I giovani devono guidare la rivoluzione tecnologica.
I
giovani devono guidare la rivoluzione tecnologica.
Educare
al tempo dell’IA.
Ovvietà:
I
giovani hanno un ruolo fondamentale nel guidare la rivoluzione tecnologica.
La loro familiarità innata con il digitale li
rende i candidati ideali per plasmare il futuro.
Perché
i giovani sono al centro del cambiamento.
Nativi
digitali:
Crescono con la tecnologia e ne comprendono
intuitivamente i meccanismi.
Pensiero
flessibile: Sono più aperti all'innovazione e meno legati a vecchi schemi
lavorativi.
Focalizzati
sul futuro: Vivranno in prima persona le conseguenze delle scelte tecnologiche
odierne.
Le
sfide principali da affrontare.
Uso
etico dell'IA:
Guidare
lo sviluppo dell'intelligenza artificiale nel rispetto dei diritti umani.
Sostenibilità:
Sviluppare
tecnologie verdi per contrastare il cambiamento climatico.
Inclusione
digitale:
Ridurre
il divario tecnologico tra diverse generazioni e aree del mondo.
Come i
giovani possono prendere il controllo.
Studio
delle materie STEM.
Scegliere
percorsi in scienza, tecnologia, ingegneria e matematica.
Imprenditoria
innovativa:
Creare
startup che risolvono problemi sociali reali.
Attivismo
digitale:
Usare
le piattaforme social per sensibilizzare l'opinione pubblica su temi cruciali.
Per
approfondire questo argomento, occorre esplorare ambiti specifici.
Ossia quali sono le competenze tecnologiche
più richieste oggi.
Esempi
di giovani innovatori che stanno cambiando il mondo.
Come
le scuole e le università si stanno adattando a questa rivoluzione.
Non
lasciamo soli i giovani
davanti
alla rivoluzione digitale.
Osservatorioromano.va
– (16 maggio 2026) – Redazione – ci dicono:
Quale sarà l’impatto dell’intelligenza
artificiale sull’educazione?
Giovedì
7 maggio «L’Osservatore Romano» ha proseguito il cammino intrapreso sulle
pagine del nostro giornale lo scorso 29 ottobre, con l’intervista al prefetto
del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, cardinale José Tolentino de Mondana,
e lo scorso 25 febbraio, con l’articolo di Isabel Capella Gill, rettore
dell’Università Cattolica Portoghese, presidente di Strategic Alliance of Cattolica
Research Universities (SACRU).
Lo
abbiamo fatto ascoltando gli esperti che, quotidianamente, trattano questo tema
“dal basso”, cioè con i giovani studenti e nelle aule di scuola. La tavola
rotonda, moderata dal direttore, Andrea Monda, e dal vicedirettore editoriale
dei media vaticani, Alessandro Gisotti, ha visto la partecipazione di don
Andrea Ciucci, sacerdote ambrosiano e cancelliere della Pontificia Accademia
per la Vita, della professoressa Giovanna Maria Luceri, docente di letteratura
inglese presso il liceo ginnasio statale Orazio di Roma, e del professor Angelo
Bertolone, insegnante di religione cattolica presso l’arcidiocesi di Milano e
docente presso l’università Cattolica di Milano.
(Guglielmo
Gallone)
ANDREA
MONDA:
La scuola, la famiglia e la Chiesa sono tre
grandi agenti dell’educazione e della comunicazione che sono investiti
direttamente dalla rivoluzione dell’intelligenza artificiale (IA). Ecco perché
li abbiamo voluti mettere al centro dei nostri approfondimenti. È vero, ci sono
aspetti di natura tecnica che si stanno sviluppando in maniera velocissima, ma
ci sono aspetti di natura umana che questa rivoluzione tocca da vicino. Quali
sono quelli più importanti, restando nel perimetro educativo e in particolare
in quello scolastico, dal vostro punto di vista?
ANDREA
CIUCCI:
Partiamo
da un dato di fatto: l’IA viene scoperta dagli studenti, viene fatta entrare
nella scuola dagli studenti e non dai professori. Significa che i modelli di
machine learning in grado di comprendere e generare testo in linguaggio umano
entrano dal punto di vista dei giovani: i ragazzi sfruttano l’IA per non fare i
compiti, oppure per farli al meglio e il più velocemente possibile, anche a
detrimento del proprio percorso culturale. Prima domanda: come mai gli
studenti, e non la scuola, si sono accorti per primi dell’IA? Seconda
questione: è sempre più diffusa l’idea che “tanto è potente e veloce che è
impossibile gestire il fenomeno”. E allora la risposta diventa: blocchiamo
tutto, poi vediamo che succede. Come mai? Terza questione. I large Language
model (LLM) producono contenuti: prima solo testuali, ora non solo. E sono
migliorati moltissimo. Quindi, vanno a toccare un aspetto specifico della
questione didattica: le nozioni e la trasmissione delle nozioni. Ma
l’esperienza didattica può essere ridotta alla mera trasmissione delle nozioni?
La scuola insegna nozioni, o dovrebbe insegnare uno spirito critico, cioè il
saper abitare la molteplicità delle nozioni e delle questioni? Allora, se gli
LLM sono uno tsunami per le nozioni, cosa significa integrare questi elementi,
che ci offrono sovrabbondanza e velocità, con l’abitare e l’imparare un metodo,
uno spirito critico?
ANGELO
BERTOLONE:
Vorrei
portare la mia esperienza di insegnante. Io nelle classi faccio una
sperimentazione didattica basata su “interrogare l’algoritmo”. La prima cosa
che è emersa è la povertà linguistica. Cioè, nell’interazione con la chatbot mi
aspettavo di leggere richieste di generazione di immagini o descrizioni
dettagliate. Invece, ci siamo accorti di una certa povertà linguistica
nell’interazione con la macchina. Questo dice molto sulla scelta delle parole.
E, di riflesso, mi porta non essere così sicuro che siano i giovani a guidarci
in questa rivoluzione digitale. Io vedo un utilizzo non mediato, un utilizzo
impulsivo e antropomorfizzato della tecnologia. Immaginano che dietro la
macchina ci sia un alieno che risolve tutti i problemi. Quando faccio vedere ai
ragazzi come uso l’IA, passando da un tool all’altro, tra ChatGPT, Claude e Notebook
LM, la prima cosa che mi dicono è: “Non avevo mai usato così questi strumenti”.
Un’altra cosa di cui mi sono reso conto riguarda il problema dell’accesso ai
sistemi di IA. Abbiamo chiesto ai ragazzi di una scuola media come usano l’IA.
Su 93 intervistati, il 41,9% utilizza l’IA tutti i giorni o quasi, il 41,9% la
usa una o due volte a settimana. “Mai” soltanto l’1%. Ed è bene ricordare che,
in questo range di età, per legge, non dovrebbero avere accesso all’IA. A
quanto ci dicono, hanno accesso tramite l’account dei genitori. “Qualche volta”
verificano l’informazione; solo il 15% la controlla sempre. Usano soprattutto
ChatGPT, seguito da Gemini.
GIOVANNA
MARIA LUCERI:
Se i ragazzi continuano a usare l’IA in modo
sbagliato, mancheranno di esercizio. Questo mi pare il primo aspetto da
sottolineare: l’esercizio è importante per sviluppare le capacità e per non
regredire in una forma di pigrizia mentale. Ora gli studenti, a casa, traducono
direttamente usando l’IA. Quello che arriva a noi non è la loro traduzione.
Sono traduzioni perfette e a volte è difficile valutarle. Se dunque mancano
questi due elementi, esercizio e valutazione, la situazione è sempre più
difficile da gestire. Data la velocità con cui tutto ciò avviene, la domanda è
questa: come si svilupperà il discorso della conoscenza nei prossimi anni? A
livello scolastico, la velocità è estremamente difficile da gestire. Faccio un
esempio pratico: la verifica in classe era un momento importante; adesso ci
troviamo davanti a 25 alunni che possono ingannare facilmente. Anche in classe.
Noi ritiriamo gli smartphone e gli smartwatch, ma non è facile poter
controllare ogni alunno. Quindi esiste questo dubbio: l’inganno. L’inganno da
parte di un adolescente verso un insegnante che è adulto. Ed è difficile porsi
di fronte a questo. Da parte mia, cerco una traccia, qualcosa che possa mettere
in difficoltà il sistema elettronico. Capiamo l’inganno, vorremmo evitarlo. In
sostanza, dobbiamo stare al gioco.
DON
ANDREA CIUCCI:
Cosa
significa per voi porre dei temi di verifica a cui davvero un sistema non può
rispondere?
Può
fare qualche esempio?
GIOVANNA
MARIA LUCERI:
Significa dare uno spunto di riflessione,
chiedendo una critica a quanto stiamo offrendo. Questo forse può, a volte,
portare a un miglioramento dell’interazione, anche se pure in questo campo l’IA
può rispondere. Perché, non dobbiamo mai dimenticarlo, l’IA risponde a tutto.
ALESSANDRO
GISOTTI:
Non vi
sembra allora che, di fondo, ci sia il voler non fare i conti con la fatica? La
fatica di pensare, di ragionare, di sbagliare, di accettare anche di avere
davanti a sé domande a cui non c’è una risposta. Perché l’IA — come diceva pure
la professoressa Luceri — a qualsiasi domanda tu faccia, una risposta, anche se
magari sbagliata, te la darà. Ma non ti rivolgerà mai una domanda! Se tu non
fai una domanda, l’IA rimane silente, è un sasso!
ANGELO
BERTOLONE:
Io
penso una cosa: se ai ragazzi spieghi che l’IA non ha proprietà semantiche né
comprensione di un’esperienza, se fai vedere loro come la macchina trasforma il
testo — attraverso gli strumenti numerici —, se fai capire loro che siamo
davanti a una macchina che esegue senza comprendere, allora cambiano idea.
Luciano Floridi dice: “L’IA aiuta chi sa”. Chi non sa, non sa come utilizzarla.
È lo stesso principio del mio professore di matematica che ci permetteva di
consultare gli appunti durante la verifica: “Se avete studiato, sapete come
utilizzare gli appunti, altrimenti no”, diceva. La soluzione allora non è
tornare indietro, bensì provare a immaginare come andare avanti. Quindi io la
porrei dal punto di vista del: “Cerchiamo di capire cosa fare per integrare
queste tecnologie”, di cui oggi ci preoccupiamo. Il mio punto di vista è
educativo. Se un ragazzo scrive con l’IA, mi deve spiegare che cosa le ha
chiesto. Abbiamo fatto un esercizio in cui chiedevo ai ragazzi di interagire
con una chatbot. Molti si fermavano alla prima domanda perché nessuno ha
spiegato loro che la macchina può fare altro e che ci sono cose che la macchina
non può fare.
ALESSANDRO
GISOTTI:
Credo
però che debba anche esserci una forte spinta da parte delle istituzioni.
L’impatto economico e finanziario di queste big tech companies è enorme. E la
sfida si gioca sostanzialmente tra le due sponde del Pacifico: tra Stati Uniti
e Cina. Allora abbiamo bisogno della politica al più alto livello, che riesca a
intervenire su questo terreno in modo concreto. Non bisogna distruggere niente,
non è tempo di neo-luddismo. Sarebbe come pensare di non usare più lo
smartphone, il computer, l’elettricità. Anche perché, dobbiamo sempre
ricordarlo, l’intelligenza artificiale è artigianale: è nostra! Nessun alieno
ce l’ha portata da un altro pianeta. Di algoritmo si parla da decenni, se non
da secoli: il termine deriva dal nome del matematico persiano Muhammad ibn Musa
al-Khwarizmi ed è entrato nella cultura occidentale attraverso la tradizione
matematica araba. Si parla tanto dei giovani, ma la responsabilità dipende da
noi adulti: dobbiamo capire come fare in modo che questi strumenti aiutino e
non sostituiscano il pensiero critico e la creatività.
DON
ANDREA CIUCCI:
Mi
piacerebbe stimolarvi su tre cose. La prima: cosa accadrebbe se la verifica non
avesse il voto? I ragazzi userebbero comunque l’IA? La seconda: perché non
pensiamo a un compito che preveda non solo l’esito del prompt, ma anche il
prompt stesso? Cioè, “fammi vedere, studente, le domande che fai all’IA”. Terzo
elemento: se studiare dovesse significare farsi una passeggiata in montagna,
stare in relazione, fare una lezione a contatto con la natura? Cioè, se l’IA
fosse l’opportunità per favorire finalmente un approccio all’educazione
integrata e integrale?
GIOVANNA
MARIA LUCERI:
Abolire
il voto è un’idea interessantissima. Però si dovrebbe, a questo punto, cambiare
il ruolo degli insegnanti. Per esempio, si potrebbe sfruttare l’IA per le
nozioni e fare in modo che i docenti curino altri aspetti che oggi vengono
trascurati: la relazione con l’alunno, l’attività creativa, uscire dalla
scuola, avere un contatto con l’ambiente.
DON
ANDREA CIUCCI:
Mi
scuso se glielo domando in modo così diretto, ma perché la scuola non lo sta
facendo?
GIOVANNA
MARIA LUCERI:
Credo
che diamo ancora troppo valore e importanza al vecchio schema dell’istruzione.
ALESSANDRO
GISOTTI:
I temi della solitudine e della noia sono
stati molto presenti nei momenti di confronto con tanti giovani che sono venuti
a trovarci grazie alla rubrica #CantiereGiovani del giornale. Molti ragazzi
hanno la paura, direi che hanno il terrore della noia, del vacuum. La nostra
generazione sopportava la noia. Oggi no. I giovani non la sopportano. E ad ogni
domanda vogliono una risposta. Immediata. Allora mi chiedo se questi strumenti
siano dei potenziometri della solitudine oppure possano essere un aiuto, magari
parziale e temporaneo, per vincere la noia.
ANGELO
BERTOLONE:
Risponderei
così: chi ha insegnato ai giovani che la noia non va bene? Guardiamoci attorno:
quando andiamo al ristorante, vediamo i genitori da una parte e i bambini
davanti a uno schermo dall’altra. La gestione della noia è un problema che
viene molto, ma molto prima, cioè quando i bambini sono ancora nel passeggino.
La noia è un problema antecedente. Il bambino oggi è sottoposto a ore e ore di
televisione, a scelte fatte dall’algoritmo. Anche la solitudine è figlia di
questo tempo. È tutta una questione educativa e nasce anche da lì.
GIOVANNA
MARIA LUCERI:
Sentiamo
spesso di casi di suicidio o di tentativi di suicidio. Questo rimane un
problema che ci lascia veramente attoniti e ci fa pensare al nostro agire, a
tutto ciò che noi portiamo nella classe e al fatto di non rendercene conto. È
da mettere in relazione con gli input che i ragazzi ricevono con la tecnologia:
non farebbero pensare a uno stato di solitudine o di noia, eppure essi sono
onnipresenti.
DON
ANDREA CIUCCI:
Il tema dell’iperattività va di pari passo con
il tema della solitudine. È evidente che oggi l’IA diventa consigliere
affettivo e spirituale perché c’è sempre, perché mi crea meno imbarazzo, perché
non sarà mai brutale né mai mi sgriderà. Da un certo punto di vista risponde a
un bisogno, ma risponde senza far capire che c’è bisogno dell’altro. C’è una
cosa di fondo: oggi lo tsunami dell’IA ci sta riproponendo di affrontare le
questioni essenziali. Non dovremmo tornare a ripensare, accanto a una didattica
ipertecnologica, una costruzione dei fondamentali dell’umano? Come ritornare a
custodire i fondamentali? Questa è una delle questioni che l’IA ci pone. In
questo senso l’IA è una grazia: ci impone di tornare all’umanità delle persone.
