Spaventa il mondo in armi.
Spaventa
il mondo in armi.
Corea
del Nord, la nuova legge sugli attacchi nucleari spaventa il mondo: cosa potrà
fare Kim Jong-un.
Virgilio.it
– Roberto Rinaldelli – Redazione – (09-09-2022) – ci dice:
La
Corea del Nord ha sancito per legge il suo status nucleare:
la
nuova norma consente al Paese di effettuare un attacco nucleare preventivo.
Secondo
i media statali, la Corea del Nord ha approvato una legge che sancisce il
diritto di utilizzare “automaticamente” attacchi nucleari preventivi contro
altri Paesi per scopi difensivi.
Si
tratta di una decisione del Leader supremo della Corea del Nord, Kim Jong-un,
che rende lo status nucleare del Paese “irreversibile” e vieta qualsiasi
colloquio di “denuclearizzazione”.
La
nuova legge sulle armi nucleari.
L'allarme
degli esperti.
La
svolta di Kim Jong-un.
L’annuncia
arriva mentre esperti e osservatori rilevano che la Corea del Nord sembrerebbe
pronta a riprendere i test nucleari per la prima volta dal 2017.
“Il
significato di legiferare sulla politica in materia di armi nucleari è quello
di tracciare una linea irreversibile in modo che non ci possano essere
contrattazioni sulle nostre armi nucleari”, ha detto Kim in un discorso
all’assemblea nord-coreana.
La
nuova legge sulle armi nucleari.
Come
spiega il “Guardian”, la legge del 2013 stabiliva che la Corea del Nord potesse
usare armi nucleari per respingere l’invasione o l’attacco da uno stato
nucleare ostile e compiere attacchi di rappresaglia.
La
nuova legge va oltre questo e consente attacchi nucleari preventivi qualora
venisse rilevato dalle autorità del Paese un imminente attacco con armi di
distruzione di massa o contro gli “obiettivi strategici” del Paese, compresa la
sua leadership.
Un
deputato all’assemblea ha affermato che la legge servirà da forte garanzia
legale per consolidare la posizione della Corea del Nord come stato dotato di
armi nucleari e garantire il “carattere trasparente e coerente” della sua
politica nucleare.
(kim
jong-un – “ANSA”.)
(Kim
Jong-un durante la celebrazione del 69esimo anniversario della fine della
guerra di Corea -1950-1953).
L’allarme
degli esperti.
“In
poche parole, ci sono alcune circostanze davvero vaghe e ambigue in cui la
Corea del Nord ora dice che potrebbe usare le sue armi nucleari”, ha
sottolineato su Twitter Chad O’Carroll, fondatore del sito web di monitoraggio
della Corea del Nord NK News.
Russia
- Nord Corea, prove di alleanza? Putin compra le armi da Kim: esercito in
difficoltà dopo le sanzioni.
La
rivelazione arriva dai servizi segreti degli Stati Uniti, compravendita tra il
dittatore e l'autocrate del Cremlino per i missili.
Gli
analisti affermano che l’obiettivo di Kim è quello di ottenere l’accettazione
internazionale dello status della Corea del Nord come “stato nucleare
responsabile”.
Il 17
agosto 2022, la Corea del Nord era tornata a effettuare alcuni test
missilistici nel Mar Giallo, sparando nello specifico due missili balistici,
cioè ordigni potenzialmente capaci di trasportare testate nucleari attraverso
traiettorie suborbitali.
L’11
agosto 2022, dopo settimane trascorse ufficialmente senza registrare alcun caso
di contagio, il leader supremo della Corea del Nord Kim Jong-un ha proclamato
una “eclatante vittoria” del Paese sul Covid.
Il
super jet invisibile che spaventa l'Iran.
Ma
servono più armi.
"Pronti
50 miliardi.”
Ilgiornale.it
- Marco Riconti – (5 marzo 2026) -Redazione – ci dice:
Timori
sulle scorte: il Pentagono convoca le aziende per aumentare la produzione.
Il
super jet invisibile che spaventa l'Iran. Ma servono più armi.
"Pronti 50 miliardi."
"Abbiamo
forniture praticamente illimitate" e "possiamo combattere guerre
all'infinito".
Donald
Trump ha rassicurato così gli americani e gli alleati sulle capacità del
Pentagono di continuare a sostenere l'attuale ritmo di bombardamenti sugli
obiettivi iraniani e le attuali capacità di difesa aerea.
Presto
nella base militare britannica a Fair-ford potrebbero arrivare anche i
bombardieri subsonici B-2, capaci di sganciare bombe da 2mila libbre e quasi
invisibili perché difficilmente intercettabili, già utilizzati nell'operazione
“Epico Furi” partendo dalla base di Whiteman, in Missouri, ma che avrebbero
maggiore agilità di azione partendo dall'Europa.
Eppure,
la Casa Bianca è preoccupata che le scorte disponibili possano scendere
rapidamente sotto i livelli di guardia, compromettendo l'operatività militare
americana nell'attuale teatro di guerra e sullo scacchiere globale.
Una
preoccupazione indirettamente confermata dal capo degli Stati Maggiori Riuniti,
“Dan Caine”, che ai giornalisti ha spiegato che la progressiva distruzione
delle capacità militari iraniane, le forze Usa potrebbero iniziare a usare armi
"meno sofisticate" per proseguire la campagna.
E tuttavia, Reuters e CN hanno rivelato che
domani il presidente ha convocato nella West Wings i dirigenti dei principali
contractor della difesa statunitense, da Lockheed Martin a Raytheon, per
discutere di come accelerare la produzione di armi.
Un
tema che si era già proposto dopo l'invasione russa dell'Ucraina e le continue
forniture a Kiev di armamenti prelevati direttamente dalle scorte Usa e
nuovamente con lo scoppio della guerra a Gaza.
In questi primi giorni di operazioni, leggendo
i bollettini di guerra, gli analisti hanno rilevato che il conflitto in Iran ha
già consumato più missili a lungo raggio di quelli forniti a Kiev in quattro
anni.
Il
presidente farà pressioni sulle aziende affinché aumentino e accelerino le loro
produzioni.
Negli
scorsi mesi, Trump ha già criticato i contractor della difesa, accusandoli di
non investire abbastanza nella produzione.
A
gennaio, il presidente ha firmato un ordine esecutivo per identificare le
aziende ritenute inadempienti e il Pentagono pubblicherà un elenco di quelli
che avranno 15 giorni per correggere la situazione.
La minaccia, come recentemente per
“Anthropic”, è la risoluzione degli attuali contratti.
Alcune aziende sembrano avere già recepito le
indicazioni dell'amministrazione.
Raytheon, che produce i missili Tomahawk, ha
un nuovo accordo con il Pentagono per aumentare la produzione a 1.000 unità
all'anno. Attualmente, la Difesa prevede di acquistare 57 missili nel 2026 a un
costo medio di 1,3 milioni di dollari ciascuno.
In
questo contesto, il vice segretario alla Difesa” Steve Feinberg” negli ultimi
giorni ha lavorato a una richiesta di finanziamento supplementare per il
Pentagono di circa 50 miliardi di dollari, che potrebbe essere presentata al
Pentagono domani.
I
nuovi fondi, che si aggiungeranno agli 839 miliardi di dollari già stanziati
per il bilancio 2026, serviranno a sostituire le armi utilizzate nei recenti
conflitti, compresi quelli in Medio Oriente.
La Casa Bianca per il momento non ha
confermato questa richiesta, assicurando che gli Stati Uniti dispongono di armi
"più che sufficienti" per continuare la guerra.
Il
Vertice della NATO si
Sta
Rivelando un Totale Caos.
Conoscenzealconfine.it
– (8 Luglio 2026) - Gabriele Sannino – Redazione – ci dice:
32
Capi di Stato e di Governo sono nella più totale confusione.
Trump
ha già dichiarato che i paesi europei lo hanno deluso, ribadendo che vuole la
Groenlandia
(è evidente una strategia proprio del caos da parte sua per distruggere tutto).
I
paesi europei e non solo sono letteralmente impossibilitati a raggiungere il 5%
del PIL in armamenti, la scusa perfetta proprio per Trump… per staccare la
spina.
Gli
Stati Uniti, inoltre, stanno già ritirando i loro uomini dal continente. La
verità è che hanno già deciso, aspettano solo il momento giusto, o meglio
perfetto.
Senza
la copertura satellitare e non solo degli USA, qualsiasi guerra europea alla
Russia è INUTILE, ecco perché i barboncini UE stanno rosicando e masticando
amaro.
L’accattone
di Zelensky è lì e spera di racimolare ancora soldi non per vincere ma per
alimentare i suoi giri di corruzione: se ogni promessa è debito, questo non
vale minimamente per la politica e la geopolitica.
Trump
vuole non solo disimpegnarsi ma perfino monetizzare il disimpegno, per la serie
“comprate armi, così vi affosserete ancora prima, tanto per la vittoria non c’è
speranza”.
Perfino
Zelensky vorrebbe che gli europei acquistassero le armi delle aziende ucraine.
Chissà, magari minaccerà attentati e droni ai suoi stessi “alleati”.
Insomma
siamo davanti a una TRAGICOMMEDIA.
Siamo,
ormai, davvero alla fine di questo pericoloso BARRACCONE.
(Gabriele
Sannino).
(t.me/Gabriele
Sannino).
Immigrazione
Pianificata –
Collasso
dell’Europa.
Conoscenzealconfine.it
– (8 Luglio 2026) - “La verità rende liberi” - Giovanni832 – Redazione – ci
dice:
L’immigrazione
di massa non è più emergenza. È metodo: si chiama Piano Kalergi.
Case
introvabili, ospedali saturi, scuole al limite, welfare sotto pressione,
violenza di strada, baby gang.
La
narrazione parla di accoglienza e integrazione;
la realtà mostra trasformazione demografica,
compressione sociale e rottura della fiducia collettiva.
Il
punto non è il singolo migrante, ma l’uso politico dei flussi come leva
strutturale:
indebolire identità nazionali, salari,
sicurezza, welfare, coesione sociale e classe media, producendo società più
divise, fragili e ricattabili.
Comunità
un tempo coese vengono spezzate in blocchi separati per lingua, cultura e
religione.
Il
vuoto genera sospetto, ghettizzazione e conflitto.
Poi
arriva il potere: lascia crescere il disordine e vende la soluzione.
Più
sorveglianza, identità digitale, banche dati centralizzate, limitazioni,
dipendenza economica e tecnocrazia.
Intanto
la classe media, ultimo argine contro il potere assoluto, viene svuotata da
inflazione, tasse, precarietà, criminalità, crisi abitativa e politiche ostili
a famiglia, proprietà e lavoro.
Chi
denuncia il processo viene marchiato come estremista e complottista.
Il
meccanismo è chiaro: una società destabilizzata non si ribella. Chiede ordine.
E quando la paura diventa permanente, il controllo diventa accettabile.
Questa
non è solo crisi migratoria.
È demolizione gestita della sovranità europea:
si
frantumano i popoli, si indeboliscono gli Stati, si centralizza il potere e si
presenta il governo tecnocratico globale come unica via d’uscita.
Non
stanno salvando l’Europa.
La
stanno smontando pezzo per pezzo.
E chiamano “accoglienza” ciò che produce
dipendenza, caos e controllo.
(Articolo
di “La verità rende liberi”).
(t.me/Giovanni832).
Il
generale Haftar spaventa Tripoli
svelando
al mondo nuove armi avanzate.
genzianova.com
– Tripoli,27 maggio 2025 – Redazione –
Agenzia Nova - ci dice:
Tra i
mezzi in primo piano ci sono il 9K330 Tor (SA-15 Gauntlet) e i sistemi
antiaerei Pantsir-S1 (SA-22) arricchiti di nuove versioni.
L’Esercito
nazionale libico (ENL), sotto il comando del generale Khalifa Haftar, ha
esibito a Bengasi, durante una imponente parata militare, un arsenale di armi
nuove e avanzate, dimostrando un significativo potenziamento delle proprie
capacità militari e lanciando un messaggio deciso a Tripoli e alla comunità
internazionale, in aperta violazione dell’embargo delle Nazioni Unite.
“È stato un evento interessante e spavaldo”,
commenta ad “Agenzia Nova” Ode Berk witz, Deputy Chief Intelligence Officer di
Max Security, sottolineando la rilevanza strategica delle nuove dotazioni:
“L’aspetto più significativo è certamente la
presentazione ufficiale del sistema missilistico antiaereo Tor, una delle
piattaforme più avanzate ora presenti in Libia”.
Tra i
mezzi in primo piano nella parata, il sistema 9K330 Tor (SA-15 Anutel), di
fabbricazione russa, rappresenta una novità assoluta nel panorama libico.
“Questo sistema – aggiunge Berk witz – pone
l’ENL in una posizione di superiorità strategica rispetto alle difese aeree di
Tripoli, segnando un evidente salto qualitativo”.
Oltre
al sistema Tor, l’ENL ha mostrato sistemi antiaerei Pantsir-S1 (SA-22), già
visti in passato ma ora arricchiti da nuove versioni.
Questi sistemi combinano cannoni automatici e
missili terra-aria, fornendo una difesa altamente efficace contro droni e
missili nemici. Una capacità cruciale in Libia, che è stata uno dei primi
teatri di guerra a impiegare droni su vasta scala.
“Questa
enfasi sui droni e le contromisure anti-drone dimostra come Haftar stia
applicando lezioni apprese dai conflitti contemporanei, inclusa la guerra
russo-ucraina”, spiega Berk witz.
A
proposito del conflitto ucraino, non è sfuggita la presenza dei carri armati
T-72 e T-62 equipaggiati con “coppe case”, protezioni aggiuntive contro missili
anticarro e attacchi con droni, una soluzione tecnica adottata recentemente
dalle forze russe in Ucraina.
Sul fronte della capacità missilistica, la
parata ha incluso anche i potenti sistemi di lanciarazzi multipli BM-30 Smerci,
oltre ai più datati, ma ancora efficaci, missili balistici Scud-B e Luna-M
risalenti all’epoca di Gheddafi.
Questi ultimi, pur considerati obsoleti per
gli standard moderni, mantengono una significativa capacità distruttiva.
Altrettanto
rilevante è stata la presentazione di mezzi aerei. L’ENL ha mostrato per la
prima volta in modo ufficiale il gigantesco elicottero russo Mil Mi-26, con una
capacità di carico fino a 20 tonnellate, oltre a velivoli da combattimento
avanzati come il MiG-29 e il Su-24, questi ultimi presumibilmente gestiti da
personale del “Corpo africano” del ministero della Difesa russo, già noto come
gruppo Wagner.
