Futuro dell’Ue: occorre modificare i trattati.
Futuro
dell’Ue: occorre modificare i trattati.
Modifica
dei trattati: il futuro dell'UE
secondo
il Parlamento europeo.
Europarl.europa.eu – FEDERICO De Girolamo - -Comunicati
stampa - Tornata AFCO – (22-11-2023) -Redazione – ci dice:
Il dibattito sulla modifica dei trattati
dell'Unione Europea è centrale per il futuro dell'integrazione.
Il [Parlamento Europeo] ha formalmente chiesto
una revisione profonda per superare il voto all'unanimità, rafforzare i poteri
dell'Eurocamera e gestire i futuri allargamenti, sebbene i governi nazionali
mostrino forti resistenze all'apertura di una Convenzione.
Le
ragioni della riforma.
Superare l'unanimità:
Eliminare il veto dei singoli Stati in settori
chiave come la politica estera e fiscale per decidere più velocemente.
Gestire
l'allargamento: Adeguare le regole istituzionali prima dell'ingresso di nuovi
Stati membri per evitare la paralisi decisionale.
Più
poteri ai cittadini:
Dare
al Parlamento europeo il diritto di proporre leggi, oggi riservato in via
esclusiva alla Commissione.
I nodi
critici.
Resistenza
degli Stati:
Molti governi nazionali non vogliono cedere
ulteriori quote di sovranità nazionale a Bruxelles.
Complessità
procedurale:
L'articolo
48 del Trattato sull'Unione Europea richiede un negoziato complesso e
l'approvazione unanimità o ratifica in ogni singolo Paese.
Alternative
senza modifiche:
Spesso
si cerca di sfruttare i margini attuali dei trattati esistenti senza avviare
riforme formali, ritenute troppo rischiose o lente.
Parlamento
Europeo.
Modifica
dei trattati: il futuro dell'UE secondo il Parlamento ...22 nov 2023.
Le
modifiche puntano a dare più voce ai cittadini e creare un'UE più efficace.
Il
processo legislativo dev'essere rivisto per rimanere al passo con le sfide
moderne.
Le
proposte riguardano tutti i settori politici e mirano ad ampliare la
cooperazione a livello dell'UE.
Il
Parlamento si aspetta che il Consiglio europeo convochi a dicembre una
Convenzione per la revisione dei trattati.
Dopo
la Conferenza sul futuro dell'Europa e in un contesto di crisi e sfide senza
precedenti, i deputati presentano le loro proposte per cambiare l'UE.
La
relazione, preparata da cinque correlatori che rappresentano un'ampia
maggioranza in Parlamento, è stata approvata con 305 voti favorevoli, 276
contrari e 29 astensioni.
La risoluzione che l'accompagna è stata
approvata con 291 voti favorevoli, 274 contrari e 44 astensioni.
Le citazioni dei cinque correlatori sono
consultabili.
Il
Parlamento chiede riforme che rafforzino la capacità dell'UE di agire e diano
più voce ai cittadini.
Tra le
proposte presentate figurano:
un
sistema più bicamerale per evitare situazioni di stallo, attraverso un maggiore
ricorso al voto a maggioranza qualificata e alla procedura legislativa
ordinaria;
il
riconoscimento al Parlamento di un pieno diritto di iniziativa legislativa e
del ruolo di colegislatore per il bilancio a lungo termine;
una
revisione delle norme sulla composizione della Commissione (rinominata
"esecutivo europeo"). Tra queste, anche modifiche che riguardano la
figura di Presidente della Commissione, che riceverà la nomina del Parlamento e
l'approvazione del Consiglio (contrariamente a quanto avviene oggi) e potrà
scegliere i propri Commissari in base alle preferenze politiche, tenendo conto
dell'equilibrio geografico e demografico, e la possibilità di presentare una
mozione di censura sui singoli Commissari;
la
pubblicazione delle posizioni degli Stati membri dell'UE su questioni
legislative, per garantire una maggiore trasparenza in seno al Consiglio;
la
creazione di meccanismi di partecipazione adeguati e il rafforzamento del ruolo
dei partiti politici europei, per dare più voce ai cittadini.
Una
maggiore cooperazione a livello dell'UE.
I
deputati chiedono maggiori competenze dell’UE in materia di ambiente.
Inoltre,
propongono rendere le competenze nei seguenti settori (attualmente di
competenza esclusiva degli Stati membri) di competenza condivisa:
salute pubblica (in particolare le minacce per
la salute a carattere transfrontaliero, compresa la salute sessuale,
riproduttiva e i relativi diritti), protezione civile, industria e istruzione.
Infine,
auspicano una maggiore collaborazione tra UE e Stati membri anche in quegli
ambiti in cui le competenze sono già condivise (come energia, affari esteri,
sicurezza esterna e difesa, politica delle frontiere esterne e infrastrutture
transfrontaliere).
Per
saperne di più su queste e altre proposte, occorre consultare il comunicato
stampa pubblicato dopo il voto in commissione parlamentare.
Con
l'approvazione di questa relazione, il Parlamento dà seguito alle proposte
della Conferenza sul futuro dell'Europa, rispondendo alle aspettative dei
cittadini per un'UE più efficace e democratica.
Prossime
tappe.
Ora
che i deputati hanno ribadito il loro appello a modificare i trattati dell'UE e
chiesto al Consiglio di "presentare immediatamente e senza alcuna
deliberazione al Consiglio europeo le proposte", spetta ai capi di Stato e
di governo convocare una convenzione per prendere una decisione a maggioranza
semplice.
La
presidenza spagnola del Consiglio dovrebbe presentare le proposte al Consiglio
europeo di dicembre.
Unione
europea.
Perché
non sarà facile
cambiare
i trattati dell’Ue.
Pagellapolitica.it – (04 aprile 2024) – Unione
Europea – Matteo Negri – Redazione – Ansa-ci dice:
Se ne
parla da tempo, in particolare per quanto riguarda il superamento del diritto
di veto, ma le procedure di riforma sono lunghe. Questo dibattito sarà al
centro della prossima campagna elettorale.
Da
tempo ormai all’interno delle istituzioni europee si discute della necessità di
riformare i “Trattati fondativi dell’Unione europea” per adattarli al nuovo
contesto globale.
Per
esempio, nelle conclusioni del Consiglio europeo del 21 e 22 marzo i capi di
Stato e di governo dei 27 Stati membri dell’Ue si sono impegnati ad adottare,
entro questa estate, una tabella di marcia per i «lavori futuri» riguardanti la
riforma delle istituzioni europee.
Su questo tema si è espresso di recente anche
il Parlamento europeo, che nella seduta plenaria dello scorso novembre ha
chiesto formalmente al Consiglio europeo di avviare una procedura di revisione
dei trattati.
Nonostante
l’urgenza delle riforme sia riconosciuta da più parti, il processo di modifica
dei trattati è tutt’altro che semplice e sarà uno dei temi di discussione della
campagna elettorale delle prossime elezioni europee di giugno.
(C’è
una lunga lista d’attesa per entrare nell’Ue.)
L’Unione
europea del futuro.
L’Unione
europea è disciplinata da due trattati:
il
Trattato sull’Unione europea (TUE) e il Trattato sul funzionamento dell’Unione
europea (TFUE).
I
testi attualmente in vigore sono il risultato di progressive modifiche,
l’ultima delle quali risale al 1° dicembre 2009.
In seguito alle crisi e alle emergenze globali
degli ultimi anni si è tornati a discutere della possibilità di riformare
questi trattati, per dotare le istituzioni europee degli strumenti necessari per rispondere alle sfide
contemporanee, come il cambiamento climatico e la guerra in Ucraina.
In
particolare, il dibattito sulle riforme si è riacceso in seguito alla
convocazione di una “Conferenza sul futuro dell’Europa”, che tra aprile 2021 e
maggio 2022 ha coinvolto cittadini provenienti da tutti gli Stati membri.
I
lavori della Conferenza si sono conclusi il 9 maggio 2022 con la presentazione
di 49 proposte per cambiare l’Unione europea.
«I cittadini europei hanno chiesto un’Europa
più unita e capace di agire, ma anche un maggiore controllo democratico
attraverso nuove forme di partecipazione diretta e, soprattutto, un
rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo», ha spiegato a “Pagella Politica”
Luisa Trimpellini, segretaria del Movimento Federalista Europeo (MFE), un
movimento politico che si batte per una maggiore integrazione europea.
«Alcune di queste richieste per essere
esaudite necessitano di una riforma dei trattati. Il Parlamento europeo si è
quindi messo al lavoro, elaborando una proposta che ha visto la collaborazione
di tutti i partiti europeisti, dalla sinistra radicale al Partito popolare
europeo».
Tra le
principali novità, il Parlamento europeo ha chiesto di ottenere il diritto di
iniziativa legislativa, cioè di proporre nuove leggi, prerogativa che a oggi
resta in capo alla Commissione europea.
Un’altra richiesta avanzata dal Parlamento è
che all’Ue siano assegnate maggiori competenze in materia di ambiente, salute,
energia, affari esteri e difesa.
Il Parlamento vorrebbe quindi un peso maggiore
nell’adozione di atti legislativi su questi temi, che seguirebbero la procedura
legislativa ordinaria, anche detta di “codecisione”.
In questa procedura un atto legislativo, per
essere approvato, deve ricevere il consenso sia del Parlamento europeo sia del
Consiglio dell’Unione europea.
Al
momento, invece, la maggior parte dei provvedimenti segue procedure legislative
speciali, che prevedono un coinvolgimento minore da parte dei parlamentari
europei.
Inoltre
queste procedure speciali richiedono solitamente che il Consiglio dell’Ue si
esprima all’unanimità, attribuendo a ciascuno dei 27 Stati membri il cosiddetto
“potere di veto”.
Per
esempio, l’Ungheria ha ostacolato a lungo l’adozione di un pacchetto di aiuti
per l’Ucraina del valore di 50 miliardi di euro. Il Consiglio dell’Ue ha potuto
prendere questa decisione solo lo scorso febbraio, dopo che tutti i 27 leader,
incluso il primo ministro ungherese Viktor Orbán, hanno raggiunto un accordo
sul provvedimento.
Il
superamento dell’unanimità è un tema ricorrente nel dibattito sulla riforma dei
trattati e l’anno scorso si era creato un gruppo informale di nove Paesi
favorevoli a questa modifica, tra cui l’Italia.
Ma non
tutti i partiti italiani sono concordi su questo cambiamento.
La segretaria del Partito Democratico Elly
Schlein, il ministro degli Esteri Antonio Tajani (Forza Italia) e la deputata
di Italia Viva Maria Elena Boschi hanno detto che bisogna superare il
meccanismo del diritto di veto, mentre la Lega è apertamente contraria.
Per
quanto riguarda la Commissione europea, che sarebbe rinominata “Esecutivo
europeo”, il numero dei componenti sarebbe ridotto dagli attuali 27, cioè uno
per Stato membro, a 15.
Questi
non sarebbero più indicati dai governi nazionali, come avviene oggi, ma
spetterebbe al presidente dell’Esecutivo selezionarli per garantire maggiore
coesione politica.
Inoltre,
il presidente sarebbe nominato dal Parlamento europeo e approvato dal Consiglio
europeo, a differenza della procedura attuale dove è il Consiglio europeo a
proporre un candidato al Parlamento.
Il presidente dell’Esecutivo assumerebbe poi i
poteri attualmente in capo al presidente del Consiglio europeo, diventando a
tutti gli effetti il “presidente dell’Unione europea”.
«Il Consiglio europeo manterrebbe un ruolo di
indirizzo generale, ma non sarebbe più un organo autogestito con un proprio
presidente. I vantaggi della presidenza unica sarebbero da un lato una sinergia
maggiore tra le due istituzioni, e dall’altro una rappresentanza molto forte
dell’Unione europea in ambito internazionale», ha spiegato Trimpellini.
(Come
non confondere il Consiglio europeo e il Consiglio dell’Unione europea).
Come
si modificano i trattati.
L’articolo
48 TUE stabilisce le modalità con cui i trattati possono essere riformati.
Nel
dettaglio, sono previste una procedura di revisione ordinaria e due procedure
semplificate.
La
portata delle modifiche richieste dal Parlamento non è però compatibile con
nessuna delle due procedure semplificate, che possono essere adottate soltanto
in casi circoscritti.
La
procedura di revisione ordinaria prevede che alla presentazione del progetto di
modifica dei trattati faccia seguito la convocazione di una Convenzione da
parte del Consiglio europeo.
Per questo passaggio è necessaria la
maggioranza semplice, ossia 14 Paesi su 27.
«Il presidente del Consiglio europeo è tenuto
a mettere all’ordine del giorno la questione della riforma dei trattati quando
è sollevata dal Parlamento, ma non è prevista una scadenza temporale.
A nostra richiesta il presidente Charles
Michel ha risposto che è consapevole dell’importanza del tema e che lo porterà
sul tavolo al momento opportuno.
Se questo momento dovesse essere il Consiglio
europeo di giugno, la Convenzione potrebbe essere inaugurata nel 2025», ha
affermato Trimpellini.
Alla Convenzione partecipano rappresentanti
del Parlamento europeo e dei parlamenti nazionali, una delegazione della
Commissione europea e un rappresentante per ciascun governo nazionale.
I membri esaminano il progetto di modifica e
adottano per consenso, ossia senza che nessuno si opponga, una raccomandazione
rivolta a una conferenza dei rappresentanti dei governi degli Stati membri (detta “conferenza intergovernativa” o
CIG).
A
questo punto la CIG deve stabilire all’unanimità le modifiche da apportare ai
trattati, che entrano in vigore dopo essere state ratificate da tutti gli Stati
membri.
«Il
consenso e l’unanimità richiesti da questa procedura sono due ostacoli concreti
alla revisione dei Trattati.
Per
questo si stanno ipotizzando delle alternative possibili nell’ottica di
un’Europa a due velocità. La soluzione ideale sarebbe un compromesso tra gli
Stati membri che desiderano una maggiore integrazione e quelli che vogliono
mantenere lo status quo, per cui si elabori una struttura capace di tenere
conto delle differenze a garanzia di tutti.
L’alternativa
è lo strappo:
i Paesi disponibili adottano le modifiche
necessarie con una diversa modalità di ratifica e in un secondo momento
negoziano con gli altri le condizioni per mantenere l’Ue.
Per questa seconda strada servirebbe però una
forte volontà politica, che oggi manca», ha concluso Trimpellini.
Il
progetto di riforma dei Trattati europei: cambiare “tutto” affinché “nulla”
cambi.
“Sailing on high seas: Reforming and enlarging the EU for the 21st century.”
Diritticomparati.it
– (23 Novembre 2023) - Andrea Profeta – Redazione – ci dice:
Premessa.
Il 22
gennaio 2023 Francia e Germania hanno rilasciato una dichiarazione congiunta
che, da un punto di vista politico, è il prodotto del Trattato di Aquisgrana
del 2019, sottoscritto dai medesimi Stati, la cui convergenza ha trovato la
propria ragion d’essere nell’esigenza di rispondere alle minacce all’identità
europea.
Con
detto accordo i due Stati si sono dunque impegnati congiuntamente, ergendosi
ancora una volta a “motore” dell’integrazione europea, a dare il via ad un
ulteriore sviluppo del relativo costrutto giuridico.
Stante
il rapporto di stretta consequenzialità della dichiarazione congiunta del 2023
rispetto al Trattato del 2019, non sorprende – ad avviso di chi scrive – che
un’iniziativa di tale rilevanza non abbia visto coinvolta l’Italia.
Ed infatti, proprio il Trattato di Aquisgrana
ha” illo tempore” registrato un marcato scetticismo da parte dell’attuale
Presidente del Consiglio italiano, fino al punto di definirlo una
“dichiarazione di guerra” all’Italia.
L’iniziativa
franco-tedesca, i cui frutti sono cristallizzati nel “Report del gruppo di
esperti”, reso noto il 18 settembre 2023, rappresenta dunque l’espressione
della volontà politica di detti Stati membri di propugnare la riforma dei
Trattati, considerata cruciale ai fini del futuro dell’Unione.
Segnatamente,
l’idea di riforma è tornata al centro all’agenda dell’Unione, quantomeno di
quella del Parlamento europeo, a partire dalla “Conferenza sul futuro
dell’Europa”, i cui apporti partecipativi avrebbero dovuto essere raccolti
dalle istituzioni europee, le quali, però, come sovente accade, si sono trovate
su posizioni diverse.
