Strumenti di pressione politica ed economica e l’immigrazione è un’arma.

 

Strumenti di pressione politica ed economica e l’immigrazione è un’arma.

 

 

 

L'immigrazione può essere

e usata come arma.

Ilgiornale.it - Matteo Sacchi – (02 aprile 2023) – Redazione – ci dice:

 

Le scelte fintamente umanitarie sui migranti vengono prese senza valutare i veri pericoli.

L'immigrazione può essere usata come arma.

L'immigrazione non è affatto un tema neutro.

 Forse perché in un mondo globalizzato tocca le vite di tutti.

Le vite di chi viene lasciato indietro e non riescono a scappare da certi Paesi.

 Le vite di chi fa enormi sforzi per andarsene.

Ma anche le vite di chi vede il proprio Paese riempirsi di persone che arrivano da lontano portando una cultura diversa, non sempre integrabile.

 

A questo che si è rivelato negli ultimi anni il problema dei problemi si risponde con un approccio ideologico.

 Si va da quello che potremmo definire come immigrazione, quello che in Italia si declina nella politica del «vogliamoci bene», o - anche qui ma soprattutto in altri Paesi - nel senso di colpa da ex colonialisti, che piace a sinistra.

Dall'altro lato invece si assiste alla costante dei proclami di un certo tipo di destra che immaginano «muri», o cacce agli scafisti che, nella pratica, risultano difficilmente edificabili o realizzabili.

Bisognerebbe avere il coraggio di esaminare la questione in maniera meno di pancia.

Che senso ha invocare continuamente una politica delle porte aperte per scoprire che decine di migliaia di persone in Italia sono utilizzate solo e soltanto come manodopera schiavile per la raccolta dei pomodori?

E più irregolari ci sono più è facile lo sfruttamento?

Questo al netto di quanto è difficile bloccare il fenomeno, sul quale nessuno può pensare di avere la bacchetta magica o che basti fermare qualche nave di Ong per svoltare.

Partiamo invece dalle analisi, dati alla mano, messe in campo da alcuni economisti e sociologi.

Resta capitale un saggio scritto qualche anno fa da Paul Collier,” Exodus”, che analizza anche i danni, involontari, che chi parte fa al Paese che lascia.

E noi italiani della fuga, secolare e dolorosa, di braccia e cervelli dovremmo saperne qualcosa anche senza saggi.

 In alcuni capitoli di “Exodus” Collier rovescia l'ottica abituale e fa un'analisi dei Paesi da cui si emigra, con grande attenzione alla situazione di chi resta.

 Spesso chi va via è chi ha la forza (economica o morale) di scappare. Dietro di sé lascia i più deboli e i più poveri.

Quando a scappare è una minoranza vessata è molto probabile che il governo non democratico che la vessa diventi ancora meno democratico.

 

“Collier” cita l'esempio dello Zimbabwe di Mugabe da cui è fuggito più di un milione di persone.

Certo, in altri casi chi è emigrato in Paesi democratici diventa un tramite, diffonde quello stile di vita e di comportamento anche in patria. Tutto però dipende dalla possibilità e dalla volontà di rientrare, che spesso mancano.

“Capo Verde” ha una forte emigrazione e il suo sistema di governo migliora;

l'Eritrea altrettanto e non ne trae alcun beneficio.

Haiti, per fare un altro esempio, ha perso l'85% della popolazione istruita.

 E le famose rimesse?

 Non sembra siano mai davvero in grado di far decollare un Paese povero.

Collier lo spiega bene: «I movimenti migratori che fanno la differenza non sono quelli diretti verso le città dei Paesi ad alto reddito, ma quelli diretti verso le città degli stessi Paesi a basso reddito (africani ad esempio, ndr)».

 Insomma, alla fine andarsene all'estero può essere un danno verso coloro, più deboli, che restano a casa.

 

Ma al di là delle scelte dei singoli e dei loro effetti, e questo è uno dei dettagli che più viene omesso nelle analisi di chi vede nell'immigrazione solo ricerca di libertà e di opportunità, le migrazioni sono, anche, componenti fondamentali (e anche strumenti fondamentali) della politica estera.

Lo erano nel XX secolo e lo sono, ancora di più, nel XXI secolo. L'argomento non sarà gradito ai politici e ai politologi, ma “Erdogan”, e anche “Putin” grazie ai profughi ucraini, hanno reso evidente quanto facilmente possano essere utilizzate come strumento politico di pressione, come fossero un'arma.

 Per dirlo in modo più terra terra:

un governo militarmente più debole può creare un flusso migratorio, o utilizzarne uno già esistente, per ottenere in modo coercitivo quello che non potrebbe ottenere in nessun'altra maniera.

 Si tratta di una pratica molto più comune di quanto si possa pensare. Qualche esempio?

È la minaccia che il premier cinese “Deng Xiaoping” (1904-1997) utilizzò per «ammorbidire» Jimmy Carter, nel 1979, durante uno degli storici incontri che portarono all'apertura tra Usa e Cina.

“Carter” sostenne che gli Stati Uniti non avrebbero aperto il libero commercio con la Cina fino a che la Cina non avesse mostrato maggiore rispetto dei diritti umani.

Deng chiese se tra questi diritti ci fosse anche quello di emigrare liberamente.

 Carter imprudentemente confermò.

Deng deliziato: «Va bene, allora, esattamente quanti cinesi le piacerebbe avere, signor Presidente? Un milione? Dieci milioni? Trenta milioni? Non c'è problema».

 La questione dei diritti umani in Cina uscì dal panorama della trattativa. Quella fu una pura e semplice minaccia.

 In molti altri casi, sono state deliberatamente aperte frontiere o spinte alla fuga intere popolazioni.

Il caso più noto: quando la Nato intervenne in Kosovo, il 24 marzo 1999, il presidente serbo “Slobodan Milosevic” mise in movimento le sue truppe per spingere fuori dal Kosovo quasi 800mila persone.

 L'obiettivo dei serbi era solo in parte quello di una pulizia etnica. Sapendo benissimo di non poter battere la Nato, al leader serbo sembrò che riversare profughi sull'Europa fosse una mossa destabilizzante. Militarmente, la sua mossa risultò inutile, per quanto devastante dal punto di vista umanitario.

 Ma in realtà gli studi più recenti, come Armi di migrazione di massa, della politologa “Kelly M. Greenville” dimostrano che, mediamente, l'utilizzo di flussi migratori è un'arma altamente efficace.

Se prima abbiamo citato la Cina come potenziale aggressore demografico degli Usa, i cinesi sono stati più volte ripagati con la stessa moneta dai nord coreani.

 Pyongyang ha aperto le frontiere verso la Cina quando i cinesi hanno cercato di imbrigliare il regime.

 La strategia riesce anche meglio con Paesi che rientrino nel novero delle «democrazie avanzate».

 In Paesi così i risultati e i costi di una immigrazione di massa si pagano dopo anni e per anni, le spaccature politiche si evidenziano subito.

 Sotto pressione, il sistema politico, che si polarizza tra pro e contro i nuovi venuti, può facilmente collassare.

Per capirci, quello stesso tipo di ricatto che verso l'Europa utilizzò più e più volte Gheddafi e ora i signori della guerra libici.

 Secondo la Greenville il 57% delle volte chi è stato investito da un flusso migratorio ha capitolato verso chi glielo ha scatenato contro.

 Un risultato paragonabile a quello della deterrenza militare Usa e migliore di ogni deterrenza attraverso sanzioni (33% di successo) o iniziative diplomatiche (19%).

E su questo bisognerebbe riflettere, non essere ideologici.

 

 

 

Immigrazione, il nodo che la politica evita:

 senza una nuova strategia industriale

il fenomeno resterà irrisolto.

Ilgiornaleditalia.it – Esteri – Riccardo Renzi – (27 luglio 2026) – Redazione – ci dice<.

 

 Da oltre trent'anni il dibattito oscilla tra accoglienza senza limiti e repressione simbolica.

Ma la vera questione riguarda il modello economico italiano:

 lavoro, salari e competitività spiegano molto più degli” slogan” di Riccardo Renzi.

Immigrazione, il nodo che la politica evita: senza una nuova strategia industriale il fenomeno resterà irrisolto.

Un confronto bloccato dagli slogan.

 

L'immigrazione continua a rappresentare uno dei temi più divisivi della politica italiana.

 Eppure, dopo decenni di polemiche, il dibattito sembra essersi cristallizzato in due narrazioni opposte che raramente riescono a dialogare.

Da una parte prevale un approccio che enfatizza gli aspetti umanitari, sottolineando il dovere dell'accoglienza e il contributo economico e culturale dei migranti.

 Dall'altra domina una visione fortemente securitaria, che individua nell'immigrazione la causa principale dell'insicurezza, del degrado urbano e della pressione sui servizi pubblici.

Entrambe le impostazioni contengono elementi di verità, ma rischiano di trasformarsi in strumenti di mobilitazione politica più che in chiavi di lettura della realtà.

Il risultato è un confronto permanente che alimenta consenso elettorale senza incidere realmente sulle cause del fenomeno.

 

Il legame tra emigrazione e immigrazione.

 

C'è però un aspetto che riceve un'attenzione decisamente inferiore rispetto alla sua importanza:

il rapporto tra emigrazione italiana e immigrazione straniera.

Ogni anno migliaia di giovani italiani, spesso diplomati o laureati, scelgono di costruire il proprio futuro all'estero.

Si tratta di una perdita significativa di capitale umano, formata attraverso investimenti pubblici e familiari che finiscono per produrre benefici economici in altri Paesi.

Questo processo lascia inevitabilmente spazi nel mercato del lavoro italiano.

In molti comparti, soprattutto quelli caratterizzati da salari contenuti e condizioni meno attrattive, tali vuoti vengono colmati dall'arrivo di lavoratori stranieri.

È una dinamica economica prima ancora che demografica.

 

Le radici economiche del fenomeno.

Ridurre tutto alla sola questione migratoria significa ignorare le trasformazioni che hanno interessato il sistema produttivo italiano negli ultimi decenni.

 Dagli anni Novanta il Paese ha attraversato profonde privatizzazioni, una crescente apertura ai mercati globali e una progressiva riduzione del peso dell'industria pubblica e della ricerca.

Parallelamente molte produzioni ad alto valore aggiunto sono state delocalizzate, mentre il tessuto economico si è orientato verso attività con margini ridotti e maggiore intensità di lavoro.

In un sistema che compete principalmente comprimendo il costo del lavoro, è inevitabile che aumenti la domanda di manodopera disponibile ad accettare retribuzioni più basse.

Allo stesso tempo, chi possiede competenze elevate tende a cercare all'estero condizioni professionali migliori.

 

Salari e competitività.

 

Il vero nodo riguarda quindi il livello dei salari e la qualità dell'occupazione.

Finché il mercato offrirà prospettive limitate ai giovani qualificati, sarà difficile invertire il fenomeno dell'emigrazione.

 E finché interi settori produttivi continueranno a basarsi su lavoro poco qualificato e basso costo della manodopera, l'immigrazione continuerà a rappresentare una risposta quasi inevitabile alle esigenze delle imprese.

 In questa prospettiva, il fenomeno migratorio non è la causa originaria della fragilità economica italiana, ma uno degli effetti di un modello produttivo che fatica a valorizzare il capitale umano nazionale.

 

Sicurezza e integrazione.

 

Ciò non significa ignorare le criticità legate alla sicurezza, all'integrazione o alla gestione dei flussi migratori.

Una crescita rapida della popolazione straniera, soprattutto se accompagnata da precarietà lavorativa, marginalità sociale e difficoltà linguistiche, può generare tensioni nelle periferie urbane e rendere più complessa la convivenza.

Sarebbe altrettanto sbagliato minimizzare questi problemi quanto attribuirli esclusivamente alla presenza degli immigrati.

Le politiche di integrazione, il contrasto al lavoro irregolare e una gestione efficace degli ingressi restano strumenti indispensabili.

Ma senza affrontare le cause economiche che alimentano il fenomeno, tali interventi rischiano di avere effetti limitati.

 

Serve una politica industriale.

Il punto centrale è che politica industriale, mercato del lavoro e immigrazione costituiscono aspetti della stessa questione.

 Se l'Italia vuole trattenere i propri giovani e ridurre la dipendenza da manodopera a basso costo dovrà investire in innovazione, ricerca, formazione e produzioni ad alto valore aggiunto.

 Solo un'economia capace di creare occupazione qualificata può ridurre contemporaneamente la fuga dei talenti e la necessità strutturale di ricorrere a flussi migratori sempre più consistenti.

 Limitarsi a discutere esclusivamente di sbarchi, quote o respingimenti significa affrontare il problema dalla sua manifestazione più visibile, senza intervenire sui meccanismi che lo alimentano.

 

Oltre la contrapposizione ideologica.

 

La politica tende spesso a privilegiare il linguaggio della contrapposizione, perché produce consenso immediato.

Tuttavia, la gestione dell'immigrazione richiede una visione di lungo periodo, capace di tenere insieme economia, sicurezza, integrazione e sviluppo industriale.

Solo uscendo dalla logica degli slogan sarà possibile affrontare una questione destinata ad accompagnare l'Italia ancora per molti anni.

Il vero spartiacque non è tra chi accoglie e chi respinge, ma tra chi considera il fenomeno migratorio un tema esclusivamente emergenziale e chi lo inserisce all'interno di una più ampia riflessione sul futuro economico e produttivo del Paese.

 

 

 

 

L’immigrazione è una

“minaccia ibrida” per l’UE?

Intervista ad “Andrea Molle.”

Rainews.it – (03/10/2023) - Pierluigi Mele – Redazione – ci dice:

 

La vicenda, fatta spesso di dolore e di tragedie gravi, dell'immigrazione incontrollata si sta imponendo all'attenzione dell'opinione pubblica internazionale.

Sappiamo che molte sono le cause di questo fenomeno (fame, guerre, situazioni insostenibili dal punto di vista politico sociali, situazioni climatiche, ecc.).

Ma sappiamo, anche, da alcuni osservatori, che l'immigrazione può essere utilizzata come 'minaccia ibrida', da parte di attori statali, per destabilizzare l'Europa.

 

Ne parliamo con “Andrea Molle”, Professore Associato di Scienze Politiche e Direttore del Master in Studi Internazionali, Chapman University (USA).

 Ricercatore senior per START In Sigh (Lugano).

 

Che cos'è una minaccia ibrida? 

Cosa la differenzia dalla guerra ibrida?

Innanzitutto è bene precisare che esistono processi complessi che richiedono un approccio sistemico all’attuale crisi.

Questa è da intendersi nel quadro di una congiuntura più ampia che investe il continente africano e per molti versi si estende globalmente.

Sono presenti inoltre altre dinamiche che determinano i flussi migratori e il loro sfruttamento a meri fini economici da parte di trafficanti di esseri umani che prescindono dalla dimensione politica del fenomeno. Pertanto, l’attenzione agli aspetti strategici della sua manipolazione non può e non deve far dimenticare che si tratta di una crisi dal forte connotato umanitario cui sottendono processi di trasformazione sociale epocali.

