Futuro dell’Ue: occorre modificare i trattati.

 

Futuro dell’Ue: occorre modificare i trattati.

 

 

Modifica dei trattati: il futuro dell'UE

secondo il Parlamento europeo.

  Europarl.europa.eu – FEDERICO De Girolamo - -Comunicati stampa - Tornata AFCO – (22-11-2023) -Redazione – ci dice:

 

 Il dibattito sulla modifica dei trattati dell'Unione Europea è centrale per il futuro dell'integrazione.

 Il [Parlamento Europeo] ha formalmente chiesto una revisione profonda per superare il voto all'unanimità, rafforzare i poteri dell'Eurocamera e gestire i futuri allargamenti, sebbene i governi nazionali mostrino forti resistenze all'apertura di una Convenzione.

Le ragioni della riforma.

 Superare l'unanimità:

 Eliminare il veto dei singoli Stati in settori chiave come la politica estera e fiscale per decidere più velocemente.

Gestire l'allargamento: Adeguare le regole istituzionali prima dell'ingresso di nuovi Stati membri per evitare la paralisi decisionale.

Più poteri ai cittadini:

Dare al Parlamento europeo il diritto di proporre leggi, oggi riservato in via esclusiva alla Commissione.

I nodi critici.

Resistenza degli Stati:

 Molti governi nazionali non vogliono cedere ulteriori quote di sovranità nazionale a Bruxelles.

Complessità procedurale:

L'articolo 48 del Trattato sull'Unione Europea richiede un negoziato complesso e l'approvazione unanimità o ratifica in ogni singolo Paese.

Alternative senza modifiche:

Spesso si cerca di sfruttare i margini attuali dei trattati esistenti senza avviare riforme formali, ritenute troppo rischiose o lente.

Parlamento Europeo.

Modifica dei trattati: il futuro dell'UE secondo il Parlamento ...22 nov 2023.

Le modifiche puntano a dare più voce ai cittadini e creare un'UE più efficace.

Il processo legislativo dev'essere rivisto per rimanere al passo con le sfide moderne.

Le proposte riguardano tutti i settori politici e mirano ad ampliare la cooperazione a livello dell'UE.

Il Parlamento si aspetta che il Consiglio europeo convochi a dicembre una Convenzione per la revisione dei trattati.

Dopo la Conferenza sul futuro dell'Europa e in un contesto di crisi e sfide senza precedenti, i deputati presentano le loro proposte per cambiare l'UE.

La relazione, preparata da cinque correlatori che rappresentano un'ampia maggioranza in Parlamento, è stata approvata con 305 voti favorevoli, 276 contrari e 29 astensioni.

 La risoluzione che l'accompagna è stata approvata con 291 voti favorevoli, 274 contrari e 44 astensioni.

 Le citazioni dei cinque correlatori sono consultabili.

 

Il Parlamento chiede riforme che rafforzino la capacità dell'UE di agire e diano più voce ai cittadini.

Tra le proposte presentate figurano:

un sistema più bicamerale per evitare situazioni di stallo, attraverso un maggiore ricorso al voto a maggioranza qualificata e alla procedura legislativa ordinaria;

il riconoscimento al Parlamento di un pieno diritto di iniziativa legislativa e del ruolo di colegislatore per il bilancio a lungo termine;

una revisione delle norme sulla composizione della Commissione (rinominata "esecutivo europeo"). Tra queste, anche modifiche che riguardano la figura di Presidente della Commissione, che riceverà la nomina del Parlamento e l'approvazione del Consiglio (contrariamente a quanto avviene oggi) e potrà scegliere i propri Commissari in base alle preferenze politiche, tenendo conto dell'equilibrio geografico e demografico, e la possibilità di presentare una mozione di censura sui singoli Commissari;

la pubblicazione delle posizioni degli Stati membri dell'UE su questioni legislative, per garantire una maggiore trasparenza in seno al Consiglio;

la creazione di meccanismi di partecipazione adeguati e il rafforzamento del ruolo dei partiti politici europei, per dare più voce ai cittadini.

Una maggiore cooperazione a livello dell'UE.

 

I deputati chiedono maggiori competenze dell’UE in materia di ambiente.

Inoltre, propongono rendere le competenze nei seguenti settori (attualmente di competenza esclusiva degli Stati membri) di competenza condivisa:

 salute pubblica (in particolare le minacce per la salute a carattere transfrontaliero, compresa la salute sessuale, riproduttiva e i relativi diritti), protezione civile, industria e istruzione.

Infine, auspicano una maggiore collaborazione tra UE e Stati membri anche in quegli ambiti in cui le competenze sono già condivise (come energia, affari esteri, sicurezza esterna e difesa, politica delle frontiere esterne e infrastrutture transfrontaliere).

Per saperne di più su queste e altre proposte, occorre consultare il comunicato stampa pubblicato dopo il voto in commissione parlamentare.

Con l'approvazione di questa relazione, il Parlamento dà seguito alle proposte della Conferenza sul futuro dell'Europa, rispondendo alle aspettative dei cittadini per un'UE più efficace e democratica.

Prossime tappe.

 

Ora che i deputati hanno ribadito il loro appello a modificare i trattati dell'UE e chiesto al Consiglio di "presentare immediatamente e senza alcuna deliberazione al Consiglio europeo le proposte", spetta ai capi di Stato e di governo convocare una convenzione per prendere una decisione a maggioranza semplice.

La presidenza spagnola del Consiglio dovrebbe presentare le proposte al Consiglio europeo di dicembre.

 

 

Unione europea.

Perché non sarà facile

cambiare i trattati dell’Ue.

 Pagellapolitica.it – (04 aprile 2024) – Unione Europea – Matteo Negri – Redazione – Ansa-ci dice:

 

Se ne parla da tempo, in particolare per quanto riguarda il superamento del diritto di veto, ma le procedure di riforma sono lunghe. Questo dibattito sarà al centro della prossima campagna elettorale.

Da tempo ormai all’interno delle istituzioni europee si discute della necessità di riformare i “Trattati fondativi dell’Unione europea” per adattarli al nuovo contesto globale.

Per esempio, nelle conclusioni del Consiglio europeo del 21 e 22 marzo i capi di Stato e di governo dei 27 Stati membri dell’Ue si sono impegnati ad adottare, entro questa estate, una tabella di marcia per i «lavori futuri» riguardanti la riforma delle istituzioni europee.

 Su questo tema si è espresso di recente anche il Parlamento europeo, che nella seduta plenaria dello scorso novembre ha chiesto formalmente al Consiglio europeo di avviare una procedura di revisione dei trattati.

 

Nonostante l’urgenza delle riforme sia riconosciuta da più parti, il processo di modifica dei trattati è tutt’altro che semplice e sarà uno dei temi di discussione della campagna elettorale delle prossime elezioni europee di giugno.

 

(C’è una lunga lista d’attesa per entrare nell’Ue.)

L’Unione europea del futuro.

L’Unione europea è disciplinata da due trattati:

il Trattato sull’Unione europea (TUE) e il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE).

I testi attualmente in vigore sono il risultato di progressive modifiche, l’ultima delle quali risale al 1° dicembre 2009.

 In seguito alle crisi e alle emergenze globali degli ultimi anni si è tornati a discutere della possibilità di riformare questi trattati, per dotare le istituzioni europee degli strumenti necessari per rispondere alle sfide contemporanee, come il cambiamento climatico e la guerra in Ucraina.

 

In particolare, il dibattito sulle riforme si è riacceso in seguito alla convocazione di una “Conferenza sul futuro dell’Europa”, che tra aprile 2021 e maggio 2022 ha coinvolto cittadini provenienti da tutti gli Stati membri.

I lavori della Conferenza si sono conclusi il 9 maggio 2022 con la presentazione di 49 proposte per cambiare l’Unione europea.

 «I cittadini europei hanno chiesto un’Europa più unita e capace di agire, ma anche un maggiore controllo democratico attraverso nuove forme di partecipazione diretta e, soprattutto, un rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo», ha spiegato a “Pagella Politica” Luisa Trimpellini, segretaria del Movimento Federalista Europeo (MFE), un movimento politico che si batte per una maggiore integrazione europea.

 «Alcune di queste richieste per essere esaudite necessitano di una riforma dei trattati. Il Parlamento europeo si è quindi messo al lavoro, elaborando una proposta che ha visto la collaborazione di tutti i partiti europeisti, dalla sinistra radicale al Partito popolare europeo».

 

Tra le principali novità, il Parlamento europeo ha chiesto di ottenere il diritto di iniziativa legislativa, cioè di proporre nuove leggi, prerogativa che a oggi resta in capo alla Commissione europea.

 Un’altra richiesta avanzata dal Parlamento è che all’Ue siano assegnate maggiori competenze in materia di ambiente, salute, energia, affari esteri e difesa.

 Il Parlamento vorrebbe quindi un peso maggiore nell’adozione di atti legislativi su questi temi, che seguirebbero la procedura legislativa ordinaria, anche detta di “codecisione”.

 In questa procedura un atto legislativo, per essere approvato, deve ricevere il consenso sia del Parlamento europeo sia del Consiglio dell’Unione europea.

Al momento, invece, la maggior parte dei provvedimenti segue procedure legislative speciali, che prevedono un coinvolgimento minore da parte dei parlamentari europei.

 

Inoltre queste procedure speciali richiedono solitamente che il Consiglio dell’Ue si esprima all’unanimità, attribuendo a ciascuno dei 27 Stati membri il cosiddetto “potere di veto”.

Per esempio, l’Ungheria ha ostacolato a lungo l’adozione di un pacchetto di aiuti per l’Ucraina del valore di 50 miliardi di euro. Il Consiglio dell’Ue ha potuto prendere questa decisione solo lo scorso febbraio, dopo che tutti i 27 leader, incluso il primo ministro ungherese Viktor Orbán, hanno raggiunto un accordo sul provvedimento.

 

Il superamento dell’unanimità è un tema ricorrente nel dibattito sulla riforma dei trattati e l’anno scorso si era creato un gruppo informale di nove Paesi favorevoli a questa modifica, tra cui l’Italia.

Ma non tutti i partiti italiani sono concordi su questo cambiamento.

 La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, il ministro degli Esteri Antonio Tajani (Forza Italia) e la deputata di Italia Viva Maria Elena Boschi hanno detto che bisogna superare il meccanismo del diritto di veto, mentre la Lega è apertamente contraria.

 

Per quanto riguarda la Commissione europea, che sarebbe rinominata “Esecutivo europeo”, il numero dei componenti sarebbe ridotto dagli attuali 27, cioè uno per Stato membro, a 15.

Questi non sarebbero più indicati dai governi nazionali, come avviene oggi, ma spetterebbe al presidente dell’Esecutivo selezionarli per garantire maggiore coesione politica.

Inoltre, il presidente sarebbe nominato dal Parlamento europeo e approvato dal Consiglio europeo, a differenza della procedura attuale dove è il Consiglio europeo a proporre un candidato al Parlamento.

 Il presidente dell’Esecutivo assumerebbe poi i poteri attualmente in capo al presidente del Consiglio europeo, diventando a tutti gli effetti il “presidente dell’Unione europea”.

 «Il Consiglio europeo manterrebbe un ruolo di indirizzo generale, ma non sarebbe più un organo autogestito con un proprio presidente. I vantaggi della presidenza unica sarebbero da un lato una sinergia maggiore tra le due istituzioni, e dall’altro una rappresentanza molto forte dell’Unione europea in ambito internazionale», ha spiegato Trimpellini.

(Come non confondere il Consiglio europeo e il Consiglio dell’Unione europea).

Come si modificano i trattati.

L’articolo 48 TUE stabilisce le modalità con cui i trattati possono essere riformati.

Nel dettaglio, sono previste una procedura di revisione ordinaria e due procedure semplificate.

La portata delle modifiche richieste dal Parlamento non è però compatibile con nessuna delle due procedure semplificate, che possono essere adottate soltanto in casi circoscritti.

 

La procedura di revisione ordinaria prevede che alla presentazione del progetto di modifica dei trattati faccia seguito la convocazione di una Convenzione da parte del Consiglio europeo.

 Per questo passaggio è necessaria la maggioranza semplice, ossia 14 Paesi su 27.

 «Il presidente del Consiglio europeo è tenuto a mettere all’ordine del giorno la questione della riforma dei trattati quando è sollevata dal Parlamento, ma non è prevista una scadenza temporale.

 A nostra richiesta il presidente Charles Michel ha risposto che è consapevole dell’importanza del tema e che lo porterà sul tavolo al momento opportuno.

 Se questo momento dovesse essere il Consiglio europeo di giugno, la Convenzione potrebbe essere inaugurata nel 2025», ha affermato Trimpellini.

 Alla Convenzione partecipano rappresentanti del Parlamento europeo e dei parlamenti nazionali, una delegazione della Commissione europea e un rappresentante per ciascun governo nazionale.

 I membri esaminano il progetto di modifica e adottano per consenso, ossia senza che nessuno si opponga, una raccomandazione rivolta a una conferenza dei rappresentanti dei governi degli Stati membri (detta “conferenza intergovernativa” o CIG).

A questo punto la CIG deve stabilire all’unanimità le modifiche da apportare ai trattati, che entrano in vigore dopo essere state ratificate da tutti gli Stati membri.

 

«Il consenso e l’unanimità richiesti da questa procedura sono due ostacoli concreti alla revisione dei Trattati.

Per questo si stanno ipotizzando delle alternative possibili nell’ottica di un’Europa a due velocità. La soluzione ideale sarebbe un compromesso tra gli Stati membri che desiderano una maggiore integrazione e quelli che vogliono mantenere lo status quo, per cui si elabori una struttura capace di tenere conto delle differenze a garanzia di tutti.

L’alternativa è lo strappo:

 i Paesi disponibili adottano le modifiche necessarie con una diversa modalità di ratifica e in un secondo momento negoziano con gli altri le condizioni per mantenere l’Ue.

 Per questa seconda strada servirebbe però una forte volontà politica, che oggi manca», ha concluso Trimpellini.

Il progetto di riforma dei Trattati europei: cambiare “tutto” affinché “nulla” cambi. “Sailing on high seas: Reforming and enlarging the EU for the 21st century.”

 

Diritticomparati.it – (23 Novembre 2023) - Andrea Profeta – Redazione – ci dice:

 

 

Premessa.

Il 22 gennaio 2023 Francia e Germania hanno rilasciato una dichiarazione congiunta che, da un punto di vista politico, è il prodotto del Trattato di Aquisgrana del 2019, sottoscritto dai medesimi Stati, la cui convergenza ha trovato la propria ragion d’essere nell’esigenza di rispondere alle minacce all’identità europea.

Con detto accordo i due Stati si sono dunque impegnati congiuntamente, ergendosi ancora una volta a “motore” dell’integrazione europea, a dare il via ad un ulteriore sviluppo del relativo costrutto giuridico.

Stante il rapporto di stretta consequenzialità della dichiarazione congiunta del 2023 rispetto al Trattato del 2019, non sorprende – ad avviso di chi scrive – che un’iniziativa di tale rilevanza non abbia visto coinvolta l’Italia.

 Ed infatti, proprio il Trattato di Aquisgrana ha” illo tempore” registrato un marcato scetticismo da parte dell’attuale Presidente del Consiglio italiano, fino al punto di definirlo una “dichiarazione di guerra” all’Italia.

L’iniziativa franco-tedesca, i cui frutti sono cristallizzati nel “Report del gruppo di esperti”, reso noto il 18 settembre 2023, rappresenta dunque l’espressione della volontà politica di detti Stati membri di propugnare la riforma dei Trattati, considerata cruciale ai fini del futuro dell’Unione.

Segnatamente, l’idea di riforma è tornata al centro all’agenda dell’Unione, quantomeno di quella del Parlamento europeo, a partire dalla “Conferenza sul futuro dell’Europa”, i cui apporti partecipativi avrebbero dovuto essere raccolti dalle istituzioni europee, le quali, però, come sovente accade, si sono trovate su posizioni diverse.

