Politica estera e sicurezza nazionale.

 

Politica estera e sicurezza nazionale.

 

 

Politica estera e di sicurezza comune.

Europarl.europa.eu – Michael Malevic – (10 -04 -2026) – Redazione – ci dice:

La presente nota tematica illustra la politica estera e di sicurezza comune (PESC) dell'UE, analizzando in particolare la base giuridica, i principi fondamentali, gli obiettivi, i decisori e le procedure chiave nonché le principali questioni emerse di recente in questo settore.

 Descrive inoltre il ruolo del Parlamento europeo e le sue recenti posizioni sulla PESC, spiegando nel dettaglio il suo contributo e il suo impatto in relazione a tale politica e presentando le sue risoluzioni in materia.

 

Base giuridica.

 

Trattato dell'Unione europea (TUE): gli articoli da 21 a 46 stabiliscono la base giuridica consolidata della PESC.

Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE): gli articoli da 205 a 222 e da 346 a 347 integrano il TUE fornendo la base per l'azione esterna globale dell'UE.

Obiettivi.

La PESC rappresenta il quadro di riferimento dell'UE per perseguire gli obiettivi e i principi della politica estera comune. La PESC ha i seguenti obiettivi:

preservare la pace globale;

rafforzare la sicurezza internazionale; e

promuovere la cooperazione e la democrazia, lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali a livello internazionale.

Tali obiettivi si fondano sui principi che hanno ispirato la creazione stessa dell'UE:

 democrazia, Stato di diritto, universalità e indivisibilità dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, rispetto della dignità umana, principi di uguaglianza e di solidarietà e rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale.

L'UE sviluppa relazioni e istituisce partenariati con paesi terzi e organizzazioni internazionali, regionali o mondiali che condividono tali principi.

 

Che cos'è la PESC?

A. Evoluzione.

La PESC è stata istituita nel 1993 in quanto politica estera e di sicurezza comune dell'UE.

 Nel corso degli anni si è evoluta attraverso una serie di modifiche dei trattati, come i trattati di Amsterdam, Nizza e Lisbona.

Progressivamente sono stati creati la figura dell'alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e il servizio europeo per l'azione esterna (SEAE).

 

B. Processo decisionale e attori principali.

 

Il Consiglio "Affari esteri" è il principale organo decisionale, incaricato di definire e attuare la “PESC” sotto la guida del “Consiglio europeo”.

 Il suo lavoro comprende la pianificazione strategica, l'adozione di decisioni giuridiche e l'imposizione di sanzioni in relazione alla cooperazione internazionale, alla pace e alla sicurezza.

Il Consiglio "Affari esteri" è composto dall'alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e dai ministri degli Esteri dei paesi dell'UE.

L'alto rappresentante guida la politica estera e di sicurezza comune dell'UE, presiede il Consiglio "Affari esteri", dirige l'Agenzia europea per la difesa e l'Istituto dell'UE per gli studi sulla sicurezza ed è assistito dal SEAE.

Nella lettera di incarico del 2024, la presidente della Commissione ha assegnato all'alta rappresentante “Kaja Kallas” tre settori di competenza principali per rafforzare la risposta politica dell'UE:

 

rafforzare la sicurezza e la difesa dell'Europa;

definire un approccio più strategico al vicinato e ai partenariati; e

garantire una politica estera moderna e coesa.

Il Consiglio attua la PESC definendo gli orientamenti generali e adottando decisioni e posizioni nonché le misure di accompagnamento che attuano a tali decisioni. Esse possono tutte essere di natura geografica o tematica.

 

Sebbene i trattati prevedano un ricorso limitato al voto a maggioranza qualificata in determinati settori, le decisioni sulla PESC sono per lo più adottate all'unanimità, ossia richiedono l'accordo di tutti i paesi dell'UE.

 I paesi dell'UE sono tenuti ad assicurare la solidarietà reciproca e il coordinamento sistematico nell'attuazione delle loro politiche estere.

Se il Consiglio o il Consiglio europeo non riescono a raggiungere un consenso sulle proposte dell'alto rappresentante, della Commissione o dei paesi dell'UE, l'adozione può essere ritardata o respinta.

 

C. Quadro strategico.

 

Basata sulla prima strategia europea in materia di sicurezza adottata nel 2003, la strategia globale per la politica estera e di sicurezza dell'Unione europea del 2016 rimane il principale documento strategico che orienta la politica estera dell'UE. Tuttavia l'accento posto sulla sicurezza, l'ambizione in termini di autonomia strategica e il pragmatismo di principio della strategia rappresentano un significativo cambiamento di approccio.

 

Gli aspetti della strategia globale relativi alla difesa e alla sicurezza sono stati integrati in misura considerevole attraverso la bussola strategica dell'UE del 2022 e il libro bianco congiunto sulla prontezza alla difesa europea per il 2030 del 2025.

Nel 2025 l'UE ha inoltre rinnovato l'impegno a sostenere un multilateralismo efficace e l'ordine internazionale basato su regole, in particolare in cooperazione con le Nazioni Unite e attraverso la loro intermediazione.

All'inizio del 2026, a seguito di diverse sfide geopolitiche per la politica estera, di sicurezza e di difesa dell'UE, l'Unione ha avviato un'ampia revisione di tale quadro, con l'obiettivo di adottare una nuova strategia europea in materia di sicurezza.

 

D. Principali sviluppi e sfide recenti.

 

Negli ultimi anni l'UE ha effettuato un cambiamento di paradigma in relazione alla sua politica estera, di sicurezza e di difesa. Tale evoluzione è dovuta alle sfide strategiche per la sicurezza europea, la stabilità globale e le norme, in particolare l'invasione su vasta scala dell'Ucraina da parte della Russia nel 2022, ormai al suo quinto anno, la crescente concorrenza geopolitica, le tensioni nelle relazioni transatlantiche, il crescente peso economico della Cina, l'erosione dell'ordine multilaterale basato su regole e molteplici crisi e conflitti in tutto il mondo, segnatamente in Medio Oriente e nell'Africa subsahariana.

La relazione annuale 2025 dell'alta rappresentante descrive le principali questioni emerse di recente nel settore della politica estera, dando particolare rilievo alle azioni e agli eventi riportati di seguito.

 

L'UE continua a difendere i propri interessi sulla base del multilateralismo e dei valori condivisi. Si adopera per rafforzare la propria presenza su scala mondiale, in particolare sostenendo le Nazioni Unite, e per far fronte alle sfide di cui sopra.

L'UE continua inoltre a collaborare con partner internazionali che condividono gli stessi principi, ampliando la propria rete di accordi internazionali in materia di politica, sicurezza, difesa e commercio e organizzando periodicamente vertici ad alto livello e riunioni a livello ministeriale.

L'UE continua a consolidare la sua autonomia strategica e le sue capacità di deterrenza adottando misure concrete per diventare più capace e resiliente di fronte a una gamma quando più ampia possibile di crisi e minacce contro il suo territorio e i suoi interessi.

La minaccia strategica a lungo termine per la sicurezza europea rappresentata dalla Russia domina l'agenda di politica estera dell'UE e la sua azione esterna.

L'UE continua a sostenere l'Ucraina nel rafforzare la sua posizione a livello politico, finanziario, militare e diplomatico, in vista della possibilità di un cessate il fuoco o di colloqui di pace.

Sebbene la cooperazione con gli Stati Uniti rimanga una pietra angolare della sicurezza globale, essa è tuttavia soggetta a un approccio sempre più transazionale e si è rapidamente deteriorata a seguito delle minacce all'integrità territoriale e alla sovranità della Danimarca.

L'UE mira inoltre a garantire il rispetto del diritto internazionale, spezzando il ciclo della violenza e alleviando le crisi umanitarie in Medio Oriente, Africa e Asia.

Ruolo del Parlamento europeo.

A. Poteri e strumenti del Parlamento in materia di politica estera.

 

Ai sensi dell'articolo 36 TUE, l'alto rappresentante è tenuto a consultare regolarmente il Parlamento europeo sui principali aspetti della PESC e le principali scelte fatte in tale ambito e a informare l'Istituzione dell'evoluzione di tale politica.

Conformemente all'articolo 36 TUE, il Parlamento procede due volte all'anno ad un dibattito sui progressi compiuti nell'attuazione della PESC e rivolge interrogazioni o raccomandazioni al Consiglio e all'alto rappresentante.

Il diritto del Parlamento a essere informato e consultato sulla PESC e sulla politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC) è stato ulteriormente rafforzato dalla dichiarazione del 2010 dell'alto rappresentante sulla responsabilità politica, allegata alla risoluzione del Parlamento sull'istituzione del SEAE.

 

Kaja Kallas, che esercita le funzioni di alta rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e di vicepresidente della Commissione europea per il periodo 2024-2029, ha confermato che la dichiarazione del 2010 continua a essere valida e ha assunto diversi altri impegni politici durante la sua audizione di conferma del 2024 in qualità di commissaria designata.

 

Inoltre il Parlamento, in quanto ramo dell'autorità di bilancio dell'UE, deve approvare il bilancio annuale della PESC, fatta eccezione per le spese militari, che fanno capo allo strumento europeo per la pace fuori bilancio. Un accordo interistituzionale (AII) sulla disciplina di bilancio, rivisto da ultimo nel dicembre 2020, definisce il quadro per l'approvazione annuale e la struttura di base del bilancio della PESC, come pure i meccanismi di rendicontazione. Nel luglio 2025 la Commissione ha presentato una proposta di revisione dell'AII, nell'ambito del quadro finanziario pluriennale per il periodo 2028-2034, per adeguare l'AII del 2020 al regolamento finanziario dell'UE.

 

Il Parlamento tiene discussioni periodiche con l'alto rappresentante e i rappresentanti speciali dell'UE nominati per talune regioni o questioni. Il Parlamento esamina regolarmente le operazioni del SEAE e fornisce al Servizio suggerimenti su questioni strutturali, che vanno dal suo equilibrio geografico e di genere alla sua interazione con le altre istituzioni dell'UE e i servizi diplomatici dei paesi dell'UE.

Il Parlamento contribuisce altresì a monitorare la negoziazione e l'applicazione degli accordi internazionali. Affinché il Consiglio possa concludere tali accordi è necessaria l'approvazione del Parlamento (per maggiori dettagli, cfr. 5.2.1 e 5.2.3).

 

Inoltre il Parlamento assicura una stretta e regolare collaborazione con i parlamenti nazionali dei paesi dell'UE.

 

B. Contributo del Parlamento in relazione alla PESC.

 

Gran parte del lavoro del Parlamento sulla PESC avviene in seno a commissioni specializzate, in particolare la commissione per gli affari esteri, la sua sottocommissione per i diritti dell'uomo e la commissione per la sicurezza e la difesa. Tali commissioni contribuiscono alla definizione della PESC attraverso:

 

l'elaborazione di relazioni di relazioni e pareri;

la formulazione di raccomandazioni;

scambi di opinioni con le altre istituzioni dell'UE, le presidenze del Consiglio, i paesi dell'UE e i loro parlamenti nazionali, i rappresentanti delle organizzazioni multilaterali globali e regionali (comprese le Nazioni Unite), gli esperti, i portatori di interessi, le organizzazioni non governative e le varie controparti durante le missioni.

Conformemente ai trattati, dal 2012 viene altresì attuato un controllo relativo alla PESC in collaborazione con i parlamenti nazionali dell'UE nel contesto di conferenze interparlamentari per la PESC/PSDC che si tengono due volte all'anno. Anche le delegazioni interparlamentari del Parlamento contribuiscono ai lavori sulla PESC nel quadro delle loro riunioni, in particolare quelle con i partner di paesi terzi.

 

C. Impatto del Parlamento sulla PESC.

 

Il Parlamento contribuisce regolarmente all'evoluzione della PESC. Sebbene il suo ruolo formale nel processo decisionale in materia di politica estera sia limitato, il Parlamento viene consultato sulla PESC, esercita un controllo su di essa e fornisce un contributo strategico. In tal modo contribuisce ad aumentare la responsabilità democratica e la legittimità della politica.

 

Il Parlamento ha sostenuto il concetto alla base della PESC fin dall'inizio e ha cercato di estenderne il campo di applicazione. Il Parlamento ha sostenuto con forza il paesaggio istituzionale post Lisbona, invocando un rafforzamento del ruolo dell'alto rappresentante, del SEAE, delle delegazioni dell'UE e dei rappresentanti speciali dell'UE e chiedendo una PESC più coerente e più efficace che preveda il ricorso alle sanzioni. Ha inoltre sostenuto l'estensione del ricorso al voto a maggioranza qualificata anziché all'unanimità, ove possibile e necessario. Ha esercitato pressioni a favore di una maggiore coerenza fra gli strumenti politici e di finanziamento dell'Unione per le politiche esterne, in modo da evitare duplicazioni e inefficienze. Inoltre i poteri di bilancio del Parlamento possono definire la portata e l'entità della PESC.

 

D. Risoluzioni recenti del Parlamento.

 

Nella risoluzione sull'attuazione della politica estera e di sicurezza comune, approvata il 21 gennaio 2026, il Parlamento ha sottolineato che, per mantenere la sua importanza sulla scena internazionale, in particolare in un contesto caratterizzato da un'instabilità sempre maggiore, l'UE deve condurre una politica estera determinata, disciplinata e assertiva, che risponda ai suoi obiettivi strategici, e continuare a difendere i suoi interessi nel mondo. Ha inoltre sottolineato che l'azione esterna dell'UE dovrebbe essere guidata dai suoi valori e principi. Nella risoluzione il Parlamento ha invitato l'alta rappresentante a:

 

sviluppare una PESC lungimirante e più coerente che difenda l'ordine internazionale basato su regole;

promuovere la cooperazione su interessi condivisi;

rispettare la neutralità di alcuni paesi dell'UE e garantire che l'azione diplomatica sia intrapresa in modo coerente con la Carta delle Nazioni Unite;

definire confini chiari e posizioni non negoziabili; e

aumentare l'impatto e la portata dell'azione esterna dell'UE.

Le più recenti risoluzioni del Parlamento sull'attuazione della PSDC (per maggiori dettagli, cfr. 5.1.2), sui diritti umani e la democrazia nel mondo (per maggiori dettagli, cfr. 5.4.1) e sull'uguaglianza di genere nella politica estera e di sicurezza dell'UE definiscono ulteriori posizioni in tali ambiti.

 

Nella raccomandazione del 2023 sul funzionamento del SEAE e un'UE più forte a livello mondiale, il Parlamento ha chiesto il rafforzamento del coordinamento strategico della politica estera dell'UE e della dimensione esterna delle politiche interne dell'UE al fine di garantire la coerenza, le sinergie, la trasparenza e la responsabilità dell'azione esterna dell'UE. Il Parlamento si è inoltre espresso a favore di revisioni significative della decisione del Consiglio del 2010 che istituisce il SEAE e della dichiarazione dell'alto rappresentante del 2010 sulla responsabilità politica. Il Parlamento ha ripetutamente raccomandato di avvalersi del voto a maggioranza qualificata per settori della politica estera quali il regime globale di sanzioni dell'UE in materia di diritti umani, fatta eccezione per la creazione di missioni o operazioni militari con mandato esecutivo. Il Parlamento ha inoltre sostenuto il ricorso all'astensione costruttiva in linea con l'articolo 31, paragrafo 1, TUE.

