L’agricoltura è stabilità sociale.

 

L’agricoltura è stabilità sociale.

 

 

 

“Enpaia”, Fiorio: La terra che cura:

 quando la legge diventa comunità.

Agricolae.eu – (25 -06 – 2026) – Massimo Fiorio, Menapia – Redazione – ci dice:

 

Enpaia, Fiorio: La terra che cura: quando la legge diventa comunità.

 «A distanza di oltre dieci anni dall’approvazione della Legge 141, possiamo dire che l’agricoltura sociale non è più un esperimento, ma una politica pubblica matura, capace di generare benessere reale. Quella norma — che ho avuto l’onore di firmare per primo — ha dato un nome, un perimetro e una dignità istituzionale a ciò che molti territori già intuivano: che la terra può essere un luogo di cura, di relazione e di riscatto.»

 

Così Massimo Fiorio, membro del CDA di “Enpaia”, ha aperto il suo intervento al corso dei giornalisti del 25 giugno, ospitato nella sede ANBI.

«Le fattorie sociali non sono strutture assistenziali: sono presidi di comunità, dove la produzione agricola si intreccia con percorsi educativi, riabilitativi e formativi. Sono luoghi in cui la fragilità non viene nascosta, ma accompagnata; in cui il lavoro diventa strumento di dignità e non semplice attività economica.»

 

Fiorio ha ricordato come la Legge 141/2015 abbia rappresentato un cambio di paradigma:

 «Per la prima volta lo Stato ha riconosciuto che il welfare può nascere dalla terra. Che l’inclusione può essere generata da un campo coltivato, da una stalla, da un orto, da un laboratorio di trasformazione. E che l’agricoltura, quando è messa nelle condizioni di esprimere la sua funzione sociale, diventa un motore di coesione e di rigenerazione territoriale.»

 

Rivolgendosi ai giornalisti presenti, ha sottolineato la responsabilità dell’informazione:

«Raccontare l’agricoltura sociale significa raccontare un’Italia che non lascia indietro nessuno. Significa dare voce a un welfare che non si limita a erogare servizi, ma costruisce relazioni, restituisce autonomia, ricuce comunità. È un giornalismo che richiede sensibilità, competenza e la capacità di vedere oltre la produzione agricola in senso stretto.»

 

E ha concluso con una visione che guarda al futuro:

«La sfida dei prossimi anni sarà consolidare questo modello, ampliarlo, sostenerlo con risorse adeguate e farlo conoscere. Perché l’agricoltura sociale non è un settore: è un modo di pensare il Paese.»

 

 

 

 

Economia.

Agricoltura, Giansanti: investire

nel primario significa rafforzare

la sicurezza dell’Europa.

Liberacr.it – Gregorio Bonomo – (13 -06 – 2026) – Redazione – ci dice:

 

Per Confagricoltura il settore agricolo non può essere considerato una spesa da comprimere.

Produzione alimentare, territori, reddito delle imprese, giovani e PAC sono parte della stessa infrastruttura strategica.

investire nel primario significa rafforzare la sicurezza dell’Europa.

L’agricoltura non è soltanto produzione di cibo.

 È presidio del territorio, sicurezza degli approvvigionamenti, stabilità sociale, lavoro, filiere, paesaggio, gestione delle risorse e autonomia strategica.

 

È il punto richiamato da Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura e del Copa, nel suo ragionamento sul ruolo del settore primario nel futuro dell’Europa.

 Il messaggio è netto:

investire nell’agricoltura significa rafforzare insieme la tenuta produttiva, la sicurezza alimentare e la stabilità dei territori.

 

Per Confagricoltura, il tema non può essere letto come una semplice rivendicazione di categoria.

 Dopo anni segnati da crisi energetiche, tensioni geopolitiche, aumento dei costi, difficoltà sugli input produttivi, siccità e instabilità dei mercati, il settore agricolo è tornato al centro delle priorità strategiche europee.

Il punto è capire se questa centralità sarà riconosciuta anche nei bilanci, nelle scelte politiche e nel futuro della Politica Agricola Comune.

 

Agricoltura come infrastruttura del Paese.

Ridurre l’agricoltura a una voce produttiva significa non coglierne più il ruolo reale.

Nei territori rurali, nelle aree interne, in collina, in montagna e nelle zone più fragili, l’impresa agricola svolge anche una funzione di presidio.

Mantiene vivi spazi economici e sociali che, senza attività produttiva, rischierebbero abbandono, spopolamento, degrado del suolo e maggiore vulnerabilità al dissesto.

 

Per Confagricoltura, investire nel settore primario significa quindi sostenere anche la tenuta fisica del Paese. Non solo raccolti, ma manutenzione del territorio, presenza economica, gestione delle risorse e continuità delle comunità rurali.

Il cambiamento climatico rende questo ruolo ancora più evidente. Siccità, piogge estreme, gelate, grandinate e crisi idriche colpiscono direttamente le aziende agricole, ma hanno effetti che vanno oltre il campo: riducono produzioni, aumentano i costi, mettono sotto pressione filiere e territori.

Senza investimenti in acqua, innovazione, gestione del rischio, infrastrutture rurali e adattamento climatico, la sicurezza alimentare resta fragile.

 

Sicurezza alimentare e autonomia europea

Il lessico della sicurezza è cambiato.

 

Per anni, in Europa, sicurezza ha significato soprattutto difesa, energia, confini e ordine pubblico.

Oggi riguarda anche il cibo.

 

Confagricoltura richiama da tempo questo passaggio: senza produzione agricola forte, competitiva e sostenibile economicamente, l’Europa diventa più dipendente dall’esterno e più vulnerabile agli shock internazionali.

 

Fertilizzanti, energia, logistica, acqua, commercio globale e materie prime non sono temi separati dall’agricoltura.

Sono condizioni essenziali per produrre.

Quando uno di questi fattori si inceppa, l’effetto arriva rapidamente nei bilanci delle imprese e, nel tempo, nella capacità del sistema agroalimentare di garantire disponibilità e stabilità dei prezzi.

Per questo l’agricoltura non può essere trattata come un capitolo secondario rispetto ad altre priorità europee. È parte della sicurezza economica e sociale del continente.

 

Il nodo della PAC.

Il ragionamento di Giansanti porta inevitabilmente al futuro della Politica Agricola Comune.

 

Per Confagricoltura, la PAC deve restare una politica forte, comune e adeguatamente finanziata.

 Non può essere indebolita proprio nel momento in cui all’agricoltura viene chiesto di garantire cibo, sostenibilità, presidio territoriale, adattamento climatico, qualità, tracciabilità e benessere animale.

Il rischio è caricare il settore di obiettivi sempre più ampi senza riconoscere risorse coerenti.

La PAC resta lo strumento principale per sostenere il reddito agricolo, accompagnare gli investimenti, favorire il ricambio generazionale, gestire le crisi e mantenere vive le aree rurali.

Se viene ridimensionata o resa meno riconoscibile dentro il bilancio europeo, la conseguenza non è solo contabile. Diventa produttiva: meno certezze per le imprese, meno programmazione, meno capacità di affrontare transizioni e shock.

 

Reddito agricolo e giovani.

Per Confagricoltura il reddito agricolo resta il primo punto.

Senza redditività, non ci sono investimenti, innovazione, sostenibilità, ricambio generazionale o presidio del territorio.

Il problema non riguarda solo quanto viene prodotto, ma quanto resta alle imprese agricole lungo la filiera. Se gli agricoltori continuano a sostenere costi crescenti senza una remunerazione adeguata, la tenuta del sistema si indebolisce.

A questo si collega il tema dei giovani.

 

Rendere l’agricoltura attrattiva significa dare prospettive economiche, accesso alla terra, credito, formazione, strumenti per innovare e regole stabili.

 Un giovane non entra in agricoltura solo per vocazione. Entra se può costruire un’impresa sostenibile.

Anche per questo la PAC e le politiche nazionali devono essere pensate come strumenti di futuro, non come semplice compensazione.

 

Costi, filiere e reciprocità.

Il richiamo di Confagricoltura alla sicurezza agricola riguarda anche i rapporti commerciali.

L’Europa chiede ai propri agricoltori standard elevati su ambiente, sicurezza, qualità e tracciabilità. Ma questi standard devono essere accompagnati da regole di reciprocità verso i prodotti importati.

Se il mercato europeo si apre a produzioni che non rispettano condizioni equivalenti, il rischio è scaricare sugli agricoltori europei costi più alti e concorrenza non equilibrata.

La sicurezza alimentare non si difende solo aumentando la produzione. Si difende anche garantendo che chi produce in Europa possa competere in condizioni corrette.

È un tema che riguarda accordi commerciali, controlli, filiere, prezzi all’origine e posizione degli agricoltori nella catena agroalimentare.

 

L’agricoltura non è il passato.

Il messaggio di Confagricoltura è chiaro: l’agricoltura non è un settore del passato da accompagnare lentamente al ridimensionamento.

 

È una delle infrastrutture strategiche del futuro europeo.

 

Produce cibo, tutela territori, sostiene comunità, contribuisce all’export, gestisce risorse naturali, affronta il clima che cambia e partecipa alla sicurezza del continente.

Per questo investire nel primario non significa difendere una spesa. Significa rafforzare un sistema che tiene insieme economia reale, ambiente, coesione sociale e autonomia strategica.

La sfida, ora, è trasformare questa consapevolezza in scelte concrete: una PAC forte, risorse adeguate, semplificazione, strumenti di gestione del rischio, sostegno ai giovani, investimenti in acqua e innovazione, maggiore forza degli agricoltori nella filiera.

Per Confagricoltura, il punto è questo: l’Europa non può chiedere all’agricoltura di garantire sicurezza alimentare, sostenibilità e presidio dei territori se poi la considera una voce da comprimere.

Il futuro del continente passa anche dai campi. E la politica agricola dovrà dimostrare di averlo capito.

 

 

 

Attualità.

Giansanti: «L’agricoltura è

sicurezza nazionale, l’Europa

protegga il mercato».

Terraevita.edagricole.it - Francesca Baccino – (11 Maggio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Alla tre giorni organizzata da Confagricoltura il suo presidente, Massimiliano Giansanti, lancia l’allarme sulle crisi geopolitiche e rincari.

Chiesta una nuova Pac più ambiziosa e maggiore autonomia strategica per l’Ue.

Il sostegno della premier, Giorgia Meloni, alla centralità dell’agricoltura non solo per il suo contributo economico.

 Un documento di Confagricoltura, realizzato con L'Università Bocconi, traccerà il percorso del settore fino al 2050.

«Il cibo è diventato uno strumento di potere».

L’agricoltura va tutelata come pilastro della sicurezza nazionale, settore strategico per la stabilità sociale e la tenuta economica di un Paese non solo come produttrice di beni alimentari.

 

È questo il messaggio lanciato da Massimiliano Giansanti, in un intervento focalizzato sugli effetti delle tensioni geopolitiche, della crisi energetica e delle difficoltà di approvvigionamento delle materie prime durante “L’agricoltura il futuro”, la tre giorni di lavori organizzata da Confagricoltura a Milano dal 7 al 9 maggio 2026 destinata a realizzare, insieme all'Università Bocconi, il Manifesto del settore primario da qui al 2050.

 

«Oggi l’agricoltura è la sicurezza nazionale del Paese» ha affermato Giansanti, sottolineando come il settore primario non possa più essere considerato soltanto produttore di beni alimentari, ma debba essere riconosciuto come elemento centrale per la stabilità economica e sociale.

«Detenere il cibo significa detenere il potere – ha aggiunto – e avere un’agricoltura forte significa avere una democrazia forte».

 

Il presidente di Confagricoltura ha insistito sulla necessità di costruire una visione strategica di lungo periodo. «Il manifesto che proponiamo - ha concluso Giansanti - non è un elenco di richieste, ma un documento di sistema che non verrà presentato oggi perché deve essere attentamente elaborato e ha bisogno di tempo».

 

La premier Meloni: «Rifiutiamo il racconto surreale degli agricoltori come nemici della natura».

L’agricoltura «è sempre più centrale per la nostra vita, per la nostra economia, per la nostra identità e anche per la nostra sicurezza» ha detto la premier Giorgia Meloni, intervenendo all'iniziativa di Confagricoltura.

Meloni ha rivendicato il ruolo strategico del comparto agricolo italiano, definendo gli agricoltori «i primi custodi dell’ambiente» e criticando «il racconto surreale di agricoltori come nemici della natura.

Questa lettura è ideologica e inaccettabile ed è la ragione per cui l'abbiamo contrastata, la contrastiamo convintamente.

Sappiamo che i nostri agricoltori sono i primi alleati della natura, che non è possibile proteggere l'ambiente senza l'opera responsabile dell'uomo»».

Secondo la premier, serve una visione capace di tenere insieme «sviluppo e tutela, innovazione e tradizione».

La premier, Giorgia Meloni, è presente al Convegno di Confagricoltura a Milano.

La premier ha ricordato lo stanziamento del Governo, oltre 15 miliardi di euro, in appena tre anni:

 «Abbiamo investito sulla competitività delle filiere, facendo crescere gli interventi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza di oltre 5 miliardi, concentrando quelle risorse su ciò che il settore riteneva più utile come i contratti di filiera, la produzione di energia rinnovabile senza consumo di suolo, l'efficientamento idrico.

Ci siamo impegnati a proteggere la nostra eccellenza dall'”Italian sounding”, dalla concorrenza sleale».

 

Meloni ha sottolineato anche l’importanza della legge a tutela dell’agroalimentare approvata nei giorni scorsi dal Parlamento: «Abbiamo introdotto nuovi reati e previsto l’aggravante di agropirateria, con sanzioni proporzionali alle dimensioni del fatturato delle imprese, perché siano un deterrente serio, vero, reale».

 

Ampio spazio anche al tema europeo. La premier ha sottolineato il ruolo dell’Italia nella difesa della Politica agricola comune:

«Siamo riusciti a ottenere 10 miliardi di euro in più nella futura Pac rispetto alla proposta iniziale della Commissione».

E ha ribadito la necessità di rafforzare la sovranità alimentare europea:

«Nel mondo di caos in cui viviamo oggi non possiamo permetterci di dipendere dagli altri per ciò che è fondamentale».

 

Oltre alla presidente del Consiglio Giorgia Melon all’evento milanese di Confagricoltura sono intervenuti

  i ministri per l’ambiente Gilberto Pichetto Fratin, dell’agricoltura, Francesco Lollobrigida, il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana e hanno portato i loro contributi i ministri Antonio Tajani, Matteo Piantedosi, e il rettore della Bocconi, Francesco Bollari assieme ai principali stakeholder del mondo economico.

 

Massimiliano Giansanti e Giorgia Meloni.

I problemi legati alla crisi globale.

Il presidente di Confagricoltura ha evidenziato le criticità che stanno colpendo le imprese agricole europee, a partire dall’esplosione dei costi dei fertilizzanti.

