Politica estera e sicurezza nazionale.
Politica
estera e sicurezza nazionale.
Politica
estera e di sicurezza comune.
Europarl.europa.eu
– Michael Malevic – (10 -04 -2026) – Redazione – ci dice:
La presente
nota tematica illustra la politica estera e di sicurezza comune (PESC) dell'UE,
analizzando in particolare la base giuridica, i principi fondamentali, gli
obiettivi, i decisori e le procedure chiave nonché le principali questioni
emerse di recente in questo settore.
Descrive inoltre il ruolo del Parlamento
europeo e le sue recenti posizioni sulla PESC, spiegando nel dettaglio il suo
contributo e il suo impatto in relazione a tale politica e presentando le sue
risoluzioni in materia.
Base
giuridica.
Trattato
dell'Unione europea (TUE): gli articoli da 21 a 46 stabiliscono la base
giuridica consolidata della PESC.
Trattato
sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE): gli articoli da 205 a 222 e da
346 a 347 integrano il TUE fornendo la base per l'azione esterna globale
dell'UE.
Obiettivi.
La
PESC rappresenta il quadro di riferimento dell'UE per perseguire gli obiettivi
e i principi della politica estera comune. La PESC ha i seguenti obiettivi:
preservare
la pace globale;
rafforzare
la sicurezza internazionale; e
promuovere
la cooperazione e la democrazia, lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti
umani e delle libertà fondamentali a livello internazionale.
Tali
obiettivi si fondano sui principi che hanno ispirato la creazione stessa
dell'UE:
democrazia, Stato di diritto, universalità e
indivisibilità dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, rispetto
della dignità umana, principi di uguaglianza e di solidarietà e rispetto dei
principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale.
L'UE
sviluppa relazioni e istituisce partenariati con paesi terzi e organizzazioni
internazionali, regionali o mondiali che condividono tali principi.
Che
cos'è la PESC?
A.
Evoluzione.
La
PESC è stata istituita nel 1993 in quanto politica estera e di sicurezza comune
dell'UE.
Nel corso degli anni si è evoluta attraverso
una serie di modifiche dei trattati, come i trattati di Amsterdam, Nizza e
Lisbona.
Progressivamente
sono stati creati la figura dell'alto rappresentante dell'Unione per gli affari
esteri e la politica di sicurezza e il servizio europeo per l'azione esterna
(SEAE).
B.
Processo decisionale e attori principali.
Il
Consiglio "Affari esteri" è il principale organo decisionale,
incaricato di definire e attuare la “PESC” sotto la guida del “Consiglio
europeo”.
Il suo lavoro comprende la pianificazione
strategica, l'adozione di decisioni giuridiche e l'imposizione di sanzioni in
relazione alla cooperazione internazionale, alla pace e alla sicurezza.
Il
Consiglio "Affari esteri" è composto dall'alto rappresentante
dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e dai ministri
degli Esteri dei paesi dell'UE.
L'alto
rappresentante guida la politica estera e di sicurezza comune dell'UE, presiede
il Consiglio "Affari esteri", dirige l'Agenzia europea per la difesa
e l'Istituto dell'UE per gli studi sulla sicurezza ed è assistito dal SEAE.
Nella
lettera di incarico del 2024, la presidente della Commissione ha assegnato
all'alta rappresentante “Kaja Kallas” tre settori di competenza principali per
rafforzare la risposta politica dell'UE:
rafforzare
la sicurezza e la difesa dell'Europa;
definire
un approccio più strategico al vicinato e ai partenariati; e
garantire
una politica estera moderna e coesa.
Il
Consiglio attua la PESC definendo gli orientamenti generali e adottando
decisioni e posizioni nonché le misure di accompagnamento che attuano a tali
decisioni. Esse possono tutte essere di natura geografica o tematica.
Sebbene
i trattati prevedano un ricorso limitato al voto a maggioranza qualificata in
determinati settori, le decisioni sulla PESC sono per lo più adottate
all'unanimità, ossia richiedono l'accordo di tutti i paesi dell'UE.
I paesi dell'UE sono tenuti ad assicurare la
solidarietà reciproca e il coordinamento sistematico nell'attuazione delle loro
politiche estere.
Se il
Consiglio o il Consiglio europeo non riescono a raggiungere un consenso sulle
proposte dell'alto rappresentante, della Commissione o dei paesi dell'UE,
l'adozione può essere ritardata o respinta.
C.
Quadro strategico.
Basata
sulla prima strategia europea in materia di sicurezza adottata nel 2003, la
strategia globale per la politica estera e di sicurezza dell'Unione europea del
2016 rimane il principale documento strategico che orienta la politica estera
dell'UE. Tuttavia l'accento posto sulla sicurezza, l'ambizione in termini di
autonomia strategica e il pragmatismo di principio della strategia
rappresentano un significativo cambiamento di approccio.
Gli
aspetti della strategia globale relativi alla difesa e alla sicurezza sono
stati integrati in misura considerevole attraverso la bussola strategica
dell'UE del 2022 e il libro bianco congiunto sulla prontezza alla difesa
europea per il 2030 del 2025.
Nel
2025 l'UE ha inoltre rinnovato l'impegno a sostenere un multilateralismo
efficace e l'ordine internazionale basato su regole, in particolare in
cooperazione con le Nazioni Unite e attraverso la loro intermediazione.
All'inizio
del 2026, a seguito di diverse sfide geopolitiche per la politica estera, di
sicurezza e di difesa dell'UE, l'Unione ha avviato un'ampia revisione di tale
quadro, con l'obiettivo di adottare una nuova strategia europea in materia di
sicurezza.
D.
Principali sviluppi e sfide recenti.
Negli
ultimi anni l'UE ha effettuato un cambiamento di paradigma in relazione alla
sua politica estera, di sicurezza e di difesa. Tale evoluzione è dovuta alle
sfide strategiche per la sicurezza europea, la stabilità globale e le norme, in
particolare l'invasione su vasta scala dell'Ucraina da parte della Russia nel
2022, ormai al suo quinto anno, la crescente concorrenza geopolitica, le
tensioni nelle relazioni transatlantiche, il crescente peso economico della
Cina, l'erosione dell'ordine multilaterale basato su regole e molteplici crisi
e conflitti in tutto il mondo, segnatamente in Medio Oriente e nell'Africa
subsahariana.
La
relazione annuale 2025 dell'alta rappresentante descrive le principali
questioni emerse di recente nel settore della politica estera, dando
particolare rilievo alle azioni e agli eventi riportati di seguito.
L'UE
continua a difendere i propri interessi sulla base del multilateralismo e dei
valori condivisi. Si adopera per rafforzare la propria presenza su scala
mondiale, in particolare sostenendo le Nazioni Unite, e per far fronte alle
sfide di cui sopra.
L'UE
continua inoltre a collaborare con partner internazionali che condividono gli
stessi principi, ampliando la propria rete di accordi internazionali in materia
di politica, sicurezza, difesa e commercio e organizzando periodicamente
vertici ad alto livello e riunioni a livello ministeriale.
L'UE
continua a consolidare la sua autonomia strategica e le sue capacità di
deterrenza adottando misure concrete per diventare più capace e resiliente di
fronte a una gamma quando più ampia possibile di crisi e minacce contro il suo
territorio e i suoi interessi.
La
minaccia strategica a lungo termine per la sicurezza europea rappresentata
dalla Russia domina l'agenda di politica estera dell'UE e la sua azione
esterna.
L'UE
continua a sostenere l'Ucraina nel rafforzare la sua posizione a livello
politico, finanziario, militare e diplomatico, in vista della possibilità di un
cessate il fuoco o di colloqui di pace.
Sebbene
la cooperazione con gli Stati Uniti rimanga una pietra angolare della sicurezza
globale, essa è tuttavia soggetta a un approccio sempre più transazionale e si
è rapidamente deteriorata a seguito delle minacce all'integrità territoriale e
alla sovranità della Danimarca.
L'UE
mira inoltre a garantire il rispetto del diritto internazionale, spezzando il
ciclo della violenza e alleviando le crisi umanitarie in Medio Oriente, Africa
e Asia.
Ruolo
del Parlamento europeo.
A.
Poteri e strumenti del Parlamento in materia di politica estera.
Ai
sensi dell'articolo 36 TUE, l'alto rappresentante è tenuto a consultare
regolarmente il Parlamento europeo sui principali aspetti della PESC e le
principali scelte fatte in tale ambito e a informare l'Istituzione
dell'evoluzione di tale politica.
Conformemente
all'articolo 36 TUE, il Parlamento procede due volte all'anno ad un dibattito
sui progressi compiuti nell'attuazione della PESC e rivolge interrogazioni o
raccomandazioni al Consiglio e all'alto rappresentante.
Il
diritto del Parlamento a essere informato e consultato sulla PESC e sulla
politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC) è stato ulteriormente
rafforzato dalla dichiarazione del 2010 dell'alto rappresentante sulla
responsabilità politica, allegata alla risoluzione del Parlamento
sull'istituzione del SEAE.
Kaja
Kallas, che esercita le funzioni di alta rappresentante dell'Unione per gli
affari esteri e la politica di sicurezza e di vicepresidente della Commissione
europea per il periodo 2024-2029, ha confermato che la dichiarazione del 2010
continua a essere valida e ha assunto diversi altri impegni politici durante la
sua audizione di conferma del 2024 in qualità di commissaria designata.
Inoltre
il Parlamento, in quanto ramo dell'autorità di bilancio dell'UE, deve approvare
il bilancio annuale della PESC, fatta eccezione per le spese militari, che
fanno capo allo strumento europeo per la pace fuori bilancio. Un accordo
interistituzionale (AII) sulla disciplina di bilancio, rivisto da ultimo nel
dicembre 2020, definisce il quadro per l'approvazione annuale e la struttura di
base del bilancio della PESC, come pure i meccanismi di rendicontazione. Nel
luglio 2025 la Commissione ha presentato una proposta di revisione dell'AII,
nell'ambito del quadro finanziario pluriennale per il periodo 2028-2034, per
adeguare l'AII del 2020 al regolamento finanziario dell'UE.
Il
Parlamento tiene discussioni periodiche con l'alto rappresentante e i
rappresentanti speciali dell'UE nominati per talune regioni o questioni. Il
Parlamento esamina regolarmente le operazioni del SEAE e fornisce al Servizio
suggerimenti su questioni strutturali, che vanno dal suo equilibrio geografico
e di genere alla sua interazione con le altre istituzioni dell'UE e i servizi
diplomatici dei paesi dell'UE.
Il
Parlamento contribuisce altresì a monitorare la negoziazione e l'applicazione
degli accordi internazionali. Affinché il Consiglio possa concludere tali
accordi è necessaria l'approvazione del Parlamento (per maggiori dettagli, cfr.
5.2.1 e 5.2.3).
Inoltre
il Parlamento assicura una stretta e regolare collaborazione con i parlamenti
nazionali dei paesi dell'UE.
B.
Contributo del Parlamento in relazione alla PESC.
Gran
parte del lavoro del Parlamento sulla PESC avviene in seno a commissioni specializzate,
in particolare la commissione per gli affari esteri, la sua sottocommissione
per i diritti dell'uomo e la commissione per la sicurezza e la difesa. Tali
commissioni contribuiscono alla definizione della PESC attraverso:
l'elaborazione
di relazioni di relazioni e pareri;
la
formulazione di raccomandazioni;
scambi
di opinioni con le altre istituzioni dell'UE, le presidenze del Consiglio, i
paesi dell'UE e i loro parlamenti nazionali, i rappresentanti delle
organizzazioni multilaterali globali e regionali (comprese le Nazioni Unite),
gli esperti, i portatori di interessi, le organizzazioni non governative e le
varie controparti durante le missioni.
Conformemente
ai trattati, dal 2012 viene altresì attuato un controllo relativo alla PESC in
collaborazione con i parlamenti nazionali dell'UE nel contesto di conferenze
interparlamentari per la PESC/PSDC che si tengono due volte all'anno. Anche le
delegazioni interparlamentari del Parlamento contribuiscono ai lavori sulla
PESC nel quadro delle loro riunioni, in particolare quelle con i partner di
paesi terzi.
C.
Impatto del Parlamento sulla PESC.
Il
Parlamento contribuisce regolarmente all'evoluzione della PESC. Sebbene il suo
ruolo formale nel processo decisionale in materia di politica estera sia
limitato, il Parlamento viene consultato sulla PESC, esercita un controllo su
di essa e fornisce un contributo strategico. In tal modo contribuisce ad
aumentare la responsabilità democratica e la legittimità della politica.
Il
Parlamento ha sostenuto il concetto alla base della PESC fin dall'inizio e ha
cercato di estenderne il campo di applicazione. Il Parlamento ha sostenuto con
forza il paesaggio istituzionale post Lisbona, invocando un rafforzamento del
ruolo dell'alto rappresentante, del SEAE, delle delegazioni dell'UE e dei
rappresentanti speciali dell'UE e chiedendo una PESC più coerente e più
efficace che preveda il ricorso alle sanzioni. Ha inoltre sostenuto
l'estensione del ricorso al voto a maggioranza qualificata anziché
all'unanimità, ove possibile e necessario. Ha esercitato pressioni a favore di
una maggiore coerenza fra gli strumenti politici e di finanziamento dell'Unione
per le politiche esterne, in modo da evitare duplicazioni e inefficienze.
Inoltre i poteri di bilancio del Parlamento possono definire la portata e
l'entità della PESC.
D.
Risoluzioni recenti del Parlamento.
Nella
risoluzione sull'attuazione della politica estera e di sicurezza comune,
approvata il 21 gennaio 2026, il Parlamento ha sottolineato che, per mantenere
la sua importanza sulla scena internazionale, in particolare in un contesto
caratterizzato da un'instabilità sempre maggiore, l'UE deve condurre una
politica estera determinata, disciplinata e assertiva, che risponda ai suoi
obiettivi strategici, e continuare a difendere i suoi interessi nel mondo. Ha
inoltre sottolineato che l'azione esterna dell'UE dovrebbe essere guidata dai
suoi valori e principi. Nella risoluzione il Parlamento ha invitato l'alta
rappresentante a:
sviluppare
una PESC lungimirante e più coerente che difenda l'ordine internazionale basato
su regole;
promuovere
la cooperazione su interessi condivisi;
rispettare
la neutralità di alcuni paesi dell'UE e garantire che l'azione diplomatica sia
intrapresa in modo coerente con la Carta delle Nazioni Unite;
definire
confini chiari e posizioni non negoziabili; e
aumentare
l'impatto e la portata dell'azione esterna dell'UE.
Le più
recenti risoluzioni del Parlamento sull'attuazione della PSDC (per maggiori
dettagli, cfr. 5.1.2), sui diritti umani e la democrazia nel mondo (per
maggiori dettagli, cfr. 5.4.1) e sull'uguaglianza di genere nella politica
estera e di sicurezza dell'UE definiscono ulteriori posizioni in tali ambiti.
Nella
raccomandazione del 2023 sul funzionamento del SEAE e un'UE più forte a livello
mondiale, il Parlamento ha chiesto il rafforzamento del coordinamento
strategico della politica estera dell'UE e della dimensione esterna delle
politiche interne dell'UE al fine di garantire la coerenza, le sinergie, la
trasparenza e la responsabilità dell'azione esterna dell'UE. Il Parlamento si è
inoltre espresso a favore di revisioni significative della decisione del
Consiglio del 2010 che istituisce il SEAE e della dichiarazione dell'alto
rappresentante del 2010 sulla responsabilità politica. Il Parlamento ha
ripetutamente raccomandato di avvalersi del voto a maggioranza qualificata per
settori della politica estera quali il regime globale di sanzioni dell'UE in
materia di diritti umani, fatta eccezione per la creazione di missioni o
operazioni militari con mandato esecutivo. Il Parlamento ha inoltre sostenuto
il ricorso all'astensione costruttiva in linea con l'articolo 31, paragrafo 1,
TUE.