 

Nella sua risoluzione sull'esito della Conferenza sul futuro dell'Europa, approvata il 4 maggio 2022, il Parlamento ha accolto con favore e approvato la relazione finale sulle attività della Conferenza e le proposte presentate. La relazione proponeva di migliorare la capacità dell'UE di adottare decisioni rapide ed efficaci, in particolare nell'ambito della PESC, esprimendosi con una sola voce e agendo come un vero attore globale.

 

Il Parlamento ha altresì chiesto un'efficace erogazione dell'assistenza estera con il marchio "Team Europa", composto dalle istituzioni dell'UE, dalla Banca europea per gli investimenti, dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, dai paesi dell'UE e dai loro organismi di finanziamento della politica estera.

Il Parlamento ha inoltre sottolineato il ruolo del Global Gateway quale concetto geopolitico strategico che integra la politica estera, economica e di sviluppo e accresce la presenza e la visibilità dell'UE in tutto il mondo. In una risoluzione del 2026 sugli impatti passati e gli orientamenti futuri del Global Gateway, il Parlamento ha riaffermato il proprio sostegno alla strategia. Tuttavia ha altresì ribadito il suo precedente invito a promuoverlo come alternativa sostenibile all'iniziativa cinese "Nuova via della seta".

 

Il Global Gateway si basa in parte su fondi provenienti dallo strumento Europa globale dell'UE, che ha una dotazione di circa 80 miliardi di EUR per il periodo 2021-2027. Nella risoluzione del 2023 sullo strumento Europa globale, il Parlamento ha accolto con favore il consolidamento della maggior parte dell'azione esterna dell'UE in un unico strumento. Tuttavia, anche se ciò ha reso l'azione esterna più semplice, più flessibile e più efficiente, il Parlamento ha espresso rammarico per il fatto che il processo non sia stato accompagnato da sufficiente responsabilità e trasparenza (per maggiori dettagli, cfr. 5.3.1).

 

Sulla base di una proposta della Commissione, il Parlamento e il Consiglio hanno adottato una normativa che stabilisce il quadro per il finanziamento della cooperazione e degli aiuti internazionali, sostenendo le priorità di politica estera dell'UE in maniera complementare e coerente con la PESC. In vista del prossimo quadro finanziario pluriennale per il periodo 2028-2034, il Parlamento sta lavorando con il Consiglio, nel quadro della procedura di codecisione, sulla proposta di regolamento che istituisce Europa globale presentata dalla Commissione. Europa globale fonderebbe vari strumenti di finanziamento, quali l'attuale strumento Europa globale, lo strumento di assistenza preadesione e gli strumenti di finanziamento per l'Ucraina, la Moldova e i Balcani occidentali.

 

Il Parlamento si pronuncia regolarmente su questioni geopolitiche di fondamentale importanza per la politica estera dell'UE, in particolare la risposta dell'UE all'aggressione russa nei confronti dell'Ucraina. Pur sostenendo l'attuale politica dell'UE, il Parlamento ha sollecitato una risposta dell'Unione più forte, più coordinata e più rapida all'invasione russa e alle minacce ibride nei confronti dell'UE. Il Parlamento ha chiesto che le sanzioni esistenti siano attuate e applicate in maniera più rigorosa e che sia garantito un maggiore sostegno militare e di altro tipo. Ha inoltre chiesto che i responsabili dei crimini di guerra siano chiamati a rispondere delle loro azioni e che sia garantito il ritorno dei minori ucraini deportati (per maggiori dettagli, cfr. 5.5.6 e 5.6.3).

Altri temi di rilievo sono affrontati nelle note tematiche sulle relazioni transatlantiche (cfr. 5.6.1), sull'allineamento dei paesi candidati alla PESC (cfr. 5.5.1) e sui partenariati strategici in tutto il mondo e la pace e la stabilità in Medio Oriente (cfr. 5.5.8).

La presente nota tematica è stata elaborata dall'unità Analisi e supporto delle politiche esterne del Parlamento europeo. Per maggiori informazioni sull'argomento, si rimanda alla pagina web della commissione per gli affari esteri.

(Michal Malevic).

 

 

 

Politica estera e di sicurezza

comune dell’Unione Europea

Enciclopedia on line.

Treccani.it – Enciclopedia online – (10-04-2026) – Redazione -ci dice:

Categorie:

diritto comunitario e diritto internazionale in diritto.

TAG - Consiglio di sicurezza delle nazioni unite.

Trattato di maastricht.

Trattato di amsterdam.

Trattato di lisbona.

Parlamento europeo.

 

Dal vocabolario : Lemmi correlati.

Politica estera e di sicurezza comune dell’Unione Europea.

 

Introdotta dal titolo V del Trattato di Maastricht del 1992 quale “secondo pilastro” dell’Unione Europea (UE), la politica estera e di sicurezza comune (PESC) è ora disciplinata, a seguito della revisione del Trattato sull’UE operata dal Trattato di Lisbona del 2007, dagli artt. 23-41, di seguito alle disposizioni riguardanti in generale l’azione esterna dell’UE (artt. 21 e 22).

 

In base all’art. 23, la PESC si fonda sugli stessi principi e persegue gli stessi obiettivi generali dell’azione esterna (Relazioni esterne dell’Unione Europea) e riguarda (art. 24) “tutti i settori della politica estera e tutte le questioni relative alla sicurezza dell’Unione, compresa la definizione progressiva di una politica di difesa comune” che potrebbe condurre, in prospettiva, a una difesa comune dell’UE (Politica di sicurezza e difesa comune dell’Unione Europea).

 

Le istituzioni competenti.

 I principi e gli orientamenti generali della PESC sono stabiliti dal Consiglio europeo, mentre al Consiglio dell’Unione Europea spetta adottare le decisioni necessarie a definire e ad attuare tale politica.

 Più precisamente, il Consiglio dell’Unione decide gli obiettivi, la portata, i mezzi e le condizioni di attuazione, nonché eventualmente la durata, degli interventi operativi (art. 28); esso può inoltre adottare una posizione dell’Unione “su una questione particolare di natura geografica o tematica” (art. 29). Salva diversa previsione nel Trattato, tutte le delibere in materia di PESC sono adottate all’unanimità, sia da parte del Consiglio europeo sia da parte del Consiglio dell’Unione (art. 31).

 

L’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

 In materia di PESC sono altresì coinvolti, a vario titolo e con varie competenze altre istituzioni e organi dell’UE e, in particolare, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

 Istituito dal Trattato di Amsterdam del 1997 come Alto rappresentante per la PESC (incarico a lungo ricoperto dallo spagnolo Xavier Solana), l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza ha il compito di assicurare, insieme con il Consiglio dell’Unione, “l’unità, la coerenza e l’efficacia” dell’azione dell’UE in questo settore (art. 26 del Trattato sull’UE).

Egli presiede il Consiglio dell’Unione riunito nella formazione Affari esteri; contribuisce con le proprie proposte all’elaborazione della politica estera e di sicurezza;

rappresenta l’Unione all’esterno per le materie della PESC; esprime la posizione comune dell’UE nelle organizzazioni e conferenze internazionali (art. 27);

può proporre al Consiglio dell’Unione di nominare un rappresentante speciale per problemi politici specifici, che opera sotto la sua autorità (art. 33).

Inoltre, l’Alto rappresentante consulta regolarmente il Parlamento europeo sulle scelte fondamentali della politica estera e di sicurezza e difesa, e provvede affinché le opinioni del Parlamento siano prese debitamente in considerazione (art. 36). Dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (1° dicembre 2009) e la cessazione delle funzioni del Rappresentante per la PESC, è stata nominata Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza la britannica Catherine Ashton.

 

Obblighi degli Stati membri.

 Le decisioni relative a interventi da effettuare nell’ambito della PESC vincolano gli Stati membri dell’UE, i quali hanno altresì l’obbligo di conformare le proprie politiche nazionali alle posizioni adottate dall’Unione.

 Gli Stati devono consultarsi, in seno al Consiglio europeo e al Consiglio dell’Unione, in merito a qualsiasi questione di politica estera e sicurezza di interesse generale e, in particolare, prima di assumere qualsiasi impegno internazionale che possa ledere gli interessi dell’UE (art. 32).

Essi coordinano la propria azione nelle organizzazioni internazionali e in occasione di conferenze diplomatiche, dove difendono le posizioni dell’UE;

ciò vale anche per gli Stati membri dell’UE facenti parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, fatte salve le responsabilità che ad essi incombono in forza della Carta dell’ONU (art. 34).

 

 

 

Chi decide sulla sicurezza nazionale?

Stati, Unione europea e sovranità.

Ossevatoriogoldenpower.eu - La Legge del più forte a cura di Luca Picotti - rubrica mensile a cura di Luca Picotti – Redazione – ci dice:

 

 

Chi decide sulla sicurezza nazionale?

“La Legge del più forte”.

È sovrano chi decide sulla sicurezza nazionale, per parafrasare Carl Schmitt.

L’eccezione di sicurezza nazionale è parte integrante di ogni ordinamento, anche di quelli più sofisticati e percorsi da garanzie procedurali, pesi e contrappesi:

quando vi sono da tutelare gli interessi fondamentali dello Stato, è possibile derogare all’ordinario, impedendo l’esecuzione di un contratto, bloccando un investimento, limitando la circolazione di merci e persone, invocando immunità e segretezza.

La decisione?

Politica, e dunque arbitraria.

 E chi decide?

 Un indizio lo si ricava direttamente dal concetto stesso:

è sicurezza nazionale, ossia della nazione, impersonificata nella forma dello Stato così come emersa dal paradigma vestfaliano (1648).

 La sicurezza non è né comunale, né regionale, né tantomeno sovranazionale.

L’eccezione è pacificamente in capo agli Stati, detentori legittimi del monopolio della forza e, di conseguenza, dell’unità giuridica che sfocia nel potere dell’eccezione.

Tale prerogativa si evince dai molteplici piani ove si muove lo Stato.

 Ad esempio, tutti gli ordinamenti sono costellati da richiami alla sicurezza nazionale, come eccezione che permette di derogare all’ordinario (ad esempio, incidendo sull’autonomia privata, si pensi ai controlli sugli investimenti esteri);

ancora, la sovranità dell’eccezione si manifesta nei poteri di veto, insiti in ogni organizzazione sovranazionale:

 l’Onu, al netto della sua rilevanza, non sarebbe mai stato concepito senza il veto in capo ai membri del Consiglio di sicurezza;

 di nuovo, la sicurezza nazionale è un’ombra che si muove latente anche in sistemi multilaterali come l”’ Organizzazione mondiale del commercio”, che non solo si trova oggi paralizzata dall’inerzia di un singolo Stato (gli Stati Uniti, che bloccando la nomina dei giudici dell’organo di appello ne impediscono di fatto il funzionamento), ma che all’art. XXI del GATT prevede un’espressa eccezione di sicurezza nazionale.

 

Un caso particolarmente interessante è quello del rapporto tra Stati membri e Unione europea, il più originale e ambizioso tentativo di superare il paradigma vestfaliano.

Chi è sovrano?

Almeno due elementi suggeriscono che tale potere sia ancora, pacificamente, in capo agli Stati:

in primo luogo, come sottolineato dal grande giurista tedesco “Dieter Grimm”, l’Unione europea non è un potere costituente, ma costituito, creato e partecipato da Stati, che rimangono dunque sovrani in quanto detentori del potere costituente;

 dall’altro, l’intera infrastruttura giuridica europea, a partire dai Trattati, riconosce nella sicurezza nazionale il limite del proprio operare. In altre parole, la sicurezza nazionale rimane, per l’appunto, nazionale.

 

Leggiamo infatti all’art. 4, paragrafo 2 del Trattato sull’Unione europea (TUE), che l’Unione

«Rispetta le funzioni essenziali dello Stato, in particolare le funzioni di salvaguardia dell’integrità territoriale, di mantenimento dell’ordine pubblico e di tutela della sicurezza nazionale. In particolare, la sicurezza nazionale resta di esclusiva competenza di ciascuno Stato membro». Si rimarca, dunque, in uno degli articoli fondanti dei Trattati, l’esclusiva competenza degli Stati membri in materia di sicurezza nazionale. Ancora, altrettanto rilevante, specie in questi anni in cui la politica estera è tornata sulla scena con drammatico vigore, è l’art. 42, paragrafo 2 TUE, ove si legge che «La politica [estera] dell’Unione […] non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri».

 

A livello concettuale, dunque, si tratteggiano in modo esplicito i confini dei rapporti tra Unione e Stati. Non a caso, nel più analitico Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea (TFUE), così come in sede di singoli Regolamenti, il richiamo alla sicurezza nazionale, variamente declinata come pubblica sicurezza, ordine pubblico e via dicendo, si presta ad essere parte integrante del diritto europeo. Gli esempi sono tanti: all’art. 65 TFUE, si prevede la possibilità di derogare alla libera circolazione dei capitali per ragioni di ordine pubblico o di pubblica sicurezza; allo stesso modo recita l’art. 53 TFUE in tema di libertà di stabilimento; oppure, nel regolamento concentrazioni del 2004, all’art. 21, comma 4, si afferma che gli Stati membri possono adottare opportuni provvedimenti per tutelare interessi legittimi diversi da quelli presi in considerazione dal regolamento e tra gli interessi legittimi è menzionata, ovviamente, la pubblica sicurezza.

 

Da qui, il grande quesito: se è vero che la sicurezza nazionale è di competenza degli Stati membri, allo stesso tempo l’eccezione di sicurezza nazionale è parte integrante del diritto europeo, che la contempla quale proprio limite di operatività.

 Dunque, si è ancora all’interno del diritto europeo – e relativa sovranità – nel momento in cui si invoca l’eccezione di sicurezza nazionale, o si è già in ambito di competenza esclusiva – e relativa sovranità – degli Stati membri? Il tema non è di poco conto e rileva in termini di discrezionalità nell’utilizzo di tale prerogativa.

Se si è in ambito di competenza assoluta ed esclusiva dello Stato, sarà sufficiente per questo invocare l’eccezione di sicurezza nazionale, senza che tale richiamo sia in alcun modo sindacabile, proprio perché a decidere su “cosa è” sicurezza nazionale è lo Stato stesso.

Se invece si considera che la stessa eccezione fa parte anche del diritto europeo – in quanto questo la pone, facendone derivare i soprarichiamati effetti – allora, forse, tale discrezionalità in capo allo Stato non sarà assoluta, bensì dovrà sottostare ad un vaglio anche da parte delle istituzioni europee.

Un tanto comporterebbe, però, una problematica condivisione della competenza esclusiva.

 

Tali tensioni si rinvengono anche in altre realtà.

 Si pensi al già citato art. XXI del GATT, che permette l’implementazione di misure protezionistiche se necessarie per ragioni di sicurezza nazionale. Ad esempio, a tale clausola si sono richiamati unilateralmente gli Stati Uniti nel 2018 per giustificare le tariffe di Trump su acciaio, alluminio e altri prodotti.

