L’Europa unita è il nulla.

 

L’Europa unita è il nulla.

 

 

 

«Non diamo per scontata l’Europa unita.»

Ilcittadino.it - Marco Zanoncelli – (13 giugno 2024) – Redazione – ci dice:

 

Resto convinto che ci stiamo un po’ troppo abituando all’esistenza dell’Europa comunitaria, a quella istituzione transazionale che è stata, senza alcun dubbio, una delle più grandi invenzioni politiche del dopoguerra.

Siamo una generazione che è nata e cresciuta con la comunità europea, che l’ha sempre sentita, nel bene e nel male, presente nelle proprie vite, che ha imparato a conoscerla, a criticarla o ad ammirarla, a percepirla come un dato fattuale della propria vita, come una costante e, ahimè, come una ovvia consuetudine.

 

L’Europa unita invece è stato un progetto, o forse sarebbe meglio dire un sogno, una visione ed una speranza che i padri costituenti hanno alimentato e poi realizzato non senza una buona dose di immaginazione e azzardo.

Pensare che nazioni che fino a pochi decenni prima si erano combattute atrocemente, potessero, ad un certo punto della loro storia, condividere interessi economici, sociali, politici e monetari è stata una scommessa tutt’altro che scontata.

Pur tra mille difficoltà, tentennamenti e regressioni, siamo diventati un unico grande continente, in cui è possibile circolare senza barriere, che può usare una sola moneta, che possiede un’unica carta valoriale frutto del ricchissimo passato culturale del Vecchio Continente, che possiede legislazioni comuni, diritti e doveri goduti in ogni angolo delle sue terre e soprattutto che garantisce una convivenza pacifica per tutti coloro che abitano i suoi confini.

 C’è ancora molto da fare?

 Certamente!

La strada per una vera e stabile integrazione è ancora molta, ma ogni tanto credo faccia bene guardarsi indietro per riconoscere ed onorare tutto quello che è stato raggiunto e realizzato.

 

In questi giorni siamo stati tutti stati chiamati a partecipare all’elezione del nuovo Parlamento Europeo:

 anche questa mi pare una novità straordinaria nella millenaria storia del nostro continente.

 Centinaia di milioni di persone eleggono all’unisono una camera legislativa che le rappresenta non come cittadini di singoli Stati ma come membri di un’unica comunità politico-culturale.

 

La sfida dell’Unione Europea è stata quella di tentare di tradurre in pratica un dispositivo semplice sulla carta ma impervio nella realtà:

 quello secondo cui i confini non delimitano spazi di ostilità ma soglie di incontro, quello secondo cui le differenze non divengono ragioni di conflitto ma bacini di ricchezza, quello che è capace di individuare nel comune passato storico e culturale le radici profonde e vitali della nostra coappartenenza e coesistenza.

 Difficile, penso, immaginare un progetto più ambizioso e, a suo modo utopistico: avete mai visto fratelli che in una famiglia si sono fatti la guerra fino a poco tempo prima, acconsentire di tornare a vivere sotto lo stesso tetto, accettando regole comuni e norme che, volenti o nolenti, limitano i propri spazi di libertà?

Ecco, questo è quello che è accaduto con il sogno europeo di Alcide De Gasperi e Altiero Spinelli, del francese Jean Monnet e Robert Schuman, del lussemburghese Joseph Beach, del tedesco Konrad Adenauer e del belga Paul-Henri Spaak e con loro di moltissimi altri.

 

Siamo una comunità politico-culturale che fonda la propria esistenza sui valori della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello stato di diritto e dei diritti umani. In un mondo sconvolto da violenze, guerre, dittature, discriminazioni e populismo, l’Europa Unita resta un segno concreto di speranza, frutto di quella cultura umanista che l’ha generata.

 

Come scritto nella sua Carta, la comunità europea si impegna a promuovere la pace, ad offrire libertà, sicurezza e giustizia senza frontiere interne, a conseguire uno sviluppo sostenibile, a proteggere e migliorare la qualità dell’ambiente, a promuovere il progresso scientifico e tecnologico, a lottare contro l’esclusione sociale e la discriminazione, a promuovere la giustizia e la protezione sociale, la parità tra donne e uomini e la tutela dei diritti del minore e a rispettare la ricchezza della sua diversità culturale e linguistica.

 

Nonostante gli innumerevoli tradimenti e fallimenti, che sono ahimè, sotto gli occhi di tutti, l’Unione Europea resta un grande sogno che ci sta davanti, un ideale, forse illusorio ed un po’ utopico, che è ancora capace di smuovere menti e cuori in questo tempo di passioni tristi.

 

 

 

Scuola di formazione politica 2024 / III giornata.

L'Europa è un bluff? Caracciolo:

via quel punto interrogativo.

Sussidiarietà.net - Lucio Caracciolo – (15 – marzo – 2024) – Redazione – ci dice:

 

 

«Non è mai stato e non è un soggetto politico». Per il direttore di Limes la crisi dell'egemonia americana deve però spingere a prendersi responsabilità.

La debolezza dell'Italia, paese di anziani.

 

La terza giornata della Scuola di formazione politica "Conoscere per decidere" 2024 ha avuto come protagonista il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, autore di una relazione dal titolo provocatorio: "L'Europa è un bluff?".

 Caracciolo ha confidato che di quel punto interrogativo avrebbe fatto volentieri a meno:

"L'Europa – ha detto – è un bluff, perché essa non è un soggetto politico per quanto si dica il contrario".

 

Ecco gli appunti della sua lezione (non rivisti dall'autore).

 

LA PRIMA IDEA DI EUROPA NEL CROLLO DEGLI IMPERI.

L’idea di una Europa soggetto geopolitico nasce dopo la Prima guerra mondiale quando grandi potenze europee si dissolvono (l’impero tedesco, quello austro-ungarico, quello russo, quello ottomano). Il primo a parlare di Europa come soggetto politico è stato Richard Coudenhove-Kalergi, che scrisse il libro Pan-Europa – Un Grande Progetto per l’Europa Unita pubblicato nel 1923.

 L’idea alla base era che dopo la guerra le nazioni europee, per contare ancora qualcosa dovevano mettersi insieme, dal Portogallo alla Polonia incluse le loro colonie nel mondo.

 

Il movimento pan-europeo che nacque da quella analisi era in realtà una sorta di club, frequentato da finanzieri, alta borghesia, intellettuali e solo qualche politico, con una radice massonica ed elitaria di carattere azionista.

 Per questa ragione il progetto naufragò.

 

L'EUROPEISMO DELLA GUERRA FREDDA.

L’europeismo che nasce invece dopo la fine della II Guerra Mondiale ha un’origine diversa, anche perché nasce dalla fine degli imperi coloniali.

Il nuovo paradigma è dato dai due nuovi e unici imperi che adesso dominano il mondo, quello americano e quello russo.

Personalmente sostengo che esista un forte nesso tra la nascita dell’europeismo e il contrasto americano alla Russia.

 Non è un caso che il blocco atlantico prenda il via con la nascita dell’Europa, perché gli Stati Uniti vollero creare un unico blocco Euroatlantico contro l’Unione sovietica.

 Le date infatti sono indicative:

 nel 1945 nasce il blocco europeo in funzione anti russa;

 nel 1947, viene ideato il Piano Marshall che deve ricostruire l’Europa, soprattutto economicamente ma anche militarmente;

 nel 1949 nasce infine la NATO, che è l’organizzazione militare americana-europea.

 

Un documento che noi di Limes abbiamo pubblicato rivela come il presidente americano Truman, incontrando i ministri degli esteri europei disse loro:

“Abbiamo un nemico che si chiama comunismo dobbiamo metterci insieme per contrastarlo”.

La prima comunità europea nasce negli anni 50, con una forte impronta francese per tenere la Germania sotto controllo.

Questo obiettivo fu perseguito fino alla riunificazione tedesca con l’approvazione dell’euro, ideato per eliminare il marco e contenere la Banca centrale tedesca.

In sostanza, l’Europa che nasce si configura soprattutto come un prolungamento della Francia.

 I motivi per cui i paesi entrano nell’Unione europea diventeranno sempre di più motivi di convenienza, ad esempio la Polonia che vi entra per avere fondi economici e militari americani per difendersi dalla Russia.

 

Noi vi siamo entrati perché la Francia spinse per il nostro ingresso, dato che non ha mai considerato l’Italia una nazione compatta, ma faceva comodo avere una piattaforma verso l’Africa.

 

NON UN SOGGETTO POLITICO.

Di fatto, a tutt’oggi nessuno sa cosa sia esattamente l’Europa e questo permette a chiunque di interpretarla come vuole e di allargarla non si sa fino a dove.

 

Ecco perché l’Europa è un bluff.

Non c’è nulla di misterioso in questo.

Basta pensare a come è nata per comprendere per quale ragione l’Europa non è mai diventata un vero soggetto politico.

 Quando qualche importante personalità viene in Europa non va mai a parlare con il presidente del Consiglio europeo o il presidente della Commissione, ma si reca direttamente dai singoli capi di Stato.

 

Il sistema europeo non può essere considerato un sistema democratico, perché non esiste un popolo europeo, non esiste nessun media europeo perché non si può parlare ai popoli come fossero una sola comunità.

Non esiste una difesa unica.

Sarebbe possibile solo con un disimpegno dell’America.

 

Europa e Alleanza atlantica.

Il ruolo degli Stati Uniti.

 

 CRISI AMERICANA, TEMPO DI RESPONSABILITÀ.

Tutta la diversità dell’Europa di oggi è resa ancor più difficile dalle guerre in corso e dalla crisi americana, che tra l’altro è una crisi identitaria.

La crisi degli USA obbliga i paesi europei per la prima volta ad assumersi delle chiare responsabilità.

 

L’America ha costituito di fatto una fascia di paesi che va dalla Scandinavia alla Bulgaria, come fascia di difesa anti sovietica, ma non è questa la visione dei francesi, dei tedeschi e degli italiani. Inoltre ci sono i paesi più o meno neutrali come Svizzera e Austria, anche se con la guerra in Ucraina la Svizzera si è adeguata alle sanzioni occidentali contro la Russia.

 Al Sud abbiamo un paese atlantico non europeo, la Turchia, che viaggia per conto proprio con l’idea di ricostituire il vecchio impero ottomano. Poi c’è la Gran Bretagna, che è uscita dall’Unione europea, ma è ancora decisamente atlantica e cerca di essere sempre un passo avanti con l’America.

 

Siamo davanti allo scontro finale fra occidente e Russia?

L’Italia se dovesse succedere non può fare niente perché non ha mezzi e possibilità di combattere.

 Il tipo di guerre che accadono oggi si basano sulla negazione del principio di realtà e quindi sono guerre fuori controllo.

Viviamo in un contesto frammentato.

 La linea maestra dell’Italia è stata sempre quella di seguire l’America.

Il problema è che oggi non si sa dove questa stia.

 Anche la Germania è in crisi dal punto di vista economico, commerciale ed energetico dopo aver chiuso i rubinetti del gas russo.

Ha perso il mercato cinese e ha perso la sua capacità di essere riferimento degli altri paesi europei.

Per noi italiani questo è molto grave visto quanto è importante il nostro export verso la Germania.

 

Nuova Atlantide N. 5 - Maggio 2022 / EUROPA

Europa.

 

 L'ITALIA DEGLI ANZIANI.

Quali sono i problemi italiani? Il primo è la demografia, cioè le poche nascite.

 L’età mediana degli itali tende ai 50 anni quindi le premesse di sostenibilità di uno stato sociale vengono a cadere.

 Poi c’è il problema migratorio, che pone la domanda se importare figli.

 A differenza ad esempio dei polacchi, gli italiani non hanno alcuna volontà e capacità militare, in quanto siamo un popolo di anziani, mentre la Polonia è un popolo giovane.

 

Questo significa che l’Italia non si può affidare ad altri, come è sempre stato con l’America, ma deve cominciare a prendersi delle responsabilità. Ad esempio con la costruzione di canali regolari di immigrazione con cui importare forza lavoro e integrarla nel nostro sistema.

In più in Italia si eleggono governi di colori diversi che poi fanno le stesse cose perché mancano le risorse economiche.

Per decenni, siamo resistiti nonostante il nostro enorme debito grazie al sostegno della Germania della Merkel, ma oggi i tedeschi sono stanchi di garantire questo nostro enorme debito.

 

BASE POPOLARE E POLITICA.

Oggi manca la politica. Inoltre, del bene comune europeo si hanno idee diverse.

Prendiamo l'Italia.

La gente comune non conta nulla se non si costituisce in forma politica che non siano minestroni.

 I partiti oggi sono cartelli elettorali costituiti da decine di liste civiche che non hanno consistenza.

 Ragioniamo come ripartire dalla politica. Andando nelle scuole vedo come i giovani hanno la consapevolezza di non potersi aspettare più niente da noi adulti e anziani.

 

LA LOGICA DI PUTIN.

Non penso che la logica di Putin sia pagante. Teniamo conto che la Russia si è sempre considerata grande potenza e allo stesso tempo soffre di senso di inferiorità.

Putin aveva cercato di allearsi con l’America, aveva chiesto di entrare nella NATO e gli hanno riso in faccia. Voleva entrare a far parte del mondo delle super potenze dopo il crollo dell’Urss ma gli è stato negato.

La guerra in Ucraina è in uno stallo.

Putin pensava di vincere in due settimane e non c’è riuscito.

Oggi non può mandare in guerra i giovani di Pietroburgo o di Mosca perché si rifiuterebbero, manda i russi “di periferia”.

Non ha risorse per fare altri attacchi, ha costituito quattro linee difensive nel Donbass e si è fermato là.

 La Russia vorrebbe mettersi d’accordo con l’America ed è probabile che questo accordo si faccia perché l’America considera la Cina il vero nemico e anche la Russia ha paura di finire sotto il dominio cinese.

 In ogni caso se il bilancio della guerra in Ucraina è negativo per la Russia, è catastrofico per Kiev.

 

NARRAZIONE AL POSTO DELLA REALTÀ.

La diplomazia si basa sul principio di realtà ma noi abbiamo trasformato la realtà in narrazione.

 C’è un problema culturale: nel momento in cui la politica cade raccontiamo cose false e diciamo che la guerra deve continuare.

 La Polonia è il paese più anti russo del mondo, ma si sta muovendo contro l’Ucraina per difendere il proprio export di grano.

 Una ricostruzione dell’Ucraina non è fattibile ci vogliono mille miliardi, troppi soldi.

E non ci saranno Piani Marshall per l’Ucraina.

 

 

 

Se avere un’Europa unita vuol dire

 diventare simili agli Usa, io dico no.

Ilfattoquotidiano.it - Luciano Casolari - Medico psicoanalista – (11 marzo 2025) -Redazione – ci dice:

 

Se avere un’Europa unita vuol dire diventare simili agli Usa, io dico no.

Unione Europea.

Tutti a dire che: “Ci vorrebbe l’Europa Unita!”, “Se ci fosse l’Europa Unita!”, “Facciamo una manifestazione per l’Europa Unita”.

