Estremismo rosso e quello islamico.
Estremismo
rosso e quello islamico.
Terrorismo
rosso.
It.wikipedia.org
– Enciclopedia libera da 25 anni – Redazione – ci dice:
Motivo:
C'è qualche fonte autorevole che utilizza il termine "Terrorismo
rosso" e che lo dà come termine principale per indicare il fenomeno?
Perché
praticamente tutte le altre edizioni linguistiche utilizzano come titolo
"Terrorismo di sinistra" o "Terrorismo di estrema
sinistra".
Il
terrorismo rosso è un tipo di eversione armata d’ispirazione comunista e
rivoluzionaria e, più in generale, collegata a ideologie politiche di estrema
sinistra, che ha come obiettivo il ricorso alle armi come unico mezzo
individuato per disarticolare il sistema Stato-Capitale, al fine di provocare
un sollevamento del proletariato e innescare così uno slancio rivoluzionario
liberatore delle masse oppresse.
Obiettivo
di tali organizzazioni è il rovesciamento violento dei governi capitalistici
per la loro sostituzione con la dittatura del proletariato, ossia con l'unica
classe rivoluzionaria e anti-imperialista, in grado di abolire il classismo e
lo sfruttamento per favorire l'instaurazione di una società socialista.
Le
origini.
«La
netta soluzione di continuità tra l’organizzazione armata e i movimenti sociali
è sottolineata dalla decisione di intendere la violenza come progetto e
strumento di azione in strutture clandestine […] privandosi delle discussioni
politiche aperte e democratiche per analizzare e verificare ipotesi e
obiettivi»
(“Robert
Lume” da La genesi del terrorismo di sinistra)
Alcune
tracce delle origini del terrorismo rosso, d'ispirazione marxista-leninista e
che poi diede vita al moltiplicarsi di organizzazioni armate di sinistra negli
anni settanta, possono essere probabilmente individuate in alcuni scritti del
politico e rivoluzionario russo, Lev Trotsky.
Già
nel 1918, all'indomani cioè della Rivoluzione d'ottobre, nel suo “Terrorismo e
comunismo”, Trotsky teorizzava la necessità dell'impiego della forza (terrore
rosso) da parte del potere rivoluzionario, per difendere il neonato Stato dei
soviet dai germi della controrivoluzione e dalle stesse classi che, la
rivoluzione stessa, aveva espropriato e che cercavano a loro volta di
rovesciare.
«La
Storia non ha trovato finora altri mezzi per fare avanzare l'umanità, se non
opponendo ogni volta alla violenza conservatrice delle classi dominanti, la
violenza rivoluzionaria della classe progressista».
(Lev
Trotsky da Terrorismo e Comunismo.)
Il
terrore rosso, quindi, come proseguimento naturale dell'insurrezione armata
attraverso la quale i comunisti avevano preso il potere in Russia.
E come chiarisce lo stesso Trotsky, nella
prefazione alla seconda edizione inglese del suo testo:
"il
terrorismo è, in ultima analisi, un'incitazione, un monito, un incoraggiamento:
lavoratori di tutti i paesi, unitevi e prendete il potere, strappatelo a chi lo
usa per tenervi in catene e fatelo vostro."
«La
creazione di un disciplinato e potente Esercito rosso nello Stato comunista dei
Soviet ha la virtù di eccitare i cervelli vuoti.
Si
parla della Russia sovietista come di una nuova Prussia militarista.
Lev
Trotsky, che ha saputo rinnovare i miracoli di Lazzaro Carnot, tra difficoltà
enormemente superiori a quelle dovute superare dal grande organizzatore della
Rivoluzione francese, viene presentato come un nuovo Gengis Khan; si parla di
'regime militarista', mentre l'Esercito rosso è istituzione transitoria creata
per la difesa della rivoluzione»
(Antonio
Gramsci da “L'Avanti!”, marzo 1919)
Nel
mondo.
Nate
perlopiù nel contesto storico che seguì il movimento di protesta che, sul
finire degli anni sessanta, prese il nome di Sessantotto, le organizzazioni
terroristiche di sinistra ebbero il loro periodo di maggiore attività
soprattutto nel corso degli anni settanta e ottanta quando la loro strategia
eversiva sembrò in alcuni casi far vacillare governi e sistemi politici, in
nome di una trasformazione radicale della società e nella speranza di un
sollevamento del proletariato nella lotta rivoluzionaria.
Ma ad una sollevazione del proletariato
nemmeno ci si avvicinò mai, perché le azioni armate non riscossero appoggio
nelle masse, in particolare nei settori socialmente combattivi dei lavoratori
(a parte minimi settori che simpatizzavano), restando così isolate e
impopolari, soprattutto quando crebbero in efferatezza (vendette su Guido Rossa e Roberto
Peci).
Nel
corso del tempo, moltissimi Paesi in tutto il mondo hanno dovuto in qualche
modo confrontarsi con il fenomeno terrorista e, nello specifico dell'eversione
legata ad ideologie di sinistra, furono le democrazie occidentali (Stati Uniti,
Giappone e, soprattutto, l'Europa), dove i gruppi terroristici trovarono il
terreno più fertile per le loro azioni.
E anche nei Paesi dittatoriali dell'America
Latina, dove la lotta eversiva assunse la valenza anche di lotta per la
liberazione nazionale, la svolta armata d'ispirazione marxista-leninista,
alimento il fiorire di gruppi di guerriglia per la presa del potere in nome di
una rivoluzione socialista.
Tra le
organizzazioni terroristiche di sinistra più conosciute e longeve nel mondo, ci
furono:
l'Armata
Rossa Giapponese, i Heather Underground negli Stati Uniti, le Brigate Rosse e
Prima Linea in Italia, la Rote Arme Fraktion nella ex Germania Ovest, Action dirette
in Francia, il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale in Nicaragua, Senderos
Luminoso in Perù e le FARC in Colombia.
Germania.
La più
importante formazione armata di sinistra tedesca fu la Rote Arme Fraktion
(RAF).
Inizialmente
nota come banda Baader-Meinhof, la RAF venne fondata il 14 maggio 1970 da
Andreas Baader, Gudrun Estlin, Horst Mahler, e Ulrike Meinhof. Organizzazione
comunista e antimperialista, dedita alla guerriglia urbana e impegnata nella
resistenza armata contro quello che considerano uno stato fascista, nonostante
i suoi leader (Estlin, Baader e Meinhof) furono prematuramente arrestati nel
1972, il gruppo rimase comunque attivo per più di 30 anni, fino al 1993, e
venne formalmente disciolto nel 1998.
Rote Arme
Fraktion.
Organizzato
in piccole cellule compartimentate la RAF poteva contare anche su collegamenti
con formazioni terroristiche internazionali come il Fronte Popolare per la
Liberazione della Palestina, con il gruppo francese Action directe, le Brigate
Rosse, e con terroristi come il Comandante Carlos.
Complessivamente,
la Rote Arme Fraktion fu responsabile di numerose operazioni terroristiche e di
33 omicidi e raggiunse momento di massima attività fra il 1975 e il 1977,
culminata con il rapimento e l'uccisione del presidente degli industriali
tedesco-occidentali ed ex ufficiale delle SS Hanns-Martin Schleyer e il
dirottamento del Volo Lufthansa 181.
Diversi
dirigenti e militanti del gruppo rimasero uccisi tra la fine degli anni
settanta e primi anni ottanta durante scontri a fuoco con la polizia oltre alla
morte, in carcere, il 18 ottobre del 1977 nella prigione di Stammeli, a
Stoccarda (ufficialmente per suicidio), di Andreas Baader e di altri due leader
storici del gruppo, Gudrun Estlin e Jann-Carl Raspe.
Il 20
aprile del 1998, un volantino di otto pagine a firma RAF fu inviata via fax
all'agenzia di stampa Reuters, dichiarando lo scioglimento ufficiale del gruppo.
Altra
organizzazione terroristica di estrema sinistra tedesca fu la Rivoluzionare Zelle
(RZ).
Attiva
tra il 1973 e il 1995, è stata descritta nei primi anni ottanta, secondo il
Ministero dell'Interno tedesco, come una delle più pericolose formazioni
terroristiche di sinistra e responsabile di 186 attacchi, 40 dei quali furono
portati a segno a Berlino Ovest.
Belgio
La
formazione terroristica delle “Cellule comuniste combattenti” (CCC) venne
fondata nel 1982, in Belgio, da “Pierre Carette”, grazie anche all'apporto di
alcuni militanti della francese “Action dirette”.
Gruppo
d'ispirazione marxista-leninista, i CCC furono attivi per meno di due anni.
Finanziarono le loro attività attraverso una serie di rapine in banca e furono
principalmente impegnati in attentati entro i confini del Belgio ma con
obiettivi prevalentemente internazionali.
Nel corso di 14 mesi effettuarono 20 attentati
contro, in particolare, la NATO, aziende statunitense ed altre imprese
internazionali.
Nel
dicembre 1985, la polizia ha arrestò il leader e fondatore Pierre Carette,
assieme ad altri militanti del gruppo. Dopo la sua condanna all'ergastolo, il
14 gennaio 1986, il gruppo cessò di essere operativo.
Francia
In
Francia, l'organizzazione Action Dirette (AD), venne fondata, nel 1979 da
Jean-Marc Roulant e dalla fusione del Group d'Action Révolutionnaire
Internationale con il Noax Arms Pour le Autonomie des Peuples.
Simbolo
di Action Dirette.
Attiva
solamente per otto anni, al suo interno coesistevano due formazioni: una
nazionale e un'altra internazionale con quest'ultima che manteneva una
collaborazione attiva con gli altri movimenti terroristici europei come la Rote
Arme Fraktion tedesca, le Brigate Rosse e le Cellule comuniste combattenti del
Belgio.
Tra il
1982 e il 1985, la fazione nazionale di Action Dirette effettuò numerosi
attentati dinamitardi a edifici governativi e omicidi contro obbiettivi
politici: il più noto fu quello che nel 1985 costò la vita al generale René Adunar,
uno dei massimi responsabili della Difesa e dell'industria militare.
Il 28 marzo 1986, la fazione nazionale
dell'organizzazione, venne smantellata con l'arresto a Lione e a Saint-Étienne
di André Olivier e molti suoi complici.
Il 17
novembre 1986, la fazione internazionale uccide Georges Besse, presidente della
casa automobilistica Renault.
Il 21 febbraio 1987, l'arresto in una fattoria
vicino a Orléans dei capi storici Jean-Marc Roulant, Nathalie Mengoni, Regi
Schleicher, Joele Auburn e Georges Cipriani, segnò la fine dell'intera
organizzazione.
Spagna.
Il Gruppo
de Resistencia Antifascista Primer de Ottobre (GRAPO) nasce, a partire
dall'estate del 1975, come braccio armato del Partito Comunista di Spagna
Ricostituito (PCER), componente clandestina scissa dal Partito Comunista di
Spagna.
Si
tratta di un gruppo clandestino anticapitalista e anti-imperialista
d'ispirazione maoista che puntava essenzialmente alla formazione di uno stato
repubblicano spagnolo sul modello della Repubblica Popolare Cinese di Mao
Zedong.
Fortemente
contrario all'adesione spagnola alla NATO, a partire dalla sua nascita e fino
al 2006, fu responsabile di 84 omicidi tra poliziotti, militari, giudici e
civili, di 300 attentati dinamitardi e di circa 3.000 azioni armate (il governo
spagnolo ne riconosce ufficialmente 545).
Il gruppo ha anche commesso una serie di
rapimenti, inizialmente per motivi politici e, solo in seguito, per
autofinanziamento.
L'ultima
azione venne commessa il 17 novembre 2000 con l'omicidio di un agente di
polizia ucciso a Carabanchel, distretto di Madrid.
Secondo
la polizia spagnola il GRAPO sarebbe stato sciolto nel 2007, dopo che 6 dei
suoi militanti furono arrestati nel giugno quell'anno e anche se il gruppo
stesso non ha mai annunciato ufficialmente il suo scioglimento.
Fino ad oggi 3.000 persone sono state
arrestate in relazione al gruppo (e al PCER), di cui 1.400 sono state poi
incarcerate.
Ad
oggi ci sono 54 prigionieri del GRAPO (e del PCERR) nelle carceri spagnole.
Il leader del GRAPO, Manuel Pérez, è stato
condannato da un tribunale francese nel 2000 per associazione a delinquere con
finalità di terrorismo.
Altra
organizzazione armata spagnola di sinistra è lETA politico-militare, nata nel
1974 dopo la scissione dalla componente maggioritaria nazionalistica dell'Euscari
Ta Askatasuna (meglio nota con l'acronimo ETA), il gruppo terroristico per
l'indipendenza delle Province Basche. L'ETA politico-militare, formazione
d'ispirazione marxista e propensa alla lotta politica contro il franchismo,
dopo il fallito colpo di Stato militare del febbraio 1981 sospese ogni azione
di guerriglia e, nel 1982, si unì al Partito Comunista di Euskadi.
Grecia.
In
Grecia, a partire dal 1975, fu attiva l'Organizzazione Rivoluzionaria 17
novembre (17N), un gruppo di estrema sinistra che deve il proprio nome alla
data della violenta repressione della rivolta degli studenti del Politecnico
d’Atene, del 17 novembre 1973, durante la dittatura dei Colonnelli.
Il
gruppo 17N, che ebbe come principali nemici obiettivi Americani e capitalistici
in Grecia, si rese responsabile in tutto di 25 omicidi e di decine di
attentati.
L'ultima vittima fu il militare britannico
Stephen Saunders, colpito a morte nel giugno del 2000.
Si
ritiene che l'organizzazione sia stata definitivamente sciolta nel 2002, dopo
l'arresto ed il processo di un certo numero dei suoi componenti come Alexandros
Giotopoulos, identificato come il leader del gruppo ed arrestato il 17 luglio
2002, o Dimitris Koufodinas, capo operativo del 17N, che si arrese alle
autorità il 5 settembre di quello stesso anno.
In
tutto 19 persone vennero accusate di circa 2.500 reati relativi alle attività
del 17N. Il processo contro i sospetti terroristi 19 accusati d'aver compiuto
25 delitti in 27 anni, iniziò ad Atene il 3 marzo 2003[22] e, l'8 dicembre
successivo, quindici imputati (tra cui Giotopoulos e Koufodinas), vennero
ritenuti colpevoli, mentre altri quattro vennero assolti per mancanza di prove.
Come
risposta allo scioglimento forzato della 17N, a partire dal 2003, vennero
fondati i gruppi “Lotta rivoluzionaria” e “Setta dei rivoluzionari”,
organizzazioni terroristiche paramilitari tuttora attive, entrambe legate alla
sinistra radicale greca e note, soprattutto, per una serie di attentati
dinamitardi nei confronti di obbiettivi governativi (tribunali, corti
d'appello, ministeri) e statunitensi, in territorio greco.]
Regno
Unito.
Fondato
nel 1970, l'”Angry Brigade”, fu un piccolo gruppo anarco-insurrezionalista,
responsabile di una serie di attentati in Inghilterra fino al 1972, anno in cui
fu smantellato a causa di una serie di arresti nei confronti dei loro
militanti.
Gli
obiettivi dei circa 25 attentati, attribuiti loro dalla polizia, non causarono
comunque morti, in quanto tesi a colpire beni materiali e simboli
dell'establishment britannico: come banche, ambasciate, o abitazioni di
deputati conservatori.
Il 3
maggio del 1972 si aprì il processo a carico del gruppo, che terminò il 6
dicembre dello stesso anno, con condanne pari a dieci anni di detenzione per i
quattro imputati (John Barker, Jim Greenfield, Hilary Creek e Anna Mandelson).
L'Irish
National Liberation Army (INLA) è stato un gruppo paramilitare nordirlandese di ispirazione
marxista-socialista, costituitosi nel dicembre del 1974 (anno della scissione
dall'IRA), con l'obiettivo di far uscire l'Irlanda del Nord dal Regno Unito e
di riunificarla con la Repubblica d'Irlanda.
Tra il 1975 e il 2001, il gruppo si rese
responsabile della morte di 113 persone, tra cui:
42
civili, 46 membri delle forze di sicurezza del Regno Unito, 16 paramilitari
repubblicani e 7 paramilitari unionisti.
Dopo
24 anni di ininterrotta lotta armata, il 22 agosto del 1998, l'INLA dichiarò
per la prima volta il cessate il fuoco e, nell'ottobre del 2009, ha formalmente
deciso di perseguire i suoi obiettivi con mezzi politici pacifici.
Turchia.
Nato
nel marzo 1994 dalle ceneri del movimento Dev-Sol (Sinistra rivoluzionaria,
fondato nel 1978) il Partito/Fronte rivoluzionario popolare di liberazione
(Dhkp/C), è una delle principali organizzazioni armate turche di estrema
sinistra.
Accusata
di aver compiuto una serie di omicidi e attentati contro ex ministri e generali
in pensione e dell'uccisione nel 1996 dell'industriale Ozdemir Sabani, membro
di una delle due principali famiglie imprenditoriali del paese,
l'organizzazione è dichiaratamente ostile agli USA e alla NATO.
Il Dhaka/C
è stato al centro di numerose rivolte nelle carceri e, nel 2000, di uno
sciopero della fame che portò alla morte di 64 persone.
A tutt'oggi è ancora attivo e, in particolare nel
2013, ha rivendicato una serie di attentati kamikaze contro obbiettivi
politici, tra cui quello all'ambasciata Usa ad Ankara che, nel febbraio di
quell'anno, ha provocato la morte di due persone (tra cui l'attentatore
stesso).
Altre
formazioni terroristiche turche, d'ispirazione marxista-leninista sono:
il
Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), fondato, nel 1978, da Abdullah
Ocalan e che da anni combatte nelle regioni sudorientali a maggioranza curda
per la creazione di uno Stato curdo indipendente;
l'Esercito
segreto armeno per la liberazione dell'Armenia, attivo dal 1975 al 1986 e
responsabile dell'uccisione di più di 30 diplomatici turchi in tutto il mondo,
con l'obiettivo di costringere il governo turco a riconoscere pubblicamente la
sua responsabilità nel genocidio del popolo armeno e imporre la restituzione
del territorio sottratto agli stessi.
Le
diverse scissioni interne e l'uccisione, ad Atene, il 28 aprile 1988, del suo
leader Ago Gagosian, determinarono in pratica la fine dell'organizzazione.
Medio
Oriente.
In
Medio Oriente, le più importanti organizzazioni terroristiche di sinistra, sono
legate al conflitto arabo-israeliano e alla questione palestinese.
Il Fronte Popolare per la Liberazione della
Palestina (PFLP), fondato nel 1967 da George Habbash, da una costola del
Movimento dei Nazionalisti Arabi, è un'organizzazione marxista-leninista che,
pur rimanendo fedele agli ideali del Panarabismo, giudica la lotta palestinese
parte della più ampia rivolta contro l'imperialismo occidentale, allo scopo anche
di unire il mondo arabo e di rovesciare i regimi reazionari.
Nel
1968 il PFLP aderì all'OLP e vi rimase fino al 1974, anno in cui decise di
abbandonare l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, rea di aver
abbandonato (secondo il PFLP) l'obiettivo di azzerare lo Stato di Israele.
Nell'immediato
biennio che seguì la fondazione del “Fronte Popolare per la Liberazione della
Palestina”, a seguito di altrettante scissioni, nacquero altre due
organizzazioni palestinesi di ispirazione marxista-leninista e nazionalista:
il Fronte Popolare per la Liberazione della
Palestina - Comando Generale, fondato nel 1968 da Ahmed Jibril, ed il Fronte
Democratico per la Liberazione della Palestina (FDLP), nato nel 1969 e guidato
da Nayef Hawatmeh.
Le tre formazioni palestinesi sono state
inserite nella lista delle organizzazioni terroristiche redatta da Stati Uniti
d'America, dal Canada e dall'Unione europea.
Da una
combinazione di estremismo islamico e marxismo, invece, nascono i “Mujahidin
del Popolo”, gruppo di dissidenti iraniano che ha all'attivo numerosi attentati
nel loro Paes.
Giappone.
L'Armata
Rossa Giapponese fu un gruppo terroristico fondato, nel febbraio 1971, da un
gruppo di studenti guidati da Fusato Shigenobu (soprannominata la regina del
terrorismo) e con il preciso obiettivo di rovesciare il governo e le
istituzioni imperiali giapponesi, ma soprattutto infiammare la rivoluzione
mondiale.