Come e chi può opinare tale scelta?

La giurisprudenza del WTO in materia è scarna, ma rimane interessante l’arresto nel 2019, nel caso Russia – Traffic in Transit Dispute Settecento Panel: l’organismo ha riconosciuto la propria competenza a valutare se il richiamo all’eccezione di sicurezza nazionale è giustificato o meno;

solo che, una volta espressa la valutazione, anche se l’eccezione viene considerata ingiustificata, lo Stato può comunque proseguire la propria azione sotto lo scudo dell’art. XXI (Heyden 2023).

Non sorprende, dopodiché, che nel dicembre 2022 l’OMC abbia ritenuto l’invocazione da parte di Trump dell’art. XXI per le sue tariffe sull’alluminio e acciaio ingiustificata (dopotutto, non si capisce bene cosa c’entri la sicurezza nazionale); ciononostante, non vi sono state conseguenze, a riprova dei limiti delle istituzioni sovranazionali quando vi è di mezzo la sicurezza nazionale.

 

L’Unione europea però non è il WTO.

 E sulle sue prerogative, anche in tema di sicurezza nazionale, i confini sono meno nitidi, essendo il costrutto qualcosa di più di un semplice trattato internazionale.

È indicativo l’approccio della Commissione nel caso VIG 2022, in campo assicurativo:

in quel frangente, la Commissione Europea ha stabilito che la decisione del Governo ungherese di porre il proprio veto, per ragioni di sicurezza nazionale, all’acquisizione del controllo esclusivo della AEGON Hungary Holding B.V., della AEGON Hungary Holding II B.V., della AEGON Poland/Romania Holding B.V. e della AEGON Turkey Holding B.V. (congiuntamente “Aegon”), da parte della Vienna Insurance Group AG Wiener Versicherung Gruppe (“VIG”), ha violato l’articolo 21 del Regolamento europeo sulle concentrazioni (European Merger Regulation, EUMR).

La vicenda si è poi risolta con un accordo tra la controparte ungherese e quella austriaca, ma è stata un’occasione per le istituzioni europee per esprimere alcuni principi in tema di richiamo unilaterale alla sicurezza nazionale da parte degli Stati membri:

 al par. 36 della decisione della Commissione si legge che il concetto di pubblica sicurezza, nella sua veste di deroga ai principi di libertà di stabilimento e di circolazione dei capitali, «deve essere interpretato restrittivamente» e il suo ambito di applicazione «non può essere definito unilateralmente dallo Stato membro senza che tale definizione sia soggetta al controllo delle istituzioni dell’Unione», con la conseguenza che «la sicurezza pubblica può essere invocata solo se esiste una minaccia reale e sufficientemente grave a un interesse fondamentale della società».

Peraltro, ha specificato la Commissione, l’esperienza mostra come sia raro che la sicurezza pubblica venga in rilievo nei casi di fusione nel settore assicurativo (Carpagnano 2023).

Non diverse le conclusioni della Corte di Giustizia nel noto caso “Della”, riguardante sempre un veto posto dall’Ungheria, questa volta in una operazione in ambito edile.

La pronuncia, oltre ad affrontare un tipico dilemma delle normative sugli investimenti esteri (conta più la legge cui è sottoposta la società o la nazionalità di chi la controlla?), si sofferma sulla ragionevolezza o meno dell’eccezione di Budapest, ribadendo la necessità di una interpretazione restrittiva e non unilaterale.

 

Ebbene, tali principi pongono una grande sfida teorica in tema di sovranità sulla sicurezza nazionale.

Certo, vi è da dire che il caso VIG, e la relativa assertività della Commissione, presenta diverse peculiarità: la definizione dell’operazione nelle more da parte dei privati; il fatto che essendo la stessa in ambito assicurativo risultava abbastanza intuitiva la forzatura del richiamo alla sicurezza nazionale; la circostanza che si trattava dell’Ungheria, paese non equiparabile a Germania o Francia e spesso in attrito con le istituzioni europee, che avevano dunque più facilità a censurarne i comportamenti.

Il nodo però rimane.

Se è lo Stato che decide, discrezionalmente, sulla sicurezza nazionale, le istituzioni europee non dovrebbero potere opinare.

Invece, i principi avanzati dalla Commissione, sulla scia della giurisprudenza della Corte di Giustizia, vanno più nella direzione di una competenza sulla sicurezza nazionale semi-condivisa:

la decisione dello Stato membro non deve essere unilaterale, dovendo in qualche modo superare un vaglio di proporzionalità e ragionevolezza in dialogo con le istituzioni comunitarie, che in questo modo prendono, seppure indirettamente, parte nella decisione sovrana sulla sicurezza nazionale.

 

La testimonianza di una cessione di sovranità da parte degli Stati anche in questo campo così centrale?

In generale, vi è da dubitarne: in ultima istanza, tale prerogativa, con annessi usi e abusi, rimarrà in capo agli Stati, salvo, forse, casi eclatanti – quello VIG, inerente all’ambito assicurativo, ha sicuramente facilitato la posizione assertiva della Commissione, così come quello “Della” in campo edile.

Ciononostante, lo spettro del vaglio delle istituzioni, nel tentativo di evitare utilizzi dell’eccezione di sicurezza nazionale nelle operazioni intra-europee, rimane.

Tale crepa smaschera la contraddizione, probabilmente insanabile, del costrutto comunitario:

 l’inespugnabilità della competenza degli Stati membri in materia di sicurezza nazionale unita alla sua sussunzione nella dimensione comunitaria.

Tematica che sarà centrale nella ridefinizione dell’infrastruttura europea al termine, se mai vi sarà un termine, di questo interregno, ove soprattutto in materia di controlli sugli investimenti esteri si è registrata una certa anarchia, tale per cui i paesi membri hanno alzato diversi muri protezionistici anche all’interno del mercato unico.

Rimarranno, insiti alle dinamiche interne del costrutto comunitario e nascosti sotto l’ombrello dell’eccezione di sicurezza nazionale, o l’Unione europea riuscirà a risolvere tale contraddizione?

Chi scrive è più persuaso dalla prima ipotesi, ma in ogni caso la problematica passa proprio per l’interrogativo oggetto di questa puntata della rubrica:

chi decide sulla sicurezza nazionale?

 

 

Allargamento UE, quattro candidati accelerano: passi avanti per Ucraina, Moldova, Montenegro e Albania.

Quotidiano.net – Simone Cantarini – (14 luglio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Ucraina e Moldova aprono i negoziati su politica estera, sicurezza e difesa, mentre Montenegro e Albania avanzano nella chiusura dei capitoli.

La commissaria europea designata per l'allargamento, Marta Kos.

Allargamento UE, quattro candidati accelerano: passi avanti per Ucraina, Moldova, Montenegro e Albania.

Milano, 14 luglio 2026.

 L’Unione europea fa un nuovo passo avanti verso l’allargamento.

 Martedì Montenegro e Albania si avvicinano sempre di più all’adesione, mentre Ucraina e Moldova hanno aperto i capitoli negoziali su politica estera e sicurezza.

Nella giornata di martedì si sono tenute a Bruxelles conferenze intergovernative per aprire o chiudere formalmente i canali negoziali dei quattro principali Paesi candidati all’adesione, in una delle più grandi operazioni di allargamento del blocco degli ultimi 20 anni.

Nel 2004 dieci Paesi avevano aderito all’Unione europea, mentre l'ultimo paese ad essere accolto all’interno dell’UE è stato la Croazia nel 2013.

 

Nove paesi sono ufficialmente candidati all'adesione all'UE: Albania, Bosnia, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia, Georgia, Moldavia, Ucraina e Turchia.

I negoziati di adesione per Georgia e Turchia sono sospesi a causa di preoccupazioni relative agli standard democratici.

Anche il Kosovo ha presentato domanda di adesione, ma non gli è stato concesso lo status di candidato.

 

"Non assistevamo a una situazione simile da oltre vent'anni.

L'ultima volta è stata nel 2002.

 Questo è un Super Quesnay per l'allargamento dell'UE e l'Ucraina ne fa parte", ha affermato la commissaria per l’Allargamento, Marta Kos, parlando ai giornalisti.

 

Uno dei fattori che ha accelerato un processo rimasto sullo sfondo per decenni è stata l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, che ha spinto i Paesi membri a rivalutare l’allargamento nonostante i pochi passi avanti sul fronte delle riforme.

Nel 2019, il presidente francese Emmanuel Macron aveva insistito sul fatto che avrebbe bloccato qualsiasi tentativo di allargamento finché l'UE stessa non avesse intrapreso profonde riforme.

 L'UE ha cercato di incoraggiare le riforme nei paesi candidati, temendo la crescente influenza di Russia e Cina.

Il percorso di Ucraina e Moldova.

Ucraina e Moldova hanno fatto domanda di adesione tra febbraio e marzo 2022 ottenendo entrambi lo status di Paese candidato nel giugno dello stesso anno.

 A soli quattro anni di distanza i due Paesi hanno aperto martedì 14 luglio un nuovo capitolo del loro percorso verso l’adesione all’Unione europea, avviando i negoziati sui dossier relativi alla politica estera, alla sicurezza e alla difesa.

 

Un percorso record che ha fortemente diviso in questi anni i Paesi membri dell’UE.

“Parlando sempre ai giornalisti, la commissaria Kos, ha definito l’appuntamento un “Super Martedì” dell’allargamento, con quattro Paesi riuniti a Bruxelles per avanzare nei rispettivi negoziati di adesione.

Sono passati solo 14 giorni dall'inizio della sua presidenza e stiamo già compiendo il primo passo significativo verso l'allargamento, con ben quattro conferenze di adesione in un solo giorno”, ha affermato, rivolgendosi a “Thomas Byrne, ministro irlandese per gli Affari europei che presiede i negoziati.

 

Il cammino europeo dell’Ucraina era rimasto a lungo ostacolato dall’Ungheria.

Il precedente governo guidato da Viktor Orbán aveva infatti bloccato l’apertura formale dei negoziati in alcune aree politiche.

Con l’arrivo al governo di Péter Magyar, Budapest ha adottato una linea meno rigida nei confronti di Kyiv, permettendo nuovi progressi sia per l’Ucraina sia per la vicina Moldova.

 

Finora, il processo di adesione di Chisinau è rimasto strettamente legato a quello ucraino, nonostante la candidatura della Moldova abbia incontrato una resistenza politica molto più limitata rispetto a quella di Kyiv.

 

“È un momento di realtà per mostrare alla gente che il processo di allargamento è reale”, ha dichiarato Byrne nel corso della giornata.

Il cluster 6, aperto con Ucraina e Moldova, comprende le relazioni esterne, la politica estera e di sicurezza comune, la politica di sicurezza e difesa, il commercio, la cooperazione allo sviluppo e gli aiuti umanitari.

Kos ha sottolineato che l’esperienza accumulata dall’Ucraina sul piano militare rappresenta un elemento di forza nel suo percorso di adesione.

 

"L'architettura di sicurezza futura del nostro continente è inimmaginabile senza l'Ucraina", ha affermato Kos. "Gli ucraini hanno trasformato il loro Paese in una potenza militare con capacità che poche altre nazioni possono eguagliare, soprattutto grazie alla rapida evoluzione delle tecnologie dei droni."

 

Montenegro e Albania intravedono il traguardo.

Parallelamente ai progressi compiuti da Ucraina e Moldova, l’Unione europea ha chiuso provvisoriamente con il Montenegro i capitoli 8, dedicato alla politica di concorrenza, e 29, relativo all’unione doganale.

La decisione, formalizzata durante la ventottesima Conferenza di adesione UE-Montenegro, porta a 18 su 33 il numero dei capitoli provvisoriamente chiusi, oltre la metà del totale.

 

Secondo la commissaria europea all’Allargamento Marta Kos, Podgorica è ormai “nella fase finale della preparazione all’adesione”, mentre anche l’Unione “si sta preparando ad accogliere” il Paese, come dimostra il recente pacchetto finanziario che prefigura l’adattamento del bilancio europeo a un’UE a 28 Stati membri.

 

Kos ha tuttavia avvertito che “il lavoro più delicato deve ancora venire”, indicando nel rafforzamento delle istituzioni democratiche una delle priorità principali. “È il momento di intensificare le riforme rimanenti e tagliare il traguardo”, ha affermato, invitando le forze politiche montenegrine a trovare un terreno comune per completare l’agenda europea. “Il traguardo è ormai in vista, raggiungiamolo insieme”.

 

L’Albania si appresta invece a chiudere i primi tre capitoli del suo processo di adesione.

 Tale decisione fa seguito a quella adottata il 10 luglio dal Comitato dei rappresentanti permanenti degli Stati membri dell'UE (COREPER), che ha approvato la posizione comune dell'Unione europea sulla chiusura provvisoria dei negoziati relativi al capitolo 25 (Scienza e ricerca), al capitolo 26 (Istruzione e cultura) e al capitolo 30 (Relazioni esterne).

 

Il controverso premier “Ed Rama” punta a chiudere tutti i capitoli negoziali tra la fine del 2027 e l’inizio del 2028. Tuttavia, il Paese sta attraversando una crescente pressione interna sul governo Rama che potrebbero avere conseguenze sul percorso di adesione all’UE.

Le proteste nate contro il progetto di un grande resort turistico nell’area protetta di Narra e Zernez si sono trasformate in una contestazione più ampia contro la gestione dei grandi investimenti, la scarsa trasparenza e il progressivo indebolimento dei controlli democratici.

L'Albania ha formalmente avviato i negoziati di adesione con l'Unione europea in occasione della prima conferenza intergovernativa del 19 luglio 2022, a seguito della decisione del Consiglio europeo del marzo 2020 di avviare i negoziati di adesione e della successiva approvazione del quadro negoziale nell'ambito della metodologia di allargamento rivista dell'UE.

Da allora, le due parti hanno avviato negoziati su tutti e sei i gruppi tematici del processo di adesione.

La nona conferenza intergovernativa di martedì dovrebbe portare alla prima chiusura provvisoria dei capitoli di adesione, con la conclusione provvisoria dei negoziati sui capitoli 25, 26 e 30.

 

 

 

Italia ed Europa.

Una strategia di sicurezza per l’Italia:

la svolta c’è, i rischi restano.

Geopolitica.info – (08-05 -2026) - Lorenzo Termine, Gabriele Natalizia e Laura Donnini – Redazione – ci dicono:

 

(Tags: Difesa DIS intelligence Italia Meloni nazionale NSS sicurezza strategia).

Stando a un recentissimo decreto, l'Italia dovrebbe essere sul punto di pubblicare la sua prima strategia di sicurezza nazionale (NSS), un fatto inedito per l'unico paese del G7 che non ne ha mai avuta una.

Per decenni, infatti, un mix di instabilità governativa, competizione tra istituzioni, un ambiente internazionale relativamente stabile e la percepita credibilità delle garanzie di sicurezza statunitensi hanno ridotto gli incentivi a produrla.

 Recentemente, tuttavia, il consolidamento politico interno e una gamma inedita di pressioni esterne sembrano essersi allineati verso una chiara direzione:

Roma sembrerebbe sempre più vicina al traguardo di pubblicare un documento strategico di un livello superiore rispetto a quelli settoriali già prodotti in passato.