ANGELO
BERTOLONE:
Sono d’accordo. Credo che le metodologie
didattiche che dovremmo mettere in campo al tempo dell’IA superino l’importanza
dell’IA stessa. Bisogna ripensare il setting dell’apprendimento. Il punto non è
investire sulla tecnologia, bensì sulla metodologia. Non posso usare la LIM
solo per proiettare un video. La utilizzo per interagire con lo studente. Ma,
soprattutto, mi serve davvero la LIM? È uno strumento che molte volte è utile,
ma altre no. Mi serve la tecnologia nella mia classe? Come posso usarla integrandola
anche nella forma di educazione di cui stavamo parlando prima? La tecnologia è
un supporto per fare di più e per fare in maniera efficiente, ma il passaggio
cruciale è: quando questa efficienza diventa efficacia? Noi cosa vogliamo
valutare? La prestazione o il processo?
ANDREA
MONDA:
Ringrazio
gli ospiti per questo confronto e per le tante domande che ci avete lasciato.
Abbiamo capito molte cose ma forse, più di ogni altra, abbiamo capito che non
possiamo delegare l’educazione agli strumenti dell’IA. Se lasciamo i ragazzi da
soli davanti a queste tecnologie, non impareranno davvero a usarle. Per questo
dobbiamo essere noi, anzitutto, a educarci all’intelligenza artificiale, per
poter poi diventare educatori dell’IA. Ed è interessante pensare che questo non
sia soltanto un tema tecnologico, ma profondamente educativo. Perché ci riporta
— come diceva prima Alessandro Gisotti — al ruolo della politica. Alla vera
politica, che deve saper intercettare le sfide e indirizzare l’umanità, tanto
adulta quanto giovane, dentro le sfide di una rivoluzione così epocale. Papa
Leone XIV lo ha fatto capire fin dall’inizio del suo pontificato.
Giovani
e tecnologia, come le
famiglie
possono
guidarli
a un
uso corretto.
Wired.it
- Elena Capilupi – Diritti – (24.07.2025) – Redazione – ci dice:
Crescere
nell’era digitale è una sfida per bambini, adolescenti e genitori. Il progetto
Neo-Connessi di WindTre offre un percorso educativo per studenti, insegnanti e
famiglie.
Giovani
e tecnologia.
Giovani
e tecnologia, come le famiglie possono guidarli ad un uso corretto.
(Matteo
Casilli)
Viviamo
in un’epoca in cui bambini e adolescenti crescono immersi nel mondo digitale.
Smartphone, social media, intelligenza
artificiale e internet fanno parte del loro quotidiano fin dalla tenera età.
Ma come possono i più giovani affrontare la
tecnologia senza esserne travolti?
E qual è il ruolo delle famiglie in questo
processo?
Neo-Connessi
è il progetto di educazione digitale promosso da WindTre che offre una risposta
concreta.
Nato nel 2018 e realizzato in collaborazione
con la Polizia Postale, la Società Italiana di Pediatria e, da quest’anno,
anche con l’Ordine Nazionale degli Psicologi, Neo-Connessi ha come obiettivo
quello di promuovere un uso consapevole e responsabile della tecnologia.
È
pensato non solo per bambini e ragazzi, ma anche per genitori e insegnanti.
Il
progetto è gratuito e accessibile online, attraverso il sito dell'iniziativa,
ed è rivolto alle scuole primarie e secondarie di primo grado.
Coinvolge quasi la metà degli istituti
italiani, raggiungendo circa 2 milioni di studenti e studentesse.
Grande
Giove: Le cellule staminali sono davvero la medicina del futuro?
I
principali temi trattati sono sicurezza online, cyberbullismo, fake news,
gestione dell’identità digitale e protezione della privacy, ma anche educazione
alla cittadinanza digitale, per un uso critico e responsabile delle tecnologie.
L’obiettivo
è chiaro: aiutare i giovani a crescere in un ambiente digitale sicuro,
rispettoso e stimolante.
Le
sfide per i genitori.
Per la
prima volta nella storia, i genitori di oggi si trovano a dover educare i figli
su strumenti che loro stessi non hanno mai conosciuto durante l’infanzia.
Come
spiega a Wired lo psicologo sociale “Luca Bernardelli”, consulente del
Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi (CNOP) per l’intelligenza
artificiale e la psicologia digitale, membro della Commissione dipendenze
digitali della Società italiana di pediatria (Sip) e del comitato scientifico
di Neo- Connessi, il progetto di educazione digitale di WindTre:
“Siamo
tra le prime generazioni ad avere a che fare con un mezzo molto potente e
pericoloso, senza avere però degli strumenti per poterlo arginare o indirizzare
adeguatamente, sia su di noi come adulti ma soprattutto su bambini e adolescenti”.
I
rischi dell’iperconnessione sono reali e documentati.
Studi internazionali mostrano correlazioni tra
l’uso eccessivo dei dispositivi digitali e disturbi dell’attenzione,
dell’apprendimento, del sonno, della vista, disturbi alimentari, ansia e
depressione.
Secondo
Bernardelli “ci sono degli studi che addirittura correlano neurologicamente dei
cambiamenti nel cervello nei giovani iperconnessi rispetto a quelli che non lo
sono:
un
deterioramento della materia bianca e una riduzione della materia grigia.
Inoltre, si riscontrano aumenti anomali dei livelli di cortisolo – l'ormone
dello stress – e diminuzione di melatonina a seguito del tempo eccessivo online
prima di andare a dormire, con conseguenti disturbi al sonno precoci”.
Uno
dei sintomi di questa eccessiva esposizione al digitale è anche il sempre
crescente fenomeno dell’isolamento sociale tra gli adolescenti, con un giovane
su dieci che vive una condizione di ritiro, come riportato dalla recente
indagine del Cnr-INPS. E non mancano effetti sul comportamento:
“Una
ricerca pubblicata su Nature dice che l'uso prolungato dei social da parte dei
giovani oltre le due ore al giorno può aumentare i livelli di aggressività
sadica", continua Bernardelli.
Educare
(anche) le famiglie.
Spesso
si pensa che siano solo i ragazzi ad avere bisogno di una guida. In realtà,
sono proprio gli adulti a dover fare il primo passo. Bernardelli spiega che “il
grande tema oggi è quello di iniziare ad aiutare i genitori ad aiutare i propri
figli a stare a contatto con le esperienze che li possano far crescere
armonicamente, altrimenti il grande problema è proprio quello di arrivare a un
punto in cui i ragazzi non avranno più le skill alla base della società
civile”. Non servono divieti assoluti, ma regole condivise, adattate all’età
dei figli.
“I
genitori più fortunati sono senza dubbio quelli con figli in arrivo o bambini
piccoli, perché possono iniziare a dare un particolare tipo di educazione fin
da subito.
Se sono ancora piccoli gli si può facilmente
vietare di usare lo smartphone fino al raggiungimento di una certa età, ma se
sono già più grandi bisogna cercare di offrire ai propri figli più esperienze
significative che compensino il tempo speso sul web”.
Sport,
natura, arte, volontariato e relazioni umane sono esperienze che aiutano i
giovani a costruire un’identità solida.
Ma
serve anche l’esempio “Se il papà e la mamma fanno peggio del figlio 16enne, è
ovvio che la situazione non sarà più gestibile”.
Secondo
Bernardelli “viviamo in un'epoca in cui gli strumenti di comprensione di questi
fenomeni sono ormai tantissimi, basta informarsi. Il progetto Neo-Connessi,
accessibile a tutti e interamente gratuito sul sito ufficiale è un ottimo modo
per farlo, dato che suggerisce buone regole per tutelare sé stessi e i propri
figli”.
Cyberbullismo
e intelligenza artificiale.
Una
questione particolarmente urgente è quella del cyberbullismo, spesso difficile
da riconoscere.
Bernardelli sottolinea come “un campanello
d'allarme può essere un cambiamento improvviso e anomalo nei livelli di ansia,
o una crescente paura di uscire e di stare con gli altri.
Un
altro segnale può essere un aumento dell’aggressività o, più in generale, una
disregolazione emotiva che tende ad accentuarsi con l’iperconnessione. In
alcuni casi si osserva anche una drastica riduzione dell'uso dello smartphone,
che può essere legata a vissuti di ansia o timore”.
In
questi casi è importante intervenire con tempestività: rivolgendosi se
necessario, a uno psicologo formato su queste tematiche. Nei casi più complessi
può essere utile anche un percorso di terapia familiare.
Tra i
temi da affrontare con particolare attenzione anche la diffusione dell’AI, che
richiede una sempre più rapida costruzione di una cultura digitale solida.
Bernardelli
sottolinea l’importanza di formare prima di tutto i genitori, affinché possano
guidare i giovani nel rapporto con la tecnologia, “dopodiché cercare di
limitarne l’uso da parte dei bambini, almeno fino alla fine delle scuole
elementari, e anzi cercare di invogliarli a esperienze ‘reali’, con coetanei, a
contatto con il proprio corpo, con la natura e con la realtà che li circonda”.
Quando
si tratta di adolescenti, invece, serve un approccio additivo: “È necessario
negoziarne il tempo di utilizzo nel tempo libero e soprattutto a scuola. Sono
infatti molto d’accordo con la circolare promossa dal ministro dell’Istruzione
e del Merito, Giuseppe Valditara, relativo all’uso dello smartphone in classe:
la scuola deve infatti lavorare per insegnare le tecnologie emergenti
all’interno di una cornice di senso, non certo un utilizzo inconsapevole di
questi strumenti”.
E
l’intelligenza artificiale?
Bernardelli
chiarisce:
“È una
tecnologia molto potente che andrebbe usata da professionisti formati.
Proprio secondo delle ultime ricerche del MIT,
infatti, l’uso eccessivo di ChatGPT porta ad avere un uso problematico delle
chatbot, un aumento della solitudine percepita, un aumento della dipendenza
emotiva dall'AI e una riduzione della socializzazione con le persone.
Inoltre, circa il 20-25% degli adolescenti
oggi utilizza una chatbot come forma di autoterapia, secondo Harvard Business
Review”.
Von
der Leyen: “Intesa con Kiev,
Firmiamo
il ‘Drone Deal’. “
Conoscenzealconfine.it
– (17 Luglio 2026) – Tgcom24-mediaset.it – Redazione – ci dice:
La
presidente della Commissione Ue puntualizza: “L’Ucraina è passata da essere
acquirente ad anche fornitore per l’Europa”.
“Ogni
giorno l’Ucraina rende l’Europa più forte.
L’Ucraina è passata, sotto molti aspetti,
dall’essere un acquirente a diventare un fornitore netto di sicurezza per
l’Europa.
E ciò comporta anche un nuovo modo di
collaborare.
Ed è per questo che sono lieta di lanciare, insieme a
te, Volodymyr, un nuovo partenariato industriale nel settore della difesa tra
l’Ue e l’Ucraina.
Quello
che stiamo firmando è il nostro Drone Deal“.
Così
Ursula von der Leyen ha annunciato, al fianco di “Volodymyr Zelensky”, la
nascita di un nuovo accordo industriale nel settore della difesa tra Ue e
Ucraina.
“In
Europa non abbiamo le conoscenze acquisite dall’Ucraina”.
“Negli
ultimi mesi, l’Ucraina ha siglato accordi di questo tipo sui droni con diversi
paesi, dall’Europa al Medio Oriente.
Ciò testimonia l’interesse suscitato
dall’esperienza sul campo di battaglia dell’Ucraina.
Le conoscenze acquisite su come gestire i
sistemi di droni e anti-drone sono davvero uniche.
Dalla
tecnologia e dalla produzione dei droni alle catene di approvvigionamento
necessarie per sostenere tale capacità.
O, cosa fondamentale, alle conoscenze sull’uso
dei sistemi radar, delle stazioni di terra o dei sensori.
Dobbiamo
attingere a tutto questo insieme.
Perché conosciamo le minacce che l’Europa deve
affrontare in questo ambito:
abbiamo
assistito a incursioni e allarmi in molti Stati membri.
Gli
eventi qui e in tutto il mondo ci hanno dimostrato quanto sia importante per la
nostra sicurezza poter dispiegare sistemi di droni collaudati sul campo di
battaglia.
Su larga scala e con rapidità”, ha spiegato
von der Leyen.
“In
Europa disponiamo già di un’enorme capacità tecnologica e industriale che può
essere messa in campo. E disponiamo di siti di produzione sicuri e protetti che
possono contribuire a potenziare la produzione. Ma non disponiamo di quelle
conoscenze e competenze collaudate sul campo che l’Ucraina ha acquisito. Quello
che intendo dire, quindi, è che dobbiamo unire le nostre forze“, ha ancora
sottolineato.
Zelensky:
“Produciamo 10 milioni di droni l’anno, presto saranno 20”. “Ricordo quando
annunciai pubblicamente il piano di produrre un milione di droni all’anno.
C’era molto scetticismo ovunque, sia all’esterno che all’interno. E ora
possiamo affermare che produciamo 10 milioni di droni all’anno e diventeranno
20″.
Lo ha
detto il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, nel suo discorso alla
cerimonia di consegna dell’Ordine d’Europa a Kiev.
“Lo faremo insieme ai nostri partner europei,
dimostrando ancora una volta il successo dell’industria della difesa”, ha
aggiunto. “L’Ucraina
è uno Stato che non si è limitato ad aspettare aiuto, cosa importantissima, ma
ha unito il mondo per la sopravvivenza e ha imparato a contare, soprattutto,
sulle proprie forze, su sé stesso, sul proprio popolo, che ogni giorno aggiunge
nuovi motivi di orgoglio,“ ha ricordato.
La
narrazione demente e vomitevole di questi folli prosegue… Fino a quando la
Russia sopporterà? (nota di conoscenze al confine.it).
(tgcom24.mediaset.it/mondo/guerra-ucraina-ultime-notizie-15-luglio_114442121-202602k.shtml).
Sei
giovane e hai appena iniziato la tua carriera? La rivoluzione dell’intelligenza
artificiale è stata pensata apposta per te!
Eures.europa.eu
– (12 febbraio 2026) – Autorità Europea del Lavoro – Redazione – ci dice:
Molti
temono che l’intelligenza artificiale possa sostituirli nel lavoro, ma per i
giovani europei apre nuovi percorsi e opportunità di carriera.
Articolo.
Direzione
generale per l’Occupazione, gli affari sociali e l’inclusione.
Lungi
dall’essere una minaccia, come invece sostiene l’opinione pubblica,
l’intelligenza artificiale (IA) apre una nuova era di opportunità, soprattutto
per coloro che entrano nel mondo del lavoro con un bagaglio ricco di competenze
digitali, adattabilità, plurilinguismo e coraggio di esplorare nuove strade.
Oltre
a trasformare i settori industriali, le transizioni digitale e verde dell’UE
creano percorsi professionali completamente nuovi e i giovani si trovano in una
posizione privilegiata per guidare questo cambiamento.
Nuovi
posti di lavoro all’orizzonte.
Immagina
un futuro in cui la tua creatività plasma le interfacce dell’IA, la tua
passione per la sostenibilità favorisce lo sviluppo delle città intelligenti o
le tue competenze multilingue mettono in contatto équipe sanitarie guidate
dall’intelligenza artificiale oltre i confini nazionali. Quel futuro è già
realtà ed è pensato apposta per te.
Entro
il 2030 l’IA creerà più posti di lavoro di quanti ne eliminerà, specialmente
nei settori ad alta crescita come la tecnologia verde, l’innovazione sanitaria,
i servizi digitali e i media creativi.
Dieci anni fa, occupazioni come esperti di
etica dell’IA, progettisti di esperienze nel metaverso, ingegneri specializzati
nella cattura del carbonio e specialisti di terapia intensiva a distanza non
esistevano o erano estremamente di nicchia.
Entro il 2040 saranno molto richiesti e
costituiranno le attività principali.
Una
nuova relazione della Commissione europea prevede che, nei contesti
caratterizzati da una diffusione capillare degli strumenti di IA, l’occupazione
giovanile crescerà in modo significativo, soprattutto nei settori tecnologici e
verdi emergenti.
