Strumenti di pressione politica ed economica e l’immigrazione è un’arma.
Strumenti
di pressione politica ed economica e l’immigrazione è un’arma.
L'immigrazione
può essere
e
usata come arma.
Ilgiornale.it
- Matteo Sacchi – (02 aprile 2023) – Redazione – ci dice:
Le
scelte fintamente umanitarie sui migranti vengono prese senza valutare i veri
pericoli.
L'immigrazione
può essere usata come arma.
L'immigrazione
non è affatto un tema neutro.
Forse perché in un mondo globalizzato tocca le
vite di tutti.
Le
vite di chi viene lasciato indietro e non riescono a scappare da certi Paesi.
Le vite di chi fa enormi sforzi per andarsene.
Ma
anche le vite di chi vede il proprio Paese riempirsi di persone che arrivano da
lontano portando una cultura diversa, non sempre integrabile.
A
questo che si è rivelato negli ultimi anni il problema dei problemi si risponde
con un approccio ideologico.
Si va da quello che potremmo definire come
immigrazione, quello che in Italia si declina nella politica del «vogliamoci
bene», o - anche qui ma soprattutto in altri Paesi - nel senso di colpa da ex
colonialisti, che piace a sinistra.
Dall'altro
lato invece si assiste alla costante dei proclami di un certo tipo di destra
che immaginano «muri», o cacce agli scafisti che, nella pratica, risultano
difficilmente edificabili o realizzabili.
Bisognerebbe
avere il coraggio di esaminare la questione in maniera meno di pancia.
Che
senso ha invocare continuamente una politica delle porte aperte per scoprire
che decine di migliaia di persone in Italia sono utilizzate solo e soltanto
come manodopera schiavile per la raccolta dei pomodori?
E più
irregolari ci sono più è facile lo sfruttamento?
Questo
al netto di quanto è difficile bloccare il fenomeno, sul quale nessuno può
pensare di avere la bacchetta magica o che basti fermare qualche nave di Ong
per svoltare.
Partiamo
invece dalle analisi, dati alla mano, messe in campo da alcuni economisti e
sociologi.
Resta
capitale un saggio scritto qualche anno fa da Paul Collier,” Exodus”, che
analizza anche i danni, involontari, che chi parte fa al Paese che lascia.
E noi
italiani della fuga, secolare e dolorosa, di braccia e cervelli dovremmo
saperne qualcosa anche senza saggi.
In alcuni capitoli di “Exodus” Collier
rovescia l'ottica abituale e fa un'analisi dei Paesi da cui si emigra, con
grande attenzione alla situazione di chi resta.
Spesso chi va via è chi ha la forza (economica
o morale) di scappare. Dietro di sé lascia i più deboli e i più poveri.
Quando
a scappare è una minoranza vessata è molto probabile che il governo non
democratico che la vessa diventi ancora meno democratico.
“Collier”
cita l'esempio dello Zimbabwe di Mugabe da cui è fuggito più di un milione di
persone.
Certo,
in altri casi chi è emigrato in Paesi democratici diventa un tramite, diffonde
quello stile di vita e di comportamento anche in patria. Tutto però dipende
dalla possibilità e dalla volontà di rientrare, che spesso mancano.
“Capo
Verde” ha una forte emigrazione e il suo sistema di governo migliora;
l'Eritrea
altrettanto e non ne trae alcun beneficio.
Haiti,
per fare un altro esempio, ha perso l'85% della popolazione istruita.
E le famose rimesse?
Non sembra siano mai davvero in grado di far
decollare un Paese povero.
Collier
lo spiega bene: «I movimenti migratori che fanno la differenza non sono quelli
diretti verso le città dei Paesi ad alto reddito, ma quelli diretti verso le
città degli stessi Paesi a basso reddito (africani ad esempio, ndr)».
Insomma, alla fine andarsene all'estero può
essere un danno verso coloro, più deboli, che restano a casa.
Ma al
di là delle scelte dei singoli e dei loro effetti, e questo è uno dei dettagli
che più viene omesso nelle analisi di chi vede nell'immigrazione solo ricerca
di libertà e di opportunità, le migrazioni sono, anche, componenti fondamentali
(e anche strumenti fondamentali) della politica estera.
Lo
erano nel XX secolo e lo sono, ancora di più, nel XXI secolo. L'argomento non
sarà gradito ai politici e ai politologi, ma “Erdogan”, e anche “Putin” grazie
ai profughi ucraini, hanno reso evidente quanto facilmente possano essere
utilizzate come strumento politico di pressione, come fossero un'arma.
Per dirlo in modo più terra terra:
un
governo militarmente più debole può creare un flusso migratorio, o utilizzarne
uno già esistente, per ottenere in modo coercitivo quello che non potrebbe
ottenere in nessun'altra maniera.
Si tratta di una pratica molto più comune di
quanto si possa pensare. Qualche esempio?
È la
minaccia che il premier cinese “Deng Xiaoping” (1904-1997) utilizzò per
«ammorbidire» Jimmy Carter, nel 1979, durante uno degli storici incontri che
portarono all'apertura tra Usa e Cina.
“Carter”
sostenne che gli Stati Uniti non avrebbero aperto il libero commercio con la
Cina fino a che la Cina non avesse mostrato maggiore rispetto dei diritti
umani.
Deng
chiese se tra questi diritti ci fosse anche quello di emigrare liberamente.
Carter imprudentemente confermò.
Deng
deliziato: «Va bene, allora, esattamente quanti cinesi le piacerebbe avere,
signor Presidente? Un milione? Dieci milioni? Trenta milioni? Non c'è
problema».
La questione dei diritti umani in Cina uscì
dal panorama della trattativa. Quella fu una pura e semplice minaccia.
In molti altri casi, sono state
deliberatamente aperte frontiere o spinte alla fuga intere popolazioni.
Il
caso più noto: quando la Nato intervenne in Kosovo, il 24 marzo 1999, il
presidente serbo “Slobodan Milosevic” mise in movimento le sue truppe per
spingere fuori dal Kosovo quasi 800mila persone.
L'obiettivo dei serbi era solo in parte quello
di una pulizia etnica. Sapendo benissimo di non poter battere la Nato, al
leader serbo sembrò che riversare profughi sull'Europa fosse una mossa
destabilizzante. Militarmente, la sua mossa risultò inutile, per quanto
devastante dal punto di vista umanitario.
Ma in realtà gli studi più recenti, come Armi
di migrazione di massa, della politologa “Kelly M. Greenville” dimostrano che,
mediamente, l'utilizzo di flussi migratori è un'arma altamente efficace.
Se
prima abbiamo citato la Cina come potenziale aggressore demografico degli Usa,
i cinesi sono stati più volte ripagati con la stessa moneta dai nord coreani.
Pyongyang ha aperto le frontiere verso la Cina
quando i cinesi hanno cercato di imbrigliare il regime.
La strategia riesce anche meglio con Paesi che
rientrino nel novero delle «democrazie avanzate».
In Paesi così i risultati e i costi di una
immigrazione di massa si pagano dopo anni e per anni, le spaccature politiche
si evidenziano subito.
Sotto pressione, il sistema politico, che si
polarizza tra pro e contro i nuovi venuti, può facilmente collassare.
Per
capirci, quello stesso tipo di ricatto che verso l'Europa utilizzò più e più
volte Gheddafi e ora i signori della guerra libici.
Secondo la Greenville il 57% delle volte chi è
stato investito da un flusso migratorio ha capitolato verso chi glielo ha
scatenato contro.
Un risultato paragonabile a quello della
deterrenza militare Usa e migliore di ogni deterrenza attraverso sanzioni (33%
di successo) o iniziative diplomatiche (19%).
E su
questo bisognerebbe riflettere, non essere ideologici.
Immigrazione,
il nodo che la politica evita:
senza una nuova strategia industriale
il
fenomeno resterà irrisolto.
Ilgiornaleditalia.it
– Esteri – Riccardo Renzi – (27 luglio 2026) – Redazione – ci dice<.
Da oltre trent'anni il dibattito oscilla tra
accoglienza senza limiti e repressione simbolica.
Ma la
vera questione riguarda il modello economico italiano:
lavoro, salari e competitività spiegano molto
più degli” slogan” di Riccardo Renzi.
Immigrazione,
il nodo che la politica evita: senza una nuova strategia industriale il
fenomeno resterà irrisolto.
Un
confronto bloccato dagli slogan.
L'immigrazione
continua a rappresentare uno dei temi più divisivi della politica italiana.
Eppure, dopo decenni di polemiche, il
dibattito sembra essersi cristallizzato in due narrazioni opposte che raramente
riescono a dialogare.
Da una
parte prevale un approccio che enfatizza gli aspetti umanitari, sottolineando
il dovere dell'accoglienza e il contributo economico e culturale dei migranti.
Dall'altra domina una visione fortemente
securitaria, che individua nell'immigrazione la causa principale
dell'insicurezza, del degrado urbano e della pressione sui servizi pubblici.
Entrambe
le impostazioni contengono elementi di verità, ma rischiano di trasformarsi in
strumenti di mobilitazione politica più che in chiavi di lettura della realtà.
Il
risultato è un confronto permanente che alimenta consenso elettorale senza
incidere realmente sulle cause del fenomeno.
Il
legame tra emigrazione e immigrazione.
C'è
però un aspetto che riceve un'attenzione decisamente inferiore rispetto alla
sua importanza:
il
rapporto tra emigrazione italiana e immigrazione straniera.
Ogni
anno migliaia di giovani italiani, spesso diplomati o laureati, scelgono di
costruire il proprio futuro all'estero.
Si
tratta di una perdita significativa di capitale umano, formata attraverso
investimenti pubblici e familiari che finiscono per produrre benefici economici
in altri Paesi.
Questo
processo lascia inevitabilmente spazi nel mercato del lavoro italiano.
In
molti comparti, soprattutto quelli caratterizzati da salari contenuti e
condizioni meno attrattive, tali vuoti vengono colmati dall'arrivo di
lavoratori stranieri.
È una
dinamica economica prima ancora che demografica.
Le
radici economiche del fenomeno.
Ridurre
tutto alla sola questione migratoria significa ignorare le trasformazioni che
hanno interessato il sistema produttivo italiano negli ultimi decenni.
Dagli anni Novanta il Paese ha attraversato
profonde privatizzazioni, una crescente apertura ai mercati globali e una
progressiva riduzione del peso dell'industria pubblica e della ricerca.
Parallelamente
molte produzioni ad alto valore aggiunto sono state delocalizzate, mentre il
tessuto economico si è orientato verso attività con margini ridotti e maggiore
intensità di lavoro.
In un
sistema che compete principalmente comprimendo il costo del lavoro, è
inevitabile che aumenti la domanda di manodopera disponibile ad accettare
retribuzioni più basse.
Allo
stesso tempo, chi possiede competenze elevate tende a cercare all'estero
condizioni professionali migliori.
Salari
e competitività.
Il
vero nodo riguarda quindi il livello dei salari e la qualità dell'occupazione.
Finché
il mercato offrirà prospettive limitate ai giovani qualificati, sarà difficile
invertire il fenomeno dell'emigrazione.
E finché interi settori produttivi
continueranno a basarsi su lavoro poco qualificato e basso costo della
manodopera, l'immigrazione continuerà a rappresentare una risposta quasi
inevitabile alle esigenze delle imprese.
In questa prospettiva, il fenomeno migratorio
non è la causa originaria della fragilità economica italiana, ma uno degli
effetti di un modello produttivo che fatica a valorizzare il capitale umano
nazionale.
Sicurezza
e integrazione.
Ciò
non significa ignorare le criticità legate alla sicurezza, all'integrazione o
alla gestione dei flussi migratori.
Una
crescita rapida della popolazione straniera, soprattutto se accompagnata da
precarietà lavorativa, marginalità sociale e difficoltà linguistiche, può
generare tensioni nelle periferie urbane e rendere più complessa la convivenza.
Sarebbe
altrettanto sbagliato minimizzare questi problemi quanto attribuirli
esclusivamente alla presenza degli immigrati.
Le
politiche di integrazione, il contrasto al lavoro irregolare e una gestione
efficace degli ingressi restano strumenti indispensabili.
Ma
senza affrontare le cause economiche che alimentano il fenomeno, tali
interventi rischiano di avere effetti limitati.
Serve
una politica industriale.
Il
punto centrale è che politica industriale, mercato del lavoro e immigrazione
costituiscono aspetti della stessa questione.
Se l'Italia vuole trattenere i propri giovani
e ridurre la dipendenza da manodopera a basso costo dovrà investire in
innovazione, ricerca, formazione e produzioni ad alto valore aggiunto.
Solo un'economia capace di creare occupazione
qualificata può ridurre contemporaneamente la fuga dei talenti e la necessità
strutturale di ricorrere a flussi migratori sempre più consistenti.
Limitarsi a discutere esclusivamente di
sbarchi, quote o respingimenti significa affrontare il problema dalla sua
manifestazione più visibile, senza intervenire sui meccanismi che lo alimentano.
Oltre
la contrapposizione ideologica.
La
politica tende spesso a privilegiare il linguaggio della contrapposizione,
perché produce consenso immediato.
Tuttavia,
la gestione dell'immigrazione richiede una visione di lungo periodo, capace di
tenere insieme economia, sicurezza, integrazione e sviluppo industriale.
Solo
uscendo dalla logica degli slogan sarà possibile affrontare una questione
destinata ad accompagnare l'Italia ancora per molti anni.
Il
vero spartiacque non è tra chi accoglie e chi respinge, ma tra chi considera il
fenomeno migratorio un tema esclusivamente emergenziale e chi lo inserisce
all'interno di una più ampia riflessione sul futuro economico e produttivo del
Paese.
L’immigrazione
è una
“minaccia
ibrida” per l’UE?
Intervista ad “Andrea Molle.”
Rainews.it
– (03/10/2023) - Pierluigi Mele – Redazione – ci dice:
La
vicenda, fatta spesso di dolore e di tragedie gravi, dell'immigrazione
incontrollata si sta imponendo all'attenzione dell'opinione pubblica
internazionale.
Sappiamo
che molte sono le cause di questo fenomeno (fame, guerre, situazioni
insostenibili dal punto di vista politico sociali, situazioni climatiche,
ecc.).
Ma
sappiamo, anche, da alcuni osservatori, che l'immigrazione può essere
utilizzata come 'minaccia ibrida', da parte di attori statali, per
destabilizzare l'Europa.
Ne
parliamo con “Andrea Molle”, Professore Associato di Scienze Politiche e
Direttore del Master in Studi Internazionali, Chapman University (USA).
Ricercatore senior per START In Sigh (Lugano).
Che
cos'è una minaccia ibrida?
Cosa
la differenzia dalla guerra ibrida?
Innanzitutto
è bene precisare che esistono processi complessi che richiedono un approccio
sistemico all’attuale crisi.
Questa
è da intendersi nel quadro di una congiuntura più ampia che investe il
continente africano e per molti versi si estende globalmente.
Sono
presenti inoltre altre dinamiche che determinano i flussi migratori e il loro
sfruttamento a meri fini economici da parte di trafficanti di esseri umani che
prescindono dalla dimensione politica del fenomeno. Pertanto, l’attenzione agli
aspetti strategici della sua manipolazione non può e non deve far dimenticare
che si tratta di una crisi dal forte connotato umanitario cui sottendono
processi di trasformazione sociale epocali.
