L’agricoltura è stabilità sociale.
L’agricoltura
è stabilità sociale.
“Enpaia”,
Fiorio: La terra che cura:
quando la legge diventa comunità.
Agricolae.eu
– (25 -06 – 2026) – Massimo Fiorio, Menapia – Redazione – ci dice:
Enpaia,
Fiorio: La terra che cura: quando la legge diventa comunità.
«A distanza di oltre dieci anni
dall’approvazione della Legge 141, possiamo dire che l’agricoltura sociale non
è più un esperimento, ma una politica pubblica matura, capace di generare
benessere reale. Quella norma — che ho avuto l’onore di firmare per primo — ha
dato un nome, un perimetro e una dignità istituzionale a ciò che molti
territori già intuivano: che la terra può essere un luogo di cura, di relazione
e di riscatto.»
Così
Massimo Fiorio, membro del CDA di “Enpaia”, ha aperto il suo intervento al
corso dei giornalisti del 25 giugno, ospitato nella sede ANBI.
«Le
fattorie sociali non sono strutture assistenziali: sono presidi di comunità,
dove la produzione agricola si intreccia con percorsi educativi, riabilitativi
e formativi. Sono luoghi in cui la fragilità non viene nascosta, ma
accompagnata; in cui il lavoro diventa strumento di dignità e non semplice
attività economica.»
Fiorio
ha ricordato come la Legge 141/2015 abbia rappresentato un cambio di paradigma:
«Per la prima volta lo Stato ha riconosciuto che il
welfare può nascere dalla terra. Che l’inclusione può essere generata da un
campo coltivato, da una stalla, da un orto, da un laboratorio di
trasformazione. E che l’agricoltura, quando è messa nelle condizioni di
esprimere la sua funzione sociale, diventa un motore di coesione e di
rigenerazione territoriale.»
Rivolgendosi
ai giornalisti presenti, ha sottolineato la responsabilità dell’informazione:
«Raccontare
l’agricoltura sociale significa raccontare un’Italia che non lascia indietro
nessuno. Significa dare voce a un welfare che non si limita a erogare servizi,
ma costruisce relazioni, restituisce autonomia, ricuce comunità. È un
giornalismo che richiede sensibilità, competenza e la capacità di vedere oltre
la produzione agricola in senso stretto.»
E ha
concluso con una visione che guarda al futuro:
«La
sfida dei prossimi anni sarà consolidare questo modello, ampliarlo, sostenerlo
con risorse adeguate e farlo conoscere. Perché l’agricoltura sociale non è un
settore: è un modo di pensare il Paese.»
Economia.
Agricoltura,
Giansanti: investire
nel primario
significa rafforzare
la
sicurezza dell’Europa.
Liberacr.it
– Gregorio Bonomo – (13 -06 – 2026) – Redazione – ci dice:
Per
Confagricoltura il settore agricolo non può essere considerato una spesa da
comprimere.
Produzione
alimentare, territori, reddito delle imprese, giovani e PAC sono parte della
stessa infrastruttura strategica.
investire
nel primario significa rafforzare la sicurezza dell’Europa.
L’agricoltura
non è soltanto produzione di cibo.
È presidio del territorio, sicurezza degli
approvvigionamenti, stabilità sociale, lavoro, filiere, paesaggio, gestione
delle risorse e autonomia strategica.
È il
punto richiamato da Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura e del
Copa, nel suo ragionamento sul ruolo del settore primario nel futuro
dell’Europa.
Il messaggio è netto:
investire
nell’agricoltura significa rafforzare insieme la tenuta produttiva, la
sicurezza alimentare e la stabilità dei territori.
Per
Confagricoltura, il tema non può essere letto come una semplice rivendicazione
di categoria.
Dopo anni segnati da crisi energetiche,
tensioni geopolitiche, aumento dei costi, difficoltà sugli input produttivi,
siccità e instabilità dei mercati, il settore agricolo è tornato al centro
delle priorità strategiche europee.
Il
punto è capire se questa centralità sarà riconosciuta anche nei bilanci, nelle
scelte politiche e nel futuro della Politica Agricola Comune.
Agricoltura
come infrastruttura del Paese.
Ridurre
l’agricoltura a una voce produttiva significa non coglierne più il ruolo reale.
Nei
territori rurali, nelle aree interne, in collina, in montagna e nelle zone più
fragili, l’impresa agricola svolge anche una funzione di presidio.
Mantiene
vivi spazi economici e sociali che, senza attività produttiva, rischierebbero
abbandono, spopolamento, degrado del suolo e maggiore vulnerabilità al
dissesto.
Per
Confagricoltura, investire nel settore primario significa quindi sostenere
anche la tenuta fisica del Paese. Non solo raccolti, ma manutenzione del territorio,
presenza economica, gestione delle risorse e continuità delle comunità rurali.
Il
cambiamento climatico rende questo ruolo ancora più evidente. Siccità, piogge
estreme, gelate, grandinate e crisi idriche colpiscono direttamente le aziende
agricole, ma hanno effetti che vanno oltre il campo: riducono produzioni,
aumentano i costi, mettono sotto pressione filiere e territori.
Senza
investimenti in acqua, innovazione, gestione del rischio, infrastrutture rurali
e adattamento climatico, la sicurezza alimentare resta fragile.
Sicurezza
alimentare e autonomia europea
Il
lessico della sicurezza è cambiato.
Per
anni, in Europa, sicurezza ha significato soprattutto difesa, energia, confini
e ordine pubblico.
Oggi
riguarda anche il cibo.
Confagricoltura
richiama da tempo questo passaggio: senza produzione agricola forte,
competitiva e sostenibile economicamente, l’Europa diventa più dipendente
dall’esterno e più vulnerabile agli shock internazionali.
Fertilizzanti,
energia, logistica, acqua, commercio globale e materie prime non sono temi
separati dall’agricoltura.
Sono
condizioni essenziali per produrre.
Quando
uno di questi fattori si inceppa, l’effetto arriva rapidamente nei bilanci
delle imprese e, nel tempo, nella capacità del sistema agroalimentare di
garantire disponibilità e stabilità dei prezzi.
Per
questo l’agricoltura non può essere trattata come un capitolo secondario
rispetto ad altre priorità europee. È parte della sicurezza economica e sociale
del continente.
Il
nodo della PAC.
Il
ragionamento di Giansanti porta inevitabilmente al futuro della Politica
Agricola Comune.
Per
Confagricoltura, la PAC deve restare una politica forte, comune e adeguatamente
finanziata.
Non può essere indebolita proprio nel momento
in cui all’agricoltura viene chiesto di garantire cibo, sostenibilità, presidio
territoriale, adattamento climatico, qualità, tracciabilità e benessere
animale.
Il
rischio è caricare il settore di obiettivi sempre più ampi senza riconoscere
risorse coerenti.
La PAC
resta lo strumento principale per sostenere il reddito agricolo, accompagnare
gli investimenti, favorire il ricambio generazionale, gestire le crisi e
mantenere vive le aree rurali.
Se
viene ridimensionata o resa meno riconoscibile dentro il bilancio europeo, la
conseguenza non è solo contabile. Diventa produttiva: meno certezze per le
imprese, meno programmazione, meno capacità di affrontare transizioni e shock.
Reddito
agricolo e giovani.
Per
Confagricoltura il reddito agricolo resta il primo punto.
Senza
redditività, non ci sono investimenti, innovazione, sostenibilità, ricambio
generazionale o presidio del territorio.
Il
problema non riguarda solo quanto viene prodotto, ma quanto resta alle imprese
agricole lungo la filiera. Se gli agricoltori continuano a sostenere costi
crescenti senza una remunerazione adeguata, la tenuta del sistema si
indebolisce.
A
questo si collega il tema dei giovani.
Rendere
l’agricoltura attrattiva significa dare prospettive economiche, accesso alla
terra, credito, formazione, strumenti per innovare e regole stabili.
Un giovane non entra in agricoltura solo per
vocazione. Entra se può costruire un’impresa sostenibile.
Anche
per questo la PAC e le politiche nazionali devono essere pensate come strumenti
di futuro, non come semplice compensazione.
Costi,
filiere e reciprocità.
Il
richiamo di Confagricoltura alla sicurezza agricola riguarda anche i rapporti
commerciali.
L’Europa
chiede ai propri agricoltori standard elevati su ambiente, sicurezza, qualità e
tracciabilità. Ma questi standard devono essere accompagnati da regole di
reciprocità verso i prodotti importati.
Se il
mercato europeo si apre a produzioni che non rispettano condizioni equivalenti,
il rischio è scaricare sugli agricoltori europei costi più alti e concorrenza
non equilibrata.
La
sicurezza alimentare non si difende solo aumentando la produzione. Si difende
anche garantendo che chi produce in Europa possa competere in condizioni
corrette.
È un
tema che riguarda accordi commerciali, controlli, filiere, prezzi all’origine e
posizione degli agricoltori nella catena agroalimentare.
L’agricoltura
non è il passato.
Il messaggio
di Confagricoltura è chiaro: l’agricoltura non è un settore del passato da
accompagnare lentamente al ridimensionamento.
È una
delle infrastrutture strategiche del futuro europeo.
Produce
cibo, tutela territori, sostiene comunità, contribuisce all’export, gestisce
risorse naturali, affronta il clima che cambia e partecipa alla sicurezza del
continente.
Per
questo investire nel primario non significa difendere una spesa. Significa
rafforzare un sistema che tiene insieme economia reale, ambiente, coesione
sociale e autonomia strategica.
La
sfida, ora, è trasformare questa consapevolezza in scelte concrete: una PAC
forte, risorse adeguate, semplificazione, strumenti di gestione del rischio,
sostegno ai giovani, investimenti in acqua e innovazione, maggiore forza degli
agricoltori nella filiera.
Per
Confagricoltura, il punto è questo: l’Europa non può chiedere all’agricoltura
di garantire sicurezza alimentare, sostenibilità e presidio dei territori se
poi la considera una voce da comprimere.
Il
futuro del continente passa anche dai campi. E la politica agricola dovrà
dimostrare di averlo capito.
Attualità.
Giansanti:
«L’agricoltura è
sicurezza
nazionale, l’Europa
protegga
il mercato».
Terraevita.edagricole.it
- Francesca Baccino – (11 Maggio 2026) – Redazione – ci dice:
Alla
tre giorni organizzata da Confagricoltura il suo presidente, Massimiliano
Giansanti, lancia l’allarme sulle crisi geopolitiche e rincari.
Chiesta
una nuova Pac più ambiziosa e maggiore autonomia strategica per l’Ue.
Il
sostegno della premier, Giorgia Meloni, alla centralità dell’agricoltura non
solo per il suo contributo economico.
Un documento di Confagricoltura, realizzato
con L'Università Bocconi, traccerà il percorso del settore fino al 2050.
«Il
cibo è diventato uno strumento di potere».
L’agricoltura
va tutelata come pilastro della sicurezza nazionale, settore strategico per la
stabilità sociale e la tenuta economica di un Paese non solo come produttrice
di beni alimentari.
È
questo il messaggio lanciato da Massimiliano Giansanti, in un intervento
focalizzato sugli effetti delle tensioni geopolitiche, della crisi energetica e
delle difficoltà di approvvigionamento delle materie prime durante
“L’agricoltura il futuro”, la tre giorni di lavori organizzata da
Confagricoltura a Milano dal 7 al 9 maggio 2026 destinata a realizzare, insieme
all'Università Bocconi, il Manifesto del settore primario da qui al 2050.
«Oggi
l’agricoltura è la sicurezza nazionale del Paese» ha affermato Giansanti,
sottolineando come il settore primario non possa più essere considerato
soltanto produttore di beni alimentari, ma debba essere riconosciuto come
elemento centrale per la stabilità economica e sociale.
«Detenere
il cibo significa detenere il potere – ha aggiunto – e avere un’agricoltura
forte significa avere una democrazia forte».
Il
presidente di Confagricoltura ha insistito sulla necessità di costruire una
visione strategica di lungo periodo. «Il manifesto che proponiamo - ha concluso
Giansanti - non è un elenco di richieste, ma un documento di sistema che non
verrà presentato oggi perché deve essere attentamente elaborato e ha bisogno di
tempo».
La
premier Meloni: «Rifiutiamo il racconto surreale degli agricoltori come nemici
della natura».
L’agricoltura
«è sempre più centrale per la nostra vita, per la nostra economia, per la
nostra identità e anche per la nostra sicurezza» ha detto la premier Giorgia
Meloni, intervenendo all'iniziativa di Confagricoltura.
Meloni
ha rivendicato il ruolo strategico del comparto agricolo italiano, definendo
gli agricoltori «i primi custodi dell’ambiente» e criticando «il racconto
surreale di agricoltori come nemici della natura.
Questa
lettura è ideologica e inaccettabile ed è la ragione per cui l'abbiamo
contrastata, la contrastiamo convintamente.
Sappiamo
che i nostri agricoltori sono i primi alleati della natura, che non è possibile
proteggere l'ambiente senza l'opera responsabile dell'uomo»».
Secondo
la premier, serve una visione capace di tenere insieme «sviluppo e tutela,
innovazione e tradizione».
La
premier, Giorgia Meloni, è presente al Convegno di Confagricoltura a Milano.
La
premier ha ricordato lo stanziamento del Governo, oltre 15 miliardi di euro, in
appena tre anni:
«Abbiamo investito sulla competitività delle
filiere, facendo crescere gli interventi del Piano Nazionale di Ripresa e
Resilienza di oltre 5 miliardi, concentrando quelle risorse su ciò che il
settore riteneva più utile come i contratti di filiera, la produzione di
energia rinnovabile senza consumo di suolo, l'efficientamento idrico.
Ci
siamo impegnati a proteggere la nostra eccellenza dall'”Italian sounding”,
dalla concorrenza sleale».
Meloni
ha sottolineato anche l’importanza della legge a tutela dell’agroalimentare
approvata nei giorni scorsi dal Parlamento: «Abbiamo introdotto nuovi reati e
previsto l’aggravante di agropirateria, con sanzioni proporzionali alle
dimensioni del fatturato delle imprese, perché siano un deterrente serio, vero,
reale».
Ampio
spazio anche al tema europeo. La premier ha sottolineato il ruolo dell’Italia
nella difesa della Politica agricola comune:
«Siamo
riusciti a ottenere 10 miliardi di euro in più nella futura Pac rispetto alla
proposta iniziale della Commissione».
E ha
ribadito la necessità di rafforzare la sovranità alimentare europea:
«Nel
mondo di caos in cui viviamo oggi non possiamo permetterci di dipendere dagli
altri per ciò che è fondamentale».