Nella
sua risoluzione sull'esito della Conferenza sul futuro dell'Europa, approvata
il 4 maggio 2022, il Parlamento ha accolto con favore e approvato la relazione
finale sulle attività della Conferenza e le proposte presentate. La relazione
proponeva di migliorare la capacità dell'UE di adottare decisioni rapide ed
efficaci, in particolare nell'ambito della PESC, esprimendosi con una sola voce
e agendo come un vero attore globale.
Il
Parlamento ha altresì chiesto un'efficace erogazione dell'assistenza estera con
il marchio "Team Europa", composto dalle istituzioni dell'UE, dalla
Banca europea per gli investimenti, dalla Banca europea per la ricostruzione e
lo sviluppo, dai paesi dell'UE e dai loro organismi di finanziamento della
politica estera.
Il
Parlamento ha inoltre sottolineato il ruolo del Global Gateway quale concetto
geopolitico strategico che integra la politica estera, economica e di sviluppo
e accresce la presenza e la visibilità dell'UE in tutto il mondo. In una
risoluzione del 2026 sugli impatti passati e gli orientamenti futuri del Global
Gateway, il Parlamento ha riaffermato il proprio sostegno alla strategia.
Tuttavia ha altresì ribadito il suo precedente invito a promuoverlo come
alternativa sostenibile all'iniziativa cinese "Nuova via della seta".
Il
Global Gateway si basa in parte su fondi provenienti dallo strumento Europa
globale dell'UE, che ha una dotazione di circa 80 miliardi di EUR per il
periodo 2021-2027. Nella risoluzione del 2023 sullo strumento Europa globale,
il Parlamento ha accolto con favore il consolidamento della maggior parte
dell'azione esterna dell'UE in un unico strumento. Tuttavia, anche se ciò ha
reso l'azione esterna più semplice, più flessibile e più efficiente, il
Parlamento ha espresso rammarico per il fatto che il processo non sia stato
accompagnato da sufficiente responsabilità e trasparenza (per maggiori
dettagli, cfr. 5.3.1).
Sulla
base di una proposta della Commissione, il Parlamento e il Consiglio hanno
adottato una normativa che stabilisce il quadro per il finanziamento della
cooperazione e degli aiuti internazionali, sostenendo le priorità di politica
estera dell'UE in maniera complementare e coerente con la PESC. In vista del
prossimo quadro finanziario pluriennale per il periodo 2028-2034, il Parlamento
sta lavorando con il Consiglio, nel quadro della procedura di codecisione,
sulla proposta di regolamento che istituisce Europa globale presentata dalla
Commissione. Europa globale fonderebbe vari strumenti di finanziamento, quali
l'attuale strumento Europa globale, lo strumento di assistenza preadesione e
gli strumenti di finanziamento per l'Ucraina, la Moldova e i Balcani
occidentali.
Il
Parlamento si pronuncia regolarmente su questioni geopolitiche di fondamentale
importanza per la politica estera dell'UE, in particolare la risposta dell'UE
all'aggressione russa nei confronti dell'Ucraina. Pur sostenendo l'attuale
politica dell'UE, il Parlamento ha sollecitato una risposta dell'Unione più
forte, più coordinata e più rapida all'invasione russa e alle minacce ibride
nei confronti dell'UE. Il Parlamento ha chiesto che le sanzioni esistenti siano
attuate e applicate in maniera più rigorosa e che sia garantito un maggiore
sostegno militare e di altro tipo. Ha inoltre chiesto che i responsabili dei
crimini di guerra siano chiamati a rispondere delle loro azioni e che sia
garantito il ritorno dei minori ucraini deportati (per maggiori dettagli, cfr.
5.5.6 e 5.6.3).
Altri
temi di rilievo sono affrontati nelle note tematiche sulle relazioni
transatlantiche (cfr. 5.6.1), sull'allineamento dei paesi candidati alla PESC
(cfr. 5.5.1) e sui partenariati strategici in tutto il mondo e la pace e la
stabilità in Medio Oriente (cfr. 5.5.8).
La
presente nota tematica è stata elaborata dall'unità Analisi e supporto delle
politiche esterne del Parlamento europeo. Per maggiori informazioni
sull'argomento, si rimanda alla pagina web della commissione per gli affari
esteri.
(Michal
Malevic).
Politica
estera e di sicurezza
comune
dell’Unione Europea
Enciclopedia
on line.
Treccani.it
– Enciclopedia online – (10-04-2026) – Redazione -ci dice:
Categorie:
diritto
comunitario e diritto internazionale in diritto.
TAG - Consiglio
di sicurezza delle nazioni unite.
Trattato
di maastricht.
Trattato
di amsterdam.
Trattato
di lisbona.
Parlamento
europeo.
Dal
vocabolario : Lemmi correlati.
Politica
estera e di sicurezza comune dell’Unione Europea.
Introdotta
dal titolo V del Trattato di Maastricht del 1992 quale “secondo pilastro”
dell’Unione Europea (UE), la politica estera e di sicurezza comune (PESC) è ora
disciplinata, a seguito della revisione del Trattato sull’UE operata dal
Trattato di Lisbona del 2007, dagli artt. 23-41, di seguito alle disposizioni
riguardanti in generale l’azione esterna dell’UE (artt. 21 e 22).
In
base all’art. 23, la PESC si fonda sugli stessi principi e persegue gli stessi
obiettivi generali dell’azione esterna (Relazioni esterne dell’Unione Europea)
e riguarda (art. 24) “tutti i settori della politica estera e tutte le
questioni relative alla sicurezza dell’Unione, compresa la definizione
progressiva di una politica di difesa comune” che potrebbe condurre, in
prospettiva, a una difesa comune dell’UE (Politica di sicurezza e difesa comune
dell’Unione Europea).
Le
istituzioni competenti.
I principi e gli orientamenti generali della
PESC sono stabiliti dal Consiglio europeo, mentre al Consiglio dell’Unione
Europea spetta adottare le decisioni necessarie a definire e ad attuare tale
politica.
Più precisamente, il Consiglio dell’Unione
decide gli obiettivi, la portata, i mezzi e le condizioni di attuazione, nonché
eventualmente la durata, degli interventi operativi (art. 28); esso può inoltre
adottare una posizione dell’Unione “su una questione particolare di natura
geografica o tematica” (art. 29). Salva diversa previsione nel Trattato, tutte
le delibere in materia di PESC sono adottate all’unanimità, sia da parte del
Consiglio europeo sia da parte del Consiglio dell’Unione (art. 31).
L’Alto
rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.
In materia di PESC sono altresì coinvolti, a
vario titolo e con varie competenze altre istituzioni e organi dell’UE e, in
particolare, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la
politica di sicurezza.
Istituito dal Trattato di Amsterdam del 1997
come Alto rappresentante per la PESC (incarico a lungo ricoperto dallo spagnolo
Xavier Solana), l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la
politica di sicurezza ha il compito di assicurare, insieme con il Consiglio
dell’Unione, “l’unità, la coerenza e l’efficacia” dell’azione dell’UE in questo
settore (art. 26 del Trattato sull’UE).
Egli
presiede il Consiglio dell’Unione riunito nella formazione Affari esteri;
contribuisce con le proprie proposte all’elaborazione della politica estera e
di sicurezza;
rappresenta
l’Unione all’esterno per le materie della PESC; esprime la posizione comune
dell’UE nelle organizzazioni e conferenze internazionali (art. 27);
può
proporre al Consiglio dell’Unione di nominare un rappresentante speciale per
problemi politici specifici, che opera sotto la sua autorità (art. 33).
Inoltre,
l’Alto rappresentante consulta regolarmente il Parlamento europeo sulle scelte
fondamentali della politica estera e di sicurezza e difesa, e provvede affinché
le opinioni del Parlamento siano prese debitamente in considerazione (art. 36).
Dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (1° dicembre 2009) e la
cessazione delle funzioni del Rappresentante per la PESC, è stata nominata Alto
rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza la
britannica Catherine Ashton.
Obblighi
degli Stati membri.
Le decisioni relative a interventi da effettuare
nell’ambito della PESC vincolano gli Stati membri dell’UE, i quali hanno
altresì l’obbligo di conformare le proprie politiche nazionali alle posizioni
adottate dall’Unione.
Gli Stati devono consultarsi, in seno al
Consiglio europeo e al Consiglio dell’Unione, in merito a qualsiasi questione
di politica estera e sicurezza di interesse generale e, in particolare, prima
di assumere qualsiasi impegno internazionale che possa ledere gli interessi
dell’UE (art. 32).
Essi
coordinano la propria azione nelle organizzazioni internazionali e in occasione
di conferenze diplomatiche, dove difendono le posizioni dell’UE;
ciò
vale anche per gli Stati membri dell’UE facenti parte del Consiglio di
sicurezza delle Nazioni Unite, fatte salve le responsabilità che ad essi
incombono in forza della Carta dell’ONU (art. 34).
Chi
decide sulla sicurezza nazionale?
Stati,
Unione europea e sovranità.
Ossevatoriogoldenpower.eu
- La Legge del più forte a cura di Luca Picotti - rubrica mensile a cura di
Luca Picotti – Redazione – ci dice:
Chi
decide sulla sicurezza nazionale?
“La
Legge del più forte”.
È
sovrano chi decide sulla sicurezza nazionale, per parafrasare Carl Schmitt.
L’eccezione
di sicurezza nazionale è parte integrante di ogni ordinamento, anche di quelli
più sofisticati e percorsi da garanzie procedurali, pesi e contrappesi:
quando
vi sono da tutelare gli interessi fondamentali dello Stato, è possibile
derogare all’ordinario, impedendo l’esecuzione di un contratto, bloccando un
investimento, limitando la circolazione di merci e persone, invocando immunità
e segretezza.
La
decisione?
Politica,
e dunque arbitraria.
E chi decide?
Un indizio lo si ricava direttamente dal
concetto stesso:
è
sicurezza nazionale, ossia della nazione, impersonificata nella forma dello
Stato così come emersa dal paradigma vestfaliano (1648).
La sicurezza non è né comunale, né regionale,
né tantomeno sovranazionale.
L’eccezione
è pacificamente in capo agli Stati, detentori legittimi del monopolio della
forza e, di conseguenza, dell’unità giuridica che sfocia nel potere
dell’eccezione.
Tale
prerogativa si evince dai molteplici piani ove si muove lo Stato.
Ad esempio, tutti gli ordinamenti sono
costellati da richiami alla sicurezza nazionale, come eccezione che permette di
derogare all’ordinario (ad esempio, incidendo sull’autonomia privata, si pensi
ai controlli sugli investimenti esteri);
ancora,
la sovranità dell’eccezione si manifesta nei poteri di veto, insiti in ogni
organizzazione sovranazionale:
l’Onu, al netto della sua rilevanza, non
sarebbe mai stato concepito senza il veto in capo ai membri del Consiglio di
sicurezza;
di nuovo, la sicurezza nazionale è un’ombra
che si muove latente anche in sistemi multilaterali come l”’ Organizzazione
mondiale del commercio”, che non solo si trova oggi paralizzata dall’inerzia di
un singolo Stato (gli Stati Uniti, che bloccando la nomina dei giudici
dell’organo di appello ne impediscono di fatto il funzionamento), ma che
all’art. XXI del GATT prevede un’espressa eccezione di sicurezza nazionale.
Un
caso particolarmente interessante è quello del rapporto tra Stati membri e
Unione europea, il più originale e ambizioso tentativo di superare il paradigma
vestfaliano.
Chi è
sovrano?
Almeno
due elementi suggeriscono che tale potere sia ancora, pacificamente, in capo
agli Stati:
in
primo luogo, come sottolineato dal grande giurista tedesco “Dieter Grimm”,
l’Unione europea non è un potere costituente, ma costituito, creato e
partecipato da Stati, che rimangono dunque sovrani in quanto detentori del
potere costituente;
dall’altro, l’intera infrastruttura giuridica
europea, a partire dai Trattati, riconosce nella sicurezza nazionale il limite
del proprio operare. In altre parole, la sicurezza nazionale rimane, per
l’appunto, nazionale.
Leggiamo
infatti all’art. 4, paragrafo 2 del Trattato sull’Unione europea (TUE), che
l’Unione
«Rispetta
le funzioni essenziali dello Stato, in particolare le funzioni di salvaguardia
dell’integrità territoriale, di mantenimento dell’ordine pubblico e di tutela
della sicurezza nazionale. In particolare, la sicurezza nazionale resta di
esclusiva competenza di ciascuno Stato membro». Si rimarca, dunque, in uno
degli articoli fondanti dei Trattati, l’esclusiva competenza degli Stati membri
in materia di sicurezza nazionale. Ancora, altrettanto rilevante, specie in
questi anni in cui la politica estera è tornata sulla scena con drammatico
vigore, è l’art. 42, paragrafo 2 TUE, ove si legge che «La politica [estera]
dell’Unione […] non pregiudica il carattere specifico della politica di
sicurezza e di difesa di taluni Stati membri».
A
livello concettuale, dunque, si tratteggiano in modo esplicito i confini dei
rapporti tra Unione e Stati. Non a caso, nel più analitico Trattato sul
Funzionamento dell’Unione europea (TFUE), così come in sede di singoli
Regolamenti, il richiamo alla sicurezza nazionale, variamente declinata come
pubblica sicurezza, ordine pubblico e via dicendo, si presta ad essere parte
integrante del diritto europeo. Gli esempi sono tanti: all’art. 65 TFUE, si prevede
la possibilità di derogare alla libera circolazione dei capitali per ragioni di
ordine pubblico o di pubblica sicurezza; allo stesso modo recita l’art. 53 TFUE
in tema di libertà di stabilimento; oppure, nel regolamento concentrazioni del
2004, all’art. 21, comma 4, si afferma che gli Stati membri possono adottare
opportuni provvedimenti per tutelare interessi legittimi diversi da quelli
presi in considerazione dal regolamento e tra gli interessi legittimi è
menzionata, ovviamente, la pubblica sicurezza.
Da
qui, il grande quesito: se è vero che la sicurezza nazionale è di competenza
degli Stati membri, allo stesso tempo l’eccezione di sicurezza nazionale è
parte integrante del diritto europeo, che la contempla quale proprio limite di
operatività.
Dunque, si è ancora all’interno del diritto europeo –
e relativa sovranità – nel momento in cui si invoca l’eccezione di sicurezza
nazionale, o si è già in ambito di competenza esclusiva – e relativa sovranità
– degli Stati membri? Il tema non è di poco conto e rileva in termini di
discrezionalità nell’utilizzo di tale prerogativa.
Se si
è in ambito di competenza assoluta ed esclusiva dello Stato, sarà sufficiente
per questo invocare l’eccezione di sicurezza nazionale, senza che tale richiamo
sia in alcun modo sindacabile, proprio perché a decidere su “cosa è” sicurezza
nazionale è lo Stato stesso.
Se
invece si considera che la stessa eccezione fa parte anche del diritto europeo
– in quanto questo la pone, facendone derivare i soprarichiamati effetti –
allora, forse, tale discrezionalità in capo allo Stato non sarà assoluta, bensì
dovrà sottostare ad un vaglio anche da parte delle istituzioni europee.
Un
tanto comporterebbe, però, una problematica condivisione della competenza
esclusiva.