Il
Parlamento europeo ha spinto per convocare una Convenzione, ritenendo la stessa
la sede istituzionale più adatta a discutere delle riforme, ma nelle
istituzioni intergovernative ha avuto la meglio l’ostruzionismo di taluni Stati
membri.
Da un
lato, il progetto di riforma in fieri raccoglieva il sostegno dei Paesi dotati
di un maggior peso politico, come Germania, Francia e Italia; dall’altro, ma di
diverso avviso erano gli Stati, per l’appunto scettici, capeggiati da Polonia,
Ungheria ed Austria, in numero tale da bloccare la convocazione della
Convenzione da parte del Consiglio europeo. Segnatamente, gli Stati membri più
piccoli osteggiano l’abbandono dell’unanimità nelle istituzioni
intergovernative.
La
protezione della rule of law e della legittimazione democratica
Negli
obiettivi prefigurati dal Report (“Protecting the rule of law”, “Addressing
institutional challenges”, “Deepening and widening the EU”) assume particolare rilievo la
protezione della Rule of law che, ai sensi dell’art. 2 TUE è uno dei valori
fondanti dell’Unione.
A
dispetto di ciò, l’attuale capacità dell’UE di implementare tale valore è
limitata, poiché le condizioni prescritte ai fini dell’ingresso di un nuovo
Stato ai sensi dell’art. 49 TUE non possono essere efficacemente imposte a
quelli che sono già Membri laddove si verifichino situazioni di regressione.
Il
Report raccomanda di ampliare l’ambito di applicazione degli strumenti di
condizionalità finanziaria, ricorrendovi non solo per le violazioni dello stato
di diritto ma, più in generale, per le infrazioni sistematiche ai valori di cui
all’art. 2 TUE.
Detta proposta è attuabile mediante il ricorso
alla c.d. clausola di flessibilità ex art. 352 TFUE, o con la modifica
dell’art. 7 TUE. In via subordinata, si raccomanda l’estensione di tale
condizionalità ai comportamenti illeciti degli Stati lesivi degli interessi
finanziari dell’UE, dato che ciò presupporrebbe il mero ricorso alla base
legislativa di cui all’art. 322 TFUE.
Ambizioso
è il progetto di riforma della procedura per accertare le violazioni gravi e
persistenti dei valori dell’Unione ex art. 7, par. 2, TUE, oggi inefficace a
causa dell’eccessiva soglia per la sua attivazione (unanimità meno uno) in seno
al Consiglio europeo, nonché per il fatto che il Consiglio non è tenuto a
procedere.
Si
propone di emendare la norma primaria in questione con la previsione di una
maggioranza dei 4/5 nel Consiglio europeo e, per garantire l’effettiva risposta
in presenza di violazioni gravi e persistenti, con l’aggiunta di un limite
temporale di 6 mesi entro cui le istituzioni intergovernative sono tenute a
deliberare, impregiudicata l’adozione automatica di sanzioni dopo 5 anni
dall’avvio della procedura in caso di protratta inerzia del Consiglio.
Inoltre,
il Report auspica che a violazioni gravi e persistenti dei valori, tali da
comportare una rottura definitiva del rapporto fiduciario tra gli altri Stati
UE, corrispondano sanzioni altrettanto gravi, quali la perdita della
membership.
Affrontare
le sfide istituzionali per l’allargamento.
L’eventualità
che 10 nuovi Stati entrino nell’Unione, vista la prospettiva di allargamento ai
Balcani occidentali, richiede il mutamento della composizione e dei meccanismi
di funzionamento delle sue istituzioni, affinché possano efficacemente agire.
Con
riferimento al Parlamento europeo, trattandosi già di una assembla legislativa
di ampie dimensioni, sotto il profilo numerico, il Report raccomanda di non
incrementare il numero degli eurodeputati rispetto alla soglia attuale (751);
sotto quello dell’allocazione dei seggi è
suggerita l’adozione – in luogo dell’attuale criterio regressivamente
proporzionale – di un criterio matematico che concili il diritto di ogni Stato
UE (rectius, della sua popolazione) di essere rappresentato con la necessità di
ridurre le distorsioni demografiche (se non proprio l’adozione della “Cambridge
Formula” già proposta dal medesimo Parlamento).
È
altresì auspicata l’armonizzazione delle procedure nazionali di elezione dei
parlamentari europei, sì da creare uno spazio elettorale transnazionale.
Per il
Consiglio è proposta una duplice riforma. Innanzitutto, il suo sistema di
presidenza dovrebbe convergere verso un quintetto, onde assicurare la presenza
di almeno uno Stato UE dotato di una maggiore capacità amministrativa ed
esperienza. Detta formula vedrebbe inoltre ciascuna delle presidenze
affidataria di metà di un ciclo istituzionale, il che garantirebbe una maggiore
capacità di programmazione a lungo termine, In secondo luogo, per garantire
l’effettiva capacità decisionale del Consiglio, è auspicato il ricorso
generalizzato alla votazione a maggioranza qualificata, erodendo i residui
settori in cui si applica l’unanimità. Questa modifica dovrebbe essere resa più
“accettabile” prevedendo meccanismi di salvaguardia della sovranità statale
(modellati sulla base dell’art. 31, par. 2, TUE) e cambiando i criteri di
calcolo della maggioranza.
Rispetto
alla Commissione, i redattori del Report ritengono insostenibile l’attuale
sistema “per testa”, posto che la riduzione della sua consistenza numerica,
prevista dal Trattato di Lisbona, non è stata attuata. Al fine di garantire
l’efficienza di questa istituzione si raccomanda di ridurre il numero dei
commissari ai 2/3 degli Stati membri mediante decisione del Consiglio europeo,
così come previsto dall’art. 17, par. 5, TUE. Il Report esprime dubbi
sull’istituzionalizzazione del sistema del c.d. “lead candidate” (vale a dire
la nomina a Presidente della Commissione del candidato capolista del partito
politico europeo con più seggi)) proposto dal Parlamento europeo, raccomandando
piuttosto a tal fine la conclusione di accordi interistituzionali tra il
Consiglio europeo ed il Parlamento.
La
gestione del processo di approfondimento e di ampliamento dell’Unione
Il
Report, oltre a tracciare il percorso di riforma da intraprendere, indica gli
strumenti utili al depenni e al Weening della costruzione giuridica europea.
Ancorché
parte rilevante delle raccomandazioni ivi contenute non richiedono una modifica
dei Trattati, potendo conseguirsi semplicemente ricorrendo a strumenti quali le
c.d. clausole passerella, i poteri emergenziali, le cooperazioni rafforzate o
la clausola di flessibilità di cui all’art. 352 TFUE, esigenze di legittimità
democratica, trasparenza e coerenza suggeriscono di intraprendere il percorso
più “impegnativo”, tramite la procedura revisione ordinaria dei Trattati ex
art. 48, parr. 2-5 TUE, con la convocazione di una Convenzione seguita da una
Conferenza intergovernativa; in alternativa, si propone di introdurre le
modifiche ai Trattati europei all’interno di quelli di adesione di nuovi Stati
membri.
Nell’ambito
del c.d. deepening, il Report considera gli strumenti di integrazione
differenziata e flessibile, che pure non sono privi di rischi per l’integrità
dell’ordinamento giuridico UE, ragion per cui il relativo ricorso è subordinato
ad una serie di principi (primo fra tutti il necessario rispetto dell’aquis).
Malgrado le indubbie opportunità assicurate dagli strumenti di integrazione
differenziata, non si può trascurare che – nel prossimo futuro – non
necessariamente tutti gli Stati europei saranno intenzionati, ovvero idonei, a
fare ingresso nell’Unione. Pertanto, il Report struttura la futura integrazione
europea secondo 4 differenti livelli, ciascuno con un diverso e decrescente
bilanciamento di diritti e obblighi: I) the inner circle; II) the EU; III)
Associate Members; IV) the European Political Community, livello esterno volto
a ricomprendere gli Stati in cooperazione politica con l’UE, sebbene svincolati
dal rispetto del relativo diritto.
Posto
che lo sviluppo previsto ed auspicato non è solo in senso verticale, con il cd.
deepening, ma anche orizzontale, nella prospettiva di un allargamento, il
Report si concentra anche sul modus operandi per assicurare che non sia
farraginoso e, soprattutto, sia fondato sul merito. A tale scopo, l’Unione
dovrebbe avere come obiettivo temporale per l’allargamento il 2030, termine
entro cui gli Stati candidati dovrebbero lavorare alacremente per soddisfare i
criteri d’accesso. Nel pieno rispetto dell’approccio meritocratico, come è
stato efficacemente argomentato, l’allargamento dovrebbe coinvolgere gruppi di
dimensioni ridotte (“regatta”).
Conclusioni.
Il
disegno riformistico del Report è, a giudizio di chi scrive, ambivalente. Un
suo elemento di forza è la gradualità delle raccomandazioni proposte. Al
vertice – di più difficile realizzazione – vi sono quelle volte a segnare una
cesura di discontinuità dalle pregresse inefficienze, mediante revisione dei
Trattati. In subordine, vi sono gli interventi dotati di minore incisività ma,
al tempo stesso, meno complessi sotto il profilo dei procedimenti
interistituzionali e pertanto di più facile realizzazione.
In
questa prospettiva, il complesso di raccomandazioni per la miglior
implementazione della rule of law è in grado di superare l’ostruzionismo di cui
si è detto. Difatti, l’ambizioso progetto di “ristrutturazione” del meccanismo
di vigilanza sul rispetto dei valori ex art. 7 TUE, che passa per la revisione
dei Trattati, è seguito da alcune opzioni alternative, attuabili per mezzo del
diritto derivato, che sono altrettanto idonee al perseguimento dell’obiettivo.
Non
altrettanto convincenti sono le proposte volte al miglioramento della capacità
decisionale del Consiglio, il cui impianto è fondato sull’ampliamento della
votazione a maggioranza qualificata. Ciò collide infatti con l’espressa presa d’atto che: “The
use of QMV… should be regarded as a contribution, but not as a panacea to
solving the EU’s challenges in terms of its capacity to act”.
Infine,
merita separata considerazione la proposta in tema di integrazione
differenziata, espressa nel concetto dei cerchi concentrici e, segnatamente,
nell’innovativa figura del “Membro associato”, cui è sottesa l’idea della
flessibilità dei cerchi, che conferisce agli Stati UE la facoltà di mitigare il
proprio coinvolgimento nell’integrazione europea transitando dal secondo al
terzo cerchio, rinunciando alla membership per divenire Membro associato.
Trattasi però di una opzione scarsamente appetibile; per effetto di detta –
volontaria – “retrocessione” lo Stato vedrebbe sterilizzata la propria
partecipazione istituzionale e il proprio apporto allo sviluppo
dell’integrazione, ma sarebbe comunque tenuto al rispetto del diritto UE e
assoggettato al controllo della Corte di giustizia, nonché tenuto a contribuire
al bilancio UE, ma con benefici inferiori.
Tirando
le conclusioni, pare che il tentativo di rilancio da parte di Francia e
Germania dell’iniziativa di riforma dei Trattati sia espressione della volontà
di detti Stati di lasciare un’eredità politica – ben cristallizzata e non
invece solo in potenza – al Parlamento europeo di futura elezione (dal 6 al 9
giugno 2024) indirizzandone dunque già a monte l’indirizzo legislativo. Non si
spiegherebbe altrimenti il tempismo della proposta, che avrebbe potuto invece
essere (ri)lanciata e prendere piede con la nuova legislatura.
Revisione
dei Trattati o
Costituente
europea?
Eurobull.it – (4 marzo 2024) - Amanda
Birichini – Redazione – ci dice:
Esistono
due vie per riformare l’Unione europea: la revisione dei Trattati o la
Costituente.
Su quale sia la soluzione migliore si dibatte
parecchio, specie nel mondo federalista, considerati i pro e i contro di
entrambe.
Certo è che per una delle due opzioni, i tempi
sembrano ormai maturi.
Nei
prossimi mesi verrà sottoposto al Consiglio europeo il testo promosso dalla
“Commissione Affari Costituzionali” e votato dal Parlamento europeo per una
“Riforma dei Trattati dell’Unione europea”. Se approvato, Charles Michel
provvederà a convocare una Conferenza Intergovernativa, composta da
rappresentanti degli Stati membri, al fine di stabilire di comune accordo le
modifiche da apportare ai Trattati.
Nel
mondo federalista, però, alcuni diffidano di questa via, sostenendo che una
vera federazione europea dovrebbe necessariamente passare per una Costituente
europea.
In
questo articolo spiegheremo meglio entrambe le strade, sottolineando vantaggi e
carenze di ognuno, per poi arrivare a delineare una possibile conclusione.
Che
cos’è la Riforma dei Trattati? Quali sono i suoi vantaggi e svantaggi?
Il
processo di revisione dei Trattati è iscritto all’articolo 48 TUE, che ha
abrogato l’articolo 236 della CEE. L’articolo spiega le due strade per una
modifica dei Trattati di Lisbona (TUE e TFUE).
Il
progetto di riforma può essere proposto da un Governo di uno Stato membro, dal
Parlamento europeo o dalla Commissione. Previa consultazione di PE e
Commissione, il Consiglio europeo vota la riforma a maggioranza semplice.
Se
viene approvata, il Presidente del Consiglio europeo è chiamato a convocare una
Conferenza intergovernativa, composta da rappresentanti degli Stati membri.
A seguito, è prevista la ratifica da parte
degli Stati.
È
stata questa la via più percorsa fino ad ora nelle Istituzioni europee, e ha
portato a notevoli miglioramenti nell’assetto istituzionale europeo, basti
pensare al Trattato di Amsterdam del 1997, che modifica quello di Maastricht, e
poi quello di Nizza, del 2001.
Tra
gli svantaggi, possiamo riportare il ristretto raggio d’azione (si parla sempre
di modifica), e l’opposizione che può essere fatta da parte di certi Stati.
Infatti, il passaggio al Consiglio europeo solitamente impedisce a progetti di
riforma dei Trattati di andare avanti, come è successo al progetto Spinelli.
Che
cos’è la Costituente europea? Quali sono i suoi vantaggi e svantaggi?
“La
nostra Costituzione [...] si chiama democrazia perché il potere non è nelle
mani di pochi, ma dei più”.
Questa
la frase di Tucidide posta a preambolo del “Progetto di Trattato che istituisce
una Costituzione per l’Europa” del 2004, poi fallito.
Il
progetto della Costituzione proveniva da una Costituente europea, un’assemblea
legislativa chiamata a scrivere un testo costituzionale europeo. Il vantaggio
più importante di questo sistema risiederebbe nella legittimazione popolare.
L’assemblea costituente, che potrebbe essere anche il Parlamento europeo,
proverrebbe infatti da un’elezione popolare, e questo sicuramente
indirizzerebbe i lavori della Costituente.
Questo
aspetto, però, nasconde la necessità di adottare poi una logica compromissoria
nella stesura del testo, che potrebbe compromettere la portata rivoluzionaria
del documento. Inoltre, la Costituzione europea andrebbe poi ratificata, o per
via parlamentare o tramite referendum tra tutti gli Stati membri, passaggio
tutt’altro che scontato. È già successo, proprio nel 2004. Dopo un tentativo di
far nascere la Costituzione europea, la ratifica è arrivata solamente da 18
Paesi, con esito negativo del referendum in Francia e nei Paesi Bassi, facendo
concludere il progetto con un nulla di fatto.
Conclusioni.
“La
strada da percorrere non è né facile né sicura…" diceva Spinelli a
conclusione del Manifesto di Ventotene. Si, ma quale strada? Secondo un modesto
parere dell’autrice di questo articolo, la via da percorrere ora è quella della
revisione dei Trattati; il loro sviluppo in senso federalista è necessario per
uscire dal meccanismo dell’intergovernativa.
Quando
saremo riusciti a modificare i Trattati a dovere, e si sarà consolidato il
consenso verso questa struttura proto-federale, i tempi saranno maturi per una
Costituente europea, dove la federazione europea potrà ricevere il beneplacito
dei cittadini.
(Amanda
Birichini).
L’idea
di una revisione dei
trattati
europei non ha futuro.
Linkiesta.it - Pier Virgilio Diastoli – (28
marzo 2024) – Redazione – ci dice:
La
risoluzione approvata dal Parlamento Ue lo scorso novembre è scomparsa dai
programmi post-elettorali di tutti i maggiori partiti. Così, diventa necessario
esplicitare i rischi che porta l’immobilismo intergovernativo.