Venendo
alla tua domanda, il concetto di “minaccia ibrida” (hybris theta) fu
inizialmente proposto nel 2010 in sede NATO, come “Castone Concept”, e viene
definito come una minaccia che impiega simultaneamente strumenti convenzionali
e non convenzionali nel perseguimento degli obiettivi strategici
dell’aggressore.
Tale
definizione venne successivamente recepita dallo Strategic Defense and Security
Review britannico del 2015 che classifica le minacce ibride come un rischio di
“primo livello” per la sicurezza nazionale, mentre considera le guerre ibride
(hybris warfarin) come un rischio di “secondo livello”.
La
differenza essenziale tra la minaccia ibrida e la guerra ibrida è che
quest’ultima presenta sempre una fase cinetica o di conflitto armato vero e
proprio.
Nel
caso della minaccia ibrida siamo invece di fronte a un tipo di strategia non
per forza militare, che viene utilizzata da attori statali e non statali per
raggiungere gradualmente i propri obiettivi.
Tutto
ciò, tuttavia, senza innescare risposte armate ma creando piuttosto uno stato
di ambiguità che conduce a quello che nel mondo anglosassone viene chiamato
“plausibile disabiliti” e cioè la possibilità per il paese aggressore di negare
ogni coinvolgimento diretto negli eventi.
Quali
sono gli obiettivi di questa "minaccia ibrida"?
Fondamentalmente,
le minacce ibride impiegano una vasta gamma di strumenti, in gran parte non
cinetici (i.e. non propriamente militari), con l’obiettivo di colpire i punti
di vulnerabilità della società bersaglio.
Il fine è quello di minarne gradualmente il
funzionamento, la coesione o la volontà, e sovvertire lo status quo.
Per
questo, nel quadro di una minaccia ibrida, possiamo trovare un po’ di tutto.
Essa comprende strumenti più o meno palesi tra
cui la disinformazione, gli attacchi informatici (cyber theta), la pressione
economica, o anche la manipolazione di forze “irregolari” come movimenti
politici estremisti, manifestazioni di piazza e ovviamente la migrazione al
fine di avviare processi politici violenti all’interno dei paesi bersaglio.
Questi
metodi ibridi servono sostanzialmente a confondere il confine tra guerra e pace
e mirano a destabilizzare e indebolire la società.
Quali
sono gli attori statali che alimentano questa "minaccia ibrida"?
In
linea generale qualunque paese può avvalersi dello strumento della minaccia
ibrida e sono stati molti i paesi a ricorrervi in passato.
Tra i
paesi che hanno adottato questa strategia con maggior successo troviamo,
ovviamente, la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese.
Mosca
utilizza da tempo strategie ibride molto aggressive che comprendono
interferenze politiche, attività cyber, pressione economica e coercizione,
volte a creare nei paesi bersaglio situazioni di instabilità politica o vere e
proprie dinamiche sovversive e secessioniste, ma anche in generale al fine di
erodere l’ordine internazionale basato sul diritto.
La
Cina ha un approccio apparentemente più sofisticato, basato su due pilastri.
Il
primo pilastro è culturale e comprende una retorica apparentemente pacifica e
globale basata sulla disinformazione, il cui obiettivo finale è quello di
erodere il supporto alla democrazia, offrendo al contempo un modello
alternativo di governance non democratica che è chiaramente funzionale agli
interessi di Beijing.
Penso
che molti abbiano sentito parlare in questi ultimi anni del concetto di
“comunità dal destino comune”.
Il
secondo pilastro è invece di tipo economico e industriale.
In
questo caso, ad esempio, la Cina mira a controllare i settori tecnologici e
industriali chiave, le infrastrutture critiche e le catene di
approvvigionamento di risorse strategiche, al fine di creare dipendenza e
vulnerabilità.
Quali
sono stati, sul piano storico, gli episodi più eclatanti di questo utilizzo
dell'immigrazione?
In
realtà possiamo risalire a casi anche molto remoti dell’uso delle migrazioni
forzate come elemento cardine di un approccio ibrido ai conflitti.
Direi
però di partire da Cuba.
Il regime castrista utilizza l’arma della
migrazione contro gli Stati Uniti in almeno tre diverse occasioni tra gli anni
‛60 e ‛90, la più nota delle quali nel 1980 vede la partenza verso la Florida
di oltre 125.000 cubani, al fine di ottenere una varietà di concessioni.
Negli
anni ‛70 invece, l’ambasciatore indiano presso le Nazioni Unite “Samar Sen “accusa
il Pakistan di aver spinto più di dieci milioni di rifugiati ad attraversare il
confine ed entrare illegalmente nel suo paese. Nella seconda metà degli anni
‛80, la leadership della Germania Est impiega la stessa identica strategia
promettendo a rifugiati provenienti dal medio oriente un “transito rapido e
agevole” verso la Germania Ovest.
Tutto ciò come parte di un piano, poi
risultato estremamente efficace, per ottenere concessioni economiche e
politiche da Bonn.
Possiamo
ritrovare questa strategia anche durante la crisi del Kosovo del 1999, quando
il Presidente Milosevic minaccia di sradicare circa 800.000 albanesi kosovari
dalle loro case.
Il piano di Milosevic mira ovviamente a creare
una crisi migratoria tale da indurre la NATO a riconsiderare la sua campagna di
bombardamenti. In più occasioni, anche il leader libico Muammar Gheddafi
minaccia di trasformare l’Europa in un paese Africano se l’Unione non dovesse
soddisfare le sue richieste di assistenza finanziaria.
Nel
2011, con la caduta di Gheddafi si creano condizioni ancora più ideali per le
milizie che ancora oggi si disputano il controllo del paese per usare i flussi
migratori provenienti dall’Africa subsahariana al fine di ottenere favori e
risorse da potenze ostili all’Europa come la Russia o la Cina.
Nell’autunno
del 2021, diversi leader europei ammettono forse per la prima volta di trovarsi
di fronte ad una minaccia ibrida, fomentata dalla Bielorussia come ritorsione
alla posizione dell’Unione verso il paese, quando il Presidente Lukashenko
raduna migliaia di migranti economici e richiedenti asilo afghani e curdi,
provenienti da Iraq o Siria, con la promessa di un facile ingresso nell’Unione
Europea.
Arrivati
a Minsk con visti speciali, i migranti vengono trasportati in autobus al
confine occidentale, dove sono abbandonati in accampamenti di fortuna e in
balia dell’inverno al fine di suscitare la reazione di Lettonia, Lituania e
Polonia.
Paesi che immancabilmente abbracciano una
politica di “respingimenti a caldo”, utilizzando gas lacrimogeni, idranti e
proiettili di gomma, che suscita l’immediata reazione delle organizzazioni
umanitarie e dell’Unione Europea.
Infine,
nel 2015 ci troviamo di fronte alla stessa dinamica quando il Presidente turco
Erdogan minaccia di inondare l’Europa di migranti qualora le sue richieste
economiche non vengano esaudite, portando nel 2016 al famigerato accordo voluto
dalla Germania in cui Ankara ottiene aiuti per diversi miliardi di euro, la
ripresa dei colloqui di adesione all’Unione e la rimozione dei visti di
ingresso per i cittadini turchi.
A
livello di pubblica opinione quale conseguenza ha questa minaccia ibrida?
La
descriverei come una reazione a catena.
L’effetto
iniziale è quello di inasprire le dinamiche conflittuali interne. L’aumento
della pressione migratoria viene recepito come una minaccia e, spesso grazie
alle campagne di disinformazione abilmente orchestrate, tradotto in movimenti
di protesta e sentimenti xenofobi che vengono “catturati” da gruppi estremisti
o populisti i quali hanno tutto l’interesse ad accentuare il problema
inserendolo in una più ampia piattaforma politica. In seconda battuta, la
tensione si trasferisce sul piano delle relazioni internazionali.
L’accentuarsi
delle dinamiche di conflitto sociale aumenta la polarizzazione nel paese e
creano un segmento di quelli che in scienza politica vengono definiti come
elettori “single Issues”.
Si tratta di individui che orientano il
proprio voto unicamente sulla base della risposta ad un singolo problema e che
hanno dimostrato anche una grossa propensione all’azione collettiva.
Questi
elettori sono ovviamente fortemente appetibili per i partiti politici
populisti, che già legano le proprie fortune al permanere dell’emergenza, ma
che non possono nemmeno essere trascurati dai partiti più convenzionali che
chiaramente però non possono abbracciare posizioni xenofobe o contrarie al
diritto internazionale.
In
questo modo si crea però un contesto che facilita il cosiddetto spillover,
ovvero la ricaduta sulla politica estera delle tensioni di politica e del
rischio percepito dai partiti dominanti di una svolta estremista.
Per
chiarire è in questa fase che, ad esempio, i paesi europei cercano di ridurre
l’impatto diretto dei flussi migratori, cercando di lasciare che siano altri a
doverlo fare.
La
chiusura delle frontiere interne da parte di Francia e Austria o il rifiuto
della Germania di accogliere una parte dei migranti, ma anche le continue
accuse Italiane verso l’Unione Europea, cui si accompagna la simultanea
rigidità sui principi dell’accoglienza, sono tutti esempi di questo meccanismo.
Queste
tensioni tra i paesi membri dell'Unione Europea, spesso irrisolvibili sul piano
del diritto internazionale, alimentano a loro volta la narrazione xenofoba
dell’estrema destra creando un circolo vizioso.
I
governi si trovano dunque letteralmente intrappolati tra l’incudine e il
martello e poco contato i richiami alla solidarietà o quelli al rispetto dei
Trattati.
All'interno
di questa "minaccia ibrida" si colloca la "law fare". Che
cos'è?
Esattamente.
Ciò
che abbiamo appena discusso solleva un’ultima questione, connessa alla dottrina
cinese delle tre guerre (tradizionale, psicologica e legale) e precisamente se
il concetto di “law fare”, ovvero di guerra legale o del diritto, può essere
impiegato per comprendere l’attuale crisi. Il concetto di diritto come arma è
stato definito per la prima volta come “law fare” nel 2001 da Charles Dunlap,
ma risale probabilmente già al teorico della “guerra giusta” Hugo Grotius.
Dunlap
descrive la law fare come un metodo di guerra in cui la legge viene utilizzata
come mezzo per realizzare un obiettivo militare. In questo senso, si tratta di
uno strumento che utilizza un approccio sicuramente non cinetico al fine di
intimidire l’avversario per ottenere obiettivi strategici e non meramente
politici. In quanto tale, il law fare viene tradizionalmente considerato parte
della guerra ibrida, ovvero lo sforzo militarizzato che include la violenza
armata.
Tuttavia,
altri studiosi, tra cui l’esperto di guerra e diritto internazionale “Sascha Dobb
Bachman”, offrono un approccio meno rigido al concetto collocandolo al di fuori
di un contesto puramente militare e sostenendo che esso possa essere utilizzato
anche nel contesto della “operazioni di influenza”, ovvero delle minacce
ibride.
Questi
metodi di guerra legale includono la deterrenza legale, l’attacco legale, il
contrattacco legale, il vincolo legale e la protezione legale e non è difficile
vedere come quello che sta accadendo in questi giorni, come ad esempio i
continui richiami al Trattato di Dublino, la sospensione di Schengen o il
finanziamento alle ONG voluto dalla Germania e criticato da Roma, rientrino
sicuramente in questo quadro.
In
definitiva quali strade può percorrere l'Europa per limitare questa minaccia?
L'Europa
attuale è all'altezza?
In
tutta onestà, anche in base a quanto detto in precedenza, la risposta europea
non si è dimostrata sempre all’altezza della situazione e su questo premono
ovviamente le dinamiche interne ai paesi cui abbiamo accennato in precedenza.
Rispetto alle soluzioni, l’approccio dovrebbe
naturalmente seguire lo stesso livello di complessità del fenomeno in sé.
Un
primo passo dovrebbe essere quello di uscire dall’approccio emergenziale, che
incentiva queste dinamiche, varando un approccio sistemico fondato sul diritto
internazionale e sul rispetto dei diritti umani.
Limitandomi
a considerare gli aspetti di minaccia ibrida della crisi, ritengo che la strada
migliore sia intervenire affinché la manipolazione dei flussi cessi di essere
appetibile rimuovendo le condizioni che incentivano gli attori statali a
manipolare i flussi migratori, prevedendo però una risposta rigorosa in caso di
violazione.
Si dovrebbero, ad esempio, stabilire tavoli
negoziali permanenti con i paesi di provenienza, o di transito, e non
ricorrendovi unicamente in tempi di crisi.
La
storia mostra infatti che la manipolazione dei flussi è raramente una strategia
di prima istanza e che in un certo numero di casi una diplomazia tempestiva e
proattiva può evitare di entrare in una fase di crisi.
Parte di questa attività dovrebbe concentrarsi
anche su interventi mirati a risolvere quelle situazioni sociali, politiche e
climatiche che spingono gli individui a migrare, così da migliorare le
condizioni di vita dei paesi ospiti.
Probabilmente
si potrebbe anche aprire ai reinsediamenti in paesi disposti ad accogliere i
migranti, ma senza creare una situazione di outsourcing del problema, o alle
sponsorizzazioni private, ai corridoi umanitari, etc. Investire
nell’accoglienza, anche in questo caso in modo proattivo, prevedendo percorsi
certi e compatibili con le necessità dei paesi di inserimenti che rendano meno
vantaggioso il ricorso ai trafficanti di esseri umani.
Infine
è necessario combattere la disinformazione e l’estremismo che gettano benzina
sul fuoco del razzismo e della xenofobia.
Immigrazione:
un
fallimento riconosciuto,
una
necessità ammessa.
Fondazionefeltrinelli.it
– (29 Agosto 2025) - Jean-Yves Dormano - Articolo tratto dal N. 48 di
Vite
respinte – Redazione – ci dice:
I
risultati dell’indagine condotta da Cluster17 per il CESPI nel marzo 2025 sono
inequivocabili:
per la
maggioranza degli italiani, l’immigrazione è percepita come un fenomeno mal
gestito.
L’86 % ritiene inefficace l’integrazione degli
immigrati in Italia, mentre il 70 % giudica eccessivo l’attuale livello dei
flussi migratori.
Un doppio giudizio che attraversa tutte le
fasce d’età, le classi sociali, le aree geografiche e persino una parte degli
elettorati più inclini all’apertura.
Ma
questo rifiuto non è né omogeneo né assoluto.
Quando si analizzano le risposte sugli effetti
dell’immigrazione, lo scenario si complica.
Il 57 % riconosce un impatto economico
positivo, in particolare nei settori chiave dell’agricoltura (77 %),
dell’edilizia (55 %) e dei servizi alla persona (51 %). E oltre la metà degli
intervistati (51 %) ammette che un aumento dell’immigrazione potrebbe essere
necessario per affrontare l’invecchiamento della popolazione.
In
altri termini, gli italiani non negano la realtà né l’utilità
dell’immigrazione.
Ciò
che contestano è la mancanza di governo del fenomeno.
A
essere respinta è un’immigrazione vissuta come imposta, priva di regole, mal
integrata.
È una distinzione cruciale, che apre lo spazio
per politiche più chiare, più leggibili, più incisive.
Anche
il tema dell’identità culturale riflette questa tensione.
Il Paese si divide perfettamente:
il
47 % ritiene che l’immigrazione rappresenti una minaccia per l’identità
italiana, mentre il 47 % la considera un arricchimento.
Non si
tratta solo di ideologia: il divario è anche generazionale, territoriale,
legato all’esperienza concreta.
