I leader politici e il prezzo del loro consenso.
I
leader politici e il prezzo del loro consenso.
I
leader e il prezzo del consenso.
Corriere.it – Opinioni - Ernesto Galli della
Loggia – (23 luglio 2026) – Redazione – ci dice:
Il
caso Roggero tra giustizia e populismo: il dilemma della destra.
«Cari
concittadini, come molti di voi anche io sono colpita dagli episodi di violenza
che si succedono in misura crescente nelle nostre città. E capisco il senso di
allarme e di insicurezza che essi producono. Ma possiamo per questo accettare
che ognuno allora si faccia giustizia da solo? Esistono delle leggi che
regolano i limiti in cui può essere esercitata la legittima difesa: e sono
limiti ragionevoli fondati sulla proporzionalità».
E
ancora:
«Se in un diverbio per strada in seguito a un
incidente automobilistico qualcuno mi dà una spinta, non posso tirare fuori una
pistola e sparargli. In un episodio oggi venuto all’attenzione delle cronache
nel quale si lamentano due rapinatori uccisi mentre fuggivano, ben tre diversi
gradi di giudizio hanno concordemente stabilito che tale proporzionalità non
era stata osservata:
che la
reazione della persona vittima della tentata rapina era andata ben oltre i
limiti stabiliti dalla legge.
E per
questo essa è stata condannata.
Capisco
il sentimento di ribellione che si può provare di fronte a una tale condanna.
E so
che è inevitabile che ci sia chi cerca di sfruttare tale sentimento per dire
che non si fa nulla contro la criminalità, nulla per combattere l’insicurezza,
che così non si può andare avanti, e magari invitarvi a votare per lui.
Ma
fermatevi un attimo a pensare alle conseguenze di questo invito. Dovremmo
allora stabilire che a un’offesa, a un’aggressione di qualunque entità, magari
anche a un tentativo di borseggio, a uno scippo, sia lecito rispondere in
qualsiasi modo, con l’uso più largo e indiscriminato della violenza?
Ogni volta sparando e uccidendo il
responsabile della violenza in questione?
È davvero questo che secondo voi il governo
dovrebbe fare?
O
davvero pensate, magari, che i giudici non dovrebbero applicare la legge,
dovrebbero chiudere un occhio, lasciar perdere?
Che la
legge va bene per punire uno spacciatore, uno scafista, chi occupa abusivamente
una casa, ma per un negoziante che insegue per un centinaio di metri fuori dal
negozio un ladro che ha cercato di rapinarlo e una volta che lo ha raggiunto lo
fredda con una pistolettata, anzi ne fa fuori due, ebbene per costui invece la
legge non va applicata?»
Mi
domando:
se nei giorni passati Giorgia Meloni, invece
dell’appoggio più o meno esplicito alla causa del gioielliere Roggero, avesse
fatto un discorso più o meno come questo, a quanti elettori del suo partito e
in generale della coalizione di governo esso sarebbe dispiaciuto?
Io
credo a una frazione in fin dei conti irrilevante.
Sarebbe
stato, d’altra parte, il discorso appropriato per l’esponente di una destra
liberal-conservatrice, all’insegna del rispetto della legge senza se e senza
ma.
E
sarebbe stato anche un discorso diciamo così coraggiosamente educativo, volto a
far ragionare i propri elettori e in genere i cittadini del Paese che governa.
Per l’appunto come è giusto che siano i
discorsi dei capi politici.
Che,
proprio perché tali, è bene che stiano un passo avanti rispetto ai propri
seguaci, non un passo indietro.
Sono buoni tutti, infatti, in una data
circostanza ad adeguarsi a quanto chiede la maggioranza vocale della propria
parte e magari la stessa opinione pubblica.
Ma chi
governa ha un compito diverso:
quello
di fare la cosa che ritiene migliore per il Paese, naturalmente secondo il
proprio personale giudizio.
Quello
di Giorgia Meloni coincide davvero in questo caso con quello del generale
Vannacci?
Non lo
credo.
Anche
perché non si può ad aprile essere coraggiosamente garantisti a proposito del
referendum sulla giustizia e a luglio, invece, essere a favore della giustizia
fai da te nel caso Roggero.
In
realtà è solo con la paura del possibile richiamo demagogico di Vannacci che si
spiega la presa di posizione di Meloni.
Ma ha
un’idea il premier di quanti voti può perdere se si lascia influenzare da quel
richiamo?
Direi
di più: a quale personale ridimensionamento politico va incontro se si piega al
ricatto del generale?
Contro
le minacce del quale è impressionante come da Fratelli d’Italia non mi sembra
che ci sia stata finora nessuna vera risposta.
Eppure
sono tanti i punti deboli, dell’avventura politica del fondatore di Futuro
Nazionale, a cominciare dal suo passato.
Dal
ruolo di addetto militare a Mosca al suo attuale sostegno di fatto alla
politica estera russa, dalle affermazioni più che oltranziste sugli argomenti
più vari contenute nel suo libro al ruolo fin dall’inizio ambiguo e doppio
svolto nella Lega.
Non si
tratta forse di altrettanti punti che richiedono qualche spiegazione?
Sui
quali avrebbe senso chiedere al generale qualche chiarimento?
Perché invece Fratelli d’Italia sembra evitare
accuratamente di farlo?
Perché sembra invece preferire accodarsi in
qualche modo a Vannacci, in questo modo, tra l’altro, aiutandolo a legittimare
la sua resistibile ascesa?
I
timori nel Campo largo sulle preferenze:
la
scelta in mano agli elettori
penalizza
il M5S al Sud.
Francesco
Verderame – (24 luglio 2026) -Redazione – ci dice.
Lo
studio di un esperto del Pd: aumenterà la mobilità dei voti.
Sarà
una rivoluzione copernicana, un altro mondo.
Che
poi era quello di trentaquattro anni fa.
La reintroduzione delle preferenze stravolgerà
le regole del gioco per i partiti e per i candidati, introducendo variabili non
ancora calcolate che potrebbero persino mutare l’esito del voto.
Fare
le addizioni per calcolare il risultato di chi vincerà l’anno prossimo la sfida
per palazzo Chigi è al momento un esercizio inutile.
Lo spiega uno studio elaborato da un esperto
della materia del Pd, che in un documento ancora allo stato grezzo e da
affinare mette in evidenza un dato:
«Con le preferenze cambia il fattore di competitività
elettorale delle forze politiche, soprattutto al Sud. E avvantaggia il
centrodestra».
L’elemento,
finora «sottovalutato», per un verso prescinde dall’assenza dei collegi
uninominali e delle liste bloccate, per l’altro è legato proprio alla loro
scomparsa.
Sembra
un rompicapo.
In realtà basta leggere l’incipit del testo:
“Le
preferenze metteranno in moto le macchine elettorali che rimanevano ferme con
gli altri sistemi di voto».
E
soprattutto nel Mezzogiorno «la sommatoria di quelle reti del consenso potrà
fare la differenza nel risultato finale».
C’è un motivo se lo studio si concentra sul
Sud:
in quei territori «l’indice di attribuzione
delle preferenze» da parte degli elettori supera il 70%.
Al
Nord i votanti ne fanno (molto) meno uso.
In più, proprio le preferenze inducono i
cittadini del Meridione a spostarsi «con maggiore facilità» da un partito a un
altro, ma anche da una coalizione all’altra.
E se è
vero che il Pd ha delle potenti macchine elettorali in Campania e Puglia, così
come Forza Italia e FDL possono vantarle in Calabria e Sicilia, c'è un partito
che — secondo il report — appare come un vaso di coccio in mezzo a vasi di
ferro:
il
Movimento Cinquestelle.
Persino la Lega ha ancora una certa forza in
alcune aree meridionali. Basti pensare che in Calabria, grazie alle preferenze,
alle Regionali ha conquistato il 15%, cinque volte di più del risultato
ottenuto alle Politiche.
Non a
caso i parlamentari del Carroccio eletti nel Mezzogiorno hanno premuto su
Matteo Salvini perché desse il via libera alla riforma così come aveva chiesto
Giorgia Meloni.
Il
problema per M5S sarebbe «strutturale» se rapportato al consenso ottenuto alle
elezioni del 2022, quando si consacrò per distacco primo partito al Sud.
E «non sarebbe realistico» immaginare che i suoi
alleati, anzitutto Pd ma anche AVS, possano drenare tutti i voti in libera
uscita dal partito di Giuseppe Conte.
Nel
documento vengono riportati degli esempi a riguardo.
Tra
questi spicca l’analisi su Bari: la differenza tra il dato delle ultime
Politiche (27,9%) e quello delle ultime Regionali (8,9%) è indicativo.
E se
lo “Stabilisco” è nato per assegnare il governo alla coalizione che prenderà un
voto in più rispetto all’altra, si capisce la portata del cambiamento che
produrrà la nuova legge elettorale.
Questo
non vuol dire che il risultato sia già scontato.
Tutt’altro.
Perché la vittoria di un rassemblement sull’altro sarà
questa volta determinato dalla composizione delle liste.
Un
autorevole dirigente del centrodestra che ha dimestichezza con le preferenze
per averle a lungo adoperate, spiega che «per spingere a pieno regime le
macchine elettorali sarà decisivo candidare chi quelle macchine le governa»:
consiglieri
regionali, sindaci di grandi comuni, personalità che hanno presa sui territori.
Candidati
cioè capaci di spostare l’1-2% dei voti, facendo così saltare le previsioni.
Sono
cambiate le regole, «è come se fosse cambiato lo sport» c’è scritto a titolo
esemplificativo nel documento redatto dall’esperto democratico. E per le forze
politiche sarà difficile fare le liste, specie sotto la pressione di molti
parlamentari uscenti: per quanto tutti vogliano viaggiare in prima, in pochi
potranno contare sui biglietti omaggio concessi dai leader.
Le
nuove regole imporranno la loro forza specie su quei «partiti che sono
strutturalmente deboli», conclude il report.
Che
evoca il Movimento Cinquestelle.
Un
problema che amplificherà gli altri problemi del Campo largo, a partire
dall’indicazione del candidato premier.
Con le primarie che i democratici vivono con
terrore, perché se Elly Schlein non dovesse vincerle «per il Pd — sussurra uno
dei suoi massimi dirigenti — sarebbe una disfatta che si ripercuoterebbe poi
sul risultato elettorale».
E
allora fioriscono le proposte per figure di mediazione, «garanti» o
«traghettatori» che siano.
Ma questa è un’altra storia.
Il
prezzo del consenso.
Prealpina.it
– (09 Giugno 2026) - Guido Gentili – Redazione – ci dice:
Quattordici
miliardi, mica pochi.
Come
li spendiamo, ora che l’Europa ha ceduto alle richieste italiane? Prepariamoci,
siamo quasi in campagna elettorale e la lista della spesa è lunga.
Il ministro dell’Economia Giorgetti frena gli
entusiasmi?
Se ne
farà una ragione, avanti tutta, la campagna elettorale è alle porte.
È
pressappoco questa, fatte le debite eccezioni, l’aria che tira nella
maggioranza di governo dopo che Bruxelles, al termine di un laborioso negoziato
condotto in parallelo dalla premier Meloni e da Giorgetti, ha concesso
all’Italia una flessibilità fiscale aggiuntiva di quasi 14 miliardi nel
triennio 2026-28 originariamente prevista con la “clausola di salvaguardia” per
la sola difesa.
Adesso, la clausola si allarga agli
investimenti per rafforzare l’indipendenza energetica.
Quelle
di Bruxelles non sono sovvenzioni e non sono soldi regalati:
è uno
spazio fiscale maggiore – ma sempre extra deficit rimane e va ricordato che
Roma non è ancora fuori dalla procedura d’infrazione europea per deficit
eccessivo - nel Patto di stabilità.
Possiamo così “deviare” dal percorso di
riduzione del deficit/debito ma per finanziare solo interventi centrati sulla
transizione energetica (energie rinnovabili, rete elettriche, interconnessioni,
batterie per l’accumulo di energia elettrica e, se verrà inserito, anche
nucleare di nuova generazione) in modo da attenuare l’impatto dello choc
energetico.
Parliamo
quindi (sulla carta) di interventi mirati e non di soldi spesi per generici
sostegni tipo il taglio delle accise su benzina e gasolio.
Ma se
è vero che sul piano politico l’Italia ha bucato con successo il muro dei “no”
di Bruxelles precedenti la richiesta di Meloni, è altrettanto vero (nella
pratica) che la svolta europea viene interpretata alla stregua di un via libera
a spendere di più e senza troppi distinguo, dove anche i fondi di coesione – ne
ha scritto domenica il direttore Pascarella - possono finire nel calderone
delle spese invece che sostenere lo sviluppo dei territori.
Mentre
la Commissione Ue è vista come un cane da guardia un po’ sdentato e disponibile
ad ogni compromesso.
Ne consegue una spinta della maggioranza per
mostrare i muscoli perché le elezioni si avvicinano.
Quanto
all’opposizione del “campo largo” questa, dall’Ucraina al nucleare, dalla
difesa alla tassa patrimoniale, pare più impegnata a certificare le proprie
divisioni interne.
Col
rischio finale – lo ha notato “Carlo Stagnaro” direttore ricerche dell’Istituto
Bruno Leoni - di versare altri 14 miliardi nell’oceano della spesa pubblica che
quest’anno arriverà a 1.184 miliardi.
Fantasie?
La direzione di marcia l’ha spiegata (fresco
della sua quarta nomina al vertice del quotidiano) il direttore di “Libero
Sallusti”:
«L’anno pre-elettorale è quello in cui la
gente si aspetta un premio fedeltà (…) va bene parlare di Ucraina e Iran,
nucleare e grandi opere ma stringi, stringi, la gente si chiede: e a me cosa
dai?
Ecco, il severo Giorgetti (nella foto Ansa)
scrupoloso custode della cassa deve mettersi nell’ordine di idee che questa
volta la cassa va aperta, senza fare pazzie ma va aperta, altrimenti rischia di
passare in mani ostili.
Spendere per cosa?
Non
saprei di preciso ma dovessi dire:
per
mettere soldi veri e contanti alla mano alla gente e possibilmente pure ai
piccoli imprenditori.
L’Europa si arrabbierà?
Troveremo
il modo di placarla.
La
sinistra urlerà “mancia elettorale”?
Le faremo rispondere dai beneficiati.
Perché gli ideali non hanno un prezzo ma il
consenso sì».
Se
questa è l’aria che tira, con tanto di richiamo al “severo Giorgetti”, si
capisce ancora meglio perché il ministro dell’Economia, pur soddisfatto per
l’accordo raggiunto con Bruxelles grazie anche all’ottimo rapporto instaurato
col commissario “Dombrovskis”, voglia preservare ad ogni costo la credibilità
riagguantata dall’Italia sui mercati internazionali con politiche prudenti e
responsabili.
E sbracare all’ultimo giro per pagare – anche
in termini di immagine personale - uno straripante prezzo del consenso
elettorale non rientra certo nei piani del ministro.
Del
resto, non è nemmeno chiusa la partita con l’Europa e in Europa.
I paletti operativi alla base dalla proposta
della Commissione sulla maggiore flessibilità saranno discussi in sede “Ecofin”
dai ministri dell’Economia dei 27 Paesi membri il 16 giugno e poi dovranno
passare l’esame del Consiglio europeo composto dai capi stato o di governo.
Due test non scontati.
Il maggiore spazio di agibilità è un’ottima
notizia, ma a condizione che la manovra più larga sia quella giusta.
Tajani:
«Ecco il nostro piano per
abbassare
le tasse agli italiani» (Libero).
Esteri.it
– (27 Luglio 2026) – Intervista di Fabio Rubini – Redazione – ci dice:
La
sferzata di Libero a fare qualcosa di centrodestra, cioè abbassare le tasse
agli italiani, è in sintonia con le proposte del Vicepremier e leader di Forza
Italia, Antonio Tajani, che ringrazia il direttore Sallusti «per averle
rilanciate nel suo editoriale».