 

Ma siamo sicuri che uno Stato sovranazionale europeo sarebbe così utile per la nostra vita?

Quegli aspetti di stato sovranazionale che possiede ora l’attuale Comunità Europea non sono tutti così edificanti.

In primo luogo è emersa nei decenni una volontà di potenza attraverso l’inglobamento di sempre nuove nazioni (a suon di euro elargiti).

 In secondo luogo esiste un senso di superiorità verso gli altri che non lascia per nulla tranquilli.

 “Noi siamo quelli giusti, noi siamo quelli bravi” sembrano sempre dire i capi delle istituzioni comunitarie.

 Se interveniamo in Kosovo e In Libia lo facciamo per motivi umanitari.

 Se ci fosse l’Europa Unita, che tanti vagheggiano, ora sarebbe immersa fino al collo in una guerra per annettersi il nuovo territorio Ucraino.

Qualcuno dirà:

sono i popoli, tra questi quello ucraino, che desiderano entrare liberamente in Europa.

 

In realtà, forse, desiderano le sovvenzioni europee che sono loro state promesse e se ne fregano bellamente delle idee europeiste.

Se Trump promette migliaia di dollari ai circa 50 mila abitanti della Groenlandia cosa diciamo?

Inoltre perché il popolo del Donbass deve valere meno di quello Kosovaro?

Non possono entrambi autodeterminarsi?

 In una futura, eventuale Europa Unita può succedere che vinca le elezioni un bullo stile Trump o un guerrafondaio, con figlio coinvolto, stile Biden.

Siamo sicuri di voler delegare a Von der Leyen la gestione di un’unione politica e militare quando abbiamo visto le magre figure ottenute sui vaccini (comprati per 4,6 miliardi di pezzi e gettati al macero per 2 miliardi con costo di 4 miliardi di euro) o sulle automobili (in due anni distrutte fabbriche europee con diktat sull’elettrico poi in parte rimangiato).

 

 

L’Europa Unita, a mio parere, ha senso solo se cambia i paradigmi di potenza che esistono ora nel mondo.

Dovrebbe essere uno spazio di coesione smilitarizzato sul piano offensivo, con un esercito solo difensivo (su questo punto ci sarebbe molto da discutere e capire come fare) che ripudia veramente la guerra come metodo di risoluzione delle controversie internazionali e che si pone in amicizia con gli altri popoli, indipendentemente dalle istituzioni che loro si sono dotati.

Soprattutto che non si atteggia a superiore, covando il retropensiero che tutti debbano in futuro dotarsi di istituzioni simili alle sue perché la convinzione è che questo modello sia il migliore.

 

Secondo alcuni studiosi, infatti, esportare la democrazia non è che un retropensiero ingombrante ed altezzoso.

Esportare la democrazia in Ucraina, forse in Georgia, fino a tutte le altre Repubbliche della federazione russa rischia di essere un esercizio supponente e destabilizzante.

 

Ognuno di noi in certi momenti della sua vita ha pensato che sarebbe così semplice mettere a posto il mondo:

basterebbe fare questo e quello.

Secondo lo psicologo “Alfred Adler”, la volontà di superiorità è una forza vitale creativa che spinge l’individuo a superare sè stesso ed esprimere la sua forza interiore.

Deriva, per contrapposizione, dal senso di inferiorità sperimentato in età infantile.

 Purtroppo può esprimersi anche sotto forma di dominio e imperio sugli altri per imporre quello in cui fermamente si crede.

 In positivo la volontà di superiorità è la forza che crea evoluzione e permette di trovare nuovi significati alla propria esistenza.

 In termini negativi diviene la spinta a credere che gli altri siano inferiori a noi perché non capiscono e a pretendere di redimerli, facendo cadere le istituzioni di cui si sono dotati perché inferiori alle nostre.

 

La manifestazione del 15 aprile a Roma per gli Stati Uniti d’Europa mi interroga.

Se il progetto – come sembra – di puntare a qualcosa di simile agli Stati Uniti d’America mi sento contrario, in quanto sarebbe frutto di un desiderio di potenza e di una supponenza occidentale:

noi siamo i migliori, i buoni e dobbiamo guidare il mondo recalcitrante.

 Se la futura Europa si pone l’obiettivo di voler dirimere le controversie e le guerre del mondo, decretando chi è aggressore e aggredito, senza valutare tutti gli antefatti e decidere chi sanzionare e chi no sarà solamente un quarto Impero (oltre a Usa, Cina e Russia) in rotta di collisione con gli altri.

Se invece l’Europa unita cambierà paradigma e si porrà come spazio culturale, sociale, economico e di fratellanza ne varrà la pena.

 

 

 

Iran, Mastaba Khamenei minaccia: “La vendetta per la morte di mio padre ci sarà, è richiesta dal nostro popolo”. Nuovo round di negoziati in Oman.

Ilfattoquotdiano.it – (11 Luglio 2026) - Redazione Esteri – Mondo – ci dice:

 

Trump sui social: “Mille missili pronti a colpire l’Iran se sarò ucciso". Draghici è in Oman per i colloqui.

Cbs: "Usa non parteciperanno."

Iran, Mastaba Khamenei minaccia: “La vendetta per la morte di mio padre ci sarà, è richiesta dal nostro popolo”.

Nuovo round di negoziati in Oman.

Fonti Usa: “Iran riconosce errore di aver colpito le navi a Hormuz”

L’Iran avrebbe ammesso che è stato “un gruppo di estremisti fuori controllo” a tentare di minare i negoziati di pace e la tregua colpendo le navi mercantili nello Stretto di Hormuz e provocando la reazione americana, secondo quanto affermato alcuni funzionari statunitensi alla CBS News.

“Loro (gli iraniani) sono tornati al tavolo delle trattative e hanno detto: ‘Abbiamo sbagliato. Abbiamo commesso un errore. Continuiamo a parlare'”.

Gli Stati Uniti vogliono che l’Iran dichiari pubblicamente che lo Stretto di Hormuz è aperto e si impegni a cessare di sparare contro le navi mercantili.

I funzionari americani interpellati da Cbs News precisano che la ‘confessione’ è stata fatta “in privato” da dirigenti iraniani ai “consiglieri di Trump”.

 “Se poi questa non è la posizione ufficiale di Teheran”, ha aggiunto un funzionario americano, questa non è la loro posizione, ha detto il funzionario, “per loro non sarà una bella giornata”.

“Siamo decisamente in una fase di attesa e osservazione “, ha affermato un altro funzionario.

Ma anche se gli iraniani avrebbero dichiarato agli emissari di Trump che gli attacchi alle navi sono stati orchestrati da un’entità deviata all’interno del loro sistema, intenzionata a minare l’accordo, l’amministrazione Trump – ritengono i funzionari sentiti da CBS News, sostiene che le navi siano state prese di mira per un altro motivo: gli Stati Uniti credono che la rotta meridionale dello Stretto di Hormuz, quella lungo la costa dell’Oman, sarebbe rimasta aperta in base al memorandum.

 Ma l’Iran è stato colto di sorpresa dalla rapidità con cui si muoveva il traffico – e dalla quantità di petrolio e gas che transitava attraverso la rotta meridionale – ed è per questo che avrebbero fatto marcia indietro.

 

Iran: “Su cessate il fuoco abbiamo mantenuto parola data”

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Draghici ha dichiarato sabato che Teheran ha “mantenuto la parola data” sul cessate il fuoco con gli Stati Uniti, dopo che Donald Trump ha insistito sul fatto che la tregua fosse finita, ma che avesse acconsentito a ulteriori negoziati con la Repubblica islamica.

“Finora l’Iran ha mantenuto la parola data, a differenza del ‘cosiddetto’ Segretario del Tesoro statunitense che sta violando il paragrafo 9 del Memorandum d’intesa”, ha scritto Draghici su X, riferendosi a una parte del memorandum d’intesa relativa al mancato dispiegamento di ulteriori forze statunitensi nella regione. Nel su post su X, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Draghici ha aggiunto che “non può esserci rispetto se non è reciproco “.

 Gli scontri tra Iran e Stati Uniti sono ripresi martedì scorso e sono stati i più significativi dalla firma, il 17 giugno, di un accordo volto a trovare una soluzione definitiva alla guerra iniziata il 28 febbraio con l’attacco israelo-americano all’Iran.

Donald Trump ha ribadito ieri che il cessate il fuoco era “finito“, pur accettando di proseguire i colloqui con Teheran. “La Repubblica islamica dell’Iran ci ha chiesto di continuare le ‘discussioni'”.

Teheran “non ha avanzato alcuna richiesta di questo tipo, si è affrettato a precisare il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, annunciando al contempo che Draghici si sarebbe recato in Oman per discutere dello Stretto di Hormuz.

Teheran consente un solo corridoio di navigazione, lungo la sua costa, ed esclude qualsiasi ritorno alla situazione prebellica, quando il passaggio in questo stretto, attraverso il quale transitava normalmente un quinto del commercio mondiale di idrocarburi, era libero.

Gli Stati Uniti hanno colpito l’Iran per due notti consecutive dopo aver accusato Teheran di attacchi a tre navi mercantili nello stretto.

 Per rappresaglia, l’Iran ha fatto fuoco contro i paesi del Golfo: il Kuwait, il Bahrein e il Qatar.

 

WSJ: “Usa pessimisti su accordo sul nucleare.”

L’amministrazione Trump ritiene che un accordo sul nucleare con l’Iran sia sempre più improbabile.

 Lo riporta il Wall Street Journal citando un funzionario dell’amministrazione, secondo il quale l’Iran dovrebbe rilasciare nelle prossime ore una dichiarazione pubblica per dire che lo Stretto di Hormuz è aperto e per impegnarsi a non sparare alle navi. Se non ci sarà una dichiarazione in questo potrebbero essere gravi conseguenze, ha aggiunto il funzionario dell’amministrazione. L’analisi sembra lasciar intravedere un possibile cambio di strategia per l’Iran.

 

 

Gli Usa all’Iran: “Chiarisca subito che Hormuz è aperto.”

Gli Stati Uniti hanno chiesto all’Iran, sia direttamente sia tramite mediatori regionali, di pubblicare entro sabato una dichiarazione pubblica che chiarisca che lo Stretto di Hormuz è aperto e un impegno a non sparare verso le navi commerciali che transitano nella zona. È quanto scrive “Axios” citando tre alti funzionari americani durante un briefing con i giornalisti.

L’amministrazione Usa sostiene che l’Iran ha violato il memorandum d’intesa firmato con gli Stati Uniti tre settimane fa sparando ripetutamente contro navi commerciali dentro e intorno allo Stretto di Hormuz.

 I funzionari statunitensi sostengono che il mancato rispetto da parte dell’Iran di un impegno così diretto solleva seri dubbi sulla sua volontà e capacità di attuare un accordo nucleare molto più complesso.

 I funzionari statunitensi si aspettano che l’Iran rilasci una dichiarazione dopo l’incontro in Oman.

“Vogliamo che dicano pubblicamente che smetteranno di sparare alle navi e che esplicitamente, o almeno implicitamente, riconoscano di aver sbagliato.

 Ci stiamo lavorando ora,” ha detto un funzionario statunitense.

“Ci aspettiamo che gli iraniani dicano che ogni passaggio dello stretto sarà aperto e che sarà senza pedaggi”.

Un secondo funzionario statunitense ha detto che ci saranno conseguenze severe se l’Iran si rifiuta.

“Se non sarà la loro posizione domani non sarà una grande giornata per loro”, ha detto il funzionario.

 

Usa: “Se l’Iran non fornisce la ‘polvere’ nucleare, non c’è accordo”.

Se l’Iran non fornisce la “polvere” nucleare, non c’è accordo. Lo ha detto un funzionario americano, secondo quanto riportato dall’agenzia Bloomberg.

 

 

 

L’Unione non si fa con

l’Europa delle nazioni.

Lavoce.info – (12 -luglio 2026) – Voce riportata dal 14 -05 -2019 -

(Greta Ardito e Mariasole Lisciandro il 14/05/2019 in Europee 2019, Unione europea.)

 

Troppo facile imputare all’Europa anni di decisioni mancate. Soprattutto se la responsabilità è dei singoli paesi, che con un sistema di veti incrociati possono paralizzare le riforme. Quando è l’Unione Europea a decidere, il meccanismo non si inceppa.

 

Come si decide in Unione europea.

 

L’Europa così com’è non funziona.

È uno slogan battuto dalle bandiere politiche più variegate, da destra a sinistra, che però nasconde gran parte della storia.

C’è effettivamente un’Europa che non funziona ed è quella delle riforme mancate e incomplete, quella degli interessi particolari degli stati, che non riesce a decidere e che quindi si ferma.

Ma l’Europa è anche fatta di meccanismi virtuosi, che hanno portato benefici tangibili nella vita dei cittadini.

Qual è quindi la discriminante tra l’Europa che decide e l’Europa che si arena?

 

La Ue è un meccanismo complicato, risultato di una storia complicata e ancora in divenire.

Si tratta di un’Unione imperfetta e soprattutto incompiuta che ha un margine di manovra ben delimitato dai Trattati, che ne stabiliscono rigorosamente obiettivi e campo di azione.

 

La funzione legislativa prende avvio dalla proposta della Commissione, organo indipendente e di controllo, ed è poi esercitata congiuntamente dal Parlamento europeo, che rappresenta gli interessi dei cittadini, e dal Consiglio, che invece tutela gli interessi dei singoli stati.

Nonostante il ruolo delle ultime due istituzioni sia formalmente paritetico, di fatto le regole di voto del Consiglio rendono molte volte la sua azione ostativa. Questo perché il processo decisionale del Consiglio prevede ampie maggioranze per l’approvazione degli atti legislativi e, in molti casi (tutt’altro che marginali), l’unanimità.

Spesso quindi i singoli stati si trovano fra le mani un sostanziale diritto di veto, che finisce per rallentare o addirittura bloccare il processo legislativo.

 

L’Unione che funziona…

 

Ciononostante, ci sono molti esempi da portare quando si parla di Unione europea che funziona.

Non a caso si tratta di settori in cui la Commissione ha competenze esclusive, come la politica commerciale comune e la politica della concorrenza, segno che quando gli stati membri delegano all’Unione, il processo decisionale è più snello ed efficiente.

La politica commerciale comune ha ottenuto risultati importanti non solo per l’Europa in sé, ma anche per lo sviluppo di un più libero commercio internazionale.

Attualmente la Ue è vincolata in 33 accordi commerciali e molti altri sono in negoziazione o in fase di ratifica.

Gli ultimi entrati in vigore sono quello con il Giappone e quello con il Canada, mentre altri sono stati appena siglati con Vietnam e Singapore.

Secondo la Commissione, grazie a tutte le iniziative europee di politica commerciale, circa il 76 per cento dei beni importati entra nella UE senza dazi, a beneficio dei consumatori europei che possono godere di prezzi più bassi.

