Nella UE c’è una maggioranza “Georgia”.

 

Nella UE c’è una maggioranza “Georgia”.

 

 

Cambio di rotta.

La “maggioranza Giorgia” vince in Ue: il modello Meloni ridisegna l’Europa dei migranti e sconfessa anni di caos e pseudo-buonismo di sinistra.

Secoloditalia.it - Politica - Ginevra Sorrentino – (18 Giugno 2026) – Redazione – ci dice:

 

È un dato di fatto acclarato da numeri. Dichiarazioni ufficiali.

E voto del “Pe”: la “maggioranza Giorgia” si impone e vince in Ue, e il modello Meloni ridisegna l’Europa dei migranti, ribaltando vecchi dogmi e abusati slogan finto-buonisti delle sinistre.

Trasformando le idee dei conservatori in politiche comunitarie ufficiali.

 Il via libera arrivato ieri dal Parlamento europeo al nuovo regolamento sui rimpatri immediati sancisce il definitivo cambio di paradigma a Bruxelles:

 l’approccio ideologico delle porte aperte cede il passo al pragmatismo di Roma divenuto arteria di collegamento che dall’Italia porta al cuore del vecchio continente.

 

La “maggioranza Giorgia” vince in Ue: il modello Meloni ridisegna l’Europa dei migranti. E non solo.

Un architrave a struttura portante di centrodestra che, come sottolinea il capogruppo di Fratelli d’Italia (ECR) al Parlamento europeo,” Carlo Fidanza”, auspicando la creazione di «una maggioranza a destra» che possa «sovvertire» gli errori delle passate legislature, deve diventare strutturale.

 «Noi abbiamo già sperimentato una proficua collaborazione su alcuni temi importantissimi.

 Pensiamo a diverse normative del Green Deal che sono state riviste o posticipate, modificate grazie alla cosiddetta maggioranza ex Venezuela.

Oggi noi la chiamiamo la maggioranza Giorgia: una maggioranza di centrodestra».

Fidanza: «La maggioranza di centrodestra sia uno schema di lavoro».

Di più, sottolinea sempre Fidanza:

«Ci auguriamo che questo possa essere uno schema di lavoro sempre di più su queste stesse tematiche», spiega Fidanza, indicando “automotive” ed “ETS” come altri temi «fondamentali» dove sarebbe auspicabile sperimentare questo formato.

Tanto che, aggiunge in calce: «Abbiamo ancora tantissimi argomenti che arriveranno nei prossimi mesi in cui, dal nostro punto di vista, l’unico modo per cambiare rotta rispetto a quelli che noi consideriamo gli errori della passata legislatura è questo tipo di maggioranza».

 

Concludendo la sua disanima con una stilettata in punta di fioretto: «Non si può pretendere da chi ha ispirato quegli errori, cioè dalla sinistra europea, di essere parte della soluzione.

L’unica possibilità è creare una maggioranza a destra che possa sovvertire quanto di sbagliato è stato fatto e possa riportare insieme pragmatismo e competitività insieme alla sostenibilità ambientale».

 

Migranti, Procaccini: «L’Italia ha cambiato l’Europa».

Una vittoria politica totale e ad ampio raggio di possibilità d’intervento, insomma, che certifica come la linea di Giorgia Meloni sia ormai l’asse portante della nuova governance.

 Lo spiega bene, tra gli altri, anche “Nicola Procaccini”, eurodeputato di Fratelli d’Italia e co-presidente del gruppo dei “Conservatori e Riformisti europei” (ECR):

 «L’Italia cambia l’Europa. Ed è ciò che è avvenuto. Non ci siamo candidati per declamare idee o visioni o proposte. Ci siamo candidati per cambiare le cose che non funzionavano. Ebbene, oggi lo slogan è: l’Italia ha cambiato l’Europa».

E il fulcro di questa rivoluzione è l’istituzionalizzazione del “Protocollo Albania”.

 

Nelle parole di Procaccini, allora, il provvedimento «compie definitivamente la rivoluzione di Giorgia Meloni, di Fratelli d’Italia, dei conservatori europei nella lotta all’immigrazione illegale in Europa.

Finalmente il problema non è più la ricollocazione dei migranti in Europa, ma la gestione dell’immigrazione viene spostata fuori dai confini europei.

 Questo significa, naturalmente, la possibilità di realizzare dei centri per i rimpatri all’estero negli Stati terzi, esattamente l’estensione del modello Albania a tutta Europa.

Oggi finalmente “todo cambia”, tutto cambia. Oggi l’immigrazione verrà governata secondo il nostro modello».

Sberna: «Un risultato storico per l’Europa, che porta la firma politica della visione di Giorgia Meloni».

Dunque, alla resa dei conti e alla conta dei numeri, anche la sinistra è costretta a inseguire il buon senso impresso da Roma, come rileva la stessa “Antonella Sberna”, europarlamentare di Fratelli d’Italia e vicepresidente del Parlamento Ue:

«Il dato politico è che il regolamento è passato con la cosiddetta “maggioranza Giorgia”.

Ma prendiamo atto che anche parte della sinistra abbia compreso che si trattava di proposte di buon senso.

 Purtroppo per anni proprio la sinistra ha usato l’emergenza umanitaria come scusa per non governare il fenomeno.

 Mentre noi abbiamo voluto affermare il principio secondo cui può restare in Europa solo chi ne ha realmente diritto per motivi di asilo e rispetta le regole».

 

Per Sberna si tratta di un «risultato storico per l’Europa, che porta la firma politica della visione di Giorgia Meloni e del lavoro determinato che Fratelli d’Italia ha portato avanti in questi anni al Parlamento europeo.

È una visione che guarda oltre l’emergenza e punta ad affrontare le cause profonde delle migrazioni, rafforzando il ruolo dell’Unione nel Mediterraneo e in Africa attraverso una cooperazione strutturata. Relazioni più solide con i Paesi terzi.

 E una strategia diplomatica che favorisca sviluppo, stabilità e sicurezza, come avviene ad esempio con il Piano Mattei».

 

Chiosando emblematicamente: «Ci siamo presentati alle urne con “l’Italia cambia l’Europa” e ci stiamo riuscendo. Non ci fermiamo agli slogan, perché c’è Giorgia Meloni al governo e Fratelli d’Italia lavora ogni giorno al Parlamento europeo al servizio degli italiani e per l’Italia».

 

 

 

La minaccia del soldato russo:

 "Putin mi riceva o l'esercito

 si rivolterà".

Cosa sta succedendo a Mosca.

 msn.com – Il giornale – (26 -06 -2026) - Storia di Filippo Jacopo Carpani – Redazione – ci dice:

 

La minaccia del soldato russo: "Putin mi riceva o l'esercito si rivolterà". Cosa sta succedendo a Mosca.

Sembra che stia tirando aria di rivolta tra i ranghi dell'esercito russo, impantanato dal 2022 nel conflitto in Ucraina che, ad oggi, pare ancora essere lontano dalla sua conclusione.

I sospetti nascono dal video di un ex comandante di battaglione, “Aleksandr Lundin”, che da ieri ha totalizzato 12 milioni di visualizzazioni.

Nel filmato, l'uomo denuncia i trattamenti brutali a cui sono sottoposti i soldati di Mosca per mano dei loro ufficiali.

Parla di torture, estorsioni ed esecuzioni sommarie, invii in missioni suicide come punizioni e condizioni disumane.

Afferma di essere in contatto con esponenti di alto livello dell'armata di Putin e minaccia apertamente il Cremlino di trascinare il Paese "in un bagno di sangue".

"Oggi è venuto da me un rappresentate “dei servitori del popolo” (probabilmente un funzionario, ndr), ieri ho incontrato delle persone, rappresentati dei vertici delle forze di sicurezza e del ministero della difesa e hanno mi recapitato un messaggio per Vladimir Vladimirovic.

Vi chiedo un'udienza in diretta televisiva, in cui racconterò tutta la verità su quello che sta succedendo nel nostro Paese", ha detto Lundin.

"In questo momento centinaia, migliaia, decine di migliaia dei nostri soldati sono rinchiusi negli” zingani” (celle di detenzione improvvisate, ndr).

 Sono stati puniti dai loro comandanti.

 Restano lì, marciscono, subiscono torture e violenze da parte dei cosiddetti 'Gestapo', i loro comandanti.

 Sono stati puniti perché si sono rifiutati di eseguire ordini stupidi e suicidi.

Perché si sono rifiutati di consegnargli il proprio denaro.

Alla fine questi uomini vengono uccisi e dichiarati dispersi".

L'ex comandante, poi, si rivolge direttamente a Putin: "Vladimir Vladimirovic, prestate attenzione a questa cosa. Invitatemi da voi.

Le conseguenze saranno molto serie.

 Se a breve non sarò al Cremlino con voi e non parlerò, l'esercito volterà le armi contro il Cremlino e il Paese precipiterà in un bagno di sangue".

 

In un secondo video, Lundin ha affermato che "se dovesse accadermi qualcosa, o se dovesse succedere qualcosa ai miei cari, alla mia famiglia, sarà il segnale per l'inizio delle azioni.

 Io sto trasmettendo un messaggio, niente di più.

 Non sono il leader di una ribellione.

Si sono rivolti a me per una semplice ragione: perché non posso essere preso".

 

Di primo acchito, le sue parole potrebbero essere considerate solo come "dichiarazioni forti" di un veterano scontento.

Ma potrebbe esserci qualcosa di vero nelle sue minacce.

Nel corso degli anni di guerra, infatti, le voci contrarie all'invasione dell'Ucraina sono state messe tutte a tacere una dopo l'altra.

Questi video, invece, sono rimasti in circolo e ha totalizzato numeri di visualizzazioni considerevoli.

 In più, lo stesso portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ne ha parlato durante un'intervista.

"Sui social network e nei vari video si sta diffondendo l'appello di un veterano dell'operazione militare speciale (SVO), Aleksandr Lundin, rivolto al presidente.

Afferma che i militari al fronte vengono maltrattati dai comandanti, sostiene che simili episodi siano frequenti e minaccia una rivolta se Putin non lo riceve, non ascolti le sue ragioni e non venga rilasciato un appello congiunto.

 Il presidente è al corrente? Potrebbe commentarlo?", gli ha chiesto l'intervistatore.

 "No, però in effetti ci è stato detto che c'è quest'appello, ma non abbiamo ancora avuto modo di esaminarlo.

 Per cui non me la sentirei di fare alcun commento al riguardo.

Tuttavia, da quanto riferite voi, sembra ci siano delle formulazioni piuttosto insolite per cui a maggior ragione bisogna prima esaminarlo".

 

Lundin ha pubblicato anche un terzo video, dove ha parzialmente corretto il tiro e ha affermato di non avercela con Putin, ma con i blogger pro-guerra che parlando di un conflitto che, secondo la loro narrazione, starebbe andando a gonfie vele per le forze di Mosca.

Non sappiamo se sia stata effettivamente una correzione volontaria o se abbia subito pressioni, oppure se anche questa piccola marcia indietro sia una strategia di comunicazione.

 Rimane il fatto che non ha smentito le sue precedenti dichiarazioni riguardo a un ammutinamento di massa delle forze armate.

 

Che nelle sale del Cremlino siano effettivamente preoccupati dopo più di quattro anni di fallimenti militari, soldati usati come carne da macello e guadagni territoriali minimi?

E a tutto questo, bisogna aggiungere la pressione sempre più forte che Kiev sta esercitando sulla rete di approvvigionamento energetico della Federazione.

Al momento, è ancora presto per prevedere come questa vicenda si evolverà, nonostante il fantasma della rivolta di Prigozhin aleggi ancora sulla strada verso Mosca.

Ma è utile ricordare, visto che spesso Putin viene chiamato "lo Zar", che tra i motivi che portarono alla caduta dell'Impero russo vi fu proprio anche una guerra mal gestita.

 

Parlamento europeo: dalla

maggioranza “Ursula” alla

maggioranza “Giorgia.”

 

Libertaegiustizia.it – (3 aprile 2026) - Europa e Mondo - Emilio De Capitani – Redazione – ci dice:

 

 

In contrasto con la tradizione che ne aveva fatto uno dei più convinti promotori della costruzione europea, il “PPE” ha di fatto cambiato le carte in tavola:

oggi i suoi leader navigano spesso a vista tenendo in poco conto le esigenze degli altri paesi membri.

 Cosa fare.

 

Due anni fa, dopo le elezioni europee, in occasione dell’approvazione della nuova Commissione UE presieduta da Ursula Von Der Leyen, emerse una maggioranza politica di centro-sinistra in apparenza simile a quelle delle legislature precedenti.

Riunendo Popolari europei (PPE), Socialisti (SD) e Liberali (Re new), con l’appoggio esterno dei Verdi (Greens), la nuova maggioranza, subito battezzata “Ursula”, aveva, almeno agli inizi, rassicurato quanti temevano l’irrompere della destra e dell’estrema destra in ruoli decisivi all’interno del Parlamento europeo.

Un timore di lunga data, che nelle legislature precedenti aveva portato alla creazione informale di un “cordone sanitario” per evitare che queste forze potessero incidere sul funzionamento del Parlamento.

Disponendo di più di 361 voti – dunque della maggioranza assoluta rispetto ai 720 membri del Parlamento, necessaria per le decisioni più rilevanti sul piano politico e legislativo – la “maggioranza Ursula” sembrava proteggere il Parlamento sia da tempeste interne che da possibili contagi derivanti dai cambiamenti di maggioranza nei governi dei suoi Stati membri.

 

Niente di più illusorio.

Fin da subito, ci si rese conto che fra i gruppi non sarebbe stato possibile definire un programma politico che potesse orientare la nuova Commissione, mentre quest’ultima negoziava abilmente un proprio programma anche con gruppi esterni alla maggioranza, come i Conservatori europei (ECR), allora presieduti da Giorgia Meloni.

 

Il voto di approvazione da parte della “maggioranza Ursula” della nuova Commissione si rivelò ben presto un” trompe l’oeil”, anche perché il PPE, gruppo di maggioranza relativa, fece capire fin da subito agli smarriti Socialisti, Liberali e Verdi che, in assenza di un programma politico comune, non si sarebbe fatto scrupolo di cercare anche fuori dalla maggioranza i voti per realizzare le proprie priorità.