Ministro,
allora, le elezioni si avvicinano e per proseguire nell’azione di governo serve
uno scatto in avanti, soprattutto in tema di tasse da abbassare.
Cosa sta facendo in questo senso il governo?
«Il
mantra è sempre quello berlusconiano: meno tasse, meno tasse, meno tasse.
Stiamo
lavorando per mettere sul tavolo della coalizione una serie di proposte che in
parte possono essere realizzate subito, in parte sono da mettere in agenda per
la prossima legislatura».
Andiamo
sul concreto. Ci dà alcune priorità sulle quali lavorare con gli alleati?
«La
prima è quella di detassare le tredicesime: al 100% le più basse e poi con una
tassazione progressiva, a mano a mano che la cifra aumenta. L’altra idea sulla
quale stiamo lavorando è la riduzione/abolizione del bollo per le auto e le
moto.
La terza riguarda la riduzione dell’aliquota
Irpef dal 35 al 33% per i redditi fino a 60mila euro.
Ma ce ne sono altre molto importanti:
una è
quella di portare le detrazioni delle spese sanitarie nell’anno in cui vengono
sostenute e non nell’anno successivo.
Questo
perché se devo curarmi, delle risorse ne ho bisogno subito.
Un altro tema sul quale stiamo lavorando è
quello dei giovani. Pensiamo ad agevolazioni per le start up (niente tasse per
i primi 5 anni) e per chi ci investe, o per chi assume giovani.
E
ancora agevolazioni in più, oltre a quelle che ci sono già, per le donne.
Infine, stiamo studiando l’idea di una” Flat Tax” che premi chi produce di
più».
Ce la
può spiegare meglio?
«Si
potrebbe riassumere così: più produci, meno paghi.
Questo
solo per la parte di reddito Irpef che eccede quello dichiarato nell’anno
precedente.
Per la
parte in più stiamo pensando a un’aliquota fissa bassa».
Dove troverete
i soldi per fare tutte queste operazioni?
«In
Italia ci sono risparmi privati tra i 1.800 e i 2.000 miliardi di euro.
Se una parte degli italiani investisse nelle
grandi infrastrutture, nei grandi progetti pubblici attraverso partnership
pubblico-private, lo Stato spenderebbe di meno e avrebbe più risorse per
abbassare le tasse. Ovviamente, si tratterebbe di investimenti volontari che
garantirebbero un ritorno economico e che potrebbero interessare innanzitutto
le casse di previdenza o le assicurazioni.
Questa
idea ci è stata copiata da Elly Schlein, con la differenza che in realtà tutta
la sinistra quei risparmi li vuole colpire attraverso la patrimoniale.
Noi
non lo permetteremo mai».
Ragionevolmente,
di tutte le idee che ha messo sul tavolo, quali si possono fare subito e quali
finiranno nel programma elettorale da presentare agli italiani al rinnovo del
Parlamento?
«Ne
parleremo con gli alleati e decideremo anche in base ai conti pubblici.
La cosa importante è aprire il dibattito sulla
questione fiscale e fissare il principio che chi è virtuoso nel pagare le tasse
deve essere premiato».
Però
le elezioni sono il prossimo anno, come vi presenterete alle elezioni?
Con
semplici promesse?
«Certo
che no.
Abbiamo
risultati che sono lì e ognuno può vederli.
Dal 2022 abbiamo abbattuto di 33 miliardi la
pressione fiscale su famiglie e piccole imprese;
abbiamo
creato un milione e 200mila nuovi posti di lavoro; abbiamo ridotto
drasticamente lo spread;
la
Borsa è cresciuta a dispetto di guerre e dazi;
anche nell’export abbiamo ottenuto risultati
straordinari, con una crescita del 3,3% e un volume che si avvicina ai 700
miliardi.
Insomma,
in questi anni abbiamo gettato le fondamenta per la crescita e nei prossimi
costruiremo la casa».
Qual è
la ragione principale dl questi risultati?
«La
stabilità di governo che crea credibilità internazionale, non solo politica ma
anche economica, attraendo investimenti dall’estero e permettendo a chi investe
di poter programmare a lungo termine. è a questo che servirà anche la nuova
legge elettorale. A dare ancora più stabilità al governo che vincerà le
elezioni».
A
proposito di legge elettorale, ci sono state parecchie polemiche e più di una
frizione politica nel centrodestra. Troverete la quadra?
«Il
centrodestra l’ha trovata sempre dal ’94 a oggi. Siamo tre partiti a volte con
idee diverse, ma alla fine prevale sempre la volontà politica di rafforzare il
progetto comune.
A
differenza della sinistra che è un’alleanza elettorale, noi siamo una
coalizione che ha un denominatore comune che si chiama libertà».
Un
altro tema caldo di questi giorni è il rincaro della benzina. Interverrete?
E se sì, come?
«Nel
breve termine le accise mobili (usare il maggior gettito Iva dovuto ai rincari,
per abbassare il prezzo alla pompa, NDR) sono una scelta che si può adottare
subito.
Poi,
come Forza Italia, abbiamo proposto di valutare la creazione di un bonus per i
dipendenti privati che hanno redditi bassi.
Dal
punto di vista più strategico, invece, porteremo in Parlamento il progetto di
usare la maggior flessibilità concessaci dall’Europa per contrastare gli
effetti della crisi energetica».
Cambiamo
argomento. A Berlino si è rivisto il volto feroce del terrorismo islamico. Un
problema che va affrontato anche in Italia…
«C’è
oggettivamente un pericolo legato al terrorismo islamico, perché ci sono lupi
solitari che si collegano poi tra loro via social, ma non solo.
Teniamo
presente che nell’Africa sub-sahariana il terrorismo islamico è molto forte e
si collega con l’immigrazione irregolare.
Dobbiamo
vigilare attentamente su chi arriva.
Così
come sulle seconde generazioni che si radicalizzano. Le spese per la sicurezza
tanto contestate servono anche a questo, non solo a comprare armi».
Dagli
scontri No Tav a Chiomonte, a Bologna, la galassia antagonista sta diventando
sempre più violenta…
«Erano
anni che non si lanciavano molotov sulle forze dell’ordine. Si tratta di
attacchi premeditati, organizzati anche a livello internazionale.
Da Chiomonte a Bologna è probabile che ci
siano collegamenti.
Queste
manifestazioni vanno stroncate perché siamo di fronte a delinquenti.
Questo non è diritto a manifestare e lo Stato
non può che essere durissimo contro chi si comporta in modo violento ed
eversivo».
Secondo
la sua esperienza, la sinistra ha responsabilità in questa escalation?
«Ci
sono cattivi maestri, questo è innegabile.
L’odio nei confronti delle forze dell’ordine
in una certa sinistra è antico.
Io
ricordo sempre Pasolini che diceva di stare dalla parte dei poliziotti figli
del popolo, e non con i figli di papà che invece di studiare li aggredivano.
E poi vede, a sinistra anche quando si
condannano queste azioni, c’è sempre un “ma” sottinteso.
Insomma, dalla sinistra arrivano condanne
tardive e formali, mai convinte e sostanziali».
(Fabio
Rubini).
“Ai”,
Giorgino: "Patto di 'non
belligeranza
digitale' sia
sottoscritto
da tutti i leader politici."
Adnkronos.com
- Francesco Giorgino – IPA – (26 luglio 2026) - Redazione Adnkronos – ci dice:
Ai,
Giorgino: "Patto di 'non belligeranza digitale' sia sottoscritto da tutti
i leader politici."
"L'uso
dell'intelligenza non riguarda solo la politica, ma è evidente a tanti (anche
se non a tutti) che la questione del consenso, nella doppia versione di
consenso abilitante e confermante, rappresenti il terreno più delicato.
Cominciamo con due premesse di carattere
generale.
La prima: l'intelligenza artificiale non va
fermata, poiché rappresenta un'importantissima leva di crescita economica e
poiché allinea il nostro Paese alle realtà industriali più avanzate.
Il suo
uso da parte di imprese e istituzioni va, al contrario, incoraggiato, ma con
regolamentazioni in grado di garantire trasparenza, oltre che efficienza
tecnologica.
L'Europa ha dimostrato di essere lungimirante
con l'”AI Act”, assetto normativo che tra pochi giorni diventerà applicabile in
pieno".
Così
il giornalista Francesco Giorgino sulla 'Gazzetta del Mezzogiorno'.
"Il
provvedimento era entrato in vigore ufficialmente due anni fa, ma è dal
prossimo 2 agosto che sarà indispensabile tracciare tutto ciò che viene
generato dall'intelligenza artificiale.
Con
l'articolo 50, infatti, si rende operativo il diritto di conoscere se chi parla
è una “chatbot”, un assistente virtuale, un sistema vocale o una persona in
carne e ossa, ma anche se un testo, un video o una foto sono creati
artificialmente o dall'essere umano.
L'ambiguità,
insomma, non è più tollerabile.
I contenuti fatti dalla e con l'intelligenza
artificiale devono essere 'marcati', cioè etichettati e segnalati.
La
seconda premessa - scrive ancora - Il principio appena esposto vale a maggior
ragione per i contenuti informativi e di pubblico interesse.
In questo caso alle esigenze di trasparenza si
associano quelle legate al principio di responsabilità.
Nel
modello di democrazia rappresentativa e nell'era della polarizzazione delle
posizioni assunte è molto importante indicare al cittadini/elettori chi crea
contenuti politici, chi li approva, chi li controlla, chi ne risponde.
Ciò,
per evitare che il falso e il verosimile trionfino sul vero e che si indebolisca
il credo nei confronti dell'autenticità dei messaggi".
"Il
patto tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein è un segnale incoraggiante. Un segnale
che non va sottovalutato.
La premier ha più volte affrontato
pubblicamente il tema dell'uso dell'intelligenza artificiale, tanto da averne
fatto un argomento centrale al G7 del 2024 tenutosi in Puglia.
A maggio scorso - ricorda - il presidente del
Consiglio aveva definito i deepfake strumenti pericolosi poiché capaci di
manipolare la realtà, di arrecare danni nei confronti di molte persone,
soprattutto di quelle più indifese.
Si era
detta preoccupata per le diverse forme di ingerenza nelle elezioni e nei
processi democratici.
La
Meloni aveva anche denunciato la diffusione sui social di “una falsa immagine
generata dall'AI”, nella quale il suo volto era stato inserito sul corpo di una
donna in abbigliamento intimo.
La
settimana scorsa è stato compiuto un ulteriore passo in avanti.
La segretaria del Pd, intervistata dal Foglio,
ha affermato che in vista della campagna elettorale tutte le forze politiche
dovrebbero impegnarsi a non usare l'intelligenza artificiale per attribuire
agli avversari fatti ed opinioni inventati.
Parole
accolte subito dalla stessa Meloni.
È nato
così quello che, mediaticamente, è stato definito come 'patto di non
belligeranza digitale'.
L'appello
che facciamo, attraverso le colonne della Gazzetta del Mezzogiorno, è che tutte
le forze politiche aderiscano ora a questa intesa, agendo di conseguenza e
dimostrando di avere a cuore un problema, non sempre considerato dalla politica
in tutto il suo pericolo sociale".
Trump.
L'arte
del consenso contro l'arte del governo?
Rivistailmulino.it
- Maria Rosaria Ferrarese – (25 giugno 2025) – Redazione – ci dice:
Negli
Stati Uniti di oggi il criterio del consenso viene accreditato come l’unico che
legittima il potere in democrazia, con grave danno dei vincoli istituzionali.
Con la
seconda presidenza Trump vengono sempre più al pettine vari nodi che oggi
inceppano il meccanismo democratico.
Il più
grave sta nel fatto che il criterio del consenso viene accreditato come l’unico
che legittima il potere in democrazia, in una completa e grave disattenzione
per i vincoli istituzionali, che sono altrettanto importanti per garantire un
gioco davvero democratico, che non calpesti l’opposizione e i diritti
individuali.
Strettamente
legato a questo, vi è un altro aspetto che merita di essere messo sotto
osservazione:
un
aspetto che si è acuito con l’insorgere e l'affermarsi di una comunicazione
politica di tipo populista.
Il caso Trump è la punta estrema di un
fenomeno di dissociazione tra capacità propagandistiche e capacità di governo,
che oggi caratterizza diversi protagonisti politici nel mondo, in Europa, e
anche nel nostro Paese.
Come
si è creata una situazione di questo tipo?
Il
registro comunicativo del populismo si avvale spesso di facili argomenti e di
audaci propagande, spingendo su temi emozionali e fortemente divisivi, capaci
di fare presa sul grande pubblico e specie su quelle sue parti che negli ultimi
decenni sono state deluse dalle dinamiche democratiche.
Dopo
lo spaesamento prodotto dalla globalizzazione e dalle crisi degli ultimi
decenni (finanziarie, sociali, sanitarie, belliche), le politiche di tipo
identitario, continuamente evocate dai sovranisti, consentono di attrarre ampi
settori dell’elettorato, specie i più colpiti dalla globalizzazione con un
duplice richiamo:
riportare la sovranità nazionale a primeggiare
contro formazioni, collegamenti e accordi internazionali o sovranazionali, che
la restringono o la vincolano in vari modi, e tornare a un quadro sociale e
valoriale tradizionalista, che boccia nuove identità e visioni del mondo che
appaiono trasgressive e vede negli immigrati un rischio perenne.
Ciò non significa, beninteso, che i politici
che non agitano un repertorio populista e sovranista siano necessariamente
buoni governanti.
Ma
vanno sottolineate, nel caso dei populisti, le ricadute sul piano del governo
di una comunicazione politica altisonante e attrattiva, ma spesso irrealistica
e farcita di falsità.
Vi è
un doppio vantaggio di cui i populisti godono ricorrendo a una strategia
comunicativa tesa a recuperare le “identità perdute” (per citare il titolo del
volume di “Colin Crouch” pubblicato in Italia da Laterza nel 2019):
al
contempo, infatti, essa consente di indicare agli elettori una meta grandiosa,
anche se nebulosa o impossibile da raggiungere, così risollevando lo spirito di
un elettorato spesso frustrato e ostile alla politica, ma anche di far passare
in secondo piano difficoltà e ritardi sul fronte di progetti di governo
concreti, con la possibilità, com’è stato notato, di schivare più facilmente
anche il tema delle difficoltà del quadro economico, o comunque di farlo
apparire sacrificabile rispetto al raggiungimento della grande meta (cfr. C.
Trigilia, Populismo e identità, i pilastri dell’età della destra, «Domani»,
25.1.2025).
Coloro
che non si riconoscono nel progetto sovranista sono nemici non solo perché si
oppongono all’agognata meta, ma anche perché negano la democrazia del consenso
e tendono a valorizzare il ruolo dei contropoteri.
È così
che si è accentuata una versione della democrazia che consiste nel “fare la
guerra con altri mezzi” (per dirla con il titolo del volume di “Alfio
Mastropaolo” uscito per il Mulino nel 2023), con elettorati prevalentemente
divisi e collocati su posizioni opposte ed estreme, a danno di quelle basi
dialogiche che, secondo “Habermas”, sarebbero proprie di una democrazia
“deliberativa”.
Sempre
le campagne elettorali sono state terreno di propagande più o meno esagerate e
bugiarde.
E la storia non manca di personalità politiche
straordinarie, cosiddette “carismatiche”, capaci di attrarre gli elettori con
le proprie capacità di convincimento e con abilità oratorie di alto livello.
Schumpeter ricorda Gladstone che, nel 1880, a
conclusione del governo Beacon sfield, che era uscito vincitore dal Congresso
di Berlino e si aspettava una riconferma, irruppe nella campagna elettorale con
“una fulminea serie di discorsi di un’energia insuperata” (J.A. Schumpeter,
Capitalismo, socialismo e democrazia, Edizioni di Comunità, 1955, p. 258).
Così
riconquistò una leadership a cui aveva rinunciato anni prima, e portò alla
vittoria il partito liberale.