(LaPresse).
Il
voluminoso rapporto sul da farsi dopo le elezioni che era stato approvato con
una ristretta maggioranza dal Parlamento europeo il 22 novembre 2023 con
l’obiettivo di avviare – per la prima volta dal 2009 – la procedura per la
revisione dei trattati è sostanzialmente scomparso dall’agenda europea.
Non ne
parlano i manifesti dei partiti europei in vista delle elezioni europee dal 6
al 9 giugno 2024 approvati dai loro congressi, o meglio, non ne parla il
partito dei popolari, i cui parlamentari si opposero a maggioranza il 22
novembre a quel rapporto, costringendo tuttavia gli altri gruppi ad accettare
in sede di emendamenti compromessi fortemente riduttivi rispetto all’ambizione
iniziale della Commissione affari costituzionali.
Non ne
parlano i socialisti, che si espongono in modo articolato sulle politiche
(policies) ma non sul modo in cui attuarle (politics) per nascondere le
divergenze fra europeisti convinti ed europeisti tiepidi se non
euro-nazionalisti.
C’è
silenzio anche da parte dei liberali, che esprimono un teorico atto di fede
verso un’unione sempre più stretta (dixi et salvavi animam meam) e tacciono sul
metodo e sui tempi per realizzarla, tradendo così l’impegno del liberale Guy
Verhofstadt spesosi a favore della Convenzione come provvisorio risultato della
sua presidenza belga del Consiglio con la Dichiarazione di Laeken a dicembre
2001.
Convenzione
tracollata prima per la decisione dei governi di trasformare il già modesto
trattato-costituzionale in un indecifrabile ermafrodita e poi con i referendum
francese e olandese.
E poi
è sparito dal programma dei Verdi, che scelgono invece di uscire dal “cul de
sac” in cui si è infilato il Parlamento europeo e chiedono di aprire le porte
del labirinto della Convenzione per favorire la via più diretta del processo
costituente.
Non
vale la pena di parlare del manifesto delle sinistre europee paralizzate dal
contrasto fra la maggioranza di sovranisti, che rigettano per ragioni
ideologiche il passato e il presente dell’Unione europea e ritengono invece che
il futuro dell’Europa debba essere affidato all’improbabile vittoria del
socialismo radicale a livello nazionale, e una esigua minoranza di federalisti
fedeli al messaggio del Manifesto di Ventotene.
Non si
può naturalmente parlare dei mai concepiti e mai nati manifesti dei seguaci
dell’Europa confederale delle Nazioni uniti o piuttosto disuniti nei
“conservatori e – chissà perché – riformisti” e dei sovranisti puri e duri con
forti pulsioni di estrema destra che appartengono nel Parlamento europeo al
gruppo Identità (nazionale) a cui si accompagna grottescamente la parola
Democrazia sapendo che gli uni e gli altri contestano il metodo sovranazionale
dei candidati di punta (Spitzenkandidat) alla presidenza della Commissione
europea.
Non
parla del rapporto del 22 novembre neppure la comunicazione di Ursula von der
Leyen del 20 marzo 2023 sulle conseguenze dell’allargamento per le riforme
interne.
La
ormai candidata di punta del Ppe alla sua conferma dimentica il retorico «è
venuto il momento della Convenzione», lanciato nell’emiciclo di Strasburgo nel
lontano 15 settembre 2022 e confermato con l’impegno che preso con il
Parlamento europeo a gennaio 2024 di presentare entro la fine di febbraio una
roadmap sul futuro dell’Europa, data la scelta della Commissione di condividere
la scelta dei governi di garantire l’efficacia del funzionamento dell’Unione
europea ampliata a trattati costanti.
Infine,
non ne parlano i governi che, divisi ormai su quasi tutto – come è apparso
nell’inconcludente Consiglio europeo del 21 e 22 marzo –, sono d’accordo
sull’idea di impedire l’apertura del vaso di Pandora della revisione dei
trattati attraverso la Convenzione.
Gli
Stati piccoli, infatti, vogliono mantenere il potere di veto e un commissario
per Paese, mentre i cosiddetti frugali sostenuti dalla Germania non vogliono
cambiare le regole del bilancio, e gli euro-nazionalisti non vogliono affidare
maggiori competenze all’Unione europea.
La
Francia, poi, non vuole rinunciare alla sua gollista force de frappe in
politica estera e di difesa.
Cosicché
i ministri degli affari europei hanno predisposto il 19 marzo le conclusioni
del successivo Consiglio europeo del 21 e 22 marzo ripetendo la formula scritta
dai diplomatici e dal segretariato del Consiglio che chiude definitivamente la
porta alla riforma del Trattato di Lisbona.
Bisogna
preparare il terreno, coinvolgendo singoli candidati e le reti della società
civile, affinché denuncino i rischi dell’immobilismo intergovernativo e
diplomatico – che sarebbe comunque inevitabile se, per ipotesi assurda, si
creasse nel Consiglio europeo una maggioranza semplice di capi di Stato o di
governo favorevole alla procedura ordinaria dell’articolo 48 TUE – e creino le
condizioni per l’avvio di un processo costituente dal basso con l’insurrezione
pacifica di assemblee di cittadine e di cittadini nelle istituzioni
parlamentari nazionali ed europea. Parallelamente è necessario che promuovano
la convocazione di una nuova Conferenza sul futuro dell’Europa che abbia al suo
centro un modello di democrazia partecipativa e di assise interparlamentari
aperte ai rappresentanti dei paesi candidati e dei poteri locali e regionali.
In
questo quadro appare necessario convocare due contro-Vertici in occasione della
quarta (18 luglio 2024, Regno Unito) e della quinta (7-8 novembre 2024,
Ungheria) riunione della Comunità Politica Europea. I temi all’ordine del
giorno devono essere pace, democrazia e giustizia sociale.
Ancora,
dovrà essere sollecitata l’assemblea del Forum della società civile di
Marsiglia dal 25 al 27 aprile per l’approvazione di questa proposta.
Agenda
2030, Patto sul futuro,
rinvigorire
l’Onu: le
priorità
globali dell’Ue.
Asvis.it
- Luigi Di Marco – (1°luglio 2025) – Redazione – ci dice:
Settimana
dal 23 al 29 giugno.
Obiettivi prioritari dell’Ue per l’80esima
Assemblea generale dell’Onu.
Spese
per la difesa dell’Unione in complementarità agli accordi della Nato.
Sviluppo sostenibile principio di
collaborazione Ue-Canada.
Agenda
2030, Patto sul futuro, rinvigorire l’Onu: le priorità globali dell’Ue.
La
scorsa settimana, gli Stati membri hanno assunto diversi impegni e nuovi atti
in relazione alle politiche internazionali.
Il
Consiglio dell’Ue ha approvato le conclusioni sulle priorità per l’80esima
Assemblea generale delle Nazioni Unite, il Consiglio europeo ha adottato
conclusioni in collegamento anche agli impegni sulla spesa per la difesa
concordata in sede Nato.
Si è
inoltre tenuto a Bruxelles il vertice Ue-Canada.
Le
conclusioni approvate dal Consiglio il 23 giugno in vista dell’Assemblea
generale dell’Onu (settembre 2025 - settembre 2026) definiscono le priorità in
cinque punti, uniti tra loro in una visione di sistema:
sostenere
un sistema multilaterale basato sul diritto internazionale e sull'universalità
dei diritti umani;
portare
avanti riforme globali per rinvigorire il sistema delle Nazioni Unite e
perseguire partenariati efficaci;
rafforzare
l'architettura di pace e sicurezza delle Nazioni Unite;
promuovere
lo sviluppo sostenibile in linea con l'Agenda2030;
affrontare
la triplice crisi planetaria.
Il
Consiglio riconosce il valore assoluto di rinnovare l’impegno dell’Ue a favore
del multilateralismo basato sul diritto internazionale, compresa la Carta delle
Nazioni Unite, riconoscendo il legame intrinseco tra pace e sicurezza, diritti
umani e sviluppo sostenibile, in un momento storico in cui l'ordine
internazionale basato su regole è gravemente sotto pressione.
Il
Consiglio richiama espressamente i principi di sovranità e integrità
territoriale della Carta dell’Onu, quali termini non negoziabili e non soggetti
a misure di compromesso. Viene confermato il supporto alla Corte di giustizia
internazionale e il rispetto del vincolo giuridico delle sue pronunce per le
parti in causa, e l’incrollabile sostegno al sistema di giustizia penale
internazionale, in particolare alla Corte penale internazionale, il suo impegno
a rispettarne e a preservarne l’indipendenza e l’integrità, ponendo fine
all'impunità e a garantire l'accertamento delle responsabilità per tutte le
violazioni del diritto internazionale.
Il
Consiglio sottolinea dunque che l'Ue è determinata a rimanere un partner
prevedibile, affidabile e credibile, impegnato a trovare soluzioni globali alle
sfide comuni, anche attraverso l'attuazione del Patto per il futuro. Viene
riconfermato l’impegno a dare corso all'appello del Vertice delle Nazioni Unite
del 2023 ad agire rapidamente per realizzare l'Agenda 2030 e gli Obiettivi di
sviluppo sostenibile, anche attraverso l'attuazione della relativa
Dichiarazione politica.
Il
Consiglio sostiene espressamente le proposte di riforma tra cui quelle del
Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, delle istituzioni finanziarie
internazionali e delle banche multilaterali di sviluppo, del sistema umanitario
e l’iniziativa Un80. Sottolineando il nesso tra azione umanitaria, sviluppo e
costruzione della pace e del nesso tra sicurezza e clima, l'Ue conferma il suo
impegno a salvaguardare e ripristinare una pace e una stabilità giuste e
durature a livello mondiale. Nel
contesto s’inserisce la determinazione dell’Ue ad accelerare gli sforzi per
realizzare l'Agenda 2030 e i suoi obiettivi, rispondere alla triplice crisi
planetaria (cambiamenti climatici, perdita di biodiversità e inquinamento)
definita come minaccia globale ed esistenziale. L'Ue conferma il suo impegno a
collaborare con i partner per accelerare una transizione verde globale, giusta
e inclusiva, rilanciando l’impegno a triplicare la capacità produttiva globale
in energie rinnovabili e a raddoppiare lo sviluppo annuale medio
dell’efficienza energetica al 2030.
Il
Consiglio afferma l’impegno nel continuare a sostenere, proteggere e rafforzare
il quadro multilaterale per il disarmo, la non proliferazione e il controllo
degli armamenti, nonché il quadro multilaterale per il controllo delle
esportazioni di armi e di beni e tecnologie a duplice uso, elemento
fondamentale sia per la non proliferazione che per gli usi pacifici dei
prodotti controllati.
Richiamando
il Patto digitale globale incluso nel Patto sul futuro (qui la traduzione
italiana), il Consiglio enuncia il proprio impegno nel perseguire un ruolo di
leadership nel sostenerne l’implementazione, incluso il contributo a una strategia globale per contrastare la
manipolazione delle informazioni e l’interferenza da parte di agenti stranieri,
supportando i principi delle Nazioni Unite per l’integrità delle informazioni e
promuovendo attivamente nello spazio digitale i diritti umani e le libertà fondamentali,
lo Stato di diritto e i principi democratici.
Sui
prossimi appuntamenti internazionali, in particolare n vista del prossimo
vertice di Siviglia (30 giugno-3 luglio 2025) sulla finanza per lo sviluppo
(segui il blog Patto sul futuro per gli approfondimenti), il Consiglio conferma
il suo sostegno sulle proposte richiamando le proprie conclusioni di recente
adozione, con l’impegno a darne corso per gli sviluppi futuri.
Per
quanto riguarda il secondo vertice sociale globale che si terrà a Doha (4-6
novembre 2025), il Consiglio dichiara il proprio supporto a una coalizione
globale per la giustizia sociale, considerando il vertice come un’occasione
fondamentale per rinnovare un contratto sociale globale ancorato ai diritti
umani e ai fondamentali principi e diritti sul lavoro come definiti
dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo). Nel contesto richiama le
proprie conclusioni sulle priorità sui diritti umani per il 2025, e l’impegno
alla ratifica e a dare seguito all’accordo globale sulle pandemie.
Il
Consiglio dichiara infine l’impegno nel continuare a sostenere, promuovere e
rafforzare attivamente una società civile diversificata e indipendente,
promuovendone la partecipazione significativa ai processi multilaterali,
inclusi, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, i consessi sui diritti
umani, lo sviluppo sostenibile, la mediazione per la pace e il processo
decisionale. In questo contesto, l’Ue ribadisce l'importante ruolo dei giovani,
tenendo conto delle esigenze e degli interessi delle generazioni future, e
ribadisce il suo impegno nei confronti della Dichiarazione sulle generazioni
future.
Conclusioni
del Consiglio europeo del 26 giugno, osservazioni del presidente Costa.
Il
Consiglio europeo si è riunito il 26 giugno, all’indomani dell’incontro della
Nato sulla decisione di aumentare le spese per la difesa. Come ha evidenziato
il presidente Costa nelle sue osservazioni, ieri, alla Nato, 23 Stati membri
dell'Unione europea hanno deciso di aumentare la propria spesa. Oggi ci siamo
concentrati su come migliorare questa spesa. Investendo insieme, in modo più
razionale ed efficiente. Come una squadra. Attraverso l'aggregazione della
domanda, gli appalti congiunti, la standardizzazione e la semplificazione.
Promuovendo la ricerca europea, l'industria europea, l'occupazione europea, per
la sicurezza e la prosperità europee. Non è necessario replicare le stesse
capacità in ciascuno Stato membro. Non è necessario moltiplicare per 27 tutti i
nostri investimenti nella difesa. Ciò di cui abbiamo davvero bisogno sono
efficienza e un'equa ripartizione degli oneri. Ciò di cui abbiamo davvero
bisogno è costruire un sistema comune di difesa europea che eserciti deterrenza
alle aggressioni.
Sul
tema del riarmo, il Consiglio ha confermato il ruolo di complementarità delle
decisioni assunte in sede Ue rispetto alle decisioni assunte in sede Nato,
promuovendo la cooperazione tra Stati membri e il contributo della Banca
europea degli investimenti nel mobilitare la finanza privata nella spesa per
l’industria della difesa. Nella prospettiva di valutare i progressi nella
riunione di ottobre 2025, il Consiglio ha invitato la Commissione e l'alta
rappresentante a presentare una tabella di marcia allo scopo.
Gli
altri argomenti trattati nelle conclusioni hanno riguardato le situazioni di
conflitto in Ucraina, medio-oriente, competitività e mercato unico, migrazione
e altri punti ancora. In collegamento con i temi trattati nelle conclusioni del
Consiglio dell’Ue del 23 giugno sopra riportati, il Consiglio ha ribadito
ancora il suo sostegno alle istituzioni che difendono il diritto
internazionale, anche proteggendo efficacemente i tribunali internazionali e i
loro funzionari, ricordando con l’occasione l'80esimo anniversario della firma
della Carta delle Nazioni Unite.
Come
sottolineato dal presidente Costa nelle osservazioni sulle conclusioni assunte
sopra citate, il rispetto del diritto internazionale e della Carta delle
Nazioni Unite — firmata esattamente 80 anni fa — è il fondamento della nostra
posizione sull'Ucraina. È anche alla base della nostra posizione sul Medio
Oriente. Qualsiasi pace globale e sostenibile in Medio Oriente richiede una
soluzione duratura a Gaza, dove la situazione umanitaria è catastrofica e i
diritti umani sono violati. L'esame del rispetto da parte di Israele
dell'accordo di associazione Ue-Israele lo ha confermato. La situazione è
inaccettabile. I nostri ministri degli Esteri discuteranno delle prossime tappe.
L’Onu
è ormai inutile? Senza, il mondo sarebbe certamente più fragile.
Gli 80
anni delle Nazioni Unite cadono nel momento peggiore per un’organizzazione che
non sembra in grado di far fronte all’aggravarsi dei conflitti e alle
violazioni dei diritti.
Ma la
collaborazione internazionale è indispensabile: riflettiamo positivamente sulla
riforma dell’Onu e sul rilancio del multilateralismo.
Vertice
Ue-Canada.
Il 23 giugno
si è tenuto anche il vertice Ue-Canada. I leader, nella dichiarazione assunta,
hanno condiviso impegni per sostenere diverse delle posizioni espresse dal
Consiglio dell’Ue per l’80esima Assemblea generale dell’Onu, allargandosi ad
aspetti di collaborazione operativa.
