I giovani devono guidare la rivoluzione tecnologica.

 

I giovani devono guidare la rivoluzione tecnologica.

 

 

Educare al tempo dell’IA.

Ovvietà:

I giovani hanno un ruolo fondamentale nel guidare la rivoluzione tecnologica.

 La loro familiarità innata con il digitale li rende i candidati ideali per plasmare il futuro.

Perché i giovani sono al centro del cambiamento.

Nativi digitali:

 Crescono con la tecnologia e ne comprendono intuitivamente i meccanismi.

Pensiero flessibile: Sono più aperti all'innovazione e meno legati a vecchi schemi lavorativi.

Focalizzati sul futuro: Vivranno in prima persona le conseguenze delle scelte tecnologiche odierne.

Le sfide principali da affrontare.

Uso etico dell'IA:

Guidare lo sviluppo dell'intelligenza artificiale nel rispetto dei diritti umani.

Sostenibilità:

Sviluppare tecnologie verdi per contrastare il cambiamento climatico.

Inclusione digitale:

Ridurre il divario tecnologico tra diverse generazioni e aree del mondo.

Come i giovani possono prendere il controllo.

Studio delle materie STEM.

Scegliere percorsi in scienza, tecnologia, ingegneria e matematica.

Imprenditoria innovativa:

Creare startup che risolvono problemi sociali reali.

Attivismo digitale:

Usare le piattaforme social per sensibilizzare l'opinione pubblica su temi cruciali.

Per approfondire questo argomento, occorre esplorare ambiti specifici.

 Ossia quali sono le competenze tecnologiche più richieste oggi.

Esempi di giovani innovatori che stanno cambiando il mondo.

Come le scuole e le università si stanno adattando a questa rivoluzione.

 

Non lasciamo soli i giovani

davanti alla rivoluzione digitale.

Osservatorioromano.va – (16 maggio 2026) – Redazione – ci dicono:

 

 Quale sarà l’impatto dell’intelligenza artificiale sull’educazione?

Giovedì 7 maggio «L’Osservatore Romano» ha proseguito il cammino intrapreso sulle pagine del nostro giornale lo scorso 29 ottobre, con l’intervista al prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, cardinale José Tolentino de Mondana, e lo scorso 25 febbraio, con l’articolo di Isabel Capella Gill, rettore dell’Università Cattolica Portoghese, presidente di Strategic Alliance of Cattolica Research Universities (SACRU).

Lo abbiamo fatto ascoltando gli esperti che, quotidianamente, trattano questo tema “dal basso”, cioè con i giovani studenti e nelle aule di scuola. La tavola rotonda, moderata dal direttore, Andrea Monda, e dal vicedirettore editoriale dei media vaticani, Alessandro Gisotti, ha visto la partecipazione di don Andrea Ciucci, sacerdote ambrosiano e cancelliere della Pontificia Accademia per la Vita, della professoressa Giovanna Maria Luceri, docente di letteratura inglese presso il liceo ginnasio statale Orazio di Roma, e del professor Angelo Bertolone, insegnante di religione cattolica presso l’arcidiocesi di Milano e docente presso l’università Cattolica di Milano.

(Guglielmo Gallone)

 

ANDREA MONDA:

 La scuola, la famiglia e la Chiesa sono tre grandi agenti dell’educazione e della comunicazione che sono investiti direttamente dalla rivoluzione dell’intelligenza artificiale (IA). Ecco perché li abbiamo voluti mettere al centro dei nostri approfondimenti. È vero, ci sono aspetti di natura tecnica che si stanno sviluppando in maniera velocissima, ma ci sono aspetti di natura umana che questa rivoluzione tocca da vicino. Quali sono quelli più importanti, restando nel perimetro educativo e in particolare in quello scolastico, dal vostro punto di vista?

 

ANDREA CIUCCI:

Partiamo da un dato di fatto: l’IA viene scoperta dagli studenti, viene fatta entrare nella scuola dagli studenti e non dai professori. Significa che i modelli di machine learning in grado di comprendere e generare testo in linguaggio umano entrano dal punto di vista dei giovani: i ragazzi sfruttano l’IA per non fare i compiti, oppure per farli al meglio e il più velocemente possibile, anche a detrimento del proprio percorso culturale. Prima domanda: come mai gli studenti, e non la scuola, si sono accorti per primi dell’IA? Seconda questione: è sempre più diffusa l’idea che “tanto è potente e veloce che è impossibile gestire il fenomeno”. E allora la risposta diventa: blocchiamo tutto, poi vediamo che succede. Come mai? Terza questione. I large Language model (LLM) producono contenuti: prima solo testuali, ora non solo. E sono migliorati moltissimo. Quindi, vanno a toccare un aspetto specifico della questione didattica: le nozioni e la trasmissione delle nozioni. Ma l’esperienza didattica può essere ridotta alla mera trasmissione delle nozioni? La scuola insegna nozioni, o dovrebbe insegnare uno spirito critico, cioè il saper abitare la molteplicità delle nozioni e delle questioni? Allora, se gli LLM sono uno tsunami per le nozioni, cosa significa integrare questi elementi, che ci offrono sovrabbondanza e velocità, con l’abitare e l’imparare un metodo, uno spirito critico?

 

ANGELO BERTOLONE:

Vorrei portare la mia esperienza di insegnante. Io nelle classi faccio una sperimentazione didattica basata su “interrogare l’algoritmo”. La prima cosa che è emersa è la povertà linguistica. Cioè, nell’interazione con la chatbot mi aspettavo di leggere richieste di generazione di immagini o descrizioni dettagliate. Invece, ci siamo accorti di una certa povertà linguistica nell’interazione con la macchina. Questo dice molto sulla scelta delle parole. E, di riflesso, mi porta non essere così sicuro che siano i giovani a guidarci in questa rivoluzione digitale. Io vedo un utilizzo non mediato, un utilizzo impulsivo e antropomorfizzato della tecnologia. Immaginano che dietro la macchina ci sia un alieno che risolve tutti i problemi. Quando faccio vedere ai ragazzi come uso l’IA, passando da un tool all’altro, tra ChatGPT, Claude e Notebook LM, la prima cosa che mi dicono è: “Non avevo mai usato così questi strumenti”. Un’altra cosa di cui mi sono reso conto riguarda il problema dell’accesso ai sistemi di IA. Abbiamo chiesto ai ragazzi di una scuola media come usano l’IA. Su 93 intervistati, il 41,9% utilizza l’IA tutti i giorni o quasi, il 41,9% la usa una o due volte a settimana. “Mai” soltanto l’1%. Ed è bene ricordare che, in questo range di età, per legge, non dovrebbero avere accesso all’IA. A quanto ci dicono, hanno accesso tramite l’account dei genitori. “Qualche volta” verificano l’informazione; solo il 15% la controlla sempre. Usano soprattutto ChatGPT, seguito da Gemini.

 

GIOVANNA MARIA LUCERI:

 Se i ragazzi continuano a usare l’IA in modo sbagliato, mancheranno di esercizio. Questo mi pare il primo aspetto da sottolineare: l’esercizio è importante per sviluppare le capacità e per non regredire in una forma di pigrizia mentale. Ora gli studenti, a casa, traducono direttamente usando l’IA. Quello che arriva a noi non è la loro traduzione. Sono traduzioni perfette e a volte è difficile valutarle. Se dunque mancano questi due elementi, esercizio e valutazione, la situazione è sempre più difficile da gestire. Data la velocità con cui tutto ciò avviene, la domanda è questa: come si svilupperà il discorso della conoscenza nei prossimi anni? A livello scolastico, la velocità è estremamente difficile da gestire. Faccio un esempio pratico: la verifica in classe era un momento importante; adesso ci troviamo davanti a 25 alunni che possono ingannare facilmente. Anche in classe. Noi ritiriamo gli smartphone e gli smartwatch, ma non è facile poter controllare ogni alunno. Quindi esiste questo dubbio: l’inganno. L’inganno da parte di un adolescente verso un insegnante che è adulto. Ed è difficile porsi di fronte a questo. Da parte mia, cerco una traccia, qualcosa che possa mettere in difficoltà il sistema elettronico. Capiamo l’inganno, vorremmo evitarlo. In sostanza, dobbiamo stare al gioco.

 

DON ANDREA CIUCCI:

Cosa significa per voi porre dei temi di verifica a cui davvero un sistema non può rispondere?

Può fare qualche esempio?

 

GIOVANNA MARIA LUCERI:

 Significa dare uno spunto di riflessione, chiedendo una critica a quanto stiamo offrendo. Questo forse può, a volte, portare a un miglioramento dell’interazione, anche se pure in questo campo l’IA può rispondere. Perché, non dobbiamo mai dimenticarlo, l’IA risponde a tutto.

 

ALESSANDRO GISOTTI:

Non vi sembra allora che, di fondo, ci sia il voler non fare i conti con la fatica? La fatica di pensare, di ragionare, di sbagliare, di accettare anche di avere davanti a sé domande a cui non c’è una risposta. Perché l’IA — come diceva pure la professoressa Luceri — a qualsiasi domanda tu faccia, una risposta, anche se magari sbagliata, te la darà. Ma non ti rivolgerà mai una domanda! Se tu non fai una domanda, l’IA rimane silente, è un sasso!

 

ANGELO BERTOLONE:

Io penso una cosa: se ai ragazzi spieghi che l’IA non ha proprietà semantiche né comprensione di un’esperienza, se fai vedere loro come la macchina trasforma il testo — attraverso gli strumenti numerici —, se fai capire loro che siamo davanti a una macchina che esegue senza comprendere, allora cambiano idea. Luciano Floridi dice: “L’IA aiuta chi sa”. Chi non sa, non sa come utilizzarla. È lo stesso principio del mio professore di matematica che ci permetteva di consultare gli appunti durante la verifica: “Se avete studiato, sapete come utilizzare gli appunti, altrimenti no”, diceva. La soluzione allora non è tornare indietro, bensì provare a immaginare come andare avanti. Quindi io la porrei dal punto di vista del: “Cerchiamo di capire cosa fare per integrare queste tecnologie”, di cui oggi ci preoccupiamo. Il mio punto di vista è educativo. Se un ragazzo scrive con l’IA, mi deve spiegare che cosa le ha chiesto. Abbiamo fatto un esercizio in cui chiedevo ai ragazzi di interagire con una chatbot. Molti si fermavano alla prima domanda perché nessuno ha spiegato loro che la macchina può fare altro e che ci sono cose che la macchina non può fare.

 

ALESSANDRO GISOTTI:

Credo però che debba anche esserci una forte spinta da parte delle istituzioni. L’impatto economico e finanziario di queste big tech companies è enorme. E la sfida si gioca sostanzialmente tra le due sponde del Pacifico: tra Stati Uniti e Cina. Allora abbiamo bisogno della politica al più alto livello, che riesca a intervenire su questo terreno in modo concreto. Non bisogna distruggere niente, non è tempo di neo-luddismo. Sarebbe come pensare di non usare più lo smartphone, il computer, l’elettricità. Anche perché, dobbiamo sempre ricordarlo, l’intelligenza artificiale è artigianale: è nostra! Nessun alieno ce l’ha portata da un altro pianeta. Di algoritmo si parla da decenni, se non da secoli: il termine deriva dal nome del matematico persiano Muhammad ibn Musa al-Khwarizmi ed è entrato nella cultura occidentale attraverso la tradizione matematica araba. Si parla tanto dei giovani, ma la responsabilità dipende da noi adulti: dobbiamo capire come fare in modo che questi strumenti aiutino e non sostituiscano il pensiero critico e la creatività.

 

DON ANDREA CIUCCI:

Mi piacerebbe stimolarvi su tre cose. La prima: cosa accadrebbe se la verifica non avesse il voto? I ragazzi userebbero comunque l’IA? La seconda: perché non pensiamo a un compito che preveda non solo l’esito del prompt, ma anche il prompt stesso? Cioè, “fammi vedere, studente, le domande che fai all’IA”. Terzo elemento: se studiare dovesse significare farsi una passeggiata in montagna, stare in relazione, fare una lezione a contatto con la natura? Cioè, se l’IA fosse l’opportunità per favorire finalmente un approccio all’educazione integrata e integrale?

 

GIOVANNA MARIA LUCERI:

Abolire il voto è un’idea interessantissima. Però si dovrebbe, a questo punto, cambiare il ruolo degli insegnanti. Per esempio, si potrebbe sfruttare l’IA per le nozioni e fare in modo che i docenti curino altri aspetti che oggi vengono trascurati: la relazione con l’alunno, l’attività creativa, uscire dalla scuola, avere un contatto con l’ambiente.

 

DON ANDREA CIUCCI:

Mi scuso se glielo domando in modo così diretto, ma perché la scuola non lo sta facendo?

GIOVANNA MARIA LUCERI:

Credo che diamo ancora troppo valore e importanza al vecchio schema dell’istruzione.

ALESSANDRO GISOTTI:

 I temi della solitudine e della noia sono stati molto presenti nei momenti di confronto con tanti giovani che sono venuti a trovarci grazie alla rubrica #CantiereGiovani del giornale. Molti ragazzi hanno la paura, direi che hanno il terrore della noia, del vacuum. La nostra generazione sopportava la noia. Oggi no. I giovani non la sopportano. E ad ogni domanda vogliono una risposta. Immediata. Allora mi chiedo se questi strumenti siano dei potenziometri della solitudine oppure possano essere un aiuto, magari parziale e temporaneo, per vincere la noia.

ANGELO BERTOLONE:

Risponderei così: chi ha insegnato ai giovani che la noia non va bene? Guardiamoci attorno: quando andiamo al ristorante, vediamo i genitori da una parte e i bambini davanti a uno schermo dall’altra. La gestione della noia è un problema che viene molto, ma molto prima, cioè quando i bambini sono ancora nel passeggino. La noia è un problema antecedente. Il bambino oggi è sottoposto a ore e ore di televisione, a scelte fatte dall’algoritmo. Anche la solitudine è figlia di questo tempo. È tutta una questione educativa e nasce anche da lì.

 

GIOVANNA MARIA LUCERI:

Sentiamo spesso di casi di suicidio o di tentativi di suicidio. Questo rimane un problema che ci lascia veramente attoniti e ci fa pensare al nostro agire, a tutto ciò che noi portiamo nella classe e al fatto di non rendercene conto. È da mettere in relazione con gli input che i ragazzi ricevono con la tecnologia: non farebbero pensare a uno stato di solitudine o di noia, eppure essi sono onnipresenti.

 

DON ANDREA CIUCCI:

 Il tema dell’iperattività va di pari passo con il tema della solitudine. È evidente che oggi l’IA diventa consigliere affettivo e spirituale perché c’è sempre, perché mi crea meno imbarazzo, perché non sarà mai brutale né mai mi sgriderà. Da un certo punto di vista risponde a un bisogno, ma risponde senza far capire che c’è bisogno dell’altro. C’è una cosa di fondo: oggi lo tsunami dell’IA ci sta riproponendo di affrontare le questioni essenziali. Non dovremmo tornare a ripensare, accanto a una didattica ipertecnologica, una costruzione dei fondamentali dell’umano? Come ritornare a custodire i fondamentali? Questa è una delle questioni che l’IA ci pone. In questo senso l’IA è una grazia: ci impone di tornare all’umanità delle persone.

