Spaventa il mondo in armi.

 

Spaventa il mondo in armi.

 

 

Corea del Nord, la nuova legge sugli attacchi nucleari spaventa il mondo: cosa potrà fare Kim Jong-un.

Virgilio.it – Roberto Rinaldelli – Redazione – (09-09-2022) – ci dice:

La Corea del Nord ha sancito per legge il suo status nucleare:

la nuova norma consente al Paese di effettuare un attacco nucleare preventivo.

 

Secondo i media statali, la Corea del Nord ha approvato una legge che sancisce il diritto di utilizzare “automaticamente” attacchi nucleari preventivi contro altri Paesi per scopi difensivi.

Si tratta di una decisione del Leader supremo della Corea del Nord, Kim Jong-un, che rende lo status nucleare del Paese “irreversibile” e vieta qualsiasi colloquio di “denuclearizzazione”.

 

La nuova legge sulle armi nucleari.

L'allarme degli esperti.

La svolta di Kim Jong-un.

L’annuncia arriva mentre esperti e osservatori rilevano che la Corea del Nord sembrerebbe pronta a riprendere i test nucleari per la prima volta dal 2017.

“Il significato di legiferare sulla politica in materia di armi nucleari è quello di tracciare una linea irreversibile in modo che non ci possano essere contrattazioni sulle nostre armi nucleari”, ha detto Kim in un discorso all’assemblea nord-coreana.

 

La nuova legge sulle armi nucleari.

Come spiega il “Guardian”, la legge del 2013 stabiliva che la Corea del Nord potesse usare armi nucleari per respingere l’invasione o l’attacco da uno stato nucleare ostile e compiere attacchi di rappresaglia.

La nuova legge va oltre questo e consente attacchi nucleari preventivi qualora venisse rilevato dalle autorità del Paese un imminente attacco con armi di distruzione di massa o contro gli “obiettivi strategici” del Paese, compresa la sua leadership.

 

Un deputato all’assemblea ha affermato che la legge servirà da forte garanzia legale per consolidare la posizione della Corea del Nord come stato dotato di armi nucleari e garantire il “carattere trasparente e coerente” della sua politica nucleare.

 

(kim jong-un – “ANSA”.)

(Kim Jong-un durante la celebrazione del 69esimo anniversario della fine della guerra di Corea -1950-1953).

 

L’allarme degli esperti.

“In poche parole, ci sono alcune circostanze davvero vaghe e ambigue in cui la Corea del Nord ora dice che potrebbe usare le sue armi nucleari”, ha sottolineato su Twitter Chad O’Carroll, fondatore del sito web di monitoraggio della Corea del Nord NK News.

 

Russia - Nord Corea, prove di alleanza? Putin compra le armi da Kim: esercito in difficoltà dopo le sanzioni.

La rivelazione arriva dai servizi segreti degli Stati Uniti, compravendita tra il dittatore e l'autocrate del Cremlino per i missili.

Gli analisti affermano che l’obiettivo di Kim è quello di ottenere l’accettazione internazionale dello status della Corea del Nord come “stato nucleare responsabile”.

Il 17 agosto 2022, la Corea del Nord era tornata a effettuare alcuni test missilistici nel Mar Giallo, sparando nello specifico due missili balistici, cioè ordigni potenzialmente capaci di trasportare testate nucleari attraverso traiettorie suborbitali.

 

L’11 agosto 2022, dopo settimane trascorse ufficialmente senza registrare alcun caso di contagio, il leader supremo della Corea del Nord Kim Jong-un ha proclamato una “eclatante vittoria” del Paese sul Covid.

 

 

 

Il super jet invisibile che spaventa l'Iran.

Ma servono più armi.

"Pronti 50 miliardi.”

Ilgiornale.it - Marco Riconti – (5 marzo 2026) -Redazione – ci dice:

 

Timori sulle scorte: il Pentagono convoca le aziende per aumentare la produzione.

Il super jet invisibile che spaventa l'Iran. Ma servono più armi.

 "Pronti 50 miliardi."

"Abbiamo forniture praticamente illimitate" e "possiamo combattere guerre all'infinito".

Donald Trump ha rassicurato così gli americani e gli alleati sulle capacità del Pentagono di continuare a sostenere l'attuale ritmo di bombardamenti sugli obiettivi iraniani e le attuali capacità di difesa aerea.

Presto nella base militare britannica a Fair-ford potrebbero arrivare anche i bombardieri subsonici B-2, capaci di sganciare bombe da 2mila libbre e quasi invisibili perché difficilmente intercettabili, già utilizzati nell'operazione “Epico Furi” partendo dalla base di Whiteman, in Missouri, ma che avrebbero maggiore agilità di azione partendo dall'Europa.

 

Eppure, la Casa Bianca è preoccupata che le scorte disponibili possano scendere rapidamente sotto i livelli di guardia, compromettendo l'operatività militare americana nell'attuale teatro di guerra e sullo scacchiere globale.

Una preoccupazione indirettamente confermata dal capo degli Stati Maggiori Riuniti, “Dan Caine”, che ai giornalisti ha spiegato che la progressiva distruzione delle capacità militari iraniane, le forze Usa potrebbero iniziare a usare armi "meno sofisticate" per proseguire la campagna.

 E tuttavia, Reuters e CN hanno rivelato che domani il presidente ha convocato nella West Wings i dirigenti dei principali contractor della difesa statunitense, da Lockheed Martin a Raytheon, per discutere di come accelerare la produzione di armi.

Un tema che si era già proposto dopo l'invasione russa dell'Ucraina e le continue forniture a Kiev di armamenti prelevati direttamente dalle scorte Usa e nuovamente con lo scoppio della guerra a Gaza.

 In questi primi giorni di operazioni, leggendo i bollettini di guerra, gli analisti hanno rilevato che il conflitto in Iran ha già consumato più missili a lungo raggio di quelli forniti a Kiev in quattro anni.

Il presidente farà pressioni sulle aziende affinché aumentino e accelerino le loro produzioni.

Negli scorsi mesi, Trump ha già criticato i contractor della difesa, accusandoli di non investire abbastanza nella produzione.

A gennaio, il presidente ha firmato un ordine esecutivo per identificare le aziende ritenute inadempienti e il Pentagono pubblicherà un elenco di quelli che avranno 15 giorni per correggere la situazione.

 La minaccia, come recentemente per “Anthropic”, è la risoluzione degli attuali contratti.

 Alcune aziende sembrano avere già recepito le indicazioni dell'amministrazione.

 Raytheon, che produce i missili Tomahawk, ha un nuovo accordo con il Pentagono per aumentare la produzione a 1.000 unità all'anno. Attualmente, la Difesa prevede di acquistare 57 missili nel 2026 a un costo medio di 1,3 milioni di dollari ciascuno.

In questo contesto, il vice segretario alla Difesa” Steve Feinberg” negli ultimi giorni ha lavorato a una richiesta di finanziamento supplementare per il Pentagono di circa 50 miliardi di dollari, che potrebbe essere presentata al Pentagono domani.

I nuovi fondi, che si aggiungeranno agli 839 miliardi di dollari già stanziati per il bilancio 2026, serviranno a sostituire le armi utilizzate nei recenti conflitti, compresi quelli in Medio Oriente.

 La Casa Bianca per il momento non ha confermato questa richiesta, assicurando che gli Stati Uniti dispongono di armi "più che sufficienti" per continuare la guerra.

 

 

 

Il Vertice della NATO si

Sta Rivelando un Totale Caos.

Conoscenzealconfine.it – (8 Luglio 2026) - Gabriele Sannino – Redazione – ci dice:

 

32 Capi di Stato e di Governo sono nella più totale confusione.

Trump ha già dichiarato che i paesi europei lo hanno deluso, ribadendo che vuole la Groenlandia (è evidente una strategia proprio del caos da parte sua per distruggere tutto).

I paesi europei e non solo sono letteralmente impossibilitati a raggiungere il 5% del PIL in armamenti, la scusa perfetta proprio per Trump… per staccare la spina.

 

Gli Stati Uniti, inoltre, stanno già ritirando i loro uomini dal continente. La verità è che hanno già deciso, aspettano solo il momento giusto, o meglio perfetto.

Senza la copertura satellitare e non solo degli USA, qualsiasi guerra europea alla Russia è INUTILE, ecco perché i barboncini UE stanno rosicando e masticando amaro.

L’accattone di Zelensky è lì e spera di racimolare ancora soldi non per vincere ma per alimentare i suoi giri di corruzione: se ogni promessa è debito, questo non vale minimamente per la politica e la geopolitica.

 

Trump vuole non solo disimpegnarsi ma perfino monetizzare il disimpegno, per la serie “comprate armi, così vi affosserete ancora prima, tanto per la vittoria non c’è speranza”.

Perfino Zelensky vorrebbe che gli europei acquistassero le armi delle aziende ucraine. Chissà, magari minaccerà attentati e droni ai suoi stessi “alleati”.

Insomma siamo davanti a una TRAGICOMMEDIA.

Siamo, ormai, davvero alla fine di questo pericoloso BARRACCONE.

(Gabriele Sannino).

(t.me/Gabriele Sannino).

 

 

 

 

Immigrazione Pianificata –

Collasso dell’Europa.

Conoscenzealconfine.it – (8 Luglio 2026) - “La verità rende liberi” - Giovanni832 – Redazione – ci dice:

 

L’immigrazione di massa non è più emergenza. È metodo: si chiama Piano Kalergi.

 

Case introvabili, ospedali saturi, scuole al limite, welfare sotto pressione, violenza di strada, baby gang.

La narrazione parla di accoglienza e integrazione;

 la realtà mostra trasformazione demografica, compressione sociale e rottura della fiducia collettiva.

 

Il punto non è il singolo migrante, ma l’uso politico dei flussi come leva strutturale:

 indebolire identità nazionali, salari, sicurezza, welfare, coesione sociale e classe media, producendo società più divise, fragili e ricattabili.

Comunità un tempo coese vengono spezzate in blocchi separati per lingua, cultura e religione.

Il vuoto genera sospetto, ghettizzazione e conflitto.

 

Poi arriva il potere: lascia crescere il disordine e vende la soluzione.

Più sorveglianza, identità digitale, banche dati centralizzate, limitazioni, dipendenza economica e tecnocrazia.

 

Intanto la classe media, ultimo argine contro il potere assoluto, viene svuotata da inflazione, tasse, precarietà, criminalità, crisi abitativa e politiche ostili a famiglia, proprietà e lavoro.

Chi denuncia il processo viene marchiato come estremista e complottista.

 

Il meccanismo è chiaro: una società destabilizzata non si ribella. Chiede ordine. E quando la paura diventa permanente, il controllo diventa accettabile.

Questa non è solo crisi migratoria.

 È demolizione gestita della sovranità europea:

si frantumano i popoli, si indeboliscono gli Stati, si centralizza il potere e si presenta il governo tecnocratico globale come unica via d’uscita.

Non stanno salvando l’Europa.

La stanno smontando pezzo per pezzo.

 E chiamano “accoglienza” ciò che produce dipendenza, caos e controllo.

(Articolo di “La verità rende liberi”).

(t.me/Giovanni832).

 

 

 

 

Il generale Haftar spaventa Tripoli

svelando al mondo nuove armi avanzate.

genzianova.com – Tripoli,27 maggio 2025 – Redazione –  Agenzia Nova - ci dice:

Tra i mezzi in primo piano ci sono il 9K330 Tor (SA-15 Gauntlet) e i sistemi antiaerei Pantsir-S1 (SA-22) arricchiti di nuove versioni.

 

L’Esercito nazionale libico (ENL), sotto il comando del generale Khalifa Haftar, ha esibito a Bengasi, durante una imponente parata militare, un arsenale di armi nuove e avanzate, dimostrando un significativo potenziamento delle proprie capacità militari e lanciando un messaggio deciso a Tripoli e alla comunità internazionale, in aperta violazione dell’embargo delle Nazioni Unite.

 “È stato un evento interessante e spavaldo”, commenta ad “Agenzia Nova” Ode Berk witz, Deputy Chief Intelligence Officer di Max Security, sottolineando la rilevanza strategica delle nuove dotazioni:

 “L’aspetto più significativo è certamente la presentazione ufficiale del sistema missilistico antiaereo Tor, una delle piattaforme più avanzate ora presenti in Libia”.

 

Tra i mezzi in primo piano nella parata, il sistema 9K330 Tor (SA-15 Anutel), di fabbricazione russa, rappresenta una novità assoluta nel panorama libico.

 “Questo sistema – aggiunge Berk witz – pone l’ENL in una posizione di superiorità strategica rispetto alle difese aeree di Tripoli, segnando un evidente salto qualitativo”.

Oltre al sistema Tor, l’ENL ha mostrato sistemi antiaerei Pantsir-S1 (SA-22), già visti in passato ma ora arricchiti da nuove versioni.

 Questi sistemi combinano cannoni automatici e missili terra-aria, fornendo una difesa altamente efficace contro droni e missili nemici. Una capacità cruciale in Libia, che è stata uno dei primi teatri di guerra a impiegare droni su vasta scala.

“Questa enfasi sui droni e le contromisure anti-drone dimostra come Haftar stia applicando lezioni apprese dai conflitti contemporanei, inclusa la guerra russo-ucraina”, spiega Berk witz.

 

A proposito del conflitto ucraino, non è sfuggita la presenza dei carri armati T-72 e T-62 equipaggiati con “coppe case”, protezioni aggiuntive contro missili anticarro e attacchi con droni, una soluzione tecnica adottata recentemente dalle forze russe in Ucraina.

 Sul fronte della capacità missilistica, la parata ha incluso anche i potenti sistemi di lanciarazzi multipli BM-30 Smerci, oltre ai più datati, ma ancora efficaci, missili balistici Scud-B e Luna-M risalenti all’epoca di Gheddafi.

 Questi ultimi, pur considerati obsoleti per gli standard moderni, mantengono una significativa capacità distruttiva.

Altrettanto rilevante è stata la presentazione di mezzi aerei. L’ENL ha mostrato per la prima volta in modo ufficiale il gigantesco elicottero russo Mil Mi-26, con una capacità di carico fino a 20 tonnellate, oltre a velivoli da combattimento avanzati come il MiG-29 e il Su-24, questi ultimi presumibilmente gestiti da personale del “Corpo africano” del ministero della Difesa russo, già noto come gruppo Wagner.