D’altra
parte è ben noto l’esempio di Winston Churchill che entrò in guerra con la
Germania nazista col consenso del popolo britannico guadagnato grazie alle
superbe qualità oratorie e senza far mistero dei sacrifici a cui esso sarebbe
andato incontro.
Vari
fattori ci dividono da quel tempo e da quelle esperienze.
In
primo luogo, oggi mancano personalità di quel calibro, con un alto livello di
formazione e una forte passione politica.
I sentimenti di anti-politica si sono acuiti
negli ultimi decenni del Novecento, non solo per errori addebitabili a suoi
vari esponenti, ma anche a seguito di una forte campagna di screditamento
proveniente da ambienti internazionali interessati a spostare gli equilibri di
potere in direzione capitalistica, nonché dal credo nella disintermediazione,
che lasciava spazio a una intermediazione mediatica taciuta ma pervasiva, di
cui oggi possiamo misurare tutta la rilevanza coi cosiddetti “social”.
Parte
integrante della crisi è stata anche e soprattutto la caduta dei partiti
politici.
Ciò è particolarmente vero per l’Europa, dove
i partiti, in quanto forme e organizzazioni di intelligenza collettiva,
coltivavano (e attingevano a) un dibattito esteso e plurale, e organizzavano
anche scuole di politica e di governo, che formavano un personale politico
mediamente qualificato.
Anche
gli Stati Uniti, che non hanno mai avuto formazioni partitiche stabili,
organizzate e ramificate nella vita sociale, come in Europa, il ruolo dei
partiti, pur emergendo prevalentemente in occasione delle scadenze elettorali,
è stato importante, interpretando linee politiche identificabili grosso modo
come destra e sinistra, e consolidandosi come gli assi intorno ai quali ruota
la vita e l’organizzazione del Congresso.
La
presenza dei partiti evitava quel fenomeno di personalizzazione della politica
che ha preso piede a partire dalla loro crisi e dall’insorgere di tendenze
cosiddette populiste.
La
presenza dei partiti politici, che contemplavano talora personalità di rilievo,
evitava inoltre quel fenomeno di personalizzazione della politica che ha preso
piede a partire dalla loro crisi e dall’insorgere di tendenze cosiddette
populiste, sull’onda di scombussolamenti sociali derivanti da politiche
neoliberiste.
La
proliferazione di partiti cosiddetti “personali”, dominati da leader politici
dotati di una particolare capacità di convogliare la rabbia popolare e di
catturare i consensi, con un nuovo linguaggio o con nuove proposte, oltre a
contenere un’insidia accentratrice poco compatibile con la dinamica
democratica, ha indotto una torsione della comunicazione politica legata alla
personalità del “leader”.
Alla
personalizzazione della politica si è infine sommato Il fenomeno di
“mediatizzazione della vita politica”, che ha moltiplicato le esigenze di
semplificazione della comunicazione e il ricorso a “piccole frasi assassine”
(Y. Meny e Y. Surel, Populismo e democrazia, Il Mulino, 2000, p. 117).
Così
sono emersi dei campioni della comunicazione politica, parolai spigliati e
spericolati, capaci di infiammare gli animi e di riscuotere molti consensi,
senza curarsi della credibilità degli argomenti che usano, talora imbastiti di
vere e proprie menzogne, e che possono contare comunque su una fidelizzazione
dei propri elettori.
Anche
le scuole di partito, laddove esistono, sono calibrate su programmi politici
poco attenti alle questioni di governo e alle specificità dei vari paesi, e si
concentrano piuttosto su questioni ideologiche e slogan da imbracciare come
armi.
Ciò,
tra l’altro, ha prodotto una comunicazione politica sintonizzata in tutti i
Paesi sugli stessi temi, utilizzando argomenti in gran parte simili, con scarsa
focalizzazione sulle specificità nazionali:
argomenti rivolti specialmente contro la
globalizzazione e contro l’immigrazione, contro la mentalità woke ecc.
Il
tema dei migranti, percepiti come portatori di disordine, delinquenza,
concorrenza sleale nel mercato del lavoro ecc., è il più ricorrente e il più
facile, trattandosi di un “nemico” strutturalmente presente nelle società
occidentali, ma estremamente debole, dal volto indefinito e sprovvisto di mezzi
di difesa e di possibilità di replica.
Insomma
il populismo ha promosso una specifica figura di politico che è specializzato
nella propaganda politica e che, per propaganda, non si fa scrupolo di usare
temi e argomenti fortemente divisivi, o addirittura falsi.
È come
se, nell’ambito del personale politico, si producesse una scissione tra la
capacità di catturare il consenso elettorale, e dunque di affermarsi
elettoralmente, e la capacità di governare efficacemente.
Si
potrebbe parlare persino di un nuovo tipo di “imprenditore politico” basato su
questa specificità.
Com’è
noto, furono alcuni economisti, e specialmente Schumpeter, che individuarono
per primi nella leadership competitiva, che è alla base di una concezione non
idealistica della democrazia, la figura dell’“imprenditore politico”, capace di
innovare la politica e i suoi processi con nuove idee, al pari di quanto fa la
classica figura dell’imprenditore nella vita economica.
Solo che il populismo ha generato una
dissociazione tra la capacità nella comunicazione e la capacità di governo.
I leader populisti spesso, anche quando
vincono le elezioni, continuano a privilegiare la propaganda, che è la loro
specialità e la salvaguardia del loro consenso, al prezzo di un grave
decadimento sia del tono istituzionale sia delle capacità di governo.
Basti pensare alle tasse presentate dalla
nostra presidente del Consiglio come “pizzo di Stato”.
Trump
è diventato un modello per tutti i leader populisti del mondo, ciascuno
determinato a raggiungere una imprecisata grandiosità del suo Paese.
Il
caso più eclatante e grave è quello di Trump, già noto per le sue abilità
comunicative, che nel suo secondo mandato esaspera fino all’inverosimile, con
il “Maga”, la retorica di un obiettivo tanto generico quanto grandioso, che ha
infiammato il suo elettorato.
Così è diventato un modello per tutti i leader
populisti del mondo, ciascuno determinato a raggiungere una imprecisata
grandiosità del suo Paese.
Anche
dopo l’elezione, Trump non ha mutato minimamente il suo stile nella
comunicazione:
non fa
che adattare continuamente le modalità di governo alle esigenze della
propaganda, invece di adattare la comunicazione al nuovo ruolo istituzionale.
La sua
linea di governo è improntata a un doppio binario.
Da una
parte una iper-personalizzazione che ferisce sempre più l’immagine di una
democrazia e annulla ogni dialettica sia nel suo stesso partito, sia nel
Congresso, richiamando apertamente una cifra autocratica:
i suoi infiniti ordini esecutivi e la sua
firma messa bene in mostra, più che atti di governo, sono la continuazione di
una propaganda incentrata sulla sua persona, come se non esistessero né un
Congresso con le sue rappresentanze, né altre istituzioni.
Dall’altra,
un decisionismo che neanche “Carl Schmitt” avrebbe potuto ipotizzare così
estremo, in nome di una continua e indimostrata emergenza nazionale, e che,
oltre a travalicare molti limiti costituzionali, è funzionale soprattutto a
mantenere vivo il suo consenso.
Le sue
modalità di governo non sono solo irrituali per lo stile che adotta ricorrendo
a un mix di grandiose promesse, ma anche di insulti, intimidazioni, minacce e
frequenti menzogne con cui colpisce nemici e avversari;
altrettanto,
mentre evoca la pace, usa toni e argomenti bellici a ripetizione, rivolti a
creare solchi profondi, divisioni, risentimenti e paure, non solo
nell’elettorato americano, ma anche in Paesi di tutto il mondo (con l’eccezione
della Russia).
La sua incapacità di assumere una postura di
governo emerge ripetutamente.
Anche
il coinvolgimento nella guerra in Iran innescata da Netanyahu sembra rispondere
ad una linea di governo ondivaga, che contraddice platealmente la scelta
“pacifista” a lungo rivendicata pur di intestarsi una possibile “vittoria”.
Del
resto, per quanto attiene ai dazi, egli stesso ha rivendicato le sue
(non-)decisioni, continuamente ritrattate, come in una infinita lotteria di
numeri, appartengono al genere della negoziazione, che è diverso da quello del
governo.
D’altra
parte, il fatto che esse collidano con tutte le teorie economiche più
accreditate, induce non pochi a dubitare che possano risollevare le sorti di
un’America gravata da un grave debito pubblico e da un forte disavanzo.
Trump
si muove in controtendenza non solo rispetto a tutte le teorie più accreditate
in economia.
Egli
tende a screditare e distruggere anche le istituzioni che più hanno contribuito
ad alimentare il mito americano.
Le
teorie sul conflitto di interessi di matrice americana, un benchmarking spesso
evocato in tutto il mondo per giudicare la correttezza di altri governi,
crollano miseramente di fronte a condotte spregiudicate e illegali come quelle
adottate promuovendo strategie di arricchimento personale, come col “meme coin
elettronico $trump”, che ha generato ricchezza per lui e la sua famiglia, a
spese di tanti spericolati investitori.
L’Università
di Harvard, che era il fiore all’occhiello della formazione negli Stati Uniti,
è diventata un bersaglio da colpire e da punire.
La ricerca in generale, e quella sui vaccini
in particolare, che ha contribuito a risolvere la grave crisi pandemica del
2020, è screditata e indebolita da un ministro scelto proprio per le sue
posizioni no-vax, e che professa teorie anch’esse ondivaghe e di dubbia
credibilità.
Insomma,
la scissione tra capacità propagandistica e capacità di governo, variamente
emersa in vari Paesi (si pensi alla Brexit), con Trump assurge ai massimi
livelli, mostrando tutta la debolezza di un’opinione pubblica ormai
intrappolata nei social media e in un immaginario sempre più lontano dal
modello di una politica democratica.
(Rivista
il Mulino 2026).
(Maria
Rosaria Ferrarese.)
Intelligenza
artificiale, il patto sia
sottoscritto
da tutti i leader politici.
Lagazzettadelmezzogiorno.it – (26 luglio 2026) - Francesco
Giorgino – Redazione – ci dice:
La
nuova frontiera etica tra persona, conoscenza e identità digitale.
La
formazione farà il suo corso.
La
politica tutta, intanto, dia il buon esempio.
L’uso dell’intelligenza artificiale non
riguarda solo la politica, ma è evidente a tanti (anche se non a tutti) che la
questione del consenso, nella doppia versione di consenso abilitante e
confermante, rappresenti il terreno più delicato.
Cominciamo
con due premesse di carattere generale.
La prima:
l’intelligenza
artificiale non va fermata, poiché rappresenta un’importantissima leva di
crescita economica e poiché allinea il nostro Paese alle realtà industriali più
avanzate.
Il suo uso da parte di imprese e istituzioni
va, al contrario, incoraggiato, ma con regolamentazioni in grado di garantire
trasparenza, oltre che efficienza tecnologica.
L’Europa
ha dimostrato di essere lungimirante con l’AI Act, assetto normativo che tra
pochi giorni diventerà applicabile in pieno.
Il
provvedimento era entrato in vigore ufficialmente due anni fa, ma è dal
prossimo 2 agosto che sarà indispensabile tracciare tutto ciò che viene
generato dall’intelligenza artificiale.
Con
l’articolo 50, infatti, si rende operativo il diritto di conoscere se chi parla
è una chatbot, un assistente virtuale, un sistema vocale o una persona in carne
e ossa, ma anche se un testo, un video o una foto sono creati artificialmente o
dall’essere umano.
L’ambiguità,
insomma, non è più tollerabile.
I contenuti fatti dalla e con l’intelligenza
artificiale devono essere «marcati», cioè etichettati e segnalati.
La
seconda premessa.
Il
principio appena esposto vale a maggior ragione per i contenuti informativi e
di pubblico interesse.
In questo caso alle esigenze di trasparenza si
associano quelle legate al principio di responsabilità.
Nel
modello di democrazia rappresentativa e nell’era della polarizzazione delle
posizioni assunte è molto importante indicare ai cittadini/elettori chi crea
contenuti politici, chi li approva, chi li controlla, chi ne risponde.
Ciò,
per evitare che il falso e il verosimile trionfino sul vero e che si
indebolisca il credo nei confronti dell’autenticità dei messaggi.
Il
patto tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein è un segnale incoraggiante.
Un
segnale che non va sottovalutato.
La
premier ha più volte affrontato pubblicamente il tema dell’uso
dell’intelligenza artificiale, tanto da averne fatto un argomento centrale al
G7 del 2024 tenutosi in Puglia.
A
maggio scorso il Presidente del Consiglio aveva definito i deepfake strumenti
pericolosi poiché capaci di manipolare la realtà, di arrecare danni nei
confronti di molte persone, soprattutto di quelle più indifese.
Si era
detta preoccupata per le diverse forme di ingerenza nelle elezioni e nei
processi democratici.
La
Meloni aveva anche denunciato la diffusione sui social di una falsa immagine
generata dall’AI, nella quale il suo volto era stato inserito sul corpo di una
donna in abbigliamento intimo.
La
settimana scorsa è stato compiuto un ulteriore passo in avanti.
La
segretaria del Pd, intervistata dal Foglio, ha affermato che in vista della
campagna elettorale tutte le forze politiche dovrebbero impegnarsi a non usare
l’intelligenza artificiale per attribuire agli avversari fatti ed opinioni
inventati.
Parole
accolte subito dalla stessa Meloni.
È nato così quello che, mediaticamente, è
stato definito come «patto di non belligeranza digitale».
L’appello
che facciamo, attraverso le colonne della Gazzetta del Mezzogiorno, è che tutte
le forze politiche aderiscano ora a questa intesa, agendo di conseguenza e
dimostrando di avere a cuore un problema, non sempre considerato dalla politica
in tutta la sua pericolosità sociale.
Allargando
l’analisi, è utile ricordare che molti algoritmi delle piattaforme social e dei
motori di ricerca agiscono in direzione del meccanismo definito dalla
letteratura scientifica “confirmation bias”, ovvero pregiudizio di conferma.
Si
tratta di una sorta di distorsione cognitiva che opera in tre modalità:
consultazione solo di quelle fonti che confermano gli utenti nelle opinioni da
loro espresse; produzione di un significato sempre favorevole alle proprie
idee, anche quando le prove non sono certe; tendenza a ricordare con più
facilità gli episodi che ci danno ragione, anziché quelli che ci smentiscono.
In seguito alla raccomandazione algoritmica solo di certi contenuti, si formano
anche echo chamber o camere dell’eco.
Aggiungendo
sovrapposizioni e sostituzioni di volti, corpi, voci risultano ancor più
evidente i fattori di rischio.
I
deepfake si basano su una tecnologia denominata GAN: rete generativa avversaria.
Competendo
tra di loro, le reti neurali (una è quella che genera, l’altra è quella che
discrimina) creano situazioni false o verosimili.
Va
altresì precisato che mentre i primi deepfake erano di bassa qualità e quindi
più facili da individuare, oggi è molto più complicato per l’utente accorgersi
del ricorso a queste modalità di alterazione della realtà rappresentabile.
Ed ora
alcuni episodi, a titolo esemplificativo.
Ad
inizio 2024 gli elettori del New Hampshire ricevettero una chiamata da parte di
una voce pre-registrata che si spacciava per l’allora Presidente degli Stati
Uniti, Joe Biden.
L’intento
era quello di scoraggiarli dal votare alle primarie democratiche.
In
quel caso fu anche falsificato l’ID del chiamante, affinché chi parlava fosse
visualizzato come il capo della Casa Bianca.
Video
con finti Musk, Luxon e Trudeau (rispettivamente Primo Ministro neozelandese e
canadese) furono fatti girare per promuovere criptovalute e truffare gli
investitori.
Un
giorno di due anni e mezzo fa, infine, il preside di una scuola di Baltimora si
svegliò e trovò in rete un audio con la sua falsa voce: incitava
all’antisemitismo e al razzismo.
