Nella UE c’è una maggioranza “Georgia”.
Nella
UE c’è una maggioranza “Georgia”.
Cambio
di rotta.
La
“maggioranza Giorgia” vince in Ue: il modello Meloni ridisegna l’Europa dei
migranti e sconfessa anni di caos e pseudo-buonismo di sinistra.
Secoloditalia.it
- Politica - Ginevra Sorrentino – (18 Giugno 2026) – Redazione – ci dice:
È un
dato di fatto acclarato da numeri. Dichiarazioni ufficiali.
E voto
del “Pe”: la “maggioranza Giorgia” si impone e vince in Ue, e il modello Meloni
ridisegna l’Europa dei migranti, ribaltando vecchi dogmi e abusati slogan
finto-buonisti delle sinistre.
Trasformando
le idee dei conservatori in politiche comunitarie ufficiali.
Il via libera arrivato ieri dal Parlamento
europeo al nuovo regolamento sui rimpatri immediati sancisce il definitivo
cambio di paradigma a Bruxelles:
l’approccio ideologico delle porte aperte cede
il passo al pragmatismo di Roma divenuto arteria di collegamento che
dall’Italia porta al cuore del vecchio continente.
La
“maggioranza Giorgia” vince in Ue: il modello Meloni ridisegna l’Europa dei
migranti. E non solo.
Un
architrave a struttura portante di centrodestra che, come sottolinea il
capogruppo di Fratelli d’Italia (ECR) al Parlamento europeo,” Carlo Fidanza”,
auspicando la creazione di «una maggioranza a destra» che possa «sovvertire»
gli errori delle passate legislature, deve diventare strutturale.
«Noi abbiamo già sperimentato una proficua
collaborazione su alcuni temi importantissimi.
Pensiamo a diverse normative del Green Deal
che sono state riviste o posticipate, modificate grazie alla cosiddetta
maggioranza ex Venezuela.
Oggi
noi la chiamiamo la maggioranza Giorgia: una maggioranza di centrodestra».
Fidanza:
«La maggioranza di centrodestra sia uno schema di lavoro».
Di
più, sottolinea sempre Fidanza:
«Ci
auguriamo che questo possa essere uno schema di lavoro sempre di più su queste
stesse tematiche», spiega Fidanza, indicando “automotive” ed “ETS” come altri
temi «fondamentali» dove sarebbe auspicabile sperimentare questo formato.
Tanto
che, aggiunge in calce: «Abbiamo ancora tantissimi argomenti che arriveranno
nei prossimi mesi in cui, dal nostro punto di vista, l’unico modo per cambiare
rotta rispetto a quelli che noi consideriamo gli errori della passata
legislatura è questo tipo di maggioranza».
Concludendo
la sua disanima con una stilettata in punta di fioretto: «Non si può pretendere
da chi ha ispirato quegli errori, cioè dalla sinistra europea, di essere parte
della soluzione.
L’unica
possibilità è creare una maggioranza a destra che possa sovvertire quanto di
sbagliato è stato fatto e possa riportare insieme pragmatismo e competitività
insieme alla sostenibilità ambientale».
Migranti,
Procaccini: «L’Italia ha cambiato l’Europa».
Una
vittoria politica totale e ad ampio raggio di possibilità d’intervento,
insomma, che certifica come la linea di Giorgia Meloni sia ormai l’asse
portante della nuova governance.
Lo spiega bene, tra gli altri, anche “Nicola
Procaccini”, eurodeputato di Fratelli d’Italia e co-presidente del gruppo dei “Conservatori
e Riformisti europei” (ECR):
«L’Italia cambia l’Europa. Ed è ciò che è avvenuto.
Non ci siamo candidati per declamare idee o visioni o proposte. Ci siamo
candidati per cambiare le cose che non funzionavano. Ebbene, oggi lo slogan è:
l’Italia ha cambiato l’Europa».
E il
fulcro di questa rivoluzione è l’istituzionalizzazione del “Protocollo Albania”.
Nelle
parole di Procaccini, allora, il provvedimento «compie definitivamente la
rivoluzione di Giorgia Meloni, di Fratelli d’Italia, dei conservatori europei
nella lotta all’immigrazione illegale in Europa.
Finalmente
il problema non è più la ricollocazione dei migranti in Europa, ma la gestione
dell’immigrazione viene spostata fuori dai confini europei.
Questo significa, naturalmente, la possibilità
di realizzare dei centri per i rimpatri all’estero negli Stati terzi,
esattamente l’estensione del modello Albania a tutta Europa.
Oggi
finalmente “todo cambia”, tutto cambia. Oggi l’immigrazione verrà governata
secondo il nostro modello».
Sberna:
«Un risultato storico per l’Europa, che porta la firma politica della visione
di Giorgia Meloni».
Dunque,
alla resa dei conti e alla conta dei numeri, anche la sinistra è costretta a
inseguire il buon senso impresso da Roma, come rileva la stessa “Antonella
Sberna”, europarlamentare di Fratelli d’Italia e vicepresidente del Parlamento
Ue:
«Il
dato politico è che il regolamento è passato con la cosiddetta “maggioranza
Giorgia”.
Ma
prendiamo atto che anche parte della sinistra abbia compreso che si trattava di
proposte di buon senso.
Purtroppo per anni proprio la sinistra ha
usato l’emergenza umanitaria come scusa per non governare il fenomeno.
Mentre noi abbiamo voluto affermare il
principio secondo cui può restare in Europa solo chi ne ha realmente diritto
per motivi di asilo e rispetta le regole».
Per
Sberna si tratta di un «risultato storico per l’Europa, che porta la firma
politica della visione di Giorgia Meloni e del lavoro determinato che Fratelli
d’Italia ha portato avanti in questi anni al Parlamento europeo.
È una
visione che guarda oltre l’emergenza e punta ad affrontare le cause profonde
delle migrazioni, rafforzando il ruolo dell’Unione nel Mediterraneo e in Africa
attraverso una cooperazione strutturata. Relazioni più solide con i Paesi
terzi.
E una strategia diplomatica che favorisca
sviluppo, stabilità e sicurezza, come avviene ad esempio con il Piano Mattei».
Chiosando
emblematicamente: «Ci siamo presentati alle urne con “l’Italia cambia l’Europa” e ci
stiamo riuscendo. Non ci fermiamo agli slogan, perché c’è Giorgia Meloni al
governo e Fratelli d’Italia lavora ogni giorno al Parlamento europeo al
servizio degli italiani e per l’Italia».
La
minaccia del soldato russo:
"Putin mi riceva o l'esercito
si rivolterà".
Cosa
sta succedendo a Mosca.
msn.com – Il giornale – (26 -06 -2026) - Storia
di Filippo Jacopo Carpani – Redazione – ci dice:
La
minaccia del soldato russo: "Putin mi riceva o l'esercito si
rivolterà". Cosa sta succedendo a Mosca.
Sembra
che stia tirando aria di rivolta tra i ranghi dell'esercito russo, impantanato
dal 2022 nel conflitto in Ucraina che, ad oggi, pare ancora essere lontano
dalla sua conclusione.
I
sospetti nascono dal video di un ex comandante di battaglione, “Aleksandr
Lundin”, che da ieri ha totalizzato 12 milioni di visualizzazioni.
Nel
filmato, l'uomo denuncia i trattamenti brutali a cui sono sottoposti i soldati
di Mosca per mano dei loro ufficiali.
Parla
di torture, estorsioni ed esecuzioni sommarie, invii in missioni suicide come
punizioni e condizioni disumane.
Afferma
di essere in contatto con esponenti di alto livello dell'armata di Putin e
minaccia apertamente il Cremlino di trascinare il Paese "in un bagno di
sangue".
"Oggi
è venuto da me un rappresentate “dei servitori del popolo” (probabilmente un
funzionario, ndr), ieri ho incontrato delle persone, rappresentati dei vertici
delle forze di sicurezza e del ministero della difesa e hanno mi recapitato un
messaggio per Vladimir Vladimirovic.
Vi
chiedo un'udienza in diretta televisiva, in cui racconterò tutta la verità su
quello che sta succedendo nel nostro Paese", ha detto Lundin.
"In
questo momento centinaia, migliaia, decine di migliaia dei nostri soldati sono
rinchiusi negli” zingani” (celle di detenzione improvvisate, ndr).
Sono stati puniti dai loro comandanti.
Restano lì, marciscono, subiscono torture e
violenze da parte dei cosiddetti 'Gestapo', i loro comandanti.
Sono stati puniti perché si sono rifiutati di
eseguire ordini stupidi e suicidi.
Perché
si sono rifiutati di consegnargli il proprio denaro.
Alla
fine questi uomini vengono uccisi e dichiarati dispersi".
L'ex
comandante, poi, si rivolge direttamente a Putin: "Vladimir Vladimirovic,
prestate attenzione a questa cosa. Invitatemi da voi.
Le
conseguenze saranno molto serie.
Se a breve non sarò al Cremlino con voi e non
parlerò, l'esercito volterà le armi contro il Cremlino e il Paese precipiterà
in un bagno di sangue".
In un
secondo video, Lundin ha affermato che "se dovesse accadermi qualcosa, o
se dovesse succedere qualcosa ai miei cari, alla mia famiglia, sarà il segnale
per l'inizio delle azioni.
Io sto trasmettendo un messaggio, niente di
più.
Non sono il leader di una ribellione.
Si
sono rivolti a me per una semplice ragione: perché non posso essere
preso".
Di
primo acchito, le sue parole potrebbero essere considerate solo come
"dichiarazioni forti" di un veterano scontento.
Ma
potrebbe esserci qualcosa di vero nelle sue minacce.
Nel
corso degli anni di guerra, infatti, le voci contrarie all'invasione
dell'Ucraina sono state messe tutte a tacere una dopo l'altra.
Questi
video, invece, sono rimasti in circolo e ha totalizzato numeri di
visualizzazioni considerevoli.
In più, lo stesso portavoce del Cremlino
Dmitri Peskov ne ha parlato durante un'intervista.
"Sui
social network e nei vari video si sta diffondendo l'appello di un veterano
dell'operazione militare speciale (SVO), Aleksandr Lundin, rivolto al
presidente.
Afferma
che i militari al fronte vengono maltrattati dai comandanti, sostiene che
simili episodi siano frequenti e minaccia una rivolta se Putin non lo riceve,
non ascolti le sue ragioni e non venga rilasciato un appello congiunto.
Il presidente è al corrente? Potrebbe
commentarlo?", gli ha chiesto l'intervistatore.
"No, però in effetti ci è stato detto che
c'è quest'appello, ma non abbiamo ancora avuto modo di esaminarlo.
Per cui non me la sentirei di fare alcun
commento al riguardo.
Tuttavia,
da quanto riferite voi, sembra ci siano delle formulazioni piuttosto insolite
per cui a maggior ragione bisogna prima esaminarlo".
Lundin
ha pubblicato anche un terzo video, dove ha parzialmente corretto il tiro e ha
affermato di non avercela con Putin, ma con i blogger pro-guerra che parlando
di un conflitto che, secondo la loro narrazione, starebbe andando a gonfie vele
per le forze di Mosca.
Non
sappiamo se sia stata effettivamente una correzione volontaria o se abbia
subito pressioni, oppure se anche questa piccola marcia indietro sia una
strategia di comunicazione.
Rimane il fatto che non ha smentito le sue
precedenti dichiarazioni riguardo a un ammutinamento di massa delle forze
armate.
Che
nelle sale del Cremlino siano effettivamente preoccupati dopo più di quattro
anni di fallimenti militari, soldati usati come carne da macello e guadagni
territoriali minimi?
E a
tutto questo, bisogna aggiungere la pressione sempre più forte che Kiev sta
esercitando sulla rete di approvvigionamento energetico della Federazione.
Al
momento, è ancora presto per prevedere come questa vicenda si evolverà,
nonostante il fantasma della rivolta di Prigozhin aleggi ancora sulla strada
verso Mosca.
Ma è
utile ricordare, visto che spesso Putin viene chiamato "lo Zar", che
tra i motivi che portarono alla caduta dell'Impero russo vi fu proprio anche
una guerra mal gestita.
Parlamento
europeo: dalla
maggioranza
“Ursula” alla
maggioranza
“Giorgia.”
Libertaegiustizia.it
– (3 aprile 2026) - Europa e Mondo - Emilio De Capitani – Redazione – ci dice:
In
contrasto con la tradizione che ne aveva fatto uno dei più convinti promotori
della costruzione europea, il “PPE” ha di fatto cambiato le carte in tavola:
oggi i
suoi leader navigano spesso a vista tenendo in poco conto le esigenze degli
altri paesi membri.
Cosa fare.
Due
anni fa, dopo le elezioni europee, in occasione dell’approvazione della nuova
Commissione UE presieduta da Ursula Von Der Leyen, emerse una maggioranza
politica di centro-sinistra in apparenza simile a quelle delle legislature
precedenti.
Riunendo
Popolari europei (PPE), Socialisti (SD) e Liberali (Re new), con l’appoggio
esterno dei Verdi (Greens), la nuova maggioranza, subito battezzata “Ursula”,
aveva, almeno agli inizi, rassicurato quanti temevano l’irrompere della destra
e dell’estrema destra in ruoli decisivi all’interno del Parlamento europeo.
Un
timore di lunga data, che nelle legislature precedenti aveva portato alla
creazione informale di un “cordone sanitario” per evitare che queste forze
potessero incidere sul funzionamento del Parlamento.
Disponendo
di più di 361 voti – dunque della maggioranza assoluta rispetto ai 720 membri
del Parlamento, necessaria per le decisioni più rilevanti sul piano politico e
legislativo – la “maggioranza Ursula” sembrava proteggere il Parlamento sia da
tempeste interne che da possibili contagi derivanti dai cambiamenti di
maggioranza nei governi dei suoi Stati membri.
Niente
di più illusorio.
Fin da
subito, ci si rese conto che fra i gruppi non sarebbe stato possibile definire
un programma politico che potesse orientare la nuova Commissione, mentre
quest’ultima negoziava abilmente un proprio programma anche con gruppi esterni
alla maggioranza, come i Conservatori europei (ECR), allora presieduti da
Giorgia Meloni.
Il
voto di approvazione da parte della “maggioranza Ursula” della nuova
Commissione si rivelò ben presto un” trompe l’oeil”, anche perché il PPE,
gruppo di maggioranza relativa, fece capire fin da subito agli smarriti
Socialisti, Liberali e Verdi che, in assenza di un programma politico comune,
non si sarebbe fatto scrupolo di cercare anche fuori dalla maggioranza i voti
per realizzare le proprie priorità.