 

Tra le dotazioni più sorprendenti è stata osservata anche la partecipazione di un Antonov An-12BK di Cavo Air con base in Ucraina, indicato come parte della flotta aerea dell’ENL, elemento che lascia intuire interessanti connessioni internazionali.

La presenza internazionale alla parata è un altro fattore degno di nota: accanto al vice ministro della Difesa russo, Yunus-berk Jevkurov, e al capo del Kgb bielorusso, Ivan Terital, c’erano anche membri delle forze speciali statunitensi, pur senza nome e gradi militari sull’uniforme, oltre a un ammiraglio (Koramiral) della Marina militare turca.

 “Una presenza sottile ma significativa – osserva Berk witz – che dimostra un tentativo dell’Occidente di bilanciare la crescente influenza della Russia in Libia orientale”. Presente anche l’Italia con il console generale a Bengasi, Francesco Saverio De Luigi.

 

Non meno rilevanti i numerosi veicoli blindati e mezzi speciali: decine di blindati russi Tiger e VPK-Ural, autoblindo anfibie BTR-80/82 e veicoli fuoristrada americani Tomcar TX, che sottolineano la diversificazione delle fonti di approvvigionamento dell’ENL. Grande attenzione è stata riservata anche al settore dei droni, con un’evidente presenza di UAV cinesi. Tra i modelli esposti figurano sistemi a decollo verticale come i Vtol QP537 e i Volitation Vt370, impiegabili sia per missioni di sorveglianza che di attacco. Particolarmente degna di nota è l’apparizione del drone cinese Azure Hybrid Vtol, capace di operare per sette-12 ore con un carico utile di 17 chilogrammi, grazie a un sistema di propulsione misto benzina-elettrico.

 Si tratta di una piattaforma progettata per operazioni di lunga durata e per missioni di ricognizione e targeting.

Inoltre, l’impiego di UAV cinesi riflette una strategia di approvvigionamento accessibile ma tecnologicamente competitiva da parte dell’ENL, in un contesto in cui il controllo dello spazio aereo resta una delle chiavi della supremazia militare.

 

Non è tutto. Oltre ai droni, la presenza di equipaggiamenti di fanteria di origine cinese ha ulteriormente evidenziato la crescente influenza di Pechino nella dotazione dell’ENL. In particolare, alcuni soldati in parata sono apparsi armati con fucili d’assalto tipo QBZ-97, derivati dal QBZ-95, impiegati già in vari teatri africani e asiatici. Inoltre, sono stati identificati dispositivi anti drone portatili WRJ-Q02, realizzati in Cina, progettati per disattivare UAV di piccole e medie dimensioni tramite impulsi ad alta frequenza. Tali strumenti, leggeri e facilmente dispiegabili, rappresentano una risorsa essenziale in scenari bellici dove la minaccia dei droni kamikaze è crescente. L’adozione di queste tecnologie da parte dell’ENL mostra un’attenzione crescente alla protezione ravvicinata delle truppe e alla neutralizzazione di minacce asimmetriche, in linea con le tendenze emerse dai recenti conflitti in Ucraina e Medio Oriente.

 

La parata di Bengasi, infine, si configura come un messaggio politico e militare diretto alle fazioni rivali di Tripoli e alla comunità internazionale, ribadendo l’immagine di Haftar (e figli) come unico leader di una forza militare coesa e organizzata, contrapposta al mosaico frammentato delle milizie dell’ovest libico. “Queste parate sono sempre un messaggio politico – conclude Berk witz – un’affermazione di potere militare e politico rivolta ai propri rivali e alla comunità internazionale”.

 

 

Il falso spettro della guerra.

Rivistailmulino.it - Marco Mondini – (23 aprile 2025) – Rivista il mulino 2026 – ci dice:

 

Gli equilibri che hanno retto la lunga età della pace in Europa dal 1945 sono definitivamente svaniti. Ma quanto è reale il rischio di una nuova Grande guerra continentale?

 

C’è un fantasma che si aggira da tempo nel dibattito pubblico italiano. Quello del rischio di un nuovo 1914.

Di una nuova Grande guerra continentale, se non mondiale.

Un cataclisma in cui potremmo scivolare da un momento all’altro e che porterebbe al ripetersi delle carneficine industriali delle due guerre mondiali, per non parlare dell’incubo dell’arma atomica. Insomma, un Armageddon.

Da evitare in ogni modo.

 Anche, magari, a costo di abbandonare al proprio destino uno Stato sovrano democratico, aggredito da un autocrate meglio armato e alquanto minaccioso.

 

Il grido di dolore più recente in proposito è venuto dalla piazza di Roma dove, il 5 aprile, Giuseppe Conte e il Movimento 5 Stelle hanno riunito militanti e testimonial per protestare contro i progetti di riarmo e difesa comune lanciati dall’Unione europea.

È stato in quell’occasione che Alessandro Barbero, in un video messaggio registrato, ha confessato di avere «sempre più l’impressione che l’epoca nostra assomigli paurosamente agli anni che hanno preceduto lo scoppio della Prima guerra mondiale, nel 1914».

 

In effetti, nei suoi 7 minuti di intervento, Barbero non ha proposto alcuna analisi di scenario, né una lettura dell’ingarbugliata situazione strategica odierna, e non si è certo prodigato in profezie.

 Ha parlato da quello storico di mestiere che è.

Ricordando come l’Europa di poco più di un secolo fa fosse un mondo pervaso dall’attesa (anzi dal desiderio) della guerra, dove generali e ammiragli potevano pretendere e ottenere di spendere parti rilevanti (e spesso debordanti) delle finanze pubbliche in nome di una vera e propria paranoia del prossimo annientamento.

Una riflessione sulla cultura, le aspettative (e anche le psicosi) del mondo di ieri, come l’avrebbe chiamato Stefan Zweig, che è stata poi ridotta, da dimostranti e seguaci a vario titolo, a uno slogan decisamente più semplicistico.

Più o meno: se non ci opporremo al riarmo, la nuova Grande guerra ci arriverà addosso!

Ma questo ha a che fare con il barbarismo (così come è stato definito dalla Treccani) e l’irrefrenabile ingenuità dei suoi adepti molto di più che con le opinioni dello storico.

 Che ne ha colpa come Darwin del darwinismo sociale.

 

Eppure, ci sono alcuni buoni motivi per cui non si possono semplicemente ignorare i fantasmi di Sarajevo e del «suicidio dell’Europa» che tanto hanno allarmato la folla riunita quel giorno tra piazza Vittorio e i Fori Imperiali.

Uno, è che a evocarli è stato uno studioso vero.

Un accademico che sulla Grande guerra è intervenuto, peraltro, più di qualche volta.

Il che fa sì che la sua opinione non possa essere derubricata a una fanfaronata da talk show televisivo.

Un altro, è che non è il primo a farlo.

Perché è più o meno dall’inizio dell’aggressione russa all’Ucraina che la «sindrome da 1914» torna periodicamente a farsi viva, non solo in Italia.

Nel giugno 2022 è stato l’Atlantic Concil, think tank di Washington, a promuovere un forum sul «rischio di un nuovo 1914».

E successivamente storici come Margaret MacMillan (The War That Ended Peace: The road to 1914, Random House, 2013), romanzieri come Robert Harris (Precipizio, trad. it. Mondadori, 2024), esperti di affari pubblici, come l’ex ministro Marco Minniti, hanno più volte dichiarato di scorgere nel presente i segnali preoccupanti di un nuovo baratro in cui potrebbe cadere il Vecchio Mondo:

 «siamo sul filo del rasoio», proprio come nell’estate del 1914. Insomma, è una paura diffusa.

Però, è anche un grande abbaglio.

 

La crisi dell’Occidente voluta dall’amministrazione Trump, con il disimpegno militare degli Stati Uniti dal continente, pone sfide inquietanti sul terreno della sicurezza.

Certo, gli equilibri che hanno retto la lunga età della pace (più o meno) scontata nell’Europa post 1945 sono definitivamente svaniti.

 Un anno fa, il primo ministro polacco Donald Tusk ha dichiarato di ritenere la guerra un pericolo fin troppo vicino:

siamo entrati in una nuova fase prebellica, in cui la guerra ha cessato di essere un ricordo, ed è tornata a essere una possibilità (T. Mastrobuoni, La guerra in Europa è un pericolo reale, «la Repubblica», 29.3.2024).

All’epoca, le sue parole hanno destato indignazione, e molte smentite. Oggi, a Parigi, Berlino, Londra e persino Roma qualsiasi governante di buon senso ammette, magari a mezza voce, che si tratti di una verità lapalissiana.

 E, certo, la crisi dell’Occidente voluta dall’amministrazione Trump, con il (più o meno imminente, più o meno totale) disimpegno militare degli Stati Uniti dal continente, pone sfide inquietanti sul terreno della sicurezza ai capi di Stato e di governo europei, dentro e fuori l’Unione. Leader che si ritrovano soli (e non poco spaventati) di fronte alle minacce della Russia di Putin, impegnata da tempo in una politica neo-imperiale di restaurazione della propria sfera di influenza. Ma questo non toglie che, rispetto a centoundici anni fa, le differenze siano enormi.

 

Sonnambuli si è detto che fossero gli europei, quell’estate dopo Sarajevo.

 Che avrebbero camminato come incoscienti dentro la catastrofe.

 Ma chi ha raccontato quei giorni, come ha fatto Christopher Clark in un fortunato saggio (I sonnambuli – trad. it. Laterza, 2013 –appunto), ha parlato di un’Europa molto lontana da quella di oggi.

Un continente ossessivamente militarizzato, che si preparava a una grande guerra da decenni, e non certo da qualche anno.

O, almeno, dal 1870, da quando, cioè, le armate del cancelliere Bismarck avevano fatto a pezzetti l’esercito francese a Sedan, e assicurato alla nuova Germania unita un posto da protagonista nel nuovo ordine delle grandi potenze.

 Da allora, il governo di qualsiasi Paese avrebbe cominciato a investire parti ingenti dei propri bilanci (da un terzo a metà delle spese pubbliche, nell’Italietta liberale) per reclutare sempre più uomini, comprare sempre più artiglierie e produrre corazzate sempre più imponenti.

Nella convinzione, largamente condivisa da amici e nemici, che i propri vicini avrebbero fatto altrettanto, perché guerra e distruzione erano elementi ovvi (e naturali) nella competizione tra gli Stati. E nella consapevolezza che l’opinione pubblica, con l’eccezione di qualche socialista, non avrebbe protestato, perché sulla salvezza della patria non si lesinavano né soldi né uomini.

 E siccome la preparazione per la guerra futura era così vitale, a lavorarci sarebbero stati chiamati professionisti selezionati apposta per studiare, pianificare e rendere possibile l’annientamento di qualsiasi avversario.

Questi «portatori di spada», come li avrebbe chiamati lo storico britannico Correli Barnett, avrebbero beneficiato di una sostanziale indipendenza dal controllo del governo civile.

Cadorna, Hindenburg, Joffé, Haig, Conrad avrebbero condotto i loro eserciti sui campi di battaglia della Grande guerra sapendo perfettamente che parlamentari e ministri non avrebbero osato intromettersi nei loro piani. Anche perché non ne sapevano assolutamente nulla.

 

È soprattutto sul piano della cultura della guerra che si percepiscono meglio le distanze tra il mondo di ieri e il nostro presente.

Per la maggior parte degli europei di quei decenni combattere e morire non era un pensiero ripugnante.

Ma è soprattutto sul piano della cultura della guerra che si percepiscono meglio le distanze tra il mondo di ieri e il nostro presente.

Per la maggior parte degli europei di quei decenni, infatti, combattere e morire non era un pensiero esotico, e men che meno ripugnante.

Non ci si dovrebbe stupire.

Era l’Europa figlia della Rivoluzione francese.

Ed era stata la Rivoluzione a definire la guerra come forgia della nuova età dei diritti e dei doveri uguali per tutti.

A invocare il campo di battaglia come teatro delle migliori virtù virili.

 E a decidere che la disponibilità a sacrificarsi in nome della patria, fosse essa la République della liberté o la nazione tedesca del sangue e del suolo, sarebbe stata la bussola morale di ogni cittadino degno di questo nome.

Non occorreva essere futuristi invasati, seguaci di Marinetti, radicali di destra francesi o prussiani dall’elmo chiodato per credere che guerra e morte fossero non solo il tribunale dei popoli, ma un’eventualità più o meno naturale nella vita degli individui.

 Malaugurata, come una cattiva stagione, sì.

Poco auspicabile, certo. Ma possibile.

Tra le folle di studenti, intellettuali, buoni borghesi, operai e contadini poco persuasi che nel 1914 (e nel 1915) marciarono disciplinatamente verso il fronte, furono ben pochi a ribellarsi invocando pace a disarmo. Non perché ritenessero la guerra giusta (alcuni lo facevano).

Ma perché pensavano che sacrificio, e talvolta sangue, fossero una parte essenziale del patto di cittadinanza che univa l’individuo alla collettività.

 

Avrebbe continuato a esserlo anche per le generazioni a venire, persino dopo le carneficine delle trincee.

 Ancora fino al 1945, per la maggior parte degli europei scegliere di prendere le armi non sarebbe stato un dramma, né certamente una novità angosciante.

Piuttosto uno sfortunato (ma largamente previsto) dovere.

E solo dopo la svolta pacifista degli anni Sessanta, molto sarebbe cambiato nella percezione della guerra, e del suo significato.

O almeno quanto bastava per rendere armi e soldati, come sottolineava anni fa lo storico James Sheehan (Where Have all the Soldiers Gone?), un peso incomodo, e a volte una seccatura imbarazzante nell’agenda degli Stati.

Non c’è dubbio.

Per oltre mezzo secolo in Germania, in Italia, persino nell’orgogliosa Francia o nella imperiale Gran Bretagna, la confortante convinzione che gli eserciti fossero relitti del passato (in fondo, le guerre su vasta scala non si facevano più, e al massimo c’era l’ombrello militare Usa) avrebbe spinto a una drastica diminuzione delle risorse che i governi e i cittadini erano disposti a spendere (o sperperare) in armamenti.