 A prima vista, sembrava l’annuncio di quella che gli italiani avevano conosciuto come “politica dei due forni” di andreottiana memoria:

 la libertà del partito di maggioranza relativa di attingere voti tanto a destra che a sinistra, a seconda delle disponibilità a sostegno delle proprie priorità.

 Si sarebbe trattato di un caso di pragmatismo sgradevole, ma in definitiva comprensibile nel gioco politico.

 

L’obiettivo del PPE si è invece rivelato un altro:

sostituire la “maggioranza Ursula” di centrosinistra con una “maggioranza Giorgia” di destra-estrema destra.

Per conseguire questo risultato, bisognava controllare in primo luogo il funzionamento del ciclo politico interno al Parlamento europeo, e in secondo luogo il ciclo “esterno”.

 

Il primo obiettivo è stato raggiunto facilmente, occupando i posti chiave nel funzionamento dell’istituzione, dalla presidenza del Parlamento a quella delle Commissioni parlamentari determinanti nel processo legislativo.

Grazie al “sistema D’Hondt”, che premia i gruppi più numerosi, e a un’evidente arrendevolezza degli altri gruppi durante il primo periodo della maggioranza Ursula, il PPE ha ottenuto quanto voleva.

 Persino sul piano amministrativo il gruppo poteva, e può tuttora, contare sul sostegno dei vertici dell’amministrazione, grazie alle nomine effettuate dall’attuale segretario generale del Parlamento e dal suo predecessore Klaus Welle (a suo tempo già segretario generale del gruppo PPE).

 

Il secondo obiettivo era far diventare le priorità del PPE non solo le priorità del Parlamento europeo ma della stessa Commissione e dello stesso Consiglio europeo.

 

Vasto programma, avrebbe detto De Gaulle.

Ma a favorirne la realizzazione vi erano, e vi sono, alcune condizioni esterne, quali il fatto che, se la Commissione appare certo più visibile, è pur sempre sottoposta alla non-sfiducia del Parlamento europeo, e quindi chi controlla il Parlamento controlla la Commissione.

Assunto che si dimostrerà in occasione dei velleitari voti di sfiducia che ebbero luogo nei mesi successivi, spazzati via soprattutto dalla reazione granitica del PPE.

Quanto all’influenza del PPE sul Consiglio europeo, non si esercita attraverso il gruppo parlamentare ma attraverso il partito, che però, guarda caso, ha lo stesso presidente del Gruppo parlamentare: Manfred Weber.

 

Alla prova dei fatti, se anche si può dubitare di chi sia il vero autore dei documenti politici discussi fra i membri del PPE prima delle riunioni del Consiglio europeo, resta l’evidenza che questi potranno avere un “ritorno” sulla attività delle altre istituzioni (Parlamento e Commissione compresi).

 

È da non sottovalutare la scelta strategica di cumulare nella stessa persona la carica di presidente del gruppo e del partito. Così facendo, Manfred Weber si è di fatto scelto il ruolo di deus ex machina del ciclo politico europeo, creando un potenziale effetto domino a livello delle istituzioni e mostrando una visione di gran lunga più ambiziosa di quella degli altri gruppi politici dell’assemblea.

 

Se si passa ai contenuti, basta ricordare che lo slogan iniziale del PPE si riassumeva icasticamente nel sostegno di maggioranze che fossero pro Unione europea, pro Rule of Law e pro Ucraina.

 Obiettivi pienamente condivisibili, finché non si scendeva nei dettagli delle scelte conseguenti.

 Nel manifesto elettorale del PPE, infatti, venivano declinati con formule che definire reticenti e ambigue sarebbe un eufemismo.

Se da un lato quel documento promuove l’eliminazione di lacci e lacciuoli all’economia, dall’altro sembra ignorare che un mercato senza frontiere richiede in ogni caso (Draghi e Letta docent) norme comuni europee a tutela degli operatori economici e degli stessi cittadini.

Se il manifesto del PPE pone, giustamente, l’accento sulla sicurezza, in particolare riguardo a minacce esterne, sembra poi ignorare che questa deve essere costruita, come prevede l’art. 3 del Trattato, in sinergia con misure a tutela della libertà e della giustizia, per rispettare i principi dello Stato di diritto e il carattere democratico dell’UE.

 

Ma è alla prova dei fatti che il comportamento del gruppo si rivela in palese contraddizione con l’obiettivo di sostenere maggioranze a favore dell’Unione europea e dei valori dell’Unione.

 In diverse occasioni, come è apparso con chiarezza anche dai resoconti della stampa, il PPE non ha subito, ma ha deliberatamente cercato il sostegno dei gruppi di destra-estrema destra, che sono per definizione e per scelta dichiarata contrari alla costruzione europea.

 

Basti ricordare che proprio grazie al loro supporto, e spesso con i voti contrari degli altri gruppi della defunta “maggioranza Ursula”, si è proceduto, con il sostegno della stessa Commissione, all’indebolimento della trasparenza legislativa attraverso farraginosi “omnibus” che hanno ribaltato le logiche dei blocchi delle politiche europee.

A ciò si aggiunga lo svuotamento della politica di trasparenza e di accesso ai documenti, fino ad accettare perfino che il Parlamento abbia un limitato accesso alle informazioni confidenziali.

Allo stesso modo si è proceduto allo smantellamento progressivo della politica ambientale avviata nella legislatura precedente; alla persecuzione delle organizzazioni della società civile, anche quando suppliscono a carenze delle istituzioni in materia di partecipazione al processo decisionale, specie in campo ambientale o migratorio; all’indebolimento delle norme in materia di protezione dei dati e al parziale smantellamento dell’Agenda digitale per assecondare le richieste di oltre-atlantico;

allo svuotamento delle norme della Carta dei diritti fondamentali e dei Trattati relative alla libertà di circolazione dei cittadini, al diritto di asilo e al divieto di espulsioni.

Hanno, a tal proposito, sollevato ampie proteste da parte della società civile le recenti norme in fase di finalizzazione relative ai cosiddetti “paesi sicuri” e alle condizioni di rimpatrio (rectius “espulsione”) approvate con maggioranze di oltre 400 voti, che permetteranno quindi di indurire le già gravi condizioni previste nei testi del Consiglio.

 

A una simile campagna demolitoria si aggiungono la carenza di norme a tutela dei diritti delle persone in campo sociale e l’inesistenza di un quadro di protezione dei diritti e di accesso alla giustizia per le categorie più vulnerabili, con ciò contraddicendo il ripetuto mantra della protezione della Rule of Law in seno alla UE.

 

A colpire maggiormente, tuttavia, è che tutti questi fenomeni richiederebbero una governance europea che il gruppo PPE si guarda bene dal sostenere, per compiacere i membri del partito al governo nei diversi Stati membri.

Questa mancata assunzione di responsabilità viene mascherata dalla moltiplicazione di interventi e di spese per le agenzie europee, quasi che il governo di politiche sopranazionali si potesse affidare a strutture di tipo amministrativo.

Si colloca in questa prospettiva la richiesta del PPE di portare gli affettivi dell’agenzia europea delle frontiere Frontex a 30.000 funzionari.

 

La domanda sorge spontanea:

come si può contrastare una deriva che parte ormai dall’istituzione eletta direttamente dai cittadini, quando la durata della legislatura è fissata nei Trattati e quindi, sino alle prossime elezioni, i cittadini non potranno incidere direttamente sull’attività dei gruppi?

 In primo luogo, agendo indirettamente, attraverso i propri rappresentanti, in particolare nel gruppo PPE, che ha di fatto cambiato le carte in tavola, in contrasto con una tradizione che da Adenauer e De Gasperi sino a Martens ne aveva fatto uno dei più convinti promotori della costruzione europea.

 

Un’altra linea d’azione politica consisterebbe nel ridare voce alle delegazioni nazionali più progressiste in seno al gruppo PPE, come quella belga e maltese, limitando l’influenza del “Partido popular” spagnolo, che ha portato a livello europeo la contrapposizione nazionale al governo Sanchez.

Sarebbero poi da de-germanizzare almeno in parte le priorità del PPE, oggi guidato di fatto dalle esigenze di Weber, Von der Leyen e Merz, che molto spesso navigano a vista tenendo in poco conto le esigenze degli altri paesi membri.

 

Da ultimo, resta pur sempre “un giudice a Lussemburgo” a limitare i danni e raddrizzare almeno in parte i misfatti di un legislatore europeo sempre meno interessato a tutelare i diritti fondamentali.

Senza dimenticare che ricorrere alle strategiche litigatone o a formule di collettive represse – ricorsi collettivi – può sembrare l’ultima spiaggia, ma gli effetti possono comunque essere determinanti.

(Emilio De Capitani.

(Direttore Esecutivo del Fondamentale Rights Europea Expert Group -FREE Group).

 

 

 

 

Altro che PPE: è la “maggioranza Giorgia”

a cambiare l’Europa.

Ci scrive Procaccini.

Ilfoglio.it – Nicola Procaccini – Claudio Cerasa – (16 – Aprile – 2026) – Redazione – ci dicono:

 

"Verrà il tempo in cui anche i simboli potranno cambiare, accompagnando l’innovazione dei leader e dei temi. Ma oggi è il tempo della coerenza."

 La lettera dell'europarlamentare di Fratelli d’Italia

 

Immagine di “Altro che Ppe”: è la “maggioranza Giorgia” a cambiare l’Europa.

Ci scrive Procaccini.

(Ecco la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e Nicola Procaccini durante la prima edizione dei “Margaret Thatcher Awards”, evento organizzato all'Acquario Romano dalla fondazione “New Direction”, il think tank dei Conservatori europei (ECR), Roma, 11dicembre 2025.

 ANSA/FILIPPO ATTILI-US PALAZZO CHIGI +++FOTO DIFFUSA DALL'UFFICIO STAMPA - USARE SOLO PER ILLUSTRARE OGGI LA NOTIZIA INDICATA NEL TITOLO - NON ARCHIVIARE - NON VENDERE - NON USARE PER FINI NON GIORNALISTICI - NPK+++).

 

Al direttore – Leggo con attenzione l’articolo pubblicato su “ Il Foglio”, che suggerisce come approdo naturale per Fratelli d’Italia l’ingresso nel Partito Popolare Europeo, quasi fosse l’unica via per una piena legittimazione europea.

 E’ una lettura che rispetto, ma che non condivido.

 L’appartenenza di FdI al gruppo dei Conservatori europei non è una scelta tattica, ma una scelta identitaria, costruita nel tempo e radicata in una visione politica precisa.

Il trumpismo si argina entrando nel PPE.

Le sberle di Trump a Meloni sono la punta dell’iceberg di un’asimmetria che viene da lontano (chiedere a Zelensky).

Ma l’emancipazione dal trumpismo ha bisogno di una svolta non reversibile.

Ragioni per entrare in fretta nel PPE.

(Claudio Cerasa).

 

La nostra ambizione non è quella di inseguire collocazioni più comode o ritenute più “presentabili”, ma di dare finalmente una casa politica al conservatorismo italiano, che non è uniforme, ma composto da pensieri, esperienze e tradizioni diverse, accomunate però da una stessa idea di libertà, responsabilità e centralità della nazione.

 E’ su questo terreno che abbiamo lavorato, con coerenza, per costruire un’identità politica riconoscibile.

Abbiamo creduto – e continuiamo a credere – che fosse possibile affermare anche in Italia una cultura conservatrice moderna e solida, sulla scorta di grandi esperienze occidentali affini alla nostra:

 la Gran Bretagna di Margaret Thatcher e gli Stati Uniti di Ronald Reagan.

 Esperienze diverse tra loro, ma unite dalla capacità di coniugare libertà economica, orgoglio nazionale e visione internazionale.

 E’ a quella tradizione che guardiamo, non per nostalgia, ma per costruire una prospettiva di lungo termine.

Dentro questa visione si colloca anche la nostra idea di Europa. Noi difendiamo l’impianto originario dell’Ue, quello delineato dal Trattato di Roma: una comunità di Stati che cooperano su alcune grandi questioni strategiche, senza essere costretti a sacrificare il proprio interesse nazionale sull’altare di decisioni calate dall’alto.

Una confederazione di nazioni libere, in cui la cooperazione è una scelta consapevole e volontaria. Esattamente come avviene già oggi attraverso strumenti come la cooperazione rafforzata.

In questo senso restano attualissime le parole di Thatcher nel celebre discorso di Bruges:

 nessuno potrà mai convincerci della necessità o dell’utilità di un superstato europeo, in cui le nazioni vengono ridotte a semplici entità amministrative, prive di una vera rappresentanza dei propri popoli.

Non è questa l’Europa che vogliamo. Se poi qualcuno vuole leggere le dinamiche europee in chiave tattica, allora è giusto ricordare un dato politico evidente: oggi, sia nel Parlamento che nel Consiglio Ue, si affermano sempre più spesso maggioranze di centrodestra grazie alla capacità del gruppo dei Conservatori di dialogare e costruire ponti con il Ppe e con le altre forze della destra europea. Non a caso si parla sempre più frequentemente di una “maggioranza Giorgia” in Europa.

 Senza questo lavoro quotidiano di tessitura politica, esisterebbe con ogni probabilità una maggioranza di sinistra, alla quale il PPE finirebbe per essere subordinato, come già accaduto in passato, ad esempio nella stagione segnata dall’influenza di Frans Timmermans.

 Infine, tornando all’identità di FDL, è giusto ribadire che essa è il punto di incontro di percorsi politici diversi, uniti però da una comune cultura conservatrice. Tra questi vi è anche quello del partito nel quale si sono formati Meloni e chi scrive. È un patrimonio che evolve: verrà il tempo in cui anche i simboli potranno cambiare, accompagnando l’innovazione dei leader e dei temi. Ma non è questo il momento.

Oggi è il tempo della coerenza. Ed è su questa coerenza che continueremo a costruire il futuro dell’Italia e dell’Europa.”

(Nicola Procaccini.

(Europarlamentare Fratelli d’Italia).

La “maggioranza Giorgia” vince in Ue:

il modello Meloni ridisegna

l’Europa dei migranti.

Progettoitalianews.net – (19 giugno 2026) – Redazione -Politica -Andrea Viscardi – ci dice:

 

Non solo internamente e in sede europea.