 

ANGELO BERTOLONE:

 Sono d’accordo. Credo che le metodologie didattiche che dovremmo mettere in campo al tempo dell’IA superino l’importanza dell’IA stessa. Bisogna ripensare il setting dell’apprendimento. Il punto non è investire sulla tecnologia, bensì sulla metodologia. Non posso usare la LIM solo per proiettare un video. La utilizzo per interagire con lo studente. Ma, soprattutto, mi serve davvero la LIM? È uno strumento che molte volte è utile, ma altre no. Mi serve la tecnologia nella mia classe? Come posso usarla integrandola anche nella forma di educazione di cui stavamo parlando prima? La tecnologia è un supporto per fare di più e per fare in maniera efficiente, ma il passaggio cruciale è: quando questa efficienza diventa efficacia? Noi cosa vogliamo valutare? La prestazione o il processo?

 

ANDREA MONDA:

Ringrazio gli ospiti per questo confronto e per le tante domande che ci avete lasciato. Abbiamo capito molte cose ma forse, più di ogni altra, abbiamo capito che non possiamo delegare l’educazione agli strumenti dell’IA. Se lasciamo i ragazzi da soli davanti a queste tecnologie, non impareranno davvero a usarle. Per questo dobbiamo essere noi, anzitutto, a educarci all’intelligenza artificiale, per poter poi diventare educatori dell’IA. Ed è interessante pensare che questo non sia soltanto un tema tecnologico, ma profondamente educativo. Perché ci riporta — come diceva prima Alessandro Gisotti — al ruolo della politica. Alla vera politica, che deve saper intercettare le sfide e indirizzare l’umanità, tanto adulta quanto giovane, dentro le sfide di una rivoluzione così epocale. Papa Leone XIV lo ha fatto capire fin dall’inizio del suo pontificato.

 

 

 

 

Giovani e tecnologia, come le

famiglie

possono guidarli

a un uso corretto.

Wired.it - Elena Capilupi – Diritti – (24.07.2025) – Redazione – ci dice:

 

Crescere nell’era digitale è una sfida per bambini, adolescenti e genitori. Il progetto Neo-Connessi di WindTre offre un percorso educativo per studenti, insegnanti e famiglie.

Giovani e tecnologia.

Giovani e tecnologia, come le famiglie possono guidarli ad un uso corretto.

(Matteo Casilli)

Viviamo in un’epoca in cui bambini e adolescenti crescono immersi nel mondo digitale.

 Smartphone, social media, intelligenza artificiale e internet fanno parte del loro quotidiano fin dalla tenera età.

 Ma come possono i più giovani affrontare la tecnologia senza esserne travolti?

 E qual è il ruolo delle famiglie in questo processo?

 

Neo-Connessi è il progetto di educazione digitale promosso da WindTre che offre una risposta concreta.

 Nato nel 2018 e realizzato in collaborazione con la Polizia Postale, la Società Italiana di Pediatria e, da quest’anno, anche con l’Ordine Nazionale degli Psicologi, Neo-Connessi ha come obiettivo quello di promuovere un uso consapevole e responsabile della tecnologia.

È pensato non solo per bambini e ragazzi, ma anche per genitori e insegnanti.

 

Il progetto è gratuito e accessibile online, attraverso il sito dell'iniziativa, ed è rivolto alle scuole primarie e secondarie di primo grado.

 Coinvolge quasi la metà degli istituti italiani, raggiungendo circa 2 milioni di studenti e studentesse.

 

Grande Giove: Le cellule staminali sono davvero la medicina del futuro?

 

I principali temi trattati sono sicurezza online, cyberbullismo, fake news, gestione dell’identità digitale e protezione della privacy, ma anche educazione alla cittadinanza digitale, per un uso critico e responsabile delle tecnologie.

L’obiettivo è chiaro: aiutare i giovani a crescere in un ambiente digitale sicuro, rispettoso e stimolante.

Le sfide per i genitori.

Per la prima volta nella storia, i genitori di oggi si trovano a dover educare i figli su strumenti che loro stessi non hanno mai conosciuto durante l’infanzia.

Come spiega a Wired lo psicologo sociale “Luca Bernardelli”, consulente del Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi (CNOP) per l’intelligenza artificiale e la psicologia digitale, membro della Commissione dipendenze digitali della Società italiana di pediatria (Sip) e del comitato scientifico di Neo- Connessi, il progetto di educazione digitale di WindTre:

“Siamo tra le prime generazioni ad avere a che fare con un mezzo molto potente e pericoloso, senza avere però degli strumenti per poterlo arginare o indirizzare adeguatamente, sia su di noi come adulti ma soprattutto su bambini e adolescenti”.

 

I rischi dell’iperconnessione sono reali e documentati.

 Studi internazionali mostrano correlazioni tra l’uso eccessivo dei dispositivi digitali e disturbi dell’attenzione, dell’apprendimento, del sonno, della vista, disturbi alimentari, ansia e depressione.

Secondo Bernardelli “ci sono degli studi che addirittura correlano neurologicamente dei cambiamenti nel cervello nei giovani iperconnessi rispetto a quelli che non lo sono:

un deterioramento della materia bianca e una riduzione della materia grigia. Inoltre, si riscontrano aumenti anomali dei livelli di cortisolo – l'ormone dello stress – e diminuzione di melatonina a seguito del tempo eccessivo online prima di andare a dormire, con conseguenti disturbi al sonno precoci”.

 

Uno dei sintomi di questa eccessiva esposizione al digitale è anche il sempre crescente fenomeno dell’isolamento sociale tra gli adolescenti, con un giovane su dieci che vive una condizione di ritiro, come riportato dalla recente indagine del Cnr-INPS. E non mancano effetti sul comportamento:

“Una ricerca pubblicata su Nature dice che l'uso prolungato dei social da parte dei giovani oltre le due ore al giorno può aumentare i livelli di aggressività sadica", continua Bernardelli.

Educare (anche) le famiglie.

Spesso si pensa che siano solo i ragazzi ad avere bisogno di una guida. In realtà, sono proprio gli adulti a dover fare il primo passo. Bernardelli spiega che “il grande tema oggi è quello di iniziare ad aiutare i genitori ad aiutare i propri figli a stare a contatto con le esperienze che li possano far crescere armonicamente, altrimenti il grande problema è proprio quello di arrivare a un punto in cui i ragazzi non avranno più le skill alla base della società civile”. Non servono divieti assoluti, ma regole condivise, adattate all’età dei figli.

 

“I genitori più fortunati sono senza dubbio quelli con figli in arrivo o bambini piccoli, perché possono iniziare a dare un particolare tipo di educazione fin da subito.

 Se sono ancora piccoli gli si può facilmente vietare di usare lo smartphone fino al raggiungimento di una certa età, ma se sono già più grandi bisogna cercare di offrire ai propri figli più esperienze significative che compensino il tempo speso sul web”.

Sport, natura, arte, volontariato e relazioni umane sono esperienze che aiutano i giovani a costruire un’identità solida.

Ma serve anche l’esempio “Se il papà e la mamma fanno peggio del figlio 16enne, è ovvio che la situazione non sarà più gestibile”.

 

Secondo Bernardelli “viviamo in un'epoca in cui gli strumenti di comprensione di questi fenomeni sono ormai tantissimi, basta informarsi. Il progetto Neo-Connessi, accessibile a tutti e interamente gratuito sul sito ufficiale è un ottimo modo per farlo, dato che suggerisce buone regole per tutelare sé stessi e i propri figli”.

 

Cyberbullismo e intelligenza artificiale.

Una questione particolarmente urgente è quella del cyberbullismo, spesso difficile da riconoscere.

 Bernardelli sottolinea come “un campanello d'allarme può essere un cambiamento improvviso e anomalo nei livelli di ansia, o una crescente paura di uscire e di stare con gli altri.

Un altro segnale può essere un aumento dell’aggressività o, più in generale, una disregolazione emotiva che tende ad accentuarsi con l’iperconnessione. In alcuni casi si osserva anche una drastica riduzione dell'uso dello smartphone, che può essere legata a vissuti di ansia o timore”.

In questi casi è importante intervenire con tempestività: rivolgendosi se necessario, a uno psicologo formato su queste tematiche. Nei casi più complessi può essere utile anche un percorso di terapia familiare.

Tra i temi da affrontare con particolare attenzione anche la diffusione dell’AI, che richiede una sempre più rapida costruzione di una cultura digitale solida.

Bernardelli sottolinea l’importanza di formare prima di tutto i genitori, affinché possano guidare i giovani nel rapporto con la tecnologia, “dopodiché cercare di limitarne l’uso da parte dei bambini, almeno fino alla fine delle scuole elementari, e anzi cercare di invogliarli a esperienze ‘reali’, con coetanei, a contatto con il proprio corpo, con la natura e con la realtà che li circonda”.

 

Quando si tratta di adolescenti, invece, serve un approccio additivo: “È necessario negoziarne il tempo di utilizzo nel tempo libero e soprattutto a scuola. Sono infatti molto d’accordo con la circolare promossa dal ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, relativo all’uso dello smartphone in classe: la scuola deve infatti lavorare per insegnare le tecnologie emergenti all’interno di una cornice di senso, non certo un utilizzo inconsapevole di questi strumenti”.

 

E l’intelligenza artificiale?

Bernardelli chiarisce:

“È una tecnologia molto potente che andrebbe usata da professionisti formati.

 Proprio secondo delle ultime ricerche del MIT, infatti, l’uso eccessivo di ChatGPT porta ad avere un uso problematico delle chatbot, un aumento della solitudine percepita, un aumento della dipendenza emotiva dall'AI e una riduzione della socializzazione con le persone.

 Inoltre, circa il 20-25% degli adolescenti oggi utilizza una chatbot come forma di autoterapia, secondo Harvard Business Review”.

 

 

 

Von der Leyen: “Intesa con Kiev,

Firmiamo il ‘Drone Deal’. “

Conoscenzealconfine.it – (17 Luglio 2026) – Tgcom24-mediaset.it – Redazione – ci dice:

 

La presidente della Commissione Ue puntualizza: “L’Ucraina è passata da essere acquirente ad anche fornitore per l’Europa”.

“Ogni giorno l’Ucraina rende l’Europa più forte.

 L’Ucraina è passata, sotto molti aspetti, dall’essere un acquirente a diventare un fornitore netto di sicurezza per l’Europa.

 E ciò comporta anche un nuovo modo di collaborare.

 Ed è per questo che sono lieta di lanciare, insieme a te, Volodymyr, un nuovo partenariato industriale nel settore della difesa tra l’Ue e l’Ucraina.

Quello che stiamo firmando è il nostro Drone Deal“.

Così Ursula von der Leyen ha annunciato, al fianco di “Volodymyr Zelensky”, la nascita di un nuovo accordo industriale nel settore della difesa tra Ue e Ucraina.

 

“In Europa non abbiamo le conoscenze acquisite dall’Ucraina”.

“Negli ultimi mesi, l’Ucraina ha siglato accordi di questo tipo sui droni con diversi paesi, dall’Europa al Medio Oriente.

 Ciò testimonia l’interesse suscitato dall’esperienza sul campo di battaglia dell’Ucraina.

 Le conoscenze acquisite su come gestire i sistemi di droni e anti-drone sono davvero uniche.

Dalla tecnologia e dalla produzione dei droni alle catene di approvvigionamento necessarie per sostenere tale capacità.

 O, cosa fondamentale, alle conoscenze sull’uso dei sistemi radar, delle stazioni di terra o dei sensori.

Dobbiamo attingere a tutto questo insieme.

 Perché conosciamo le minacce che l’Europa deve affrontare in questo ambito:

abbiamo assistito a incursioni e allarmi in molti Stati membri.

Gli eventi qui e in tutto il mondo ci hanno dimostrato quanto sia importante per la nostra sicurezza poter dispiegare sistemi di droni collaudati sul campo di battaglia.

 Su larga scala e con rapidità”, ha spiegato von der Leyen.

 

“In Europa disponiamo già di un’enorme capacità tecnologica e industriale che può essere messa in campo. E disponiamo di siti di produzione sicuri e protetti che possono contribuire a potenziare la produzione. Ma non disponiamo di quelle conoscenze e competenze collaudate sul campo che l’Ucraina ha acquisito. Quello che intendo dire, quindi, è che dobbiamo unire le nostre forze“, ha ancora sottolineato.

 

Zelensky: “Produciamo 10 milioni di droni l’anno, presto saranno 20”. “Ricordo quando annunciai pubblicamente il piano di produrre un milione di droni all’anno. C’era molto scetticismo ovunque, sia all’esterno che all’interno. E ora possiamo affermare che produciamo 10 milioni di droni all’anno e diventeranno 20″.

 

Lo ha detto il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, nel suo discorso alla cerimonia di consegna dell’Ordine d’Europa a Kiev.

 “Lo faremo insieme ai nostri partner europei, dimostrando ancora una volta il successo dell’industria della difesa”, ha aggiunto. “L’Ucraina è uno Stato che non si è limitato ad aspettare aiuto, cosa importantissima, ma ha unito il mondo per la sopravvivenza e ha imparato a contare, soprattutto, sulle proprie forze, su sé stesso, sul proprio popolo, che ogni giorno aggiunge nuovi motivi di orgoglio,“ ha ricordato.

 

La narrazione demente e vomitevole di questi folli prosegue… Fino a quando la Russia sopporterà? (nota di conoscenze al confine.it).

(tgcom24.mediaset.it/mondo/guerra-ucraina-ultime-notizie-15-luglio_114442121-202602k.shtml).

 

 

Sei giovane e hai appena iniziato la tua carriera? La rivoluzione dell’intelligenza artificiale è stata pensata apposta per te!

Eures.europa.eu – (12 febbraio 2026) – Autorità Europea del Lavoro – Redazione – ci dice:

 

Molti temono che l’intelligenza artificiale possa sostituirli nel lavoro, ma per i giovani europei apre nuovi percorsi e opportunità di carriera.

 

Articolo.

Direzione generale per l’Occupazione, gli affari sociali e l’inclusione.

Lungi dall’essere una minaccia, come invece sostiene l’opinione pubblica, l’intelligenza artificiale (IA) apre una nuova era di opportunità, soprattutto per coloro che entrano nel mondo del lavoro con un bagaglio ricco di competenze digitali, adattabilità, plurilinguismo e coraggio di esplorare nuove strade.

Oltre a trasformare i settori industriali, le transizioni digitale e verde dell’UE creano percorsi professionali completamente nuovi e i giovani si trovano in una posizione privilegiata per guidare questo cambiamento.

 

Nuovi posti di lavoro all’orizzonte.

 

Immagina un futuro in cui la tua creatività plasma le interfacce dell’IA, la tua passione per la sostenibilità favorisce lo sviluppo delle città intelligenti o le tue competenze multilingue mettono in contatto équipe sanitarie guidate dall’intelligenza artificiale oltre i confini nazionali. Quel futuro è già realtà ed è pensato apposta per te.

 

Entro il 2030 l’IA creerà più posti di lavoro di quanti ne eliminerà, specialmente nei settori ad alta crescita come la tecnologia verde, l’innovazione sanitaria, i servizi digitali e i media creativi.

 Dieci anni fa, occupazioni come esperti di etica dell’IA, progettisti di esperienze nel metaverso, ingegneri specializzati nella cattura del carbonio e specialisti di terapia intensiva a distanza non esistevano o erano estremamente di nicchia.

 Entro il 2040 saranno molto richiesti e costituiranno le attività principali.

Una nuova relazione della Commissione europea prevede che, nei contesti caratterizzati da una diffusione capillare degli strumenti di IA, l’occupazione giovanile crescerà in modo significativo, soprattutto nei settori tecnologici e verdi emergenti.

