Odio per la nostra società.

Odio per la nostra società.

 

Un senso all’odio.

  Doppiozero.com - Riccardo Manzotti – (2 Gennaio 2026) – Redazione -ci dice:

Che cosa succede quando due persone discutono?

 Apparentemente si scambiano delle parole, ma spesso è qualcosa di più profondo.

 Il dialogo è un modo per dare voce ai valori che muovono la nostra esistenza.

Quando parliamo di questioni profonde, esistenziali, non stiamo semplicemente articolando degli enunciati, ma stiamo mettendo alla prova la forza delle cose per le quali viviamo.

Questi valori, tuttavia, non sono contenuti nelle frasi:

come il burattinaio nascosto dietro il palcoscenico della rappresentazione linguistica, tirano i fili delle nostre azioni e delle nostre parole.

 

Credere che la nostra esistenza sia riducibile a una serie di enunciati razionali è un grave errore, che svuota la nostra vita e le nostre parole di significato.

I valori sono quei principi che definiscono chi siamo.

Siamo persone oneste? Siamo persone vincenti? Siamo persone che amano? Chi può dirlo?

Soltanto attraverso le nostre azioni si possono scorgere i valori che hanno animato il nostro agire.

 Il linguaggio è un palcoscenico verbale su cui si rappresenta questa lotta e sul quale le persone possono confrontarsi e mettere alla prova chi sono, prima di tradurre in pratica la loro natura.

 

In questo senso, parlare non è mai qualcosa di neutrale rispetto alla propria esistenza.

Allo stesso tempo, il parlare crea uno spazio non innocente, ma neppure colpevole, in cui può avvenire il confronto tra persone diverse e, quindi, tra valori diversi.

Su questo tema cruciale per la nostra società e per l’attuale momento di crisi politica mondiale, “Michele Silenzi”, giocando con quello che “Luciano Floridi” definirebbe il “distante writing con l’IA”, ha appena pubblicato un testo scomodo ma importante, dal titolo ruvido e leggermente urticante, Il “diritto di odiare” (Liberi libri, 2025).

Capisco il gioco, ma per semplicità mi riferirò a lui nel seguito.

 

Nel suo testo, agile e diretto, la tesi principale è che quando la società nega il diritto di odiare, imponendo una “pax valoriale”, soffoca la possibilità di esistere e di confrontare pubblicamente ciò che si è e ciò che non si è.

La società, a supposto fin di bene, imporrebbe un conformismo che non si limita a impedire forme di violenza e aggressività, ma diventerebbe anche il pretesto per medicalizzare il dissenso e quindi per neutralizzarlo.

Il testo è coraggioso e chiaro e offre un’occasione di riflessione profonda.

 Come si legge, «si è spostata la frontiera del lecito: non conta più ciò che si fa, la dimensione oggettiva dell’atto, conta ciò che si prova, la qualità morale del sentimento.

 È una trasformazione culturale che merita attenzione, perché segna la vittoria dell’etica terapeutica sulla responsabilità individuale».

 Eppure Dante stesso aveva scritto nel “Convivio”, in epoca lontanissima, che lui «li errori della gente abominava e dispregiava, non per infamia o vituperio delli erranti, ma delli errori, li quali biasimando crede fare dispiacere”.

E cioè che gli errori sono cosa umana e si devono pur odiare, ma non per questo punire gli erranti!

Nel testo è chiara la differenza tra «tra odio come emozione e odio come istigazione all’aggressione».

Come dicevo all’inizio, l’esistenza non è soltanto una declinazione di ragionamenti corretti, ma è anche una scelta tra valori incommensurabili.

Per esempio, è meglio vivere un’esistenza intensa e correre qualche rischio, oppure cercare di allungare il più possibile i propri giorni?

 È più importante l’onore o il divertimento?

 Jack London non avrebbe avuto dubbi:

 il suo famoso credo dichiarava senza incertezze che «non intendo sprecare inutilmente le mie giornate cercando di prolungarle».

Don Abbondio avrebbe senz’altro avuto una diversa opinione.

Ed è qui il punto cruciale:

 i due non dovevano per forza pensarla nello stesso modo, né arrivare a un accordo.

Ognuno è libero di scegliere i propri valori.

 

Ma se si sceglie un valore che si ama, è possibile non provare odio per il valore opposto?

Odio, disgusto o disprezzo?

 È possibile abbracciare sinceramente uno o più valori senza provare repulsione per il loro opposto, in nome di una presunta inclusività che tutto abbraccia e tutto rende uguale?

 Non pare che sia possibile.

La società inclusiva è, per dirla con Hegel, una notte in cui tutte le vacche sono nere.

Silenzi ci scuote e ci invita a risvegliarci e, uscendo alla luce, a renderci conto che ogni valore ha inevitabilmente un’ombra, verso la quale non possiamo che provare un sentimento di rifiuto.

 Come scrive Silenzi, «una società che equipara l’offesa alla violenza si condanna a vivere in una perenne infantilizzazione degli individui, […] La storia dimostra che ogni regime che ha preteso di educare i sentimenti ha finito per esercitare un potere oppressivo», che è tanto più giustificato paradossalmente, in quanto si accetta di trattare le persone come minori che devono essere educati e repressi nei loro giudizi morali. Sfortunatamente però, una società che ha paura delle passioni negative «non diventa più pura, diventa più fragile».

 

Silenzi ci fa riflettere sul fatto che questo buonismo inclusivo, nel quale dovremmo accettare i valori altrui ma non amare veramente i nostri, è una forma di suicidio esistenziale che tradisce il principio fondativo della società liberale: la libertà di pensiero e di parola.

A parte una mia diffidenza ontologica sul concetto di pensiero, sulla quale qui glisserò, il punto è decisivo.

Se la società ammette la diversità, non deve farlo sottoponendo le persone a una forma di anestesia perenne, nella quale ci si sente obbligati a non provare mai sentimenti di repulsione per i valori contrari ai propri.

 

Se è importante che questi sentimenti non si traducano in azioni che ledono l’esistenza delle persone, la soluzione non può essere né quella di sopprimerli né quella di reprimerne l’espressione, sia perché ciò violerebbe due principi fondamentali — la libertà di pensiero e di parola — sia per un motivo pratico.

 Si dirà che oggi l’odio non manca, anzi è amplificato dalle eco Chambers dei social network e dall’uso strumentale che la politica ne fa (come del resto ha sempre fatto).

È vero.

Ma questa manifestazione rimane qualcosa di illegittimo e deprecabile, che viene strumentalizzata e incanalata per fini opportunistici:

non è quasi mai un’espressione trasparente e legittima del rifiuto di posizioni diverse.

 L’odio sui social network sta al vero dissenso come il complottismo sta alla legittima competizione tra teorie scientifiche alternative.

 Anzi, proprio questa forma di odio, spesso cieca e malinformata, delegittima la capacità di esprimere la propria alterità rispetto a posizioni diverse dalle nostre.

 

La società liberale deve consentire il confronto dei valori, e i valori non vivono all’interno di uno stesso insieme.

 Ma come possono confrontarsi se si soffoca quella adesione intima che consiste nel fatto che li amiamo e li odiamo?

Eliminare l’odio, il disgusto e la repulsione implicherebbe eliminare anche il nostro sincero consenso e dissenso.

Poiché non è pensabile essere tutti uguali in una società pluridimensionale come la nostra, occorre chiedersi che cosa accade quando si considera disdicevole e persino colpevole l’espressione di punti di vista radicalmente diversi dai nostri.

Si finisce allora o per lobotomizzare le persone o per spingere in profondità quelle forze che non hanno accesso alla discussione pubblica. Prima o poi, laddove i valori non possono scontrarsi sul palcoscenico offerto dal linguaggio e dal confronto dialettico pubblico, si scontreranno sul piano della forza e della violenza.

 

Il caso di “Charles Kirk”, cui “Silenzi” dedica la parte finale del suo breve saggio, è emblematico.

Personaggio scomodo e discutibile, è stato ucciso da chi non sopportava che qualcuno esprimesse punti di vista diametralmente opposti ai propri.

Si potrebbe dire che Kirk sia stato ucciso dall’odio che Silenzi difende nel suo testo, ma non è così.

Per Silenzi, l’odio deve potersi esprimere proprio per evitare che si traduca in atti di violenza.

 Il buonismo inclusivo — che ha per valvola di sfogo l’onanismo vuoto dei leoni da tastiera o, in casi terribili, la violenza dei singoli, di gruppi o persino di intere nazioni — non è uno stato di salute, ma la soppressione dei sintomi, mentre le radici dello scontro continuano ad approfondirsi.

Questo vale anche nelle relazioni di coppia, che in fondo sono una società microscopica.

La convinzione di non poter esprimere dissenso e di dover mantenere, per il bene della coppia, una facciata di buonismo porta le persone a sviluppare realtà incompatibili, che rimangono sommerse fino al giorno in cui emergono in modo irreparabile, segnando la fine della relazione. Odio e amore — e tutta la gamma di sentimenti connessi — sono legati al conflitto tra valori incommensurabili che, in quanto tali, hanno una valenza esistenziale.

È questo conflitto, mediato dal dialogo, che permette a una società libera di integrare la diversità.

Il dialogo non è soltanto uno scambio di parole, ma un campo di battaglia in cui ciò che muove il linguaggio, e che non è mai del tutto espresso da esso, può confrontarsi.

Condivido il testo quando dichiara che «cancellare il diritto di odiare […] il primo passo verso un relativismo stanco in cui ogni differenza si appiattisce e ogni apertura si confonde con l’indifferenza.

 In cui ogni cosa vale quanto un’altra, e quindi niente vale davvero qualcosa».

Se i valori non possono entrare in conflitto nel linguaggio, lo faranno altrove.

Se i valori non possono esprimersi, la prima vittima è chi li sceglie. L’impossibilità di dare voce a valori conflittuali porta a un suicidio esistenziale che genera eserciti di zombie inclusivi, morti senza saperlo.

 

Se non possiamo provare odio per ciò che nega ciò che amiamo e che abbiamo scelto di essere, forse non esistiamo davvero.

Ma in una società non possiamo essere tutti uguali.

 Negare l’odio non significa abbracciare l’amore:

 significa scegliere l’indifferenza in nome di una falsa innocenza che ci fa vivere in una perenne condizione di minorità.

 In questo modo non si difende la diversità, la si annulla.

 

 

 

Odio sul web come

fenomeno psicologico.

Unobravo.com – (14 -05 – 2026) - Enrico Reatini – Redazione – ci dice:

 

(Enrico Reatini - Psicologo ad orientamento Cognitivo-Comportamentale).

Punti chiave da ricordare.

Il disimpegno morale permette di fare del male senza percepirsi come "cattive persone": non è un'eccezione, ma un fenomeno ricorrente e spesso invisibile.

L'anonimato, l'assenza di segnali emotivi e le dinamiche di gruppo tipiche dei social abbassano le soglie morali e amplificano la probabilità di comportamenti aggressivi online.

Ogni singola interazione contribuisce a costruire un clima emotivo collettivo: ciascuno ha un ruolo nella formazione della cultura digitale.

Contrastare l'odio online non richiede solo regole o algoritmi, ma un'assunzione attiva e quotidiana di responsabilità morale da parte di ogni utente.

L'odio sul web è ormai una presenza costante nella nostra esperienza digitale. Commenti aggressivi, insulti gratuiti, attacchi personali o vere e proprie campagne di denigrazione sembrano far parte delle home dei nostri social network, al punto da essere spesso minimizzati o considerati inevitabili.

 

Eppure, dietro a queste manifestazioni non c'è soltanto maleducazione o mancanza di empatia. Chi pubblica contenuti d'odio è spesso perfettamente integrato nella vita sociale e relazionale offline. Ciò che rende possibile agire contro gli altri senza provare senso di colpa è piuttosto un insieme di processi psicologici complessi, che permettono di sospendere temporaneamente i propri criteri morali.

Nell'esperienza quotidiana è facile notare come il web, involontariamente, facilita questo processo e consente di dire e fare cose che difficilmente verrebbero espresse in un'interazione faccia a faccia. È proprio in questo spazio che entra in gioco un concetto chiave della psicologia sociale, quello di disimpegno morale.

Comprendere l'odio sul web significa quindi spostare lo sguardo dal singolo comportamento al meccanismo che lo rende psicologicamente accettabile, sia a livello individuale sia a livello collettivo.

 

Cos'è il disimpegno morale?

Il concetto di disimpegno morale, introdotto da Albert Bandura, si riferisce a quei processi cognitivi e sociali attraverso i quali le persone riescono a sospendere temporaneamente i propri standard etici, evitando emozioni come senso di colpa, vergogna o rimorso. In altre parole, il disimpegno morale permette di fare del male senza percepirsi come "cattive persone" (Bandura, 2011).

Bandura descrive otto principali meccanismi attraverso cui gli individui riescono a neutralizzare la propria autocensura morale:

Giustificazione morale: l'azione dannosa viene reinterpretata come moralmente giustificata o necessaria, ad esempio per difendere valori, ideali o cause socialmente ritenute nobili.

Confronto vantaggioso: il proprio comportamento negativo appare accettabile se confrontato con azioni peggiori di altri. Ad esempio pensare "non è nulla rispetto a quello che fanno loro".

Linguaggio eufemistico: si usa un linguaggio attenuante o tecnicistico per rendere l'atto meno aggressivo o offensivo. Ad esempio dire di "asfaltare qualcuno" anziché "deridere, insultare, umiliare".

Spostamento della responsabilità: la responsabilità per l'azione viene attribuita a un'autorità o a regole esterne. Ad esempio sottolineare che i contenuti postati sono autorizzati dalla piattaforma.

Diffusione della responsabilità: la responsabilità si percepisce meno quando l'atto è compiuto in gruppo o all'interno di una collettività. Come ad esempio pensare che "se lo fanno tutti, non è solo colpa mia".