 L’impegno del governo italiano per contrastare l’immigrazione irregolare e colpire i trafficanti di uomini registra importanti passi avanti anche sul fronte della cooperazione con i Paesi di provenienza, ulteriore pilastro di una strategia che affronta il tema a tutti i livelli. Così, nella stessa settimana in cui la Camera ha approvato il “dl Rimpatri” e il “Parlamento europeo” ha dato il via libera al “Nuovo regolamento Ue” sulla stessa materia, il governo può salutare «con soddisfazione» l’avvio della fase pilota della “Sala Operativa Congiunta” a Tripoli, che vede Italia, Qatar e Turchia al fianco della Libia nell’impegno per gestire i fenomeni migratori.

 

La “Sala Operativa Congiunta”, come ricordato da Palazzo Chigi in una nota, «è composta da funzionari libici cui si uniscono ufficiali di collegamento» degli altri tre Paesi «per sostenere gli sforzi libici nella gestione dei fenomeni migratori illegali, rafforzare le capacità libiche di ricerca e di soccorso e migliorare lo scambio di informazioni».

 «La cooperazione rafforzata – si legge ancora nella nota della Presidenza del Consiglio – sarà realizzata nel rispetto della sovranità libica, con l’obiettivo comune di salvare vite umane in mare e contrastare le reti criminali impegnate nel traffico di migranti».

 

La via della cooperazione e il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo.

L’avvio dell’iniziativa, si legge ancora nella nota, «costituisce un seguito concreto del Vertice di Istanbul del 1° agosto 2025».

 In quell’occasione la premier italiana, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, e il primo ministro della Libia, Abdul Hamid Mohammed Debbia, diedero vita a un trilaterale che guardava alla stabilità politica della Libia, attraverso iniziative di cooperazione che assegnavano un ruolo importante proprio al tema migratorio.

 Al vertice, che ha confermato la centralità di Roma nel Mediterraneo allargato, ha fatto poi seguito un incontro a Palazzo Chigi, il 19 maggio scorso, con i rappresentanti di Italia, Libia, Qatar e Turchia per fare il punto sugli obiettivi raggiunti.

In quella sede si è discusso anche del progetto pilota per la “Sala Operativa Congiunta”, che ora, a un mese esatto di distanza, diventa realtà.

 

«Oggi l’Italia ha ottenuto un grande successo.

 Un provvedimento storico che consente di rimpatriare velocemente chi non ha titolo a stare nell’Ue».

Le parole con cui Giorgia Meloni ratifica il successo tutto “made in Italy” incassato in Ue spiegano e commentano meglio di qualunque dato o informazione tecnica quanto accaduto all’Eurocamera.

 

Sì, perché su gestione dei flussi, accoglienza e respingimenti dei migranti, l’Europa ha sposato la linea Meloni con uno storico sì del PE alla direttiva rimpatri sul modello Albania.

Proprio così:

 il Parlamento europeo ha approvato la “direttiva Rimpatri “con 418 sì, 218 no e 30 astenuti.

Il testo è passato con il supporto di tutte le forze di destra e centrodestra dell’Eurocamera, ossia Popolari (PPE), Conservatori (ECR), Patrioti e Sovranisti, più alcuni eurodeputati di centrosinistra.

 Tutto in una votazione storica che segna una netta inversione di tendenza rispetto alla tradizionale maggioranza centrista.

 

Migranti, l’Europa sposa il modello Italia: il PE approva la direttiva rimpatri.

Di più. Il provvedimento introduce una svolta epocale:

la possibilità di trasferire i migranti irregolari in “centri di rimpatrio” situati in Paesi terzi sulla base di accordi bilaterali, ricalcando fedelmente il modello del protocollo Italia-Albania.

Le nuove norme prevedono l’obbligo di lasciare immediatamente il territorio Ue in caso di soggiorno irregolare e consentono il trattenimento nei centri fino a 24 mesi per motivi di sicurezza o rischio di fuga.

Migranti e rimpatri, la soddisfazione di Meloni: «Sui Paesi terzi la Ue segue la strada dell’Italia»

 

Piena e significativa la soddisfazione della premier Giorgia Meloni, che rivendica la paternità politica della svolta.

«Oggi l’Italia ha ottenuto un grande successo.

Un provvedimento storico che consente di rimpatriare velocemente chi non ha titolo a stare nell’Ue».

 Non solo.

 Dal G7 a Evian il presidente del Consiglio ha anche rilanciato sul rispetto dei patti elettorali:

 «Difendere i confini. Ridurre drasticamente gli sbarchi. Combattere i trafficanti di esseri umani. Rimpatriare subito chi non ha titolo a stare da noi. Avevamo promesso agli italiani che avremmo cambiato l’Europa: e lo abbiamo fatto. Con coraggio, con pazienza, con determinazione. Perché la nostra bussola è chiara: rispettare il programma votato dai cittadini punto per punto. E non ci fermeremo. Andremo avanti».

 

E non è ancora tutto.

 Perché il regolamento europeo sui rimpatri approvato oggi dal Parlamento Ue, spiega Meloni in un video postato sui social, è «prevede tra l’altro anche la possibilità di aprire centri di rimpatrio nei Paesi terzi: quindi di fatto seguendo la strada aperta dal governo italiano con il protocollo con l’Albania.

 Una soluzione innovativa che la sinistra italiana ed europea ha tentato di contrastare in ogni modo. Ma che grazie a questo governo è diventato oggi uno strumento a disposizione dell’Europa intera», rimarca ancora il presidente del Consiglio.

 

Cosa dice il regolamento con le nuove norme appena approvate.

E ancora.

 Secondo le nuove norme appena approvate, il regolamento mira ad accelerare le procedure di rimpatrio «nel rispetto dei diritti fondamentali e del diritto internazionale. Incluso il principio di non respingimento. E il divieto di espulsioni collettive, e a prevenire al contempo abusi e movimenti non autorizzati all’interno dell’Ue», come sottolinea un comunicato dell’Eurocamera.

 

Tra le novità, peraltro, spicca la possibilità di trasferire i migranti destinatari di una decisione di rimpatrio, esclusi i minori non accompagnati, verso dei “centri di rimpatrio” situati in Paesi terzi che accettino di accoglierli, sulla base di accordi bilaterali con uno Stato membro, sul modello del protocollo Italia-Albania.

Migranti, la von der Leyen snocciola i dati dei riscontri: «Dalla Tunisia -97% di arrivi dal 2023»

 

Ma non è ancora tutto.

 Perché la bontà dell’approccio strategico italiano, basato sulla cooperazione con i Paesi di origine e transito, trova sponda nei dati forniti dalla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen.

Nella sua lettera ai leader in vista del Consiglio Europeo, von der Leyen ha certificato il successo del memorandum con la Tunisia.

Asserendo con nettezza e con la forza dei dati:

 «Dal 2023 ad oggi gli arrivi illegali dalla Tunisia in Italia sono diminuiti del 97%».

Un risultato straordinario ottenuto grazie al sostegno Ue nella gestione delle frontiere.

Alla protezione e ai rimpatri volontari assistiti, che hanno registrato 8.853 partenze dalla Tunisia nel 2025.

E oltre 2.000 nel 2026.

 Tanto che la Von der Leyen ha inoltre definito «indispensabile» la continua interazione con la Libia per rafforzare la sicurezza e ridurre le partenze illegali.

Come a confermare, una volta di più, che l’Ue adotta finalmente la dottrina italiana.

 E che la difesa dei confini e la lotta ai trafficanti di essere umani è finalmente realtà.

 

 

"Maggioranza Giorgia"

anche sui clandestini.

Ilgiornale.it - Francesca Gallici – (20 marzo 2026) – Redazione – ci dice:

 

Ieri l'incontro al Consiglio Ue: 16 componenti su 27 sostengono la politica migratoria italiana.

"Maggioranza Giorgia" anche sui clandestini.

 

A Bruxelles la "maggioranza Ursula" non esiste praticamente più:

il baricentro dell'Unione europea si è spostato, decentrandosi e andando a formare la "maggioranza Giorgia".

L'Italia, infatti, da quando a Palazzo Chigi si è insediata Giorgia Meloni, ha saputo conquistare il ruolo che le spetta, non più sparring partner ma leader della frangia di Paesi che vogliono un'Unione europea proattiva.

La postura italiana sulle politiche migratorie non è cambiata negli ultimi anni, come dimostra anche l'ultimo incontro che si è tenuto ieri a Bruxelles, ospitato dal premier italiano Meloni con i primi ministri danese, Mette Frederiksen, e olandese, Rob Jette.

Presenti i leader di: Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Germania, Grecia, Polonia, Lettonia, Malta, Slovacchia, Repubblica Ceca, Svezia e Ungheria, insieme a rappresentanti della Commissione europea, inclusa Ursula von der Leyen.

Quindici Paesi più l'Italia su un totale di 27 componenti dell'Ue, un blocco di maggioranza che, anche sui migranti, guarda al nostro Paese come esempio.

 

Infatti, per quanto i giudici italiani continuino a provare di vanificare gli sforzi del governo di gestire le politiche migratorie attraverso il patto Italia-Albania, in Europa quel sistema piace e gli altri Paesi cercano di prendere spunto per replicare il "modello Italia" nell'ottica di "soluzioni innovative" per la gestione dei flussi, anche in funzione del nuovo patto per le migrazioni dell'Ue.

 

La lista dei Paesi di origine sicura stilata a livello europeo è la chiave di funzionamento del sistema che l'Italia propone da anni ma nel nostro Paese continua a essere osteggiato ideologicamente dalle toghe.

Ovviamente, durante l'incontro si è parlato del conflitto mediorientale e del sostegno alle popolazioni colpite dalla guerra che sta martoriando quella parte di pianeta, che si ripercuote inevitabilmente sui flussi in ingresso, per coordinare i quali serve organizzarsi a livello unitario per evitare una crisi simile a quella del 2015.

 

Il premier italiano ha anche indicato ai colleghi il nuovo filone del lavoro delle prossime assemblee, a partire dall'”International Migration Review” Forum di New York e dalla riunione del “Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa di Chisinau”, che si terranno entrambi a maggio. I grandi assenti dell'incontro sono stati la Francia e la Spagna, segno che la vecchia politica europea è ormai in minoranza.

 

 

 

 

Politica.

Le ombre democratiche, politiche

 e costituzionali sulla legge elettorale.

Avvenire.it - Marco Usevoli – (28 giugno 2026) – Redazione – ci dice:

 

La Lega “minaccia” FDLI sulle preferenze: non insistano o si rischia.

Ma potrebbe aggiungerle la Corte costituzionale.

Rischio boomerang con la soglia al 42%:

il centrodestra potrebbe non arrivarci senza Vannacci, idem il campo largo senza centro.

Le ombre democratiche, politiche e costituzionali sulla legge elettorale.

Incognite costituzionali, incognite tecniche, incognite politiche, incognite circa le ricadute sulla vita democratica.

E persino incognite sulla tanto agognata “stabilità”, che la nuova legge elettorale in discussione alla Camera ha promesso a piene mani senza però fare i conti con chi ha deciso, o potrebbe decidere, di mettere in discussione l’attuale bipolarismo.

 

Alla vigilia di una settimana di passaggio verso l’approvazione alla Camera del “Melonellum”, “Stabilicum” o “Bignami-bis” che dir si voglia, quello che sembrava un treno ad alta velocità diretto verso la meta finale inizia a somigliare a un regionale costretto a fermarsi.

Prima stazione, le preferenze.

 Sembrava tutto già scritto:

Fratelli d’Italia presenta l’emendamento per onorare un vecchio impegno, emendamento che poi sarebbe stato bocciato a voto segreto, a riprova che sul “doppio listino bloccato” esiste una implicita maggioranza trasversale.

 Ma negli ultimi giorni la questione si è complicata.

 Fratelli d’Italia si è messa a cercare una formula di sintesi anche con gli alleati, ma Lega e Forza Italia hanno gridato il loro «no» ad ogni ipotesi di modifica condivisa.

 Di più:

dalle colonne di Repubblica, ieri il leghista Igor Iezzi ha fatto intendere che l’introduzione delle preferenze alla Camera potrebbe portare alla bocciatura della legge elettorale nel passaggio successivo, al Senato.

Una bella grana di natura politica.

Ma il tema delle preferenze è anche costituzionale.

Lo ha ricordato ieri l’ex parlamentare del Pd e costituzionalista Stefano Ceccanti:

 «A causa della doppia lista bloccata, di partito e di coalizione, resta aperta la questione del rapporto effettivo di rappresentanza che lascia il varco aperto per una sentenza additiva che introduca le preferenze, nell’arco di tempo tra la approvazione di questo testo e l’effettivo svolgimento delle elezioni politiche».

 

Insomma, la Consulta, secondo Ceccanti e diversi esperti, non potrebbe restare ferma davanti a un sistema di voto che non prevede nessuna delle formule tipiche di elezione del parlamentare da parte dei cittadini: che siano le preferenze, i collegi uninominali o altre formule.

Ceccanti spiega dal punto di vista tecnico quello che molte voci della società civile stanno cercando di dire dal punto di vista culturale:

dove viene condotta la democrazia con una legge elettorale in cui il candidato da mandare a Roma è stato pre-selezionato da partiti e coalizioni?

Il combinato disposto tra preoccupazioni dei costituzionalisti e ultimi sondaggi ha aperto inoltre un’altra faglia:

è davvero sicuro che le coalizioni, o almeno una delle due, supereranno il 42% incassando il premio di maggioranza?

È la seconda stazione che potrebbe tenere fermo a lungo il treno, specie nel passaggio tra Camera e Senato.

 

Ancora Ceccanti rileva come vada presa in considerazione l’ipotesi che nessuna coalizione raggiunga il 42%.

Magari non nel 2027, ma ai prossimi giri.

Sotto tale soglia, i seggi sarebbero ripartiti in modo proporzionale, come avveniva nella Prima Repubblica.

E dunque potrebbero nascere solo Governi di larghe intese.

Ceccanti ritiene dunque «contraddittoria» l’assenza del ballottaggio, se il fine della legge è la stabilità.

Un discorso che va accoppiato agli ultimi sondaggi, che registrano un’ulteriore crescita di Futuro Nazionale.

Una crescita che porrebbe il centrodestra senza Vannacci appena sopra il 42%, a rischio dunque di non raggiungere la soglia utile a incassare il premio di maggioranza.