I tuoi
punti di forza sono i tuoi superpoteri.
In
quanto persona in cerca di occupazione hai molto da offrire. La tua crescita è
avvenuta tra smartphone, app e connettività globale;
ti adatti rapidamente ai nuovi strumenti e
apprendi dalle comunità online;
parli
diverse lingue e desideri risolvere i problemi del mondo reale.
Si
tratta di competenze chiave necessarie per la forza lavoro di domani e molto
richieste dai datori di lavoro di tutta Europa, che cercano lavoratori capaci
di affrontare i cambiamenti, collaborare con culture diverse e attivare il
pensiero critico accanto alle macchine.
La tua
apertura alla mobilità costituisce un altro vantaggio. Che tu sia di Atene,
Lisbona o Tallinn, la tua carriera può portarti davvero lontano. In città come Ginevra,
Cracovia ed Eindhoven stanno nascendo centri dedicati all’IA che offrono
opportunità di lavoro nei settori della tecnologia climatica, della tecnologia
finanziaria e dell’automazione industriale.
EURES
favorisce questa mobilità, oltre a garantire sicurezza e assistenza per essa.
Grazie a EURES puoi trovare apprendistati, tirocini e posti di lavoro di primo
livello in 31 paesi europei.
Il portale EURES ti propone anche offerte di
lavoro in settori in forte crescita, informazioni sulle condizioni di vita e di
lavoro in tutta Europa, nonché approfondimenti sul mercato del lavoro specifici
per il tuo settore.
Il
futuro non prevede una competizione, bensì una collaborazione con le macchine.
L’IA gestisce attività di routine,
consentendoti di concentrarti sull’innovazione, sviluppare strategie e
sprigionare la tua creatività.
È
questo l’ambito in cui risiede il tuo valore e potrai trovare i posti di lavoro
più gratificanti.
Da
dove iniziare, quindi?
Esplora il portale EURES per l’occupazione per
scoprire tirocini legati all’IA nel settore tecnologico, lavori verdi
nell’ambito ingegneristico o ruoli tipici dei media digitali nelle industrie
creative.
Partecipa a un evento delle Giornate europee
del lavoro per incontrare i datori di lavoro di persona o virtualmente.
Consulta la sezione notizie del portale EURES
per leggere gli articoli dedicati all’IA, alle competenze verdi e digitali,
alla tecnologia e altro ancora.
Ricorda:
la rivoluzione dell’IA non è una mera previsione!
È già
in atto ed è stata concepita per te.
La
campagna «La tua carriera ti porta lontano» è dedicata al sostegno degli
studenti universitari o dei giovani che seguono una formazione professionale,
dei tirocinanti e degli apprendisti alla ricerca del loro primo impiego
all’estero.
Consulta
la pagina web dedicata per aggiornamenti periodici sulle nuove opportunità e
cerca gli hashtag #withEURES e #EURESjobs sui social media.
Regole
chiare, dialogo e ascolto:
accompagnare
i giovani
nell’uso
della tecnologia.
Interris.it
- Claudio Marcassi – (14 Luglio 2026) – Redazione – ci dice:
L’uso
sempre più capillare degli smartphone e delle tecnologie digitali ha modificato
profondamente le abitudini quotidiane degli adolescenti, influenzando il modo
in cui costruiscono le relazioni, comunicano e vivono il proprio benessere
psicologico.
Si tratta di un cambiamento che interessa
indistintamente ragazze e ragazzi di ogni area del Paese e di ogni contesto
familiare o socioeconomico, confermando come la rivoluzione digitale abbia
assunto una portata trasversale.
In
Italia, ad esempio, circa otto adolescenti e mezzo su dieci, nella fascia d’età
compresa tra gli 11 e i 17 anni, utilizzano lo smartphone tutti i giorni,
mentre quasi tre ragazzi su quattro si collegano quotidianamente a internet.
Allo
stesso tempo, si stima che oltre trecentomila giovani tra i 12 e i 25 anni
presentino forme di dipendenza dalla rete, un fenomeno che continua a crescere
e che merita particolare attenzione.
Naturalmente
la tecnologia, se impiegata con equilibrio e buon senso, rappresenta una
straordinaria opportunità.
Consente
di accedere rapidamente alle informazioni, favorisce la comunicazione e
permette di mantenere vivi i contatti anche quando le distanze rendono
difficile incontrarsi di persona.
Tuttavia, è fondamentale non confondere la
semplice connessione digitale con una relazione autentica.
Essere
costantemente online non significa necessariamente costruire rapporti profondi,
basati sul confronto, sull’ascolto e sulla condivisione reale.
Numerosi
studi scientifici hanno evidenziato come un utilizzo eccessivo, continuativo e
privo di limiti degli smartphone possa produrre conseguenze significative sul
piano cognitivo ed emotivo.
Tra
gli effetti più frequentemente osservati figurano una progressiva riduzione
della capacità di attenzione, una minore predisposizione alla riflessione e un
generale impoverimento delle funzioni cognitive rispetto alle generazioni
precedenti.
A questo si aggiungono atteggiamenti di
passività e una crescente difficoltà nel mantenere la concentrazione su
attività che richiedono tempo e approfondimento.
Gli
esperti sottolineano inoltre come il cervello possa adattarsi ai ritmi imposti
dall’ambiente digitale.
Il
cosiddetto “pensiero lento”, indispensabile per elaborare idee complesse,
analizzare problemi e sviluppare spirito critico, rischia infatti di lasciare
spazio a una ricerca continua di stimoli immediati.
Le notifiche, i contenuti brevi e
l’interazione costante con i social attivano meccanismi neurochimici legati
alla dopamina, alimentando comportamenti ripetitivi che, nei casi più estremi,
possono trasformarsi in una vera e propria dipendenza, con ricadute sul
benessere psicologico e sulle capacità cognitive.
Per
affrontare questa sfida è necessario investire con decisione nella prevenzione.
Alcuni
Paesi hanno già scelto di intervenire attraverso strumenti normativi.
L’Australia,
ad esempio, ha introdotto l’Online Safety Emendamenti (Social Media Minimum
Age) Act 2024, operativo dal 10 dicembre 2025, che vieta l’accesso alle
piattaforme social ai minori di 16 anni senza prevedere deroghe nemmeno con il
consenso dei genitori.
Anche
la Francia ha deciso di adottare misure restrittive: il 27 gennaio di
quest’anno l’Assemblea Nazionale ha approvato un disegno di legge che introduce
il divieto di utilizzo dei social network per i minori di 15 anni e rafforza le
limitazioni all’impiego degli smartphone negli istituti scolastici.
Ridurre
l’esposizione incontrollata ai dispositivi digitali non significa ostacolare il
progresso tecnologico, ma promuovere uno sviluppo più sano ed equilibrato delle
nuove generazioni. I rischi collegati alla dipendenza dai social network e a
comportamenti come il doomscrolling, ossia lo scorrimento compulsivo e senza
sosta di contenuti e notizie spesso negative, sono ormai ben documentati dalla
ricerca scientifica. Per questo motivo il ruolo degli adulti diventa decisivo.
Genitori,
insegnanti ed educatori sono chiamati ad accompagnare i ragazzi verso un
utilizzo consapevole della tecnologia, fissando regole chiare, favorendo il
dialogo e offrendo ascolto.
Nei
casi in cui emergano segnali di dipendenza o di disagio, il ricorso al supporto
di professionisti può rappresentare un aiuto importante.
Solo
attraverso una collaborazione costante tra famiglia, scuola e società sarà
possibile trasformare gli strumenti digitali in un’opportunità di crescita,
evitando che diventino un fattore di fragilità per il futuro dei giovani.
Cina,
lo sport come testimonianza di fede.
Interris.it
- Giacomo Galeazzi – (18 Luglio 2026) – Redazione – ci dice:
“Correre
per il Signore”: seconda edizione della “Mezza Maratona sinodale”
dell’arcidiocesi di Pechino.
In
marcia per la fede.
I partecipanti hanno preso sul serio la gara.
Il miglior tempo ottenuto è stato quello di
un’ora, 42 minuti e 30 secondi.
Prima della partenza, tutti i partecipanti
hanno preso parte a un momento di preghiera e al riscaldamento atletico.
Lungo il percorso erano presenti punti di
ristoro e postazioni di assistenza medica, predisposti per garantire lo
svolgimento della manifestazione in piena sicurezza e con ordine, visto la
condizione meteorologica di Pechino, caratterizzata in questa stagione dal
caldo torrido.
Al
termine della competizione, riferisce l’agenzia missionaria vaticana Fides, si
è svolta la cerimonia di premiazione.
“Correre per il Signore” sulla via
dell’annuncio del Vangelo e della testimonianza della fede.
È il motto della seconda edizione della “Mezza
Maratona Sinodale” intitolata “Pegaso”, organizzata dall’arcidiocesi di Pechino
e svoltasi venerdì 10 luglio nei pressi del Seminario Filosofico-Teologico
diocesano, dopo che i sacerdoti avevano concluso il ritiro spirituale annuale.
Secondo i siti della diocesi e del Seminario, una trentina di sacerdoti
diocesani hanno preso parte dell’iniziativa promossa dal vescovo Giuseppe Li
Shan e organizzata dal suo coadiutore, il vescovo Matteo Zhen Xuebin (anche lui
maratoneta di lungo corso).
L’obiettivo
dichiarato dell’iniziativa è stato quello di accrescere la comunione e la
fraternità sacerdotale attraverso l’attività sportiva, infondendo nuovo slancio
all’opera pastorale e missionaria.
Il
benessere fisico e spirituale la crescita integrale dei sacerdoti sono al
centro della sollecitudine della diocesi.
Cina.
La
bandiera cinese.
Dal 7
al 10 luglio si sono svolti gli esercizi spirituali annuali per i sacerdoti,
guidati presso il seminario dallo stesso vescovo Li Shan. Durante le
meditazioni, il vescovo di Pechino ha esortato tutti i sacerdoti a rimanere
fedeli alla propria vocazione sacerdotale perseverando nell’opera missionaria e
evangelizzatrice.
Diversi
sacerdoti diocesano e formatori del Seminario hanno presieduto le meditazioni
spirituali incentrate sulla lettura della Sacra Scrittura e volte a ravvivare
zelo apostolico e gratitudine per la vocazione sacerdotale ricevuta in dono.
Nella
cornice della esperienza edificante condivisa durante gli esercizi spirituali
sacerdotali, racconta Fides, si colloca anche l’invito a “partecipare secondo
le proprie capacità” alla mezza maratona, riconoscendo la rilevanza di curare
la propria condizione fisica e puntando l’accento sulla condivisione e la
partecipazione più che sulla competizione.
Iran:
bombardamenti americani
su
diversi obiettivi militari.
Interris.it
– Redazione – (19 Luglio 2026) – ci dice:
Il
“Cent-com” ha annunciato l'ottava notte consecutiva di operazioni contro
obiettivi strategici di Teheran.
L’offensiva
militare degli Stati Uniti contro l’Iran prosegue senza sosta, alimentando una
fase di forte tensione in Medio Oriente.
Nelle ultime ore il Comando Centrale
statunitense (Cent-com) ha annunciato una nuova ondata di bombardamenti mirati
contro infrastrutture militari iraniane, con l’obiettivo dichiarato di ridurne
le capacità operative.
L’azione
rappresenta l’ottava notte consecutiva di attacchi e si inserisce nel quadro
della risposta americana alle recenti azioni attribuite alle Guardie
Rivoluzionarie iraniane.
Gli
attacchi.
Il
Comando Centrale degli Stati Uniti (Cent-com) ha completato un’altra serie di
attacchi contro l’Iran.
L’annuncio sul profilo del social X del
Cent-com.
“Durante
l’ottava notte consecutiva di attacchi statunitensi, le forze del Cent-com – si
legge nella nota del Comando centrale – hanno colpito con successo strutture
militari iraniane di sorveglianza costiera e di difesa aerea, mezzi navali e
siti di stoccaggio di missili e droni, al fine di continuare a indebolire le
capacità militari iraniane.
Le forze armate statunitensi hanno inoltre
preso di mira le forze del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche che il
17 luglio avevano sferrato attacchi contro membri delle forze armate
statunitensi in Giordania”.
(Fonte
Ansa).
Giovani
e tecnologie,
c’è un cambiamento
che occorre governare.
Educazione.chiesacattolica.it
– Università – (19 ottobre 2024) – Alessandro Rosina – Redazione – ci dice:
Rischi
e opportunità dell’IA, dal 21 ottobre l’e-book gratuito.
Nuove
tecnologie interagiscono con i processi di apprendimento delle nuove
generazioni e la visione del proprio spazio strategico di azione nella realtà
in cui vivono.
Il rapporto tra giovani e nuove tecnologie va,
quindi, considerato come un laboratorio continuo in cui approfondire
conoscenza, modalità di uso, competenze e consapevolezza rispetto ai rischi.
Tutto
ciò che non funziona nel favorire in modo positivo tale relazione porta i
giovani a subire il cambiamento anziché attrezzarsi a governarlo. Il
cambiamento non porta in modo scontato a miglioramento.
È cruciale, allora, chiedersi continuamente
come le nuove generazioni interpretino le nuove tecnologie e cosa si aspettino
dal loro utilizzo.
Il
libro “Intelligenza artificiale: rischi e opportunità” – edito in formato ebook
da Vita e Pensiero e curato da Elena Beccalli, rettrice dell’Università
Cattolica, Ivana Pais, Andrea Viola, oltre a chi scrive – cerca di offrire
indicazioni utili in tale prospettiva.
Lo fa in modo solido a partire dai dati di
un’indagine promossa dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, ente
fondatore dell’Università Cattolica, con il sostegno di Fondazione Cariplo e
condotta da Ipsos su un campione rappresentativo di 6 mila giovani tra i 18 e i
34 anni che vivono in Italia, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito.
Nella
prefazione del volume padre Paolo Benanti ben chiarisce che «l’obiettivo è
fornire ai giovani gli strumenti per comprendere, valutare e utilizzare in modo
consapevole e responsabile le tecnologie emergenti, contribuendo a plasmare un
futuro in cui l’Intelligenza artificiale sia al servizio del benessere umano e
sociale.
Dal
punto di vista di un etacista della tecnologia come il sottoscritto il testo ha
un valore che emerge all’incrocio tra i dati evidenziati dalla ricerca e la
cura delle nuove generazioni, una cura che siamo chiamati ad avere per
garantire agli adulti del futuro un sereno ed equilibrato rapporto con le
tecnologie digitali».
Dai
dati risulta come i giovani tendano ad avere aspettative positive nei confronti
di Intelligenza artificiale (IA), soprattutto sul versante dell’apprendimento e
sull’efficacia operativa, mentre i principali timori riguardano la sicurezza e
la privacy, in particolare la gestione irresponsabile dei dati privati.
L’impatto
ambientale per l’elevato consumo energetico richiesto dall’IA, così come le
disuguaglianze sociali derivanti dall’accesso diseguale alle nuove tecnologie,
sono invece sottovalutati. Il 53% dei giovani italiani dichiara di usare
strumenti di IA, in particolare” Chat Gpt”.
Si tratta, quindi, della maggioranza, ma il
dato è comunque più basso rispetto ai coetanei degli altri Paesi considerati.
Un
aspetto importante messo in luce dall’analisi è il fatto che conoscenza e uso
influenzano la percezione. In particolare, chi più conosce e utilizza le nuove
tecnologie tende a guardarle con meno sospetto e più ne riconosce le
opportunità.
L’Italia sembra, però, fare un po’ eccezione:
i giovani italiani, nel confronto con gli altri Paesi, si caratterizzano non
solo per una minor conoscenza e un minor utilizzo ma anche per un più basso
livello di percezione del rischio.
Questo
dato deve far riflettere perché segnala il rischio di un atteggiamento
fiduciario verso le tecnologie non adeguatamente sostenuto dalla
sperimentazione diretta di effettivi limiti e potenzialità.