Il
gruppo, che ebbe fino circa 400 membri e strinse legami anche con il Fronte
Popolare per la Liberazione della Palestina, divenne noto per aver compiuto il
primo attacco kamikaze portato a termine, nel maggio 1972, all'aeroporto
israeliano di Tel Aviv, che provocò la morte di 24 persone.
Con l'arresto, nel novembre 2000, dopo trenta
anni di latitanza, della sua leader Fusato Shigenobu, l'organizzazione venne
formalmente sciolta il 14 aprile 2001.
Nel 2006, la Shigenobu venne condannata a
venti anni di carcere.
Di più
recente formazione, invece, è l’”Esercito Rivoluzionario Kansai”, considerato
come il braccio armato dello schieramento estremista di sinistra nato dalla
frammentazione del Partito Comunista Giapponese.
Stati
Uniti.
Negli
Stati Uniti d'America, i Werther Underground, furono un'organizzazione
terroristica di ispirazione comunista rivoluzionaria attiva dal 1969, anno
della contestazione giovanile studentesca americana, e fino al 1976.
Nata
da una scissione all'interno del movimento” Students for a Democratici Society
e fondata da Bill Ayres, Mark Rudd, Bernardine Dohrn, Jim Melle, Terry Robbins,
John Jacobs e Jeff Jones, il nome del gruppo fa riferimento al verso You don't
need a weatherman to know which way the wind blows ("non serve un meteorologo per
capire da che parte tira il vento"), contenuto nel brano “Subterranean Homesick
Blues” di Bob Dylan.
Utilizzando
metodi di protesta violenta in reazione alla politica estera degli Stati Uniti,
i Werther compirono diversi attentati come l'esplosione al Campidoglio di
Washington, del primo marzo 1971 o l'attentato al Pentagono del 19 maggio 1972.
Il
gruppo sposò anche la causa antirazzista delle Pantere Nere al fine di
raggiungere, secondo un rapporto del governo degli Stati Uniti del 2001, tre
obiettivi:
liberare
i prigionieri politici nelle carceri americane, attuare espropri proletari
(rapine a mano armata) per finanziare la terza fase, ovvero quella di avviare
una serie di attentati e attacchi terroristici.
La clandestinità dei vari componenti finì
all'inizio degli anni ottanta, quando molti attivisti del gruppo decisero di
costituirsi.
Canada.
Il
Fronte di Liberazione del Québec (FLQ) fu un'organizzazione terroristica di
estrema sinistra canadese fondata, nel 1963, dal rivoluzionario belga George Schroeter,
con l'obiettivo di raggiungere l'indipendenza della provincia del Québec e la
sua trasformazione in una nazione comunista indipendente.
Sostenitori
di una politica marxista-leninista, nel corso della sua storia e fino al 1970,
il FLQ si rese responsabile di oltre 200 azioni violente, tra cui attentati
dinamitardi, rapine di autofinanziamento e due omicidi.
Tra le
azioni più note ci furono:
l'attentato
alla borsa valori di Montréal che, nel febbraio 1969, causò 27 feriti; il
rapimento e successivo assassinio del ministro del Lavoro del Québec, Pierre
Laporte e il rapimento del diplomatico britannico James Cross, entrambi
nell'ottobre del 1970.
Il
declino del movimento coincise con le misure repressive messe in atto dal
governo canadese che, su richiesta dell'organo provinciale, proclamò lo stato
di guerra e lo stanziamento di truppe dell'esercito che riuscirono a riportare
l'ordine, grazie anche ad una compatta reazione dell'opinione pubblica,
contraria alla svolta armata della lotta politica.
Alla promulgazione di una serie di leggi speciali
approvate dal Parlamento, fece seguito un'ondata di arresti da parte delle
unità antiterrorismo della polizia di Montréal: 457 persone tra attori,
scrittori, giornalisti e militanti politici.
America
Latina.
Nel
volume” The New Dimensione of International Terrorism”, scritto da Stefan
Aubrey nel 2004, l'autore identifica le seguenti formazioni quali principali
organizzazioni terroristiche di sinistra operanti, negli anni settanta e
ottanta, in America Latina:
il “Fronte
Sandinista di Liberazione Nazionale in Nicaragua”, i Senderos Luminoso in Perù,
l'M-19 e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (note come FARC) in
Colombia.
Molto spesso, questi movimenti, presentano al
loro interno, caratteristiche sia indipendentistiche che rivoluzionarie.
Il”
Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale” fu un movimento rivoluzionario
nicaraguense di ispirazione marxista fondato nel 1961 e che riuscì, con un
forte sostegno popolare, nell'offensiva militare finale che, nel 1979,
contribuì al definitivo crollo del regime dittatoriale di “Anastasio Somoza
Debayle”.
Saliti
al potere l'anno seguente, i sandinisti si costituirono come partito politico e
instaurarono un governo rivoluzionario riformista.
Senderos
Luminoso è un'organizzazione terrorista peruviana di ispirazione maoista che,
fondata nel 1969 da Abitale Guzmán Reynoso (da una scissione dal Partito
Comunista del Perù - Bandera Roja), si propone di sovvertire il sistema
politico per l'instaurazione del socialismo attraverso la lotta armata.
Inizialmente
attivo soprattutto nelle zone andine e specializzato in azioni di guerriglia,
il gruppo ha messo a segno diversi attacchi contro le forze governative. Diviso
in tre fazioni, in questi anni il movimento ha alternato momenti di tregua con
ritorni alla lotta armata.
Il 12
settembre 1992, il principale leader di Senderos Luminoso, Abitale Guzmán, è
stato catturato dal Gruppo Speciale di Intelligence della polizia peruviana, in
una casa del distretto di Squillo nella città di Lima.
M-19,
acronimo di Movimento 19 de Abril fu un'organizzazione di guerriglia
rivoluzionaria di sinistra colombiana molto nota per le sue azioni spettacolari
(come ad esempio l'occupazione dell'ambasciata domenicana nel 1980) e per la
sua massiccia presenza nelle città.
Nonostante
le sue divisioni interne, il movimento M-19 contribuì ad innalzare il livello
di lotta contro il regime dell'allora presidente “Belisario Betancur” il quale,
avvertendo il pericolo imminente dell'avanzata guerrigliera, nel 1984 decise di
decretare un'amnistia per tutti i prigionieri politici e di negoziare la tregua
con il movimento armato.
Dopo
anni di guerriglia, nel 1990, l'M-19 consegnò definitivamente le armi e divenne
partito politico (Alianza Democratica).
Le
Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) sono un'organizzazione
guerrigliera comunista e anti-imperialiste colombiana fondata nel 1964.
Obiettivo
principale del gruppo è quello di rappresentare le classi contadine nella lotta
anti-governativa e contro l'influenza statunitense e delle grandi
multinazionali nel Paese.
Finanziatesi
principalmente attraverso i sequestri di persona e la produzione e il commercio
di cocaina, a partire dal 2002 le FARC sono state oggetto di una dura
repressione militare, condotta per quasi dieci anni dal governo di Álvaro Uribe
Vele con l'obiettivo dichiarato di sconfiggere il movimento senza ricorrere ad
alcun strumento diplomatico.
A
queste formazioni vanno aggiunte anche altre organizzazioni
terroristico-guerrigliere operanti in America Latina:
i Montonero (sinistra peronista e socialismo)
e l'ERP (marxismo-guevarismo) in Argentina; i Tupamaros in Uruguay; il Fronte
Patriottico Manuel Rodríguez (sorto nel 1983 come frangia armata del Partito
Comunista del Cile) e le Forze Ribelli Popolari Lautaro in Cile; l'Esercito di
Liberazione Nazionale e i guerriglieri Tupac Katari in Bolivia; l'Esercito di
Liberazione Nazionale (gruppo ispirato a Che Guevara e a Fidel Castro) in
Colombia; l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (per l'autodeterminazione
del popolo indios) nella regione messicana del Chiapas; il Movimento
Rivoluzionario Tupac Amaru in Perù.
In
Italia.
L'arco
temporale attraverso cui si snoda la vicenda del terrorismo di sinistra,
nell'Italia repubblicana, è un periodo che comprende gli anni settanta e la
fine degli anni ottanta. Le prime azioni, fatte di attentati dinamitardi
all'interno delle fabbriche e sequestri di persona dimostrativi di dirigenti,
industriali e magistrati, lasciarono poi il passo ad un'estremizzazione della
violenza politica con gli attentati e gli omicidi.
Una
parabola che vide il suo apice con l'agguato di via Fani ed il sequestro
dell'allora presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro da parte delle
Brigate Rosse nella primavera 1978 (e assassinato dopo 55 giorni di reclusione
in una cosiddetta prigione del popolo) e che entrò in crisi, nella seconda metà
degli anni ottanta, anche grazie alla promulgazione di leggi speciali dello
Stato e grazie soprattutto al fenomeno del pentitismo.
Dopo
l'omicidio, da parte delle Brigate Rosse, del senatore democristiano Roberto
Ruffilli, nel 1988, il fenomeno fu considerato praticamente esaurito e, solo
verso la fine degli anni novanta, il Paese fu testimone di una nuova breve
stagione di omicidi politici e di lotta armata che si esaurì nuovamente nel
2002 con l'omicidio di Marco Biagi.
Complessivamente
i morti provocati dalle organizzazioni armate di sinistra in Italia, tra il
1974 e il 2002, ammontano a circa 130.
La
nascita della sinistra extraparlamentare.
I
primi germi che favorirono la nascita dell'eversione e del terrorismo di
sinistra in Italia possono essere rintracciati nel periodo di tensione sociale
che segnò il finire degli anni sessanta in Italia e che venne in qualche modo
alimentato dalla protesta operaia e sindacale e dal movimento di contestazione
studentesca che prese poi il nome di Sessantotto.
Pur
non avendo come componente prevalente un progetto rivoluzionario mediante lo
strumento della lotta armata, proprio della radicalizzazione successiva, quel
movimento ebbe in realtà forme e modalità anche intense di protesta espresse su
basi culturali genericamente anti-autoritarie e che, nell'ambito universitario,
investiva innanzitutto il potere accademico.
Gli
anni di piombo: manifestanti con il segno della P38.
La
spinta che alimentò quella protesta giovanile, di ispirazione marxista,
profondamente incisiva sui costumi sociali di quel tempo, non seppe però
trovare, nel nostro Paese, un valido sbocco politico auto-rappresentativo
soprattutto per l'assenza di riferimenti ideologici nei partiti della sinistra
istituzionale e quindi, almeno come movimento di massa, perse rapidamente la
sua forza propulsiva esaurendosi in un breve e intenso lasso temporale.
La
fine della protesta studentesca, tra la primavera e l'estate del 1968, ed il
fallimento rivoluzionario di quel movimento e delle speranze di un sollevamento
proletario e operaio, nella lotta per la trasformazione delle logiche classiste
del paese determinò, invero, la nascita di un nuovo fermento culturale ben più
radicale ed eversivo del precedente.
Dall'esperienza
delle lotte negli anni precedenti e dall'incontro tra lavoratori e studenti,
nasce così la figura del cosiddetto militante rivoluzionario:
una generazione di giovani studenti che decise
di proseguire il conflitto al di fuori del contesto studentesco e che si inserì
quindi nel più ampio ambito dell'autunno caldo del 1969 e delle lotte operaie
per un radicale cambiamento del sistema.
Come scrisse “Guido Viale”:
"nasce
una figura politica che non lotta per vivere (come invece faranno gli operai),
ma che vive per lottare.”
E che,
sul finire del 1969, con la nascita della cosiddetta sinistra
extraparlamentare, portò prima ad una estremizzazione dello scontro sociale e
quindi alla lotta armata vera e propria, che percorrerà senza sosta il
quindicennio successivo (1969-1984) dei cosiddetti anni di piombo.
Il
ricorso alla violenza e alla lotta armata, quindi, giustificata come essenziale
grimaldello in grado di generare un vero e proprio impeto rivoluzionario e di
scatenare quella protesta sociale contro quelle forze reazionarie borghesi e
imperialiste, incluse quelle della sinistra istituzionale (come ad esempio il
Partito Comunista Italiano) che in tutti i modi tentò di affrancarsi come
avanguardia del processo di rivendicazione e di miglioramento delle condizioni
del proletariato, troncando qualsiasi possibilità di riconoscimento, quale
soggetto politico, da parte delle formazioni della sinistra extraparlamentare.
Queste
formazioni perseguirono la strada della lotta politico-sociale, rifiutando lo
scontro frontale attraverso la scelta armata o, al limite, limitandola alla
prassi degli scontri di piazza (Potere Operaio, Lotta Continua, Avanguardia
operaia, Movimento Lavoratori per il Socialismo, Autonomia Operaia, Lotta
Comunista), mentre singoli elementi o piccoli raggruppamenti, invece, optarono
per la clandestinità e la lotta armata.
Questo
portò ad una stagione di intensa fase repressiva politico-giudiziaria da parte
dello Stato che, anche attraverso l'uso di una legislazione speciale, tentò in
questo modo di contrastare sia le proteste di piazza dure, sia il crescente
fenomeno della lotta armata di sinistra.
Il risultato fu una decisa diminuzione delle
libertà costituzionali e individuali ed un ampliamento della discrezionalità
operativa delle forze dell'ordine.
1977:
Giuseppe Memeo punta una pistola contro la polizia in via De Amicis a Milano.
L'immagine
diventerà il simbolo degli anni di piombo, la fotografia è di Paolo Periteti.
Un
giro di vite repressivo che raggiunse poi il suo picco massimo nel 1977, con
l'adozione di misure come quella di vietare tutte le manifestazioni pubbliche
nella città di Roma.
Come ebbe a dichiarare il ministro
dell'interno Cossiga, intervistato sulle violenze in piazza:
"Io
mi chiedo come si possa pensare che tutta questa violenza serva a qualcosa o a
qualcuno. Sia ben chiaro che peraltro non siamo più disposti a
sopportarla."
La
svolta armata-
Due
episodi in particolare, che segnarono in diverso modo la fine del 1969, possono
forse essere letti come linea di confine tra la protesta sessantottina e la
scelta di alcuni di avviare la successiva stagione armata]:
i disordini seguiti allo sciopero generale del
19 novembre 1969, che a Milano determinarono la morte dell'agente di polizia
Antonio Annarumma, in servizio durante la manifestazione indetta dall'Unione
Comunisti Italiani e dal Movimento Studentesco, e poi la strage di piazza
Fontana del 12 dicembre dello stesso anno, che provocò 17 morti e oltre 100
feriti e che accelerò la svolta armata a sinistra, tesa a contrastare quel
golpe militare ritenuto da molti imminente (e i tentativi effettivamente furono
più di uno).
Soprattutto
la bomba di piazza Fontana, nel quadro di crescente tensione sociale che
attraversava l'Italia in quel periodo, determinò la definitiva discesa verso la
deriva terroristica, favorendo nuove forme di lotta politica che solo l'azione
armata poteva garantire.
«Simbolicamente
quella deflagrazione, in un freddo pomeriggio del dicembre 1969, racchiude in
sé tutto quanto accadrà dopo. Incancrenirà le ideologie, ridurrà i cervelli di
migliaia di giovani ad agglomerati di pulsioni emotive e ribellistiche,
polverizzerà i sentimenti in milioni di frammenti di vita, di odio e di amore,
di voglie di cambiamento e desideri di distruzione. E, soprattutto, come un
colpo d'ascia, taglierà in due tronconi le pulsioni di un Paese ancora acerbo.
Sfumerà in due colori, il rosso e il nero, le vitalità di più di una
generazione»
(A.
Baldoni, S. Provvisionato da “A che punto è la notte”)
È
l'alba di una stagione politica che sarà contraddistinta da innumerevoli fatti
di sangue in nome dell'odio ideologico che trascinò il Paese quasi alle soglie
di una guerra civile e che vide contrapporsi, inizialmente, giovani militanti
di estrema destra e di estrema sinistra e che poi sfociò, fatalmente, nel
terrorismo di matrice politica.
E
dalle prime azioni di giustizia proletaria dei gruppi operaisti della sinistra
extraparlamentare si giunse così rapidamente a maturare in militanti, operai e
studenti di estrema sinistra, la scelta terroristica come unico mezzo per
disarticolare il sistema Stato-Capitale.
«Pur
essendovi state ideologie o teorie rivoluzionarie che possano aver agevolato la
maturazione di concezioni terroristiche, questo non spiega sufficientemente il
salto all’azione armata, perché essa non ha pescato solo nel panorama delle
ideologie insurrezionali (che sono state varie: operaismo, luxenburghismo,
strategie tese alla disarticolazione dello Stato) e perché non è possibile
presupporre che ideologie particolari conducano inevitabilmente al terrorismo,
se non concorrono altre cause o contesti, quale una società in forte movimento,
come nel biennio 68/69, il mito della violenza, l’acriticità»
(Nando dalla Chiesa da” La genesi del terrorismo di
sinistra”).
Se
inizialmente lo spazio d'azione privilegiato dall'eversione armata di sinistra
fu, quasi esclusivamente, quello della fabbrica e il nemico da colpire il
padrone e, più genericamente, il capitale, intorno al 1973 si registro invece
un progressivo abbandono della cosiddetta logica dii uomo di fabbrica, in
favore di un'offensiva diretta verso figure più istituzionali e statuali di
maggiore valenza simbolica.
Le
sigle: Feltrinelli e i GAP.
Lo
stesso argomento in dettaglio: Giangiacomo Feltrinelli e Gruppi d'Azione
Partigiana.
Il
primo tentativo di una proposta rivoluzionaria imperniata sulla lotta armata fu
quella dell'editore Giangiacomo Feltrinelli: figlio di un industriale del legno
e proveniente da una ricchissima famiglia, nel 1945 Feltrinelli aderì al
Partito Comunista che provvide anche a sostenere con ingenti contributi
finanziari.
All'indomani
della strage di piazza Fontana, la paura per un imminente colpo di Stato
neofascista, lo spinse a chiudere i rapporti col PCI e a decidere di iniziare a
finanziare i primi gruppi di estrema sinistra.
Giangiacomo
Feltrinelli.
Coinvolto
nell'esplosione del padiglione FIAT alla Fiera di Milano del 25 aprile 1969, la
magistratura dispose il ritiro del suo passaporto prima di decidere, lui
stesso, il passaggio alla clandestinità, nel dicembre 1969 (in realtà non una
vera e propria clandestinità, quanto un'uscita dalla scena pubblica).
Il suo
percorso politico-rivoluzionario lo portò, poco più tardi, nel 1970, a fondare
i Gruppi d'Azione Partigiana (GAP), un gruppo paramilitare che richiamava nel
nome un'organizzazione militare della Resistenza (i Gruppi di Azione
Patriottica). In nome di "una rivoluzione più rivoluzionaria" e allo
scopo di alimentare focolai di guerriglia civile, tra l'aprile 1970 e il marzo
1971 misero in atto alcuni attentati dinamitardi a scopo dimostrativo a Genova
e Milano.
Richiamandosi
alla Resistenza come ideale politico tradito dal riformismo e dal seguente
sbocco neocapitalistico, il suo progetto principale era quello di
un'unificazione dei gruppi armati europei, coordinati con i movimenti
rivoluzionari del Terzo mondo.
Il suo
impulso rivoluzionario, però, non vide mai la luce:
il 15
marzo 1972 il suo cadavere dilaniato da un'esplosione fu rinvenuto ai piedi di
un traliccio dell'alta tensione presso Segrate (MI).
Il
Gruppo XXII Ottobre.
Lo
stesso argomento in dettaglio: Gruppo XXII Ottobre.
Se si
eccettuano gli iniziali tentativi eversivi di Feltrinelli, la prima vera
formazione che decise di saltare definitivamente il fosso e di passare
all'azione, sin dal 1969, attraverso la scelta della lotta armata, fu il Gruppo
XXII Ottobre (che prese il nome dalla sua data di fondazione).
Attivi
a Genova e composti prevalentemente da operai ed ex partigiani d'impostazione
marxista-leninista, si fecero conoscere per una serie di attentati dinamitardi
e, soprattutto, per il sequestro di Sergio Gadola, secondogenito di una delle
famiglie più ricche di Genova, del 5 ottobre 1970.
Obiettivo
del gruppo fu quello di "scardinare i poteri dello Stato", e di
provare ad introdurre, nella vita politica italiana, il metodo della guerriglia
urbana attraverso attentati dinamitardi, incendi e sabotaggi, nella speranza di
un progressivo sostegno popolare alle proprie azioni.
