Odio per la nostra società.
Odio
per la nostra società.
Un
senso all’odio.
Doppiozero.com - Riccardo Manzotti – (2
Gennaio 2026) – Redazione -ci dice:
Che
cosa succede quando due persone discutono?
Apparentemente si scambiano delle parole, ma
spesso è qualcosa di più profondo.
Il dialogo è un modo per dare voce ai valori
che muovono la nostra esistenza.
Quando
parliamo di questioni profonde, esistenziali, non stiamo semplicemente
articolando degli enunciati, ma stiamo mettendo alla prova la forza delle cose
per le quali viviamo.
Questi
valori, tuttavia, non sono contenuti nelle frasi:
come
il burattinaio nascosto dietro il palcoscenico della rappresentazione
linguistica, tirano i fili delle nostre azioni e delle nostre parole.
Credere
che la nostra esistenza sia riducibile a una serie di enunciati razionali è un
grave errore, che svuota la nostra vita e le nostre parole di significato.
I
valori sono quei principi che definiscono chi siamo.
Siamo
persone oneste? Siamo persone vincenti? Siamo persone che amano? Chi può dirlo?
Soltanto
attraverso le nostre azioni si possono scorgere i valori che hanno animato il
nostro agire.
Il linguaggio è un palcoscenico verbale su cui
si rappresenta questa lotta e sul quale le persone possono confrontarsi e
mettere alla prova chi sono, prima di tradurre in pratica la loro natura.
In
questo senso, parlare non è mai qualcosa di neutrale rispetto alla propria
esistenza.
Allo
stesso tempo, il parlare crea uno spazio non innocente, ma neppure colpevole,
in cui può avvenire il confronto tra persone diverse e, quindi, tra valori
diversi.
Su questo tema cruciale per la nostra società e per
l’attuale momento di crisi politica mondiale, “Michele Silenzi”, giocando con
quello che “Luciano Floridi” definirebbe il “distante writing con l’IA”, ha
appena pubblicato un testo scomodo ma importante, dal titolo ruvido e
leggermente urticante, Il “diritto di odiare” (Liberi libri, 2025).
Capisco il gioco, ma per semplicità mi riferirò a lui
nel seguito.
Nel
suo testo, agile e diretto, la tesi principale è che quando la società nega il
diritto di odiare, imponendo una “pax valoriale”, soffoca la possibilità di
esistere e di confrontare pubblicamente ciò che si è e ciò che non si è.
La
società, a supposto fin di bene, imporrebbe un conformismo che non si limita a
impedire forme di violenza e aggressività, ma diventerebbe anche il pretesto
per medicalizzare il dissenso e quindi per neutralizzarlo.
Il
testo è coraggioso e chiaro e offre un’occasione di riflessione profonda.
Come si legge, «si è spostata la frontiera del
lecito: non conta più ciò che si fa, la dimensione oggettiva dell’atto, conta
ciò che si prova, la qualità morale del sentimento.
È una trasformazione culturale che merita
attenzione, perché segna la vittoria dell’etica terapeutica sulla
responsabilità individuale».
Eppure Dante stesso aveva scritto nel
“Convivio”, in epoca lontanissima, che lui «li errori della gente abominava e
dispregiava, non per infamia o vituperio delli erranti, ma delli errori, li
quali biasimando crede fare dispiacere”.
E cioè
che gli errori sono cosa umana e si devono pur odiare, ma non per questo punire
gli erranti!
Nel
testo è chiara la differenza tra «tra odio come emozione e odio come
istigazione all’aggressione».
Come
dicevo all’inizio, l’esistenza non è soltanto una declinazione di ragionamenti
corretti, ma è anche una scelta tra valori incommensurabili.
Per
esempio, è meglio vivere un’esistenza intensa e correre qualche rischio, oppure
cercare di allungare il più possibile i propri giorni?
È più importante l’onore o il divertimento?
Jack London non avrebbe avuto dubbi:
il suo famoso credo dichiarava senza
incertezze che «non intendo sprecare inutilmente le mie giornate cercando di
prolungarle».
Don
Abbondio avrebbe senz’altro avuto una diversa opinione.
Ed è
qui il punto cruciale:
i due non dovevano per forza pensarla nello
stesso modo, né arrivare a un accordo.
Ognuno
è libero di scegliere i propri valori.
Ma se
si sceglie un valore che si ama, è possibile non provare odio per il valore
opposto?
Odio,
disgusto o disprezzo?
È possibile abbracciare sinceramente uno o più
valori senza provare repulsione per il loro opposto, in nome di una presunta
inclusività che tutto abbraccia e tutto rende uguale?
Non pare che sia possibile.
La
società inclusiva è, per dirla con Hegel, una notte in cui tutte le vacche sono
nere.
Silenzi
ci scuote e ci invita a risvegliarci e, uscendo alla luce, a renderci conto che
ogni valore ha inevitabilmente un’ombra, verso la quale non possiamo che
provare un sentimento di rifiuto.
Come scrive Silenzi, «una società che equipara
l’offesa alla violenza si condanna a vivere in una perenne infantilizzazione
degli individui, […] La storia dimostra che ogni regime che ha preteso di
educare i sentimenti ha finito per esercitare un potere oppressivo», che è
tanto più giustificato paradossalmente, in quanto si accetta di trattare le
persone come minori che devono essere educati e repressi nei loro giudizi
morali. Sfortunatamente però, una società che ha paura delle passioni negative
«non diventa più pura, diventa più fragile».
Silenzi
ci fa riflettere sul fatto che questo buonismo inclusivo, nel quale dovremmo
accettare i valori altrui ma non amare veramente i nostri, è una forma di
suicidio esistenziale che tradisce il principio fondativo della società
liberale: la libertà di pensiero e di parola.
A
parte una mia diffidenza ontologica sul concetto di pensiero, sulla quale qui
glisserò, il punto è decisivo.
Se la
società ammette la diversità, non deve farlo sottoponendo le persone a una
forma di anestesia perenne, nella quale ci si sente obbligati a non provare mai
sentimenti di repulsione per i valori contrari ai propri.
Se è
importante che questi sentimenti non si traducano in azioni che ledono
l’esistenza delle persone, la soluzione non può essere né quella di sopprimerli
né quella di reprimerne l’espressione, sia perché ciò violerebbe due principi
fondamentali — la libertà di pensiero e di parola — sia per un motivo pratico.
Si dirà che oggi l’odio non manca, anzi è
amplificato dalle eco Chambers dei social network e dall’uso strumentale che la
politica ne fa (come del resto ha sempre fatto).
È
vero.
Ma
questa manifestazione rimane qualcosa di illegittimo e deprecabile, che viene
strumentalizzata e incanalata per fini opportunistici:
non è
quasi mai un’espressione trasparente e legittima del rifiuto di posizioni
diverse.
L’odio sui social network sta al vero dissenso
come il complottismo sta alla legittima competizione tra teorie scientifiche
alternative.
Anzi, proprio questa forma di odio, spesso
cieca e malinformata, delegittima la capacità di esprimere la propria alterità
rispetto a posizioni diverse dalle nostre.
La
società liberale deve consentire il confronto dei valori, e i valori non vivono
all’interno di uno stesso insieme.
Ma come possono confrontarsi se si soffoca
quella adesione intima che consiste nel fatto che li amiamo e li odiamo?
Eliminare
l’odio, il disgusto e la repulsione implicherebbe eliminare anche il nostro
sincero consenso e dissenso.
Poiché
non è pensabile essere tutti uguali in una società pluridimensionale come la
nostra, occorre chiedersi che cosa accade quando si considera disdicevole e
persino colpevole l’espressione di punti di vista radicalmente diversi dai
nostri.
Si
finisce allora o per lobotomizzare le persone o per spingere in profondità
quelle forze che non hanno accesso alla discussione pubblica. Prima o poi,
laddove i valori non possono scontrarsi sul palcoscenico offerto dal linguaggio
e dal confronto dialettico pubblico, si scontreranno sul piano della forza e
della violenza.
Il
caso di “Charles Kirk”, cui “Silenzi” dedica la parte finale del suo breve
saggio, è emblematico.
Personaggio
scomodo e discutibile, è stato ucciso da chi non sopportava che qualcuno
esprimesse punti di vista diametralmente opposti ai propri.
Si
potrebbe dire che Kirk sia stato ucciso dall’odio che Silenzi difende nel suo
testo, ma non è così.
Per
Silenzi, l’odio deve potersi esprimere proprio per evitare che si traduca in
atti di violenza.
Il buonismo inclusivo — che ha per valvola di
sfogo l’onanismo vuoto dei leoni da tastiera o, in casi terribili, la violenza
dei singoli, di gruppi o persino di intere nazioni — non è uno stato di salute,
ma la soppressione dei sintomi, mentre le radici dello scontro continuano ad
approfondirsi.
Questo
vale anche nelle relazioni di coppia, che in fondo sono una società
microscopica.
La
convinzione di non poter esprimere dissenso e di dover mantenere, per il bene
della coppia, una facciata di buonismo porta le persone a sviluppare realtà
incompatibili, che rimangono sommerse fino al giorno in cui emergono in modo
irreparabile, segnando la fine della relazione. Odio e amore — e tutta la gamma
di sentimenti connessi — sono legati al conflitto tra valori incommensurabili
che, in quanto tali, hanno una valenza esistenziale.
È
questo conflitto, mediato dal dialogo, che permette a una società libera di
integrare la diversità.
Il
dialogo non è soltanto uno scambio di parole, ma un campo di battaglia in cui
ciò che muove il linguaggio, e che non è mai del tutto espresso da esso, può
confrontarsi.
Condivido
il testo quando dichiara che «cancellare il diritto di odiare […] il primo
passo verso un relativismo stanco in cui ogni differenza si appiattisce e ogni
apertura si confonde con l’indifferenza.
In cui ogni cosa vale quanto un’altra, e
quindi niente vale davvero qualcosa».
Se i
valori non possono entrare in conflitto nel linguaggio, lo faranno altrove.
Se i
valori non possono esprimersi, la prima vittima è chi li sceglie.
L’impossibilità di dare voce a valori conflittuali porta a un suicidio
esistenziale che genera eserciti di zombie inclusivi, morti senza saperlo.
Se non
possiamo provare odio per ciò che nega ciò che amiamo e che abbiamo scelto di
essere, forse non esistiamo davvero.
Ma in
una società non possiamo essere tutti uguali.
Negare l’odio non significa abbracciare
l’amore:
significa scegliere l’indifferenza in nome di
una falsa innocenza che ci fa vivere in una perenne condizione di minorità.
In questo modo non si difende la diversità, la
si annulla.
Odio
sul web come
fenomeno
psicologico.
Unobravo.com
– (14 -05 – 2026) - Enrico Reatini – Redazione – ci dice:
(Enrico
Reatini - Psicologo ad orientamento Cognitivo-Comportamentale).
Punti
chiave da ricordare.
Il
disimpegno morale permette di fare del male senza percepirsi come "cattive
persone": non è un'eccezione, ma un fenomeno ricorrente e spesso
invisibile.
L'anonimato,
l'assenza di segnali emotivi e le dinamiche di gruppo tipiche dei social
abbassano le soglie morali e amplificano la probabilità di comportamenti
aggressivi online.
Ogni
singola interazione contribuisce a costruire un clima emotivo collettivo:
ciascuno ha un ruolo nella formazione della cultura digitale.
Contrastare
l'odio online non richiede solo regole o algoritmi, ma un'assunzione attiva e
quotidiana di responsabilità morale da parte di ogni utente.
L'odio
sul web è ormai una presenza costante nella nostra esperienza digitale.
Commenti aggressivi, insulti gratuiti, attacchi personali o vere e proprie
campagne di denigrazione sembrano far parte delle home dei nostri social
network, al punto da essere spesso minimizzati o considerati inevitabili.
Eppure,
dietro a queste manifestazioni non c'è soltanto maleducazione o mancanza di
empatia. Chi pubblica contenuti d'odio è spesso perfettamente integrato nella
vita sociale e relazionale offline. Ciò che rende possibile agire contro gli
altri senza provare senso di colpa è piuttosto un insieme di processi
psicologici complessi, che permettono di sospendere temporaneamente i propri
criteri morali.
Nell'esperienza
quotidiana è facile notare come il web, involontariamente, facilita questo
processo e consente di dire e fare cose che difficilmente verrebbero espresse
in un'interazione faccia a faccia. È proprio in questo spazio che entra in
gioco un concetto chiave della psicologia sociale, quello di disimpegno morale.
Comprendere
l'odio sul web significa quindi spostare lo sguardo dal singolo comportamento
al meccanismo che lo rende psicologicamente accettabile, sia a livello
individuale sia a livello collettivo.
Cos'è
il disimpegno morale?
Il
concetto di disimpegno morale, introdotto da Albert Bandura, si riferisce a
quei processi cognitivi e sociali attraverso i quali le persone riescono a
sospendere temporaneamente i propri standard etici, evitando emozioni come
senso di colpa, vergogna o rimorso. In altre parole, il disimpegno morale
permette di fare del male senza percepirsi come "cattive persone"
(Bandura, 2011).
Bandura
descrive otto principali meccanismi attraverso cui gli individui riescono a
neutralizzare la propria autocensura morale:
Giustificazione
morale:
l'azione dannosa viene reinterpretata come moralmente giustificata o
necessaria, ad esempio per difendere valori, ideali o cause socialmente
ritenute nobili.
Confronto
vantaggioso:
il proprio comportamento negativo appare accettabile se confrontato con azioni
peggiori di altri. Ad esempio pensare "non è nulla rispetto a quello che
fanno loro".
Linguaggio
eufemistico:
si usa un linguaggio attenuante o tecnicistico per rendere l'atto meno
aggressivo o offensivo. Ad esempio dire di "asfaltare qualcuno"
anziché "deridere, insultare, umiliare".
Spostamento
della responsabilità: la responsabilità per l'azione viene attribuita a
un'autorità o a regole esterne. Ad esempio sottolineare che i contenuti postati
sono autorizzati dalla piattaforma.
Diffusione
della responsabilità: la responsabilità si percepisce meno quando l'atto è
compiuto in gruppo o all'interno di una collettività. Come ad esempio pensare
che "se lo fanno tutti, non è solo colpa mia".