Tra le
dotazioni più sorprendenti è stata osservata anche la partecipazione di un
Antonov An-12BK di Cavo Air con base in Ucraina, indicato come parte della
flotta aerea dell’ENL, elemento che lascia intuire interessanti connessioni
internazionali.
La
presenza internazionale alla parata è un altro fattore degno di nota: accanto
al vice ministro della Difesa russo, Yunus-berk Jevkurov, e al capo del Kgb
bielorusso, Ivan Terital, c’erano anche membri delle forze speciali
statunitensi, pur senza nome e gradi militari sull’uniforme, oltre a un
ammiraglio (Koramiral) della Marina militare turca.
“Una presenza sottile ma significativa –
osserva Berk witz – che dimostra un tentativo dell’Occidente di bilanciare la
crescente influenza della Russia in Libia orientale”. Presente anche l’Italia
con il console generale a Bengasi, Francesco Saverio De Luigi.
Non
meno rilevanti i numerosi veicoli blindati e mezzi speciali: decine di blindati
russi Tiger e VPK-Ural, autoblindo anfibie BTR-80/82 e veicoli fuoristrada
americani Tomcar TX, che sottolineano la diversificazione delle fonti di
approvvigionamento dell’ENL. Grande attenzione è stata riservata anche al
settore dei droni, con un’evidente presenza di UAV cinesi. Tra i modelli
esposti figurano sistemi a decollo verticale come i Vtol QP537 e i Volitation
Vt370, impiegabili sia per missioni di sorveglianza che di attacco.
Particolarmente degna di nota è l’apparizione del drone cinese Azure Hybrid
Vtol, capace di operare per sette-12 ore con un carico utile di 17 chilogrammi,
grazie a un sistema di propulsione misto benzina-elettrico.
Si tratta di una piattaforma progettata per
operazioni di lunga durata e per missioni di ricognizione e targeting.
Inoltre,
l’impiego di UAV cinesi riflette una strategia di approvvigionamento
accessibile ma tecnologicamente competitiva da parte dell’ENL, in un contesto
in cui il controllo dello spazio aereo resta una delle chiavi della supremazia
militare.
Non è
tutto. Oltre ai droni, la presenza di equipaggiamenti di fanteria di origine
cinese ha ulteriormente evidenziato la crescente influenza di Pechino nella
dotazione dell’ENL. In particolare, alcuni soldati in parata sono apparsi
armati con fucili d’assalto tipo QBZ-97, derivati dal QBZ-95, impiegati già in
vari teatri africani e asiatici. Inoltre, sono stati identificati dispositivi anti
drone portatili WRJ-Q02, realizzati in Cina, progettati per disattivare UAV di
piccole e medie dimensioni tramite impulsi ad alta frequenza. Tali strumenti,
leggeri e facilmente dispiegabili, rappresentano una risorsa essenziale in
scenari bellici dove la minaccia dei droni kamikaze è crescente. L’adozione di
queste tecnologie da parte dell’ENL mostra un’attenzione crescente alla
protezione ravvicinata delle truppe e alla neutralizzazione di minacce
asimmetriche, in linea con le tendenze emerse dai recenti conflitti in Ucraina
e Medio Oriente.
La
parata di Bengasi, infine, si configura come un messaggio politico e militare
diretto alle fazioni rivali di Tripoli e alla comunità internazionale,
ribadendo l’immagine di Haftar (e figli) come unico leader di una forza
militare coesa e organizzata, contrapposta al mosaico frammentato delle milizie
dell’ovest libico. “Queste parate sono sempre un messaggio politico – conclude Berk
witz – un’affermazione di potere militare e politico rivolta ai propri rivali e
alla comunità internazionale”.
Il
falso spettro della guerra.
Rivistailmulino.it
- Marco Mondini – (23 aprile 2025) – Rivista il mulino 2026 – ci dice:
Gli
equilibri che hanno retto la lunga età della pace in Europa dal 1945 sono
definitivamente svaniti. Ma quanto è reale il rischio di una nuova Grande
guerra continentale?
C’è un
fantasma che si aggira da tempo nel dibattito pubblico italiano. Quello del
rischio di un nuovo 1914.
Di una
nuova Grande guerra continentale, se non mondiale.
Un
cataclisma in cui potremmo scivolare da un momento all’altro e che porterebbe
al ripetersi delle carneficine industriali delle due guerre mondiali, per non
parlare dell’incubo dell’arma atomica. Insomma, un Armageddon.
Da
evitare in ogni modo.
Anche, magari, a costo di abbandonare al
proprio destino uno Stato sovrano democratico, aggredito da un autocrate meglio
armato e alquanto minaccioso.
Il
grido di dolore più recente in proposito è venuto dalla piazza di Roma dove, il
5 aprile, Giuseppe Conte e il Movimento 5 Stelle hanno riunito militanti e
testimonial per protestare contro i progetti di riarmo e difesa comune lanciati
dall’Unione europea.
È
stato in quell’occasione che Alessandro Barbero, in un video messaggio
registrato, ha confessato di avere «sempre più l’impressione che l’epoca nostra
assomigli paurosamente agli anni che hanno preceduto lo scoppio della Prima
guerra mondiale, nel 1914».
In
effetti, nei suoi 7 minuti di intervento, Barbero non ha proposto alcuna
analisi di scenario, né una lettura dell’ingarbugliata situazione strategica
odierna, e non si è certo prodigato in profezie.
Ha parlato da quello storico di mestiere che
è.
Ricordando
come l’Europa di poco più di un secolo fa fosse un mondo pervaso dall’attesa
(anzi dal desiderio) della guerra, dove generali e ammiragli potevano
pretendere e ottenere di spendere parti rilevanti (e spesso debordanti) delle
finanze pubbliche in nome di una vera e propria paranoia del prossimo
annientamento.
Una
riflessione sulla cultura, le aspettative (e anche le psicosi) del mondo di
ieri, come l’avrebbe chiamato Stefan Zweig, che è stata poi ridotta, da
dimostranti e seguaci a vario titolo, a uno slogan decisamente più
semplicistico.
Più o
meno: se non ci opporremo al riarmo, la nuova Grande guerra ci arriverà
addosso!
Ma
questo ha a che fare con il barbarismo (così come è stato definito dalla
Treccani) e l’irrefrenabile ingenuità dei suoi adepti molto di più che con le
opinioni dello storico.
Che ne ha colpa come Darwin del darwinismo
sociale.
Eppure,
ci sono alcuni buoni motivi per cui non si possono semplicemente ignorare i
fantasmi di Sarajevo e del «suicidio dell’Europa» che tanto hanno allarmato la
folla riunita quel giorno tra piazza Vittorio e i Fori Imperiali.
Uno, è
che a evocarli è stato uno studioso vero.
Un
accademico che sulla Grande guerra è intervenuto, peraltro, più di qualche
volta.
Il che
fa sì che la sua opinione non possa essere derubricata a una fanfaronata da
talk show televisivo.
Un
altro, è che non è il primo a farlo.
Perché
è più o meno dall’inizio dell’aggressione russa all’Ucraina che la «sindrome da
1914» torna periodicamente a farsi viva, non solo in Italia.
Nel
giugno 2022 è stato l’Atlantic Concil, think tank di Washington, a promuovere
un forum sul «rischio di un nuovo 1914».
E
successivamente storici come Margaret MacMillan (The War That Ended Peace: The
road to 1914, Random House, 2013), romanzieri come Robert Harris (Precipizio,
trad. it. Mondadori, 2024), esperti di affari pubblici, come l’ex ministro
Marco Minniti, hanno più volte dichiarato di scorgere nel presente i segnali
preoccupanti di un nuovo baratro in cui potrebbe cadere il Vecchio Mondo:
«siamo sul filo del rasoio», proprio come
nell’estate del 1914. Insomma, è una paura diffusa.
Però,
è anche un grande abbaglio.
La
crisi dell’Occidente voluta dall’amministrazione Trump, con il disimpegno
militare degli Stati Uniti dal continente, pone sfide inquietanti sul terreno
della sicurezza.
Certo,
gli equilibri che hanno retto la lunga età della pace (più o meno) scontata
nell’Europa post 1945 sono definitivamente svaniti.
Un anno fa, il primo ministro polacco Donald
Tusk ha dichiarato di ritenere la guerra un pericolo fin troppo vicino:
siamo
entrati in una nuova fase prebellica, in cui la guerra ha cessato di essere un
ricordo, ed è tornata a essere una possibilità (T. Mastrobuoni, La guerra in
Europa è un pericolo reale, «la Repubblica», 29.3.2024).
All’epoca,
le sue parole hanno destato indignazione, e molte smentite. Oggi, a Parigi,
Berlino, Londra e persino Roma qualsiasi governante di buon senso ammette,
magari a mezza voce, che si tratti di una verità lapalissiana.
E, certo, la crisi dell’Occidente voluta
dall’amministrazione Trump, con il (più o meno imminente, più o meno totale)
disimpegno militare degli Stati Uniti dal continente, pone sfide inquietanti
sul terreno della sicurezza ai capi di Stato e di governo europei, dentro e
fuori l’Unione. Leader che si ritrovano soli (e non poco spaventati) di fronte
alle minacce della Russia di Putin, impegnata da tempo in una politica
neo-imperiale di restaurazione della propria sfera di influenza. Ma questo non
toglie che, rispetto a centoundici anni fa, le differenze siano enormi.
Sonnambuli
si è detto che fossero gli europei, quell’estate dopo Sarajevo.
Che avrebbero camminato come incoscienti
dentro la catastrofe.
Ma chi ha raccontato quei giorni, come ha
fatto Christopher Clark in un fortunato saggio (I sonnambuli – trad. it.
Laterza, 2013 –appunto), ha parlato di un’Europa molto lontana da quella di
oggi.
Un
continente ossessivamente militarizzato, che si preparava a una grande guerra
da decenni, e non certo da qualche anno.
O,
almeno, dal 1870, da quando, cioè, le armate del cancelliere Bismarck avevano
fatto a pezzetti l’esercito francese a Sedan, e assicurato alla nuova Germania
unita un posto da protagonista nel nuovo ordine delle grandi potenze.
Da allora, il governo di qualsiasi Paese
avrebbe cominciato a investire parti ingenti dei propri bilanci (da un terzo a
metà delle spese pubbliche, nell’Italietta liberale) per reclutare sempre più
uomini, comprare sempre più artiglierie e produrre corazzate sempre più
imponenti.
Nella
convinzione, largamente condivisa da amici e nemici, che i propri vicini
avrebbero fatto altrettanto, perché guerra e distruzione erano elementi ovvi (e
naturali) nella competizione tra gli Stati. E nella consapevolezza che
l’opinione pubblica, con l’eccezione di qualche socialista, non avrebbe
protestato, perché sulla salvezza della patria non si lesinavano né soldi né
uomini.
E siccome la preparazione per la guerra futura
era così vitale, a lavorarci sarebbero stati chiamati professionisti
selezionati apposta per studiare, pianificare e rendere possibile
l’annientamento di qualsiasi avversario.
Questi
«portatori di spada», come li avrebbe chiamati lo storico britannico Correli
Barnett, avrebbero beneficiato di una sostanziale indipendenza dal controllo
del governo civile.
Cadorna,
Hindenburg, Joffé, Haig, Conrad avrebbero condotto i loro eserciti sui campi di
battaglia della Grande guerra sapendo perfettamente che parlamentari e ministri
non avrebbero osato intromettersi nei loro piani. Anche perché non ne sapevano
assolutamente nulla.
È
soprattutto sul piano della cultura della guerra che si percepiscono meglio le
distanze tra il mondo di ieri e il nostro presente.
Per la
maggior parte degli europei di quei decenni combattere e morire non era un
pensiero ripugnante.
Ma è
soprattutto sul piano della cultura della guerra che si percepiscono meglio le
distanze tra il mondo di ieri e il nostro presente.
Per la
maggior parte degli europei di quei decenni, infatti, combattere e morire non
era un pensiero esotico, e men che meno ripugnante.
Non ci
si dovrebbe stupire.
Era
l’Europa figlia della Rivoluzione francese.
Ed era
stata la Rivoluzione a definire la guerra come forgia della nuova età dei
diritti e dei doveri uguali per tutti.
A
invocare il campo di battaglia come teatro delle migliori virtù virili.
E a decidere che la disponibilità a
sacrificarsi in nome della patria, fosse essa la République della liberté o la
nazione tedesca del sangue e del suolo, sarebbe stata la bussola morale di ogni
cittadino degno di questo nome.
Non
occorreva essere futuristi invasati, seguaci di Marinetti, radicali di destra
francesi o prussiani dall’elmo chiodato per credere che guerra e morte fossero
non solo il tribunale dei popoli, ma un’eventualità più o meno naturale nella
vita degli individui.
Malaugurata, come una cattiva stagione, sì.
Poco
auspicabile, certo. Ma possibile.
Tra le
folle di studenti, intellettuali, buoni borghesi, operai e contadini poco
persuasi che nel 1914 (e nel 1915) marciarono disciplinatamente verso il
fronte, furono ben pochi a ribellarsi invocando pace a disarmo. Non perché
ritenessero la guerra giusta (alcuni lo facevano).
Ma perché
pensavano che sacrificio, e talvolta sangue, fossero una parte essenziale del
patto di cittadinanza che univa l’individuo alla collettività.
Avrebbe
continuato a esserlo anche per le generazioni a venire, persino dopo le
carneficine delle trincee.
Ancora fino al 1945, per la maggior parte
degli europei scegliere di prendere le armi non sarebbe stato un dramma, né
certamente una novità angosciante.
Piuttosto
uno sfortunato (ma largamente previsto) dovere.
E solo
dopo la svolta pacifista degli anni Sessanta, molto sarebbe cambiato nella
percezione della guerra, e del suo significato.
O
almeno quanto bastava per rendere armi e soldati, come sottolineava anni fa lo
storico James Sheehan (Where Have all the Soldiers Gone?), un peso incomodo, e
a volte una seccatura imbarazzante nell’agenda degli Stati.
Non
c’è dubbio.
Per
oltre mezzo secolo in Germania, in Italia, persino nell’orgogliosa Francia o
nella imperiale Gran Bretagna, la confortante convinzione che gli eserciti
fossero relitti del passato (in fondo, le guerre su vasta scala non si facevano
più, e al massimo c’era l’ombrello militare Usa) avrebbe spinto a una drastica
diminuzione delle risorse che i governi e i cittadini erano disposti a spendere
(o sperperare) in armamenti.
Tanto
che oggi, dopo anni di allarmismi dei militari, di promesse dei ministri, di
proliferazione delle crisi internazionali e dopo che nel 2014 la prima guerra
russo-ucraina aveva già reso evidenti le intenzioni bellicose di Mosca, gli
investimenti nel settore difesa dei membri europei della Nato fanno ancora
fatica a superare la soglia del 2% in rapporto ai Pil nazionali.