A prima vista, sembrava l’annuncio di quella
che gli italiani avevano conosciuto come “politica dei due forni” di
andreottiana memoria:
la libertà del partito di maggioranza relativa
di attingere voti tanto a destra che a sinistra, a seconda delle disponibilità
a sostegno delle proprie priorità.
Si sarebbe trattato di un caso di pragmatismo
sgradevole, ma in definitiva comprensibile nel gioco politico.
L’obiettivo
del PPE si è invece rivelato un altro:
sostituire
la “maggioranza Ursula” di centrosinistra con una “maggioranza Giorgia” di
destra-estrema destra.
Per
conseguire questo risultato, bisognava controllare in primo luogo il
funzionamento del ciclo politico interno al Parlamento europeo, e in secondo
luogo il ciclo “esterno”.
Il
primo obiettivo è stato raggiunto facilmente, occupando i posti chiave nel
funzionamento dell’istituzione, dalla presidenza del Parlamento a quella delle
Commissioni parlamentari determinanti nel processo legislativo.
Grazie
al “sistema D’Hondt”, che premia i gruppi più numerosi, e a un’evidente
arrendevolezza degli altri gruppi durante il primo periodo della maggioranza
Ursula, il PPE ha ottenuto quanto voleva.
Persino sul piano amministrativo il gruppo
poteva, e può tuttora, contare sul sostegno dei vertici dell’amministrazione,
grazie alle nomine effettuate dall’attuale segretario generale del Parlamento e
dal suo predecessore Klaus Welle (a suo tempo già segretario generale del
gruppo PPE).
Il
secondo obiettivo era far diventare le priorità del PPE non solo le priorità
del Parlamento europeo ma della stessa Commissione e dello stesso Consiglio
europeo.
Vasto
programma, avrebbe detto De Gaulle.
Ma a
favorirne la realizzazione vi erano, e vi sono, alcune condizioni esterne,
quali il fatto che, se la Commissione appare certo più visibile, è pur sempre
sottoposta alla non-sfiducia del Parlamento europeo, e quindi chi controlla il
Parlamento controlla la Commissione.
Assunto
che si dimostrerà in occasione dei velleitari voti di sfiducia che ebbero luogo
nei mesi successivi, spazzati via soprattutto dalla reazione granitica del PPE.
Quanto
all’influenza del PPE sul Consiglio europeo, non si esercita attraverso il
gruppo parlamentare ma attraverso il partito, che però, guarda caso, ha lo
stesso presidente del Gruppo parlamentare: Manfred Weber.
Alla
prova dei fatti, se anche si può dubitare di chi sia il vero autore dei
documenti politici discussi fra i membri del PPE prima delle riunioni del
Consiglio europeo, resta l’evidenza che questi potranno avere un “ritorno”
sulla attività delle altre istituzioni (Parlamento e Commissione compresi).
È da
non sottovalutare la scelta strategica di cumulare nella stessa persona la
carica di presidente del gruppo e del partito. Così facendo, Manfred Weber si è
di fatto scelto il ruolo di deus ex machina del ciclo politico europeo, creando
un potenziale effetto domino a livello delle istituzioni e mostrando una
visione di gran lunga più ambiziosa di quella degli altri gruppi politici
dell’assemblea.
Se si
passa ai contenuti, basta ricordare che lo slogan iniziale del PPE si
riassumeva icasticamente nel sostegno di maggioranze che fossero pro Unione
europea, pro Rule of Law e pro Ucraina.
Obiettivi pienamente condivisibili, finché non
si scendeva nei dettagli delle scelte conseguenti.
Nel manifesto elettorale del PPE, infatti,
venivano declinati con formule che definire reticenti e ambigue sarebbe un
eufemismo.
Se da
un lato quel documento promuove l’eliminazione di lacci e lacciuoli
all’economia, dall’altro sembra ignorare che un mercato senza frontiere
richiede in ogni caso (Draghi e Letta docent) norme comuni europee a tutela
degli operatori economici e degli stessi cittadini.
Se il
manifesto del PPE pone, giustamente, l’accento sulla sicurezza, in particolare
riguardo a minacce esterne, sembra poi ignorare che questa deve essere
costruita, come prevede l’art. 3 del Trattato, in sinergia con misure a tutela
della libertà e della giustizia, per rispettare i principi dello Stato di
diritto e il carattere democratico dell’UE.
Ma è
alla prova dei fatti che il comportamento del gruppo si rivela in palese
contraddizione con l’obiettivo di sostenere maggioranze a favore dell’Unione
europea e dei valori dell’Unione.
In diverse occasioni, come è apparso con
chiarezza anche dai resoconti della stampa, il PPE non ha subito, ma ha
deliberatamente cercato il sostegno dei gruppi di destra-estrema destra, che
sono per definizione e per scelta dichiarata contrari alla costruzione europea.
Basti
ricordare che proprio grazie al loro supporto, e spesso con i voti contrari
degli altri gruppi della defunta “maggioranza Ursula”, si è proceduto, con il
sostegno della stessa Commissione, all’indebolimento della trasparenza
legislativa attraverso farraginosi “omnibus” che hanno ribaltato le logiche dei
blocchi delle politiche europee.
A ciò
si aggiunga lo svuotamento della politica di trasparenza e di accesso ai
documenti, fino ad accettare perfino che il Parlamento abbia un limitato
accesso alle informazioni confidenziali.
Allo
stesso modo si è proceduto allo smantellamento progressivo della politica
ambientale avviata nella legislatura precedente; alla persecuzione delle
organizzazioni della società civile, anche quando suppliscono a carenze delle
istituzioni in materia di partecipazione al processo decisionale, specie in
campo ambientale o migratorio; all’indebolimento delle norme in materia di
protezione dei dati e al parziale smantellamento dell’Agenda digitale per
assecondare le richieste di oltre-atlantico;
allo
svuotamento delle norme della Carta dei diritti fondamentali e dei Trattati
relative alla libertà di circolazione dei cittadini, al diritto di asilo e al
divieto di espulsioni.
Hanno,
a tal proposito, sollevato ampie proteste da parte della società civile le
recenti norme in fase di finalizzazione relative ai cosiddetti “paesi sicuri” e
alle condizioni di rimpatrio (rectius “espulsione”) approvate con maggioranze
di oltre 400 voti, che permetteranno quindi di indurire le già gravi condizioni
previste nei testi del Consiglio.
A una
simile campagna demolitoria si aggiungono la carenza di norme a tutela dei
diritti delle persone in campo sociale e l’inesistenza di un quadro di
protezione dei diritti e di accesso alla giustizia per le categorie più
vulnerabili, con ciò contraddicendo il ripetuto mantra della protezione della
Rule of Law in seno alla UE.
A
colpire maggiormente, tuttavia, è che tutti questi fenomeni richiederebbero una
governance europea che il gruppo PPE si guarda bene dal sostenere, per
compiacere i membri del partito al governo nei diversi Stati membri.
Questa
mancata assunzione di responsabilità viene mascherata dalla moltiplicazione di
interventi e di spese per le agenzie europee, quasi che il governo di politiche
sopranazionali si potesse affidare a strutture di tipo amministrativo.
Si
colloca in questa prospettiva la richiesta del PPE di portare gli affettivi
dell’agenzia europea delle frontiere Frontex a 30.000 funzionari.
La
domanda sorge spontanea:
come
si può contrastare una deriva che parte ormai dall’istituzione eletta
direttamente dai cittadini, quando la durata della legislatura è fissata nei
Trattati e quindi, sino alle prossime elezioni, i cittadini non potranno
incidere direttamente sull’attività dei gruppi?
In primo luogo, agendo indirettamente,
attraverso i propri rappresentanti, in particolare nel gruppo PPE, che ha di
fatto cambiato le carte in tavola, in contrasto con una tradizione che da
Adenauer e De Gasperi sino a Martens ne aveva fatto uno dei più convinti
promotori della costruzione europea.
Un’altra
linea d’azione politica consisterebbe nel ridare voce alle delegazioni
nazionali più progressiste in seno al gruppo PPE, come quella belga e maltese,
limitando l’influenza del “Partido popular” spagnolo, che ha portato a livello
europeo la contrapposizione nazionale al governo Sanchez.
Sarebbero
poi da de-germanizzare almeno in parte le priorità del PPE, oggi guidato di
fatto dalle esigenze di Weber, Von der Leyen e Merz, che molto spesso navigano
a vista tenendo in poco conto le esigenze degli altri paesi membri.
Da
ultimo, resta pur sempre “un giudice a Lussemburgo” a limitare i danni e
raddrizzare almeno in parte i misfatti di un legislatore europeo sempre meno
interessato a tutelare i diritti fondamentali.
Senza
dimenticare che ricorrere alle strategiche litigatone o a formule di collettive
represse – ricorsi collettivi – può sembrare l’ultima spiaggia, ma gli effetti
possono comunque essere determinanti.
(Emilio
De Capitani.
(Direttore
Esecutivo del Fondamentale Rights Europea Expert Group -FREE Group).
Altro
che PPE: è la “maggioranza Giorgia”
a
cambiare l’Europa.
Ci
scrive Procaccini.
Ilfoglio.it
– Nicola Procaccini – Claudio Cerasa – (16 – Aprile – 2026) – Redazione – ci
dicono:
"Verrà
il tempo in cui anche i simboli potranno cambiare, accompagnando l’innovazione
dei leader e dei temi. Ma oggi è il tempo della coerenza."
La lettera dell'europarlamentare di Fratelli
d’Italia
Immagine
di “Altro che Ppe”: è la “maggioranza Giorgia” a cambiare l’Europa.
Ci
scrive Procaccini.
(Ecco
la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e Nicola Procaccini durante la
prima edizione dei “Margaret Thatcher Awards”, evento organizzato all'Acquario
Romano dalla fondazione “New Direction”, il think tank dei Conservatori europei
(ECR), Roma, 11dicembre 2025.
ANSA/FILIPPO ATTILI-US PALAZZO CHIGI +++FOTO
DIFFUSA DALL'UFFICIO STAMPA - USARE SOLO PER ILLUSTRARE OGGI LA NOTIZIA
INDICATA NEL TITOLO - NON ARCHIVIARE - NON VENDERE - NON USARE PER FINI NON
GIORNALISTICI - NPK+++).
Al
direttore – Leggo con attenzione l’articolo pubblicato su “ Il Foglio”, che
suggerisce come approdo naturale per Fratelli d’Italia l’ingresso nel Partito
Popolare Europeo, quasi fosse l’unica via per una piena legittimazione europea.
E’ una lettura che rispetto, ma che non
condivido.
L’appartenenza di FdI al gruppo dei
Conservatori europei non è una scelta tattica, ma una scelta identitaria,
costruita nel tempo e radicata in una visione politica precisa.
Il
trumpismo si argina entrando nel PPE.
Le
sberle di Trump a Meloni sono la punta dell’iceberg di un’asimmetria che viene
da lontano (chiedere a Zelensky).
Ma
l’emancipazione dal trumpismo ha bisogno di una svolta non reversibile.
Ragioni
per entrare in fretta nel PPE.
(Claudio Cerasa).
La
nostra ambizione non è quella di inseguire collocazioni più comode o ritenute
più “presentabili”, ma di dare finalmente una casa politica al conservatorismo
italiano, che non è uniforme, ma composto da pensieri, esperienze e tradizioni
diverse, accomunate però da una stessa idea di libertà, responsabilità e
centralità della nazione.
E’ su questo terreno che abbiamo lavorato, con
coerenza, per costruire un’identità politica riconoscibile.
Abbiamo
creduto – e continuiamo a credere – che fosse possibile affermare anche in
Italia una cultura conservatrice moderna e solida, sulla scorta di grandi
esperienze occidentali affini alla nostra:
la Gran Bretagna di Margaret Thatcher e gli
Stati Uniti di Ronald Reagan.
Esperienze diverse tra loro, ma unite dalla
capacità di coniugare libertà economica, orgoglio nazionale e visione
internazionale.
E’ a quella tradizione che guardiamo, non per
nostalgia, ma per costruire una prospettiva di lungo termine.
Dentro
questa visione si colloca anche la nostra idea di Europa. Noi difendiamo
l’impianto originario dell’Ue, quello delineato dal Trattato di Roma: una
comunità di Stati che cooperano su alcune grandi questioni strategiche, senza
essere costretti a sacrificare il proprio interesse nazionale sull’altare di
decisioni calate dall’alto.
Una
confederazione di nazioni libere, in cui la cooperazione è una scelta
consapevole e volontaria. Esattamente come avviene già oggi attraverso strumenti come
la cooperazione rafforzata.
In
questo senso restano attualissime le parole di Thatcher nel celebre discorso di
Bruges:
nessuno potrà mai convincerci della necessità o
dell’utilità di un superstato europeo, in cui le nazioni vengono ridotte a
semplici entità amministrative, prive di una vera rappresentanza dei propri
popoli.
Non è
questa l’Europa che vogliamo. Se poi qualcuno vuole leggere le dinamiche
europee in chiave tattica, allora è giusto ricordare un dato politico evidente:
oggi, sia nel Parlamento che nel Consiglio Ue, si affermano sempre più spesso
maggioranze di centrodestra grazie alla capacità del gruppo dei Conservatori di
dialogare e costruire ponti con il Ppe e con le altre forze della destra
europea. Non a caso si parla sempre più frequentemente di una “maggioranza
Giorgia” in Europa.
Senza questo lavoro quotidiano di tessitura
politica, esisterebbe con ogni probabilità una maggioranza di sinistra, alla
quale il PPE finirebbe per essere subordinato, come già accaduto in passato, ad
esempio nella stagione segnata dall’influenza di Frans Timmermans.
Infine, tornando all’identità di FDL, è giusto
ribadire che essa è il punto di incontro di percorsi politici diversi, uniti
però da una comune cultura conservatrice. Tra questi vi è anche quello del
partito nel quale si sono formati Meloni e chi scrive. È un patrimonio che
evolve: verrà il tempo in cui anche i simboli potranno cambiare, accompagnando
l’innovazione dei leader e dei temi. Ma non è questo il momento.
Oggi è
il tempo della coerenza. Ed è su questa coerenza che continueremo a costruire
il futuro dell’Italia e dell’Europa.”
(Nicola
Procaccini.
(Europarlamentare
Fratelli d’Italia).
La
“maggioranza Giorgia” vince in Ue:
il modello
Meloni ridisegna
l’Europa
dei migranti.
Progettoitalianews.net
– (19 giugno 2026) – Redazione -Politica -Andrea Viscardi – ci dice:
Non
solo internamente e in sede europea.