Minimizzazione
o negazione del danno: si ignorano o si riducono le conseguenze negative del
proprio comportamento. Ad esempio pensare che "Sono solo commenti, tutti
sanno che è un gioco".
Deumanizzazione: la vittima viene percepita come meno
umana, riducendo empatia e senso di colpa. Un esempio classico è pensare che
gli autori dei commenti "Non sono altro che un troll" o definirli non
in quanto individui ma come appartenenti a un gruppo, come nei casi dei tifosi
o peggio nella politica.
Attribuzione
della colpa alla vittima: si incolpa la vittima per aver provocato il danno subito,
giustificando così la propria aggressione. Ad esempio "Se si è esposto a
critiche, se l'è cercata".
Questi
meccanismi proteggono l'immagine positiva delle persone che scrivono commenti
d'odio, evitando il conflitto tra ciò che si fa e ciò che si percepisce come
morale.
Il
web, con la sua distanza fisica ed emotiva, amplifica questi meccanismi.
L'anonimato, l'assenza di feedback diretto e la rapidità delle interazioni
riducono la percezione delle conseguenze personali, rendendo più facile
sospendere le autocensure morali. In questo contesto, il disimpegno morale non
è un'eccezione, ma un fenomeno ricorrente e spesso invisibile, che spiega come
persone altrimenti empatiche possano partecipare a comportamenti aggressivi e
ostili online (Bandura, 2011).
Comprendere
l'odio sul web significa quindi spostare lo sguardo dal singolo comportamento
al meccanismo che lo rende psicologicamente accettabile, sia a livello
individuale sia a livello collettivo, e riconoscere l'importanza di strategie
educative e civiche per riattivare la responsabilità morale nell'ambiente
digitale (Bandura,
2006).
Il web
amplifica il disimpegno morale?
Anche
se il web non crea il disimpegno morale, ne facilita notevolmente
l'attivazione. Infatti, diverse caratteristiche strutturali dell'ambiente
digitale abbassano le soglie morali dell'interazione e amplificano la
probabilità di comportamenti aggressivi online.
L'anonimato
e lo pseudo-anonimato riducono la percezione delle conseguenze personali,
mentre l'assenza di segnali sociali ed emotivi diretti (come sguardi, tono di
voce o reazioni corporee) rende più difficile cogliere l'impatto delle proprie
parole sugli altri (Runions & Bak, 2015).
A
questo si aggiungono la rapidità delle interazioni e le dinamiche di gruppo
tipiche dei social network. Commentare, condividere o reagire a contenuti
ostili richiede pochi secondi e spesso avviene in uno stato emotivo attivato,
mentre i meccanismi di rinforzo sociale, come like, approvazioni o commenti
solidali, funzionano come una legittimazione morale implicita. In altri
termini, l'approvazione altrui riduce l'autocensura e rafforza la percezione
della correttezza dell'atto (Zhao & Yu, 2021).
Queste
caratteristiche creano un terreno fertile per il disimpegno morale collettivo,
creando un contesto in cui l'odio online non è più percepito come una
responsabilità individuale, ma come un fenomeno diffuso e quindi normalizzato.
La
violenza simbolica, in questo contesto, può essere percepita come
intrattenimento o sfogo emotivo, perdendo il suo significato etico. Studi
recenti confermano che il disimpegno morale è significativamente correlato al
cyberbullismo sia nei comportamenti attivi dei perpetratori sia nel
comportamento passivo di chi osserva e che l'ambiente online facilita
l'attivazione dei meccanismi di giustificazione morale (Lo Cricchio et al., 2020).
Si può
quindi affermare che l'ecosistema digitale amplifica e struttura il disimpegno
morale, trasformando azioni e discorsi aggressivi in comportamenti percepiti
come socialmente accettabili, e rendendo il fenomeno dell'odio online più
persistente e difficile da contrastare.
Liza SUMMER
– Pixel.
Odio
online: l'importanza di riavviare la nostra morale.
L'odio
sul web non può essere compreso né contrastato se ci limitiamo a condannare i
singoli comportamenti. Ogni commento aggressivo, insulto o attacco personale ha
una rilevanza ed è per questo importante essere consapevoli dei meccanismi
psicologici di disimpegno morale che rendono possibile e apparentemente
"accettabile" la violenza online. Ignorare questi processi significa
rischiare di considerare inevitabile ciò che invece è modulabile e prevenibile.
Riattivare
l'impegno morale significa innanzitutto sviluppare consapevolezza di sé e delle
proprie azioni digitali. È necessario interrogarsi sulle reazioni che emergono
davanti a contenuti offensivi, sulle parole che si scelgono e sul silenzio che
si mantiene di fronte all'aggressione altrui.
Dobbiamo
ricordarci che ogni singola interazione, per quanto minuta, contribuisce a
costruire un clima emotivo collettivo che ha impatto sul tono generale della
comunicazione online. Riconoscere questo peso significa capire che ciascuno ha
un ruolo nella formazione della cultura digitale.
Il web
è uno spazio condiviso, non un territorio neutro.
Contrastare
l'odio online non richiede soltanto regole, algoritmi o moderazione dei
contenuti, che purtroppo sembrano lontani dall'essere prioritari per chi ne
detiene il controllo, e richiede un'assunzione attiva e quotidiana di
responsabilità morale da parte degli utenti.
Ciò
significa intervenire quando possibile, scegliere di non alimentare
aggressioni, educare e guidare il dibattito con rispetto, e ricordare che anche
il silenzio può essere complice. L'odio online non è fatto solo di ciò che
viene scritto, ma anche di ciò che viene ignorato, giustificato o tollerato.
Ognuno
di noi ha il potere di riaccendere l'impegno morale. Non basta criticare ciò
che vediamo, ma occorre agire in maniera consapevole e responsabile, costruendo
una cultura digitale che valorizzi l'empatia, il rispetto e la responsabilità
civica.
Ogni
gesto, ogni parola, ogni scelta di interazione conta.
Proviamo
ad iniziare oggi: riflettiamo prima di scrivere, prima di condividere, prima di
tacere.
La
“Donna al Contrario.”
Conoscenzealconfine.it
– (30 Giugno 2026) - Marcello Veneziani – Redazione – ci dice:
Il
fondamento della nostra civiltà giuridica è l’universalità del diritto, cioè il
principio che la legge valga per tutti e chi uccide una persona non può essere
diversamente giudicato sulla base del genere della sua vittima.
Eccolo,
il Mostro, il Barbaro, l’Incivile sessista e femminofobo generale Roberto
Vannacci che attacca le donne e strizza l’occhio al peggior maschilismo.
Tutti, ma proprio tutti, dalla Gruber alla
Meloni, non gli hanno perdonato quelle affermazioni critiche sul femminicidio e
le hanno tradotte in una specie di complicità con gli assassini delle donne.
Lasciate
che io vi dica, nel nome della civiltà giuridica e del buon senso, che
criticare il reato di femminicidio è sacrosanto sul piano dei principi e
dell’efficacia pratica.
Il
fondamento della nostra civiltà giuridica è l’universalità del diritto, cioè il
principio che la legge valga per tutti e chi uccide una persona non può essere
diversamente giudicato sulla base del genere della sua vittima.
È un abominio giuridico creare categorie
speciali.
È come dire che se uccidi una donna sei più di
un assassino, se uccidi un uomo sei meno assassino.
Se si
dovesse accogliere il principio che un assassinio è più grave se perpetrato
contro un soggetto debole allora dovremmo prevedere un’aggravante per tante
categorie:
i bambini, i vecchi, i malati, i disabili, gli
homeless, coloro che vivono in particolari condizioni di miseria, fame,
fragilità.
La
giurisprudenza da sempre stabilisce l’osservanza di un principio generale e poi
prevede che nei casi specifici ci possano essere circostanze aggravanti o
attenuanti per l’aumento o la riduzione della pena.
Se sul
piano giuridico il femminicidio è un errore e un tradimento del diritto, sul
piano pratico serve perlomeno a qualcosa, a fronteggiare un’emergenza, a
frenare un’escalation?
Sappiamo,
dati alla mano, che i casi di “femminicidio” non sono certo diminuiti da quando
è stata introdotto lo speciale crimine, proseguono con la stessa atroce
noncuranza.
E
quanto più la denuncia sociale e mediatica cresce, tanto più avvengono quei
delitti, o comunque non registrano flessioni nonostante le campagne di
sensibilizzazione che non toccano gli insensibili e chi va fuori di testa.
Chi
commette crimini di quel tipo è in balia di una mente distorta, alterata, a
volte malata e viziata, o appartiene a mondi che reputano una donna come una
cosa da possedere; o chi vede crollare la sua vita, il suo mondo, è
morbosamente legato a quel rapporto. Per tutti costoro essere condannati per
aver compiuto un femminicidio, anziché “solo” un omicidio, non è certo un
deterrente che li scoraggia o li trattiene dal farlo. Non a caso molti di loro
prevedono di suicidarsi dopo aver ucciso.
Del
resto, la stessa argomentazione è spesso usata contro la pena di morte:
credete davvero che con la pena capitale
diminuirebbero certi crimini particolarmente efferati?
No,
chi arriva a uccidere non fa di questi calcoli;
lo ripetono magari le stesse persone che oggi
difendono il femminicidio.
Dunque
se non vale a livello di principio e non serve a livello pratico, perché
introdurre e difendere il femminicidio?
Per
una questione puramente simbolica o meglio per una questione retorica, che
appartiene al piano ideologico e al nuovo bigottismo di genere.
Su cui
naturalmente si registra subito un corale allineamento in un nuovo conformismo,
da sinistra a destra (sempre gli ultimi, a destra, prima recalcitranti e poi
tardivamente accodati, per convenienza).
Tutti
nel coro, per ipocrisia, quieto vivere, timore di essere additati come nemici
delle donne e amici degli stupratori.
E
altri, per le stesse ragioni, tacciono, fanno finta di niente, per non
compromettersi.
La
cosa più rivoltante è far passare un messaggio veramente barbaro, fazioso,
incivile:
chi
non condivide l’introduzione di quel crimine speciale è un nemico delle donne,
un complice sotto-sotto dei maschilisti più violenti o uno che reputa “normale”
uccidere una donna, o meno grave, magari un nostalgico del delitto d’onore.
No,
signori, chi non condivide l’esistenza di un reato speciale ad hoc, non per
questo ha un minimo d’indulgenza verso chi uccide una donna. L’aggravante va
applicata in caso di speciali circostanze del singolo delitto;
non in
virtù di una legge che finisce col ritenere meno grave uccidere un uomo, un
vecchio, un bambino, un disabile, un emarginato, un fragile rispetto a una
donna.
Inaspriamo
le pene per gli assassini, rendiamo meno automatiche le riduzioni della pena, e
preveniamo di più e meglio.
Per esempio, prestando più ascolto alle
denunce preventive, o per quanto riguarda i casi di donne stuprate e infine
uccise, adottando criteri efficaci.
Come la neutralizzazione chimica di chi si è
già reso colpevole di stupri e violenze sessuali; chi commette questo tipo di
reati dovrebbe poter essere messo in condizioni di non nuocere per non
reiterare il suo crimine, che a volte sfocia nell’uccisione della vittima.
È
stato adottato un termine cruento e spaventoso, castrazione chimica, per una
soluzione incruenta che potrebbe ridurre la ripetizione di casi di stupro,
neutralizzando stupratori seriali;
potrebbe
essere una pena alternativa, almeno in modo parziale, alla onerosa e non
educativa detenzione nelle carceri.
Chi
usa il proprio corpo come arma di violenza non può appellarsi alla sua
inviolabilità; quanti casi di stupro avremmo evitato?
Così
come è veramente contraddittorio e assurdo che venga introdotto da un verso il
crimine speciale di femminicidio, e dall’altro venga di fatto considerata come
attenuante se la violenza viene compiuta da chi è in stato di disagio sociale,
di emarginazione e di clandestinità o proviene da paesi che per cultura e
religione hanno un atteggiamento diverso nei confronti delle donne, che
considerano sottomesse, inferiori, se non addirittura prede dei propri appetiti
sessuali.
Plausibile
mi pare pure la critica che Vannacci rivolge alle quote rosa. Primo, perché si
trattano le donne come categorie protette, stabilendo per legge uno statuto di
inferiorità sociale e culturale, ignorando le tante donne che senza leggi
speciali di genere si sono affermate nelle loro professioni e nei loro lavori,
per competenza, capacità, scrupolo e bravura. A partire dalla Gruber e dalla
Meloni. Secondo, perché se dovessimo inserire quote colorate a sostegno delle
categorie più svantaggiate, dovremmo ripartire i posti di lavoro a un
arcobaleno di protetti, senza mai considerare meriti e capacità personali: non
solo disabili, orfani, vedove ma anche vittime di calamità naturali e sociali
(terremoti, guerre, pandemie) o della criminalità organizzata, fasce di
indigenti, disoccupati cronici, persone con situazioni famigliari
particolarmente gravi e precarie; insomma fragilità di ogni tipo. Non è più
semplice e più efficace assegnare posti secondo meriti soggettivi o requisiti
oggettivi, non legati a un genere o a una condizione?
Torno
infine a Vannacci e al suo nuovo filone “La donna al contrario”, applicazione
di genere del suo best seller, Il mondo al contrario. Vannacci sa che la sua
opinione, anche sul tema più vasto della famiglia naturale, delle nascite e dei
legami affettivi, è largamente condivisa anche se difficilmente espressa;
dunque sa di raccogliere consenso. Il problema dovrebbe essere non quello di
censurare certe opinioni, lasciando che clandestinamente diventino più rozze
perché non coltivate; ma di esigere un maggiore rigore di argomentazione, una
migliore coerenza e anche un certo rispetto nell’affrontare temi sensibili e
delicati.
Leggo
in questi giorni corali reprimende sulla “sottocultura” di cui sarebbe
portatore Vannacci e il suo movimento; potrei essere anche d’accordo ma mi
chiedo di quale cultura civile siano oggi portatori e rappresentanti gli altri
soggetti politici in campo.
Il
woke e il bigottismo progressista?
Il trasformismo pragmatico per ragioni di
opportunismo? La riduzione delle idee e della militanza al servilismo verso i
capi?