In
termini di principio è stato affermato che è più importante che mai lavorare
insieme per promuovere i nostri valori condivisi e l'ordine internazionale
basato sulle regole, confermando l’impegno per lo sviluppo sostenibile quale
pilastro fondamentale delle nostre relazioni. Continueremo a essere partner
chiave nella promozione della democrazia, dei diritti umani e delle libertà
fondamentali, dell'uguaglianza di genere e dello stato di diritto a livello
globale.
Riconoscendo
la minaccia esistenziale rappresentata dalle crisi interdipendenti del
cambiamento climatico, della perdita di biodiversità, del degrado del suolo e
dell’inquinamento, i leader dichiarano che in sede di Cop30 (Convenzione quadro
sui cambiamenti climatici), l'Ue e il Canada mirano a promuovere ulteriormente
la fissazione del prezzo del carbonio come strumento per combattere il
cambiamento climatico, promuovere l'innovazione e modernizzare le nostre
industrie. I leader si sono inoltre impegnati a collaborare per rispondere alle
crescenti sfide dell'ordine economico e commerciale internazionale.
Altre
novità.
Altre
novità importanti della settimana hanno riguardato l’adozione, da parte della
Commissione europea, della nuova disciplina per gli aiuti di Stato a favore
dell'industria pulita, sviluppando le iniziative incluse nel relativo patto per
l’industria pulita, la proposta di una normativa europea sullo spazio per
promuovere l'accesso al mercato e rafforzare la sicurezza spaziale.
Il
Consiglio dell’Ue ha assunto la sua posizione negoziale sugli obblighi relativi
alla rendicontazione di sostenibilità e al dovere di diligenza, alzando
ulteriormente le soglie dell’ambito d’applicazione proposte dalla Commissione,
introducendo come nuova misura una clausola di revisione relativa a una
possibile estensione dell'ambito di applicazione, al fine di garantire
un'adeguata disponibilità di informazioni sulla sostenibilità aziendale.
Infine,
la presidente von der Leyen ha assunto il 25 giugno una dichiarazione sul
Budapest Pride in programma per il 28 giugno, esprimendo pieno supporto e
solidarietà alla comunità LGBT precisando che la nostra è un’Unione di
uguaglianza e non di discriminazione, i valori europei sanciti nei nostri
Trattati.
(Luigi
Di Marco).
“AI
Act”, cosa cambia davvero
"Tu
che ne sAI?"
Consumatori.it
- Simona Volpe – (4 Agosto 2026) – Redazione – ci dice:
Da
mesi si parla dell’”AI Act”, il regolamento europeo sull’intelligenza
artificiale, come della grande data di svolta:
il 2
agosto 2026 avrebbe dovuto essere il giorno in cui le regole più severe
sarebbero entrate pienamente in vigore.
Non è
così: un pacchetto di modifiche approvato dal Consiglio dell’Unione Europea lo
scorso 29 giugno, chiamato “Digital Omnibus”, ha spostato quella scadenza al
2027 e al 2028.
Ma
qualcosa sta già cambiando, vediamo di cosa si tratta.
Quello
che entra in vigore da subito-
La
novità che ci riguarda più da vicino come persone, prima ancora che come
consumatori, è l’obbligo di trasparenza: chi mette in circolazione un sistema
di intelligenza artificiale che interagisce con le persone deve renderlo
riconoscibile come tale.
In
pratica, se state scrivendo a un servizio clienti e dall’altra parte c’è un “chat
bot”, l’azienda è tenuta a dirvelo, a meno che non sia già del tutto evidente.
La
stessa logica vale per chi usa sistemi che riconoscono le emozioni o che
classificano le persone in base a caratteristiche biometriche: dovranno
informarvi.
E chi
produce un “deepfake”, o genera con l’IA testi pubblicati per informare il
pubblico su temi di interesse generale, dovrà dichiararlo esplicitamente.
C’è
poi un secondo fronte, altrettanto concreto: la Commissione Europea può multare
le aziende che sviluppano i grandi modelli di intelligenza artificiale se non
rispettano gli obblighi di trasparenza e documentazione già in vigore da un
anno.
Le sanzioni non sono simboliche: fino a 15
milioni di euro o al 3% del fatturato mondiale, che salgono a 35 milioni o al
7% per le pratiche vietate in assoluto.
Fino a
oggi questi obblighi esistevano sulla carta ma nessuno poteva farli rispettare
davvero: da adesso sì.
Cosa
slitta, e perché non è un “liberi tutti”.
Le
regole più stringenti (quelle pensate per i sistemi che possono incidere
pesantemente sulla vita delle persone, come gli algoritmi usati per selezionare
candidati al lavoro, valutare l’affidabilità creditizia o gestire dati
biometrici) slittano invece al 2 dicembre 2027. Per i sistemi di IA integrati
in prodotti già regolamentati, come dispositivi medici o macchinari, il rinvio
arriva fino al 2 agosto 2028.
Chi
vigila, in Italia.
Da noi
il controllo è affidato a più autorità, ciascuna per il proprio ambito:
l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale fa da coordinatrice, affiancata dal
Garante Privacy, dalla Banca d’Italia, dalla Consob e dall’ IVas nei rispettivi
settori.
Il
governo ha inoltre avviato, con due decreti approvati in via preliminare a
giugno, il percorso per introdurre nuove tutele anche sul piano penale: tra
queste, una norma che punirà chi omette le misure di sicurezza su sistemi di IA
ad alto rischio, mettendo concretamente a rischio le persone.
Perché
conviene saperlo.
Per un
consumatore la sostanza è questa: avete il diritto di sapere se, dall’altra
parte di una conversazione, c’è una persona o una macchina e le aziende che non
ve lo dicono rischiano di pagarne davvero le conseguenze.
È un
diritto che vale la pena far valere: se un’azienda non dichiara di usare un
chat bot, o non vi informa dell’uso di sistemi di riconoscimento delle
emozioni, potete segnalarlo alle autorità competenti, a partire dal Garante
Privacy per tutto ciò che riguarda i vostri dati.
Sul
resto, quello più ambizioso, ci sarà ancora da aspettare.
Verso
un Sistema di Difesa Europeo:
l’imperativo
dell’integrazione industriale
e del
coordinamento politico.
Federalist.eu
– Saggi – (10-01- 2026) – Editoriale - PIERANDREA ANDRIULLI – Redazione – ci
dice:
Introduzione.
L’Unione
europea si trova oggi di fronte a una delle più rilevanti sfide della sua
storia: la necessità di dotarsi di una credibile capacità di difesa autonoma in
un contesto geopolitico radicalmente mutato. L’aggressione russa all’Ucraina
del febbraio 2022 ha rappresentato un punto di svolta, accelerando quei
processi di revisione strategica che si trascinavano da decenni.
Il Libro Bianco sulla Difesa Europea, del 19 marzo
2025, costituisce un documento programmatico senza precedenti, che riconosce
esplicitamente come “l’Europa si trova ad affrontare una minaccia acuta e
crescente” e come “l’unico modo per garantire la pace è avere la prontezza di
dissuadere chi vuole farci del male”.
La
capacità dell’Unione di rispondere efficacemente a questa sfida dipende, in
modo determinante, dalla sua capacità di superare l’attuale frammentazione
industriale e dalla volontà politica di costruire meccanismi di coordinamento
sovranazionale in un settore tradizionalmente riservato alla sovranità
nazionale.
Come
ha osservato Roberto Cingolani, Amministratore Delegato di Leonardo “nello
spazio, così come nella difesa, piccolo non è bello e neanche una taglia media
come la nostra è sufficiente: le aziende europee devono allearsi, sacrificando
la loro sovranità sul ridotto mercato domestico per poter competere insieme
sull’immenso mercato globale”.
In
queste pagine si analizzerà l’evoluzione recente delle iniziative europee nel
settore della difesa, concentrandosi su tre dimensioni interconnesse: la
frammentazione dell’industria europea della difesa e i suoi costi economici e
operativi; gli strumenti finanziari e normativi recentemente introdotti per
favorire l’integrazione industriale; la rilevanza politica della governance
industriale e del suo coordinamento strategico. Il punto centrale è che, senza
un salto qualitativo nell’integrazione politica e nel coordinamento strategico,
anche gli investimenti più consistenti rischiano di perpetuare inefficienze
strutturali e di non produrre quella capacità di difesa autonoma che le
circostanze storiche oggi richiedono.
Il
costo della frammentazione: diagnosi di un’inefficienza strutturale.
L’industria
europea della difesa presenta oggi caratteristiche di frammentazione che la
distinguono nettamente dai principali competitori globali. Secondo un’analisi
di PwC, gli Stati europei utilizzano attualmente 172 modelli diversi di sistemi
d'arma, mentre gli Stati Uniti ne impiegano solo 32. Questa moltiplicazione di
piattaforme e sistemi genera costi diretti stimati in 75,5 miliardi di euro
all’anno in duplicazioni di investimenti che potrebbero essere destinati a
progetti più efficienti e strategici.
La
frammentazione si manifesta in modo particolarmente evidente nel settore degli
armamenti terrestri e aerei. Durante il conflitto in Ucraina, le forze ucraine
hanno ricevuto dieci diversi tipi di obici da 155 millimetri dagli Stati membri
dell’Unione Europea, creando complicazioni logistiche significative in termini
di munizionamento, addestramento degli equipaggi, manutenzione e disponibilità
di pezzi di ricambio.
Nel settore aeronautico, la coesistenza di
progetti nazionali paralleli per la nuova generazione di cacciabombardieri
rischia di compromettere l'efficacia strategica complessiva, accentuando il
divario tra le capacità europee e quelle dei principali competitori.
La
frammentazione del mercato europeo della difesa ha radici storiche profonde.
Ogni Stato membro ha sviluppato nel corso dei decenni un proprio modello di
procurement, con regolamenti, requisiti tecnici e standard operativi
divergenti, che riflettevano priorità strategiche nazionali spesso non
coordinate.
Questa situazione ha limitato l'efficacia
degli investimenti collettivi e ha reso l’industria europea strutturalmente
meno competitiva rispetto a quella statunitense, che beneficia di un mercato
domestico unificato di dimensioni continentali.
Le
conseguenze operative di questa frammentazione sono molteplici. In primo luogo,
la mancanza di interoperabilità tra i sistemi d'arma degli Stati membri,
seppure mitigata da decenni di tentativi di standardizzazione avvenuti su
iniziativa NATO, complica significativamente le operazioni militari congiunte,
aumentando i tempi di coordinamento e riducendo l’efficacia tattica.
In secondo luogo, la duplicazione degli
investimenti in ricerca e sviluppo disperde risorse che potrebbero essere
concentrate su un numero più limitato di progetti di eccellenza.
Il
Rapporto Draghi sulla competitività europea del 2024 ha evidenziato come la
spesa europea in ricerca e sviluppo per la difesa, già scarsa in termini
assoluti, risulti ulteriormente indebolita dalla frammentazione, con impatti
negativi sulle tecnologie emergenti fondamentali per le future capacità di
difesa.
In
terzo luogo, la frammentazione riduce le economie di scala nella produzione
industriale. Le serie produttive ridotte aumentano i costi unitari, rendendo i
sistemi d’arma europei meno competitivi sui mercati internazionali e meno
accessibili per gli stessi Stati membri.
Questo
circolo vizioso ha portato, negli ultimi anni, a un incremento significativo
delle acquisizioni di equipaggiamenti militari da fornitori extra-UE, con gli
Stati membri che acquistano fino a quattro volte più equipaggiamenti da
produttori esterni rispetto a un decennio fa.
Il
Libro Bianco riconosce esplicitamente queste inefficienze strutturali: “La
mancanza di collaborazione ha portato a inefficienze nello sviluppo delle
capacità di difesa imponendo costi aggiuntivi a tutti gli Stati membri. Di
conseguenza, si è persa l’opportunità di sfruttare le economie di scala europee
per ridurre i costi unitari”.
Questa diagnosi rappresenta un passo
importante verso il riconoscimento che il problema della difesa europea non è
principalmente quantitativo, visto che la spesa aggregata dei paesi membri è
considerevole, ma qualitativo: si tratta di spendere meglio, in modo coordinato
e strategicamente orientato.
Il
paradosso della politica di concorrenza: campioni negati e competitori esterni
rafforzati.
La
frammentazione industriale europea nel settore della difesa non è solo il
risultato di inerzie storiche o di gelosie nazionali passive. È il prodotto di
scelte politiche e regolamentari precise che, per un ventennio, hanno
subordinato la logica industriale strategica all'ortodossia della concorrenza
intra-europea, mentre il resto del mondo consolidava campioni nazionali e
regionali di dimensioni continentali, ed in tutti gli ambiti produttivi.
Il
caso più emblematico rimane il blocco, nel febbraio 2019, della fusione tra
Siemens e Alstom nel settore ferroviario. La Commissione Europea bocciò
l’operazione adducendo rischi di posizione dominante sul mercato europeo
dell’alta velocità, nonostante i governi francese e tedesco avessero sostenuto
pubblicamente la necessità di creare un “campione europeo” capace di competere
con il colosso cinese CRRC, che da solo controlla il 60% del mercato globale
dei treni.
La decisione seguiva una logica rigorosamente
microeconomica: proteggere la concorrenza all’interno del perimetro europeo,
valutando le quote di mercato esclusivamente su scala continentale.
Il risultato fu che, mentre l’Europa impediva
ai propri attori di raggiungere massa critica, i competitor extra-UE, cinesi in
primis, ma anche giapponesi e coreani, continuavano a consolidarsi nei propri
mercati protetti e poi a espandersi globalmente, incluso il mercato europeo
stesso.
Questo
paradigma ha trovato applicazione diretta anche nel settore della difesa. Come
osservato da Roberto Cingolani nel febbraio 2024, le autorità regolatorie
europee hanno a lungo ostacolato processi di consolidamento tra gruppi
industriali della difesa, applicando criteri antitrust concepiti per mercati
civili a un settore dove la dimensione geopolitica è intrinsecamente dominante.
Le
fusioni e le acquisizioni transnazionali nel settore della difesa sono state
sottoposte a scrutinio prolungato, condizionalità stringenti e, in alcuni casi,
a veti impliciti derivanti dalle preoccupazioni di singoli Stati membri su
“perdita di sovranità industriale”.
Il
paradosso è evidente: ogni capitale europea temeva di cedere il controllo del
proprio campione nazionale a un partner europeo, ma nessuno applicava la stessa
resistenza all’acquisto di sistemi d’arma da produttori americani, israeliani o
sudcoreani.
Le
gelosie industriali nazionali hanno operato come vincolo politico permanente.
Ogni progetto di consolidamento ha dovuto affrontare resistenze di governi
preoccupati per l’impatto occupazionale su siti produttivi nazionali, per la
perdita di know-how strategico, o semplicemente per la prospettiva che il
quartier generale della nuova entità fosse localizzato in un altro Stato
membro.
Queste resistenze si sono tradotte in una
proliferazione di “caveat industriali”: accordi di work-share rigidi, garanzie
di autonomia operativa per le filiali nazionali, clausole di golden share, che
hanno svuotato di efficienza economica anche le poche operazioni di
consolidamento effettivamente realizzate.
Il
risultato netto di questa doppia paralisi, antitrust rigoroso verso l’interno,
apertura asimmetrica verso l’esterno, è stato il progressivo indebolimento
della base industriale europea rispetto ai competitori globali.
Mentre
Boeing e Lockheed Martin negli Stati Uniti potevano contare su un mercato
domestico unificato da 340 milioni di abitanti e su contratti pluriennali
garantiti dal Pentagono, i gruppi europei dovevano competere su 27 mercati
nazionali frammentati, ciascuno con proprie procedure di procurement, propri
standard tecnici e proprie priorità politiche.
Mentre la Cina costruiva attraverso fusioni
statali gruppi come NORINCO e AVIC con fatturati superiori ai 60 miliardi di
dollari, l’Europa manteneva una costellazione di attori di medie dimensioni
strutturalmente incapaci di sostenere i costi di ricerca per le tecnologie di
prossima generazione, e sempre in competizione tra loro.
La
consapevolezza di questo errore strategico è emersa solo negli ultimi anni,
accelerata dalla guerra in Ucraina. Il Libro Bianco del 2025 dedica un'intera
sezione alla necessità di “rafforzare la base tecnologica e industriale della
difesa europea” e riconosce che “per decenni l'industria della difesa europea è
stata caratterizzata da una frammentazione eccessiva che ha impedito di
sfruttare appieno le economie di scala”.
