Un governo davvero a fianco del popolo.
Un
governo davvero a fianco del popolo.
Il
discorso della Meloni: “Il governo
c’è,
non temiamo il giudizio
del
popolo sovrano.”
Barbadillo.it
– Politica - Giorgia Meloni – (9 Aprile 2026) – Redazione – ci dice:
Il
presidente del Consiglio ha tenuto una informativa alla Camera e al Senato
sulla ripartenza dell'esecutivo dopo lo snodo referendum.
Giorgia
Meloni alla Camera.
Grazie
Presidente.
Onorevoli
deputati, voglio prima di tutto ringraziare il Parlamento per questa
opportunità.
Ho accolto con piacere l’invito che mi è stato
rivolto, considero importante il confronto con le Camere, a seguito dell’esito
referendario confermativo della riforma costituzionale sulla giustizia e in un
contesto sempre più delicato a livello internazionale.
Prima
di entrare nei dettagli di quello che è stato fatto, di quello che ancora si
farà, colleghi, non voglio esimermi da una breve riflessione sull’Italia che ci
è stata consegnata dal voto referendario del 22 e del 23 marzo scorsi.
Un’Italia
che ha visto una grande partecipazione popolare al voto e, allo stesso tempo,
una altrettanto grande polarizzazione.
Un confronto serrato, ahimè non sempre sul
merito, ma con un esito comunque chiaro.
E noi,
come ho già detto, rispettiamo sempre il giudizio degli italiani, qualunque
esso sia, anche quando non coincide con le nostre opinioni o le nostre
aspettative.
Certo,
rimane il rammarico di aver perso un’occasione, a nostro avviso, storica di
modernizzare l’Italia allineandola agli standard europei.
Perché,
colleghi, la riforma della giustizia rimane una necessità.
E non
sono io a dirlo, ma diversi esponenti della magistratura e della politica,
compresi quelli che dopo aver preconizzato ogni possibile catastrofe, a
sostegno delle ragioni del NO, il giorno successivo al voto hanno candidamente
dichiarato che la giustizia ha bisogno di essere riformata.
Che
serve un cambio di passo, che la deriva correntizia è un problema, che lo
strapotere di una parte della magistratura è un rischio reale.
Ecco
perché l’auspicio che formulo, a maggior ragione oggi, è che il cantiere di
questa riforma non venga abbandonato, come probabilmente qualcuno si augura.
Perché i problemi sul tappeto rimangono, e noi abbiamo il dovere di trovare
soluzioni concrete, coraggiose, efficaci, possibilmente in un clima di
collaborazione.
Non certo contro la magistratura, come si è
voluto raccontare, ma a favore di una magistratura libera dai condizionamenti
politici e ideologici.
E,
aggiungo, a favore di una politica che commetterebbe un errore storico se, per
ragioni tattiche, rinunciasse al proprio ruolo, che è quello di fare le leggi,
modifiche costituzionali comprese.
Per
quanto riguarda noi, la nostra coscienza è a posto, perché la riforma
costituzionale della giustizia era uno degli impegni presi con gli italiani
quando ci siamo presentati al loro cospetto. Come moltissime altre cose, lo
avevamo detto in campagna elettorale e lo abbiamo fatto una volta al governo.
Perché
è questo il modo in cui concepiamo la politica.
Onorare
il significato profondo della parola “responsabilità”.
“Responsabilità” deriva dal verbo “rispondo”,
che origina, a sua volta, da “spondeo”, ovvero “l’atto solenne del promettere e
del garantire”.
Responsabilità
significa, dunque, rispondere agli altri, non a sé stessi, e men che meno alla
propria convenienza.
Non mi
stupisce che, in materia di riforma della giustizia, molti chiedessero “siete
sicuri che vi convenga”?
Perché
questa è purtroppo una Nazione che rischia di abituarsi a una politica che non
ama rischiare, che preferisce sopravvivere piuttosto che incidere, compiacere
piuttosto che assumersi la responsabilità di cambiare davvero le cose. In
questo è possibile che noi rappresentiamo un’anomalia, ma siamo fieri di
rappresentare quella anomalia.
Detto
questo, non sono qui per parlare di quello che è stato, ma per sgomberare il
campo da troppe fantasiose ricostruzioni e delineare quello che sarà.
Leggo,
ormai da settimane, bizzarre ricostruzioni sulle conseguenze del voto
referendario. Si continua a parlare di dimissioni imminenti del governo, di
rimpasti, di fase 2, 3 o quattro del governo.
Di
ripartenza.
Alchimie
di palazzo di un mondo caro ad altre maggioranze, ad altri partiti, ad altri
presidenti del Consiglio. Un mondo distante anni luce da noi, nel quale non
intendiamo far ripiombare l’Italia.
Non
c’è alcuna ripartenza da fare, posto che il governo non si è mai fermato e da
giorni lavora, come si è visto, per scongiurare le conseguenze della crisi
internazionale e per mettere a terra altri provvedimenti.
E non servono nuove linee programmatiche,
perché le nostre linee programmatiche sono da sempre scritte nel programma di
governo.
Non
c’è alcuna intenzione di fare un rimpasto, perché con tutti i limiti che
abbiamo, questo rimane il governo che – nonostante si sia trovato a gestire la
peggiore congiuntura degli ultimi decenni – ha restituito all’Italia stabilità
politica, credibilità internazionale, serietà nella gestione delle risorse, e
fondamentali economici decisamente migliori di quelli che aveva negli anni
passati.
Quanto
alle dimissioni, colleghi. Certo, probabilmente sarebbe convenuto sul piano
tattico. Invocare le elezioni per giocare sull’effetto sorpresa, sulla
divisione delle forze di opposizione, e nella peggiore delle ipotesi lasciare a
qualcun altro il compito di mettere la faccia sui difficili mesi che
arriveranno.
Cioè
esattamente lo scenario che l’opposizione teme di più, tanto che definisce
questo governo un “pericolo per l’Umanità” ma non ne invoca le dimissioni.
Posizione bizzarra, di chi evidentemente ostenta una sicurezza che non ha.
Non
temete. Ci siamo presi l’impegno di governare questa Nazione per cinque anni,
ed è esattamente quello che faremo.
Non
importa quanto sarà difficile, siamo persone troppo responsabili per far
ripiombare l’Italia nell’incertezza nel bel mezzo del peggiore scenario
possibile.
Gli
italiani sappiano che il Governo c’è, nel pieno delle sue funzioni, determinato
a fare del suo meglio, ancora meglio, fino all’ultimo giorno del suo mandato.
Quando, ancora una volta, sarà nelle urne e non nel palazzo che si farà un
altro Governo.
Non
scapperemo, non indietreggeremo, non ci metteremo al riparo facendo pagare ai
cittadini il prezzo dei soliti giochi di palazzo.
Governeremo,
come fanno le persone serie e in pace con la propria coscienza.
Continueremo
a farlo sulla base delle direttrici di governo che ho esposto in quest’aula il
25 ottobre del 2022, quando al Parlamento chiedemmo una fiducia che da allora
non è mai venuta meno, grazie a una maggioranza solida e coesa della quale vado
fiera e che voglio ringraziare.
Così
come voglio ringraziare tutti i membri del Governo che hanno lavorato, e
lavorano, senza sosta per costruire risultati concreti, a partire dai miei due
Vicepremier, Matteo Salvini e Antonio Tajani, che sono orgogliosa di avere al
mio fianco.
Nei
giorni scorsi ho chiesto un passo indietro ad alcuni membri del governo che
pure, nell’esercizio delle loro deleghe, avevano lavorato bene.
Non
sono state scelte semplici né indolori, a maggior ragione per noi che rimaniamo
saldamente garantisti, ma abbiamo voluto ancora una volta anteporre l’interesse
della Nazione a quello di partito.
Perché
non abbiamo tempo da perdere in polemiche infinite e pretestuose, che nulla
hanno a che fare con l’azione di Governo, e che finiscono per oscurarla.
Che spostano il dibattito dalle soluzioni
necessarie per i cittadini, alle polemiche utili per i partiti.
Sgomberato
il campo, colleghi, vi sfido sulla politica, sulla vera politica.
Vi sfido a un dibattito nel merito.