Oltre
alla presidente del Consiglio Giorgia Melon all’evento milanese di
Confagricoltura sono intervenuti
i ministri per l’ambiente Gilberto Pichetto
Fratin, dell’agricoltura, Francesco Lollobrigida, il presidente della Regione
Lombardia Attilio Fontana e hanno portato i loro contributi i ministri Antonio
Tajani, Matteo Piantedosi, e il rettore della Bocconi, Francesco Bollari
assieme ai principali stakeholder del mondo economico.
Massimiliano
Giansanti e Giorgia Meloni.
I
problemi legati alla crisi globale.
Il
presidente di Confagricoltura ha evidenziato le criticità che stanno colpendo
le imprese agricole europee, a partire dall’esplosione dei costi dei
fertilizzanti.
«L’urea è passata da 300 a 1.000 euro a
tonnellata e il problema non è soltanto il prezzo, ma anche la disponibilità
del prodotto», ha spiegato. Secondo Giansanti, la situazione internazionale e
le tensioni legate ai grandi Paesi produttori stanno trasformando il cibo e le
materie prime agricole in strumenti geopolitici.
«Stiamo
vivendo una delle peggiori crisi produttive degli ultimi cento anni» ha detto,
richiamando gli effetti della guerra russo-ucraina, delle tensioni nello
Stretto di Hormuz e delle difficoltà logistiche internazionali.
Un quadro che, secondo il presidente di
Confagricoltura, rischia di avere conseguenze pesanti anche sui raccolti
futuri:
«Se
entro settembre non si arriverà a una soluzione del conflitto in Iran, il 2026
e il 2027 potrebbero essere anni ancora peggiori».
Il
ruolo attivo che deve assumere l’Europa.
Giansanti
ha poi puntato il dito contro l’Europa, definita «un grande condominio»
incapace di reagire in modo unitario alle emergenze economiche e produttive.
«In una fase straordinaria servono strumenti
straordinari – ha dichiarato –.
Non capisco perché non venga consentito agli
Stati di superare i vincoli del Patto di stabilità per sostenere i sistemi
produttivi».
Tra le
richieste avanzate da Confagricoltura figura anche la revisione delle politiche
europee sui fertilizzanti e sulle importazioni.
«La maggior parte dei fertilizzanti utilizzati
in Europa ha matrice russa o bielorussa – ha ricordato – e la nuova tassazione
sul carbonio rischia di pesare per oltre un miliardo di euro solo sugli
agricoltori italiani».
L’impatto
dei rincari anche al consumo.
Il
presidente di Confagricoltura ha inoltre richiamato il tema dell’impatto dei
rincari sul consumatore finale.
«Quando compriamo una bottiglia di latte, il
prodotto vale circa 47 centesimi, ma il cittadino lo paga due euro al litro a
causa dei costi energetici, dei trasporti e del packaging» ha osservato,
avvertendo che gli aumenti rischiano di trasferirsi sempre di più sul carrello
della spesa.
Una
Pac che deve essere più «ambiziosa».
Giansanti
ha ribadito la necessità di una nuova Pac «ambiziosa», capace di sostenere
innovazione, digitalizzazione, energie rinnovabili e autonomia produttiva
europea.
«Serve una Pac che accompagni davvero la
crescita del sistema agricolo europeo» ha affermato.
Transizione
energetica.
Ampio
spazio è stato dedicato anche al ruolo dell’agricoltura nella transizione
energetica e ambientale.
«L’agricoltura oggi non produce soltanto beni
primari, ma anche energia» ha spiegato Giansanti, ricordando il contributo
delle bioenergie e delle rinnovabili alla sicurezza energetica nazionale.
Secondo Giansanti, il futuro del settore passerà anche attraverso lo sviluppo
dell’idrogeno verde e del digestato, per ridurre la dipendenza dall’estero.
Il
ministro Pichetto Frattin ha sottolineato in maniera chiara i risultati
ottenuti attraverso le risorse messe a disposizione dal PNRR (Piano nazionale
di ripresa e resilienza).
In
particolare, gli investimenti destinati alle agroenergie, soprattutto nei
settori dell’agri-voltaico e del biometano, stanno favorendo un profondo
ammodernamento delle aziende agricole, con ricadute positive sia sul piano
dell’efficienza produttiva sia su quello della redditività delle imprese.
Attualmente
il sistema delle agroenergie in Italia può contare su 3,4 gigawatt di potenza
installata nelle aziende agricole, una quota che contribuisce per l’8,5% alla
produzione nazionale di energia elettrica da fonti rinnovabili.
Un
dato che evidenzia il livello di sviluppo raggiunto dal comparto in poco più di
vent’anni.
Pichetto
Frattin ha, inoltre, ricordato come” i prezzi minimi garantiti” rappresentino
uno strumento fondamentale per integrare i ricavi delle imprese, più che un
incentivo diretto, permettendo di sostenere i costi di gestione in una fase
particolarmente delicata come quella successiva al termine degli incentivi.
Sull’eventuale
modifica del Decreto bollette il ministro ha rinviato qualsiasi valutazione
sugli aggiustamenti normativi all’evoluzione delle trattative in corso con
l’Unione europea e alla dinamica dei prezzi energetici internazionali.
Relativamente
all'Europa Pichetto Frattin ha chiesto di «scorporare o meglio concedere,
rispetto agli interventi sul fronte energetico, una deroga rispetto al patto di
stabilità».
La PAC
e la sostenibilità sociale.
Agricoltura
e sviluppo rurale.
Agriculture.ec.europa.eu
– (16 giugno 2026) – Redazione – ci dice:
Strategia
per promuovere il ricambio generazionale.
Questa
strategia affronta le sfide demografiche che il settore agricolo dell'UE si
trova ad affrontare, attirando e sostenendo i giovani agricoltori
imprenditoriali.
Per
saperne di più sulla strategia.
La PAC
e la sostenibilità sociale nell'UE.
Il
podcast "Food for Europe."
Produrre
alimenti sicuri e sostenibili.
Promuovere
comunità rurali resilienti.
Il
ruolo della conoscenza e dell'innovazione.
La PAC
e la sostenibilità sociale nell'UE.
L'agricoltura
non riguarda soltanto gli agricoltori e le loro famiglie, ma sostiene anche la
società nel suo insieme, in tutta l'UE, attraverso una serie di servizi
essenziali.
In particolare, l'agricoltura:
fornisce
generi alimentari e altri prodotti essenziali ai cittadini.
Funge
da spina dorsale delle comunità rurali.
La
politica agricola comune (PAC) provvede a che gli agricoltori possano
continuare a fornire tali servizi nel lungo periodo, promuovendo la
sostenibilità economica dell'agricoltura.
A loro volta, le misure economiche della PAC
contengono disposizioni sociali, come il sostegno ai piccoli agricoltori e i
pagamenti ridistributivi.
Anche
le azioni ambientali della PAC sono concepite per essere socialmente
sostenibili.
Sostenendo
gli impegni in materia di gestione e gli investimenti a tutela dell'ambiente,
la PAC consente a tutti gli agricoltori di proteggere le risorse naturali e la
biodiversità per conto della società:
un servizio essenziale che altrimenti non
verrebbe remunerato dal mercato.
Inoltre,
con politiche e azioni volte specificamente alla sicurezza alimentare e a
sostenere le comunità rurali, la PAC garantisce che l'agricoltura possa
contribuire alla sostenibilità a tutti i livelli della società.
Il
podcast "Food for Europe."
A
group of people standing in a field.
31.
Pilastro sociale della PAC: l'essenza dell'agricoltura europea
7
settembre 2023.
47.
Rete di contatti per le imprenditrici rurali
31
ottobre 2024.
55.
Dialogo con i giovani: agevolare l'accesso alle professioni agricole.
16
maggio 2025.
Una
PAC più equa.
La PAC
2023-2027 indirizza il sostegno a coloro che ne hanno più bisogno:
ridistribuzione
del sostegno al reddito:
i paesi dell'UE devono destinare almeno il 10% dei
loro pagamenti diretti allo strumento di sostegno ridistributivo al reddito,
per rispondere meglio alle esigenze di reddito delle aziende agricole di
piccole e medie dimensioni.
Agricoltori
in attività:
la nuova legislazione contiene una definizione
obbligatoria ma flessibile di agricoltore in attività che deve essere istituita
dai paesi dell'UE, compreso il livello delle attività intraprese. Solo gli
agricoltori in attività possono ricevere un certo sostegno dell'UE.
Condizionalità
sociale:
i
pagamenti della PAC sono subordinati al rispetto di determinate norme dell'UE
in materia di lavoro e i beneficiari sono incentivati a migliorare le
condizioni di lavoro nelle aziende agricole.
Convergenza
dei pagamenti:
nella
PAC 2023-2027 i livelli di sostegno al reddito convergono maggiormente, sia
all'interno dei singoli paesi dell'UE che tra i paesi dell'UE.
Sostegno
ai giovani agricoltori:
i paesi dell'UE devono distribuire almeno il
3% del loro bilancio per i pagamenti diretti ai giovani agricoltori, sotto
forma di sostegno al reddito o agli investimenti o di aiuti all'avviamento per
i giovani agricoltori.
Migliore
equilibrio di genere:
la
parità di genere e l'aumento della partecipazione delle donne all'agricoltura
fanno parte, per la prima volta, degli obiettivi dei piani strategici della
PAC.
I paesi dell'UE devono valutare tali questioni e
affrontare le sfide individuate.
Produrre
alimenti sicuri e sostenibili.
La
sicurezza alimentare è una preoccupazione centrale dell'UE.
Uno degli obiettivi storici della PAC, una
delle prime e principali politiche dell'UE, era garantire la sicurezza
alimentare all'indomani della Seconda guerra mondiale.
Per
aiutare l'agricoltura a soddisfare le richieste della società, la PAC favorisce
una produzione alimentare efficiente che offra il massimo rendimento agli
agricoltori, ai consumatori e all'ambiente:
trasformando
i metodi di produzione e i sistemi di gestione per ridurre l'uso di pesticidi e
fertilizzanti e privilegiando soluzioni naturali, tecnologiche e digitali.
Fornendo
un'ampia gamma di azioni di sostegno per rafforzare il reddito agricolo e
stimolare la competitività.
Finanziando
misure di informazione e promozione per ricordare ai consumatori che l'agricoltura
europea è una fonte di cibo sicura e sostenibile.
Promuovere
comunità rurali resilienti.
In
tutta l'UE l'agricoltura è la spina dorsale delle comunità rurali.
Queste comunità sono chiamate ad affrontare
una serie di sfide, come l'invecchiamento della popolazione, l'inadeguatezza
delle infrastrutture e la mancanza di servizi e opportunità di lavoro.
La PAC
contribuisce ad accrescere la resilienza delle comunità rurali in vari modi:
la
politica di sviluppo rurale punta all'inclusione sociale, alla creazione e alla
diversificazione dei posti di lavoro, nonché allo sviluppo delle infrastrutture
rurali, come l'estensione della banda larga.
I
programmi di sviluppo rurale comprendono anche il sostegno attraverso il metodo
LEADER, che riunisce le comunità rurali per prepararsi e gestire strategie di
sviluppo locale per far fronte alle loro sfide.
Un
sostegno supplementare per gli agricoltori delle zone soggette a vincoli
naturali o di altro tipo contribuisce a mitigare le conseguenze socioeconomiche
negative dell'abbandono delle terre, mentre i pagamenti specifici per i giovani
agricoltori incoraggiano il ricambio generazionale e la sostenibilità delle
popolazioni rurali.
Attraverso
il quadro comune di monitoraggio e valutazione (QCMV) la Commissione raccoglie
indicatori socioeconomici globali sulle zone rurali, garantendo soluzioni
fondate sui dati per le principali questioni sociali, come lo spopolamento, la
povertà e la disoccupazione.
La PAC
riconosce e rafforza inoltre le relazioni tra le comunità rurali e l'ambiente
in cui vivono.
Le
misure volte a proteggere i paesaggi, la fauna selvatica e le risorse naturali,
come l'aria pura e i corsi d'acqua, non sono soltanto vantaggiose per
l'agricoltura e l'ambiente, ma contribuiscono anche alla qualità della vita
nelle zone rurali, oltre a offrire opportunità per attività ricreative e
turistiche, a ulteriore sostegno delle comunità rurali.
Visione
per l'agricoltura e l'alimentazione.
La
Commissione presenta la sua visione per l'agricoltura e l'alimentazione, che
promuove la fiducia e il dialogo lungo l'intera catena del valore, nell'UE e a
livello mondiale.
Per
saperne di più sul futuro dell'agricoltura.
Europea
Union 2025 - Adobe Stock – “Taras Rudenko”.
Il
ruolo della conoscenza e dell'innovazione.
La
conoscenza, la ricerca e l'innovazione possono infondere vitalità nelle zone
rurali e contribuire a garantire un futuro dinamico alle comunità locali:
la
politica di sviluppo rurale sostiene l'innovazione nelle zone rurali attraverso
il partenariato europeo per l'innovazione in agricoltura e iniziative quali i
piccoli comuni intelligenti.
La
ricerca e l'innovazione in settori quali le dinamiche e politiche rurali e
agricole, lo sviluppo del capitale umano e la promozione di sistemi innovativi
favoriscono la resilienza delle comunità rurali e svolgono un ruolo importante
nello stimolare una crescita economica verde e socialmente inclusiva.
La
ricerca e l'innovazione si rivolgono inoltre a settori quali le catene del
valore alimentari e non alimentari sostenibili, innovative e circolari, gli
approcci ecologici all'agricoltura e l'agricoltura digitale, permettendo di
conseguire la sicurezza alimentare senza mettere a dura prova l'ambiente.
Gli
obiettivi di produzione alimentare della PAC sono ulteriormente sostenuti dal
Centro comune di ricerca, il servizio della Commissione europea per la scienza
e la conoscenza, che svolge attività di ricerca nel settore dell'agricoltura e
della sicurezza alimentare.
Comunicato.
Forum
Confagricoltura a Milano: "L'agricoltura è questione strategica per
sicurezza, competitività e stabilità dell'Europa nei prossimi decenni”.
Confagricoltura.it
– (09 Maggio 2026) – Comunicato – Redazione- ci dice:
Forum
Confagricoltura a Milano:
Con
l’intervento del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida si è chiusa
oggi a Palazzo Mezzanotte, a Milano, la tre giorni di lavori di Confagricoltura
per la realizzazione, insieme all'Università Bocconi, del Manifesto del settore
primario da qui al 2050.
Un
evento molto partecipato, che ha portato nel capoluogo lombardo centinaia di
imprenditori agricoli e delegati da tutta Italia, arricchito nella parte
pubblica dai dialoghi con i principali stakeholder del mondo economico e dalla
presenza del presidente del Consiglio
Giorgia Meloni, dei ministri Gilberto Pichetto Frattin e, appunto,
Lollobrigida, del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, e dei
contributi dei ministri Antonio Tajani, Matteo Piantedosi, e del rettore della
Bocconi Francesco Bollari.