Il Parlamento europeo ha spinto per convocare una Convenzione, ritenendo la stessa la sede istituzionale più adatta a discutere delle riforme, ma nelle istituzioni intergovernative ha avuto la meglio l’ostruzionismo di taluni Stati membri.

Da un lato, il progetto di riforma in fieri raccoglieva il sostegno dei Paesi dotati di un maggior peso politico, come Germania, Francia e Italia; dall’altro, ma di diverso avviso erano gli Stati, per l’appunto scettici, capeggiati da Polonia, Ungheria ed Austria, in numero tale da bloccare la convocazione della Convenzione da parte del Consiglio europeo. Segnatamente, gli Stati membri più piccoli osteggiano l’abbandono dell’unanimità nelle istituzioni intergovernative.

 

 

La protezione della rule of law e della legittimazione democratica

Negli obiettivi prefigurati dal Report (“Protecting the rule of law”, “Addressing institutional challenges”, “Deepening and widening the EU”) assume particolare rilievo la protezione della Rule of law che, ai sensi dell’art. 2 TUE è uno dei valori fondanti dell’Unione.

A dispetto di ciò, l’attuale capacità dell’UE di implementare tale valore è limitata, poiché le condizioni prescritte ai fini dell’ingresso di un nuovo Stato ai sensi dell’art. 49 TUE non possono essere efficacemente imposte a quelli che sono già Membri laddove si verifichino situazioni di regressione.

Il Report raccomanda di ampliare l’ambito di applicazione degli strumenti di condizionalità finanziaria, ricorrendovi non solo per le violazioni dello stato di diritto ma, più in generale, per le infrazioni sistematiche ai valori di cui all’art. 2 TUE.

 Detta proposta è attuabile mediante il ricorso alla c.d. clausola di flessibilità ex art. 352 TFUE, o con la modifica dell’art. 7 TUE. In via subordinata, si raccomanda l’estensione di tale condizionalità ai comportamenti illeciti degli Stati lesivi degli interessi finanziari dell’UE, dato che ciò presupporrebbe il mero ricorso alla base legislativa di cui all’art. 322 TFUE.

Ambizioso è il progetto di riforma della procedura per accertare le violazioni gravi e persistenti dei valori dell’Unione ex art. 7, par. 2, TUE, oggi inefficace a causa dell’eccessiva soglia per la sua attivazione (unanimità meno uno) in seno al Consiglio europeo, nonché per il fatto che il Consiglio non è tenuto a procedere.

Si propone di emendare la norma primaria in questione con la previsione di una maggioranza dei 4/5 nel Consiglio europeo e, per garantire l’effettiva risposta in presenza di violazioni gravi e persistenti, con l’aggiunta di un limite temporale di 6 mesi entro cui le istituzioni intergovernative sono tenute a deliberare, impregiudicata l’adozione automatica di sanzioni dopo 5 anni dall’avvio della procedura in caso di protratta inerzia del Consiglio.

Inoltre, il Report auspica che a violazioni gravi e persistenti dei valori, tali da comportare una rottura definitiva del rapporto fiduciario tra gli altri Stati UE, corrispondano sanzioni altrettanto gravi, quali la perdita della membership.

 

Affrontare le sfide istituzionali per l’allargamento.

L’eventualità che 10 nuovi Stati entrino nell’Unione, vista la prospettiva di allargamento ai Balcani occidentali, richiede il mutamento della composizione e dei meccanismi di funzionamento delle sue istituzioni, affinché possano efficacemente agire.

Con riferimento al Parlamento europeo, trattandosi già di una assembla legislativa di ampie dimensioni, sotto il profilo numerico, il Report raccomanda di non incrementare il numero degli eurodeputati rispetto alla soglia attuale (751);

 sotto quello dell’allocazione dei seggi è suggerita l’adozione – in luogo dell’attuale criterio regressivamente proporzionale – di un criterio matematico che concili il diritto di ogni Stato UE (rectius, della sua popolazione) di essere rappresentato con la necessità di ridurre le distorsioni demografiche (se non proprio l’adozione della “Cambridge Formula” già proposta dal medesimo Parlamento).

È altresì auspicata l’armonizzazione delle procedure nazionali di elezione dei parlamentari europei, sì da creare uno spazio elettorale transnazionale.

Per il Consiglio è proposta una duplice riforma. Innanzitutto, il suo sistema di presidenza dovrebbe convergere verso un quintetto, onde assicurare la presenza di almeno uno Stato UE dotato di una maggiore capacità amministrativa ed esperienza. Detta formula vedrebbe inoltre ciascuna delle presidenze affidataria di metà di un ciclo istituzionale, il che garantirebbe una maggiore capacità di programmazione a lungo termine, In secondo luogo, per garantire l’effettiva capacità decisionale del Consiglio, è auspicato il ricorso generalizzato alla votazione a maggioranza qualificata, erodendo i residui settori in cui si applica l’unanimità. Questa modifica dovrebbe essere resa più “accettabile” prevedendo meccanismi di salvaguardia della sovranità statale (modellati sulla base dell’art. 31, par. 2, TUE) e cambiando i criteri di calcolo della maggioranza.

Rispetto alla Commissione, i redattori del Report ritengono insostenibile l’attuale sistema “per testa”, posto che la riduzione della sua consistenza numerica, prevista dal Trattato di Lisbona, non è stata attuata. Al fine di garantire l’efficienza di questa istituzione si raccomanda di ridurre il numero dei commissari ai 2/3 degli Stati membri mediante decisione del Consiglio europeo, così come previsto dall’art. 17, par. 5, TUE. Il Report esprime dubbi sull’istituzionalizzazione del sistema del c.d. “lead candidate” (vale a dire la nomina a Presidente della Commissione del candidato capolista del partito politico europeo con più seggi)) proposto dal Parlamento europeo, raccomandando piuttosto a tal fine la conclusione di accordi interistituzionali tra il Consiglio europeo ed il Parlamento.

 

 

La gestione del processo di approfondimento e di ampliamento dell’Unione

Il Report, oltre a tracciare il percorso di riforma da intraprendere, indica gli strumenti utili al depenni e al Weening della costruzione giuridica europea.

Ancorché parte rilevante delle raccomandazioni ivi contenute non richiedono una modifica dei Trattati, potendo conseguirsi semplicemente ricorrendo a strumenti quali le c.d. clausole passerella, i poteri emergenziali, le cooperazioni rafforzate o la clausola di flessibilità di cui all’art. 352 TFUE, esigenze di legittimità democratica, trasparenza e coerenza suggeriscono di intraprendere il percorso più “impegnativo”, tramite la procedura revisione ordinaria dei Trattati ex art. 48, parr. 2-5 TUE, con la convocazione di una Convenzione seguita da una Conferenza intergovernativa; in alternativa, si propone di introdurre le modifiche ai Trattati europei all’interno di quelli di adesione di nuovi Stati membri.

Nell’ambito del c.d. deepening, il Report considera gli strumenti di integrazione differenziata e flessibile, che pure non sono privi di rischi per l’integrità dell’ordinamento giuridico UE, ragion per cui il relativo ricorso è subordinato ad una serie di principi (primo fra tutti il necessario rispetto dell’aquis). Malgrado le indubbie opportunità assicurate dagli strumenti di integrazione differenziata, non si può trascurare che – nel prossimo futuro – non necessariamente tutti gli Stati europei saranno intenzionati, ovvero idonei, a fare ingresso nell’Unione. Pertanto, il Report struttura la futura integrazione europea secondo 4 differenti livelli, ciascuno con un diverso e decrescente bilanciamento di diritti e obblighi: I) the inner circle; II) the EU; III) Associate Members; IV) the European Political Community, livello esterno volto a ricomprendere gli Stati in cooperazione politica con l’UE, sebbene svincolati dal rispetto del relativo diritto.

Posto che lo sviluppo previsto ed auspicato non è solo in senso verticale, con il cd. deepening, ma anche orizzontale, nella prospettiva di un allargamento, il Report si concentra anche sul modus operandi per assicurare che non sia farraginoso e, soprattutto, sia fondato sul merito. A tale scopo, l’Unione dovrebbe avere come obiettivo temporale per l’allargamento il 2030, termine entro cui gli Stati candidati dovrebbero lavorare alacremente per soddisfare i criteri d’accesso. Nel pieno rispetto dell’approccio meritocratico, come è stato efficacemente argomentato, l’allargamento dovrebbe coinvolgere gruppi di dimensioni ridotte (“regatta”).

 

Conclusioni.

Il disegno riformistico del Report è, a giudizio di chi scrive, ambivalente. Un suo elemento di forza è la gradualità delle raccomandazioni proposte. Al vertice – di più difficile realizzazione – vi sono quelle volte a segnare una cesura di discontinuità dalle pregresse inefficienze, mediante revisione dei Trattati. In subordine, vi sono gli interventi dotati di minore incisività ma, al tempo stesso, meno complessi sotto il profilo dei procedimenti interistituzionali e pertanto di più facile realizzazione.

In questa prospettiva, il complesso di raccomandazioni per la miglior implementazione della rule of law è in grado di superare l’ostruzionismo di cui si è detto. Difatti, l’ambizioso progetto di “ristrutturazione” del meccanismo di vigilanza sul rispetto dei valori ex art. 7 TUE, che passa per la revisione dei Trattati, è seguito da alcune opzioni alternative, attuabili per mezzo del diritto derivato, che sono altrettanto idonee al perseguimento dell’obiettivo.

Non altrettanto convincenti sono le proposte volte al miglioramento della capacità decisionale del Consiglio, il cui impianto è fondato sull’ampliamento della votazione a maggioranza qualificata. Ciò collide  infatti con l’espressa presa d’atto che: “The use of QMV… should be regarded as a contribution, but not as a panacea to solving the EU’s challenges in terms of its capacity to act”.

Infine, merita separata considerazione la proposta in tema di integrazione differenziata, espressa nel concetto dei cerchi concentrici e, segnatamente, nell’innovativa figura del “Membro associato”, cui è sottesa l’idea della flessibilità dei cerchi, che conferisce agli Stati UE la facoltà di mitigare il proprio coinvolgimento nell’integrazione europea transitando dal secondo al terzo cerchio, rinunciando alla membership per divenire Membro associato. Trattasi però di una opzione scarsamente appetibile; per effetto di detta – volontaria – “retrocessione” lo Stato vedrebbe sterilizzata la propria partecipazione istituzionale e il proprio apporto allo sviluppo dell’integrazione, ma sarebbe comunque tenuto al rispetto del diritto UE e assoggettato al controllo della Corte di giustizia, nonché tenuto a contribuire al bilancio UE, ma con benefici inferiori.

Tirando le conclusioni, pare che il tentativo di rilancio da parte di Francia e Germania dell’iniziativa di riforma dei Trattati sia espressione della volontà di detti Stati di lasciare un’eredità politica – ben cristallizzata e non invece solo in potenza – al Parlamento europeo di futura elezione (dal 6 al 9 giugno 2024) indirizzandone dunque già a monte l’indirizzo legislativo. Non si spiegherebbe altrimenti il tempismo della proposta, che avrebbe potuto invece essere (ri)lanciata e prendere piede con la nuova legislatura.

 

 

 

Revisione dei Trattati o

Costituente europea?

  Eurobull.it – (4 marzo 2024) - Amanda Birichini – Redazione – ci dice:

 

Esistono due vie per riformare l’Unione europea: la revisione dei Trattati o la Costituente.

 Su quale sia la soluzione migliore si dibatte parecchio, specie nel mondo federalista, considerati i pro e i contro di entrambe.

 Certo è che per una delle due opzioni, i tempi sembrano ormai maturi.

 

Nei prossimi mesi verrà sottoposto al Consiglio europeo il testo promosso dalla “Commissione Affari Costituzionali” e votato dal Parlamento europeo per una “Riforma dei Trattati dell’Unione europea”. Se approvato, Charles Michel provvederà a convocare una Conferenza Intergovernativa, composta da rappresentanti degli Stati membri, al fine di stabilire di comune accordo le modifiche da apportare ai Trattati.

 

Nel mondo federalista, però, alcuni diffidano di questa via, sostenendo che una vera federazione europea dovrebbe necessariamente passare per una Costituente europea.

In questo articolo spiegheremo meglio entrambe le strade, sottolineando vantaggi e carenze di ognuno, per poi arrivare a delineare una possibile conclusione.

 

Che cos’è la Riforma dei Trattati? Quali sono i suoi vantaggi e svantaggi?

Il processo di revisione dei Trattati è iscritto all’articolo 48 TUE, che ha abrogato l’articolo 236 della CEE. L’articolo spiega le due strade per una modifica dei Trattati di Lisbona (TUE e TFUE).

 

Il progetto di riforma può essere proposto da un Governo di uno Stato membro, dal Parlamento europeo o dalla Commissione. Previa consultazione di PE e Commissione, il Consiglio europeo vota la riforma a maggioranza semplice.

Se viene approvata, il Presidente del Consiglio europeo è chiamato a convocare una Conferenza intergovernativa, composta da rappresentanti degli Stati membri.

 A seguito, è prevista la ratifica da parte degli Stati.

È stata questa la via più percorsa fino ad ora nelle Istituzioni europee, e ha portato a notevoli miglioramenti nell’assetto istituzionale europeo, basti pensare al Trattato di Amsterdam del 1997, che modifica quello di Maastricht, e poi quello di Nizza, del 2001.

 

Tra gli svantaggi, possiamo riportare il ristretto raggio d’azione (si parla sempre di modifica), e l’opposizione che può essere fatta da parte di certi Stati. Infatti, il passaggio al Consiglio europeo solitamente impedisce a progetti di riforma dei Trattati di andare avanti, come è successo al progetto Spinelli.

 

Che cos’è la Costituente europea? Quali sono i suoi vantaggi e svantaggi?

“La nostra Costituzione [...] si chiama democrazia perché il potere non è nelle mani di pochi, ma dei più”.

Questa la frase di Tucidide posta a preambolo del “Progetto di Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa” del 2004, poi fallito.

 

Il progetto della Costituzione proveniva da una Costituente europea, un’assemblea legislativa chiamata a scrivere un testo costituzionale europeo. Il vantaggio più importante di questo sistema risiederebbe nella legittimazione popolare. L’assemblea costituente, che potrebbe essere anche il Parlamento europeo, proverrebbe infatti da un’elezione popolare, e questo sicuramente indirizzerebbe i lavori della Costituente.

 

Questo aspetto, però, nasconde la necessità di adottare poi una logica compromissoria nella stesura del testo, che potrebbe compromettere la portata rivoluzionaria del documento. Inoltre, la Costituzione europea andrebbe poi ratificata, o per via parlamentare o tramite referendum tra tutti gli Stati membri, passaggio tutt’altro che scontato. È già successo, proprio nel 2004. Dopo un tentativo di far nascere la Costituzione europea, la ratifica è arrivata solamente da 18 Paesi, con esito negativo del referendum in Francia e nei Paesi Bassi, facendo concludere il progetto con un nulla di fatto.

 

Conclusioni.

“La strada da percorrere non è né facile né sicura…" diceva Spinelli a conclusione del Manifesto di Ventotene. Si, ma quale strada? Secondo un modesto parere dell’autrice di questo articolo, la via da percorrere ora è quella della revisione dei Trattati; il loro sviluppo in senso federalista è necessario per uscire dal meccanismo dell’intergovernativa.

Quando saremo riusciti a modificare i Trattati a dovere, e si sarà consolidato il consenso verso questa struttura proto-federale, i tempi saranno maturi per una Costituente europea, dove la federazione europea potrà ricevere il beneplacito dei cittadini.

(Amanda Birichini).

 

 

 

 

L’idea di una revisione dei

trattati europei non ha futuro.

 Linkiesta.it - Pier Virgilio Diastoli – (28 marzo 2024) – Redazione – ci dice:

 

La risoluzione approvata dal Parlamento Ue lo scorso novembre è scomparsa dai programmi post-elettorali di tutti i maggiori partiti. Così, diventa necessario esplicitare i rischi che porta l’immobilismo intergovernativo.

(LaPresse).