Tanto che oggi, dopo anni di allarmismi dei militari, di promesse dei ministri, di proliferazione delle crisi internazionali e dopo che nel 2014 la prima guerra russo-ucraina aveva già reso evidenti le intenzioni bellicose di Mosca, gli investimenti nel settore difesa dei membri europei della Nato fanno ancora fatica a superare la soglia del 2% in rapporto ai Pil nazionali.

 Per capirsi, da dieci a venti volte meno di quanto uno Stato qualsiasi sul continente spendesse in fucili e cannoni alla fine del XIX secolo.

E non saranno certo gli ottocento miliardi di euro suggeriti dalla Commissione europea per sostenere la sicurezza comune a riportarci nell’età della militarizzazione.

 Considerato che, a ben vedere, il piano Future of European defence – European Commission che tanta indignazione ha suscitato nell’opinione pubblica, facendo passare Bruxelles per un covo di guerrafondai, si propone di assicurare la difesa del Vecchio mondo da oggi al 2030 con meno denaro di quanto gli Stati Uniti abbiano investito nel settore militare nel solo 2024.

 

A impiegare queste risorse, poche o tante, non saranno «signori della guerra» con sogni di gloria, ma generali alle strette dipendenze del potere civile.

Nessun Cadorna o Ludendorff, uomini soli al comando di una nazione trasformata in caserma con la smania di realizzare piani strategici elaborati in anni di lavoro, ma funzionari in uniforme pronti a rispondere ai propri governi e a commissioni di controllo formate da parlamentari eletti.

Gli uni e gli altri, militari e civili, ben poco entusiasti all’idea di inviare o guidare corpi di spedizione di propri concittadini verso un qualsiasi fronte.

Perché penosamente consapevoli degli enormi ritardi accumulati in termini di preparazione dagli eserciti europei in decenni di demilitarizzazione.

Perché certi che nessuna folla di studenti, artisti o intellettuali li acclamerà entusiasticamente, come facevano i giovani del secolo scorso cresciuti a pane, onore patriottico e dulce et decorum est pro patria mori (casomai il contrario, a dar retta ai sondaggi sulla scarsa predisposizione degli italiani a considerare libertà e democrazia come cause da difendere).

E soprattutto perché consci che nessuna opinione pubblica accetterà, per alcun motivo, la perdita di un solo soldato.

Nelle società (illusoriamente) senza guerra che gli italiani, i francesi, i tedeschi hanno costruito per mezzo secolo, la morte in battaglia è stata privata di ogni dignità, ridotta a un incidente da evitare a qualsiasi costo, un peso intollerabile in termini di immagine e consenso elettorale, indipendentemente dalla sua causa.

Come ha scritto Pascal Bruckner, nel mondo che ha posto al centro del discorso pubblico le vittime e i loro diritti chi sceglie di sacrificarsi per qualcosa o qualcuno semplicemente non ha più cittadinanza.

 

No, decisamente l’Europa di oggi assomiglia poco a quella che precedette il 1914.

Non perché la guerra su vasta scala non sia tornata a far parte della sua quotidianità.

Ma perché, quando lo ha fatto, portata dai carri armati russi lanciati in direzione di Kiev nel febbraio 2022, governanti e cittadini hanno fatto di tutto, tranne che correrle incontro.

Si sono voltati dall’altra parte.

Hanno negato l’evidenza.

Hanno continuato a fingere che si potesse risolvere il problema ragionando amichevolmente con l’aggressore.

 In questo, sì, gli europei di oggi si sono dimostrati dei sonnambuli.

(Rivista il Mulino 2026).

 

 

 

 

Cosa sapere quando si parla

di armi nucleari.

Otto.unito.it – (07 – luglio - 2026) – Redazione Dipartimento di Fisica – ci dice:

 

Dall’arricchimento dell’uranio al Trattato di non proliferazione nucleare, tutte le questioni sollevate dal dibattito pubblico.

(Temi dell'articolo: Mondo -Tecnologia.

Articolo di Redazione: bomba atomica.)

Le tensioni internazionali hanno riportato all'attenzione – e non senza preoccupazione – il tema delle armi atomiche e della proliferazione nucleare.

 Per comprendere tecnicamente i termini della questione, ne discutiamo con “Alessandro Ferretti”, fisico nucleare del Dipartimento di Fisica dell'Ateneo di Torino. 

 

Cosa si intende per testata nucleare e per bomba atomica?

La bomba atomica è un particolare tipo di testata nucleare:

è stata sganciata dagli Usa su Hiroshima e Nagasaki nel 1945 e sfrutta il principio della fissione.

 I nuclei di alcuni tipi di atomi, come uranio e plutonio, sono molto instabili: basta l’aggiunta di un solo neutrone per frammentarli.

Quando si rompono liberano moltissima energia e ulteriori neutroni, che vanno a spezzare i nuclei vicini dando vita a una reazione a catena rapida e distruttiva.

 Le attuali bombe atomiche arrivano a una potenza equivalente a trecentomila tonnellate di tritolo:

 se una bomba simile venisse sganciata su Torino causerebbe circa quattrocentomila morti e mezzo milione di feriti.

 Inoltre, se l’esplosione avviene vicino al suolo, l’energia liberata rende radioattivi gli atomi del terreno e li sparge su un’ampia area, rendendo la zona inabitabile per anni.

 

L’altro tipo principale di testata nucleare è la bomba all’idrogeno, che sfrutta il principio della fusione.

 I nuclei di atomi leggeri (come gli isotopi dell’idrogeno), se si trovano a distanze molto ravvicinate, si fondono formando nuclei di elio liberando grandi quantità di energia.

Per avvicinare sufficientemente i nuclei bisogna comprimere e scaldare l’idrogeno a temperature intorno ai cento milioni di gradi, e per raggiungerle è necessaria una bomba atomica come innesco.

La potenza delle bombe all’idrogeno può superare i cinquanta milioni di tonnellate di tritolo, ma le bombe negli arsenali attuali arrivano “solo” fino a 5 milioni di tonnellate;

se lanciate su Torino causerebbero all’istante quasi novecentomila morti e quattrocentomila feriti.

 

Che processo rappresenta l’arricchimento dell’uranio? A cosa serve e come funziona?

Non tutti i nuclei di uranio sono uguali:

ciascuno di essi ha 92 protoni, ma il numero di neutroni può variare.

 Il 99,3% dell’uranio ha 146 neutroni e viene chiamato “Uranio 238”, dalla somma di 92 e 146. 

L’uranio-238 è molto stabile e quindi poco utile per produrre energia o fabbricare bombe.

Il restante 0,7% dell’uranio ha invece 235 tra protoni e neutroni, e questo lo rende più instabile e adatto per la fissione.

Per far funzionare una centrale nucleare è necessario che la frazione di uranio-235 sia più elevata di quella naturale (tra il 3% e il 5%), mentre per realizzare bombe atomiche bisogna arrivare fino al 90%. L’arricchimento è appunto il processo che aumenta la proporzione di uranio-235.

 

La difficoltà di separare l’uranio-235 dall’uranio-238 deriva dal fatto che i due isotopi sono chimicamente identici, e quindi non si possono usare reazioni chimiche per distinguerli.

Per arricchire l’uranio bisogna quindi sfruttare il fatto che i due nuclei hanno un peso leggermente diverso:

innanzitutto si fa reagire l’uranio con il fluoro, ottenendo esafluoruro di uranio che si presenta come un gas.

 Si immette quindi gas all’interno di speciali centrifughe rotanti: le molecole con l’uranio 238 (più pesante) tenderanno ad accumularsi verso i bordi della centrifuga e quelle con l’uranio-235 si concentreranno di più intorno al centro di rotazione.

Il processo avviene a cascata:

 il gas viene prelevato dal centro della centrifuga, viene messo in un’altra centrifuga e ulteriormente arricchito e così via, fino al raggiungimento della percentuale desiderata.

 Per arrivare ad arricchimenti molto elevati i tempi sono molto lunghi.

 

Cosa dice e definisce lo storico Trattato di non proliferazione nucleare (TNP)?

Il TNP, in vigore dal 1970, si propone di limitare la diffusione delle armi nucleari e promuovere il disarmo nucleare.

 I Paesi che lo sottoscrivono riconoscono il diritto di cinque Paesi  (Usa, Russia, Regno Unito, Francia e Cina) di possedere armi nucleari mentre tutti gli altri stati si impegnano a rinunciarvi.

In cambio, i cinque Paesi nucleari promettono di avviare negoziazioni “in buona fede” per un disarmo graduale e di garantire l’accesso alla tecnologia nucleare a scopi civili ai paesi che ne facciano richiesta.

 Per garantire che i Paesi non-nucleari usino la tecnologia solo a scopi civili, i firmatari del trattato accettano che i loro programmi nucleari vengano controllati dall’”Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica” (AIEA).

 

Purtroppo il TNP non prevede tempi e modi stringenti per il disarmo dei paesi nucleari, e quindi non risolve lo squilibrio militare creato dalla deterrenza atomica.

 Quattro Paesi non hanno sottoscritto il TNP e si sono dotati di armi nucleari: Israele, India, Pakistan e Corea del Nord.

 

Ci sono segnali di una nuova corsa agli armamenti nucleari?

I recenti attacchi di potenze nucleari contro paesi che hanno aderito al TNP (la Russia nei confronti dell’Ucraina e Israele e Usa nei confronti dell’Iran) fanno temere un’ondata di proliferazione nucleare.

Secondo l’AIEA, sia l’Ucraina che l’Iran stavano rispettando il TNP e gli attacchi da loro subiti dimostrano che aderire al TNP non garantisce protezione contro gli attacchi da parte di potenze nucleari.

Inoltre, appare probabile che se l’Ucraina o l’Iran avessero posseduto armi nucleari, i Paesi attaccanti ci avrebbero pensato più volte prima di intraprendere delle aggressioni militari, per timore di una ritorsione.

 Si sono quindi create le condizioni politiche per cui la stessa logica che ha spinto la Corea del Nord a ritirarsi dal TNP per dotarsi di testate nucleari possa essere seguita da altri Stati.

 

Riguardo a segnali concreti, va ricordato che la Corea del Nord ha agito in gran segreto ed è quindi probabile che altri Paesi facciano altrettanto: l’arricchimento dell’uranio può avvenire in strutture segrete ed è possibile che un Paese riesca a procurarsi uranio arricchito tramite accordi riservati con alleati che ne sono provvisti.

 

E, invece, di cosa parliamo quando parliamo di energia nucleare?

Le bombe atomiche esplodono a causa della reazione a catena incontrollata:

 ogni atomo, quando si fissiona, libera 2-3 neutroni che vanno a fissionare altri nuclei.

Ogni fissione secondaria libera ulteriori 2-3 neutroni e quindi il numero di atomi fissionati aumenta in maniera esponenziale dando luogo ad un’esplosione.

Le centrali nucleari sono dotate di dispositivi che assorbono una parte dei neutroni emessi dalla fissione, in modo che ogni fissione generi un solo neutrone.

In questo modo il processo di rilascio dell’energia atomica non è più esponenziale ma stabile e graduale, e quindi può essere sfruttato per la produzione di energia elettrica in modo analogo alle centrali termiche.

 

Il vantaggio principale delle centrali nucleari è che il combustibile nucleare non emette anidride carbonica o altri gas serra, e che il costo di tale combustibile è competitivo rispetto ai combustibili fossili.

 Il problema principale è naturalmente quello del rischio di incidenti catastrofici, come quelli verificatisi a Cernobyl e a Fukushima.

 Per scongiurare tali rischi, gli standard di sicurezza delle centrali devono essere estremamente elevati e questo fa lievitare moltissimo tempi e costi della loro costruzione.

 

Inoltre, le centrali nucleari producono abbondanti scorie radioattive a lunghissima vita, che richiedono per lo smaltimento costosi e rischiosi riprocessamenti e la creazione di depositi di stoccaggio a lungo termine, rendendo fondamentalmente antieconomici nuovi investimenti in grandi centrali.

Ciò non significa che si debba abbandonare la ricerca in questo campo, anzi.

La speranza è che la ricerca riesca a trovare nuovi modi di liberare energia dai nuclei che siano intrinsecamente immuni da rischi catastrofici, privi di scorie e rischi ambientali e, naturalmente, economicamente competitivi.

(Dipartimento di Fisica).

 

 

 

Il boom dei budget di difesa:

un mondo in armi.

Notiziegeopolitiche.net – (8 Maggio 2025) - Giuseppe Gagliano – Redazione – ci dice:

Il mondo si arma, e lo fa a un ritmo che non si vedeva dalla fine della Guerra Fredda.

Il rapporto 2024 del Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), pubblicato il 28 aprile 2025, dipinge un quadro inquietante:

le spese militari globali hanno raggiunto livelli record, con i primi dieci Paesi che da soli rappresentano il 73% del totale. Dietro i numeri si nasconde una realtà complessa, fatta di rivalità geopolitiche, paure crescenti e un equilibrio internazionale sempre più precario.

In questo scenario, gli Stati Uniti dominano, la Russia corre, l’Europa si riscopre guerriera e l’Asia si prepara. Ma a che prezzo?

Un mondo che spende per la guerra.

Nel 2024 i dieci Paesi con i maggiori budget di difesa hanno speso complessivamente 1.981,4 miliardi di dollari, una cifra che da sola basterebbe a ridisegnare il destino di intere nazioni. Gli Stati Uniti, con 997 miliardi, non solo guidano la classifica, ma surclassano ogni concorrente: il loro budget è superiore alla somma dei nove Paesi successivi (984,4 miliardi), tre volte quello cinese (314 miliardi) e sei volte e mezzo quello russo (149 miliardi). Rappresenta il 37% delle spese militari globali e il 66% di quelle NATO, un monstre che conferma Washington come l’architetto militare del pianeta.

La Cina, seconda con 314 miliardi (+7% rispetto al 2023), consolida il suo ruolo di potenza in ascesa, ma resta lontana dal colosso americano.

 La Russia, terza, spicca per la crescita più vertiginosa: +38% in un anno, +100% rispetto al 2015, per un totale di 149 miliardi, pari all’8% della spesa pubblica nazionale.

 L’Ucraina, ottava con 64,7 miliardi, spende quanto la Francia, ma il suo sforzo è titanico: il 34% del PIL, un fardello che riflette la guerra esistenziale contro Mosca. L’Europa, con Germania (88,5 miliardi, +28%), Regno Unito (81,8 miliardi) e Francia (64,7 miliardi), mostra un risveglio militare, mentre India, Arabia Saudita e Giappone completano la top ten, ciascuno con le proprie ambizioni e paure.