Venerdì
e sabato sono intervenuti sul palco della Triennale e di Palazzo Mezzanotte
Pietro Labriola, amministratore delegato e direttore generale Tim; Marco
Fortis, direttore fondazione Edison; Carmine Masiello, capo di Stato Maggiore
dell'Esercito Italiano in dialogo con il direttore di Chora Media Mario
Calabresi; Fabrizio Iaccarino, responsabile Affari Istituzionali Italia Enel;
Nicola Monti, AD
Edison;
Emanuela Trentin, AD e DG Veolia Italia; Mauro Fanin, presidente Gruppo
Cerealdocks, Sandro Pappalardo, presidente Ita Airways; Vera Veri, chef
Investment Office di Simest; Federico Ghizzoni, vicepresidente esecutivo
Clessidra Holding; Claudia Cattani, presidente BNL BNP Paribas; Massimo Luvie,
condirettore generale Reale Mutua Assicurazioni; Frederik German, AD Banca
Ifis; Vittorio Ratto, vicedirettore generale Crédit Agricole; Matteo Zoppas,
presidente di ITA Italiano Trade Agency; Marcello Di Caterina, vicepresidente e
DG di Alis; Maria Teresa Maschio, presidente Feder Una coma; Carlo Vaghi,
presidente Autostrade dello Stato; Cesare Ferrero, presidente e AD Sogemi;
Francesco Rutelli, presidente Soft Power Club; Maurizio Martina, vicedirettore
Generale FAO, ed Enrico Letta, Dean IE University Madrid.
“In
questi due giorni abbiamo scelto di compiere un esercizio non ordinario – ha
detto il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti - non ci siamo
limitati a discutere le criticità del presente o a ragionare sulle emergenze
quotidiane che il settore agricolo si trova ad affrontare.
Abbiamo
provato, invece, a fare qualcosa di più complesso e più ambizioso: costruire
una visione di lungo periodo per l’agricoltura italiana ed europea”.
È
emersa una riflessione molto netta: un settore strategico non può essere
soffocato da frammentazione normativa, eccesso burocratico e instabilità
regolatoria.
“Servono
governance più moderne, regole più armonizzate, maggiore capacità di
coordinamento europeo e una pubblica amministrazione capace di accompagnare, e
non rallentare, la competitività delle imprese agricole”.
Il
settore primario italiano del 2050 dovrà essere più competitivo, più
tecnologico, più sostenibile, più attrattivo, più manageriale, più integrato
nelle grandi strategie economiche e geopolitiche europee.
“La
convinzione che attraversa tutto questo lavoro - ha aggiunto Giansanti - è che
l’agricoltura non è più un settore marginale delle politiche europee. È una
delle grandi questioni strategiche su cui si giocheranno sicurezza,
competitività e stabilità dell’Europa nei prossimi decenni.
Ed è
per questo che Confagricoltura, insieme a Soft Power Club, avvia un
Osservatorio su geopolitica e sicurezza alimentare, perché il settore primario
deve diventare un elemento di trattativa a livello geopolitico, dando un reale
contributo alla stabilità e all’economia del Paese”.
(Il
comunicato).
Per
una CARTA dei VALORI e
dei
PRINCIPI dell'AGRICOLTURA
SOCIALE.
Fattoriesociali.it
– Rete Fattorie sociali – (18 giugno 2026) – Lollobrigida -Redazione -ci dice:
Flash
News:
Giovedì
25 Giugno 2026 Antibes. Lollobrigida: "Più fondi per la PAC e intesa con
Parigi per tutelare DOP e IGP".
Giovedì
25 Giugno 2026 Agricoltura: Lollobrigida, Cabina regia per controlli
straordinari settore olivicolo.
Giovedì
25 Giugno 2026 Al Masaf raggiunto accordo sul prezzo del latte al rialzo
rispetto a trimestre precedente.
Giovedì
18 Giugno 2026 40 anni ICQRF. Lollobrigida: "Traguardo straordinario.
Impegno incessante Stato a tutela qualità, trasparenza e legalità sistema
agroalimentare."
Mercoledì
17 Giugno 2026 Agricoltura. Lollobrigida: con oltre 1 miliardo Coltivaitalia
garantisce futuro a settore Nasce la struttura commissariale per la Xylella,
300 milioni a olio, allevamenti e cereali.
Mercoledì
17 Giugno 2026 Tea: Lollobrigida, da Parlamento Ue svolta storica per
agricoltura europea.
Lunedì
15 Giugno 2026 Tea: Lollobrigida, grande passo avanti in Ue per l'Italia e per
l'agricoltura europea
Venerdì
12 Giugno 2026 Agricoltura, Lollobrigida: "Con Cabina di regia in Italia
più controlli, più efficaci".
Giovedì
11 Giugno 2026 Peperoncino di Calabria e Zampina di Sammichele di Bari nel
registro Ue. Lollobrigida: Le IG sono la via maestra per valorizzare il Sud e
le nostre eccellenze.
Mercoledì
10 Giugno 2026 Agricoltura. Lollobrigida: ok prima risposta Commissione a crisi
fertilizzanti, adesso sospendere CBAM e ETS.
Martedì
9 Giugno 2026 Agroalimentare. Lollobrigida: "Un altro passo in avanti per
l'export di uva da tavola italiana in Sudafrica".
Lunedì
8 Giugno 2026 Agricoltura, riunione straordinaria ministri G7 su conseguenze
conflitto in Medio Oriente e prezzi fertilizzanti.
Giovedì
4 Giugno 2026 Lollobrigida: "Rafforziamo i Consorzi di tutela, più
sostegno a DOP e IGP"
Giovedì
4 Giugno 2026 Question Time del Ministro Lollobrigida alla Camera.
Giovedì
4 Giugno 2026 Pesca. La Pietra, chiarezza e risposta immediata del Governo su
credito di imposta carburante, arresti temporanei, definitivi e rimodulazione
fondi FEAMPA.
Venerdì
29 Maggio 2026 Latte, Lollobrigida: da Agea più risorse per gli allevatori di
montagna e delle aree interne.
Venerdì
29 Maggio 2026 Olio. La Pietra, da confronto al Masaf spunti importanti per
analisi del mercato.
Giovedì
28 Maggio 2026 Masaf pubblica il bando "Frutta e Verdura nelle
Scuole": oltre 14 milioni di euro per garantire alimenti sani agli alunni
fin dal primo giorno di scuola.
Giovedì
28 Maggio 2026 Maltempo, Lollobrigida firma decreti per il riconoscimento
dell'eccezionalità del ciclone Harry.
Venerdì
22 Maggio 2026 Cdm, Lollobrigida: 100 milioni per acquisto fertilizzanti e
gasolio agricolo contro caro prezzi.
Giovedì
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Parigi per tutelare DOP e IGP".
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gasolio agricolo contro caro prezzi.
Verso
la Comunità di Pratiche Italiana dell’Agricoltura Sociale
Contributo
della Rete Fattorie Sociali per una
CARTA
dei VALORI e dei PRINCIPI dell’AGRICOLTURA SOCIALE.
Il presente documento vuole essere un
contributo che la Rete Fattorie Sociali offre al dibattito in vista della
Comunità di Pratiche Italiana dell’Agricoltura Sociale.
Le
assise si svolgeranno nel prossimo autunno a Roma, così come convenuto a
conclusione del Convegno svoltosi a Firenze il 29 maggio 2009 per iniziativa
dell’ARSIA Toscana.
Le
modalità dell’evento saranno definite dal costituendo Comitato Promotore aperto
a tutti coloro che intendono contribuire alla realizzazione dell’iniziativa.
Campagne
che coltivano valori.
L’Agricoltura
Sociale (AS) trova il proprio fondamento nei valori e nei principi della Carta
costituzionale e, in particolare, nell’art. 3 che impone alla Repubblica di
rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno
sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione all’organizzazione
politica, economica e sociale del Paese e nell’art. 44 che finalizza
l’intervento pubblico in agricoltura alla cura della qualità del territorio e
al perseguimento della giustizia sociale. Il suo valore etico si iscrive,
pertanto, nel carattere universalistico dei diritti umani fondamentali e, in
particolare, di quelli riferiti all’inclusione sociale di tutti senza
distinzione alcuna e all’accesso equo alle risorse della Terra, ora e in futuro,
per fare in modo che ognuno sia libero di poter contribuire al bene comune.
Le
campagne contemporanee portano il segno di due recenti fratture: quella
ambientale, provocata dagli effetti negativi dell’agricoltura intensiva, e
quella territoriale, dovuta all’eccessiva specializzazione produttiva che ha
determinato ulteriori e più profondi divari tra le zone pianeggianti e le zone
interne di collina e di montagna. Sicché, paradossalmente, fattori che hanno
consentito l’immenso successo della modernizzazione agricola, come l'uso della
chimica per accrescere la fertilità dei suoli e ottenere cibi più sicuri e
l’inserimento in sistemi di relazioni industriali e di mercato, si rivelano,
nel tempo, cause formidabili di degradazione della stoffa stessa dello sviluppo
agricolo.
Rotture
siffatte rischiano di assecondare un progressivo distacco tra l’agricoltura e
il suo fondamento etico, costituito dal principio dell’uso delle risorse per la
piena realizzazione della persona umana, come dimostra in modo inequivocabile
il nuovo ed esecrabile volto assunto dal caporalato, manifestatosi nella forma
di vero e proprio schiavismo.
Accanto
a realtà caratterizzate da fenomeni negativi, sono presenti in modo diffuso
campagne che coltivano e riproducono valori, come le esperienze e i progetti di
AS che promuovono inclusione sociale e lavorativa e servizi educativi,
terapeutici e riabilitativi. L’inserimento lavorativo in agricoltura può
riguardare persone con disabilità, ex tossicodipendenti, ex detenuti,
disoccupati di lungo periodo, giovani con difficoltà nell’apprendimento o
nell’organizzare la loro rete di relazioni, ecc. e si ottiene sia attraverso
l’assunzione in imprese già esistenti, sia mediante percorsi di
autoimprenditorialità. D’altro canto, i servizi terapeutici, riabilitativi e di
inclusione sociale 1 mediante l’utilizzo di pratiche agricole possono
interessare soggetti con disabilità gravi, anziani, malati terminali, donne che
hanno subito violenza, extracomunitari, ecc. e sono erogati da aziende, enti
pubblici, fondazioni, onlus e in generale da strutture che dispongono di
risorse agricole. Per quanto riguarda, infine, i servizi educativi, vanno
considerate le attività rivolte alla fascia di età prescolare mediante
l’istituzione di agri nidi e quelle orientate a supportare l’integrazione di
alunni svantaggiati nelle scuole di ogni ordine e grado. Tali servizi
rappresentano il naturale completamento dei percorsi formativi già largamente
sperimentati con le fattorie didattiche.
Percorsi
siffatti si realizzano anche sui terreni confiscati alle mafie, come dimostrano
le esperienze di “Libera Terra”, che sfidano con coraggio le organizzazioni
malavitose nel cuore dei loro stessi “possedimenti” e contendono a queste il
controllo del territorio e dell’economia locale.
Le
pratiche di AS sono, pertanto, caratterizzate da una pluralità di modelli
organizzativi che dipendono dalle differenti motivazioni etiche ed economiche
alla base delle singole iniziative; dalla varietà di figure sociali, competenze
e risorse coinvolte e dalla molteplicità dei sistemi territoriali e delle forme
di possesso della terra, dalla proprietà privata a quella pubblica e
collettiva. È per questo motivo che le sue forme di rappresentanza sono le reti
di persone e di organizzazioni, che adottano il principio della democrazia
partecipativa e danno vita, mediante percorsi condivisi, a reti sempre più
ampie, come le comunità di pratiche a livello nazionale ed europeo.
Persone
che con l’attività agricola vogliono dare un senso alle proprie capacità.
Le
persone interessate all’AS sono innanzitutto coloro che presentano bisogni
speciali, cioè problematiche sanitarie o difficoltà sociali di particolare
gravità, e le cui necessità sono spesso rappresentate da associazioni di
familiari. Vi sono poi coloro che provengono anch’essi da ambiti lontani
dall’agricoltura e che trovano le loro motivazioni profonde nel disagio
provocato dagli aspetti quantitativi, standardizzati e consumistici del modello
di sviluppo della società contemporanea e, quindi, nel bisogno di sperimentare
nuove forme di vita, di produzione e di consumo per dare un senso alla propria
esistenza. Mostrano, inoltre, attenzione all’AS persone che hanno perduto il
lavoro in forma continuativa e sicura o che lo mantengono in condizioni
precarie e nelle attività agricole trovano un modo per integrare il reddito. Si
tratta di soggetti che in alcuni casi già operano in associazioni, cooperative
o altri enti ed hanno la disponibilità di terreni per svolgere attività
agricole. Molto spesso si trovano però soltanto nella fase iniziale
dell’elaborazione del loro progetto di vita e ricercano aree agricole di
proprietà privata, pubblica o collettiva da affittare o collaborazioni con
aziende agricole già attive per poter avviare nuove iniziative.
In
definitiva, a guardare all’AS con particolare coinvolgimento, sono
principalmente le persone provate da varie forme di svantaggio o disagio che
nelle attività agricole intravedono una chance per dare un significato alla
propria vita e un senso alle proprie capacità.
All’AS
sono, peraltro, ultimamente sempre più interessati quei produttori agricoli per
lo più “biologici” e che già svolgono attività diversificate nell’ambito
dell’agriturismo e dei servizi legati al mondo della scuola. E ad essa
incominciano a mostrare attenzione anche altri soggetti agricoli, soprattutto
giovani, con redditi misti e in possesso di strutture spesso di piccole
dimensioni, i quali, spinti dalla globalizzazione ad abbandonare modelli
produttivi eccessivamente specializzati perché 2 non premiati dai mercati, sono
indotti, per integrare il reddito, a sperimentare l’agricoltura ecocompatibile,
multifunzionale e di prossimità.
A
guidare i nuovi processi sono soprattutto le donne in quanto portatrici di una
capacità di inventare le risorse e valutare in modo attento e duttile le
opportunità. Un’attitudine acquisita nella società rurale, quando
l’assolvimento di ruoli sostitutivi di quelli maschili, ritenuti irrilevanti
nell’assetto formale del sistema che all’epoca vigeva, permetteva loro di
saggiare continuamente le innovazioni e di introdurle informalmente e senza
contraccolpi.
Un’opportunità
per le aziende agricole e per i territori rurali.
