I leader politici e il prezzo del loro consenso.

 

I leader politici e il prezzo del loro consenso.

 

 

 

I leader e il prezzo del consenso.

 Corriere.it – Opinioni - Ernesto Galli della Loggia – (23 luglio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Il caso Roggero tra giustizia e populismo: il dilemma della destra.

«Cari concittadini, come molti di voi anche io sono colpita dagli episodi di violenza che si succedono in misura crescente nelle nostre città. E capisco il senso di allarme e di insicurezza che essi producono. Ma possiamo per questo accettare che ognuno allora si faccia giustizia da solo? Esistono delle leggi che regolano i limiti in cui può essere esercitata la legittima difesa: e sono limiti ragionevoli fondati sulla proporzionalità».

E ancora:

 «Se in un diverbio per strada in seguito a un incidente automobilistico qualcuno mi dà una spinta, non posso tirare fuori una pistola e sparargli. In un episodio oggi venuto all’attenzione delle cronache nel quale si lamentano due rapinatori uccisi mentre fuggivano, ben tre diversi gradi di giudizio hanno concordemente stabilito che tale proporzionalità non era stata osservata:

che la reazione della persona vittima della tentata rapina era andata ben oltre i limiti stabiliti dalla legge.

E per questo essa è stata condannata.

Capisco il sentimento di ribellione che si può provare di fronte a una tale condanna.

E so che è inevitabile che ci sia chi cerca di sfruttare tale sentimento per dire che non si fa nulla contro la criminalità, nulla per combattere l’insicurezza, che così non si può andare avanti, e magari invitarvi a votare per lui.

Ma fermatevi un attimo a pensare alle conseguenze di questo invito. Dovremmo allora stabilire che a un’offesa, a un’aggressione di qualunque entità, magari anche a un tentativo di borseggio, a uno scippo, sia lecito rispondere in qualsiasi modo, con l’uso più largo e indiscriminato della violenza?

 Ogni volta sparando e uccidendo il responsabile della violenza in questione?

 È davvero questo che secondo voi il governo dovrebbe fare?

O davvero pensate, magari, che i giudici non dovrebbero applicare la legge, dovrebbero chiudere un occhio, lasciar perdere?

Che la legge va bene per punire uno spacciatore, uno scafista, chi occupa abusivamente una casa, ma per un negoziante che insegue per un centinaio di metri fuori dal negozio un ladro che ha cercato di rapinarlo e una volta che lo ha raggiunto lo fredda con una pistolettata, anzi ne fa fuori due, ebbene per costui invece la legge non va applicata?»

 

Mi domando:

 se nei giorni passati Giorgia Meloni, invece dell’appoggio più o meno esplicito alla causa del gioielliere Roggero, avesse fatto un discorso più o meno come questo, a quanti elettori del suo partito e in generale della coalizione di governo esso sarebbe dispiaciuto?

Io credo a una frazione in fin dei conti irrilevante.

Sarebbe stato, d’altra parte, il discorso appropriato per l’esponente di una destra liberal-conservatrice, all’insegna del rispetto della legge senza se e senza ma.

E sarebbe stato anche un discorso diciamo così coraggiosamente educativo, volto a far ragionare i propri elettori e in genere i cittadini del Paese che governa.

 Per l’appunto come è giusto che siano i discorsi dei capi politici.

Che, proprio perché tali, è bene che stiano un passo avanti rispetto ai propri seguaci, non un passo indietro.

 Sono buoni tutti, infatti, in una data circostanza ad adeguarsi a quanto chiede la maggioranza vocale della propria parte e magari la stessa opinione pubblica.

Ma chi governa ha un compito diverso:

quello di fare la cosa che ritiene migliore per il Paese, naturalmente secondo il proprio personale giudizio.

 

Quello di Giorgia Meloni coincide davvero in questo caso con quello del generale Vannacci?

Non lo credo.

Anche perché non si può ad aprile essere coraggiosamente garantisti a proposito del referendum sulla giustizia e a luglio, invece, essere a favore della giustizia fai da te nel caso Roggero.

In realtà è solo con la paura del possibile richiamo demagogico di Vannacci che si spiega la presa di posizione di Meloni.

Ma ha un’idea il premier di quanti voti può perdere se si lascia influenzare da quel richiamo?

Direi di più: a quale personale ridimensionamento politico va incontro se si piega al ricatto del generale?

 

Contro le minacce del quale è impressionante come da Fratelli d’Italia non mi sembra che ci sia stata finora nessuna vera risposta.

Eppure sono tanti i punti deboli, dell’avventura politica del fondatore di Futuro Nazionale, a cominciare dal suo passato.

Dal ruolo di addetto militare a Mosca al suo attuale sostegno di fatto alla politica estera russa, dalle affermazioni più che oltranziste sugli argomenti più vari contenute nel suo libro al ruolo fin dall’inizio ambiguo e doppio svolto nella Lega.

Non si tratta forse di altrettanti punti che richiedono qualche spiegazione?

Sui quali avrebbe senso chiedere al generale qualche chiarimento?

 Perché invece Fratelli d’Italia sembra evitare accuratamente di farlo?

 Perché sembra invece preferire accodarsi in qualche modo a Vannacci, in questo modo, tra l’altro, aiutandolo a legittimare la sua resistibile ascesa?

 

 

 

 

I timori nel Campo largo sulle preferenze:

la scelta in mano agli elettori

penalizza il M5S al Sud.

Francesco Verderame – (24 luglio 2026) -Redazione – ci dice.

 

Lo studio di un esperto del Pd: aumenterà la mobilità dei voti.

Sarà una rivoluzione copernicana, un altro mondo.

Che poi era quello di trentaquattro anni fa.

 La reintroduzione delle preferenze stravolgerà le regole del gioco per i partiti e per i candidati, introducendo variabili non ancora calcolate che potrebbero persino mutare l’esito del voto.

 

Fare le addizioni per calcolare il risultato di chi vincerà l’anno prossimo la sfida per palazzo Chigi è al momento un esercizio inutile.

 Lo spiega uno studio elaborato da un esperto della materia del Pd, che in un documento ancora allo stato grezzo e da affinare mette in evidenza un dato:

 «Con le preferenze cambia il fattore di competitività elettorale delle forze politiche, soprattutto al Sud. E avvantaggia il centrodestra».

L’elemento, finora «sottovalutato», per un verso prescinde dall’assenza dei collegi uninominali e delle liste bloccate, per l’altro è legato proprio alla loro scomparsa.

 

Sembra un rompicapo.

 In realtà basta leggere l’incipit del testo:

“Le preferenze metteranno in moto le macchine elettorali che rimanevano ferme con gli altri sistemi di voto».

E soprattutto nel Mezzogiorno «la sommatoria di quelle reti del consenso potrà fare la differenza nel risultato finale».

 C’è un motivo se lo studio si concentra sul Sud:

 in quei territori «l’indice di attribuzione delle preferenze» da parte degli elettori supera il 70%.

Al Nord i votanti ne fanno (molto) meno uso.

 In più, proprio le preferenze inducono i cittadini del Meridione a spostarsi «con maggiore facilità» da un partito a un altro, ma anche da una coalizione all’altra.

 

E se è vero che il Pd ha delle potenti macchine elettorali in Campania e Puglia, così come Forza Italia e FDL possono vantarle in Calabria e Sicilia, c'è un partito che — secondo il report — appare come un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro:

il Movimento Cinquestelle.

 Persino la Lega ha ancora una certa forza in alcune aree meridionali. Basti pensare che in Calabria, grazie alle preferenze, alle Regionali ha conquistato il 15%, cinque volte di più del risultato ottenuto alle Politiche.

Non a caso i parlamentari del Carroccio eletti nel Mezzogiorno hanno premuto su Matteo Salvini perché desse il via libera alla riforma così come aveva chiesto Giorgia Meloni.

 

Il problema per M5S sarebbe «strutturale» se rapportato al consenso ottenuto alle elezioni del 2022, quando si consacrò per distacco primo partito al Sud.

 E «non sarebbe realistico» immaginare che i suoi alleati, anzitutto Pd ma anche AVS, possano drenare tutti i voti in libera uscita dal partito di Giuseppe Conte.

Nel documento vengono riportati degli esempi a riguardo.

Tra questi spicca l’analisi su Bari: la differenza tra il dato delle ultime Politiche (27,9%) e quello delle ultime Regionali (8,9%) è indicativo.

E se lo “Stabilisco” è nato per assegnare il governo alla coalizione che prenderà un voto in più rispetto all’altra, si capisce la portata del cambiamento che produrrà la nuova legge elettorale.

 

Questo non vuol dire che il risultato sia già scontato.

Tutt’altro.

 Perché la vittoria di un rassemblement sull’altro sarà questa volta determinato dalla composizione delle liste.

Un autorevole dirigente del centrodestra che ha dimestichezza con le preferenze per averle a lungo adoperate, spiega che «per spingere a pieno regime le macchine elettorali sarà decisivo candidare chi quelle macchine le governa»:

consiglieri regionali, sindaci di grandi comuni, personalità che hanno presa sui territori.

Candidati cioè capaci di spostare l’1-2% dei voti, facendo così saltare le previsioni.

 

Sono cambiate le regole, «è come se fosse cambiato lo sport» c’è scritto a titolo esemplificativo nel documento redatto dall’esperto democratico. E per le forze politiche sarà difficile fare le liste, specie sotto la pressione di molti parlamentari uscenti: per quanto tutti vogliano viaggiare in prima, in pochi potranno contare sui biglietti omaggio concessi dai leader.

 

Le nuove regole imporranno la loro forza specie su quei «partiti che sono strutturalmente deboli», conclude il report.

Che evoca il Movimento Cinquestelle.

Un problema che amplificherà gli altri problemi del Campo largo, a partire dall’indicazione del candidato premier.

 Con le primarie che i democratici vivono con terrore, perché se Elly Schlein non dovesse vincerle «per il Pd — sussurra uno dei suoi massimi dirigenti — sarebbe una disfatta che si ripercuoterebbe poi sul risultato elettorale».

E allora fioriscono le proposte per figure di mediazione, «garanti» o «traghettatori» che siano.

 Ma questa è un’altra storia.

 

 

Il prezzo del consenso.

Prealpina.it – (09 Giugno 2026) - Guido Gentili – Redazione – ci dice:

Quattordici miliardi, mica pochi.

Come li spendiamo, ora che l’Europa ha ceduto alle richieste italiane? Prepariamoci, siamo quasi in campagna elettorale e la lista della spesa è lunga.

 Il ministro dell’Economia Giorgetti frena gli entusiasmi?

Se ne farà una ragione, avanti tutta, la campagna elettorale è alle porte.

È pressappoco questa, fatte le debite eccezioni, l’aria che tira nella maggioranza di governo dopo che Bruxelles, al termine di un laborioso negoziato condotto in parallelo dalla premier Meloni e da Giorgetti, ha concesso all’Italia una flessibilità fiscale aggiuntiva di quasi 14 miliardi nel triennio 2026-28 originariamente prevista con la “clausola di salvaguardia” per la sola difesa.

 Adesso, la clausola si allarga agli investimenti per rafforzare l’indipendenza energetica.

Quelle di Bruxelles non sono sovvenzioni e non sono soldi regalati:

è uno spazio fiscale maggiore – ma sempre extra deficit rimane e va ricordato che Roma non è ancora fuori dalla procedura d’infrazione europea per deficit eccessivo - nel Patto di stabilità.

 Possiamo così “deviare” dal percorso di riduzione del deficit/debito ma per finanziare solo interventi centrati sulla transizione energetica (energie rinnovabili, rete elettriche, interconnessioni, batterie per l’accumulo di energia elettrica e, se verrà inserito, anche nucleare di nuova generazione) in modo da attenuare l’impatto dello choc energetico.

Parliamo quindi (sulla carta) di interventi mirati e non di soldi spesi per generici sostegni tipo il taglio delle accise su benzina e gasolio.

Ma se è vero che sul piano politico l’Italia ha bucato con successo il muro dei “no” di Bruxelles precedenti la richiesta di Meloni, è altrettanto vero (nella pratica) che la svolta europea viene interpretata alla stregua di un via libera a spendere di più e senza troppi distinguo, dove anche i fondi di coesione – ne ha scritto domenica il direttore Pascarella - possono finire nel calderone delle spese invece che sostenere lo sviluppo dei territori.

Mentre la Commissione Ue è vista come un cane da guardia un po’ sdentato e disponibile ad ogni compromesso.

 Ne consegue una spinta della maggioranza per mostrare i muscoli perché le elezioni si avvicinano.

Quanto all’opposizione del “campo largo” questa, dall’Ucraina al nucleare, dalla difesa alla tassa patrimoniale, pare più impegnata a certificare le proprie divisioni interne.

Col rischio finale – lo ha notato “Carlo Stagnaro” direttore ricerche dell’Istituto Bruno Leoni - di versare altri 14 miliardi nell’oceano della spesa pubblica che quest’anno arriverà a 1.184 miliardi.

Fantasie?

 La direzione di marcia l’ha spiegata (fresco della sua quarta nomina al vertice del quotidiano) il direttore di “Libero Sallusti”:

 «L’anno pre-elettorale è quello in cui la gente si aspetta un premio fedeltà (…) va bene parlare di Ucraina e Iran, nucleare e grandi opere ma stringi, stringi, la gente si chiede: e a me cosa dai?

 Ecco, il severo Giorgetti (nella foto Ansa) scrupoloso custode della cassa deve mettersi nell’ordine di idee che questa volta la cassa va aperta, senza fare pazzie ma va aperta, altrimenti rischia di passare in mani ostili.

 Spendere per cosa?

Non saprei di preciso ma dovessi dire:

per mettere soldi veri e contanti alla mano alla gente e possibilmente pure ai piccoli imprenditori.

 L’Europa si arrabbierà?

Troveremo il modo di placarla.

La sinistra urlerà “mancia elettorale”?

 Le faremo rispondere dai beneficiati.

 Perché gli ideali non hanno un prezzo ma il consenso sì».

Se questa è l’aria che tira, con tanto di richiamo al “severo Giorgetti”, si capisce ancora meglio perché il ministro dell’Economia, pur soddisfatto per l’accordo raggiunto con Bruxelles grazie anche all’ottimo rapporto instaurato col commissario “Dombrovskis”, voglia preservare ad ogni costo la credibilità riagguantata dall’Italia sui mercati internazionali con politiche prudenti e responsabili.

 E sbracare all’ultimo giro per pagare – anche in termini di immagine personale - uno straripante prezzo del consenso elettorale non rientra certo nei piani del ministro.

Del resto, non è nemmeno chiusa la partita con l’Europa e in Europa.

 I paletti operativi alla base dalla proposta della Commissione sulla maggiore flessibilità saranno discussi in sede “Ecofin” dai ministri dell’Economia dei 27 Paesi membri il 16 giugno e poi dovranno passare l’esame del Consiglio europeo composto dai capi stato o di governo.

 Due test non scontati.

 Il maggiore spazio di agibilità è un’ottima notizia, ma a condizione che la manovra più larga sia quella giusta.

 

 

Tajani: «Ecco il nostro piano per

abbassare le tasse agli italiani» (Libero).

Esteri.it – (27 Luglio 2026) – Intervista di Fabio Rubini – Redazione – ci dice:

 

La sferzata di Libero a fare qualcosa di centrodestra, cioè abbassare le tasse agli italiani, è in sintonia con le proposte del Vicepremier e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, che ringrazia il direttore Sallusti «per averle rilanciate nel suo editoriale».