 «Ci sarà il voto utile», dicono con sicurezza gli alti dirigenti di FDL, Lega e Forza Italia.

Ma intanto i sondaggi vengono letti giorno per giorno e potrebbero ancora influenzare l’iter del nuovo sistema di voto.

D’altra parte il 42% potrebbe diventare un boomerang anche per il centrosinistra, che ora, sondaggi alla mano, è sopra la soglia, ma con il contributo decisivo delle compagini centristi.

Considerando che nelle ultime settimane c’è stato un rafforzamento del «blocco» tra Pd, AVS e M5s, non è da escludere che proprio le formazioni moderate e riformiste facciano valere il loro peso per assicurare al campo largo il premio di maggioranza.

 

Di stazioni ce ne sono ancora tante, per il treno regionale con direzione 2027.

C’è il tema, anch’esso costituzionale, dell’«obbligo» per le coalizioni di indicare il candidato a Palazzo Chigi, nonostante sia nota la procedura quirinalizia e parlamentare che porta all’insediamento di un nuovo Governo.

E c’è la stazione delle firme, che alcuni partiti non raccoglieranno grazie a rappresentanza parlamentari e altri invece, magari di analoga o maggiore forza elettorale, dovranno andare dispendiosamente a cercare.

C’è la stazione dei fuorisede, in cui tutti vorrebbero fermarsi a parole e che poi resta sempre deserta.

I nodi insomma aumentano cammin facendo, anziché diminuire.

 Al momento appare incrollabile la volontà di Giorgia Meloni di avere un nuovo sistema di voto che «eviti il pareggio», a beneficio della governabilità.

 Così come la volontà della premier di chiudere il cerchio in tempo utile ad anticipare le elezioni di qualche mese, spostandole in primavera e stoppando l’anomalia del voto in autunno.

Argomentazioni legittime, ma c’è ancora tempo per riflettere sul “prezzo” di questi obiettivi:

 e il doppio listino bloccato, di partito e di coalizione, pare un prezzo troppo alto da pagare per molte voci che si chiedono se i cittadini riusciranno a trovare senso in un voto così “semplificato”, in cui decisiva non è la volontà degli elettori ma l’ordine in cui i partiti mettono in fila dei nomi.

 

 

 

Meloni: "Colpita da Trump, ma non

voglio alimentare confronto.

Mantenere rapporto Usa-Ue."

 Tg24.sky.it – Politica – (23 giu. 2026) – Ansa- Redazione -ci dice:

 

Lo ha detto la premier intervistata a "Il Giorno de La Verità'', a Roma.

"Il ministro Tajani ha fatto bene ad annullare la sua missione a Washington, ha dato un segnale ma non è necessario andare oltre", ha affermato ancora Meloni.

"Non intendo continuare ad alimentare questo confronto" con il presidente americano Donald Trump, "il nostro lavoro bilaterale con gli Usa deve tornare alla normalità".

 Lo ha detto la premier Giorgia Meloni intervistata a "Il Giorno de La Verità'', a Roma, dal direttore del quotidiano Maurizio Belpietro.

"Il ministro Tajani ha fatto bene ad annullare la sua missione a Washington, ha dato un segnale ma non è necessario andare oltre", ha affermato ancora la premier.

 

Le parole di Donald Trump.

"Le parole di Trump? Sono rimasta sinceramente colpita, e quando ho detto che ero colpita ero estremamente sincera.

 Ho chiaramente letto le varie ricostruzioni che sono state fatte:

dai presunti video diventati virali, nei quali il mio atteggiamento poteva sembrare un po' assertivo, al di là delle dita o meno, fino alle ricostruzioni che parlerebbero di un tentativo di distogliere l'attenzione dall'andamento dei negoziati con l'Iran", ha argomentato ancora la premier.

"Non so dire se queste ricostruzioni possano essere vere. Ho già detto, e ribadisco, che non intendo continuare ad alimentare questo confronto", ha aggiunto.

 

La politica estera.

"Sulla politica estera non cambio idea", ha proseguito Meloni, confermando che i rapporti "tra Usa e Italia sono solidi".

"Non vedo rischi di contraccolpi.

I nostri rapporti vanno bene" sia a livello istituzionale sia economico, ha osservato la presidente del Consiglio.

Tra l'altro il Governo, ha confermato la premier, sarà presente al tradizionale ricevimento a Villa Taverna che si svolge ogni anno in occasione del 4 luglio, "anche per rispetto verso l'ambasciatore Ferita, una personalità che lavora molto per mantenere saldi i rapporti tra Italia e Stati Uniti".

 

 I rapporti tra Italia ed Usa.

Italia e Usa hanno rapporti "che non iniziano e finiscono in base a chi governa in quel momento, dobbiamo riportare i termini della politica estera alla profondità cui devono stare, parliamo di politica estera come fosse “Temptations Island” ma è più complessa, lo dico per i meme che vedo girare".

Così la premier, rispondendo a una domanda su Donald Trump.

 

La situazione in Medio Oriente.

La premier ha commentato, poi, la situazione in Medio Oriente.

 "Non possiamo permettere che il regime degli ayatollah si possa dotare di un'arma nucleare.

 Nessun paese della regione deve sentirsi minacciato.

E c'è poi il tema della libertà di navigazione, dobbiamo garantire il pieno ripristino della libertà di navigazione, per la libertà in sé stessa e per il precedente che non deve ripetersi.

Potrebbe essere usato in futuro come arma".

E ancora. "Sono abbastanza ottimista sull'accordo tra Stati Uniti ed Iran e noi possiamo dare il nostro contributo" ha aggiunto Meloni.

 

Il focus sul Libano.

In Libano "l'Italia ha una storia di impegno in prima linea straordinario. Esiste oggi un negoziato parallelo diretto tra Libano e Israele, e anche questo è un quadrante su cui l'Italia può giocare un ruolo di primo piano.

È uno dei temi con cui intendo discutere con Macron al vertice intergovernativo di giovedì, è una di quelle cose su cui Italia e Francia possono lavorare insieme", ha riferito la presidente del Consiglio.

 

I centri in Albania.

Al centro del dibattito anche il tema dei centri in Albania.

 "Quest'anno abbiamo speso 50 milioni di euro. Siamo stati attaccati" da "persone che facevano spendere all'Italia dieci miliardi di euro" l'anno, ha detto Meloni.

 La premier poi ha parlato del nuovo regolamento europeo sui rimpatri. "Cambia molto, sono fiera di questo provvedimento, sono molto fiera sia stato approvato con una maggioranza Giorgia, qualcosa che in Italia conosciamo bene, il centrodestra italiano funziona bene, avevo detto da tempo che avrei provato" a portarlo in Europa.

"Mi piace che questa maggioranza si materializzi spesso in Europa perché' è diversa da quella che ha eletto Ursula von der Leyen, che invece mette insieme culture diametralmente opposte", ha osservato. "Oggi abbiamo un regolamento rimpatri e norme chiare perché c'è una maggioranza diversa che ha sostenuto quelle norme", ha argomentato.

 

Il nucleare.

Tra gli argomenti trattati nell'intervista con Belpietro, anche il tema del nucleare.

 "Sono estremamente determinata, confido che prima della pausa estiva ci sia l'approvazione della legge delega sul nucleare, non voglio perdere un giorno sui decreti attuativi.

 Il nucleare lo considero estremamente importante.

Bisogna che le aziende competano ad armi pari", ha affermato la premier.

 

La legge elettorale.

"Sarebbe un peccato tornare indietro".

 Lo ha detto la premier spiegando perché il centrodestra vuole cambiare la legge elettorale.

 "Oggi noi siamo visti come un'ancora di stabilità in un'Europa, ieri eravamo un'Italia instabile in una Europa più stabile.

 Mi auguro più stabilità in Europa ma certamente non voglio che l'Italia torni a essere instabile.

"Non penso sia una legge" che serve "al centrodestra" ma "a chi vince le elezioni per avere i numeri per governare.

 Quindi vinca il migliore" ma la riforma della legge elettorale "serve all'Italia, sarebbe devastante tornare indietro".

 

 

 

 

Spesa per la difesa in Italia.

It.wikipedia.org – Enciclopedia Libera – (13 nov.2025) – Redazione – ci dice:

 

Voce principale: Spesa per la Difesa.

La spesa per la difesa in Italia indica la spesa per la difesa per le forze armate italiane.

Descrizione generale.

Si distingue tra "bilancio della Difesa" e "funzione Difesa".

 Il primo è l'ammontare complessivo delle risorse finanziarie messe di anno in anno a disposizione del Ministero della difesa mentre la Funzione costituisce quella parte del Bilancio che viene effettivamente destinata alle forze armate italiane.

 In quest'ottica il Bilancio della Difesa si divide tra "funzione Difesa" (che ne costituisce la gran parte), "anticipo pensioni" (sotto forma di un istituto che prende il nome di “ausiliaria” che costituisce un pensionamento anticipato per chi lascia le forze armate), "funzione sicurezza pubblica" e una serie di "funzioni esterne" che sono spese non riconducibili alla Difesa nazionale.

 

Per quanto riguarda la procedura di autorizzazione delle spese, la legge 4 ottobre 1988, n. 436 è successivamente confluita negli articoli 536 e seguenti del Codice dell'ordinamento militare.

 Il DPR 15 novembre 2012, n. 236 regolamenta la definizione del prezzo e delle condizioni di acquisto per appalti e forniture, ad affidamento diretto o con gara d'appalto pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, con le procedure della NATO.

 Il criterio generale è quello dell'offerta al prezzo più basso (art. 33-34), salvo valutazione di congruità.

 

La funzione difesa.

La Funzione Difesa a sua volta si divide in tre voci di spesa:

personale;

esercizio;

investimento.

La prima può venire compressa solo nel medio e lungo termine e per questo una riduzione dei bilanci può colpire nel breve o la capacità operativa, salvando i programmi di investimento, oppure al contrario colpire i programmi per far fronte alle spese di esercizio).

Notiamo che, con il passaggio dalla leva ad un apparato basato essenzialmente sull'impiego di professionisti, la voce Personale, dopo un primo assestamento, sta tornando ad espandersi visto che un professionista costa quattro volte più che un soldato di leva, mentre assume molta importanza la voce Esercizio perché serve un maggiore e continuo addestramento.

La spesa per l’Investimento, infine, significa aggiornare lo strumento militare e sopperire alla maggiore usura dovuta all'impiego in missioni operative all'estero.

 

La Funzione sicurezza pubblica.

La sicurezza pubblica è volta a garantire al cittadino la sua protezione e la sua incolumità in luce di eventi come minacce, furti, rappresaglie e conflitti armati.

Lo stato assicura l'inviolabilità del cittadino e in virtù di questo gli garantisce il servizio di sicurezza pubblica in modo ugualitario, indivisibile e gratuito.

 

Le funzioni esterne.

A metà degli anni '90 le funzioni esterne erano rappresentate da: spesa per l'obiezione di coscienza in Italia al servizio militare, rifornimento idrico delle isole minori, trasporto aereo di Stato, contributi ad enti o associazioni, contributi per l'adeguamento dei servizi al traffico aereo civile.

Per avere un'idea dell'incidenza delle Funzioni Esterne, dell'Arma dei Carabinieri e delle pensioni provvisorie basti pensare che negli ultimi anni novanta la Funzione Difesa si è attestata circa sul 70 % del Bilancio complessivo.

Nel 1999 le cose sono un po' cambiate perché la spesa per gli obiettori di coscienza è passata alla Presidenza del Consiglio dei ministri (spesa di 64 miliardi di lire nel 1995) mentre il rifornimento idrico delle isole minori è passato alle Regioni a Statuto Speciale (spesa di 63 miliardi di lire nel 1995) ma il peso delle Funzioni Esterne è esploso di nuovo nel 2001 con l'introduzione dei “Fitti Figurativi” che costituiscono una sorta di affitto simbolico pagato per i beni demaniali di fatto raddoppiando il peso della Funzione esterna (che passa da 218 a 454 miliardi di lire).

 Nello stesso 1999 la Difesa si è rifiutata di finanziare i nuovi satelliti meteo “Eutelsat Pollar System” dichiarandosi però disposta a partecipare alle spese annuali di gestione.

 

Il passaggio dell'Arma dei Carabinieri a forza armata autonoma non ha comportato significative spese aggiuntive mentre la spesa per le Pensioni Provvisorie ha mostrato una flessione nel 2001 grazie alla riduzione della durata dell'ausiliaria e al trasferimento al Tesoro di parte della spesa e di nuovo nel 2003 (sempre grazie alla modifica delle norme sull'età pensionabile) con in più la richiesta (senza seguito) del Ministero della difesa a quello delle Finanze di prendere in carico queste pensioni mentre strutture e personale deputato a tale scopo sarebbero rimasti quelli della Difesa.

 

Per completare il quadro generale bisogna dire che il finanziamento delle missioni all'estero viene effettuato con i bilanci ordinari (che sono pensati per l'ordinaria amministrazione) mentre la copertura finanziaria arriva in un secondo momento, ma non tiene conto dell'ammortamento dei materiali.

 I programmi di investimento invece sono condotti con i bilanci della Difesa e con dei contributi di altri dicasteri, nella specie il ministero dello sviluppo economico.

Molti ritengono più opportuno (come è avvenuto per la Legge Navale del 1975) l'utilizzo di leggi ad hoc per il finanziamento sia delle missioni che per i programmi di ammodernamento dello strumento militare.

 

La spesa militare in Italia ha avuto un lungo periodo di crescita costante iniziato nel 1981, per poi diminuire in termini reali solamente nel 1990: la previsione iniziale di spesa approvata dal Parlamento è stata infatti di 22.905 miliardi di lire nel 1989 e 23.454 nel 1990 con una diminuzione in termini reali del 3,9%.

 Dopo un'ulteriore diminuzione nel 1991, fu approvato un aumento nel 1992 del 2,9% in termini reali rispetto all'anno precedente, destinando alla Difesa 26.317 miliardi, per poi varare nel mese di luglio una manovra finanziaria che prevedeva, insieme ad altre misure, un taglio in corso d'esercizio al bilancio della Difesa del 2,2% in termini reali rispetto all'anno precedente, portandolo a 24.994 miliardi.