Leader
del gruppo fu Mario Rossi e ne fecero parte, in tutto, non più di 25 persone,
tra cui:
Augusto
Viel, Rinaldo Fiorani, Giuseppe Battaglia, Adolfo Sanguineti, Gino Piccardo,
Diego Vandelli, Aldo De Sicciolo e Cesare Maino.
Verranno
definitivamente smantellati nella primavera del 1972, in seguito alle indagini
sulla rapina di autofinanziamento che, il 26 marzo 1971, vide l'uccisione (da
parte di Mario Rossi) del portavalori dell'Istituto Autonomo Case Popolari,
Alessandro Floris.
L'omicidio
Floris segna infatti la fine del gruppo stesso, nel 1972, dopo poco più di un
anno di vita:
Mario
Rossi venne arrestato il giorno stesso e, nei mesi a seguire, gli altri
componenti andranno ad ingrossare le file di altre organizzazioni armate, chi
nei Gruppi d'Azione Partigiana e chi nelle nascenti Brigate Rosse.
L'ultima
tappa della storia del gruppo fu la richiesta di liberazione di Rossi e
compagni, da parte delle Brigate Rosse, in occasione del sequestro del
magistrato Mario Sossi (che era stato il pubblico ministero nel processo al
Gruppo XXII Ottobre) e come prezzo richiesto per la liberazione dell'ostaggio.
La
richiesta non venne mai accolta per l'opposizione del procuratore della
Repubblica di Genova Francesco Coco (che per questo verrà poi assassinato a
Genova l'8 giugno 1976, dalle stesse BR, ma venne comunque letta come una sorta
di condivisione di un percorso politico e strategico comune tra il gruppo e le
prime BR e che autorizzava a ricondurre queste ultime nel solco politico
ideologico che il Gruppo XXII Ottobre avevano appena tracciato.
Il
Collettivo Politico Metropolitano
Lo
stesso argomento in dettaglio: Collettivo Politico Metropolitano.
Alla
lotta armata, sempre nel 1969, andava pervenendo anche il Collettivo Politico Metropolitano
che proprio nel settembre di quell'anno nasce a Milano con l'obiettivo di
mettere insieme le diverse forze che animavano l'area della sinistra
extraparlamentare milanese di quegli anni.
Formato
da elementi provenienti da alcuni gruppi di fabbrica (CUB Pirelli, GdS
Sit-Siemens, GdS IBM), come Mario Moretti e Corrado Alunni, e da altri
soggetti, provenienti dal movimento studentesco (come Renato Curcio e la moglie
Margherita Cagol), piuttosto che dissidenti del PCI o della FGCI (come Alberto
Franceschini).
Il
gruppo, che prese in affitto un vecchio teatro milanese in disuso nelle
vicinanze di Porta Romana, nel complesso poteva contare solo su poche decine di
militanti.
Non
esiste una data ufficiale di nascita del CPM ma, uno degli atti di definizione
del collettivo, risale all'8 settembre 1969, giorno in cui fu preparato un
bollettino ad uso interno dei militanti, redatto dai singoli comitati di
azienda di Torino, Milano, che definiva il nascente gruppo quale strumento per
predisporre
"le
strutture di lavoro indispensabili a impugnare in modo non individuale
l'esigenza-problema dell'organizzazione rivoluzionaria della metropoli e dei
suoi contenuti (ad esempio democrazia diretta, violenza rivoluzionaria ecc.)"
Pur
non avendo mai di fatto compiuto azioni armate, l'esperienza del Collettivo
Politico Metropolitano, riveste un'importanza politica e strategica
fondamentale nella ricostruzione delle sigle che contribuirono a formare
l'arcipelago delle organizzazioni terroristiche di sinistra.
Il
CPM, infatti, può essere considerato come il nucleo iniziale che, attraverso
varie trasformazioni, darà poi vita al progetto del gruppo terroristico di
sinistra più importante nell'Italia del secondo dopoguerra, quello delle
Brigate Rosse.
La
scelta di passare alla lotta armata in clandestinità venne discussa per la
prima volta nel novembre del 1969, in un convegno del Collettivo tenutosi
all'Hotel Stella Maris di Chiavari e a cui parteciparono «essenzialmente
marxisti -leninisti e cattolici progressisti (o cattolici del dissenso), i
primi delusi dalla svolta moderata e dalla conseguente rinuncia alla
rivoluzione dei partiti della sinistra storica, Partito comunista in testa, i
secondi convinti che fosse necessario un maggiore impegno per modificare
l'assetto sociale».
Al
termine dei lavori, il 4 novembre, venne redatto un documento finale (il
cosiddetto libretto giallo) intitolato Lotta sociale e organizzazione nelle
metropoli e in cui si individua la lotta popolare violenta come l'unica
risposta adeguata alla repressione attuata dalla borghesia.
«Ogni
alternativa proletaria al potere è, fin dall’inizio, politico-militare. La
lotta armata è la via principale della lotta di classe. La città è il cuore del
sistema, il centro organizzativo dello sfruttamento economico-politico. Deve
diventare per l’avversario un terreno infido»
(Lotta
sociale e organizzazione nelle metropoli).
In
quel convegno, i promotori della svolta armata, furono comunque in minoranza e
decisero quindi di separarsi dal Collettivo Politico Metropolitano per
confluire in Sinistra Proletaria. Fondata, tra gli altri, da Renato Curcio,
Margherita Cagol e Alberto Franceschini, la storia di SP fu di fatto molto
breve: iniziata nel dicembre 1969, si concluse nell'estate dell'anno successivo
e servì soprattutto da ponte fra l'esperienza del Collettivo ed il passaggio,
nel 1970, alle Brigate Rosse.
Le
Brigate Rosse.
Lo
stesso argomento in dettaglio: Brigate Rosse.
Quella
che fu l'organizzazione terroristica di estrema sinistra più nota, numerosa e
longeva dell'Italia del secondo dopoguerra, nacque, nell'agosto del 1970, in
coincidenza con il convegno di Pecorile (RE) che segna la definitiva fine
dell'esperienza politica di Sinistra Proletaria e in cui Renato Curcio,
Margherita Cagol e Alberto Franceschini, assieme ad altri militanti (tra cui
Prospero Gallinari, Lauro Azzolini, Franco Bonisoli, Roberto Ognibene),
sanciscono il loro definitivo passaggio alla clandestinità e alla lotta armata,
attraverso la nascita delle Brigate Rosse.
A
livello ideologico, la prospettiva del movimento, si inseriva in un contesto
più ampio (tipico di diverse formazioni armate di sinistra di quel periodo) che
riteneva non conclusa la fase della Resistenza all'occupazione nazifascista
dell'immediato dopoguerra e che, secondo la loro visione, era stata sostituita
da una più subdola occupazione economico-imperialista delle multinazionali.
Un
meccanismo a cui, secondo i terroristi, bisognava rispondere attraverso la
lotta armata per poter scardinare i rapporti di repressione dello Stato e
fornire lo spazio di azione necessario allo sviluppo di un processo
insurrezionale del proletariato.
1970-1973:
la propaganda armata.
«Il
progetto, detto in due parole, era questo: prima fase, la propaganda armata.
Bisognava far capire che in Italia c'era
bisogno della lotta armata e che l'organizzazione era lì per farla.
Infatti
nei primi tempi il problema non era che si parlasse bene delle Brigate Rosse,
ma che se ne parlasse.
Seconda
fase, quella dell'appoggio armato.
Un
numero sempre maggiore di persone, capito che l'unico sistema di cambiare era
la lotta armata, si sarebbe unito a noi.
Terza fase, la guerra civile e la vittoria»
(Patrizio
Peci da” Io, l'infame”).
Militante
di sinistra, in passato sopravvissuto all'attentato al treno Italicus del 1974.
La
prima azione del gruppo risale al 17 settembre 1970, con l'incendio
dell'automobile del dirigente della Sit-Siemens, Giuseppe Leoni.
Tutta l'iniziale fase di propaganda armata,
tra il 1970 e il 1974, vide comunque le neonate BR agire prevalentemente in
piccoli gruppi, operanti all'interno delle fabbriche e in modo spesso
clandestino.
Le
prime iniziative furono perlopiù di natura dimostrativa: attentati incendiari,
sabotaggi e brevi sequestri di persona, a scopo dimostrativo, di quadri e
dirigenti aziendali e della durata di qualche ora o di pochi giorni (come
quello di Idalgo Macchiarini, dirigente della Sit-Siemens, nel marzo 1972, o di
Ettore Amerio, capo del personale FIAT, nel dicembre 1973).
A
livello organizzativo, sempre nel 1972, venne formato il primo esecutivo
(formato da Renato Curcio, Alberto Franceschini, Mario Moretti e Pierino
Morlacchi) e la costituzione (a Milano e a Torino) di due colonne, ognuna delle
quali composta da più brigate formate da militanti, operanti all'interno delle
fabbriche e dei quartieri.
Fu
anche decisa la distinzione tra forze regolari (i militanti clandestini) e le
forze irregolari (militanti organici ma senza essere clandestini).
Un
modello che venne in seguito sempre più affinato attraverso una struttura
paramilitare, compartimentata e organizzata in colonne e cellule e coordinata
da una comune Direzione strategica.
1974-1980:
l'attacco al cuore dello Stato.
L'azione
terroristica, in questa seconda fase, andò sempre più spostandosi verso simboli
e rappresentanti del potere politico, economico e sociale.
Furono
gli anni del cosiddetto attacco al cuore dello Stato, caratterizzati da
un'escalation di situazioni criminose con omicidi, attentati e rapimenti nei
confronti di politici, magistrati, forze dell'ordine, giornalisti, industriali,
dirigenti di fabbrica e sindacalisti.
La
prima azione rilevante fu il rapimento del sostituto procuratore Mario Sossi,
già Pubblico ministero nel processo contro il Gruppo XXII Ottobre, sequestrato
a Genova, il 18 aprile del 1974.
Tenuto prigioniero in una villa vicino a
Tortona, Sossi fu sottoposto ad un processo proletario dai brigatisti che, in
cambio della sua liberazione, chiesero la scarcerazione di otto militanti della
XXII Ottobre.
Alla
fine il giudice venne però rilasciato senza alcuna contropartita.
L'agguato
di via Fani.
La
risposta dello Stato non si fece attendere, con una serie di contromisure
appositamente costituite per la lotta al terrorismo politico:
l'istituzione delle carceri speciali per i
detenuti politici, la legge Reale, che assegnava alla polizia poteri
eccezionali nella prevenzione al terrorismo e la costituzione di un nucleo
speciale dei Carabinieri, comandato del generale Carlo Alberto dalla Chiesa.
Il
1974 fu anche l'anno dei primi arresti:
l'8 settembre, le forze speciali di Dalla
Chiesa, misero a segno la cattura dei due capi storici del gruppo, Curcio e
Franceschini, arrestati grazie alle informazioni del pentito Silvano Girotto.
Renato Curcio venne liberato nel febbraio 1975
da un nucleo di brigatisti guidato da Margherita Cagol, ma la sua seconda
clandestinità terminò il 18 gennaio 1976 quando venne arrestato di nuovo a
Milano dagli uomini del generale Dalla Chiesa; il 5 giugno 1975 la Cagol invece
era rimasta uccisa in un conflitto a fuoco con i carabinieri durante il fallito
sequestro Gancia.
Nonostante
queste sconfitte, nel biennio 1975-1976, le azioni delle BR si moltiplicarono:
il 15
maggio 1975 venne gambizzato il consigliere comunale della DC milanese, Massimo
De Carolis e, sempre in quei 'anni, diversi agenti perirono negli scontri a
fuoco con i brigatisti:
il
carabiniere Giovanni d'Alfonso (4 giugno 1975), il maresciallo Felice Maritano
(15 ottobre 1974), l'appuntato di Polizia Antonio Niedda (4 settembre 1975), il
vice questore Francesco Cusano (11 settembre 1976) e i sottoufficiali della
Polizia, Sergio Bazzera e Vittorio Padovani (15 dicembre 1976).
Aldo
Moro sequestrato dalle Brigate Rosse.
A
partire dall'omicidio l'8 giugno 1976 del giudice Francesco Coco e della sua
scorta, le Brigate Rosse, sotto la direzione principalmente di Mario Moretti, accrebbero
la loro forza numerica e organizzativa.
Nel periodo 1977-1980, gli attentati,
aumentarono in maniera esponenziale:
alla
fine del 1978 se ne conteranno 230, con 42 morti e 43 feriti.
Tra i
più eclatanti:
l'omicidio di Fulvio Croce, presidente del
Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Torino, ucciso il 28 aprile 1977,
quello del giornalista de La Stampa, Carlo Casalegno (16 novembre 1977), quello
del maresciallo Rosario Berardi, quello del commissario Antonio Esposito, e
quello di Vittorio Bachelet, vicepresidente del Consiglio superiore della
magistratura (12 febbraio 1980).
Ma il
vero "attacco al cuore dello stato" fu portato il 16 marzo 1978, con
l'agguato di via Fani:
il
rapimento a Roma del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro e
l'uccisione dei cinque uomini della sua scorta.
Durante i 55 giorni del sequestro, le BR
chiesero (ma non ottennero) la liberazione di tredici prigionieri politici come
contropartita per la liberazione del politico.
La
vicenda si concluse il 9 maggio 1978, con il ritrovamento del corpo
dell'onorevole Moro in via Caetani, a Roma.
1981-1988:
il declino e la dissoluzione.
Il
sequestro Moro segnò il momento più alto e, contemporaneamente, l'inizio del
processo di declino delle BR:
l'efficace reazione dello Stato, le prime
divisioni interne all'organizzazione, gli arresti e i processi ma, soprattutto,
il nuovo fenomeno del pentitismo, furono tra i fattori che contribuirono alla
dissoluzione dell'organizzazione.
I
quattro brigatisti uccisi nell'irruzione di via Fracchia a Genova del 28 marzo
1980.
Il 21
febbraio 1980 furono arrestati, a Torino, Rocco Micaletto e Patrizio Peci,
quest'ultimo dirigente della colonna torinese.
L'inattesa
collaborazione di Peci con i carabinieri, provocò l'improvvisa cattura di
centinaia fra dirigenti e militanti brigatisti e una grave crisi organizzativa
e politica per il movimento.
Il 28
marzo 1980 quattro importanti brigatisti furono uccisi dai carabinieri nel
corso della drammatica irruzione di via Fracchia a Genova.
Nonostante
l'arresto di Mario Moretti il 4 aprile 1981, le Brigate Rosse ripresero la loro
azione:
il 17
dicembre 1981, rapirono a Verona il generale statunitense James Lee Dozier, che
venne poi liberato, a Padova, dai NOCS, le squadre speciali della polizia.
Il rapimento Dozier, che nei propositi
brigatisti avrebbe dovuto rilanciare l'organizzazione, ne rappresentò, invece,
l'inizio della loro fine.
Pur se
decimate dagli arresti, seguiti alle confessioni di Peci, nella prima metà
degli anni ottanta, sotto la guida di Giovanni Senzani, le BR continuarono
l'azione contro lo Stato con un numero rilevante di attentati, rapimenti e,
soprattutto, omicidi:
quello
di Roberto Peci, fratello del pentito Patrizio, del direttore del petrolchimico
di Marghera, Giuseppe Taliercio (nel 1981), del generale statunitense Leamon
Hunt (1984), dell'economista Ezio Tarantelli (1985), dell'ex-sindaco di Firenze
Lando Conti (1986), del generale Licio Gorgiere (1987) e del senatore Roberto
Ruffilli (1988).
Nel
gennaio del 1987, una serie di "lettere aperte" firmate da diversi
militanti, sancirono quindi la chiusura unitaria dell'esperienza da parte del
nucleo storico delle BR.
Tra il
giugno e il settembre 1988 venne smantellata anche l'intera ala militarista del
movimento, denominata “BR-Partito comunista combattente” e sorta, nel 1984, da
una scissione interna alle BR.
1999-2003:
le Nuove BR.
Lo
stesso argomento in dettaglio: Nuove Brigate Rosse.
Cronologia
delle organizzazioni armate di sinistra in Italia.
Nel
1999, a distanza di undici anni dall'ultimo omicidio del nucleo storico delle
Brigate Rosse, quello del senatore democristiano Roberto Ruffilli, un nuovo
gruppo armato adottò nuovamente la sigla della stella a cinque punte.
Le
cosiddette “Nuove Brigate Rosse”, organizzazione capeggiata da Nadia Desdemona
Lioce e Mario Galesi, furono protagonisti di una nuova breve stagione di
omicidi politici e di lotta armata.
Il
gruppo terroristico fu responsabile degli omicidi di Massimo D'Antona nel 1999
e di Marco Biagi nel 2002, e venne poi smantellato nel 2003, a seguito degli
arresti degli stessi Lioce e Galesi, azione che costò la vita al sovrintendente
della Polfer Emanuele Petri.
Le
altre sigle.
A
partire dal 1970, con la nascita delle BR, le organizzazioni armate di sinistra
andranno sempre più moltiplicandosi.
Tra le
più rilevanti che da li in poi nasceranno ci furono:
i Nuclei Armati Proletari, Prima Linea, i
Proletari Armati per il Comunismo, i Comitati Comunisti Rivoluzionari, le Unità
Comuniste Combattenti, le Formazioni Comuniste Combattenti e la Brigata XXVIII
marzo.
Terrorismo
estremista islamico:
effetti indesiderati.
Leurispes.it
- Ranieri Razzante e Giovanni Tartaglia Polcini – (1° Agosto 2016) – Redazione
– ci dicono:
La
scia di sangue che sta attraversando l’intera Europa da diversi mesi a questa
parte manifesta l’impreparazione del vecchio continente ad affrontare una
minaccia asimmetrica, imprevedibile, molecolare e soprattutto giornaliera.
La cadenza con la quale si verificano episodi
di terrorismo, o pseudo terrorismo, è assolutamente una novità e il morale
occidentale inizia a subirne le conseguenze.
L’ultimo
atto di terrorismo rivendicato dal cosiddetto “Stato Islamico” fa riferimento a
quanto avvenuto all’interno di una chiesa a Saint-Etienne-du-Rouvray in
Normandia, dove due uomini, francesi nati a Rouen, hanno preso in ostaggio
cinque persone, ucciso il parroco della chiesa e ferito altre tre persone prima
di essere uccisi dalla polizia.
Appare
evidente che il fenomeno è assolutamente fuori controllo, nonostante i messaggi
di unità e di buona volontà recitati ormai quasi a memoria dai vari capi di
Stato e di governo coinvolti.
Probabilmente
la causa di tale perdita di controllo è rintracciabile nell’errato approccio
utilizzato per contrastare e contenere un fenomeno, come quello terroristico,
che ha profonde e complesse radici.
La
decadenza culturale dell’Islam vissuta tra i secoli XIV e XVII e il successivo
periodo coloniale furono devastanti per l’intero sistema politico-sociale
musulmano.
L’arrivo degli occidentali pose l’intero Islam
di fronte a concetti politici, filosofici e sociologici completamente diversi
da quelli che aveva fino ad allora elaborato e sviluppato.
Poiché
l’intero Islam si è sempre fondato sull’unione della comunità, “Umma”, non su
base territoriale ma su base religiosa, il concetto di nazione, di
nazionalismo, di popolo e quindi di democrazia introdotto dagli occidentali
appariva come qualcosa di non esportabile nel sistema musulmano, la cui unità
territoriale era rappresentata dal califfato, avente però natura
sovranazionale.
Sebbene
alcuni pensatori islamici accolsero con entusiasmo tali nuove visioni
moderniste occidentali, altri si batterono per un ritorno alle fonti, cioè al
Corano e alla Sunna del Profeta, invocando il comportamento dei pii antenati,
ossia “i sala al-salii”, dai quali prese il nome la corrente di pensiero
denominata “Salafia” e da cui, di conseguenza, deriva la scuola di pensiero del
“salafismo”.
Evoluzione
di tale corrente è stato il fondamentalismo islamico che trova in “Sayyid Qutb
“il suo principale fautore di matrice sunnita.
Secondo il teorico egiziano la causa della
decadenza del mondo musulmano era da attribuire all’Occidente, ampiamente
inteso, il quale aveva contagiato con i semi dell’ignoranza e della materialità
le popolazioni e i governi arabi.