Nel
Sud prevale il rifiuto, mentre nel Centro cresce l’accettazione della
diversità.
Quando
si chiede quali priorità dovrebbe adottare la politica, emergono due richieste
precise:
migliorare
concretamente l’integrazione (40 %) e controllare meglio i flussi migratori
(40 %).
Due
esigenze che delineano una via intermedia, trasversale rispetto agli
schieramenti tradizionali.
La
questione della sicurezza cristallizza queste ambivalenze.
Il 70 % degli intervistati crede che esista un
legame tra immigrazione e insicurezza, di cui il 42 % lo afferma in modo netto.
È un
dato che non si può ignorare.
Non esprime solo una paura irrazionale, ma un
sentimento legato a contesti in cui lo Stato è percepito — ed è questo che
conta — come assente o inefficace.
Anche
qui, più che una domanda punitiva, si coglie una domanda di ordine, di regole,
di affidabilità istituzionale.
Dove
lo Stato si ritira, cresce la paura. E con la paura, il rifiuto.
Questo
sondaggio non fotografa un’opinione chiusa, ma un’attesa di decisioni.
Gli
italiani non oppongono necessariamente apertura e sicurezza, immigrazione e
coesione.
Ma
vogliono sapere chi entra, a quali condizioni, con quali diritti e quali
doveri. In assenza di risposte, a imporsi saranno i discorsi più semplicistici.
La
sfida è chiara: l’opinione pubblica è lucida, spesso critica, ma non ostile per
principio.
Sa che l’immigrazione resterà.
Ma non accetta più che le venga presentata
come una fatalità o come una virtù astratta.
Per
tornare a credere in un progetto collettivo, chiede punti fermi, protezione,
efficacia.
Solo a
queste condizioni potrà emergere un consenso largo.
Non su un’immigrazione idealizzata, ma su
un’immigrazione regolata — e su un’integrazione che finalmente abbia una
possibilità di successo.
L'immigrazione
come arma di guerra
non convenzionale con effetti
a
lungo termine.
Ariannaeditrice.it
- Gennaro Scala – (31/07/2026) – Redazione – ci dice:
L'immigrazione
come arma di guerra non convenzionale con effetti a lungo termine.
Non
saprei indicare nessun studioso europeo che ha definito con maggiore precisione
di “Christopher Caldwell” la natura dell'immigrazione in Europa:
"l'immigrazione è americanizzazione" (L'ultima rivoluzione dell'Europa.
L'immigrazione, l'Islam e l'Occidente).
E' una
regola già verificata in altre occasioni, a dispetto della dialettica
servo-padrone hegeliana, ai dominanti la conoscenza serve, e per questo che
dall'ambito culturale e accademico statunitense provengono - di solito - studi
più realistici e utili alla conoscenza dei fenomeni politici, sociali e storici
rispetto a quanto si produce in Europa.
Per
quale motivo Caldwell scrive ciò che pochi scrittori europei si sognerebbero di
scrivere?
Di
preciso non saprei dirlo, ma è probabile che una certa destra conservatrice,
alla cui famiglia appartiene ideologicamente Caldwell (non casuale il titolo
inglese del suo libro ricalcato da quello di Burke sulla rivoluzione francese)
percepisca il rischio per gli stessi Usa di una devastazione degli assetti
sociali delle principali nazioni europee, quale sarà l'esito dell'"ultima
rivoluzione".
Forse,
certi conservatori statunitensi vorrebbero invece l'Europa in grado di
cooperare fattivamente al disegno egemonico statunitense, oppure sentono
l'Europa come un pezzo dell'"impero" occidentale, la cui demolizione
pregiudicherebbe lo stesso "impero".
Quali
che siano i riferimenti ideologici di Caldwell e quali che possano essere le
sue motivazioni politiche concordo con “Perry Anderson” (studioso marxista):
è uno dei libri più importanti
sull'immigrazione in Europa. Ne ho parlato altrove, in questa occasione ci
interessa questo interrogativo:
Se
negli anni Sessanta l'immigrazione era necessaria a causa della carenza di
manodopera, per quale ragione ha continuato a essere tale dopo gli anni
Ottanta, allorché l'Europa si trovò ad affrontare un periodo di diffusa
disoccupazione? […]
Che ci
fosse sotto qualche disegno occulto o si trattasse di semplice negligenza,
fatto sta che il flusso continuò inarrestabile.
Se non
un disegno occulto possiamo ipotizzare, ma sarebbe certo utile uno studio
approfondito, che in una prima fase l'immigrazione è stata il frutto
dell'influenza del sistema politico statunitense sulle nazioni europee, le
quali in quanto nazioni soggette hanno subito la pressione volta ad assimilarle
al modello sociale statunitense.
Le immigrazioni, che hanno costituito il
carattere "multiculturale" della società statunitense, sono state
fondamentali per lo sviluppo della potenza nordamericana che necessitava di
forza-lavoro da sfruttare, ma allo stesso tempo la sua “multietnicità” può
essere il suo maggiore punto debole nel momento in cui cesserà questa spinta
espansiva, poiché può essere origine di pesanti fratture.
Ricordiamo
la persistente questione afro-americana, a cui si viene ad aggiungere una
consistente immigrazione ispano-americana.
Si
capisce quindi perché ci sia stata una forte spinta ad assimilare alla società
statunitense le nazioni europee basate su di una maggiore omogeneità etnica,
visto che l'alleanza con l'Europa, ma sarebbe meglio dire
l'alleanza-subordinazione, è stata e resta un caposaldo della politica
statunitense.
È
significativo che proprio le due potenze europee, Francia e Inghilterra,
formalmente vincitrici della II guerra mondiale abbiano subito maggiormente
questo stravolgimento della propria composizione sociale (ma in realtà la II guerra mondiale
non l'ha vinta nessuna potenza europea, è stata invece, insieme alla prima,
l'evento determinante del crollo della civiltà europea).
Caldwell
riporta come nel secondo dopoguerra, quando già si profilava la "società
multi-etnica", ci fosse diffusa convinzione che non sarebbe mai stata
accettata, essendo stata l'Inghilterra, anche per la sua natura isolana, fino
ad allora la nazione europea con maggiore omogeneità etnica e culturale.
"Scorreranno
fiumi di sangue", diceva qualcuno negli anni '50 se l'immigrazione non
cessa, ma poi non è successo niente.
L'immigrazione
è continuata, si è formata un'ideologia funzionale a questo scopo, il
multiculturalismo, diffusa attraverso i media e la scuola, e in particolare
attraverso l'università che svolge un ruolo primario attraverso innumerevoli
pubblicazioni che lodano le meraviglie della società multiculturale.
Agli
studenti viene inculcato che anche solo mettere in dubbio che l'immigrazione
possa essere sempre un fattore positivo è "razzismo". Importante è
stato il ruolo del ceto medio semicolto, cioè gli strati scolarizzati della
popolazione, che ho analizzato in altri scritti, in particolare quello
proveniente dai ceti inferiori, che razionalizzava con la sostituzione dei
“proletari” con i “migranti” il suo effettivo distacco dalle sorti delle classi
popolari.
Tuttavia
negli ultimi tempi, si è notato un cambiamento che ha fatto perdere
all'immigrazione il suo carattere apparentemente “spontaneo”, nel senso che
nasce dalla “normale” influenza degli Stati Uniti sui paesi europei soggetti.
Recentemente,
nel suo sito, Maurizio Blondet riportava un articolo, I proprietari delle navi
negriere, firmato M.M., che raccoglieva le notizie pubblicate dai principali
quotidiani italiani sul flusso di immigrati, spesso “salvati” a pochi km dalle
coste africane, a cui hanno concorso navi di varie nazioni occidentali.
Per non parlare della Marina italiana
costantemente impegnata in questi “salvataggi”.
Krancic
in una sua vignetta illustrava così la situazione:
c'è
una madre a spasso sulla spiaggia con i suoi figli, ad uno che sta per entrare
in acqua supplica:
"Non
entrare in acqua, altrimenti la marina italiana viene a prenderti e ti porta in
Italia".
Non sto qui a riportare gli articoli
pubblicati dai quotidiani perché sono facilmente accessibili a chi ha un
computer e, soprattutto è interessato a capire come stanno le cose.
Difficile
negare l'evidenza:
questo
imponente flusso di immigrati è organizzato, ed è difficile se non impossibile
che dietro questa organizzazione non ci sia lo zampino della potenza egemone,
cioè gli Usa.
Con
questa accelerazione artificiale dell'immigrazione il gioco diventa più
scoperto.
E a questo punto ci torna utile un libro Kelly M. Greenville, Seasons of Mass
Migration: Forme Di placement, Coercion, and Foreign Policy. Dagli oltre cinquanta casi studiati
e classificati di utilizzo dell'“arma di migrazione di massa” l'autrice
conclude che principalmente l'arma dell'immigrazione è utilizzata da “sfidanti”
più deboli dei loro obiettivi, questi ultimi costituiti principalmente dalle
democrazie liberali. Principale obiettivo sono risultati gli Usa.
Kelly
M. Greenville ci ha fatto capire come la manipolazione dell’immigrazione possa
essere usata come arma, ma ha analizzato solo il suo utilizzo come fattore
contingente legato ad obiettivi limitati: ottenimento di denaro, o di
concessioni politiche.
Sarebbe
interessante uno studio specifico sul possibile utilizzo di questa arma come
fattore strategico per ottenere risultati più ad ampio raggio e a lungo
termine, da parte della potenza che ha tutti i mezzi per farlo e che non
esiterebbe certo se utile ai suoi scopi.
Ad es.
per quanto riguarda l'immigrazione in Europa che ha modificato radicalmente la
composizione sociale delle nazioni europee, “caso” non è preso in
considerazione.
L'ipotesi
più conseguente che possa spiegare questa accelerazione artificiale
dell'immigrazione sta nel fatto che l'intensificarsi dello scontro con la
Russia ha spinto all'accelerazione di un esperimento di ingegneria etnica.
Per
non correre il rischio che le principali nazioni europee possano avvicinarsi
alla Russia, principale cruccio geopolitico, le si trascina in un pantano
“multi-etnico”, gli si immettono gruppi etnici estranei che se opportunamente
stimolati, finanzianti, e finanche armati possono costituire un grave problema
interno.
Così
l'arma dell'immigrazione può trasformarsi anche in strumento di ricatto.
Se
queste ipotesi risultano non convincenti se ne attendono altre che possano
rendere conto dell'altrimenti inspiegabile comportamento della Marina italiana,
impegnata a traghettare immigrati in Italia piuttosto che a vegliare che non ci
siano sbarchi di clandestini.
La
guerra contro l’Iran potrebbe
rimanere
in memoria come la
peggiore
sconfitta mai subita
dagli
Stati Uniti.
Ariannaeditrice.it - Robert Inlakesh – (31/07/2026)
– Redazione – ci dice:
La
guerra contro l’Iran potrebbe rimanere in memoria come la peggiore sconfitta
mai subita dagli Stati Uniti.
(ISM-Francia)
Mentre
il presidente degli Stati Uniti continua a mentire alla sua popolazione sulle
vittorie immaginarie sull’Iran in Asia occidentale, le sue argomentazioni non
convincono la stragrande maggioranza degli americani, che non sono ingannati
dalla sua retorica logora.
A
differenza degli errori militari del passato, Washington ha fallito – e non
avrà successo – nell’illuso del suo popolo.
Alcuni
analisti hanno cercato di confrontare l’incapacità di Donald Trump di
combattere efficacemente l’Iran contro le sconfitte strategiche e gli errori
che hanno rovinato la reputazione dei precedenti presidenti; tuttavia, la
situazione attuale è molto diversa.
Rivedere
tutte le guerre di aggressione americane sarebbe un compito troppo grande per
un singolo articolo, ma alcuni confronti circolano e meritano di essere
analizzati:
quelli con la guerra in Iraq, la guerra del
Vietnam e persino l'operazione Eagle Clay (Eagle Green house).
Tutti
questi confronti differiscono considerevolmente, per loro natura, dalla
campagna aerea su larga scala – che è diventata una serie di scontri sporadici
– in cui l’amministrazione Trump si è impegnata.
Se
prima consideriamo il confronto con la guerra del Vietnam, è spesso usato come
una figura di stile – “è il Vietnam di questo o quello” – un modo per alcuni
analisti di applicare il modello del Vietnam alla situazione attuale.
Mentre
lo stallo degli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran può essere sottolineato,
la situazione è radicalmente diversa da quella che è successa in Vietnam.
All'inizio
dell'escalation, nell'ottobre 1965, un sondaggio Gallup indicava che il 64%
della popolazione approvava l'intervento americano in Vietnam;
nel 1970, la tendenza si era invertita, con
circa il 55% degli americani che chiedeva il ritorno delle truppe.
All'epoca,
gli Stati Uniti avevano convinto la loro popolazione della necessità di
combattere il comunismo e l'utilità della guerra del Vietnam, sostenendo che la
caduta del Vietnam del Sud nelle mani di un governo comunista avrebbe innescato
un effetto domino, portando allo spostamento di altri governi asiatici verso
questa ideologia.
Lo spettro del comunismo ha colpito
l’immaginazione delle popolazioni occidentali, poi contrapposte all’Unione
Sovietica e alla Cina di Mao Zedong.
Nel
caso di Trump, il sostegno pubblico alla guerra contro l’Iran è stato privo fin
dall’inizio.
I sondaggi Ipsos all'inizio del conflitto
hanno indicato che il 58% degli americani si è opposto a una guerra contro
l'Iran, mentre solo il 38% era a favore.
Due
settimane dopo l'inizio delle ostilità, un sondaggio del “Pew Research Center”
ha rivelato che il 61% della popolazione ha disapprovato la guerra.
Oggi,
anche la base di sostenitori incondizionati di Trump si sta allontanando dal
conflitto:
secondo un sondaggio Politico, poco più di un
terzo dei sostenitori del movimento MAGA ritiene che i costi economici della
guerra contro l’Iran ne siano valsi la pena.
In
confronto, nel peggiore dei casi della guerra del Vietnam, l'opinione pubblica
era più favorevole al conflitto che all'inizio della guerra contro l'Iran.
Per
quanto riguarda la disastrosa invasione dell'Iraq nel 2003, un sondaggio di
Gallup News aveva registrato un tasso di approvazione del 72%, solo il 25%
degli americani si opponeva.
Vale
anche la pena menzionare l'operazione Eagle Clay, la disastrosa missione
ordinata dall'ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter per liberare i
cittadini americani allora detenuti dalla Repubblica islamica. Riferendosi oggi
a Jimmy Carter e alla sua operazione fallita – che ha causato la morte di otto
militari statunitensi – è a causa delle stesse osservazioni del presidente
Trump sull’amministrazione Carter.
In
caso di invasione di terra per impadronirsi del territorio iraniano – l’isola
di Khar è l’obiettivo di occupazione più frequentemente pubblicamente riferito
– il presidente degli Stati Uniti si troverebbe quasi inevitabilmente in una
situazione in cui diversi soldati americani potrebbero essere fatti
prigionieri.
Tutti
i casi sopra menzionati presentano una grande differenza che li distingue dalle
attuali azioni dell’amministrazione Trump: non erano operazioni lanciate solo
per servire gli interessi di un paese straniero.
Sebbene
gli israeliani abbiano certamente svolto un ruolo nello spingere gli Stati
Uniti ad iniziare la guerra in Iraq, questo conflitto ha permesso di affermare
il dominio di Washington sulla regione e di porre gli stati arabi del Golfo più
sotto il suo controllo;
era, ovviamente, una guerra che poteva essere
vinta.