Il dominio americano è schiacciante.

 Con un budget che sfiora i mille miliardi, gli Stati Uniti non solo mantengono una superiorità tecnologica e operativa senza pari, ma dettano le regole del gioco globale.

La loro spesa copre il 55% delle spese militari mondiali e rappresenta un pilastro per la NATO, dove finanziano due terzi del totale.

È un potere che si traduce in influenza: dall’Indo-Pacifico, dove contrastano la Cina, all’Europa, dove sostengono l’Ucraina e rassicurano gli alleati. Ma questo gigantismo ha un costo.

 L’America spende per mantenere un ordine mondiale che vacilla, tra guerre per procura e rivalità crescenti.

E mentre il Pentagono investe in droni, intelligenza artificiale e cyber-guerra, il debito pubblico cresce, sollevando interrogativi sulla sostenibilità di un modello che sembra vivere di inerzia.

La Russia di Vladimir Putin, con il suo +38% di aumento, è l’emblema di una nazione che si sente accerchiata.

 I 149 miliardi del 2024, pur modesti rispetto a USA e Cina, sono un segnale chiaro: Mosca non intende cedere.

La guerra in Ucraina ha costretto il Cremlino a raddoppiare le spese rispetto al 2015, con un focus su droni, missili ipersonici e guerra elettronica.

Ma il prezzo è alto: l’economia russa, strangolata dalle sanzioni, dipende sempre più dal petrolio e dalle alleanze con Cina e India.

La spesa militare, pari all’8% del bilancio pubblico, è un investimento nella sopravvivenza del regime, ma anche una scommessa rischiosa in un Paese dove le infrastrutture civili languono.

L’Europa, tradizionalmente riluttante a investire in difesa, sta cambiando pelle.

La Germania, con un balzo del 28%, si afferma come potenza militare europea, superando la Francia e il Regno Unito.

 Il suo budget di 88,5 miliardi, privo di componente nucleare, riflette una svolta strategica:

Berlino vuole contare di più, anche se resta vincolata alla NATO e agli armamenti americani (il 64% delle importazioni europee viene dagli USA).

Il Regno Unito, con 81,8 miliardi, e la Francia, con 64,7 miliardi, seguono a ruota, ma il dato più significativo è il totale combinato dei tre:

235 miliardi, che li porrebbe al terzo posto mondiale, davanti alla Russia. Presi a due a due, Germania e Regno Unito (170,3 miliardi), Francia e Germania (153,2 miliardi) o Francia e Regno Unito (146,5 miliardi) superano comunque Mosca.

È un potenziale enorme, ma frammentato da interessi nazionali e dalla dipendenza da Washington.

L’Europa NATO spende 454 miliardi, tre volte la Russia, mentre l’UE raggiunge i 370 miliardi, in crescita del 18%.

 Eppure, il Vecchio Continente resta un nano strategico:

 la sua sicurezza dipende dagli Stati Uniti, e la mancanza di una vera autonomia militare è un tallone d’Achille.

La Polonia, con un aumento del 31%, è un caso a parte: fuori dalla top ten., ma simbolo di un est Europa che si arma per paura di Mosca.

L’Ucraina, con 64,7 miliardi, spende quanto la Francia, ma in un contesto drammatico.

Il 34% del PIL dedicato alla difesa è un unicum, che racconta di un Paese in lotta per la sopravvivenza.

Ogni dollaro va a droni, munizioni e sistemi anti-aerei, spesso forniti dagli alleati.

Ma il confronto con la Russia (2,2 volte superiore) è impietoso: senza il sostegno occidentale, Kiev non potrebbe reggere.

 La sua resilienza è ammirevole, ma il costo umano ed economico è devastante.

La Cina, con 314 miliardi, investe in una modernizzazione militare che spaventa l’Occidente:

portaerei, caccia stealth, cyber-capacità.

L’India, con 86,1 miliardi, cerca di tenere il passo, ma il suo +1,6% è modesto rispetto alle ambizioni di grande potenza.

 Il Giappone, con 55,3 miliardi e un +21%, si sta liberando dai vincoli pacifisti, mentre l’Arabia Saudita (80,3 miliardi) usa il suo budget per consolidare il ruolo di leader regionale, senza però una componente nucleare che la metta sullo stesso piano delle superpotenze.

Un mondo in bilico.

I numeri del SIPRI parlano chiaro:

il mondo si prepara alla tempesta.

 La corsa agli armamenti non è solo una risposta a conflitti come quello ucraino o alle tensioni nel Mar Cinese Meridionale, ma un sintomo di un ordine globale che si sgretola.

 Gli Stati Uniti dominano, ma non possono tutto.

La Russia si arma per resistere, l’Europa per esistere, la Cina per vincere.

E in questo grande gioco, i Paesi più piccoli, come l’Ucraina, pagano il prezzo più alto.

La domanda non è se il mondo spenderà di più per la guerra, ma se saprà spendere meglio per la pace.

 Per ora, le armi parlano più forte.

 

 

 

NATO 3.0, l’Alleanza che

 cambia pelle

Da patto militare a macchina

finanziaria della guerra.

 

Notiziegeopolitiche.net – (9 Luglio 2026) - Giuseppe Gagliano – Redazione – ci dice:

 

Il vertice di Ankara segna una svolta che sarebbe ingenuo liquidare come l’ennesima riunione rituale dell’Alleanza Atlantica, fosse anche per la ripartizione delle spese militari.

 La NATO che uscì dal 1949 come architettura militare della Guerra fredda e quella che si allargò dopo il crollo dell’Unione Sovietica per inglobare l’Europa centro-orientale sembrano ormai lasciare il posto a un organismo diverso: una struttura politico-finanziaria in cui la sicurezza diventa mercato, la minaccia diventa debito, la difesa diventa rendita.

La formula “NATO 3.0” coglie proprio questo passaggio.

Si tratta ormai di una piattaforma di mobilitazione di capitali, commesse industriali, fondi di investimento, banche, imprese belliche e governi subordinati a un meccanismo che ha il suo centro negli Stati Uniti.

Per cui Ankara è oggi un grande foro dell’industria della difesa, delle intese miliardarie, un appello ai capitali privati, la saldatura sempre più visibile tra finanza e guerra.

La NATO, insomma, non si limita più a preparare eserciti. Prepara mercati.

 Non organizza soltanto piani operativi.

Organizza flussi di denaro.

Non chiede più soltanto soldati, basi e disponibilità politica.

Chiede bilanci pubblici, risparmio privato, fondi pensione, investimenti bancari, indebitamento permanente.

Il messaggio che arriva da Ankara è semplice e brutale:

la spesa militare non deve più essere considerata un costo, ma un investimento.

Il problema è capire per chi.

 Per i cittadini europei, che già vedono sanità, scuola, infrastrutture e servizi pubblici sottoposti a una cura dimagrante continua, l’aumento delle spese militari significa una scelta precisa di priorità.

Significa che lo Stato torna forte, ma non per proteggere la società, bensì per finanziare la guerra, garantire commesse, assicurare profitti, sostenere imprese che vivono di appalti pubblici e tecnologie controllate.

Questa è la grande inversione politica della fase attuale. Per decenni ci è stato ripetuto che lo Stato doveva arretrare, che non c’erano risorse, che il debito pubblico era il male assoluto, che la spesa sociale andava compressa in nome dei mercati.

Oggi, quando si tratta di difesa, il denaro ricompare.

Non solo: diventa urgente, necessario, morale.

Non si discute più se sia sostenibile spendere centinaia di miliardi in armamenti; si discute solo di come trovare il denaro.

Da qui nasce l’idea di una banca della NATO, proposta come strumento per aiutare i Paesi membri a sostenere impegni finanziari sempre più gravosi.

 La formula è elegante: coordinare capitali, organizzare investimenti, rafforzare la base industriale.

 La sostanza è meno elegante:

trasformare la sicurezza in un circuito di indebitamento, canalizzare risorse pubbliche e private verso l’apparato militare-industriale, rendere la guerra una componente stabile dell’accumulazione finanziaria occidentale.

È il welfare rovesciato della nuova epoca:

meno protezione sociale, più protezione armata; meno investimenti nella vita civile, più investimenti nella produzione bellica;

meno diritti garantiti, più obblighi strategici.

Il cuore del problema non è solo la quantità di denaro spesa per la difesa, bensì è il rapporto tra denaro speso e capacità militare reale.

Gli Stati Uniti spendono cifre enormi, superiori a quelle di qualsiasi altro attore globale.

 Eppure la guerra in Ucraina e le tensioni nel Golfo Persico hanno mostrato una fragilità sorprendente:

difficoltà nel produrre munizioni in quantità adeguate, carenza di intercettori, scorte strategiche sotto pressione, sistemi d’arma costosissimi ma non sempre riproducibili su vasta scala.

Qui emerge il nodo strutturale:

 il sistema occidentale, soprattutto quello statunitense, non è organizzato per vincere guerre lunghe di logoramento industriale.

È organizzato per generare profitti attraverso programmi complessi, costosi, tecnologicamente sofisticati, spesso fragili, sempre dipendenti da continui aggiornamenti.

Il caccia F-35 è l’emblema di questo modello:

 un programma immenso, costosissimo, politicamente blindato, industrialmente ramificato, ma anche segnato da ritardi, problemi tecnici e dipendenze incrociate.

La logica è quella della massimizzazione del costo.

 Se la finalità principale diventa il profitto delle imprese fornitrici, il sistema non punta necessariamente a produrre armi semplici, numerose, robuste e facilmente sostituibili.

Punta a produrre piattaforme complesse, contratti pluriennali, manutenzioni obbligate, catene di fornitura chiuse, dipendenza tecnologica.

La Russia, pur con un’economia molto più piccola, ha mostrato una capacità diversa: produzione centralizzata, controllo statale, costi calmierati, priorità alla quantità, adattamento continuo al campo di battaglia.

Il confronto non è tra democrazia e autoritarismo, come vorrebbe la propaganda.

È tra due economie della guerra.

Da una parte un apparato finanziarizzato che trasforma la difesa in rendita;

dall’altra un apparato statale che subordina l’industria all’obiettivo militare.

La trasformazione più importante riguarda l’Europa. Il vecchio discorso sull’autonomia strategica europea appare sempre più come una formula vuota.

Gli europei parlano di sovranità, ma comprano sistemi statunitensi.

Parlano di industria comune, ma si integrano nelle catene produttive dominate dai grandi appaltatori americani.

Parlano di sicurezza europea, ma accettano standard, tecnologie, priorità e vincoli fissati a Washington.

Il risultato è una NATO composta da pochi soci reali e molti clienti.

Gli Stati Uniti vendono sicurezza; gli europei la comprano. Gli Stati Uniti forniscono sistemi d’arma;

 gli europei si indebitano per acquistarli.

 Gli Stati Uniti mantengono il controllo delle tecnologie cruciali;

gli europei producono componenti, partecipano a programmi, ottengono qualche ritorno industriale, ma restano in posizione subordinata.

La Germania è il caso più evidente.

 Il suo riarmo viene presentato come ritorno della potenza tedesca, ma va letto con maggiore cautela.

Un aumento massiccio del bilancio militare non si traduce automaticamente in forza militare.

Può tradursi, più semplicemente, in un trasferimento di risorse pubbliche verso aziende che cercano una via d’uscita dalla crisi del modello industriale civile. L’automobile tedesca è sotto pressione:

energia russa perduta, materie prime più costose, concorrenza cinese sempre più avanzata.

La tentazione è trasformare una parte del capitalismo industriale tedesco in capitalismo bellico.

Ma una nazione che converte pezzi crescenti della propria economia civile in economia militare non diventa necessariamente più forte.

 Può diventare più rigida, più dipendente dallo Stato, più esposta a decisioni geopolitiche esterne, più simile a quei sistemi tardi che compensano la perdita di vitalità produttiva con la mobilitazione permanente.

Uno dei miti più resistenti dell’Alleanza Atlantica è quello dell’articolo 5, spesso presentato come garanzia automatica di intervento militare collettivo.

 Ma l’automatismo non riguarda la guerra: riguarda la consultazione politica.

In caso di attacco a un Paese membro, gli altri alleati si consultano e decidono le misure ritenute necessarie.

Non esiste un meccanismo per cui tutti entrano automaticamente in guerra contro l’aggressore.

Questa ambiguità è stata utile per decenni.

 Ha permesso agli europei di credere di essere protetti senza dotarsi di una vera autonomia.

Ha permesso agli Stati Uniti di mantenere basi, influenza e controllo politico sull’Europa senza impegnarsi in modo assoluto a rischiare la propria sopravvivenza per difenderla.

Durante la guerra fredda, la vera funzione della NATO era triplice:

tenere i russi fuori, i tedeschi sotto e gli americani dentro.

Oggi quella formula cambia solo in apparenza.

I russi restano il nemico utile, i tedeschi vengono riarmati ma dentro un perimetro controllato, gli americani restano dentro ma con un obiettivo diverso:

non tanto difendere l’Europa, quanto monetizzarne la dipendenza.

Trump ha reso esplicito ciò che altri presidenti avevano mantenuto in forma più diplomatica: l’ombrello americano si paga, la protezione si paga. La fedeltà geopolitica si paga, ma soprattutto, si paga comprando americano.

Il passaggio più inquietante della NATO 3.0 riguarda il coinvolgimento della finanza privata.

 

 Quando banche, fondi e grandi gestori del risparmio entrano stabilmente nel circuito della difesa, la guerra smette di essere soltanto una decisione politica e diventa una classe di investimento. Il confine tra sicurezza nazionale e rendimento finanziario si assottiglia.

I grandi fondi globali raccolgono capitali ovunque, li amministrano su scala planetaria e li indirizzano dove il rendimento appare più promettente.

 Se la difesa diventa il grande settore garantito dagli Stati, allora il risparmio europeo rischia di essere convogliato verso l’industria militare americana.

In questo senso, la questione non riguarda solo i bilanci pubblici, ma anche il risparmio privato:

fondi pensione, trattamento di fine rapporto, gestioni patrimoniali, assicurazioni, strumenti collettivi di investimento.

