Estremismo rosso e quello islamico.

 

Estremismo rosso e quello islamico.

 

 

 

Terrorismo rosso.

It.wikipedia.org – Enciclopedia libera da 25 anni – Redazione – ci dice:

 

Motivo: C'è qualche fonte autorevole che utilizza il termine "Terrorismo rosso" e che lo dà come termine principale per indicare il fenomeno?

Perché praticamente tutte le altre edizioni linguistiche utilizzano come titolo "Terrorismo di sinistra" o "Terrorismo di estrema sinistra".

Il terrorismo rosso è un tipo di eversione armata d’ispirazione comunista e rivoluzionaria e, più in generale, collegata a ideologie politiche di estrema sinistra, che ha come obiettivo il ricorso alle armi come unico mezzo individuato per disarticolare il sistema Stato-Capitale, al fine di provocare un sollevamento del proletariato e innescare così uno slancio rivoluzionario liberatore delle masse oppresse.

 

Obiettivo di tali organizzazioni è il rovesciamento violento dei governi capitalistici per la loro sostituzione con la dittatura del proletariato, ossia con l'unica classe rivoluzionaria e anti-imperialista, in grado di abolire il classismo e lo sfruttamento per favorire l'instaurazione di una società socialista.

 

Le origini.

«La netta soluzione di continuità tra l’organizzazione armata e i movimenti sociali è sottolineata dalla decisione di intendere la violenza come progetto e strumento di azione in strutture clandestine […] privandosi delle discussioni politiche aperte e democratiche per analizzare e verificare ipotesi e obiettivi»

(“Robert Lume” da La genesi del terrorismo di sinistra)

 

Alcune tracce delle origini del terrorismo rosso, d'ispirazione marxista-leninista e che poi diede vita al moltiplicarsi di organizzazioni armate di sinistra negli anni settanta, possono essere probabilmente individuate in alcuni scritti del politico e rivoluzionario russo, Lev Trotsky.

Già nel 1918, all'indomani cioè della Rivoluzione d'ottobre, nel suo “Terrorismo e comunismo”, Trotsky teorizzava la necessità dell'impiego della forza (terrore rosso) da parte del potere rivoluzionario, per difendere il neonato Stato dei soviet dai germi della controrivoluzione e dalle stesse classi che, la rivoluzione stessa, aveva espropriato e che cercavano a loro volta di rovesciare.

 

«La Storia non ha trovato finora altri mezzi per fare avanzare l'umanità, se non opponendo ogni volta alla violenza conservatrice delle classi dominanti, la violenza rivoluzionaria della classe progressista».

(Lev Trotsky da Terrorismo e Comunismo.)

 

Il terrore rosso, quindi, come proseguimento naturale dell'insurrezione armata attraverso la quale i comunisti avevano preso il potere in Russia.

 E come chiarisce lo stesso Trotsky, nella prefazione alla seconda edizione inglese del suo testo:

"il terrorismo è, in ultima analisi, un'incitazione, un monito, un incoraggiamento: lavoratori di tutti i paesi, unitevi e prendete il potere, strappatelo a chi lo usa per tenervi in catene e fatelo vostro."

 

«La creazione di un disciplinato e potente Esercito rosso nello Stato comunista dei Soviet ha la virtù di eccitare i cervelli vuoti.

Si parla della Russia sovietista come di una nuova Prussia militarista.

Lev Trotsky, che ha saputo rinnovare i miracoli di Lazzaro Carnot, tra difficoltà enormemente superiori a quelle dovute superare dal grande organizzatore della Rivoluzione francese, viene presentato come un nuovo Gengis Khan; si parla di 'regime militarista', mentre l'Esercito rosso è istituzione transitoria creata per la difesa della rivoluzione»

(Antonio Gramsci da “L'Avanti!”, marzo 1919)

 

Nel mondo.

Nate perlopiù nel contesto storico che seguì il movimento di protesta che, sul finire degli anni sessanta, prese il nome di Sessantotto, le organizzazioni terroristiche di sinistra ebbero il loro periodo di maggiore attività soprattutto nel corso degli anni settanta e ottanta quando la loro strategia eversiva sembrò in alcuni casi far vacillare governi e sistemi politici, in nome di una trasformazione radicale della società e nella speranza di un sollevamento del proletariato nella lotta rivoluzionaria.

 Ma ad una sollevazione del proletariato nemmeno ci si avvicinò mai, perché le azioni armate non riscossero appoggio nelle masse, in particolare nei settori socialmente combattivi dei lavoratori (a parte minimi settori che simpatizzavano), restando così isolate e impopolari, soprattutto quando crebbero in efferatezza (vendette su Guido Rossa e Roberto Peci).

 

Nel corso del tempo, moltissimi Paesi in tutto il mondo hanno dovuto in qualche modo confrontarsi con il fenomeno terrorista e, nello specifico dell'eversione legata ad ideologie di sinistra, furono le democrazie occidentali (Stati Uniti, Giappone e, soprattutto, l'Europa), dove i gruppi terroristici trovarono il terreno più fertile per le loro azioni.

 E anche nei Paesi dittatoriali dell'America Latina, dove la lotta eversiva assunse la valenza anche di lotta per la liberazione nazionale, la svolta armata d'ispirazione marxista-leninista, alimento il fiorire di gruppi di guerriglia per la presa del potere in nome di una rivoluzione socialista.

 

Tra le organizzazioni terroristiche di sinistra più conosciute e longeve nel mondo, ci furono:

l'Armata Rossa Giapponese, i Heather Underground negli Stati Uniti, le Brigate Rosse e Prima Linea in Italia, la Rote Arme Fraktion nella ex Germania Ovest, Action dirette in Francia, il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale in Nicaragua, Senderos Luminoso in Perù e le FARC in Colombia.

 

Germania.

La più importante formazione armata di sinistra tedesca fu la Rote Arme Fraktion (RAF).

 

Inizialmente nota come banda Baader-Meinhof, la RAF venne fondata il 14 maggio 1970 da Andreas Baader, Gudrun Estlin, Horst Mahler, e Ulrike Meinhof. Organizzazione comunista e antimperialista, dedita alla guerriglia urbana e impegnata nella resistenza armata contro quello che considerano uno stato fascista, nonostante i suoi leader (Estlin, Baader e Meinhof) furono prematuramente arrestati nel 1972, il gruppo rimase comunque attivo per più di 30 anni, fino al 1993, e venne formalmente disciolto nel 1998.

 

 

Rote Arme Fraktion.

Organizzato in piccole cellule compartimentate la RAF poteva contare anche su collegamenti con formazioni terroristiche internazionali come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, con il gruppo francese Action directe, le Brigate Rosse, e con terroristi come il Comandante Carlos.

 

Complessivamente, la Rote Arme Fraktion fu responsabile di numerose operazioni terroristiche e di 33 omicidi e raggiunse momento di massima attività fra il 1975 e il 1977, culminata con il rapimento e l'uccisione del presidente degli industriali tedesco-occidentali ed ex ufficiale delle SS Hanns-Martin Schleyer e il dirottamento del Volo Lufthansa 181.

 

Diversi dirigenti e militanti del gruppo rimasero uccisi tra la fine degli anni settanta e primi anni ottanta durante scontri a fuoco con la polizia oltre alla morte, in carcere, il 18 ottobre del 1977 nella prigione di Stammeli, a Stoccarda (ufficialmente per suicidio), di Andreas Baader e di altri due leader storici del gruppo, Gudrun Estlin e Jann-Carl Raspe.

 

Il 20 aprile del 1998, un volantino di otto pagine a firma RAF fu inviata via fax all'agenzia di stampa Reuters, dichiarando lo scioglimento ufficiale del gruppo.

 

Altra organizzazione terroristica di estrema sinistra tedesca fu la Rivoluzionare Zelle (RZ).

Attiva tra il 1973 e il 1995, è stata descritta nei primi anni ottanta, secondo il Ministero dell'Interno tedesco, come una delle più pericolose formazioni terroristiche di sinistra e responsabile di 186 attacchi, 40 dei quali furono portati a segno a Berlino Ovest.

 

Belgio

La formazione terroristica delle “Cellule comuniste combattenti” (CCC) venne fondata nel 1982, in Belgio, da “Pierre Carette”, grazie anche all'apporto di alcuni militanti della francese “Action dirette”.

 

Gruppo d'ispirazione marxista-leninista, i CCC furono attivi per meno di due anni. Finanziarono le loro attività attraverso una serie di rapine in banca e furono principalmente impegnati in attentati entro i confini del Belgio ma con obiettivi prevalentemente internazionali.

 Nel corso di 14 mesi effettuarono 20 attentati contro, in particolare, la NATO, aziende statunitense ed altre imprese internazionali.

 

Nel dicembre 1985, la polizia ha arrestò il leader e fondatore Pierre Carette, assieme ad altri militanti del gruppo. Dopo la sua condanna all'ergastolo, il 14 gennaio 1986, il gruppo cessò di essere operativo.

Francia

In Francia, l'organizzazione Action Dirette (AD), venne fondata, nel 1979 da Jean-Marc Roulant e dalla fusione del Group d'Action Révolutionnaire Internationale con il Noax Arms Pour le Autonomie des Peuples.

 

Simbolo di Action Dirette.

Attiva solamente per otto anni, al suo interno coesistevano due formazioni: una nazionale e un'altra internazionale con quest'ultima che manteneva una collaborazione attiva con gli altri movimenti terroristici europei come la Rote Arme Fraktion tedesca, le Brigate Rosse e le Cellule comuniste combattenti del Belgio.

 

Tra il 1982 e il 1985, la fazione nazionale di Action Dirette effettuò numerosi attentati dinamitardi a edifici governativi e omicidi contro obbiettivi politici: il più noto fu quello che nel 1985 costò la vita al generale René Adunar, uno dei massimi responsabili della Difesa e dell'industria militare.

 Il 28 marzo 1986, la fazione nazionale dell'organizzazione, venne smantellata con l'arresto a Lione e a Saint-Étienne di André Olivier e molti suoi complici.

 

Il 17 novembre 1986, la fazione internazionale uccide Georges Besse, presidente della casa automobilistica Renault.

 Il 21 febbraio 1987, l'arresto in una fattoria vicino a Orléans dei capi storici Jean-Marc Roulant, Nathalie Mengoni, Regi Schleicher, Joele Auburn e Georges Cipriani, segnò la fine dell'intera organizzazione.

 

Spagna.

Il Gruppo de Resistencia Antifascista Primer de Ottobre (GRAPO) nasce, a partire dall'estate del 1975, come braccio armato del Partito Comunista di Spagna Ricostituito (PCER), componente clandestina scissa dal Partito Comunista di Spagna.

Si tratta di un gruppo clandestino anticapitalista e anti-imperialista d'ispirazione maoista che puntava essenzialmente alla formazione di uno stato repubblicano spagnolo sul modello della Repubblica Popolare Cinese di Mao Zedong.

 

Fortemente contrario all'adesione spagnola alla NATO, a partire dalla sua nascita e fino al 2006, fu responsabile di 84 omicidi tra poliziotti, militari, giudici e civili, di 300 attentati dinamitardi e di circa 3.000 azioni armate (il governo spagnolo ne riconosce ufficialmente 545).

 Il gruppo ha anche commesso una serie di rapimenti, inizialmente per motivi politici e, solo in seguito, per autofinanziamento.

L'ultima azione venne commessa il 17 novembre 2000 con l'omicidio di un agente di polizia ucciso a Carabanchel, distretto di Madrid.

Secondo la polizia spagnola il GRAPO sarebbe stato sciolto nel 2007, dopo che 6 dei suoi militanti furono arrestati nel giugno quell'anno e anche se il gruppo stesso non ha mai annunciato ufficialmente il suo scioglimento.

 Fino ad oggi 3.000 persone sono state arrestate in relazione al gruppo (e al PCER), di cui 1.400 sono state poi incarcerate.

Ad oggi ci sono 54 prigionieri del GRAPO (e del PCERR) nelle carceri spagnole.

 Il leader del GRAPO, Manuel Pérez, è stato condannato da un tribunale francese nel 2000 per associazione a delinquere con finalità di terrorismo.

 

Altra organizzazione armata spagnola di sinistra è lETA politico-militare, nata nel 1974 dopo la scissione dalla componente maggioritaria nazionalistica dell'Euscari Ta Askatasuna (meglio nota con l'acronimo ETA), il gruppo terroristico per l'indipendenza delle Province Basche. L'ETA politico-militare, formazione d'ispirazione marxista e propensa alla lotta politica contro il franchismo, dopo il fallito colpo di Stato militare del febbraio 1981 sospese ogni azione di guerriglia e, nel 1982, si unì al Partito Comunista di Euskadi.

 

Grecia.

In Grecia, a partire dal 1975, fu attiva l'Organizzazione Rivoluzionaria 17 novembre (17N), un gruppo di estrema sinistra che deve il proprio nome alla data della violenta repressione della rivolta degli studenti del Politecnico d’Atene, del 17 novembre 1973, durante la dittatura dei Colonnelli.

Il gruppo 17N, che ebbe come principali nemici obiettivi Americani e capitalistici in Grecia, si rese responsabile in tutto di 25 omicidi e di decine di attentati.

 L'ultima vittima fu il militare britannico Stephen Saunders, colpito a morte nel giugno del 2000.

 

Si ritiene che l'organizzazione sia stata definitivamente sciolta nel 2002, dopo l'arresto ed il processo di un certo numero dei suoi componenti come Alexandros Giotopoulos, identificato come il leader del gruppo ed arrestato il 17 luglio 2002, o Dimitris Koufodinas, capo operativo del 17N, che si arrese alle autorità il 5 settembre di quello stesso anno.

 

In tutto 19 persone vennero accusate di circa 2.500 reati relativi alle attività del 17N. Il processo contro i sospetti terroristi 19 accusati d'aver compiuto 25 delitti in 27 anni, iniziò ad Atene il 3 marzo 2003[22] e, l'8 dicembre successivo, quindici imputati (tra cui Giotopoulos e Koufodinas), vennero ritenuti colpevoli, mentre altri quattro vennero assolti per mancanza di prove.

 

Come risposta allo scioglimento forzato della 17N, a partire dal 2003, vennero fondati i gruppi “Lotta rivoluzionaria” e “Setta dei rivoluzionari”, organizzazioni terroristiche paramilitari tuttora attive, entrambe legate alla sinistra radicale greca e note, soprattutto, per una serie di attentati dinamitardi nei confronti di obbiettivi governativi (tribunali, corti d'appello, ministeri) e statunitensi, in territorio greco.]

 

Regno Unito.

Fondato nel 1970, l'”Angry Brigade”, fu un piccolo gruppo anarco-insurrezionalista, responsabile di una serie di attentati in Inghilterra fino al 1972, anno in cui fu smantellato a causa di una serie di arresti nei confronti dei loro militanti.

 

Gli obiettivi dei circa 25 attentati, attribuiti loro dalla polizia, non causarono comunque morti, in quanto tesi a colpire beni materiali e simboli dell'establishment britannico: come banche, ambasciate, o abitazioni di deputati conservatori.

Il 3 maggio del 1972 si aprì il processo a carico del gruppo, che terminò il 6 dicembre dello stesso anno, con condanne pari a dieci anni di detenzione per i quattro imputati (John Barker, Jim Greenfield, Hilary Creek e Anna Mandelson).

 

L'Irish National Liberation Army (INLA) è stato un gruppo paramilitare nordirlandese di ispirazione marxista-socialista, costituitosi nel dicembre del 1974 (anno della scissione dall'IRA), con l'obiettivo di far uscire l'Irlanda del Nord dal Regno Unito e di riunificarla con la Repubblica d'Irlanda.

 Tra il 1975 e il 2001, il gruppo si rese responsabile della morte di 113 persone, tra cui:

42 civili, 46 membri delle forze di sicurezza del Regno Unito, 16 paramilitari repubblicani e 7 paramilitari unionisti.

Dopo 24 anni di ininterrotta lotta armata, il 22 agosto del 1998, l'INLA dichiarò per la prima volta il cessate il fuoco e, nell'ottobre del 2009, ha formalmente deciso di perseguire i suoi obiettivi con mezzi politici pacifici.

 

Turchia.

Nato nel marzo 1994 dalle ceneri del movimento Dev-Sol (Sinistra rivoluzionaria, fondato nel 1978) il Partito/Fronte rivoluzionario popolare di liberazione (Dhkp/C), è una delle principali organizzazioni armate turche di estrema sinistra.

 

Accusata di aver compiuto una serie di omicidi e attentati contro ex ministri e generali in pensione e dell'uccisione nel 1996 dell'industriale Ozdemir Sabani, membro di una delle due principali famiglie imprenditoriali del paese, l'organizzazione è dichiaratamente ostile agli USA e alla NATO.

 

Il Dhaka/C è stato al centro di numerose rivolte nelle carceri e, nel 2000, di uno sciopero della fame che portò alla morte di 64 persone.

 A tutt'oggi è ancora attivo e, in particolare nel 2013, ha rivendicato una serie di attentati kamikaze contro obbiettivi politici, tra cui quello all'ambasciata Usa ad Ankara che, nel febbraio di quell'anno, ha provocato la morte di due persone (tra cui l'attentatore stesso).

 

Altre formazioni terroristiche turche, d'ispirazione marxista-leninista sono:

il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), fondato, nel 1978, da Abdullah Ocalan e che da anni combatte nelle regioni sudorientali a maggioranza curda per la creazione di uno Stato curdo indipendente;

l'Esercito segreto armeno per la liberazione dell'Armenia, attivo dal 1975 al 1986 e responsabile dell'uccisione di più di 30 diplomatici turchi in tutto il mondo, con l'obiettivo di costringere il governo turco a riconoscere pubblicamente la sua responsabilità nel genocidio del popolo armeno e imporre la restituzione del territorio sottratto agli stessi.

Le diverse scissioni interne e l'uccisione, ad Atene, il 28 aprile 1988, del suo leader Ago Gagosian, determinarono in pratica la fine dell'organizzazione.

 

Medio Oriente.

In Medio Oriente, le più importanti organizzazioni terroristiche di sinistra, sono legate al conflitto arabo-israeliano e alla questione palestinese.

 Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP), fondato nel 1967 da George Habbash, da una costola del Movimento dei Nazionalisti Arabi, è un'organizzazione marxista-leninista che, pur rimanendo fedele agli ideali del Panarabismo, giudica la lotta palestinese parte della più ampia rivolta contro l'imperialismo occidentale, allo scopo anche di unire il mondo arabo e di rovesciare i regimi reazionari.

Nel 1968 il PFLP aderì all'OLP e vi rimase fino al 1974, anno in cui decise di abbandonare l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, rea di aver abbandonato (secondo il PFLP) l'obiettivo di azzerare lo Stato di Israele.

Nell'immediato biennio che seguì la fondazione del “Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina”, a seguito di altrettante scissioni, nacquero altre due organizzazioni palestinesi di ispirazione marxista-leninista e nazionalista:

 il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina - Comando Generale, fondato nel 1968 da Ahmed Jibril, ed il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (FDLP), nato nel 1969 e guidato da Nayef Hawatmeh.

 Le tre formazioni palestinesi sono state inserite nella lista delle organizzazioni terroristiche redatta da Stati Uniti d'America, dal Canada e dall'Unione europea.

Da una combinazione di estremismo islamico e marxismo, invece, nascono i “Mujahidin del Popolo”, gruppo di dissidenti iraniano che ha all'attivo numerosi attentati nel loro Paes.

 

Giappone.

L'Armata Rossa Giapponese fu un gruppo terroristico fondato, nel febbraio 1971, da un gruppo di studenti guidati da Fusato Shigenobu (soprannominata la regina del terrorismo) e con il preciso obiettivo di rovesciare il governo e le istituzioni imperiali giapponesi, ma soprattutto infiammare la rivoluzione mondiale.

