L’Europa unita è il nulla.
L’Europa
unita è il nulla.
«Non
diamo per scontata l’Europa unita.»
Ilcittadino.it
- Marco Zanoncelli – (13 giugno 2024) – Redazione – ci dice:
Resto
convinto che ci stiamo un po’ troppo abituando all’esistenza dell’Europa
comunitaria, a quella istituzione transazionale che è stata, senza alcun
dubbio, una delle più grandi invenzioni politiche del dopoguerra.
Siamo
una generazione che è nata e cresciuta con la comunità europea, che l’ha sempre
sentita, nel bene e nel male, presente nelle proprie vite, che ha imparato a
conoscerla, a criticarla o ad ammirarla, a percepirla come un dato fattuale
della propria vita, come una costante e, ahimè, come una ovvia consuetudine.
L’Europa
unita invece è stato un progetto, o forse sarebbe meglio dire un sogno, una
visione ed una speranza che i padri costituenti hanno alimentato e poi
realizzato non senza una buona dose di immaginazione e azzardo.
Pensare
che nazioni che fino a pochi decenni prima si erano combattute atrocemente,
potessero, ad un certo punto della loro storia, condividere interessi
economici, sociali, politici e monetari è stata una scommessa tutt’altro che
scontata.
Pur
tra mille difficoltà, tentennamenti e regressioni, siamo diventati un unico
grande continente, in cui è possibile circolare senza barriere, che può usare
una sola moneta, che possiede un’unica carta valoriale frutto del ricchissimo
passato culturale del Vecchio Continente, che possiede legislazioni comuni,
diritti e doveri goduti in ogni angolo delle sue terre e soprattutto che
garantisce una convivenza pacifica per tutti coloro che abitano i suoi confini.
C’è ancora molto da fare?
Certamente!
La
strada per una vera e stabile integrazione è ancora molta, ma ogni tanto credo
faccia bene guardarsi indietro per riconoscere ed onorare tutto quello che è
stato raggiunto e realizzato.
In
questi giorni siamo stati tutti stati chiamati a partecipare all’elezione del
nuovo Parlamento Europeo:
anche questa mi pare una novità straordinaria
nella millenaria storia del nostro continente.
Centinaia di milioni di persone eleggono
all’unisono una camera legislativa che le rappresenta non come cittadini di
singoli Stati ma come membri di un’unica comunità politico-culturale.
La
sfida dell’Unione Europea è stata quella di tentare di tradurre in pratica un
dispositivo semplice sulla carta ma impervio nella realtà:
quello secondo cui i confini non delimitano
spazi di ostilità ma soglie di incontro, quello secondo cui le differenze non
divengono ragioni di conflitto ma bacini di ricchezza, quello che è capace di
individuare nel comune passato storico e culturale le radici profonde e vitali
della nostra coappartenenza e coesistenza.
Difficile, penso, immaginare un progetto più
ambizioso e, a suo modo utopistico: avete mai visto fratelli che in una
famiglia si sono fatti la guerra fino a poco tempo prima, acconsentire di
tornare a vivere sotto lo stesso tetto, accettando regole comuni e norme che,
volenti o nolenti, limitano i propri spazi di libertà?
Ecco,
questo è quello che è accaduto con il sogno europeo di Alcide De Gasperi e
Altiero Spinelli, del francese Jean Monnet e Robert Schuman, del lussemburghese
Joseph Beach, del tedesco Konrad Adenauer e del belga Paul-Henri Spaak e con
loro di moltissimi altri.
Siamo
una comunità politico-culturale che fonda la propria esistenza sui valori della
dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello stato
di diritto e dei diritti umani. In un mondo sconvolto da violenze, guerre,
dittature, discriminazioni e populismo, l’Europa Unita resta un segno concreto
di speranza, frutto di quella cultura umanista che l’ha generata.
Come
scritto nella sua Carta, la comunità europea si impegna a promuovere la pace,
ad offrire libertà, sicurezza e giustizia senza frontiere interne, a conseguire
uno sviluppo sostenibile, a proteggere e migliorare la qualità dell’ambiente, a
promuovere il progresso scientifico e tecnologico, a lottare contro
l’esclusione sociale e la discriminazione, a promuovere la giustizia e la
protezione sociale, la parità tra donne e uomini e la tutela dei diritti del
minore e a rispettare la ricchezza della sua diversità culturale e linguistica.
Nonostante
gli innumerevoli tradimenti e fallimenti, che sono ahimè, sotto gli occhi di
tutti, l’Unione Europea resta un grande sogno che ci sta davanti, un ideale,
forse illusorio ed un po’ utopico, che è ancora capace di smuovere menti e
cuori in questo tempo di passioni tristi.
Scuola
di formazione politica 2024 / III giornata.
L'Europa
è un bluff? Caracciolo:
via
quel punto interrogativo.
Sussidiarietà.net
- Lucio Caracciolo – (15 – marzo – 2024) – Redazione – ci dice:
«Non è
mai stato e non è un soggetto politico». Per il direttore di Limes la crisi
dell'egemonia americana deve però spingere a prendersi responsabilità.
La
debolezza dell'Italia, paese di anziani.
La
terza giornata della Scuola di formazione politica "Conoscere per
decidere" 2024 ha avuto come protagonista il direttore di Limes, Lucio
Caracciolo, autore di una relazione dal titolo provocatorio: "L'Europa è
un bluff?".
Caracciolo ha confidato che di quel punto
interrogativo avrebbe fatto volentieri a meno:
"L'Europa
– ha detto – è un bluff, perché essa non è un soggetto politico per quanto si
dica il contrario".
Ecco
gli appunti della sua lezione (non rivisti dall'autore).
LA
PRIMA IDEA DI EUROPA NEL CROLLO DEGLI IMPERI.
L’idea
di una Europa soggetto geopolitico nasce dopo la Prima guerra mondiale quando
grandi potenze europee si dissolvono (l’impero tedesco, quello austro-ungarico,
quello russo, quello ottomano). Il primo a parlare di Europa come soggetto
politico è stato Richard Coudenhove-Kalergi, che scrisse il libro Pan-Europa –
Un Grande Progetto per l’Europa Unita pubblicato nel 1923.
L’idea alla base era che dopo la guerra le
nazioni europee, per contare ancora qualcosa dovevano mettersi insieme, dal
Portogallo alla Polonia incluse le loro colonie nel mondo.
Il
movimento pan-europeo che nacque da quella analisi era in realtà una sorta di
club, frequentato da finanzieri, alta borghesia, intellettuali e solo qualche
politico, con una radice massonica ed elitaria di carattere azionista.
Per questa ragione il progetto naufragò.
L'EUROPEISMO
DELLA GUERRA FREDDA.
L’europeismo
che nasce invece dopo la fine della II Guerra Mondiale ha un’origine diversa,
anche perché nasce dalla fine degli imperi coloniali.
Il
nuovo paradigma è dato dai due nuovi e unici imperi che adesso dominano il
mondo, quello americano e quello russo.
Personalmente
sostengo che esista un forte nesso tra la nascita dell’europeismo e il
contrasto americano alla Russia.
Non è un caso che il blocco atlantico prenda
il via con la nascita dell’Europa, perché gli Stati Uniti vollero creare un
unico blocco Euroatlantico contro l’Unione sovietica.
Le date infatti sono indicative:
nel 1945 nasce il blocco europeo in funzione
anti russa;
nel 1947, viene ideato il Piano Marshall che
deve ricostruire l’Europa, soprattutto economicamente ma anche militarmente;
nel 1949 nasce infine la NATO, che è
l’organizzazione militare americana-europea.
Un
documento che noi di Limes abbiamo pubblicato rivela come il presidente
americano Truman, incontrando i ministri degli esteri europei disse loro:
“Abbiamo
un nemico che si chiama comunismo dobbiamo metterci insieme per contrastarlo”.
La
prima comunità europea nasce negli anni 50, con una forte impronta francese per
tenere la Germania sotto controllo.
Questo
obiettivo fu perseguito fino alla riunificazione tedesca con l’approvazione
dell’euro, ideato per eliminare il marco e contenere la Banca centrale tedesca.
In
sostanza, l’Europa che nasce si configura soprattutto come un prolungamento
della Francia.
I motivi per cui i paesi entrano nell’Unione
europea diventeranno sempre di più motivi di convenienza, ad esempio la Polonia
che vi entra per avere fondi economici e militari americani per difendersi
dalla Russia.
Noi vi
siamo entrati perché la Francia spinse per il nostro ingresso, dato che non ha
mai considerato l’Italia una nazione compatta, ma faceva comodo avere una
piattaforma verso l’Africa.
NON UN
SOGGETTO POLITICO.
Di
fatto, a tutt’oggi nessuno sa cosa sia esattamente l’Europa e questo permette a
chiunque di interpretarla come vuole e di allargarla non si sa fino a dove.
Ecco
perché l’Europa è un bluff.
Non
c’è nulla di misterioso in questo.
Basta
pensare a come è nata per comprendere per quale ragione l’Europa non è mai
diventata un vero soggetto politico.
Quando qualche importante personalità viene in
Europa non va mai a parlare con il presidente del Consiglio europeo o il
presidente della Commissione, ma si reca direttamente dai singoli capi di Stato.
Il
sistema europeo non può essere considerato un sistema democratico, perché non
esiste un popolo europeo, non esiste nessun media europeo perché non si può
parlare ai popoli come fossero una sola comunità.
Non
esiste una difesa unica.
Sarebbe
possibile solo con un disimpegno dell’America.
Europa
e Alleanza atlantica.
Il
ruolo degli Stati Uniti.
CRISI AMERICANA, TEMPO DI RESPONSABILITÀ.
Tutta
la diversità dell’Europa di oggi è resa ancor più difficile dalle guerre in
corso e dalla crisi americana, che tra l’altro è una crisi identitaria.
La
crisi degli USA obbliga i paesi europei per la prima volta ad assumersi delle
chiare responsabilità.
L’America
ha costituito di fatto una fascia di paesi che va dalla Scandinavia alla
Bulgaria, come fascia di difesa anti sovietica, ma non è questa la visione dei
francesi, dei tedeschi e degli italiani. Inoltre ci sono i paesi più o meno
neutrali come Svizzera e Austria, anche se con la guerra in Ucraina la Svizzera
si è adeguata alle sanzioni occidentali contro la Russia.
Al Sud abbiamo un paese atlantico non europeo,
la Turchia, che viaggia per conto proprio con l’idea di ricostituire il vecchio
impero ottomano. Poi c’è la Gran Bretagna, che è uscita dall’Unione europea, ma
è ancora decisamente atlantica e cerca di essere sempre un passo avanti con
l’America.
Siamo
davanti allo scontro finale fra occidente e Russia?
L’Italia
se dovesse succedere non può fare niente perché non ha mezzi e possibilità di
combattere.
Il tipo di guerre che accadono oggi si basano
sulla negazione del principio di realtà e quindi sono guerre fuori controllo.
Viviamo
in un contesto frammentato.
La linea maestra dell’Italia è stata sempre
quella di seguire l’America.
Il
problema è che oggi non si sa dove questa stia.
Anche la Germania è in crisi dal punto di
vista economico, commerciale ed energetico dopo aver chiuso i rubinetti del gas
russo.
Ha
perso il mercato cinese e ha perso la sua capacità di essere riferimento degli
altri paesi europei.
Per
noi italiani questo è molto grave visto quanto è importante il nostro export
verso la Germania.
Nuova
Atlantide N. 5 - Maggio 2022 / EUROPA
Europa.
L'ITALIA DEGLI ANZIANI.
Quali
sono i problemi italiani? Il primo è la demografia, cioè le poche nascite.
L’età mediana degli itali tende ai 50 anni
quindi le premesse di sostenibilità di uno stato sociale vengono a cadere.
Poi c’è il problema migratorio, che pone la
domanda se importare figli.
A differenza ad esempio dei polacchi, gli
italiani non hanno alcuna volontà e capacità militare, in quanto siamo un
popolo di anziani, mentre la Polonia è un popolo giovane.
Questo
significa che l’Italia non si può affidare ad altri, come è sempre stato con
l’America, ma deve cominciare a prendersi delle responsabilità. Ad esempio con
la costruzione di canali regolari di immigrazione con cui importare forza
lavoro e integrarla nel nostro sistema.
In più
in Italia si eleggono governi di colori diversi che poi fanno le stesse cose
perché mancano le risorse economiche.
Per
decenni, siamo resistiti nonostante il nostro enorme debito grazie al sostegno
della Germania della Merkel, ma oggi i tedeschi sono stanchi di garantire
questo nostro enorme debito.
BASE
POPOLARE E POLITICA.
Oggi
manca la politica. Inoltre, del bene comune europeo si hanno idee diverse.
Prendiamo
l'Italia.
La
gente comune non conta nulla se non si costituisce in forma politica che non
siano minestroni.
I partiti oggi sono cartelli elettorali
costituiti da decine di liste civiche che non hanno consistenza.
Ragioniamo come ripartire dalla politica.
Andando nelle scuole vedo come i giovani hanno la consapevolezza di non potersi
aspettare più niente da noi adulti e anziani.
LA
LOGICA DI PUTIN.
Non
penso che la logica di Putin sia pagante. Teniamo conto che la Russia si è
sempre considerata grande potenza e allo stesso tempo soffre di senso di
inferiorità.
Putin
aveva cercato di allearsi con l’America, aveva chiesto di entrare nella NATO e
gli hanno riso in faccia. Voleva entrare a far parte del mondo delle super
potenze dopo il crollo dell’Urss ma gli è stato negato.
La
guerra in Ucraina è in uno stallo.
Putin
pensava di vincere in due settimane e non c’è riuscito.
Oggi
non può mandare in guerra i giovani di Pietroburgo o di Mosca perché si
rifiuterebbero, manda i russi “di periferia”.
Non ha
risorse per fare altri attacchi, ha costituito quattro linee difensive nel
Donbass e si è fermato là.
La Russia vorrebbe mettersi d’accordo con
l’America ed è probabile che questo accordo si faccia perché l’America
considera la Cina il vero nemico e anche la Russia ha paura di finire sotto il
dominio cinese.
In ogni caso se il bilancio della guerra in
Ucraina è negativo per la Russia, è catastrofico per Kiev.
NARRAZIONE
AL POSTO DELLA REALTÀ.
La diplomazia
si basa sul principio di realtà ma noi abbiamo trasformato la realtà in
narrazione.
C’è un problema culturale: nel momento in cui
la politica cade raccontiamo cose false e diciamo che la guerra deve
continuare.
La Polonia è il paese più anti russo del
mondo, ma si sta muovendo contro l’Ucraina per difendere il proprio export di
grano.
Una ricostruzione dell’Ucraina non è fattibile
ci vogliono mille miliardi, troppi soldi.
E non
ci saranno Piani Marshall per l’Ucraina.
Se
avere un’Europa unita vuol dire
diventare simili agli Usa, io dico no.
Ilfattoquotidiano.it
- Luciano Casolari - Medico psicoanalista – (11 marzo 2025) -Redazione – ci
dice:
Se
avere un’Europa unita vuol dire diventare simili agli Usa, io dico no.
Unione
Europea.
Tutti
a dire che: “Ci vorrebbe l’Europa Unita!”, “Se ci fosse l’Europa Unita!”,
“Facciamo una manifestazione per l’Europa Unita”.
Ma
siamo sicuri che uno Stato sovranazionale europeo sarebbe così utile per la
nostra vita?