È qui che la guerra economica assume la sua forma più moderna, dal momento che non c’è bisogno di conquistare un Paese se si controllano le sue infrastrutture finanziarie, il suo debito, i suoi standard industriali, i suoi acquisti militari e persino l’impiego del suo risparmio.

 L’Europa rischia di finanziare la propria subordinazione, perché paga per armarsi, ma si arma secondo standard altrui;

 investe nella difesa, ma rafforza le aziende altrui; mobilita risorse nazionali, ma le inserisce in una catena di comando politica, tecnologica e finanziaria che non controlla.

Questo è il cuore geoeconomico del vertice di Ankara:

 non la difesa dell’Europa, ma l’inquadramento dell’Europa in un nuovo ordine occidentale militarizzato, dove la sovranità viene sostituita dalla compatibilità con le esigenze strategiche americane.

Ankara non ha quindi solo inaugurato una nuova fase della NATO, bensì ha mostrato il volto della guerra nell’epoca del capitale finanziario:

 non più soltanto carri armati, missili e basi militari, ma banche, fondi, risparmio privato, debito pubblico, filiere industriali e dipendenza tecnologica. La guerra come mercato totale.

 La sicurezza come prodotto. L’alleanza come contratto.

 E l’Europa, ancora una volta, come pagatore di ultima istanza.

 

 

 

Iran. Gli Stati Uniti revocano

la deroga sul petrolio e colpiscono

obiettivi nello Stretto di Hormuz.

 

 Notiziegeopolitiche.net - (8 Luglio 2026) - Guido Keller – Redazione – ci dice:

 

La tregua tra Stati Uniti e Iran appare ormai compromessa.

Washington ha revocato la deroga che dal 21 giugno consentiva la produzione, la vendita e l’esportazione del petrolio iraniano e, poche ore dopo, ha lanciato una nuova serie di attacchi militari contro obiettivi iraniani nell’area dello Stretto di Hormuz, accusando Teheran di aver violato il memorandum d’intesa raggiunto dopo la crisi di fine giugno.

Secondo un funzionario dell’amministrazione statunitense, citato da “Axios”, il presidente Donald Trump aveva subordinato ogni alleggerimento delle sanzioni a un comportamento responsabile da parte dell’Iran.

Le azioni attribuite a Teheran contro il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz sono state definite “totalmente inaccettabili”, rendendo inevitabile il ripristino delle restrizioni economiche sul settore petrolifero.

La decisione arriva dopo una nuova escalation nella principale arteria energetica mondiale.

 In meno di ventiquattro ore almeno tre navi mercantili, tra cui un’unità qatarina e una saudita, sono state colpite durante il transito nello stretto.

L’agenzia britannica UKMTO ha confermato gli incidenti, senza attribuirne ufficialmente la responsabilità, mentre Washington sostiene che si tratti di azioni riconducibili all’Iran.

Sul piano militare il Comando Centrale statunitense ha annunciato l’avvio di “potenti attacchi” contro installazioni iraniane considerate direttamente coinvolte nelle operazioni sullo stretto.

 Secondo “Axios”, gli obiettivi hanno compreso sistemi di difesa aerea, radar e apparati di sorveglianza costiera, batterie di missili terra-aria, postazioni di missili antinave, siti di lancio di droni e infrastrutture portuali.

Un funzionario americano ha affermato che l’intensità dell’operazione sarebbe stata quattro o cinque volte superiore a quella condotta alla fine di giugno.

I media iraniani hanno riferito di esplosioni nell’area del porto di Theroux, presso Sirk, sulla costa meridionale del Paese, dove almeno sei proiettili avrebbero colpito la zona portuale.

Le autorità di Teheran non hanno fornito un bilancio dei danni, ma il ministero degli Esteri ha denunciato la violazione del memorandum d’intesa da parte degli Stati Uniti, accusando Washington di aver infranto gli impegni assunti dopo il cessate il fuoco raggiunto nelle settimane precedenti.

In una dichiarazione diffusa dall’emittente” Iri News”, il ministero degli Esteri iraniano ha avvertito che la Repubblica Islamica adotterà “misure decisive” per difendere i propri interessi nazionali e ha preannunciato ritorsioni contro gli Stati Uniti.

Il ritorno delle sanzioni petrolifere rappresenta un duro colpo per l’economia iraniana. Le esportazioni di greggio costituiscono infatti una delle principali fonti di valuta estera del Paese e la revoca della deroga rischia di ridurre nuovamente i volumi di vendita, soprattutto verso i mercati asiatici che avevano ripreso ad acquistare petrolio iraniano dopo l’allentamento delle restrizioni.

L’escalation riporta inoltre al centro dello scenario internazionale lo Stretto di Hormuz, passaggio attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio commerciato via mare.

Ogni aumento della tensione nell’area alimenta i timori per la sicurezza della navigazione commerciale, con possibili ripercussioni sui prezzi dell’energia e sulla stabilità dell’intero Medio Oriente.

Le nuove operazioni militari sembrano così segnare la fine della breve fase di de-escalation seguita agli scontri di giugno, riaprendo il rischio di un confronto diretto tra Washington e Teheran.

 

 

 

Ucraina. Trump apre alla produzione

dei Patriot: Kiev entra nella

filiera militare americana.

Notiziegeopolitiche.net – (9 Luglio 2026) - Giuseppe Gagliano – Redazione – ci dice:

La decisione del presidente statunitense Donald Trump di autorizzare l’Ucraina a produrre sul proprio territorio missili Patriot segna un cambio di passo nella strategia americana.

Più che una scelta tecnica, rappresenta un messaggio politico: Washington punta a rafforzare la capacità di difesa di Kiev e ad avvicinarla stabilmente alla propria architettura militare e industriale.

La possibilità di produrre i Patriot in Ucraina ridurrebbe nel tempo la dipendenza dalle forniture occidentali, anche se la realizzazione degli impianti richiederà anni e gli stabilimenti diventerebbero obiettivi prioritari per la Russia.

Il sistema Patriot resta infatti uno degli strumenti più efficaci per difendere città, infrastrutture energetiche e centri logistici dagli attacchi missilistici.

Il vertice di Ankara ha inoltre confermato una trasformazione dell’Alleanza Atlantica:

l’attenzione non è più rivolta soltanto alla deterrenza, ma anche alla capacità produttiva dell’industria della difesa.

Missili, sistemi antiaerei, droni e tecnologie di precisione sono destinati a diventare il fulcro della nuova economia militare occidentale.

Sul piano operativo, la difesa antiaerea è considerata decisiva per garantire la continuità delle attività civili e militari ucraine. Parallelamente, le dichiarazioni favorevoli di Trump sugli attacchi di Kiev contro infrastrutture strategiche in territorio russo indicano una maggiore disponibilità americana ad accettare operazioni in profondità, con l’obiettivo di aumentare i costi economici e politici della guerra per Mosca.

Per il Cremlino, l’iniziativa rappresenta una nuova escalation occidentale.

L’integrazione dell’Ucraina nella filiera produttiva statunitense rafforzerebbe infatti il legame strategico con Washington, mentre la Russia continua a colpire infrastrutture energetiche, depositi logistici e linee di rifornimento per logorare la capacità di resistenza ucraina.

La svolta evidenzia anche una dimensione geoeconomica.

 Gli Stati Uniti mantengono la guida strategica della Nato e consolidano il ruolo della propria industria militare, mentre gli alleati europei sono chiamati ad aumentare gli investimenti nella difesa.

Per Kiev significa rafforzare le proprie capacità di sopravvivenza; per l’Europa, invece, cresce il rischio di sostenere costi sempre maggiori senza acquisire un ruolo proporzionato nelle decisioni strategiche.

L’autorizzazione alla produzione dei Patriot non modifica nell’immediato l’andamento del conflitto, ma conferma la volontà americana di trasformare l’Ucraina in un pilastro avanzato della sicurezza occidentale sul confine con la Russia, nella convinzione che un rafforzamento del rapporto di forza possa creare le condizioni per eventuali futuri negoziati.

 

 

 

Il paradosso del capitalismo

finanziario e speculativo.

Notiziegeopolitiche.net – (9 Luglio 2026) - Francesco Pontelli – Redazione – ci dice:

 

Quando lo “sviluppo” economico tende a diminuire, ricercando un livello di produttività assolutamente inutile per compensare i costi del Far East, o peggio ad azzerare il contributo professionale dei lavoratori (attraverso l’inserimento nel ciclo produttivo di umanoidi), come inevitabile conseguenza viene annullata anche la propria base economica, rappresentata dagli occupati che, con le proprie retribuzioni, sostengono il volano di un’economia complessa ma sempre meno liberale.

Andrebbe sottolineato, una volta di più, come l’unico fattore valido sulla base del quale valutare la crescita economica, al di là dell’approccio ideologico e politico che tenderebbe a mistificare qualsiasi risultato, sia rappresentato dalla sola crescita dell’occupazione ben retribuita, la quale, per esempio, in Europa viene subordinata a un’ipotetica salvaguardia del territorio e dell’ecosistema.

Quando lo “sviluppo economico” tende a diminuire fino ad azzerare il contributo professionale dei lavoratori, subordinando la sua crescita ad altri parametri, come quelli ambientalisti, automaticamente, come inevitabile conseguenza, viene annullato il ruolo dei consumatori, che rappresentano la base e il sostegno stesso dell’economia complessa.

Così un sistema economico che azzera la propria base di sostentamento distrugge i pilastri fondamentali su cui si regge.

Ogni sua evoluzione si trasforma in una semplice operazione di speculazione finanziaria, con un ritorno economico nel brevissimo termine.

Senza lavoratori forse ci potrebbe anche essere una produzione, ma senza consumatori non esisterà mai un mercato e quindi la stessa domanda, che rappresenta la base della produzione.

Un sistema economico che persegue l’abbassamento dei costi per aumentare il ROE, anche attraverso l’iper-sfruttamento o la totale automazione, senza redistribuzione del reddito, finisce per implodere, innescando una crisi di sovrapproduzione e un crollo della domanda aggregata.

Ancora oggi si crede che un sistema economico si possa reggere sulla domanda “premium” o “alto di gamma”, espressa dal mercato ad alto reddito, il quale da sempre si dimostra inelastico alle varie crisi economiche o geopolitiche.

Andrebbe ricordato a questi fenomeni come il mercato dell’alta orologeria svizzera si confermi un unicum nel mondo, e non certo un modello da esportare nel settore automotive con il segmento premium, tanto per fare un esempio.

In questo modo si dimentica come la crescita economica abbia trovato la propria fondamentale ragione d’essere proprio nei volumi dei consumi della fascia media della popolazione, la sola ad avere determinato l’effetto moltiplicatore della crescita all’interno del ciclo economico, proprio grazie al duplice ruolo di lavoratori e consumatori.

Senza un reddito derivante dal lavoro, la massa dei consumatori riduce il proprio potere d’acquisto, rifugiandosi in acquisti a basso costo provenienti da quelle famose economie nelle quali, per esempio, sono state delocalizzate molte produzioni.

Questa tipologia di consumi a basso costo, a differenza di quanto troppi economisti affermano, non può essere considerata un salvataggio per le fasce più deboli della popolazione.

Rappresenta invece la motivazione per la quale si sono create le condizioni di una nuova povertà, legata alla politica di delocalizzazione industriale, che, per sopravvivere, si rivolge ai prodotti a basso costo.

A questo si aggiunga la crescita assolutamente irresponsabile del debito, specialmente pubblico, che ha determinato il passaggio da un’economia capitalista a un’economia finanziaria di speculazione.

In questo contesto il potere si è trasferito da chi deteneva e utilizzava i cicli produttivi, quindi sostanzialmente da un’economia industriale, a chi ora detiene il debito e quindi un’economia determinata dai grandi poteri finanziari e speculativi.

Ora sono i gestori del debito, sia pubblico sia privato, gli unici in grado di determinare le politiche degli Stati, dei continenti e, ovviamente, delle imprese, sia industriali sia energetiche.

Questo spiega l’incredibile perseveranza dimostrata da anni da tutti i governi nel perseguire obiettivi lontani dalle aspettative dei diversi popoli:

questi esprimono interessi finanziari e inconfessabili.

In ultima analisi:

“L’unica forma di sviluppo economico è quella che assicura un aumento dell’occupazione correttamente retribuita. Tutto il resto è speculazione”.

 

Italia. Ex agenti AISI arrestati, l’inchiesta

riaccende l’allarme sullo spionaggio

e sulle vulnerabilità dello Stato.

 Notiziegeopoltiche.net – (9 Luglio 2026) - Giuseppe Gagliano Redazione – ci dice:

 

L’inchiesta che coinvolge gli ex appartenenti all’AISI “Gavino Raoul Piras” e” Vincenzo Di Pasquale” riporta al centro dell’attenzione il tema della sicurezza nazionale e della vulnerabilità degli apparati dello Stato.

 I due, già legati anche all’Arma dei Carabinieri, sono accusati a vario titolo di aver raccolto e trasmesso informazioni sensibili ai servizi d’intelligence russi in cambio di denaro, attraverso una rete di contatti che avrebbe coinvolto anche militari in servizio.

 Le contestazioni comprendono spionaggio, rivelazione di notizie riservate e accesso abusivo a sistemi informatici.

L’aspetto più delicato della vicenda riguarda il presunto utilizzo di ex funzionari dell’intelligence, persone che pur avendo lasciato il servizio conservano conoscenze, relazioni e competenze maturate in anni di attività.

Secondo gli investigatori, Mosca avrebbe puntato proprio su figure in grado di conoscere dall’interno procedure, punti deboli e dinamiche degli apparati italiani.

Piras, secondo le ricostruzioni disponibili, possedeva una lunga esperienza nel controspionaggio, aveva operato in contesti NATO e aveva approfondito lo studio dell’intelligence russa.

Un profilo che, se le accuse fossero confermate, renderebbe ancora più grave la vicenda, poiché chi conosce i sistemi di protezione delle informazioni è anche in grado di individuarne le vulnerabilità.

L’inchiesta evidenzia inoltre metodi operativi tradizionali, come appunti cartacei, telefoni dedicati, supporti digitali nascosti, denaro contante e incontri riservati.

Tecniche apparentemente superate che, nell’era della sorveglianza elettronica, possono invece risultare efficaci proprio perché riducono le tracce digitali.

Particolarmente rilevante è il presunto interesse per informazioni riguardanti l’industria italiana della difesa e il comparto cibernetico.

