cittadinanza che oggi, nella Europa unita, non possono più riguardare il singolo paese.

 

Mai come ora, infatti, la cittadinanza può e deve divenire il motore del processo di integrazione politica, il cuore di una nuova Europa che sia davvero spazio di libertà, sicurezza e giustizia. Cittadinanza nel senso più ampio: non solo l’insieme dei diritti già riconosciuti ai cittadini europei e ancora da inverare pienamente, ma anche un nucleo forte di diritti di cittadinanza per tutte le persone che risiedono sul territorio dell’Unione europea, a comporre il mosaico di una vera e propria cittadinanza di residenza.

 

Con il Trattato di Lisbona la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea diviene giuridicamente vincolante e, con essa, la cittadinanza europea e i diritti che la compongono: il diritto di circolare liberamente e di stabilirsi in un altro Stato membro dell’Unione, portandosi dietro i propri diritti e acquisendo doveri, al pari dei cittadini di quello Stato.

 

Questo diritto, che è il cuore della cittadinanza europea, è oggi – non a caso – al centro di tensioni perché strettamente legato al concetto di uguaglianza. Occorre dare piena applicazione alla direttiva 38/2004, che ne regola l’esercizio, perché la libera circolazione sia garantita a tutti i cittadini europei, senza discriminazioni fondate sul reddito o sulla presunta appartenenza a un gruppo etnico.

 

Tuttavia bisogna impedire la competizione tra le componenti più deboli dei paesi dell’Unione. Per questo, a sostegno della libera circolazione, occorre una grande iniziativa europea per definire un reddito minimo garantito, come componente essenziale della cittadinanza, insieme alla definizione di politiche comuni di inclusione, integrazione, prossimità e sicurezza.

 

Cittadinanza europea, ma anche cittadinanza di residenza, dicevamo.

 

La presenza degli immigrati non solo è utile all’Europa per gli stessi motivi per cui è utile all’Italia, ma può contribuire a costruire il sogno europeo dell’unità nella diversità.

 

Oggi l’Europa ha nuovi strumenti per costruire questo sogno: con il Trattato di Lisbona la politica di immigrazione, nelle due dimensioni della politica di ingresso e della politica di contrasto all’immigrazione irregolare, diviene piena competenza comunitaria. Per la prima volta diviene possibile definire a livello dell’Unione i contorni di una politica di ingresso e soggiorno con il pieno coinvolgimento del Parlamento europeo.

 

Occorre cogliere questa occasione storica e costruire una nuova politica europea dell’immigrazione che realizzi il sogno europeo dell’unità nella diversità. Sviluppare una politica comune in materia di ingressi, di soggiorno, lavoro stagionale, diritto d’asilo e visti che ridefinisca le leve di un governo europeo dei flussi migratori e, al contempo, definisca un nucleo di forte di diritti fondamentali e di cittadinanza per tutti i migranti.

 

Il programma di Stoccolma, che definisce il quadro di azione quinquennale dell’Unione anche in questa materia, va rafforzato nella dimensione “positiva”, nel solco delle precedenti agende di Tampere e dell’Aia, promuovendo in seno al Parlamento europeo una forte azione per l’adozione di direttive espansive per l’ingresso e il soggiorno, a partire dalle recenti proposte sui lavoratori stagionali e su un permesso unico di soggiorno e lavoro.

 

In questa chiave, occorre aggiornare l’impostazione del Patto Europeo per l’immigrazione sottoscritto nel giugno 2008, le cui parole chiave sono prosperità, sicurezza e solidarietà, per progredire nella definizione di una politica comune anche nell’ambito dei diritti di cittadinanza. L’integrazione deve divenire l’elemento centrale nell’agenda europea e nel Patto, che la definisce come “la chiave” del successo dell’immigrazione, un processo a “doppio senso” che vede protagoniste le società ospitanti ma anche gli immigrati, attraverso un reciproco adattamento, in cui gli immigrati sono tenuti a rispettare le regole ed i valori dei paesi ospitanti ma sono anche sollecitati ad arricchirli attraverso la conoscenza reciproca, lo scambio umano e culturale.

 

Dai territori la via italiana alla convivenza.

 

L’immigrazione sta cambiando la società italiana.

 

E’ un cambiamento molecolare e profondo che coinvolge i quartieri delle città, i comuni, le scuole, le aziende, gli ospedali.

 

Certo in questa Italia c’è chi ha paura degli immigrati, chi non li vuole per pregiudizi o ideologia, ma c’è anche chi ha saputo combattere la paura, chi guarda in faccia la realtà, chi affida a queste donne e a questi uomini stranieri quanto ha di più caro.

 

C’è chi costruisce, senza proclami o rumore, una civile convivenza quotidiana.

 

I protagonisti dell’Italia della convivenza sono i lavoratori e le lavoratrici, il giardiniere, la colf, la babysitter, la badante, le famiglie che diventano datori di lavoro, gli insegnanti, le piccole e le grandi imprese il sindacato, il volontariato, gli enti locali.

 

E tutto ciò sta succedendo dalla fine degli anni 70 realizzando, giorno dopo giorno, un modello che non tende all’assimilazione, ma alla convivenza fatta di integrazione sociale; educazione interculturale, interazione e reciprocità, mescolanza, condivisione di un patto di diritti e doveri, promozione della partecipazione alla vita pubblica. Insomma, “una via italiana alla convivenza”. Le istituzioni locali, non sempre, ma in molti casi, sono riusciti a coinvolgere attraverso la pratica della sussidiarietà i soggetti della società civile e del mondo economico in accordi di programma e piani di zona sociali. L’integrazione è dunque un processo che permea tutta la società coinvolgendo la dimensione economica, sociale, politica e religiosa.

 

Le esperienze maturate nei territori avevano avuto una traduzione legislativa, la legge 40/98 poi rielaborata dal decreto legislativo 288/98. Si era determinato in quegli anni e con i governi dell’Ulivo un processo virtuoso tra leggi e risorse nazionali, politiche locali, azioni della società civile. Ma questo processo si è interrotto con il governo Berlusconi. I comuni si sono trovati senza le risorse necessarie ad affrontare i problemi inediti e difficili della integrazione e della convivenza. Molti di loro hanno proseguito su questa strada e molte Regioni come l’Emilia Romagna, la Toscana, la Calabria e la Puglia hanno approvato leggi innovative per l’inclusione e la convivenza. Altri comuni, quelli del centrodestra, hanno scelto la strada della riduzione dei diritti degli immigrati in nome dello slogan “prima gli italiani”.

 

Vogliamo partire dai territori per conoscere l’Italia vera e profonda. Quella che non fa notizia. Vogliamo promuovere una “pedagogia dell’esperienza”, far conoscere i successi dell’integrazione, far leva sulla forza dell’esempio: “se ce l’hanno fatta loro, possiamo farcela anche noi”.

 

Quali immigrati? Quote, punti, capitale umano? Una riflessione di lungo periodo Chi sono gli immigrati? Con quali criteri vengono ammessi? Chi è il nuovo vicino di casa, il nuovo “compagno” di lavoro, il “nuovo” abitante del quartiere? Quali le garanzie che l’immigrazione non determini il degrado della comunità, dei diritti sociali, dei servizi pubblici?

 

Il nodo politico da affrontare è più che “quanti” immigrati, “quali” immigrati. Porre la questione della qualità significa porre esplicitamente quella della selezione. Quasi tutte le politiche migratorie attuate nel mondo hanno in sé dosi massicce di selezione più o meno esplicite. Lo sono le riserve geografiche, per le quali alcune provenienze vengono privilegiate rispetto ad altre, lo sono le quote riservate a categorie particolari di immigrati – imprenditori, investitori, scienziati, religiosi, calciatori.

 

Che un paese abbia una politica migratoria utilitaria non è uno scandalo, ma così facendo, si devono forse abbandonare i principi umanitari di accoglienza, così radicati nello spirito riformista? Sicuramente no. La politica a carattere umanitario può essere realizzata attraverso complesse politiche di aiuto allo sviluppo attualmente ridotte al lumicino, con una aperta e generosa politica dell’asilo. In numero assoluto i rifugiati in Italia sono un quindicesimo di quelli accolti in Germania, un quinto degli accolti in Gran Bretagna e un quarto degli accolti in Francia. Dunque, l’Italia può e deve fare di più.

 

Gli italiani sono ansiosi di sapere “quali” stranieri vengono ammessi: la risposta deve essere “quelli che sono utili al paese” ed i perseguitati, le vittime, le persone la cui vita ed incolumità è in pericolo.

 

Alcuni paesi di antica tradizione migratoria – Canada, Australia, Nuova Zelanda – e recentemente alcuni paesi europei – Gran Bretagna, Danimarca – hanno adottato regole di ammissione “a punti”. Altri paesi hanno in programma di adottarle. Il principio è semplice, e consiste nell’attribuire al candidato un punteggio per ogni caratteristica individuale di una determinata lista, e di farne la somma: chi supera una determinata soglia è ammissibile (in funzione delle “quote” o dei “tetti” numerici adottati). Normalmente si prendono in considerazione età, stato civile, grado di istruzione, conoscenza della lingua, della cultura o dell’ordinamento, capacità di guadagno o di produrre reddito, specializzazione lavorativa, talenti particolari. Ma si può immaginare di attrezzarsi per considerare altri elementi: per esempio, la composizione della famiglia e le relative caratteristiche, l’esigenza di legami con il paese, eventuali programmi (comprovabili) di inserimento. Naturalmente l’attribuzione del punteggio non deve essere distorta da elementi discriminatori: genere, razza, religione, opinioni, provenienza geografica. Un sistema di questo tipo ha il vantaggio della trasparenza e dell’obbiettività: la selezione è basata su criteri noti e (per quanto possibile) controllabili, ma poi… preferiamo i giovani agli adulti, i colti agli incolti, gli specializzati ai generici, le persone sole a quelle con famiglia? E perché? E in che misura? Le risposte a questi quesiti possono darsi in funzione di un metro di giudizio complesso, ma che si basa essenzialmente sul presunto contributo che una determinata “qualità” o “caratteristica” del candidato dà allo sviluppo della società e dell’economia e alla sua capacità di essere partecipe della società stessa (inclusione, integrazione, interazione…).

 

Non è (solo) l’esistenza di un posto di lavoro che determina l’ammissione dell’immigrato, ma anche la qualità del capitale umano, la capacità e la volontà di inclusione.

 

Questa proposta è una riflessione di lungo periodo che dobbiamo però formulare oggi, perché governare l’immigrazione significa di uscire dalla logica dell’emergenza e pensare alla società del futuro.

 

Le nostre proposte

•Residenza? Europa.

•Casa nostra, casa loro.

•Chi nasce e cresce in Italia è italiano.

•La scuola, per cominciare.

•Chiudere la fabbrica della clandestinità con il lavoro legale e l’integrazione sui territori.

•Votare per partecipare.

•Moschee e burka, perché e come.

•Respingimenti: leggi e diritti.

•Rom e Sinti, serve un piano

•PD, partito della convivenza tra italiani e immigrati

 

Residenza? Europa!

Il Governo chiama spesso in causa l’Europa per sollecitarla ad assumersi le sue responsabilità nel gestire i problemi dei richiedenti asilo, delle persone che sbarcano sulle nostre coste. Tace però sulle novità dell’Europa e non si impegna in modo adeguato a costruire una politica comune. Noi siamo impegnati a costruire una nuova politica europea a partire dalla novità del Trattato di Lisbona.

 

Con il Trattato di Lisbona entrato in vigore il 1dicembre 2009, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea assume forza giuridicamente vincolante. I diritti sanciti dalla Carta devono essere rispettati e promossi dall’Unione europea e dagli Stati membri.

 

La Carta, attraverso i suoi cinque titoli: dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà, cittadinanza, prevede un corpo di diritti che affermano in modo compiuto la dignità della persona e disegna un modello sociale inclusivo, definendo il quadro fondamentale di valori necessario per costruire il sogno europeo dell’unità nella diversità.

 

Molti diritti sanciti nella Carta sono diritti della persona e non solo dei cittadini europei.

 

Si tratta di una novità importante anche sul piano costituzionale, come hanno riconosciuto autorevoli costituzionalisti, perché fonda l’identità dell’Unione europea su di un nucleo di diritti fondamentali inviolabili comuni a tutti gli esseri umani.

 

La Carta dei diritti conferisce poi carattere costituzionale alla cittadinanza europea elencando i diritti specifici derivanti dall’essere cittadini di un Paese membro, tra cui il diritto a circolare liberamente sul territorio dell’Unione e di partecipare alle elezioni del Parlamento Europeo e alle elezioni comunali.

 

Occorre quindi partire dalla Carta dei diritti fondamentali per espandere il concetto di cittadinanza europea e fare evolvere i diritti di cittadinanza andando oltre il legame con l’appartenenza allo Stato nazione.

 

Dalla Carta dei diritti potrebbe scaturire una Carta Europea dei diritti dei migranti che attribuisca in modo esplicito ai migranti quelli che la Carta riconosce come diritti della persona.

 

Si potrebbe inoltre riprendere la battaglia per estendere ai migranti lungo-residenti la cittadinanza di residenza e consentire loro forme adeguate di partecipazione politica a livello locale in tutta l’Unione europea.

 

Casa nostra, casa loro.