Nel
merito della crisi internazionale, nel merito dei rischi per
l’approvvigionamento energetico, nel merito di un’Europa che non riesce a
recuperare una rilevanza reale, nel merito di come mettere l’economia al riparo
in un mondo sempre più caotico.
Nel
merito delle risorse, dove prenderle e dove metterle.
Parliamo
delle soluzioni, vediamo chi ne ha.
Perché
lo scenario che abbiamo di fronte non consente più a nessuno di cavarsela
dicendo che è tutta colpa della Meloni.
Finanche
l’aumento mondiale del prezzo del petrolio.
Gli
italiani hanno il diritto di conoscere le diverse proposte in campo, perché
certo, al governo spetta l’onere e l’onore di governare, ma all’opposizione
spetterebbe anche di dimostrare di essere in grado di rappresentare
un’alternativa di governo. Così dovrebbe funzionare e funziona una moderna
democrazia dell’alternanza.
A
partire dalla situazione internazionale che stiamo vivendo, e dalla
collocazione internazionale dell’Italia.
Collocazione
che, giova ricordarlo, non ha inventato questo Governo, ma è la stessa da circa
ottant’anni a questa parte.
Lo
dico per rispondere già prima che vada in scena l’ormai scontato ritornello
sulla subalternità della sottoscritta al Presidente americano Trump o quello
ancora più scontato dal titolo “la Meloni scelga tra Trump e l’Europa”.
Anche
qui, spiegherò di nuovo il mio punto di vista, ma approfitto per chiedere a mia
volta qualche chiarimento.
Perché la posizione italiana, nella crisi
iraniana, è stata esattamente la stessa dei principali Paesi europei.
Allora
mi chiedo, e vi chiedo, se quando si dice che dobbiamo stare con l’Europa si
intenda davvero l’Europa, o si intenda piuttosto la sinistra europea, anche
quando questo significa dividere l’Europa. Perché temo che le due cose non
stiano insieme. Attendo fiduciosa una risposta.
Intanto,
come sapete, nella notte tra martedì e mercoledì è stato concordato un
temporaneo cessate il fuoco tra l’Iran, gli Stati Uniti e i rispettivi alleati
nel conflitto iniziato lo scorso 28 febbraio.
Siamo
arrivati a un passo dal punto di non ritorno, ma ora abbiamo davanti una pur
flebile prospettiva di pace, che deve essere perseguita con determinazione.
L’Italia esprime il proprio plauso al Presidente del Pakistan “Sharif”, che si
è fatto carico di questo difficile negoziato, con il sostegno di altri attori
regionali.
Ora ci
auguriamo che i colloqui di pace che prenderanno il via tra poche ore a
Islamabad possano rafforzare i punti generali dell’accordo e in essi possano
trovare spazio le priorità che l’Italia, insieme ai suoi partner europei, ha
sostenuto fin dal primo giorno.
Allo stesso modo, condanniamo con fermezza
qualsiasi forma di violazione del cessate il fuoco.
Cessazione
permanente delle ostilità, cessazione degli attacchi verso i Paesi del Golfo,
cessazione delle operazioni militari in Libano;
rinuncia dell’Iran al proprio programma
nucleare e alla costante minaccia nei confronti dei vicini regionali e oltre;
pieno
ripristino della libertà di circolazione nello Stretto di Hormuz, che non deve
essere soggetta a nessuna forma di restrizione, come invece sembra essere
accaduto nelle ultime ore.
Questo
rimane uno dei punti più critici in fase di attuazione dell’accordo perché, se
l’Iran dovesse riuscire a ottenere la facoltà di applicare extra-dazi ai
transiti nello Stretto, questo potrebbe ancora portare a conseguenze economiche
e di orientamento dei flussi commerciali, al momento, imponderabili.
È quindi interesse prioritario dell’Italia, e
dei suoi partner europei e occidentali, che la libertà di navigazione venga
pienamente ripristinata alle condizioni precedenti al 28 febbraio, in modo da
poter normalizzare la situazione di tensione sui mercati energetici, delle
materie prime critiche, dei fertilizzanti e di altri prodotti essenziali per la
nostra economia.
Su
questo punto siamo già al lavoro con la coalizione per lo Stretto di Hormuz
promossa dal Regno Unito, alla quale partecipano oltre 30 Paesi, per provare a
costruire condizioni di sicurezza che consentano il pieno ripristino della
libertà di navigazione e di approvvigionamento.
Un
contributo che, crediamo, sia importante in questa fase negoziale.
Questo
positivo spiraglio di risoluzione della crisi con l’Iran, tuttavia, non fa
venir meno un ragionamento più complessivo che abbiamo il dovere di affrontare.
Perché
è innegabile che stiamo vivendo un momento di particolare difficoltà dei
rapporti tra l’Europa e gli Stati Uniti, ma è altrettanto innegabile che
l’attuale Amministrazione americana ha accelerato un percorso che era stato
ampiamente preannunciato dalle amministrazioni precedenti, tanto repubblicane
quanto democratiche: distogliere progressivamente lo sguardo dall’Europa per
dedicarsi alla competizione globale con la Cina, scegliendo quindi
l’Indo-Pacifico come quadrante geostrategico prioritario.
Una
traiettoria chiara che le leadership europee del recente passato hanno
lungamente, e a mio avviso colpevolmente, preferito non cogliere. Comprese
quelle che governavano in Italia, e che si accontentavano di una pacca sulla
spalla o di un tweet di endorsement quando formavano un nuovo governo.
La
storia, insomma, bussa, e l’Europa è chiamata a non fallire questo banco di
prova. E, per farlo, deve saper adeguare la sua strategia a un mondo che cambia
alla velocità della luce, anteponendo il principio di realtà alle
sovrastrutture burocratiche e ai dogmi ideologici.
È in
questa ottica che va visto il nostro impegno incessante a Bruxelles per il
sostegno alla competitività, per la semplificazione burocratica, per una
transizione verde che sia realistica e non ideologica, per una autonomia
strategica bilanciata che riduca gradualmente le nostre dipendenze.
E per una capacità di difesa che non ci faccia
dipendere dai nostri alleati americani, come invece, evidentemente, propongono
coloro che si scagliano contro maggiori investimenti sulla sicurezza.
Per
rendere l’Europa più forte, più efficace, più rapida, più pragmatica, più
concentrata sui problemi dei cittadini e sulle sfide reali che il mondo intorno
a noi pone.
Questa
è la nostra parte di responsabilità. Ovvero, prima di aspettarci qualcosa dagli
altri, proviamo a occuparci davvero di noi stessi.
Poi,
ci sono gli Stati Uniti, l’altra faccia della medaglia. Perché ciò che
definiamo Occidente si poggia su due gambe: la gamba europea e la gamba
nordamericana. Se le due gambe non si muovono nella stessa direzione,
l’Occidente è destinato alla paralisi.
E, in ultima analisi, a
ll’irrilevanza.
Continuo
a credere nella necessità di lavorare per garantire l’unità dell’Occidente,
argomento che sostengo con forza fin da quando alla Casa Bianca sedeva ben
altra amministrazione.
Mi
verrebbe da dire, prendendo a prestito una frase cara all’onorevole Schlein,
che noi siamo “testardamente unitari”.
E se
può permettersi di esserlo lei rispetto alle variopinte forze politiche che
compongono il campo largo, potrò ben permettermelo io rispetto a Europa e Stati
Uniti che stanno insieme da molto, molto tempo.
Siamo
“testardamente occidentali”, perché solo se l’Occidente è unito può essere una
forza capace di dire la propria sul palcoscenico del mondo.
E
perché senza quella unità, noi, non altri, saremmo più deboli.
Ma,
ovviamente, per stare insieme, bisogna volerlo in due.
Ed è
per questo che, nel rapporto con gli Stati Uniti, dobbiamo essere chiari.
Lavorare
per tenere insieme le due sponde dell’Atlantico; lavorare per rafforzare la
NATO, che rappresenta da un lato il luogo politico nel quale gli interessi di
America e Europa trovano la loro composizione, e dall’altro uno strumento
geostrategico e militare imprescindibile, in cui l’Europa deve assumersi le
proprie responsabilità e costruire con coraggio il pilastro europeo
dell’Alleanza, per garantire in primis la propria sicurezza.