Se tali elementi saranno confermati, il caso assumerà una dimensione strategica, poiché conoscere capacità produttive, infrastrutture digitali e sistemi di protezione significa ottenere un vantaggio operativo, industriale e militare.

Per un Paese come l’Italia, membro della NATO e protagonista nei settori aerospaziale, navale ed elettronico, la tutela di queste informazioni rappresenta un interesse nazionale primario.

L’inchiesta richiama inevitabilmente il precedente dell’ufficiale della Marina” Walter Biot”, condannato in via definitiva per aver ceduto documenti riservati alla Russia.

In entrambi i casi emerge uno schema ricorrente: informazioni riservate trasformate in merce di scambio attraverso compensi economici relativamente modesti rispetto al potenziale danno arrecato allo Stato.

Il caso richiama anche la lunga tradizione delle attività di intelligence straniere in Italia, già documentata durante la guerra fredda dal dossier Mitrokhin.

Oggi lo scenario è cambiato, ma gli obiettivi restano simili: acquisire informazioni strategiche, sfruttare vulnerabilità personali e penetrare reti istituzionali, industriali e tecnologiche.

La vicenda riapre infine il dibattito sulla gestione del personale dopo il pensionamento.

L’uscita dal servizio interrompe il rapporto formale con lo Stato, ma non cancella competenze, relazioni e accessi costruiti nel tempo.

Per questo cresce l’esigenza di rafforzare i controlli sugli ex appartenenti ai servizi e di proteggere con maggiore efficacia il patrimonio informativo nazionale.

L’indagine, coordinata dalla Procura ordinaria e dalla Procura militare di Roma con il supporto del ROS, è ancora nella fase delle accuse.

Resta quindi pienamente valido il principio della presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.

Tuttavia il procedimento evidenzia come la sicurezza nazionale dipenda sempre più dalla capacità di prevenire le vulnerabilità interne, oltre che dalle minacce provenienti dall’esterno.

 

 

 

Turchia. Trump riapre agli F-35,

Ankara torna al centro della

 strategia americana.

Notiziegeopolitiche.net – (8 Luglio 2026) - Giuseppe Gagliano Redazione – ci dice:

La possibile riammissione della Turchia nel programma degli F-35 segna un’importante svolta nei rapporti tra Washington e Ankara e riflette un mutamento degli equilibri strategici all’interno della Nato e nel Medio Oriente.

Donald Trump ha annunciato la revoca delle sanzioni contro la Turchia, lasciando intendere che il ritorno di Ankara nel programma dei caccia di quinta generazione è ormai una concreta opzione politica.

La scelta risponde a precise esigenze geopolitiche degli Stati Uniti.

La Turchia è considerata un alleato indispensabile nel Mar Nero, grazie al controllo degli stretti, in Medio Oriente per il suo ruolo in Siria e Iraq e nel Mediterraneo orientale, dove incide sulle rotte energetiche e sulle dinamiche di sicurezza regionali.

La crisi tra i due Paesi era esplosa nel 2020 dopo l’acquisto da parte di Ankara dei sistemi missilistici russi S-400, decisione che aveva portato all’esclusione della Turchia dal programma F-35 e all’imposizione di sanzioni americane.

Oggi Trump punta a superare quella frattura, anche se resta l’ostacolo del Congresso, che mantiene il divieto di vendita finché gli S-400 resteranno operativi.

Sul piano militare, gli F-35 rafforzerebbero sensibilmente le capacità operative turche, integrando Ankara in una rete avanzata di comando, sorveglianza e guerra elettronica.

 Proprio questo scenario suscita la forte opposizione di Israele, che teme di perdere l’esclusività tecnologica di cui ha goduto finora nella regione.

Il confronto tra il governo israeliano e quello turco si è ulteriormente irrigidito.

Il premier “Benjamin Netanyahu” considera la Turchia di “Recep Tayyip Erdogan” un avversario politico, mentre Ankara continua ad accusare Israele per la sua politica nei confronti dei palestinesi.

In questo contesto, la questione degli F-35 assume un valore che va ben oltre quello militare, diventando un indicatore delle priorità strategiche degli Stati Uniti.

La partita coinvolge anche interessi economici di primo piano. Il rientro della Turchia nel programma consentirebbe la riattivazione della sua partecipazione alla filiera industriale del velivolo e consoliderebbe i rapporti tra le industrie della difesa dei due Paesi.

Per Washington significherebbe inoltre ridurre il rischio che Ankara rafforzi ulteriormente la cooperazione militare con Russia e Cina.

Trump ha inoltre apprezzato la posizione turca durante il recente confronto tra Stati Uniti, Israele e Iran, sottolineando come Ankara non abbia ostacolato la strategia americana.

 Un elemento che conferma come l’attuale amministrazione privilegi una valutazione pragmatica degli alleati basata sulla loro utilità strategica piuttosto che sulla fedeltà politica.

La vicenda dimostra come la Nato sia sempre più un’alleanza caratterizzata da interessi divergenti e negoziati continui.

Gli Stati Uniti cercano di recuperare la Turchia senza compromettere il rapporto con Israele, mentre Ankara punta a ottenere tecnologia occidentale preservando la propria autonomia strategica, confermandosi uno degli attori più influenti nello scenario euroasiatico e mediorientale.

 

 

 

 

La retorica del “nemico” per un vertice

Nato incentrato sull’industria delle armi.

 

Notiziegeopolitiche.net – Enrico Oliari – (7 Luglio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Lo ha spiegato bellamente Rutte: “Miliardi investiti nella nostra sicurezza, che rafforzano le nostre economie e sostengono la creazione di centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro”. Armi che verranno usate per non inceppare il meccanismo.

La Nato è ormai un golem che, per sopravvivere, anzi, per vivere alla grande, ha necessità di fagocitare qualunque cosa trovi per strada, compresi i welfare di interi popoli, pur di arricchire i fabbricanti di armi e tenere su l’economia del primo produttore, gli Stati Uniti d’America.

 Tradito bellamente l’accordo del “2+4” del 1991, secondo cui la Nato non si sarebbe espansa oltre l’Elba, negli anni l’imperativo dell’Alleanza Atlantica è stato quello di spingersi sempre più a est, rosicchiando zone di influenza altrui e attingendo a nuovi capitali attraverso una strategia subdola:

creare il nemico, finanziare le opposizioni, controllare la stampa occidentale, aumentare la pressione dell’opinione pubblica, inglobare il Paese nell’alleanza e piantarvi basi militari.

Il tutto con la retorica sacrosanta della pace e della democrazia, anche a costo di regalare premi Sacharov a improvvisati santoni della libertà come quell’”Alexei Navalny”, xenofobo e nazionalista.

Il nemico della Nato e della serva Unione Europea viene così a essere sempre lo stesso: il Cremlino.

 Punto.

Perché altri non ce ne sono.

 Come se a Mosca non si pensasse ad altro che a invadere il Portogallo o conquistare Parigi invece di fare soldi vendendo il gas.

In questo quadro l’Unione Europea negli anni si è trasformata semplicemente nella faccia pulita della Nato, un pachidermico alter ego dello stesso golem, con una leadership e un Parlamento europeo sempre meno sentiti dai cittadini, costretti a continui sacrifici, vuoi per il clima, vuoi per quant’altro.

Oggi, tanto per dire, a Bruxelles si parla già di adesione della Georgia e dell’Armenia, Paesi che interessano moltissimo alla Nato perché confinanti con la Russia, ma ci si dimentica che entrambi si trovano in Asia e non in Europa.

Il golem si è tuttavia inciampato con la crisi ucraina, quando al “nemico” russo non è andata giù l’idea di avere per altri 1.700 km di confine la Nato sotto casa: fu il britannico Boris Johnson a convincere l’ucraino Volodymyr Zelensky a fare la guerra e a non trattare con Vladimir Putin, e i risultati sono oggi sotto gli occhi di tutti, con la distruzione di un intero Paese, i costi dell’energia alle stelle, intere famiglie distrutte e fiumi di denaro degli europei drenati verso un Paese extracomunitario.

D’altronde, come meglio spiegare agli stessi europei che devono mettere mano al portafoglio e rinunciare al proprio benessere, se non propinando lo spettro di un russo cattivo che non vede l’ora di piombarti in casa mentre dormi?

E mentre l’industria europea delle auto va con le gambe all’aria per le stesse scelte dell’Unione Europea, a salvare l’economia dovrà essere solo l’industria della morte, cioè delle armi.

Al vertice Nato di Ankara questo è l’argomento principale.

Aprendo il summit, che vede la presenza di 35 Paesi, tra cui l’immancabile Volodymyr Zelensky, il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, ha affermato che “un anno fa, all’Aia, gli Alleati si sono impegnati ad aumentare in modo significativo gli investimenti nella difesa, portandoli al 5% del Pil entro il 2035”, aggiungendo che “su questo stiamo già compiendo progressi notevoli.

Hanno inoltre concordato di potenziare la produzione e l’innovazione nel settore della difesa.

Oggi, a un anno di distanza, ad Ankara, stiamo già ottenendo risultati concreti”.

 Ha quindi annunciato che “gli Alleati e le industrie delle due sponde dell’Atlantico presenteranno nuovi importanti progetti e firmeranno contratti per un valore di miliardi” (…) “Si tratta di miliardi investiti nella nostra sicurezza, che rafforzano le nostre economie e sostengono la creazione di centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro”. “Oggi vedrete – ha sottolineato -, e il mondo vedrà, le industrie del Nord America e dell’Europa lavorare fianco a fianco”.

L’Unione Europea diventerà di fatto una grande fabbrica di armi come lo sono gli Usa, che non a caso dal Secondo dopoguerra hanno costellato il pianeta di morti, dall’Iran al Vietnam, dall’Afghanistan all’Iraq.

Già, perché se ci sono le industrie delle armi ci saranno le guerre per smaltirle, altrimenti arrugginiscono nei magazzini.

Esattamente come si è fatto per l’Ucraina.

 

 

 

I dem USA: «irresponsabile, va destituito». Il papa: «inaccettabile».

Trump spaventa il mondo:

 «In Iran cancellerò un’intera civiltà. Forse»

 

Editorialedomani.it - Youssef Hassan Dogado – (07 aprile 2026) – Redazione – ci dice:

Dopo la minaccia del presidente Usa, Teheran cancella i contatti diplomatici.

 La Casa Bianca: «Non valutiamo armi nucleari».

La corsa contro l’escalation.

 

Sono ore decisive per le sorti del Medio Oriente.

Da una parte c’è un presidente, quello degli Stati Uniti, che si comporta come un criminale di guerra e dice di voler spazzare via «un’intera civiltà».

Giura anche che non vorrebbe «accadesse», ma «probabilmente succederà».

Dall’altra c’è un regime che non ha intenzione di cedere ai diktat della Casa Bianca, non vorrebbe una tregua ma una fine completa delle ostilità e fino al raggiungimento di quell’obiettivo non ha intenzione di riaprire lo Stretto di Hormuz.

A suon di ultimatum.

Quanto siano da prendere sul serio le parole del presidente Trump è impossibile dirlo.

Solo nelle ultime tre settimane ha governato la sua politica estera a suon di ultimatum, almeno quattro ne ha lanciati contro l’Iran (il primo lo scorso 21 marzo) di cui l’ultimo scaduto nella serata di ieri.

 Ma forse, anche questo sarà rinnovato.

Dopo aver minacciato di distruggere l’intera civiltà persiana il tycoon ha aggiustato il tiro a Fox News.

 «Se i negoziati faranno passi avanti oggi e ci fosse qualcosa di concreto questo può cambiare».

Altrimenti, «ci sarà un attacco come non hanno mai visto prima».

 Nel mirino ci sono infrastrutture chiavi e centrali elettriche.

 

La Casa Bianca ha subito annunciato che non ci sono valutazioni sull’utilizzo di una bomba nucleare, il grande spettro che agita la comunità internazionale.

Ma non sono dichiarazioni rassicuranti se si aggiungono quelle rilasciate nel pomeriggio:

Trump è l’«unico» a «sapere cosa farà in Iran».

 Al Pentagono sono già a lavoro per colpire obiettivi che sono sia civili sia militari, per cercare di avere tutele sul piano legale ed evitare accuse di crimini internazionali.

 Per questo motivo già da ieri sono stati attaccati diversi ponti nel paese da parte dell’esercito israeliano, che si è giustificato affermando che quelle infrastrutture vengono utilizzare per trasportare arsenale bellico. Funzione che ha ogni altro ponte nel mondo.

 

Mondo.

Gli Usa negoziano bombardando Khar.

L’Iran: «Tutto il popolo pronto al sacrificio».

L’Iran intanto ha risposto immediatamente alle dichiarazioni di Trump interrompendo tutti i canali diplomatici ufficiali.

Per il Pakistan, paese mediatore al centro delle trattative, il lavoro è ancora più difficile.

 I Pasdaran hanno avvertito che «priveranno gli Stati Uniti e i loro alleati del petrolio e del gas della regione per anni» se Trump attaccherà le centrali energetiche del paese.

 «Abbiamo esercitato grande moderazione e valutato attentamente la scelta degli obiettivi di rappresaglia, ma d'ora in poi tutte queste considerazioni verranno meno», dicono.

 

Il Qatar – tramite il portavoce del ministero degli Esteri – ha lanciato l’allarme: «Siamo vicini al punto in cui la situazione nella regione potrebbe sfuggire di mano. Non ci saranno vincitori se questa guerra continua», ha detto il portavoce.

In sede Onu, il Consiglio di sicurezza non ha adottato la risoluzione del Bahrein che chiedeva ai paesi di coordinarsi per aprire lo Stretto di Hormuz.

ll testo è stato progressivamente ammorbidito nel corso dei negoziati, eliminando riferimenti all’uso della forza per garantire la libertà di navigazione dei mercantili. Nonostante ciò, Cina e Russia hanno ugualmente utilizzato il loro potere di veto.

Gli appelli.

Negli Stati Uniti si moltiplicano i tentativi di fermare la guerra.

Da Alexandria Osasio-Cortez a Rashida Taib, sono almeno venti i deputati democratici che hanno definito «pericolose e irresponsabili» le minacce di Trump all’Iran. I dem, ma anche alcuni suoi ex sostenitori, hanno chiesto la rimozione del tycoon ricorrendo al 25esimo emendamento che prevede di assolvere il presidente in caso di inabilità.