Gli accordi bilaterali avviati dai governi di centrosinistra (il 90% di quelli esistenti) hanno dimostrato di essere la strada più efficace per governare l’immigrazione. La Lega e il centrodestra ripetono “ aiutiamoli a casa loro”, ma il governo Berlusconi ha ridotto le risorse per la cooperazione allo sviluppo e l’Italia è fanalino di coda in Europa. Nella Finanziaria 2009 sono scese ad un ammontare di circa 322.000.000 di euro e sono state ulteriormente ridotte del 56% in quella 2010. Bisogna invece estendere quegli accordi e rendere operative intese che prevedano l’impegno reciproco per il contrasto all’immigrazione clandestina- terreno su cui l’Italia deve migliorare e non recedere – e l’ingresso di quote regolari tra mercati del lavoro nazionali, mercato unico europeo, area Schengen, all’interno di una politica estera di pace, collaborazione e cooperazione.

 

La dimensione puramente nazionale, però, non è sufficiente a governare un fenomeno che è per sua natura sovranazionale.

 

L’Unione europea è impegnata da tempo nella definizione di accordi bilaterali in materia di immigrazione con i Paesi terzi di origine e transito dei flussi migratori che interessano il continente. Occorre fare incrociare questo sforzo con la dimensione nazionale, facendo in modo che gli accordi europei siano sempre più il quadro politico generale e la cornice di principi entro cui definire gli accordi bilaterali nazionali, a partire dalla necessità comune di rispettare e promuovere i diritti fondamentali e in particolare il diritto a richiedere asilo, di recente sottoposto a notevoli tensioni nell’applicazione concreta delle politiche nazionali di riammissione.

 

Bisogna collegare tra loro le politiche migratorie con quelle di promozione dello sviluppo all’interno di una politica estera di pace, collaborazione e cooperazione. Bisogna puntare su un nuovo approccio integrato tra mercati del lavoro nazionali, mercato interno europeo, area Schengen e flussi migratori.

 

Va attribuita una particolare attenzione da parte di tutta l’Unione Europea ai problemi dell’Africa, alle sue potenzialità ed ai suoi drammi perché non debbano essere i Paesi più esposti, come il nostro, a farsene carico.

 

Il Programma di Stoccolma, in linea anche con il Patto Europeo sull’immigrazione, impegna l’Unione europea a “collaborare strettamente con i paesi africani al fine di attuare insieme il Processo di Rabat del 2006 sulle migrazioni e sullo sviluppo” e a potenziare il partenariato politico UE – Africa in materia di migrazione, mobilità e occupazione. In generale, il Programma di Stoccolma prevede il potenziamento dei partenariati di mobilità tra l’Unione e i Paesi terzi, sviluppando il concetto già noto di migrazione circolare. E’ necessario operare affinché questo concetto non riduca il lavoratore migrante a essere un lavoratore ospite nella società di accoglienza, senza uno status e destinato a non restare.

 

Il concetto di immigrazione circolare deve avere al centro il lavoratore migrante come portatore di diritti, soggetto attivo di un processo di integrazione e inclusione nelle società europee, dove il rapporto con i Paesi di provenienza diventa centrale in una prospettiva di co-sviluppo. In questo processo è importante promuovere una politica europea di valorizzazione non soltanto delle rimesse, ma anche del patrimonio culturale e professionale accumulato nell’esperienza migratoria.

 

E’ inoltre necessario rilanciare il partenariato economico, sociale, politico per lo sviluppo tra l’Unione europea e i Paesi del mediterraneo e di Africa, Caraibi e Pacifico, che deve avere al centro l’intensificazione delle politiche di co-sviluppo attraverso la collaborazione paritaria tra territori, istituzioni, con il coinvolgimento delle imprese e delle ONG. L’obiettivo è quello di attivare le capacità e le risorse dei paesi poveri ed in via di sviluppo per renderli protagonisti della loro crescita economica e sociale.

 

Gli immigrati e le loro associazioni possono essere attori dello sviluppo e potenziare quell’identità transnazionale di chi vive simultaneamente in due società diverse, che connota molti di loro e che può costruire dei ponti tra le popolazioni.

 

Vanno promosse politiche di sostegno da parte dei governi dei paesi d’origine, del governo e del parlamento italiano, degli enti locali, del terzo settore, del sistema economico e finanziario, delle università. Come indicato nel recente “manifesto migrazioni e sviluppo” promosso dal Laboratorio migrazioni e sviluppo che raccoglie importanti centri di ricerca ed associazioni del nostro Paese.

 

Chi nasce e cresce in Italia è italiano.

Sono 864.000 i figli degli immigrati che vivono in Italia.

 

Ogni anno ne nascono 50.000 in tutto. Nel 1992 erano 50.000.

 

50.000 – 864.000: in queste cifre è scritto il cambiamento che l’Italia ha vissuto nell’arco di 20 anni. Questi bambini e ragazzi crescono con i nostri figli, frequentano le nostre scuole, i nostri centri sportivi, le nostre piazze, le nostre discoteche.

 

Sono italiani di fatto, ma stranieri per la legge perché la nostra legge sulla cittadinanza obbliga a risiedere in modo continuativo per 18 anni nel nostro Paese prima di poter rivolgere la domanda per ottenerla. In nessuno stato europeo esiste una legge così ostile nei confronti dei minori.

 

Bisogna preparare questi figli dell’immigrazione ad essere membri a pieno titolo della nostra comunità. E per questo bisogna modificare la legge in vigore sulla cittadinanza (L. 191 del 1992) e prevedere che i figli di genitori stranieri, da alcuni anni residenti nel nostro Paese, che nascono in Italia o che arrivano bambini in Italia, al momento della nascita o quando concludono il primo ciclo scolastico possono essere riconosciuti come cittadini italiani.

 

La scuola, per cominciare.

Alla mamma italiana il cui figlio si trovo solo in una classe di immigrati, alla mamma straniera che deve prendere due pullman per portare il figlio a scuola, diciamo che il loro è un caso estremo e che può essere evitato con una buona programmazione scolastica.

 

La nostra scuola sta diventando sempre più una scuola a colori. Gli alunni figli di immigrati sono, senza contare i casi estremi che fanno notizia e destano preoccupazione, il 7% della popolazione scolastica. Prezioso è, in tutto questo, il lavoro silenzioso degli insegnanti che fanno della scuola pubblica italiana una formidabile fucina della convivenza e che dimostrano concretamente come la mescolanza sia una strada che offre opportunità formative maggiori per i nostri ragazzi… Siamo impegnati a sostenere questo carattere inclusivo, pubblico ed universalistico della scuola e a contrastare le gravi politiche del Governo. Il primo passo resta l’apprendimento della lingua e della cultura italiana per i bambini e per gli adulti. Per questi ultimi proponiamo un programma nazionale della scuola pubblica in sinergia con il volontariato e le associazioni e le imprese.

 

Con “ l’accordo di integrazione” (articolo 25 della legge 94 del 2009) il Governo introduce una grave previsione, quella della espulsione del cittadino che nel corso di due anni dal suo ingresso in Italia non raggiunge un determinato livello di apprendimento della lingua e cultura italiana, senza peraltro mettere a punto un programma nazionale che prevede opportunità concreta ma rinviando tutta la responsabilità agli enti locali ed al volontariato.

 

Attraverso un apposito disegno di legge il PD propone un sostegno pubblico per l’apprendimento della lingua e cultura italiana – riteniamo la conoscenza dell’italiano elemento imprescindibile per la popolazione immigrata- che mette a disposizione opportunità concrete da parte dello Stato, in accordo con le Regioni, gli enti locali ed il volontariato, rilancia le 150 ore per i lavoratori sollecitando le imprese ed i sindacati a realizzare accordi di integrazione.

 

Chiudere la fabbrica della clandestinità con il lavoro legale e l’integrazione sui territori.

All’operaio che perde il lavoro, al giovane precario che non lo trova diciamo che non devono arrabbiarsi con gli immigrati e temere la loro concorrenza. Dobbiamo invece promuovere insieme un patto per la dignità e la legalità del lavoro che combatta lo sfruttamento, il lavoro sommerso e irregolare che colpisce gli italiani e gli immigrati.

 

All’interno del patto per il lavoro proponiamo una piattaforma per il lavoro legale, contro lo sfruttamento che vogliamo far vivere in Parlamento, nel confronto con le parti sociali ed i lavoratori italiani e immigrati.

 

Ecco i punti della nostra piattaforma: utilizzare tutti gli strumenti già disponibili per l’emersione del lavoro irregolare. A questo scopo occorre che sia perseguita con energia il contrasto all’economia sommersa, le cui dimensioni abnormi sono, nel nostro Paese, potente fattore attrattivo dell’irregolarità; prevedere l’introduzione del nostro ordinamento del reato di grave sfruttamento del lavoro (caporalato), aggravato quando interessa minori e migranti clandestini; prolungare la durata del tempo per il rinnovo del permesso di soggiorno quando si perde il lavoro ed estendere ai lavoratori immigrati gli ammortizzatori sociali previsti per i lavoratori italiani; ridurre i tempi per il rilascio ed il rinnovo dei permessi di soggiorno; adottare forme di regolarizzazione ad personam per evitare il formarsi di periodiche “bolle” di irregolarità che poi comportano il ricorso alle periodiche sanatorie. Tali regolarizzazioni dovrebbero essere attuate sulla base di requisiti: il lavoro, la casa, il rispetto delle leggi, la buona integrazione. Potrebbe riguardare coloro che contribuiscono all’individuazione di fattispecie criminali legate all’immigrazione; per coloro che compiono atti di rilevanza umanitaria e sociale; riattivare le quote dell’ingresso regolare e semplificare le procedure, incentivare e semplificare, in accordo con le Regioni, l’applicazione dell’articolo 23 del decreto legislativo 296/98 relativamente alla formazione di personale all’estero da parte delle aziende, applicare l’articolo 18 del decreto legislativo 286/98 che prevede un permesso di soggiorno umanitario per le persone che denunciano i propri sfruttatori; applicare la direttiva del 18 giugno 2009 che impegna gli Stati membri dell’Unione Europea a sanzioni e provvedimenti nei confronti dei datori di lavoro che impiegano cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare; incentivare il rimpatrio volontario degli irregolari sulla base di quanto previsto dalla direttiva europea 2008/115/EC; prevedere l’inserimento dei rifugiati e delle persone vittime di tratta tra le categorie svantaggiate che possono essere inserite nella cooperazione sociale attraverso la modifica della legge 382/91 sulla cooperazione sociale.

 

Ai datori di lavoro che cercano lavoratori immigrati e li vogliono tenere in regola, al lavoratore immigrato che rischia di essere espulso perché ha perso il lavoro, alla badante che è stata ingannata dalla recente sanatoria, a quelli che sono diventati irregolari grazie alla Bossi – Fini proponiamo di impegnarsi per una profonda modifica delle politiche del Governo. In particolare siamo interessati ad un confronto con i datori di lavoro e i sindacati per discutere insieme le modalità più efficaci per consentire l’ingresso regolare per lavoro. Infatti per combattere l’immigrazione clandestina bisogna promuovere l’immigrazione legale e regolare e rendere conveniente l’ingresso regolare per lavoro.

 

Infatti, il Governo Berlusconi ha bloccato l’ingresso regolare per lavoro dal 1° gennaio 2009, non ha presentato nessun decreto flussi se non quello riguardante il lavoro stagionale; non ha presentato il piano triennale delle politiche migratorie interrompendo così l’azione di programmazione dei flussi e delle politiche d’integrazione avviato dal centro- sinistra.

 

Non ha stipulato nuovi accordi bilaterali. Non ha ancora recepito la Direttiva Europea del 18 giugno 2009 contro lo sfruttamento del lavoro degli immigrati irregolari attraverso sanzioni e provvedimenti nei confronti dei datori di lavoro che impiegano cittadini di paesi terzi con il soggiorno irregolare.

 

La propaganda leghista sbandiera successi sul fronte anti-immigrati, ma chiudendo l’ingresso regolare, si incentiva di fatto quello irregolare. Le impervie norme relative all’ingresso regolare contenute nella Bossi – Fini incentivano l’irregolarità, cosicché il Governo è costretto a fare le sanatorie, come quella del 2001, la più grande sanatoria d’Europa! L’esame dei decreti flussi e delle regolarizzazioni nel periodo 1998- 2009 mette in evidenza dati molto interessanti.

 

Il centrosinistra in cinque anni di governo aveva programmato 948.400 ingressi di cui 199.400 per stagionali (21%) e 749.000 per lavoro subordinato e autonomo; ha regolarizzato 214.000 persone per un totale di 1.162.400.

 

Il centrodestra in sei anni di governo aveva programmato 853.500 ingressi di cui 383.500 per lavoro stagionale (45%) e 500.000 per lavoro subordinato e autonomo; ha regolarizzato 944.744 persone per un totale complessivo di 1.828.244.

 

Per questo bisogna cambiare radicalmente le norme contenute nella Bossi–Fini e nella recente legge 164 sulla sicurezza. Il PD propone una cancellazione delle nuove norme contenute in quel “pacchetto” a partire dal reato di immigrazione clandestina ed una revisione dell’intera normativa ispirandosi alla legislazione dei governi dell’Ulivo: la legge 40/98, il decreto legislativo 286/98, la legge Amato- Ferrero. Tale legislazione ha dimostrato di essere efficace e lungimirante ed era basata su tre pilastri: contrasto dell’immigrazione irregolare, ingresso regolare per lavoro, politiche d’integrazione.