Ma
dall’altra parte, come è normale tra alleati, bisogna dire con chiarezza anche
quando non si è d’accordo.
Come
abbiamo fatto in passato con i dazi, che abbiamo molte volte definito una
scelta sbagliata che non condividevamo.
Come
abbiamo fatto per difendere l’onore dei nostri soldati in Afghanistan, che
erano stati definiti “inutili” in modo inaccettabile.
Come abbiamo fatto sulla Groenlandia,
partecipando a ogni documento europeo di difesa dell’integrità del suo
territorio e della sovranità del suo popolo, e sull’Ucraina di fronte alle
proposte di negoziato che non consideravamo sostenibili.
E, da
ultimo, come abbiamo fatto con la guerra in Iran, un’operazione militare che
l’Italia non ha condiviso e a cui non ha partecipato.
Un
dato emerso in tutta la sua concretezza con la vicenda di Sigonella, nella
quale l’Italia si è, ovviamente, attenuta scrupolosamente alla lettera dei
trattati e degli accordi che regolano i nostri rapporti con gli Stati Uniti.
Circostanza che fa giustizia della solita
propaganda a buon mercato ascoltata anche in queste settimane.
E a
proposito di parlare con chiarezza ai partner, è anche quello che abbiamo fatto
con Israele per quanto riguarda il Libano: abbiamo sostenuto il governo
libanese, la sua sovranità territoriale, il suo impegno per disarmare le
milizie terroriste di Hezbollah e per questo abbiamo a più riprese chiesto a
Israele di fermare l’escalation militare, garantire la sicurezza del personale
della missione Unifil a cui l’Italia fornisce da decenni il proprio
insostituibile contributo, consentire il rientro di un numero ormai esorbitante
di sfollati, anche per evitare il rischio di flussi migratori in ripresa verso
l’Europa.
Con la
stessa franchezza abbiamo difeso il diritto delle comunità cristiane in Terra
Santa di poter celebrare i riti pasquali con il pieno accesso al Santo
Sepolcro, luogo sacro della nostra civiltà e pilastro della nostra identità.
Con fermezza ancora maggiore ci siamo espressi di fronte ai fatti inaccettabili
accaduti ieri ai danni del nostro personale UNIFIL, a cui rinnoviamo la
solidarietà nostra e dell’intera Nazione.
Franchezza
con i partner quando non condividiamo le loro azioni, e vicinanza e sostegno ai
partner sotto attacco. Come sapete, qualche giorno fa mi sono recata, prima tra
i leader Ue e G7, in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, Paesi che
dallo scorso 28 febbraio, sono stati sottoposti a un’aggressione ingiustificata
da parte dell’Iran.
Ho
voluto esprimere loro la solidarietà e la vicinanza dell’Italia, ma ho anche
lavorato per assicurare gli approvvigionamenti energetici, in particolare di
petrolio, indispensabili da un’area che garantisce circa il 15% del nostro
fabbisogno nazionale.
Con lo
stesso spirito, mi ero anche recata in Algeria per rafforzare con il Presidente
Tebboune la partnership strategica che lega le nostre Nazioni, e concordare con
le autorità di Algeri l’aumento delle forniture di gas naturale verso l’Italia.
E così farò recandomi, presto, anche in Azerbaigian, ma anche sostenendo lo
sviluppo di risorse energetiche assieme ai partner del continente africano.
Eppure,
perfino su questo, l’opposizione è riuscita a polemizzare, definendo la
missione una “passerella”, o addirittura una “fuga” da presunti problemi del
governo e della maggioranza.
Non
voglio abbassarmi a questo livello di polemica, soprattutto se a farla sono
parlamentari che scrivono post indignati sui social mentre si trovano in
vacanza in località esotiche.
Voglio
però dire che sono certa che gli italiani siano abbastanza intelligenti da
capire che – di fronte al rischio dello shock energetico più pesante che
abbiamo visto di recente, alla possibilità di ulteriori rincari dell’energia,
dei carburanti e dei generi di consumo, di fronte al rischio di vedere
interrotte intere catene di approvvigionamento e bloccata la nostra economia –
è preciso dovere del Presidente del Consiglio fare tutto il possibile per
assicurare alle imprese e ai cittadini energia sufficiente e a prezzi il più
possibile contenuti.
E lo
dico anche per dire agli italiani, che mi hanno visto dedicare così tante
energie in politica estera, che è ancora di più nei momenti di crisi che si
comprende quanto la politica estera sia indispensabile per la politica interna,
quanto ormai ne rappresenti addirittura una precondizione.
A
maggior ragione per una Nazione come la nostra, che esporta beni di qualità ma
importa energia; che per la sua posizione geografica si trova naturalmente
esposta ai flussi migratori; che ha bisogno di rafforzare la presenza e la
dimensione delle sue industrie, ma anche di attrarre investimenti. Rapportarsi
ogni giorno con i nostri partner strategici non è turismo diplomatico: è fare
gli interessi quotidiani, reali dei cittadini, delle famiglie e delle imprese
italiane.
E
permettetemi di aggiungere, colleghi, che io ho moltissimi difetti, tranne uno.
Non
sono una persona abituata a scappare. Non scappo da missioni sconsigliabili per
ragioni di sicurezza, non scappo davanti ai problemi, non scappo di fronte alle
mie responsabilità. Sono abituata a mettere la faccia su quelle responsabilità.
Era
nostra responsabilità intervenire con un corposo decreto che ponesse le basi
per ridurre in modo strutturale il costo dell’energia, iniziativa che nessuno
prima di noi aveva avuto il coraggio di adottare, che ha scontentato le grandi
aziende energetiche ma è stata accolta con grande favore dal mondo produttivo.
Era
nostra responsabilità intervenire sul costo del carburante: lo abbiamo fatto
con un primo provvedimento che ha tagliato di 25 centesimi al litro il prezzo
di diesel e benzina e ha introdotto un meccanismo anti-speculazione che sta
funzionando.
Lo abbiamo fatto, inizialmente, per 20 giorni,
in attesa degli sviluppi della crisi, e con il Consiglio dei Ministri di
venerdì scorso lo abbiamo rifinanziato e prorogato fino al 1° maggio.
Una
scelta che rivendico, anche alla luce delle novità di queste ore, e che
moduleremo man mano che i negoziati di pace andranno avanti e ci daranno una
prospettiva temporale chiara degli interventi richiesti.
Se
invece la crisi in Medio Oriente dovesse conoscere una nuova recrudescenza,
dovremmo porci seriamente il tema di una risposta europea, non dissimile per
approccio e strumenti a quella messa in campo per rispondere alla pandemia. I
n quel
caso, riteniamo che non dovrebbe essere un tabù ragionare di una possibile
sospensione temporanea del Patto di stabilità e crescita. Non una deroga per
singolo Stato Membro, ma un provvedimento generalizzato. Così come l’Italia
rimane pronta ad attivare ogni possibile misura per prevenire possibili
comportamenti speculativi, compresi, se necessari, ulteriori interventi sui
profitti delle società energetiche.
Continuerà,
quindi, il nostro impegno a 360 gradi sul versante internazionale, e ovviamente
continueremo, come abbiamo fatto finora, a lavorare con serietà sul versante
nazionale.
Per
consolidare gli sforzi che in questi anni hanno portato l’Italia ad avere i
conti in ordine, invece di farla travolgere dalle centinaia di miliardi di euro
lasciati in eredità dalla scellerata gestione degli anni del Covid.
Che le
hanno permesso di tornare attrattiva per gli investitori esteri, atteso che
secondo l’ultima edizione dello studio sull’attrattività, il numero degli
investimenti diretti esteri in Italia è quasi raddoppiato rispetto al periodo
pre-Covid.
Che le
hanno permesso, nonostante le difficoltà, di presentarsi con un’economia
solida.
Unico
Paese del G7 ad essere tornato in avanzo primario dopo la pandemia già nel
2024, con una crescita post-Covid robusta, il tasso di disoccupazione generale
ai minimi storici, e il tasso di disoccupazione giovanile al suo livello più
basso.
E qui
consentitemi un inciso.