 

Il gruppo, che ebbe fino circa 400 membri e strinse legami anche con il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, divenne noto per aver compiuto il primo attacco kamikaze portato a termine, nel maggio 1972, all'aeroporto israeliano di Tel Aviv, che provocò la morte di 24 persone.

 Con l'arresto, nel novembre 2000, dopo trenta anni di latitanza, della sua leader Fusato Shigenobu, l'organizzazione venne formalmente sciolta il 14 aprile 2001.

 Nel 2006, la Shigenobu venne condannata a venti anni di carcere.

 

Di più recente formazione, invece, è l’”Esercito Rivoluzionario Kansai”, considerato come il braccio armato dello schieramento estremista di sinistra nato dalla frammentazione del Partito Comunista Giapponese.

 

Stati Uniti.

Negli Stati Uniti d'America, i Werther Underground, furono un'organizzazione terroristica di ispirazione comunista rivoluzionaria attiva dal 1969, anno della contestazione giovanile studentesca americana, e fino al 1976.

 

Nata da una scissione all'interno del movimento” Students for a Democratici Society e fondata da Bill Ayres, Mark Rudd, Bernardine Dohrn, Jim Melle, Terry Robbins, John Jacobs e Jeff Jones, il nome del gruppo fa riferimento al verso You don't need a weatherman to know which way the wind blows ("non serve un meteorologo per capire da che parte tira il vento"), contenuto nel brano “Subterranean Homesick Blues” di Bob Dylan.

 

Utilizzando metodi di protesta violenta in reazione alla politica estera degli Stati Uniti, i Werther compirono diversi attentati come l'esplosione al Campidoglio di Washington, del primo marzo 1971 o l'attentato al Pentagono del 19 maggio 1972.

 

Il gruppo sposò anche la causa antirazzista delle Pantere Nere al fine di raggiungere, secondo un rapporto del governo degli Stati Uniti del 2001, tre obiettivi:

liberare i prigionieri politici nelle carceri americane, attuare espropri proletari (rapine a mano armata) per finanziare la terza fase, ovvero quella di avviare una serie di attentati e attacchi terroristici.

 La clandestinità dei vari componenti finì all'inizio degli anni ottanta, quando molti attivisti del gruppo decisero di costituirsi.

Canada.

Il Fronte di Liberazione del Québec (FLQ) fu un'organizzazione terroristica di estrema sinistra canadese fondata, nel 1963, dal rivoluzionario belga George Schroeter, con l'obiettivo di raggiungere l'indipendenza della provincia del Québec e la sua trasformazione in una nazione comunista indipendente.

Sostenitori di una politica marxista-leninista, nel corso della sua storia e fino al 1970, il FLQ si rese responsabile di oltre 200 azioni violente, tra cui attentati dinamitardi, rapine di autofinanziamento e due omicidi.

Tra le azioni più note ci furono:

l'attentato alla borsa valori di Montréal che, nel febbraio 1969, causò 27 feriti; il rapimento e successivo assassinio del ministro del Lavoro del Québec, Pierre Laporte e il rapimento del diplomatico britannico James Cross, entrambi nell'ottobre del 1970.

 

Il declino del movimento coincise con le misure repressive messe in atto dal governo canadese che, su richiesta dell'organo provinciale, proclamò lo stato di guerra e lo stanziamento di truppe dell'esercito che riuscirono a riportare l'ordine, grazie anche ad una compatta reazione dell'opinione pubblica, contraria alla svolta armata della lotta politica.

 Alla promulgazione di una serie di leggi speciali approvate dal Parlamento, fece seguito un'ondata di arresti da parte delle unità antiterrorismo della polizia di Montréal: 457 persone tra attori, scrittori, giornalisti e militanti politici.

 

America Latina.

Nel volume” The New Dimensione of International Terrorism”, scritto da Stefan Aubrey nel 2004, l'autore identifica le seguenti formazioni quali principali organizzazioni terroristiche di sinistra operanti, negli anni settanta e ottanta, in America Latina:

il “Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale in Nicaragua”, i Senderos Luminoso in Perù, l'M-19 e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (note come FARC) in Colombia.

 Molto spesso, questi movimenti, presentano al loro interno, caratteristiche sia indipendentistiche che rivoluzionarie.

 

Il” Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale” fu un movimento rivoluzionario nicaraguense di ispirazione marxista fondato nel 1961 e che riuscì, con un forte sostegno popolare, nell'offensiva militare finale che, nel 1979, contribuì al definitivo crollo del regime dittatoriale di “Anastasio Somoza Debayle”.

Saliti al potere l'anno seguente, i sandinisti si costituirono come partito politico e instaurarono un governo rivoluzionario riformista.

 

Senderos Luminoso è un'organizzazione terrorista peruviana di ispirazione maoista che, fondata nel 1969 da Abitale Guzmán Reynoso (da una scissione dal Partito Comunista del Perù - Bandera Roja), si propone di sovvertire il sistema politico per l'instaurazione del socialismo attraverso la lotta armata.

Inizialmente attivo soprattutto nelle zone andine e specializzato in azioni di guerriglia, il gruppo ha messo a segno diversi attacchi contro le forze governative. Diviso in tre fazioni, in questi anni il movimento ha alternato momenti di tregua con ritorni alla lotta armata.

Il 12 settembre 1992, il principale leader di Senderos Luminoso, Abitale Guzmán, è stato catturato dal Gruppo Speciale di Intelligence della polizia peruviana, in una casa del distretto di Squillo nella città di Lima.

 

M-19, acronimo di Movimento 19 de Abril fu un'organizzazione di guerriglia rivoluzionaria di sinistra colombiana molto nota per le sue azioni spettacolari (come ad esempio l'occupazione dell'ambasciata domenicana nel 1980) e per la sua massiccia presenza nelle città.

Nonostante le sue divisioni interne, il movimento M-19 contribuì ad innalzare il livello di lotta contro il regime dell'allora presidente “Belisario Betancur” il quale, avvertendo il pericolo imminente dell'avanzata guerrigliera, nel 1984 decise di decretare un'amnistia per tutti i prigionieri politici e di negoziare la tregua con il movimento armato.

Dopo anni di guerriglia, nel 1990, l'M-19 consegnò definitivamente le armi e divenne partito politico (Alianza Democratica).

 

Le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) sono un'organizzazione guerrigliera comunista e anti-imperialiste colombiana fondata nel 1964.

Obiettivo principale del gruppo è quello di rappresentare le classi contadine nella lotta anti-governativa e contro l'influenza statunitense e delle grandi multinazionali nel Paese.

Finanziatesi principalmente attraverso i sequestri di persona e la produzione e il commercio di cocaina, a partire dal 2002 le FARC sono state oggetto di una dura repressione militare, condotta per quasi dieci anni dal governo di Álvaro Uribe Vele con l'obiettivo dichiarato di sconfiggere il movimento senza ricorrere ad alcun strumento diplomatico.

 

A queste formazioni vanno aggiunte anche altre organizzazioni terroristico-guerrigliere operanti in America Latina:

 i Montonero (sinistra peronista e socialismo) e l'ERP (marxismo-guevarismo) in Argentina; i Tupamaros in Uruguay; il Fronte Patriottico Manuel Rodríguez (sorto nel 1983 come frangia armata del Partito Comunista del Cile) e le Forze Ribelli Popolari Lautaro in Cile; l'Esercito di Liberazione Nazionale e i guerriglieri Tupac Katari in Bolivia; l'Esercito di Liberazione Nazionale (gruppo ispirato a Che Guevara e a Fidel Castro) in Colombia; l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (per l'autodeterminazione del popolo indios) nella regione messicana del Chiapas; il Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru in Perù.

 

In Italia.

L'arco temporale attraverso cui si snoda la vicenda del terrorismo di sinistra, nell'Italia repubblicana, è un periodo che comprende gli anni settanta e la fine degli anni ottanta. Le prime azioni, fatte di attentati dinamitardi all'interno delle fabbriche e sequestri di persona dimostrativi di dirigenti, industriali e magistrati, lasciarono poi il passo ad un'estremizzazione della violenza politica con gli attentati e gli omicidi.

 

Una parabola che vide il suo apice con l'agguato di via Fani ed il sequestro dell'allora presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse nella primavera 1978 (e assassinato dopo 55 giorni di reclusione in una cosiddetta prigione del popolo) e che entrò in crisi, nella seconda metà degli anni ottanta, anche grazie alla promulgazione di leggi speciali dello Stato e grazie soprattutto al fenomeno del pentitismo.

 

Dopo l'omicidio, da parte delle Brigate Rosse, del senatore democristiano Roberto Ruffilli, nel 1988, il fenomeno fu considerato praticamente esaurito e, solo verso la fine degli anni novanta, il Paese fu testimone di una nuova breve stagione di omicidi politici e di lotta armata che si esaurì nuovamente nel 2002 con l'omicidio di Marco Biagi.

 

Complessivamente i morti provocati dalle organizzazioni armate di sinistra in Italia, tra il 1974 e il 2002, ammontano a circa 130.

 

La nascita della sinistra extraparlamentare.

I primi germi che favorirono la nascita dell'eversione e del terrorismo di sinistra in Italia possono essere rintracciati nel periodo di tensione sociale che segnò il finire degli anni sessanta in Italia e che venne in qualche modo alimentato dalla protesta operaia e sindacale e dal movimento di contestazione studentesca che prese poi il nome di Sessantotto.

 

Pur non avendo come componente prevalente un progetto rivoluzionario mediante lo strumento della lotta armata, proprio della radicalizzazione successiva, quel movimento ebbe in realtà forme e modalità anche intense di protesta espresse su basi culturali genericamente anti-autoritarie e che, nell'ambito universitario, investiva innanzitutto il potere accademico.

 

Gli anni di piombo: manifestanti con il segno della P38.

La spinta che alimentò quella protesta giovanile, di ispirazione marxista, profondamente incisiva sui costumi sociali di quel tempo, non seppe però trovare, nel nostro Paese, un valido sbocco politico auto-rappresentativo soprattutto per l'assenza di riferimenti ideologici nei partiti della sinistra istituzionale e quindi, almeno come movimento di massa, perse rapidamente la sua forza propulsiva esaurendosi in un breve e intenso lasso temporale.

 

La fine della protesta studentesca, tra la primavera e l'estate del 1968, ed il fallimento rivoluzionario di quel movimento e delle speranze di un sollevamento proletario e operaio, nella lotta per la trasformazione delle logiche classiste del paese determinò, invero, la nascita di un nuovo fermento culturale ben più radicale ed eversivo del precedente.

 

Dall'esperienza delle lotte negli anni precedenti e dall'incontro tra lavoratori e studenti, nasce così la figura del cosiddetto militante rivoluzionario:

 una generazione di giovani studenti che decise di proseguire il conflitto al di fuori del contesto studentesco e che si inserì quindi nel più ampio ambito dell'autunno caldo del 1969 e delle lotte operaie per un radicale cambiamento del sistema.

 Come scrisse “Guido Viale”:

"nasce una figura politica che non lotta per vivere (come invece faranno gli operai), ma che vive per lottare.”

E che, sul finire del 1969, con la nascita della cosiddetta sinistra extraparlamentare, portò prima ad una estremizzazione dello scontro sociale e quindi alla lotta armata vera e propria, che percorrerà senza sosta il quindicennio successivo (1969-1984) dei cosiddetti anni di piombo.

 

Il ricorso alla violenza e alla lotta armata, quindi, giustificata come essenziale grimaldello in grado di generare un vero e proprio impeto rivoluzionario e di scatenare quella protesta sociale contro quelle forze reazionarie borghesi e imperialiste, incluse quelle della sinistra istituzionale (come ad esempio il Partito Comunista Italiano) che in tutti i modi tentò di affrancarsi come avanguardia del processo di rivendicazione e di miglioramento delle condizioni del proletariato, troncando qualsiasi possibilità di riconoscimento, quale soggetto politico, da parte delle formazioni della sinistra extraparlamentare.

 

Queste formazioni perseguirono la strada della lotta politico-sociale, rifiutando lo scontro frontale attraverso la scelta armata o, al limite, limitandola alla prassi degli scontri di piazza (Potere Operaio, Lotta Continua, Avanguardia operaia, Movimento Lavoratori per il Socialismo, Autonomia Operaia, Lotta Comunista), mentre singoli elementi o piccoli raggruppamenti, invece, optarono per la clandestinità e la lotta armata.

 

Questo portò ad una stagione di intensa fase repressiva politico-giudiziaria da parte dello Stato che, anche attraverso l'uso di una legislazione speciale, tentò in questo modo di contrastare sia le proteste di piazza dure, sia il crescente fenomeno della lotta armata di sinistra.

 Il risultato fu una decisa diminuzione delle libertà costituzionali e individuali ed un ampliamento della discrezionalità operativa delle forze dell'ordine.

 

1977: Giuseppe Memeo punta una pistola contro la polizia in via De Amicis a Milano.

L'immagine diventerà il simbolo degli anni di piombo, la fotografia è di Paolo Periteti.

Un giro di vite repressivo che raggiunse poi il suo picco massimo nel 1977, con l'adozione di misure come quella di vietare tutte le manifestazioni pubbliche nella città di Roma.

 Come ebbe a dichiarare il ministro dell'interno Cossiga, intervistato sulle violenze in piazza:

"Io mi chiedo come si possa pensare che tutta questa violenza serva a qualcosa o a qualcuno. Sia ben chiaro che peraltro non siamo più disposti a sopportarla."

 

La svolta armata-

Due episodi in particolare, che segnarono in diverso modo la fine del 1969, possono forse essere letti come linea di confine tra la protesta sessantottina e la scelta di alcuni di avviare la successiva stagione armata]:

 i disordini seguiti allo sciopero generale del 19 novembre 1969, che a Milano determinarono la morte dell'agente di polizia Antonio Annarumma, in servizio durante la manifestazione indetta dall'Unione Comunisti Italiani e dal Movimento Studentesco, e poi la strage di piazza Fontana del 12 dicembre dello stesso anno, che provocò 17 morti e oltre 100 feriti e che accelerò la svolta armata a sinistra, tesa a contrastare quel golpe militare ritenuto da molti imminente (e i tentativi effettivamente furono più di uno).

Soprattutto la bomba di piazza Fontana, nel quadro di crescente tensione sociale che attraversava l'Italia in quel periodo, determinò la definitiva discesa verso la deriva terroristica, favorendo nuove forme di lotta politica che solo l'azione armata poteva garantire.

 

«Simbolicamente quella deflagrazione, in un freddo pomeriggio del dicembre 1969, racchiude in sé tutto quanto accadrà dopo. Incancrenirà le ideologie, ridurrà i cervelli di migliaia di giovani ad agglomerati di pulsioni emotive e ribellistiche, polverizzerà i sentimenti in milioni di frammenti di vita, di odio e di amore, di voglie di cambiamento e desideri di distruzione. E, soprattutto, come un colpo d'ascia, taglierà in due tronconi le pulsioni di un Paese ancora acerbo. Sfumerà in due colori, il rosso e il nero, le vitalità di più di una generazione»

(A. Baldoni, S. Provvisionato da “A che punto è la notte”)

 

È l'alba di una stagione politica che sarà contraddistinta da innumerevoli fatti di sangue in nome dell'odio ideologico che trascinò il Paese quasi alle soglie di una guerra civile e che vide contrapporsi, inizialmente, giovani militanti di estrema destra e di estrema sinistra e che poi sfociò, fatalmente, nel terrorismo di matrice politica.

E dalle prime azioni di giustizia proletaria dei gruppi operaisti della sinistra extraparlamentare si giunse così rapidamente a maturare in militanti, operai e studenti di estrema sinistra, la scelta terroristica come unico mezzo per disarticolare il sistema Stato-Capitale.

 

«Pur essendovi state ideologie o teorie rivoluzionarie che possano aver agevolato la maturazione di concezioni terroristiche, questo non spiega sufficientemente il salto all’azione armata, perché essa non ha pescato solo nel panorama delle ideologie insurrezionali (che sono state varie: operaismo, luxenburghismo, strategie tese alla disarticolazione dello Stato) e perché non è possibile presupporre che ideologie particolari conducano inevitabilmente al terrorismo, se non concorrono altre cause o contesti, quale una società in forte movimento, come nel biennio 68/69, il mito della violenza, l’acriticità»

(Nando dalla Chiesa da” La genesi del terrorismo di sinistra”).

 

Se inizialmente lo spazio d'azione privilegiato dall'eversione armata di sinistra fu, quasi esclusivamente, quello della fabbrica e il nemico da colpire il padrone e, più genericamente, il capitale, intorno al 1973 si registro invece un progressivo abbandono della cosiddetta logica dii uomo di fabbrica, in favore di un'offensiva diretta verso figure più istituzionali e statuali di maggiore valenza simbolica.

 

Le sigle: Feltrinelli e i GAP.

Lo stesso argomento in dettaglio: Giangiacomo Feltrinelli e Gruppi d'Azione Partigiana.

Il primo tentativo di una proposta rivoluzionaria imperniata sulla lotta armata fu quella dell'editore Giangiacomo Feltrinelli: figlio di un industriale del legno e proveniente da una ricchissima famiglia, nel 1945 Feltrinelli aderì al Partito Comunista che provvide anche a sostenere con ingenti contributi finanziari.

All'indomani della strage di piazza Fontana, la paura per un imminente colpo di Stato neofascista, lo spinse a chiudere i rapporti col PCI e a decidere di iniziare a finanziare i primi gruppi di estrema sinistra.

 

Giangiacomo Feltrinelli.

Coinvolto nell'esplosione del padiglione FIAT alla Fiera di Milano del 25 aprile 1969, la magistratura dispose il ritiro del suo passaporto prima di decidere, lui stesso, il passaggio alla clandestinità, nel dicembre 1969 (in realtà non una vera e propria clandestinità, quanto un'uscita dalla scena pubblica).

 

Il suo percorso politico-rivoluzionario lo portò, poco più tardi, nel 1970, a fondare i Gruppi d'Azione Partigiana (GAP), un gruppo paramilitare che richiamava nel nome un'organizzazione militare della Resistenza (i Gruppi di Azione Patriottica). In nome di "una rivoluzione più rivoluzionaria" e allo scopo di alimentare focolai di guerriglia civile, tra l'aprile 1970 e il marzo 1971 misero in atto alcuni attentati dinamitardi a scopo dimostrativo a Genova e Milano.

 

Richiamandosi alla Resistenza come ideale politico tradito dal riformismo e dal seguente sbocco neocapitalistico, il suo progetto principale era quello di un'unificazione dei gruppi armati europei, coordinati con i movimenti rivoluzionari del Terzo mondo.

Il suo impulso rivoluzionario, però, non vide mai la luce:

il 15 marzo 1972 il suo cadavere dilaniato da un'esplosione fu rinvenuto ai piedi di un traliccio dell'alta tensione presso Segrate (MI).

 

Il Gruppo XXII Ottobre.

 

Lo stesso argomento in dettaglio: Gruppo XXII Ottobre.

Se si eccettuano gli iniziali tentativi eversivi di Feltrinelli, la prima vera formazione che decise di saltare definitivamente il fosso e di passare all'azione, sin dal 1969, attraverso la scelta della lotta armata, fu il Gruppo XXII Ottobre (che prese il nome dalla sua data di fondazione).

Attivi a Genova e composti prevalentemente da operai ed ex partigiani d'impostazione marxista-leninista, si fecero conoscere per una serie di attentati dinamitardi e, soprattutto, per il sequestro di Sergio Gadola, secondogenito di una delle famiglie più ricche di Genova, del 5 ottobre 1970.

 

Obiettivo del gruppo fu quello di "scardinare i poteri dello Stato", e di provare ad introdurre, nella vita politica italiana, il metodo della guerriglia urbana attraverso attentati dinamitardi, incendi e sabotaggi, nella speranza di un progressivo sostegno popolare alle proprie azioni.