L’impegno del governo italiano per contrastare
l’immigrazione irregolare e colpire i trafficanti di uomini registra importanti
passi avanti anche sul fronte della cooperazione con i Paesi di provenienza,
ulteriore pilastro di una strategia che affronta il tema a tutti i livelli.
Così, nella stessa settimana in cui la Camera ha approvato il “dl Rimpatri” e
il “Parlamento europeo” ha dato il via libera al “Nuovo regolamento Ue” sulla
stessa materia, il governo può salutare «con soddisfazione» l’avvio della fase
pilota della “Sala Operativa Congiunta” a Tripoli, che vede Italia, Qatar e
Turchia al fianco della Libia nell’impegno per gestire i fenomeni migratori.
La
“Sala Operativa Congiunta”, come ricordato da Palazzo Chigi in una nota, «è
composta da funzionari libici cui si uniscono ufficiali di collegamento» degli
altri tre Paesi «per sostenere gli sforzi libici nella gestione dei fenomeni
migratori illegali, rafforzare le capacità libiche di ricerca e di soccorso e
migliorare lo scambio di informazioni».
«La cooperazione rafforzata – si legge ancora
nella nota della Presidenza del Consiglio – sarà realizzata nel rispetto della
sovranità libica, con l’obiettivo comune di salvare vite umane in mare e
contrastare le reti criminali impegnate nel traffico di migranti».
La via
della cooperazione e il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo.
L’avvio
dell’iniziativa, si legge ancora nella nota, «costituisce un seguito concreto
del Vertice di Istanbul del 1° agosto 2025».
In quell’occasione la premier italiana, il
presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, e il primo ministro della Libia, Abdul
Hamid Mohammed Debbia, diedero vita a un trilaterale che guardava alla
stabilità politica della Libia, attraverso iniziative di cooperazione che
assegnavano un ruolo importante proprio al tema migratorio.
Al vertice, che ha confermato la centralità di
Roma nel Mediterraneo allargato, ha fatto poi seguito un incontro a Palazzo
Chigi, il 19 maggio scorso, con i rappresentanti di Italia, Libia, Qatar e
Turchia per fare il punto sugli obiettivi raggiunti.
In
quella sede si è discusso anche del progetto pilota per la “Sala Operativa
Congiunta”, che ora, a un mese esatto di distanza, diventa realtà.
«Oggi
l’Italia ha ottenuto un grande successo.
Un provvedimento storico che consente di
rimpatriare velocemente chi non ha titolo a stare nell’Ue».
Le
parole con cui Giorgia Meloni ratifica il successo tutto “made in Italy”
incassato in Ue spiegano e commentano meglio di qualunque dato o informazione
tecnica quanto accaduto all’Eurocamera.
Sì,
perché su gestione dei flussi, accoglienza e respingimenti dei migranti,
l’Europa ha sposato la linea Meloni con uno storico sì del PE alla direttiva
rimpatri sul modello Albania.
Proprio
così:
il Parlamento europeo ha approvato la “direttiva
Rimpatri “con 418 sì, 218 no e 30 astenuti.
Il
testo è passato con il supporto di tutte le forze di destra e centrodestra
dell’Eurocamera, ossia Popolari (PPE), Conservatori (ECR), Patrioti e
Sovranisti, più alcuni eurodeputati di centrosinistra.
Tutto in una votazione storica che segna una netta
inversione di tendenza rispetto alla tradizionale maggioranza centrista.
Migranti,
l’Europa sposa il modello Italia: il PE approva la direttiva rimpatri.
Di
più. Il provvedimento introduce una svolta epocale:
la
possibilità di trasferire i migranti irregolari in “centri di rimpatrio”
situati in Paesi terzi sulla base di accordi bilaterali, ricalcando fedelmente
il modello del protocollo Italia-Albania.
Le
nuove norme prevedono l’obbligo di lasciare immediatamente il territorio Ue in
caso di soggiorno irregolare e consentono il trattenimento nei centri fino a 24
mesi per motivi di sicurezza o rischio di fuga.
Migranti
e rimpatri, la soddisfazione di Meloni: «Sui Paesi terzi la Ue segue la strada
dell’Italia»
Piena
e significativa la soddisfazione della premier Giorgia Meloni, che rivendica la
paternità politica della svolta.
«Oggi
l’Italia ha ottenuto un grande successo.
Un
provvedimento storico che consente di rimpatriare velocemente chi non ha titolo
a stare nell’Ue».
Non solo.
Dal G7 a Evian il presidente del Consiglio ha anche
rilanciato sul rispetto dei patti elettorali:
«Difendere i confini. Ridurre drasticamente
gli sbarchi. Combattere i trafficanti di esseri umani. Rimpatriare subito chi
non ha titolo a stare da noi. Avevamo promesso agli italiani che avremmo
cambiato l’Europa: e lo abbiamo fatto. Con coraggio, con pazienza, con
determinazione. Perché la nostra bussola è chiara: rispettare il programma
votato dai cittadini punto per punto. E non ci fermeremo. Andremo avanti».
E non
è ancora tutto.
Perché il regolamento europeo sui rimpatri
approvato oggi dal Parlamento Ue, spiega Meloni in un video postato sui social,
è «prevede tra l’altro anche la possibilità di aprire centri di rimpatrio nei
Paesi terzi: quindi di fatto seguendo la strada aperta dal governo italiano con
il protocollo con l’Albania.
Una soluzione innovativa che la sinistra italiana ed
europea ha tentato di contrastare in ogni modo. Ma che grazie a questo governo
è diventato oggi uno strumento a disposizione dell’Europa intera», rimarca
ancora il presidente del Consiglio.
Cosa
dice il regolamento con le nuove norme appena approvate.
E
ancora.
Secondo le nuove norme appena approvate, il
regolamento mira ad accelerare le procedure di rimpatrio «nel rispetto dei
diritti fondamentali e del diritto internazionale. Incluso il principio di non
respingimento. E il divieto di espulsioni collettive, e a prevenire al contempo
abusi e movimenti non autorizzati all’interno dell’Ue», come sottolinea un
comunicato dell’Eurocamera.
Tra le
novità, peraltro, spicca la possibilità di trasferire i migranti destinatari di
una decisione di rimpatrio, esclusi i minori non accompagnati, verso dei
“centri di rimpatrio” situati in Paesi terzi che accettino di accoglierli,
sulla base di accordi bilaterali con uno Stato membro, sul modello del
protocollo Italia-Albania.
Migranti,
la von der Leyen snocciola i dati dei riscontri: «Dalla Tunisia -97% di arrivi
dal 2023»
Ma non
è ancora tutto.
Perché la bontà dell’approccio strategico
italiano, basato sulla cooperazione con i Paesi di origine e transito, trova
sponda nei dati forniti dalla presidente della Commissione Europea, Ursula von
der Leyen.
Nella
sua lettera ai leader in vista del Consiglio Europeo, von der Leyen ha
certificato il successo del memorandum con la Tunisia.
Asserendo
con nettezza e con la forza dei dati:
«Dal 2023 ad oggi gli arrivi illegali dalla
Tunisia in Italia sono diminuiti del 97%».
Un
risultato straordinario ottenuto grazie al sostegno Ue nella gestione delle
frontiere.
Alla
protezione e ai rimpatri volontari assistiti, che hanno registrato 8.853
partenze dalla Tunisia nel 2025.
E
oltre 2.000 nel 2026.
Tanto che la Von der Leyen ha inoltre definito
«indispensabile» la continua interazione con la Libia per rafforzare la
sicurezza e ridurre le partenze illegali.
Come a
confermare, una volta di più, che l’Ue adotta finalmente la dottrina italiana.
E che la difesa dei confini e la lotta ai
trafficanti di essere umani è finalmente realtà.
"Maggioranza
Giorgia"
anche
sui clandestini.
Ilgiornale.it
- Francesca Gallici – (20 marzo 2026) – Redazione – ci dice:
Ieri
l'incontro al Consiglio Ue: 16 componenti su 27 sostengono la politica
migratoria italiana.
"Maggioranza
Giorgia" anche sui clandestini.
A
Bruxelles la "maggioranza Ursula" non esiste praticamente più:
il
baricentro dell'Unione europea si è spostato, decentrandosi e andando a formare
la "maggioranza Giorgia".
L'Italia,
infatti, da quando a Palazzo Chigi si è insediata Giorgia Meloni, ha saputo
conquistare il ruolo che le spetta, non più sparring partner ma leader della
frangia di Paesi che vogliono un'Unione europea proattiva.
La
postura italiana sulle politiche migratorie non è cambiata negli ultimi anni,
come dimostra anche l'ultimo incontro che si è tenuto ieri a Bruxelles,
ospitato dal premier italiano Meloni con i primi ministri danese, Mette
Frederiksen, e olandese, Rob Jette.
Presenti
i leader di: Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Germania, Grecia, Polonia,
Lettonia, Malta, Slovacchia, Repubblica Ceca, Svezia e Ungheria, insieme a
rappresentanti della Commissione europea, inclusa Ursula von der Leyen.
Quindici
Paesi più l'Italia su un totale di 27 componenti dell'Ue, un blocco di
maggioranza che, anche sui migranti, guarda al nostro Paese come esempio.
Infatti,
per quanto i giudici italiani continuino a provare di vanificare gli sforzi del
governo di gestire le politiche migratorie attraverso il patto Italia-Albania,
in Europa quel sistema piace e gli altri Paesi cercano di prendere spunto per
replicare il "modello Italia" nell'ottica di "soluzioni
innovative" per la gestione dei flussi, anche in funzione del nuovo patto
per le migrazioni dell'Ue.
La
lista dei Paesi di origine sicura stilata a livello europeo è la chiave di
funzionamento del sistema che l'Italia propone da anni ma nel nostro Paese
continua a essere osteggiato ideologicamente dalle toghe.
Ovviamente,
durante l'incontro si è parlato del conflitto mediorientale e del sostegno alle
popolazioni colpite dalla guerra che sta martoriando quella parte di pianeta,
che si ripercuote inevitabilmente sui flussi in ingresso, per coordinare i
quali serve organizzarsi a livello unitario per evitare una crisi simile a
quella del 2015.
Il
premier italiano ha anche indicato ai colleghi il nuovo filone del lavoro delle
prossime assemblee, a partire dall'”International Migration Review” Forum di
New York e dalla riunione del “Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa di
Chisinau”, che si terranno entrambi a maggio. I grandi assenti dell'incontro
sono stati la Francia e la Spagna, segno che la vecchia politica europea è
ormai in minoranza.
Politica.
Le
ombre democratiche, politiche
e costituzionali sulla legge elettorale.
Avvenire.it
- Marco Usevoli – (28 giugno 2026) – Redazione – ci dice:
La
Lega “minaccia” FDLI sulle preferenze: non insistano o si rischia.
Ma
potrebbe aggiungerle la Corte costituzionale.
Rischio
boomerang con la soglia al 42%:
il
centrodestra potrebbe non arrivarci senza Vannacci, idem il campo largo senza
centro.
Le
ombre democratiche, politiche e costituzionali sulla legge elettorale.
Incognite
costituzionali, incognite tecniche, incognite politiche, incognite circa le
ricadute sulla vita democratica.
E
persino incognite sulla tanto agognata “stabilità”, che la nuova legge
elettorale in discussione alla Camera ha promesso a piene mani senza però fare
i conti con chi ha deciso, o potrebbe decidere, di mettere in discussione
l’attuale bipolarismo.
Alla
vigilia di una settimana di passaggio verso l’approvazione alla Camera del
“Melonellum”, “Stabilicum” o “Bignami-bis” che dir si voglia, quello che
sembrava un treno ad alta velocità diretto verso la meta finale inizia a
somigliare a un regionale costretto a fermarsi.
Prima
stazione, le preferenze.
Sembrava tutto già scritto:
Fratelli
d’Italia presenta l’emendamento per onorare un vecchio impegno, emendamento che
poi sarebbe stato bocciato a voto segreto, a riprova che sul “doppio listino
bloccato” esiste una implicita maggioranza trasversale.
Ma negli ultimi giorni la questione si è
complicata.
Fratelli d’Italia si è messa a cercare una
formula di sintesi anche con gli alleati, ma Lega e Forza Italia hanno gridato
il loro «no» ad ogni ipotesi di modifica condivisa.
Di più:
dalle
colonne di Repubblica, ieri il leghista Igor Iezzi ha fatto intendere che
l’introduzione delle preferenze alla Camera potrebbe portare alla bocciatura
della legge elettorale nel passaggio successivo, al Senato.
Una
bella grana di natura politica.
Ma il
tema delle preferenze è anche costituzionale.
Lo ha
ricordato ieri l’ex parlamentare del Pd e costituzionalista Stefano Ceccanti:
«A causa della doppia lista bloccata, di
partito e di coalizione, resta aperta la questione del rapporto effettivo di
rappresentanza che lascia il varco aperto per una sentenza additiva che
introduca le preferenze, nell’arco di tempo tra la approvazione di questo testo
e l’effettivo svolgimento delle elezioni politiche».
Insomma,
la Consulta, secondo Ceccanti e diversi esperti, non potrebbe restare ferma
davanti a un sistema di voto che non prevede nessuna delle formule tipiche di
elezione del parlamentare da parte dei cittadini: che siano le preferenze, i
collegi uninominali o altre formule.
Ceccanti
spiega dal punto di vista tecnico quello che molte voci della società civile
stanno cercando di dire dal punto di vista culturale:
dove
viene condotta la democrazia con una legge elettorale in cui il candidato da
mandare a Roma è stato pre-selezionato da partiti e coalizioni?
Il
combinato disposto tra preoccupazioni dei costituzionalisti e ultimi sondaggi
ha aperto inoltre un’altra faglia:
è
davvero sicuro che le coalizioni, o almeno una delle due, supereranno il 42%
incassando il premio di maggioranza?
È la
seconda stazione che potrebbe tenere fermo a lungo il treno, specie nel
passaggio tra Camera e Senato.
Ancora
Ceccanti rileva come vada presa in considerazione l’ipotesi che nessuna
coalizione raggiunga il 42%.
Magari
non nel 2027, ma ai prossimi giri.
Sotto
tale soglia, i seggi sarebbero ripartiti in modo proporzionale, come avveniva
nella Prima Repubblica.
E
dunque potrebbero nascere solo Governi di larghe intese.
Ceccanti
ritiene dunque «contraddittoria» l’assenza del ballottaggio, se il fine della
legge è la stabilità.
Un
discorso che va accoppiato agli ultimi sondaggi, che registrano un’ulteriore
crescita di Futuro Nazionale.
Una
crescita che porrebbe il centrodestra senza Vannacci appena sopra il 42%, a
rischio dunque di non raggiungere la soglia utile a incassare il premio di
maggioranza.