Ci sono voluti alcuni mesi prima di accertare
che ad aver architettato il tutto era stato un suo dipendente su cui egli stava
indagando per furto di danaro scolastico e per scarso rendimento.
A
parte prescrizioni e sanzioni giuridiche, è importante ricorrere a programmi di
“AI literacy”:
acquisire
conoscenze e competenze per un uso consapevole dell’intelligenza artificiale è
quanto mai necessario.
La formazione farà il suo corso.
La
politica tutta, intanto, dia il buon esempio.
Come
mai cresce il consenso di Meloni?
I tre
piani su cui gioca la premier.
Strisciarossa.it
– (20 Novembre 2025) - Politica - Michele Ciliberto – Redazione – ci dice:
È un
fatto: dopo tre anni il governo presieduto da Giorgia Meloni continua ad avere
lo stesso consenso anzi, per certi aspetti, l’ha un po’ incrementato.
Molti si chiedono come questo sia possibile,
tenendo conto che il governo non ha fatto niente di particolarmente notevole o
di significativo per la società italiana, salvo alcuni provvedimenti come il
decreto sulla sicurezza o l’intervento sulla separazione delle carriere dei
giudici.
Tutti provvedimenti tipici della destra, che
non sembrerebbero tali da far conservare o addirittura incrementare il
consenso.
È
stato anche osservato da parte di alcuni che un elemento che può aver
rafforzato il governo è rappresentato dalla politica estera, nella quale la
Presidente del Consiglio si è molto impegnata, configurandosi come un anello di
congiunzione fra l’Europa e l’attuale presidente degli Stati Uniti d’America.
Lo ha fatto, e anche questo è un punto da
sottolineare, in nome di quello che chiama Occidente.
Vorrei
provare a capire perché questo accada, guardando da un lato ai comportamenti e
all’azione della Presidente del Consiglio, dall’altro agli atteggiamenti e alle
scelte dell’opposizione.
La
Presidente del Consiglio dei ministri è una notevole professionista della
politica, capace di prepararsi e di organizzarsi quando sia necessario in
maniera seria e rigorosa, cercando di non lasciare nulla al caso e quindi di
controllare tutto ciò che è possibile controllare in un mondo in continua
trasformazione qual è il nostro.
Sviluppa
la sua azione su tre piani.
Il
pensiero magico che seduce più e meglio di Berlusconi.
Il
primo riguarda i rapporti che costruisce con il suo elettorato, con il suo
popolo.
Anzi,
bisognerebbe dire con i suoi spettatori.
Da
questo punto di vista niente di nuovo.
La
trasformazione delle masse in spettatori nel XX secolo è un fatto che in Italia
risale a Berlusconi;
è uno
degli effetti più significativi di quello che si chiama populismo.
Si
rompe il rapporto fra governati e governanti; viene meno la partecipazione;
gli
elettori vengono trasformati in spettatori.
Giorgia
Meloni, però, fa un ulteriore passo rispetto alla lezione di Berlusconi, riesce
a vincolare i suoi seguaci in un rapporto che non si costituisce attraverso
argomenti di carattere razionale, ma coinvolge soprattutto il piano del
sentimento, delle passioni, delle emozioni.
Non si
usa a caso il termine vincolare:
è
proprio della tradizione magica ed è stato oggetto di importanti opere,
specialmente nel Cinquecento.
Il capo politico è un mago che riesce a
vincolare i suoi seguaci agendo sugli strati più profondi della loro
personalità, in una relazione che coinvolge il piano delle emozioni, delle
passioni, non la dimensione della ragione.
È,
appunto, come ho detto, la funzione della magia come struttura fondamentale
dell’azione e dell’operare politico.
Come
spiegano i trattati sull’argomento, il mago per ottenere questi risultati deve
saper usare una pluralità di strumenti:
la parola, il corpo, il suono…
Una
delle qualità principali della Presidente del Consiglio è riuscire a vincolare
il popolo, gli elettori, proprio con gli strumenti che hanno a che fare con la
costituzione di un vincolo di tipo magico, non razionale.
Vanno
quindi considerate senza sufficienza o ironia le sue performance:
il
gesto delle mani alzate verso il cielo, il balletto che ha fatto recentemente a
Napoli concludendo la campagna elettorale, le grida che caratterizzano spesso i
suoi comizi, le movenze del volto (le ‘faccette’ spesso citate da Dagospia).
Sono tutti mezzi che contribuiscono
consapevolmente al successo del vincolare, spingendo il vincolato nella rete
del vincolante, creando tra l’uno e l’altro un legame che prescinde dal
confronto di tipo razionale. Per il mago il vincolo dei vincoli è l’amore.
La potenza del vincolo sta appunto in questo:
il
seguace segue il capo che lo ha vincolato perché questi è riuscito ad agire
sulle sue emozioni, sulle sue passioni, sugli strati più profondi della sua
personalità.
Questo
è il passo ulteriore che la Meloni ha fatto rispetto a Berlusconi. Qui il
rapporto tra il capo e gli adepti si risolve in ultima analisi in un vincolo di
tipo magico, prerazionale, e diventa in questo modo infrangibile.
Non può esserci dunque alcuna crisi, nessuna
emergenza in grado di spezzare questo vincolo, perché il nesso fra il capo e i
suoi seguaci è costituito su un altro livello, che non ha a che fare con il
confronto pubblico di carattere razionale.
Il
vincolo può essere spezzato solo da un mago più forte, più potente, che riesce
a vincolare i seguaci a un livello più profondo.
I seguaci, gli elettori, sono dunque inseriti
in un contesto di tipo diverso, che li trasforma in componenti di una comunità
di vita fondata sul vincolo.
Si va
oltre la politica come spettacolo di cui è stato maestro Berlusconi.
Il
movimento continuo e la capacità di trasformismo.
C’è
poi un secondo elemento che caratterizza l’azione della Presidente del
Consiglio, ed è il suo costante trasformismo – un carattere proprio della
storia italiana.
Colpisce
lo stupore di tanti analisti rispetto alle posizioni che ha preso in politica
estera oppure sulla recente legge di bilancio.
Pensavano
di trovare la Meloni schierata in un senso e la vedono invece da un’altra
parte, con la possibilità di ritrovarla al punto di partenza, in un movimento
continuo.
Questo
trasformismo – gestito con straordinaria professionalità – è uno dei tratti più
forti della personalità di Giorgia Meloni, capace di far apparire corrente,
ordinario, scontato un percorso segnato da svolte, scarti, mutamenti di rotta
anche clamorosi.
Ma, e
con questo vengo al terzo punto, questo trasformismo ha un punto di riferimento
fermissimo, in cui consiste, oltre gli scarti, la coerenza della Meloni:
la
conquista del potere, il mantenimento a qualunque costo del potere. Si potrebbe
usare la vecchia battuta:
Dio –
cioè il popolo – me l’ha dato, guai a chi lo tocca.
Il
mantenimento a qualunque costo del potere.
Questo
potere non è però neutro, tutt’altro, è imperniato su quelli che sono i
caratteri fondamentali della destra italiana, della sua storia, di ciò che è
divenuta.
Da
questo punto di vista quel trasformismo si connette a una sostanziale fedeltà a
sé stessa di Giorgia Meloni, mai venuta meno a quelli che sono i princìpi della
sua formazione e storia politica.
E, come si è detto, questa fedeltà viene
inserita e rafforzata a sua volta in quel vincolo che caratterizza il rapporto
con il suo popolo, e che diventa il luogo di un reciproco riconoscimento che
non potrà certo essere scalfito da una crisi, da un’emergenza.
Quel tipo di vincolo, proprio perché tocca
passioni, emozioni, è assai più forte delle dinamiche politiche – nel bene e
nel male.
E
l’opposizione cosa dovrebbe fare?
Cosa
dovrebbe fare l’opposizione in una situazione di questo tipo? Costruire vincoli
diversi, alternativi?
No,
non è questa la strada.
Deve
applicare una strategia opposta:
contrastare
e smascherare quel vincolo, cercando di spostare il contrasto politico dal
piano delle passioni e delle emozioni a quello del confronto razionale.
Non è
facile, perché uno degli altri meriti della Meloni è di riuscire a impedire che
intorno ai problemi che si aprono nel suo governo si costituisca una
discussione, un confronto reale, di tipo razionale.
Lo blocca in radice.
E
perciò non concede conferenze stampa, consapevole che potrebbero essere un
luogo di crisi e di smascheramento delle sue politiche, indebolendo il vincolo
che ha con il suo popolo, con i suoi elettori. Sottrarsi al confronto pubblico è una
strategia costante della Meloni.
Del
resto in questo consiste la differenza tra sapere magico e scienza moderna:
il
primo è privato, per gli eletti, il secondo è pubblico, per tutti.
Si
sottrae alle conferenze stampa certo anche per ansia, per timore, ma
soprattutto perché è consapevole che il mondo ‘magico’ di cui è “artifex
principale”, in quelle occasioni, può essere costretto a un confronto razionale
e smascherato.
Smascherare
e incrinare il vincolo è possibile, soprattutto in un modo: con quella che una
volta si chiamava critica dell’ideologia.
Oggi la sinistra è diventata parte dello
spettacolo generale senza riuscire a intaccare, come abbiamo visto, il consenso
intorno alla Meloni.
Né lo
intaccherà mai finché la critica alla Meloni verrà fatta attraverso
trasmissioni televisive che fanno capo variamente all’opposizione.
Come
si vede dai sondaggi elettorali, non hanno nessuna funzione effettiva se non di
dare materiali alla Meloni per rafforzare il vincolo con i suoi seguaci.
Cosa
bisogna dunque fare in questa situazione?
L’ho
detto, critica dell’ideologia:
cioè,
in questo caso, mettere al centro i problemi della società italiana con grandi
inchieste sulla sanità, sul lavoro, sulla scuola, sull’educazione…
Cosa
sta accadendo in Italia, come si sta trasformando l’Italia?
Questo è il problema, e andrebbe affrontato
con ricerche analitiche, precise, che siano in grado finalmente di uscire dalla
rappresentazione magica e vedere cosa c’è dietro la maschera.
Insomma,
ci vorrebbe un lavoro di ricerca che scendesse nella sostanza delle cose, nella
realtà quale è.
E di
questo dovrebbero occuparsi le trasmissioni televisive e anche i giornali che
si riferiscono all’opposizione.
Perché
la destra si è scatenata così tanto contro Ranucci e Report? Perché è l’unica
trasmissione che fa un lavoro di questo tipo, di smascheramento delle forme del
potere e quindi di incrinatura del vincolo.
È
questo che bisogna fare con ostinazione, altro che discutere su chi deve
diventare Presidente del Consiglio.
Se non
si fa questo, la Meloni continuerà a ‘sgovernare’ (direbbe La Malfa) questo
Paese per molto tempo.
Le
politiche, si sa, hanno bisogno di uomini che le sappiano interpretare, di
leader, come si dice oggi, ma da questo punto di vista lo spettacolo di fronte
ai nostri occhi è piuttosto misero.
Ci
dovremmo anche chiedere perché il capo dell’opposizione sia continuamente
criticato e attaccato anche in quelle trasmissioni che dovrebbero essere più
consentanee con lei.
Certo,
la sinistra è sempre stata capace di farsi del male da sola.
Ma
anche un «putto abecedario» saprebbe che l’insistenza quotidiana sul fatto che
non c’è un’opposizione, che la sinistra si è dimenticata dell’Italia e via di
questo passo fa solamente il gioco della Meloni, danneggiando le prospettive
del cambiamento.
Eppure,
ci sono cose su cui gli esponenti della sinistra dovrebbero riflettere.
Come
mai la Meloni ha deciso in queste ore di sferrare un duro attacco al presidente
della Repubblica?
Proprio
perché Sergio Mattarella, con la sua autorità politica e morale, intervenendo
sulle questioni più delicate aperte nel mondo – soprattutto in tema di guerra e
pace – mette a nudo la debolezza della presidente del Consiglio, le ricorda i
punti di crisi della società italiana e svela la fragilità di quel “vincolo
magico” di cui abbiamo parlato.
Le
forze dell’opposizione dovrebbero imparare, ma non andando a lezione da un
mago: studiando un buon manuale di politica.
(Michele
Ciliberto).
Meloni
e Piantedosi fanno passerella in Val Susa.
Ma
loro sono al governo
o
all’opposizione?
Strisciarossa.it – (27 Luglio 2026) - Pietro
Spataro – Redazione – ci dice:
Certo,
così è facile stare al governo.
È
facile rivendicare quello che va bene, anche se è poco, con tanto di banda
mediatica dei tg e dei giornali schierati e scaricare sull’opposizione tutto
quello che va male.
Sono
quasi quattro anni (per la precisione milletrecento settantaquattro giorni,
mica uno) che Giorgia Meloni è al governo e ancora si comporta come se, pur
governando, stesse all’opposizione.
Lo ha fatto sempre, dall’economia ai temi del
lavoro, dalla politica estera alla sanità:
sempre colpa di quelli che c’erano prima
perché, come è noto a tutti, in questo Paese la sinistra ha governato
ininterrottamente dal dopoguerra fino al 2022.
Ora
però c’è un salto di qualità.
L’uso propagandistico della cronaca a fini di
partito costituisce un passo avanti nello scontro politico.
Lo
rende più aspro, feroce, spregiudicato.
Non
solo, l’aggressività espressa in queste settimane avvelena lo spirito pubblico
e in questa operazione di delegittimazione viene colpita al cuore la dialettica
politica democratica.
Si
introduce il virus della falsificazione che aggredisce il corpo fragile della
nostra democrazia.
Ancora:
viene dismesso il senso di responsabilità, lo spirito di servizio, il ruolo
istituzionale super partes che dovrebbe caratterizzare chi, da vero statista,
ricopre ruoli centrali nell’organizzazione dello Stato.
In
questo modo avviene un pericoloso scivolamento della democrazia verso una
premier-crazia in cui il titolare non solo decide su tutto, ma assolve o
condanna con arbitrio.
Giorgia
Meloni e Matteo Piantedosi sono andati in Val di Susa.
La
giornata di ieri ci ha riservato l’ennesima puntata di questo nuovo modo di
(non) assumere la responsabilità di governo.
La presidente del consiglio e il ministro
dell’Interno sono volati a Chiomonte per verificare di persona i danni
provocati dagli “incappucciati” che domenica scorsa hanno devastato un cantiere
della Tav e ferito decine e decine di poliziotti intervenuti per fermarli.
Da lì
i due importanti esponenti di governo hanno mandato un nuovo avviso ai
magistrati:
si
faccia il massimo perché lo Stato non può tollerare questi violenti.
Ora,
può anche andare bene che Meloni e Piantedosi facciano il loro bel sopralluogo,
mica vogliamo negargli una passerella.
Ma non
va affatto bene che scarichino sulla magistratura i loro fallimenti.
Non va
affatto bene che una presidente del consiglio che governa da quattro anni e
cinque decreti sicurezza e un ministro dell’Interno che è il responsabile
principale della tenuta dell’ordine pubblico facciano la loro comparsata tra le
macerie come fossero due passanti.
Chi
avrebbe dovuto fermare quei violenti prima che si incappucciassero e facessero
fuoco e fiamme?
Chi
avrebbe dovuto, tramite i servizi, sapere prima quello che si stava preparando
e impedire che accadesse?
Chi
sarebbe dovuto intervenire per garantire il pacifico svolgimento di una
manifestazione di dissenso nei confronti di un’opera così divisiva? Dov’era il
ministro dell’Interno mentre quei violenti riuscivano a sfuggire al contrasto
degli agenti?
E chi avrebbe dovuto fare tutte queste cose
anche a Bologna prima che un gruppetto di violenti bruciasse auto e
distruggesse le vetrine?
Lo
avrebbe dovuto fare Elly Schlein?
O Giuseppe Conte?
O
Nicola Fratoianni?
O
Angelo Bonelli?
Oppure
davvero, questi signori che governano opponendosi, pensano che sia tutta colpa
del sindaco “Matteo Lepore” che ha semplicemente fatto il suo dovere civico
convocando una manifestazione pacifica e democratica?