Da
giorni la segretaria del principale partito di opposizione Elly Schlein ripete
in tv che da quando governa il centrodestra è aumentata la precarietà. Ma
questa è, banalmente, una menzogna, verificabile. E quando si mente è perché si
ha paura della verità. La verità è che, da quando si è insediato questo
governo, è aumentato il lavoro stabile ed è diminuito il precariato. La
sinistra lo rivendicava, ma la destra lo ha fatto. Non lo dico io, lo dice
l’ISTAT, i cui numeri certificano che rispetto all’inizio della legislatura,
abbiamo quasi 1,2 milioni di occupati stabili in più e oltre 550 mila precari
in meno.
E,
sempre a proposito di dati reali, da quando è in carica questo Governo, i
salari degli italiani hanno ripreso a crescere, consentendo alle famiglie
italiane di recuperare, seppur lentamente, il potere d’acquisto perso negli
anni precedenti. Come nel 2024, anche nel 2025, le retribuzioni contrattuali
hanno avuto una crescita superiore all’andamento dell’inflazione ed è aumentato
seppure non sufficientemente per noi il reddito disponibile delle famiglie. E,
come ricordato pochi giorni fa dall’Istat, nel 2025, seppur di poco, è
diminuita la popolazione a rischio povertà o esclusione sociale.
Sono
segnali, ovviamente c’è ancora molto da fare. C’è molto da fare, ad esempio,
per ciò che riguarda l’occupazione delle donne. In questi anni il tasso di
occupazione femminile è cresciuto di due punti rispetto al nostro insediamento,
e abbiamo superato il tetto dei dieci milioni di donne lavoratrici.
Ma
l’Italia rimane ancora il fanalino di coda in Europa. Sostenere la crescita
dell’occupazione femminile rimane la nostra priorità, per allineare l’Italia
agli standard europei e recuperare un ritardo strutturale che pesa sulla nostra
economia.
Allo
stesso modo, vogliamo continuare a concentrarci anche sulla qualità del lavoro,
in particolare dei lavoratori più fragili. Molto ci siamo occupati dei salari,
in questi anni, in ultimo con la detassazione degli aumenti contrattuali, ma è
evidente che esistono ancora sacche di lavoro povero che occorre affrontare.
Così, nel Consiglio dei Ministri che si terrà in vista della Festa dei
Lavoratori, rispettando una tradizione che va avanti fin dal nostro
insediamento, vareremo ulteriori regole per combattere il lavoro povero,
rafforzando i diritti di quei lavoratori attraverso la contrattazione
collettiva.
Un
tema che è stato prioritario, per noi, fin dal giorno dell’insediamento, quello
sul quale abbiamo speso la maggior parte delle poche risorse che avevamo a
disposizione, insieme alla famiglia e alla sanità, è stato quello di rafforzare
il potere d’acquisto dei cittadini, particolarmente i più fragili, e di
alleggerire il carico fiscale soprattutto su chi lavora e produce.
Sarebbero
molti, qui, i provvedimenti da ricordare, come il taglio del cuneo fiscale per
un valore di 18 miliardi l’anno, la riduzione dell’IRPEF e delle tasse sui
premi di produttività, l’innalzamento della soglia del regime forfettario per i
lavoratori autonomi, l’aumento delle pensioni minime.
E,
ancora, la riforma fiscale, che l’Italia aspettava da oltre mezzo secolo, alla
quale stiamo dando molto rapidamente attuazione.
18 i
decreti e 6 i testi unici approvati finora, e siamo in dirittura d’arrivo per
definire il codice tributario, strumento che riordinerà definitivamente una
materia per troppo tempo trascurata.
Abbiamo
combattuto, come nessun altro, l’evasione fiscale. Smentendo, anche qui, chi
diceva che questo sarebbe stato il governo “amico degli evasori e dei furbi”.
In tre anni abbiamo raccolto oltre 100 miliardi di euro: risorse preziosissime,
che ci aiutano a tenere i conti in ordine e ci permettono di finanziare
interventi a favore delle famiglie e delle imprese.
E non
abbiamo intenzione di fermarci: compatibilmente con il quadro della finanza
pubblica, continueremo a lavorare per ridurre il carico fiscale a cittadini,
famiglie e imprese. Perché questo avevamo promesso, questo abbiamo fatto e
questo continueremo a fare anche con la prossima legge di bilancio.
Così
come continueremo ad investire sul Sud. Grazie al lavoro fatto fino ad oggi, il
Sud – finalmente – non è più il fanalino di coda della Nazione e sta colmando
quel divario che gravava sull’Italia da troppo tempo.
Anche
grazie alla Zona economica speciale unica, agli investimenti nelle
infrastrutture, alla spinta del PNRR, ad un miglior utilizzo delle politiche di
coesione, il PIL e l’occupazione del Mezzogiorno sono cresciuti più della media
nazionale. Nel secondo trimestre 2025, il tasso di occupazione tra i 15 e i 64
anni nel Sud ha raggiunto il dato più alto dall’inizio delle serie storiche
dell’Istat. Non era mai successo, e questo non può che renderci orgogliosi.
E
proprio partendo dall’esperienza positiva della ZES unica del Mezzogiorno, che
ha dato ottima prova di sé e che abbiamo già esteso a Umbria e Marche,
intendiamo fare un ulteriore passo avanti.
Stiamo
infatti studiando le modalità tecniche per riprendere alcuni dei meccanismi, in
particolare quelli di semplificazione della ZES Unica che si sono rivelati più
efficaci, e applicarli a tutto il territorio nazionale. Perché semplificare,
ridurre la burocrazia, ridurre i tempi delle autorizzazioni, in poche parole
rendere la vita più facile a chi vuole investire, creando lavoro e sviluppo, è
un passo avanti decisivo che non deve conoscere restrizioni territoriali.
Investire
in tecnologia, investire in ricerca e sviluppo, investire nel capitale umano
garantendo una formazione in grado di accrescere conoscenze e competenze dei
lavoratori, completare l’ambizioso percorso di riforma delle professioni che
abbiamo avviato: tutto questo è fondamentale per incrementare la crescita
economica, la produttività delle imprese, la loro competitività.
E a
proposito di competitività, grazie alla forza, al protagonismo e alla
diversificazione produttiva delle nostre imprese, nel 2025 l’export tricolore è
cresciuto di 20 miliardi rispetto all’anno precedente, permettendo all’Italia
di raggiungere il quinto posto al mondo tra le Nazioni esportatrici, superando
la Corea del Sud e insidiando il quarto posto del Giappone. E, in questo
scenario, il nostro export si è dimostrato anche più forte dei dazi. Come
dimostra la crescita del valore delle esportazioni verso gli Stati Uniti,
aumentato del 7,2% nel 2025. Questo straordinario patrimonio nazionale merita
di essere sostenuto, e intendiamo farlo ancora meglio.
Ovviamente
rimane per noi fondamentale il tema dell’energia. Tema che abbiamo affrontato
con il decreto di cui parlavo prima, ma che abbiamo posto con forza anche
durante l’ultimo Consiglio europeo, in particolare per quello che riguarda il
sistema europeo di tassazione del carbonio, il cosiddetto ETS.
Tassa
a suo tempo introdotta dall’Europa per disincentivare le emissioni inquinanti,
ma che oggi finisce per gravare anche sul prezzo dell’energia prodotta con
fonti rinnovabili, gonfiando artificialmente i costi energetici in diversi
Stati membri. Con punte che, come ho già detto, per la nostra Nazione, toccano
i 30 euro per MWH, un quarto dell’intero prezzo dell’elettricità.
Nelle
conclusioni dell’ultimo Consiglio europeo, abbiamo ottenuto che venisse
inserita la possibilità per gli Stati membri di adottare misure nazionali
urgenti in grado di mitigare il prezzo dell’energia nel breve termine. ETS
compreso. E tutto ciò in attesa, di una revisione organica di questo strumento,
sempre prevista dalle Conclusioni, per ridurne strutturalmente la volatilità e
l’impatto sui prezzi dell’energia.
Con il
decreto energia noi avevamo chiesto che l’ETS non comportasse un aumento del
costo delle rinnovabili, per abbassare i costi complessivi: è una norma che,
come si sa, richiede l’autorizzazione dell’UE ma, alla luce delle conclusioni
del Consiglio, siamo al lavoro con la Commissione Europea e siamo fiduciosi che
l’obiettivo si possa raggiungere.