Per capirsi, da dieci a venti volte meno di
quanto uno Stato qualsiasi sul continente spendesse in fucili e cannoni alla
fine del XIX secolo.
E non
saranno certo gli ottocento miliardi di euro suggeriti dalla Commissione
europea per sostenere la sicurezza comune a riportarci nell’età della
militarizzazione.
Considerato che, a ben vedere, il piano Future
of European defence – European Commission che tanta indignazione ha suscitato
nell’opinione pubblica, facendo passare Bruxelles per un covo di guerrafondai,
si propone di assicurare la difesa del Vecchio mondo da oggi al 2030 con meno
denaro di quanto gli Stati Uniti abbiano investito nel settore militare nel
solo 2024.
A
impiegare queste risorse, poche o tante, non saranno «signori della guerra» con
sogni di gloria, ma generali alle strette dipendenze del potere civile.
Nessun
Cadorna o Ludendorff, uomini soli al comando di una nazione trasformata in
caserma con la smania di realizzare piani strategici elaborati in anni di
lavoro, ma funzionari in uniforme pronti a rispondere ai propri governi e a
commissioni di controllo formate da parlamentari eletti.
Gli
uni e gli altri, militari e civili, ben poco entusiasti all’idea di inviare o
guidare corpi di spedizione di propri concittadini verso un qualsiasi fronte.
Perché
penosamente consapevoli degli enormi ritardi accumulati in termini di
preparazione dagli eserciti europei in decenni di demilitarizzazione.
Perché
certi che nessuna folla di studenti, artisti o intellettuali li acclamerà
entusiasticamente, come facevano i giovani del secolo scorso cresciuti a pane,
onore patriottico e dulce et decorum est pro patria mori (casomai il contrario,
a dar retta ai sondaggi sulla scarsa predisposizione degli italiani a
considerare libertà e democrazia come cause da difendere).
E
soprattutto perché consci che nessuna opinione pubblica accetterà, per alcun
motivo, la perdita di un solo soldato.
Nelle
società (illusoriamente) senza guerra che gli italiani, i francesi, i tedeschi
hanno costruito per mezzo secolo, la morte in battaglia è stata privata di ogni
dignità, ridotta a un incidente da evitare a qualsiasi costo, un peso
intollerabile in termini di immagine e consenso elettorale, indipendentemente
dalla sua causa.
Come
ha scritto Pascal Bruckner, nel mondo che ha posto al centro del discorso
pubblico le vittime e i loro diritti chi sceglie di sacrificarsi per qualcosa o
qualcuno semplicemente non ha più cittadinanza.
No,
decisamente l’Europa di oggi assomiglia poco a quella che precedette il 1914.
Non
perché la guerra su vasta scala non sia tornata a far parte della sua
quotidianità.
Ma
perché, quando lo ha fatto, portata dai carri armati russi lanciati in
direzione di Kiev nel febbraio 2022, governanti e cittadini hanno fatto di
tutto, tranne che correrle incontro.
Si
sono voltati dall’altra parte.
Hanno
negato l’evidenza.
Hanno
continuato a fingere che si potesse risolvere il problema ragionando
amichevolmente con l’aggressore.
In questo, sì, gli europei di oggi si sono
dimostrati dei sonnambuli.
(Rivista
il Mulino 2026).
Cosa
sapere quando si parla
di
armi nucleari.
Otto.unito.it
– (07 – luglio - 2026) – Redazione Dipartimento di Fisica – ci dice:
Dall’arricchimento
dell’uranio al Trattato di non proliferazione nucleare, tutte le questioni
sollevate dal dibattito pubblico.
(Temi
dell'articolo: Mondo -Tecnologia.
Articolo
di Redazione: bomba atomica.)
Le
tensioni internazionali hanno riportato all'attenzione – e non senza
preoccupazione – il tema delle armi atomiche e della proliferazione nucleare.
Per comprendere tecnicamente i termini della
questione, ne discutiamo con “Alessandro Ferretti”, fisico nucleare del
Dipartimento di Fisica dell'Ateneo di Torino.
Cosa
si intende per testata nucleare e per bomba atomica?
La
bomba atomica è un particolare tipo di testata nucleare:
è
stata sganciata dagli Usa su Hiroshima e Nagasaki nel 1945 e sfrutta il
principio della fissione.
I nuclei di alcuni tipi di atomi, come uranio
e plutonio, sono molto instabili: basta l’aggiunta di un solo neutrone per
frammentarli.
Quando
si rompono liberano moltissima energia e ulteriori neutroni, che vanno a
spezzare i nuclei vicini dando vita a una reazione a catena rapida e
distruttiva.
Le attuali bombe atomiche arrivano a una
potenza equivalente a trecentomila tonnellate di tritolo:
se una bomba simile venisse sganciata su
Torino causerebbe circa quattrocentomila morti e mezzo milione di feriti.
Inoltre, se l’esplosione avviene vicino al
suolo, l’energia liberata rende radioattivi gli atomi del terreno e li sparge
su un’ampia area, rendendo la zona inabitabile per anni.
L’altro
tipo principale di testata nucleare è la bomba all’idrogeno, che sfrutta il
principio della fusione.
I nuclei di atomi leggeri (come gli isotopi
dell’idrogeno), se si trovano a distanze molto ravvicinate, si fondono formando
nuclei di elio liberando grandi quantità di energia.
Per
avvicinare sufficientemente i nuclei bisogna comprimere e scaldare l’idrogeno a
temperature intorno ai cento milioni di gradi, e per raggiungerle è necessaria
una bomba atomica come innesco.
La
potenza delle bombe all’idrogeno può superare i cinquanta milioni di tonnellate
di tritolo, ma le bombe negli arsenali attuali arrivano “solo” fino a 5 milioni
di tonnellate;
se
lanciate su Torino causerebbero all’istante quasi novecentomila morti e
quattrocentomila feriti.
Che
processo rappresenta l’arricchimento dell’uranio? A cosa serve e come funziona?
Non
tutti i nuclei di uranio sono uguali:
ciascuno
di essi ha 92 protoni, ma il numero di neutroni può variare.
Il 99,3% dell’uranio ha 146 neutroni e viene
chiamato “Uranio 238”, dalla somma di 92 e 146.
L’uranio-238
è molto stabile e quindi poco utile per produrre energia o fabbricare bombe.
Il
restante 0,7% dell’uranio ha invece 235 tra protoni e neutroni, e questo lo
rende più instabile e adatto per la fissione.
Per
far funzionare una centrale nucleare è necessario che la frazione di uranio-235
sia più elevata di quella naturale (tra il 3% e il 5%), mentre per realizzare
bombe atomiche bisogna arrivare fino al 90%. L’arricchimento è appunto il
processo che aumenta la proporzione di uranio-235.
La
difficoltà di separare l’uranio-235 dall’uranio-238 deriva dal fatto che i due
isotopi sono chimicamente identici, e quindi non si possono usare reazioni
chimiche per distinguerli.
Per
arricchire l’uranio bisogna quindi sfruttare il fatto che i due nuclei hanno un
peso leggermente diverso:
innanzitutto
si fa reagire l’uranio con il fluoro, ottenendo esafluoruro di uranio che si
presenta come un gas.
Si immette quindi gas all’interno di speciali
centrifughe rotanti: le molecole con l’uranio 238 (più pesante) tenderanno ad
accumularsi verso i bordi della centrifuga e quelle con l’uranio-235 si
concentreranno di più intorno al centro di rotazione.
Il
processo avviene a cascata:
il gas viene prelevato dal centro della
centrifuga, viene messo in un’altra centrifuga e ulteriormente arricchito e
così via, fino al raggiungimento della percentuale desiderata.
Per arrivare ad arricchimenti molto elevati i
tempi sono molto lunghi.
Cosa
dice e definisce lo storico Trattato di non proliferazione nucleare (TNP)?
Il
TNP, in vigore dal 1970, si propone di limitare la diffusione delle armi
nucleari e promuovere il disarmo nucleare.
I Paesi che lo sottoscrivono riconoscono il
diritto di cinque Paesi (Usa, Russia,
Regno Unito, Francia e Cina) di possedere armi nucleari mentre tutti gli altri
stati si impegnano a rinunciarvi.
In
cambio, i cinque Paesi nucleari promettono di avviare negoziazioni “in buona
fede” per un disarmo graduale e di garantire l’accesso alla tecnologia nucleare
a scopi civili ai paesi che ne facciano richiesta.
Per garantire che i Paesi non-nucleari usino
la tecnologia solo a scopi civili, i firmatari del trattato accettano che i
loro programmi nucleari vengano controllati dall’”Agenzia Internazionale per
l’Energia Atomica” (AIEA).
Purtroppo
il TNP non prevede tempi e modi stringenti per il disarmo dei paesi nucleari, e
quindi non risolve lo squilibrio militare creato dalla deterrenza atomica.
Quattro Paesi non hanno sottoscritto il TNP e
si sono dotati di armi nucleari: Israele, India, Pakistan e Corea del Nord.
Ci
sono segnali di una nuova corsa agli armamenti nucleari?
I
recenti attacchi di potenze nucleari contro paesi che hanno aderito al TNP (la
Russia nei confronti dell’Ucraina e Israele e Usa nei confronti dell’Iran)
fanno temere un’ondata di proliferazione nucleare.
Secondo
l’AIEA, sia l’Ucraina che l’Iran stavano rispettando il TNP e gli attacchi da
loro subiti dimostrano che aderire al TNP non garantisce protezione contro gli
attacchi da parte di potenze nucleari.
Inoltre,
appare probabile che se l’Ucraina o l’Iran avessero posseduto armi nucleari, i
Paesi attaccanti ci avrebbero pensato più volte prima di intraprendere delle
aggressioni militari, per timore di una ritorsione.
Si sono quindi create le condizioni politiche
per cui la stessa logica che ha spinto la Corea del Nord a ritirarsi dal TNP
per dotarsi di testate nucleari possa essere seguita da altri Stati.
Riguardo
a segnali concreti, va ricordato che la Corea del Nord ha agito in gran segreto
ed è quindi probabile che altri Paesi facciano altrettanto: l’arricchimento
dell’uranio può avvenire in strutture segrete ed è possibile che un Paese
riesca a procurarsi uranio arricchito tramite accordi riservati con alleati che
ne sono provvisti.
E,
invece, di cosa parliamo quando parliamo di energia nucleare?
Le
bombe atomiche esplodono a causa della reazione a catena incontrollata:
ogni atomo, quando si fissiona, libera 2-3
neutroni che vanno a fissionare altri nuclei.
Ogni
fissione secondaria libera ulteriori 2-3 neutroni e quindi il numero di atomi
fissionati aumenta in maniera esponenziale dando luogo ad un’esplosione.
Le
centrali nucleari sono dotate di dispositivi che assorbono una parte dei
neutroni emessi dalla fissione, in modo che ogni fissione generi un solo
neutrone.
In
questo modo il processo di rilascio dell’energia atomica non è più esponenziale
ma stabile e graduale, e quindi può essere sfruttato per la produzione di
energia elettrica in modo analogo alle centrali termiche.
Il
vantaggio principale delle centrali nucleari è che il combustibile nucleare non
emette anidride carbonica o altri gas serra, e che il costo di tale
combustibile è competitivo rispetto ai combustibili fossili.
Il problema principale è naturalmente quello
del rischio di incidenti catastrofici, come quelli verificatisi a Cernobyl e a
Fukushima.
Per scongiurare tali rischi, gli standard di
sicurezza delle centrali devono essere estremamente elevati e questo fa
lievitare moltissimo tempi e costi della loro costruzione.
Inoltre,
le centrali nucleari producono abbondanti scorie radioattive a lunghissima
vita, che richiedono per lo smaltimento costosi e rischiosi riprocessamenti e
la creazione di depositi di stoccaggio a lungo termine, rendendo
fondamentalmente antieconomici nuovi investimenti in grandi centrali.
Ciò
non significa che si debba abbandonare la ricerca in questo campo, anzi.
La
speranza è che la ricerca riesca a trovare nuovi modi di liberare energia dai
nuclei che siano intrinsecamente immuni da rischi catastrofici, privi di scorie
e rischi ambientali e, naturalmente, economicamente competitivi.
(Dipartimento
di Fisica).
Il
boom dei budget di difesa:
un
mondo in armi.
Notiziegeopolitiche.net
– (8 Maggio 2025) - Giuseppe Gagliano – Redazione – ci dice:
Il
mondo si arma, e lo fa a un ritmo che non si vedeva dalla fine della Guerra
Fredda.
Il
rapporto 2024 del Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI),
pubblicato il 28 aprile 2025, dipinge un quadro inquietante:
le
spese militari globali hanno raggiunto livelli record, con i primi dieci Paesi
che da soli rappresentano il 73% del totale. Dietro i numeri si nasconde una
realtà complessa, fatta di rivalità geopolitiche, paure crescenti e un
equilibrio internazionale sempre più precario.
In
questo scenario, gli Stati Uniti dominano, la Russia corre, l’Europa si
riscopre guerriera e l’Asia si prepara. Ma a che prezzo?
Un
mondo che spende per la guerra.
Nel
2024 i dieci Paesi con i maggiori budget di difesa hanno speso complessivamente
1.981,4 miliardi di dollari, una cifra che da sola basterebbe a ridisegnare il
destino di intere nazioni. Gli Stati Uniti, con 997 miliardi, non solo guidano
la classifica, ma surclassano ogni concorrente: il loro budget è superiore alla
somma dei nove Paesi successivi (984,4 miliardi), tre volte quello cinese (314
miliardi) e sei volte e mezzo quello russo (149 miliardi). Rappresenta il 37%
delle spese militari globali e il 66% di quelle NATO, un monstre che conferma
Washington come l’architetto militare del pianeta.
La
Cina, seconda con 314 miliardi (+7% rispetto al 2023), consolida il suo ruolo
di potenza in ascesa, ma resta lontana dal colosso americano.
La Russia, terza, spicca per la crescita più
vertiginosa: +38% in un anno, +100% rispetto al 2015, per un totale di 149
miliardi, pari all’8% della spesa pubblica nazionale.
L’Ucraina, ottava con 64,7 miliardi, spende
quanto la Francia, ma il suo sforzo è titanico: il 34% del PIL, un fardello che
riflette la guerra esistenziale contro Mosca. L’Europa, con Germania (88,5
miliardi, +28%), Regno Unito (81,8 miliardi) e Francia (64,7 miliardi), mostra
un risveglio militare, mentre India, Arabia Saudita e Giappone completano la
top ten, ciascuno con le proprie ambizioni e paure.
Il
dominio americano è schiacciante.