Non si
può mistificare la realtà. Da che mondo è mondo chi è al governo si assume gli
onori e gli oneri.
E
l’onere di governare, quindi di sapere intervenire anche per garantire la
libertà dei cittadini, non si può esercitare solo nel taglio dei nastri.
Dunque:
Giorgia
Meloni, i suoi ministri e i suoi fedeli di partito – quelli che dagli schermi
dei tg intonano ogni giorno l’Ave Giorgia – la smettano di accusare la sinistra
che sul tema della violenza e del terrorismo può dare lezione a chiunque, come
sa chi ha studiato un po’ di storia recente.
E si assumano le loro responsabilità.
Come
diceva una cara amica quando ci si lamentava per un incarico che diventava
troppo oneroso:
hai
voluto la bicicletta? Beh, allora pedala.
Avete
voluto il governo? Beh, allora governate.
E
smettetela di fare l’opposizione all’opposizione.
(Pietro
Spataro).
Perché
vogliamo una politica
sempre
più autoritaria?
Lucysullacultura.com
– (17 Marzo 2026) -Vittorio Lingiardi (cover) e Tommaso Boldrini – Redazione –
ci dicono:
(lucysullacultura.com/perche-vogliamo-una-politica-sempre-piu-autoritaria.)
Negli
ultimi anni la fiducia nella democrazia è calata in molti paesi occidentali,
mentre cresce l’attrazione per leader e soluzioni autoritarie. Una possibile
chiave di lettura arriva dalla psicoanalisi: la “posizione schizo-paranoide”
descritta da “Melanie Klein”, che semplifica il mondo in buoni e cattivi e
rende più seducente la promessa di protezione dei leader forti.
Per
anni la scienza politica ha dato quasi per scontato che, una volta
“consolidata”, la democrazia avrebbe resistito.
Qualche anno fa, i politologi “Roberto Stefan
Foa” e “Jascha Mount” hanno invece proposto una lettura inquietante:
il
de-consolidamento democratico, un processo graduale di distanziamento emotivo
dalla democrazia, crea i presupposti per un’apertura verso soluzioni
autoritarie e rafforza tensioni antisistema. Alcuni numeri sembrano raccontare
questa febbre:
nei
paesi ad alto reddito monitorati dal “Pew Research Center” la soddisfazione per
il funzionamento della democrazia è scesa dal 49% al 35% in otto anni, toccando
nel 2024 un minimo storico senza inversioni di tendenza.
In Italia, il 30% degli intervistati ritiene
che le autocrazie siano più adatte allo “spirito dei tempi” (Censis, 2025); tra
i giovani europei, il 21% dichiara che in determinate circostanze (non meglio
specificate) preferirebbe forme di governo autoritarie (YouGov per Fondazione
TUI, 2025).
Sul
piano elettorale, dall’estate scorsa, per la prima volta nella storia
contemporanea, partiti di destra radicale e populista guidano simultaneamente i
sondaggi nelle tre maggiori economie europee (Alternative far Deutschland in
Germania, Rassemblement National in Francia e Riforma UK nel Regno Unito),
mentre i partiti tradizionalmente associati alla riduzione delle disuguaglianze
mostrano segni di sofferenza.
Ed
ecco il paradosso:
perché
persone che avrebbero molto da guadagnare da politiche di giustizia economica,
civile e climatica sostengono politici che riducono tutele e strumenti di
rappresentanza?
Abbiamo
provato a mettere in dialogo teoria psicoanalitica, analisi del linguaggio e
psicologia politica per spiegare come alcuni stili comunicativi e
configurazioni motivazionali siano riconducibili a modalità collettive di
funzionamento mentale che la psicoanalista Melanie Klein definirebbe “posizione
schizo-paranoide”.
Lungi
dal voler patologizzare parte dell’elettorato con formule altisonanti, è bene
ricordare che la posizione schizo-paranoide, tipica della prima infanzia e
riattivabile in età adulta, è la dinamica più immediata con cui la mente
organizza l’esperienza interna di ciò che percepisce del mondo in termini di
minaccia e sentimenti di angoscia.
Si
definisce “schizo” perché l’esperienza di sé e del mondo esterno viene
rigidamente scissa nei suoi aspetti buoni (fonti di amore e soddisfacimento) e
cattivi (fonti di frustrazione e ostilità).
L’aggressività
e la frustrazione vengono canalizzate e proiettate verso uno o più “oggetti”
esterni — una persona, un gruppo di persone, un’entità, un ideale.
Da qui il termine “paranoide”, che rimanda
alla centralità dell’angoscia persecutoria generata da questa proiezione:
la
paura di un’invadente malevolenza esterna vissuta come minaccia esistenziale.
È il
modo in cui la mente si organizza quando la complessità diventa intollerabile:
scindere il mondo in buoni e cattivi
semplifica e protegge dall’esperienza, più faticosa, di riconoscere che la
realtà è ambivalente, complessa, contradditoria.
Sarà invece definita “depressiva” la posizione
che porta il soggetto a integrare in una visione più articolata e coerente i
diversi aspetti, precedentemente scissi, delle realtà esterna e interna.
Ma proprio i suoi limiti evidenti –
l’incapacità di cogliere ed elaborare le sfumature e le ambivalenze – rendono
la posizione schizo-paranoide una sceneggiatura potentissima:
“C’è un oggetto malevolo che cerca di
distruggermi, e io lo odio e cerco di distruggerlo;
c’è
anche un oggetto buono che mi ama e mi protegge, che io a mia volta amo e
proteggo.”
Non a
caso, questa struttura narrativa ritorna nel gioco infantile e nelle favole, in
molte religioni, nella retorica dei totalitarismi e, sempre più spesso, nel
linguaggio politico.
Studi
empirici mostrano come la retorica più conservatrice utilizzi una struttura
iper-semplificata e polarizzante (“noi/loro”), con accostamenti ripetuti di
sostantivi e aggettivi marcatamente positivi e negativi, in una progressiva
“moralizzazione” del conflitto.
È
stato rilevato che il livello scolastico necessario per comprendere i discorsi
di Donald Trump corrisponde alla quarta elementare americana (9-10 anni),
contro la terza media per Bush e Obama.
Questo
riflette scelte sintattiche e lessicali precise:
frasi
brevi, prive di subordinate e coordinate, al servizio di idee elementari
caratterizzate da forte tonalità emotiva.
Trump
affianca termini positivi per elogiare sé stesso e i propri elettori, a termini
negativi per definire gli altri, spesso affiancati da avverbi intensificatori (veri,
Absolute, reali).
Con un
uso insolitamente frequente di pronomi personali, costruisce un “io e noi”
definito in opposizione a un “loro” nebuloso, che assume la forma di nemici
persecutori che popolano sistematicamente i suoi discorsi — immigrati
clandestini che “invadono”, “uccidono”, “attaccano” e “stuprano”; avversari
politici demonizzati con soprannomi offensivi (Hillary la corrotta, Kamala la
bugiarda, Nancy la pazza).
Il
lessico della minaccia (punizione, invasione, attacco) organizza la coesione
identitaria attorno a dinamiche di tipo attacco-fuga, idealizzando l’In Group e
il suo leader come chi lotta per la sopravvivenza contro un nemico esterno.
Alla
conferenza CPAC del marzo 2023, Trump ha reso questa retorica ancora più
esplicita: “Questa è la battaglia finale. O vincono loro o vinciamo noi. E se
vincono loro, non avremo più un paese”. Autoproclamandosi “guerriero” e
“vendicatore” per chi è stato “danneggiato e tradito”, ha adottato — come ha
osservato lo storico Thomas Legadue — un linguaggio calibrato per un pubblico
evangelico abituato alla guerra spirituale.
La
strategia di presentare gli avversari come minacce esistenziali è sistematica
nella retorica dell’estrema destra: “popolo buono” contro “élite corrotte” e
“altri pericolosi”, amplificata da linguaggio iperbolico e drammatico.
Un
esempio estremo di questi meccanismi di attribuzione è riscontrabile nelle
teorie complottistiche, che rendono visibile la logica schizo-paranoide in
forme socialmente condivise e attivamente incorporate nel discorso politico.
Secondo
la” teoria cospirazionista QAnon”, una cabala segreta di pedofili satanisti —
Partito Democratico, magnati di Hollywood, figure dell’alta finanza —
controllerebbe le istituzioni globali, e solo Trump, investito di una missione
messianica, starebbe combattendo per smascherarla.
Media Matter
ha identificato 45 candidati repubblicani al Congresso che avevano promosso
teorie QAnon;
un
sondaggio del 2022 stimava che circa il 16% degli americani aderisce alle
credenze del movimento.
La teoria del Great Re placement sostiene che
le élite occidentali orchestrino deliberatamente l’immigrazione di massa per
rimpiazzare etnicamente e culturalmente le popolazioni bianche fino alla loro
estinzione.
Trump
ha alluso più volte a questa teoria e un sondaggio ha rilevato che è almeno
parzialmente condivisa dal 61% dei suoi elettori.
La
ricerca conferma che le credenze complottistiche rispondono a bisogni
psicologici profondi — epistemici (ridurre l’incertezza), esistenziali
(recuperare un senso di controllo) e sociali (proteggere l’immagine del proprio
gruppo) — e tendono a formare sistemi di credenze auto-sigillanti, in cui
l’assenza di prove viene spiegata con ulteriori complotti.
Queste
dinamiche hanno conseguenze misurabili persino sulla salute della popolazione.
Una
review su «Nature Medicine» ha argomentato che la polarizzazione politica
costituisce un determinante della salute a pieno titolo, al pari di reddito,
istruzione e accesso alle cure.
Durante
la pandemia di COVID-19, negli Stati Uniti, gli elettori repubblicani hanno
registrato un tasso di mortalità del 43% superiore a quello degli elettori
democratici, conseguenza diretta del rifiuto di vaccinazioni e misure sanitarie
divenute marcatori di identità partigiana.
Robert
F. Kennedy, attivista “no-vax” scelto da Trump per guidare il “Dipartimento
della Salute”, ha giustificato il proprio rifiuto delle precauzioni sanitarie
durante la pandemia dichiarando:
“Non
ho paura dei germi. Sniffavo cocaina dalle tavolette del water”, mostrando come
l’esperienza personale di trasgressione può diventare credenziale di autorità,
e le evidenze scientifiche e i dati di realtà si perdono nella narrazione
identitaria.
Torniamo
al paradosso da cui siamo partiti:
elettori
che agiscono contro i propri interessi.
In questa configurazione psichica, il sostegno
a opzioni autocratiche dipende da uno spostamento psicologico e motivazionale:
quando
l’esperienza politica è organizzata in termini di minaccia esistenziale e
conflitto tra bene e male, la ricerca di protezione identitaria e la
neutralizzazione del “nemico” prevalgono su valutazioni costi–benefici,
rendendo accettabili anche perdite materiali – mancata assistenza sanitaria,
precariato, svantaggio economico.
Si
viene così a configurare una dimensione che potremmo definire di “masochismo
politico”.
Essere masochisti politici significa accettare
i limiti imposti da una delega all’autoritarismo per sottrarsi alla fatica
della complessità.
Se i
valori democratici richiedono pluralismo ed equilibrio, in un assetto
schizo-paranoide l’ambivalenza diventa intollerabile:
la motivazione principale diventa la
sopravvivenza e la sicurezza (fisica, culturale, simbolica).
L’autoritarismo esercitato da leader “forti”
diventa una forma di protezione di fronte alla quale tutele e mediazioni
istituzionali possono essere sacrificate.
Qualsiasi
compromesso (essenziale alla democrazia) appare come collusione o debolezza.
Roberto
Vannacci, parlando del suo nuovo partito “Futuro nazionale” ha affermato:
“Esiste
una parte viva, vasta e profonda della cittadinanza che non si riconosce più in
una dialettica timida, fatta di tinte spente e volti smorti, di braccia basse e
calici annacquati, di linguaggi misurati e vie di mezzo.”
La
componente irrazionale del consenso politico non è un fatto nuovo. Un secolo
fa, “Freud” descriveva la psiche collettiva come incline all’illusione,
dominata da emozioni inconsce e bisognosa di consegnarsi a guide autoritarie.
Ma c’è
un elemento inedito che amplifica strutturalmente queste dinamiche:
l’ecosistema digitale.
Il
superamento della democrazia è un obiettivo esplicitamente dichiarato da parte
della “tecno destra” americana, espressione di una convergenza tra libertarismo
economico e potere di quelle infrastrutture digitali che possono essere (e
sono) utilizzate come strumento di eccezionale efficacia per influenzare
attitudini politiche e consenso elettorale.
Gli algoritmi di raccomandazione premiano
infatti contenuti ad alto ingaggio emotivo, che attivano prevalentemente ansia,
indignazione e paura.
La
personalizzazione produce bolle informative e rafforza logiche
schizo-paranoidi:
idee e identità si polarizzano, la
semplificazione emotiva viene premiata e la complessità integrativa scoraggiata
— a vantaggio di pochi e a costo di molti.
Il
controllo privato delle piattaforme digitali determina chi ha voce nello spazio
pubblico globale, utilizzando un megafono in grado di amplificare anche certe
irrazionalità dell’opinione pubblica.
Oggi “X” di Elon Musk è diventata una
piattaforma chiave per la comunicazione istituzionale, nonostante — come ha
affermato l’europarlamentare “Alexandra Gees” (negoziatrice del Digital
Services Act) — dalle elezioni in Germania, Polonia e Regno Unito emergano
“evidenze crescenti” di una distorsione algoritmica della visibilità politica
che favorirebbe attori di estrema destra e filo-Putin.
La
“trumpizzazione” di Meta è altrettanto evidente.
Nel
gennaio 2025, Zuckerberg ha nominato presidente Dina Powell McCormick — già
vice consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, che ha definito la nomina
“una scelta fantastica” — e assunto come capo degli affari legali Joel Mahoney,
ex funzionario commerciale della prima amministrazione Trump.
Per
quanto riguarda TikTok, Bernie Sanders ha denunciato che la principale
“macchina che influenza” le attitudini politiche dei giovani americani — il 43%
degli under 30 riceve regolarmente notizie da TikTok, più che da qualsiasi
altro social — sarebbe recentemente passata dal controllo del governo cinese a
quello di un gruppo di miliardari politicamente allineati con il presidente
degli Stati Uniti.
A complicare ulteriormente le cose, l’agenda
della tecno-destra americana presenta una convergenza con gli obiettivi
strategici della guerra ibrida condotta dalla Russia contro le democrazie
occidentali.
Il
rapporto 2025 dell’”Europea Esterna Action Service” sulle minacce di
manipolazione e interferenza informativa straniera ha documentato
un’infrastruttura digitale massiccia — almeno 38.000 account su 25 piattaforme
diverse, operazioni in 90 paesi — utilizzata dalla Russia per erodere la
fiducia nelle istituzioni democratiche, nelle alleanze occidentali e nel
sostegno all’Ucraina.
Come
ha osservato la storica e sociologa Marlene Laurelli, l’Illuminismo oscuro — la
corrente neo- reazionaria che ispira figure come Thiem, Musk e Vance — funziona
come ponte ideologico tra il non liberalismo americano e quello russo, entrambi
implicati nel processo in corso di de-consolidamento democratico.
Contrastare
il de-consolidamento democratico richiede innanzitutto una regolamentazione più
incisiva dell’ecosistema digitale.
Alcune proposte europee di costruire
alternative sovrane alle piattaforme digitali, di regolamentare l’accesso ai
minori e di criminalizzare la manipolazione algoritmica di quelle esistenti,
sembrerebbero muoversi nella direzione corretta.
Ammesso
sia ancora possibile ristabilire un ecosistema informativo non alterato da
interessi privati, la fragilità stessa della posizione schizo-paranoide offre
un’opportunità: proprio perché la scissione è un assetto instabile e mutevole,
la direzione della polarizzazione può essere capovolta.