Il voto di scambio tra principi e vantaggi
elettorali, ossia il baratto della coerenza con la convenienza?
La
“cultura” del durare di più in carica?
Ma per favore…
Marcello
Veneziani -(La Verità – 19 giugno 2026).
(marcelloveneziani.com/articoli/la-donna-al-contrario/).
Milano
Invasa dagli Islamici per l’“Ashura.”
Conoscenzealconfine.it
– (29 Giugno 2026) - Francesca Gallici – Redazione – ci dice:
Donne
nei recinti e scoppia la polemica: “Per il Pd è arricchimento culturale?” Le
scene rimandano a una tradizione distante da quella occidentale, che non ha
nulla da spartire e che non può avere punti di contatto.
Anche
quest’anno Milano è stata invasa.
Mentre
in Italia si susseguono le operazioni antiterrorismo che colpiscono esponenti
islamici, potenzialmente pronti a colpire nel nostro Paese o che dal nostro
Paese gestiscono flussi di denaro verso le organizzazioni terroristiche,
migliaia di “musulmani sciiti “si sono radunati in Piazza Duca d’Aosta, davanti
alla Stazione Centrale di Milano, per poi sfilare lungo via Vittor Pisani.
Il
capoluogo lombardo per alcune ore è diventato una succursale di Teheran o di
qualunque altra città sotto il dominio islamico, una scena che fa a pugni con
l’idea di Milano città moderna e proiettata nel futuro, capitale della moda e
della libertà.
Il corteo dell’”Ashura”, la ricorrenza in cui
i fedeli commemorano il martirio dell’imam “El Hossein”, ha paralizzato il
traffico cittadino con una manifestazione densa di simboli che ha riacceso
inevitabilmente il dibattito sull’integrazione e sui valori occidentali.
L’evento
ha mostrato una forte carica identitaria, caratterizzata dai tradizionali
accenti di penitenza della comunità sciita.
La
reazione politica non si è fatta attendere, mettendo sotto accusa sia le
modalità del corteo sia il silenzio delle istituzioni locali e della sinistra.
L’affondo principale riguarda l’evidente e massiccia esibizione di forza della
comunità, definita come il segno di una “sempre più massiccia e preoccupante
islamizzazione nel nostro Paese”, così ha dichiarato “Silvia Sardone”, vice
segretaria della Lega e consigliera comunale a Milano.
I
partecipanti hanno sfilato tra enormi bandiere islamiche e gesti di percussione
rituale sul petto, occupando il centro della città.
Ancora
una volta le donne sono state confinate e nascoste alla vista del pubblico,
completamente velate e costrette nei recinti, un trattamento inaccettabile per
la civiltà occidentale che da decenni si batte per l’emancipazione.
“Sono
inaccettabili le immagini delle donne (tutte velate), separate dagli uomini
durante il corteo, all’interno di recinti e posizionate dietro un telo nero,
dietro a un camion”, ha aggiunto Sardone.
Un’immagine
che si scontra frontalmente con le conquiste sociali dell’Occidente e che viene
indicata da Sardone come “l’ennesimo episodio di evidente discriminazione nei
confronti delle donne, che ormai è consuetudine in molte comunità musulmane”.
Il
sindaco Sala, incalza Sardone, “non ha nulla da dire di fronte a queste
immagini?
Schlein, Boldrini e il Partito Democratico
considerano queste scene un arricchimento culturale e un’integrazione positiva?
“Le
femministe staranno in silenzio come al solito, pur di non affrontare il tema
del “patriarcato islamico?.“
Il
rischio, ha concluso Sardone, “è che, in nome del “politicamente corretto” e di
una finta integrazione, continueremo a nascondere o censurare i nostri simboli,
la nostra cultura e la nostra identità per subire tradizioni che non ci
appartengono e sono inconciliabili con i nostri valori, a partire dalla libertà
delle donne”.
Francesca
Gallici.
(ilgiornale.it/news/interni/milano-invasa-dagli-islamici-l-ashura-donne-nei-recinti-e-2684997.html).
La
Cospirazione Anti-Trump
del
“Washington Group.”
Conoscenzealconfine.it
– (28 Giugno 2026) - Umberto Pascali – Redazione – ci dice:
Tutta
la storia della “chat segreta” di Von der Leyen, Meloni, Macron, Merz, Starmer,
Zelensky, Stubb.
Cos’è
il “Washington Group.”
Il
Washington Group è una chat di gruppo informale, segreta ma attiva
(probabilmente su un’ app criptata come Signa) creata e utilizzata da un
ristretto gruppo di leader europei e dal Presidente ucraino per coordinarsi
rapidamente contro le politiche e le iniziative del Presidente degli Stati
Uniti Donald Trump.
I
“cospiratori”:
–
Ursula von der Leyen – Presidente della Commissione Europea
–
Giorgia Meloni – Prima Ministra dell’Italia
–
Emmanuel Macron – Presidente della Francia
–
Friedrich Merz – Cancelliere della Germania
– Keri
Stormer – Primo Ministro del Regno Unito
–
Volodymyr Zelensky – Presidente dell’Ucraina
–
Alexander Stubb – Presidente della Finlandia (partecipa in alcuni casi).
Quando
è nata: La chat è diventata operativa e ha sviluppato una “routine ben
collaudata” soprattutto nell’ultimo anno prima di gennaio 2026, cioè nel corso
del 2025, dopo il ritorno di Trump alla presidenza.
Dove e
come è nata:
Prende
il nome dalla visita congiunta alla Casa Bianca avvenuta nell’agosto 2025,
quando questi leader europei si sono recati insieme a Washington insieme a Zelensky
per incontrare Trump.
Da quel momento hanno intensificato i contatti
informali via chat di gruppo per scambiarsi messaggi rapidi.
Come
funziona:
I leader si scrivono “regolarmente tra loro –
spesso nella stessa chat di gruppo”. Quando Trump fa o dice qualcosa di
“selvaggio” (wild) o potenzialmente dannoso, scatta una routine di
coordinamento immediato. Non è una chat ufficiale dell’UE o dei governi, ma un
canale parallelo e segreto.
L’Indagine
dell’Ombudsman che Ha Smascherato la Chat Segreta.
A fine
giugno 2026 (intorno al 20-24 giugno) l’Ombudsman (noto in Italia come
difensore civico, è una figura indipendente e neutrale istituita per tutelare i
cittadini.
Il suo compito principale è indagare sui
reclami relativi ad abusi, discriminazioni, ritardi o cattiva amministrazione
da parte della pubblica amministrazione, di enti pubblici o di aziende private
– come banche e assicurazioni) europeo, Teresa Andino, ha aperto un’indagine
formale contro Ursula von der Leyen e la Commissione Europea.
L’indagine
nasce da un reclamo di “Follow the Money” (FTM), organizzazione investigativa
olandese che aveva chiesto l’accesso ai messaggi della chat “Washington Group”.
La
Commissione ha rifiutato la richiesta, sostenendo che pubblicarli “potrebbe
danneggiare le relazioni internazionali con Paesi terzi” (cioè gli Stati Uniti
d’America).
FTM ha
fatto ricorso all’Ombudsman.
L’Ombudsman ha deciso di indagare per
verificare se la Commissione ha violato le regole UE sull’accesso ai documenti.
L’oggetto
non è solo il contenuto della chat, ma soprattutto il segreto mantenuto intorno
ad essa e la gestione opaca della richiesta di trasparenza.
L’Ombudsman
ha già notificato la Commissione e ha fissato un incontro con i suoi
rappresentanti entro metà luglio 2026.
L’indagine
durerà diversi mesi.
Questa
non è un’indagine isolata: si inserisce in un pattern sistematico di opacità e
malefatte di von der Leyen e della Commissione.
La
Commissione Europea e i Suoi Precedenti di Opacità e Inadempienze.
La
Commissione Europea è l’organo esecutivo dell’Unione Europea, guidato dalla
Presidente Ursula von der Leyen.
Non è un organo eletto direttamente dai
cittadini, ma ha enormi poteri su regolamenti, fondi e politica estera.
Principali
accuse e inadempienze documentate contro von der Leyen e la Commissione:
–Pfizergate (2021 in poi):
Durante
la pandemia, von der Leyen ha negoziato personalmente via SMS e telefonate con “Albert
Burla”, CEO di Pfizer, contratti per miliardi di dosi di vaccino.
I messaggi sono stati cancellati o non
conservati.
La
Commissione ha prima negato l’esistenza, poi ha rifiutato di mostrarli.
–
L’Ombudsman UE ha stabilito “maladministration” (cattiva amministrazione) e ha
chiesto di cercare di nuovo i messaggi.
– La
Corte Generale UE (maggio 2025) ha annullato la decisione della Commissione di
negare l’accesso, dichiarando violazione delle regole di trasparenza e del
principio di buona amministrazione.
–
L’EPPO (Procura Europea) ha aperto un’indagine in corso sui contratti vaccinali
per possibili reati finanziari.
–
Cancellazione automatica di messaggi: Von der Leyen e la Commissione hanno
usato la funzione di auto-cancellazione su app come Signa, rendendo impossibile
la conservazione e il controllo democratico delle comunicazioni ufficiali o
semi-ufficiali.
–
Rifiuto sistematico di trasparenza su chat e documenti ad alto livello, come
nel caso attuale della “Washington Group”.
Questi
fatti dimostrano un atteggiamento ricorrente: mantenere il segreto su
comunicazioni che riguardano miliardi di euro pubblici o strategie politiche
importanti.
La
Rivelazione di “Politico” (Gennaio 2026) e il Background Completo.
Il 19
gennaio 2026 il sito Politico (articolo di Tim Ross: “Trump Greenland theta puh
Europe Howard divorzino America”) ha rivelato per la prima volta l’esistenza
della chat.
Citazioni
da Politico (tradotte in italiano):
“I
leader tra cui il Primo Ministro britannico Keri Stormer, il Presidente
francese Emmanuel Macron e il Cancelliere tedesco Friedrich Merz, nonché la
Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, Alexander Stubb
della Finlandia e Meloni dell’Italia, si scrivono regolarmente tra loro –
spesso nella stessa chat di gruppo.”
“Nell’ultimo
anno hanno sviluppato una routine ben collaudata di scambio di messaggi ogni
volta che Trump fa qualcosa di selvaggio e potenzialmente dannoso”. “Quando le
cose iniziano a muoversi velocemente, è difficile coordinarsi, e questo gruppo
(chat) è davvero efficace”, ha detto una persona a conoscenza dell’accordo.
“Dice molto sulle relazioni personali e su quanto contino”.”
“La
‘informale ma attiva’ disposizione è nota come Washington Group, dal nome del
gruppo di leader europei che hanno visitato la Casa Bianca con il Presidente
ucraino Volodymyr Zelensky lo scorso agosto.”
“Anche
nelle chat di testo con i leader del Washington Group c’è lo stesso Zelensky,
il che introduce un’altra idea intrigante nel mix. “
Politico
descrive la chat come strumento per contrastare le iniziative politiche di
Trump, costruire legami sotterranei tra i leader e prepararsi eventualmente a
soluzioni senza e/o contro il pieno sostegno americano (in un contesto di
incertezza su NATO e sicurezza europea).
Si
parla di “coalizioni of the Killing” nata per l’Ucraina ma che si è estesa
creando legami stretti per lavorare insieme al di fuori e contro il
tradizionale asse con Washington.
Link
articolo” Politico”:
(politico.eu/article/donald-trump-greenland-tariff-threats-tensions-push-europe-allies-toward-divorcing-america-transatlantic-power/).
Questa
operazione è stata condotta in segreto, lontano dagli occhi dei popoli
rappresentati da questi leader. I cittadini italiani, francesi, tedeschi,
britannici, finlandesi e ucraini non sapevano che i loro rappresentanti stavano
usando una chat privata per coordinare strategie contro le iniziative di Trump.
La segretezza ha impedito qualsiasi dibattito pubblico o controllo democratico.
Ursula
von der Leyen è chiaramente contro Trump: le sue azioni (opacità sui messaggi,
rifiuto di trasparenza, coordinamento nella chat) lo dimostrano.
La
stessa Meloni, pur presentandosi spesso come interlocutrice amica di Trump, si
è rivelata – partecipando attivamente a questa chat di coordinamento –
anti-Trump.
Questo
potrebbe essere una (ma certamente non la sola) delle ragioni alla base delle
tensioni e della rottura nei rapporti tra Trump e Meloni: mentre pubblicamente
manteneva un rapporto cordiale, in privato partecipava a un canale segreto di
coordinamento contro le sue politiche.
Conclusione.
La
chat del “Washington Group” è stata uno strumento segreto di coordinamento tra
von der Leyen, Meloni, Macron, Merz, Stormer e Zelensky per contrastare le
azioni di Trump.
La scoperta di Politico, seguita dal rifiuto
della Commissione di rendere pubblici i messaggi e dall’indagine
dell’Ombudsman, ha messo in luce un’operazione condotta senza trasparenza verso
i popoli europei e ucraini.
Ursula
von der Leyen e i leader coinvolti meritano di essere esposti per questa
mancanza di accountability.
La vicenda si aggiunge al lungo elenco di
inadempienze di von der Leyen su trasparenza e gestione di fondi pubblici.
(Umberto
Pascali)
Link:
(politico.eu/article/donald-trump-greenland-tariff-threats-tensions-push-europe-allies-toward-divorcing-america-transatlantic-power/).
(the-independent.com/news/world/europe/eu-secret-group-chat-zelensky-trump-b3002834.html).
(–meduza.io/en/news/2026/06/25/eu-watchdog-investigates-european-commission-chief-von-der-leyen-over-secret-group-chat-with-zelensky-and-european-leaders).
(–ftm.eu/articles/european-ombudsman-opens-investigation-into-text-messages-von-der-leyen).
(aol.com/articles/eu-investigates-secret-group-chat-104905879.html).
(umbertopascali.substack.com/p/la-cospirazione-anti-trump-del-washington?publication_id=8067048&post_id=203642945&isFreemail=true&r=7zhpf3&triedRedirect=true).
Cosa
c’è alla base dell’odio verso i ricchi?