 Il che ha consentito un risparmio pari a 60 miliardi all’anno a partire dagli anni Novanta.

 

Un fondo europeo contro le crisi: perché serve pensarci ora.

La politica della concorrenza è un altro esempio di Europa che funziona. La Dg concorrenza ha avviato molte azioni nel settore digitale, come le tre multe negli ultimi due anni a Google per abuso di posizione dominante e le indagini su Amazon, prima sugli accordi di distribuzione tra la società e gli editori ebook e più recentemente su un eventuale abuso di posizione dominante nei servizi di logistica.

Nei settori più tradizionali, l’ultima azione altisonante della direzione concorrenza ha impedito la fusione tra la tedesca Siemens e la francese Alstom (segno che anche i francesi e i tedeschi sono soggetti alle regole europee).

La fusione avrebbe infatti ridotto la concorrenza nel settore della segnaletica ferroviaria senza il contrappeso di una maggiore efficienza.

 

e quella che non sa decidere.

 

La politica migratoria è invece l’esempio più emblematico dell’impasse in cui ristagna l’Unione europea quando l’ultima parola spetta agli stati membri.

 L’Italia ha fatto appello più volte al sostegno dei partner europei per fronteggiare l’emergenza sbarchi, ma l’ultimo quinquennio è stato caratterizzato da molte occasioni perse.

 La più vistosa è la mancata riforma del “regolamento Dublino III”, secondo il quale il paese di primo ingresso in Europa è automaticamente responsabile per il trattamento delle richieste di asilo.

Dopo anni di negoziati, nel 2017 il Parlamento europeo aveva approvato una proposta di riforma assai coraggiosa, introducendo un sistema di quote per la gestione delle domande di asilo e condizionando i fondi europei al rispetto della responsabilità condivisa.

 Quel testo è stato respinto dal Consiglio europeo di giugno 2018, sotto la pressione del gruppo di Visegrad e con la sostanziale accondiscendenza del governo italiano.

Eppure, l’assenza di progressi su Dublino costituisce un rischio molto maggiore per i paesi più esposti a una ripresa delle migrazioni irregolari via mare, Italia compresa.

 

L’Unione bancaria pone problemi analoghi.

A sette anni dall’avvio, il bilancio è deludente: la realizzazione del progetto è lacunosa e incompleta, soprattutto per il nodo irrisolto del terzo pilastro, quello del Sistema europeo di assicurazione dei depositi, bloccato dai veti incrociati in Consiglio.

 Per realizzarlo, paesi come la Germania e l’Olanda vorrebbero introdurre limiti all’esposizione delle banche verso i titoli sovrani più rischiosi.

 Proposta fieramente avversata da altri paesi, con l’Italia in prima fila, restii a rivedere le regole senza un meccanismo di condivisione finanziaria dei rischi. La conclusione è inevitabilmente la paralisi.

 

Euro digitale, meglio tardi che mai.

Quale direzione per il progetto europeo?

 

In un clima di generale sfiducia nei confronti delle istituzioni europee, è essenziale distinguere ruoli e responsabilità degli organi comunitari da quelle degli stati membri, ricordando che il Consiglio rimane l’organo più forte e che le decisioni al suo interno richiedono spesso l’unanimità o quantomeno un ampio consenso.

Troppo facile imputare tutte le sciagure nazionali alla disfunzionalità dell’Europa, esentando i singoli governi da responsabilità vecchie e nuove.

 Guardando alle sole materie di cui l’Unione può occuparsi, l’esperienza di questi anni ha dimostrato che, nonostante le numerose proposte della Commissione e del Parlamento, i paesi membri non hanno saputo trovare un accordo su molte questioni decisive quando la palla era nella loro metà campo.

È vero che il metodo intergovernativo è stato usato per materie divisive per le quali una governance centralizzata avrebbe rischiato di creare risultati indesiderati per alcuni paesi.

Ma con l’ottava legislatura alle spalle, dobbiamo prendere atto che l’Europa delle nazioni e degli interessi particolari non funziona.

Ripensare l’Unione significa necessariamente ridurre le occasioni in cui il Consiglio decide all’unanimità e andare oltre il metodo intergovernativo. Altrimenti, ognuno per sé.

 

 

 

Il sogno di un’Europa unita

è fallito o non è mai esistito?

Liberopensiero.eu – editoriale - Redazione – (5 Marzo 2019 - Europa) – ci dice:

 

L’Europa è in crisi: crisi d’identità, di valori, di unità. L’Europa dovrebbe essere un sentimento identitario percepito in primis dagli europei nel reputarsi tali.

 Invece si antepone l’identità nazionale a quella sovranazionale. Invece aumentano gli euro-scettici.

 

Un sondaggio condotto dall’eurobarometro nel 2017 dimostra che

«il 43% degli italiani intervistati pensa che l’Italia abbia tratto beneficio dall’essere membro UE, il dato più basso di tutti i paesi europei».

A fronte di questo sondaggio il Presidente del Parlamento europeo “Antonio Tajani” ha dichiarato: «La percentuale di chi pensa che l’appartenenza all’Ue sia positiva è ancora troppo bassa».

 

Del resto, il poco entusiasmo percepito dai cittadini d’Europa nel ritenersi europei non è da biasimare.

 

Un’Europa unita solo quando conviene.

Dal trattato di Maastricht ad oggi il percorso per la libera circolazione di servizi, persone, merci e capitali ha avuto successo in chiave tecnico-economica, ma l’unità di valori e idee, la coesione solidale tra i vari Paesi, resta un’utopia e come ogni utopia è destinata a fallire.

 

Si chiama Unione europea:

 è unita quando in aeroporto non occorre mostrare il passaporto, è unita sugli accordi di libero scambio, sull’Erasmus, è unita quando si siede al tavolo della Corte per scrivere convenzioni per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e dell’individuo, ma quando si tratta di accogliere immigrati nelle proprie città, quando in ballo c’è il carico di problemi da dividersi e non il carico di soldi, poi l’unità europea diventa un tema bollente, inconveniente.

 

Se l’unità non conviene più, ci si può tirare fuori da questo girotondo di stelle gialle su sfondo blu:

 blu come quel Mediterraneo pieno di salme galleggianti che si sarebbero potute salvare se quelle stelle gialle non fossero rimaste immobili a guardare. La bandiera dell’Unione Europea, appunto.

 

Il nero, tuttavia, sembrerebbe una scelta iconografica più appropriata; il nero per il lutto dei migranti morti in Libia o in prossimità dell’Italia; il lutto per tutte quelle risoluzioni di cessate il fuoco (a partire dallo Yemen) rimaste lettera morta e annientate nella vendita occulta di armi dagli europei a Arabia Saudita, Emirati; il lutto per il silenzio e lo sviamento della Corte di Giustizia sul massacro di Srebrenica.

 

Il Garante della pace internazionale che non garantisce niente, però la CEDU ha un indiscutibile fascino, se non fosse che la linea dei capi di Governo che non stanno collaborando, ma si stanno omologando, procede nel verso opposto: nel verso del sovranismo belligerante.

 

Il dato caratterizzante l’Europa in questo momento storico è la preponderanza di governi di destra, conservatori, demo-cristiani e fascisti:

in Germania A. Merkel è espressione del CDU (partito conservatore e demo-cristiano);

 in Italia la Lega (partito di destra e conservatore);

 in Polonia Duda appartiene al partito Diritto e Giustizia (destra, conservatore, clericale); in Finlandia Sibila esponente del KOK (partito di centro destra liberal-conservatore);

 in Ungheria c’è Orban con Fidesz (partito populista, conservatore e cristiano), quello stesso Orban che ha dichiarato «Noi non crediamo nell’Unione Europea, crediamo nell’Ungheria e consideriamo l’Unione Europea da un punto di vista secondo cui, se facciamo bene il nostro lavoro, allora quel qualcosa in cui crediamo, che si chiama Ungheria, avrà il suo tornaconto».

 

Dilaga il nazionalismo, la chiusura delle frontiere e governi che inneggiano la costruzione di muri e non si è ben capito quale valore abbia, ad oggi, quel trattato firmato nel 1992.

 L’Europa lacerata su mille temi, l’Europa smaniosa di delineare i confini al proprio interno: un habeas corpus nazionale.

L’Europa sotto attacco, diffidente, che vuole proteggere gli usi e costumi nazionali dal nemico orientale e l’Europa smemorata quando non ricorda che dall’avvento del capitalismo è diventata la ruota di scorta degli USA.

 

La sfrenata deriva patriottica conduce nel baratro quel sogno della coesione tra popoli nello sviluppo materiale e morale. Tutti interessati al proprio tornaconto nazionale (Orban dixit).

 

L’Europa si dichiara guerra da sola: gli innumerevoli lati della barricata

L’entourage politico europeo è la vera spada di Damocle che ha tagliato la gola ai progetti dei Padri Fondatori. L’integrazione europea è andata a farsi benedire quando si è trasformata in unione doganale, interessata più ai bilanci economici che ai principi fondamentali. Comanda il Paese con l’economia più solida e alla Germania non dispiace di certo questo ruolo.

 

Tutti si sentono sotto torchio in questa unione forzata, ma di comodo. E il caso dei vertici del governo italiano i quali si destreggiano tra dichiarazioni del tipo “Il problema è l’Europa”, “Riformiamo l’Europa” e “Non vogliamo uscire dall’Europa” usate come jolly in base alle circostanze. Non è la coerenza che interessa ai governi, ma il mercato unico, la valuta stabile, il commercio. Ai cittadini è dedicata la parte della difesa dei diritti umani (impeccabile nella forma, apostata nella sostanza).

 

A Bruxelles emerge a chiare lettere l’identità dell’Unione: partiamo da Angelo Ciocca, eurodeputato della Lega che si sfila la scarpa e imbratta gli appunti di Moscovici; il Parlamento europeo contro l’Ungheria per “l’opzione nucleare”; Tajani contro Conte; Orban contro Soros e Juncker; Verhofstadt leader dei liberali dell’Alde) che accusa Conte di essere un burattino nelle mani di Salvini.

Eccetera, eccetera, eccetera. Un casino, una taranta. Il ballo degli indemoniati. Oggi si chiama dialogo interculturale.

 

Toni aspri anche tra Italia e Francia:

Di Maio ha trovato la causa dell’emigrazione africana ed è colpa della Francia e del suo “franco CFA”.

Incredibile, gli africani fuggono da una moneta!

Mica dai lager libici finanziati dall’Europa.

Dunque i 5 stelle hanno subito espresso solidarietà ai gilet gialli per amplificare il dissenso contro Macron, il leader francese così caro ai piddini, ed è subito un veloce susseguirsi di scontri diplomatici nell’arco di pochi mesi.

Perché tutta questa fretta e tensione?

 

23-26 maggio 2019: elezioni parlamentari europee. Alias mille escamotage per arruffianarsi l’elettorato.

 

Ubi maior minor cessat.

L’Unione europea doveva essere una coalizione tra Stati tra due blocchi imponenti quali il blocco sovietico da un lato e l’impero statunitense dall’altro.

 Oggi, invece, appare frammentata, debole e facilmente influenzabile.

Nelle fessure causate da terremoti e scismi diplomatici che caratterizzano l’Europa, si è insinuata l’America di Trump.

In particolare il 2018 è stato un anno di scontri e ripensamenti tra UE e USA. Ad agosto 2018 Trump nel corso di un comizio in West Virginia ha minacciato di imporre dazi del 25% sulle auto europee:

«Metteremo una tassa del 25% su ogni auto che arriverà negli Stati Uniti dall’Unione europea» (Cnbc). La situazione si risolse con la mediazione di Jean-Claude Juncker promettendo un maggiore acquisto di prodotti americani.

 

La corda USA-UE è tesa, continuamente sottoposti al rischio di una guerra commerciale.

 

L’altro guinzaglio a cui è legata l’UE è la NATO:

quell’alleanza militare istituita in difesa dalla minaccia sovietica (attualmente anacronistica) cui l’Italia devolve l’1,1% del PIL ovvero 20 miliardi all’anno, 56 milioni di euro al giorno.

Nonostante ciò Trump ha da ridire e dal suo piedistallo può permettersi di rimproverare i Paesi che non versano le tasse per finanziare missioni di opinabile “peace-keeping”, a partire dalla Bosnia Erzegovina, all’Afghanistan all’Iraq.

 Una NATO in controtendenza rispetto a quanto previsto dall’ONU e dalla stessa CEDU.

C’è un accanimento sull’analisi costi-benefici inerenti al TAV, mai una volta che questa analisi includa la possibilità di uscire dalla NATO.

 

Tirando le somme:

i sogni primordiali dei fondatori dell’UE sono rimasti inattuati in un cassetto sigillato a chiave.

I sogni, poi, si trovano a fare i conti con la realtà e la realtà è che l’Europa oggi risulta essere una clamorosa débâcle.

(Melissa Bonafiglia).

 

 

 

 

«Politicamente l’Europa non conta

 nulla», Gianluigi Paragone

alla cena dei Liberali Piacentini.

Ilpiacenza.it – (03 marzo 2025) – Redazione – Gianluigi Paragone – ci dice:

L’ex senatore ha presentato il suo ultimo libro "Maledetta Europa" al ristorante Olympia di Niviano.

Un'immagine dell'intervento di Gianluigi Paragone.

«Politicamente l’Europa non conta nulla».

È senza appello il giudizio di Gianluigi Paragone sul ruolo di Bruxelles nello scacchiere internazionale alle prese con la ricerca di possibili soluzioni per risolvere i conflitti medio-orientale e russo-ucraino.

 

Il giornalista e opinionista Tv (senatore nella XVIII legislatura) è intervenuto alla tradizionale cena dei Liberali Piacentini, sempre molto partecipata, che si è tenuta al ristorante Olympia di Niviano.

Conviviale che è stata anche l’occasione per presentare l’ultimo libro di Paragone "Maledetta Europa" (Sigh Books).

 

«Fa piacere – ha detto il presidente dell’Associazione Antonino Coppolino nel suo intervento di saluto – riuscire ad avere tanti amici vicino ai Liberali Piacentini».

 

L’ospite d’onore ha osservato come «oggi non contino più i fatti, ma la narrazione che di questi si fa, nella quale abbiamo perso la densità semantica e politica» e ha portato l’esempio della nota di Massimo Franco pubblicata dal Corriere della Sera di giovedì 27 febbraio, dove il giornalista parla della Gran Bretagna come fosse ancora all’interno dell’Ue:

 «Com’è possibile trattare della difesa europea con un Paese che ha scelto di stare fuori dall’Europa?»,

 si è chiesto Paragone, che venerdì 28 febbraio, su Libero, ha aspramente criticato il bilaterale Macron-Stormer sul modello di difesa europeo da collocare in Ucraina.

«Vogliono fare l’esercito europeo, che vuol dire?», ha affermato il giornalista lombardo rivolgendosi ai commensali e dando questa risposta:

 «L’Europa non è uno Stato e non ha confini e per questo non ha bisogno di un esercito.