 

Ministro, allora, le elezioni si avvicinano e per proseguire nell’azione di governo serve uno scatto in avanti, soprattutto in tema di tasse da abbassare.

 Cosa sta facendo in questo senso il governo?

 

«Il mantra è sempre quello berlusconiano: meno tasse, meno tasse, meno tasse.

Stiamo lavorando per mettere sul tavolo della coalizione una serie di proposte che in parte possono essere realizzate subito, in parte sono da mettere in agenda per la prossima legislatura».

 

Andiamo sul concreto. Ci dà alcune priorità sulle quali lavorare con gli alleati?

 

«La prima è quella di detassare le tredicesime: al 100% le più basse e poi con una tassazione progressiva, a mano a mano che la cifra aumenta. L’altra idea sulla quale stiamo lavorando è la riduzione/abolizione del bollo per le auto e le moto.

 La terza riguarda la riduzione dell’aliquota Irpef dal 35 al 33% per i redditi fino a 60mila euro.

 Ma ce ne sono altre molto importanti:

una è quella di portare le detrazioni delle spese sanitarie nell’anno in cui vengono sostenute e non nell’anno successivo.

Questo perché se devo curarmi, delle risorse ne ho bisogno subito.

 Un altro tema sul quale stiamo lavorando è quello dei giovani. Pensiamo ad agevolazioni per le start up (niente tasse per i primi 5 anni) e per chi ci investe, o per chi assume giovani.

E ancora agevolazioni in più, oltre a quelle che ci sono già, per le donne. Infine, stiamo studiando l’idea di una” Flat Tax” che premi chi produce di più».

 

Ce la può spiegare meglio?

 

«Si potrebbe riassumere così: più produci, meno paghi.

Questo solo per la parte di reddito Irpef che eccede quello dichiarato nell’anno precedente.

Per la parte in più stiamo pensando a un’aliquota fissa bassa».

 

Dove troverete i soldi per fare tutte queste operazioni?

 

«In Italia ci sono risparmi privati tra i 1.800 e i 2.000 miliardi di euro.

 Se una parte degli italiani investisse nelle grandi infrastrutture, nei grandi progetti pubblici attraverso partnership pubblico-private, lo Stato spenderebbe di meno e avrebbe più risorse per abbassare le tasse. Ovviamente, si tratterebbe di investimenti volontari che garantirebbero un ritorno economico e che potrebbero interessare innanzitutto le casse di previdenza o le assicurazioni.

Questa idea ci è stata copiata da Elly Schlein, con la differenza che in realtà tutta la sinistra quei risparmi li vuole colpire attraverso la patrimoniale.

Noi non lo permetteremo mai».

 

Ragionevolmente, di tutte le idee che ha messo sul tavolo, quali si possono fare subito e quali finiranno nel programma elettorale da presentare agli italiani al rinnovo del Parlamento?

 

«Ne parleremo con gli alleati e decideremo anche in base ai conti pubblici.

 La cosa importante è aprire il dibattito sulla questione fiscale e fissare il principio che chi è virtuoso nel pagare le tasse deve essere premiato».

Però le elezioni sono il prossimo anno, come vi presenterete alle elezioni?

Con semplici promesse?

 

«Certo che no.

Abbiamo risultati che sono lì e ognuno può vederli.

 Dal 2022 abbiamo abbattuto di 33 miliardi la pressione fiscale su famiglie e piccole imprese;

abbiamo creato un milione e 200mila nuovi posti di lavoro; abbiamo ridotto drasticamente lo spread;

la Borsa è cresciuta a dispetto di guerre e dazi;

 anche nell’export abbiamo ottenuto risultati straordinari, con una crescita del 3,3% e un volume che si avvicina ai 700 miliardi.

Insomma, in questi anni abbiamo gettato le fondamenta per la crescita e nei prossimi costruiremo la casa».

 

Qual è la ragione principale dl questi risultati?

 

«La stabilità di governo che crea credibilità internazionale, non solo politica ma anche economica, attraendo investimenti dall’estero e permettendo a chi investe di poter programmare a lungo termine. è a questo che servirà anche la nuova legge elettorale. A dare ancora più stabilità al governo che vincerà le elezioni».

 

A proposito di legge elettorale, ci sono state parecchie polemiche e più di una frizione politica nel centrodestra. Troverete la quadra?

 

«Il centrodestra l’ha trovata sempre dal ’94 a oggi. Siamo tre partiti a volte con idee diverse, ma alla fine prevale sempre la volontà politica di rafforzare il progetto comune.

A differenza della sinistra che è un’alleanza elettorale, noi siamo una coalizione che ha un denominatore comune che si chiama libertà».

 

Un altro tema caldo di questi giorni è il rincaro della benzina. Interverrete?

 E se sì, come?

 

«Nel breve termine le accise mobili (usare il maggior gettito Iva dovuto ai rincari, per abbassare il prezzo alla pompa, NDR) sono una scelta che si può adottare subito.

Poi, come Forza Italia, abbiamo proposto di valutare la creazione di un bonus per i dipendenti privati che hanno redditi bassi.

Dal punto di vista più strategico, invece, porteremo in Parlamento il progetto di usare la maggior flessibilità concessaci dall’Europa per contrastare gli effetti della crisi energetica».

 

Cambiamo argomento. A Berlino si è rivisto il volto feroce del terrorismo islamico. Un problema che va affrontato anche in Italia

 

«C’è oggettivamente un pericolo legato al terrorismo islamico, perché ci sono lupi solitari che si collegano poi tra loro via social, ma non solo.

Teniamo presente che nell’Africa sub-sahariana il terrorismo islamico è molto forte e si collega con l’immigrazione irregolare.

Dobbiamo vigilare attentamente su chi arriva.

Così come sulle seconde generazioni che si radicalizzano. Le spese per la sicurezza tanto contestate servono anche a questo, non solo a comprare armi».

 

Dagli scontri No Tav a Chiomonte, a Bologna, la galassia antagonista sta diventando sempre più violenta…

 

«Erano anni che non si lanciavano molotov sulle forze dell’ordine. Si tratta di attacchi premeditati, organizzati anche a livello internazionale.

 Da Chiomonte a Bologna è probabile che ci siano collegamenti.

Queste manifestazioni vanno stroncate perché siamo di fronte a delinquenti.

 Questo non è diritto a manifestare e lo Stato non può che essere durissimo contro chi si comporta in modo violento ed eversivo».

 

Secondo la sua esperienza, la sinistra ha responsabilità in questa escalation?

 

«Ci sono cattivi maestri, questo è innegabile.

 L’odio nei confronti delle forze dell’ordine in una certa sinistra è antico.

Io ricordo sempre Pasolini che diceva di stare dalla parte dei poliziotti figli del popolo, e non con i figli di papà che invece di studiare li aggredivano.

 E poi vede, a sinistra anche quando si condannano queste azioni, c’è sempre un “ma” sottinteso.

 Insomma, dalla sinistra arrivano condanne tardive e formali, mai convinte e sostanziali».

(Fabio Rubini).

 

 

 

 

“Ai”, Giorgino: "Patto di 'non

belligeranza digitale' sia

sottoscritto da tutti i leader politici."

Adnkronos.com - Francesco Giorgino – IPA – (26 luglio 2026) - Redazione Adnkronos – ci dice:

 

Ai, Giorgino: "Patto di 'non belligeranza digitale' sia sottoscritto da tutti i leader politici."

"L'uso dell'intelligenza non riguarda solo la politica, ma è evidente a tanti (anche se non a tutti) che la questione del consenso, nella doppia versione di consenso abilitante e confermante, rappresenti il terreno più delicato.

 Cominciamo con due premesse di carattere generale.

 La prima: l'intelligenza artificiale non va fermata, poiché rappresenta un'importantissima leva di crescita economica e poiché allinea il nostro Paese alle realtà industriali più avanzate.

Il suo uso da parte di imprese e istituzioni va, al contrario, incoraggiato, ma con regolamentazioni in grado di garantire trasparenza, oltre che efficienza tecnologica.

 L'Europa ha dimostrato di essere lungimirante con l'”AI Act”, assetto normativo che tra pochi giorni diventerà applicabile in pieno".

Così il giornalista Francesco Giorgino sulla 'Gazzetta del Mezzogiorno'.

 

"Il provvedimento era entrato in vigore ufficialmente due anni fa, ma è dal prossimo 2 agosto che sarà indispensabile tracciare tutto ciò che viene generato dall'intelligenza artificiale.

Con l'articolo 50, infatti, si rende operativo il diritto di conoscere se chi parla è una “chatbot”, un assistente virtuale, un sistema vocale o una persona in carne e ossa, ma anche se un testo, un video o una foto sono creati artificialmente o dall'essere umano.

L'ambiguità, insomma, non è più tollerabile.

 I contenuti fatti dalla e con l'intelligenza artificiale devono essere 'marcati', cioè etichettati e segnalati.

La seconda premessa - scrive ancora - Il principio appena esposto vale a maggior ragione per i contenuti informativi e di pubblico interesse.

 In questo caso alle esigenze di trasparenza si associano quelle legate al principio di responsabilità.

Nel modello di democrazia rappresentativa e nell'era della polarizzazione delle posizioni assunte è molto importante indicare al cittadini/elettori chi crea contenuti politici, chi li approva, chi li controlla, chi ne risponde.

Ciò, per evitare che il falso e il verosimile trionfino sul vero e che si indebolisca il credo nei confronti dell'autenticità dei messaggi".

 

"Il patto tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein è un segnale incoraggiante. Un segnale che non va sottovalutato.

 La premier ha più volte affrontato pubblicamente il tema dell'uso dell'intelligenza artificiale, tanto da averne fatto un argomento centrale al G7 del 2024 tenutosi in Puglia.

 A maggio scorso - ricorda - il presidente del Consiglio aveva definito i deepfake strumenti pericolosi poiché capaci di manipolare la realtà, di arrecare danni nei confronti di molte persone, soprattutto di quelle più indifese.

Si era detta preoccupata per le diverse forme di ingerenza nelle elezioni e nei processi democratici.

La Meloni aveva anche denunciato la diffusione sui social di “una falsa immagine generata dall'AI”, nella quale il suo volto era stato inserito sul corpo di una donna in abbigliamento intimo.

La settimana scorsa è stato compiuto un ulteriore passo in avanti.

 La segretaria del Pd, intervistata dal Foglio, ha affermato che in vista della campagna elettorale tutte le forze politiche dovrebbero impegnarsi a non usare l'intelligenza artificiale per attribuire agli avversari fatti ed opinioni inventati.

Parole accolte subito dalla stessa Meloni.

È nato così quello che, mediaticamente, è stato definito come 'patto di non belligeranza digitale'.

L'appello che facciamo, attraverso le colonne della Gazzetta del Mezzogiorno, è che tutte le forze politiche aderiscano ora a questa intesa, agendo di conseguenza e dimostrando di avere a cuore un problema, non sempre considerato dalla politica in tutto il suo pericolo sociale".

 

 

 

Trump.

L'arte del consenso contro l'arte del governo?

Rivistailmulino.it - Maria Rosaria Ferrarese – (25 giugno 2025) – Redazione – ci dice:

 

Negli Stati Uniti di oggi il criterio del consenso viene accreditato come l’unico che legittima il potere in democrazia, con grave danno dei vincoli istituzionali.

Con la seconda presidenza Trump vengono sempre più al pettine vari nodi che oggi inceppano il meccanismo democratico.

Il più grave sta nel fatto che il criterio del consenso viene accreditato come l’unico che legittima il potere in democrazia, in una completa e grave disattenzione per i vincoli istituzionali, che sono altrettanto importanti per garantire un gioco davvero democratico, che non calpesti l’opposizione e i diritti individuali.

 

Strettamente legato a questo, vi è un altro aspetto che merita di essere messo sotto osservazione:

un aspetto che si è acuito con l’insorgere e l'affermarsi di una comunicazione politica di tipo populista.

 Il caso Trump è la punta estrema di un fenomeno di dissociazione tra capacità propagandistiche e capacità di governo, che oggi caratterizza diversi protagonisti politici nel mondo, in Europa, e anche nel nostro Paese.

Come si è creata una situazione di questo tipo?

 

Il registro comunicativo del populismo si avvale spesso di facili argomenti e di audaci propagande, spingendo su temi emozionali e fortemente divisivi, capaci di fare presa sul grande pubblico e specie su quelle sue parti che negli ultimi decenni sono state deluse dalle dinamiche democratiche.

Dopo lo spaesamento prodotto dalla globalizzazione e dalle crisi degli ultimi decenni (finanziarie, sociali, sanitarie, belliche), le politiche di tipo identitario, continuamente evocate dai sovranisti, consentono di attrarre ampi settori dell’elettorato, specie i più colpiti dalla globalizzazione con un duplice richiamo:

 riportare la sovranità nazionale a primeggiare contro formazioni, collegamenti e accordi internazionali o sovranazionali, che la restringono o la vincolano in vari modi, e tornare a un quadro sociale e valoriale tradizionalista, che boccia nuove identità e visioni del mondo che appaiono trasgressive e vede negli immigrati un rischio perenne.

 Ciò non significa, beninteso, che i politici che non agitano un repertorio populista e sovranista siano necessariamente buoni governanti.

Ma vanno sottolineate, nel caso dei populisti, le ricadute sul piano del governo di una comunicazione politica altisonante e attrattiva, ma spesso irrealistica e farcita di falsità.

 

Vi è un doppio vantaggio di cui i populisti godono ricorrendo a una strategia comunicativa tesa a recuperare le “identità perdute” (per citare il titolo del volume di “Colin Crouch” pubblicato in Italia da Laterza nel 2019):

al contempo, infatti, essa consente di indicare agli elettori una meta grandiosa, anche se nebulosa o impossibile da raggiungere, così risollevando lo spirito di un elettorato spesso frustrato e ostile alla politica, ma anche di far passare in secondo piano difficoltà e ritardi sul fronte di progetti di governo concreti, con la possibilità, com’è stato notato, di schivare più facilmente anche il tema delle difficoltà del quadro economico, o comunque di farlo apparire sacrificabile rispetto al raggiungimento della grande meta (cfr. C. Trigilia, Populismo e identità, i pilastri dell’età della destra, «Domani», 25.1.2025).

Coloro che non si riconoscono nel progetto sovranista sono nemici non solo perché si oppongono all’agognata meta, ma anche perché negano la democrazia del consenso e tendono a valorizzare il ruolo dei contropoteri.

È così che si è accentuata una versione della democrazia che consiste nel “fare la guerra con altri mezzi” (per dirla con il titolo del volume di “Alfio Mastropaolo” uscito per il Mulino nel 2023), con elettorati prevalentemente divisi e collocati su posizioni opposte ed estreme, a danno di quelle basi dialogiche che, secondo “Habermas”, sarebbero proprie di una democrazia “deliberativa”.

 

Sempre le campagne elettorali sono state terreno di propagande più o meno esagerate e bugiarde.

 E la storia non manca di personalità politiche straordinarie, cosiddette “carismatiche”, capaci di attrarre gli elettori con le proprie capacità di convincimento e con abilità oratorie di alto livello.

 Schumpeter ricorda Gladstone che, nel 1880, a conclusione del governo Beacon sfield, che era uscito vincitore dal Congresso di Berlino e si aspettava una riconferma, irruppe nella campagna elettorale con “una fulminea serie di discorsi di un’energia insuperata” (J.A. Schumpeter, Capitalismo, socialismo e democrazia, Edizioni di Comunità, 1955, p. 258).