 

Leader del gruppo fu Mario Rossi e ne fecero parte, in tutto, non più di 25 persone, tra cui:

Augusto Viel, Rinaldo Fiorani, Giuseppe Battaglia, Adolfo Sanguineti, Gino Piccardo, Diego Vandelli, Aldo De Sicciolo e Cesare Maino.

Verranno definitivamente smantellati nella primavera del 1972, in seguito alle indagini sulla rapina di autofinanziamento che, il 26 marzo 1971, vide l'uccisione (da parte di Mario Rossi) del portavalori dell'Istituto Autonomo Case Popolari, Alessandro Floris.

 

L'omicidio Floris segna infatti la fine del gruppo stesso, nel 1972, dopo poco più di un anno di vita:

Mario Rossi venne arrestato il giorno stesso e, nei mesi a seguire, gli altri componenti andranno ad ingrossare le file di altre organizzazioni armate, chi nei Gruppi d'Azione Partigiana e chi nelle nascenti Brigate Rosse.

 

L'ultima tappa della storia del gruppo fu la richiesta di liberazione di Rossi e compagni, da parte delle Brigate Rosse, in occasione del sequestro del magistrato Mario Sossi (che era stato il pubblico ministero nel processo al Gruppo XXII Ottobre) e come prezzo richiesto per la liberazione dell'ostaggio.

 

La richiesta non venne mai accolta per l'opposizione del procuratore della Repubblica di Genova Francesco Coco (che per questo verrà poi assassinato a Genova l'8 giugno 1976, dalle stesse BR, ma venne comunque letta come una sorta di condivisione di un percorso politico e strategico comune tra il gruppo e le prime BR e che autorizzava a ricondurre queste ultime nel solco politico ideologico che il Gruppo XXII Ottobre avevano appena tracciato.

 

Il Collettivo Politico Metropolitano

 

Lo stesso argomento in dettaglio: Collettivo Politico Metropolitano.

Alla lotta armata, sempre nel 1969, andava pervenendo anche il Collettivo Politico Metropolitano che proprio nel settembre di quell'anno nasce a Milano con l'obiettivo di mettere insieme le diverse forze che animavano l'area della sinistra extraparlamentare milanese di quegli anni.

Formato da elementi provenienti da alcuni gruppi di fabbrica (CUB Pirelli, GdS Sit-Siemens, GdS IBM), come Mario Moretti e Corrado Alunni, e da altri soggetti, provenienti dal movimento studentesco (come Renato Curcio e la moglie Margherita Cagol), piuttosto che dissidenti del PCI o della FGCI (come Alberto Franceschini).

Il gruppo, che prese in affitto un vecchio teatro milanese in disuso nelle vicinanze di Porta Romana, nel complesso poteva contare solo su poche decine di militanti.

 

Non esiste una data ufficiale di nascita del CPM ma, uno degli atti di definizione del collettivo, risale all'8 settembre 1969, giorno in cui fu preparato un bollettino ad uso interno dei militanti, redatto dai singoli comitati di azienda di Torino, Milano, che definiva il nascente gruppo quale strumento per predisporre

"le strutture di lavoro indispensabili a impugnare in modo non individuale l'esigenza-problema dell'organizzazione rivoluzionaria della metropoli e dei suoi contenuti (ad esempio democrazia diretta, violenza rivoluzionaria ecc.)"

 

Pur non avendo mai di fatto compiuto azioni armate, l'esperienza del Collettivo Politico Metropolitano, riveste un'importanza politica e strategica fondamentale nella ricostruzione delle sigle che contribuirono a formare l'arcipelago delle organizzazioni terroristiche di sinistra.

Il CPM, infatti, può essere considerato come il nucleo iniziale che, attraverso varie trasformazioni, darà poi vita al progetto del gruppo terroristico di sinistra più importante nell'Italia del secondo dopoguerra, quello delle Brigate Rosse.

 

La scelta di passare alla lotta armata in clandestinità venne discussa per la prima volta nel novembre del 1969, in un convegno del Collettivo tenutosi all'Hotel Stella Maris di Chiavari e a cui parteciparono «essenzialmente marxisti -leninisti e cattolici progressisti (o cattolici del dissenso), i primi delusi dalla svolta moderata e dalla conseguente rinuncia alla rivoluzione dei partiti della sinistra storica, Partito comunista in testa, i secondi convinti che fosse necessario un maggiore impegno per modificare l'assetto sociale».

 

Al termine dei lavori, il 4 novembre, venne redatto un documento finale (il cosiddetto libretto giallo) intitolato Lotta sociale e organizzazione nelle metropoli e in cui si individua la lotta popolare violenta come l'unica risposta adeguata alla repressione attuata dalla borghesia.

 

«Ogni alternativa proletaria al potere è, fin dall’inizio, politico-militare. La lotta armata è la via principale della lotta di classe. La città è il cuore del sistema, il centro organizzativo dello sfruttamento economico-politico. Deve diventare per l’avversario un terreno infido»

(Lotta sociale e organizzazione nelle metropoli).

 

In quel convegno, i promotori della svolta armata, furono comunque in minoranza e decisero quindi di separarsi dal Collettivo Politico Metropolitano per confluire in Sinistra Proletaria. Fondata, tra gli altri, da Renato Curcio, Margherita Cagol e Alberto Franceschini, la storia di SP fu di fatto molto breve: iniziata nel dicembre 1969, si concluse nell'estate dell'anno successivo e servì soprattutto da ponte fra l'esperienza del Collettivo ed il passaggio, nel 1970, alle Brigate Rosse.

 

Le Brigate Rosse.

Lo stesso argomento in dettaglio: Brigate Rosse.

Quella che fu l'organizzazione terroristica di estrema sinistra più nota, numerosa e longeva dell'Italia del secondo dopoguerra, nacque, nell'agosto del 1970, in coincidenza con il convegno di Pecorile (RE) che segna la definitiva fine dell'esperienza politica di Sinistra Proletaria e in cui Renato Curcio, Margherita Cagol e Alberto Franceschini, assieme ad altri militanti (tra cui Prospero Gallinari, Lauro Azzolini, Franco Bonisoli, Roberto Ognibene), sanciscono il loro definitivo passaggio alla clandestinità e alla lotta armata, attraverso la nascita delle Brigate Rosse.

 

A livello ideologico, la prospettiva del movimento, si inseriva in un contesto più ampio (tipico di diverse formazioni armate di sinistra di quel periodo) che riteneva non conclusa la fase della Resistenza all'occupazione nazifascista dell'immediato dopoguerra e che, secondo la loro visione, era stata sostituita da una più subdola occupazione economico-imperialista delle multinazionali.

Un meccanismo a cui, secondo i terroristi, bisognava rispondere attraverso la lotta armata per poter scardinare i rapporti di repressione dello Stato e fornire lo spazio di azione necessario allo sviluppo di un processo insurrezionale del proletariato.

 

1970-1973: la propaganda armata.

«Il progetto, detto in due parole, era questo: prima fase, la propaganda armata.

 Bisognava far capire che in Italia c'era bisogno della lotta armata e che l'organizzazione era lì per farla.

Infatti nei primi tempi il problema non era che si parlasse bene delle Brigate Rosse, ma che se ne parlasse.

Seconda fase, quella dell'appoggio armato.

Un numero sempre maggiore di persone, capito che l'unico sistema di cambiare era la lotta armata, si sarebbe unito a noi.

 Terza fase, la guerra civile e la vittoria»

(Patrizio Peci da” Io, l'infame”).

Militante di sinistra, in passato sopravvissuto all'attentato al treno Italicus del 1974.

La prima azione del gruppo risale al 17 settembre 1970, con l'incendio dell'automobile del dirigente della Sit-Siemens, Giuseppe Leoni.

 Tutta l'iniziale fase di propaganda armata, tra il 1970 e il 1974, vide comunque le neonate BR agire prevalentemente in piccoli gruppi, operanti all'interno delle fabbriche e in modo spesso clandestino.

 

Le prime iniziative furono perlopiù di natura dimostrativa: attentati incendiari, sabotaggi e brevi sequestri di persona, a scopo dimostrativo, di quadri e dirigenti aziendali e della durata di qualche ora o di pochi giorni (come quello di Idalgo Macchiarini, dirigente della Sit-Siemens, nel marzo 1972, o di Ettore Amerio, capo del personale FIAT, nel dicembre 1973).

 

A livello organizzativo, sempre nel 1972, venne formato il primo esecutivo (formato da Renato Curcio, Alberto Franceschini, Mario Moretti e Pierino Morlacchi) e la costituzione (a Milano e a Torino) di due colonne, ognuna delle quali composta da più brigate formate da militanti, operanti all'interno delle fabbriche e dei quartieri.

Fu anche decisa la distinzione tra forze regolari (i militanti clandestini) e le forze irregolari (militanti organici ma senza essere clandestini).

Un modello che venne in seguito sempre più affinato attraverso una struttura paramilitare, compartimentata e organizzata in colonne e cellule e coordinata da una comune Direzione strategica.

 

1974-1980: l'attacco al cuore dello Stato.

L'azione terroristica, in questa seconda fase, andò sempre più spostandosi verso simboli e rappresentanti del potere politico, economico e sociale.

Furono gli anni del cosiddetto attacco al cuore dello Stato, caratterizzati da un'escalation di situazioni criminose con omicidi, attentati e rapimenti nei confronti di politici, magistrati, forze dell'ordine, giornalisti, industriali, dirigenti di fabbrica e sindacalisti.

 

La prima azione rilevante fu il rapimento del sostituto procuratore Mario Sossi, già Pubblico ministero nel processo contro il Gruppo XXII Ottobre, sequestrato a Genova, il 18 aprile del 1974.

 Tenuto prigioniero in una villa vicino a Tortona, Sossi fu sottoposto ad un processo proletario dai brigatisti che, in cambio della sua liberazione, chiesero la scarcerazione di otto militanti della XXII Ottobre.

Alla fine il giudice venne però rilasciato senza alcuna contropartita.

 

 

L'agguato di via Fani.

La risposta dello Stato non si fece attendere, con una serie di contromisure appositamente costituite per la lotta al terrorismo politico:

 l'istituzione delle carceri speciali per i detenuti politici, la legge Reale, che assegnava alla polizia poteri eccezionali nella prevenzione al terrorismo e la costituzione di un nucleo speciale dei Carabinieri, comandato del generale Carlo Alberto dalla Chiesa.

 

Il 1974 fu anche l'anno dei primi arresti:

 l'8 settembre, le forze speciali di Dalla Chiesa, misero a segno la cattura dei due capi storici del gruppo, Curcio e Franceschini, arrestati grazie alle informazioni del pentito Silvano Girotto.

 Renato Curcio venne liberato nel febbraio 1975 da un nucleo di brigatisti guidato da Margherita Cagol, ma la sua seconda clandestinità terminò il 18 gennaio 1976 quando venne arrestato di nuovo a Milano dagli uomini del generale Dalla Chiesa; il 5 giugno 1975 la Cagol invece era rimasta uccisa in un conflitto a fuoco con i carabinieri durante il fallito sequestro Gancia.

 

Nonostante queste sconfitte, nel biennio 1975-1976, le azioni delle BR si moltiplicarono:

il 15 maggio 1975 venne gambizzato il consigliere comunale della DC milanese, Massimo De Carolis e, sempre in quei 'anni, diversi agenti perirono negli scontri a fuoco con i brigatisti:

il carabiniere Giovanni d'Alfonso (4 giugno 1975), il maresciallo Felice Maritano (15 ottobre 1974), l'appuntato di Polizia Antonio Niedda (4 settembre 1975), il vice questore Francesco Cusano (11 settembre 1976) e i sottoufficiali della Polizia, Sergio Bazzera e Vittorio Padovani (15 dicembre 1976).

 

Aldo Moro sequestrato dalle Brigate Rosse.

A partire dall'omicidio l'8 giugno 1976 del giudice Francesco Coco e della sua scorta, le Brigate Rosse, sotto la direzione principalmente di Mario Moretti, accrebbero la loro forza numerica e organizzativa.

 Nel periodo 1977-1980, gli attentati, aumentarono in maniera esponenziale:

alla fine del 1978 se ne conteranno 230, con 42 morti e 43 feriti.

Tra i più eclatanti:

 l'omicidio di Fulvio Croce, presidente del Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Torino, ucciso il 28 aprile 1977, quello del giornalista de La Stampa, Carlo Casalegno (16 novembre 1977), quello del maresciallo Rosario Berardi, quello del commissario Antonio Esposito, e quello di Vittorio Bachelet, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura (12 febbraio 1980).

 

Ma il vero "attacco al cuore dello stato" fu portato il 16 marzo 1978, con l'agguato di via Fani:

il rapimento a Roma del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro e l'uccisione dei cinque uomini della sua scorta.

 Durante i 55 giorni del sequestro, le BR chiesero (ma non ottennero) la liberazione di tredici prigionieri politici come contropartita per la liberazione del politico.

La vicenda si concluse il 9 maggio 1978, con il ritrovamento del corpo dell'onorevole Moro in via Caetani, a Roma.

 

1981-1988: il declino e la dissoluzione.

Il sequestro Moro segnò il momento più alto e, contemporaneamente, l'inizio del processo di declino delle BR:

 l'efficace reazione dello Stato, le prime divisioni interne all'organizzazione, gli arresti e i processi ma, soprattutto, il nuovo fenomeno del pentitismo, furono tra i fattori che contribuirono alla dissoluzione dell'organizzazione.

 

I quattro brigatisti uccisi nell'irruzione di via Fracchia a Genova del 28 marzo 1980.

Il 21 febbraio 1980 furono arrestati, a Torino, Rocco Micaletto e Patrizio Peci, quest'ultimo dirigente della colonna torinese.

L'inattesa collaborazione di Peci con i carabinieri, provocò l'improvvisa cattura di centinaia fra dirigenti e militanti brigatisti e una grave crisi organizzativa e politica per il movimento.

Il 28 marzo 1980 quattro importanti brigatisti furono uccisi dai carabinieri nel corso della drammatica irruzione di via Fracchia a Genova.

 

Nonostante l'arresto di Mario Moretti il 4 aprile 1981, le Brigate Rosse ripresero la loro azione:

il 17 dicembre 1981, rapirono a Verona il generale statunitense James Lee Dozier, che venne poi liberato, a Padova, dai NOCS, le squadre speciali della polizia.

 Il rapimento Dozier, che nei propositi brigatisti avrebbe dovuto rilanciare l'organizzazione, ne rappresentò, invece, l'inizio della loro fine.

 

Pur se decimate dagli arresti, seguiti alle confessioni di Peci, nella prima metà degli anni ottanta, sotto la guida di Giovanni Senzani, le BR continuarono l'azione contro lo Stato con un numero rilevante di attentati, rapimenti e, soprattutto, omicidi:

quello di Roberto Peci, fratello del pentito Patrizio, del direttore del petrolchimico di Marghera, Giuseppe Taliercio (nel 1981), del generale statunitense Leamon Hunt (1984), dell'economista Ezio Tarantelli (1985), dell'ex-sindaco di Firenze Lando Conti (1986), del generale Licio Gorgiere (1987) e del senatore Roberto Ruffilli (1988).

Nel gennaio del 1987, una serie di "lettere aperte" firmate da diversi militanti, sancirono quindi la chiusura unitaria dell'esperienza da parte del nucleo storico delle BR.

Tra il giugno e il settembre 1988 venne smantellata anche l'intera ala militarista del movimento, denominata “BR-Partito comunista combattente” e sorta, nel 1984, da una scissione interna alle BR.

 

1999-2003: le Nuove BR.

Lo stesso argomento in dettaglio: Nuove Brigate Rosse.

Cronologia delle organizzazioni armate di sinistra in Italia.

Nel 1999, a distanza di undici anni dall'ultimo omicidio del nucleo storico delle Brigate Rosse, quello del senatore democristiano Roberto Ruffilli, un nuovo gruppo armato adottò nuovamente la sigla della stella a cinque punte.

Le cosiddette “Nuove Brigate Rosse”, organizzazione capeggiata da Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi, furono protagonisti di una nuova breve stagione di omicidi politici e di lotta armata.

Il gruppo terroristico fu responsabile degli omicidi di Massimo D'Antona nel 1999 e di Marco Biagi nel 2002, e venne poi smantellato nel 2003, a seguito degli arresti degli stessi Lioce e Galesi, azione che costò la vita al sovrintendente della Polfer Emanuele Petri.

Le altre sigle.

A partire dal 1970, con la nascita delle BR, le organizzazioni armate di sinistra andranno sempre più moltiplicandosi.

Tra le più rilevanti che da li in poi nasceranno ci furono:

 i Nuclei Armati Proletari, Prima Linea, i Proletari Armati per il Comunismo, i Comitati Comunisti Rivoluzionari, le Unità Comuniste Combattenti, le Formazioni Comuniste Combattenti e la Brigata XXVIII marzo.

 

Terrorismo estremista islamico:

 effetti indesiderati.

Leurispes.it - Ranieri Razzante e Giovanni Tartaglia Polcini – (1° Agosto 2016) – Redazione – ci dicono:

La scia di sangue che sta attraversando l’intera Europa da diversi mesi a questa parte manifesta l’impreparazione del vecchio continente ad affrontare una minaccia asimmetrica, imprevedibile, molecolare e soprattutto giornaliera.

 La cadenza con la quale si verificano episodi di terrorismo, o pseudo terrorismo, è assolutamente una novità e il morale occidentale inizia a subirne le conseguenze.

 

L’ultimo atto di terrorismo rivendicato dal cosiddetto “Stato Islamico” fa riferimento a quanto avvenuto all’interno di una chiesa a Saint-Etienne-du-Rouvray in Normandia, dove due uomini, francesi nati a Rouen, hanno preso in ostaggio cinque persone, ucciso il parroco della chiesa e ferito altre tre persone prima di essere uccisi dalla polizia.

Appare evidente che il fenomeno è assolutamente fuori controllo, nonostante i messaggi di unità e di buona volontà recitati ormai quasi a memoria dai vari capi di Stato e di governo coinvolti.

Probabilmente la causa di tale perdita di controllo è rintracciabile nell’errato approccio utilizzato per contrastare e contenere un fenomeno, come quello terroristico, che ha profonde e complesse radici.

La decadenza culturale dell’Islam vissuta tra i secoli XIV e XVII e il successivo periodo coloniale furono devastanti per l’intero sistema politico-sociale musulmano.

 L’arrivo degli occidentali pose l’intero Islam di fronte a concetti politici, filosofici e sociologici completamente diversi da quelli che aveva fino ad allora elaborato e sviluppato.

Poiché l’intero Islam si è sempre fondato sull’unione della comunità, “Umma”, non su base territoriale ma su base religiosa, il concetto di nazione, di nazionalismo, di popolo e quindi di democrazia introdotto dagli occidentali appariva come qualcosa di non esportabile nel sistema musulmano, la cui unità territoriale era rappresentata dal califfato, avente però natura sovranazionale.

Sebbene alcuni pensatori islamici accolsero con entusiasmo tali nuove visioni moderniste occidentali, altri si batterono per un ritorno alle fonti, cioè al Corano e alla Sunna del Profeta, invocando il comportamento dei pii antenati, ossia “i sala al-salii”, dai quali prese il nome la corrente di pensiero denominata “Salafia” e da cui, di conseguenza, deriva la scuola di pensiero del “salafismo”.

Evoluzione di tale corrente è stato il fondamentalismo islamico che trova in “Sayyid Qutb “il suo principale fautore di matrice sunnita.

 Secondo il teorico egiziano la causa della decadenza del mondo musulmano era da attribuire all’Occidente, ampiamente inteso, il quale aveva contagiato con i semi dell’ignoranza e della materialità le popolazioni e i governi arabi.