Il voluminoso rapporto sul da farsi dopo le elezioni che era stato approvato con una ristretta maggioranza dal Parlamento europeo il 22 novembre 2023 con l’obiettivo di avviare – per la prima volta dal 2009 – la procedura per la revisione dei trattati è sostanzialmente scomparso dall’agenda europea.

 

Non ne parlano i manifesti dei partiti europei in vista delle elezioni europee dal 6 al 9 giugno 2024 approvati dai loro congressi, o meglio, non ne parla il partito dei popolari, i cui parlamentari si opposero a maggioranza il 22 novembre a quel rapporto, costringendo tuttavia gli altri gruppi ad accettare in sede di emendamenti compromessi fortemente riduttivi rispetto all’ambizione iniziale della Commissione affari costituzionali.

 

Non ne parlano i socialisti, che si espongono in modo articolato sulle politiche (policies) ma non sul modo in cui attuarle (politics) per nascondere le divergenze fra europeisti convinti ed europeisti tiepidi se non euro-nazionalisti.

C’è silenzio anche da parte dei liberali, che esprimono un teorico atto di fede verso un’unione sempre più stretta (dixi et salvavi animam meam) e tacciono sul metodo e sui tempi per realizzarla, tradendo così l’impegno del liberale Guy Verhofstadt spesosi a favore della Convenzione come provvisorio risultato della sua presidenza belga del Consiglio con la Dichiarazione di Laeken a dicembre 2001.

Convenzione tracollata prima per la decisione dei governi di trasformare il già modesto trattato-costituzionale in un indecifrabile ermafrodita e poi con i referendum francese e olandese.

 

E poi è sparito dal programma dei Verdi, che scelgono invece di uscire dal “cul de sac” in cui si è infilato il Parlamento europeo e chiedono di aprire le porte del labirinto della Convenzione per favorire la via più diretta del processo costituente.

 

Non vale la pena di parlare del manifesto delle sinistre europee paralizzate dal contrasto fra la maggioranza di sovranisti, che rigettano per ragioni ideologiche il passato e il presente dell’Unione europea e ritengono invece che il futuro dell’Europa debba essere affidato all’improbabile vittoria del socialismo radicale a livello nazionale, e una esigua minoranza di federalisti fedeli al messaggio del Manifesto di Ventotene.

 

Non si può naturalmente parlare dei mai concepiti e mai nati manifesti dei seguaci dell’Europa confederale delle Nazioni uniti o piuttosto disuniti nei “conservatori e – chissà perché – riformisti” e dei sovranisti puri e duri con forti pulsioni di estrema destra che appartengono nel Parlamento europeo al gruppo Identità (nazionale) a cui si accompagna grottescamente la parola Democrazia sapendo che gli uni e gli altri contestano il metodo sovranazionale dei candidati di punta (Spitzenkandidat) alla presidenza della Commissione europea.

 

Non parla del rapporto del 22 novembre neppure la comunicazione di Ursula von der Leyen del 20 marzo 2023 sulle conseguenze dell’allargamento per le riforme interne.

La ormai candidata di punta del Ppe alla sua conferma dimentica il retorico «è venuto il momento della Convenzione», lanciato nell’emiciclo di Strasburgo nel lontano 15 settembre 2022 e confermato con l’impegno che preso con il Parlamento europeo a gennaio 2024 di presentare entro la fine di febbraio una roadmap sul futuro dell’Europa, data la scelta della Commissione di condividere la scelta dei governi di garantire l’efficacia del funzionamento dell’Unione europea ampliata a trattati costanti.

 

Infine, non ne parlano i governi che, divisi ormai su quasi tutto – come è apparso nell’inconcludente Consiglio europeo del 21 e 22 marzo –, sono d’accordo sull’idea di impedire l’apertura del vaso di Pandora della revisione dei trattati attraverso la Convenzione.

Gli Stati piccoli, infatti, vogliono mantenere il potere di veto e un commissario per Paese, mentre i cosiddetti frugali sostenuti dalla Germania non vogliono cambiare le regole del bilancio, e gli euro-nazionalisti non vogliono affidare maggiori competenze all’Unione europea.

La Francia, poi, non vuole rinunciare alla sua gollista force de frappe in politica estera e di difesa.

 

Cosicché i ministri degli affari europei hanno predisposto il 19 marzo le conclusioni del successivo Consiglio europeo del 21 e 22 marzo ripetendo la formula scritta dai diplomatici e dal segretariato del Consiglio che chiude definitivamente la porta alla riforma del Trattato di Lisbona.

 

Bisogna preparare il terreno, coinvolgendo singoli candidati e le reti della società civile, affinché denuncino i rischi dell’immobilismo intergovernativo e diplomatico – che sarebbe comunque inevitabile se, per ipotesi assurda, si creasse nel Consiglio europeo una maggioranza semplice di capi di Stato o di governo favorevole alla procedura ordinaria dell’articolo 48 TUE – e creino le condizioni per l’avvio di un processo costituente dal basso con l’insurrezione pacifica di assemblee di cittadine e di cittadini nelle istituzioni parlamentari nazionali ed europea. Parallelamente è necessario che promuovano la convocazione di una nuova Conferenza sul futuro dell’Europa che abbia al suo centro un modello di democrazia partecipativa e di assise interparlamentari aperte ai rappresentanti dei paesi candidati e dei poteri locali e regionali.

 

In questo quadro appare necessario convocare due contro-Vertici in occasione della quarta (18 luglio 2024, Regno Unito) e della quinta (7-8 novembre 2024, Ungheria) riunione della Comunità Politica Europea. I temi all’ordine del giorno devono essere pace, democrazia e giustizia sociale.

Ancora, dovrà essere sollecitata l’assemblea del Forum della società civile di Marsiglia dal 25 al 27 aprile per l’approvazione di questa proposta.

 

 

Agenda 2030, Patto sul futuro,

rinvigorire l’Onu: le

priorità globali dell’Ue.

Asvis.it - Luigi Di Marco – (1°luglio 2025) – Redazione – ci dice:

 

Settimana dal 23 al 29 giugno.

 Obiettivi prioritari dell’Ue per l’80esima Assemblea generale dell’Onu.

Spese per la difesa dell’Unione in complementarità agli accordi della Nato.

 Sviluppo sostenibile principio di collaborazione Ue-Canada.

 

 

Agenda 2030, Patto sul futuro, rinvigorire l’Onu: le priorità globali dell’Ue.

La scorsa settimana, gli Stati membri hanno assunto diversi impegni e nuovi atti in relazione alle politiche internazionali.

Il Consiglio dell’Ue ha approvato le conclusioni sulle priorità per l’80esima Assemblea generale delle Nazioni Unite, il Consiglio europeo ha adottato conclusioni in collegamento anche agli impegni sulla spesa per la difesa concordata in sede Nato.

Si è inoltre tenuto a Bruxelles il vertice Ue-Canada.

 

Le conclusioni approvate dal Consiglio il 23 giugno in vista dell’Assemblea generale dell’Onu (settembre 2025 - settembre 2026) definiscono le priorità in cinque punti, uniti tra loro in una visione di sistema:

 

sostenere un sistema multilaterale basato sul diritto internazionale e sull'universalità dei diritti umani;

portare avanti riforme globali per rinvigorire il sistema delle Nazioni Unite e perseguire partenariati efficaci;

rafforzare l'architettura di pace e sicurezza delle Nazioni Unite;

promuovere lo sviluppo sostenibile in linea con l'Agenda2030;

affrontare la triplice crisi planetaria.

Il Consiglio riconosce il valore assoluto di rinnovare l’impegno dell’Ue a favore del multilateralismo basato sul diritto internazionale, compresa la Carta delle Nazioni Unite, riconoscendo il legame intrinseco tra pace e sicurezza, diritti umani e sviluppo sostenibile, in un momento storico in cui l'ordine internazionale basato su regole è gravemente sotto pressione.

 

Il Consiglio richiama espressamente i principi di sovranità e integrità territoriale della Carta dell’Onu, quali termini non negoziabili e non soggetti a misure di compromesso. Viene confermato il supporto alla Corte di giustizia internazionale e il rispetto del vincolo giuridico delle sue pronunce per le parti in causa, e l’incrollabile sostegno al sistema di giustizia penale internazionale, in particolare alla Corte penale internazionale, il suo impegno a rispettarne e a preservarne l’indipendenza e l’integrità, ponendo fine all'impunità e a garantire l'accertamento delle responsabilità per tutte le violazioni del diritto internazionale.

 

Il Consiglio sottolinea dunque che l'Ue è determinata a rimanere un partner prevedibile, affidabile e credibile, impegnato a trovare soluzioni globali alle sfide comuni, anche attraverso l'attuazione del Patto per il futuro. Viene riconfermato l’impegno a dare corso all'appello del Vertice delle Nazioni Unite del 2023 ad agire rapidamente per realizzare l'Agenda 2030 e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile, anche attraverso l'attuazione della relativa Dichiarazione politica.

 

Il Consiglio sostiene espressamente le proposte di riforma tra cui quelle del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, delle istituzioni finanziarie internazionali e delle banche multilaterali di sviluppo, del sistema umanitario e l’iniziativa Un80. Sottolineando il nesso tra azione umanitaria, sviluppo e costruzione della pace e del nesso tra sicurezza e clima, l'Ue conferma il suo impegno a salvaguardare e ripristinare una pace e una stabilità giuste e durature a livello mondiale.  Nel contesto s’inserisce la determinazione dell’Ue ad accelerare gli sforzi per realizzare l'Agenda 2030 e i suoi obiettivi, rispondere alla triplice crisi planetaria (cambiamenti climatici, perdita di biodiversità e inquinamento) definita come minaccia globale ed esistenziale. L'Ue conferma il suo impegno a collaborare con i partner per accelerare una transizione verde globale, giusta e inclusiva, rilanciando l’impegno a triplicare la capacità produttiva globale in energie rinnovabili e a raddoppiare lo sviluppo annuale medio dell’efficienza energetica al 2030.

 

Il Consiglio afferma l’impegno nel continuare a sostenere, proteggere e rafforzare il quadro multilaterale per il disarmo, la non proliferazione e il controllo degli armamenti, nonché il quadro multilaterale per il controllo delle esportazioni di armi e di beni e tecnologie a duplice uso, elemento fondamentale sia per la non proliferazione che per gli usi pacifici dei prodotti controllati.

 

Richiamando il Patto digitale globale incluso nel Patto sul futuro (qui la traduzione italiana), il Consiglio enuncia il proprio impegno nel perseguire un ruolo di leadership nel sostenerne l’implementazione, incluso il contributo  a una strategia globale per contrastare la manipolazione delle informazioni e l’interferenza da parte di agenti stranieri, supportando i principi delle Nazioni Unite per l’integrità delle informazioni e promuovendo attivamente nello spazio digitale i diritti umani e le libertà fondamentali, lo Stato di diritto e i principi democratici.

Sui prossimi appuntamenti internazionali, in particolare n vista del prossimo vertice di Siviglia (30 giugno-3 luglio 2025) sulla finanza per lo sviluppo (segui il blog Patto sul futuro per gli approfondimenti), il Consiglio conferma il suo sostegno sulle proposte richiamando le proprie conclusioni di recente adozione, con l’impegno a darne corso per gli sviluppi futuri.

 

Per quanto riguarda il secondo vertice sociale globale che si terrà a Doha (4-6 novembre 2025), il Consiglio dichiara il proprio supporto a una coalizione globale per la giustizia sociale, considerando il vertice come un’occasione fondamentale per rinnovare un contratto sociale globale ancorato ai diritti umani e ai fondamentali principi e diritti sul lavoro come definiti dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo). Nel contesto richiama le proprie conclusioni sulle priorità sui diritti umani per il 2025, e l’impegno alla ratifica e a dare seguito all’accordo globale sulle pandemie.

Il Consiglio dichiara infine l’impegno nel continuare a sostenere, promuovere e rafforzare attivamente una società civile diversificata e indipendente, promuovendone la partecipazione significativa ai processi multilaterali, inclusi, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, i consessi sui diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la mediazione per la pace e il processo decisionale. In questo contesto, l’Ue ribadisce l'importante ruolo dei giovani, tenendo conto delle esigenze e degli interessi delle generazioni future, e ribadisce il suo impegno nei confronti della Dichiarazione sulle generazioni future.

 

Conclusioni del Consiglio europeo del 26 giugno, osservazioni del presidente Costa.

Il Consiglio europeo si è riunito il 26 giugno, all’indomani dell’incontro della Nato sulla decisione di aumentare le spese per la difesa. Come ha evidenziato il presidente Costa nelle sue osservazioni, ieri, alla Nato, 23 Stati membri dell'Unione europea hanno deciso di aumentare la propria spesa. Oggi ci siamo concentrati su come migliorare questa spesa. Investendo insieme, in modo più razionale ed efficiente. Come una squadra. Attraverso l'aggregazione della domanda, gli appalti congiunti, la standardizzazione e la semplificazione. Promuovendo la ricerca europea, l'industria europea, l'occupazione europea, per la sicurezza e la prosperità europee. Non è necessario replicare le stesse capacità in ciascuno Stato membro. Non è necessario moltiplicare per 27 tutti i nostri investimenti nella difesa. Ciò di cui abbiamo davvero bisogno sono efficienza e un'equa ripartizione degli oneri. Ciò di cui abbiamo davvero bisogno è costruire un sistema comune di difesa europea che eserciti deterrenza alle aggressioni.

 

Sul tema del riarmo, il Consiglio ha confermato il ruolo di complementarità delle decisioni assunte in sede Ue rispetto alle decisioni assunte in sede Nato, promuovendo la cooperazione tra Stati membri e il contributo della Banca europea degli investimenti nel mobilitare la finanza privata nella spesa per l’industria della difesa. Nella prospettiva di valutare i progressi nella riunione di ottobre 2025, il Consiglio ha invitato la Commissione e l'alta rappresentante a presentare una tabella di marcia allo scopo.

Gli altri argomenti trattati nelle conclusioni hanno riguardato le situazioni di conflitto in Ucraina, medio-oriente, competitività e mercato unico, migrazione e altri punti ancora. In collegamento con i temi trattati nelle conclusioni del Consiglio dell’Ue del 23 giugno sopra riportati, il Consiglio ha ribadito ancora il suo sostegno alle istituzioni che difendono il diritto internazionale, anche proteggendo efficacemente i tribunali internazionali e i loro funzionari, ricordando con l’occasione l'80esimo anniversario della firma della Carta delle Nazioni Unite.

 

Come sottolineato dal presidente Costa nelle osservazioni sulle conclusioni assunte sopra citate, il rispetto del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite — firmata esattamente 80 anni fa — è il fondamento della nostra posizione sull'Ucraina. È anche alla base della nostra posizione sul Medio Oriente. Qualsiasi pace globale e sostenibile in Medio Oriente richiede una soluzione duratura a Gaza, dove la situazione umanitaria è catastrofica e i diritti umani sono violati. L'esame del rispetto da parte di Israele dell'accordo di associazione Ue-Israele lo ha confermato. La situazione è inaccettabile. I nostri ministri degli Esteri discuteranno delle prossime tappe.

 

 

L’Onu è ormai inutile? Senza, il mondo sarebbe certamente più fragile.

Gli 80 anni delle Nazioni Unite cadono nel momento peggiore per un’organizzazione che non sembra in grado di far fronte all’aggravarsi dei conflitti e alle violazioni dei diritti.

Ma la collaborazione internazionale è indispensabile: riflettiamo positivamente sulla riforma dell’Onu e sul rilancio del multilateralismo.

 

Vertice Ue-Canada.

Il 23 giugno si è tenuto anche il vertice Ue-Canada. I leader, nella dichiarazione assunta, hanno condiviso impegni per sostenere diverse delle posizioni espresse dal Consiglio dell’Ue per l’80esima Assemblea generale dell’Onu, allargandosi ad aspetti di collaborazione operativa.