Con un budget che sfiora i mille miliardi, gli
Stati Uniti non solo mantengono una superiorità tecnologica e operativa senza
pari, ma dettano le regole del gioco globale.
La
loro spesa copre il 55% delle spese militari mondiali e rappresenta un pilastro
per la NATO, dove finanziano due terzi del totale.
È un
potere che si traduce in influenza: dall’Indo-Pacifico, dove contrastano la
Cina, all’Europa, dove sostengono l’Ucraina e rassicurano gli alleati. Ma
questo gigantismo ha un costo.
L’America spende per mantenere un ordine
mondiale che vacilla, tra guerre per procura e rivalità crescenti.
E
mentre il Pentagono investe in droni, intelligenza artificiale e cyber-guerra,
il debito pubblico cresce, sollevando interrogativi sulla sostenibilità di un
modello che sembra vivere di inerzia.
La
Russia di Vladimir Putin, con il suo +38% di aumento, è l’emblema di una
nazione che si sente accerchiata.
I 149 miliardi del 2024, pur modesti rispetto
a USA e Cina, sono un segnale chiaro: Mosca non intende cedere.
La
guerra in Ucraina ha costretto il Cremlino a raddoppiare le spese rispetto al
2015, con un focus su droni, missili ipersonici e guerra elettronica.
Ma il
prezzo è alto: l’economia russa, strangolata dalle sanzioni, dipende sempre più
dal petrolio e dalle alleanze con Cina e India.
La
spesa militare, pari all’8% del bilancio pubblico, è un investimento nella
sopravvivenza del regime, ma anche una scommessa rischiosa in un Paese dove le
infrastrutture civili languono.
L’Europa,
tradizionalmente riluttante a investire in difesa, sta cambiando pelle.
La
Germania, con un balzo del 28%, si afferma come potenza militare europea,
superando la Francia e il Regno Unito.
Il suo budget di 88,5 miliardi, privo di
componente nucleare, riflette una svolta strategica:
Berlino
vuole contare di più, anche se resta vincolata alla NATO e agli armamenti
americani (il 64% delle importazioni europee viene dagli USA).
Il
Regno Unito, con 81,8 miliardi, e la Francia, con 64,7 miliardi, seguono a
ruota, ma il dato più significativo è il totale combinato dei tre:
235
miliardi, che li porrebbe al terzo posto mondiale, davanti alla Russia. Presi a
due a due, Germania e Regno Unito (170,3 miliardi), Francia e Germania (153,2
miliardi) o Francia e Regno Unito (146,5 miliardi) superano comunque Mosca.
È un
potenziale enorme, ma frammentato da interessi nazionali e dalla dipendenza da
Washington.
L’Europa
NATO spende 454 miliardi, tre volte la Russia, mentre l’UE raggiunge i 370
miliardi, in crescita del 18%.
Eppure, il Vecchio Continente resta un nano
strategico:
la sua sicurezza dipende dagli Stati Uniti, e
la mancanza di una vera autonomia militare è un tallone d’Achille.
La
Polonia, con un aumento del 31%, è un caso a parte: fuori dalla top ten., ma
simbolo di un est Europa che si arma per paura di Mosca.
L’Ucraina,
con 64,7 miliardi, spende quanto la Francia, ma in un contesto drammatico.
Il 34%
del PIL dedicato alla difesa è un unicum, che racconta di un Paese in lotta per
la sopravvivenza.
Ogni
dollaro va a droni, munizioni e sistemi anti-aerei, spesso forniti dagli
alleati.
Ma il
confronto con la Russia (2,2 volte superiore) è impietoso: senza il sostegno
occidentale, Kiev non potrebbe reggere.
La sua resilienza è ammirevole, ma il costo
umano ed economico è devastante.
La
Cina, con 314 miliardi, investe in una modernizzazione militare che spaventa
l’Occidente:
portaerei,
caccia stealth, cyber-capacità.
L’India,
con 86,1 miliardi, cerca di tenere il passo, ma il suo +1,6% è modesto rispetto
alle ambizioni di grande potenza.
Il Giappone, con 55,3 miliardi e un +21%, si
sta liberando dai vincoli pacifisti, mentre l’Arabia Saudita (80,3 miliardi)
usa il suo budget per consolidare il ruolo di leader regionale, senza però una
componente nucleare che la metta sullo stesso piano delle superpotenze.
Un
mondo in bilico.
I
numeri del SIPRI parlano chiaro:
il
mondo si prepara alla tempesta.
La corsa agli armamenti non è solo una
risposta a conflitti come quello ucraino o alle tensioni nel Mar Cinese
Meridionale, ma un sintomo di un ordine globale che si sgretola.
Gli Stati Uniti dominano, ma non possono
tutto.
La
Russia si arma per resistere, l’Europa per esistere, la Cina per vincere.
E in
questo grande gioco, i Paesi più piccoli, come l’Ucraina, pagano il prezzo più
alto.
La
domanda non è se il mondo spenderà di più per la guerra, ma se saprà spendere
meglio per la pace.
Per ora, le armi parlano più forte.
NATO
3.0, l’Alleanza che
cambia pelle
Da
patto militare a macchina
finanziaria
della guerra.
Notiziegeopolitiche.net
– (9 Luglio 2026) - Giuseppe Gagliano – Redazione – ci dice:
Il
vertice di Ankara segna una svolta che sarebbe ingenuo liquidare come
l’ennesima riunione rituale dell’Alleanza Atlantica, fosse anche per la
ripartizione delle spese militari.
La NATO che uscì dal 1949 come architettura
militare della Guerra fredda e quella che si allargò dopo il crollo dell’Unione
Sovietica per inglobare l’Europa centro-orientale sembrano ormai lasciare il
posto a un organismo diverso: una struttura politico-finanziaria in cui la
sicurezza diventa mercato, la minaccia diventa debito, la difesa diventa
rendita.
La
formula “NATO 3.0” coglie proprio questo passaggio.
Si
tratta ormai di una piattaforma di mobilitazione di capitali, commesse
industriali, fondi di investimento, banche, imprese belliche e governi
subordinati a un meccanismo che ha il suo centro negli Stati Uniti.
Per
cui Ankara è oggi un grande foro dell’industria della difesa, delle intese
miliardarie, un appello ai capitali privati, la saldatura sempre più visibile
tra finanza e guerra.
La
NATO, insomma, non si limita più a preparare eserciti. Prepara mercati.
Non organizza soltanto piani operativi.
Organizza
flussi di denaro.
Non
chiede più soltanto soldati, basi e disponibilità politica.
Chiede
bilanci pubblici, risparmio privato, fondi pensione, investimenti bancari,
indebitamento permanente.
Il
messaggio che arriva da Ankara è semplice e brutale:
la
spesa militare non deve più essere considerata un costo, ma un investimento.
Il
problema è capire per chi.
Per i cittadini europei, che già vedono
sanità, scuola, infrastrutture e servizi pubblici sottoposti a una cura
dimagrante continua, l’aumento delle spese militari significa una scelta
precisa di priorità.
Significa
che lo Stato torna forte, ma non per proteggere la società, bensì per
finanziare la guerra, garantire commesse, assicurare profitti, sostenere
imprese che vivono di appalti pubblici e tecnologie controllate.
Questa
è la grande inversione politica della fase attuale. Per decenni ci è stato
ripetuto che lo Stato doveva arretrare, che non c’erano risorse, che il debito
pubblico era il male assoluto, che la spesa sociale andava compressa in nome
dei mercati.
Oggi,
quando si tratta di difesa, il denaro ricompare.
Non
solo: diventa urgente, necessario, morale.
Non si
discute più se sia sostenibile spendere centinaia di miliardi in armamenti; si
discute solo di come trovare il denaro.
Da qui
nasce l’idea di una banca della NATO, proposta come strumento per aiutare i
Paesi membri a sostenere impegni finanziari sempre più gravosi.
La formula è elegante: coordinare capitali,
organizzare investimenti, rafforzare la base industriale.
La sostanza è meno elegante:
trasformare
la sicurezza in un circuito di indebitamento, canalizzare risorse pubbliche e
private verso l’apparato militare-industriale, rendere la guerra una componente
stabile dell’accumulazione finanziaria occidentale.
È il
welfare rovesciato della nuova epoca:
meno
protezione sociale, più protezione armata; meno investimenti nella vita civile,
più investimenti nella produzione bellica;
meno
diritti garantiti, più obblighi strategici.
Il
cuore del problema non è solo la quantità di denaro spesa per la difesa, bensì
è il rapporto tra denaro speso e capacità militare reale.
Gli
Stati Uniti spendono cifre enormi, superiori a quelle di qualsiasi altro attore
globale.
Eppure la guerra in Ucraina e le tensioni nel
Golfo Persico hanno mostrato una fragilità sorprendente:
difficoltà
nel produrre munizioni in quantità adeguate, carenza di intercettori, scorte
strategiche sotto pressione, sistemi d’arma costosissimi ma non sempre
riproducibili su vasta scala.
Qui
emerge il nodo strutturale:
il sistema occidentale, soprattutto quello
statunitense, non è organizzato per vincere guerre lunghe di logoramento
industriale.
È
organizzato per generare profitti attraverso programmi complessi, costosi,
tecnologicamente sofisticati, spesso fragili, sempre dipendenti da continui
aggiornamenti.
Il
caccia F-35 è l’emblema di questo modello:
un programma immenso, costosissimo,
politicamente blindato, industrialmente ramificato, ma anche segnato da
ritardi, problemi tecnici e dipendenze incrociate.
La
logica è quella della massimizzazione del costo.
Se la finalità principale diventa il profitto
delle imprese fornitrici, il sistema non punta necessariamente a produrre armi
semplici, numerose, robuste e facilmente sostituibili.
Punta
a produrre piattaforme complesse, contratti pluriennali, manutenzioni
obbligate, catene di fornitura chiuse, dipendenza tecnologica.
La
Russia, pur con un’economia molto più piccola, ha mostrato una capacità
diversa: produzione centralizzata, controllo statale, costi calmierati,
priorità alla quantità, adattamento continuo al campo di battaglia.
Il
confronto non è tra democrazia e autoritarismo, come vorrebbe la propaganda.
È tra
due economie della guerra.
Da una
parte un apparato finanziarizzato che trasforma la difesa in rendita;
dall’altra
un apparato statale che subordina l’industria all’obiettivo militare.
La
trasformazione più importante riguarda l’Europa. Il vecchio discorso
sull’autonomia strategica europea appare sempre più come una formula vuota.
Gli
europei parlano di sovranità, ma comprano sistemi statunitensi.
Parlano
di industria comune, ma si integrano nelle catene produttive dominate dai
grandi appaltatori americani.
Parlano
di sicurezza europea, ma accettano standard, tecnologie, priorità e vincoli
fissati a Washington.
Il
risultato è una NATO composta da pochi soci reali e molti clienti.
Gli
Stati Uniti vendono sicurezza; gli europei la comprano. Gli Stati Uniti
forniscono sistemi d’arma;
gli europei si indebitano per acquistarli.
Gli Stati Uniti mantengono il controllo delle
tecnologie cruciali;
gli
europei producono componenti, partecipano a programmi, ottengono qualche
ritorno industriale, ma restano in posizione subordinata.
La
Germania è il caso più evidente.
Il suo riarmo viene presentato come ritorno
della potenza tedesca, ma va letto con maggiore cautela.
Un
aumento massiccio del bilancio militare non si traduce automaticamente in forza
militare.
Può
tradursi, più semplicemente, in un trasferimento di risorse pubbliche verso
aziende che cercano una via d’uscita dalla crisi del modello industriale
civile. L’automobile tedesca è sotto pressione:
energia
russa perduta, materie prime più costose, concorrenza cinese sempre più
avanzata.
La
tentazione è trasformare una parte del capitalismo industriale tedesco in
capitalismo bellico.
Ma una
nazione che converte pezzi crescenti della propria economia civile in economia
militare non diventa necessariamente più forte.
Può diventare più rigida, più dipendente dallo
Stato, più esposta a decisioni geopolitiche esterne, più simile a quei sistemi
tardi che compensano la perdita di vitalità produttiva con la mobilitazione
permanente.
Uno
dei miti più resistenti dell’Alleanza Atlantica è quello dell’articolo 5,
spesso presentato come garanzia automatica di intervento militare collettivo.
Ma l’automatismo non riguarda la guerra:
riguarda la consultazione politica.
In
caso di attacco a un Paese membro, gli altri alleati si consultano e decidono
le misure ritenute necessarie.
Non
esiste un meccanismo per cui tutti entrano automaticamente in guerra contro
l’aggressore.
Questa
ambiguità è stata utile per decenni.
Ha permesso agli europei di credere di essere
protetti senza dotarsi di una vera autonomia.
Ha
permesso agli Stati Uniti di mantenere basi, influenza e controllo politico
sull’Europa senza impegnarsi in modo assoluto a rischiare la propria
sopravvivenza per difenderla.
Durante
la guerra fredda, la vera funzione della NATO era triplice:
tenere
i russi fuori, i tedeschi sotto e gli americani dentro.
Oggi
quella formula cambia solo in apparenza.
I
russi restano il nemico utile, i tedeschi vengono riarmati ma dentro un
perimetro controllato, gli americani restano dentro ma con un obiettivo
diverso:
non
tanto difendere l’Europa, quanto monetizzarne la dipendenza.
Trump
ha reso esplicito ciò che altri presidenti avevano mantenuto in forma più
diplomatica: l’ombrello americano si paga, la protezione si paga. La fedeltà
geopolitica si paga, ma soprattutto, si paga comprando americano.
Il
passaggio più inquietante della NATO 3.0 riguarda il coinvolgimento della
finanza privata.
Quando banche, fondi e grandi gestori del
risparmio entrano stabilmente nel circuito della difesa, la guerra smette di
essere soltanto una decisione politica e diventa una classe di investimento. Il
confine tra sicurezza nazionale e rendimento finanziario si assottiglia.
I
grandi fondi globali raccolgono capitali ovunque, li amministrano su scala
planetaria e li indirizzano dove il rendimento appare più promettente.
Se la difesa diventa il grande settore
garantito dagli Stati, allora il risparmio europeo rischia di essere
convogliato verso l’industria militare americana.
In
questo senso, la questione non riguarda solo i bilanci pubblici, ma anche il
risparmio privato:
fondi
pensione, trattamento di fine rapporto, gestioni patrimoniali, assicurazioni,
strumenti collettivi di investimento.
È qui
che la guerra economica assume la sua forma più moderna, dal momento che non
c’è bisogno di conquistare un Paese se si controllano le sue infrastrutture
finanziarie, il suo debito, i suoi standard industriali, i suoi acquisti
militari e persino l’impiego del suo risparmio.