Ancora
più esplicitamente, il regolamento (UE) 2025/1106 sullo strumento SAFE,
adottato dal Consiglio ai sensi dell’articolo 122 TFUE, riconosce che la difesa
non può più essere trattata come un mercato ordinario:
l’Unione
accetta di derogare alle sue cautele di bilancio abituali pur di concentrare
risorse e domanda in un’industria considerata ormai essenziale per la propria
sicurezza.
Purtroppo,
il recupero del tempo perduto richiede più di un cambio normativo. Richiede il
superamento di quella cultura politica nazionalista che, per proteggere simboli
industriali domestici ormai inadeguati alla competizione globale, ha
sacrificato la possibilità di costruire campioni europei realmente competitivi.
Come
ha osservato un analista di Linklater, specializzato in diritto della
concorrenza applicato alla difesa, “la questione non è tecnica ma politica:
fino a quando i governi europei valuteranno una fusione transnazionale come una
minaccia alla sovranità piuttosto che come una condizione per preservarla,
l'industria europea della difesa rimarrà strutturalmente debole”.
Gli
strumenti dell’integrazione: EDIRPA, REARM Europe e il nuovo ecosistema
finanziario.
La
consapevolezza dell’urgenza della situazione ha portato, negli ultimi anni,
all’adozione di una serie di strumenti normativi e finanziari volti a
incentivare la cooperazione e l’integrazione dell'industria della difesa
europea. Questi strumenti rappresentano un cambiamento significativo
nell'approccio dell’Unione a un settore tradizionalmente considerato di
esclusiva competenza nazionale.
Il
Regolamento (UE) 2023/2418, che istituisce lo strumento per il rafforzamento
dell’industria europea della difesa attraverso l'acquisto comune (EDIRPA –
European Defence Industry Reinforcement through Common Procurement Act),
adottato il 18 ottobre 2023, costituisce un precedente normativo di rilievo.
EDIRPA incentiva gli appalti comuni tra almeno tre Stati membri, coprendo parte
dei costi amministrativi e di coordinamento per evitare la frammentazione del
mercato e aumentare l'interoperabilità dei sistemi d’arma.
La
Decisione di esecuzione della Commissione del 15 marzo 2024 ha adottato il
programma di lavoro per il periodo 2024-2025, stanziando un contributo massimo
dell’Unione pari a 310.110.000 euro. Il programma di lavoro identifica tre
inviti a presentare proposte con il detto budget indicativo totale suddiviso
nelle seguenti aree: munizioni (103,2 milioni di euro), difesa aerea e
missilistica (103,2 milioni di euro), e altre capacità critiche (103,7 milioni
di euro).
L’impatto
moltiplicativo di EDIRPA si è rivelato significativo. A novembre 2024, la
Commissione Europea ha approvato finanziamenti per cinque progetti
transfrontalieri, a ciascuno dei quali sono stati assegnati 60 milioni di euro,
per un totale di 300 milioni di euro. I cinque progetti selezionati
rappresentano un valore complessivo di approvvigionamento superiore a 11
miliardi di euro, dimostrando un effetto leva superiore a 36 volte
l'investimento dell’UE. Questo dato evidenzia come incentivi relativamente
contenuti possano catalizzare investimenti molto più consistenti quando
inseriti in un quadro di coordinamento strategico.
Il
piano REARM Europe/Readiness 2030, presentato dalla Commissione europea nel
marzo 2025, rappresenta un salto quantitativo e qualitativo ulteriore. Il piano
prevede la mobilitazione di oltre 800 miliardi di euro per investimenti nella
difesa attraverso una combinazione di strumenti finanziari e fiscali articolata
su cinque pilastri.
Il
primo pilastro consiste nella creazione di un nuovo strumento finanziario
dedicato, denominato Security Action for Europe (SAFE), che fornirà agli Stati
membri prestiti sostenuti dal bilancio comunitario fino a un importo massimo di
150 miliardi di euro. SAFE è stato proposto sulla base dell'articolo 122 del
Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, che prevede la possibilità di
fornire assistenza finanziaria agli Stati membri in caso di circostanze
eccezionali. I prestiti avranno una durata massima di 45 anni e un periodo di
grazia di 10 anni per il rimborso del capitale, con condizioni di finanziamento
vantaggiose derivanti dall’elevato rating creditizio dell'UE.
Gli
Stati membri che desiderano accedere ai prestiti SAFE dovranno presentare un
piano di investimento nell’industria europea della difesa (European Defence
Industry Investment Plan) alla Commissione. Il piano dovrà includere una
descrizione delle attività, delle spese e delle misure per le quali lo Stato
membro richiede il prestito, i prodotti della difesa dei quali intende dotarsi
e, ove pertinente, il coinvolgimento previsto dell’Ucraina nelle attività
pianificate. Come regola generale, gli Stati membri implementeranno i piani
attraverso appalti comuni che includano almeno due Stati membri, oppure almeno
uno Stato membro e l’Ucraina, o uno Stato membro e un paese EFTA/SEE,
riguardanti prodotti e fornitori di servizi con sede nel territorio
dell’Unione, dell’Ucraina e dei paesi EFTA/SEE.
Il
secondo pilastro prevede l’attivazione coordinata della clausola di
salvaguardia nazionale del Patto di Stabilità e Crescita, che consentirebbe
agli Stati membri di deviare dal percorso di spesa concordato in misura
equivalente all’aumento della spesa per la difesa rispetto al 2021, fino a un
massimo dell’1,5% del PIL annuo per un periodo di quattro anni prorogabile. La
Commissione ha stimato che questa flessibilità fiscale potrebbe mobilitare
circa 650 miliardi di euro in spesa aggiuntiva per la difesa nei prossimi
quattro anni.
Il
terzo pilastro riguarda la maggiore flessibilità degli strumenti UE esistenti,
in particolare della politica di coesione, permettendo alle autorità nazionali,
regionali e locali di riallocare volontariamente fondi nell’ambito dei
programmi attuali verso priorità emergenti, incluso il rafforzamento delle
capacità di difesa e sicurezza. Il quarto pilastro prevede un ampliamento del
sostegno della Banca Europea per gli Investimenti (BEI) al settore della
difesa. La BEI ha annunciato l’intenzione di raddoppiare gli investimenti
annuali a 2 miliardi di euro e di adeguare ulteriormente i criteri di
ammissibilità del Gruppo BEI per garantire che le attività escluse siano
definite con maggiore precisione.
Il
quinto pilastro mira alla mobilitazione di capitale privato attraverso l’Unione
del Risparmio e degli Investimenti. Il Libro Bianco riconosce che “l’aumento
degli investimenti pubblici nella difesa è indispensabile, ma non sarà
sufficiente”. Le aziende europee della difesa, comprese le piccole e medie
imprese, devono avere un migliore accesso al capitale, compresi gli strumenti
di garanzia per la riduzione del rischio degli investimenti.
Attualmente,
l’accesso ai finanziamenti rimane una delle principali preoccupazioni per il
44% delle PMI della difesa, una percentuale molto più alta rispetto a quella
delle PMI civili.
Questi
strumenti rappresentano un ecosistema finanziario e normativo
significativamente più articolato rispetto al passato. Tuttavia, come osservato
da diversi analisti, la loro efficacia dipenderà in modo determinante dalla
determinazione degli Stati membri a superare approcci puramente nazionalistici
e di utilizzare questi strumenti per progetti realmente integrati e
interoperabili.
Il
nodo della governance: coordinamento strategico e integrazione politica.
L’aspetto
più complesso e politicamente sensibile della costruzione di una credibile
difesa europea riguarda la questione della governance e del coordinamento
strategico. Come ha rilevato Paul Adermine, il piano REARM Europe “rimane
focalizzato sulla spesa nazionale per la difesa, lasciando irrisolte le
questioni di frammentazione e interoperabilità”. Sebbene il piano sia
significativo dal punto di vista politico e finanziario, secondo Adermine non
costituisce una trasformazione strutturale, in quanto strumenti più ambiziosi
come il ricorso al Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) o la creazione di uno
strumento simile al Next Generation EU sono stati esclusi.
La
questione della governance si manifesta su diversi livelli. In primo luogo,
esiste il problema del coordinamento delle priorità strategiche. Il Libro
Bianco identifica sette aree prioritarie per lo sviluppo delle capacità
militari: difesa aerea e missilistica; sistemi di artiglieria; munizioni e
missili; droni e sistemi di contro-droni; mobilità militare; intelligenza
artificiale, quantum, cyber ed “elettronica warfare”; abilitatori strategici e
protezione delle infrastrutture critiche. Tuttavia, la definizione delle
priorità rimane largamente nelle mani dei singoli Stati membri, con il rischio
che approcci nazionali divergenti continuino a generare duplicazioni e
inefficienze.
In
secondo luogo, si pone il problema della titolarità operativa. La creazione di
una capacità di difesa credibile richiede non solo piattaforme e sistemi d'arma
interoperabili, ma anche strutture di comando integrate, dottrine comuni e
procedure operative standardizzate. Il “sistema nervoso” della difesa, ovvero
la struttura di comando e controllo, è l’elemento fondamentale di qualsiasi
capacità militare credibile. Questi elementi richiedono un livello di
integrazione politica che va ben oltre la cooperazione industriale.
In
terzo luogo, emerge la questione del rapporto tra l’Unione Europea e la NATO.
Il Libro Bianco riconosce che “la NATO rimane la pietra miliare della difesa
collettiva dei suoi membri in Europa” e che “la cooperazione UE-NATO è un
pilastro indispensabile per lo sviluppo della dimensione di sicurezza e difesa
dell'Unione”. La costruzione di una difesa europea non può essere concepita
come alternativa all’Alleanza Atlantica, ma deve piuttosto rafforzare il
pilastro europeo della NATO secondo un principio di sinergia e
complementarietà, aumentando le capacità di difesa e deterrenza del continente.
Le
conclusioni del Consiglio Europeo del 6 marzo 2025 hanno espresso un chiaro
impegno politico: “l’UE è impegnata a rafforzare le proprie capacità di difesa
e ad aumentare la propria autonomia nel rispondere alle minacce alla sicurezza
attuali e future, in particolare alla luce della guerra della Russia contro
l’Ucraina e del suo impatto sulla sicurezza europea”. Tuttavia, questo impegno
deve tradursi in meccanismi concreti di coordinamento e, soprattutto, in una
volontà politica di delegare a livello sovranazionale almeno alcune competenze
strategiche.
Un
modello interessante è rappresentato dalla Cooperazione Strutturata Permanente
(PESCO), istituita con il Trattato di Lisbona nel 2009 ma attivata solo nel
2017. La PESCO prevede impegni vincolanti più intensi in materia di capacità di
difesa tra gli Stati membri partecipanti e progetti concreti di cooperazione.
Per il momento si è tuttavia tradotta in progetti specifici tra vari gruppi di
Stati e non è servita da base per la creazione di una reale avanguardia in
materia di difesa. Inoltre, dal 2007, nell’ambito dell’Agenzia Europea per la
Difesa (EDA), gli Stati membri hanno concordato un obiettivo comune del 35% sul
totale degli acquisti di attrezzature per la difesa da effettuare in
collaborazione. Detto ciò, il raggiungimento di questo obiettivo, rimane ancora
lontano nella pratica.
La
nomina nel dicembre 2024 di Andris Kubilius come primo Commissario europeo con
delega specifica alla Difesa rappresenta un segnale importante di questa
evoluzione, segnando il passaggio definitivo della difesa da competenza
puramente intergovernativa a pilastro dell'integrazione industriale ed
economica dell'Unione. Il mandato del Commissario alla Difesa rimane però
focalizzato principalmente sulla dimensione industriale ed economica, con
limitate competenze sugli aspetti operativi e strategici.
La
questione fondamentale rimane quella della volontà politica. Come ha scritto
Bertrand De Cordone del Jacques Delors Institute, “senza riforme strutturali,
l'aumento della spesa nazionale può portare a duplicazioni e inefficienze”.[ De
Cordone richiama tre principi chiave: appalti congiunti (Poole procurement),
prioritizzazione delle armi prodotte in Europa, e integrazione dell’innovazione
militare ucraina. Questi principi richiedono tuttavia meccanismi decisionali
che vadano oltre la cooperazione intergovernativa tradizionale.
Un
esempio concreto delle difficoltà di coordinamento riguarda la mobilità
militare. Il Libro Bianco riconosce che “la mobilità militare è un fattore
essenziale per la sicurezza e la difesa europee” e che “sebbene negli ultimi
anni siano stati compiuti progressi significativi, permangono notevoli ostacoli
allo spostamento di truppe ed equipaggiamenti senza ostacoli attraverso l'UE”.
Le procedure non armonizzate, comprese quelle doganali, causano spesso gravi
ritardi nel rilascio dei permessi transfrontalieri. La semplificazione di
queste procedure richiede una volontà politica di subordinare prerogative
nazionali a imperativi di difesa collettiva. Attendiamo che gli impegni presi
con la” Joint Comunicazioni” sulla mobilità militare dispieghino i loro
effetti.
L’integrazione
industriale: alleanze strategiche e consolidamento settoriale.
Parallelamente
alla dimensione finanziaria e di governance, l’integrazione dell'industria
europea della difesa sta procedendo attraverso alleanze strategiche tra i
principali gruppi industriali del settore. Queste alleanze rappresentano un
tentativo di creare, dal basso, quella massa critica e quell’integrazione delle
catene del valore che le decisioni politiche stentano ancora a imporre
dall’alto.
Leonardo,
il principale gruppo industriale italiano della difesa e dell’aerospazio, sta
perseguendo una strategia articolata di alleanze europee.
L’amministratore
delegato Roberto Cingolani ha sottolineato che “unire le forze è l’unico modo
per sostenere la sfida con i colossi nati dall’idea e dai mezzi di uomini-Stato
come Elon Musk, Jeff Bezos e Bill Gates che, individualmente hanno ricchezze superiori
al PIL della Grecia”.
Nel
settore terrestre, Leonardo ha dato seguito a questa visione concludendo un
accordo strategico con Rheinmetall per la produzione di veicoli da
combattimento e carri armati di nuova generazione.
Nel
settore spaziale, l’azienda ha firmato nell’ottobre 2025 un memorandum d’intesa
con Airbus e Thales per la creazione di un nuovo campione europeo dello spazio,
denominato provvisoriamente “Bromo”, che unirà le divisioni satellitari dei tre
gruppi con un fatturato aggregato di 6,5 miliardi di euro e 25.000 dipendenti.
Queste
alleanze industriali rispondono a una logica economica e strategica precisa.
Come osservato nell’intervista a Cingolani pubblicata da Repubblica, “le
aziende europee devono allearsi, sacrificando la loro sovranità sul ridotto
mercato domestico per poter competere insieme sull'immenso mercato globale”. La
dimensione dei mercati nazionali europei, anche dei più grandi come Francia,
Germania, Italia e Regno Unito, non è sufficiente per sostenere la ricerca, lo
sviluppo e la produzione di sistemi d’arma sempre più complessi e costosi in
competizione con giganti industriali americani, cinesi o di altre potenze
emergenti.
Anche
queste alleanze industriali “dal basso” hanno dovuto confrontarsi con le
resistenze politiche e regolatorie descritte in precedenza. Cingolani ha
pubblicamente esortato le autorità regolatorie europee a “lasciar consolidare
liberamente le imprese della difesa”, sottolineando che l’applicazione di
criteri antitrust ordinari a un settore intrinsecamente strategico rischia di
lasciare ‘industria europea “marginale” rispetto ai competitor globali.
La creazione di Bromo, ad esempio, ha
richiesto negoziati complessi non solo tra le tre aziende coinvolte ma anche
con i rispettivi governi nazionali, preoccupati di preservare sovranità
tecnologica in settori considerati critici come l’osservazione della Terra, le
comunicazioni satellitari sicure e l’accesso autonomo allo spazio.
Nel
settore della cantieristica militare l’integrazione procede con ancora maggiori
difficoltà. Un’analisi del 2020 evidenziava come “nel campo navale i progetti
comuni languono” e come questo comparto industriale necessiti “di un
consolidamento e di una razionalizzazione degli investimenti a livello
europeo”. La natura particolarmente strategica del settore navale, legato alla
proiezione di potenza e alla sovranità nazionale, rende più complessa
l’accettazione politica di processi di consolidamento transnazionale.