 «L’urea è passata da 300 a 1.000 euro a tonnellata e il problema non è soltanto il prezzo, ma anche la disponibilità del prodotto», ha spiegato. Secondo Giansanti, la situazione internazionale e le tensioni legate ai grandi Paesi produttori stanno trasformando il cibo e le materie prime agricole in strumenti geopolitici.

 

«Stiamo vivendo una delle peggiori crisi produttive degli ultimi cento anni» ha detto, richiamando gli effetti della guerra russo-ucraina, delle tensioni nello Stretto di Hormuz e delle difficoltà logistiche internazionali.

 Un quadro che, secondo il presidente di Confagricoltura, rischia di avere conseguenze pesanti anche sui raccolti futuri:

«Se entro settembre non si arriverà a una soluzione del conflitto in Iran, il 2026 e il 2027 potrebbero essere anni ancora peggiori».

 

Il ruolo attivo che deve assumere l’Europa.

Giansanti ha poi puntato il dito contro l’Europa, definita «un grande condominio» incapace di reagire in modo unitario alle emergenze economiche e produttive.

 «In una fase straordinaria servono strumenti straordinari – ha dichiarato –.

 Non capisco perché non venga consentito agli Stati di superare i vincoli del Patto di stabilità per sostenere i sistemi produttivi».

 

Tra le richieste avanzate da Confagricoltura figura anche la revisione delle politiche europee sui fertilizzanti e sulle importazioni.

 «La maggior parte dei fertilizzanti utilizzati in Europa ha matrice russa o bielorussa – ha ricordato – e la nuova tassazione sul carbonio rischia di pesare per oltre un miliardo di euro solo sugli agricoltori italiani».

 

L’impatto dei rincari anche al consumo.

Il presidente di Confagricoltura ha inoltre richiamato il tema dell’impatto dei rincari sul consumatore finale.

 «Quando compriamo una bottiglia di latte, il prodotto vale circa 47 centesimi, ma il cittadino lo paga due euro al litro a causa dei costi energetici, dei trasporti e del packaging» ha osservato, avvertendo che gli aumenti rischiano di trasferirsi sempre di più sul carrello della spesa.

 

Una Pac che deve essere più «ambiziosa».

Giansanti ha ribadito la necessità di una nuova Pac «ambiziosa», capace di sostenere innovazione, digitalizzazione, energie rinnovabili e autonomia produttiva europea.

 «Serve una Pac che accompagni davvero la crescita del sistema agricolo europeo» ha affermato.

 

Transizione energetica.

Ampio spazio è stato dedicato anche al ruolo dell’agricoltura nella transizione energetica e ambientale.

 «L’agricoltura oggi non produce soltanto beni primari, ma anche energia» ha spiegato Giansanti, ricordando il contributo delle bioenergie e delle rinnovabili alla sicurezza energetica nazionale. Secondo Giansanti, il futuro del settore passerà anche attraverso lo sviluppo dell’idrogeno verde e del digestato, per ridurre la dipendenza dall’estero.

 

Il ministro Pichetto Frattin ha sottolineato in maniera chiara i risultati ottenuti attraverso le risorse messe a disposizione dal PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza).

In particolare, gli investimenti destinati alle agroenergie, soprattutto nei settori dell’agri-voltaico e del biometano, stanno favorendo un profondo ammodernamento delle aziende agricole, con ricadute positive sia sul piano dell’efficienza produttiva sia su quello della redditività delle imprese.

 

Attualmente il sistema delle agroenergie in Italia può contare su 3,4 gigawatt di potenza installata nelle aziende agricole, una quota che contribuisce per l’8,5% alla produzione nazionale di energia elettrica da fonti rinnovabili.

Un dato che evidenzia il livello di sviluppo raggiunto dal comparto in poco più di vent’anni.

 

Pichetto Frattin ha, inoltre, ricordato come” i prezzi minimi garantiti” rappresentino uno strumento fondamentale per integrare i ricavi delle imprese, più che un incentivo diretto, permettendo di sostenere i costi di gestione in una fase particolarmente delicata come quella successiva al termine degli incentivi.

Sull’eventuale modifica del Decreto bollette il ministro ha rinviato qualsiasi valutazione sugli aggiustamenti normativi all’evoluzione delle trattative in corso con l’Unione europea e alla dinamica dei prezzi energetici internazionali.

 

Relativamente all'Europa Pichetto Frattin ha chiesto di «scorporare o meglio concedere, rispetto agli interventi sul fronte energetico, una deroga rispetto al patto di stabilità».

 

 

 

La PAC e la sostenibilità sociale.

Agricoltura e sviluppo rurale.

Agriculture.ec.europa.eu – (16 giugno 2026) – Redazione – ci dice:

Strategia per promuovere il ricambio generazionale.

Questa strategia affronta le sfide demografiche che il settore agricolo dell'UE si trova ad affrontare, attirando e sostenendo i giovani agricoltori imprenditoriali.

 

Per saperne di più sulla strategia.

 

La PAC e la sostenibilità sociale nell'UE.

Il podcast "Food for Europe."

Produrre alimenti sicuri e sostenibili.

Promuovere comunità rurali resilienti.

Il ruolo della conoscenza e dell'innovazione.

La PAC e la sostenibilità sociale nell'UE.

L'agricoltura non riguarda soltanto gli agricoltori e le loro famiglie, ma sostiene anche la società nel suo insieme, in tutta l'UE, attraverso una serie di servizi essenziali.

 In particolare, l'agricoltura:

fornisce generi alimentari e altri prodotti essenziali ai cittadini.

Funge da spina dorsale delle comunità rurali.

La politica agricola comune (PAC) provvede a che gli agricoltori possano continuare a fornire tali servizi nel lungo periodo, promuovendo la sostenibilità economica dell'agricoltura.

 A loro volta, le misure economiche della PAC contengono disposizioni sociali, come il sostegno ai piccoli agricoltori e i pagamenti ridistributivi.

 

Anche le azioni ambientali della PAC sono concepite per essere socialmente sostenibili.

Sostenendo gli impegni in materia di gestione e gli investimenti a tutela dell'ambiente, la PAC consente a tutti gli agricoltori di proteggere le risorse naturali e la biodiversità per conto della società:

 un servizio essenziale che altrimenti non verrebbe remunerato dal mercato.

 

Inoltre, con politiche e azioni volte specificamente alla sicurezza alimentare e a sostenere le comunità rurali, la PAC garantisce che l'agricoltura possa contribuire alla sostenibilità a tutti i livelli della società.

 

Il podcast "Food for Europe."

A group of people standing in a field.

31. Pilastro sociale della PAC: l'essenza dell'agricoltura europea

7 settembre 2023.

47. Rete di contatti per le imprenditrici rurali

31 ottobre 2024.

55. Dialogo con i giovani: agevolare l'accesso alle professioni agricole.

16 maggio 2025.

 

Una PAC più equa.

La PAC 2023-2027 indirizza il sostegno a coloro che ne hanno più bisogno:

ridistribuzione del sostegno al reddito:

 i paesi dell'UE devono destinare almeno il 10% dei loro pagamenti diretti allo strumento di sostegno ridistributivo al reddito, per rispondere meglio alle esigenze di reddito delle aziende agricole di piccole e medie dimensioni.

Agricoltori in attività:

 la nuova legislazione contiene una definizione obbligatoria ma flessibile di agricoltore in attività che deve essere istituita dai paesi dell'UE, compreso il livello delle attività intraprese. Solo gli agricoltori in attività possono ricevere un certo sostegno dell'UE.

Condizionalità sociale:

i pagamenti della PAC sono subordinati al rispetto di determinate norme dell'UE in materia di lavoro e i beneficiari sono incentivati a migliorare le condizioni di lavoro nelle aziende agricole.

Convergenza dei pagamenti:

nella PAC 2023-2027 i livelli di sostegno al reddito convergono maggiormente, sia all'interno dei singoli paesi dell'UE che tra i paesi dell'UE.

Sostegno ai giovani agricoltori:

 i paesi dell'UE devono distribuire almeno il 3% del loro bilancio per i pagamenti diretti ai giovani agricoltori, sotto forma di sostegno al reddito o agli investimenti o di aiuti all'avviamento per i giovani agricoltori.

Migliore equilibrio di genere:

la parità di genere e l'aumento della partecipazione delle donne all'agricoltura fanno parte, per la prima volta, degli obiettivi dei piani strategici della PAC.

 I paesi dell'UE devono valutare tali questioni e affrontare le sfide individuate.

Produrre alimenti sicuri e sostenibili.

La sicurezza alimentare è una preoccupazione centrale dell'UE.

 Uno degli obiettivi storici della PAC, una delle prime e principali politiche dell'UE, era garantire la sicurezza alimentare all'indomani della Seconda guerra mondiale.

 

Per aiutare l'agricoltura a soddisfare le richieste della società, la PAC favorisce una produzione alimentare efficiente che offra il massimo rendimento agli agricoltori, ai consumatori e all'ambiente:

 

trasformando i metodi di produzione e i sistemi di gestione per ridurre l'uso di pesticidi e fertilizzanti e privilegiando soluzioni naturali, tecnologiche e digitali.

Fornendo un'ampia gamma di azioni di sostegno per rafforzare il reddito agricolo e stimolare la competitività.

Finanziando misure di informazione e promozione per ricordare ai consumatori che l'agricoltura europea è una fonte di cibo sicura e sostenibile.

Promuovere comunità rurali resilienti.

In tutta l'UE l'agricoltura è la spina dorsale delle comunità rurali.

 Queste comunità sono chiamate ad affrontare una serie di sfide, come l'invecchiamento della popolazione, l'inadeguatezza delle infrastrutture e la mancanza di servizi e opportunità di lavoro.

 

La PAC contribuisce ad accrescere la resilienza delle comunità rurali in vari modi:

la politica di sviluppo rurale punta all'inclusione sociale, alla creazione e alla diversificazione dei posti di lavoro, nonché allo sviluppo delle infrastrutture rurali, come l'estensione della banda larga.

I programmi di sviluppo rurale comprendono anche il sostegno attraverso il metodo LEADER, che riunisce le comunità rurali per prepararsi e gestire strategie di sviluppo locale per far fronte alle loro sfide.

Un sostegno supplementare per gli agricoltori delle zone soggette a vincoli naturali o di altro tipo contribuisce a mitigare le conseguenze socioeconomiche negative dell'abbandono delle terre, mentre i pagamenti specifici per i giovani agricoltori incoraggiano il ricambio generazionale e la sostenibilità delle popolazioni rurali.

Attraverso il quadro comune di monitoraggio e valutazione (QCMV) la Commissione raccoglie indicatori socioeconomici globali sulle zone rurali, garantendo soluzioni fondate sui dati per le principali questioni sociali, come lo spopolamento, la povertà e la disoccupazione.

La PAC riconosce e rafforza inoltre le relazioni tra le comunità rurali e l'ambiente in cui vivono.

Le misure volte a proteggere i paesaggi, la fauna selvatica e le risorse naturali, come l'aria pura e i corsi d'acqua, non sono soltanto vantaggiose per l'agricoltura e l'ambiente, ma contribuiscono anche alla qualità della vita nelle zone rurali, oltre a offrire opportunità per attività ricreative e turistiche, a ulteriore sostegno delle comunità rurali.

 

Visione per l'agricoltura e l'alimentazione.

La Commissione presenta la sua visione per l'agricoltura e l'alimentazione, che promuove la fiducia e il dialogo lungo l'intera catena del valore, nell'UE e a livello mondiale.

 

Per saperne di più sul futuro dell'agricoltura.

 

Europea Union 2025 - Adobe Stock – “Taras Rudenko”.

Il ruolo della conoscenza e dell'innovazione.

La conoscenza, la ricerca e l'innovazione possono infondere vitalità nelle zone rurali e contribuire a garantire un futuro dinamico alle comunità locali:

 

la politica di sviluppo rurale sostiene l'innovazione nelle zone rurali attraverso il partenariato europeo per l'innovazione in agricoltura e iniziative quali i piccoli comuni intelligenti.

La ricerca e l'innovazione in settori quali le dinamiche e politiche rurali e agricole, lo sviluppo del capitale umano e la promozione di sistemi innovativi favoriscono la resilienza delle comunità rurali e svolgono un ruolo importante nello stimolare una crescita economica verde e socialmente inclusiva.

La ricerca e l'innovazione si rivolgono inoltre a settori quali le catene del valore alimentari e non alimentari sostenibili, innovative e circolari, gli approcci ecologici all'agricoltura e l'agricoltura digitale, permettendo di conseguire la sicurezza alimentare senza mettere a dura prova l'ambiente.

Gli obiettivi di produzione alimentare della PAC sono ulteriormente sostenuti dal Centro comune di ricerca, il servizio della Commissione europea per la scienza e la conoscenza, che svolge attività di ricerca nel settore dell'agricoltura e della sicurezza alimentare.

 

 

 

Comunicato.

Forum Confagricoltura a Milano: "L'agricoltura è questione strategica per sicurezza, competitività e stabilità dell'Europa nei prossimi decenni”.

Confagricoltura.it – (09 Maggio 2026) – Comunicato – Redazione- ci dice:

 

Forum Confagricoltura a Milano:

Con l’intervento del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida si è chiusa oggi a Palazzo Mezzanotte, a Milano, la tre giorni di lavori di Confagricoltura per la realizzazione, insieme all'Università Bocconi, del Manifesto del settore primario da qui al 2050.

 

Un evento molto partecipato, che ha portato nel capoluogo lombardo centinaia di imprenditori agricoli e delegati da tutta Italia, arricchito nella parte pubblica dai dialoghi con i principali stakeholder del mondo economico e dalla presenza  del presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dei ministri Gilberto Pichetto Frattin e, appunto, Lollobrigida, del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, e dei contributi dei ministri Antonio Tajani, Matteo Piantedosi, e del rettore della Bocconi Francesco Bollari.

 

Venerdì e sabato sono intervenuti sul palco della Triennale e di Palazzo Mezzanotte Pietro Labriola, amministratore delegato e direttore generale Tim; Marco Fortis, direttore fondazione Edison; Carmine Masiello, capo di Stato Maggiore dell'Esercito Italiano in dialogo con il direttore di Chora Media Mario Calabresi; Fabrizio Iaccarino, responsabile Affari Istituzionali Italia Enel; Nicola Monti, AD

Edison; Emanuela Trentin, AD e DG Veolia Italia; Mauro Fanin, presidente Gruppo Cerealdocks, Sandro Pappalardo, presidente Ita Airways; Vera Veri, chef Investment Office di Simest; Federico Ghizzoni, vicepresidente esecutivo Clessidra Holding; Claudia Cattani, presidente BNL BNP Paribas; Massimo Luvie, condirettore generale Reale Mutua Assicurazioni; Frederik German, AD Banca Ifis; Vittorio Ratto, vicedirettore generale Crédit Agricole; Matteo Zoppas, presidente di ITA Italiano Trade Agency; Marcello Di Caterina, vicepresidente e DG di Alis; Maria Teresa Maschio, presidente Feder Una coma; Carlo Vaghi, presidente Autostrade dello Stato; Cesare Ferrero, presidente e AD Sogemi; Francesco Rutelli, presidente Soft Power Club; Maurizio Martina, vicedirettore Generale FAO, ed Enrico Letta, Dean IE University Madrid.