Tali tensioni
si rinvengono anche in altre realtà.
Si pensi al già citato art. XXI del GATT, che permette
l’implementazione di misure protezionistiche se necessarie per ragioni di
sicurezza nazionale. Ad esempio, a tale clausola si sono richiamati
unilateralmente gli Stati Uniti nel 2018 per giustificare le tariffe di Trump
su acciaio, alluminio e altri prodotti.
Come e
chi può opinare tale scelta?
La
giurisprudenza del WTO in materia è scarna, ma rimane interessante l’arresto
nel 2019, nel caso Russia – Traffic in Transit Dispute Settecento Panel:
l’organismo ha riconosciuto la propria competenza a valutare se il richiamo
all’eccezione di sicurezza nazionale è giustificato o meno;
solo
che, una volta espressa la valutazione, anche se l’eccezione viene considerata
ingiustificata, lo Stato può comunque proseguire la propria azione sotto lo
scudo dell’art. XXI (Heyden 2023).
Non
sorprende, dopodiché, che nel dicembre 2022 l’OMC abbia ritenuto l’invocazione
da parte di Trump dell’art. XXI per le sue tariffe sull’alluminio e acciaio
ingiustificata (dopotutto, non si capisce bene cosa c’entri la sicurezza
nazionale); ciononostante, non vi sono state conseguenze, a riprova dei limiti
delle istituzioni sovranazionali quando vi è di mezzo la sicurezza nazionale.
L’Unione
europea però non è il WTO.
E sulle sue prerogative, anche in tema di sicurezza
nazionale, i confini sono meno nitidi, essendo il costrutto qualcosa di più di
un semplice trattato internazionale.
È
indicativo l’approccio della Commissione nel caso VIG 2022, in campo
assicurativo:
in
quel frangente, la Commissione Europea ha stabilito che la decisione del
Governo ungherese di porre il proprio veto, per ragioni di sicurezza nazionale,
all’acquisizione del controllo esclusivo della AEGON Hungary Holding B.V.,
della AEGON Hungary Holding II B.V., della AEGON Poland/Romania Holding B.V. e
della AEGON Turkey Holding B.V. (congiuntamente “Aegon”), da parte della Vienna
Insurance Group AG Wiener Versicherung Gruppe (“VIG”), ha violato l’articolo 21
del Regolamento europeo sulle concentrazioni (European Merger Regulation,
EUMR).
La
vicenda si è poi risolta con un accordo tra la controparte ungherese e quella
austriaca, ma è stata un’occasione per le istituzioni europee per esprimere
alcuni principi in tema di richiamo unilaterale alla sicurezza nazionale da
parte degli Stati membri:
al par. 36 della decisione della Commissione
si legge che il concetto di pubblica sicurezza, nella sua veste di deroga ai
principi di libertà di stabilimento e di circolazione dei capitali, «deve
essere interpretato restrittivamente» e il suo ambito di applicazione «non può
essere definito unilateralmente dallo Stato membro senza che tale definizione
sia soggetta al controllo delle istituzioni dell’Unione», con la conseguenza
che «la sicurezza pubblica può essere invocata solo se esiste una minaccia
reale e sufficientemente grave a un interesse fondamentale della società».
Peraltro,
ha specificato la Commissione, l’esperienza mostra come sia raro che la
sicurezza pubblica venga in rilievo nei casi di fusione nel settore
assicurativo (Carpagnano 2023).
Non
diverse le conclusioni della Corte di Giustizia nel noto caso “Della”,
riguardante sempre un veto posto dall’Ungheria, questa volta in una operazione
in ambito edile.
La
pronuncia, oltre ad affrontare un tipico dilemma delle normative sugli
investimenti esteri (conta più la legge cui è sottoposta la società o la
nazionalità di chi la controlla?), si sofferma sulla ragionevolezza o meno
dell’eccezione di Budapest, ribadendo la necessità di una interpretazione
restrittiva e non unilaterale.
Ebbene,
tali principi pongono una grande sfida teorica in tema di sovranità sulla
sicurezza nazionale.
Certo,
vi è da dire che il caso VIG, e la relativa assertività della Commissione,
presenta diverse peculiarità: la definizione dell’operazione nelle more da
parte dei privati; il fatto che essendo la stessa in ambito assicurativo
risultava abbastanza intuitiva la forzatura del richiamo alla sicurezza
nazionale; la circostanza che si trattava dell’Ungheria, paese non equiparabile
a Germania o Francia e spesso in attrito con le istituzioni europee, che
avevano dunque più facilità a censurarne i comportamenti.
Il
nodo però rimane.
Se è
lo Stato che decide, discrezionalmente, sulla sicurezza nazionale, le
istituzioni europee non dovrebbero potere opinare.
Invece,
i principi avanzati dalla Commissione, sulla scia della giurisprudenza della
Corte di Giustizia, vanno più nella direzione di una competenza sulla sicurezza
nazionale semi-condivisa:
la
decisione dello Stato membro non deve essere unilaterale, dovendo in qualche
modo superare un vaglio di proporzionalità e ragionevolezza in dialogo con le
istituzioni comunitarie, che in questo modo prendono, seppure indirettamente,
parte nella decisione sovrana sulla sicurezza nazionale.
La
testimonianza di una cessione di sovranità da parte degli Stati anche in questo
campo così centrale?
In
generale, vi è da dubitarne: in ultima istanza, tale prerogativa, con annessi
usi e abusi, rimarrà in capo agli Stati, salvo, forse, casi eclatanti – quello
VIG, inerente all’ambito assicurativo, ha sicuramente facilitato la posizione
assertiva della Commissione, così come quello “Della” in campo edile.
Ciononostante,
lo spettro del vaglio delle istituzioni, nel tentativo di evitare utilizzi
dell’eccezione di sicurezza nazionale nelle operazioni intra-europee, rimane.
Tale
crepa smaschera la contraddizione, probabilmente insanabile, del costrutto
comunitario:
l’inespugnabilità della competenza degli Stati membri
in materia di sicurezza nazionale unita alla sua sussunzione nella dimensione
comunitaria.
Tematica
che sarà centrale nella ridefinizione dell’infrastruttura europea al termine,
se mai vi sarà un termine, di questo interregno, ove soprattutto in materia di
controlli sugli investimenti esteri si è registrata una certa anarchia, tale
per cui i paesi membri hanno alzato diversi muri protezionistici anche
all’interno del mercato unico.
Rimarranno,
insiti alle dinamiche interne del costrutto comunitario e nascosti sotto
l’ombrello dell’eccezione di sicurezza nazionale, o l’Unione europea riuscirà a
risolvere tale contraddizione?
Chi
scrive è più persuaso dalla prima ipotesi, ma in ogni caso la problematica
passa proprio per l’interrogativo oggetto di questa puntata della rubrica:
chi
decide sulla sicurezza nazionale?
Allargamento
UE, quattro candidati accelerano: passi avanti per Ucraina, Moldova, Montenegro
e Albania.
Quotidiano.net
– Simone Cantarini – (14 luglio 2026) – Redazione – ci dice:
Ucraina
e Moldova aprono i negoziati su politica estera, sicurezza e difesa, mentre
Montenegro e Albania avanzano nella chiusura dei capitoli.
La
commissaria europea designata per l'allargamento, Marta Kos.
Allargamento
UE, quattro candidati accelerano: passi avanti per Ucraina, Moldova, Montenegro
e Albania.
Milano,
14 luglio 2026.
L’Unione europea fa un nuovo passo avanti
verso l’allargamento.
Martedì Montenegro e Albania si avvicinano
sempre di più all’adesione, mentre Ucraina e Moldova hanno aperto i capitoli
negoziali su politica estera e sicurezza.
Nella
giornata di martedì si sono tenute a Bruxelles conferenze intergovernative per
aprire o chiudere formalmente i canali negoziali dei quattro principali Paesi
candidati all’adesione, in una delle più grandi operazioni di allargamento del
blocco degli ultimi 20 anni.
Nel
2004 dieci Paesi avevano aderito all’Unione europea, mentre l'ultimo paese ad
essere accolto all’interno dell’UE è stato la Croazia nel 2013.
Nove
paesi sono ufficialmente candidati all'adesione all'UE: Albania, Bosnia,
Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia, Georgia, Moldavia, Ucraina e Turchia.
I
negoziati di adesione per Georgia e Turchia sono sospesi a causa di
preoccupazioni relative agli standard democratici.
Anche
il Kosovo ha presentato domanda di adesione, ma non gli è stato concesso lo
status di candidato.
"Non
assistevamo a una situazione simile da oltre vent'anni.
L'ultima
volta è stata nel 2002.
Questo è un Super Quesnay per l'allargamento
dell'UE e l'Ucraina ne fa parte", ha affermato la commissaria per
l’Allargamento, Marta Kos, parlando ai giornalisti.
Uno
dei fattori che ha accelerato un processo rimasto sullo sfondo per decenni è
stata l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, che ha spinto i Paesi membri a
rivalutare l’allargamento nonostante i pochi passi avanti sul fronte delle
riforme.
Nel
2019, il presidente francese Emmanuel Macron aveva insistito sul fatto che
avrebbe bloccato qualsiasi tentativo di allargamento finché l'UE stessa non
avesse intrapreso profonde riforme.
L'UE ha cercato di incoraggiare le riforme nei
paesi candidati, temendo la crescente influenza di Russia e Cina.
Il
percorso di Ucraina e Moldova.
Ucraina
e Moldova hanno fatto domanda di adesione tra febbraio e marzo 2022 ottenendo
entrambi lo status di Paese candidato nel giugno dello stesso anno.
A soli quattro anni di distanza i due Paesi
hanno aperto martedì 14 luglio un nuovo capitolo del loro percorso verso
l’adesione all’Unione europea, avviando i negoziati sui dossier relativi alla
politica estera, alla sicurezza e alla difesa.
Un
percorso record che ha fortemente diviso in questi anni i Paesi membri dell’UE.
“Parlando
sempre ai giornalisti, la commissaria Kos, ha definito l’appuntamento un “Super
Martedì” dell’allargamento, con quattro Paesi riuniti a Bruxelles per avanzare
nei rispettivi negoziati di adesione.
Sono
passati solo 14 giorni dall'inizio della sua presidenza e stiamo già compiendo
il primo passo significativo verso l'allargamento, con ben quattro conferenze
di adesione in un solo giorno”, ha affermato, rivolgendosi a “Thomas Byrne,
ministro irlandese per gli Affari europei che presiede i negoziati.
Il
cammino europeo dell’Ucraina era rimasto a lungo ostacolato dall’Ungheria.
Il
precedente governo guidato da Viktor Orbán aveva infatti bloccato l’apertura
formale dei negoziati in alcune aree politiche.
Con
l’arrivo al governo di Péter Magyar, Budapest ha adottato una linea meno rigida
nei confronti di Kyiv, permettendo nuovi progressi sia per l’Ucraina sia per la
vicina Moldova.
Finora,
il processo di adesione di Chisinau è rimasto strettamente legato a quello
ucraino, nonostante la candidatura della Moldova abbia incontrato una
resistenza politica molto più limitata rispetto a quella di Kyiv.
“È un
momento di realtà per mostrare alla gente che il processo di allargamento è
reale”, ha dichiarato Byrne nel corso della giornata.
Il
cluster 6, aperto con Ucraina e Moldova, comprende le relazioni esterne, la
politica estera e di sicurezza comune, la politica di sicurezza e difesa, il
commercio, la cooperazione allo sviluppo e gli aiuti umanitari.
Kos ha
sottolineato che l’esperienza accumulata dall’Ucraina sul piano militare
rappresenta un elemento di forza nel suo percorso di adesione.
"L'architettura
di sicurezza futura del nostro continente è inimmaginabile senza
l'Ucraina", ha affermato Kos. "Gli ucraini hanno trasformato il loro
Paese in una potenza militare con capacità che poche altre nazioni possono
eguagliare, soprattutto grazie alla rapida evoluzione delle tecnologie dei
droni."
Montenegro
e Albania intravedono il traguardo.
Parallelamente
ai progressi compiuti da Ucraina e Moldova, l’Unione europea ha chiuso
provvisoriamente con il Montenegro i capitoli 8, dedicato alla politica di
concorrenza, e 29, relativo all’unione doganale.
La
decisione, formalizzata durante la ventottesima Conferenza di adesione
UE-Montenegro, porta a 18 su 33 il numero dei capitoli provvisoriamente chiusi,
oltre la metà del totale.
Secondo
la commissaria europea all’Allargamento Marta Kos, Podgorica è ormai “nella
fase finale della preparazione all’adesione”, mentre anche l’Unione “si sta
preparando ad accogliere” il Paese, come dimostra il recente pacchetto
finanziario che prefigura l’adattamento del bilancio europeo a un’UE a 28 Stati
membri.
Kos ha
tuttavia avvertito che “il lavoro più delicato deve ancora venire”, indicando
nel rafforzamento delle istituzioni democratiche una delle priorità principali.
“È il momento di intensificare le riforme rimanenti e tagliare il traguardo”,
ha affermato, invitando le forze politiche montenegrine a trovare un terreno
comune per completare l’agenda europea. “Il traguardo è ormai in vista,
raggiungiamolo insieme”.
L’Albania
si appresta invece a chiudere i primi tre capitoli del suo processo di
adesione.
Tale decisione fa seguito a quella adottata il
10 luglio dal Comitato dei rappresentanti permanenti degli Stati membri dell'UE
(COREPER), che ha approvato la posizione comune dell'Unione europea sulla
chiusura provvisoria dei negoziati relativi al capitolo 25 (Scienza e ricerca),
al capitolo 26 (Istruzione e cultura) e al capitolo 30 (Relazioni esterne).
Il
controverso premier “Ed Rama” punta a chiudere tutti i capitoli negoziali tra
la fine del 2027 e l’inizio del 2028. Tuttavia, il Paese sta attraversando una
crescente pressione interna sul governo Rama che potrebbero avere conseguenze
sul percorso di adesione all’UE.
Le
proteste nate contro il progetto di un grande resort turistico nell’area
protetta di Narra e Zernez si sono trasformate in una contestazione più ampia
contro la gestione dei grandi investimenti, la scarsa trasparenza e il
progressivo indebolimento dei controlli democratici.
L'Albania
ha formalmente avviato i negoziati di adesione con l'Unione europea in
occasione della prima conferenza intergovernativa del 19 luglio 2022, a seguito
della decisione del Consiglio europeo del marzo 2020 di avviare i negoziati di
adesione e della successiva approvazione del quadro negoziale nell'ambito della
metodologia di allargamento rivista dell'UE.
Da
allora, le due parti hanno avviato negoziati su tutti e sei i gruppi tematici
del processo di adesione.
La
nona conferenza intergovernativa di martedì dovrebbe portare alla prima
chiusura provvisoria dei capitoli di adesione, con la conclusione provvisoria
dei negoziati sui capitoli 25, 26 e 30.
Italia
ed Europa.
Una
strategia di sicurezza per l’Italia:
la
svolta c’è, i rischi restano.
Geopolitica.info
– (08-05 -2026) - Lorenzo Termine, Gabriele Natalizia e Laura Donnini –
Redazione – ci dicono:
(Tags:
Difesa DIS intelligence Italia Meloni nazionale NSS sicurezza strategia).
Stando
a un recentissimo decreto, l'Italia dovrebbe essere sul punto di pubblicare la
sua prima strategia di sicurezza nazionale (NSS), un fatto inedito per l'unico
paese del G7 che non ne ha mai avuta una.
Per
decenni, infatti, un mix di instabilità governativa, competizione tra
istituzioni, un ambiente internazionale relativamente stabile e la percepita
credibilità delle garanzie di sicurezza statunitensi hanno ridotto gli
incentivi a produrla.