Il
Libro Bianco propone la creazione di “progetti di difesa di comune interesse
europeo”, definiti dagli Stati membri e che beneficeranno degli incentivi
dell’UE. Questo approccio cerca di bilanciare la necessità di integrazione con
il rispetto delle prerogative nazionali, incentivando la cooperazione piuttosto
che imponendola. Come osservato da diversi analisti, questo approccio
volontaristico rischia però di essere troppo graduale rispetto all’urgenza
della situazione strategica.
Un
elemento particolarmente rilevante riguarda l’integrazione dell’industria
ucraina della difesa nell’ecosistema europeo. Il Libro Bianco dedica un’intera
sezione al tema, riconoscendo che “gli ultimi tre anni hanno stimolato
l’Ucraina a sviluppare rapidamente la propria capacità militare” e che oggi
“l’Ucraina utilizza l’esperienza acquisita in prima linea per adattare e
aggiornare continuamente gli equipaggiamenti, al punto da diventare il
principale laboratorio mondiale di innovazione tecnologica e di difesa”. Il
documento propone di “associare l’Ucraina alle iniziative dell’UE per lo
sviluppo delle capacità di difesa e l’integrazione delle rispettive industrie
della difesa”.
Questa
integrazione dell'Ucraina presenta molteplici vantaggi. In primo luogo,
consente di beneficiare dell'esperienza operativa unica acquisita sul campo di
battaglia. In secondo luogo, l'industria ucraina della difesa ha dimostrato
capacità innovative significative, particolarmente nei settori dei droni,
dell'intelligenza artificiale applicata ai sistemi d'arma, e dell'adattamento
rapido di equipaggiamenti esistenti.] In terzo luogo, l'integrazione
industriale rafforza i legami strategici e politici tra l'Unione e l'Ucraina,
fornendo garanzie di sicurezza a lungo termine.
L’urgenza
ucraina: dalla solidarietà strategica all’integrazione strutturale.
Il
sostegno all’Ucraina rappresenta non solo un imperativo morale e politico, ma
anche una priorità strategica per la sicurezza europea. Come afferma il Libro
Bianco, “il futuro dell'Ucraina è fondamentale per il futuro dell’intera
Europa”. Dal febbraio 2022, l’UE e gli Stati membri hanno fornito circa 50
miliardi di euro di sostegno militare all’Ucraina, anche attraverso il Fondo
Europeo per la Pace. Tuttavia, come riconosciuto esplicitamente nel documento,
“le esigenze di difesa dell’Ucraina continueranno a essere elevate ben oltre
qualsiasi cessate il fuoco o accordo di pace a breve termine”.
La
“Strategia porcospino” proposta dal Libro Bianco per l’Ucraina si articola su
due dimensioni complementari. Da un lato, l’aumento dell’assistenza militare
attraverso forniture di munizioni di artiglieria (con un obiettivo minimo di
due milioni di proiettili all’anno), sistemi di difesa aerea, missili e droni.
Dall’altro, il sostegno diretto all’industria della difesa ucraina,
riconosciuto come “il modo più efficace ed efficiente in termini di costi per
sostenere gli sforzi militari dell'Ucraina”.
La
capacità produttiva stimata dell’industria ucraina della difesa raggiungerà
circa 35 miliardi di dollari nel 2025. L’integrazione di questa capacità
produttiva nell’ecosistema europeo della difesa presenta vantaggi reciproci
significativi. Per l’Europa, significa accesso a capacità produttive
flessibili, innovative e testate sul campo. Per l’Ucraina, significa
integrazione nel mercato europeo, accesso a tecnologie avanzate e garanzie di
sicurezza a lungo termine attraverso l’interdipendenza industriale.
Il
nuovo strumento SAFE permetterà all’industria della difesa ucraina di
partecipare ad appalti collaborativi al pari dell’industria dell’UE.
La Commissione ha inoltre proposto di
estendere i corridoi di mobilità militare all’Ucraina e di valutare l’accesso
dell’Ucraina ai servizi governativi spaziali dell’UE, compreso l’accesso ai
servizi di posizionamento, navigazione, comunicazioni e osservazione della
terrestre.
Questa
integrazione rappresenta una forma di garanzia di sicurezza alternativa o
complementare all’adesione alla NATO. Come osservato in diverse analisi,
l’interdipendenza industriale e l’integrazione delle catene del valore della
difesa creano legami strutturali che rendono la sicurezza dell’Ucraina
indissolubilmente legata alla sicurezza dell’Unione Europea. Questo approccio
richiama il modello utilizzato nella costruzione europea originaria, dove
l’integrazione economica (CECA) creò le feconde basi per l’integrazione
politica successiva.
Prospettive: verso un Sistema di Difesa Europeo?
Le
iniziative analizzate in queste pagine rappresentano un progresso significativo
verso la costruzione di una difesa europea integrata. L’ammontare delle risorse
mobilitate, l’articolazione degli strumenti finanziari e normativi, e la
chiarezza della diagnosi contenuta nel Libro Bianco costituiscono elementi
senza precedenti nella storia dell’integrazione europea nel settore della
difesa.
Come
osservato da Frenella McGerty dell’International Institute for Strategic
Studies (IISS), il piano REARM Europe rappresenta “una risposta necessaria ma
economicamente impegnativa” al mutato contesto di sicurezza.
McGerty evidenzia rischi fiscali e politici
significativi. Sebbene misure come l’allentamento delle regole sul debito e i
fondi fuori bilancio possano fornire flessibilità finanziaria a breve termine,
essi esacerbano anche le preoccupazioni sul debito a lungo termine,
specialmente considerando le pressioni finanziarie esistenti derivanti da
demografia e impegni climatici.
La
sostenibilità economica a lungo termine degli sforzi di riarmo europeo richiede
non solo risorse finanziarie consistenti, ma anche una gestione fiscale
prudente per evitare instabilità economica. In questo senso, l’integrazione
industriale e il superamento delle duplicazioni non sono solo imperativi
strategici, ma anche necessità economiche. Come evidenziato dal dato dei 75,5
miliardi di euro annui sprecati in duplicazioni, una spesa più coordinata e
razionale può liberare risorse significative senza necessariamente aumentare il
carico fiscale complessivo.
La
questione politica fondamentale rimane quella della volontà degli Stati membri
di procedere verso forme di integrazione che comportino la cessione di quote di
sovranità nazionale in materia di difesa. La storia dell’integrazione europea
mostra che i progressi più significativi si sono verificati quando crisi acute
hanno reso evidenti i limiti degli approcci puramente intergovernativi. La
crisi finanziaria del 2008-2012 ha portato al rafforzamento della governance
economica europea. La pandemia di COVID-19 ha reso possibile l’adozione del
Next Generation EU, segnando una svolta nella solidarietà fiscale europea. La
guerra in Ucraina potrebbe rappresentare il catalizzatore per un salto
qualitativo nell’integrazione della difesa.
Come
rilevato nelle conclusioni del Consiglio Europeo del 20 marzo 2025, è
necessaria “una rapida accelerazione di tutte le iniziative correlate per
rafforzare le capacità di difesa dell’Europa già nei prossimi cinque anni”.
Questa accelerazione richiede non solo risorse finanziarie e strumenti
normativi, ma anche una visione politica chiara e la determinazione a procedere
verso un Sistema di Difesa Europeo con meccanismi decisionali più integrati,
strutture di comando comuni e una base industriale realmente europea.
Il
percorso verso questa integrazione non è privo di ostacoli. Permangono
differenze significative tra gli Stati membri riguardo alle priorità
strategiche, ai rapporti con la NATO, e alla disponibilità a delegare
competenze nazionali. L’auspicio è che, come osservato nella relazione finale
del Parlamento italiano sugli affari internazionali, “le odierne sfide
internazionali non determineranno necessariamente una crisi interna all’Unione,
bensì promuoveranno un’azione europea più coordinata e attiva nel mondo
attraverso la concretizzazione della difesa comune”.
Conclusioni.
L’industria
europea della difesa si trova a un punto di svolta storico. Il mutato contesto
geopolitico, caratterizzato dall’aggressione russa all'Ucraina, dalle crescenti
tensioni globali e dal drastico riposizionamento strategico degli Stati Uniti,
rende indifferibile la costruzione di una credibile capacità di difesa autonoma
europea.
Gli
strumenti finanziari e normativi recentemente introdotti: EDIRPA, il piano REARM
Europe/Readiness 2030, lo strumento SAFE, costituiscono progressi significativi
e senza precedenti. Le risorse mobilizzate, potenzialmente superiori a 800
miliardi di euro nei prossimi anni, potrebbero in linea teorica colmare i gap
capacitivi più urgenti. Le alleanze industriali emergenti, come quelle
perseguite da Leonardo e da altri gruppi europei, creano dal basso quella
integrazione che le decisioni politiche stentano a imporre dall'alto.
La
frammentazione strutturale dell’industria europea della difesa, con i suoi 172
diversi sistemi d’arma contro i 32 statunitensi, con i suoi 75,5 miliardi di
euro annui sprecati in duplicazioni, non può essere superata solo attraverso
incentivi finanziari e cooperazioni volontarie. È necessario un salto
qualitativo nell’integrazione politica e nel coordinamento strategico.
Il
paradosso regolatorio degli ultimi due decenni, ortodossia antitrust verso
l’interno, apertura asimmetrica verso l’esterno, ha indebolito strutturalmente
l’industria europea mentre competitori extra-UE consolidavano campioni
nazionali di dimensioni continentali. Le gelosie industriali nazionali,
mascherate da preoccupazioni per la concorrenza, hanno impedito la creazione di
quei campioni europei che oggi sarebbero indispensabili per competere
globalmente. Per proteggere simboli industriali domestici ormai inadeguati,
l’Europa ha sacrificato la possibilità di costruire un’industria della difesa
realmente competitiva.
Come
ha coraggiosamente affermato Roberto Cingolani, le aziende europee devono
“allearsi, sacrificando la loro sovranità sul ridotto mercato domestico per
poter competere insieme sull’immenso mercato globale”. Questo principio, valido
per le imprese, deve estendersi anche agli Stati. La costruzione di un Sistema
di Difesa Europeo richiede la disponibilità a delegare a livello sovranazionale
almeno alcune competenze strategiche, creando meccanismi decisionali che vadano
oltre la cooperazione intergovernativa tradizionale.
L’integrazione
dell’industria ucraina della difesa nell’ecosistema europeo rappresenta sia
un’opportunità strategica che un modello di come l’interdipendenza industriale
possa creare garanzie di sicurezza strutturali. L’esperienza operativa ucraina,
le capacità innovative dell’industria di Kijv, e la necessità di garantire la
sicurezza a lungo termine dell’Ucraina convergono verso una logica di
integrazione profonda che potrebbe costituire un precedente per ulteriori
sviluppi dell’integrazione europea della difesa.
La
sostenibilità a lungo termine dello sforzo di riarmo europeo dipende dalla
capacità di superare le inefficienze strutturali. In questo senso, la questione
della difesa europea non è primariamente quantitativa, spendere di più, ma
qualitativa: spendere meglio, in modo coordinato, evitando duplicazioni,
massimizzando le economie di scala, garantendo l’interoperabilità.
Il
Libro Bianco sulla Difesa Europea del marzo 2025 rappresenta un documento
programmatico di straordinaria importanza. Come ogni documento programmatico,
il suo valore dipenderà dalla concreta implementazione. I prossimi anni saranno
decisivi. L’Europa ha di fronte una scelta storica: procedere verso
un’autentica integrazione della difesa, con tutti i costi politici e le rinunce
di sovranità che ciò comporta, oppure perpetuare un sistema frammentato che,
per quanto finanziariamente ineccepibile, rimarrà strutturalmente inadeguato
rispetto alle sfide del nuovo ordine internazionale.
Come
affermato nelle conclusioni del Consiglio Europeo, “un’UE più robusta e capace
contribuirà positivamente alla sicurezza globale e transatlantica, fungendo da
complemento alla NATO”.
Questa
visione di un’Europa più forte, autonoma ma non isolazionista, capace di
difendere i propri cittadini e di contribuire alla stabilità internazionale,
richiede determinazione, visione politica e la volontà di compiere scelte
coraggiose.
La storia non perdonerà l’inazione di fronte a
sfide esistenziali.
L’imperativo
dell’integrazione non è più rinviabile.
Ceuta
apre la crepa, Meloni
alza il muro: l’Europa si spacca
(sempre
di più) sull’immigrazione.
Eunews.it
– (10 agosto 2026) – Anna Chiara Magenta – Redazione – ci dice:
Mentre
resta aperto il braccio di ferro tra Italia e Spagna, Berlino torna a chiedere
a Roma di riprendere i trasferimenti dei cosiddetti “dublinanti”, i richiedenti
asilo entrati nell'UE attraverso un Paese e successivamente trasferitisi in un
altro Stato membro.
Intanto Meloni trova invece una sponda nella
premier danese Mette Frederiksen, con cui condivide la necessità di rafforzare
i rimpatri.
Bruxelles
– La crisi migratoria di Ceuta, l’exclave spagnola in terra nordafricana, ha
aperto una voragine tra i Paesi membri dell’Unione europea, sconvolgendo gli
equilibri – già precari – tra i leader europei ed evidenziandone le differenze
strutturali. In risposta al no secco dell’Italia di riaprire lo spazio Schengen
con la Spagna – che rimarrà sospeso almeno fino al 15 agosto – il governo di
Pedro Sánchez ha risposto con la stessa moneta: per coloro in viaggio
dall’Italia, controlli agli aeroporti e alle frontiere.
Ma non
bastano le contromisure spagnole per spingere a una riflessione gli animi
protezionisti italiani.
Perché,
per Meloni, la posta in gioco è ben più alta.
E lo
scontro non si ferma a Madrid.
Mentre resta aperto il braccio di ferro con la
Spagna, Berlino torna a chiedere a Roma di riprendere i trasferimenti dei
cosiddetti “dublinanti”, riaprendo un dossier che rischia di trasformare la
gestione dei flussi migratori in un nuovo terreno di confronto tra Italia e
Germania
. E
sul fronte politico, Meloni trova invece una sponda nella premier danese Mette
Frederiksen, con cui condivide la necessità di rafforzare i rimpatri e di
spostare fuori dai confini europei la gestione di una parte dei migranti.
È così
che, dopo Ceuta, la partita sull’immigrazione si allarga.
Da una
parte Meloni prova a fare fronte comune con i governi europei più rigidi,
dall’altra si trova a dover difendere la posizione italiana nei confronti degli
stessi partner con cui condivide la linea politica.
Una contraddizione solo apparente, che
racconta quanto sia diventato difficile per l’Europa trovare una posizione
comune sulla gestione delle frontiere e dei migranti.
Per
Meloni la partita non si gioca soltanto a livello internazionale. Interessa
anche il fronte interno, in vista delle elezioni del prossimo anno e della
crescente minaccia di Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, che con lo
slogan della “Re-migrazione” punta a conquistare proprio quella fetta di
elettorato più a destra che la presidente del Consiglio non può permettersi di
perdere.
La crisi di Ceuta, dunque, rischia di essere
molto più di una disputa sul controllo delle frontiere: è diventata il punto di
partenza di una nuova fase dello scontro europeo sull’immigrazione, nella quale
Roma è chiamata a tenere insieme alleanze, interessi nazionali e consenso
interno.
La
linea italiana.
“Non
faremo marcia indietro di un millimetro sull’immigrazione illegale”, ha scritto
Meloni su “X” mentre i suoi alleati attaccavano il governo socialista spagnolo,
accusandolo di non riuscire a gestire i flussi migratori.
“Difendere i nostri confini, fermare i
trafficanti di esseri umani e garantire un rimpatrio efficace continuerà a
essere la politica di questo governo”, ha aggiunto.
La
premier ha così ribadito una delle colonne portanti della sua agenda politica
proprio mentre la crisi di Ceuta riporta il tema al centro del dibattito
europeo.
Lo scontro con Madrid diventa quindi anche
un’occasione per Meloni di riaffermare la propria identità politica, dopo anni
nei quali, a Bruxelles, ha progressivamente costruito un’immagine più moderata
e dialogante.
Secondo
quanto evidenziato anche da Politico, Meloni non vuole rischiare di essere
battuta a destra sul suo stesso terreno.
Con le
elezioni previste per il 2027 e un nuovo rivale che prova a occupare lo spazio
dell’estrema destra, la questione migratoria torna a essere uno strumento per
distinguersi e, soprattutto, per non lasciare scoperto il fianco destro del
governo.