 

“In questi due giorni abbiamo scelto di compiere un esercizio non ordinario – ha detto il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti - non ci siamo limitati a discutere le criticità del presente o a ragionare sulle emergenze quotidiane che il settore agricolo si trova ad affrontare.

Abbiamo provato, invece, a fare qualcosa di più complesso e più ambizioso: costruire una visione di lungo periodo per l’agricoltura italiana ed europea”.

 

È emersa una riflessione molto netta: un settore strategico non può essere soffocato da frammentazione normativa, eccesso burocratico e instabilità regolatoria.

“Servono governance più moderne, regole più armonizzate, maggiore capacità di coordinamento europeo e una pubblica amministrazione capace di accompagnare, e non rallentare, la competitività delle imprese agricole”.

Il settore primario italiano del 2050 dovrà essere più competitivo, più tecnologico, più sostenibile, più attrattivo, più manageriale, più integrato nelle grandi strategie economiche e geopolitiche europee.

“La convinzione che attraversa tutto questo lavoro - ha aggiunto Giansanti - è che l’agricoltura non è più un settore marginale delle politiche europee. È una delle grandi questioni strategiche su cui si giocheranno sicurezza, competitività e stabilità dell’Europa nei prossimi decenni.

Ed è per questo che Confagricoltura, insieme a Soft Power Club, avvia un Osservatorio su geopolitica e sicurezza alimentare, perché il settore primario deve diventare un elemento di trattativa a livello geopolitico, dando un reale contributo alla stabilità e all’economia del Paese”.

(Il comunicato).

 

 

 

 

Per una CARTA dei VALORI e

dei PRINCIPI dell'AGRICOLTURA

SOCIALE.

Fattoriesociali.it – Rete Fattorie sociali – (18 giugno 2026) – Lollobrigida -Redazione -ci dice:

Flash News:

Giovedì 25 Giugno 2026 Antibes. Lollobrigida: "Più fondi per la PAC e intesa con Parigi per tutelare DOP e IGP".

Giovedì 25 Giugno 2026 Agricoltura: Lollobrigida, Cabina regia per controlli straordinari settore olivicolo.

Giovedì 25 Giugno 2026 Al Masaf raggiunto accordo sul prezzo del latte al rialzo rispetto a trimestre precedente.

Giovedì 18 Giugno 2026 40 anni ICQRF. Lollobrigida: "Traguardo straordinario. Impegno incessante Stato a tutela qualità, trasparenza e legalità sistema agroalimentare."

Mercoledì 17 Giugno 2026 Agricoltura. Lollobrigida: con oltre 1 miliardo Coltivaitalia garantisce futuro a settore Nasce la struttura commissariale per la Xylella, 300 milioni a olio, allevamenti e cereali.

Mercoledì 17 Giugno 2026 Tea: Lollobrigida, da Parlamento Ue svolta storica per agricoltura europea.

Lunedì 15 Giugno 2026 Tea: Lollobrigida, grande passo avanti in Ue per l'Italia e per l'agricoltura europea

Venerdì 12 Giugno 2026 Agricoltura, Lollobrigida: "Con Cabina di regia in Italia più controlli, più efficaci".

Giovedì 11 Giugno 2026 Peperoncino di Calabria e Zampina di Sammichele di Bari nel registro Ue. Lollobrigida: Le IG sono la via maestra per valorizzare il Sud e le nostre eccellenze.

Mercoledì 10 Giugno 2026 Agricoltura. Lollobrigida: ok prima risposta Commissione a crisi fertilizzanti, adesso sospendere CBAM e ETS.

Martedì 9 Giugno 2026 Agroalimentare. Lollobrigida: "Un altro passo in avanti per l'export di uva da tavola italiana in Sudafrica".

Lunedì 8 Giugno 2026 Agricoltura, riunione straordinaria ministri G7 su conseguenze conflitto in Medio Oriente e prezzi fertilizzanti.

Giovedì 4 Giugno 2026 Lollobrigida: "Rafforziamo i Consorzi di tutela, più sostegno a DOP e IGP"

Giovedì 4 Giugno 2026 Question Time del Ministro Lollobrigida alla Camera.

Giovedì 4 Giugno 2026 Pesca. La Pietra, chiarezza e risposta immediata del Governo su credito di imposta carburante, arresti temporanei, definitivi e rimodulazione fondi FEAMPA.

Venerdì 29 Maggio 2026 Latte, Lollobrigida: da Agea più risorse per gli allevatori di montagna e delle aree interne.

Venerdì 29 Maggio 2026 Olio. La Pietra, da confronto al Masaf spunti importanti per analisi del mercato.

Giovedì 28 Maggio 2026 Masaf pubblica il bando "Frutta e Verdura nelle Scuole": oltre 14 milioni di euro per garantire alimenti sani agli alunni fin dal primo giorno di scuola.

Giovedì 28 Maggio 2026 Maltempo, Lollobrigida firma decreti per il riconoscimento dell'eccezionalità del ciclone Harry.

Venerdì 22 Maggio 2026 Cdm, Lollobrigida: 100 milioni per acquisto fertilizzanti e gasolio agricolo contro caro prezzi.

Giovedì 25 Giugno 2026 Antibes. Lollobrigida: "Più fondi per la PAC e intesa con Parigi per tutelare DOP e IGP".

Giovedì 25 Giugno 2026 Agricoltura: Lollobrigida, Cabina regia per controlli straordinari settore olivicolo

Giovedì 25 Giugno 2026 Al Masaf raggiunto accordo sul prezzo del latte al rialzo rispetto a trimestre precedente.

Giovedì 18 Giugno 2026 40 anni ICQRF. Lollobrigida: "Traguardo straordinario. Impegno incessante Stato a tutela qualità, trasparenza e legalità sistema agroalimentare".

Mercoledì 17 Giugno 2026 Agricoltura. Lollobrigida: con oltre 1 miliardo Coltivaitalia garantisce futuro a settore Nasce la struttura commissariale per la Xylella, 300 milioni a olio, allevamenti e cereali.

Mercoledì 17 Giugno 2026 Tea: Lollobrigida, da Parlamento Ue svolta storica per agricoltura europea.

Lunedì 15 Giugno 2026 Tea: Lollobrigida, grande passo avanti in Ue per l'Italia e per l'agricoltura europea

Venerdì 12 Giugno 2026 Agricoltura, Lollobrigida: "Con Cabina di regia in Italia più controlli, più efficaci".

Giovedì 11 Giugno 2026 Peperoncino di Calabria e Zampina di Sammichele di Bari nel registro Ue. Lollobrigida: Le IG sono la via maestra per valorizzare il Sud e le nostre eccellenze

Mercoledì 10 Giugno 2026 Agricoltura. Lollobrigida: ok prima risposta Commissione a crisi fertilizzanti, adesso sospendere CBAM e ETS.

Martedì 9 Giugno 2026 Agroalimentare. Lollobrigida: "Un altro passo in avanti per l'export di uva da tavola italiana in Sudafrica".

Lunedì 8 Giugno 2026 Agricoltura, riunione straordinaria ministri G7 su conseguenze conflitto in Medio Oriente e prezzi fertilizzanti.

Giovedì 4 Giugno 2026 Lollobrigida: "Rafforziamo i Consorzi di tutela, più sostegno a DOP e IGP"

Giovedì 4 Giugno 2026 Question Time del Ministro Lollobrigida alla Camera.

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Venerdì 29 Maggio 2026 Latte, Lollobrigida: da Agea più risorse per gli allevatori di montagna e delle aree interne

Venerdì 29 Maggio 2026 Olio. La Pietra, da confronto al Masaf spunti importanti per analisi del mercato.

Giovedì 28 Maggio 2026 Masaf pubblica il bando "Frutta e Verdura nelle Scuole": oltre 14 milioni di euro per garantire alimenti sani agli alunni fin dal primo giorno di scuola.

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Giovedì 25 Giugno 2026 Agricoltura: Lollobrigida, Cabina regia per controlli straordinari settore olivicolo.

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Lunedì 15 Giugno 2026 Tea: Lollobrigida, grande passo avanti in Ue per l'Italia e per l'agricoltura europea.

Venerdì 12 Giugno 2026 Agricoltura, Lollobrigida: "Con Cabina di regia in Italia più controlli, più efficaci"

Giovedì 11 Giugno 2026 Peperoncino di Calabria e Zampina di Sammichele di Bari nel registro Ue. Lollobrigida: Le IG sono la via maestra per valorizzare il Sud e le nostre eccellenze.

Mercoledì 10 Giugno 2026 Agricoltura. Lollobrigida: ok prima risposta Commissione a crisi fertilizzanti, adesso sospendere CBAM e ETS.

Martedì 9 Giugno 2026 Agroalimentare. Lollobrigida: "Un altro passo in avanti per l'export di uva da tavola italiana in Sudafrica".

Lunedì 8 Giugno 2026 Agricoltura, riunione straordinaria ministri G7 su conseguenze conflitto in Medio Oriente e prezzi fertilizzanti.

Giovedì 4 Giugno 2026 Lollobrigida: "Rafforziamo i Consorzi di tutela, più sostegno a DOP e IGP".

Giovedì 4 Giugno 2026 Question Time del Ministro Lollobrigida alla Camera.

Giovedì 4 Giugno 2026 Pesca. La Pietra, chiarezza e risposta immediata del Governo su credito di imposta carburante, arresti temporanei, definitivi e rimodulazione fondi FEAMPA

Venerdì 29 Maggio 2026 Latte, Lollobrigida: da Agea più risorse per gli allevatori di montagna e delle aree interne.

Venerdì 29 Maggio 2026 Olio. La Pietra, da confronto al Masaf spunti importanti per analisi del mercato

Giovedì 28 Maggio 2026 Masaf pubblica il bando "Frutta e Verdura nelle Scuole": oltre 14 milioni di euro per garantire alimenti sani agli alunni fin dal primo giorno di scuola.

Giovedì 28 Maggio 2026 Maltempo, Lollobrigida firma decreti per il riconoscimento dell'eccezionalità del ciclone Harry.

Venerdì 22 Maggio 2026 Cdm, Lollobrigida: 100 milioni per acquisto fertilizzanti e gasolio agricolo contro caro prezzi.

 

 

Verso la Comunità di Pratiche Italiana dell’Agricoltura Sociale

Contributo della Rete Fattorie Sociali per una

CARTA dei VALORI e dei PRINCIPI dell’AGRICOLTURA SOCIALE.

 

 Il presente documento vuole essere un contributo che la Rete Fattorie Sociali offre al dibattito in vista della Comunità di Pratiche Italiana dell’Agricoltura Sociale.

Le assise si svolgeranno nel prossimo autunno a Roma, così come convenuto a conclusione del Convegno svoltosi a Firenze il 29 maggio 2009 per iniziativa dell’ARSIA Toscana.

Le modalità dell’evento saranno definite dal costituendo Comitato Promotore aperto a tutti coloro che intendono contribuire alla realizzazione dell’iniziativa.

Campagne che coltivano valori.

 

L’Agricoltura Sociale (AS) trova il proprio fondamento nei valori e nei principi della Carta costituzionale e, in particolare, nell’art. 3 che impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese e nell’art. 44 che finalizza l’intervento pubblico in agricoltura alla cura della qualità del territorio e al perseguimento della giustizia sociale. Il suo valore etico si iscrive, pertanto, nel carattere universalistico dei diritti umani fondamentali e, in particolare, di quelli riferiti all’inclusione sociale di tutti senza distinzione alcuna e all’accesso equo alle risorse della Terra, ora e in futuro, per fare in modo che ognuno sia libero di poter contribuire al bene comune.

 

Le campagne contemporanee portano il segno di due recenti fratture: quella ambientale, provocata dagli effetti negativi dell’agricoltura intensiva, e quella territoriale, dovuta all’eccessiva specializzazione produttiva che ha determinato ulteriori e più profondi divari tra le zone pianeggianti e le zone interne di collina e di montagna. Sicché, paradossalmente, fattori che hanno consentito l’immenso successo della modernizzazione agricola, come l'uso della chimica per accrescere la fertilità dei suoli e ottenere cibi più sicuri e l’inserimento in sistemi di relazioni industriali e di mercato, si rivelano, nel tempo, cause formidabili di degradazione della stoffa stessa dello sviluppo agricolo.

 

Rotture siffatte rischiano di assecondare un progressivo distacco tra l’agricoltura e il suo fondamento etico, costituito dal principio dell’uso delle risorse per la piena realizzazione della persona umana, come dimostra in modo inequivocabile il nuovo ed esecrabile volto assunto dal caporalato, manifestatosi nella forma di vero e proprio schiavismo.

 

Accanto a realtà caratterizzate da fenomeni negativi, sono presenti in modo diffuso campagne che coltivano e riproducono valori, come le esperienze e i progetti di AS che promuovono inclusione sociale e lavorativa e servizi educativi, terapeutici e riabilitativi. L’inserimento lavorativo in agricoltura può riguardare persone con disabilità, ex tossicodipendenti, ex detenuti, disoccupati di lungo periodo, giovani con difficoltà nell’apprendimento o nell’organizzare la loro rete di relazioni, ecc. e si ottiene sia attraverso l’assunzione in imprese già esistenti, sia mediante percorsi di autoimprenditorialità. D’altro canto, i servizi terapeutici, riabilitativi e di inclusione sociale 1 mediante l’utilizzo di pratiche agricole possono interessare soggetti con disabilità gravi, anziani, malati terminali, donne che hanno subito violenza, extracomunitari, ecc. e sono erogati da aziende, enti pubblici, fondazioni, onlus e in generale da strutture che dispongono di risorse agricole. Per quanto riguarda, infine, i servizi educativi, vanno considerate le attività rivolte alla fascia di età prescolare mediante l’istituzione di agri nidi e quelle orientate a supportare l’integrazione di alunni svantaggiati nelle scuole di ogni ordine e grado. Tali servizi rappresentano il naturale completamento dei percorsi formativi già largamente sperimentati con le fattorie didattiche.

 

Percorsi siffatti si realizzano anche sui terreni confiscati alle mafie, come dimostrano le esperienze di “Libera Terra”, che sfidano con coraggio le organizzazioni malavitose nel cuore dei loro stessi “possedimenti” e contendono a queste il controllo del territorio e dell’economia locale.

 

Le pratiche di AS sono, pertanto, caratterizzate da una pluralità di modelli organizzativi che dipendono dalle differenti motivazioni etiche ed economiche alla base delle singole iniziative; dalla varietà di figure sociali, competenze e risorse coinvolte e dalla molteplicità dei sistemi territoriali e delle forme di possesso della terra, dalla proprietà privata a quella pubblica e collettiva. È per questo motivo che le sue forme di rappresentanza sono le reti di persone e di organizzazioni, che adottano il principio della democrazia partecipativa e danno vita, mediante percorsi condivisi, a reti sempre più ampie, come le comunità di pratiche a livello nazionale ed europeo.