L’Europa rischia di finanziare la propria
subordinazione, perché paga per armarsi, ma si arma secondo standard altrui;
investe nella difesa, ma rafforza le aziende
altrui; mobilita risorse nazionali, ma le inserisce in una catena di comando
politica, tecnologica e finanziaria che non controlla.
Questo
è il cuore geoeconomico del vertice di Ankara:
non la difesa dell’Europa, ma l’inquadramento
dell’Europa in un nuovo ordine occidentale militarizzato, dove la sovranità
viene sostituita dalla compatibilità con le esigenze strategiche americane.
Ankara
non ha quindi solo inaugurato una nuova fase della NATO, bensì ha mostrato il
volto della guerra nell’epoca del capitale finanziario:
non più soltanto carri armati, missili e basi
militari, ma banche, fondi, risparmio privato, debito pubblico, filiere
industriali e dipendenza tecnologica. La guerra come mercato totale.
La sicurezza come prodotto. L’alleanza come
contratto.
E l’Europa, ancora una volta, come pagatore di
ultima istanza.
Iran. Gli Stati Uniti revocano
la
deroga sul petrolio e colpiscono
obiettivi
nello Stretto di Hormuz.
Notiziegeopolitiche.net - (8 Luglio 2026) -
Guido Keller – Redazione – ci dice:
La
tregua tra Stati Uniti e Iran appare ormai compromessa.
Washington
ha revocato la deroga che dal 21 giugno consentiva la produzione, la vendita e
l’esportazione del petrolio iraniano e, poche ore dopo, ha lanciato una nuova
serie di attacchi militari contro obiettivi iraniani nell’area dello Stretto di
Hormuz, accusando Teheran di aver violato il memorandum d’intesa raggiunto dopo
la crisi di fine giugno.
Secondo
un funzionario dell’amministrazione statunitense, citato da “Axios”, il
presidente Donald Trump aveva subordinato ogni alleggerimento delle sanzioni a
un comportamento responsabile da parte dell’Iran.
Le
azioni attribuite a Teheran contro il traffico commerciale nello Stretto di
Hormuz sono state definite “totalmente inaccettabili”, rendendo inevitabile il
ripristino delle restrizioni economiche sul settore petrolifero.
La
decisione arriva dopo una nuova escalation nella principale arteria energetica
mondiale.
In meno di ventiquattro ore almeno tre navi
mercantili, tra cui un’unità qatarina e una saudita, sono state colpite durante
il transito nello stretto.
L’agenzia
britannica UKMTO ha confermato gli incidenti, senza attribuirne ufficialmente
la responsabilità, mentre Washington sostiene che si tratti di azioni
riconducibili all’Iran.
Sul
piano militare il Comando Centrale statunitense ha annunciato l’avvio di
“potenti attacchi” contro installazioni iraniane considerate direttamente
coinvolte nelle operazioni sullo stretto.
Secondo “Axios”, gli obiettivi hanno compreso
sistemi di difesa aerea, radar e apparati di sorveglianza costiera, batterie di
missili terra-aria, postazioni di missili antinave, siti di lancio di droni e
infrastrutture portuali.
Un
funzionario americano ha affermato che l’intensità dell’operazione sarebbe
stata quattro o cinque volte superiore a quella condotta alla fine di giugno.
I
media iraniani hanno riferito di esplosioni nell’area del porto di Theroux,
presso Sirk, sulla costa meridionale del Paese, dove almeno sei proiettili
avrebbero colpito la zona portuale.
Le
autorità di Teheran non hanno fornito un bilancio dei danni, ma il ministero
degli Esteri ha denunciato la violazione del memorandum d’intesa da parte degli
Stati Uniti, accusando Washington di aver infranto gli impegni assunti dopo il
cessate il fuoco raggiunto nelle settimane precedenti.
In una
dichiarazione diffusa dall’emittente” Iri News”, il ministero degli Esteri
iraniano ha avvertito che la Repubblica Islamica adotterà “misure decisive” per
difendere i propri interessi nazionali e ha preannunciato ritorsioni contro gli
Stati Uniti.
Il
ritorno delle sanzioni petrolifere rappresenta un duro colpo per l’economia
iraniana. Le esportazioni di greggio costituiscono infatti una delle principali
fonti di valuta estera del Paese e la revoca della deroga rischia di ridurre
nuovamente i volumi di vendita, soprattutto verso i mercati asiatici che
avevano ripreso ad acquistare petrolio iraniano dopo l’allentamento delle
restrizioni.
L’escalation
riporta inoltre al centro dello scenario internazionale lo Stretto di Hormuz,
passaggio attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio commerciato
via mare.
Ogni
aumento della tensione nell’area alimenta i timori per la sicurezza della
navigazione commerciale, con possibili ripercussioni sui prezzi dell’energia e
sulla stabilità dell’intero Medio Oriente.
Le
nuove operazioni militari sembrano così segnare la fine della breve fase di
de-escalation seguita agli scontri di giugno, riaprendo il rischio di un
confronto diretto tra Washington e Teheran.
Ucraina.
Trump apre alla produzione
dei
Patriot: Kiev entra nella
filiera
militare americana.
Notiziegeopolitiche.net
– (9 Luglio 2026) - Giuseppe Gagliano – Redazione – ci dice:
La
decisione del presidente statunitense Donald Trump di autorizzare l’Ucraina a
produrre sul proprio territorio missili Patriot segna un cambio di passo nella
strategia americana.
Più
che una scelta tecnica, rappresenta un messaggio politico: Washington punta a
rafforzare la capacità di difesa di Kiev e ad avvicinarla stabilmente alla
propria architettura militare e industriale.
La
possibilità di produrre i Patriot in Ucraina ridurrebbe nel tempo la dipendenza
dalle forniture occidentali, anche se la realizzazione degli impianti
richiederà anni e gli stabilimenti diventerebbero obiettivi prioritari per la
Russia.
Il
sistema Patriot resta infatti uno degli strumenti più efficaci per difendere
città, infrastrutture energetiche e centri logistici dagli attacchi
missilistici.
Il
vertice di Ankara ha inoltre confermato una trasformazione dell’Alleanza
Atlantica:
l’attenzione
non è più rivolta soltanto alla deterrenza, ma anche alla capacità produttiva
dell’industria della difesa.
Missili,
sistemi antiaerei, droni e tecnologie di precisione sono destinati a diventare
il fulcro della nuova economia militare occidentale.
Sul
piano operativo, la difesa antiaerea è considerata decisiva per garantire la
continuità delle attività civili e militari ucraine. Parallelamente, le
dichiarazioni favorevoli di Trump sugli attacchi di Kiev contro infrastrutture
strategiche in territorio russo indicano una maggiore disponibilità americana
ad accettare operazioni in profondità, con l’obiettivo di aumentare i costi
economici e politici della guerra per Mosca.
Per il
Cremlino, l’iniziativa rappresenta una nuova escalation occidentale.
L’integrazione
dell’Ucraina nella filiera produttiva statunitense rafforzerebbe infatti il
legame strategico con Washington, mentre la Russia continua a colpire
infrastrutture energetiche, depositi logistici e linee di rifornimento per
logorare la capacità di resistenza ucraina.
La
svolta evidenzia anche una dimensione geoeconomica.
Gli Stati Uniti mantengono la guida strategica
della Nato e consolidano il ruolo della propria industria militare, mentre gli
alleati europei sono chiamati ad aumentare gli investimenti nella difesa.
Per
Kiev significa rafforzare le proprie capacità di sopravvivenza; per l’Europa,
invece, cresce il rischio di sostenere costi sempre maggiori senza acquisire un
ruolo proporzionato nelle decisioni strategiche.
L’autorizzazione
alla produzione dei Patriot non modifica nell’immediato l’andamento del
conflitto, ma conferma la volontà americana di trasformare l’Ucraina in un
pilastro avanzato della sicurezza occidentale sul confine con la Russia, nella
convinzione che un rafforzamento del rapporto di forza possa creare le
condizioni per eventuali futuri negoziati.
Il
paradosso del capitalismo
finanziario
e speculativo.
Notiziegeopolitiche.net
– (9 Luglio 2026) - Francesco Pontelli – Redazione – ci dice:
Quando
lo “sviluppo” economico tende a diminuire, ricercando un livello di
produttività assolutamente inutile per compensare i costi del Far East, o
peggio ad azzerare il contributo professionale dei lavoratori (attraverso
l’inserimento nel ciclo produttivo di umanoidi), come inevitabile conseguenza
viene annullata anche la propria base economica, rappresentata dagli occupati
che, con le proprie retribuzioni, sostengono il volano di un’economia complessa
ma sempre meno liberale.
Andrebbe
sottolineato, una volta di più, come l’unico fattore valido sulla base del
quale valutare la crescita economica, al di là dell’approccio ideologico e
politico che tenderebbe a mistificare qualsiasi risultato, sia rappresentato
dalla sola crescita dell’occupazione ben retribuita, la quale, per esempio, in
Europa viene subordinata a un’ipotetica salvaguardia del territorio e
dell’ecosistema.
Quando
lo “sviluppo economico” tende a diminuire fino ad azzerare il contributo
professionale dei lavoratori, subordinando la sua crescita ad altri parametri,
come quelli ambientalisti, automaticamente, come inevitabile conseguenza, viene
annullato il ruolo dei consumatori, che rappresentano la base e il sostegno
stesso dell’economia complessa.
Così
un sistema economico che azzera la propria base di sostentamento distrugge i
pilastri fondamentali su cui si regge.
Ogni
sua evoluzione si trasforma in una semplice operazione di speculazione
finanziaria, con un ritorno economico nel brevissimo termine.
Senza
lavoratori forse ci potrebbe anche essere una produzione, ma senza consumatori
non esisterà mai un mercato e quindi la stessa domanda, che rappresenta la base
della produzione.
Un
sistema economico che persegue l’abbassamento dei costi per aumentare il ROE,
anche attraverso l’iper-sfruttamento o la totale automazione, senza
redistribuzione del reddito, finisce per implodere, innescando una crisi di
sovrapproduzione e un crollo della domanda aggregata.
Ancora
oggi si crede che un sistema economico si possa reggere sulla domanda “premium”
o “alto di gamma”, espressa dal mercato ad alto reddito, il quale da sempre si
dimostra inelastico alle varie crisi economiche o geopolitiche.
Andrebbe
ricordato a questi fenomeni come il mercato dell’alta orologeria svizzera si
confermi un unicum nel mondo, e non certo un modello da esportare nel settore
automotive con il segmento premium, tanto per fare un esempio.
In
questo modo si dimentica come la crescita economica abbia trovato la propria
fondamentale ragione d’essere proprio nei volumi dei consumi della fascia media
della popolazione, la sola ad avere determinato l’effetto moltiplicatore della
crescita all’interno del ciclo economico, proprio grazie al duplice ruolo di
lavoratori e consumatori.
Senza
un reddito derivante dal lavoro, la massa dei consumatori riduce il proprio
potere d’acquisto, rifugiandosi in acquisti a basso costo provenienti da quelle
famose economie nelle quali, per esempio, sono state delocalizzate molte
produzioni.
Questa
tipologia di consumi a basso costo, a differenza di quanto troppi economisti
affermano, non può essere considerata un salvataggio per le fasce più deboli
della popolazione.
Rappresenta
invece la motivazione per la quale si sono create le condizioni di una nuova
povertà, legata alla politica di delocalizzazione industriale, che, per
sopravvivere, si rivolge ai prodotti a basso costo.
A
questo si aggiunga la crescita assolutamente irresponsabile del debito,
specialmente pubblico, che ha determinato il passaggio da un’economia
capitalista a un’economia finanziaria di speculazione.
In
questo contesto il potere si è trasferito da chi deteneva e utilizzava i cicli
produttivi, quindi sostanzialmente da un’economia industriale, a chi ora
detiene il debito e quindi un’economia determinata dai grandi poteri finanziari
e speculativi.
Ora
sono i gestori del debito, sia pubblico sia privato, gli unici in grado di
determinare le politiche degli Stati, dei continenti e, ovviamente, delle
imprese, sia industriali sia energetiche.
Questo
spiega l’incredibile perseveranza dimostrata da anni da tutti i governi nel
perseguire obiettivi lontani dalle aspettative dei diversi popoli:
questi
esprimono interessi finanziari e inconfessabili.
In
ultima analisi:
“L’unica
forma di sviluppo economico è quella che assicura un aumento dell’occupazione
correttamente retribuita. Tutto il resto è speculazione”.
Italia.
Ex agenti AISI arrestati, l’inchiesta
riaccende
l’allarme sullo spionaggio
e
sulle vulnerabilità dello Stato.
Notiziegeopoltiche.net – (9 Luglio 2026) - Giuseppe
Gagliano –
Redazione
– ci dice:
L’inchiesta
che coinvolge gli ex appartenenti all’AISI “Gavino Raoul Piras” e” Vincenzo Di
Pasquale” riporta al centro dell’attenzione il tema della sicurezza nazionale e
della vulnerabilità degli apparati dello Stato.
I due, già legati anche all’Arma dei
Carabinieri, sono accusati a vario titolo di aver raccolto e trasmesso
informazioni sensibili ai servizi d’intelligence russi in cambio di denaro,
attraverso una rete di contatti che avrebbe coinvolto anche militari in
servizio.
Le contestazioni comprendono spionaggio,
rivelazione di notizie riservate e accesso abusivo a sistemi informatici.
L’aspetto
più delicato della vicenda riguarda il presunto utilizzo di ex funzionari
dell’intelligence, persone che pur avendo lasciato il servizio conservano
conoscenze, relazioni e competenze maturate in anni di attività.
Secondo
gli investigatori, Mosca avrebbe puntato proprio su figure in grado di
conoscere dall’interno procedure, punti deboli e dinamiche degli apparati
italiani.
Piras,
secondo le ricostruzioni disponibili, possedeva una lunga esperienza nel
controspionaggio, aveva operato in contesti NATO e aveva approfondito lo studio
dell’intelligence russa.
Un
profilo che, se le accuse fossero confermate, renderebbe ancora più grave la
vicenda, poiché chi conosce i sistemi di protezione delle informazioni è anche
in grado di individuarne le vulnerabilità.
L’inchiesta
evidenzia inoltre metodi operativi tradizionali, come appunti cartacei,
telefoni dedicati, supporti digitali nascosti, denaro contante e incontri
riservati.
Tecniche
apparentemente superate che, nell’era della sorveglianza elettronica, possono
invece risultare efficaci proprio perché riducono le tracce digitali.
Particolarmente
rilevante è il presunto interesse per informazioni riguardanti l’industria
italiana della difesa e il comparto cibernetico.
Se
tali elementi saranno confermati, il caso assumerà una dimensione strategica,
poiché conoscere capacità produttive, infrastrutture digitali e sistemi di
protezione significa ottenere un vantaggio operativo, industriale e militare.