Venendo alla tua domanda, il concetto di “minaccia ibrida” (hybris theta) fu inizialmente proposto nel 2010 in sede NATO, come “Castone Concept”, e viene definito come una minaccia che impiega simultaneamente strumenti convenzionali e non convenzionali nel perseguimento degli obiettivi strategici dell’aggressore.

Tale definizione venne successivamente recepita dallo Strategic Defense and Security Review britannico del 2015 che classifica le minacce ibride come un rischio di “primo livello” per la sicurezza nazionale, mentre considera le guerre ibride (hybris warfarin) come un rischio di “secondo livello”.

La differenza essenziale tra la minaccia ibrida e la guerra ibrida è che quest’ultima presenta sempre una fase cinetica o di conflitto armato vero e proprio.

Nel caso della minaccia ibrida siamo invece di fronte a un tipo di strategia non per forza militare, che viene utilizzata da attori statali e non statali per raggiungere gradualmente i propri obiettivi.

Tutto ciò, tuttavia, senza innescare risposte armate ma creando piuttosto uno stato di ambiguità che conduce a quello che nel mondo anglosassone viene chiamato “plausibile disabiliti” e cioè la possibilità per il paese aggressore di negare ogni coinvolgimento diretto negli eventi.

 

Quali sono gli obiettivi di questa "minaccia ibrida"?

Fondamentalmente, le minacce ibride impiegano una vasta gamma di strumenti, in gran parte non cinetici (i.e. non propriamente militari), con l’obiettivo di colpire i punti di vulnerabilità della società bersaglio.

 Il fine è quello di minarne gradualmente il funzionamento, la coesione o la volontà, e sovvertire lo status quo.

Per questo, nel quadro di una minaccia ibrida, possiamo trovare un po’ di tutto.

 Essa comprende strumenti più o meno palesi tra cui la disinformazione, gli attacchi informatici (cyber theta), la pressione economica, o anche la manipolazione di forze “irregolari” come movimenti politici estremisti, manifestazioni di piazza e ovviamente la migrazione al fine di avviare processi politici violenti all’interno dei paesi bersaglio.

Questi metodi ibridi servono sostanzialmente a confondere il confine tra guerra e pace e mirano a destabilizzare e indebolire la società.

 

Quali sono gli attori statali che alimentano questa "minaccia ibrida"?

In linea generale qualunque paese può avvalersi dello strumento della minaccia ibrida e sono stati molti i paesi a ricorrervi in passato.

Tra i paesi che hanno adottato questa strategia con maggior successo troviamo, ovviamente, la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese.

Mosca utilizza da tempo strategie ibride molto aggressive che comprendono interferenze politiche, attività cyber, pressione economica e coercizione, volte a creare nei paesi bersaglio situazioni di instabilità politica o vere e proprie dinamiche sovversive e secessioniste, ma anche in generale al fine di erodere l’ordine internazionale basato sul diritto.

La Cina ha un approccio apparentemente più sofisticato, basato su due pilastri.

Il primo pilastro è culturale e comprende una retorica apparentemente pacifica e globale basata sulla disinformazione, il cui obiettivo finale è quello di erodere il supporto alla democrazia, offrendo al contempo un modello alternativo di governance non democratica che è chiaramente funzionale agli interessi di Beijing.

Penso che molti abbiano sentito parlare in questi ultimi anni del concetto di “comunità dal destino comune”.

Il secondo pilastro è invece di tipo economico e industriale.

In questo caso, ad esempio, la Cina mira a controllare i settori tecnologici e industriali chiave, le infrastrutture critiche e le catene di approvvigionamento di risorse strategiche, al fine di creare dipendenza e vulnerabilità.

Quali sono stati, sul piano storico, gli episodi più eclatanti di questo utilizzo dell'immigrazione?

In realtà possiamo risalire a casi anche molto remoti dell’uso delle migrazioni forzate come elemento cardine di un approccio ibrido ai conflitti.

Direi però di partire da Cuba.

 Il regime castrista utilizza l’arma della migrazione contro gli Stati Uniti in almeno tre diverse occasioni tra gli anni ‛60 e ‛90, la più nota delle quali nel 1980 vede la partenza verso la Florida di oltre 125.000 cubani, al fine di ottenere una varietà di concessioni.

Negli anni ‛70 invece, l’ambasciatore indiano presso le Nazioni Unite “Samar Sen “accusa il Pakistan di aver spinto più di dieci milioni di rifugiati ad attraversare il confine ed entrare illegalmente nel suo paese. Nella seconda metà degli anni ‛80, la leadership della Germania Est impiega la stessa identica strategia promettendo a rifugiati provenienti dal medio oriente un “transito rapido e agevole” verso la Germania Ovest.

 Tutto ciò come parte di un piano, poi risultato estremamente efficace, per ottenere concessioni economiche e politiche da Bonn.

Possiamo ritrovare questa strategia anche durante la crisi del Kosovo del 1999, quando il Presidente Milosevic minaccia di sradicare circa 800.000 albanesi kosovari dalle loro case.

 Il piano di Milosevic mira ovviamente a creare una crisi migratoria tale da indurre la NATO a riconsiderare la sua campagna di bombardamenti. In più occasioni, anche il leader libico Muammar Gheddafi minaccia di trasformare l’Europa in un paese Africano se l’Unione non dovesse soddisfare le sue richieste di assistenza finanziaria.

Nel 2011, con la caduta di Gheddafi si creano condizioni ancora più ideali per le milizie che ancora oggi si disputano il controllo del paese per usare i flussi migratori provenienti dall’Africa subsahariana al fine di ottenere favori e risorse da potenze ostili all’Europa come la Russia o la Cina.

Nell’autunno del 2021, diversi leader europei ammettono forse per la prima volta di trovarsi di fronte ad una minaccia ibrida, fomentata dalla Bielorussia come ritorsione alla posizione dell’Unione verso il paese, quando il Presidente Lukashenko raduna migliaia di migranti economici e richiedenti asilo afghani e curdi, provenienti da Iraq o Siria, con la promessa di un facile ingresso nell’Unione Europea.

Arrivati a Minsk con visti speciali, i migranti vengono trasportati in autobus al confine occidentale, dove sono abbandonati in accampamenti di fortuna e in balia dell’inverno al fine di suscitare la reazione di Lettonia, Lituania e Polonia.

 Paesi che immancabilmente abbracciano una politica di “respingimenti a caldo”, utilizzando gas lacrimogeni, idranti e proiettili di gomma, che suscita l’immediata reazione delle organizzazioni umanitarie e dell’Unione Europea.

Infine, nel 2015 ci troviamo di fronte alla stessa dinamica quando il Presidente turco Erdogan minaccia di inondare l’Europa di migranti qualora le sue richieste economiche non vengano esaudite, portando nel 2016 al famigerato accordo voluto dalla Germania in cui Ankara ottiene aiuti per diversi miliardi di euro, la ripresa dei colloqui di adesione all’Unione e la rimozione dei visti di ingresso per i cittadini turchi.

 

A livello di pubblica opinione quale conseguenza ha questa minaccia ibrida?

La descriverei come una reazione a catena.

L’effetto iniziale è quello di inasprire le dinamiche conflittuali interne. L’aumento della pressione migratoria viene recepito come una minaccia e, spesso grazie alle campagne di disinformazione abilmente orchestrate, tradotto in movimenti di protesta e sentimenti xenofobi che vengono “catturati” da gruppi estremisti o populisti i quali hanno tutto l’interesse ad accentuare il problema inserendolo in una più ampia piattaforma politica. In seconda battuta, la tensione si trasferisce sul piano delle relazioni internazionali.

L’accentuarsi delle dinamiche di conflitto sociale aumenta la polarizzazione nel paese e creano un segmento di quelli che in scienza politica vengono definiti come elettori “single Issues”.

 Si tratta di individui che orientano il proprio voto unicamente sulla base della risposta ad un singolo problema e che hanno dimostrato anche una grossa propensione all’azione collettiva.

Questi elettori sono ovviamente fortemente appetibili per i partiti politici populisti, che già legano le proprie fortune al permanere dell’emergenza, ma che non possono nemmeno essere trascurati dai partiti più convenzionali che chiaramente però non possono abbracciare posizioni xenofobe o contrarie al diritto internazionale.

In questo modo si crea però un contesto che facilita il cosiddetto spillover, ovvero la ricaduta sulla politica estera delle tensioni di politica e del rischio percepito dai partiti dominanti di una svolta estremista.

Per chiarire è in questa fase che, ad esempio, i paesi europei cercano di ridurre l’impatto diretto dei flussi migratori, cercando di lasciare che siano altri a doverlo fare.

La chiusura delle frontiere interne da parte di Francia e Austria o il rifiuto della Germania di accogliere una parte dei migranti, ma anche le continue accuse Italiane verso l’Unione Europea, cui si accompagna la simultanea rigidità sui principi dell’accoglienza, sono tutti esempi di questo meccanismo.

Queste tensioni tra i paesi membri dell'Unione Europea, spesso irrisolvibili sul piano del diritto internazionale, alimentano a loro volta la narrazione xenofoba dell’estrema destra creando un circolo vizioso.

I governi si trovano dunque letteralmente intrappolati tra l’incudine e il martello e poco contato i richiami alla solidarietà o quelli al rispetto dei Trattati.

 

All'interno di questa "minaccia ibrida" si colloca la "law fare". Che cos'è?

Esattamente.

Ciò che abbiamo appena discusso solleva un’ultima questione, connessa alla dottrina cinese delle tre guerre (tradizionale, psicologica e legale) e precisamente se il concetto di “law fare”, ovvero di guerra legale o del diritto, può essere impiegato per comprendere l’attuale crisi. Il concetto di diritto come arma è stato definito per la prima volta come “law fare” nel 2001 da Charles Dunlap, ma risale probabilmente già al teorico della “guerra giusta” Hugo Grotius.

Dunlap descrive la law fare come un metodo di guerra in cui la legge viene utilizzata come mezzo per realizzare un obiettivo militare. In questo senso, si tratta di uno strumento che utilizza un approccio sicuramente non cinetico al fine di intimidire l’avversario per ottenere obiettivi strategici e non meramente politici. In quanto tale, il law fare viene tradizionalmente considerato parte della guerra ibrida, ovvero lo sforzo militarizzato che include la violenza armata.

Tuttavia, altri studiosi, tra cui l’esperto di guerra e diritto internazionale “Sascha Dobb Bachman”, offrono un approccio meno rigido al concetto collocandolo al di fuori di un contesto puramente militare e sostenendo che esso possa essere utilizzato anche nel contesto della “operazioni di influenza”, ovvero delle minacce ibride.

Questi metodi di guerra legale includono la deterrenza legale, l’attacco legale, il contrattacco legale, il vincolo legale e la protezione legale e non è difficile vedere come quello che sta accadendo in questi giorni, come ad esempio i continui richiami al Trattato di Dublino, la sospensione di Schengen o il finanziamento alle ONG voluto dalla Germania e criticato da Roma, rientrino sicuramente in questo quadro.

 

In definitiva quali strade può percorrere l'Europa per limitare questa minaccia?

L'Europa attuale è all'altezza?

In tutta onestà, anche in base a quanto detto in precedenza, la risposta europea non si è dimostrata sempre all’altezza della situazione e su questo premono ovviamente le dinamiche interne ai paesi cui abbiamo accennato in precedenza.

 Rispetto alle soluzioni, l’approccio dovrebbe naturalmente seguire lo stesso livello di complessità del fenomeno in sé.

Un primo passo dovrebbe essere quello di uscire dall’approccio emergenziale, che incentiva queste dinamiche, varando un approccio sistemico fondato sul diritto internazionale e sul rispetto dei diritti umani.

Limitandomi a considerare gli aspetti di minaccia ibrida della crisi, ritengo che la strada migliore sia intervenire affinché la manipolazione dei flussi cessi di essere appetibile rimuovendo le condizioni che incentivano gli attori statali a manipolare i flussi migratori, prevedendo però una risposta rigorosa in caso di violazione.

 Si dovrebbero, ad esempio, stabilire tavoli negoziali permanenti con i paesi di provenienza, o di transito, e non ricorrendovi unicamente in tempi di crisi.

La storia mostra infatti che la manipolazione dei flussi è raramente una strategia di prima istanza e che in un certo numero di casi una diplomazia tempestiva e proattiva può evitare di entrare in una fase di crisi.

 Parte di questa attività dovrebbe concentrarsi anche su interventi mirati a risolvere quelle situazioni sociali, politiche e climatiche che spingono gli individui a migrare, così da migliorare le condizioni di vita dei paesi ospiti.

Probabilmente si potrebbe anche aprire ai reinsediamenti in paesi disposti ad accogliere i migranti, ma senza creare una situazione di outsourcing del problema, o alle sponsorizzazioni private, ai corridoi umanitari, etc. Investire nell’accoglienza, anche in questo caso in modo proattivo, prevedendo percorsi certi e compatibili con le necessità dei paesi di inserimenti che rendano meno vantaggioso il ricorso ai trafficanti di esseri umani.

Infine è necessario combattere la disinformazione e l’estremismo che gettano benzina sul fuoco del razzismo e della xenofobia.

 

 

 

 

Immigrazione:

un fallimento riconosciuto,

una necessità ammessa.

Fondazionefeltrinelli.it – (29 Agosto 2025) - Jean-Yves Dormano - Articolo tratto dal N. 48 di

Vite respinte – Redazione – ci dice:

 

 

I risultati dell’indagine condotta da Cluster17 per il CESPI nel marzo 2025 sono inequivocabili:

per la maggioranza degli italiani, l’immigrazione è percepita come un fenomeno mal gestito.

 L’86 % ritiene inefficace l’integrazione degli immigrati in Italia, mentre il 70 % giudica eccessivo l’attuale livello dei flussi migratori.

 Un doppio giudizio che attraversa tutte le fasce d’età, le classi sociali, le aree geografiche e persino una parte degli elettorati più inclini all’apertura.

 

Ma questo rifiuto non è né omogeneo né assoluto.

 Quando si analizzano le risposte sugli effetti dell’immigrazione, lo scenario si complica.

 Il 57 % riconosce un impatto economico positivo, in particolare nei settori chiave dell’agricoltura (77 %), dell’edilizia (55 %) e dei servizi alla persona (51 %). E oltre la metà degli intervistati (51 %) ammette che un aumento dell’immigrazione potrebbe essere necessario per affrontare l’invecchiamento della popolazione.

 

In altri termini, gli italiani non negano la realtà né l’utilità dell’immigrazione.

Ciò che contestano è la mancanza di governo del fenomeno.

A essere respinta è un’immigrazione vissuta come imposta, priva di regole, mal integrata.

 È una distinzione cruciale, che apre lo spazio per politiche più chiare, più leggibili, più incisive.

 

Anche il tema dell’identità culturale riflette questa tensione.

 Il Paese si divide perfettamente:

il 47 % ritiene che l’immigrazione rappresenti una minaccia per l’identità italiana, mentre il 47 % la considera un arricchimento.

Non si tratta solo di ideologia: il divario è anche generazionale, territoriale, legato all’esperienza concreta.