 

In termini di principio è stato affermato che è più importante che mai lavorare insieme per promuovere i nostri valori condivisi e l'ordine internazionale basato sulle regole, confermando l’impegno per lo sviluppo sostenibile quale pilastro fondamentale delle nostre relazioni. Continueremo a essere partner chiave nella promozione della democrazia, dei diritti umani e delle libertà fondamentali, dell'uguaglianza di genere e dello stato di diritto a livello globale.

 

Riconoscendo la minaccia esistenziale rappresentata dalle crisi interdipendenti del cambiamento climatico, della perdita di biodiversità, del degrado del suolo e dell’inquinamento, i leader dichiarano che in sede di Cop30 (Convenzione quadro sui cambiamenti climatici), l'Ue e il Canada mirano a promuovere ulteriormente la fissazione del prezzo del carbonio come strumento per combattere il cambiamento climatico, promuovere l'innovazione e modernizzare le nostre industrie. I leader si sono inoltre impegnati a collaborare per rispondere alle crescenti sfide dell'ordine economico e commerciale internazionale.

 

Altre novità.

Altre novità importanti della settimana hanno riguardato l’adozione, da parte della Commissione europea, della nuova disciplina per gli aiuti di Stato a favore dell'industria pulita, sviluppando le iniziative incluse nel relativo patto per l’industria pulita, la proposta di una normativa europea sullo spazio per promuovere l'accesso al mercato e rafforzare la sicurezza spaziale.

 

Il Consiglio dell’Ue ha assunto la sua posizione negoziale sugli obblighi relativi alla rendicontazione di sostenibilità e al dovere di diligenza, alzando ulteriormente le soglie dell’ambito d’applicazione proposte dalla Commissione, introducendo come nuova misura una clausola di revisione relativa a una possibile estensione dell'ambito di applicazione, al fine di garantire un'adeguata disponibilità di informazioni sulla sostenibilità aziendale.

 

Infine, la presidente von der Leyen ha assunto il 25 giugno una dichiarazione sul Budapest Pride in programma per il 28 giugno, esprimendo pieno supporto e solidarietà alla comunità LGBT precisando che la nostra è un’Unione di uguaglianza e non di discriminazione, i valori europei sanciti nei nostri Trattati.

(Luigi Di Marco).

 

 

“AI Act”, cosa cambia davvero

"Tu che ne sAI?"

Consumatori.it - Simona Volpe – (4 Agosto 2026) – Redazione – ci dice:

 

Da mesi si parla dell’”AI Act”, il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, come della grande data di svolta:

il 2 agosto 2026 avrebbe dovuto essere il giorno in cui le regole più severe sarebbero entrate pienamente in vigore.

Non è così: un pacchetto di modifiche approvato dal Consiglio dell’Unione Europea lo scorso 29 giugno, chiamato “Digital Omnibus”, ha spostato quella scadenza al 2027 e al 2028.

Ma qualcosa sta già cambiando, vediamo di cosa si tratta.

 

Quello che entra in vigore da subito-

La novità che ci riguarda più da vicino come persone, prima ancora che come consumatori, è l’obbligo di trasparenza: chi mette in circolazione un sistema di intelligenza artificiale che interagisce con le persone deve renderlo riconoscibile come tale.

 

In pratica, se state scrivendo a un servizio clienti e dall’altra parte c’è un “chat bot”, l’azienda è tenuta a dirvelo, a meno che non sia già del tutto evidente.

La stessa logica vale per chi usa sistemi che riconoscono le emozioni o che classificano le persone in base a caratteristiche biometriche: dovranno informarvi.

E chi produce un “deepfake”, o genera con l’IA testi pubblicati per informare il pubblico su temi di interesse generale, dovrà dichiararlo esplicitamente.

 

C’è poi un secondo fronte, altrettanto concreto: la Commissione Europea può multare le aziende che sviluppano i grandi modelli di intelligenza artificiale se non rispettano gli obblighi di trasparenza e documentazione già in vigore da un anno.

 Le sanzioni non sono simboliche: fino a 15 milioni di euro o al 3% del fatturato mondiale, che salgono a 35 milioni o al 7% per le pratiche vietate in assoluto.

Fino a oggi questi obblighi esistevano sulla carta ma nessuno poteva farli rispettare davvero: da adesso sì.

 

Cosa slitta, e perché non è un “liberi tutti”.

Le regole più stringenti (quelle pensate per i sistemi che possono incidere pesantemente sulla vita delle persone, come gli algoritmi usati per selezionare candidati al lavoro, valutare l’affidabilità creditizia o gestire dati biometrici) slittano invece al 2 dicembre 2027. Per i sistemi di IA integrati in prodotti già regolamentati, come dispositivi medici o macchinari, il rinvio arriva fino al 2 agosto 2028.

 

Chi vigila, in Italia.

Da noi il controllo è affidato a più autorità, ciascuna per il proprio ambito: l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale fa da coordinatrice, affiancata dal Garante Privacy, dalla Banca d’Italia, dalla Consob e dall’ IVas nei rispettivi settori.

 

Il governo ha inoltre avviato, con due decreti approvati in via preliminare a giugno, il percorso per introdurre nuove tutele anche sul piano penale: tra queste, una norma che punirà chi omette le misure di sicurezza su sistemi di IA ad alto rischio, mettendo concretamente a rischio le persone.

Perché conviene saperlo.

Per un consumatore la sostanza è questa: avete il diritto di sapere se, dall’altra parte di una conversazione, c’è una persona o una macchina e le aziende che non ve lo dicono rischiano di pagarne davvero le conseguenze.

 

È un diritto che vale la pena far valere: se un’azienda non dichiara di usare un chat bot, o non vi informa dell’uso di sistemi di riconoscimento delle emozioni, potete segnalarlo alle autorità competenti, a partire dal Garante Privacy per tutto ciò che riguarda i vostri dati.

Sul resto, quello più ambizioso, ci sarà ancora da aspettare.

 

 

Verso un Sistema di Difesa Europeo:

l’imperativo dell’integrazione industriale

e del coordinamento politico.

Federalist.eu – Saggi – (10-01- 2026) – Editoriale - PIERANDREA ANDRIULLI – Redazione – ci dice:

 

Introduzione.

 

L’Unione europea si trova oggi di fronte a una delle più rilevanti sfide della sua storia: la necessità di dotarsi di una credibile capacità di difesa autonoma in un contesto geopolitico radicalmente mutato. L’aggressione russa all’Ucraina del febbraio 2022 ha rappresentato un punto di svolta, accelerando quei processi di revisione strategica che si trascinavano da decenni.

 Il Libro Bianco sulla Difesa Europea, del 19 marzo 2025, costituisce un documento programmatico senza precedenti, che riconosce esplicitamente come “l’Europa si trova ad affrontare una minaccia acuta e crescente” e come “l’unico modo per garantire la pace è avere la prontezza di dissuadere chi vuole farci del male”.

 

La capacità dell’Unione di rispondere efficacemente a questa sfida dipende, in modo determinante, dalla sua capacità di superare l’attuale frammentazione industriale e dalla volontà politica di costruire meccanismi di coordinamento sovranazionale in un settore tradizionalmente riservato alla sovranità nazionale.

Come ha osservato Roberto Cingolani, Amministratore Delegato di Leonardo “nello spazio, così come nella difesa, piccolo non è bello e neanche una taglia media come la nostra è sufficiente: le aziende europee devono allearsi, sacrificando la loro sovranità sul ridotto mercato domestico per poter competere insieme sull’immenso mercato globale”.

 

In queste pagine si analizzerà l’evoluzione recente delle iniziative europee nel settore della difesa, concentrandosi su tre dimensioni interconnesse: la frammentazione dell’industria europea della difesa e i suoi costi economici e operativi; gli strumenti finanziari e normativi recentemente introdotti per favorire l’integrazione industriale; la rilevanza politica della governance industriale e del suo coordinamento strategico. Il punto centrale è che, senza un salto qualitativo nell’integrazione politica e nel coordinamento strategico, anche gli investimenti più consistenti rischiano di perpetuare inefficienze strutturali e di non produrre quella capacità di difesa autonoma che le circostanze storiche oggi richiedono.

 

 

Il costo della frammentazione: diagnosi di un’inefficienza strutturale.

 

L’industria europea della difesa presenta oggi caratteristiche di frammentazione che la distinguono nettamente dai principali competitori globali. Secondo un’analisi di PwC, gli Stati europei utilizzano attualmente 172 modelli diversi di sistemi d'arma, mentre gli Stati Uniti ne impiegano solo 32. Questa moltiplicazione di piattaforme e sistemi genera costi diretti stimati in 75,5 miliardi di euro all’anno in duplicazioni di investimenti che potrebbero essere destinati a progetti più efficienti e strategici.

 

La frammentazione si manifesta in modo particolarmente evidente nel settore degli armamenti terrestri e aerei. Durante il conflitto in Ucraina, le forze ucraine hanno ricevuto dieci diversi tipi di obici da 155 millimetri dagli Stati membri dell’Unione Europea, creando complicazioni logistiche significative in termini di munizionamento, addestramento degli equipaggi, manutenzione e disponibilità di pezzi di ricambio.

 Nel settore aeronautico, la coesistenza di progetti nazionali paralleli per la nuova generazione di cacciabombardieri rischia di compromettere l'efficacia strategica complessiva, accentuando il divario tra le capacità europee e quelle dei principali competitori.

 

La frammentazione del mercato europeo della difesa ha radici storiche profonde. Ogni Stato membro ha sviluppato nel corso dei decenni un proprio modello di procurement, con regolamenti, requisiti tecnici e standard operativi divergenti, che riflettevano priorità strategiche nazionali spesso non coordinate.

 Questa situazione ha limitato l'efficacia degli investimenti collettivi e ha reso l’industria europea strutturalmente meno competitiva rispetto a quella statunitense, che beneficia di un mercato domestico unificato di dimensioni continentali.

 

Le conseguenze operative di questa frammentazione sono molteplici. In primo luogo, la mancanza di interoperabilità tra i sistemi d'arma degli Stati membri, seppure mitigata da decenni di tentativi di standardizzazione avvenuti su iniziativa NATO, complica significativamente le operazioni militari congiunte, aumentando i tempi di coordinamento e riducendo l’efficacia tattica.

 In secondo luogo, la duplicazione degli investimenti in ricerca e sviluppo disperde risorse che potrebbero essere concentrate su un numero più limitato di progetti di eccellenza.

Il Rapporto Draghi sulla competitività europea del 2024 ha evidenziato come la spesa europea in ricerca e sviluppo per la difesa, già scarsa in termini assoluti, risulti ulteriormente indebolita dalla frammentazione, con impatti negativi sulle tecnologie emergenti fondamentali per le future capacità di difesa.

 

In terzo luogo, la frammentazione riduce le economie di scala nella produzione industriale. Le serie produttive ridotte aumentano i costi unitari, rendendo i sistemi d’arma europei meno competitivi sui mercati internazionali e meno accessibili per gli stessi Stati membri.

Questo circolo vizioso ha portato, negli ultimi anni, a un incremento significativo delle acquisizioni di equipaggiamenti militari da fornitori extra-UE, con gli Stati membri che acquistano fino a quattro volte più equipaggiamenti da produttori esterni rispetto a un decennio fa.

 

Il Libro Bianco riconosce esplicitamente queste inefficienze strutturali: “La mancanza di collaborazione ha portato a inefficienze nello sviluppo delle capacità di difesa imponendo costi aggiuntivi a tutti gli Stati membri. Di conseguenza, si è persa l’opportunità di sfruttare le economie di scala europee per ridurre i costi unitari”.

 Questa diagnosi rappresenta un passo importante verso il riconoscimento che il problema della difesa europea non è principalmente quantitativo, visto che la spesa aggregata dei paesi membri è considerevole, ma qualitativo: si tratta di spendere meglio, in modo coordinato e strategicamente orientato.

 

 

Il paradosso della politica di concorrenza: campioni negati e competitori esterni rafforzati.

 

La frammentazione industriale europea nel settore della difesa non è solo il risultato di inerzie storiche o di gelosie nazionali passive. È il prodotto di scelte politiche e regolamentari precise che, per un ventennio, hanno subordinato la logica industriale strategica all'ortodossia della concorrenza intra-europea, mentre il resto del mondo consolidava campioni nazionali e regionali di dimensioni continentali, ed in tutti gli ambiti produttivi.

 

Il caso più emblematico rimane il blocco, nel febbraio 2019, della fusione tra Siemens e Alstom nel settore ferroviario. La Commissione Europea bocciò l’operazione adducendo rischi di posizione dominante sul mercato europeo dell’alta velocità, nonostante i governi francese e tedesco avessero sostenuto pubblicamente la necessità di creare un “campione europeo” capace di competere con il colosso cinese CRRC, che da solo controlla il 60% del mercato globale dei treni.

 La decisione seguiva una logica rigorosamente microeconomica: proteggere la concorrenza all’interno del perimetro europeo, valutando le quote di mercato esclusivamente su scala continentale.

 Il risultato fu che, mentre l’Europa impediva ai propri attori di raggiungere massa critica, i competitor extra-UE, cinesi in primis, ma anche giapponesi e coreani, continuavano a consolidarsi nei propri mercati protetti e poi a espandersi globalmente, incluso il mercato europeo stesso.

 

Questo paradigma ha trovato applicazione diretta anche nel settore della difesa. Come osservato da Roberto Cingolani nel febbraio 2024, le autorità regolatorie europee hanno a lungo ostacolato processi di consolidamento tra gruppi industriali della difesa, applicando criteri antitrust concepiti per mercati civili a un settore dove la dimensione geopolitica è intrinsecamente dominante.

Le fusioni e le acquisizioni transnazionali nel settore della difesa sono state sottoposte a scrutinio prolungato, condizionalità stringenti e, in alcuni casi, a veti impliciti derivanti dalle preoccupazioni di singoli Stati membri su “perdita di sovranità industriale”.

Il paradosso è evidente: ogni capitale europea temeva di cedere il controllo del proprio campione nazionale a un partner europeo, ma nessuno applicava la stessa resistenza all’acquisto di sistemi d’arma da produttori americani, israeliani o sudcoreani.

 

Le gelosie industriali nazionali hanno operato come vincolo politico permanente. Ogni progetto di consolidamento ha dovuto affrontare resistenze di governi preoccupati per l’impatto occupazionale su siti produttivi nazionali, per la perdita di know-how strategico, o semplicemente per la prospettiva che il quartier generale della nuova entità fosse localizzato in un altro Stato membro.

 Queste resistenze si sono tradotte in una proliferazione di “caveat industriali”: accordi di work-share rigidi, garanzie di autonomia operativa per le filiali nazionali, clausole di golden share, che hanno svuotato di efficienza economica anche le poche operazioni di consolidamento effettivamente realizzate.

 

Il risultato netto di questa doppia paralisi, antitrust rigoroso verso l’interno, apertura asimmetrica verso l’esterno, è stato il progressivo indebolimento della base industriale europea rispetto ai competitori globali.

Mentre Boeing e Lockheed Martin negli Stati Uniti potevano contare su un mercato domestico unificato da 340 milioni di abitanti e su contratti pluriennali garantiti dal Pentagono, i gruppi europei dovevano competere su 27 mercati nazionali frammentati, ciascuno con proprie procedure di procurement, propri standard tecnici e proprie priorità politiche.

 Mentre la Cina costruiva attraverso fusioni statali gruppi come NORINCO e AVIC con fatturati superiori ai 60 miliardi di dollari, l’Europa manteneva una costellazione di attori di medie dimensioni strutturalmente incapaci di sostenere i costi di ricerca per le tecnologie di prossima generazione, e sempre in competizione tra loro.

 

La consapevolezza di questo errore strategico è emersa solo negli ultimi anni, accelerata dalla guerra in Ucraina. Il Libro Bianco del 2025 dedica un'intera sezione alla necessità di “rafforzare la base tecnologica e industriale della difesa europea” e riconosce che “per decenni l'industria della difesa europea è stata caratterizzata da una frammentazione eccessiva che ha impedito di sfruttare appieno le economie di scala”.