Più in
generale, continueremo anche a chiedere in Europa di sospendere temporaneamente
l’applicazione dell’ETS alla produzione di elettricità da fonti termiche, cioè
dal termoelettrico. Si tratta di un provvedimento straordinario e urgente che
serve subito, e almeno fino a quando i prezzi globali delle fonti energetiche
fossili non torneranno sui livelli precedenti alla crisi in Medio Oriente.
Sull’immigrazione
avevamo promesso un cambio di passo. E certamente il cambio di passo c’è stato,
anche se non ci basta.
Abbiamo
siglato accordi internazionali che prima non esistevano, abbiamo ridotto gli
sbarchi, aumentato sensibilmente i rimpatri, rafforzato il controllo delle
frontiere, combattuto i trafficanti di esseri umani e, soprattutto, abbiamo
ridotto le morti nel Mediterraneo.
E
grazie all’Italia è cambiato l’approccio dell’intera Europa al governo dei
flussi migratori: oggi abbiamo una lista europea di Paesi sicuri di origine e
una nuova definizione di Paese terzo sicuro, che consentiranno di applicare
procedure di frontiera accelerate; abbiamo una copertura giuridica ancora più
chiara a sostegno delle cosiddette soluzioni innovative, a partire da quegli
hub per i rimpatri in Paesi extra-Ue sul modello del protocollo Italia-Albania;
e un nuovo regolamento europeo sui rimpatri sta per essere finalizzato proprio
per renderli sempre più effettivi.
Ora è necessario
consolidare questo approccio, e renderlo stabile e strutturale. Anche per
questo, nell’ultimo disegno di legge sulla sicurezza, abbiamo previsto la
possibilità di attivare, in caso di conclamata necessità, un blocco navale
temporaneo al largo delle nostre coste. Un’altra proposta che portiamo avanti
da tempo, che era nei nostri programmi e che abbiamo costruito con pazienza.
E, ora
che la campagna referendaria è alle spalle, voglio rinnovare il mio appello
affinché tutti i poteri dello Stato facciano la loro parte per garantire il
rispetto di queste norme. Spetta alla politica scrivere norme chiare ed
efficaci, spetta alle forze dell’ordine – a cui va il nostro plauso e il nostro
ringraziamento – verificarne le eventuali violazioni, e spetta in ultimo alla
magistratura assicurarne l’effettiva applicazione. È questo che fa chi rispetta
la separazione tra i poteri dello Stato scritta nella nostra Costituzione.
Quanto
alla sicurezza, so che forse molti italiani si aspettavano di più da questo
Governo, nonostante l’impegno su questo fronte abbia rappresentato una priorità
costante del nostro operato.
Basti
ricordare che, dal nostro insediamento, abbiamo assunto oltre 42 mila operatori
nelle Forze di polizia, riuscendo a garantire il turn over al 100%. Ed entro la
fine della legislatura sono in programma altre 27 mila assunzioni. Abbiamo
rinnovato i contratti scaduti da anni, potenziato mezzi e tecnologie, aggravato
le pene per chi minaccia e aggredisce i nostri uomini e donne in divisa, e
previsto una specifica tutela legale per chi dovesse essere indagato o imputato
per fatti inerenti al servizio.
Abbiamo
di fatto bloccato i rave party illegali, previsto risposte più rapide contro le
occupazioni abusive, misure più efficaci contro borseggi, accattonaggio
minorile, truffe agli anziani e rivolte nelle carceri. E abbiamo aumentato i
presìdi di sicurezza nelle aree più sensibili: ospedali, stazioni, scuole e
periferie.
Dal
Decreto Caivano in poi abbiamo avuto anche il coraggio di affrontare il
problema della criminalità minorile. E lo abbiamo fatto con norme coraggiose,
contestate da chi non aveva fatto molto sul tema. Abbiamo previsto l’arresto in
flagranza per i minorenni trovati in possesso di armi da fuoco, per impedire
che ragazzi sempre più giovani diventino la manovalanza preferita della
criminalità organizzata proprio per la loro non punibilità, così come abbiamo
introdotto norme molto severe per arginare il dilagante fenomeno dell’uso dei
coltelli tra i più giovani.
E
intendiamo andare avanti anche sulla proposta di legge a prima firma della
Presidente della commissione antimafia Colosimo per togliere la potestà
genitoriale ai boss mafiosi, tanto per rispondere ancora una volta con il
sorriso e con i fatti all’ultima palata di fango infilata nel ventilatore da
un’opposizione disperata, che costruisce surreali teoremi su una mia presunta
vicinanza con la criminalità organizzata tirando in ballo un padre, morto
peraltro, che non vedo da quando avevo undici anni.
Vi
sfido anche su questo. Non sono solita ingerire nel lavoro delle commissioni
parlamentari d’inchiesta, ma mi permetto di chiedere alla commissione
parlamentare antimafia di occuparsi dei tentativi di infiltrazione della
criminalità organizzata nei partiti politici, Fratelli d’Italia compreso.
Mentre alcuni usano il tema per fare propaganda contro gli avversari, a me
interessa costruire gli anticorpi a un fenomeno che ci riguarda tutti. Non
accetto che i miei sacrifici possano essere usati per gli interessi di quelli
che combatto dal 19 luglio del 1992, e non accetto lezioni su questo tema.
Sui
rapporti tra questo governo e la criminalità organizzata parlano i fatti.
Abbiamo messo in sicurezza l’ergastolo ostativo, e salvato il carcere duro per
i mafiosi da chi stava per smantellarlo. Sotto questo governo, e non altri,
sono stati catturati oltre 130 latitanti, sono state eseguite più di 300
maxioperazioni, migliaia di arresti, 7,2 miliardi di euro il valore dei beni
sottratti alla criminalità, più di diciottomila beni confiscati restituiti alla
collettività che ora ospitano presidi delle Forze dell’ordine o progetti a
carattere sociale. Non abbiamo nulla da imparare da chi, invece, i boss li
scarcerava a colpi di decreto con la scusa del Covid. Combatto la mafia fin da
ragazzina, e continuerò a farlo fino al mio ultimo respiro, senza se e senza
ma. Mi auguro che almeno su questo si possa a lavorare insieme.
E poi,
finalmente, lo sgombero di quei centri sociali illegali e violenti che tutti
gli altri avevano tollerato, se non sostenuto o finanziato. Realtà dove regna
l’illegalità, e lo Stato di diritto sembra sospeso. Sarò anche qui chiara:
andremo avanti, con forza e determinazione, perché non accettiamo l’idea che in
Italia possano esistere zone franche dove tutto è consentito, in virtù di una
sedicente copertura politica o ideologica.
E a
chi ci ha accusato di voler limitare la libertà di manifestare abbiamo risposto
con provvedimenti efficaci, come quello sul fermo preventivo, che hanno uno
scopo molto chiaro: garantire che le manifestazioni di piazza si svolgano
pacificamente, come prevede la Costituzione. Senza incidenti, devastazioni,
città vandalizzate, poliziotti e carabinieri aggrediti, solo per il
divertimento di qualche figlio di papà che si diletta a distruggere stazioni
che noi dobbiamo sistemare con i proventi delle tasse dei cittadini.
Eppure,
personalmente non sono soddisfatta dei risultati sulla sicurezza. Perché la
sicurezza è il primo dovere dello Stato, e noi dobbiamo riuscire a incidere con
maggiore efficacia nella vita quotidiana dei cittadini e nella loro percezione
di sicurezza.
Per
questo intendiamo, ad esempio, incrementare ulteriormente la presenza di forze
dell’ordine sul territorio, continuando a riorganizzare l’attività
amministrativa per avere più personale in strada. E stiamo lavorando per
introdurre la figura dell’ausiliario dei Carabinieri e delle Forze di polizia,
assumendo 10 mila unità di volontari in ferma prefissata per fare attività di
sicurezza e controllo del territorio.
Ancora,
la sanità. Sappiamo tutti quanto questo tema tocchi la vita dei cittadini.