Per
contrastare tale contagio, secondo “Qutb”, era necessario intraprendere una
“jihad “che fosse rivolta alla difesa dei principi e della religione islamica,
attraverso la ri-costituzione di uno Stato islamico riconducibile a quello
esistente quando Maometto si trovava a Medina e a quello che seguì durante il
periodo dei quattro califfi denominati Rashida, ossia “i ben guidati”.
Uno
Stato islamico dove la sovranità di Dio regna come principio imperativo e, in
quanto Dio unico legislatore, gli uomini devono attenersi alla lettera a quanto
da lui stabilito poiché non legittimati a superare la sua parola attraverso
anche solo l’interpretazione.
Da qui
l’adesione alla scuola giuridica più rigida presente nel mondo musulmano, ossia
quella “hanbalita,” che prevede appunto il rigoroso rispetto dei precetti
letterali del “Corano”, della “sunna” e di conseguenza della “sharia”.
Da
quando il terrorismo islamico si è manifestato chiaramente, si sono
fronteggiate due diverse strategie di pratica estrinsecazione della Jihad:
la
prima, oggi radicata soprattutto nel Medioriente, finalizzata la conquista
l’Islam territorio per territorio;
la
seconda, invece, tesa a condurre la strategia del terrore direttamente in
Occidente e nei paesi islamici cosiddetti moderati.
Da
ultimo, volendo ricostruire gli ultimi clamorosi episodi con un sottile filo
rosso, possiamo affermare che la “Jihad” è divenuta una” lotta di religione”,
che uccide e fa stragi manifestandosi chiaramente come guerra a qualsivoglia
fede alternativa a quella islamica.
L’analista
dovrebbe chiedersi il perché di questa metamorfosi e dell’escalation degli
attentati.
Noi
possiamo limitarci, per quanto di nostra conoscenza, a fornire una chiave di
lettura, che consente a chi chiamato a decidere e determinare, una possibile
visione alternativa di quanto sta accadendo.
L’origine
dell’”escalation” sta, a nostro avviso, nella perdita di territorio e nel
tramonto del califfato, rispetto al suo momento di massima espansione.
Come
noto, l’Iraq, paese a maggioranza sciita con una storia recente complicata e
violenta, era stato conquistato per una buona parte del suo territorio, da uno
dei gruppi islamici sunniti più estremisti, lo” Stato Islamico dell’Iraq e del
Levante”, noto anche con la sigla “Isis”.
Suddetta
organizzazione combatte anche su di un altro fronte, cioè nella guerra civile
siriana, contro la fazione che fa capo al “presidente sciita “Bashar al Assad “da
più di due anni e si autoproclama come “Stato” e non come “gruppo”
terroristico.
Si
tratta di un vero e proprio esercito di terroristi che usa metodi talmente
violenti, che, per assurdo, anche “al Qaida”, di recente, se ne è distanziata.
Ha
conquistato, nel suo momento di massima espansione, un territorio esteso
approssimativamente come il Belgio, che amministrava in autonomia, ricavando
dalle sue risorse il danaro utile alla guerra definita “santa”.
Il
fenomeno geopolitico in argomento forse non è stato tenuto sotto costante
controllo dall’Occidente.
Oggi,
le importantissime conquiste territoriali che hanno strappato all’”Isis” larghe
fette del territorio precedentemente occupato, sono forse alla base
dell’escalation degli attentati compiuti nei paesi occidentali, chiaramente
finalizzati a generare una vera e propria polarizzazione tra religioni.
Per
assurdo, questo è il vero scopo perseguito dall’Isis in detta frase:
acuire
il carattere religioso del conflitto a capitoli per attirare sempre maggiori
addetti alla “Santa causa”, provocando reazioni e rappresaglie in grado di far
crescere il malcontento e sentimenti di contrasto anche nell’Islam moderato.
Ad una
simile conclusione perveniamo alla luce di alcuni dati inoppugnabili.
L’”Isis”
teorizza una guerra totale anche interna all’Islam, oltre che contro
l’Occidente;
in
Iraq mira a sovvertire il Governo del primo ministro sciita iracheno Nuri
al-Maliki.
Per
meglio comprendere la storia dell’Isis, è necessario discorrere di tre
personaggi che hanno segnato negativamente il recente passato della storia
dell’umanità:
Osama Bin Laden, uomo di origine saudita fondatore e
capo di al Qaida;
Ayman
al-Zawahiri,
medico egiziano, che ha preso il posto di Bin Laden dopo la sua morte ad
Abbottabad, in Pakistan, il 2 maggio 2011;
Abu
Musab al-Zarqawi, fin dai tempi della guerra tra afghani e sovietici rivale di Bin Laden
all’interno del movimento dei mujaheddin, e poi anche di “al Qaida”.
Nel
2000 Zarqawi decise di scindersi da Osama Bin Laden e fondare un suo movimento
con scopi distinti da quelli di al Qaida:
l’obiettivo
era quello di creare un califfato islamico esclusivamente sunnita, conducendo una campagna di
attentati continui e costanti a siti turistici e centri economici anche di
stati musulmani moderati, per creare una rete di “regioni della violenza”, in
cui le forze statali si ritirassero sfinite dagli attacchi e in cui la popolazione
locale si sottomettesse alle forze islamiste occupanti.
Nel
2006 Zarqawi venne ucciso da una bomba americana e sostituito dal mullah Abu
Omar al-Baghdadi (ucciso a sua volta nel 2010 e sostituito da tale Abu Bakr al-Baghdadi).
Il
generale statunitense Petraeus, indebolì di molto le fila di al Baghdadi
proprio mediante la collaborazione con le tribù sunnite locali, che mal
sopportavano l’estremismo dei terroristi. La storia, pertanto, insegna tre cose
fondamentali: l’”Isis” oltre che contro l’Occidente, si pone in contrasto armato e
sanguinario anche nei confronti di buona parte dell’Islam; quando il mondo
unito fa leva sull’”Islam moderato”, che rappresenta, peraltro, la stragrande
maggioranza dei seguaci del Corano, il terreno di coltura del terrorismo
di matrice religiosa si sfalda e con esso la minaccia di attentati.
Le
parole odierne di Papa Francesco confermano la bontà dell’assunto:
È assolutamente sbagliato discorrere di lotta
di religione.
La guerra è alla libertà, e più che
polarizzare, deve unire i moderati ed isolare i facinorosi estremisti,
consentendo, per tale via, una svolta nelle strategie di prevenzione e
contrasto.
E non
è un caso che fiocchino oggi le prese di distanza e le dichiarazioni di
numerosi” imam”, che indicano le azioni terroristiche in atto come del tutto
estranee alla dottrina della fede islamica.
Nella
massima forma di manifestazione della sua efferatezza, l’estremismo terrorista
islamico mostra il proprio tallone d’Achille, unendo cattolici e islamici
moderati.
In detto quadro è fertile il terreno per
mantenere il livello di reazione sul piano del diritto, prevedendosi misure
speciali e anche straordinarie nei confronti dei terroristi, secondo la
dottrina del diritto penale del nemico.
Senza
però indulgere ad errate ricostruzioni dogmatiche senza reazioni inconsulte sul
piano degli indirizzi politici, sull’onda dell’emotività.
Fondamentalismo
e terrorismo islamico.
It.gariwo.net
– Gabriele Nissim – Presidente della Fondazione foresta dei giusti – 2026 a Milano
- Redazione Gariwo.net – ci dice:
Il
terrorismo islamico è un fenomeno criminale che, negli ultimi anni, ha
intensificato la sua attività̀ portando a termine degli attacchi molto cruenti
e di grande impatto mediatico.
Esso ha quasi un secolo di vita – il primo
movimento che ha teorizzato l’uso della violenza per ripristinare lo stile di
vita fondamentalista e ortodosso dei primi credenti islamici, infatti, è stato
quello dei “Fratelli Musulmani” fondato nel 1928 in Egitto.
Successivamente,
esso si è fortemente “legato” a lotte di liberazione come le rivendicazioni
territoriali palestinesi e la Rivoluzione iraniana, ma è stato a seguito della
guerra russo-afghana che ha acquisito una veste globale e avversa
all’Occidente.
Al-Qaeda
e l’ISIS, le ultime organizzazioni terroristiche che si dichiarano di matrice
islamica in ordine di tempo, con i loro sanguinosi attacchi, hanno reso
manifesti al mondo gli obiettivi antimoderni del fondamentalismo e,
soprattutto, i mezzi crudeli e sanguinari per conseguirli.
I loro attacchi hanno colpito e continuano a
colpire le zone di guerra in Medio Oriente e in Africa, ma anche le metropoli
occidentali, seminando distruzione e morte.
L’ideologia
dello Stato Islamico: tra wahhabismo e salafismo.
Isis,
le origini del Califfato.
Nel
giugno 2014 l’ISIS proclamò la restaurazione del Califfato islamico, incuneato
fra Iraq e Siria.
Si
tratta dell’atto conclusivo di un processo iniziato con la ribellione al
governo iracheno di una parte dei gradi superiori dell’esercito a seguito
dell’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti.
La
crisi politica e morale delle vecchie classi dirigenti in Iraq e Siria produsse
un fenomeno di radicalizzazione dei ceti sociali che si sentivano estromessi
dal potere.
Gruppi
sempre più numerosi si avvicinarono e alla fine abbracciarono ideologie
religiose di stampo integralista e fondamentalista, quali il salafismo, il
wahhabismo, il jihadismo e il panislamismo.
Nel 2013 lo Stato Islamico dell'Iraq proclamò
unilateralmente la propria unificazione con la branca siriana di Al-Qaeda, che
aveva conquistato una parte del territorio siriano nell'ambito della guerra
civile contro il governo di Bashar al-Asad.
In
seguito a questo annuncio il gruppo, scelta come propria capitale la città
siriana di Raqqa, cambiò nome in “Stato Islamico dell'Iraq e della Siria”
(ISIS).
L’Islam
distorto dall’ideologia.
L’ideologia
dell’autoproclamato Stato islamico si riconduce essenzialmente alle dottrine
del salafismo, del wahhabismo e del panislamismo.
Definito
nelle maniere più diverse - "ortodosso",
"ultraconservatore", "austero" - il wahhabismo costituisce
una forma estremamente rigida di “Islam sunnita”, che insiste su
un'interpretazione letterale del Corano.
I wahhabiti credono che tutti coloro che non
praticano l'Islam secondo le modalità da essi indicate siano pagani e nemici
dell'Islam.
I suoi
critici affermano però che la rigidità wahhabita ha portato a
un'interpretazione rigorista dell'Islam, ricordando come dalla loro linea di
pensiero siano scaturiti personaggi come Osama bin Laden e i talebani.
Il
salafismo è una corrente di pensiero che risale al medioevo con caratteri di
apertura e riformismo.
I primi segnali evidenti e ufficiali del mutamento
ideologico e strategico del salafismo, da movimento "riformista" e
tollerante a movimento "fondamentalista" e marcatamente ostile alla
modernità, si possono forse riscontrare in Tunisia, verso gli anni Trenta del
XX secolo.
La
battaglia culturale contro il fondamentalismo.
Fu in
quel contesto che il salafismo venne permeato da uno spirito wahhabita che,
facendo piazza pulita del millenario retaggio culturale islamico, mise
l’accento contro i “vizi” importati dall’Occidente e sulla necessità di
decretare l’ostracismo contro le missioni cristiane e le loro attività di
proselitismo.
In
Egitto, la trasformazione del salafismo avvenne nello stesso periodo, con
l'avvento della cosiddetta “Neo-Salafia.”
Nascono infatti diverse organizzazioni, fra
cui la Fratellanza Musulmana, che non si rivolgono più a minoranze colte e
"illuminate" (in qualche modo sensibili alla cultura occidentale) ma
alle masse più incolte, impegnandosi in una profonda e capillare opera di
"richiamo" all'Islam, cioè di riavvicinamento alla fede e alle
pratiche canoniche dell'Islam, inteso in senso anti-intellettualistico e
conservatore; una visione praticamente opposta a quella del movimento delle
origini.
I
“Foreign Fighters.”
Quando
si parla di ISIS e Stato Islamico non si può fare a meno di nominare i Foreign
Fighters, letteralmente "combattenti stranieri”:
sono
coloro che, pur non appartenendo geograficamente ai Paesi nei quali è nato il
Califfato, decidono di affiliarsi allo Stato Islamico abbracciandone ideologie
e metodi di combattimento a promessa di una vita migliore in uno Stato che
garantisce giustizia sociale e benessere.
Come
nasce un jihadista.
È
molto difficile fare un ritratto univoco delle persone che decidono di
affiliarsi allo Stato Islamico, tanto è varia la loro provenienza:
i
Foreign Fighters provengono sia dagli strati più bassi della società che da
famiglie benestanti, i loro livelli di istruzione sono diversi e l'arruolamento
avviene sia tra musulmani (di prima, seconda o terza generazione che vivono in
Occidente) che tra i cosiddetti "convertiti dell'ultimo minuto".
Ma
cosa accomuna tutte queste persone?
Perché
decidono di arruolarsi per combattere una guerra che non è la loro?
Probabilmente trovano nell'ISIS un'ideologia forte, un motivo per cui
combattere, nonché la prospettiva di una nuova vita in cui possano affermarsi
anche dal punto di vista personale.
Essi
si identificano con la “Jihad”, spesso per dare un senso alla propria
esistenza: dall'Europa (e non solo) partono per l'addestramento in Medio
Oriente per poi far ritorno e, spesso, colpire il mondo dal quale provengono.
Il “Jihad”,
quindi, diventa per i Foreign Fighters una ragione di vita, tanto da portare ad
un’identificazione in principi per i quali si è disposti a sacrificare la
propria vita.
Foreign
Fighters, responsabilità europea.
Attualmente
risulta molto difficile controllare il fenomeno, soprattutto perché l'opera di
proselitismo non avviene solo nei luoghi fisici.
La
propaganda si fa anche e soprattutto sul web, e in modo costante.
Stando
alle ultime stime, si pensa che i Foreign Fighters siano circa 20000 e di
provenienza molto varia.
I luoghi di provenienza sono non solo
Nordafrica e Medio Oriente, ma anche Europa e Russia.
La
fine dell’utopia jihadista dell’ISIS, dopo la caduta di Raqqa, Mosul e Deir
el-Zor, ha comportato tuttavia un’altra insidia, molto pericolosa per l’Europa:
quella dei Foreign Fighters di ritorno.
Molti
sono stati incarcerati e finiti sotto processo, mentre altri sono stati
inseriti in programmi di riabilitazione e reinserimento.
Il
nuovo jihadismo europeo.
Il “Soufan
Center” ha individuato almeno cinque diverse categorie di “returnees”:
quelli
che sono rientrati presto o dopo una breve permanenza, prima che iniziasse a
perdere terreno;
quelli rientrati dopo, ma disillusi a causa
dei comportamenti sempre più brutali;
quelli
che hanno utilizzato le tattiche ISIS per intraprendere nuove battaglie;
quelli
costretti a lasciare il Califfato o catturati;
quelli spediti a combattere in altri scenari,
come ad esempio le cellule create per compiere attacchi fuori dai confini
(Parigi o Bruxelles).
Solo
pochi di loro farebbero però parte di cellule attive.
Perché
l’Islam non è il nemico.
Riconoscere
la pluralità per
fermare
la paura.
Ispionline.it
– (4 settembre 2017) – Marco Arnaboldi -Analista – Redazione – ci dice:
“Amir al-Umaro”
significa il comandante dei comandanti, o più semplicemente il comandante
supremo: è la formula con cui veniva definito l’uomo più potente dell’Impero
musulmano alla fine del primo millennio.
Era un
periodo di forte frammentazione politica, a guidare le redini della corte
imperiale l’avventuriero militare di turno, colui che riusciva a imporsi sul
resto della casta […]
Commentario:
Medio Oriente e Nord Africa.
Amir
al-Umaro significa il comandante dei comandanti, o più semplicemente il comandante
supremo: è la formula con cui veniva definito l’uomo più potente dell’Impero
musulmano alla fine del primo millennio.
Era un periodo di forte frammentazione
politica, a guidare le redini della corte imperiale l’avventuriero militare di
turno, colui che riusciva a imporsi sul resto della casta e dei notabili delle
dinastie locali.
Vi era
un tempo in cui le civiltà semitiche non conoscevano estremismo neppure a
livello grammaticale, la forma superlativa espressa dalla subordinazione della
pluralità verso un singolo.
Modello
dei modelli, quello dell’Amir al-Umaro è sopravvissuto sino ad oggi e ci aiuta
a comprendere il tentativo dello Stato Islamico di emergere non solo dal resto
della scena jihadista transnazionale, ma di divenire la voce solista nel coro
dell’Islam contemporaneo.
Esistono
gruppi armati e idee armate.
Fra le
seconde è la finzione jihadista di negare l’esistenza di pluralismo nel Medio
Oriente, di (ri-)attivare una identità religiosa per lo più fittizia nel
tentativo di amalgamare tradizioni islamiche assai diverse fra loro.
Campione
di questa narrazione è lo Stato Islamico, che la concretizza tramite la
delegittimazione di pratiche ad esso estranee e il tentativo di annientare il
consenso musulmano verso altre organizzazioni, in primo luogo i rivali
qaidisti.
Per intenderci, se dovesse scegliere una frase
di presentazione, Abu Bakr al-Baghdadi non direbbe mai “morte ai miscredenti”,
ma “noi siamo l’Islam, rappresentiamo la Sunna (tradizione)”.
Paradossalmente,
accade in questi giorni che una buona fetta di opinione pubblica e, in maniera
più allarmante, di pensatori e politici, si schieri contro lo Stato Islamico
pur sposandone la retorica.
Infatti è ormai facile sentir dire che il
nemico è l’Islam, parole un tempo smistate fra intimi sussurri, oggi
pronunciate con arroganza di verità celata.
Eguagliare
Islam e jihadismo è non solo operazione per lo più errata, ma nella maggior
parte dei casi dannosa.
Significa
ampliare all’intero spettro storico dell’Islam il campo di esistenza
dell’identità fra i due termini, mossa che combacia con il nichilismo
confessionale dello Stato Islamico.
In parole semplici, ricondurre le recenti
azioni terroristiche all’Islam tout court è un autogol clamoroso perché
significa confermare la pretesa di rappresentanza universale dello Stato
Islamico (e,
in maniera minore, di altri gruppi simili).
Chiaramente,
non si tratta qui di” fare buonismo”
e spiegare che invece esistono i musulmani
perbene, né di illustrare come migliaia di loro contribuiscano al fabbisogno
economico e demografico d’Europa.
È
evidente che il tempo dei grafici, degli intellettuali e dei distinguo è
passato: l’idea che l’Islam abbia in sé una
componente innata di violenza ed estremismo ha purtroppo travalicato anche gli
studi e i pareri più convincenti.
È del
resto complicato opporsi alla tendenza.
Porre
la questione della delegittimazione dello Stato Islamico come dell’Islam
radicale sul piano dottrinale è inutile.
Non
per superiorità dei primi, ma per l’assenza di una figura in grado di decretare
il vincitore della disputa.
Del tutto fuori luogo poi la proposta di far
scomunicare gli estremisti agli esponenti dell’Islam moderato:
un’arma, quella della dichiarazione di
miscredenza, utilizzata proprio dagli stessi militanti e con rischio di
ripercussioni disastrose.
In
maniera analoga, affrontare la questione dal punto di vista ideologico non
consente di raggiungere il piano dell’oggettività:
anzi,
ricondurre la lotta allo Stato Islamico all’ideologica significa abbassarsi a
discutere con lo stesso registro, e quindi riconoscere la forma dell’argomento
nemico.
Dimostrare
come lo Stato Islamico non possa essere rappresentativo dell’Islam, per
delegittimarlo in maniera consistente, è impossibile e probabilmente fuori
luogo.
Tuttavia, lo si può arginare dal mainstream
islamico molto più di quanto non sia stato fatto e tale operazione non può che
passare dall’uso di dati di fatto inequivocabili:
l’affermazione empirica della varietà e della
variabilità interna al mondo islamico. I suoi destinatari sono tanto gli
estremisti quanto i persuasi dall’equazione “Islam uguale problema”.
Si
tratta di valorizzare ed evidenziare il pluralismo delle pratiche confessionali
islamiche, sottolineando come tutte abbiano elaborato forme teologiche che le
pongono al centro della rivelazione, i loro modelli comportamentali resi
coerenti con la sunna.