 L’Unione europea ha sostituito la politica con la finanza (nascendo con la moneta), i governi con i mercati, i popoli con il capitale.

 Una Costituzione europea non fu mai scritta e il Trattato di Lisbona è stato imposto dall’alto (trattato bocciato, guarda caso, negli unici due Paesi che lo avevano sottoposto al giudizio del popolo) e la maledizione dell’Europa è questa: che è stata costruita dall’alto».

 

Difficile resistere ad un’offerta del genere.

Gianluigi Paragone ha quindi accennato all’illusione dei costituenti, che pensavano che con la Ue non ci sarebbero state più guerre.

 «Ora le guerre sono tornate, e con esse il problema dei confini. Per questo ci si trova davanti all’esigenza di avere un esercito. Ma si fa sempre tutto senza chiedere il consenso popolare».

 

L’opinionista ha speso due parole anche su Putin.

 «Ma voi davvero pensare che sia diventato "cattivo" all’improvviso?

 Nel 2008 aveva già fatto la guerra alla Georgia e poi è stata l’Europa che ha armato Putin attraverso le liberalizzazioni dell’energia.

 Nessun Paese più della Germania ha stretto rapporti negoziali e infrastrutturali con la Russia su gas e petrolio; nessuna nazione più della Germania ha beneficiato degli accordi con Putin.

Prova ne è il ruolo assunto dall’ex cancelliere Schroeder, pochi mesi dopo la staffetta con Angela Merkel, prima a capo del consorzio Nord Stream su indicazione di Gazprom per la costruzione sia del primo che del secondo gasdotto, poi come presidente del colosso petrolifero Rosneft.

 La Von Der Leyen era in quei governi tedeschi che firmarono tutti questi accordi: non si è accorta di nulla?».

(ilpiacenza.it/attualita/politicamente-l-europa-non-conta-nulla-gianluigi-paragone-alla-cena-dei-liberali-piacentini.html).

 

 

Dopo Trump, l'affondo di Musk:

"L'Ue va abolita". La replica:

"Sulle nostre regole decidiamo noi."

Rainews.it – (06/12/2025) – Trump, Musk, Crosetto e altri – Redazione – ci dicono:

 

Alle critiche sulla politica "autodistruttiva" dell'Europa, che per il presidente Usa la porteranno a "scomparire entro 20 anni", fa eco il patron di Tesla: "La sovranità torni agli Stati".

Crosetto: "Trump ha chiarito che l'Europa non gli serve."

 

Una profezia e un assist riportano in primo piano il duo Donald Trump e Elon Musk, che sulle questioni europee pare aver ritrovato sintonia. Sono stati mesi di basso profilo (inframezzato da accuse e polemiche reciproche) per il patron di Tesla, che in queste ore torna invece a occuparsi del Vecchio Continente.

Se per il presidente Usa “l'Europa è destinata a scomparire entro 20 anni”, per il miliardario ex capo del Doge (il "Dipartimento dell'Efficienza Governativa" nato su iniziativa della seconda amministrazione Trump),

 l'Ue "dovrebbe essere abolita e la sovranità restituita ai singoli paesi, in modo che i governi possano rappresentare meglio i loro popoli".

 

Musk lo ha scritto in un post su “X”, che arriva all'indomani della sanzione da 120 milioni di euro (per violazione del regolamento europeo che dal febbraio 2024 impone alle grandi piattaforme digitali nuovi obblighi di trasparenza e responsabilità sui contenuti) inflitta da Bruxelles alla sua piattaforma, la prima nel quadro del “Digital services act europeo”.

 E dopo la pubblicazione, da parte della Casa Bianca, del “Nuovo piano di Sicurezza nazionale” nel quale Washington dedica passaggi critici alla politica “autodistruttiva” dell'Unione.

 

La questione della “sovranità nazionale” è un tema aperto in Europa, che vede in primo piano l'Ungheria.

Per Orban le decisioni devono restare in mano agli Stati membri, specialmente su temi come migrazione, sostegno all'Ucraina e politiche economiche.

E il veto è stato lo strumento con il quale ha difeso questa posizione.

 

L'uscita di Elon Musk è una occasione da cogliere e Orban dice la sua: "L'attacco della Commissione a “X” dice tutto. Quando i signori di Bruxelles non riescono a vincere il dibattito, ricorrono alle multe.

Scrive su X- L'Europa ha bisogno di libertà di parola, non di burocrati non eletti che decidono cosa possiamo leggere o dire.

Tanto di cappello a Elon Musk per aver mantenuto la posizione". Sostegno al miliardario, ma non solo.

 

 

La profezia di Trump: “L’Europa si autodistrugge, entro 20 anni non esisterà più” (05/12/2025).

 

Orban: “I leader Ue preparano guerra, noi vogliamo restarne fuori”

Il premier ungherese ha affermato, durante una tappa a Kecskemét del tour” Digital Civic Circe”, che "La guerra non è lontana, i leader europei hanno già deciso: l'Europa andrà in guerra. Questa è la politica ufficiale, vogliono essere pronti entro il 2030".

 

Orban ha poi aggiunto che le elezioni parlamentari del 2026 saranno un punto di svolta per il futuro dell'Ungheria in un contesto di crisi internazionale crescente.

"Le elezioni del prossimo anno saranno le ultime prima della guerra," ha detto.

"Se abbiamo un governo sostenuto da Bruxelles ci trascineranno in guerra. Se avremo un governo nazionale, abbiamo ancora la possibilità di restare fuori".

Secondo il primo ministro, “l'Europa si trova ora nella fase finale di un'escalation bellica in quattro fasi: rottura dei legami diplomatici, trasformazione delle economie in modalità guerra, reintroduzione della coscrizione e preparazione allo scontro diretto”.

 

Le dichiarazioni di Orban e Musk arrivano in rinforzo all'avvertimento di ieri di Donald Trump: "L'Europa se non cambia rischia la reale prospettiva di cancellazione della sua civiltà".

Lo ha fatto svelando la nuova “National Security Strategy “- un documento di 33 pagine all'insegna dell'America First nel quale traccia le sue priorità in materia di politica estera, definendo l’Europa come un continente "in difficoltà economiche per via delle sue regolamentazioni soffocanti.

Con una natalità in caduta libera, la "censura della libertà di parola", un’immigrazione senza controlli e "aspettative irrealistiche" sulla guerra in Ucraina.

 

Una visione che ha generato polemiche nel Vecchio Continente e la reazione di Bruxelles.

La premier Meloni in linea con Trump: l'Europa si difenda da sola.

(05/12/2025).

Bruxelles: “Alleati più forti insieme” ma “sulle nostre regole decidiamo noi.”

"Quando si tratta di decisioni che riguardano l'Unione europea, queste vengono prese dall'Unione europea, per l'Unione europea, comprese quelle che riguardano la nostra autonomia normativa, la tutela della libertà di espressione e l'ordine internazionale fondato sulle regole".

Lo riferisce un portavoce della Commissione Ue in risposta alla strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

"Il partenariato transatlantico è unico e, come sempre, gli alleati sono più forti insieme", evidenzia.

 

Il post di Crosetto: “Trump ha esplicitato che l'Europa non gli serve.”

"Gli Usa hanno in corso una competizione sempre più difficile, complessa e dura con la Cina e ogni loro atto, decisione, comportamento, deve essere letto in questo scenario. Trump ha semplicemente esplicitato che l’Ue gli serve poco o nulla in questa competizione", scrive su “X” il ministro della Difesa Guido Crosetto.

 "La traiettoria della politica americana era evidente già prima dell’avvento di Trump che ha soltanto accelerato un percorso irreversibile".

 

"Da 3 anni, in privato, incontri, riunioni dei ministri, interviste, dico ciò che ieri è stato codificato nella Strategia di Sicurezza Nazionale USA e cioè che il rapporto con l’Ue sarebbe mutato e che le garanzie di difesa regalate dopo il ‘45 sarebbero finite velocemente.

 Era chiaro, evidente.

Con una tempistica più accelerata di quella che temevo (pensavo concedessero 2/3 anni in più) è accaduto ciò che era previsto".

 

L'Europa "non ha risorse naturali particolarmente rilevanti o utili", "sta perdendo la competizione sull’innovazione e la tecnologia", "non ha potere militare" ed "é piccola, lenta e 'vecchia' rispetto "ai nuovi attori del Mondo": sono questi i motivi alla base della scelta americana.

 

Interviene il leghista Borghi, è botta e risposta via social.

A stretto giro, arriva la risposta del senatore della Lega, sempre via social: "Pensa un po', dove tu in quel rapporto leggi che noi abbiamo bisogno di più armi da comprare insieme alla Ue io leggo che la Ue deve essere smantellata per poter tornare a crescere come Italia. E quello sì l'abbiamo sempre detto davvero", scrive Borghi con tanto di emoticon di una faccina sorridente.

 

Risponde Crosetto:

"Pensa un po' se non riesci a capire nemmeno un tweet in italiano come avrai capito il rapporto in inglese.

 Indipendentemente dal giudizio su tutti gli errori fatti come Ue che, come sai benissimo, non ho mai mancato di rimarcare".

 

Chiude lo scambio un post di replica di “Borghi”:

"Eppure mi sembra chiaro...

E   guarda che per me il riarmo nazionale non è mai stato un tabù.

Qui però siamo di fronte a qualcosa che va al di là dello sconto sul carro armato.

Può essere la fine di quel mostro antidemocratico che ci opprime da decenni.

Non sprechiamo l'occasione".

 

Fatta l’Europa, ora bisogna

fare gli europei: l’Ue al bivio

si gioca la sua unità.

Ilfattoquotidiano.it - Renzo Rosso, Idraulico insigne – (27 gennaio 2026) – Redazione - ci dice:

 

Una narrazione comune. Ogni nazione possiede i propri miti fondativi, i propri eroi, le proprie date simboliche. L’Europa fatica a costruire un immaginario collettivo.

Fatta l’Europa, ora bisogna fare gli europei:

 l’Ue al bivio si gioca la sua unità.

Unione Europea.

“Purtroppo si è fatta l’Italia, ma non si fanno gli italiani” pare lamentasse Massimo d’Azeglio.

 Era stato presedente del Consiglio del Regno di Sardegna e, nel 1860, fu il primo governatore della Provincia di Milano dopo l’unificazione. Massone e cattolico, patriota e federalista, morì nel 1866 dopo aver colto con lucidità profetica il divario tra istituzioni e identità collettiva.

 

A oltre sessant’anni dai Trattati di Roma, possiamo applicare la medesima riflessione al progetto europeo.

 Abbiamo costruito una Europa istituzionale, senza forgiare una coscienza europea condivisa.

Una costruzione basata quasi esclusivamente su dogmi economici neoliberisti, sul modello finanza-capitalista dell’America reaganiana e post reaganiana.

 L’Europa delle istituzioni, soprattutto finanziarie, non dei popoli.

 

L’Unione Europea è un esperimento politico senza precedenti:

una unione di Stati sovrani legati da trattati, regolamenti e direttive. Abbiamo una moneta comune, un parlamento eletto, una bandiera e perfino un inno.

E l’anomalia di una lingua comune, l’inglese, che non appartiene a nessuno dei 27 stati.

 Quando i cittadini si interrogano sulla propria identità, rispondono quasi invariabilmente di essere francesi, tedeschi, italiani o polacchi.

 L’aggettivo “europeo” rimane un’appendice burocratica, privo della carica emotiva che accompagna l’appartenenza nazionale.

 

Le cause di questa mancata costruzione identitaria sono molte. In primis, l’Europa è stata edificata sull’economia:

 il mercato comune, la libera circolazione, l’unione monetaria, la concorrenza.

 La dimensione culturale e politica è subalterna, quasi accessoria. Inoltre, c’è un enorme deficit democratico:

le istituzioni europee sono distanti, tecniche, incomprensibili ai cittadini. E, soprattutto, le decisioni importanti nascono senza un mandato popolare diretto ed esplicito.

Bruxelles è percepita una capitale straniera, non il cuore di una patria condivisa.

Strasburgo: una costosa assurdità.

(India-UE verso accordo sulle tariffe, svolta miliardaria per l’auto europea).

Manca del tutto una narrazione comune.

Ogni nazione possiede i propri miti fondativi, i propri eroi, le proprie date simboliche.

 L’Europa fatica a costruire un immaginario collettivo che trascenda le singole storie nazionali.

 Il 9 maggio, Festa dell’Europa, passa del tutto inosservato, mentre le ricorrenze nazionali mantengono intatta la loro forza evocativa.

 

Questa distanza è aumentata vertiginosamente con la pandemia e, poi, con la guerra ucraina.

 Durante la pandemia, furono cubani e russi i primi ad aiutarci in modo concreto e umano, non i fratelli dell’Unione.

La russofobia non è un sentimento condiviso ma divisivo.

Non basta dire al popolo europeo che “sta per essere attaccato e accusare i pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre il proprio paese al pericolo.

Funziona sempre, in qualsiasi paese” (cit. Herman Göring).

È velleitario ostinarsi a pensare che possa funzionare con gli europei senza identità.

Oggi l’Europa si trova di fronte a un bivio. Può costruire con la guerra ciò che la finanza non è stata in grado di costruire. Può cedere alla tentazione di creare la propria identità sulla logica antica della contrapposizione militare, rinnegando sé stessa. Oppure può tentare la via più difficile: dimostrare che un’identità collettiva può nascere dalla pace, dalla cooperazione, dalla condivisione di valori. Sarebbe una rivoluzione antropologica, un superamento della tragica lezione della storia.

 

D’Azeglio sapeva che le nazioni non nascono dai decreti né dalle direttive, ma dalla paziente tessitura di legami simbolici, linguistici ed emotivi. La lunga pace del dopoguerra ha prodotto un barlume di identità italiana, a forza di televisione in lingua italiana, di Festival di Sanremo della canzone italiana, di vittoria della nazionale italiana di calcio, festeggiata da un partigiano come Presidente. Assai più delle guerre coloniali e delle due guerre mondiali.

 

L’Europa, se vorrà sopravvivere come soggetto geopolitico, dovrà finalmente imparare a fare gli europei.

 Come scrisse Kant nel suo “Progetto per la pace perpetua” (1795) la vera sfida non è vincere le guerre, ma renderle obsolete.

 L’Europa, se saprà fare gli europei senza bisogno di campi di battaglia, avrà compiuto un miracolo politico senza precedenti. Scegliere il campo di battaglia, invece, potrebbe condurre alla disgregazione della Unione e, se penso ai miei frattali, produrre effetti cascata in parecchi stati nazionali.

 

 

 

L’Ue è un’opera incompiuta:

non possiamo attendere oltre,

serve una nuova Resistenza europea.

Greenreport.it – (12 luglio 2026 – dal 15 Dicembre 2025) – Redazione Green Report – ci dice:

 

Ospitiamo un appello proveniente dalla società civile al Governo Italiano, in vista del prossimo Consiglio Europeo del 18-19 dicembre.

Di Redazione Green Report (15 Dicembre 2025).