 

Persone che con l’attività agricola vogliono dare un senso alle proprie capacità.

 

Le persone interessate all’AS sono innanzitutto coloro che presentano bisogni speciali, cioè problematiche sanitarie o difficoltà sociali di particolare gravità, e le cui necessità sono spesso rappresentate da associazioni di familiari. Vi sono poi coloro che provengono anch’essi da ambiti lontani dall’agricoltura e che trovano le loro motivazioni profonde nel disagio provocato dagli aspetti quantitativi, standardizzati e consumistici del modello di sviluppo della società contemporanea e, quindi, nel bisogno di sperimentare nuove forme di vita, di produzione e di consumo per dare un senso alla propria esistenza. Mostrano, inoltre, attenzione all’AS persone che hanno perduto il lavoro in forma continuativa e sicura o che lo mantengono in condizioni precarie e nelle attività agricole trovano un modo per integrare il reddito. Si tratta di soggetti che in alcuni casi già operano in associazioni, cooperative o altri enti ed hanno la disponibilità di terreni per svolgere attività agricole. Molto spesso si trovano però soltanto nella fase iniziale dell’elaborazione del loro progetto di vita e ricercano aree agricole di proprietà privata, pubblica o collettiva da affittare o collaborazioni con aziende agricole già attive per poter avviare nuove iniziative.

 

In definitiva, a guardare all’AS con particolare coinvolgimento, sono principalmente le persone provate da varie forme di svantaggio o disagio che nelle attività agricole intravedono una chance per dare un significato alla propria vita e un senso alle proprie capacità.

 

All’AS sono, peraltro, ultimamente sempre più interessati quei produttori agricoli per lo più “biologici” e che già svolgono attività diversificate nell’ambito dell’agriturismo e dei servizi legati al mondo della scuola. E ad essa incominciano a mostrare attenzione anche altri soggetti agricoli, soprattutto giovani, con redditi misti e in possesso di strutture spesso di piccole dimensioni, i quali, spinti dalla globalizzazione ad abbandonare modelli produttivi eccessivamente specializzati perché 2 non premiati dai mercati, sono indotti, per integrare il reddito, a sperimentare l’agricoltura ecocompatibile, multifunzionale e di prossimità.

 

A guidare i nuovi processi sono soprattutto le donne in quanto portatrici di una capacità di inventare le risorse e valutare in modo attento e duttile le opportunità. Un’attitudine acquisita nella società rurale, quando l’assolvimento di ruoli sostitutivi di quelli maschili, ritenuti irrilevanti nell’assetto formale del sistema che all’epoca vigeva, permetteva loro di saggiare continuamente le innovazioni e di introdurle informalmente e senza contraccolpi.

 

Un’opportunità per le aziende agricole e per i territori rurali.

 

L’AS affonda le sue radici nei valori di solidarietà e di mutuo aiuto che da sempre hanno caratterizzato il mondo rurale. Il particolare intreccio che si determina tra la dimensione produttiva, quella relazionale con le piante e con gli animali e quella familiare e comunitaria ha permesso all’agricoltura di svolgere da tempi remoti una funzione sociale. Nel mondo contadino, qualunque persona, indipendentemente dalla propria condizione fisica o psichica, trovava sempre una mansione da svolgere. E questo accadeva perché quel gruppo sociale era pervaso da un profondo senso della propria dignità, in quanto individui e come ceto, a cui si legavano i valori di reciprocità, gratuità e mutuo aiuto.

 

La storia delle campagne italiane è costellata di una miriade di pratiche comunitarie, che riguardano il “prendersi cura” delle persone. E’ sufficiente rammentarne alcune: la molteplicità dei riti di ospitalità nei confronti soprattutto dei più indigenti; il vegliare nelle serate invernali stando tutti insieme per educarsi reciprocamente alla socialità e permettere agli anziani di trasmettere ai giovani la memoria, i saperi e quei valori essenziali per dare un senso alla vita; lo scambio di mano d’opera tra le famiglie agricole nei momenti di punta dei lavori aziendali; i sistemi di regolazione del possesso aventi un’implicita tendenza verso la distribuzione egualitaria delle risorse, a partire dagli usi civici delle popolazioni locali sui terreni di proprietà collettiva; le società di mutuo soccorso e le associazioni locali, diffuse soprattutto nel Mezzogiorno rurale, come le chiese ricettizie, le confraternite, i monti frumentari, i monti di pietà; le forme cooperativistiche sorte tra i braccianti padani, che hanno segnato il movimento cooperativo in Italia come l’unico in Europa ad avere origini agricole.

 

Bastano già questi esempi per farsi un’idea di quanto profonde ed estese fossero le reti informali di relazioni intessute dalle comunità rurali. La novità consiste oggi nel fatto che queste attività solidali vengono realizzate in modo esplicito e consapevole in strutture che utilizzano processi produttivi agricoli e operano in reti relazionali preesistenti nelle campagne e all’uopo rivitalizzate. Come i prodotti tipici della nostra tradizione enogastronomica, anch’esse andrebbero considerate “tradizioni innovative”, "beni tradizionali ben riusciti", "pratiche solidali d'eccellenza", poiché potrebbero proficuamente accrescere l’attrattività e la competitività dei territori rurali.

 

La peculiarità di tali pratiche è nell’intimo intreccio tra il servizio sociale e l’esercizio dell’attività agricola, poiché detto servizio esplica la sua efficacia solo se la persona a cui è diretto viene pienamente coinvolta in un processo produttivo agricolo. Le potenzialità ancora latenti dell’AS potranno, dunque, ulteriormente manifestarsi man mano che si recupereranno modalità di produzione scartate con la modernizzazione dell’agricoltura, in quanto ritenute inadeguate in una mera logica di efficienza economica, e che però risultano del tutto efficaci per consentire alle persone con determinati svantaggi o particolari disagi di svolgere meglio e pienamente le attività agricole.

 

Le prospettive dell’AS sono affidate essenzialmente a due condizioni: la prima riguarda la possibilità di salvaguardare il ruolo delle attività produttive agricole come lievito dello sviluppo rurale ed essenziale collante dei principali ingredienti dello sviluppo locale, che sono natura, cultura, storia e legami sociali; l’altra concerne la capacità di far emergere tutto il potenziale di utilità sociale dell’agricoltura.

 

La dimensione sociale non pregiudica affatto le performance economiche delle aziende impegnate nell’AS, anzi costituisce un’opportunità per migliorarle grazie soprattutto alla diversificazione dei mercati dei prodotti agricoli. Poiché le fattorie sociali per loro natura sono strategicamente orientate verso comportamenti coerenti con la sostenibilità ambientale e la giustizia sociale come due facce della stessa medaglia, esse sono fortemente interessate a seguire specifici e formalizzati percorsi aziendali e territoriali di Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI), fondati sull’inclusione sociale e lavorativa di persone in situazioni di svantaggio o di disagio, sul rispetto delle norme contrattuali e di sicurezza dei luoghi di lavoro, sulla valorizzazione di nuovi profili professionali, sull’adozione di processi agricoli integrati o improntati al metodo dell’agricoltura biologica, che permetterebbero di accrescere la capacità di valorizzare i beni e i servizi prodotti dalle aziende agricole e la competitività dei territori rurali in cui esse operano.

 

Una modalità per creare un nuovo nesso tra sviluppo e protezione sociale nelle aree rurali.

 

La crisi economica che stiamo vivendo è la più grave dal dopoguerra e trova le sue origini in un sistema economico mondiale privo di un’etica dei limiti. In Italia, si intreccia con scompensi profondi nel sistema di Welfare, che sembra non rispondere più alle esigenze della popolazione. Cresce, infatti, il numero dei poveri e il confine tra povertà e ceto medio si assottiglia. Inoltre, la concentrazione di anziani va di pari passo con la povertà. Si è, in sostanza, acuita ultimamente una grande questione sociale con risvolti molto rilevanti nell’evoluzione della nuova ruralità.

 

La maggior parte delle città italiane, soprattutto quelle più grandi, è infatti diventata meta di un’ulteriore ondata di immigrazione dalle aree più periferiche delle singole Regioni e dell’Italia, nonché dai Paesi in via di sviluppo. Se è la miseria a motivare principalmente la fuga dai Paesi poveri, sono soprattutto la mancanza di lavoro e l’erosione della rete dei servizi di prossimità a provocare l’abbandono delle nostre aree con problemi di sviluppo. Nelle aree rurali più interne del nostro Paese, il fenomeno dell’invecchiamento che interessa tutta la società si sta accompagnando a quello dello spopolamento. Da una parte, infatti, la concentrazione di anziani ha fatto aumentare la richiesta di servizi sanitari e cure mediche; dall’altra, l’inadeguatezza delle strutture ospedaliere collocate nelle aree rurali fa sì che la popolazione locale tenda a migrare verso i centri urbani per accedere a servizi sanitari di qualità. Sicché migliaia di piccoli comuni delle aree più interne dell’Appennino rischiano di estinguersi. E questo processo di spopolamento sta comportando anche l’abbandono di vaste estensioni di aree agricole coltivate.

 

Le continue riforme della PAC hanno modificato radicalmente l’impianto precedente, ma si sono rivelate insufficienti a determinare da sole lo sviluppo delle aree rurali, in mancanza di un profondo riadeguamento delle politiche sociali e di una effettiva integrazione delle diverse politiche di sviluppo e coesione. Se da una parte le risorse destinate agli aiuti al reddito vengono giustamente trasferite allo sviluppo rurale, dall’altra non si rafforzano le reti di protezione sociale nelle zone interne e nel Mezzogiorno.

 

Sicché le condizioni di vita delle campagne sono ulteriormente peggiorate ed è ripreso l’esodo a ritmi più sostenuti verso le aree periurbane, dove non si addensano più soltanto le villettopoli dei ricchi e i tuguri degli immigrati stranieri e dei nomadi, ma anche le abitazioni a più basso costo delle persone che rifuggono l’impazzimento delle città e dei nuovi poveri, cioè i disoccupati di lungo periodo e coloro che pur lavorando saltuariamente hanno perduto le protezioni che permettevano loro di assicurarsi l’indipendenza economica e sociale.

 

L’AS potrebbe contribuire a frenare l’esodo dalle aree periferiche e migliorare la qualità della vita delle aree periurbane se fosse riconosciuta come una modalità per creare un nuovo nesso tra sviluppo e protezione sociale nelle aree rurali. Si tratterebbe, da una parte, di riconoscere e promuovere modi di produrre nelle campagne in grado di generare contestualmente beni alimentari, collettivi e relazionali e, dall’altra, di saper cogliere e strutturare la domanda latente di servizi sociali proveniente dalle comunità nei confronti delle risorse agricole che né lo Stato né il mercato sono in grado di mobilitare.

 

I principi di una politica per l’AS.

 

1. Una politica per l’AS andrebbe incentrata innanzitutto sul riconoscimento delle specificità e della pari dignità di tutte le esperienze in cui le pratiche agricole sono utilizzate in percorsi di inclusione sociale e lavorativa o nell’ambito di servizi educativi, terapeutici e riabilitativi, indipendentemente se ad attivare tali esperienze sia un’azienda agricola. Tutti i soggetti dell’AS andrebbero pertanto considerati attori, con pari dignità rispetto ad altri protagonisti, delle reti territoriali dei servizi sociali e della progettazione integrata dello sviluppo locale. In tal modo, la sua natura peculiare di attività produttiva e al tempo stesso sociale permetterebbe all’AS di inserirsi pienamente in una visione del Welfare non più concepito in modo assistenziale, come mera azione riparatoria degli squilibri e delle inefficienze sociali dello sviluppo, ma in una visione nuova e moderna, che pone al centro il diritto del cittadino alla responsabilità e alla partecipazione e individua gli interventi sociali come azioni di sviluppo volte ad accrescere le capacità e l’autonomia delle persone. L’AS potrebbe così diventare parte attiva dell’Economia Civile e Solidale, al cui irrobustimento dovrebbe concorrere sempre più, insieme al Terzo Settore, anche l’imprenditoria privata socialmente responsabile.

 

2. Una politica per l’AS si dovrebbe fondare sul rafforzamento e sull’integrazione di diverse politiche a partire da quelle europee di sviluppo e coesione. La politica di sviluppo rurale andrebbe ampliata ulteriormente con il trasferimento di più cospicue risorse dal primo al secondo pilastro della PAC e rendendo più cogente la progettazione integrata; mentre l’operatività del Fondo Sociale Europeo andrebbe estesa alla costruzione delle reti territoriali dei servizi sociali. Sul piano delle politiche interne, le azioni per l’AS dovrebbero essere inserite contestualmente sia nelle politiche agricole, così come si è incominciato a fare nella quasi totalità delle Regioni con la recente programmazione dello sviluppo rurale, che in quelle per la salute, i servizi sociali, l’istruzione e il lavoro. Inoltre, andrebbe definito un sistema di regole per connettere gli strumenti di programmazione, come i progetti integrati, i piani di azione locale, i piani di distretto e i piani di assetto delle aree protette, coi piani sociali di zona e con gli strumenti di pianificazione territoriale, dai piani strategici ai piani regolatori generali e a quelli generali provinciali di coordinamento. Attivando norme siffatte si potranno superare regolamentazioni del tutto scollegate tra loro e spesso contraddittorie, che impediscono di fatto una riorganizzazione sostenibile delle nuove funzioni delle campagne. Sarebbe, infine, necessario incentivare le pratiche di progettazione integrata territoriale, da accompagnare attivando veri processi partecipativi di autoapprendimento collettivo, con partenariati che non siano luoghi di mediazione tra istituzioni e organizzazioni di rappresentanza, ma sedi dove si creano visioni comuni circa l’evoluzione di un territorio e si facilita il reale coinvolgimento dei soggetti deboli alle scelte che li riguardano. Solo nel contesto di tali strumenti è infatti possibile promuovere l’AS, la quale richiede un grande sforzo di coinvolgimento e integrazione di competenze, enti gestori dei diversi servizi, differenti professionalità.

 

3. U na politica per l’AS richiederebbe la costituzione di una task force presso la Rete Rurale Nazionale con il coinvolgimento delle Regioni, dei Ministeri interessati e delle reti di AS. Tale struttura dovrebbe avere i seguenti compiti: a) elaborare e monitorare le informazioni sulla presenza e sullo sviluppo delle attività di AS nel territorio nazionale, anche al fine di facilitare la diffusione delle buone pratiche; b) raccogliere e valutare in modo coordinato le ricerche concernenti l’efficacia delle pratiche di AS ai fini del loro inserimento nella rete dei servizi territoriali; c) sviluppare azioni di informazione, formazione e animazione territoriale finalizzate al supporto delle iniziative delle Regioni e dei sistemi territoriali anche in collaborazione con strutture pubbliche e private che hanno cumulato esperienze. In tale quadro, andrebbero promosse sul territorio attività di ricerca volte a conseguire nuove e migliori conoscenze sui meccanismi di funzionamento delle pratiche di AS con metodologie interdisciplinari, multiattoriali e partecipative. Si tratta di coinvolgere il sistema della ricerca e dell’alta formazione e il patrimonio di conoscenza tecnica e contestuale dei diversi territori nei campi delle terapie con le piante e con gli animali e della medicina, dell’inclusione sociale e delle terapie occupazionali, dell’agricoltura e della formazione, delle ricadute economiche delle pratiche per le componenti pubbliche e private e degli strumenti di politica.