L’AS
affonda le sue radici nei valori di solidarietà e di mutuo aiuto che da sempre
hanno caratterizzato il mondo rurale. Il particolare intreccio che si determina
tra la dimensione produttiva, quella relazionale con le piante e con gli
animali e quella familiare e comunitaria ha permesso all’agricoltura di
svolgere da tempi remoti una funzione sociale. Nel mondo contadino, qualunque
persona, indipendentemente dalla propria condizione fisica o psichica, trovava
sempre una mansione da svolgere. E questo accadeva perché quel gruppo sociale
era pervaso da un profondo senso della propria dignità, in quanto individui e
come ceto, a cui si legavano i valori di reciprocità, gratuità e mutuo aiuto.
La
storia delle campagne italiane è costellata di una miriade di pratiche
comunitarie, che riguardano il “prendersi cura” delle persone. E’ sufficiente
rammentarne alcune: la molteplicità dei riti di ospitalità nei confronti
soprattutto dei più indigenti; il vegliare nelle serate invernali stando tutti
insieme per educarsi reciprocamente alla socialità e permettere agli anziani di
trasmettere ai giovani la memoria, i saperi e quei valori essenziali per dare
un senso alla vita; lo scambio di mano d’opera tra le famiglie agricole nei
momenti di punta dei lavori aziendali; i sistemi di regolazione del possesso
aventi un’implicita tendenza verso la distribuzione egualitaria delle risorse,
a partire dagli usi civici delle popolazioni locali sui terreni di proprietà
collettiva; le società di mutuo soccorso e le associazioni locali, diffuse
soprattutto nel Mezzogiorno rurale, come le chiese ricettizie, le
confraternite, i monti frumentari, i monti di pietà; le forme cooperativistiche
sorte tra i braccianti padani, che hanno segnato il movimento cooperativo in
Italia come l’unico in Europa ad avere origini agricole.
Bastano
già questi esempi per farsi un’idea di quanto profonde ed estese fossero le
reti informali di relazioni intessute dalle comunità rurali. La novità consiste
oggi nel fatto che queste attività solidali vengono realizzate in modo
esplicito e consapevole in strutture che utilizzano processi produttivi
agricoli e operano in reti relazionali preesistenti nelle campagne e all’uopo
rivitalizzate. Come i prodotti tipici della nostra tradizione enogastronomica,
anch’esse andrebbero considerate “tradizioni innovative”, "beni
tradizionali ben riusciti", "pratiche solidali d'eccellenza",
poiché potrebbero proficuamente accrescere l’attrattività e la competitività
dei territori rurali.
La
peculiarità di tali pratiche è nell’intimo intreccio tra il servizio sociale e
l’esercizio dell’attività agricola, poiché detto servizio esplica la sua
efficacia solo se la persona a cui è diretto viene pienamente coinvolta in un
processo produttivo agricolo. Le potenzialità ancora latenti dell’AS potranno,
dunque, ulteriormente manifestarsi man mano che si recupereranno modalità di
produzione scartate con la modernizzazione dell’agricoltura, in quanto ritenute
inadeguate in una mera logica di efficienza economica, e che però risultano del
tutto efficaci per consentire alle persone con determinati svantaggi o
particolari disagi di svolgere meglio e pienamente le attività agricole.
Le
prospettive dell’AS sono affidate essenzialmente a due condizioni: la prima
riguarda la possibilità di salvaguardare il ruolo delle attività produttive
agricole come lievito dello sviluppo rurale ed essenziale collante dei
principali ingredienti dello sviluppo locale, che sono natura, cultura, storia
e legami sociali; l’altra concerne la capacità di far emergere tutto il
potenziale di utilità sociale dell’agricoltura.
La
dimensione sociale non pregiudica affatto le performance economiche delle
aziende impegnate nell’AS, anzi costituisce un’opportunità per migliorarle
grazie soprattutto alla diversificazione dei mercati dei prodotti agricoli.
Poiché le fattorie sociali per loro natura sono strategicamente orientate verso
comportamenti coerenti con la sostenibilità ambientale e la giustizia sociale
come due facce della stessa medaglia, esse sono fortemente interessate a
seguire specifici e formalizzati percorsi aziendali e territoriali di
Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI), fondati sull’inclusione sociale e
lavorativa di persone in situazioni di svantaggio o di disagio, sul rispetto
delle norme contrattuali e di sicurezza dei luoghi di lavoro, sulla
valorizzazione di nuovi profili professionali, sull’adozione di processi
agricoli integrati o improntati al metodo dell’agricoltura biologica, che
permetterebbero di accrescere la capacità di valorizzare i beni e i servizi
prodotti dalle aziende agricole e la competitività dei territori rurali in cui
esse operano.
Una
modalità per creare un nuovo nesso tra sviluppo e protezione sociale nelle aree
rurali.
La
crisi economica che stiamo vivendo è la più grave dal dopoguerra e trova le sue
origini in un sistema economico mondiale privo di un’etica dei limiti. In
Italia, si intreccia con scompensi profondi nel sistema di Welfare, che sembra
non rispondere più alle esigenze della popolazione. Cresce, infatti, il numero
dei poveri e il confine tra povertà e ceto medio si assottiglia. Inoltre, la
concentrazione di anziani va di pari passo con la povertà. Si è, in sostanza,
acuita ultimamente una grande questione sociale con risvolti molto rilevanti
nell’evoluzione della nuova ruralità.
La
maggior parte delle città italiane, soprattutto quelle più grandi, è infatti
diventata meta di un’ulteriore ondata di immigrazione dalle aree più
periferiche delle singole Regioni e dell’Italia, nonché dai Paesi in via di
sviluppo. Se è la miseria a motivare principalmente la fuga dai Paesi poveri,
sono soprattutto la mancanza di lavoro e l’erosione della rete dei servizi di
prossimità a provocare l’abbandono delle nostre aree con problemi di sviluppo.
Nelle aree rurali più interne del nostro Paese, il fenomeno dell’invecchiamento
che interessa tutta la società si sta accompagnando a quello dello
spopolamento. Da una parte, infatti, la concentrazione di anziani ha fatto
aumentare la richiesta di servizi sanitari e cure mediche; dall’altra,
l’inadeguatezza delle strutture ospedaliere collocate nelle aree rurali fa sì
che la popolazione locale tenda a migrare verso i centri urbani per accedere a
servizi sanitari di qualità. Sicché migliaia di piccoli comuni delle aree più
interne dell’Appennino rischiano di estinguersi. E questo processo di
spopolamento sta comportando anche l’abbandono di vaste estensioni di aree
agricole coltivate.
Le
continue riforme della PAC hanno modificato radicalmente l’impianto precedente,
ma si sono rivelate insufficienti a determinare da sole lo sviluppo delle aree
rurali, in mancanza di un profondo riadeguamento delle politiche sociali e di
una effettiva integrazione delle diverse politiche di sviluppo e coesione. Se
da una parte le risorse destinate agli aiuti al reddito vengono giustamente
trasferite allo sviluppo rurale, dall’altra non si rafforzano le reti di
protezione sociale nelle zone interne e nel Mezzogiorno.
Sicché
le condizioni di vita delle campagne sono ulteriormente peggiorate ed è ripreso
l’esodo a ritmi più sostenuti verso le aree periurbane, dove non si addensano
più soltanto le villettopoli dei ricchi e i tuguri degli immigrati stranieri e
dei nomadi, ma anche le abitazioni a più basso costo delle persone che
rifuggono l’impazzimento delle città e dei nuovi poveri, cioè i disoccupati di
lungo periodo e coloro che pur lavorando saltuariamente hanno perduto le
protezioni che permettevano loro di assicurarsi l’indipendenza economica e
sociale.
L’AS
potrebbe contribuire a frenare l’esodo dalle aree periferiche e migliorare la qualità
della vita delle aree periurbane se fosse riconosciuta come una modalità per
creare un nuovo nesso tra sviluppo e protezione sociale nelle aree rurali. Si
tratterebbe, da una parte, di riconoscere e promuovere modi di produrre nelle
campagne in grado di generare contestualmente beni alimentari, collettivi e
relazionali e, dall’altra, di saper cogliere e strutturare la domanda latente
di servizi sociali proveniente dalle comunità nei confronti delle risorse
agricole che né lo Stato né il mercato sono in grado di mobilitare.
I
principi di una politica per l’AS.
1. Una
politica per l’AS andrebbe incentrata innanzitutto sul riconoscimento delle
specificità e della pari dignità di tutte le esperienze in cui le pratiche
agricole sono utilizzate in percorsi di inclusione sociale e lavorativa o
nell’ambito di servizi educativi, terapeutici e riabilitativi,
indipendentemente se ad attivare tali esperienze sia un’azienda agricola. Tutti
i soggetti dell’AS andrebbero pertanto considerati attori, con pari dignità
rispetto ad altri protagonisti, delle reti territoriali dei servizi sociali e
della progettazione integrata dello sviluppo locale. In tal modo, la sua natura
peculiare di attività produttiva e al tempo stesso sociale permetterebbe all’AS
di inserirsi pienamente in una visione del Welfare non più concepito in modo assistenziale,
come mera azione riparatoria degli squilibri e delle inefficienze sociali dello
sviluppo, ma in una visione nuova e moderna, che pone al centro il diritto del
cittadino alla responsabilità e alla partecipazione e individua gli interventi
sociali come azioni di sviluppo volte ad accrescere le capacità e l’autonomia
delle persone. L’AS potrebbe così diventare parte attiva dell’Economia Civile e
Solidale, al cui irrobustimento dovrebbe concorrere sempre più, insieme al
Terzo Settore, anche l’imprenditoria privata socialmente responsabile.
2. Una
politica per l’AS si dovrebbe fondare sul rafforzamento e sull’integrazione di
diverse politiche a partire da quelle europee di sviluppo e coesione. La
politica di sviluppo rurale andrebbe ampliata ulteriormente con il
trasferimento di più cospicue risorse dal primo al secondo pilastro della PAC e
rendendo più cogente la progettazione integrata; mentre l’operatività del Fondo
Sociale Europeo andrebbe estesa alla costruzione delle reti territoriali dei
servizi sociali. Sul piano delle politiche interne, le azioni per l’AS
dovrebbero essere inserite contestualmente sia nelle politiche agricole, così
come si è incominciato a fare nella quasi totalità delle Regioni con la recente
programmazione dello sviluppo rurale, che in quelle per la salute, i servizi
sociali, l’istruzione e il lavoro. Inoltre, andrebbe definito un sistema di
regole per connettere gli strumenti di programmazione, come i progetti
integrati, i piani di azione locale, i piani di distretto e i piani di assetto
delle aree protette, coi piani sociali di zona e con gli strumenti di
pianificazione territoriale, dai piani strategici ai piani regolatori generali
e a quelli generali provinciali di coordinamento. Attivando norme siffatte si
potranno superare regolamentazioni del tutto scollegate tra loro e spesso
contraddittorie, che impediscono di fatto una riorganizzazione sostenibile
delle nuove funzioni delle campagne. Sarebbe, infine, necessario incentivare le
pratiche di progettazione integrata territoriale, da accompagnare attivando
veri processi partecipativi di autoapprendimento collettivo, con partenariati
che non siano luoghi di mediazione tra istituzioni e organizzazioni di
rappresentanza, ma sedi dove si creano visioni comuni circa l’evoluzione di un
territorio e si facilita il reale coinvolgimento dei soggetti deboli alle
scelte che li riguardano. Solo nel contesto di tali strumenti è infatti
possibile promuovere l’AS, la quale richiede un grande sforzo di coinvolgimento
e integrazione di competenze, enti gestori dei diversi servizi, differenti
professionalità.
3. U
na politica per l’AS richiederebbe la costituzione di una task force presso la
Rete Rurale Nazionale con il coinvolgimento delle Regioni, dei Ministeri
interessati e delle reti di AS. Tale struttura dovrebbe avere i seguenti
compiti: a) elaborare e monitorare le informazioni sulla presenza e sullo
sviluppo delle attività di AS nel territorio nazionale, anche al fine di
facilitare la diffusione delle buone pratiche; b) raccogliere e valutare in
modo coordinato le ricerche concernenti l’efficacia delle pratiche di AS ai
fini del loro inserimento nella rete dei servizi territoriali; c) sviluppare
azioni di informazione, formazione e animazione territoriale finalizzate al
supporto delle iniziative delle Regioni e dei sistemi territoriali anche in
collaborazione con strutture pubbliche e private che hanno cumulato esperienze.
In tale quadro, andrebbero promosse sul territorio attività di ricerca volte a
conseguire nuove e migliori conoscenze sui meccanismi di funzionamento delle
pratiche di AS con metodologie interdisciplinari, multiattoriali e
partecipative. Si tratta di coinvolgere il sistema della ricerca e dell’alta
formazione e il patrimonio di conoscenza tecnica e contestuale dei diversi
territori nei campi delle terapie con le piante e con gli animali e della
medicina, dell’inclusione sociale e delle terapie occupazionali,
dell’agricoltura e della formazione, delle ricadute economiche delle pratiche
per le componenti pubbliche e private e degli strumenti di politica.
4. Una
politica per l’AS richiederebbe un’attenzione particolare alla tutela e al
governo del territorio. Bisognerebbe non considerare più l’urbano e l’agricolo
separati, come è proprio della vecchia concezione produttivistica del
territorio agricolo, ma assumere anche nella disciplina urbanistica la moderna
visione della ruralità intesa come integrazione tra città e campagna e tra
agricoltura ed altri settori. Si tratterebbe, in sostanza, di riconoscere il
pluralismo dei soggetti sociali delle campagne e di salvaguardare le nuove
vocazionalità agricole con criteri da intendere come “giusta misura” in cui la
generazione attuale garantisce le aspettative di quelle future. Andrebbe,
inoltre, preclusa la vendita delle aree agricole di proprietà pubblica, disponendo
l’assegnazione in affitto di tali beni, con evidenza pubblica, ad aggregazioni
imprenditoriali che realizzino progetti di valorizzazione delle produzioni di
qualità e di fornitura di servizi al territorio e garantendo la priorità ad
iniziative di AS. Bisognerebbe, infine, trasformare gli antichi diritti di uso
civico in opportunità, per i cittadini che si aggregano in strutture
imprenditoriali agricole, di partecipare a bandi per l’assegnazione di terreni
di proprietà collettiva da utilizzare per finalità di interesse sociale.
Le
sfide del futuro.
Le
sfide che l’AS ha dinanzi a sé nei prossimi anni stanno nella disponibilità dei
soggetti che in essa sono coinvolti ad esprimere una forte capacità progettuale
nell’ambito dei processi partecipativi che essi stessi riusciranno ad attivare,
nonché nella capacità dello Stato, delle Regioni e degli Enti Locali di
collaborare per integrare le diverse politiche che si devono attuare nei
territori. Non è un percorso semplice perché richiede un salto di qualità della
classe dirigente a tutti i livelli, in quanto la difficoltà risiede soprattutto
nel fatto che i differenti settori dell’amministrazione pubblica, a cui fanno
capo le politiche, e i diversi ambiti in cui si dividono gli operatori, non
sono avvezzi a dialogare.