 Tuttavia, quattro ostacoli si frappongono.

 

Con circa 1.300 giorni in carica, il governo guidato da Giorgia Meloni è già il secondo governo più longevo della storia della Repubblica.

Ciò ha profonde implicazioni per la sicurezza nazionale:

Meloni dispone di un’ampia maggioranza che rende la sua autorità meno vulnerabile non solo alle pressioni dell’opposizione, ma anche a quelle intra-governative, principalmente dai suoi due alleati minori i cui rapporti risultano conflittuali su diverse questioni critiche.

 Sebbene non possiamo ancora prevedere come la sconfitta al referendum sulla giustizia influenzerà la stabilità esecutiva, finora la sua leadership è stata sufficientemente solida da superare il funzionalismo, la competizione e le gelosie istituzionali.

Per la prima volta nel recente passato Palazzo Chigi ha la capacità di riunire — e tenere insieme — i diversi rami del governo.

 

Ciononostante, Meloni ha ereditato il problema storico istituzionale che ogni governo precedente aveva in materia di sicurezza nazionale:

l’assenza di un organo unitario responsabile della sicurezza nazionale, in altre parole un “National Security Concil italiano”.

Da governi solidi, tuttavia, possono derivare deleghe solide.

Con un recentissimo decreto, la Presidente del Consiglio ha formalizzato uno schema istituzionale per la stesura e la pubblicazione di una strategia di sicurezza nazionale.

 In base al decreto, il “Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica “formulerà proposte alla PDCM per l’adozione di una NSS ed eserciterà una supervisione di vertice sulla sua attuazione.

 Il lavoro preparatorio è affidato a un ente subordinato – il Comitato tecnico – un organo collegiale permanente presieduto dal direttore generale del “Dipartimento delle informazioni per la sicurezza” che a sua volta svolge anche il ruolo di segretariato.

Governi con minor stabilità non sarebbero stati in grado di imprimere una svolta così chiara.

La gelosia istituzionale di ufficiali, diplomatici e agenzie di sicurezza avrebbe fatto naufragare il processo:

meglio nessuna strategia di sicurezza nazionale che quella elaborata da qualcun altro.

Ciò è ulteriormente confermato da nostre interviste confidenziali che indicano come una versione non classificata della “Strategia Militare Nazionale”, redatta dallo” Stato Maggiore della Difesa italiano”, è pronta per la pubblicazione ma viene deliberatamente trattenuta in attesa della pubblicazione della NSS, assegnando di fatto a quest’ultima una chiara primazia.

Il “Ministero della Difesa”, da parte sua, sta anche valutando una successiva “Strategia di Difesa Nazionale”.

Stando al decreto, la NSS non richiederà l’approvazione parlamentare:

 il documento, infatti, dovrà essere adottato dalla “Presidente del Consiglio” su proposta del “Comitato interministeriale”, previo parere del “Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica” per poi essere presentata al “Comitato parlamentare” che richiederà anche una periodica audizione sulle iniziative adottate nell’ambito di tale strategia.

 

Il nuovo decreto rende la pubblicazione della prima NSS italiana considerevolmente più probabile.

Eppure sposta anche i termini del dibattito.

La questione chiave non è più semplicemente se Roma possa creare un quadro formale per il coordinamento strategico, ma se il documento che ne emergerà conterà nella pratica.

 Quattro rischi interconnessi potrebbero minare tale risultato.

 

Evitare una strategia troppo ristretta.

 

Affidare il processo di redazione a un’architettura istituzionale centrata sui servizi di intelligence ha chiari vantaggi politici.

Taglia attraverso la resistenza burocratica, accelera il coordinamento degli apparati rispetto agli obiettivi comuni e aumenta le probabilità che il processo produca effettivamente risultati, non da ultimo perché i servizi di intelligence italiani rispondono in ultima istanza al governo attraverso l’Autorità delegata.

Ma questa scelta rischia di produrre una distorsione:

orientare eccessivamente la NSS verso le minacce interne e ibride, come un black-out energetico o delle reti, a discapito di quelle più squisitamente internazionali e convenzionali.

 

Il panorama della sicurezza interna dell’Italia è indiscutibilmente messo a dura prova dalla criminalità organizzata, dal terrorismo, dalla migrazione irregolare, dalle reti illecite e dalle minacce che – con metodi diversi – sono posti dalla Repubblica Popolare Cinese e dalla Federazione Russa all’infrastruttura e alla tenuta del rapporto tra cittadini e autorità.

Queste sono sfide durature e politicamente rilevanti, e qualsiasi strategia seria deve necessariamente affrontarle.

Un’eccessiva enfasi sulle questioni interne, tuttavia, rischia di oscurare un cambiamento di ben più grande portata:

 l’ambiente esterno dell’Italia si sta trasformando.

Il ritorno della competizione tra grandi potenze, la violenza nel Mediterraneo Allargato, e la crescente penetrazione della Cina stanno ridisegnando l’orizzonte strategico del Paese.

I grandi attori internazionali stanno sempre più “weaponizzando” interdipendenza economica e “Stati fragili”, la competizione tecnologica sta accelerando, e le richieste per la partecipazione all’Alleanza atlantica sono in aumento.

 In questo contesto, una strategia di sicurezza nazionale che si concentri troppo sulle minacce interne offrirà, nella migliore delle ipotesi, una diagnosi parziale, coerente forse ma incompleta.

 

Evitare una strategia troppo vaga.

 

Una volta presa la decisione di pubblicare una strategia, i governi si trovano inevitabilmente di fronte a difficili compromessi e a un pubblico eterogeneo da accontentare.

Di conseguenza, spesso si coprono le spalle producendo documenti che sembrano strategici pur dicendo ben poco.

Il risultato è un testo che segnala impegno senza stabilire priorità e invoca principi senza fare scelte.

 Una strategia eccessivamente cauta, diplomaticamente neutrale o basata su generici riferimenti al diritto internazionale e al multilateralismo sarebbe più facilmente digeribile al sistema politico e all’elettorato italiano, ma strategicamente debole.

Questa dinamica è visibile, ad esempio, nel caso tedesco, dove la necessità di accomodare molteplici vincoli politici e istituzionali ha prodotto una strategia deliberatamente misurata e, talvolta, ambigua.

L’obiettivo non è eliminare del tutto l’ambiguità – vi è una ragione strategica nel non esplicitare tutto – ma disciplinarla.

 Una strategia dovrebbe delineare il tipo di ambiente internazionale che l’Italia cerca di preservare o plasmare, i partenariati che valorizza di più e gli strumenti a cui può e vuole far ricorso.

 Dovrebbe tracciare, in altre parole, una visione preferita del mondo e del posto che l’Italia desidera occupare al suo interno, non in termini astratti, ma come esercizio di pragmatismo politico utile a mettere in rapporto mezzi e fini.

 

Evitare la frammentazione istituzionale.

 

Una NSS produrrà necessariamente aspettative di coerenza.

Sarà letta come un tentativo di riunire strumenti diplomatici, militari, economici e di sicurezza interna in un unico quadro.

Ma senza un meccanismo per tenere insieme tale quadro, le aspettative potrebbero rapidamente superare la realtà.

 

La scelta di non istituire un consiglio formale per la sicurezza nazionale riflette una scelta politicamente pragmatica.

Un nuovo organismo di coordinamento provocherebbe probabilmente resistenze burocratiche e riaprirebbe rivalità radicate.

Delegare l’intero processo all’esistente CISR e, al di sotto di esso, al DIS è un compromesso praticabile, ma lascia irrisolta la questione centrale:

chi arbitrerà una volta che la strategia sarà pubblicata?

Se il CISR non è dotato di poteri sostanziali per portare avanti il lavoro, anche una strategia ben elaborata mancherà della spina dorsale per orientare le decisioni. Soluzioni informali sono chiaramente possibili.

Un ruolo più assertivo della Presidenza del Consiglio nel convocare e guidare il coordinamento, ad esempio, o un controllo più stretto e personale sulla supervisione dell’intelligence, tuttavia, reggono nel breve termine, in presenza di un esecutivo stabile o di una leadership carismatica, ma difficilmente producono gli effetti desiderati in maniera continuativa.

Gli accordi informali, d’altronde, raramente sopravvivono ai cambi di governo.

Meccanismi formali di controllo e verifica – e il nuovo decreto è un passo inedito in quella direzione – dovrebbero stabilire procedure per l’adozione della strategia – e il suo aggiornamento – e conferire al CISR una supervisione di vertice sulla sua attuazione, assegnare funzioni preparatorie e di monitoraggio al CISR tecnico, e richiedere rapporti periodici al comitato parlamentare.

In definitiva, senza un ancoraggio istituzionale, anche il documento più accuratamente redatto rischia di rimanere un pezzo di carta.

 

Evitare una prospettiva non sistemica.

 

Nel corso del tempo, il concetto di “sicurezza” è evoluto andando a comprendere gli ambiti più disparati e rendendo necessario un approccio più completo e sistemico alla sicurezza nazionale (Whole-of-government).

Alcuni intervistati ci hanno confidato che il processo di redazione della NSS potrebbe non aver incluso sufficientemente tutti gli attori istituzionali coinvolti nella sicurezza nazionale italiana.

Tra questi persino la Farnesina potrebbe aver giocato un ruolo minoritario, il che costituirebbe un errore esiziale.

 Vero o no che sia, il rischio menzionato è reale:

 una strategia che rifletta solo una porzione del sistema politico-istituzionale nazionale rischierebbe di diventare un’occasione persa per promuovere la coerenza e la condivisione di obiettivi tra le istituzioni deputate alla sicurezza nazionale.

Una NSS non può essere scritta da un unico punto di osservazione.

Dovrebbe riunire non solo i pilastri tradizionali della sicurezza — affari esteri, difesa, intelligence e forze armate — ma anche la più ampia comunità italiana di politica estera, che include attori economici ed esperti di sicurezza e difesa.

Nell’attuale contesto geopolitico, ad esempio, la sicurezza economica non è più una questione secondaria.

I ministeri e le agenzie responsabili della governance economica e della strategia industriale non sono attori periferici, ma risultano centrali poiché aiutano a definire cosa costituisce un asset strategico, cosa dovrebbe essere protetto e dove si trovano le vulnerabilità, rafforzando così la postura strategica del paese.

Altrettanto importante sarebbe il coinvolgimento della più ampia comunità di esperti accademici e think tank.

 In un paese dove il dibattito pubblico sulla sicurezza e la difesa rimane limitato e spesso polarizzato, il loro ruolo va oltre l’analisi.

Potrebbero contribuire a definire la conversazione, a tradurre la strategia in termini accessibili e a ridurre il rischio che un documento di questo tipo venga frainteso o strumentalizzato politicamente.

Dalle nostre interviste emerge che il processo di redazione è a uno stadio avanzato.

 Due recenti sviluppi, tuttavia, rischiano di scompigliare le carte.

Il primo è interno.

Sebbene il governo rimanga stabile e le elezioni anticipate non siano imminenti, il risultato del recente referendum ha esposto i limiti del suo più ampio sostegno pubblico.

 In un paese dove l’opinione pubblica rimane diffidente nei confronti del riarmo e dove il dibattito sulle questioni militari è spesso attutito, l’introduzione di una prima NSS potrebbe fornire all’opposizione politica una potente linea di attacco, inquadrandola come prova di una politica estera più assertiva, persino dai tratti militaristici.

Di fronte a questo rischio, il governo potrebbe decidere di rinviare la pubblicazione della strategia alla prossima legislatura, in caso di vittoria.

 

Il secondo sviluppo è internazionale.

La guerra USA-Israele con l’Iran, per la prima volta da quando Meloni è in carica, ha introdotto frizioni visibili tra Roma e Washington.

 In assenza di una NSS, l’Italia può mantenere un certo grado di ambiguità e giustificare la moderazione come coerente con il proprio interesse nazionale.

Una strategia di sicurezza nazionale pubblicata, al contrario, potrebbe restringere questo margine di manovra.

 Stabilendo priorità e linee rosse, il documento esporrebbe così l’Italia a rischi reputazionali qualora le sue promesse scritte non fossero all’altezza degli impegni realmente assunti.

Al tempo stesso, la guerra in Iran sottolinea i rischi di operare senza un chiaro quadro strategico.

 In questo contesto, le ragioni in favore di una NSS diventano ancora più convincenti:

non come un vincolo, ma come una necessaria “stella polare” per la politica estera e di difesa.

 

Le dinamiche menzionate potrebbero ancora influenzare i tempi, il contenuto e la presentazione politica della strategia.

Ma il decreto ha apparentemente cambiato il quadro di riferimento.

 L’Italia è oggi più vicina che mai a colmare una lacuna di lunga data nella sua architettura di sicurezza nazionale.

 Il nuovo decreto fornisce la procedura, l’ancoraggio istituzionale e la promessa di aggiornamenti periodici.

Ciò che non può fornire da solo è la chiarezza strategica. Ciò dipenderà dal mandato politico che la NSS avrà:

non solo la gestione delle crisi, ma la definizione dell’interesse nazionale dell’Italia e la gerarchizzazione dei suoi obiettivi in un ambiente internazionale sempre più competitivo.

(Gli Autori: Lorenzo Termine - Gabriele Natalizia- Laura Donnini).

 

 

 

Interesse nazionale: pivot per intelligence, politica estera e difesa.

 

Analisidifesa.it – (19 marzo 2026) - Luciano Piacentini, Claudio Masci – Opinioni – Redazione – ci dicono:

 

L’arena geopolitica internazionale sta ridisegnando un nuovo ordine mondiale, ove gli Stati Uniti sono sempre più attratti ed in “rotta” per l’area Medio orientale ed il Mar Cinese Meridionale.

 

Inoltre l’esaurimento del ruolo della NATO nel confronto Est-Ovest e la revisione del ruolo della Unione Europea sono condizionati da un potente riarmo della Germania.

Nel passato abbiamo più volte auspicato il progresso dell’Unione Europea orientato verso uno Stato Federale o Confederale, tale da poter assumere il ruolo di autorevole interlocutore nell’arena internazionale al fine di tutelare i propri “Interessi vitali nazionali”, assommando ed armonizzando contestualmente quelli dei singoli membri in un “unicum”.

Ma cosa sono gli Interessi Vitali Nazionali?

 Secondo autorevoli think-tank si tratta di:

 

Il punto più alto della Sicurezza Nazionale, che investe direttamente l’incolumità e la vita dei cittadini, per prevenire attacchi nei loro confronti e tutelarne il benessere;

L’attività che uno Stato può realizzare, al fine di evitare un danno alla collettività: compete ai Governi definirne il contenuto.

Una definizione in positivo implicherebbe l’esclusione a priori di talune determinazioni – rispetto ad altre – in funzione della mutevolezza delle situazioni internazionali e delle minacce;

L’insieme degli obiettivi, delle ambizioni e delle aspirazioni di uno Stato, definiti all’interno di un’area geografica – resi chiari, palesi ed espressi in modo inequivocabile – nelle 4 dimensioni: Politica, Culturale, Economica e Militare.