Quegli
aspetti di stato sovranazionale che possiede ora l’attuale Comunità Europea non
sono tutti così edificanti.
In
primo luogo è emersa nei decenni una volontà di potenza attraverso
l’inglobamento di sempre nuove nazioni (a suon di euro elargiti).
In secondo luogo esiste un senso di
superiorità verso gli altri che non lascia per nulla tranquilli.
“Noi siamo quelli giusti, noi siamo quelli
bravi” sembrano sempre dire i capi delle istituzioni comunitarie.
Se interveniamo in Kosovo e In Libia lo facciamo per
motivi umanitari.
Se ci fosse l’Europa Unita, che tanti
vagheggiano, ora sarebbe immersa fino al collo in una guerra per annettersi il
nuovo territorio Ucraino.
Qualcuno
dirà:
sono i
popoli, tra questi quello ucraino, che desiderano entrare liberamente in
Europa.
In
realtà, forse, desiderano le sovvenzioni europee che sono loro state promesse e
se ne fregano bellamente delle idee europeiste.
Se
Trump promette migliaia di dollari ai circa 50 mila abitanti della Groenlandia
cosa diciamo?
Inoltre
perché il popolo del Donbass deve valere meno di quello Kosovaro?
Non
possono entrambi autodeterminarsi?
In una futura, eventuale Europa Unita può
succedere che vinca le elezioni un bullo stile Trump o un guerrafondaio, con
figlio coinvolto, stile Biden.
Siamo
sicuri di voler delegare a Von der Leyen la gestione di un’unione politica e
militare quando abbiamo visto le magre figure ottenute sui vaccini (comprati
per 4,6 miliardi di pezzi e gettati al macero per 2 miliardi con costo di 4
miliardi di euro) o sulle automobili (in due anni distrutte fabbriche europee
con diktat sull’elettrico poi in parte rimangiato).
L’Europa
Unita, a mio parere, ha senso solo se cambia i paradigmi di potenza che
esistono ora nel mondo.
Dovrebbe
essere uno spazio di coesione smilitarizzato sul piano offensivo, con un
esercito solo difensivo (su questo punto ci sarebbe molto da discutere e capire
come fare) che ripudia veramente la guerra come metodo di risoluzione delle
controversie internazionali e che si pone in amicizia con gli altri popoli,
indipendentemente dalle istituzioni che loro si sono dotati.
Soprattutto
che non si atteggia a superiore, covando il retropensiero che tutti debbano in
futuro dotarsi di istituzioni simili alle sue perché la convinzione è che
questo modello sia il migliore.
Secondo
alcuni studiosi, infatti, esportare la democrazia non è che un retropensiero
ingombrante ed altezzoso.
Esportare
la democrazia in Ucraina, forse in Georgia, fino a tutte le altre Repubbliche
della federazione russa rischia di essere un esercizio supponente e
destabilizzante.
Ognuno
di noi in certi momenti della sua vita ha pensato che sarebbe così semplice
mettere a posto il mondo:
basterebbe
fare questo e quello.
Secondo
lo psicologo “Alfred Adler”, la volontà di superiorità è una forza vitale
creativa che spinge l’individuo a superare sè stesso ed esprimere la sua forza
interiore.
Deriva,
per contrapposizione, dal senso di inferiorità sperimentato in età infantile.
Purtroppo può esprimersi anche sotto forma di
dominio e imperio sugli altri per imporre quello in cui fermamente si crede.
In positivo la volontà di superiorità è la
forza che crea evoluzione e permette di trovare nuovi significati alla propria
esistenza.
In termini negativi diviene la spinta a
credere che gli altri siano inferiori a noi perché non capiscono e a pretendere
di redimerli, facendo cadere le istituzioni di cui si sono dotati perché
inferiori alle nostre.
La
manifestazione del 15 aprile a Roma per gli Stati Uniti d’Europa mi interroga.
Se il
progetto – come sembra – di puntare a qualcosa di simile agli Stati Uniti
d’America mi sento contrario, in quanto sarebbe frutto di un desiderio di
potenza e di una supponenza occidentale:
noi
siamo i migliori, i buoni e dobbiamo guidare il mondo recalcitrante.
Se la futura Europa si pone l’obiettivo di
voler dirimere le controversie e le guerre del mondo, decretando chi è
aggressore e aggredito, senza valutare tutti gli antefatti e decidere chi
sanzionare e chi no sarà solamente un quarto Impero (oltre a Usa, Cina e
Russia) in rotta di collisione con gli altri.
Se
invece l’Europa unita cambierà paradigma e si porrà come spazio culturale,
sociale, economico e di fratellanza ne varrà la pena.
Iran, Mastaba
Khamenei minaccia: “La vendetta per la morte di mio padre ci sarà, è richiesta
dal nostro popolo”. Nuovo round di negoziati in Oman.
Ilfattoquotdiano.it
– (11 Luglio 2026) - Redazione Esteri – Mondo – ci dice:
Trump
sui social: “Mille missili pronti a colpire l’Iran se sarò ucciso". Draghici
è in Oman per i colloqui.
Cbs:
"Usa non parteciperanno."
Iran, Mastaba
Khamenei minaccia: “La vendetta per la morte di mio padre ci sarà, è richiesta
dal nostro popolo”.
Nuovo
round di negoziati in Oman.
Fonti
Usa: “Iran riconosce errore di aver colpito le navi a Hormuz”
L’Iran
avrebbe ammesso che è stato “un gruppo di estremisti fuori controllo” a tentare
di minare i negoziati di pace e la tregua colpendo le navi mercantili nello
Stretto di Hormuz e provocando la reazione americana, secondo quanto affermato
alcuni funzionari statunitensi alla CBS News.
“Loro
(gli iraniani) sono tornati al tavolo delle trattative e hanno detto: ‘Abbiamo
sbagliato. Abbiamo commesso un errore. Continuiamo a parlare'”.
Gli
Stati Uniti vogliono che l’Iran dichiari pubblicamente che lo Stretto di Hormuz
è aperto e si impegni a cessare di sparare contro le navi mercantili.
I
funzionari americani interpellati da Cbs News precisano che la ‘confessione’ è
stata fatta “in privato” da dirigenti iraniani ai “consiglieri di Trump”.
“Se poi questa non è la posizione ufficiale di
Teheran”, ha aggiunto un funzionario americano, questa non è la loro posizione,
ha detto il funzionario, “per loro non sarà una bella giornata”.
“Siamo
decisamente in una fase di attesa e osservazione “, ha affermato un altro
funzionario.
Ma
anche se gli iraniani avrebbero dichiarato agli emissari di Trump che gli
attacchi alle navi sono stati orchestrati da un’entità deviata all’interno del
loro sistema, intenzionata a minare l’accordo, l’amministrazione Trump –
ritengono i funzionari sentiti da CBS News, sostiene che le navi siano state
prese di mira per un altro motivo: gli Stati Uniti credono che la rotta
meridionale dello Stretto di Hormuz, quella lungo la costa dell’Oman, sarebbe
rimasta aperta in base al memorandum.
Ma l’Iran è stato colto di sorpresa dalla
rapidità con cui si muoveva il traffico – e dalla quantità di petrolio e gas
che transitava attraverso la rotta meridionale – ed è per questo che avrebbero
fatto marcia indietro.
Iran:
“Su cessate il fuoco abbiamo mantenuto parola data”
Il
ministro degli Esteri iraniano Abbas Draghici ha dichiarato sabato che Teheran
ha “mantenuto la parola data” sul cessate il fuoco con gli Stati Uniti, dopo
che Donald Trump ha insistito sul fatto che la tregua fosse finita, ma che
avesse acconsentito a ulteriori negoziati con la Repubblica islamica.
“Finora
l’Iran ha mantenuto la parola data, a differenza del ‘cosiddetto’ Segretario
del Tesoro statunitense che sta violando il paragrafo 9 del Memorandum
d’intesa”, ha scritto Draghici su X, riferendosi a una parte del memorandum
d’intesa relativa al mancato dispiegamento di ulteriori forze statunitensi
nella regione. Nel su post su X, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Draghici
ha aggiunto che “non può esserci rispetto se non è reciproco “.
Gli scontri tra Iran e Stati Uniti sono
ripresi martedì scorso e sono stati i più significativi dalla firma, il 17
giugno, di un accordo volto a trovare una soluzione definitiva alla guerra
iniziata il 28 febbraio con l’attacco israelo-americano all’Iran.
Donald
Trump ha ribadito ieri che il cessate il fuoco era “finito“, pur accettando di
proseguire i colloqui con Teheran. “La Repubblica islamica dell’Iran ci ha
chiesto di continuare le ‘discussioni'”.
Teheran
“non ha avanzato alcuna richiesta di questo tipo, si è affrettato a precisare
il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, annunciando al contempo che Draghici
si sarebbe recato in Oman per discutere dello Stretto di Hormuz.
Teheran
consente un solo corridoio di navigazione, lungo la sua costa, ed esclude
qualsiasi ritorno alla situazione prebellica, quando il passaggio in questo
stretto, attraverso il quale transitava normalmente un quinto del commercio
mondiale di idrocarburi, era libero.
Gli
Stati Uniti hanno colpito l’Iran per due notti consecutive dopo aver accusato
Teheran di attacchi a tre navi mercantili nello stretto.
Per rappresaglia, l’Iran ha fatto fuoco contro
i paesi del Golfo: il Kuwait, il Bahrein e il Qatar.
WSJ:
“Usa pessimisti su accordo sul nucleare.”
L’amministrazione
Trump ritiene che un accordo sul nucleare con l’Iran sia sempre più
improbabile.
Lo riporta il Wall Street Journal citando un
funzionario dell’amministrazione, secondo il quale l’Iran dovrebbe rilasciare
nelle prossime ore una dichiarazione pubblica per dire che lo Stretto di Hormuz
è aperto e per impegnarsi a non sparare alle navi. Se non ci sarà una
dichiarazione in questo potrebbero essere gravi conseguenze, ha aggiunto il
funzionario dell’amministrazione. L’analisi sembra lasciar intravedere un
possibile cambio di strategia per l’Iran.
Gli
Usa all’Iran: “Chiarisca subito che Hormuz è aperto.”
Gli
Stati Uniti hanno chiesto all’Iran, sia direttamente sia tramite mediatori
regionali, di pubblicare entro sabato una dichiarazione pubblica che chiarisca
che lo Stretto di Hormuz è aperto e un impegno a non sparare verso le navi
commerciali che transitano nella zona. È quanto scrive “Axios” citando tre alti
funzionari americani durante un briefing con i giornalisti.
L’amministrazione
Usa sostiene che l’Iran ha violato il memorandum d’intesa firmato con gli Stati
Uniti tre settimane fa sparando ripetutamente contro navi commerciali dentro e
intorno allo Stretto di Hormuz.
I funzionari statunitensi sostengono che il
mancato rispetto da parte dell’Iran di un impegno così diretto solleva seri
dubbi sulla sua volontà e capacità di attuare un accordo nucleare molto più
complesso.
I funzionari statunitensi si aspettano che
l’Iran rilasci una dichiarazione dopo l’incontro in Oman.
“Vogliamo
che dicano pubblicamente che smetteranno di sparare alle navi e che
esplicitamente, o almeno implicitamente, riconoscano di aver sbagliato.
Ci stiamo lavorando ora,” ha detto un
funzionario statunitense.
“Ci
aspettiamo che gli iraniani dicano che ogni passaggio dello stretto sarà aperto
e che sarà senza pedaggi”.
Un
secondo funzionario statunitense ha detto che ci saranno conseguenze severe se
l’Iran si rifiuta.
“Se
non sarà la loro posizione domani non sarà una grande giornata per loro”, ha
detto il funzionario.
Usa:
“Se l’Iran non fornisce la ‘polvere’ nucleare, non c’è accordo”.
Se
l’Iran non fornisce la “polvere” nucleare, non c’è accordo. Lo ha detto un
funzionario americano, secondo quanto riportato dall’agenzia Bloomberg.
L’Unione
non si fa con
l’Europa
delle nazioni.
Lavoce.info
– (12 -luglio 2026) – Voce riportata dal 14 -05 -2019 -
(Greta
Ardito e Mariasole Lisciandro il 14/05/2019 in Europee 2019, Unione europea.)
Troppo
facile imputare all’Europa anni di decisioni mancate. Soprattutto se la
responsabilità è dei singoli paesi, che con un sistema di veti incrociati
possono paralizzare le riforme. Quando è l’Unione Europea a decidere, il
meccanismo non si inceppa.
Come
si decide in Unione europea.
L’Europa
così com’è non funziona.
È uno
slogan battuto dalle bandiere politiche più variegate, da destra a sinistra,
che però nasconde gran parte della storia.
C’è
effettivamente un’Europa che non funziona ed è quella delle riforme mancate e
incomplete, quella degli interessi particolari degli stati, che non riesce a
decidere e che quindi si ferma.
Ma
l’Europa è anche fatta di meccanismi virtuosi, che hanno portato benefici
tangibili nella vita dei cittadini.
Qual è
quindi la discriminante tra l’Europa che decide e l’Europa che si arena?
La Ue
è un meccanismo complicato, risultato di una storia complicata e ancora in
divenire.
Si
tratta di un’Unione imperfetta e soprattutto incompiuta che ha un margine di
manovra ben delimitato dai Trattati, che ne stabiliscono rigorosamente
obiettivi e campo di azione.
La
funzione legislativa prende avvio dalla proposta della Commissione, organo
indipendente e di controllo, ed è poi esercitata congiuntamente dal Parlamento
europeo, che rappresenta gli interessi dei cittadini, e dal Consiglio, che
invece tutela gli interessi dei singoli stati.
Nonostante
il ruolo delle ultime due istituzioni sia formalmente paritetico, di fatto le
regole di voto del Consiglio rendono molte volte la sua azione ostativa. Questo
perché il processo decisionale del Consiglio prevede ampie maggioranze per
l’approvazione degli atti legislativi e, in molti casi (tutt’altro che
marginali), l’unanimità.
Spesso
quindi i singoli stati si trovano fra le mani un sostanziale diritto di veto,
che finisce per rallentare o addirittura bloccare il processo legislativo.
L’Unione
che funziona…
Ciononostante,
ci sono molti esempi da portare quando si parla di Unione europea che funziona.
Non a
caso si tratta di settori in cui la Commissione ha competenze esclusive, come
la politica commerciale comune e la politica della concorrenza, segno che
quando gli stati membri delegano all’Unione, il processo decisionale è più
snello ed efficiente.
La
politica commerciale comune ha ottenuto risultati importanti non solo per
l’Europa in sé, ma anche per lo sviluppo di un più libero commercio
internazionale.
Attualmente
la Ue è vincolata in 33 accordi commerciali e molti altri sono in negoziazione
o in fase di ratifica.
Gli
ultimi entrati in vigore sono quello con il Giappone e quello con il Canada,
mentre altri sono stati appena siglati con Vietnam e Singapore.
Secondo
la Commissione, grazie a tutte le iniziative europee di politica commerciale,
circa il 76 per cento dei beni importati entra nella UE senza dazi, a beneficio
dei consumatori europei che possono godere di prezzi più bassi.
Il che ha consentito un risparmio pari a 60
miliardi all’anno a partire dagli anni Novanta.
Un
fondo europeo contro le crisi: perché serve pensarci ora.