È,
pertanto, importante aumentare e migliorare le occasioni di accompagnamento a
esperienze condivise di utilizzo consapevole a partire dalla scuola per fare in
modo che l’IA possa davvero diventare uno strumento positivo ed utile nella
vita e nel lavoro.
(Alessandro
Rosina).
Lavoro
ibrido.
Giovani
e AI: le competenze digitali
che serviranno davvero entro il 2030.
Agendadigitale.eu
– (15 dicembre 2025) - Aldo Bottini - Toffoletto De Luca Tamajo e Soci – ci
dicono:
La
rivoluzione dell’AI e del lavoro ibrido sta ridisegnando i percorsi
professionali dei giovani, ampliando il gap di competenze digitali. L’Italia
può colmare il ritardo guardando a modelli europei e internazionali e puntando
su ecosistemi formativi stabili.
Il
mercato del lavoro sta vivendo una trasformazione profonda e accelerata dalla digitalizzazione
e dall’introduzione massiva dell’intelligenza artificiale (AI).
Per i giovani, questo scenario apre nuove
opportunità ma soprattutto nuove sfide: entro il 2030, secondo il Future of
Jobs Report del World Economic Forum, quasi il 40% delle competenze oggi
richieste sarà obsoleto.
Allo
stesso tempo, le competenze necessarie nei ruoli più esposti all’AI stanno
cambiando il 66% più velocemente rispetto al passato.
L’acquisizione
delle expertise e lo sviluppo di carriera dei giovani, inoltre, non può non
tener conto della presenza ormai sempre più diffusa e consolidata, nelle
organizzazioni, di modalità di lavoro da remoto e ibride.
Queste
ultime, se mal gestite, possono ridurre le occasioni di mentor ship e di
relazioni personali all’interno delle aziende, che spesso condizionano in via
di fatto l’avanzamento di carriera.
Una
ricerca ha mostrato, infatti, che chi lavora da casa ha ricevuto nell’ultimo
anno il 31% di promozioni in meno rispetto a chi lavora in ufficio, e quasi il
90% dei CEO dichiara di preferire i lavoratori in presenza per l’assegnazione a
progetti che comportano avanzamenti di carriera e aumenti di stipendio.
Per i
giovani, che spesso si trovano nei primi anni della loro esperienza
professionale e necessitano di tutoraggio e visibilità, questa dinamica, non
proprio virtuosa e che risente di uno stile di management datato, può purtroppo
diventare un ostacolo importante.
Indice
degli argomenti.
Occupazione
giovanile e competenze digitali: il nodo italiano.
Modelli
europei per occupazione giovanile e competenze digitali
Paesi
Bassi: rete RMC e continuità dei percorsi.
Germania:
sistema duale e competenze digitali.
Finlandia
e Spagna: servizi digitali e imprenditorialità giovanile.
Dal
Canada a Hong Kong: modelli di occupazione giovanile digitale nel mondo.
Strumenti
digitali per occupazione giovanile e competenze digitali.
Un’agenda
per le imprese italiane.
Occupazione
giovanile e competenze digitali: il nodo italiano.
In
Italia, il nodo delle competenze digitali e della transizione scuola-lavoro
resta centrale.
Nel
contesto italiano, infatti, il problema di fondo è la carenza di competenze
digitali diffuse lungo tutto il percorso formativo e lavorativo, con un impatto
diretto sull’occupazione giovanile e sulle possibilità di crescita
professionale.
Secondo
recenti dati europei, circa il 43% degli studenti dell’UE non raggiunge un
livello base di competenze digitali, e l’Italia si colloca tra i Paesi più in
difficoltà.
Questo si traduce in difficoltà nell’accesso
al mercato del lavoro, soprattutto in un contesto globale e sempre più
competitivo, in cui i lavoratori con skill specialistiche possono candidarsi a
distanza da ogni parte del mondo, aumentando la pressione sui giovani meno
preparati.
Gli
strumenti esistenti – come il Programma Garanzia Giovani e l’utilizzo dei fondi
del Fondo Sociale Europeo Plus (ESF+) – hanno offerto opportunità di
inserimento lavorativo e formazione, ma troppo spesso si sono fermati a
progetti di breve durata o a misure di politica attiva frammentarie. Questi
interventi non risultano sufficientemente collegati ai fabbisogni reali delle
imprese e alle evoluzioni tecnologiche in atto, lasciando scoperto proprio il
segmento più dinamico delle competenze digitali.
Inoltre,
l’offerta di percorsi di mentor-ship digitali o ibridi è ancora poco
sviluppata, con un evidente gap tra la domanda di competenze in ambito ICT,
cybersecurity, AI, data analysis e la preparazione dei giovani laureati o
diplomati. Questo divario rischia di tradursi in una sotto-occupazione
qualificata, in cui i giovani non riescono a trovare ruoli coerenti con il loro
potenziale.
Modelli
europei per occupazione giovanile e competenze digitali.
A
livello europeo, l’Unione ha puntato con decisione sulla Youth Guarantee, un
programma che sostiene i giovani under 30 nell’accesso al lavoro e alla
formazione. Alimentato da oltre 142 miliardi di euro dell’ESF+, il programma
mira a modernizzare i servizi pubblici per l’impiego e a potenziare le
competenze digitali e trasversali dei giovani. In molti Paesi membri la Youth
Guarantee è diventata una infrastruttura stabile, mentre in Italia è rimasta
spesso un progetto straordinario e non strutturale.
Paesi
Bassi: rete RMC e continuità dei percorsi.
Tra i
Paesi con esempi di programmi tra i più interessanti, spiccano i Paesi Bassi,
che hanno il più alto tasso di occupazione giovanile e il più basso tasso di
NEET dell’OCSE. Il loro punto di forza è la rete di Regional Report and Coordination
Centres (RMCs), strutture pubbliche che accompagnano i giovani tra i 18 e i 23
anni nella scelta dei percorsi scolastici e professionali, prevenendo
l’abbandono e facilitando il contatto diretto con le imprese.
Questo
sistema, a differenza di quello italiano, garantisce continuità e
personalizzazione, e rappresenta un modello di governance locale replicabile.
La capacità di seguire i giovani nel tempo e di connetterli stabilmente alle
imprese contribuisce a ridurre in modo strutturale il rischio di esclusione dal
mercato del lavoro.
Germania:
sistema duale e competenze digitali.
Interessante
anche il caso della Germania, dove il sistema duale di formazione professionale
integra da anni formazione scolastica e lavoro in azienda. Le imprese
partecipano attivamente ai programmi, formando i giovani nelle proprie sedi e
contribuendo alla definizione dei curriculum.
Questo
modello ha consentito di mantenere basso il tasso di disoccupazione giovanile e
di aggiornare rapidamente i percorsi alle nuove competenze digitali, colmando
il gap scuola-lavoro. La collaborazione strutturale tra mondo educativo e
produttivo rende più fluido il passaggio dalla formazione all’occupazione
giovanile.
Finlandia
e Spagna: servizi digitali e imprenditorialità giovanile.
La
Finlandia ha
invece puntato sulla digitalizzazione spinta dei servizi per l’impiego e
sull’orientamento personalizzato: piattaforme pubbliche centralizzate
raccolgono le offerte di lavoro, tracciano le competenze acquisite e
suggeriscono percorsi formativi su misura. Un uso intelligente dei dati
pubblici, che potrebbe consentire un matching efficace tra domanda e offerta,
in Italia manca ancora, anche per i giovani ai primi impieghi.
La
Spagna ha
rafforzato la dimensione imprenditoriale e digitale della Youth Guarantee,
finanziando startup fondate da under 30 e programmi di reskilling digitale
nelle PMI. Questo ha favorito l’emersione di ecosistemi innovativi locali e ha
incentivato l’occupazione giovanile in settori tecnologici avanzati, mentre in
Italia le politiche a sostegno dell’imprenditorialità giovanile sono ancora
episodiche e scarsamente coordinate con il sistema formativo.
Dal
Canada a Hong Kong: modelli di occupazione giovanile digitale nel mondo.
Fuori
dall’Europa, spicca il Canada, che ha implementato una strategia federale nota
come Youth Employment and Skills Strategy (YESS). Questa prevede programmi di
formazione, tirocini retribuiti, mentoring e career counselling, con
particolare attenzione ai giovani a rischio di esclusione. Un aspetto
innovativo è il Digital Skills for Youth Program, che collega i neolaureati
sotto-occupati con PMI e organizzazioni non profit per formare sul campo
competenze digitali avanzate.
In
Italia, un modello simile potrebbe aiutare i giovani laureati a superare la
difficoltà di accesso al primo impiego qualificato, offrendo al tempo stesso
alle imprese competenze aggiornate e figure professionali già allenate a
lavorare in contesti digitali.
Anche
l’esperienza di Hong Kong è interessante, con il Youth Employment and Training
Programme (YETP): un percorso strutturato che combina formazione pre-impiego,
un mese di stage retribuito e sei mesi di on-the-job training con contributi
economici alle aziende. I giovani sono seguiti da social worker accreditati e
possono accedere a corsi aggiuntivi con rimborso spese, ricevendo un supporto
personalizzato.
Questo
approccio integrato riduce drasticamente il tasso di NEET e offre una
transizione ordinata dalla scuola al lavoro, aspetto che in Italia resta il
vero tallone d’Achille. In sintesi, tutti questi Paesi — seppur con strumenti
diversi — hanno adottato una logica comune: creare ecosistemi stabili,
digitalizzati e basati su partenariati pubblico-privato, capaci di accompagnare
i giovani nella costruzione di competenze e reti professionali.
È un
modello da cui l’Italia potrebbe prendere ispirazione, per superare una logica
di politiche giovanili episodiche e non pienamente integrate con il sistema
produttivo, costruendo un’infrastruttura di supporto all’occupazione giovanile
digitale.
Strumenti
digitali per occupazione giovanile e competenze digitali.
Per
colmare il gap e accelerare l’inclusione dei giovani nel mercato del lavoro, le
imprese italiane possono adottare strategie basate su strumenti digitali già
disponibili. Questi strumenti permettono di aggiornare in modo continuo e
scalabile le competenze digitali dei giovani, integrando le modalità
tradizionali di formazione.
Tra
questi:
Piattaforme
di e-learning e micro-learning per aggiornare rapidamente le competenze, con
corsi brevi e certificati su AI, cybersecurity, analisi dati e green skills, in
grado di rispondere ai fabbisogni emergenti del mercato del lavoro.
Learning
Management Systems (LMS) integrati con i sistemi HR aziendali per tracciare le
competenze e pianificare piani formativi individuali, valorizzando i percorsi
di crescita dei giovani in modo strutturato.
Sistemi
di mentoring digitale e reverse mentoring, che abbinano giovani talenti e
professionisti senior anche a distanza, creando community e reti di supporto
interne dove lo scambio di competenze è bidirezionale.
AI per
il career matching, che consenta di individuare ruoli interni e percorsi di
crescita coerenti con i profili digitali e le soft skill dei giovani assunti,
riducendo il rischio di mismatch.
Piattaforme
collaborative e di project management che facilitino il lavoro ibrido e il
coinvolgimento dei giovani in progetti strategici, anche se non presenti in
sede, aumentando visibilità e responsabilizzazione.
Questi
strumenti non sostituiscono la formazione tradizionale, ma possono affiancarla
in modo scalabile, consentendo di offrire ai giovani un ambiente di
apprendimento continuo e di crescita anche in modalità ibrida o remota,
riducendo il rischio di esclusione.
Un’agenda
per le imprese italiane.
Per le
imprese italiane, la sfida non è solo attrarre giovani talenti, ma trattenerli
e farli crescere. È necessario ripensare i modelli organizzativi, la gestione
delle persone e le modalità di collaborazione con il sistema educativo,
integrando in modo strutturale l’uso di strumenti digitali e la costruzione di
percorsi di carriera chiari.
Occorre:
creare
partnership con scuole, ITS e università per co-progettare percorsi formativi
sulle competenze emergenti, riducendo il divario tra aula e impresa;
strutturare
programmi di onboarding e mentoring digitale, garantendo ai giovani un
accompagnamento nei primi anni di carriera e una rete di supporto interna;
introdurre
metriche trasparenti per la valutazione della performance, riducendo i bias che
oggi penalizzano chi lavora da remoto e favorendo una cultura orientata ai
risultati;
collaborare
con le istituzioni per utilizzare i fondi europei (ESF+, PNRR) in modo mirato e
duraturo, sostenendo progetti che abbiano un reale impatto sull’occupazione
giovanile e sulle competenze digitali.
Solo
un approccio sistemico, che combini investimenti in competenze e innovazione
organizzativa, potrà evitare che la rivoluzione digitale e l’AI diventino un
fattore di esclusione per i giovani. La finestra temporale è stretta: entro il
2030, chi non avrà aggiornato i propri modelli di formazione e carriera rischia
di restare indietro — insieme a un’intera generazione di lavoratori.
Allarme
Deloitte: imprese a corto di talenti tech e giovani senza competenze per l’era
dell’AI.
Industriaitaliana.it
– (27 febbraio 2026) – Alessandro Mercuri e C. – Redazione -ci dicono:
«Il
quadro è allarmante, se misuriamo la diffusione delle competenze tecnologiche
tra coloro che possiedono un’istruzione terziaria», commenta Alessandro
Mercuri, partner e Dcm Technology & Transformation Leader di Deloitte.
«Come
si sta preparando il nostro Paese alla più grande rivoluzione tecnologica dai
tempi dell’invenzione di internet? Quali sono le competenze chiave che i nostri
giovani devono possedere per partecipare da protagonisti alla trasformazione
digitale? E quale ruolo vogliamo avere – come europei – nella partita globale
dell’innovazione tecnologica?».
Così Alessandro Mercuri, partner e Dcm
Technology & Transformation Leader di Deloitte, è intervenuto sul tema
delle competenze digitali su Voices, la piattaforma che ospita commenti a
firma degli esperti Deloitte.
«Il
quadro è allarmante, se misuriamo la diffusione delle competenze tecnologiche
tra coloro che possiedono un’istruzione terziaria e – dunque – dovrebbero
costituire la parte della popolazione più istruita e digitalmente matura»,
commenta l’esperto. Secondo l’ultima edizione dell’Osservatorio Stem di
Deloitte, a livello europeo poco più di 1 studente universitario su 4 è
iscritto a percorsi Stem (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica). Un
dato ancora più significativo alla luce del dato secondo cui l’Italia, nel
2024, è risultata penultima nella classifica Ue per quota di laureati: secondo
l’Eurostat, tra i giovani dai 25 ai 34 anni solo il 30,6% degli italiani
possiede un titolo di studio terziario, contro una media europea che ha ormai
superato il 43%.
«Le
conseguenze della carenza di queste competenze la vediamo benissimo sul
mercato: il 53% delle piccole aziende e il 51% delle grandi aziende censite
dall’Osservatorio Stem di Deloitte ha già avuto difficoltà a trovare i profili
professionali con competenze Stem. Un trend destinato ad aggravarsi
ulteriormente di fronte all’accelerazione della “tech race” globale in corso,
trainata dalla competizione sullo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale»,
scrive Mercuri.
Di
fronte a queste sfide epocali, Deloitte ha deciso di investire nelle competenze
chiave per il futuro: ne è un esempio Digita, la Academy interamente dedicata
alle competenze digitali che Deloitte ha creato a Napoli insieme all’Università
Federico II. Giunta alla sua nona edizione, Digita offre un percorso formativo
a 50 giovani laureati – di cui il 60% ragazze – di 9 mesi per oltre 700 ore di
lezione, con una full immersion che fornisce non solo elementi teorici, ma
anche pratici per inserirsi nel mondo del lavoro.
Boot-camp
AI: il primo boot-camp gratuito in Italia sull’Intelligenza Artificiale della
durata di 400 ore.