Gli “Epstein
files” offrono un caso istruttivo di come il meccanismo complottistico possa
ritorcersi contro chi lo alimenta.
Per
anni, “QAnon” aveva assegnato a Trump il ruolo di eroe destinato a smascherare
la cabala di pedofili d’élite di cui Jeffrey Epstein sarebbe stato il nodo
centrale.
Ma i
documenti rilasciati nel 2025 hanno rivelato le sue stesse relazioni con
Epstein, provocando una reazione esplosiva nella base MAGA.
Come
ha osservato la «Columbia Journalism Review», “Trump si trova ora a
confrontarsi con le conseguenze di un ecosistema mediatico che ha inventato lui
stesso, fondato su teorie complottistiche frenetiche e distruttive del
consenso”.
Inoltre,
la rabbia sociale potrebbe essere canalizzata verso mete più vicine ai bisogni
della popolazione.
Una
rilevazione statistica basata su sondaggi raccolti in tre decenni del “Center
for Working-Class Politica” mostra che la classe lavoratrice statunitense è
diventata più progressista nel tempo – non solo sull’economia ma anche su
immigrazione, diritti civili e giustizia razziale. Eppure, negli stessi anni,
il suo voto si è spostato verso Trump:
nel 2012 Obama vinse tra gli elettori senza
laurea con il 51%;
nel
2024 Harris ha ottenuto appena il 43%.
Anche
la spiegazione di questo paradosso può attingere alla nostra analisi:
in assenza di una voce politica che nomini
esplicitamente il conflitto tra interessi delle classi lavoratrici e interessi
oligarchici, la scissione psichica viene catturata dalla destra populista, che
offre oggetti persecutori sostitutivi — gli immigrati, le élite culturali, lo
“stato profondo” — deflettendo la rabbia sociale lontano dalle sue cause reali.
Nel novembre 2025, il socialista democratico “Zoran Madani” ha vinto le
elezioni a sindaco di New York con un programma esplicitamente orientato alla
riduzione delle disuguaglianze:
congelamento
degli affitti, trasporto pubblico gratuito, assistenza all’infanzia universale
finanziata da una tassa sui milionari.
Secondo
i dati dell’exit poll NBC News/CBS, Madani è stato votato dal 10% degli
elettori trumpiani:
circa
60.000 voti di crossover da un presidente che aveva definito Madani “un
fanatico comunista al 100%.”
Si
tratta di elettori con un’autentica ferita narcisistica inflitta dal
declassamento economico e dalla perdita di diritti la cui rabbia – non ancora
cristallizzata in un’identità autoritaria permanente – potrebbe essere
canalizzata in quella che Bhaskar Sungari ha ipotizzato come una futura
possibile ascesa del “socialismo riformista”.
(Vittorio
Lingiardi).
(Vittorio
Lingiardi è psichiatra e psicoanalista. È professore ordinario di Psicologia
dinamica presso l’Università La Sapienza di Roma e senior research fellow
presso la Scuola Superiore di Studi Avanzati Sapienza. Collabora con
«Repubblica» e altre testate. Il suo ultimo libro è Farsi Male: variazioni sul
masochismo -Einaudi, 2025).
(Tommaso
Boldrini.)
(Tommaso
Boldrini è psicologo e psicoterapeuta. È professore associato di Psicologia
dinamica presso l’Università Pegaso e professore aggiunto al dipartimento di
psichiatria dell’università di Ottawa.)
Sondaggi
politici, ecco quale
leader
guadagna più consensi.
Mondoprofessionisti.it
– (29 ottobre 2025) - Termometro politico Money.it – Redazione – ci dice:
Solo
un leader può sorridere dopo le ultime intenzioni di voto.
Sondaggi
politici, ecco quale leader guadagna più consensi.
Come
abbiamo evidenziato nella nostra ultima analisi dei sondaggi politici, Fratelli
d’Italia è l’unico partito che può dirsi realmente soddisfatto dell’andamento
delle intenzioni di voto degli italiani.
La
“luna di miele” di Giorgia Meloni non accenna a finire:
gli italiani sembrano apprezzare il cambio di
narrazione della leader di Fratelli d’Italia, passata da una posizione di
rottura nei confronti delle istituzioni durante la sua lunga esperienza
all’opposizione a un ruolo oggi più rassicurante, quello di garante della
stabilità del Paese.
Non è
un caso, infatti, se il suo governo è già il terzo più longevo della storia
della Repubblica, merito anche dei risultati economici raggiunti confermati dal
giudizio positivo espresso dalle agenzie di rating, con lo spread in sensibile
calo nell’ultimo anno.
E
sebbene il consenso per Meloni sembri aver toccato una soglia di saturazione,
incapace dunque di attrarre nuovi elettori, i sondaggi politici continuano a
segnalare piccoli ma costanti guadagni per Fratelli d’Italia, che allunga così
il divario con le principali forze di opposizione, ancora incapaci di
recuperare terreno.
Una
situazione che dovrebbe preoccupare, in vista delle prossime elezioni, chi
sperava di insidiare il governo di centrodestra.
Né
Elly Schlein né Giuseppe Conte – appena riconfermato alla guida del Movimento 5
stelle – appaiono oggi in grado di invertire la rotta o di minacciare realmente
la leadership della maggioranza.
Non va meglio all’interno della coalizione di
governo, dove la Lega di Matteo Salvini resta stabilmente sotto la soglia del
10%, alternandosi con Forza Italia come seconda forza del centrodestra.
Tra i
leader che hanno più da temere dall’andamento dei sondaggi ci sono infine
Matteo Renzi e Carlo Calenda:
per
entrambi la soglia del 4% si allontana sempre di più.
Il
fallimento del progetto di un grande polo centrista rappresenta al tempo stesso
la causa e la conseguenza di una difficoltà crescente a ritagliarsi uno spazio
nella scena politica che conta.
Cosa
dicono gli ultimi sondaggi politici.
Nel
sondaggio SWG per il Tg La7 del 27 ottobre 2025, Fratelli d’Italia consolida la
propria leadership salendo al 31,2%, con un incremento di due decimi rispetto
alla settimana precedente e avvicinandosi al massimo storico rilevato dallo
stesso istituto di statistica nel gennaio 2023.
Il
partito di Giorgia Meloni si conferma quindi la forza trainante della
maggioranza, ampliando ulteriormente il vantaggio sul Partito democratico, che
arretra lievemente al 22%.
Prosegue
invece il momento difficile per il Movimento 5 stelle, che registra la
flessione più marcata della settimana e scende al 12,8%, confermando una fase
di calo costante.
Anche la Lega perde terreno e si ferma
all’8,2%, mentre Forza Italia cresce leggermente fino all’8,1%, mantenendo un
sostanziale equilibrio tra i due alleati di governo.
In
lieve ripresa anche Alleanza Verdi e Sinistra, che guadagna due decimi e
raggiunge il 6,8%.
Nel
fronte centrista, Azione e Italia Viva registrano entrambe un piccolo
progresso, salendo rispettivamente al 3,1% e al 2,5%.
Segno negativo invece per +Europa, che scende
all’1,6%.
Restano
stabili Noi Moderati e le altre liste minori, mentre cala di un punto la quota
degli indecisi e astenuti, ora al 30%.
Il
consenso bipartisan USA
verso
Israele sta crollando.
Serenoregis.org
– (23 Luglio 2026) - Dan Steinbeck – Redazione – ci dice:
Dopo
il genocidio di Gaza, il consenso bipartisan sui rapporti tra Stati Uniti e
Israele si sta sgretolando.
Con l’intensificarsi del dibattito giuridico,
le basi politiche del sostegno militare incondizionato degli Stati Uniti a
Israele stanno attraversando la crisi più grave degli ultimi decenni.
Per
decenni, il sostegno statunitense a Israele si è basato su uno dei presupposti
bipartisan più saldi di Washington:
che l’assistenza militare fosse
strategicamente necessaria e politicamente intoccabile.
Ma Gaza ha indebolito quel consenso.
I
critici ora considerano gli aiuti militari a Israele una strategia errata e un
bersaglio politico.
Il
cambiamento più evidente si è verificato all’interno del Partito Democratico.
Un
consenso bipartisan su Israele che sta crollando.
Spinti
dai cambiamenti demografici e nell’elettorato, dalle preoccupazioni umanitarie
a Gaza e dal conflitto ingiustificato con l’Iran, più di 100 deputati
democratici hanno recentemente sostenuto un emendamento volto a bloccare
miliardi di dollari di aiuti destinati a Israele, un allontanamento
straordinario dai precedenti schemi di voto.
La
leadership democratica alla Camera (incluso il leader della minoranza Hakeem
Jeffries) ha ufficialmente chiesto un «riassetto radicale» nelle relazioni tra
Stati Uniti e Israele.
Anche
gli sforzi del Senato volti a limitare i trasferimenti di armi hanno ottenuto
un sostanziale sostegno democratico, a testimonianza della crescente
preoccupazione per le vittime civili, il diritto internazionale e la
responsabilità degli Stati Uniti.
Anche
la coalizione repubblicana è meno unita rispetto al passato.
Sebbene
la maggior parte dei legislatori repubblicani continui a sostenere con forza
Israele, figure vicine al movimento MAGA, influenzate dall’anti-interventismo,
dalle priorità dell’«America First» e dallo scetticismo nei confronti degli
aiuti esteri, hanno messo sempre più in discussione gli impegni a tempo
indeterminato.
La
crescente opposizione all’interno del movimento MAGA nei confronti dei
trasferimenti di armi statunitensi ruota attorno a una profonda frattura
ideologica sull’interventismo estero.
L’ex
deputata della Georgia Marjory Taylor Greene ha lasciato la carica nel gennaio
2026 dopo un aspro scontro con il presidente Trump.
Sebbene
gran parte della base sostenga la politica estera del presidente Trump, una
fazione sempre più numerosa e influente — sostenuta da voci di spicco come
Tucker Carlson, Candace Owens e il deputato Thomas Massei — contesta il
proseguimento delle forniture di armi incondizionate.
Il
risultato è un nuovo panorama politico: i democratici tradizionalmente
filoisraeliani, i conservatori evangelici, i democratici progressisti, i
repubblicani libertari e i conservatori anti-interventisti affrontano ora la
questione partendo da premesse fondamentalmente diverse.
Il
dibattito non è quindi più semplicemente «filo-israeliano contro
anti-israeliano».
Riguarda
piuttosto la possibilità che gli interessi strategici degli Stati Uniti, il
diritto interno, gli obblighi internazionali e le preoccupazioni umanitarie possano
continuare a essere conciliati nell’ambito della politica attuale.
Dalle
polemiche politiche alle contestazioni legali.
Allo
stesso tempo, le iniziative legali che accusano funzionari statunitensi di
complicità o di non aver impedito presunte violazioni israeliane hanno spostato
il dibattito dalla sfera politica a quella dei tribunali, delle istituzioni
internazionali e delle questioni di responsabilità storica.
Il
dibattito giuridico si è sviluppato su diversi fronti.
Il
caso statunitense più significativo è stato “Defense for Children
International–Palestine contro Biden”, intentato da organizzazioni palestinesi,
residenti di Gaza e palestinesi-americani contro il presidente Biden, il
segretario di Stato Antony Blinker e il segretario alla Difesa Lloyd Austin,
per la loro presunta «mancata prevenzione e complicità nel genocidio in corso
contro Gaza».
Oltre
alle organizzazioni per i diritti umani, la causa è stata promossa da Josh
Paul, che si era dimesso dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti a causa
delle forniture di armi a Israele;
da “Lewis
Voice for Peace”; e da studiosi di genocidio e dell’Olocausto guidati dal
giurista internazionale William Schabs.
I
ricorrenti hanno sostenuto che fosse in atto un genocidio, o un grave rischio
di genocidio, nei confronti dei palestinesi a Gaza.
Hanno
inoltre affermato che gli Stati Uniti stanno violando i propri obblighi
previsti dal diritto internazionale di prevenire il genocidio e di non esserne
complici.
Tali
omissioni da parte degli Stati Uniti sono state considerate come un contributo
all’erosione delle «norme di diritto internazionale consolidate e ampiamente
riconosciute», tra cui la Convenzione sul genocidio e la Dichiarazione
universale dei diritti umani.
Il
caso Palestina et al. contro Biden et al. è stato respinto dal tribunale
statunitense con una sentenza in cui si affermava che «sebbene sia plausibile
che la condotta di Israele costituisca un genocidio», la politica estera degli
Stati Uniti era una questione politica su cui i tribunali non avevano
giurisdizione.
In una
decisione scritta, il giudice distrettuale statunitense Jeffrey White ha citato
con approvazione una precedente sentenza preliminare (emessa dalla Corte
internazionale di giustizia nel caso intentato contro Israele dal Sudafrica).
In
essa si riteneva che la condotta di Israele a Gaza potesse costituire un
genocidio e si ordinava a Israele di cessare di uccidere e ferire i
palestinesi.
Altre
iniziative includono campagne di sensibilizzazione e legali promosse da gruppi
come Democracy for the Araba World New (DAWN), che ha avvertito i funzionari
statunitensi che il proseguimento degli aiuti dopo essere venuti a conoscenza
delle presunte violazioni potrebbe sollevare questioni di favoreggiamento.
DAWN
ha chiesto alla Corte penale internazionale (CPI) di indagare su Biden, Blinker
e Austin per violazione degli articoli 25(3)(c) e (d) dello Statuto di Roma.
Tra
questi crimini figuravano quelli indicati nei mandati di arresto della Corte
penale internazionale nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin
Netanyahu e del suo ex ministro della Difesa Yoav Gallant.
È
interessante notare che la memoria presentata da DAWN ha ampliato la portata
della «responsabilità accessoria» includendo anche diversi altri funzionari
statunitensi.
Più
recentemente, DAWN e le organizzazioni alleate hanno contestato anche le misure
dell’amministrazione Trump volte a ostacolare le attività di sensibilizzazione
relative alla Corte penale internazionale.
Lo
studioso di genocidio William Schabs e altri esperti di diritto internazionale
hanno sostenuto la tesi secondo cui gli Stati terzi potrebbero essere ritenuti
responsabili se facilitano consapevolmente le atrocità.
Nei
principali media corporativi, queste rimangono interpretazioni giuridiche
controverse (seppur sempre più diffuse).
Tuttavia, queste ultime hanno esteso il
dibattito oltre i confini di Israele stesso, coinvolgendo gli Stati che
forniscono armi, protezione diplomatica o copertura politica.
La
responsabilità accessoria del gabinetto Biden.
I
critici dell’amministrazione Biden sostengono che la responsabilità non possa
essere limitata al solo presidente. Essi sottolineano l’esistenza di una rete
decisionale più ampia che coinvolge i trasferimenti di armi, la protezione
diplomatica, il coordinamento dei servizi di intelligence e la comunicazione
politica.
Durante
la sua fallita campagna presidenziale, la vicepresidente Kamala Harris ha
sottolineato la propria disponibilità ad assumersi responsabilità esecutive
sostenendo il proseguimento degli aiuti militari a Israele.
Pur riconoscendo che Gaza fosse una
«catastrofe umanitaria», ha affermato che non avrebbe modificato la linea
politica di Biden. Né avrebbe interrotto la vendita di armi a Israele.
Il
ruolo del segretario di Stato Antony Blinker è stato fondamentale, poiché ha
agito come braccio destro di Biden in Medio Oriente e ha guidato la diplomazia
(in gran parte infruttuosa) dell’amministrazione nella regione.
Il Dipartimento di Stato sovrintende alle
relazioni diplomatiche, alle autorizzazioni per la vendita di armi e
all’attuazione degli standard di assistenza estera relativi ai diritti umani.