 

«Ora è il momento di dire no, assolutamente no, e dirlo direttamente al presidente», ha detto anche il noto giornalista ex Fox News, “Tucker Carlson”, nel suo podcast che è molto ascoltato anche dalla base Maga del presidente.

 Carlson ha definito «malvagi» i commenti di Trump sullo Stretto di Hormuz e li ha descritti come una presa in giro del cristianesimo e dell’Islam.

Ma non è l’unico. Per papa Leone XIV le minacce di Trump sono «inaccettabili».

Un appello è stato lanciato ieri anche dall’arcivescovo Paul S. Coakley, presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti.

Un segnale molto forte da parte del leader dei vescovi statunitensi che si espone contro Donald Trump che più volte, insieme ad altri membri della sua amministrazione, ha usato la religione per catalizzare consenso intorno al conflitto in Medio Oriente.

 

«La minaccia di distruggere un’intera civiltà e l'attacco mirato alle infrastrutture civili non possono essere moralmente giustificati», ha detto Coakley in comunicato.

 

«Invito il presidente Trump a fare un passo indietro dal precipizio della guerra e a negoziare una soluzione giusta per il bene della pace e prima che vengano perse altre vite».

Che sia questo l’appello che possa spingere Trump a un dietrofront sul suo ultimatum è ancora da vedere.

Quel che è sicuro è che il presidente Usa ha portato il paese in un pantano politico più che militare.

 In questo scenario ci è arrivato anche per colpa dei suoi collaboratori più stretti, come il segretario della Guerra “Pete Hester” lo stesso finito al centro di uno scandalo per aver rivelato gli attacchi militari Usa in Yemen.

Secondo un funzionario della Casa Bianca citato dal Washington Post,” Hester” «non sta dicendo la verità al presidente» Trump sull’andamento delle operazioni militari in Iran.

Nello specifico starebbe “occultando” le reali potenzialità belliche del regime.

(Youssef Hassan Dogado).

(Giornalista di Domani. È laureato in International Studies all’Università di Roma Tre e ha frequentato la Scuola di giornalismo della Fondazione Lelio Basso.).

 

 

 

Vertice Nato: Trump attacca

ancora gli alleati. Gelo di Meloni e

ramoscello di Rutte. Il nodo delle armi.

 Crosetto: così il tycoon “parla al suo elettorato.”

 Firstonline.info – (8 Luglio 2026) - Gerardo Pelosi – Redazione – ci dice:

 

Vertice della Nato ad Ankara: ci si aspetta la conferma del sostegno a Kiev per 70 miliardi l’anno tra 2026 e 2027, a carico però dei soli europei e del Canada.

La formula sulla quale puntano gli Stati Uniti è l’acquisto di armi Usa da parte dei membri dell’alleanza atlantica da inviare all’Ucraina.

Vertice Nato: Trump attacca ancora gli alleati. Gelo di Meloni e ramoscello di Rutte. Il nodo delle armi. Crosetto: così il tycoon “parla al suo elettorato.”

“Se non fosse per Erdogan, amico e leader molto forte non sarei neppure venuto”.

L’aveva già detto e lo ripete martedì, mettendo piede in Turchia, il presidente americano Donald Trump.

E, con questa sola battuta, fa capire a tutti quale è e resta (nonostante gli sforzi del segretario Nato Mark Rutte) la sua postura su ruolo e futuro dell’Alleanza in questa fase di crisi aperte in Ucraina e Iran.

Dopo un anno contrassegnato da lotte intestine, crisi e recriminazioni, i paesi della Nato optano per la strategia ormai collaudata:

 governare la “variabile” Donald Trump e ridurre a massimo il rischio di brutte sorprese.

Nasce da qui la decisione dei padroni di casa turchi di ridurre al massimo i tempi del vertice a livello di capi di Stato e di Governo con la discussione a 32 prevista dalle 11,15 alle 14 di mercoledì.

Per la serie: meno dura il vertice, meno rischi si corrono che qualcosa vada storto.

 

 

Vertice Nato: Trump attacca di nuovo la Nato, gelo di Meloni.

L’incertezza tuttavia resta sovrana stando alle prime dichiarazioni di Trump ad Ankara.

 Il presidente Usa si è detto “deluso” dalla Nato, è tornato a criticare Francia, Germania e Italia che non lo hanno aiutato negli attacchi all’Iran con l’uso delle basi in diversi Paesi Ue e ha ripetuto che potrebbe ritirare tutti i militari americani dall’Europa.

Su Giorgia Meloni una sola battuta:

“Persona piacevole ma non ci ha aiutati”.

Trump ha ancora una volta rivendicato la necessità del controllo della Groenlandia anche se ha riconosciuto che ciò “danneggerebbe i miei rapporti con la Nato”.

 Verso il presidente turco Erdogan ha invece avuto parole di apprezzamento (“c’è una sorta di alchimia che funziona tra noi”) e ha aperto alla vendita ad Ankara degli F35 superando le sanzioni decise dopo la decisione della Turchia di comprare dalla Russia sistemi di difesa aerea S-400 ma sempre martedì Trump ha detto che le sanzioni saranno rimosse perché “non sanzioniamo gli amici”.

 

Vertice Nato: la partita si gioca su export armamenti Usa.

Rientra sempre nella strategia del segretario Nato Rutte e degli alleati europei di compiacere Washington inserendo nella dichiarazione finale un riferimento alla guerra statunitense in Iran chiedendo che lo Stretto di Hormuz rimanga aperto e che Teheran non si doti mai di armi nucleari.

Una sorta di ramoscello d’ulivo offerto a Trump viste anche le divisioni all’interno dell’alleanza sulla guerra in Iran.

Gli alleati si impegneranno anche a continuare ad assumersi la responsabilità della difesa europea dopo che gli Stati Uniti hanno ridimensionato, a maggio, capacità come aerei da combattimento, bombardieri e cacciatorpediniere nei piani di guerra della Nato e molti degli accordi di appalto saranno probabilmente riformulati.

 

Ma il presidente americano non appare convinto dalle rassicurazioni di Rutte, che continua a ripetere che “europei e canadesi sono ora sulla buona strada per pareggiare la loro spesa per la difesa con quella degli Stati Uniti”.

 La partita si gioca soprattutto sull’export di armamenti americani mentre in Europa si è sempre più attenti a cogliere il momento per rafforzare autonomia strategica e base industriale continentale.

 

Vertice Nato: cosa ci si aspetta sul sostegno a Kiev.

Sull’Ucraina, i

l presidente americano ha avuto un faccia a faccia con Zelensky che chiede un’azione di forza e, dopo il colloquio con Putin, Trump appare più ottimista indicando che Mosca e Kiev vogliono un accordo e spera che una soluzione di pace possa essere trovata “presto”.

 Ci si aspetta dal vertice la conferma del sostegno a Kiev per il 2026 e per il 2027 per 70 miliardi l’anno, a carico però dei soli europei e del Canada.

 Gli Usa hanno stanziato finora 195 miliardi di dollari per Kiev (di cui 73 miliardi per armamenti e servizi per la difesa) e la Germania è il secondo Stato per aiuti finanziari con oltre 100 miliardi di dollari, ma resta il blocco europeo inteso come Ue principale finanziatore dell’Ucraina, superando gli Stati Uniti avendo mobilitato oltre 215 miliardi di euro.

La formula sulla quale puntano gli Usa è l’acquisto di armi americane da parte dei membri dell’alleanza atlantica e poi inviate a Kiev (programma Purl, Prioritized Ukraine requirement list).

Vi partecipano in maggioranza Paesi europei, poi Australia e Nuova Zelanda ma non l’Italia.

 

Anche di questo ha parlato il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani con il suo omologo americano Rubio.

 Tajani ha partecipato a una riunione con i partner della “Iniziativa di Cooperazione di Istanbul” (Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar), la cui presenza al Vertice è stata sostenuta dall’Italia.

Il dialogo con i Paesi del Golfo sarà dedicato agli sviluppi in Medio Oriente, con particolare attenzione a Iran, Libano, Gaza e Stretto di Hormuz.

Il ministro ha anche partecipato alla riunione ministeriale in formato E5 (Francia, Germania, Italia, Polonia e Regno Unito), co-organizzata da Italia e Polonia, cui si unirà anche il ministro degli Esteri turco Hakan Fida.

L’incontro mira a rafforzare il coordinamento sulle principali questioni di sicurezza europea, con particolare attenzione all’Ucraina e al Medio Oriente.

 

Vertice Nato, cosa ha detto Crosetto su Trump.

Sul dialogo critico tra Meloni e Trump, il ministro della Difesa Guido Crosetto resta convinto che “i rapporti tra Stati continuano anche se due leader discutono.

Non c’entra Sigonella.

Ce l’ha con noi perché non abbiamo partecipato agli attacchi in Iran.

E infatti ha attaccato anche Francia e Germania visto che anche loro non hanno preso parte all’offensiva contro Teheran.

Lui ci attacca perché parla al suo elettorato. Dovete interpretare così i suoi attacchi”.

Ma Crosetto parla anche della rete di spionaggio in Italia a favore di Mosca che ha visto coinvolti alcuni appartenenti alla Difesa.

” Non abbiamo gli anticorpi per contrastare la penetrazione russa” dice Crosetto.

Non sono affatto sorpreso perché sono anni che dico, anzi, che metto in guardia dal rischio di penetrazione – aggiunge il titolare della Difesa -. Fate un’analisi e ve ne rendete conto.

L’aumento c’è stato con i social. Non solo dei russi.

Ma i russi sono i più bravi nello spionaggio”.

(Gerardo Pelosi).

(Giornalista, dal 1980 corrispondente diplomatico del Il Sole 24 Ore per oltre 30 anni, dopo aver lavorato al Gazzettino di Venezia.)

 

 

 

 

Il gioco artico tra USA, Russia e Cina:

perché la questione Groenlandia

spaventa la NATO.

Fanpage.it – (9 Luglio 2026) – A cura della Redazione – Mario De Pizzo – ci dice:

Fanpage.it pubblica un estratto dell’ultimo libro del giornalista del Tg1 Mario De Pizzo, intitolato “Tempesta, Reykjavík, Brest, New York, Rabat e la nuova battaglia per l’Atlantico”.

Fanpage.it pubblica un estratto dell'ultimo libro del giornalista del Tg1 Mario De Pizzo, "Tempesta, Reykjavík, Brest, New York, Rabat e la nuova battaglia per l'Atlantico", con prefazione Giampero Massolo.

 Il Capitolo in questione si intitola "Giuk, Bear e l'Artico: il gioco polare". 

 

Come descritto dal primo ministro islandese Barni Benediktsson nell’ottobre 2024, “che ci piaccia o no, l’Artico sta rapidamente diventando un teatro di competizione globale e militarizzazione, ed è compito nostro determinare i parametri per lo sviluppo di questa regione”.

 L’ambiente di sicurezza artico è infatti cambiato politicamente, riflettendo una postura sempre più competitiva.

A ovest l’imprevedibilità degli Stati Uniti che mina l’unità della Nato, a est la Russia in atteggiamento belligerante con l’Europa e supportata dalla Cina, desiderosa di accrescere il proprio ruolo nella regione.

Quali sono dunque gli interessi delle grandi potenze nell’Artico, soprattutto nella sua dimensione di teatro militare?

Con l’Alaska, gli Stati Uniti detengono il 15% delle sue coste, ma per gli Usa, l’Artide rappresenta la nuova frontiera vulnerabile che palesa la fine del paradigma dei due cuscinetti oceanici che tengono la nazione lontana dai problemi del resto del mondo.

 L’Alaska è il terminale di una delle rotte più brevi per collegare Asia e America del Nord, dalla Russia Orientale, grazie al cambiamento climatico.

Una cosiddetta Great Ciclo Router – una traiettoria circolare, la tratta più breve tra due punti su una sfera – che è il modo più veloce per collegare due luoghi sulla Terra.

Una parabola che fende l’atmosfera come fanno gli aerei, per intenderci.

Una rotta dunque appetibile per il traffico mercantile – via del 90% del commercio mondiale – certo, ma anche per il lancio di missili balistici.

 I nemici degli Stati Uniti, inviando missili lungo questa traiettoria, ridurrebbero il tempo necessario a raggiungere l’obiettivo, ma anche il potenziale di allarme precoce per i loro attacchi.

 

Trump vende armi, l'Europa le compra e lui vuole la Groenlandia. La NATO è un comitato d'affari privato.

L’Alaska sta per diventare dunque una componente critica del sistema di difesa balistico a stelle e strisce. Washington è chiamata a occuparsi dell’Artide per difendersi, e inoltre qui può provare a riallacciare dei rapporti con la Russia per evitare che Mosca diventi un Paese satellite di Pechino.

 C’è poi un’altra ragione.

Il cambiamento climatico aprirà sì rotte nei mari, ma anche nuovi spazi nelle terre del Grande Nord.

 Nei prossimi decenni il Canada raddoppierà infatti la propria superficie agricola e abitabile.

Ciò lo renderà una potenza demografica, agricola e alimentare.

E allo stesso tempo potrà accrescere la propria disponibilità – già alta – di risorse naturali e di minerali strategici.

Un confinante competitivo – la frontiera tra Usa e Canada con i suoi 8.408 km è la più lunga del mondo – che gli Stati Uniti non hanno mai desiderato né mai vorranno.

 È per questo che Donald Trump ha dichiarato di considerare il Canada il cinquantunesimo Stato della federazione americana, prospettando una preoccupante annessione.

Oltre che manifestare a più riprese la volontà di occupare o acquistare la Groenlandia, per sfruttarne le risorse.

 E perché ritiene l’isola fondamentale per la costruzione del” Golden Dome”, lo scudo missilistico per intercettare aerei e missili nemici.

Dunque, non solo in Canada, lo scioglimento dei ghiacciai libera nuovi spazi, da cui estrarre minerali, terre rare. Spazi insediabili, abitabili, coltivabili.

Fanno gola a diversi attori privati, come i fondi di investimento, che vedono in questa nuova frontiera un Eldorado.

Non è un caso che tra i primi a parlare della Groenlandia a Donald Trump sia stato l’erede di una dinastia dell’industria della cosmetica, Ronald Lauder.