La complessità interna del mondo islamico,
spesso letta come un fattore di entropia e di animosità, deve diventare una
risorsa.
Si
intenda bene:
non è
qualitativamente (e quindi dottrinalmente) che la pluralità trova i suoi
argomenti migliori, ma quantitativamente.
Dare
uguale voce e spazio alle diversità significa riequilibrare le occasioni di
rappresentanza e riempire quel vuoto istituzionale spesso vampirizzato dai
gruppi estremisti.
È
dunque necessario dar conto delle innumerevoli interpretazioni religiose
scaturite nel tempo per spiegare l’imprecisione ontologica della parola Islam
quando preceduta dall’articolo “il”.
L’Islam
non può essere il nemico in quanto il vocabolo non fa riferimento ad alcuna
realtà monistica.
Combattere
la narrativa jihadista (anche quando da noi inconsciamente sostenuta) non vuol dire solo chiamare musulmani
gli appartenenti alle più svariate comunità non tradizionali, ma anche dar
risalto agli scontri interni al panorama salafita. Storicamente, è possibile affermare
che buona parte delle congregazioni cosiddette eterodosse è nata con intenti
sovversivi e ha subito nel tempo un processo di moderazione dottrinale.
L’esperienza storica offerta dall’evoluzione
di gruppi quali gli Ismailiti e gli Ibaditi è un bene strategico per la lotta
al radicalismo anche e soprattutto in considerazione del loro precedente
carattere estremista, che ha progressivamente lasciato spazio a una visione
cosmopolita e aperta alla coesistenza confessionale.
Il
teatro naturale per la realizzazione del progetto è l’Europa, non fosse altro
che per motivi geopolitici che ne ostacolano l’attuazione nei paesi
arabo-islamici.
Il nascente Islam europeo dovrà essere
inclusivo e plurale, conscio ma non timoroso della sua complessità.
Importante sarà anche indirizzare i giusti
input governativi nel potenziamento e nell’istituzionalizzazione dei gruppi
confessionali, nel promuovere attività formative in cui è esaltata la
multidimensionalità religiosa.
(Marco
Arnaboldi, analista freelance e collaboratore ISPI).
Da al
Azhar a Hamas. Quell’islam
sordo
agli appelli del Papa
contro
l’estremismo.
Ilfoglio.it
– Edicola Digitale - Luca Gambardella – Maurizio Crippa – Antonio Gurrado –
Giulio Meotti - (22 aprile 2025) – Redazione – ci dicono:
I
viaggi storici di Francesco in medio oriente, gli incontri con l'ayatollah
sciita al Sistani e con Tayeb, leader del mondo sunnita.
Le condoglianze dei terroristi di Gaza.
Immagine
di da “al Azhar a Hamas”.
Quell’islam
sordo agli appelli del Papa contro l’estremismo.
Fu
dalla culla delle fedi abramitiche, dove fu inventata la ruota e prese forma il
codice di Hammurabi, vicino alle rovine dello ziggurat dell’antica città di Hur
che Papa Francesco rivolse il suo ringraziamento più sentito al popolo
iracheno, uscito vittorioso sull’estremismo dello Stato islamico appena
cacciato da Mosul.
“Vengo come un pellegrino di pace, in cerca di
fratellanza e riconciliazione dopo anni di guerra e terrorismo. Sembra di
tornare a casa”, disse il Pontefice dal deserto aperto, 300 chilometri a sud di
Baghdad.
Lo storico viaggio del 2021, il primo di un
Pontefice in Iraq, fu un’esplorazione alle radici del cristianesimo, lì dove
visse Abramo.
“Gli
esseri umani sono o fratelli per religione o uguali per creazione”, gli disse
l’ayatollah al Sistani in un incontro fortemente voluto da Papa Francesco nella
città santa di Najaf con la massima autorità religiosa dell’islam sciita in
Iraq.
Ma al
di là dei simbolismi, gli appelli del Papa al dialogo interreligioso –
estremismo e violenza sono “il tradimento delle religioni”, disse – rimasero in
parte inascoltati.
La
comunità cristiana irachena, rimasta ai margini della scena politica e messa
sotto il ricatto dei Guardiani della rivoluzione islamica dell’Iran, resta in
balia di discriminazioni e minacce.
Quando
il Papa rivelò nella sua autobiografia di essere stato vittima di due attentati
terroristici sventati dalle forze di sicurezza durante il suo viaggio in Iraq,
la leadership di Baghdad, imbarazzata, si affrettò a smentirlo.
Francesco,
un Papa dritto al cuore di chi non ha ancora perso il suo cuore.
“Non
fatevi beffe” della fede semplice.
Un
Papa per chi non sa più chi era Gesù.
La
profezia di una canzone di Tricarico, il ritorno all’abc del cristianesimo, la
fede del popolo.
E
tutto il resto non è importante
(Maurizio
Crippa).
Oggi
il mondo islamico, a cui Francesco ha sempre guardato con grandi aspettative,
ha espresso il proprio cordoglio per la morte del Papa.
Se lo sciita Sistani ha parlato di “profonda
tristezza”, dal Cairo Ahmad al Tayeb, il grande imam dell’Università di al
Azhar e punto di riferimento dell’islam sunnita, ha ricordato il Pontefice “al
servizio dell’umanità, difensore degli oppressi e sostenitore del dialogo
interreligioso e interculturale”.
E
questo nonostante Tayeb si sia sempre rivelato come una figura controversa.
Commemorando l’uccisione del leader di Hamas Yahya
Sminar, lo scorso ottobre, l’imam di al Azhar non esitò a condannare Israele e
a definire i terroristi di Gaza “eroi” e “combattenti della resistenza che
hanno difeso la causa di arabi e musulmani”.
L'ultimo
esempio di Papa Francesco.
Il
Pontefice ci ha lasciato un ammonimento muto che riecheggia la "parabola
delle mine" nel Vangelo di Luca:
non
conta quanto a lungo stringiamo la nostra vita, se la teniamo chiusa in un
fazzoletto
(Antonio
Gurrado)
Gli
appelli per la fine di ogni estremismo e gli incontri epocali con i grandi
leader del mondo musulmano sono usciti ridimensionati dalla storia recente.
Nel
2019, Francesco e Tayeb si incontrarono negli Emirati Arabi Uniti, ad Abu
Dhabi, in un altro vertice storico.
Il primo Papa a mettere piede nella “terra di
Maometto”, la penisola arabica (tornerà tre anni dopo in Bahrein), firmò un
documento dalle enormi aspettative. Dedicata alla “Fratellanza umana”, la
dichiarazione firmata insieme a Tayeb fu accolta come la pietra miliare di una
relazione nuova tra islam e cristianesimo. Sull’isola di Saadat, fu inaugurato
in quella occasione la Casa della famiglia abramitica, che ospita una chiesa,
una moschea e una sinagoga come simboli del dialogo interreligioso e della
coesistenza pacifica tra cristiani, ebrei e musulmani. Per Francesco, non si
trattava solamente di simboli, ma di occasioni concrete per riconnettere mondi
in guerra.
Assassinato
l’iracheno che bruciava il Corano. Il premier svedese: “Potenze straniere
coinvolte”.
La sua
provocazione aveva diviso l'opinione pubblica di diversi paesi.
E,
dopo la notizia, il tribunale distrettuale di Stoccolma ha annunciato la
sospensione del processo a suo carico.
(Giulio
Meotti)
La
difesa dei cristiani in medio oriente fu al cuore dei suoi sforzi.
“Caro
fratello”, fu l’incipit di una lettera inviata a Sistani due anni dopo
l’incontro di Najaf per chiedergli di intercedere con le autorità irachene
affinché si costruisse “una cultura basata sulla giustizia, la pace, promuovendo le
azioni politiche che proteggono i diritti fondamentali di ognuno”.
Alla
benedizione Urbi et orbi di domenica, il Papa aveva ricordato Gaza e gli orrori
della guerra, ma anche i bambini coinvolti nelle guerre in Yemen, Libano e
Sudan. Parole che nel giro di poche ore sono rimaste vittime di un triste
cortocircuito quando ieri è arrivato il cordoglio di Hamas per la morte del
Pontefice:
“Papa Francesco era un fermo difensore dei
diritti legittimi del popolo palestinese – ha detto Bassey Naim, uno dei
leader dei terroristi – in particolare nella sua ferma posizione contro la guerra e
gli atti di genocidio perpetrati contro il nostro popolo a Gaza”.
(Luca
Gambardella).
1 – La
nascita degli opposti estremismi.
Fondazioneperini.org
– Carlo Perini è deceduto nel 1952 -La Fondazione è nata nel 2003 –
La
Redazione – ci dice:
L’eversione
di destra e l’eversione di sinistra.
La
cronistoria degli “anni di piombo in Italia”, si concentra dal 1969 al 1984,
alla quale va aggiunto lo strascico terroristico di questi ultimi 15 anni, con
i caduti negli attentati del residuo neoterrorismo brigatista.
Nel solo 1979, anno di massima espansione del
terrorismo in Italia, si registrarono 2.200 attentati, firmati da 215 sigle di
sinistra e 55 di destra, con 22 morti e 149 feriti.
Milano,
Torino, Genova, Padova, Venezia, Firenze, Roma e Napoli furono l’epicentro di
quella sconvolgente stagione eversiva, iniziata con la “strage di piazza
Fontana a Milano” del 12 dicembre 1969 e la conseguente strategia stragista.
I
morti per atti di terrorismo ad opera delle brigate rosse sono stati 180 (11
magistrati, 59 civili, 110 delle Forze dell’Ordine e Forze Armate).
47 sono gli uccisi per atti di violenza o
scontro politico:
26
giovani di sinistra sono stati assassinati da militanti di destra e 21 i morti
di destra uccisi da militanti di sinistra.
La sola città di Milano, durante il periodo
della strategia della tensione e degli opposti estremismi, ne contò ben 18.
Le
vittime per stragi, a partire da quella di Portella della Ginestra a quelle di
Fiumicino e di Ustica, ammontano a 310, alle quali vanno aggiunte le 68 vittime
delle guerre in Iraq e Afghanistan e le 33 vittime civili uccise, in attentati
nei diversi Paesi del mondo, dal terrorismo fondamentalista islamico.
I morti i per atti di terrorismo e di strage
di tale matrice, durante gli anni di piombo, 1969-1987, furono 489 e i feriti
1.351 che, compresi quelli per atti di scontri politici, furono 5.550.
Gli
attentati compiuti per atti di violenza politica ammontano a ben 15.000 dei
quali 14.591 compiuti dal 1969 al 1987, secondo i dati del ministero
dell’Interno. Gli italiani caduti nella guerra in Iraq sono 39, dei quali 32
militari uccisi in azione di attacchi, attentati o incidenti e 7 civili, fra i
quali il funzionario Nicola Lipari.
Ben 19
sono stati i caduti in Iraq nella I strage di Nassiriya, 4 nella II strage e 1
nel terzo attentato.
In Afghanistan i militari caduti, in attentati
e incidenti vari, sono stati 22, ai quali si aggiunge la vittima civile, Maria
Grazia Cutuli, giornalista del Corriere della Sera.
Aggiornando il quadro complessivo delle
vittime di terrorismo e di stragi di tale matrice interno e internazionale
(comprese le vittime civili del terrorismo islamico e i caduti in Iraq e
Afghanistan) se ne contano ben 547, escludendo i caduti civili e quelli del
dovere per mafia e per criminalità organizzata.
a) il
manuale delle guardie nere:
lo
stragismo e gli obbiettivi mirati dei Nard, Ordine Nuovo e Avanguardia
Nazionale.
Il
terrorismo nero o fascista non è frutto di un fenomeno a dispetto o di odio
contro la società dalla quale si sente isolato. Essa si pone in contesti
eversivi all’interno dei quali sono riconducibili le attività stragiste.
L’eversione
nera si è mossa nella logica di favorire un cambiamento a destra del quadro
politico e istituzionale, auspicando svolte involutive, antidemocratiche,
autoritarie o di blocco d’ordine.
Gli
anni ’70 furono l’epoca in cui nel Paese imperversavano i tentativi golpisti
dell’estrema destra pilotati da uomini dei servizi segreti deviati, mentre
numerosi gruppi neofascisti assoldavano squadre di picchiatori e si radunavano
in cellule eversive bene organizzate per compiere stragi.
Tale
triste periodo vide in auge il “manuale delle guardie nere”, che insegnava che
la violenza non è un capriccio, ma una necessità chirurgica, e addirittura una
virtù. Una dolorosa necessità, profondamente morale, per la disinfestazione
materiale dei comunisti e si espresse nella lucida follia di odio e di
terrorismo politico sfociato nello stragismo rimasto, sostanzialmente,
impunito.
La
storia armata del neofascismo costituisce tuttora l’orribile e ancora impunita
stagione stragista da piazza Fontana di quel 12 dicembre 1969 sino alle stragi
sui treni.
La destra storica eversiva si richiamava alla
“disintegrazione del sistema”, propugnata dal terrorista Franco Freda,
l’editore condannato per 21 dei 22 attentati del 1969.
Lo stragismo ha goduto di un’oscurità totale
dei mandanti e degli autori, a causa anche di impenetrabili depistaggi
storiografi ci e fallimenti giudiziari.
Per
quanto riguarda i gruppi dell’eversione di destra molto noti erano i giovani
neofascisti lombardi del gruppo “La Fenice” guidati da Giancarlo Rognoni;
quelli
veneti della “Rosa dei Venti”; quelli dei “Nard” di Roma che compirono 33
omicidi ed erano capeggiati da Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Pierluigi
Ciavardini, Mario Tuti, Pierluigi Concutelli (questi due ultimi strangolarono
in carcere Ermanno Buzzi un camerata balordo, che viveva di traffici illeciti);
quelli
di “Ordine Nuovo e Avanguardia nazionale” fondati da Stefano delle Chiaie,
tanto che negli anni ’66-67, c’erano molti contatti fra Avanguardia nazionale e
i filocinesi di sinistra, contro il sistema.
Solo
negli anni successivi i due movimenti, coetanei di destra e di sinistra, si
separarono, perché il potere aveva necessità di accreditare la politica degli
opposti estremismi.
Noto anche era il fronte di intellettuali e
politici di destra Armando Plebe, Giano Accame, Giulio Caradonna, Guido Paglia,
Mario Merlino, Lino Gaglianone ex tesoriere dei Nard e tanti altri militanti
estremisti dei quali sarebbe lungo fare l’elenco e che oggi sono i cattivi
maestri della nuova generazione di estremisti di destra.
Come
si ricorderà, Stefano della Chiaie e Mario Merlino sono archiviati dalla
cronaca come due fra i più grandi eversori della destra estrema.
Il
primo accusato per la strage di piazza Fontana, per la strage della stazione di
Bologna, per il golpe Borghese, per l’omicidio del generale cileno, Leighton,
per conto del dittatore cileno Pinochet.
Il
secondo è stato tre anni in galera, venti nei tribunali, per la strage di
piazza Fontana, in particolare.
Alla
fine, entrambi sempre assolti.
Allo
scrittore Mario Concutelli, si è aggiunto anche Mario Merlino che scrive libri
e da venti anni insegna storia e filosofi a al liceo scientifico “F. D’Assisi”
di Centocelle a Roma;
ha tenuto corsi sulla Repubblica sociale e
sulla guerra civile; ha parlato ai giovani camerati assieme al leader storico
Stefano della Chiaie; che ha avuto un pub a Roma nel quartiere Casilina; ha
gestito una tv privata a Lamezia Terme con “Tele Tirreno”, entrambi chiusi. Ora
lavora per aprire una tv satellitare a Roma.
Illuminante
risulta la vicenda dell’ex terrorista dei “Nard” Pierluigi Bragaglia, noto
esponente dell’eversione di destra, ricercato dal 1982 è catturato solo il 4
luglio del 2008 in Brasile sul litorale di Villabella di San Paolo in Brasile.
Bragaglia,
48 anni e ricercato da 26 anni, è membro di una famiglia facoltosa ed era stato
condannato dalla Corte d’Appello di Roma a 15 anni di carcere per banda armata,
rapina aggravata, sequestro di persona e detenzione e porto abusivo di armi da
guerra.
Dal
2007 la polizia italiana lo aveva individuato proprio in Brasile ed aveva, per
questo, chiesto aiuto alle autorità brasiliane.
Il
terrorista nero arrestato utilizzava un passaporto falso venezuelano ed era
titolare di un piccolo albergo “Chalet do Paolo” ed era proprietario di un
deposito di bevande.
Durante
la perquisizione è stata trovata una pistola nascosta sull’armadio. L’uomo è
stato condotto nel carcere di San Paolo in attesa di estradizione.
“Angelo
Manfrin”, ex terrorista nero di Ordine Nuovo, condannato nel ’90 con Fioravanti
per l’omicidio dei carabinieri Condotto Enea il 5/02/1981 e Maronese Luigi
15/10/1974, hanno assunto gli onori della cronaca come organizzatore del
traffico di droga arrestato con altre 19 trafficanti, il 28 ottobre 2008.
Non
sono le sole “Madonne Pellegrine” di sinistra, ma anche i reduci
dell’estremismo nero che, a distanza di 40 anni, ripercorrono i sentieri della
storia. Mi sono rimasti, perciò vivamente impressi il clima di terrore nella
stagione degli opposti estremismi e lo shock che ebbi non solo in occasione
dell’assalto fascista al Circolo culturale Carlo Perini il 21 giugno del 1971,
ma soprattutto in occasione dell’attentato terroristico di cui sono stato
oggetto ad opera delle brigate rosse il 1° aprile 1980.
b) Il
manuale delle “guardie rosse” e l’eversione della sinistra antagonista.
Il
terrorismo è considerato un crimine ed è dichiarato, dal potere costituito,
come un comportamento illegittimo o eversione contro lo Stato.
Al
contrario i terroristi considerano lo Stato come oppressione e si fanno
portatori di una giustizia primaria da restaurare. Il terrorismo si manifesta,
pertanto, come antistato con la ferocia delle corti marziali, con la
sospensione delle garanzie istituzionali e con l’esercitazione di una giustizia
sommaria e spietata.
I
riferimenti storici del terrorismo li troviamo nelle rivoluzioni francese e bolscevica,
nelle guerre anticolonialiste soprattutto in quella d’Algeria, nella guerra del
Vietnam e nelle guerriglie contro i regimi dittatoriali in Grecia e in America
Latina, che imperversarono dagli anni ’60 agli anni Settanta.
In
Italia la violenza politica è stata una bestia, che si è autoalimentata a
dismisura, occupando la scena e imponendosi, con prepotenza, nella vita
pubblica dal 1969 al 1984. Lo spettro della violenza dominò tale stagione
lancinante di scontro fisico, di sangue, di deliri di annientamento del nemico
politico. L’escalation della violenza, impastata di angoscia e tensione, sfociò
nei gorghi di una deriva cruenta di attentati e di morte.
La
violenza degli anni Settanta, prima teorizzata e poi praticata, disponeva di
una diffusa ideologia, che forniva ai violenti legittimazione e credibilità del
mito della palingenesi rivoluzionaria per abbattere le “Stato borghese” con
tutti i mezzi, ricorrendo ad atti di “giustizia proletaria”.
Vi era
forte il mito della presa violenta del potere, il mito della rivoluzione
coltivata sulla spinta reattiva della strategia della tensione, l’ossessione
del colpo di Stato autoritario, l’idea e il richiamo alla Resistenza e alla
rivoluzione interrotta e tradita, dopo la sanguinosa guerra civile tra fascisti
e antifascisti. La guerra sociale era lo strumento per portare al potere la
classe operaia e contadina e si legittimò la pratica dell’annientamento
politico dell’avversario.
La
radicalizzazione della violenza e dello scontro politico, in una Stato
democratico come l’Italia repubblicana, era destinata alla sconfitta e
all’isolamento da parte delle masse e dei partiti democratici, che scelsero la
legalità costituzionale, contro la barbarie e l’eversione del terrorismo.
L’incandescente
materia del terrorismo può essere ricostruita come fenomenologia delle
mutazioni pisco -patologiche – politiche di gruppi di esaltati, credenti in
un’idea rivoluzionaria contro l’imperialismo americano e contro lo Stato
democratico italiano. Non si tratta di fare un revisionismo storico, ma una
semplice cronaca nera, seguendo la carriera
di
questi facinorosi imprigionati e sconfitti, che avevano una grande voglia di
fare la rivoluzione.