 Relativamente al 1993, la richiesta iniziale del Ministero della Difesa fu pari a 27.500 miliardi di lire, che poi lo stesso Governo ridusse durante la discussione della legge di bilancio, con una previsione di spesa di 25.960 miliardi, confermando in termini reali le previsioni dell'anno precedente.

Dal 2000 al 2003.

La spesa dello Stato italiano nella difesa è passata da 12,7 miliardi di euro nel 2000 a 15,3 miliardi di euro nel 2003 con un incremento medio annuo del 5,19%, contro un aumento medio delle spese in ambito nazionale del 4,63

Dal 2005 al 2007.

 

Rappresentazione computerizzata di un caccia classe Orizzonte, frutto della cooperazione italo-francese che continuerà con la realizzazione delle FREMM.

Il 2005 ed in particolare il 2006 sono stati anni davvero difficili per l'apparato militare: a causa delle difficoltà economiche nazionali, si è preferito indirizzare la spesa pubblica verso voci diverse della Difesa mettendo in crisi lo strumento militare. Proprio mentre ci si accorgeva che i costi della professionalizzazione erano stati sottovalutati ci si è trovati a dover fare i conti con ristrettezze che hanno costretto i vertici della Difesa a compiere delle scelte necessarie ma dolorose. La voce del personale non è comprimibile in modo rapido ed i programmi di investimento -che coinvolgono l'Italia in collaborazioni internazionali e che rappresentano commesse importanti per l'industria- vanno salvati a tutti i costi (magari rallentandoli) e per questo si decide un taglio alle spese di esercizio senza precedenti, almeno negli ultimi quindici anni. Aerei, navi e carri armati si fermano, le linee diventano meno efficienti, le esercitazioni sempre meno frequenti. L'inflazione tecnologica dei programmi di investimento ed il loro rallentamento fino quasi alla paralisi ne gonfiano i prezzi e per mantenere in vita i programmi Eurofighter Stephon e FREMM si ricorre a mutui quindicennali che, se da un lato consentono di non arrestare i programmi, dall'altro comporteranno un vincolo di spesa (con interessi aggiuntivi) non trascurabile per i prossimi anni. Infatti si vede nel 2005 e nel 2006 la contrazione dell'Esercizio e dell'Investimento rispetto ad esempio al 2000. Le ristrettezze dei bilanci e l'elevato costo dei programmi di ricerca e sviluppo (dei quali non è mai possibile stabilire a priori con certezza l'ammontare definitivo) hanno portato ad una situazione paradossale in cui spesso mancano alla Difesa i fondi per acquistare prodotti derivanti da programmi di ricerca da essa stessa finanziati: da qui la proposta di finanziare (ed acquistare) solo i programmi ritenuti più importanti mentre, per il resto, affidarsi a prodotti stranieri. Acquistando mezzi usati ma in buono stato ed affidando all'Industria nazionale le commesse per la loro manutenzione ed aggiornamento si potrebbe avere, con minor costo, uno strumento militare efficiente ed equilibrato e salvare allo stesso tempo le nostre imprese. Infine nel 2007, in parte anche grazie alla congiuntura economica favorevole, siamo ritornati ad un livello di stanziamenti pari circa a quello del 2003 dando così respiro alle Forze Armate proprio mentre si fanno sentire l'effetto dell'automazione, che consente un minore impiego di personale, e la riduzione delle Funzioni Esterne che si attestano a quota 111 milioni di Euro.

 

Dal 2009 al 2010.

Come riportato nel Bilancio dello Stato, le spese per la Difesa dello Stato ammontano, per l'anno 2009, a 20.299.000.852€, così ripartiti:

 

Uffici di diretta dipendenza del Ministro: 25 M€,

spese di Bilancio ed Affari Finanziari: 998 M€,

Segretariato Generale della Difesa: 5.663 M€,

Esercito Italiano: 4.185 M€,

Marina Militare: 1.549 M€,

Aeronautica Militare: 2.342 M€,

Arma dei Carabinieri: 5.504 M€.

Per l'anno 2010 invece la spesa è ammontata a 20.364.430.855,00 €, di cui 18.575.700.000 destinati alla difesa e sicurezza del territorio, 59.700.000,00 alla ricerca e all'innovazione, 77.300.000,00 ai servizi istituzionali e generali delle amministrazioni pubbliche e 1.651.700.000 da ripartire. La spesa totale rispetto all'anno 2009 è aumentata dello 0,3%.

Anno 2016.

Secondo l'osservatorio MIL€X, la spesa legata al settore militare nell'anno 2016 è da attestarsi sui 23 miliardi e 103 milioni di euro.

Anno 2019.

Secondo l'osservatorio SIPRI la spesa legata al settore militare nell'anno 2019 si attesta intorno ai 27,8 miliardi di dollari, pari all'1,3% del PIL nazionale.

 Tale importo permette all'Italia di collocarsi all'undicesimo posto tra i paesi con la maggiore spesa militare nel mondo e al quinto posto tra i paesi NATO (dietro solo a USA, Francia, Regno Unito e Germania).

 

Anno 2020

Nel 2020 l'Italia ha speso l'1,4% del PIL per la difesa, dato superiore sia alla media dell'Unione europea (1,3%) sia a quella della zona euro (1,3%).

Anni 2025-2027

Il Documento programmatico di bilancio per l'anno 2026 ha stanziato 12 miliardi di euro aggiuntivi per la spesa militare, raggiungendo il 2.5% del PIL.

Il Documento programmatico pluriennale 2025-2027 ha stanziato 31,2 miliardi di euro, con un aumento del +7,2% rispetto ai 29,1.

A ciò si somma il Bilancio integrato in chiave Nato.

 

 

 

Conti pubblici.

Maggiori spese NATO dell’Italia

e riclassificazioni: un aggiornamento.

Osservatoriocpi.unicat.it – (10 aprile 2026) – Conti Pubblici - Redazione – ci dice:

 

Facile.

Tra il 2024 e il 2025 la spesa militare dell’Italia, secondo la definizione NATO, è aumentata di 12 miliardi, consentendo al nostro Paese di raggiungere l’obiettivo di spesa del 2% del Pil fissato nel 2014.

 In assenza di provvedimenti legislativi corrispondenti, il ministro Crosetto aveva suggerito, anche se con dichiarazioni piuttosto ambigue, che il risultato sarebbe stato ottenuto anche attraverso la riclassificazione di spese precedentemente escluse dal perimetro della difesa.

Tuttavia, i criteri adottati non sono mai stati chiariti.

Secondo gli ultimi dati NATO, circa un terzo dell’aumento deriva da maggiori spese per il personale militare, probabilmente proveniente da categorie prima non considerate parte del settore difesa.

 

La Relazione del Segretario Generale della NATO sul 2025 conferma che tutti i Paesi dell’Alleanza hanno raggiunto l’obiettivo del 2% del Pil in spese per la difesa.

 Nel solo 2025 l’Italia è passata dall’1,5% al 2%, un aumento molto grande in un tempo molto breve, che non trova riscontro, se non in misura limitata, in provvedimenti legislativi.

 Già lo scorso novembre una nota dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani (OCPI) evidenziava la mancanza di informazioni su come sia stato raggiunto questo risultato, dovuto probabilmente in gran parte a riclassificazioni di spese in precedenza non considerate come relative alla difesa.

 Cosa è stato chiarito nel frattempo?

 

L’aumento della spesa per la difesa.

Secondo gli ultimi dati NATO, aggiornati a marzo 2026, la spesa per la difesa dell’Italia è aumentata da 33,4 miliardi di euro nel 2024 a 45,3 miliardi nel 2025, un incremento di quasi 12 miliardi (36%).

Aumenti molto forti della spesa sono stati registrati anche per altri Paesi Nato.

 Al netto dell’inflazione, 10 Paesi hanno avuto aumenti superiori a quelli dell’Italia:

di questi, 4 sono Paesi confinanti o vicini alla Russia (Finlandia, Norvegia, Lituania e Danimarca), mentre 6 avevano, come l’Italia, una spesa ben inferiore al 2% (Canada, Spagna, Lussemburgo, Belgio, Slovenia, Albania).

Aumenti rilevanti sono stati registrati anche dalla Germania (20%), seppur inferiori a quelli dell’Italia.

 Tra i principali membri della NATO, Francia e Regno Unito hanno invece mantenuto pressoché invariata la spesa in rapporto al Pil, mentre gli Stati Uniti l’hanno leggermente ridotta, passando così dal secondo al settimo posto in classifica come livello di spesa.

 

Quanto è aumentata davvero la spesa italiana per la difesa?

L’aumento del 36% della spesa italiana è stato realizzato senza nuove allocazioni di tale entità.

Qualche maggiore stanziamento era stato previsto:

commentando la Legge di Bilancio per il 2025, il ministro Crosetto aveva inizialmente indicato che la spesa italiana sarebbe aumentata dall’1,5% del Pil all’1,6%.

 Ma non è mai stato chiarito come si sia poi passati al 2% del Pil.

 A luglio 2025, il ministro Crosetto ha indicato che il raggiungimento dell’obiettivo del 2% era stato possibile «aumentando il focus militare su forza, capacità e ambiti che finora non avevamo calcolato – quindi Guardia di finanza, Capitaneria, spazio e cyber – come già facevano e fanno altri Paesi».

 L’espressione è ambigua: da un lato si parla di aumento del focus militare, il che suggerirebbe un effettivo maggior orientamento di certe spese verso la difesa;

dall’altro l’espressione “che prima non avevamo calcolato” suggerisce che non si tratti di un vero aumento ma di una pura riclassificazione di spese la cui natura non è cambiata nel tempo.

 

La composizione dell’aumento, peraltro, è stata pesantemente rivista rispetto alle stime iniziali, il che rende ancora meno chiara la questione. La spesa NATO è suddivisa in quattro categorie:

 armamenti (e ricerca scientifica a essi dedicata);

personale (stipendi e pensioni di militari e civili del settore difesa); infrastrutture e “altro” (munizioni, costi operativi, di manutenzione, ricerca non legata ad armamenti e tutto ciò che non rientra nelle altre voci).

Rispetto ai dati analizzati dall’OCPI lo scorso novembre, gli ultimi disponibili contengono alcune differenze sulla composizione dell’aumento della spesa italiana.

 

Nei vecchi dati, l’aumento della spesa (all’epoca di 12,5 miliardi) era dovuto alla voce “altro” per il 62% dell’importo e agli armamenti per il 36%.

 Nei nuovi dati, invece, l’incremento di queste voci viene ridimensionato.

L’aumento sarebbe dovuto per il 38% alla voce “altro”, per il 35% alle spese per personale e per il 24% agli armamenti.

 

La maggiore spesa dell’Italia per il personale riflette in parte un aumento significativo del numero di militari, che, sempre secondo i dati NATO, è salito da 173mila nel 2024 a 198mila nel 2025 (secondo i vecchi dati invece le unità avrebbero dovuto ridursi leggermente).

 Tuttavia, anche in questo caso, si tratta di un numero poco chiaro. Un tale aumento del personale militare non è contemplato né dalla Legge di Bilancio per il 2025 né dal Documento Programmatico Pluriennale del Ministero della Difesa per il triennio 2025-2027.

 Sembrerebbe pertanto trattarsi di una riclassificazione di personale già in servizio in settori non considerati in precedenza parte del settore difesa.

 

La spesa per il personale.

Prendendo per valida questa riclassificazione di certi settori, le revisioni implicano una spesa per il personale in Italia pari al 54% della spesa totale per la difesa.

Questa quota, pur in forte calo rispetto al periodo 2014-2024 (quando rappresentava in media il 68% del totale, pone l’Italia ancora al terzo posto tra i Paesi NATO.

Nei vecchi dati, in cui la maggior parte dell’aumento di spesa era attribuito alla voce “altro”, la quota del personale scendeva molto più rapidamente nel 2025.

In generale, in mancanza di chiarimenti, rimane difficile stabilire in che misura la capacità di difesa dell’Italia e della NATO siano cresciute davvero tra il 2024 e il 2025, come pure valutare l’adeguatezza delle risorse stanziate e dei risultati ottenuti.

Fra l’altro sarebbe anche opportuno che la riclassificazione, se appropriata, venisse applicata anche al resto delle serie storiche.

 

 

 

Più budget per la difesa.

 Rubio scrive all’Italia:

"Siete degli amici fedeli”

Quotidiano.net – (3 -giugno – 2026) – Giulia Prosperetti – Redazione – ci dice:

 

Il segretario di Stato Usa: grazie per ospitare quasi 30mila dei nostri soldati. L’America garantisce lo scudo nucleare agli alleati europei "privilegiati".

Il segretario di Stato americano Marco Rubio saluta i membri del Nocs, unità speciale di polizia italiana, prima di imbarcarsi sul suo aereo al termine della visita nei primi di maggio in Italia e Vaticano.

Il segretario di Stato americano Marco Rubio saluta i membri del Nocs, unità speciale di polizia italiana, prima di imbarcarsi sul suo aereo al termine della visita nei primi di maggio in. Italia e Vaticano.

 

Più budget per la difesa.

 Rubio scrive all’Italia: "Siete degli amici fedeli."

 

Confermando il nostro Paese "partner e amico fedele", gli Stati Uniti "plaudono all’aumento degli investimenti italiani nella difesa" e ringraziano l’Italia per il "supporto agli sforzi per porre fine alla guerra tra Russia e Ucraina" e per "l’ospitalità offerta a quasi 30mila militari statunitensi e alle loro famiglie".

 A due settimane dalla rimozione in extremis, da una mozione della maggioranza presentata al Senato, della richiesta di rivalutare l’innalzamento al 5% del Pil delle spese militari, il messaggio inviato dal segretario di Stato Usa Marco Rubio per l’80esimo anniversario della Festa della Repubblica, tocca uno dei nervi scoperti del governo.

 

Sul piano formale Rubio ha ragione.

 Nel 2025 la spesa per la difesa dell’Italia è aumentata dai 33,4 miliardi di euro del 2024 ai 45,3 miliardi del 2025, un incremento di quasi 12 miliardi (36%), passando dall’1,5% al 2% del Pil.

 Anche se – rileva l’Osservatorio sui conti pubblici italiani – tale risultato è "dovuto probabilmente in gran parte a riclassificazioni di spese in precedenza non considerate come relative alla difesa".

Insomma un bluff, uno stratagemma contabile i cui criteri non sono mai stati chiariti.