«In un
mondo che accelera sempre di più su digitalizzazione e trasformazione
tecnologica, la Digita Academy è un esempio virtuoso di come imprese e
università possono unire le forze per contribuire all’innovazione e alla
crescita di tutto il Sistema Paese», spiega Mercuri. «Non a caso, al centro del
manifesto formativo di quest’anno c’è il Bootcamp AI: il primo bootcamp
gratuito in Italia sull’Intelligenza Artificiale della durata di 400 ore – un
percorso di formazione intensiva a cui si affianca anche il Cyber Security Lab,
dedicato alla sicurezza informatica».
Grazie
al progetto Digita, Deloitte ha già formato oltre 600 studenti, contribuendo a
sviluppare competenze e a formare nuovi talenti, alcuni dei quali lavorano
nelle aziende partner e molti all’interno del network Deloitte. Tra questi, un
quarto ricopre ruoli di senior consultant e manager, a conferma dell’efficacia
dell’iniziativa anche in termini di sviluppo professionale.
«Ma
l’impegno per sostenere lo sviluppo delle nuove competenze non si ferma a
Napoli: in Italia abbiamo erogato oltre 57mila ore di training sulla Generative
AI. Un investimento che equivale a circa 10 ore di formazione “Gen AI” per
persona nel solo 2025.
L’iniziativa
proseguirà anche nei prossimi anni: tra dicembre 2025 e ottobre 2026 sono
infatti previste tra le 8 e le 12 ore aggiuntive di formazione per persona in
questo ambito, con l’obiettivo di sviluppare competenze avanzate e trasversali
e stare al passo con l’evoluzione digitale», scrive l’esperto.
«Con
queste iniziative e gli investimenti sostenuti negli anni, il network Deloitte
promuove attivamente l’apprendimento continuo e l’adattabilità – due requisiti
ormai imprescindibili per affrontare la trasformazione digitale in corso. Il
nostro Paese non può più aspettare. E iniziative come queste dimostrano come il
settore privato possa diventare un motore di crescita e innovazione, traducendo
l’investimento in competenze in un impatto concreto per tutto il sistema
Paese», conclude Mercuri.
Bambini
e digitale: le nuove generazioni chiedono strumenti per riconoscere e
difendersi dalle fake news.
Ilsole24ore
-Redazione Scuola – (10 -02 – 2025) – ci dice:
Il 76%
dei ragazzi ritiene che l'”Age verificazioni” dovrebbe essere obbligatoria su
tutte le piattaforme:
presentata indagine di Telefono Azzurro e
BVA-DOXA su digitali e minori.
Il
bambino al centro.
Proteggere
le nuove generazioni nel mondo digitale.
È
questa la sfida che la Fondazione S.O.S. Telefono Azzurro lancia in occasione
del “Safer Internet Day 2025.”
Una frase che richiama l'urgenza di affrontare
complesse sfide economiche, etiche, di sicurezza e di benessere legate al
coinvolgimento dei bambini nell'ecosistema del digitale.
“Affrontare la sfida di costruire un ambiente
digitale più sicuro e inclusivo richiede un impegno globale. È fondamentale
investire in infrastrutture sostenibili, rafforzare la governance delle
piattaforme digitali per proteggere i diritti dei minori e promuovere una
cooperazione internazionale che riduca le disuguaglianze.
Vi è
oggi la necessità di gettare le basi per azioni ad alto impatto capaci di agire
su più livelli per proteggere i bambini dai rischi del web.
È
fondamentale definire i confini normativi e mettere al centro delle leggi le
nuove generazioni affinché possano essere realmente tutelati anche in rete,
cosa che oggi purtroppo non avviene.
Anche
le piattaforme devono farsi promotrici di questo cambiamento e privilegiare il
benessere di bambini e adolescenti rispetto agli interessi commerciali,
promuovendo l'educazione digitale sia per i più giovani che per genitori ed
educatori.
È una
responsabilità collettiva verso un futuro in cui ogni bambino possa prosperare
in un ambiente digitale sicuro e favorevole al suo sviluppo. Ogni passo in
questa direzione rappresenta un investimento per un domani più equo,
sostenibile e inclusivo per tutti i minori del mondo” – sottolinea il
Professore “Ernesto Caffo”, Presidente di Telefono Azzurro.
Accompagnare
bambini e adolescenti
Il
digitale e i social network possono essere risorse preziose, ma è fondamentale
accompagnare bambini e adolescenti in un uso consapevole, per proteggere il
loro benessere psicologico e favorire relazioni sane e autentiche, aspetti
entrambi messi a dura prova dalle dinamiche odierne del digitale. A confermarlo
è anche l'indagine di Telefono Azzurro e BVA-Doxa presentata oggi presso
l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano in occasione dell'evento
organizzato per il “Safer Internet Day 2025”.
Dipendenza
in aumento.
A
livello globale, la dipendenza da smartphone è in aumento, con implicazioni
notevoli per il comportamento sociale e la qualità delle interazioni dei
giovani.
L'utilizzo
dei social media ha in particolare implicazioni significative dal punto di
vista psicologico e sociale.
Tra i
principali effetti: rischio di dipendenza, impatto sull'autostima e pericoli
psicologici legati all'interazione online.
Dall'indagine
di Telefono Azzurro emerge tra i giovani una mancanza di consapevolezza sui
potenziali effetti negativi dei social media che evidenzia la necessità di
programmi educativi mirati.
Il 63% degli intervistati dichiara di aver
provato almeno un'emozione mentre era sui social:
il 24% invidia verso la vita degli altri, il
21% si è sentito diverso/a, il 19% inadeguato/a.
La
richiesta.
Tra
gli argomenti per i quali i ragazzi affermano di avere più bisogno di
informazioni per potersi difendere o per poterli evitare vi sono al primo posto
le fake news (40%), seguite da privacy e dati personali (34%), cyberbullismo
(32%) e adescamento (31%).
L'elevata
esposizione ai social media rende i giovani particolarmente vulnerabili alla
disinformazione, spingendoli quindi a cercare strumenti per riconoscerla e
contrastarla, desiderio che riflette la necessità da parte loro di comprendere
meglio le dinamiche dell'informazione nell'era digitale e di partecipare
attivamente alla costruzione di una società più informata e resiliente ai
pericoli della disinformazione.
In questo contesto, si inserisce la strategia
di Meta in Italia di “rimuovere, ridurre, informare” per contrastare la
disinformazione, messa tuttavia in discussione dalle recenti posizioni espresse
da Zuckerberg.
La
collaborazione.
La
collaborazione tra genitori, educatori e bambini può rappresentare una
strategia efficace per migliorare la sicurezza e la privacy online dei minori.
In particolare, dallo studio emerge
chiaramente il fondamentale ruolo dei genitori nella crescita e nella
formazione dei giovani nell'era digitale e la necessità di fornire
un'educazione digitale a tutte le famiglie affinché possano supportare i propri
figli in modo consapevole e competente.
Come
evidenziato dall'indagine, i ragazzi e le ragazze dichiarano infatti che se
fossero vittima di violenza sessuale online, lo segnalerebbero soprattutto ai
genitori (76%), solo il 40% alle forze dell'ordine (40%) e il 14% agli amici.
In
caso di contenuti online potenzialmente dannosi o illeciti riguardanti altri
minori o di episodi di cyberbullismo contro altri, la quasi totalità dei
ragazzi segnalerebbe il fatto (98%-99%) e più del 70% anche in questo caso ai
genitori.
Evidente in questo senso la necessità di una
valida educazione digitale per tutte le famiglie per poter supportare
consapevolmente i più giovani all'interno della rete.
Il
dibattito sull'introduzione di sistemi di verifica dell'età per i social media
continua a suscitare opinioni contra-stanti tra giovani, genitori ed esperti e
la questione diventa sempre più rilevante, soprattutto alla luce dell'aumento
dell'accesso precoce dei minori alle piattaforme digitali. Dallo studio
presentato da Telefono Azzurro e BVA Doxa emerge che il 44% dei ragazzi ritiene
l'age verificazioni uno strumento utile per proteggere i minori, il 33% la
ritiene fastidiosa ma necessaria e solo il 15% la ritiene inutile.
Il 76% ritiene che dovrebbe essere
obbligatoria su tutte le piattaforme che offrono contenuti potenzialmente
inappropriati per i minori e il 37% indica come “età giusta” fino alla quale è
necessaria la verifica dell'età 16 anni.
La
consapevolezza dell'importanza dell'age verificazioni è comunque più alta tra i
genitori, dove la percentuale di chi ritiene la verifica dell'età una pratica
utile e necessaria sale al 71%.
Intelligenza
Artificiale.
I
giovani hanno una percezione ambivalente dell'IA, molti ne riconoscono
l'utilità per migliorare l'efficienza personale e facilitare attività
quotidiane, tuttavia, emergono anche preoccupazioni etiche e sociali.
Anche
in merito all'AI una delle preoccupazioni principali dei ragazzi (40%) è legata
alle fake news, ovvero al timore di non riuscire a capire quali siano le
informazioni affidabili e quali no.
L'IA
sta modificando profondamente anche lo scenario del cyberbullismo e dello
sfruttamento sessuale online, introducendo nuovi rischi legati alla
gene-razione e alla diffusione di contenuti di abuso e violenza. I deepfake, in
particolare, costituiscono una delle minacce più preoccupanti legate all'IA nel
contesto di CSAM (Child Sexual Abuso Materiale) e CSEM (Child Sexual
Exploitation Materiale). I giovani affermano infatti che un deepfake che li
ritrae causerebbe in loro forti disagi emotivi: il 40% teme, ad esempio, che
tali contenuti possano distruggere le loro relazioni sociali e la loro
reputazione.
Investimenti
pubblici, scienza e
tecnologia:
due forze trainanti
per
una nuova crescita.
Vietnam.vn
– Hainoimoi.it – (19 -07 -2026) – Redazione – ci dice:
Nel
contesto delle continue fluttuazioni del commercio globale che interessano
molte economie, gli investimenti pubblici rimangono uno strumento cruciale per
sostenere la crescita. Il governo si sta concentrando sull'accelerazione
dell'erogazione degli investimenti pubblici, sulla rimozione delle strozzature
infrastrutturali e sulla promozione della trasformazione digitale per creare le
condizioni per una crescita sostenibile nei prossimi trimestri.
Le
infrastrutture strategiche aprono la strada ai flussi di capitali privati.
Nei
primi sei mesi dell'anno la crescita del PIL nazionale si è attestata
all'8,18%. Per raggiungere almeno il 10% per l'intero anno, la crescita nella
seconda metà dell'anno dovrà sfiorare il 12%.
Secondo
il professor associato Nguyen Thun Lang, esperto di economia e commercio
internazionale e docente senior presso l'Istituto di Commercio Internazionale
ed Economia (Università Nazionale di Economia), si tratta di un obiettivo molto
ambizioso, ma non impossibile.
"I
tradizionali motori di crescita del Vietnam non sono ancora stati sfruttati
appieno. Ad esempio, gli investimenti pubblici sono stati erogati solo per
circa il 35%, il che significa che quasi il 65% del piano deve ancora essere
attuato nella seconda metà dell'anno. Se l'erogazione venisse accelerata,
questo fattore da solo potrebbe contribuire con un ulteriore 1,5-2 punti
percentuali alla crescita del PIL", ha analizzato il professor associato
Nguyen Thun Lang.
dau-tu-cong.jpg.
Si
prevede che l'accelerazione dell'erogazione dei fondi pubblici per gli
investimenti e la realizzazione di progetti infrastrutturali chiave creeranno
slancio per la crescita economica.
Il
piano complessivo di investimenti pubblici per il 2026, assegnato dal Primo
Ministro a ministeri, agenzie centrali e autorità locali, ammonta a 1.004,6
trilioni di VND (di cui 354,4 trilioni di VND provenienti dal bilancio centrale
e 650,2 trilioni di VND dal bilancio locale).
Il Primo Ministro Le Minh Huang ha richiesto
una maggiore disciplina negli investimenti pubblici, contrastando la
dispersione delle risorse, collegando l'allocazione dei capitali all'efficienza
socio-economica e impegnandosi a erogare il 100% del piano di investimenti per
il 2026, creando così lo slancio necessario per raggiungere gli obiettivi di
crescita a doppia cifra.
Secondo
gli ultimi dati del Ministero delle Finanze, al 2 luglio l'erogazione di
capitali pubblici per investimenti ha raggiunto i 360.948,7 miliardi di VND,
pari al 35,8% del piano stabilito dal Primo Ministro.
Questa
cifra è superiore a quella riportata dal Ministero delle Finanze durante la
riunione ordinaria del Governo di giugno 2026 (oltre 356.935 miliardi di VND,
pari al 35,5% del piano stabilito dal Primo Ministro).
Tuttavia,
secondo il Ministero delle Finanze, i risultati dell'erogazione di capitali
pubblici per investimenti non hanno ancora soddisfatto le aspettative.
Il
professore associato Dr. Nguyen Thun Lang prevede che questo flusso di capitali
continuerà a essere fortemente agevolato nei restanti trimestri dell'anno,
poiché gli investimenti pubblici mantengono il loro ruolo di uno dei principali
motori della crescita economica.
Inoltre, sebbene l'attuale tasso di erogazione
sia in crescita, rimane relativamente basso rispetto al piano complessivo per
l'intero anno.
Ciò
crea involontariamente un ampio margine di manovra per le autorità locali e gli
investitori al fine di accelerare ulteriormente l'erogazione nel prossimo
periodo.
Secondo
una ricerca del Fondo Monetario Internazionale (FMI), per le economie emergenti
e in via di sviluppo, riallocare anche solo l'1% del PIL agli investimenti
infrastrutturali ha il potenziale di aumentare la crescita del PIL di circa il
3,5% nel medio e lungo termine.
Con
l'obiettivo di erogare oltre 1.000 miliardi di VND, lo sblocco dei capitali non
solo facilita il completamento e la messa in funzione anticipata dei progetti,
ma contribuisce anche a stimolare la produzione, creare posti di lavoro e
favorire una crescita economica a doppia cifra.
"Il
volume di lavoro e la quantità di capitali che devono essere assorbiti nei
trimestri rimanenti sono enormi, il che crea pressione per accelerare
l'attuazione e l'accettazione dei principali progetti di investimento
pubblico", ha affermato il professore associato Vo Tri Thanh.
In
questo contesto, il Ministero delle Finanze ha proposto soluzioni per il
prossimo periodo al fine di superare le difficoltà e promuovere l'erogazione
dei progetti di investimento pubblico secondo gli obiettivi prefissati.
È
urgente eliminare gli ostacoli relativi alla pianificazione, ai terreni,
all'autorizzazione dei siti, ai materiali da costruzione, alle procedure di
investimento, alle gare d'appalto e ai beni pubblici.
In particolare, è in fase di implementazione
un sistema di punteggio basato su indicatori chiave di prestazione (KPI) per
ministeri, agenzie centrali e enti locali, considerato uno strumento per
monitorare i progressi e rafforzare la responsabilità.
Entrando
nella fase accelerata di attuazione del piano di sviluppo socio-economico 2026,
le amministrazioni locali si stanno concentrando sulla rimozione degli
ostacoli, sull'accelerazione dei progetti chiave e sul miglioramento
dell'efficienza nell'erogazione degli investimenti pubblici.
Hanoi
è diventata il punto focale dell'intero Paese grazie al lancio simultaneo di
una serie di progetti infrastrutturali e di sviluppo urbano su larga scala, che
contribuiranno a plasmare una nuova immagine per la capitale nella prossima
fase di sviluppo.
Il
Primo Ministro Le Minh Huang:
Tutte
le proposte commerciali devono essere esaminate a fondo e i risultati resi
pubblici.
Il
Primo Ministro Le Minh Huang: Tutte le proposte commerciali devono essere
esaminate a fondo e i risultati resi pubblici.