Nel Sud prevale il rifiuto, mentre nel Centro cresce l’accettazione della diversità.

 

Quando si chiede quali priorità dovrebbe adottare la politica, emergono due richieste precise:

migliorare concretamente l’integrazione (40 %) e controllare meglio i flussi migratori (40 %).

Due esigenze che delineano una via intermedia, trasversale rispetto agli schieramenti tradizionali.

 

La questione della sicurezza cristallizza queste ambivalenze.

 Il 70 % degli intervistati crede che esista un legame tra immigrazione e insicurezza, di cui il 42 % lo afferma in modo netto.

È un dato che non si può ignorare.

 Non esprime solo una paura irrazionale, ma un sentimento legato a contesti in cui lo Stato è percepito — ed è questo che conta — come assente o inefficace.

Anche qui, più che una domanda punitiva, si coglie una domanda di ordine, di regole, di affidabilità istituzionale.

Dove lo Stato si ritira, cresce la paura. E con la paura, il rifiuto.

 

Questo sondaggio non fotografa un’opinione chiusa, ma un’attesa di decisioni.

Gli italiani non oppongono necessariamente apertura e sicurezza, immigrazione e coesione.

Ma vogliono sapere chi entra, a quali condizioni, con quali diritti e quali doveri. In assenza di risposte, a imporsi saranno i discorsi più semplicistici.

La sfida è chiara: l’opinione pubblica è lucida, spesso critica, ma non ostile per principio.

 Sa che l’immigrazione resterà.

 Ma non accetta più che le venga presentata come una fatalità o come una virtù astratta.

Per tornare a credere in un progetto collettivo, chiede punti fermi, protezione, efficacia.

Solo a queste condizioni potrà emergere un consenso largo.

 Non su un’immigrazione idealizzata, ma su un’immigrazione regolata — e su un’integrazione che finalmente abbia una possibilità di successo.

 

 

 

L'immigrazione come arma di guerra

 non convenzionale con effetti

a lungo termine.

Ariannaeditrice.it - Gennaro Scala – (31/07/2026) – Redazione – ci dice:

 

L'immigrazione come arma di guerra non convenzionale con effetti a lungo termine.

Non saprei indicare nessun studioso europeo che ha definito con maggiore precisione di “Christopher Caldwell” la natura dell'immigrazione in Europa: "l'immigrazione è americanizzazione" (L'ultima rivoluzione dell'Europa. L'immigrazione, l'Islam e l'Occidente).

E' una regola già verificata in altre occasioni, a dispetto della dialettica servo-padrone hegeliana, ai dominanti la conoscenza serve, e per questo che dall'ambito culturale e accademico statunitense provengono - di solito - studi più realistici e utili alla conoscenza dei fenomeni politici, sociali e storici rispetto a quanto si produce in Europa.

Per quale motivo Caldwell scrive ciò che pochi scrittori europei si sognerebbero di scrivere?

Di preciso non saprei dirlo, ma è probabile che una certa destra conservatrice, alla cui famiglia appartiene ideologicamente Caldwell (non casuale il titolo inglese del suo libro ricalcato da quello di Burke sulla rivoluzione francese) percepisca il rischio per gli stessi Usa di una devastazione degli assetti sociali delle principali nazioni europee, quale sarà l'esito dell'"ultima rivoluzione".

Forse, certi conservatori statunitensi vorrebbero invece l'Europa in grado di cooperare fattivamente al disegno egemonico statunitense, oppure sentono l'Europa come un pezzo dell'"impero" occidentale, la cui demolizione pregiudicherebbe lo stesso "impero".

Quali che siano i riferimenti ideologici di Caldwell e quali che possano essere le sue motivazioni politiche concordo con “Perry Anderson” (studioso marxista):

 è uno dei libri più importanti sull'immigrazione in Europa. Ne ho parlato altrove, in questa occasione ci interessa questo interrogativo:

 

Se negli anni Sessanta l'immigrazione era necessaria a causa della carenza di manodopera, per quale ragione ha continuato a essere tale dopo gli anni Ottanta, allorché l'Europa si trovò ad affrontare un periodo di diffusa disoccupazione? […] 

Che ci fosse sotto qualche disegno occulto o si trattasse di semplice negligenza, fatto sta che il flusso continuò inarrestabile.

 

Se non un disegno occulto possiamo ipotizzare, ma sarebbe certo utile uno studio approfondito, che in una prima fase l'immigrazione è stata il frutto dell'influenza del sistema politico statunitense sulle nazioni europee, le quali in quanto nazioni soggette hanno subito la pressione volta ad assimilarle al modello sociale statunitense.

 Le immigrazioni, che hanno costituito il carattere "multiculturale" della società statunitense, sono state fondamentali per lo sviluppo della potenza nordamericana che necessitava di forza-lavoro da sfruttare, ma allo stesso tempo la sua “multietnicità” può essere il suo maggiore punto debole nel momento in cui cesserà questa spinta espansiva, poiché può essere origine di pesanti fratture.

Ricordiamo la persistente questione afro-americana, a cui si viene ad aggiungere una consistente immigrazione ispano-americana.

Si capisce quindi perché ci sia stata una forte spinta ad assimilare alla società statunitense le nazioni europee basate su di una maggiore omogeneità etnica, visto che l'alleanza con l'Europa, ma sarebbe meglio dire l'alleanza-subordinazione, è stata e resta un caposaldo della politica statunitense.

È significativo che proprio le due potenze europee, Francia e Inghilterra, formalmente vincitrici della II guerra mondiale abbiano subito maggiormente questo stravolgimento della propria composizione sociale (ma in realtà la II guerra mondiale non l'ha vinta nessuna potenza europea, è stata invece, insieme alla prima, l'evento determinante del crollo della civiltà europea).

Caldwell riporta come nel secondo dopoguerra, quando già si profilava la "società multi-etnica", ci fosse diffusa convinzione che non sarebbe mai stata accettata, essendo stata l'Inghilterra, anche per la sua natura isolana, fino ad allora la nazione europea con maggiore omogeneità etnica e culturale.

"Scorreranno fiumi di sangue", diceva qualcuno negli anni '50 se l'immigrazione non cessa, ma poi non è successo niente.

L'immigrazione è continuata, si è formata un'ideologia funzionale a questo scopo, il multiculturalismo, diffusa attraverso i media e la scuola, e in particolare attraverso l'università che svolge un ruolo primario attraverso innumerevoli pubblicazioni che lodano le meraviglie della società multiculturale.

Agli studenti viene inculcato che anche solo mettere in dubbio che l'immigrazione possa essere sempre un fattore positivo è "razzismo". Importante è stato il ruolo del ceto medio semicolto, cioè gli strati scolarizzati della popolazione, che ho analizzato in altri scritti, in particolare quello proveniente dai ceti inferiori, che razionalizzava con la sostituzione dei “proletari” con i “migranti” il suo effettivo distacco dalle sorti delle classi popolari.

Tuttavia negli ultimi tempi, si è notato un cambiamento che ha fatto perdere all'immigrazione il suo carattere apparentemente “spontaneo”, nel senso che nasce dalla “normale” influenza degli Stati Uniti sui paesi europei soggetti.

Recentemente, nel suo sito, Maurizio Blondet riportava un articolo, I proprietari delle navi negriere, firmato M.M., che raccoglieva le notizie pubblicate dai principali quotidiani italiani sul flusso di immigrati, spesso “salvati” a pochi km dalle coste africane, a cui hanno concorso navi di varie nazioni occidentali.

 Per non parlare della Marina italiana costantemente impegnata in questi “salvataggi”.

Krancic in una sua vignetta illustrava così la situazione:

c'è una madre a spasso sulla spiaggia con i suoi figli, ad uno che sta per entrare in acqua supplica:

"Non entrare in acqua, altrimenti la marina italiana viene a prenderti e ti porta in Italia".

 Non sto qui a riportare gli articoli pubblicati dai quotidiani perché sono facilmente accessibili a chi ha un computer e, soprattutto è interessato a capire come stanno le cose.

Difficile negare l'evidenza:

questo imponente flusso di immigrati è organizzato, ed è difficile se non impossibile che dietro questa organizzazione non ci sia lo zampino della potenza egemone, cioè gli Usa.

Con questa accelerazione artificiale dell'immigrazione il gioco diventa più scoperto.

 E a questo punto ci torna utile un libro  Kelly M. Greenville, Seasons of Mass Migration: Forme Di placement, Coercion, and Foreign Policy. Dagli oltre cinquanta casi studiati e classificati di utilizzo dell'“arma di migrazione di massa” l'autrice conclude che principalmente l'arma dell'immigrazione è utilizzata da “sfidanti” più deboli dei loro obiettivi, questi ultimi costituiti principalmente dalle democrazie liberali. Principale obiettivo sono risultati gli Usa.

Kelly M. Greenville ci ha fatto capire come la manipolazione dell’immigrazione possa essere usata come arma, ma ha analizzato solo il suo utilizzo come fattore contingente legato ad obiettivi limitati: ottenimento di denaro, o di concessioni politiche.

Sarebbe interessante uno studio specifico sul possibile utilizzo di questa arma come fattore strategico per ottenere risultati più ad ampio raggio e a lungo termine, da parte della potenza che ha tutti i mezzi per farlo e che non esiterebbe certo se utile ai suoi scopi.

Ad es. per quanto riguarda l'immigrazione in Europa che ha modificato radicalmente la composizione sociale delle nazioni europee, “caso” non è preso in considerazione.

L'ipotesi più conseguente che possa spiegare questa accelerazione artificiale dell'immigrazione sta nel fatto che l'intensificarsi dello scontro con la Russia ha spinto all'accelerazione di un esperimento di ingegneria etnica.

Per non correre il rischio che le principali nazioni europee possano avvicinarsi alla Russia, principale cruccio geopolitico, le si trascina in un pantano “multi-etnico”, gli si immettono gruppi etnici estranei che se opportunamente stimolati, finanzianti, e finanche armati possono costituire un grave problema interno.

Così l'arma dell'immigrazione può trasformarsi anche in strumento di ricatto.

Se queste ipotesi risultano non convincenti se ne attendono altre che possano rendere conto dell'altrimenti inspiegabile comportamento della Marina italiana, impegnata a traghettare immigrati in Italia piuttosto che a vegliare che non ci siano sbarchi di clandestini.

 

 

 

 

 

La guerra contro l’Iran potrebbe

rimanere in memoria come la

peggiore sconfitta mai subita

dagli Stati Uniti.

 Ariannaeditrice.it - Robert Inlakesh – (31/07/2026) – Redazione – ci dice:

 

La guerra contro l’Iran potrebbe rimanere in memoria come la peggiore sconfitta mai subita dagli Stati Uniti.

(ISM-Francia)

Mentre il presidente degli Stati Uniti continua a mentire alla sua popolazione sulle vittorie immaginarie sull’Iran in Asia occidentale, le sue argomentazioni non convincono la stragrande maggioranza degli americani, che non sono ingannati dalla sua retorica logora.

A differenza degli errori militari del passato, Washington ha fallito – e non avrà successo – nell’illuso del suo popolo.

 

Alcuni analisti hanno cercato di confrontare l’incapacità di Donald Trump di combattere efficacemente l’Iran contro le sconfitte strategiche e gli errori che hanno rovinato la reputazione dei precedenti presidenti; tuttavia, la situazione attuale è molto diversa.

Rivedere tutte le guerre di aggressione americane sarebbe un compito troppo grande per un singolo articolo, ma alcuni confronti circolano e meritano di essere analizzati:

 quelli con la guerra in Iraq, la guerra del Vietnam e persino l'operazione Eagle Clay (Eagle Green house).

 

Tutti questi confronti differiscono considerevolmente, per loro natura, dalla campagna aerea su larga scala – che è diventata una serie di scontri sporadici – in cui l’amministrazione Trump si è impegnata.

Se prima consideriamo il confronto con la guerra del Vietnam, è spesso usato come una figura di stile – “è il Vietnam di questo o quello” – un modo per alcuni analisti di applicare il modello del Vietnam alla situazione attuale.

 

Mentre lo stallo degli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran può essere sottolineato, la situazione è radicalmente diversa da quella che è successa in Vietnam.

All'inizio dell'escalation, nell'ottobre 1965, un sondaggio Gallup indicava che il 64% della popolazione approvava l'intervento americano in Vietnam;

 nel 1970, la tendenza si era invertita, con circa il 55% degli americani che chiedeva il ritorno delle truppe.

All'epoca, gli Stati Uniti avevano convinto la loro popolazione della necessità di combattere il comunismo e l'utilità della guerra del Vietnam, sostenendo che la caduta del Vietnam del Sud nelle mani di un governo comunista avrebbe innescato un effetto domino, portando allo spostamento di altri governi asiatici verso questa ideologia.

 Lo spettro del comunismo ha colpito l’immaginazione delle popolazioni occidentali, poi contrapposte all’Unione Sovietica e alla Cina di Mao Zedong.

 

Nel caso di Trump, il sostegno pubblico alla guerra contro l’Iran è stato privo fin dall’inizio.

 I sondaggi Ipsos all'inizio del conflitto hanno indicato che il 58% degli americani si è opposto a una guerra contro l'Iran, mentre solo il 38% era a favore.

Due settimane dopo l'inizio delle ostilità, un sondaggio del “Pew Research Center” ha rivelato che il 61% della popolazione ha disapprovato la guerra.

Oggi, anche la base di sostenitori incondizionati di Trump si sta allontanando dal conflitto:

 secondo un sondaggio Politico, poco più di un terzo dei sostenitori del movimento MAGA ritiene che i costi economici della guerra contro l’Iran ne siano valsi la pena.

In confronto, nel peggiore dei casi della guerra del Vietnam, l'opinione pubblica era più favorevole al conflitto che all'inizio della guerra contro l'Iran.

Per quanto riguarda la disastrosa invasione dell'Iraq nel 2003, un sondaggio di Gallup News aveva registrato un tasso di approvazione del 72%, solo il 25% degli americani si opponeva.

 

Vale anche la pena menzionare l'operazione Eagle Clay, la disastrosa missione ordinata dall'ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter per liberare i cittadini americani allora detenuti dalla Repubblica islamica. Riferendosi oggi a Jimmy Carter e alla sua operazione fallita – che ha causato la morte di otto militari statunitensi – è a causa delle stesse osservazioni del presidente Trump sull’amministrazione Carter.

 

In caso di invasione di terra per impadronirsi del territorio iraniano – l’isola di Khar è l’obiettivo di occupazione più frequentemente pubblicamente riferito – il presidente degli Stati Uniti si troverebbe quasi inevitabilmente in una situazione in cui diversi soldati americani potrebbero essere fatti prigionieri.

 

Tutti i casi sopra menzionati presentano una grande differenza che li distingue dalle attuali azioni dell’amministrazione Trump: non erano operazioni lanciate solo per servire gli interessi di un paese straniero.

 

Sebbene gli israeliani abbiano certamente svolto un ruolo nello spingere gli Stati Uniti ad iniziare la guerra in Iraq, questo conflitto ha permesso di affermare il dominio di Washington sulla regione e di porre gli stati arabi del Golfo più sotto il suo controllo;

 era, ovviamente, una guerra che poteva essere vinta.