Così riconquistò una leadership a cui aveva rinunciato anni prima, e portò alla vittoria il partito liberale.

D’altra parte è ben noto l’esempio di Winston Churchill che entrò in guerra con la Germania nazista col consenso del popolo britannico guadagnato grazie alle superbe qualità oratorie e senza far mistero dei sacrifici a cui esso sarebbe andato incontro.

 

Vari fattori ci dividono da quel tempo e da quelle esperienze.

In primo luogo, oggi mancano personalità di quel calibro, con un alto livello di formazione e una forte passione politica.

 I sentimenti di anti-politica si sono acuiti negli ultimi decenni del Novecento, non solo per errori addebitabili a suoi vari esponenti, ma anche a seguito di una forte campagna di screditamento proveniente da ambienti internazionali interessati a spostare gli equilibri di potere in direzione capitalistica, nonché dal credo nella disintermediazione, che lasciava spazio a una intermediazione mediatica taciuta ma pervasiva, di cui oggi possiamo misurare tutta la rilevanza coi cosiddetti “social”.

 

Parte integrante della crisi è stata anche e soprattutto la caduta dei partiti politici.

 Ciò è particolarmente vero per l’Europa, dove i partiti, in quanto forme e organizzazioni di intelligenza collettiva, coltivavano (e attingevano a) un dibattito esteso e plurale, e organizzavano anche scuole di politica e di governo, che formavano un personale politico mediamente qualificato.

Anche gli Stati Uniti, che non hanno mai avuto formazioni partitiche stabili, organizzate e ramificate nella vita sociale, come in Europa, il ruolo dei partiti, pur emergendo prevalentemente in occasione delle scadenze elettorali, è stato importante, interpretando linee politiche identificabili grosso modo come destra e sinistra, e consolidandosi come gli assi intorno ai quali ruota la vita e l’organizzazione del Congresso.

 

La presenza dei partiti evitava quel fenomeno di personalizzazione della politica che ha preso piede a partire dalla loro crisi e dall’insorgere di tendenze cosiddette populiste.

 

La presenza dei partiti politici, che contemplavano talora personalità di rilievo, evitava inoltre quel fenomeno di personalizzazione della politica che ha preso piede a partire dalla loro crisi e dall’insorgere di tendenze cosiddette populiste, sull’onda di scombussolamenti sociali derivanti da politiche neoliberiste.

La proliferazione di partiti cosiddetti “personali”, dominati da leader politici dotati di una particolare capacità di convogliare la rabbia popolare e di catturare i consensi, con un nuovo linguaggio o con nuove proposte, oltre a contenere un’insidia accentratrice poco compatibile con la dinamica democratica, ha indotto una torsione della comunicazione politica legata alla personalità del “leader”.

 

Alla personalizzazione della politica si è infine sommato Il fenomeno di “mediatizzazione della vita politica”, che ha moltiplicato le esigenze di semplificazione della comunicazione e il ricorso a “piccole frasi assassine” (Y. Meny e Y. Surel, Populismo e democrazia, Il Mulino, 2000, p. 117).

Così sono emersi dei campioni della comunicazione politica, parolai spigliati e spericolati, capaci di infiammare gli animi e di riscuotere molti consensi, senza curarsi della credibilità degli argomenti che usano, talora imbastiti di vere e proprie menzogne, e che possono contare comunque su una fidelizzazione dei propri elettori.

Anche le scuole di partito, laddove esistono, sono calibrate su programmi politici poco attenti alle questioni di governo e alle specificità dei vari paesi, e si concentrano piuttosto su questioni ideologiche e slogan da imbracciare come armi.

 

Ciò, tra l’altro, ha prodotto una comunicazione politica sintonizzata in tutti i Paesi sugli stessi temi, utilizzando argomenti in gran parte simili, con scarsa focalizzazione sulle specificità nazionali:

 argomenti rivolti specialmente contro la globalizzazione e contro l’immigrazione, contro la mentalità woke ecc.

Il tema dei migranti, percepiti come portatori di disordine, delinquenza, concorrenza sleale nel mercato del lavoro ecc., è il più ricorrente e il più facile, trattandosi di un “nemico” strutturalmente presente nelle società occidentali, ma estremamente debole, dal volto indefinito e sprovvisto di mezzi di difesa e di possibilità di replica.

 

Insomma il populismo ha promosso una specifica figura di politico che è specializzato nella propaganda politica e che, per propaganda, non si fa scrupolo di usare temi e argomenti fortemente divisivi, o addirittura falsi.

È come se, nell’ambito del personale politico, si producesse una scissione tra la capacità di catturare il consenso elettorale, e dunque di affermarsi elettoralmente, e la capacità di governare efficacemente.

Si potrebbe parlare persino di un nuovo tipo di “imprenditore politico” basato su questa specificità.

Com’è noto, furono alcuni economisti, e specialmente Schumpeter, che individuarono per primi nella leadership competitiva, che è alla base di una concezione non idealistica della democrazia, la figura dell’“imprenditore politico”, capace di innovare la politica e i suoi processi con nuove idee, al pari di quanto fa la classica figura dell’imprenditore nella vita economica.

 Solo che il populismo ha generato una dissociazione tra la capacità nella comunicazione e la capacità di governo.

 I leader populisti spesso, anche quando vincono le elezioni, continuano a privilegiare la propaganda, che è la loro specialità e la salvaguardia del loro consenso, al prezzo di un grave decadimento sia del tono istituzionale sia delle capacità di governo.

 Basti pensare alle tasse presentate dalla nostra presidente del Consiglio come “pizzo di Stato”.

 

Trump è diventato un modello per tutti i leader populisti del mondo, ciascuno determinato a raggiungere una imprecisata grandiosità del suo Paese.

Il caso più eclatante e grave è quello di Trump, già noto per le sue abilità comunicative, che nel suo secondo mandato esaspera fino all’inverosimile, con il “Maga”, la retorica di un obiettivo tanto generico quanto grandioso, che ha infiammato il suo elettorato.

 Così è diventato un modello per tutti i leader populisti del mondo, ciascuno determinato a raggiungere una imprecisata grandiosità del suo Paese.

Anche dopo l’elezione, Trump non ha mutato minimamente il suo stile nella comunicazione:

non fa che adattare continuamente le modalità di governo alle esigenze della propaganda, invece di adattare la comunicazione al nuovo ruolo istituzionale.

 

La sua linea di governo è improntata a un doppio binario.

Da una parte una iper-personalizzazione che ferisce sempre più l’immagine di una democrazia e annulla ogni dialettica sia nel suo stesso partito, sia nel Congresso, richiamando apertamente una cifra autocratica:

 i suoi infiniti ordini esecutivi e la sua firma messa bene in mostra, più che atti di governo, sono la continuazione di una propaganda incentrata sulla sua persona, come se non esistessero né un Congresso con le sue rappresentanze, né altre istituzioni.

Dall’altra, un decisionismo che neanche “Carl Schmitt” avrebbe potuto ipotizzare così estremo, in nome di una continua e indimostrata emergenza nazionale, e che, oltre a travalicare molti limiti costituzionali, è funzionale soprattutto a mantenere vivo il suo consenso.

 

Le sue modalità di governo non sono solo irrituali per lo stile che adotta ricorrendo a un mix di grandiose promesse, ma anche di insulti, intimidazioni, minacce e frequenti menzogne con cui colpisce nemici e avversari;

altrettanto, mentre evoca la pace, usa toni e argomenti bellici a ripetizione, rivolti a creare solchi profondi, divisioni, risentimenti e paure, non solo nell’elettorato americano, ma anche in Paesi di tutto il mondo (con l’eccezione della Russia).

 La sua incapacità di assumere una postura di governo emerge ripetutamente.

Anche il coinvolgimento nella guerra in Iran innescata da Netanyahu sembra rispondere ad una linea di governo ondivaga, che contraddice platealmente la scelta “pacifista” a lungo rivendicata pur di intestarsi una possibile “vittoria”.

Del resto, per quanto attiene ai dazi, egli stesso ha rivendicato le sue (non-)decisioni, continuamente ritrattate, come in una infinita lotteria di numeri, appartengono al genere della negoziazione, che è diverso da quello del governo.

D’altra parte, il fatto che esse collidano con tutte le teorie economiche più accreditate, induce non pochi a dubitare che possano risollevare le sorti di un’America gravata da un grave debito pubblico e da un forte disavanzo.

 

Trump si muove in controtendenza non solo rispetto a tutte le teorie più accreditate in economia.

Egli tende a screditare e distruggere anche le istituzioni che più hanno contribuito ad alimentare il mito americano.

Le teorie sul conflitto di interessi di matrice americana, un benchmarking spesso evocato in tutto il mondo per giudicare la correttezza di altri governi, crollano miseramente di fronte a condotte spregiudicate e illegali come quelle adottate promuovendo strategie di arricchimento personale, come col “meme coin elettronico $trump”, che ha generato ricchezza per lui e la sua famiglia, a spese di tanti spericolati investitori.

L’Università di Harvard, che era il fiore all’occhiello della formazione negli Stati Uniti, è diventata un bersaglio da colpire e da punire.

 La ricerca in generale, e quella sui vaccini in particolare, che ha contribuito a risolvere la grave crisi pandemica del 2020, è screditata e indebolita da un ministro scelto proprio per le sue posizioni no-vax, e che professa teorie anch’esse ondivaghe e di dubbia credibilità.

 

Insomma, la scissione tra capacità propagandistica e capacità di governo, variamente emersa in vari Paesi (si pensi alla Brexit), con Trump assurge ai massimi livelli, mostrando tutta la debolezza di un’opinione pubblica ormai intrappolata nei social media e in un immaginario sempre più lontano dal modello di una politica democratica.

(Rivista il Mulino 2026).

(Maria Rosaria Ferrarese.)

 

 

Intelligenza artificiale, il patto sia

sottoscritto da tutti i leader politici.

 Lagazzettadelmezzogiorno.it – (26 luglio 2026) - Francesco Giorgino – Redazione – ci dice:

 

La nuova frontiera etica tra persona, conoscenza e identità digitale.

La formazione farà il suo corso.

La politica tutta, intanto, dia il buon esempio.

 L’uso dell’intelligenza artificiale non riguarda solo la politica, ma è evidente a tanti (anche se non a tutti) che la questione del consenso, nella doppia versione di consenso abilitante e confermante, rappresenti il terreno più delicato.

 

Cominciamo con due premesse di carattere generale.

 La prima:

l’intelligenza artificiale non va fermata, poiché rappresenta un’importantissima leva di crescita economica e poiché allinea il nostro Paese alle realtà industriali più avanzate.

 Il suo uso da parte di imprese e istituzioni va, al contrario, incoraggiato, ma con regolamentazioni in grado di garantire trasparenza, oltre che efficienza tecnologica.

L’Europa ha dimostrato di essere lungimirante con l’AI Act, assetto normativo che tra pochi giorni diventerà applicabile in pieno.

Il provvedimento era entrato in vigore ufficialmente due anni fa, ma è dal prossimo 2 agosto che sarà indispensabile tracciare tutto ciò che viene generato dall’intelligenza artificiale.

Con l’articolo 50, infatti, si rende operativo il diritto di conoscere se chi parla è una chatbot, un assistente virtuale, un sistema vocale o una persona in carne e ossa, ma anche se un testo, un video o una foto sono creati artificialmente o dall’essere umano.

L’ambiguità, insomma, non è più tollerabile.

 I contenuti fatti dalla e con l’intelligenza artificiale devono essere «marcati», cioè etichettati e segnalati.

 

La seconda premessa.

Il principio appena esposto vale a maggior ragione per i contenuti informativi e di pubblico interesse.

 In questo caso alle esigenze di trasparenza si associano quelle legate al principio di responsabilità.

Nel modello di democrazia rappresentativa e nell’era della polarizzazione delle posizioni assunte è molto importante indicare ai cittadini/elettori chi crea contenuti politici, chi li approva, chi li controlla, chi ne risponde.

Ciò, per evitare che il falso e il verosimile trionfino sul vero e che si indebolisca il credo nei confronti dell’autenticità dei messaggi.

 

Il patto tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein è un segnale incoraggiante.

Un segnale che non va sottovalutato.

La premier ha più volte affrontato pubblicamente il tema dell’uso dell’intelligenza artificiale, tanto da averne fatto un argomento centrale al G7 del 2024 tenutosi in Puglia.

A maggio scorso il Presidente del Consiglio aveva definito i deepfake strumenti pericolosi poiché capaci di manipolare la realtà, di arrecare danni nei confronti di molte persone, soprattutto di quelle più indifese.

Si era detta preoccupata per le diverse forme di ingerenza nelle elezioni e nei processi democratici.

La Meloni aveva anche denunciato la diffusione sui social di una falsa immagine generata dall’AI, nella quale il suo volto era stato inserito sul corpo di una donna in abbigliamento intimo.

 

La settimana scorsa è stato compiuto un ulteriore passo in avanti.

La segretaria del Pd, intervistata dal Foglio, ha affermato che in vista della campagna elettorale tutte le forze politiche dovrebbero impegnarsi a non usare l’intelligenza artificiale per attribuire agli avversari fatti ed opinioni inventati.

Parole accolte subito dalla stessa Meloni.

 È nato così quello che, mediaticamente, è stato definito come «patto di non belligeranza digitale».

 

L’appello che facciamo, attraverso le colonne della Gazzetta del Mezzogiorno, è che tutte le forze politiche aderiscano ora a questa intesa, agendo di conseguenza e dimostrando di avere a cuore un problema, non sempre considerato dalla politica in tutta la sua pericolosità sociale.

Allargando l’analisi, è utile ricordare che molti algoritmi delle piattaforme social e dei motori di ricerca agiscono in direzione del meccanismo definito dalla letteratura scientifica “confirmation bias”, ovvero pregiudizio di conferma.

Si tratta di una sorta di distorsione cognitiva che opera in tre modalità: consultazione solo di quelle fonti che confermano gli utenti nelle opinioni da loro espresse; produzione di un significato sempre favorevole alle proprie idee, anche quando le prove non sono certe; tendenza a ricordare con più facilità gli episodi che ci danno ragione, anziché quelli che ci smentiscono. In seguito alla raccomandazione algoritmica solo di certi contenuti, si formano anche echo chamber o camere dell’eco.

 

Aggiungendo sovrapposizioni e sostituzioni di volti, corpi, voci risultano ancor più evidente i fattori di rischio.

I deepfake si basano su una tecnologia denominata GAN: rete generativa avversaria.

Competendo tra di loro, le reti neurali (una è quella che genera, l’altra è quella che discrimina) creano situazioni false o verosimili.

Va altresì precisato che mentre i primi deepfake erano di bassa qualità e quindi più facili da individuare, oggi è molto più complicato per l’utente accorgersi del ricorso a queste modalità di alterazione della realtà rappresentabile.

 

Ed ora alcuni episodi, a titolo esemplificativo.

Ad inizio 2024 gli elettori del New Hampshire ricevettero una chiamata da parte di una voce pre-registrata che si spacciava per l’allora Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden.

L’intento era quello di scoraggiarli dal votare alle primarie democratiche.

In quel caso fu anche falsificato l’ID del chiamante, affinché chi parlava fosse visualizzato come il capo della Casa Bianca.

Video con finti Musk, Luxon e Trudeau (rispettivamente Primo Ministro neozelandese e canadese) furono fatti girare per promuovere criptovalute e truffare gli investitori.

Un giorno di due anni e mezzo fa, infine, il preside di una scuola di Baltimora si svegliò e trovò in rete un audio con la sua falsa voce: incitava all’antisemitismo e al razzismo.