«Ci sarà il voto utile», dicono con sicurezza
gli alti dirigenti di FDL, Lega e Forza Italia.
Ma
intanto i sondaggi vengono letti giorno per giorno e potrebbero ancora
influenzare l’iter del nuovo sistema di voto.
D’altra
parte il 42% potrebbe diventare un boomerang anche per il centrosinistra, che
ora, sondaggi alla mano, è sopra la soglia, ma con il contributo decisivo delle
compagini centristi.
Considerando
che nelle ultime settimane c’è stato un rafforzamento del «blocco» tra Pd, AVS
e M5s, non è da escludere che proprio le formazioni moderate e riformiste
facciano valere il loro peso per assicurare al campo largo il premio di
maggioranza.
Di
stazioni ce ne sono ancora tante, per il treno regionale con direzione 2027.
C’è il
tema, anch’esso costituzionale, dell’«obbligo» per le coalizioni di indicare il
candidato a Palazzo Chigi, nonostante sia nota la procedura quirinalizia e
parlamentare che porta all’insediamento di un nuovo Governo.
E c’è
la stazione delle firme, che alcuni partiti non raccoglieranno grazie a
rappresentanza parlamentari e altri invece, magari di analoga o maggiore forza
elettorale, dovranno andare dispendiosamente a cercare.
C’è la
stazione dei fuorisede, in cui tutti vorrebbero fermarsi a parole e che poi
resta sempre deserta.
I nodi
insomma aumentano cammin facendo, anziché diminuire.
Al momento appare incrollabile la volontà di
Giorgia Meloni di avere un nuovo sistema di voto che «eviti il pareggio», a
beneficio della governabilità.
Così come la volontà della premier di chiudere
il cerchio in tempo utile ad anticipare le elezioni di qualche mese,
spostandole in primavera e stoppando l’anomalia del voto in autunno.
Argomentazioni
legittime, ma c’è ancora tempo per riflettere sul “prezzo” di questi obiettivi:
e il doppio listino bloccato, di partito e di
coalizione, pare un prezzo troppo alto da pagare per molte voci che si chiedono
se i cittadini riusciranno a trovare senso in un voto così “semplificato”, in
cui decisiva non è la volontà degli elettori ma l’ordine in cui i partiti
mettono in fila dei nomi.
Meloni:
"Colpita da Trump, ma non
voglio
alimentare confronto.
Mantenere
rapporto Usa-Ue."
Tg24.sky.it – Politica – (23 giu. 2026) – Ansa-
Redazione -ci dice:
Lo ha
detto la premier intervistata a "Il Giorno de La Verità'', a Roma.
"Il
ministro Tajani ha fatto bene ad annullare la sua missione a Washington, ha
dato un segnale ma non è necessario andare oltre", ha affermato ancora
Meloni.
"Non
intendo continuare ad alimentare questo confronto" con il presidente
americano Donald Trump, "il nostro lavoro bilaterale con gli Usa deve
tornare alla normalità".
Lo ha detto la premier Giorgia Meloni
intervistata a "Il Giorno de La Verità'', a Roma, dal direttore del
quotidiano Maurizio Belpietro.
"Il
ministro Tajani ha fatto bene ad annullare la sua missione a Washington, ha
dato un segnale ma non è necessario andare oltre", ha affermato ancora la
premier.
Le
parole di Donald Trump.
"Le
parole di Trump? Sono rimasta sinceramente colpita, e quando ho detto che ero
colpita ero estremamente sincera.
Ho chiaramente letto le varie ricostruzioni
che sono state fatte:
dai
presunti video diventati virali, nei quali il mio atteggiamento poteva sembrare
un po' assertivo, al di là delle dita o meno, fino alle ricostruzioni che
parlerebbero di un tentativo di distogliere l'attenzione dall'andamento dei
negoziati con l'Iran", ha argomentato ancora la premier.
"Non
so dire se queste ricostruzioni possano essere vere. Ho già detto, e ribadisco,
che non intendo continuare ad alimentare questo confronto", ha aggiunto.
La
politica estera.
"Sulla
politica estera non cambio idea", ha proseguito Meloni, confermando che i
rapporti "tra Usa e Italia sono solidi".
"Non
vedo rischi di contraccolpi.
I
nostri rapporti vanno bene" sia a livello istituzionale sia economico, ha
osservato la presidente del Consiglio.
Tra
l'altro il Governo, ha confermato la premier, sarà presente al tradizionale
ricevimento a Villa Taverna che si svolge ogni anno in occasione del 4 luglio,
"anche per rispetto verso l'ambasciatore Ferita, una personalità che
lavora molto per mantenere saldi i rapporti tra Italia e Stati Uniti".
I rapporti tra Italia ed Usa.
Italia
e Usa hanno rapporti "che non iniziano e finiscono in base a chi governa
in quel momento, dobbiamo riportare i termini della politica estera alla
profondità cui devono stare, parliamo di politica estera come fosse “Temptations
Island” ma è più complessa, lo dico per i meme che vedo girare".
Così
la premier, rispondendo a una domanda su Donald Trump.
La
situazione in Medio Oriente.
La
premier ha commentato, poi, la situazione in Medio Oriente.
"Non possiamo permettere che il regime
degli ayatollah si possa dotare di un'arma nucleare.
Nessun paese della regione deve sentirsi
minacciato.
E c'è
poi il tema della libertà di navigazione, dobbiamo garantire il pieno
ripristino della libertà di navigazione, per la libertà in sé stessa e per il
precedente che non deve ripetersi.
Potrebbe
essere usato in futuro come arma".
E
ancora. "Sono abbastanza ottimista sull'accordo tra Stati Uniti ed Iran e
noi possiamo dare il nostro contributo" ha aggiunto Meloni.
Il
focus sul Libano.
In
Libano "l'Italia ha una storia di impegno in prima linea straordinario.
Esiste oggi un negoziato parallelo diretto tra Libano e Israele, e anche questo
è un quadrante su cui l'Italia può giocare un ruolo di primo piano.
È uno
dei temi con cui intendo discutere con Macron al vertice intergovernativo di
giovedì, è una di quelle cose su cui Italia e Francia possono lavorare
insieme", ha riferito la presidente del Consiglio.
I
centri in Albania.
Al
centro del dibattito anche il tema dei centri in Albania.
"Quest'anno abbiamo speso 50 milioni di
euro. Siamo stati attaccati" da "persone che facevano spendere
all'Italia dieci miliardi di euro" l'anno, ha detto Meloni.
La premier poi ha parlato del nuovo
regolamento europeo sui rimpatri. "Cambia molto, sono fiera di questo
provvedimento, sono molto fiera sia stato approvato con una maggioranza
Giorgia, qualcosa che in Italia conosciamo bene, il centrodestra italiano
funziona bene, avevo detto da tempo che avrei provato" a portarlo in
Europa.
"Mi
piace che questa maggioranza si materializzi spesso in Europa perché' è diversa
da quella che ha eletto Ursula von der Leyen, che invece mette insieme culture
diametralmente opposte", ha osservato. "Oggi abbiamo un regolamento
rimpatri e norme chiare perché c'è una maggioranza diversa che ha sostenuto
quelle norme", ha argomentato.
Il
nucleare.
Tra
gli argomenti trattati nell'intervista con Belpietro, anche il tema del
nucleare.
"Sono estremamente determinata, confido
che prima della pausa estiva ci sia l'approvazione della legge delega sul
nucleare, non voglio perdere un giorno sui decreti attuativi.
Il nucleare lo considero estremamente
importante.
Bisogna
che le aziende competano ad armi pari", ha affermato la premier.
La
legge elettorale.
"Sarebbe
un peccato tornare indietro".
Lo ha detto la premier spiegando perché il
centrodestra vuole cambiare la legge elettorale.
"Oggi noi siamo visti come un'ancora di
stabilità in un'Europa, ieri eravamo un'Italia instabile in una Europa più
stabile.
Mi auguro più stabilità in Europa ma
certamente non voglio che l'Italia torni a essere instabile.
"Non
penso sia una legge" che serve "al centrodestra" ma "a chi
vince le elezioni per avere i numeri per governare.
Quindi vinca il migliore" ma la riforma
della legge elettorale "serve all'Italia, sarebbe devastante tornare
indietro".
Spesa
per la difesa in Italia.
It.wikipedia.org
– Enciclopedia Libera – (13 nov.2025) – Redazione – ci dice:
Voce
principale: Spesa per la Difesa.
La
spesa per la difesa in Italia indica la spesa per la difesa per le forze armate
italiane.
Descrizione
generale.
Si
distingue tra "bilancio della Difesa" e "funzione Difesa".
Il primo è l'ammontare complessivo delle
risorse finanziarie messe di anno in anno a disposizione del Ministero della
difesa mentre la Funzione costituisce quella parte del Bilancio che viene
effettivamente destinata alle forze armate italiane.
In quest'ottica il Bilancio della Difesa si
divide tra "funzione Difesa" (che ne costituisce la gran parte),
"anticipo pensioni" (sotto forma di un istituto che prende il nome di
“ausiliaria” che costituisce un pensionamento anticipato per chi lascia le
forze armate), "funzione sicurezza pubblica" e una serie di
"funzioni esterne" che sono spese non riconducibili alla Difesa
nazionale.
Per
quanto riguarda la procedura di autorizzazione delle spese, la legge 4 ottobre
1988, n. 436 è successivamente confluita negli articoli 536 e seguenti del
Codice dell'ordinamento militare.
Il DPR 15 novembre 2012, n. 236 regolamenta la
definizione del prezzo e delle condizioni di acquisto per appalti e forniture,
ad affidamento diretto o con gara d'appalto pubblicata nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica Italiana, con le procedure della NATO.
Il criterio generale è quello dell'offerta al
prezzo più basso (art. 33-34), salvo valutazione di congruità.
La
funzione difesa.
La
Funzione Difesa a sua volta si divide in tre voci di spesa:
personale;
esercizio;
investimento.
La
prima può venire compressa solo nel medio e lungo termine e per questo una
riduzione dei bilanci può colpire nel breve o la capacità operativa, salvando i
programmi di investimento, oppure al contrario colpire i programmi per far
fronte alle spese di esercizio).
Notiamo
che, con il passaggio dalla leva ad un apparato basato essenzialmente
sull'impiego di professionisti, la voce Personale, dopo un primo assestamento,
sta tornando ad espandersi visto che un professionista costa quattro volte più
che un soldato di leva, mentre assume molta importanza la voce Esercizio perché
serve un maggiore e continuo addestramento.
La
spesa per l’Investimento, infine, significa aggiornare lo strumento militare e
sopperire alla maggiore usura dovuta all'impiego in missioni operative
all'estero.
La
Funzione sicurezza pubblica.
La
sicurezza pubblica è volta a garantire al cittadino la sua protezione e la sua
incolumità in luce di eventi come minacce, furti, rappresaglie e conflitti
armati.
Lo
stato assicura l'inviolabilità del cittadino e in virtù di questo gli
garantisce il servizio di sicurezza pubblica in modo ugualitario, indivisibile
e gratuito.
Le
funzioni esterne.
A metà
degli anni '90 le funzioni esterne erano rappresentate da: spesa per
l'obiezione di coscienza in Italia al servizio militare, rifornimento idrico
delle isole minori, trasporto aereo di Stato, contributi ad enti o
associazioni, contributi per l'adeguamento dei servizi al traffico aereo
civile.
Per
avere un'idea dell'incidenza delle Funzioni Esterne, dell'Arma dei Carabinieri
e delle pensioni provvisorie basti pensare che negli ultimi anni novanta la
Funzione Difesa si è attestata circa sul 70 % del Bilancio complessivo.
Nel
1999 le cose sono un po' cambiate perché la spesa per gli obiettori di
coscienza è passata alla Presidenza del Consiglio dei ministri (spesa di 64
miliardi di lire nel 1995) mentre il rifornimento idrico delle isole minori è
passato alle Regioni a Statuto Speciale (spesa di 63 miliardi di lire nel 1995)
ma il peso delle Funzioni Esterne è esploso di nuovo nel 2001 con
l'introduzione dei “Fitti Figurativi” che costituiscono una sorta di affitto
simbolico pagato per i beni demaniali di fatto raddoppiando il peso della
Funzione esterna (che passa da 218 a 454 miliardi di lire).
Nello stesso 1999 la Difesa si è rifiutata di
finanziare i nuovi satelliti meteo “Eutelsat Pollar System” dichiarandosi però
disposta a partecipare alle spese annuali di gestione.
Il
passaggio dell'Arma dei Carabinieri a forza armata autonoma non ha comportato
significative spese aggiuntive mentre la spesa per le Pensioni Provvisorie ha
mostrato una flessione nel 2001 grazie alla riduzione della durata
dell'ausiliaria e al trasferimento al Tesoro di parte della spesa e di nuovo
nel 2003 (sempre grazie alla modifica delle norme sull'età pensionabile) con in
più la richiesta (senza seguito) del Ministero della difesa a quello delle
Finanze di prendere in carico queste pensioni mentre strutture e personale
deputato a tale scopo sarebbero rimasti quelli della Difesa.
Per
completare il quadro generale bisogna dire che il finanziamento delle missioni
all'estero viene effettuato con i bilanci ordinari (che sono pensati per
l'ordinaria amministrazione) mentre la copertura finanziaria arriva in un
secondo momento, ma non tiene conto dell'ammortamento dei materiali.
I programmi di investimento invece sono
condotti con i bilanci della Difesa e con dei contributi di altri dicasteri,
nella specie il ministero dello sviluppo economico.
Molti
ritengono più opportuno (come è avvenuto per la Legge Navale del 1975)
l'utilizzo di leggi ad hoc per il finanziamento sia delle missioni che per i
programmi di ammodernamento dello strumento militare.
La
spesa militare in Italia ha avuto un lungo periodo di crescita costante
iniziato nel 1981, per poi diminuire in termini reali solamente nel 1990: la
previsione iniziale di spesa approvata dal Parlamento è stata infatti di 22.905
miliardi di lire nel 1989 e 23.454 nel 1990 con una diminuzione in termini
reali del 3,9%.
Dopo un'ulteriore diminuzione nel 1991, fu
approvato un aumento nel 1992 del 2,9% in termini reali rispetto all'anno
precedente, destinando alla Difesa 26.317 miliardi, per poi varare nel mese di
luglio una manovra finanziaria che prevedeva, insieme ad altre misure, un
taglio in corso d'esercizio al bilancio della Difesa del 2,2% in termini reali
rispetto all'anno precedente, portandolo a 24.994 miliardi.