Le conseguenze dell’invasione non furono immediate;

l’opinione pubblica americana credeva nel nuovo “nemico islamico” che aveva sostituito la narrazione della “minaccia rossa”, trasmessa alle popolazioni dell’Occidente collettivo durante la Guerra Fredda.

 

La guerra del Vietnam si basava sull'incidente del Golfo del Tonchino - un'operazione false flag - per giustificare il conflitto, mentre la guerra in Iraq ha trovato la sua giustificazione negli attacchi dell'11 settembre. Quanto all'Iran, non era nemmeno necessario invocare alcun incidente come pretesto; l'operazione è stata effettuata in fretta e con negligenza.

Questa volta, l'Iran è riuscito a usare la chiusura dello stretto di Hormuz come mezzo di pressione sugli Stati Uniti, mentre il movimento yemenita Ansar Allah stringe il vizio imponendo un contro-blocco all'Arabia Saudita nel Mar Rosso.

 Se le forze armate yemenite decidessero di agire, potrebbero anche bloccare completamente lo stretto di Baby-le-Mandeb, paralizzando due delle rotte commerciali più importanti del mondo.

L'Iran ha dimostrato la sua capacità di bombardare senza sosta le basi militari statunitensi e sconfiggere i tentativi della Marina degli Stati Uniti di coordinare l'uscita delle navi del Golfo.

 

Anche il complesso militare-industriale degli Stati Uniti soffre di aspre battute d'arresto:

 l'Iran è riuscito ad abbattere almeno un jet da combattimento F-15 e ha persino bloccato il suo obiettivo su un F-35 - colpendolo al punto da costringerlo a un atterraggio di emergenza.

Gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo, che si erano impegnati a investire migliaia di miliardi di dollari nell'economia degli Stati Uniti, stanno subendo le piene conseguenze economiche del conflitto;

 alcuni territori potrebbero persino diventare inabitabili in caso di escalation della guerra.

 Che si tratti di proiezione di potere, della vendita di armi, dell’appropriazione di risorse o dell’immagine della vittoria, non c’è nulla da guadagnare.

 

Solo gli israeliani hanno qualcosa da ritirare da questa guerra profondamente impopolare.

Stanno cercando di usare l'esercito americano per fare il lavoro sporco: per degradare le infrastrutture iraniane e per infliggere un colpo economico alla Repubblica islamica.

 È che Tel Aviv capisce bene che non può svolgere questo compito da solo;

finché è in grado di prendere i colpi che gli vengono inflitti, è pronto a continuare a usare l'amministrazione Trump per servire i suoi interessi.

 

Gli Stati Uniti non hanno mai condotto una guerra del genere, una guerra persa a tutti i livelli e hanno combattuto al solo scopo di soddisfare gli obiettivi espansionistici di un regime straniero canaglia.

Donald Trump non assomiglia a Jimmy Carter o al figlio di George Bush; sarà ricordato come il presidente che ha iniziato una guerra di aggressione per conto di un regime genocida, che ha molto poco a cuore le conseguenze per gli Stati Uniti e il resto del mondo, a condizione che continui ad avere il sostegno necessario per raggiungere i suoi obiettivi:

 costruire un impero regionale basato su un'ideologia suprematista.

(Al Maiden).

(ISM-Francia).

 

 

L'assalto.

 Ariannaeditrice.it - Fabio Filomeno – (31/07/2026) – Redazione – ci dice:

 

L’assalto a Ceuta – che molti politici indignati non sapevano neanche dove fosse sulla carta geografica – ce lo meritiamo.

Dopo decenni di politiche menefreghiste forse l’Europa avrà capito che l’immigrazione clandestina è un problema di tutti.

 Non possono vedersela da soli i paesi che si affacciano sul mediterraneo come l’Italia, la Spagna o la Grecia come vorrebbe l’assurdo trattato di Dublino.

E non prendiamoci in giro:

quei sessantamila che hanno invaso Ceuta non scappano da guerre e persecuzioni.

 Sono migranti economici che vogliono venire in Europa perché sanno che si sta meglio (difficile dire ancora per quanto!).

Quindi che fare?

Semplicemente quello che non abbiamo mai fatto fino a adesso.

 Con l’Africa l’Europa deve vivere in simbiosi e creare le condizioni perché rimanga agli africani.

Ma per farlo serve un cambio di paradigma e guardare all’Africa non come un problema ma come un’opportunità di impresa e di lavoro anche per noi europei.

Si tratta di riprendere seriamente il progetto “l’Africa per l’Africa” sognato da Enrico Mattei, uno dei pochi progetti di sviluppo per il continente africano basato su concreti e pragmatici programmi di collaborazione tecnico economica come alternativa allo sfruttamento neocolonialista.

 Mattei diceva:

 «Vogliamo sviluppare le risorse dell'africa perché il continente possa crescere.

Abbiamo investito fin dall'inizio sul capitale domestico per promuovere lo sviluppo locale.

 La chiave di tutto è l'accesso all'energia per portare sviluppo e stabilità, permettendo all'africa di sfruttare il suo potenziale per la crescita.»

Finora, invece, l’Europa l’energia l’ha spesa per sostenere la guerra in Ucraina – per la gioia del trafficante d’armi nonché candidato al Nobel per la pace Zelensky – indebitando i popoli europei e lasciando che i flussi immigratori, gestiti o non gestiti, costituissero foraggio per la propaganda politica.

 

 

 

Dal Golfo Persico al Levante:

verso un finale negoziale.

Ariannaeditrice.it - Filippo Bovo – (31/07/2026) – Redazione – ci dice:

 

Dal Golfo Persico al Levante: verso un finale negoziale.

(Le nuove vie del mondo).

Come già notato negli scorsi articoli, nella notte tra il 17 e il 18 luglio vi è stata una svolta significativa, con la morte di due militari americani:

 non avveniva da marzo.

Un attacco missilistico iraniano ha colpito infatti la base di Muwaffaq Salti ad Al-Azra, in Giordania:

 la soldatessa Isabella Gonzales, 19 anni, e il primo tenente Tyler James Fearn, 25 anni, sono morti sul colpo, mentre di un altro disperso, il sergente Angel S. Ramperai, 28 anni, è stata confermata la morte successivamente.

 Altri quattro militari, secondo l’”Institute for the Study of War”, sono stati evacuati in condizioni critiche.

Come reazione, gli USA hanno lanciato la loro ottava notte consecutiva di bombardamenti, col CENTCOM che, almeno stando a Fox News, s’è concentrato soprattutto su siti di sorveglianza, infrastrutture logistiche, depositi di armi sotterranei e capacità marittime.

Cito volutamente Fox News e altre fonti americane, come l’ISS o lo stesso CENTCOM coi suoi bollettini, proprio per dare un’idea dell’immensa visione propagandistica con cui gli USA e la loro Amministrazione hanno nuovamente tentato, sempre con scarso successo, di trasmettere al proprio pubblico e ai mercati un’ormai sfumata immagine di superpotenza, come tale in grado di distruggere completamente un nemico ancora restio, malgrado le distruzioni precedenti, a lasciarsi piegare.

Quell’epoca è finita, ma l'establishment americano, insieme a chi ne dipende, non è ancora del tutto pronto ad accettarlo.

 

 I danni agli impianti di desalinizzazione di Benji, presso Jack, Hormozgan, causati dagli attacchi USA, hanno lasciato senza acqua potabile circa 10mila persone in venti villaggi.

 Altri hanno invece riguardato gli impianti energetici, portando il Ministero dell’Energia a consigliare ai cittadini nelle province meridionali di contenere i consumi onde prevenire i blackout.

Danni dunque limitati, in un paese che ha dimostrato rapide capacità di ricostruire le infrastrutture danneggiate;

con una rete elettrica concepita per resistere a lunghi attacchi e come tale altamente decentrata, laddove nei paesi del Golfo e in Israele è centralizzata e con pochi attacchi può rapidamente collassare con un effetto a caduta;

e che, abbondando di risorse idriche proprie, dipende dagli impianti di desalinizzazione per il 2%, mentre quei paesi ne dipendono, in base ai casi, dal 70 al 100%.

Le reazioni iraniane, se dirette contro siti energetici e idrici altrui, possono sortire effetti letali:

 a maggior ragione in questa stagione, il solo blocco dei condizionatori renderebbe invivibile la permanenza in ampie aree della regione, mentre la perdita dell’acqua desalinizzata costringerebbe milioni di persone ad un immediato espatrio.

Personalmente, ho sempre nutrito la convinzione che parte dei settori strategici di USA ed Israele desiderino questo tipo di reazione da parte iraniana, così da giustificare un loro distruttivo intervento contro l’Iran agli occhi della platea internazionale.

Ad impedirlo, la conflittualità con altri settori all’interno di quegli ambienti decisionali, governativi e militari che siano, che questa guerra ha non a caso sempre più espresso.

Nei giorni seguenti, come ad esempio il 19 luglio, l’Iran ha continuato a colpire le basi USA nella regione, dalla Giordania al Bahrain, col generale Mohsen Reziari che ha minacciato Washington di “distruzioni a piena scala” qualora gli attacchi americani fossero proseguiti anche nelle successive 48-72 ore.

 È stato però il 20 luglio che abbiamo assistito ad un serio salto di qualità, con l’entrata in azione di Ansar Allah, gli sciiti yemeniti. Molti li chiamano sbrigativamente Houthi, e anche in queste pagine è capitato di farlo; ma è opportuno ricordare che “Houthi” era solo l’appellativo del loro fondatore, Husayn Badr al-Din al-Houthi.

 Ansar Allah, ovvero “Partigiani di Dio”, è dunque il loro unico vero nome.

Il blocco parziale dello Stretto di Baby le-Mandeb contro l’Arabia Saudita, attuato da Ansar Allah il 20 luglio, merita più approfondite osservazioni in altra sede, tuttavia una breve cronologia che ne dia spiegazione può qua risultare pertinente.

 Il 3 luglio gli sciiti yemeniti hanno affrontato dei caccia sauditi intenti ad impedire l’atterraggio di un aereo civile iraniano che riportava dei pellegrini a Sanaa.

Il 5 luglio 16 soldati del Consiglio Presidenziale, il governo dello Yemen del sud, ufficialmente riconosciuto in sede internazionale e sostenuto da Riyad, sono morti in battaglia contro i combattenti di Ansar Allah.

 In risposta, il 13 luglio il Consiglio Presidenziale ha attaccato la pista dell’aeroporto di Sanaa per impedire l’atterraggio di un altro aereo iraniano.

Ciò ha portato Ansar Allah a colpire l’aeroporto saudita di Abba, indicando in Riyad il reale mandante dell’azione sud yemenita e con questa rompendo la tregua stabilita nel 2022.

Ansar Allah ha presto colpito le petroliere saudite Incelai e Layla, insieme ad un’altra a 70 miglia nautiche, oltre ad indurre altre navi a rettificare od invertire la loro rotta in modo da sottrarsi a possibili attacchi.

L’agenzia SABA, espressione di Ansar Allah, offre un costante bollettino del conflitto in corso con le autorità saudite, trovando rapide conferme anche in altre fonti, a cominciare dalla “Saud Press Agency”.

 

 Il conflitto tra USA e Iran è proseguito anche nei giorni seguenti, con attacchi che soprattutto il 21 luglio si sono largamente intensificati.

 Gli USA, sempre attenendosi al CENTCOM, hanno colpito l’aeroporto di Bushehr, l’isola di Arak, i porti di Chahar e Konrad, oltre a Siri, Dasht, Omilie, Behbahan, Bandar Mashhad, Vendita, Banes, Kabudarahang, Kandahar, Schivar, Abduana, una base aerea a Kabudarahang e una caserma delle forze di terra dell’IRGC a Behbahan, oltre ad un sito produttivo presso Teheran. Tolti pochi obiettivi nel centro e nel nord del paese, come il Kurdistan iraniano, l’azione americana è stata perciò orientata soprattutto alle province meridionali, come Kuzistan, Hormozgan, Sistani e Belucistan.

 Ciò ha rafforzato l’ipotesi di un’azione di terra da parte degli USA, più volte minacciata dal Presidente Trump e fortemente caldeggiata dal premier Netanyahu:

anche in questo caso, le forze americane dovrebbero agire nei non facili terreni di Isfahan, per impadronirsi dell’uranio arricchito celato in un sito tra i 100 e i 145 metri sotto il monte Package, nella catena degli Zagor.

Ad aprile vi era già stato, come molti ricorderanno, un infelice precedente, seppur mascherato dietro il recupero di un pilota americano abbattuto col suo F-15;

 gli americani furono costretti ad una rapida ed infruttuosa fuga, riportando delle perdite mai ufficializzate.

Una parte dei settori di comando USA, evidentemente, ritiene che quell’azione sia andata male solo perché non erano state concentrate forze in quantità adeguate;

va da sé, naturalmente, che ripetere con numeri più ampi un intervento sul suolo iraniano, pur con l’ausilio di modiche forze alleate come ad esempio dal Kurdistan iracheno, non frutterebbe comunque migliori risultati.

Concludendosi soltanto in un’immensa carneficina ben difficile da nascondere a media e pubblico americano, e al mondo intero, segnerebbe un drammatico e scenico tracollo di quanto ancora resta degli USA e della loro immagine di superpotenza a livello regionale e globale.

 

 A quegli attacchi, l’Iran ha reagito colpendo le basi aeree giordane King Faisal ad Al Jafar e Prince Hassan a Marfa, distruggendo gli hangar per gli F-15 e i droni, depositi per elicotteri e alloggi del personale USA, e un sito presso il porto di Aqaba, fatto che ha destato una certa impressione a livello israeliano, data la forte vicinanza col porto di Eilat.

In Kuwait, fatto non inedito, nuovi attacchi hanno riguardato, oltre ai siti militari, anche quelli energetici e per la desalinizzazione.

 Il 22 luglio poi Ansar Allah, come già riportato, ha preso di mira le petroliere Incelai e Layla, mentre altre sette hanno deviato per evitare Baby le-Mandeb, con un traffico marittimo sceso nell’arco di 24 ore da 64 a 30 navi.

 La petroliera cinese Xing Long, dopo un iniziale cambio di rotta, ha invece ripreso tranquillamente la sua direzione verso lo Stretto.

Il 23 luglio il CENTCOM è tornato a bombardare centri di comando militari, depositi di droni, reti di comunicazione, siti di sorveglianza costiera e capacità marittime;

 naturalmente, sempre attenendosi ai suoi bollettini e a ciò che vorrebbero contrabbandare.

Sappiamo infatti che sono stati soprattutto gli obiettivi civili, anziché militari, a venir prediletti dal CENTCOM, con Trump che in una recente conferenza stampa ha rifiutato di rispondere a giornalisti del New York Times che gliene chiedevano la ragione.