La
politica della concorrenza è un altro esempio di Europa che funziona. La Dg
concorrenza ha avviato molte azioni nel settore digitale, come le tre multe
negli ultimi due anni a Google per abuso di posizione dominante e le indagini
su Amazon, prima sugli accordi di distribuzione tra la società e gli editori
ebook e più recentemente su un eventuale abuso di posizione dominante nei
servizi di logistica.
Nei
settori più tradizionali, l’ultima azione altisonante della direzione
concorrenza ha impedito la fusione tra la tedesca Siemens e la francese Alstom
(segno che anche i francesi e i tedeschi sono soggetti alle regole europee).
La
fusione avrebbe infatti ridotto la concorrenza nel settore della segnaletica
ferroviaria senza il contrappeso di una maggiore efficienza.
…e quella che non sa decidere.
La
politica migratoria è invece l’esempio più emblematico dell’impasse in cui
ristagna l’Unione europea quando l’ultima parola spetta agli stati membri.
L’Italia ha fatto appello più volte al
sostegno dei partner europei per fronteggiare l’emergenza sbarchi, ma l’ultimo
quinquennio è stato caratterizzato da molte occasioni perse.
La più vistosa è la mancata riforma del “regolamento
Dublino III”, secondo il quale il paese di primo ingresso in Europa è
automaticamente responsabile per il trattamento delle richieste di asilo.
Dopo
anni di negoziati, nel 2017 il Parlamento europeo aveva approvato una proposta
di riforma assai coraggiosa, introducendo un sistema di quote per la gestione
delle domande di asilo e condizionando i fondi europei al rispetto della
responsabilità condivisa.
Quel testo è stato respinto dal Consiglio
europeo di giugno 2018, sotto la pressione del gruppo di Visegrad e con la
sostanziale accondiscendenza del governo italiano.
Eppure,
l’assenza di progressi su Dublino costituisce un rischio molto maggiore per i
paesi più esposti a una ripresa delle migrazioni irregolari via mare, Italia
compresa.
L’Unione
bancaria pone problemi analoghi.
A
sette anni dall’avvio, il bilancio è deludente: la realizzazione del progetto è
lacunosa e incompleta, soprattutto per il nodo irrisolto del terzo pilastro,
quello del Sistema europeo di assicurazione dei depositi, bloccato dai veti
incrociati in Consiglio.
Per realizzarlo, paesi come la Germania e
l’Olanda vorrebbero introdurre limiti all’esposizione delle banche verso i
titoli sovrani più rischiosi.
Proposta fieramente avversata da altri paesi,
con l’Italia in prima fila, restii a rivedere le regole senza un meccanismo di
condivisione finanziaria dei rischi. La conclusione è inevitabilmente la
paralisi.
Euro
digitale, meglio tardi che mai.
Quale
direzione per il progetto europeo?
In un
clima di generale sfiducia nei confronti delle istituzioni europee, è
essenziale distinguere ruoli e responsabilità degli organi comunitari da quelle
degli stati membri, ricordando che il Consiglio rimane l’organo più forte e che
le decisioni al suo interno richiedono spesso l’unanimità o quantomeno un ampio
consenso.
Troppo
facile imputare tutte le sciagure nazionali alla disfunzionalità dell’Europa,
esentando i singoli governi da responsabilità vecchie e nuove.
Guardando alle sole materie di cui l’Unione
può occuparsi, l’esperienza di questi anni ha dimostrato che, nonostante le
numerose proposte della Commissione e del Parlamento, i paesi membri non hanno
saputo trovare un accordo su molte questioni decisive quando la palla era nella
loro metà campo.
È vero
che il metodo intergovernativo è stato usato per materie divisive per le quali
una governance centralizzata avrebbe rischiato di creare risultati indesiderati
per alcuni paesi.
Ma con
l’ottava legislatura alle spalle, dobbiamo prendere atto che l’Europa delle
nazioni e degli interessi particolari non funziona.
Ripensare
l’Unione significa necessariamente ridurre le occasioni in cui il Consiglio
decide all’unanimità e andare oltre il metodo intergovernativo. Altrimenti,
ognuno per sé.
Il
sogno di un’Europa unita
è
fallito o non è mai esistito?
Liberopensiero.eu
– editoriale - Redazione – (5 Marzo 2019 - Europa) – ci dice:
L’Europa
è in crisi: crisi d’identità, di valori, di unità. L’Europa dovrebbe essere un
sentimento identitario percepito in primis dagli europei nel reputarsi tali.
Invece si antepone l’identità nazionale a
quella sovranazionale. Invece aumentano gli euro-scettici.
Un
sondaggio condotto dall’eurobarometro nel 2017 dimostra che
«il
43% degli italiani intervistati pensa che l’Italia abbia tratto beneficio
dall’essere membro UE, il dato più basso di tutti i paesi europei».
A
fronte di questo sondaggio il Presidente del Parlamento europeo “Antonio Tajani”
ha dichiarato: «La percentuale di chi pensa che l’appartenenza all’Ue sia
positiva è ancora troppo bassa».
Del
resto, il poco entusiasmo percepito dai cittadini d’Europa nel ritenersi
europei non è da biasimare.
Un’Europa
unita solo quando conviene.
Dal
trattato di Maastricht ad oggi il percorso per la libera circolazione di
servizi, persone, merci e capitali ha avuto successo in chiave
tecnico-economica, ma l’unità di valori e idee, la coesione solidale tra i vari
Paesi, resta un’utopia e come ogni utopia è destinata a fallire.
Si
chiama Unione europea:
è unita quando in aeroporto non occorre
mostrare il passaporto, è unita sugli accordi di libero scambio, sull’Erasmus,
è unita quando si siede al tavolo della Corte per scrivere convenzioni per la
salvaguardia dei diritti dell’uomo e dell’individuo, ma quando si tratta di
accogliere immigrati nelle proprie città, quando in ballo c’è il carico di
problemi da dividersi e non il carico di soldi, poi l’unità europea diventa un
tema bollente, inconveniente.
Se
l’unità non conviene più, ci si può tirare fuori da questo girotondo di stelle
gialle su sfondo blu:
blu come quel Mediterraneo pieno di salme
galleggianti che si sarebbero potute salvare se quelle stelle gialle non
fossero rimaste immobili a guardare. La bandiera dell’Unione Europea, appunto.
Il
nero, tuttavia, sembrerebbe una scelta iconografica più appropriata; il nero
per il lutto dei migranti morti in Libia o in prossimità dell’Italia; il lutto
per tutte quelle risoluzioni di cessate il fuoco (a partire dallo Yemen)
rimaste lettera morta e annientate nella vendita occulta di armi dagli europei
a Arabia Saudita, Emirati; il lutto per il silenzio e lo sviamento della Corte
di Giustizia sul massacro di Srebrenica.
Il
Garante della pace internazionale che non garantisce niente, però la CEDU ha un indiscutibile
fascino, se non fosse che la linea dei capi di Governo che non stanno
collaborando, ma si stanno omologando, procede nel verso opposto: nel verso del
sovranismo belligerante.
Il
dato caratterizzante l’Europa in questo momento storico è la preponderanza di
governi di destra, conservatori, demo-cristiani e fascisti:
in
Germania A. Merkel è espressione del CDU (partito conservatore e
demo-cristiano);
in Italia la Lega (partito di destra e
conservatore);
in Polonia Duda appartiene al partito Diritto
e Giustizia (destra, conservatore, clericale); in Finlandia Sibila esponente
del KOK (partito di centro destra liberal-conservatore);
in Ungheria c’è Orban con Fidesz (partito
populista, conservatore e cristiano), quello stesso Orban che ha dichiarato
«Noi non crediamo nell’Unione Europea, crediamo nell’Ungheria e consideriamo
l’Unione Europea da un punto di vista secondo cui, se facciamo bene il nostro
lavoro, allora quel qualcosa in cui crediamo, che si chiama Ungheria, avrà il
suo tornaconto».
Dilaga
il nazionalismo, la chiusura delle frontiere e governi che inneggiano la
costruzione di muri e non si è ben capito quale valore abbia, ad oggi, quel
trattato firmato nel 1992.
L’Europa lacerata su mille temi, l’Europa
smaniosa di delineare i confini al proprio interno: un habeas corpus nazionale.
L’Europa
sotto attacco, diffidente, che vuole proteggere gli usi e costumi nazionali dal
nemico orientale e l’Europa smemorata quando non ricorda che dall’avvento del
capitalismo è diventata la ruota di scorta degli USA.
La
sfrenata deriva patriottica conduce nel baratro quel sogno della coesione tra
popoli nello sviluppo materiale e morale. Tutti interessati al proprio
tornaconto nazionale (Orban dixit).
L’Europa
si dichiara guerra da sola: gli innumerevoli lati della barricata
L’entourage
politico europeo è la vera spada di Damocle che ha tagliato la gola ai progetti
dei Padri Fondatori. L’integrazione europea è andata a farsi benedire quando si
è trasformata in unione doganale, interessata più ai bilanci economici che ai
principi fondamentali. Comanda il Paese con l’economia più solida e alla
Germania non dispiace di certo questo ruolo.
Tutti
si sentono sotto torchio in questa unione forzata, ma di comodo. E il caso dei
vertici del governo italiano i quali si destreggiano tra dichiarazioni del tipo
“Il problema è l’Europa”, “Riformiamo l’Europa” e “Non vogliamo uscire
dall’Europa” usate come jolly in base alle circostanze. Non è la coerenza che
interessa ai governi, ma il mercato unico, la valuta stabile, il commercio. Ai
cittadini è dedicata la parte della difesa dei diritti umani (impeccabile nella
forma, apostata nella sostanza).
A
Bruxelles emerge a chiare lettere l’identità dell’Unione: partiamo da Angelo
Ciocca, eurodeputato della Lega che si sfila la scarpa e imbratta gli appunti
di Moscovici; il Parlamento europeo contro l’Ungheria per “l’opzione nucleare”;
Tajani contro Conte; Orban contro Soros e Juncker; Verhofstadt leader dei
liberali dell’Alde) che accusa Conte di essere un burattino nelle mani di
Salvini.
Eccetera,
eccetera, eccetera. Un casino, una taranta. Il ballo degli indemoniati. Oggi si
chiama dialogo interculturale.
Toni
aspri anche tra Italia e Francia:
Di
Maio ha trovato la causa dell’emigrazione africana ed è colpa della Francia e
del suo “franco CFA”.
Incredibile,
gli africani fuggono da una moneta!
Mica
dai lager libici finanziati dall’Europa.
Dunque
i 5 stelle hanno subito espresso solidarietà ai gilet gialli per amplificare il
dissenso contro Macron, il leader francese così caro ai piddini, ed è subito un
veloce susseguirsi di scontri diplomatici nell’arco di pochi mesi.
Perché
tutta questa fretta e tensione?
23-26
maggio 2019: elezioni parlamentari europee. Alias mille escamotage per
arruffianarsi l’elettorato.
Ubi
maior minor cessat.
L’Unione
europea doveva essere una coalizione tra Stati tra due blocchi imponenti quali
il blocco sovietico da un lato e l’impero statunitense dall’altro.
Oggi, invece, appare frammentata, debole e
facilmente influenzabile.
Nelle
fessure causate da terremoti e scismi diplomatici che caratterizzano l’Europa,
si è insinuata l’America di Trump.
In
particolare il 2018 è stato un anno di scontri e ripensamenti tra UE e USA. Ad
agosto 2018 Trump nel corso di un comizio in West Virginia ha minacciato di
imporre dazi del 25% sulle auto europee:
«Metteremo
una tassa del 25% su ogni auto che arriverà negli Stati Uniti dall’Unione
europea» (Cnbc). La situazione si risolse con la mediazione di Jean-Claude
Juncker promettendo un maggiore acquisto di prodotti americani.
La
corda USA-UE è tesa, continuamente sottoposti al rischio di una guerra commerciale.
L’altro
guinzaglio a cui è legata l’UE è la NATO:
quell’alleanza
militare istituita in difesa dalla minaccia sovietica (attualmente
anacronistica) cui l’Italia devolve l’1,1% del PIL ovvero 20 miliardi all’anno,
56 milioni di euro al giorno.
Nonostante
ciò Trump ha da ridire e dal suo piedistallo può permettersi di rimproverare i
Paesi che non versano le tasse per finanziare missioni di opinabile
“peace-keeping”, a partire dalla Bosnia Erzegovina, all’Afghanistan all’Iraq.
Una NATO in controtendenza rispetto a quanto
previsto dall’ONU e dalla stessa CEDU.
C’è un
accanimento sull’analisi costi-benefici inerenti al TAV, mai una volta che
questa analisi includa la possibilità di uscire dalla NATO.
Tirando
le somme:
i
sogni primordiali dei fondatori dell’UE sono rimasti inattuati in un cassetto
sigillato a chiave.
I
sogni, poi, si trovano a fare i conti con la realtà e la realtà è che l’Europa
oggi risulta essere una clamorosa débâcle.
(Melissa
Bonafiglia).
«Politicamente
l’Europa non conta
nulla», Gianluigi Paragone
alla
cena dei Liberali Piacentini.
Ilpiacenza.it
– (03 marzo 2025) – Redazione – Gianluigi Paragone – ci dice:
L’ex
senatore ha presentato il suo ultimo libro "Maledetta Europa" al
ristorante Olympia di Niviano.
Un'immagine
dell'intervento di Gianluigi Paragone.
«Politicamente
l’Europa non conta nulla».
È
senza appello il giudizio di Gianluigi Paragone sul ruolo di Bruxelles nello
scacchiere internazionale alle prese con la ricerca di possibili soluzioni per
risolvere i conflitti medio-orientale e russo-ucraino.
Il
giornalista e opinionista Tv (senatore nella XVIII legislatura) è intervenuto
alla tradizionale cena dei Liberali Piacentini, sempre molto partecipata, che
si è tenuta al ristorante Olympia di Niviano.
Conviviale
che è stata anche l’occasione per presentare l’ultimo libro di Paragone
"Maledetta Europa" (Sigh Books).
«Fa
piacere – ha detto il presidente dell’Associazione Antonino Coppolino nel suo
intervento di saluto – riuscire ad avere tanti amici vicino ai Liberali
Piacentini».
L’ospite
d’onore ha osservato come «oggi non contino più i fatti, ma la narrazione che
di questi si fa, nella quale abbiamo perso la densità semantica e politica» e
ha portato l’esempio della nota di Massimo Franco pubblicata dal Corriere della
Sera di giovedì 27 febbraio, dove il giornalista parla della Gran Bretagna come
fosse ancora all’interno dell’Ue:
«Com’è possibile trattare della difesa europea
con un Paese che ha scelto di stare fuori dall’Europa?»,
si è chiesto Paragone, che venerdì 28
febbraio, su Libero, ha aspramente criticato il bilaterale Macron-Stormer sul
modello di difesa europeo da collocare in Ucraina.
«Vogliono
fare l’esercito europeo, che vuol dire?», ha affermato il giornalista lombardo
rivolgendosi ai commensali e dando questa risposta:
«L’Europa non è uno Stato e non ha confini e
per questo non ha bisogno di un esercito.
L’Unione europea ha sostituito la politica con
la finanza (nascendo con la moneta), i governi con i mercati, i popoli con il
capitale.