Minimizzazione o negazione del danno: si ignorano o si riducono le conseguenze negative del proprio comportamento. Ad esempio pensare che "Sono solo commenti, tutti sanno che è un gioco".

Deumanizzazione: la vittima viene percepita come meno umana, riducendo empatia e senso di colpa. Un esempio classico è pensare che gli autori dei commenti "Non sono altro che un troll" o definirli non in quanto individui ma come appartenenti a un gruppo, come nei casi dei tifosi o peggio nella politica.

Attribuzione della colpa alla vittima: si incolpa la vittima per aver provocato il danno subito, giustificando così la propria aggressione. Ad esempio "Se si è esposto a critiche, se l'è cercata".

 

Questi meccanismi proteggono l'immagine positiva delle persone che scrivono commenti d'odio, evitando il conflitto tra ciò che si fa e ciò che si percepisce come morale.

 

Il web, con la sua distanza fisica ed emotiva, amplifica questi meccanismi. L'anonimato, l'assenza di feedback diretto e la rapidità delle interazioni riducono la percezione delle conseguenze personali, rendendo più facile sospendere le autocensure morali. In questo contesto, il disimpegno morale non è un'eccezione, ma un fenomeno ricorrente e spesso invisibile, che spiega come persone altrimenti empatiche possano partecipare a comportamenti aggressivi e ostili online (Bandura, 2011).

 

Comprendere l'odio sul web significa quindi spostare lo sguardo dal singolo comportamento al meccanismo che lo rende psicologicamente accettabile, sia a livello individuale sia a livello collettivo, e riconoscere l'importanza di strategie educative e civiche per riattivare la responsabilità morale nell'ambiente digitale (Bandura, 2006).

 

Il web amplifica il disimpegno morale?

Anche se il web non crea il disimpegno morale, ne facilita notevolmente l'attivazione. Infatti, diverse caratteristiche strutturali dell'ambiente digitale abbassano le soglie morali dell'interazione e amplificano la probabilità di comportamenti aggressivi online.

 

L'anonimato e lo pseudo-anonimato riducono la percezione delle conseguenze personali, mentre l'assenza di segnali sociali ed emotivi diretti (come sguardi, tono di voce o reazioni corporee) rende più difficile cogliere l'impatto delle proprie parole sugli altri (Runions & Bak, 2015).

 

A questo si aggiungono la rapidità delle interazioni e le dinamiche di gruppo tipiche dei social network. Commentare, condividere o reagire a contenuti ostili richiede pochi secondi e spesso avviene in uno stato emotivo attivato, mentre i meccanismi di rinforzo sociale, come like, approvazioni o commenti solidali, funzionano come una legittimazione morale implicita. In altri termini, l'approvazione altrui riduce l'autocensura e rafforza la percezione della correttezza dell'atto (Zhao & Yu, 2021).

 

Queste caratteristiche creano un terreno fertile per il disimpegno morale collettivo, creando un contesto in cui l'odio online non è più percepito come una responsabilità individuale, ma come un fenomeno diffuso e quindi normalizzato.

 

La violenza simbolica, in questo contesto, può essere percepita come intrattenimento o sfogo emotivo, perdendo il suo significato etico. Studi recenti confermano che il disimpegno morale è significativamente correlato al cyberbullismo sia nei comportamenti attivi dei perpetratori sia nel comportamento passivo di chi osserva e che l'ambiente online facilita l'attivazione dei meccanismi di giustificazione morale (Lo Cricchio et al., 2020).

 

Si può quindi affermare che l'ecosistema digitale amplifica e struttura il disimpegno morale, trasformando azioni e discorsi aggressivi in comportamenti percepiti come socialmente accettabili, e rendendo il fenomeno dell'odio online più persistente e difficile da contrastare.

 

 

Liza SUMMER – Pixel.

Odio online: l'importanza di riavviare la nostra morale.

L'odio sul web non può essere compreso né contrastato se ci limitiamo a condannare i singoli comportamenti. Ogni commento aggressivo, insulto o attacco personale ha una rilevanza ed è per questo importante essere consapevoli dei meccanismi psicologici di disimpegno morale che rendono possibile e apparentemente "accettabile" la violenza online. Ignorare questi processi significa rischiare di considerare inevitabile ciò che invece è modulabile e prevenibile.

 

Riattivare l'impegno morale significa innanzitutto sviluppare consapevolezza di sé e delle proprie azioni digitali. È necessario interrogarsi sulle reazioni che emergono davanti a contenuti offensivi, sulle parole che si scelgono e sul silenzio che si mantiene di fronte all'aggressione altrui.

Dobbiamo ricordarci che ogni singola interazione, per quanto minuta, contribuisce a costruire un clima emotivo collettivo che ha impatto sul tono generale della comunicazione online. Riconoscere questo peso significa capire che ciascuno ha un ruolo nella formazione della cultura digitale.

Il web è uno spazio condiviso, non un territorio neutro.

Contrastare l'odio online non richiede soltanto regole, algoritmi o moderazione dei contenuti, che purtroppo sembrano lontani dall'essere prioritari per chi ne detiene il controllo, e richiede un'assunzione attiva e quotidiana di responsabilità morale da parte degli utenti.

Ciò significa intervenire quando possibile, scegliere di non alimentare aggressioni, educare e guidare il dibattito con rispetto, e ricordare che anche il silenzio può essere complice. L'odio online non è fatto solo di ciò che viene scritto, ma anche di ciò che viene ignorato, giustificato o tollerato.

Ognuno di noi ha il potere di riaccendere l'impegno morale. Non basta criticare ciò che vediamo, ma occorre agire in maniera consapevole e responsabile, costruendo una cultura digitale che valorizzi l'empatia, il rispetto e la responsabilità civica.

Ogni gesto, ogni parola, ogni scelta di interazione conta.

Proviamo ad iniziare oggi: riflettiamo prima di scrivere, prima di condividere, prima di tacere.

 

 

 

La “Donna al Contrario.”

Conoscenzealconfine.it – (30 Giugno 2026) - Marcello Veneziani – Redazione – ci dice:

 

Il fondamento della nostra civiltà giuridica è l’universalità del diritto, cioè il principio che la legge valga per tutti e chi uccide una persona non può essere diversamente giudicato sulla base del genere della sua vittima.

 

Eccolo, il Mostro, il Barbaro, l’Incivile sessista e femminofobo generale Roberto Vannacci che attacca le donne e strizza l’occhio al peggior maschilismo.

 Tutti, ma proprio tutti, dalla Gruber alla Meloni, non gli hanno perdonato quelle affermazioni critiche sul femminicidio e le hanno tradotte in una specie di complicità con gli assassini delle donne.

 

Lasciate che io vi dica, nel nome della civiltà giuridica e del buon senso, che criticare il reato di femminicidio è sacrosanto sul piano dei principi e dell’efficacia pratica.

Il fondamento della nostra civiltà giuridica è l’universalità del diritto, cioè il principio che la legge valga per tutti e chi uccide una persona non può essere diversamente giudicato sulla base del genere della sua vittima.

 È un abominio giuridico creare categorie speciali.

 È come dire che se uccidi una donna sei più di un assassino, se uccidi un uomo sei meno assassino.

 

Se si dovesse accogliere il principio che un assassinio è più grave se perpetrato contro un soggetto debole allora dovremmo prevedere un’aggravante per tante categorie:

 i bambini, i vecchi, i malati, i disabili, gli homeless, coloro che vivono in particolari condizioni di miseria, fame, fragilità.

La giurisprudenza da sempre stabilisce l’osservanza di un principio generale e poi prevede che nei casi specifici ci possano essere circostanze aggravanti o attenuanti per l’aumento o la riduzione della pena.

 

Se sul piano giuridico il femminicidio è un errore e un tradimento del diritto, sul piano pratico serve perlomeno a qualcosa, a fronteggiare un’emergenza, a frenare un’escalation?

Sappiamo, dati alla mano, che i casi di “femminicidio” non sono certo diminuiti da quando è stata introdotto lo speciale crimine, proseguono con la stessa atroce noncuranza.

E quanto più la denuncia sociale e mediatica cresce, tanto più avvengono quei delitti, o comunque non registrano flessioni nonostante le campagne di sensibilizzazione che non toccano gli insensibili e chi va fuori di testa.

Chi commette crimini di quel tipo è in balia di una mente distorta, alterata, a volte malata e viziata, o appartiene a mondi che reputano una donna come una cosa da possedere; o chi vede crollare la sua vita, il suo mondo, è morbosamente legato a quel rapporto. Per tutti costoro essere condannati per aver compiuto un femminicidio, anziché “solo” un omicidio, non è certo un deterrente che li scoraggia o li trattiene dal farlo. Non a caso molti di loro prevedono di suicidarsi dopo aver ucciso.

Del resto, la stessa argomentazione è spesso usata contro la pena di morte:

 credete davvero che con la pena capitale diminuirebbero certi crimini particolarmente efferati?

No, chi arriva a uccidere non fa di questi calcoli;

 lo ripetono magari le stesse persone che oggi difendono il femminicidio.

 

Dunque se non vale a livello di principio e non serve a livello pratico, perché introdurre e difendere il femminicidio?

Per una questione puramente simbolica o meglio per una questione retorica, che appartiene al piano ideologico e al nuovo bigottismo di genere.

Su cui naturalmente si registra subito un corale allineamento in un nuovo conformismo, da sinistra a destra (sempre gli ultimi, a destra, prima recalcitranti e poi tardivamente accodati, per convenienza).

Tutti nel coro, per ipocrisia, quieto vivere, timore di essere additati come nemici delle donne e amici degli stupratori.

E altri, per le stesse ragioni, tacciono, fanno finta di niente, per non compromettersi.

 

La cosa più rivoltante è far passare un messaggio veramente barbaro, fazioso, incivile:

chi non condivide l’introduzione di quel crimine speciale è un nemico delle donne, un complice sotto-sotto dei maschilisti più violenti o uno che reputa “normale” uccidere una donna, o meno grave, magari un nostalgico del delitto d’onore.

No, signori, chi non condivide l’esistenza di un reato speciale ad hoc, non per questo ha un minimo d’indulgenza verso chi uccide una donna. L’aggravante va applicata in caso di speciali circostanze del singolo delitto;

non in virtù di una legge che finisce col ritenere meno grave uccidere un uomo, un vecchio, un bambino, un disabile, un emarginato, un fragile rispetto a una donna.

 

Inaspriamo le pene per gli assassini, rendiamo meno automatiche le riduzioni della pena, e preveniamo di più e meglio.

 Per esempio, prestando più ascolto alle denunce preventive, o per quanto riguarda i casi di donne stuprate e infine uccise, adottando criteri efficaci.

 Come la neutralizzazione chimica di chi si è già reso colpevole di stupri e violenze sessuali; chi commette questo tipo di reati dovrebbe poter essere messo in condizioni di non nuocere per non reiterare il suo crimine, che a volte sfocia nell’uccisione della vittima.

È stato adottato un termine cruento e spaventoso, castrazione chimica, per una soluzione incruenta che potrebbe ridurre la ripetizione di casi di stupro, neutralizzando stupratori seriali;

potrebbe essere una pena alternativa, almeno in modo parziale, alla onerosa e non educativa detenzione nelle carceri.

Chi usa il proprio corpo come arma di violenza non può appellarsi alla sua inviolabilità; quanti casi di stupro avremmo evitato?

 

Così come è veramente contraddittorio e assurdo che venga introdotto da un verso il crimine speciale di femminicidio, e dall’altro venga di fatto considerata come attenuante se la violenza viene compiuta da chi è in stato di disagio sociale, di emarginazione e di clandestinità o proviene da paesi che per cultura e religione hanno un atteggiamento diverso nei confronti delle donne, che considerano sottomesse, inferiori, se non addirittura prede dei propri appetiti sessuali.

 

Plausibile mi pare pure la critica che Vannacci rivolge alle quote rosa. Primo, perché si trattano le donne come categorie protette, stabilendo per legge uno statuto di inferiorità sociale e culturale, ignorando le tante donne che senza leggi speciali di genere si sono affermate nelle loro professioni e nei loro lavori, per competenza, capacità, scrupolo e bravura. A partire dalla Gruber e dalla Meloni. Secondo, perché se dovessimo inserire quote colorate a sostegno delle categorie più svantaggiate, dovremmo ripartire i posti di lavoro a un arcobaleno di protetti, senza mai considerare meriti e capacità personali: non solo disabili, orfani, vedove ma anche vittime di calamità naturali e sociali (terremoti, guerre, pandemie) o della criminalità organizzata, fasce di indigenti, disoccupati cronici, persone con situazioni famigliari particolarmente gravi e precarie; insomma fragilità di ogni tipo. Non è più semplice e più efficace assegnare posti secondo meriti soggettivi o requisiti oggettivi, non legati a un genere o a una condizione?

 

Torno infine a Vannacci e al suo nuovo filone “La donna al contrario”, applicazione di genere del suo best seller, Il mondo al contrario. Vannacci sa che la sua opinione, anche sul tema più vasto della famiglia naturale, delle nascite e dei legami affettivi, è largamente condivisa anche se difficilmente espressa; dunque sa di raccogliere consenso. Il problema dovrebbe essere non quello di censurare certe opinioni, lasciando che clandestinamente diventino più rozze perché non coltivate; ma di esigere un maggiore rigore di argomentazione, una migliore coerenza e anche un certo rispetto nell’affrontare temi sensibili e delicati.

 

Leggo in questi giorni corali reprimende sulla “sottocultura” di cui sarebbe portatore Vannacci e il suo movimento; potrei essere anche d’accordo ma mi chiedo di quale cultura civile siano oggi portatori e rappresentanti gli altri soggetti politici in campo.

Il woke e il bigottismo progressista?

 Il trasformismo pragmatico per ragioni di opportunismo? La riduzione delle idee e della militanza al servilismo verso i capi?

 Il voto di scambio tra principi e vantaggi elettorali, ossia il baratto della coerenza con la convenienza?