 Ci sono voluti alcuni mesi prima di accertare che ad aver architettato il tutto era stato un suo dipendente su cui egli stava indagando per furto di danaro scolastico e per scarso rendimento.

A parte prescrizioni e sanzioni giuridiche, è importante ricorrere a programmi di “AI literacy”:

acquisire conoscenze e competenze per un uso consapevole dell’intelligenza artificiale è quanto mai necessario.

 La formazione farà il suo corso.

La politica tutta, intanto, dia il buon esempio.

 

 

 

Come mai cresce il consenso di Meloni?

I tre piani su cui gioca la premier.

Strisciarossa.it – (20 Novembre 2025) - Politica - Michele Ciliberto – Redazione – ci dice:

 

È un fatto: dopo tre anni il governo presieduto da Giorgia Meloni continua ad avere lo stesso consenso anzi, per certi aspetti, l’ha un po’ incrementato.

 Molti si chiedono come questo sia possibile, tenendo conto che il governo non ha fatto niente di particolarmente notevole o di significativo per la società italiana, salvo alcuni provvedimenti come il decreto sulla sicurezza o l’intervento sulla separazione delle carriere dei giudici.

 Tutti provvedimenti tipici della destra, che non sembrerebbero tali da far conservare o addirittura incrementare il consenso.

 

È stato anche osservato da parte di alcuni che un elemento che può aver rafforzato il governo è rappresentato dalla politica estera, nella quale la Presidente del Consiglio si è molto impegnata, configurandosi come un anello di congiunzione fra l’Europa e l’attuale presidente degli Stati Uniti d’America.

 Lo ha fatto, e anche questo è un punto da sottolineare, in nome di quello che chiama Occidente.

 

Vorrei provare a capire perché questo accada, guardando da un lato ai comportamenti e all’azione della Presidente del Consiglio, dall’altro agli atteggiamenti e alle scelte dell’opposizione.

La Presidente del Consiglio dei ministri è una notevole professionista della politica, capace di prepararsi e di organizzarsi quando sia necessario in maniera seria e rigorosa, cercando di non lasciare nulla al caso e quindi di controllare tutto ciò che è possibile controllare in un mondo in continua trasformazione qual è il nostro.

Sviluppa la sua azione su tre piani.

Il pensiero magico che seduce più e meglio di Berlusconi.

Il primo riguarda i rapporti che costruisce con il suo elettorato, con il suo popolo.

Anzi, bisognerebbe dire con i suoi spettatori.

Da questo punto di vista niente di nuovo.

La trasformazione delle masse in spettatori nel XX secolo è un fatto che in Italia risale a Berlusconi;

è uno degli effetti più significativi di quello che si chiama populismo.

Si rompe il rapporto fra governati e governanti; viene meno la partecipazione;

gli elettori vengono trasformati in spettatori.

 

Giorgia Meloni, però, fa un ulteriore passo rispetto alla lezione di Berlusconi, riesce a vincolare i suoi seguaci in un rapporto che non si costituisce attraverso argomenti di carattere razionale, ma coinvolge soprattutto il piano del sentimento, delle passioni, delle emozioni.

Non si usa a caso il termine vincolare:

è proprio della tradizione magica ed è stato oggetto di importanti opere, specialmente nel Cinquecento.

 Il capo politico è un mago che riesce a vincolare i suoi seguaci agendo sugli strati più profondi della loro personalità, in una relazione che coinvolge il piano delle emozioni, delle passioni, non la dimensione della ragione.

È, appunto, come ho detto, la funzione della magia come struttura fondamentale dell’azione e dell’operare politico.

Come spiegano i trattati sull’argomento, il mago per ottenere questi risultati deve saper usare una pluralità di strumenti:

 la parola, il corpo, il suono…

 

Una delle qualità principali della Presidente del Consiglio è riuscire a vincolare il popolo, gli elettori, proprio con gli strumenti che hanno a che fare con la costituzione di un vincolo di tipo magico, non razionale.

Vanno quindi considerate senza sufficienza o ironia le sue performance:

il gesto delle mani alzate verso il cielo, il balletto che ha fatto recentemente a Napoli concludendo la campagna elettorale, le grida che caratterizzano spesso i suoi comizi, le movenze del volto (le ‘faccette’ spesso citate da Dagospia).

 Sono tutti mezzi che contribuiscono consapevolmente al successo del vincolare, spingendo il vincolato nella rete del vincolante, creando tra l’uno e l’altro un legame che prescinde dal confronto di tipo razionale. Per il mago il vincolo dei vincoli è l’amore.

 La potenza del vincolo sta appunto in questo:

il seguace segue il capo che lo ha vincolato perché questi è riuscito ad agire sulle sue emozioni, sulle sue passioni, sugli strati più profondi della sua personalità.

 

Questo è il passo ulteriore che la Meloni ha fatto rispetto a Berlusconi. Qui il rapporto tra il capo e gli adepti si risolve in ultima analisi in un vincolo di tipo magico, prerazionale, e diventa in questo modo infrangibile.

 Non può esserci dunque alcuna crisi, nessuna emergenza in grado di spezzare questo vincolo, perché il nesso fra il capo e i suoi seguaci è costituito su un altro livello, che non ha a che fare con il confronto pubblico di carattere razionale.

Il vincolo può essere spezzato solo da un mago più forte, più potente, che riesce a vincolare i seguaci a un livello più profondo.

 I seguaci, gli elettori, sono dunque inseriti in un contesto di tipo diverso, che li trasforma in componenti di una comunità di vita fondata sul vincolo.

Si va oltre la politica come spettacolo di cui è stato maestro Berlusconi.

Il movimento continuo e la capacità di trasformismo.

C’è poi un secondo elemento che caratterizza l’azione della Presidente del Consiglio, ed è il suo costante trasformismo – un carattere proprio della storia italiana.

Colpisce lo stupore di tanti analisti rispetto alle posizioni che ha preso in politica estera oppure sulla recente legge di bilancio.

Pensavano di trovare la Meloni schierata in un senso e la vedono invece da un’altra parte, con la possibilità di ritrovarla al punto di partenza, in un movimento continuo.

Questo trasformismo – gestito con straordinaria professionalità – è uno dei tratti più forti della personalità di Giorgia Meloni, capace di far apparire corrente, ordinario, scontato un percorso segnato da svolte, scarti, mutamenti di rotta anche clamorosi.

Ma, e con questo vengo al terzo punto, questo trasformismo ha un punto di riferimento fermissimo, in cui consiste, oltre gli scarti, la coerenza della Meloni:

la conquista del potere, il mantenimento a qualunque costo del potere. Si potrebbe usare la vecchia battuta:

Dio – cioè il popolo – me l’ha dato, guai a chi lo tocca.

 

Il mantenimento a qualunque costo del potere.

Questo potere non è però neutro, tutt’altro, è imperniato su quelli che sono i caratteri fondamentali della destra italiana, della sua storia, di ciò che è divenuta.

Da questo punto di vista quel trasformismo si connette a una sostanziale fedeltà a sé stessa di Giorgia Meloni, mai venuta meno a quelli che sono i princìpi della sua formazione e storia politica.

 E, come si è detto, questa fedeltà viene inserita e rafforzata a sua volta in quel vincolo che caratterizza il rapporto con il suo popolo, e che diventa il luogo di un reciproco riconoscimento che non potrà certo essere scalfito da una crisi, da un’emergenza.

 Quel tipo di vincolo, proprio perché tocca passioni, emozioni, è assai più forte delle dinamiche politiche – nel bene e nel male.

 

E l’opposizione cosa dovrebbe fare?

Cosa dovrebbe fare l’opposizione in una situazione di questo tipo? Costruire vincoli diversi, alternativi?

No, non è questa la strada.

Deve applicare una strategia opposta:

contrastare e smascherare quel vincolo, cercando di spostare il contrasto politico dal piano delle passioni e delle emozioni a quello del confronto razionale.

 

Non è facile, perché uno degli altri meriti della Meloni è di riuscire a impedire che intorno ai problemi che si aprono nel suo governo si costituisca una discussione, un confronto reale, di tipo razionale.

 Lo blocca in radice.

E perciò non concede conferenze stampa, consapevole che potrebbero essere un luogo di crisi e di smascheramento delle sue politiche, indebolendo il vincolo che ha con il suo popolo, con i suoi elettori. Sottrarsi al confronto pubblico è una strategia costante della Meloni.

Del resto in questo consiste la differenza tra sapere magico e scienza moderna:

il primo è privato, per gli eletti, il secondo è pubblico, per tutti.

Si sottrae alle conferenze stampa certo anche per ansia, per timore, ma soprattutto perché è consapevole che il mondo ‘magico’ di cui è “artifex principale”, in quelle occasioni, può essere costretto a un confronto razionale e smascherato.

 

Smascherare e incrinare il vincolo è possibile, soprattutto in un modo: con quella che una volta si chiamava critica dell’ideologia.

 Oggi la sinistra è diventata parte dello spettacolo generale senza riuscire a intaccare, come abbiamo visto, il consenso intorno alla Meloni.

Né lo intaccherà mai finché la critica alla Meloni verrà fatta attraverso trasmissioni televisive che fanno capo variamente all’opposizione.

Come si vede dai sondaggi elettorali, non hanno nessuna funzione effettiva se non di dare materiali alla Meloni per rafforzare il vincolo con i suoi seguaci.

 

Cosa bisogna dunque fare in questa situazione?

L’ho detto, critica dell’ideologia:

cioè, in questo caso, mettere al centro i problemi della società italiana con grandi inchieste sulla sanità, sul lavoro, sulla scuola, sull’educazione…

Cosa sta accadendo in Italia, come si sta trasformando l’Italia?

 Questo è il problema, e andrebbe affrontato con ricerche analitiche, precise, che siano in grado finalmente di uscire dalla rappresentazione magica e vedere cosa c’è dietro la maschera.

Insomma, ci vorrebbe un lavoro di ricerca che scendesse nella sostanza delle cose, nella realtà quale è.

E di questo dovrebbero occuparsi le trasmissioni televisive e anche i giornali che si riferiscono all’opposizione.

 

Perché la destra si è scatenata così tanto contro Ranucci e Report? Perché è l’unica trasmissione che fa un lavoro di questo tipo, di smascheramento delle forme del potere e quindi di incrinatura del vincolo.

È questo che bisogna fare con ostinazione, altro che discutere su chi deve diventare Presidente del Consiglio.

Se non si fa questo, la Meloni continuerà a ‘sgovernare’ (direbbe La Malfa) questo Paese per molto tempo.

Le politiche, si sa, hanno bisogno di uomini che le sappiano interpretare, di leader, come si dice oggi, ma da questo punto di vista lo spettacolo di fronte ai nostri occhi è piuttosto misero.

Ci dovremmo anche chiedere perché il capo dell’opposizione sia continuamente criticato e attaccato anche in quelle trasmissioni che dovrebbero essere più consentanee con lei.

Certo, la sinistra è sempre stata capace di farsi del male da sola.

Ma anche un «putto abecedario» saprebbe che l’insistenza quotidiana sul fatto che non c’è un’opposizione, che la sinistra si è dimenticata dell’Italia e via di questo passo fa solamente il gioco della Meloni, danneggiando le prospettive del cambiamento.

Eppure, ci sono cose su cui gli esponenti della sinistra dovrebbero riflettere.

Come mai la Meloni ha deciso in queste ore di sferrare un duro attacco al presidente della Repubblica?

Proprio perché Sergio Mattarella, con la sua autorità politica e morale, intervenendo sulle questioni più delicate aperte nel mondo – soprattutto in tema di guerra e pace – mette a nudo la debolezza della presidente del Consiglio, le ricorda i punti di crisi della società italiana e svela la fragilità di quel “vincolo magico” di cui abbiamo parlato.

 

Le forze dell’opposizione dovrebbero imparare, ma non andando a lezione da un mago: studiando un buon manuale di politica.

(Michele Ciliberto).

 

 

 

 

Meloni e Piantedosi fanno passerella in Val Susa.

Ma loro sono al governo

o all’opposizione?

 Strisciarossa.it – (27 Luglio 2026) - Pietro Spataro – Redazione – ci dice:

Certo, così è facile stare al governo.

È facile rivendicare quello che va bene, anche se è poco, con tanto di banda mediatica dei tg e dei giornali schierati e scaricare sull’opposizione tutto quello che va male.

Sono quasi quattro anni (per la precisione milletrecento settantaquattro giorni, mica uno) che Giorgia Meloni è al governo e ancora si comporta come se, pur governando, stesse all’opposizione.

 Lo ha fatto sempre, dall’economia ai temi del lavoro, dalla politica estera alla sanità:

 sempre colpa di quelli che c’erano prima perché, come è noto a tutti, in questo Paese la sinistra ha governato ininterrottamente dal dopoguerra fino al 2022.

 

Ora però c’è un salto di qualità.

 L’uso propagandistico della cronaca a fini di partito costituisce un passo avanti nello scontro politico.

Lo rende più aspro, feroce, spregiudicato.

Non solo, l’aggressività espressa in queste settimane avvelena lo spirito pubblico e in questa operazione di delegittimazione viene colpita al cuore la dialettica politica democratica.

Si introduce il virus della falsificazione che aggredisce il corpo fragile della nostra democrazia.

Ancora: viene dismesso il senso di responsabilità, lo spirito di servizio, il ruolo istituzionale super partes che dovrebbe caratterizzare chi, da vero statista, ricopre ruoli centrali nell’organizzazione dello Stato.

In questo modo avviene un pericoloso scivolamento della democrazia verso una premier-crazia in cui il titolare non solo decide su tutto, ma assolve o condanna con arbitrio.

 

Giorgia Meloni e Matteo Piantedosi sono andati in Val di Susa.

La giornata di ieri ci ha riservato l’ennesima puntata di questo nuovo modo di (non) assumere la responsabilità di governo.

 La presidente del consiglio e il ministro dell’Interno sono volati a Chiomonte per verificare di persona i danni provocati dagli “incappucciati” che domenica scorsa hanno devastato un cantiere della Tav e ferito decine e decine di poliziotti intervenuti per fermarli.

Da lì i due importanti esponenti di governo hanno mandato un nuovo avviso ai magistrati:

si faccia il massimo perché lo Stato non può tollerare questi violenti.

 

Ora, può anche andare bene che Meloni e Piantedosi facciano il loro bel sopralluogo, mica vogliamo negargli una passerella.

Ma non va affatto bene che scarichino sulla magistratura i loro fallimenti.

Non va affatto bene che una presidente del consiglio che governa da quattro anni e cinque decreti sicurezza e un ministro dell’Interno che è il responsabile principale della tenuta dell’ordine pubblico facciano la loro comparsata tra le macerie come fossero due passanti.

 

Chi avrebbe dovuto fermare quei violenti prima che si incappucciassero e facessero fuoco e fiamme?

Chi avrebbe dovuto, tramite i servizi, sapere prima quello che si stava preparando e impedire che accadesse?

Chi sarebbe dovuto intervenire per garantire il pacifico svolgimento di una manifestazione di dissenso nei confronti di un’opera così divisiva? Dov’era il ministro dell’Interno mentre quei violenti riuscivano a sfuggire al contrasto degli agenti?

 E chi avrebbe dovuto fare tutte queste cose anche a Bologna prima che un gruppetto di violenti bruciasse auto e distruggesse le vetrine?

Lo avrebbe dovuto fare Elly Schlein?

 O Giuseppe Conte?

O Nicola Fratoianni?

O Angelo Bonelli?