 

La nuova normativa dovrà introdurre nuove vie di accesso legale. Ecco alcune proposte: ingresso per ricerca di lavoro sponsorizzata e garantita da istituzioni ed organizzazioni certificate (sindacati, associazioni di imprenditori, istituzioni pubbliche); ingresso per ricerca di lavoro su domanda dei singoli, dietro prestazioni di garanzia da parte del richiedente entro tetti numerici prefissati; la conversione del permesso di soggiorno ad altro titolo in permesso di soggiorno per lavoro, in presenza di determinate condizioni; l’ingresso di persone con profili professionali di alta qualità che apportino particolari contributi alle conoscenze scientifiche e tecnologiche, o alla qualità anche artistica della produzione, o che esercitino attività di riconoscimento e particolare valore sociale.

 

I vari canali d’ingresso legale hanno una natura complementare e per ciascuno di essi può essere posto un tetto numerico, modulandone il funzionamento, così da sperimentarne l’efficienza.

 

Una buona politica migratoria deve fondarsi anche sulla adozione di metodi scientifici adeguati per determinare la possibile domanda di lavoro straniero e le concrete possibilità di integrazione. La conoscenza di grandezze plausibili e non di valutazioni di parti interessate è una buona guida per la programmazione di medio e lungo periodo. Bisogna pertanto semplificare il sistema delle quote passando dal decreto annuale, elaborato dalle strutture ministeriali, con vincolo amministrativo e contenente una misura quantitativa rigida, ad un documento pluriennale elaborato da una agenzia tecnica che indica le esigenze del mercato del lavoro, i profili professionali necessari, la capacità di accoglienza del nostro Paese e le politiche di inclusione necessaria.

 

La macchina amministrativa che gestisce l’immigrazione deve essere messa in condizioni di operare con efficienza e rapidità e necessità di forti investimenti.

 

Gli immigrati rappresentano il 7% della forza lavoro del nostro paese, con stipendi netti attorno ai 900 euro mensili ed un’età media di 15 anni più bassa di quella degli italiani, costituiscono l’1% del gettito fiscale complessivo, hanno fatto lievitare di circa l’1% la spesa pubblica nei settori del welfare, forniscono il 4% dei contributi previdenziali, ricevendo per ora una quota minima dei trattamenti pensionistici.

 

Dunque, non è vero come dice la Lega che gli immigrati abusano dei servizi sociali e delle case popolari. Lo slogan “prima gli italiani” racconta una bugia e nasconde il vero problema che si può formulare così: quando la coperta è stretta aumentano coloro che stanno fuori e si accendono conflitti. La coperta stretta l’ha creata il Governo con i tagli pesanti al welfare. Se si ridimensiona il Welfare ed il suo perimetro pubblico, se si procede per tagli ai servizi sociali allora è la scarsità che crea la concorrenza ed alimenta i conflitti.

 

Un Welfare della sicurezza per tutti, immigrati compresi, costruisce una rete integrata di servizi sociali e sanitari, facilita l’accesso ai servizi sanitari, investe sull’edilizia popolare, si dota di una misura universalistica di lotta alla povertà (come il reddito di solidarietà attiva), promuove la scuola pubblica, sostiene le famiglie nei loro compiti.

 

Arriva a tutti coinvolge tutti prevedendo una compartecipazione ai costi sulla base dei redditi.

 

In tutto questo rientra anche la promozione di un percorso di integrazione per ciascuna persona straniera che deve partire dall’apprendimento della lingua, della cultura, delle regole del nostro Paese ed il rispetto di queste ultime.

 

Promotore e garante della politica di integrazione è l’ente locale che attiva l’impegno delle forze economiche e sociali, del volontariato ed inserisce le politiche di integrazione nell’ambito della programmazione delle politiche sociali, educative e dell’inserimento lavorativo.

 

Ai Comuni devono essere trasferite le competenze del rinnovo del permesso di soggiorno e tale scadenza può diventare l’occasione per verificare lo stato si attuazione del percorso di integrazione di ciascuna persona, attraverso adeguati strumenti istituzionali. Si potrebbe anche approntare un sistema di incentivi per premiare i successi dell’integrazione.

 

Votare per partecipare.

Il diritto di voto amministrativo per gli immigrati rientra dentro il processo di “manutenzione” della democrazia. La partecipazione politica in forme uguali agli italiani facilita la collaborazione e la ricerca di interessi comuni, favorisce l’apprendimento di regole e pratiche democratiche, incentiva l’integrazione politica ed abbassa i rischi di conflitto interetnico e di corporativismo.

 

La proposta sul diritto di voto agli immigrati contiene sia l’istanza della democrazia inclusiva, che quella della lealtà verso la nazione. In tal modo i nuovi cittadini apprendono le regole e i valori del nostro ordinamento, ma sono chiamati anche ad arricchirli contribuendo a costruire un orizzonte condiviso di valori in cui ciascuno può riconoscersi perché è stato coinvolto a dare il proprio contributo.

 

Una legge per il diritto di voto deve partire dal recepimento, attraverso legge ordinaria, della Convenzione promossa dal Consiglio d’Europa sulla partecipazione degli stranieri alla vita pubblica locale, stipulata nel 1992, entrata in vigore nel 1997 e che il nostro Paese nel 1994 attraverso la Legge n. 204 aveva recepito escludendo la parte sul diritto di voto locale.

 

Moschee e burka, perché e come.

La Costituzione della nostra Repubblica prevede nei suoi diversi articoli la libertà religiosa e il suo esercizio quale diritto umano fondamentale della persona. Attraverso lo strumento delle intese tra Stato italiano e confessioni religiose, l’esercizio di questo diritto è ampiamente riconosciuto e praticato nel nostro Paese. Proprio per questo non si può continuare ad eludere la questione dell’esercizio della religione musulmana, la seconda religione d’Italia. Per rispettare i diritti umani fondamentali e per tutelare la sicurezza della comunità. L’Italia non può continuare ad essere uno stato in cui i musulmani non abbiano luoghi di preghiera e si riuniscano in contesti degradati ed insicuri. Il PD ha presentato un disegno di legge per garantire il diritto costituzionale della libertà religiosa. La Carta dei Valori adottata dal Governo Prodi è il punto di riferimento. Molti comuni stanno aprendo luoghi di culto sulla base di accordi con le comunità musulmane che definiscono regole, doveri e diritti vincolanti per tutti. Dimostrando così che gli italiani possono vivere tranquilli e sicuri in un quartiere o in comune in cui c’è la moschea. Sarebbe importante che l’ANCI e il Governo facessero conoscere queste esperienze positive e le promuovessero come esempio ed indirizzo di una politica nazionale.

 

E’ inoltre essenziale che il Governo solleciti le molte comunità musulmane a costruire tra loro un punto di sintesi per definire finalmente l’Intesa tra lo Stato e questa importante religione.

 

Dobbiamo dire anche la nostra opinione sul burka, ben sapendo che riguarda pochissime persone e che, pur agitato ad arte per creare paura e rifiuto del diverso, non è tra i primi pensieri degli italiani. La nostra risposta è: nei luoghi pubblici o aperti al pubblico è consentito l’uso di qualunque indumento religioso purché liberamente scelto e portato lasciando il volto scoperto.

 

Respingimenti: legge e diritti.

Il diritto di richiedere asilo e il diritto di non essere respinti verso un Paese dove si corra il rischio di morte o di subire trattamenti disumani e degradanti sono sanciti dalla Convenzione di Ginevra e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

 

Le intercettazioni in mare ed i ri-accompagnamenti all’origine sono leciti solo nel pieno rispetto dei diritti umani a partire dal diritto del migrante intercettato di avanzare domanda di asilo e di protezione umanitaria. I dati forniti dall’UNHCR relativi alle domande di asilo nel 2009 registrano un forte calo e sono la conferma che la politica del Governo sui respingimenti in mare mette di fatto in discussione l’applicazione della Convenzione di Ginevra sui rifugiati perché essi non consentono all’immigrato di attivare le procedure per richiedere asilo. Ecco le cifre: nel 2008 le domande di protezione internazionale sono state 31.097, in linea con la media europea; nel 2009 le domande di protezione internazionale sono state 17.603; al mese di giugno 2010 le domande di protezione internazionale erano circa 5000 e questo fa presagire un saldo ancora più basso degli anni scorsi.

 

Altri paesi europei, che hanno adottato una legislazione rigida in materia di immigrazione, non hanno arretrato dall’impegno per il diritto di asilo. Anzi: la Germania nel 2009 ha registrato 28.000 domande di asilo ovvero + 25% del 2008 (22.000); la Francia nel 2009 ha registrato 42.000 domande di asilo ovvero + 20% del 2008 (35.400).

 

Ci sono punti irrinunciabili per garantire il rispetto della Convenzione di Ginevra: Nel caso di ri-accompagnamento o respingimento al paese d’origine/transito, al migrante deve essere garantito il diritto di rivolgere domanda di asilo per il tramite dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Le domande devono essere esaminate con le garanzie giuridiche prescritte ed in tempi ragionevoli. Queste condizioni oggi non esistono.

 

Deve esserci accordo tra il paese di destinazione degli intercettati/riaccompagnati, il paese che opera l’intercettazione e gli altri paesi europei sui criteri per l’insediamento di coloro la cui domanda di asilo è stata accolta. Ricordiamo che un criterio proporzionale (il PIL di ogni paese, per esempio) di ridistribuzione dei richiedenti asilo tra i 27 paesi europei, addosserebbe all’Italia un numero di ospiti maggiore dell’attuale.

 

Per quanto riguarda il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia, entrato in vigore il 2 marzo 2009, il Governo italiano deve applicarlo in tutte le sue parti, a partire dagli articolo 1 e 6 che impegnano le parti ad adempiere agli obblighi “derivanti dai principi e dalle norme del Diritto Internazionale universalmente riconosciuti”; deve intervenire sul Governo libico perché sia riattivato l’ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite, gestito da una commissione mista libico-europea, per consentire l’attivazione della procedura del diritto d’asilo; deve inoltre rispettare l’ordine del giorno presentato dal PD al Senato e accolto dal Governo per un coinvolgimento del Parlamento medesimo nella gestione dell’Accordo Italia – Libia.

 

Il Governo italiano deve impegnarsi inoltre a promuovere e sostenere una politica europea per il diritto d’asilo, un sistema di asilo europeo che definisca una procedura comune ed uno status uniforme per la tutela della persona rifugiata, deve dotarsi di un ufficio europeo per il supporto dell’asilo, deve rafforzare la solidarietà intracomunitaria per l’accoglienza dei richiedenti asilo.

 

Rom e Sinti, serve un piano.

Dalle persone Rom bisogna esigere il rispetto delle regole. E al contempo offrire loro le opportunità di inserimento nella società. A partire dall’obbligo scolastico dei bambini e dal superamento dei campi rom, dannosi sia per i Rom che per i cittadini italiani. Esistono in Italia molte esperienze positive di integrazione. L’Unione Europea ha messo a disposizione da anni risorse per l’integrazione della comunità Rom, il Governo italiano deve definire un Piano Nazionale di integrazione attraverso l’istituzione di un tavolo congiunto tra Regioni, Comuni e rappresentati delle comunità Rom.

 

PD, partito della convivenza tra italiani e immigrati.

I circoli del PD possono e devono diventare protagonisti della civile convivenza attraverso un lavoro sul territorio che coinvolga i cittadini italiani e gli immigrati. Possono e devono favorire l’incontro e la conoscenza reciproca, attraverso attività concrete come il coinvolgimento delle associazioni degli immigrati, i corsi di lingua e cultura italiana, la conoscenza e la promozione delle altre culture, il coinvolgimento dei giovani e delle donne. Ci sono esperienze importanti come quella del Circolo Esquilino a Roma o i Circoli di Via Padova a Milano.

 

Proponiamo inoltre la costruzione dei Forum PD sull’immigrazione in ogni città capoluogo del nostro Paese: luoghi aperti di confronto e iniziativa tra tutti i soggetti che operano sul tema dell’immigrazione.

 

Proponiamo di elaborare un Rapporto sull’Italia della convivenza che raccolga le esperienze costruite nei territori che raccontano i successi e le possibilità della convivenza per arrivare ad una Conferenza Nazionale.

Proponiamo inoltre di tenere una Conferenza su una nuova politica europea dell’immigrazione ed una dedicata ai rapporti con i paesi del mediterraneo e alle politiche di cooperazione allo sviluppo.

Vogliamo promuovere la partecipazione politica degli immigrati e la loro assunzione di responsabilità nella vita del PD. La classe dirigente del nostro paese sarà nuova e dinamica se sarà composta anche dai nuovi italiani.

 

SE IL “MERITO” SCOMPARE

DALLO STIPENDIO.

Pietroichino.it – Pietro Ichino – (1° luglio 2026) – ci dice:

Al ministero del Lavoro c’è una manina misteriosa che, nel decreto legislativo sulla trasparenza delle retribuzioni, ha soppresso la parola che consente di differenziarle sulla base dell’impegno personale: leggi il mio editoriale telegrafico pubblicato sul Corriere della Sera del 1° luglio 2026. Sullo stesso argomento v. l’articolo di Tito Boeri pubblicato su la Repubblica la settimana precedente: Trasparenza dei salari non significa appiattimento. E ora l’intervento critico del prof. Bruno Caruso, ordinario di Diritto del Lavoro nell’Università di Catania: La direttiva parla di salari o di valore?, cui hanno fatto seguito una mia replica e una sua controreplica. Eventuali altri interventi nel  dialogo che così si è aperto saranno benvenuti (e molto volentieri ospitati su questo sito).