 

Noi europei crediamo che il futuro del nostro continente debba essere costruito sulla liberta, sulla democrazia e sulla solidarietà, come immaginato a Ventotene nel lontano 1941, e che solo una vera Unione europea capace di agire possa contribuire al “Governo pacifico del Mondo”.

 

Ci troviamo, invece, ad affrontare uno dei momenti più bui dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Alla diretta minaccia imperialista russa si è aggiunta quella americana. Oggi è in discussione l’esistenza stessa del progetto di Unita europea. Sono in pericolo decenni di lotte per creare la prima democrazia sovranazionale della storia, mentre assistiamo impotenti alle picconate inferte alle istituzioni e al diritto internazionale.

Pur con tutte le contraddizioni, i ritardi e le speranze incompiute di essere all’altezza dei valori che abbiamo sancito nei Trattati e nella Carta europea dei diritti, siamo ancora il posto nel mondo in cui democrazia, welfare e Stato di diritto resistono, nonostante i tentativi di destabilizzazione che arrivano da chi, dentro e fuori l’Europa, ci vorrebbe divisi e impotenti.

È verso una promessa di rilancio, di riscatto e di speranza, rappresentata dal progetto di unita europea, che guardano i popoli in Ucraina, Georgia e Serbia.

 

Difendere l’Unione europea oggi, riconoscere che questa è la battaglia principale che, come europei, dobbiamo combattere per poter riaffermare una visione del mondo che ripudia l’imperialismo e la guerra, non significa difendere alcuno status quo, ma chiedere che le nostre istituzioni funzionino.

Dobbiamo batterci per un’Europa in grado di agire.

 

L’Unione europea è un’opera incompiuta.

Abbiamo costruito organismi comuni, fatto passi fondamentali per l’integrazione dei nostri mercati, creato reti di cooperazione che hanno reso possibile una convivenza senza precedenti tra popoli che per secoli si sono fatti la guerra.

Eppure, di fronte alle sfide del nostro tempo (mutamenti tecnologici rapidissimi, pulsioni autoritarie, crisi climatiche, disuguaglianze crescenti, tensioni geopolitiche e il rischio di nuove escalation militari), l’Unione mostra tutti quei limiti strutturali che ne impediscono il funzionamento.

 

Non possiamo attendere oltre e dobbiamo pretendere di essere rappresentati da un vero soggetto politico europeo pienamente democratico.

Non possiamo più essere ostaggio del “potere di veto” degli Stati nazionali.

Serve una nuova Resistenza europea per reagire, da un lato, alle tecno-oligarchie digitali e, dall’altro, agli imperi che vogliono spartirsi il Vecchio continente.

Non si tratta però di fomentare una nuova forma di nazionalismo, ma di immaginare un nuovo progetto di comunità politica, aperta al resto del mondo e fondata sulla convivenza e su11’accettazione della diversità e del dialogo con le altre culture.

 

L’Unione europea è infatti l’esempio più concreto di come si possano superare gli egoismi nazionali per costruire una democrazia cosmopolita.

Per questo, l’Europa può e deve contribuire al rafforzamento e alla democratizzazione delle organizzazioni internazionali, a partire dal1’ONU, e quindi alla costruzione della pace globale.

Oggi per permettere che si realizzi una “pace giusta”, in Ucraina, come in Palestina e Medio Oriente, serve un’Europa libera e unita, capace di agire e di parlare con un’unica voce sul piano internazionale.

 Serve un’Unione dotata di una “autonomia strategica” in tutti gli ambiti, da11’energia alla politica ambientale, e anche in termini di politica estera, di difesa e di sicurezza comune, in un orizzonte di “costruzione della pace” a salvaguardia dei diritti e delle libertà a livello europeo e mondiale.

 

Solo con un vero bilancio europeo, dotato di risorse proprie, potremo occuparci di inclusione, di sicurezza sociale e di una difesa comune, così da non togliere risorse dal bilancio pubblico degli Stati nazionali destinate al welfare.

Divisi in piccoli Stati saremo travolti, mentre uniti possiamo ancora decidere del nostro futuro e dare una speranza di pace al mondo, in alternativa alla lotta tra grandi potenze o al nuovo equilibrio fondato sul terrore e sullo sfruttamento che ci vogliono imporre.

Come diceva Spinelli, “l’Europa non cade dal cielo”: tocca a noi europei battersi per realizzarla! È questo il tempo di mobilitarci in ogni modo possibile per un’Europa libera, unita e democratica, che non è un casuale incidente della storia ma la comunità di destino in cui ci riconosciamo.

Con lo sguardo volto al cruciale appuntamento della prossima settimana, la riunione dei Capi di Stato e di Governo nel Consiglio europeo del 18-19 dicembre, chiediamo al Governo italiano di promuovere un’iniziativa coraggiosa per ribadire che il posto dell’Italia è in un’Europa libera e unita, capace di fornire le necessarie garanzie di sicurezza all’Ucraina e di offrire una concreta prospettiva di pace a un mondo diviso dalla logica violenta degli imperialismi.

 

‘Noi Europei’ è un gruppo di cittadini e attivisti preoccupati per il futuro dell’Europa, impegnati in contesti diversi per costruire un’Europa federale e un mondo più libero e unito.

Noi europei.eu”.

 

 

 

Attualità Europa.

Cosa fa l’UE per me?

Heraldo.it – (5 giugno 2026) – Heraldo - Articolo di Davide Sabbadin uscito su “Vez.News”, partner di Heraldo – Redazione – ci dice:

 

 

Ma, a ben vedere, cosa fa di preciso l’Unione Europea per me?

 La domanda non è peregrina.

Quante volte ci siamo imbattuti, che so, in un vecchio zio che al pranzo di Natale ci dice che, a guardare bene, staremmo meglio se fossimo un paese fuori dall’UE?

 O la cugina espertissima di social che dice che tanto l’UE succhia solo soldi e non ci dà nulla in cambio?

O ancora l’amico saputello che al bar tiene banco con lo “spriss” (rigorosamente con la esse) e la teoria che le nostre tasse vanno solo a finanziare gli amici di Orban.

E via così.

Di episodi di questo tipo, sono certo, ve ne sono capitati e ve ne capiteranno.

 E la legge di Murphy vuole, che quando vi capitano, non vi venga in mente niente di concreto da dire.

Nessun esempio.

 

Non dico che non ci proviate, che io non ci provi, a ribattere.

Ma spesso finiamo a parlare dei massimi sistemi, della geopolitica che non ammette nanismi, dell’unione che fa la forza, del fatto che sono molte di più le cose che ci uniscono che quelle che ci dividono…

e prima che siate arrivati alla seconda frase, la gente già si è distratta con il cellulare.

 L’occhio divaga… la mano cerca il sale.

O la maionese, per il bollito.

 E il vostro vecchio zio, da consumato frequentatore delle diatribe del bar, cala l’asso di bastoni citando uno dei tanti veri o presunti scandali buttati in prima pagina dalla stampa prezzolata di governo.

 O una delle tante incongruenze politiche europee, tipo quelle sull’immigrazione.

E a quel punto la strada diventa troppo in salita per vincere il diverbio verbale.

Di lì a poco, la discussione si chiude.

 

Tuo zio ti ribadisce che ti vuole bene, lo sai, ma che non ci capisci niente di politica.

I parenti annuiscono, inforcando una fetta di cotechino con un gesto plastico, e ti guardano di sottecchi come si guarda un corpo estraneo.

Tu ti ammutolisci e fissi il purè, ormai freddo.

Ti pare di vivere in un mondo ostile.

Odi ancora di più il Natale.

E, preda di una sindrome cospiratoria, noti che ti danno la fetta di panettone più piccola.

 

Mentre ti butti sul merlot, senti che un altro piccolo mattone lego del progetto europeo è caduto, perché è in queste piccole discussioni che si costruisce una percezione, che si consolida poi in convinzione e che, di lì a poco, diventa realtà conclamata in circoli sempre più ampi attorno al soggetto.

 La realtà come costruzione sociale, come scrissero molti anni fa “Berger” e “Lukman”, scalando immediatamente la classifica dei sociologi più fighi.

 

Ebbene, da oggi basta! Da oggi puoi vincere le discussioni al bar e le conversazioni con i parenti grazie ad un nuovo sito che l’UE, nel tentativo di migliorare la sua immagine e accrescere la sua visibilità presso i cittadini europei, ci mette a disposizione: il portale “che cosa fa l’Europa per me?”.

 

Il portale offre uno sguardo d’insieme sulle norme di tutela dei cittadini e delle imprese e sugli investimenti territoriali dei progetti europei nei diversi paesi e nelle regioni europee. Il sito, ovviamente disponibile anche in italiano, si può infatti navigare sia per temi (“la UE nella mia vita”: come passeggero di traghetti, come persona disabile, come giornalista, come studente di una scuola professionale ecc.), che per aree geografiche.

 

Nel dettaglio regionale, ovviamente, non compaiono le azioni normative, che si applicano all’interezza dei circa 450 milioni di europei, ma ci si concentra sugli investimenti.

Ed eccoli qua! I Schei! Ci siamo: zio, qua ti voglio!

 

Ho curiosato un po’ nella mappa regionale (dove in realtà credo compaiano veramente una minima parte dei progetti co-finanziati) e ci ho scovato, per esempio, il sistema di pagamento sul bus con il bancomat e la ristrutturazione energetica di alcuni condomini, a Padova.

Poi un investimento in un’azienda che fa stampe industriali in 3d e l’Innovation Lab (Urban Digital Centre) a Rovigo. Che non so cosa sia, ma in inglese suona bene e spero lo sappiano i nostri lettori rodigini.

 

A Verona sono finanziati, tra le altre cose, una serie di corsi di formazione per inserire al lavoro le persone diversamente abili e i bus a metano (eh, Verona non si smentisce: sempre all’avanguardia nel trasporto pubblico…).

 

Davide Sabbadin.

A Trissino ed Arzignano l’UE cofinanzia i lavori di laminazione del fiume Guà-Agno, per prevenire il dissesto idrogeologico, mentre nell’altopiano di Asiago si finanzia il nuovo piano industriale lattiero-caseario.

E poi ancora il Museo Naturalistico delle Dolomiti a Belluno, la piattaforma multiservizi online “DIME” per i cittadini residenti a Venezia, un co-housing e la Greenway del Sile a Treviso. E molto altro ancora.

C’è da divertirsi a curiosare tra i progetti, a dire la verità.

Il disfattista che si cela in me pensa già che il sito, probabilmente, non verrà mai aggiornato e che il tentativo, diciamolo, è un po’ velleitario:

i mille rivoli del bilancio europeo necessiterebbero di molti “scriba” che inseriscono dati 24 ore su 24.

Ma anche così, è un tentativo apprezzabile.

Non so voi, ma io, quest’anno, guardo già al Natale con più fiducia.

(Articolo uscito su “Vez.News” firmato da Davide Sabbadin, Deputy policy manager per il clima e l’energia presso lo” European Environmental Bureau”, la più grande federazione ambientalista europea. Si occupa da anni delle politiche di prodotto, della decarbonizzazione dei consumi domestici e della revisione della normativa f-gas (Fluorinated Refrigerant Gas). In passato ha lavorato a lungo in Legambiente, nei settori dell’efficienza energetica, dell’agricoltura e dell’economia circolare.

È laureato in Scienze Politiche all’Università di Padova.).

 

 

 

Meloni ad Ankara: “È il momento che l’Ue garantisca la sua sicurezza da sola. Trump? Non mi pento di nulla.”

 

Ilfoglio.it - Redazione – (8 luglio 2026) – Politica – Meloni - ci dice:

"Vogliamo rispettare gli impegni" sulle spese per la difesa, "lo stiamo facendo e lo faremo, ma in modo sostenibile e stabilendo priorità".

La conferenza stampa della premier al termine dei lavori del Vertice Nato di Ankara del 7 e 8 luglio 2026.

 

"La Nato è un'alleanza unita, consapevole delle sfide che ha di fronte, determinata a rafforzarsi".

 Lo ha detto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in una conferenza stampa al termine del vertice Nato, ad Ankara.

"L'Italia condivide pienamente questi obiettivi, questo approccio, ha portato al vertice un'idea molto concreta di sicurezza, cioè una sicurezza che non riguarda solo gli equilibri geopolitici", ha dichiarato.

 "Se investiamo in difesa quei soldi devono restare in Italia, nelle nostre fabbriche, nella nostra ricerca, nei nostri territori, quindi più sicurezza ma anche più lavoro qualificato, più ricerca e non assegni all'estero".

Come ribadito in Parlamento,

"l'Italia si è presentata a questo vertice con una percentuale del 2,8 per cento del proprio prodotto interno lordo investito in difesa e sicurezza registrando un aumento dello 0,71 per cento rispetto all'anno precedente, un aumento che riflette questa concezione più ampia della sicurezza nazionale e della resilienza strategica perché vogliamo chiaramente rispettare gli impegni, lo faremo e lo stiamo facendo già però lo vogliamo anche fare in modo sostenibile cioè stabilendo noi i tempi, stabilendo i modi, stabilendo le priorità in base al contesto, in base alle nostre possibilità",

ha proseguito la presidente del Consiglio.

"Siamo convinti – ha aggiunto – che sia però assolutamente necessario farlo particolarmente in un tempo come questo, è tempo che l'Europa garantisca la propria sicurezza da sola e non per fare un favore a qualcuno ma per non dipendere da nessuno e quindi è una questione di sovranità ancora prima che di difesa".

"Sul post avevo detto che non sarei tornata sull'argomento e non torno sull'argomento".

 Ha detto la presidente del Consiglio rispondendo a una domanda sull'ultimo post su di lei del presidente americano Donald Trump.

"Per quello che riguarda l'investimento politico, io non mi pento assolutamente di nulla di quello che ho fatto.

 Io ho fatto un investimento politico per convinzione sull'unità dell'Occidente, l'ho rivendicato a 360°, non è una strategia che ho messo in campo con l'arrivo di Donald Trump", ha chiarito.

"L'ho fatto con tutti gli interlocutori che ho trovato di fronte, chiaramente con Donald Trump c'erano delle affinità, ci sono delle affinità su alcuni temi della politica, per cui chiaramente ritenevo che potesse essere più semplice”.

Per quanto riguarda gli scenari di guerra attualmente in corso, Meloni ha giudicato come ottima la notizia che i negoziati fra Israele e Libano vadano avanti con i colloqui a Roma.

Mentre rispondendo a chi le domandava un commento alle parole del segretario generale dell'Alleanza “Mark Rutte”, secondo cui l'offensiva statunitense in Iran della scorsa notte era necessaria, ha detto:

 "Non ero al tavolo delle trattative, quindi non so dire quale sia la risposta giusta, non so quanto ci fosse o non ci fosse margine per andare avanti sul negoziato".

Sul fronte ucraino,

"l'Italia proseguirà con gli aiuti militari all'Ucraina", ha assicurato. "Penso che il ministro Crosetto stia facendo una valutazione in questo senso", ha detto poi Meloni, annunciando che l'Italia lunedì sarà al vertice dei Volenterosi a Parigi, "presumo con il ministro Tajani.