 

4. Una politica per l’AS richiederebbe un’attenzione particolare alla tutela e al governo del territorio. Bisognerebbe non considerare più l’urbano e l’agricolo separati, come è proprio della vecchia concezione produttivistica del territorio agricolo, ma assumere anche nella disciplina urbanistica la moderna visione della ruralità intesa come integrazione tra città e campagna e tra agricoltura ed altri settori. Si tratterebbe, in sostanza, di riconoscere il pluralismo dei soggetti sociali delle campagne e di salvaguardare le nuove vocazionalità agricole con criteri da intendere come “giusta misura” in cui la generazione attuale garantisce le aspettative di quelle future. Andrebbe, inoltre, preclusa la vendita delle aree agricole di proprietà pubblica, disponendo l’assegnazione in affitto di tali beni, con evidenza pubblica, ad aggregazioni imprenditoriali che realizzino progetti di valorizzazione delle produzioni di qualità e di fornitura di servizi al territorio e garantendo la priorità ad iniziative di AS. Bisognerebbe, infine, trasformare gli antichi diritti di uso civico in opportunità, per i cittadini che si aggregano in strutture imprenditoriali agricole, di partecipare a bandi per l’assegnazione di terreni di proprietà collettiva da utilizzare per finalità di interesse sociale.

 

Le sfide del futuro.

 

Le sfide che l’AS ha dinanzi a sé nei prossimi anni stanno nella disponibilità dei soggetti che in essa sono coinvolti ad esprimere una forte capacità progettuale nell’ambito dei processi partecipativi che essi stessi riusciranno ad attivare, nonché nella capacità dello Stato, delle Regioni e degli Enti Locali di collaborare per integrare le diverse politiche che si devono attuare nei territori. Non è un percorso semplice perché richiede un salto di qualità della classe dirigente a tutti i livelli, in quanto la difficoltà risiede soprattutto nel fatto che i differenti settori dell’amministrazione pubblica, a cui fanno capo le politiche, e i diversi ambiti in cui si dividono gli operatori, non sono avvezzi a dialogare.

 

Nel Mezzogiorno la sfida è ancor più impegnativa perché le istituzioni pubbliche locali tendono più che altrove ad autoriprodursi così come sono, resistendo a qualsiasi riforma volta alla semplificazione delle procedure, all’efficienza della pubblica amministrazione e alla meritocrazia.

 E’ per questo motivo che, soprattutto nelle realtà meridionali ma non solo in esse, occorrerebbe alimentare una forte iniziativa per eliminare quella rete di privilegi, parassitismi e illegalità, che da un lato comprime lo spirito civico, dall’altro ostacola il dinamismo economico e sociale. In tal modo si potrebbe finalmente affermare dappertutto una concezione dello sviluppo locale in cui la qualità sociale è prerequisito della capacità di attrazione e della reputazione di sistemi territoriali sostenibili e competitivi.

(28 maggio 2009).

 

 

 

 

 

“Coltiviamo agricoltura sociale”,

dieci anni nel segno dell’inclusione.

Rinnovabili.it - Isabella Ceccarini – (29 Gennaio 2026) – Redazione – ci dice:

“Coltiviamo agricoltura sociale” compie dieci anni.

 L’agricoltura sociale trasforma la fragilità in forza perché una comunità che investe nelle persone più fragili arricchisce l’intero territorio.

 Ora è tempo di cambiare visione per accompagnare l’evoluzione dell’agricoltura sociale rafforzandone il ruolo economico, sociale e ambientale.

 

Indice dei contenuti.

Dignità, opportunità e lavoro per le persone vulnerabili.

I numeri di “Coltiviamo agricoltura sociale”.

Il sostegno alle fragilità.

L’agricoltura sociale è un’agricoltura che crea profitto.

È il momento di acquisire una nuova visione

Le aziende voglio essere sostenibili.

I vincitori del bando “Coltiviamo agricoltura sociale”.

Dignità, opportunità e lavoro per le persone vulnerabili.

“Coltiviamo agricoltura sociale” è in gran forma.

A dieci anni dal primo bando realizzato da Confagricoltura, Reale Foundation e Senior L’età della Saggezza Onlus in collaborazione con la Rete delle Fattorie Sociali il numero di adesioni continua a crescere.

Si segnalano inoltre il patrocinio del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste e il contributo di Unioncamere.

 

I numeri di “Coltiviamo agricoltura sociale”

Il bando nasce in seguito all’approvazione della Legge 141 del 18 agosto 2015 – Disposizioni in materia di agricoltura sociale.

Ma vediamo dalla lettura di alcuni numeri qual è stata l’evoluzione del bando “Coltiviamo agricoltura sociale” in questi dieci anni:

 

1,2 milioni di euro erogati a fondo perduto;

728 progetti presentati;

33 progetti finanziati, monitorati e pienamente operativi;

29 borse di studio assegnate.

Un bilancio decisamente positivo per un progetto che valorizza e sostiene in modo concreto le imprese agricole che uniscono innovazione, etica e sostenibilità.

 

Il sostegno alle fragilità.

In dieci anni “Coltiviamo agricoltura sociale” ha privilegiato le persone con disabilità fisiche, mentali e disturbi dello spettro autistico; giovani e minori in situazioni di disagio educativo; immigrati, rifugiati e richiedenti asilo; donne fragili e vittime di violenza.

L’impatto positivo di queste aziende sui territori dove, di conseguenza, si rafforza la coesione sociale è un aspetto che ci sembra particolarmente rilevante.

Un principio che Alberto Statti, componente della Giunta nazionale di Confagricoltura, ha messo bene in luce a partire dall’apertura a nuovi orizzonti: «Dalla creazione di beni per la collettività al mantenimento di un tessuto sociale vitale nelle aree interne del Paese, oltre ad essere anche un incentivo economico».

 

Non si tratta solo di creare un vantaggio economico per le imprese agricole, ma di creare valore sociale: «Il vero progresso nasce quando l’economia si mette al servizio delle persone e dei territori, creando opportunità per tutti».

 

L’agricoltura sociale è un’agricoltura che crea profitto.

L’agricoltura sociale è un’agricoltura che produce facendo attività che vanno a vantaggio della società, ha sottolineato Roberto Caponi, direttore generale di Confagricoltura. Infatti l’ha definita una forma di multifunzionalità che ha prodotto risultati particolarmente interessanti.

 

«L’agricoltura sociale trasforma la fragilità in forza. Non coltiva solo prodotti, ma anche futuro e solidarietà fra generazioni», ha affermato Angelo Santori, presidente di Senior-L’Età della Saggezza Onlus.

 

Santori auspica un rilancio del settore e, da parte della politica, maggiore sostegno e politiche adeguate per accompagnare la crescita di un’agricoltura che arricchisce i territori di valori etici, ambientali ed economici: «Quando una comunità investe nelle persone più fragili, non cresce solo chi viene aiutato, ma l’intero territorio».

 

È il momento di acquisire una nuova visione.

Dopo dieci anni si fanno giustamente dei bilanci, ma si deve anche guardare al futuro, come ha dichiarato Marco Berardo Di Stefano, presidente della Rete Fattorie Sociali, per il quale è arrivato il momento di acquisire una nuova visione «capace di accompagnare l’evoluzione dell’agricoltura sociale nei prossimi anni, rafforzandone il ruolo economico, sociale e ambientale.

 

Innovazione, reti territoriali e politiche strutturali saranno le leve per renderla sempre più centrale nello sviluppo sostenibile del Paese».

 

Interessante una sottolineatura di Di Stefano: le fattorie sociali creano occupazione se vendono i loro prodotti. Pertanto l’agricoltura sociale deve avere un proprio marchio che li valorizzi.

 

Le aziende voglio essere sostenibili.

Antonio Romeo, dirigente innovazione digitale di Unioncamere, spiega come la sostenibilità in tutte le sue accezioni goda di crescente attenzione nel 65,4% delle aziende, molto apprezzata anche dai consumatori.

 Con il progetto “Sustainability”, Unioncamere accompagna le imprese in questo percorso (le piccole e micro imprese hanno maggiori difficoltà).

 

Un altro importante progetto di Unioncamere con il dipartimento per le Pari Opportunità riguarda il percorso per ottenere la certificazione della parità di genere.

Con il Ministero dell’Ambiente della Sicurezza Energetica, invece, è stato avviato un percorso per le Comunità Energetiche Rinnovabile: un modo di fare comunità tra soggetti diversi che fa bene all’ambiente e contrasta il fenomeno della povertà energetica.

I vincitori del bando “Coltiviamo agricoltura sociale”

Ai vincitori del bando vanno 40mila euro ciascuno:

 

Azienda Agricola Tabelloni Roberto Cascina Piccaluga di Alba (CN).

Alle pratiche sostenibili dell’azienda si affianca un progetto dedicato a persone in condizioni di fragilità (con problemi di salute mentale, rifugiati, donne sole con figli o vittime di violenza) che comprende tutte le fasi di lavoro per produrre e commercializzare il Vino 8pari.

Azienda vivaistica Tammaro società agricola srl di Pozzuoli (NA).

 Attraverso la cura di piante ornamentali, da frutto, da orto e fiori, il progetto Vivaio sociale: coltiviamo inclusione aiuta i ragazzi con disabilità a sviluppare abilità pratiche, autonomia e responsabilità. Qui la disabilità non è un limite ma un’opportunità di mettersi alla prova.

La Fondazione per l’Agricoltura F.lli Navarra realizzerà L’Orto dell’Inclusione, un orto fuori suolo accessibile gestito da studenti con disabilità e fragilità in provincia di Ferrara. Obiettivo del progetto è generare un modello di economia circolare e solidale capace di autosostenersi e relazionarsi con la comunità locale.

Premio Speciale Celebrativo del Decennale di 20mila euro all’azienda agricola Trollala srls di Santa Croce Camerina (RG) che coltiva frutti di bosco e altri alberi da frutto con pratiche sostenibili e produce anche confetture artigianali (lamponi e more) realizzate con frutti a residuo zero.

 

Il progetto Beverone is an alieno somewhere Coltiviamo speranza vuole creare un modello di agricoltura sociale per garantire il diritto al lavoro agli immigrati che intendono integrarsi aiutandoli nell’iter burocratico di regolarizzazione del soggiorno in Italia.

 

Ventotenesi APS si aggiudica il Premio Sezione Speciale (20mila euro) per le cooperative sociali che si occupano della gestione e riqualificazione del verde pubblico con il progetto L’agricoltura non ISOLA, che sviluppa percorsi di inclusione socio-lavorativa per giovani e immigrati residenti a Ventotene (LT).

 

Il progetto prevede la messa a dimora di ulivi e capperi in aree agricole dell’isola, recuperando le antiche pratiche introdotte dai Borbone alla fine del Settecento e valorizzando luoghi simbolici legati alla storia recente. È un percorso territoriale che unisce memoria, paesaggio e inclusione, creando opportunità di formazione e lavoro nei periodi non turistici.

(Isabella Ceccarini – Agrifood- Rinnovabili).

 

 

 

L’Ue esorta l’Italia a fare

debito per comprare armi.

Sbilanciamoci.info - Francesco Inarca – (24 Giugno 2026) – Redazione -ci dice:

 

Pressioni sul governo perché chieda più risorse dal fondo SAFE.

Ma i conti della Difesa indicano come di quei soldi non ci sia bisogno se non per sostenere l’industria bellica.

Il 14 giugno scorso i pacifisti hanno manifestato in migliaia a Bruxelles.

 

C’è qualcosa di rivelatore nella dinamica che si è consumata in questi giorni a Bruxelles.

 La Commissione europea, attraverso un proprio portavoce, ha esortato l’Italia a firmare “rapidamente” gli accordi di prestito del programma SAFE per la difesa, avvertendo che resta “ancora un mese di tempo” prima che i fondi non utilizzati vengano riallocati verso altri Stati membri.

 “Il tempo è essenziale”, ha dichiarato la Commissione, perché “dobbiamo aiutare la nostra industria della difesa europea ad aumentare la produzione e le sue capacità produttive”.

Tradotto:

l’Unione fa pressione su uno Stato Membro sovrano affinché contragga un debito.

Non per ricevere un trasferimento, non per accedere a risorse a fondo perduto, ma per indebitarsi.

È bene fermarsi un momento su questo punto, perché è davvero poco ordinario.

 

Un prestito, non un regalo.

Conviene ricordare cosa sia davvero “SAFE”, perché il dibattito pubblico continua a ignorare l’aspetto più elementare della questione.

 Il “Security Action for Europe” è uno strumento finanziario da 150 miliardi di euro con cui la Commissione, indebitandosi sui mercati tramite l’emissione di obbligazioni europee comuni, mette a disposizione degli Stati membri dei prestiti da restituire in 45 anni.

Il temine chiave è questo: prestito.

Non sovvenzione… non trasferimento a fondo perduto… non “regalo”.

Al momento della strutturazione del SAFE all’Italia era stato assegnato un massimale possibile di erogazione di 14,9 miliardi (una delle quote più alte tra gli Stati UE) e il governo di Roma lo aveva prenotato nell’agosto 2025 senza poi formalizzarne l’attivazione.

 E solo nelle ultime settimane sono trapelare le intenzioni (in particolare del Ministro dell’economia Giorgetti) di ridurre drasticamente l’ipotesi di richiesta, limitandola a una quota stimata intorno ai 5-6 miliardi.

Di fatto lo stretto necessario a coprire l’acquisto i programmi che già prevedono contratti firmati e che in una certa misura vengono considerati non rinunciabili (dal sistema missilistico italo-francese SAMP-T ad altri programmi in essere).

Già questo dato dovrebbe far riflettere:

se la metà o più del massimale “prenotato” si rivela superflua nel momento in cui bisogna davvero sottoscrivere un accordo che poi impegnerà a restituirla (pur se in un futuro lontano), significa che la cifra iniziale non rispondeva a un fabbisogno reale ma a una logica di  mero posizionamento.

 

Lo abbiamo scritto più volte come “Osservatorio Mil€x” e vale la pena ribadirlo:

SAFE non crea risorse pubbliche nuove.

Chi vi accede si carica un debito che ricadrà comunque sui conti pubblici futuri, con i relativi oneri di restituzione e interessi.

Rendendo fragili se non impossibili investimenti nello stato sociale e in forme dirette di sostegno alle necessità dei cittadini.