Nel
Mezzogiorno la sfida è ancor più impegnativa perché le istituzioni pubbliche
locali tendono più che altrove ad autoriprodursi così come sono, resistendo a
qualsiasi riforma volta alla semplificazione delle procedure, all’efficienza
della pubblica amministrazione e alla meritocrazia.
E’ per questo motivo che, soprattutto nelle
realtà meridionali ma non solo in esse, occorrerebbe alimentare una forte
iniziativa per eliminare quella rete di privilegi, parassitismi e illegalità,
che da un lato comprime lo spirito civico, dall’altro ostacola il dinamismo
economico e sociale. In tal modo si potrebbe finalmente affermare dappertutto
una concezione dello sviluppo locale in cui la qualità sociale è prerequisito
della capacità di attrazione e della reputazione di sistemi territoriali
sostenibili e competitivi.
(28
maggio 2009).
“Coltiviamo
agricoltura sociale”,
dieci
anni nel segno dell’inclusione.
Rinnovabili.it
- Isabella Ceccarini – (29 Gennaio 2026) – Redazione – ci dice:
“Coltiviamo
agricoltura sociale” compie dieci anni.
L’agricoltura sociale trasforma la fragilità
in forza perché una comunità che investe nelle persone più fragili arricchisce
l’intero territorio.
Ora è tempo di cambiare visione per
accompagnare l’evoluzione dell’agricoltura sociale rafforzandone il ruolo
economico, sociale e ambientale.
Indice
dei contenuti.
Dignità,
opportunità e lavoro per le persone vulnerabili.
I
numeri di “Coltiviamo agricoltura sociale”.
Il
sostegno alle fragilità.
L’agricoltura
sociale è un’agricoltura che crea profitto.
È il
momento di acquisire una nuova visione
Le
aziende voglio essere sostenibili.
I
vincitori del bando “Coltiviamo agricoltura sociale”.
Dignità,
opportunità e lavoro per le persone vulnerabili.
“Coltiviamo
agricoltura sociale” è in gran forma.
A
dieci anni dal primo bando realizzato da Confagricoltura, Reale Foundation e
Senior L’età della Saggezza Onlus in collaborazione con la Rete delle Fattorie
Sociali il numero di adesioni continua a crescere.
Si
segnalano inoltre il patrocinio del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità
Alimentare e delle Foreste e il contributo di Unioncamere.
I
numeri di “Coltiviamo agricoltura sociale”
Il
bando nasce in seguito all’approvazione della Legge 141 del 18 agosto 2015 – Disposizioni in materia di
agricoltura sociale.
Ma
vediamo dalla lettura di alcuni numeri qual è stata l’evoluzione del bando
“Coltiviamo agricoltura sociale” in questi dieci anni:
1,2
milioni di euro erogati a fondo perduto;
728
progetti presentati;
33
progetti finanziati, monitorati e pienamente operativi;
29
borse di studio assegnate.
Un
bilancio decisamente positivo per un progetto che valorizza e sostiene in modo
concreto le imprese agricole che uniscono innovazione, etica e sostenibilità.
Il
sostegno alle fragilità.
In
dieci anni “Coltiviamo agricoltura sociale” ha privilegiato le persone con
disabilità fisiche, mentali e disturbi dello spettro autistico; giovani e
minori in situazioni di disagio educativo; immigrati, rifugiati e richiedenti
asilo; donne fragili e vittime di violenza.
L’impatto
positivo di queste aziende sui territori dove, di conseguenza, si rafforza la
coesione sociale è un aspetto che ci sembra particolarmente rilevante.
Un
principio che Alberto Statti, componente della Giunta nazionale di
Confagricoltura, ha messo bene in luce a partire dall’apertura a nuovi
orizzonti: «Dalla
creazione di beni per la collettività al mantenimento di un tessuto sociale
vitale nelle aree interne del Paese, oltre ad essere anche un incentivo
economico».
Non si
tratta solo di creare un vantaggio economico per le imprese agricole, ma di
creare valore sociale: «Il vero progresso nasce quando l’economia si mette al
servizio delle persone e dei territori, creando opportunità per tutti».
L’agricoltura
sociale è un’agricoltura che crea profitto.
L’agricoltura
sociale è un’agricoltura che produce facendo attività che vanno a vantaggio
della società, ha sottolineato Roberto Caponi, direttore generale di
Confagricoltura. Infatti l’ha definita una forma di multifunzionalità che ha
prodotto risultati particolarmente interessanti.
«L’agricoltura
sociale trasforma la fragilità in forza. Non coltiva solo prodotti, ma anche
futuro e solidarietà fra generazioni», ha affermato Angelo Santori, presidente
di Senior-L’Età della Saggezza Onlus.
Santori
auspica un rilancio del settore e, da parte della politica, maggiore sostegno e
politiche adeguate per accompagnare la crescita di un’agricoltura che
arricchisce i territori di valori etici, ambientali ed economici: «Quando una comunità investe nelle
persone più fragili, non cresce solo chi viene aiutato, ma l’intero
territorio».
È il
momento di acquisire una nuova visione.
Dopo
dieci anni si fanno giustamente dei bilanci, ma si deve anche guardare al
futuro, come ha dichiarato Marco Berardo Di Stefano, presidente della Rete
Fattorie Sociali, per il quale è arrivato il momento di acquisire una nuova
visione «capace di accompagnare l’evoluzione dell’agricoltura sociale nei
prossimi anni, rafforzandone il ruolo economico, sociale e ambientale.
Innovazione,
reti territoriali e politiche strutturali saranno le leve per renderla sempre
più centrale nello sviluppo sostenibile del Paese».
Interessante
una sottolineatura di Di Stefano: le fattorie sociali creano occupazione se
vendono i loro prodotti. Pertanto l’agricoltura sociale deve avere un proprio
marchio che li valorizzi.
Le
aziende voglio essere sostenibili.
Antonio
Romeo, dirigente innovazione digitale di Unioncamere, spiega come la
sostenibilità in tutte le sue accezioni goda di crescente attenzione nel 65,4%
delle aziende, molto apprezzata anche dai consumatori.
Con il progetto “Sustainability”, Unioncamere
accompagna le imprese in questo percorso (le piccole e micro imprese hanno
maggiori difficoltà).
Un
altro importante progetto di Unioncamere con il dipartimento per le Pari
Opportunità riguarda il percorso per ottenere la certificazione della parità di
genere.
Con il
Ministero dell’Ambiente della Sicurezza Energetica, invece, è stato avviato un
percorso per le Comunità Energetiche Rinnovabile: un modo di fare comunità tra
soggetti diversi che fa bene all’ambiente e contrasta il fenomeno della povertà
energetica.
I
vincitori del bando “Coltiviamo agricoltura sociale”
Ai
vincitori del bando vanno 40mila euro ciascuno:
Azienda
Agricola Tabelloni Roberto Cascina Piccaluga di Alba (CN).
Alle
pratiche sostenibili dell’azienda si affianca un progetto dedicato a persone in
condizioni di fragilità (con problemi di salute mentale, rifugiati, donne sole
con figli o vittime di violenza) che comprende tutte le fasi di lavoro per
produrre e commercializzare il Vino 8pari.
Azienda
vivaistica Tammaro società agricola srl di Pozzuoli (NA).
Attraverso la cura di piante ornamentali, da
frutto, da orto e fiori, il progetto Vivaio sociale: coltiviamo inclusione
aiuta i ragazzi con disabilità a sviluppare abilità pratiche, autonomia e
responsabilità. Qui la disabilità non è un limite ma un’opportunità di mettersi
alla prova.
La
Fondazione per l’Agricoltura F.lli Navarra realizzerà L’Orto dell’Inclusione,
un orto fuori suolo accessibile gestito da studenti con disabilità e fragilità
in provincia di Ferrara. Obiettivo del progetto è generare un modello di
economia circolare e solidale capace di autosostenersi e relazionarsi con la
comunità locale.
Premio
Speciale Celebrativo del Decennale di 20mila euro all’azienda agricola Trollala
srls di Santa Croce Camerina (RG) che coltiva frutti di bosco e altri alberi da
frutto con pratiche sostenibili e produce anche confetture artigianali (lamponi
e more) realizzate con frutti a residuo zero.
Il progetto Beverone is an alieno
somewhere –
Coltiviamo
speranza vuole creare un modello di agricoltura sociale per garantire il
diritto al lavoro agli immigrati che intendono integrarsi aiutandoli nell’iter
burocratico di regolarizzazione del soggiorno in Italia.
Ventotenesi
APS si aggiudica il Premio Sezione Speciale (20mila euro) per le cooperative
sociali che si occupano della gestione e riqualificazione del verde pubblico
con il progetto L’agricoltura non ISOLA, che sviluppa percorsi di inclusione
socio-lavorativa per giovani e immigrati residenti a Ventotene (LT).
Il
progetto prevede la messa a dimora di ulivi e capperi in aree agricole
dell’isola, recuperando le antiche pratiche introdotte dai Borbone alla fine
del Settecento e valorizzando luoghi simbolici legati alla storia recente. È un
percorso territoriale che unisce memoria, paesaggio e inclusione, creando
opportunità di formazione e lavoro nei periodi non turistici.
(Isabella
Ceccarini – Agrifood- Rinnovabili).
L’Ue
esorta l’Italia a fare
debito
per comprare armi.
Sbilanciamoci.info
- Francesco Inarca – (24 Giugno 2026) – Redazione -ci dice:
Pressioni
sul governo perché chieda più risorse dal fondo SAFE.
Ma i
conti della Difesa indicano come di quei soldi non ci sia bisogno se non per
sostenere l’industria bellica.
Il 14
giugno scorso i pacifisti hanno manifestato in migliaia a Bruxelles.
C’è
qualcosa di rivelatore nella dinamica che si è consumata in questi giorni a
Bruxelles.
La Commissione europea, attraverso un proprio
portavoce, ha esortato l’Italia a firmare “rapidamente” gli accordi di prestito
del programma SAFE per la difesa, avvertendo che resta “ancora un mese di
tempo” prima che i fondi non utilizzati vengano riallocati verso altri Stati
membri.
“Il tempo è essenziale”, ha dichiarato la
Commissione, perché “dobbiamo aiutare la nostra industria della difesa europea
ad aumentare la produzione e le sue capacità produttive”.
Tradotto:
l’Unione
fa pressione su uno Stato Membro sovrano affinché contragga un debito.
Non
per ricevere un trasferimento, non per accedere a risorse a fondo perduto, ma
per indebitarsi.
È bene
fermarsi un momento su questo punto, perché è davvero poco ordinario.
Un
prestito, non un regalo.
Conviene
ricordare cosa sia davvero “SAFE”, perché il dibattito pubblico continua a
ignorare l’aspetto più elementare della questione.
Il “Security Action for Europe” è uno
strumento finanziario da 150 miliardi di euro con cui la Commissione,
indebitandosi sui mercati tramite l’emissione di obbligazioni europee comuni,
mette a disposizione degli Stati membri dei prestiti da restituire in 45 anni.
Il
temine chiave è questo: prestito.
Non
sovvenzione… non trasferimento a fondo perduto… non “regalo”.
Al
momento della strutturazione del SAFE all’Italia era stato assegnato un
massimale possibile di erogazione di 14,9 miliardi (una delle quote più alte
tra gli Stati UE) e il governo di Roma lo aveva prenotato nell’agosto 2025
senza poi formalizzarne l’attivazione.
E solo nelle ultime settimane sono trapelare
le intenzioni (in particolare del Ministro dell’economia Giorgetti) di ridurre
drasticamente l’ipotesi di richiesta, limitandola a una quota stimata intorno
ai 5-6 miliardi.
Di
fatto lo stretto necessario a coprire l’acquisto i programmi che già prevedono
contratti firmati e che in una certa misura vengono considerati non
rinunciabili (dal sistema missilistico italo-francese SAMP-T ad altri programmi
in essere).
Già
questo dato dovrebbe far riflettere:
se la
metà o più del massimale “prenotato” si rivela superflua nel momento in cui
bisogna davvero sottoscrivere un accordo che poi impegnerà a restituirla (pur
se in un futuro lontano), significa che la cifra iniziale non rispondeva a un
fabbisogno reale ma a una logica di mero
posizionamento.
Lo
abbiamo scritto più volte come “Osservatorio Mil€x” e vale la pena ribadirlo:
SAFE
non crea risorse pubbliche nuove.
Chi vi
accede si carica un debito che ricadrà comunque sui conti pubblici futuri, con
i relativi oneri di restituzione e interessi.
Rendendo
fragili se non impossibili investimenti nello stato sociale e in forme dirette
di sostegno alle necessità dei cittadini.
Non è
una posizione ideologica, è aritmetica:
lo ha
confermato anche il Fondo Monetario Internazionale, che nel “World Economic
Outlook” dell’aprile 2026 e nel rapporto di missione sull’Italia ha messo nero
su bianco come qualsiasi aumento credibile della spesa militare richieda “un
mix di aumenti delle entrate e tagli alla spesa pubblica”, avvertendo che per i
Paesi già fragili sul fronte debitorio si profila “un indebolimento della
resilienza economica”.
Ed
eccoci al cuore del paradosso.
Le pressioni sul SAFE provengono da quella
stessa Unione Europea che per decenni ha fatto della “disciplina” inderogabile
sul bilancio italiana una era propria ossessione.
Un’UE
che ha vincolato, sorvegliato e sanzionato il nostro Paese in nome del
contenimento del debito, e che ancora oggi tiene l’Italia dentro una procedura
di infrazione collegata a questi aspetti.
La stessa Unione che chiude la porta quando il
governo chiede flessibilità sul caro-energia, ora spinge perché quel debito
cresca, purché cresca sugli armamenti.
Il
messaggio implicito è inequivocabile:
ci
sono debiti “virtuosi” (quelli armati) e debiti negativi e problematici… e a distinguerli non è la sostenibilità dei
conti ma la destinazione della spesa.
Indebitarsi per ammortizzatori sociali o per
la transizione energetica resta sospetto;
indebitarsi per comprare missili e munizioni
diventa un dovere da assolvere “rapidamente”.
Non
c’è da stupirsi:
SAFE è un istituto costruito per favorire
l’interesse dell’industria militare, esattamente come tante altre scelte fatte
di recente a livello europeo.
La pressione su Roma è coerente con questa
logica, non con quella della prudenza fiscale (o delle necessità vere delle
popolazioni)
La
favola della “difesa comune” che nasce da prestiti e fondi a favore
dell’industria.
C’è
poi un secondo argomento, ripetuto con insistenza soprattutto da voci centriste
e da una parte del mondo politico ed editoriale, che merita di essere smontato.