Al sesto vertice in tre settimane e mezzo io passo.

Potete scrivere tutti gli articoli che volete, ma non c'è alcun disimpegno sull'Ucraina.

Ma nemmeno posso permettermi un disimpegno sull'Italia", ha detto, aggiungendo che poi martedì il presidente della Repubblica Sergio Mattarella sarà a Parigi per la festa nazionale francese.

 

 

Le riforme per un’Europa più

forte, coesa e democratica.

Questionegiustizia.it - Daniela Rondinelli – (10 maggio 2024) – Redazione – ci dice:

 

Per rispondere alle sfide del nostro tempo, bisogna realizzare l’Europa unita e federale.

 È fondamentale riformare i Trattati per una governance più trasparente e democratica, con un bilancio rafforzato.

Inoltre, materie strategiche come le politiche sociali, il fisco e l’energia dovranno divenire di competenza europea per essere sempre più vicine ai bisogni di imprese, associazioni e cittadini.

 

1. Premessa / 2. Un nuovo modello istituzionale / 2.1. Superare il meccanismo di voto all’unanimità in Consiglio / 2.2. Diritto di iniziativa legislativa al Parlamento europeo / 2.3. Istituzionalizzare il Trilogo / 3. Più competenze all’Europa. Sostenere la cittadinanza attiva per contrastare il deficit democratico / 3.1. Competenze Ue / 4. Un progetto unico di proiezione esterna dell’Ue / 5. La difesa dello Stato di diritto / 6. Conclusioni. Far coincidere sogno e bisogni reali: realizzare l’Unione politica.

 

1. Premessa.

La pandemia e la guerra in Ucraina hanno messo in luce tutti i limiti del nostro modo di produrre, lavorare, consumare e, più in generale, di vivere.

Ma hanno anche dimostrato che il nostro modello di governance europea non era più adeguato alle nuove sfide, che necessitavano di risposte immediate e incisive per mezzo miliardo di abitanti, a condizione di preservare i valori democratici e favorire la definizione di meccanismi di funzionamento istituzionale più aperti e trasparenti.

 

Se, da una parte, è fuori discussione che la crisi pandemica abbia portato l’Unione europea a un bilanciamento delle politiche economiche e sociali, grazie a strumenti innovativi come “SURE” e il “Next Generation EU,” finanziati attraverso emissioni di titoli di debito pubblico europeo, è altrettanto vero che la guerra in Ucraina ha reso necessaria una riflessione più approfondita sulla necessità di un nuovo assetto politico-istituzionale dell’Unione europea.

 

Ritengo che almeno quattro siano le aree interessate da una non più rinviabile riforma dei trattati, incrociando le sfide storiche del completamento del processo di integrazione europea.

 In particolare, mi riferisco al consolidamento e democratizzazione del processo decisionale, all’aumento delle competenze dell’Ue per legiferare su materie sensibili e d’interesse diretto dei cittadini, alla proiezione esterna dell’Unione europea e, infine, alla ridefinizione di “cosa è l’Europa” e di “come si sta in Europa”.

 

 2. Un nuovo modello istituzionale.

Dall’inizio del mio mandato, ho ritenuto che la riforma dei Trattati fosse una necessità.

 Le conseguenze della pandemia, aggravate dallo scoppio della guerra in Ucraina e dall’ascesa dei nazionalismi, pongono l’esigenza non più procrastinabile di un’Europa che funzioni con maggiore agilità e fornisca soluzioni politiche quanto più rapide possibili a fronte di problemi immediati e contingenti, ma senza tralasciare la visione di lungo termine, come avvenuto con il Next Generation EU.

 

Dal rafforzamento delle istituzioni europee passa la possibilità di difendere i nostri valori e i nostri interessi nel mondo. Se vogliamo davvero avere successo nelle sfide epocali del nostro tempo – quali la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico e la digitalizzazione, così come le guerre in corso ai confini dell’Europa – dobbiamo adattarci al contesto geopolitico, nel rispetto dei nostri valori, ma con sguardo lungimirante verso il futuro.

 

 2.1. Superare il meccanismo di voto all’unanimità in Consiglio.

Per avere una Europa più forte e più democratica, ma soprattutto per renderla all’altezza del suo ruolo nel nuovo ordine mondiale, dobbiamo avviare un percorso che miri a riformare i trattati europei, superando il meccanismo dell’unanimità in Consiglio a favore di un meccanismo a maggioranza qualificata.

Vanno, quindi, sostenute iniziative che mirano a superare questo limite, come la dichiarazione del 4 maggio 2023 sottoscritta da nove Stati membri, tra cui l’Italia (ITA, SPA, BEL, FIN, FRA, GER, PB, LUX, SLO), volta a costituire in Consiglio un «gruppo di amici del voto a maggioranza qualificata» in materia di politica estera e sicurezza comune, su cui ancora oggi vige il diritto di veto. Ma questo non basta.

 

Serve creare un consenso politico forte dalla base, non solo per chiedere una generica modifica dei Trattati, ma nell’ottica di una maggiore cessione di sovranità, spiegando che “uniti siamo più forti”. Credo che questo sia un pensiero chiave, molto caro al nostro Presidente Mattarella, quando invita tutti i cittadini a «coltivare la democrazia».

 

 2.2. Diritto di iniziativa legislativa al Parlamento europeo.

 

Ma questo potrebbe non bastare. Il superamento dell’unanimità va accompagnato da un’altra riforma che considero prioritaria, ossia quella di una rimodulazione del peso politico delle istituzioni europee.

Penso in particolare al Parlamento europeo, il quale, sebbene abbia visto crescere il proprio ruolo e la propria influenza negli ultimi anni, resta spesso schiacciato tra la Commissione europea e il Consiglio.

 

Il Parlamento europeo deve essere parte proattiva e centrale del processo decisionale, attraverso un meccanismo che lo renda a tutti gli effetti co-decisore.

Questo modello si fonda sul riconoscere al Parlamento europeo il diritto d’iniziativa legislativa, oggi esclusivamente in capo alla Commissione, la quale, dietro oscure ragioni tecnico-giuridiche, si è spesso caratterizzata in questi anni per aver pubblicato delle proposte di legge prive di valutazioni di impatto oppure basate su studi vaghi, che non tenevano conto delle reali esigenze della società civile organizzata e dei territori; alimentando uno scollamento tra cittadini e istituzioni che ha portato a una crescente disaffezione e diffidenza verso l’Europa.

 

 2.3. Istituzionalizzare il Trilogo.

 

Questo nuovo modello va altresì integrato dall’istituzionalizzazione del modello di negoziato interistituzionale attualmente in vigore, il cd. “Trilogo”.

A causa del suo meccanismo di porte chiuse, e quindi di una assenza totale di trasparenza, esso non solo sminuisce il ruolo e il peso del Parlamento europeo dinanzi alla Commissione e al Consiglio, ma spesso lo subordina a quest’ultima costringendolo ad accettare testi legislativi senza una reale condivisione, contribuendo ad acuire crisi di fiducia dei cittadini verso le istituzioni europee.

In questa direzione va quindi il lavoro che, insieme ai miei colleghi del Gruppo dei Socialisti e Democratici, in coordinamento con le altre forze politiche europeiste, abbiamo svolto durante questo mandato per stabilire una bussola che sappia guardare con ambizione al nuovo assetto istituzionale e per impegnarci a costruire una nuova Europa all’altezza delle nuove sfide.

 

La recente risoluzione, approvata in plenaria a novembre 2023, con cui abbiamo chiesto al Consiglio l’apertura di una convenzione per la riforma dei Trattati, è stata segnata da due aspetti negativi.

Innanzitutto, il voto contrario delle forze sovraniste e populiste, incluso ECR – il gruppo politico a cui aderisce Fratelli d’Italia –, seguito da una risposta ancor più sfacciata da parte del Consiglio, che ha semplicemente messo la richiesta in un cassetto, in attesa delle prossime elezioni, senza cogliere la necessità avviare un processo nuovo e di rilancio.

 

Nel complesso, è prevalso un approccio distruttivo volto a minimizzare la questione, recando un grave danno al progetto europeo. È assurdo anche solo immaginare di poter affrontare sfide epocali come la digitalizzazione e la transizione verde in solitudine. Così come non è più rinviabile un rafforzamento dell’unica istituzione europea direttamente eletta dai cittadini. Perché se il rafforzamento dell’Europa dipende dalla sua democratizzazione, è altresì vero che quest’ultima passa da un ravvicinamento dell’Unione europea ai propri cittadini.

3. Più competenze all’Europa. Sostenere la cittadinanza attiva per contrastare il deficit democratico.

Jean Monnet, uno dei Padri fondatori, sosteneva che «l’Europa si farà nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni che si daranno a queste crisi».

L’interrogativo fondamentale che dobbiamo oggi porci è se sia indispensabile attendere nuove crisi, con tutto quello che esse comportano in termini di impatto politico, economico e sociale, oppure se siamo in grado di recuperare e rilanciare la visione dei Padri fondatori, e immaginare un’Europa del futuro davvero “politica”, in grado di anticipare le sfide e governare i processi di cambiamento.

E questo ragionamento richiama, inevitabilmente, una riflessione sul tema delle competenze dell’Unione, perché l’Europa è diventata, nel tempo, l’unica cornice all’interno della quale trovare risposte ai problemi nazionali, europei e globali.

 

 3.1. Competenze Ue.

 

Mai come oggi l’Ue deve presentarsi come un attore economico, politico e sociale forte. Sono convinta che le sfide che il nostro continente deve oggi affrontare non possono essere gestite né risolte singolarmente dagli Stati membri. Lo abbiamo visto con la pandemia e lo stiamo vedendo con la guerra in Ucraina. Il perfezionamento dell’Ue richiede un cammino progressivo di cessione di sovranità in settori strategici.

 

Durante la pandemia abbiamo tutti compreso la necessità di una politica sanitaria unica a livello europeo. Senza di essa, andando oltre i vincoli previsti dagli stessi Trattati, non avremmo avuto una gestione ordinata della crisi sanitaria – penso, in particolare, all’acquisto e distribuzione dei vaccini.

 

Ma altrettanto importanti sono le iniziative prese in materia di politiche sociali e bilancio. Sempre durante la pandemia, grazie allo SURE, abbiamo pagato oltre 33 milioni di casse integrazioni in Europa (oltre 10 milioni solo in Italia) e aiutato oltre 3 milioni di piccole aziende, di cui 850 mila solo in Italia. Uno strumento fondamentale con cui abbiamo limitato gli impatti economici e sociali della pandemia, ma anche posto le basi per il rilancio attraverso il Next Generation EU: un nuovo grande “Piano Marshall”, ma che – questa volta – gli Stati europei si sono dati da soli, senza l’intervento americano.

 

Con la guerra in Ucraina, poi, abbiamo visto la differenza tra un sistema agroalimentare già coeso e coordinato attraverso PAC e il settore dell’energia, oggetto di 27 strategie energetiche nazionali diverse con altrettanti mix energetici e fornitori differenti.

È dunque chiaro che la nostra autonomia strategica non può prescindere da una trattazione europea dei settori critici, ma altresì il nostro mercato interno non può reggere la competizione globale e, contestualmente, difendere i nostri valori fondanti se non adottiamo standard sociali e ambientali uniformi.

 

Un discorso a parte concerne la governance economica che sovrintende a tutti questi processi, che dovrebbe condurre a un bilancio comune e a un meccanismo per rafforzare le risorse proprie sull’UE, liberando l’Europa dal giogo degli Stati membri più ricchi e potenti. Inoltre, è necessario avviare una riflessione seria su un maggiore coordinamento fiscale.

 

A inizio mandato, Ursula Von der Leyen – in occasione dell’intervento con il quale illustrò al Parlamento il suo programma – evidenziò due gravi fattori distorcenti del mercato interno: il dumping sociale e quello fiscale. Se per il primo si è portato a casa un risultato importante come la direttiva salario minimo, nulla è stato fatto sul secondo.

Sul fronte della direttiva salario minimo, ritengo rilevante richiamare il ruolo centrale riservato alla contrattazione collettiva, sia come strumento di fissazione dei salari, ma anche come fattore-chiave per lo sviluppo di un modello di relazioni industriali moderno, proprio di una democrazia matura, ponendo le basi per un’economia sociale di mercato in cui la ripartizione delle opportunità e della ricchezza diventa volano per il benessere individuale e collettivo.

 

 4. Un progetto unico di proiezione esterna dell’Ue.

A seguito della guerra in Ucraina, è tornato in auge il tema della sicurezza comune europea. Un argomento centrale, ma che non può prescindere da un passo avanti dell’Europa politica

. Nel momento in cui – per fortuna – non sono ipotizzabili guerre tra Stati membri, è chiaro che la politica di sicurezza si rivolge verso le minacce esterne e, quindi, non può prescindere da una politica estera comune.

 

È prioritario parlare a una sola voce, con chiarezza e autorevolezza, di fronte alle grandi crisi geopolitiche, e per questo occorre innanzitutto un meccanismo per fare sintesi.

Non può esistere una Difesa comune senza Politica estera comune.

 Altrimenti, si corre solo il rischio di un riarmo frettoloso, costoso e scarsamente utile per le esigenze europee, che rischiano di alimentare un arsenale militare enorme ma svincolato da una governance comunitaria orientata alla costruzione della pace e al suo consolidamento.

 

In quest’ottica, un’altra sfida decisiva riguarda l’allargamento potenziale a 35 Stati, in cui siano inseriti i Paesi dei Balcani occidentali, l’Ucraina, la Moldavia e la Georgia.

 Anche nei giorni scorsi la Presidente Mestola ha ribadito che, se da un lato è ormai inaccettabile mantenere lo status di “Stati candidati” per oltre vent’anni, è altrettanto vero che la strada delle riforme per allinearsi alle basi democratiche dell’Ue va necessariamente accelerata e conclusa da tutti e senza ulteriori indugi.

 

Inoltre, è altrettanto chiaro che l’ingresso di otto nuovi Stati membri farebbe collassare la struttura economico-finanziaria che l’Ue si è data, per non parlare di quella politica, ancora più precaria.

 Per questo, è necessario procedere a una revisione dei Trattati, come proposto dalla Presidenza Spagnola e, poi, ripreso dalla Presidenza Belga, ripartendo – se necessario – dal ribadire cosa significhi “essere Europa” e cosa comporti per uno Stato membro “farne parte”.

 

 5. La difesa dello Stato di diritto.

La Brexit ci ha insegnato che l’adesione all’Unione europea, così come il suo progetto complessivo, non è irreversibile e si alimenta proprio della volontà degli Stati membri e dei cittadini di animare i valori di pace e condivisione di un unico destino a cui i Padri fondatori si ispirarono.

Ma non solo. Ci hanno anche dimostrato che, con il passare del tempo, gli Stati membri, per effetto delle politiche attuate dai rispettivi governi nazionali, possono discostarsi dai valori europei mettendo a rischio l’impalcatura istituzionale per tutta la nostra comunità.