Non a caso, proprio quella notte è stato bombardato dalle forze aeree USA il valico di Salacche, tra Iran e Iraq, mentre veniva percorso da pellegrini iraniani in vista dell’Arben, con due morti e undici feriti. Ancora, sempre quella notte gli USA hanno usato per la prima volta un bombardiere B-1, mentre Teheran ha concentrato ampi sforzi nel radere al suolo le basi di Camp Doha, Ali Al Salem, Camp Ariana e Camp Udirai in Kuwait.

Si tratta della strategia iraniana di “de basificazione”, che prosegue oggi a ritmi sempre più massicci con l’obiettivo di privare Washington di ogni suo fruibile presidio militare in tutta la regione.

Ciò sta portando, come già notato negli articoli precedenti ed ormai riportato anche da media ed analisti americani, al graduale seppur non confessato ritiro del CENTCOM dai paesi del Golfo ad Israele.

 Nel frattempo, il New York Times ha dato notizia di un rifiuto iraniano ad una proposta americana di tregua, smentendo Trump che proprio poco prima aveva assicurato, per l’ennesima volta, che fossero gli iraniani ad implorarlo per un accordo con cui fermare la guerra.

 

 Gli USA hanno dunque preso momentaneamente atto della loro impossibilità a portare avanti la guerra.

Il 24 luglio, per la prima volta in quasi due settimane, il CENTCOM non ha comunicato nuovi attacchi contro l’Iran, sebbene media iraniani abbiano parlato di esplosioni a Qeshm e Bandar Abbas.

 L’IRGC ha colpito e distrutto il data center di Amazon in Bahrain usando missili da crociera, in risposta al bombardamento di un sito nucleare in costruzione a Darkhovin, ed avvertito anche altre compagnie dell’hi-tech come Google, Apple, Microsoft e OpenAI, col suo sito Star Gate di Dubai, di possibili interventi in caso di nuove azioni contro Teheran.

L’apporto dato da queste compagnie al Pentagono per i suoi interventi militari è infatti a dir poco insostituibile, ad esempio per l’individuazione degli obiettivi o il tracciamento dei missili, con l’IRGC che motiva i suoi bombardamenti ai loro data center come una risposta legittimamente difensiva. Amazon aveva già riportato seri danni a marzo ed aprile, tanto da classificare l’intera regione in hard-down, ovvero in crash totale dei sistemi, tra reti, terminali ed altro hardware.

 Trump, in un’intervista ad “Axios”, ha affermato di esser “vicino a prendere una decisione” per “un massiccio attacco, più grande che mai”, con Israele che “si unirebbe in due minuti”, pur subendo delle “conseguenze”; ma a rafforzarsi è intanto l’impressione che gli USA, nel loro vuoto di strategia, cerchino soprattutto una via d’uscita, per quanto fortemente pressati in senso opposto da Tel Aviv.

Sempre in quelle ore il Wall Street Journal ha annunciato che Bahrain e Kuwait, col supporto aereo ed intelligence degli EAU, hanno segretamente inviato i propri caccia per colpire obiettivi in Iran, una notizia che non pare discostarsi molto, per significato, dagli attacchi sauditi contro Ansar Allah di quegli stessi giorni;

sebbene occorrano sempre giorni per verificare l’effettivo realismo di certe notizie, è in ogni caso certo che non da ora Washington abbia intensificato le sue pressioni sui paesi del Golfo al fine di trascinarli nel conflitto.

 Il tentativo americano di far perno sulle quinte colonne interne a quei paesi, per porre dinanzi ad uno sgradito fatto compiuto i loro ambienti più moderati ed inclini a compiere passi costruttivi verso Teheran, suona in questo momento come un approccio ibrido tra un estremo gesto per dare continuità al conflitto e un deliberato ed incosciente avvelenamento dei pozzi.

Quanto fatto a suo tempo da Saddam Hussein ritirandosi dal Kuwait, parte degli ambienti USA vorrebbero farlo oggi lasciando il Medio Oriente, seppur in senso più politico e metaforico che “fisico” e “petrolifero”; forse.

 

 Così, anche il successivo 25 luglio non abbiamo visto annunci ufficiali di attacchi da parte del CENTCOM, col ministro della Salute iraniano, Hossein Kermanpour, che su X ha dichiarato che finalmente “l’Iran ha avuto una notte tranquilla”.

Ansar Allah ha tuttavia rivendicato un attacco missilistico su Jizan, in Arabia Saudita, in risposta a precedenti bombardamenti sauditi su Hodeida come ritorsione per i lanci contro le petroliere. Comprensibilmente, le dichiarazioni saudite e yemenite non collimano sulla tipologia di bersagli colpiti: solo militari per le prime, soprattutto civili per le seconde.

Ancora, fonti saudite hanno riportato l’intercettazione di lanci yemeniti contro le raffinerie di Yambo, terminale portuale sul Mar Rosso con cui oggi Riyad può ancora esportare giornalmente 7 milioni di barili, in larga parte provenienti da Abcasi, sul Golfo Persico, a cui è collegato da un vitale oleodotto.

Nel mentre, Trump ha annunciato l’arrivo nella prossima settimana del premier Netanyahu;

molti ricorderanno che la visita, inizialmente prevista per metà luglio, era stata poi rinviata a fine mese in un momento apparentemente non facile per le relazioni tra USA ed Israele.

Nel concludere questa lunga rassegna, è infine opportuno segnalare un fatto tutt’altro che di poca valenza:

sempre il 25 luglio, l’IRGC ha comunicato di aver fermato con colpi d’avvertimento quattro navi che tentavano di violare le rotte prescritte per lo Stretto di Hormuz.

La notizia, in sé molto tecnica, assume un forte significato alla luce degli importanti progressi negoziali registrati da Iran e Oman per una gestione congiunta della navigazione lungo la rotta di Hormuz, annunciata con la creazione di un tavolo di lavoro lo scorso 23 giugno.

I movimenti delle navi, i servizi marittimi e i costi di navigazione saranno unitamente affrontati da Teheran e Muscat nel pieno e reciproco rispetto della loro sovranità.

Stiamo dunque entrando in una fase di progressivo contenimento delle tensioni.

I progressi negoziali “Iran omaniti” assestano infatti un duro colpo ai già visti tentativi di Washington di sfruttare le acque di Muscat per imporre rotte parallele a quelle iraniane, e che peraltro l’azione militare dell’IRGC aveva prontamente fatto naufragare;

mentre i colpi di Ansar Allah al complesso di raffinazione ARAMCO di Jizan, che quotidianamente lavora 400mila barili, ha rivelato la grande vulnerabilità delle infrastrutture energetiche dell’intera regione, da cui dipende la vita di milioni di cittadini di quei paesi e il fabbisogno, non solo energetico, del 20% del pianeta.

 

 

 

 

La sfida dell’immigrazione.

Le destre illiberali agitano paure,

le sinistre progressiste le rimuovono.

Quotidiano.net – (2 agosto 2026) – Raffaele Marmo – Redazione -  ci dice:

La questione migratoria è ridotta a minaccia identitaria o negata come questione reale. Ma una società aperta non vive senza confini regolati e integrazione esigente.

(L'assalto dei migranti alla frontiera spagnola a Ceuta).

 

Roma, 2 agosto 2026 – L’immigrazione è il punto nel quale la crisi delle democrazie liberali smette di essere soltanto economica e diventa culturale, simbolica, quasi esistenziale.

Tocca il lavoro e la casa, la scuola e la sicurezza, il welfare e l’identità, ma soprattutto mette alla prova la capacità di una società aperta di non confondere l’apertura con la rimozione di ogni criterio di governo del fenomeno.

 La destra, non a caso, vince quando trasforma l’immigrazione in paura identitaria.

La sinistra perde quando risponde come se quella paura fosse sempre e soltanto ignoranza, razzismo, regressione morale.

In mezzo resta il vuoto della politica:

il luogo nel quale una questione reale viene consegnata alla sua caricatura.

 

Una democrazia liberale non può vivere senza confini.

Può scegliere di renderli permeabili, regolati, umani, coerenti con il diritto internazionale e con i bisogni dell’economia, ma non può fingere che non esistano.

 Il confine non è necessariamente un muro:

 è la forma attraverso cui una comunità politica decide chi entra, a quali condizioni, con quali diritti, con quali doveri, dentro quale percorso di cittadinanza.

Rimuoverlo culturalmente significa regalarlo a chi lo trasforma in feticcio.

“Michael Walzer” aveva colto questo punto con nettezza:

 la distribuzione dell’appartenenza è una delle decisioni più delicate di una comunità democratica, perché da essa dipende la tenuta stessa della solidarietà interna.

 

I numeri, del resto, spiegano che non siamo davanti a un fenomeno marginale.

Tutt’altro.

Al 1° gennaio 2025 vivevano nell’Unione europea 46,7 milioni di persone nate fuori dall’Ue, pari al 10,4 per cento della popolazione, oltre a 18 milioni di residenti nati in un altro Stato membro.

L’Ocse rileva che nel 2024 la migrazione permanente verso i Paesi membri è scesa del 4 per cento rispetto all’anno precedente, ma con 6,2 milioni di nuovi ingressi è rimasta superiore del 15 per cento ai livelli del 2019.

 

Il punto, dunque, non è negare l’immigrazione né assolutizzarla.

 È governarla.

 Le società occidentali, invecchiate, con bassi tassi di natalità e settori interi in carenza di manodopera, non possono permettersi l’illusione dell’autosufficienza demografica.

Ma proprio perché l’immigrazione è necessaria, non può essere trattata come un processo spontaneo, lasciato a mercati del lavoro opachi, scuole impreparate, periferie congestionate e amministrazioni locali sole.

 

È in questo tornante che si colloca l’errore più grave del progressismo europeo.

Per anni ha difeso, giustamente, il principio della dignità della persona migrante, ma troppo spesso ha esitato a pronunciare le parole governo, limite, integrazione, sicurezza, obblighi.

 Ha temuto che ogni discorso sull’ordine diventasse concessione alla destra.

Così facendo, ha lasciato che fosse la destra a parlare ai cittadini dei problemi concreti:

le classi sovraccariche, gli alloggi insufficienti, i quartieri dove convivenza e marginalità si sovrappongono, il lavoro povero che mette in concorrenza fragilità diverse, la piccola criminalità che diventa prova generale di una paura più ampia.

La destra illiberale compie l’operazione opposta e speculare. Prende problemi veri e li riduce a un’unica narrazione:

 lo straniero come causa del declino, il confine come redenzione, l’identità come proprietà esclusiva dei nativi.

Non propone integrazione, ma separazione morale.

Non distingue tra lavoro regolare, asilo, clandestinità, cittadinanza, seconde generazioni.

Mescola tutto in un’unica emozione politica.

È la logica amico-nemico applicata alla società plurale: non si governa la complessità, la si concentra in un volto esterno contro cui mobilitare il risentimento interno.

Eppure, l’integrazione non è un ornamento etico.

È una politica pubblica dura, costosa, quotidiana. Significa lingua, scuola, casa, lavoro, legalità, riconoscimento delle competenze, cittadinanza possibile ma non automatica, doveri esigibili e diritti effettivi.

Non è un dettaglio amministrativo:

 è il cuore della questione democratica, perché dove l’integrazione fallisce non nasce soltanto marginalità migrante, nasce anche paura nativa.

 

I dati mostrano quanto questa sfida sia concreta.

Nel 2025, nell’Ue, gli abbandoni precoci di istruzione e formazione tra i cittadini non europei erano al 24,7 per cento, contro il 7,7 per cento dei cittadini nazionali.

Queste cifre non parlano soltanto di disuguaglianza:

parlano del rischio di produrre, dentro la stessa società, percorsi paralleli che non si incontrano più.

Anche il lavoro conferma l’ambivalenza.

 Gli immigrati sono indispensabili in molti settori, ma se l’immigrazione viene assorbita solo dal lavoro povero, diventa carburante per due ingiustizie:

sfruttamento di chi arriva e risentimento di chi già vive ai margini.

La casa è l’altro luogo nel quale l’astrazione diventa conflitto.

 In quartieri già fragili, dove mancano alloggi pubblici, trasporti, servizi, presidi educativi e sicurezza urbana, l’arrivo di nuovi bisogni viene percepito non come arricchimento, ma come competizione.

 Senza governo la convivenza viene scaricata sui più deboli: immigrati poveri e nativi impoveriti.

 

“Georg Simmel”, nel suo saggio sullo straniero, descriveva una figura insieme vicina e lontana:

 qualcuno che appartiene al gruppo proprio perché viene da fuori, e che per questo ne rivela tensioni, paure, ipocrisie.

Mostra ciò che la società preferirebbe non vedere di sé stessa.

 

La risposta liberalsocialista deve sottrarsi a entrambe le scorciatoie.

Contro la destra, deve affermare che nessuna società libera può fondarsi sulla gerarchia etnica della protezione, né trasformare il migrante nel capro espiatorio della globalizzazione, dell’austerità, del lavoro povero e della crisi dei servizi.

Contro la sinistra delle rimozioni, deve dire che l’universalismo senza istituzioni diventa retorica, e che la solidarietà vive solo se è organizzata, finanziata, regolata, resa compatibile con la vita ordinaria delle comunità.

 

Il confine che la destra idolatra e che la sinistra rimuove va recuperato non per chiudere la democrazia, ma per salvarne la forma politica.

Perché solo una comunità che sa governare l’ingresso può rendere credibile l’inclusione, solo una società che pretende doveri può garantire diritti, solo uno Stato che protegge i più fragili, nativi e immigrati, può impedire che la competizione tra poveri diventi la materia prima del non liberalismo.

 La destra promette ordine contro apertura.

La sfida è dimostrare che l’apertura può avere ordine, e che proprio per questo non deve avere paura della libertà.

 

 

Sviluppo e Economia.

La variabile nascosta che decide l’impatto dell’immigrazione.

Mondoeconomico.eu – (31 marzo 2026) – Giuseppe Russo – Redazione – ci dice:

Un modello strutturale calibrato su tre economie europee mostra che la politica migratoria ottima non dipende dal numero degli immigrati, ma dalla qualità della loro integrazione produttiva.

 Per l’Italia, basterebbero riforme circoscritte per trasformare l’immigrazione da costo a investimento, con un gettito fiscale aggiuntivo di 5–12 miliardi di euro l’anno.

 

Emergenza o meccanismo economico?

Nel 2024, oltre 160 milioni di persone nate all’estero risiedevano nei paesi OCSE, pari all’11,5% della popolazione totale.

Le domande di asilo hanno raggiunto il massimo storico di 3 milioni.

E tuttavia il dibattito politico europeo resta intrappolato in un frame binario: «frontiere aperte» contro «fortezza».

Come se la scelta fosse tra due sole possibilità, ciascuna con il proprio corredo di semplificazioni e di paure.

 L’economia racconta una storia più sfumata, e soprattutto più utile.

 

L’immigrazione non è turismo.

 Non è un flusso esogeno che un governo subisce o respinge:

 è una variabile endogena del sistema economico, plasmata da differenziali di produttività, strutture demografiche, frizioni del mercato del lavoro e architetture istituzionali.

Di conseguenza, la politica migratoria ottima non è una scelta binaria, né puramente quantitativa.

Non si riduce al numero di visti stampati dal decreto flussi.