Rivendico
l’azione del Governo, che ha portato il Fondo sanitario nazionale al livello
più alto di sempre – 143 miliardi nel 2026, 17 miliardi in più rispetto
all’insediamento -, e ha avuto il coraggio, per primo, di contribuire a cercare
soluzioni sul tema delle liste d’attesa, invece di limitarsi a dire che la
competenza era delle regioni, come avevano fatto gli altri.
Ma è
evidente che, per molti italiani, i tempi restano troppo lunghi, l’accesso
troppo difficile, le differenze territoriali ancora troppo marcate. E questo
non è accettabile, perché la sanità è uno dei pilastri della nostra Nazione.
Così il nostro impegno deve essere più forte, più concreto, più visibile nella
vita quotidiana delle persone.
Avremo
presto i dati del sistema di monitoraggio sull’andamento delle liste d’attesa
regione per regione, prestazione per prestazione. E questo ci consentirà,
finalmente, di intervenire in modo mirato ed efficace. E servirà un impegno
corale per riuscire a risolvere gli ambiti più critici, perché se lo Stato e le
Regioni non lavorano insieme, fianco a fianco, il meccanismo si inceppa e a
pagarne le conseguenze sono in ultima istanza i cittadini. Ecco perché voglio
rivolgere alle Regioni una disponibilità e un appello: facciamo squadra. Perché
l’esito di questa sfida dipenderà dalla capacità che avremo soprattutto di
lavorare insieme.
Altro
tema che a noi sta particolarmente a cuore è quello della casa. Un bene
primario, il luogo dove si cresce, si studia, si sogna e si mette al mondo il
futuro. Senza una casa è impossibile costruire una famiglia, garantire una vita
dignitosa ai propri cari, rispondere ai bisogni fondamentali delle persone.
Purtroppo,
oggi il problema dell’accesso alla casa riguarda una quantità sempre maggiore
di cittadini. Tantissimi italiani –
giovani coppie, studenti, lavoratori fuori sede, famiglie monoreddito, persone
con disabilità, e molti altri -, cioè gente che lavora, si impegna e paga le
tasse, si trova in una zona grigia: è – passatemi il termine, troppo
“benestante” per accedere alle graduatorie delle case popolari, ed è troppo
“povera” per far fronte alle richieste, sempre più alte, del mercato
immobiliare. Ecco, io penso che uno Stato giusto non debba lasciare queste
persone nel limbo, e debba porsi il problema di come aiutarle a camminare da
sole.
Ed è
quello che intendiamo fare. Anche in vista della ricorrenza del Primo Maggio,
il Consiglio dei Ministri approverà, finalmente, i provvedimenti necessari alla
realizzazione, in Italia, di quel vasto Piano Casa a cui stiamo lavorando da
tempo.
Un
piano robusto, imponente, strutturale. Che ha come obiettivo quello di rendere
disponibili, tra alloggi popolari e alloggi a prezzi calmierati, oltre 100 mila
case nei prossimi 10 anni.
Queste
sono alcune delle questioni principali sulle quali il governo è al lavoro. Ma
come avete notato, non ho annunciato misure roboanti tipo “daremo a tutti uno
stipendio senza lavorare” o “potrete ristrutturare la vostra villa a spese
dello Stato”.
Avrò
probabilmente deluso chi immaginava di rivedere lo stesso schema che abbiamo
visto tante, troppe volte, in passato. Cioè, quello di governi che in vista
delle elezioni davano vita a misure puramente demagogiche, e devastavano i
conti pubblici nel tentativo disperato di raccogliere consenso facile,
scaricando sui giovani il costo di bonus e privilegi. Ma il costume di quei
politici che invitano tutti a bere al bar gratis, e lasciano ad altri il conto
da pagare, non ci apparteneva ieri e non ci apparterrà domani.
Per
questo tipo di scelte bisogna rivolgersi ad altri. Noi scegliamo la serietà e
non rinunciamo a convincere con risposte concrete e di lungo periodo, una
strategia chiara, continuità nelle scelte che hanno funzionato, riforme
coraggiose, verità in luogo delle menzogne e tanto, tanto lavoro.
È
quello che faremo anche in questo ultimo anno di governo, per poi attendere con
serenità il giudizio sul nostro lavoro e sui risultati che ha prodotto.
Sappiamo
che la situazione oggi è migliore di quando ci siamo insediati, ma sappiamo
anche di dover riuscire a fare di più, e meglio. E lo faremo, perché siamo
abituati a rimboccarci le maniche, non conosciamo la rassegnazione, non siamo
abituati a gettare la spugna. Tutt’altro.
L’ultimo
anno di questa legislatura non sarà un tempo di attesa. Sarà un tempo di
lavoro, di scelte, di risultati. Non un tempo per costruire consenso facile, ma
un tempo per rafforzare una direzione solida. E la nostra direzione è chiara:
difendere l’interesse nazionale italiano, sostenere chi produce e lavora,
rafforzare la presenza dello Stato dove serve e alleggerirla dove è troppo
invasiva. Sostenere le famiglie, quelle presenti e quelle future, e dare
risposte ai tanti giovani che rischiano di cercare quelle risposte nella
dipendenza dall’intelligenza artificiale o dai social media. Continuare a
restituire fiducia, costruire opportunità, rendere questa Nazione più giusta,
più meritocratica, più forte, più libera.
Vogliamo
continuare a costruire questa Italia con abnegazione, determinazione, e con
umiltà, perché il voto del referendum contiene anche un segnale che non
intendiamo ignorare, ma piuttosto utilizzare in positivo.
Perché,
colleghi, un “sì” ti conferma, ma un “no” ti riaccende. Ti impone di fermarti a
riflettere, di rimettere tutto in discussione. E alla fine di quella
riflessione, se sei una persona abituata a guadagnarsi le cose sul campo,
capisci una cosa semplice e potentissima: che il rifiuto non è la fine di un
percorso, ma l’inizio di una nuova spinta.
Sarò
felice di ascoltare le proposte che certamente le forze di maggioranza, ma
anche quelle di opposizione, vorranno fare in quest’aula per aiutarci ad
affrontare questa difficile congiuntura della storia. Ogni buona idea sarà
vagliata senza pregiudizi e magari attuata, se ce ne saranno le condizioni. Se
invece i partiti di opposizione vorranno usare il tempo a loro disposizione per
inveire contro chi sta governando durante la tempesta, ce ne faremo una
ragione.
A chi
ci guarda con scetticismo risponderemo con i fatti.
A chi
spera nel nostro fallimento, risponderemo con la determinazione.
A chi
getta fango, risponderemo con l’orgoglio di chi può ancora permettersi di
guardare gli altri, tutti gli altri, negli occhi.
E a
chi, invece, crede in questa Nazione diciamo: ricordatevi che non siete soli.
Il governo c’è, e farà la sua parte, ogni ora
di ogni singolo giorno, fino all’ultimo.
E
quando quel giorno arriverà, se avremo agito così, non avremo alcuna ragione di
temere il giudizio del Popolo Sovrano.
Vi
ringrazio.
(Giorgia
Meloni su Barbadillo.it).
Democrazia.
Temi
globali dei diritti umani.
Coe.int
– Kofi Annan – Consiglio d’Europa 2026 – Redazione – ci dice:
(Image:
Theme 'Democracyt' by Pancho).
Nessuno
è nato un buon cittadino; nessuna nazione nasce come democrazia.
Piuttosto,
entrambi sono processi che continuano ad evolversi nel corso della vita.
I
giovani devono essere inclusi dalla nascita.
(Kofi
Annan)
Cosa è
la democrazia?
"Delle
persone, dalle persone, per le persone."
(Abraham
Lincoln)
La
parola democrazia viene dalle parole greche "demos", che significa
popolo e "Kratos" che significa potere;
quindi la democrazia va pensata come "il
potere del popolo":
un
modo di governare che dipende dalla volontà del popolo.
Ci
sono così tanti modelli diversi di governi democratici nel mondo che a volte
risulta più semplice comprendere l'idea di democrazia in base cosa assolutamente
non è.
La
democrazia, dunque, non è l'autocrazia o la dittatura, dove a governare è un
solo individuo;
non è
nemmeno l'oligarchia, dove a governare è un ristretto gruppo della società.