 

PERCHÉ NON SARÀ IL DECRETO-LAVORO A FAR AUMENTARE I SALARI.

Non può essere la legge a risolvere il problema di una produttività del lavoro stagnante: occorrerebbe rendere più attrattivo il Paese per le multinazionali, incentivare la migrazione della forza-lavoro verso le imprese che la valorizzano meglio e fare in modo che una parte maggiore delle retribuzioni sia legata alla produttività.  Sono online anche su questo sito le interviste parallele a Giuliano Cazzola e a me pubblicate su Huffington Post il 26 giugno a seguito dell’approvazione della legge di conversione del d.-l. n. 62/2026.

 

LE SCIOCCHEZZE ITALIANE IN NOME DELLA PRIVACY.

La protezione del diritto alla riservatezza in Italia, dilatata in modo abnorme, è diventata un pretesto universalmente accreditato per impedire la circolazione o l’uso di notizie che nulla hanno a che fare con il riserbo o la libertà morale delle persone: è online anche su questo sito l’articolo di mio fratello Andrea e mio pubblicato il 17 maggio scorso sul quotidiano Il Foglio.

 

il prof. S. Fabbrini:

 

DESTRA, SINISTRA E I RIFLESSI SULL’EUROPA.

Oggi in Italia e negli altri Paesi dell’Europa occidentale il crinale destra/sinistra è intersecato ortogonalmente da quello che divide i sovranisti dai fautori di una accelerazione dell’integrazione europea. Finché il sistema politico non ne prenderà atto anche gli elettori resteranno disorientati. Leggi l’editoriale del prof. Sergio Fabbrini pubblicato dal Sole 24 Ore il 7 giugno scorso.

 

COME SI PUÒ ATTUARE IL COMMA 4 DELL’ARTICOLO 39.

Una soluzione possibile del conflitto tra contratti collettivi nazionali o territoriali, con l’efficacia erga omnes del trattamento economico previsto da quello stipulato dalle associazioni sindacali e imprenditoriali più rappresentative: è online anche su questo sito l’articolato legislativo che può risolvere il problema nel modo più semplice e coerente con gli accordi interconfederali del 2011 e 2014. Qui invece le slides di cui mi sono avvalso per la presentazione del progetto a Piacenza l’11 giugno scorso; e qui l’intervista in proposito al quotidiano di Piacenza Libertà.

 

L’APPALTO LABOUR INTENSIVE NELL’ERA DIGITALE.

La responsabilizzazione dell’impresa committente per il rispetto della legge in tutta la filiera e il (solo apparentemente contraddittorio) divieto per la stessa di “ingerirsi” nella gestione dei rapporti tra l’appaltatrice e i suoi dipendenti: sono già online in anteprima le slides della mia relazione introduttiva a un webinar promosso da ALSEA a Milano il 19 maggio scorso.

 

PER UN LEGAME PIÙ STRETTO FRA SALARI E PRODUTTIVITÀ.

Un modo per promuovere la contrattazione collettiva aziendale, avvicinare la fonte di determinazione dei livelli salariali al luogo dove la ricchezza viene prodotta e incentivare l’aumento della produttività del lavoro e dei redditi che ne derivano: è online anche su questo sito il secondo progetto presentato nel corso del convegno svoltosi a Milano il 21 maggio.

 

ANCORA SULLO SCIOPERO-ROUTINE NEI TRASPORTI.

Idee per recuperare la dovuta misura nel ricorso a questo strumento di lotta, e così un suo maggiore prestigio, dunque efficacia, particolarmente in riferimento al settore dei trasporti: è online anche su questo sito la mia intervista pubblicata sul quotidiano Il Foglio il 30 maggio scorso.

 

 LETTERA APERTA PROGRAMMATICA AL “CAMPO LARGO.”

I dodici punti di un programma per la nuova legislatura, che consentirebbe al Centro-Sinistra di aggregare, oltre a Italia Viva, anche Azione e +Europa; e di vincere le prossime elezioni parlando chiaro agli elettori. È online su questo sito l’intervento di Chicco Testa pubblicato su “Il Foglio” il 16 maggio scorso.

 

SEMPRE BENE L’OCCUPAZIONE MA IL SISTEMA RESTA FRAGILE.

Scarsa partecipazione al lavoro, bassi salari, alta spesa pubblica assistenziale rendono sostenibile un modello di produzione a basso costo, che spinge l’export e permette alla baracca di stare in piedi; ma basta uno shock di modesta entità per metterlo in crisi. È online anche su questo sito il n. 176 del bollettino “Mercato del lavoro News”, organo della” Fondazione Anna Kuliscioff”.

 

 

 

 

Ucraina, gli Orrori del Reggimento “Shala.”

Conoscenzealconfine.it-  (7 Luglio 2026) - Paolo Mosetti – Redazione – ci dice:

 

Violenze, torture, reclutamento forzato di vulnerabili e 26 morti sospette coperte da certificati medici falsi.

L’indagine è partita dal giornale indipendente ucraino “Babel”, e poi ripresa anche da testate locali come “Kyiv Independent” – a dimostrazione che pur nel clima plumbeo una certa libertà di stampa da quelle parti c’è – e ha squarciato il velo su una delle realtà taciute del conflitto in corso:

la gestione interna del 425° reggimento autonomo d’assalto, universalmente noto come Shala.

 

Sevizie, violenze sistematiche e persino torture che hanno portato alla morte delle reclute sono tra le accuse mosse contro la leadership dell’unità, guidata dal tenente colonnello Yuri Harakiri, recentemente sospeso dalle sue funzioni.

Sarebbero addirittura 26 i militari morti per cause non legate al combattimento tra la fine del 2025 e la primavera del 2026.

 

La filosofa “Hannah Arendt” diceva che l’autorità che si fonda esclusivamente sulla violenza, anziché il consenso, porta in sé i germi della propria distruzione, trasformando le istituzioni nate per difendere lo Stato in macchine di coercizione interna.

 Solo che il reggimento Shala non è un’unità qualunque, ma la più grande formazione d’assalto dell’esercito ucraino, con un organico che supera i diecimila effettivi.

 Gode di canali di rifornimento prioritari e risponde direttamente al comandante in capo delle forze armate Oleksandr Syrskyi.

 

La deriva sta nella vertiginosa espansione numerica e nella necessità di rimpiazzare le perdite nei settori più critici del fronte.

Questo ha spinto l’unità a setacciare i centri di riabilitazione statali, raccattando per la mobilitazione forzata numerosi tossicodipendenti in terapia con metadone, obiettori di coscienza e anche persone affette da gravi disabilità psichiche.

 Da qui il nomignolo di “armata zombie”, che le è stato affibbiato dal blogger militare “Peter Dorotea”.

 

Secondo le testimonianze raccolte dai giornalisti, il primo impatto dei nuovi arrivati avviene in un centro di smistamento soprannominato “il pollaio”:

una struttura agricola priva di finestre in cui centinaia di uomini vengono privati dei telefoni e denudati.

Da quel momento, la disciplina viene mantenuta attraverso codici comportamentali mutuati dal sistema carcerario post-sovietico, sotto lo stretto controllo dei cosiddetti vertukhai, i guardiani armati.

 

I soldati sono costretti a dirigersi in gruppo verso i servizi igienici sotto la costante minaccia dei fucili d’assalto, beccandosi pesanti punizioni corporali per ogni minima infrazione.

 Nelle celle di isolamento si verifica la coabitazione forzata tra reclute ordinarie e tossicodipendenti in piena crisi d’astinenza, privati dei farmaci sostitutivi, tra allucinazioni e scatti di violenza, spesso sedati dai carcerieri con l’uso di gas lacrimogeni.

 

Per prevenire i frequenti tentativi di diserzione, i perimetri dei campi di addestramento situati nelle aree boschive sono stati interamente minati, trasformando le basi in veri e propri centri di detenzione a cielo aperto.

 I testimoni riferiscono pure di esplosioni notturne dovute sia alla fauna locale sia a soldati disperati che tentavano la fuga.

 

In un episodio documentato, una recluta catturata dopo essere sopravvissuta alla deflagrazione di un ordigno è stata esposta pubblicamente davanti ai compagni come monito, prima di sparire definitivamente dai registri ufficiali con una diagnosi di insufficienza cardiaca.

 

Al centro dell’inchiesta giudiziaria avviata dall’Ufficio statale delle indagini ucraino, che cerca di barcamenarsi tra pressioni politiche e tutela dei soldati, c’è la discrepanza tra la condizione clinica dei corpi e le versioni fornite dai comandi militari. Per la quasi totalità dei decessi sospetti, i certificati medici ufficiali riportano la dicitura di morte per polmonite bilaterale o miocardiopatia non specificata, una formula burocratica che i familiari trovano offensiva. Le salme consegnate alle famiglie mostravano evidenti segni di traumi contusivi, emorragie interne, costole fratturate e profonde lesioni compatibili con l’uso prolungato di manette.

 

Tra le storie più drammatiche figurano quelle di Dmitrj Kovac, un cinquantenne di fede battista e obiettore di coscienza, morto dopo essere stato sottoposto a percosse quotidiane e all’alimentazione forzata tramite flebo, e di Volodymyr Stachanov, un giovane affetto da dipendenze che accudiva la madre invalida, deceduto in ospedale dopo che un sergente istruttore gli aveva fratturato nove costole riempendolo di calci al torace. In un altro caso ancora, i vertici del reggimento hanno tentato di giustificare le lesioni fatali di un militare spiegando che era caduto accidentalmente da un albero nel tentativo di sottrarsi al servizio.

 

La difesa del reggimento, affidata al suo portavoce, ha respinto le accuse sostenendo che la maggior parte dei decessi è avvenuta all’interno di strutture ospedaliere civili a causa delle condizioni di salute precarie con cui i cittadini si presentano alla leva, definendo le accuse come speculazioni prive di fondamento giuridico promosse principalmente da soldati che hanno abbandonato il reparto.

 

Mentre il Comando delle forze terrestri assicura la massima imparzialità negli accertamenti in corso, la responsabile dell’osservatorio militare Olah Reshetylova ha definito la gestione del reparto come una condotta criminale perpetrata da un gruppo organizzato di individui.

 La crisi della gestione del personale e i metodi brutali impiegati per forgiare quelli che i comandanti definiscono con cinismo “soldati monouso” aprono un dibattito profondo sulla tenuta democratica delle istituzioni militari del paese in un momento di estrema pressione strategica.

(Articolo di Paolo Mosetti).

(it.insideover.com/guerra/ucraina-gli-orrori-del-reggimento-skala-violenze-torture-morti-sospette-e-il-comandante-sotto-inchiesta.html).

 

 

 

 

Per Meloni un presidente della Repubblica

di destra non è più un tabù:

il problema sarebbe chi.

Ilfattoquotidiano.it – (3 luglio 2026) - Leonardo Botta – Redazione – ci dice:

 

 

Presidente della Repubblica.

Condivido, non senza riserve, la recente affermazione di Giorgia Meloni: “un presidente della Repubblica non di centrosinistra non è più un tabù”. Ci sarebbe da obiettare che definire “di centrosinistra” personalità come Ciampi, Cossiga, Scalfaro, Segni, Einaudi fa un po’ sorridere;

ma, a parte ciò, è sacrosanta l’aspirazione del centrodestra di mandare, al prossimo giro (sarebbe la prima volta), uno dei propri esponenti al Quirinale.

Anzi, confesso che qualche politico di area conservatrice che mi garbasse per tale funzione in passato già c’era:

per esempio Antonio Martino, persona competente e liberale doc (poi mi scadde un po’ quando appresi che anche lui aveva votato per la mozione “Ruby nipote di Mubarak”).

 

Il problema sarebbe ora “chi”.

Ragioniamo per scenari:

azzardando una previsione, direi che l’anno prossimo lo schieramento conservatore, forte di un probabile anche se complesso accordo programmatico con il partito di Vannacci, forse rivincerà le elezioni; certo, sono curioso di sapere quali slogan questa volta sostituiranno, in campagna elettorale, vecchie parole d’ordine come blocchi navali, abolizione di accise e legge Fornero, float tax e tetto alla pressione fiscale, sicurezza, “è finita la pacchia e abbasso l’amichetto di sinistra”; ma questa è un’altra questione.

 

Dando per buono lo scenario di una vittoria elettorale del destra-centro con i solidi numeri in Parlamento che deriverebbero dalla riforma elettorale dotata di premio di maggioranza, si aprirebbe dopo due anni la partita per il Colle con il completamento del doppio mandato di Sergio Mattarella.

Dunque chi dopo di lui?

 

(Meloni: “Non c’è differenza tra Vannacci e la sinistra”. E sul Quirinale: “Un presidente di destra non è più un tabù.”).