Recentemente, tuttavia, il consolidamento
politico interno e una gamma inedita di pressioni esterne sembrano essersi
allineati verso una chiara direzione:
Roma
sembrerebbe sempre più vicina al traguardo di pubblicare un documento
strategico di un livello superiore rispetto a quelli settoriali già prodotti in
passato.
Tuttavia, quattro ostacoli si frappongono.
Con
circa 1.300 giorni in carica, il governo guidato da Giorgia Meloni è già il
secondo governo più longevo della storia della Repubblica.
Ciò ha
profonde implicazioni per la sicurezza nazionale:
Meloni
dispone di un’ampia maggioranza che rende la sua autorità meno vulnerabile non
solo alle pressioni dell’opposizione, ma anche a quelle intra-governative,
principalmente dai suoi due alleati minori i cui rapporti risultano
conflittuali su diverse questioni critiche.
Sebbene non possiamo ancora prevedere come la
sconfitta al referendum sulla giustizia influenzerà la stabilità esecutiva,
finora la sua leadership è stata sufficientemente solida da superare il funzionalismo,
la competizione e le gelosie istituzionali.
Per la
prima volta nel recente passato Palazzo Chigi ha la capacità di riunire — e
tenere insieme — i diversi rami del governo.
Ciononostante,
Meloni ha ereditato il problema storico istituzionale che ogni governo
precedente aveva in materia di sicurezza nazionale:
l’assenza
di un organo unitario responsabile della sicurezza nazionale, in altre parole
un “National Security Concil italiano”.
Da
governi solidi, tuttavia, possono derivare deleghe solide.
Con un
recentissimo decreto, la Presidente del Consiglio ha formalizzato uno schema
istituzionale per la stesura e la pubblicazione di una strategia di sicurezza
nazionale.
In base al decreto, il “Comitato
interministeriale per la sicurezza della Repubblica “formulerà proposte alla PDCM
per l’adozione di una NSS ed eserciterà una supervisione di vertice sulla sua
attuazione.
Il lavoro preparatorio è affidato a un ente
subordinato – il Comitato tecnico – un organo collegiale permanente presieduto
dal direttore generale del “Dipartimento delle informazioni per la sicurezza”
che a sua volta svolge anche il ruolo di segretariato.
Governi
con minor stabilità non sarebbero stati in grado di imprimere una svolta così
chiara.
La
gelosia istituzionale di ufficiali, diplomatici e agenzie di sicurezza avrebbe
fatto naufragare il processo:
meglio
nessuna strategia di sicurezza nazionale che quella elaborata da qualcun altro.
Ciò è
ulteriormente confermato da nostre interviste confidenziali che indicano come
una versione non classificata della “Strategia Militare Nazionale”, redatta
dallo” Stato Maggiore della Difesa italiano”, è pronta per la pubblicazione ma
viene deliberatamente trattenuta in attesa della pubblicazione della NSS,
assegnando di fatto a quest’ultima una chiara primazia.
Il “Ministero
della Difesa”, da parte sua, sta anche valutando una successiva “Strategia di
Difesa Nazionale”.
Stando
al decreto, la NSS non richiederà l’approvazione parlamentare:
il documento, infatti, dovrà essere adottato
dalla “Presidente del Consiglio” su proposta del “Comitato interministeriale”,
previo parere del “Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica” per
poi essere presentata al “Comitato parlamentare” che richiederà anche una
periodica audizione sulle iniziative adottate nell’ambito di tale strategia.
Il
nuovo decreto rende la pubblicazione della prima NSS italiana considerevolmente
più probabile.
Eppure
sposta anche i termini del dibattito.
La
questione chiave non è più semplicemente se Roma possa creare un quadro formale
per il coordinamento strategico, ma se il documento che ne emergerà conterà
nella pratica.
Quattro rischi interconnessi potrebbero minare
tale risultato.
Evitare
una strategia troppo ristretta.
Affidare
il processo di redazione a un’architettura istituzionale centrata sui servizi
di intelligence ha chiari vantaggi politici.
Taglia
attraverso la resistenza burocratica, accelera il coordinamento degli apparati
rispetto agli obiettivi comuni e aumenta le probabilità che il processo produca
effettivamente risultati, non da ultimo perché i servizi di intelligence
italiani rispondono in ultima istanza al governo attraverso l’Autorità
delegata.
Ma
questa scelta rischia di produrre una distorsione:
orientare
eccessivamente la NSS verso le minacce interne e ibride, come un black-out
energetico o delle reti, a discapito di quelle più squisitamente internazionali
e convenzionali.
Il
panorama della sicurezza interna dell’Italia è indiscutibilmente messo a dura
prova dalla criminalità organizzata, dal terrorismo, dalla migrazione
irregolare, dalle reti illecite e dalle minacce che – con metodi diversi – sono
posti dalla Repubblica Popolare Cinese e dalla Federazione Russa
all’infrastruttura e alla tenuta del rapporto tra cittadini e autorità.
Queste
sono sfide durature e politicamente rilevanti, e qualsiasi strategia seria deve
necessariamente affrontarle.
Un’eccessiva
enfasi sulle questioni interne, tuttavia, rischia di oscurare un cambiamento di
ben più grande portata:
l’ambiente esterno dell’Italia si sta trasformando.
Il
ritorno della competizione tra grandi potenze, la violenza nel Mediterraneo
Allargato, e la crescente penetrazione della Cina stanno ridisegnando
l’orizzonte strategico del Paese.
I
grandi attori internazionali stanno sempre più “weaponizzando” interdipendenza
economica e “Stati fragili”, la competizione tecnologica sta accelerando, e le
richieste per la partecipazione all’Alleanza atlantica sono in aumento.
In questo contesto, una strategia di sicurezza
nazionale che si concentri troppo sulle minacce interne offrirà, nella migliore
delle ipotesi, una diagnosi parziale, coerente forse ma incompleta.
Evitare
una strategia troppo vaga.
Una
volta presa la decisione di pubblicare una strategia, i governi si trovano
inevitabilmente di fronte a difficili compromessi e a un pubblico eterogeneo da
accontentare.
Di
conseguenza, spesso si coprono le spalle producendo documenti che sembrano
strategici pur dicendo ben poco.
Il
risultato è un testo che segnala impegno senza stabilire priorità e invoca
principi senza fare scelte.
Una strategia eccessivamente cauta,
diplomaticamente neutrale o basata su generici riferimenti al diritto
internazionale e al multilateralismo sarebbe più facilmente digeribile al
sistema politico e all’elettorato italiano, ma strategicamente debole.
Questa
dinamica è visibile, ad esempio, nel caso tedesco, dove la necessità di
accomodare molteplici vincoli politici e istituzionali ha prodotto una
strategia deliberatamente misurata e, talvolta, ambigua.
L’obiettivo
non è eliminare del tutto l’ambiguità – vi è una ragione strategica nel non
esplicitare tutto – ma disciplinarla.
Una strategia dovrebbe delineare il tipo di
ambiente internazionale che l’Italia cerca di preservare o plasmare, i
partenariati che valorizza di più e gli strumenti a cui può e vuole far
ricorso.
Dovrebbe tracciare, in altre parole, una visione
preferita del mondo e del posto che l’Italia desidera occupare al suo interno,
non in termini astratti, ma come esercizio di pragmatismo politico utile a
mettere in rapporto mezzi e fini.
Evitare
la frammentazione istituzionale.
Una
NSS produrrà necessariamente aspettative di coerenza.
Sarà
letta come un tentativo di riunire strumenti diplomatici, militari, economici e
di sicurezza interna in un unico quadro.
Ma
senza un meccanismo per tenere insieme tale quadro, le aspettative potrebbero
rapidamente superare la realtà.
La
scelta di non istituire un consiglio formale per la sicurezza nazionale
riflette una scelta politicamente pragmatica.
Un
nuovo organismo di coordinamento provocherebbe probabilmente resistenze
burocratiche e riaprirebbe rivalità radicate.
Delegare
l’intero processo all’esistente CISR e, al di sotto di esso, al DIS è un
compromesso praticabile, ma lascia irrisolta la questione centrale:
chi
arbitrerà una volta che la strategia sarà pubblicata?
Se il
CISR non è dotato di poteri sostanziali per portare avanti il lavoro, anche una
strategia ben elaborata mancherà della spina dorsale per orientare le
decisioni. Soluzioni informali sono chiaramente possibili.
Un
ruolo più assertivo della Presidenza del Consiglio nel convocare e guidare il
coordinamento, ad esempio, o un controllo più stretto e personale sulla
supervisione dell’intelligence, tuttavia, reggono nel breve termine, in
presenza di un esecutivo stabile o di una leadership carismatica, ma
difficilmente producono gli effetti desiderati in maniera continuativa.
Gli
accordi informali, d’altronde, raramente sopravvivono ai cambi di governo.
Meccanismi
formali di controllo e verifica – e il nuovo decreto è un passo inedito in
quella direzione – dovrebbero stabilire procedure per l’adozione della
strategia – e il suo aggiornamento – e conferire al CISR una supervisione di
vertice sulla sua attuazione, assegnare funzioni preparatorie e di monitoraggio
al CISR tecnico, e richiedere rapporti periodici al comitato parlamentare.
In
definitiva, senza un ancoraggio istituzionale, anche il documento più
accuratamente redatto rischia di rimanere un pezzo di carta.
Evitare
una prospettiva non sistemica.
Nel
corso del tempo, il concetto di “sicurezza” è evoluto andando a comprendere gli
ambiti più disparati e rendendo necessario un approccio più completo e
sistemico alla sicurezza nazionale (Whole-of-government).
Alcuni
intervistati ci hanno confidato che il processo di redazione della NSS potrebbe
non aver incluso sufficientemente tutti gli attori istituzionali coinvolti
nella sicurezza nazionale italiana.
Tra
questi persino la Farnesina potrebbe aver giocato un ruolo minoritario, il che
costituirebbe un errore esiziale.
Vero o no che sia, il rischio menzionato è
reale:
una strategia che rifletta solo una porzione
del sistema politico-istituzionale nazionale rischierebbe di diventare
un’occasione persa per promuovere la coerenza e la condivisione di obiettivi
tra le istituzioni deputate alla sicurezza nazionale.
Una
NSS non può essere scritta da un unico punto di osservazione.
Dovrebbe
riunire non solo i pilastri tradizionali della sicurezza — affari esteri,
difesa, intelligence e forze armate — ma anche la più ampia comunità italiana
di politica estera, che include attori economici ed esperti di sicurezza e
difesa.
Nell’attuale
contesto geopolitico, ad esempio, la sicurezza economica non è più una
questione secondaria.
I
ministeri e le agenzie responsabili della governance economica e della
strategia industriale non sono attori periferici, ma risultano centrali poiché
aiutano a definire cosa costituisce un asset strategico, cosa dovrebbe essere
protetto e dove si trovano le vulnerabilità, rafforzando così la postura
strategica del paese.
Altrettanto
importante sarebbe il coinvolgimento della più ampia comunità di esperti
accademici e think tank.
In un paese dove il dibattito pubblico sulla
sicurezza e la difesa rimane limitato e spesso polarizzato, il loro ruolo va
oltre l’analisi.
Potrebbero
contribuire a definire la conversazione, a tradurre la strategia in termini
accessibili e a ridurre il rischio che un documento di questo tipo venga
frainteso o strumentalizzato politicamente.
Dalle
nostre interviste emerge che il processo di redazione è a uno stadio avanzato.
Due recenti sviluppi, tuttavia, rischiano di
scompigliare le carte.
Il
primo è interno.
Sebbene
il governo rimanga stabile e le elezioni anticipate non siano imminenti, il
risultato del recente referendum ha esposto i limiti del suo più ampio sostegno
pubblico.
In un paese dove l’opinione pubblica rimane
diffidente nei confronti del riarmo e dove il dibattito sulle questioni
militari è spesso attutito, l’introduzione di una prima NSS potrebbe fornire
all’opposizione politica una potente linea di attacco, inquadrandola come prova
di una politica estera più assertiva, persino dai tratti militaristici.
Di
fronte a questo rischio, il governo potrebbe decidere di rinviare la
pubblicazione della strategia alla prossima legislatura, in caso di vittoria.
Il
secondo sviluppo è internazionale.
La
guerra USA-Israele con l’Iran, per la prima volta da quando Meloni è in carica,
ha introdotto frizioni visibili tra Roma e Washington.
In assenza di una NSS, l’Italia può mantenere
un certo grado di ambiguità e giustificare la moderazione come coerente con il
proprio interesse nazionale.
Una
strategia di sicurezza nazionale pubblicata, al contrario, potrebbe restringere
questo margine di manovra.
Stabilendo priorità e linee rosse, il
documento esporrebbe così l’Italia a rischi reputazionali qualora le sue
promesse scritte non fossero all’altezza degli impegni realmente assunti.
Al
tempo stesso, la guerra in Iran sottolinea i rischi di operare senza un chiaro
quadro strategico.
In questo contesto, le ragioni in favore di
una NSS diventano ancora più convincenti:
non
come un vincolo, ma come una necessaria “stella polare” per la politica estera
e di difesa.
Le
dinamiche menzionate potrebbero ancora influenzare i tempi, il contenuto e la
presentazione politica della strategia.
Ma il
decreto ha apparentemente cambiato il quadro di riferimento.
L’Italia è oggi più vicina che mai a colmare
una lacuna di lunga data nella sua architettura di sicurezza nazionale.
Il nuovo decreto fornisce la procedura,
l’ancoraggio istituzionale e la promessa di aggiornamenti periodici.
Ciò
che non può fornire da solo è la chiarezza strategica. Ciò dipenderà dal
mandato politico che la NSS avrà:
non
solo la gestione delle crisi, ma la definizione dell’interesse nazionale
dell’Italia e la gerarchizzazione dei suoi obiettivi in un ambiente
internazionale sempre più competitivo.
(Gli
Autori: Lorenzo Termine - Gabriele Natalizia- Laura Donnini).
Interesse
nazionale: pivot per intelligence, politica estera e difesa.
Analisidifesa.it
– (19 marzo 2026) - Luciano Piacentini, Claudio Masci – Opinioni – Redazione –
ci dicono:
L’arena
geopolitica internazionale sta ridisegnando un nuovo ordine mondiale, ove gli Stati
Uniti sono sempre più attratti ed in “rotta” per l’area Medio orientale ed il
Mar Cinese Meridionale.
Inoltre
l’esaurimento del ruolo della NATO nel confronto Est-Ovest e la revisione del
ruolo della Unione Europea sono condizionati da un potente riarmo della
Germania.
Nel
passato abbiamo più volte auspicato il progresso dell’Unione Europea orientato
verso uno Stato Federale o Confederale, tale da poter assumere il ruolo di
autorevole interlocutore nell’arena internazionale al fine di tutelare i propri
“Interessi vitali nazionali”, assommando ed armonizzando contestualmente quelli
dei singoli membri in un “unicum”.
Ma
cosa sono gli Interessi Vitali Nazionali?
Secondo autorevoli think-tank si tratta di:
Il
punto più alto della Sicurezza Nazionale, che investe direttamente l’incolumità
e la vita dei cittadini, per prevenire attacchi nei loro confronti e tutelarne
il benessere;
L’attività
che uno Stato può realizzare, al fine di evitare un danno alla collettività:
compete ai Governi definirne il contenuto.