Il
partito di Vannacci, Futuro Nazionale, è avanzato nei sondaggi, superando uno
dei partner della coalizione di governo, la Lega, e guadagnando terreno su
Forza Italia.
Per
Meloni, che ha costruito la propria carriera politica proprio nell’area della
destra più radicale, la sfida è particolarmente delicata:
mantenere
il profilo europeo e istituzionale conquistato negli ultimi anni senza perdere
il controllo della propria base elettorale.
E dopo
Madrid, arriva Berlino.
A
complicare ulteriormente il quadro c’è ora anche la Germania di Friedrich Merz.
Il governo tedesco si è detto pronto a
“riattivare i trasferimenti” verso l’Italia dei cosiddetti “dublinanti”, cioè i
richiedenti asilo entrati nell’UE attraverso un Paese e successivamente
trasferitisi in un altro Stato membro.
La
questione è apparentemente tecnica, ma rischia di trasformarsi nell’ennesimo
terreno di scontro politico tra Roma e una capitale europea.
Berlino
sostiene che, con l’entrata in applicazione del” nuovo Patto sulla migrazione”
e l’asilo il 12 giugno, siano cambiate le condizioni che avevano consentito una
sorta di congelamento dei trasferimenti verso l’Italia.
“Il funzionamento del sistema di Dublino è una
condizione imprescindibile per il successo del Sistema europeo comune di
asilo”, ha spiegato un portavoce del ministero dell’Interno tedesco,
sottolineando che Berlino si aspetta la ripresa dei trasferimenti verso Italia
e Grecia.
Roma,
però, contesta questa lettura. Secondo il Viminale, le pendenze relative ai
migranti arrivati in Europa prima del 12 giugno devono essere considerate
chiuse nei rapporti con la Germania e con altri Paesi con cui erano state
raggiunte specifiche intese. E per quelli arrivati dopo l’entrata in vigore del
nuovo Patto, sarebbe ancora troppo presto per stabilire quanti abbiano
effettivamente raggiunto altri Stati membri e possano quindi essere trasferiti
nuovamente in Italia.
Ma il
punto più interessante della posizione italiana è un altro: le eventuali
richieste tedesche dovrebbero essere valutate anche alla luce della solidarietà
europea. Roma vuole mettere sul tavolo gli sbarchi avvenuti dopo operazioni di
soccorso condotte da navi di ONG battenti bandiera di altri Paesi europei,
molte delle quali tedesche. Non significa che la Germania diventi
automaticamente responsabile delle domande d’asilo: secondo le regole europee,
in linea generale è lo Stato in cui avviene lo sbarco a essere responsabile
dell’esame della richiesta. Ma il nuovo Patto riconosce il peso degli sbarchi
sui Paesi mediterranei e prevede meccanismi di solidarietà.
Non è
un dettaglio. L’Italia è stata classificata dalla Commissione europea, insieme
a Grecia, Cipro e Spagna, tra i Paesi sottoposti a pressione migratoria e
quindi beneficiari del meccanismo di solidarietà. Per il 2026 il bacino europeo
equivale a 21mila ricollocamenti o altre misure, oppure a 420 milioni di euro
di contributi finanziari.
Una
frattura che si allarga.
E
proprio qui si misura la complicazione della posizione italiana dopo Ceuta.
La
crisi con la Spagna ha riaperto la discussione sui controlli alle frontiere
interne e sulla libertà di circolazione;
quella
con la Germania rischia ora di riportare in primo piano la questione di chi
debba farsi carico dei migranti che, dopo essere entrati dalla frontiera
esterna dell’UE, si spostano verso altri Stati membri.
Secondo
una valutazione pubblicata dalla Commissione europea il 15 luglio, nelle prime
settimane di applicazione del nuovo sistema otto Stati membri avevano già
inviato all’Italia dodici richieste di trasferimento, tutte respinte da Roma.
Bruxelles ha ricordato che, con le nuove regole, lo Stato destinatario non può
semplicemente rifiutare il trasferimento, ma deve eventualmente proporre una
data alternativa. È su questo terreno che la linea italiana sulle
“compensazioni” potrebbe diventare decisiva. Roma non sembra intenzionata ad
accettare passivamente il ritorno dei dublinanti senza chiedere, in cambio, una
maggiore condivisione del peso migratorio.
E
mentre la disputa con Madrid resta aperta, anche altri governi europei
irrigidiscono le proprie posizioni. Oggi (10 agosto) Meloni e la premier danese
Mette Frederiksen hanno condiviso sui social alcune riflessioni sulla sicurezza
dei cittadini e sulla necessità di difendere “i nostri valori e il nostro modo
di vivere”.
Tra le
proposte, la realizzazione di centri per i rimpatri in Paesi terzi e altre
“soluzioni innovative”, sempre “al di fuori dell’Europa”.
Il
capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo, Carlo Fidanza,
sostiene che “l’impegno di una donna progressista come Frederiksen dimostra che anche a
sinistra ci si possa ritrovare su queste posizioni di buon senso”.
Il
rischio, per Bruxelles, è che la crisi di Ceuta non resti una crisi bilaterale.
Che diventi invece il sintomo di una frattura
più ampia, nella quale ogni governo cerca di difendere il proprio spazio
politico interno e scaricare sugli altri il peso delle frontiere esterne.
E
l’Italia, questa volta, sembra intenzionata a giocare la partita fino in fondo.
Ceuta
spacca l’UE: martedì il “faccia
a faccia” tra i ministri dell’Interno.
Eunews.it
– (03 – 08 - 2026) – Anna Chiara Magenta – Redazione – ci dice:
La
Spagna accusa i partner di averla lasciata sola dopo la crisi migratoria.
La Commissione UE difende Madrid, ma lo
scontro sulla gestione dei flussi resta aperto.
Bruxelles
– Le settantadue ore di caos a Ceuta, l’exclave spagnola sulla costa
settentrionale del Marocco e una delle frontiere esterne dell’Unione europea,
hanno aperto ad una delle più profonde fratture politiche tra gli Stati membri
degli ultimi tempi.
Domani (4 agosto), i ministri dell’Interno dei
Ventisette si riuniranno in videoconferenza per cercare una risposta comune
alla crisi migratoria, ma il vero scontro sarà tutto politico.
Il presidente del governo spagnolo, Pedro
Sánchez, già alle prese con un crescente malcontento interno, si ritrova questa
volta sotto pressione non tanto da parte dell’opposizione nazionale quanto dai
suoi partner europei.
Dopo l’ingresso irregolare di circa 60 mila
migranti a Ceuta venerdì scorso e il rapido ripristino del controllo della
frontiera da parte delle autorità spagnole e marocchine, Madrid si aspettava
una dimostrazione di solidarietà europea.
Al suo
posto è arrivata una spaccatura.
“La
reazione è stata piuttosto asimmetrica”, scrive Sánchez nella lettera inviata sabato (1°
agosto) alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, al
presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa e al premier irlandese, Micheál
Martin, che guida la presidenza di turno del Consiglio dell’UE.
“La
maggior parte” dei governi “ci ha mostrato sostegno e solidarietà, offrendo
assistenza”.
Ma non
tutti.
Per
questo il premier socialista ha chiesto la convocazione urgente di una riunione
dei ministri dell’Interno per “stabilire una risposta comune” e “riaffermare
che la sicurezza dei nostri confini esterni è una responsabilità condivisa di
tutti gli Stati membri, e non solo di quelli sulla prima linea dell’Unione”.
C’è
però un altro passaggio della lettera che fotografa il clima alla vigilia del
vertice. Sánchez denuncia infatti quei governi che “hanno scelto di attaccare
la Spagna e hanno chiesto la sua temporanea esclusione dallo spazio Schengen“,
arrivando ad attribuire tali posizioni a “pregiudizi, fake news, ignoranza o
interessi politici”. Un riferimento diretto all’Italia e agli altri Paesi che
hanno contestato la gestione spagnola della crisi.
La
risposta è arrivata quasi in contemporanea. Ventidue leader europei, su
iniziativa di Italia e Danimarca, hanno firmato una seconda lettera indirizzata
agli stessi vertici dell’Unione. Pur riconoscendo gli sforzi di Madrid e la
collaborazione con il Marocco, il documento invita a rafforzare il controllo
delle frontiere esterne, eliminare tutti i possibili “fattori di attrazione”
dell’immigrazione irregolare – compresi i programmi di regolarizzazione di
massa – e chiede anch’esso una riunione urgente dei ministri dell’Interno.
A
difendere Madrid è intervenuto anche il commissario europeo per gli Affari
interni e l’Immigrazione, Magnus Brunner, che in risposta a un’interrogazione
parlamentare sui movimenti di richiedenti asilo tra Algeria e isole Baleari –
una questione migratoria distinta dagli eventi di Ceuta – ha finito per
lanciare un monito agli Stati membri. La Spagna, ha ricordato Brunner, “era già
da tempo un Paese sottoposto a forti pressioni migratorie” e per questo
destinatario dei meccanismi europei di solidarietà. Una solidarietà che,
tuttavia, di fronte alla crisi di Ceuta, sarebbe venuta meno proprio nel
momento in cui Madrid ne aveva più bisogno.
Un
richiamo alla responsabilità condivisa che si è riflesso anche nelle parole
della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che in una
lettera a Sánchez ha elogiato la gestione “efficiente ed efficace” della crisi
da parte delle autorità spagnole e marocchine, ribadendo che la migrazione “è
una sfida europea che richiede una risposta europea”. Von der Leyen ha indicato
cinque priorità – prevenzione degli arrivi irregolari attraverso la
cooperazione con i Paesi terzi, rafforzamento delle frontiere esterne, sistemi
di allerta, lotta ai trafficanti e rimpatri – sottolineando che la Spagna può
contare sul sostegno della Commissione. Un messaggio che, nelle intenzioni di
Bruxelles, mira a ricondurre la crisi di Ceuta da uno scontro tra governi
nazionali a una responsabilità collettiva dell’Unione.
Lo
scontro politico si è materializzato rapidamente anche in una questione di
Schengen, benché’ nessun migrante sia arrivato sul suolo del Continente
europeo.
Alla vigilia della videoconferenza, la
Commissione europea ha ricevuto dall’Italia la notifica della reintroduzione
temporanea dei controlli alle frontiere interne con la Spagna, in vigore dal 1°
agosto al 1° settembre per i collegamenti aerei e marittimi. Roma motiva la
decisione con il rischio di movimenti secondari derivanti dalla crisi di Ceuta.
La
misura è prevista dal Codice frontiere, Schengen, che consente agli Stati
membri di ripristinare temporaneamente i controlli interni in presenza di una
grave minaccia all’ordine pubblico o alla sicurezza interna.
Si
tratta però di uno strumento di ultima istanza, che deve rispettare i principi
di necessità e proporzionalità ed è soggetto al monitoraggio della Commissione
europea.
L’Italia non è l’unico Paese ad averne fatto
ricorso: controlli temporanei sono già in vigore anche in Germania, Francia,
Austria, Paesi Bassi, Polonia, Svezia e Norvegia, seppure per motivazioni
differenti.
Domani
i ministri saranno chiamati a discutere di Frontex, cooperazione con il Marocco e gestione
dei confini esterni.
Ma il
vero banco di prova sarà capire se i Ventisette riusciranno a ricomporre una
frattura politica che, in appena tre giorni, ha trasformato la crisi di Ceuta
nell’ennesimo terreno di scontro sulla politica migratoria europea.
Ceuta
spacca l’Europa,
Meloni
guida il fronte dei 22.
Stylo24.it
- Redazione – (2 Agosto 2026) - Esteri – ci dice:
Vertice
urgente dei ministri Ue, scontro con Sánchez, nuovi hub africani e controlli
alle frontiere mentre nell’exclave cresce il bilancio delle vittime.
Ceuta
divide l’Europa.
Ventidue governi chiedono una risposta comune
alla crisi migratoria, ma dietro la formula dell’unità si apre uno scontro
politico tra Roma e Madrid.
Giorgia
Meloni guida il fronte che punta su rimpatri, accordi con i Paesi africani e
controlli alle frontiere.
Pedro
Sánchez replica accusando alcuni partner di egoismo e violazione dei principi
europei.
Nell’exclave
spagnola la pressione diminuisce, ma resta una città segnata. Migliaia di
migranti sono tornati in Marocco, centinaia dormono ancora all’aperto, i centri
di accoglienza sono pieni e il mare continua a restituire corpi. Intanto
l’Italia ha sospeso Schengen per i viaggiatori extra Ue provenienti dalla
Spagna, facendo scattare verifiche in porti e aeroporti.
I
ministri europei convocati dopo la crisi.
I
ministri dell’Interno e della Giustizia dei Ventisette si riuniranno in
videoconferenza per cercare una «risposta unitaria». Il fronte comune, però,
resta lontano.
La
lettera promossa da Meloni e dalla prima ministra danese Mette Frederiksen è
stata firmata da altri venti Stati.
Il
documento chiede una riunione urgente perché «abbiamo il dovere di scoraggiare
efficacemente e combattere senza sosta la migrazione illegale».
Il
testo contiene una critica indiretta alla politica spagnola. I firmatari
contestano «politiche che possono fungere da fattori di attrazione, come la
regolarizzazione di un numero molto elevato di migranti irregolari».
I
ventidue governi parlano di «sostegno alla Spagna» e di «cooperazione dell’Ue
con il Marocco». Sul tavolo mettono anche la possibilità di reintrodurre
«controlli temporanei alle frontiere interne».
La
sospensione di Schengen, già applicata dall’Italia per un mese, entra così nel
confronto europeo. Francia e Portogallo non firmano la lettera, pur
condividendo con la Spagna lunghi confini terrestri.
Emmanuel
Macron sceglie una linea diversa e ribadisce la solidarietà alla Spagna e il
sostegno all’«azione congiunta di lotta contro l’immigrazione clandestina».
Sánchez
accusa Roma e i governi del Nord.
Pedro Sánchez
chiede a sua volta una risposta comune, ma attacca la linea promossa da Italia,
Danimarca e Finlandia.
Nella
lettera inviata alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen
denuncia la «reazione egoistica, polarizzante e illegale di alcuni partner
europei», che avrebbero scelto di colpire la Spagna e di chiederne l’esclusione
temporanea dall’area Schengen.
Il
premier spagnolo alza il tono: «Un simile atteggiamento — alimentato da
pregiudizi, notizie false, ignoranza o interessi politici — non solo è
contrario al diritto europeo, al diritto umanitario e ai principi di
solidarietà che ci uniscono. Ciò è inoltre contrario agli interessi a lungo
termine dell’Europa».
Lo
scontro con Meloni diventa diretto quando Sánchez richiama i dati di Frontex.
«La Spagna, secondo Frontex, ha uno dei
confini esterni meno permeabili dell’Unione europea, con un numero di ingressi
irregolari pari alla metà di quello registrato, ad esempio, in Italia negli
ultimi anni».
Madrid
respinge così l’accusa di avere aperto una rotta verso il resto dell’Unione.
Von der Leyen conferma che «nessuna persona ha raggiunto la Spagna continentale
o il resto dell’Ue» partendo da Ceuta.
Resta
però il nodo politico. Il Marocco ha lasciato passare decine di migliaia di
persone, trasformando una crisi locale in una prova per l’intera architettura
europea.
Meloni
prepara nuovi hub per i rimpatri.
Dopo
la lettera, il governo italiano passa alle proposte. La prima riguarda la
costruzione di centri per il rimpatrio ispirati al modello Albania, ma
finanziati con fondi europei e localizzati soprattutto in Africa.
L’Italia
porterà il piano al tavolo dei ministri attraverso Matteo Piantedosi. La lista
preliminare comprende Ruanda, Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Mauritania,
Egitto, Uganda, Etiopia, Uzbekistan, Armenia e Montenegro.
Palazzo
Chigi considera la firma dei ventidue governi una prova della capacità italiana
di portare gran parte dell’Europa sulle proprie posizioni. «La difesa delle
frontiere esterne dell’Unione non è l’interesse di una singola nazione. È una
responsabilità comune dell’Europa».
La
rete degli Stati favorevoli a una linea più dura nasce dal gruppo informale dei
Paesi “like mende”, riunito da tempo prima dei Consigli europei. Ne fa parte
anche la Germania, la cui adesione attribuisce maggiore peso all’iniziativa.
L’assenza
della Francia viene interpretata dal governo italiano come una scelta politica
legata alla vicinanza tra Macron e Sánchez. Nelle stanze di Palazzo Chigi,
Parigi e Madrid vengono descritte come isolate rispetto al nuovo equilibrio
europeo.