Ancora più esplicitamente, il regolamento (UE) 2025/1106 sullo strumento SAFE, adottato dal Consiglio ai sensi dell’articolo 122 TFUE, riconosce che la difesa non può più essere trattata come un mercato ordinario:

l’Unione accetta di derogare alle sue cautele di bilancio abituali pur di concentrare risorse e domanda in un’industria considerata ormai essenziale per la propria sicurezza.

 

Purtroppo, il recupero del tempo perduto richiede più di un cambio normativo. Richiede il superamento di quella cultura politica nazionalista che, per proteggere simboli industriali domestici ormai inadeguati alla competizione globale, ha sacrificato la possibilità di costruire campioni europei realmente competitivi.

Come ha osservato un analista di Linklater, specializzato in diritto della concorrenza applicato alla difesa, “la questione non è tecnica ma politica: fino a quando i governi europei valuteranno una fusione transnazionale come una minaccia alla sovranità piuttosto che come una condizione per preservarla, l'industria europea della difesa rimarrà strutturalmente debole”.

 

 

Gli strumenti dell’integrazione: EDIRPA, REARM Europe e il nuovo ecosistema finanziario.

 

La consapevolezza dell’urgenza della situazione ha portato, negli ultimi anni, all’adozione di una serie di strumenti normativi e finanziari volti a incentivare la cooperazione e l’integrazione dell'industria della difesa europea. Questi strumenti rappresentano un cambiamento significativo nell'approccio dell’Unione a un settore tradizionalmente considerato di esclusiva competenza nazionale.

 

Il Regolamento (UE) 2023/2418, che istituisce lo strumento per il rafforzamento dell’industria europea della difesa attraverso l'acquisto comune (EDIRPA – European Defence Industry Reinforcement through Common Procurement Act), adottato il 18 ottobre 2023, costituisce un precedente normativo di rilievo. EDIRPA incentiva gli appalti comuni tra almeno tre Stati membri, coprendo parte dei costi amministrativi e di coordinamento per evitare la frammentazione del mercato e aumentare l'interoperabilità dei sistemi d’arma.

 

La Decisione di esecuzione della Commissione del 15 marzo 2024 ha adottato il programma di lavoro per il periodo 2024-2025, stanziando un contributo massimo dell’Unione pari a 310.110.000 euro. Il programma di lavoro identifica tre inviti a presentare proposte con il detto budget indicativo totale suddiviso nelle seguenti aree: munizioni (103,2 milioni di euro), difesa aerea e missilistica (103,2 milioni di euro), e altre capacità critiche (103,7 milioni di euro).

 

L’impatto moltiplicativo di EDIRPA si è rivelato significativo. A novembre 2024, la Commissione Europea ha approvato finanziamenti per cinque progetti transfrontalieri, a ciascuno dei quali sono stati assegnati 60 milioni di euro, per un totale di 300 milioni di euro. I cinque progetti selezionati rappresentano un valore complessivo di approvvigionamento superiore a 11 miliardi di euro, dimostrando un effetto leva superiore a 36 volte l'investimento dell’UE. Questo dato evidenzia come incentivi relativamente contenuti possano catalizzare investimenti molto più consistenti quando inseriti in un quadro di coordinamento strategico.

 

Il piano REARM Europe/Readiness 2030, presentato dalla Commissione europea nel marzo 2025, rappresenta un salto quantitativo e qualitativo ulteriore. Il piano prevede la mobilitazione di oltre 800 miliardi di euro per investimenti nella difesa attraverso una combinazione di strumenti finanziari e fiscali articolata su cinque pilastri.

 

Il primo pilastro consiste nella creazione di un nuovo strumento finanziario dedicato, denominato Security Action for Europe (SAFE), che fornirà agli Stati membri prestiti sostenuti dal bilancio comunitario fino a un importo massimo di 150 miliardi di euro. SAFE è stato proposto sulla base dell'articolo 122 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, che prevede la possibilità di fornire assistenza finanziaria agli Stati membri in caso di circostanze eccezionali. I prestiti avranno una durata massima di 45 anni e un periodo di grazia di 10 anni per il rimborso del capitale, con condizioni di finanziamento vantaggiose derivanti dall’elevato rating creditizio dell'UE.

 

Gli Stati membri che desiderano accedere ai prestiti SAFE dovranno presentare un piano di investimento nell’industria europea della difesa (European Defence Industry Investment Plan) alla Commissione. Il piano dovrà includere una descrizione delle attività, delle spese e delle misure per le quali lo Stato membro richiede il prestito, i prodotti della difesa dei quali intende dotarsi e, ove pertinente, il coinvolgimento previsto dell’Ucraina nelle attività pianificate. Come regola generale, gli Stati membri implementeranno i piani attraverso appalti comuni che includano almeno due Stati membri, oppure almeno uno Stato membro e l’Ucraina, o uno Stato membro e un paese EFTA/SEE, riguardanti prodotti e fornitori di servizi con sede nel territorio dell’Unione, dell’Ucraina e dei paesi EFTA/SEE.

 

Il secondo pilastro prevede l’attivazione coordinata della clausola di salvaguardia nazionale del Patto di Stabilità e Crescita, che consentirebbe agli Stati membri di deviare dal percorso di spesa concordato in misura equivalente all’aumento della spesa per la difesa rispetto al 2021, fino a un massimo dell’1,5% del PIL annuo per un periodo di quattro anni prorogabile. La Commissione ha stimato che questa flessibilità fiscale potrebbe mobilitare circa 650 miliardi di euro in spesa aggiuntiva per la difesa nei prossimi quattro anni.

 

Il terzo pilastro riguarda la maggiore flessibilità degli strumenti UE esistenti, in particolare della politica di coesione, permettendo alle autorità nazionali, regionali e locali di riallocare volontariamente fondi nell’ambito dei programmi attuali verso priorità emergenti, incluso il rafforzamento delle capacità di difesa e sicurezza. Il quarto pilastro prevede un ampliamento del sostegno della Banca Europea per gli Investimenti (BEI) al settore della difesa. La BEI ha annunciato l’intenzione di raddoppiare gli investimenti annuali a 2 miliardi di euro e di adeguare ulteriormente i criteri di ammissibilità del Gruppo BEI per garantire che le attività escluse siano definite con maggiore precisione.

 

Il quinto pilastro mira alla mobilitazione di capitale privato attraverso l’Unione del Risparmio e degli Investimenti. Il Libro Bianco riconosce che “l’aumento degli investimenti pubblici nella difesa è indispensabile, ma non sarà sufficiente”. Le aziende europee della difesa, comprese le piccole e medie imprese, devono avere un migliore accesso al capitale, compresi gli strumenti di garanzia per la riduzione del rischio degli investimenti.

Attualmente, l’accesso ai finanziamenti rimane una delle principali preoccupazioni per il 44% delle PMI della difesa, una percentuale molto più alta rispetto a quella delle PMI civili.

 

Questi strumenti rappresentano un ecosistema finanziario e normativo significativamente più articolato rispetto al passato. Tuttavia, come osservato da diversi analisti, la loro efficacia dipenderà in modo determinante dalla determinazione degli Stati membri a superare approcci puramente nazionalistici e di utilizzare questi strumenti per progetti realmente integrati e interoperabili.

 

Il nodo della governance: coordinamento strategico e integrazione politica.

 

L’aspetto più complesso e politicamente sensibile della costruzione di una credibile difesa europea riguarda la questione della governance e del coordinamento strategico. Come ha rilevato Paul Adermine, il piano REARM Europe “rimane focalizzato sulla spesa nazionale per la difesa, lasciando irrisolte le questioni di frammentazione e interoperabilità”. Sebbene il piano sia significativo dal punto di vista politico e finanziario, secondo Adermine non costituisce una trasformazione strutturale, in quanto strumenti più ambiziosi come il ricorso al Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) o la creazione di uno strumento simile al Next Generation EU sono stati esclusi.

 

La questione della governance si manifesta su diversi livelli. In primo luogo, esiste il problema del coordinamento delle priorità strategiche. Il Libro Bianco identifica sette aree prioritarie per lo sviluppo delle capacità militari: difesa aerea e missilistica; sistemi di artiglieria; munizioni e missili; droni e sistemi di contro-droni; mobilità militare; intelligenza artificiale, quantum, cyber ed “elettronica warfare”; abilitatori strategici e protezione delle infrastrutture critiche. Tuttavia, la definizione delle priorità rimane largamente nelle mani dei singoli Stati membri, con il rischio che approcci nazionali divergenti continuino a generare duplicazioni e inefficienze.

 

In secondo luogo, si pone il problema della titolarità operativa. La creazione di una capacità di difesa credibile richiede non solo piattaforme e sistemi d'arma interoperabili, ma anche strutture di comando integrate, dottrine comuni e procedure operative standardizzate. Il “sistema nervoso” della difesa, ovvero la struttura di comando e controllo, è l’elemento fondamentale di qualsiasi capacità militare credibile. Questi elementi richiedono un livello di integrazione politica che va ben oltre la cooperazione industriale.

 

In terzo luogo, emerge la questione del rapporto tra l’Unione Europea e la NATO. Il Libro Bianco riconosce che “la NATO rimane la pietra miliare della difesa collettiva dei suoi membri in Europa” e che “la cooperazione UE-NATO è un pilastro indispensabile per lo sviluppo della dimensione di sicurezza e difesa dell'Unione”. La costruzione di una difesa europea non può essere concepita come alternativa all’Alleanza Atlantica, ma deve piuttosto rafforzare il pilastro europeo della NATO secondo un principio di sinergia e complementarietà, aumentando le capacità di difesa e deterrenza del continente.

 

Le conclusioni del Consiglio Europeo del 6 marzo 2025 hanno espresso un chiaro impegno politico: “l’UE è impegnata a rafforzare le proprie capacità di difesa e ad aumentare la propria autonomia nel rispondere alle minacce alla sicurezza attuali e future, in particolare alla luce della guerra della Russia contro l’Ucraina e del suo impatto sulla sicurezza europea”. Tuttavia, questo impegno deve tradursi in meccanismi concreti di coordinamento e, soprattutto, in una volontà politica di delegare a livello sovranazionale almeno alcune competenze strategiche.

Un modello interessante è rappresentato dalla Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO), istituita con il Trattato di Lisbona nel 2009 ma attivata solo nel 2017. La PESCO prevede impegni vincolanti più intensi in materia di capacità di difesa tra gli Stati membri partecipanti e progetti concreti di cooperazione. Per il momento si è tuttavia tradotta in progetti specifici tra vari gruppi di Stati e non è servita da base per la creazione di una reale avanguardia in materia di difesa. Inoltre, dal 2007, nell’ambito dell’Agenzia Europea per la Difesa (EDA), gli Stati membri hanno concordato un obiettivo comune del 35% sul totale degli acquisti di attrezzature per la difesa da effettuare in collaborazione. Detto ciò, il raggiungimento di questo obiettivo, rimane ancora lontano nella pratica.

 

La nomina nel dicembre 2024 di Andris Kubilius come primo Commissario europeo con delega specifica alla Difesa rappresenta un segnale importante di questa evoluzione, segnando il passaggio definitivo della difesa da competenza puramente intergovernativa a pilastro dell'integrazione industriale ed economica dell'Unione. Il mandato del Commissario alla Difesa rimane però focalizzato principalmente sulla dimensione industriale ed economica, con limitate competenze sugli aspetti operativi e strategici.

 

La questione fondamentale rimane quella della volontà politica. Come ha scritto Bertrand De Cordone del Jacques Delors Institute, “senza riforme strutturali, l'aumento della spesa nazionale può portare a duplicazioni e inefficienze”.[ De Cordone richiama tre principi chiave: appalti congiunti (Poole procurement), prioritizzazione delle armi prodotte in Europa, e integrazione dell’innovazione militare ucraina. Questi principi richiedono tuttavia meccanismi decisionali che vadano oltre la cooperazione intergovernativa tradizionale.

 

Un esempio concreto delle difficoltà di coordinamento riguarda la mobilità militare. Il Libro Bianco riconosce che “la mobilità militare è un fattore essenziale per la sicurezza e la difesa europee” e che “sebbene negli ultimi anni siano stati compiuti progressi significativi, permangono notevoli ostacoli allo spostamento di truppe ed equipaggiamenti senza ostacoli attraverso l'UE”. Le procedure non armonizzate, comprese quelle doganali, causano spesso gravi ritardi nel rilascio dei permessi transfrontalieri. La semplificazione di queste procedure richiede una volontà politica di subordinare prerogative nazionali a imperativi di difesa collettiva. Attendiamo che gli impegni presi con la” Joint Comunicazioni” sulla mobilità militare dispieghino i loro effetti.

 

 

L’integrazione industriale: alleanze strategiche e consolidamento settoriale.

 

Parallelamente alla dimensione finanziaria e di governance, l’integrazione dell'industria europea della difesa sta procedendo attraverso alleanze strategiche tra i principali gruppi industriali del settore. Queste alleanze rappresentano un tentativo di creare, dal basso, quella massa critica e quell’integrazione delle catene del valore che le decisioni politiche stentano ancora a imporre dall’alto.

 

Leonardo, il principale gruppo industriale italiano della difesa e dell’aerospazio, sta perseguendo una strategia articolata di alleanze europee.

L’amministratore delegato Roberto Cingolani ha sottolineato che “unire le forze è l’unico modo per sostenere la sfida con i colossi nati dall’idea e dai mezzi di uomini-Stato come Elon Musk, Jeff Bezos e Bill Gates che, individualmente hanno ricchezze superiori al PIL della Grecia”.

Nel settore terrestre, Leonardo ha dato seguito a questa visione concludendo un accordo strategico con Rheinmetall per la produzione di veicoli da combattimento e carri armati di nuova generazione.

Nel settore spaziale, l’azienda ha firmato nell’ottobre 2025 un memorandum d’intesa con Airbus e Thales per la creazione di un nuovo campione europeo dello spazio, denominato provvisoriamente “Bromo”, che unirà le divisioni satellitari dei tre gruppi con un fatturato aggregato di 6,5 miliardi di euro e 25.000 dipendenti.

 

Queste alleanze industriali rispondono a una logica economica e strategica precisa. Come osservato nell’intervista a Cingolani pubblicata da Repubblica, “le aziende europee devono allearsi, sacrificando la loro sovranità sul ridotto mercato domestico per poter competere insieme sull'immenso mercato globale”. La dimensione dei mercati nazionali europei, anche dei più grandi come Francia, Germania, Italia e Regno Unito, non è sufficiente per sostenere la ricerca, lo sviluppo e la produzione di sistemi d’arma sempre più complessi e costosi in competizione con giganti industriali americani, cinesi o di altre potenze emergenti.

 

Anche queste alleanze industriali “dal basso” hanno dovuto confrontarsi con le resistenze politiche e regolatorie descritte in precedenza. Cingolani ha pubblicamente esortato le autorità regolatorie europee a “lasciar consolidare liberamente le imprese della difesa”, sottolineando che l’applicazione di criteri antitrust ordinari a un settore intrinsecamente strategico rischia di lasciare ‘industria europea “marginale” rispetto ai competitor globali.

 La creazione di Bromo, ad esempio, ha richiesto negoziati complessi non solo tra le tre aziende coinvolte ma anche con i rispettivi governi nazionali, preoccupati di preservare sovranità tecnologica in settori considerati critici come l’osservazione della Terra, le comunicazioni satellitari sicure e l’accesso autonomo allo spazio.

 

Nel settore della cantieristica militare l’integrazione procede con ancora maggiori difficoltà. Un’analisi del 2020 evidenziava come “nel campo navale i progetti comuni languono” e come questo comparto industriale necessiti “di un consolidamento e di una razionalizzazione degli investimenti a livello europeo”. La natura particolarmente strategica del settore navale, legato alla proiezione di potenza e alla sovranità nazionale, rende più complessa l’accettazione politica di processi di consolidamento transnazionale.