Oppure davvero, questi signori che governano opponendosi, pensano che sia tutta colpa del sindaco “Matteo Lepore” che ha semplicemente fatto il suo dovere civico convocando una manifestazione pacifica e democratica?

 

Non si può mistificare la realtà. Da che mondo è mondo chi è al governo si assume gli onori e gli oneri.

E l’onere di governare, quindi di sapere intervenire anche per garantire la libertà dei cittadini, non si può esercitare solo nel taglio dei nastri.

 

Dunque:

Giorgia Meloni, i suoi ministri e i suoi fedeli di partito – quelli che dagli schermi dei tg intonano ogni giorno l’Ave Giorgia – la smettano di accusare la sinistra che sul tema della violenza e del terrorismo può dare lezione a chiunque, come sa chi ha studiato un po’ di storia recente.

 E si assumano le loro responsabilità.

Come diceva una cara amica quando ci si lamentava per un incarico che diventava troppo oneroso:

hai voluto la bicicletta? Beh, allora pedala.

Avete voluto il governo? Beh, allora governate.

E smettetela di fare l’opposizione all’opposizione.

(Pietro Spataro).

 

Perché vogliamo una politica

sempre più autoritaria?

Lucysullacultura.com – (17 Marzo 2026) -Vittorio Lingiardi (cover) e Tommaso Boldrini – Redazione – ci dicono:

 (lucysullacultura.com/perche-vogliamo-una-politica-sempre-piu-autoritaria.)

 

Negli ultimi anni la fiducia nella democrazia è calata in molti paesi occidentali, mentre cresce l’attrazione per leader e soluzioni autoritarie. Una possibile chiave di lettura arriva dalla psicoanalisi: la “posizione schizo-paranoide” descritta da “Melanie Klein”, che semplifica il mondo in buoni e cattivi e rende più seducente la promessa di protezione dei leader forti.

 

Per anni la scienza politica ha dato quasi per scontato che, una volta “consolidata”, la democrazia avrebbe resistito.

 Qualche anno fa, i politologi “Roberto Stefan Foa” e “Jascha Mount” hanno invece proposto una lettura inquietante:

il de-consolidamento democratico, un processo graduale di distanziamento emotivo dalla democrazia, crea i presupposti per un’apertura verso soluzioni autoritarie e rafforza tensioni antisistema. Alcuni numeri sembrano raccontare questa febbre:

nei paesi ad alto reddito monitorati dal “Pew Research Center” la soddisfazione per il funzionamento della democrazia è scesa dal 49% al 35% in otto anni, toccando nel 2024 un minimo storico senza inversioni di tendenza.

 In Italia, il 30% degli intervistati ritiene che le autocrazie siano più adatte allo “spirito dei tempi” (Censis, 2025); tra i giovani europei, il 21% dichiara che in determinate circostanze (non meglio specificate) preferirebbe forme di governo autoritarie (YouGov per Fondazione TUI, 2025).

 

Sul piano elettorale, dall’estate scorsa, per la prima volta nella storia contemporanea, partiti di destra radicale e populista guidano simultaneamente i sondaggi nelle tre maggiori economie europee (Alternative far Deutschland in Germania, Rassemblement National in Francia e Riforma UK nel Regno Unito), mentre i partiti tradizionalmente associati alla riduzione delle disuguaglianze mostrano segni di sofferenza.

Ed ecco il paradosso:

perché persone che avrebbero molto da guadagnare da politiche di giustizia economica, civile e climatica sostengono politici che riducono tutele e strumenti di rappresentanza?

 

Abbiamo provato a mettere in dialogo teoria psicoanalitica, analisi del linguaggio e psicologia politica per spiegare come alcuni stili comunicativi e configurazioni motivazionali siano riconducibili a modalità collettive di funzionamento mentale che la psicoanalista Melanie Klein definirebbe “posizione schizo-paranoide”.

Lungi dal voler patologizzare parte dell’elettorato con formule altisonanti, è bene ricordare che la posizione schizo-paranoide, tipica della prima infanzia e riattivabile in età adulta, è la dinamica più immediata con cui la mente organizza l’esperienza interna di ciò che percepisce del mondo in termini di minaccia e sentimenti di angoscia.

Si definisce “schizo” perché l’esperienza di sé e del mondo esterno viene rigidamente scissa nei suoi aspetti buoni (fonti di amore e soddisfacimento) e cattivi (fonti di frustrazione e ostilità).

L’aggressività e la frustrazione vengono canalizzate e proiettate verso uno o più “oggetti” esterni — una persona, un gruppo di persone, un’entità, un ideale.

 Da qui il termine “paranoide”, che rimanda alla centralità dell’angoscia persecutoria generata da questa proiezione:

la paura di un’invadente malevolenza esterna vissuta come minaccia esistenziale.

 

È il modo in cui la mente si organizza quando la complessità diventa intollerabile:

 scindere il mondo in buoni e cattivi semplifica e protegge dall’esperienza, più faticosa, di riconoscere che la realtà è ambivalente, complessa, contradditoria.

 Sarà invece definita “depressiva” la posizione che porta il soggetto a integrare in una visione più articolata e coerente i diversi aspetti, precedentemente scissi, delle realtà esterna e interna.

 Ma proprio i suoi limiti evidenti – l’incapacità di cogliere ed elaborare le sfumature e le ambivalenze – rendono la posizione schizo-paranoide una sceneggiatura potentissima:

 “C’è un oggetto malevolo che cerca di distruggermi, e io lo odio e cerco di distruggerlo;

c’è anche un oggetto buono che mi ama e mi protegge, che io a mia volta amo e proteggo.”

Non a caso, questa struttura narrativa ritorna nel gioco infantile e nelle favole, in molte religioni, nella retorica dei totalitarismi e, sempre più spesso, nel linguaggio politico.

 

Studi empirici mostrano come la retorica più conservatrice utilizzi una struttura iper-semplificata e polarizzante (“noi/loro”), con accostamenti ripetuti di sostantivi e aggettivi marcatamente positivi e negativi, in una progressiva “moralizzazione” del conflitto.

È stato rilevato che il livello scolastico necessario per comprendere i discorsi di Donald Trump corrisponde alla quarta elementare americana (9-10 anni), contro la terza media per Bush e Obama.

Questo riflette scelte sintattiche e lessicali precise:

frasi brevi, prive di subordinate e coordinate, al servizio di idee elementari caratterizzate da forte tonalità emotiva.

Trump affianca termini positivi per elogiare sé stesso e i propri elettori, a termini negativi per definire gli altri, spesso affiancati da avverbi intensificatori (veri, Absolute, reali).

Con un uso insolitamente frequente di pronomi personali, costruisce un “io e noi” definito in opposizione a un “loro” nebuloso, che assume la forma di nemici persecutori che popolano sistematicamente i suoi discorsi — immigrati clandestini che “invadono”, “uccidono”, “attaccano” e “stuprano”; avversari politici demonizzati con soprannomi offensivi (Hillary la corrotta, Kamala la bugiarda, Nancy la pazza).

Il lessico della minaccia (punizione, invasione, attacco) organizza la coesione identitaria attorno a dinamiche di tipo attacco-fuga, idealizzando l’In Group e il suo leader come chi lotta per la sopravvivenza contro un nemico esterno.

 

Alla conferenza CPAC del marzo 2023, Trump ha reso questa retorica ancora più esplicita: “Questa è la battaglia finale. O vincono loro o vinciamo noi. E se vincono loro, non avremo più un paese”. Autoproclamandosi “guerriero” e “vendicatore” per chi è stato “danneggiato e tradito”, ha adottato — come ha osservato lo storico Thomas Legadue — un linguaggio calibrato per un pubblico evangelico abituato alla guerra spirituale.

La strategia di presentare gli avversari come minacce esistenziali è sistematica nella retorica dell’estrema destra: “popolo buono” contro “élite corrotte” e “altri pericolosi”, amplificata da linguaggio iperbolico e drammatico.

 

Un esempio estremo di questi meccanismi di attribuzione è riscontrabile nelle teorie complottistiche, che rendono visibile la logica schizo-paranoide in forme socialmente condivise e attivamente incorporate nel discorso politico.

Secondo la” teoria cospirazionista QAnon”, una cabala segreta di pedofili satanisti — Partito Democratico, magnati di Hollywood, figure dell’alta finanza — controllerebbe le istituzioni globali, e solo Trump, investito di una missione messianica, starebbe combattendo per smascherarla.

Media Matter ha identificato 45 candidati repubblicani al Congresso che avevano promosso teorie QAnon;

un sondaggio del 2022 stimava che circa il 16% degli americani aderisce alle credenze del movimento.

 La teoria del Great Re placement sostiene che le élite occidentali orchestrino deliberatamente l’immigrazione di massa per rimpiazzare etnicamente e culturalmente le popolazioni bianche fino alla loro estinzione.

Trump ha alluso più volte a questa teoria e un sondaggio ha rilevato che è almeno parzialmente condivisa dal 61% dei suoi elettori.

La ricerca conferma che le credenze complottistiche rispondono a bisogni psicologici profondi — epistemici (ridurre l’incertezza), esistenziali (recuperare un senso di controllo) e sociali (proteggere l’immagine del proprio gruppo) — e tendono a formare sistemi di credenze auto-sigillanti, in cui l’assenza di prove viene spiegata con ulteriori complotti.

 

Queste dinamiche hanno conseguenze misurabili persino sulla salute della popolazione.

Una review su «Nature Medicine» ha argomentato che la polarizzazione politica costituisce un determinante della salute a pieno titolo, al pari di reddito, istruzione e accesso alle cure.

Durante la pandemia di COVID-19, negli Stati Uniti, gli elettori repubblicani hanno registrato un tasso di mortalità del 43% superiore a quello degli elettori democratici, conseguenza diretta del rifiuto di vaccinazioni e misure sanitarie divenute marcatori di identità partigiana.

Robert F. Kennedy, attivista “no-vax” scelto da Trump per guidare il “Dipartimento della Salute”, ha giustificato il proprio rifiuto delle precauzioni sanitarie durante la pandemia dichiarando:

“Non ho paura dei germi. Sniffavo cocaina dalle tavolette del water”, mostrando come l’esperienza personale di trasgressione può diventare credenziale di autorità, e le evidenze scientifiche e i dati di realtà si perdono nella narrazione identitaria.

 

Torniamo al paradosso da cui siamo partiti:

elettori che agiscono contro i propri interessi.

 In questa configurazione psichica, il sostegno a opzioni autocratiche dipende da uno spostamento psicologico e motivazionale:

quando l’esperienza politica è organizzata in termini di minaccia esistenziale e conflitto tra bene e male, la ricerca di protezione identitaria e la neutralizzazione del “nemico” prevalgono su valutazioni costi–benefici, rendendo accettabili anche perdite materiali – mancata assistenza sanitaria, precariato, svantaggio economico.

Si viene così a configurare una dimensione che potremmo definire di “masochismo politico”.

 Essere masochisti politici significa accettare i limiti imposti da una delega all’autoritarismo per sottrarsi alla fatica della complessità.

 

Se i valori democratici richiedono pluralismo ed equilibrio, in un assetto schizo-paranoide l’ambivalenza diventa intollerabile:

 la motivazione principale diventa la sopravvivenza e la sicurezza (fisica, culturale, simbolica).

 L’autoritarismo esercitato da leader “forti” diventa una forma di protezione di fronte alla quale tutele e mediazioni istituzionali possono essere sacrificate.

Qualsiasi compromesso (essenziale alla democrazia) appare come collusione o debolezza.

Roberto Vannacci, parlando del suo nuovo partito “Futuro nazionale” ha affermato:

“Esiste una parte viva, vasta e profonda della cittadinanza che non si riconosce più in una dialettica timida, fatta di tinte spente e volti smorti, di braccia basse e calici annacquati, di linguaggi misurati e vie di mezzo.”

 

La componente irrazionale del consenso politico non è un fatto nuovo. Un secolo fa, “Freud” descriveva la psiche collettiva come incline all’illusione, dominata da emozioni inconsce e bisognosa di consegnarsi a guide autoritarie.

Ma c’è un elemento inedito che amplifica strutturalmente queste dinamiche: l’ecosistema digitale.

Il superamento della democrazia è un obiettivo esplicitamente dichiarato da parte della “tecno destra” americana, espressione di una convergenza tra libertarismo economico e potere di quelle infrastrutture digitali che possono essere (e sono) utilizzate come strumento di eccezionale efficacia per influenzare attitudini politiche e consenso elettorale.

 Gli algoritmi di raccomandazione premiano infatti contenuti ad alto ingaggio emotivo, che attivano prevalentemente ansia, indignazione e paura.

La personalizzazione produce bolle informative e rafforza logiche schizo-paranoidi:

 idee e identità si polarizzano, la semplificazione emotiva viene premiata e la complessità integrativa scoraggiata — a vantaggio di pochi e a costo di molti.

 

Il controllo privato delle piattaforme digitali determina chi ha voce nello spazio pubblico globale, utilizzando un megafono in grado di amplificare anche certe irrazionalità dell’opinione pubblica.

 Oggi “X” di Elon Musk è diventata una piattaforma chiave per la comunicazione istituzionale, nonostante — come ha affermato l’europarlamentare “Alexandra Gees” (negoziatrice del Digital Services Act) — dalle elezioni in Germania, Polonia e Regno Unito emergano “evidenze crescenti” di una distorsione algoritmica della visibilità politica che favorirebbe attori di estrema destra e filo-Putin.

La “trumpizzazione” di Meta è altrettanto evidente.

Nel gennaio 2025, Zuckerberg ha nominato presidente Dina Powell McCormick — già vice consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, che ha definito la nomina “una scelta fantastica” — e assunto come capo degli affari legali Joel Mahoney, ex funzionario commerciale della prima amministrazione Trump.

Per quanto riguarda TikTok, Bernie Sanders ha denunciato che la principale “macchina che influenza” le attitudini politiche dei giovani americani — il 43% degli under 30 riceve regolarmente notizie da TikTok, più che da qualsiasi altro social — sarebbe recentemente passata dal controllo del governo cinese a quello di un gruppo di miliardari politicamente allineati con il presidente degli Stati Uniti.

 A complicare ulteriormente le cose, l’agenda della tecno-destra americana presenta una convergenza con gli obiettivi strategici della guerra ibrida condotta dalla Russia contro le democrazie occidentali.

Il rapporto 2025 dell’”Europea Esterna Action Service” sulle minacce di manipolazione e interferenza informativa straniera ha documentato un’infrastruttura digitale massiccia — almeno 38.000 account su 25 piattaforme diverse, operazioni in 90 paesi — utilizzata dalla Russia per erodere la fiducia nelle istituzioni democratiche, nelle alleanze occidentali e nel sostegno all’Ucraina.

Come ha osservato la storica e sociologa Marlene Laurelli, l’Illuminismo oscuro — la corrente neo- reazionaria che ispira figure come Thiem, Musk e Vance — funziona come ponte ideologico tra il non liberalismo americano e quello russo, entrambi implicati nel processo in corso di de-consolidamento democratico.

Contrastare il de-consolidamento democratico richiede innanzitutto una regolamentazione più incisiva dell’ecosistema digitale.

 Alcune proposte europee di costruire alternative sovrane alle piattaforme digitali, di regolamentare l’accesso ai minori e di criminalizzare la manipolazione algoritmica di quelle esistenti, sembrerebbero muoversi nella direzione corretta.