Relativamente al 1993, la richiesta iniziale
del Ministero della Difesa fu pari a 27.500 miliardi di lire, che poi lo stesso
Governo ridusse durante la discussione della legge di bilancio, con una
previsione di spesa di 25.960 miliardi, confermando in termini reali le
previsioni dell'anno precedente.
Dal
2000 al 2003.
La
spesa dello Stato italiano nella difesa è passata da 12,7 miliardi di euro nel
2000 a 15,3 miliardi di euro nel 2003 con un incremento medio annuo del 5,19%,
contro un aumento medio delle spese in ambito nazionale del 4,63
Dal
2005 al 2007.
Rappresentazione
computerizzata di un caccia classe Orizzonte, frutto della cooperazione
italo-francese che continuerà con la realizzazione delle FREMM.
Il
2005 ed in particolare il 2006 sono stati anni davvero difficili per l'apparato
militare: a causa delle difficoltà economiche nazionali, si è preferito
indirizzare la spesa pubblica verso voci diverse della Difesa mettendo in crisi
lo strumento militare. Proprio mentre ci si accorgeva che i costi della
professionalizzazione erano stati sottovalutati ci si è trovati a dover fare i
conti con ristrettezze che hanno costretto i vertici della Difesa a compiere
delle scelte necessarie ma dolorose. La voce del personale non è comprimibile
in modo rapido ed i programmi di investimento -che coinvolgono l'Italia in
collaborazioni internazionali e che rappresentano commesse importanti per
l'industria- vanno salvati a tutti i costi (magari rallentandoli) e per questo
si decide un taglio alle spese di esercizio senza precedenti, almeno negli
ultimi quindici anni. Aerei, navi e carri armati si fermano, le linee diventano
meno efficienti, le esercitazioni sempre meno frequenti. L'inflazione
tecnologica dei programmi di investimento ed il loro rallentamento fino quasi
alla paralisi ne gonfiano i prezzi e per mantenere in vita i programmi
Eurofighter Stephon e FREMM si ricorre a mutui quindicennali che, se da un lato
consentono di non arrestare i programmi, dall'altro comporteranno un vincolo di
spesa (con interessi aggiuntivi) non trascurabile per i prossimi anni. Infatti
si vede nel 2005 e nel 2006 la contrazione dell'Esercizio e dell'Investimento
rispetto ad esempio al 2000. Le ristrettezze dei bilanci e l'elevato costo dei
programmi di ricerca e sviluppo (dei quali non è mai possibile stabilire a
priori con certezza l'ammontare definitivo) hanno portato ad una situazione
paradossale in cui spesso mancano alla Difesa i fondi per acquistare prodotti
derivanti da programmi di ricerca da essa stessa finanziati: da qui la proposta
di finanziare (ed acquistare) solo i programmi ritenuti più importanti mentre,
per il resto, affidarsi a prodotti stranieri. Acquistando mezzi usati ma in
buono stato ed affidando all'Industria nazionale le commesse per la loro
manutenzione ed aggiornamento si potrebbe avere, con minor costo, uno strumento
militare efficiente ed equilibrato e salvare allo stesso tempo le nostre
imprese. Infine nel 2007, in parte anche grazie alla congiuntura economica
favorevole, siamo ritornati ad un livello di stanziamenti pari circa a quello
del 2003 dando così respiro alle Forze Armate proprio mentre si fanno sentire
l'effetto dell'automazione, che consente un minore impiego di personale, e la
riduzione delle Funzioni Esterne che si attestano a quota 111 milioni di Euro.
Dal
2009 al 2010.
Come
riportato nel Bilancio dello Stato, le spese per la Difesa dello Stato
ammontano, per l'anno 2009, a 20.299.000.852€, così ripartiti:
Uffici
di diretta dipendenza del Ministro: 25 M€,
spese
di Bilancio ed Affari Finanziari: 998 M€,
Segretariato
Generale della Difesa: 5.663 M€,
Esercito
Italiano: 4.185 M€,
Marina
Militare: 1.549 M€,
Aeronautica
Militare: 2.342 M€,
Arma
dei Carabinieri: 5.504 M€.
Per
l'anno 2010 invece la spesa è ammontata a 20.364.430.855,00 €, di cui
18.575.700.000 destinati alla difesa e sicurezza del territorio, 59.700.000,00
alla ricerca e all'innovazione, 77.300.000,00 ai servizi istituzionali e
generali delle amministrazioni pubbliche e 1.651.700.000 da ripartire. La spesa
totale rispetto all'anno 2009 è aumentata dello 0,3%.
Anno
2016.
Secondo
l'osservatorio MIL€X, la spesa legata al settore militare nell'anno 2016 è da
attestarsi sui 23 miliardi e 103 milioni di euro.
Anno
2019.
Secondo
l'osservatorio SIPRI la spesa legata al settore militare nell'anno 2019 si
attesta intorno ai 27,8 miliardi di dollari, pari all'1,3% del PIL nazionale.
Tale importo permette all'Italia di collocarsi
all'undicesimo posto tra i paesi con la maggiore spesa militare nel mondo e al
quinto posto tra i paesi NATO (dietro solo a USA, Francia, Regno Unito e
Germania).
Anno
2020
Nel
2020 l'Italia ha speso l'1,4% del PIL per la difesa, dato superiore sia alla
media dell'Unione europea (1,3%) sia a quella della zona euro (1,3%).
Anni
2025-2027
Il
Documento programmatico di bilancio per l'anno 2026 ha stanziato 12 miliardi di
euro aggiuntivi per la spesa militare, raggiungendo il 2.5% del PIL.
Il
Documento programmatico pluriennale 2025-2027 ha stanziato 31,2 miliardi di
euro, con un aumento del +7,2% rispetto ai 29,1.
A ciò
si somma il Bilancio integrato in chiave Nato.
Conti
pubblici.
Maggiori
spese NATO dell’Italia
e
riclassificazioni: un aggiornamento.
Osservatoriocpi.unicat.it
– (10 aprile 2026) – Conti Pubblici - Redazione – ci dice:
Facile.
Tra il
2024 e il 2025 la spesa militare dell’Italia, secondo la definizione NATO, è
aumentata di 12 miliardi, consentendo al nostro Paese di raggiungere
l’obiettivo di spesa del 2% del Pil fissato nel 2014.
In assenza di provvedimenti legislativi
corrispondenti, il ministro Crosetto aveva suggerito, anche se con
dichiarazioni piuttosto ambigue, che il risultato sarebbe stato ottenuto anche
attraverso la riclassificazione di spese precedentemente escluse dal perimetro
della difesa.
Tuttavia,
i criteri adottati non sono mai stati chiariti.
Secondo
gli ultimi dati NATO, circa un terzo dell’aumento deriva da maggiori spese per
il personale militare, probabilmente proveniente da categorie prima non
considerate parte del settore difesa.
La
Relazione del Segretario Generale della NATO sul 2025 conferma che tutti i
Paesi dell’Alleanza hanno raggiunto l’obiettivo del 2% del Pil in spese per la
difesa.
Nel solo 2025 l’Italia è passata dall’1,5% al
2%, un aumento molto grande in un tempo molto breve, che non trova riscontro,
se non in misura limitata, in provvedimenti legislativi.
Già lo scorso novembre una nota
dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani (OCPI) evidenziava la mancanza di
informazioni su come sia stato raggiunto questo risultato, dovuto probabilmente
in gran parte a riclassificazioni di spese in precedenza non considerate come
relative alla difesa.
Cosa è stato chiarito nel frattempo?
L’aumento
della spesa per la difesa.
Secondo
gli ultimi dati NATO, aggiornati a marzo 2026, la spesa per la difesa
dell’Italia è aumentata da 33,4 miliardi di euro nel 2024 a 45,3 miliardi nel
2025, un incremento di quasi 12 miliardi (36%).
Aumenti
molto forti della spesa sono stati registrati anche per altri Paesi Nato.
Al netto dell’inflazione, 10 Paesi hanno avuto
aumenti superiori a quelli dell’Italia:
di
questi, 4 sono Paesi confinanti o vicini alla Russia (Finlandia, Norvegia,
Lituania e Danimarca), mentre 6 avevano, come l’Italia, una spesa ben inferiore
al 2% (Canada, Spagna, Lussemburgo, Belgio, Slovenia, Albania).
Aumenti
rilevanti sono stati registrati anche dalla Germania (20%), seppur inferiori a
quelli dell’Italia.
Tra i principali membri della NATO, Francia e
Regno Unito hanno invece mantenuto pressoché invariata la spesa in rapporto al
Pil, mentre gli Stati Uniti l’hanno leggermente ridotta, passando così dal
secondo al settimo posto in classifica come livello di spesa.
Quanto
è aumentata davvero la spesa italiana per la difesa?
L’aumento
del 36% della spesa italiana è stato realizzato senza nuove allocazioni di tale
entità.
Qualche
maggiore stanziamento era stato previsto:
commentando
la Legge di Bilancio per il 2025, il ministro Crosetto aveva inizialmente
indicato che la spesa italiana sarebbe aumentata dall’1,5% del Pil all’1,6%.
Ma non è mai stato chiarito come si sia poi
passati al 2% del Pil.
A luglio 2025, il ministro Crosetto ha
indicato che il raggiungimento dell’obiettivo del 2% era stato possibile
«aumentando il focus militare su forza, capacità e ambiti che finora non
avevamo calcolato – quindi Guardia di finanza, Capitaneria, spazio e cyber –
come già facevano e fanno altri Paesi».
L’espressione è ambigua: da un lato si parla
di aumento del focus militare, il che suggerirebbe un effettivo maggior
orientamento di certe spese verso la difesa;
dall’altro
l’espressione “che prima non avevamo calcolato” suggerisce che non si tratti di
un vero aumento ma di una pura riclassificazione di spese la cui natura non è
cambiata nel tempo.
La
composizione dell’aumento, peraltro, è stata pesantemente rivista rispetto alle
stime iniziali, il che rende ancora meno chiara la questione. La spesa NATO è
suddivisa in quattro categorie:
armamenti (e ricerca scientifica a essi dedicata);
personale
(stipendi
e pensioni di militari e civili del settore difesa); infrastrutture e “altro” (munizioni, costi operativi, di
manutenzione, ricerca non legata ad armamenti e tutto ciò che non rientra nelle
altre voci).
Rispetto
ai dati analizzati dall’OCPI lo scorso novembre, gli ultimi disponibili
contengono alcune differenze sulla composizione dell’aumento della spesa
italiana.
Nei
vecchi dati,
l’aumento della spesa (all’epoca di 12,5 miliardi) era dovuto alla voce “altro”
per il 62% dell’importo e agli armamenti per il 36%.
Nei nuovi dati, invece, l’incremento di queste voci
viene ridimensionato.
L’aumento
sarebbe dovuto per il 38% alla voce “altro”, per il 35% alle spese per
personale e per il 24% agli armamenti.
La
maggiore spesa dell’Italia per il personale riflette in parte un aumento
significativo del numero di militari, che, sempre secondo i dati NATO, è salito
da 173mila nel 2024 a 198mila nel 2025 (secondo i vecchi dati invece le unità
avrebbero dovuto ridursi leggermente).
Tuttavia, anche in questo caso, si tratta di
un numero poco chiaro. Un tale aumento del personale militare non è contemplato
né dalla Legge di Bilancio per il 2025 né dal Documento Programmatico
Pluriennale del Ministero della Difesa per il triennio 2025-2027.
Sembrerebbe pertanto trattarsi di una
riclassificazione di personale già in servizio in settori non considerati in
precedenza parte del settore difesa.
La
spesa per il personale.
Prendendo
per valida questa riclassificazione di certi settori, le revisioni implicano
una spesa per il personale in Italia pari al 54% della spesa totale per la
difesa.
Questa
quota, pur in forte calo rispetto al periodo 2014-2024 (quando rappresentava in
media il 68% del totale, pone l’Italia ancora al terzo posto tra i Paesi NATO.
Nei
vecchi dati, in cui la maggior parte dell’aumento di spesa era attribuito alla
voce “altro”, la quota del personale scendeva molto più rapidamente nel 2025.
In
generale, in mancanza di chiarimenti, rimane difficile stabilire in che misura
la capacità di difesa dell’Italia e della NATO siano cresciute davvero tra il
2024 e il 2025, come pure valutare l’adeguatezza delle risorse stanziate e dei
risultati ottenuti.
Fra
l’altro sarebbe anche opportuno che la riclassificazione, se appropriata,
venisse applicata anche al resto delle serie storiche.
Più
budget per la difesa.
Rubio scrive all’Italia:
"Siete
degli amici fedeli”
Quotidiano.net
– (3 -giugno – 2026) – Giulia Prosperetti – Redazione – ci dice:
Il
segretario di Stato Usa: grazie per ospitare quasi 30mila dei nostri soldati.
L’America garantisce lo scudo nucleare agli alleati europei "privilegiati".
Il
segretario di Stato americano Marco Rubio saluta i membri del Nocs, unità
speciale di polizia italiana, prima di imbarcarsi sul suo aereo al termine
della visita nei primi di maggio in Italia e Vaticano.
Il
segretario di Stato americano Marco Rubio saluta i membri del Nocs, unità
speciale di polizia italiana, prima di imbarcarsi sul suo aereo al termine
della visita nei primi di maggio in. Italia e Vaticano.
Più
budget per la difesa.
Rubio scrive all’Italia: "Siete degli
amici fedeli."
Confermando
il nostro Paese "partner e amico fedele", gli Stati Uniti "plaudono
all’aumento degli investimenti italiani nella difesa" e ringraziano
l’Italia per il "supporto agli sforzi per porre fine alla guerra tra
Russia e Ucraina" e per "l’ospitalità offerta a quasi 30mila militari
statunitensi e alle loro famiglie".
A due settimane dalla rimozione in extremis,
da una mozione della maggioranza presentata al Senato, della richiesta di
rivalutare l’innalzamento al 5% del Pil delle spese militari, il messaggio
inviato dal segretario di Stato Usa Marco Rubio per l’80esimo anniversario
della Festa della Repubblica, tocca uno dei nervi scoperti del governo.
Sul
piano formale Rubio ha ragione.
Nel 2025 la spesa per la difesa dell’Italia è
aumentata dai 33,4 miliardi di euro del 2024 ai 45,3 miliardi del 2025, un
incremento di quasi 12 miliardi (36%), passando dall’1,5% al 2% del Pil.
Anche se – rileva l’Osservatorio sui conti
pubblici italiani – tale risultato è "dovuto probabilmente in gran parte a
riclassificazioni di spese in precedenza non considerate come relative alla
difesa".
Insomma
un bluff, uno stratagemma contabile i cui criteri non sono mai stati chiariti.