Si
dice: accedere a SAFE rafforzerebbe la coesione industriale militare europea,
favorirebbe la convergenza produttiva e sarebbe quindi un passo preliminare, o
addirittura basilare, verso la difesa comune europea e (magari) un esercito
europeo unico.
Un
racconto “suggestivo”, ma strutturalmente falso.
Perché
in tale prospettiva (se uno la volesse davvero) quello da sciogliere sarebbe un
nodo politico, non economico o di risorse.
Lo dimostra l’esperienza di fondi ben più
strutturati e direttamente legati alla coproduzione europea, che pure non hanno
prodotto la convergenza promessa.
Il
Fondo Europeo per la Difesa (EDF) ne è la prova plastica.
Come documenta il recente fact-sheet del
network europeo ENAAT (European Network Against Arms Trade), dopo i primi tre
anni di EDF quasi un quarto dei finanziamenti è finito nelle tasche dei giganti
Leonardo, Thales e Airbus, e quasi due terzi del denaro è andato a quattro soli
Paesi: Francia, Italia, Germania e Spagna.
Tutti
gli altri sotto il 5%.
Non è
convergenza, è concentrazione.
Questi
strumenti, lungi dal fondere le industrie nazionali in un sistema comune,
consolidano la posizione dominante di pochi grandi gruppi e (altro elemento che
la “narrazione” di certe voci tace) lasciano sempre spazio alle industrie
extra-UE, senza creare quella reale integrazione europea che a parole
dovrebbero promuovere.
C’è di
più, e il fact-sheet di ENAAT lo evidenzia bene.
Questi fondi non solo non integrano la
produzione europea, ma al contrario alimentano l’export e le sue distorsioni.
I principali beneficiari dell’EDF sono anche i
maggiori esportatori di armi dell’UE verso destinazioni controverse, e tra i
criteri stessi di assegnazione dei fondi è stata inserita la capacità delle
aziende di vendere all’estero, di creare “nuove opportunità di mercato”.
Le armi europee sono state usate o si trovano
in teatri come Gaza, lo Yemen, il Sudan;
in più
di un caso sono state oggetto di triangolazioni o ri-esportazioni verso Paesi o
attori armati che non rispettano alcuna norma delle Convenzioni sui conflitti e
di certo stanno al di fuori dei criteri delle leggi (nazionali ed europee) che
regolano l‘export militare.
Altro
che “spina dorsale di una difesa comune”: siamo di fronte ad un mastodontico (e
propagandato, con pressioni politiche evidenti)
finanziamento pubblico di una macchina commerciale che sfugge persino al
controllo delle stesse istituzioni che la foraggiano sulle destinazioni finali
dei propri pericolosi prodotti.
La
verità è semplice e va detta con chiarezza.
Finché
gli Stati membri si riserveranno di decidere per conto proprio sulle questioni
di sicurezza, difesa e politica estera e finché non decideranno di mettere
davvero in comune a livello europeo la propria sovranità (anche quella
militare) nessuna integrazione di questo campo potrà avvenire, improvvisamente
o per magia.
E di
sicuro non sarà un fondo di prestito mal strutturato, che non riesce nemmeno a
centrare i propri obiettivi industriali, a compiere il “miracolo” dell’Europa
della difesa.
Chiedere
a uno strumento finanziario sbagliato di generare un’unione politica che gli
Stati al momento sembrano non volere è un’illusione, o peggio una
mistificazione.
I
conti che smascherano l’urgenza.
E qui
arriva il dato forse più interessante, perché ribalta l’intera retorica
dell’emergenza.
Come
abbiamo appena documentato come “Osservatorio Mil€x” analizzando il Rapporto
sulla Performance 2025 del Ministero della Difesa, i soldi stanziati per le
armi sono già oggi più di quelli che il sistema amministrativo militare riesce
effettivamente a spendere.
I numeri parlano da soli.
Nel
2025 la Difesa ha allocato per l’ammodernamento circa 9,6 miliardi di euro, ma
sul settore investimento si è aperto un disavanzo di cassa di quasi 2 miliardi:
gli stanziamenti c’erano, mancavano i soldi liquidi per onorare gli impegni.
Il
Ministero dell’Economia ha dovuto concedere un’integrazione straordinaria di
cassa da 800 milioni per evitare il blocco.
Dei
9,6 miliardi destinati alle armi ne sono stati effettivamente erogati circa
7,7, l’80%:
il
resto slitta agli anni successivi.
E il debito commerciale della Difesa è quasi
quadruplicato in dodici mesi, passando da circa 97 a quasi 361 milioni.
Cosa
significa tutto questo?
Significa che non esiste alcuna necessità
produttiva impellente, nemmeno sul piano strettamente militare.
Significa che non c’è una macchina
amministrativa in grado di gestire i volumi che le vengono riversati addosso.
Si
stanziano per gli armamenti cifre che la struttura non riesce ad assorbire
nello stesso esercizio, e la priorità evidente non è l’efficacia della spesa
(neppure dal punto di vista della funzionalità delle Forze Armate) ma la cifra
da esibire.
Vengono
messi fondi in più non perché servano, ma per favorire gli affari
dell’industria militare, per garantire commesse, per alimentare la crescita in
borsa dei gruppi del settore e, con essa, il vantaggio per mega-fondi
finanziari che li possiedono e che da quella crescita traggono profitto.
Il
riarmo accelerato è, quasi strutturalmente, riarmo industriale.
SAFE
serve a versare altro carburante in un motore che già è saturo e sta
alimentando una bolla che potrebbe divenire incontrollabile.
La
società civile non si arrende.
A
riguardo della minacciosa e problematica situazione appena descritta vale la
pena raccogliere l’appello della lettera aperta “Security for Whom?”, promossa
da TNI, ENAAT e Stop Re Arm Europe e firmata da decine di organizzazioni della
società civile europea, tra cui la Rete Italiana Pace e Disarmo.
Il 14
giugno oltre 12.000 persone hanno manifestato a Bruxelles al grido di “Welfare
not Warfare”, e il giorno seguente più di settanta rappresentanti di movimenti,
sindacati, ONG ed esperti di pace, clima, salute e diritti si sono riuniti per
lanciare un allarme preciso ai decisori europei.
La
richiesta è netta:
respingere
la proposta di destinare 131 miliardi di euro a difesa, sicurezza e spazio nel
quadro finanziario pluriennale 2028-2034, e fermare la militarizzazione del
bilancio UE.
Proteggere i fondi civili (quelli per
coesione, sviluppo regionale, ricerca, ambiente, affari sociali) da un
“sequestro” militare, impedendo che denaro pensato per obiettivi sociali,
ambientali o regionali venga dirottato verso i profitti aziende di armamenti.
Creare
un quadro vincolante di esclusione su diritti umani, ambiente e due diligence,
perché il denaro pubblico non finisca a imprese coinvolte in crimini di guerra,
occupazione, repressione o distruzione ambientale. E direzionare nuovamente le
risorse verso la sicurezza umana:
sanità,
casa, istruzione, cura, azione climatica, lotta alla povertà, costruzione di
pace e cooperazione internazionale.
Sono
scelte concrete, supportate da dati e da controproposte.
Perché, proprio come ricorda la lettera, non
si tratta di astratti compromessi:
ogni
euro incatenato dentro un involucro settennale di spesa militare è un euro
sottratto agli asili, ai tempi d’attesa negli ospedali, ai costi della casa e
alle bollette dei cittadini europei.
Più
spesa militare non risolve i nostri problemi sociali, economici, ambientali e
politici.
Li
aggrava.
Il
pressing della Commissione su Roma in queste settimane è il sintomo di una
rotta sbagliata.
L’Italia
non ha bisogno di indebitarsi più in fretta per comprare armi che non riesce
nemmeno a pagare in tempo.
Ha bisogno, semmai, di un dibattito pubblico
onesto su dove stiano andando le sue risorse e su chi ci guadagni davvero.
Arrendersi
alla propaganda dell’urgenza e alla pressione degli interessi armati non è
realismo, ma un grave fallimento della reale responsabilità di proteggere
cittadine e cittadini.
Europa,
quale difesa?
Cittanuova.it
- Maurizio Simoncelli – (25 Giugno 2026) – Redazione – ci dice:
La
difesa non può essere solo quella armata, ma vanno potenziate ed utilizzate
anche la diplomazia istituzionale e quella alternativa della società civile.
Un
nuovo rapporto dell’Istituto di ricerche internazionali “Archivio Disarmo”.
Riunione
al Quirinale per il Consiglio Supremo di Difesa (CSD), Roma, 08 maggio 2025.
L’Istituto
di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo (IRIAD) ha pubblicato il rapporto
Europa:
quale
difesa?
Redatto per iniziativa di Marco Tarquinio,
eurodeputato del gruppo Socialisti e Democratici e già direttore del quotidiano
Avvenire.
Nel
testo, interamente scaricabile dal sito di IRIAD si affrontano vari aspetti
della questione quali l’evoluzione e prospettive della politica di difesa
europea, gli aspetti economici, finanziari e industriali, l’opinione pubblica e
la difesa, le varie ipotesi di difesa (tradizionale e nazionale oppure
alternativa e comune).
Oggi
l’Unione Europea si trova ad un bivio o meglio in mezzo al guado in un mondo
multipolare, dopo una fase di bipolarismo USA-URSS e una successiva unipolare
statunitense.
La scelta effettuata attualmente di potenziare
la produzione bellica non risolve il problema dell’esercito europeo, dato che
la difesa armata rimane gelosamente nelle prerogative nazionali.
Infatti,
rimangono 27 ministri della Difesa, 27 ministri degli Esteri, 27 Stati maggiori
e relative forze armate, mentre la forza di pronto intervento UE mobilita per
ora un massimo di 5mila soldati.
Quindi
la scelta o le scelte che l’UE deve affrontare sono molteplici.
La
difesa militare così come è oggi non è valida e i miliardi di euro destinati
alle industrie belliche non risolvono il problema.
Si potrebbe tentare la via dell’Europa a due
velocità, con Francia, Germania, Italia e Spagna – ad esempio – che
sperimentano un asset unitario più avanzato indipendentemente dagli altri Paesi
più riluttanti (poi chi vuole si aggiunge).
È
anche il suggerimento di Draghi, ma anche all’interno dei Paesi volenterosi
ipotizzati persistono volontà egemoniche e ambizioni nazionalistiche che
frenano pure questa ipotesi.
Per
cui siamo in un pantano di nuovo.
In una
fase dei rapporti globali caratterizzata dal venir meno del rispetto del
diritto internazionale e dal prevalere delle logiche di potenza/forza l’unica
strada percorribile è quella della sicurezza cooperativa, caratterizzata
principalmente dal controllo degli armamenti.
L’epoca del bipolarismo, la cosiddetta Guerra
Fredda, vide negoziati, colloqui e trattati che evitarono scontri reali tra le
due superpotenze e tra le due alleanze militari, la NATO e il Patto di
Varsavia.
Fu
l’epoca del “Trattato di Non Proliferazione nucleare TNP” e di tanti altri
accordi, venuti meno in questo nuovo millennio e che hanno progressivamente
lasciato spazio alla nuova corsa agli armamenti sia convenzionali sia nucleari
e alle minacce reciproche, nonché alle decine di guerre in corso.
Per di
più le tecnologie al servizio della guerra si sono particolarmente evolute, dai
droni alle armi letali autonome, i cosiddetti killer robot, basati
sull’intelligenza artificiale.
L’Archivio
Disarmo rileva che «il controllo degli armamenti si basa su tre pilastri: la
limitazione quantitativa, la non proliferazione con verifica tecnica condivisa,
la proibizione normativa di specifiche categorie. L’obiettivo non è eliminare
la competizione, ma impedirne la degenerazione incontrollata».
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Archivio storico.
E
questo rientra tra i compiti istituzionali dei governi. Ne è appunto un esempio
il Trattato di Non Proliferazione nucleare TNP, che coinvolse USA, Urss, Cina,
Francia e Gran Bretagna in un impegno durato dal 1970 (anche se ora traballa).
Traballa
così tanto che la società civile, insieme a tanti altri governi (ben 122), ha
ottenuto nel 2021 il Trattato per la proibizione delle armi nucleare TPNW, per
un impegno immediato al disarmo.
«Sebbene
tra essi non vi sia nessuno dei detentori legittimi di armi nucleari, né membri
della NATO, il TPNW rimane importante come traguardo».
L’altro
importante strumento è quello della diplomazia, che potrebbe avere un ruolo
importante per l’UE, data la sua storia e le sue peculiarità.
Ma c’è
un ma enorme:
chi ha la rappresentanza diplomatica nell’UE?
I ricercatori dell’Archivio Disarmo notano che
i rappresentanti sono tanti e troppi:
i singoli leader nazionali, l’Alto
Rappresentante degli affari esteri, il presidente della Commissione europea, il
presidente del Consiglio europeo, e così via.
Si potrebbe dire: tanti galli a cantare e non
si fa mai giorno!
Eppure
in UE vi è anche una grande risorsa, rappresentata dalla società civile «con l’esistenza di network, di ONG,
di associazioni, di comunità laiche e religiose capaci di produrre iniziative a
livello non soltanto nazionale ma anche internazionale».
Basti
pensare all’iniziativa dei Corridoi umanitari attivati nel 2015 in Italia da
alcune comunità religiose per rispondere concretamente al fenomeno migratorio o
alla pace ottenuta in Mozambico con la mediazione della Comunità di S. Egidio
nel 1992 ponendo fine alla guerra tra i ribelli della RENAMO e il governo.
Si
tratta insomma di diplomazia popolare alternativa, che non solo va tollerata
dalle istituzioni, ma addirittura stimolata e utilizzata pienamente, perché lì
dove fatica o non può intervenire l’azione dei governi spesso l’intervento
della società civile può ottenere dei risultati insperati.
L’accoglienza
e l’inclusione sociale nel caso dei migranti sono altri elementi che concorrono
alla sicurezza, che non è solo militare (cioè armata), ma anche politica,
economica, sociale e ambientale.
L’esperienza
dei Corpi Civili di Pace lo sta a dimostrare, come nel caso dell’Operazione
Colomba, Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII avviato
nel 1992 per praticare la nonviolenza in zone di guerra (Palestina, Colombia,
Ucraina ecc.). È già stato anche ipotizzato nel 1996 un Corpo Civile di Pace
Europeo da Alex Langer.
La
resistenza nonviolenta con le sue varie modalità (disobbedienza civile, non
cooperazione ecc.) può costituire un altro contributo che la società civile può
dare. Basti pensare alla Campagna internazionale a guida palestinese BDS
Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni contro il governo d’Israele che,
temendola per le sue potenzialità, la equipara addirittura al terrorismo.