 

Per contrastare tale contagio, secondo “Qutb”, era necessario intraprendere una “jihad “che fosse rivolta alla difesa dei principi e della religione islamica, attraverso la ri-costituzione di uno Stato islamico riconducibile a quello esistente quando Maometto si trovava a Medina e a quello che seguì durante il periodo dei quattro califfi denominati Rashida, ossia “i ben guidati”.

Uno Stato islamico dove la sovranità di Dio regna come principio imperativo e, in quanto Dio unico legislatore, gli uomini devono attenersi alla lettera a quanto da lui stabilito poiché non legittimati a superare la sua parola attraverso anche solo l’interpretazione.

Da qui l’adesione alla scuola giuridica più rigida presente nel mondo musulmano, ossia quella “hanbalita,” che prevede appunto il rigoroso rispetto dei precetti letterali del “Corano”, della “sunna” e di conseguenza della “sharia”.

Da quando il terrorismo islamico si è manifestato chiaramente, si sono fronteggiate due diverse strategie di pratica estrinsecazione della Jihad:

la prima, oggi radicata soprattutto nel Medioriente, finalizzata la conquista l’Islam territorio per territorio;

la seconda, invece, tesa a condurre la strategia del terrore direttamente in Occidente e nei paesi islamici cosiddetti moderati.

Da ultimo, volendo ricostruire gli ultimi clamorosi episodi con un sottile filo rosso, possiamo affermare che la “Jihad” è divenuta una” lotta di religione”, che uccide e fa stragi manifestandosi chiaramente come guerra a qualsivoglia fede alternativa a quella islamica.

 

L’analista dovrebbe chiedersi il perché di questa metamorfosi e dell’escalation degli attentati.

Noi possiamo limitarci, per quanto di nostra conoscenza, a fornire una chiave di lettura, che consente a chi chiamato a decidere e determinare, una possibile visione alternativa di quanto sta accadendo.

L’origine dell’”escalation” sta, a nostro avviso, nella perdita di territorio e nel tramonto del califfato, rispetto al suo momento di massima espansione.

Come noto, l’Iraq, paese a maggioranza sciita con una storia recente complicata e violenta, era stato conquistato per una buona parte del suo territorio, da uno dei gruppi islamici sunniti più estremisti, lo” Stato Islamico dell’Iraq e del Levante”, noto anche con la sigla “Isis”.

Suddetta organizzazione combatte anche su di un altro fronte, cioè nella guerra civile siriana, contro la fazione che fa capo al “presidente sciita “Bashar al Assad “da più di due anni e si autoproclama come “Stato” e non come “gruppo” terroristico.

Si tratta di un vero e proprio esercito di terroristi che usa metodi talmente violenti, che, per assurdo, anche “al Qaida”, di recente, se ne è distanziata.

Ha conquistato, nel suo momento di massima espansione, un territorio esteso approssimativamente come il Belgio, che amministrava in autonomia, ricavando dalle sue risorse il danaro utile alla guerra definita “santa”.

Il fenomeno geopolitico in argomento forse non è stato tenuto sotto costante controllo dall’Occidente.

Oggi, le importantissime conquiste territoriali che hanno strappato all’”Isis” larghe fette del territorio precedentemente occupato, sono forse alla base dell’escalation degli attentati compiuti nei paesi occidentali, chiaramente finalizzati a generare una vera e propria polarizzazione tra religioni.

Per assurdo, questo è il vero scopo perseguito dall’Isis in detta frase:

acuire il carattere religioso del conflitto a capitoli per attirare sempre maggiori addetti alla “Santa causa”, provocando reazioni e rappresaglie in grado di far crescere il malcontento e sentimenti di contrasto anche nell’Islam moderato.

Ad una simile conclusione perveniamo alla luce di alcuni dati inoppugnabili.

 

L’”Isis” teorizza una guerra totale anche interna all’Islam, oltre che contro l’Occidente;

in Iraq mira a sovvertire il Governo del primo ministro sciita iracheno Nuri al-Maliki.

Per meglio comprendere la storia dell’Isis, è necessario discorrere di tre personaggi che hanno segnato negativamente il recente passato della storia dell’umanità:

 Osama Bin Laden, uomo di origine saudita fondatore e capo di al Qaida;

Ayman al-Zawahiri, medico egiziano, che ha preso il posto di Bin Laden dopo la sua morte ad Abbottabad, in Pakistan, il 2 maggio 2011;

Abu Musab al-Zarqawi, fin dai tempi della guerra tra afghani e sovietici rivale di Bin Laden all’interno del movimento dei mujaheddin, e poi anche di “al Qaida”.

Nel 2000 Zarqawi decise di scindersi da Osama Bin Laden e fondare un suo movimento con scopi distinti da quelli di al Qaida:

l’obiettivo era quello di creare un califfato islamico esclusivamente sunnita, conducendo una campagna di attentati continui e costanti a siti turistici e centri economici anche di stati musulmani moderati, per creare una rete di “regioni della violenza”, in cui le forze statali si ritirassero sfinite dagli attacchi e in cui la popolazione locale si sottomettesse alle forze islamiste occupanti.

Nel 2006 Zarqawi venne ucciso da una bomba americana e sostituito dal mullah Abu Omar al-Baghdadi (ucciso a sua volta nel 2010 e sostituito da tale Abu Bakr al-Baghdadi).

Il generale statunitense Petraeus, indebolì di molto le fila di al Baghdadi proprio mediante la collaborazione con le tribù sunnite locali, che mal sopportavano l’estremismo dei terroristi. La storia, pertanto, insegna tre cose fondamentali: l’”Isis” oltre che contro l’Occidente, si pone in contrasto armato e sanguinario anche nei confronti di buona parte dell’Islam; quando il mondo unito fa leva sull’”Islam moderato”, che rappresenta, peraltro, la stragrande maggioranza dei seguaci del Corano, il terreno di coltura del terrorismo di matrice religiosa si sfalda e con esso la minaccia di attentati.

Le parole odierne di Papa Francesco confermano la bontà dell’assunto:

 È assolutamente sbagliato discorrere di lotta di religione.

 La guerra è alla libertà, e più che polarizzare, deve unire i moderati ed isolare i facinorosi estremisti, consentendo, per tale via, una svolta nelle strategie di prevenzione e contrasto.

E non è un caso che fiocchino oggi le prese di distanza e le dichiarazioni di numerosi” imam”, che indicano le azioni terroristiche in atto come del tutto estranee alla dottrina della fede islamica.

 

Nella massima forma di manifestazione della sua efferatezza, l’estremismo terrorista islamico mostra il proprio tallone d’Achille, unendo cattolici e islamici moderati.

 In detto quadro è fertile il terreno per mantenere il livello di reazione sul piano del diritto, prevedendosi misure speciali e anche straordinarie nei confronti dei terroristi, secondo la dottrina del diritto penale del nemico.

Senza però indulgere ad errate ricostruzioni dogmatiche senza reazioni inconsulte sul piano degli indirizzi politici, sull’onda dell’emotività.

 

 

 

Fondamentalismo e terrorismo islamico.

It.gariwo.net – Gabriele Nissim – Presidente della Fondazione foresta dei giusti –  2026 a Milano  - Redazione Gariwo.net – ci dice:

 

Il terrorismo islamico è un fenomeno criminale che, negli ultimi anni, ha intensificato la sua attività̀ portando a termine degli attacchi molto cruenti e di grande impatto mediatico.

 Esso ha quasi un secolo di vita – il primo movimento che ha teorizzato l’uso della violenza per ripristinare lo stile di vita fondamentalista e ortodosso dei primi credenti islamici, infatti, è stato quello dei “Fratelli Musulmani” fondato nel 1928 in Egitto.

Successivamente, esso si è fortemente “legato” a lotte di liberazione come le rivendicazioni territoriali palestinesi e la Rivoluzione iraniana, ma è stato a seguito della guerra russo-afghana che ha acquisito una veste globale e avversa all’Occidente.

Al-Qaeda e l’ISIS, le ultime organizzazioni terroristiche che si dichiarano di matrice islamica in ordine di tempo, con i loro sanguinosi attacchi, hanno reso manifesti al mondo gli obiettivi antimoderni del fondamentalismo e, soprattutto, i mezzi crudeli e sanguinari per conseguirli.

 I loro attacchi hanno colpito e continuano a colpire le zone di guerra in Medio Oriente e in Africa, ma anche le metropoli occidentali, seminando distruzione e morte.

 

L’ideologia dello Stato Islamico: tra wahhabismo e salafismo.

Isis, le origini del Califfato.

Nel giugno 2014 l’ISIS proclamò la restaurazione del Califfato islamico, incuneato fra Iraq e Siria.

Si tratta dell’atto conclusivo di un processo iniziato con la ribellione al governo iracheno di una parte dei gradi superiori dell’esercito a seguito dell’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti.

 

La crisi politica e morale delle vecchie classi dirigenti in Iraq e Siria produsse un fenomeno di radicalizzazione dei ceti sociali che si sentivano estromessi dal potere.

Gruppi sempre più numerosi si avvicinarono e alla fine abbracciarono ideologie religiose di stampo integralista e fondamentalista, quali il salafismo, il wahhabismo, il jihadismo e il panislamismo.

 Nel 2013 lo Stato Islamico dell'Iraq proclamò unilateralmente la propria unificazione con la branca siriana di Al-Qaeda, che aveva conquistato una parte del territorio siriano nell'ambito della guerra civile contro il governo di Bashar al-Asad.

In seguito a questo annuncio il gruppo, scelta come propria capitale la città siriana di Raqqa, cambiò nome in “Stato Islamico dell'Iraq e della Siria” (ISIS).

L’Islam distorto dall’ideologia.

L’ideologia dell’autoproclamato Stato islamico si riconduce essenzialmente alle dottrine del salafismo, del wahhabismo e del panislamismo.

Definito nelle maniere più diverse - "ortodosso", "ultraconservatore", "austero" - il wahhabismo costituisce una forma estremamente rigida di “Islam sunnita”, che insiste su un'interpretazione letterale del Corano.

 I wahhabiti credono che tutti coloro che non praticano l'Islam secondo le modalità da essi indicate siano pagani e nemici dell'Islam.

I suoi critici affermano però che la rigidità wahhabita ha portato a un'interpretazione rigorista dell'Islam, ricordando come dalla loro linea di pensiero siano scaturiti personaggi come Osama bin Laden e i talebani.

 

Il salafismo è una corrente di pensiero che risale al medioevo con caratteri di apertura e riformismo.

 I primi segnali evidenti e ufficiali del mutamento ideologico e strategico del salafismo, da movimento "riformista" e tollerante a movimento "fondamentalista" e marcatamente ostile alla modernità, si possono forse riscontrare in Tunisia, verso gli anni Trenta del XX secolo.

 

La battaglia culturale contro il fondamentalismo.

Fu in quel contesto che il salafismo venne permeato da uno spirito wahhabita che, facendo piazza pulita del millenario retaggio culturale islamico, mise l’accento contro i “vizi” importati dall’Occidente e sulla necessità di decretare l’ostracismo contro le missioni cristiane e le loro attività di proselitismo.

In Egitto, la trasformazione del salafismo avvenne nello stesso periodo, con l'avvento della cosiddetta “Neo-Salafia.”

 Nascono infatti diverse organizzazioni, fra cui la Fratellanza Musulmana, che non si rivolgono più a minoranze colte e "illuminate" (in qualche modo sensibili alla cultura occidentale) ma alle masse più incolte, impegnandosi in una profonda e capillare opera di "richiamo" all'Islam, cioè di riavvicinamento alla fede e alle pratiche canoniche dell'Islam, inteso in senso anti-intellettualistico e conservatore; una visione praticamente opposta a quella del movimento delle origini.

 

I “Foreign Fighters.”

Quando si parla di ISIS e Stato Islamico non si può fare a meno di nominare i Foreign Fighters, letteralmente "combattenti stranieri”:

sono coloro che, pur non appartenendo geograficamente ai Paesi nei quali è nato il Califfato, decidono di affiliarsi allo Stato Islamico abbracciandone ideologie e metodi di combattimento a promessa di una vita migliore in uno Stato che garantisce giustizia sociale e benessere.

 

Come nasce un jihadista.

È molto difficile fare un ritratto univoco delle persone che decidono di affiliarsi allo Stato Islamico, tanto è varia la loro provenienza:

i Foreign Fighters provengono sia dagli strati più bassi della società che da famiglie benestanti, i loro livelli di istruzione sono diversi e l'arruolamento avviene sia tra musulmani (di prima, seconda o terza generazione che vivono in Occidente) che tra i cosiddetti "convertiti dell'ultimo minuto".

Ma cosa accomuna tutte queste persone?

Perché decidono di arruolarsi per combattere una guerra che non è la loro? Probabilmente trovano nell'ISIS un'ideologia forte, un motivo per cui combattere, nonché la prospettiva di una nuova vita in cui possano affermarsi anche dal punto di vista personale.

Essi si identificano con la “Jihad”, spesso per dare un senso alla propria esistenza: dall'Europa (e non solo) partono per l'addestramento in Medio Oriente per poi far ritorno e, spesso, colpire il mondo dal quale provengono.

Il “Jihad”, quindi, diventa per i Foreign Fighters una ragione di vita, tanto da portare ad un’identificazione in principi per i quali si è disposti a sacrificare la propria vita.

 

Foreign Fighters, responsabilità europea.

Attualmente risulta molto difficile controllare il fenomeno, soprattutto perché l'opera di proselitismo non avviene solo nei luoghi fisici.

La propaganda si fa anche e soprattutto sul web, e in modo costante.

Stando alle ultime stime, si pensa che i Foreign Fighters siano circa 20000 e di provenienza molto varia.

 I luoghi di provenienza sono non solo Nordafrica e Medio Oriente, ma anche Europa e Russia.

La fine dell’utopia jihadista dell’ISIS, dopo la caduta di Raqqa, Mosul e Deir el-Zor, ha comportato tuttavia un’altra insidia, molto pericolosa per l’Europa: quella dei Foreign Fighters di ritorno.

Molti sono stati incarcerati e finiti sotto processo, mentre altri sono stati inseriti in programmi di riabilitazione e reinserimento.

 

Il nuovo jihadismo europeo.

Il “Soufan Center” ha individuato almeno cinque diverse categorie di “returnees”:

quelli che sono rientrati presto o dopo una breve permanenza, prima che iniziasse a perdere terreno;

 quelli rientrati dopo, ma disillusi a causa dei comportamenti sempre più brutali;

quelli che hanno utilizzato le tattiche ISIS per intraprendere nuove battaglie;

quelli costretti a lasciare il Califfato o catturati;

 quelli spediti a combattere in altri scenari, come ad esempio le cellule create per compiere attacchi fuori dai confini (Parigi o Bruxelles).

Solo pochi di loro farebbero però parte di cellule attive.

 

 

 

Perché l’Islam non è il nemico.

Riconoscere la pluralità per

fermare la paura.

Ispionline.it – (4 settembre 2017) – Marco Arnaboldi -Analista – Redazione – ci dice:

“Amir al-Umaro” significa il comandante dei comandanti, o più semplicemente il comandante supremo: è la formula con cui veniva definito l’uomo più potente dell’Impero musulmano alla fine del primo millennio.

Era un periodo di forte frammentazione politica, a guidare le redini della corte imperiale l’avventuriero militare di turno, colui che riusciva a imporsi sul resto della casta […]

Commentario: Medio Oriente e Nord Africa.

 

Amir al-Umaro significa il comandante dei comandanti, o più semplicemente il comandante supremo: è la formula con cui veniva definito l’uomo più potente dell’Impero musulmano alla fine del primo millennio.

 Era un periodo di forte frammentazione politica, a guidare le redini della corte imperiale l’avventuriero militare di turno, colui che riusciva a imporsi sul resto della casta e dei notabili delle dinastie locali.

 

Vi era un tempo in cui le civiltà semitiche non conoscevano estremismo neppure a livello grammaticale, la forma superlativa espressa dalla subordinazione della pluralità verso un singolo.

Modello dei modelli, quello dell’Amir al-Umaro è sopravvissuto sino ad oggi e ci aiuta a comprendere il tentativo dello Stato Islamico di emergere non solo dal resto della scena jihadista transnazionale, ma di divenire la voce solista nel coro dell’Islam contemporaneo.

Esistono gruppi armati e idee armate.

Fra le seconde è la finzione jihadista di negare l’esistenza di pluralismo nel Medio Oriente, di (ri-)attivare una identità religiosa per lo più fittizia nel tentativo di amalgamare tradizioni islamiche assai diverse fra loro.

Campione di questa narrazione è lo Stato Islamico, che la concretizza tramite la delegittimazione di pratiche ad esso estranee e il tentativo di annientare il consenso musulmano verso altre organizzazioni, in primo luogo i rivali qaidisti.

 Per intenderci, se dovesse scegliere una frase di presentazione, Abu Bakr al-Baghdadi non direbbe mai “morte ai miscredenti”, ma “noi siamo l’Islam, rappresentiamo la Sunna (tradizione)”.

 

Paradossalmente, accade in questi giorni che una buona fetta di opinione pubblica e, in maniera più allarmante, di pensatori e politici, si schieri contro lo Stato Islamico pur sposandone la retorica.

 Infatti è ormai facile sentir dire che il nemico è l’Islam, parole un tempo smistate fra intimi sussurri, oggi pronunciate con arroganza di verità celata.

Eguagliare Islam e jihadismo è non solo operazione per lo più errata, ma nella maggior parte dei casi dannosa.

Significa ampliare all’intero spettro storico dell’Islam il campo di esistenza dell’identità fra i due termini, mossa che combacia con il nichilismo confessionale dello Stato Islamico.

 In parole semplici, ricondurre le recenti azioni terroristiche all’Islam tout court è un autogol clamoroso perché significa confermare la pretesa di rappresentanza universale dello Stato Islamico (e, in maniera minore, di altri gruppi simili).

 

Chiaramente, non si tratta qui di” fare buonismo”

 e spiegare che invece esistono i musulmani perbene, né di illustrare come migliaia di loro contribuiscano al fabbisogno economico e demografico d’Europa.

È evidente che il tempo dei grafici, degli intellettuali e dei distinguo è passato: l’idea che l’Islam abbia in sé una componente innata di violenza ed estremismo ha purtroppo travalicato anche gli studi e i pareri più convincenti.

 

È del resto complicato opporsi alla tendenza.

Porre la questione della delegittimazione dello Stato Islamico come dell’Islam radicale sul piano dottrinale è inutile.

Non per superiorità dei primi, ma per l’assenza di una figura in grado di decretare il vincitore della disputa.

 Del tutto fuori luogo poi la proposta di far scomunicare gli estremisti agli esponenti dell’Islam moderato:

 un’arma, quella della dichiarazione di miscredenza, utilizzata proprio dagli stessi militanti e con rischio di ripercussioni disastrose.

In maniera analoga, affrontare la questione dal punto di vista ideologico non consente di raggiungere il piano dell’oggettività:

anzi, ricondurre la lotta allo Stato Islamico all’ideologica significa abbassarsi a discutere con lo stesso registro, e quindi riconoscere la forma dell’argomento nemico.

 

Dimostrare come lo Stato Islamico non possa essere rappresentativo dell’Islam, per delegittimarlo in maniera consistente, è impossibile e probabilmente fuori luogo.

 Tuttavia, lo si può arginare dal mainstream islamico molto più di quanto non sia stato fatto e tale operazione non può che passare dall’uso di dati di fatto inequivocabili:

 l’affermazione empirica della varietà e della variabilità interna al mondo islamico. I suoi destinatari sono tanto gli estremisti quanto i persuasi dall’equazione “Islam uguale problema”.

 

Si tratta di valorizzare ed evidenziare il pluralismo delle pratiche confessionali islamiche, sottolineando come tutte abbiano elaborato forme teologiche che le pongono al centro della rivelazione, i loro modelli comportamentali resi coerenti con la sunna.