Una
definizione in positivo implicherebbe l’esclusione a priori di talune
determinazioni – rispetto ad altre – in funzione della mutevolezza delle
situazioni internazionali e delle minacce;
L’insieme
degli obiettivi, delle ambizioni e delle aspirazioni di uno Stato, definiti
all’interno di un’area geografica – resi chiari, palesi ed espressi in modo
inequivocabile – nelle 4 dimensioni: Politica, Culturale, Economica e Militare.
In
teoria – o per meglio dire, in sostanza – il concetto tramite il quale ogni
azione dello Stato, qualora necessaria per il bene dello Stato stesso, è
legittima, indipendentemente dalla propria moralità.
Secondo
il nostro parere occorre fare una distinzione fra Interesse Vitale Nazionale e
Sicurezza Nazionale.
L’Interesse
Vitale è da considerare uno stato di estrema necessità, una condizione
indispensabile per l’esistenza individuabile caratterizzata da esigenze
primarie necessarie per la riproduzione, la sopravvivenza, l’esigenza di
Sicurezza, che ogni sistema sociale dovrebbe soddisfare.
Trattasi
di enunciazioni teoriche che troviamo sancite in parte – sebbene non
esplicitamente – nella nostra Costituzione.
In
particolare:
salvaguardia
del territorio (Art. 1: L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul
lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei
limiti della Costituzione; Art. 5: La Repubblica, una e indivisibile, riconosce
e promuove le autonomie locali …);
sicurezza
dei cittadini (gli Art.li 13 – 28 Rapporti Civili e 29 – 34 Rapporti
Etico-Sociali delineano la quotidianità di una convivenza civile che la
sicurezza è tenuta a garantire);
benessere
economico (gli Art.li 35 – 47 Rapporti Economici, dettano l’insieme delle
condizioni che permettono, ad ogni cittadino, di soddisfare i sempre crescenti
bisogni elementari);
protezione
delle infrastrutture cruciali, strumenti fondamentali per tutelare la
quotidiana convivenza e conseguire il benessere economico.
In
sintesi gli Interessi Vitali Nazionali sono:
condizionati
da fattori immodificabili e costanti nel tempo quali la collocazione geografica
di un Paese, la propria storia, la propria cultura – unitamente alla tradizione
nazionale – la propria articolazione territoriale, le etnie che lo popolano ed
i livelli di sviluppo sociale ed economico raggiunti;
configurabili
nell’indipendenza di uno Stato, nell’integrità del proprio territorio, nella
Sicurezza dei propri cittadini ed in quelle infrastrutture indispensabili per
la libera circolazione, la convivenza ed il benessere degli stessi, oggi
definite “cruciali”.
Tale
configurazione teorica deve necessariamente essere ben definita e condivisa da
tutte le espressioni politiche dello Stato poiché identifica l’ambiente o il
contesto sul quale si fonda la Sicurezza Nazionale, nonché il “pivot”
indispensabile per l’esercizio della politica estera, ai fini
dell’approntamento delle Forze di Difesa ed inoltre degli obiettivi e delle
priorità da fornire all’Intelligence affinché ne curi la salvaguardia.
L’Intelligence
infatti è un efficace processo di raccolta e di elaborazione di informazioni
(“data” e notizie) per rafforzare i processi decisionali dei massimi Vertici
Politici, Militari ed Economici, destinati alla soluzione di problemi
operativi, tutela degli Interessi Vitali del Paese e salvaguardia della
Sicurezza Nazionale.
Il
Decisore Politico – per poter sostenere le proprie scelte – non ha l’esigenza
di conoscere ciò che è accaduto, ma quello che avverrà, in modo tale da
intervenire per prevenire ed evitare e/o contrastare rischi e pericoli
pregiudizievoli per i propri concittadini.
La
precondizione dell’efficienza informativa è data dalle peculiari prescrizioni
del Decisore politico: prescrizioni che consentono agli Operatori Intelligence
di conoscere quali siano le esigenze informative del Decisore medesimo nonché
le priorità da attribuire alle stesse.
Il
punto essenziale, in conclusione, è costituito dalla formulazione delle
esigenze informative degli utilizzatori, nella considerazione che il ruolo
dell’Intelligence si incardina sulla tutela – da qualsiasi pericolo o minaccia
– degli INTERESSI VITALI NAZIONALI in relazione ad indicazioni e priorità
politicamente determinate.
La
Sicurezza Nazionale rappresenta la definizione affidabile – ad opera del
Governo – di tutte quelle misure da predisporre ed adempiere per la tutela di
tali Interessi, ovviamente mutevoli in funzione di: tempo, alleanze
strategico-politiche, complessità nonché evoluzione di situazioni
internazionali, mutevolezza e ciclica evoluzione delle minacce.
Abbiamo
già avuto modo di porre all’attenzione come gli Interessi Vitali Nazionali
dell’Italia si inquadrino – in assenza di velleità ed aspirazioni da Grande
Potenza – nel triangolo mediterraneo ove la nostra area geopolitica è
delimitata da tre vertici: Nord Europa, Marocco e Medio Oriente.
La
tutela di detti Interessi, necessari per l’edificazione di un Sistema Paese –
al fine di evitare di “andare a rimorchio” di influenze strategiche, instradate
esclusivamente al perseguimento di Interessi Nazionali alieni e contestualmente
prive di un equo spazio dedicato alla doverosa attenzione verso gli Interessi
degli alleati/amici – presuppone senso di appartenenza e coesione sociale.
Il
senso di appartenenza si raggiunge tramite la coesione sociale, cioè con
comportamenti e legami di solidarietà – tra individui, finalizzati ad attenuare
disparità derivanti da situazioni sociali, economiche, culturali, etniche, ecc.
Infatti,
il termine coesione deriva dal latino “cohaesus”, ovvero essere strettamente
uniti.
Ne
consegue che possiamo ricercare i nostri Interessi Vitali nazionali solo nel
contesto dell’Unione Europea che dovrebbe farli propri armonizzandoli con
quelli di tutti gli Stati membri.
Il
Mediterraneo è stato per secoli il modello geopolitico di un “mare interno”
circondato da spiagge ininterrotte che affacciavano su di esso e da terre note
oltre le quali si delineavano regioni ignote.
«Mare
interno» che delimitava lo spazio della “appropriata MISURA”,
dell’”invalicabile LIMITE”, del “duraturo equilibrio tra gli estremi, ovvero
della PROPORZIONE” e di una “manifesta ARMONIA”, valori ove si fondava la
Civiltà greco-romana e si fonda oggi la Cultura Occidentale.
Abbiamo
già provato a declinare i nostri Interessi nel contesto europeo, quando momenti
di speranza ci dettero l’illusione che tale mito potesse essere realizzato
purtroppo senza successo.
Nella
fase attuale – nel corso della quale – le aree medio orientali, asiatica e sud
americana sono afflitte da convulsioni multidimensionali (contenziosi
religiosi, aspirazioni orientate alla Costituzione di Califfati, ambizioni
nucleari, crisi energetiche, ecc.) il Mediterraneo rappresenta ancora una volta
il cuore degli Interessi Nazionali ed Europei.
Il
quadro strategico ripropone la centralità della nostra Regione – quale ambiente
di vitale importanza geopolitica – a fronte delle stupefacenti trasformazioni
effettuate della più grande democrazia mondiale, gli USA e del suo attuale
isolazionismo che:
fu
osannata quale miglior metodo di Governo da Tocqueville, il quale comunque ne
avvertì il rischio che si potesse trasformare in una” tirannide della
maggioranza”.
Egli riteneva che la superficie della società
americana – ricoperta da uno strato di vernice democratica – di tanto in tanto
mostrava i vecchi colori aristocratici;
è
stata idealizzata quale “Destino manifesto” (espressione coniata nel 1845 dal
giornalista del Partito Democratico John L. O’Sullivan, per indicare la
convinzione che gli Stati Uniti d’America avessero la missione di espandersi,
diffondendo la propria forma di libertà e democrazia anche oltre gli Oceani) sponsorizzato inizialmente dai
Presidenti democratici e poi anche da quelli repubblicani;
era
ritenuta esportabile da G.W. Bush che nel 2004 – dopo gli attacchi dell’11
settembre del 2001 – riteneva opportuno avviare una risposta politica nell’area
mediterranea allargata (il paradigma era la promozione di riforme democratiche
ed economiche nei Paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente) da affiancare
alla reazione militare in Afghanistan ed Iraq;
è ora
trasformata in una MAGA (Make America Great Again) per ammaliare il mondo
intero.
Tutto
ciò fa ritenere precario l’originario ruolo della NATO e considerare irrinunciabile
una UE che decida quale “cosa” intenda divenire: un coacervo di Paesi ancora
divisi da contrastanti Interessi Nazionali oppure una Federazione incardinata
su quattro pilastri fondamentali: moneta unica, politica estera comune, una
peculiare economia ed una unanime difesa militare, ridefinendo la propria
presenza regionale e delineando una Strategia di Sicurezza inclusiva di
capitoli molto diversi tra loro.
In
tale nuovo processo l’UE non potrà eludere il confronto dialettico con le
Potenze esterne dotate di interessi nel Mediterraneo: Stati Uniti, Russia,
Paesi del Golfo e Cina, ma l’assunzione di tale ruolo cruciale non può
prescindere da un preventivo consolidamento ed una stabilizzazione del progetto
europeo nel suo complesso nonché dalla definizione dei propri Interessi Vitali.
Occorre
inoltre esorcizzare i fantasmi del passato che hanno condotto al 2° conflitto
mondiale – ora paventati dal riarmo della Germania – per
stemperarne
l’egemonia in un Governo Federale o Confederale nella considerazione che le
attuali direttrici geopolitiche non consentono più che le crisi dell’area
mediterranea siano gestite erigendo barriere o affidandole a “prime donne”. Al
fine di mantenere il dialogo nell’area e tutelare gli Interessi Europei non
sono affatto utili gli interventi di tipo neo-coloniale, anzi deleteri: occorre
trovarne di più moderni e meno impositivi.
L’Italia
ha sempre analizzato correttamente – come primo fattore delle proprie scelte
politiche – le evoluzioni culturali, antropologiche e sociali
dell’area
mediterranea, quali fattori essenziali in tutte le strategie, alle quali ha
associato la ineludibile conoscenza di storia, religione, usi, abitudini e
tradizioni nonché le informazioni politiche, economiche e quelle concernenti le
vie di comunicazione.
Da
siffatta disamina – sempre decisiva per il successo o il fallimento di tutte le
strategie – il nostro Paese è stato ed è in grado di promuovere valori
democratici sulle diverse sponde dell’area sud, embrioni che le giovani
generazioni di quella stessa area sapranno autonomamente curare e sviluppare,
per raggiungere valori democratici a fondamento di Stati nazionali stabili,
favorendo un rapporto meno diseguale con l’Europa.
Il
nostro Interesse è stabilire un approccio realistico con la poliedrica realtà
mediterranea tramite una politica che ridefinisca il ruolo, la presenza e la
capacità di intervento dell’Italia quale ponte dell’Unione Europea per
dialogare con la sponda sud.
Verso
un Sistema di Difesa Europeo:
l’imperativo
dell’integrazione industriale
e del
coordinamento politico.
Thefederalist.eu
- Editoriali. Anno LXVIII, 2026, Numero 1. – Pierandrea Andrielli – Redazione-
ci dice:
Introduzione.
L’Unione
europea si trova oggi di fronte a una delle più rilevanti sfide della sua
storia: la necessità di dotarsi di una credibile capacità di difesa autonoma in
un contesto geopolitico radicalmente mutato. L’aggressione russa all’Ucraina
del febbraio 2022 ha rappresentato un punto di svolta, accelerando quei
processi di revisione strategica che si trascinavano da decenni. Il Libro
Bianco sulla Difesa Europea, del 19 marzo 2025, costituisce un documento
programmatico senza precedenti, che riconosce esplicitamente come “l’Europa si
trova ad affrontare una minaccia acuta e crescente” e come “l’unico modo per
garantire la pace è avere la prontezza di dissuadere chi vuole farci del male”.
La
capacità dell’Unione di rispondere efficacemente a questa sfida dipende, in
modo determinante, dalla sua capacità di superare l’attuale frammentazione
industriale e dalla volontà politica di costruire meccanismi di coordinamento
sovranazionale in un settore tradizionalmente riservato alla sovranità
nazionale.
Come
ha osservato Roberto Cingolani, Amministratore Delegato di Leonardo “nello
spazio, così come nella difesa, piccolo non è bello e neanche una taglia media
come la nostra è sufficiente: le aziende europee devono allearsi, sacrificando
la loro sovranità sul ridotto mercato domestico per poter competere insieme
sull’immenso mercato globale”.
In
queste pagine si analizzerà l’evoluzione recente delle iniziative europee nel
settore della difesa, concentrandosi su tre dimensioni interconnesse:
la
frammentazione dell’industria europea della difesa e i suoi costi economici e
operativi; gli strumenti finanziari e normativi recentemente introdotti per
favorire l’integrazione industriale;
la
rilevanza politica della governance industriale e del suo coordinamento
strategico.
Il
punto centrale è che, senza un salto qualitativo nell’integrazione politica e
nel coordinamento strategico, anche gli investimenti più consistenti rischiano
di perpetuare inefficienze strutturali e di non produrre quella capacità di
difesa autonoma che le circostanze storiche oggi richiedono.
Il costo della frammentazione: diagnosi di
un’inefficienza strutturale.
L’industria
europea della difesa presenta oggi caratteristiche di frammentazione che la
distinguono nettamente dai principali competitori globali.
Secondo
un’analisi di PwC, gli Stati europei utilizzano attualmente 172 modelli diversi
di sistemi d'arma, mentre gli Stati Uniti ne impiegano solo 32.
Questa moltiplicazione di piattaforme e
sistemi genera costi diretti stimati in 75,5 miliardi di euro all’anno in
duplicazioni di investimenti che potrebbero essere destinati a progetti più
efficienti e strategici.
La
frammentazione si manifesta in modo particolarmente evidente nel settore degli
armamenti terrestri e aerei.
Durante
il conflitto in Ucraina, le forze ucraine hanno ricevuto dieci diversi tipi di
obici da 155 millimetri dagli Stati membri dell’Unione Europea, creando
complicazioni logistiche significative in termini di munizionamento,
addestramento degli equipaggi, manutenzione e disponibilità di pezzi di
ricambio.
Nel settore aeronautico, la coesistenza di
progetti nazionali paralleli per la nuova generazione di cacciabombardieri
rischia di compromettere l'efficacia strategica complessiva, accentuando il
divario tra le capacità europee e quelle dei principali competitori.
La
frammentazione del mercato europeo della difesa ha radici storiche profonde.
Ogni
Stato membro ha sviluppato nel corso dei decenni un proprio modello di
procurement, con regolamenti, requisiti tecnici e standard operativi
divergenti, che riflettevano priorità strategiche nazionali spesso non
coordinate.
Questa
situazione ha limitato l'efficacia degli investimenti collettivi e ha reso
l’industria europea strutturalmente meno competitiva rispetto a quella
statunitense, che beneficia di un mercato domestico unificato di dimensioni
continentali.
Le
conseguenze operative di questa frammentazione sono molteplici.
In primo luogo, la mancanza di interoperabilità tra
i sistemi d'arma degli Stati membri, seppure mitigata da decenni di tentativi
di standardizzazione avvenuti su iniziativa NATO, complica significativamente
le operazioni militari congiunte, aumentando i tempi di coordinamento e
riducendo l’efficacia tattica.
In secondo luogo, la duplicazione degli investimenti
in ricerca e sviluppo disperde risorse che potrebbero essere concentrate su un
numero più limitato di progetti di eccellenza.