A
conclusione della riunione del Comitato permanente del governo con la comunità
imprenditoriale, tenutasi la mattina del 18 luglio, il Primo Ministro Le Minh Huang
ha chiesto ai ministeri, ai settori e alle autorità locali di dare seguito in
modo definitivo alle raccomandazioni del mondo imprenditoriale, di rendere
pubblici tutti i risultati delle risoluzioni e di passare con decisione dal
dialogo all'azione, utilizzando l'efficacia tangibile come parametro di
successo.
Euro
window Holding ha ottenuto la certificazione tra i 10 marchi più famosi del
Vietnam nel 2026.
Il 18
luglio 2026, ad Hanoi, Euro window Holding è stata nuovamente inclusa nella
lista dei "10 marchi vietnamiti più famosi del 2026", riconoscimento
conferito dall'Associazione vietnamita per la proprietà intellettuale.
Le
nuove tecnologie stanno trainando le esportazioni agricole.
Di
fronte alle crescenti esigenze del mercato internazionale, le imprese e le
cooperative della città hanno investito con audacia in nuove tecnologie e
modernizzato le proprie linee di produzione per migliorare la qualità dei
prodotti agricoli e soddisfare gli standard dei paesi importatori.
Hanoi
ha accelerato con decisione l'erogazione di capitali pubblici per gli
investimenti, creando lo slancio necessario per una crescita economica
dirompente.
Tra le
soluzioni chiave, spicca la risoluzione dei problemi relativi all'esproprio dei
terreni.
Attualmente,
Hanoi sta attuando le procedure di esproprio per circa 1.428 progetti, di cui
1.281 finanziati con fondi pubblici; tra questi, 27 sono progetti di grande
portata, importanti e strategici.
Nei
primi sei mesi dell'anno, Hanoi ha erogato circa 63.501 miliardi di VND (oltre
il 52% del piano), superando di gran lunga l'obiettivo KPI fissato per giugno
di 1.345 miliardi di VND.
All'inizio
di luglio (al 8 luglio), l'erogazione di investimenti pubblici ad Hanoi ha
raggiunto i 65.024 miliardi di VND, pari al 54,19% del piano assegnato dal
governo centrale.
Hanoi
sta mobilitando attivamente e utilizzando efficacemente le risorse di
investimento nella regione, impiegando gli investimenti pubblici per guidare,
attivare e creare spazio per gli investimenti privati e gli investimenti
diretti esteri (IDE); sta dando priorità ai progetti infrastrutturali
strategici, alla connettività interregionale e ai progetti che possono essere
completati e messi in funzione a breve termine, creando nuove capacità
produttive.
Allo stesso tempo, sta promuovendo progetti di
investimento non di bilancio su larga scala che generano effetti a cascata e
integrano la capacità di crescita nel breve e medio termine.
"Nei
primi sei mesi dell'anno, il capitale totale investito nello sviluppo sociale
di Hanoi è stimato in quasi 257.000 miliardi di VND, con un incremento del
15,2%.
Ciò
dimostra che, quando lo Stato accelera gli investimenti infrastrutturali, anche
il settore imprenditoriale espande le proprie attività produttive, commerciali
e di investimento, creando un effetto sinergico sull'economia", ha
affermato il professor Hoang Van Cuono, vicepresidente dell'Associazione
vietnamita di scienze economiche.
Inoltre,
la decisa riallocazione di capitali da parte di Hanoi non solo aiuta la città a
raggiungere il suo obiettivo di crescita del PIL regionale, ma funge anche da
"capitale iniziale" per attrarre maggiori risorse di investimento non
di bilancio.
Economia
digitale, ristrutturazione del modello di crescita.
Oltre
agli investimenti pubblici, il professore associato Dr. Nguyen Thun Lang ha
stimato che una crescita esplosiva non dovrebbe limitarsi a raggiungere il 10%,
ma potrebbe addirittura arrivare al 12%, superando le aspettative
convenzionali.
Ancora
più importante, ciò richiede la formazione di una nuova struttura economica
basata su nuovi motori di crescita.
I settori tradizionali, infatti, crescono in
genere solo del 6-7%. Per ottenere una svolta decisiva, è necessario sviluppare
nuove "industrie portanti" come i centri finanziari internazionali, i
semiconduttori, la progettazione di circuiti integrati, il packaging dei chip,
l'economia digitale, la finanza verde e l'economia circolare.
Se questi settori si svilupperanno con forza,
il Vietnam potrà partecipare più attivamente alla catena del valore globale e
generare elevati tassi di crescita nel lungo periodo, analogamente a quanto
sperimentato da Cina e Corea del Sud.
fdi-cong-nghe.jpg
Innovazione:
la forza trainante del nuovo modello di crescita.
Secondo
il viceministro delle Finanze Tran Quo Phon, la storia dell'economia vietnamita
nei primi sei mesi dell'anno non si limita al tasso di crescita dell'8,18%, ma
riguarda anche il cambiamento positivo dei fattori trainanti della crescita.
La crescita nei primi sei mesi non si basa
solo sulla ripresa della domanda aggregata, ma è anche sostenuta dall'aumento
della capacità produttiva e da una transizione della struttura economica verso
una maggiore modernizzazione, creando una base importante per il raggiungimento
dell'obiettivo di crescita per l'intero anno 2026.
La
Risoluzione n. 57-NQ/TW del Politburo ha identificato la scienza, la
tecnologia, l'innovazione e la trasformazione digitale come svolte strategiche
e fattori chiave per lo sviluppo di forze produttive moderne, l'innovazione dei
modelli di crescita e il miglioramento della produttività del lavoro.
Il
professor Pham Hong Chung, ex direttore dell'Università Nazionale di Economia,
ritiene che nel prossimo futuro il Vietnam debba concentrarsi anche su nuovi
settori tecnologici come l'intelligenza artificiale, l'economia dei dati e
l'economia spaziale.
Secondo le previsioni, la sola intelligenza
artificiale potrebbe contribuire per oltre il 2% al PIL entro il 2030,
diventando un fattore di crescita cruciale dopo la trasformazione digitale.
Hanoi
sta inoltre promuovendo con forza la trasformazione digitale e l'innovazione
per creare slancio per lo sviluppo a lungo termine. Hanoi continua a essere
leader nel paese per quanto riguarda l'indice di e-commerce; conta 10.996
imprese nel settore delle tecnologie digitali, pari a circa il 15% del totale
nazionale. Molti settori hanno raggiunto il 100% di pagamenti senza contanti...
Hanoi
sta attualmente implementando diversi progetti chiave di trasformazione
digitale e ad alta tecnologia per dare impulso all'economia digitale e
costruire una città intelligente. Tra i progetti più importanti figurano: i
parchi tecnologici digitali di Tay Tuu e Phu Dien, che fungeranno da centri di
ricerca per l'intelligenza artificiale, i big data e l'Internet delle cose
(IoT) e che dovrebbero creare 60.000 posti di lavoro per professionisti; e
l'ampliamento del parco tecnologico di Ho Laac, incentrato sulla ricerca, lo
sviluppo e l'applicazione di tecnologie chiave come microchip, semiconduttori,
biotecnologie e automazione.
La
città sta valutando la possibilità di progettare complessi di centri dati per
l'intelligenza artificiale, che incorporeranno data center su larga scala
dedicati all'intelligenza artificiale, con l'obiettivo di attrarre miliardi di
dollari di investimenti internazionali...
A
partire da settembre, le aziende che non rispettano questo requisito rischiano
multe fino a 150 milioni di VND.
A
partire da settembre, le aziende che non rispettano questo requisito rischiano
multe fino a 150 milioni di VND.
SKĐS -
A partire dal 10 settembre 2026, le aziende che non registrano o registrano in
modo incompleto i dipendenti soggetti all'assicurazione sociale obbligatoria
possono essere multate fino a 150 milioni di VND.
Nei
primi sei mesi dell'anno il PIL ha superato l'8%: il governo è determinato a
mantenere l'obiettivo di crescita a doppia cifra.
Nei
primi sei mesi dell'anno il PIL ha superato l'8%: il governo è determinato a
mantenere l'obiettivo di crescita a doppia cifra.
GD&TĐ
- L'economia vietnamita continua a mostrare segnali positivi, con una crescita
del PIL nei primi sei mesi del 2016 pari all'8,18%, il valore più alto dal
2011.
Risvegliare
le risorse culturali del mare.
Estendendosi
per 3.260 km sul territorio vietnamita, il mare non solo influenza
profondamente la vita economica e sociale, ma permea anche il panorama
culturale vietnamita, dalla profondità della memoria e dalle pratiche
quotidiane al rituale vietnamita di "bere acqua, ricordandone la
sorgente". Tuttavia, a causa di specifiche condizioni storiche, il
riconoscimento e la promozione del valore dello spazio culturale marittimo nel
processo storico della nazione hanno attraversato molteplici fasi con approcci
differenti.
Hanoi
è leader in Cina per tasso di digitalizzazione delle procedure amministrative,
con il 97,74%, e sta inoltre promuovendo l'applicazione dell'intelligenza
artificiale nei settori dei trasporti, della sanità e della gestione urbana.
Questo rappresenta un fondamento importante per consentire alla città di
continuare a migliorare il contesto degli investimenti, ridurre i costi di
conformità per le imprese, aumentare l'efficienza della governance e rafforzare
la competitività dell'economia.
Nella
sua nuova fase di attrazione degli investimenti esteri, Hanoi dà priorità ai
settori tecnologici strategici come semiconduttori, progettazione di circuiti
integrati, intelligenza artificiale, big data, cloud computing, data center,
biotecnologie, tecnologie verdi, nuovi materiali, tecnologia quantistica,
finanza internazionale, logistica intelligente e ricerca e sviluppo. Il
professor Pham Hong Chung ha valutato che i vantaggi esistenti della capitale
saranno sfruttati anche per creare nuovi poli di crescita. In particolare, il
Parco Tecnologico di Ho Laac è concepito come un polo per l'innovazione; le
aree di West Lake, Nihat Tan e Dong Ánh si svilupperanno in centri finanziari,
commerciali e di servizi internazionali; e i parchi industriali di nuova
generazione e i cluster di innovazione specializzati continueranno a ricevere
investimenti e a essere sviluppati.
Nel
2026, la città punta a che il valore aggiunto dell'economia digitale raggiunga
almeno il 22% del suo PIL regionale, con ciascun settore che consegua almeno il
15%. Tutto ciò avviene nel quadro giuridico della Legge sulla Città Capitale,
supportato da otto risoluzioni del Consiglio Popolare della Città e da una
serie di piani specifici per l'attuazione della Risoluzione 57-NQ/TW; la
Risoluzione 59-NQ/TW, in vigore dal 1° luglio, è identificata come una pietra
miliare per lo sviluppo accelerato.
Quando
la trasformazione digitale viene implementata in modo sincrono, in concomitanza
con l'innovazione nei modelli di governance e il miglioramento della
produttività aziendale, le nuove tecnologie diventano a tutti gli effetti una
nuova forza trainante per la crescita, contribuendo alla realizzazione
dell'obiettivo di uno sviluppo rapido e sostenibile.
Allo
stesso tempo, gli investimenti pubblici creeranno le basi materiali, mentre la
scienza e la tecnologia genereranno le capacità per le scoperte; la
combinazione di queste due forze trainanti aprirà nuove opportunità di crescita
per l'economia.
(hanoimoi.vn/dau-tu-cong-va-khoa-hoc-cong-nghe-hai-dong-luc-tao-suc-bat-moi-1212766.html).
Rivoluzione
AI: per le aziende
imperativo prepararsi fin
d'ora per non restare indietro.
Ilsole24ore.com
- Corrado Poggi – (12 dicembre 2025) – Redazione – ci dice:
Secondo
l’ex presidente della Bce, Mario Draghi, l’Europa rischia un futuro di
stagnazione se perderà il treno dell’innovazione e dell'intelligenza
artificiale.
(Il
Sole 24 Ore Radiocor) - Le grandi rivoluzioni industriali non partono mai con un
fragore: nascono come segnali che pochi colgono davvero.
Il
vapore nell’Ottocento, l’elettricità nel Novecento, internet negli anni ’90:
ogni volta i meccanismi hanno iniziato a
ingranare piano, quasi in sordina.
Poi, all’improvviso, arriva la soglia critica:
la
tecnologia diventa matura, i costi crollano e le applicazioni si moltiplicano
senza preavviso.
Chi ha saputo intravedere i presagi del futuro
e si è mosso per tempo guadagna allora un vantaggio competitivo che lo pone
davanti alla concorrenza mentre chi resta indietro rischia di scivolare
nell’irrilevanza.
Un
rischio su cui ha di recente richiamato l’attenzione anche l’ex presidente
della Bce Mario Draghi secondo cui l’Europa rischia un futuro di stagnazione se
perderà il treno dell’innovazione e in particolare dell’AI. L’imperativo è
quello di agire già sin ora senza perdere altro tempo visto che negli Stati
Uniti gli incrementi di produttività sono tornati ai livelli degli anni 80 e
dei primi anni 90 mentre in Europa si ha un rallentamento della crescita e
l'ultima volta che la produttività europea ha eguagliato i livelli statunitensi
è stato nel 1995.
Uno
sviluppo che potrebbe stimolare guadagni è l’arrivo degli agenti “AI” a cui
possono essere assegnati compiti specifici.
Essi sono in grado di esaminare il contesto,
agire in base al ruolo loro assegnato e adattarsi in base all’esperienza per
prevedere le intenzioni degli utenti, completare codici e moduli e scegliere i
migliori strumenti per compiere il lavoro loro assegnato.
Gli
agenti di intelligenza artificiale, pur essendo ancora in una fase iniziale di sviluppo,
stanno acquisendo un ruolo centrale nella trasformazione digitale delle
imprese:
secondo
Boston
Consulting Group, due terzi dei dirigenti delle principali aziende globali li considerano
elementi chiave delle loro strategie.
Tuttavia, gli standard che permetteranno la
comunicazione tra agenti sviluppati da fornitori diversi sono ancora in via di
definizione.
Per questo motivo le aziende devono prepararsi
fin d’ora, garantendo che i propri dati siano strutturati e pronti per essere
utilizzati efficacemente dall’AI.
Gli
agenti AI possono interagire con i sistemi IT, conservare informazioni e
supportare dipendenti e clienti nello svolgimento delle attività, con
applicazioni trasversali:
nei dipartimenti HR possono generare annunci
di lavoro o definire obiettivi;
nel
marketing possono creare e-mail personalizzate e pagine web;
nella
supply chain possono redigere istruzioni per le ispezioni dei prodotti.
Per sfruttare appieno queste potenzialità, è
fondamentale che i dati conservino i loro metadati descrittivi quando vengono
trasferiti nei data ware-house perché la loro perdita compromette la qualità
delle operazioni e l’efficienza complessiva.
Anche
la tecnologia RAG (retriva aumento generation), che consente ai modelli
linguistici di accedere ai dati proprietari delle aziende, richiede
informazioni pulite, coerenti e unificate.
Accanto
agli aspetti tecnici, è cruciale la qualità dei processi aziendali: flussi di
lavoro integrati e ben organizzati permettono di raccogliere dati affidabili,
necessari per ottenere output accurati dagli agenti Ai. Le aziende possono
inoltre personalizzare e addestrare i propri agenti grazie a strumenti dedicati
forniti dai ve”ndor.
Un esempio è” Oracle “AI” Agent Studio”, che
mette a disposizione decine di agenti preconfigurati e consente di crearne di
nuovi con facilità.
L’ascesa
degli agenti AI sta già trasformando attività aziendali critiche, e in futuro
essi potranno gestire intere funzioni come logistica e inventario, sostituendo
molte interfacce tradizionali.
L’adozione
dell’AI è in crescita: nel 2024 il 13,5% delle aziende europee la utilizzava,
con valori più alti in Svezia, Danimarca e Belgio; negli Stati Uniti la
percentuale varia tra il 20% e il 40%.