 La complessità interna del mondo islamico, spesso letta come un fattore di entropia e di animosità, deve diventare una risorsa.

Si intenda bene:

non è qualitativamente (e quindi dottrinalmente) che la pluralità trova i suoi argomenti migliori, ma quantitativamente.

Dare uguale voce e spazio alle diversità significa riequilibrare le occasioni di rappresentanza e riempire quel vuoto istituzionale spesso vampirizzato dai gruppi estremisti.

È dunque necessario dar conto delle innumerevoli interpretazioni religiose scaturite nel tempo per spiegare l’imprecisione ontologica della parola Islam quando preceduta dall’articolo “il”.

L’Islam non può essere il nemico in quanto il vocabolo non fa riferimento ad alcuna realtà monistica.

 

Combattere la narrativa jihadista (anche quando da noi inconsciamente sostenuta) non vuol dire solo chiamare musulmani gli appartenenti alle più svariate comunità non tradizionali, ma anche dar risalto agli scontri interni al panorama salafita. Storicamente, è possibile affermare che buona parte delle congregazioni cosiddette eterodosse è nata con intenti sovversivi e ha subito nel tempo un processo di moderazione dottrinale.

 L’esperienza storica offerta dall’evoluzione di gruppi quali gli Ismailiti e gli Ibaditi è un bene strategico per la lotta al radicalismo anche e soprattutto in considerazione del loro precedente carattere estremista, che ha progressivamente lasciato spazio a una visione cosmopolita e aperta alla coesistenza confessionale.

 

Il teatro naturale per la realizzazione del progetto è l’Europa, non fosse altro che per motivi geopolitici che ne ostacolano l’attuazione nei paesi arabo-islamici.

 Il nascente Islam europeo dovrà essere inclusivo e plurale, conscio ma non timoroso della sua complessità.

 Importante sarà anche indirizzare i giusti input governativi nel potenziamento e nell’istituzionalizzazione dei gruppi confessionali, nel promuovere attività formative in cui è esaltata la multidimensionalità religiosa. 

(Marco Arnaboldi, analista freelance e collaboratore ISPI).

 

 

 

Da al Azhar a Hamas. Quell’islam

sordo agli appelli del Papa

contro l’estremismo.

Ilfoglio.it – Edicola Digitale - Luca Gambardella – Maurizio Crippa – Antonio Gurrado – Giulio Meotti - (22 aprile 2025) – Redazione – ci dicono:

 

I viaggi storici di Francesco in medio oriente, gli incontri con l'ayatollah sciita al Sistani e con Tayeb, leader del mondo sunnita.

 Le condoglianze dei terroristi di Gaza.

Immagine di da “al Azhar a Hamas”.

Quell’islam sordo agli appelli del Papa contro l’estremismo.

 

Fu dalla culla delle fedi abramitiche, dove fu inventata la ruota e prese forma il codice di Hammurabi, vicino alle rovine dello ziggurat dell’antica città di Hur che Papa Francesco rivolse il suo ringraziamento più sentito al popolo iracheno, uscito vittorioso sull’estremismo dello Stato islamico appena cacciato da Mosul.

 “Vengo come un pellegrino di pace, in cerca di fratellanza e riconciliazione dopo anni di guerra e terrorismo. Sembra di tornare a casa”, disse il Pontefice dal deserto aperto, 300 chilometri a sud di Baghdad.

 Lo storico viaggio del 2021, il primo di un Pontefice in Iraq, fu un’esplorazione alle radici del cristianesimo, lì dove visse Abramo.

“Gli esseri umani sono o fratelli per religione o uguali per creazione”, gli disse l’ayatollah al Sistani in un incontro fortemente voluto da Papa Francesco nella città santa di Najaf con la massima autorità religiosa dell’islam sciita in Iraq.

Ma al di là dei simbolismi, gli appelli del Papa al dialogo interreligioso – estremismo e violenza sono “il tradimento delle religioni”, disse – rimasero in parte inascoltati.

La comunità cristiana irachena, rimasta ai margini della scena politica e messa sotto il ricatto dei Guardiani della rivoluzione islamica dell’Iran, resta in balia di discriminazioni e minacce.

Quando il Papa rivelò nella sua autobiografia di essere stato vittima di due attentati terroristici sventati dalle forze di sicurezza durante il suo viaggio in Iraq, la leadership di Baghdad, imbarazzata, si affrettò a smentirlo.

Francesco, un Papa dritto al cuore di chi non ha ancora perso il suo cuore.

“Non fatevi beffe” della fede semplice.

Un Papa per chi non sa più chi era Gesù.

La profezia di una canzone di Tricarico, il ritorno all’abc del cristianesimo, la fede del popolo.

E tutto il resto non è importante

(Maurizio Crippa).

 

Oggi il mondo islamico, a cui Francesco ha sempre guardato con grandi aspettative, ha espresso il proprio cordoglio per la morte del Papa.

 Se lo sciita Sistani ha parlato di “profonda tristezza”, dal Cairo Ahmad al Tayeb, il grande imam dell’Università di al Azhar e punto di riferimento dell’islam sunnita, ha ricordato il Pontefice “al servizio dell’umanità, difensore degli oppressi e sostenitore del dialogo interreligioso e interculturale”.

E questo nonostante Tayeb si sia sempre rivelato come una figura controversa.

 Commemorando l’uccisione del leader di Hamas Yahya Sminar, lo scorso ottobre, l’imam di al Azhar non esitò a condannare Israele e a definire i terroristi di Gaza “eroi” e “combattenti della resistenza che hanno difeso la causa di arabi e musulmani”.

L'ultimo esempio di Papa Francesco.

Il Pontefice ci ha lasciato un ammonimento muto che riecheggia la "parabola delle mine" nel Vangelo di Luca:

non conta quanto a lungo stringiamo la nostra vita, se la teniamo chiusa in un fazzoletto

(Antonio Gurrado)

 

Gli appelli per la fine di ogni estremismo e gli incontri epocali con i grandi leader del mondo musulmano sono usciti ridimensionati dalla storia recente.

Nel 2019, Francesco e Tayeb si incontrarono negli Emirati Arabi Uniti, ad Abu Dhabi, in un altro vertice storico.

 Il primo Papa a mettere piede nella “terra di Maometto”, la penisola arabica (tornerà tre anni dopo in Bahrein), firmò un documento dalle enormi aspettative. Dedicata alla “Fratellanza umana”, la dichiarazione firmata insieme a Tayeb fu accolta come la pietra miliare di una relazione nuova tra islam e cristianesimo. Sull’isola di Saadat, fu inaugurato in quella occasione la Casa della famiglia abramitica, che ospita una chiesa, una moschea e una sinagoga come simboli del dialogo interreligioso e della coesistenza pacifica tra cristiani, ebrei e musulmani. Per Francesco, non si trattava solamente di simboli, ma di occasioni concrete per riconnettere mondi in guerra.

Assassinato l’iracheno che bruciava il Corano. Il premier svedese: “Potenze straniere coinvolte”.

La sua provocazione aveva diviso l'opinione pubblica di diversi paesi.

E, dopo la notizia, il tribunale distrettuale di Stoccolma ha annunciato la sospensione del processo a suo carico.

(Giulio Meotti)

 

La difesa dei cristiani in medio oriente fu al cuore dei suoi sforzi.

“Caro fratello”, fu l’incipit di una lettera inviata a Sistani due anni dopo l’incontro di Najaf per chiedergli di intercedere con le autorità irachene affinché si costruisse “una cultura basata sulla giustizia, la pace, promuovendo le azioni politiche che proteggono i diritti fondamentali di ognuno”.

Alla benedizione Urbi et orbi di domenica, il Papa aveva ricordato Gaza e gli orrori della guerra, ma anche i bambini coinvolti nelle guerre in Yemen, Libano e Sudan. Parole che nel giro di poche ore sono rimaste vittime di un triste cortocircuito quando ieri è arrivato il cordoglio di Hamas per la morte del Pontefice:

 “Papa Francesco era un fermo difensore dei diritti legittimi del popolo palestinese – ha detto Bassey Naim, uno dei leader dei terroristi – in particolare nella sua ferma posizione contro la guerra e gli atti di genocidio perpetrati contro il nostro popolo a Gaza”.

(Luca Gambardella).

 

 

 

 

1 – La nascita degli opposti estremismi.

Fondazioneperini.org – Carlo Perini è deceduto nel 1952 -La Fondazione è nata nel 2003 –

La Redazione – ci dice:

L’eversione di destra e l’eversione di sinistra.

La cronistoria degli “anni di piombo in Italia”, si concentra dal 1969 al 1984, alla quale va aggiunto lo strascico terroristico di questi ultimi 15 anni, con i caduti negli attentati del residuo neoterrorismo brigatista.

 Nel solo 1979, anno di massima espansione del terrorismo in Italia, si registrarono 2.200 attentati, firmati da 215 sigle di sinistra e 55 di destra, con 22 morti e 149 feriti.

Milano, Torino, Genova, Padova, Venezia, Firenze, Roma e Napoli furono l’epicentro di quella sconvolgente stagione eversiva, iniziata con la “strage di piazza Fontana a Milano” del 12 dicembre 1969 e la conseguente strategia stragista.

I morti per atti di terrorismo ad opera delle brigate rosse sono stati 180 (11 magistrati, 59 civili, 110 delle Forze dell’Ordine e Forze Armate).

 47 sono gli uccisi per atti di violenza o scontro politico:

26 giovani di sinistra sono stati assassinati da militanti di destra e 21 i morti di destra uccisi da militanti di sinistra.

 La sola città di Milano, durante il periodo della strategia della tensione e degli opposti estremismi, ne contò ben 18.

Le vittime per stragi, a partire da quella di Portella della Ginestra a quelle di Fiumicino e di Ustica, ammontano a 310, alle quali vanno aggiunte le 68 vittime delle guerre in Iraq e Afghanistan e le 33 vittime civili uccise, in attentati nei diversi Paesi del mondo, dal terrorismo fondamentalista islamico.

 I morti i per atti di terrorismo e di strage di tale matrice, durante gli anni di piombo, 1969-1987, furono 489 e i feriti 1.351 che, compresi quelli per atti di scontri politici, furono 5.550.

Gli attentati compiuti per atti di violenza politica ammontano a ben 15.000 dei quali 14.591 compiuti dal 1969 al 1987, secondo i dati del ministero dell’Interno. Gli italiani caduti nella guerra in Iraq sono 39, dei quali 32 militari uccisi in azione di attacchi, attentati o incidenti e 7 civili, fra i quali il funzionario Nicola Lipari.

Ben 19 sono stati i caduti in Iraq nella I strage di Nassiriya, 4 nella II strage e 1 nel terzo attentato.

 In Afghanistan i militari caduti, in attentati e incidenti vari, sono stati 22, ai quali si aggiunge la vittima civile, Maria Grazia Cutuli, giornalista del Corriere della Sera.

 Aggiornando il quadro complessivo delle vittime di terrorismo e di stragi di tale matrice interno e internazionale (comprese le vittime civili del terrorismo islamico e i caduti in Iraq e Afghanistan) se ne contano ben 547, escludendo i caduti civili e quelli del dovere per mafia e per criminalità organizzata.

 

a) il manuale delle guardie nere:

lo stragismo e gli obbiettivi mirati dei Nard, Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale.

 

Il terrorismo nero o fascista non è frutto di un fenomeno a dispetto o di odio contro la società dalla quale si sente isolato. Essa si pone in contesti eversivi all’interno dei quali sono riconducibili le attività stragiste.

L’eversione nera si è mossa nella logica di favorire un cambiamento a destra del quadro politico e istituzionale, auspicando svolte involutive, antidemocratiche, autoritarie o di blocco d’ordine.

Gli anni ’70 furono l’epoca in cui nel Paese imperversavano i tentativi golpisti dell’estrema destra pilotati da uomini dei servizi segreti deviati, mentre numerosi gruppi neofascisti assoldavano squadre di picchiatori e si radunavano in cellule eversive bene organizzate per compiere stragi.

Tale triste periodo vide in auge il “manuale delle guardie nere”, che insegnava che la violenza non è un capriccio, ma una necessità chirurgica, e addirittura una virtù. Una dolorosa necessità, profondamente morale, per la disinfestazione materiale dei comunisti e si espresse nella lucida follia di odio e di terrorismo politico sfociato nello stragismo rimasto, sostanzialmente, impunito.

La storia armata del neofascismo costituisce tuttora l’orribile e ancora impunita stagione stragista da piazza Fontana di quel 12 dicembre 1969 sino alle stragi sui treni.

 La destra storica eversiva si richiamava alla “disintegrazione del sistema”, propugnata dal terrorista Franco Freda, l’editore condannato per 21 dei 22 attentati del 1969.

 Lo stragismo ha goduto di un’oscurità totale dei mandanti e degli autori, a causa anche di impenetrabili depistaggi storiografi ci e fallimenti giudiziari.

Per quanto riguarda i gruppi dell’eversione di destra molto noti erano i giovani neofascisti lombardi del gruppo “La Fenice” guidati da Giancarlo Rognoni;

quelli veneti della “Rosa dei Venti”; quelli dei “Nard” di Roma che compirono 33 omicidi ed erano capeggiati da Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Pierluigi Ciavardini, Mario Tuti, Pierluigi Concutelli (questi due ultimi strangolarono in carcere Ermanno Buzzi un camerata balordo, che viveva di traffici illeciti);

quelli di “Ordine Nuovo e Avanguardia nazionale” fondati da Stefano delle Chiaie, tanto che negli anni ’66-67, c’erano molti contatti fra Avanguardia nazionale e i filocinesi di sinistra, contro il sistema.

Solo negli anni successivi i due movimenti, coetanei di destra e di sinistra, si separarono, perché il potere aveva necessità di accreditare la politica degli opposti estremismi.

 Noto anche era il fronte di intellettuali e politici di destra Armando Plebe, Giano Accame, Giulio Caradonna, Guido Paglia, Mario Merlino, Lino Gaglianone ex tesoriere dei Nard e tanti altri militanti estremisti dei quali sarebbe lungo fare l’elenco e che oggi sono i cattivi maestri della nuova generazione di estremisti di destra.

Come si ricorderà, Stefano della Chiaie e Mario Merlino sono archiviati dalla cronaca come due fra i più grandi eversori della destra estrema.

Il primo accusato per la strage di piazza Fontana, per la strage della stazione di Bologna, per il golpe Borghese, per l’omicidio del generale cileno, Leighton, per conto del dittatore cileno Pinochet.

Il secondo è stato tre anni in galera, venti nei tribunali, per la strage di piazza Fontana, in particolare.

Alla fine, entrambi sempre assolti.

Allo scrittore Mario Concutelli, si è aggiunto anche Mario Merlino che scrive libri e da venti anni insegna storia e filosofi a al liceo scientifico “F. D’Assisi” di Centocelle a Roma;

 ha tenuto corsi sulla Repubblica sociale e sulla guerra civile; ha parlato ai giovani camerati assieme al leader storico Stefano della Chiaie; che ha avuto un pub a Roma nel quartiere Casilina; ha gestito una tv privata a Lamezia Terme con “Tele Tirreno”, entrambi chiusi. Ora lavora per aprire una tv satellitare a Roma.

Illuminante risulta la vicenda dell’ex terrorista dei “Nard” Pierluigi Bragaglia, noto esponente dell’eversione di destra, ricercato dal 1982 è catturato solo il 4 luglio del 2008 in Brasile sul litorale di Villabella di San Paolo in Brasile.

Bragaglia, 48 anni e ricercato da 26 anni, è membro di una famiglia facoltosa ed era stato condannato dalla Corte d’Appello di Roma a 15 anni di carcere per banda armata, rapina aggravata, sequestro di persona e detenzione e porto abusivo di armi da guerra.

Dal 2007 la polizia italiana lo aveva individuato proprio in Brasile ed aveva, per questo, chiesto aiuto alle autorità brasiliane.

Il terrorista nero arrestato utilizzava un passaporto falso venezuelano ed era titolare di un piccolo albergo “Chalet do Paolo” ed era proprietario di un deposito di bevande.

Durante la perquisizione è stata trovata una pistola nascosta sull’armadio. L’uomo è stato condotto nel carcere di San Paolo in attesa di estradizione.

“Angelo Manfrin”, ex terrorista nero di Ordine Nuovo, condannato nel ’90 con Fioravanti per l’omicidio dei carabinieri Condotto Enea il 5/02/1981 e Maronese Luigi 15/10/1974, hanno assunto gli onori della cronaca come organizzatore del traffico di droga arrestato con altre 19 trafficanti, il 28 ottobre 2008.

Non sono le sole “Madonne Pellegrine” di sinistra, ma anche i reduci dell’estremismo nero che, a distanza di 40 anni, ripercorrono i sentieri della storia. Mi sono rimasti, perciò vivamente impressi il clima di terrore nella stagione degli opposti estremismi e lo shock che ebbi non solo in occasione dell’assalto fascista al Circolo culturale Carlo Perini il 21 giugno del 1971, ma soprattutto in occasione dell’attentato terroristico di cui sono stato oggetto ad opera delle brigate rosse il 1° aprile 1980.

 

b) Il manuale delle “guardie rosse” e l’eversione della sinistra antagonista.

 

Il terrorismo è considerato un crimine ed è dichiarato, dal potere costituito, come un comportamento illegittimo o eversione contro lo Stato.

Al contrario i terroristi considerano lo Stato come oppressione e si fanno portatori di una giustizia primaria da restaurare. Il terrorismo si manifesta, pertanto, come antistato con la ferocia delle corti marziali, con la sospensione delle garanzie istituzionali e con l’esercitazione di una giustizia sommaria e spietata.

I riferimenti storici del terrorismo li troviamo nelle rivoluzioni francese e bolscevica, nelle guerre anticolonialiste soprattutto in quella d’Algeria, nella guerra del Vietnam e nelle guerriglie contro i regimi dittatoriali in Grecia e in America Latina, che imperversarono dagli anni ’60 agli anni Settanta.

In Italia la violenza politica è stata una bestia, che si è autoalimentata a dismisura, occupando la scena e imponendosi, con prepotenza, nella vita pubblica dal 1969 al 1984. Lo spettro della violenza dominò tale stagione lancinante di scontro fisico, di sangue, di deliri di annientamento del nemico politico. L’escalation della violenza, impastata di angoscia e tensione, sfociò nei gorghi di una deriva cruenta di attentati e di morte.

La violenza degli anni Settanta, prima teorizzata e poi praticata, disponeva di una diffusa ideologia, che forniva ai violenti legittimazione e credibilità del mito della palingenesi rivoluzionaria per abbattere le “Stato borghese” con tutti i mezzi, ricorrendo ad atti di “giustizia proletaria”.

Vi era forte il mito della presa violenta del potere, il mito della rivoluzione coltivata sulla spinta reattiva della strategia della tensione, l’ossessione del colpo di Stato autoritario, l’idea e il richiamo alla Resistenza e alla rivoluzione interrotta e tradita, dopo la sanguinosa guerra civile tra fascisti e antifascisti. La guerra sociale era lo strumento per portare al potere la classe operaia e contadina e si legittimò la pratica dell’annientamento politico dell’avversario.

La radicalizzazione della violenza e dello scontro politico, in una Stato democratico come l’Italia repubblicana, era destinata alla sconfitta e all’isolamento da parte delle masse e dei partiti democratici, che scelsero la legalità costituzionale, contro la barbarie e l’eversione del terrorismo.

L’incandescente materia del terrorismo può essere ricostruita come fenomenologia delle mutazioni pisco -patologiche – politiche di gruppi di esaltati, credenti in un’idea rivoluzionaria contro l’imperialismo americano e contro lo Stato democratico italiano. Non si tratta di fare un revisionismo storico, ma una semplice cronaca nera, seguendo la carriera

di questi facinorosi imprigionati e sconfitti, che avevano una grande voglia di fare la rivoluzione.