Il
sostegno militare degli Stati Uniti si è basato sui suoi subordinati, i quali
non hanno segnalato l’allarme riguardo all’uso dei trasferimenti di armi a
Israele in spregio alla politica estera statunitense, alle norme giuridiche
interne e agli obblighi internazionali; tra questi figurano Bonnie Jenkins,
sottosegretaria per il controllo degli armamenti e la sicurezza internazionale,
e Stanley L. Brown, in qualità di sottosegretario ad interim per gli affari
politico-militari, che coordina i rapporti tra il Dipartimento di Stato e
quello della Difesa in materia di trasferimenti di armi e sovrintende alla
Direzione per il controllo del commercio di armamenti.
Insieme
a Blinker, il Pentagono ha svolto un ruolo fondamentale.
Il Segretario alla Difesa Lloyd Austin e alti
funzionari sono stati coinvolti poiché il Dipartimento gestisce l’assistenza
militare e la cooperazione in materia di sicurezza. Il sostegno militare a
Israele si è basato su alti funzionari come Amanda Dory, Sottosegretario alla
Difesa per le Politiche, che ha fornito la direzione strategica per le vendite
internazionali di armi, e Mike Miller, in qualità di Direttore dell’Agenzia per
la Cooperazione in materia di Sicurezza della Difesa.
Tra
gli altri funzionari individuati dai critici figura il consigliere per la
sicurezza nazionale Jake Sullivan, che ha fornito consulenza al presidente
sulle implicazioni strategiche dei trasferimenti di armi e ha garantito il
coordinamento tra le agenzie della difesa, diplomatiche e di intelligence.
A sua
volta, l’ambasciatrice presso l’ONU Linda Thomas-Greenfield ha svolto un ruolo
di primo piano nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Ha
posto il veto su sette risoluzioni che chiedevano un cessate il fuoco
immediato, assistenza umanitaria e limiti agli attacchi israeliani contro i
civili.
È
stata il volto pubblico di un governo più disposto a finanziare armi per il
genocidio che a porre fine alle atrocità.
In
qualità di Segretaria del Tesoro, Janet Yellen potrà sembrare una gentile
nonna, ma ha anche assicurato che gli Stati Uniti potevano permettersi di
offrire ingenti aiuti militari sia all’Ucraina che a Israele
contemporaneamente, consentendo il flusso incessante di armi in entrambe le
guerre.
Ha
avvertito l’Iran che nulla era «escluso» in materia di sanzioni qualora Teheran
fosse stata collegata all’attacco guidato da Hamas contro Israele.
La
segretaria al Commercio Gina Raimondo ha supervisionato le esportazioni di
tecnologie a duplice uso.
Il direttore della CIA William J. Bruner e la
direttrice dell’Intelligence Nazionale Avril Haines erano strettamente legati
alle azioni del gabinetto Biden riguardo a Gaza.
Pertanto,
oltre ai tre principali responsabili e ai sei membri del gabinetto Biden che li
hanno sostenuti, la rete sempre più ampia della responsabilità accessoria
comprende almeno una mezza dozzina di altri capi di dipartimenti esecutivi e
una decina di funzionari di livello ministeriale.
La
questione giuridica non è se ogni funzionario che abbia sostenuto le decisioni
politiche condivida la stessa responsabilità. La questione più circoscritta è
se gli individui che consapevolmente hanno portato avanti, agevolato o difeso
politiche che avrebbero contribuito ad atti illeciti e atrocità di massa
possano o debbano affrontare conseguenze politiche, reputazionali o legali.
Storicamente,
l’attribuzione di responsabilità a seguito di atrocità di massa ha sempre più
preso in esame non solo gli attori sul campo di battaglia, ma anche la rete
sempre più ampia di leader politici, amministratori, finanziatori e istituzioni
che rendono possibili le campagne militari.
Le
atrocità di massa sono crimini impuniti?
In
Delitto e castigo di Dostoevskij, Raskolnikov pensava di essere al di sopra
della morale comune. Poiché alcuni sono destinati a elevarsi al di là del bene
e del male per uno scopo superiore, commette un omicidio ma scopre che non
otterrà la salvezza senza espiazione. Il crollo di Raskolnikov rivela una
verità più profonda. Nessuna mente, per quanto brillante, può cancellare la
propria umanità.
Ma
forse le cose sono cambiate dai tempi di Dostoevskij.
Dopo
aver lasciato l’incarico, molti alti funzionari dell’amministrazione Biden sono
passati al mondo accademico, alla consulenza, all’editoria, ai comitati
consultivi e alle istituzioni politiche. Oggi pontificano sui loro grandi
successi nel gabinetto Biden.
Dopo
aver lasciato la carica il 20 gennaio 2025, l’ex presidente Joel Biden sta
scrivendo le sue memorie sulla Casa Bianca. Grazie a un accordo con la Creative
Artists Agency (CAA), un colosso di Hollywood, spera di trarre profitto da
future opportunità. Ha fatto solo apparizioni pubbliche selezionate, a causa
delle cure in corso per il cancro alla prostata.
Dopo
aver fatto da cassa di risonanza a Biden sulla questione di Gaza, la
vicepresidente Kamala Harris si è trasferita a Los Angeles con la sua famiglia.
Come Biden, anche lei ha firmato un contratto con la CAA per concentrarsi su
conferenze e pubblicazioni.
L’ex
segretario di Stato Blinker è entrato nel circuito politico e accademico.
Ha un
contratto editoriale con la Crown Publishing.
Il libro di memorie promette di fornire uno
«sguardo sincero» e «raro» sull’invasione russa dell’Ucraina e sulla guerra a
Gaza.
Blinker
spera probabilmente in un nuovo incarico in un’amministrazione democratica
post-Trump o in un ritorno alla redditizia attività di consulenza nel settore
privato.
Anche
l’ex segretario alla Difesa Austin è tornato nei circoli della politica di
difesa e della consulenza. Prima dell’arrivo alla Casa Bianca di Biden, ha
guadagnato cifre a sette zeri dalle aziende del settore della difesa, lavorando
al fianco di Blinker presso la Pine Island Capital Partners, una società di
private equity che investe in aziende del settore della difesa. Nell’estate del
2025 è rientrato alla Carnegie Corp., lanciando al contempo una società di
consulenza, la Clarini Strategies, insieme ad ex funzionari della NATO. In
qualità di amministratore delegato e cofondatore, ora è in procinto di trarre
vantaggio dall’industria globale della difesa.
Jake
Sullivan, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale, è entrato a far parte
della Harvard Kennedy School come primo titolare della cattedra Kissinger di
«Pratica dell’arte di governare e dell’ordine mondiale». Dopo il genocidio di
Gaza, insegna affari internazionali e strategia globale.
Linda
Thomas-Greenfield, volto pubblico del gabinetto Biden alle Nazioni Unite,
lavora come consulente senior presso la società globale di consulenza e
advocacy APCO Worldwide. Nel corso degli anni, le numerose controversie che
hanno coinvolto APCO includono campagne aziendali per l’industria del tabacco,
attività di lobbying per governi stranieri con scarsi risultati in materia di
diritti umani, legami con appaltatori della difesa israeliani e indagini su
attività di spionaggio ai danni di giornalisti.
Gina
Raimondo, ex Segretaria al Commercio, è entrata a far parte del Council on
Foreign Relations (CFR) in qualità di membro illustre, co-presiedendo una task
force sulla sicurezza economica.
Dopo
aver ricoperto un ruolo nei trasferimenti di armi a Israele e nel genocidio di
Gaza, Bonnie Jenkins ricopre la carica di professoressa ospite di affari
internazionali alla George Washington University. Specializzato in assistenza
alla sicurezza, distruzione di armi e operazioni di sicurezza internazionale,
Stanley Brown continua a fare ciò che faceva durante il genocidio di Gaza.
Janet
Yellen, William Burns e altri ex funzionari sono passati a ruoli di consulenza,
istituzionali o nel settore privato.
I
sostenitori sostengono che questi passaggi riflettano la normale circolazione
democratica tra governo, mondo accademico e istituzioni politiche. I critici
affermano invece che dimostrino un problema strutturale. I funzionari coinvolti
in decisioni controverse di politica estera spesso subiscono conseguenze
limitate e possono continuare a operare all’interno delle reti d’élite. Le
porte girevoli tra la Casa Bianca e il settore privato aggravano il problema.
La
questione più ampia è di natura istituzionale piuttosto che personale. Se i
funzionari che elaborano o difendono politiche controverse non subiscono alcuna
revisione significativa, le future amministrazioni rischiano di concludere che
i costi reputazionali siano gestibili e i rischi legali minimi.
L’escalation
di Trump: Gaza, l’Iran, la Corte penale internazionale e le accuse di
complicità.
La
seconda amministrazione Trump ha trasformato il dibattito su Gaza da una
questione di sostegno militare statunitense a un confronto più ampio sui limiti
del potere esecutivo, del diritto internazionale e della responsabilità
americana per la condotta degli alleati.
I
critici sostengono che il presidente Donald Trump, il segretario di Stato Marco
Rubio, il segretario alla Difesa Pete Hester, Mike Waltz – ex consigliere per
la sicurezza e attuale ambasciatore degli Stati Uniti presso l’ONU – e il
segretario al Tesoro Scott Besson si siano spinti oltre le politiche dell’era
Biden, rifiutando molti vincoli esterni alle azioni degli Stati Uniti e di
Israele.
Riguardo
a Gaza, l’amministrazione Trump ha sostenuto posizioni che i critici descrivono
come tali da facilitare potenziali crimini di guerra, crimini contro l’umanità
o sfollamenti forzati.
La
proposta più controversa è stata quella di Trump secondo cui gli Stati Uniti
avrebbero potuto assumere il controllo di Gaza e trasferire la sua popolazione
palestinese — un piano che, secondo i critici, sollevava seri interrogativi
alla luce del diritto internazionale umanitario, mentre i sostenitori lo
presentavano come un’iniziativa di ricostruzione e sicurezza.
Mentre
l’amministrazione Trump perseguiva politiche ostili ai meccanismi
internazionali di responsabilità, il confronto con la Corte penale
internazionale (CPI) è diventato una questione determinante. Trump ha emanato
l’Ordine Esecutivo 14203 che imponeva sanzioni e altre restrizioni ai
funzionari della CPI coinvolti in indagini che riguardavano personale
statunitense o funzionari israeliani, sostenendo che la Corte avesse agito in
modo illegittimo contro la sovranità americana e i suoi alleati.
I
critici sostengono che attaccare la CPI mentre si proteggono funzionari
israeliani accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità rischi
gravemente di indebolire i meccanismi globali di responsabilità.
In
Iran e nel Medio Oriente in generale, l’amministrazione ha adottato una
strategia di «massima pressione», ripristinando le sanzioni e intensificando
gli sforzi per limitare il programma nucleare iraniano, le reti regionali e le
capacità militari. I critici avvertono che le politiche di escalation —
compreso il sostegno alle azioni militari israeliane contro l’Iran e le minacce
di ritorsioni schiaccianti — rischiano di estendere il conflitto regionale,
causando nuovi danni alla popolazione civile e contribuendo a crimini di guerra
e atrocità di massa.
L’argomento
giuridico centrale contro l’amministrazione non è che ogni funzionario abbia
commesso personalmente dei crimini, ma che gli alti responsabili politici
possano incorrere in responsabilità politiche o legali se autorizzano,
facilitano o proteggono consapevolmente azioni che violano il diritto
internazionale umanitario.
La
questione storica è se queste politiche saranno ricordate come esercizi
necessari del potere statale — o come un precedente in cui una grande potenza
esenta sempre più se stessa e i propri partner dalle regole che sostiene di
difendere.
Crollo
della credibilità.
La
questione centrale è se le controverse politiche in tempo di guerra diventino
eccezioni temporanee o precedenti permanenti.
Se i
danni ingenti alla popolazione civile, i trasferimenti illimitati di armi, le
accuse di punizioni collettive o gli attacchi alla responsabilità delle
istituzioni diventino politicamente accettabili, le conseguenze si estenderanno
oltre Gaza.
Gli
Stati Uniti hanno storicamente promosso norme giuridiche internazionali con
eccezioni strategiche.
Il
dibattito su Gaza mette a nudo questa contraddizione in modo più netto rispetto
a molti conflitti precedenti, poiché Washington è contemporaneamente fornitore
di armamenti, presunto protettore diplomatico e sostenitore globale di un
«ordine basato sulle regole».
La
questione fondamentale è quindi il crollo della credibilità istituzionale degli
Stati Uniti, dovuto al divario fatale tra i valori dichiarati da Washington e
gli eventi osservabili.
Non
c’è ritorno allo status quo ante di Gaza.
(La versione originale è stata pubblicata da “Informed
Comment” (Stati Uniti) il 21 luglio 2026).
Boccia:
“Massima unità per alternativa
a Meloni, conclusa stagione
federatori e garanti.”
Senatoripd.it
– (28 luglio 2026) – Comunicati -Redazione – ci dice:
È
surreale continuare a leggere ogni
confronto
di Elly Schlein con personalità autorevoli come Mario
Draghi,
Romano Prodi o altri protagonisti della vita pubblica italiana
come
il segno di un condizionamento.
La
segretaria di un grande partito parla con tutti, ascolta tutti e si confronta
con tutti:
è esattamente
ciò che deve fare chi ha la responsabilità di costruire un’alternativa di
governo.
Poi
decide, come sempre, con la propria testa, sulla base della linea politica e
dei valori del Partito Democratico”.
Lo ha
detto Francesco Boccia rispondendo a una domanda
di
Paola Zanca, che ha moderato il dibattito alla presentazione del libro di
Giuseppe Conte, ‘Una nuova primavera’, alle Vecchie segherie di Bisceglie.
“Elly
Schlein non c’entra nulla con il cosiddetto establishment e non è la
prosecuzione di nessuna precedente stagione politica.
È espressione di un’altra generazione, ha
sempre avuto una spiccata autonomia e interpreta una domanda nuova di
cambiamento che riguarda il lavoro, la sanità pubblica, la scuola, i salari, la
crisi climatica, i diritti e il futuro dell’Europa.
Continuare
a evocare presunti tutori significa non comprendere né la sua leadership né il tempo
politico che stiamo vivendo”, ha spiegato il presidente dei senatori del Pd.
“Le
ricette del passato, da qualunque parte provengano, hanno già mostrato i loro
limiti.
Il
centrosinistra non si costruisce riesumando formule o affidandosi al prestigio
di figure che appartengono ad altre
stagioni,
ma mettendo insieme energie nuove, culture politiche diverse e una visione
comune del futuro.
L’esperienza
del governo giallorosso
ci ha
lasciato un patrimonio importante;
la
leadership di Schlein rappresenta oggi una grande opportunità per il Partito
Democratico,
per il
centrosinistra e per il Paese”, ha detto ancora Boccia.
“Noi
non siamo impegnati in una disputa sulle genealogie
del
potere.
Siamo
impegnati a costruire l’alternativa alla destra
davanti
agli ospedali, alle scuole, alle fabbriche e nei luoghi in cui gli italiani
vivono ogni giorno le conseguenze delle scelte del
governo
Meloni.
Parlare con tutti è responsabilità; farsi
condizionare
è
un’altra cosa.
Elly Schlein ascolta, valuta e decide
liberamente.
Dopo
aver sperimentato sulla nostra pelle quasi quattro anni di governo Meloni, il
nostro dovere è guardare al futuro e costruire un’alternativa per l’Italia.
E l’alternativa si costruisce con un patto
politico chiaro davanti agli elettori, un programma condiviso e non con formule
improvvisate dopo il voto”, ha detto ancora Boccia.
“Il
centrosinistra deve presentarsi agli italiani con un programma condiviso, una coalizione
riconoscibile e la proposta di un governo politico.
O quel
governo nasce dal consenso degli elettori oppure non nasce.
Il
Partito Democratico guidato da Elly Schlein ha affermato con chiarezza, fin dal
congresso, la ricerca dell’unità massima del centrosinistra e l’ha praticata in
tutte le competizioni territoriali e che non sosterrà mai governi diversi da un
governo politico nato dal
voto.
È conclusa la stagione dei governi di
emergenza, dei federatori e dei garanti”, ha sottolineato Boccia.