È il caso della Polonia di Morawiecki e, soprattutto, dell’Ungheria di Orbán.

Per David Sassoli «l’Unione europea non è un incidente della storia», è frutto di un sogno condiviso tra milioni di persone, così come la pace e la democrazia sono valori irrinunciabili e identitari.

 

Ancora più inaccettabili, in questi casi, sono stati i goffi tentativi di giustificare chi sceglieva i giudici, chi silenziava media e opposizioni, impediva alle donne di abortire o a una persona di esprimere in libertà il proprio orientamento sessuale.

Per questo, noi Socialisti e Democratici abbiamo strenuamente combattuto in questo mandato non solo per scongiurare l’idea che l’Unione europea fosse un bancomat, bloccando i fondi europei all’Ungheria, ma anche per rivendicare il principio che i nostri valori e la nostra democrazia non sono negoziabili.

 Soprattutto a seguito delle ambiguità rispetto alla Russia di Putin.

 

6. Conclusioni. Far coincidere sogno e bisogni reali: realizzare l’Unione politica.

La grande sfida di oggi è completare l’Europa e renderla federale. Perché solo un’Europa più politica, più unita e grande potrà avere un peso determinante nello scenario globale, capace di affrontare in modo coeso le sfide che abbiamo di fronte.

 

Ciò che serve oggi è un’Europa sovrana nelle materie federali, come in politica estera, difesa, politica monetaria, sociale ed economica, ma al contempo rispettosa del principio di sussidiarietà.

 Per nessuna di queste sfide basta più il solo Stato nazionale. L’Ue è ormai l’orizzonte in cui vengono prese scelte strategiche che hanno un impatto tanto nella quotidianità quanto nella costruzione di lungo periodo.

Le prossime elezioni europee sono, quindi, decisive e avranno una valenza storica perché rappresentano il bivio tra la possibilità di un’Europa nuova, più grande e più autorevole, oppure la sua progressiva disintegrazione.

 

Ma attenzione. Le prossime elezioni rappresentano un punto di svolta non solo per l’affermazione e il consolidamento delle prassi democratiche a livello comunitario, ma anche nei nostri Stati membri, che ormai si alimentano dei valori democratici che l’Unione europea richiama, con sempre maggior forza, su questioni basilari come i diritti sociali e civili.

Pensando ai valori ispiratori della Rivoluzione francese da cui sono poi nate tutte le democrazie moderne (libertà, uguaglianza e fratellanza), credo che tutti noi – decisori politici, accademici, rappresentanti della società civile e della cultura, singoli cittadini – sapremo dare un futuro al sogno europeo solo rilanciando la potenza immaginativa di cui esso è tuttora portatore, e le opportunità individuali e collettive che ne discendono.

 

Se sapremo alimentare e custodire i valori della libertà e dell’uguaglianza, potremo ambire a realizzare anche la fratellanza, vero segreto del sogno europeo:

essa preconizza il principio “dell’unione nella diversità”, che non obbliga e non comprime, creando sempre nuovi spazi e possibilità.

E grazie alla quale possiamo rilanciare la partecipazione attiva e consapevole dei cittadini:

 al contempo destinatari e forza propulsiva di una democrazia sana.

 

 

 

Il progetto europeo può ancora

contrastare la deriva dei “nuovi imperi.”

 

It.gariwo.net - Maurizio Delli Santi – (8 maggio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Il monumento "Hommage aux Pères fondateurs de l'Europe" davanti alla casa di Robert Schuman.

 Le statue rappresentano i quattro fondatori dell'Europa: Alcide de Gasperi, Robert Schuman, Jean Monnet e Konrad Adenauer.

Il 9 maggio, “Giornata dell’Europa”, non può prestarsi oggi a essere considerato come una ricorrenza meramente celebrativa.

Si tratta, piuttosto, di una data fondativa che sollecita una riflessione sull’attuale crisi dell’ordine internazionale e sulle scelte da compiere sulla politica internazionale contemporanea.

 Il riferimento storico è alla Dichiarazione Schuman del 1950, con la quale si avviò il processo europeo in una svolta radicale: si superò la tradizionale logica conflittuale tra Stati puntando a realizzare le prime forme di cooperazione istituzionalizzata (Giornata dell'Europa - 9 maggio | Unione europea).

In un contesto segnato dall’esperienza di due guerre mondiali devastanti, Robert Schuman, Ministro degli Esteri francese, e Jean Monnet, economista e architetto delle politiche di integrazione, delinearono un progetto fondato su una progressiva cessione di sovranità, destinato a incidere sui presupposti stessi delle relazioni interstatali.

 

Alla visione politica di Schuman, orientata alla trasformazione della competizione tra Stati in cooperazione stabile mediante istituzioni comuni, si affiancò l’impostazione funzionalista di Monnet, incentrata sull’integrazione nei settori economici strategici, come il carbone e l’acciaio, che erano stati fra i principali fattori scatenanti delle conflittualità delle due guerre mondiali. In tale prospettiva, l’istituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) nel 1951 rappresentò il primo ambito di attuazione di questo modello, incidendo sui rapporti tra Francia e Germania e contribuendo a porre le basi per una stabilizzazione duratura delle relazioni tra gli Stati partecipanti.

L’integrazione economica veniva così a configurarsi come strumento di prevenzione del conflitto, attraverso la creazione di vincoli giuridici e assetti istituzionali condivisi.

 

L’avvio di tale processo segnò un mutamento strutturale: la sicurezza e la pace venivano progressivamente ricondotte non più all’equilibrio di potenza, ma a un ordinamento fondato su cooperazione, interdipendenza e limitazione della sovranità statale. In questo quadro, l’integrazione economica assunse una funzione di stabilizzazione politica, consentendo di ricondurre tensioni e conflitti entro meccanismi di regolazione comune: da allora i Paesi dell’Unione europea di fatto non sono stati più travolti da conflitti armati al loro interno. Il percorso trovò sviluppo nei Trattati di Roma (1957), che istituirono la Comunità Economica Europea (CEE) e l’”Euratom”, segnando l’avvio di un’unione sempre più orientata al progresso economico e sociale attraverso l’eliminazione delle barriere interne. Su queste basi, l’integrazione europea si è sviluppata attraverso tappe successive: dall’Accordo di Schengen (1985/1995), che ha avviato la libera circolazione, all’Atto Unico Europeo (1986/1987), che ha introdotto il mercato unico e iniziato a rafforzare il ruolo del Parlamento europeo nel processo decisionale, fino al Trattato di Maastricht (1992/1993), che ha istituito l’Unione europea, l’unione economica e monetaria e varato la procedura di “codecisione”, ampliando in modo significativo i poteri dell’Europarlamento come co-legislatore. Le riforme successive, culminate nel Trattato di Lisbona (2007/2009), hanno infine consolidato tale evoluzione, estendendo la codecisione alla maggior parte delle politiche europee e rafforzando ulteriormente l’assetto istituzionale dell’Unione e il suo ruolo nel sistema internazionale. L’integrazione europea si è dunque progressivamente configurata attraverso l’‘approfondimento’ e l’allargamento dell’Unione: i presupposti di fondo si sono consolidati in una “comunità di diritto” diventata riferimento per l’intero spazio europeo con il suo sistema dei diritti, anche in aderenza a modelli di giustizia sociale che hanno attenuato squilibri e diseguaglianze sistemiche.

 

È bene, dunque, partire da queste premesse per valutare l’attualità delle sfide che attendono l’Europa. In primo luogo, non può omettersi che i movimenti sovranisti e populisti insistono sull’accusa di eccessiva burocratizzazione e iper-normativismo dei regolamenti europei. Si tratta però di una critica miope, che trascura la possibilità di interventi correttivi e che l’Unione europea rappresenta oggi il sistema normativo più avanzato al mondo nella limitazione degli abusi di posizioni dominanti, nella tutela dei consumatori e in generale nella regolazione dei mercati globali e delle piattaforme digitali. Vanno ricordati per ultimi il GDPR sulla protezione dei dati personali, il Digital Services Act (DSA) e il Digital Markets Act (DMA), con cui l’Unione ha introdotto obblighi stringenti nei confronti dell’invasività delle grandi piattaforme digitali e dei cosiddetti “gate keepers”, fino al recente AI Act, primo quadro normativo organico sull’intelligenza artificiale adottato su scala globale. La critica all’iper-normativismo europeo trascura dunque che proprio la capacità regolatoria dell’Unione costituisce oggi uno dei principali strumenti attraverso cui contenere concentrazioni oligopolistiche, asimmetrie di potere economico e nuove forme di dominio tecnologico esercitate dalle Big Tech e dai grandi attori globali dell’intelligenza artificiale. In linea generale, l’Unione dei 27 rappresenta la più ampia costruzione dello ‘Stato di diritto’ fondato su standard di legalità e giustizia sociale ancora unici nel mondo, su cui non a caso si è costruito un processo di costante allargamento, cui oggi guarda con interesse persino il Canada minacciato da Trump.

 

In sostanza non va persa di vista la questione oggi centrale: l’Europa può ancora rappresentare un modello politico da preservare e rendere attrattivo di fronte a questa fase di profonda crisi dell’ordine internazionale. Gli scenari sono noti: prima sono emersi gli squilibri della globalizzazione, poi la guerra scatenata dalla Russia di Vladimir Putin contro l'Ucraina ha riportato nel cuore del continente europeo la guerra di aggressione come strumento politico, mettendo in discussione principi fondamentali del diritto internazionale quali l'inviolabilità delle frontiere e la sovranità degli Stati. E mentre l'ascesa globale della Cina si è costruita sul suo modello controverso di potenza economica a scapito di standard produttivi sostenibili e libertà interne, oltre che dei debiti sovrani degli Stati destinatari dei suoi investimenti, ancora il mondo è sconvolto da logiche di guerra e derive autoritarie. Infine è arrivata la torsione irreparabile dell’amministrazione statunitense guidata da Trump rispetto al “Rule of Law” e al senso comune che si riconosceva nell’Occidente liberale e democratico. È stata dunque tratteggiata in tutta evidenza la crescente divergenza sugli indirizzi politici fondamentali tra Stati Uniti ed Europa: le controversie sono maturate sulla gestione della guerra in Ucraina, i conflitti a Gaza e in Cisgiordania, la pressione su Venezuela, Groenlandia e Canada, fino alle tensioni in Medio Oriente e alla guerra in Iran.

 

Per ultimo, la guerra commerciale ripresa sui dazi e l’insistente prospettiva di un disimpegno americano dalla NATO - come contropartite alle riserve europee su una guerra non condivisa come quella all’Iran - hanno accentuato il distacco degli Stati Uniti dall’Europa, nonostante questa abbia sempre cercato la condivisione tra i due poli dell’Occidente. È stata infatti la sostanziale coesione di intenti e di valori il principio su cui si era basata la visione transatlantica nei momenti più delicati della Guerra Fredda, nel contrasto tra blocchi Est e Ovest, dopo il crollo del muro di Berlino e poi di fronte alle minacce del terrorismo internazionale. Su questi fronti è bene smentire con forza le accuse di “parassitismo” rivolte da Trump e dal suo entourage agli europei, e va invece ribadita l’importanza del ruolo svolto dall’Europa nella sicurezza globale, come ha dimostrato l’apertura data ai Paesi dell’est dopo la fine dell’Unione Sovietica, e oggi con il sostegno alla difesa dell’Ucraina. E si farà bene a ricordare che l’Europa non è mai venuta meno nell’assumere oneri nella gestione delle crisi internazionali quando queste hanno riguardato direttamente gli Stati Uniti: il contributo degli europei non è mancato proprio l’11 settembre 2001, quando gli attacchi alle Torri Gemelle colpirono gli Stati Uniti e non l’Europa. In quell’occasione la solidarietà europea si manifestò con i fatti: per la prima volta si fece ricorso all’articolo 5 del Trattato NATO, e Paesi come Germania, Francia, Italia, Spagna e Polonia si impegnarono nella difesa dello spazio aereo americano e nel supporto operativo alle missioni antiterrorismo in Afghanistan, Iraq e Siria, pagando anche il prezzo di tante vite umane, con centinaia di caduti e feriti tra i militari europei.

 

Ecco allora che il percorso storico partito dalla Dichiarazione Schuman va reinterpretato sulle sfide attuali dell’Europa. Come sottolineato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nell’intervento all’Università di Salamanca il 19 marzo scorso, occorre “ritrovare l’ambizione dei leader del 1951”, convinti che “il contributo che un’Europa organizzata e viva può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche”. L’Europa, in questa prospettiva, non è solo un attore economico, ma un nucleo essenziale per la pace globale, coerente con il sistema della Carta delle Nazioni Unite in cui la cooperazione internazionale si salda su tre principi fondativi: il divieto dell’uso della forza, la sovrana eguaglianza degli Stati e la promozione universale dei diritti umani (Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla cerimonia di consegna dell’onorificenza accademica di Dottore Honoris Causa dell’Università di Salamanca).

 

In questa visione occorre perciò riconsiderare le critiche che in maniera strumentale si sollevano sull’immobilismo e su una presunta irreversibile divisione tra i leader europei. Il tema va rivisto in termini realistici, considerando che in qualsiasi approccio multilaterale le posizioni divergenti richiedono confronti e anche il tempo necessario perché su problemi complessi si sviluppino la mediazione e i progressivi avanzamenti nelle intese. In questo scenario di ridefinizione profonda degli equilibri internazionali, le posizioni dei principali leader europei non vanno dunque interpretate su una linea di frattura netta tra visioni incompatibili, ma piuttosto all’interno di un campo politico attraversato ora da una forte tensione comune: la necessità di restituire all’Europa una capacità strategica autonoma in un mondo che non è più garantito né dall’ordine multilaterale del secondo dopoguerra né dalla prevedibilità dell’alleanza transatlantica. A Emmanuel Macron va riconosciuto il merito di aver sviluppato per primo questa traiettoria in modo esplicito attraverso il concetto di “autonomia strategica europea”, intesa oggi da tutti gli europei ‘responsabili’ come esigenza ormai strutturale.

 

Nessuno può più mettere in discussione la validità di quell’idea di fondo: dopo le intemerate di Trump l’Europa non può più delegare la propria sicurezza agli Stati Uniti, perché sono proprio questi a contribuire alla instabilità permanente. La posizione di Macron - manifestata anche nella disponibilità a un modello di difesa nucleare ‘europeo’ - è ormai condivisa da altri leader europei sulla necessità di un’Europa capace di agire in uno spazio globale attraversato dalla competizione tra grandi potenze. Così anche il leader tedesco Friedrich Merz ha espresso questa svolta, insistendo sulla necessità di un’Europa più autonoma sul piano della sicurezza e meno esposta alle oscillazioni della politica americana. Non a caso, proprio la Germania è oggi al centro di un significativo rafforzamento della propria postura strategica e militare, nel quadro della “Zeitenwende” avviata dopo l’invasione russa dell’Ucraina, con un forte incremento degli investimenti nella difesa, nel riarmo e nella capacità industriale militare.