Non è una posizione ideologica, è aritmetica:

lo ha confermato anche il Fondo Monetario Internazionale, che nel “World Economic Outlook” dell’aprile 2026 e nel rapporto di missione sull’Italia ha messo nero su bianco come qualsiasi aumento credibile della spesa militare richieda “un mix di aumenti delle entrate e tagli alla spesa pubblica”, avvertendo che per i Paesi già fragili sul fronte debitorio si profila “un indebolimento della resilienza economica”.

 

Ed eccoci al cuore del paradosso.

 Le pressioni sul SAFE provengono da quella stessa Unione Europea che per decenni ha fatto della “disciplina” inderogabile sul bilancio italiana una era propria ossessione.

Un’UE che ha vincolato, sorvegliato e sanzionato il nostro Paese in nome del contenimento del debito, e che ancora oggi tiene l’Italia dentro una procedura di infrazione collegata a questi aspetti.

 La stessa Unione che chiude la porta quando il governo chiede flessibilità sul caro-energia, ora spinge perché quel debito cresca, purché cresca sugli armamenti.

Il messaggio implicito è inequivocabile:

ci sono debiti “virtuosi” (quelli armati) e debiti negativi e problematici…  e a distinguerli non è la sostenibilità dei conti ma la destinazione della spesa.

 Indebitarsi per ammortizzatori sociali o per la transizione energetica resta sospetto;

 indebitarsi per comprare missili e munizioni diventa un dovere da assolvere “rapidamente”.

Non c’è da stupirsi:

 SAFE è un istituto costruito per favorire l’interesse dell’industria militare, esattamente come tante altre scelte fatte di recente a livello europeo.

 La pressione su Roma è coerente con questa logica, non con quella della prudenza fiscale (o delle necessità vere delle popolazioni)

 

La favola della “difesa comune” che nasce da prestiti e fondi a favore dell’industria.

C’è poi un secondo argomento, ripetuto con insistenza soprattutto da voci centriste e da una parte del mondo politico ed editoriale, che merita di essere smontato.

Si dice: accedere a SAFE rafforzerebbe la coesione industriale militare europea, favorirebbe la convergenza produttiva e sarebbe quindi un passo preliminare, o addirittura basilare, verso la difesa comune europea e (magari) un esercito europeo unico.

Un racconto “suggestivo”, ma strutturalmente falso.

Perché in tale prospettiva (se uno la volesse davvero) quello da sciogliere sarebbe un nodo politico, non economico o di risorse.

 Lo dimostra l’esperienza di fondi ben più strutturati e direttamente legati alla coproduzione europea, che pure non hanno prodotto la convergenza promessa.

Il Fondo Europeo per la Difesa (EDF) ne è la prova plastica.

 Come documenta il recente fact-sheet del network europeo ENAAT (European Network Against Arms Trade), dopo i primi tre anni di EDF quasi un quarto dei finanziamenti è finito nelle tasche dei giganti Leonardo, Thales e Airbus, e quasi due terzi del denaro è andato a quattro soli Paesi: Francia, Italia, Germania e Spagna.

Tutti gli altri sotto il 5%.

Non è convergenza, è concentrazione.

Questi strumenti, lungi dal fondere le industrie nazionali in un sistema comune, consolidano la posizione dominante di pochi grandi gruppi e (altro elemento che la “narrazione” di certe voci tace) lasciano sempre spazio alle industrie extra-UE, senza creare quella reale integrazione europea che a parole dovrebbero promuovere.

 

C’è di più, e il fact-sheet di ENAAT lo evidenzia bene.

 Questi fondi non solo non integrano la produzione europea, ma al contrario alimentano l’export e le sue distorsioni.

 I principali beneficiari dell’EDF sono anche i maggiori esportatori di armi dell’UE verso destinazioni controverse, e tra i criteri stessi di assegnazione dei fondi è stata inserita la capacità delle aziende di vendere all’estero, di creare “nuove opportunità di mercato”.

 Le armi europee sono state usate o si trovano in teatri come Gaza, lo Yemen, il Sudan;

in più di un caso sono state oggetto di triangolazioni o ri-esportazioni verso Paesi o attori armati che non rispettano alcuna norma delle Convenzioni sui conflitti e di certo stanno al di fuori dei criteri delle leggi (nazionali ed europee) che regolano l‘export militare.

Altro che “spina dorsale di una difesa comune”: siamo di fronte ad un mastodontico (e propagandato, con pressioni politiche evidenti)  finanziamento pubblico di una macchina commerciale che sfugge persino al controllo delle stesse istituzioni che la foraggiano sulle destinazioni finali dei propri pericolosi prodotti.

 

La verità è semplice e va detta con chiarezza.

Finché gli Stati membri si riserveranno di decidere per conto proprio sulle questioni di sicurezza, difesa e politica estera e finché non decideranno di mettere davvero in comune a livello europeo la propria sovranità (anche quella militare) nessuna integrazione di questo campo potrà avvenire, improvvisamente o per magia.

E di sicuro non sarà un fondo di prestito mal strutturato, che non riesce nemmeno a centrare i propri obiettivi industriali, a compiere il “miracolo” dell’Europa della difesa.

Chiedere a uno strumento finanziario sbagliato di generare un’unione politica che gli Stati al momento sembrano non volere è un’illusione, o peggio una mistificazione.

 

I conti che smascherano l’urgenza.

E qui arriva il dato forse più interessante, perché ribalta l’intera retorica dell’emergenza.

Come abbiamo appena documentato come “Osservatorio Mil€x” analizzando il Rapporto sulla Performance 2025 del Ministero della Difesa, i soldi stanziati per le armi sono già oggi più di quelli che il sistema amministrativo militare riesce effettivamente a spendere.

 I numeri parlano da soli.

Nel 2025 la Difesa ha allocato per l’ammodernamento circa 9,6 miliardi di euro, ma sul settore investimento si è aperto un disavanzo di cassa di quasi 2 miliardi: gli stanziamenti c’erano, mancavano i soldi liquidi per onorare gli impegni.

Il Ministero dell’Economia ha dovuto concedere un’integrazione straordinaria di cassa da 800 milioni per evitare il blocco.

Dei 9,6 miliardi destinati alle armi ne sono stati effettivamente erogati circa 7,7, l’80%:

il resto slitta agli anni successivi.

 E il debito commerciale della Difesa è quasi quadruplicato in dodici mesi, passando da circa 97 a quasi 361 milioni.

Cosa significa tutto questo?

 Significa che non esiste alcuna necessità produttiva impellente, nemmeno sul piano strettamente militare.

 Significa che non c’è una macchina amministrativa in grado di gestire i volumi che le vengono riversati addosso.

Si stanziano per gli armamenti cifre che la struttura non riesce ad assorbire nello stesso esercizio, e la priorità evidente non è l’efficacia della spesa (neppure dal punto di vista della funzionalità delle Forze Armate) ma la cifra da esibire.

Vengono messi fondi in più non perché servano, ma per favorire gli affari dell’industria militare, per garantire commesse, per alimentare la crescita in borsa dei gruppi del settore e, con essa, il vantaggio per mega-fondi finanziari che li possiedono e che da quella crescita traggono profitto.

Il riarmo accelerato è, quasi strutturalmente, riarmo industriale.

SAFE serve a versare altro carburante in un motore che già è saturo e sta alimentando una bolla che potrebbe divenire incontrollabile.

 

La società civile non si arrende.

A riguardo della minacciosa e problematica situazione appena descritta vale la pena raccogliere l’appello della lettera aperta “Security for Whom?”, promossa da TNI, ENAAT e Stop Re Arm Europe e firmata da decine di organizzazioni della società civile europea, tra cui la Rete Italiana Pace e Disarmo.

Il 14 giugno oltre 12.000 persone hanno manifestato a Bruxelles al grido di “Welfare not Warfare”, e il giorno seguente più di settanta rappresentanti di movimenti, sindacati, ONG ed esperti di pace, clima, salute e diritti si sono riuniti per lanciare un allarme preciso ai decisori europei.

La richiesta è netta:

respingere la proposta di destinare 131 miliardi di euro a difesa, sicurezza e spazio nel quadro finanziario pluriennale 2028-2034, e fermare la militarizzazione del bilancio UE.

 Proteggere i fondi civili (quelli per coesione, sviluppo regionale, ricerca, ambiente, affari sociali) da un “sequestro” militare, impedendo che denaro pensato per obiettivi sociali, ambientali o regionali venga dirottato verso i profitti aziende di armamenti.

Creare un quadro vincolante di esclusione su diritti umani, ambiente e due diligence, perché il denaro pubblico non finisca a imprese coinvolte in crimini di guerra, occupazione, repressione o distruzione ambientale. E direzionare nuovamente le risorse verso la sicurezza umana:

sanità, casa, istruzione, cura, azione climatica, lotta alla povertà, costruzione di pace e cooperazione internazionale.

 

Sono scelte concrete, supportate da dati e da controproposte.

 Perché, proprio come ricorda la lettera, non si tratta di astratti compromessi:

ogni euro incatenato dentro un involucro settennale di spesa militare è un euro sottratto agli asili, ai tempi d’attesa negli ospedali, ai costi della casa e alle bollette dei cittadini europei.

Più spesa militare non risolve i nostri problemi sociali, economici, ambientali e politici.

Li aggrava.

 

Il pressing della Commissione su Roma in queste settimane è il sintomo di una rotta sbagliata.

L’Italia non ha bisogno di indebitarsi più in fretta per comprare armi che non riesce nemmeno a pagare in tempo.

 Ha bisogno, semmai, di un dibattito pubblico onesto su dove stiano andando le sue risorse e su chi ci guadagni davvero.

Arrendersi alla propaganda dell’urgenza e alla pressione degli interessi armati non è realismo, ma un grave fallimento della reale responsabilità di proteggere cittadine e cittadini.

 

 

Europa, quale difesa?

Cittanuova.it - Maurizio Simoncelli – (25 Giugno 2026) – Redazione – ci dice:

 

La difesa non può essere solo quella armata, ma vanno potenziate ed utilizzate anche la diplomazia istituzionale e quella alternativa della società civile.

Un nuovo rapporto dell’Istituto di ricerche internazionali “Archivio Disarmo”.

Riunione al Quirinale per il Consiglio Supremo di Difesa (CSD), Roma, 08 maggio 2025.

L’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo (IRIAD) ha pubblicato il rapporto Europa:

quale difesa?

 Redatto per iniziativa di Marco Tarquinio, eurodeputato del gruppo Socialisti e Democratici e già direttore del quotidiano Avvenire.

 

Nel testo, interamente scaricabile dal sito di IRIAD si affrontano vari aspetti della questione quali l’evoluzione e prospettive della politica di difesa europea, gli aspetti economici, finanziari e industriali, l’opinione pubblica e la difesa, le varie ipotesi di difesa (tradizionale e nazionale oppure alternativa e comune).

 

Oggi l’Unione Europea si trova ad un bivio o meglio in mezzo al guado in un mondo multipolare, dopo una fase di bipolarismo USA-URSS e una successiva unipolare statunitense.

 La scelta effettuata attualmente di potenziare la produzione bellica non risolve il problema dell’esercito europeo, dato che la difesa armata rimane gelosamente nelle prerogative nazionali.

Infatti, rimangono 27 ministri della Difesa, 27 ministri degli Esteri, 27 Stati maggiori e relative forze armate, mentre la forza di pronto intervento UE mobilita per ora un massimo di 5mila soldati.

 

Quindi la scelta o le scelte che l’UE deve affrontare sono molteplici.

 

La difesa militare così come è oggi non è valida e i miliardi di euro destinati alle industrie belliche non risolvono il problema.

 Si potrebbe tentare la via dell’Europa a due velocità, con Francia, Germania, Italia e Spagna – ad esempio – che sperimentano un asset unitario più avanzato indipendentemente dagli altri Paesi più riluttanti (poi chi vuole si aggiunge).

È anche il suggerimento di Draghi, ma anche all’interno dei Paesi volenterosi ipotizzati persistono volontà egemoniche e ambizioni nazionalistiche che frenano pure questa ipotesi.

 

Per cui siamo in un pantano di nuovo.

 

In una fase dei rapporti globali caratterizzata dal venir meno del rispetto del diritto internazionale e dal prevalere delle logiche di potenza/forza l’unica strada percorribile è quella della sicurezza cooperativa, caratterizzata principalmente dal controllo degli armamenti.

 L’epoca del bipolarismo, la cosiddetta Guerra Fredda, vide negoziati, colloqui e trattati che evitarono scontri reali tra le due superpotenze e tra le due alleanze militari, la NATO e il Patto di Varsavia.

 

Fu l’epoca del “Trattato di Non Proliferazione nucleare TNP” e di tanti altri accordi, venuti meno in questo nuovo millennio e che hanno progressivamente lasciato spazio alla nuova corsa agli armamenti sia convenzionali sia nucleari e alle minacce reciproche, nonché alle decine di guerre in corso.

Per di più le tecnologie al servizio della guerra si sono particolarmente evolute, dai droni alle armi letali autonome, i cosiddetti killer robot, basati sull’intelligenza artificiale.

 

L’Archivio Disarmo rileva che «il controllo degli armamenti si basa su tre pilastri: la limitazione quantitativa, la non proliferazione con verifica tecnica condivisa, la proibizione normativa di specifiche categorie. L’obiettivo non è eliminare la competizione, ma impedirne la degenerazione incontrollata».

 

Banner Archivio storico.

E questo rientra tra i compiti istituzionali dei governi. Ne è appunto un esempio il Trattato di Non Proliferazione nucleare TNP, che coinvolse USA, Urss, Cina, Francia e Gran Bretagna in un impegno durato dal 1970 (anche se ora traballa).

Traballa così tanto che la società civile, insieme a tanti altri governi (ben 122), ha ottenuto nel 2021 il Trattato per la proibizione delle armi nucleare TPNW, per un impegno immediato al disarmo.

«Sebbene tra essi non vi sia nessuno dei detentori legittimi di armi nucleari, né membri della NATO, il TPNW rimane importante come traguardo».

 

L’altro importante strumento è quello della diplomazia, che potrebbe avere un ruolo importante per l’UE, data la sua storia e le sue peculiarità.

Ma c’è un ma enorme:

 chi ha la rappresentanza diplomatica nell’UE?

 I ricercatori dell’Archivio Disarmo notano che i rappresentanti sono tanti e troppi:

 i singoli leader nazionali, l’Alto Rappresentante degli affari esteri, il presidente della Commissione europea, il presidente del Consiglio europeo, e così via.

 Si potrebbe dire: tanti galli a cantare e non si fa mai giorno!

Eppure in UE vi è anche una grande risorsa, rappresentata dalla società civile «con l’esistenza di network, di ONG, di associazioni, di comunità laiche e religiose capaci di produrre iniziative a livello non soltanto nazionale ma anche internazionale».

 

Basti pensare all’iniziativa dei Corridoi umanitari attivati nel 2015 in Italia da alcune comunità religiose per rispondere concretamente al fenomeno migratorio o alla pace ottenuta in Mozambico con la mediazione della Comunità di S. Egidio nel 1992 ponendo fine alla guerra tra i ribelli della RENAMO e il governo.