 In particolare, stando agli ultimi dati Nato, circa un terzo dell’aumento deriva da maggiori spese per il personale militare proveniente da categorie prima non considerate parte del settore difesa.

 

Allianz Direct - Garanzia Furto e Incendio: ora scontata del 20%.

Tra i mal di pancia dei principali partiti di maggioranza e opposizione, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha recentemente assicurato che gli impegni pluriennali per la sicurezza e le spese militari non sono in discussione.

Magari in "tappe diversificate" ma – ha detto – "quello che dovremo fare lo faremo".

Al momento sembra, dunque, confermato l’impegno dell’Italia a raggiungere il 3,5 per cento di spesa militare in rapporto al Pil entro il 2035.

 Obiettivo che richiede, da qui al 2028, un aumento della spesa dello 0,5 per cento del Pil all’anno.

Sempre ieri, in un’audizione alla commissione Esteri del Senato Usa, Rubio ha avvertito che i Paesi Nato "dovranno assumersi una maggiore responsabilità" e che, "come minimo, devono essere in grado di difendere convenzionalmente la maggior parte del proprio territorio nazionale sovrano".

La riduzione e del supporto militare convenzionale – secondo fonti citate dal Financial Times – potrebbe, tuttavia, essere compensata dallo schieramento di velivoli a duplice capacità in grado di effettuare attacchi nucleari, andando oltre il gruppo attuale dei sei alleati privilegiati, tra i quali si conta l’Italia.

Da anni, infatti, molti nuovi membri della Nato, Polonia in testa, chiedono di poter entrare nel club, aumentando così la deterrenza nei confronti di Mosca.

 

 

Secondo Crosetto la parte europea della Nato sarà pronta a sostituire il disimpegno Usa "dal punto di vista del personale militare in 4-5 anni" e dal punto di vista degli assetti, come aerei, sistemi radar, sistemi informativi e satelliti, in "almeno 8-10 anni".

Ma la sfida, per molti Paesi Ue, si gioca sull’adesione al programma Safe.

Un tema sul quale la maggioranza – con Matteo Salvini che da settimane ripete il mantra "no a debiti per comprare armi" – è divisa.

 Il governo, finora, ha preso tempo.

Con una richiesta di 14,9 miliardi di euro, l’Italia è il quarto beneficiario sui 18 Paesi aderenti al programma dopo Francia (15,09 miliardi), Romania (16,68) e Polonia (43,73).

Il governo, tuttavia, sembra orientato a ridurre la richiesta italiana a soli 4-5 miliardi, lo stretto necessario per coprire i contratti già firmati.

 

 

 

La spesa militare italiana

è tra le più basse in Occidente.

Truenumbers.t – Spese militari - (10 -05 – 2026) – Redazione – ci dice:

 

Nel 2020 rispetto al Pil è aumentata all’1,6%.

Negli Usa arriva al 3,7%.

La crisi economica scatenata dalla pandemia ha sortito anche una sorta di effetto ottico:

a causa del calo del Pil risultano aumentate, in percentuale sul prodotto interno lordo alcune spese che si sono mantenute in realtà piuttosto stabili.

Come la spesa militare italiana.

 

La spesa militare italiana.

Nel 2020 SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) è stata nel nostro Paese di 25 miliardi e 373 milioni circa, circa 190 milioni in meno di quella del 2019, ma risulta essere cresciuta dall’1,3% all’1,6% in proporzione al Pil.

 Lo stesso è accaduto in tutti i Paesi, in Spagna, dove è passata dall’1,2% all’1,4%, in Germania, dall’1,3% all’1,4%, in Francia, nel Regno Unito, negli Usa, dove la spesa militare sale al 3,7% del Pil.

 

Diverso è il trend se ci si riferisce invece alle risorse messe a disposizione della Difesa in proporzione al totale della spesa pubblica.

Essendo quest’ultima lievitata nel 2020 per rispondere all’emergenza pandemica, la spesa militare appare invece in discesa se paragonata a quella di altro tipo.

 La spesa militare italiana è passata dal 2,7% al 2,6%, nel Regno Unito addirittura dal 5,2% al 4,2%, negli Usa dal 9,6% al 7,9%, un record negativo.

Del resto in questi due Paesi l’intervento pubblico nel 2020 è cresciuto moltissimo, più che in Italia e nella Ue.

In entrambi i casi comunque quello che emerge a prima vista è la posizione dell’Italia rispetto agli altri Paesi, che si può notare nella nostra infografica.

Ci confermiamo tra i Paesi che hanno la spesa militare più bassa, qualsiasi indicatore vogliamo usare.

 

La spesa militare in Europa.

Ed è sempre stato così in realtà.

Negli ultimi 30 anni non abbiamo mai raggiunto il 2% rispetto al Pil. Bisognerebbe andare indietro agli anni ’50-’60 per trovare una spesa militare che superasse tale soglia, ma erano altri tempi.

Con la fine della Guerra Fredda la Difesa ha assunto un ruolo marginale nel bilancio dello Stato.

 

Solo in Spagna e Germania tra i grandi Paesi si sono raggiunti livelli simili o anche più bassi. Nella seconda a più riprese la spesa per la Difesa è addirittura diminuita all’1,1%. La Francia dal 2000 si è mantenuta invece su una media del 2% del Pil, dopo una discesa negli anni ’90. Del resto rispetto a Italia e Germania è molto più spesso impegnata in missioni all’estero, quasi sempre in Africa, nelle ex colonie, in Mali, in Costa d’Avorio, in Niger. Simile la spesa inglese, negli ultimi anni, dopo essere stata decisamente maggiore fino al 2014. In Europa tradizionalmente maggiore delle altre è sempre stata la spesa militare greca. Fino al 2009 quasi sempre superiore al 3%, scesa al di sotto di tale soglia, al 2,4%, con la crisi, ma risalita al 2,8% nel 2020.

 

La spesa militare negli Usa.

La vera differenza tuttavia è quella che separa l’Europa e gli Usa. Oltreoceano le forze armate hanno un ruolo nella società ormai sconosciuto nel Vecchio Continente.

La Difesa e l’apparato militare sono anche dei colossi economici.

Gli Usa, impegnati in vari fronti in tutto il mondo, leader della Nato, con basi in quasi tutti i continenti, hanno sempre speso molto di più in questo ambito, più del 10% del Pil negli anni ’50, intorno al 6% fino agli anni ’80, per poi scendere sotto il 4% negli anni ’90.

Dopo l’11 Settembre è risalita quasi fino al 5%. E nel 2020, dopo un periodo di discesa, è stata del 3,7%.

Tutti i dati che hanno segnato l’anno in un unico volume di 200 pagine. Grafici, analisi e zero opinioni.

Solo fatti supportati da dati ufficiali.

 

Scopri i contenuti.

I progetti di Difesa unica europea.

Questa discrepanza è stata un classico cavallo di battaglia del presidente Trump, che sosteneva che il poco impegno degli europei sul fronte della Difesa fosse tra le ragioni per cui gli Usa dovevano spendere di più, e per questo chiedeva ai partner del Vecchio Continente di aumentare la propria spesa militare.

 In Europa però più che di un aumento della spesa di parla piuttosto di una politica di Difesa unica, il cosiddetto esercito Europeo, che però fatica a vedere la luce.

La Politica di Sicurezza e di Difesa Comune è un insieme di agenzie, strutture, comitati, con diverse funzioni ma che di fatto sono ancora lontanissime dal sostituire le politiche e gli eserciti nazionali.

 

Che cosa è l’ “Europea Defense Fund”.

Negli anni l’integrazione però è aumentata, e vi sono corpi militari di pronto intervento formati da soldati di varia nazionalità che sono nella disponibilità dello Stato Maggiore dell’Unione Europeo, creato nel 2002.

Uno strumento su cui la Ue puntava molto prima della pandemia era l’Europea Defense Fund, il fondo gestito direttamente dall’Unione per accrescere gli investimenti nella ricerca per la difesa e l’interoperabilità tra i diversi eserciti.

È il nucleo del futuro budget per una Difesa comune. Ma dai 13 miliardi di stanziamento precedenti al 2020 lo scorso anno si è scesi per il budget del 2021-2027 a solo 7,9.

La ripresa dalla crisi e il Next Generation Eu hanno avuto la priorità.

E l’esercito europeo probabilmente dovrà aspettare ancora.

 

 

POTERI DEBOLI.

Gianni Dragoni.it – (25 - giugno 2026) – Economia – Redazione – ci dice:

 

Economia.

Armi, manca trasparenza sulle vere spese militari dell’Italia.

Pubblicato da Gianni Dragoni.

Malgrado il ministro della Difesa, Guido Crosetto, insista per aumentare la spesa militare, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti rimane fermo sul no all’utilizzo dei 14,9 miliardi di euro dei fondi europei SAFE.

L’Italia userà solo 5 miliardi dei prestiti agevolati della Ue per nuovi programmi dell’industria della difesa. Il bilancio dello Stato è troppo in tensione, il debito pubblico ha raggiunto il 137,1% del Pil nel 2025 e, secondo le previsioni Ue, dovrebbe salire al 138,5% quest’anno.

 

Il convegno dei sauditi con Renzi.

La polemica sulle spese militari è rimbalzata nel convegno organizzato a Roma da Fii, sigla del fondo sovrano saudita PIF, con animatore Matteo Renzi.

 Gli uomini d’affari che hanno partecipato (pagando 17mila dollari, eccetto gli speaker) hanno ascoltato l’affondo di Crosetto:

 “considerare la difesa come un elemento solo di costo è molto attuale in Italia”.

 

Rapporti con Riyad.

Matteo Renzi.

Leonardo e Fincantieri.

Secondo l’ad di Leonardo, Lorenzo Mariani, i fondi SAFE sono “uno sforzo concreto dell’Ue per aiutare i paesi a incrementare la spesa nella sicurezza e nella difesa.”

 E Pierroberto Folgiero, ad di Fincantieri:

 “Gli incentivi e il modo in cui i finanziamenti sono resi possibili è importante.

 Il SAFE deve essere un progetto di almeno due paesi, bisogna spendere i soldi entro il 2030”.

 

Le spese sono gonfiate?

Ma non è affatto chiaro quanto spende l’Italia per l’apparato militare-industriale.

 Nel 2024 l’Italia dichiarava una spesa militare di 33,4 miliardi di euro, l’1,52% del Pil.

Nel 2025, secondo i dati trasmessi dal ministero della Difesa alla Nato, la spesa è balzata del 36% a 45,3 miliardi, quasi 12 miliardi in più e l’Italia ha rispettato l’obiettivo Nato del 2% del Pil.

Ma non ci sono leggi che abbiano aumentato la spesa di tale entità.

In luglio Crosetto ha detto che il 2% del Pil è stato raggiunto «aumentando il focus militare su forza, capacità e ambiti che finora non avevamo calcolato _ quindi Guardia di finanza, Capitaneria, spazio e cyber _ come già facevano e fanno altri paesi».

Tuttavia, non sono stati chiariti i criteri seguiti per riclassificare la spesa.

La catena da Crosetto a Mattarella.

Se fosse vero quanto sostiene Crosetto, vorrebbe dire che in passato l’Italia spendeva per la difesa più di quanto dichiarato dai ministri della Difesa.

 Una catena che comprende Guerini, Trenta, Pinotti, La Russa, perfino Mattarella.

Chi è che non dice o non ha detto la verità?

(Quest’articolo di Gianni Dragoni è stato pubblicato sul Fatto Quotidiano del 22 giugno 2026 con il titolo “Riarmo La lite Crosetto-Giorgetti Ma l’Italia quanto spende davvero?”).

 

 

 

 

Contro il suicidio industriale

dell’Europa.

Civicolab.it – (10 Febbraio 2026) - Riflessioni di Antonio Gozzi da Admin – ci dice<.

 

Alcune citazioni da un articolo di Antonio Gozzi (presidente di Federacciai) sul Foglio del 9 febbraio 2026.

Riconoscere e ammettere gli errori è l’esercizio più difficile per una classe politica attardata su un mainstream consumerista, ambientalista e di estremizzazione finanziaria ormai obsoleto.

I dati di fatto sono impietosi e il bilancio degli ultimi 20 anni dell’Unione fa venire i brividi.

Nel 2005 il PIL europeo era uguale a quello Usa, oggi vale i 2/3 di quello statunitense;

 anche il PIL pro-capite era praticamente equivalente e oggi invece quello europeo non supera il 60 per cento di quello Usa;

 è diminuito il numero delle imprese europee nella lista delle grandi mondiali mostrando un progressivo ridimensionamento del peso dell’Europa rispetto a Stati Uniti e Cina; 

siamo oggi gravemente indietro in tutte le tecnologie di punta (AI, biotecnologie, spazio ecc.) dove oramai il gap con americani e cinesi sembra irrecuperabile.

 Tutto ciò è avvenuto nonostante le condizioni in cui si è mossa l’economia europea negli ultimi vent’anni non siano state così negative. Disponevamo, e disponiamo, del mercato più grande e più ricco del mondo; abbiamo goduto, grazie all’euro, di tassi di interesse bassissimi, che avrebbero consentito giganteschi investimenti in ricerca/sviluppo e innovazione, che però non sono stati fatti;

il prezzo dell’energia fino al 2022 non è stato così drammaticamente alto come è oggi.

 

Fare male quando le condizioni sono favorevoli è molto grave perché denota incapacità.

 Il tema di una svolta è imperativo, pena la dissoluzione dell’Europa e la scomparsa della sua industria e del modello sociale e democratico inscindibilmente legato all’esistenza dell’industria stessa.

 L’Europa è al bivio.

 

Da una parte si può continuare nel mainstream del “Green Deal” con un atteggiamento fondamentalmente anti industriale e con una iper regolamentazione, che sembra fatta apposta per appesantire e scoraggiare le imprese.

 È questa la situazione attuale della Commissione Von der Leyen 2. Cambiamenti radicali non se ne vedono proprio, e si stenta a cogliere il senso dell’urgenza ad agire.

Si cerca, al massimo, di guadagnare un po’ di tempo rinviando le scadenze di qualche mese, come è stato fatto sull’”ETS 2” o sull’auto per le multe ai produttori o per le piccole correzioni sull’endotermico, o sulle norme per la deforestazione, senza mai entrare veramente nel merito e affrontare le questioni di fondo.