Insomma,
la sicurezza europea non può essere concepita solo, ad esempio, con l’aumento
dei finanziamenti alle industrie belliche nazionali (i famosi 800 miliardi di
euro del Re Arm Europe Plan, poi ribattezzato Readiness 2030) o con l’ipotetico
esercito europeo (come abbiamo accennato, lungi dal realizzarsi), ma ha bisogno
che essa sia una sicurezza cooperativa.
Per
questo il Rapporto conclude sintetizzando concretamente venti punti per una
Difesa europea alternativa e comune, elaborati alla luce di quanto è scaturito
nelle osservazioni precedenti.
Difesa,
la società civile:
"L'Ue
rischia di perdere il
controllo sull'export di armi."
It.euronews.com
- Andrea Bartolini – (26/05/2026) – Redazione – ci dice:
Ecco un
carro armato di produzione tedesca in un'immagine del 2023.
Venticinque
organizzazioni hanno firmato una lettera aperta agli eurodeputati, al
Commissario Andrus Kubilius e alla presidenza di turno cipriota:
la
semplificazione nella difesa rischia di impedire i controlli sulla destinazione
di armi ed equipaggiamenti militari.
Il
"Defense Readiness Omnibus” - pacchetto di misure proposto un anno fa
dalla Commissione europea con l’obiettivo di snellire le procedure e
semplificare le regole alle quali deve attenersi l’industria della difesa -
comporta una serie di criticità, poiché rischia di indebolire i controlli sulle
esportazioni di armi.
Ad affermarlo è un gruppo di venticinque
organizzazioni della società civile, che hanno per questo indirizzato una
lettera aperta ai decisori politici europei.
Cosa
prevede il "Defense Readiness Omnibus” proposto dall’Ue.
Il
documento - nel quale ci si rivolge, tra gli altri, agli eurodeputati, al
commissario europeo per la Difesa e lo spazio Andrus Kubilius e alla presidenza
di turno cipriota - elenca in particolare una serie di rischi che per le
organizzazioni firmatarie discendono dalla formulazione attuale del testo.
Quest’ultimo,
secondo quanto indicato dalla stessa Commissione di Bruxelles, dovrebbe
semplificare i requisiti amministrativi per coloro che vogliono accedere al
Fondo europeo per la difesa, come chiesto dal Consiglio europeo del 6 marzo
2025 e dal “Libro bianco sulla prontezza alla difesa europea per il 2030”.
Accelerando
al contempo i tempi per l’erogazione delle sovvenzioni. Inoltre, snellisce le
procedure per gli appalti, introducendo incentivi per quelli congiunti (ovvero
che coinvolgono più Paesi membri), per la ricostituzione delle scorte di
armamenti e per i trasferimenti intra-europei di equipaggiamenti militari.
Del
"Defense Readiness Omnibus” fanno parte poi un sistema accelerato di
autorizzazioni per le nuove infrastrutture, nonché quelli che vengono definiti
“chiarimenti per consentire ai progetti di difesa di beneficiare delle deroghe
esistenti relative a interessi pubblici prevalenti”, rispetto alle normative in
vigore su ambiente e sostanze chimiche.
I
firmatari: “Le armi non possono essere vendute come se fossero scatole di
fagioli.”
Dal
punto di vista finanziario, inoltre, il pacchetto prevede degli adeguamenti sui
criteri di ammissibilità al “programma Invest EU”, al fine di rendere più
semplice la mobilitazione degli 800 miliardi di euro promessi per il riarmo dei
Ventisette (nell’ambito
del piano Re Arm Europe).
Secondo
i venticinque firmatari della lettera, però, occorre “impedire che i sistemi di
controllo sulle esportazioni di armi vengano indeboliti proprio con il pretesto
della semplificazione e dell’efficienza”.
Nel
documento - che tra gli altri è stato firmato da organizzazioni di Spagna,
Regno Unito, Francia, Germania, Belgio, Finlandia, Paesi Bassi, Svezia e Italia
- si precisa che “le armi e la tecnologia militare non possono essere vendute
come giocattoli o barattoli di fagioli, e i governi dell’Ue sono i responsabili
del rispetto del diritto europeo e internazionale, in particolare della
Posizione comune europea sulle esportazioni di armi, del Trattato sul commercio
delle armi e della Convenzione sulla prevenzione del genocidio".
I
principali nodi: destinazioni finali, licenze per il trasferimento di armi,
poteri alla Commissione europea.
Il
rischio concreto, si legge nella lettera, è che, qualora il pacchetto fosse
approvato nella sua versione attuale, “le autorità nazionali non sarebbero di
fatto in grado di monitorare la destinazione finale di una parte significativa
dei loro trasferimenti, comprese le esportazioni al di fuori dell’Ue”.
Per
evitare che ciò accada, ai decisori politici europei è stato chiesto di non
includere nel "Defense Readiness Omnibus” una serie di novità.
Ad
esempio, si chiede di escludere dai partenariati e dalla cooperazione transfrontaliera
i Paesi non-Ue, “poiché altrimenti si consentirebbero trasferimenti agevolati
verso Stati non vincolati dalla Posizione comune dell’Ue”.
Relate.
L'Ucraina
punta a esportare droni e armi sviluppati durante la guerra.
Si
propone poi di non ampliare o imporre l’uso delle cosiddette licenze generali
di trasferimento (GTL), “che già limitano i controlli sulle esportazioni di
armi”. Il rischio è che “estenderne l’uso a una gamma più ampia di soggetti
avrebbe un impatto significativo sulla capacità degli Stati membri di
verificare la destinazione effettiva”.
Ancora,
si sottolinea che “la proposta di vietare i certificati relativi agli utenti
finali nell'ambito dei GTL per i progetti finanziati dall’Ue dovrebbe essere
respinta: nonostante i loro limiti, tali certificati rimangono uno dei pochi
strumenti a disposizione degli Stati membri per monitorare, in un certo senso,
destinazione e utenti finali degli equipaggiamenti militari nell'ambito delle
licenza di trasferimento”.
Il
pacchetto ha già aperto agli investimenti “sostenibili” in armi nucleari
A
preoccupare le organizzazioni della società civile sono poi le deroghe, così
come la proposta di conferire poteri delegati alla Commissione europea in
materia di trasferimenti di armi:
“Ciò
conferirebbe alla Commissione il potere di definire elementi chiave dei sistemi
nazionali di controllo delle esportazioni, nonostante essa non disponga di tale
competenza ai sensi dei trattati dell’Ue”.
Nella
lettera non mancano poi critiche alle clausole che limiterebbero la trasparenza
per i trasferimenti di beni immateriali e software, “che possono essere molto
delicati, in particolare considerando il massiccio sviluppo dei sistemi senza
pilota e autonomi”.
Proprio
questi ultimi, nonché le stesse armi nucleari, sono state oggetto di
discussione nell’ambito del "Defense Readiness Omnibus”. Quest’ultimo ha
infatti ristretto i divieti di investimenti definiti “sostenibili” alle sole
armi “vietate”: finora, invece, l'interdizione riguardava tutte quelle
considerate “controverse”, ovvero un gruppo molto più ampio.
La
prima definizione, dunque, fa sì che si possa classificare come “sostenibile”
anche, ad esempio, un investimento in testate nucleari.
Gli
armamenti “vietati” sono infatti solo le mine antiuomo, le munizioni a grappolo
(cluster bombe), le armi biologiche e quelle chimiche.
L’UE
vuole ridurre i controlli
sul
commercio di armi.
Euronote.it
– (4 maggio 2026) – Ong europee - Redazione – ci dice:
Forti
critiche delle Ong europee alla deregolamentazione del settore militare.
«Le
armi non sono una merce come le altre» e per questo «non possono essere vendute
e trasferite applicando le stesse logiche di mercato unico, semplificazione
burocratica ed efficienza industriale che governano il commercio di prodotti
ordinari».
È
quanto sostengono 25 organizzazioni della società civile europea in una lettera
aperta indirizzata ai responsabili delle istituzioni dell’Ue, denunciando i
rischi contenuti nel pacchetto legislativo denominato “Defense Readiness
Omnibus”, adottato dalla Commissione e in fase avanzata di negoziazione, che
riforma il settore della difesa europea.
In pratica, adottando gli interventi di
semplificazione normativa previsti per rilanciare l’economia europea si
attuerebbe di fatto una deregolamentazione, che indebolirebbe notevolmente i
controlli sul commercio di armamenti.
«Le
armi e la tecnologia militare non possono essere vendute come giocattoli o
lattine di fagioli» osservano le Ong europee, sottolineando che «i governi
dell’Ue sono i responsabili del rispetto del diritto europeo e internazionale,
in particolare della Posizione Comune dell’Ue sulle esportazioni di armi, del
Trattato sul Commercio delle Armi e della Convenzione sulla prevenzione del
genocidio».
Il
tema della semplificazione normativa è da mesi al centro del dibattito europeo,
dal momento che molte proposte avanzate dalla Commissione europea in vari
settori, dall’agricoltura al digitale, sono state accusate di nascondere
decisioni politiche rilevanti dietro alla necessità di introdurre aggiustamenti
tecnici, ignorando oltretutto le forti preoccupazioni espresse dalla società
civile.
Secondo le Ong europee «l’Omnibus per la
difesa non fa eccezione: ha già ristretto la definizione di armi controverse a
sole quattro categorie di armi proibite, consentendo così alla finanza
sostenibile di investire non solo nelle armi nucleari ma anche in tecnologie
dirompenti come i droni e le armi autonome».
La
richiesta ai decisori dell’Ue è quindi di «impedire che questo provvedimento
faciliti la vendita di armi in tutto il mondo, nonché che indebolisca gli
standard ambientali e di sicurezza nell’ambito delle proposte sulla “difesa
pronta”, principalmente a beneficio dell’industria degli armamenti».
Ong
europee: privilegiati gli interessi dell’industria bellica.
La “Rete
italiana pace e disarmo” spiega come la proposta della Commissione modifichi la
direttiva che disciplina i trasferimenti di armi e tecnologia militare tra gli
Stati membri dell’Ue (Transfer Directive). Questo porta a una
deregolamentazione dei trasferimenti di armamenti, secondo un’analisi svolta
dall’Europea Network Arganista Arms Trade (ENAAT), con importanti conseguenze
sul controllo delle esportazioni militari al di fuori dell’Ue.
Presentate
come misure di maggior efficienza, le proposte «renderebbero più difficile per
le autorità nazionali tracciare la destinazione finale delle armi, dei
componenti e delle tecnologie militari esportate sia all’interno che
all’esterno del blocco europeo. In altri termini: meno trasparenza, meno
controllo, più rischi» sostiene la Rete pace e disarmo.
Nella
loro lettera aperta alle istituzioni dell’Ue, le Ong europee ritengono che la
nuova normativa darebbe alla Commissione europea «il potere di ridefinire a
propria discrezione elementi chiave dei sistemi nazionali di controllo delle
esportazioni – ambito nel quale non ha alcuna competenza ai sensi dei Trattati
dell’Ue».
Inoltre, osservano, «la Commissione considera
queste questioni principalmente nell’ottica degli interessi dell’industria
degli armamenti e non include la società civile critica – e in particolare i
movimenti per la pace – nei propri dialoghi con gli stakeholder».
Tra le
modifiche più preoccupanti segnalate dalle Ong europee, lo spostamento
dell’onere della conformità dagli Stati all’industria degli armamenti, cosa che
consentirebbe di fatto alle aziende di autoregolare i propri trasferimenti, con
un’inversione della responsabilità democratica: «Invece di essere i produttori
a rispondere allo Stato, sono i legislatori nazionali a diventare sempre più
dipendenti dagli interessi dell’industria bellica» commenta la rete pacifista,
secondo cui «il costo di questa “semplificazione” che avvantaggia un export non
controllato di armamenti non si misurerà in crescita economica, ma nel dolore
umano causato dalle armi europee nelle zone di conflitto di domani».
Spesa
militare europea in forte aumento
Un
incentivo al commercio di armamenti di cui l’Europa non avrebbe affatto
bisogno, come evidenziato da recenti dati dello “Stockholm International Peace
Research Institute” (Sipri): «Il principale fattore che ha contribuito
all’aumento globale della spesa militare nel 2025 è stato un incremento del 14%
in Europa, che ha raggiunto gli 864 miliardi di dollari».
Oltre
alla costante crescita delle spese militari di Russia e Ucraina, infatti, «i
continui sforzi di riarmo da parte dei membri europei della Nato hanno portato
alla crescita annua più marcata della spesa nell’Europa centrale e occidentale
dalla fine della Guerra fredda».
La
devastante guerra tra russi e ucraini ha portato a un forte aumento delle spese
per armamenti di entrambi i Paesi, tanto che in Russia la spesa militare nel
2025 ha raggiunto i 190 miliardi, con un’incidenza del 7,5% sul Pil, mentre gli
oltre 84 miliardi spesi dall’Ucraina rappresentano addirittura il 40% del Pil
ucraino.
I 29
Paesi membri europei della Nato hanno speso complessivamente 559 miliardi di
dollari nel 2025 per armamenti e 22 di loro hanno fatto registrare una spesa
militare pari ad almeno il 2% del Pil.
Al
primo posto la Germania, che con un aumento del 24% su base annua ha raggiunto
i 114 miliardi di dollari.
In
forte aumento anche la spesa militare della Spagna, cresciuta del 50% nel 2025
per un totale di 40,2 miliardi di dollari.
«Nel
2025, la spesa militare dei membri europei della Nato è aumentata più
rapidamente che in qualsiasi altro momento dal 1953» nota il Spiri, rilevando
come la spesa militare globale sia aumentata per l’undicesimo anno consecutivo,
raggiungendo i 2.887 miliardi di dollari e un’incidenza sul Pil globale del
2,5%, il livello più alto dal 2009.
«Considerata la portata delle crisi attuali,
nonché gli obiettivi di spesa militare a lungo termine di molti Stati, è
probabile che questa crescita continui fino al 2026 e oltre» constata
amaramente l’Istituto internazionale di ricerche sulla pace.
L’impennata
della domanda europea di armi trascina l’incremento dei trasferimenti globali.
Altreconomie.it
- Andrea Siccardo — (10 Marzo 2026) –
Redazione – ci dice:
Tra
2021 e 2025 gli Stati europei hanno più che triplicato le loro importazioni di
armi, diventando così la principale regione di destinazione.
Le esportazioni totali degli Stati Uniti, il
primo fornitore mondiale, sono aumentate del 27%.
Spicca
l’incremento dell’export dell’Italia del 157% rispetto ai cinque anni
precedenti.
“Washington
ha ulteriormente consolidato il suo dominio come fornitore di armi, anche in un
mondo sempre più multipolare”, spiegano i ricercatori del SIPRI.