In teoria – o per meglio dire, in sostanza – il concetto tramite il quale ogni azione dello Stato, qualora necessaria per il bene dello Stato stesso, è legittima, indipendentemente dalla propria moralità.

 

Secondo il nostro parere occorre fare una distinzione fra Interesse Vitale Nazionale e Sicurezza Nazionale.

 

L’Interesse Vitale è da considerare uno stato di estrema necessità, una condizione indispensabile per l’esistenza individuabile caratterizzata da esigenze primarie necessarie per la riproduzione, la sopravvivenza, l’esigenza di Sicurezza, che ogni sistema sociale dovrebbe soddisfare.

Trattasi di enunciazioni teoriche che troviamo sancite in parte – sebbene non esplicitamente – nella nostra Costituzione.

In particolare:

salvaguardia del territorio (Art. 1: L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione; Art. 5: La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali …);

sicurezza dei cittadini (gli Art.li 13 – 28 Rapporti Civili e 29 – 34 Rapporti Etico-Sociali delineano la quotidianità di una convivenza civile che la sicurezza è tenuta a garantire);

benessere economico (gli Art.li 35 – 47 Rapporti Economici, dettano l’insieme delle condizioni che permettono, ad ogni cittadino, di soddisfare i sempre crescenti bisogni elementari);

protezione delle infrastrutture cruciali, strumenti fondamentali per tutelare la quotidiana convivenza e conseguire il benessere economico.

In sintesi gli Interessi Vitali Nazionali sono:

 

condizionati da fattori immodificabili e costanti nel tempo quali la collocazione geografica di un Paese, la propria storia, la propria cultura – unitamente alla tradizione nazionale – la propria articolazione territoriale, le etnie che lo popolano ed i livelli di sviluppo sociale ed economico raggiunti;

configurabili nell’indipendenza di uno Stato, nell’integrità del proprio territorio, nella Sicurezza dei propri cittadini ed in quelle infrastrutture indispensabili per la libera circolazione, la convivenza ed il benessere degli stessi, oggi definite “cruciali”.

Tale configurazione teorica deve necessariamente essere ben definita e condivisa da tutte le espressioni politiche dello Stato poiché identifica l’ambiente o il contesto sul quale si fonda la Sicurezza Nazionale, nonché il “pivot” indispensabile per l’esercizio della politica estera, ai fini dell’approntamento delle Forze di Difesa ed inoltre degli obiettivi e delle priorità da fornire all’Intelligence affinché ne curi la salvaguardia.

L’Intelligence infatti è un efficace processo di raccolta e di elaborazione di informazioni (“data” e notizie) per rafforzare i processi decisionali dei massimi Vertici Politici, Militari ed Economici, destinati alla soluzione di problemi operativi, tutela degli Interessi Vitali del Paese e salvaguardia della Sicurezza Nazionale.

 

Il Decisore Politico – per poter sostenere le proprie scelte – non ha l’esigenza di conoscere ciò che è accaduto, ma quello che avverrà, in modo tale da intervenire per prevenire ed evitare e/o contrastare rischi e pericoli pregiudizievoli per i propri concittadini.

La precondizione dell’efficienza informativa è data dalle peculiari prescrizioni del Decisore politico: prescrizioni che consentono agli Operatori Intelligence di conoscere quali siano le esigenze informative del Decisore medesimo nonché le priorità da attribuire alle stesse.

 

Il punto essenziale, in conclusione, è costituito dalla formulazione delle esigenze informative degli utilizzatori, nella considerazione che il ruolo dell’Intelligence si incardina sulla tutela – da qualsiasi pericolo o minaccia – degli INTERESSI VITALI NAZIONALI in relazione ad indicazioni e priorità politicamente determinate.

La Sicurezza Nazionale rappresenta la definizione affidabile – ad opera del Governo – di tutte quelle misure da predisporre ed adempiere per la tutela di tali Interessi, ovviamente mutevoli in funzione di: tempo, alleanze strategico-politiche, complessità nonché evoluzione di situazioni internazionali, mutevolezza e ciclica evoluzione delle minacce.

Abbiamo già avuto modo di porre all’attenzione come gli Interessi Vitali Nazionali dell’Italia si inquadrino – in assenza di velleità ed aspirazioni da Grande Potenza – nel triangolo mediterraneo ove la nostra area geopolitica è delimitata da tre vertici: Nord Europa, Marocco e Medio Oriente.

La tutela di detti Interessi, necessari per l’edificazione di un Sistema Paese – al fine di evitare di “andare a rimorchio” di influenze strategiche, instradate esclusivamente al perseguimento di Interessi Nazionali alieni e contestualmente prive di un equo spazio dedicato alla doverosa attenzione verso gli Interessi degli alleati/amici – presuppone senso di appartenenza e coesione sociale.

Il senso di appartenenza si raggiunge tramite la coesione sociale, cioè con comportamenti e legami di solidarietà – tra individui, finalizzati ad attenuare disparità derivanti da situazioni sociali, economiche, culturali, etniche, ecc.

Infatti, il termine coesione deriva dal latino “cohaesus”, ovvero essere strettamente uniti.

Ne consegue che possiamo ricercare i nostri Interessi Vitali nazionali solo nel contesto dell’Unione Europea che dovrebbe farli propri armonizzandoli con quelli di tutti gli Stati membri.

 

Il Mediterraneo è stato per secoli il modello geopolitico di un “mare interno” circondato da spiagge ininterrotte che affacciavano su di esso e da terre note oltre le quali si delineavano regioni ignote.

«Mare interno» che delimitava lo spazio della “appropriata MISURA”, dell’”invalicabile LIMITE”, del “duraturo equilibrio tra gli estremi, ovvero della PROPORZIONE” e di una “manifesta ARMONIA”, valori ove si fondava la Civiltà greco-romana e si fonda oggi la Cultura Occidentale.

Abbiamo già provato a declinare i nostri Interessi nel contesto europeo, quando momenti di speranza ci dettero l’illusione che tale mito potesse essere realizzato purtroppo senza successo.

 

Nella fase attuale – nel corso della quale – le aree medio orientali, asiatica e sud americana sono afflitte da convulsioni multidimensionali (contenziosi religiosi, aspirazioni orientate alla Costituzione di Califfati, ambizioni nucleari, crisi energetiche, ecc.) il Mediterraneo rappresenta ancora una volta il cuore degli Interessi Nazionali ed Europei.

Il quadro strategico ripropone la centralità della nostra Regione – quale ambiente di vitale importanza geopolitica – a fronte delle stupefacenti trasformazioni effettuate della più grande democrazia mondiale, gli USA e del suo attuale isolazionismo che:

fu osannata quale miglior metodo di Governo da Tocqueville, il quale comunque ne avvertì il rischio che si potesse trasformare in una” tirannide della maggioranza”.

 Egli riteneva che la superficie della società americana – ricoperta da uno strato di vernice democratica – di tanto in tanto mostrava i vecchi colori aristocratici;

è stata idealizzata quale “Destino manifesto” (espressione coniata nel 1845 dal giornalista del Partito Democratico John L. O’Sullivan, per indicare la convinzione che gli Stati Uniti d’America avessero la missione di espandersi, diffondendo la propria forma di libertà e democrazia anche oltre gli Oceani) sponsorizzato inizialmente dai Presidenti democratici e poi anche da quelli repubblicani;

era ritenuta esportabile da G.W. Bush che nel 2004 – dopo gli attacchi dell’11 settembre del 2001 – riteneva opportuno avviare una risposta politica nell’area mediterranea allargata (il paradigma era la promozione di riforme democratiche ed economiche nei Paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente) da affiancare alla reazione militare in Afghanistan ed Iraq;

è ora trasformata in una MAGA (Make America Great Again) per ammaliare il mondo intero.

 

Tutto ciò fa ritenere precario l’originario ruolo della NATO e considerare irrinunciabile una UE che decida quale “cosa” intenda divenire: un coacervo di Paesi ancora divisi da contrastanti Interessi Nazionali oppure una Federazione incardinata su quattro pilastri fondamentali: moneta unica, politica estera comune, una peculiare economia ed una unanime difesa militare, ridefinendo la propria presenza regionale e delineando una Strategia di Sicurezza inclusiva di capitoli molto diversi tra loro.

 

In tale nuovo processo l’UE non potrà eludere il confronto dialettico con le Potenze esterne dotate di interessi nel Mediterraneo: Stati Uniti, Russia, Paesi del Golfo e Cina, ma l’assunzione di tale ruolo cruciale non può prescindere da un preventivo consolidamento ed una stabilizzazione del progetto europeo nel suo complesso nonché dalla definizione dei propri Interessi Vitali.

Occorre inoltre esorcizzare i fantasmi del passato che hanno condotto al 2° conflitto mondiale – ora paventati dal riarmo della Germania – per

stemperarne l’egemonia in un Governo Federale o Confederale nella considerazione che le attuali direttrici geopolitiche non consentono più che le crisi dell’area mediterranea siano gestite erigendo barriere o affidandole a “prime donne”. Al fine di mantenere il dialogo nell’area e tutelare gli Interessi Europei non sono affatto utili gli interventi di tipo neo-coloniale, anzi deleteri: occorre trovarne di più moderni e meno impositivi.

 

L’Italia ha sempre analizzato correttamente – come primo fattore delle proprie scelte politiche – le evoluzioni culturali, antropologiche e sociali

dell’area mediterranea, quali fattori essenziali in tutte le strategie, alle quali ha associato la ineludibile conoscenza di storia, religione, usi, abitudini e tradizioni nonché le informazioni politiche, economiche e quelle concernenti le vie di comunicazione.

 

Da siffatta disamina – sempre decisiva per il successo o il fallimento di tutte le strategie – il nostro Paese è stato ed è in grado di promuovere valori democratici sulle diverse sponde dell’area sud, embrioni che le giovani generazioni di quella stessa area sapranno autonomamente curare e sviluppare, per raggiungere valori democratici a fondamento di Stati nazionali stabili, favorendo un rapporto meno diseguale con l’Europa.

Il nostro Interesse è stabilire un approccio realistico con la poliedrica realtà mediterranea tramite una politica che ridefinisca il ruolo, la presenza e la capacità di intervento dell’Italia quale ponte dell’Unione Europea per dialogare con la sponda sud.

 

 

 

 

Verso un Sistema di Difesa Europeo:

l’imperativo dell’integrazione industriale

e del coordinamento politico.

Thefederalist.eu - Editoriali. Anno LXVIII, 2026, Numero 1. – Pierandrea Andrielli – Redazione- ci dice:

 

Introduzione.

 

L’Unione europea si trova oggi di fronte a una delle più rilevanti sfide della sua storia: la necessità di dotarsi di una credibile capacità di difesa autonoma in un contesto geopolitico radicalmente mutato. L’aggressione russa all’Ucraina del febbraio 2022 ha rappresentato un punto di svolta, accelerando quei processi di revisione strategica che si trascinavano da decenni. Il Libro Bianco sulla Difesa Europea, del 19 marzo 2025, costituisce un documento programmatico senza precedenti, che riconosce esplicitamente come “l’Europa si trova ad affrontare una minaccia acuta e crescente” e come “l’unico modo per garantire la pace è avere la prontezza di dissuadere chi vuole farci del male”.

 

La capacità dell’Unione di rispondere efficacemente a questa sfida dipende, in modo determinante, dalla sua capacità di superare l’attuale frammentazione industriale e dalla volontà politica di costruire meccanismi di coordinamento sovranazionale in un settore tradizionalmente riservato alla sovranità nazionale.

Come ha osservato Roberto Cingolani, Amministratore Delegato di Leonardo “nello spazio, così come nella difesa, piccolo non è bello e neanche una taglia media come la nostra è sufficiente: le aziende europee devono allearsi, sacrificando la loro sovranità sul ridotto mercato domestico per poter competere insieme sull’immenso mercato globale”.

 

In queste pagine si analizzerà l’evoluzione recente delle iniziative europee nel settore della difesa, concentrandosi su tre dimensioni interconnesse:

la frammentazione dell’industria europea della difesa e i suoi costi economici e operativi; gli strumenti finanziari e normativi recentemente introdotti per favorire l’integrazione industriale;

la rilevanza politica della governance industriale e del suo coordinamento strategico.

Il punto centrale è che, senza un salto qualitativo nell’integrazione politica e nel coordinamento strategico, anche gli investimenti più consistenti rischiano di perpetuare inefficienze strutturali e di non produrre quella capacità di difesa autonoma che le circostanze storiche oggi richiedono.

 Il costo della frammentazione: diagnosi di un’inefficienza strutturale.

 

L’industria europea della difesa presenta oggi caratteristiche di frammentazione che la distinguono nettamente dai principali competitori globali.

Secondo un’analisi di PwC, gli Stati europei utilizzano attualmente 172 modelli diversi di sistemi d'arma, mentre gli Stati Uniti ne impiegano solo 32.

 Questa moltiplicazione di piattaforme e sistemi genera costi diretti stimati in 75,5 miliardi di euro all’anno in duplicazioni di investimenti che potrebbero essere destinati a progetti più efficienti e strategici.

 

La frammentazione si manifesta in modo particolarmente evidente nel settore degli armamenti terrestri e aerei.

Durante il conflitto in Ucraina, le forze ucraine hanno ricevuto dieci diversi tipi di obici da 155 millimetri dagli Stati membri dell’Unione Europea, creando complicazioni logistiche significative in termini di munizionamento, addestramento degli equipaggi, manutenzione e disponibilità di pezzi di ricambio.

 Nel settore aeronautico, la coesistenza di progetti nazionali paralleli per la nuova generazione di cacciabombardieri rischia di compromettere l'efficacia strategica complessiva, accentuando il divario tra le capacità europee e quelle dei principali competitori.

 

La frammentazione del mercato europeo della difesa ha radici storiche profonde.

Ogni Stato membro ha sviluppato nel corso dei decenni un proprio modello di procurement, con regolamenti, requisiti tecnici e standard operativi divergenti, che riflettevano priorità strategiche nazionali spesso non coordinate.

Questa situazione ha limitato l'efficacia degli investimenti collettivi e ha reso l’industria europea strutturalmente meno competitiva rispetto a quella statunitense, che beneficia di un mercato domestico unificato di dimensioni continentali.

 

Le conseguenze operative di questa frammentazione sono molteplici.

 In primo luogo, la mancanza di interoperabilità tra i sistemi d'arma degli Stati membri, seppure mitigata da decenni di tentativi di standardizzazione avvenuti su iniziativa NATO, complica significativamente le operazioni militari congiunte, aumentando i tempi di coordinamento e riducendo l’efficacia tattica.

 In secondo luogo, la duplicazione degli investimenti in ricerca e sviluppo disperde risorse che potrebbero essere concentrate su un numero più limitato di progetti di eccellenza.

Il Rapporto Draghi sulla competitività europea del 2024 ha evidenziato come la spesa europea in ricerca e sviluppo per la difesa, già scarsa in termini assoluti, risulti ulteriormente indebolita dalla frammentazione, con impatti negativi sulle tecnologie emergenti fondamentali per le future capacità di difesa.

 

In terzo luogo, la frammentazione riduce le economie di scala nella produzione industriale.