La “cultura” del durare di più in carica?

 Ma per favore…

Marcello Veneziani -(La Verità – 19 giugno 2026).

(marcelloveneziani.com/articoli/la-donna-al-contrario/).

 

 

 

 

 

Milano Invasa dagli Islamici per l’“Ashura.”

 

Conoscenzealconfine.it – (29 Giugno 2026) - Francesca Gallici – Redazione – ci dice:

 

Donne nei recinti e scoppia la polemica: “Per il Pd è arricchimento culturale?” Le scene rimandano a una tradizione distante da quella occidentale, che non ha nulla da spartire e che non può avere punti di contatto.

 

Anche quest’anno Milano è stata invasa.

Mentre in Italia si susseguono le operazioni antiterrorismo che colpiscono esponenti islamici, potenzialmente pronti a colpire nel nostro Paese o che dal nostro Paese gestiscono flussi di denaro verso le organizzazioni terroristiche, migliaia di “musulmani sciiti “si sono radunati in Piazza Duca d’Aosta, davanti alla Stazione Centrale di Milano, per poi sfilare lungo via Vittor Pisani.

 

Il capoluogo lombardo per alcune ore è diventato una succursale di Teheran o di qualunque altra città sotto il dominio islamico, una scena che fa a pugni con l’idea di Milano città moderna e proiettata nel futuro, capitale della moda e della libertà.

 Il corteo dell’”Ashura”, la ricorrenza in cui i fedeli commemorano il martirio dell’imam “El Hossein”, ha paralizzato il traffico cittadino con una manifestazione densa di simboli che ha riacceso inevitabilmente il dibattito sull’integrazione e sui valori occidentali.

 

L’evento ha mostrato una forte carica identitaria, caratterizzata dai tradizionali accenti di penitenza della comunità sciita.

La reazione politica non si è fatta attendere, mettendo sotto accusa sia le modalità del corteo sia il silenzio delle istituzioni locali e della sinistra. L’affondo principale riguarda l’evidente e massiccia esibizione di forza della comunità, definita come il segno di una “sempre più massiccia e preoccupante islamizzazione nel nostro Paese”, così ha dichiarato “Silvia Sardone”, vice segretaria della Lega e consigliera comunale a Milano.

 

I partecipanti hanno sfilato tra enormi bandiere islamiche e gesti di percussione rituale sul petto, occupando il centro della città.

Ancora una volta le donne sono state confinate e nascoste alla vista del pubblico, completamente velate e costrette nei recinti, un trattamento inaccettabile per la civiltà occidentale che da decenni si batte per l’emancipazione.

“Sono inaccettabili le immagini delle donne (tutte velate), separate dagli uomini durante il corteo, all’interno di recinti e posizionate dietro un telo nero, dietro a un camion”, ha aggiunto Sardone.

Un’immagine che si scontra frontalmente con le conquiste sociali dell’Occidente e che viene indicata da Sardone come “l’ennesimo episodio di evidente discriminazione nei confronti delle donne, che ormai è consuetudine in molte comunità musulmane”.

Il sindaco Sala, incalza Sardone, “non ha nulla da dire di fronte a queste immagini?

 Schlein, Boldrini e il Partito Democratico considerano queste scene un arricchimento culturale e un’integrazione positiva?

“Le femministe staranno in silenzio come al solito, pur di non affrontare il tema del “patriarcato islamico?.“

 

Il rischio, ha concluso Sardone, “è che, in nome del “politicamente corretto” e di una finta integrazione, continueremo a nascondere o censurare i nostri simboli, la nostra cultura e la nostra identità per subire tradizioni che non ci appartengono e sono inconciliabili con i nostri valori, a partire dalla libertà delle donne”.

Francesca Gallici.

(ilgiornale.it/news/interni/milano-invasa-dagli-islamici-l-ashura-donne-nei-recinti-e-2684997.html).

 

 

 

La Cospirazione Anti-Trump

del “Washington Group.”

Conoscenzealconfine.it – (28 Giugno 2026) - Umberto Pascali – Redazione – ci dice:

 

Tutta la storia della “chat segreta” di Von der Leyen, Meloni, Macron, Merz, Starmer, Zelensky, Stubb.

Cos’è il “Washington Group.”

Il Washington Group è una chat di gruppo informale, segreta ma attiva (probabilmente su un’ app criptata come Signa) creata e utilizzata da un ristretto gruppo di leader europei e dal Presidente ucraino per coordinarsi rapidamente contro le politiche e le iniziative del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

 

I “cospiratori”:

– Ursula von der Leyen – Presidente della Commissione Europea

– Giorgia Meloni – Prima Ministra dell’Italia

– Emmanuel Macron – Presidente della Francia

– Friedrich Merz – Cancelliere della Germania

– Keri Stormer – Primo Ministro del Regno Unito

– Volodymyr Zelensky – Presidente dell’Ucraina

– Alexander Stubb – Presidente della Finlandia (partecipa in alcuni casi).

 

Quando è nata: La chat è diventata operativa e ha sviluppato una “routine ben collaudata” soprattutto nell’ultimo anno prima di gennaio 2026, cioè nel corso del 2025, dopo il ritorno di Trump alla presidenza.

 

Dove e come è nata:

Prende il nome dalla visita congiunta alla Casa Bianca avvenuta nell’agosto 2025, quando questi leader europei si sono recati insieme a Washington insieme a Zelensky per incontrare Trump.

 Da quel momento hanno intensificato i contatti informali via chat di gruppo per scambiarsi messaggi rapidi.

 

Come funziona:

 I leader si scrivono “regolarmente tra loro – spesso nella stessa chat di gruppo”. Quando Trump fa o dice qualcosa di “selvaggio” (wild) o potenzialmente dannoso, scatta una routine di coordinamento immediato. Non è una chat ufficiale dell’UE o dei governi, ma un canale parallelo e segreto.

 

L’Indagine dell’Ombudsman che Ha Smascherato la Chat Segreta.

A fine giugno 2026 (intorno al 20-24 giugno) l’Ombudsman (noto in Italia come difensore civico, è una figura indipendente e neutrale istituita per tutelare i cittadini.

 Il suo compito principale è indagare sui reclami relativi ad abusi, discriminazioni, ritardi o cattiva amministrazione da parte della pubblica amministrazione, di enti pubblici o di aziende private – come banche e assicurazioni) europeo, Teresa Andino, ha aperto un’indagine formale contro Ursula von der Leyen e la Commissione Europea.

 

L’indagine nasce da un reclamo di “Follow the Money” (FTM), organizzazione investigativa olandese che aveva chiesto l’accesso ai messaggi della chat “Washington Group”.

La Commissione ha rifiutato la richiesta, sostenendo che pubblicarli “potrebbe danneggiare le relazioni internazionali con Paesi terzi” (cioè gli Stati Uniti d’America).

 

FTM ha fatto ricorso all’Ombudsman.

 L’Ombudsman ha deciso di indagare per verificare se la Commissione ha violato le regole UE sull’accesso ai documenti.

 

L’oggetto non è solo il contenuto della chat, ma soprattutto il segreto mantenuto intorno ad essa e la gestione opaca della richiesta di trasparenza.

L’Ombudsman ha già notificato la Commissione e ha fissato un incontro con i suoi rappresentanti entro metà luglio 2026.

L’indagine durerà diversi mesi.

Questa non è un’indagine isolata: si inserisce in un pattern sistematico di opacità e malefatte di von der Leyen e della Commissione.

 

La Commissione Europea e i Suoi Precedenti di Opacità e Inadempienze.

La Commissione Europea è l’organo esecutivo dell’Unione Europea, guidato dalla Presidente Ursula von der Leyen.

 Non è un organo eletto direttamente dai cittadini, ma ha enormi poteri su regolamenti, fondi e politica estera.

 

Principali accuse e inadempienze documentate contro von der Leyen e la Commissione:

 

Pfizergate (2021 in poi):

Durante la pandemia, von der Leyen ha negoziato personalmente via SMS e telefonate con “Albert Burla”, CEO di Pfizer, contratti per miliardi di dosi di vaccino.

 I messaggi sono stati cancellati o non conservati.

La Commissione ha prima negato l’esistenza, poi ha rifiutato di mostrarli.

– L’Ombudsman UE ha stabilito “maladministration” (cattiva amministrazione) e ha chiesto di cercare di nuovo i messaggi.

 

– La Corte Generale UE (maggio 2025) ha annullato la decisione della Commissione di negare l’accesso, dichiarando violazione delle regole di trasparenza e del principio di buona amministrazione.

– L’EPPO (Procura Europea) ha aperto un’indagine in corso sui contratti vaccinali per possibili reati finanziari.

– Cancellazione automatica di messaggi: Von der Leyen e la Commissione hanno usato la funzione di auto-cancellazione su app come Signa, rendendo impossibile la conservazione e il controllo democratico delle comunicazioni ufficiali o semi-ufficiali.

– Rifiuto sistematico di trasparenza su chat e documenti ad alto livello, come nel caso attuale della “Washington Group”.

 

Questi fatti dimostrano un atteggiamento ricorrente: mantenere il segreto su comunicazioni che riguardano miliardi di euro pubblici o strategie politiche importanti.

 

La Rivelazione di “Politico” (Gennaio 2026) e il Background Completo.

Il 19 gennaio 2026 il sito Politico (articolo di Tim Ross: “Trump Greenland theta puh Europe Howard divorzino America”) ha rivelato per la prima volta l’esistenza della chat.

Citazioni da Politico (tradotte in italiano):

 

“I leader tra cui il Primo Ministro britannico Keri Stormer, il Presidente francese Emmanuel Macron e il Cancelliere tedesco Friedrich Merz, nonché la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, Alexander Stubb della Finlandia e Meloni dell’Italia, si scrivono regolarmente tra loro – spesso nella stessa chat di gruppo.”

 

“Nell’ultimo anno hanno sviluppato una routine ben collaudata di scambio di messaggi ogni volta che Trump fa qualcosa di selvaggio e potenzialmente dannoso”. “Quando le cose iniziano a muoversi velocemente, è difficile coordinarsi, e questo gruppo (chat) è davvero efficace”, ha detto una persona a conoscenza dell’accordo. “Dice molto sulle relazioni personali e su quanto contino”.”

 

“La ‘informale ma attiva’ disposizione è nota come Washington Group, dal nome del gruppo di leader europei che hanno visitato la Casa Bianca con il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky lo scorso agosto.”

 

“Anche nelle chat di testo con i leader del Washington Group c’è lo stesso Zelensky, il che introduce un’altra idea intrigante nel mix. “

 

Politico descrive la chat come strumento per contrastare le iniziative politiche di Trump, costruire legami sotterranei tra i leader e prepararsi eventualmente a soluzioni senza e/o contro il pieno sostegno americano (in un contesto di incertezza su NATO e sicurezza europea).

 

Si parla di “coalizioni of the Killing” nata per l’Ucraina ma che si è estesa creando legami stretti per lavorare insieme al di fuori e contro il tradizionale asse con Washington.

 

Link articolo” Politico”:

(politico.eu/article/donald-trump-greenland-tariff-threats-tensions-push-europe-allies-toward-divorcing-america-transatlantic-power/).

Questa operazione è stata condotta in segreto, lontano dagli occhi dei popoli rappresentati da questi leader. I cittadini italiani, francesi, tedeschi, britannici, finlandesi e ucraini non sapevano che i loro rappresentanti stavano usando una chat privata per coordinare strategie contro le iniziative di Trump. La segretezza ha impedito qualsiasi dibattito pubblico o controllo democratico.

 

Ursula von der Leyen è chiaramente contro Trump: le sue azioni (opacità sui messaggi, rifiuto di trasparenza, coordinamento nella chat) lo dimostrano.

 

La stessa Meloni, pur presentandosi spesso come interlocutrice amica di Trump, si è rivelata – partecipando attivamente a questa chat di coordinamento – anti-Trump.

Questo potrebbe essere una (ma certamente non la sola) delle ragioni alla base delle tensioni e della rottura nei rapporti tra Trump e Meloni: mentre pubblicamente manteneva un rapporto cordiale, in privato partecipava a un canale segreto di coordinamento contro le sue politiche.

 

Conclusione.

La chat del “Washington Group” è stata uno strumento segreto di coordinamento tra von der Leyen, Meloni, Macron, Merz, Stormer e Zelensky per contrastare le azioni di Trump.

 La scoperta di Politico, seguita dal rifiuto della Commissione di rendere pubblici i messaggi e dall’indagine dell’Ombudsman, ha messo in luce un’operazione condotta senza trasparenza verso i popoli europei e ucraini.

 

Ursula von der Leyen e i leader coinvolti meritano di essere esposti per questa mancanza di accountability.

 La vicenda si aggiunge al lungo elenco di inadempienze di von der Leyen su trasparenza e gestione di fondi pubblici.

(Umberto Pascali)

 

Link:

(politico.eu/article/donald-trump-greenland-tariff-threats-tensions-push-europe-allies-toward-divorcing-america-transatlantic-power/).

(the-independent.com/news/world/europe/eu-secret-group-chat-zelensky-trump-b3002834.html).

(–meduza.io/en/news/2026/06/25/eu-watchdog-investigates-european-commission-chief-von-der-leyen-over-secret-group-chat-with-zelensky-and-european-leaders).

(–ftm.eu/articles/european-ombudsman-opens-investigation-into-text-messages-von-der-leyen).

(aol.com/articles/eu-investigates-secret-group-chat-104905879.html).

(umbertopascali.substack.com/p/la-cospirazione-anti-trump-del-washington?publication_id=8067048&post_id=203642945&isFreemail=true&r=7zhpf3&triedRedirect=true).

 

 

Cosa c’è alla base dell’odio verso i ricchi?

Rameplatform.com – (22 marzo 2025) – La redazione - Budgeting e risparmio – ci dice:

L’odio e l’invidia verso i potenti non sono un fenomeno di oggi, ma mai come nella nostra società si avverte un diffuso senso di fastidio e di disprezzo verso chi ha molto, e magari lo ostenta con orgoglio.