 

Ammesso sia ancora possibile ristabilire un ecosistema informativo non alterato da interessi privati, la fragilità stessa della posizione schizo-paranoide offre un’opportunità: proprio perché la scissione è un assetto instabile e mutevole, la direzione della polarizzazione può essere capovolta.

Gli “Epstein files” offrono un caso istruttivo di come il meccanismo complottistico possa ritorcersi contro chi lo alimenta.

Per anni, “QAnon” aveva assegnato a Trump il ruolo di eroe destinato a smascherare la cabala di pedofili d’élite di cui Jeffrey Epstein sarebbe stato il nodo centrale.

Ma i documenti rilasciati nel 2025 hanno rivelato le sue stesse relazioni con Epstein, provocando una reazione esplosiva nella base MAGA.

Come ha osservato la «Columbia Journalism Review», “Trump si trova ora a confrontarsi con le conseguenze di un ecosistema mediatico che ha inventato lui stesso, fondato su teorie complottistiche frenetiche e distruttive del consenso”.

 

Inoltre, la rabbia sociale potrebbe essere canalizzata verso mete più vicine ai bisogni della popolazione.

Una rilevazione statistica basata su sondaggi raccolti in tre decenni del “Center for Working-Class Politica” mostra che la classe lavoratrice statunitense è diventata più progressista nel tempo – non solo sull’economia ma anche su immigrazione, diritti civili e giustizia razziale. Eppure, negli stessi anni, il suo voto si è spostato verso Trump:

 nel 2012 Obama vinse tra gli elettori senza laurea con il 51%;

nel 2024 Harris ha ottenuto appena il 43%.

Anche la spiegazione di questo paradosso può attingere alla nostra analisi:

 in assenza di una voce politica che nomini esplicitamente il conflitto tra interessi delle classi lavoratrici e interessi oligarchici, la scissione psichica viene catturata dalla destra populista, che offre oggetti persecutori sostitutivi — gli immigrati, le élite culturali, lo “stato profondo” — deflettendo la rabbia sociale lontano dalle sue cause reali. Nel novembre 2025, il socialista democratico “Zoran Madani” ha vinto le elezioni a sindaco di New York con un programma esplicitamente orientato alla riduzione delle disuguaglianze:

congelamento degli affitti, trasporto pubblico gratuito, assistenza all’infanzia universale finanziata da una tassa sui milionari.

Secondo i dati dell’exit poll NBC News/CBS, Madani è stato votato dal 10% degli elettori trumpiani:

circa 60.000 voti di crossover da un presidente che aveva definito Madani “un fanatico comunista al 100%.”

Si tratta di elettori con un’autentica ferita narcisistica inflitta dal declassamento economico e dalla perdita di diritti la cui rabbia – non ancora cristallizzata in un’identità autoritaria permanente – potrebbe essere canalizzata in quella che Bhaskar Sungari ha ipotizzato come una futura possibile ascesa del “socialismo riformista”.

(Vittorio Lingiardi).

(Vittorio Lingiardi è psichiatra e psicoanalista. È professore ordinario di Psicologia dinamica presso l’Università La Sapienza di Roma e senior research fellow presso la Scuola Superiore di Studi Avanzati Sapienza. Collabora con «Repubblica» e altre testate. Il suo ultimo libro è Farsi Male: variazioni sul masochismo -Einaudi, 2025).

(Tommaso Boldrini.)

(Tommaso Boldrini è psicologo e psicoterapeuta. È professore associato di Psicologia dinamica presso l’Università Pegaso e professore aggiunto al dipartimento di psichiatria dell’università di Ottawa.)

 

 

 

 

Sondaggi politici, ecco quale

leader guadagna più consensi.

Mondoprofessionisti.it – (29 ottobre 2025) - Termometro politico Money.it – Redazione – ci dice:

 

Solo un leader può sorridere dopo le ultime intenzioni di voto.

Sondaggi politici, ecco quale leader guadagna più consensi.

Come abbiamo evidenziato nella nostra ultima analisi dei sondaggi politici, Fratelli d’Italia è l’unico partito che può dirsi realmente soddisfatto dell’andamento delle intenzioni di voto degli italiani.

 

La “luna di miele” di Giorgia Meloni non accenna a finire:

 gli italiani sembrano apprezzare il cambio di narrazione della leader di Fratelli d’Italia, passata da una posizione di rottura nei confronti delle istituzioni durante la sua lunga esperienza all’opposizione a un ruolo oggi più rassicurante, quello di garante della stabilità del Paese.

Non è un caso, infatti, se il suo governo è già il terzo più longevo della storia della Repubblica, merito anche dei risultati economici raggiunti confermati dal giudizio positivo espresso dalle agenzie di rating, con lo spread in sensibile calo nell’ultimo anno.

 

E sebbene il consenso per Meloni sembri aver toccato una soglia di saturazione, incapace dunque di attrarre nuovi elettori, i sondaggi politici continuano a segnalare piccoli ma costanti guadagni per Fratelli d’Italia, che allunga così il divario con le principali forze di opposizione, ancora incapaci di recuperare terreno.

Una situazione che dovrebbe preoccupare, in vista delle prossime elezioni, chi sperava di insidiare il governo di centrodestra.

Né Elly Schlein né Giuseppe Conte – appena riconfermato alla guida del Movimento 5 stelle – appaiono oggi in grado di invertire la rotta o di minacciare realmente la leadership della maggioranza.

 Non va meglio all’interno della coalizione di governo, dove la Lega di Matteo Salvini resta stabilmente sotto la soglia del 10%, alternandosi con Forza Italia come seconda forza del centrodestra.

 

Tra i leader che hanno più da temere dall’andamento dei sondaggi ci sono infine Matteo Renzi e Carlo Calenda:

per entrambi la soglia del 4% si allontana sempre di più.

Il fallimento del progetto di un grande polo centrista rappresenta al tempo stesso la causa e la conseguenza di una difficoltà crescente a ritagliarsi uno spazio nella scena politica che conta.

Cosa dicono gli ultimi sondaggi politici.

Nel sondaggio SWG per il Tg La7 del 27 ottobre 2025, Fratelli d’Italia consolida la propria leadership salendo al 31,2%, con un incremento di due decimi rispetto alla settimana precedente e avvicinandosi al massimo storico rilevato dallo stesso istituto di statistica nel gennaio 2023.

Il partito di Giorgia Meloni si conferma quindi la forza trainante della maggioranza, ampliando ulteriormente il vantaggio sul Partito democratico, che arretra lievemente al 22%.

Prosegue invece il momento difficile per il Movimento 5 stelle, che registra la flessione più marcata della settimana e scende al 12,8%, confermando una fase di calo costante.

 Anche la Lega perde terreno e si ferma all’8,2%, mentre Forza Italia cresce leggermente fino all’8,1%, mantenendo un sostanziale equilibrio tra i due alleati di governo.

In lieve ripresa anche Alleanza Verdi e Sinistra, che guadagna due decimi e raggiunge il 6,8%.

Nel fronte centrista, Azione e Italia Viva registrano entrambe un piccolo progresso, salendo rispettivamente al 3,1% e al 2,5%.

 Segno negativo invece per +Europa, che scende all’1,6%.

Restano stabili Noi Moderati e le altre liste minori, mentre cala di un punto la quota degli indecisi e astenuti, ora al 30%.

 

Il consenso bipartisan USA

verso Israele sta crollando.

Serenoregis.org – (23 Luglio 2026) - Dan Steinbeck – Redazione – ci dice:

 

Dopo il genocidio di Gaza, il consenso bipartisan sui rapporti tra Stati Uniti e Israele si sta sgretolando.

 Con l’intensificarsi del dibattito giuridico, le basi politiche del sostegno militare incondizionato degli Stati Uniti a Israele stanno attraversando la crisi più grave degli ultimi decenni.

Per decenni, il sostegno statunitense a Israele si è basato su uno dei presupposti bipartisan più saldi di Washington:

 che l’assistenza militare fosse strategicamente necessaria e politicamente intoccabile.

 Ma Gaza ha indebolito quel consenso.

 

I critici ora considerano gli aiuti militari a Israele una strategia errata e un bersaglio politico.

Il cambiamento più evidente si è verificato all’interno del Partito Democratico.

Un consenso bipartisan su Israele che sta crollando.

Spinti dai cambiamenti demografici e nell’elettorato, dalle preoccupazioni umanitarie a Gaza e dal conflitto ingiustificato con l’Iran, più di 100 deputati democratici hanno recentemente sostenuto un emendamento volto a bloccare miliardi di dollari di aiuti destinati a Israele, un allontanamento straordinario dai precedenti schemi di voto.

La leadership democratica alla Camera (incluso il leader della minoranza Hakeem Jeffries) ha ufficialmente chiesto un «riassetto radicale» nelle relazioni tra Stati Uniti e Israele.

 

Anche gli sforzi del Senato volti a limitare i trasferimenti di armi hanno ottenuto un sostanziale sostegno democratico, a testimonianza della crescente preoccupazione per le vittime civili, il diritto internazionale e la responsabilità degli Stati Uniti.

Anche la coalizione repubblicana è meno unita rispetto al passato.

Sebbene la maggior parte dei legislatori repubblicani continui a sostenere con forza Israele, figure vicine al movimento MAGA, influenzate dall’anti-interventismo, dalle priorità dell’«America First» e dallo scetticismo nei confronti degli aiuti esteri, hanno messo sempre più in discussione gli impegni a tempo indeterminato.

La crescente opposizione all’interno del movimento MAGA nei confronti dei trasferimenti di armi statunitensi ruota attorno a una profonda frattura ideologica sull’interventismo estero.

L’ex deputata della Georgia Marjory Taylor Greene ha lasciato la carica nel gennaio 2026 dopo un aspro scontro con il presidente Trump.

 

Sebbene gran parte della base sostenga la politica estera del presidente Trump, una fazione sempre più numerosa e influente — sostenuta da voci di spicco come Tucker Carlson, Candace Owens e il deputato Thomas Massei — contesta il proseguimento delle forniture di armi incondizionate.

Il risultato è un nuovo panorama politico: i democratici tradizionalmente filoisraeliani, i conservatori evangelici, i democratici progressisti, i repubblicani libertari e i conservatori anti-interventisti affrontano ora la questione partendo da premesse fondamentalmente diverse.

Il dibattito non è quindi più semplicemente «filo-israeliano contro anti-israeliano».

Riguarda piuttosto la possibilità che gli interessi strategici degli Stati Uniti, il diritto interno, gli obblighi internazionali e le preoccupazioni umanitarie possano continuare a essere conciliati nell’ambito della politica attuale.

 

Dalle polemiche politiche alle contestazioni legali.

Allo stesso tempo, le iniziative legali che accusano funzionari statunitensi di complicità o di non aver impedito presunte violazioni israeliane hanno spostato il dibattito dalla sfera politica a quella dei tribunali, delle istituzioni internazionali e delle questioni di responsabilità storica.

Il dibattito giuridico si è sviluppato su diversi fronti.

Il caso statunitense più significativo è stato “Defense for Children International–Palestine contro Biden”, intentato da organizzazioni palestinesi, residenti di Gaza e palestinesi-americani contro il presidente Biden, il segretario di Stato Antony Blinker e il segretario alla Difesa Lloyd Austin, per la loro presunta «mancata prevenzione e complicità nel genocidio in corso contro Gaza».

 

Oltre alle organizzazioni per i diritti umani, la causa è stata promossa da Josh Paul, che si era dimesso dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti a causa delle forniture di armi a Israele;

da “Lewis Voice for Peace”; e da studiosi di genocidio e dell’Olocausto guidati dal giurista internazionale William Schabs.

I ricorrenti hanno sostenuto che fosse in atto un genocidio, o un grave rischio di genocidio, nei confronti dei palestinesi a Gaza.

Hanno inoltre affermato che gli Stati Uniti stanno violando i propri obblighi previsti dal diritto internazionale di prevenire il genocidio e di non esserne complici.

Tali omissioni da parte degli Stati Uniti sono state considerate come un contributo all’erosione delle «norme di diritto internazionale consolidate e ampiamente riconosciute», tra cui la Convenzione sul genocidio e la Dichiarazione universale dei diritti umani.

Il caso Palestina et al. contro Biden et al. è stato respinto dal tribunale statunitense con una sentenza in cui si affermava che «sebbene sia plausibile che la condotta di Israele costituisca un genocidio», la politica estera degli Stati Uniti era una questione politica su cui i tribunali non avevano giurisdizione.

In una decisione scritta, il giudice distrettuale statunitense Jeffrey White ha citato con approvazione una precedente sentenza preliminare (emessa dalla Corte internazionale di giustizia nel caso intentato contro Israele dal Sudafrica).

In essa si riteneva che la condotta di Israele a Gaza potesse costituire un genocidio e si ordinava a Israele di cessare di uccidere e ferire i palestinesi.

 

Altre iniziative includono campagne di sensibilizzazione e legali promosse da gruppi come Democracy for the Araba World New (DAWN), che ha avvertito i funzionari statunitensi che il proseguimento degli aiuti dopo essere venuti a conoscenza delle presunte violazioni potrebbe sollevare questioni di favoreggiamento.

 

DAWN ha chiesto alla Corte penale internazionale (CPI) di indagare su Biden, Blinker e Austin per violazione degli articoli 25(3)(c) e (d) dello Statuto di Roma.

Tra questi crimini figuravano quelli indicati nei mandati di arresto della Corte penale internazionale nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e del suo ex ministro della Difesa Yoav Gallant.

È interessante notare che la memoria presentata da DAWN ha ampliato la portata della «responsabilità accessoria» includendo anche diversi altri funzionari statunitensi.

Più recentemente, DAWN e le organizzazioni alleate hanno contestato anche le misure dell’amministrazione Trump volte a ostacolare le attività di sensibilizzazione relative alla Corte penale internazionale.

Lo studioso di genocidio William Schabs e altri esperti di diritto internazionale hanno sostenuto la tesi secondo cui gli Stati terzi potrebbero essere ritenuti responsabili se facilitano consapevolmente le atrocità.

Nei principali media corporativi, queste rimangono interpretazioni giuridiche controverse (seppur sempre più diffuse).

 Tuttavia, queste ultime hanno esteso il dibattito oltre i confini di Israele stesso, coinvolgendo gli Stati che forniscono armi, protezione diplomatica o copertura politica.

 

La responsabilità accessoria del gabinetto Biden.

I critici dell’amministrazione Biden sostengono che la responsabilità non possa essere limitata al solo presidente. Essi sottolineano l’esistenza di una rete decisionale più ampia che coinvolge i trasferimenti di armi, la protezione diplomatica, il coordinamento dei servizi di intelligence e la comunicazione politica.

Durante la sua fallita campagna presidenziale, la vicepresidente Kamala Harris ha sottolineato la propria disponibilità ad assumersi responsabilità esecutive sostenendo il proseguimento degli aiuti militari a Israele.

 Pur riconoscendo che Gaza fosse una «catastrofe umanitaria», ha affermato che non avrebbe modificato la linea politica di Biden. Né avrebbe interrotto la vendita di armi a Israele.

Il ruolo del segretario di Stato Antony Blinker è stato fondamentale, poiché ha agito come braccio destro di Biden in Medio Oriente e ha guidato la diplomazia (in gran parte infruttuosa) dell’amministrazione nella regione.

 Il Dipartimento di Stato sovrintende alle relazioni diplomatiche, alle autorizzazioni per la vendita di armi e all’attuazione degli standard di assistenza estera relativi ai diritti umani.