 

I tuoi punti di forza sono i tuoi superpoteri.

 

In quanto persona in cerca di occupazione hai molto da offrire. La tua crescita è avvenuta tra smartphone, app e connettività globale;

 ti adatti rapidamente ai nuovi strumenti e apprendi dalle comunità online;

parli diverse lingue e desideri risolvere i problemi del mondo reale.

Si tratta di competenze chiave necessarie per la forza lavoro di domani e molto richieste dai datori di lavoro di tutta Europa, che cercano lavoratori capaci di affrontare i cambiamenti, collaborare con culture diverse e attivare il pensiero critico accanto alle macchine.

 

La tua apertura alla mobilità costituisce un altro vantaggio. Che tu sia di Atene, Lisbona o Tallinn, la tua carriera può portarti davvero lontano. In città come Ginevra, Cracovia ed Eindhoven stanno nascendo centri dedicati all’IA che offrono opportunità di lavoro nei settori della tecnologia climatica, della tecnologia finanziaria e dell’automazione industriale.

EURES favorisce questa mobilità, oltre a garantire sicurezza e assistenza per essa. Grazie a EURES puoi trovare apprendistati, tirocini e posti di lavoro di primo livello in 31 paesi europei.

 Il portale EURES ti propone anche offerte di lavoro in settori in forte crescita, informazioni sulle condizioni di vita e di lavoro in tutta Europa, nonché approfondimenti sul mercato del lavoro specifici per il tuo settore.

 

Il futuro non prevede una competizione, bensì una collaborazione con le macchine.

 L’IA gestisce attività di routine, consentendoti di concentrarti sull’innovazione, sviluppare strategie e sprigionare la tua creatività.

È questo l’ambito in cui risiede il tuo valore e potrai trovare i posti di lavoro più gratificanti.

 

Da dove iniziare, quindi?

 Esplora il portale EURES per l’occupazione per scoprire tirocini legati all’IA nel settore tecnologico, lavori verdi nell’ambito ingegneristico o ruoli tipici dei media digitali nelle industrie creative.

 Partecipa a un evento delle Giornate europee del lavoro per incontrare i datori di lavoro di persona o virtualmente.

 Consulta la sezione notizie del portale EURES per leggere gli articoli dedicati all’IA, alle competenze verdi e digitali, alla tecnologia e altro ancora.

Ricorda: la rivoluzione dell’IA non è una mera previsione!

È già in atto ed è stata concepita per te.

 

La campagna «La tua carriera ti porta lontano» è dedicata al sostegno degli studenti universitari o dei giovani che seguono una formazione professionale, dei tirocinanti e degli apprendisti alla ricerca del loro primo impiego all’estero.

Consulta la pagina web dedicata per aggiornamenti periodici sulle nuove opportunità e cerca gli hashtag #withEURES e #EURESjobs sui social media.

 

 

 

 

Regole chiare, dialogo e ascolto:

accompagnare i giovani

nell’uso della tecnologia.

Interris.it - Claudio Marcassi – (14 Luglio 2026) – Redazione – ci dice:

L’uso sempre più capillare degli smartphone e delle tecnologie digitali ha modificato profondamente le abitudini quotidiane degli adolescenti, influenzando il modo in cui costruiscono le relazioni, comunicano e vivono il proprio benessere psicologico.

 Si tratta di un cambiamento che interessa indistintamente ragazze e ragazzi di ogni area del Paese e di ogni contesto familiare o socioeconomico, confermando come la rivoluzione digitale abbia assunto una portata trasversale.

In Italia, ad esempio, circa otto adolescenti e mezzo su dieci, nella fascia d’età compresa tra gli 11 e i 17 anni, utilizzano lo smartphone tutti i giorni, mentre quasi tre ragazzi su quattro si collegano quotidianamente a internet.

Allo stesso tempo, si stima che oltre trecentomila giovani tra i 12 e i 25 anni presentino forme di dipendenza dalla rete, un fenomeno che continua a crescere e che merita particolare attenzione.

 

Naturalmente la tecnologia, se impiegata con equilibrio e buon senso, rappresenta una straordinaria opportunità.

Consente di accedere rapidamente alle informazioni, favorisce la comunicazione e permette di mantenere vivi i contatti anche quando le distanze rendono difficile incontrarsi di persona.

 Tuttavia, è fondamentale non confondere la semplice connessione digitale con una relazione autentica.

Essere costantemente online non significa necessariamente costruire rapporti profondi, basati sul confronto, sull’ascolto e sulla condivisione reale.

Numerosi studi scientifici hanno evidenziato come un utilizzo eccessivo, continuativo e privo di limiti degli smartphone possa produrre conseguenze significative sul piano cognitivo ed emotivo.

Tra gli effetti più frequentemente osservati figurano una progressiva riduzione della capacità di attenzione, una minore predisposizione alla riflessione e un generale impoverimento delle funzioni cognitive rispetto alle generazioni precedenti.

 A questo si aggiungono atteggiamenti di passività e una crescente difficoltà nel mantenere la concentrazione su attività che richiedono tempo e approfondimento.

 

Gli esperti sottolineano inoltre come il cervello possa adattarsi ai ritmi imposti dall’ambiente digitale.

Il cosiddetto “pensiero lento”, indispensabile per elaborare idee complesse, analizzare problemi e sviluppare spirito critico, rischia infatti di lasciare spazio a una ricerca continua di stimoli immediati.

 Le notifiche, i contenuti brevi e l’interazione costante con i social attivano meccanismi neurochimici legati alla dopamina, alimentando comportamenti ripetitivi che, nei casi più estremi, possono trasformarsi in una vera e propria dipendenza, con ricadute sul benessere psicologico e sulle capacità cognitive.

 

Per affrontare questa sfida è necessario investire con decisione nella prevenzione.

Alcuni Paesi hanno già scelto di intervenire attraverso strumenti normativi.

L’Australia, ad esempio, ha introdotto l’Online Safety Emendamenti (Social Media Minimum Age) Act 2024, operativo dal 10 dicembre 2025, che vieta l’accesso alle piattaforme social ai minori di 16 anni senza prevedere deroghe nemmeno con il consenso dei genitori.

Anche la Francia ha deciso di adottare misure restrittive: il 27 gennaio di quest’anno l’Assemblea Nazionale ha approvato un disegno di legge che introduce il divieto di utilizzo dei social network per i minori di 15 anni e rafforza le limitazioni all’impiego degli smartphone negli istituti scolastici.

 

Ridurre l’esposizione incontrollata ai dispositivi digitali non significa ostacolare il progresso tecnologico, ma promuovere uno sviluppo più sano ed equilibrato delle nuove generazioni. I rischi collegati alla dipendenza dai social network e a comportamenti come il doomscrolling, ossia lo scorrimento compulsivo e senza sosta di contenuti e notizie spesso negative, sono ormai ben documentati dalla ricerca scientifica. Per questo motivo il ruolo degli adulti diventa decisivo.

 

Genitori, insegnanti ed educatori sono chiamati ad accompagnare i ragazzi verso un utilizzo consapevole della tecnologia, fissando regole chiare, favorendo il dialogo e offrendo ascolto.

Nei casi in cui emergano segnali di dipendenza o di disagio, il ricorso al supporto di professionisti può rappresentare un aiuto importante.

Solo attraverso una collaborazione costante tra famiglia, scuola e società sarà possibile trasformare gli strumenti digitali in un’opportunità di crescita, evitando che diventino un fattore di fragilità per il futuro dei giovani.

 

 

 

 

 

Cina, lo sport come testimonianza di fede.

Interris.it - Giacomo Galeazzi – (18 Luglio 2026) – Redazione – ci dice:

 

“Correre per il Signore”: seconda edizione della “Mezza Maratona sinodale” dell’arcidiocesi di Pechino.

In marcia per la fede.

 I partecipanti hanno preso sul serio la gara.

 Il miglior tempo ottenuto è stato quello di un’ora, 42 minuti e 30 secondi.

 Prima della partenza, tutti i partecipanti hanno preso parte a un momento di preghiera e al riscaldamento atletico.

 Lungo il percorso erano presenti punti di ristoro e postazioni di assistenza medica, predisposti per garantire lo svolgimento della manifestazione in piena sicurezza e con ordine, visto la condizione meteorologica di Pechino, caratterizzata in questa stagione dal caldo torrido.

Al termine della competizione, riferisce l’agenzia missionaria vaticana Fides, si è svolta la cerimonia di premiazione.

 “Correre per il Signore” sulla via dell’annuncio del Vangelo e della testimonianza della fede.

 È il motto della seconda edizione della “Mezza Maratona Sinodale” intitolata “Pegaso”, organizzata dall’arcidiocesi di Pechino e svoltasi venerdì 10 luglio nei pressi del Seminario Filosofico-Teologico diocesano, dopo che i sacerdoti avevano concluso il ritiro spirituale annuale. Secondo i siti della diocesi e del Seminario, una trentina di sacerdoti diocesani hanno preso parte dell’iniziativa promossa dal vescovo Giuseppe Li Shan e organizzata dal suo coadiutore, il vescovo Matteo Zhen Xuebin (anche lui maratoneta di lungo corso).

L’obiettivo dichiarato dell’iniziativa è stato quello di accrescere la comunione e la fraternità sacerdotale attraverso l’attività sportiva, infondendo nuovo slancio all’opera pastorale e missionaria.

Il benessere fisico e spirituale la crescita integrale dei sacerdoti sono al centro della sollecitudine della diocesi.

 

Cina.

La bandiera cinese.

Dal 7 al 10 luglio si sono svolti gli esercizi spirituali annuali per i sacerdoti, guidati presso il seminario dallo stesso vescovo Li Shan. Durante le meditazioni, il vescovo di Pechino ha esortato tutti i sacerdoti a rimanere fedeli alla propria vocazione sacerdotale perseverando nell’opera missionaria e evangelizzatrice.

Diversi sacerdoti diocesano e formatori del Seminario hanno presieduto le meditazioni spirituali incentrate sulla lettura della Sacra Scrittura e volte a ravvivare zelo apostolico e gratitudine per la vocazione sacerdotale ricevuta in dono.

Nella cornice della esperienza edificante condivisa durante gli esercizi spirituali sacerdotali, racconta Fides, si colloca anche l’invito a “partecipare secondo le proprie capacità” alla mezza maratona, riconoscendo la rilevanza di curare la propria condizione fisica e puntando l’accento sulla condivisione e la partecipazione più che sulla competizione.

Iran: bombardamenti americani

su diversi obiettivi militari.

Interris.it – Redazione – (19 Luglio 2026) – ci dice:

 

Il “Cent-com” ha annunciato l'ottava notte consecutiva di operazioni contro obiettivi strategici di Teheran.

L’offensiva militare degli Stati Uniti contro l’Iran prosegue senza sosta, alimentando una fase di forte tensione in Medio Oriente.

 Nelle ultime ore il Comando Centrale statunitense (Cent-com) ha annunciato una nuova ondata di bombardamenti mirati contro infrastrutture militari iraniane, con l’obiettivo dichiarato di ridurne le capacità operative.

L’azione rappresenta l’ottava notte consecutiva di attacchi e si inserisce nel quadro della risposta americana alle recenti azioni attribuite alle Guardie Rivoluzionarie iraniane.

 

Gli attacchi.

Il Comando Centrale degli Stati Uniti (Cent-com) ha completato un’altra serie di attacchi contro l’Iran.

 L’annuncio sul profilo del social X del Cent-com.

“Durante l’ottava notte consecutiva di attacchi statunitensi, le forze del Cent-com – si legge nella nota del Comando centrale – hanno colpito con successo strutture militari iraniane di sorveglianza costiera e di difesa aerea, mezzi navali e siti di stoccaggio di missili e droni, al fine di continuare a indebolire le capacità militari iraniane.

 Le forze armate statunitensi hanno inoltre preso di mira le forze del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche che il 17 luglio avevano sferrato attacchi contro membri delle forze armate statunitensi in Giordania”.

(Fonte Ansa).

 

 

 

 

Giovani e tecnologie,

 c’è un cambiamento

 che occorre governare.

Educazione.chiesacattolica.it – Università – (19 ottobre 2024) – Alessandro Rosina – Redazione – ci dice:

Rischi e opportunità dell’IA, dal 21 ottobre l’e-book gratuito.

Nuove tecnologie interagiscono con i processi di apprendimento delle nuove generazioni e la visione del proprio spazio strategico di azione nella realtà in cui vivono.

 Il rapporto tra giovani e nuove tecnologie va, quindi, considerato come un laboratorio continuo in cui approfondire conoscenza, modalità di uso, competenze e consapevolezza rispetto ai rischi.

Tutto ciò che non funziona nel favorire in modo positivo tale relazione porta i giovani a subire il cambiamento anziché attrezzarsi a governarlo. Il cambiamento non porta in modo scontato a miglioramento.

 È cruciale, allora, chiedersi continuamente come le nuove generazioni interpretino le nuove tecnologie e cosa si aspettino dal loro utilizzo.

 

Il libro “Intelligenza artificiale: rischi e opportunità” – edito in formato ebook da Vita e Pensiero e curato da Elena Beccalli, rettrice dell’Università Cattolica, Ivana Pais, Andrea Viola, oltre a chi scrive – cerca di offrire indicazioni utili in tale prospettiva.

 Lo fa in modo solido a partire dai dati di un’indagine promossa dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, ente fondatore dell’Università Cattolica, con il sostegno di Fondazione Cariplo e condotta da Ipsos su un campione rappresentativo di 6 mila giovani tra i 18 e i 34 anni che vivono in Italia, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito.

 

Nella prefazione del volume padre Paolo Benanti ben chiarisce che «l’obiettivo è fornire ai giovani gli strumenti per comprendere, valutare e utilizzare in modo consapevole e responsabile le tecnologie emergenti, contribuendo a plasmare un futuro in cui l’Intelligenza artificiale sia al servizio del benessere umano e sociale.

Dal punto di vista di un etacista della tecnologia come il sottoscritto il testo ha un valore che emerge all’incrocio tra i dati evidenziati dalla ricerca e la cura delle nuove generazioni, una cura che siamo chiamati ad avere per garantire agli adulti del futuro un sereno ed equilibrato rapporto con le tecnologie digitali».

 

Dai dati risulta come i giovani tendano ad avere aspettative positive nei confronti di Intelligenza artificiale (IA), soprattutto sul versante dell’apprendimento e sull’efficacia operativa, mentre i principali timori riguardano la sicurezza e la privacy, in particolare la gestione irresponsabile dei dati privati.

 

L’impatto ambientale per l’elevato consumo energetico richiesto dall’IA, così come le disuguaglianze sociali derivanti dall’accesso diseguale alle nuove tecnologie, sono invece sottovalutati. Il 53% dei giovani italiani dichiara di usare strumenti di IA, in particolare” Chat Gpt”.

 Si tratta, quindi, della maggioranza, ma il dato è comunque più basso rispetto ai coetanei degli altri Paesi considerati.

 

Un aspetto importante messo in luce dall’analisi è il fatto che conoscenza e uso influenzano la percezione. In particolare, chi più conosce e utilizza le nuove tecnologie tende a guardarle con meno sospetto e più ne riconosce le opportunità.

 L’Italia sembra, però, fare un po’ eccezione: i giovani italiani, nel confronto con gli altri Paesi, si caratterizzano non solo per una minor conoscenza e un minor utilizzo ma anche per un più basso livello di percezione del rischio.