Mentre le disuguaglianze crescono a vista d’occhio, c’è chi sostiene che sia arrivata l’ora che anche i Paperoni si assumano le loro responsabilità.

 

«Voi non volete combattere la povertà, ma la ricchezza», accusava qualche settimana fa la ministra del Turismo “Daniela Santanché”, rivolta ai partiti dell’Opposizione, mentre, in un misto di orgoglio vittimismo, citava in Parlamento borse di Hermès e origini contadine.

Se l’intenzione, in quella che doveva essere una difesa contro una mozione di sfiducia, era spostare l’attenzione generale dal rinvio a giudizio per falso in bilancio e per presunta truffa ai danni dell’Inps, l’obiettivo è stato raggiunto.

  Quello dell’odio verso i ricchi, quella forma neanche tanto velata di ostilità e verso chi ha tanto, e ancora di più di più verso chi la ricchezza la ostenta senza pudori, è tema antico, che tocca la pancia.

 

Gli “spregevoli ricchi” nell’immaginario collettivo.

«È un sentire universalmente riconosciuto che chiunque possieda una grande fortuna debba in un modo o nell’altro avere qualcosa di spregevole», scrive lo scrittore newyorkese” David Roberts”, autore nel 2023 del saggio “Gli spregevoli ricchi”, per spiegare la propensione a mal tollerare questa minoranza privilegiata.

 «Collocare nel “cassetto” dei cattivi chiunque abbia avuto più fortuna e capacità è in un certo senso un modo per lenire il senso di ingiustizia causato dalle disuguaglianze» continua lo scrittore.

 

In altre parole, l’evidenza che il fato sia stato con noi assai meno generoso che con altri, risulta più digeribile se addolciamo la pillola con l’idea che essere ricchi renda peggiori le persone.

A sostegno della tesi c’è una vastissima bibliografia e filmografia che va dal vecchio “Ebenezer Scrooge” di Dickens, talmente tirchio da rifiutarsi di concedere una piccola elemosina la notte di Natale, alle decine di loschi personaggi che hanno popolato l’immaginario di Wall Street e non solo. 

 

Gioire per le disgrazie altrui.

Diretta conseguenza di questo sentimento di irritazione e fastidio è la trasmutazione dell’invidia in “schadenfreude”, dice sempre “Roberts”, una certa “gioia per la disgrazia altrui”, la stessa che genera un sotterraneo sentimento di rivalsa quando si scopre che Re Mida, resosi conto che persino il cibo che vorrebbe mangiare viene trasformato in oro, muore di fame, solo e disperato. Mica per caso, una delle più seguite telenovele sudamericane degli anni 80 portava il non poco consolatorio titolo “Anche i ricchi piangono”: vedere piangere i fortunati fa sentire tutti un po’ meno piccoli.

 

Kittelmann e la differenza tra ricchezza meritata e ricchezza immeritata.

Ma se quella fortuna e quel denaro sono meritati, sudati, a costo di sacrifici immani, non dovrebbe invece suscitare un senso di ammirazione?

Nel 2021, lo storico e sociologo tedesco “Rainer Kittelmann” ha provato a indagare sulla questione nel saggio “Ricchi! Borghesi! Ancora pochi mesi!”, sottotitolo:

“Come e perché condanniamo chi ha i soldi”.

Attraverso un sondaggio sottoposto a migliaia di persone, Kittelmann ha analizzato gli atteggiamenti della popolazione nei confronti della ricchezza e dei ricchi in cinque paesi occidentali, tra cui l’Italia. Premesso che le risposte sono state influenzate da fattori come età, genere, reddito e livello d’istruzione, molto eloquente è stato il risultato al quesito che chiedeva agli intervistati di esprimersi su quali gruppi di persone meritassero la propria ricchezza.

 

Gli italiani si sono mostrati molto comprensivi nei confronti di imprenditori, (secondo il 42% meritano la loro ricchezza), meno per gli ereditieri, (la percentuale si è fermata al 15%), per poi scendere ancora con investitori immobiliari e i banchieri (10% e 8%).

 Non è questo, però, il dato che più fa riflettere.

Nel libro lo studioso ha effettuato una distinzione tra “invidiosi sociali” e “non-invidiosi”, ed è emerso che i cosiddetti invidiosi, erano molto meno propensi a invidiare i vincitori della lotteria.

Probabilmente è perché in una società in cui attribuiamo la misura del nostro valore ai soldi, la ricchezza piovuta dal cielo non ci induce a fare paragoni, e a chiederci cosa avremmo potuto fare di più, per somigliare a quelle persone.

 

La presa di responsabilità.

Resta il tema di fondo.

 Secondo alcuni osservatori, si percepisce nella nostra società un rancore diffuso contro chi ha grandi patrimoni, ossequiati e ammirati certo da molti, ma anche dileggiati, insultati, a volte anche minacciati, nella quasi indifferenza per non dire compiacenza generale.

Altrettanto netta è però la sensazione che l’ostilità sia causata dalla sensazione di vivere in una società sempre più diseguale, dove le cose belle sono sempre più riservate a pochi privilegiati, e le barriere all’ascensore sociale si fanno di giorno in giorno più alte.

Le tende degli studenti fuori sede, piazzate davanti alle Università all’inizio dello scorso anno accademico sono una raffigurazione emblematica.

Anche l’indagine condotta da Demopolis e promossa da Oxfam ci dice che ultimi cinque anni, per 7 italiani su 10 le diseguaglianze economiche (e non solo) sono aumentate.

 

Se la classe media è inacidita perché ha perso status, reddito, e aspirazioni, e i poveri sono sempre più poveri, allora forse c’è un problema nella nostra società.

L’alternativa, quella almeno proposta da movimenti come “Tax the Rich”, è riconoscere allora che la ricchezza non può essere vissuta e basta, magari limitandosi a sbatterla in faccia a chi non può, ma impone una responsabilità.

Ed è quella di contribuire a limare le disuguaglianze.

 

 

 

 

Cosa muove la logica del branco sui social:

le vittime più note dell’odio online.

Lastampa.it – Arcangelo Rocciola – (30 Giugno 2026) – Redazione – ci dice:

 

La ministra Roccella colpita dagli insulti sul web. Paga le sue scelte politiche. Ma al branco basta meno per scatenarsi. E spesso è mosso da logiche che vanno al di là del merito e toccano razza, sessualità, religione.

 I casi più famosi in Italia.

 

Cosa muove la logica del branco sui social: le vittime più note dell’odio online.

Un pensiero atroce.

Un simbolo a cui indirizzarlo.

 Un mezzo che ti consente di colpirlo senza guardarlo negli occhi, indifferente al suo dolore.

L’odio online da sempre si è costruito su questi tre elementi.

Quello che ha colpito la ministra Eugenia Roccella non fa eccezione. Anzi.

In poche ore è diventato uno dei casi più emblematici di questo fenomeno.

 La scomparsa di suo marito, Luigi Cavallari, 84 anni di cui 50 passati al fianco della ministra, ha scatenato un’ondata di commenti offensivi mentre ancora proseguono le ricerche nel Lago di Vico.

Nell’incertezza, nel dramma di queste ore, c’è chi ha augurato a Roccella la stessa fine, chi si dispiace solo perché non sia capitato a lei, chi ha invocato il karma, chi le indirizza sprezzanti “ben ti sta, così impari”.

 

Ma cosa dovrebbe imparare Roccella?

Gli haters (così vengono chiamati gli ingranaggi della macchina dell’odio, edulcorandone la natura) non perdonano al ministro le sue idee sull’aborto, sull’eutanasia, sulle unioni civili.

Posizioni che l’hanno resa simbolo delle politiche conservatrici.

Non è nuova alle contestazioni Roccella.

Ma online la contestazione è diventata odio.

Un odio forse impossibile da combattere.

Radicato in una società che ha trovato nei social uno sfogo violento ai propri conflitti.

Sui social il simbolo di una battaglia diventa capro espiatorio.

A sinistra, a destra: la cronaca non consente distinzioni.

 

L’odio online è protagonista della nostra vita sociale e politica da almeno 16 anni.

Anche qui, colpiti soprattutto i simboli.

 Lo era Cécile Kyenge.

Prima ministra nera della Repubblica nel 2013, diventa bersaglio di un razzismo che colpiva l’idea stessa di un'Italia multiculturale.

È stata oggetto di insulti prima da parte della politica (Roberto Calderoli la definì un ‘orango’ durante un comizio).

Poi dei social, che non inventano la realtà, al massimo la estremizzano. Kyenge diventa oggetto di fotomontaggi, messa di fianco ad animali, oggetto di commenti ironici sulla sua italianità.

 Altro simbolo, altro odio.

Liliana Segre, senatrice della Repubblica, sopravvissuta alla Shoah.

 Ha conosciuto il volto dell'antisemitismo contemporaneo e del negazionismo.

Diverso, ma altrettanto emblematico, il caso di Roberto Saviano.

 Da quasi vent’anni vive sotto scorta e da quasi vent’anni è bersaglio di insulti, minacce e campagne di delegittimazione.

 Nel suo caso l’odio non colpisce soltanto lo scrittore, ma ciò che rappresenta:

l’intellettuale pubblico, la lotta alla mafia, una certa idea di impegno civile.

Saviano diventa il simbolo di un’élite culturale da abbattere.

 

Ma tra i politici il caso più noto è quello di Laura Boldrini.

 Diventata simbolo dell’accoglienza e del femminismo istituzionale, ha subito gli attacchi sessisti più violenti mai subiti online da un politico italiano.

Anche per Boldrini l’odio online è stato specchio di un odio arrivato dal palco di un comizio, quando Matteo Salvini vide in una bambola gonfiabile una sua “sosia”.

Complice quel clima, a Boldrini augurano ogni tipo di violenza.

Non è un caso che è sua una delle iniziative che ha portato il Parlamento ad approvare una legge sul cyberbullismo.

Legge arrivata nel 2017 e dedicata alla memoria di una delle vittime più giovani dell’odio social.

Carolina Picchio.

Morta suicida a Novara dopo aver subito insulti e molestie online per essersi sentita male a una festa tra amici.

 Aveva 14 anni. Carolina non era un simbolo.

Lo è diventata dopo.

 

Lei come Tiziana Cantone.

 Altra vittima della rete che diventa arena.

Altra ragazza innocente.

Travolta da una gogna che trasformò il suo dramma privato in una umiliazione collettiva.

Anche Paolo Mendico lo scorso settembre si è tolto la vita.

 Aveva 14 anni. Era di Latina.

Vittima di bullismo perché aveva i capelli lunghi.

Dettaglio che ai suoi compagni è dovuto sembrare sufficiente per tormentarlo, dargli dell’effemminato.

 

Ma c’è anche un odio più sottile.

Che magari non fa vittime. Ma c’è.

Lo sport è uno dei settori dove l’odio online è più visibile.

Eleonora Goldoni, giocatrice della Lazio, lo ha denunciato.

Ha detto di essere stata oggetto di insulti sessisti, che molti dicevano che era più un’influencer che una giocatrice.

Racconta di una parte di società che ancora non è in grado di accettare una figura come l’atleta donna.

 

Altro simbolo. Il branco non odia le persone.

 Odia ciò che rappresentano.

E quando il potere del simbolo prende il posto della persona, anche il dolore può diventare un’occasione per colpire.

 

 

 

L’odio, protagonista del nostro tempo.

Glistatigenerali.com - David Bidussa – (3 Maggio 2026) – Redazione – ci dice:

La legittimazione pubblica del discorso d’odio è in crescita:

retoriche xenofobe riemergono nei linguaggi della politica, nei media e nello spazio digitale, trovando eco in movimenti che fanno dell’ostilità verso l’altro un principio identitario.

È ciò che sostiene “Orlando Paris” nel suo “Pensare l’odio”.

 

Rispetto all’odio nel tempo si sono prodotte due strategie:

 la prima è quella che ha caratterizzato il secondo dopoguerra ed è contraddistinta dalla determinazione a fare i conti con gli elementi strutturali che hanno posto in essere i totalitarismi e le macchine di sterminio.

Al centro di questa indagine sta soprattutto Auschwitz.

 

La seconda traiettoria si inaugura negli Stati Uniti a partire dagli anni ’60 e l’elemento generativo è dato dall’impegno e dalla riflessione pubblica su come costruire un movimento di coscienza intorno alla segregazione razziale.

 Il tema diventa la questione dei diritti civili della popolazione afro-americana.

“Orlando Paris” propone sei diversi percorsi di indagine.

 

A un primo livello il tema è dato dalla connessione tra odio razzista, odio antisemita e logiche biopolitiche del potere.

I punti di riferimento per Paris sono soprattutto Arendt, Foucault e Giorgio Agamben.

L’odio razziale e antisemita è concepito come un dispositivo funzionale a una logica di potere.

 Un profilo su cui Agamben interviene costantemente in queste settimane (per esempio nella sua rubrica “una Voce” sulle pagine web di “Quodlibet”).

 

A un secondo livello il suo tema è costituito dalla critica alla razionalità occidentale pensando soprattutto alle riflessioni proposte da Horkheimer e Adorno sull’illuminismo (il riferimento è al loro “Dialettica dell’illuminismo”) quando sostengono che sia da affrontare un’indagine critica sull’illuminismo non negando la connessione tra libertà e illuminismo, ma al tempo stesso vedendo e cogliendone tutti gli elementi critici e contraddittori.

 

A un terzo livello sta l’indagine sugli esecutori e sulle macchine persuasive che rendono possibili gli stermini.

 Un percorso che negli anni ’80 ha avuto il suo testo fondativo in due libri fondamentali: da una parte “Uomini comuni” di Christopher R. Browning; dall’altra “Modernità e olocausto” di Zygmunt Bauman.