Il terrorismo rosso in Italia non ha origine da una semplice situazione di sfruttamento o d’inaccettabilità delle condizioni sociali, ma è portatore di una analisi storica della realtà politica italiana e di una sua logica intrinseca attraverso un’ideologia fi deistica e dogmatica, mutuata dai teorici della lotta armata che elaborarono la presa del potere dopo lo sconvolgimento del “Movimento del ‘68”, che non fu semplicemente anticamera del terrorismo.

Si trattava di un coerente disegno di strategia politica che utilizzava l’antagonismo armato per dare uno scrollone ad un sistema di potere e per attaccare uomini e simboli dello Stato, che sembrava, a loro giudizio, prossimo allo sfaldamento.

Si trattava anche di una sciagurata stagione di odio e di stupidità ideologica, che ingabbiò i protagonisti in antiquate ideologie rivoluzionarie sino a rimanerne schiacciati.

Dall’inizio della lotta armata nel 1974, i terroristi rossi hanno sempre firmato e rivendicato i loro proditorii attentati, anche quando, si sono macchiati di comportamenti delittuosi sfociati negli assassini più feroci e innaturali per captare il consenso delle masse popolari. Al contrario le loro azioni truculente e sanguinarie suscitarono ripulsa e rigetto da parte non solo della borghesia, ma anche dello stesso movimento operaio.

Il quadro della situazione politica italiana si è, di fatto, evoluto in senso contrario all’ipotesi rivoluzionaria brigatista con la tenuta e il rafforzamento dello Stato Democratico e, quindi, con la sconfitta degli sbocchi autoritari di destra e dell’eversione rivoluzionaria di sinistra.

La strategia brigatista priva, pertanto, di meccanismi di socializzazione e di consenso, entrò in crisi e portò alla sconfitta la gerarchizzazione del nucleo storico e condusse al fallimento la lotta armata della seconda e terza generazione

rivoluzionaria.

Dal 1979, il reclutamento di nuove leve di militanti, nasceva su impulsi spontaneistici ed emulativi di fragile ideologizzazione.

Tale arruolamento si è rivelato sempre più simile ad una costituzione di squadroni della morte di giovani delinquenti e criminali, che si organizzavano per colpire, semplicemente, inermi obiettivi e facili bersagli civili, piuttosto che scontrarsi con i rappresentanti del potere.

L’interpretazione dei fatti, in questa ricostruzione storica, segna il “requiem delle utopie rivoluzionarie”, che non ammette dignità alle motivazioni o elucubrazioni storiche addotte dagli ex terroristi per giustificare una stagione di sangue e una scelta armata, sostanzialmente, criminosi.

 

c) “Il libretto di Mao sulla rivoluzione permanente fu il manuale delle guardie rosse”.

 

Il libretto rosso cinese di Mao Tse Tung, diede la stura ad una retorica rivoluzionaria giovanile, contagiata dalla malattia dei governi comunisti dell’Europa dell’Est, oppressivi e sanguinari. I gruppi della sinistra extraparlamentare partirono tutti all’attacco contro il sistema di potere rappresentato dalla DC e dal PCI.

La strada del movimento del ’68 era lastricata di utopie, miti rivoluzionari, settarismo marxista-leninista. Le frange più arrabbiate contro lo strapotere della Democrazia Cristiana trovarono un collegamento di lotte comuni fra studenti, lavoratori delle fabbriche, proletari e sottoproletari dei quartieri delle periferie urbane.

Si scandivano slogan inneggianti a Mao, a Che Guevara, a Lenin, a Stalin e a Marx e si organizzavano la guerriglia urbana, le lotte sociali, le autonomie operaie in fabbrica contro i sindacati tradizionali.

Nell’università “i cattivi maestri” predicavano la rivoluzione nella politica e nei costumi sessuali e furono gli anni della contestazione sino al 1974. Ovunque erano visibili i segni di battaglia: nelle università, nelle scuole medie e superiori, nelle fabbriche, nei salotti, nei festival cinematografi ci, nei premi letterari, nelle rassegne d’arte. Nella sola città di Milano si contarono 25 morti per scontri di violenza politica fra fazioni di studenti e forze di polizia.

I teorici del “gauchismo extraparlamentare” passarono dallo scontro politico all’indottrinamento dei giovani all’antagonismo armato, che si trasformò in lotta sanguinaria, sia pure in modo graduale, passando: dallo scontro di piazza, alla guerriglia urbana; dagli slogan intimidatori e minacce a comportamenti aggressivi e violenti con spranghe e catene; dalle rapine ai furgoni portavalori e alle rapine in banche per autofinanziamento agli espropri proletari; dagli scioperi dell’affitto e all’occupazioni abusive della case popolari; dai sequestri di persona, si giunse infine alla lotta armata e insurrezionale con bombe, attentati e ferimenti. Si alzò il tiro con le uccisioni mirate.

Gli anni di piombo, dal 1974 al 1984, furono gli anni della tragedia nazionale e della notte della Repubblica.

Già agli inizi degli anni ’70 a Trento, nella Facoltà di Sociologia, decine di studenti si radunavano attorno a Renato Curcio che, con Mara Cagol e Corrado Simioni , aveva fondato “Il Collettivo Metropolitano Politico numero uno”, mentre il gruppo “ L’appartamento” di Alberto Franceschini” aveva costituito il primo nucleo delle brigate rosse a Reggio Emilia.

Negli anni successivi si costituì la colonna milanese “Walter Alasia” capeggiata da Mario Moretti e quella veneta “Fabrizio Pelli” ad opera di Antonio Savasta ed Emilia Libera e che diede origine alla brigata ospedaliera Fabrizio Pelli, che morì di leucemia al Policlinico di Milano. La stella a cinque punte del terrorismo brigatista si diffonde dal 1974 in poi. Siamo di fronte alla pratica feroce e criminale contro vittime innocenti ed inermi. Fu il terrorismo dei giovani dai salotti buoni, istruiti, ben vestiti, con genitori e antenati illustri e con le mani ben curate, che sognavano di “mandare al potere la classe operaia e contadina e agiva e compiva delitti in nome del popolo”, con il quale

nulla avevano da spartire e che si autoesaltavano con la minaccia “Pagherete caro, pagherete tutto”.

L’album di famiglia del terrorismo rosso erano la Resistenza e la guerra sociale nella logica rivoluzionaria, che era mancata in Italia, perché il Partito Comunista Italiano aveva scelto la legalità democratica.

I teorici della rivoluzione mancata, motivarono la loro scelta di darsi una struttura di resistenza armata, ricorrendo alla clandestinità adducendo tre sostanziali motivi.

Il primo era quello di ritenere, dopo la strage di piazza Fontana, che in Italia fossero in atto, negli anni ’70, la strategia stragista e tentativi di golpe fascisti per portare la dittatura come in Cile, Argentina e Grecia.

Il secondo i rivoluzionari accusavano Enrico Berlinguer, segretario del più grande partito comunista occidentale, di avere tradito la Resistenza e lo ritenevano colpevole di collaborare con la DC di Aldo Moro.

Il terzo motivo, per la scelta della violenza politica organizzata, era legato allo scenario internazionale, dove in America Latina e in Grecia ebbero il sopravvento il regime dei generali e dei colonnelli.

Il terrorismo dilagò nelle maggiori città italiane: Trento, Padova, Venezia, Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Pisa, Roma, Napoli. Le stragi fasciste s’intrecciano con gli attentati delle brigate rosse che sanno scegliere i loro bersagli: magistrati, politici, giornalisti, economisti, docenti universitari, poliziotti, carabinieri, guardie carcerarie, dirigenti di fabbrica, sindacalisti e cittadini comuni.

Tale strategia del terrore non portò al trionfo della classe operaia o al cambiamento di regime, ma segnò irrimediabilmente la fine delle conquiste sociali del mondo del lavoro e di tutto quel popolo progressista del mondo cattolico e marxista. Le conquiste dei lavoratori furono vanificate e bloccate, perché il terrorismo recò un danno incalcolabile alla classe operaia, che aveva lottato per lo “Statuto dei Lavoratori” e per la promozione umana e sociale dei deboli, degli oppressi e degli sfruttati. Gli opposti estremismi ponevano l’accento più sulle manifestazioni di piazza, che sulla pericolosità delle diffuse organizzazioni clandestine.

Il terrorismo segnò la sconfitta della classe operaia e fu, obiettivamente, funzionale al disegno strategico di far perdurare l’egemonia di potere della D.C. e del P.S.I. di Craxi poi.

Il terrorismo favorì, sostanzialmente ed involontariamente, la sconfitta del Movimento Operaio nel nostro Paese.

Siamo di fronte a giovani addottrinati da cattivi maestri, che predicavano violenza e menzogne ai loro pessimi allievi,

che scelsero il terrore come metodo di lotta politica.

Né dimentico che il terrorismo fu anche figlio dell’area dell’autonomia operaia, che si infiltrò all’interno delle fabbriche, per cui si scoprì che gruppi di fuoco si annidavano non solo nelle fabbriche delle città operaie Torino, Milano, Genova, Venezia, ma anche a Padova, Roma, Napoli, Reggio Calabria.

I Sindacati sottovalutarono il fenomeno brigatista e avvertirono, tardivamente, il grave pericolo della progressione terroristica. Era infatti diffusa, a sinistra, la convinzione che esistesse solo un estremismo di destra a cominciare dal Governo Tambroni, alle minacce di golpe militari, alle stragi.

Gli effetti della strage di piazza Fontana e della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli accentuarono il moto di un processo di radicalizzazione violenta dell’estrema sinistra. Le cause politiche, sociali e culturali del terrorismo rosso emersero dal 1974 in poi con l’inizio del confronto e del dialogo fra i due massimi partiti storici dell’epoca la DC e il PCI. Si accusava Enrico Berlinguer, segretario del più grande partito comunista occidentale, di avere tradita la Resistenza con la politica del “Compromesso storico prima e della Solidarietà nazionale poi”.

Il martirio di Aldo Moro, consentì, al contrario, il trionfo della DC nelle elezioni politiche del 1979. All’interno del partito di maggioranza politica si giunse alla resa dei conti.

Nel 1980 la politica di solidarietà nazionale, che si incarnava nella persona del segretario uscente della DC, Benigno Zaccagnini, fu sconfitta. La vittoria arrise a quel famigerato “preambolo anticomunista” di Carlo Donat – Cattin, che portò all’elezione di Flaminio Piccoli come Segretario della DC. L’on. Piccoli svolse un ruolo importante nella collusione con i brigatisti sequestratori dell’Assessore preamboli sta Ciro Cirillo, sino a contattare i vertici della camorra napoletana. Si diede poi vita, con la caduta del governo di “solidarietà nazionale” presieduto dal “divo” on. Giulio Andreotti e alla nascita del governo presieduto da Cossiga che durò in carica dal 1979 al 1980.

Nel 1983 e si avviò la lunga era governativa del primo socialista Presidente del Consiglio dei Ministri on. Bettino Craxi che, con il suo riformismo socialista, ebbe il grande merito storico di alimentare il fenomeno patologico della corruzione e delle ruberie politiche in Italia, superando, in maniera impressionate, la collaudata capacità di malgoverno della Democrazia Cristiana, madre e maestra di ogni illegalità. Il Governo Craxi durò in carica sino al 1987 ed ebbe l’unico merito politico di inserirsi nell’evoluzione del socialismo europeo.

Grazie poi al concorso eversivo del terrorismo rosso e nero, la classe operaia registrò ulteriori sconfitte e cocenti umiliazioni, a cominciare dal referendum craxiano sull’abolizione della scala mobile per i lavoratori, che vide schierarsi, in prima fi la, per tale taglio, il salottiero sindacalista Fausto Bertinotti, all’epoca amico e sfegatato sostenitore di Bettino Craxi.

In politica e in economia si affermava arrogantemente la convinta certezza che in Italia non esisteva una questione morale. L’illegalità imperante aveva sancito la prassi che ogni ruberia restasse sempre impunita e che fosse legittima la voracità felina dei partiti.

Da ciò il discreto delle istituzioni e la delegittimazione dei maggiori partiti politici, travolti agli inizi degli anni ’90 da “Tangentopoli”.

Oggi esiste una sostanziale identità fra le vecchie e le nuove b.r., a causa di una comune matrice ideologica e di un’analoga tendenza a privilegiare i conflitti del lavoro, come terreno di lotta.

Negli anni Settanta si chiamava “operaismo armato o lotta del proletariato e sottoproletariato urbano contro il nemico di classe nelle fabbriche e sui luoghi di lavoro”.

Ecco il motivo per cui il terrorismo di sinistra ha scelto i suoi obiettivi fra i migliori e indifesi ed erano impegnati a migliorare la società, credendo nel riformismo.

Non ci fu guerra civile, perché la quasi totalità dei morti era disarmata. Oggi il neo – brigatismo alligna in settori del pubblico impiego, del terziario, del precariato, della sinistra radicale e degli anarchici – insurrezionalisti. Il terrorismo odierno si alimenta, altresì, di una pericolosa concezione fondamentalista a base religiosa, che identifica il nemico come il “Male assoluto” da combattere in una guerra totale senza limiti di spazio o di tempo. L’Italia civile e democratica, unita in tutte le sue componenti, è tuttora chiamata a sconfiggere il terrorismo e la violenza di destra e di sinistra che ritornano ciclicamente, come il “male della storia” da condannare ed estirpare ora e sempre e tutti siamo chiamati a testimoniare in termini di valori e fedeltà democratica.

 

d) I fermenti civili, culturali e politici nel periodo degli opposti estremismi.

 

La maturità adulta della mia esperienza di vita non fu altro che ripercorrere l’impegno di dedizione al Circolo culturale Carlo Perini, che operava in un clima esasperato di conflittualità politica, nel triste periodo della strategia della tensione, degli opposti estremismi, della contestazione studentesca e degli anni di piombo.

La strada del Movimento del 1968 era lastricata di utopie, di miti rivoluzionari, di settarismo marxista-leninista.

Il quartiere di Quarto Oggiaro – Vialba fu scelto come campo di battaglia per la predicazione e l’applicazione della guerriglia urbana da parte delle frange più arrabbiate ed eversive della contestazione giovanile, al fine di trovare un collegamento fra studenti, lavoratori delle fabbriche, proletari e sottoproletari della periferia milanese. La sede del Centro sociale di via Val Trompia, ove da circa 15 anni operava il Circolo da me fondato, divenne il luogo d’incontro e di scontro dei vari collettivi giovanili.

Si ricordano, tra le miriadi di sigle, alcune come: Comitato Unitario di Base, Avanguardia operaia, Lotta Continua, Partito Comunista Internazionalista, Potere e Autonomia operaia, Comitato Agitazione lavoratori studenti, Comitato antifascista antimperialista, Collettivo autonoma Architettura, Comitato di Lotta di Ingegneria, Collettivo Antonio Gramsci, Manifesto, Unione Inquilini, Anarchici insurrezionalisti, Comitato Leninisti, Movimento Studentesco, Lotta Comunista, Comitato occupanti, Servire il Popolo, Situazione creativa, Partito Comunista combattenti.

Tante altre sigle nascevano a livello nazionale come: i nuclei Armati Proletari datato 1975, Partito Comunista Combattenti, Partito della Guerriglia, Potere Rosso, Azione Rivoluzionaria, Gruppi Armati Barbagia Rossa, (1977) con Emilia Libera e Antonio Savasta), Comunisti Organizzati per la Liberazione Proletaria, Collettivi Potere Operaio, Formazioni Comuniste Combattenti, Movimento Comunisti Rivoluzionari, nel Lazio (1979), Nucleo Comunisti Territoriali a Torino (nel 1979), Primi Fuochi di Guerriglia in Campania (1977), Azione Rivoluzionaria in Toscana (1977), Brigate rosse per la Costruzione del Partito Comunista Combattente a Roma (1975).

Si contano poi miriadi di altre sigle poco significative che facevano parte della galassia rivoluzionaria.

Ogni volta che la polizia scacciava gli occupanti abusivi dalle case popolari assegnate ad altre famiglie povere e aventi diritto, la sede di via Val Trompia diventava il loro rifugio e il loro bivacco.

Nessuno dei ricchi organizzatori, che manipolavano e plagiavano le famiglie bisognose di alloggio e che possedevano palazzi e ville, pensarono mai di mettere a disposizione i loro sontuosi appartamenti per le famiglie sfrattate e per i senza tetto.

Nelle Università si predicava la rivoluzione nella politica e nei costumi sessuali. Furono gli anni della contestazione giovanile, del femminismo e, nel mondo cattolico, del dissenso ecclesiale e delle “comunità di base”.

Nelle periferie urbane la lotta si esprimeva attraverso lo sciopero dell’affitto da parte degli assegnatari di case popolari, l’esproprio proletario, le razzie ai supermercati, il sei politico che gli insegnanti, cosiddetti “democratici”, concedevano agli alunni delle scuole elementari, medie inferiori e superiori.

La scuola non poteva, né doveva bocciare i fi gli dei lavoratori e il sei politico fu rivendicato anche dai collettivi studenteschi all’interno delle università con esami di gruppi garantiti dalla promozione.

A livello ecclesiale, il dissenso si manifestava con le esperienze delle comunità di base e con l’azione di quegli esponenti cattolici, che s’ispiravano alla Teologia della Rivoluzione o della Liberazione, alle aperture e al dialogo del post-Concilio.

A livello internazionale, il punto di riferimento dei cattolici del dissenso, che credevano nella legittimità della ribellione contro lo sfruttamento e la tirannia, fu Camillo Torres, il prete guerrigliero, morto nel 1966, per difendere i “campesinos” dell’America Latina.

Per i cattolici democratici o progressisti i punti di riferimento furono Alfred Ancel, vescovo di Lione e prete operaio ed Helder Camera, vescovo di Recife nel Nord-Ovest del Brasile; guide carismatiche che, rifiutando la violenza come strumento di lotta sociale, si facevano interpreti delle istanze di giustizia e promozione umana avanzate dalla “Chiesa dei Poveri”.

In Italia fu Don Milani, con la sua famosa “Lettera ad una professoressa”, ad innescare un processo di contestazione nel mondo della scuola tradizionale, al fine di rivendicare i diritti all’istruzione e di promuovere metodi didattici non selettivi e punitivi.

A Trento decine di studenti della Facoltà di Sociologia si radunavano attorno a Renato Curcio, che venne anche a Quarto Oggiaro per solidarizzare con il gruppo degli occupanti abusivi delle case popolari.

Si sa che Curcio scelse, dopo alcuni anni, miseramente, la strada sanguinosa del terrorismo e la sua ragazza, Mara Cagol, per proteggergli la fuga, fu uccisa in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine.

Nelle fabbriche i sindacati di base o dell’autonomia operaia si contrapponevano ai sindacati tradizionali per erodere il potere contrattuale e rivendicare la supremazia sui lavoratori, ricorrendo ad insulti, minacce, atti intimidatori prima di sfociare nella scelta terroristica.

Gli intellettuali si travestivano da studenti o da operai fra rulli di tamburi, pugni alzati, pifferi latino – americani, striscioni e drappi enormi (immenso quello di “Servire il Popolo” con quattro gatti al seguito), cortei, manganelli, passamontagna, sciarpe palestinesi e poi gli immancabili scontri di piazza, spesso gravi, tra studenti e polizia con il fumo dei candelotti lacrimogeni e gli scoppi delle bottiglie incendiarie.

Ricordo che io stesso, involontariamente, mi trovai qualche volta coinvolto in tali cortei di piazza e assistevo agli scontri, simpatizzando più per gli studenti che per le forze dell’ordine, che reagivano pesantemente.