Questo dato deve far riflettere perché segnala il rischio di un atteggiamento fiduciario verso le tecnologie non adeguatamente sostenuto dalla sperimentazione diretta di effettivi limiti e potenzialità.

È, pertanto, importante aumentare e migliorare le occasioni di accompagnamento a esperienze condivise di utilizzo consapevole a partire dalla scuola per fare in modo che l’IA possa davvero diventare uno strumento positivo ed utile nella vita e nel lavoro.

(Alessandro Rosina).

 

 

 

Lavoro ibrido.

Giovani e AI: le competenze digitali

 che serviranno davvero entro il 2030.

Agendadigitale.eu – (15 dicembre 2025) - Aldo Bottini - Toffoletto De Luca Tamajo e Soci – ci dicono:

 

La rivoluzione dell’AI e del lavoro ibrido sta ridisegnando i percorsi professionali dei giovani, ampliando il gap di competenze digitali. L’Italia può colmare il ritardo guardando a modelli europei e internazionali e puntando su ecosistemi formativi stabili.

Il mercato del lavoro sta vivendo una trasformazione profonda e accelerata dalla digitalizzazione e dall’introduzione massiva dell’intelligenza artificiale (AI).

 Per i giovani, questo scenario apre nuove opportunità ma soprattutto nuove sfide: entro il 2030, secondo il Future of Jobs Report del World Economic Forum, quasi il 40% delle competenze oggi richieste sarà obsoleto.

Allo stesso tempo, le competenze necessarie nei ruoli più esposti all’AI stanno cambiando il 66% più velocemente rispetto al passato.

L’acquisizione delle expertise e lo sviluppo di carriera dei giovani, inoltre, non può non tener conto della presenza ormai sempre più diffusa e consolidata, nelle organizzazioni, di modalità di lavoro da remoto e ibride.

Queste ultime, se mal gestite, possono ridurre le occasioni di mentor ship e di relazioni personali all’interno delle aziende, che spesso condizionano in via di fatto l’avanzamento di carriera.

Una ricerca ha mostrato, infatti, che chi lavora da casa ha ricevuto nell’ultimo anno il 31% di promozioni in meno rispetto a chi lavora in ufficio, e quasi il 90% dei CEO dichiara di preferire i lavoratori in presenza per l’assegnazione a progetti che comportano avanzamenti di carriera e aumenti di stipendio.

Per i giovani, che spesso si trovano nei primi anni della loro esperienza professionale e necessitano di tutoraggio e visibilità, questa dinamica, non proprio virtuosa e che risente di uno stile di management datato, può purtroppo diventare un ostacolo importante.

 

Indice degli argomenti.

Occupazione giovanile e competenze digitali: il nodo italiano.

Modelli europei per occupazione giovanile e competenze digitali

Paesi Bassi: rete RMC e continuità dei percorsi.

Germania: sistema duale e competenze digitali.

Finlandia e Spagna: servizi digitali e imprenditorialità giovanile.

Dal Canada a Hong Kong: modelli di occupazione giovanile digitale nel mondo.

Strumenti digitali per occupazione giovanile e competenze digitali.

Un’agenda per le imprese italiane.

Occupazione giovanile e competenze digitali: il nodo italiano.

In Italia, il nodo delle competenze digitali e della transizione scuola-lavoro resta centrale.

Nel contesto italiano, infatti, il problema di fondo è la carenza di competenze digitali diffuse lungo tutto il percorso formativo e lavorativo, con un impatto diretto sull’occupazione giovanile e sulle possibilità di crescita professionale.

 

Secondo recenti dati europei, circa il 43% degli studenti dell’UE non raggiunge un livello base di competenze digitali, e l’Italia si colloca tra i Paesi più in difficoltà.

 Questo si traduce in difficoltà nell’accesso al mercato del lavoro, soprattutto in un contesto globale e sempre più competitivo, in cui i lavoratori con skill specialistiche possono candidarsi a distanza da ogni parte del mondo, aumentando la pressione sui giovani meno preparati.

Gli strumenti esistenti – come il Programma Garanzia Giovani e l’utilizzo dei fondi del Fondo Sociale Europeo Plus (ESF+) – hanno offerto opportunità di inserimento lavorativo e formazione, ma troppo spesso si sono fermati a progetti di breve durata o a misure di politica attiva frammentarie. Questi interventi non risultano sufficientemente collegati ai fabbisogni reali delle imprese e alle evoluzioni tecnologiche in atto, lasciando scoperto proprio il segmento più dinamico delle competenze digitali.

Inoltre, l’offerta di percorsi di mentor-ship digitali o ibridi è ancora poco sviluppata, con un evidente gap tra la domanda di competenze in ambito ICT, cybersecurity, AI, data analysis e la preparazione dei giovani laureati o diplomati. Questo divario rischia di tradursi in una sotto-occupazione qualificata, in cui i giovani non riescono a trovare ruoli coerenti con il loro potenziale.

 

Modelli europei per occupazione giovanile e competenze digitali.

A livello europeo, l’Unione ha puntato con decisione sulla Youth Guarantee, un programma che sostiene i giovani under 30 nell’accesso al lavoro e alla formazione. Alimentato da oltre 142 miliardi di euro dell’ESF+, il programma mira a modernizzare i servizi pubblici per l’impiego e a potenziare le competenze digitali e trasversali dei giovani. In molti Paesi membri la Youth Guarantee è diventata una infrastruttura stabile, mentre in Italia è rimasta spesso un progetto straordinario e non strutturale.

 

Paesi Bassi: rete RMC e continuità dei percorsi.

 

Tra i Paesi con esempi di programmi tra i più interessanti, spiccano i Paesi Bassi, che hanno il più alto tasso di occupazione giovanile e il più basso tasso di NEET dell’OCSE. Il loro punto di forza è la rete di Regional Report and Coordination Centres (RMCs), strutture pubbliche che accompagnano i giovani tra i 18 e i 23 anni nella scelta dei percorsi scolastici e professionali, prevenendo l’abbandono e facilitando il contatto diretto con le imprese.

 

Questo sistema, a differenza di quello italiano, garantisce continuità e personalizzazione, e rappresenta un modello di governance locale replicabile. La capacità di seguire i giovani nel tempo e di connetterli stabilmente alle imprese contribuisce a ridurre in modo strutturale il rischio di esclusione dal mercato del lavoro.

 

Germania: sistema duale e competenze digitali.

Interessante anche il caso della Germania, dove il sistema duale di formazione professionale integra da anni formazione scolastica e lavoro in azienda. Le imprese partecipano attivamente ai programmi, formando i giovani nelle proprie sedi e contribuendo alla definizione dei curriculum.

Questo modello ha consentito di mantenere basso il tasso di disoccupazione giovanile e di aggiornare rapidamente i percorsi alle nuove competenze digitali, colmando il gap scuola-lavoro. La collaborazione strutturale tra mondo educativo e produttivo rende più fluido il passaggio dalla formazione all’occupazione giovanile.

 

Finlandia e Spagna: servizi digitali e imprenditorialità giovanile.

La Finlandia ha invece puntato sulla digitalizzazione spinta dei servizi per l’impiego e sull’orientamento personalizzato: piattaforme pubbliche centralizzate raccolgono le offerte di lavoro, tracciano le competenze acquisite e suggeriscono percorsi formativi su misura. Un uso intelligente dei dati pubblici, che potrebbe consentire un matching efficace tra domanda e offerta, in Italia manca ancora, anche per i giovani ai primi impieghi.

 

La Spagna ha rafforzato la dimensione imprenditoriale e digitale della Youth Guarantee, finanziando startup fondate da under 30 e programmi di reskilling digitale nelle PMI. Questo ha favorito l’emersione di ecosistemi innovativi locali e ha incentivato l’occupazione giovanile in settori tecnologici avanzati, mentre in Italia le politiche a sostegno dell’imprenditorialità giovanile sono ancora episodiche e scarsamente coordinate con il sistema formativo.

 

Dal Canada a Hong Kong: modelli di occupazione giovanile digitale nel mondo.

Fuori dall’Europa, spicca il Canada, che ha implementato una strategia federale nota come Youth Employment and Skills Strategy (YESS). Questa prevede programmi di formazione, tirocini retribuiti, mentoring e career counselling, con particolare attenzione ai giovani a rischio di esclusione. Un aspetto innovativo è il Digital Skills for Youth Program, che collega i neolaureati sotto-occupati con PMI e organizzazioni non profit per formare sul campo competenze digitali avanzate.

 

In Italia, un modello simile potrebbe aiutare i giovani laureati a superare la difficoltà di accesso al primo impiego qualificato, offrendo al tempo stesso alle imprese competenze aggiornate e figure professionali già allenate a lavorare in contesti digitali.

 

Anche l’esperienza di Hong Kong è interessante, con il Youth Employment and Training Programme (YETP): un percorso strutturato che combina formazione pre-impiego, un mese di stage retribuito e sei mesi di on-the-job training con contributi economici alle aziende. I giovani sono seguiti da social worker accreditati e possono accedere a corsi aggiuntivi con rimborso spese, ricevendo un supporto personalizzato.

 

Questo approccio integrato riduce drasticamente il tasso di NEET e offre una transizione ordinata dalla scuola al lavoro, aspetto che in Italia resta il vero tallone d’Achille. In sintesi, tutti questi Paesi — seppur con strumenti diversi — hanno adottato una logica comune: creare ecosistemi stabili, digitalizzati e basati su partenariati pubblico-privato, capaci di accompagnare i giovani nella costruzione di competenze e reti professionali.

È un modello da cui l’Italia potrebbe prendere ispirazione, per superare una logica di politiche giovanili episodiche e non pienamente integrate con il sistema produttivo, costruendo un’infrastruttura di supporto all’occupazione giovanile digitale.

 

Strumenti digitali per occupazione giovanile e competenze digitali.

Per colmare il gap e accelerare l’inclusione dei giovani nel mercato del lavoro, le imprese italiane possono adottare strategie basate su strumenti digitali già disponibili. Questi strumenti permettono di aggiornare in modo continuo e scalabile le competenze digitali dei giovani, integrando le modalità tradizionali di formazione.

Tra questi:

Piattaforme di e-learning e micro-learning per aggiornare rapidamente le competenze, con corsi brevi e certificati su AI, cybersecurity, analisi dati e green skills, in grado di rispondere ai fabbisogni emergenti del mercato del lavoro.

Learning Management Systems (LMS) integrati con i sistemi HR aziendali per tracciare le competenze e pianificare piani formativi individuali, valorizzando i percorsi di crescita dei giovani in modo strutturato.

Sistemi di mentoring digitale e reverse mentoring, che abbinano giovani talenti e professionisti senior anche a distanza, creando community e reti di supporto interne dove lo scambio di competenze è bidirezionale.

AI per il career matching, che consenta di individuare ruoli interni e percorsi di crescita coerenti con i profili digitali e le soft skill dei giovani assunti, riducendo il rischio di mismatch.

Piattaforme collaborative e di project management che facilitino il lavoro ibrido e il coinvolgimento dei giovani in progetti strategici, anche se non presenti in sede, aumentando visibilità e responsabilizzazione.

Questi strumenti non sostituiscono la formazione tradizionale, ma possono affiancarla in modo scalabile, consentendo di offrire ai giovani un ambiente di apprendimento continuo e di crescita anche in modalità ibrida o remota, riducendo il rischio di esclusione.

 

Un’agenda per le imprese italiane.

Per le imprese italiane, la sfida non è solo attrarre giovani talenti, ma trattenerli e farli crescere. È necessario ripensare i modelli organizzativi, la gestione delle persone e le modalità di collaborazione con il sistema educativo, integrando in modo strutturale l’uso di strumenti digitali e la costruzione di percorsi di carriera chiari.

Occorre:

creare partnership con scuole, ITS e università per co-progettare percorsi formativi sulle competenze emergenti, riducendo il divario tra aula e impresa;

strutturare programmi di onboarding e mentoring digitale, garantendo ai giovani un accompagnamento nei primi anni di carriera e una rete di supporto interna;

introdurre metriche trasparenti per la valutazione della performance, riducendo i bias che oggi penalizzano chi lavora da remoto e favorendo una cultura orientata ai risultati;

collaborare con le istituzioni per utilizzare i fondi europei (ESF+, PNRR) in modo mirato e duraturo, sostenendo progetti che abbiano un reale impatto sull’occupazione giovanile e sulle competenze digitali.

Solo un approccio sistemico, che combini investimenti in competenze e innovazione organizzativa, potrà evitare che la rivoluzione digitale e l’AI diventino un fattore di esclusione per i giovani. La finestra temporale è stretta: entro il 2030, chi non avrà aggiornato i propri modelli di formazione e carriera rischia di restare indietro — insieme a un’intera generazione di lavoratori.

 

 

 

Allarme Deloitte: imprese a corto di talenti tech e giovani senza competenze per l’era dell’AI.

Industriaitaliana.it – (27 febbraio 2026) – Alessandro Mercuri e C. – Redazione -ci dicono:

«Il quadro è allarmante, se misuriamo la diffusione delle competenze tecnologiche tra coloro che possiedono un’istruzione terziaria», commenta Alessandro Mercuri, partner e Dcm Technology & Transformation Leader di Deloitte.

 

«Come si sta preparando il nostro Paese alla più grande rivoluzione tecnologica dai tempi dell’invenzione di internet? Quali sono le competenze chiave che i nostri giovani devono possedere per partecipare da protagonisti alla trasformazione digitale? E quale ruolo vogliamo avere – come europei – nella partita globale dell’innovazione tecnologica?».

 Così Alessandro Mercuri, partner e Dcm Technology & Transformation Leader di Deloitte, è intervenuto sul tema delle competenze digitali su Voices, la piattaforma che ospita commenti a firma degli esperti Deloitte.

 

«Il quadro è allarmante, se misuriamo la diffusione delle competenze tecnologiche tra coloro che possiedono un’istruzione terziaria e – dunque – dovrebbero costituire la parte della popolazione più istruita e digitalmente matura», commenta l’esperto. Secondo l’ultima edizione dell’Osservatorio Stem di Deloitte, a livello europeo poco più di 1 studente universitario su 4 è iscritto a percorsi Stem (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica). Un dato ancora più significativo alla luce del dato secondo cui l’Italia, nel 2024, è risultata penultima nella classifica Ue per quota di laureati: secondo l’Eurostat, tra i giovani dai 25 ai 34 anni solo il 30,6% degli italiani possiede un titolo di studio terziario, contro una media europea che ha ormai superato il 43%.

 

 

«Le conseguenze della carenza di queste competenze la vediamo benissimo sul mercato: il 53% delle piccole aziende e il 51% delle grandi aziende censite dall’Osservatorio Stem di Deloitte ha già avuto difficoltà a trovare i profili professionali con competenze Stem. Un trend destinato ad aggravarsi ulteriormente di fronte all’accelerazione della “tech race” globale in corso, trainata dalla competizione sullo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale», scrive Mercuri.

 

Di fronte a queste sfide epocali, Deloitte ha deciso di investire nelle competenze chiave per il futuro: ne è un esempio Digita, la Academy interamente dedicata alle competenze digitali che Deloitte ha creato a Napoli insieme all’Università Federico II. Giunta alla sua nona edizione, Digita offre un percorso formativo a 50 giovani laureati – di cui il 60% ragazze – di 9 mesi per oltre 700 ore di lezione, con una full immersion che fornisce non solo elementi teorici, ma anche pratici per inserirsi nel mondo del lavoro.

 

Boot-camp AI: il primo boot-camp gratuito in Italia sull’Intelligenza Artificiale della durata di 400 ore.