Nel
quinquennio 2021-2025 l’export di armi italiane è aumentato del 157% rispetto
ai cinque anni precedenti (2016-2020), rendendo l’Italia il sesto Paese al
mondo per l’esportazione di armamenti e sistemi d’arma.
Quasi
il 60% di questi trasferimenti è stato verso i Paesi del Medio Oriente, il 16%
verso Asia e Oceania e il 13% con altri Stati europei. Non si tratta di un caso
isolato ma di un segno del cosiddetto “riarmo” europeo.
Nello
stesso periodo di tempo, infatti, l’Europa è diventata il maggior importatore
di armi a livello mondiale per il 33% di tutti i trasferimenti di armamenti, un
aumento del 210% rispetto al periodo 2016-2020.
Lo
mostrano i dati pubblicati il 9 marzo dall’Istituto internazionale di ricerche
sulla pace di Stoccolma (SIPRI).
“Mentre le tensioni e i conflitti in Asia,
Oceania e Medio Oriente continuano a determinare importazioni di armi su larga
scala, il forte aumento dei flussi verso gli Stati europei ha fatto aumentare i
trasferimenti globali di materiale bellico di quasi il 10% -ha spiegato Mathew
George, direttore del programma trasferimento armi presso il SIPRI-.
Le
consegne all’Ucraina dal 2022 sono il fattore più evidente ma anche la maggior
parte degli altri Stati europei ha iniziato a importare quantità
significativamente maggiori di armi per rafforzare le proprie capacità militari
contro la percezione di una crescente minaccia da parte della Russia”.
Per quanto riguarda il trend globale, non sorprende
che gli Stati Uniti siano ancora i maggiori esportatori di armi per il 42% di
tutto il commercio mondiale tra il 2021 e il 2025.
Un
aumento del 36% rispetto ai cinque anni precedenti. Inoltre, per la prima volta
in oltre vent’anni è stata l’Europa il principale destinatario di queste
esportazioni (per il 38% di tutti i trasferimenti d’arma statunitensi)
superando il Medio Oriente (33%).
Il
primo cliente degli Stati Uniti per quanto riguarda l’export di materiale
bellico rimane tuttavia l’Arabia Saudita (per il 12%).
“Gli
Stati Uniti hanno ulteriormente consolidato il loro dominio come fornitori di
armi, anche in un mondo sempre più multipolare -ha aggiunto Pieter Weizman,
ricercatore senior del SIPRI-.
Per
gli importatori le armi statunitensi non sono solo ‘di buona qualità’ ma anche
un modo per promuovere le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, mentre
Washington considera le esportazioni belliche come uno strumento di politica
estera e un modo per rafforzare la propria industria militare”.
Al
contrario di Stati Uniti ed Europa la Russia ha visto il suo export di armi
calare considerevolmente nel periodo esaminato, l’unico tra i primi dieci
produttori a vedere una diminuzione dei propri trasferimenti, passando dal 21%
a livello globale nel periodo 2016-2020 al 6,8% degli ultimi cinque anni.
Questo
effetto è dovuto in gran parte alla diminuzione delle esportazioni di armi
russe verso Algeria, Cina ed Egitto.
Il
calo russo porta la Francia a diventare il secondo maggiore fornitore di armi
nel periodo analizzato, per il 9,8% del commercio globale, un aumento del 21%.
Parigi
ha esportato verso 63 Stati, con le quote maggiori destinate a India (24%),
Egitto (11%) e Grecia (10%).
Anche
se le esportazioni di armi francesi verso altri Stati europei sono aumentate
sensibilmente (+452%) quasi l’80% è ancora destinato al di fuori della regione.
Segue
la Germania che ha superato la Cina diventando il quarto maggiore esportatore
di armi nel periodo 2021-25, con il 5,7% del commercio globale.
Quasi
un quarto di tutte l’export bellico tedesco (24%) è stato destinato come aiuto
all’Ucraina e un altro 17% è andato ad altri Stati europei. In totale i primi
sei Paesi (Stati Uniti, Francia, Russia, Germania, Cina e Italia) sono
responsabili per circa il 75% delle esportazioni a livello globale.
Una
menzione particolare merita Israele, il settimo fornitore di armi al mondo che
ha aumentato la sua quota delle esportazioni globali dal 3,1% nel 2016-2020 al
4,4% nel 2021-2025, superando per la prima volta in assoluto il Regno Unito
(3,4%).
La crescita è avvenuta nonostante gli attacchi
in Iran, Libano, Qatar, Siria e Yemen e l’indignazione internazionale causata
dal genocidio a Gaza.
Questo
è stato possibile grazie alla crescente richiesta di sistemi di difesa aerei,
centrali nella produzione bellica israeliana.
Per
quanto riguarda le importazioni di materiali bellici è proprio l’Europa, come
già accennato, la regione che ha acquistato più armi nel periodo 2021-2025, per
il 33% del “transato” globale.
Questa crescita è stata guidata sia dalla
necessità di fornire materiale bellico all’Ucraina sia dalla crescente
percezione di una minaccia da parte della Russia.
Dopo
l’Ucraina (prima per importazioni di armi, per il 9,7% del commercio globale)
la Polonia e il Regno Unito sono stati i maggiori importatori in Europa negli
ultimi cinque anni.
Quasi la metà dei trasferimenti bellici agli
Stati europei proveniva dagli Stati Uniti (48%), seguiti da Germania (7,1%) e
Francia (6,2%).
In
particolare, sono stati i Paesi europei della Nato a guidare questa corsa agli
armamenti.
Le importazioni complessive di armi dei 29
membri europei del Patto atlantico sono aumentate del 143% tra il 2016e il 2020
e tra il 2021 e il 2025. Gli Stati Uniti hanno garantito il 58% di queste
forniture negli scorsi anni, seguiti da Corea del Sud (8,6%), Israele (7,7%) e
Francia (7,4%).
“Sebbene
le aziende europee abbiano aumentato la produzione di armi e il nuovo sostegno
agli investimenti dell’Unione europea a favore delle industrie belliche degli
Stati membri abbia portato a una serie di ordini intra Ue, gli Stati europei
hanno continuato a importare armi dagli Stati Uniti nel periodo 2021-2025, in
particolare aerei da combattimento e sistemi di difesa aerea a lungo raggio -ha
chiarito Katarina Jokic, ricercatrice del SIPRI-.
Allo
stesso tempo, i maggiori fornitori europei hanno continuato a destinare la
maggior parte delle loro esportazioni di armi al di fuori dell’Europa”.
La
seconda regione per importazione di materiale bellico è l’Asia e l’Oceania per
il 31% del commercio mondiale tra il 2021 e il 2025, nonostante il calo del 20%
rispetto ai cinque anni precedenti. Questo fenomeno è dovuto principalmente
alla diminuzione delle importazioni di armi da parte della Cina (-72%) e, in
misura minore, della Corea del Sud (-54%) e dell’Australia (-39%).
Anche
il Medio Oriente, terza regione per importazioni belliche, ha visto un calo del
13% nel trasferimento di armi.
Eppure
tre dei primi dieci importatori mondiali nel periodo 2021-2025 erano situati
lì:
Arabia
Saudita (6,8% delle importazioni globali), Qatar (6,4%) e Kuwait (2,8%).
Più
della metà delle importazioni di armi in Medio Oriente derivava dagli Stati
Uniti (54%), mentre il 12% dall’Italia, l’11% dalla Francia e il 7,3% dalla
Germania.
“Gli
Stati arabi del Golfo determinano le tendenze delle importazioni di armi in
Medio Oriente, con l’Arabia Saudita che è stata il maggiore importatore della
regione dal 2011-2015 e il Qatar che ora è il secondo dopo aver più che
raddoppiato le sue importazioni tra il 2016-2020 e il 2021-2025 -è la
conclusione dei ricercatori del SIPRI-.
A
causa di una serie di tensioni e conflitti regionali, gli Stati arabi del Golfo
stanno lavorando per rafforzare le relazioni con fornitori di lunga data come
gli Stati Uniti e la Francia, cercando al contempo nuovi fornitori”.
Riarmo
globale, import in Europa +210% rispetto al 2016-2020. Quasi la metà dagli Usa.
Lanuovaecologia.it - Redazione – (10 Marzo
2026) – ci dice:
Secondo
i dati SIPRI:
il 48%
di tutte le armi importate dagli Stati europei proviene dagli Stati Uniti.
Anche le esportazioni italiane sono aumentate del 157% nell’ultimo quinquennio:
il 59% al Medio Oriente, il 16% verso Asia e Oceania. Rete Italiana Pace e
disarmo lancia la campagna “Basta favori ai mercanti di armi.”
I
nuovi dati pubblicati dallo Stockholm International Peace Research Institute
(SIPRI) offrono uno specchio impietoso della direzione imboccata dall’Europa e
dall’Italia: quella di una corsa alle armi senza precedenti, che arricchisce il
complesso militare-industriale-finanziario e non costruisce né sicurezza reale
né autonomia.
Il
volume globale dei trasferimenti internazionali di armi è cresciuto del 9,2%
tra il quinquennio 2016–2020 e il 2021–2025: il balzo più significativo dal
2011–2015.
Al centro di questa escalation c’è l’Europa,
con importazioni di armi cresciute del 210% — più che triplicate — che la
portano per la prima volta dagli anni Sessanta a essere la prima regione
mondiale per acquisizioni militari, con il 33% del totale globale.
Il
fattore scatenante è stato il sostegno militare all’Ucraina (9,7% di tutti i
trasferimenti mondiali), ma i dati mostrano con chiarezza che la stragrande
maggioranza degli Stati europei ha aumentato in modo massiccio e autonomo le
proprie importazioni di armamenti.
I 29
Paesi europei NATO hanno incrementato le proprie importazioni del 143%.
Falsa
autonomia: l’Europa si riarma comprando dagli USA.
Secondo
una nota della Rete Italiana “Pace e disarmo”, “il racconto dominante
proveniente da politica e media ci dice strumentalmente che l’Europa stia
percorrendo la strada dell’autonomia strategica, emancipandosi dalla dipendenza
americana”.
Ma i
dati SIPRI lo smentiscono in modo netto.
Il 48%
di tutte le armi importate dagli Stati europei proviene dagli Stati Uniti.
Tra i
soli Paesi NATO europei la quota statunitense sale al 58% — sulla stessa
percentuale del quinquennio precedente, ma su volumi più che raddoppiati
(+142%).
Gli
USA hanno consolidato il proprio dominio globale portando la propria quota dal
36% al 42% del totale mondiale.
Per la
prima volta in vent’anni la destinazione principale dell’export americano non è
il Medio Oriente ma l’Europa (38% delle esportazioni USA), con un incremento
del +217%. Ben 12 Paesi europei hanno in ordine o preselezionato 466 caccia
F-35 di fabbricazione americana.
Lo
stesso SIPRI è esplicito:
nonostante
l’Ue abbia avviato meccanismi di sostegno all’industria della difesa europea,
gli Stati membri hanno continuato ad acquistare armi americane, soprattutto
aerei da combattimento e sistemi missilistici a lungo raggio.
I principali esportatori europei, nel
frattempo, continuano a destinare la maggior parte della propria produzione
militare fuori dall’Europa.
Per la
prima volta in vent’anni la destinazione principale dell’export americano non è
il Medio Oriente ma l’Europa.
Non
c’è autonomia strategica in un’Europa che finanzia con risorse pubbliche
l’acquisto di sistemi d’arma statunitensi.
Ciò
che viene presentato come emancipazione è, nei fatti, un trasferimento
massiccio di denaro pubblico europeo verso il complesso
militare-industriale-finanziario, in larga misura con base negli Stati Uniti.
Lo
chiarisce persino la nuova “America First Arms Transfer Strategy”
dell’amministrazione Trump, citata dal SIPRI: gli USA vedono le esportazioni di
armi come strumento di politica estera e di rafforzamento della propria
industria militare.
L’Europa,
riarmarsi acquistandone i prodotti, non fa che assecondare questa strategia.
Disarmiamoli:
NO GUERRA.
Manifestanti
per la pace in piazza a Roma il 6 ottobre 2023.
L’Italia:
sesta esportatrice mondiale di armi, smentite le giustificazioni per la
modifica della Legge 185/90.
Tra
gli elementi più rilevanti per il contesto italiano nei dati diffusi dal SIPRI
spicca quello sull’export di armi del nostro Paese:
le
esportazioni italiane di armamenti sono aumentate del 157% tra il 2016–2020 e
il 2021–2025, portando l’Italia dal decimo al sesto posto nella classifica
mondiale dei fornitori di armi, con una quota del 5,1% del totale globale.
L’Italia è oggi il sesto Paese al mondo per
vendita di armamenti, davanti a Israele, al Regno Unito, alla Corea del Sud e
alla Spagna.
Le
destinazioni principali dell’export militare italiano rivelano la natura delle
scelte compiute:
il 59%
va al Medio Oriente – in particolare Qatar (26%) e Kuwait (17%) – mentre il 16% verso Asia e Oceania (spicca
l’Indonesia con il 12%).
Solo il 13% rimane in Europa.
Secondo
la Rete italiana “Pace e Disarmo”:
“Questo
dato smonta definitivamente la narrazione che il Governo e gli ambienti legati
all’industria delle armi continuano a ripetere per giustificare lo svuotamento
della Legge 185/90:
quella
secondo cui le imprese italiane sarebbero svantaggiate dalla concorrenza
europea per via di controlli più severi.
I dati
SIPRI mostrano il contrario:
l’industria
militare italiana ha più che raddoppiato il proprio export, scalando la
classifica mondiale a una velocità superiore a qualsiasi altro Paese europeo.
Non
c’è alcuno svantaggio competitivo da attribuire ai controlli della Legge
185/90.
La
scusa è strumentale e i numeri la smentiscono senza appello”.
L’industria
militare italiana ha più che raddoppiato il proprio export, scalando la classifica
mondiale a una velocità superiore a qualsiasi altro Paese europeo.
Rete
Italiana Pace e disarmo rilancia la campagna “Basta Favori ai Mercanti di Armi.”
Di
fronte a questo scenario (riarmo accelerato, dipendenza strutturale dagli USA,
industria militare italiana in crescita record e tentativi di indebolire i già
insufficienti meccanismi di controllo) la Rete Italiana Pace e Disarmo rilancia
con forza la campagna “Basta Favori ai Mercanti di Armi”.
Chiede
che la Legge 185/90, che regola il controllo delle esportazioni di armamenti
italiani, venga preservata nella sua struttura base di controllo e trasparenza
e non ulteriormente svuotata.
In un momento in cui il mercato globale degli
armamenti è in piena espansione, smantellare le garanzie di trasparenza e i
vincoli al commercio di armi verso Paesi in guerra o con violazioni dei diritti
umani sarebbe un atto di irresponsabilità politica e morale.
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