I figli della buona borghesia, abituati a salotti, festini e champagne, si atteggiavano ad estremisti rivoluzionari e ad amici della classe operaia. Agli scontri dei giovani di sinistra armati di spranghe, di Stalin (bastone nascosto sotto l’impermeabile) e di bottiglie molotov seguivano le rituali assemblee, le discussioni, le accuse, le reciproche recriminazioni fra la stessa galassia dei gruppuscoli della sinistra extraparlamentare, quasi sempre in concorrenza tra loro per accaparrarsi la piazza e per prevaricare sulla maggioranza degli studenti, facendo leva su una retorica che, a forza di predicare la violenza, finì per praticarla, scegliendo, miseramente, di entrare nella clandestinità della lotta armata.

Molti intellettuali e universitari partivano ancora per Parigi in treno, con biglietti d’aereo o con passaggi in macchina per andare ad assistere ad assemblee e a cortei dei rivoltosi, sempre più isolati dal popolo.

Andavano e ritornavano in fretta per ripartire alla volta di Torino, Trento, Milano, Pisa, Roma dove gli appuntamenti con gli scontri si susseguivano ininterrotti.

La banda di via Osoppo di Milano, condannata all’ergastolo per gli omicidi commessi durante le rapine, si riscoprì miracolosamente rivoluzionaria. I tre banditi – assassini Cavallero, Notarnicola e Romoletto, nelle sedute del processo, presentarono le loro rapine come atti rivoluzionari di esproprio proletario e si dichiararono prigionieri politici, come i terroristi.

 

 

Burkina Faso: In fuga

 dagli estremisti.

Lavitadelpopolo.it – Paola Pavan – (22/04/2024) – Estremismo Islamico – Redazione -ci dice:

 

La gente è costretta a lasciare quel poco che ha, in cerca di una zona più sicura e protetta.

Burkina Faso: In fuga dagli estremisti.

Nella missione di San dogò, dove sono arrivata alla fine di gennaio, in periferia di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, si stanno riversando molte persone che fuggono dal nord del Paese, a causa della violenza di gruppi estremisti che seminano distruzione e morte.

 Sono più di trecento da noi le famiglie sfollate.

 Alla fine di febbraio alcuni villaggi di frontiera verso il Mali e la Nigeria sono stati attaccati, mentre la gente era radunata per la preghiera, circa duecento persone tra cristiani e musulmani hanno perso la vita.

 La gente è costretta a lasciare quel poco che ha, in cerca di una zona più sicura e protetta.

 La periferia di Ouagadougou, con una popolazione di circa tre milioni di abitanti, si sta popolando, a macchia d’olio, con la costruzione di piccole case, dove una famiglia trova rifugio.

 Una donna, una rifugiata del nord che stiamo aiutando da un anno per pagare la retta scolastica per due nipotini, molto dignitosamente è venuta per ringraziare e ha portato un dono in natura, ma si capiva che aveva un’altra richiesta da fare. L’abbiamo incoraggiata e, con voce flebile, ci ha detto che quest’anno ci sono altri tre bambini, tre nipotini, che hanno compiuto sei anni e potrebbero andare a scuola.

 Evidentemente, non sono nipotini suoi, ma figli della grande famiglia del villaggio, che hanno perso il loro padre dopo che il loro villaggio era stato attaccato dai terroristi;

nel fuggire, li ha presi con sé per salvarli.

Sapere che questa donna povera, si è presa cura di questi bambini e che non è venuta a chiedere per sé, ma per i “suoi figli’’, ci commuove e ci interpella.

C’è, poi, la gioia di vedere una Chiesa giovane, non solo perché tanti sono giovani, ma anche per l’intenso lavoro pastorale per l’evangelizzazione.

Sono ancora tanti i bambini non battezzati che fanno il percorso di catechesi, e ogni anno alla veglia pasquale si celebrano molti battesimi di adulti.

 

È bello, poi, cogliere nelle persone la cura per la propria Chiesa e un forte senso di comunità.

Questo è anche frutto delle comunità ecclesiali di base.

 Anche nella nostra missione ci sono circa trenta comunità che si radunano per pregare e per sostenersi nella fede e nella carità, ogni mercoledì sera.

Mi sto inserendo progressivamente in questa realtà, nella pastorale della nostra parrocchia dedicata a Santa Monica e composta di tre chiese.

Sto cercando di imparare a esprimermi in lingua Moore, molto diffusa in questa parte centrale del Burkina, di cogliere usi e costumi, di scoprire i valori più belli e più forti del popolo Burkinabé.

I dolori e le ferite sono sempre più evidenti, ma una cosa mi colpisce positivamente: nei saluti, dove sempre ci si chiede “come stai” e “come sta la tua famiglia”, si conclude con un augurio, una forma di benedizione.

Il Signore risorto porti a tutti tanta pace:” Dio ci doni pace e salute.”

 (Paola Pavan, in missione nella comunità Villareggia).

 

 

 

 

 

L’Islam non è un problema.

 Lo è l’estremismo che travisa

 gli ideali religiosi.

Articolo21.org – (8 Gennaio 2015) - Andrea Cova – Opinioni – Redazione – ci dice:

 

Sono passate 24 ore dal vile attacco al “Charlie Hebdo”.

 24 ore per riflettere, metabolizzare e tirare le prime somme.

Le immagini della sparatoria all’esterno della redazione e l’uccisione del poliziotto hanno fatto il giro del mondo e indignato chiunque (esclusi alcuni cretini che si sono complimentati via Twitter per il gesto), ma hanno anche distratto l’attenzione dalle motivazioni e dalle conseguenze che nelle ore successive hanno cominciato a palesarsi.

Lo definirei un “attacco-bavaglio”.

Due individui, armati come se fossero in guerra, hanno voluto imbavagliare la libertà d’espressione e di pensiero.

Hanno voluto punire chi ha fatto satira (una pratica vecchia come il mondo e necessaria).

Non vengono dal Medio Oriente, sono cittadini europei, immigrati di seconda generazione, con passaporto europeo, mossi da ideali deviati e alimentati da quella stessa politica mediatica di terrore avviata dall’ISIS e che ha animato anche gli accadimenti in Australia.

Non penso che sia un attacco organizzato e strutturato direttamente dal Medio Oriente, credo piuttosto che siano due reduci dell’Iraq (come è stato appurato), capaci di maneggiare armi da guerra e mettere in piedi un assalto, non del tutto impeccabile ma che arriva dritto all’obiettivo: uccidere dei giornalisti e lanciare un monito netto e tagliente.

Questo è, secondo me, l’aspetto più atroce della vicenda: l’intenzione di voler imbavagliare la libertà d’espressione, seminare il terrore tra coloro che la pensano in maniera diversa per impedirgli un futuro di pensiero autonomo e diffusione senza catene delle proprie idee.

Ancora un altro aspetto mi preoccupa: il dilagante sentimento di odio e razzismo verso l’Islam.

Non condivido il termine “islamista” per inquadrare tali estremisti, ma forse è l’unico modo per capirci.

 Prima delle attuali derive estremiste, “islamista” era lo studioso della religione islamica, poi è diventato sinonimo di intolleranza.

Come dicevo, per comodità manteniamo questa accezione.

Va quindi, necessariamente, operata una netta distinzione tra islamico e islamista, dove islamico è colui che segue e pratica la religione, che sicuramente non gli dice di uccidere un “fratello”.

Ormai si sta facendo di tutto per oscurare queste differenze, accomunare tutti i musulmani al terrorismo, anche da politici ignoranti che blaterano accuse ingiustificate!

Allora riprendiamoci questa distinzione, diffondiamola, facciamo capire a chi non vuole che l’Islam non è quello che imbraccia le armi o si fa esplodere, non è quello che fa del male al proprio fratello.

E’ notizia di questi minuti in cui scrivo di granate lanciate contro una moschea a Le Mans, di esponenti politici italiani che dichiarano “siamo in guerra. L’ Islam è un problema.”

L’Islam non è un problema.

 Lo è l’estremismo che travisa gli ideali religiosi. Lo è l’estremismo islamico come quello cattolico. Nessun Dio, accetterebbe gli estremismi.

Per cortesia, smettiamola di credere e dire che dietro ogni moschea c’è un’organizzazione terroristica perché non è così.

 

 

 

I legami esistenti tra terroristi jihadisti ed estremisti bianchi: dal ruolo di internet alle reciproche simpatie, fino ad ipotizzare possibili convergenze.

Mediterraneaninsecurity.it – (10 gennaio 2024) - Laura Quadrella Sanfelice di Monteforte – Redazione – ci dice:

 

Introduzione.

Per decenni ci siamo occupati del terrorismo jihadista, cercando di seguire i principali gruppi terroristi, capirne struttura, leadership e forme di finanziamento, analizzandone modalità operative e obiettivi, e cercando, ove possibile, anche di comprendere il perché delle loro azioni e dell’impressionante seguito che alcuni di loro hanno avuto (ed hanno) su alcune popolazioni, e soprattutto su migliaia di giovani che a loro si sono accostati (e si accostano), oggi soprattutto grazie ad internet, intendendo con tale generica espressione tanto l’utilizzo del web quanto quello, sempre più diffuso, dei social network.

 

Quello che è stato in parte trascurato, soprattutto dall’11 settembre ad oggi, è stato un altro fenomeno, quello dell’estremismo violento, spesso definito estremismo bianco o suprematismo bianco, estremismo di destra, xenofobia, antisemitismo o islamofobia, solo per citare le espressioni più in uso nei principali Paesi occidentali

(non nel mondo islamico, ove vengono additati come “terroristi cristiani”, in perfetta analogia con le nostre definizioni di “terrorismo islamico” davanti agli attacchi dei gruppi che additiamo come jihadisti).

 

Grazie all’ “azione normativa” delle Nazioni Unite abbiamo, da diversi anni, adottato l’espressione “terrorism and violent extremism”, di fatto ormai accostando sempre i due fenomeni in ogni documento, anche se considerando il secondo solo nella misura in cui può condurre al primo.

 

Ma tante sono le precisazioni da fare, sul piano giuridico e non solo, e le riflessioni da elaborare.

Innanzitutto, va chiarito che quando si parla di terrorismo internazionale non ci si riferisce esclusivamente al terrorismo jihadista, come invece comunemente si tende a pensare, così come quando si parla di movimenti dell’estremismo violento non si deve necessariamente pensare agli estremisti bianchi:

 ci sono terroristi che agiscono in nome del suprematismo bianco e ampi movimenti dell’estremismo che agiscono in nome di distorte interpretazioni dell’Islam.

 

Anche per queste importanti e basilari precisazioni possiamo utilizzare alcuni dei principali strumenti delle Nazioni Unite sul tema.

 Basti pensare che da alcuni anni nelle Revisioni biennali della Strategia Globale delle Nazioni Unite (contro il terrorismo si trova la seguente).

 Non è quindi ovviamente alla “matrice religiosa” che si deve guardare per inquadrare i due fenomeni, che nulla hanno in effetti a che vedere con alcuna religione, ma solo con “distorte interpretazioni religiose” o “folli convinzioni di suprematismo etnico”, ovviamente non solo bianco (e il campo di ricerca potrebbe poi essere allargato anche agli estremisti anarchici, che hanno altre specifiche peculiarità).

 

Sono due fenomeni strettamente correlati tra di loro, per entrambi dei quali mancano definizioni universalmente riconosciute per ragioni in parte giuridiche, come l’impossibilità di definire da un punto di vista penale fattispecie di crimini che si realizzano con qualsivoglia modalità operativa, ed in parte politica, perché, parafrasando il Professor Bastioni, chi è terrorista per qualcuno è ad esempio eroe per qualcun altro.

 

Entrambi, comunque nascono dalla radicalizzazione, o meglio dall’abbracciare idee radicali, anche se ovviamente si manifestano con una diversa gradazione di “azione” e di violenza.

Si tratta, poi, di fenomeni che oggi grazie ad internet sono trasversalmente diffusi in tutti i continenti, assumendo ovviamente in ognuno di loro sfaccettature diverse.

Internet non è più solo uno strumento che movimenti estremisti e gruppi terroristi utilizzano per farsi pubblicità, reclutare o addestrare i loro seguaci, ma il luogo dove vivono e operano, in un mondo virtuale che i giovani che abbracciano tali deliranti idee faticano a distinguere da quello reale, ed anche per questo tanto si parla dei videogiochi e della relazione che con essi hanno le più giovani generazioni.

 

Tra le prime cose che è necessario chiarire, quindi, vi è il fatto che si tratta di fenomeni che non possiamo più definire semplicemente internazionali, perché si sta verificando qualcosa che va ben oltre la globalizzazione, soprattutto dopo la pandemia da COVID-19:

movimenti estremisti e gruppi terroristi non usano più internet per entrare nelle case dei loro seguaci, ma vivono in internet e si alimentano grazie ai giovani di tutto il mondo, in modo ascendente quanto discendente.

Se questo era fino a poco fa uno degli elementi caratterizzanti i movimenti estremisti, una di quelle caratteristiche che li distingueva dai gruppi terroristi gerarchicamente organizzati e dotati di chiara leadership e studiate modalità di finanziamento, è oggi elemento comune anche a molti gruppi terroristi, come dimostra anche il fatto che abbiamo assistito alla morte dei leader dei principali network jihadisti senza che venissero annunciati i successori e fosse chiara l’ubicazione geografica delle nuove leadership, e, incredibilmente, senza che i relativi gruppi ne risentissero.

 

Indubbio che tutto ciò sia fortemente influenzato dal ruolo del web, che sta trasformando l’essenza stessa dei gruppi terroristi, modificandoli rispetto a come li abbiamo considerati per decenni, anche se è innegabile che persistano ancora profonde differenze strutturali tra i movimenti estremisti ed i gruppi terroristi, ancor oggi molto più strutturati.

 

D’altro canto, però, anche da un punto di vista più concettuale-teorico ci sono insolitamente sempre più elementi comuni tra terroristi ed estremisti, tra jihadisti e suprematisti, con molti membri di movimenti estremisti violenti che mirano a raggiungere i successi ottenuti dai gruppi jihadisti, e per questo ne studiano, e ne imitano, le caratteristiche.

 

L’Occidente, invece, per almeno un paio di decenni si è concentrato unicamente sui gruppi jihadisti, lasciando crescere quasi totalmente indisturbati i movimenti degli estremisti bianchi, che hanno potuto continuare a diffondere online le loro idee, scrivendo senza che nessuno bloccasse blog e gruppi che hanno sempre più proliferato online e su numerosi social network, le cui regole hanno stentato ad agire contro antisemitismo e xenofobia.

Si tratta di idee che credevamo morte dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale prima e della segregazione razziale dopo, ma così non era, né in Europa, né negli Stati Uniti, ove ad esempio affianco all’antisemitismo europeo è da sempre presente un latente odio razziale nei confronti delle persone di colore, alimentato da quello che oggi chiamiamo suprematismo bianco, ma che per molti aspetti ricorda il Ku Klux Klan (KKK) del secolo scorso.

 

I primi esperti del counter-terrorismo che verso la fine del primo decennio di questo secolo hanno iniziato a studiare il fenomeno della diffusione online di materiale dell’estremismo bianco hanno ad esempio notato come fosse facile individuare gruppi di estremisti, e persino unirsi a loro, leggendo e scrivendo in chat che nessuno bloccava, a differenza di quanto avveniva da anni per il jihadismo.

 

 Differenze classiche tra gruppi terroristi e movimenti dell’estremismo violento.

Ancorché l’opinione pubblica mondiale si sia interessata veramente all’estremismo violento solo dopo il famoso assalto al Campidoglio, sede del Parlamento statunitense, del 6 gennaio 2021, pochi giorni prima del giuramento del Presidente Biden, già da anni il fenomeno era studiato dagli esperti di “counter terrorismo” e si erano delineate delle differenze, che potremmo definire “classiche” tra gruppi terroristi e movimenti dell’estremismo violento.

 

Possiamo solo dire, in prima approssimazione, che al di là di finalità perseguite e ideologie sottostanti, si parla di gruppi terroristi quando si ha una chiara struttura gerarchica, un leader ben identificato e un sistema di finanziamento strutturato; si parla di movimenti dell’estremismo violento quando ci sono grandi gruppi di persone che condividono idee radicali e sono pronte ad azioni violente, pur non essendo guidati tramite strutture gerarchicamente organizzate; ma i due fenomeni sono facce della stessa medaglia e la distinzione è spesso molto sottile.

 

Nessuna distinzione può farsi quanto alle motivazioni, laddove oggi accostiamo il concetto di estremismo violento prevalentemente ai movimenti di estrema destra, xenofoba e antisemiti, legati al c.d. suprematismo bianco, ma l’attenzione della Comunità internazionale sull’estremismo è dovuta all’azione delle Nazioni Unite che a partire dal 2014 ha cercato un modo per inquadrare gruppi e movimenti jihadisti che avevano un largo seguito popolare da parte di masse che abbracciavano le loro idee radicali, per non essendo tutti inquadrabili come terroristi.

 

In quegli anni ci si rese conto che i risultati della c.d. “Guerra al Terrore”, ovvero le risposte militari agli attacchi che il terrorismo qaedista aveva sferrato a cavallo del nuovo millennio, non erano quelli sperati.

L’approccio militare aveva secondo alcuni addirittura favorito l’ascesa di gruppi con un seguito popolare maggiore, sia in Medio Oriente e Nord Africa che in Occidente, portando alla ribalta un nuovo fenomeno, quello dei” Foreign fighter”, partiti a decine di migliaia per unirsi agli uomini in nero dell’Islamico State nella costruzione del c.d. Califfato autoproclamato da “Al Baghdadi”, che diveniva quasi un paladino del “revanscismo sunnita”.

 

Ecco che negli anni Dieci del XXI secolo in sede Nazioni Unite iniziò prepotentemente a farsi strada un nuovo concetto, legato al terrorismo, ma considerato da un diverso punto di vista.

Ed è soprattutto il suo contrasto ad essere concepito in modo diverso da quello al terrorismo:

 mentre il contrasto al terrorismo (il c.d. counter-terrorismo) si basa su metodologie fisiche, la prevenzione ed il contrasto all’estremismo violento (Preventing and Countering Violent Extremism – P/CVE) non usa metodi militari, ma programmi che mirano a sviluppare una forma di resilienza nella comunità rispetto alla radicalizzazione e al fascino delle organizzazioni estremiste (Violent extremist organisations – VEOS).

 

La prima cosa da sottolineare è che, come avviene per il terrorismo, anche per l’estremismo violento manca a livello internazionale una definizione, non avendo la Comunità internazionale raggiunto il consenso intorno ad una sua possibile definizione.

Nei documenti delle Nazioni Unite, ad esempio, ci si riferisce all’estremismo violento (Violent Extremism – VE) sempre e solo in relazione al terrorismo, e di entrambi mancano le definizioni.

 

Dunque, l’estremismo violento è oggetto del documento, e dell’attenzione della Comunità Internazionale, se e quando è tale da poter condurre al terrorismo. Si tratta di un fenomeno non nuovo, ma per il quale manca una chiara definizione, un fenomeno che non è proprio di uno specifico continente ma è oggetto di attenzione alla luce di quanto posto in essere in quegli anni da gruppi come Al Qaeda, l’Islamico State e Boko Haram.

 

Ma l’estremismo violento, è specificato nel documento, si manifesta da decenni anche sotto altre forme, e tra di esse vi è soprattutto l’estremismo di destra, che possiede delle peculiarità che lo distinguono da quello di matrice islamica promosso da taluni gruppi jihadisti.

 

Parlando dell’estremismo violento e dei suoi rapporti con il terrorismo islamico, una delle prima cose da sottolineare è dunque che non esiste una completa sovrapposizione dei due concetti, ancorché talvolta un gruppo venga inserito tanto tra i gruppi terroristi quanto tra quelli dell’estremismo violento.

È anche possibile sottolineare che quando parliamo di terrorismo ci concentriamo sulle metodologie utilizzate, mentre quando si parla di estremismo violento ci si concentra su ideologie, finalità perseguite e seguito popolare, composto da una larga base di soggetti radicalizzati.