Tuttavia,
solo l’1% dei top manager considera oggi “maturi” i propri progetti di “Gen AI”.
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«L’AI
permette di trovare in modo molto più rapido personale di talento, migliora gli
indicatori delle performance finanziare, rende molto più accurate le previsioni
e i processi di completamento degli ordini e sostiene una crescita continuativa
dei ricavi grazie alla capacità di coinvolgere i clienti in modo assolutamente
mirato – spiega il VP Cloud Application di Oracle Italia, “Giovanni Ravasio” -.
Si
agisce più rapidamente, si prendono decisioni più intelligenti e si riducono i
costi.
Un
esempio perfetto è Amplifon.
L’azienda
utilizza da tempo la funzionalità “AI” di Oracle “Intelligenti Documenti Ricognizioni”
per velocizzare la gestione delle fatture di tutti i suoi punti vendita nel
mondo.
La
documentazione del fornitore ora è trasmessa direttamente al sistema ERP e
questo consente un monitoraggio centralizzato».
Il discrimine del futuro, ma già anche del
presente, non sarà dunque tra chi usa o meno l’intelligenza artificiale, ma tra
chi saprà integrarla nel proprio modello operativo e chi invece la tratterà
come un semplice accessorio tecnologico.
La
nuova rivoluzione industriale premierà le organizzazioni capaci di ripensare
processi, competenze e cultura aziendale, trasformando l’AI in un
moltiplicatore strutturale di efficienza e innovazione.
Chi sa cogliere i segnali del tempo e
prepararsi per tempo sarà in grado di costruire ecosistemi produttivi più
rapidi, trasparenti e resilienti, pronti a sostenere la prossima ondata di
crescita alimentata dall’intelligenza artificiale.
AI e
lavoro.
Intelligenza
artificiale, minaccia costante per i giovani lavoratori.
Agendadigitale.eu
– Maurizio Carmignani – (29 maggio 2025) – Redazione – ci dice:
(Maurizio
Carmignani -Founder & CEO – Management Consultant, Trainer & Startup
Advisor).
Gli
ultimi studi indicano la caduta di assunzione di neo laureati.
Molti esperti puntano il dito
sull’intelligenza artificiale, per gli impatti sul lavoro.
La
situazione non è chiara, ci sono dati contrastanti.
Ma è
bene prepararsi alla trasformazione: come giovani, come aziende e come società.
La
grande corsa all’intelligenza artificiale ha già cambiato il modo in cui le
aziende assumono, formano e trattengono il talento.
Ma
cosa sta davvero accadendo?
Un’ondata di dati e casi studio racconta una
realtà più complessa di quanto sembri.
Da un
lato l’AI riduce la domanda di lavoratori junior/entry-level, dall’altro
alimenta una nuova domanda di profili esperti e flessibili.
È
davvero l’inizio di una rivoluzione occupazionale o solo l’ennesima
trasformazione con vincitori e vinti?
A ogni
nuova ondata tecnologica, il lavoro cambia.
Ma con
l’avvento dell’”intelligenza artificiale generativa”, a cambiare non sono solo
le mansioni:
a
essere sotto pressione è la stessa idea di ingresso nel mondo del lavoro.
Il
livello entry-level, da sempre rampa di lancio per i giovani laureati, oggi
vacilla.
Dati,
analisi e testimonianze mostrano una trasformazione asimmetrica che penalizza i
neofiti ma può premiare chi ha già esperienza.
Cosa sta succedendo davvero?
Indice
degli argomenti.
Il
dato che preoccupa: meno spazio per giovani e neolaureati al lavoro.
Oxford:
allarme per giovani.
AI e
lavoro: il paradosso dell’esperienza
Ma
l’AI ancora non è pronta: dubbi sull’effetto sostituzione.
Non
tutti i numeri dicono “crisi”.
Nuovi
lavori, nuove geografie nell’era AI.
Il
caso “Anthropic”, chi trattiene il talento, vince.
AI e
lavoro: prospettive e raccomandazioni.
La
sfida per la Gen. Z.
Il
dato che preoccupa: meno spazio per giovani e neolaureati al lavoro.
Secondo
l’analisi condotta da “Signal Fire” su oltre 600 milioni di profili
professionali, le assunzioni di neolaureati nel tech sono crollate del 50%
rispetto ai livelli pre-pandemia.
Nel
confronto tra il 2023 e il 2024, il trend continua a peggiorare:
le Big
Tech hanno ridotto del 25% l’ingresso di neolaureati, mentre le startup segnano
un calo dell’11%.
I ruoli più penalizzati sono quelli
tradizionalmente considerati la porta d’accesso al settore: sviluppo software, legale
e finanza analisi, vendite, marketing e ruoli di supporto.
I
ricercatori credono che la responsabilità sia proprio dell’AI.
Le
attività più semplici e ripetitive – come cercare dati, compilare report,
installare software, fare debugging, scrivere codice standard o costruire slide
– sono oggi automatizzabili attraverso strumenti di AI generativa, togliendo
terreno ai compiti d’ingresso.
Anche
i dati della Federal Reserve Bank di New York confermano l’inversione di
tendenza: dal 2022 il tasso di disoccupazione dei neolaureati è aumentato del
30%, contro un +18% della popolazione generale.
In
parallelo, emerge anche una percezione negativa dei giovani lavoratori: il 55%
dei datori di lavoro ritiene che la “Gen Z” abbia difficoltà a lavorare in
team, il 37% dei manager preferirebbe affidarsi a strumenti di intelligenza
artificiale piuttosto che assumere un giovane inesperto.
Persino
i laureati in informatica di alto profilo faticano a entrare nelle grandi
aziende, la percentuale di neolaureati che trovano impiego presso i colossi del
tech – Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla – si è più che
dimezzata dal 2022. Questa tendenza, aggravata dalla crescente capacità dell’AI
di eseguire attività a basso valore aggiunto, minaccia di “rompere il primo
gradino della scala professionale”, come ha scritto “Anese Raman” di LinkedIn,
richiamando il parallelo con il declino della manifattura negli anni Ottanta.
Oxford:
allarme per giovani.
Altri
dati confermano la tesi.
Negli
ultimi mesi, la disoccupazione tra i neolaureati ha raggiunto un livello
insolitamente alto, pari al 5,8%, e la Federal Reserve Bank di New York ha
recentemente avvertito che la situazione occupazionale di questi lavoratori è
“notevolmente peggiorata”.
“Oxford
Economics”, una società di ricerca che studia i mercati del lavoro, ha rilevato
che la disoccupazione tra i neolaureati è fortemente concentrata in settori
tecnici come la finanza e l’informatica, dove l’intelligenza artificiale ha
registrato progressi più rapidi.
“Ci
sono segnali che indicano che i posti di lavoro entry-level stanno venendo
sostituiti dall’intelligenza artificiale a un ritmo più elevato”, ha scritto la
società in un recente rapporto.
AI e
lavoro: il paradosso dell’esperienza.
Nel
nuovo scenario modellato dall’intelligenza artificiale, le aziende sembrano
sempre meno disposte a scommettere su potenziale e apprendistato, sempre più
inclini a premiare chi ha già dimostrato risultati. Questo cambiamento sta
provocando una frattura nella logica tradizionale di ingresso nel mondo del
lavoro i Molti ruoli junior vengono pubblicati formalmente come tali, ma in
realtà vengono assegnati a profili senior o mid-career, capaci di portare
valore immediato e di ridurre i tempi e i costi dell’onboarding.
Le
grandi aziende tecnologiche, in particolare, hanno aumentato del 27% le
assunzioni di professionisti con 2-5 anni di esperienza, mentre le startup
hanno registrato un incremento del 14% nella stessa fascia.
La competizione per i pochi ruoli davvero
entry-level si è fatta feroce, proprio mentre le attività una volta formative e
ripetitive, come la scrittura di codice base, l’analisi preliminare dei dati
finanziari, la predisposizione di materiali per le diligence, vengono
progressivamente affidate all’AI, che le svolge con crescente efficienza.
Il
risultato è una sorta di cortocircuito, i neolaureati non trovano impieghi
perché privi di esperienza, ma non possono maturare esperienza perché non
trovano impieghi.
È il “paradosso dell’esperienza”, acuito dalle
capacità crescenti dell’AI e dall’assenza, in molte aziende, di un reale
investimento nella formazione on the job.
A
peggiorare il quadro contribuiscono anche le dinamiche economiche
post-pandemiche, la fine dell’epoca del capitale a basso costo e la pressione
verso modelli organizzativi più snelli.
In
questo contesto, la figura del giovane da formare diventa un lusso che molti
non sono disposti a concedersi.
Ma
l’AI ancora non è pronta: dubbi sull’effetto sostituzione.
Al
tempo stesso, la corsa all’automazione ha già mostrato i suoi limiti e ci sono
dubbi sulla ricaduta occupazionale.
Emblematico
è il caso di Karnak, la fintech svedese che aveva sostituito 700 operatori del
servizio clienti con un assistente virtuale.
Dopo
alcuni mesi, però, la qualità percepita del servizio era peggiorata, specie nei
casi più complessi.
Il CEO
Sebastian Siemiatkowski ha ammesso pubblicamente che la scelta di ridurre i
costi ha compromesso l’esperienza del cliente.
Karnak
ha dovuto reintegrare personale umano, dimostrando che la relazione resta un
asset strategico.
Un’indagine
condotta da IBM ha evidenziato che tre progetti su quattro legati
all’intelligenza artificiale non riescono a offrire il ritorno
sull’investimento promesso.
Uno
studio del National Bureau of Economic Research, focalizzato sui lavoratori
impiegati nei settori più esposti all’AI, ha riscontrato che l’introduzione
della tecnologia ha avuto un impatto trascurabile sia sui salari che sulle ore
lavorate.
Secondo
S&P Global, fornitore di dati e analisi, la quota di aziende che stanno
abbandonando la maggior parte dei progetti pilota di intelligenza artificiale
generativa è aumentata fino al 42%, rispetto al 17% registrato l’anno
precedente.
Secondo
le stime di McKinsey, l’intelligenza artificiale generativa potrebbe
contribuire a una crescita della produttività del lavoro compresa tra lo 0,1% e
lo 0,6% annuo entro il 2040, in base al grado di adozione e alla
riorganizzazione delle attività lavorative.
Non
tutti i numeri dicono “crisi”
A
dispetto della narrazione catastrofista secondo cui l’intelligenza artificiale
starebbe distruggendo i posti di lavoro, i dati macroeconomici raccontano una
storia diversa. Negli Stati Uniti, il tasso di disoccupazione si attesta su
livelli storicamente bassi (4,2%), mentre nei paesi OCSE l’occupazione ha
raggiunto un livello record. Non solo: nel 2024, il white-collar work, ovvero
il lavoro impiegatizio e amministrativo, ha mostrato una leggera crescita,
secondo un calcolo dell’Economist. Questo suggerisce che, almeno per ora, molte
aziende stiano implementando tecnologie AI non per sostituire ma per potenziare
la produttività dei dipendenti esistenti. È possibile che l’adozione dell’AI
non sia ancora abbastanza estesa da generare effetti su scala oppure che venga
usata in modo complementare anziché sostitutivo.
Il
punto, però, è che il cambiamento non è uniforme, se i lavori entry-level
mostrano segni di erosione, i professionisti con due-cinque anni di esperienza
risultano sempre più richiesti, con un +27% di assunzioni nelle Big Tech e +14%
nelle startup. Le attività basilari, una volta affidate ai neolaureati, vengono
oggi automatizzate, ma la domanda di competenze avanzate e trasversali continua
a crescere. In questo senso, più che un crollo dell’occupazione, si tratta di
una riconfigurazione profonda dei ruoli e delle traiettorie di carriera. La
polarizzazione tra chi è facilmente sostituibile e chi invece possiede skill
difficilmente replicabili da un algoritmo è destinata ad accentuarsi. Non è un
destino ineluttabile, ma una traiettoria che può essere orientata con le giuste
strategie, sia da parte delle istituzioni formative sia da parte delle imprese.
Nuovi
lavori, nuove geografie nell’era AI.
L’impatto
dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro non si limita alla
sostituzione o riduzione dei ruoli esistenti ma sta anche generando nuove
figure professionali e riconfigurando la geografia del talento.
Tra i
ruoli emergenti si fanno strada posizioni come AI governance lead, specialisti
in etica e privacy dell’AI, agenti AI engineers e prompt designer.
Si
tratta di professioni che richiedono una combinazione di competenze tecniche,
capacità relazionali e consapevolezza delle implicazioni regolatorie e sociali
delle nuove tecnologie. Questa trasformazione si riflette anche nella
distribuzione geografica del lavoro tech. Mentre San Francisco, New York e
Seattle continuano a concentrare oltre il 65% degli ingegneri AI, città come
Miami e San Diego stanno vivendo una crescita rapida grazie alla combinazione
di lifestyle attrattivo, costi contenuti e presenza di investimenti
significativi. Miami ha visto un aumento del 12% nei ruoli legati all’AI,
mentre San Diego ha attratto 5,7 miliardi di dollari di venture capital nel
2024, diventando un hub emergente nonostante la perdita di forza lavoro nelle
startup locali. Al contrario, centri come Austin e Houston stanno perdendo
slancio: le startup VC-backed hanno registrato un calo del 6% e del 10,9%
rispettivamente. In parallelo, cambia anche il modello organizzativo: molte
aziende stanno passando da logiche full remote a formule ibride più flessibili,
favorendo l’assunzione in presenza o in prossimità dei grandi hub. La nuova
normalità si basa sulla “prossimità strategica”, più che sulla presenza
quotidiana, con un’attenzione crescente all’equilibrio tra efficienza e qualità
della vita
Il
caso Anthropic, chi trattiene il talento, vince
Nel
pieno della guerra globale per il talento in ambito AI, il laboratorio
statunitense Anthropic si distingue per una capacità di fidelizzazione fuori
dal comune.
Secondo
i dati “Signal Fire£
,
l’80% dei suoi dipendenti assunti da almeno due anni è ancora in azienda,
contro il 67% di OpenAI. Questo dato, che misura la retention interna, è ancor
più significativo se si considera il contesto altamente competitivo in cui si
muovono i principali player dell’intelligenza artificiale.
Anthropic
è riuscita a strappare talenti a OpenAI e Deep-Mind con un rapporto di 8:1 e
11:1 rispettivamente, segnalando non solo un efficace processo di recruiting ma
anche una capacità di attrazione e trattenimento del talento basata su fattori
distintivi.
A fare
la differenza, secondo il report, non sono solo le condizioni economiche, ma
soprattutto la cultura organizzativa: flessibilità, senso di impatto concreto,
focus sull’etica e sulla sicurezza dell’AI, e un ambiente che consente ai
ricercatori di lavorare in autonomia. In un mercato in cui le skill sono scarse
e la domanda altissima, la capacità di costruire un contesto in cui le persone
decidono di restare è un vantaggio competitivo cruciale. La fedeltà dei
talenti, infatti, non è più solo una questione HR ma diventa un elemento
strategico nella corsa all’innovazione. In un mondo dove la conoscenza
accumulata e il capitale umano qualificato fanno la differenza nella velocità
di sviluppo e rilascio dei modelli, chi trattiene il talento può vincere anche
senza assumere più di tutti.
AI e
lavoro: prospettive e raccomandazioni.
Nel
contesto attuale, la prospettiva è tutt’altro che univoca: se da un lato le
evidenze mostrano una compressione dell’offerta di lavoro per i profili
entry-level, dall’altro emerge una crescente domanda di professionalità esperte
e in grado di adattarsi rapidamente alle nuove tecnologie. Secondo “Signal Fire”,
le Big Tech hanno aumentato del 27% le assunzioni di professionisti con 2-5
anni di esperienza, mentre le startup hanno fatto segnare un +14% nella stessa
fascia.
È un
segnale chiaro, le aziende premiano chi sa già usare l’AI o è in grado di
accelerarne l’adozione. Ma il rischio sistemico non è solo generazionale.