Per un
Paese come l’Italia, membro della NATO e protagonista nei settori aerospaziale,
navale ed elettronico, la tutela di queste informazioni rappresenta un
interesse nazionale primario.
L’inchiesta
richiama inevitabilmente il precedente dell’ufficiale della Marina” Walter Biot”,
condannato in via definitiva per aver ceduto documenti riservati alla Russia.
In
entrambi i casi emerge uno schema ricorrente: informazioni riservate
trasformate in merce di scambio attraverso compensi economici relativamente
modesti rispetto al potenziale danno arrecato allo Stato.
Il
caso richiama anche la lunga tradizione delle attività di intelligence
straniere in Italia, già documentata durante la guerra fredda dal dossier
Mitrokhin.
Oggi
lo scenario è cambiato, ma gli obiettivi restano simili: acquisire informazioni
strategiche, sfruttare vulnerabilità personali e penetrare reti istituzionali,
industriali e tecnologiche.
La
vicenda riapre infine il dibattito sulla gestione del personale dopo il
pensionamento.
L’uscita
dal servizio interrompe il rapporto formale con lo Stato, ma non cancella
competenze, relazioni e accessi costruiti nel tempo.
Per
questo cresce l’esigenza di rafforzare i controlli sugli ex appartenenti ai
servizi e di proteggere con maggiore efficacia il patrimonio informativo
nazionale.
L’indagine,
coordinata dalla Procura ordinaria e dalla Procura militare di Roma con il
supporto del ROS, è ancora nella fase delle accuse.
Resta
quindi pienamente valido il principio della presunzione di innocenza fino a
sentenza definitiva.
Tuttavia
il procedimento evidenzia come la sicurezza nazionale dipenda sempre più dalla
capacità di prevenire le vulnerabilità interne, oltre che dalle minacce
provenienti dall’esterno.
Turchia.
Trump riapre agli F-35,
Ankara
torna al centro della
strategia americana.
Notiziegeopolitiche.net
– (8 Luglio 2026) - Giuseppe Gagliano – Redazione – ci dice:
La
possibile riammissione della Turchia nel programma degli F-35 segna
un’importante svolta nei rapporti tra Washington e Ankara e riflette un
mutamento degli equilibri strategici all’interno della Nato e nel Medio
Oriente.
Donald
Trump ha annunciato la revoca delle sanzioni contro la Turchia, lasciando
intendere che il ritorno di Ankara nel programma dei caccia di quinta
generazione è ormai una concreta opzione politica.
La
scelta risponde a precise esigenze geopolitiche degli Stati Uniti.
La
Turchia è considerata un alleato indispensabile nel Mar Nero, grazie al
controllo degli stretti, in Medio Oriente per il suo ruolo in Siria e Iraq e
nel Mediterraneo orientale, dove incide sulle rotte energetiche e sulle
dinamiche di sicurezza regionali.
La
crisi tra i due Paesi era esplosa nel 2020 dopo l’acquisto da parte di Ankara
dei sistemi missilistici russi S-400, decisione che aveva portato
all’esclusione della Turchia dal programma F-35 e all’imposizione di sanzioni
americane.
Oggi
Trump punta a superare quella frattura, anche se resta l’ostacolo del
Congresso, che mantiene il divieto di vendita finché gli S-400 resteranno
operativi.
Sul
piano militare, gli F-35 rafforzerebbero sensibilmente le capacità operative
turche, integrando Ankara in una rete avanzata di comando, sorveglianza e
guerra elettronica.
Proprio questo scenario suscita la forte
opposizione di Israele, che teme di perdere l’esclusività tecnologica di cui ha
goduto finora nella regione.
Il
confronto tra il governo israeliano e quello turco si è ulteriormente
irrigidito.
Il
premier “Benjamin Netanyahu” considera la Turchia di “Recep Tayyip Erdogan” un
avversario politico, mentre Ankara continua ad accusare Israele per la sua
politica nei confronti dei palestinesi.
In
questo contesto, la questione degli F-35 assume un valore che va ben oltre
quello militare, diventando un indicatore delle priorità strategiche degli
Stati Uniti.
La
partita coinvolge anche interessi economici di primo piano. Il rientro della
Turchia nel programma consentirebbe la riattivazione della sua partecipazione
alla filiera industriale del velivolo e consoliderebbe i rapporti tra le
industrie della difesa dei due Paesi.
Per
Washington significherebbe inoltre ridurre il rischio che Ankara rafforzi
ulteriormente la cooperazione militare con Russia e Cina.
Trump
ha inoltre apprezzato la posizione turca durante il recente confronto tra Stati
Uniti, Israele e Iran, sottolineando come Ankara non abbia ostacolato la
strategia americana.
Un elemento che conferma come l’attuale
amministrazione privilegi una valutazione pragmatica degli alleati basata sulla
loro utilità strategica piuttosto che sulla fedeltà politica.
La
vicenda dimostra come la Nato sia sempre più un’alleanza caratterizzata da
interessi divergenti e negoziati continui.
Gli
Stati Uniti cercano di recuperare la Turchia senza compromettere il rapporto
con Israele, mentre Ankara punta a ottenere tecnologia occidentale preservando
la propria autonomia strategica, confermandosi uno degli attori più influenti
nello scenario euroasiatico e mediorientale.
La
retorica del “nemico” per un vertice
Nato
incentrato sull’industria delle armi.
Notiziegeopolitiche.net
– Enrico Oliari – (7 Luglio 2026) – Redazione – ci dice:
Lo ha
spiegato bellamente Rutte: “Miliardi investiti nella nostra sicurezza, che
rafforzano le nostre economie e sostengono la creazione di centinaia di
migliaia di nuovi posti di lavoro”. Armi che verranno usate per non inceppare
il meccanismo.
La
Nato è ormai un golem che, per sopravvivere, anzi, per vivere alla grande, ha
necessità di fagocitare qualunque cosa trovi per strada, compresi i welfare di
interi popoli, pur di arricchire i fabbricanti di armi e tenere su l’economia
del primo produttore, gli Stati Uniti d’America.
Tradito bellamente l’accordo del “2+4” del
1991, secondo cui la Nato non si sarebbe espansa oltre l’Elba, negli anni
l’imperativo dell’Alleanza Atlantica è stato quello di spingersi sempre più a
est, rosicchiando zone di influenza altrui e attingendo a nuovi capitali
attraverso una strategia subdola:
creare
il nemico, finanziare le opposizioni, controllare la stampa occidentale,
aumentare la pressione dell’opinione pubblica, inglobare il Paese nell’alleanza
e piantarvi basi militari.
Il
tutto con la retorica sacrosanta della pace e della democrazia, anche a costo
di regalare premi Sacharov a improvvisati santoni della libertà come quell’”Alexei
Navalny”, xenofobo e nazionalista.
Il
nemico della Nato e della serva Unione Europea viene così a essere sempre lo
stesso: il Cremlino.
Punto.
Perché
altri non ce ne sono.
Come se a Mosca non si pensasse ad altro che a
invadere il Portogallo o conquistare Parigi invece di fare soldi vendendo il
gas.
In
questo quadro l’Unione Europea negli anni si è trasformata semplicemente nella
faccia pulita della Nato, un pachidermico alter ego dello stesso golem, con una
leadership e un Parlamento europeo sempre meno sentiti dai cittadini, costretti
a continui sacrifici, vuoi per il clima, vuoi per quant’altro.
Oggi,
tanto per dire, a Bruxelles si parla già di adesione della Georgia e
dell’Armenia, Paesi che interessano moltissimo alla Nato perché confinanti con
la Russia, ma ci si dimentica che entrambi si trovano in Asia e non in Europa.
Il
golem si è tuttavia inciampato con la crisi ucraina, quando al “nemico” russo
non è andata giù l’idea di avere per altri 1.700 km di confine la Nato sotto
casa: fu il britannico Boris Johnson a convincere l’ucraino Volodymyr Zelensky
a fare la guerra e a non trattare con Vladimir Putin, e i risultati sono oggi
sotto gli occhi di tutti, con la distruzione di un intero Paese, i costi
dell’energia alle stelle, intere famiglie distrutte e fiumi di denaro degli
europei drenati verso un Paese extracomunitario.
D’altronde,
come meglio spiegare agli stessi europei che devono mettere mano al portafoglio
e rinunciare al proprio benessere, se non propinando lo spettro di un russo
cattivo che non vede l’ora di piombarti in casa mentre dormi?
E
mentre l’industria europea delle auto va con le gambe all’aria per le stesse
scelte dell’Unione Europea, a salvare l’economia dovrà essere solo l’industria
della morte, cioè delle armi.
Al
vertice Nato di Ankara questo è l’argomento principale.
Aprendo
il summit, che vede la presenza di 35 Paesi, tra cui l’immancabile Volodymyr
Zelensky, il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, ha
affermato che “un anno fa, all’Aia, gli Alleati si sono impegnati ad aumentare
in modo significativo gli investimenti nella difesa, portandoli al 5% del Pil
entro il 2035”, aggiungendo che “su questo stiamo già compiendo progressi
notevoli.
Hanno
inoltre concordato di potenziare la produzione e l’innovazione nel settore
della difesa.
Oggi,
a un anno di distanza, ad Ankara, stiamo già ottenendo risultati concreti”.
Ha quindi annunciato che “gli Alleati e le
industrie delle due sponde dell’Atlantico presenteranno nuovi importanti
progetti e firmeranno contratti per un valore di miliardi” (…) “Si tratta di
miliardi investiti nella nostra sicurezza, che rafforzano le nostre economie e
sostengono la creazione di centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro”.
“Oggi vedrete – ha sottolineato -, e il mondo vedrà, le industrie del Nord
America e dell’Europa lavorare fianco a fianco”.
L’Unione
Europea diventerà di fatto una grande fabbrica di armi come lo sono gli Usa,
che non a caso dal Secondo dopoguerra hanno costellato il pianeta di morti,
dall’Iran al Vietnam, dall’Afghanistan all’Iraq.
Già,
perché se ci sono le industrie delle armi ci saranno le guerre per smaltirle,
altrimenti arrugginiscono nei magazzini.
Esattamente
come si è fatto per l’Ucraina.
I dem USA:
«irresponsabile, va destituito». Il papa: «inaccettabile».
Trump
spaventa il mondo:
«In Iran cancellerò un’intera civiltà. Forse»
Editorialedomani.it
- Youssef Hassan Dogado – (07 aprile 2026) – Redazione – ci dice:
Dopo
la minaccia del presidente Usa, Teheran cancella i contatti diplomatici.
La Casa Bianca: «Non valutiamo armi nucleari».
La
corsa contro l’escalation.
Sono
ore decisive per le sorti del Medio Oriente.
Da una
parte c’è un presidente, quello degli Stati Uniti, che si comporta come un
criminale di guerra e dice di voler spazzare via «un’intera civiltà».
Giura
anche che non vorrebbe «accadesse», ma «probabilmente succederà».
Dall’altra
c’è un regime che non ha intenzione di cedere ai diktat della Casa Bianca, non
vorrebbe una tregua ma una fine completa delle ostilità e fino al
raggiungimento di quell’obiettivo non ha intenzione di riaprire lo Stretto di
Hormuz.
A suon
di ultimatum.
Quanto
siano da prendere sul serio le parole del presidente Trump è impossibile dirlo.
Solo
nelle ultime tre settimane ha governato la sua politica estera a suon di
ultimatum, almeno quattro ne ha lanciati contro l’Iran (il primo lo scorso 21
marzo) di cui l’ultimo scaduto nella serata di ieri.
Ma forse, anche questo sarà rinnovato.
Dopo
aver minacciato di distruggere l’intera civiltà persiana il tycoon ha
aggiustato il tiro a Fox News.
«Se i negoziati faranno passi avanti oggi e ci
fosse qualcosa di concreto questo può cambiare».
Altrimenti,
«ci sarà un attacco come non hanno mai visto prima».
Nel mirino ci sono infrastrutture chiavi e
centrali elettriche.
La
Casa Bianca ha subito annunciato che non ci sono valutazioni sull’utilizzo di
una bomba nucleare, il grande spettro che agita la comunità internazionale.
Ma non
sono dichiarazioni rassicuranti se si aggiungono quelle rilasciate nel
pomeriggio:
Trump
è l’«unico» a «sapere cosa farà in Iran».
Al Pentagono sono già a lavoro per colpire
obiettivi che sono sia civili sia militari, per cercare di avere tutele sul
piano legale ed evitare accuse di crimini internazionali.
Per questo motivo già da ieri sono stati
attaccati diversi ponti nel paese da parte dell’esercito israeliano, che si è
giustificato affermando che quelle infrastrutture vengono utilizzare per
trasportare arsenale bellico. Funzione che ha ogni altro ponte nel mondo.
Mondo.
Gli
Usa negoziano bombardando Khar.
L’Iran:
«Tutto il popolo pronto al sacrificio».
L’Iran
intanto ha risposto immediatamente alle dichiarazioni di Trump interrompendo
tutti i canali diplomatici ufficiali.
Per il
Pakistan, paese mediatore al centro delle trattative, il lavoro è ancora più
difficile.
I Pasdaran hanno avvertito che «priveranno gli
Stati Uniti e i loro alleati del petrolio e del gas della regione per anni» se
Trump attaccherà le centrali energetiche del paese.
«Abbiamo esercitato grande moderazione e
valutato attentamente la scelta degli obiettivi di rappresaglia, ma d'ora in
poi tutte queste considerazioni verranno meno», dicono.
Il
Qatar – tramite il portavoce del ministero degli Esteri – ha lanciato
l’allarme: «Siamo vicini al punto in cui la situazione nella regione potrebbe
sfuggire di mano. Non ci saranno vincitori se questa guerra continua», ha detto
il portavoce.
In
sede Onu, il Consiglio di sicurezza non ha adottato la risoluzione del Bahrein
che chiedeva ai paesi di coordinarsi per aprire lo Stretto di Hormuz.
ll
testo è stato progressivamente ammorbidito nel corso dei negoziati, eliminando
riferimenti all’uso della forza per garantire la libertà di navigazione dei
mercantili. Nonostante ciò, Cina e Russia hanno ugualmente utilizzato il loro
potere di veto.
Gli
appelli.
Negli
Stati Uniti si moltiplicano i tentativi di fermare la guerra.
Da
Alexandria Osasio-Cortez a Rashida Taib, sono almeno venti i deputati
democratici che hanno definito «pericolose e irresponsabili» le minacce di
Trump all’Iran. I dem, ma anche alcuni suoi ex sostenitori, hanno chiesto la
rimozione del tycoon ricorrendo al 25esimo emendamento che prevede di assolvere
il presidente in caso di inabilità.