 È una funzione delle condizioni strutturali del paese e cambia — radicalmente — al mutare di quelle condizioni.

Ho provato a dimostrarlo costruendo un modello strutturale che integra la migrazione in un quadro di equilibrio generale con lavoratori eterogenei, produzione multi-settoriale, mobilità imperfetta ed esternalità di integrazione, e calibrandolo su tre economie europee: Germania, Spagna e Italia.

Il risultato principale è che il segno della politica migratoria ottima — se convenga tassare (ostacolare) o sussidiare (favorire) l’immigrazione — dipende da quanto (e come) produttivamente siano integrati/integrabili gli immigrati nel tessuto economico. Si vede che se cambiano i parametri dell’integrazione (le politiche), si capovolge la soluzione.

 

La trappola demografica europea ed italiana.

Partiamo dai numeri.

L’Italia ha un tasso di fecondità totale di 1,18 figli per donna, il più basso della sua storia.

 L’indice di dipendenza degli anziani è a 38,3:

 significa che per ogni cento persone in età lavorativa ce ne sono quasi quaranta oltre i 65 anni.

L’ISTAT proietta un declino demografico del 22% entro il 2080, da 59 milioni a circa 46 milioni di abitanti.

La popolazione in età lavorativa si contrarrà di quasi un terzo entro il 2050.

 In queste condizioni, l’immigrazione non è una questione culturale:

 è una necessità attuariale per il sistema pensionistico e un requisito strutturale per la forza lavoro.

 La Germania ha 1,35 figli per donna e un’età mediana di 45,8 anni; la Spagna ne ha 1,19 e 45,2.

 L’intera Unione Europea perderà circa 40 milioni di persone in età lavorativa entro il 2050.

La domanda di migrazione nelle economie avanzate non è guidata dalla generosità e dall’altruismo, ma dalla demografia.

L’Italia, poi, ha perfino una storia peculiare da raccontare.

Per un secolo, dal 1860 al 1970, fu uno dei grandi paesi di emigrazione: circa 26 milioni di italiani lasciarono il paese.

La trasformazione in terra di accoglienza iniziò negli anni Ottanta e accelerò dopo il 2000:

i residenti nati all’estero sono cresciuti da 1,3 milioni nel 2001 a 5,3 milioni nel 2024.

Nello stesso anno il saldo migratorio netto internazionale è stato di +244 mila unità, con un dettaglio su cui riflettere:

 l’emigrazione italiana è cresciuta del 36,5%, concentrata tra i giovani adulti di 25–44 anni ad alta scolarizzazione, diretti verso Germania, Spagna e Regno Unito.

Il paese importa braccia e esporta cervelli:

 è il sintomo di un’economia che non riesce a valorizzare né i talenti che ha, né quelli che arrivano.

 

Un modello che misura quanto conta l’immigrazione, non quanta è

Il modello produce una formula risolutiva chiusa per la tassa migratoria ottima:

un numero che può essere positivo (conviene frenare l’immigrazione) o negativo (conviene incentivarla).

La formula si riduce a tre componenti, ciascuna con un significato economico preciso.

La prima è la componente di monopsonio.

Il paese ospitante esercita potere di mercato sulla manodopera migrante.

Un bracciante dell’Africa subsahariana che arriva nel Mezzogiorno ha pochissime destinazioni alternative realistiche:

 il suo ventaglio di opzioni è ristretto, e questo dà all’Italia un potere contrattuale sproporzionato.

Un ingegnere romeno che valuta la Germania, invece, sa di avere anche Austria, Olanda e Scandinavia come opzioni credibili: se Berlino peggiora le condizioni, lui si muove altrove.

 È esattamente il meccanismo della tariffa ottima nel commercio internazionale: più rigida è l’offerta, più il compratore può estrarre rendita.

La seconda è la componente di congestione.

 Ogni migrante non occupa solo un posto di lavoro: occupa anche un posto in una scuola per i figli, un letto d’ospedale potenziale, un alloggio.

 Quando i numeri sono contenuti, il sistema assorbe senza tensioni visibili.

Ma oltre una certa soglia, ogni arrivo aggiuntivo genera un costo marginale crescente che non ricade sul migrante stesso, bensì sulla collettività.

È un’esternalità negativa classica.

 Il pronto soccorso dimensionato per centomila residenti regge duemila utenti aggiuntivi; ne soffre visibilmente con diecimila; a ventimila è in crisi strutturale.

La terza è la componente di beneficio fiscale.

Quando gli immigrati sono contribuenti netti — versano più in tasse di quanto ricevano in servizi — questo termine entra nella formula come motivo di sussidio, riducendo la tassa ottima e potendola rendere negativa.

I dati europei mostrano che nei paesi con forte integrazione nel mercato del lavoro gli immigrati sono contribuenti netti;

 nei paesi con integrazione debole e maggiore informalità — tra cui l’Italia — il contributo è inferiore o negativo.

 

Tre paesi, tre equilibri e il caso speciale italiano.

Abbiamo calibrato il modello su Germania, Spagna e Italia, con uno scenario aggiuntivo per l’Italia dopo ipotetiche riforme strutturali.

 I parametri riflettono condizioni reali:

 l’elevato contributo fiscale degli immigrati in Germania (dove il tasso di occupazione degli stranieri è tra i più alti d’Europa),

 la segmentazione del mercato del lavoro spagnolo, e il caso italiano con la sua combinazione di informalità, bassi salari degli immigrati e frizioni istituzionali.

La tabella riassume la decomposizione della tassa ottima.

 

Tabella 1. Tassa migratoria ottima e decomposizione (% del salario medio).

Valori negativi indicano sussidio.

 Italia (rif.) = scenario post-riforma: contributo fiscale +10%, costo integrazione ridotto - Elaborazione Centro Einaudi

La politica ottima della Germania sarebbe un sussidio del 3%:

il forte contributo fiscale degli immigrati più che compensa monopsonio e congestione.

La Spagna si colloca in territorio di piccola tassa positiva, al 2,8%, riflettendo ritorni fiscali più deboli. L’Italia, nelle condizioni attuali, mostra una tassa positiva del 2,9% — non perché l’immigrazione sia «troppa», ma perché l’integrazione produttiva è troppo debole.

L’ultima colonna a destra ci sottopone uno scenario.

 Lo scenario di riforma italiano — se si portasse il contributo fiscale netto dal 5% al 10% e se si riducessero i costi di integrazione attraverso politiche ad hoc — si invertirebbe il segno della politica ottima da +2,9% a −1,3%.

Il livello di immigrazione diventerebbe razionalmente sussidiabile anziché tassabile.

La distanza tra la Germania e l’Italia nella formula è fatta di scelte istituzionali diverse.

 

Il Pil che si perde o guadagna cambiando le politiche

Le simulazioni macroeconomiche, condotte usando una funzione di produzione standard con i dati italiani (PIL di 2.000 miliardi, pressione fiscale del 42%, 2,5 milioni di lavoratori immigrati), traducono i parametri in cifre.

 

Tabella 2. Impatto macroeconomico degli scenari di riforma, Italia.

 

Base: PIL = €2.000 mld, pressione fiscale = 42%, lavoratori immigrati = 2,5 mln, salario medio = €30.000 - Elaborazione Centro Einaudi

Anche nello scenario prudente, che ipotizza un aumento di produttività degli immigrati di appena il 5%, la riforma produce circa 5 miliardi di euro di gettito fiscale aggiuntivo annuo: una cifra paragonabile a una riforma fiscale di medio calibro.

Nello scenario ottimistico, il dato si avvicina ai 12 miliardi, con un miglioramento persistente del rapporto debito/PIL.

Su un decennio, l’effetto cumulato sulle finanze pubbliche sarebbe di tutto rispetto per un paese con un debito al 135% del PIL e una spesa pensionistica che assorbe oltre il 16% del prodotto.

 

Italia: bisogno alto, capacità bassa.

L’Italia è la grande economia europea con il fabbisogno demografico più acuto — fecondità più bassa, dipendenza degli anziani più alta, contrazione della forza lavoro più rapida — eppure ha la capacità istituzionale di integrazione produttiva più debole tra i paesi UE-15. Informalità elevata, mercato del lavoro segmentato, salari degli immigrati più bassi rispetto ai nati in Italia.

È come un organismo che ha bisogno di un nutriente ma non riesce a metabolizzarlo:

il problema non è l’assenza dell’input, ma l’incapacità di trasformarlo in energia.

Il basso contributo fiscale netto degli immigrati in Italia non è una caratteristica intrinseca di chi arriva.

Gli immigrati sono, in media, più giovani e potenzialmente più economicamente attivi della popolazione residente.

 Il problema è istituzionale:

 il lento riconoscimento delle credenziali (l’Italia impiega tempi molto più lunghi di Germania o Paesi Bassi per validare un titolo professionale), la dominanza dei settori informali e del lavoro sommerso, l’accesso limitato alla formazione, il mismatch geografico tra luogo di insediamento e domanda di lavoro. L’85% degli immigrati si concentra nel Centro-Nord, spesso dove il mercato abitativo è già saturo, mentre intere zone del Mezzogiorno e delle aree interne hanno domanda di lavoro insoddisfatta e patrimonio immobiliare inutilizzato.

Un lavoratore qualificato dei paesi poveri che emigra verso un paese ricco tende a finire nel settore a bassa produttività, non per mancanza di competenze, ma per puro arbitraggio salariale: un lavoro «povero» nel paese ricco domina un lavoro «ricco» nel paese povero. Il modello dimostra che questo non è un fallimento individuale, ma un equilibrio strutturale. E simmetricamente, i lavoratori nati in Italia qualificati rifiutano il settore a bassa produttività non per pigrizia — l’eterno refrain dei «bamboccioni» — ma per arbitraggio intertemporale razionale: aspettare un posto nel settore qualificato è la scelta ottima. La produttività assoluta del paese non conta; conta il differenziale tra settori e la liquidità del mercato del lavoro qualificato.

 

Immigrazione, da costo a investimento, come?

Alla fine, il modello suggerisce qualche destinazione sulla mappa delle riforme che potrebbero invertire il segno della politica ottima italiana.

Riconoscimento accelerato delle qualifiche straniere, che oggi costringe ingegneri e tecnici a lavorare come braccianti o rider per anni.

Politiche attive del lavoro che colleghino domanda e offerta in modo sistematico, anziché lasciare il matching alle reti informali.

Regolarizzazione dell’occupazione sommersa, perché ogni lavoratore che passa dall’economia informale a quella formale aumenta direttamente il contributo fiscale netto.

Formazione linguistica strutturata:

 la padronanza dell’italiano è il singolo predittore più forte di mobilità occupazionale ascendente per un immigrato, eppure i Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti raggiungono appena 100–110 mila iscritti l’anno a fronte di 5,3 milioni di residenti stranieri, con liste d’attesa ovunque e un finanziamento pubblico limitato.

Meccanismi di riallocazione geografica, come quelli che la Germania pratica con il Königsteiner Schlüssel, il Canada con i Provincial Nomine Programs, l’Australia con i visti regionali: strumenti che collegano l’insediamento degli immigrati alla domanda territoriale di lavoro. L’Italia non dispone attualmente di alcuno di questi meccanismi.

Il decreto flussi annuale, con il suo rituale di quote numeriche, è uno strumento necessario ma insufficiente se non accompagnato da interventi che modifichino i parametri di impiego dei flussi nell’economia.

 Un paese che migliora la propria capacità di integrare produttivamente gli immigrati non ottiene solo risultati sociali migliori:

modifica l’economia stessa della migrazione, trasformandola da voce di spesa a fonte di prodotto.

 

Governare i flussi o subirne gli effetti.

L’algebra è indifferente all’ideologia, e questo è il suo pregio.

Ci dice che la scelta reale non è tra immigrazione e non-immigrazione:

l’immigrazione c’è già, e la demografia garantisce che continuerà.

La scelta è tra un’immigrazione mal integrata e fiscalmente improduttiva — quella che alimenta frizioni sociali e consenso restrittivo — e un’immigrazione governata, produttivamente integrata e fiscalmente sostenibile.

In un paese con 1,18 figli per donna, 370 mila nascite l’anno contro 156 mila giovani che emigrano, e una popolazione in età lavorativa destinata a contrarsi di quasi un terzo entro il 2050, è la stessa sostenibilità fiscale e pensionistica a richiedere questa scelta.

Il costo dell’alternativa — non fare nulla e sperare che la demografia si corregga da sola — è misurabile, crescente, e purtroppo non tranquillizzante.

 

 

 

Immigrazione, una risposta politica.

Rivistailmulino.it – (31 luglio 2025) - Fernando Bruno - Giovanni Cocconi – Redazione – ci dicono:

 

Immigrazione, una risposta politica.

(PH: Lu FeTa - Shutterstock.com).

Quasi il 70% delle imprese italiane fatica a trovare personale: serve una politica migratoria che veda l'immigrazione come risorsa cruciale per il futuro demografico ed economico del Paese.

Quasi il 70% delle imprese italiane che manifesta un fabbisogno di personale dichiara di riscontrare “difficoltà di reperimento”.

A dirlo (anzi, a confermarlo di anno in anno) è Confindustria nell’indagine annuale sul lavoro dell’agosto 2024:

“La quota di imprese che dichiarano difficoltà è più elevata nell’industria (73,5%) che nei servizi (65,0%) e cresce con la dimensione aziendale, dal 64,8% nelle imprese piccole, al 72,8% in quelle medie e al 77,6% nelle grandi. Le maggiori problematiche emergono per le competenze tecniche (segnalate dal 69,2% delle imprese con difficoltà di reperimento) e per quelle manuali (47,2%)”.

 

Il tema immigrazione – al centro del dibattito pubblico italiano ed europeo, motore di successi e insuccessi elettorali, bandiera ideologica e identitaria, luogo di scontro tra destra e sinistra, palestra di opposti estremismi tra chi pratica l’idea del respingimento a oltranza e chi postula un’impopolare e complicata politica dell’accoglienza” ab Aeternum” – richiederebbe di essere trattato dalla politica non già come agone di scontro, ma mettendo in campo cultura giuridica, conoscenza dei fatti e capacità di visione.

 

Il segnale del referendum.

La lettura complessa del fenomeno è sostanzialmente estranea al dibattito pubblico.

Nell’immaginario collettivo appare largamente maggioritaria l’idea della perfetta identità tra immigrazione, clandestini, sbarchi, insicurezza.

Non si vede una narrazione politica capace di far passare con forza il concetto che il Paese ha un bisogno estremo di immigrazione legale e programmata.

Tutto questo resta materia riservata di studi e analisi accademiche.

E invece è urgente rovesciare questa identità puramente immaginaria e riportare il dibattito pubblico sul tema alla sua vera dimensione.

 

Compito non facile ove si rifletta sui risultati del referendum di giugno sulla cittadinanza agli immigrati residenti in Italia.

 Come noto, solo il 30% degli aventi diritto si è recato alle urne;

e però, mentre quasi il 90% dei votanti si è espresso a favore dei quattro referendum sul lavoro, il consenso sul referendum sulla cittadinanza agli stranieri si è fermato al 65%.