Una Costituzione europea non fu mai scritta e
il Trattato di Lisbona è stato imposto dall’alto (trattato bocciato, guarda
caso, negli unici due Paesi che lo avevano sottoposto al giudizio del popolo) e la maledizione dell’Europa è
questa: che è stata costruita dall’alto».
Difficile
resistere ad un’offerta del genere.
Gianluigi
Paragone ha quindi accennato all’illusione dei costituenti, che pensavano che
con la Ue non ci sarebbero state più guerre.
«Ora le guerre sono tornate, e con esse il
problema dei confini. Per questo ci si trova davanti all’esigenza di avere un
esercito. Ma si fa sempre tutto senza chiedere il consenso popolare».
L’opinionista
ha speso due parole anche su Putin.
«Ma voi davvero pensare che sia diventato
"cattivo" all’improvviso?
Nel 2008 aveva già fatto la guerra alla
Georgia e poi è stata l’Europa che ha armato Putin attraverso le
liberalizzazioni dell’energia.
Nessun Paese più della Germania ha stretto
rapporti negoziali e infrastrutturali con la Russia su gas e petrolio; nessuna
nazione più della Germania ha beneficiato degli accordi con Putin.
Prova
ne è il ruolo assunto dall’ex cancelliere Schroeder, pochi mesi dopo la
staffetta con Angela Merkel, prima a capo del consorzio Nord Stream su
indicazione di Gazprom per la costruzione sia del primo che del secondo
gasdotto, poi come presidente del colosso petrolifero Rosneft.
La Von Der Leyen era in quei governi tedeschi
che firmarono tutti questi accordi: non si è accorta di nulla?».
(ilpiacenza.it/attualita/politicamente-l-europa-non-conta-nulla-gianluigi-paragone-alla-cena-dei-liberali-piacentini.html).
Dopo
Trump, l'affondo di Musk:
"L'Ue
va abolita". La replica:
"Sulle
nostre regole decidiamo noi."
Rainews.it
– (06/12/2025) – Trump, Musk, Crosetto e altri – Redazione – ci dicono:
Alle
critiche sulla politica "autodistruttiva" dell'Europa, che per il
presidente Usa la porteranno a "scomparire entro 20 anni", fa eco il
patron di Tesla: "La sovranità torni agli Stati".
Crosetto:
"Trump ha chiarito che l'Europa non gli serve."
Una
profezia e un assist riportano in primo piano il duo Donald Trump e Elon Musk,
che sulle questioni europee pare aver ritrovato sintonia. Sono stati mesi di
basso profilo (inframezzato da accuse e polemiche reciproche) per il patron di
Tesla, che in queste ore torna invece a occuparsi del Vecchio Continente.
Se per
il presidente Usa “l'Europa è destinata a scomparire entro 20 anni”, per il
miliardario ex capo del Doge (il "Dipartimento dell'Efficienza
Governativa" nato su iniziativa della seconda amministrazione Trump),
l'Ue "dovrebbe essere abolita e la
sovranità restituita ai singoli paesi, in modo che i governi possano
rappresentare meglio i loro popoli".
Musk
lo ha scritto in un post su “X”, che arriva all'indomani della sanzione da 120
milioni di euro (per violazione del regolamento europeo che dal febbraio 2024
impone alle grandi piattaforme digitali nuovi obblighi di trasparenza e
responsabilità sui contenuti) inflitta da Bruxelles alla sua piattaforma, la
prima nel quadro del “Digital services act europeo”.
E dopo la pubblicazione, da parte della Casa
Bianca, del “Nuovo piano di Sicurezza nazionale” nel quale Washington dedica
passaggi critici alla politica “autodistruttiva” dell'Unione.
La
questione della “sovranità nazionale” è un tema aperto in Europa, che vede in
primo piano l'Ungheria.
Per
Orban le decisioni devono restare in mano agli Stati membri, specialmente su
temi come migrazione, sostegno all'Ucraina e politiche economiche.
E il
veto è stato lo strumento con il quale ha difeso questa posizione.
L'uscita
di Elon Musk è una occasione da cogliere e Orban dice la sua: "L'attacco
della Commissione a “X” dice tutto. Quando i signori di Bruxelles non riescono
a vincere il dibattito, ricorrono alle multe.
Scrive
su X- L'Europa ha bisogno di libertà di parola, non di burocrati non eletti che
decidono cosa possiamo leggere o dire.
Tanto
di cappello a Elon Musk per aver mantenuto la posizione". Sostegno al
miliardario, ma non solo.
La
profezia di Trump: “L’Europa si autodistrugge, entro 20 anni non esisterà più” (05/12/2025).
Orban:
“I leader Ue preparano guerra, noi vogliamo restarne fuori”
Il
premier ungherese ha affermato, durante una tappa a Kecskemét del tour” Digital
Civic Circe”, che "La guerra non è lontana, i leader europei hanno già
deciso: l'Europa andrà in guerra. Questa è la politica ufficiale, vogliono
essere pronti entro il 2030".
Orban
ha poi aggiunto che le elezioni parlamentari del 2026 saranno un punto di
svolta per il futuro dell'Ungheria in un contesto di crisi internazionale
crescente.
"Le
elezioni del prossimo anno saranno le ultime prima della guerra," ha
detto.
"Se
abbiamo un governo sostenuto da Bruxelles ci trascineranno in guerra. Se avremo
un governo nazionale, abbiamo ancora la possibilità di restare fuori".
Secondo
il primo ministro, “l'Europa si trova ora nella fase finale di un'escalation
bellica in quattro fasi: rottura dei legami diplomatici, trasformazione delle
economie in modalità guerra, reintroduzione della coscrizione e preparazione
allo scontro diretto”.
Le
dichiarazioni di Orban e Musk arrivano in rinforzo all'avvertimento di ieri di
Donald Trump: "L'Europa se non cambia rischia la reale prospettiva di
cancellazione della sua civiltà".
Lo ha
fatto svelando la nuova “National Security Strategy “- un documento di 33
pagine all'insegna dell'America First nel quale traccia le sue priorità in
materia di politica estera, definendo l’Europa come un continente "in
difficoltà economiche per via delle sue regolamentazioni soffocanti.
Con
una natalità in caduta libera, la "censura della libertà di parola",
un’immigrazione senza controlli e "aspettative irrealistiche" sulla
guerra in Ucraina.
Una
visione che ha generato polemiche nel Vecchio Continente e la reazione di
Bruxelles.
La
premier Meloni in linea con Trump: l'Europa si difenda da sola.
(05/12/2025).
Bruxelles:
“Alleati più forti insieme” ma “sulle nostre regole decidiamo noi.”
"Quando
si tratta di decisioni che riguardano l'Unione europea, queste vengono prese
dall'Unione europea, per l'Unione europea, comprese quelle che riguardano la
nostra autonomia normativa, la tutela della libertà di espressione e l'ordine
internazionale fondato sulle regole".
Lo
riferisce un portavoce della Commissione Ue in risposta alla strategia di
sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
"Il
partenariato transatlantico è unico e, come sempre, gli alleati sono più forti
insieme", evidenzia.
Il
post di Crosetto: “Trump ha esplicitato che l'Europa non gli serve.”
"Gli
Usa hanno in corso una competizione sempre più difficile, complessa e dura con
la Cina e ogni loro atto, decisione, comportamento, deve essere letto in questo
scenario. Trump ha semplicemente esplicitato che l’Ue gli serve poco o nulla in
questa competizione", scrive su “X” il ministro della Difesa Guido
Crosetto.
"La traiettoria della politica americana
era evidente già prima dell’avvento di Trump che ha soltanto accelerato un
percorso irreversibile".
"Da
3 anni, in privato, incontri, riunioni dei ministri, interviste, dico ciò che
ieri è stato codificato nella Strategia di Sicurezza Nazionale USA e cioè che
il rapporto con l’Ue sarebbe mutato e che le garanzie di difesa regalate dopo
il ‘45 sarebbero finite velocemente.
Era chiaro, evidente.
Con
una tempistica più accelerata di quella che temevo (pensavo concedessero 2/3
anni in più) è accaduto ciò che era previsto".
L'Europa
"non ha risorse naturali particolarmente rilevanti o utili",
"sta perdendo la competizione sull’innovazione e la tecnologia",
"non ha potere militare" ed "é piccola, lenta e 'vecchia'
rispetto "ai nuovi attori del Mondo": sono questi i motivi alla base
della scelta americana.
Interviene
il leghista Borghi, è botta e risposta via social.
A
stretto giro, arriva la risposta del senatore della Lega, sempre via social: "Pensa un po', dove tu in quel
rapporto leggi che noi abbiamo bisogno di più armi da comprare insieme alla Ue
io leggo che la Ue deve essere smantellata per poter tornare a crescere come
Italia. E quello sì l'abbiamo sempre detto davvero", scrive Borghi con
tanto di emoticon di una faccina sorridente.
Risponde
Crosetto:
"Pensa
un po' se non riesci a capire nemmeno un tweet in italiano come avrai capito il
rapporto in inglese.
Indipendentemente dal giudizio su tutti gli
errori fatti come Ue che, come sai benissimo, non ho mai mancato di
rimarcare".
Chiude
lo scambio un post di replica di “Borghi”:
"Eppure
mi sembra chiaro...
E guarda che per me il riarmo nazionale non è
mai stato un tabù.
Qui
però siamo di fronte a qualcosa che va al di là dello sconto sul carro armato.
Può
essere la fine di quel mostro antidemocratico che ci opprime da decenni.
Non
sprechiamo l'occasione".
Fatta
l’Europa, ora bisogna
fare
gli europei: l’Ue al bivio
si
gioca la sua unità.
Ilfattoquotidiano.it
- Renzo Rosso, Idraulico insigne – (27 gennaio 2026) – Redazione - ci dice:
Una
narrazione comune. Ogni nazione possiede i propri miti fondativi, i propri
eroi, le proprie date simboliche. L’Europa fatica a costruire un immaginario
collettivo.
Fatta
l’Europa, ora bisogna fare gli europei:
l’Ue al bivio si gioca la sua unità.
Unione
Europea.
“Purtroppo
si è fatta l’Italia, ma non si fanno gli italiani” pare lamentasse Massimo
d’Azeglio.
Era stato presedente del Consiglio del Regno
di Sardegna e, nel 1860, fu il primo governatore della Provincia di Milano dopo
l’unificazione. Massone e cattolico, patriota e federalista, morì nel 1866 dopo
aver colto con lucidità profetica il divario tra istituzioni e identità
collettiva.
A
oltre sessant’anni dai Trattati di Roma, possiamo applicare la medesima
riflessione al progetto europeo.
Abbiamo costruito una Europa istituzionale,
senza forgiare una coscienza europea condivisa.
Una
costruzione basata quasi esclusivamente su dogmi economici neoliberisti, sul
modello finanza-capitalista dell’America reaganiana e post reaganiana.
L’Europa delle istituzioni, soprattutto
finanziarie, non dei popoli.
L’Unione
Europea è un esperimento politico senza precedenti:
una
unione di Stati sovrani legati da trattati, regolamenti e direttive. Abbiamo
una moneta comune, un parlamento eletto, una bandiera e perfino un inno.
E
l’anomalia di una lingua comune, l’inglese, che non appartiene a nessuno dei 27
stati.
Quando i cittadini si interrogano sulla
propria identità, rispondono quasi invariabilmente di essere francesi,
tedeschi, italiani o polacchi.
L’aggettivo “europeo” rimane un’appendice
burocratica, privo della carica emotiva che accompagna l’appartenenza
nazionale.
Le
cause di questa mancata costruzione identitaria sono molte. In primis, l’Europa
è stata edificata sull’economia:
il mercato comune, la libera circolazione,
l’unione monetaria, la concorrenza.
La dimensione culturale e politica è
subalterna, quasi accessoria. Inoltre, c’è un enorme deficit democratico:
le
istituzioni europee sono distanti, tecniche, incomprensibili ai cittadini. E,
soprattutto, le decisioni importanti nascono senza un mandato popolare diretto
ed esplicito.
Bruxelles
è percepita una capitale straniera, non il cuore di una patria condivisa.
Strasburgo:
una costosa assurdità.
(India-UE
verso accordo sulle tariffe, svolta miliardaria per l’auto europea).
Manca
del tutto una narrazione comune.
Ogni
nazione possiede i propri miti fondativi, i propri eroi, le proprie date
simboliche.
L’Europa fatica a costruire un immaginario
collettivo che trascenda le singole storie nazionali.
Il 9 maggio, Festa dell’Europa, passa del
tutto inosservato, mentre le ricorrenze nazionali mantengono intatta la loro
forza evocativa.
Questa
distanza è aumentata vertiginosamente con la pandemia e, poi, con la guerra
ucraina.
Durante la pandemia, furono cubani e russi i
primi ad aiutarci in modo concreto e umano, non i fratelli dell’Unione.
La
russofobia non è un sentimento condiviso ma divisivo.
Non
basta dire al popolo europeo che “sta per essere attaccato e accusare i
pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre il proprio
paese al pericolo.
Funziona
sempre, in qualsiasi paese” (cit. Herman Göring).
È
velleitario ostinarsi a pensare che possa funzionare con gli europei senza
identità.
Oggi
l’Europa si trova di fronte a un bivio. Può costruire con la guerra ciò che la
finanza non è stata in grado di costruire. Può cedere alla tentazione di creare
la propria identità sulla logica antica della contrapposizione militare,
rinnegando sé stessa. Oppure può tentare la via più difficile: dimostrare che
un’identità collettiva può nascere dalla pace, dalla cooperazione, dalla
condivisione di valori. Sarebbe una rivoluzione antropologica, un superamento
della tragica lezione della storia.
D’Azeglio
sapeva che le nazioni non nascono dai decreti né dalle direttive, ma dalla
paziente tessitura di legami simbolici, linguistici ed emotivi. La lunga pace
del dopoguerra ha prodotto un barlume di identità italiana, a forza di
televisione in lingua italiana, di Festival di Sanremo della canzone italiana,
di vittoria della nazionale italiana di calcio, festeggiata da un partigiano
come Presidente. Assai più delle guerre coloniali e delle due guerre mondiali.
L’Europa,
se vorrà sopravvivere come soggetto geopolitico, dovrà finalmente imparare a
fare gli europei.
Come scrisse Kant nel suo “Progetto per la pace
perpetua” (1795) la vera sfida non è vincere le guerre, ma renderle obsolete.
L’Europa, se saprà fare gli europei senza
bisogno di campi di battaglia, avrà compiuto un miracolo politico senza
precedenti. Scegliere il campo di battaglia, invece, potrebbe condurre alla
disgregazione della Unione e, se penso ai miei frattali, produrre effetti
cascata in parecchi stati nazionali.
L’Ue è
un’opera incompiuta:
non
possiamo attendere oltre,
serve
una nuova Resistenza europea.
Greenreport.it
– (12 luglio 2026 – dal 15 Dicembre 2025) – Redazione Green Report – ci dice:
Ospitiamo
un appello proveniente dalla società civile al Governo Italiano, in vista del
prossimo Consiglio Europeo del 18-19 dicembre.
Di
Redazione Green Report (15 Dicembre 2025).
Noi
europei crediamo che il futuro del nostro continente debba essere costruito
sulla liberta, sulla democrazia e sulla solidarietà, come immaginato a
Ventotene nel lontano 1941, e che solo una vera Unione europea capace di agire
possa contribuire al “Governo pacifico del Mondo”.
Ci
troviamo, invece, ad affrontare uno dei momenti più bui dalla fine della
Seconda Guerra Mondiale.