Il
Rapporto Draghi sulla competitività europea del 2024 ha evidenziato come la spesa europea
in ricerca e sviluppo per la difesa, già scarsa in termini assoluti, risulti
ulteriormente indebolita dalla frammentazione, con impatti negativi sulle
tecnologie emergenti fondamentali per le future capacità di difesa.
In
terzo luogo,
la frammentazione riduce le economie di scala nella produzione industriale.
Le serie produttive ridotte aumentano i costi
unitari, rendendo i sistemi d’arma europei meno competitivi sui mercati
internazionali e meno accessibili per gli stessi Stati membri. Questo circolo
vizioso ha portato, negli ultimi anni, a un incremento significativo delle
acquisizioni di equipaggiamenti militari da fornitori extra-UE, con gli Stati
membri che acquistano fino a quattro volte più equipaggiamenti da produttori
esterni rispetto a un decennio fa.
Il
Libro Bianco riconosce esplicitamente queste inefficienze strutturali:
“La mancanza di collaborazione ha portato a
inefficienze nello sviluppo delle capacità di difesa imponendo costi aggiuntivi
a tutti gli Stati membri. Di conseguenza, si è persa l’opportunità di sfruttare
le economie di scala europee per ridurre i costi unitari”.
Questa diagnosi rappresenta un passo
importante verso il riconoscimento che il problema della difesa europea non è
principalmente quantitativo, visto che la spesa aggregata dei paesi membri è
considerevole, ma qualitativo: si tratta di spendere meglio, in modo coordinato
e strategicamente orientato.
Il
paradosso della politica di concorrenza: campioni negati e competitori esterni
rafforzati.
La
frammentazione industriale europea nel settore della difesa non è solo il
risultato di inerzie storiche o di gelosie nazionali passive.
È il
prodotto di scelte politiche e regolamentari precise che, per un ventennio,
hanno subordinato la logica industriale strategica all'ortodossia della
concorrenza intra-europea, mentre il resto del mondo consolidava campioni
nazionali e regionali di dimensioni continentali, ed in tutti gli ambiti
produttivi.
Il
caso più emblematico rimane il blocco, nel febbraio 2019, della fusione tra
Siemens e Alstom nel settore ferroviario.
La Commissione Europea bocciò l’operazione
adducendo rischi di posizione dominante sul mercato europeo dell’alta velocità,
nonostante i governi francese e tedesco avessero sostenuto pubblicamente la
necessità di creare un “campione europeo” capace di competere con il colosso
cinese CRRC, che da solo controlla il 60% del mercato globale dei treni.
La decisione seguiva una logica rigorosamente
microeconomica: proteggere la concorrenza all’interno del perimetro europeo,
valutando le quote di mercato esclusivamente su scala continentale. Il
risultato fu che, mentre l’Europa impediva ai propri attori di raggiungere
massa critica, i competitor extra-UE, cinesi in primis, ma anche giapponesi e
coreani, continuavano a consolidarsi nei propri mercati protetti e poi a
espandersi globalmente, incluso il mercato europeo stesso.
Questo
paradigma ha trovato applicazione diretta anche nel settore della difesa.
Come
osservato da Roberto Cingolani nel febbraio 2024, le autorità regolatorie
europee hanno a lungo ostacolato processi di consolidamento tra gruppi
industriali della difesa, applicando criteri antitrust concepiti per mercati
civili a un settore dove la dimensione geopolitica è intrinsecamente dominante.
Le
fusioni e le acquisizioni transnazionali nel settore della difesa sono state
sottoposte a scrutinio prolungato, condizionalità stringenti e, in alcuni casi,
a veti impliciti derivanti dalle preoccupazioni di singoli Stati membri su
“perdita di sovranità industriale”.
Il paradosso è evidente: ogni capitale europea temeva di
cedere il controllo del proprio campione nazionale a un partner europeo, ma
nessuno applicava la stessa resistenza all’acquisto di sistemi d’arma da
produttori americani, israeliani o sudcoreani.
Le
gelosie industriali nazionali hanno operato come vincolo politico permanente.
Ogni
progetto di consolidamento ha dovuto affrontare resistenze di governi
preoccupati per l’impatto occupazionale su siti produttivi nazionali, per la
perdita di know-how strategico, o semplicemente per la prospettiva che il
quartier generale della nuova entità fosse localizzato in un altro Stato
membro.
Queste resistenze si sono tradotte in una
proliferazione di “caveat industriali”:
accordi
di work-share rigidi, garanzie di autonomia operativa per le filiali nazionali,
clausole di golden share, che hanno svuotato di efficienza economica anche le
poche operazioni di consolidamento effettivamente realizzate.
Il
risultato netto di questa doppia paralisi, antitrust rigoroso verso l’interno,
apertura asimmetrica verso l’esterno, è stato il progressivo indebolimento
della base industriale europea rispetto ai competitori globali.
Mentre
Boeing e Lockheed Martin negli Stati Uniti potevano contare su un mercato
domestico unificato da 340 milioni di abitanti e su contratti pluriennali
garantiti dal Pentagono, i gruppi europei dovevano competere su 27 mercati nazionali
frammentati, ciascuno con proprie procedure di procurement, propri standard
tecnici e proprie priorità politiche.
Mentre la Cina costruiva attraverso fusioni statali
gruppi come NORINCO e AVIC con fatturati superiori ai 60 miliardi di dollari,
l’Europa manteneva una costellazione di attori di medie dimensioni
strutturalmente incapaci di sostenere i costi di ricerca per le tecnologie di
prossima generazione, e sempre in competizione tra loro.
La
consapevolezza di questo errore strategico è emersa solo negli ultimi anni,
accelerata dalla guerra in Ucraina.
Il Libro Bianco del 2025 dedica un'intera
sezione alla necessità di “rafforzare la base tecnologica e industriale della
difesa europea” e riconosce che “per decenni l'industria della difesa europea è
stata caratterizzata da una frammentazione eccessiva che ha impedito di
sfruttare appieno le economie di scala”.
Ancora più esplicitamente, il regolamento (UE)
2025/1106 sullo strumento “SAFE”, adottato dal Consiglio ai sensi dell’articolo
122 TFUE, riconosce che la difesa non può più essere trattata come un mercato
ordinario:
l’Unione accetta di derogare alle sue cautele di
bilancio abituali pur di concentrare risorse e domanda in un’industria
considerata ormai essenziale per la propria sicurezza.
Purtroppo,
il recupero del tempo perduto richiede più di un cambio normativo.
Richiede
il superamento di quella cultura politica nazionalista che, per proteggere
simboli industriali domestici ormai inadeguati alla competizione globale, ha
sacrificato la possibilità di costruire campioni europei realmente competitivi.
Come ha osservato un analista di Linklater,
specializzato in diritto della concorrenza applicato alla difesa, “la questione
non è tecnica ma politica:
fino a
quando i governi europei valuteranno una fusione transnazionale come una
minaccia alla sovranità piuttosto che come una condizione per preservarla,
l'industria europea della difesa rimarrà strutturalmente debole”.
Gli
strumenti dell’integrazione: EDIRPA, Re Arm Europe e il nuovo ecosistema
finanziario.
La
consapevolezza dell’urgenza della situazione ha portato, negli ultimi anni,
all’adozione di una serie di strumenti normativi e finanziari volti a
incentivare la cooperazione e l’integrazione dell'industria della difesa
europea.
Questi
strumenti rappresentano un cambiamento significativo nell'approccio dell’Unione
a un settore tradizionalmente considerato di esclusiva competenza nazionale.
Il
Regolamento (UE) 2023/2418, che istituisce lo strumento per il rafforzamento
dell’industria europea della difesa attraverso l'acquisto comune (EDIRPA – Europea Defense Industry
Reinforcement through Common Procurement Act), adottato il 18 ottobre 2023,
costituisce un precedente normativo di rilievo.
EDIRPA incentiva gli appalti comuni tra almeno
tre Stati membri, coprendo parte dei costi amministrativi e di coordinamento
per evitare la frammentazione del mercato e aumentare l'interoperabilità dei
sistemi d’arma.
La
Decisione di esecuzione della Commissione del 15 marzo 2024 ha adottato il
programma di lavoro per il periodo 2024-2025, stanziando un contributo massimo
dell’Unione pari a 310.110.000 euro.
Il programma di lavoro identifica tre inviti a
presentare proposte con il detto budget indicativo totale suddiviso nelle
seguenti aree: munizioni (103,2 milioni di euro), difesa aerea e missilistica
(103,2 milioni di euro), e altre capacità critiche (103,7 milioni di euro).
L’impatto
moltiplicativo di EDIRPA si è rivelato significativo.
A novembre 2024, la Commissione Europea ha
approvato finanziamenti per cinque progetti transfrontalieri, a ciascuno dei
quali sono stati assegnati 60 milioni di euro, per un totale di 300 milioni di
euro. I cinque progetti selezionati rappresentano un valore complessivo di
approvvigionamento superiore a 11 miliardi di euro, dimostrando un effetto leva
superiore a 36 volte l'investimento dell’UE.
Questo dato evidenzia come incentivi
relativamente contenuti possano catalizzare investimenti molto più consistenti
quando inseriti in un quadro di coordinamento strategico.
Il
piano Re Arm Europe/Readiness 2030, presentato dalla Commissione europea nel marzo 2025,
rappresenta un salto quantitativo e qualitativo ulteriore.
Il
piano prevede la mobilitazione di oltre 800 miliardi di euro per investimenti
nella difesa attraverso una combinazione di strumenti finanziari e fiscali
articolata su cinque pilastri.
Il
primo pilastro consiste nella creazione di un nuovo strumento finanziario dedicato,
denominato Security
Action for Europe (SAFE), che fornirà agli Stati membri prestiti sostenuti dal
bilancio comunitario fino a un importo massimo di 150 miliardi di euro.
SAFE è
stato proposto sulla base dell'articolo 122 del Trattato sul funzionamento
dell’Unione Europea, che prevede la possibilità di fornire assistenza
finanziaria agli Stati membri in caso di circostanze eccezionali.
I prestiti avranno una durata massima di 45
anni e un periodo di grazia di 10 anni per il rimborso del capitale, con
condizioni di finanziamento vantaggiose derivanti dall’elevato rating
creditizio dell'UE.
Gli
Stati membri che desiderano accedere ai prestiti SAFE dovranno presentare un
piano di investimento nell’industria europea della difesa (European Defence Industry Investment
Plan) alla
Commissione.
Il
piano dovrà includere una descrizione delle attività, delle spese e delle
misure per le quali lo Stato membro richiede il prestito, i prodotti della
difesa dei quali intende dotarsi e, ove pertinente, il coinvolgimento previsto
dell’Ucraina nelle attività pianificate.
Come regola generale, gli Stati membri
implementeranno i piani attraverso appalti comuni che includano almeno due
Stati membri, oppure almeno uno Stato membro e l’Ucraina, o uno Stato membro e
un paese EFTA/SEE, riguardanti prodotti e fornitori di servizi con sede nel
territorio dell’Unione, dell’Ucraina e dei paesi EFTA/SEE.
Il
secondo pilastro prevede l’attivazione coordinata della clausola di salvaguardia nazionale
del “Patto di Stabilità e Crescita”, che consentirebbe agli Stati membri di
deviare dal percorso di spesa concordato in misura equivalente all’aumento
della spesa per la difesa rispetto al 2021, fino a un massimo dell’1,5% del PIL
annuo per un periodo di quattro anni prorogabile.
La Commissione ha stimato che questa
flessibilità fiscale potrebbe mobilitare circa 650 miliardi di euro in spesa
aggiuntiva per la difesa nei prossimi quattro anni.
Il
terzo pilastro riguarda la maggiore flessibilità degli strumenti UE esistenti, in
particolare della politica di coesione, permettendo alle autorità nazionali,
regionali e locali di riallocare volontariamente fondi nell’ambito dei
programmi attuali verso priorità emergenti, incluso il rafforzamento delle
capacità di difesa e sicurezza.
Il quarto pilastro prevede un ampliamento del sostegno
della Banca Europea per gli Investimenti (BEI) al settore della difesa.
La BEI
ha annunciato l’intenzione di raddoppiare gli investimenti annuali a 2 miliardi
di euro e di adeguare ulteriormente i criteri di ammissibilità del Gruppo BEI
per garantire che le attività escluse siano definite con maggiore precisione.
Il
quinto pilastro mira alla mobilitazione di capitale privato attraverso l’Unione del
Risparmio e degli Investimenti.
Il
Libro Bianco riconosce che “l’aumento degli investimenti pubblici nella difesa è
indispensabile, ma non sarà sufficiente”.
Le aziende europee della difesa, comprese le
piccole e medie imprese, devono avere un migliore accesso al capitale, compresi
gli strumenti di garanzia per la riduzione del rischio degli investimenti.
Attualmente, l’accesso ai finanziamenti rimane
una delle principali preoccupazioni per il 44% delle PMI della difesa, una
percentuale molto più alta rispetto a quella delle PMI civili.
Questi
strumenti rappresentano un ecosistema finanziario e normativo
significativamente più articolato rispetto al passato.
Tuttavia,
come osservato da diversi analisti, la loro efficacia dipenderà in modo
determinante dalla determinazione degli Stati membri a superare approcci
puramente nazionalistici e di utilizzare questi strumenti per progetti
realmente integrati e interoperabili.
Il
nodo della governance: coordinamento strategico e integrazione politica.
L’aspetto
più complesso e politicamente sensibile della costruzione di una credibile
difesa europea riguarda la questione della governance e del coordinamento
strategico.
Come ha rilevato Paul Dermite, il piano Re Arm
Europe “rimane focalizzato sulla spesa nazionale per la difesa, lasciando
irrisolte le questioni di frammentazione e interoperabilità”.
Sebbene il piano sia significativo dal punto
di vista politico e finanziario, secondo Dermite non costituisce una
trasformazione strutturale, in quanto strumenti più ambiziosi come il ricorso
al Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) o la creazione di uno strumento simile
al Next Generation EU sono stati esclusi.
La
questione della governance si manifesta su diversi livelli.
In
primo luogo,
esiste il problema del coordinamento delle priorità strategiche.
Il
Libro Bianco identifica sette aree prioritarie per lo sviluppo delle capacità
militari: difesa aerea e missilistica; sistemi di artiglieria; munizioni e
missili; droni e sistemi di contro-droni; mobilità militare; intelligenza
artificiale, quantum, cyber ed elettronici warfarin; abilitatori strategici e
protezione delle infrastrutture critiche.
Tuttavia,
la definizione delle priorità rimane largamente nelle mani dei singoli Stati
membri, con il rischio che approcci nazionali divergenti continuino a generare
duplicazioni e inefficienze.
In
secondo luogo, si pone il problema della titolarità operativa. La creazione di una
capacità di difesa credibile richiede non solo piattaforme e sistemi d'arma
interoperabili, ma anche strutture di comando integrate, dottrine comuni e
procedure operative standardizzate.
Il “sistema nervoso” della difesa, ovvero la
struttura di comando e controllo, è l’elemento fondamentale di qualsiasi
capacità militare credibile. Questi elementi richiedono un livello di
integrazione politica che va ben oltre la cooperazione industriale.
In
terzo luogo,
emerge la questione del rapporto tra l’Unione Europea e la NATO.
Il
Libro Bianco riconosce che “la NATO rimane la pietra miliare della difesa
collettiva dei suoi membri in Europa” e che “la cooperazione UE-NATO è un
pilastro indispensabile per lo sviluppo della dimensione di sicurezza e difesa
dell'Unione”.