«Ora è
il momento di dire no, assolutamente no, e dirlo direttamente al presidente»,
ha detto anche il noto giornalista ex Fox News, “Tucker Carlson”, nel suo
podcast che è molto ascoltato anche dalla base Maga del presidente.
Carlson ha definito «malvagi» i commenti di
Trump sullo Stretto di Hormuz e li ha descritti come una presa in giro del
cristianesimo e dell’Islam.
Ma non
è l’unico. Per papa Leone XIV le minacce di Trump sono «inaccettabili».
Un
appello è stato lanciato ieri anche dall’arcivescovo Paul S. Coakley,
presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti.
Un
segnale molto forte da parte del leader dei vescovi statunitensi che si espone
contro Donald Trump che più volte, insieme ad altri membri della sua
amministrazione, ha usato la religione per catalizzare consenso intorno al
conflitto in Medio Oriente.
«La
minaccia di distruggere un’intera civiltà e l'attacco mirato alle
infrastrutture civili non possono essere moralmente giustificati», ha detto
Coakley in comunicato.
«Invito
il presidente Trump a fare un passo indietro dal precipizio della guerra e a
negoziare una soluzione giusta per il bene della pace e prima che vengano perse
altre vite».
Che
sia questo l’appello che possa spingere Trump a un dietrofront sul suo
ultimatum è ancora da vedere.
Quel
che è sicuro è che il presidente Usa ha portato il paese in un pantano politico
più che militare.
In questo scenario ci è arrivato anche per
colpa dei suoi collaboratori più stretti, come il segretario della Guerra “Pete
Hester” lo stesso finito al centro di uno scandalo per aver rivelato gli
attacchi militari Usa in Yemen.
Secondo
un funzionario della Casa Bianca citato dal Washington Post,” Hester” «non sta
dicendo la verità al presidente» Trump sull’andamento delle operazioni militari
in Iran.
Nello
specifico starebbe “occultando” le reali potenzialità belliche del regime.
(Youssef
Hassan Dogado).
(Giornalista
di Domani. È laureato in International Studies all’Università di Roma Tre e ha
frequentato la Scuola di giornalismo della Fondazione Lelio Basso.).
Vertice
Nato: Trump attacca
ancora
gli alleati. Gelo di Meloni e
ramoscello
di Rutte. Il nodo delle armi.
Crosetto: così il tycoon “parla al suo
elettorato.”
Firstonline.info – (8 Luglio 2026) - Gerardo
Pelosi – Redazione – ci dice:
Vertice
della Nato ad Ankara: ci si aspetta la conferma del sostegno a Kiev per 70
miliardi l’anno tra 2026 e 2027, a carico però dei soli europei e del Canada.
La
formula sulla quale puntano gli Stati Uniti è l’acquisto di armi Usa da parte
dei membri dell’alleanza atlantica da inviare all’Ucraina.
Vertice
Nato: Trump attacca ancora gli alleati. Gelo di Meloni e ramoscello di Rutte.
Il nodo delle armi. Crosetto: così il tycoon “parla al suo elettorato.”
“Se
non fosse per Erdogan, amico e leader molto forte non sarei neppure venuto”.
L’aveva
già detto e lo ripete martedì, mettendo piede in Turchia, il presidente
americano Donald Trump.
E, con
questa sola battuta, fa capire a tutti quale è e resta (nonostante gli sforzi
del segretario Nato Mark Rutte) la sua postura su ruolo e futuro dell’Alleanza
in questa fase di crisi aperte in Ucraina e Iran.
Dopo
un anno contrassegnato da lotte intestine, crisi e recriminazioni, i paesi
della Nato optano per la strategia ormai collaudata:
governare la “variabile” Donald Trump e
ridurre a massimo il rischio di brutte sorprese.
Nasce
da qui la decisione dei padroni di casa turchi di ridurre al massimo i tempi
del vertice a livello di capi di Stato e di Governo con la discussione a 32
prevista dalle 11,15 alle 14 di mercoledì.
Per la
serie: meno dura il vertice, meno rischi si corrono che qualcosa vada storto.
Vertice
Nato: Trump attacca di nuovo la Nato, gelo di Meloni.
L’incertezza
tuttavia resta sovrana stando alle prime dichiarazioni di Trump ad Ankara.
Il presidente Usa si è detto “deluso” dalla
Nato, è tornato a criticare Francia, Germania e Italia che non lo hanno aiutato
negli attacchi all’Iran con l’uso delle basi in diversi Paesi Ue e ha ripetuto
che potrebbe ritirare tutti i militari americani dall’Europa.
Su
Giorgia Meloni una sola battuta:
“Persona
piacevole ma non ci ha aiutati”.
Trump
ha ancora una volta rivendicato la necessità del controllo della Groenlandia
anche se ha riconosciuto che ciò “danneggerebbe i miei rapporti con la Nato”.
Verso il presidente turco Erdogan ha invece
avuto parole di apprezzamento (“c’è una sorta di alchimia che funziona tra
noi”) e ha aperto alla vendita ad Ankara degli F35 superando le sanzioni decise
dopo la decisione della Turchia di comprare dalla Russia sistemi di difesa
aerea S-400 ma sempre martedì Trump ha detto che le sanzioni saranno rimosse
perché “non sanzioniamo gli amici”.
Vertice
Nato: la partita si gioca su export armamenti Usa.
Rientra
sempre nella strategia del segretario Nato Rutte e degli alleati europei di
compiacere Washington inserendo nella dichiarazione finale un riferimento alla
guerra statunitense in Iran chiedendo che lo Stretto di Hormuz rimanga aperto e
che Teheran non si doti mai di armi nucleari.
Una
sorta di ramoscello d’ulivo offerto a Trump viste anche le divisioni
all’interno dell’alleanza sulla guerra in Iran.
Gli
alleati si impegneranno anche a continuare ad assumersi la responsabilità della
difesa europea dopo che gli Stati Uniti hanno ridimensionato, a maggio,
capacità come aerei da combattimento, bombardieri e cacciatorpediniere nei
piani di guerra della Nato e molti degli accordi di appalto saranno
probabilmente riformulati.
Ma il
presidente americano non appare convinto dalle rassicurazioni di Rutte, che
continua a ripetere che “europei e canadesi sono ora sulla buona strada per
pareggiare la loro spesa per la difesa con quella degli Stati Uniti”.
La partita si gioca soprattutto sull’export di
armamenti americani mentre in Europa si è sempre più attenti a cogliere il
momento per rafforzare autonomia strategica e base industriale continentale.
Vertice
Nato: cosa ci si aspetta sul sostegno a Kiev.
Sull’Ucraina,
i
l
presidente americano ha avuto un faccia a faccia con Zelensky che chiede
un’azione di forza e, dopo il colloquio con Putin, Trump appare più ottimista
indicando che Mosca e Kiev vogliono un accordo e spera che una soluzione di
pace possa essere trovata “presto”.
Ci si aspetta dal vertice la conferma del
sostegno a Kiev per il 2026 e per il 2027 per 70 miliardi l’anno, a carico però
dei soli europei e del Canada.
Gli Usa hanno stanziato finora 195 miliardi di
dollari per Kiev (di cui 73 miliardi per armamenti e servizi per la difesa) e
la Germania è il secondo Stato per aiuti finanziari con oltre 100 miliardi di
dollari, ma resta il blocco europeo inteso come Ue principale finanziatore
dell’Ucraina, superando gli Stati Uniti avendo mobilitato oltre 215 miliardi di
euro.
La
formula sulla quale puntano gli Usa è l’acquisto di armi americane da parte dei
membri dell’alleanza atlantica e poi inviate a Kiev (programma Purl,
Prioritized Ukraine requirement list).
Vi
partecipano in maggioranza Paesi europei, poi Australia e Nuova Zelanda ma non
l’Italia.
Anche
di questo ha parlato il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani con il
suo omologo americano Rubio.
Tajani ha partecipato a una riunione con i
partner della “Iniziativa di Cooperazione di Istanbul” (Bahrein, Emirati Arabi
Uniti, Kuwait e Qatar), la cui presenza al Vertice è stata sostenuta
dall’Italia.
Il
dialogo con i Paesi del Golfo sarà dedicato agli sviluppi in Medio Oriente, con
particolare attenzione a Iran, Libano, Gaza e Stretto di Hormuz.
Il
ministro ha anche partecipato alla riunione ministeriale in formato E5
(Francia, Germania, Italia, Polonia e Regno Unito), co-organizzata da Italia e
Polonia, cui si unirà anche il ministro degli Esteri turco Hakan Fida.
L’incontro
mira a rafforzare il coordinamento sulle principali questioni di sicurezza
europea, con particolare attenzione all’Ucraina e al Medio Oriente.
Vertice
Nato, cosa ha detto Crosetto su Trump.
Sul
dialogo critico tra Meloni e Trump, il ministro della Difesa Guido Crosetto
resta convinto che “i rapporti tra Stati continuano anche se due leader
discutono.
Non
c’entra Sigonella.
Ce
l’ha con noi perché non abbiamo partecipato agli attacchi in Iran.
E
infatti ha attaccato anche Francia e Germania visto che anche loro non hanno
preso parte all’offensiva contro Teheran.
Lui ci
attacca perché parla al suo elettorato. Dovete interpretare così i suoi
attacchi”.
Ma
Crosetto parla anche della rete di spionaggio in Italia a favore di Mosca che
ha visto coinvolti alcuni appartenenti alla Difesa.
” Non
abbiamo gli anticorpi per contrastare la penetrazione russa” dice Crosetto.
“Non sono affatto sorpreso perché sono
anni che dico, anzi, che metto in guardia dal rischio di penetrazione –
aggiunge il titolare della Difesa -. Fate un’analisi e ve ne rendete conto.
L’aumento
c’è stato con i social. Non solo dei russi.
Ma i
russi sono i più bravi nello spionaggio”.
(Gerardo
Pelosi).
(Giornalista,
dal 1980 corrispondente diplomatico del Il Sole 24 Ore per oltre 30 anni, dopo
aver lavorato al Gazzettino di Venezia.)
Il
gioco artico tra USA, Russia e Cina:
perché
la questione Groenlandia
spaventa
la NATO.
Fanpage.it
– (9 Luglio 2026) – A cura della Redazione – Mario De Pizzo – ci dice:
Fanpage.it
pubblica un estratto dell’ultimo libro del giornalista del Tg1 Mario De Pizzo,
intitolato “Tempesta, Reykjavík, Brest, New York, Rabat e la nuova battaglia
per l’Atlantico”.
Fanpage.it
pubblica un estratto dell'ultimo libro del giornalista del Tg1 Mario De Pizzo,
"Tempesta, Reykjavík, Brest, New York, Rabat e la nuova battaglia per
l'Atlantico", con prefazione Giampero Massolo.
Il Capitolo in questione si intitola
"Giuk, Bear e l'Artico: il gioco polare".
Come
descritto dal primo ministro islandese Barni Benediktsson nell’ottobre 2024,
“che ci piaccia o no, l’Artico sta rapidamente diventando un teatro di
competizione globale e militarizzazione, ed è compito nostro determinare i
parametri per lo sviluppo di questa regione”.
L’ambiente di sicurezza artico è infatti
cambiato politicamente, riflettendo una postura sempre più competitiva.
A
ovest l’imprevedibilità degli Stati Uniti che mina l’unità della Nato, a est la
Russia in atteggiamento belligerante con l’Europa e supportata dalla Cina,
desiderosa di accrescere il proprio ruolo nella regione.
Quali
sono dunque gli interessi delle grandi potenze nell’Artico, soprattutto nella
sua dimensione di teatro militare?
Con
l’Alaska, gli Stati Uniti detengono il 15% delle sue coste, ma per gli Usa,
l’Artide rappresenta la nuova frontiera vulnerabile che palesa la fine del
paradigma dei due cuscinetti oceanici che tengono la nazione lontana dai
problemi del resto del mondo.
L’Alaska è il terminale di una delle rotte più
brevi per collegare Asia e America del Nord, dalla Russia Orientale, grazie al
cambiamento climatico.
Una
cosiddetta Great Ciclo Router – una traiettoria circolare, la tratta più breve
tra due punti su una sfera – che è il modo più veloce per collegare due luoghi
sulla Terra.
Una
parabola che fende l’atmosfera come fanno gli aerei, per intenderci.
Una
rotta dunque appetibile per il traffico mercantile – via del 90% del commercio
mondiale – certo, ma anche per il lancio di missili balistici.
I nemici degli Stati Uniti, inviando missili
lungo questa traiettoria, ridurrebbero il tempo necessario a raggiungere
l’obiettivo, ma anche il potenziale di allarme precoce per i loro attacchi.
Trump
vende armi, l'Europa le compra e lui vuole la Groenlandia. La NATO è un
comitato d'affari privato.
L’Alaska
sta per diventare dunque una componente critica del sistema di difesa balistico
a stelle e strisce. Washington è chiamata a occuparsi dell’Artide per
difendersi, e inoltre qui può provare a riallacciare dei rapporti con la Russia
per evitare che Mosca diventi un Paese satellite di Pechino.
C’è poi un’altra ragione.
Il
cambiamento climatico aprirà sì rotte nei mari, ma anche nuovi spazi nelle
terre del Grande Nord.
Nei prossimi decenni il Canada raddoppierà
infatti la propria superficie agricola e abitabile.
Ciò lo
renderà una potenza demografica, agricola e alimentare.
E allo
stesso tempo potrà accrescere la propria disponibilità – già alta – di risorse
naturali e di minerali strategici.
Un
confinante competitivo – la frontiera tra Usa e Canada con i suoi 8.408 km è la
più lunga del mondo – che gli Stati Uniti non hanno mai desiderato né mai
vorranno.
È per questo che Donald Trump ha dichiarato di
considerare il Canada il cinquantunesimo Stato della federazione americana,
prospettando una preoccupante annessione.
Oltre
che manifestare a più riprese la volontà di occupare o acquistare la
Groenlandia, per sfruttarne le risorse.
E perché ritiene l’isola fondamentale per la
costruzione del” Golden Dome”, lo scudo missilistico per intercettare aerei e
missili nemici.
Dunque,
non solo in Canada, lo scioglimento dei ghiacciai libera nuovi spazi, da cui
estrarre minerali, terre rare. Spazi insediabili, abitabili, coltivabili.
Fanno
gola a diversi attori privati, come i fondi di investimento, che vedono in
questa nuova frontiera un Eldorado.
Non è
un caso che tra i primi a parlare della Groenlandia a Donald Trump sia stato
l’erede di una dinastia dell’industria della cosmetica, Ronald Lauder.
La richiesta fondamentale degli Stati Uniti
per la Groenlandia, al di là delle basi militari, è quella di avere diritti di
insediamento.