Le
conseguenze dell’invasione non furono immediate;
l’opinione
pubblica americana credeva nel nuovo “nemico islamico” che aveva sostituito la
narrazione della “minaccia rossa”, trasmessa alle popolazioni dell’Occidente
collettivo durante la Guerra Fredda.
La
guerra del Vietnam si basava sull'incidente del Golfo del Tonchino -
un'operazione false flag - per giustificare il conflitto, mentre la guerra in
Iraq ha trovato la sua giustificazione negli attacchi dell'11 settembre. Quanto
all'Iran, non era nemmeno necessario invocare alcun incidente come pretesto;
l'operazione è stata effettuata in fretta e con negligenza.
Questa
volta, l'Iran è riuscito a usare la chiusura dello stretto di Hormuz come mezzo
di pressione sugli Stati Uniti, mentre il movimento yemenita Ansar Allah
stringe il vizio imponendo un contro-blocco all'Arabia Saudita nel Mar Rosso.
Se le forze armate yemenite decidessero di
agire, potrebbero anche bloccare completamente lo stretto di Baby-le-Mandeb,
paralizzando due delle rotte commerciali più importanti del mondo.
L'Iran
ha dimostrato la sua capacità di bombardare senza sosta le basi militari
statunitensi e sconfiggere i tentativi della Marina degli Stati Uniti di
coordinare l'uscita delle navi del Golfo.
Anche
il complesso militare-industriale degli Stati Uniti soffre di aspre battute
d'arresto:
l'Iran è riuscito ad abbattere almeno un jet
da combattimento F-15 e ha persino bloccato il suo obiettivo su un F-35 -
colpendolo al punto da costringerlo a un atterraggio di emergenza.
Gli
alleati degli Stati Uniti nel Golfo, che si erano impegnati a investire
migliaia di miliardi di dollari nell'economia degli Stati Uniti, stanno subendo
le piene conseguenze economiche del conflitto;
alcuni territori potrebbero persino diventare
inabitabili in caso di escalation della guerra.
Che si tratti di proiezione di potere, della vendita
di armi, dell’appropriazione di risorse o dell’immagine della vittoria, non c’è
nulla da guadagnare.
Solo
gli israeliani hanno qualcosa da ritirare da questa guerra profondamente
impopolare.
Stanno
cercando di usare l'esercito americano per fare il lavoro sporco: per degradare
le infrastrutture iraniane e per infliggere un colpo economico alla Repubblica
islamica.
È che Tel Aviv capisce bene che non può
svolgere questo compito da solo;
finché
è in grado di prendere i colpi che gli vengono inflitti, è pronto a continuare
a usare l'amministrazione Trump per servire i suoi interessi.
Gli
Stati Uniti non hanno mai condotto una guerra del genere, una guerra persa a
tutti i livelli e hanno combattuto al solo scopo di soddisfare gli obiettivi
espansionistici di un regime straniero canaglia.
Donald
Trump non assomiglia a Jimmy Carter o al figlio di George Bush; sarà ricordato
come il presidente che ha iniziato una guerra di aggressione per conto di un
regime genocida, che ha molto poco a cuore le conseguenze per gli Stati Uniti e
il resto del mondo, a condizione che continui ad avere il sostegno necessario
per raggiungere i suoi obiettivi:
costruire un impero regionale basato su
un'ideologia suprematista.
(Al
Maiden).
(ISM-Francia).
L'assalto.
Ariannaeditrice.it - Fabio Filomeno – (31/07/2026)
– Redazione – ci dice:
L’assalto
a Ceuta – che molti politici indignati non sapevano neanche dove fosse sulla
carta geografica – ce lo meritiamo.
Dopo
decenni di politiche menefreghiste forse l’Europa avrà capito che
l’immigrazione clandestina è un problema di tutti.
Non possono vedersela da soli i paesi che si
affacciano sul mediterraneo come l’Italia, la Spagna o la Grecia come vorrebbe
l’assurdo trattato di Dublino.
E non
prendiamoci in giro:
quei
sessantamila che hanno invaso Ceuta non scappano da guerre e persecuzioni.
Sono migranti economici che vogliono venire in
Europa perché sanno che si sta meglio (difficile dire ancora per quanto!).
Quindi
che fare?
Semplicemente
quello che non abbiamo mai fatto fino a adesso.
Con l’Africa l’Europa deve vivere in simbiosi
e creare le condizioni perché rimanga agli africani.
Ma per
farlo serve un cambio di paradigma e guardare all’Africa non come un problema
ma come un’opportunità di impresa e di lavoro anche per noi europei.
Si
tratta di riprendere seriamente il progetto “l’Africa per l’Africa” sognato da
Enrico Mattei, uno dei pochi progetti di sviluppo per il continente africano
basato su concreti e pragmatici programmi di collaborazione tecnico economica
come alternativa allo sfruttamento neocolonialista.
Mattei diceva:
«Vogliamo sviluppare le risorse dell'africa
perché il continente possa crescere.
Abbiamo
investito fin dall'inizio sul capitale domestico per promuovere lo sviluppo
locale.
La chiave di tutto è l'accesso all'energia per
portare sviluppo e stabilità, permettendo all'africa di sfruttare il suo
potenziale per la crescita.»
Finora,
invece, l’Europa l’energia l’ha spesa per sostenere la guerra in Ucraina – per
la gioia del trafficante d’armi nonché candidato al Nobel per la pace Zelensky
– indebitando i popoli europei e lasciando che i flussi immigratori, gestiti o
non gestiti, costituissero foraggio per la propaganda politica.
Dal
Golfo Persico al Levante:
verso
un finale negoziale.
Ariannaeditrice.it
- Filippo Bovo – (31/07/2026) – Redazione – ci dice:
Dal
Golfo Persico al Levante: verso un finale negoziale.
(Le
nuove vie del mondo).
Come
già notato negli scorsi articoli, nella notte tra il 17 e il 18 luglio vi è
stata una svolta significativa, con la morte di due militari americani:
non avveniva da marzo.
Un
attacco missilistico iraniano ha colpito infatti la base di Muwaffaq Salti ad
Al-Azra, in Giordania:
la soldatessa Isabella Gonzales, 19 anni, e il
primo tenente Tyler James Fearn, 25 anni, sono morti sul colpo, mentre di un
altro disperso, il sergente Angel S. Ramperai, 28 anni, è stata confermata la
morte successivamente.
Altri quattro militari, secondo l’”Institute
for the Study of War”, sono stati evacuati in condizioni critiche.
Come
reazione, gli USA hanno lanciato la loro ottava notte consecutiva di
bombardamenti, col CENTCOM che, almeno stando a Fox News, s’è concentrato
soprattutto su siti di sorveglianza, infrastrutture logistiche, depositi di
armi sotterranei e capacità marittime.
Cito
volutamente Fox News e altre fonti americane, come l’ISS o lo stesso CENTCOM
coi suoi bollettini, proprio per dare un’idea dell’immensa visione
propagandistica con cui gli USA e la loro Amministrazione hanno nuovamente
tentato, sempre con scarso successo, di trasmettere al proprio pubblico e ai
mercati un’ormai sfumata immagine di superpotenza, come tale in grado di
distruggere completamente un nemico ancora restio, malgrado le distruzioni
precedenti, a lasciarsi piegare.
Quell’epoca
è finita, ma l'establishment americano, insieme a chi ne dipende, non è ancora
del tutto pronto ad accettarlo.
I danni agli impianti di desalinizzazione di Benji,
presso Jack, Hormozgan, causati dagli attacchi USA, hanno lasciato senza acqua
potabile circa 10mila persone in venti villaggi.
Altri hanno invece riguardato gli impianti
energetici, portando il Ministero dell’Energia a consigliare ai cittadini nelle
province meridionali di contenere i consumi onde prevenire i blackout.
Danni
dunque limitati, in un paese che ha dimostrato rapide capacità di ricostruire
le infrastrutture danneggiate;
con
una rete elettrica concepita per resistere a lunghi attacchi e come tale
altamente decentrata, laddove nei paesi del Golfo e in Israele è centralizzata
e con pochi attacchi può rapidamente collassare con un effetto a caduta;
e che,
abbondando di risorse idriche proprie, dipende dagli impianti di
desalinizzazione per il 2%, mentre quei paesi ne dipendono, in base ai casi,
dal 70 al 100%.
Le
reazioni iraniane, se dirette contro siti energetici e idrici altrui, possono
sortire effetti letali:
a maggior ragione in questa stagione, il solo
blocco dei condizionatori renderebbe invivibile la permanenza in ampie aree
della regione, mentre la perdita dell’acqua desalinizzata costringerebbe
milioni di persone ad un immediato espatrio.
Personalmente,
ho sempre nutrito la convinzione che parte dei settori strategici di USA ed
Israele desiderino questo tipo di reazione da parte iraniana, così da
giustificare un loro distruttivo intervento contro l’Iran agli occhi della
platea internazionale.
Ad
impedirlo, la conflittualità con altri settori all’interno di quegli ambienti
decisionali, governativi e militari che siano, che questa guerra ha non a caso
sempre più espresso.
Nei
giorni seguenti, come ad esempio il 19 luglio, l’Iran ha continuato a colpire
le basi USA nella regione, dalla Giordania al Bahrain, col generale Mohsen
Reziari che ha minacciato Washington di “distruzioni a piena scala” qualora gli
attacchi americani fossero proseguiti anche nelle successive 48-72 ore.
È stato però il 20 luglio che abbiamo
assistito ad un serio salto di qualità, con l’entrata in azione di Ansar Allah,
gli sciiti yemeniti. Molti li chiamano sbrigativamente Houthi, e anche in
queste pagine è capitato di farlo; ma è opportuno ricordare che “Houthi” era
solo l’appellativo del loro fondatore, Husayn Badr al-Din al-Houthi.
Ansar Allah, ovvero “Partigiani di Dio”, è
dunque il loro unico vero nome.
Il
blocco parziale dello Stretto di Baby le-Mandeb contro l’Arabia Saudita,
attuato da Ansar Allah il 20 luglio, merita più approfondite osservazioni in
altra sede, tuttavia una breve cronologia che ne dia spiegazione può qua
risultare pertinente.
Il 3 luglio gli sciiti yemeniti hanno
affrontato dei caccia sauditi intenti ad impedire l’atterraggio di un aereo
civile iraniano che riportava dei pellegrini a Sanaa.
Il 5
luglio 16 soldati del Consiglio Presidenziale, il governo dello Yemen del sud,
ufficialmente riconosciuto in sede internazionale e sostenuto da Riyad, sono
morti in battaglia contro i combattenti di Ansar Allah.
In risposta, il 13 luglio il Consiglio
Presidenziale ha attaccato la pista dell’aeroporto di Sanaa per impedire
l’atterraggio di un altro aereo iraniano.
Ciò ha
portato Ansar Allah a colpire l’aeroporto saudita di Abba, indicando in Riyad
il reale mandante dell’azione sud yemenita e con questa rompendo la tregua
stabilita nel 2022.
Ansar
Allah ha presto colpito le petroliere saudite Incelai e Layla, insieme ad
un’altra a 70 miglia nautiche, oltre ad indurre altre navi a rettificare od
invertire la loro rotta in modo da sottrarsi a possibili attacchi.
L’agenzia
SABA, espressione di Ansar Allah, offre un costante bollettino del conflitto in
corso con le autorità saudite, trovando rapide conferme anche in altre fonti, a
cominciare dalla “Saud Press Agency”.
Il conflitto tra USA e Iran è proseguito anche nei
giorni seguenti, con attacchi che soprattutto il 21 luglio si sono largamente
intensificati.
Gli USA, sempre attenendosi al CENTCOM, hanno
colpito l’aeroporto di Bushehr, l’isola di Arak, i porti di Chahar e Konrad,
oltre a Siri, Dasht, Omilie, Behbahan, Bandar Mashhad, Vendita, Banes,
Kabudarahang, Kandahar, Schivar, Abduana, una base aerea a Kabudarahang e una
caserma delle forze di terra dell’IRGC a Behbahan, oltre ad un sito produttivo
presso Teheran. Tolti pochi obiettivi nel centro e nel nord del paese, come il
Kurdistan iraniano, l’azione americana è stata perciò orientata soprattutto
alle province meridionali, come Kuzistan, Hormozgan, Sistani e Belucistan.
Ciò ha rafforzato l’ipotesi di un’azione di
terra da parte degli USA, più volte minacciata dal Presidente Trump e
fortemente caldeggiata dal premier Netanyahu:
anche
in questo caso, le forze americane dovrebbero agire nei non facili terreni di
Isfahan, per impadronirsi dell’uranio arricchito celato in un sito tra i 100 e
i 145 metri sotto il monte Package, nella catena degli Zagor.
Ad
aprile vi era già stato, come molti ricorderanno, un infelice precedente,
seppur mascherato dietro il recupero di un pilota americano abbattuto col suo
F-15;
gli americani furono costretti ad una rapida
ed infruttuosa fuga, riportando delle perdite mai ufficializzate.
Una
parte dei settori di comando USA, evidentemente, ritiene che quell’azione sia
andata male solo perché non erano state concentrate forze in quantità adeguate;
va da
sé, naturalmente, che ripetere con numeri più ampi un intervento sul suolo
iraniano, pur con l’ausilio di modiche forze alleate come ad esempio dal
Kurdistan iracheno, non frutterebbe comunque migliori risultati.
Concludendosi
soltanto in un’immensa carneficina ben difficile da nascondere a media e
pubblico americano, e al mondo intero, segnerebbe un drammatico e scenico
tracollo di quanto ancora resta degli USA e della loro immagine di superpotenza
a livello regionale e globale.
A quegli attacchi, l’Iran ha reagito colpendo
le basi aeree giordane King Faisal ad Al Jafar e Prince Hassan a Marfa,
distruggendo gli hangar per gli F-15 e i droni, depositi per elicotteri e
alloggi del personale USA, e un sito presso il porto di Aqaba, fatto che ha
destato una certa impressione a livello israeliano, data la forte vicinanza col
porto di Eilat.
In
Kuwait, fatto non inedito, nuovi attacchi hanno riguardato, oltre ai siti
militari, anche quelli energetici e per la desalinizzazione.
Il 22 luglio poi Ansar Allah, come già
riportato, ha preso di mira le petroliere Incelai e Layla, mentre altre sette
hanno deviato per evitare Baby le-Mandeb, con un traffico marittimo sceso
nell’arco di 24 ore da 64 a 30 navi.
La petroliera cinese Xing Long, dopo un
iniziale cambio di rotta, ha invece ripreso tranquillamente la sua direzione
verso lo Stretto.
Il 23
luglio il CENTCOM è tornato a bombardare centri di comando militari, depositi
di droni, reti di comunicazione, siti di sorveglianza costiera e capacità
marittime;
naturalmente, sempre attenendosi ai suoi
bollettini e a ciò che vorrebbero contrabbandare.
Sappiamo
infatti che sono stati soprattutto gli obiettivi civili, anziché militari, a
venir prediletti dal CENTCOM, con Trump che in una recente conferenza stampa ha
rifiutato di rispondere a giornalisti del New York Times che gliene chiedevano
la ragione.