La costruzione di una difesa europea non può
essere concepita come alternativa all’Alleanza Atlantica, ma deve piuttosto
rafforzare il pilastro europeo della NATO secondo un principio di sinergia e
complementarietà, aumentando le capacità di difesa e deterrenza del continente.
Le
conclusioni del Consiglio Europeo del 6 marzo 2025 hanno espresso un chiaro
impegno politico:
“l’UE
è impegnata a rafforzare le proprie capacità di difesa e ad aumentare la
propria autonomia nel rispondere alle minacce alla sicurezza attuali e future,
in particolare alla luce della guerra della Russia contro l’Ucraina e del suo
impatto sulla sicurezza europea”. Tuttavia, questo impegno deve tradursi in
meccanismi concreti di coordinamento e, soprattutto, in una volontà politica di
delegare a livello sovranazionale almeno alcune competenze strategiche.
Un
modello interessante è rappresentato dalla “Cooperazione Strutturata Permanente”
(PESCO), istituita con il Trattato di Lisbona nel 2009 ma attivata solo nel
2017.
La
PESCO prevede impegni vincolanti più intensi in materia di capacità di difesa
tra gli Stati membri partecipanti e progetti concreti di cooperazione.
Per il momento si è tuttavia tradotta in
progetti specifici tra vari gruppi di Stati e non è servita da base per la
creazione di una reale avanguardia in materia di difesa.
Inoltre, dal 2007, nell’ambito dell’Agenzia
Europea per la Difesa (EDA), gli Stati membri hanno concordato un obiettivo
comune del 35% sul totale degli acquisti di attrezzature per la difesa da
effettuare in collaborazione.
Detto ciò, il raggiungimento di questo obiettivo,
rimane ancora lontano nella pratica.
La
nomina nel dicembre 2024 di Andris Kubilius come primo Commissario europeo con
delega specifica alla Difesa rappresenta un segnale importante di questa
evoluzione, segnando il passaggio definitivo della difesa da competenza
puramente intergovernativa a pilastro dell'integrazione industriale ed economica
dell'Unione.
Il mandato del Commissario alla Difesa rimane però
focalizzato principalmente sulla dimensione industriale ed economica, con
limitate competenze sugli aspetti operativi e strategici.
La
questione fondamentale rimane quella della volontà politica.
Come ha scritto Bertrand De Cordone del
Jacques Delors Institute, “senza riforme strutturali, l'aumento della spesa
nazionale può portare a duplicazioni e inefficienze”.
De Cordone
richiama tre principi chiave: appalti congiunti (pole procurement),
prioritizzazione delle armi prodotte in Europa, e integrazione dell’innovazione
militare ucraina.
Questi
principi richiedono tuttavia meccanismi decisionali che vadano oltre la
cooperazione intergovernativa tradizionale.
Un
esempio concreto delle difficoltà di coordinamento riguarda la mobilità
militare.
Il
Libro Bianco riconosce che “la mobilità militare è un fattore essenziale per la
sicurezza e la difesa europee” e che “sebbene negli ultimi anni siano stati
compiuti progressi significativi, permangono notevoli ostacoli allo spostamento
di truppe ed equipaggiamenti senza ostacoli attraverso l'UE”.
Le procedure non armonizzate, comprese quelle
doganali, causano spesso gravi ritardi nel rilascio dei permessi
transfrontalieri. La semplificazione di queste procedure richiede una volontà
politica di subordinare prerogative nazionali a imperativi di difesa
collettiva. Attendiamo che gli impegni presi con la Joint Comunicazioni sulla
mobilità militare dispieghino i loro effetti.
L’integrazione
industriale: alleanze strategiche e consolidamento settoriale.
Parallelamente
alla dimensione finanziaria e di governance, l’integrazione dell'industria
europea della difesa sta procedendo attraverso alleanze strategiche tra i
principali gruppi industriali del settore.
Queste alleanze rappresentano un tentativo di
creare, dal basso, quella massa critica e quell’integrazione delle catene del
valore che le decisioni politiche stentano ancora a imporre dall’alto.
Leonardo,
il principale gruppo industriale italiano della difesa e dell’aerospazio, sta
perseguendo una strategia articolata di alleanze europee.
L’amministratore
delegato Roberto Cingolani ha sottolineato che “unire le forze è l’unico modo
per sostenere la sfida con i colossi nati dall’idea e dai mezzi di uomini-Stato
come Elon Musk, Jeff Bezos e Bill Gates che, individualmente hanno ricchezze superiori
al PIL della Grecia”.
Nel settore terrestre, Leonardo ha dato seguito a questa
visione concludendo un accordo strategico con Rheinmetall per la produzione di
veicoli da combattimento e carri armati di nuova generazione.
Nel settore spaziale, l’azienda ha firmato nell’ottobre
2025 un memorandum d’intesa con Airbus e Thales per la creazione di un nuovo
campione europeo dello spazio, denominato provvisoriamente “Bromo”, che unirà
le divisioni satellitari dei tre gruppi con un fatturato aggregato di 6,5
miliardi di euro e 25.000 dipendenti.
Queste
alleanze industriali rispondono a una logica economica e strategica precisa.
Come
osservato nell’intervista a Cingolani pubblicata da Repubblica, “le aziende
europee devono allearsi, sacrificando la loro sovranità sul ridotto mercato
domestico per poter competere insieme sull'immenso mercato globale”.
La dimensione dei mercati nazionali europei,
anche dei più grandi come Francia, Germania, Italia e Regno Unito, non è
sufficiente per sostenere la ricerca, lo sviluppo e la produzione di sistemi
d’arma sempre più complessi e costosi in competizione con giganti industriali
americani, cinesi o di altre potenze emergenti.
Anche
queste alleanze industriali “dal basso” hanno dovuto confrontarsi con le
resistenze politiche e regolatorie descritte in precedenza. Cingolani ha
pubblicamente esortato le autorità regolatorie europee a “lasciar consolidare
liberamente le imprese della difesa”, sottolineando che l’applicazione di
criteri antitrust ordinari a un settore intrinsecamente strategico rischia di
lasciare ‘industria europea “marginale” rispetto ai competitor globali.
La creazione di Bromo, ad esempio, ha richiesto negoziati
complessi non solo tra le tre aziende coinvolte ma anche con i rispettivi
governi nazionali, preoccupati di preservare sovranità tecnologica in settori
considerati critici come l’osservazione della Terra, le comunicazioni
satellitari sicure e l’accesso autonomo allo spazio.
Nel
settore della cantieristica militare l’integrazione procede con ancora maggiori
difficoltà.
Un’analisi del 2020 evidenziava come “nel
campo navale i progetti comuni languono” e come questo comparto industriale
necessiti “di un consolidamento e di una razionalizzazione degli investimenti a
livello europeo”.
La natura particolarmente strategica del
settore navale, legato alla proiezione di potenza e alla sovranità nazionale,
rende più complessa l’accettazione politica di processi di consolidamento
transnazionale.
Il
Libro Bianco propone la creazione di “progetti di difesa di comune interesse
europeo”, definiti dagli Stati membri e che beneficeranno degli incentivi
dell’UE.
Questo approccio cerca di bilanciare la
necessità di integrazione con il rispetto delle prerogative nazionali,
incentivando la cooperazione piuttosto che imponendola.
Come
osservato da diversi analisti, questo approccio volontaristico rischia però di
essere troppo graduale rispetto all’urgenza della situazione strategica.
Un
elemento particolarmente rilevante riguarda l’integrazione dell’industria
ucraina della difesa nell’ecosistema europeo.
Il
Libro Bianco dedica un’intera sezione al tema, riconoscendo che “gli ultimi tre
anni hanno stimolato l’Ucraina a sviluppare rapidamente la propria capacità
militare” e che oggi “l’Ucraina utilizza l’esperienza acquisita in prima linea
per adattare e aggiornare continuamente gli equipaggiamenti, al punto da
diventare il principale laboratorio mondiale di innovazione tecnologica e di
difesa”.
Il documento propone di “associare l’Ucraina alle
iniziative dell’UE per lo sviluppo delle capacità di difesa e l’integrazione
delle rispettive industrie della difesa”.
Questa
integrazione dell'Ucraina presenta molteplici vantaggi.
In
primo luogo,
consente di beneficiare dell'esperienza operativa unica acquisita sul campo di
battaglia.
In secondo luogo, l'industria ucraina della difesa ha
dimostrato capacità innovative significative, particolarmente nei settori dei
droni, dell'intelligenza artificiale applicata ai sistemi d'arma, e
dell'adattamento rapido di equipaggiamenti esistenti.
In
terzo luogo,
l'integrazione industriale rafforza i legami strategici e politici tra l'Unione
e l'Ucraina, fornendo garanzie di sicurezza a lungo termine.
L’urgenza
ucraina: dalla solidarietà strategica all’integrazione strutturale.
Il
sostegno all’Ucraina rappresenta non solo un imperativo morale e politico, ma
anche una priorità strategica per la sicurezza europea. Come afferma il Libro
Bianco, “il futuro dell'Ucraina è fondamentale per il futuro dell’intera
Europa”.
Dal febbraio 2022, l’UE e gli Stati membri
hanno fornito circa 50 miliardi di euro di sostegno militare all’Ucraina, anche
attraverso il Fondo Europeo per la Pace.
Tuttavia, come riconosciuto esplicitamente nel
documento, “le esigenze di difesa dell’Ucraina continueranno a essere elevate
ben oltre qualsiasi cessate il fuoco o accordo di pace a breve termine”.
La
“Strategia porcospino” proposta dal Libro Bianco per l’Ucraina si articola su
due dimensioni complementari.
Da un
lato, l’aumento dell’assistenza militare attraverso forniture di munizioni di
artiglieria (con un obiettivo minimo di due milioni di proiettili all’anno),
sistemi di difesa aerea, missili e droni.
Dall’altro, il sostegno diretto all’industria
della difesa ucraina, riconosciuto come “il modo più efficace ed efficiente in
termini di costi per sostenere gli sforzi militari dell'Ucraina”.
La
capacità produttiva stimata dell’industria ucraina della difesa raggiungerà
circa 35 miliardi di dollari nel 2025.
L’integrazione di questa capacità produttiva
nell’ecosistema europeo della difesa presenta vantaggi reciproci significativi.
Per
l’Europa, significa accesso a capacità produttive flessibili, innovative e
testate sul campo.
Per
l’Ucraina, significa integrazione nel mercato europeo, accesso a tecnologie
avanzate e garanzie di sicurezza a lungo termine attraverso l’interdipendenza
industriale.
Il
nuovo strumento SAFE permetterà all’industria della difesa ucraina di
partecipare ad appalti collaborativi al pari dell’industria dell’UE.
La Commissione ha inoltre proposto di
estendere i corridoi di mobilità militare all’Ucraina e di valutare l’accesso
dell’Ucraina ai servizi governativi spaziali dell’UE, compreso l’accesso ai
servizi di posizionamento, navigazione, comunicazioni e osservazione della
terrestre.
Questa
integrazione rappresenta una forma di garanzia di sicurezza alternativa o
complementare all’adesione alla NATO.
Come
osservato in diverse analisi, l’interdipendenza industriale e l’integrazione
delle catene del valore della difesa creano legami strutturali che rendono la
sicurezza dell’Ucraina indissolubilmente legata alla sicurezza dell’Unione
Europea.
Questo approccio richiama il modello utilizzato nella
costruzione europea originaria, dove l’integrazione economica (CECA) creò le
feconde basi per l’integrazione politica successiva.
Prospettive:
verso un Sistema di Difesa Europeo?
Le
iniziative analizzate in queste pagine rappresentano un progresso significativo
verso la costruzione di una difesa europea integrata. L’ammontare delle risorse
mobilitate, l’articolazione degli strumenti finanziari e normativi, e la
chiarezza della diagnosi contenuta nel Libro Bianco costituiscono elementi
senza precedenti nella storia dell’integrazione europea nel settore della
difesa.
Come
osservato da Frenella McGerty dell’International Institute for Strategic Studies (IISS), il
piano Re Arm Europe rappresenta “una risposta necessaria ma economicamente
impegnativa” al mutato contesto di sicurezza.
McGerty evidenzia rischi fiscali e politici
significativi. Sebbene misure come l’allentamento delle regole sul debito e i
fondi fuori bilancio possano fornire flessibilità finanziaria a breve termine,
essi esacerbano anche le preoccupazioni sul debito a lungo termine,
specialmente considerando le pressioni finanziarie esistenti derivanti da
demografia e impegni climatici.
La
sostenibilità economica a lungo termine degli sforzi di riarmo europeo richiede
non solo risorse finanziarie consistenti, ma anche una gestione fiscale
prudente per evitare instabilità economica. In questo senso, l’integrazione
industriale e il superamento delle duplicazioni non sono solo imperativi
strategici, ma anche necessità economiche. Come evidenziato dal dato dei 75,5
miliardi di euro annui sprecati in duplicazioni, una spesa più coordinata e
razionale può liberare risorse significative senza necessariamente aumentare il
carico fiscale complessivo.
La
questione politica fondamentale rimane quella della volontà degli Stati membri
di procedere verso forme di integrazione che comportino la cessione di quote di
sovranità nazionale in materia di difesa.
La storia dell’integrazione europea mostra che
i progressi più significativi si sono verificati quando crisi acute hanno reso
evidenti i limiti degli approcci puramente intergovernativi.
La
crisi finanziaria del 2008-2012 ha portato al rafforzamento della governance
economica europea.
La pandemia di COVID-19 ha reso possibile l’adozione
del Next Generation EU, segnando una svolta nella solidarietà fiscale europea.
La
guerra in Ucraina potrebbe rappresentare il catalizzatore per un salto
qualitativo nell’integrazione della difesa.
Come
rilevato nelle conclusioni del Consiglio Europeo del 20 marzo 2025, è
necessaria “una rapida accelerazione di tutte le iniziative correlate per
rafforzare le capacità di difesa dell’Europa già nei prossimi cinque anni”.
Questa
accelerazione richiede non solo risorse finanziarie e strumenti normativi, ma
anche una visione politica chiara e la determinazione a procedere verso un
Sistema di Difesa Europeo con meccanismi decisionali più integrati, strutture
di comando comuni e una base industriale realmente europea.
Il
percorso verso questa integrazione non è privo di ostacoli. Permangono differenze significative
tra gli Stati membri riguardo alle priorità strategiche, ai rapporti con la
NATO, e alla disponibilità a delegare competenze nazionali.
L’auspicio
è che, come osservato nella relazione finale del Parlamento italiano sugli
affari internazionali, “le odierne sfide internazionali non determineranno
necessariamente una crisi interna all’Unione, bensì promuoveranno un’azione
europea più coordinata e attiva nel mondo attraverso la concretizzazione della
difesa comune”.
Conclusioni.
L’industria
europea della difesa si trova a un punto di svolta storico. Il mutato contesto
geopolitico, caratterizzato dall’aggressione russa all'Ucraina, dalle crescenti
tensioni globali e dal drastico riposizionamento strategico degli Stati Uniti,
rende indifferibile la costruzione di una credibile capacità di difesa autonoma
europea.
Gli
strumenti finanziari e normativi recentemente introdotti:
EDIRPA,
il piano ReArm Europe/Readiness 2030, lo strumento SAFE, costituiscono
progressi significativi e senza precedenti. Le risorse mobilizzate,
potenzialmente superiori a 800 miliardi di euro nei prossimi anni, potrebbero
in linea teorica colmare i gap capacitivi più urgenti. Le alleanze industriali
emergenti, come quelle perseguite da Leonardo e da altri gruppi europei, creano
dal basso quella integrazione che le decisioni politiche stentano a imporre
dall'alto.