Rameplatform.com
– (22 marzo 2025) – La redazione - Budgeting e risparmio – ci dice:
L’odio
e l’invidia verso i potenti non sono un fenomeno di oggi, ma mai come nella
nostra società si avverte un diffuso senso di fastidio e di disprezzo verso chi
ha molto, e magari lo ostenta con orgoglio.
Mentre
le disuguaglianze crescono a vista d’occhio, c’è chi sostiene che sia arrivata
l’ora che anche i Paperoni si assumano le loro responsabilità.
«Voi
non volete combattere la povertà, ma la ricchezza», accusava qualche settimana
fa la ministra del Turismo “Daniela Santanché”, rivolta ai partiti
dell’Opposizione, mentre, in un misto di orgoglio vittimismo, citava in
Parlamento borse di Hermès e origini contadine.
Se
l’intenzione, in quella che doveva essere una difesa contro una mozione di
sfiducia, era spostare l’attenzione generale dal rinvio a giudizio per falso in
bilancio e per presunta truffa ai danni dell’Inps, l’obiettivo è stato
raggiunto.
Quello dell’odio verso i ricchi, quella forma
neanche tanto velata di ostilità e verso chi ha tanto, e ancora di più di più
verso chi la ricchezza la ostenta senza pudori, è tema antico, che tocca la
pancia.
Gli
“spregevoli ricchi” nell’immaginario collettivo.
«È un
sentire universalmente riconosciuto che chiunque possieda una grande fortuna
debba in un modo o nell’altro avere qualcosa di spregevole», scrive lo
scrittore newyorkese” David Roberts”, autore nel 2023 del saggio “Gli
spregevoli ricchi”, per spiegare la propensione a mal tollerare questa
minoranza privilegiata.
«Collocare nel “cassetto” dei cattivi chiunque
abbia avuto più fortuna e capacità è in un certo senso un modo per lenire il
senso di ingiustizia causato dalle disuguaglianze» continua lo scrittore.
In
altre parole, l’evidenza che il fato sia stato con noi assai meno generoso che
con altri, risulta più digeribile se addolciamo la pillola con l’idea che
essere ricchi renda peggiori le persone.
A
sostegno della tesi c’è una vastissima bibliografia e filmografia che va dal
vecchio “Ebenezer Scrooge” di Dickens, talmente tirchio da rifiutarsi di
concedere una piccola elemosina la notte di Natale, alle decine di loschi
personaggi che hanno popolato l’immaginario di Wall Street e non solo.
Gioire
per le disgrazie altrui.
Diretta
conseguenza di questo sentimento di irritazione e fastidio è la trasmutazione
dell’invidia in “schadenfreude”, dice sempre “Roberts”, una certa “gioia per la
disgrazia altrui”, la stessa che genera un sotterraneo sentimento di rivalsa
quando si scopre che Re Mida, resosi conto che persino il cibo che vorrebbe
mangiare viene trasformato in oro, muore di fame, solo e disperato. Mica per
caso, una delle più seguite telenovele sudamericane degli anni 80 portava il
non poco consolatorio titolo “Anche i ricchi piangono”: vedere piangere i
fortunati fa sentire tutti un po’ meno piccoli.
Kittelmann
e la differenza tra ricchezza meritata e ricchezza immeritata.
Ma se
quella fortuna e quel denaro sono meritati, sudati, a costo di sacrifici
immani, non dovrebbe invece suscitare un senso di ammirazione?
Nel
2021, lo storico e sociologo tedesco “Rainer Kittelmann” ha provato a indagare
sulla questione nel saggio “Ricchi! Borghesi! Ancora pochi mesi!”, sottotitolo:
“Come
e perché condanniamo chi ha i soldi”.
Attraverso
un sondaggio sottoposto a migliaia di persone, Kittelmann ha analizzato gli
atteggiamenti della popolazione nei confronti della ricchezza e dei ricchi in
cinque paesi occidentali, tra cui l’Italia. Premesso che le risposte sono state
influenzate da fattori come età, genere, reddito e livello d’istruzione, molto
eloquente è stato il risultato al quesito che chiedeva agli intervistati di
esprimersi su quali gruppi di persone meritassero la propria ricchezza.
Gli
italiani si sono mostrati molto comprensivi nei confronti di imprenditori,
(secondo il 42% meritano la loro ricchezza), meno per gli ereditieri, (la
percentuale si è fermata al 15%), per poi scendere ancora con investitori
immobiliari e i banchieri (10% e 8%).
Non è questo, però, il dato che più fa
riflettere.
Nel
libro lo studioso ha effettuato una distinzione tra “invidiosi sociali” e
“non-invidiosi”, ed è emerso che i cosiddetti invidiosi, erano molto meno
propensi a invidiare i vincitori della lotteria.
Probabilmente
è perché in una società in cui attribuiamo la misura del nostro valore ai
soldi, la ricchezza piovuta dal cielo non ci induce a fare paragoni, e a
chiederci cosa avremmo potuto fare di più, per somigliare a quelle persone.
La
presa di responsabilità.
Resta
il tema di fondo.
Secondo alcuni osservatori, si percepisce
nella nostra società un rancore diffuso contro chi ha grandi patrimoni,
ossequiati e ammirati certo da molti, ma anche dileggiati, insultati, a volte
anche minacciati, nella quasi indifferenza per non dire compiacenza generale.
Altrettanto
netta è però la sensazione che l’ostilità sia causata dalla sensazione di
vivere in una società sempre più diseguale, dove le cose belle sono sempre più
riservate a pochi privilegiati, e le barriere all’ascensore sociale si fanno di
giorno in giorno più alte.
Le
tende degli studenti fuori sede, piazzate davanti alle Università all’inizio
dello scorso anno accademico sono una raffigurazione emblematica.
Anche
l’indagine condotta da Demopolis e promossa da Oxfam ci dice che ultimi cinque
anni, per 7 italiani su 10 le diseguaglianze economiche (e non solo) sono
aumentate.
Se la
classe media è inacidita perché ha perso status, reddito, e aspirazioni, e i
poveri sono sempre più poveri, allora forse c’è un problema nella nostra
società.
L’alternativa,
quella almeno proposta da movimenti come “Tax the Rich”, è riconoscere allora
che la ricchezza non può essere vissuta e basta, magari limitandosi a sbatterla
in faccia a chi non può, ma impone una responsabilità.
Ed è
quella di contribuire a limare le disuguaglianze.
Cosa
muove la logica del branco sui social:
le
vittime più note dell’odio online.
Lastampa.it
– Arcangelo Rocciola – (30 Giugno 2026) – Redazione – ci dice:
La
ministra Roccella colpita dagli insulti sul web. Paga le sue scelte politiche.
Ma al branco basta meno per scatenarsi. E spesso è mosso da logiche che vanno
al di là del merito e toccano razza, sessualità, religione.
I casi più famosi in Italia.
Cosa
muove la logica del branco sui social: le vittime più note dell’odio online.
Un
pensiero atroce.
Un
simbolo a cui indirizzarlo.
Un mezzo che ti consente di colpirlo senza
guardarlo negli occhi, indifferente al suo dolore.
L’odio
online da sempre si è costruito su questi tre elementi.
Quello
che ha colpito la ministra Eugenia Roccella non fa eccezione. Anzi.
In
poche ore è diventato uno dei casi più emblematici di questo fenomeno.
La scomparsa di suo marito, Luigi Cavallari,
84 anni di cui 50 passati al fianco della ministra, ha scatenato un’ondata di
commenti offensivi mentre ancora proseguono le ricerche nel Lago di Vico.
Nell’incertezza,
nel dramma di queste ore, c’è chi ha augurato a Roccella la stessa fine, chi si
dispiace solo perché non sia capitato a lei, chi ha invocato il karma, chi le
indirizza sprezzanti “ben ti sta, così impari”.
Ma
cosa dovrebbe imparare Roccella?
Gli
haters (così vengono chiamati gli ingranaggi della macchina dell’odio,
edulcorandone la natura) non perdonano al ministro le sue idee sull’aborto,
sull’eutanasia, sulle unioni civili.
Posizioni
che l’hanno resa simbolo delle politiche conservatrici.
Non è
nuova alle contestazioni Roccella.
Ma
online la contestazione è diventata odio.
Un
odio forse impossibile da combattere.
Radicato
in una società che ha trovato nei social uno sfogo violento ai propri
conflitti.
Sui
social il simbolo di una battaglia diventa capro espiatorio.
A
sinistra, a destra: la cronaca non consente distinzioni.
L’odio
online è protagonista della nostra vita sociale e politica da almeno 16 anni.
Anche
qui, colpiti soprattutto i simboli.
Lo era Cécile Kyenge.
Prima
ministra nera della Repubblica nel 2013, diventa bersaglio di un razzismo che
colpiva l’idea stessa di un'Italia multiculturale.
È
stata oggetto di insulti prima da parte della politica (Roberto Calderoli la
definì un ‘orango’ durante un comizio).
Poi
dei social, che non inventano la realtà, al massimo la estremizzano. Kyenge
diventa oggetto di fotomontaggi, messa di fianco ad animali, oggetto di
commenti ironici sulla sua italianità.
Altro simbolo, altro odio.
Liliana
Segre, senatrice della Repubblica, sopravvissuta alla Shoah.
Ha conosciuto il volto dell'antisemitismo
contemporaneo e del negazionismo.
Diverso,
ma altrettanto emblematico, il caso di Roberto Saviano.
Da quasi vent’anni vive sotto scorta e da
quasi vent’anni è bersaglio di insulti, minacce e campagne di delegittimazione.
Nel suo caso l’odio non colpisce soltanto lo
scrittore, ma ciò che rappresenta:
l’intellettuale
pubblico, la lotta alla mafia, una certa idea di impegno civile.
Saviano
diventa il simbolo di un’élite culturale da abbattere.
Ma tra
i politici il caso più noto è quello di Laura Boldrini.
Diventata simbolo dell’accoglienza e del
femminismo istituzionale, ha subito gli attacchi sessisti più violenti mai
subiti online da un politico italiano.
Anche
per Boldrini l’odio online è stato specchio di un odio arrivato dal palco di un
comizio, quando Matteo Salvini vide in una bambola gonfiabile una sua “sosia”.
Complice
quel clima, a Boldrini augurano ogni tipo di violenza.
Non è
un caso che è sua una delle iniziative che ha portato il Parlamento ad
approvare una legge sul cyberbullismo.
Legge
arrivata nel 2017 e dedicata alla memoria di una delle vittime più giovani
dell’odio social.
Carolina
Picchio.
Morta
suicida a Novara dopo aver subito insulti e molestie online per essersi sentita
male a una festa tra amici.
Aveva 14 anni. Carolina non era un simbolo.
Lo è
diventata dopo.
Lei
come Tiziana Cantone.
Altra vittima della rete che diventa arena.
Altra
ragazza innocente.
Travolta
da una gogna che trasformò il suo dramma privato in una umiliazione collettiva.
Anche
Paolo Mendico lo scorso settembre si è tolto la vita.
Aveva 14 anni. Era di Latina.
Vittima
di bullismo perché aveva i capelli lunghi.
Dettaglio
che ai suoi compagni è dovuto sembrare sufficiente per tormentarlo, dargli
dell’effemminato.
Ma c’è
anche un odio più sottile.
Che
magari non fa vittime. Ma c’è.
Lo
sport è uno dei settori dove l’odio online è più visibile.
Eleonora
Goldoni, giocatrice della Lazio, lo ha denunciato.
Ha
detto di essere stata oggetto di insulti sessisti, che molti dicevano che era
più un’influencer che una giocatrice.
Racconta
di una parte di società che ancora non è in grado di accettare una figura come
l’atleta donna.
Altro
simbolo. Il branco non odia le persone.
Odia ciò che rappresentano.
E
quando il potere del simbolo prende il posto della persona, anche il dolore può
diventare un’occasione per colpire.
L’odio,
protagonista del nostro tempo.
Glistatigenerali.com
- David Bidussa – (3 Maggio 2026) – Redazione – ci dice:
La
legittimazione pubblica del discorso d’odio è in crescita:
retoriche
xenofobe riemergono nei linguaggi della politica, nei media e nello spazio
digitale, trovando eco in movimenti che fanno dell’ostilità verso l’altro un
principio identitario.
È ciò
che sostiene “Orlando Paris” nel suo “Pensare l’odio”.
Rispetto
all’odio nel tempo si sono prodotte due strategie:
la prima è quella che ha caratterizzato il
secondo dopoguerra ed è contraddistinta dalla determinazione a fare i conti con
gli elementi strutturali che hanno posto in essere i totalitarismi e le
macchine di sterminio.
Al
centro di questa indagine sta soprattutto Auschwitz.
La
seconda traiettoria si inaugura negli Stati Uniti a partire dagli anni ’60 e
l’elemento generativo è dato dall’impegno e dalla riflessione pubblica su come
costruire un movimento di coscienza intorno alla segregazione razziale.
Il tema diventa la questione dei diritti
civili della popolazione afro-americana.
“Orlando
Paris” propone sei diversi percorsi di indagine.
A un
primo livello il tema è dato dalla connessione tra odio razzista, odio
antisemita e logiche biopolitiche del potere.
I
punti di riferimento per Paris sono soprattutto Arendt, Foucault e Giorgio
Agamben.
L’odio
razziale e antisemita è concepito come un dispositivo funzionale a una logica
di potere.
Un profilo su cui Agamben interviene
costantemente in queste settimane (per esempio nella sua rubrica “una Voce”
sulle pagine web di “Quodlibet”).
A un
secondo livello il suo tema è costituito dalla critica alla razionalità
occidentale pensando soprattutto alle riflessioni proposte da Horkheimer e
Adorno sull’illuminismo (il riferimento è al loro “Dialettica
dell’illuminismo”) quando sostengono che sia da affrontare un’indagine critica
sull’illuminismo non negando la connessione tra libertà e illuminismo, ma al
tempo stesso vedendo e cogliendone tutti gli elementi critici e contraddittori.
A un
terzo livello sta l’indagine sugli esecutori e sulle macchine persuasive che
rendono possibili gli stermini.
Un percorso che negli anni ’80 ha avuto il suo
testo fondativo in due libri fondamentali: da una parte “Uomini comuni” di
Christopher R. Browning; dall’altra “Modernità e olocausto” di Zygmunt Bauman.