Alla
diretta minaccia imperialista russa si è aggiunta quella americana. Oggi è in
discussione l’esistenza stessa del progetto di Unita europea. Sono in pericolo
decenni di lotte per creare la prima democrazia sovranazionale della storia,
mentre assistiamo impotenti alle picconate inferte alle istituzioni e al
diritto internazionale.
Pur
con tutte le contraddizioni, i ritardi e le speranze incompiute di essere
all’altezza dei valori che abbiamo sancito nei Trattati e nella Carta europea
dei diritti, siamo ancora il posto nel mondo in cui democrazia, welfare e Stato
di diritto resistono, nonostante i tentativi di destabilizzazione che arrivano
da chi, dentro e fuori l’Europa, ci vorrebbe divisi e impotenti.
È
verso una promessa di rilancio, di riscatto e di speranza, rappresentata dal
progetto di unita europea, che guardano i popoli in Ucraina, Georgia e Serbia.
Difendere
l’Unione europea oggi, riconoscere che questa è la battaglia principale che,
come europei, dobbiamo combattere per poter riaffermare una visione del mondo
che ripudia l’imperialismo e la guerra, non significa difendere alcuno status
quo, ma chiedere che le nostre istituzioni funzionino.
Dobbiamo
batterci per un’Europa in grado di agire.
L’Unione
europea è un’opera incompiuta.
Abbiamo
costruito organismi comuni, fatto passi fondamentali per l’integrazione dei
nostri mercati, creato reti di cooperazione che hanno reso possibile una
convivenza senza precedenti tra popoli che per secoli si sono fatti la guerra.
Eppure,
di fronte alle sfide del nostro tempo (mutamenti tecnologici rapidissimi,
pulsioni autoritarie, crisi climatiche, disuguaglianze crescenti, tensioni
geopolitiche e il rischio di nuove escalation militari), l’Unione mostra tutti
quei limiti strutturali che ne impediscono il funzionamento.
Non
possiamo attendere oltre e dobbiamo pretendere di essere rappresentati da un
vero soggetto politico europeo pienamente democratico.
Non possiamo
più essere ostaggio del “potere di veto” degli Stati nazionali.
Serve
una nuova Resistenza europea per reagire, da un lato, alle tecno-oligarchie
digitali e, dall’altro, agli imperi che vogliono spartirsi il Vecchio
continente.
Non si
tratta però di fomentare una nuova forma di nazionalismo, ma di immaginare un
nuovo progetto di comunità politica, aperta al resto del mondo e fondata sulla
convivenza e su11’accettazione della diversità e del dialogo con le altre
culture.
L’Unione
europea è infatti l’esempio più concreto di come si possano superare gli
egoismi nazionali per costruire una democrazia cosmopolita.
Per
questo, l’Europa può e deve contribuire al rafforzamento e alla
democratizzazione delle organizzazioni internazionali, a partire dal1’ONU, e
quindi alla costruzione della pace globale.
Oggi
per permettere che si realizzi una “pace giusta”, in Ucraina, come in Palestina
e Medio Oriente, serve un’Europa libera e unita, capace di agire e di parlare
con un’unica voce sul piano internazionale.
Serve un’Unione dotata di una “autonomia
strategica” in tutti gli ambiti, da11’energia alla politica ambientale, e anche
in termini di politica estera, di difesa e di sicurezza comune, in un orizzonte
di “costruzione della pace” a salvaguardia dei diritti e delle libertà a
livello europeo e mondiale.
Solo
con un vero bilancio europeo, dotato di risorse proprie, potremo occuparci di
inclusione, di sicurezza sociale e di una difesa comune, così da non togliere
risorse dal bilancio pubblico degli Stati nazionali destinate al welfare.
Divisi
in piccoli Stati saremo travolti, mentre uniti possiamo ancora decidere del
nostro futuro e dare una speranza di pace al mondo, in alternativa alla lotta
tra grandi potenze o al nuovo equilibrio fondato sul terrore e sullo
sfruttamento che ci vogliono imporre.
Come
diceva Spinelli, “l’Europa non cade dal cielo”: tocca a noi europei battersi
per realizzarla! È questo il tempo di mobilitarci in ogni modo possibile per
un’Europa libera, unita e democratica, che non è un casuale incidente della
storia ma la comunità di destino in cui ci riconosciamo.
Con lo
sguardo volto al cruciale appuntamento della prossima settimana, la riunione
dei Capi di Stato e di Governo nel Consiglio europeo del 18-19 dicembre,
chiediamo al Governo italiano di promuovere un’iniziativa coraggiosa per
ribadire che il posto dell’Italia è in un’Europa libera e unita, capace di
fornire le necessarie garanzie di sicurezza all’Ucraina e di offrire una
concreta prospettiva di pace a un mondo diviso dalla logica violenta degli
imperialismi.
‘Noi
Europei’ è un gruppo di cittadini e attivisti preoccupati per il futuro
dell’Europa, impegnati in contesti diversi per costruire un’Europa federale e
un mondo più libero e unito.
Noi europei.eu”.
Attualità
Europa.
Cosa
fa l’UE per me?
Heraldo.it
– (5 giugno 2026) – Heraldo - Articolo di Davide Sabbadin uscito su “Vez.News”,
partner di Heraldo – Redazione – ci dice:
Ma, a
ben vedere, cosa fa di preciso l’Unione Europea per me?
La domanda non è peregrina.
Quante
volte ci siamo imbattuti, che so, in un vecchio zio che al pranzo di Natale ci
dice che, a guardare bene, staremmo meglio se fossimo un paese fuori dall’UE?
O la cugina espertissima di social che dice
che tanto l’UE succhia solo soldi e non ci dà nulla in cambio?
O
ancora l’amico saputello che al bar tiene banco con lo “spriss” (rigorosamente
con la esse) e la teoria che le nostre tasse vanno solo a finanziare gli amici
di Orban.
E via
così.
Di
episodi di questo tipo, sono certo, ve ne sono capitati e ve ne capiteranno.
E la legge di Murphy vuole, che quando vi
capitano, non vi venga in mente niente di concreto da dire.
Nessun
esempio.
Non
dico che non ci proviate, che io non ci provi, a ribattere.
Ma
spesso finiamo a parlare dei massimi sistemi, della geopolitica che non ammette
nanismi, dell’unione che fa la forza, del fatto che sono molte di più le cose
che ci uniscono che quelle che ci dividono…
e
prima che siate arrivati alla seconda frase, la gente già si è distratta con il
cellulare.
L’occhio divaga… la mano cerca il sale.
O la
maionese, per il bollito.
E il vostro vecchio zio, da consumato
frequentatore delle diatribe del bar, cala l’asso di bastoni citando uno dei
tanti veri o presunti scandali buttati in prima pagina dalla stampa prezzolata
di governo.
O una delle tante incongruenze politiche
europee, tipo quelle sull’immigrazione.
E a
quel punto la strada diventa troppo in salita per vincere il diverbio verbale.
Di lì
a poco, la discussione si chiude.
Tuo
zio ti ribadisce che ti vuole bene, lo sai, ma che non ci capisci niente di
politica.
I
parenti annuiscono, inforcando una fetta di cotechino con un gesto plastico, e
ti guardano di sottecchi come si guarda un corpo estraneo.
Tu ti
ammutolisci e fissi il purè, ormai freddo.
Ti
pare di vivere in un mondo ostile.
Odi
ancora di più il Natale.
E,
preda di una sindrome cospiratoria, noti che ti danno la fetta di panettone più
piccola.
Mentre
ti butti sul merlot, senti che un altro piccolo mattone lego del progetto
europeo è caduto, perché è in queste piccole discussioni che si costruisce una
percezione, che si consolida poi in convinzione e che, di lì a poco, diventa
realtà conclamata in circoli sempre più ampi attorno al soggetto.
La realtà come costruzione sociale, come scrissero
molti anni fa “Berger” e “Lukman”, scalando immediatamente la classifica dei
sociologi più fighi.
Ebbene,
da oggi basta! Da oggi puoi vincere le discussioni al bar e le conversazioni
con i parenti grazie ad un nuovo sito che l’UE, nel tentativo di migliorare la
sua immagine e accrescere la sua visibilità presso i cittadini europei, ci
mette a disposizione: il portale “che cosa fa l’Europa per me?”.
Il
portale offre uno sguardo d’insieme sulle norme di tutela dei cittadini e delle
imprese e sugli investimenti territoriali dei progetti europei nei diversi
paesi e nelle regioni europee. Il sito, ovviamente disponibile anche in
italiano, si può infatti navigare sia per temi (“la UE nella mia vita”: come
passeggero di traghetti, come persona disabile, come giornalista, come studente
di una scuola professionale ecc.), che per aree geografiche.
Nel
dettaglio regionale, ovviamente, non compaiono le azioni normative, che si
applicano all’interezza dei circa 450 milioni di europei, ma ci si concentra
sugli investimenti.
Ed eccoli
qua! I Schei! Ci siamo: zio, qua ti voglio!
Ho
curiosato un po’ nella mappa regionale (dove in realtà credo compaiano
veramente una minima parte dei progetti co-finanziati) e ci ho scovato, per
esempio, il sistema di pagamento sul bus con il bancomat e la ristrutturazione
energetica di alcuni condomini, a Padova.
Poi un
investimento in un’azienda che fa stampe industriali in 3d e l’Innovation Lab
(Urban Digital Centre) a Rovigo. Che non so cosa sia, ma in inglese suona bene
e spero lo sappiano i nostri lettori rodigini.
A
Verona sono finanziati, tra le altre cose, una serie di corsi di formazione per
inserire al lavoro le persone diversamente abili e i bus a metano (eh, Verona non si smentisce: sempre
all’avanguardia nel trasporto pubblico…).
Davide
Sabbadin.
A
Trissino ed Arzignano l’UE cofinanzia i lavori di laminazione del fiume
Guà-Agno, per prevenire il dissesto idrogeologico, mentre nell’altopiano di
Asiago si finanzia il nuovo piano industriale lattiero-caseario.
E poi
ancora il Museo Naturalistico delle Dolomiti a Belluno, la piattaforma
multiservizi online “DIME” per i cittadini residenti a Venezia, un co-housing e
la Greenway del Sile a Treviso. E molto altro ancora.
C’è da
divertirsi a curiosare tra i progetti, a dire la verità.
Il
disfattista che si cela in me pensa già che il sito, probabilmente, non verrà
mai aggiornato e che il tentativo, diciamolo, è un po’ velleitario:
i
mille rivoli del bilancio europeo necessiterebbero di molti “scriba” che
inseriscono dati 24 ore su 24.
Ma
anche così, è un tentativo apprezzabile.
Non so
voi, ma io, quest’anno, guardo già al Natale con più fiducia.
(Articolo
uscito su “Vez.News” firmato da Davide Sabbadin, Deputy policy manager per il
clima e l’energia presso lo” European Environmental Bureau”, la più grande
federazione ambientalista europea. Si occupa da anni delle politiche di
prodotto, della decarbonizzazione dei consumi domestici e della revisione della
normativa f-gas (Fluorinated Refrigerant Gas). In passato ha lavorato a lungo
in Legambiente, nei settori dell’efficienza energetica, dell’agricoltura e
dell’economia circolare.
È
laureato in Scienze Politiche all’Università di Padova.).
Meloni
ad Ankara: “È il momento che l’Ue garantisca la sua sicurezza da sola. Trump?
Non mi pento di nulla.”
Ilfoglio.it
- Redazione – (8 luglio 2026) – Politica – Meloni - ci dice:
"Vogliamo
rispettare gli impegni" sulle spese per la difesa, "lo stiamo facendo
e lo faremo, ma in modo sostenibile e stabilendo priorità".
La
conferenza stampa della premier al termine dei lavori del Vertice Nato di
Ankara del 7 e 8 luglio 2026.
"La
Nato è un'alleanza unita, consapevole delle sfide che ha di fronte, determinata
a rafforzarsi".
Lo ha detto la presidente del Consiglio
Giorgia Meloni in una conferenza stampa al termine del vertice Nato, ad Ankara.
"L'Italia
condivide pienamente questi obiettivi, questo approccio, ha portato al vertice
un'idea molto concreta di sicurezza, cioè una sicurezza che non riguarda solo
gli equilibri geopolitici", ha dichiarato.
"Se investiamo in difesa quei soldi
devono restare in Italia, nelle nostre fabbriche, nella nostra ricerca, nei
nostri territori, quindi più sicurezza ma anche più lavoro qualificato, più
ricerca e non assegni all'estero".
Come
ribadito in Parlamento,
"l'Italia
si è presentata a questo vertice con una percentuale del 2,8 per cento del
proprio prodotto interno lordo investito in difesa e sicurezza registrando un
aumento dello 0,71 per cento rispetto all'anno precedente, un aumento che
riflette questa concezione più ampia della sicurezza nazionale e della
resilienza strategica perché vogliamo chiaramente rispettare gli impegni, lo
faremo e lo stiamo facendo già però lo vogliamo anche fare in modo sostenibile
cioè stabilendo noi i tempi, stabilendo i modi, stabilendo le priorità in base
al contesto, in base alle nostre possibilità",
ha
proseguito la presidente del Consiglio.
"Siamo
convinti – ha aggiunto – che sia però assolutamente necessario farlo
particolarmente in un tempo come questo, è tempo che l'Europa garantisca la
propria sicurezza da sola e non per fare un favore a qualcuno ma per non
dipendere da nessuno e quindi è una questione di sovranità ancora prima che di
difesa".
"Sul
post avevo detto che non sarei tornata sull'argomento e non torno
sull'argomento".
Ha detto la presidente del Consiglio
rispondendo a una domanda sull'ultimo post su di lei del presidente americano
Donald Trump.
"Per
quello che riguarda l'investimento politico, io non mi pento assolutamente di
nulla di quello che ho fatto.
Io ho fatto un investimento politico per
convinzione sull'unità dell'Occidente, l'ho rivendicato a 360°, non è una
strategia che ho messo in campo con l'arrivo di Donald Trump", ha
chiarito.
"L'ho
fatto con tutti gli interlocutori che ho trovato di fronte, chiaramente con
Donald Trump c'erano delle affinità, ci sono delle affinità su alcuni temi
della politica, per cui chiaramente ritenevo che potesse essere più semplice”.
Per
quanto riguarda gli scenari di guerra attualmente in corso, Meloni ha giudicato
come ottima la notizia che i negoziati fra Israele e Libano vadano avanti con i
colloqui a Roma.
Mentre
rispondendo a chi le domandava un commento alle parole del segretario generale
dell'Alleanza “Mark Rutte”, secondo cui l'offensiva statunitense in Iran della
scorsa notte era necessaria, ha detto:
"Non ero al tavolo delle trattative,
quindi non so dire quale sia la risposta giusta, non so quanto ci fosse o non
ci fosse margine per andare avanti sul negoziato".
Sul
fronte ucraino,
"l'Italia
proseguirà con gli aiuti militari all'Ucraina", ha assicurato. "Penso
che il ministro Crosetto stia facendo una valutazione in questo senso", ha
detto poi Meloni, annunciando che l'Italia lunedì sarà al vertice dei Volenterosi
a Parigi, "presumo con il ministro Tajani.
Al
sesto vertice in tre settimane e mezzo io passo.
Potete
scrivere tutti gli articoli che volete, ma non c'è alcun disimpegno
sull'Ucraina.