In questi giorni girano alcuni nomi di “papabili”: La Russa, Fitto, Alfredo Mantovano. Ora, sorvolando per carità cristiana sul primo (busto di Mussolini, banda di semi-pensionati di via Rasella, do you remember?), devo dire che trovo interessante l’ipotesi “Mantovano”, persona sobria nei modi, politico ed ex magistrato dotato di un curriculum che mi pare di tutto rispetto; certo, ci sarebbe l’antipatica questione del rimpatrio con volo di Stato dell’aguzzino libico Almasi, che l’ha visto coinvolto in qualità di sottosegretario di Stato, ma nessuno è perfetto;

del resto anche il presidente Napolitano si era macchiato in passato della colpa di vicinanza al regime sovietico, sostenendo l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Armata Rossa (chi è senza peccato…).

 

E veniamo all’ultimo scenario, tutt’altro che remoto: Giorgia Meloni capo dello Stato.

Da ciò che leggo e capisco, sembra che la prospettiva la alletti parecchio, credo per almeno un paio di motivi.

La premier ha piacere ad accumulare record: dopo essere la prima donna presidente del governo più longevo della storia, penso che inserire quest’ultima prestigiosissima “figurina nell’album” non le dispiacerebbe affatto. Ma c’è un’altra motivazione che credo la spinga in questa direzione: con o senza Vannacci, c’è il serio rischio che nella prossima legislatura si esaurisca definitivamente la spinta della sua azione di governo.

 

Effettivamente, di risultati con questo esecutivo se ne sono visti pochini; e con il PNRR alle spalle potrebbero essere, i prossimi, tempi di vacche magre per il nostro paese. Allora l’idea di farsi ancora due anni a Palazzo Chigi e poi trasferirsi al Quirinale le garantirebbe altri due-più-sette anni in sella.

Tutto legittimo, per carità. Qualche criticità? Un paio, a mio modesto avviso:

– Non mi parrebbe “lineare”, con il “trasloco” di Meloni, un cambio di governo con nuovo premier (chi?) senza passare per nuove elezioni, visto che la legge elettorale in discussione impone l’indicazione del candidato presidente del Consiglio nel programma elettorale;

 

sarebbe il primo capo dello Stato non dotato di un “robusto” curriculum di studi. Insomma, passare dal costituzionalista Mattarella alla professionista della politica (certo talentuosa) con “diploma alberghiero” Meloni potrebbe condurre a paragoni antipatici.

 Ma, come si dice, mai mettere limiti alla provvidenza.

 

 

 

Dentro al “politichese”, il linguaggio

politico da sinistra a destra.

Scomodo.org - (9 giugno 2024) - Elia Belingheri, Giovanna Di Pietro, Leonardo Ciucci, Maurizio Massa, Giulio Bartolini – Redazione – ci dicono:

 

Come l’utilizzo dei social media rende strumentale la comunicazione orientando il consenso elettorale.

Questo articolo parla di:

lingua, linguaggio, politica.

 

Il panorama politico attuale vede le democrazie corrodersi fino quasi all’implosione.

 La libertà e la pace, valori cardine della sinistra, fanno sempre più fatica contro un’estrema destra che corre veloce:

negli ultimi anni si sta assistendo a un avanzamento da parte dei vari partiti ultra-reazionari, con un crescente consenso in diverse parti del globo.

 L’opinione pubblica subisce la seduzione di tematiche polarizzanti, quali negazionismo storico e climatico, o le politiche migratorie.

 È nell’ampio dibattito dedicato a queste ultime che si inserisce il discorso della “sostituzione etnica”, che contribuisce alla propaganda politica delle principali fazioni conservatrici.

 

In merito a questo contesto, gioca un ruolo fondamentale la relazione ambivalente fra mass media ed estrema destra.

 Secondo quanto detto dal politologo olandese Cas Mude a Vox-Europa, dietro le apparenze si cela un rapporto di simbiosi forte, vantaggioso per entrambi, fatto di attacchi alla “Lügen-presse” (stampa bugiarda) e di risposte della stampa basate sui pericoli che rappresenta la destra radicale.

 

Lampante è il caso degli Stati Uniti:

 durante le presidenziali del 2016, testate come il “New York Times” e il “Washington Post” hanno concesso il corrispondente di 4.24 miliardi di euro a livello di spazio mediatico-gratuito a Donald Trump.

Il Tycoon ha poi gonfiato le loro casse, dando uno slancio verticale agli abbonamenti digitali dei due media.

 

 Rientra in quest’ambito la manipolazione del linguaggio politico.

 Una manipolazione subdola, granulare:

da una parte si confondono le acque del lessico – che accumula vaghezza – e della semantica – in cui la retorica degli opposti viene esasperata;

dall’altra si usano riferimenti a fattori identitari, ossia valori morali, civili e religiosi riconosciuti dalla società e per questo incontestabili, connotandosi dell’eccezionalità che può essere confermata e garantita solo dalla parte politica che se ne fa portavoce.

Perciò è rilevante riprendere il discorso del presidente argentino Javier Mieli tenuto al World Economico Forum di Davos il 17 gennaio:

 

 Oggi sono qui per dirvi che l’Occidente è in pericolo. È in pericolo perché coloro che dovrebbero difendere i valori occidentali si ritrovano cooptati da una visione del mondo che porta inesorabilmente al socialismo e, di conseguenza, alla povertà.

 

 In tale testo politico si riscontra subito l’uso della ripetizione “è in pericolo”, usata per persuadere meglio attraverso l’insistenza e la ridondanza.

Dà ritmo, determinante ed efficace in un testo orale in favore degli effetti fonici decorativi del discorso.

E ancora in conclusione:

Non arrendetevi a una casta politica o ai parassiti che vivono delle spese dello stato, che vuole solo restare al potere e mantenere i propri privilegi.

 

 In questo passaggio, si nota la violazione della pertinenza valoriale rispetto alla tesi sostenuta, in quanto Mieli

 sferra un attacco personale nei confronti della coalizione opposta, denotando con aggettivi sprezzanti che mirano a spettacolarizzare. Un’esigenza comunicativa che cattura l’opinione pubblica e l’attenzione dei media.

 

 

L’evoluzione della comunicazione politica.

 

La “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, trasmessa sulle reti televisive nazionali nel gennaio del 1994, segna l’inizio di un nuovo modo di comunicare in politica.

Gli anni Novanta sono il ponte tra la comunicazione politica di massa del dopoguerra e l’utilizzo dei media digitali del nuovo millennio.

 Il Polo della Libertà – coalizione guidata da Forza Italia – fu il riflesso di ciò che stava avvenendo in Italia:

 le prime elezioni a sistema maggioritario, l’ascesa del partito pigliatutto, la nascita del mercato elettorale e la personalizzazione della politica.

Silvio Berlusconi è il primo a usare gli strumenti del marketing in questo campo, grazie alle risorse e alla copertura mediatica di Mediaset.

La politica stessa ne esce completamente trasformata:

 sparito il voto di appartenenza, il programma elettorale si fa prodotto, confezionato con cura per i telespettatori.

Berlusconi guida questo cambiamento, travasando l’esperienza televisiva nella sfera politica.

La strategia berlusconiana si basa interamente sulle capacità persuasive, narrative e agonistiche del leader politico, insomma sul suo appeal personale.

La chiave è uno stile comunicativo diretto, fitto di termini colloquiali e di metafore importate da campi esterni alla politica, distante dal “politichese” parlato fino ad allora.

I discorsi di Berlusconi incarnano un nuovo clima politico, dove l’identità nazionale prende il posto delle ideologie partitiche (“l’Italia è il Paese che amo”), la reputazione personale conta come garanzia di una leadership efficace (“il mio mestiere di imprenditore”) e si crea un rapporto diretto e personale con l’elettorato (“amiche e amici”).

 Il “nuovo” – pronunciato otto volte solo nel discorso della “discesa in campo ”–  è la parola d’ordine della politica spettacolo.

 

 La “costruzione dell’antagonista” è uno strumento essenziale per lo storytelling berlusconiano, che mina gli avversari presentandosi al tempo stesso come un eroe, o meglio “il Cavaliere”.

Non solo, l’intera identità politica viene costruita proprio sulla base dello scontro con l’avversario, come specifica “Giansante” in La costruzione strategica dell’eroe e dell’antagonista nel discorso politico di Berlusconi.

 Alla sfiducia nelle ideologie viene opposto il pragmatismo della cultura imprenditoriale, il miracolo italiano, il liberalismo patinato di fine millennio.

Le elezioni politiche del 1994 segnano un primato nella storia politica italiana:

un “braccio di ferro” televisivo tra il carisma dell’ “homo novus” e la “prima repubblica” in declino.

Berlusconi si rivolge al pubblico, costruendo un “noi”, un’identità nazionale assimilata a quella del centrodestra, che trova la sua massima espressione nel bipolarismo con la “vecchia sinistra”.

 

 L’anticomunismo di Berlusconi si nutre della sfiducia degli elettori nel sistema politico post tangentopoli e del potere immaginifico del discorso politico, che cristallizza dei nemici nell’immaginario collettivo, anche quando non esistono più.

 E quando i nemici non bastano, è il tempo delle promesse, come analizza Marit Vigan in “La retorica politica contemporanea”: analisi dei discorsi di Berlusconi e di Stoltenberg.

Il 2001 è l’anno del “contratto con gli italiani”, un patto stretto in diretta televisiva poco prima delle elezioni, “la rivoluzione liberale” ideata dal suo team, che sancisce l’unione tra il leader e il suo pubblico.

 In un altro scontro televisivo, questa volta contro Romano Prodi per le elezioni del 2006, la strategia di Berlusconi è ancora una volta vincente, sullo schermo e in cabina elettorale.

 Sguardo fisso in telecamera, dito puntato e un’ultima battuta: «avete capito bene, aboliremo l’ICI anche sulla vostra casa».

 La comunicazione berlusconiana concretizza un nuovo panorama politico, dove l’arena politica è mediatica, il pubblico è mercato e il leader è partito.

 

L’eredità del “berlusconismo” è complessa: da un lato, un nuovo format comunicativo, la politica-spettacolo, basato interamente sul carisma di chi parla, dall’altro la partecipazione passiva, tra le sedie del pubblico o tra le schiere di “comunisti”.

Vent’anni di governo berlusconiano hanno cambiato il volto della democrazia italiana in una “dittatura mediale” in cui è impossibile distinguere poteri, ambito pubblico e privato, propaganda politica e pubblicitaria.

 L’arena politica si trasforma completamente in una piazza mediatica:

dove i leader selezionano i “topic” di discussione, creando il vocabolario, e il pubblico assiste al confronto, decretandone il vincitore.

Tra le piaghe della “seconda repubblica”, il berlusconismo facilita l’ingresso al populismo, alla sfiducia nelle autorità, alla “pop-politica” di simboli e performance, alle strategie comunicative dei social media; come sottolinea “Fabio Dei” in Pop-politica: le basi culturali del berlusconismo.

 

Twitter e i social.

L’avvento dei social network ha modificato radicalmente il linguaggio politico, caratterizzato da una maggior indifferenza. Ad oggi il social network maggiormente usato dalla politica è X (ex Twitter).

 Il primo politico ad esordire con un tweet fu Matteo Renzi nel 2009.

«Torno a pensare che per il Pd fiorentino più che le primarie, ci voglia il primario».

Il linguaggio politico si caratterizza perciò per una sua spettacolarizzazione, sorretta da battute accattivanti o slogan lampo anche non di natura politica.

L’immediatezza dei social nel riscontro del consenso e del dissenso e la possibilità di avere un contatto diretto, anche se virtuale, con i cittadini, porta la politica a tenere un linguaggio che sia d’impatto.

 

La semplificazione del linguaggio, causata dall’uso preponderante dei social, ha mutato la comunicazione anche nelle sedi istituzionali, dove il tentativo è sempre quello di mantenere un alto consenso sulla base di informazioni e notizie trasmesse superficialmente. 

Se analizziamo in dati l’approdo della politica su Twitter, sulla base delle informazioni raccolte dall’Utopia Yearly Report, vediamo che Matteo Salvini nel 2020 è stato il maggior “twittatore” politico. Infatti, Salvini ha adottato la cosiddetta strategia della “bulimia da tweet”. L’analisi del professor Stefano Ondelli, ordinario di Linguistica italiana presso il Dipartimento di studi giuridici, del linguaggio, dell’interpretazione e della traduzione dell’Università di Trieste, su Treccani riguardo l’attività social di Salvini, analizza il periodo dal 2011 al 2018.

 Già dal suo debutto sui social, l’attività di Salvini si è dimostrata fin da subito intensa.

Infatti, l’azione politica condotta sui social mira ad attaccare il nemico di turno.

Primo fu il Sud Italia, ma nel corso degli anni ha modificato il target dei suoi nemici, passando dall’Unione europea e al suo sistema bancario, fino ad arrivare ad abbattersi sull’emergenza migratoria e sui migranti nello specifico.

La sua attività social mira ad attirare nuovi elettori o a consolidare lo zoccolo duro leghista, riproponendo articoli di giornali e video, cercando così di influenzare la percezione del cittadino, filtrando, attraverso le proprie idee, notizie che potrebbero avere diverse letture.

 L’intervento politico sui social mostra oggettivamente un cambio linguistico che, deteriorandosi, lascia sempre meno spazio a un’informazione equa.

Così rimane un ampio margine per una narrazione macchiettistica dello spettro politico italiano, abusando dello strumento social, il quale si mantiene su un movimento ridondante di colpi e contraccolpi.

 

Le difficoltà della sinistra divisa.