Non a
caso, proprio quella notte è stato bombardato dalle forze aeree USA il valico
di Salacche, tra Iran e Iraq, mentre veniva percorso da pellegrini iraniani in
vista dell’Arben, con due morti e undici feriti. Ancora, sempre quella notte
gli USA hanno usato per la prima volta un bombardiere B-1, mentre Teheran ha
concentrato ampi sforzi nel radere al suolo le basi di Camp Doha, Ali Al Salem,
Camp Ariana e Camp Udirai in Kuwait.
Si
tratta della strategia iraniana di “de basificazione”, che prosegue oggi a
ritmi sempre più massicci con l’obiettivo di privare Washington di ogni suo
fruibile presidio militare in tutta la regione.
Ciò
sta portando, come già notato negli articoli precedenti ed ormai riportato
anche da media ed analisti americani, al graduale seppur non confessato ritiro
del CENTCOM dai paesi del Golfo ad Israele.
Nel frattempo, il New York Times ha dato
notizia di un rifiuto iraniano ad una proposta americana di tregua, smentendo
Trump che proprio poco prima aveva assicurato, per l’ennesima volta, che
fossero gli iraniani ad implorarlo per un accordo con cui fermare la guerra.
Gli USA hanno dunque preso momentaneamente
atto della loro impossibilità a portare avanti la guerra.
Il 24
luglio, per la prima volta in quasi due settimane, il CENTCOM non ha comunicato
nuovi attacchi contro l’Iran, sebbene media iraniani abbiano parlato di
esplosioni a Qeshm e Bandar Abbas.
L’IRGC ha colpito e distrutto il data center
di Amazon in Bahrain usando missili da crociera, in risposta al bombardamento
di un sito nucleare in costruzione a Darkhovin, ed avvertito anche altre
compagnie dell’hi-tech come Google, Apple, Microsoft e OpenAI, col suo sito
Star Gate di Dubai, di possibili interventi in caso di nuove azioni contro
Teheran.
L’apporto
dato da queste compagnie al Pentagono per i suoi interventi militari è infatti
a dir poco insostituibile, ad esempio per l’individuazione degli obiettivi o il
tracciamento dei missili, con l’IRGC che motiva i suoi bombardamenti ai loro
data center come una risposta legittimamente difensiva. Amazon aveva già
riportato seri danni a marzo ed aprile, tanto da classificare l’intera regione
in hard-down, ovvero in crash totale dei sistemi, tra reti, terminali ed altro
hardware.
Trump, in un’intervista ad “Axios”, ha
affermato di esser “vicino a prendere una decisione” per “un massiccio attacco,
più grande che mai”, con Israele che “si unirebbe in due minuti”, pur subendo
delle “conseguenze”; ma a rafforzarsi è intanto l’impressione che gli USA, nel
loro vuoto di strategia, cerchino soprattutto una via d’uscita, per quanto
fortemente pressati in senso opposto da Tel Aviv.
Sempre
in quelle ore il Wall Street Journal ha annunciato che Bahrain e Kuwait, col
supporto aereo ed intelligence degli EAU, hanno segretamente inviato i propri
caccia per colpire obiettivi in Iran, una notizia che non pare discostarsi
molto, per significato, dagli attacchi sauditi contro Ansar Allah di quegli
stessi giorni;
sebbene
occorrano sempre giorni per verificare l’effettivo realismo di certe notizie, è
in ogni caso certo che non da ora Washington abbia intensificato le sue
pressioni sui paesi del Golfo al fine di trascinarli nel conflitto.
Il tentativo americano di far perno sulle
quinte colonne interne a quei paesi, per porre dinanzi ad uno sgradito fatto
compiuto i loro ambienti più moderati ed inclini a compiere passi costruttivi
verso Teheran, suona in questo momento come un approccio ibrido tra un estremo
gesto per dare continuità al conflitto e un deliberato ed incosciente
avvelenamento dei pozzi.
Quanto
fatto a suo tempo da Saddam Hussein ritirandosi dal Kuwait, parte degli
ambienti USA vorrebbero farlo oggi lasciando il Medio Oriente, seppur in senso
più politico e metaforico che “fisico” e “petrolifero”; forse.
Così, anche il successivo 25 luglio non
abbiamo visto annunci ufficiali di attacchi da parte del CENTCOM, col ministro
della Salute iraniano, Hossein Kermanpour, che su X ha dichiarato che
finalmente “l’Iran ha avuto una notte tranquilla”.
Ansar
Allah ha tuttavia rivendicato un attacco missilistico su Jizan, in Arabia
Saudita, in risposta a precedenti bombardamenti sauditi su Hodeida come
ritorsione per i lanci contro le petroliere. Comprensibilmente, le
dichiarazioni saudite e yemenite non collimano sulla tipologia di bersagli
colpiti: solo militari per le prime, soprattutto civili per le seconde.
Ancora,
fonti saudite hanno riportato l’intercettazione di lanci yemeniti contro le
raffinerie di Yambo, terminale portuale sul Mar Rosso con cui oggi Riyad può
ancora esportare giornalmente 7 milioni di barili, in larga parte provenienti
da Abcasi, sul Golfo Persico, a cui è collegato da un vitale oleodotto.
Nel
mentre, Trump ha annunciato l’arrivo nella prossima settimana del premier
Netanyahu;
molti
ricorderanno che la visita, inizialmente prevista per metà luglio, era stata
poi rinviata a fine mese in un momento apparentemente non facile per le
relazioni tra USA ed Israele.
Nel
concludere questa lunga rassegna, è infine opportuno segnalare un fatto
tutt’altro che di poca valenza:
sempre
il 25 luglio, l’IRGC ha comunicato di aver fermato con colpi d’avvertimento
quattro navi che tentavano di violare le rotte prescritte per lo Stretto di
Hormuz.
La
notizia, in sé molto tecnica, assume un forte significato alla luce degli
importanti progressi negoziali registrati da Iran e Oman per una gestione
congiunta della navigazione lungo la rotta di Hormuz, annunciata con la
creazione di un tavolo di lavoro lo scorso 23 giugno.
I
movimenti delle navi, i servizi marittimi e i costi di navigazione saranno
unitamente affrontati da Teheran e Muscat nel pieno e reciproco rispetto della
loro sovranità.
Stiamo
dunque entrando in una fase di progressivo contenimento delle tensioni.
I
progressi negoziali “Iran omaniti” assestano infatti un duro colpo ai già visti
tentativi di Washington di sfruttare le acque di Muscat per imporre rotte
parallele a quelle iraniane, e che peraltro l’azione militare dell’IRGC aveva
prontamente fatto naufragare;
mentre
i colpi di Ansar Allah al complesso di raffinazione ARAMCO di Jizan, che
quotidianamente lavora 400mila barili, ha rivelato la grande vulnerabilità
delle infrastrutture energetiche dell’intera regione, da cui dipende la vita di
milioni di cittadini di quei paesi e il fabbisogno, non solo energetico, del
20% del pianeta.
La
sfida dell’immigrazione.
Le
destre illiberali agitano paure,
le
sinistre progressiste le rimuovono.
Quotidiano.net
– (2 agosto 2026) – Raffaele Marmo – Redazione - ci dice:
La
questione migratoria è ridotta a minaccia identitaria o negata come questione
reale. Ma una società aperta non vive senza confini regolati e integrazione
esigente.
(L'assalto
dei migranti alla frontiera spagnola a Ceuta).
Roma,
2 agosto 2026 – L’immigrazione è il punto nel quale la crisi delle democrazie liberali
smette di essere soltanto economica e diventa culturale, simbolica, quasi esistenziale.
Tocca
il lavoro e la casa, la scuola e la sicurezza, il welfare e l’identità, ma
soprattutto mette alla prova la capacità di una società aperta di non
confondere l’apertura con la rimozione di ogni criterio di governo del
fenomeno.
La destra, non a caso, vince quando trasforma
l’immigrazione in paura identitaria.
La
sinistra perde quando risponde come se quella paura fosse sempre e soltanto
ignoranza, razzismo, regressione morale.
In
mezzo resta il vuoto della politica:
il
luogo nel quale una questione reale viene consegnata alla sua caricatura.
Una
democrazia liberale non può vivere senza confini.
Può
scegliere di renderli permeabili, regolati, umani, coerenti con il diritto
internazionale e con i bisogni dell’economia, ma non può fingere che non
esistano.
Il confine non è necessariamente un muro:
è la forma attraverso cui una comunità
politica decide chi entra, a quali condizioni, con quali diritti, con quali
doveri, dentro quale percorso di cittadinanza.
Rimuoverlo
culturalmente significa regalarlo a chi lo trasforma in feticcio.
“Michael
Walzer” aveva colto questo punto con nettezza:
la distribuzione dell’appartenenza è una delle
decisioni più delicate di una comunità democratica, perché da essa dipende la
tenuta stessa della solidarietà interna.
I
numeri, del resto, spiegano che non siamo davanti a un fenomeno marginale.
Tutt’altro.
Al 1°
gennaio 2025 vivevano nell’Unione europea 46,7 milioni di persone nate fuori
dall’Ue, pari al 10,4 per cento della popolazione, oltre a 18 milioni di
residenti nati in un altro Stato membro.
L’Ocse
rileva che nel 2024 la migrazione permanente verso i Paesi membri è scesa del 4
per cento rispetto all’anno precedente, ma con 6,2 milioni di nuovi ingressi è
rimasta superiore del 15 per cento ai livelli del 2019.
Il
punto, dunque, non è negare l’immigrazione né assolutizzarla.
È governarla.
Le società occidentali, invecchiate, con bassi
tassi di natalità e settori interi in carenza di manodopera, non possono
permettersi l’illusione dell’autosufficienza demografica.
Ma
proprio perché l’immigrazione è necessaria, non può essere trattata come un
processo spontaneo, lasciato a mercati del lavoro opachi, scuole impreparate,
periferie congestionate e amministrazioni locali sole.
È in
questo tornante che si colloca l’errore più grave del progressismo europeo.
Per
anni ha difeso, giustamente, il principio della dignità della persona migrante,
ma troppo spesso ha esitato a pronunciare le parole governo, limite,
integrazione, sicurezza, obblighi.
Ha temuto che ogni discorso sull’ordine
diventasse concessione alla destra.
Così
facendo, ha lasciato che fosse la destra a parlare ai cittadini dei problemi
concreti:
le
classi sovraccariche, gli alloggi insufficienti, i quartieri dove convivenza e
marginalità si sovrappongono, il lavoro povero che mette in concorrenza
fragilità diverse, la piccola criminalità che diventa prova generale di una
paura più ampia.
La
destra illiberale compie l’operazione opposta e speculare. Prende problemi veri
e li riduce a un’unica narrazione:
lo straniero come causa del declino, il
confine come redenzione, l’identità come proprietà esclusiva dei nativi.
Non
propone integrazione, ma separazione morale.
Non
distingue tra lavoro regolare, asilo, clandestinità, cittadinanza, seconde
generazioni.
Mescola
tutto in un’unica emozione politica.
È la
logica amico-nemico applicata alla società plurale: non si governa la
complessità, la si concentra in un volto esterno contro cui mobilitare il
risentimento interno.
Eppure,
l’integrazione non è un ornamento etico.
È una politica pubblica dura, costosa,
quotidiana. Significa lingua, scuola, casa, lavoro, legalità, riconoscimento
delle competenze, cittadinanza possibile ma non automatica, doveri esigibili e
diritti effettivi.
Non è
un dettaglio amministrativo:
è il cuore della questione democratica, perché
dove l’integrazione fallisce non nasce soltanto marginalità migrante, nasce
anche paura nativa.
I dati
mostrano quanto questa sfida sia concreta.
Nel
2025, nell’Ue, gli abbandoni precoci di istruzione e formazione tra i cittadini
non europei erano al 24,7 per cento, contro il 7,7 per cento dei cittadini
nazionali.
Queste
cifre non parlano soltanto di disuguaglianza:
parlano
del rischio di produrre, dentro la stessa società, percorsi paralleli che non
si incontrano più.
Anche
il lavoro conferma l’ambivalenza.
Gli immigrati sono indispensabili in molti
settori, ma se l’immigrazione viene assorbita solo dal lavoro povero, diventa
carburante per due ingiustizie:
sfruttamento
di chi arriva e risentimento di chi già vive ai margini.
La
casa è l’altro luogo nel quale l’astrazione diventa conflitto.
In quartieri già fragili, dove mancano alloggi
pubblici, trasporti, servizi, presidi educativi e sicurezza urbana, l’arrivo di
nuovi bisogni viene percepito non come arricchimento, ma come competizione.
Senza governo la convivenza viene scaricata
sui più deboli: immigrati poveri e nativi impoveriti.
“Georg
Simmel”, nel suo saggio sullo straniero, descriveva una figura insieme vicina e
lontana:
qualcuno che appartiene al gruppo proprio
perché viene da fuori, e che per questo ne rivela tensioni, paure, ipocrisie.
Mostra
ciò che la società preferirebbe non vedere di sé stessa.
La
risposta liberalsocialista deve sottrarsi a entrambe le scorciatoie.
Contro
la destra, deve affermare che nessuna società libera può fondarsi sulla
gerarchia etnica della protezione, né trasformare il migrante nel capro
espiatorio della globalizzazione, dell’austerità, del lavoro povero e della
crisi dei servizi.
Contro
la sinistra delle rimozioni, deve dire che l’universalismo senza istituzioni
diventa retorica, e che la solidarietà vive solo se è organizzata, finanziata,
regolata, resa compatibile con la vita ordinaria delle comunità.
Il
confine che la destra idolatra e che la sinistra rimuove va recuperato non per
chiudere la democrazia, ma per salvarne la forma politica.
Perché
solo una comunità che sa governare l’ingresso può rendere credibile
l’inclusione, solo una società che pretende doveri può garantire diritti, solo
uno Stato che protegge i più fragili, nativi e immigrati, può impedire che la
competizione tra poveri diventi la materia prima del non liberalismo.
La destra promette ordine contro apertura.
La
sfida è dimostrare che l’apertura può avere ordine, e che proprio per questo
non deve avere paura della libertà.
Sviluppo
e Economia.
La
variabile nascosta che decide l’impatto dell’immigrazione.
Mondoeconomico.eu
– (31 marzo 2026) – Giuseppe Russo – Redazione – ci dice:
Un
modello strutturale calibrato su tre economie europee mostra che la politica
migratoria ottima non dipende dal numero degli immigrati, ma dalla qualità
della loro integrazione produttiva.
Per l’Italia, basterebbero riforme
circoscritte per trasformare l’immigrazione da costo a investimento, con un
gettito fiscale aggiuntivo di 5–12 miliardi di euro l’anno.
Emergenza
o meccanismo economico?
Nel
2024, oltre 160 milioni di persone nate all’estero risiedevano nei paesi OCSE,
pari all’11,5% della popolazione totale.
Le
domande di asilo hanno raggiunto il massimo storico di 3 milioni.
E
tuttavia il dibattito politico europeo resta intrappolato in un frame binario:
«frontiere aperte» contro «fortezza».
Come
se la scelta fosse tra due sole possibilità, ciascuna con il proprio corredo di
semplificazioni e di paure.
L’economia racconta una storia più sfumata, e
soprattutto più utile.
L’immigrazione
non è turismo.
Non è un flusso esogeno che un governo subisce
o respinge:
è una variabile endogena del sistema
economico, plasmata da differenziali di produttività, strutture demografiche,
frizioni del mercato del lavoro e architetture istituzionali.
Di
conseguenza, la politica migratoria ottima non è una scelta binaria, né
puramente quantitativa.