 Posto che i cinque quesiti hanno mobilitato in larghissima misura il solo elettorato di centrosinistra, la vera notizia uscita dai referendum è che, per dirla con una battuta, anche “molti compagni della Cgil” hanno evidentemente un problema col tema della cittadinanza agli immigrati residenti.

 

All’esito appena descritto difficile resistere alla tentazione di richiamare alla mente le parole del sociologo” Franco Cassano” nel suo pamphlet” L’umiltà del male” (Laterza, 2011) dedicato alla grandiosa parabola dostoevskiana del Grande inquisitore: “Senza un’élite competente e coraggiosa la politica muore. Ma questa spinta morale deve sapersi confrontare con la maggioranza degli uomini, misurarsi con la loro imperfezione, deve diventare politica”.

 

Se l’immigrazione rappresenta una grande questione politica, la politica ha il dovere di affrontarla e governarla con risposte politiche e facendosi carico delle opinioni e delle paure degli elettori.

Per il centrosinistra quel risultato referendario è la fine di un alibi.

Se l’immigrazione rappresenta una grande questione politica, la politica ha il dovere di affrontarla e governarla con risposte politiche, il che significa anche farsi carico delle opinioni della maggioranza degli elettori, anche delle loro imperfezioni, comprese le loro paure.

La paura dello sconosciuto, della persona diversa da sé, è antica come l’umanità. Va compresa, va interpretata, non va semplicemente snobbata con un’alzata di spalle o, peggio, liquidata come sintomo di ignoranza o razzismo. E nemmeno si può opporre alla paura la sola risposta illuministica dei dati e delle cifre.

 Se quella paura fosse anche solo frutto di un errore e di una percezione sbagliata, si dovrebbe lavorare anche su quell’errore e su quella percezione. Secondo i dati dello speciale Eurobarometro sull’immigrazione uscito nel giugno 2022, quasi sette europei su dieci (68%) sovrastimano la quota reale di immigrati nella popolazione e solo un cittadino su cinque (19%) indovina la percentuale di immigrati presenti nel proprio Paese.

In Italia solo un cittadino su quattro stima correttamente la quota reale di immigrati non-Ue e il 53% ritiene l’integrazione un sostanziale insuccesso (contro il 47% del dato Ue).

 

Sia chiaro: l’accoglienza di migliaia di persone disperate dagli altri continenti, spesso in fuga da torture e persecuzioni, rappresenta una grande questione etica e umanitaria, e quindi è giusto difendere il lavoro prezioso di associazioni e ong da chi tenta di ostacolarle o delegittimarle.

 Così come vanno salvaguardati principi e valori di uguaglianza e tolleranza che sono fondamento delle nostre democrazie.

 Ma la risposta della classe politica non può limitarsi a questo o, peggio, alla tentazione di costituirsi in tifoseria di magistrati e ong.

 Se non si affrontano anche paura e disagio, l’elettore cercherà sempre di più la risposta forte della chiusura, per così dire il “modello Albania”, rivelatosi peraltro costosissimo e non esattamente un esempio di geometrica efficienza.

 

Quindi, che cosa fare?

Ecco cinque banali indicazioni di metodo che richiedono un vero e proprio cambio di prospettiva e che, al tempo stesso, devono corrispondere ad altrettanti “es muss sein” per il centrodestra, che va stanato dalla propria comfort zone identitaria e costretto a fare i conti con la realtà.

 

Primo. L’immigrazione va governata non perché costituisca un’emergenza, ma perché rappresenti una risorsa.

 

Secondo. Governarla significa favorire l’immigrazione legale attraverso una cornice di regole (il decreto flussi) da riformare con urgenza.

 

Terzo. Serve un frame discorsivo e comunicativo differente per evitare di schiacciare il fenomeno su una prospettiva emergenziale (gli sbarchi) e di mero ordine pubblico.

 

Quarto. Va sottolineato che l’apporto degli stranieri immigrati sarà sempre più essenziale alla sostenibilità del nostro Welfare.

 

Quinto. Occorre valorizzare le esperienze concrete di integrazione dimostrandone l’utilità sociale e l’apporto fondamentale alla nostra economia.

 

Proveremo di seguito a dare contenuto e sostanza a queste indicazioni partendo da cifre, numeri e documenti e suggerendo l’esigenza di una lettura coordinata e organica di due fenomeni strettamente intrecciati: la crisi demografica e il fabbisogno di capitale umano in età di lavoro.

 

L’Istat stima che la popolazione italiana calerà da 59 a 54 milioni nel prossimo quarto di secolo e ancora fino a 47,7 nel 2070. Il problema – come legioni di economisti e demografi si affaticano inutilmente a dire da tempo – non è lo spopolamento in quanto tale, ma il sovvertimento del rapporto tra popolazione complessiva e popolazione in età di lavoro. Solo la stabilità di questo rapporto tiene infatti in equilibrio i conti pubblici e permette la sostenibilità del Welfare.

 

Trent’anni fa, sempre secondo le sequenze storiche dell’Istat, il rapporto tra under 15 e over 65 in Italia era di 1/1. Oggi abbiamo due over 65 per ogni under 15. In altri termini, l’effetto combinato di calo delle nascite e aumento della speranza di vita ha raddoppiato in soli tre decenni il peso sociale ed economico che grava sulle giovani generazioni, per il sostentamento di quelle in età da pensione.

 

Nella prefazione al numero monografico della rivista “Sinapsi” del 2025, dal titolo Il cambiamento demografico nella realtà italiana: prospettive, cause e conseguenze, si legge: «Non è più il tempo delle diagnosi. Dopo decenni di latitanza di fronte all’inarrestabile avanzare di quello che è di moda chiamare “inverno demografico”, è tempo di agire».

E Alessandro Rosina, ordinario di Demografia alla Cattolica di Milano, ricorda spesso che l’Italia è tra i Paesi che più velocemente si muove nella direzione di uno scenario di maggior invecchiamento e indebolimento della forza lavoro potenziale. Si tratta d’altra parte di dati del tutto familiari ai lettori del “Mulino”, che ha dedicato all’argomento il numero monografico 4/2024.

 

Favorire l’immigrazione regolare: far funzionare il decreto flussi. Per rovesciare le dinamiche dell’inverno demografico e, soprattutto, per correggere lo squilibrio tra popolazione complessiva e popolazione in età lavorativa, è necessario innestare nel corpo vivo del Paese capitale umano in età da lavoro.

Siamo un Paese che decresce dal punto di vista demografico, invecchia velocemente e il cui Welfare rischia letteralmente di saltare in aria.

 È un tema cruciale di cui la politica parla poco e male. La prima reazione sarebbe quella di rivedere la cornice normativa del meccanismo dei flussi di immigrazione legale, correggendo ciò che l’esperienza di questi anni suggerisce.

 

I dati e le analisi fin qui richiamati documentano che, per mantenere stabile la popolazione italiana al livello del 2023, compensando lo squilibrio tra natalità e mortalità e coprendo la perdita derivante dall’incessante dinamica migratoria di giovani italiani verso l’estero (secondo l’Istat, stabilmente attestata oltre 140 mila unità all’anno per tutto il prossimo decennio), l’Italia dovrebbe ammettere nei prossimi venticinque anni un flusso regolare e disciplinato di immigrati dell’ordine di 400-500 mila all’anno.

 

Nel sito dell'Osservatorio Cpi - Conti pubblici italiani del 13 giugno 2025, sotto un titolo autoesplicativo (Di quanti immigrati ha bisogno l’Italia?), Giampaolo Galli, economista e accademico di lungo corso, assieme a due giovani ricercatori della Cattolica di Milano, Nicolò Geraci e Francesco Scivetti, ricorda che a fronte di un fabbisogno di questa dimensione, il decreto flussi 2023 prevede il rilascio di circa 150 mila permessi l’anno, appena un terzo di quanto servirebbe.

 

Investire sui migranti può diventare un’assicurazione sul futuro di tutti noi.

 

Le ragioni del sostanziale fallimento del decreto flussi – relegato fino al 2023 a una sistematica gestione straordinaria ed emergenziale, e mai di fatto decollato (neanche dopo il primo piano triennale a opera dell’attuale governo) quale reale ed efficace strumento di programmazione in ambito economico e lavoristico – sono di natura essenzialmente politica. In altri termini, il fenomeno degli sbarchi e dell’immigrazione illegale ha di fatto nascosto il problema, cioè l’esigenza strategica per il nostro Paese di dotarsi di una regolamentazione e di una disciplina dell’immigrazione legale capace di corrispondere alle effettive esigenze del mercato del lavoro (quindi selettiva) e alla domanda che proviene da tantissime aziende e realtà produttive.

 

Il paradosso di questo sostanziale fallimento è che, a partire dal 2011, al crescere dei numeri dell’immigrazione illegale ha corrisposto un calo dei permessi di lavoro concessi attraverso il decreto flussi. Come documentato da Luca Brugnara (Osservatorio Cpi - Conti pubblici italiani, 1° aprile 2022), “il calo pronunciato delle nuove emissioni dei permessi di lavoro registrato in Italia nel decennio 2011-2020 ha pochi riscontri negli altri paesi dell’Unione europea”.

 Ricordato che nel 2011 il numero di permessi lavorativi rilasciati collocava l’Italia molto al di sopra del valore medio europeo, “Brugnara” osserva che “nell’arco di un decennio, la situazione si è capovolta […].

Nel 2020 l’Italia è stato il penultimo Paese Ue per numero di permessi rilasciati”.

 

Dunque, il primo obiettivo di una politica per l’immigrazione che voglia trasformare il fenomeno in una opportunità è quello di riformare il decreto flussi, sottrarlo definitivamente alla logica emergenziale e farne uno strumento di reale programmazione nell’interesse del Paese e delle molteplici necessità del suo mercato del lavoro.

Agire velocemente ed efficacemente in questa direzione aiuterebbe in prospettiva a invertire lo squilibrio tra popolazione totale e popolazione attiva; a rimettere in asse i conti della spesa previdenziale; ad arrestare il declino demografico; ad ampliare la base imponibile; conseguentemente a sostenere il Welfare.

 

Non è ciò che accade.

 Il nuovo decreto flussi, approvato in Consiglio dei ministri il 30 giugno scorso, pur contenendo alcune novità interessanti (l’aumento del 10% dei permessi previsti rispetto al triennio scorso, il varo – una conferma – del documento di programmazione triennale, la manifestata intenzione di rivedere il meccanismo del click-day), presenta ancora tutti gli elementi che rendono inadeguato lo strumento:

la previsione di circa 160 mila lavoratori l’anno non copre nemmeno un terzo del reale fabbisogno stimato;

 la fissazione delle quote non è accompagnata da idonee garanzie in ordine all’effettivo snellimento delle procedure burocratiche che ne hanno finora ostacolato l’attuazione (si consideri al riguardo che, nel 2023, solo il 23,52% delle quote si è trasformato in permessi di soggiorno e impieghi stabili e regolari);

è ancora insoddisfacente il coinvolgimento delle associazioni datoriali;

manca un elemento di programmazione del fabbisogno su base regionale.

Insomma, investire sui migranti può diventare un’assicurazione sul futuro di tutti noi.

(Rivista il Mulino 2026).

 

 

 

 

Democrazie sotto pressione

tra immigrazione, istituzioni

e partecipazione.

Unictmagazine.unict.it – (5 giugno 2025) - Samuele Bilardo, Matteo Catena e Carlotta La Terra – Redazione – ci dicono: 

 

Nell’aula "XXI marzo" di Palazzo Pedagaggi si è tenuta una tavola rotonda sulle crisi e le trasformazioni della rappresentanza politica in Europa

Le democrazie occidentali stanno attraversando un momento di forti tensioni tra crisi istituzionali, polarizzazione politica e politiche migratorie sempre più restrittive.

 

Temi che, nei giorni scorsi, nell’aula "XXI marzo" di Palazzo Pedagaggi del Dipartimento di Scienze politiche e sociali, sono stati al centro della tavola rotonda Democrazia sotto pressione - Rappresentanza politica, partiti e leadership tra crisi e trasformazione, organizzata dalla cattedra di Relazioni Internazionali del corso di laurea in Storia, Politica e Relazioni Internazionali del Dipartimento di Scienze politiche e sociali e dalla Cattedra Jean Monnet "Challenges to Democracy and Rappresentazione in the EU - EUDARE".

 

Diversi esperti del settore hanno dibattuto sulla crisi e sulle trasformazioni della rappresentanza politica in Europa, esaminando il ruolo dei partiti, delle élite e delle istituzioni democratiche nazionali e internazionali di fronte a sfide come il populismo, la frammentazione e le pressioni globali. Ma soprattutto hanno offerto una analisi dei problemi e delle prospettive attuali della democrazia, attraverso il confronto di esperienze nazionali e approcci comparati.

 

Ad introdurre l’incontro le docenti Francesca Longo e Stefania Panebianco, titolari dell'insegnamento di Relazioni Internazionali.

Ad intervenire – moderati da Marcello Carammia, titolare della Cattedra Jean Monnet EUDARE – i docenti Nicolò Conti della Unite la Sapienza, Iole Fontana dell’Università di Catania, Fabio Garcia Lumato dell’Università Complutense di Madrid, Christophe Roux dell’Università di Montpellier, Filippo Tronconi dell’Università di Bologna e Luca Verticelli dell’Università di Siena.

 

(Un momento dell'intervento della prorettrice Francesca Longo).

 

Stati Uniti: deportazioni al limite della legalità.

Come ha evidenziato la prof.ssa Iole Fontana dell’Università di Catania, negli Stati Uniti è in atto una preoccupante deriva autoritaria in ambito migratorio.

Le deportazioni colpiscono ormai non solo gli stranieri senza documenti, ma anche cittadini statunitensi accusati di reati minori.

 È il caso recente di tre bambini deportati in Honduras, in palese violazione del diritto a un giusto processo.

Anche di fronte a istanze giudiziarie che ordinano lo stop alle espulsioni, le autorità continuano ad agire, aggirando di fatto le tutele democratiche.

 La prof.ssa Fontana ha anche tracciato un parallelismo diretto con le politiche dell’allora ministro italiano Matteo Salvini che aveva portato avanti una politica contro l’immigrazione di massa.

 

Francia: l’instabilità politica mina la democrazia.

Il prof. Christophe Roux dell’Università di Montpellier è intervenuto per descrivere la situazione in Francia che appare di crescente instabilità. Dopo la vittoria di Emmanuel Macron al secondo mandato nel 2022, il Paese ha conosciuto una rapida erosione della governabilità:

dalla contestata riforma delle pensioni alla sconfitta alle europee del 2024, vinte dalla destra radicale, fino allo scioglimento dell’Assemblea Nazionale da parte dello stesso Macron.

 

Il risultato è stato un vero e proprio stallo politico durato mesi, culminato in un governo durato appena tre mesi e seguito da un nuovo esecutivo di centro. In soli dodici mesi si sono alternati quattro governi, segnando l’avvio di una crisi istituzionale profonda. La sinistra, profondamente frammentata, è oggi incapace di presentarsi come alternativa credibile, mentre la destra radicale, pur orfana di Marine Le Pen – condannata e quindi incandidabile per cinque anni – cerca un nuovo leader.