Intesa
correttamente, la democrazia non dovrebbe nemmeno essere "il governo della
maggioranza", se questo significa che gli interessi delle minoranze siano
completamente ignorati.
Una
democrazia, almeno in teoria, è il governo a nome di tutto il popolo, secondo
la sua "volontà".
Domanda:
Se la democrazia è il governo del popolo, esiste una vera democrazia nel mondo?
Perché
la democrazia?
L'idea
di democrazia prende la sua forza morale - e
il fascino popolare - da due principi chiave:
1.
L'autonomia individuale:
L'idea
che nessuno dovrebbe essere oggetto a norme che sono state imposte da altri.
Le persone dovrebbero avere il controllo delle
proprie vite (entro certi limiti).
2.
Uguaglianza:
L'idea
che tutti dovrebbero avere la stessa opportunità di influenzare le decisioni
che riguardano le persone nella società.
Questi
principi sono intuitivamente accattivanti e aiutano a spiegare perché la
democrazia è così popolare.
Naturalmente
riteniamo che sia giusto avere la stessa possibilità di chiunque altro di
decidere su norme comuni!
I
problemi sorgono quando consideriamo come i principi possono essere messi in
pratica, perché abbiamo bisogno di un meccanismo per decidere come affrontare
le opinioni contrastanti.
Poiché offre un meccanismo semplice, la democrazia
tende ad essere "il governo della maggioranza";
ma il
governo della maggioranza può significare che gli interessi di alcune persone
non sono mai rappresentati.
Un modo più genuino di rappresentare gli
interessi di tutti è quello di utilizzare il processo decisionale per consenso,
dove l'obiettivo è quello di trovare punti di interesse comuni.
Domanda:
Quali
sono i vantaggi e gli svantaggi di prendere decisioni per consenso, rispetto a
farlo con la regola della maggioranza?
Come
vengono prese le decisioni nel vostro gruppo giovanile?
Lo
sviluppo della democrazia.
Storia
antica.
La
creazione della democrazia è ascritta agli antichi greci, anche se sono quasi
sicuramente esistiti esempi antecedenti di forme primitive di democrazia in
altre zone del mondo.
Il
modello greco fu fondato nel V secolo a.C., nella città di Atene.
La
democrazia ateniese si ergeva sola in un mare di autocrazie e oligarchie, che
al tempo erano le più diffuse forme di governo.
1. La loro era una forma di democrazia
diretta -
in altre parole, invece di eleggere dei rappresentanti che governassero a nome
del popolo era "il popolo" stesso che si incontrava, discuteva le
questioni di governo e poi attuava le politiche.
La
democrazia non è la legge della maggioranza, ma la protezione della minoranza.
(Albert
Camus).
2. Un
sistema tale era in parte possibile perché "il popolo" era una
categoria molto limitata.
Quelli
che potevano partecipare direttamente erano una parte ridotta della
popolazione, dato che le donne, gli schiavi, i forestieri e naturalmente i
bambini erano esclusi.
Domanda:
Quali sono i vantaggi e gli svantaggi della democrazia diretta?
La
democrazia nel mondo contemporaneo.
Anche
se le democrazie condividono caratteristiche comuni, non esiste un unico
modello di democrazia.
Risoluzione
delle Nazioni Unite sulla promozione e il consolidamento della democrazia
(A/RES/62/7).
Oggi
ci sono tante forme diverse di democrazia quante sono le nazioni democratiche
nel mondo.
Non ci
sono due modelli identici e nessun sistema può essere preso come
"modello" di riferimento.
Ci sono democrazie presidenziali e democrazie
parlamentari, democrazie che sono federali o democrazie unitarie, democrazie
che usano un sistema elettorale proporzionale e altre che usano un sistema
maggioritario, ci sono democrazie che sono anche monarchie e così via.
Un
elemento che unisce i moderni sistemi democratici, e che li distingue da quelli
antichi, è l'uso di rappresentanti del popolo.
Invece
di prendere parte direttamente alla stesura delle leggi, le moderne democrazie
usano le elezioni per scegliere rappresentanti che poi governano per conto del
popolo.
Questo
è il sistema conosciuto come democrazia rappresentativa.
Questo
sistema può, in qualche modo, affermare di essere "democratico" perché
è comunque basato, almeno fino ad un certo punto, sui due principi spiegati
sopra:
l'uguaglianza
(ogni persona dà un voto), e il diritto di ogni individuo ad un certo livello
di autonomia individuale.
Domanda:
Che cosa deve fare un politico eletto per assicurarsi di rappresentare
adeguatamente coloro che lo hanno eletto?
"Il diritto di voto non è un
privilegio. Nel XXI secolo, il presupposto in uno Stato democratico deve essere
a favore dell'inclusione ...
Ogni
deroga al principio del suffragio universale rischia di minare la validità
democratica del legislatore che in quel modo era stato eletto e delle leggi da
esso promulgate."
Sentenza
della Corte europea (Hirst contro Regno Unito)
Migliorare
la democrazia.
Comunemente
ci si riferisce ai paesi che "stanno diventando" delle democrazie non
appena questi iniziano a svolgere delle elezioni aperte e relativamente libere.
Ma la
democrazia comprende molto altro oltre alle elezioni, e acquisisce molto più
senso quando iniziamo a pensare all'idea della volontà del popolo piuttosto che
alle strutture istituzionali o di voto, se vogliamo davvero valutare quanto un
paese sia democratico.
Si
comprende meglio l'idea di democrazia come qualcosa che possiamo avere in più o
in meno invece che qualcosa che è o non è.
I
sistemi democratici possono sempre essere resi più inclusivi, più
rappresentativi delle aspettative del popolo e più reattivi alla sua influenza.
In altre parole, c'è margine per potenziare la
parte "popolare" della democrazia, includendo più persone nel
processo decisionale;
c'è
anche spazio per migliorare la parte democratica del "potere" e della
"volontà" dando al popolo più potere reale.
Le
lotte per la democrazia nel corso della storia si sono di solito concentrate
sull'uno o sull'altro di questi elementi.
Oggi,
nella maggior parte dei paesi del mondo, le donne hanno il diritto di voto ma
questa conquista è stata ottenuta solo recentemente.
La Nuova Zelanda è vista come il primo paese
nel mondo ad aver introdotto il suffragio universale nel 1893, ma anche lì alle
donne è stato garantito il diritto di candidarsi per il parlamento solo in
seguito, nel 1919.
Molti sono i paesi che hanno prima concesso il
diritto di voto alle donne e solo in un secondo momento hanno permesso loro di
avere cariche elettive.
L'Arabia Saudita ha concesso alle donne la
possibilità di votare alle elezioni solo nel 2011.
Oggi
anche nelle democrazie consolidate ci sono settori della società, che
normalmente includono i migranti, i lavoratori immigrati, i detenuti e i
bambini, ai quali non viene concesso il diritto di voto anche se molti di loro
pagano le tasse e sono obbligati a obbedire alle leggi del paese in cui vivono.
Detenuti
e diritto di voto.
Ai
detenuti è concesso di votare in 18 paesi europei.
Il
diritto di voto ai detenuti ha restrizioni in 20 paesi, in base a elementi
quali la durata della pena o la gravità del crimine commesso oppure dal tipo di
elezione.
In 9
paesi europei ai detenuti non è concesso di votare.
(Il
diritto di voto dei detenuti, Nota Standard della Commons Library SN/PC/01764, aggiornata nel 2012.)
(parliament.uk/briefing-papers/SN01764).
Nel
processo di Hirst contro il Regno Unito nel 2005, la Corte Europea ha
riscontrato che il divieto universale di voto per i detenuti nel Regno Unito
era una violazione dell'Articolo 3, Protocollo 1 della Convenzione Europea, che
afferma:
"Le
Alte Parti Contraenti si impegnano a tenere libere elezioni a intervalli
ragionevoli a scrutinio segreto, in condizioni che garantiscano la libera
espressione dell'opinione popolare nella scelta del legislatore."
Domanda:
L'esclusione di alcuni settori della società dal processo democratico può
essere sempre giustificata?
Democrazia
e partecipazione.
Non ho
nessuna formula per cacciare un dittatore o costruire la democrazia.
Tutto
quello che posso suggerire è di dimenticare te stesso e pensare solo al tuo
popolo.