 Le serie produttive ridotte aumentano i costi unitari, rendendo i sistemi d’arma europei meno competitivi sui mercati internazionali e meno accessibili per gli stessi Stati membri. Questo circolo vizioso ha portato, negli ultimi anni, a un incremento significativo delle acquisizioni di equipaggiamenti militari da fornitori extra-UE, con gli Stati membri che acquistano fino a quattro volte più equipaggiamenti da produttori esterni rispetto a un decennio fa.

 

Il Libro Bianco riconosce esplicitamente queste inefficienze strutturali:

 “La mancanza di collaborazione ha portato a inefficienze nello sviluppo delle capacità di difesa imponendo costi aggiuntivi a tutti gli Stati membri. Di conseguenza, si è persa l’opportunità di sfruttare le economie di scala europee per ridurre i costi unitari”.

 Questa diagnosi rappresenta un passo importante verso il riconoscimento che il problema della difesa europea non è principalmente quantitativo, visto che la spesa aggregata dei paesi membri è considerevole, ma qualitativo: si tratta di spendere meglio, in modo coordinato e strategicamente orientato.

 

 

Il paradosso della politica di concorrenza: campioni negati e competitori esterni rafforzati.

 

La frammentazione industriale europea nel settore della difesa non è solo il risultato di inerzie storiche o di gelosie nazionali passive.

È il prodotto di scelte politiche e regolamentari precise che, per un ventennio, hanno subordinato la logica industriale strategica all'ortodossia della concorrenza intra-europea, mentre il resto del mondo consolidava campioni nazionali e regionali di dimensioni continentali, ed in tutti gli ambiti produttivi.

Il caso più emblematico rimane il blocco, nel febbraio 2019, della fusione tra Siemens e Alstom nel settore ferroviario.

 La Commissione Europea bocciò l’operazione adducendo rischi di posizione dominante sul mercato europeo dell’alta velocità, nonostante i governi francese e tedesco avessero sostenuto pubblicamente la necessità di creare un “campione europeo” capace di competere con il colosso cinese CRRC, che da solo controlla il 60% del mercato globale dei treni.

 La decisione seguiva una logica rigorosamente microeconomica: proteggere la concorrenza all’interno del perimetro europeo, valutando le quote di mercato esclusivamente su scala continentale. Il risultato fu che, mentre l’Europa impediva ai propri attori di raggiungere massa critica, i competitor extra-UE, cinesi in primis, ma anche giapponesi e coreani, continuavano a consolidarsi nei propri mercati protetti e poi a espandersi globalmente, incluso il mercato europeo stesso.

 

Questo paradigma ha trovato applicazione diretta anche nel settore della difesa.

Come osservato da Roberto Cingolani nel febbraio 2024, le autorità regolatorie europee hanno a lungo ostacolato processi di consolidamento tra gruppi industriali della difesa, applicando criteri antitrust concepiti per mercati civili a un settore dove la dimensione geopolitica è intrinsecamente dominante.

Le fusioni e le acquisizioni transnazionali nel settore della difesa sono state sottoposte a scrutinio prolungato, condizionalità stringenti e, in alcuni casi, a veti impliciti derivanti dalle preoccupazioni di singoli Stati membri su “perdita di sovranità industriale”.

 Il paradosso è evidente: ogni capitale europea temeva di cedere il controllo del proprio campione nazionale a un partner europeo, ma nessuno applicava la stessa resistenza all’acquisto di sistemi d’arma da produttori americani, israeliani o sudcoreani.

 

Le gelosie industriali nazionali hanno operato come vincolo politico permanente.

Ogni progetto di consolidamento ha dovuto affrontare resistenze di governi preoccupati per l’impatto occupazionale su siti produttivi nazionali, per la perdita di know-how strategico, o semplicemente per la prospettiva che il quartier generale della nuova entità fosse localizzato in un altro Stato membro.

 Queste resistenze si sono tradotte in una proliferazione di “caveat industriali”:

accordi di work-share rigidi, garanzie di autonomia operativa per le filiali nazionali, clausole di golden share, che hanno svuotato di efficienza economica anche le poche operazioni di consolidamento effettivamente realizzate.

Il risultato netto di questa doppia paralisi, antitrust rigoroso verso l’interno, apertura asimmetrica verso l’esterno, è stato il progressivo indebolimento della base industriale europea rispetto ai competitori globali.

Mentre Boeing e Lockheed Martin negli Stati Uniti potevano contare su un mercato domestico unificato da 340 milioni di abitanti e su contratti pluriennali garantiti dal Pentagono, i gruppi europei dovevano competere su 27 mercati nazionali frammentati, ciascuno con proprie procedure di procurement, propri standard tecnici e proprie priorità politiche.

 Mentre la Cina costruiva attraverso fusioni statali gruppi come NORINCO e AVIC con fatturati superiori ai 60 miliardi di dollari, l’Europa manteneva una costellazione di attori di medie dimensioni strutturalmente incapaci di sostenere i costi di ricerca per le tecnologie di prossima generazione, e sempre in competizione tra loro.

 

La consapevolezza di questo errore strategico è emersa solo negli ultimi anni, accelerata dalla guerra in Ucraina.

 Il Libro Bianco del 2025 dedica un'intera sezione alla necessità di “rafforzare la base tecnologica e industriale della difesa europea” e riconosce che “per decenni l'industria della difesa europea è stata caratterizzata da una frammentazione eccessiva che ha impedito di sfruttare appieno le economie di scala”.

 Ancora più esplicitamente, il regolamento (UE) 2025/1106 sullo strumento “SAFE”, adottato dal Consiglio ai sensi dell’articolo 122 TFUE, riconosce che la difesa non può più essere trattata come un mercato ordinario:

 l’Unione accetta di derogare alle sue cautele di bilancio abituali pur di concentrare risorse e domanda in un’industria considerata ormai essenziale per la propria sicurezza.

 

Purtroppo, il recupero del tempo perduto richiede più di un cambio normativo.

Richiede il superamento di quella cultura politica nazionalista che, per proteggere simboli industriali domestici ormai inadeguati alla competizione globale, ha sacrificato la possibilità di costruire campioni europei realmente competitivi.

 Come ha osservato un analista di Linklater, specializzato in diritto della concorrenza applicato alla difesa, “la questione non è tecnica ma politica:

fino a quando i governi europei valuteranno una fusione transnazionale come una minaccia alla sovranità piuttosto che come una condizione per preservarla, l'industria europea della difesa rimarrà strutturalmente debole”.

 

 

Gli strumenti dell’integrazione: EDIRPA, Re Arm Europe e il nuovo ecosistema finanziario.

 

La consapevolezza dell’urgenza della situazione ha portato, negli ultimi anni, all’adozione di una serie di strumenti normativi e finanziari volti a incentivare la cooperazione e l’integrazione dell'industria della difesa europea.

Questi strumenti rappresentano un cambiamento significativo nell'approccio dell’Unione a un settore tradizionalmente considerato di esclusiva competenza nazionale.

 

Il Regolamento (UE) 2023/2418, che istituisce lo strumento per il rafforzamento dell’industria europea della difesa attraverso l'acquisto comune (EDIRPA – Europea Defense Industry Reinforcement through Common Procurement Act), adottato il 18 ottobre 2023, costituisce un precedente normativo di rilievo.

 EDIRPA incentiva gli appalti comuni tra almeno tre Stati membri, coprendo parte dei costi amministrativi e di coordinamento per evitare la frammentazione del mercato e aumentare l'interoperabilità dei sistemi d’arma.

 

La Decisione di esecuzione della Commissione del 15 marzo 2024 ha adottato il programma di lavoro per il periodo 2024-2025, stanziando un contributo massimo dell’Unione pari a 310.110.000 euro.

 Il programma di lavoro identifica tre inviti a presentare proposte con il detto budget indicativo totale suddiviso nelle seguenti aree: munizioni (103,2 milioni di euro), difesa aerea e missilistica (103,2 milioni di euro), e altre capacità critiche (103,7 milioni di euro).

 

L’impatto moltiplicativo di EDIRPA si è rivelato significativo.

 A novembre 2024, la Commissione Europea ha approvato finanziamenti per cinque progetti transfrontalieri, a ciascuno dei quali sono stati assegnati 60 milioni di euro, per un totale di 300 milioni di euro. I cinque progetti selezionati rappresentano un valore complessivo di approvvigionamento superiore a 11 miliardi di euro, dimostrando un effetto leva superiore a 36 volte l'investimento dell’UE.

 Questo dato evidenzia come incentivi relativamente contenuti possano catalizzare investimenti molto più consistenti quando inseriti in un quadro di coordinamento strategico.

 

Il piano Re Arm Europe/Readiness 2030, presentato dalla Commissione europea nel marzo 2025, rappresenta un salto quantitativo e qualitativo ulteriore.

Il piano prevede la mobilitazione di oltre 800 miliardi di euro per investimenti nella difesa attraverso una combinazione di strumenti finanziari e fiscali articolata su cinque pilastri.

 

Il primo pilastro consiste nella creazione di un nuovo strumento finanziario dedicato, denominato Security Action for Europe (SAFE), che fornirà agli Stati membri prestiti sostenuti dal bilancio comunitario fino a un importo massimo di 150 miliardi di euro.

SAFE è stato proposto sulla base dell'articolo 122 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, che prevede la possibilità di fornire assistenza finanziaria agli Stati membri in caso di circostanze eccezionali.

 I prestiti avranno una durata massima di 45 anni e un periodo di grazia di 10 anni per il rimborso del capitale, con condizioni di finanziamento vantaggiose derivanti dall’elevato rating creditizio dell'UE.

 

Gli Stati membri che desiderano accedere ai prestiti SAFE dovranno presentare un piano di investimento nell’industria europea della difesa (European Defence Industry Investment Plan) alla Commissione.

Il piano dovrà includere una descrizione delle attività, delle spese e delle misure per le quali lo Stato membro richiede il prestito, i prodotti della difesa dei quali intende dotarsi e, ove pertinente, il coinvolgimento previsto dell’Ucraina nelle attività pianificate.

 Come regola generale, gli Stati membri implementeranno i piani attraverso appalti comuni che includano almeno due Stati membri, oppure almeno uno Stato membro e l’Ucraina, o uno Stato membro e un paese EFTA/SEE, riguardanti prodotti e fornitori di servizi con sede nel territorio dell’Unione, dell’Ucraina e dei paesi EFTA/SEE.

 

Il secondo pilastro prevede l’attivazione coordinata della clausola di salvaguardia nazionale del “Patto di Stabilità e Crescita”, che consentirebbe agli Stati membri di deviare dal percorso di spesa concordato in misura equivalente all’aumento della spesa per la difesa rispetto al 2021, fino a un massimo dell’1,5% del PIL annuo per un periodo di quattro anni prorogabile.

 La Commissione ha stimato che questa flessibilità fiscale potrebbe mobilitare circa 650 miliardi di euro in spesa aggiuntiva per la difesa nei prossimi quattro anni.

 

Il terzo pilastro riguarda la maggiore flessibilità degli strumenti UE esistenti, in particolare della politica di coesione, permettendo alle autorità nazionali, regionali e locali di riallocare volontariamente fondi nell’ambito dei programmi attuali verso priorità emergenti, incluso il rafforzamento delle capacità di difesa e sicurezza.

 Il quarto pilastro prevede un ampliamento del sostegno della Banca Europea per gli Investimenti (BEI) al settore della difesa.

La BEI ha annunciato l’intenzione di raddoppiare gli investimenti annuali a 2 miliardi di euro e di adeguare ulteriormente i criteri di ammissibilità del Gruppo BEI per garantire che le attività escluse siano definite con maggiore precisione.

 

Il quinto pilastro mira alla mobilitazione di capitale privato attraverso l’Unione del Risparmio e degli Investimenti.

Il Libro Bianco riconosce che “l’aumento degli investimenti pubblici nella difesa è indispensabile, ma non sarà sufficiente”.

 Le aziende europee della difesa, comprese le piccole e medie imprese, devono avere un migliore accesso al capitale, compresi gli strumenti di garanzia per la riduzione del rischio degli investimenti.

 Attualmente, l’accesso ai finanziamenti rimane una delle principali preoccupazioni per il 44% delle PMI della difesa, una percentuale molto più alta rispetto a quella delle PMI civili.

 

Questi strumenti rappresentano un ecosistema finanziario e normativo significativamente più articolato rispetto al passato.

Tuttavia, come osservato da diversi analisti, la loro efficacia dipenderà in modo determinante dalla determinazione degli Stati membri a superare approcci puramente nazionalistici e di utilizzare questi strumenti per progetti realmente integrati e interoperabili.

 

Il nodo della governance: coordinamento strategico e integrazione politica.

 

L’aspetto più complesso e politicamente sensibile della costruzione di una credibile difesa europea riguarda la questione della governance e del coordinamento strategico.

 Come ha rilevato Paul Dermite, il piano Re Arm Europe “rimane focalizzato sulla spesa nazionale per la difesa, lasciando irrisolte le questioni di frammentazione e interoperabilità”.

 Sebbene il piano sia significativo dal punto di vista politico e finanziario, secondo Dermite non costituisce una trasformazione strutturale, in quanto strumenti più ambiziosi come il ricorso al Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) o la creazione di uno strumento simile al Next Generation EU sono stati esclusi.

 

La questione della governance si manifesta su diversi livelli.

In primo luogo, esiste il problema del coordinamento delle priorità strategiche.

Il Libro Bianco identifica sette aree prioritarie per lo sviluppo delle capacità militari: difesa aerea e missilistica; sistemi di artiglieria; munizioni e missili; droni e sistemi di contro-droni; mobilità militare; intelligenza artificiale, quantum, cyber ed elettronici warfarin; abilitatori strategici e protezione delle infrastrutture critiche.

Tuttavia, la definizione delle priorità rimane largamente nelle mani dei singoli Stati membri, con il rischio che approcci nazionali divergenti continuino a generare duplicazioni e inefficienze.

 

In secondo luogo, si pone il problema della titolarità operativa. La creazione di una capacità di difesa credibile richiede non solo piattaforme e sistemi d'arma interoperabili, ma anche strutture di comando integrate, dottrine comuni e procedure operative standardizzate.

 Il “sistema nervoso” della difesa, ovvero la struttura di comando e controllo, è l’elemento fondamentale di qualsiasi capacità militare credibile. Questi elementi richiedono un livello di integrazione politica che va ben oltre la cooperazione industriale.

 

In terzo luogo, emerge la questione del rapporto tra l’Unione Europea e la NATO.

Il Libro Bianco riconosce che “la NATO rimane la pietra miliare della difesa collettiva dei suoi membri in Europa” e che “la cooperazione UE-NATO è un pilastro indispensabile per lo sviluppo della dimensione di sicurezza e difesa dell'Unione”.

 La costruzione di una difesa europea non può essere concepita come alternativa all’Alleanza Atlantica, ma deve piuttosto rafforzare il pilastro europeo della NATO secondo un principio di sinergia e complementarietà, aumentando le capacità di difesa e deterrenza del continente.