Ed è
ciò che spaventa di più i danesi e i groenlandesi – una popolazione di 56mila
abitanti.
Perché basterebbe, infatti, una minima
pressione migratoria per rendere gli “Inuit” una minoranza e rafforzare quindi
il pericolo di annessione o colonizzazione.
La
Cina dal 2013 ha lo status di osservatore permanente del Circolo polare e si è
autodichiarata nel 2018 una nazione del vicinato Artico.
Il suo
programma principale per la regione dal punto di vista militare è quello di
avere la possibilità di esercitare una pressione da nord verso gli Stati Uniti,
con la presenza di sottomarini e altri mezzi.
Da
qui, i legami strutturati con Paesi come l’Islanda, dove i cinesi hanno per
esempio costruito un osservatorio spaziale a Karholl già nel 2012.
L’Artico
è dunque funzionale alla proiezione di leadership globale della Cina.
Ciò
che va bene qui, potrà poi essere replicato per il dominio dell’Antartide, che
è terra più che acqua.
Per Pechino, la cooperazione con Mosca in
questo quadrante è imprescindibile, e allo stesso tempo il Grande Nord è il
luogo in cui può definitivamente legare a sé la Russia, assoggettarla.
Prioritario
è anche lo sfruttamento delle risorse naturali. Da qui, l’accordo a settembre
2025 con Mosca, per il “gasdotto Power of Siberia 2” che partirà appunto dalla
penisola di Jamal – nella Siberia Occidentale – per raggiungere il nord della
Cina, attraverso l’est della Mongolia.
Una pipeline di 2600 chilometri in grado di
trasportare 50 miliardi di metri cubi di gas all’anno.
Dal
2030, grazie a questa infrastruttura, Pechino potrà soddisfare un quinto del
suo fabbisogno di gas.
C’è
poi il progetto di sviluppo della Via della Seta polare (bingshang sichou zhilu),
inizialmente concentrata sulla rotta del Nord.
Sono
quattro le rotte che congiungono Pacifico e Atlantico, solcando l’Artico.
Il
Passaggio a Nord Ovest: attraversa lo stretto di Bering, costeggia Alaska,
Canada, Groenlandia per poi approdare nell’Atlantico. La Rotta del Mare del
Nord (o Passaggio a Nord Est):
da
Bering si naviga lungo la costa della Siberia, la Penisola di Yamal, per poi
arrivare in Finlandia e Norvegia.
La
Rotta transpolare è quella che più si avvicina al Polo Nord, partendo da Bering
per poi approdare nell’Atlantico nelle acque tra Groenlandia e Islanda.
Infine,
il ponte artico: Canada, Groenlandia, Islanda, Norvegia e Finlandia, dove si
intreccia con la Rotta del Mare del Nord.
Nel
settembre 2025 per la prima volta una nave mercantile – la portacontainer
Istanbul Bridge – ha raggiunto il porto britannico di Felixtowe partendo dalle
banchine cinesi di Ningbo-Zhoushan, nella parte orientale del Paese del
Dragone, attraversando la rotta artica.
7.500
miglia nautiche in soli venti giorni e senza una nave rompighiaccio a farle da
scorta.
Cina
Orientale, Stretto di Bering tra Russia e Alaska, Mar Glaciale Artico, Artico
russo, Norvegia, Regno Unito.
Un
tempo di percorrenza inferiore addirittura di 20-30 giorni rispetto al
passaggio attraverso Malacca – in Malaysia – e lo Stretto di Suez, lungo 11mila
miglia nautiche.
L’Artico
si sta scaldando con una velocità tre volte superiore a quella del resto del
mondo, ma per adesso questa rotta è percorribile solo da marzo a ottobre.
Le stime parlano di 109 milioni di tonnellate
annue di merci trasportate lungo le acque polari entro il 2030.
Si
tratta a ogni modo di un risultato che arriva dopo un lungo lavoro.
Nel
2017 la XUE Long è stata la prima nave cinese a solcare le tre principali rotte
artiche:
il Passaggio a Nord Ovest, il Passaggio a Nord
Est e la Rotta transpolare.
A
inizio 2018 Pechino ha pubblicato un libro bianco sulla propria strategia per
l’Artide.
Lo
sviluppo infrastrutturale e l’estrazione di risorse sono in cima alla lista di
priorità.
Le
aziende cinesi detengono partecipazioni e forniscono considerevoli
finanziamenti all’industria estrattiva russa nella penisola di Jamal.
Qui,
la ricerca del gas naturale liquefatto (GNL) è funzionale a inseguire il
primato americano in questa risorsa.
E a
Jamal, la Cina si è assicurata il ritiro a lungo termine di GNL per una
quantità di quattro milioni di tonnellate all’anno.
Le
potenziali rotte di navigazione attraverso le acque post-glaciali del nord
offrirebbero alle navi cinesi la possibilità di aggirare quelle con le quali
oggi raggiunge l’Europa, e dunque di evitare il passaggio dal Canale di Suez o
dal Capo di Buona Speranza.
Rotte
che potrebbero essere precluse da un eventuale attacco della Cina a Taiwan.
Lungo
queste acque la marina degli Stati Uniti è stata a lungo dominante, ma non
mancano pirati e milizie come gli Houti yemeniti, che hanno più volte mosso
attacchi ibridi ai mercantili, innescando una spirale inflazionistica in
Occidente.
La
chiusura de facto dello Stretto di Hormuz durante il conflitto tra Israele,
Stati Uniti e Iran a marzo e aprile 2026 ne è una plastica dimostrazione.
A ogni
modo, parliamo comunque della Superstrada dei Mari, che collega Oceano Indiano,
Mar Rosso e Mediterraneo ed è piena zeppa di porti e città in cui fare scalo,
con un sistema di retroporti e altre infrastrutture. La rotta artica, per ora,
è invece praticamente un nastro trasportatore di gas e un tracciato per navi
militari, ed è difficile che diventi una vera alternativa a Suez, non solo per
questioni climatiche e la presenza del ghiaccio, probabilmente ancora per
qualche decennio. Banalmente, per molto tempo ancora, questa rotta solcherà
territori disabitati e non infrastrutturati;
farà
risparmiare tempo e percorrenza, ma se un’imbarcazione dovesse aver problemi,
sarebbe difficile trovare soccorsi.
Per questo motivo, molte compagnie
assicurative sono reticenti a investire sulla rotta artica.
L’Artico
Russo rappresenta un quarto del territorio del Paese e copre il 53% delle coste
del Circolo polare. L’Artide è fisiologicamente una priorità strategica per
Mosca, che qui ha tre obiettivi fondamentali:
pieno
accesso all’Oceano Atlantico, capacità di proteggere le proprie risorse
naturali e libertà di manovra per la flotta del Nord.
E
inoltre ha manifestato interesse nello sviluppo della Rotta del Mare del Nord
(o Passaggio a Nord Est), potenzialmente, come abbiamo visto, il passaggio più
breve tra Europa e Asia, che dal 2035 potrebbe consentire alla Russia di
commerciare in tempi più veloci le proprie risorse energetiche.
Nella
sua strategia per l’Artico del 2035, la Russia ha messo nero su bianco che
questi territori sono fondamentali per la sua sicurezza economica nazionale.
Putin ha poi varato il progetto di un corridoio trans-artico, che integra rotte
marittime e su terra, proprio per infrastrutturare una rotta che, come abbiamo
visto, risulta ancora un nastro trasportatore.
Una
rete logistica per sviluppare i territori russi a ridosso del Mare del Nord.
Un
tracciato che, partendo da San Pietroburgo, toccherà Murmansk – nella penisola
di Kola, vicino al confine con la Norvegia e dunque con la Nato – Arcangelo –
sul Mar Bianco – per poi giungere a Vladivostok, nell’Estremo Oriente russo, in
prossimità del confine con Cina e Corea del Nord, sulla costa del Mar del
Giappone. Un’infrastruttura ambiziosissima, in grado di sviluppare i territori
e migliorare le condizioni di vita delle popolazioni locali, connessa con i
corridoi che raggiungono la Cina e l’India per attrarre i capitali dei due
colossi asiatici.
(Fanpage.it).
(fanpage.it/esteri/il-gioco-polare-tra-usa-russia-e-cina-nel-libro-di-mario-de-pizzo-lestratto-su-fanpage-it/).
(fanpage.it/).
Putin
attacca Kiev, la pace Usa
è
lontana. Zelensky agli alleati:
«Ora decisioni forti».
Editorialedomani.it
– Lucia Malatesta – (06 luglio 2026) – Redazione – ci dice:
Nuovo
violentissimo raid sulla capitale, l’Ucraina chiede nuovi Patriot e una
riunione d'emergenza del Consiglio di sicurezza Onu.
Il tycoon dice che vuole far finire «al più
presto» il conflitto:
oggi
ad Ankara vede il presidente ucraino, poi un nuovo colloqui con Putin.
Intanto i droni ucraini colpiscono una
raffineria in Siberia.
Sarà
difficile oggi ignorare ad Ankara la lunga e profonda scia rossa, di sangue e
di fuoco, rimasta sull’asfalto e sulla pelle di Kiev.
Il bilancio dell’attacco russo di ieri è di
ventidue vittime, dozzine di feriti che nessuno riesce a contare del tutto con
precisione, mentre le squadre d’emergenza e soccorso fanno la conta dei vivi e
dei morti continuando a scavare nelle macerie nei quartieri di Darnytskyi e
Podilskyi.
La
capitale è stata colpita dai razzi di Mosca in oltre venti punti diversi. Kiev
è indifesa e oggi si sveglia di nuovo ferita, esausta, stanca per altri
funerali da celebrare.
La
notte più nera è trascorsa perché nessuno dei balistici spediti dall’esercito
russo è stato intercettato: hanno bucato e squarciato palazzi, vie e impianti,
senza che nulla potesse interrompere la loro traiettoria.
Agli
ucraini servono Patriot come il pane, forse anche di più, in questa fase del
conflitto in cui le scorte e gli arsenali sono vuoti.
Si evince dalle parole del colonnello Yuri
Ignita: «L’indicatore è basso, per usare un eufemismo».
Queste
carenze sono diventate un vantaggio immediato per Mosca:
«I russi stanno sfruttando il fatto che in
Ucraina, e nel mondo, c’è una grave carenza di missili intercettori».
(Mondo.
Basi
anti droni e autostrade per aerei: come ci si difenderà nel futuro.
Vincenzo
Leone.)
Vulnerabilità
aerea.
A
confermarlo è stato lo stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky: la carenza
di intercettori non è aggirabile, rende l’antiaerea ucraina troppo vulnerabile,
è il punto debole della resistenza militare.
Intanto,
quegli armamenti rimangono nei depositi dei paesi partner e per questo è «molto
importante» che al vertice della Nato si adottino «decisioni forti a sostegno
della nostra difesa dello spazio aereo».
Senza
un rafforzamento immediato dello scudo antiaereo, Mosca si sentirà sempre
incoraggiata a intensificare la sua strategia di distruzione.
E
fermarla, ha insistito Zelensky – che da mesi non risparmia appelli e pressioni
sugli alleati affaticati da un conflitto che prosegue dal 2022 – è nelle
capacità dell’Europa e degli Usa.
«Ogni missile russo lanciato contro l’Ucraina
veicola un messaggio che va ben oltre i nostri confini».
Per
l’Ucraina ogni attacco è monito rivolto all’intera comunità occidentale;
la violenza parla al posto della legge, è un
diritto alla brutalità che continua ad essere esercitata senza conseguenze, ha
detto ministro degli Esteri ucraino, “Andrii Sibila”, che ha chiesto una
riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Forse
sarà proprio quello turco il palco da cui Trump tenterà di nuovo il rilancio
della diplomazia per mettere fine al conflitto.
Domani
incontrerà Zelensky e, dopo l’incontro, avrà un colloquio telefonico con
l’omologo russo che, ha detto ieri dalla Casa Bianca, vuole mettere fine alla
guerra. Il compito che si è prefisso è difficile, come sarà difficile spiegare,
all’indomani della cordiale telefonata intercorsa nel giorno del 250esimo
anniversario tra Trump e Putin, perché l’intelligence americana sta fornendo
assistenza e informazioni all’esercito ucraino nella pianificazione degli
attacchi contro raffinerie e impianti energetici della Federazione.
(Mondo.
Il
tallone d’Achille della difesa di Kiev sono i cruise russi.
Vincenzo
Leone)
Non è
una novità:
il
segretario di Stato Marco Rubio lo aveva già pubblicamente confermato nel
dicembre 2025 che Washington suggeriva rotte agli ucraini, consentendogli di
eludere la rete della difesa russa che sarebbe altrimenti impossibile da
aggirare.
La
notizia torna attuale perché adesso produce risultati sempre più tangibili: la
carenza di carburante affligge ormai la Federazione, costretta ormai a
ricorrere all’esportazione.
Ieri
gli ucraini sono riusciti a spingersi fino in Siberia, a 2.500 oltre la loro
frontiera, mettendo fuori gioco la raffineria di Omsk.
Ma c’è
qualcosa di più pericoloso della mancanza di benzina: l’atomo.
Aleksei Likhachev, amministratore delegato
dell’agenzia nucleare Rosatom, ha lanciato l’allarme sostenendo che le centrali
nucleari di Leningrado, Smolensk, Kursk stanno subendo «le conseguenze degli
attacchi militari ucraini», ma il fronte più preoccupante resta quello di
Zaporizhzhia:
«Siamo a un passo da una catastrofe», la
comunità tutta dovrebbe capire con quale «livello di fuoco il regime di Kiev
sta giocando».
Fabbricare
droni.
Nei
corridoi della Rada sono convinti che i colloqui riprenderanno prima della fine
dell’estate ma intanto stringono accordi con sette paesi Nato per fabbricare
droni.
Perché l’Ucraina non si presenta più soltanto
come una nazione bisognosa di assistenza, ma sempre più anche come uno Stato
che può garantirla, insieme alle competenze e tecnologie che ha perfezionato
dal 2022.
Il
Guardian li chiamava ieri “drone deals”, accordi per i droni che non riguardano
solo la vendita, fornitura e produzione degli armamenti, ma l’intero ecosistema
che li rende efficaci in battaglia.
Radar
e sensori, stazioni di controllo e procedure operative integrate.
Ma
soprattutto esperti tattici e operativi ucraini che sappiano farli funzionare.
Intese e cooperazioni del genere Kiev le ha
già avviate con Lettonia e Lituania, ma anche Arabia Saudita, Emirati Arabi
Uniti e Qatar, colpiti dagli iraniani Shahid, usati in larga scala dalle forze
russe.
Ora lo farà anche con l’Alleanza a cui chiede
aiuto.
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