Passando all’altra sponda dell’arco parlamentare, le modalità comunicative della sinistra risentono di quello che è uno dei suoi problemi atavici: la sua frammentazione.

Proprio il principale partito del centrosinistra italiano, il Partito Democratico, rappresenta uno degli esempi più peculiari:

percepito nel sentire comune come il successore della sinistra primo-repubblicana, rimane oggi l’unico grande partito del nostro paese a contenere un numero di correnti spesso anche in netta contrapposizione tra loro.

Da ciò si crea il cortocircuito per cui chi si aspetta certe prese di posizione si ritrova davanti a una comunicazione “democristiana”, incerta e poco agile.

Molto spesso il PD si dimostra timido su molti temi cari agli elettori di sinistra, soprattutto sui diritti sociali ed economici, e anche quando decide di esporsi lo fa in maniera poco convinta, in alcuni casi sembrando quasi vergognarsene:

emblematico fu per esempio il presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, quando prima delle ultime elezioni politiche affermò, sostanzialmente mentendo, che nel programma del PD non era presente nessuna proposta per una tassa patrimoniale.

 

 Le divisioni interne sono state particolarmente dannose quando il partito ha dovuto esporsi su temi di attualità: rispetto alla guerra in Ucraina il PD non è mai sembrato riuscire a trovare una quadra stabile interna e all’esterno si è allineato alla posizione europea di supporto militare all’Ucraina, scontentando però una parte dell’elettorato “pacifista”.

Ancora più rovinosa è stata la gestione della comunicazione su Israele e Gaza:

la morbidezza e la poca tempestività del PD sono state incompatibili con la storica importanza che la questione palestinese riveste per l’elettorato di sinistra, sia prima che dopo il 7 ottobre.

Quando poi il partito ha cominciato a esprimersi con più decisione, sono arrivate dichiarazioni dissonanti o critiche pubbliche da parte di suoi stessi esponenti, come il deputato “Piero Fassino”, o il consigliere comunale di Milano “Daniele Nahum”, che ha addirittura lasciato il partito, accusandolo di aver sdoganato il termine “genocidio”.

 

 Allora a chi parla oggi il PD?

Osservando le analisi del voto alle scorse elezioni politiche, si nota come la sua platea venga riempita principalmente dai ceti più ricchi e più istruiti.

Agli impacci elencati precedentemente si aggiunge proprio la difficoltà nel contrastare, anche mediaticamente, questa nuova ondata di populismo di destra, giocando spesso in difesa parlando del “pericolo fascismo”, ma andando poco all’attacco, spesso riservando le proposte relativamente più coraggiose e innovative solo all’area dei diritti civili.

E così il PD e il centrosinistra italiano in generale non riescono più a raccontarsi alla working class e vengono invece percepiti come l’area politica dei radical chic.

 

Programmi elettorali come specchio della comunicazione.

Rimanendo sullo scenario nazionale la difformità tra il linguaggio della destra e quello della sinistra si evince anche dalla struttura dei programmi elettorali dei partiti di punta delle due coalizioni, FDI e PD.

Il programma di FDI apre con un semplice quanto immediato “Per l’Italia”, slogan che non comunica un contenuto complesso ma rimane facilmente impresso, trasmettendo la vocazione identitaria del movimento. L’intero programma si sviluppa attorno a 15 punti, ogni punto si riassume in una pagina. I punti non vengono dettagliati e non vi è alcun riferimento ideologico né tecnico/strategico a supporto delle argomentazioni, che però risultano semplici e comprensibili.

 

Il programma del PD apre invece con una citazione di “David Sassoli” seguita da 3 pagine di premessa a sottolineare i valori europeisti del partito.

Si struttura attorno a 3 macroaree che si suddividono in una miriade di punti.

Ogni punto viene approfondito e dettagliato in modo preciso, le tematiche, già di per sé complesse, sono arricchite da una serie di tecnicismi.

 Senza entrare nel merito del contenuto, a prima vista l’organizzazione dei temi pare confusa anche da un punto di vista grafico.

 Capitoli e sottocapitoli non si distinguono in modo chiaro e l’indice si trova alla fine del testo.

Inoltre, per larghi tratti del programma vengono esposti aspetti valoriali;

il tutto per un totale di 37 pagine.

 

In questo caso i programmi elettorali rispecchiano le caratteristiche comunicative delle leader di partito. Da un lato il pragmatismo di Giorgia Meloni e la capacità di adattare la sua comunicazione al contesto, passando agilmente dall’accento romano dai toni alti dei comizi, al perfetto inglese dai toni moderati dei palazzi delle istituzioni europee.

Dall’altro la comunicazione quasi seminaristica dell’allora Segretario “Enrico Letta” e quella fin troppo onesta intellettualmente e poco smaliziata di “Elly Schlein”, che restituiscono un’immagine elitaria e una distanza siderale dai problemi reali dei cittadini.

 

Da quanto visto emerge come, da un punto di vista comunicativo, la destra populista si dimostri maggiormente a proprio agio con i moderni mezzi di comunicazione, mentre i movimenti progressisti siano rimasti incagliati nelle loro stesse correnti interne e in una comunicazione incomprensibile per larghe fasce di elettorato.

In questo universo multimediale gli attori che traggono maggiori benefici sono quelli che intendono azzerare il dibattito, orientando la comunicazione non tanto sul contenuto quanto sull’impatto emotivo che scaturisce nei fruitori.

 

Il problema è che i temi della politica sono di per sé complessi ma i canali attraverso i quali vengono promulgati per caratteristiche tendono a iper-semplificare la realtà, rappresentando di per sé l’antitesi di qualsiasi paradigma che faccia della complessità una propria caratteristica.

 

Le principali argomentazioni delle quali la sinistra si dovrebbe occupare, quali l’emergenza climatica, la redistribuzione della ricchezza o i diritti civili vanno argomentati attraverso una storicizzazione dei fenomeni e la restituzione di dati oggettivi, processi questi che non possono coincidere per struttura con i canali attraverso i quali vengono trasmesse.

Questo sistema risulta impermeabile alla complessità, l’essenziale dei messaggi sta nella forma non nel contenuto.

Questo è uno dei motivi per cui la sinistra progressista, che non riesce a svincolarsi dalla complessità del suo lessico, raggiunge solo le fasce di popolazione più colte e istruite, risultando incomprensibile o addirittura boriosa per le persone a cui storicamente si rivolge.

Di contro, la destra, maggiormente pragmatica, ha virato su un linguaggio essenziale, intercettando – anche in modo strumentale – il rifiuto collettivo alla complessità a favore di una comunicazione che subordina il contenuto alla forma.

 

 

 

La continuità del male.

Quel lunghissimo filo nero:

la destra è ancora fascista.

Editorialedomani.it - Tomaso Montanari – (07 aprile 2026) – Redazione – ci dice:

 

Leggendo i discorsi dei leader di FDL emerge chiaramente una traditio che porta fino al fascismo storico.

È una genealogia ideologica che riguarda tutto:

dal ruolo della donna nella società alla scuola allo Stato, come esplorato nel saggio “La continuità del male” (Feltrinelli 2026).

 

Non avrei mai pensato di scrivere un libr

o del genere (ovvero La continuità del male, Feltrinelli).

In primo luogo, perché non avrei mai pensato che un giorno mi sarei trovato a vivere in un paese governato da persone con idee del genere. E in secondo luogo perché sono uno storico dell’arte, e finora i miei libri hanno tutti un legame più o meno evidente con la disciplina che studio. Questa volta no, questa volta è un libro diverso.

 Non che il nesso non ci sia, ma affonda le sue radici in uno strato più remoto della mia formazione.

 

Quando avevo diciannove anni, l’ultimo anno del liceo, lessi un libro che decise una buona parte del mio futuro:

L’apologia della storia, o mestiere di storico, di “Marc Bloch”. Storico tra i più visionari e influenti del Novecento, perse la cattedra alla Sorbona in quanto ebreo, e dovette entrare in clandestinità nel 1942.

Membro della Resistenza, fu catturato dalla Gestapo di Klaus Barbie l’8 marzo del 1944 e, dopo mesi di torture, fucilato il 16 giugno.

 

«Papà spiegami allora a che serve la storia»:

la domanda che apre quel lucidissimo testamento mi folgorò.

Mentre cercavo di dare un senso alla mia vita attraverso lo studio, arrivava una risposta chiara, decisiva:

 il metodo critico della storia, quello che insegna a leggere le fonti, metterle in relazione, interpretarle e farle parlare è «una tecnica» che apre «una nuova via verso il vero, e perciò verso il giusto».

 È «l’arte di dirigere utilmente il dubbio», che smonta la propaganda del potere leggendo i testi, confrontandoli denudandoli e costringendoli a dire “la verità”.

È il metodo del dubbio, l’attrezzo che scardina ogni totalitarismo, la pratica intellettuale del dissenso.

 

Di fronte al nazismo e al genocidio degli ebrei, la risposta di Bloch è quella di una generazione che, in Italia, decide di porre la cultura a difesa della libertà a caro prezzo riconquistata:

il primo comma dell’articolo 9 della Costituzione («La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca») progetta uno Stato fondato non sulla segretezza e la credulità, ma sulla ricerca della verità, sulla diffusione capillare del metodo critico, sul dissenso addirittura.

 

Il vaccino delle democrazie che rinascono dalla resistenza è il pensiero critico: un vaccino contro nuovi fascismi.

 Bloch scrive che quel pensiero critico era particolarmente necessario nella sua epoca, «più che mai esposta alle tossine della menzogna della falsa diceria».

Parole non meno vere oggi, al tempo della post-verità, della crisi profonda delle democrazie, dell’intelligenza artificiale e di un nuovo controllo sistematico dell’informazione da parte del potere.

Dentro Fratelli d’Italia.

Così, quando Fratelli d’Italia è diventato il primo partito della parte di paese che va a votare, e dunque il perno del governo della Repubblica, mi sono chiesto quali fossero davvero le idee della sua leader, della sua classe dirigente:

quale la visione del mondo, al di là della propaganda, e quale il progetto di società.

 

Il dibattito pubblico sul loro essere, o meno, fascisti era posto in termini che non mi convincevano:

perché astratti (“la storia non si ripete” contro “la storia si ripete”), troppo inchiodati all’eterno presente della cronaca (“sono solo dei cialtroni”), apologetici (“Meloni ha introiettato i valori moderati”), troppo militanti (“basta guardarli per capire che sono fascisti”), troppo politicisti (è, o non è, un’estrema destra..) o non perfettamente a fuoco (i ragionamenti basati sull’estensione a Fratelli d’Italia di ciò che via via si apprendeva dalle inchieste, ottime e fondamentali, sui neofascismi dichiarati).

 

Quel che mi pareva mancasse, almeno in una versione sistematica, era un’analisi non di ciò che questa destra al governo nasconde, ma di ciò che dice apertamente di sé stessa e del mondo, di ciò che scrive, di ciò che proclama a voce alta. E così ho tolto un po’ di tempo alla lettura delle fonti storiche del mio Seicento figurativo, e mi sono messo a leggere distesamente i libri e i discorsi di Giorgia Meloni, e i testi programmatici fondamentali di Fratelli d’Italia.

E a cercarne le radici, tracciando una genealogia dimostrabile:

 una continuità di idee, e insieme una ininterrotta trasmissione personale.

 

Una vera e propria “traditio”, cioè un passaggio di mano in mano, di generazione in generazione:

una linea che ho chiamato “la continuità del male” perché porta diritta al pensiero del fascismo storico in Italia e in Germania.

Una continuità che riguarda tutto: dal ruolo della donna nella società al conflitto sociale, dalla scuola al rapporto tra i poteri dello Stato.

 

Nazione, identità, razza.

Ma il nucleo ardente di questa ideologia, o forse meglio mitologia, riguarda l’idea di nazione, l’identità, la razza.

Sì, la razza.

Quando l’ex cognato, e ancora ministro, di Giorgia Meloni “Francesco Lollobrigida” parlò di «sostituzione etnica», una diffusa levata di scudi indusse i vari portavoce dell’estrema destra ad assicurare che era un banale incidente terminologico, che non si sarebbe più ripetuto.

 

La realtà è un’altra:

Giorgia Meloni crede che l’umanità si divida (sul piano fisico) in razze, lo ha detto in un libro.

È esattamente la stessa cosa che dice Roberto Vannacci quando nota che “Paola Egonu” sarà anche italiana, ma non ha i tratti somatici “italiani”. Siamo in un campo minato ideologico, ma è proprio qua che nasce l’idea che una razza bianca europea cristiana incapace di perpetuarsi attraverso le nascite venga sostituita (con una regia più o meno occulta da parte di poteri internazionali – leggi “ebraici”) con neri islamici.

 

Le varie genealogie che ancorano questa aberrante idea al presente sono fallaci:

è dimostrabile che essa nasce invece nel ventennio fascista, tra Italia e Germania, e che lo stesso Mussolini ebbe un ruolo centrale nel propalarla, attraverso libri che oggi vengono ossessivamente ripubblicati da case editrici organiche a questa estrema destra.

Idee vecchie di un secolo, che oggi conoscono una nuova giovinezza, in un contesto internazionale in cui è il presidente americano Donald Trump a gerarchizzare razzialmente il mondo attraverso le guerre – e il suo paese attraverso la deportazione e il terrore dell’ICE.

 

Cultura.