Il
terrorismo rosso in Italia non ha origine da una semplice situazione di
sfruttamento o d’inaccettabilità delle condizioni sociali, ma è portatore di
una analisi storica della realtà politica italiana e di una sua logica
intrinseca attraverso un’ideologia fi deistica e dogmatica, mutuata dai teorici
della lotta armata che elaborarono la presa del potere dopo lo sconvolgimento
del “Movimento del ‘68”, che non fu semplicemente anticamera del terrorismo.
Si
trattava di un coerente disegno di strategia politica che utilizzava
l’antagonismo armato per dare uno scrollone ad un sistema di potere e per
attaccare uomini e simboli dello Stato, che sembrava, a loro giudizio, prossimo
allo sfaldamento.
Si
trattava anche di una sciagurata stagione di odio e di stupidità ideologica,
che ingabbiò i protagonisti in antiquate ideologie rivoluzionarie sino a
rimanerne schiacciati.
Dall’inizio
della lotta armata nel 1974, i terroristi rossi hanno sempre firmato e
rivendicato i loro proditorii attentati, anche quando, si sono macchiati di
comportamenti delittuosi sfociati negli assassini più feroci e innaturali per
captare il consenso delle masse popolari. Al contrario le loro azioni
truculente e sanguinarie suscitarono ripulsa e rigetto da parte non solo della
borghesia, ma anche dello stesso movimento operaio.
Il
quadro della situazione politica italiana si è, di fatto, evoluto in senso
contrario all’ipotesi rivoluzionaria brigatista con la tenuta e il
rafforzamento dello Stato Democratico e, quindi, con la sconfitta degli sbocchi
autoritari di destra e dell’eversione rivoluzionaria di sinistra.
La
strategia brigatista priva, pertanto, di meccanismi di socializzazione e di
consenso, entrò in crisi e portò alla sconfitta la gerarchizzazione del nucleo
storico e condusse al fallimento la lotta armata della seconda e terza
generazione
rivoluzionaria.
Dal
1979, il reclutamento di nuove leve di militanti, nasceva su impulsi
spontaneistici ed emulativi di fragile ideologizzazione.
Tale
arruolamento si è rivelato sempre più simile ad una costituzione di squadroni
della morte di giovani delinquenti e criminali, che si organizzavano per
colpire, semplicemente, inermi obiettivi e facili bersagli civili, piuttosto
che scontrarsi con i rappresentanti del potere.
L’interpretazione
dei fatti, in questa ricostruzione storica, segna il “requiem delle utopie
rivoluzionarie”, che non ammette dignità alle motivazioni o elucubrazioni
storiche addotte dagli ex terroristi per giustificare una stagione di sangue e
una scelta armata, sostanzialmente, criminosi.
c) “Il
libretto di Mao sulla rivoluzione permanente fu il manuale delle guardie
rosse”.
Il
libretto rosso cinese di Mao Tse Tung, diede la stura ad una retorica
rivoluzionaria giovanile, contagiata dalla malattia dei governi comunisti
dell’Europa dell’Est, oppressivi e sanguinari. I gruppi della sinistra
extraparlamentare partirono tutti all’attacco contro il sistema di potere
rappresentato dalla DC e dal PCI.
La
strada del movimento del ’68 era lastricata di utopie, miti rivoluzionari,
settarismo marxista-leninista. Le frange più arrabbiate contro lo strapotere
della Democrazia Cristiana trovarono un collegamento di lotte comuni fra
studenti, lavoratori delle fabbriche, proletari e sottoproletari dei quartieri
delle periferie urbane.
Si
scandivano slogan inneggianti a Mao, a Che Guevara, a Lenin, a Stalin e a Marx
e si organizzavano la guerriglia urbana, le lotte sociali, le autonomie operaie
in fabbrica contro i sindacati tradizionali.
Nell’università
“i cattivi maestri” predicavano la rivoluzione nella politica e nei costumi
sessuali e furono gli anni della contestazione sino al 1974. Ovunque erano
visibili i segni di battaglia: nelle università, nelle scuole medie e
superiori, nelle fabbriche, nei salotti, nei festival cinematografi ci, nei
premi letterari, nelle rassegne d’arte. Nella sola città di Milano si contarono
25 morti per scontri di violenza politica fra fazioni di studenti e forze di
polizia.
I
teorici del “gauchismo extraparlamentare” passarono dallo scontro politico
all’indottrinamento dei giovani all’antagonismo armato, che si trasformò in
lotta sanguinaria, sia pure in modo graduale, passando: dallo scontro di
piazza, alla guerriglia urbana; dagli slogan intimidatori e minacce a
comportamenti aggressivi e violenti con spranghe e catene; dalle rapine ai
furgoni portavalori e alle rapine in banche per autofinanziamento agli espropri
proletari; dagli scioperi dell’affitto e all’occupazioni abusive della case
popolari; dai sequestri di persona, si giunse infine alla lotta armata e
insurrezionale con bombe, attentati e ferimenti. Si alzò il tiro con le
uccisioni mirate.
Gli
anni di piombo, dal 1974 al 1984, furono gli anni della tragedia nazionale e
della notte della Repubblica.
Già
agli inizi degli anni ’70 a Trento, nella Facoltà di Sociologia, decine di
studenti si radunavano attorno a Renato Curcio che, con Mara Cagol e Corrado
Simioni , aveva fondato “Il Collettivo Metropolitano Politico numero uno”,
mentre il gruppo “ L’appartamento” di Alberto Franceschini” aveva costituito il
primo nucleo delle brigate rosse a Reggio Emilia.
Negli
anni successivi si costituì la colonna milanese “Walter Alasia” capeggiata da
Mario Moretti e quella veneta “Fabrizio Pelli” ad opera di Antonio Savasta ed
Emilia Libera e che diede origine alla brigata ospedaliera Fabrizio Pelli, che
morì di leucemia al Policlinico di Milano. La stella a cinque punte del
terrorismo brigatista si diffonde dal 1974 in poi. Siamo di fronte alla pratica
feroce e criminale contro vittime innocenti ed inermi. Fu il terrorismo dei
giovani dai salotti buoni, istruiti, ben vestiti, con genitori e antenati
illustri e con le mani ben curate, che sognavano di “mandare al potere la
classe operaia e contadina e agiva e compiva delitti in nome del popolo”, con
il quale
nulla
avevano da spartire e che si autoesaltavano con la minaccia “Pagherete caro,
pagherete tutto”.
L’album
di famiglia del terrorismo rosso erano la Resistenza e la guerra sociale nella
logica rivoluzionaria, che era mancata in Italia, perché il Partito Comunista
Italiano aveva scelto la legalità democratica.
I
teorici della rivoluzione mancata, motivarono la loro scelta di darsi una
struttura di resistenza armata, ricorrendo alla clandestinità adducendo tre
sostanziali motivi.
Il
primo era quello di ritenere, dopo la strage di piazza Fontana, che in Italia
fossero in atto, negli anni ’70, la strategia stragista e tentativi di golpe
fascisti per portare la dittatura come in Cile, Argentina e Grecia.
Il
secondo i rivoluzionari accusavano Enrico Berlinguer, segretario del più grande
partito comunista occidentale, di avere tradito la Resistenza e lo ritenevano
colpevole di collaborare con la DC di Aldo Moro.
Il
terzo motivo, per la scelta della violenza politica organizzata, era legato
allo scenario internazionale, dove in America Latina e in Grecia ebbero il
sopravvento il regime dei generali e dei colonnelli.
Il
terrorismo dilagò nelle maggiori città italiane: Trento, Padova, Venezia,
Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Pisa, Roma, Napoli. Le stragi
fasciste s’intrecciano con gli attentati delle brigate rosse che sanno
scegliere i loro bersagli: magistrati, politici, giornalisti, economisti,
docenti universitari, poliziotti, carabinieri, guardie carcerarie, dirigenti di
fabbrica, sindacalisti e cittadini comuni.
Tale
strategia del terrore non portò al trionfo della classe operaia o al
cambiamento di regime, ma segnò irrimediabilmente la fine delle conquiste
sociali del mondo del lavoro e di tutto quel popolo progressista del mondo
cattolico e marxista. Le conquiste dei lavoratori furono vanificate e bloccate,
perché il terrorismo recò un danno incalcolabile alla classe operaia, che aveva
lottato per lo “Statuto dei Lavoratori” e per la promozione umana e sociale dei
deboli, degli oppressi e degli sfruttati. Gli opposti estremismi ponevano
l’accento più sulle manifestazioni di piazza, che sulla pericolosità delle
diffuse organizzazioni clandestine.
Il
terrorismo segnò la sconfitta della classe operaia e fu, obiettivamente,
funzionale al disegno strategico di far perdurare l’egemonia di potere della
D.C. e del P.S.I. di Craxi poi.
Il
terrorismo favorì, sostanzialmente ed involontariamente, la sconfitta del
Movimento Operaio nel nostro Paese.
Siamo
di fronte a giovani addottrinati da cattivi maestri, che predicavano violenza e
menzogne ai loro pessimi allievi,
che
scelsero il terrore come metodo di lotta politica.
Né
dimentico che il terrorismo fu anche figlio dell’area dell’autonomia operaia,
che si infiltrò all’interno delle fabbriche, per cui si scoprì che gruppi di
fuoco si annidavano non solo nelle fabbriche delle città operaie Torino,
Milano, Genova, Venezia, ma anche a Padova, Roma, Napoli, Reggio Calabria.
I
Sindacati sottovalutarono il fenomeno brigatista e avvertirono, tardivamente,
il grave pericolo della progressione terroristica. Era infatti diffusa, a
sinistra, la convinzione che esistesse solo un estremismo di destra a
cominciare dal Governo Tambroni, alle minacce di golpe militari, alle stragi.
Gli
effetti della strage di piazza Fontana e della morte dell’anarchico Giuseppe
Pinelli accentuarono il moto di un processo di radicalizzazione violenta
dell’estrema sinistra. Le cause politiche, sociali e culturali del terrorismo
rosso emersero dal 1974 in poi con l’inizio del confronto e del dialogo fra i
due massimi partiti storici dell’epoca la DC e il PCI. Si accusava Enrico
Berlinguer, segretario del più grande partito comunista occidentale, di avere
tradita la Resistenza con la politica del “Compromesso storico prima e della
Solidarietà nazionale poi”.
Il
martirio di Aldo Moro, consentì, al contrario, il trionfo della DC nelle
elezioni politiche del 1979. All’interno del partito di maggioranza politica si
giunse alla resa dei conti.
Nel
1980 la politica di solidarietà nazionale, che si incarnava nella persona del
segretario uscente della DC, Benigno Zaccagnini, fu sconfitta. La vittoria
arrise a quel famigerato “preambolo anticomunista” di Carlo Donat – Cattin, che
portò all’elezione di Flaminio Piccoli come Segretario della DC. L’on. Piccoli
svolse un ruolo importante nella collusione con i brigatisti sequestratori
dell’Assessore preamboli sta Ciro Cirillo, sino a contattare i vertici della
camorra napoletana. Si diede poi vita, con la caduta del governo di
“solidarietà nazionale” presieduto dal “divo” on. Giulio Andreotti e alla
nascita del governo presieduto da Cossiga che durò in carica dal 1979 al 1980.
Nel
1983 e si avviò la lunga era governativa del primo socialista Presidente del
Consiglio dei Ministri on. Bettino Craxi che, con il suo riformismo socialista,
ebbe il grande merito storico di alimentare il fenomeno patologico della
corruzione e delle ruberie politiche in Italia, superando, in maniera
impressionate, la collaudata capacità di malgoverno della Democrazia Cristiana,
madre e maestra di ogni illegalità. Il Governo Craxi durò in carica sino al
1987 ed ebbe l’unico merito politico di inserirsi nell’evoluzione del
socialismo europeo.
Grazie
poi al concorso eversivo del terrorismo rosso e nero, la classe operaia
registrò ulteriori sconfitte e cocenti umiliazioni, a cominciare dal referendum
craxiano sull’abolizione della scala mobile per i lavoratori, che vide
schierarsi, in prima fi la, per tale taglio, il salottiero sindacalista Fausto
Bertinotti, all’epoca amico e sfegatato sostenitore di Bettino Craxi.
In
politica e in economia si affermava arrogantemente la convinta certezza che in
Italia non esisteva una questione morale. L’illegalità imperante aveva sancito
la prassi che ogni ruberia restasse sempre impunita e che fosse legittima la
voracità felina dei partiti.
Da ciò
il discreto delle istituzioni e la delegittimazione dei maggiori partiti
politici, travolti agli inizi degli anni ’90 da “Tangentopoli”.
Oggi
esiste una sostanziale identità fra le vecchie e le nuove b.r., a causa di una
comune matrice ideologica e di un’analoga tendenza a privilegiare i conflitti
del lavoro, come terreno di lotta.
Negli
anni Settanta si chiamava “operaismo armato o lotta del proletariato e
sottoproletariato urbano contro il nemico di classe nelle fabbriche e sui
luoghi di lavoro”.
Ecco
il motivo per cui il terrorismo di sinistra ha scelto i suoi obiettivi fra i
migliori e indifesi ed erano impegnati a migliorare la società, credendo nel
riformismo.
Non ci
fu guerra civile, perché la quasi totalità dei morti era disarmata. Oggi il neo
– brigatismo alligna in settori del pubblico impiego, del terziario, del
precariato, della sinistra radicale e degli anarchici – insurrezionalisti. Il
terrorismo odierno si alimenta, altresì, di una pericolosa concezione
fondamentalista a base religiosa, che identifica il nemico come il “Male
assoluto” da combattere in una guerra totale senza limiti di spazio o di tempo.
L’Italia civile e democratica, unita in tutte le sue componenti, è tuttora
chiamata a sconfiggere il terrorismo e la violenza di destra e di sinistra che
ritornano ciclicamente, come il “male della storia” da condannare ed estirpare
ora e sempre e tutti siamo chiamati a testimoniare in termini di valori e
fedeltà democratica.
d) I
fermenti civili, culturali e politici nel periodo degli opposti estremismi.
La
maturità adulta della mia esperienza di vita non fu altro che ripercorrere
l’impegno di dedizione al Circolo culturale Carlo Perini, che operava in un
clima esasperato di conflittualità politica, nel triste periodo della strategia
della tensione, degli opposti estremismi, della contestazione studentesca e
degli anni di piombo.
La
strada del Movimento del 1968 era lastricata di utopie, di miti rivoluzionari,
di settarismo marxista-leninista.
Il
quartiere di Quarto Oggiaro – Vialba fu scelto come campo di battaglia per la
predicazione e l’applicazione della guerriglia urbana da parte delle frange più
arrabbiate ed eversive della contestazione giovanile, al fine di trovare un
collegamento fra studenti, lavoratori delle fabbriche, proletari e
sottoproletari della periferia milanese. La sede del Centro sociale di via Val
Trompia, ove da circa 15 anni operava il Circolo da me fondato, divenne il
luogo d’incontro e di scontro dei vari collettivi giovanili.
Si
ricordano, tra le miriadi di sigle, alcune come: Comitato Unitario di Base,
Avanguardia operaia, Lotta Continua, Partito Comunista Internazionalista,
Potere e Autonomia operaia, Comitato Agitazione lavoratori studenti, Comitato
antifascista antimperialista, Collettivo autonoma Architettura, Comitato di
Lotta di Ingegneria, Collettivo Antonio Gramsci, Manifesto, Unione Inquilini,
Anarchici insurrezionalisti, Comitato Leninisti, Movimento Studentesco, Lotta
Comunista, Comitato occupanti, Servire il Popolo, Situazione creativa, Partito
Comunista combattenti.
Tante
altre sigle nascevano a livello nazionale come: i nuclei Armati Proletari
datato 1975, Partito Comunista Combattenti, Partito della Guerriglia, Potere
Rosso, Azione Rivoluzionaria, Gruppi Armati Barbagia Rossa, (1977) con Emilia
Libera e Antonio Savasta), Comunisti Organizzati per la Liberazione Proletaria,
Collettivi Potere Operaio, Formazioni Comuniste Combattenti, Movimento
Comunisti Rivoluzionari, nel Lazio (1979), Nucleo Comunisti Territoriali a
Torino (nel 1979), Primi Fuochi di Guerriglia in Campania (1977), Azione
Rivoluzionaria in Toscana (1977), Brigate rosse per la Costruzione del Partito
Comunista Combattente a Roma (1975).
Si
contano poi miriadi di altre sigle poco significative che facevano parte della
galassia rivoluzionaria.
Ogni
volta che la polizia scacciava gli occupanti abusivi dalle case popolari
assegnate ad altre famiglie povere e aventi diritto, la sede di via Val Trompia
diventava il loro rifugio e il loro bivacco.
Nessuno
dei ricchi organizzatori, che manipolavano e plagiavano le famiglie bisognose
di alloggio e che possedevano palazzi e ville, pensarono mai di mettere a
disposizione i loro sontuosi appartamenti per le famiglie sfrattate e per i
senza tetto.
Nelle
Università si predicava la rivoluzione nella politica e nei costumi sessuali.
Furono gli anni della contestazione giovanile, del femminismo e, nel mondo
cattolico, del dissenso ecclesiale e delle “comunità di base”.
Nelle
periferie urbane la lotta si esprimeva attraverso lo sciopero dell’affitto da
parte degli assegnatari di case popolari, l’esproprio proletario, le razzie ai
supermercati, il sei politico che gli insegnanti, cosiddetti “democratici”,
concedevano agli alunni delle scuole elementari, medie inferiori e superiori.
La
scuola non poteva, né doveva bocciare i fi gli dei lavoratori e il sei politico
fu rivendicato anche dai collettivi studenteschi all’interno delle università
con esami di gruppi garantiti dalla promozione.
A
livello ecclesiale, il dissenso si manifestava con le esperienze delle comunità
di base e con l’azione di quegli esponenti cattolici, che s’ispiravano alla
Teologia della Rivoluzione o della Liberazione, alle aperture e al dialogo del
post-Concilio.
A
livello internazionale, il punto di riferimento dei cattolici del dissenso, che
credevano nella legittimità della ribellione contro lo sfruttamento e la
tirannia, fu Camillo Torres, il prete guerrigliero, morto nel 1966, per
difendere i “campesinos” dell’America Latina.
Per i
cattolici democratici o progressisti i punti di riferimento furono Alfred
Ancel, vescovo di Lione e prete operaio ed Helder Camera, vescovo di Recife nel
Nord-Ovest del Brasile; guide carismatiche che, rifiutando la violenza come
strumento di lotta sociale, si facevano interpreti delle istanze di giustizia e
promozione umana avanzate dalla “Chiesa dei Poveri”.
In
Italia fu Don Milani, con la sua famosa “Lettera ad una professoressa”, ad
innescare un processo di contestazione nel mondo della scuola tradizionale, al
fine di rivendicare i diritti all’istruzione e di promuovere metodi didattici
non selettivi e punitivi.
A
Trento decine di studenti della Facoltà di Sociologia si radunavano attorno a
Renato Curcio, che venne anche a Quarto Oggiaro per solidarizzare con il gruppo
degli occupanti abusivi delle case popolari.
Si sa
che Curcio scelse, dopo alcuni anni, miseramente, la strada sanguinosa del
terrorismo e la sua ragazza, Mara Cagol, per proteggergli la fuga, fu uccisa in
un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine.
Nelle
fabbriche i sindacati di base o dell’autonomia operaia si contrapponevano ai
sindacati tradizionali per erodere il potere contrattuale e rivendicare la
supremazia sui lavoratori, ricorrendo ad insulti, minacce, atti intimidatori
prima di sfociare nella scelta terroristica.
Gli
intellettuali si travestivano da studenti o da operai fra rulli di tamburi,
pugni alzati, pifferi latino – americani, striscioni e drappi enormi (immenso
quello di “Servire il Popolo” con quattro gatti al seguito), cortei,
manganelli, passamontagna, sciarpe palestinesi e poi gli immancabili scontri di
piazza, spesso gravi, tra studenti e polizia con il fumo dei candelotti
lacrimogeni e gli scoppi delle bottiglie incendiarie.
Ricordo
che io stesso, involontariamente, mi trovai qualche volta coinvolto in tali
cortei di piazza e assistevo agli scontri, simpatizzando più per gli studenti
che per le forze dell’ordine, che reagivano pesantemente.