 

Il sostegno militare degli Stati Uniti si è basato sui suoi subordinati, i quali non hanno segnalato l’allarme riguardo all’uso dei trasferimenti di armi a Israele in spregio alla politica estera statunitense, alle norme giuridiche interne e agli obblighi internazionali; tra questi figurano Bonnie Jenkins, sottosegretaria per il controllo degli armamenti e la sicurezza internazionale, e Stanley L. Brown, in qualità di sottosegretario ad interim per gli affari politico-militari, che coordina i rapporti tra il Dipartimento di Stato e quello della Difesa in materia di trasferimenti di armi e sovrintende alla Direzione per il controllo del commercio di armamenti.

 

Insieme a Blinker, il Pentagono ha svolto un ruolo fondamentale.

 Il Segretario alla Difesa Lloyd Austin e alti funzionari sono stati coinvolti poiché il Dipartimento gestisce l’assistenza militare e la cooperazione in materia di sicurezza. Il sostegno militare a Israele si è basato su alti funzionari come Amanda Dory, Sottosegretario alla Difesa per le Politiche, che ha fornito la direzione strategica per le vendite internazionali di armi, e Mike Miller, in qualità di Direttore dell’Agenzia per la Cooperazione in materia di Sicurezza della Difesa.

 

Tra gli altri funzionari individuati dai critici figura il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan, che ha fornito consulenza al presidente sulle implicazioni strategiche dei trasferimenti di armi e ha garantito il coordinamento tra le agenzie della difesa, diplomatiche e di intelligence.

A sua volta, l’ambasciatrice presso l’ONU Linda Thomas-Greenfield ha svolto un ruolo di primo piano nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Ha posto il veto su sette risoluzioni che chiedevano un cessate il fuoco immediato, assistenza umanitaria e limiti agli attacchi israeliani contro i civili.

È stata il volto pubblico di un governo più disposto a finanziare armi per il genocidio che a porre fine alle atrocità.

 

In qualità di Segretaria del Tesoro, Janet Yellen potrà sembrare una gentile nonna, ma ha anche assicurato che gli Stati Uniti potevano permettersi di offrire ingenti aiuti militari sia all’Ucraina che a Israele contemporaneamente, consentendo il flusso incessante di armi in entrambe le guerre.

Ha avvertito l’Iran che nulla era «escluso» in materia di sanzioni qualora Teheran fosse stata collegata all’attacco guidato da Hamas contro Israele.

La segretaria al Commercio Gina Raimondo ha supervisionato le esportazioni di tecnologie a duplice uso.

 Il direttore della CIA William J. Bruner e la direttrice dell’Intelligence Nazionale Avril Haines erano strettamente legati alle azioni del gabinetto Biden riguardo a Gaza.

Pertanto, oltre ai tre principali responsabili e ai sei membri del gabinetto Biden che li hanno sostenuti, la rete sempre più ampia della responsabilità accessoria comprende almeno una mezza dozzina di altri capi di dipartimenti esecutivi e una decina di funzionari di livello ministeriale.

La questione giuridica non è se ogni funzionario che abbia sostenuto le decisioni politiche condivida la stessa responsabilità. La questione più circoscritta è se gli individui che consapevolmente hanno portato avanti, agevolato o difeso politiche che avrebbero contribuito ad atti illeciti e atrocità di massa possano o debbano affrontare conseguenze politiche, reputazionali o legali.

Storicamente, l’attribuzione di responsabilità a seguito di atrocità di massa ha sempre più preso in esame non solo gli attori sul campo di battaglia, ma anche la rete sempre più ampia di leader politici, amministratori, finanziatori e istituzioni che rendono possibili le campagne militari.

 

Le atrocità di massa sono crimini impuniti?

In Delitto e castigo di Dostoevskij, Raskolnikov pensava di essere al di sopra della morale comune. Poiché alcuni sono destinati a elevarsi al di là del bene e del male per uno scopo superiore, commette un omicidio ma scopre che non otterrà la salvezza senza espiazione. Il crollo di Raskolnikov rivela una verità più profonda. Nessuna mente, per quanto brillante, può cancellare la propria umanità.

Ma forse le cose sono cambiate dai tempi di Dostoevskij.

Dopo aver lasciato l’incarico, molti alti funzionari dell’amministrazione Biden sono passati al mondo accademico, alla consulenza, all’editoria, ai comitati consultivi e alle istituzioni politiche. Oggi pontificano sui loro grandi successi nel gabinetto Biden.

Dopo aver lasciato la carica il 20 gennaio 2025, l’ex presidente Joel Biden sta scrivendo le sue memorie sulla Casa Bianca. Grazie a un accordo con la Creative Artists Agency (CAA), un colosso di Hollywood, spera di trarre profitto da future opportunità. Ha fatto solo apparizioni pubbliche selezionate, a causa delle cure in corso per il cancro alla prostata.

Dopo aver fatto da cassa di risonanza a Biden sulla questione di Gaza, la vicepresidente Kamala Harris si è trasferita a Los Angeles con la sua famiglia. Come Biden, anche lei ha firmato un contratto con la CAA per concentrarsi su conferenze e pubblicazioni.

 

L’ex segretario di Stato Blinker è entrato nel circuito politico e accademico.

Ha un contratto editoriale con la Crown Publishing.

 Il libro di memorie promette di fornire uno «sguardo sincero» e «raro» sull’invasione russa dell’Ucraina e sulla guerra a Gaza.

Blinker spera probabilmente in un nuovo incarico in un’amministrazione democratica post-Trump o in un ritorno alla redditizia attività di consulenza nel settore privato.

 

Anche l’ex segretario alla Difesa Austin è tornato nei circoli della politica di difesa e della consulenza. Prima dell’arrivo alla Casa Bianca di Biden, ha guadagnato cifre a sette zeri dalle aziende del settore della difesa, lavorando al fianco di Blinker presso la Pine Island Capital Partners, una società di private equity che investe in aziende del settore della difesa. Nell’estate del 2025 è rientrato alla Carnegie Corp., lanciando al contempo una società di consulenza, la Clarini Strategies, insieme ad ex funzionari della NATO. In qualità di amministratore delegato e cofondatore, ora è in procinto di trarre vantaggio dall’industria globale della difesa.

Jake Sullivan, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale, è entrato a far parte della Harvard Kennedy School come primo titolare della cattedra Kissinger di «Pratica dell’arte di governare e dell’ordine mondiale». Dopo il genocidio di Gaza, insegna affari internazionali e strategia globale.

Linda Thomas-Greenfield, volto pubblico del gabinetto Biden alle Nazioni Unite, lavora come consulente senior presso la società globale di consulenza e advocacy APCO Worldwide. Nel corso degli anni, le numerose controversie che hanno coinvolto APCO includono campagne aziendali per l’industria del tabacco, attività di lobbying per governi stranieri con scarsi risultati in materia di diritti umani, legami con appaltatori della difesa israeliani e indagini su attività di spionaggio ai danni di giornalisti.

 

Gina Raimondo, ex Segretaria al Commercio, è entrata a far parte del Council on Foreign Relations (CFR) in qualità di membro illustre, co-presiedendo una task force sulla sicurezza economica.

 

Dopo aver ricoperto un ruolo nei trasferimenti di armi a Israele e nel genocidio di Gaza, Bonnie Jenkins ricopre la carica di professoressa ospite di affari internazionali alla George Washington University. Specializzato in assistenza alla sicurezza, distruzione di armi e operazioni di sicurezza internazionale, Stanley Brown continua a fare ciò che faceva durante il genocidio di Gaza.

 

Janet Yellen, William Burns e altri ex funzionari sono passati a ruoli di consulenza, istituzionali o nel settore privato.

 

I sostenitori sostengono che questi passaggi riflettano la normale circolazione democratica tra governo, mondo accademico e istituzioni politiche. I critici affermano invece che dimostrino un problema strutturale. I funzionari coinvolti in decisioni controverse di politica estera spesso subiscono conseguenze limitate e possono continuare a operare all’interno delle reti d’élite. Le porte girevoli tra la Casa Bianca e il settore privato aggravano il problema.

 

La questione più ampia è di natura istituzionale piuttosto che personale. Se i funzionari che elaborano o difendono politiche controverse non subiscono alcuna revisione significativa, le future amministrazioni rischiano di concludere che i costi reputazionali siano gestibili e i rischi legali minimi.

L’escalation di Trump: Gaza, l’Iran, la Corte penale internazionale e le accuse di complicità.

La seconda amministrazione Trump ha trasformato il dibattito su Gaza da una questione di sostegno militare statunitense a un confronto più ampio sui limiti del potere esecutivo, del diritto internazionale e della responsabilità americana per la condotta degli alleati.

 

I critici sostengono che il presidente Donald Trump, il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario alla Difesa Pete Hester, Mike Waltz – ex consigliere per la sicurezza e attuale ambasciatore degli Stati Uniti presso l’ONU – e il segretario al Tesoro Scott Besson si siano spinti oltre le politiche dell’era Biden, rifiutando molti vincoli esterni alle azioni degli Stati Uniti e di Israele.

Riguardo a Gaza, l’amministrazione Trump ha sostenuto posizioni che i critici descrivono come tali da facilitare potenziali crimini di guerra, crimini contro l’umanità o sfollamenti forzati.

 

La proposta più controversa è stata quella di Trump secondo cui gli Stati Uniti avrebbero potuto assumere il controllo di Gaza e trasferire la sua popolazione palestinese — un piano che, secondo i critici, sollevava seri interrogativi alla luce del diritto internazionale umanitario, mentre i sostenitori lo presentavano come un’iniziativa di ricostruzione e sicurezza.

 

Mentre l’amministrazione Trump perseguiva politiche ostili ai meccanismi internazionali di responsabilità, il confronto con la Corte penale internazionale (CPI) è diventato una questione determinante. Trump ha emanato l’Ordine Esecutivo 14203 che imponeva sanzioni e altre restrizioni ai funzionari della CPI coinvolti in indagini che riguardavano personale statunitense o funzionari israeliani, sostenendo che la Corte avesse agito in modo illegittimo contro la sovranità americana e i suoi alleati.

 

I critici sostengono che attaccare la CPI mentre si proteggono funzionari israeliani accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità rischi gravemente di indebolire i meccanismi globali di responsabilità.

In Iran e nel Medio Oriente in generale, l’amministrazione ha adottato una strategia di «massima pressione», ripristinando le sanzioni e intensificando gli sforzi per limitare il programma nucleare iraniano, le reti regionali e le capacità militari. I critici avvertono che le politiche di escalation — compreso il sostegno alle azioni militari israeliane contro l’Iran e le minacce di ritorsioni schiaccianti — rischiano di estendere il conflitto regionale, causando nuovi danni alla popolazione civile e contribuendo a crimini di guerra e atrocità di massa.

L’argomento giuridico centrale contro l’amministrazione non è che ogni funzionario abbia commesso personalmente dei crimini, ma che gli alti responsabili politici possano incorrere in responsabilità politiche o legali se autorizzano, facilitano o proteggono consapevolmente azioni che violano il diritto internazionale umanitario.

La questione storica è se queste politiche saranno ricordate come esercizi necessari del potere statale — o come un precedente in cui una grande potenza esenta sempre più se stessa e i propri partner dalle regole che sostiene di difendere.

 

Crollo della credibilità.

La questione centrale è se le controverse politiche in tempo di guerra diventino eccezioni temporanee o precedenti permanenti.

Se i danni ingenti alla popolazione civile, i trasferimenti illimitati di armi, le accuse di punizioni collettive o gli attacchi alla responsabilità delle istituzioni diventino politicamente accettabili, le conseguenze si estenderanno oltre Gaza.

 

Gli Stati Uniti hanno storicamente promosso norme giuridiche internazionali con eccezioni strategiche.

Il dibattito su Gaza mette a nudo questa contraddizione in modo più netto rispetto a molti conflitti precedenti, poiché Washington è contemporaneamente fornitore di armamenti, presunto protettore diplomatico e sostenitore globale di un «ordine basato sulle regole».

La questione fondamentale è quindi il crollo della credibilità istituzionale degli Stati Uniti, dovuto al divario fatale tra i valori dichiarati da Washington e gli eventi osservabili.

Non c’è ritorno allo status quo ante di Gaza.

(La versione originale è stata pubblicata da “Informed Comment” (Stati Uniti) il 21 luglio 2026).

 

 

Boccia: “Massima unità per alternativa

 a Meloni, conclusa stagione

 federatori e garanti.”

Senatoripd.it – (28 luglio 2026) – Comunicati -Redazione – ci dice:

 

È surreale continuare a leggere ogni

confronto di Elly Schlein con personalità autorevoli come Mario

Draghi, Romano Prodi o altri protagonisti della vita pubblica italiana

come il segno di un condizionamento.

La segretaria di un grande partito parla con tutti, ascolta tutti e si confronta con tutti:

è esattamente ciò che deve fare chi ha la responsabilità di costruire un’alternativa di governo.

Poi decide, come sempre, con la propria testa, sulla base della linea politica e dei valori del Partito Democratico”.

Lo ha detto Francesco Boccia rispondendo a una domanda

di Paola Zanca, che ha moderato il dibattito alla presentazione del libro di Giuseppe Conte, ‘Una nuova primavera’, alle Vecchie segherie di Bisceglie.

“Elly Schlein non c’entra nulla con il cosiddetto establishment e non è la prosecuzione di nessuna precedente stagione politica.

 È espressione di un’altra generazione, ha sempre avuto una spiccata autonomia e interpreta una domanda nuova di cambiamento che riguarda il lavoro, la sanità pubblica, la scuola, i salari, la crisi climatica, i diritti e il futuro dell’Europa.

Continuare a evocare presunti tutori significa non comprendere né la sua leadership né il tempo politico che stiamo vivendo”, ha spiegato il presidente dei senatori del Pd.

“Le ricette del passato, da qualunque parte provengano, hanno già mostrato i loro limiti.

Il centrosinistra non si costruisce riesumando formule o affidandosi al prestigio di figure che appartengono ad altre

stagioni, ma mettendo insieme energie nuove, culture politiche diverse e una visione comune del futuro.

L’esperienza del governo giallorosso

ci ha lasciato un patrimonio importante;

la leadership di Schlein rappresenta oggi una grande opportunità per il Partito Democratico,

per il centrosinistra e per il Paese”, ha detto ancora Boccia.

“Noi non siamo impegnati in una disputa sulle genealogie

del potere.

Siamo impegnati a costruire l’alternativa alla destra

davanti agli ospedali, alle scuole, alle fabbriche e nei luoghi in cui gli italiani vivono ogni giorno le conseguenze delle scelte del

governo Meloni.

 Parlare con tutti è responsabilità; farsi condizionare

è un’altra cosa.

 Elly Schlein ascolta, valuta e decide liberamente.

Dopo aver sperimentato sulla nostra pelle quasi quattro anni di governo Meloni, il nostro dovere è guardare al futuro e costruire un’alternativa per l’Italia.

 E l’alternativa si costruisce con un patto politico chiaro davanti agli elettori, un programma condiviso e non con formule improvvisate dopo il voto”, ha detto ancora Boccia.

“Il centrosinistra deve presentarsi agli italiani con un programma condiviso, una coalizione riconoscibile e la proposta di un governo politico.

O quel governo nasce dal consenso degli elettori oppure non nasce.

Il Partito Democratico guidato da Elly Schlein ha affermato con chiarezza, fin dal congresso, la ricerca dell’unità massima del centrosinistra e l’ha praticata in tutte le competizioni territoriali e che non sosterrà mai governi diversi da un governo politico nato dal

voto.

 È conclusa la stagione dei governi di emergenza, dei federatori e dei garanti”, ha sottolineato Boccia.