 

Una traiettoria che si accompagna a quella già intrapresa dalla Polonia, divenuta uno dei principali attori europei nell’espansione della spesa militare e nel consolidamento del fianco orientale della NATO. Il punto non è una rottura con l’Atlantismo, ma il suo riequilibrio interno: la NATO non può più poggiare su una sola sponda strategica e la difesa europea deve diventare componente strutturale della stabilità continentale. La deterrenza, in questa prospettiva, non è un’alternativa al progetto europeo, ma la sua traduzione necessaria di fronte alle minacce di altri che ragionano con logiche di potenza. Anche il leader britannico Keri Stormer sta ridefinendo la post-Brexit riaprendo con pragmatismo alla cooperazione rafforzata con l’Unione europea, soprattutto sul terreno della difesa e dell’industria militare.

 

Lo spagnolo Pedro Sánchez ha invece collocato la questione della sicurezza europea dentro una dimensione più ampia, che intreccia stabilità internazionale, governance multilaterale, progresso sociale e difesa dei diritti. La sua impostazione è stata più marcata rispetto alle pretese di coinvolgimento di Trump nella guerra in Iran, insistendo sul fatto che la sicurezza non può essere ridotta alla sola dimensione militare, ma deve includere la tenuta dell’ordine giuridico internazionale e la capacità dell’Europa di agire come attore normativo globale. Ancora il presidente finlandese Alexander Stubb ha espresso una prospettiva fiduciosa sul ruolo dell’Europa nel saggio “Il triangolo del potere, Dall’egemonia dell’Occidente al nuovo ordine mondiale”: nel “nuovo mondo del disordine” tra Occidente globale, Oriente globale e Global South, in cui la competizione tra blocchi è sempre più fluida, l’Europa ha necessità di sviluppare anche oltre le tradizionali alleanze la cooperazione, guardando principalmente al Global South rispetto a chi propone nuovi domini. Ed è stato netto sulla validità dell’ONU sollecitandone la riforma, su tre obiettivi: 1) allargare il Consiglio di Sicurezza con altri 5 membri permanenti, uno per l’America Latina, due per l’Africa, e due per l’Asia, più altri 5 membri a rotazione; 2) eliminare il potere di veto; 3) sospendere il voto agli Stati responsabili di violazioni alla Carta delle Nazioni Unite.

 

Per quanto riguarda l’Italia valgono ancora le riflessioni di Salamanca del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Occorre ritrovare l’ambizione dei leader del 1951”, convinti che “il contributo che un’Europa organizzata e viva può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche”. Da qui il riferimento del Presidente alle finalità assegnate all’Unione dall’articolo 3 del Trattato Unico: “La pace, la sicurezza, lo sviluppo sostenibile della Terra, la solidarietà e il rispetto reciproco tra i popoli, il commercio libero ed equo, l'eliminazione della povertà e la tutela dei diritti umani, la rigorosa osservanza e lo sviluppo del diritto internazionale, in particolare il rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite”. E l’ultimo monito rivolto alle giovani generazioni europee, ma che dovrebbe valere soprattutto per i leader italiani di tutte le parti politiche: “È missione che ci compete e che riguarda le nostre società, i nostri ordinamenti. Distrarci oggi dalla sua applicazione significherebbe tradire la nostra cultura, i nostri popoli, abdicare al ruolo dell’Europa unita”.

 

In questa lettura, ciò che emerge al di là delle differenze di accento è dunque una convergenza sostanziale su un punto decisivo su cui anche l’Italia si è unita a partire dalle Agende Draghi e Letta, ma soprattutto con le ultime posizioni di cautela assunte da Governo e Parlamento su Groenlandia e Iran: occorre porre fine all’illusione di un’Europa protetta da altri e senza che possa essere attore del proprio destino. In questo quadro, il dibattito sul passaggio del processo decisionale dall’unanimità a maggioranza, come sull’articolo 42, paragrafo 7 del Trattato sull’UE (che dovrà definire il meccanismo di solidarietà in caso di attacco a un Paese Ue) sul rafforzamento del pilastro europeo della NATO, sul processo di adesione dell’Ucraina e sulla costruzione di una base industriale della difesa comune non rappresenta più una discussione teorica, ma il nucleo stesso della politica europea contemporanea. Si tratta, in altri termini, della trasformazione dell’Europa da spazio regolato a soggetto strategico, in cui comunque la dimensione giuridica non è secondaria, ma rimane costitutiva. Anche le riflessioni del filosofo recentemente scomparso Jürgen Habermas sul futuro dell’Europa, in questo senso, mantengono una straordinaria attualità.

 

A partire dal saggio fondamentale La costellazione post-nazionale (1999) fino al contributo più recente For Europe (2025, Süddeutsche Zeitung) Habermas analizza il tema specifico del rapporto tra Europa e i nuovi Stati Uniti di Trump. La sua conclusione è stata netta nel sottolineare che l’Unione europea non può più affidarsi passivamente alla protezione statunitense dopo che l’ordine occidentale si è incrinato con il ritorno di Trump: di fronte alla perdita di “coerenza normativa” degli Stati Uniti l’Europa deve reagire con un progetto politico più autonomo per difendere i propri principi. L’Europa deve dunque acquisire autonomia strategica, rafforzare la propria capacità di decisione collettiva e costruire un’integrazione militare e politica effettiva, altrimenti sarà trascinata dai conflitti e dalle logiche di potenza altrui. In questo senso, per Habermas la costruzione europea rimane intimamente legata al suo progetto originario di “costituzionalismo internazionale”, laddove solo organizzazioni internazionali multilaterali possono garantire pace, sicurezza e rispetto dei diritti fondamentali, superando logiche di potenza e unilateralismo. In questa nozione di Europa, Habermas reintroduce la sua concezione di “democrazia deliberativa”, fondata sul dialogo razionale, sulla partecipazione pubblica e sulla ricerca condivisa di norme etiche e politiche, fino ad interrogare le decisioni più profonde che plasmano il destino dei popoli: da qui la configurazione di uno spazio europeo e globale di solidarietà e cooperazione, legittimato da regole comuni e una responsabile partecipazione non solo dei singoli Stati membri ma soprattutto dei cittadini europei e del mondo.

 

In buona sostanza, valgono allora alcune considerazioni conclusive. La prima concerne la necessità di avere piena consapevolezza di ciò che l’Europa rappresenta anche in termini di potere economico. Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale relativi al 2025, il PIL nominale degli Stati Uniti supera i 30.000 miliardi di dollari, quello della Cina si colloca attorno ai 19.000 miliardi, mentre il PIL dell’Unione Europea sommato a quello del Regno Unito supera complessivamente i 21.000 miliardi di dollari. Il dato europeo peraltro è largamente superiore a quello della Federazione Russa, il cui PIL nominale rimane attorno ai 2.000 miliardi di dollari. A ciò si aggiunge il peso strutturale del mercato unico e del commercio estero europeo, che continua a configurare l’Europa come uno dei principali poli manifatturieri, industriali, tecnologici e finanziari del sistema internazionale. È dunque su questa base economica e produttiva - e non su una condizione di marginalità strategica - che l’Europa può realisticamente sostenere un rafforzamento della propria capacità geopolitica e della difesa comune, senza rinunciare ad investire in altri campi come il welfare e la sanità pubblica.

 

Infine rimane il punto centrale: non esiste oggi un meccanismo alternativo capace di garantire ciò che è più necessario di fronte al disordine globale, ovvero un quadro giuridico condiviso multilaterale, per quanto imperfetto, di legalità internazionale, che solo l’Unione europea e l’ONU sono in grado di esprimere e rinnovare su nuove basi. In questa prospettiva, il 9 maggio non rimane una data commemorativa, o un monito astratto. Ricorda che l’Europa nasce come risposta alla guerra non come sua ingenua negazione, ma come “costruzione” istituzionale della pace e non sua semplice enunciazione. Oggi, in un mondo nuovamente attraversato dalla competizione tra potenze, questa lezione può essere rilanciata. Se il progetto europeo saprà assumere fino in fondo questa consapevolezza, potrà ancora rappresentare la forma politica più appropriata in grado di tenere insieme sicurezza e diritto, potenza e cooperazione, interesse e giustizia.

Non come eccezione storica, ma come possibile anticipazione di un ordine internazionale meno cupo di quello che si sta delineando.

In questo senso, l’Europa non è più una costruzione del passato, ma può rappresentare ancora una risposta necessaria per il futuro dell’umanità.

(Maurizio Delli Santi, membro dell'”International Law Association” e dell’Associazione Italiana di Sociologia).

 

 

 

 

 

 

 

Meloni: “Rispettiamo impegni Nato ma stabiliamo noi priorità”. Su Trump: “Non mi pento di nulla.”

Startupbusiness.it – (8 luglio 2026) - Autore – Redazione Adnkronos – ci dice:

 

(Adnkronos) – Non si pente di nulla per quanto riguarda il legame con gli Usa, non ha intenzione di cambiare strategia e non intende tornare sull’ultimo post del presidente Trump. Così la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nella conferenza stampa conclusiva del summit Nato di Ankara. “Un breve ma intenso vertice, che assume però particolare rilevanza in un momento nel quale lo scenario di sicurezza globale muta con una rapidità estrema”, ha sottolineato.

 

“Il vertice è chiaramente un’occasione per confrontarci con i colleghi, tanto sul lavoro che abbiamo fatto fin qui quanto su come rendere l’Alleanza Atlantica, che nasce come alleanza di difesa e di deterrenza, ancora più forte, ancora più solida, maggiormente capace di rispondere alle sfide complesse del nostro tempo. Credo che, in fondo, sia questo il messaggio più importante del vertice di Ankara: la Nato è un’alleanza unita, consapevole delle sfide che ha di fronte, determinata a rafforzarsi”, ha affermato.

 

“Ad Ankara l’Italia siede al tavolo con una sola bussola, che è la difesa del suo interesse nazionale. Per noi significa anche difesa del nostro sistema di alleanze a livello internazionale, più sicurezza concreta per gli italiani, più lavoro per le nostre imprese, rispetto per una nazione sovrana che continua a fare la sua parte a 360 gradi per la solidità dell’Alleanza, per l’unità dell’Occidente, con le sue priorità, con i suoi tempi, con la difesa dei suoi interessi, ma anche con dignità e a testa alta”, ha detto Meloni.

 

“Quello che noi mettiamo a disposizione della Nato è molto di più: fa dell’Italia un fornitore di sicurezza e un alleato credibile.

Lo dimostrano i quasi 3.000 militari italiani impegnati nei principali teatri dell’Alleanza. Noi siamo la nazione della Nato che offre il maggior numero di uomini e di donne nelle missioni in cui la Nato è impegnata.

Non c’è una nazione che metta a disposizione più uomini dei nostri”, ha sottolineato ricordando che “come ho ribadito in Parlamento, l’Italia si è presentata a questo vertice con una percentuale del 2,8% del proprio prodotto interno lordo investito in difesa e sicurezza, registrando un aumento dello 0,71% rispetto all’anno precedente.

Un aumento che riflette questa concezione più ampia della sicurezza nazionale e della resilienza strategica, perché vogliamo chiaramente rispettare gli impegni, lo faremo, ma lo vogliamo anche fare in modo sostenibile, cioè stabilendo noi i tempi, stabilendo i modi, stabilendo le priorità, in base al contesto e in base alle nostre possibilità”. 

 

“È tempo che l’Europa garantisca la propria sicurezza da sola, e non per fare un favore a qualcuno, ma per non dipendere da nessuno. È quindi una questione di sovranità, ancora prima che di difesa”, ha aggiunto.

 

“Io ho una strategia in testa e quella strategia è figlia di quello che, secondo me, è nell’interesse nazionale italiano. E secondo me, nell’interesse nazionale italiano ed europeo, c’è l’unità e il rafforzamento dell’unità occidentale.

Noi pagheremmo più di chiunque altro, noi dell’Europa, nel momento in cui, ancora oggi, abbiamo numerose vulnerabilità, una strategia diametralmente opposta. Quindi faccio quello che io ho sempre fatto, quello che ritenevo fondamentale per l’interesse nazionale italiano, e non ho cambiato idea su questo, indipendentemente da come possano oscillare i miei rapporti personali”, ha sottolineato la premier rispondendo a una domanda sul suo rapporto con Trump dopo gli attacchi del presidente americano.

“La mia strategia – ha ribadito – è sempre stata quella e rimarrà quella, semplicemente perché è una strategia dettata dalla convinzione e non dalla convenienza, che voi potete considerare elettorale.

E, ripeto, mi siete testimoni, perché non è qualcosa che ci siamo inventati con l’arrivo di Donald Trump.

 Quindi no, non mi pento assolutamente di nulla di quello che ho fatto”, ha rimarcato la premier.

 

Quanto al ‘meme’ di Trump, che ha ‘sollecitato’ un ordine restrittivo per la premier: “Per quello che riguarda il post, ho detto che non sarei tornata su questo argomento e non tornerò su questo argomento”.

In relazione all’investimento politico sul legame con la Casa Bianca “io non mi pento di nulla di quello che ho fatto. Ho fatto un investimento politico per convinzione sull’unità dell’Occidente.

L’ho rivendicato a 360 gradi.

Non è una strategia che ho messo in campo con l’arrivo di Donald Trump.

L’ho fatto con tutti gli interlocutori che ho trovato di fronte.

Chiaramente con Donald Trump c’erano e ci sono delle affinità su alcuni temi, dalla politica dell’immigrazione alla cultura woke, per cui ritenevo che potesse essere più semplice.

 Le cose stanno andando come abbiamo visto, ma non cambio idea su quale sia l’interesse italiano, perché le scelte che io faccio non sono scelte dettate dal piccolo cabotaggio”, sottolinea Meloni.

 

“Credo che l’Italia proseguirà” con gli aiuti all’Ucraina, “penso che il ministro Crosetto stia facendo una valutazione in questo senso”, ha affermato ancora la premier.

“Stiamo facendo una valutazione complessiva su quelli che sono gli strumenti, ovvero i vari modi che ci sono per sostenere l’Ucraina e, all’esito di quella valutazione, ne scegliamo uno. Stiamo andando avanti nel nostro sostegno”, ha aggiunto.

 

“Non perdo la speranza sulla possibilità di un negoziato in Iran.

Credo che finora l’opzione militare, in questo caso, non abbia portato dei risultati così concreti e penso che bisogna insistere sulla capacità e sulla possibilità di un negoziato.

 L’Italia ovviamente sarà impegnata in questo senso”, ha detto ancora Meloni.

Per quanto riguarda lo Stretto di Hormuz, “abbiamo già detto che siamo disposti a dare una mano, a fare la nostra parte, pur nella cornice che abbiamo più volte ribadito e fatti salvi gli eventuali necessari passaggi parlamentari, anche alla luce delle ultime pessime notizie sulla crisi in Iran”. 

(Adnkronos.com -Web Info).

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