 Dall’altra si può cercare invece, con coraggio e determinazione, di invertire la rotta, rimettendo in discussione l’intero impianto ideologico e concettuale dell’iper regolamentazione europea e delle politiche climatiche dell’era Timmermans che fino a oggi hanno penalizzato le imprese, scoraggiato gli investimenti industriali e innescato il processo di grave deindustrializzazione di cui si è detto.

 

Bisogna rimettere l’industria al centro, e non solo a parole.

Bisogna ridarle competitività in ogni modo possibile e immaginabile, e lavorare davvero per l’autonomia strategica europea.

La transizione energetica non può diventare un deserto industriale. Bisogna smetterla di fare i primi della classe quando il resto del mondo non segue.

 Per ottenere questa svolta occorre un largo consenso politico e sociale. Il salvataggio e rilancio dell’industria europea e del modello sociale e democratico che ad essa è legato non può costituire oggetto di divisione o di polemica.

 

Dobbiamo alzare il tono della voce senza preoccuparci del galateo comunitario.

Oggi in Europa un’ideologia fondamentalmente anticapitalista e anti impresa, che si nasconde dietro la lotta al cambiamento climatico, ha di fatto avuto il sopravvento.

Questa ideologia, e la tecnocrazia che la traduce in atti legislativi e regolamentari, vanno sconfitte.

Bisogna mobilitarsi, ma anche avere la capacità di fare proposte caratterizzate, per usare un termine alla Draghi, da “radicalità”.

Bisogna ad esempio avere il coraggio di dire che il sistema ETS (per lo scambio di quote di emissioni) va superato.

Dal punto di vista delle politiche climatiche, gli sforzi fatti dall’Unione europea, che hanno gravemente penalizzato l’industria, non hanno determinato e non stanno determinando effettive riduzioni delle emissioni globali.

Infatti le altre aree del mondo, largamente preponderanti quanto a emissioni di CO2, non stanno seguendo lo stesso nostro percorso di sostenibilità.

Le emissioni mondiali sono in crescita del 70 per cento dal 1990, in linea con i consumi di energia.

Mentre nell’Ue si registra una forte riduzione delle emissioni, negli Usa vi è solo un debole calo, in Cina una marcata crescita (oltre 5 volte il livello degli anni Novanta) e lo stesso vale per l’India.

 Lo sviluppo prossimo venturo dell’Africa, con consumi energetici in aumento, provocherà un’ulteriore esplosione delle emissioni globali di CO2.

L’Europa rappresenta il 6 per cento circa delle emissioni globali. L’industria provoca meno della metà di queste emissioni, mentre l’altra metà, come è noto, è provocata da abitazioni e trasporti.

Bisogna, allora, rivedere radicalmente o sospendere il sistema ETS, che da solo costa più di 25 euro al Megawattora elettrico nel continente dove il costo dell’energia è il più alto del mondo.

 Dopo vent’anni dall’entrata in vigore del sistema che regola le emissioni carboniche dell’industria europea non esiste uno studio ufficiale che ci dica cosa questo meccanismo abbia apportato di buono in termini di progresso tecnologico e progressiva decarbonizzazione dei processi produttivi.

 

Nei settori hard to abate più quello dell’auto si sono persi, negli ultimi cinque anni, più di 1.200.000 occupati, e le previsioni per gli anni futuri sono catastrofiche.

Il disagio sociale sempre più ampio genera nei ceti più deboli un’inesorabile deriva verso estremismi di destra e di sinistra.

Bisogna puntare al superamento del sistema.

Inoltre gli intermediari finanziari hanno trasformato gli ETS in una delle tante “asset class” su cui speculare favorendo la volatilità dei prezzi in danno agli operatori industriali.

 

Ma la svolta necessaria non riguarda soltanto il tema della tassa carbonica.

Vi sono altri nodi fondamentali da sciogliere ai fini della costruzione di una reale autonomia strategica e della competitività dell’industria europea.

 I più importanti:

 ENERGIA e reale neutralità tecnologica nella transizione, con la consapevolezza che le rinnovabili sono necessarie ma non sufficienti per rispondere alla gigantesca crescita di domanda di elettricità legata anche agli sviluppi della digitalizzazione e dell’AI, sarà necessario un mix energetico in cui gas e il nucleare di nuova generazione avranno un ruolo fondamentale;

MATERIE PRIME CRITICHE, ambito in cui sarà necessario non solo promuovere il riciclo in tutti i modi possibili, ma anche avviare e/o riavviare nel nostro continente le attività minerarie che sono invece sistematicamente avversate dai movimenti ecologisti.

E poi eliminazione delle enormi criticità contenute nella mostruosa iper-regolamentazione europea:

dal regolamento sulla deforestazione, alla normativa sulle emissioni per l’auto motive che ha distrutto il settore a favore dell’industria cinese, alle normative ambientali che stanno mettendo in ginocchio la chimica, alla normativa sulla protezione della proprietà intellettuale che oggi danneggia l’industria farmaceutica europea a favore di quella americana e cinese, a tutte le norme che rappresentano un vero suicidio industriale.

 

E ancora:

autonomia digitale per la costruzione di infrastrutture digitali autonome, di piattaforme di AI proprietarie da mettere a disposizione della manifattura europea;

rinforzo dell’industria della difesa e della sicurezza puntando sull’autonomia tecnologica e sulla capacità di sviluppare soluzioni innovative e dual use;

salvaguardia e barriere doganali per proteggere il mercato e l’industria europei dalle importazioni realizzate da paesi dove le industrie sono sovvenzionate dallo stato e fanno concorrenza sleale all’industria europea; rafforzamento della “golden power” per evitare incursioni e acquisizioni rapaci di industrie europee da parte di sistemi industriali sovvenzionati dallo stato;

rimozione dell’inamovibilità della burocrazia europea, che oggi costituisce un potere non democratico e autoreferenziale e che blocca ogni tentativo di revisione del mainstream.

 

 

 

I luoghi comuni e i dogmi sul caldo.

Civicolab.it – (28 Giugno 2026) - Riflessioni da Admin – Redazione – ci dice:

Viviamo un’epoca di irremovibili convinzioni superficiali dettate da un dibattito pubblico pilotato da giornalisti, esperti che ambiscono ad una visibilità mediatica, politici, intellettuali.

Tutti insieme si sentono sacerdoti di una religione civile animati dalle loro certezze e da scorciatoie inventate per confezionare spiegazioni pronte per essere assorbite dal grande pubblico.

Il catalogo è vasto: dal genocidio a Gaza assurto a luogo comune universale al caldo generato dal cambiamento climatico determinato dalle emissioni inquinanti umane. Le ricette sono sempre apodittiche e chi le mette in discussione è un negazionista da emarginare.

 

Parliamo di caldo.

Dipende veramente dal clima sconvolto dalle attività umane?

Non vi è certezza, ma guai a non accodarsi alla corrente di pensiero prevalente, si viene colpiti dalla riprovazione generale.

Anche se fosse è curioso come nel dibattito pubblico i sostenitori di questa tesi spingano per soluzioni drastiche di lunghissima durata come se queste potessero portare a cambiamenti immediati.

 

Più o meno tutti sanno che non è così e si sa anche che questo stretto legame tra eventi meteo e misure di taglio delle emissioni è una preoccupazione occidentale e, in particolare, europea.

Dunque poco influente sugli equilibri globali.

 

Ciò nonostante si insiste sul legame tra gran caldo e transizione all’elettrico sostenuta dalle sole rinnovabili e sull’imposizione di limiti sempre più stringenti alle emissioni delle auto e delle attività produttive.

 Misure come la tassa sulle emissioni di carbonio o il regolamento metano che penalizzano fortemente i produttori europei sono un’esclusiva dell’Europa così come le scadenze tassative per la riduzione delle emissioni.

Il tutto si inserisce in una visione dogmatica della transizione energetica totalmente svincolata da ogni rapporto con gli interessi reali perché vista come un imperativo morale.

Manca, perciò, ogni considerazione per le attività produttive (ed anche per i prezzi sociali da pagare) come se queste fossero un fastidioso retaggio del passato.

 La Cina, invece, ha deciso una politica industriale in base ad obiettivi strategici diventando così leader nella produzione di tutto ciò che serve alla transizione all’elettrico da vendere al mondo pur essendo leader nella produzione di energia dal carbone.

 Una contraddizione?

No, puro pragmatismo nell’attuazione di linee strategiche concepite per rafforzare il peso cinese nell’economia mondiale con un occhio particolare per l’occidente.

 

Grande è la confusione sotto il cielo.

Così chi da molti anni si è collocato sulla scia dell’allarmismo climatico predicando un “nuovo modello di sviluppo” o la decrescita felice poi blocca lo sviluppo degli impianti rinnovabili con la stessa superficialità beota con la quale si è mandata in malora l’acciaieria più grande d’Italia vaneggiando di parchi, coltivazioni di pomodori e allevamenti di cozze.

Il paesaggio non si tocca a livello locale mentre a livello nazionale si sproloquia di energia 100% rinnovabile.

 

Un articolo di Gilberto Corbellini e Alberto Mingardi sul Foglio del 27 giugno ricorda che, “secondo l’Environmental Protection Agency, le ondate di calore degli anni Trenta restano le più severe nella serie storica statunitense” perché “l’attività umana ha un peso, ma non è l’unica variabile:

l’Europa pre-età moderna ha conosciuto il caldo dell’Anomalia climatica medievale e il freddo della Piccola era glaciale”.

 

Il punto cruciale per i due autori è che “la scienza non nasce per fornire risposte morali, ma per aumentare il numero di ipotesi plausibili” perché “la ricerca scientifica si basa sulla possibilità di rivedere costantemente le prove consolidate.

Queste ultime rappresentano il consenso all’interno della comunità dei ricercatori: non una Verità permanente ed eterna”.

 

C’è un problema di formazione delle convinzioni collegate più al senso comune che alla scienza.

 È così che si prova ad assimilare gli eventi riconducendoli ad una causa ultima cercando una semplificazione di fenomeni complessi collegandoli a “nessi causali semplici e lineari”.

C’è un’ansia di certezze che trasforma la scienza in moralismo che deve fronteggiare un rischio presentato come un ultimatum (salvare il pianeta) di fronte al quale qualunque costo perde di importanza.

 

È curioso come questa demonizzazione delle attività umane si accompagni ad un’ingenua esaltazione degli equilibri naturali.

Con estrema superficialità si dimentica che la “natura” non ha guida e non ha cervello perché è un insieme di processi materiali che non possono scegliere né il bene né il male.

 

Osservano Corbellini e Mingardi che gli interventi degli esperti spesso “più che dare un contributo informativo…. costruiscono una reputazione e una carriera da intellettuali pubblici” enfatizzando la paura.

Così si diffonde un atteggiamento penitenziale (che è pure popolare!) “secondo cui dovremmo rinunciare alla tecnologia e al benessere per ridurre di qualche decimo di grado gli aumenti delle temperature previsti”.

Più il dibattito pubblico è centrato su questa impostazione meno si parla delle strategie di adattamento e delle misure che le possano attuare.

Le uniche ad avere effetti nel breve periodo.

(Claudio Lombardi).

 

 

 

Guerra o pace? Niente sconti

 a chi non sa difendersi.

 Civicolab.it – (18 Giugno 2026) - Riflessioni – Admin – Claudio Lombardi -ci dice:

 

Chi può desiderare la guerra e non la pace?

 Probabilmente nessuno, ma la vera domanda è un’altra:

chi è pronto a difendere il proprio paese e la propria libertà?

 Se lo si chiede ad un israeliano o ad un ucraino la risposta è nei fatti e nelle immagini che da anni raccontano di una lotta durissima per resistere a chi vuole cancellare i loro paesi.

 Entrambi si difendono da chi ha proclamato l’obiettivo di eliminarli. L’Ucraina da più di quattro anni.

Israele da 77 anni ovvero da quando il neonato stato israeliano fu attaccato da alcuni stati arabi dando inizio a lunghi anni di guerre e terrorismo per ottenere quel risultato che ha trionfato nelle manifestazioni dei cosiddetti “pro pal” in Europa: “Palestina libera dal fiume al mare”. Libera dagli ebrei ovviamente.

E altrettanto ovviamente con la guerra.

Gli europei sono stati fortunati.

Nel corso degli 80 anni che ci separano dalla conclusione della Seconda Guerra Mondiale i conflitti nel mondo non sono mai mancati, ma noi europei abbiamo beneficiato di lunghi anni di pace e di benessere. Giustamente vorremmo che non finissero mai.

 C’è qualcosa che possiamo fare perché sia così?

 

L’Ucraina combatte, Israele combatte.

Perché non fanno la pace?

Oppure perché non si arrendono mettendosi nelle mani di chi li aggredisce?

 Risposta difficile.

 

Anche la Repubblica islamica dell’Iran è stata attaccata da Stati Uniti e Israele.

 Non è stato l’inizio del conflitto, ma solo una fase.

 Il vero inizio è la rivoluzione islamica del 1979 quando nacque il regime teocratico degli ayatollah che proclamò subito il suo programma:

morte ad Israele e all’America.

Da allora tante fasi diverse fino al 7 ottobre 2023 quando l’invasione da Gaza scatenò il conflitto che dura tuttora.

Il disegno era quello di circondare Israele con le milizie organizzate e armate dall’Iran per annientare le difese israeliane e procedere ad attuare il disegno di sterminio annunciato per decenni.

 

La mobilitazione congiunta israeliana e statunitense aveva suscitato tante aspettative soprattutto tra gli iraniani massacrati dalle milizie islamiche, poteva essere l’atto finale del regime.

 Non è andata bene.

 Il regime (non il popolo) ha combattuto e ha vinto perché sapeva che il presidente degli Stati Uniti non aveva nessuna intenzione di andare oltre un’azione di breve durata e non voleva impegnarsi in una vera guerra.

Gli apparati che hanno il potere nella Repubblica islamica, invece, erano disposti a sacrificare tutto pur di rimanere al comando.

 La scuola è la stessa di Hamas e di Hezbollah:

il popolo come carne da cannone per sbarrare il passo al nemico.

Trump, invece, ha alzato bandiera bianca concedendo all’Iran una vittoria che lo consacra come grande potenza regionale.

 

Cosa ha bloccato il Presidente?