Il Libro Bianco propone la creazione di “progetti di difesa di comune interesse europeo”, definiti dagli Stati membri e che beneficeranno degli incentivi dell’UE. Questo approccio cerca di bilanciare la necessità di integrazione con il rispetto delle prerogative nazionali, incentivando la cooperazione piuttosto che imponendola. Come osservato da diversi analisti, questo approccio volontaristico rischia però di essere troppo graduale rispetto all’urgenza della situazione strategica.

 

Un elemento particolarmente rilevante riguarda l’integrazione dell’industria ucraina della difesa nell’ecosistema europeo. Il Libro Bianco dedica un’intera sezione al tema, riconoscendo che “gli ultimi tre anni hanno stimolato l’Ucraina a sviluppare rapidamente la propria capacità militare” e che oggi “l’Ucraina utilizza l’esperienza acquisita in prima linea per adattare e aggiornare continuamente gli equipaggiamenti, al punto da diventare il principale laboratorio mondiale di innovazione tecnologica e di difesa”. Il documento propone di “associare l’Ucraina alle iniziative dell’UE per lo sviluppo delle capacità di difesa e l’integrazione delle rispettive industrie della difesa”.

 

Questa integrazione dell'Ucraina presenta molteplici vantaggi. In primo luogo, consente di beneficiare dell'esperienza operativa unica acquisita sul campo di battaglia. In secondo luogo, l'industria ucraina della difesa ha dimostrato capacità innovative significative, particolarmente nei settori dei droni, dell'intelligenza artificiale applicata ai sistemi d'arma, e dell'adattamento rapido di equipaggiamenti esistenti.] In terzo luogo, l'integrazione industriale rafforza i legami strategici e politici tra l'Unione e l'Ucraina, fornendo garanzie di sicurezza a lungo termine.

 

L’urgenza ucraina: dalla solidarietà strategica all’integrazione strutturale.

 

Il sostegno all’Ucraina rappresenta non solo un imperativo morale e politico, ma anche una priorità strategica per la sicurezza europea. Come afferma il Libro Bianco, “il futuro dell'Ucraina è fondamentale per il futuro dell’intera Europa”. Dal febbraio 2022, l’UE e gli Stati membri hanno fornito circa 50 miliardi di euro di sostegno militare all’Ucraina, anche attraverso il Fondo Europeo per la Pace. Tuttavia, come riconosciuto esplicitamente nel documento, “le esigenze di difesa dell’Ucraina continueranno a essere elevate ben oltre qualsiasi cessate il fuoco o accordo di pace a breve termine”.

 

La “Strategia porcospino” proposta dal Libro Bianco per l’Ucraina si articola su due dimensioni complementari. Da un lato, l’aumento dell’assistenza militare attraverso forniture di munizioni di artiglieria (con un obiettivo minimo di due milioni di proiettili all’anno), sistemi di difesa aerea, missili e droni. Dall’altro, il sostegno diretto all’industria della difesa ucraina, riconosciuto come “il modo più efficace ed efficiente in termini di costi per sostenere gli sforzi militari dell'Ucraina”.

 

La capacità produttiva stimata dell’industria ucraina della difesa raggiungerà circa 35 miliardi di dollari nel 2025. L’integrazione di questa capacità produttiva nell’ecosistema europeo della difesa presenta vantaggi reciproci significativi. Per l’Europa, significa accesso a capacità produttive flessibili, innovative e testate sul campo. Per l’Ucraina, significa integrazione nel mercato europeo, accesso a tecnologie avanzate e garanzie di sicurezza a lungo termine attraverso l’interdipendenza industriale.

 

Il nuovo strumento SAFE permetterà all’industria della difesa ucraina di partecipare ad appalti collaborativi al pari dell’industria dell’UE.

 La Commissione ha inoltre proposto di estendere i corridoi di mobilità militare all’Ucraina e di valutare l’accesso dell’Ucraina ai servizi governativi spaziali dell’UE, compreso l’accesso ai servizi di posizionamento, navigazione, comunicazioni e osservazione della terrestre.

 

Questa integrazione rappresenta una forma di garanzia di sicurezza alternativa o complementare all’adesione alla NATO. Come osservato in diverse analisi, l’interdipendenza industriale e l’integrazione delle catene del valore della difesa creano legami strutturali che rendono la sicurezza dell’Ucraina indissolubilmente legata alla sicurezza dell’Unione Europea. Questo approccio richiama il modello utilizzato nella costruzione europea originaria, dove l’integrazione economica (CECA) creò le feconde basi per l’integrazione politica successiva.

 Prospettive: verso un Sistema di Difesa Europeo?

 

Le iniziative analizzate in queste pagine rappresentano un progresso significativo verso la costruzione di una difesa europea integrata. L’ammontare delle risorse mobilitate, l’articolazione degli strumenti finanziari e normativi, e la chiarezza della diagnosi contenuta nel Libro Bianco costituiscono elementi senza precedenti nella storia dell’integrazione europea nel settore della difesa.

 

Come osservato da Frenella McGerty dell’International Institute for Strategic Studies (IISS), il piano REARM Europe rappresenta “una risposta necessaria ma economicamente impegnativa” al mutato contesto di sicurezza.

 McGerty evidenzia rischi fiscali e politici significativi. Sebbene misure come l’allentamento delle regole sul debito e i fondi fuori bilancio possano fornire flessibilità finanziaria a breve termine, essi esacerbano anche le preoccupazioni sul debito a lungo termine, specialmente considerando le pressioni finanziarie esistenti derivanti da demografia e impegni climatici.

 

La sostenibilità economica a lungo termine degli sforzi di riarmo europeo richiede non solo risorse finanziarie consistenti, ma anche una gestione fiscale prudente per evitare instabilità economica. In questo senso, l’integrazione industriale e il superamento delle duplicazioni non sono solo imperativi strategici, ma anche necessità economiche. Come evidenziato dal dato dei 75,5 miliardi di euro annui sprecati in duplicazioni, una spesa più coordinata e razionale può liberare risorse significative senza necessariamente aumentare il carico fiscale complessivo.

 

La questione politica fondamentale rimane quella della volontà degli Stati membri di procedere verso forme di integrazione che comportino la cessione di quote di sovranità nazionale in materia di difesa. La storia dell’integrazione europea mostra che i progressi più significativi si sono verificati quando crisi acute hanno reso evidenti i limiti degli approcci puramente intergovernativi. La crisi finanziaria del 2008-2012 ha portato al rafforzamento della governance economica europea. La pandemia di COVID-19 ha reso possibile l’adozione del Next Generation EU, segnando una svolta nella solidarietà fiscale europea. La guerra in Ucraina potrebbe rappresentare il catalizzatore per un salto qualitativo nell’integrazione della difesa.

 

Come rilevato nelle conclusioni del Consiglio Europeo del 20 marzo 2025, è necessaria “una rapida accelerazione di tutte le iniziative correlate per rafforzare le capacità di difesa dell’Europa già nei prossimi cinque anni”. Questa accelerazione richiede non solo risorse finanziarie e strumenti normativi, ma anche una visione politica chiara e la determinazione a procedere verso un Sistema di Difesa Europeo con meccanismi decisionali più integrati, strutture di comando comuni e una base industriale realmente europea.

Il percorso verso questa integrazione non è privo di ostacoli. Permangono differenze significative tra gli Stati membri riguardo alle priorità strategiche, ai rapporti con la NATO, e alla disponibilità a delegare competenze nazionali. L’auspicio è che, come osservato nella relazione finale del Parlamento italiano sugli affari internazionali, “le odierne sfide internazionali non determineranno necessariamente una crisi interna all’Unione, bensì promuoveranno un’azione europea più coordinata e attiva nel mondo attraverso la concretizzazione della difesa comune”.

 

Conclusioni.

L’industria europea della difesa si trova a un punto di svolta storico. Il mutato contesto geopolitico, caratterizzato dall’aggressione russa all'Ucraina, dalle crescenti tensioni globali e dal drastico riposizionamento strategico degli Stati Uniti, rende indifferibile la costruzione di una credibile capacità di difesa autonoma europea.

 

Gli strumenti finanziari e normativi recentemente introdotti: EDIRPA, il piano REARM Europe/Readiness 2030, lo strumento SAFE, costituiscono progressi significativi e senza precedenti. Le risorse mobilizzate, potenzialmente superiori a 800 miliardi di euro nei prossimi anni, potrebbero in linea teorica colmare i gap capacitivi più urgenti. Le alleanze industriali emergenti, come quelle perseguite da Leonardo e da altri gruppi europei, creano dal basso quella integrazione che le decisioni politiche stentano a imporre dall'alto.

 

La frammentazione strutturale dell’industria europea della difesa, con i suoi 172 diversi sistemi d’arma contro i 32 statunitensi, con i suoi 75,5 miliardi di euro annui sprecati in duplicazioni, non può essere superata solo attraverso incentivi finanziari e cooperazioni volontarie. È necessario un salto qualitativo nell’integrazione politica e nel coordinamento strategico.

 

Il paradosso regolatorio degli ultimi due decenni, ortodossia antitrust verso l’interno, apertura asimmetrica verso l’esterno, ha indebolito strutturalmente l’industria europea mentre competitori extra-UE consolidavano campioni nazionali di dimensioni continentali. Le gelosie industriali nazionali, mascherate da preoccupazioni per la concorrenza, hanno impedito la creazione di quei campioni europei che oggi sarebbero indispensabili per competere globalmente. Per proteggere simboli industriali domestici ormai inadeguati, l’Europa ha sacrificato la possibilità di costruire un’industria della difesa realmente competitiva.

 

Come ha coraggiosamente affermato Roberto Cingolani, le aziende europee devono “allearsi, sacrificando la loro sovranità sul ridotto mercato domestico per poter competere insieme sull’immenso mercato globale”. Questo principio, valido per le imprese, deve estendersi anche agli Stati. La costruzione di un Sistema di Difesa Europeo richiede la disponibilità a delegare a livello sovranazionale almeno alcune competenze strategiche, creando meccanismi decisionali che vadano oltre la cooperazione intergovernativa tradizionale.

L’integrazione dell’industria ucraina della difesa nell’ecosistema europeo rappresenta sia un’opportunità strategica che un modello di come l’interdipendenza industriale possa creare garanzie di sicurezza strutturali. L’esperienza operativa ucraina, le capacità innovative dell’industria di Kijv, e la necessità di garantire la sicurezza a lungo termine dell’Ucraina convergono verso una logica di integrazione profonda che potrebbe costituire un precedente per ulteriori sviluppi dell’integrazione europea della difesa.

 

La sostenibilità a lungo termine dello sforzo di riarmo europeo dipende dalla capacità di superare le inefficienze strutturali. In questo senso, la questione della difesa europea non è primariamente quantitativa, spendere di più, ma qualitativa: spendere meglio, in modo coordinato, evitando duplicazioni, massimizzando le economie di scala, garantendo l’interoperabilità.

 

Il Libro Bianco sulla Difesa Europea del marzo 2025 rappresenta un documento programmatico di straordinaria importanza. Come ogni documento programmatico, il suo valore dipenderà dalla concreta implementazione. I prossimi anni saranno decisivi. L’Europa ha di fronte una scelta storica: procedere verso un’autentica integrazione della difesa, con tutti i costi politici e le rinunce di sovranità che ciò comporta, oppure perpetuare un sistema frammentato che, per quanto finanziariamente ineccepibile, rimarrà strutturalmente inadeguato rispetto alle sfide del nuovo ordine internazionale.

Come affermato nelle conclusioni del Consiglio Europeo, “un’UE più robusta e capace contribuirà positivamente alla sicurezza globale e transatlantica, fungendo da complemento alla NATO”.

Questa visione di un’Europa più forte, autonoma ma non isolazionista, capace di difendere i propri cittadini e di contribuire alla stabilità internazionale, richiede determinazione, visione politica e la volontà di compiere scelte coraggiose.

 La storia non perdonerà l’inazione di fronte a sfide esistenziali.

L’imperativo dell’integrazione non è più rinviabile.

 

 

 

Ceuta apre la crepa, Meloni

 alza il muro: l’Europa si spacca

(sempre di più) sull’immigrazione.

 

Eunews.it – (10 agosto 2026) – Anna Chiara Magenta – Redazione – ci dice:

Mentre resta aperto il braccio di ferro tra Italia e Spagna, Berlino torna a chiedere a Roma di riprendere i trasferimenti dei cosiddetti “dublinanti”, i richiedenti asilo entrati nell'UE attraverso un Paese e successivamente trasferitisi in un altro Stato membro.

 Intanto Meloni trova invece una sponda nella premier danese Mette Frederiksen, con cui condivide la necessità di rafforzare i rimpatri.

 

Bruxelles – La crisi migratoria di Ceuta, l’exclave spagnola in terra nordafricana, ha aperto una voragine tra i Paesi membri dell’Unione europea, sconvolgendo gli equilibri – già precari – tra i leader europei ed evidenziandone le differenze strutturali. In risposta al no secco dell’Italia di riaprire lo spazio Schengen con la Spagna – che rimarrà sospeso almeno fino al 15 agosto – il governo di Pedro Sánchez ha risposto con la stessa moneta: per coloro in viaggio dall’Italia, controlli agli aeroporti e alle frontiere.

Ma non bastano le contromisure spagnole per spingere a una riflessione gli animi protezionisti italiani.

Perché, per Meloni, la posta in gioco è ben più alta.

 

E lo scontro non si ferma a Madrid.

 Mentre resta aperto il braccio di ferro con la Spagna, Berlino torna a chiedere a Roma di riprendere i trasferimenti dei cosiddetti “dublinanti”, riaprendo un dossier che rischia di trasformare la gestione dei flussi migratori in un nuovo terreno di confronto tra Italia e Germania

. E sul fronte politico, Meloni trova invece una sponda nella premier danese Mette Frederiksen, con cui condivide la necessità di rafforzare i rimpatri e di spostare fuori dai confini europei la gestione di una parte dei migranti.

 

È così che, dopo Ceuta, la partita sull’immigrazione si allarga.

Da una parte Meloni prova a fare fronte comune con i governi europei più rigidi, dall’altra si trova a dover difendere la posizione italiana nei confronti degli stessi partner con cui condivide la linea politica.

 Una contraddizione solo apparente, che racconta quanto sia diventato difficile per l’Europa trovare una posizione comune sulla gestione delle frontiere e dei migranti.

 

Per Meloni la partita non si gioca soltanto a livello internazionale. Interessa anche il fronte interno, in vista delle elezioni del prossimo anno e della crescente minaccia di Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, che con lo slogan della “Re-migrazione” punta a conquistare proprio quella fetta di elettorato più a destra che la presidente del Consiglio non può permettersi di perdere.

 La crisi di Ceuta, dunque, rischia di essere molto più di una disputa sul controllo delle frontiere: è diventata il punto di partenza di una nuova fase dello scontro europeo sull’immigrazione, nella quale Roma è chiamata a tenere insieme alleanze, interessi nazionali e consenso interno.

 

La linea italiana.

“Non faremo marcia indietro di un millimetro sull’immigrazione illegale”, ha scritto Meloni su “X” mentre i suoi alleati attaccavano il governo socialista spagnolo, accusandolo di non riuscire a gestire i flussi migratori.

 “Difendere i nostri confini, fermare i trafficanti di esseri umani e garantire un rimpatrio efficace continuerà a essere la politica di questo governo”, ha aggiunto.

La premier ha così ribadito una delle colonne portanti della sua agenda politica proprio mentre la crisi di Ceuta riporta il tema al centro del dibattito europeo.

 Lo scontro con Madrid diventa quindi anche un’occasione per Meloni di riaffermare la propria identità politica, dopo anni nei quali, a Bruxelles, ha progressivamente costruito un’immagine più moderata e dialogante.

 

Secondo quanto evidenziato anche da Politico, Meloni non vuole rischiare di essere battuta a destra sul suo stesso terreno.

Con le elezioni previste per il 2027 e un nuovo rivale che prova a occupare lo spazio dell’estrema destra, la questione migratoria torna a essere uno strumento per distinguersi e, soprattutto, per non lasciare scoperto il fianco destro del governo.

 

Il partito di Vannacci, Futuro Nazionale, è avanzato nei sondaggi, superando uno dei partner della coalizione di governo, la Lega, e guadagnando terreno su Forza Italia.