 

A un quarto livello il tema è indicato nel meccanismo che Primo Levi ci ha lasciato con il suo “I sommersi e i salvati”, un testo che ha molti spunti, ma con cui complessivamente “Orlando Paris” non mi pare faccia i conti.

 

Il quinto livello è dato dagli studi sull’odio che a partire dagli anni ‘80 hanno proposto questa categoria al centro dell’attenzione soprattutto scavando intorno al concetto di genocidio, un dato, sottolinea Paris, al centro del quale sta la categoria politica, culturale e mentale di «spersonalizzazione del nemico».

Categoria che precisa “genera quella distanza emotiva che consente al carnefice di percepire la vittima non più come individuo, ma come categoria astratta”.

 

Questione molto pertinente, oltreché interessante, perché non classifica la categoria in relazione ai «numeri» per mettere al centro la questione degli atteggiamenti mentali che producono azione, come giustamente non hanno mancato di sottolineare anni fa Simona Forti nel suo “I nuovi demoni” e più recentemente “Paolo Finzi” nel suo “Genocidio”.

Una storia politica e culturale.

 

Ma soprattutto questione, e qui sta il sesto livello di indagine proposto da Paris, che mette al centro l’analisi dei linguaggi, delle parole che si usano, e dunque dell’immaginario che accompagna l’azione di odio.

Un aspetto da cui nessuno esce innocente. Soprattutto non sono innocenti coloro che a gran voce dichiarano di esserlo narrandosi esclusivamente come vittime e dunque non assumendo la responsabilità della trasformazione indotta dalla loro azione perché ogni volta raccontata come «eccezionale» e soprattutto si cui è unico responsabile il nemico che va radicalmente punito e che, soprattutto, è meritevole di quella punizione.

 

Postura mentale che soprattutto non salva nemmeno il vasto cosmo degli spettatori – meglio dei «tifosi».

 Ovvero di coloro che in tribuna si affannano e si affollano a parteggiare, senza mettere nel conto che nella trasformazione che conduce al sostegno di pratiche terminative ci sta anche la tifoseria, mascherata, – o meglio vestita – di domanda di giustizia.

Un percorso che ci riguarda molto da vicino.

Soprattutto quelli che urlano in nome dell’umanità, pensando che l’evocazione di quella parola li renda innocenti.

Comunque non responsabili.

 

 

 

 

Il tempo dell’illuminismo oscuro.

 Glistatigenerali.com – (1° Luglio 2026) - David Bidussa – Redazione – ci dice:

 

La seconda vittoria di Donald Trump nel novembre 2024 ha portato alla ribalta i suoi profeti.

La fine della democrazia, il ritorno a una società elitaria e gerarchica, il tecno-capitalismo, il maschilismo, il biologismo – rischiano ora di diventare realtà.

 

Nel 2007 “Peter Thiem” pubblica “The Straussiano Moment” di fatto riconosciuto oggi come il testo fondativo del “neo reazionarismo americano”.

 La tesi è diretta: Democrazia, diritti, eguaglianza, liberalismo, Stato-di-diritto, non sono che pensieri deboli, inadeguati, da sostituire con un potere securitario e funzionale alla conservazione della supremazia del capitale neoliberale occidentale.

 

Testo che è un manifesto ed un programma (politico, sociale ed imprenditoriale).

Il punto di partenza sono le polveri, il sangue, l’acciaio ritorto delle torri gemelle l’11 settembre 2001.

Momento assunto a paradigma per dichiarare l’obsolescenza della “razionalità degli Stati-nazione”.

La risposta doveva essere securitaria, repressiva;

un richiamo alla crociata, scrive Thiem, perché “oggi, la mera autoconservazione costringe tutti noi a guardare il mondo in modo nuovo a pensare pensieri nuovi e strani, e quindi a risvegliarci da quel lunghissimo e proficuo periodo di torpore e amnesia intellettuale che viene chiamato in modo così fuorviante illuminismo”.

Risposta che esprime – come ha scritto Alessandro Mulieri nel suo Tecno-monarchi –“la sfida più radicale alla democrazia e all’eguaglianza dai fascismi del Novecento” [p. 197].

Ma per analizzarne le potenzialità, ma anche i percorsi occorre considerare vari aspetti.

 

 Primo aspetto.

 

Scrive “Arnaud Miranda” nel suo” Illuminismo oscuro”, consiste nello stabilire delle differenze all’interno non solo genericamente della destra americana, ma anche dell’offerta che distingue il mondo della destra alternativa che ha avuto nel corso della prima Presidenza Trump in Steve Bannon il suo punto di riferimento.

 

Osserva Arnaud Miranda che sbaglieremmo a ridurre tutto a quella figura.

La nascita del pensiero neo reazionario negli Stati Uniti si origina preliminarmente attraverso il rinnovamento della destra americana;

poi in una riflessione in cui elemento essenziale è dato dalle culture libertarie.

 In queste culture libertarie un elemento essenziale è rappresentato dalle culture antiambientaliste.

Una visione libertaria che è fondata sulla convinzione che in nome della «difesa dell’ambiente», le classi politiche di vari paesi stanno progressivamente dilatando il loro potere sull’economia e sulla società. La convinzione che è che l’ecologismo sia un’ideologia che nasce dalla avversione dell’idea di mercato.

 

Una psicologia, quella dell’ecologista, che per la destra neo-reazionaria assomiglia molto a quella propria del burocrate, il quale, come ha sottolineato” Karl Mannheim” è ossessivamente preoccupato della sicurezza e dell’esigenza di evitare ogni sorta di rischio.

Diversamente:

L’uomo nuovo cresciuto nell’epoca dello statalismo novecentesco teme ogni libertà di iniziativa e ogni spazio di innovazione, convinto che soltanto ciò che è prevedibile può essere compatibile con un ordine sociale liberato dalla paura”.

 

Dunque preliminarmente si tratta di rompere questo cerchio vizioso.

Per romperlo si tratta di fondare un canone che Miranda condensa in 5 punti.

Per la precisione:

La convinzione che esistano gerarchie naturali;

un profondo pessimismo antropologico;

Una totale avversione nei confronti della democrazia;

La rivendicazione del dritto all’ exit.

Ovvero, scrive Miranda, “la possibilità di lasciare lo Stato di cui si è cittadini per fondare un’altra comunità o unirvisi.

L’ottimismo verso la tecnologia.

 Rispetto al canone della destra alternativa di Bannon, i neo reazionari non sono cultori dell’entro-nazionalismo.

Secondo aspetto.

Insistenza sul fatto che contemporaneamente si esprime attraverso una politica di decisione centralizzata, ma adottando una dinamica in cui la centralizzazione non è il suo criterio intellettuale.

 Anzi, all’opposto, la figura di Marvin Curtis, figura strutturale  non solo nelle proposte ,ma anche nel funzionamento della seconda presidenza Trump (sua è l’idea di creare DOGE, Department of Government Efficiency; sua la posizione degli Stati Uniti rispetto alla guerra in Ucraina, suo  il piano per Gaza; sua la tecnica di presidenzializzazione del regime inaugurato da Trump) apre un nuovo fronte di indagine che si traduce non più solo in ciò che promuove, ma negli effetti che discendono da ciò che promuove.

 

La conseguenza di una dimensione che in gran parte è decentrata, che si accreditata presentandosi come contro-élite, ha come messaggio implicito tanto la rimozione quanto lo smantellamento del sistema culturale che si è affermato con i movimenti emancipativi della seconda metà del’900.

 

Risponde a questa logica la battaglia contro il mondo delle università descritto come il potere che impedisce di agire.

 Ovvero lo smantellamento del sistema come potere legittimato.

Questo aspetto ci consente di capire che il confronto serrato tra amministrazione Trump e mondo universitario americano non è né contingente, né occasionale, bensì strutturale e riguarda una strategia ben precisa.

Che non si esaurisce solo nel momento in cui finisce la protesta.

 

 Terzo aspetto.

 

Il pensiero neo reazionario non è solo Curtis e non è unico. Per esempio, in alternativa a Curtis, si è espresso il filosofo “Nick Land” che conia il termine di “Illuminismo oscuro” che Miranda usa come metafora per l’intera area politica dei neo reazionari.

Land muove da una rivendicazione libertaria come replica e risposta verticalmente alternative alla filosofia economica e sociale del keynesismo.

 Ma soprattutto Land invoca una critica radicale e virulenta della democrazia.

La democrazia per Nick Land non è un semplice regime politico, ma un’ideologia egualitaria che sin basa sull’espansione dello Stato frenando in tal modo lo sviluppo del capitalismo.

 Per questo è da eliminare.

 

A differenza di Curtis, Land non auspica un governo stabile, ma la liberazione da ciò che chiama «freni morali» in modo da dare libero sfogo al processo di tecnologizzazione.

Ciò che lo affascina è la sfida di pensare domani come libero da vincoli, in una dimensione estrema di voglia di futuro che non è «ritorno all’ordine», ma il suo contrario.

Una rottura del modello classico capitalistico che si ritrova anche in altri pensatori del neo reazionarismo:

da Sandrelli che teorizza la necessità di recuperare una centralità della bianchitine contro l’uso delle ideologie egualitarie che hanno, attraverso la cultura dell’inclusione e dell’emancipazione, la fondazione di una società di mediocri,  a Costi Alamari (più noto con lo pseudonimo Bronzeo Age Perverta) sostenitore della necessità di una nuova civiltà fondata sull’azione dell’orda  espressa da un governo militare che sia il risultato di un profilo di rigenerazione universale, in cui è profonda l’influenza del pensiero di Julius Evola, in particolare il suo Rivolta contro il mondo moderno).

 

Una dimensione, conclude Miranda in cui il fenomeno illiberale testimonia di un progetto di egemonia culturale che non si limita al agli Stati Uniti che indica un tratto molto più vasto, diffuso e profondo: il profilo di una cultura e di un progetto illiberale come codice di questo nostro tempo, o meglio come progetto utopico per il terzo millennio.

 

 Come rispondere?

 

Se la replica non è adottare lo stesso linguaggio, ma rovesciare la logica, allora una risorsa è in ciò che suggeriva molto tempo fa Albert Camus, in un testo dal titolo” Réflexions sur une democrazia sans catechismo”.

 

Scrive Camus nelle prime righe di esordio: “La democrazia è l’esercizio sociale e politico della modestia”.

 

E poi aggiunge:

 

“Il reazionario dell’Ancien Régime sosteneva che la ragione non avrebbe risolto nulla.

 Il reazionario del nuovo regime pensa che la ragione risolverà tutto.

Il vero democratico crede che la ragione possa far luce su moltissimi problemi e risolverne quasi altrettanti.

 Tuttavia, egli non crede che essa regni, quale sovrana assoluta, sull’intero mondo.

 Ne consegue che il democratico è modesto.

Egli ammette una certa dose di ignoranza, riconoscendo la natura in parte sperimentale della propria iniziativa e il fatto di non possedere tutte le risposte.

Sulla base di tale ammissione, riconosce la necessità di consultare gli altri e di integrare le proprie conoscenze con le loro.

Considera la propria autorità come derivante esclusivamente da un mandato conferito da altri e soggetta al loro costante consenso. Qualunque decisione sia chiamato ad assumere, accetta che le persone coinvolte possano valutare la questione in modo diverso ed esprimere le proprie opinioni al riguardo”.

 

Tirare le conseguenze di questa riflessione implica avere consapevolezza che il democratico deve essere responsabile; deve affrontare i problemi, non lasciare che si consolidino; fare le riforme, realizzare ll compromesso sociale, ridurre le ineguaglianze quando ancora si ha tempo davanti. Non fare la politica del comodo. Soprattutto delegittimare di autorevolezza politica gli apprendisti stregoni.

 

Quante di queste necessità noi democratici abbiamo affrontato con radicalità e con realismo negli ultimi 30 anni?

 

Se la risposta, come penso, è negativa, allora per molti questa sembrerà una strategia inefficace.

Si tratta di costruire una ipotesi di resistenza e sapere che la battaglia sarà lunga. Molto lunga.

In ogni caso non ci sono soluzioni prêt-à-porter.

Stati Uniti.

 

 

 

Dietro l’odio spesso c’è desiderio di giustizia.

   Lucysullacultura.com - Valerio Magrelli – (22 Aprile 2026) – Redazione – ci dice:

Magrelli Cover – Odio.

(lucysullacultura.com/dietro-lodio-spesso-ce-desiderio-di-giustizia).

L’odio è di solito associato a pulsioni negative a autodistruttive. Non si deve sottovalutare però un altro aspetto di questo sentimento:

il disperato tentativo di giustizia che, almeno in certi casi, lo alimenta.

 

Ho accettato con gioia, anzi, con entusiasmo la proposta di un intervento sul concetto di odio.

Appena messa a fuoco la questione, il primo “Io” a scattare in testa, naturalmente, è stato lo studente che mi accompagna ormai da una settantina d’anni.

 

Basta buttargli un osso e lui impazzisce.

Tempo dieci minuti, aveva già trovato un paio di piste etimologiche, la prima delle quali, in effetti ghiottissima, spiegava la radice comune delle parole “odio” e “noia ”…

Strano, le avrei dette agli antipodi, forse perché a odiare non ci si stanca mai!

 Invece sono parenti.

 Ad ogni modo, sono riuscito a bloccarlo, questo mio “Io” erudito, prima che mi tirasse giù tutti i volumi del Grande Dizionario Battaglia.

No, non è per una tesi, gli ho spiegato paziente, ma per qualcosa di profondamente diverso.

Al che, mentre lui tornava a cuccia mortificato e con la coda tra le gambe, è balzato su il secondo “Io”, completamente diverso dal precedente:

 quello un secchione, questo uno squilibrato, là un erudito, qui un forsennato, uno a studiare l’evoluzione linguistica, l’altro a cercare la rissa.

È stato un attimo e, proprio come “Leporello” nel Don Giovanni, ha cominciato a ripassare il catalogo, nome per nome, di tutti quelli che vorrebbe (e io con lui) veder marcire nelle segrete di abominevoli castelli, incatenati a pietre secolari.