«In un mondo che accelera sempre di più su digitalizzazione e trasformazione tecnologica, la Digita Academy è un esempio virtuoso di come imprese e università possono unire le forze per contribuire all’innovazione e alla crescita di tutto il Sistema Paese», spiega Mercuri. «Non a caso, al centro del manifesto formativo di quest’anno c’è il Bootcamp AI: il primo bootcamp gratuito in Italia sull’Intelligenza Artificiale della durata di 400 ore – un percorso di formazione intensiva a cui si affianca anche il Cyber Security Lab, dedicato alla sicurezza informatica».

 

Grazie al progetto Digita, Deloitte ha già formato oltre 600 studenti, contribuendo a sviluppare competenze e a formare nuovi talenti, alcuni dei quali lavorano nelle aziende partner e molti all’interno del network Deloitte. Tra questi, un quarto ricopre ruoli di senior consultant e manager, a conferma dell’efficacia dell’iniziativa anche in termini di sviluppo professionale.

 

«Ma l’impegno per sostenere lo sviluppo delle nuove competenze non si ferma a Napoli: in Italia abbiamo erogato oltre 57mila ore di training sulla Generative AI. Un investimento che equivale a circa 10 ore di formazione “Gen AI” per persona nel solo 2025.

L’iniziativa proseguirà anche nei prossimi anni: tra dicembre 2025 e ottobre 2026 sono infatti previste tra le 8 e le 12 ore aggiuntive di formazione per persona in questo ambito, con l’obiettivo di sviluppare competenze avanzate e trasversali e stare al passo con l’evoluzione digitale», scrive l’esperto.

 

«Con queste iniziative e gli investimenti sostenuti negli anni, il network Deloitte promuove attivamente l’apprendimento continuo e l’adattabilità – due requisiti ormai imprescindibili per affrontare la trasformazione digitale in corso. Il nostro Paese non può più aspettare. E iniziative come queste dimostrano come il settore privato possa diventare un motore di crescita e innovazione, traducendo l’investimento in competenze in un impatto concreto per tutto il sistema Paese», conclude Mercuri.

 

 

 

Bambini e digitale: le nuove generazioni chiedono strumenti per riconoscere e difendersi dalle fake news.

Ilsole24ore -Redazione Scuola – (10 -02 – 2025) – ci dice:

Il 76% dei ragazzi ritiene che l'”Age verificazioni” dovrebbe essere obbligatoria su tutte le piattaforme:

 presentata indagine di Telefono Azzurro e BVA-DOXA su digitali e minori.

 

Il bambino al centro.

Proteggere le nuove generazioni nel mondo digitale.

È questa la sfida che la Fondazione S.O.S. Telefono Azzurro lancia in occasione del “Safer Internet Day 2025.”

 Una frase che richiama l'urgenza di affrontare complesse sfide economiche, etiche, di sicurezza e di benessere legate al coinvolgimento dei bambini nell'ecosistema del digitale.

 

 “Affrontare la sfida di costruire un ambiente digitale più sicuro e inclusivo richiede un impegno globale. È fondamentale investire in infrastrutture sostenibili, rafforzare la governance delle piattaforme digitali per proteggere i diritti dei minori e promuovere una cooperazione internazionale che riduca le disuguaglianze.

Vi è oggi la necessità di gettare le basi per azioni ad alto impatto capaci di agire su più livelli per proteggere i bambini dai rischi del web.

È fondamentale definire i confini normativi e mettere al centro delle leggi le nuove generazioni affinché possano essere realmente tutelati anche in rete, cosa che oggi purtroppo non avviene.

Anche le piattaforme devono farsi promotrici di questo cambiamento e privilegiare il benessere di bambini e adolescenti rispetto agli interessi commerciali, promuovendo l'educazione digitale sia per i più giovani che per genitori ed educatori.

È una responsabilità collettiva verso un futuro in cui ogni bambino possa prosperare in un ambiente digitale sicuro e favorevole al suo sviluppo. Ogni passo in questa direzione rappresenta un investimento per un domani più equo, sostenibile e inclusivo per tutti i minori del mondo” – sottolinea il Professore “Ernesto Caffo”, Presidente di Telefono Azzurro.

 

Accompagnare bambini e adolescenti

Il digitale e i social network possono essere risorse preziose, ma è fondamentale accompagnare bambini e adolescenti in un uso consapevole, per proteggere il loro benessere psicologico e favorire relazioni sane e autentiche, aspetti entrambi messi a dura prova dalle dinamiche odierne del digitale. A confermarlo è anche l'indagine di Telefono Azzurro e BVA-Doxa presentata oggi presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano in occasione dell'evento organizzato per il “Safer Internet Day 2025”.

 

Dipendenza in aumento.

A livello globale, la dipendenza da smartphone è in aumento, con implicazioni notevoli per il comportamento sociale e la qualità delle interazioni dei giovani.

L'utilizzo dei social media ha in particolare implicazioni significative dal punto di vista psicologico e sociale.

Tra i principali effetti: rischio di dipendenza, impatto sull'autostima e pericoli psicologici legati all'interazione online.

Dall'indagine di Telefono Azzurro emerge tra i giovani una mancanza di consapevolezza sui potenziali effetti negativi dei social media che evidenzia la necessità di programmi educativi mirati.

 Il 63% degli intervistati dichiara di aver provato almeno un'emozione mentre era sui social:

 il 24% invidia verso la vita degli altri, il 21% si è sentito diverso/a, il 19% inadeguato/a.

 

La richiesta.

Tra gli argomenti per i quali i ragazzi affermano di avere più bisogno di informazioni per potersi difendere o per poterli evitare vi sono al primo posto le fake news (40%), seguite da privacy e dati personali (34%), cyberbullismo (32%) e adescamento (31%).

L'elevata esposizione ai social media rende i giovani particolarmente vulnerabili alla disinformazione, spingendoli quindi a cercare strumenti per riconoscerla e contrastarla, desiderio che riflette la necessità da parte loro di comprendere meglio le dinamiche dell'informazione nell'era digitale e di partecipare attivamente alla costruzione di una società più informata e resiliente ai pericoli della disinformazione.

 In questo contesto, si inserisce la strategia di Meta in Italia di “rimuovere, ridurre, informare” per contrastare la disinformazione, messa tuttavia in discussione dalle recenti posizioni espresse da Zuckerberg.

 

La collaborazione.

La collaborazione tra genitori, educatori e bambini può rappresentare una strategia efficace per migliorare la sicurezza e la privacy online dei minori.

 In particolare, dallo studio emerge chiaramente il fondamentale ruolo dei genitori nella crescita e nella formazione dei giovani nell'era digitale e la necessità di fornire un'educazione digitale a tutte le famiglie affinché possano supportare i propri figli in modo consapevole e competente.

Come evidenziato dall'indagine, i ragazzi e le ragazze dichiarano infatti che se fossero vittima di violenza sessuale online, lo segnalerebbero soprattutto ai genitori (76%), solo il 40% alle forze dell'ordine (40%) e il 14% agli amici.

In caso di contenuti online potenzialmente dannosi o illeciti riguardanti altri minori o di episodi di cyberbullismo contro altri, la quasi totalità dei ragazzi segnalerebbe il fatto (98%-99%) e più del 70% anche in questo caso ai genitori.

 Evidente in questo senso la necessità di una valida educazione digitale per tutte le famiglie per poter supportare consapevolmente i più giovani all'interno della rete.

 

Il dibattito sull'introduzione di sistemi di verifica dell'età per i social media continua a suscitare opinioni contra-stanti tra giovani, genitori ed esperti e la questione diventa sempre più rilevante, soprattutto alla luce dell'aumento dell'accesso precoce dei minori alle piattaforme digitali. Dallo studio presentato da Telefono Azzurro e BVA Doxa emerge che il 44% dei ragazzi ritiene l'age verificazioni uno strumento utile per proteggere i minori, il 33% la ritiene fastidiosa ma necessaria e solo il 15% la ritiene inutile.

 Il 76% ritiene che dovrebbe essere obbligatoria su tutte le piattaforme che offrono contenuti potenzialmente inappropriati per i minori e il 37% indica come “età giusta” fino alla quale è necessaria la verifica dell'età 16 anni.

La consapevolezza dell'importanza dell'age verificazioni è comunque più alta tra i genitori, dove la percentuale di chi ritiene la verifica dell'età una pratica utile e necessaria sale al 71%.

 

Intelligenza Artificiale.

I giovani hanno una percezione ambivalente dell'IA, molti ne riconoscono l'utilità per migliorare l'efficienza personale e facilitare attività quotidiane, tuttavia, emergono anche preoccupazioni etiche e sociali.

Anche in merito all'AI una delle preoccupazioni principali dei ragazzi (40%) è legata alle fake news, ovvero al timore di non riuscire a capire quali siano le informazioni affidabili e quali no.

L'IA sta modificando profondamente anche lo scenario del cyberbullismo e dello sfruttamento sessuale online, introducendo nuovi rischi legati alla gene-razione e alla diffusione di contenuti di abuso e violenza. I deepfake, in particolare, costituiscono una delle minacce più preoccupanti legate all'IA nel contesto di CSAM (Child Sexual Abuso Materiale) e CSEM (Child Sexual Exploitation Materiale). I giovani affermano infatti che un deepfake che li ritrae causerebbe in loro forti disagi emotivi: il 40% teme, ad esempio, che tali contenuti possano distruggere le loro relazioni sociali e la loro reputazione.

 

 

 

Investimenti pubblici, scienza e

tecnologia: due forze trainanti

per una nuova crescita.

Vietnam.vn – Hainoimoi.it – (19 -07 -2026) – Redazione – ci dice:

Nel contesto delle continue fluttuazioni del commercio globale che interessano molte economie, gli investimenti pubblici rimangono uno strumento cruciale per sostenere la crescita. Il governo si sta concentrando sull'accelerazione dell'erogazione degli investimenti pubblici, sulla rimozione delle strozzature infrastrutturali e sulla promozione della trasformazione digitale per creare le condizioni per una crescita sostenibile nei prossimi trimestri.

Le infrastrutture strategiche aprono la strada ai flussi di capitali privati.

 

Nei primi sei mesi dell'anno la crescita del PIL nazionale si è attestata all'8,18%. Per raggiungere almeno il 10% per l'intero anno, la crescita nella seconda metà dell'anno dovrà sfiorare il 12%.

Secondo il professor associato Nguyen Thun Lang, esperto di economia e commercio internazionale e docente senior presso l'Istituto di Commercio Internazionale ed Economia (Università Nazionale di Economia), si tratta di un obiettivo molto ambizioso, ma non impossibile.

"I tradizionali motori di crescita del Vietnam non sono ancora stati sfruttati appieno. Ad esempio, gli investimenti pubblici sono stati erogati solo per circa il 35%, il che significa che quasi il 65% del piano deve ancora essere attuato nella seconda metà dell'anno. Se l'erogazione venisse accelerata, questo fattore da solo potrebbe contribuire con un ulteriore 1,5-2 punti percentuali alla crescita del PIL", ha analizzato il professor associato Nguyen Thun Lang.

 

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Si prevede che l'accelerazione dell'erogazione dei fondi pubblici per gli investimenti e la realizzazione di progetti infrastrutturali chiave creeranno slancio per la crescita economica.

Il piano complessivo di investimenti pubblici per il 2026, assegnato dal Primo Ministro a ministeri, agenzie centrali e autorità locali, ammonta a 1.004,6 trilioni di VND (di cui 354,4 trilioni di VND provenienti dal bilancio centrale e 650,2 trilioni di VND dal bilancio locale).

 Il Primo Ministro Le Minh Huang ha richiesto una maggiore disciplina negli investimenti pubblici, contrastando la dispersione delle risorse, collegando l'allocazione dei capitali all'efficienza socio-economica e impegnandosi a erogare il 100% del piano di investimenti per il 2026, creando così lo slancio necessario per raggiungere gli obiettivi di crescita a doppia cifra.

 

Secondo gli ultimi dati del Ministero delle Finanze, al 2 luglio l'erogazione di capitali pubblici per investimenti ha raggiunto i 360.948,7 miliardi di VND, pari al 35,8% del piano stabilito dal Primo Ministro.

Questa cifra è superiore a quella riportata dal Ministero delle Finanze durante la riunione ordinaria del Governo di giugno 2026 (oltre 356.935 miliardi di VND, pari al 35,5% del piano stabilito dal Primo Ministro).

Tuttavia, secondo il Ministero delle Finanze, i risultati dell'erogazione di capitali pubblici per investimenti non hanno ancora soddisfatto le aspettative.

 

Il professore associato Dr. Nguyen Thun Lang prevede che questo flusso di capitali continuerà a essere fortemente agevolato nei restanti trimestri dell'anno, poiché gli investimenti pubblici mantengono il loro ruolo di uno dei principali motori della crescita economica.

 Inoltre, sebbene l'attuale tasso di erogazione sia in crescita, rimane relativamente basso rispetto al piano complessivo per l'intero anno.

Ciò crea involontariamente un ampio margine di manovra per le autorità locali e gli investitori al fine di accelerare ulteriormente l'erogazione nel prossimo periodo.

 

Secondo una ricerca del Fondo Monetario Internazionale (FMI), per le economie emergenti e in via di sviluppo, riallocare anche solo l'1% del PIL agli investimenti infrastrutturali ha il potenziale di aumentare la crescita del PIL di circa il 3,5% nel medio e lungo termine.

Con l'obiettivo di erogare oltre 1.000 miliardi di VND, lo sblocco dei capitali non solo facilita il completamento e la messa in funzione anticipata dei progetti, ma contribuisce anche a stimolare la produzione, creare posti di lavoro e favorire una crescita economica a doppia cifra.

"Il volume di lavoro e la quantità di capitali che devono essere assorbiti nei trimestri rimanenti sono enormi, il che crea pressione per accelerare l'attuazione e l'accettazione dei principali progetti di investimento pubblico", ha affermato il professore associato Vo Tri Thanh.

 

In questo contesto, il Ministero delle Finanze ha proposto soluzioni per il prossimo periodo al fine di superare le difficoltà e promuovere l'erogazione dei progetti di investimento pubblico secondo gli obiettivi prefissati.

È urgente eliminare gli ostacoli relativi alla pianificazione, ai terreni, all'autorizzazione dei siti, ai materiali da costruzione, alle procedure di investimento, alle gare d'appalto e ai beni pubblici.

 In particolare, è in fase di implementazione un sistema di punteggio basato su indicatori chiave di prestazione (KPI) per ministeri, agenzie centrali e enti locali, considerato uno strumento per monitorare i progressi e rafforzare la responsabilità.

 

Entrando nella fase accelerata di attuazione del piano di sviluppo socio-economico 2026, le amministrazioni locali si stanno concentrando sulla rimozione degli ostacoli, sull'accelerazione dei progetti chiave e sul miglioramento dell'efficienza nell'erogazione degli investimenti pubblici.

 

Hanoi è diventata il punto focale dell'intero Paese grazie al lancio simultaneo di una serie di progetti infrastrutturali e di sviluppo urbano su larga scala, che contribuiranno a plasmare una nuova immagine per la capitale nella prossima fase di sviluppo.

 

Il Primo Ministro Le Minh Huang:

Tutte le proposte commerciali devono essere esaminate a fondo e i risultati resi pubblici.

Il Primo Ministro Le Minh Huang: Tutte le proposte commerciali devono essere esaminate a fondo e i risultati resi pubblici.