“Nel
campo progressista non abbiamo bisogno di figure che certifichino
la
tenuta della coalizione:
la garanzia sono i partiti che, davanti agli
elettori, si assumono la responsabilità di condividere un progetto, un
programma e una visione comune del Paese. Gli errori delle divisioni del 2022
non devono ripetersi.
Dopo
aver condiviso il programma, i leader della coalizione decideranno insieme, all’unanimità,
il percorso migliore: se ricorrere alle primarie, che restano parte del nostro DNA,
oppure individuare come candidato o candidata alla guida del governo il leader
del partito più suffragato.
Ciò
che conta è arrivare uniti, con un programma condiviso e con un’alternativa
credibile alla destra”, ha concluso.
Storia
dell’Iran, tra movimenti
sociali
e repressione autoritaria.
Orientxxi.info
- Pietro Menghini – (27 luglio 2026) – Redazione – ci dice:
Pietro
Menghini legge per Oriente XXI Italia il recente volume di Paola Rivetti
sull’Iran postrivoluzionario.
Diritti
delle donne Guerra Iraq-Iran Storia Iran Repressione Rivoluzione.
Gruppo
di manifestanti in strada, alcuni con cartelli e bandiere, ambiente urbano.
Raduno
di protesta di studenti e attivisti sindacali davanti al Parlamento a sostegno
di Reza Sahab. (31 agosto 2019”.
(Wikimedia
Commons).
Storia
dell’Iran.
Guerra,
resistenza e Stato (1979-2025) di Paola Rivetti, professoressa di relazioni
internazionali alla Dublino City University in Irlanda, è una pubblicazione
quanto mai tempestiva.
Come
messo in luce dall’autrice nell’introduzione al volume, gli eventi più recenti,
gli attacchi israeliani all’Iran del giugno 2025 – e, per i lettori del 2026,
anche la guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran nel marzo
scorso –, pur non essendo oggetto dell’analisi del volume, rappresentano
l’inevitabile e preoccupante sfondo su cui leggiamo questa opera.
Proprio
su questo sfondo, il volume, con la sua profondità storica e la sua analisi
attenta dei movimenti iraniani e dei dibattiti interni al paese, acquista
ancora più valore, oltre che opera per approcciarsi alla storia e
all’evoluzione della partecipazione politica in Iran, anche come strumento per
muoversi nella complessità del mondo contemporaneo; mette in luce
l’aggressività neoimperialista statunitense e israeliana, il falso mito della
liberazione dal regime iraniano tramite gli interventi di queste forze
politiche e, infine, indica le similitudini tra il modello politico ed
economico autoritario dello Stato iraniano e quello di paesi nel “nord” del
mondo.
Sebbene
parli di Iran, questo libro analizza dei processi politici che sono
transnazionali.
Da due
decenni a questa parte, con la trasformazione delle strutture di governo del
mondo e l’accelerazione dei processi decisionali a livello nazionale e sovra nazionale,
nel campo delle scienze sociali si è iniziato a parlare di recessione
democratica, o democratica backliding, e di avanzamento a livello globale
dell’autoritarismo inteso come modo di governare.
In
Europa, in America Latina, in Nord America e in Medio Oriente, abbiamo
assistito a una restrizione degli spazi di agibilità politica – ovvero degli
spazi dove esprimere e praticare dissenso senza incorrere nella repressione o
nella criminalizzazione – e a una verticalizzazione del consenso, con la
trasformazione, spesso in nome dell’efficienza, di processi decisionali
allargati e assembleari in procedure sempre più veloci, meno partecipate e,
quindi, meno trasparenti e accomunabile. (p. 7).
I
movimenti politici e sociali di repressione in repressione.
Il
libro analizza la storia dei movimenti politici in Iran ed esplora come e
perché questi movimenti siano riusciti a sopravvivere, costruire momenti di
protesta e spazi di dibattito nonostante la dura repressione del regime.
In particolare, l’autrice si concentra sui
movimenti femministi e delle donne, quelli studenteschi e quelli operai e
sindacali in opposizione al regime, con un focus geografico e di ricerca di
campo sulla capitale, Teheran (p. 6).
Il
volume propone una storia sociale e non dei “grandi uomini” o dei “leader” ed
esplora i meccanismi che hanno portato alla formazione di un sapere e di
capacità politiche, attraverso i vari periodi della storia politica dell’Iran
contemporaneo.
L’autrice
mette in evidenza come questi momenti di mobilitazione generale abbiano portato
ad un’estrema politicizzazione della società iraniana, a un “surplus di
attivismo” (p. 7), come ci siano stati tentativi di governare questo fenomeno,
di reprimerlo e come questo si sia più volte rigenerato, riorganizzato e
manifestato in nuove forme.
Diviso
in 6 capitoli, il libro inizia la sua analisi dalla rivoluzione iraniana del
1979 fino ad arrivare alle rivolte “Donna, vita, libertà” del 2022,
esaminandone gli ultimi sviluppi sino al 2025.
Nel
primo capitolo, il volume ritraccia la formazione del “surplus di attivismo”
nella situazione rivoluzionaria del 1978-79, il passaggio al decennio
immediatamente successivo alla rivoluzione (1979-1989) e il consolidarsi della
fazione khomeinista all’interno della compagine rivoluzionaria.
In particolare, questo primo capitolo si concentra
sull’analisi della continuità dell’attivismo nel decennio degli anni ’80 e
sulle forme e gli spazi in cui questo attivismo sopravvive. Inoltre, esamina
anche l’impatto che il decennio di mobilitazione militare e ideologica a difesa
della neonata repubblica islamica ha avuto sulle forme della partecipazione
politica nel paese.
Nel
secondo capitolo, l’autrice esamina il periodo degli anni ’90, con la fine
della guerra con l’Iraq (1980-1988) e la morte di Khomeini (1989). Questo
decennio rappresenta un passaggio fondamentale per la repubblica islamica che
deve assicurarsi la sua sopravvivenza, la ripresa economica dopo quasi un
decennio di guerra e il mantenimento del controllo su una larga parte della
popolazione politicizzata dalla rivoluzione del ’79 e dalla guerra.
Per
assicurarsi la sopravvivenza e i mezzi per la ricostruzione, nel nuovo mondo
unipolare degli anni ’90, la repubblica islamica subisce un’involuzione in
senso autoritario e si apre parzialmente al modello economico neoliberista,
privatizzando aziende statali, tagliando lo stato sociale e indebolendo i
diritti dei lavoratori.
Così
facendo nascono nuovi motivi di conflitto sociale e politico, sostenuti
soprattutto dalla “sinistra islamica”, ovvero coloro che avevano partecipato
alla rivoluzione del ‘79 come ad una “rivoluzione degli oppressi” (pp. 32, 57,
58). Mettendo in evidenza e analizzando i meccanismi economici neoliberisti
dell’Iran negli anni ’90, l’autrice ci aiuta a situare l’Iran all’interno del
momento storico e decostruire l’idea di uno stato e una società isolati e
separati da processi più ampi che invece accomunano il regime iraniano e i suoi
nemici dichiarati.
Negli
anni Novanta, dalle politiche abitative a quelle scolastiche, il governo
introdusse privatizzazioni e servizi a pagamento, in linea con le riforme
strutturali che le organizzazioni finanziarie internazionali stavano imponendo
in tutto il Sud globale. […] pur proponendo una classica ricetta economica di
stampo neoliberale, il governo iraniano optò per una strategia che evitava la
riduzione drastica della pressione fiscale a vantaggio delle classi
proprietarie e imprenditoriali, scelta che fece prendere all’economia nazionale
sì una forma capitalista e neoliberale, ma ibrida. (p. 51)
Tra
riforme e cicli di protesta.
Il
terzo capitolo si concentra sul periodo riformista tra la fine degli anni ’90 e
l’inizio degli anni duemila dieci. Questo capitolo esplora la nascita del
fronte politico riformista a cui parteciparono varie forze, organizzazioni e
movimenti e guidato da Mohammad Khatami, eletto presidente nel 1997 e in carica
fino al 2005. In particolare, l’autrice si concentra sulla transizione da un
discorso politico post-rivoluzionario ad un discorso politico liberale, da
parte del campo riformista, con un focus sulla società civile e le
organizzazioni non governative come modello per stimolare la partecipazione
politica, governarla e liberalizzare il sistema politico autoritario iraniano.
Inoltre,
si affrontano le contraddizioni presenti in seno al campo riformista, mettendo
in luce il fallimento di questo tentativo, legato principalmente all’abbandono
delle classi lavoratrici da parte dell’élite politica riformista (p. 124), e
l’incapacità di questa élite di accogliere le istanze più rivoluzionarie dei
movimenti parte di questo campo. Tali istanze, infatti, andarono a formare un
nuovo “surplus” di attivismo radicale che sopravvisse alla fase di risposta
anti-riformista delle istituzioni del regime iraniano nell’era Ahmadinejad
(2005-2009/2009-2013) e che trovò nuova espressione nel Movimento verde del
2009.
Il quarto capitolo esplora proprio il periodo della campagna
elettorale del 2009, le reazioni alla seconda vittoria di Ahmadinejad e le
proteste del Movimento verde scatenate dalla percezione di brogli elettorali.
Viene esaminato il ruolo fondamentale delle proteste del 2009 nel riportare
alla luce e riorganizzare la partecipazione politica di quel “surplus di
capitale politico radicale” emerso dalla compagine riformista e represso
durante la prima presidenza Ahmadinejad (2005-2009) e come questa mobilitazione
si scontri con la repressione dello Stato iraniano ma anche con la disillusione
di fronte alla classe riformista, troppo cauta e dalla quale il Movimento verde
si sentì tradito.
Il
quinto capitolo segue i cicli di protesta degli anni 2017-2018, 2019, 2020,
successivi alle proteste del Movimento Verde, al momento di forte controllo
imposto da parte del regime sugli spazi pubblici in seguito proprio alle
proteste del 2009 e agli sconvolgimenti regionali delle proteste del 2010-2011
nei paesi arabi. Le manifestazioni ricominciate nel 2017 e poi continuate negli
anni seguenti sono segnate da un forte focus sul malcontento economico,
trasformatosi poi in movimento contro l’establishment politico iraniano. Queste
proteste videro anche una forte partecipazione da parte della classe
lavoratrice, a differenza di movimenti precedenti, e delle donne, che poi
saranno infatti tra le principali protagoniste del movimento analizzato
nell’ultimo capitolo, ovvero “Donna Vita Libertà”.
Il
sesto e ultimo capitolo affronta il movimento di protesta iniziato nel 2022 con
l’uccisione di Jina Mahsa Amini. Questo, secondo l’autrice, rappresenta un
punto di non ritorno per i movimenti di protesta iraniani, sia per la grande
forza di mobilitazione, sia per la convinzione dei manifestanti, di fronte ad
una repressione sempre più dura da parte della sua classe dirigente del regime,
non più interessata a mantenere la legittimità popolare, dell’impossibilità di
una riforma del sistema politico iraniano e quindi della necessità di
abbatterlo. Inoltre, il capitolo mette in luce le modalità innovative delle
proteste legate a “Donna Vita Libertà” attuate per continuare a sfuggire
all’evoluzione delle tecniche repressive autoritarie.
Il
volume si chiude con un epilogo che riflette sull’importanza dei movimenti
sociali nella geopolitica, spesso ridotta all’analisi di interessi nazionali e
delle azioni e intenzioni dei leader e su come l’involuzione autoritaria sia
legata all’industria capitalista della sorveglianza e della guerra e alla
connessione tra lo sviluppo di questa industria e la repressione dei movimenti
di protesta anti-autoritari.
Internazionalmente,
l’ascesa al potere di una classe politica, intellettuale e imprenditoriale
guidata da visioni del mondo fortemente illiberali e aliena a forme basilari di
empatia verso gli altri esseri viventi sembra condannare l’umanità a un futuro di
guerre e genocidi. Naomi Klein e Astra Taylor lo chiamano «il fascismo della
fine dei tempi», ovvero un’ideologia «ultimo rifugio» che convive più
facilmente con morte e distruzione di quanto riesca a immaginare di esistere
senza adottare forme di sopraffazione verso «l’altro». Nonostante Klein e
Taylor facciano riferimento agli Stati Uniti di Trump, la loro riflessione è
universale. Questo mondo distopico è organizzato in paradisi «iper capitalistici
e privi di democrazia, sotto il controllo esclusivo dei più ricchi, protetti da
mercenari privati, gestiti da robot dotati di intelligenza artificiale e
finanziati dalle criptovalute» (p. 226)
L’involuzione
autoritaria dello Stato iraniano si caratterizza proprio per il crescente
disinteresse verso il consenso popolare, sostituito dalla stabilità garantita
dalla forza della sopraffazione.
In
Iran, le forze politiche al potere sono forse meno esplicite di Donald Trump o
del governo guidato da Benjamin Netanyahu nel tratteggiare un mondo tanto
distopico.
Tuttavia, troviamo simili politiche volte a creare segmenti di popolazione
disumanizzata e sfruttabile – non solo le donne, ma anche lavoratori e
lavoratrici migranti, ad esempio – e a legittimare la violenza affinché la
classe politica, imprenditoriale e intellettuale al potere si mantenga stabile
al comando. Infatti, come nel resto del mondo, l’involuzione autoritaria dello
Stato iraniano si caratterizza proprio per il crescente disinteresse verso il
consenso popolare, sostituito dalla stabilità garantita dalla forza della
sopraffazione. (p. 227)
L’importanza
dell’approccio.
La
nota metodologica in chiusura discute le metodologie utilizzate, come
interviste semi strutturate, etnografia e ricerca d’archivio, e riporta le
fonti prese in esame, quali interviste con studenti, attivisti politici,
lavoratori di ONG, membri della classe politica, materiale d’archivio di vari
istituti pubblici e privati in Iran.
Affronta poi il tema della posizione della
figura del ricercatore e dei pregiudizi di cui ci si deve spogliare, sia grazie
ad efficaci strumenti metodologici, sia grazie alla ricerca di campo,
fondamentale per entrare in contatto con il contesto che si studia e le persone
che lo abitano e per superare una ricerca meramente “estrattiva”.
Il
volume riesce a navigare la storia contemporanea dell’Iran mettendo in guardia
il lettore dalle difficoltà legate a questo argomento, spesso affrontato
superficialmente nei media e nel dibattito politico. Si evidenzia con chiarezza la
politica neoimperialista statunitense e israeliana, spogliando gli attacchi e
le sanzioni di qualunque elemento “liberatorio”; mette in guardia dalla
strumentalizzazione dei movimenti di protesta anti-regime, spesso utilizzati
per giustificare un discorso neoimperialista e islamofobo, presente
sottotraccia in sezioni di questi movimenti stessi (p. 232).
Restituisce
inoltre l’immagine dell’Iran come paese, pur sotto sanzioni e isolato
diplomaticamente, inserito nelle dinamiche globali, con la svolta liberista
degli anni ’90 – sia economica, sia nel discorso politico – e le trasformazioni
recenti in un regime basato sulla sorveglianza e con sempre meno interesse
nella legittimazione popolare.
Il
libro mette anche in relazione i momenti di apertura e di chiusura del regime
iraniano verso possibilità di liberalizzazione politica con le evoluzioni dello
scenario internazionale, decostruendo quindi l’immagine di un regime monolitico
e costante nel suo autoritarismo e mettendo in luce la pressione internazionale
sotto la quale si trova l’Iran dal 1979, che ha fortemente condizionato le
direzioni e le possibilità di scelta della classe politica del regime. A
mettere ancora più in crisi la visione di un sistema e una società monolitica
contribuisce l’attenta e preziosa analisi del dibattito politico interno
iraniano, soprattutto nel campo riformista e di movimenti di protesta, ma anche
in quello “conservatore”.
Il
volume rappresenta dunque un contributo quanto mai opportuno e uno strumento
prezioso per navigare la storia della partecipazione politica nell’Iran
contemporaneo e comprendere il discorso sull’Iran in questo momento storico così
complesso.
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