 Pur apprezzando la sua disponibilità, ho dovuto convincerlo a desistere: non volevo un lavoro accademico, certo, ma nemmeno un travaso di bile.

Se ne è andato blaterando. E allora?

 

Anche se involontarie, le due reazioni mi hanno aiutato a capire la mia posizione, posizione, avevo scordato di dirlo, di massimo esperto d’odio tra i viventi.

 Sia chiaro da subito:

c’è poco da vantarsi, perché l’odio è un sentimento autodistruttivo.

 E qui devo citare “Andrea Inglese,” che nelle prose di Prati ha dichiarato:

“Parlo alla prima persona, in quanto chi è molto povero come me, un intermediario, ossia la terza persona, non può permettersela”.

 Intendo dunque esaminare l’odio in prima persona, per testimoniare di una lesione e, magari, provare a capirla.

 L’odio come lo intendo, è una mancanza, un difetto, una mutilazione con cui si esprime la forza disperata e straziante di chi cerca di ristabilire una qualsiasi giustizia.

Per quanto riguarda me, un soggetto cresciuto nel catechismo, la radice dell’odio è apertamente teologica e ha come oggetto quanto di più offensivo Cristo ha potuto ideare: la figura del figliol prodigo.

Sento ancora i pianti del bambino che strilla: “Non è giusto, però!” Che tenerezza, quello sconsolato “però”; ci vorrebbe un volume per spiegarlo.

 È la protesta di una persona che vede cambiare le carte in tavola, osserva trionfare l’ingiustizia, e resta sbalordita dall’impudenza dell’interlocutore:

“Ma prima avevamo stabilito un’altra cosa, però”.

 

Riassumendo, la parabola (Luca 15,11-32) parla del figlio maggiore, sempre rimasto fedele accanto ai genitori, che dopo anni vede tornare il proprio fratello sventato e scialacquatore.  La calorosa accoglienza del padre verso l’ultimo arrivato fa sentire al primogenito una netta disparità di trattamento, una evidente mancanza di riconoscimento per i suoi sacrifici.

Come negare un senso di prevaricazione?

Io, perlomeno, l’ho subito avvertito, come pure ascoltando l’altrettanto sciagurata parabola dei lavoratori della vigna (Matteo 20,1-16), in cui il padrone decide di dare lo stesso salario sia a chi fatica fin dall’alba, sia a chi ha cominciato nel tardo pomeriggio.

Qui, indignazione sindacale.

 Non sono più cattolico, per cui vi risparmio le cervellotiche interpretazioni parrocchiali, ma i due racconti mi servono per spiegare lo stretto nesso tra odio e iniquità, perché odio significa rancore che fermenta nel tempo.

 L’odio ha le sue annate, e forse per questo Baudelaire lo associò all’immagine delle botti di vino e degli ubriachi in una poesia che ha proprio questo titolo.

L’odio matura, invecchia, si distilla, liquore dei deboli, sollievo degli ultimi, non dei fighetti di Cristo, non dei prodighi figli di papà, non degli operai scansafatiche.

 

Magrelli 2.

E non è tutto: infatti, per un’ulteriore forma di ingiustizia, a soffrire, non chi è odiato, bensì chi odia.

Pensavo fosse di Shakespeare, invece non è così; la frase, comunque acuta, afferma che odiare è come bere veleno sperando che qualcun altro muoia (chi sarà stato l’autore?).

 Lo ammetto, tendo a giustificare questo sentimento perché, ai miei occhi, non ha nulla a che fare con la malvagità.

Prova ne sia che il boia ride e il carnefice sorride, perché in loro non c’è alcuno spazio per l’odio.

Chi odia, invece, reagisce ad un sopruso, anzi NON reagisce, e proprio da questa sua in-azione nasce e cresce l’odio.

Per come la intendo io, insomma, l’odio è come l’elemosina per un questuante.

È debolezza truccata da spavalderia, è il sosia della forza, è impotenza allo stato puro, e soprattutto consiste nella coscienza della propria impotenza.

Ha addirittura una sua specifica forma verbale, cioè il congiuntivo, ben diverso dal futuro del predatore.

 Quest’ultimo dice: “Quando ti prenderò…” Colui che è affetto dall’odio, viceversa, può soltanto imprecare: “Se ti potessi prendere…” 

E la crudezza delle pene immaginarie che augura al colpevole aumenta in modo inversamente proporzionale alla possibilità di tradurle in pratica.

Davanti a me, un’auto compie una conversione a U. Ho uno sbocco di sangue, “Ah, se potessi prenderti…”

 E poi? Poi niente, poi la solita rassegnazione del “Che ci vuoi fare?”, anzi del “Che ci puoi fare?” Niente, non ci puoi fare niente. Rassegnati.

Non ti resta che rimboccare le cisterne dell’odio, e berne di tanto in tanto, così da avvelenarti al posto della carogna che non pagherà mai i propri peccati.

 

Un amico mi ha segnalato una poesia di Wislawa Szymborska su questo stesso oggetto, ma non mi ha affatto convinto.

Continuo perciò a insistere su questo punto:

così come lo intendo io, secondo quanto ho cercato di spiegare fin qui, l’odio è una passione tale da suscitare tenerezza. Confina con le lacrime.

Non bisogna interpretarlo come una forma di aggressività, perché rappresenta piuttosto la lingua dell’aggredito, una lingua destinata a restare tragicamente muta, senza ascolto.

 I conquistadores spagnoli non hanno mai odiato le popolazioni indigene che sterminarono; erano queste a odiarli, purtroppo inutilmente.

L’odio è inutile, non troverà mai sbocco, tranne in qualche felice e perciò rarissimo momento storico – penso a quella Rivoluzione Francese da cui è nata la nostra civiltà laica e democratica.

 L’odio esprime tutta la sofferenza dei sottomessi, degli oppressi, in un mondo il cui dio, non dimentichiamolo mai, protegge solamente il figliol prodigo.

(Valerio Magrelli).

 

 

 

 

Politica.

Matilde Siracusano: “Vannacci? Gli slogan non risolvono i problemi. Ora una legge contro l’odio sul web.”

Lidentita.it - Laura Tecce – (1° Luglio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Rivendica la linea del governo sulla politica estera, esclude elezioni anticipate e rilancia la necessità di una legge contro l’”hate speech”.

La sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento, Matilde Siracusano, affronta i principali dossier politici:

dalla geopolitica alla legge elettorale, fino alla giustizia e ai social.

 

Sottosegretaria, in un quadro internazionale sempre più instabile, qual è oggi la priorità dell’Italia?

 

“La priorità è non correre il rischio di indebolire l’Occidente.

 Al di là delle posizioni del presidente Trump, sarebbe un grave errore mettere in discussione il rapporto con gli Stati Uniti.

Il governo italiano ha mantenuto una linea seria e autorevole, rafforzando l’Alleanza Atlantica e dimostrando, quando è stato necessario, anche autonomia nelle proprie scelte.

 La credibilità internazionale dell’Italia oggi è riconosciuta”.

 

C’è chi continua a ipotizzare elezioni anticipate. È uno scenario realistico?

 

“No. Il presidente Meloni è stato coerente fin dall’inizio:

ha sempre detto che la legislatura sarebbe arrivata a scadenza e così sarà.

Ci attende una legge di Bilancio importante.

 In questi anni abbiamo rimesso in ordine i conti pubblici, nonostante la crisi energetica e il difficile contesto internazionale, smentendo chi prevedeva il contrario.

Lo shock fiscale che avevamo immaginato non è stato ancora possibile realizzarlo, ma la direzione è quella:

ridurre la pressione fiscale.

Grazie alla stabilità raggiunta potremo consolidare le misure già adottate, dal taglio del cuneo alla riforma dell’Irpef, e continuare a sostenere famiglie e imprese”.

 

Continua a far discutere la crescita di Roberto Vannacci. La preoccupa?

No, perché non credo che questo consenso sia destinato a durare. Vannacci occupa uno spazio politico, ma non ha un’offerta programmatica.

È facile soffiare sul fuoco della rabbia e del populismo;

 molto più difficile è governare, dare risposte concrete.

L’immigrazione, ad esempio, è un tema serio:

va contrastata quella irregolare, accelerando i rimpatri, ma bisogna anche governare i flussi regolari e favorire l’integrazione di chi viene in Italia per lavorare e rispettare le regole.

 Le questioni si affrontano con il buon senso, non con gli slogan”.

 

Però proprio su sicurezza e immigrazione una parte dell’elettorato di centrodestra ritiene che il governo abbia fatto meno di quanto promesso…

“Non condivido questa lettura. Il governo ha fatto il massimo e continuerà a fare la sua parte.

 Ripeto: i flussi vanno governati, anche perché ci sono settori in cui le imprese non trovano più manodopera.

La sfida è proprio questa:

coniugare il contrasto all’immigrazione irregolare con un modello di integrazione efficace per chi contribuisce alla crescita del Paese.

Da siciliana conosco bene anche le difficoltà del Sud, dove esistono realtà come il caporalato e lo sfruttamento degli immigrati regolari, che richiedono risposte concrete.

Il governo ha intrapreso la strada giusta: serve tempo per costruire un modello efficace, ma i dati del Ministero dell’Interno, rispetto al passato, sono incoraggianti.

Il resto mi sembra soprattutto una narrazione propagandistica”.

 

Sulla legge elettorale avete trovato una quadra, ma resta ancora da sciogliere il nodo delle preferenze…

“Potrebbero esserci ancora emendamenti e ci sarà tutto il tempo per discutere eventuali correzioni. Sul tema delle preferenze vedo un po’ di ipocrisia: c’è chi le sostiene a fasi alterne.

Personalmente credo che un sistema basato sulle preferenze rischi di penalizzare una parte importante della società civile – penso a professori universitari, scienziati e professionisti – che difficilmente potrebbero competere sul piano del consenso personale. Si può ragionare su un sistema misto.

La vera priorità, però, è un’altra: garantire governabilità e stabilità.

Il sistema elettorale non è un tema lontano dai cittadini, perché chi vota vuole sapere con certezza chi governerà il giorno dopo le elezioni. In questi anni abbiamo visto quanto la stabilità politica abbia anche un valore economico”.

Lei ha denunciato pubblicamente gli insulti e i commenti sessisti che riceve sui social. La politica è ancora in ritardo nel contrastare l’hate speech?

“Il fenomeno sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti.

Ne è la dimostrazione l’ultima ondata di odio social che ha investito la ministra Roccella, a cui va tutta la mia solidarietà. Quel video era nato anche con un po’ di ironia: volevo ridicolizzare gli “haters” che si nascondono dietro l’anonimato. Io ho le spalle larghe, ma tante ragazze vivono quegli attacchi in modo drammatico, fino a casi di depressione.

Per questo credo che sia arrivato il momento di intervenire. Stiamo lavorando a un testo che possa raccogliere la più ampia convergenza parlamentare e che sia realmente efficace, affrontando anche il nodo dell’anonimato sul web.

Mi auguro che su un tema come quello dell’odio on line si riesca ad andare oltre le appartenenze politiche.

 Parallelamente serve una riflessione sull’uso dei social da parte dei minori. Il digitale è parte della nostra vita e non possiamo pensare di tornare indietro, ma è necessario introdurre regole più chiare e tutelare i ragazzi più fragili.

È una responsabilità che riguarda la politica, ma anche le famiglie. È una battaglia che considero prioritaria”.

 

A proposito di nuovi mezzi di comunicazione, anche la politica oggi corre alla velocità dei social. È necessario adeguare il linguaggio e il proprio modo di comunicare?

“È obbligato a farlo. Oggi bisogna saper tradurre temi complessi in messaggi semplici, essere diretti e parlare a tutti, soprattutto ai più giovani che si informano prevalentemente attraverso i social. Ma questo non significa banalizzare i contenuti.

 La comunicazione è un lavoro e improvvisare raramente funziona: anche la politica dovrebbe affidarsi di più a professionisti del settore. Oggi saper spiegare bene ciò che si fa è importante quasi quanto farlo”.

 

C’è un tema che le sta particolarmente a cuore e che vorrebbe vedere realizzato nell’ultimo anno di legislatura?

 

“Mi piacerebbe almeno avviare il confronto sulla responsabilità dei magistrati. È un principio di civiltà: chi sbaglia deve rispondere dei propri errori, come accade per qualsiasi altro professionista, naturalmente senza intaccare in alcun modo l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.

Ho vissuto personalmente, nella mia famiglia, vicende che mi hanno resa particolarmente sensibile a questo tema. Quando un innocente finisce in carcere per un errore o, peggio, per dolo, la sua vita e quella dei suoi familiari vengono devastate.

Per questo Forza Italia continua a portare avanti la battaglia garantista.

 Il ministro Nordio ha già introdotto importanti correttivi ma c’è ancora molto da fare.

Anche sul referendum per la separazione delle carriere abbiamo pagato un deficit di comunicazione:

 nell’era dei social bisogna saper spiegare riforme complesse con un linguaggio semplice, altrimenti prevalgono la disinformazione e gli slogan”.

 

 

 

 

 

È nato l’Intellettuale artificiale.

Marcelloveneziani.com - Marcello Veneziani – (02 Luglio 2026) – ci dice:

 

Ogni santo giorno i giornali e la tv si fermano davanti all’edicola votiva per venerare l’Intelligenza Artificiale e i suoi prodigi.

 O, se atei o credenti in altre religioni, per tirare il freno d’emergenza o suonare il campanello d’allarme, sulla nuova divinità mostruosa che s’impone al culto.

In fondo monstrum conserva tutta la sua ambiguità perché significa sia prodigio eccezionale che orrenda bestia.

 Non c’è santo giorno che all’edicola votiva non si celebri un rito, una messa, non si lasci un dono in offerta o un ex voto a devozione. Convengono da ogni parte per l’adorazione dei Re Magi, perché di sovranità si tratta e pure di magia.