 La richiesta fondamentale degli Stati Uniti per la Groenlandia, al di là delle basi militari, è quella di avere diritti di insediamento.

Ed è ciò che spaventa di più i danesi e i groenlandesi – una popolazione di 56mila abitanti.

 Perché basterebbe, infatti, una minima pressione migratoria per rendere gli “Inuit” una minoranza e rafforzare quindi il pericolo di annessione o colonizzazione.

 

La Cina dal 2013 ha lo status di osservatore permanente del Circolo polare e si è autodichiarata nel 2018 una nazione del vicinato Artico.

Il suo programma principale per la regione dal punto di vista militare è quello di avere la possibilità di esercitare una pressione da nord verso gli Stati Uniti, con la presenza di sottomarini e altri mezzi.

Da qui, i legami strutturati con Paesi come l’Islanda, dove i cinesi hanno per esempio costruito un osservatorio spaziale a Karholl già nel 2012.

L’Artico è dunque funzionale alla proiezione di leadership globale della Cina.

Ciò che va bene qui, potrà poi essere replicato per il dominio dell’Antartide, che è terra più che acqua.

 Per Pechino, la cooperazione con Mosca in questo quadrante è imprescindibile, e allo stesso tempo il Grande Nord è il luogo in cui può definitivamente legare a sé la Russia, assoggettarla.

Prioritario è anche lo sfruttamento delle risorse naturali. Da qui, l’accordo a settembre 2025 con Mosca, per il “gasdotto Power of Siberia 2” che partirà appunto dalla penisola di Jamal – nella Siberia Occidentale – per raggiungere il nord della Cina, attraverso l’est della Mongolia.

 Una pipeline di 2600 chilometri in grado di trasportare 50 miliardi di metri cubi di gas all’anno.

Dal 2030, grazie a questa infrastruttura, Pechino potrà soddisfare un quinto del suo fabbisogno di gas.

C’è poi il progetto di sviluppo della Via della Seta polare (bingshang sichou zhilu), inizialmente concentrata sulla rotta del Nord.

Sono quattro le rotte che congiungono Pacifico e Atlantico, solcando l’Artico.

Il Passaggio a Nord Ovest: attraversa lo stretto di Bering, costeggia Alaska, Canada, Groenlandia per poi approdare nell’Atlantico. La Rotta del Mare del Nord (o Passaggio a Nord Est):

da Bering si naviga lungo la costa della Siberia, la Penisola di Yamal, per poi arrivare in Finlandia e Norvegia.

La Rotta transpolare è quella che più si avvicina al Polo Nord, partendo da Bering per poi approdare nell’Atlantico nelle acque tra Groenlandia e Islanda.

Infine, il ponte artico: Canada, Groenlandia, Islanda, Norvegia e Finlandia, dove si intreccia con la Rotta del Mare del Nord.

 

 

Nel settembre 2025 per la prima volta una nave mercantile – la portacontainer Istanbul Bridge – ha raggiunto il porto britannico di Felixtowe partendo dalle banchine cinesi di Ningbo-Zhoushan, nella parte orientale del Paese del Dragone, attraversando la rotta artica.

7.500 miglia nautiche in soli venti giorni e senza una nave rompighiaccio a farle da scorta.

Cina Orientale, Stretto di Bering tra Russia e Alaska, Mar Glaciale Artico, Artico russo, Norvegia, Regno Unito.

Un tempo di percorrenza inferiore addirittura di 20-30 giorni rispetto al passaggio attraverso Malacca – in Malaysia – e lo Stretto di Suez, lungo 11mila miglia nautiche.

L’Artico si sta scaldando con una velocità tre volte superiore a quella del resto del mondo, ma per adesso questa rotta è percorribile solo da marzo a ottobre.

 Le stime parlano di 109 milioni di tonnellate annue di merci trasportate lungo le acque polari entro il 2030.

Si tratta a ogni modo di un risultato che arriva dopo un lungo lavoro.

Nel 2017 la XUE Long è stata la prima nave cinese a solcare le tre principali rotte artiche:

 il Passaggio a Nord Ovest, il Passaggio a Nord Est e la Rotta transpolare.

A inizio 2018 Pechino ha pubblicato un libro bianco sulla propria strategia per l’Artide.

Lo sviluppo infrastrutturale e l’estrazione di risorse sono in cima alla lista di priorità.

Le aziende cinesi detengono partecipazioni e forniscono considerevoli finanziamenti all’industria estrattiva russa nella penisola di Jamal.

Qui, la ricerca del gas naturale liquefatto (GNL) è funzionale a inseguire il primato americano in questa risorsa.

E a Jamal, la Cina si è assicurata il ritiro a lungo termine di GNL per una quantità di quattro milioni di tonnellate all’anno.

Le potenziali rotte di navigazione attraverso le acque post-glaciali del nord offrirebbero alle navi cinesi la possibilità di aggirare quelle con le quali oggi raggiunge l’Europa, e dunque di evitare il passaggio dal Canale di Suez o dal Capo di Buona Speranza.

Rotte che potrebbero essere precluse da un eventuale attacco della Cina a Taiwan.

Lungo queste acque la marina degli Stati Uniti è stata a lungo dominante, ma non mancano pirati e milizie come gli Houti yemeniti, che hanno più volte mosso attacchi ibridi ai mercantili, innescando una spirale inflazionistica in Occidente.

La chiusura de facto dello Stretto di Hormuz durante il conflitto tra Israele, Stati Uniti e Iran a marzo e aprile 2026 ne è una plastica dimostrazione.

A ogni modo, parliamo comunque della Superstrada dei Mari, che collega Oceano Indiano, Mar Rosso e Mediterraneo ed è piena zeppa di porti e città in cui fare scalo, con un sistema di retroporti e altre infrastrutture. La rotta artica, per ora, è invece praticamente un nastro trasportatore di gas e un tracciato per navi militari, ed è difficile che diventi una vera alternativa a Suez, non solo per questioni climatiche e la presenza del ghiaccio, probabilmente ancora per qualche decennio. Banalmente, per molto tempo ancora, questa rotta solcherà territori disabitati e non infrastrutturati;

farà risparmiare tempo e percorrenza, ma se un’imbarcazione dovesse aver problemi, sarebbe difficile trovare soccorsi.

 Per questo motivo, molte compagnie assicurative sono reticenti a investire sulla rotta artica.

 

L’Artico Russo rappresenta un quarto del territorio del Paese e copre il 53% delle coste del Circolo polare. L’Artide è fisiologicamente una priorità strategica per Mosca, che qui ha tre obiettivi fondamentali:

pieno accesso all’Oceano Atlantico, capacità di proteggere le proprie risorse naturali e libertà di manovra per la flotta del Nord.

E inoltre ha manifestato interesse nello sviluppo della Rotta del Mare del Nord (o Passaggio a Nord Est), potenzialmente, come abbiamo visto, il passaggio più breve tra Europa e Asia, che dal 2035 potrebbe consentire alla Russia di commerciare in tempi più veloci le proprie risorse energetiche.

Nella sua strategia per l’Artico del 2035, la Russia ha messo nero su bianco che questi territori sono fondamentali per la sua sicurezza economica nazionale. Putin ha poi varato il progetto di un corridoio trans-artico, che integra rotte marittime e su terra, proprio per infrastrutturare una rotta che, come abbiamo visto, risulta ancora un nastro trasportatore.

Una rete logistica per sviluppare i territori russi a ridosso del Mare del Nord.

Un tracciato che, partendo da San Pietroburgo, toccherà Murmansk – nella penisola di Kola, vicino al confine con la Norvegia e dunque con la Nato – Arcangelo – sul Mar Bianco – per poi giungere a Vladivostok, nell’Estremo Oriente russo, in prossimità del confine con Cina e Corea del Nord, sulla costa del Mar del Giappone. Un’infrastruttura ambiziosissima, in grado di sviluppare i territori e migliorare le condizioni di vita delle popolazioni locali, connessa con i corridoi che raggiungono la Cina e l’India per attrarre i capitali dei due colossi asiatici.

(Fanpage.it).

(fanpage.it/esteri/il-gioco-polare-tra-usa-russia-e-cina-nel-libro-di-mario-de-pizzo-lestratto-su-fanpage-it/).

(fanpage.it/).

 

 

 

Putin attacca Kiev, la pace Usa

è lontana. Zelensky agli alleati:

 «Ora decisioni forti».

Editorialedomani.it – Lucia Malatesta – (06 luglio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Nuovo violentissimo raid sulla capitale, l’Ucraina chiede nuovi Patriot e una riunione d'emergenza del Consiglio di sicurezza Onu.

 Il tycoon dice che vuole far finire «al più presto» il conflitto:

oggi ad Ankara vede il presidente ucraino, poi un nuovo colloqui con Putin.

 Intanto i droni ucraini colpiscono una raffineria in Siberia.

Sarà difficile oggi ignorare ad Ankara la lunga e profonda scia rossa, di sangue e di fuoco, rimasta sull’asfalto e sulla pelle di Kiev.

 Il bilancio dell’attacco russo di ieri è di ventidue vittime, dozzine di feriti che nessuno riesce a contare del tutto con precisione, mentre le squadre d’emergenza e soccorso fanno la conta dei vivi e dei morti continuando a scavare nelle macerie nei quartieri di Darnytskyi e Podilskyi.

 

La capitale è stata colpita dai razzi di Mosca in oltre venti punti diversi. Kiev è indifesa e oggi si sveglia di nuovo ferita, esausta, stanca per altri funerali da celebrare.

La notte più nera è trascorsa perché nessuno dei balistici spediti dall’esercito russo è stato intercettato: hanno bucato e squarciato palazzi, vie e impianti, senza che nulla potesse interrompere la loro traiettoria.

 

Agli ucraini servono Patriot come il pane, forse anche di più, in questa fase del conflitto in cui le scorte e gli arsenali sono vuoti.

 Si evince dalle parole del colonnello Yuri Ignita: «L’indicatore è basso, per usare un eufemismo».

Queste carenze sono diventate un vantaggio immediato per Mosca:

 «I russi stanno sfruttando il fatto che in Ucraina, e nel mondo, c’è una grave carenza di missili intercettori».

 

(Mondo.

Basi anti droni e autostrade per aerei: come ci si difenderà nel futuro.

Vincenzo Leone.)

 

Vulnerabilità aerea.

A confermarlo è stato lo stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky: la carenza di intercettori non è aggirabile, rende l’antiaerea ucraina troppo vulnerabile, è il punto debole della resistenza militare.

Intanto, quegli armamenti rimangono nei depositi dei paesi partner e per questo è «molto importante» che al vertice della Nato si adottino «decisioni forti a sostegno della nostra difesa dello spazio aereo».

 

Senza un rafforzamento immediato dello scudo antiaereo, Mosca si sentirà sempre incoraggiata a intensificare la sua strategia di distruzione.

E fermarla, ha insistito Zelensky – che da mesi non risparmia appelli e pressioni sugli alleati affaticati da un conflitto che prosegue dal 2022 – è nelle capacità dell’Europa e degli Usa.

 «Ogni missile russo lanciato contro l’Ucraina veicola un messaggio che va ben oltre i nostri confini».

Per l’Ucraina ogni attacco è monito rivolto all’intera comunità occidentale;

 la violenza parla al posto della legge, è un diritto alla brutalità che continua ad essere esercitata senza conseguenze, ha detto ministro degli Esteri ucraino, “Andrii Sibila”, che ha chiesto una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

 

Forse sarà proprio quello turco il palco da cui Trump tenterà di nuovo il rilancio della diplomazia per mettere fine al conflitto.

Domani incontrerà Zelensky e, dopo l’incontro, avrà un colloquio telefonico con l’omologo russo che, ha detto ieri dalla Casa Bianca, vuole mettere fine alla guerra. Il compito che si è prefisso è difficile, come sarà difficile spiegare, all’indomani della cordiale telefonata intercorsa nel giorno del 250esimo anniversario tra Trump e Putin, perché l’intelligence americana sta fornendo assistenza e informazioni all’esercito ucraino nella pianificazione degli attacchi contro raffinerie e impianti energetici della Federazione.

 

(Mondo.

Il tallone d’Achille della difesa di Kiev sono i cruise russi.

Vincenzo Leone)

 

Non è una novità:

il segretario di Stato Marco Rubio lo aveva già pubblicamente confermato nel dicembre 2025 che Washington suggeriva rotte agli ucraini, consentendogli di eludere la rete della difesa russa che sarebbe altrimenti impossibile da aggirare.

La notizia torna attuale perché adesso produce risultati sempre più tangibili: la carenza di carburante affligge ormai la Federazione, costretta ormai a ricorrere all’esportazione.

 

Ieri gli ucraini sono riusciti a spingersi fino in Siberia, a 2.500 oltre la loro frontiera, mettendo fuori gioco la raffineria di Omsk.

Ma c’è qualcosa di più pericoloso della mancanza di benzina: l’atomo.

 Aleksei Likhachev, amministratore delegato dell’agenzia nucleare Rosatom, ha lanciato l’allarme sostenendo che le centrali nucleari di Leningrado, Smolensk, Kursk stanno subendo «le conseguenze degli attacchi militari ucraini», ma il fronte più preoccupante resta quello di Zaporizhzhia:

 «Siamo a un passo da una catastrofe», la comunità tutta dovrebbe capire con quale «livello di fuoco il regime di Kiev sta giocando».

Fabbricare droni.

Nei corridoi della Rada sono convinti che i colloqui riprenderanno prima della fine dell’estate ma intanto stringono accordi con sette paesi Nato per fabbricare droni.

 Perché l’Ucraina non si presenta più soltanto come una nazione bisognosa di assistenza, ma sempre più anche come uno Stato che può garantirla, insieme alle competenze e tecnologie che ha perfezionato dal 2022.

Il Guardian li chiamava ieri “drone deals”, accordi per i droni che non riguardano solo la vendita, fornitura e produzione degli armamenti, ma l’intero ecosistema che li rende efficaci in battaglia.

 

Radar e sensori, stazioni di controllo e procedure operative integrate.

Ma soprattutto esperti tattici e operativi ucraini che sappiano farli funzionare.

 Intese e cooperazioni del genere Kiev le ha già avviate con Lettonia e Lituania, ma anche Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, colpiti dagli iraniani Shahid, usati in larga scala dalle forze russe.

 Ora lo farà anche con l’Alleanza a cui chiede aiuto.

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