La grande sostituzione etnica abita nei retropensieri di Lollobrigida.

Raffaele Simone.

 

Il mito di Sparta.

E anche quando queste idee assumono forme apparentemente nuove, dissimulanti, è tuttavia possibile dimostrarne una genealogia nel fascismo storico.

 Per esempio:

perché Giorgia Meloni si fa fotografare in posa sorridente davanti alla copertina del febbraio 2022 di Magnete (il tabloid di Gioventù nazionale distribuito nelle scuole), nella quale lei stessa è disegnata come un oplita spartano?

E perché le scuole giovanili di Fratelli d’Italia si chiamano “egloghe”, come quelle degli antichi spartani?

 

 

Nei suoi libri, Meloni esalta l’eroismo degli spartani che alle Termopili si immolano contro l’invasione persiana, accodandosi al credo “nativista” di tutte le estreme destre mondiali:

al punto che il “lambda” (la lettera greca iniziale dell’altro nome degli spartani, i Lacedemoni) è stato censito nel più importante repertorio americano dei simboli di odio.

 Si potrebbe pensare che almeno questo sia un mito neofascista, cioè creato nel Dopoguerra.

 

In effetti Maurice Ardèche – cognato del fascista e collaborazionista filonazista “Robert Brasillach” – pubblica nel 1969 “Sparte et les sudistes”.

 Ristampato nel 1994, e nel 2019, quell’elogio di Sparta venne tradotto in Italia già nel 1970, dalle Edizioni del Borghese, con il titolo Fasciscmo70.

Sparta e i sudisti, e quindi viene riproposto nel 2013 (ultima ristampa nel giugno 2025) dalle Edizioni di Ar di Franco Freda, con il non equivoco titolo Fascisti si nasce.

Sparta e i sudisti.

 

Ma, anche qua, la miccia è più lunga:

il mito del modello spartano presso l’estrema destra europea inizia con un articolo del maestro di Ardèche, Maurice Barrese, del 1906, che esalta la capacità spartana di costruire una «razza dominante»:

 e da lì si diffonde soprattutto in Germania, fino a incontrare l’entusiasmo di Adolf Hitler in persona, che definisce con entusiasmo Sparta «il primo Stato razzista».

 Ecco dove affonda le radici l’immaginario delle “egloghe” di Fratelli d’Italia.

Ed ecco come si dimostra la continuità del male.

 

 

 

I dubbi che i 250 anni degli Stati Uniti mi mettono sull'idea di nazione, ma parliamo anche di Super girl, Federico Fellini, The Office, Umberto Galimberti, Ildegarda di Bingen e La storia infinita.

 Scrip.substack.com - Ermanno Ferretti – (lug. 06, 2026) – Redazione – ci dice:

 

Sono ufficialmente in vacanza.

La settimana scorsa ho concluso gli Esami di maturità e venerdì si è tenuto anche quell’evento sulla scuola di cui vi parlavo (qualche info, se siete curiosi):

 così, adesso posso finalmente dedicarmi a un po’ di riposo, a programmare un bel viaggio e a portarmi un po’ avanti coi video e i podcast (e altri progetti a cui sto in realtà lavorando da mesi).

Rimane un ultimo dettaglio, un’ultima cosa da sistemare per chiudere l’anno scolastico:

domattina c’è l’orale di maturità del primogenito.

Da genitore, provo una sensazione strana:

in questi panni mi rendo ancora più conto dell’aleatorietà di un esame che non ha davvero più alcun senso.

Tanti di voi mi hanno scritto, raccontandomi di orali (e correzioni degli scritti) diversissimi:

in certi casi i commissari non fanno domande, chiedendo “argomenti a piacere”;

dalle mie parti, si è interrogato, a volte anche molto dettagliatamente;

e poi lo stesso compito di matematica è stato valutato con criteri diversissimi da provincia a provincia. Purtroppo, quando c’è così tanta discrepanza tra l’agire di una commissione e l’altra, il voto finale perde ogni significato.

 

E allora, vien da chiedersi: a che pro, questo esame? Neppure le università lo considerano più rilevante, tanto è vero che si procede coi “TOLC” molto prima dell’esame stesso.

Certo è un rito di passaggio, è un momento di prova che ha un suo significato, ma è anche, almeno in certi casi, una pantomima, su cui non ha più neppure troppo senso perdere il sonno.

 

Lasciamo però perdere tutto questo – che ci porterebbe via troppo tempo, e di cui forse discuteremo un’altra volta – ed entriamo piuttosto nel vivo della nostra newsletter.

Partiamo!

 

Quello che ho letto.

E allora iniziamo dai libri.

 

Visioni sinfoniche di “Paola Anna Maria Müller”:

vi ho già parlato, un paio di settimane fa, di questo libro da poco pubblicato da “Carocci” e dedicato a una delle filosofe più trascurate della storia del pensiero:

Ildegarda di Bingen.

Non so se conoscete la storia di questa donna del XII secolo:

 tedesca, di nobile famiglia, fu praticamente cresciuta in convento e iniziò fin da giovanissima ad avere delle visioni mistiche;

poi, però, maturò anche delle grandi capacità, diventando scienziata, filosofa e persino consigliera politica.

Il libro della Müller ne ricostruisce, nei primi capitoli, la vita, per poi passare ad analizzarne il pensiero e la pratica di vita, anche attraverso dei richiami molto interessanti ai cinque sensi.

 Già il titolo – “Visioni sinfoniche,” che gioca sulla vista e sull’udito – rende chiaro che l’intento è quello di presentare questa figura sotto diversi punti di vista e da differenti angolazioni.

Sono a un quarto circa della lettura del volume, quindi tornerò a parlarvene ancora;

e devo dire che, nonostante sia un testo pensato per un pubblico universitario, la particolarità del soggetto potrebbe interessare anche chi non si occupa, nello specifico, di mistica medievale.

 

L’”etica del viandante” di “Umberto Galimberti”:

credo di aver già detto troppo, nelle settimane scorso, riguardo a questo libro di Galimberti.

Come già vi ho raccontato, il saggio è stato infatti scelto dagli abbonati del “Club del Libro” affinché ne discutiamo assieme tra circa un mese;

e però, quando ne parlo in anticipo qui sulla newsletter, succede che poi nella riunione gli abbonati sappiano già in anticipo tutto quello che intendo dire, e anzi elaborino per tempo le possibili contro-obiezioni ai miei discorsi.

 E allora, appunto, bisogna che cominci a moderarmi, altrimenti rischio di fare scena muta all’incontro.

Cosa posso dire, dunque?

 Che Galimberti in questo libro ha sintetizzato una serie di riflessioni che porta avanti ormai da parecchi decenni, relative al dominio della tecnica, agli effetti psicologici dei cambiamenti della modernità e a come uscirne, tramite un’etica ambientalista e, appunto, del viandante.

 I debiti verso Heidegger, Anders, Jaspers e Hegel sono notevoli, ma anche ben sciorinati.

 Sono circa a metà dell’opera:

finora, però, il succo c’è già nelle prime pagine, mentre tutto quello che viene dopo è un approfondire quelle prime idee:

 il che equivale a dire che forse vi basta leggere anche solo l’introduzione per avere un quadro abbastanza completo.

 Ne riparleremo.

 

La storia infinita di “Michael Ende”:

se siete abbonati a questa newsletter da parecchi mesi, sapete che fino a qualche anno fa i lunghi viaggi in auto della mia famiglia erano contrassegnati dall’ascolto di alcuni audiolibri.

Da un po’ abbiamo perso quell’abitudine, per mille motivi;

però da qualche giorno sono riuscito a convincere il mio terzo figlio a leggere un romanzo assieme, un po’ lui e un po’ io, alternandoci alla lettura, in modo da rinverdire i fasti di un tempo.

 È, spero, un bel modo per invogliarlo ad affrontare romanzi diversi da quelli che legge di solito, anche per scoprire dei generi in cui da solo magari non si avventurerebbe.

 Abbiamo optato per “La storia infinita”, libro bellissimo, pieno di riferimenti filosofici, che spero possa essere un buon punto d’avvio verso il fantasy.

Certo, lo so:

da qualche anno il libro è stato fatto proprio dalla destra di governo (Atreju, la manifestazione di Giorgia Meloni, prende il nome proprio da un personaggio del romanzo), ma questo non danneggia una storia che ha un valore ben più alto (e ben più complesso) delle appropriazioni indebite della politica italiana.

Io e il figlio abbiamo letto per ora tutta la prima parte (Bastiano e la soffitta, per intenderci) e abbiamo cominciato a leggere delle vicende di “Fantàsia”, con l’Infanta malata e il nulla che si mangia pezzi di realtà.

 Ve ne riparlerò, ma – avendolo già letto a suo tempo – posso già consigliarlo, per tutte le età.

 

Quello che ho visto.

Passiamo ora ai film e alle serie tv.

 

La strada (1954), di Federico Fellini, con Giulietta Masina, Anthony Quinn, Richard Base Hart:

 questa sera si è svolta la riunione del Club del Libro dedicata a” Il Principe di Niccolò Machiavelli”, ma tra pochi giorni con gli abbonati ci dedicheremo anche al cinema, visto che abbiamo in programma un incontro incentrato sui lavori di Federico Fellini.

 I film che abbiamo scelto di vedere sono in particolare tre:

“I vitelloni”, di cui vi ho già parlato un paio di newsletter fa;” La dolce vita”, che ho visto un sacco di volte e di cui tornerò presto a raccontarvi; e infine “La strada”, titolo che invece non rivedevo più da moltissimo tempo.

 Riguardarlo nei giorni scorsi mi ha fatto un grande piacere, perché c’erano alcuni buchi nella memoria da colmare, ma soprattutto perché il film è un piccolo capolavoro che merita di essere visto e rivisto.

 Credo che la trama più o meno la conosciate:

racconta la storia di una ragazza, la piccola Gelsomina, che, per via di un deficit cognitivo, viene sostanzialmente venduta dalla madre a Zampanò, un circense, un forzuto che gira di paesello in paesello e di fiera in fiera per racimolare qualche soldo.

Tra i due nasce un rapporto particolare, perché Gelsomina è ingenua, quasi una bambina in un corpo di piccola donna, mentre Zampanò è un omaccione brutale e burbero che però in qualche modo se la porta appresso.

L’uomo però è anche violento, non tanto verso Gelsomina ma soprattutto verso il resto del mondo, con cui sembra essere in perenne lotta.

La sua furia a un certo punto si scaglia sul “Matto”, un acrobata a cui piace scherzare e prendere in giro, che farà purtroppo una brutta fine.

Il film è poetico, sincero e semplicissimo, ma presenta tutti i tratti più salienti della poetica di Fellini, come l’amore per il circo, l’equilibrio delicato tra clownesco e sacro e i rapporti personali ridotti ai loro elementi più profondi, brutali e vividi.

Ambientato nell’Italia del dopoguerra, nelle piccole fiere di paese, tra la gente che vive per strada, fu considerato all’epoca un film forse neorealista, ma in realtà trasfigura tutto attraverso le lenti di Fellini, che già sanno come guardare il mondo.

 Bravissima “Giulietta Masina”, ma ancor più bravo “Anthony Quinn”, davvero in una prova magistrale.

Tra l’altro lo trovate gratuitamente anche su YouTube: da rivedere.

 

Super-girl (2026), di Craig Gillespie, con Milly Alcock, Matthias Schoenaerts, Eve Ridley:

forse lo ricorderete anche voi:

 c’è stato un periodo in cui i film di supereroi dominavano letteralmente la scena, in cui tutti li andavano a vedere, in cui non si parlava d’altro.

 È stato pochi anni fa, nel momento d’oro del “Marvel Cinematic Universe”.

Poi, soprattutto dopo la saga di “Thanos”, qualcosa si è rotto:

forse quel genere ha stufato, o forse le belle storie da raccontare erano finite.

E così sono continuati a uscire nuovi film sempre legati a quelle dinamiche, che però non riscuotevano il medesimo successo, non entravano nell’immaginario e che molti letteralmente snobbavano.

Quindi può darsi che oggi non vi siate minimamente accorti che è da poco uscito al cinema un nuovo film di supereroi, dedicato in realtà a una supereroina: Super-girl, la cugina di Super-man.

Il film in effetti è passato un po’ in sordina, sia perché mancano attori di primo piano nel cast, sia perché appartiene all’universo DC che, in Italia, al di là di Superman e Batman, non è mai riuscito a conquistare il grande pubblico.

Ad ogni modo, questo film di Super-girl, preso dalla noia, me lo sono guardato;

e se voi non l’avete ancora fatto, devo anche dirvi che non vi siete persi poi molto.

Il film, per carità, fa il suo:

ci presenta per una volta una protagonista di sesso femminile alle prese con i soliti tormenti a cui i supereroi ormai ci hanno abituati;

eroina che però, mossa dall’affetto per una ragazzina e più ancora per il proprio cane, decide di affrontare il cattivo di turno.

 Di azione ce n’è molta e l’attrice che interpreta Super-girl è stata scelta con una certa intelligenza;

quello che manca, però, è un minimo di spessore.

 La storia è trita e ritrita, e anche l’idea dell’eroe che si dà all’alcol per non dover pensare al proprio dolore, e che decide di tornare a combattere dopo mille titubanze, l’abbiamo già sorbita nei film di “Thor”, “Iran Man” e di molti altri.