Ma
nemmeno posso permettermi un disimpegno sull'Italia", ha detto,
aggiungendo che poi martedì il presidente della Repubblica Sergio Mattarella
sarà a Parigi per la festa nazionale francese.
Le
riforme per un’Europa più
forte,
coesa e democratica.
Questionegiustizia.it
- Daniela Rondinelli – (10 maggio 2024) – Redazione – ci dice:
Per
rispondere alle sfide del nostro tempo, bisogna realizzare l’Europa unita e federale.
È fondamentale riformare i Trattati per una
governance più trasparente e democratica, con un bilancio rafforzato.
Inoltre,
materie strategiche come le politiche sociali, il fisco e l’energia dovranno
divenire di competenza europea per essere sempre più vicine ai bisogni di
imprese, associazioni e cittadini.
1.
Premessa / 2. Un nuovo modello istituzionale / 2.1. Superare il meccanismo di
voto all’unanimità in Consiglio / 2.2. Diritto di iniziativa legislativa al
Parlamento europeo / 2.3. Istituzionalizzare il Trilogo / 3. Più competenze
all’Europa. Sostenere la cittadinanza attiva per contrastare il deficit
democratico / 3.1. Competenze Ue / 4. Un progetto unico di proiezione esterna
dell’Ue / 5. La difesa dello Stato di diritto / 6. Conclusioni. Far coincidere
sogno e bisogni reali: realizzare l’Unione politica.
1.
Premessa.
La
pandemia e la guerra in Ucraina hanno messo in luce tutti i limiti del nostro
modo di produrre, lavorare, consumare e, più in generale, di vivere.
Ma
hanno anche dimostrato che il nostro modello di governance europea non era più
adeguato alle nuove sfide, che necessitavano di risposte immediate e incisive
per mezzo miliardo di abitanti, a condizione di preservare i valori democratici
e favorire la definizione di meccanismi di funzionamento istituzionale più
aperti e trasparenti.
Se, da
una parte, è fuori discussione che la crisi pandemica abbia portato l’Unione
europea a un bilanciamento delle politiche economiche e sociali, grazie a
strumenti innovativi come “SURE” e il “Next Generation EU,” finanziati
attraverso emissioni di titoli di debito pubblico europeo, è altrettanto vero
che la guerra in Ucraina ha reso necessaria una riflessione più approfondita
sulla necessità di un nuovo assetto politico-istituzionale dell’Unione europea.
Ritengo
che almeno quattro siano le aree interessate da una non più rinviabile riforma
dei trattati, incrociando le sfide storiche del completamento del processo di
integrazione europea.
In particolare, mi riferisco al consolidamento e
democratizzazione del processo decisionale, all’aumento delle competenze
dell’Ue per legiferare su materie sensibili e d’interesse diretto dei
cittadini, alla proiezione esterna dell’Unione europea e, infine, alla
ridefinizione di “cosa è l’Europa” e di “come si sta in Europa”.
2. Un nuovo modello istituzionale.
Dall’inizio
del mio mandato, ho ritenuto che la riforma dei Trattati fosse una necessità.
Le conseguenze della pandemia, aggravate dallo
scoppio della guerra in Ucraina e dall’ascesa dei nazionalismi, pongono
l’esigenza non più procrastinabile di un’Europa che funzioni con maggiore
agilità e fornisca soluzioni politiche quanto più rapide possibili a fronte di
problemi immediati e contingenti, ma senza tralasciare la visione di lungo
termine, come avvenuto con il Next Generation EU.
Dal
rafforzamento delle istituzioni europee passa la possibilità di difendere i
nostri valori e i nostri interessi nel mondo. Se vogliamo davvero avere
successo nelle sfide epocali del nostro tempo – quali la mitigazione e
l’adattamento al cambiamento climatico e la digitalizzazione, così come le
guerre in corso ai confini dell’Europa – dobbiamo adattarci al contesto
geopolitico, nel rispetto dei nostri valori, ma con sguardo lungimirante verso
il futuro.
2.1. Superare il meccanismo di voto
all’unanimità in Consiglio.
Per
avere una Europa più forte e più democratica, ma soprattutto per renderla
all’altezza del suo ruolo nel nuovo ordine mondiale, dobbiamo avviare un
percorso che miri a riformare i trattati europei, superando il meccanismo
dell’unanimità in Consiglio a favore di un meccanismo a maggioranza
qualificata.
Vanno,
quindi, sostenute iniziative che mirano a superare questo limite, come la
dichiarazione del 4 maggio 2023 sottoscritta da nove Stati membri, tra cui
l’Italia (ITA, SPA, BEL, FIN, FRA, GER, PB, LUX, SLO), volta a costituire in
Consiglio un «gruppo di amici del voto a maggioranza qualificata» in materia di
politica estera e sicurezza comune, su cui ancora oggi vige il diritto di veto.
Ma questo non basta.
Serve
creare un consenso politico forte dalla base, non solo per chiedere una
generica modifica dei Trattati, ma nell’ottica di una maggiore cessione di
sovranità, spiegando che “uniti siamo più forti”. Credo che questo sia un
pensiero chiave, molto caro al nostro Presidente Mattarella, quando invita
tutti i cittadini a «coltivare la democrazia».
2.2. Diritto di iniziativa legislativa al
Parlamento europeo.
Ma
questo potrebbe non bastare. Il superamento dell’unanimità va accompagnato da
un’altra riforma che considero prioritaria, ossia quella di una rimodulazione
del peso politico delle istituzioni europee.
Penso
in particolare al Parlamento europeo, il quale, sebbene abbia visto crescere il
proprio ruolo e la propria influenza negli ultimi anni, resta spesso
schiacciato tra la Commissione europea e il Consiglio.
Il
Parlamento europeo deve essere parte proattiva e centrale del processo
decisionale, attraverso un meccanismo che lo renda a tutti gli effetti
co-decisore.
Questo
modello si fonda sul riconoscere al Parlamento europeo il diritto d’iniziativa
legislativa, oggi esclusivamente in capo alla Commissione, la quale, dietro
oscure ragioni tecnico-giuridiche, si è spesso caratterizzata in questi anni
per aver pubblicato delle proposte di legge prive di valutazioni di impatto
oppure basate su studi vaghi, che non tenevano conto delle reali esigenze della
società civile organizzata e dei territori; alimentando uno scollamento tra
cittadini e istituzioni che ha portato a una crescente disaffezione e
diffidenza verso l’Europa.
2.3. Istituzionalizzare il Trilogo.
Questo
nuovo modello va altresì integrato dall’istituzionalizzazione del modello di
negoziato interistituzionale attualmente in vigore, il cd. “Trilogo”.
A
causa del suo meccanismo di porte chiuse, e quindi di una assenza totale di
trasparenza, esso non solo sminuisce il ruolo e il peso del Parlamento europeo
dinanzi alla Commissione e al Consiglio, ma spesso lo subordina a quest’ultima
costringendolo ad accettare testi legislativi senza una reale condivisione,
contribuendo ad acuire crisi di fiducia dei cittadini verso le istituzioni
europee.
In
questa direzione va quindi il lavoro che, insieme ai miei colleghi del Gruppo
dei Socialisti e Democratici, in coordinamento con le altre forze politiche
europeiste, abbiamo svolto durante questo mandato per stabilire una bussola che
sappia guardare con ambizione al nuovo assetto istituzionale e per impegnarci a
costruire una nuova Europa all’altezza delle nuove sfide.
La
recente risoluzione, approvata in plenaria a novembre 2023, con cui abbiamo
chiesto al Consiglio l’apertura di una convenzione per la riforma dei Trattati,
è stata segnata da due aspetti negativi.
Innanzitutto,
il voto contrario delle forze sovraniste e populiste, incluso ECR – il gruppo
politico a cui aderisce Fratelli d’Italia –, seguito da una risposta ancor più
sfacciata da parte del Consiglio, che ha semplicemente messo la richiesta in un
cassetto, in attesa delle prossime elezioni, senza cogliere la necessità
avviare un processo nuovo e di rilancio.
Nel
complesso, è prevalso un approccio distruttivo volto a minimizzare la
questione, recando un grave danno al progetto europeo. È assurdo anche solo
immaginare di poter affrontare sfide epocali come la digitalizzazione e la
transizione verde in solitudine. Così come non è più rinviabile un
rafforzamento dell’unica istituzione europea direttamente eletta dai cittadini.
Perché se il rafforzamento dell’Europa dipende dalla sua democratizzazione, è
altresì vero che quest’ultima passa da un ravvicinamento dell’Unione europea ai
propri cittadini.
3. Più
competenze all’Europa. Sostenere la cittadinanza attiva per contrastare il
deficit democratico.
Jean
Monnet, uno dei Padri fondatori, sosteneva che «l’Europa si farà nelle crisi e
sarà la somma delle soluzioni che si daranno a queste crisi».
L’interrogativo
fondamentale che dobbiamo oggi porci è se sia indispensabile attendere nuove
crisi, con tutto quello che esse comportano in termini di impatto politico,
economico e sociale, oppure se siamo in grado di recuperare e rilanciare la
visione dei Padri fondatori, e immaginare un’Europa del futuro davvero
“politica”, in grado di anticipare le sfide e governare i processi di
cambiamento.
E
questo ragionamento richiama, inevitabilmente, una riflessione sul tema delle
competenze dell’Unione, perché l’Europa è diventata, nel tempo, l’unica cornice
all’interno della quale trovare risposte ai problemi nazionali, europei e
globali.
3.1. Competenze Ue.
Mai
come oggi l’Ue deve presentarsi come un attore economico, politico e sociale
forte. Sono convinta che le sfide che il nostro continente deve oggi affrontare
non possono essere gestite né risolte singolarmente dagli Stati membri. Lo
abbiamo visto con la pandemia e lo stiamo vedendo con la guerra in Ucraina. Il
perfezionamento dell’Ue richiede un cammino progressivo di cessione di
sovranità in settori strategici.
Durante
la pandemia abbiamo tutti compreso la necessità di una politica sanitaria unica
a livello europeo. Senza di essa, andando oltre i vincoli previsti dagli stessi
Trattati, non avremmo avuto una gestione ordinata della crisi sanitaria –
penso, in particolare, all’acquisto e distribuzione dei vaccini.
Ma
altrettanto importanti sono le iniziative prese in materia di politiche sociali
e bilancio. Sempre durante la pandemia, grazie allo SURE, abbiamo pagato oltre
33 milioni di casse integrazioni in Europa (oltre 10 milioni solo in Italia) e
aiutato oltre 3 milioni di piccole aziende, di cui 850 mila solo in Italia. Uno
strumento fondamentale con cui abbiamo limitato gli impatti economici e sociali
della pandemia, ma anche posto le basi per il rilancio attraverso il Next
Generation EU: un nuovo grande “Piano Marshall”, ma che – questa volta – gli
Stati europei si sono dati da soli, senza l’intervento americano.
Con la
guerra in Ucraina, poi, abbiamo visto la differenza tra un sistema
agroalimentare già coeso e coordinato attraverso PAC e il settore dell’energia,
oggetto di 27 strategie energetiche nazionali diverse con altrettanti mix
energetici e fornitori differenti.
È
dunque chiaro che la nostra autonomia strategica non può prescindere da una
trattazione europea dei settori critici, ma altresì il nostro mercato interno
non può reggere la competizione globale e, contestualmente, difendere i nostri
valori fondanti se non adottiamo standard sociali e ambientali uniformi.
Un
discorso a parte concerne la governance economica che sovrintende a tutti
questi processi, che dovrebbe condurre a un bilancio comune e a un meccanismo
per rafforzare le risorse proprie sull’UE, liberando l’Europa dal giogo degli
Stati membri più ricchi e potenti. Inoltre, è necessario avviare una
riflessione seria su un maggiore coordinamento fiscale.
A
inizio mandato, Ursula Von der Leyen – in occasione dell’intervento con il
quale illustrò al Parlamento il suo programma – evidenziò due gravi fattori
distorcenti del mercato interno: il dumping sociale e quello fiscale. Se per il
primo si è portato a casa un risultato importante come la direttiva salario
minimo, nulla è stato fatto sul secondo.
Sul
fronte della direttiva salario minimo, ritengo rilevante richiamare il ruolo
centrale riservato alla contrattazione collettiva, sia come strumento di
fissazione dei salari, ma anche come fattore-chiave per lo sviluppo di un
modello di relazioni industriali moderno, proprio di una democrazia matura,
ponendo le basi per un’economia sociale di mercato in cui la ripartizione delle
opportunità e della ricchezza diventa volano per il benessere individuale e
collettivo.
4. Un progetto unico di proiezione esterna dell’Ue.
A
seguito della guerra in Ucraina, è tornato in auge il tema della sicurezza
comune europea. Un argomento centrale, ma che non può prescindere da un passo
avanti dell’Europa politica
. Nel
momento in cui – per fortuna – non sono ipotizzabili guerre tra Stati membri, è
chiaro che la politica di sicurezza si rivolge verso le minacce esterne e,
quindi, non può prescindere da una politica estera comune.
È
prioritario parlare a una sola voce, con chiarezza e autorevolezza, di fronte
alle grandi crisi geopolitiche, e per questo occorre innanzitutto un meccanismo
per fare sintesi.
Non
può esistere una Difesa comune senza Politica estera comune.
Altrimenti, si corre solo il rischio di un
riarmo frettoloso, costoso e scarsamente utile per le esigenze europee, che
rischiano di alimentare un arsenale militare enorme ma svincolato da una
governance comunitaria orientata alla costruzione della pace e al suo
consolidamento.
In
quest’ottica, un’altra sfida decisiva riguarda l’allargamento potenziale a 35
Stati, in cui siano inseriti i Paesi dei Balcani occidentali, l’Ucraina, la
Moldavia e la Georgia.
Anche nei giorni scorsi la Presidente Mestola
ha ribadito che, se da un lato è ormai inaccettabile mantenere lo status di
“Stati candidati” per oltre vent’anni, è altrettanto vero che la strada delle
riforme per allinearsi alle basi democratiche dell’Ue va necessariamente
accelerata e conclusa da tutti e senza ulteriori indugi.
Inoltre,
è altrettanto chiaro che l’ingresso di otto nuovi Stati membri farebbe
collassare la struttura economico-finanziaria che l’Ue si è data, per non
parlare di quella politica, ancora più precaria.
Per questo, è necessario procedere a una
revisione dei Trattati, come proposto dalla Presidenza Spagnola e, poi, ripreso
dalla Presidenza Belga, ripartendo – se necessario – dal ribadire cosa
significhi “essere Europa” e cosa comporti per uno Stato membro “farne parte”.
5. La difesa dello Stato di diritto.
La
Brexit ci ha insegnato che l’adesione all’Unione europea, così come il suo
progetto complessivo, non è irreversibile e si alimenta proprio della volontà
degli Stati membri e dei cittadini di animare i valori di pace e condivisione
di un unico destino a cui i Padri fondatori si ispirarono.
Ma non
solo. Ci hanno anche dimostrato che, con il passare del tempo, gli Stati
membri, per effetto delle politiche attuate dai rispettivi governi nazionali,
possono discostarsi dai valori europei mettendo a rischio l’impalcatura
istituzionale per tutta la nostra comunità.
È il
caso della Polonia di Morawiecki e, soprattutto, dell’Ungheria di Orbán.