A un
quarto livello il tema è indicato nel meccanismo che Primo Levi ci ha lasciato
con il suo “I sommersi e i salvati”, un testo che ha molti spunti, ma con cui
complessivamente “Orlando Paris” non mi pare faccia i conti.
Il
quinto livello è dato dagli studi sull’odio che a partire dagli anni ‘80 hanno
proposto questa categoria al centro dell’attenzione soprattutto scavando
intorno al concetto di genocidio, un dato, sottolinea Paris, al centro del
quale sta la categoria politica, culturale e mentale di «spersonalizzazione del
nemico».
Categoria
che precisa “genera quella distanza emotiva che consente al carnefice di
percepire la vittima non più come individuo, ma come categoria astratta”.
Questione
molto pertinente, oltreché interessante, perché non classifica la categoria in
relazione ai «numeri» per mettere al centro la questione degli atteggiamenti
mentali che producono azione, come giustamente non hanno mancato di
sottolineare anni fa Simona Forti nel suo “I nuovi demoni” e più recentemente
“Paolo Finzi” nel suo “Genocidio”.
Una
storia politica e culturale.
Ma
soprattutto questione, e qui sta il sesto livello di indagine proposto da
Paris, che mette al centro l’analisi dei linguaggi, delle parole che si usano,
e dunque dell’immaginario che accompagna l’azione di odio.
Un
aspetto da cui nessuno esce innocente. Soprattutto non sono innocenti coloro
che a gran voce dichiarano di esserlo narrandosi esclusivamente come vittime e
dunque non assumendo la responsabilità della trasformazione indotta dalla loro
azione perché ogni volta raccontata come «eccezionale» e soprattutto si cui è
unico responsabile il nemico che va radicalmente punito e che, soprattutto, è
meritevole di quella punizione.
Postura
mentale che soprattutto non salva nemmeno il vasto cosmo degli spettatori –
meglio dei «tifosi».
Ovvero di coloro che in tribuna si affannano e
si affollano a parteggiare, senza mettere nel conto che nella trasformazione
che conduce al sostegno di pratiche terminative ci sta anche la tifoseria,
mascherata, – o meglio vestita – di domanda di giustizia.
Un
percorso che ci riguarda molto da vicino.
Soprattutto
quelli che urlano in nome dell’umanità, pensando che l’evocazione di quella
parola li renda innocenti.
Comunque
non responsabili.
Il
tempo dell’illuminismo oscuro.
Glistatigenerali.com – (1° Luglio 2026) - David
Bidussa – Redazione – ci dice:
La
seconda vittoria di Donald Trump nel novembre 2024 ha portato alla ribalta i
suoi profeti.
La
fine della democrazia, il ritorno a una società elitaria e gerarchica, il
tecno-capitalismo, il maschilismo, il biologismo – rischiano ora di diventare
realtà.
Nel
2007 “Peter Thiem” pubblica “The Straussiano Moment” di fatto riconosciuto oggi
come il testo fondativo del “neo reazionarismo americano”.
La tesi è diretta: Democrazia, diritti,
eguaglianza, liberalismo, Stato-di-diritto, non sono che pensieri deboli,
inadeguati, da sostituire con un potere securitario e funzionale alla
conservazione della supremazia del capitale neoliberale occidentale.
Testo
che è un manifesto ed un programma (politico, sociale ed imprenditoriale).
Il
punto di partenza sono le polveri, il sangue, l’acciaio ritorto delle torri
gemelle l’11 settembre 2001.
Momento
assunto a paradigma per dichiarare l’obsolescenza della “razionalità degli Stati-nazione”.
La
risposta doveva essere securitaria, repressiva;
un
richiamo alla crociata, scrive Thiem, perché “oggi, la mera autoconservazione
costringe tutti noi a guardare il mondo in modo nuovo a pensare pensieri nuovi
e strani, e quindi a risvegliarci da quel lunghissimo e proficuo periodo di
torpore e amnesia intellettuale che viene chiamato in modo così fuorviante
illuminismo”.
Risposta
che esprime – come ha scritto Alessandro Mulieri nel suo Tecno-monarchi –“la
sfida più radicale alla democrazia e all’eguaglianza dai fascismi del
Novecento” [p. 197].
Ma per
analizzarne le potenzialità, ma anche i percorsi occorre considerare vari
aspetti.
Primo aspetto.
Scrive
“Arnaud Miranda” nel suo” Illuminismo oscuro”, consiste nello stabilire delle
differenze all’interno non solo genericamente della destra americana, ma anche
dell’offerta che distingue il mondo della destra alternativa che ha avuto nel
corso della prima Presidenza Trump in Steve Bannon il suo punto di riferimento.
Osserva
Arnaud Miranda che sbaglieremmo a ridurre tutto a quella figura.
La
nascita del pensiero neo reazionario negli Stati Uniti si origina
preliminarmente attraverso il rinnovamento della destra americana;
poi in
una riflessione in cui elemento essenziale è dato dalle culture libertarie.
In queste culture libertarie un elemento
essenziale è rappresentato dalle culture antiambientaliste.
Una
visione libertaria che è fondata sulla convinzione che in nome della «difesa
dell’ambiente», le classi politiche di vari paesi stanno progressivamente
dilatando il loro potere sull’economia e sulla società. La convinzione che è
che l’ecologismo sia un’ideologia che nasce dalla avversione dell’idea di
mercato.
Una
psicologia, quella dell’ecologista, che per la destra neo-reazionaria
assomiglia molto a quella propria del burocrate, il quale, come ha sottolineato”
Karl Mannheim” è ossessivamente preoccupato della sicurezza e dell’esigenza di
evitare ogni sorta di rischio.
Diversamente:
L’uomo
nuovo cresciuto nell’epoca dello statalismo novecentesco teme ogni libertà di
iniziativa e ogni spazio di innovazione, convinto che soltanto ciò che è
prevedibile può essere compatibile con un ordine sociale liberato dalla paura”.
Dunque
preliminarmente si tratta di rompere questo cerchio vizioso.
Per
romperlo si tratta di fondare un canone che Miranda condensa in 5 punti.
Per la
precisione:
La
convinzione che esistano gerarchie naturali;
un
profondo pessimismo antropologico;
Una
totale avversione nei confronti della democrazia;
La
rivendicazione del dritto all’ exit.
Ovvero,
scrive Miranda, “la possibilità di lasciare lo Stato di cui si è cittadini per
fondare un’altra comunità o unirvisi.
L’ottimismo
verso la tecnologia.
Rispetto al canone della destra alternativa di
Bannon, i neo reazionari non sono cultori dell’entro-nazionalismo.
Secondo
aspetto.
Insistenza
sul fatto che contemporaneamente si esprime attraverso una politica di
decisione centralizzata, ma adottando una dinamica in cui la centralizzazione
non è il suo criterio intellettuale.
Anzi, all’opposto, la figura di Marvin Curtis,
figura strutturale non solo nelle
proposte ,ma anche nel funzionamento della seconda presidenza Trump (sua è
l’idea di creare DOGE, Department of Government Efficiency; sua la posizione
degli Stati Uniti rispetto alla guerra in Ucraina, suo il piano per Gaza; sua la tecnica di
presidenzializzazione del regime inaugurato da Trump) apre un nuovo fronte di
indagine che si traduce non più solo in ciò che promuove, ma negli effetti che
discendono da ciò che promuove.
La
conseguenza di una dimensione che in gran parte è decentrata, che si
accreditata presentandosi come contro-élite, ha come messaggio implicito tanto
la rimozione quanto lo smantellamento del sistema culturale che si è affermato
con i movimenti emancipativi della seconda metà del’900.
Risponde
a questa logica la battaglia contro il mondo delle università descritto come il
potere che impedisce di agire.
Ovvero lo smantellamento del sistema come
potere legittimato.
Questo
aspetto ci consente di capire che il confronto serrato tra amministrazione
Trump e mondo universitario americano non è né contingente, né occasionale,
bensì strutturale e riguarda una strategia ben precisa.
Che
non si esaurisce solo nel momento in cui finisce la protesta.
Terzo aspetto.
Il
pensiero neo reazionario non è solo Curtis e non è unico. Per esempio, in
alternativa a Curtis, si è espresso il filosofo “Nick Land” che conia il
termine di “Illuminismo oscuro” che Miranda usa come metafora per l’intera area
politica dei neo reazionari.
Land
muove da una rivendicazione libertaria come replica e risposta verticalmente
alternative alla filosofia economica e sociale del keynesismo.
Ma soprattutto Land invoca una critica
radicale e virulenta della democrazia.
La
democrazia per Nick Land non è un semplice regime politico, ma un’ideologia
egualitaria che sin basa sull’espansione dello Stato frenando in tal modo lo
sviluppo del capitalismo.
Per questo è da eliminare.
A
differenza di Curtis, Land non auspica un governo stabile, ma la liberazione da
ciò che chiama «freni morali» in modo da dare libero sfogo al processo di
tecnologizzazione.
Ciò
che lo affascina è la sfida di pensare domani come libero da vincoli, in una
dimensione estrema di voglia di futuro che non è «ritorno all’ordine», ma il
suo contrario.
Una
rottura del modello classico capitalistico che si ritrova anche in altri
pensatori del neo reazionarismo:
da Sandrelli
che teorizza la necessità di recuperare una centralità della bianchitine contro
l’uso delle ideologie egualitarie che hanno, attraverso la cultura
dell’inclusione e dell’emancipazione, la fondazione di una società di
mediocri, a Costi Alamari (più noto con
lo pseudonimo Bronzeo Age Perverta) sostenitore della necessità di una nuova
civiltà fondata sull’azione dell’orda
espressa da un governo militare che sia il risultato di un profilo di
rigenerazione universale, in cui è profonda l’influenza del pensiero di Julius
Evola, in particolare il suo Rivolta contro il mondo moderno).
Una
dimensione, conclude Miranda in cui il fenomeno illiberale testimonia di un
progetto di egemonia culturale che non si limita al agli Stati Uniti che indica
un tratto molto più vasto, diffuso e profondo: il profilo di una cultura e di
un progetto illiberale come codice di questo nostro tempo, o meglio come
progetto utopico per il terzo millennio.
Come rispondere?
Se la
replica non è adottare lo stesso linguaggio, ma rovesciare la logica, allora
una risorsa è in ciò che suggeriva molto tempo fa Albert Camus, in un testo dal
titolo” Réflexions sur une democrazia sans catechismo”.
Scrive
Camus nelle prime righe di esordio: “La democrazia è l’esercizio sociale e
politico della modestia”.
E poi
aggiunge:
“Il
reazionario dell’Ancien Régime sosteneva che la ragione non avrebbe risolto
nulla.
Il reazionario del nuovo regime pensa che la
ragione risolverà tutto.
Il
vero democratico crede che la ragione possa far luce su moltissimi problemi e
risolverne quasi altrettanti.
Tuttavia, egli non crede che essa regni, quale
sovrana assoluta, sull’intero mondo.
Ne consegue che il democratico è modesto.
Egli
ammette una certa dose di ignoranza, riconoscendo la natura in parte
sperimentale della propria iniziativa e il fatto di non possedere tutte le
risposte.
Sulla
base di tale ammissione, riconosce la necessità di consultare gli altri e di
integrare le proprie conoscenze con le loro.
Considera
la propria autorità come derivante esclusivamente da un mandato conferito da
altri e soggetta al loro costante consenso. Qualunque decisione sia chiamato ad
assumere, accetta che le persone coinvolte possano valutare la questione in
modo diverso ed esprimere le proprie opinioni al riguardo”.
Tirare
le conseguenze di questa riflessione implica avere consapevolezza che il
democratico deve essere responsabile; deve affrontare i problemi, non lasciare
che si consolidino; fare le riforme, realizzare ll compromesso sociale, ridurre
le ineguaglianze quando ancora si ha tempo davanti. Non fare la politica del
comodo. Soprattutto delegittimare di autorevolezza politica gli apprendisti
stregoni.
Quante
di queste necessità noi democratici abbiamo affrontato con radicalità e con
realismo negli ultimi 30 anni?
Se la
risposta, come penso, è negativa, allora per molti questa sembrerà una
strategia inefficace.
Si
tratta di costruire una ipotesi di resistenza e sapere che la battaglia sarà
lunga. Molto lunga.
In
ogni caso non ci sono soluzioni prêt-à-porter.
Stati
Uniti.
Dietro
l’odio spesso c’è desiderio di giustizia.
Lucysullacultura.com - Valerio Magrelli – (22
Aprile 2026) – Redazione – ci dice:
Magrelli
Cover – Odio.
(lucysullacultura.com/dietro-lodio-spesso-ce-desiderio-di-giustizia).
L’odio
è di solito associato a pulsioni negative a autodistruttive. Non si deve
sottovalutare però un altro aspetto di questo sentimento:
il
disperato tentativo di giustizia che, almeno in certi casi, lo alimenta.
Ho
accettato con gioia, anzi, con entusiasmo la proposta di un intervento sul
concetto di odio.
Appena
messa a fuoco la questione, il primo “Io” a scattare in testa, naturalmente, è
stato lo studente che mi accompagna ormai da una settantina d’anni.
Basta
buttargli un osso e lui impazzisce.
Tempo
dieci minuti, aveva già trovato un paio di piste etimologiche, la prima delle
quali, in effetti ghiottissima, spiegava la radice comune delle parole “odio” e
“noia ”…
Strano,
le avrei dette agli antipodi, forse perché a odiare non ci si stanca mai!
Invece sono parenti.
Ad ogni modo, sono riuscito a bloccarlo,
questo mio “Io” erudito, prima che mi tirasse giù tutti i volumi del Grande
Dizionario Battaglia.
No,
non è per una tesi, gli ho spiegato paziente, ma per qualcosa di profondamente
diverso.
Al
che, mentre lui tornava a cuccia mortificato e con la coda tra le gambe, è
balzato su il secondo “Io”, completamente diverso dal precedente:
quello un secchione, questo uno squilibrato,
là un erudito, qui un forsennato, uno a studiare l’evoluzione linguistica,
l’altro a cercare la rissa.