 

Le conclusioni del Consiglio Europeo del 6 marzo 2025 hanno espresso un chiaro impegno politico:

“l’UE è impegnata a rafforzare le proprie capacità di difesa e ad aumentare la propria autonomia nel rispondere alle minacce alla sicurezza attuali e future, in particolare alla luce della guerra della Russia contro l’Ucraina e del suo impatto sulla sicurezza europea”. Tuttavia, questo impegno deve tradursi in meccanismi concreti di coordinamento e, soprattutto, in una volontà politica di delegare a livello sovranazionale almeno alcune competenze strategiche.

 

Un modello interessante è rappresentato dalla “Cooperazione Strutturata Permanente” (PESCO), istituita con il Trattato di Lisbona nel 2009 ma attivata solo nel 2017.

La PESCO prevede impegni vincolanti più intensi in materia di capacità di difesa tra gli Stati membri partecipanti e progetti concreti di cooperazione.

 Per il momento si è tuttavia tradotta in progetti specifici tra vari gruppi di Stati e non è servita da base per la creazione di una reale avanguardia in materia di difesa.

 Inoltre, dal 2007, nell’ambito dell’Agenzia Europea per la Difesa (EDA), gli Stati membri hanno concordato un obiettivo comune del 35% sul totale degli acquisti di attrezzature per la difesa da effettuare in collaborazione.

 Detto ciò, il raggiungimento di questo obiettivo, rimane ancora lontano nella pratica.

 

La nomina nel dicembre 2024 di Andris Kubilius come primo Commissario europeo con delega specifica alla Difesa rappresenta un segnale importante di questa evoluzione, segnando il passaggio definitivo della difesa da competenza puramente intergovernativa a pilastro dell'integrazione industriale ed economica dell'Unione.

 Il mandato del Commissario alla Difesa rimane però focalizzato principalmente sulla dimensione industriale ed economica, con limitate competenze sugli aspetti operativi e strategici.

 

La questione fondamentale rimane quella della volontà politica.

 Come ha scritto Bertrand De Cordone del Jacques Delors Institute, “senza riforme strutturali, l'aumento della spesa nazionale può portare a duplicazioni e inefficienze”.

De Cordone richiama tre principi chiave: appalti congiunti (pole procurement), prioritizzazione delle armi prodotte in Europa, e integrazione dell’innovazione militare ucraina.

Questi principi richiedono tuttavia meccanismi decisionali che vadano oltre la cooperazione intergovernativa tradizionale.

 

Un esempio concreto delle difficoltà di coordinamento riguarda la mobilità militare.

Il Libro Bianco riconosce che “la mobilità militare è un fattore essenziale per la sicurezza e la difesa europee” e che “sebbene negli ultimi anni siano stati compiuti progressi significativi, permangono notevoli ostacoli allo spostamento di truppe ed equipaggiamenti senza ostacoli attraverso l'UE”.

 Le procedure non armonizzate, comprese quelle doganali, causano spesso gravi ritardi nel rilascio dei permessi transfrontalieri. La semplificazione di queste procedure richiede una volontà politica di subordinare prerogative nazionali a imperativi di difesa collettiva. Attendiamo che gli impegni presi con la Joint Comunicazioni sulla mobilità militare dispieghino i loro effetti.

 

 

L’integrazione industriale: alleanze strategiche e consolidamento settoriale.

 

Parallelamente alla dimensione finanziaria e di governance, l’integrazione dell'industria europea della difesa sta procedendo attraverso alleanze strategiche tra i principali gruppi industriali del settore.

 Queste alleanze rappresentano un tentativo di creare, dal basso, quella massa critica e quell’integrazione delle catene del valore che le decisioni politiche stentano ancora a imporre dall’alto.

 

Leonardo, il principale gruppo industriale italiano della difesa e dell’aerospazio, sta perseguendo una strategia articolata di alleanze europee.

L’amministratore delegato Roberto Cingolani ha sottolineato che “unire le forze è l’unico modo per sostenere la sfida con i colossi nati dall’idea e dai mezzi di uomini-Stato come Elon Musk, Jeff Bezos e Bill Gates che, individualmente hanno ricchezze superiori al PIL della Grecia”.

 Nel settore terrestre, Leonardo ha dato seguito a questa visione concludendo un accordo strategico con Rheinmetall per la produzione di veicoli da combattimento e carri armati di nuova generazione.

 Nel settore spaziale, l’azienda ha firmato nell’ottobre 2025 un memorandum d’intesa con Airbus e Thales per la creazione di un nuovo campione europeo dello spazio, denominato provvisoriamente “Bromo”, che unirà le divisioni satellitari dei tre gruppi con un fatturato aggregato di 6,5 miliardi di euro e 25.000 dipendenti.

 

Queste alleanze industriali rispondono a una logica economica e strategica precisa.

Come osservato nell’intervista a Cingolani pubblicata da Repubblica, “le aziende europee devono allearsi, sacrificando la loro sovranità sul ridotto mercato domestico per poter competere insieme sull'immenso mercato globale”.

 La dimensione dei mercati nazionali europei, anche dei più grandi come Francia, Germania, Italia e Regno Unito, non è sufficiente per sostenere la ricerca, lo sviluppo e la produzione di sistemi d’arma sempre più complessi e costosi in competizione con giganti industriali americani, cinesi o di altre potenze emergenti.

 

Anche queste alleanze industriali “dal basso” hanno dovuto confrontarsi con le resistenze politiche e regolatorie descritte in precedenza. Cingolani ha pubblicamente esortato le autorità regolatorie europee a “lasciar consolidare liberamente le imprese della difesa”, sottolineando che l’applicazione di criteri antitrust ordinari a un settore intrinsecamente strategico rischia di lasciare ‘industria europea “marginale” rispetto ai competitor globali.

 La creazione di Bromo, ad esempio, ha richiesto negoziati complessi non solo tra le tre aziende coinvolte ma anche con i rispettivi governi nazionali, preoccupati di preservare sovranità tecnologica in settori considerati critici come l’osservazione della Terra, le comunicazioni satellitari sicure e l’accesso autonomo allo spazio.

 

Nel settore della cantieristica militare l’integrazione procede con ancora maggiori difficoltà.

 Un’analisi del 2020 evidenziava come “nel campo navale i progetti comuni languono” e come questo comparto industriale necessiti “di un consolidamento e di una razionalizzazione degli investimenti a livello europeo”.

 La natura particolarmente strategica del settore navale, legato alla proiezione di potenza e alla sovranità nazionale, rende più complessa l’accettazione politica di processi di consolidamento transnazionale.

 

Il Libro Bianco propone la creazione di “progetti di difesa di comune interesse europeo”, definiti dagli Stati membri e che beneficeranno degli incentivi dell’UE.

 Questo approccio cerca di bilanciare la necessità di integrazione con il rispetto delle prerogative nazionali, incentivando la cooperazione piuttosto che imponendola.

Come osservato da diversi analisti, questo approccio volontaristico rischia però di essere troppo graduale rispetto all’urgenza della situazione strategica.

 

Un elemento particolarmente rilevante riguarda l’integrazione dell’industria ucraina della difesa nell’ecosistema europeo.

Il Libro Bianco dedica un’intera sezione al tema, riconoscendo che “gli ultimi tre anni hanno stimolato l’Ucraina a sviluppare rapidamente la propria capacità militare” e che oggi “l’Ucraina utilizza l’esperienza acquisita in prima linea per adattare e aggiornare continuamente gli equipaggiamenti, al punto da diventare il principale laboratorio mondiale di innovazione tecnologica e di difesa”.

 Il documento propone di “associare l’Ucraina alle iniziative dell’UE per lo sviluppo delle capacità di difesa e l’integrazione delle rispettive industrie della difesa”.

 

Questa integrazione dell'Ucraina presenta molteplici vantaggi.

In primo luogo, consente di beneficiare dell'esperienza operativa unica acquisita sul campo di battaglia.

 In secondo luogo, l'industria ucraina della difesa ha dimostrato capacità innovative significative, particolarmente nei settori dei droni, dell'intelligenza artificiale applicata ai sistemi d'arma, e dell'adattamento rapido di equipaggiamenti esistenti.

In terzo luogo, l'integrazione industriale rafforza i legami strategici e politici tra l'Unione e l'Ucraina, fornendo garanzie di sicurezza a lungo termine.

 

 

L’urgenza ucraina: dalla solidarietà strategica all’integrazione strutturale.

 

Il sostegno all’Ucraina rappresenta non solo un imperativo morale e politico, ma anche una priorità strategica per la sicurezza europea. Come afferma il Libro Bianco, “il futuro dell'Ucraina è fondamentale per il futuro dell’intera Europa”.

 Dal febbraio 2022, l’UE e gli Stati membri hanno fornito circa 50 miliardi di euro di sostegno militare all’Ucraina, anche attraverso il Fondo Europeo per la Pace.

 Tuttavia, come riconosciuto esplicitamente nel documento, “le esigenze di difesa dell’Ucraina continueranno a essere elevate ben oltre qualsiasi cessate il fuoco o accordo di pace a breve termine”.

 

La “Strategia porcospino” proposta dal Libro Bianco per l’Ucraina si articola su due dimensioni complementari.

Da un lato, l’aumento dell’assistenza militare attraverso forniture di munizioni di artiglieria (con un obiettivo minimo di due milioni di proiettili all’anno), sistemi di difesa aerea, missili e droni.

 Dall’altro, il sostegno diretto all’industria della difesa ucraina, riconosciuto come “il modo più efficace ed efficiente in termini di costi per sostenere gli sforzi militari dell'Ucraina”.

La capacità produttiva stimata dell’industria ucraina della difesa raggiungerà circa 35 miliardi di dollari nel 2025.

 L’integrazione di questa capacità produttiva nell’ecosistema europeo della difesa presenta vantaggi reciproci significativi.

Per l’Europa, significa accesso a capacità produttive flessibili, innovative e testate sul campo.

Per l’Ucraina, significa integrazione nel mercato europeo, accesso a tecnologie avanzate e garanzie di sicurezza a lungo termine attraverso l’interdipendenza industriale.

 

Il nuovo strumento SAFE permetterà all’industria della difesa ucraina di partecipare ad appalti collaborativi al pari dell’industria dell’UE.

 La Commissione ha inoltre proposto di estendere i corridoi di mobilità militare all’Ucraina e di valutare l’accesso dell’Ucraina ai servizi governativi spaziali dell’UE, compreso l’accesso ai servizi di posizionamento, navigazione, comunicazioni e osservazione della terrestre.

 

Questa integrazione rappresenta una forma di garanzia di sicurezza alternativa o complementare all’adesione alla NATO.

Come osservato in diverse analisi, l’interdipendenza industriale e l’integrazione delle catene del valore della difesa creano legami strutturali che rendono la sicurezza dell’Ucraina indissolubilmente legata alla sicurezza dell’Unione Europea.

 Questo approccio richiama il modello utilizzato nella costruzione europea originaria, dove l’integrazione economica (CECA) creò le feconde basi per l’integrazione politica successiva.

 

Prospettive: verso un Sistema di Difesa Europeo?

 

Le iniziative analizzate in queste pagine rappresentano un progresso significativo verso la costruzione di una difesa europea integrata. L’ammontare delle risorse mobilitate, l’articolazione degli strumenti finanziari e normativi, e la chiarezza della diagnosi contenuta nel Libro Bianco costituiscono elementi senza precedenti nella storia dell’integrazione europea nel settore della difesa.

 

Come osservato da Frenella McGerty dell’International Institute for Strategic Studies (IISS), il piano Re Arm Europe rappresenta “una risposta necessaria ma economicamente impegnativa” al mutato contesto di sicurezza.

 McGerty evidenzia rischi fiscali e politici significativi. Sebbene misure come l’allentamento delle regole sul debito e i fondi fuori bilancio possano fornire flessibilità finanziaria a breve termine, essi esacerbano anche le preoccupazioni sul debito a lungo termine, specialmente considerando le pressioni finanziarie esistenti derivanti da demografia e impegni climatici.

 

La sostenibilità economica a lungo termine degli sforzi di riarmo europeo richiede non solo risorse finanziarie consistenti, ma anche una gestione fiscale prudente per evitare instabilità economica. In questo senso, l’integrazione industriale e il superamento delle duplicazioni non sono solo imperativi strategici, ma anche necessità economiche. Come evidenziato dal dato dei 75,5 miliardi di euro annui sprecati in duplicazioni, una spesa più coordinata e razionale può liberare risorse significative senza necessariamente aumentare il carico fiscale complessivo.

 

La questione politica fondamentale rimane quella della volontà degli Stati membri di procedere verso forme di integrazione che comportino la cessione di quote di sovranità nazionale in materia di difesa.

 La storia dell’integrazione europea mostra che i progressi più significativi si sono verificati quando crisi acute hanno reso evidenti i limiti degli approcci puramente intergovernativi.

La crisi finanziaria del 2008-2012 ha portato al rafforzamento della governance economica europea.

 La pandemia di COVID-19 ha reso possibile l’adozione del Next Generation EU, segnando una svolta nella solidarietà fiscale europea.

La guerra in Ucraina potrebbe rappresentare il catalizzatore per un salto qualitativo nell’integrazione della difesa.

 

Come rilevato nelle conclusioni del Consiglio Europeo del 20 marzo 2025, è necessaria “una rapida accelerazione di tutte le iniziative correlate per rafforzare le capacità di difesa dell’Europa già nei prossimi cinque anni”.

Questa accelerazione richiede non solo risorse finanziarie e strumenti normativi, ma anche una visione politica chiara e la determinazione a procedere verso un Sistema di Difesa Europeo con meccanismi decisionali più integrati, strutture di comando comuni e una base industriale realmente europea.

 

Il percorso verso questa integrazione non è privo di ostacoli. Permangono differenze significative tra gli Stati membri riguardo alle priorità strategiche, ai rapporti con la NATO, e alla disponibilità a delegare competenze nazionali.

L’auspicio è che, come osservato nella relazione finale del Parlamento italiano sugli affari internazionali, “le odierne sfide internazionali non determineranno necessariamente una crisi interna all’Unione, bensì promuoveranno un’azione europea più coordinata e attiva nel mondo attraverso la concretizzazione della difesa comune”.

Conclusioni.

L’industria europea della difesa si trova a un punto di svolta storico. Il mutato contesto geopolitico, caratterizzato dall’aggressione russa all'Ucraina, dalle crescenti tensioni globali e dal drastico riposizionamento strategico degli Stati Uniti, rende indifferibile la costruzione di una credibile capacità di difesa autonoma europea.

 

Gli strumenti finanziari e normativi recentemente introdotti:

EDIRPA, il piano ReArm Europe/Readiness 2030, lo strumento SAFE, costituiscono progressi significativi e senza precedenti. Le risorse mobilizzate, potenzialmente superiori a 800 miliardi di euro nei prossimi anni, potrebbero in linea teorica colmare i gap capacitivi più urgenti. Le alleanze industriali emergenti, come quelle perseguite da Leonardo e da altri gruppi europei, creano dal basso quella integrazione che le decisioni politiche stentano a imporre dall'alto.

 

La frammentazione strutturale dell’industria europea della difesa, con i suoi 172 diversi sistemi d’arma contro i 32 statunitensi, con i suoi 75,5 miliardi di euro annui sprecati in duplicazioni, non può essere superata solo attraverso incentivi finanziari e cooperazioni volontarie.