Sul
piano interno, l’operazione serve anche a rispondere alle critiche delle
opposizioni e di Roberto Vannacci. Il messaggio è che Meloni non sarebbe
isolata e avrebbe imposto il tema della difesa dei confini all’agenda
dell’Unione.
Dazi e
rimpatri nel piano europeo per l’Africa.
Il
governo vuole affiancare agli hub un sistema di incentivi e penalizzazioni
economiche. Il punto di partenza è il programma Gsp+, che lega i vantaggi
daziari concessi ai Paesi in via di sviluppo alla collaborazione nella
riammissione dei cittadini presenti illegalmente nell’Unione.
L’obiettivo
è costruire una versione europea del Piano Mattei. Aiuti, investimenti e
accesso privilegiato al mercato dovrebbero dipendere dalla disponibilità dei
governi africani a controllare le partenze e ad accettare i rimpatri.
Antonio
Tajani ha lavorato dietro le quinte alla raccolta delle adesioni. Il ministro
degli Esteri ha criticato più volte le scelte di Madrid, giudicando «sbagliati»
i seicentomila permessi concessi agli irregolari e definendoli «un incentivo al
traffico di essere umani».
Da
questa lettura nasce la sospensione italiana di Schengen per i collegamenti
marittimi e aerei provenienti dalla Spagna e destinati ai cittadini extra Ue.
Il
provvedimento potrebbe durare meno del mese annunciato. Sono in corso
valutazioni sulla sua efficacia, sui costi operativi e sull’evoluzione della
crisi.
Il
Partito democratico contesta la gestione del governo. Elly Schlein sostiene che
Sánchez «ne ha rimpatriati più in 48 ore che Meloni in quattro anni».
Francesco
Boccia chiede che la presidente del Consiglio riferisca in Parlamento.
A
Ceuta i migranti si sentono usati come armi.
Mentre
i governi discutono, chi è rimasto a Ceuta racconta di essere stato trasformato
in uno strumento di pressione politica.
Lamarini
Nasseriane, studente di Economia di Casablanca, sostiene di essere stato
picchiato dalla polizia spagnola. Sul comportamento delle autorità marocchine
dice: «Quella marocchina invece ha chiuso un occhio e ci ha fatto passare,
indicandoci pure la strada. Ci usano come pedine per fare pressione, per il
resto non valiamo nulla».
Abdul Kerem,
arrivato da Tangeri, usa un’immagine ancora più netta: «Per le autorità
marocchine siamo come proiettili in un’arma. Il confronto dovrebbe essere tra
governi e non far andare di mezzo i cittadini».
Oltre
48 mila delle circa 50 mila persone entrate nell’exclave hanno già fatto
ritorno in Marocco. Il ritmo delle partenze rallenta, mentre il centro di
detenzione temporanea resta pieno.
Centinaia
di persone dormono fuori dalla struttura. I servizi di accoglienza non riescono
più a rispondere alle richieste e la distribuzione di cibo provoca scontri.
Quando
la ong Luna Blanca porta alcuni viveri, una cinquantina di migranti si accalca
in pochi metri. Partono urla, spinte e una rissa. I militari riportano la
calma. Alcune persone, rimaste senza nulla, si chinano per raccogliere le
briciole da terra.
La
barriera galleggiante e il quartiere in trincea.
Ceuta
costruisce una barriera gonfiabile lunga cinquecento metri tra il territorio
spagnolo e il Marocco. La struttura dovrebbe consentire il respingimento
immediato di chi tenta di arrivare a nuoto.
La
scelta risponde a una sentenza del Tribunale supremo spagnolo, secondo la quale
il respingimento può avvenire soltanto dopo la violazione di un ostacolo
fisico.
La
città prova lentamente a riaprire. Alcuni negozi sollevano le serrande, ma
nelle strade restano soldati e pattuglie. Molti residenti non escono di casa.
Nel
quartiere del Principe la crisi è entrata nei vicoli. I migranti hanno
attraversato l’area, sono scoppiati scontri e alcune abitazioni sono state
controllate alla ricerca di cibo.
I
residenti organizzano ronde, ma nello stesso tempo aiutano chi arriva ferito o
stremato. Ibrahim, nato e cresciuto nel quartiere, distribuisce viveri con la
moto: «Questa gente non ha colpa, a Ceuta non c’è lavoro, non c’è niente, sono
stati ingannati, è stata una trappola politica».
Poi
difende il barrio: «Ci dipingono come un quartiere malfamato, siamo cresciuti
con questa nomea ma qui non ci sono solo criminali, siamo anche gente che
aiuta. La verità è che le autorità ci hanno dimenticato, stiamo ancora
aspettando che aprano un commissariato».
Ottantaquattro
morti e cinquecento minori soli.
Il
mare continua a restituire cadaveri. La Guardia civil recupera 67 corpi nelle
acque spagnole. Almeno altri 17 vengono trovati lungo la costa marocchina.
Il
bilancio sale così a 84 vittime, mentre proseguono le ricerche dei dispersi.
Molti hanno tentato di raggiungere Ceuta a nuoto, aggrappandosi a salvagenti,
camere d’aria e piccoli canotti.
Le
camere mortuarie non bastano. I locali allestiti nel vecchio ospedale militare
sono pieni.
Nelle
stanze vicine si trovano almeno cinquecento minorenni che non possono essere
rimpatriati. Tra loro c’è un neonato di tre mesi, arrivato su un canotto di
plastica senza adulti che ne abbiano rivendicato la responsabilità.
La
tragedia umanitaria resta sullo sfondo dello scontro europeo. I governi
discutono di Schengen, hub e rimpatri, mentre Ceuta deve gestire corpi senza
nome, bambini soli e persone senza un posto in cui dormire.
La
presidente della Commissione invita l’Europa a «imparare dalle esperienze
passate per migliorare la nostra resilienza europea». La sfida sarà farlo senza
lasciare che le frontiere diventino terreno di ricatto.
Il
Marocco modello mostra le sue crepe.
Le
immagini di Ceuta smentiscono la narrazione ufficiale di un Marocco in piena
crescita. Il regno celebra turismo, industria automobilistica, aeronautica,
infrastrutture e Mondiali di calcio, ma migliaia di giovani rischiano la vita
per lasciarlo.
Mentre
l’emergenza cresceva, Mohammed VI concludeva le celebrazioni per l’anniversario
della sua ascesa al trono nella località balneare di M’diq. Tra gli ospiti
c’era il presidente della Fifa Gianni Infantino, che annunciava «la migliore
Coppa del mondo, nel più bel Paese del mondo».
L’Associazione
in difesa dei diritti dell’uomo in Marocco invita a non ridurre tutto a un
episodio migratorio: «Rischiare la vita per lasciare il Paese significa una
perdita di speranza, sintomo di un problema a più dimensioni: la restrizione
delle libertà, l’indebolimento dello Stato di diritto, la disoccupazione, la
precarietà, l’aumento del costo della vita, le diseguaglianze».
Le
proteste della Generazione Z avevano già mostrato la rabbia per gli
investimenti destinati a stadi e autostrade mentre scuole e ospedali restano
senza risorse.
Acraf Mahmoud
racconta che sui social si era diffusa la notizia di un presunto via libera
verso Ceuta. In un Paese dove l’intelligence controlla capillarmente la rete,
cresce il sospetto che Rabat abbia tollerato o favorito la mobilitazione.
Le
forze marocchine sono rimaste ferme mentre migliaia di persone superavano la
frontiera. La spiegazione ufficiale parla di una pressione ingestibile. Madrid
ricorda però il precedente in cui il Marocco aveva già usato i migranti come
risposta politica.
Sahara,
Algeria e Stati Uniti dietro la crisi
Il
nodo geopolitico resta il Sahara Occidentale. Il territorio, ex colonia spagnola,
è controllato in gran parte dal Marocco e rivendicato dal Fronte Polisario,
sostenuto dall’Algeria.
Madrid
ha appoggiato il piano marocchino di autonomia, ma Sánchez ha poi cercato di
ricucire i rapporti con Algeri per aumentare le forniture di gas.
Secondo
il giornalista Christophe Ayad, quella visita ha irritato Rabat: «Certamente
quella visita li ha molto innervositi: sono diventati molto suscettibili, come
un bambino capriccioso che nessuno osa rimproverare».
Il
Marocco può contare sul sostegno degli Stati Uniti e di Israele. Gli Accordi di
Abramo hanno portato alla normalizzazione dei rapporti tra Rabat e lo Stato
ebraico, in cambio del riconoscimento americano del piano marocchino sul
Sahara.
Washington
ribadisce che «lo status quo è inaccettabile» e definisce la proposta di
autonomia «seria, credibile e realista» e «l’unica soluzione».
La
Spagna si trova così stretta tra più fronti. Ha rapporti difficili con
Washington, tensioni con Israele e una dipendenza energetica dall’Algeria.
Ceuta e Melilla restano i suoi punti più esposti.
Anche
senza parlare di un piano coordinato, la crisi indebolisce Sánchez e rafforza i
governi europei che chiedono una linea più dura sull’immigrazione.
Controlli
italiani in porti e aeroporti.
La sospensione
di Schengen produce già effetti negli scali italiani. La polizia di frontiera
acquisisce le liste dei passeggeri di voli e navi provenienti dalla Spagna e
identifica a campione i viaggiatori extra Ue.
I
controlli servono a verificare la regolarità dei documenti, individuare
passaporti contraffatti e intercettare eventuali persone ricercate.
A
Fiumicino le verifiche riguardano circa sessanta voli provenienti da Madrid,
Barcellona e altre città spagnole. Gli accertamenti si svolgono ai gate di
arrivo e diventano più approfonditi soltanto in presenza di anomalie.
Aeroporti
di Roma invita i passeggeri a viaggiare con un documento valido per l’espatrio
e precisa che i voli operano regolarmente.
Lo
stesso sistema viene applicato a Malpensa e Linate, con controlli sugli arrivi
da Madrid, Barcellona, Malaga, Siviglia e Alicante.
Le
verifiche coinvolgono anche le navi provenienti da Barcellona e dalle Baleari,
con particolare attenzione ai porti di Civitavecchia, Genova e Porto Torres.
Gli agenti controllano anche la corrispondenza tra passeggeri, veicoli e
documentazione commerciale dei mezzi pesanti.
I
sindacati di polizia lanciano l’allarme sul personale. Il Silp Cgil sostiene
che «il ripristino temporaneo dei controlli di frontiera con la Spagna per
tutto il mese di agosto rischia di paralizzare l’operatività degli scali aerei
e marittimi nazionali e di gravare sulle donne e sugli uomini della Polizia di
Stato».
La
sigla definisce «illogico e insostenibile» imporre nuovi adempimenti nel mese
di massimo traffico e durante i congedi ordinari. La richiesta è di inviare
subito rinforzi nei valichi, compresi gli aeroporti di Bari, Pisa e Bologna.
Sánchez
sotto assedio
non ci
sta: «Europa egoista».
Ilmanifesto.it
- Luca Tancredi Barone – (2 agosto 2026) – Redazione – ci dice:
Rientra
la crisi a Ceuta, non l’attacco al governo più progressista d’Europa.
Che
reagisce.
Dopo
essere scampato alla tempesta di Ceuta, il governo spagnolo reagisce.
Il
ministro degli interni “Fernando Grande Marasma” ieri era nell’enclave spagnola
e si affannava ad assicurare, sulla scorta di quanto sostenuto il giorno prima
dal presidente del governo Pedro Sánchez, che la massiccia entrata di migranti
nella città spagnola sulla costa marocchina era stato «un attacco all’integrità
territoriale spagnola», ma che la situazione «era tornata alla normalità in 24
ore», grazie agli sforzi del governo e alla «cooperazione» del Marocco.
LA
POSIZIONE dell’esecutivo spagnolo è chiara: siamo stati presi alla sprovvista,
il governo ha controllato la situazione rapidamente, noi e il Marocco siamo
vittime delle mafie della tratta di esseri umani. Ma tutte le reazioni
politiche e mediatiche delle ore successive all’emergenza sono concordi nel
qualificare l’accaduto, in maniera diretta o indiretta, come una manovra di
Rabat.
Non è
chiaro se per fare pressioni sul Sahara occidentale, sulla sovranità di Ceuta e
Melilla, per gli accordi spagnoli con l’Algeria o per la celebrazione della
finale dei prossimi mondiali (organizzati da Marocco, Spagna e Portogallo) a
Casablanca.
FATTO
STA CHE persino il leader del partito popolare, Alberto Núñez Feijoa, ha
parlato di «occupazione premeditata», oltre che di «invasione» (concetto cui
anche la destra di Vox è molto affezionata), di cui – secondo lui – il governo
era a conoscenza da giorni e non avrebbe fatto abbastanza per evitarla.
IN
EFFETTI, negli ultimi giorni il flusso di migranti che attraversavano la
frontiera era aumentato rispetto all’abituale, ma il punto di rottura era
arrivato solo fra giovedì e venerdì, con l’arrivo coordinato di decine di
migliaia di persone, che, secondo sempre più testimonianze, erano state
fomentate da messaggi sulle reti sociali che li incoraggiavano a passare
dall’altra parte con vaghe promesse, senza alcun ostacolo da parte della
polizia marocchina.
IL
PRESIDENTE SPAGNOLO ieri ha reagito con fermezza agli attacchi concentrici che
gli sono arrivati. In una dura lettera indirizzata alla presidente della
Commissione Europea, che venerdì non aveva speso neppure una parola di appoggio
a Madrid, il premier esprime «seria preoccupazione» per la reazione dei suoi
insolidali colleghi europei.
NELLA
LETTERA che taccia la reazione della maggior parte dei leader europei come
«egoistica, polarizzante e illegale», rivendica l’efficacia dell’azione del suo governo
di fronte all’«inaspettata» entrata dei migranti, che ha «impedito qualsiasi
ulteriore movimento non autorizzato verso l’Europa continentale». Strizzando
l’occhiolino ai suoi soci parlamentari, Sánchez definisce la sua politica
migratoria come «efficace» e dice che «ha permesso di ridurre drasticamente gli
arrivi irregolari», «rendendo la Spagna il secondo paese con il confine esterno
più sicuro dell’Ue, pur essendo l’unico stato membro con un confine terrestre
con l’Africa», scrive.
E QUI
ARRIVA la prima stoccata contro alcuni dei firmatari della lettera dei 22
leader anti-Spagna:
«Questa politica di successo ci ha anche
permesso di aiutare altri stati membri che si sono trovati ad affrontare crisi
simili, come quando abbiamo accolto diversi migranti giunti nell’Europa
orientale (in Polonia,NDR) attraverso la Bielorussia nel 2021 e Lampedusa nel
2023».
Rammaricandosi
della reazione «disomogenea» dei suoi colleghi, dice che alcuni «hanno scelto
di attaccare la Spagna e di chiederne l’esclusione temporanea dall’area
Schengen», un atteggiamento che il leader socialista attribuisce a «pregiudizi,
notizie false, ignoranza o interessi politici» e che definisce come «contrario
al diritto europeo, al diritto umanitario e ai principi di solidarietà che ci
uniscono». E poi, sostiene. è «contrario agli interessi a lungo termine
dell’Europa e al buon senso più elementare, poiché Ceuta non fa parte dell’area
Schengen, poiché quasi nessun migrante irregolare rimane in attesa di sbarco e
poiché la Spagna, secondo Frontex, ha uno dei confini esterni meno permeabili
dell’Unione europea».
SÁNCHEZ
CONCLUDE chiedendo anche lui una riunione a stretto giro dei ministri degli
interni per «definire una risposta comune a situazioni di questo tipo e di
riaffermare che la sicurezza delle nostre frontiere esterne è una
responsabilità condivisa da tutti gli stati membri, non solo da quelli in prima
linea».
Mentre
cercava di difendersi dagli attacchi che gli sono arrivati delle cancellerie
europee e da Washington (Donald Trump aveva usato le immagini della
disperazione dei migranti per avvertire che quella sarebbe stata la fine degli
Usa sotto un presidente democratico), all’alba il governo passava dalle parole
ai fatti e installava al largo del frangiflutti che separa Ceuta dal Marocco
una barriera pneumatica galleggiante profonda un metro.
In
questo modo si ripristina un «elemento di contenzione» alla frontiera,
necessario, secondo la dottrina del Tribunale supremo, per permettere alle
forze dell’ordine di espellere i migranti in maniera sommaria.
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