Non si
riduce al numero di visti stampati dal decreto flussi.
È una funzione delle condizioni strutturali
del paese e cambia — radicalmente — al mutare di quelle condizioni.
Ho
provato a dimostrarlo costruendo un modello strutturale che integra la
migrazione in un quadro di equilibrio generale con lavoratori eterogenei,
produzione multi-settoriale, mobilità imperfetta ed esternalità di
integrazione, e calibrandolo su tre economie europee: Germania, Spagna e
Italia.
Il
risultato principale è che il segno della politica migratoria ottima — se
convenga tassare (ostacolare) o sussidiare (favorire) l’immigrazione — dipende
da quanto (e come) produttivamente siano integrati/integrabili gli immigrati
nel tessuto economico. Si vede che se cambiano i parametri dell’integrazione
(le politiche), si capovolge la soluzione.
La
trappola demografica europea ed italiana.
Partiamo
dai numeri.
L’Italia
ha un tasso di fecondità totale di 1,18 figli per donna, il più basso della sua
storia.
L’indice di dipendenza degli anziani è a 38,3:
significa che per ogni cento persone in età
lavorativa ce ne sono quasi quaranta oltre i 65 anni.
L’ISTAT
proietta un declino demografico del 22% entro il 2080, da 59 milioni a circa 46
milioni di abitanti.
La
popolazione in età lavorativa si contrarrà di quasi un terzo entro il 2050.
In queste condizioni, l’immigrazione non è una
questione culturale:
è una necessità attuariale per il sistema
pensionistico e un requisito strutturale per la forza lavoro.
La Germania ha 1,35 figli per donna e un’età
mediana di 45,8 anni; la Spagna ne ha 1,19 e 45,2.
L’intera Unione Europea perderà circa 40
milioni di persone in età lavorativa entro il 2050.
La
domanda di migrazione nelle economie avanzate non è guidata dalla generosità e
dall’altruismo, ma dalla demografia.
L’Italia,
poi, ha perfino una storia peculiare da raccontare.
Per un
secolo, dal 1860 al 1970, fu uno dei grandi paesi di emigrazione: circa 26
milioni di italiani lasciarono il paese.
La
trasformazione in terra di accoglienza iniziò negli anni Ottanta e accelerò
dopo il 2000:
i
residenti nati all’estero sono cresciuti da 1,3 milioni nel 2001 a 5,3 milioni
nel 2024.
Nello
stesso anno il saldo migratorio netto internazionale è stato di +244 mila
unità, con un dettaglio su cui riflettere:
l’emigrazione italiana è cresciuta del 36,5%,
concentrata tra i giovani adulti di 25–44 anni ad alta scolarizzazione, diretti
verso Germania, Spagna e Regno Unito.
Il
paese importa braccia e esporta cervelli:
è il sintomo di un’economia che non riesce a
valorizzare né i talenti che ha, né quelli che arrivano.
Un
modello che misura quanto conta l’immigrazione, non quanta è
Il
modello produce una formula risolutiva chiusa per la tassa migratoria ottima:
un
numero che può essere positivo (conviene frenare l’immigrazione) o negativo
(conviene incentivarla).
La
formula si riduce a tre componenti, ciascuna con un significato economico
preciso.
La
prima è la componente di monopsonio.
Il
paese ospitante esercita potere di mercato sulla manodopera migrante.
Un
bracciante dell’Africa subsahariana che arriva nel Mezzogiorno ha pochissime
destinazioni alternative realistiche:
il suo ventaglio di opzioni è ristretto, e
questo dà all’Italia un potere contrattuale sproporzionato.
Un
ingegnere romeno che valuta la Germania, invece, sa di avere anche Austria,
Olanda e Scandinavia come opzioni credibili: se Berlino peggiora le condizioni,
lui si muove altrove.
È esattamente il meccanismo della tariffa
ottima nel commercio internazionale: più rigida è l’offerta, più il compratore
può estrarre rendita.
La
seconda è la componente di congestione.
Ogni migrante non occupa solo un posto di
lavoro: occupa anche un posto in una scuola per i figli, un letto d’ospedale
potenziale, un alloggio.
Quando i numeri sono contenuti, il sistema
assorbe senza tensioni visibili.
Ma
oltre una certa soglia, ogni arrivo aggiuntivo genera un costo marginale
crescente che non ricade sul migrante stesso, bensì sulla collettività.
È
un’esternalità negativa classica.
Il pronto soccorso dimensionato per centomila
residenti regge duemila utenti aggiuntivi; ne soffre visibilmente con
diecimila; a ventimila è in crisi strutturale.
La
terza è la componente di beneficio fiscale.
Quando
gli immigrati sono contribuenti netti — versano più in tasse di quanto ricevano
in servizi — questo termine entra nella formula come motivo di sussidio,
riducendo la tassa ottima e potendola rendere negativa.
I dati
europei mostrano che nei paesi con forte integrazione nel mercato del lavoro
gli immigrati sono contribuenti netti;
nei paesi con integrazione debole e maggiore
informalità — tra cui l’Italia — il contributo è inferiore o negativo.
Tre
paesi, tre equilibri e il caso speciale italiano.
Abbiamo
calibrato il modello su Germania, Spagna e Italia, con uno scenario aggiuntivo
per l’Italia dopo ipotetiche riforme strutturali.
I parametri riflettono condizioni reali:
l’elevato contributo fiscale degli immigrati
in Germania (dove il tasso di occupazione degli stranieri è tra i più alti
d’Europa),
la segmentazione del mercato del lavoro
spagnolo, e il caso italiano con la sua combinazione di informalità, bassi
salari degli immigrati e frizioni istituzionali.
La
tabella riassume la decomposizione della tassa ottima.
Tabella
1. Tassa migratoria ottima e decomposizione (% del salario medio).
Valori
negativi indicano sussidio.
Italia (rif.) = scenario post-riforma:
contributo fiscale +10%, costo integrazione ridotto - Elaborazione Centro
Einaudi
La
politica ottima della Germania sarebbe un sussidio del 3%:
il
forte contributo fiscale degli immigrati più che compensa monopsonio e
congestione.
La
Spagna si colloca in territorio di piccola tassa positiva, al 2,8%, riflettendo
ritorni fiscali più deboli. L’Italia, nelle condizioni attuali, mostra una
tassa positiva del 2,9% — non perché l’immigrazione sia «troppa», ma perché
l’integrazione produttiva è troppo debole.
L’ultima
colonna a destra ci sottopone uno scenario.
Lo scenario di riforma italiano — se si
portasse il contributo fiscale netto dal 5% al 10% e se si riducessero i costi
di integrazione attraverso politiche ad hoc — si invertirebbe il segno della
politica ottima da +2,9% a −1,3%.
Il
livello di immigrazione diventerebbe razionalmente sussidiabile anziché
tassabile.
La
distanza tra la Germania e l’Italia nella formula è fatta di scelte
istituzionali diverse.
Il Pil
che si perde o guadagna cambiando le politiche
Le
simulazioni macroeconomiche, condotte usando una funzione di produzione
standard con i dati italiani (PIL di 2.000 miliardi, pressione fiscale del 42%,
2,5 milioni di lavoratori immigrati), traducono i parametri in cifre.
Tabella
2. Impatto macroeconomico degli scenari di riforma, Italia.
Base:
PIL = €2.000 mld, pressione fiscale = 42%, lavoratori immigrati = 2,5 mln,
salario medio = €30.000 - Elaborazione Centro Einaudi
Anche
nello scenario prudente, che ipotizza un aumento di produttività degli
immigrati di appena il 5%, la riforma produce circa 5 miliardi di euro di
gettito fiscale aggiuntivo annuo: una cifra paragonabile a una riforma fiscale
di medio calibro.
Nello
scenario ottimistico, il dato si avvicina ai 12 miliardi, con un miglioramento
persistente del rapporto debito/PIL.
Su un
decennio, l’effetto cumulato sulle finanze pubbliche sarebbe di tutto rispetto
per un paese con un debito al 135% del PIL e una spesa pensionistica che
assorbe oltre il 16% del prodotto.
Italia:
bisogno alto, capacità bassa.
L’Italia
è la grande economia europea con il fabbisogno demografico più acuto —
fecondità più bassa, dipendenza degli anziani più alta, contrazione della forza
lavoro più rapida — eppure ha la capacità istituzionale di integrazione
produttiva più debole tra i paesi UE-15. Informalità elevata, mercato del
lavoro segmentato, salari degli immigrati più bassi rispetto ai nati in Italia.
È come
un organismo che ha bisogno di un nutriente ma non riesce a metabolizzarlo:
il
problema non è l’assenza dell’input, ma l’incapacità di trasformarlo in
energia.
Il
basso contributo fiscale netto degli immigrati in Italia non è una
caratteristica intrinseca di chi arriva.
Gli
immigrati sono, in media, più giovani e potenzialmente più economicamente
attivi della popolazione residente.
Il problema è istituzionale:
il lento riconoscimento delle credenziali (l’Italia
impiega tempi molto più lunghi di Germania o Paesi Bassi per validare un titolo
professionale), la dominanza dei settori informali e del lavoro sommerso,
l’accesso limitato alla formazione, il mismatch geografico tra luogo di
insediamento e domanda di lavoro. L’85% degli immigrati si concentra nel
Centro-Nord, spesso dove il mercato abitativo è già saturo, mentre intere zone
del Mezzogiorno e delle aree interne hanno domanda di lavoro insoddisfatta e
patrimonio immobiliare inutilizzato.
Un
lavoratore qualificato dei paesi poveri che emigra verso un paese ricco tende a
finire nel settore a bassa produttività, non per mancanza di competenze, ma per
puro arbitraggio salariale: un lavoro «povero» nel paese ricco domina un lavoro
«ricco» nel paese povero. Il modello dimostra che questo non è un fallimento
individuale, ma un equilibrio strutturale. E simmetricamente, i lavoratori nati
in Italia qualificati rifiutano il settore a bassa produttività non per
pigrizia — l’eterno refrain dei «bamboccioni» — ma per arbitraggio
intertemporale razionale: aspettare un posto nel settore qualificato è la
scelta ottima. La produttività assoluta del paese non conta; conta il
differenziale tra settori e la liquidità del mercato del lavoro qualificato.
Immigrazione,
da costo a investimento, come?
Alla
fine, il modello suggerisce qualche destinazione sulla mappa delle riforme che
potrebbero invertire il segno della politica ottima italiana.
Riconoscimento
accelerato delle qualifiche straniere, che oggi costringe ingegneri e tecnici a
lavorare come braccianti o rider per anni.
Politiche
attive del lavoro che colleghino domanda e offerta in modo sistematico, anziché
lasciare il matching alle reti informali.
Regolarizzazione
dell’occupazione sommersa, perché ogni lavoratore che passa dall’economia
informale a quella formale aumenta direttamente il contributo fiscale netto.
Formazione
linguistica strutturata:
la padronanza dell’italiano è il singolo
predittore più forte di mobilità occupazionale ascendente per un immigrato,
eppure i Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti raggiungono appena
100–110 mila iscritti l’anno a fronte di 5,3 milioni di residenti stranieri,
con liste d’attesa ovunque e un finanziamento pubblico limitato.
Meccanismi
di riallocazione geografica, come quelli che la Germania pratica con il
Königsteiner Schlüssel, il Canada con i Provincial Nomine Programs, l’Australia
con i visti regionali: strumenti che collegano l’insediamento degli immigrati
alla domanda territoriale di lavoro. L’Italia non dispone attualmente di alcuno
di questi meccanismi.
Il
decreto flussi annuale, con il suo rituale di quote numeriche, è uno strumento
necessario ma insufficiente se non accompagnato da interventi che modifichino i
parametri di impiego dei flussi nell’economia.
Un paese che migliora la propria capacità di
integrare produttivamente gli immigrati non ottiene solo risultati sociali
migliori:
modifica
l’economia stessa della migrazione, trasformandola da voce di spesa a fonte di
prodotto.
Governare
i flussi o subirne gli effetti.
L’algebra
è indifferente all’ideologia, e questo è il suo pregio.
Ci
dice che la scelta reale non è tra immigrazione e non-immigrazione:
l’immigrazione
c’è già, e la demografia garantisce che continuerà.
La
scelta è tra un’immigrazione mal integrata e fiscalmente improduttiva — quella
che alimenta frizioni sociali e consenso restrittivo — e un’immigrazione
governata, produttivamente integrata e fiscalmente sostenibile.
In un
paese con 1,18 figli per donna, 370 mila nascite l’anno contro 156 mila giovani
che emigrano, e una popolazione in età lavorativa destinata a contrarsi di
quasi un terzo entro il 2050, è la stessa sostenibilità fiscale e pensionistica
a richiedere questa scelta.
Il
costo dell’alternativa — non fare nulla e sperare che la demografia si corregga
da sola — è misurabile, crescente, e purtroppo non tranquillizzante.
Immigrazione,
una risposta politica.
Rivistailmulino.it
– (31 luglio 2025) - Fernando Bruno - Giovanni Cocconi – Redazione – ci dicono:
Immigrazione,
una risposta politica.
(PH:
Lu FeTa - Shutterstock.com).
Quasi
il 70% delle imprese italiane fatica a trovare personale: serve una politica
migratoria che veda l'immigrazione come risorsa cruciale per il futuro demografico
ed economico del Paese.
Quasi
il 70% delle imprese italiane che manifesta un fabbisogno di personale dichiara
di riscontrare “difficoltà di reperimento”.
A
dirlo (anzi, a confermarlo di anno in anno) è Confindustria nell’indagine
annuale sul lavoro dell’agosto 2024:
“La
quota di imprese che dichiarano difficoltà è più elevata nell’industria (73,5%)
che nei servizi (65,0%) e cresce con la dimensione aziendale, dal 64,8% nelle
imprese piccole, al 72,8% in quelle medie e al 77,6% nelle grandi. Le maggiori
problematiche emergono per le competenze tecniche (segnalate dal 69,2% delle
imprese con difficoltà di reperimento) e per quelle manuali (47,2%)”.
Il
tema immigrazione – al centro del dibattito pubblico italiano ed europeo,
motore di successi e insuccessi elettorali, bandiera ideologica e identitaria,
luogo di scontro tra destra e sinistra, palestra di opposti estremismi tra chi
pratica l’idea del respingimento a oltranza e chi postula un’impopolare e
complicata politica dell’accoglienza” ab Aeternum” – richiederebbe di essere
trattato dalla politica non già come agone di scontro, ma mettendo in campo
cultura giuridica, conoscenza dei fatti e capacità di visione.
Il
segnale del referendum.
La
lettura complessa del fenomeno è sostanzialmente estranea al dibattito
pubblico.
Nell’immaginario
collettivo appare largamente maggioritaria l’idea della perfetta identità tra
immigrazione, clandestini, sbarchi, insicurezza.
Non si
vede una narrazione politica capace di far passare con forza il concetto che il
Paese ha un bisogno estremo di immigrazione legale e programmata.
Tutto
questo resta materia riservata di studi e analisi accademiche.
E
invece è urgente rovesciare questa identità puramente immaginaria e riportare
il dibattito pubblico sul tema alla sua vera dimensione.
Compito
non facile ove si rifletta sui risultati del referendum di giugno sulla
cittadinanza agli immigrati residenti in Italia.
Come noto, solo il 30% degli aventi diritto si
è recato alle urne;
e
però, mentre quasi il 90% dei votanti si è espresso a favore dei quattro
referendum sul lavoro, il consenso sul referendum sulla cittadinanza agli
stranieri si è fermato al 65%.