Per Meloni, che ha costruito la propria carriera politica proprio nell’area della destra più radicale, la sfida è particolarmente delicata:

mantenere il profilo europeo e istituzionale conquistato negli ultimi anni senza perdere il controllo della propria base elettorale.

 

E dopo Madrid, arriva Berlino.

A complicare ulteriormente il quadro c’è ora anche la Germania di Friedrich Merz.

 Il governo tedesco si è detto pronto a “riattivare i trasferimenti” verso l’Italia dei cosiddetti “dublinanti”, cioè i richiedenti asilo entrati nell’UE attraverso un Paese e successivamente trasferitisi in un altro Stato membro.

La questione è apparentemente tecnica, ma rischia di trasformarsi nell’ennesimo terreno di scontro politico tra Roma e una capitale europea.

Berlino sostiene che, con l’entrata in applicazione del” nuovo Patto sulla migrazione” e l’asilo il 12 giugno, siano cambiate le condizioni che avevano consentito una sorta di congelamento dei trasferimenti verso l’Italia.

 “Il funzionamento del sistema di Dublino è una condizione imprescindibile per il successo del Sistema europeo comune di asilo”, ha spiegato un portavoce del ministero dell’Interno tedesco, sottolineando che Berlino si aspetta la ripresa dei trasferimenti verso Italia e Grecia.

 

Roma, però, contesta questa lettura. Secondo il Viminale, le pendenze relative ai migranti arrivati in Europa prima del 12 giugno devono essere considerate chiuse nei rapporti con la Germania e con altri Paesi con cui erano state raggiunte specifiche intese. E per quelli arrivati dopo l’entrata in vigore del nuovo Patto, sarebbe ancora troppo presto per stabilire quanti abbiano effettivamente raggiunto altri Stati membri e possano quindi essere trasferiti nuovamente in Italia.

 

Ma il punto più interessante della posizione italiana è un altro: le eventuali richieste tedesche dovrebbero essere valutate anche alla luce della solidarietà europea. Roma vuole mettere sul tavolo gli sbarchi avvenuti dopo operazioni di soccorso condotte da navi di ONG battenti bandiera di altri Paesi europei, molte delle quali tedesche. Non significa che la Germania diventi automaticamente responsabile delle domande d’asilo: secondo le regole europee, in linea generale è lo Stato in cui avviene lo sbarco a essere responsabile dell’esame della richiesta. Ma il nuovo Patto riconosce il peso degli sbarchi sui Paesi mediterranei e prevede meccanismi di solidarietà.

 

Non è un dettaglio. L’Italia è stata classificata dalla Commissione europea, insieme a Grecia, Cipro e Spagna, tra i Paesi sottoposti a pressione migratoria e quindi beneficiari del meccanismo di solidarietà. Per il 2026 il bacino europeo equivale a 21mila ricollocamenti o altre misure, oppure a 420 milioni di euro di contributi finanziari.

 

Una frattura che si allarga.

E proprio qui si misura la complicazione della posizione italiana dopo Ceuta.

La crisi con la Spagna ha riaperto la discussione sui controlli alle frontiere interne e sulla libertà di circolazione;

quella con la Germania rischia ora di riportare in primo piano la questione di chi debba farsi carico dei migranti che, dopo essere entrati dalla frontiera esterna dell’UE, si spostano verso altri Stati membri.

Secondo una valutazione pubblicata dalla Commissione europea il 15 luglio, nelle prime settimane di applicazione del nuovo sistema otto Stati membri avevano già inviato all’Italia dodici richieste di trasferimento, tutte respinte da Roma. Bruxelles ha ricordato che, con le nuove regole, lo Stato destinatario non può semplicemente rifiutare il trasferimento, ma deve eventualmente proporre una data alternativa. È su questo terreno che la linea italiana sulle “compensazioni” potrebbe diventare decisiva. Roma non sembra intenzionata ad accettare passivamente il ritorno dei dublinanti senza chiedere, in cambio, una maggiore condivisione del peso migratorio.

 

E mentre la disputa con Madrid resta aperta, anche altri governi europei irrigidiscono le proprie posizioni. Oggi (10 agosto) Meloni e la premier danese Mette Frederiksen hanno condiviso sui social alcune riflessioni sulla sicurezza dei cittadini e sulla necessità di difendere “i nostri valori e il nostro modo di vivere”.

Tra le proposte, la realizzazione di centri per i rimpatri in Paesi terzi e altre “soluzioni innovative”, sempre “al di fuori dell’Europa”.

Il capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo, Carlo Fidanza, sostiene che “l’impegno di una donna progressista come Frederiksen dimostra che anche a sinistra ci si possa ritrovare su queste posizioni di buon senso”.

 

Il rischio, per Bruxelles, è che la crisi di Ceuta non resti una crisi bilaterale.

 Che diventi invece il sintomo di una frattura più ampia, nella quale ogni governo cerca di difendere il proprio spazio politico interno e scaricare sugli altri il peso delle frontiere esterne.

E l’Italia, questa volta, sembra intenzionata a giocare la partita fino in fondo.

 

 

Ceuta spacca l’UE: martedì il “faccia

 a faccia” tra i ministri dell’Interno.

Eunews.it – (03 – 08 - 2026) – Anna Chiara Magenta – Redazione – ci dice:

 

La Spagna accusa i partner di averla lasciata sola dopo la crisi migratoria.

 La Commissione UE difende Madrid, ma lo scontro sulla gestione dei flussi resta aperto.

 

Bruxelles – Le settantadue ore di caos a Ceuta, l’exclave spagnola sulla costa settentrionale del Marocco e una delle frontiere esterne dell’Unione europea, hanno aperto ad una delle più profonde fratture politiche tra gli Stati membri degli ultimi tempi.

 Domani (4 agosto), i ministri dell’Interno dei Ventisette si riuniranno in videoconferenza per cercare una risposta comune alla crisi migratoria, ma il vero scontro sarà tutto politico.

 Il presidente del governo spagnolo, Pedro Sánchez, già alle prese con un crescente malcontento interno, si ritrova questa volta sotto pressione non tanto da parte dell’opposizione nazionale quanto dai suoi partner europei.

 Dopo l’ingresso irregolare di circa 60 mila migranti a Ceuta venerdì scorso e il rapido ripristino del controllo della frontiera da parte delle autorità spagnole e marocchine, Madrid si aspettava una dimostrazione di solidarietà europea.

Al suo posto è arrivata una spaccatura.

 

“La reazione è stata piuttosto asimmetrica”, scrive Sánchez nella lettera inviata sabato (1° agosto) alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, al presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa e al premier irlandese, Micheál Martin, che guida la presidenza di turno del Consiglio dell’UE.

“La maggior parte” dei governi “ci ha mostrato sostegno e solidarietà, offrendo assistenza”.

Ma non tutti.

Per questo il premier socialista ha chiesto la convocazione urgente di una riunione dei ministri dell’Interno per “stabilire una risposta comune” e “riaffermare che la sicurezza dei nostri confini esterni è una responsabilità condivisa di tutti gli Stati membri, e non solo di quelli sulla prima linea dell’Unione”.

 

C’è però un altro passaggio della lettera che fotografa il clima alla vigilia del vertice. Sánchez denuncia infatti quei governi che “hanno scelto di attaccare la Spagna e hanno chiesto la sua temporanea esclusione dallo spazio Schengen“, arrivando ad attribuire tali posizioni a “pregiudizi, fake news, ignoranza o interessi politici”. Un riferimento diretto all’Italia e agli altri Paesi che hanno contestato la gestione spagnola della crisi.

 

La risposta è arrivata quasi in contemporanea. Ventidue leader europei, su iniziativa di Italia e Danimarca, hanno firmato una seconda lettera indirizzata agli stessi vertici dell’Unione. Pur riconoscendo gli sforzi di Madrid e la collaborazione con il Marocco, il documento invita a rafforzare il controllo delle frontiere esterne, eliminare tutti i possibili “fattori di attrazione” dell’immigrazione irregolare – compresi i programmi di regolarizzazione di massa – e chiede anch’esso una riunione urgente dei ministri dell’Interno.

 

A difendere Madrid è intervenuto anche il commissario europeo per gli Affari interni e l’Immigrazione, Magnus Brunner, che in risposta a un’interrogazione parlamentare sui movimenti di richiedenti asilo tra Algeria e isole Baleari – una questione migratoria distinta dagli eventi di Ceuta – ha finito per lanciare un monito agli Stati membri. La Spagna, ha ricordato Brunner, “era già da tempo un Paese sottoposto a forti pressioni migratorie” e per questo destinatario dei meccanismi europei di solidarietà. Una solidarietà che, tuttavia, di fronte alla crisi di Ceuta, sarebbe venuta meno proprio nel momento in cui Madrid ne aveva più bisogno.

 

Un richiamo alla responsabilità condivisa che si è riflesso anche nelle parole della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che in una lettera a Sánchez ha elogiato la gestione “efficiente ed efficace” della crisi da parte delle autorità spagnole e marocchine, ribadendo che la migrazione “è una sfida europea che richiede una risposta europea”. Von der Leyen ha indicato cinque priorità – prevenzione degli arrivi irregolari attraverso la cooperazione con i Paesi terzi, rafforzamento delle frontiere esterne, sistemi di allerta, lotta ai trafficanti e rimpatri – sottolineando che la Spagna può contare sul sostegno della Commissione. Un messaggio che, nelle intenzioni di Bruxelles, mira a ricondurre la crisi di Ceuta da uno scontro tra governi nazionali a una responsabilità collettiva dell’Unione.

 

Lo scontro politico si è materializzato rapidamente anche in una questione di Schengen, benché’ nessun migrante sia arrivato sul suolo del Continente europeo.

 Alla vigilia della videoconferenza, la Commissione europea ha ricevuto dall’Italia la notifica della reintroduzione temporanea dei controlli alle frontiere interne con la Spagna, in vigore dal 1° agosto al 1° settembre per i collegamenti aerei e marittimi. Roma motiva la decisione con il rischio di movimenti secondari derivanti dalla crisi di Ceuta.

La misura è prevista dal Codice frontiere, Schengen, che consente agli Stati membri di ripristinare temporaneamente i controlli interni in presenza di una grave minaccia all’ordine pubblico o alla sicurezza interna.

Si tratta però di uno strumento di ultima istanza, che deve rispettare i principi di necessità e proporzionalità ed è soggetto al monitoraggio della Commissione europea.

 L’Italia non è l’unico Paese ad averne fatto ricorso: controlli temporanei sono già in vigore anche in Germania, Francia, Austria, Paesi Bassi, Polonia, Svezia e Norvegia, seppure per motivazioni differenti.

 

Domani i ministri saranno chiamati a discutere di Frontex, cooperazione con il Marocco e gestione dei confini esterni.

Ma il vero banco di prova sarà capire se i Ventisette riusciranno a ricomporre una frattura politica che, in appena tre giorni, ha trasformato la crisi di Ceuta nell’ennesimo terreno di scontro sulla politica migratoria europea.

 

 

 

Ceuta spacca l’Europa,

Meloni guida il fronte dei 22.

Stylo24.it - Redazione – (2 Agosto 2026) - Esteri – ci dice:

 

Vertice urgente dei ministri Ue, scontro con Sánchez, nuovi hub africani e controlli alle frontiere mentre nell’exclave cresce il bilancio delle vittime.

Ceuta divide l’Europa.

 Ventidue governi chiedono una risposta comune alla crisi migratoria, ma dietro la formula dell’unità si apre uno scontro politico tra Roma e Madrid.

Giorgia Meloni guida il fronte che punta su rimpatri, accordi con i Paesi africani e controlli alle frontiere.

Pedro Sánchez replica accusando alcuni partner di egoismo e violazione dei principi europei.

 

Nell’exclave spagnola la pressione diminuisce, ma resta una città segnata. Migliaia di migranti sono tornati in Marocco, centinaia dormono ancora all’aperto, i centri di accoglienza sono pieni e il mare continua a restituire corpi. Intanto l’Italia ha sospeso Schengen per i viaggiatori extra Ue provenienti dalla Spagna, facendo scattare verifiche in porti e aeroporti.

 

I ministri europei convocati dopo la crisi.

I ministri dell’Interno e della Giustizia dei Ventisette si riuniranno in videoconferenza per cercare una «risposta unitaria». Il fronte comune, però, resta lontano.

 

La lettera promossa da Meloni e dalla prima ministra danese Mette Frederiksen è stata firmata da altri venti Stati.

Il documento chiede una riunione urgente perché «abbiamo il dovere di scoraggiare efficacemente e combattere senza sosta la migrazione illegale».

 

Il testo contiene una critica indiretta alla politica spagnola. I firmatari contestano «politiche che possono fungere da fattori di attrazione, come la regolarizzazione di un numero molto elevato di migranti irregolari».

I ventidue governi parlano di «sostegno alla Spagna» e di «cooperazione dell’Ue con il Marocco». Sul tavolo mettono anche la possibilità di reintrodurre «controlli temporanei alle frontiere interne».

La sospensione di Schengen, già applicata dall’Italia per un mese, entra così nel confronto europeo. Francia e Portogallo non firmano la lettera, pur condividendo con la Spagna lunghi confini terrestri.

Emmanuel Macron sceglie una linea diversa e ribadisce la solidarietà alla Spagna e il sostegno all’«azione congiunta di lotta contro l’immigrazione clandestina».

 

Sánchez accusa Roma e i governi del Nord.

Pedro Sánchez chiede a sua volta una risposta comune, ma attacca la linea promossa da Italia, Danimarca e Finlandia.

Nella lettera inviata alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen denuncia la «reazione egoistica, polarizzante e illegale di alcuni partner europei», che avrebbero scelto di colpire la Spagna e di chiederne l’esclusione temporanea dall’area Schengen.

 

Il premier spagnolo alza il tono: «Un simile atteggiamento — alimentato da pregiudizi, notizie false, ignoranza o interessi politici — non solo è contrario al diritto europeo, al diritto umanitario e ai principi di solidarietà che ci uniscono. Ciò è inoltre contrario agli interessi a lungo termine dell’Europa».

Lo scontro con Meloni diventa diretto quando Sánchez richiama i dati di Frontex.

 «La Spagna, secondo Frontex, ha uno dei confini esterni meno permeabili dell’Unione europea, con un numero di ingressi irregolari pari alla metà di quello registrato, ad esempio, in Italia negli ultimi anni».

Madrid respinge così l’accusa di avere aperto una rotta verso il resto dell’Unione. Von der Leyen conferma che «nessuna persona ha raggiunto la Spagna continentale o il resto dell’Ue» partendo da Ceuta.

Resta però il nodo politico. Il Marocco ha lasciato passare decine di migliaia di persone, trasformando una crisi locale in una prova per l’intera architettura europea.

 

Meloni prepara nuovi hub per i rimpatri.

Dopo la lettera, il governo italiano passa alle proposte. La prima riguarda la costruzione di centri per il rimpatrio ispirati al modello Albania, ma finanziati con fondi europei e localizzati soprattutto in Africa.

L’Italia porterà il piano al tavolo dei ministri attraverso Matteo Piantedosi. La lista preliminare comprende Ruanda, Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Mauritania, Egitto, Uganda, Etiopia, Uzbekistan, Armenia e Montenegro.

 

Palazzo Chigi considera la firma dei ventidue governi una prova della capacità italiana di portare gran parte dell’Europa sulle proprie posizioni. «La difesa delle frontiere esterne dell’Unione non è l’interesse di una singola nazione. È una responsabilità comune dell’Europa».

La rete degli Stati favorevoli a una linea più dura nasce dal gruppo informale dei Paesi “like mende”, riunito da tempo prima dei Consigli europei. Ne fa parte anche la Germania, la cui adesione attribuisce maggiore peso all’iniziativa.

L’assenza della Francia viene interpretata dal governo italiano come una scelta politica legata alla vicinanza tra Macron e Sánchez. Nelle stanze di Palazzo Chigi, Parigi e Madrid vengono descritte come isolate rispetto al nuovo equilibrio europeo.