I
figli della buona borghesia, abituati a salotti, festini e champagne, si
atteggiavano ad estremisti rivoluzionari e ad amici della classe operaia. Agli
scontri dei giovani di sinistra armati di spranghe, di Stalin (bastone nascosto
sotto l’impermeabile) e di bottiglie molotov seguivano le rituali assemblee, le
discussioni, le accuse, le reciproche recriminazioni fra la stessa galassia dei
gruppuscoli della sinistra extraparlamentare, quasi sempre in concorrenza tra
loro per accaparrarsi la piazza e per prevaricare sulla maggioranza degli
studenti, facendo leva su una retorica che, a forza di predicare la violenza,
finì per praticarla, scegliendo, miseramente, di entrare nella clandestinità
della lotta armata.
Molti
intellettuali e universitari partivano ancora per Parigi in treno, con
biglietti d’aereo o con passaggi in macchina per andare ad assistere ad
assemblee e a cortei dei rivoltosi, sempre più isolati dal popolo.
Andavano
e ritornavano in fretta per ripartire alla volta di Torino, Trento, Milano,
Pisa, Roma dove gli appuntamenti con gli scontri si susseguivano ininterrotti.
La
banda di via Osoppo di Milano, condannata all’ergastolo per gli omicidi
commessi durante le rapine, si riscoprì miracolosamente rivoluzionaria. I tre
banditi – assassini Cavallero, Notarnicola e Romoletto, nelle sedute del
processo, presentarono le loro rapine come atti rivoluzionari di esproprio
proletario e si dichiararono prigionieri politici, come i terroristi.
Burkina
Faso: In fuga
dagli estremisti.
Lavitadelpopolo.it
– Paola Pavan – (22/04/2024) – Estremismo Islamico – Redazione -ci dice:
La gente
è costretta a lasciare quel poco che ha, in cerca di una zona più sicura e
protetta.
Burkina
Faso: In fuga dagli estremisti.
Nella
missione di San dogò, dove sono arrivata alla fine di gennaio, in periferia di
Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, si stanno riversando molte persone che
fuggono dal nord del Paese, a causa della violenza di gruppi estremisti che
seminano distruzione e morte.
Sono più di trecento da noi le famiglie
sfollate.
Alla fine di febbraio alcuni villaggi di
frontiera verso il Mali e la Nigeria sono stati attaccati, mentre la gente era
radunata per la preghiera, circa duecento persone tra cristiani e musulmani
hanno perso la vita.
La gente è costretta a lasciare quel poco che
ha, in cerca di una zona più sicura e protetta.
La periferia di Ouagadougou, con una
popolazione di circa tre milioni di abitanti, si sta popolando, a macchia
d’olio, con la costruzione di piccole case, dove una famiglia trova rifugio.
Una donna, una rifugiata del nord che stiamo
aiutando da un anno per pagare la retta scolastica per due nipotini, molto
dignitosamente è venuta per ringraziare e ha portato un dono in natura, ma si
capiva che aveva un’altra richiesta da fare. L’abbiamo incoraggiata e, con voce
flebile, ci ha detto che quest’anno ci sono altri tre bambini, tre nipotini,
che hanno compiuto sei anni e potrebbero andare a scuola.
Evidentemente, non sono nipotini suoi, ma
figli della grande famiglia del villaggio, che hanno perso il loro padre dopo
che il loro villaggio era stato attaccato dai terroristi;
nel
fuggire, li ha presi con sé per salvarli.
Sapere
che questa donna povera, si è presa cura di questi bambini e che non è venuta a
chiedere per sé, ma per i “suoi figli’’, ci commuove e ci interpella.
C’è,
poi, la gioia di vedere una Chiesa giovane, non solo perché tanti sono giovani,
ma anche per l’intenso lavoro pastorale per l’evangelizzazione.
Sono
ancora tanti i bambini non battezzati che fanno il percorso di catechesi, e
ogni anno alla veglia pasquale si celebrano molti battesimi di adulti.
È
bello, poi, cogliere nelle persone la cura per la propria Chiesa e un forte
senso di comunità.
Questo
è anche frutto delle comunità ecclesiali di base.
Anche nella nostra missione ci sono circa
trenta comunità che si radunano per pregare e per sostenersi nella fede e nella
carità, ogni mercoledì sera.
Mi sto
inserendo progressivamente in questa realtà, nella pastorale della nostra
parrocchia dedicata a Santa Monica e composta di tre chiese.
Sto
cercando di imparare a esprimermi in lingua Moore, molto diffusa in questa
parte centrale del Burkina, di cogliere usi e costumi, di scoprire i valori più
belli e più forti del popolo Burkinabé.
I
dolori e le ferite sono sempre più evidenti, ma una cosa mi colpisce
positivamente: nei saluti, dove sempre ci si chiede “come stai” e “come sta la
tua famiglia”, si conclude con un augurio, una forma di benedizione.
Il
Signore risorto porti a tutti tanta pace:” Dio ci doni pace e salute.”
(Paola Pavan, in missione nella comunità
Villareggia).
L’Islam
non è un problema.
Lo è l’estremismo che travisa
gli ideali religiosi.
Articolo21.org
– (8 Gennaio 2015) - Andrea Cova – Opinioni – Redazione – ci dice:
Sono
passate 24 ore dal vile attacco al “Charlie Hebdo”.
24 ore per riflettere, metabolizzare e tirare
le prime somme.
Le
immagini della sparatoria all’esterno della redazione e l’uccisione del
poliziotto hanno fatto il giro del mondo e indignato chiunque (esclusi alcuni
cretini che si sono complimentati via Twitter per il gesto), ma hanno anche
distratto l’attenzione dalle motivazioni e dalle conseguenze che nelle ore
successive hanno cominciato a palesarsi.
Lo
definirei un “attacco-bavaglio”.
Due
individui, armati come se fossero in guerra, hanno voluto imbavagliare la
libertà d’espressione e di pensiero.
Hanno
voluto punire chi ha fatto satira (una pratica vecchia come il mondo e
necessaria).
Non
vengono dal Medio Oriente, sono cittadini europei, immigrati di seconda
generazione, con passaporto europeo, mossi da ideali deviati e alimentati
da quella stessa politica mediatica di terrore avviata dall’ISIS e che ha animato anche gli
accadimenti in Australia.
Non
penso che sia un attacco organizzato e strutturato direttamente dal Medio
Oriente, credo piuttosto che siano due reduci dell’Iraq (come è stato
appurato), capaci di maneggiare armi da guerra e mettere in piedi un assalto,
non del tutto impeccabile ma che arriva dritto all’obiettivo: uccidere dei giornalisti e lanciare
un monito netto e tagliente.
Questo
è, secondo me, l’aspetto più atroce della vicenda: l’intenzione di voler
imbavagliare la libertà d’espressione, seminare il terrore tra coloro che la
pensano in maniera diversa per impedirgli un futuro di pensiero autonomo e
diffusione senza catene delle proprie idee.
Ancora
un altro aspetto mi preoccupa: il dilagante sentimento di odio e razzismo verso
l’Islam.
Non
condivido il termine “islamista” per inquadrare tali estremisti, ma forse è
l’unico modo per capirci.
Prima delle attuali derive estremiste, “islamista” era
lo studioso della religione islamica, poi è diventato sinonimo di intolleranza.
Come
dicevo, per comodità manteniamo questa accezione.
Va
quindi, necessariamente, operata una netta distinzione tra islamico e
islamista, dove islamico è colui che segue e pratica la religione, che
sicuramente non gli dice di uccidere un “fratello”.
Ormai
si sta facendo di tutto per oscurare queste differenze, accomunare tutti i
musulmani al terrorismo, anche da politici ignoranti che blaterano accuse
ingiustificate!
Allora
riprendiamoci questa distinzione, diffondiamola, facciamo capire a chi non
vuole che l’Islam non è quello che imbraccia le armi o si fa esplodere, non è
quello che fa del male al proprio fratello.
E’
notizia di questi minuti in cui scrivo di granate lanciate contro una moschea a
Le Mans, di esponenti politici italiani che dichiarano “siamo in guerra. L’ Islam
è un problema.”
L’Islam
non è un problema.
Lo è l’estremismo che travisa gli ideali
religiosi. Lo è l’estremismo islamico come quello cattolico. Nessun Dio,
accetterebbe gli estremismi.
Per
cortesia, smettiamola di credere e dire che dietro ogni moschea c’è
un’organizzazione terroristica perché non è così.
I
legami esistenti tra terroristi jihadisti ed estremisti bianchi: dal ruolo di
internet alle reciproche simpatie, fino ad ipotizzare possibili convergenze.
Mediterraneaninsecurity.it
– (10 gennaio 2024) - Laura Quadrella Sanfelice di Monteforte – Redazione – ci
dice:
Introduzione.
Per
decenni ci siamo occupati del terrorismo jihadista, cercando di seguire i
principali gruppi terroristi, capirne struttura, leadership e forme di
finanziamento, analizzandone modalità operative e obiettivi, e cercando, ove
possibile, anche di comprendere il perché delle loro azioni e
dell’impressionante seguito che alcuni di loro hanno avuto (ed hanno) su alcune
popolazioni, e soprattutto su migliaia di giovani che a loro si sono accostati
(e si accostano), oggi soprattutto grazie ad internet, intendendo con tale
generica espressione tanto l’utilizzo del web quanto quello, sempre più
diffuso, dei social network.
Quello
che è stato in parte trascurato, soprattutto dall’11 settembre ad oggi, è stato
un altro fenomeno, quello dell’estremismo violento, spesso definito estremismo
bianco o suprematismo bianco, estremismo di destra, xenofobia, antisemitismo o
islamofobia, solo per citare le espressioni più in uso nei principali Paesi
occidentali
(non
nel mondo islamico, ove vengono additati come “terroristi cristiani”, in
perfetta analogia con le nostre definizioni di “terrorismo islamico” davanti
agli attacchi dei gruppi che additiamo come jihadisti).
Grazie
all’ “azione normativa” delle Nazioni Unite abbiamo, da diversi anni, adottato
l’espressione “terrorism and violent extremism”, di fatto ormai accostando
sempre i due fenomeni in ogni documento, anche se considerando il secondo solo
nella misura in cui può condurre al primo.
Ma
tante sono le precisazioni da fare, sul piano giuridico e non solo, e le
riflessioni da elaborare.
Innanzitutto,
va chiarito che quando si parla di terrorismo internazionale non ci si
riferisce esclusivamente al terrorismo jihadista, come invece comunemente si
tende a pensare, così come quando si parla di movimenti dell’estremismo
violento non si deve necessariamente pensare agli estremisti bianchi:
ci sono terroristi che agiscono in nome del
suprematismo bianco e ampi movimenti dell’estremismo che agiscono in nome di
distorte interpretazioni dell’Islam.
Anche
per queste importanti e basilari precisazioni possiamo utilizzare alcuni dei
principali strumenti delle Nazioni Unite sul tema.
Basti pensare che da alcuni anni nelle
Revisioni biennali della Strategia Globale delle Nazioni Unite (contro il terrorismo si trova la
seguente).
Non è quindi ovviamente alla “matrice
religiosa” che si deve guardare per inquadrare i due fenomeni, che nulla hanno
in effetti a che vedere con alcuna religione, ma solo con “distorte
interpretazioni religiose” o “folli convinzioni di suprematismo etnico”,
ovviamente non solo bianco (e il campo di ricerca potrebbe poi essere allargato anche
agli estremisti anarchici, che hanno altre specifiche peculiarità).
Sono
due fenomeni strettamente correlati tra di loro, per entrambi dei quali mancano
definizioni universalmente riconosciute per ragioni in parte giuridiche, come
l’impossibilità di definire da un punto di vista penale fattispecie di crimini
che si realizzano con qualsivoglia modalità operativa, ed in parte politica,
perché, parafrasando il Professor Bastioni, chi è terrorista per qualcuno è ad
esempio eroe per qualcun altro.
Entrambi,
comunque nascono dalla radicalizzazione, o meglio dall’abbracciare idee
radicali, anche se ovviamente si manifestano con una diversa gradazione di
“azione” e di violenza.
Si
tratta, poi, di fenomeni che oggi grazie ad internet sono trasversalmente
diffusi in tutti i continenti, assumendo ovviamente in ognuno di loro
sfaccettature diverse.
Internet
non è più solo uno strumento che movimenti estremisti e gruppi terroristi
utilizzano per farsi pubblicità, reclutare o addestrare i loro seguaci, ma il
luogo dove vivono e operano, in un mondo virtuale che i giovani che abbracciano
tali deliranti idee faticano a distinguere da quello reale, ed anche per questo
tanto si parla dei videogiochi e della relazione che con essi hanno le più
giovani generazioni.
Tra le
prime cose che è necessario chiarire, quindi, vi è il fatto che si tratta di
fenomeni che non possiamo più definire semplicemente internazionali, perché si
sta verificando qualcosa che va ben oltre la globalizzazione, soprattutto dopo
la pandemia da COVID-19:
movimenti
estremisti e gruppi terroristi non usano più internet per entrare nelle case
dei loro seguaci, ma vivono in internet e si alimentano grazie ai giovani di
tutto il mondo, in modo ascendente quanto discendente.
Se
questo era fino a poco fa uno degli elementi caratterizzanti i movimenti
estremisti, una di quelle caratteristiche che li distingueva dai gruppi
terroristi gerarchicamente organizzati e dotati di chiara leadership e studiate
modalità di finanziamento, è oggi elemento comune anche a molti gruppi
terroristi, come dimostra anche il fatto che abbiamo assistito alla morte dei
leader dei principali network jihadisti senza che venissero annunciati i
successori e fosse chiara l’ubicazione geografica delle nuove leadership, e,
incredibilmente, senza che i relativi gruppi ne risentissero.
Indubbio
che tutto ciò sia fortemente influenzato dal ruolo del web, che sta
trasformando l’essenza stessa dei gruppi terroristi, modificandoli rispetto a
come li abbiamo considerati per decenni, anche se è innegabile che persistano
ancora profonde differenze strutturali tra i movimenti estremisti ed i gruppi
terroristi, ancor oggi molto più strutturati.
D’altro
canto, però, anche da un punto di vista più concettuale-teorico ci sono
insolitamente sempre più elementi comuni tra terroristi ed estremisti, tra
jihadisti e suprematisti, con molti membri di movimenti estremisti violenti che
mirano a raggiungere i successi ottenuti dai gruppi jihadisti, e per questo ne
studiano, e ne imitano, le caratteristiche.
L’Occidente,
invece, per almeno un paio di decenni si è concentrato unicamente sui gruppi
jihadisti, lasciando crescere quasi totalmente indisturbati i movimenti degli
estremisti bianchi, che hanno potuto continuare a diffondere online le loro
idee, scrivendo senza che nessuno bloccasse blog e gruppi che hanno sempre più
proliferato online e su numerosi social network, le cui regole hanno stentato
ad agire contro antisemitismo e xenofobia.
Si
tratta di idee che credevamo morte dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale
prima e della segregazione razziale dopo, ma così non era, né in Europa, né
negli Stati Uniti, ove ad esempio affianco all’antisemitismo europeo è da
sempre presente un latente odio razziale nei confronti delle persone di colore,
alimentato da quello che oggi chiamiamo suprematismo bianco, ma che per molti
aspetti ricorda il Ku Klux Klan (KKK) del secolo scorso.
I
primi esperti del counter-terrorismo che verso la fine del primo decennio di
questo secolo hanno iniziato a studiare il fenomeno della diffusione online di
materiale dell’estremismo bianco hanno ad esempio notato come fosse facile
individuare gruppi di estremisti, e persino unirsi a loro, leggendo e scrivendo
in chat che nessuno bloccava, a differenza di quanto avveniva da anni per il
jihadismo.
Differenze classiche tra gruppi terroristi e
movimenti dell’estremismo violento.
Ancorché
l’opinione pubblica mondiale si sia interessata veramente all’estremismo
violento solo dopo il famoso assalto al Campidoglio, sede del Parlamento
statunitense, del 6 gennaio 2021, pochi giorni prima del giuramento del
Presidente Biden, già da anni il fenomeno era studiato dagli esperti di “counter
terrorismo” e si erano delineate delle differenze, che potremmo definire
“classiche” tra gruppi terroristi e movimenti dell’estremismo violento.
Possiamo
solo dire, in prima approssimazione, che al di là di finalità perseguite e
ideologie sottostanti, si parla di gruppi terroristi quando si ha una chiara
struttura gerarchica, un leader ben identificato e un sistema di finanziamento
strutturato; si parla di movimenti dell’estremismo violento quando ci sono
grandi gruppi di persone che condividono idee radicali e sono pronte ad azioni
violente, pur non essendo guidati tramite strutture gerarchicamente
organizzate; ma i due fenomeni sono facce della stessa medaglia e la
distinzione è spesso molto sottile.
Nessuna
distinzione può farsi quanto alle motivazioni, laddove oggi accostiamo il
concetto di estremismo violento prevalentemente ai movimenti di estrema destra,
xenofoba e antisemiti, legati al c.d. suprematismo bianco, ma l’attenzione
della Comunità internazionale sull’estremismo è dovuta all’azione delle Nazioni
Unite che a partire dal 2014 ha cercato un modo per inquadrare gruppi e
movimenti jihadisti che avevano un largo seguito popolare da parte di masse che
abbracciavano le loro idee radicali, per non essendo tutti inquadrabili come
terroristi.
In
quegli anni ci si rese conto che i risultati della c.d. “Guerra al Terrore”,
ovvero le risposte militari agli attacchi che il terrorismo qaedista aveva
sferrato a cavallo del nuovo millennio, non erano quelli sperati.
L’approccio
militare aveva secondo alcuni addirittura favorito l’ascesa di gruppi con un
seguito popolare maggiore, sia in Medio Oriente e Nord Africa che in Occidente,
portando alla ribalta un nuovo fenomeno, quello dei” Foreign fighter”, partiti
a decine di migliaia per unirsi agli uomini in nero dell’Islamico State nella
costruzione del c.d. Califfato autoproclamato da “Al Baghdadi”, che diveniva
quasi un paladino del “revanscismo sunnita”.
Ecco
che negli anni Dieci del XXI secolo in sede Nazioni Unite iniziò
prepotentemente a farsi strada un nuovo concetto, legato al terrorismo, ma
considerato da un diverso punto di vista.
Ed è
soprattutto il suo contrasto ad essere concepito in modo diverso da quello al
terrorismo:
mentre il contrasto al terrorismo (il c.d.
counter-terrorismo) si basa su metodologie fisiche, la prevenzione ed il
contrasto all’estremismo violento (Preventing and Countering Violent Extremism
– P/CVE) non usa metodi militari, ma programmi che mirano a sviluppare una
forma di resilienza nella comunità rispetto alla radicalizzazione e al fascino
delle organizzazioni estremiste (Violent extremist organisations – VEOS).
La
prima cosa da sottolineare è che, come avviene per il terrorismo, anche per
l’estremismo violento manca a livello internazionale una definizione, non
avendo la Comunità internazionale raggiunto il consenso intorno ad una sua
possibile definizione.
Nei
documenti delle Nazioni Unite, ad esempio, ci si riferisce all’estremismo
violento (Violent Extremism – VE) sempre e solo in relazione al terrorismo, e
di entrambi mancano le definizioni.
Dunque,
l’estremismo violento è oggetto del documento, e dell’attenzione della Comunità
Internazionale, se e quando è tale da poter condurre al terrorismo. Si tratta
di un fenomeno non nuovo, ma per il quale manca una chiara definizione, un
fenomeno che non è proprio di uno specifico continente ma è oggetto di
attenzione alla luce di quanto posto in essere in quegli anni da gruppi come Al
Qaeda, l’Islamico State e Boko Haram.
Ma
l’estremismo violento, è specificato nel documento, si manifesta da decenni
anche sotto altre forme, e tra di esse vi è soprattutto l’estremismo di destra,
che possiede delle peculiarità che lo distinguono da quello di matrice islamica
promosso da taluni gruppi jihadisti.
Parlando
dell’estremismo violento e dei suoi rapporti con il terrorismo islamico, una
delle prima cose da sottolineare è dunque che non esiste una completa
sovrapposizione dei due concetti, ancorché talvolta un gruppo venga inserito
tanto tra i gruppi terroristi quanto tra quelli dell’estremismo violento.
È
anche possibile sottolineare che quando parliamo di terrorismo ci concentriamo
sulle metodologie utilizzate, mentre quando si parla di estremismo violento ci
si concentra su ideologie, finalità perseguite e seguito popolare, composto da
una larga base di soggetti radicalizzati.