Si tratta insomma di diplomazia popolare alternativa, che non solo va tollerata dalle istituzioni, ma addirittura stimolata e utilizzata pienamente, perché lì dove fatica o non può intervenire l’azione dei governi spesso l’intervento della società civile può ottenere dei risultati insperati.

L’accoglienza e l’inclusione sociale nel caso dei migranti sono altri elementi che concorrono alla sicurezza, che non è solo militare (cioè armata), ma anche politica, economica, sociale e ambientale.

 

L’esperienza dei Corpi Civili di Pace lo sta a dimostrare, come nel caso dell’Operazione Colomba, Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII avviato nel 1992 per praticare la nonviolenza in zone di guerra (Palestina, Colombia, Ucraina ecc.). È già stato anche ipotizzato nel 1996 un Corpo Civile di Pace Europeo da Alex Langer.

 

La resistenza nonviolenta con le sue varie modalità (disobbedienza civile, non cooperazione ecc.) può costituire un altro contributo che la società civile può dare. Basti pensare alla Campagna internazionale a guida palestinese BDS Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni contro il governo d’Israele che, temendola per le sue potenzialità, la equipara addirittura al terrorismo.

 

Insomma, la sicurezza europea non può essere concepita solo, ad esempio, con l’aumento dei finanziamenti alle industrie belliche nazionali (i famosi 800 miliardi di euro del Re Arm Europe Plan, poi ribattezzato Readiness 2030) o con l’ipotetico esercito europeo (come abbiamo accennato, lungi dal realizzarsi), ma ha bisogno che essa sia una sicurezza cooperativa.

Per questo il Rapporto conclude sintetizzando concretamente venti punti per una Difesa europea alternativa e comune, elaborati alla luce di quanto è scaturito nelle osservazioni precedenti.

 

 

 

Difesa, la società civile:

"L'Ue rischia di perdere il

 controllo sull'export di armi."

It.euronews.com - Andrea Bartolini – (26/05/2026) Redazione – ci dice:

Ecco un carro armato di produzione tedesca in un'immagine del 2023.

Venticinque organizzazioni hanno firmato una lettera aperta agli eurodeputati, al Commissario Andrus Kubilius e alla presidenza di turno cipriota:

la semplificazione nella difesa rischia di impedire i controlli sulla destinazione di armi ed equipaggiamenti militari.

Il "Defense Readiness Omnibus” - pacchetto di misure proposto un anno fa dalla Commissione europea con l’obiettivo di snellire le procedure e semplificare le regole alle quali deve attenersi l’industria della difesa - comporta una serie di criticità, poiché rischia di indebolire i controlli sulle esportazioni di armi.

 Ad affermarlo è un gruppo di venticinque organizzazioni della società civile, che hanno per questo indirizzato una lettera aperta ai decisori politici europei.

 

Cosa prevede il "Defense Readiness Omnibus” proposto dall’Ue.

Il documento - nel quale ci si rivolge, tra gli altri, agli eurodeputati, al commissario europeo per la Difesa e lo spazio Andrus Kubilius e alla presidenza di turno cipriota - elenca in particolare una serie di rischi che per le organizzazioni firmatarie discendono dalla formulazione attuale del testo.

 

Quest’ultimo, secondo quanto indicato dalla stessa Commissione di Bruxelles, dovrebbe semplificare i requisiti amministrativi per coloro che vogliono accedere al Fondo europeo per la difesa, come chiesto dal Consiglio europeo del 6 marzo 2025 e dal “Libro bianco sulla prontezza alla difesa europea per il 2030”.

Accelerando al contempo i tempi per l’erogazione delle sovvenzioni. Inoltre, snellisce le procedure per gli appalti, introducendo incentivi per quelli congiunti (ovvero che coinvolgono più Paesi membri), per la ricostituzione delle scorte di armamenti e per i trasferimenti intra-europei di equipaggiamenti militari.

Del "Defense Readiness Omnibus” fanno parte poi un sistema accelerato di autorizzazioni per le nuove infrastrutture, nonché quelli che vengono definiti “chiarimenti per consentire ai progetti di difesa di beneficiare delle deroghe esistenti relative a interessi pubblici prevalenti”, rispetto alle normative in vigore su ambiente e sostanze chimiche.

 

I firmatari: “Le armi non possono essere vendute come se fossero scatole di fagioli.”

Dal punto di vista finanziario, inoltre, il pacchetto prevede degli adeguamenti sui criteri di ammissibilità al “programma Invest EU”, al fine di rendere più semplice la mobilitazione degli 800 miliardi di euro promessi per il riarmo dei Ventisette (nell’ambito del piano Re Arm Europe).

 

Secondo i venticinque firmatari della lettera, però, occorre “impedire che i sistemi di controllo sulle esportazioni di armi vengano indeboliti proprio con il pretesto della semplificazione e dell’efficienza”.

Nel documento - che tra gli altri è stato firmato da organizzazioni di Spagna, Regno Unito, Francia, Germania, Belgio, Finlandia, Paesi Bassi, Svezia e Italia - si precisa che “le armi e la tecnologia militare non possono essere vendute come giocattoli o barattoli di fagioli, e i governi dell’Ue sono i responsabili del rispetto del diritto europeo e internazionale, in particolare della Posizione comune europea sulle esportazioni di armi, del Trattato sul commercio delle armi e della Convenzione sulla prevenzione del genocidio".

 

I principali nodi: destinazioni finali, licenze per il trasferimento di armi, poteri alla Commissione europea.

Il rischio concreto, si legge nella lettera, è che, qualora il pacchetto fosse approvato nella sua versione attuale, “le autorità nazionali non sarebbero di fatto in grado di monitorare la destinazione finale di una parte significativa dei loro trasferimenti, comprese le esportazioni al di fuori dell’Ue”.

Per evitare che ciò accada, ai decisori politici europei è stato chiesto di non includere nel "Defense Readiness Omnibus” una serie di novità.

Ad esempio, si chiede di escludere dai partenariati e dalla cooperazione transfrontaliera i Paesi non-Ue, “poiché altrimenti si consentirebbero trasferimenti agevolati verso Stati non vincolati dalla Posizione comune dell’Ue”.

 

Relate.

L'Ucraina punta a esportare droni e armi sviluppati durante la guerra.

Si propone poi di non ampliare o imporre l’uso delle cosiddette licenze generali di trasferimento (GTL), “che già limitano i controlli sulle esportazioni di armi”. Il rischio è che “estenderne l’uso a una gamma più ampia di soggetti avrebbe un impatto significativo sulla capacità degli Stati membri di verificare la destinazione effettiva”.

 

Ancora, si sottolinea che “la proposta di vietare i certificati relativi agli utenti finali nell'ambito dei GTL per i progetti finanziati dall’Ue dovrebbe essere respinta: nonostante i loro limiti, tali certificati rimangono uno dei pochi strumenti a disposizione degli Stati membri per monitorare, in un certo senso, destinazione e utenti finali degli equipaggiamenti militari nell'ambito delle licenza di trasferimento”.

 

Il pacchetto ha già aperto agli investimenti “sostenibili” in armi nucleari

A preoccupare le organizzazioni della società civile sono poi le deroghe, così come la proposta di conferire poteri delegati alla Commissione europea in materia di trasferimenti di armi:

“Ciò conferirebbe alla Commissione il potere di definire elementi chiave dei sistemi nazionali di controllo delle esportazioni, nonostante essa non disponga di tale competenza ai sensi dei trattati dell’Ue”.

 

Nella lettera non mancano poi critiche alle clausole che limiterebbero la trasparenza per i trasferimenti di beni immateriali e software, “che possono essere molto delicati, in particolare considerando il massiccio sviluppo dei sistemi senza pilota e autonomi”.

 

Proprio questi ultimi, nonché le stesse armi nucleari, sono state oggetto di discussione nell’ambito del "Defense Readiness Omnibus”. Quest’ultimo ha infatti ristretto i divieti di investimenti definiti “sostenibili” alle sole armi “vietate”: finora, invece, l'interdizione riguardava tutte quelle considerate “controverse”, ovvero un gruppo molto più ampio.

 

La prima definizione, dunque, fa sì che si possa classificare come “sostenibile” anche, ad esempio, un investimento in testate nucleari.

Gli armamenti “vietati” sono infatti solo le mine antiuomo, le munizioni a grappolo (cluster bombe), le armi biologiche e quelle chimiche.

 

 

 

L’UE vuole ridurre i controlli

sul commercio di armi.

Euronote.it – (4 maggio 2026) – Ong europee - Redazione – ci dice:

Forti critiche delle Ong europee alla deregolamentazione del settore militare.

«Le armi non sono una merce come le altre» e per questo «non possono essere vendute e trasferite applicando le stesse logiche di mercato unico, semplificazione burocratica ed efficienza industriale che governano il commercio di prodotti ordinari».

È quanto sostengono 25 organizzazioni della società civile europea in una lettera aperta indirizzata ai responsabili delle istituzioni dell’Ue, denunciando i rischi contenuti nel pacchetto legislativo denominato “Defense Readiness Omnibus”, adottato dalla Commissione e in fase avanzata di negoziazione, che riforma il settore della difesa europea.

 In pratica, adottando gli interventi di semplificazione normativa previsti per rilanciare l’economia europea si attuerebbe di fatto una deregolamentazione, che indebolirebbe notevolmente i controlli sul commercio di armamenti.

«Le armi e la tecnologia militare non possono essere vendute come giocattoli o lattine di fagioli» osservano le Ong europee, sottolineando che «i governi dell’Ue sono i responsabili del rispetto del diritto europeo e internazionale, in particolare della Posizione Comune dell’Ue sulle esportazioni di armi, del Trattato sul Commercio delle Armi e della Convenzione sulla prevenzione del genocidio».

Il tema della semplificazione normativa è da mesi al centro del dibattito europeo, dal momento che molte proposte avanzate dalla Commissione europea in vari settori, dall’agricoltura al digitale, sono state accusate di nascondere decisioni politiche rilevanti dietro alla necessità di introdurre aggiustamenti tecnici, ignorando oltretutto le forti preoccupazioni espresse dalla società civile.

 Secondo le Ong europee «l’Omnibus per la difesa non fa eccezione: ha già ristretto la definizione di armi controverse a sole quattro categorie di armi proibite, consentendo così alla finanza sostenibile di investire non solo nelle armi nucleari ma anche in tecnologie dirompenti come i droni e le armi autonome».

La richiesta ai decisori dell’Ue è quindi di «impedire che questo provvedimento faciliti la vendita di armi in tutto il mondo, nonché che indebolisca gli standard ambientali e di sicurezza nell’ambito delle proposte sulla “difesa pronta”, principalmente a beneficio dell’industria degli armamenti».

 

Ong europee: privilegiati gli interessi dell’industria bellica.

La “Rete italiana pace e disarmo” spiega come la proposta della Commissione modifichi la direttiva che disciplina i trasferimenti di armi e tecnologia militare tra gli Stati membri dell’Ue (Transfer Directive). Questo porta a una deregolamentazione dei trasferimenti di armamenti, secondo un’analisi svolta dall’Europea Network Arganista Arms Trade (ENAAT), con importanti conseguenze sul controllo delle esportazioni militari al di fuori dell’Ue.

Presentate come misure di maggior efficienza, le proposte «renderebbero più difficile per le autorità nazionali tracciare la destinazione finale delle armi, dei componenti e delle tecnologie militari esportate sia all’interno che all’esterno del blocco europeo. In altri termini: meno trasparenza, meno controllo, più rischi» sostiene la Rete pace e disarmo.

Nella loro lettera aperta alle istituzioni dell’Ue, le Ong europee ritengono che la nuova normativa darebbe alla Commissione europea «il potere di ridefinire a propria discrezione elementi chiave dei sistemi nazionali di controllo delle esportazioni – ambito nel quale non ha alcuna competenza ai sensi dei Trattati dell’Ue».

 Inoltre, osservano, «la Commissione considera queste questioni principalmente nell’ottica degli interessi dell’industria degli armamenti e non include la società civile critica – e in particolare i movimenti per la pace – nei propri dialoghi con gli stakeholder».

 

Tra le modifiche più preoccupanti segnalate dalle Ong europee, lo spostamento dell’onere della conformità dagli Stati all’industria degli armamenti, cosa che consentirebbe di fatto alle aziende di autoregolare i propri trasferimenti, con un’inversione della responsabilità democratica: «Invece di essere i produttori a rispondere allo Stato, sono i legislatori nazionali a diventare sempre più dipendenti dagli interessi dell’industria bellica» commenta la rete pacifista, secondo cui «il costo di questa “semplificazione” che avvantaggia un export non controllato di armamenti non si misurerà in crescita economica, ma nel dolore umano causato dalle armi europee nelle zone di conflitto di domani».

 

Spesa militare europea in forte aumento

Un incentivo al commercio di armamenti di cui l’Europa non avrebbe affatto bisogno, come evidenziato da recenti dati dello “Stockholm International Peace Research Institute” (Sipri): «Il principale fattore che ha contribuito all’aumento globale della spesa militare nel 2025 è stato un incremento del 14% in Europa, che ha raggiunto gli 864 miliardi di dollari».

Oltre alla costante crescita delle spese militari di Russia e Ucraina, infatti, «i continui sforzi di riarmo da parte dei membri europei della Nato hanno portato alla crescita annua più marcata della spesa nell’Europa centrale e occidentale dalla fine della Guerra fredda».

 

La devastante guerra tra russi e ucraini ha portato a un forte aumento delle spese per armamenti di entrambi i Paesi, tanto che in Russia la spesa militare nel 2025 ha raggiunto i 190 miliardi, con un’incidenza del 7,5% sul Pil, mentre gli oltre 84 miliardi spesi dall’Ucraina rappresentano addirittura il 40% del Pil ucraino.

 

I 29 Paesi membri europei della Nato hanno speso complessivamente 559 miliardi di dollari nel 2025 per armamenti e 22 di loro hanno fatto registrare una spesa militare pari ad almeno il 2% del Pil.

Al primo posto la Germania, che con un aumento del 24% su base annua ha raggiunto i 114 miliardi di dollari.

In forte aumento anche la spesa militare della Spagna, cresciuta del 50% nel 2025 per un totale di 40,2 miliardi di dollari.

«Nel 2025, la spesa militare dei membri europei della Nato è aumentata più rapidamente che in qualsiasi altro momento dal 1953» nota il Spiri, rilevando come la spesa militare globale sia aumentata per l’undicesimo anno consecutivo, raggiungendo i 2.887 miliardi di dollari e un’incidenza sul Pil globale del 2,5%, il livello più alto dal 2009.

 «Considerata la portata delle crisi attuali, nonché gli obiettivi di spesa militare a lungo termine di molti Stati, è probabile che questa crescita continui fino al 2026 e oltre» constata amaramente l’Istituto internazionale di ricerche sulla pace.

 

 

 

 

L’impennata della domanda europea di armi trascina l’incremento dei trasferimenti globali.