È
stato un attimo e, proprio come “Leporello” nel Don Giovanni, ha cominciato a
ripassare il catalogo, nome per nome, di tutti quelli che vorrebbe (e io con
lui) veder marcire nelle segrete di abominevoli castelli, incatenati a pietre
secolari.
Pur apprezzando la sua disponibilità, ho
dovuto convincerlo a desistere: non volevo un lavoro accademico, certo, ma
nemmeno un travaso di bile.
Se ne
è andato blaterando. E allora?
Anche
se involontarie, le due reazioni mi hanno aiutato a capire la mia posizione,
posizione, avevo scordato di dirlo, di massimo esperto d’odio tra i viventi.
Sia chiaro da subito:
c’è
poco da vantarsi, perché l’odio è un sentimento autodistruttivo.
E qui devo citare “Andrea Inglese,” che nelle
prose di Prati ha dichiarato:
“Parlo
alla prima persona, in quanto chi è molto povero come me, un intermediario,
ossia la terza persona, non può permettersela”.
Intendo dunque esaminare l’odio in prima
persona, per testimoniare di una lesione e, magari, provare a capirla.
L’odio come lo intendo, è una mancanza, un
difetto, una mutilazione con cui si esprime la forza disperata e straziante di
chi cerca di ristabilire una qualsiasi giustizia.
Per
quanto riguarda me, un soggetto cresciuto nel catechismo, la radice dell’odio è
apertamente teologica e ha come oggetto quanto di più offensivo Cristo ha
potuto ideare: la figura del figliol prodigo.
Sento
ancora i pianti del bambino che strilla: “Non è giusto, però!” Che tenerezza,
quello sconsolato “però”; ci vorrebbe un volume per spiegarlo.
È la protesta di una persona che vede cambiare
le carte in tavola, osserva trionfare l’ingiustizia, e resta sbalordita
dall’impudenza dell’interlocutore:
“Ma
prima avevamo stabilito un’altra cosa, però”.
Riassumendo,
la parabola (Luca 15,11-32) parla del figlio maggiore, sempre rimasto fedele
accanto ai genitori, che dopo anni vede tornare il proprio fratello sventato e
scialacquatore. La calorosa accoglienza del padre
verso l’ultimo arrivato fa sentire al primogenito una netta disparità di
trattamento, una evidente mancanza di riconoscimento per i suoi sacrifici.
Come
negare un senso di prevaricazione?
Io,
perlomeno, l’ho subito avvertito, come pure ascoltando l’altrettanto sciagurata
parabola dei lavoratori della vigna (Matteo 20,1-16), in cui il padrone decide
di dare lo stesso salario sia a chi fatica fin dall’alba, sia a chi ha
cominciato nel tardo pomeriggio.
Qui,
indignazione sindacale.
Non sono più cattolico, per cui vi risparmio
le cervellotiche interpretazioni parrocchiali, ma i due racconti mi servono per
spiegare lo stretto nesso tra odio e iniquità, perché odio significa rancore
che fermenta nel tempo.
L’odio ha le sue annate, e forse per questo
Baudelaire lo associò all’immagine delle botti di vino e degli ubriachi in una
poesia che ha proprio questo titolo.
L’odio
matura, invecchia, si distilla, liquore dei deboli, sollievo degli ultimi, non
dei fighetti di Cristo, non dei prodighi figli di papà, non degli operai
scansafatiche.
Magrelli
2.
E non
è tutto: infatti, per un’ulteriore forma di ingiustizia, a soffrire, non chi è
odiato, bensì chi odia.
Pensavo
fosse di Shakespeare, invece non è così; la frase, comunque acuta, afferma che
odiare è come bere veleno sperando che qualcun altro muoia (chi sarà stato
l’autore?).
Lo ammetto, tendo a giustificare questo
sentimento perché, ai miei occhi, non ha nulla a che fare con la malvagità.
Prova
ne sia che il boia ride e il carnefice sorride, perché in loro non c’è alcuno
spazio per l’odio.
Chi
odia, invece, reagisce ad un sopruso, anzi NON reagisce, e proprio da questa
sua in-azione nasce e cresce l’odio.
Per
come la intendo io, insomma, l’odio è come l’elemosina per un questuante.
È
debolezza truccata da spavalderia, è il sosia della forza, è impotenza allo
stato puro, e soprattutto consiste nella coscienza della propria impotenza.
Ha
addirittura una sua specifica forma verbale, cioè il congiuntivo, ben diverso
dal futuro del predatore.
Quest’ultimo dice: “Quando ti prenderò…” Colui
che è affetto dall’odio, viceversa, può soltanto imprecare: “Se ti potessi
prendere…”
E la
crudezza delle pene immaginarie che augura al colpevole aumenta in modo
inversamente proporzionale alla possibilità di tradurle in pratica.
Davanti
a me, un’auto compie una conversione a U. Ho uno sbocco di sangue, “Ah, se
potessi prenderti…”
E poi? Poi niente, poi la solita rassegnazione
del “Che ci vuoi fare?”, anzi del “Che ci puoi fare?” Niente, non ci puoi fare
niente. Rassegnati.
Non ti
resta che rimboccare le cisterne dell’odio, e berne di tanto in tanto, così da
avvelenarti al posto della carogna che non pagherà mai i propri peccati.
Un
amico mi ha segnalato una poesia di Wislawa Szymborska su questo stesso
oggetto, ma non mi ha affatto convinto.
Continuo
perciò a insistere su questo punto:
così
come lo intendo io, secondo quanto ho cercato di spiegare fin qui, l’odio è una
passione tale da suscitare tenerezza. Confina con le lacrime.
Non
bisogna interpretarlo come una forma di aggressività, perché rappresenta
piuttosto la lingua dell’aggredito, una lingua destinata a restare tragicamente
muta, senza ascolto.
I conquistadores spagnoli non hanno mai odiato
le popolazioni indigene che sterminarono; erano queste a odiarli, purtroppo
inutilmente.
L’odio
è inutile, non troverà mai sbocco, tranne in qualche felice e perciò rarissimo
momento storico – penso a quella Rivoluzione Francese da cui è nata la nostra
civiltà laica e democratica.
L’odio esprime tutta la sofferenza dei
sottomessi, degli oppressi, in un mondo il cui dio, non dimentichiamolo mai,
protegge solamente il figliol prodigo.
(Valerio
Magrelli).
Politica.
Matilde
Siracusano: “Vannacci? Gli slogan non risolvono i problemi. Ora una legge
contro l’odio sul web.”
Lidentita.it
- Laura Tecce – (1° Luglio 2026) – Redazione – ci dice:
Rivendica
la linea del governo sulla politica estera, esclude elezioni anticipate e
rilancia la necessità di una legge contro l’”hate speech”.
La
sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento, Matilde Siracusano, affronta i
principali dossier politici:
dalla
geopolitica alla legge elettorale, fino alla giustizia e ai social.
Sottosegretaria,
in un quadro internazionale sempre più instabile, qual è oggi la priorità
dell’Italia?
“La
priorità è non correre il rischio di indebolire l’Occidente.
Al di là delle posizioni del presidente Trump,
sarebbe un grave errore mettere in discussione il rapporto con gli Stati Uniti.
Il
governo italiano ha mantenuto una linea seria e autorevole, rafforzando
l’Alleanza Atlantica e dimostrando, quando è stato necessario, anche autonomia
nelle proprie scelte.
La credibilità internazionale dell’Italia oggi
è riconosciuta”.
C’è
chi continua a ipotizzare elezioni anticipate. È uno scenario realistico?
“No.
Il presidente Meloni è stato coerente fin dall’inizio:
ha
sempre detto che la legislatura sarebbe arrivata a scadenza e così sarà.
Ci
attende una legge di Bilancio importante.
In questi anni abbiamo rimesso in ordine i
conti pubblici, nonostante la crisi energetica e il difficile contesto
internazionale, smentendo chi prevedeva il contrario.
Lo
shock fiscale che avevamo immaginato non è stato ancora possibile realizzarlo,
ma la direzione è quella:
ridurre
la pressione fiscale.
Grazie
alla stabilità raggiunta potremo consolidare le misure già adottate, dal taglio
del cuneo alla riforma dell’Irpef, e continuare a sostenere famiglie e imprese”.
Continua
a far discutere la crescita di Roberto Vannacci. La preoccupa?
No,
perché non credo che questo consenso sia destinato a durare. Vannacci occupa
uno spazio politico, ma non ha un’offerta programmatica.
È
facile soffiare sul fuoco della rabbia e del populismo;
molto più difficile è governare, dare risposte
concrete.
L’immigrazione,
ad esempio, è un tema serio:
va
contrastata quella irregolare, accelerando i rimpatri, ma bisogna anche
governare i flussi regolari e favorire l’integrazione di chi viene in Italia
per lavorare e rispettare le regole.
Le questioni si affrontano con il buon senso,
non con gli slogan”.
Però
proprio su sicurezza e immigrazione una parte dell’elettorato di centrodestra
ritiene che il governo abbia fatto meno di quanto promesso…
“Non
condivido questa lettura. Il governo ha fatto il massimo e continuerà a fare la
sua parte.
Ripeto: i flussi vanno governati, anche perché
ci sono settori in cui le imprese non trovano più manodopera.
La
sfida è proprio questa:
coniugare
il contrasto all’immigrazione irregolare con un modello di integrazione
efficace per chi contribuisce alla crescita del Paese.
Da
siciliana conosco bene anche le difficoltà del Sud, dove esistono realtà come
il caporalato e lo sfruttamento degli immigrati regolari, che richiedono
risposte concrete.
Il
governo ha intrapreso la strada giusta: serve tempo per costruire un modello
efficace, ma i dati del Ministero dell’Interno, rispetto al passato, sono
incoraggianti.
Il
resto mi sembra soprattutto una narrazione propagandistica”.
Sulla
legge elettorale avete trovato una quadra, ma resta ancora da sciogliere il
nodo delle preferenze…
“Potrebbero
esserci ancora emendamenti e ci sarà tutto il tempo per discutere eventuali
correzioni. Sul tema delle preferenze vedo un po’ di ipocrisia: c’è chi le
sostiene a fasi alterne.
Personalmente
credo che un sistema basato sulle preferenze rischi di penalizzare una parte
importante della società civile – penso a professori universitari, scienziati e
professionisti – che difficilmente potrebbero competere sul piano del consenso
personale. Si può ragionare su un sistema misto.
La
vera priorità, però, è un’altra: garantire governabilità e stabilità.
Il
sistema elettorale non è un tema lontano dai cittadini, perché chi vota vuole
sapere con certezza chi governerà il giorno dopo le elezioni. In questi anni
abbiamo visto quanto la stabilità politica abbia anche un valore economico”.
Lei ha
denunciato pubblicamente gli insulti e i commenti sessisti che riceve sui
social. La politica è ancora in ritardo nel contrastare l’hate speech?
“Il
fenomeno sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti.
Ne è
la dimostrazione l’ultima ondata di odio social che ha investito la ministra
Roccella, a cui va tutta la mia solidarietà. Quel video era nato anche con un
po’ di ironia: volevo ridicolizzare gli “haters” che si nascondono dietro
l’anonimato. Io ho le spalle larghe, ma tante ragazze vivono quegli attacchi in
modo drammatico, fino a casi di depressione.
Per
questo credo che sia arrivato il momento di intervenire. Stiamo lavorando a un
testo che possa raccogliere la più ampia convergenza parlamentare e che sia
realmente efficace, affrontando anche il nodo dell’anonimato sul web.
Mi
auguro che su un tema come quello dell’odio on line si riesca ad andare oltre
le appartenenze politiche.
Parallelamente serve una riflessione sull’uso
dei social da parte dei minori. Il digitale è parte della nostra vita e non
possiamo pensare di tornare indietro, ma è necessario introdurre regole più
chiare e tutelare i ragazzi più fragili.
È una
responsabilità che riguarda la politica, ma anche le famiglie. È una battaglia
che considero prioritaria”.
A
proposito di nuovi mezzi di comunicazione, anche la politica oggi corre alla
velocità dei social. È necessario adeguare il linguaggio e il proprio modo di
comunicare?
“È
obbligato a farlo. Oggi bisogna saper tradurre temi complessi in messaggi
semplici, essere diretti e parlare a tutti, soprattutto ai più giovani che si
informano prevalentemente attraverso i social. Ma questo non significa
banalizzare i contenuti.
La comunicazione è un lavoro e improvvisare
raramente funziona: anche la politica dovrebbe affidarsi di più a
professionisti del settore. Oggi saper spiegare bene ciò che si fa è importante
quasi quanto farlo”.
C’è un
tema che le sta particolarmente a cuore e che vorrebbe vedere realizzato
nell’ultimo anno di legislatura?
“Mi
piacerebbe almeno avviare il confronto sulla responsabilità dei magistrati. È
un principio di civiltà: chi sbaglia deve rispondere dei propri errori, come
accade per qualsiasi altro professionista, naturalmente senza intaccare in
alcun modo l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.
Ho
vissuto personalmente, nella mia famiglia, vicende che mi hanno resa
particolarmente sensibile a questo tema. Quando un innocente finisce in carcere
per un errore o, peggio, per dolo, la sua vita e quella dei suoi familiari
vengono devastate.
Per
questo Forza Italia continua a portare avanti la battaglia garantista.
Il ministro Nordio ha già introdotto
importanti correttivi ma c’è ancora molto da fare.
Anche
sul referendum per la separazione delle carriere abbiamo pagato un deficit di
comunicazione:
nell’era dei social bisogna saper spiegare
riforme complesse con un linguaggio semplice, altrimenti prevalgono la
disinformazione e gli slogan”.
È nato
l’Intellettuale artificiale.
Marcelloveneziani.com
- Marcello Veneziani – (02 Luglio 2026) – ci dice:
Ogni
santo giorno i giornali e la tv si fermano davanti all’edicola votiva per
venerare l’Intelligenza Artificiale e i suoi prodigi.
O, se atei o credenti in altre religioni, per
tirare il freno d’emergenza o suonare il campanello d’allarme, sulla nuova
divinità mostruosa che s’impone al culto.
In
fondo monstrum conserva tutta la sua ambiguità perché significa sia prodigio
eccezionale che orrenda bestia.