Posto che i cinque quesiti hanno mobilitato in
larghissima misura il solo elettorato di centrosinistra, la vera notizia uscita
dai referendum è che, per dirla con una battuta, anche “molti compagni della
Cgil” hanno evidentemente un problema col tema della cittadinanza agli
immigrati residenti.
All’esito
appena descritto difficile resistere alla tentazione di richiamare alla mente
le parole del sociologo” Franco Cassano” nel suo pamphlet” L’umiltà del male”
(Laterza, 2011) dedicato alla grandiosa parabola dostoevskiana del Grande
inquisitore: “Senza un’élite competente e coraggiosa la politica muore. Ma questa
spinta morale deve sapersi confrontare con la maggioranza degli uomini,
misurarsi con la loro imperfezione, deve diventare politica”.
Se
l’immigrazione rappresenta una grande questione politica, la politica ha il
dovere di affrontarla e governarla con risposte politiche e facendosi carico
delle opinioni e delle paure degli elettori.
Per il
centrosinistra quel risultato referendario è la fine di un alibi.
Se
l’immigrazione rappresenta una grande questione politica, la politica ha il
dovere di affrontarla e governarla con risposte politiche, il che significa
anche farsi carico delle opinioni della maggioranza degli elettori, anche delle
loro imperfezioni, comprese le loro paure.
La
paura dello sconosciuto, della persona diversa da sé, è antica come l’umanità.
Va compresa, va interpretata, non va semplicemente snobbata con un’alzata di
spalle o, peggio, liquidata come sintomo di ignoranza o razzismo. E nemmeno si
può opporre alla paura la sola risposta illuministica dei dati e delle cifre.
Se quella paura fosse anche solo frutto di un
errore e di una percezione sbagliata, si dovrebbe lavorare anche su
quell’errore e su quella percezione. Secondo i dati dello speciale
Eurobarometro sull’immigrazione uscito nel giugno 2022, quasi sette europei su
dieci (68%) sovrastimano la quota reale di immigrati nella popolazione e solo
un cittadino su cinque (19%) indovina la percentuale di immigrati presenti nel
proprio Paese.
In
Italia solo un cittadino su quattro stima correttamente la quota reale di
immigrati non-Ue e il 53% ritiene l’integrazione un sostanziale insuccesso
(contro il 47% del dato Ue).
Sia
chiaro: l’accoglienza di migliaia di persone disperate dagli altri continenti,
spesso in fuga da torture e persecuzioni, rappresenta una grande questione
etica e umanitaria, e quindi è giusto difendere il lavoro prezioso di
associazioni e ong da chi tenta di ostacolarle o delegittimarle.
Così come vanno salvaguardati principi e
valori di uguaglianza e tolleranza che sono fondamento delle nostre democrazie.
Ma la risposta della classe politica non può
limitarsi a questo o, peggio, alla tentazione di costituirsi in tifoseria di
magistrati e ong.
Se non si affrontano anche paura e disagio,
l’elettore cercherà sempre di più la risposta forte della chiusura, per così
dire il “modello Albania”, rivelatosi peraltro costosissimo e non esattamente
un esempio di geometrica efficienza.
Quindi,
che cosa fare?
Ecco
cinque banali indicazioni di metodo che richiedono un vero e proprio cambio di
prospettiva e che, al tempo stesso, devono corrispondere ad altrettanti “es
muss sein” per il centrodestra, che va stanato dalla propria comfort zone
identitaria e costretto a fare i conti con la realtà.
Primo. L’immigrazione va governata non
perché costituisca un’emergenza, ma perché rappresenti una risorsa.
Secondo. Governarla significa favorire
l’immigrazione legale attraverso una cornice di regole (il decreto flussi) da
riformare con urgenza.
Terzo. Serve un frame discorsivo e
comunicativo differente per evitare di schiacciare il fenomeno su una
prospettiva emergenziale (gli sbarchi) e di mero ordine pubblico.
Quarto. Va sottolineato che l’apporto degli
stranieri immigrati sarà sempre più essenziale alla sostenibilità del nostro
Welfare.
Quinto. Occorre valorizzare le esperienze
concrete di integrazione dimostrandone l’utilità sociale e l’apporto
fondamentale alla nostra economia.
Proveremo
di seguito a dare contenuto e sostanza a queste indicazioni partendo da cifre,
numeri e documenti e suggerendo l’esigenza di una lettura coordinata e organica
di due fenomeni strettamente intrecciati: la crisi demografica e il fabbisogno
di capitale umano in età di lavoro.
L’Istat
stima che la popolazione italiana calerà da 59 a 54 milioni nel prossimo quarto
di secolo e ancora fino a 47,7 nel 2070. Il problema – come legioni di
economisti e demografi si affaticano inutilmente a dire da tempo – non è lo
spopolamento in quanto tale, ma il sovvertimento del rapporto tra popolazione
complessiva e popolazione in età di lavoro. Solo la stabilità di questo
rapporto tiene infatti in equilibrio i conti pubblici e permette la
sostenibilità del Welfare.
Trent’anni
fa, sempre secondo le sequenze storiche dell’Istat, il rapporto tra under 15 e
over 65 in Italia era di 1/1. Oggi abbiamo due over 65 per ogni under 15. In
altri termini, l’effetto combinato di calo delle nascite e aumento della
speranza di vita ha raddoppiato in soli tre decenni il peso sociale ed
economico che grava sulle giovani generazioni, per il sostentamento di quelle
in età da pensione.
Nella
prefazione al numero monografico della rivista “Sinapsi” del 2025, dal titolo
Il cambiamento demografico nella realtà italiana: prospettive, cause e
conseguenze, si legge: «Non è più il tempo delle diagnosi. Dopo decenni di
latitanza di fronte all’inarrestabile avanzare di quello che è di moda chiamare
“inverno demografico”, è tempo di agire».
E
Alessandro Rosina, ordinario di Demografia alla Cattolica di Milano, ricorda
spesso che l’Italia è tra i Paesi che più velocemente si muove nella direzione
di uno scenario di maggior invecchiamento e indebolimento della forza lavoro
potenziale. Si tratta d’altra parte di dati del tutto familiari ai lettori del
“Mulino”, che ha dedicato all’argomento il numero monografico 4/2024.
Favorire
l’immigrazione regolare: far funzionare il decreto flussi. Per rovesciare le
dinamiche dell’inverno demografico e, soprattutto, per correggere lo squilibrio
tra popolazione complessiva e popolazione in età lavorativa, è necessario
innestare nel corpo vivo del Paese capitale umano in età da lavoro.
Siamo
un Paese che decresce dal punto di vista demografico, invecchia velocemente e
il cui Welfare rischia letteralmente di saltare in aria.
È un tema cruciale di cui la politica parla
poco e male. La prima reazione sarebbe quella di rivedere la cornice normativa
del meccanismo dei flussi di immigrazione legale, correggendo ciò che
l’esperienza di questi anni suggerisce.
I dati
e le analisi fin qui richiamati documentano che, per mantenere stabile la
popolazione italiana al livello del 2023, compensando lo squilibrio tra
natalità e mortalità e coprendo la perdita derivante dall’incessante dinamica
migratoria di giovani italiani verso l’estero (secondo l’Istat, stabilmente
attestata oltre 140 mila unità all’anno per tutto il prossimo decennio),
l’Italia dovrebbe ammettere nei prossimi venticinque anni un flusso regolare e
disciplinato di immigrati dell’ordine di 400-500 mila all’anno.
Nel
sito dell'Osservatorio Cpi - Conti pubblici italiani del 13 giugno 2025, sotto
un titolo autoesplicativo (Di quanti immigrati ha bisogno l’Italia?), Giampaolo
Galli, economista e accademico di lungo corso, assieme a due giovani
ricercatori della Cattolica di Milano, Nicolò Geraci e Francesco Scivetti,
ricorda che a fronte di un fabbisogno di questa dimensione, il decreto flussi
2023 prevede il rilascio di circa 150 mila permessi l’anno, appena un terzo di
quanto servirebbe.
Investire
sui migranti può diventare un’assicurazione sul futuro di tutti noi.
Le
ragioni del sostanziale fallimento del decreto flussi – relegato fino al 2023 a
una sistematica gestione straordinaria ed emergenziale, e mai di fatto
decollato (neanche dopo il primo piano triennale a opera dell’attuale governo)
quale reale ed efficace strumento di programmazione in ambito economico e
lavoristico – sono di natura essenzialmente politica. In altri termini, il
fenomeno degli sbarchi e dell’immigrazione illegale ha di fatto nascosto il
problema, cioè l’esigenza strategica per il nostro Paese di dotarsi di una
regolamentazione e di una disciplina dell’immigrazione legale capace di
corrispondere alle effettive esigenze del mercato del lavoro (quindi selettiva)
e alla domanda che proviene da tantissime aziende e realtà produttive.
Il
paradosso di questo sostanziale fallimento è che, a partire dal 2011, al
crescere dei numeri dell’immigrazione illegale ha corrisposto un calo dei
permessi di lavoro concessi attraverso il decreto flussi. Come documentato da
Luca Brugnara (Osservatorio Cpi - Conti pubblici italiani, 1° aprile 2022), “il
calo pronunciato delle nuove emissioni dei permessi di lavoro registrato in
Italia nel decennio 2011-2020 ha pochi riscontri negli altri paesi dell’Unione
europea”.
Ricordato che nel 2011 il numero di permessi
lavorativi rilasciati collocava l’Italia molto al di sopra del valore medio
europeo, “Brugnara” osserva che “nell’arco di un decennio, la situazione si è
capovolta […].
Nel
2020 l’Italia è stato il penultimo Paese Ue per numero di permessi rilasciati”.
Dunque,
il primo obiettivo di una politica per l’immigrazione che voglia trasformare il
fenomeno in una opportunità è quello di riformare il decreto flussi, sottrarlo
definitivamente alla logica emergenziale e farne uno strumento di reale
programmazione nell’interesse del Paese e delle molteplici necessità del suo
mercato del lavoro.
Agire
velocemente ed efficacemente in questa direzione aiuterebbe in prospettiva a
invertire lo squilibrio tra popolazione totale e popolazione attiva; a
rimettere in asse i conti della spesa previdenziale; ad arrestare il declino
demografico; ad ampliare la base imponibile; conseguentemente a sostenere il
Welfare.
Non è
ciò che accade.
Il nuovo decreto flussi, approvato in
Consiglio dei ministri il 30 giugno scorso, pur contenendo alcune novità
interessanti (l’aumento del 10% dei permessi previsti rispetto al triennio
scorso, il varo – una conferma – del documento di programmazione triennale, la
manifestata intenzione di rivedere il meccanismo del click-day), presenta
ancora tutti gli elementi che rendono inadeguato lo strumento:
la
previsione di circa 160 mila lavoratori l’anno non copre nemmeno un terzo del
reale fabbisogno stimato;
la fissazione delle quote non è accompagnata
da idonee garanzie in ordine all’effettivo snellimento delle procedure
burocratiche che ne hanno finora ostacolato l’attuazione (si consideri al
riguardo che, nel 2023, solo il 23,52% delle quote si è trasformato in permessi
di soggiorno e impieghi stabili e regolari);
è
ancora insoddisfacente il coinvolgimento delle associazioni datoriali;
manca
un elemento di programmazione del fabbisogno su base regionale.
Insomma,
investire sui migranti può diventare un’assicurazione sul futuro di tutti noi.
(Rivista il Mulino 2026).
Democrazie
sotto pressione
tra
immigrazione, istituzioni
e
partecipazione.
Unictmagazine.unict.it
– (5 giugno 2025) - Samuele Bilardo, Matteo Catena e Carlotta La Terra –
Redazione – ci dicono:
Nell’aula
"XXI marzo" di Palazzo Pedagaggi si è tenuta una tavola rotonda sulle
crisi e le trasformazioni della rappresentanza politica in Europa
Le
democrazie occidentali stanno attraversando un momento di forti tensioni tra
crisi istituzionali, polarizzazione politica e politiche migratorie sempre più
restrittive.
Temi
che, nei giorni scorsi, nell’aula "XXI marzo" di Palazzo Pedagaggi
del Dipartimento di Scienze politiche e sociali, sono stati al centro della
tavola rotonda Democrazia sotto pressione - Rappresentanza politica, partiti e
leadership tra crisi e trasformazione, organizzata dalla cattedra di Relazioni
Internazionali del corso di laurea in Storia, Politica e Relazioni
Internazionali del Dipartimento di Scienze politiche e sociali e dalla Cattedra
Jean Monnet "Challenges to Democracy and Rappresentazione in the EU -
EUDARE".
Diversi
esperti del settore hanno dibattuto sulla crisi e sulle trasformazioni della
rappresentanza politica in Europa, esaminando il ruolo dei partiti, delle élite
e delle istituzioni democratiche nazionali e internazionali di fronte a sfide
come il populismo, la frammentazione e le pressioni globali. Ma soprattutto
hanno offerto una analisi dei problemi e delle prospettive attuali della
democrazia, attraverso il confronto di esperienze nazionali e approcci
comparati.
Ad
introdurre l’incontro le docenti Francesca Longo e Stefania Panebianco,
titolari dell'insegnamento di Relazioni Internazionali.
Ad
intervenire – moderati da Marcello Carammia, titolare della Cattedra Jean
Monnet EUDARE – i docenti Nicolò Conti della Unite la Sapienza, Iole Fontana
dell’Università di Catania, Fabio Garcia Lumato dell’Università Complutense di
Madrid, Christophe Roux dell’Università di Montpellier, Filippo Tronconi
dell’Università di Bologna e Luca Verticelli dell’Università di Siena.
(Un
momento dell'intervento della prorettrice Francesca Longo).
Stati
Uniti: deportazioni al limite della legalità.
Come
ha evidenziato la prof.ssa Iole Fontana dell’Università di Catania, negli Stati
Uniti è in atto una preoccupante deriva autoritaria in ambito migratorio.
Le
deportazioni colpiscono ormai non solo gli stranieri senza documenti, ma anche
cittadini statunitensi accusati di reati minori.
È il caso recente di tre bambini deportati in
Honduras, in palese violazione del diritto a un giusto processo.
Anche
di fronte a istanze giudiziarie che ordinano lo stop alle espulsioni, le
autorità continuano ad agire, aggirando di fatto le tutele democratiche.
La prof.ssa Fontana ha anche tracciato un
parallelismo diretto con le politiche dell’allora ministro italiano Matteo
Salvini che aveva portato avanti una politica contro l’immigrazione di massa.
Francia:
l’instabilità politica mina la democrazia.
Il
prof. Christophe Roux dell’Università di Montpellier è intervenuto per
descrivere la situazione in Francia che appare di crescente instabilità. Dopo
la vittoria di Emmanuel Macron al secondo mandato nel 2022, il Paese ha
conosciuto una rapida erosione della governabilità:
dalla
contestata riforma delle pensioni alla sconfitta alle europee del 2024, vinte
dalla destra radicale, fino allo scioglimento dell’Assemblea Nazionale da parte
dello stesso Macron.
Il
risultato è stato un vero e proprio stallo politico durato mesi, culminato in
un governo durato appena tre mesi e seguito da un nuovo esecutivo di centro. In
soli dodici mesi si sono alternati quattro governi, segnando l’avvio di una
crisi istituzionale profonda. La sinistra, profondamente frammentata, è oggi
incapace di presentarsi come alternativa credibile, mentre la destra radicale,
pur orfana di Marine Le Pen – condannata e quindi incandidabile per cinque anni
– cerca un nuovo leader.