A conclusione della riunione del Comitato permanente del governo con la comunità imprenditoriale, tenutasi la mattina del 18 luglio, il Primo Ministro Le Minh Huang ha chiesto ai ministeri, ai settori e alle autorità locali di dare seguito in modo definitivo alle raccomandazioni del mondo imprenditoriale, di rendere pubblici tutti i risultati delle risoluzioni e di passare con decisione dal dialogo all'azione, utilizzando l'efficacia tangibile come parametro di successo.

Euro window Holding ha ottenuto la certificazione tra i 10 marchi più famosi del Vietnam nel 2026.

 

Il 18 luglio 2026, ad Hanoi, Euro window Holding è stata nuovamente inclusa nella lista dei "10 marchi vietnamiti più famosi del 2026", riconoscimento conferito dall'Associazione vietnamita per la proprietà intellettuale.

Le nuove tecnologie stanno trainando le esportazioni agricole.

Di fronte alle crescenti esigenze del mercato internazionale, le imprese e le cooperative della città hanno investito con audacia in nuove tecnologie e modernizzato le proprie linee di produzione per migliorare la qualità dei prodotti agricoli e soddisfare gli standard dei paesi importatori.

Hanoi ha accelerato con decisione l'erogazione di capitali pubblici per gli investimenti, creando lo slancio necessario per una crescita economica dirompente.

Tra le soluzioni chiave, spicca la risoluzione dei problemi relativi all'esproprio dei terreni.

Attualmente, Hanoi sta attuando le procedure di esproprio per circa 1.428 progetti, di cui 1.281 finanziati con fondi pubblici; tra questi, 27 sono progetti di grande portata, importanti e strategici.

 

Nei primi sei mesi dell'anno, Hanoi ha erogato circa 63.501 miliardi di VND (oltre il 52% del piano), superando di gran lunga l'obiettivo KPI fissato per giugno di 1.345 miliardi di VND.

All'inizio di luglio (al 8 luglio), l'erogazione di investimenti pubblici ad Hanoi ha raggiunto i 65.024 miliardi di VND, pari al 54,19% del piano assegnato dal governo centrale.

 

Hanoi sta mobilitando attivamente e utilizzando efficacemente le risorse di investimento nella regione, impiegando gli investimenti pubblici per guidare, attivare e creare spazio per gli investimenti privati ​​e gli investimenti diretti esteri (IDE); sta dando priorità ai progetti infrastrutturali strategici, alla connettività interregionale e ai progetti che possono essere completati e messi in funzione a breve termine, creando nuove capacità produttive.

 Allo stesso tempo, sta promuovendo progetti di investimento non di bilancio su larga scala che generano effetti a cascata e integrano la capacità di crescita nel breve e medio termine.

 

"Nei primi sei mesi dell'anno, il capitale totale investito nello sviluppo sociale di Hanoi è stimato in quasi 257.000 miliardi di VND, con un incremento del 15,2%.

Ciò dimostra che, quando lo Stato accelera gli investimenti infrastrutturali, anche il settore imprenditoriale espande le proprie attività produttive, commerciali e di investimento, creando un effetto sinergico sull'economia", ha affermato il professor Hoang Van Cuono, vicepresidente dell'Associazione vietnamita di scienze economiche.

Inoltre, la decisa riallocazione di capitali da parte di Hanoi non solo aiuta la città a raggiungere il suo obiettivo di crescita del PIL regionale, ma funge anche da "capitale iniziale" per attrarre maggiori risorse di investimento non di bilancio.

 

Economia digitale, ristrutturazione del modello di crescita.

 

Oltre agli investimenti pubblici, il professore associato Dr. Nguyen Thun Lang ha stimato che una crescita esplosiva non dovrebbe limitarsi a raggiungere il 10%, ma potrebbe addirittura arrivare al 12%, superando le aspettative convenzionali.

Ancora più importante, ciò richiede la formazione di una nuova struttura economica basata su nuovi motori di crescita.

 I settori tradizionali, infatti, crescono in genere solo del 6-7%. Per ottenere una svolta decisiva, è necessario sviluppare nuove "industrie portanti" come i centri finanziari internazionali, i semiconduttori, la progettazione di circuiti integrati, il packaging dei chip, l'economia digitale, la finanza verde e l'economia circolare.

 Se questi settori si svilupperanno con forza, il Vietnam potrà partecipare più attivamente alla catena del valore globale e generare elevati tassi di crescita nel lungo periodo, analogamente a quanto sperimentato da Cina e Corea del Sud.

 

 

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Innovazione: la forza trainante del nuovo modello di crescita.

Secondo il viceministro delle Finanze Tran Quo Phon, la storia dell'economia vietnamita nei primi sei mesi dell'anno non si limita al tasso di crescita dell'8,18%, ma riguarda anche il cambiamento positivo dei fattori trainanti della crescita.

 La crescita nei primi sei mesi non si basa solo sulla ripresa della domanda aggregata, ma è anche sostenuta dall'aumento della capacità produttiva e da una transizione della struttura economica verso una maggiore modernizzazione, creando una base importante per il raggiungimento dell'obiettivo di crescita per l'intero anno 2026.

 

La Risoluzione n. 57-NQ/TW del Politburo ha identificato la scienza, la tecnologia, l'innovazione e la trasformazione digitale come svolte strategiche e fattori chiave per lo sviluppo di forze produttive moderne, l'innovazione dei modelli di crescita e il miglioramento della produttività del lavoro.

Il professor Pham Hong Chung, ex direttore dell'Università Nazionale di Economia, ritiene che nel prossimo futuro il Vietnam debba concentrarsi anche su nuovi settori tecnologici come l'intelligenza artificiale, l'economia dei dati e l'economia spaziale.

 Secondo le previsioni, la sola intelligenza artificiale potrebbe contribuire per oltre il 2% al PIL entro il 2030, diventando un fattore di crescita cruciale dopo la trasformazione digitale.

 

Hanoi sta inoltre promuovendo con forza la trasformazione digitale e l'innovazione per creare slancio per lo sviluppo a lungo termine. Hanoi continua a essere leader nel paese per quanto riguarda l'indice di e-commerce; conta 10.996 imprese nel settore delle tecnologie digitali, pari a circa il 15% del totale nazionale. Molti settori hanno raggiunto il 100% di pagamenti senza contanti...

 

Hanoi sta attualmente implementando diversi progetti chiave di trasformazione digitale e ad alta tecnologia per dare impulso all'economia digitale e costruire una città intelligente. Tra i progetti più importanti figurano: i parchi tecnologici digitali di Tay Tuu e Phu Dien, che fungeranno da centri di ricerca per l'intelligenza artificiale, i big data e l'Internet delle cose (IoT) e che dovrebbero creare 60.000 posti di lavoro per professionisti; e l'ampliamento del parco tecnologico di Ho Laac, incentrato sulla ricerca, lo sviluppo e l'applicazione di tecnologie chiave come microchip, semiconduttori, biotecnologie e automazione.

La città sta valutando la possibilità di progettare complessi di centri dati per l'intelligenza artificiale, che incorporeranno data center su larga scala dedicati all'intelligenza artificiale, con l'obiettivo di attrarre miliardi di dollari di investimenti internazionali...

A partire da settembre, le aziende che non rispettano questo requisito rischiano multe fino a 150 milioni di VND.

A partire da settembre, le aziende che non rispettano questo requisito rischiano multe fino a 150 milioni di VND.

SKĐS - A partire dal 10 settembre 2026, le aziende che non registrano o registrano in modo incompleto i dipendenti soggetti all'assicurazione sociale obbligatoria possono essere multate fino a 150 milioni di VND.

Nei primi sei mesi dell'anno il PIL ha superato l'8%: il governo è determinato a mantenere l'obiettivo di crescita a doppia cifra.

Nei primi sei mesi dell'anno il PIL ha superato l'8%: il governo è determinato a mantenere l'obiettivo di crescita a doppia cifra.

GD&TĐ - L'economia vietnamita continua a mostrare segnali positivi, con una crescita del PIL nei primi sei mesi del 2016 pari all'8,18%, il valore più alto dal 2011.

Risvegliare le risorse culturali del mare.

Estendendosi per 3.260 km sul territorio vietnamita, il mare non solo influenza profondamente la vita economica e sociale, ma permea anche il panorama culturale vietnamita, dalla profondità della memoria e dalle pratiche quotidiane al rituale vietnamita di "bere acqua, ricordandone la sorgente". Tuttavia, a causa di specifiche condizioni storiche, il riconoscimento e la promozione del valore dello spazio culturale marittimo nel processo storico della nazione hanno attraversato molteplici fasi con approcci differenti.

Hanoi è leader in Cina per tasso di digitalizzazione delle procedure amministrative, con il 97,74%, e sta inoltre promuovendo l'applicazione dell'intelligenza artificiale nei settori dei trasporti, della sanità e della gestione urbana. Questo rappresenta un fondamento importante per consentire alla città di continuare a migliorare il contesto degli investimenti, ridurre i costi di conformità per le imprese, aumentare l'efficienza della governance e rafforzare la competitività dell'economia.

 

Nella sua nuova fase di attrazione degli investimenti esteri, Hanoi dà priorità ai settori tecnologici strategici come semiconduttori, progettazione di circuiti integrati, intelligenza artificiale, big data, cloud computing, data center, biotecnologie, tecnologie verdi, nuovi materiali, tecnologia quantistica, finanza internazionale, logistica intelligente e ricerca e sviluppo. Il professor Pham Hong Chung ha valutato che i vantaggi esistenti della capitale saranno sfruttati anche per creare nuovi poli di crescita. In particolare, il Parco Tecnologico di Ho Laac è concepito come un polo per l'innovazione; le aree di West Lake, Nihat Tan e Dong Ánh si svilupperanno in centri finanziari, commerciali e di servizi internazionali; e i parchi industriali di nuova generazione e i cluster di innovazione specializzati continueranno a ricevere investimenti e a essere sviluppati.

 

Nel 2026, la città punta a che il valore aggiunto dell'economia digitale raggiunga almeno il 22% del suo PIL regionale, con ciascun settore che consegua almeno il 15%. Tutto ciò avviene nel quadro giuridico della Legge sulla Città Capitale, supportato da otto risoluzioni del Consiglio Popolare della Città e da una serie di piani specifici per l'attuazione della Risoluzione 57-NQ/TW; la Risoluzione 59-NQ/TW, in vigore dal 1° luglio, è identificata come una pietra miliare per lo sviluppo accelerato.

 

Quando la trasformazione digitale viene implementata in modo sincrono, in concomitanza con l'innovazione nei modelli di governance e il miglioramento della produttività aziendale, le nuove tecnologie diventano a tutti gli effetti una nuova forza trainante per la crescita, contribuendo alla realizzazione dell'obiettivo di uno sviluppo rapido e sostenibile.

Allo stesso tempo, gli investimenti pubblici creeranno le basi materiali, mentre la scienza e la tecnologia genereranno le capacità per le scoperte; la combinazione di queste due forze trainanti aprirà nuove opportunità di crescita per l'economia.

(hanoimoi.vn/dau-tu-cong-va-khoa-hoc-cong-nghe-hai-dong-luc-tao-suc-bat-moi-1212766.html).

 

 

 

 

Rivoluzione AI: per le aziende

 imperativo prepararsi fin

 d'ora per non restare indietro.

 

Ilsole24ore.com - Corrado Poggi – (12 dicembre 2025) – Redazione – ci dice:

Secondo l’ex presidente della Bce, Mario Draghi, l’Europa rischia un futuro di stagnazione se perderà il treno dell’innovazione e dell'intelligenza artificiale.

 

(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Le grandi rivoluzioni industriali non partono mai con un fragore: nascono come segnali che pochi colgono davvero.

Il vapore nell’Ottocento, l’elettricità nel Novecento, internet negli anni ’90:

 ogni volta i meccanismi hanno iniziato a ingranare piano, quasi in sordina.

 Poi, all’improvviso, arriva la soglia critica:

la tecnologia diventa matura, i costi crollano e le applicazioni si moltiplicano senza preavviso.

 Chi ha saputo intravedere i presagi del futuro e si è mosso per tempo guadagna allora un vantaggio competitivo che lo pone davanti alla concorrenza mentre chi resta indietro rischia di scivolare nell’irrilevanza.

Un rischio su cui ha di recente richiamato l’attenzione anche l’ex presidente della Bce Mario Draghi secondo cui l’Europa rischia un futuro di stagnazione se perderà il treno dell’innovazione e in particolare dell’AI. L’imperativo è quello di agire già sin ora senza perdere altro tempo visto che negli Stati Uniti gli incrementi di produttività sono tornati ai livelli degli anni 80 e dei primi anni 90 mentre in Europa si ha un rallentamento della crescita e l'ultima volta che la produttività europea ha eguagliato i livelli statunitensi è stato nel 1995.

 

Uno sviluppo che potrebbe stimolare guadagni è l’arrivo degli agenti “AI” a cui possono essere assegnati compiti specifici.

 Essi sono in grado di esaminare il contesto, agire in base al ruolo loro assegnato e adattarsi in base all’esperienza per prevedere le intenzioni degli utenti, completare codici e moduli e scegliere i migliori strumenti per compiere il lavoro loro assegnato.

Gli agenti di intelligenza artificiale, pur essendo ancora in una fase iniziale di sviluppo, stanno acquisendo un ruolo centrale nella trasformazione digitale delle imprese:

secondo Boston Consulting Group, due terzi dei dirigenti delle principali aziende globali li considerano elementi chiave delle loro strategie.

 Tuttavia, gli standard che permetteranno la comunicazione tra agenti sviluppati da fornitori diversi sono ancora in via di definizione.

 Per questo motivo le aziende devono prepararsi fin d’ora, garantendo che i propri dati siano strutturati e pronti per essere utilizzati efficacemente dall’AI.

Gli agenti AI possono interagire con i sistemi IT, conservare informazioni e supportare dipendenti e clienti nello svolgimento delle attività, con applicazioni trasversali:

 nei dipartimenti HR possono generare annunci di lavoro o definire obiettivi;

nel marketing possono creare e-mail personalizzate e pagine web;

nella supply chain possono redigere istruzioni per le ispezioni dei prodotti.

 Per sfruttare appieno queste potenzialità, è fondamentale che i dati conservino i loro metadati descrittivi quando vengono trasferiti nei data ware-house perché la loro perdita compromette la qualità delle operazioni e l’efficienza complessiva.

Anche la tecnologia RAG (retriva aumento generation), che consente ai modelli linguistici di accedere ai dati proprietari delle aziende, richiede informazioni pulite, coerenti e unificate.

 

Accanto agli aspetti tecnici, è cruciale la qualità dei processi aziendali: flussi di lavoro integrati e ben organizzati permettono di raccogliere dati affidabili, necessari per ottenere output accurati dagli agenti Ai. Le aziende possono inoltre personalizzare e addestrare i propri agenti grazie a strumenti dedicati forniti dai ve”ndor.

 Un esempio è” Oracle “AI” Agent Studio”, che mette a disposizione decine di agenti preconfigurati e consente di crearne di nuovi con facilità.

L’ascesa degli agenti AI sta già trasformando attività aziendali critiche, e in futuro essi potranno gestire intere funzioni come logistica e inventario, sostituendo molte interfacce tradizionali.

L’adozione dell’AI è in crescita: nel 2024 il 13,5% delle aziende europee la utilizzava, con valori più alti in Svezia, Danimarca e Belgio; negli Stati Uniti la percentuale varia tra il 20% e il 40%.

Tuttavia, solo l’1% dei top manager considera oggi “maturi” i propri progetti di “Gen AI”.