Non c’è santo giorno che all’edicola votiva
non si celebri un rito, una messa, non si lasci un dono in offerta o un ex voto
a devozione. Convengono da ogni parte per l’adorazione dei Re Magi, perché di
sovranità si tratta e pure di magia.
Rifugio di ogni demenza naturale o snaturata,
invocazione di ogni perizia tecnologica o traviata, l’Intelligenza Artificiale
domina ormai incontrastata il panorama mondiale e produce svariate protesi in
tutti i campi, dalla politica alla difesa, dalla sanità all’avvocatura,
dall’industria alla pubblica amministrazione, dalla campagna alla bottega.
Tutto è passato sotto il controllo e il
dominio dell’IA, questa sigla che un tempo era il raglio dell’asino e oggi è
invece qualcosa che si pronuncia come il “Si” tedesco al mondo nuovo.
In ogni mestiere, professione o lavoro
individuale e collettivo, c’è ormai la zampa meccanica dell’Intelligenza
Artificiale.
Ma nessuno aveva finora usato per pudore
l’Intelligenza Artificiale per indicare una figura che sfugge a ogni precisa
classificazione e resta volutamente amorfa e polimorfa, nel limbo di un sapere
indefinito e generale e di un lavoro misterioso che sconfina nel non lavoro.
Ma
alla fine bisogna avere il coraggio di annunciarlo:
sta nascendo l’Intellettuale Artificiale.
Figura
nuova, assolutamente inedita, che mette fine, una volta per tutte, alle annose
controversie intorno al ruolo, alla collocazione e al compito degli
intellettuali.
L’intellettuale apparve alla fine
dell’ottocento ma era già in funzione nel settecento con le società di pensiero
illuministe.
Il battesimo avvenne in Francia e si
accompagnò a due fattori:
l’avvento
della modernità e il primato delle ideologie.
Poi la definizione di Intellettuale diventò
retroattiva e si applicò perfino all’antichità e diventò estensiva e si applicò
a ogni genere d’artista o di studioso.
Nacque
con una contraddizione intrinseca che fu il suo peccato originale e infine la
sua condanna:
pur
evocando l’intelletto, l’attività di pensiero e dunque il primato delle idee
sulla realtà, l’intellettuale nasce nel tempo in cui il pensiero per essere
valido deve farsi azione, la teoria deve farsi prassi, la filosofia deve
versarsi nella storia e nella politica.
Quindi
il povero intellettuale portava già dalla nascita il dispositivo della sua
condanna alla dismissione:
se è l’azione a determinare il pensiero e a
decidere tutto, allora l’attività intellettuale è superflua, e prima o poi
verrà superata dalla tecnologia e dalle altre pratiche di vita che rendono
inutile il pensiero. L’Intellettuale accettò la subordinazione delle idee alla
loro realizzazione e quindi della cultura alla politica;
ma poi
con il dominio della tecnica non c’era più bisogno nemmeno del supporto
ideologico fornito dall’Intellettuale.
E suonava un po’ ridicola la definizione
stessa di egemonia intellettuale o egemonia culturale, a lungo imperante per
tutto il novecento, una volta che è arrivata l’Intelligenza Artificiale.
Lo
notava ieri su La Verità un bizzarro uomo di scienza, come “Mariano Bizzarri”,
annunciando la nascita con la Rete dell’”Intellettuale Collettivo”;
non è
più il Partito ma il Web a far nascere sui social questa figura partorita dalla
Tecnica;
non è più l’Ideologia ma la Tecnologia con le
sue verità scientifiche il suo orizzonte di riferimento.
Così
si sono create le condizioni per la nascita dell’Intellettuale Artificiale:
che
non legge ma scarica, non pensa ma si collega, non vive su una nuvola, come
Aristofane sfotteva il filosofo Socrate, ma attinge il suo sapere dalla nuvola,
l’”I-Cloud” e poi la getta nella rete.
L’Intellettuale
Artificiale si insinua dappertutto, anzi è ormai pervasivo, dilagante.
Le idee non servono più, ma anche le passioni
ideali e civili sono reperti grotteschi di un’epoca primitiva che non si addice
al paesaggio social e tech e alle sue platee;
sono
però ammessi insulti e rancori, mentre non sono gradite riflessioni e pensieri
originali.
Bisogna
essere nel trend, nel mainstream, altrimenti si esce dai circuiti.
L’Intellettuale Artificiale confeziona opere artificiali, romanzi, saggi, studi
farlocchi oppure installazioni, opere d’arte, inventiva.
La sua specialità è togliere contenuta e
ideali a ogni cosa, togliere significati e assumere solo funzioni e finzioni,
come si addice a un’era tecnologica assai spinta sul virtuale.
Nel
versante artistico il precursore dell’Intellettuale Artificiale fu Totò, in un
film del 1950, nelle vesti di artista moderno.
Il suo interlocutore gli confessava di non
capire la sua arte “Io non capisco che razza di arte è la tua. Astrattista,
Futurista, Esistenzialista?” E Totò rispondeva:
“La mia arte è Assenteista, cioè vale a dire
che alle mie opere manca sempre qualche cosa”.
E poi spiegava al sorpreso e disorientato
interlocutore:
”Vedi
questa?” “Cos’è?-
gli
diceva con gli occhi del buon senso comune l’amico- Un cippo funerario?”.
”Profano!
– lo apostrofava Totò – Questa è una madre con il bambino che piange.”
“E
dov’è la madre?” Gli obiettava l’amico.
“La madre è uscita- rispondeva Totò. Ecco
perché il bambino piange” “Sì, vabbè – rispondeva scettico l’amico – ma io non
vedo neanche il bambino”.
E Totò:
”Ma il bambino, sciocco, è corso dietro alla
madre” (da Totò cerca moglie).
Questo
si che è surrealismo puro.
Ecco l’arte assenteista, ma si potrebbe
estendere la definizione alla cultura assenteista, al pensiero assenteista;
ossia
l’assenza di contenuto e forma, l’assenza d’arte, di cultura e di pensiero.
L’Intellettuale
Artificiale è il luogotenente del Nulla e del Vuoto, non esprime idee,
bellezza, profondità, pensiero, capacità artistica o intellettuale.
Nativo
digitale, o digitale d’adozione, delega al dito il compito di pensare e di
creare.
Per la
mente attinge a quella artificiale.
Insomma,
tiratevi su, l’Intellettuale Organico non è finito, come pensavate, è stato
solo sostituito dall’Intellettuale Artificiale.
(La
Verità – 1° luglio 2026).
Quando
l'intelligenza artificiale si offusca.
Meer.com
– (21 giugno 2026) - Antonio Marturano – Redazione – ci dice:
Il
lato oscuro della rivoluzione dell'intelligenza.
Le
interruzioni che hanno colpito ChatGPT e Claude il 2 giugno 2026 hanno mostrato
una realtà spesso trascurata:
l'intelligenza artificiale non vive nel “cloud
astratto” delle nostre immaginazioni, ma dipende da infrastrutture materiali
estremamente fragili e costose.
La
mattina del 2 giugno 2026, milioni di utenti si sono ritrovati a fissare
messaggi di errore.
Claude
era fuori servizio.
Poche ore dopo, è toccato a ChatGPT.
I social media si sono riempiti del solito mix
di frustrazione, umorismo nero e teorie del complotto: attacchi hacker,
sabotaggi coordinati, guerra geopolitica.
La
verità, a quanto pare, era al tempo stesso più banale e più rivelatrice.
Nessun
avversario era responsabile.
Le
interruzioni erano, con ogni probabilità, il risultato di una domanda ordinaria
che aveva sopraffatto risorse fisiche limitate.
La
pagina di stato di “Anthropic” ha confermato “tassi di errore elevati su più
modelli”.
OpenAI
ha segnalato una “disponibilità ridotta”.
Due
incidenti distinti, a poche ore di distanza l’uno dall’altro, causati dalla
stessa condizione strutturale: troppi utenti, chip insufficienti.
Il
limite non è l’algoritmo. È la fisica del chip.
Questa
distinzione è estremamente importante.
Ci siamo abituati a pensare all’intelligenza
artificiale come a una specie di software — senza peso, infinitamente
riproducibile, governata dall’elegante logica della matematica.
Le interruzioni del 2 giugno hanno offerto una
correzione.
I
grandi modelli linguistici non sono software nel senso comune del termine.
Sono
infrastrutture industriali.
Prendiamo
in esame l’analogia che meglio illustra la situazione. All’inizio degli anni
Novanta, il “Progetto Genoma Umano” procedeva a un ritmo tale che il
completamento della sequenza sembrava ancora lontano decenni.
Ciò che cambiò non fu la scienza:
la
chimica del sequenziamento delle coppie di basi era già ben compresa.
Ciò
che cambiò fu l’introduzione dei sequenziatori automatici di Applied
Biosistema, le macchine sviluppate sotto la guida di Michael Hunkapiller.
Un
maggior numero di macchine, operanti in parallelo, significava un maggior
numero di sequenze al giorno.
Il
collo di bottiglia è sempre stato la capacità di elaborazione dell'hardware,
non l'intuizione intellettuale.
La
traiettoria dei grandi modelli linguistici segue una logica analoga.
L'architettura “Transformer”, introdotta nel fondamentale articolo del 2017
“Attention Is All You Need”, ha fornito la svolta concettuale.
Ma
GPT-3, GPT-4, Claude: questi non sono trionfi di una nuova idea. Sono trionfi
di scala.
Più
parametri, più dati di addestramento, più ore di GPU.
L’intelligenza,
per così dire, emerge da un calcolo su una scala che era fisicamente
impossibile un decennio fa.
Esiste,
tuttavia, una differenza fondamentale.
Il
genoma era un problema risolvibile una volta per tutte.
Bastava
sequenziare tre miliardi di coppie di basi una volta sola e il lavoro era
fatto.
L’inferenza
dei modelli linguistici è invece un processo perpetuo.
Ogni
domanda posta a Claude, ogni conversazione avviata con ChatGPT, richiede un
nuovo impiego di potenza di calcolo:
miliardi di operazioni in virgola mobile,
eseguite in millisecondi, su chip che costano decine di migliaia di dollari
l’uno e che non possono essere prodotti abbastanza velocemente da soddisfare la
domanda.
La
dipendenza dall'hardware non è transitoria.
È
costitutiva.
Le
implicazioni si ramificano in direzioni che dovrebbero preoccupare chiunque
rifletta seriamente sul futuro digitale.
Si
considerino gli accordi infrastrutturali che nel 2026 hanno silenziosamente
rimodellato il panorama dell'IA.
Amazon ha stanziato fino a 5 miliardi di
dollari in investimenti aggiuntivi in “Anthropic”, assicurandosi gigawatt di
capacità di calcolo. 250 miliardi di dollari:
(l'impegno di spesa incrementale di OpenAI su
Azure (accordo di ottobre 2025/aprile 2026)).
Google sta potenziando la capacità delle TPU
su scala industriale.
Non si
tratta di investimenti tecnologici nel senso convenzionale del termine.
Sono più simili alla costruzione di centrali
elettriche o alla posa di binari ferroviari: quel tipo di infrastrutture ad
alta intensità di capitale che, una volta realizzate, determinano le
possibilità di tutto ciò che vi si basa.
L’infrastruttura
dell’IA sta diventando una catena di approvvigionamento industriale, non solo
un acquisto di servizi cloud.
Il
filosofo che è in me è colpito da ciò che questo comporta per l’etica dell’era
digitale.
Abbiamo
trascorso anni a discutere dei pregiudizi algoritmici codificati nei dati di
addestramento, dell’opacità delle decisioni prese da sistemi a scatola nera,
degli enigmi filosofici della coscienza artificiale.
Queste rimangono questioni importanti.
Ma le
interruzioni del 2 giugno mettono in luce una preoccupazione più concreta e, di
conseguenza, conferiscono ulteriore peso alle argomentazioni dell’”enciclica
Magnifica Humanitas” di Leone XIV:
chi
controlla i chip controlla l’intelligenza. E i chip, a quanto pare, sono
concentrati nelle mani di pochissimi.
“Perplexity”
è rimasto disponibile per tutta la mattinata.
Non perché sia più intelligente o meglio
protetto dagli attacchi.
Ma
perché si avvale di un'infrastruttura diversa, serve un numero minore di utenti
e non aveva ancora esaurito la sua quota.
La resilienza di un servizio di IA è, in
fondo, una funzione della sua posizione nella catena di approvvigionamento
globale dei semiconduttori.
Questa
è la scomoda verità che il dibattito sull’intelligenza artificiale ha tardato
ad assimilare.
La rivoluzione dell’intelligenza è anche, e
forse soprattutto, una rivoluzione industriale — una rivoluzione che non si
misura in idee, ma in gigawatt, nella resa dei chip, nella geopolitica dei
minerali delle terre rare e nei programmi di produzione di TSMC.
Le
interruzioni di servizio di una singola mattina di giugno l’hanno resa
visibile, per un breve istante, prima che i server tornassero online e la
conversazione passasse ad altro.
Sarebbe
un errore lasciar passare la cosa senza commentarla.
Nota:
la struttura e alcune formulazioni sono state sviluppate con l'aiuto di
un'intelligenza artificiale (Claude), ma i contenuti sono miei.
(Antonio
Marturano).
intelligenza
artificiale.
L’intelligenza
artificiale entra in fabbrica: ecco i primi casi d’uso dell’ecosistema forgIA.
Innovationpost.it
– (25 giugno 2026) – Michelle Crisantemi – Intelligenza Artificiale -Redazione
– ci dice:
Tecnologie-
Automazione industriale.
L’ecosistema
“forgIA”, nato dalla sinergia tra Assolombarda e Politecnico di Milano,
accelera l’adozione dell’AI nella manifattura attraverso i primi casi d’uso
concreti.
I
progetti pilota ottimizzano logistica, supply chain ed energia, dimostrando
come la condivisione sicura dei dati possa incrementare la produttività delle
PMI.
Riassumi
questo articolo.
Approfondisci
con altre fonti.
L’adozione
dell’intelligenza artificiale nel settore manifatturiero rappresenta una
transizione cruciale per incrementare la competitività industriale e favorire
nuovi modelli di cooperazione tra il mondo della ricerca, le istituzioni e il
tessuto imprenditoriale.