In particolare, stando agli ultimi dati Nato,
circa un terzo dell’aumento deriva da maggiori spese per il personale militare
proveniente da categorie prima non considerate parte del settore difesa.
Allianz
Direct - Garanzia Furto e Incendio: ora scontata del 20%.
Tra i
mal di pancia dei principali partiti di maggioranza e opposizione, il ministro
della Difesa Guido Crosetto ha recentemente assicurato che gli impegni
pluriennali per la sicurezza e le spese militari non sono in discussione.
Magari
in "tappe diversificate" ma – ha detto – "quello che dovremo
fare lo faremo".
Al
momento sembra, dunque, confermato l’impegno dell’Italia a raggiungere il 3,5
per cento di spesa militare in rapporto al Pil entro il 2035.
Obiettivo che richiede, da qui al 2028, un
aumento della spesa dello 0,5 per cento del Pil all’anno.
Sempre
ieri, in un’audizione alla commissione Esteri del Senato Usa, Rubio ha
avvertito che i Paesi Nato "dovranno assumersi una maggiore
responsabilità" e che, "come minimo, devono essere in grado di
difendere convenzionalmente la maggior parte del proprio territorio nazionale
sovrano".
La
riduzione e del supporto militare convenzionale – secondo fonti citate dal
Financial Times – potrebbe, tuttavia, essere compensata dallo schieramento di
velivoli a duplice capacità in grado di effettuare attacchi nucleari, andando
oltre il gruppo attuale dei sei alleati privilegiati, tra i quali si conta
l’Italia.
Da
anni, infatti, molti nuovi membri della Nato, Polonia in testa, chiedono di
poter entrare nel club, aumentando così la deterrenza nei confronti di Mosca.
Secondo
Crosetto la parte europea della Nato sarà pronta a sostituire il disimpegno Usa
"dal punto di vista del personale militare in 4-5 anni" e dal punto
di vista degli assetti, come aerei, sistemi radar, sistemi informativi e
satelliti, in "almeno 8-10 anni".
Ma la
sfida, per molti Paesi Ue, si gioca sull’adesione al programma Safe.
Un
tema sul quale la maggioranza – con Matteo Salvini che da settimane ripete il
mantra "no a debiti per comprare armi" – è divisa.
Il governo, finora, ha preso tempo.
Con
una richiesta di 14,9 miliardi di euro, l’Italia è il quarto beneficiario sui
18 Paesi aderenti al programma dopo Francia (15,09 miliardi), Romania (16,68) e
Polonia (43,73).
Il
governo, tuttavia, sembra orientato a ridurre la richiesta italiana a soli 4-5
miliardi, lo stretto necessario per coprire i contratti già firmati.
La
spesa militare italiana
è tra
le più basse in Occidente.
Truenumbers.t
– Spese militari - (10 -05 – 2026) – Redazione – ci dice:
Nel
2020 rispetto al Pil è aumentata all’1,6%.
Negli
Usa arriva al 3,7%.
La
crisi economica scatenata dalla pandemia ha sortito anche una sorta di effetto
ottico:
a
causa del calo del Pil risultano aumentate, in percentuale sul prodotto interno
lordo alcune spese che si sono mantenute in realtà piuttosto stabili.
Come
la spesa militare italiana.
La
spesa militare italiana.
Nel
2020 SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) è stata nel
nostro Paese di 25 miliardi e 373 milioni circa, circa 190 milioni in meno di
quella del 2019, ma risulta essere cresciuta dall’1,3% all’1,6% in proporzione
al Pil.
Lo stesso è accaduto in tutti i Paesi, in
Spagna, dove è passata dall’1,2% all’1,4%, in Germania, dall’1,3% all’1,4%, in
Francia, nel Regno Unito, negli Usa, dove la spesa militare sale al 3,7% del
Pil.
Diverso
è il trend se ci si riferisce invece alle risorse messe a disposizione della
Difesa in proporzione al totale della spesa pubblica.
Essendo
quest’ultima lievitata nel 2020 per rispondere all’emergenza pandemica, la
spesa militare appare invece in discesa se paragonata a quella di altro tipo.
La spesa militare italiana è passata dal 2,7%
al 2,6%, nel Regno Unito addirittura dal 5,2% al 4,2%, negli Usa dal 9,6% al
7,9%, un record negativo.
Del
resto in questi due Paesi l’intervento pubblico nel 2020 è cresciuto
moltissimo, più che in Italia e nella Ue.
In
entrambi i casi comunque quello che emerge a prima vista è la posizione
dell’Italia rispetto agli altri Paesi, che si può notare nella nostra
infografica.
Ci
confermiamo tra i Paesi che hanno la spesa militare più bassa, qualsiasi
indicatore vogliamo usare.
La
spesa militare in Europa.
Ed è
sempre stato così in realtà.
Negli
ultimi 30 anni non abbiamo mai raggiunto il 2% rispetto al Pil. Bisognerebbe
andare indietro agli anni ’50-’60 per trovare una spesa militare che superasse
tale soglia, ma erano altri tempi.
Con la
fine della Guerra Fredda la Difesa ha assunto un ruolo marginale nel bilancio
dello Stato.
Solo
in Spagna e Germania tra i grandi Paesi si sono raggiunti livelli simili o
anche più bassi. Nella seconda a più riprese la spesa per la Difesa è
addirittura diminuita all’1,1%. La Francia dal 2000 si è mantenuta invece su
una media del 2% del Pil, dopo una discesa negli anni ’90. Del resto rispetto a
Italia e Germania è molto più spesso impegnata in missioni all’estero, quasi
sempre in Africa, nelle ex colonie, in Mali, in Costa d’Avorio, in Niger.
Simile la spesa inglese, negli ultimi anni, dopo essere stata decisamente
maggiore fino al 2014. In Europa tradizionalmente maggiore delle altre è sempre
stata la spesa militare greca. Fino al 2009 quasi sempre superiore al 3%, scesa
al di sotto di tale soglia, al 2,4%, con la crisi, ma risalita al 2,8% nel
2020.
La
spesa militare negli Usa.
La
vera differenza tuttavia è quella che separa l’Europa e gli Usa. Oltreoceano le
forze armate hanno un ruolo nella società ormai sconosciuto nel Vecchio
Continente.
La
Difesa e l’apparato militare sono anche dei colossi economici.
Gli
Usa, impegnati in vari fronti in tutto il mondo, leader della Nato, con basi in
quasi tutti i continenti, hanno sempre speso molto di più in questo ambito, più
del 10% del Pil negli anni ’50, intorno al 6% fino agli anni ’80, per poi
scendere sotto il 4% negli anni ’90.
Dopo
l’11 Settembre è risalita quasi fino al 5%. E nel 2020, dopo un periodo di
discesa, è stata del 3,7%.
Tutti
i dati che hanno segnato l’anno in un unico volume di 200 pagine. Grafici,
analisi e zero opinioni.
Solo
fatti supportati da dati ufficiali.
Scopri
i contenuti.
I
progetti di Difesa unica europea.
Questa
discrepanza è stata un classico cavallo di battaglia del presidente Trump, che
sosteneva che il poco impegno degli europei sul fronte della Difesa fosse tra
le ragioni per cui gli Usa dovevano spendere di più, e per questo chiedeva ai
partner del Vecchio Continente di aumentare la propria spesa militare.
In Europa però più che di un aumento della
spesa di parla piuttosto di una politica di Difesa unica, il cosiddetto
esercito Europeo, che però fatica a vedere la luce.
La
Politica di Sicurezza e di Difesa Comune è un insieme di agenzie, strutture,
comitati, con diverse funzioni ma che di fatto sono ancora lontanissime dal
sostituire le politiche e gli eserciti nazionali.
Che
cosa è l’ “Europea Defense Fund”.
Negli
anni l’integrazione però è aumentata, e vi sono corpi militari di pronto
intervento formati da soldati di varia nazionalità che sono nella disponibilità
dello Stato Maggiore dell’Unione Europeo, creato nel 2002.
Uno
strumento su cui la Ue puntava molto prima della pandemia era l’Europea Defense
Fund, il fondo gestito direttamente dall’Unione per accrescere gli investimenti
nella ricerca per la difesa e l’interoperabilità tra i diversi eserciti.
È il
nucleo del futuro budget per una Difesa comune. Ma dai 13 miliardi di
stanziamento precedenti al 2020 lo scorso anno si è scesi per il budget del
2021-2027 a solo 7,9.
La
ripresa dalla crisi e il Next Generation Eu hanno avuto la priorità.
E
l’esercito europeo probabilmente dovrà aspettare ancora.
POTERI
DEBOLI.
Gianni
Dragoni.it – (25 - giugno 2026) – Economia – Redazione – ci dice:
Economia.
Armi,
manca trasparenza sulle vere spese militari dell’Italia.
Pubblicato
da Gianni Dragoni.
Malgrado
il ministro della Difesa, Guido Crosetto, insista per aumentare la spesa
militare, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti rimane fermo sul no
all’utilizzo dei 14,9 miliardi di euro dei fondi europei SAFE.
L’Italia
userà solo 5 miliardi dei prestiti agevolati della Ue per nuovi programmi
dell’industria della difesa. Il bilancio dello Stato è troppo in tensione, il
debito pubblico ha raggiunto il 137,1% del Pil nel 2025 e, secondo le
previsioni Ue, dovrebbe salire al 138,5% quest’anno.
Il
convegno dei sauditi con Renzi.
La
polemica sulle spese militari è rimbalzata nel convegno organizzato a Roma da
Fii, sigla del fondo sovrano saudita PIF, con animatore Matteo Renzi.
Gli uomini d’affari che hanno partecipato
(pagando 17mila dollari, eccetto gli speaker) hanno ascoltato l’affondo di
Crosetto:
“considerare la difesa come un elemento solo
di costo è molto attuale in Italia”.
Rapporti
con Riyad.
Matteo
Renzi.
Leonardo
e Fincantieri.
Secondo
l’ad di Leonardo, Lorenzo Mariani, i fondi SAFE sono “uno sforzo concreto
dell’Ue per aiutare i paesi a incrementare la spesa nella sicurezza e nella
difesa.”
E Pierroberto Folgiero, ad di Fincantieri:
“Gli incentivi e il modo in cui i
finanziamenti sono resi possibili è importante.
Il SAFE deve essere un progetto di almeno due
paesi, bisogna spendere i soldi entro il 2030”.
Le
spese sono gonfiate?
Ma non
è affatto chiaro quanto spende l’Italia per l’apparato militare-industriale.
Nel 2024 l’Italia dichiarava una spesa
militare di 33,4 miliardi di euro, l’1,52% del Pil.
Nel
2025, secondo i dati trasmessi dal ministero della Difesa alla Nato, la spesa è
balzata del 36% a 45,3 miliardi, quasi 12 miliardi in più e l’Italia ha
rispettato l’obiettivo Nato del 2% del Pil.
Ma non
ci sono leggi che abbiano aumentato la spesa di tale entità.
In
luglio Crosetto ha detto che il 2% del Pil è stato raggiunto «aumentando il
focus militare su forza, capacità e ambiti che finora non avevamo calcolato _
quindi Guardia di finanza, Capitaneria, spazio e cyber _ come già facevano e
fanno altri paesi».
Tuttavia,
non sono stati chiariti i criteri seguiti per riclassificare la spesa.
La
catena da Crosetto a Mattarella.
Se
fosse vero quanto sostiene Crosetto, vorrebbe dire che in passato l’Italia
spendeva per la difesa più di quanto dichiarato dai ministri della Difesa.
Una catena che comprende Guerini, Trenta,
Pinotti, La Russa, perfino Mattarella.
Chi è
che non dice o non ha detto la verità?
(Quest’articolo di Gianni Dragoni è
stato pubblicato sul Fatto Quotidiano del 22 giugno 2026 con il titolo “Riarmo
La lite Crosetto-Giorgetti Ma l’Italia quanto spende davvero?”).
Contro
il suicidio industriale
dell’Europa.
Civicolab.it
– (10 Febbraio 2026) - Riflessioni di Antonio Gozzi da Admin – ci dice<.
Alcune
citazioni da un articolo di Antonio Gozzi (presidente di Federacciai) sul
Foglio del 9 febbraio 2026.
Riconoscere
e ammettere gli errori è l’esercizio più difficile per una classe politica
attardata su un mainstream consumerista, ambientalista e di estremizzazione
finanziaria ormai obsoleto.
I dati
di fatto sono impietosi e il bilancio degli ultimi 20 anni dell’Unione fa
venire i brividi.
Nel
2005 il PIL europeo era uguale a quello Usa, oggi vale i 2/3 di quello
statunitense;
anche il PIL pro-capite era praticamente
equivalente e oggi invece quello europeo non supera il 60 per cento di quello
Usa;
è diminuito il numero delle imprese europee
nella lista delle grandi mondiali mostrando un progressivo ridimensionamento
del peso dell’Europa rispetto a Stati Uniti e Cina;
siamo
oggi gravemente indietro in tutte le tecnologie di punta (AI, biotecnologie,
spazio ecc.) dove oramai il gap con americani e cinesi sembra irrecuperabile.
Tutto ciò è avvenuto nonostante le condizioni
in cui si è mossa l’economia europea negli ultimi vent’anni non siano state
così negative. Disponevamo, e disponiamo, del mercato più grande e più ricco
del mondo; abbiamo goduto, grazie all’euro, di tassi di interesse bassissimi,
che avrebbero consentito giganteschi investimenti in ricerca/sviluppo e
innovazione, che però non sono stati fatti;
il
prezzo dell’energia fino al 2022 non è stato così drammaticamente alto come è
oggi.
Fare
male quando le condizioni sono favorevoli è molto grave perché denota
incapacità.
Il tema di una svolta è imperativo, pena la
dissoluzione dell’Europa e la scomparsa della sua industria e del modello
sociale e democratico inscindibilmente legato all’esistenza dell’industria
stessa.
L’Europa è al bivio.
Da una
parte si può continuare nel mainstream del “Green Deal” con un atteggiamento
fondamentalmente anti industriale e con una iper regolamentazione, che sembra
fatta apposta per appesantire e scoraggiare le imprese.
È questa la situazione attuale della
Commissione Von der Leyen 2. Cambiamenti radicali non se ne vedono proprio, e
si stenta a cogliere il senso dell’urgenza ad agire.
Si
cerca, al massimo, di guadagnare un po’ di tempo rinviando le scadenze di
qualche mese, come è stato fatto sull’”ETS 2” o sull’auto per le multe ai
produttori o per le piccole correzioni sull’endotermico, o sulle norme per la
deforestazione, senza mai entrare veramente nel merito e affrontare le
questioni di fondo.