La
frammentazione strutturale dell’industria europea della difesa, con i suoi 172
diversi sistemi d’arma contro i 32 statunitensi, con i suoi 75,5 miliardi di
euro annui sprecati in duplicazioni, non può essere superata solo attraverso
incentivi finanziari e cooperazioni volontarie.
È necessario un salto qualitativo nell’integrazione
politica e nel coordinamento strategico.
Il
paradosso regolatorio degli ultimi due decenni, ortodossia antitrust verso
l’interno, apertura asimmetrica verso l’esterno, ha indebolito strutturalmente
l’industria europea mentre competitori extra-UE consolidavano campioni
nazionali di dimensioni continentali. Le gelosie industriali nazionali,
mascherate da preoccupazioni per la concorrenza, hanno impedito la creazione di
quei campioni europei che oggi sarebbero indispensabili per competere
globalmente.
Per
proteggere simboli industriali domestici ormai inadeguati, l’Europa ha
sacrificato la possibilità di costruire un’industria della difesa realmente
competitiva.
Come
ha coraggiosamente affermato Roberto Cingolani, le aziende europee devono
“allearsi, sacrificando la loro sovranità sul ridotto mercato domestico per
poter competere insieme sull’immenso mercato globale”.
Questo principio, valido per le imprese, deve
estendersi anche agli Stati. La costruzione di un Sistema di Difesa Europeo
richiede la disponibilità a delegare a livello sovranazionale almeno alcune
competenze strategiche, creando meccanismi decisionali che vadano oltre la
cooperazione intergovernativa tradizionale.
L’integrazione
dell’industria ucraina della difesa nell’ecosistema europeo rappresenta sia
un’opportunità strategica che un modello di come l’interdipendenza industriale
possa creare garanzie di sicurezza strutturali.
L’esperienza
operativa ucraina, le capacità innovative dell’industria di Kijev, e la
necessità di garantire la sicurezza a lungo termine dell’Ucraina convergono
verso una logica di integrazione profonda che potrebbe costituire un precedente
per ulteriori sviluppi dell’integrazione europea della difesa.
La
sostenibilità a lungo termine dello sforzo di riarmo europeo dipende dalla
capacità di superare le inefficienze strutturali. In questo senso, la questione
della difesa europea non è primariamente quantitativa, spendere di più, ma
qualitativa: spendere meglio, in modo coordinato, evitando duplicazioni,
massimizzando le economie di scala, garantendo l’interoperabilità.
Il
Libro Bianco sulla Difesa Europea del marzo 2025 rappresenta un documento
programmatico di straordinaria importanza. Come ogni documento programmatico,
il suo valore dipenderà dalla concreta implementazione.
I
prossimi anni saranno decisivi.
L’Europa
ha di fronte una scelta storica: procedere verso un’autentica integrazione
della difesa, con tutti i costi politici e le rinunce di sovranità che ciò
comporta, oppure perpetuare un sistema frammentato che, per quanto
finanziariamente ineccepibile, rimarrà strutturalmente inadeguato rispetto alle
sfide del nuovo ordine internazionale.
Come
affermato nelle conclusioni del Consiglio Europeo, “un’UE più robusta e capace
contribuirà positivamente alla sicurezza globale e transatlantica, fungendo da
complemento alla NATO.”
Questa visione di un’Europa più forte,
autonoma ma non isolazionista, capace di difendere i propri cittadini e di
contribuire alla stabilità internazionale, richiede determinazione, visione
politica e la volontà di compiere scelte coraggiose. La storia non perdonerà
l’inazione di fronte a sfide esistenziali.
L’imperativo
dell’integrazione non è più rinviabile.
Crisi
Ue-Israele: a rischio i
piani
europei per i palestinesi.
Ilmanifesto.it - Michele Giorgio – (12 -07
-2026) – Redazione – ci dice:
GERUSALEMME.
Territori
palestinesi occupati.
Lo afferma una fonte a Gerusalemme alla
vigilia del Consiglio Affari Esteri dell’Unione.
(Coloni,
espropri e violenza: la realtà della Cisgiordania - Edizione 12/07/2026)
(L'Alto
rappresentante della politica estera dell'Ue Kaja Kallas con il presidente
palestinese Abu Mazen.
L'Alto
rappresentante della politica estera dell'Ue Kaja Kallas con il presidente
palestinese Abu Mazen – Wafa.)
«Siamo
in attesa, vedremo cosa deciderà il Consiglio degli Esteri e quali saranno le
reazioni di Israele.
Non escludiamo ritorsioni contro il nostro
lavoro e persino azioni contro la presenza dell’Ue a Gerusalemme Est e in
Cisgiordania».
Una fonte europea ieri ci ha riferito
dell’attenzione con cui nelle sedi dell’Ue nei Territori palestinesi occupati
sarà seguita la riunione prevista domani del “Consiglio Affari Esteri”,
responsabile delle relazioni con il resto del mondo e dell’elaborazione delle
politiche esterne dell’Unione.
«I rapporti tra Bruxelles e Tel Aviv sono al
punto più basso, la tensione è forte», ha aggiunto la fonte, che ha un’ampia
conoscenza della questione.
«Tenendo conto che Israele è entrato in
campagna elettorale, è sensato immaginare che qualche ministro possa invocare
pesanti misure punitive se il Consiglio adotterà provvedimenti seri e concreti
contro Israele per le sue politiche verso i palestinesi, e i coloni e gli
insediamenti».
Il
mese scorso il ministro degli Esteri israeliano “Gideon Saar” ha minacciato di
interrompere ogni contatto con l’Alta rappresentante dell’Ue per gli Affari
esteri, “Kaja Kallas”, perché ha paragonato il trattamento riservato da Israele
ai palestinesi a quello del Sudafrica dell’apartheid.
Kallas
avrebbe tentato, senza successo, di ricucire i rapporti.
La
mancata estensione del mandato delle missioni dell’Ue nei Territori occupati è
un’ipotesi remota ma plausibile nel caso di uno scontro ancora più aperto.
Tel
Aviv, ha proseguito la fonte, «forse sceglierà di dialogare solo con la
Delegazione dell’Unione europea presso lo Stato di Israele.
In questo modo colpirebbe a fondo l’Autorità
nazionale palestinese, che beneficia ampiamente della cooperazione con l’Ue».
Oppure potrebbero arrivare rinnovi sofferti e
di breve durata delle autorizzazioni a operare a Gerusalemme Est e in
Cisgiordania.
A
maggio, ad esempio, è stato concesso un rinnovo di soli tre mesi, fino al 30
settembre, mentre in passato era sempre stato annuale.
Quali
decisioni saranno prese domani è difficile prevederlo, alla luce delle
divisioni interne all’Unione europea, dove alcuni Paesi, come Germania, Italia
e Cechia, a differenza di Francia e Spagna, si oppongono a misure concrete nei
confronti di Israele e delle sue colonie.
In
quasi tre anni trascorsi dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e dall’inizio
della devastante offensiva militare israeliana contro Gaza, l’Ue non è andata
oltre alcune critiche al governo Netanyahu e misure individuali contro pochi
coloni e ministri.
Sanzioni
vere e proprie non ce ne sono state, anche perché, ricadendo nell’ambito della
politica estera e di sicurezza, richiedono il voto all’unanimità dei 27 Paesi
membri.
Ostacoli
di qualsiasi natura ai programmi dell’Ue in Cisgiordania e a Gerusalemme Est
avrebbero conseguenze immediate e pesanti.
L’Unione
europea è il principale donatore internazionale dei Territori palestinesi
occupati e da oltre trent’anni finanzia programmi destinati a sostenere la
popolazione e l’Autorità nazionale palestinese guidata da Abu Mazen.
Tra il
2021 e il 2024 Bruxelles ha programmato oltre 1,1 miliardi di euro di aiuti ai
palestinesi, fondi successivamente incrementati per sostenere le fasce più
vulnerabili della popolazione, il funzionamento del sistema sanitario ed
evitare il collasso finanziario dell’amministrazione palestinese.
Le
risorse dell’Ue sono destinate anche alla costruzione e alla riqualificazione
di scuole, ospedali e reti idriche, al sostegno delle piccole e medie imprese,
dell’agricoltura, delle energie rinnovabili, della formazione professionale e
dell’istruzione universitaria.
La
missione Euro Coppa assiste l’Autorità nazionale palestinese nella riforma
della polizia civile e del sistema giudiziario.
La
missione Eubea prevede invece il dispiegamento di personale europeo, tra cui i
carabinieri italiani, come osservatori al valico di Rafah, tra Gaza e l’Egitto.
La
tensione tra le due parti è cresciuta nel corso degli anni, soprattutto dopo il
7 ottobre.
Israele
contesta i finanziamenti europei ai progetti realizzati nell’”Area C “della
Cisgiordania occupata, dove più volte strutture cofinanziate dall’Unione
europea, come scuole, impianti idrici, pannelli solari e abitazioni
prefabbricate, sono state demolite dalle autorità israeliane.
La
guerra nella Striscia di Gaza ha peggiorato i rapporti. Diversi governi europei
e la Commissione Ue hanno criticato l’entità delle operazioni militari
israeliane, le restrizioni all’ingresso degli aiuti umanitari e l’espansione
degli insediamenti in Cisgiordania.
Israele, dal canto suo, accusa l’Unione
europea di finanziare indirettamente organizzazioni ostili e di mantenere un
atteggiamento sbilanciato a favore dei palestinesi.
Le divergenze si sono estese anche all’Urna,
l’agenzia dell’Onu bersaglio di un ampio boicottaggio israeliano. L’Unione
europea ha scelto di continuare a sostenerla, pur introducendo controlli sui
finanziamenti e sui meccanismi di verifica.
Ma il
punto di attrito più forte resta il sostegno di Bruxelles alla soluzione dei
due Stati e, di conseguenza, all’Autorità nazionale palestinese.
Fratelli
d’Italia rompe la maggioranza.
Ilmanifesto.it - Michele Gambirasio – (16 -07
– 2026) – Redazione – ci dice:
Il
governo al contrario Il giorno dopo lo pisco-dramma delle preferenze, i
meloniani scaricano gli alleati e votano l’emendamento di Vannacci.
Fratelli
d’Italia rompe la maggioranza.
La
Camera boccia l'emendamento di “Futuro Nazionale” sulle preferenze – “Ansa”.
«Noi
facciamo sempre quello che dichiariamo, gli altri non lo so.
Al
voto ci si è andati perché anche gli altri si erano dichiarati a favore, se
dici una cosa poi la fai, per noi deve funzionare così».
Tra
una votazione e l’altra, il senso dell’umore in Fratelli d’Italia lo dà il
ministro Tommaso Foti, già capogruppo dei meloniani proprio a Montecitorio,
dove martedì sera si è consumato il dramma delle preferenze.
Per
quanto si provi a minimizzare, il clima è di sfiducia: Lega e Forza Italia
hanno tradito l’accordo ed esposto maggioranza e governo, e i rispettivi
segretari non tengono più i gruppi parlamentari.
QUINDI,
mentre si ragiona sul” rende ragione” tra alleati, i Fratelli si esercitano in
prove di nuove alleanze.
Dopo
la stroncatura della proposta Bignami, sulle preferenze erano rimasti due
emendamenti da votare, uno presentato dai seguaci di Vannacci, un altro da
Luigi Maratti e Francesco Gallo:
su
entrambi maggioranza e governo avevano dato parere negativo.
In
apertura di seduta il relatore di FdI Angelo Rossi ha annunciato il cambio di
orientamento, seguito dal governo: ci si sarebbe rimessi all’Aula.
Così
al momento del voto la spaccatura si è fatta plastica: l’emendamento, che
prevedeva preferenze secche in stile elezioni europee, con i nomi da scrivere
sulla scheda, è stato bocciato con 139 Sì e 233 No.
Il
partito di maggioranza relativa sotto di duecento voti. A favore gli otto
vannacciani, FdI e Noi moderati:
«Lo
facciamo per coerenza, se siamo per le preferenze lo siamo sempre», hanno
ripetuto in coro i meloniani. Silenzio gelido, invece, da parte di Fi e
leghisti, tutti contrari in blocco.
Il
messaggio, in tutta evidenza, era per loro:
i traditori vengono dai vostri banchi, e forse
l’ex generale potrebbe essere più affidabile.
VANNACCI
HA COLTO SUBITO l’occasione:
«Meloni mostri gli attributi, e approvi il
nostro emendamento», ha detto da Civitanova Marche.
A Lega e Forza Italia ha dato l’etichetta,
nostalgica, di «badogliani».
Più esplicito è stato il suo deputato Domenico
Fuggicele: «Lo stesso cordone sanitario che vorrebbero mettere intorno all’AfD
lo si vuole riproporre per Futuro Nazionale, ma non basterà».
Il
riferimento non è banale, né da prendere sottogamba: in Fratelli d’Italia
osservano con attenzione le elezioni regionali di settembre in Germania, e
ancor più le presidenziali francesi di aprile dell’anno prossimo.
Se neonazisti tedeschi e lepeniani dovessero
sfondare, il contesto europeo darebbe una legittimazione in più all’alleanza,
quella benedizione che manca e senza la quale potrebbero sorgere problemi
oltreconfine.
I
NAVIGANTI intanto sono avvisati, la pistola è sul tavolo. Il ministro
Lollobrigida ha fatto intendere che un momento della resa dei conti ci sarà, e
anche ieri ha ribadito l’atto di «vigliaccheria» di chi ha usato il voto
segreto per sabotare le preferenze, e dunque la premier.
Gli
alleati sottolineano che così facendo ci si farebbe dettare l’agenda da
Vannacci.
Ma il clima di sfiducia rischia di tramutare
gli ultimi mesi di legislatura in un Vietnam parlamentare:
il
primo banco di prova sarà la legge di bilancio, che di natura dovrebbe essere
“elettorale”, gli ultimi colpi da sparare in vista delle urne, ma ora sarà
molto più difficile assecondare tutte le richieste.
Il
sospetto è che il sabotaggio più grande sia venuta dai deputati forzisti vicini
a Marina Berlusconi, che in questo modo avrebbero assestato anche un colpo a
Tajani.
Il numero di franchi tiratori, è il
ragionamento del centrodestra, potrebbe anche essere più alto:
a
caldo si è parlato di una trentina, ma potrebbero essere anche cinquanta se si
considera che IV e un pezzo di Pd potrebbe aver votato a favore.
Misteri
dell’urna:
i riformisti dem appena usciti dall’Aula
avevano subito assicurato di essersi attenuti all’indicazione del gruppo, con
l’obiettivo di spaccare la destra.
OGGI CI
SARÀ IL VOTO FINALE sul testo:
«Intanto portiamola a casa, poi ci pensiamo»
ripetono in coro da FDL.
Sarà a scrutinio segreto, ma non ci dovrebbero
essere incidenti.
La minaccia delle preferenze potrebbe poi
tornare al Senato, dove il voto è solo palese e il provvedimento sarà
incardinato subito per essere discusso dopo l’estate, ci sarà un mese di
riflessione.
Ieri sono stati approntati gli ultimi
ritocchi:
un
emendamento di Forza Italia contro la «frammentazione» ha escluso dal conteggio
di voti della coalizione i partiti sotto il 3% a eccezione del migliore, un
modo per dare fastidio alle tante formazioni centriste del campo largo.
Un altro di FDL ha imposto che chi verrà
inserito nel listone premio sia anche candidato nel proporzionale dello stesso
collegio.
Dove
c’è stata concordia totale è stato sull’introduzione del voto fuorisede:
dopo una riunione pomeridiana il
centrosinistra ha deciso di esprimersi a favore invece di astenersi, e la
modifica è passata con voto bipartisan.
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