 Il disinteresse per il ruolo di superpotenza globale e l’interesse degli americani di non pagare alcuna conseguenza per una guerra lontana.

 A Trump è bastato conquistare la ribalta, esibirsi come comandante in capo, tenere il mondo in sospeso con le sue oscillazioni umorali.

 Capito che gli Stati Uniti avrebbero dovuto impegnarsi in una guerra vera ha abbandonato il campo, i paesi arabi amici e Israele più gli Accordi di Abramo che erano la strategia creata nella sua prima presidenza.

 

Le conseguenze di questa rinuncia si vedranno negli anni e saranno pesanti.

Adesso la dittatura islamica iraniana sa che non può essere piegata facilmente e gli islamisti sanno che nessuno li respingerà e che l’Iran sarà sempre lì a supportarli con più soldi e più mezzi.

 Gli Stati Uniti non hanno preparato la guerra che poteva cambiare la storia del medio oriente e gli stati europei si sono nascosti dietro la retorica della pace e del dialogo.

 In parte sono giustificati:

decine di milioni di immigrati musulmani uniti da una religione fatta di certezze in un contesto sociale debole e confuso, le generazioni successive rimaste legate a quella identità, l’assoluta contrarietà delle opinioni pubbliche ad accettare la guerra per affermare gli interessi europei, la debolezza delle forze armate, la mancanza di una proiezione geopolitica europea (la Libia è un protettorato russo e turco di fronte alle coste italiane).

 All’Europa non si poteva chiedere più che discorsi di pace in medio oriente.

 Già è una svolta storica l’impegno a sostenere con finanziamenti ed armi l’Ucraina.

Aggiungervi il medio oriente avrebbe significato un impegno diretto sul campo.

Semplicemente impossibile.

 

Torniamo alle domande iniziali e ne aggiungiamo un’altra. Chi è pronto a difendere il proprio paese e la propria libertà? Può uno stato o un’associazione di stati difendere i propri interessi senza una deterrenza basata sulla capacità militare offensiva e difensiva?

 Questo è il punto.

Il mondo reale non fa sconti a chi non sa difendersi.

Significa che bisogna prepararsi alla guerra?

Sì e smetterla con la stupida contrapposizione tra “burro e cannoni” perché senza cannoni il burro se lo prendono i nemici.

La mano si può tendere se è forte.

(Claudio Lombardi).

 

 

 

 

Immigrazione:

basta col moralismo.

  Civicolab.it – (17 Giugno 2026) - Italia - Admin – Roberto Damico – Redazione – ci dice:

 

Ascolto – ancora una volta – l’intervento di esponenti di AVS (Alleanza Verdi Sinistra), del Movimento 5 Stelle e del Partito Democratico sui migranti.

 E, come un mantra – una litania stucchevole – si sente ripetere:

“Sono provvedimenti razzisti”, “Si fanno le leggi razziali”, “Sono provvedimenti che colpiscono solo i migranti”.

 E oltre a venire un po’ da ridere (mi pare difficile fare dei provvedimenti sui migranti che non riguardino i soli migranti – è come dire che le leggi sul traffico colpiscono solo gli automobilisti), mi sale un conato.

 Un conato di nausea. Di rabbia. Di disgusto.

Perché – ancora una volta – la sinistra si nasconde dietro il moralismo, invece di affrontare la realtà.

 

Ma il campo largo – questa coalizione da brividi– ha intenzione di fare un attimo di politica?

O vuole andare avanti all’infinito con questo moralismo piccolo borghese?

Perché il nostro dibattito politico è tenuto ostaggio da questo moralismo rivoltante.

Non può essere che ogni provvedimento – ogni legge, ogni decreto, ogni ordinanza – faccia scattare il coro delle prefiche che piange, che si straccia le vesti, che urla “cattivi e razzisti”.

Non può essere che la politica – quella vera – sia sostituita dalla morale. Da un’etica della buona intenzione che non risolve i problemi, ma li aggrava.

 Perché – diciamolo – i migranti (quelli veri, quelli che soffrono, quelli che cercano una vita migliore) non hanno bisogno di moralismo.

Hanno bisogno di soluzioni.

Hanno bisogno di integrazione. Hanno bisogno di sicurezza.

Hanno bisogno di regole.

 E la sinistra – quella che si dice “accogliente” – non offre nulla di tutto ciò.

Offre solo slogan, indignazione, pietà.

E la pietà – si sa – non nutre.

Non protegge. Non integra.

 

Bisogna che una certa parte politica – questa sinistra palestiniana, moralista, ipocrita – esca dal desiderio di arrivare al potere a tutti i costi e di garantirsi un futuro bacino elettorale a cui attingere (i migranti, i giovani, i palestinesi).

E si renda conto – finalmente – che, se non si agisce in fretta e in modo deciso, quello che sta succedendo in Irlanda accadrà anche qui.

In Italia.

E i primi a rimetterci saranno proprio i migranti.

Quelli che la sinistra dice di voler difendere.

Ma che – con il suo moralismo – sta mettendo in pericolo.

Perché quando la gente comune non vede soluzioni, non vede sicurezza, non vede regole – si arrabbia.

E l’ira – l’ira popolare – è cieca.

Non distingue tra il bravo migrante e il cattivo migrante.

Tra chi si integra e chi no. Colpisce tutti.

E questo sarà colpa anche della sinistra.

Della sua incapacità di governare il fenomeno.

Della sua paura di dire la verità.

Della sua complicità con chi – invece di integrarsi – vuole imporre le sue regole.

 

Basta con questa difesa dell’indifendibile.

Abbiamo quartieri – in molte città italiane – in cui la gente è terrorizzata.

E lo è per buone ragioni.

Non per razzismo, non per xenofobia ma perché la criminalità – quella vera – è aumentata.

Perché lo spaccio è sotto casa.

 Perché le risse sono all’ordine del giorno.

 E la polizia non riesce a stare dietro a tutto.

Abbiamo moschee salafite – quelle che predicano l’odio, quelle che giustificano il” jihad”, quelle che finanziano il terrorismo – aperte e frequentate, nel cuore delle nostre città e nessuno dice nulla.

Nessuno le chiude, per paura di essere accusato di “islamofobia”. Ballarò – a Palermo – il mercato storico, il cuore pulsante della città – oggi è controllato dalla mafia nigeriana, che spaccia, estorce, uccide.

E nessuno dice nulla.

Per paura di essere accusato di “razzismo”.

 

Qualche settimana fa una ragazza colombiana è stata rapita e abusata per una settimana.

Non in un paese lontano. Non in un’isola deserta.

In una nostra grande città. E nessuno dice nulla.

Per paura di essere accusato di “strumentalizzazione”.

 

Basta. Basta con questo moralismo.

Basta con le prefiche. Basta con la paura di essere etichettati.

La realtà è che l’immigrazione incontrollata – senza regole, senza integrazione, senza sicurezza – crea problemi.

Problemi seri. Problemi che non si risolvono con gli slogan.

E che – se non affrontati – esplodono.

 

Io spero davvero che questi maestri di buone maniere – questi moralisti, questi predicatori, questi giudici – scompaiano al più presto.

Non perché li odi.

 Perché la loro ipocrisia, la loro incapacità di guardare la realtà, sta facendo più danni del razzismo che dicono di combattere.

 E non si può più stare zitti.

(Roberto Damico).

 

 

 

Israele può fare   la pace da solo?

Civicolab.it – (8 Giugno 2026) - Europa-Mondo – Admin – Roberto Damico – Redazione -ci dice:

 

Facciamo un esperimento mentale.

Israele, domani, vive un’epidemia hippie.

Tutti gli israeliani — dagli insediamenti ai kibbutzim, dai religiosi ai laici— diventano pacifisti convinti.

 La bandiera della pace sventola ovunque.

Si afferma un pacifismo assoluto — non tattico, non strategico, ma totale.

 E allora: si abolisce il servizio militare, si smantellano i carri armati, si smontano i caccia, si sigillano le basi. L’esercito più potente del Medio Oriente viene smantellato.

 Israele rimane disarmato.

Solo civili. Solo pacifisti. Solo bandiere della pace.

 

La domanda è questa: quanti secondi dovrebbero aspettare gli israeliani, dopo aver disarmato, prima che accadesse un 7 ottobre su scala nazionale?

 

Quanti secondi, prima che Hamas — che ha scritto nel suo statuto la distruzione dello Stato ebraico — valichi il muro di Gaza?

Quanti secondi, prima che Hezbollah lanci un’invasione da nord?

 Quanti secondi, prima che il regime iraniano — che ha dichiarato pubblicamente di voler “cancellare Israele dalla mappa” — invii le sue truppe o i suoi proxy a “liberare la Palestina”?

 

La risposta — lo sanno tutti, anche i più critici di Israele — è: pochissimi.

 Forse minuti. Forse ore. Non giorni.

Perché i nemici di Israele non sono pacifisti.

 Non sventolano bandiere della pace.

 Sventolano bandiere nere del jihad.

 E la loro ideologia — che è anche teologia — non ammette compromessi, non ammette la convivenza, non ammette uno Stato ebraico.

Non aspettano che Israele si disarmi per trovare una ragione per attaccare.

Aspettano solo un varco.

 

Ecco perché — quando si dice che Israele è guerrafondaio — bisogna fare questo esercizio.

 Israele non è pronto alla guerra perché ama la guerra.

 È pronto alla guerra perché deve sopravvivere.

Perché vive in una regione dove la legge del più forte è l’unica che conta, dove i deboli non vengono rispettati ma divorati, dove il pacifismo unilaterale non viene premiato ma sfruttato.

Israele non può permettersi il lusso del disarmo.

Il giorno in cui abbassasse la guardia — il giorno in cui credesse che l’amore vincerà sull’odio — sarebbe l’ultimo giorno della sua esistenza.

 Non per retorica. Per realtà.

 

Allora, invece di accusare Israele di essere guerrafondaio, chiediamoci:

perché i suoi nemici non accettano la sua esistenza? Perché non depongono le armi?

Perché non smantellano le loro milizie?

Quando lo faranno — quando Hamas, Hezbollah, il regime iraniano si disarmeranno — allora anche Israele potrà farlo.

Non prima.

 Perché il pacifismo unilaterale non è pace.

 È la fine.

 

E Israele — che ha visto i propri cittadini massacrati il 7 ottobre — non è disposto a subire.

E ha ragione.

(Roberto Damico).

 

 

 

 

Il palestinismo non è ingenuo idealismo.

 Civicolab.it – (5 Giugno 2026) - Riflessioni di Admin -

Spesso, quando parlo di palestinismo, arriva puntuale qualcuno a dirmi:

“Guarda che quelli di cui parli sono una minoranza. Generalmente sono belle persone, idealiste e in buona fede.”

 Confondono — volutamente o per ignoranza — i palestinisti con i” pro-Palestina”.

 Non è la stessa cosa.

 

“Pro-Palestina” è chi vuole una nazione araba accanto a Israele.

Chi sostiene la soluzione dei due Stati.

Chi crede che palestinesi e israeliani possano vivere in pace con confini sicuri e reciprocamente riconosciuti.

 Chi critica Israele per alcune politiche, ma non nega il suo diritto a esistere.

Chi condanna Hamas per il 7 ottobre.

Chi cerca la pace, non la vittoria.

Questi — i “pro-Palestina” — sono spesso in buona fede. Sono idealisti.

 Forse ingenui, ma non in malafede.

Ma sono, al contrario di quanto dice chi mi critica, una minoranza silenziosa:

la moderazione non fa notizia.

Il palestinismo è altro.

È un movimento che si fonda sulla distorsione del termine “sionismo” — fatto significare “razzismo” e “colonialismo” invece di “movimento di liberazione e autodeterminazione del popolo ebraico” — e che non vuole uno Stato palestinese accanto a Israele.

Vuole Israele cancellato.

 Dal fiume al mare.

Non lascia spazio alla convivenza, alla pace, agli ebrei.

E il suo nucleo ideologico — al di là delle intenzioni dei singoli aderenti — è antisemitismo.

Lo chiami antisionismo o no: è odio verso gli ebrei, verso Israele, verso chiunque non si allinei.

 

I palestinesi non sono una minoranza.

Sono la stragrande maggioranza di chi riempie le piazze, sventola bandiere, urla slogan.

Sono la voce più alta.

Sono la narrazione dominante.

 E il problema non riguarda solo chi è esplicitamente in malafede:

riguarda anche chi ci è finito per ignoranza, per conformismo, per pressione sociale — e che non ha mai verificato nulla, non ha mai letto una fonte primaria, non ha mai fatto una domanda scomoda.

 

L’uomo che si definisce palestinese tipo — quello che domina il discorso — è profondamente ignorante della storia.

Non sa che gli ebrei sono indigeni della Palestina.

Non sa che il sionismo è nato come movimento di liberazione nazionale.

Non sa che Israele ha offerto la pace più volte ma la pace è stata rifiutata.

 Non sa che Hamas è un’organizzazione terroristica fondata sulla volontà di eliminazione degli ebrei.

E invece di informarsi, va a rimorchio del branco.

Ripete gli slogan che sente.

 Si indigna a comando. E si crede — paradossalmente — moralmente superiore.

Convinto di lottare per la giustizia e i diritti umani, mentre diffonde odio e giustifica il terrorismo.

 

C’è una sociologia di questo fenomeno che gli storici conoscono bene.

La piccola borghesia — chi non ha mai sofferto direttamente, chi vive in una condizione di privilegio relativo, chi si sente però minacciato e cerca un capro espiatorio — è stata storicamente la base sociale dei movimenti che trasformano l’indignazione in odio organizzato.

Fromm lo ha analizzato per il nazismo.

Paxton per il fascismo.

 I meccanismi sono gli stessi:

aggregazione al branco, capro espiatorio, certezza morale assoluta, intolleranza al dubbio.

Non dico che il palestinismo sia fascismo.

Dico che usa gli stessi meccanismi psicologici e sociali.

E che riconoscerli — invece di fingere che si tratti di idealismo ingenuo — è il primo passo per contrastarli.

 

Ecco perché non bisogna confondere i pro-Palestina con i palestinesi.

E non bisogna dire “sono una minoranza”.

 Non lo sono.

Sono la maggioranza nel dibattito pubblico.

E quella maggioranza non si cambia con la benevolenza.

Si cambia con la chiarezza.

(Roberto Damico).

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