Per
David Sassoli «l’Unione europea non è un incidente della storia», è frutto di
un sogno condiviso tra milioni di persone, così come la pace e la democrazia
sono valori irrinunciabili e identitari.
Ancora
più inaccettabili, in questi casi, sono stati i goffi tentativi di giustificare
chi sceglieva i giudici, chi silenziava media e opposizioni, impediva alle
donne di abortire o a una persona di esprimere in libertà il proprio
orientamento sessuale.
Per
questo, noi Socialisti e Democratici abbiamo strenuamente combattuto in questo
mandato non solo per scongiurare l’idea che l’Unione europea fosse un bancomat,
bloccando i fondi europei all’Ungheria, ma anche per rivendicare il principio
che i nostri valori e la nostra democrazia non sono negoziabili.
Soprattutto a seguito delle ambiguità rispetto
alla Russia di Putin.
6.
Conclusioni. Far coincidere sogno e bisogni reali: realizzare l’Unione politica.
La
grande sfida di oggi è completare l’Europa e renderla federale. Perché solo
un’Europa più politica, più unita e grande potrà avere un peso determinante
nello scenario globale, capace di affrontare in modo coeso le sfide che abbiamo
di fronte.
Ciò
che serve oggi è un’Europa sovrana nelle materie federali, come in politica
estera, difesa, politica monetaria, sociale ed economica, ma al contempo
rispettosa del principio di sussidiarietà.
Per nessuna di queste sfide basta più il solo
Stato nazionale. L’Ue è ormai l’orizzonte in cui vengono prese scelte
strategiche che hanno un impatto tanto nella quotidianità quanto nella
costruzione di lungo periodo.
Le
prossime elezioni europee sono, quindi, decisive e avranno una valenza storica
perché rappresentano il bivio tra la possibilità di un’Europa nuova, più grande
e più autorevole, oppure la sua progressiva disintegrazione.
Ma
attenzione. Le prossime elezioni rappresentano un punto di svolta non solo per
l’affermazione e il consolidamento delle prassi democratiche a livello
comunitario, ma anche nei nostri Stati membri, che ormai si alimentano dei
valori democratici che l’Unione europea richiama, con sempre maggior forza, su
questioni basilari come i diritti sociali e civili.
Pensando
ai valori ispiratori della Rivoluzione francese da cui sono poi nate tutte le
democrazie moderne (libertà, uguaglianza e fratellanza), credo che tutti noi –
decisori politici, accademici, rappresentanti della società civile e della
cultura, singoli cittadini – sapremo dare un futuro al sogno europeo solo
rilanciando la potenza immaginativa di cui esso è tuttora portatore, e le
opportunità individuali e collettive che ne discendono.
Se
sapremo alimentare e custodire i valori della libertà e dell’uguaglianza,
potremo ambire a realizzare anche la fratellanza, vero segreto del sogno
europeo:
essa
preconizza il principio “dell’unione nella diversità”, che non obbliga e non
comprime, creando sempre nuovi spazi e possibilità.
E
grazie alla quale possiamo rilanciare la partecipazione attiva e consapevole
dei cittadini:
al contempo destinatari e forza propulsiva di
una democrazia sana.
Il
progetto europeo può ancora
contrastare
la deriva dei “nuovi imperi.”
It.gariwo.net
- Maurizio Delli Santi – (8 maggio 2026) – Redazione – ci dice:
Il
monumento "Hommage aux Pères fondateurs de l'Europe" davanti alla
casa di Robert Schuman.
Le statue rappresentano i quattro fondatori
dell'Europa: Alcide de Gasperi, Robert Schuman, Jean Monnet e Konrad Adenauer.
Il 9
maggio, “Giornata dell’Europa”, non può prestarsi oggi a essere considerato
come una ricorrenza meramente celebrativa.
Si
tratta, piuttosto, di una data fondativa che sollecita una riflessione sull’attuale
crisi dell’ordine internazionale e sulle scelte da compiere sulla politica
internazionale contemporanea.
Il riferimento storico è alla Dichiarazione
Schuman del 1950, con la quale si avviò il processo europeo in una svolta
radicale: si superò la tradizionale logica conflittuale tra Stati puntando a
realizzare le prime forme di cooperazione istituzionalizzata (Giornata
dell'Europa - 9 maggio | Unione europea).
In un
contesto segnato dall’esperienza di due guerre mondiali devastanti, Robert
Schuman, Ministro degli Esteri francese, e Jean Monnet, economista e architetto
delle politiche di integrazione, delinearono un progetto fondato su una
progressiva cessione di sovranità, destinato a incidere sui presupposti stessi
delle relazioni interstatali.
Alla
visione politica di Schuman, orientata alla trasformazione della competizione
tra Stati in cooperazione stabile mediante istituzioni comuni, si affiancò
l’impostazione funzionalista di Monnet, incentrata sull’integrazione nei
settori economici strategici, come il carbone e l’acciaio, che erano stati fra
i principali fattori scatenanti delle conflittualità delle due guerre mondiali.
In tale prospettiva, l’istituzione della Comunità europea del carbone e
dell’acciaio (CECA) nel 1951 rappresentò il primo ambito di attuazione di
questo modello, incidendo sui rapporti tra Francia e Germania e contribuendo a
porre le basi per una stabilizzazione duratura delle relazioni tra gli Stati
partecipanti.
L’integrazione
economica veniva così a configurarsi come strumento di prevenzione del
conflitto, attraverso la creazione di vincoli giuridici e assetti istituzionali
condivisi.
L’avvio
di tale processo segnò un mutamento strutturale: la sicurezza e la pace
venivano progressivamente ricondotte non più all’equilibrio di potenza, ma a un
ordinamento fondato su cooperazione, interdipendenza e limitazione della
sovranità statale. In questo quadro, l’integrazione economica assunse una
funzione di stabilizzazione politica, consentendo di ricondurre tensioni e
conflitti entro meccanismi di regolazione comune: da allora i Paesi dell’Unione
europea di fatto non sono stati più travolti da conflitti armati al loro
interno. Il percorso trovò sviluppo nei Trattati di Roma (1957), che
istituirono la Comunità Economica Europea (CEE) e l’”Euratom”, segnando l’avvio
di un’unione sempre più orientata al progresso economico e sociale attraverso
l’eliminazione delle barriere interne. Su queste basi, l’integrazione europea
si è sviluppata attraverso tappe successive: dall’Accordo di Schengen
(1985/1995), che ha avviato la libera circolazione, all’Atto Unico Europeo
(1986/1987), che ha introdotto il mercato unico e iniziato a rafforzare il
ruolo del Parlamento europeo nel processo decisionale, fino al Trattato di
Maastricht (1992/1993), che ha istituito l’Unione europea, l’unione economica e
monetaria e varato la procedura di “codecisione”, ampliando in modo
significativo i poteri dell’Europarlamento come co-legislatore. Le riforme
successive, culminate nel Trattato di Lisbona (2007/2009), hanno infine
consolidato tale evoluzione, estendendo la codecisione alla maggior parte delle
politiche europee e rafforzando ulteriormente l’assetto istituzionale
dell’Unione e il suo ruolo nel sistema internazionale. L’integrazione europea
si è dunque progressivamente configurata attraverso l’‘approfondimento’ e
l’allargamento dell’Unione: i presupposti di fondo si sono consolidati in una
“comunità di diritto” diventata riferimento per l’intero spazio europeo con il
suo sistema dei diritti, anche in aderenza a modelli di giustizia sociale che
hanno attenuato squilibri e diseguaglianze sistemiche.
È
bene, dunque, partire da queste premesse per valutare l’attualità delle sfide
che attendono l’Europa. In primo luogo, non può omettersi che i movimenti
sovranisti e populisti insistono sull’accusa di eccessiva burocratizzazione e
iper-normativismo dei regolamenti europei. Si tratta però di una critica miope,
che trascura la possibilità di interventi correttivi e che l’Unione europea
rappresenta oggi il sistema normativo più avanzato al mondo nella limitazione
degli abusi di posizioni dominanti, nella tutela dei consumatori e in generale
nella regolazione dei mercati globali e delle piattaforme digitali. Vanno
ricordati per ultimi il GDPR sulla protezione dei dati personali, il Digital
Services Act (DSA) e il Digital Markets Act (DMA), con cui l’Unione ha
introdotto obblighi stringenti nei confronti dell’invasività delle grandi
piattaforme digitali e dei cosiddetti “gate keepers”, fino al recente AI Act,
primo quadro normativo organico sull’intelligenza artificiale adottato su scala
globale. La critica all’iper-normativismo europeo trascura dunque che proprio
la capacità regolatoria dell’Unione costituisce oggi uno dei principali
strumenti attraverso cui contenere concentrazioni oligopolistiche, asimmetrie
di potere economico e nuove forme di dominio tecnologico esercitate dalle Big
Tech e dai grandi attori globali dell’intelligenza artificiale. In linea
generale, l’Unione dei 27 rappresenta la più ampia costruzione dello ‘Stato di
diritto’ fondato su standard di legalità e giustizia sociale ancora unici nel mondo,
su cui non a caso si è costruito un processo di costante allargamento, cui oggi
guarda con interesse persino il Canada minacciato da Trump.
In
sostanza non va persa di vista la questione oggi centrale: l’Europa può ancora
rappresentare un modello politico da preservare e rendere attrattivo di fronte
a questa fase di profonda crisi dell’ordine internazionale. Gli scenari sono
noti: prima sono emersi gli squilibri della globalizzazione, poi la guerra
scatenata dalla Russia di Vladimir Putin contro l'Ucraina ha riportato nel
cuore del continente europeo la guerra di aggressione come strumento politico,
mettendo in discussione principi fondamentali del diritto internazionale quali
l'inviolabilità delle frontiere e la sovranità degli Stati. E mentre l'ascesa
globale della Cina si è costruita sul suo modello controverso di potenza
economica a scapito di standard produttivi sostenibili e libertà interne, oltre
che dei debiti sovrani degli Stati destinatari dei suoi investimenti, ancora il
mondo è sconvolto da logiche di guerra e derive autoritarie. Infine è arrivata
la torsione irreparabile dell’amministrazione statunitense guidata da Trump
rispetto al “Rule of Law” e al senso comune che si riconosceva nell’Occidente
liberale e democratico. È stata dunque tratteggiata in tutta evidenza la
crescente divergenza sugli indirizzi politici fondamentali tra Stati Uniti ed
Europa: le controversie sono maturate sulla gestione della guerra in Ucraina, i
conflitti a Gaza e in Cisgiordania, la pressione su Venezuela, Groenlandia e
Canada, fino alle tensioni in Medio Oriente e alla guerra in Iran.
Per
ultimo, la guerra commerciale ripresa sui dazi e l’insistente prospettiva di un
disimpegno americano dalla NATO - come contropartite alle riserve europee su
una guerra non condivisa come quella all’Iran - hanno accentuato il distacco
degli Stati Uniti dall’Europa, nonostante questa abbia sempre cercato la
condivisione tra i due poli dell’Occidente. È stata infatti la sostanziale
coesione di intenti e di valori il principio su cui si era basata la visione
transatlantica nei momenti più delicati della Guerra Fredda, nel contrasto tra
blocchi Est e Ovest, dopo il crollo del muro di Berlino e poi di fronte alle
minacce del terrorismo internazionale. Su questi fronti è bene smentire con
forza le accuse di “parassitismo” rivolte da Trump e dal suo entourage agli
europei, e va invece ribadita l’importanza del ruolo svolto dall’Europa nella
sicurezza globale, come ha dimostrato l’apertura data ai Paesi dell’est dopo la
fine dell’Unione Sovietica, e oggi con il sostegno alla difesa dell’Ucraina. E
si farà bene a ricordare che l’Europa non è mai venuta meno nell’assumere oneri
nella gestione delle crisi internazionali quando queste hanno riguardato
direttamente gli Stati Uniti: il contributo degli europei non è mancato proprio
l’11 settembre 2001, quando gli attacchi alle Torri Gemelle colpirono gli Stati
Uniti e non l’Europa. In quell’occasione la solidarietà europea si manifestò
con i fatti: per la prima volta si fece ricorso all’articolo 5 del Trattato
NATO, e Paesi come Germania, Francia, Italia, Spagna e Polonia si impegnarono
nella difesa dello spazio aereo americano e nel supporto operativo alle
missioni antiterrorismo in Afghanistan, Iraq e Siria, pagando anche il prezzo
di tante vite umane, con centinaia di caduti e feriti tra i militari europei.
Ecco
allora che il percorso storico partito dalla Dichiarazione Schuman va
reinterpretato sulle sfide attuali dell’Europa. Come sottolineato dal
Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nell’intervento all’Università di
Salamanca il 19 marzo scorso, occorre “ritrovare l’ambizione dei leader del
1951”, convinti che “il contributo che un’Europa organizzata e viva può
apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni
pacifiche”. L’Europa, in questa prospettiva, non è solo un attore economico, ma
un nucleo essenziale per la pace globale, coerente con il sistema della Carta
delle Nazioni Unite in cui la cooperazione internazionale si salda su tre
principi fondativi: il divieto dell’uso della forza, la sovrana eguaglianza
degli Stati e la promozione universale dei diritti umani (Intervento del
Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla cerimonia di consegna
dell’onorificenza accademica di Dottore Honoris Causa dell’Università di
Salamanca).
In
questa visione occorre perciò riconsiderare le critiche che in maniera
strumentale si sollevano sull’immobilismo e su una presunta irreversibile
divisione tra i leader europei. Il tema va rivisto in termini realistici,
considerando che in qualsiasi approccio multilaterale le posizioni divergenti
richiedono confronti e anche il tempo necessario perché su problemi complessi
si sviluppino la mediazione e i progressivi avanzamenti nelle intese. In questo
scenario di ridefinizione profonda degli equilibri internazionali, le posizioni
dei principali leader europei non vanno dunque interpretate su una linea di
frattura netta tra visioni incompatibili, ma piuttosto all’interno di un campo
politico attraversato ora da una forte tensione comune: la necessità di restituire
all’Europa una capacità strategica autonoma in un mondo che non è più garantito
né dall’ordine multilaterale del secondo dopoguerra né dalla prevedibilità
dell’alleanza transatlantica. A Emmanuel Macron va riconosciuto il merito di
aver sviluppato per primo questa traiettoria in modo esplicito attraverso il
concetto di “autonomia strategica europea”, intesa oggi da tutti gli europei
‘responsabili’ come esigenza ormai strutturale.
Nessuno
può più mettere in discussione la validità di quell’idea di fondo: dopo le
intemerate di Trump l’Europa non può più delegare la propria sicurezza agli
Stati Uniti, perché sono proprio questi a contribuire alla instabilità
permanente. La posizione di Macron - manifestata anche nella disponibilità a un
modello di difesa nucleare ‘europeo’ - è ormai condivisa da altri leader
europei sulla necessità di un’Europa capace di agire in uno spazio globale
attraversato dalla competizione tra grandi potenze. Così anche il leader
tedesco Friedrich Merz ha espresso questa svolta, insistendo sulla necessità di
un’Europa più autonoma sul piano della sicurezza e meno esposta alle
oscillazioni della politica americana. Non a caso, proprio la Germania è oggi
al centro di un significativo rafforzamento della propria postura strategica e
militare, nel quadro della “Zeitenwende” avviata dopo l’invasione russa
dell’Ucraina, con un forte incremento degli investimenti nella difesa, nel
riarmo e nella capacità industriale militare.