 

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18 luglio 2026.

Accedi e personalizza la tua esperienza.

«L’AI permette di trovare in modo molto più rapido personale di talento, migliora gli indicatori delle performance finanziare, rende molto più accurate le previsioni e i processi di completamento degli ordini e sostiene una crescita continuativa dei ricavi grazie alla capacità di coinvolgere i clienti in modo assolutamente mirato – spiega il VP Cloud Application di Oracle Italia, “Giovanni Ravasio” -.

Si agisce più rapidamente, si prendono decisioni più intelligenti e si riducono i costi.

Un esempio perfetto è Amplifon.

L’azienda utilizza da tempo la funzionalità “AI” di Oracle “Intelligenti Documenti Ricognizioni” per velocizzare la gestione delle fatture di tutti i suoi punti vendita nel mondo.

La documentazione del fornitore ora è trasmessa direttamente al sistema ERP e questo consente un monitoraggio centralizzato».

 Il discrimine del futuro, ma già anche del presente, non sarà dunque tra chi usa o meno l’intelligenza artificiale, ma tra chi saprà integrarla nel proprio modello operativo e chi invece la tratterà come un semplice accessorio tecnologico.

La nuova rivoluzione industriale premierà le organizzazioni capaci di ripensare processi, competenze e cultura aziendale, trasformando l’AI in un moltiplicatore strutturale di efficienza e innovazione.

 Chi sa cogliere i segnali del tempo e prepararsi per tempo sarà in grado di costruire ecosistemi produttivi più rapidi, trasparenti e resilienti, pronti a sostenere la prossima ondata di crescita alimentata dall’intelligenza artificiale.

 

 

 

 

AI e lavoro.

Intelligenza artificiale, minaccia costante per i giovani lavoratori.

Agendadigitale.eu – Maurizio Carmignani – (29 maggio 2025) – Redazione – ci dice:

(Maurizio Carmignani -Founder & CEO – Management Consultant, Trainer & Startup Advisor).

 

Gli ultimi studi indicano la caduta di assunzione di neo laureati.

 Molti esperti puntano il dito sull’intelligenza artificiale, per gli impatti sul lavoro.

La situazione non è chiara, ci sono dati contrastanti.

Ma è bene prepararsi alla trasformazione: come giovani, come aziende e come società.

La grande corsa all’intelligenza artificiale ha già cambiato il modo in cui le aziende assumono, formano e trattengono il talento.

Ma cosa sta davvero accadendo?

 Un’ondata di dati e casi studio racconta una realtà più complessa di quanto sembri.

 

Da un lato l’AI riduce la domanda di lavoratori junior/entry-level, dall’altro alimenta una nuova domanda di profili esperti e flessibili.

È davvero l’inizio di una rivoluzione occupazionale o solo l’ennesima trasformazione con vincitori e vinti?

A ogni nuova ondata tecnologica, il lavoro cambia.

Ma con l’avvento dell’”intelligenza artificiale generativa”, a cambiare non sono solo le mansioni:

a essere sotto pressione è la stessa idea di ingresso nel mondo del lavoro.

Il livello entry-level, da sempre rampa di lancio per i giovani laureati, oggi vacilla.

Dati, analisi e testimonianze mostrano una trasformazione asimmetrica che penalizza i neofiti ma può premiare chi ha già esperienza.

 Cosa sta succedendo davvero?

 

Indice degli argomenti.

Il dato che preoccupa: meno spazio per giovani e neolaureati al lavoro.

Oxford: allarme per giovani.

AI e lavoro: il paradosso dell’esperienza

Ma l’AI ancora non è pronta: dubbi sull’effetto sostituzione.

Non tutti i numeri dicono “crisi”.

Nuovi lavori, nuove geografie nell’era AI.

Il caso “Anthropic”, chi trattiene il talento, vince.

AI e lavoro: prospettive e raccomandazioni.

La sfida per la Gen. Z.

 

Il dato che preoccupa: meno spazio per giovani e neolaureati al lavoro.

Secondo l’analisi condotta da “Signal Fire” su oltre 600 milioni di profili professionali, le assunzioni di neolaureati nel tech sono crollate del 50% rispetto ai livelli pre-pandemia.

Nel confronto tra il 2023 e il 2024, il trend continua a peggiorare:

le Big Tech hanno ridotto del 25% l’ingresso di neolaureati, mentre le startup segnano un calo dell’11%.

 I ruoli più penalizzati sono quelli tradizionalmente considerati la porta d’accesso al settore: sviluppo software, legale e finanza analisi, vendite, marketing e ruoli di supporto.

 

I ricercatori credono che la responsabilità sia proprio dell’AI.

Le attività più semplici e ripetitive – come cercare dati, compilare report, installare software, fare debugging, scrivere codice standard o costruire slide – sono oggi automatizzabili attraverso strumenti di AI generativa, togliendo terreno ai compiti d’ingresso.

Anche i dati della Federal Reserve Bank di New York confermano l’inversione di tendenza: dal 2022 il tasso di disoccupazione dei neolaureati è aumentato del 30%, contro un +18% della popolazione generale.

In parallelo, emerge anche una percezione negativa dei giovani lavoratori: il 55% dei datori di lavoro ritiene che la “Gen Z” abbia difficoltà a lavorare in team, il 37% dei manager preferirebbe affidarsi a strumenti di intelligenza artificiale piuttosto che assumere un giovane inesperto.

 

Persino i laureati in informatica di alto profilo faticano a entrare nelle grandi aziende, la percentuale di neolaureati che trovano impiego presso i colossi del tech – Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla – si è più che dimezzata dal 2022. Questa tendenza, aggravata dalla crescente capacità dell’AI di eseguire attività a basso valore aggiunto, minaccia di “rompere il primo gradino della scala professionale”, come ha scritto “Anese Raman” di LinkedIn, richiamando il parallelo con il declino della manifattura negli anni Ottanta.

 

Oxford: allarme per giovani.

Altri dati confermano la tesi.

Negli ultimi mesi, la disoccupazione tra i neolaureati ha raggiunto un livello insolitamente alto, pari al 5,8%, e la Federal Reserve Bank di New York ha recentemente avvertito che la situazione occupazionale di questi lavoratori è “notevolmente peggiorata”.

“Oxford Economics”, una società di ricerca che studia i mercati del lavoro, ha rilevato che la disoccupazione tra i neolaureati è fortemente concentrata in settori tecnici come la finanza e l’informatica, dove l’intelligenza artificiale ha registrato progressi più rapidi.

“Ci sono segnali che indicano che i posti di lavoro entry-level stanno venendo sostituiti dall’intelligenza artificiale a un ritmo più elevato”, ha scritto la società in un recente rapporto.

 

AI e lavoro: il paradosso dell’esperienza.

Nel nuovo scenario modellato dall’intelligenza artificiale, le aziende sembrano sempre meno disposte a scommettere su potenziale e apprendistato, sempre più inclini a premiare chi ha già dimostrato risultati. Questo cambiamento sta provocando una frattura nella logica tradizionale di ingresso nel mondo del lavoro i Molti ruoli junior vengono pubblicati formalmente come tali, ma in realtà vengono assegnati a profili senior o mid-career, capaci di portare valore immediato e di ridurre i tempi e i costi dell’onboarding.

 

Le grandi aziende tecnologiche, in particolare, hanno aumentato del 27% le assunzioni di professionisti con 2-5 anni di esperienza, mentre le startup hanno registrato un incremento del 14% nella stessa fascia.

 La competizione per i pochi ruoli davvero entry-level si è fatta feroce, proprio mentre le attività una volta formative e ripetitive, come la scrittura di codice base, l’analisi preliminare dei dati finanziari, la predisposizione di materiali per le diligence, vengono progressivamente affidate all’AI, che le svolge con crescente efficienza.

 

Il risultato è una sorta di cortocircuito, i neolaureati non trovano impieghi perché privi di esperienza, ma non possono maturare esperienza perché non trovano impieghi.

 È il “paradosso dell’esperienza”, acuito dalle capacità crescenti dell’AI e dall’assenza, in molte aziende, di un reale investimento nella formazione on the job.

A peggiorare il quadro contribuiscono anche le dinamiche economiche post-pandemiche, la fine dell’epoca del capitale a basso costo e la pressione verso modelli organizzativi più snelli.

In questo contesto, la figura del giovane da formare diventa un lusso che molti non sono disposti a concedersi.

 

Ma l’AI ancora non è pronta: dubbi sull’effetto sostituzione.

Al tempo stesso, la corsa all’automazione ha già mostrato i suoi limiti e ci sono dubbi sulla ricaduta occupazionale.

Emblematico è il caso di Karnak, la fintech svedese che aveva sostituito 700 operatori del servizio clienti con un assistente virtuale.

Dopo alcuni mesi, però, la qualità percepita del servizio era peggiorata, specie nei casi più complessi.

Il CEO Sebastian Siemiatkowski ha ammesso pubblicamente che la scelta di ridurre i costi ha compromesso l’esperienza del cliente.

Karnak ha dovuto reintegrare personale umano, dimostrando che la relazione resta un asset strategico.

 

Un’indagine condotta da IBM ha evidenziato che tre progetti su quattro legati all’intelligenza artificiale non riescono a offrire il ritorno sull’investimento promesso.

Uno studio del National Bureau of Economic Research, focalizzato sui lavoratori impiegati nei settori più esposti all’AI, ha riscontrato che l’introduzione della tecnologia ha avuto un impatto trascurabile sia sui salari che sulle ore lavorate.

Secondo S&P Global, fornitore di dati e analisi, la quota di aziende che stanno abbandonando la maggior parte dei progetti pilota di intelligenza artificiale generativa è aumentata fino al 42%, rispetto al 17% registrato l’anno precedente.

Secondo le stime di McKinsey, l’intelligenza artificiale generativa potrebbe contribuire a una crescita della produttività del lavoro compresa tra lo 0,1% e lo 0,6% annuo entro il 2040, in base al grado di adozione e alla riorganizzazione delle attività lavorative.

Non tutti i numeri dicono “crisi”

A dispetto della narrazione catastrofista secondo cui l’intelligenza artificiale starebbe distruggendo i posti di lavoro, i dati macroeconomici raccontano una storia diversa. Negli Stati Uniti, il tasso di disoccupazione si attesta su livelli storicamente bassi (4,2%), mentre nei paesi OCSE l’occupazione ha raggiunto un livello record. Non solo: nel 2024, il white-collar work, ovvero il lavoro impiegatizio e amministrativo, ha mostrato una leggera crescita, secondo un calcolo dell’Economist. Questo suggerisce che, almeno per ora, molte aziende stiano implementando tecnologie AI non per sostituire ma per potenziare la produttività dei dipendenti esistenti. È possibile che l’adozione dell’AI non sia ancora abbastanza estesa da generare effetti su scala oppure che venga usata in modo complementare anziché sostitutivo.

 

Il punto, però, è che il cambiamento non è uniforme, se i lavori entry-level mostrano segni di erosione, i professionisti con due-cinque anni di esperienza risultano sempre più richiesti, con un +27% di assunzioni nelle Big Tech e +14% nelle startup. Le attività basilari, una volta affidate ai neolaureati, vengono oggi automatizzate, ma la domanda di competenze avanzate e trasversali continua a crescere. In questo senso, più che un crollo dell’occupazione, si tratta di una riconfigurazione profonda dei ruoli e delle traiettorie di carriera. La polarizzazione tra chi è facilmente sostituibile e chi invece possiede skill difficilmente replicabili da un algoritmo è destinata ad accentuarsi. Non è un destino ineluttabile, ma una traiettoria che può essere orientata con le giuste strategie, sia da parte delle istituzioni formative sia da parte delle imprese.

 

Nuovi lavori, nuove geografie nell’era AI.

L’impatto dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro non si limita alla sostituzione o riduzione dei ruoli esistenti ma sta anche generando nuove figure professionali e riconfigurando la geografia del talento.

Tra i ruoli emergenti si fanno strada posizioni come AI governance lead, specialisti in etica e privacy dell’AI, agenti AI engineers e prompt designer.

 

Si tratta di professioni che richiedono una combinazione di competenze tecniche, capacità relazionali e consapevolezza delle implicazioni regolatorie e sociali delle nuove tecnologie. Questa trasformazione si riflette anche nella distribuzione geografica del lavoro tech. Mentre San Francisco, New York e Seattle continuano a concentrare oltre il 65% degli ingegneri AI, città come Miami e San Diego stanno vivendo una crescita rapida grazie alla combinazione di lifestyle attrattivo, costi contenuti e presenza di investimenti significativi. Miami ha visto un aumento del 12% nei ruoli legati all’AI, mentre San Diego ha attratto 5,7 miliardi di dollari di venture capital nel 2024, diventando un hub emergente nonostante la perdita di forza lavoro nelle startup locali. Al contrario, centri come Austin e Houston stanno perdendo slancio: le startup VC-backed hanno registrato un calo del 6% e del 10,9% rispettivamente. In parallelo, cambia anche il modello organizzativo: molte aziende stanno passando da logiche full remote a formule ibride più flessibili, favorendo l’assunzione in presenza o in prossimità dei grandi hub. La nuova normalità si basa sulla “prossimità strategica”, più che sulla presenza quotidiana, con un’attenzione crescente all’equilibrio tra efficienza e qualità della vita

 

Il caso Anthropic, chi trattiene il talento, vince

Nel pieno della guerra globale per il talento in ambito AI, il laboratorio statunitense Anthropic si distingue per una capacità di fidelizzazione fuori dal comune.

Secondo i dati “Signal Fire£

, l’80% dei suoi dipendenti assunti da almeno due anni è ancora in azienda, contro il 67% di OpenAI. Questo dato, che misura la retention interna, è ancor più significativo se si considera il contesto altamente competitivo in cui si muovono i principali player dell’intelligenza artificiale.

Anthropic è riuscita a strappare talenti a OpenAI e Deep-Mind con un rapporto di 8:1 e 11:1 rispettivamente, segnalando non solo un efficace processo di recruiting ma anche una capacità di attrazione e trattenimento del talento basata su fattori distintivi.

 

A fare la differenza, secondo il report, non sono solo le condizioni economiche, ma soprattutto la cultura organizzativa: flessibilità, senso di impatto concreto, focus sull’etica e sulla sicurezza dell’AI, e un ambiente che consente ai ricercatori di lavorare in autonomia. In un mercato in cui le skill sono scarse e la domanda altissima, la capacità di costruire un contesto in cui le persone decidono di restare è un vantaggio competitivo cruciale. La fedeltà dei talenti, infatti, non è più solo una questione HR ma diventa un elemento strategico nella corsa all’innovazione. In un mondo dove la conoscenza accumulata e il capitale umano qualificato fanno la differenza nella velocità di sviluppo e rilascio dei modelli, chi trattiene il talento può vincere anche senza assumere più di tutti.

 

AI e lavoro: prospettive e raccomandazioni.

Nel contesto attuale, la prospettiva è tutt’altro che univoca: se da un lato le evidenze mostrano una compressione dell’offerta di lavoro per i profili entry-level, dall’altro emerge una crescente domanda di professionalità esperte e in grado di adattarsi rapidamente alle nuove tecnologie. Secondo “Signal Fire”, le Big Tech hanno aumentato del 27% le assunzioni di professionisti con 2-5 anni di esperienza, mentre le startup hanno fatto segnare un +14% nella stessa fascia.

 

È un segnale chiaro, le aziende premiano chi sa già usare l’AI o è in grado di accelerarne l’adozione. Ma il rischio sistemico non è solo generazionale.