Dall’altra si può cercare invece, con coraggio e
determinazione, di invertire la rotta, rimettendo in discussione l’intero
impianto ideologico e concettuale dell’iper regolamentazione europea e delle
politiche climatiche dell’era Timmermans che fino a oggi hanno penalizzato le
imprese, scoraggiato gli investimenti industriali e innescato il processo di
grave deindustrializzazione di cui si è detto.
Bisogna
rimettere l’industria al centro, e non solo a parole.
Bisogna
ridarle competitività in ogni modo possibile e immaginabile, e lavorare davvero
per l’autonomia strategica europea.
La
transizione energetica non può diventare un deserto industriale. Bisogna
smetterla di fare i primi della classe quando il resto del mondo non segue.
Per ottenere questa svolta occorre un largo
consenso politico e sociale. Il salvataggio e rilancio dell’industria europea e
del modello sociale e democratico che ad essa è legato non può costituire
oggetto di divisione o di polemica.
Dobbiamo
alzare il tono della voce senza preoccuparci del galateo comunitario.
Oggi
in Europa un’ideologia fondamentalmente anticapitalista e anti impresa, che si
nasconde dietro la lotta al cambiamento climatico, ha di fatto avuto il
sopravvento.
Questa
ideologia, e la tecnocrazia che la traduce in atti legislativi e regolamentari,
vanno sconfitte.
Bisogna
mobilitarsi, ma anche avere la capacità di fare proposte caratterizzate, per
usare un termine alla Draghi, da “radicalità”.
Bisogna
ad esempio avere il coraggio di dire che il sistema ETS (per lo scambio di
quote di emissioni) va superato.
Dal
punto di vista delle politiche climatiche, gli sforzi fatti dall’Unione
europea, che hanno gravemente penalizzato l’industria, non hanno determinato e
non stanno determinando effettive riduzioni delle emissioni globali.
Infatti
le altre aree del mondo, largamente preponderanti quanto a emissioni di CO2,
non stanno seguendo lo stesso nostro percorso di sostenibilità.
Le
emissioni mondiali sono in crescita del 70 per cento dal 1990, in linea con i
consumi di energia.
Mentre
nell’Ue si registra una forte riduzione delle emissioni, negli Usa vi è solo un
debole calo, in Cina una marcata crescita (oltre 5 volte il livello degli anni
Novanta) e lo stesso vale per l’India.
Lo sviluppo prossimo venturo dell’Africa, con
consumi energetici in aumento, provocherà un’ulteriore esplosione delle
emissioni globali di CO2.
L’Europa
rappresenta il 6 per cento circa delle emissioni globali. L’industria provoca
meno della metà di queste emissioni, mentre l’altra metà, come è noto, è
provocata da abitazioni e trasporti.
Bisogna,
allora, rivedere radicalmente o sospendere il sistema ETS, che da solo costa
più di 25 euro al Megawattora elettrico nel continente dove il costo
dell’energia è il più alto del mondo.
Dopo vent’anni dall’entrata in vigore del
sistema che regola le emissioni carboniche dell’industria europea non esiste
uno studio ufficiale che ci dica cosa questo meccanismo abbia apportato di
buono in termini di progresso tecnologico e progressiva decarbonizzazione dei
processi produttivi.
Nei
settori hard to abate più quello dell’auto si sono persi, negli ultimi cinque
anni, più di 1.200.000 occupati, e le previsioni per gli anni futuri sono
catastrofiche.
Il
disagio sociale sempre più ampio genera nei ceti più deboli un’inesorabile
deriva verso estremismi di destra e di sinistra.
Bisogna
puntare al superamento del sistema.
Inoltre
gli intermediari finanziari hanno trasformato gli ETS in una delle tante “asset
class” su cui speculare favorendo la volatilità dei prezzi in danno agli
operatori industriali.
Ma la
svolta necessaria non riguarda soltanto il tema della tassa carbonica.
Vi
sono altri nodi fondamentali da sciogliere ai fini della costruzione di una
reale autonomia strategica e della competitività dell’industria europea.
I più importanti:
ENERGIA e reale neutralità tecnologica nella
transizione, con la consapevolezza che le rinnovabili sono necessarie ma non
sufficienti per rispondere alla gigantesca crescita di domanda di elettricità
legata anche agli sviluppi della digitalizzazione e dell’AI, sarà necessario un
mix energetico in cui gas e il nucleare di nuova generazione avranno un ruolo
fondamentale;
MATERIE
PRIME CRITICHE, ambito in cui sarà necessario non solo promuovere il riciclo in
tutti i modi possibili, ma anche avviare e/o riavviare nel nostro continente le
attività minerarie che sono invece sistematicamente avversate dai movimenti
ecologisti.
E poi
eliminazione delle enormi criticità contenute nella mostruosa
iper-regolamentazione europea:
dal
regolamento sulla deforestazione, alla normativa sulle emissioni per l’auto motive
che ha distrutto il settore a favore dell’industria cinese, alle normative
ambientali che stanno mettendo in ginocchio la chimica, alla normativa sulla
protezione della proprietà intellettuale che oggi danneggia l’industria
farmaceutica europea a favore di quella americana e cinese, a tutte le norme
che rappresentano un vero suicidio industriale.
E
ancora:
autonomia
digitale per la costruzione di infrastrutture digitali autonome, di piattaforme
di AI proprietarie da mettere a disposizione della manifattura europea;
rinforzo
dell’industria della difesa e della sicurezza puntando sull’autonomia
tecnologica e sulla capacità di sviluppare soluzioni innovative e dual use;
salvaguardia
e barriere doganali per proteggere il mercato e l’industria europei dalle
importazioni realizzate da paesi dove le industrie sono sovvenzionate dallo
stato e fanno concorrenza sleale all’industria europea; rafforzamento della
“golden power” per evitare incursioni e acquisizioni rapaci di industrie
europee da parte di sistemi industriali sovvenzionati dallo stato;
rimozione
dell’inamovibilità della burocrazia europea, che oggi costituisce un potere non
democratico e autoreferenziale e che blocca ogni tentativo di revisione del
mainstream.
I
luoghi comuni e i dogmi sul caldo.
Civicolab.it
– (28 Giugno 2026) - Riflessioni da Admin – Redazione – ci dice:
Viviamo
un’epoca di irremovibili convinzioni superficiali dettate da un dibattito
pubblico pilotato da giornalisti, esperti che ambiscono ad una visibilità
mediatica, politici, intellettuali.
Tutti
insieme si sentono sacerdoti di una religione civile animati dalle loro
certezze e da scorciatoie inventate per confezionare spiegazioni pronte per
essere assorbite dal grande pubblico.
Il
catalogo è vasto: dal genocidio a Gaza assurto a luogo comune universale al
caldo generato dal cambiamento climatico determinato dalle emissioni inquinanti
umane. Le ricette sono sempre apodittiche e chi le mette in discussione è un
negazionista da emarginare.
Parliamo
di caldo.
Dipende
veramente dal clima sconvolto dalle attività umane?
Non vi
è certezza, ma guai a non accodarsi alla corrente di pensiero prevalente, si
viene colpiti dalla riprovazione generale.
Anche
se fosse è curioso come nel dibattito pubblico i sostenitori di questa tesi
spingano per soluzioni drastiche di lunghissima durata come se queste potessero
portare a cambiamenti immediati.
Più o
meno tutti sanno che non è così e si sa anche che questo stretto legame tra
eventi meteo e misure di taglio delle emissioni è una preoccupazione
occidentale e, in particolare, europea.
Dunque
poco influente sugli equilibri globali.
Ciò
nonostante si insiste sul legame tra gran caldo e transizione all’elettrico
sostenuta dalle sole rinnovabili e sull’imposizione di limiti sempre più
stringenti alle emissioni delle auto e delle attività produttive.
Misure come la tassa sulle emissioni di
carbonio o il regolamento metano che penalizzano fortemente i produttori
europei sono un’esclusiva dell’Europa così come le scadenze tassative per la
riduzione delle emissioni.
Il
tutto si inserisce in una visione dogmatica della transizione energetica
totalmente svincolata da ogni rapporto con gli interessi reali perché vista
come un imperativo morale.
Manca,
perciò, ogni considerazione per le attività produttive (ed anche per i prezzi
sociali da pagare) come se queste fossero un fastidioso retaggio del passato.
La Cina, invece, ha deciso una politica
industriale in base ad obiettivi strategici diventando così leader nella
produzione di tutto ciò che serve alla transizione all’elettrico da vendere al
mondo pur essendo leader nella produzione di energia dal carbone.
Una contraddizione?
No,
puro pragmatismo nell’attuazione di linee strategiche concepite per rafforzare
il peso cinese nell’economia mondiale con un occhio particolare per
l’occidente.
Grande
è la confusione sotto il cielo.
Così
chi da molti anni si è collocato sulla scia dell’allarmismo climatico
predicando un “nuovo modello di sviluppo” o la decrescita felice poi blocca lo
sviluppo degli impianti rinnovabili con la stessa superficialità beota con la
quale si è mandata in malora l’acciaieria più grande d’Italia vaneggiando di
parchi, coltivazioni di pomodori e allevamenti di cozze.
Il
paesaggio non si tocca a livello locale mentre a livello nazionale si
sproloquia di energia 100% rinnovabile.
Un
articolo di Gilberto Corbellini e Alberto Mingardi sul Foglio del 27 giugno
ricorda che, “secondo l’Environmental Protection Agency, le ondate di calore
degli anni Trenta restano le più severe nella serie storica statunitense”
perché “l’attività umana ha un peso, ma non è l’unica variabile:
l’Europa
pre-età moderna ha conosciuto il caldo dell’Anomalia climatica medievale e il
freddo della Piccola era glaciale”.
Il
punto cruciale per i due autori è che “la scienza non nasce per fornire
risposte morali, ma per aumentare il numero di ipotesi plausibili” perché “la
ricerca scientifica si basa sulla possibilità di rivedere costantemente le
prove consolidate.
Queste
ultime rappresentano il consenso all’interno della comunità dei ricercatori:
non una Verità permanente ed eterna”.
C’è un
problema di formazione delle convinzioni collegate più al senso comune che alla
scienza.
È così che si prova ad assimilare gli eventi
riconducendoli ad una causa ultima cercando una semplificazione di fenomeni
complessi collegandoli a “nessi causali semplici e lineari”.
C’è
un’ansia di certezze che trasforma la scienza in moralismo che deve
fronteggiare un rischio presentato come un ultimatum (salvare il pianeta) di
fronte al quale qualunque costo perde di importanza.
È
curioso come questa demonizzazione delle attività umane si accompagni ad
un’ingenua esaltazione degli equilibri naturali.
Con
estrema superficialità si dimentica che la “natura” non ha guida e non ha
cervello perché è un insieme di processi materiali che non possono scegliere né
il bene né il male.
Osservano
Corbellini e Mingardi che gli interventi degli esperti spesso “più che dare un
contributo informativo…. costruiscono una reputazione e una carriera da
intellettuali pubblici” enfatizzando la paura.
Così
si diffonde un atteggiamento penitenziale (che è pure popolare!) “secondo cui
dovremmo rinunciare alla tecnologia e al benessere per ridurre di qualche
decimo di grado gli aumenti delle temperature previsti”.
Più il
dibattito pubblico è centrato su questa impostazione meno si parla delle
strategie di adattamento e delle misure che le possano attuare.
Le
uniche ad avere effetti nel breve periodo.
(Claudio
Lombardi).
Guerra
o pace? Niente sconti
a chi non sa difendersi.
Civicolab.it – (18 Giugno 2026) - Riflessioni –
Admin – Claudio Lombardi -ci dice:
Chi
può desiderare la guerra e non la pace?
Probabilmente nessuno, ma la vera domanda è
un’altra:
chi è
pronto a difendere il proprio paese e la propria libertà?
Se lo si chiede ad un israeliano o ad un
ucraino la risposta è nei fatti e nelle immagini che da anni raccontano di una
lotta durissima per resistere a chi vuole cancellare i loro paesi.
Entrambi si difendono da chi ha proclamato
l’obiettivo di eliminarli. L’Ucraina da più di quattro anni.
Israele
da 77 anni ovvero da quando il neonato stato israeliano fu attaccato da alcuni
stati arabi dando inizio a lunghi anni di guerre e terrorismo per ottenere quel
risultato che ha trionfato nelle manifestazioni dei cosiddetti “pro pal” in
Europa: “Palestina libera dal fiume al mare”. Libera dagli ebrei ovviamente.
E
altrettanto ovviamente con la guerra.
Gli
europei sono stati fortunati.
Nel
corso degli 80 anni che ci separano dalla conclusione della Seconda Guerra
Mondiale i conflitti nel mondo non sono mai mancati, ma noi europei abbiamo
beneficiato di lunghi anni di pace e di benessere. Giustamente vorremmo che non
finissero mai.
C’è qualcosa che possiamo fare perché sia
così?
L’Ucraina
combatte, Israele combatte.
Perché
non fanno la pace?
Oppure
perché non si arrendono mettendosi nelle mani di chi li aggredisce?
Risposta difficile.
Anche
la Repubblica islamica dell’Iran è stata attaccata da Stati Uniti e Israele.
Non è stato l’inizio del conflitto, ma solo
una fase.
Il vero inizio è la rivoluzione islamica del
1979 quando nacque il regime teocratico degli ayatollah che proclamò subito il
suo programma:
morte
ad Israele e all’America.
Da
allora tante fasi diverse fino al 7 ottobre 2023 quando l’invasione da Gaza
scatenò il conflitto che dura tuttora.
Il
disegno era quello di circondare Israele con le milizie organizzate e armate
dall’Iran per annientare le difese israeliane e procedere ad attuare il disegno
di sterminio annunciato per decenni.
La mobilitazione
congiunta israeliana e statunitense aveva suscitato tante aspettative
soprattutto tra gli iraniani massacrati dalle milizie islamiche, poteva essere
l’atto finale del regime.
Non è andata bene.
Il regime (non il popolo) ha combattuto e ha
vinto perché sapeva che il presidente degli Stati Uniti non aveva nessuna
intenzione di andare oltre un’azione di breve durata e non voleva impegnarsi in
una vera guerra.
Gli
apparati che hanno il potere nella Repubblica islamica, invece, erano disposti
a sacrificare tutto pur di rimanere al comando.
La scuola è la stessa di Hamas e di Hezbollah:
il
popolo come carne da cannone per sbarrare il passo al nemico.
Trump,
invece, ha alzato bandiera bianca concedendo all’Iran una vittoria che lo
consacra come grande potenza regionale.
Cosa
ha bloccato il Presidente?