 

Spagna: democrazia senza dialogo.

Anche in Spagna, la democrazia si trova in una fase di profondo smarrimento.

 Secondo il prof. Fabio García Lumato dell’Università di Madrid, nel Paese non esiste più una visione condivisa della democrazia.

 La polarizzazione ha svuotato di significato il confronto politico, mentre le promesse elettorali non vengono mantenute e le ideologie sembrano dissolversi.

Per molti cittadini, la democrazia è ormai percepita come un concetto vago, soggetto a interpretazioni personali, e sempre meno partecipato.

 

Un momento dell'incontro.

 

L’illusione della partecipazione digitale.

Il politologo Filippo Tronconi dell’Università di Bologna ha individuato una crisi profonda nel rapporto tra cittadini e politica:

 la partecipazione è in netto calo, e la sfiducia dilaga.

 Alcune esperienze, come quella del Movimento 5 Stelle in Italia, hanno tentato di proporre modelli alternativi, come la democrazia liberativa, basata su ampie fasi di dibattito prima delle decisioni.

 Dal blog di Beppe Grillo è nata nel 2016 la piattaforma Rousseau, che voleva favorire il voto diretto e il coinvolgimento degli iscritti.

Tuttavia, le sue contraddizioni e le accuse di opacità ne hanno limitato l’impatto reale, mostrando i limiti di una digitalizzazione della democrazia non accompagnata da adeguate garanzie.

 

Destra radicale: tra tradizione e nativismo.

Un’analisi dettagliata della nuova destra europea è stata delineata da Luca Verticelli dell’Università di Siena.

In Francia, Italia e Spagna – con il Rassemblement National, la Lega e Vox – le forze di destra radicale stanno guadagnando consenso, condividendo una piattaforma ideologica fortemente conservatrice: difesa della famiglia tradizionale, opposizione all’immigrazione e alle politiche ambientali, valori nazionalisti e nativisti.

Tuttavia, a differenza di altri contesti europei, in Italia l’impatto della mentalità populista è stato meno radicale, pur mantenendo una coerenza di fondo con le forze affini a livello continentale.

 

 

 

«La Schengenizzazione controlla

 le popolazioni e le trasforma

in soggetti sospetti.»

 ilmanifesto.it - Nadia Adezio – (01 -08 – 2026) - Redazione -Intervista a Wale Granaioli – ci dice:                     

 

Intervista:

 «Ciò che sta accadendo oggi in Marocco non è semplicemente un tentativo di attraversamento collettivo di migliaia di marocchini verso Ceuta. È un sintomo politico e sociale che rivela la natura delle politiche pubbliche nella regione»

 

Dalla nascita dello spazio Schengen all’esternalizzazione delle frontiere, un filo rosso lega le politiche migratorie alle periodiche ondate di arrivi. Il caso di Ceuta, exclave spagnola, è emblematico.

Ma quali ricadute hanno queste politiche sulla psiche e sui legami sociali? Ne parla al manifesto Wale Granaioli, psicologo clinico tunisino, docente-ricercatore e fondatore del Border Studies Research Group all’Università di Sousse.

Granaioli studia le implicazioni psichiche delle frontiere e il modo in cui le politiche migratorie contribuiscono alle disuguaglianze tra la sponda sud e quella nord del Mediterraneo.

Oltre le immagini delle persone migranti che raggiungono Ceuta, che cosa ci dice questo episodio sulla mobilità e sul controllo delle frontiere?

Ciò che sta accadendo oggi in Marocco non è semplicemente un tentativo di attraversamento collettivo di migliaia di marocchini verso Ceuta.

È un sintomo politico e sociale che rivela la natura delle politiche pubbliche nella regione.

 Il mare non è più soltanto uno spazio geografico:

è diventato lo specchio di profonde crisi interne e di relazioni esterne che non sono riuscite a costruire le condizioni della dignità e della speranza. Quando partire diventa un sogno collettivo, la migrazione cessa di essere una semplice decisione individuale e diventa l’espressione di una crisi di fiducia tra cittadini e Stato, nonché dell’incapacità delle politiche pubbliche di offrire un orizzonte nel quale restare sia una scelta realmente possibile.

 

In diversi studi, lei evoca il «trauma dell’immobilità» come effetto delle politiche dei visti. Come si manifesta e chi colpisce?

Intervistando persone a cui era stato rifiutato il visto, ho osservato forme di stress post-traumatico, accompagnate da sentimenti di umiliazione, isolamento, depressione e da una sorta di odio verso sé stesse e il proprio paese d’origine.

 Ma il trauma dell’immobilità colpisce anche i familiari dei tunisini dispersi in mare e coloro che hanno i propri cari all’estero, impossibilitati a raggiungerli per eventi importanti come la nascita di un nipote, un matrimonio o una discussione di tesi.

 Ha effetti anche sugli adolescenti che crescono studiando e imparando le lingue europee.

Ben presto si rendono conto di non avere il diritto di partire per l’Europa. La sola idea di non poter viaggiare con un semplice passaporto, o di non poter ottenere un visto turistico, li traumatizza.

 La riparazione al trauma dell’immobilità è la mobilità:

alcuni giovani cercheranno di partire “clandestinamente”, altri orienteranno i propri percorsi di studio e gli investimenti economici familiari verso l’obiettivo dell’espatrio.

Lo studio diventa così un mezzo per ottenere i documenti necessari per emigrare, più che uno strumento di realizzazione personale o di miglioramento delle proprie condizioni di vita.

 

Lei mette in relazione colonialismo e «Schengenizzazione».

 Qual è il legame tra i due processi?

Nei Paesi del Nord Africa, l’indipendenza aveva alimentato l’idea di una ritrovata libertà di movimento.

Con la nascita dello spazio Schengen si assiste, invece, a un ritorno all’immobilità.

Se il colonialismo esercitava un controllo diretto sulle popolazioni, la Schengenizzazione le controlla limitandone la mobilità e trasformandole in soggetti sospetti, potenziali migranti irregolari o terroristi.

Si produce così una sorta di “soggetto impedito”, costretto a vivere tra controlli, frontiere e ostacoli amministrativi. Allacciandoci alla teoria del sociologo e filosofo algerino Abdelmalek Sajad che parlava dei tre periodi dell’immigrazione, io e il mio supervisore sosteniamo che questo processo abbia inaugurato il «quarto periodo dell’immigrazione» che si manifesta per esempio attraverso le morti nel Mediterraneo.

È con i visti e lo spazio Schengen che sono comparsi l’immigrazione selettiva e l’larga, l’immigrazione irregolare.

 

Esternalizzazione, internalizzazione e interiorizzazione delle frontiere: come si arriva alle ostilità verso i migranti?

L’internalizzazione delle frontiere fa sì che il controllo migratorio europeo (esternalizzato, NDR.) si estenda alle frontiere interne dei nostri paesi.

Ciò rafforza gli apparati di controllo e coinvolge indirettamente l’intera popolazione.

 Il passaggio successivo è l’interiorizzazione delle frontiere:

le logiche del controllo migratorio vengono assimilate dalla società e alimentano forme di razzismo.

Eppure, nordafricani e subsahariani partono spesso sulle stesse imbarcazioni per raggiungere l’Europa.

 In fondo, fanno lo stesso viaggio.

 

 

 

 

Ceuta smonta il modello Sánchez:

l’accoglienza senza controllo

presenta il conto.

Stampaparlamento.it – (1° Agosto 2026) - Vincenzo Caccio poli – Redazione ci dice:

Quanto accaduto a Ceuta non è soltanto una crisi migratoria dalle dimensioni eccezionali.

 È anche la dimostrazione più drammatica delle fragilità della politica costruita dal governo socialista spagnolo intorno all’accoglienza, alle regolarizzazioni e alla convinzione che una maggiore apertura possa governare da sola la pressione alle frontiere.

 

Un dossier sulla politica migratoria spagnola predisposto dall’Ufficio studi dei gruppi parlamentari di Fratelli d’Italia, guidato dal sottosegretario alla presidenza del Co, Giovanbattista Fazzolari, ricostruisce un modello che negli ultimi anni ha progressivamente ampliato i canali di permanenza e integrazione degli stranieri già presenti nel Paese.

 Una strategia presentata da Pedro Sánchez come risposta alle esigenze demografiche e occupazionali della Spagna, ma che rischia di produrre anche un potente messaggio all’esterno:

chi riesce a entrare può sperare, prima o poi, di regolarizzare la propria posizione.

Ceuta ha mostrato quanto possa essere pericoloso confondere l’immigrazione regolare, necessaria e programmata, con la sostanziale rinuncia a esercitare un controllo credibile sugli ingressi irregolari.

Tra il 30 e il 31 luglio decine di migliaia di persone hanno raggiunto l’enclave spagnola dal Marocco, attraversando il confine o tentando di aggirare a nuoto la barriera del Tarja.

La pressione ha travolto una città di circa 85 mila abitanti, costringendo Madrid a mobilitare l’esercito e le forze di sicurezza.

 Le autorità spagnole hanno parlato di circa 50 mila ingressi, mentre decine di persone sono morte durante i tentativi di attraversamento.

 

È il punto nel quale la retorica si scontra con la realtà.

Quando il confine cede, anche un governo che ha fatto dell’apertura una bandiera deve schierare i militari, aumentare i controlli, organizzare i rientri e chiedere la collaborazione del Paese di partenza.

Sánchez ha definito l’ondata una violazione dell’integrità territoriale spagnola e ha accusato le reti criminali di avere sfruttato le decisioni giudiziarie che limitano i rimpatri immediati di chi raggiunge Ceuta via mare.

Il dossier evidenzia proprio questa contraddizione:

l’accoglienza può essere una componente della politica migratoria, ma non può sostituire la difesa delle frontiere, la distinzione tra rifugiati e migranti economici, il contrasto ai trafficanti e l’esecuzione effettiva dei rimpatri.

Quando queste funzioni vengono indebolite, il diritto d’asilo rischia di trasformarsi in una scorciatoia e il sistema finisce per premiare non chi ha maggiormente bisogno di protezione, ma chi dispone del denaro, della forza o della disperazione necessari per superare irregolarmente il confine.

 

La Spagna è stata nel 2025 il primo Paese dell’Unione europea per numero di prime richieste di asilo, con circa 141 mila domande, pari al 21 per cento del totale europeo.

 Il dato non dimostra da solo il fallimento dell’accoglienza, ma segnala la pressione crescente esercitata sul sistema spagnolo e la necessità di accompagnare l’integrazione con strumenti credibili di selezione e controllo.

 

Il problema non riguarda soltanto Madrid.

Ceuta è una frontiera esterna dell’Europa e rappresenta uno dei punti nei quali il continente appare maggiormente esposto anche alle pressioni geopolitiche dei Paesi di transito.

 Il precedente del 2021 resta significativo:

allora circa ottomila persone entrarono nell’enclave durante una grave crisi diplomatica tra Spagna e Marocco.

Il Parlamento europeo condannò l’utilizzo del controllo delle frontiere e dei migranti, compresi numerosi minori, come strumento di pressione politica contro uno Stato membro.

 

Anche oggi non esistono elementi pubblici sufficienti per affermare che Rabat abbia organizzato deliberatamente l’ondata.

Ma il dossier invita a non ignorare il rischio della cosiddetta “arma migratoria”:

la possibilità che uno Stato di transito allenti i controlli per ottenere risorse, concessioni diplomatiche o cambiamenti nella politica estera europea.

 La stessa logica è stata utilizzata in passato dalla Turchia nei rapporti con Bruxelles e dalla Bielorussia lungo il confine orientale dell’Unione.

 

Il punto politico è che il modello della sinistra europea appare sempre più distante dall’evoluzione concreta delle politiche comunitarie.

L’Unione europea sta rafforzando le procedure di frontiera, i rimpatri, la cooperazione con i Paesi terzi e la possibilità di realizzare strutture esterne per chi non ha diritto alla protezione. Non è l’Europa ad avvicinarsi alla vecchia impostazione dell’accoglienza indiscriminata: è quella impostazione a essere progressivamente abbandonata dall’Europa.

 

Anche i dati italiani aiutano a comprendere la differenza tra i due approcci.

Tra gennaio e maggio 2026 gli sbarchi in Italia sono stati 11.471, contro i 22.971 dello stesso periodo del 2025:

una riduzione del 50,1 per cento.

 Il dato è influenzato da molteplici fattori e non consente facili trionfalismi, ma indica che la prevenzione delle partenze, gli accordi con i Paesi di origine e transito e il rafforzamento della dimensione esterna possono incidere sui flussi.

 

Ceuta non dimostra che la solidarietà sia sbagliata.

Dimostra semmai che la solidarietà priva di governo può trasformarsi nel suo contrario: incoraggia viaggi pericolosi, arricchisce i trafficanti, espone i migranti alla morte e scarica sulle comunità di frontiera conseguenze insostenibili.

 

Il fallimento del sistema spagnolo non consiste nell’avere accolto chi aveva diritto alla protezione.

Consiste nell’avere lasciato intendere che l’accoglienza potesse sostituire la politica, la sicurezza e la sovranità.

Ora persino Sánchez è costretto a parlare di violazione territoriale, esercito, controlli e rimpatri.

È la prova che, davanti alla realtà, anche la sinistra finisce per adottare gli strumenti che aveva a lungo accusato la destra.

 

Sul piano politico, a Madrid cresce anche lo scontro sulle responsabilità della crisi.

 Esponenti della maggioranza socialista e alcuni osservatori vicini al governo hanno evocato possibili campagne di disinformazione e tentativi di amplificazione politica della vicenda da parte dell’universo conservatore internazionale, compresi ambienti riconducibili al movimento MAGA statunitense.

Al momento, tuttavia, tali ricostruzioni non sono state accompagnate da elementi di prova pubblicamente verificabili e restano parte del confronto politico interno.

 Più che sulle presunte regie esterne, il dibattito continua quindi a concentrarsi sulla capacità del governo Sánchez di prevenire e gestire una pressione migratoria di queste dimensioni.

 

Ceuta rischia di segnare uno spartiacque nel dibattito europeo sull’immigrazione.

Per anni chi parlava di controllo delle frontiere, accordi con i Paesi terzi e rimpatri è stato accusato di alimentare paure e chiusure.

Oggi, però, sono gli stessi governi che avevano contestato quelle ricette a dover invocare esercito, Frontex, cooperazione con il Marocco e procedure accelerate di rimpatrio.

Il dossier del centro studi coordinato da Giovanbattista Fazzolari parte proprio da questo dato:

 la politica migratoria non si giudica dagli slogan, ma dalla capacità di impedire che siano i trafficanti o gli interessi geopolitici di Paesi terzi a decidere chi entra in Europa e in quale numero.

Se Ceuta lascerà un’eredità politica, sarà probabilmente questa: la stagione dell’accoglienza come risposta quasi esclusiva al fenomeno migratorio sembra essersi esaurita, mentre il tema della sicurezza delle frontiere è tornato al centro dell’agenda europea.

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