 Rifugio di ogni demenza naturale o snaturata, invocazione di ogni perizia tecnologica o traviata, l’Intelligenza Artificiale domina ormai incontrastata il panorama mondiale e produce svariate protesi in tutti i campi, dalla politica alla difesa, dalla sanità all’avvocatura, dall’industria alla pubblica amministrazione, dalla campagna alla bottega.

 Tutto è passato sotto il controllo e il dominio dell’IA, questa sigla che un tempo era il raglio dell’asino e oggi è invece qualcosa che si pronuncia come il “Si” tedesco al mondo nuovo.

 In ogni mestiere, professione o lavoro individuale e collettivo, c’è ormai la zampa meccanica dell’Intelligenza Artificiale.

 Ma nessuno aveva finora usato per pudore l’Intelligenza Artificiale per indicare una figura che sfugge a ogni precisa classificazione e resta volutamente amorfa e polimorfa, nel limbo di un sapere indefinito e generale e di un lavoro misterioso che sconfina nel non lavoro.

Ma alla fine bisogna avere il coraggio di annunciarlo:

 sta nascendo l’Intellettuale Artificiale.

Figura nuova, assolutamente inedita, che mette fine, una volta per tutte, alle annose controversie intorno al ruolo, alla collocazione e al compito degli intellettuali.

 L’intellettuale apparve alla fine dell’ottocento ma era già in funzione nel settecento con le società di pensiero illuministe.

 Il battesimo avvenne in Francia e si accompagnò a due fattori:

l’avvento della modernità e il primato delle ideologie.

 Poi la definizione di Intellettuale diventò retroattiva e si applicò perfino all’antichità e diventò estensiva e si applicò a ogni genere d’artista o di studioso.

Nacque con una contraddizione intrinseca che fu il suo peccato originale e infine la sua condanna:

pur evocando l’intelletto, l’attività di pensiero e dunque il primato delle idee sulla realtà, l’intellettuale nasce nel tempo in cui il pensiero per essere valido deve farsi azione, la teoria deve farsi prassi, la filosofia deve versarsi nella storia e nella politica.

 

Quindi il povero intellettuale portava già dalla nascita il dispositivo della sua condanna alla dismissione:

 se è l’azione a determinare il pensiero e a decidere tutto, allora l’attività intellettuale è superflua, e prima o poi verrà superata dalla tecnologia e dalle altre pratiche di vita che rendono inutile il pensiero. L’Intellettuale accettò la subordinazione delle idee alla loro realizzazione e quindi della cultura alla politica;

ma poi con il dominio della tecnica non c’era più bisogno nemmeno del supporto ideologico fornito dall’Intellettuale.

 E suonava un po’ ridicola la definizione stessa di egemonia intellettuale o egemonia culturale, a lungo imperante per tutto il novecento, una volta che è arrivata l’Intelligenza Artificiale.

Lo notava ieri su La Verità un bizzarro uomo di scienza, come “Mariano Bizzarri”, annunciando la nascita con la Rete dell’”Intellettuale Collettivo”;

non è più il Partito ma il Web a far nascere sui social questa figura partorita dalla Tecnica;

 non è più l’Ideologia ma la Tecnologia con le sue verità scientifiche il suo orizzonte di riferimento.

 

Così si sono create le condizioni per la nascita dell’Intellettuale Artificiale:

che non legge ma scarica, non pensa ma si collega, non vive su una nuvola, come Aristofane sfotteva il filosofo Socrate, ma attinge il suo sapere dalla nuvola, l’”I-Cloud” e poi la getta nella rete.

 

L’Intellettuale Artificiale si insinua dappertutto, anzi è ormai pervasivo, dilagante.

 Le idee non servono più, ma anche le passioni ideali e civili sono reperti grotteschi di un’epoca primitiva che non si addice al paesaggio social e tech e alle sue platee;

sono però ammessi insulti e rancori, mentre non sono gradite riflessioni e pensieri originali.

Bisogna essere nel trend, nel mainstream, altrimenti si esce dai circuiti. L’Intellettuale Artificiale confeziona opere artificiali, romanzi, saggi, studi farlocchi oppure installazioni, opere d’arte, inventiva.

 La sua specialità è togliere contenuta e ideali a ogni cosa, togliere significati e assumere solo funzioni e finzioni, come si addice a un’era tecnologica assai spinta sul virtuale.

 

Nel versante artistico il precursore dell’Intellettuale Artificiale fu Totò, in un film del 1950, nelle vesti di artista moderno.

 Il suo interlocutore gli confessava di non capire la sua arte “Io non capisco che razza di arte è la tua. Astrattista, Futurista, Esistenzialista?” E Totò rispondeva:

 “La mia arte è Assenteista, cioè vale a dire che alle mie opere manca sempre qualche cosa”.

 E poi spiegava al sorpreso e disorientato interlocutore:

”Vedi questa?” “Cos’è?-

gli diceva con gli occhi del buon senso comune l’amico- Un cippo funerario?”.

”Profano! – lo apostrofava Totò – Questa è una madre con il bambino che piange.”

 

“E dov’è la madre?” Gli obiettava l’amico.

 “La madre è uscita- rispondeva Totò. Ecco perché il bambino piange” “Sì, vabbè – rispondeva scettico l’amico – ma io non vedo neanche il bambino”.

 E Totò:

 ”Ma il bambino, sciocco, è corso dietro alla madre” (da Totò cerca moglie).

Questo si che è surrealismo puro.

 Ecco l’arte assenteista, ma si potrebbe estendere la definizione alla cultura assenteista, al pensiero assenteista;

ossia l’assenza di contenuto e forma, l’assenza d’arte, di cultura e di pensiero.

L’Intellettuale Artificiale è il luogotenente del Nulla e del Vuoto, non esprime idee, bellezza, profondità, pensiero, capacità artistica o intellettuale.

Nativo digitale, o digitale d’adozione, delega al dito il compito di pensare e di creare.

Per la mente attinge a quella artificiale.

Insomma, tiratevi su, l’Intellettuale Organico non è finito, come pensavate, è stato solo sostituito dall’Intellettuale Artificiale.

(La Verità – 1° luglio 2026).

 

 

 

 

Quando l'intelligenza artificiale si offusca.

Meer.com – (21 giugno 2026) - Antonio Marturano – Redazione – ci dice:

 

Il lato oscuro della rivoluzione dell'intelligenza.

Le interruzioni che hanno colpito ChatGPT e Claude il 2 giugno 2026 hanno mostrato una realtà spesso trascurata:

 l'intelligenza artificiale non vive nel “cloud astratto” delle nostre immaginazioni, ma dipende da infrastrutture materiali estremamente fragili e costose.

 

La mattina del 2 giugno 2026, milioni di utenti si sono ritrovati a fissare messaggi di errore.

Claude era fuori servizio.

 Poche ore dopo, è toccato a ChatGPT.

 I social media si sono riempiti del solito mix di frustrazione, umorismo nero e teorie del complotto: attacchi hacker, sabotaggi coordinati, guerra geopolitica.

La verità, a quanto pare, era al tempo stesso più banale e più rivelatrice.

 

Nessun avversario era responsabile.

Le interruzioni erano, con ogni probabilità, il risultato di una domanda ordinaria che aveva sopraffatto risorse fisiche limitate.

La pagina di stato di “Anthropic” ha confermato “tassi di errore elevati su più modelli”.

OpenAI ha segnalato una “disponibilità ridotta”.

Due incidenti distinti, a poche ore di distanza l’uno dall’altro, causati dalla stessa condizione strutturale: troppi utenti, chip insufficienti.

 

Il limite non è l’algoritmo. È la fisica del chip.

 

Questa distinzione è estremamente importante.

 Ci siamo abituati a pensare all’intelligenza artificiale come a una specie di software — senza peso, infinitamente riproducibile, governata dall’elegante logica della matematica.

 Le interruzioni del 2 giugno hanno offerto una correzione.

I grandi modelli linguistici non sono software nel senso comune del termine.

Sono infrastrutture industriali.

 

Prendiamo in esame l’analogia che meglio illustra la situazione. All’inizio degli anni Novanta, il “Progetto Genoma Umano” procedeva a un ritmo tale che il completamento della sequenza sembrava ancora lontano decenni.

 Ciò che cambiò non fu la scienza:

la chimica del sequenziamento delle coppie di basi era già ben compresa.

Ciò che cambiò fu l’introduzione dei sequenziatori automatici di Applied Biosistema, le macchine sviluppate sotto la guida di Michael Hunkapiller.

Un maggior numero di macchine, operanti in parallelo, significava un maggior numero di sequenze al giorno.

Il collo di bottiglia è sempre stato la capacità di elaborazione dell'hardware, non l'intuizione intellettuale.

 

La traiettoria dei grandi modelli linguistici segue una logica analoga. L'architettura “Transformer”, introdotta nel fondamentale articolo del 2017 “Attention Is All You Need”, ha fornito la svolta concettuale.

Ma GPT-3, GPT-4, Claude: questi non sono trionfi di una nuova idea. Sono trionfi di scala.

Più parametri, più dati di addestramento, più ore di GPU.

L’intelligenza, per così dire, emerge da un calcolo su una scala che era fisicamente impossibile un decennio fa.

 

Esiste, tuttavia, una differenza fondamentale.

Il genoma era un problema risolvibile una volta per tutte.

Bastava sequenziare tre miliardi di coppie di basi una volta sola e il lavoro era fatto.

L’inferenza dei modelli linguistici è invece un processo perpetuo.

Ogni domanda posta a Claude, ogni conversazione avviata con ChatGPT, richiede un nuovo impiego di potenza di calcolo:

 miliardi di operazioni in virgola mobile, eseguite in millisecondi, su chip che costano decine di migliaia di dollari l’uno e che non possono essere prodotti abbastanza velocemente da soddisfare la domanda.

La dipendenza dall'hardware non è transitoria.

È costitutiva.

 

Le implicazioni si ramificano in direzioni che dovrebbero preoccupare chiunque rifletta seriamente sul futuro digitale.

Si considerino gli accordi infrastrutturali che nel 2026 hanno silenziosamente rimodellato il panorama dell'IA.

 Amazon ha stanziato fino a 5 miliardi di dollari in investimenti aggiuntivi in “Anthropic”, assicurandosi gigawatt di capacità di calcolo. 250 miliardi di dollari:

 (l'impegno di spesa incrementale di OpenAI su Azure (accordo di ottobre 2025/aprile 2026)).

 Google sta potenziando la capacità delle TPU su scala industriale.

Non si tratta di investimenti tecnologici nel senso convenzionale del termine.

 Sono più simili alla costruzione di centrali elettriche o alla posa di binari ferroviari: quel tipo di infrastrutture ad alta intensità di capitale che, una volta realizzate, determinano le possibilità di tutto ciò che vi si basa.

 

L’infrastruttura dell’IA sta diventando una catena di approvvigionamento industriale, non solo un acquisto di servizi cloud.

 

Il filosofo che è in me è colpito da ciò che questo comporta per l’etica dell’era digitale.

Abbiamo trascorso anni a discutere dei pregiudizi algoritmici codificati nei dati di addestramento, dell’opacità delle decisioni prese da sistemi a scatola nera, degli enigmi filosofici della coscienza artificiale.

 Queste rimangono questioni importanti.

Ma le interruzioni del 2 giugno mettono in luce una preoccupazione più concreta e, di conseguenza, conferiscono ulteriore peso alle argomentazioni dell’”enciclica Magnifica Humanitas” di Leone XIV:

chi controlla i chip controlla l’intelligenza. E i chip, a quanto pare, sono concentrati nelle mani di pochissimi.

 

“Perplexity” è rimasto disponibile per tutta la mattinata.

 Non perché sia più intelligente o meglio protetto dagli attacchi.

Ma perché si avvale di un'infrastruttura diversa, serve un numero minore di utenti e non aveva ancora esaurito la sua quota.

 La resilienza di un servizio di IA è, in fondo, una funzione della sua posizione nella catena di approvvigionamento globale dei semiconduttori.

 

Questa è la scomoda verità che il dibattito sull’intelligenza artificiale ha tardato ad assimilare.

 La rivoluzione dell’intelligenza è anche, e forse soprattutto, una rivoluzione industriale — una rivoluzione che non si misura in idee, ma in gigawatt, nella resa dei chip, nella geopolitica dei minerali delle terre rare e nei programmi di produzione di TSMC.

Le interruzioni di servizio di una singola mattina di giugno l’hanno resa visibile, per un breve istante, prima che i server tornassero online e la conversazione passasse ad altro.

Sarebbe un errore lasciar passare la cosa senza commentarla.

Nota: la struttura e alcune formulazioni sono state sviluppate con l'aiuto di un'intelligenza artificiale (Claude), ma i contenuti sono miei.

(Antonio Marturano).

 

 

 

 

intelligenza artificiale.

L’intelligenza artificiale entra in fabbrica: ecco i primi casi d’uso dell’ecosistema forgIA.

Innovationpost.it – (25 giugno 2026) – Michelle Crisantemi – Intelligenza Artificiale -Redazione – ci dice:

 

Tecnologie- Automazione industriale.

L’ecosistema “forgIA”, nato dalla sinergia tra Assolombarda e Politecnico di Milano, accelera l’adozione dell’AI nella manifattura attraverso i primi casi d’uso concreti.

I progetti pilota ottimizzano logistica, supply chain ed energia, dimostrando come la condivisione sicura dei dati possa incrementare la produttività delle PMI.

 

Riassumi questo articolo.

Approfondisci con altre fonti.

L’adozione dell’intelligenza artificiale nel settore manifatturiero rappresenta una transizione cruciale per incrementare la competitività industriale e favorire nuovi modelli di cooperazione tra il mondo della ricerca, le istituzioni e il tessuto imprenditoriale.

Il divario tecnologico tra le grandi organizzazioni e le piccole e medie imprese rimane tuttavia profondo: se la quasi totalità delle grandi aziende ha già integrato soluzioni basate sull’algoritmo, la quota scende drasticamente sotto il dieci per cento quando si analizzano le realtà di minori dimensioni.