Spagna:
democrazia senza dialogo.
Anche
in Spagna, la democrazia si trova in una fase di profondo smarrimento.
Secondo il prof. Fabio García Lumato
dell’Università di Madrid, nel Paese non esiste più una visione condivisa della
democrazia.
La polarizzazione ha svuotato di significato
il confronto politico, mentre le promesse elettorali non vengono mantenute e le
ideologie sembrano dissolversi.
Per
molti cittadini, la democrazia è ormai percepita come un concetto vago,
soggetto a interpretazioni personali, e sempre meno partecipato.
Un
momento dell'incontro.
L’illusione
della partecipazione digitale.
Il
politologo Filippo Tronconi dell’Università di Bologna ha individuato una crisi
profonda nel rapporto tra cittadini e politica:
la partecipazione è in netto calo, e la
sfiducia dilaga.
Alcune esperienze, come quella del Movimento 5
Stelle in Italia, hanno tentato di proporre modelli alternativi, come la
democrazia liberativa, basata su ampie fasi di dibattito prima delle decisioni.
Dal blog di Beppe Grillo è nata nel 2016 la
piattaforma Rousseau, che voleva favorire il voto diretto e il coinvolgimento
degli iscritti.
Tuttavia,
le sue contraddizioni e le accuse di opacità ne hanno limitato l’impatto reale,
mostrando i limiti di una digitalizzazione della democrazia non accompagnata da
adeguate garanzie.
Destra
radicale:
tra tradizione e nativismo.
Un’analisi
dettagliata della nuova destra europea è stata delineata da Luca Verticelli
dell’Università di Siena.
In
Francia, Italia e Spagna – con il Rassemblement National, la Lega e Vox – le
forze di destra radicale stanno guadagnando consenso, condividendo una
piattaforma ideologica fortemente conservatrice: difesa della famiglia
tradizionale, opposizione all’immigrazione e alle politiche ambientali, valori
nazionalisti e nativisti.
Tuttavia,
a differenza di altri contesti europei, in Italia l’impatto della mentalità
populista è stato meno radicale, pur mantenendo una coerenza di fondo con le
forze affini a livello continentale.
«La
Schengenizzazione controlla
le popolazioni e le trasforma
in
soggetti sospetti.»
ilmanifesto.it - Nadia Adezio – (01 -08 –
2026) - Redazione -Intervista a Wale Granaioli – ci dice:
Intervista:
«Ciò che sta accadendo oggi in Marocco non è
semplicemente un tentativo di attraversamento collettivo di migliaia di
marocchini verso Ceuta. È un sintomo politico e sociale che rivela la natura
delle politiche pubbliche nella regione»
Dalla
nascita dello spazio Schengen all’esternalizzazione delle frontiere, un filo
rosso lega le politiche migratorie alle periodiche ondate di arrivi. Il caso di
Ceuta, exclave spagnola, è emblematico.
Ma
quali ricadute hanno queste politiche sulla psiche e sui legami sociali? Ne
parla al manifesto Wale Granaioli, psicologo clinico tunisino,
docente-ricercatore e fondatore del Border Studies Research Group
all’Università di Sousse.
Granaioli
studia le implicazioni psichiche delle frontiere e il modo in cui le politiche
migratorie contribuiscono alle disuguaglianze tra la sponda sud e quella nord
del Mediterraneo.
Oltre
le immagini delle persone migranti che raggiungono Ceuta, che cosa ci dice
questo episodio sulla mobilità e sul controllo delle frontiere?
Ciò
che sta accadendo oggi in Marocco non è semplicemente un tentativo di
attraversamento collettivo di migliaia di marocchini verso Ceuta.
È un
sintomo politico e sociale che rivela la natura delle politiche pubbliche nella
regione.
Il mare non è più soltanto uno spazio
geografico:
è
diventato lo specchio di profonde crisi interne e di relazioni esterne che non
sono riuscite a costruire le condizioni della dignità e della speranza. Quando
partire diventa un sogno collettivo, la migrazione cessa di essere una semplice
decisione individuale e diventa l’espressione di una crisi di fiducia tra
cittadini e Stato, nonché dell’incapacità delle politiche pubbliche di offrire
un orizzonte nel quale restare sia una scelta realmente possibile.
In
diversi studi, lei evoca il «trauma dell’immobilità» come effetto delle
politiche dei visti. Come si manifesta e chi colpisce?
Intervistando
persone a cui era stato rifiutato il visto, ho osservato forme di stress
post-traumatico, accompagnate da sentimenti di umiliazione, isolamento,
depressione e da una sorta di odio verso sé stesse e il proprio paese
d’origine.
Ma il trauma dell’immobilità colpisce anche i
familiari dei tunisini dispersi in mare e coloro che hanno i propri cari
all’estero, impossibilitati a raggiungerli per eventi importanti come la
nascita di un nipote, un matrimonio o una discussione di tesi.
Ha effetti anche sugli adolescenti che
crescono studiando e imparando le lingue europee.
Ben
presto si rendono conto di non avere il diritto di partire per l’Europa. La
sola idea di non poter viaggiare con un semplice passaporto, o di non poter
ottenere un visto turistico, li traumatizza.
La riparazione al trauma dell’immobilità è la
mobilità:
alcuni
giovani cercheranno di partire “clandestinamente”, altri orienteranno i propri
percorsi di studio e gli investimenti economici familiari verso l’obiettivo
dell’espatrio.
Lo
studio diventa così un mezzo per ottenere i documenti necessari per emigrare,
più che uno strumento di realizzazione personale o di miglioramento delle
proprie condizioni di vita.
Lei
mette in relazione colonialismo e «Schengenizzazione».
Qual è il legame tra i due processi?
Nei
Paesi del Nord Africa, l’indipendenza aveva alimentato l’idea di una ritrovata
libertà di movimento.
Con la
nascita dello spazio Schengen si assiste, invece, a un ritorno all’immobilità.
Se il
colonialismo esercitava un controllo diretto sulle popolazioni, la
Schengenizzazione le controlla limitandone la mobilità e trasformandole in
soggetti sospetti, potenziali migranti irregolari o terroristi.
Si
produce così una sorta di “soggetto impedito”, costretto a vivere tra
controlli, frontiere e ostacoli amministrativi. Allacciandoci alla teoria del
sociologo e filosofo algerino Abdelmalek Sajad che parlava dei tre periodi
dell’immigrazione, io e il mio supervisore sosteniamo che questo processo abbia
inaugurato il «quarto periodo dell’immigrazione» che si manifesta per esempio
attraverso le morti nel Mediterraneo.
È con
i visti e lo spazio Schengen che sono comparsi l’immigrazione selettiva e l’larga,
l’immigrazione irregolare.
Esternalizzazione,
internalizzazione e interiorizzazione delle frontiere: come si arriva alle
ostilità verso i migranti?
L’internalizzazione
delle frontiere fa sì che il controllo migratorio europeo (esternalizzato, NDR.)
si estenda alle frontiere interne dei nostri paesi.
Ciò
rafforza gli apparati di controllo e coinvolge indirettamente l’intera
popolazione.
Il passaggio successivo è l’interiorizzazione
delle frontiere:
le
logiche del controllo migratorio vengono assimilate dalla società e alimentano
forme di razzismo.
Eppure,
nordafricani e subsahariani partono spesso sulle stesse imbarcazioni per
raggiungere l’Europa.
In fondo, fanno lo stesso viaggio.
Ceuta
smonta il modello Sánchez:
l’accoglienza
senza controllo
presenta
il conto.
Stampaparlamento.it
– (1° Agosto 2026) - Vincenzo Caccio poli – Redazione ci dice:
Quanto
accaduto a Ceuta non è soltanto una crisi migratoria dalle dimensioni
eccezionali.
È anche la dimostrazione più drammatica delle
fragilità della politica costruita dal governo socialista spagnolo intorno
all’accoglienza, alle regolarizzazioni e alla convinzione che una maggiore
apertura possa governare da sola la pressione alle frontiere.
Un
dossier sulla politica migratoria spagnola predisposto dall’Ufficio studi dei
gruppi parlamentari di Fratelli d’Italia, guidato dal sottosegretario alla
presidenza del Co, Giovanbattista Fazzolari, ricostruisce un modello che negli
ultimi anni ha progressivamente ampliato i canali di permanenza e integrazione
degli stranieri già presenti nel Paese.
Una strategia presentata da Pedro Sánchez come
risposta alle esigenze demografiche e occupazionali della Spagna, ma che
rischia di produrre anche un potente messaggio all’esterno:
chi
riesce a entrare può sperare, prima o poi, di regolarizzare la propria
posizione.
Ceuta
ha mostrato quanto possa essere pericoloso confondere l’immigrazione regolare,
necessaria e programmata, con la sostanziale rinuncia a esercitare un controllo
credibile sugli ingressi irregolari.
Tra il
30 e il 31 luglio decine di migliaia di persone hanno raggiunto l’enclave
spagnola dal Marocco, attraversando il confine o tentando di aggirare a nuoto
la barriera del Tarja.
La
pressione ha travolto una città di circa 85 mila abitanti, costringendo Madrid
a mobilitare l’esercito e le forze di sicurezza.
Le autorità spagnole hanno parlato di circa 50
mila ingressi, mentre decine di persone sono morte durante i tentativi di
attraversamento.
È il
punto nel quale la retorica si scontra con la realtà.
Quando
il confine cede, anche un governo che ha fatto dell’apertura una bandiera deve
schierare i militari, aumentare i controlli, organizzare i rientri e chiedere
la collaborazione del Paese di partenza.
Sánchez
ha definito l’ondata una violazione dell’integrità territoriale spagnola e ha
accusato le reti criminali di avere sfruttato le decisioni giudiziarie che
limitano i rimpatri immediati di chi raggiunge Ceuta via mare.
Il
dossier evidenzia proprio questa contraddizione:
l’accoglienza
può essere una componente della politica migratoria, ma non può sostituire la
difesa delle frontiere, la distinzione tra rifugiati e migranti economici, il
contrasto ai trafficanti e l’esecuzione effettiva dei rimpatri.
Quando
queste funzioni vengono indebolite, il diritto d’asilo rischia di trasformarsi
in una scorciatoia e il sistema finisce per premiare non chi ha maggiormente
bisogno di protezione, ma chi dispone del denaro, della forza o della
disperazione necessari per superare irregolarmente il confine.
La
Spagna è stata nel 2025 il primo Paese dell’Unione europea per numero di prime
richieste di asilo, con circa 141 mila domande, pari al 21 per cento del totale
europeo.
Il dato non dimostra da solo il fallimento
dell’accoglienza, ma segnala la pressione crescente esercitata sul sistema
spagnolo e la necessità di accompagnare l’integrazione con strumenti credibili
di selezione e controllo.
Il
problema non riguarda soltanto Madrid.
Ceuta
è una frontiera esterna dell’Europa e rappresenta uno dei punti nei quali il
continente appare maggiormente esposto anche alle pressioni geopolitiche dei
Paesi di transito.
Il precedente del 2021 resta significativo:
allora
circa ottomila persone entrarono nell’enclave durante una grave crisi
diplomatica tra Spagna e Marocco.
Il
Parlamento europeo condannò l’utilizzo del controllo delle frontiere e dei
migranti, compresi numerosi minori, come strumento di pressione politica contro
uno Stato membro.
Anche
oggi non esistono elementi pubblici sufficienti per affermare che Rabat abbia
organizzato deliberatamente l’ondata.
Ma il
dossier invita a non ignorare il rischio della cosiddetta “arma migratoria”:
la
possibilità che uno Stato di transito allenti i controlli per ottenere risorse,
concessioni diplomatiche o cambiamenti nella politica estera europea.
La stessa logica è stata utilizzata in passato dalla
Turchia nei rapporti con Bruxelles e dalla Bielorussia lungo il confine
orientale dell’Unione.
Il
punto politico è che il modello della sinistra europea appare sempre più
distante dall’evoluzione concreta delle politiche comunitarie.
L’Unione
europea sta rafforzando le procedure di frontiera, i rimpatri, la cooperazione
con i Paesi terzi e la possibilità di realizzare strutture esterne per chi non
ha diritto alla protezione. Non è l’Europa ad avvicinarsi alla vecchia
impostazione dell’accoglienza indiscriminata: è quella impostazione a essere
progressivamente abbandonata dall’Europa.
Anche
i dati italiani aiutano a comprendere la differenza tra i due approcci.
Tra
gennaio e maggio 2026 gli sbarchi in Italia sono stati 11.471, contro i 22.971
dello stesso periodo del 2025:
una
riduzione del 50,1 per cento.
Il dato è influenzato da molteplici fattori e
non consente facili trionfalismi, ma indica che la prevenzione delle partenze,
gli accordi con i Paesi di origine e transito e il rafforzamento della
dimensione esterna possono incidere sui flussi.
Ceuta
non dimostra che la solidarietà sia sbagliata.
Dimostra
semmai che la solidarietà priva di governo può trasformarsi nel suo contrario: incoraggia viaggi pericolosi,
arricchisce i trafficanti, espone i migranti alla morte e scarica sulle
comunità di frontiera conseguenze insostenibili.
Il
fallimento del sistema spagnolo non consiste nell’avere accolto chi aveva
diritto alla protezione.
Consiste
nell’avere lasciato intendere che l’accoglienza potesse sostituire la politica,
la sicurezza e la sovranità.
Ora
persino Sánchez è costretto a parlare di violazione territoriale, esercito,
controlli e rimpatri.
È la
prova che, davanti alla realtà, anche la sinistra finisce per adottare gli
strumenti che aveva a lungo accusato la destra.
Sul
piano politico, a Madrid cresce anche lo scontro sulle responsabilità della
crisi.
Esponenti della maggioranza socialista e
alcuni osservatori vicini al governo hanno evocato possibili campagne di
disinformazione e tentativi di amplificazione politica della vicenda da parte
dell’universo conservatore internazionale, compresi ambienti riconducibili al
movimento MAGA statunitense.
Al
momento, tuttavia, tali ricostruzioni non sono state accompagnate da elementi
di prova pubblicamente verificabili e restano parte del confronto politico
interno.
Più che sulle presunte regie esterne, il dibattito
continua quindi a concentrarsi sulla capacità del governo Sánchez di prevenire
e gestire una pressione migratoria di queste dimensioni.
Ceuta
rischia di segnare uno spartiacque nel dibattito europeo sull’immigrazione.
Per
anni chi parlava di controllo delle frontiere, accordi con i Paesi terzi e
rimpatri è stato accusato di alimentare paure e chiusure.
Oggi,
però, sono gli stessi governi che avevano contestato quelle ricette a dover
invocare esercito, Frontex, cooperazione con il Marocco e procedure accelerate
di rimpatrio.
Il
dossier del centro studi coordinato da Giovanbattista Fazzolari parte proprio
da questo dato:
la politica migratoria non si giudica dagli
slogan, ma dalla capacità di impedire che siano i trafficanti o gli interessi
geopolitici di Paesi terzi a decidere chi entra in Europa e in quale numero.
Se
Ceuta lascerà un’eredità politica, sarà probabilmente questa: la stagione
dell’accoglienza come risposta quasi esclusiva al fenomeno migratorio sembra
essersi esaurita, mentre il tema della sicurezza delle frontiere è tornato al
centro dell’agenda europea.
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