Altreconomie.it - Andrea Siccardo — (10 Marzo 2026) – Redazione – ci dice:

 

Tra 2021 e 2025 gli Stati europei hanno più che triplicato le loro importazioni di armi, diventando così la principale regione di destinazione.

 Le esportazioni totali degli Stati Uniti, il primo fornitore mondiale, sono aumentate del 27%.

Spicca l’incremento dell’export dell’Italia del 157% rispetto ai cinque anni precedenti.

“Washington ha ulteriormente consolidato il suo dominio come fornitore di armi, anche in un mondo sempre più multipolare”, spiegano i ricercatori del SIPRI.

 

Nel quinquennio 2021-2025 l’export di armi italiane è aumentato del 157% rispetto ai cinque anni precedenti (2016-2020), rendendo l’Italia il sesto Paese al mondo per l’esportazione di armamenti e sistemi d’arma.

Quasi il 60% di questi trasferimenti è stato verso i Paesi del Medio Oriente, il 16% verso Asia e Oceania e il 13% con altri Stati europei. Non si tratta di un caso isolato ma di un segno del cosiddetto “riarmo” europeo.

 

Nello stesso periodo di tempo, infatti, l’Europa è diventata il maggior importatore di armi a livello mondiale per il 33% di tutti i trasferimenti di armamenti, un aumento del 210% rispetto al periodo 2016-2020.

Lo mostrano i dati pubblicati il 9 marzo dall’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma (SIPRI).

 “Mentre le tensioni e i conflitti in Asia, Oceania e Medio Oriente continuano a determinare importazioni di armi su larga scala, il forte aumento dei flussi verso gli Stati europei ha fatto aumentare i trasferimenti globali di materiale bellico di quasi il 10% -ha spiegato Mathew George, direttore del programma trasferimento armi presso il SIPRI-.

Le consegne all’Ucraina dal 2022 sono il fattore più evidente ma anche la maggior parte degli altri Stati europei ha iniziato a importare quantità significativamente maggiori di armi per rafforzare le proprie capacità militari contro la percezione di una crescente minaccia da parte della Russia”.

 

 Per quanto riguarda il trend globale, non sorprende che gli Stati Uniti siano ancora i maggiori esportatori di armi per il 42% di tutto il commercio mondiale tra il 2021 e il 2025.

Un aumento del 36% rispetto ai cinque anni precedenti. Inoltre, per la prima volta in oltre vent’anni è stata l’Europa il principale destinatario di queste esportazioni (per il 38% di tutti i trasferimenti d’arma statunitensi) superando il Medio Oriente (33%).

 

Il primo cliente degli Stati Uniti per quanto riguarda l’export di materiale bellico rimane tuttavia l’Arabia Saudita (per il 12%).

“Gli Stati Uniti hanno ulteriormente consolidato il loro dominio come fornitori di armi, anche in un mondo sempre più multipolare -ha aggiunto Pieter Weizman, ricercatore senior del SIPRI-.

Per gli importatori le armi statunitensi non sono solo ‘di buona qualità’ ma anche un modo per promuovere le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, mentre Washington considera le esportazioni belliche come uno strumento di politica estera e un modo per rafforzare la propria industria militare”.

Al contrario di Stati Uniti ed Europa la Russia ha visto il suo export di armi calare considerevolmente nel periodo esaminato, l’unico tra i primi dieci produttori a vedere una diminuzione dei propri trasferimenti, passando dal 21% a livello globale nel periodo 2016-2020 al 6,8% degli ultimi cinque anni.

Questo effetto è dovuto in gran parte alla diminuzione delle esportazioni di armi russe verso Algeria, Cina ed Egitto.

 

Il calo russo porta la Francia a diventare il secondo maggiore fornitore di armi nel periodo analizzato, per il 9,8% del commercio globale, un aumento del 21%.

Parigi ha esportato verso 63 Stati, con le quote maggiori destinate a India (24%), Egitto (11%) e Grecia (10%).

Anche se le esportazioni di armi francesi verso altri Stati europei sono aumentate sensibilmente (+452%) quasi l’80% è ancora destinato al di fuori della regione.

Segue la Germania che ha superato la Cina diventando il quarto maggiore esportatore di armi nel periodo 2021-25, con il 5,7% del commercio globale.

Quasi un quarto di tutte l’export bellico tedesco (24%) è stato destinato come aiuto all’Ucraina e un altro 17% è andato ad altri Stati europei. In totale i primi sei Paesi (Stati Uniti, Francia, Russia, Germania, Cina e Italia) sono responsabili per circa il 75% delle esportazioni a livello globale.

 

Una menzione particolare merita Israele, il settimo fornitore di armi al mondo che ha aumentato la sua quota delle esportazioni globali dal 3,1% nel 2016-2020 al 4,4% nel 2021-2025, superando per la prima volta in assoluto il Regno Unito (3,4%).

 La crescita è avvenuta nonostante gli attacchi in Iran, Libano, Qatar, Siria e Yemen e l’indignazione internazionale causata dal genocidio a Gaza.

Questo è stato possibile grazie alla crescente richiesta di sistemi di difesa aerei, centrali nella produzione bellica israeliana.

Per quanto riguarda le importazioni di materiali bellici è proprio l’Europa, come già accennato, la regione che ha acquistato più armi nel periodo 2021-2025, per il 33% del “transato” globale.

 Questa crescita è stata guidata sia dalla necessità di fornire materiale bellico all’Ucraina sia dalla crescente percezione di una minaccia da parte della Russia.

Dopo l’Ucraina (prima per importazioni di armi, per il 9,7% del commercio globale) la Polonia e il Regno Unito sono stati i maggiori importatori in Europa negli ultimi cinque anni.

 Quasi la metà dei trasferimenti bellici agli Stati europei proveniva dagli Stati Uniti (48%), seguiti da Germania (7,1%) e Francia (6,2%).

In particolare, sono stati i Paesi europei della Nato a guidare questa corsa agli armamenti.

 Le importazioni complessive di armi dei 29 membri europei del Patto atlantico sono aumentate del 143% tra il 2016e il 2020 e tra il 2021 e il 2025. Gli Stati Uniti hanno garantito il 58% di queste forniture negli scorsi anni, seguiti da Corea del Sud (8,6%), Israele (7,7%) e Francia (7,4%).

 

“Sebbene le aziende europee abbiano aumentato la produzione di armi e il nuovo sostegno agli investimenti dell’Unione europea a favore delle industrie belliche degli Stati membri abbia portato a una serie di ordini intra Ue, gli Stati europei hanno continuato a importare armi dagli Stati Uniti nel periodo 2021-2025, in particolare aerei da combattimento e sistemi di difesa aerea a lungo raggio -ha chiarito Katarina Jokic, ricercatrice del SIPRI-.

Allo stesso tempo, i maggiori fornitori europei hanno continuato a destinare la maggior parte delle loro esportazioni di armi al di fuori dell’Europa”.

 

La seconda regione per importazione di materiale bellico è l’Asia e l’Oceania per il 31% del commercio mondiale tra il 2021 e il 2025, nonostante il calo del 20% rispetto ai cinque anni precedenti. Questo fenomeno è dovuto principalmente alla diminuzione delle importazioni di armi da parte della Cina (-72%) e, in misura minore, della Corea del Sud (-54%) e dell’Australia (-39%).

 

Anche il Medio Oriente, terza regione per importazioni belliche, ha visto un calo del 13% nel trasferimento di armi.

Eppure tre dei primi dieci importatori mondiali nel periodo 2021-2025 erano situati lì:

Arabia Saudita (6,8% delle importazioni globali), Qatar (6,4%) e Kuwait (2,8%).

Più della metà delle importazioni di armi in Medio Oriente derivava dagli Stati Uniti (54%), mentre il 12% dall’Italia, l’11% dalla Francia e il 7,3% dalla Germania.

“Gli Stati arabi del Golfo determinano le tendenze delle importazioni di armi in Medio Oriente, con l’Arabia Saudita che è stata il maggiore importatore della regione dal 2011-2015 e il Qatar che ora è il secondo dopo aver più che raddoppiato le sue importazioni tra il 2016-2020 e il 2021-2025 -è la conclusione dei ricercatori del SIPRI-.

A causa di una serie di tensioni e conflitti regionali, gli Stati arabi del Golfo stanno lavorando per rafforzare le relazioni con fornitori di lunga data come gli Stati Uniti e la Francia, cercando al contempo nuovi fornitori”.

 

Riarmo globale, import in Europa +210% rispetto al 2016-2020. Quasi la metà dagli Usa.

  Lanuovaecologia.it - Redazione – (10 Marzo 2026) – ci dice:

 

Secondo i dati SIPRI:

il 48% di tutte le armi importate dagli Stati europei proviene dagli Stati Uniti. Anche le esportazioni italiane sono aumentate del 157% nell’ultimo quinquennio: il 59% al Medio Oriente, il 16% verso Asia e Oceania. Rete Italiana Pace e disarmo lancia la campagna “Basta favori ai mercanti di armi.”

I nuovi dati pubblicati dallo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) offrono uno specchio impietoso della direzione imboccata dall’Europa e dall’Italia: quella di una corsa alle armi senza precedenti, che arricchisce il complesso militare-industriale-finanziario e non costruisce né sicurezza reale né autonomia.

 

Il volume globale dei trasferimenti internazionali di armi è cresciuto del 9,2% tra il quinquennio 2016–2020 e il 2021–2025: il balzo più significativo dal 2011–2015.

 Al centro di questa escalation c’è l’Europa, con importazioni di armi cresciute del 210% — più che triplicate — che la portano per la prima volta dagli anni Sessanta a essere la prima regione mondiale per acquisizioni militari, con il 33% del totale globale.

 

Il fattore scatenante è stato il sostegno militare all’Ucraina (9,7% di tutti i trasferimenti mondiali), ma i dati mostrano con chiarezza che la stragrande maggioranza degli Stati europei ha aumentato in modo massiccio e autonomo le proprie importazioni di armamenti.

I 29 Paesi europei NATO hanno incrementato le proprie importazioni del 143%.

 

Falsa autonomia: l’Europa si riarma comprando dagli USA.

Secondo una nota della Rete Italiana “Pace e disarmo”, “il racconto dominante proveniente da politica e media ci dice strumentalmente che l’Europa stia percorrendo la strada dell’autonomia strategica, emancipandosi dalla dipendenza americana”.

Ma i dati SIPRI lo smentiscono in modo netto.

Il 48% di tutte le armi importate dagli Stati europei proviene dagli Stati Uniti.

Tra i soli Paesi NATO europei la quota statunitense sale al 58% — sulla stessa percentuale del quinquennio precedente, ma su volumi più che raddoppiati (+142%).

 

Gli USA hanno consolidato il proprio dominio globale portando la propria quota dal 36% al 42% del totale mondiale.

Per la prima volta in vent’anni la destinazione principale dell’export americano non è il Medio Oriente ma l’Europa (38% delle esportazioni USA), con un incremento del +217%. Ben 12 Paesi europei hanno in ordine o preselezionato 466 caccia F-35 di fabbricazione americana.

 

Lo stesso SIPRI è esplicito:

nonostante l’Ue abbia avviato meccanismi di sostegno all’industria della difesa europea, gli Stati membri hanno continuato ad acquistare armi americane, soprattutto aerei da combattimento e sistemi missilistici a lungo raggio.

 I principali esportatori europei, nel frattempo, continuano a destinare la maggior parte della propria produzione militare fuori dall’Europa.

 

Per la prima volta in vent’anni la destinazione principale dell’export americano non è il Medio Oriente ma l’Europa.

 

Non c’è autonomia strategica in un’Europa che finanzia con risorse pubbliche l’acquisto di sistemi d’arma statunitensi.

Ciò che viene presentato come emancipazione è, nei fatti, un trasferimento massiccio di denaro pubblico europeo verso il complesso militare-industriale-finanziario, in larga misura con base negli Stati Uniti.

 

Lo chiarisce persino la nuova “America First Arms Transfer Strategy” dell’amministrazione Trump, citata dal SIPRI: gli USA vedono le esportazioni di armi come strumento di politica estera e di rafforzamento della propria industria militare.

L’Europa, riarmarsi acquistandone i prodotti, non fa che assecondare questa strategia.

 

Disarmiamoli: NO GUERRA.

Manifestanti per la pace in piazza a Roma il 6 ottobre 2023.

L’Italia: sesta esportatrice mondiale di armi, smentite le giustificazioni per la modifica della Legge 185/90.

Tra gli elementi più rilevanti per il contesto italiano nei dati diffusi dal SIPRI spicca quello sull’export di armi del nostro Paese:

le esportazioni italiane di armamenti sono aumentate del 157% tra il 2016–2020 e il 2021–2025, portando l’Italia dal decimo al sesto posto nella classifica mondiale dei fornitori di armi, con una quota del 5,1% del totale globale.

 L’Italia è oggi il sesto Paese al mondo per vendita di armamenti, davanti a Israele, al Regno Unito, alla Corea del Sud e alla Spagna.

Le destinazioni principali dell’export militare italiano rivelano la natura delle scelte compiute:

il 59% va al Medio Oriente – in particolare Qatar (26%) e Kuwait (17%) – mentre  il 16% verso Asia e Oceania (spicca l’Indonesia con il 12%).

 Solo il 13% rimane in Europa.

 

Secondo la Rete italiana “Pace e Disarmo”:

“Questo dato smonta definitivamente la narrazione che il Governo e gli ambienti legati all’industria delle armi continuano a ripetere per giustificare lo svuotamento della Legge 185/90:

quella secondo cui le imprese italiane sarebbero svantaggiate dalla concorrenza europea per via di controlli più severi.

I dati SIPRI mostrano il contrario:

l’industria militare italiana ha più che raddoppiato il proprio export, scalando la classifica mondiale a una velocità superiore a qualsiasi altro Paese europeo.

Non c’è alcuno svantaggio competitivo da attribuire ai controlli della Legge 185/90.

La scusa è strumentale e i numeri la smentiscono senza appello”.

 

L’industria militare italiana ha più che raddoppiato il proprio export, scalando la classifica mondiale a una velocità superiore a qualsiasi altro Paese europeo.

 

Rete Italiana Pace e disarmo rilancia la campagna “Basta Favori ai Mercanti di Armi.”

Di fronte a questo scenario (riarmo accelerato, dipendenza strutturale dagli USA, industria militare italiana in crescita record e tentativi di indebolire i già insufficienti meccanismi di controllo) la Rete Italiana Pace e Disarmo rilancia con forza la campagna “Basta Favori ai Mercanti di Armi”.

Chiede che la Legge 185/90, che regola il controllo delle esportazioni di armamenti italiani, venga preservata nella sua struttura base di controllo e trasparenza e non ulteriormente svuotata.

 In un momento in cui il mercato globale degli armamenti è in piena espansione, smantellare le garanzie di trasparenza e i vincoli al commercio di armi verso Paesi in guerra o con violazioni dei diritti umani sarebbe un atto di irresponsabilità politica e morale.

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