Il
divario tecnologico tra le grandi organizzazioni e le piccole e medie imprese
rimane tuttavia profondo: se la quasi totalità delle grandi aziende ha già
integrato soluzioni basate sull’algoritmo, la quota scende drasticamente sotto
il dieci per cento quando si analizzano le realtà di minori dimensioni.
Per
colmare questa distanza, l‘”ecosistema forgIA” si propone di trasformare la
gestione sicura e la condivisione dei dati in un vantaggio operativo tangibile,
fornendo alle imprese gli strumenti necessari per risolvere problematiche
concrete legate alla produzione.
I
primi progetti pilota sviluppati sul territorio dimostrano come l’applicazione
dell’AI possa ottimizzare dinamiche complesse che spaziano dalla logistica alla
gestione energetica.
“L’Intelligenza
Artificiale sarà per questa generazione di imprese ciò che l’elettricità è
stata per l’industria del Novecento”, commenta “Alvise Biffi”, presidente di
Assolombarda, evidenziando l’obiettivo di stimolare un incremento della
produttività del dieci per cento per le piccole e medie imprese locali.
La
tutela degli asset digitali resta centrale nell’infrastruttura.
“Con forgIA stiamo costruendo l’infrastruttura
di fiducia necessaria che permette alle aziende di condividere asset digitali,
sviluppare casi d’uso concreti e accelerare l’adozione dell’IA mantenendo pieno
controllo sui propri dati”, spiega” Stefano Venturi”, special advisor
intelligenza artificiale e transizione digitale Assolombarda.
Indice
degli argomenti:
Ottimizzazione
della supply chain e logistica integrata.
Sostenibilità
energetica e sicurezza dei dati distribuiti.
Ottimizzazione
della supply chain e logistica integrata.
Il
primo ambito di applicazione riguarda l’integrazione dei flussi di magazzino,
un fattore determinante per superare le inefficienze legate alla frammentazione
delle informazioni lungo la filiera.
Nel
progetto sviluppato per Hydro service, la tecnologia consente la condivisione
controllata dei dati relativi alle giacenze tra diverse aziende partner.
Questo
approccio permette un reperimento più rapido della componentistica e una
migliore allocazione della capacità di stoccaggio, riducendo sensibilmente le
scorte rimaste inutilizzate e accelerando i tempi di risposta verso il mercato
di riferimento.
Un
secondo scenario applicativo è focalizzato sulla gestione delle attività
successive all’ordine, il cosiddetto “post-roder management”.
Attraverso
la soluzione implementata per “Maire”, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale
permette il monitoraggio in tempo reale dello stato degli ordini lungo l’intera
catena di fornitura.
L’automazione
di questo processo consente di perfezionare la pianificazione industriale e di
abbattere i ritardi fisiologici dovuti a flussi comunicativi tradizionali non
integrati, spesso ancora vincolati all’uso di e-mail o telefonate.
Sostenibilità
energetica e sicurezza dei dati distribuiti.
Il
monitoraggio ambientale e l’efficientamento dei consumi costituiscono un altro
pilastro centrale dei casi d’uso industriali.
La
collaborazione con” Età” ha portato alla definizione di una soluzione capace di
sfruttare i dati di funzionamento per misurare in modo oggettivo l’impatto
reale degli interventi di efficientamento energetico nella refrigerazione
commerciale.
La
disponibilità di metriche precise e certificate agevola la rendicontazione dei
parametri ESG, semplifica l’accesso ai canali di finanziamento dedicati e
garantisce il controllo costante delle performance sul piano della
sostenibilità ambientale.
Sul
fronte della tutela delle informazioni sensibili e dei dati industriali
critici, l’ecosistema ha valorizzato l’esperienza maturata nel contesto del
progetto Ippocrate insieme a Bracco, introducendo logiche di “federate learning”.
Questa
metodologia avanzata consente a organizzazioni differenti e indipendenti di
addestrare i modelli di intelligenza artificiale sfruttando informazioni
distribuite sui rispettivi server, senza la necessità di trasferire o
condividere la base dati originaria.
In
questo modo, l’architettura tutela rigorosamente la proprietà intellettuale di
ciascun partecipante, preservando la privacy e garantendo la piena conformità
con i requisiti normativi vigenti.
(Michelle
Crisantemi).
IN
PRIMO PIANO.
Costruire
egemonia nell’età dell’algoritmo.
Volerelaluna.it
– (02-07-2026) - Francesco Coniglione – Redazione – ci dice:
L’egemonia,
ho argomentato altrove sulla scorta di quanto sostenuto da Gramsci, non è la
conseguenza meccanica di una tecnica di conquista degli apparati.
È qualcosa di più profondo e più raro:
la
capacità di rendere naturale un linguaggio, familiare una visione del mondo,
spontaneo un certo modo di pensare.
Non
dimora dove si firma una nomina, ma dove una società impara, quasi senza
accorgersene, a pensare con le tue parole.
La
scena in cui l’egemonia si produce è oggi radicalmente cambiata.
La vecchia egemonia culturale – quella che in
Italia ebbe una forte centralità comunista – si fondava su un ecosistema
relativamente stabile:
giornali,
riviste, case editrici, scuole di partito, sezioni, case del popolo, sindacati,
università, premi letterari, teatri, festival.
Era un
mondo fatto di luoghi, tempi, rituali, appartenenze.
Le idee non circolavano nel vuoto: avevano
binari, stazioni, interpreti, comunità riceventi.
E
quell’egemonia era anche un sistema di riconoscimento: attirava gli
intellettuali perché offriva loro ciò che il pensatore desidera quasi quanto la
verità, e talvolta più della verità:
un
pubblico.
L’intellettuale
non teme solo di essere confutato; teme molto di più di non essere ascoltato.
Essere
ignorato significa precipitare nella morte civile del pensiero.
Oggi
quella scena si è frantumata.
I giornali pesano meno, le riviste faticano a
costruire continuità, i libri conservano prestigio ma perdono centralità nella
formazione quotidiana dell’opinione.
Al
loro posto è sorto un ambiente più vasto e instabile: social media, piattaforme
video, podcast, newsletter, canali Telegram, motori di raccomandazione, nicchie
culturali.
Non si
è semplicemente sostituito un mezzo con un altro:
è cambiata la struttura cognitiva dello spazio
pubblico. McLuhan lo aveva intuito con la formula “the medium is the message”:
il
mezzo non trasporta soltanto contenuti, ma modifica la forma stessa
dell’esperienza.
Oggi
discutiamo i singoli messaggi, ma troppo poco l’architettura che decide quali
messaggi appariranno, a chi, con quale intensità e per quanto tempo.
Il
pubblico si è scomposto in ambienti cognitivi parzialmente impermeabili.
Ogni
nicchia ha i propri autori, miti, nemici, linguaggi, fatti, indignazioni.
Non esiste più soltanto il pluralismo delle
opinioni; esiste la frammentazione delle realtà.
Il problema non è che gli individui pensino
cose diverse, questo è il sale della democrazia.
Il problema è che spesso non abitano più lo
stesso mondo informativo.
In
questo scenario, l’egemonia non può più essere pensata come controllo del
giornale, della casa editrice, della rivista o del festival.
Sarebbe
come voler comandare il traffico aereo disponendo meglio le carrozze di una
stazione ferroviaria.
Oggi
l’egemonia passa attraverso visibilità, raccomandazione algoritmica,
costruzione di comunità, continuità narrativa, qualità dei contenuti,
intelligenza della forma.
Una
frase che non diventa condivisibile, commentabile, rilanciabile, rischia di
restare una bella frase morta.
Ma
questo non significa che l’egemonia debba ridursi a slogan, meme, manipolazione
emotiva.
La questione è un’altra: come costruire
pensiero lungo dentro ambienti brevi?
Come
produrre continuità dentro piattaforme progettate per l’interruzione?
Come
fare in modo che l’intelligenza artificiale non diventi macchina
dell’appiattimento, ma strumento di elaborazione collettiva?
Non
basta esorcizzare l’intelligenza artificiale né denunciarla come artificio del
capitale.
Quando
una forza storica esiste, la politica non può limitarsi a maledirla:
deve
comprenderla, organizzarla, piegarla a un progetto. La stampa fu propaganda, ma
anche Illuminismo; la radio fu totalitarismo, ma anche pedagogia democratica;
la televisione fu omologazione, ma anche alfabetizzazione di massa.
L’intelligenza
artificiale potrà essere dominio o emancipazione a seconda di chi la possiede,
di come è progettata, dei fini che serve.
Mario
Sommella, in Cyber-fascismo.
Anatomia
di un dominio invisibile, ha colto con precisione il nodo: una parte crescente
del patrimonio comune della conoscenza – la “biblioteca della specie” – è ormai
custodita, filtrata e amministrata da pochi oligopoli cognitivi.
Da qui
discende una conseguenza politica decisiva:
nell’età
dell’algoritmo non basta più produrre idee; occorre costruire le condizioni
della loro visibilità, della loro durata e della loro trasmissione.
Una
nuova egemonia, nell’età dell’intelligenza artificiale, dovrebbe saper fare
almeno tre cose.
La
prima: ricostruire una scena per gli
intellettuali. Non basta dire loro: scrivete, intervenite, partecipate. Bisogna
offrire un ambiente in cui la loro parola circoli, venga valorizzata, discussa,
trasformata in influenza.
L’intellettuale
contemporaneo può pubblicare ogni giorno, ma scomparire dopo pochi minuti nel
flusso; può avere accesso a un pubblico potenziale immenso, ma essere divorato
dall’algoritmo dell’irrilevanza.
Una
forza politica o culturale che voglia costruire egemonia dovrebbe creare reti
editoriali digitali, piattaforme di discussione, archivi intelligenti, comunità
di lettura: luoghi in cui il pensiero non sia soltanto postato, ma accolto e
rimesso in circolo.
La
seconda: usare l’intelligenza artificiale come
infrastruttura di elaborazione, non come surrogato del pensiero.
Essa può organizzare materiali, sintetizzare
dibattiti, tradurre testi, rendere accessibili contenuti complessi, generare
percorsi formativi, assistere gruppi di studio. Può diventare una nuova
tipografia cognitiva. Ma perché ciò accada, deve essere guidata da una cultura
forte. Altrimenti non produrrà egemonia; produrrà rumore ben impaginato.
L’intelligenza artificiale non sostituisce il pensiero dirigente: lo mette alla
prova. Dove c’è un pensiero forte, lo potenzia. Dove c’è il vuoto, lo rende più
rapido.
La
terza: sottrarre le infrastrutture cognitive
al monopolio privato.
Oggi
gran parte dello spazio pubblico digitale appartiene a soggetti privati che
possono modificare regole, oscurare contenuti, privilegiare certi formati,
estrarre dati, condizionare accessi.
Non c’è egemonia democratica se l’intero terreno della
battaglia culturale è presidiato da oligopoli che, in ogni momento, possono
cambiare serratura.
Qui la “mano pubblica” potrebbe ritrovare una
funzione storica nuova, non tornando allo statalismo caricaturale novecentesco,
che
confuse il controllo pubblico delle condizioni della libertà con la gestione
burocratica di ogni attività economica.
Nel
Novecento, la mano pubblica intervenne su ferrovie, energia, telecomunicazioni,
credito, scuola, sanità, perché certi ambiti non potevano essere lasciati alla
sola logica del profitto senza mutilare la cittadinanza.
Oggi
l’infrastruttura decisiva non è solo materiale: è cognitiva.
Riguarda
dati, reti, cloud, algoritmi, motori di ricerca, sistemi di intelligenza
artificiale, archivi digitali, piattaforme di deliberazione.
Se
questi spazi appartengono integralmente a monopoli privati, la democrazia resta
formalmente intatta ma sostanzialmente dimidiata.
Si
continua a votare, discutere, scegliere; ma dentro ambienti costruiti da altri,
secondo logiche non democratiche.
Il
nuovo Stato sociale dovrebbe dunque includere una dimensione cognitiva e
digitale:
non
solo pensioni, sanità, istruzione, sussidi, ma anche diritto all’accesso
informativo, diritto alla non manipolazione algoritmica, diritto alla
trasparenza dei sistemi decisionali automatizzati, diritto a piattaforme
pubbliche o cooperative, diritto a modelli di intelligenza artificiale aperti e
verificabili.
Una
piattaforma pubblica non deve dire cosa pensare; deve garantire che nessun
monopolio privato possa decidere, in modo opaco, cosa diventa visibile e cosa
scompare.
La libertà non nasce dall’assenza dello Stato quando
il vuoto è occupato dai monopoli:
nasce
da istituzioni capaci di impedire che il potere privato diventi sovrano senza
responsabilità.
L’egemonia,
dunque, non è viralità. Un contenuto virale può durare un giorno; un’egemonia dura
quando diventa grammatica.
La
sfida è trasformare l’energia volatile dei social media in sedimentazione
culturale: far sì che un post rimandi a un saggio, un video a una scuola, un
podcast a un gruppo di lettura, una polemica a una comunità stabile. La vecchia
egemonia aveva luoghi fisici; la nuova dovrà avere architetture ibride:
digitali e territoriali, algoritmiche e umane, veloci nella diffusione ma lente
nella formazione.
Non si
tratta di rimpiangere il mondo perduto del Partito comunista italiano, delle
riviste militanti e delle case del popolo. Quel mondo non tornerà.
Ma
occorre comprenderne il ruolo storico: dava linguaggio, appartenenza,
prestigio, continuità; offriva agli intellettuali una scena e al popolo un
lessico. Una nuova forza egemonica dovrà ereditarne il compito, reinventandone
le forme.
L’egemonia
non si costruisce soltanto con le idee giuste. Si costruisce rendendo quelle
idee abitabili.
Chi
lascerà il terreno digitale ai monopoli privati, agli apprendisti stregoni
della propaganda e ai mercanti dell’attenzione, avrà già perso.
Chi
saprà invece costruire in quel terreno una nuova infrastruttura pubblica del
sapere, della discussione e del riconoscimento, potrà forse dare una nuova
forma all’antica intuizione gramsciana:
perché nell’età dell’algoritmo la battaglia decisiva non sarà soltanto per il governo dello Stato, ma per il governo delle condizioni stesse in cui una società vede, pensa, desidera e giudica.
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