Per colmare questa distanza, l‘”ecosistema forgIA” si propone di trasformare la gestione sicura e la condivisione dei dati in un vantaggio operativo tangibile, fornendo alle imprese gli strumenti necessari per risolvere problematiche concrete legate alla produzione.

 

I primi progetti pilota sviluppati sul territorio dimostrano come l’applicazione dell’AI possa ottimizzare dinamiche complesse che spaziano dalla logistica alla gestione energetica.

 

“L’Intelligenza Artificiale sarà per questa generazione di imprese ciò che l’elettricità è stata per l’industria del Novecento”, commenta “Alvise Biffi”, presidente di Assolombarda, evidenziando l’obiettivo di stimolare un incremento della produttività del dieci per cento per le piccole e medie imprese locali.

 

La tutela degli asset digitali resta centrale nell’infrastruttura.

 “Con forgIA stiamo costruendo l’infrastruttura di fiducia necessaria che permette alle aziende di condividere asset digitali, sviluppare casi d’uso concreti e accelerare l’adozione dell’IA mantenendo pieno controllo sui propri dati”, spiega” Stefano Venturi”, special advisor intelligenza artificiale e transizione digitale Assolombarda.

Indice degli argomenti:

Ottimizzazione della supply chain e logistica integrata.

Sostenibilità energetica e sicurezza dei dati distribuiti.

Ottimizzazione della supply chain e logistica integrata.

Il primo ambito di applicazione riguarda l’integrazione dei flussi di magazzino, un fattore determinante per superare le inefficienze legate alla frammentazione delle informazioni lungo la filiera.

 

Nel progetto sviluppato per Hydro service, la tecnologia consente la condivisione controllata dei dati relativi alle giacenze tra diverse aziende partner.

Questo approccio permette un reperimento più rapido della componentistica e una migliore allocazione della capacità di stoccaggio, riducendo sensibilmente le scorte rimaste inutilizzate e accelerando i tempi di risposta verso il mercato di riferimento.

 

Un secondo scenario applicativo è focalizzato sulla gestione delle attività successive all’ordine, il cosiddetto “post-roder management”.

 

Attraverso la soluzione implementata per “Maire”, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale permette il monitoraggio in tempo reale dello stato degli ordini lungo l’intera catena di fornitura.

L’automazione di questo processo consente di perfezionare la pianificazione industriale e di abbattere i ritardi fisiologici dovuti a flussi comunicativi tradizionali non integrati, spesso ancora vincolati all’uso di e-mail o telefonate.

 

Sostenibilità energetica e sicurezza dei dati distribuiti.

Il monitoraggio ambientale e l’efficientamento dei consumi costituiscono un altro pilastro centrale dei casi d’uso industriali.

 

La collaborazione con” Età” ha portato alla definizione di una soluzione capace di sfruttare i dati di funzionamento per misurare in modo oggettivo l’impatto reale degli interventi di efficientamento energetico nella refrigerazione commerciale.

 

La disponibilità di metriche precise e certificate agevola la rendicontazione dei parametri ESG, semplifica l’accesso ai canali di finanziamento dedicati e garantisce il controllo costante delle performance sul piano della sostenibilità ambientale.

Sul fronte della tutela delle informazioni sensibili e dei dati industriali critici, l’ecosistema ha valorizzato l’esperienza maturata nel contesto del progetto Ippocrate insieme a Bracco, introducendo logiche di “federate learning”.

Questa metodologia avanzata consente a organizzazioni differenti e indipendenti di addestrare i modelli di intelligenza artificiale sfruttando informazioni distribuite sui rispettivi server, senza la necessità di trasferire o condividere la base dati originaria.

In questo modo, l’architettura tutela rigorosamente la proprietà intellettuale di ciascun partecipante, preservando la privacy e garantendo la piena conformità con i requisiti normativi vigenti.

(Michelle Crisantemi).

 

 

 

 

 

 

IN PRIMO PIANO.

Costruire egemonia nell’età dell’algoritmo.

Volerelaluna.it – (02-07-2026) - Francesco Coniglione – Redazione – ci dice:

L’egemonia, ho argomentato altrove sulla scorta di quanto sostenuto da Gramsci, non è la conseguenza meccanica di una tecnica di conquista degli apparati.

 È qualcosa di più profondo e più raro:

la capacità di rendere naturale un linguaggio, familiare una visione del mondo, spontaneo un certo modo di pensare.

Non dimora dove si firma una nomina, ma dove una società impara, quasi senza accorgersene, a pensare con le tue parole.

 

La scena in cui l’egemonia si produce è oggi radicalmente cambiata.

 La vecchia egemonia culturale – quella che in Italia ebbe una forte centralità comunista – si fondava su un ecosistema relativamente stabile:

giornali, riviste, case editrici, scuole di partito, sezioni, case del popolo, sindacati, università, premi letterari, teatri, festival.

Era un mondo fatto di luoghi, tempi, rituali, appartenenze.

 Le idee non circolavano nel vuoto: avevano binari, stazioni, interpreti, comunità riceventi.

E quell’egemonia era anche un sistema di riconoscimento: attirava gli intellettuali perché offriva loro ciò che il pensatore desidera quasi quanto la verità, e talvolta più della verità:

un pubblico.

L’intellettuale non teme solo di essere confutato; teme molto di più di non essere ascoltato.

Essere ignorato significa precipitare nella morte civile del pensiero.

 

Oggi quella scena si è frantumata.

 I giornali pesano meno, le riviste faticano a costruire continuità, i libri conservano prestigio ma perdono centralità nella formazione quotidiana dell’opinione.

Al loro posto è sorto un ambiente più vasto e instabile: social media, piattaforme video, podcast, newsletter, canali Telegram, motori di raccomandazione, nicchie culturali.

Non si è semplicemente sostituito un mezzo con un altro:

 è cambiata la struttura cognitiva dello spazio pubblico. McLuhan lo aveva intuito con la formula “the medium is the message”:

il mezzo non trasporta soltanto contenuti, ma modifica la forma stessa dell’esperienza.

Oggi discutiamo i singoli messaggi, ma troppo poco l’architettura che decide quali messaggi appariranno, a chi, con quale intensità e per quanto tempo.

Il pubblico si è scomposto in ambienti cognitivi parzialmente impermeabili.

Ogni nicchia ha i propri autori, miti, nemici, linguaggi, fatti, indignazioni.

 Non esiste più soltanto il pluralismo delle opinioni; esiste la frammentazione delle realtà.

 Il problema non è che gli individui pensino cose diverse, questo è il sale della democrazia.

 Il problema è che spesso non abitano più lo stesso mondo informativo.

 

In questo scenario, l’egemonia non può più essere pensata come controllo del giornale, della casa editrice, della rivista o del festival.

Sarebbe come voler comandare il traffico aereo disponendo meglio le carrozze di una stazione ferroviaria.

Oggi l’egemonia passa attraverso visibilità, raccomandazione algoritmica, costruzione di comunità, continuità narrativa, qualità dei contenuti, intelligenza della forma.

Una frase che non diventa condivisibile, commentabile, rilanciabile, rischia di restare una bella frase morta.

Ma questo non significa che l’egemonia debba ridursi a slogan, meme, manipolazione emotiva.

 La questione è un’altra: come costruire pensiero lungo dentro ambienti brevi?

Come produrre continuità dentro piattaforme progettate per l’interruzione?

Come fare in modo che l’intelligenza artificiale non diventi macchina dell’appiattimento, ma strumento di elaborazione collettiva?

 

Non basta esorcizzare l’intelligenza artificiale né denunciarla come artificio del capitale.

Quando una forza storica esiste, la politica non può limitarsi a maledirla:

deve comprenderla, organizzarla, piegarla a un progetto. La stampa fu propaganda, ma anche Illuminismo; la radio fu totalitarismo, ma anche pedagogia democratica; la televisione fu omologazione, ma anche alfabetizzazione di massa.

L’intelligenza artificiale potrà essere dominio o emancipazione a seconda di chi la possiede, di come è progettata, dei fini che serve.

Mario Sommella, in Cyber-fascismo.

Anatomia di un dominio invisibile, ha colto con precisione il nodo: una parte crescente del patrimonio comune della conoscenza – la “biblioteca della specie” – è ormai custodita, filtrata e amministrata da pochi oligopoli cognitivi.

Da qui discende una conseguenza politica decisiva:

nell’età dell’algoritmo non basta più produrre idee; occorre costruire le condizioni della loro visibilità, della loro durata e della loro trasmissione.

Una nuova egemonia, nell’età dell’intelligenza artificiale, dovrebbe saper fare almeno tre cose.

 

La prima: ricostruire una scena per gli intellettuali. Non basta dire loro: scrivete, intervenite, partecipate. Bisogna offrire un ambiente in cui la loro parola circoli, venga valorizzata, discussa, trasformata in influenza.

L’intellettuale contemporaneo può pubblicare ogni giorno, ma scomparire dopo pochi minuti nel flusso; può avere accesso a un pubblico potenziale immenso, ma essere divorato dall’algoritmo dell’irrilevanza.

Una forza politica o culturale che voglia costruire egemonia dovrebbe creare reti editoriali digitali, piattaforme di discussione, archivi intelligenti, comunità di lettura: luoghi in cui il pensiero non sia soltanto postato, ma accolto e rimesso in circolo.

 

La seconda: usare l’intelligenza artificiale come infrastruttura di elaborazione, non come surrogato del pensiero.

 Essa può organizzare materiali, sintetizzare dibattiti, tradurre testi, rendere accessibili contenuti complessi, generare percorsi formativi, assistere gruppi di studio. Può diventare una nuova tipografia cognitiva. Ma perché ciò accada, deve essere guidata da una cultura forte. Altrimenti non produrrà egemonia; produrrà rumore ben impaginato. L’intelligenza artificiale non sostituisce il pensiero dirigente: lo mette alla prova. Dove c’è un pensiero forte, lo potenzia. Dove c’è il vuoto, lo rende più rapido.

 

La terza: sottrarre le infrastrutture cognitive al monopolio privato.

Oggi gran parte dello spazio pubblico digitale appartiene a soggetti privati che possono modificare regole, oscurare contenuti, privilegiare certi formati, estrarre dati, condizionare accessi.

 Non c’è egemonia democratica se l’intero terreno della battaglia culturale è presidiato da oligopoli che, in ogni momento, possono cambiare serratura.

 Qui la “mano pubblica” potrebbe ritrovare una funzione storica nuova, non tornando allo statalismo caricaturale novecentesco, che confuse il controllo pubblico delle condizioni della libertà con la gestione burocratica di ogni attività economica.

Nel Novecento, la mano pubblica intervenne su ferrovie, energia, telecomunicazioni, credito, scuola, sanità, perché certi ambiti non potevano essere lasciati alla sola logica del profitto senza mutilare la cittadinanza.

Oggi l’infrastruttura decisiva non è solo materiale: è cognitiva.

Riguarda dati, reti, cloud, algoritmi, motori di ricerca, sistemi di intelligenza artificiale, archivi digitali, piattaforme di deliberazione.

Se questi spazi appartengono integralmente a monopoli privati, la democrazia resta formalmente intatta ma sostanzialmente dimidiata.

Si continua a votare, discutere, scegliere; ma dentro ambienti costruiti da altri, secondo logiche non democratiche.

Il nuovo Stato sociale dovrebbe dunque includere una dimensione cognitiva e digitale:

non solo pensioni, sanità, istruzione, sussidi, ma anche diritto all’accesso informativo, diritto alla non manipolazione algoritmica, diritto alla trasparenza dei sistemi decisionali automatizzati, diritto a piattaforme pubbliche o cooperative, diritto a modelli di intelligenza artificiale aperti e verificabili.

Una piattaforma pubblica non deve dire cosa pensare; deve garantire che nessun monopolio privato possa decidere, in modo opaco, cosa diventa visibile e cosa scompare.

 La libertà non nasce dall’assenza dello Stato quando il vuoto è occupato dai monopoli:

nasce da istituzioni capaci di impedire che il potere privato diventi sovrano senza responsabilità.

 

L’egemonia, dunque, non è viralità. Un contenuto virale può durare un giorno; un’egemonia dura quando diventa grammatica.

La sfida è trasformare l’energia volatile dei social media in sedimentazione culturale: far sì che un post rimandi a un saggio, un video a una scuola, un podcast a un gruppo di lettura, una polemica a una comunità stabile. La vecchia egemonia aveva luoghi fisici; la nuova dovrà avere architetture ibride: digitali e territoriali, algoritmiche e umane, veloci nella diffusione ma lente nella formazione.

Non si tratta di rimpiangere il mondo perduto del Partito comunista italiano, delle riviste militanti e delle case del popolo. Quel mondo non tornerà.

Ma occorre comprenderne il ruolo storico: dava linguaggio, appartenenza, prestigio, continuità; offriva agli intellettuali una scena e al popolo un lessico. Una nuova forza egemonica dovrà ereditarne il compito, reinventandone le forme.

L’egemonia non si costruisce soltanto con le idee giuste. Si costruisce rendendo quelle idee abitabili.

Chi lascerà il terreno digitale ai monopoli privati, agli apprendisti stregoni della propaganda e ai mercanti dell’attenzione, avrà già perso.

Chi saprà invece costruire in quel terreno una nuova infrastruttura pubblica del sapere, della discussione e del riconoscimento, potrà forse dare una nuova forma all’antica intuizione gramsciana:

perché nell’età dell’algoritmo la battaglia decisiva non sarà soltanto per il governo dello Stato, ma per il governo delle condizioni stesse in cui una società vede, pensa, desidera e giudica. 

Commenti

Post popolari in questo blog

L’umanità sta creando il nostro tempo.

La cultura della disumanizzazione del nemico ideologico.

La Flotilla e il senso di Netanyahu per la Pace.