Il disinteresse per il ruolo di superpotenza
globale e l’interesse degli americani di non pagare alcuna conseguenza per una
guerra lontana.
A Trump è bastato conquistare la ribalta,
esibirsi come comandante in capo, tenere il mondo in sospeso con le sue
oscillazioni umorali.
Capito che gli Stati Uniti avrebbero dovuto
impegnarsi in una guerra vera ha abbandonato il campo, i paesi arabi amici e
Israele più gli Accordi di Abramo che erano la strategia creata nella sua prima
presidenza.
Le
conseguenze di questa rinuncia si vedranno negli anni e saranno pesanti.
Adesso
la dittatura islamica iraniana sa che non può essere piegata facilmente e gli
islamisti sanno che nessuno li respingerà e che l’Iran sarà sempre lì a
supportarli con più soldi e più mezzi.
Gli Stati Uniti non hanno preparato la guerra che
poteva cambiare la storia del medio oriente e gli stati europei si sono
nascosti dietro la retorica della pace e del dialogo.
In parte sono giustificati:
decine
di milioni di immigrati musulmani uniti da una religione fatta di certezze in
un contesto sociale debole e confuso, le generazioni successive rimaste legate
a quella identità, l’assoluta contrarietà delle opinioni pubbliche ad accettare
la guerra per affermare gli interessi europei, la debolezza delle forze armate,
la mancanza di una proiezione geopolitica europea (la Libia è un protettorato
russo e turco di fronte alle coste italiane).
All’Europa non si poteva chiedere più che
discorsi di pace in medio oriente.
Già è una svolta storica l’impegno a sostenere
con finanziamenti ed armi l’Ucraina.
Aggiungervi
il medio oriente avrebbe significato un impegno diretto sul campo.
Semplicemente
impossibile.
Torniamo
alle domande iniziali e ne aggiungiamo un’altra. Chi è pronto a difendere il
proprio paese e la propria libertà? Può uno stato o un’associazione di stati
difendere i propri interessi senza una deterrenza basata sulla capacità militare
offensiva e difensiva?
Questo è il punto.
Il
mondo reale non fa sconti a chi non sa difendersi.
Significa
che bisogna prepararsi alla guerra?
Sì e
smetterla con la stupida contrapposizione tra “burro e cannoni” perché senza
cannoni il burro se lo prendono i nemici.
La
mano si può tendere se è forte.
(Claudio
Lombardi).
Immigrazione:
basta
col moralismo.
Civicolab.it – (17 Giugno 2026) - Italia -
Admin – Roberto Damico – Redazione – ci dice:
Ascolto
– ancora una volta – l’intervento di esponenti di AVS (Alleanza Verdi
Sinistra), del Movimento 5 Stelle e del Partito Democratico sui migranti.
E, come un mantra – una litania stucchevole –
si sente ripetere:
“Sono
provvedimenti razzisti”, “Si fanno le leggi razziali”, “Sono provvedimenti che
colpiscono solo i migranti”.
E oltre a venire un po’ da ridere (mi pare
difficile fare dei provvedimenti sui migranti che non riguardino i soli
migranti – è come dire che le leggi sul traffico colpiscono solo gli
automobilisti), mi sale un conato.
Un conato di nausea. Di rabbia. Di disgusto.
Perché
– ancora una volta – la sinistra si nasconde dietro il moralismo, invece di
affrontare la realtà.
Ma il
campo largo – questa coalizione da brividi– ha intenzione di fare un attimo di
politica?
O
vuole andare avanti all’infinito con questo moralismo piccolo borghese?
Perché
il nostro dibattito politico è tenuto ostaggio da questo moralismo rivoltante.
Non
può essere che ogni provvedimento – ogni legge, ogni decreto, ogni ordinanza –
faccia scattare il coro delle prefiche che piange, che si straccia le vesti,
che urla “cattivi e razzisti”.
Non
può essere che la politica – quella vera – sia sostituita dalla morale. Da
un’etica della buona intenzione che non risolve i problemi, ma li aggrava.
Perché – diciamolo – i migranti (quelli veri,
quelli che soffrono, quelli che cercano una vita migliore) non hanno bisogno di
moralismo.
Hanno
bisogno di soluzioni.
Hanno
bisogno di integrazione. Hanno bisogno di sicurezza.
Hanno
bisogno di regole.
E la sinistra – quella che si dice
“accogliente” – non offre nulla di tutto ciò.
Offre
solo slogan, indignazione, pietà.
E la
pietà – si sa – non nutre.
Non
protegge. Non integra.
Bisogna
che una certa parte politica – questa sinistra palestiniana, moralista,
ipocrita – esca dal desiderio di arrivare al potere a tutti i costi e di
garantirsi un futuro bacino elettorale a cui attingere (i migranti, i giovani,
i palestinesi).
E si
renda conto – finalmente – che, se non si agisce in fretta e in modo deciso,
quello che sta succedendo in Irlanda accadrà anche qui.
In
Italia.
E i
primi a rimetterci saranno proprio i migranti.
Quelli
che la sinistra dice di voler difendere.
Ma che
– con il suo moralismo – sta mettendo in pericolo.
Perché
quando la gente comune non vede soluzioni, non vede sicurezza, non vede regole
– si arrabbia.
E
l’ira – l’ira popolare – è cieca.
Non
distingue tra il bravo migrante e il cattivo migrante.
Tra
chi si integra e chi no. Colpisce tutti.
E
questo sarà colpa anche della sinistra.
Della
sua incapacità di governare il fenomeno.
Della
sua paura di dire la verità.
Della
sua complicità con chi – invece di integrarsi – vuole imporre le sue regole.
Basta
con questa difesa dell’indifendibile.
Abbiamo
quartieri – in molte città italiane – in cui la gente è terrorizzata.
E lo è
per buone ragioni.
Non
per razzismo, non per xenofobia ma perché la criminalità – quella vera – è
aumentata.
Perché
lo spaccio è sotto casa.
Perché le risse sono all’ordine del giorno.
E la polizia non riesce a stare dietro a
tutto.
Abbiamo
moschee salafite – quelle che predicano l’odio, quelle che giustificano il”
jihad”, quelle che finanziano il terrorismo – aperte e frequentate, nel cuore
delle nostre città e nessuno dice nulla.
Nessuno
le chiude, per paura di essere accusato di “islamofobia”. Ballarò – a Palermo –
il mercato storico, il cuore pulsante della città – oggi è controllato dalla
mafia nigeriana, che spaccia, estorce, uccide.
E
nessuno dice nulla.
Per
paura di essere accusato di “razzismo”.
Qualche
settimana fa una ragazza colombiana è stata rapita e abusata per una settimana.
Non in
un paese lontano. Non in un’isola deserta.
In una
nostra grande città. E nessuno dice nulla.
Per
paura di essere accusato di “strumentalizzazione”.
Basta.
Basta con questo moralismo.
Basta
con le prefiche. Basta con la paura di essere etichettati.
La
realtà è che l’immigrazione incontrollata – senza regole, senza integrazione,
senza sicurezza – crea problemi.
Problemi
seri. Problemi che non si risolvono con gli slogan.
E che
– se non affrontati – esplodono.
Io
spero davvero che questi maestri di buone maniere – questi moralisti, questi
predicatori, questi giudici – scompaiano al più presto.
Non
perché li odi.
Perché la loro ipocrisia, la loro incapacità
di guardare la realtà, sta facendo più danni del razzismo che dicono di
combattere.
E non si può più stare zitti.
(Roberto
Damico).
Israele
può fare la pace da solo?
Civicolab.it
– (8 Giugno 2026) - Europa-Mondo – Admin – Roberto Damico – Redazione -ci dice:
Facciamo
un esperimento mentale.
Israele,
domani, vive un’epidemia hippie.
Tutti
gli israeliani — dagli insediamenti ai kibbutzim, dai religiosi ai laici—
diventano pacifisti convinti.
La bandiera della pace sventola ovunque.
Si
afferma un pacifismo assoluto — non tattico, non strategico, ma totale.
E allora: si abolisce il servizio militare, si
smantellano i carri armati, si smontano i caccia, si sigillano le basi.
L’esercito più potente del Medio Oriente viene smantellato.
Israele rimane disarmato.
Solo
civili. Solo pacifisti. Solo bandiere della pace.
La
domanda è questa: quanti secondi dovrebbero aspettare gli israeliani, dopo aver
disarmato, prima che accadesse un 7 ottobre su scala nazionale?
Quanti
secondi, prima che Hamas — che ha scritto nel suo statuto la distruzione dello
Stato ebraico — valichi il muro di Gaza?
Quanti
secondi, prima che Hezbollah lanci un’invasione da nord?
Quanti secondi, prima che il regime iraniano —
che ha dichiarato pubblicamente di voler “cancellare Israele dalla mappa” —
invii le sue truppe o i suoi proxy a “liberare la Palestina”?
La
risposta — lo sanno tutti, anche i più critici di Israele — è: pochissimi.
Forse minuti. Forse ore. Non giorni.
Perché
i nemici di Israele non sono pacifisti.
Non sventolano bandiere della pace.
Sventolano bandiere nere del jihad.
E la loro ideologia — che è anche teologia —
non ammette compromessi, non ammette la convivenza, non ammette uno Stato
ebraico.
Non
aspettano che Israele si disarmi per trovare una ragione per attaccare.
Aspettano
solo un varco.
Ecco
perché — quando si dice che Israele è guerrafondaio — bisogna fare questo
esercizio.
Israele non è pronto alla guerra perché ama la
guerra.
È pronto alla guerra perché deve sopravvivere.
Perché
vive in una regione dove la legge del più forte è l’unica che conta, dove i
deboli non vengono rispettati ma divorati, dove il pacifismo unilaterale non
viene premiato ma sfruttato.
Israele
non può permettersi il lusso del disarmo.
Il
giorno in cui abbassasse la guardia — il giorno in cui credesse che l’amore
vincerà sull’odio — sarebbe l’ultimo giorno della sua esistenza.
Non per retorica. Per realtà.
Allora,
invece di accusare Israele di essere guerrafondaio, chiediamoci:
perché
i suoi nemici non accettano la sua esistenza? Perché non depongono le armi?
Perché
non smantellano le loro milizie?
Quando
lo faranno — quando Hamas, Hezbollah, il regime iraniano si disarmeranno —
allora anche Israele potrà farlo.
Non
prima.
Perché il pacifismo unilaterale non è pace.
È la fine.
E
Israele — che ha visto i propri cittadini massacrati il 7 ottobre — non è
disposto a subire.
E ha
ragione.
(Roberto
Damico).
Il
palestinismo non è ingenuo idealismo.
Civicolab.it – (5 Giugno 2026) - Riflessioni di
Admin -
Spesso,
quando parlo di palestinismo, arriva puntuale qualcuno a dirmi:
“Guarda
che quelli di cui parli sono una minoranza. Generalmente sono belle persone,
idealiste e in buona fede.”
Confondono — volutamente o per ignoranza — i
palestinisti con i” pro-Palestina”.
Non è la stessa cosa.
“Pro-Palestina”
è chi vuole una nazione araba accanto a Israele.
Chi
sostiene la soluzione dei due Stati.
Chi
crede che palestinesi e israeliani possano vivere in pace con confini sicuri e
reciprocamente riconosciuti.
Chi critica Israele per alcune politiche, ma
non nega il suo diritto a esistere.
Chi
condanna Hamas per il 7 ottobre.
Chi
cerca la pace, non la vittoria.
Questi
— i “pro-Palestina” — sono spesso in buona fede. Sono idealisti.
Forse ingenui, ma non in malafede.
Ma
sono, al contrario di quanto dice chi mi critica, una minoranza silenziosa:
la
moderazione non fa notizia.
Il
palestinismo è altro.
È un
movimento che si fonda sulla distorsione del termine “sionismo” — fatto
significare “razzismo” e “colonialismo” invece di “movimento di liberazione e
autodeterminazione del popolo ebraico” — e che non vuole uno Stato palestinese
accanto a Israele.
Vuole
Israele cancellato.
Dal fiume al mare.
Non
lascia spazio alla convivenza, alla pace, agli ebrei.
E il
suo nucleo ideologico — al di là delle intenzioni dei singoli aderenti — è
antisemitismo.
Lo
chiami antisionismo o no: è odio verso gli ebrei, verso Israele, verso chiunque
non si allinei.
I
palestinesi non sono una minoranza.
Sono
la stragrande maggioranza di chi riempie le piazze, sventola bandiere, urla
slogan.
Sono
la voce più alta.
Sono
la narrazione dominante.
E il problema non riguarda solo chi è
esplicitamente in malafede:
riguarda
anche chi ci è finito per ignoranza, per conformismo, per pressione sociale — e
che non ha mai verificato nulla, non ha mai letto una fonte primaria, non ha
mai fatto una domanda scomoda.
L’uomo
che si definisce palestinese tipo — quello che domina il discorso — è
profondamente ignorante della storia.
Non sa
che gli ebrei sono indigeni della Palestina.
Non sa
che il sionismo è nato come movimento di liberazione nazionale.
Non sa
che Israele ha offerto la pace più volte ma la pace è stata rifiutata.
Non sa che Hamas è un’organizzazione
terroristica fondata sulla volontà di eliminazione degli ebrei.
E
invece di informarsi, va a rimorchio del branco.
Ripete
gli slogan che sente.
Si indigna a comando. E si crede —
paradossalmente — moralmente superiore.
Convinto
di lottare per la giustizia e i diritti umani, mentre diffonde odio e
giustifica il terrorismo.
C’è
una sociologia di questo fenomeno che gli storici conoscono bene.
La
piccola borghesia — chi non ha mai sofferto direttamente, chi vive in una
condizione di privilegio relativo, chi si sente però minacciato e cerca un
capro espiatorio — è stata storicamente la base sociale dei movimenti che
trasformano l’indignazione in odio organizzato.
Fromm
lo ha analizzato per il nazismo.
Paxton
per il fascismo.
I meccanismi sono gli stessi:
aggregazione
al branco, capro espiatorio, certezza morale assoluta, intolleranza al dubbio.
Non
dico che il palestinismo sia fascismo.
Dico
che usa gli stessi meccanismi psicologici e sociali.
E che
riconoscerli — invece di fingere che si tratti di idealismo ingenuo — è il
primo passo per contrastarli.
Ecco
perché non bisogna confondere i pro-Palestina con i palestinesi.
E non
bisogna dire “sono una minoranza”.
Non lo sono.
Sono
la maggioranza nel dibattito pubblico.
E
quella maggioranza non si cambia con la benevolenza.
Si
cambia con la chiarezza.
(Roberto
Damico).
Commenti
Posta un commento