Come avverte “Anese Raman”, Chef Economico Opportunità Office di LinkedIn, ciò che si sta rompendo è il primo gradino della scala professionale.

 Senza entry-level adeguati e sostenuti, anche le aziende rischiano di trovarsi presto prive di una pipeline di talenti capaci di evolvere in ruoli critici.

 La sfida allora è duplice, per i giovani, occorre un investimento deciso nello sviluppo di competenze AI avanzate, nel lavoro progettuale e nella costruzione di un profilo ibrido, in grado di combinare capacità tecniche e trasversali; per le imprese, è fondamentale ripensare la formazione on the job, creare percorsi progressivi di inserimento e costruire una cultura aziendale che valorizzi il potenziale anche prima dei risultati.

 

Oltre le raccomandazioni, si delineano almeno tre scenari possibili.

Nel primo, le aziende puntano solo sull’efficienza e riducono progressivamente la base occupazionale, creando una polarizzazione estrema tra pochi super-esperti e una massa esclusa.

 Nel secondo, si investe in formazione e in modelli collaborativi uomo-macchina, ridisegnando i ruoli e favorendo un’occupazione più qualificata e sostenibile. Il terzo – meno probabile ma non impossibile – è uno stallo in cui l’adozione dell’AI procede a velocità troppo diverse tra settori e territori, aggravando le disuguaglianze e indebolendo la coesione sociale. In ogni caso, come ha affermato Heather Doshay di SignalFire: “L’AI non ti ruba il lavoro, se sei tu il migliore a usarla.”

 

La sfida per la “Gen Z”.

L’AI non ha ancora cancellato milioni di posti di lavoro, ma sta ristrutturando in modo profondo e silenzioso le dinamiche dell’inserimento lavorativo, creando fratture nei modelli tradizionali di crescita professionale.

 Mentre i ruoli entry-level si assottigliano, emerge una selezione più netta tra chi è già esperto e può valorizzare le tecnologie emergenti, e chi invece fatica a trovare un punto di accesso.

 Ma questo divario non è solo una conseguenza tecnologica: si intreccia con un cambiamento generazionale più ampio, che riguarda la visione stessa del lavoro.

 

La “Gen Z” porta con sé valori, aspettative e modalità comunicative diverse da quelle delle generazioni precedenti, spesso percepite come distanti o difficili da integrare nei contesti aziendali tradizionali.

 Questa frizione culturale si somma alla trasformazione digitale, rendendo ancora più complessa la costruzione di percorsi di inserimento efficaci.

Il rischio è che una parte significativa della nuova generazione venga esclusa non per mancanza di potenziale, ma per l’incapacità dei sistemi formativi, aziendali e sociali di offrire una reale transizione verso un nuovo paradigma lavorativo.

 

Ai giovani molti esperti consigliano ancora una carriera Stem (soprattutto in Italia) ma anche coltivare competenze trasversali, tipicamente umani, creatività, adattabilità, spirito critico. Ma non basta.

 

Il tema non è solo tecnologico né individuale.

Ma è anche politico, culturale e strategico: servono politiche attive, investimenti nella formazione continua, nuovi modelli organizzativi da parte delle aziende per valorizzare l’uso dell’AI in chiave di supporto ai lavoratori invece che per la sostituzione.

 

Soprattutto, serve un progetto condiviso che ridefinisca i percorsi di crescita nel lavoro del futuro.

L’alternativa è accettare una società frammentata, dove il talento rischia di restare bloccato alla porta del futuro, mentre l’intelligenza artificiale detta le nuove regole del gioco.

(Maurizio Carmignani - Founder & CEO – Management Consultant, Trainer & Startup Advisor).

 

 

 

Il convegno Aria.

Giovani imprenditori del Lazio propongono un patto per l’innovazione e la competitività con l’intelligenza artificiale.

 

Ilsole24ore.com – (10 luglio 2026) – Andrea Marini -Redattore – ci dice:

Al convegno ARIA a Ponza, si è discusso di un’alleanza tra istituzioni, imprese e università per sostenere le nuove imprese e colmare il gap di competenze in AI.

 

Sull’innovazione i giovani imprenditori sono pronti a fare la loro parte.

Per questo chiedono un patto di corresponsabilità per la competitività delle nuove imprese:

 un’alleanza stabile tra istituzioni, imprese, università, centri di ricerca e investitori.

 È questo il messaggio lanciato dal presidente del gruppo Giovani imprenditori di Unindustria Lazio, “Eugenio Snamori”, dal palco di “ARIA”, il convegno del gruppo giunto alla sua quarta edizione, dedicata all’intelligenza artificiale:

ieri a Ponza c’erano oltre 150 tra imprenditori e rappresentanti istituzionali che hanno parlato della “AI” e del suo rapporto con il capitale umano.

 

Quali sono le azioni necessarie, secondo i giovani imprenditori, per evitare che le start-up italiane cerchino fortuna all'estero?

Qual è la proposta principale avanzata da Eugenio Snamori durante il convegno ARIA?

 

Quali sono i tre pilastri fondamentali identificati da “Maria Anghileri” per guidare la rivoluzione dell'intelligenza artificiale in Italia?

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI.

 

Durante l’ormai consueto appuntamento di Ponza, è intervenuta “Maria Anghileri”, presidente dei Giovani imprenditori Confindustria:

 «L’Italia – ha detto – può giocare un ruolo di primo piano se saprà portare l’intelligenza artificiale nei settori manifatturieri in cui già eccelle, dalla meccatronica al design.

Ma questa rivoluzione si regge su tre pilastri: energia, crescita e competenze.

Servono energia stabile e sicura – ha sottolineato – per sostenere data center ad alta intensità, imprese capaci di crescere su scala europea e attrarre capitali, e un intervento concreto per colmare il divario di competenze.

Le scelte dei prossimi 12-24 mesi determineranno se l’Italia saprà cogliere questa opportunità o resterà indietro».

“Fausto Bianchi”, presidente della Piccola industria di Confindustria, nel suo intervento ha ricordato come l’AI sia «una leva strategica per far crescere le imprese e rafforzare la competitività del Paese, non è solo una tecnologia.

Ma senza persone preparate, competenze diffuse e qualità imprenditoriale, resterà uno strumento incompiuto.

 Per questo – ha precisato – continueremo a sostenere le piccole e medie imprese e a chiedere investimenti concreti su giovani, ricerca, università, start up e crescita dimensionale:

perché il futuro dell’Italia passa dalla capacità delle nuove generazioni e delle nostre imprese di guidare il cambiamento».

 

L’appello di Landi (ex Apple): dal PNRR 500 milioni all’Intelligenza Artificiale.

Per “Giuseppe Biazzo”, presidente di Unindustria, «la sfida non è la tecnologia.

 È la nostra capacità di abilitarla.

Il vero limite non è il software bensì il capitale umano che deve saperlo guidare.

Per questo – ha ribadito – non basta comprare intelligenza artificiale, è nostro dovere accompagnare la crescita professionale con una formazione vera, strutturata e non episodica».

 

Nel suo intervento, Samora ha lanciato, come detto, la proposta di un «Patto di corresponsabilità per la competitività delle nuove imprese: un’alleanza stabile tra istituzioni, imprese, università, centri di ricerca e investitori, con l’obiettivo di rendere il Lazio Regione dell’innovazione e territorio sempre più attrattivo per chi vuole fare impresa».

Il presidente dei Giovani imprenditori di Unindustria, ha precisato: «Vogliamo diventare un punto di riferimento per gli imprenditori del futuro e per la crescita delle imprese innovative che già hanno scelto la regione.

 Dobbiamo diventare un luogo dove le start up decidono di restare e non cercare fortuna all’estero, perché già nella regione trovano tutto ciò che serve loro:

una grande capitale internazionale, territori con importanti vocazioni produttive, un ecosistema della conoscenza unico e grandi imprese con cui collaborare e creare partnership strategiche».

Il presidente della Camera di commercio di Frosinone e Latina, “Giovanni Acampora”, ha sottolineato:

 «Il progetto “ARIA” dimostra quanto i giovani imprenditori siano una risorsa strategica per il futuro del territorio. La sfida dell’intelligenza artificiale non è solo tecnologica, ma soprattutto culturale, e richiede un impegno condiviso tra imprese e istituzioni».

 

 

 

La PA del futuro: l’IA abita già

gli uffici pubblici ma serve

un ecosistema integrato di soluzioni.

 Repubblica.it - Anna Laura Maffei – (16 luglio 2026) – Redazione – ci dice:

 

La PA del futuro: l’IA abita già gli uffici pubblici ma serve un ecosistema integrato di soluzioni.

In Italia il 49% dei progetti di intelligenza artificiale nel settore pubblico è già operativo, superando la media globale del 43%.

Tra record di connettività 5G e l'uso clandestino dell'IA da parte del 66% dei dipendenti, serve una strategia condivisa contro la frammentazione di strumenti.

L’intelligenza artificiale non sta cambiando soltanto il volto, a livello globale, del mondo aziendale ma anche quello delle pubbliche amministrazioni.

Un modello di riferimento, in questo senso, è Singapore dove, già nel 2023, il progetto “Pair” introduceva una chatbot diventata, poi, verso la fine del 2024, una suite unica di soluzioni basate sull’IA generativa costruita su LLM contestualizzati per i casi d'uso del governo di Singapore.

Un ecosistema, dunque, integrato e destinato ai dipendenti pubblici che lavorano dentro un perimetro protetto, senza esporre i dati ai grandi provider.

Entro il 2026, peraltro, il Paese si prepara all’ulteriore salto di complessità, quello verso l’”IA magnetica”, con la preparazione di agenti di intelligenza artificiale per il settore pubblico e con un framework di governance appositamente dedicato.

A livello internazionale, sono oltre 400 i progetti di IA in ambito pubblico censiti nel 2025 dall’Osservatorio Agenda Digitale del Politecnico di Milano, ma solo il 43% è pienamente operativo. L'Europa, poi, secondo quanto rilevato dal 'Public Sector Services and the AI opportunità' - studio commissionato dalla Dg Connect della Commissione europea e realizzato da un consorzio di esperti guidato da Barnabé e Deep Ecosistema - supera gli Stati Uniti e il Regno Unito nel numero di progetti di IA inerenti al settore pubblico.

 

In questo scenario, l’Italia registra un dato di grande valore: i progetti sono, infatti, per il 49% già operativi superando la media globale del 43% indicata dal Politecnico di Milano, oltre ad essere stato, va sottolineato, il primo paese europeo a normare a livello nazionale l’intelligenza artificiale con la Legge 132, inserendosi all'interno della cornice dell’AI Act europeo. Ma l’Italia vuole fare di questa tecnologia non solo un oggetto di regolazione, ma un asse di crescita strategica a partire dalla proattività del comparto pubblico.

 

La prospettiva dello Stato magnetico tra strategia e realtà locale

Sotto la guida del Dipartimento per la Trasformazione Digitale, affiancato da Agid e Acn, l’IA sta diventando parte integrante della PA italiana. L’obiettivo è consolidare uno "Stato magnetico" in cui l’algoritmo affianca proattivamente il dipendente.

 

Intanto, la fotografia analizzata localmente è quella di una pubblica amministrazione che si fa 'sarta' della propria tecnologia e che la mappa. Un esempio, in questo senso, arriva dal Comune di Milano che ha realizzato una delle ricognizioni più sistematiche che una grande città italiana abbia fatto sul proprio portafoglio di iniziative di IA. Non solo le proprie: anche quelle delle partecipate, mappando 44 progetti, di cui 14 fanno capo direttamente al Comune e 9 sono già operativi. Tuttavia, resta il timore e il rischio della frammentazione in cui ogni amministrazione sviluppa soluzioni isolate e incompatibili tra loro.

 

Tra i vari casi d’uso, un prototipo di assistente virtuale - Iride - realizzato da Formez PA per la Regione Abruzzo e in sperimentazione anche con il Lazio per la difesa civica, punta a tracciare la via verso una strategia condivisa perché, come spiega Giovanni Anastasi, presidente di Formez PA, “Iride è duttile, ergonomica, disponibile. È disintermediazione tra PA e cittadini, è focalizzata su competenze e uso del linguaggio. È stata realizzata dal settore pubblico, che ne è proprietario, e proprio per questo è replicabile per evoluzioni successive. È inclusione digitale e accompagnamento del sistema pubblico verso il nuovo”.

 

Dalle reti di "ferro" al fattore umano: la sfida della nuova liberaci pubblica

Questa rivoluzione poggia su una solida spina dorsale materiale senza la quale l'intelligenza artificiale rimarrebbe una promessa sospesa nel vuoto. Stando ai dati dell’ultimo Digital Decade Report della Commissione europea, l'Italia si conferma tra i Paesi con prestazioni migliori nella copertura generale del 5G che ha raggiunto il 99,82% delle abitazioni e una fibra ottica che tocca il 77,56% delle famiglie.

 

Ma l’energia vitale della macchina pubblica restano le persone.

I dati dicono che circa 1 milione di dipendenti pubblici andrà in pensione entro il 2034 ma il ministro Zangrillo ha aperto ad altrettanti posti di lavoro nella PA.

In questo scenario, tuttavia, c'è un dato emerso da uno studio recentissimo presentato in apertura del Forum Pa 2026 che preoccupa:

 il 66% dei dipendenti pubblici usa l'IA generativa e, in 6 casi su 10, lo fa senza alcuna regola o strumento protetto.

Di qui, l’urgenza di formazione continua per costruire una solida “AI liberaci” nel settore pubblico.

 

La rotta per uno Stato proattivo e sovrano tracciata alla World Tech Conference.

La visione di uno Stato proattivo e tecnologicamente sovrano ha trovato spazio di analisi e dibattito a Milano, nell’ambito della prima edizione della World Tech Conference che, dal 24 al 26 giugno, ha trasformato la Lombardia nel nuovo hub globale dell’innovazione.

Il summit internazionale, organizzato da MicroMega Comunicazione, ha riunito le migliori menti contemporanee del mondo della scienza, della fisica e della tecnologia per discutere del futuro e della convergenza possibile, affrontata non più come frontiera teorica ma come piattaforma industriale operativa, tra IA, quantum computing, Hpc, energia e tecnologie strategiche.

 

Una summa di saperi e strategie, dunque, confluita in una piattaforma di dialogo tra governi, Big Tech, hyper-scaler, industria e ricerca internazionale con la visione preziosa di figure istituzionali come la vicepresidente della Commissione europea “Henna Virkkunen” e dei più importanti fisici e matematici contemporanei, tra cui il Premio Nobel “Giorgio Parisi”.

 

La Wtc ha provato, così, a delineare la rotta per il prossimo decennio, gettando le basi per una sovranità tecnologica capace di ottimizzare le infrastrutture critiche e proteggere la sicurezza digitale europea confermando - come spiega “Erminio Fracassa”, presidente di MicroMega Comunicazione - “la forza e la capacità di attrazione di un appuntamento centrale nel panorama dell’innovazione: oltre 2.300 partecipanti, 220 speaker internazionali, 100 scienziati coinvolti. In tre giornate abbiamo dato vita a 18 round table, 22 sessioni in formato Ted e 20 ore di streaming, creando un luogo di confronto concreto tra ricerca, imprese e istituzioni. Il sostegno di numerosi partner industriali e scientifici, oltre ai patrocini istituzionali e ai media partner dimostra quanto sia forte il bisogno di occasioni capaci di mettere in relazione competenze, visioni e persone”.

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