Sul piano interno, l’operazione serve anche a rispondere alle critiche delle opposizioni e di Roberto Vannacci. Il messaggio è che Meloni non sarebbe isolata e avrebbe imposto il tema della difesa dei confini all’agenda dell’Unione.

 

Dazi e rimpatri nel piano europeo per l’Africa.

Il governo vuole affiancare agli hub un sistema di incentivi e penalizzazioni economiche. Il punto di partenza è il programma Gsp+, che lega i vantaggi daziari concessi ai Paesi in via di sviluppo alla collaborazione nella riammissione dei cittadini presenti illegalmente nell’Unione.

L’obiettivo è costruire una versione europea del Piano Mattei. Aiuti, investimenti e accesso privilegiato al mercato dovrebbero dipendere dalla disponibilità dei governi africani a controllare le partenze e ad accettare i rimpatri.

Antonio Tajani ha lavorato dietro le quinte alla raccolta delle adesioni. Il ministro degli Esteri ha criticato più volte le scelte di Madrid, giudicando «sbagliati» i seicentomila permessi concessi agli irregolari e definendoli «un incentivo al traffico di essere umani».

Da questa lettura nasce la sospensione italiana di Schengen per i collegamenti marittimi e aerei provenienti dalla Spagna e destinati ai cittadini extra Ue.

Il provvedimento potrebbe durare meno del mese annunciato. Sono in corso valutazioni sulla sua efficacia, sui costi operativi e sull’evoluzione della crisi.

Il Partito democratico contesta la gestione del governo. Elly Schlein sostiene che Sánchez «ne ha rimpatriati più in 48 ore che Meloni in quattro anni».

Francesco Boccia chiede che la presidente del Consiglio riferisca in Parlamento.

 

A Ceuta i migranti si sentono usati come armi.

Mentre i governi discutono, chi è rimasto a Ceuta racconta di essere stato trasformato in uno strumento di pressione politica.

 

Lamarini Nasseriane, studente di Economia di Casablanca, sostiene di essere stato picchiato dalla polizia spagnola. Sul comportamento delle autorità marocchine dice: «Quella marocchina invece ha chiuso un occhio e ci ha fatto passare, indicandoci pure la strada. Ci usano come pedine per fare pressione, per il resto non valiamo nulla».

 

Abdul Kerem, arrivato da Tangeri, usa un’immagine ancora più netta: «Per le autorità marocchine siamo come proiettili in un’arma. Il confronto dovrebbe essere tra governi e non far andare di mezzo i cittadini».

 

Oltre 48 mila delle circa 50 mila persone entrate nell’exclave hanno già fatto ritorno in Marocco. Il ritmo delle partenze rallenta, mentre il centro di detenzione temporanea resta pieno.

Centinaia di persone dormono fuori dalla struttura. I servizi di accoglienza non riescono più a rispondere alle richieste e la distribuzione di cibo provoca scontri.

Quando la ong Luna Blanca porta alcuni viveri, una cinquantina di migranti si accalca in pochi metri. Partono urla, spinte e una rissa. I militari riportano la calma. Alcune persone, rimaste senza nulla, si chinano per raccogliere le briciole da terra.

 

La barriera galleggiante e il quartiere in trincea.

Ceuta costruisce una barriera gonfiabile lunga cinquecento metri tra il territorio spagnolo e il Marocco. La struttura dovrebbe consentire il respingimento immediato di chi tenta di arrivare a nuoto.

La scelta risponde a una sentenza del Tribunale supremo spagnolo, secondo la quale il respingimento può avvenire soltanto dopo la violazione di un ostacolo fisico.

La città prova lentamente a riaprire. Alcuni negozi sollevano le serrande, ma nelle strade restano soldati e pattuglie. Molti residenti non escono di casa.

Nel quartiere del Principe la crisi è entrata nei vicoli. I migranti hanno attraversato l’area, sono scoppiati scontri e alcune abitazioni sono state controllate alla ricerca di cibo.

I residenti organizzano ronde, ma nello stesso tempo aiutano chi arriva ferito o stremato. Ibrahim, nato e cresciuto nel quartiere, distribuisce viveri con la moto: «Questa gente non ha colpa, a Ceuta non c’è lavoro, non c’è niente, sono stati ingannati, è stata una trappola politica».

 

Poi difende il barrio: «Ci dipingono come un quartiere malfamato, siamo cresciuti con questa nomea ma qui non ci sono solo criminali, siamo anche gente che aiuta. La verità è che le autorità ci hanno dimenticato, stiamo ancora aspettando che aprano un commissariato».

Ottantaquattro morti e cinquecento minori soli.

Il mare continua a restituire cadaveri. La Guardia civil recupera 67 corpi nelle acque spagnole. Almeno altri 17 vengono trovati lungo la costa marocchina.

Il bilancio sale così a 84 vittime, mentre proseguono le ricerche dei dispersi. Molti hanno tentato di raggiungere Ceuta a nuoto, aggrappandosi a salvagenti, camere d’aria e piccoli canotti.

 

Le camere mortuarie non bastano. I locali allestiti nel vecchio ospedale militare sono pieni.

 

Nelle stanze vicine si trovano almeno cinquecento minorenni che non possono essere rimpatriati. Tra loro c’è un neonato di tre mesi, arrivato su un canotto di plastica senza adulti che ne abbiano rivendicato la responsabilità.

La tragedia umanitaria resta sullo sfondo dello scontro europeo. I governi discutono di Schengen, hub e rimpatri, mentre Ceuta deve gestire corpi senza nome, bambini soli e persone senza un posto in cui dormire.

La presidente della Commissione invita l’Europa a «imparare dalle esperienze passate per migliorare la nostra resilienza europea». La sfida sarà farlo senza lasciare che le frontiere diventino terreno di ricatto.

 

Il Marocco modello mostra le sue crepe.

Le immagini di Ceuta smentiscono la narrazione ufficiale di un Marocco in piena crescita. Il regno celebra turismo, industria automobilistica, aeronautica, infrastrutture e Mondiali di calcio, ma migliaia di giovani rischiano la vita per lasciarlo.

Mentre l’emergenza cresceva, Mohammed VI concludeva le celebrazioni per l’anniversario della sua ascesa al trono nella località balneare di M’diq. Tra gli ospiti c’era il presidente della Fifa Gianni Infantino, che annunciava «la migliore Coppa del mondo, nel più bel Paese del mondo».

L’Associazione in difesa dei diritti dell’uomo in Marocco invita a non ridurre tutto a un episodio migratorio: «Rischiare la vita per lasciare il Paese significa una perdita di speranza, sintomo di un problema a più dimensioni: la restrizione delle libertà, l’indebolimento dello Stato di diritto, la disoccupazione, la precarietà, l’aumento del costo della vita, le diseguaglianze».

Le proteste della Generazione Z avevano già mostrato la rabbia per gli investimenti destinati a stadi e autostrade mentre scuole e ospedali restano senza risorse.

 

Acraf Mahmoud racconta che sui social si era diffusa la notizia di un presunto via libera verso Ceuta. In un Paese dove l’intelligence controlla capillarmente la rete, cresce il sospetto che Rabat abbia tollerato o favorito la mobilitazione.

 

Le forze marocchine sono rimaste ferme mentre migliaia di persone superavano la frontiera. La spiegazione ufficiale parla di una pressione ingestibile. Madrid ricorda però il precedente in cui il Marocco aveva già usato i migranti come risposta politica.

Sahara, Algeria e Stati Uniti dietro la crisi

Il nodo geopolitico resta il Sahara Occidentale. Il territorio, ex colonia spagnola, è controllato in gran parte dal Marocco e rivendicato dal Fronte Polisario, sostenuto dall’Algeria.

Madrid ha appoggiato il piano marocchino di autonomia, ma Sánchez ha poi cercato di ricucire i rapporti con Algeri per aumentare le forniture di gas.

 

Secondo il giornalista Christophe Ayad, quella visita ha irritato Rabat: «Certamente quella visita li ha molto innervositi: sono diventati molto suscettibili, come un bambino capriccioso che nessuno osa rimproverare».

Il Marocco può contare sul sostegno degli Stati Uniti e di Israele. Gli Accordi di Abramo hanno portato alla normalizzazione dei rapporti tra Rabat e lo Stato ebraico, in cambio del riconoscimento americano del piano marocchino sul Sahara.

Washington ribadisce che «lo status quo è inaccettabile» e definisce la proposta di autonomia «seria, credibile e realista» e «l’unica soluzione».

 

La Spagna si trova così stretta tra più fronti. Ha rapporti difficili con Washington, tensioni con Israele e una dipendenza energetica dall’Algeria. Ceuta e Melilla restano i suoi punti più esposti.

Anche senza parlare di un piano coordinato, la crisi indebolisce Sánchez e rafforza i governi europei che chiedono una linea più dura sull’immigrazione.

 

Controlli italiani in porti e aeroporti.

La sospensione di Schengen produce già effetti negli scali italiani. La polizia di frontiera acquisisce le liste dei passeggeri di voli e navi provenienti dalla Spagna e identifica a campione i viaggiatori extra Ue.

I controlli servono a verificare la regolarità dei documenti, individuare passaporti contraffatti e intercettare eventuali persone ricercate.

A Fiumicino le verifiche riguardano circa sessanta voli provenienti da Madrid, Barcellona e altre città spagnole. Gli accertamenti si svolgono ai gate di arrivo e diventano più approfonditi soltanto in presenza di anomalie.

Aeroporti di Roma invita i passeggeri a viaggiare con un documento valido per l’espatrio e precisa che i voli operano regolarmente.

Lo stesso sistema viene applicato a Malpensa e Linate, con controlli sugli arrivi da Madrid, Barcellona, Malaga, Siviglia e Alicante.

 

Le verifiche coinvolgono anche le navi provenienti da Barcellona e dalle Baleari, con particolare attenzione ai porti di Civitavecchia, Genova e Porto Torres. Gli agenti controllano anche la corrispondenza tra passeggeri, veicoli e documentazione commerciale dei mezzi pesanti.

I sindacati di polizia lanciano l’allarme sul personale. Il Silp Cgil sostiene che «il ripristino temporaneo dei controlli di frontiera con la Spagna per tutto il mese di agosto rischia di paralizzare l’operatività degli scali aerei e marittimi nazionali e di gravare sulle donne e sugli uomini della Polizia di Stato».

La sigla definisce «illogico e insostenibile» imporre nuovi adempimenti nel mese di massimo traffico e durante i congedi ordinari. La richiesta è di inviare subito rinforzi nei valichi, compresi gli aeroporti di Bari, Pisa e Bologna.

 

 

 

Sánchez sotto assedio

non ci sta: «Europa egoista».

Ilmanifesto.it - Luca Tancredi Barone – (2 agosto 2026) – Redazione – ci dice:

Rientra la crisi a Ceuta, non l’attacco al governo più progressista d’Europa.

Che reagisce.

Dopo essere scampato alla tempesta di Ceuta, il governo spagnolo reagisce.

Il ministro degli interni “Fernando Grande Marasma” ieri era nell’enclave spagnola e si affannava ad assicurare, sulla scorta di quanto sostenuto il giorno prima dal presidente del governo Pedro Sánchez, che la massiccia entrata di migranti nella città spagnola sulla costa marocchina era stato «un attacco all’integrità territoriale spagnola», ma che la situazione «era tornata alla normalità in 24 ore», grazie agli sforzi del governo e alla «cooperazione» del Marocco.

 

LA POSIZIONE dell’esecutivo spagnolo è chiara: siamo stati presi alla sprovvista, il governo ha controllato la situazione rapidamente, noi e il Marocco siamo vittime delle mafie della tratta di esseri umani. Ma tutte le reazioni politiche e mediatiche delle ore successive all’emergenza sono concordi nel qualificare l’accaduto, in maniera diretta o indiretta, come una manovra di Rabat.

Non è chiaro se per fare pressioni sul Sahara occidentale, sulla sovranità di Ceuta e Melilla, per gli accordi spagnoli con l’Algeria o per la celebrazione della finale dei prossimi mondiali (organizzati da Marocco, Spagna e Portogallo) a Casablanca.

 

FATTO STA CHE persino il leader del partito popolare, Alberto Núñez Feijoa, ha parlato di «occupazione premeditata», oltre che di «invasione» (concetto cui anche la destra di Vox è molto affezionata), di cui – secondo lui – il governo era a conoscenza da giorni e non avrebbe fatto abbastanza per evitarla.

 

IN EFFETTI, negli ultimi giorni il flusso di migranti che attraversavano la frontiera era aumentato rispetto all’abituale, ma il punto di rottura era arrivato solo fra giovedì e venerdì, con l’arrivo coordinato di decine di migliaia di persone, che, secondo sempre più testimonianze, erano state fomentate da messaggi sulle reti sociali che li incoraggiavano a passare dall’altra parte con vaghe promesse, senza alcun ostacolo da parte della polizia marocchina.

IL PRESIDENTE SPAGNOLO ieri ha reagito con fermezza agli attacchi concentrici che gli sono arrivati. In una dura lettera indirizzata alla presidente della Commissione Europea, che venerdì non aveva speso neppure una parola di appoggio a Madrid, il premier esprime «seria preoccupazione» per la reazione dei suoi insolidali colleghi europei.

 

NELLA LETTERA che taccia la reazione della maggior parte dei leader europei come «egoistica, polarizzante e illegale», rivendica l’efficacia dell’azione del suo governo di fronte all’«inaspettata» entrata dei migranti, che ha «impedito qualsiasi ulteriore movimento non autorizzato verso l’Europa continentale». Strizzando l’occhiolino ai suoi soci parlamentari, Sánchez definisce la sua politica migratoria come «efficace» e dice che «ha permesso di ridurre drasticamente gli arrivi irregolari», «rendendo la Spagna il secondo paese con il confine esterno più sicuro dell’Ue, pur essendo l’unico stato membro con un confine terrestre con l’Africa», scrive.

 

E QUI ARRIVA la prima stoccata contro alcuni dei firmatari della lettera dei 22 leader anti-Spagna:

 «Questa politica di successo ci ha anche permesso di aiutare altri stati membri che si sono trovati ad affrontare crisi simili, come quando abbiamo accolto diversi migranti giunti nell’Europa orientale (in Polonia,NDR) attraverso la Bielorussia nel 2021 e Lampedusa nel 2023».

 

Rammaricandosi della reazione «disomogenea» dei suoi colleghi, dice che alcuni «hanno scelto di attaccare la Spagna e di chiederne l’esclusione temporanea dall’area Schengen», un atteggiamento che il leader socialista attribuisce a «pregiudizi, notizie false, ignoranza o interessi politici» e che definisce come «contrario al diritto europeo, al diritto umanitario e ai principi di solidarietà che ci uniscono». E poi, sostiene. è «contrario agli interessi a lungo termine dell’Europa e al buon senso più elementare, poiché Ceuta non fa parte dell’area Schengen, poiché quasi nessun migrante irregolare rimane in attesa di sbarco e poiché la Spagna, secondo Frontex, ha uno dei confini esterni meno permeabili dell’Unione europea».

 

SÁNCHEZ CONCLUDE chiedendo anche lui una riunione a stretto giro dei ministri degli interni per «definire una risposta comune a situazioni di questo tipo e di riaffermare che la sicurezza delle nostre frontiere esterne è una responsabilità condivisa da tutti gli stati membri, non solo da quelli in prima linea».

 

Mentre cercava di difendersi dagli attacchi che gli sono arrivati delle cancellerie europee e da Washington (Donald Trump aveva usato le immagini della disperazione dei migranti per avvertire che quella sarebbe stata la fine degli Usa sotto un presidente democratico), all’alba il governo passava dalle parole ai fatti e installava al largo del frangiflutti che separa Ceuta dal Marocco una barriera pneumatica galleggiante profonda un metro.

 

In questo modo si ripristina un «elemento di contenzione» alla frontiera, necessario, secondo la dottrina del Tribunale supremo, per permettere alle forze dell’ordine di espellere i migranti in maniera sommaria.

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