In più, il cattivo di questo film è un cattivo veramente eccessivo, quasi una macchietta, senza spessore e senza carattere. Insomma, un film che certo riesce a intrattenere per qualche decina di minuti, ma che lascia poco e che non ti fa affezionare neppure al personaggio principale.

Sul versante dei supereroi abbiamo visto cose nettamente migliori.

 Lo trovate comunque ancora al cinema.

 

“The Office” episodi 3.01-3.02-3.03 (2006), di Greg Daniels, con Steve Carel, Raino Wilson, John Kaminsky: so che vi ho parlato da poco di “The Office”, la serie comica americana tratta da un irriverente antecedente britannico, però in questi giorni sto rivedendo lo show molto volentieri e quindi mi viene facile far partire nuovi episodi e gustarmeli uno dietro l'altro.

In questo re-match, a distanza di molti anni dalla prima visione, sono arrivato ormai all'inizio della terza stagione, quella che rappresenta un primo netto cambiamento rispetto alle due stagioni iniziali.

Jim, infatti, ha lasciato la sede dell'azienda dopo aver chiesto un trasferimento per non essere più a stretto contatto con Pam, ragazza di cui era innamorato e che era in procinto di sposare un altro;

in realtà, come apprendiamo dalle prime puntate di questa nuova annata, il matrimonio è poi saltato, ma ormai Jim se ne è andato altrove, a contatto con nuovi colleghi e con nuove dinamiche.

In compenso, a Scranton tutto continua più o meno come prima, con Dwight sempre più fuori controllo e con Michael Scott, il vero protagonista, sempre più in balia della propria immaturità.

Come già dicevo la settimana scorsa, la serie ha trovato un suo equilibrio, riuscendo a risultare sia divertente che tenera, tant'è vero, come vi dicevo, che si fa fatica a smettere di guardarla.

La trovate su Netflix.

 

Quello che ho pensato.

L’avrete visto in TV:

questa settimana gli Stati Uniti hanno celebrato i loro 250 anni di storia, con grandi cerimonie e contestati comizi di Trump, che ha usato la ricorrenza, come al solito, per parlare soprattutto di sé.

 

L’anniversario, però, non è stata l’unica notizia proveniente da oltreoceano;

anzi, è arrivato quasi in contemporanea a una sentenza che sembra fatta apposta per farci porre qualche domanda.

 Il 30 giugno, pochi giorni prima del 4 luglio, la Corte Suprema statunitense ha bocciato, con sei voti contro tre, il tentativo di Trump di cancellare tramite un ordine esecutivo il cosiddetto” ius soli americano”.

 

Di cosa si tratta?

Come forse sapete, questo diritto è sancito dal “XIV Emendamento”, ratificato addirittura nel 1868:

 chi nasce in territorio americano acquisisce automaticamente lo status di cittadino, indipendentemente dalla provenienza dei suoi genitori. Trump ha provato a modificare questa norma costituzionale, ma la Corte (che pure è a maggioranza “trumpiana”) gliel’ha proibito.

 

Il presidente, come al solito, l’ha presa male, l’ha definita una sentenza sbagliata e ha promesso di portare la battaglia al Congresso.

Ma la sua tenacia sul tema mostra che ormai questo argomento è al centro della propaganda dell’estrema destra mondiale:

negli stessi giorni anche qui da noi, a causa soprattutto di “Roberto Vannacci” e di vari gruppi neo o post-fascisti, si continua a sentire la parola “re-migrazione”, che nelle sue versioni più caute indica il rimpatrio di chi non ha titolo per restare, e in quelle più esplicite arriva a comprendere anche chi un titolo ce l’ha per legge ma non, dicono i fan di questa linea, per “cultura”.

 

Potremmo facilmente derubricare queste polemiche a atti di propaganda becera e superficiale, e non avremmo poi torto.

Ma l’occasione dei 250 anni degli Stati Uniti – uno Stato fondato su un’idea di nazione “in divenire”, che si allargava costantemente grazie all’immigrazione – mi spinge a provare a farmi (e a farci) qualche domanda un po’ più seria.

Che cos’è, esattamente, un popolo o, meglio ancora, una nazione?

 Cosa rende un insieme di persone un “noi” invece che una somma casuale di individui che vivono nello stesso posto?

 

La risposta più antica e più insidiosa è stata, storicamente, quella del sangue: popolo lo si nasce, non lo si diventa.

È la tesi che “Johann Gottlieb Fichte” formulò nei suoi Discorsi alla nazione tedesca, di cui abbiamo parlato spesso sia nei video di filosofia che in quelli di storia, discorsi scritti sotto l’occupazione napoleonica.

I tedeschi, sosteneva “Fichte”, sarebbero un popolo perché condividono una lingua originaria e ininterrotta, e quella lingua porterebbe con sé un carattere, quasi un destino.

 

È una tesi semplice e semplicistica, perché non richiede criteri complessi né scelte: si è dentro o si è fuori per nascita, punto.

 È quello che vorrebbe, in un certo senso, pure Trump, anche se lui non parla di sangue, grazie al cielo; ma già il fatto che sia così semplice (e, appunto, semplicistica) dovrebbe farci venire qualche sospetto.

 

Un altro filosofo tedesco, “Johann Gottfried Herder”, qualche decennio prima di Fichte l’aveva già preparata, addolcendola:

lui non parlava di sangue, ma preferiva l’espressione Volksgeist, ovvero lo “spirito di un popolo” che si esprime nella lingua e nei canti popolari.

Era una versione più raffinata dello stesso principio: l’appartenenza restava comunque qualcosa che si ereditava e non si sceglieva.

Inutile ricordare che queste idee avrebbero prodotto, nel Novecento, dei frutti avvelenati.

 

Verrebbe da pensare, però, che la storia degli Stati Uniti sia ben diversa:

la loro è una nazione fondata non sul sangue ma su un’idea, anzi su una proposizione («riteniamo che queste verità siano di per sé evidenti», scriveva Jefferson) alla quale chiunque poteva aderire, a prescindere da dove venisse e da chi fossero i suoi antenati.

È stata quest’idea ciò che ha reso gli Stati Uniti a lungo una novità, un paese a sé, ben diverso dall’Europa:

 si apparteneva alla nazione se si decideva di sposarne le finalità e le credenze, non per un fatto biologico.

 

Non a caso, da sempre a Washington si dice che la nazione americana è “credo”, fondata cioè su un credo condiviso più che su un’eredità.

 Lo ius soli divenne dunque il perfetto strumento giuridico per rendere concreta questa idea:

 bastava nascere lì, perché quel luogo non apparteneva a un sangue ma a un progetto (più o meno aperto).

 

Peccato che se andiamo poi a guardare con più attenzione la storia americana, ci rendiamo conto che essa, spesso e volentieri, ha smentito questa leggenda fondativa.

 La stessa nazione che si raccontava basata su un’idea universale si è creata distruggendo le popolazioni autoctone (i Sioux, i Navajo, gli Apache e via discorrendo), tenendo in schiavitù una parte consistente dei suoi abitanti fino al 1865, imponendo per decenni quote di immigrazione calibrate sull’origine nazionale.

E ancora oggi discute se un bambino nato a Houston da genitori senza documenti sia davvero, fino in fondo, parte di quella nazione. Segno che la differenza tra buoni propositi (o principi scritti sulla carta) e realtà dei fatti è spesso assai rilevante.

 

Il che mi porta a pensare anche a un’altra cosa:

che forse il problema non sia mai stato scegliere tra il fondare un popolo sul sangue o il fondarlo su un’idea; perché in ogni caso, qualunque cosa scegliamo come collante, prima o poi bisogna decidere chi ne resta fuori. Stabilire cos’è una nazione significa stabilire un confine, dire “tu stai di qua e tu di là”, “tu ci rientri e tu no”; e quella decisione torna sempre, in un modo o nell’altro, ad assomigliare a un confine etnico.

 

C’è però forse una terza via, meno nota delle prime due, che vale la pena di recuperare.

Nel 1882 un filosofo francese di nome “Ernest Renan”, che di solito non si studia sui libri di scuola, provò a rispondere proprio a Fichte (che oramai era morto e sepolto da un pezzo) e alla scuola tedesca che fondava la nazione sulla lingua e sulla razza.

Renan scrisse infatti un libro dal titolo Che cos’è una nazione?

che all’epoca ebbe anche un certo successo, e propose una definizione diversa: per Renan un popolo esiste perché ha fatto, in passato, grandi cose insieme, e vuole continuare a farne.

Sintetizzò così la sua idea in uno slogan: la nazione è “un plebiscito di ogni giorno”.

 Non è un’eredità da scoprire nel sangue ma è, piuttosto, un contratto che va rinnovato quotidianamente, e che quindi, in teoria, chiunque può firmare.

Mi pare una definizione già meno ingenua di quella americana:

non nega il passato (le “grandi cose fatte insieme” costituiscono una sorta di storia condivisa, fondamentale per definirsi in un certo modo), ma sposta il baricentro sulla volontà presente e futura di restare insieme, più che sull’origine.

Una nazione, insomma, si definisce anche in base a cosa pensa di voler diventare.

 

Si potrebbe pensare, a prima vista, che con Renan il problema sia risolto:

 se l’appartenenza è un contratto rinnovabile e non un destino di sangue, chiunque aderisca al progetto dovrebbe poterne fare parte, e la faccenda finirebbe lì.

In realtà, però, il discorso regge solo fino a un certo punto:

 un contratto ha sempre bisogno di qualcuno che ne stabilisca i termini e verifichi le firme, e quel qualcuno, guarda caso, è sempre chi è già dentro al contratto stesso.

 Da noi lo abbiamo visto l’anno scorso, quando il referendum per dimezzare da dieci a cinque gli anni di residenza richiesti per naturalizzarsi è affondato sotto il quorum.

 La domanda – interpretata alla maniera di Renan – era: “Quanto tempo serve per dimostrare di aver aderito davvero al patto?”; ma a dare la risposta è stato chi in quel patto c’era già dentro, in maniera unilaterale.

 

Ed è qui che casca l’asino della re-migrazione all’italiana. Perché quando si distingue tra chi è “legalmente presente” e chi è “culturalmente incompatibile” con l’Occidente, si sta facendo proprio quello che Renan voleva evitare:

si sta dicendo che la cittadinanza legale, cioè il contratto, non basta, perché sotto ci deve essere anche un’appartenenza più profonda, quasi di sangue, mascherata da una parola più presentabile come “cultura”.

Si cade cioè in un Fichte solo un po’ riverniciato: non conta il patto che hai firmato, conta chi sei “davvero”; e a stabilire chi sei davvero non sei tu, ma è chi quel patto ti permette di firmarlo.

 

Non a caso, quando si chiedono agli esponenti della destra quali siano, per loro, gli esempi positivi di integrazione, quell’impianto retorico cita gli immigrati che si assimilano totalmente, ad esempio il ragazzino di origine africana che parla in dialetto veneto meglio dei nativi:

che è un modo per dire che l’appartenenza si merita solo sparendo dentro un’identità preesistente, mai portandone una nuova sul tavolo.

 

Renan non pensava a questo, e neppure gli Stati Uniti – pur con tutte le loro contraddizioni – sono stati questo: la cultura americana si è costruita attraverso una serie di mescolanze (linguistiche, religiose e culturali), non tramite quella di accoglienza che assorbiva fino ad annullare quella di chi veniva da fuori.

Proprio per questo oggi in America abbiamo la pizza, il rap, lo slang e mille altre cose che Trump utilizza ogni giorno e che non sarebbero esistite senza quella mescolanza.

 

Mi chiedo allora se non sia il caso, oggi, di provare a spingere l’idea di Renan un passo oltre, verso un baricentro ancora più spostato in avanti:

fondare l’appartenenza non più sulle grandi cose fatte insieme in passato (che restano comunque un patrimonio selettivo, da cui qualcuno è naturalmente escluso), ma su quelle che si vogliono fare insieme d’ora in poi.

 Il romanticismo ottocentesco, quello di Fichte e di Herder, aveva bisogno di una storia comune alle spalle per giustificare un confine;

un’idea di popolo tutta rivolta al futuro, alla direzione in cui si vuole andare insieme, avrebbe meno bisogno di quel passato da difendere, e forse meno bisogno anche del confine.

 

A pensarci meglio, però, non credo che sia così facile, non credo che basti spostare la bussola dal passato al futuro per disinnescare il problema.

Anche i progetti rivolti in avanti sanno essere spietatamente escludenti quanto i miti basati sul sangue: il “sogno americano” era, dopotutto, un progetto di futuro, e sappiamo bene che molti ne restarono fuori; ma anche “l’uomo nuovo” sovietico era un progetto futuribile.

Dire “siamo uniti da dove vogliamo andare” sposta solo la domanda, ma la lascia presente: chi decide la direzione? E che ne è di chi non è d’accordo?

Sospetto che ogni “noi”, orientato all’indietro o in avanti che sia, porti con sé, inevitabilmente, un confine e un “loro”.

Il vero terreno di scontro, tra “Corte Suprema americana” e “nuovi partiti italiani”, non è mai stato scegliere il criterio giusto per includere, ma piuttosto decidere chi ha il potere di tracciare quel confine, e quanto siamo disposti a lasciarglielo fare.

Quello che ho registrato e pubblicato.

“Cosa sto leggendo, cosa sto vedendo, a cosa sto pensando”.

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