Nei movimenti estremisti di destra, mancando una chiara leadership e struttura gerarchica, la propaganda avviene online in modo circolare, mentre nei gruppi terroristi è discendente; nei gruppi terroristi sono fondamentali dunque i comunicati ufficiali della leadership, mentre per i movimenti estremisti di destra lo sono i ‘manifesti’, spesso estremamente lunghi e complessi, diffusi sul web da chi passa all’azione, quasi a lasciare un testamento spirituale.

 

 Evoluzione storica dei due fenomeni grazie ad internet ed alla pandemia.

Tra le conseguenze dell’epidemia di COVID-19 vi è sicuramente un accresciuto fermento tra i movimenti dell’estremismo di destra ed un aumento di attacchi verso numerose minoranze.

Si è registrato anche un aumento degli scontri in tante città occidentali tanto nel Vecchio Continente, ove gli estremisti cavalcano la crisi economica, quanto negli Stati Uniti, ove le conseguenze della pandemia e delle decisioni statali adottate per contenere la diffusione del virus si sono sommate al riaccendersi degli scontri razziali e al clima sviluppatosi intorno alle ultime elezioni presidenziali, tra le più divisive della storia americana.

 

In questi ultimi anni, inoltre, l’utilizzo di internet ha modificato i concetti di gruppi terroristi e di movimenti dell’estremismo violenti che abbiamo appena analizzato.

Come già accennato, da un lato Islamico State e Al Qaeda stanno continuando ad operare anche senza controllo territoriale e dopo l’uccisione dei loro leader, vivendo prevalentemente online, dall’altro i movimenti dell’estremismo violento di destra stanno assumendo delle caratteristiche che li rende un po’ più strutturati e organizzati, e si sono internazionalizzati.

 

Il fenomeno dell’internazionalizzazione non è infatti oggi più proprio solo del jihadismo ma anche per l’estremismo violento: per anni abbiamo visto come gli attacchi dei gruppi jihadisti sono stati compiuti nelle nostre città occidentali prevalentemente da giovani che in tali città vivevano, spesso erano nati e che talvolta in Medio Oriente non si erano mai recati in vita loro, giovani che agivano rispondendo alla “chiamata” di gruppi geograficamente e socialmente distanti da loro; oggi stiamo ad esempio vedendo come le stragi di massa, il suprematismo bianco-xenofobo e le tesi complottiste non siano più qualcosa di circoscritto agli Stati Uniti.

La realtà è che per i giovani non esistono più confini, sono stati abbattuti dai social e dai giochi in internet.

Si tratta di un qualcosa che stentiamo a comprendere, che va ben oltre la globalizzazione e che con la pandemia da COVID-19 si è ulteriormente verificato:

 movimenti estremisti e gruppi terroristi non usano più internet per entrare nelle case, ma vivono in rete e si alimentano nelle case dei giovani di tutto il mondo, in modo ascendente quanto discendente.

 

 Un avvicinamento tra “jihadisti” e “suprematisti”.

Tra i fenomeni che maggiormente preoccupano e vanno approfonditi si deve registrare anche un singolare avvicinamento tra jihadisti e suprematisti, tanto da poter parlare in alcuni casi di imitazione, in altri quasi di simpatia, in alcuni addirittura di una possibile convergenza.

 

Se la riduzione della distanza tra “terroristi jihadisti” e “estremisti bianchi” sembra un controsenso e lascia i meno esperti molto sorpresi, va detto che non si tratta di un fenomeno totalmente nuovo, anche se ora assume connotazioni diverse da quelle del passato.

Inoltre, si tratta di un qualcosa che ragionando si capisce facilmente come sia in parte giustificato dalla comune giovane età delle due tipologie prese in esame, dal loro non sentirsi parte della società in cui vivono, e dalla volontà di cambiarla anche facendo ricorso alla violenza diffusa verso la società stessa e chi ne fa parte, e dal vivere e dall’autoalimentarsi sul web.

 

Ma, come accennato, non si tratta di un fenomeno totalmente nuovo, laddove già dopo la Seconda Guerra Mondiale si registrarono delle “alleanze” tra ex nazisti e islamisti, che in comune avevano i nemici:

 Stati Uniti ed ebrei in primis!

 È stato infatti analizzato come dopo il secondo conflitto mondiale entrambe le categorie cercarono vendetta, e ciò spinse alcuni estremisti bianchi sostenitori della supremazia ariana a sostenere apertamente il terrorismo islamico, soprattutto quando prendeva di mira Stati Uniti, Israele o gli ebrei.

 

Se per alcuni decenni ciò ha significato simpatia verso il terrorismo palestinese o quello algerino, dopo gli attacchi dell’11 settembre ci sono state note prese di posizione da parte di alcuni personaggi che in alcuni casi hanno promosso qualche forma di alleanza tra “nazionalsocialisti” e “jihadisti”, in altri sono arrivati a convertirsi all’Islam.

Tra questi si possono ricordare:

Ahmed Huber, giornalista svizzero di estrema destra noto per le sue posizioni revisionistiche e anti femministe che si convertì all’Islam e si avvicinò ad Al Qaeda;

Billy Roper, attivista neonazista statunitense fondatore del “gruppo White Revolution” che ha pubblicamente elogiato gli attacchi dell’11 settembre;

August Kries III, noto neonazista statunitense membro di Ku Klux Klan (KKK), Posse Comitatus e Aryan Nations, che nel 2005 salì agli onori della cronaca per aver cercato una qualche forma di alleanza tra l’Aryan Nations e Al Qaeda;

 David Myatt, conosciuto anche con il nome di Abdulaziz ibn Myatt al-Qari, estremista bianco antisemita britannico e leader religioso musulmano, che ha per anni promosso azioni violente, prima come leader del White nationalist theistic Satanist organization Order of Nine Angles (ONA) e poi, dopo la sua conversione, come estremista jihadista (alcuni anni fa avrebbe abbandonato entrambe le ideologie).

 

Fenomeno analogo si sta in parte già vedendo dopo l’attacco sferrato dai terroristi di Hamas contro Israele all’alba del 7 ottobre 2023, quando a cinquant’anni dall’attacco dello Yom Kippur non eserciti di Paesi arabi ma miliziani palestinesi hanno incredibilmente sorpreso Forze Armate e Servizi Intelligence della Stella di Davide con migliaia di razzi lanciati dalla striscia di Gaza e con una incursione di terra che aveva il sapore di invasione e l’obiettivo di colpire migliaia di civili, tra morti e rapiti, prontamente portati nei tunnel sotto Gaza.

Ancor prima che Israele riuscisse a organizzare la risposta militare, già circolavano in rete proclami di sostegno all’attacco di Hamas, e di odio nei confronti di Israele e degli ebrei, da parte di una variegata platea di estremisti e terroristi, tanto jihadisti quanto di estrema destra.

 

Come noto, la causa palestinese e la liberazione dei luoghi Santi di Gerusalemme, a partire dalla Moschea di Al Aqsa, sono cavalli di battaglia di tutti i gruppi terroristi islamici, e conseguentemente gli ebrei sono da sempre tra i principali nemici indicati dalla gran parte dei gruppi jihadisti, anche se in modo molto più aperto da AQ (che tuttavia non ha mai realizzati significativi attacchi contro Israele o israeliani) che da IS; quest’ultimo nelle terre del c.d. Califfato autoproclamato da Al Baghdadi nel 2014 non li ha perseguitati in modo particolare (accanendosi invece su Jazidi e Sciiti), consentendo loro di accedere alla categoria dei Dhimmi.

Tra i numerosi comunicati diffusi da gruppi jihadisti, o di terroristi/miliziani islamici, nei primi giorni dopo l’attacco di Hamas e la risposta di Israele ricordiamo:

guardando ad Al Qaeda ed ai suoi principali affiliati, seguendo l’ordine cronologico con cui sono stati diffusi, i comunicati di “Al Qaeda nella Penisola Arabica” (AQAP), quello di “Al Shabaab”, quello congiunto di “Al Qaeda nel Maghreb Islamico” (AQIM) e “Jama’at Nasr al-Islam wal Muslimin” (JNIM – in francese Groupe de soutien à l’islam et aux musulmans, GSIM) e, soprattutto, quello di “Al Qaeda Core”. Quest’ultimo è stato rilasciato online a sei giorni dall’attacco, il 13 ottobre, con uno Statement di tre pagine con l’impaginazione e la grafica dei comunicati importanti, diffusi solo per avvenimenti e comunicazioni che l’organizzazione fondata da bin Laden ritiene meritevoli di un intervento da parte della leadership del gruppo;

guardando al mondo sciita, si sono rapidamente avuti i comunicati di numerosi movimenti sciiti (soprattutto di Libano, Iraq e Yemen), manifestanti tutti un forte sostegno ad Hamas ed al popolo palestinese, ed un altrettanto chiaro odio nei confronti del popolo israeliano;

quanto all’Islamico State ed alle sue “Province”, si è registrato un silenzio pressoché totale. Il numero del settimanale Al Naba pubblicato venerdì 13 ottobre non ha neppure citato l’attacco sferrato da Hamas, da anni ai suoi occhi “colpevole” di essere vicino agli sciiti, che per il gruppo fondato da Al Baghdadi sono sicuramente il nemico principale.

Man mano che le operazioni militari israeliane si intensificavano e si assisteva alla sofferenza dei civili palestinesi a Gaza, ci sono state nuove prese di posizione contro gli Stati Uniti ed Israele, ma sempre non in favore di Hamas:

 

AQC a metà novembre in uno Statement ufficiale della sua leadership ha pregato per i martiri che stanno subendo i bombardamenti di americani e sionisti sulle scuole e gli ospedali di Gaza, invitando la “Ummah” ad attaccare statunitensi ed israeliani in tutto il mondo;

“IS” in alcuni numeri del settimanale Al Naba ha invitato ad attaccare gli israeliani e le loro Ambasciate anche negli Stati Uniti ed in Europa, affermando che non bastano gli attacchi sul territorio israeliano.

Quindi, a cavallo con il nuovo anno, pur continuando a non sostenere Hamas e le sue azioni, entrambi i network jihadisti hanno diffuso quasi contemporaneamente video provenienti dalle loro leadership in cui invitavano ad attaccare Israele ed alcuni Paesi occidentali, Stati Uniti in primis.

Il video diffuso il 25 dicembre da AQAP, con l’etichetta della sezione Open Source Jihad del suo magazine in lingua inglese “Inspire”, forniva dettagliate istruzioni per costruire e far esplodere una “bomba nascosta” (“Hadden bomba”) su un volo di linea di alcuni segnalati Paesi in “risposta alla guerra a Gaza”; quello del portavoce dell’Islamico State di inizio 2024 invitava tutto il mondo islamico a mobilitarsi per vendicare ovunque i musulmani uccisi a Gaza.

Si tratta di un evento piuttosto raro e molto preoccupante: una quasi simultanea chiamata a compiere attentati in Occidente per “rispondere” all’uccisione di musulmani a Gaza!

 

Quanto ai gruppi di estrema destra, sappiamo che l’antisemitismo è da sempre uno dei loro maggiori cavalli di battaglia ed infatti, se escludiamo i movimenti più apertamente anti-islamici, gli altri si sono tutti schierati con Hamas e con il popolo palestinese, e contro Israele.

Solo a titolo di esempio, citiamo i comunicati del gruppo hacker russo Killer, che hanno ricordato come (a loro dire) Israele abbia dal 2022 sostenuto il “regime terrorista ucraino”, e quello degli accelerazioni- sti neonazisti di Terrorgram, nella cui narrativa l’antisemitismo gioca un ruolo prioritario.

Le implicazioni di tali collaborazioni inter-ideologiche sono cruciali per le forze dell’ordine, i ricercatori e i professionisti dell’anti-estremismo, che hanno creato un neologismo per individuare il fenomeno nelle sue più recenti manifestazioni: “Jihad bianca”.

 

 La c.d. “Jihad bianca”

La c.d. “Jihad bianca” ] è un fenomeno definibile un “estremismo violento composito”, che nasce dalla fusione di ideologie estremiste che sono apparentemente opposte ma che invece di arrivare allo scontro si fondono o, meglio, si assimilano l’un l’altra.

In particolare, la jihad bianca è stata definita come “l’appropriazione, l’utilizzo o la glorificazione da parte degli attori suprematisti bianchi di contenuti, estetica, nomenclatura o repertori d’azione che sono generalmente associati agli attori jihadisti, o viceversa”.

La jihad bianca è stata pertanto inquadrata come il risultato di un “estremismo cumulativo”, un processo in cui una forma di estremismo ne provoca e ne amplifica un’altra.

 

È soprattutto l’attivismo online di questa c.d. “jihad bianca” ad essere diventata una tendenza inquietante, resa popolare da alcuni gruppi, come National Action e Atomwaffen Division (AWD) a partire dal 2015.

 

La Jihad bianca sarebbe un “Estremismo fuso”, espressione con cui si indica un nuovo tipo di minaccia che emerge dal nesso di diverse forme di estremismo violento, piuttosto che semplicemente dall’incontro di diverse ideologie. La jihad bianca, così concepita, si manifesterebbe quando i suprematisti bianchi traggono ispirazione dai jihadisti, incorporano la terminologia jihadista nella loro propaganda, sostengono il terrorismo jihadista e legittimano la collaborazione tra i due fenomeni ed i rispettivi movimenti/organizzazioni.

 

Entrambe le tipologie di estremismo, bianco e jihadista, condividono l’odio verso gli ebrei, la comunità LGBTQ+, gli Stati Uniti ed i principi liberali occidentali.

 

Ma c’è di più, entrambe sostengono infatti l’applicazione di rigide regole e leggi religiose sulla società e in particolare sulle donne: mentre gli islamisti, anche nei paesi occidentali, sostengono l’istituzione della Sharia (la legge islamica) per “proteggere” le donne musulmane, alcuni suprematisti bianchi utilizzano piattaforme come Telegram per chiedere l’applicazione della “Sharia bianca” per “proteggere” le donne bianche. Inoltre, entrambe le tipologie di estremismo promuovono una “sacra lotta armata” contro gli ebrei, accusati di essere dietro i governi che attaccano le società tradizionali: i jihadisti la chiamano Zio-Cruscate Alliance, mentre i suprematisti bianchi la chiamano Zonista Occupi Government (ZOG).

 

Scopo di entrambe le tipologie di estremismo è quello di lottare per provocare una guerra totale che aprirà la strada a un nuovo regime internazionale.

 

Movimenti del suprematismo bianco e gruppi jihadisti condividono quindi anche delle visioni apocalittiche, che però definiscono in modi diversi.

Ad esempio, i jihadisti usano l’espressione Yam al-Chiama per descrivere il Giorno del Giudizio, mentre i suprematisti bianchi parlano di “Giorno della resa dei conti). Questa visione incarna l’idea che i peccatori o i “traditori” saranno puniti in questo giorno di “punizione divina”.

 

Tra le manifestazioni online della jihad bianca troviamo già dalla metà degli anni Dieci di questo secolo l’adattamento del gesto della mano “Taidi” (“unicità di Dio”), che si esprime alzando l’indice della mano destra e riflette il riconoscimento da parte di un musulmano dell’unicità di Dio.

 Il gesto è stato ripetuto nei proclami di estremisti di destra europei e statunitensi.

 

Altro esempio sono stati alcuni poster caricati online da giovani estremisti bianchi con la scritta “YOU’RE JIHADI JOHN NOW”, che facevano chiaramente riferimento al jihadista britannico Mohammad Emaci, conosciuto come “Jihad John“, che per conto dell’Islamico State si è reso autore di diverse decapitazioni di occidentali nei primi anni del c.d. Califfato autoproclamato da Al Baghdadi.

 

Inoltre, ragazzi statunitensi ed argentini hanno postato una versione “nazificata” della Shahada islamica che, invece della dichiarazione secondo cui “Non c’è altro Dio all’infuori di Allah e che Maometto è il suo Profeta”, presentava la dichiarazione “Non c’è altro Dio all’infuori di Hitler e noi siamo tutti i suoi profeti”.

Usando la Shahada, i suprematisti bianchi affermano che, come il profeta Maometto, anche loro sono messaggeri di Dio impegnati a sradicare i nemici di Dio.

 

Al di là di queste manifestazioni simboliche, che già di per sé non sono certo da sottovalutare, si deve inoltre sottolineare come numerosi siano stati negli ultimi anni gli episodi in cui vi è stata una vera e propria glorificazione, da parte dei suprematisti bianchi, dei jihadisti che hanno preso di mira un “nemico condiviso”, arrivando a celebrare i loro attacchi.

Ciò si è ad esempio verificato nel caso di Omar Mateen, il sostenitore dello Stato Islamico che nell’estate 2016 ha attaccato il Pulso Club di Orlando, una nota discoteca ritenuta “spazio sicuro” per la comunità LGBTQ+:

dopo l’attacco, Marteen venne acclamato ed elogiato come un “martire” da numerosi suprematisti bianchi su Telegram.

 

L’idea di “una lotta” contro un nemico condiviso è sicuramente la spinta maggiore che fa avvicinare i suprematisti bianchi ai jihadisti, facendo loro utilizzare le immagini della loro propaganda.

A tal proposito, va indubbiamente rilevato come l’odio verso gli ebrei sia il più forte collante che esiste per estremisti e radicalizzati, come abbiamo avuto modo di accennare in relazione ai recenti proclami inerenti all’attacco di Hamas dello scorso ottobre e la risposta militare israeliana.

Già in passato però numerose volte dei suprematisti bianchi avevano diffuso fotomontaggi ritraenti un soldato delle SS e un jihadista, insieme a didascalie del tipo “Insala, abbatteremo il parassita sionista”.

Condividendo tali poster, i suprematisti bianchi cercano di “normalizzare” la collaborazione con i jihadisti, anche se non esiste prova che da parte dei gruppi jihadisti vi sia la stessa “vicinanza”.

 

Continuando ad osservare invece il fronte dell’estremismo bianco, va notato come la comune “lotta” contro gli ebrei è emersa numerose volte negli ultimi anni e tra i tanti proclami e le tante immagini diffuse online ve ne sono state alcune influenzate da quella è stata chiamata “nazificazione” di Jihadi John, cui si accennava.

Tra le immagini circolate in rete ricordiamo quella di una svastica accompagnata dalla seguente esortazione:

 “SEGUACI DEL FUHRER, SEGUACI DEL PROFETA E SEGUACI DELLA CROCE: CONDIVIDIAMO LA STESSA JIHAD, COMBATTETE LO STESSO NEMICO ED EREDITERETE LO STESSO PARADISO!”.

 

Un’ulteriore considerazione in merito a Telegram ed altri social network:

essi costituiscono un mezzo da anni utilizzato dagli appartenenti a differenti gruppi terroristici anche per “parlare” tra di loro, sino ad addivenire in alcuni casi ad una vera e propria “collaborazione”.

 

Ne discende che il fenomeno della jihad bianca pone diverse ulteriori sfide tra l’altro alle aziende tecnologiche responsabili della moderazione dei contenuti. Esse da almeno due decenni già si trovano spesso impreparate dinanzi al materiale jihadista diffuso online, per il quale tutti concordano comunque sulla necessità di rimozione e segnalazione degli account che lo condividono.

Ora la situazione si complica ulteriormente!

Un’ultima conclusione, che lascia forse un margine di speranza/ottimismo: premesso che non può al momento ancora parlare di collaborazione, ma solo di condivisione e di imitazione, va rilevato come il fenomeno sia unidirezionale, o, detto in altri termini, non corrisposto, laddove i suprematisti bianchi stanno sempre più frequentemente utilizzando la narrativa dei gruppi jihadisti e adottando le loro tecniche, mentre questi ultimi sembrano al momento semplicemente ignorarli, e sul piano delle relazioni internazionali un’amicizia unilaterale equivale ad un amore non corrisposto!

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