 È necessario un salto qualitativo nell’integrazione politica e nel coordinamento strategico.

Il paradosso regolatorio degli ultimi due decenni, ortodossia antitrust verso l’interno, apertura asimmetrica verso l’esterno, ha indebolito strutturalmente l’industria europea mentre competitori extra-UE consolidavano campioni nazionali di dimensioni continentali. Le gelosie industriali nazionali, mascherate da preoccupazioni per la concorrenza, hanno impedito la creazione di quei campioni europei che oggi sarebbero indispensabili per competere globalmente.

Per proteggere simboli industriali domestici ormai inadeguati, l’Europa ha sacrificato la possibilità di costruire un’industria della difesa realmente competitiva.

 

Come ha coraggiosamente affermato Roberto Cingolani, le aziende europee devono “allearsi, sacrificando la loro sovranità sul ridotto mercato domestico per poter competere insieme sull’immenso mercato globale”.

 Questo principio, valido per le imprese, deve estendersi anche agli Stati. La costruzione di un Sistema di Difesa Europeo richiede la disponibilità a delegare a livello sovranazionale almeno alcune competenze strategiche, creando meccanismi decisionali che vadano oltre la cooperazione intergovernativa tradizionale.

 

L’integrazione dell’industria ucraina della difesa nell’ecosistema europeo rappresenta sia un’opportunità strategica che un modello di come l’interdipendenza industriale possa creare garanzie di sicurezza strutturali.

L’esperienza operativa ucraina, le capacità innovative dell’industria di Kijev, e la necessità di garantire la sicurezza a lungo termine dell’Ucraina convergono verso una logica di integrazione profonda che potrebbe costituire un precedente per ulteriori sviluppi dell’integrazione europea della difesa.

 

La sostenibilità a lungo termine dello sforzo di riarmo europeo dipende dalla capacità di superare le inefficienze strutturali. In questo senso, la questione della difesa europea non è primariamente quantitativa, spendere di più, ma qualitativa: spendere meglio, in modo coordinato, evitando duplicazioni, massimizzando le economie di scala, garantendo l’interoperabilità.

 

Il Libro Bianco sulla Difesa Europea del marzo 2025 rappresenta un documento programmatico di straordinaria importanza. Come ogni documento programmatico, il suo valore dipenderà dalla concreta implementazione.

I prossimi anni saranno decisivi.

L’Europa ha di fronte una scelta storica: procedere verso un’autentica integrazione della difesa, con tutti i costi politici e le rinunce di sovranità che ciò comporta, oppure perpetuare un sistema frammentato che, per quanto finanziariamente ineccepibile, rimarrà strutturalmente inadeguato rispetto alle sfide del nuovo ordine internazionale.

 

Come affermato nelle conclusioni del Consiglio Europeo, “un’UE più robusta e capace contribuirà positivamente alla sicurezza globale e transatlantica, fungendo da complemento alla NATO.”

 Questa visione di un’Europa più forte, autonoma ma non isolazionista, capace di difendere i propri cittadini e di contribuire alla stabilità internazionale, richiede determinazione, visione politica e la volontà di compiere scelte coraggiose. La storia non perdonerà l’inazione di fronte a sfide esistenziali.

L’imperativo dell’integrazione non è più rinviabile.

 

 

 

 

Crisi Ue-Israele: a rischio i

piani europei per i palestinesi.

  Ilmanifesto.it - Michele Giorgio – (12 -07 -2026) – Redazione – ci dice:

 

GERUSALEMME.

Territori palestinesi occupati.

 Lo afferma una fonte a Gerusalemme alla vigilia del Consiglio Affari Esteri dell’Unione.

(Coloni, espropri e violenza: la realtà della Cisgiordania - Edizione 12/07/2026)

(L'Alto rappresentante della politica estera dell'Ue Kaja Kallas con il presidente palestinese Abu Mazen.

L'Alto rappresentante della politica estera dell'Ue Kaja Kallas con il presidente palestinese Abu Mazen – Wafa.)

«Siamo in attesa, vedremo cosa deciderà il Consiglio degli Esteri e quali saranno le reazioni di Israele.

 Non escludiamo ritorsioni contro il nostro lavoro e persino azioni contro la presenza dell’Ue a Gerusalemme Est e in Cisgiordania».

 Una fonte europea ieri ci ha riferito dell’attenzione con cui nelle sedi dell’Ue nei Territori palestinesi occupati sarà seguita la riunione prevista domani del “Consiglio Affari Esteri”, responsabile delle relazioni con il resto del mondo e dell’elaborazione delle politiche esterne dell’Unione.

 «I rapporti tra Bruxelles e Tel Aviv sono al punto più basso, la tensione è forte», ha aggiunto la fonte, che ha un’ampia conoscenza della questione.

 «Tenendo conto che Israele è entrato in campagna elettorale, è sensato immaginare che qualche ministro possa invocare pesanti misure punitive se il Consiglio adotterà provvedimenti seri e concreti contro Israele per le sue politiche verso i palestinesi, e i coloni e gli insediamenti».

 

Il mese scorso il ministro degli Esteri israeliano “Gideon Saar” ha minacciato di interrompere ogni contatto con l’Alta rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, “Kaja Kallas”, perché ha paragonato il trattamento riservato da Israele ai palestinesi a quello del Sudafrica dell’apartheid.

Kallas avrebbe tentato, senza successo, di ricucire i rapporti.

La mancata estensione del mandato delle missioni dell’Ue nei Territori occupati è un’ipotesi remota ma plausibile nel caso di uno scontro ancora più aperto.

Tel Aviv, ha proseguito la fonte, «forse sceglierà di dialogare solo con la Delegazione dell’Unione europea presso lo Stato di Israele.

 In questo modo colpirebbe a fondo l’Autorità nazionale palestinese, che beneficia ampiamente della cooperazione con l’Ue».

 Oppure potrebbero arrivare rinnovi sofferti e di breve durata delle autorizzazioni a operare a Gerusalemme Est e in Cisgiordania.

A maggio, ad esempio, è stato concesso un rinnovo di soli tre mesi, fino al 30 settembre, mentre in passato era sempre stato annuale.

 

Quali decisioni saranno prese domani è difficile prevederlo, alla luce delle divisioni interne all’Unione europea, dove alcuni Paesi, come Germania, Italia e Cechia, a differenza di Francia e Spagna, si oppongono a misure concrete nei confronti di Israele e delle sue colonie.

In quasi tre anni trascorsi dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e dall’inizio della devastante offensiva militare israeliana contro Gaza, l’Ue non è andata oltre alcune critiche al governo Netanyahu e misure individuali contro pochi coloni e ministri.

Sanzioni vere e proprie non ce ne sono state, anche perché, ricadendo nell’ambito della politica estera e di sicurezza, richiedono il voto all’unanimità dei 27 Paesi membri.

 

Ostacoli di qualsiasi natura ai programmi dell’Ue in Cisgiordania e a Gerusalemme Est avrebbero conseguenze immediate e pesanti.

L’Unione europea è il principale donatore internazionale dei Territori palestinesi occupati e da oltre trent’anni finanzia programmi destinati a sostenere la popolazione e l’Autorità nazionale palestinese guidata da Abu Mazen.

Tra il 2021 e il 2024 Bruxelles ha programmato oltre 1,1 miliardi di euro di aiuti ai palestinesi, fondi successivamente incrementati per sostenere le fasce più vulnerabili della popolazione, il funzionamento del sistema sanitario ed evitare il collasso finanziario dell’amministrazione palestinese.

 

Le risorse dell’Ue sono destinate anche alla costruzione e alla riqualificazione di scuole, ospedali e reti idriche, al sostegno delle piccole e medie imprese, dell’agricoltura, delle energie rinnovabili, della formazione professionale e dell’istruzione universitaria.

La missione Euro Coppa assiste l’Autorità nazionale palestinese nella riforma della polizia civile e del sistema giudiziario.

La missione Eubea prevede invece il dispiegamento di personale europeo, tra cui i carabinieri italiani, come osservatori al valico di Rafah, tra Gaza e l’Egitto.

 

La tensione tra le due parti è cresciuta nel corso degli anni, soprattutto dopo il 7 ottobre.

Israele contesta i finanziamenti europei ai progetti realizzati nell’”Area C “della Cisgiordania occupata, dove più volte strutture cofinanziate dall’Unione europea, come scuole, impianti idrici, pannelli solari e abitazioni prefabbricate, sono state demolite dalle autorità israeliane.

La guerra nella Striscia di Gaza ha peggiorato i rapporti. Diversi governi europei e la Commissione Ue hanno criticato l’entità delle operazioni militari israeliane, le restrizioni all’ingresso degli aiuti umanitari e l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania.

 Israele, dal canto suo, accusa l’Unione europea di finanziare indirettamente organizzazioni ostili e di mantenere un atteggiamento sbilanciato a favore dei palestinesi.

 Le divergenze si sono estese anche all’Urna, l’agenzia dell’Onu bersaglio di un ampio boicottaggio israeliano. L’Unione europea ha scelto di continuare a sostenerla, pur introducendo controlli sui finanziamenti e sui meccanismi di verifica.

Ma il punto di attrito più forte resta il sostegno di Bruxelles alla soluzione dei due Stati e, di conseguenza, all’Autorità nazionale palestinese.

 

 

 

 

 

Fratelli d’Italia rompe la maggioranza.

 

  Ilmanifesto.it - Michele Gambirasio – (16 -07 – 2026) – Redazione – ci dice:

Il governo al contrario Il giorno dopo lo pisco-dramma delle preferenze, i meloniani scaricano gli alleati e votano l’emendamento di Vannacci.

Fratelli d’Italia rompe la maggioranza.

La Camera boccia l'emendamento di “Futuro Nazionale” sulle preferenze – “Ansa”.

 

«Noi facciamo sempre quello che dichiariamo, gli altri non lo so.

Al voto ci si è andati perché anche gli altri si erano dichiarati a favore, se dici una cosa poi la fai, per noi deve funzionare così».

Tra una votazione e l’altra, il senso dell’umore in Fratelli d’Italia lo dà il ministro Tommaso Foti, già capogruppo dei meloniani proprio a Montecitorio, dove martedì sera si è consumato il dramma delle preferenze.

Per quanto si provi a minimizzare, il clima è di sfiducia: Lega e Forza Italia hanno tradito l’accordo ed esposto maggioranza e governo, e i rispettivi segretari non tengono più i gruppi parlamentari.

 

QUINDI, mentre si ragiona sul” rende ragione” tra alleati, i Fratelli si esercitano in prove di nuove alleanze.

Dopo la stroncatura della proposta Bignami, sulle preferenze erano rimasti due emendamenti da votare, uno presentato dai seguaci di Vannacci, un altro da Luigi Maratti e Francesco Gallo:

su entrambi maggioranza e governo avevano dato parere negativo.

In apertura di seduta il relatore di FdI Angelo Rossi ha annunciato il cambio di orientamento, seguito dal governo: ci si sarebbe rimessi all’Aula.

Così al momento del voto la spaccatura si è fatta plastica: l’emendamento, che prevedeva preferenze secche in stile elezioni europee, con i nomi da scrivere sulla scheda, è stato bocciato con 139 Sì e 233 No.

Il partito di maggioranza relativa sotto di duecento voti. A favore gli otto vannacciani, FdI e Noi moderati:

«Lo facciamo per coerenza, se siamo per le preferenze lo siamo sempre», hanno ripetuto in coro i meloniani. Silenzio gelido, invece, da parte di Fi e leghisti, tutti contrari in blocco.

Il messaggio, in tutta evidenza, era per loro:

 i traditori vengono dai vostri banchi, e forse l’ex generale potrebbe essere più affidabile.

 

VANNACCI HA COLTO SUBITO l’occasione:

 «Meloni mostri gli attributi, e approvi il nostro emendamento», ha detto da Civitanova Marche.

 A Lega e Forza Italia ha dato l’etichetta, nostalgica, di «badogliani».

 Più esplicito è stato il suo deputato Domenico Fuggicele: «Lo stesso cordone sanitario che vorrebbero mettere intorno all’AfD lo si vuole riproporre per Futuro Nazionale, ma non basterà».

Il riferimento non è banale, né da prendere sottogamba: in Fratelli d’Italia osservano con attenzione le elezioni regionali di settembre in Germania, e ancor più le presidenziali francesi di aprile dell’anno prossimo.

 Se neonazisti tedeschi e lepeniani dovessero sfondare, il contesto europeo darebbe una legittimazione in più all’alleanza, quella benedizione che manca e senza la quale potrebbero sorgere problemi oltreconfine.

 

I NAVIGANTI intanto sono avvisati, la pistola è sul tavolo. Il ministro Lollobrigida ha fatto intendere che un momento della resa dei conti ci sarà, e anche ieri ha ribadito l’atto di «vigliaccheria» di chi ha usato il voto segreto per sabotare le preferenze, e dunque la premier.

Gli alleati sottolineano che così facendo ci si farebbe dettare l’agenda da Vannacci.

 Ma il clima di sfiducia rischia di tramutare gli ultimi mesi di legislatura in un Vietnam parlamentare:

il primo banco di prova sarà la legge di bilancio, che di natura dovrebbe essere “elettorale”, gli ultimi colpi da sparare in vista delle urne, ma ora sarà molto più difficile assecondare tutte le richieste.

Il sospetto è che il sabotaggio più grande sia venuta dai deputati forzisti vicini a Marina Berlusconi, che in questo modo avrebbero assestato anche un colpo a Tajani.

 Il numero di franchi tiratori, è il ragionamento del centrodestra, potrebbe anche essere più alto:

a caldo si è parlato di una trentina, ma potrebbero essere anche cinquanta se si considera che IV e un pezzo di Pd potrebbe aver votato a favore.

Misteri dell’urna:

 i riformisti dem appena usciti dall’Aula avevano subito assicurato di essersi attenuti all’indicazione del gruppo, con l’obiettivo di spaccare la destra.

 

OGGI CI SARÀ IL VOTO FINALE sul testo:

 «Intanto portiamola a casa, poi ci pensiamo» ripetono in coro da FDL.

 Sarà a scrutinio segreto, ma non ci dovrebbero essere incidenti.

 La minaccia delle preferenze potrebbe poi tornare al Senato, dove il voto è solo palese e il provvedimento sarà incardinato subito per essere discusso dopo l’estate, ci sarà un mese di riflessione.

 Ieri sono stati approntati gli ultimi ritocchi:

un emendamento di Forza Italia contro la «frammentazione» ha escluso dal conteggio di voti della coalizione i partiti sotto il 3% a eccezione del migliore, un modo per dare fastidio alle tante formazioni centriste del campo largo.

 Un altro di FDL ha imposto che chi verrà inserito nel listone premio sia anche candidato nel proporzionale dello stesso collegio.

Dove c’è stata concordia totale è stato sull’introduzione del voto fuorisede:

 dopo una riunione pomeridiana il centrosinistra ha deciso di esprimersi a favore invece di astenersi, e la modifica è passata con voto bipartisan.

 

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