“Nel campo progressista non abbiamo bisogno di figure che certifichino

la tenuta della coalizione:

 la garanzia sono i partiti che, davanti agli elettori, si assumono la responsabilità di condividere un progetto, un programma e una visione comune del Paese. Gli errori delle divisioni del 2022 non devono ripetersi.

Dopo aver condiviso il programma, i leader della coalizione decideranno insieme, all’unanimità, il percorso migliore: se ricorrere alle primarie, che restano parte del nostro DNA, oppure individuare come candidato o candidata alla guida del governo il leader del partito più suffragato.

Ciò che conta è arrivare uniti, con un programma condiviso e con un’alternativa credibile alla destra”, ha concluso.

 

 

 

 

Storia dell’Iran, tra movimenti

sociali e repressione autoritaria.

Orientxxi.info - Pietro Menghini – (27 luglio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Pietro Menghini legge per Oriente XXI Italia il recente volume di Paola Rivetti sull’Iran postrivoluzionario.

 

Diritti delle donne Guerra Iraq-Iran Storia Iran Repressione Rivoluzione.

 

Gruppo di manifestanti in strada, alcuni con cartelli e bandiere, ambiente urbano.

Raduno di protesta di studenti e attivisti sindacali davanti al Parlamento a sostegno di Reza Sahab. (31 agosto 2019”.

(Wikimedia Commons).

Storia dell’Iran.

Guerra, resistenza e Stato (1979-2025) di Paola Rivetti, professoressa di relazioni internazionali alla Dublino City University in Irlanda, è una pubblicazione quanto mai tempestiva.

Come messo in luce dall’autrice nell’introduzione al volume, gli eventi più recenti, gli attacchi israeliani all’Iran del giugno 2025 – e, per i lettori del 2026, anche la guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran nel marzo scorso –, pur non essendo oggetto dell’analisi del volume, rappresentano l’inevitabile e preoccupante sfondo su cui leggiamo questa opera.

 

Proprio su questo sfondo, il volume, con la sua profondità storica e la sua analisi attenta dei movimenti iraniani e dei dibattiti interni al paese, acquista ancora più valore, oltre che opera per approcciarsi alla storia e all’evoluzione della partecipazione politica in Iran, anche come strumento per muoversi nella complessità del mondo contemporaneo; mette in luce l’aggressività neoimperialista statunitense e israeliana, il falso mito della liberazione dal regime iraniano tramite gli interventi di queste forze politiche e, infine, indica le similitudini tra il modello politico ed economico autoritario dello Stato iraniano e quello di paesi nel “nord” del mondo.

 

Sebbene parli di Iran, questo libro analizza dei processi politici che sono transnazionali.

Da due decenni a questa parte, con la trasformazione delle strutture di governo del mondo e l’accelerazione dei processi decisionali a livello nazionale e sovra nazionale, nel campo delle scienze sociali si è iniziato a parlare di recessione democratica, o democratica backliding, e di avanzamento a livello globale dell’autoritarismo inteso come modo di governare.

In Europa, in America Latina, in Nord America e in Medio Oriente, abbiamo assistito a una restrizione degli spazi di agibilità politica – ovvero degli spazi dove esprimere e praticare dissenso senza incorrere nella repressione o nella criminalizzazione – e a una verticalizzazione del consenso, con la trasformazione, spesso in nome dell’efficienza, di processi decisionali allargati e assembleari in procedure sempre più veloci, meno partecipate e, quindi, meno trasparenti e accomunabile. (p. 7).

 

I movimenti politici e sociali di repressione in repressione.

Il libro analizza la storia dei movimenti politici in Iran ed esplora come e perché questi movimenti siano riusciti a sopravvivere, costruire momenti di protesta e spazi di dibattito nonostante la dura repressione del regime.

 In particolare, l’autrice si concentra sui movimenti femministi e delle donne, quelli studenteschi e quelli operai e sindacali in opposizione al regime, con un focus geografico e di ricerca di campo sulla capitale, Teheran (p. 6).

Il volume propone una storia sociale e non dei “grandi uomini” o dei “leader” ed esplora i meccanismi che hanno portato alla formazione di un sapere e di capacità politiche, attraverso i vari periodi della storia politica dell’Iran contemporaneo.

 

L’autrice mette in evidenza come questi momenti di mobilitazione generale abbiano portato ad un’estrema politicizzazione della società iraniana, a un “surplus di attivismo” (p. 7), come ci siano stati tentativi di governare questo fenomeno, di reprimerlo e come questo si sia più volte rigenerato, riorganizzato e manifestato in nuove forme.

Diviso in 6 capitoli, il libro inizia la sua analisi dalla rivoluzione iraniana del 1979 fino ad arrivare alle rivolte “Donna, vita, libertà” del 2022, esaminandone gli ultimi sviluppi sino al 2025.

 

Nel primo capitolo, il volume ritraccia la formazione del “surplus di attivismo” nella situazione rivoluzionaria del 1978-79, il passaggio al decennio immediatamente successivo alla rivoluzione (1979-1989) e il consolidarsi della fazione khomeinista all’interno della compagine rivoluzionaria.

 In particolare, questo primo capitolo si concentra sull’analisi della continuità dell’attivismo nel decennio degli anni ’80 e sulle forme e gli spazi in cui questo attivismo sopravvive. Inoltre, esamina anche l’impatto che il decennio di mobilitazione militare e ideologica a difesa della neonata repubblica islamica ha avuto sulle forme della partecipazione politica nel paese.

 

Nel secondo capitolo, l’autrice esamina il periodo degli anni ’90, con la fine della guerra con l’Iraq (1980-1988) e la morte di Khomeini (1989). Questo decennio rappresenta un passaggio fondamentale per la repubblica islamica che deve assicurarsi la sua sopravvivenza, la ripresa economica dopo quasi un decennio di guerra e il mantenimento del controllo su una larga parte della popolazione politicizzata dalla rivoluzione del ’79 e dalla guerra.

Per assicurarsi la sopravvivenza e i mezzi per la ricostruzione, nel nuovo mondo unipolare degli anni ’90, la repubblica islamica subisce un’involuzione in senso autoritario e si apre parzialmente al modello economico neoliberista, privatizzando aziende statali, tagliando lo stato sociale e indebolendo i diritti dei lavoratori.

 

Così facendo nascono nuovi motivi di conflitto sociale e politico, sostenuti soprattutto dalla “sinistra islamica”, ovvero coloro che avevano partecipato alla rivoluzione del ‘79 come ad una “rivoluzione degli oppressi” (pp. 32, 57, 58). Mettendo in evidenza e analizzando i meccanismi economici neoliberisti dell’Iran negli anni ’90, l’autrice ci aiuta a situare l’Iran all’interno del momento storico e decostruire l’idea di uno stato e una società isolati e separati da processi più ampi che invece accomunano il regime iraniano e i suoi nemici dichiarati.

 

Negli anni Novanta, dalle politiche abitative a quelle scolastiche, il governo introdusse privatizzazioni e servizi a pagamento, in linea con le riforme strutturali che le organizzazioni finanziarie internazionali stavano imponendo in tutto il Sud globale. […] pur proponendo una classica ricetta economica di stampo neoliberale, il governo iraniano optò per una strategia che evitava la riduzione drastica della pressione fiscale a vantaggio delle classi proprietarie e imprenditoriali, scelta che fece prendere all’economia nazionale sì una forma capitalista e neoliberale, ma ibrida. (p. 51)

 

Tra riforme e cicli di protesta.

Il terzo capitolo si concentra sul periodo riformista tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni duemila dieci. Questo capitolo esplora la nascita del fronte politico riformista a cui parteciparono varie forze, organizzazioni e movimenti e guidato da Mohammad Khatami, eletto presidente nel 1997 e in carica fino al 2005. In particolare, l’autrice si concentra sulla transizione da un discorso politico post-rivoluzionario ad un discorso politico liberale, da parte del campo riformista, con un focus sulla società civile e le organizzazioni non governative come modello per stimolare la partecipazione politica, governarla e liberalizzare il sistema politico autoritario iraniano.

 

Inoltre, si affrontano le contraddizioni presenti in seno al campo riformista, mettendo in luce il fallimento di questo tentativo, legato principalmente all’abbandono delle classi lavoratrici da parte dell’élite politica riformista (p. 124), e l’incapacità di questa élite di accogliere le istanze più rivoluzionarie dei movimenti parte di questo campo. Tali istanze, infatti, andarono a formare un nuovo “surplus” di attivismo radicale che sopravvisse alla fase di risposta anti-riformista delle istituzioni del regime iraniano nell’era Ahmadinejad (2005-2009/2009-2013) e che trovò nuova espressione nel Movimento verde del 2009.

 

Il quarto capitolo esplora proprio il periodo della campagna elettorale del 2009, le reazioni alla seconda vittoria di Ahmadinejad e le proteste del Movimento verde scatenate dalla percezione di brogli elettorali. Viene esaminato il ruolo fondamentale delle proteste del 2009 nel riportare alla luce e riorganizzare la partecipazione politica di quel “surplus di capitale politico radicale” emerso dalla compagine riformista e represso durante la prima presidenza Ahmadinejad (2005-2009) e come questa mobilitazione si scontri con la repressione dello Stato iraniano ma anche con la disillusione di fronte alla classe riformista, troppo cauta e dalla quale il Movimento verde si sentì tradito.

 

Il quinto capitolo segue i cicli di protesta degli anni 2017-2018, 2019, 2020, successivi alle proteste del Movimento Verde, al momento di forte controllo imposto da parte del regime sugli spazi pubblici in seguito proprio alle proteste del 2009 e agli sconvolgimenti regionali delle proteste del 2010-2011 nei paesi arabi. Le manifestazioni ricominciate nel 2017 e poi continuate negli anni seguenti sono segnate da un forte focus sul malcontento economico, trasformatosi poi in movimento contro l’establishment politico iraniano. Queste proteste videro anche una forte partecipazione da parte della classe lavoratrice, a differenza di movimenti precedenti, e delle donne, che poi saranno infatti tra le principali protagoniste del movimento analizzato nell’ultimo capitolo, ovvero “Donna Vita Libertà”.

 

Il sesto e ultimo capitolo affronta il movimento di protesta iniziato nel 2022 con l’uccisione di Jina Mahsa Amini. Questo, secondo l’autrice, rappresenta un punto di non ritorno per i movimenti di protesta iraniani, sia per la grande forza di mobilitazione, sia per la convinzione dei manifestanti, di fronte ad una repressione sempre più dura da parte della sua classe dirigente del regime, non più interessata a mantenere la legittimità popolare, dell’impossibilità di una riforma del sistema politico iraniano e quindi della necessità di abbatterlo. Inoltre, il capitolo mette in luce le modalità innovative delle proteste legate a “Donna Vita Libertà” attuate per continuare a sfuggire all’evoluzione delle tecniche repressive autoritarie.

 

Il volume si chiude con un epilogo che riflette sull’importanza dei movimenti sociali nella geopolitica, spesso ridotta all’analisi di interessi nazionali e delle azioni e intenzioni dei leader e su come l’involuzione autoritaria sia legata all’industria capitalista della sorveglianza e della guerra e alla connessione tra lo sviluppo di questa industria e la repressione dei movimenti di protesta anti-autoritari.

Internazionalmente, l’ascesa al potere di una classe politica, intellettuale e imprenditoriale guidata da visioni del mondo fortemente illiberali e aliena a forme basilari di empatia verso gli altri esseri viventi sembra condannare l’umanità a un futuro di guerre e genocidi. Naomi Klein e Astra Taylor lo chiamano «il fascismo della fine dei tempi», ovvero un’ideologia «ultimo rifugio» che convive più facilmente con morte e distruzione di quanto riesca a immaginare di esistere senza adottare forme di sopraffazione verso «l’altro». Nonostante Klein e Taylor facciano riferimento agli Stati Uniti di Trump, la loro riflessione è universale. Questo mondo distopico è organizzato in paradisi «iper capitalistici e privi di democrazia, sotto il controllo esclusivo dei più ricchi, protetti da mercenari privati, gestiti da robot dotati di intelligenza artificiale e finanziati dalle criptovalute» (p. 226)

 

L’involuzione autoritaria dello Stato iraniano si caratterizza proprio per il crescente disinteresse verso il consenso popolare, sostituito dalla stabilità garantita dalla forza della sopraffazione.

 

In Iran, le forze politiche al potere sono forse meno esplicite di Donald Trump o del governo guidato da Benjamin Netanyahu nel tratteggiare un mondo tanto distopico. Tuttavia, troviamo simili politiche volte a creare segmenti di popolazione disumanizzata e sfruttabile – non solo le donne, ma anche lavoratori e lavoratrici migranti, ad esempio – e a legittimare la violenza affinché la classe politica, imprenditoriale e intellettuale al potere si mantenga stabile al comando. Infatti, come nel resto del mondo, l’involuzione autoritaria dello Stato iraniano si caratterizza proprio per il crescente disinteresse verso il consenso popolare, sostituito dalla stabilità garantita dalla forza della sopraffazione. (p. 227)

L’importanza dell’approccio.

La nota metodologica in chiusura discute le metodologie utilizzate, come interviste semi strutturate, etnografia e ricerca d’archivio, e riporta le fonti prese in esame, quali interviste con studenti, attivisti politici, lavoratori di ONG, membri della classe politica, materiale d’archivio di vari istituti pubblici e privati in Iran.

 Affronta poi il tema della posizione della figura del ricercatore e dei pregiudizi di cui ci si deve spogliare, sia grazie ad efficaci strumenti metodologici, sia grazie alla ricerca di campo, fondamentale per entrare in contatto con il contesto che si studia e le persone che lo abitano e per superare una ricerca meramente “estrattiva”.

 

Il volume riesce a navigare la storia contemporanea dell’Iran mettendo in guardia il lettore dalle difficoltà legate a questo argomento, spesso affrontato superficialmente nei media e nel dibattito politico. Si evidenzia con chiarezza la politica neoimperialista statunitense e israeliana, spogliando gli attacchi e le sanzioni di qualunque elemento “liberatorio”; mette in guardia dalla strumentalizzazione dei movimenti di protesta anti-regime, spesso utilizzati per giustificare un discorso neoimperialista e islamofobo, presente sottotraccia in sezioni di questi movimenti stessi (p. 232).

 

Restituisce inoltre l’immagine dell’Iran come paese, pur sotto sanzioni e isolato diplomaticamente, inserito nelle dinamiche globali, con la svolta liberista degli anni ’90 – sia economica, sia nel discorso politico – e le trasformazioni recenti in un regime basato sulla sorveglianza e con sempre meno interesse nella legittimazione popolare.

 

Il libro mette anche in relazione i momenti di apertura e di chiusura del regime iraniano verso possibilità di liberalizzazione politica con le evoluzioni dello scenario internazionale, decostruendo quindi l’immagine di un regime monolitico e costante nel suo autoritarismo e mettendo in luce la pressione internazionale sotto la quale si trova l’Iran dal 1979, che ha fortemente condizionato le direzioni e le possibilità di scelta della classe politica del regime. A mettere ancora più in crisi la visione di un sistema e una società monolitica contribuisce l’attenta e preziosa analisi del dibattito politico interno iraniano, soprattutto nel campo riformista e di movimenti di protesta, ma anche in quello “conservatore”.

 

Il volume rappresenta dunque un contributo quanto mai opportuno e uno strumento prezioso per navigare la storia della partecipazione politica nell’Iran contemporaneo e comprendere il discorso sull’Iran in questo momento storico così complesso.

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