Una
traiettoria che si accompagna a quella già intrapresa dalla Polonia, divenuta
uno dei principali attori europei nell’espansione della spesa militare e nel
consolidamento del fianco orientale della NATO. Il punto non è una rottura con
l’Atlantismo, ma il suo riequilibrio interno: la NATO non può più poggiare su
una sola sponda strategica e la difesa europea deve diventare componente
strutturale della stabilità continentale. La deterrenza, in questa prospettiva,
non è un’alternativa al progetto europeo, ma la sua traduzione necessaria di
fronte alle minacce di altri che ragionano con logiche di potenza. Anche il
leader britannico Keri Stormer sta ridefinendo la post-Brexit riaprendo con
pragmatismo alla cooperazione rafforzata con l’Unione europea, soprattutto sul
terreno della difesa e dell’industria militare.
Lo
spagnolo Pedro Sánchez ha invece collocato la questione della sicurezza europea
dentro una dimensione più ampia, che intreccia stabilità internazionale,
governance multilaterale, progresso sociale e difesa dei diritti. La sua
impostazione è stata più marcata rispetto alle pretese di coinvolgimento di
Trump nella guerra in Iran, insistendo sul fatto che la sicurezza non può
essere ridotta alla sola dimensione militare, ma deve includere la tenuta
dell’ordine giuridico internazionale e la capacità dell’Europa di agire come
attore normativo globale. Ancora il presidente finlandese Alexander Stubb ha
espresso una prospettiva fiduciosa sul ruolo dell’Europa nel saggio “Il
triangolo del potere, Dall’egemonia dell’Occidente al nuovo ordine mondiale”:
nel “nuovo mondo del disordine” tra Occidente globale, Oriente globale e Global
South, in cui la competizione tra blocchi è sempre più fluida, l’Europa ha
necessità di sviluppare anche oltre le tradizionali alleanze la cooperazione,
guardando principalmente al Global South rispetto a chi propone nuovi domini.
Ed è stato netto sulla validità dell’ONU sollecitandone la riforma, su tre
obiettivi: 1) allargare il Consiglio di Sicurezza con altri 5 membri
permanenti, uno per l’America Latina, due per l’Africa, e due per l’Asia, più
altri 5 membri a rotazione; 2) eliminare il potere di veto; 3) sospendere il
voto agli Stati responsabili di violazioni alla Carta delle Nazioni Unite.
Per
quanto riguarda l’Italia valgono ancora le riflessioni di Salamanca del
Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Occorre ritrovare l’ambizione
dei leader del 1951”, convinti che “il contributo che un’Europa organizzata e
viva può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di
relazioni pacifiche”. Da qui il riferimento del Presidente alle finalità
assegnate all’Unione dall’articolo 3 del Trattato Unico: “La pace, la
sicurezza, lo sviluppo sostenibile della Terra, la solidarietà e il rispetto
reciproco tra i popoli, il commercio libero ed equo, l'eliminazione della
povertà e la tutela dei diritti umani, la rigorosa osservanza e lo sviluppo del
diritto internazionale, in particolare il rispetto dei principi della Carta
delle Nazioni Unite”. E l’ultimo monito rivolto alle giovani generazioni
europee, ma che dovrebbe valere soprattutto per i leader italiani di tutte le
parti politiche: “È missione che ci compete e che riguarda le nostre società, i
nostri ordinamenti. Distrarci oggi dalla sua applicazione significherebbe
tradire la nostra cultura, i nostri popoli, abdicare al ruolo dell’Europa
unita”.
In
questa lettura, ciò che emerge al di là delle differenze di accento è dunque
una convergenza sostanziale su un punto decisivo su cui anche l’Italia si è
unita a partire dalle Agende Draghi e Letta, ma soprattutto con le ultime
posizioni di cautela assunte da Governo e Parlamento su Groenlandia e Iran:
occorre porre fine all’illusione di un’Europa protetta da altri e senza che
possa essere attore del proprio destino. In questo quadro, il dibattito sul
passaggio del processo decisionale dall’unanimità a maggioranza, come
sull’articolo 42, paragrafo 7 del Trattato sull’UE (che dovrà definire il
meccanismo di solidarietà in caso di attacco a un Paese Ue) sul rafforzamento
del pilastro europeo della NATO, sul processo di adesione dell’Ucraina e sulla
costruzione di una base industriale della difesa comune non rappresenta più una
discussione teorica, ma il nucleo stesso della politica europea contemporanea.
Si tratta, in altri termini, della trasformazione dell’Europa da spazio
regolato a soggetto strategico, in cui comunque la dimensione giuridica non è
secondaria, ma rimane costitutiva. Anche le riflessioni del filosofo
recentemente scomparso Jürgen Habermas sul futuro dell’Europa, in questo senso,
mantengono una straordinaria attualità.
A
partire dal saggio fondamentale La costellazione post-nazionale (1999) fino al
contributo più recente For Europe (2025, Süddeutsche Zeitung) Habermas analizza
il tema specifico del rapporto tra Europa e i nuovi Stati Uniti di Trump. La
sua conclusione è stata netta nel sottolineare che l’Unione europea non può più
affidarsi passivamente alla protezione statunitense dopo che l’ordine
occidentale si è incrinato con il ritorno di Trump: di fronte alla perdita di
“coerenza normativa” degli Stati Uniti l’Europa deve reagire con un progetto
politico più autonomo per difendere i propri principi. L’Europa deve dunque
acquisire autonomia strategica, rafforzare la propria capacità di decisione
collettiva e costruire un’integrazione militare e politica effettiva, altrimenti
sarà trascinata dai conflitti e dalle logiche di potenza altrui. In questo
senso, per Habermas la costruzione europea rimane intimamente legata al suo
progetto originario di “costituzionalismo internazionale”, laddove solo
organizzazioni internazionali multilaterali possono garantire pace, sicurezza e
rispetto dei diritti fondamentali, superando logiche di potenza e
unilateralismo. In questa nozione di Europa, Habermas reintroduce la sua
concezione di “democrazia deliberativa”, fondata sul dialogo razionale, sulla
partecipazione pubblica e sulla ricerca condivisa di norme etiche e politiche,
fino ad interrogare le decisioni più profonde che plasmano il destino dei
popoli: da qui la configurazione di uno spazio europeo e globale di solidarietà
e cooperazione, legittimato da regole comuni e una responsabile partecipazione
non solo dei singoli Stati membri ma soprattutto dei cittadini europei e del
mondo.
In
buona sostanza, valgono allora alcune considerazioni conclusive. La prima
concerne la necessità di avere piena consapevolezza di ciò che l’Europa
rappresenta anche in termini di potere economico. Secondo i dati del Fondo
Monetario Internazionale e della Banca Mondiale relativi al 2025, il PIL
nominale degli Stati Uniti supera i 30.000 miliardi di dollari, quello della
Cina si colloca attorno ai 19.000 miliardi, mentre il PIL dell’Unione Europea
sommato a quello del Regno Unito supera complessivamente i 21.000 miliardi di
dollari. Il dato europeo peraltro è largamente superiore a quello della
Federazione Russa, il cui PIL nominale rimane attorno ai 2.000 miliardi di
dollari. A ciò si aggiunge il peso strutturale del mercato unico e del
commercio estero europeo, che continua a configurare l’Europa come uno dei
principali poli manifatturieri, industriali, tecnologici e finanziari del
sistema internazionale. È dunque su questa base economica e produttiva - e non
su una condizione di marginalità strategica - che l’Europa può realisticamente
sostenere un rafforzamento della propria capacità geopolitica e della difesa
comune, senza rinunciare ad investire in altri campi come il welfare e la
sanità pubblica.
Infine
rimane il punto centrale: non esiste oggi un meccanismo alternativo capace di
garantire ciò che è più necessario di fronte al disordine globale, ovvero un
quadro giuridico condiviso multilaterale, per quanto imperfetto, di legalità
internazionale, che solo l’Unione europea e l’ONU sono in grado di esprimere e
rinnovare su nuove basi. In questa prospettiva, il 9 maggio non rimane una data
commemorativa, o un monito astratto. Ricorda che l’Europa nasce come risposta
alla guerra non come sua ingenua negazione, ma come “costruzione” istituzionale
della pace e non sua semplice enunciazione. Oggi, in un mondo nuovamente
attraversato dalla competizione tra potenze, questa lezione può essere
rilanciata. Se il progetto europeo saprà assumere fino in fondo questa
consapevolezza, potrà ancora rappresentare la forma politica più appropriata in
grado di tenere insieme sicurezza e diritto, potenza e cooperazione, interesse
e giustizia.
Non
come eccezione storica, ma come possibile anticipazione di un ordine
internazionale meno cupo di quello che si sta delineando.
In
questo senso, l’Europa non è più una costruzione del passato, ma può
rappresentare ancora una risposta necessaria per il futuro dell’umanità.
(Maurizio
Delli Santi, membro dell'”International Law Association” e dell’Associazione
Italiana di Sociologia).
Meloni:
“Rispettiamo impegni Nato ma stabiliamo noi priorità”. Su Trump: “Non mi pento
di nulla.”
Startupbusiness.it
– (8 luglio 2026) - Autore – Redazione Adnkronos – ci dice:
(Adnkronos)
– Non si
pente di nulla per quanto riguarda il legame con gli Usa, non ha intenzione di
cambiare strategia e non intende tornare sull’ultimo post del presidente Trump.
Così la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nella conferenza stampa
conclusiva del summit Nato di Ankara. “Un breve ma intenso vertice, che assume
però particolare rilevanza in un momento nel quale lo scenario di sicurezza
globale muta con una rapidità estrema”, ha sottolineato.
“Il
vertice è chiaramente un’occasione per confrontarci con i colleghi, tanto sul
lavoro che abbiamo fatto fin qui quanto su come rendere l’Alleanza Atlantica,
che nasce come alleanza di difesa e di deterrenza, ancora più forte, ancora più
solida, maggiormente capace di rispondere alle sfide complesse del nostro
tempo. Credo che, in fondo, sia questo il messaggio più importante del vertice
di Ankara: la Nato è un’alleanza unita, consapevole delle sfide che ha di
fronte, determinata a rafforzarsi”, ha affermato.
“Ad
Ankara l’Italia siede al tavolo con una sola bussola, che è la difesa del suo
interesse nazionale. Per noi significa anche difesa del nostro sistema di
alleanze a livello internazionale, più sicurezza concreta per gli italiani, più
lavoro per le nostre imprese, rispetto per una nazione sovrana che continua a
fare la sua parte a 360 gradi per la solidità dell’Alleanza, per l’unità
dell’Occidente, con le sue priorità, con i suoi tempi, con la difesa dei suoi
interessi, ma anche con dignità e a testa alta”, ha detto Meloni.
“Quello
che noi mettiamo a disposizione della Nato è molto di più: fa dell’Italia un
fornitore di sicurezza e un alleato credibile.
Lo
dimostrano i quasi 3.000 militari italiani impegnati nei principali teatri
dell’Alleanza. Noi siamo la nazione della Nato che offre il maggior numero di
uomini e di donne nelle missioni in cui la Nato è impegnata.
Non
c’è una nazione che metta a disposizione più uomini dei nostri”, ha
sottolineato ricordando che “come ho ribadito in Parlamento, l’Italia si è
presentata a questo vertice con una percentuale del 2,8% del proprio prodotto
interno lordo investito in difesa e sicurezza, registrando un aumento dello
0,71% rispetto all’anno precedente.
Un
aumento che riflette questa concezione più ampia della sicurezza nazionale e
della resilienza strategica, perché vogliamo chiaramente rispettare gli
impegni, lo faremo, ma lo vogliamo anche fare in modo sostenibile, cioè
stabilendo noi i tempi, stabilendo i modi, stabilendo le priorità, in base al
contesto e in base alle nostre possibilità”.
“È
tempo che l’Europa garantisca la propria sicurezza da sola, e non per fare un
favore a qualcuno, ma per non dipendere da nessuno. È quindi una questione di
sovranità, ancora prima che di difesa”, ha aggiunto.
“Io ho
una strategia in testa e quella strategia è figlia di quello che, secondo me, è
nell’interesse nazionale italiano. E secondo me, nell’interesse nazionale
italiano ed europeo, c’è l’unità e il rafforzamento dell’unità occidentale.
Noi
pagheremmo più di chiunque altro, noi dell’Europa, nel momento in cui, ancora
oggi, abbiamo numerose vulnerabilità, una strategia diametralmente opposta.
Quindi faccio quello che io ho sempre fatto, quello che ritenevo fondamentale
per l’interesse nazionale italiano, e non ho cambiato idea su questo,
indipendentemente da come possano oscillare i miei rapporti personali”, ha
sottolineato la premier rispondendo a una domanda sul suo rapporto con Trump
dopo gli attacchi del presidente americano.
“La
mia strategia – ha ribadito – è sempre stata quella e rimarrà quella,
semplicemente perché è una strategia dettata dalla convinzione e non dalla
convenienza, che voi potete considerare elettorale.
E,
ripeto, mi siete testimoni, perché non è qualcosa che ci siamo inventati con
l’arrivo di Donald Trump.
Quindi no, non mi pento assolutamente di nulla
di quello che ho fatto”, ha rimarcato la premier.
Quanto
al ‘meme’ di Trump, che ha ‘sollecitato’ un ordine restrittivo per la premier:
“Per quello che riguarda il post, ho detto che non sarei tornata su questo
argomento e non tornerò su questo argomento”.
In
relazione all’investimento politico sul legame con la Casa Bianca “io non mi
pento di nulla di quello che ho fatto. Ho fatto un investimento politico per
convinzione sull’unità dell’Occidente.
L’ho
rivendicato a 360 gradi.
Non è
una strategia che ho messo in campo con l’arrivo di Donald Trump.
L’ho
fatto con tutti gli interlocutori che ho trovato di fronte.
Chiaramente
con Donald Trump c’erano e ci sono delle affinità su alcuni temi, dalla
politica dell’immigrazione alla cultura woke, per cui ritenevo che potesse
essere più semplice.
Le cose stanno andando come abbiamo visto, ma
non cambio idea su quale sia l’interesse italiano, perché le scelte che io
faccio non sono scelte dettate dal piccolo cabotaggio”, sottolinea Meloni.
“Credo
che l’Italia proseguirà” con gli aiuti all’Ucraina, “penso che il ministro
Crosetto stia facendo una valutazione in questo senso”, ha affermato ancora la
premier.
“Stiamo
facendo una valutazione complessiva su quelli che sono gli strumenti, ovvero i
vari modi che ci sono per sostenere l’Ucraina e, all’esito di quella
valutazione, ne scegliamo uno. Stiamo andando avanti nel nostro sostegno”, ha
aggiunto.
“Non
perdo la speranza sulla possibilità di un negoziato in Iran.
Credo
che finora l’opzione militare, in questo caso, non abbia portato dei risultati
così concreti e penso che bisogna insistere sulla capacità e sulla possibilità
di un negoziato.
L’Italia ovviamente sarà impegnata in questo
senso”, ha detto ancora Meloni.
Per
quanto riguarda lo Stretto di Hormuz, “abbiamo già detto che siamo disposti a
dare una mano, a fare la nostra parte, pur nella cornice che abbiamo più volte
ribadito e fatti salvi gli eventuali necessari passaggi parlamentari, anche
alla luce delle ultime pessime notizie sulla crisi in Iran”.
(Adnkronos.com
-Web Info).
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