Come
avverte “Anese Raman”, Chef Economico Opportunità Office di LinkedIn, ciò che
si sta rompendo è il primo gradino della scala professionale.
Senza entry-level adeguati e sostenuti, anche
le aziende rischiano di trovarsi presto prive di una pipeline di talenti capaci
di evolvere in ruoli critici.
La sfida allora è duplice, per i giovani,
occorre un investimento deciso nello sviluppo di competenze AI avanzate, nel
lavoro progettuale e nella costruzione di un profilo ibrido, in grado di
combinare capacità tecniche e trasversali; per le imprese, è fondamentale
ripensare la formazione on the job, creare percorsi progressivi di inserimento
e costruire una cultura aziendale che valorizzi il potenziale anche prima dei
risultati.
Oltre
le raccomandazioni, si delineano almeno tre scenari possibili.
Nel
primo, le aziende puntano solo sull’efficienza e riducono progressivamente la
base occupazionale, creando una polarizzazione estrema tra pochi super-esperti
e una massa esclusa.
Nel secondo, si investe in formazione e in
modelli collaborativi uomo-macchina, ridisegnando i ruoli e favorendo
un’occupazione più qualificata e sostenibile. Il terzo – meno probabile ma non
impossibile – è uno stallo in cui l’adozione dell’AI procede a velocità troppo
diverse tra settori e territori, aggravando le disuguaglianze e indebolendo la
coesione sociale. In ogni caso, come ha affermato Heather Doshay di SignalFire:
“L’AI non ti ruba il lavoro, se sei tu il migliore a usarla.”
La
sfida per la “Gen Z”.
L’AI
non ha ancora cancellato milioni di posti di lavoro, ma sta ristrutturando in
modo profondo e silenzioso le dinamiche dell’inserimento lavorativo, creando
fratture nei modelli tradizionali di crescita professionale.
Mentre i ruoli entry-level si assottigliano,
emerge una selezione più netta tra chi è già esperto e può valorizzare le
tecnologie emergenti, e chi invece fatica a trovare un punto di accesso.
Ma questo divario non è solo una conseguenza
tecnologica: si intreccia con un cambiamento generazionale più ampio, che
riguarda la visione stessa del lavoro.
La “Gen
Z” porta con sé valori, aspettative e modalità comunicative diverse da quelle
delle generazioni precedenti, spesso percepite come distanti o difficili da
integrare nei contesti aziendali tradizionali.
Questa frizione culturale si somma alla
trasformazione digitale, rendendo ancora più complessa la costruzione di
percorsi di inserimento efficaci.
Il
rischio è che una parte significativa della nuova generazione venga esclusa non
per mancanza di potenziale, ma per l’incapacità dei sistemi formativi,
aziendali e sociali di offrire una reale transizione verso un nuovo paradigma
lavorativo.
Ai
giovani molti esperti consigliano ancora una carriera Stem (soprattutto in
Italia) ma anche coltivare competenze trasversali, tipicamente umani,
creatività, adattabilità, spirito critico. Ma non basta.
Il
tema non è solo tecnologico né individuale.
Ma è
anche politico, culturale e strategico: servono politiche attive, investimenti
nella formazione continua, nuovi modelli organizzativi da parte delle aziende
per valorizzare l’uso dell’AI in chiave di supporto ai lavoratori invece che
per la sostituzione.
Soprattutto,
serve un progetto condiviso che ridefinisca i percorsi di crescita nel lavoro
del futuro.
L’alternativa
è accettare una società frammentata, dove il talento rischia di restare
bloccato alla porta del futuro, mentre l’intelligenza artificiale detta le
nuove regole del gioco.
(Maurizio
Carmignani - Founder & CEO – Management Consultant, Trainer & Startup
Advisor).
Il
convegno Aria.
Giovani
imprenditori del Lazio propongono un patto per l’innovazione e la competitività
con l’intelligenza artificiale.
Ilsole24ore.com
– (10 luglio 2026) – Andrea Marini -Redattore – ci dice:
Al
convegno ARIA a Ponza, si è discusso di un’alleanza tra istituzioni, imprese e
università per sostenere le nuove imprese e colmare il gap di competenze in AI.
Sull’innovazione
i giovani imprenditori sono pronti a fare la loro parte.
Per
questo chiedono un patto di corresponsabilità per la competitività delle nuove imprese:
un’alleanza stabile tra istituzioni, imprese,
università, centri di ricerca e investitori.
È questo il messaggio lanciato dal presidente
del gruppo Giovani imprenditori di Unindustria Lazio, “Eugenio Snamori”, dal
palco di “ARIA”, il convegno del gruppo giunto alla sua quarta edizione,
dedicata all’intelligenza artificiale:
ieri a
Ponza c’erano oltre 150 tra imprenditori e rappresentanti istituzionali che
hanno parlato della “AI” e del suo rapporto con il capitale umano.
Quali
sono le azioni necessarie, secondo i giovani imprenditori, per evitare che le
start-up italiane cerchino fortuna all'estero?
Qual è
la proposta principale avanzata da Eugenio Snamori durante il convegno ARIA?
Quali
sono i tre pilastri fondamentali identificati da “Maria Anghileri” per guidare
la rivoluzione dell'intelligenza artificiale in Italia?
Domande
di approfondimento generate da 24Ore AI.
Durante
l’ormai consueto appuntamento di Ponza, è intervenuta “Maria Anghileri”,
presidente dei Giovani imprenditori Confindustria:
«L’Italia – ha detto – può giocare un ruolo di
primo piano se saprà portare l’intelligenza artificiale nei settori
manifatturieri in cui già eccelle, dalla meccatronica al design.
Ma
questa rivoluzione si regge su tre pilastri: energia, crescita e competenze.
Servono
energia stabile e sicura – ha sottolineato – per sostenere data center ad alta
intensità, imprese capaci di crescere su scala europea e attrarre capitali, e
un intervento concreto per colmare il divario di competenze.
Le
scelte dei prossimi 12-24 mesi determineranno se l’Italia saprà cogliere questa
opportunità o resterà indietro».
“Fausto
Bianchi”, presidente della Piccola industria di Confindustria, nel suo
intervento ha ricordato come l’AI sia «una leva strategica per far crescere le
imprese e rafforzare la competitività del Paese, non è solo una tecnologia.
Ma
senza persone preparate, competenze diffuse e qualità imprenditoriale, resterà
uno strumento incompiuto.
Per questo – ha precisato – continueremo a
sostenere le piccole e medie imprese e a chiedere investimenti concreti su
giovani, ricerca, università, start up e crescita dimensionale:
perché
il futuro dell’Italia passa dalla capacità delle nuove generazioni e delle
nostre imprese di guidare il cambiamento».
L’appello
di Landi (ex Apple): dal PNRR 500 milioni all’Intelligenza Artificiale.
Per
“Giuseppe Biazzo”, presidente di Unindustria, «la sfida non è la tecnologia.
È la nostra capacità di abilitarla.
Il
vero limite non è il software bensì il capitale umano che deve saperlo guidare.
Per
questo – ha ribadito – non basta comprare intelligenza artificiale, è nostro
dovere accompagnare la crescita professionale con una formazione vera,
strutturata e non episodica».
Nel
suo intervento, Samora ha lanciato, come detto, la proposta di un «Patto di
corresponsabilità per la competitività delle nuove imprese: un’alleanza stabile
tra istituzioni, imprese, università, centri di ricerca e investitori, con
l’obiettivo di rendere il Lazio Regione dell’innovazione e territorio sempre
più attrattivo per chi vuole fare impresa».
Il
presidente dei Giovani imprenditori di Unindustria, ha precisato: «Vogliamo
diventare un punto di riferimento per gli imprenditori del futuro e per la
crescita delle imprese innovative che già hanno scelto la regione.
Dobbiamo diventare un luogo dove le start up
decidono di restare e non cercare fortuna all’estero, perché già nella regione
trovano tutto ciò che serve loro:
una
grande capitale internazionale, territori con importanti vocazioni produttive,
un ecosistema della conoscenza unico e grandi imprese con cui collaborare e
creare partnership strategiche».
Il
presidente della Camera di commercio di Frosinone e Latina, “Giovanni Acampora”,
ha sottolineato:
«Il progetto “ARIA” dimostra quanto i giovani
imprenditori siano una risorsa strategica per il futuro del territorio. La
sfida dell’intelligenza artificiale non è solo tecnologica, ma soprattutto
culturale, e richiede un impegno condiviso tra imprese e istituzioni».
La PA
del futuro: l’IA abita già
gli
uffici pubblici ma serve
un
ecosistema integrato di soluzioni.
Repubblica.it - Anna Laura Maffei – (16 luglio
2026) – Redazione – ci dice:
La PA
del futuro: l’IA abita già gli uffici pubblici ma serve un ecosistema integrato
di soluzioni.
In
Italia il 49% dei progetti di intelligenza artificiale nel settore pubblico è
già operativo, superando la media globale del 43%.
Tra
record di connettività 5G e l'uso clandestino dell'IA da parte del 66% dei
dipendenti, serve una strategia condivisa contro la frammentazione di strumenti.
L’intelligenza
artificiale non sta cambiando soltanto il volto, a livello globale, del mondo
aziendale ma anche quello delle pubbliche amministrazioni.
Un
modello di riferimento, in questo senso, è Singapore dove, già nel 2023, il
progetto “Pair” introduceva una chatbot diventata, poi, verso la fine del 2024,
una suite unica di soluzioni basate sull’IA generativa costruita su LLM
contestualizzati per i casi d'uso del governo di Singapore.
Un
ecosistema, dunque, integrato e destinato ai dipendenti pubblici che lavorano
dentro un perimetro protetto, senza esporre i dati ai grandi provider.
Entro
il 2026, peraltro, il Paese si prepara all’ulteriore salto di complessità,
quello verso l’”IA magnetica”, con la preparazione di agenti di intelligenza
artificiale per il settore pubblico e con un framework di governance
appositamente dedicato.
A
livello internazionale, sono oltre 400 i progetti di IA in ambito pubblico
censiti nel 2025 dall’Osservatorio Agenda Digitale del Politecnico di Milano,
ma solo il 43% è pienamente operativo. L'Europa, poi, secondo quanto rilevato
dal 'Public Sector Services and the AI opportunità' - studio commissionato
dalla Dg Connect della Commissione europea e realizzato da un consorzio di
esperti guidato da Barnabé e Deep Ecosistema - supera gli Stati Uniti e il
Regno Unito nel numero di progetti di IA inerenti al settore pubblico.
In
questo scenario, l’Italia registra un dato di grande valore: i progetti sono,
infatti, per il 49% già operativi superando la media globale del 43% indicata
dal Politecnico di Milano, oltre ad essere stato, va sottolineato, il primo
paese europeo a normare a livello nazionale l’intelligenza artificiale con la
Legge 132, inserendosi all'interno della cornice dell’AI Act europeo. Ma
l’Italia vuole fare di questa tecnologia non solo un oggetto di regolazione, ma
un asse di crescita strategica a partire dalla proattività del comparto
pubblico.
La
prospettiva dello Stato magnetico tra strategia e realtà locale
Sotto
la guida del Dipartimento per la Trasformazione Digitale, affiancato da Agid e
Acn, l’IA sta diventando parte integrante della PA italiana. L’obiettivo è
consolidare uno "Stato magnetico" in cui l’algoritmo affianca
proattivamente il dipendente.
Intanto,
la fotografia analizzata localmente è quella di una pubblica amministrazione
che si fa 'sarta' della propria tecnologia e che la mappa. Un esempio, in
questo senso, arriva dal Comune di Milano che ha realizzato una delle
ricognizioni più sistematiche che una grande città italiana abbia fatto sul
proprio portafoglio di iniziative di IA. Non solo le proprie: anche quelle
delle partecipate, mappando 44 progetti, di cui 14 fanno capo direttamente al
Comune e 9 sono già operativi. Tuttavia, resta il timore e il rischio della
frammentazione in cui ogni amministrazione sviluppa soluzioni isolate e
incompatibili tra loro.
Tra i
vari casi d’uso, un prototipo di assistente virtuale - Iride - realizzato da
Formez PA per la Regione Abruzzo e in sperimentazione anche con il Lazio per la
difesa civica, punta a tracciare la via verso una strategia condivisa perché,
come spiega Giovanni Anastasi, presidente di Formez PA, “Iride è duttile,
ergonomica, disponibile. È disintermediazione tra PA e cittadini, è focalizzata
su competenze e uso del linguaggio. È stata realizzata dal settore pubblico,
che ne è proprietario, e proprio per questo è replicabile per evoluzioni
successive. È inclusione digitale e accompagnamento del sistema pubblico verso
il nuovo”.
Dalle
reti di "ferro" al fattore umano: la sfida della nuova liberaci
pubblica
Questa
rivoluzione poggia su una solida spina dorsale materiale senza la quale
l'intelligenza artificiale rimarrebbe una promessa sospesa nel vuoto. Stando ai
dati dell’ultimo Digital Decade Report della Commissione europea, l'Italia si
conferma tra i Paesi con prestazioni migliori nella copertura generale del 5G
che ha raggiunto il 99,82% delle abitazioni e una fibra ottica che tocca il
77,56% delle famiglie.
Ma
l’energia vitale della macchina pubblica restano le persone.
I dati
dicono che circa 1 milione di dipendenti pubblici andrà in pensione entro il
2034 ma il ministro Zangrillo ha aperto ad altrettanti posti di lavoro nella
PA.
In
questo scenario, tuttavia, c'è un dato emerso da uno studio recentissimo
presentato in apertura del Forum Pa 2026 che preoccupa:
il 66% dei dipendenti pubblici usa l'IA
generativa e, in 6 casi su 10, lo fa senza alcuna regola o strumento protetto.
Di
qui, l’urgenza di formazione continua per costruire una solida “AI liberaci”
nel settore pubblico.
La
rotta per uno Stato proattivo e sovrano tracciata alla World Tech Conference.
La
visione di uno Stato proattivo e tecnologicamente sovrano ha trovato spazio di
analisi e dibattito a Milano, nell’ambito della prima edizione della World Tech
Conference che, dal 24 al 26 giugno, ha trasformato la Lombardia nel nuovo hub
globale dell’innovazione.
Il
summit internazionale, organizzato da MicroMega Comunicazione, ha riunito le
migliori menti contemporanee del mondo della scienza, della fisica e della
tecnologia per discutere del futuro e della convergenza possibile, affrontata
non più come frontiera teorica ma come piattaforma industriale operativa, tra
IA, quantum computing, Hpc, energia e tecnologie strategiche.
Una
summa di saperi e strategie, dunque, confluita in una piattaforma di dialogo
tra governi, Big Tech, hyper-scaler, industria e ricerca internazionale con la
visione preziosa di figure istituzionali come la vicepresidente della
Commissione europea “Henna Virkkunen” e dei più importanti fisici e matematici
contemporanei, tra cui il Premio Nobel “Giorgio Parisi”.
La Wtc
ha provato, così, a delineare la rotta per il prossimo decennio, gettando le
basi per una sovranità tecnologica capace di ottimizzare le infrastrutture
critiche e proteggere la sicurezza digitale europea confermando - come spiega “Erminio
Fracassa”, presidente di MicroMega Comunicazione - “la forza e la capacità di
attrazione di un appuntamento centrale nel panorama dell’innovazione: oltre
2.300 partecipanti, 220 speaker internazionali, 100 scienziati coinvolti. In
tre giornate abbiamo dato vita a 18 round table, 22 sessioni in formato Ted e
20 ore di streaming, creando un luogo di confronto concreto tra ricerca,
imprese e istituzioni. Il sostegno di numerosi partner industriali e
scientifici, oltre ai patrocini istituzionali e ai media partner dimostra
quanto sia forte il bisogno di occasioni capaci di mettere in relazione
competenze, visioni e persone”.
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