Nei
movimenti estremisti di destra, mancando una chiara leadership e struttura
gerarchica, la propaganda avviene online in modo circolare, mentre nei gruppi
terroristi è discendente; nei gruppi terroristi sono fondamentali dunque i
comunicati ufficiali della leadership, mentre per i movimenti estremisti di
destra lo sono i ‘manifesti’, spesso estremamente lunghi e complessi, diffusi
sul web da chi passa all’azione, quasi a lasciare un testamento spirituale.
Evoluzione storica dei due fenomeni grazie ad internet
ed alla pandemia.
Tra le
conseguenze dell’epidemia di COVID-19 vi è sicuramente un accresciuto fermento
tra i movimenti dell’estremismo di destra ed un aumento di attacchi verso
numerose minoranze.
Si è
registrato anche un aumento degli scontri in tante città occidentali tanto nel
Vecchio Continente, ove gli estremisti cavalcano la crisi economica, quanto
negli Stati Uniti, ove le conseguenze della pandemia e delle decisioni statali
adottate per contenere la diffusione del virus si sono sommate al riaccendersi
degli scontri razziali e al clima sviluppatosi intorno alle ultime elezioni
presidenziali, tra le più divisive della storia americana.
In
questi ultimi anni, inoltre, l’utilizzo di internet ha modificato i concetti di
gruppi terroristi e di movimenti dell’estremismo violenti che abbiamo appena
analizzato.
Come
già accennato, da un lato Islamico State e Al Qaeda stanno continuando ad
operare anche senza controllo territoriale e dopo l’uccisione dei loro leader,
vivendo prevalentemente online, dall’altro i movimenti dell’estremismo violento
di destra stanno assumendo delle caratteristiche che li rende un po’ più
strutturati e organizzati, e si sono internazionalizzati.
Il
fenomeno dell’internazionalizzazione non è infatti oggi più proprio solo del
jihadismo ma anche per l’estremismo violento: per anni abbiamo visto come gli
attacchi dei gruppi jihadisti sono stati compiuti nelle nostre città
occidentali prevalentemente da giovani che in tali città vivevano, spesso erano
nati e che talvolta in Medio Oriente non si erano mai recati in vita loro,
giovani che agivano rispondendo alla “chiamata” di gruppi geograficamente e
socialmente distanti da loro; oggi stiamo ad esempio vedendo come le stragi di
massa, il suprematismo bianco-xenofobo e le tesi complottiste non siano più
qualcosa di circoscritto agli Stati Uniti.
La
realtà è che per i giovani non esistono più confini, sono stati abbattuti dai
social e dai giochi in internet.
Si
tratta di un qualcosa che stentiamo a comprendere, che va ben oltre la
globalizzazione e che con la pandemia da COVID-19 si è ulteriormente
verificato:
movimenti estremisti e gruppi terroristi non
usano più internet per entrare nelle case, ma vivono in rete e si alimentano
nelle case dei giovani di tutto il mondo, in modo ascendente quanto
discendente.
Un avvicinamento tra “jihadisti” e “suprematisti”.
Tra i
fenomeni che maggiormente preoccupano e vanno approfonditi si deve registrare
anche un singolare avvicinamento tra jihadisti e suprematisti, tanto da poter
parlare in alcuni casi di imitazione, in altri quasi di simpatia, in alcuni
addirittura di una possibile convergenza.
Se la
riduzione della distanza tra “terroristi jihadisti” e “estremisti bianchi”
sembra un controsenso e lascia i meno esperti molto sorpresi, va detto che non
si tratta di un fenomeno totalmente nuovo, anche se ora assume connotazioni
diverse da quelle del passato.
Inoltre,
si tratta di un qualcosa che ragionando si capisce facilmente come sia in parte
giustificato dalla comune giovane età delle due tipologie prese in esame, dal
loro non sentirsi parte della società in cui vivono, e dalla volontà di
cambiarla anche facendo ricorso alla violenza diffusa verso la società stessa e
chi ne fa parte, e dal vivere e dall’autoalimentarsi sul web.
Ma,
come accennato, non si tratta di un fenomeno totalmente nuovo, laddove già dopo
la Seconda Guerra Mondiale si registrarono delle “alleanze” tra ex nazisti e
islamisti, che in comune avevano i nemici:
Stati Uniti ed ebrei in primis!
È stato infatti analizzato come dopo il secondo
conflitto mondiale entrambe le categorie cercarono vendetta, e ciò spinse
alcuni estremisti bianchi sostenitori della supremazia ariana a sostenere
apertamente il terrorismo islamico, soprattutto quando prendeva di mira Stati
Uniti, Israele o gli ebrei.
Se per
alcuni decenni ciò ha significato simpatia verso il terrorismo palestinese o
quello algerino, dopo gli attacchi dell’11 settembre ci sono state note prese
di posizione da parte di alcuni personaggi che in alcuni casi hanno promosso
qualche forma di alleanza tra “nazionalsocialisti” e “jihadisti”, in altri sono
arrivati a convertirsi all’Islam.
Tra
questi si possono ricordare:
Ahmed
Huber, giornalista svizzero di estrema destra noto per le sue posizioni
revisionistiche e anti femministe che si convertì all’Islam e si avvicinò ad Al
Qaeda;
Billy
Roper, attivista neonazista statunitense fondatore del “gruppo White Revolution”
che ha pubblicamente elogiato gli attacchi dell’11 settembre;
August
Kries III, noto neonazista statunitense membro di Ku Klux Klan (KKK), Posse
Comitatus e Aryan Nations, che nel 2005 salì agli onori della cronaca per aver
cercato una qualche forma di alleanza tra l’Aryan Nations e Al Qaeda;
David Myatt, conosciuto anche con il nome di
Abdulaziz ibn Myatt al-Qari, estremista bianco antisemita britannico e leader
religioso musulmano, che ha per anni promosso azioni violente, prima come
leader del White nationalist theistic Satanist organization Order of Nine
Angles (ONA) e poi, dopo la sua conversione, come estremista jihadista (alcuni
anni fa avrebbe abbandonato entrambe le ideologie).
Fenomeno
analogo si sta in parte già vedendo dopo l’attacco sferrato dai terroristi di
Hamas contro Israele all’alba del 7 ottobre 2023, quando a cinquant’anni
dall’attacco dello Yom Kippur non eserciti di Paesi arabi ma miliziani
palestinesi hanno incredibilmente sorpreso Forze Armate e Servizi Intelligence
della Stella di Davide con migliaia di razzi lanciati dalla striscia di Gaza e
con una incursione di terra che aveva il sapore di invasione e l’obiettivo di
colpire migliaia di civili, tra morti e rapiti, prontamente portati nei tunnel
sotto Gaza.
Ancor
prima che Israele riuscisse a organizzare la risposta militare, già circolavano
in rete proclami di sostegno all’attacco di Hamas, e di odio nei confronti di
Israele e degli ebrei, da parte di una variegata platea di estremisti e
terroristi, tanto jihadisti quanto di estrema destra.
Come
noto, la causa palestinese e la liberazione dei luoghi Santi di Gerusalemme, a
partire dalla Moschea di Al Aqsa, sono cavalli di battaglia di tutti i gruppi
terroristi islamici, e conseguentemente gli ebrei sono da sempre tra i
principali nemici indicati dalla gran parte dei gruppi jihadisti, anche se in
modo molto più aperto da AQ (che tuttavia non ha mai realizzati significativi
attacchi contro Israele o israeliani) che da IS; quest’ultimo nelle terre del
c.d. Califfato autoproclamato da Al Baghdadi nel 2014 non li ha perseguitati in
modo particolare (accanendosi invece su Jazidi e Sciiti), consentendo loro di
accedere alla categoria dei Dhimmi.
Tra i
numerosi comunicati diffusi da gruppi jihadisti, o di terroristi/miliziani
islamici, nei primi giorni dopo l’attacco di Hamas e la risposta di Israele
ricordiamo:
guardando
ad Al Qaeda ed ai suoi principali affiliati, seguendo l’ordine cronologico con
cui sono stati diffusi, i comunicati di “Al Qaeda nella Penisola Arabica”
(AQAP), quello di “Al Shabaab”, quello congiunto di “Al Qaeda nel Maghreb
Islamico” (AQIM) e “Jama’at Nasr al-Islam wal Muslimin” (JNIM – in francese
Groupe de soutien à l’islam et aux musulmans, GSIM) e, soprattutto, quello di
“Al Qaeda Core”. Quest’ultimo è stato rilasciato online a sei giorni
dall’attacco, il 13 ottobre, con uno Statement di tre pagine con
l’impaginazione e la grafica dei comunicati importanti, diffusi solo per
avvenimenti e comunicazioni che l’organizzazione fondata da bin Laden ritiene
meritevoli di un intervento da parte della leadership del gruppo;
guardando
al mondo sciita, si sono rapidamente avuti i comunicati di numerosi movimenti
sciiti (soprattutto di Libano, Iraq e Yemen), manifestanti tutti un forte
sostegno ad Hamas ed al popolo palestinese, ed un altrettanto chiaro odio nei
confronti del popolo israeliano;
quanto
all’Islamico State ed alle sue “Province”, si è registrato un silenzio
pressoché totale. Il numero del settimanale Al Naba pubblicato venerdì 13
ottobre non ha neppure citato l’attacco sferrato da Hamas, da anni ai suoi
occhi “colpevole” di essere vicino agli sciiti, che per il gruppo fondato da Al
Baghdadi sono sicuramente il nemico principale.
Man
mano che le operazioni militari israeliane si intensificavano e si assisteva
alla sofferenza dei civili palestinesi a Gaza, ci sono state nuove prese di
posizione contro gli Stati Uniti ed Israele, ma sempre non in favore di Hamas:
AQC a
metà novembre in uno Statement ufficiale della sua leadership ha pregato per i
martiri che stanno subendo i bombardamenti di americani e sionisti sulle scuole
e gli ospedali di Gaza, invitando la “Ummah” ad attaccare statunitensi ed
israeliani in tutto il mondo;
“IS”
in alcuni numeri del settimanale Al Naba ha invitato ad attaccare gli
israeliani e le loro Ambasciate anche negli Stati Uniti ed in Europa,
affermando che non bastano gli attacchi sul territorio israeliano.
Quindi,
a cavallo con il nuovo anno, pur continuando a non sostenere Hamas e le sue
azioni, entrambi i network jihadisti hanno diffuso quasi contemporaneamente
video provenienti dalle loro leadership in cui invitavano ad attaccare Israele
ed alcuni Paesi occidentali, Stati Uniti in primis.
Il
video diffuso il 25 dicembre da AQAP, con l’etichetta della sezione Open Source
Jihad del suo magazine in lingua inglese “Inspire”, forniva dettagliate
istruzioni per costruire e far esplodere una “bomba nascosta” (“Hadden bomba”)
su un volo di linea di alcuni segnalati Paesi in “risposta alla guerra a Gaza”;
quello del portavoce dell’Islamico State di inizio 2024 invitava tutto il mondo
islamico a mobilitarsi per vendicare ovunque i musulmani uccisi a Gaza.
Si
tratta di un evento piuttosto raro e molto preoccupante: una quasi simultanea
chiamata a compiere attentati in Occidente per “rispondere” all’uccisione di
musulmani a Gaza!
Quanto
ai gruppi di estrema destra, sappiamo che l’antisemitismo è da sempre uno dei
loro maggiori cavalli di battaglia ed infatti, se escludiamo i movimenti più
apertamente anti-islamici, gli altri si sono tutti schierati con Hamas e con il
popolo palestinese, e contro Israele.
Solo a
titolo di esempio, citiamo i comunicati del gruppo hacker russo Killer, che
hanno ricordato come (a loro dire) Israele abbia dal 2022 sostenuto il “regime
terrorista ucraino”, e quello degli accelerazioni- sti neonazisti di
Terrorgram, nella cui narrativa l’antisemitismo gioca un ruolo prioritario.
Le
implicazioni di tali collaborazioni inter-ideologiche sono cruciali per le
forze dell’ordine, i ricercatori e i professionisti dell’anti-estremismo, che
hanno creato un neologismo per individuare il fenomeno nelle sue più recenti
manifestazioni: “Jihad bianca”.
La c.d. “Jihad bianca”
La
c.d. “Jihad bianca” ] è un fenomeno definibile un “estremismo violento
composito”, che nasce dalla fusione di ideologie estremiste che sono
apparentemente opposte ma che invece di arrivare allo scontro si fondono o,
meglio, si assimilano l’un l’altra.
In
particolare, la jihad bianca è stata definita come “l’appropriazione,
l’utilizzo o la glorificazione da parte degli attori suprematisti bianchi di
contenuti, estetica, nomenclatura o repertori d’azione che sono generalmente
associati agli attori jihadisti, o viceversa”.
La
jihad bianca è stata pertanto inquadrata come il risultato di un “estremismo
cumulativo”, un processo in cui una forma di estremismo ne provoca e ne
amplifica un’altra.
È
soprattutto l’attivismo online di questa c.d. “jihad bianca” ad essere
diventata una tendenza inquietante, resa popolare da alcuni gruppi, come
National Action e Atomwaffen Division (AWD) a partire dal 2015.
La
Jihad bianca sarebbe un “Estremismo fuso”, espressione con cui si indica un
nuovo tipo di minaccia che emerge dal nesso di diverse forme di estremismo
violento, piuttosto che semplicemente dall’incontro di diverse ideologie. La
jihad bianca, così concepita, si manifesterebbe quando i suprematisti bianchi
traggono ispirazione dai jihadisti, incorporano la terminologia jihadista nella
loro propaganda, sostengono il terrorismo jihadista e legittimano la
collaborazione tra i due fenomeni ed i rispettivi movimenti/organizzazioni.
Entrambe
le tipologie di estremismo, bianco e jihadista, condividono l’odio verso gli
ebrei, la comunità LGBTQ+, gli Stati Uniti ed i principi liberali occidentali.
Ma c’è
di più, entrambe sostengono infatti l’applicazione di rigide regole e leggi
religiose sulla società e in particolare sulle donne: mentre gli islamisti,
anche nei paesi occidentali, sostengono l’istituzione della Sharia (la legge
islamica) per “proteggere” le donne musulmane, alcuni suprematisti bianchi
utilizzano piattaforme come Telegram per chiedere l’applicazione della “Sharia
bianca” per “proteggere” le donne bianche. Inoltre, entrambe le tipologie di
estremismo promuovono una “sacra lotta armata” contro gli ebrei, accusati di
essere dietro i governi che attaccano le società tradizionali: i jihadisti la
chiamano Zio-Cruscate Alliance, mentre i suprematisti bianchi la chiamano Zonista
Occupi Government (ZOG).
Scopo
di entrambe le tipologie di estremismo è quello di lottare per provocare una
guerra totale che aprirà la strada a un nuovo regime internazionale.
Movimenti
del suprematismo bianco e gruppi jihadisti condividono quindi anche delle
visioni apocalittiche, che però definiscono in modi diversi.
Ad
esempio, i jihadisti usano l’espressione Yam al-Chiama per descrivere il Giorno
del Giudizio, mentre i suprematisti bianchi parlano di “Giorno della resa dei conti). Questa visione incarna l’idea che
i peccatori o i “traditori” saranno puniti in questo giorno di “punizione
divina”.
Tra le
manifestazioni online della jihad bianca troviamo già dalla metà degli anni
Dieci di questo secolo l’adattamento del gesto della mano “Taidi” (“unicità di
Dio”), che si esprime alzando l’indice della mano destra e riflette il
riconoscimento da parte di un musulmano dell’unicità di Dio.
Il gesto è stato ripetuto nei proclami di
estremisti di destra europei e statunitensi.
Altro
esempio sono stati alcuni poster caricati online da giovani estremisti bianchi
con la scritta “YOU’RE JIHADI JOHN NOW”, che facevano chiaramente riferimento
al jihadista britannico Mohammad Emaci, conosciuto come “Jihad John“, che per
conto dell’Islamico State si è reso autore di diverse decapitazioni di
occidentali nei primi anni del c.d. Califfato autoproclamato da Al Baghdadi.
Inoltre,
ragazzi statunitensi ed argentini hanno postato una versione “nazificata” della
Shahada islamica che, invece della dichiarazione secondo cui “Non c’è altro Dio
all’infuori di Allah e che Maometto è il suo Profeta”, presentava la
dichiarazione “Non c’è altro Dio all’infuori di Hitler e noi siamo tutti i suoi
profeti”.
Usando
la Shahada, i suprematisti bianchi affermano che, come il profeta Maometto,
anche loro sono messaggeri di Dio impegnati a sradicare i nemici di Dio.
Al di
là di queste manifestazioni simboliche, che già di per sé non sono certo da
sottovalutare, si deve inoltre sottolineare come numerosi siano stati negli
ultimi anni gli episodi in cui vi è stata una vera e propria glorificazione, da
parte dei suprematisti bianchi, dei jihadisti che hanno preso di mira un
“nemico condiviso”, arrivando a celebrare i loro attacchi.
Ciò si
è ad esempio verificato nel caso di Omar Mateen, il sostenitore dello Stato
Islamico che nell’estate 2016 ha attaccato il Pulso Club di Orlando, una nota
discoteca ritenuta “spazio sicuro” per la comunità LGBTQ+:
dopo
l’attacco, Marteen venne acclamato ed elogiato come un “martire” da numerosi
suprematisti bianchi su Telegram.
L’idea
di “una lotta” contro un nemico condiviso è sicuramente la spinta maggiore che
fa avvicinare i suprematisti bianchi ai jihadisti, facendo loro utilizzare le
immagini della loro propaganda.
A tal
proposito, va indubbiamente rilevato come l’odio verso gli ebrei sia il più
forte collante che esiste per estremisti e radicalizzati, come abbiamo avuto
modo di accennare in relazione ai recenti proclami inerenti all’attacco di
Hamas dello scorso ottobre e la risposta militare israeliana.
Già in
passato però numerose volte dei suprematisti bianchi avevano diffuso
fotomontaggi ritraenti un soldato delle SS e un jihadista, insieme a didascalie
del tipo “Insala, abbatteremo il parassita sionista”.
Condividendo
tali poster, i suprematisti bianchi cercano di “normalizzare” la collaborazione
con i jihadisti, anche se non esiste prova che da parte dei gruppi jihadisti vi
sia la stessa “vicinanza”.
Continuando
ad osservare invece il fronte dell’estremismo bianco, va notato come la comune
“lotta” contro gli ebrei è emersa numerose volte negli ultimi anni e tra i
tanti proclami e le tante immagini diffuse online ve ne sono state alcune
influenzate da quella è stata chiamata “nazificazione” di Jihadi John, cui si
accennava.
Tra le
immagini circolate in rete ricordiamo quella di una svastica accompagnata dalla
seguente esortazione:
“SEGUACI DEL FUHRER, SEGUACI DEL PROFETA E
SEGUACI DELLA CROCE: CONDIVIDIAMO LA STESSA JIHAD, COMBATTETE LO STESSO NEMICO
ED EREDITERETE LO STESSO PARADISO!”.
Un’ulteriore
considerazione in merito a Telegram ed altri social network:
essi
costituiscono un mezzo da anni utilizzato dagli appartenenti a differenti
gruppi terroristici anche per “parlare” tra di loro, sino ad addivenire in
alcuni casi ad una vera e propria “collaborazione”.
Ne
discende che il fenomeno della jihad bianca pone diverse ulteriori sfide tra
l’altro alle aziende tecnologiche responsabili della moderazione dei contenuti.
Esse da almeno due decenni già si trovano spesso impreparate dinanzi al
materiale jihadista diffuso online, per il quale tutti concordano comunque
sulla necessità di rimozione e segnalazione degli account che lo condividono.
Ora la
situazione si complica ulteriormente!
Un’ultima
conclusione, che lascia forse un margine di speranza/ottimismo: premesso che
non può al momento ancora parlare di collaborazione, ma solo di condivisione e
di imitazione, va rilevato come il fenomeno sia unidirezionale, o, detto in
altri termini, non corrisposto, laddove i suprematisti bianchi stanno sempre
più frequentemente utilizzando la narrativa dei gruppi jihadisti e adottando le
loro tecniche, mentre questi ultimi sembrano al momento semplicemente
ignorarli, e sul piano delle relazioni internazionali un’amicizia unilaterale
equivale ad un amore non corrisposto!
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