Sono
sempre le persone che fanno accadere le cose.
(Corazón
Aquino).
I modi
più diretti per partecipare al governo sono votare o candidarsi e diventare un
rappresentante del popolo.
La
democrazia, però, è molto più del semplice voto e ci sono molti altri modi di
impegnarsi nella politica e nel governo.
Il
funzionamento effettivo della democrazia, in effetti, dipende dalle persone
comuni che usano questi altri mezzi il più possibile.
Se le
persone votano solo ogni 4 o 5 anni - o non votano affatto - e se non fanno
niente nel periodo tra un voto e il successivo, allora il governo non può
davvero dire di essere "delle persone".
È
difficile dire che questo tipo di sistema sia democratico.
Sui
sistemi di partecipazione si possono leggere più dettagli nella sezione “Cittadinanza
e Partecipazione”.
Qui ci
sono alcune idee - forse il minimo che sarebbe necessario per i membri del
parlamento per agire democraticamente in rappresentanza del popolo:
Essere
informati su ciò che sta succedendo, su cosa viene deciso "nel nome del
popolo" e in modo particolare sulle decisioni e le azioni fatte dai propri
rappresentanti.
Far
conoscere le proprie opinioni sia ai propri rappresentanti in parlamento che ai
mass media o a gruppi che si occupano di particolari tematiche.
Senza
un feedback dal "popolo" i leader possono governare solo secondo le
loro proprie volontà e priorità.
Se le
decisioni sembrano essere antidemocratiche o contrarie ai diritti umani o anche
se si nutrono forti dubbi su di esse bisogna impegnarsi perché la propria voce
venga ascoltata così che le decisioni politiche possano essere riviste.
Il sistema più efficace per fare questo è
probabilmente quello di unirsi ad altre persone in modo che la propria voce sia
più forte.
Votare,
ogni qualvolta ce ne sia possibilità.
Se le
persone non votano i politici sono effettivamente non controllabili.
Domanda:
Hai mai partecipato in uno di questi modi (o in altri)?
Democrazia
e diritti umani.
La
connessione tra i diritti umani e la democrazia è profonda e va in due sensi:
gli uni sono in un certo modo dipendenti dall'altra e incompleti senza.
Ogni
individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese sia
direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti.
(Articolo
21, parte 1, DUDU).
Prima
di tutto l'uguaglianza e l'indipendenza sono valori anche nei diritti umani e
il diritto di partecipare al governo è, esso stesso, un diritto umano.
L'Articolo
21 della Dichiarazione Universale dei diritti umani (DUDU) ci dice che "la volontà popolare è il fondamento
dell'autorità del governo": quindi la democrazia è in effetti l'unica forma di
governo compatibile con i diritti umani.
In
ogni caso, una democrazia è incompleta senza un profondo rispetto per i diritti
umani.
Partecipare al governo, in modo autentico, è
quasi impossibile se alle persone non è garantito il rispetto degli altri
diritti di base.
Si
considerino i seguenti esempi:
1.
Libertà di pensiero, di coscienza e di religione (DUDU, Articolo 18).
Questo
è uno dei primi diritti essenziali in una democrazia: le persone devono essere
in grado di pensare liberamente, di tenere a qualsiasi credo sia importante per
loro, senza per questo essere puniti.
I governi, nel corso della storia, hanno
cercato di limitare questo diritto perché temono che se la gente inizia a
pensare ad altre forme di governo, questo potrebbe mettere in pericolo il
sistema politico attuale.
Così
hanno arrestato delle persone soltanto perché avevano pensieri contrari (queste
persone sono considerate come prigionieri politici).
Tuttavia,
una società senza pluralismo di pensieri non solo è intollerante ma limita
anche le proprie possibilità di svilupparsi in direzioni nuove ed eventualmente
migliori.
2.
Libertà di espressione (DUDU, Articolo 19).
Non
solo è importante avere la possibilità di pensare ciò che si vuole, ma anche
essere in grado di esprimere a parole tale opinione, qualunque essa sia.
Se
alle persone è impedito di parlare delle proprie opinioni con gli altri o di
presentarle ai mass media come potrebbero "partecipare" al governo?
La
loro opinione è stata essenzialmente esclusa dalle possibili alternative prese
in considerazione.
La
democrazia non riconosce l'est o l'ovest; la democrazia è semplicemente la
volontà della gente.
(Shirin
Ebadi).
3.
Libertà di riunione e di associazione pacifica (DUDU Articolo 20).
Questo
diritto permette alle persone di discutere le idee con altri, di formare gruppi
di interesse o associazioni o di riunirsi con lo scopo di protestare contro le
decisioni con cui non sono d'accordo.
Forse
una tale attività è a volte scomoda per i governi;
Tuttavia
è essenziale che diverse opinioni siano conosciute e tenute in considerazione.
E
questo è parte della democrazia.
Questi
sono tre diritti umani intrinsecamente legati all'idea di democrazia, ma ogni
violazione di altri diritti umani influenzerà anche la misura in cui una
persona sia in grado di partecipare al governo.
La povertà, una salute precaria o la mancanza di una
casa possono rendere più difficile per qualcuno far sentire la propria voce e
far diminuire il peso delle loro scelte in confronto ad altri.
Tali violazioni dei diritti rendono quasi
sicuramente impossibile per la persona interessata l'elezione ad una carica di
governo.
Domanda:
Fino a che punto i tre diritti democratici (elencati sopra) sono rispettati nel
vostro paese?
Problemi
con la democrazia.
La
democrazia non significa molto se una persona è affamata o senzatetto o se non
ha assistenza sanitaria o se i suoi bambini non possono andare a scuola; anche
se ha diritto di voto la democrazia non è effettiva.
(Susan George, Presidente di ATTAC).
L'apatia
degli elettori.
Per
diversi anni c'è stata preoccupazione per la condizione della democrazia e
forse soprattutto nelle democrazie più consolidate.
Questo si basa sulla diminuzione dei livelli
di partecipazione degli elettori al voto, ciò sembra indicare una mancanza di
interesse e di coinvolgimento da parte dei cittadini.
Una
bassa affluenza alle urne mette in discussione la legittimità dei cosiddetti
governi democraticamente eletti che in alcuni paesi sono effettivamente eletti
da una minoranza dell'elettorato totale.
Elezioni e apatia.
L'affluenza
alle urne alle elezioni del Parlamento europeo è diminuita ogni anno dalle
prime elezioni tenutesi nel 1979. Nel 2009 solo il 43% dell'elettorato ha
votato e in alcuni paesi l'affluenza è scesa al 34%.
Nelle
elezioni nazionali in tutta Europa, l'affluenza varia da poco più del 50% in
alcuni paesi a oltre il 90% in altri.
Alcuni
paesi in Europa, per esempio, la Grecia e il Belgio hanno reso il voto
obbligatorio.
In
tali paesi l'affluenza alle urne è ovviamente molto superiore alla media dei
paesi dove il voto è facoltativo.
Domanda:
Con che proporzione l'elettorato ha votato nelle ultime elezioni del vostro
paese?
Nonostante
sia indubbiamente un problema che sempre meno persone riescano a votare alle
elezioni, ci sono alcuni studi che indicano che la partecipazione in forme
diverse potrebbe essere effettivamente in aumento, ad esempio gruppi di
pressione politica, iniziative civiche, organi consultivi e così via.
Queste
forme di partecipazione sono tanto importanti per un funzionamento effettivo
della democrazia, quanto l'affluenza alle urne alle elezioni, se non di più.
Democrazia
e partecipazione civica.
La
cosiddetta Primavera Araba, nella quale masse di persone - tra cui molti
giovani - sono scese per le strade per esprimere la loro insoddisfazione nei
confronti del governo, ha mostrato un nuovo livello di partecipazione civica in
paesi che non erano tradizionalmente considerati democrazie.
Anche
in Europa, anche nelle democrazie più tradizionali, "il potere del
popolo" sembra aver trovato una nuova prospettiva:
gli
studenti hanno protestato in molti paesi contro le iniziative dei governi che
imponevano tasse sull'istruzione.
I sindacati hanno portato le persone nelle
strade per protestare sull'impatto dei tagli economici.
In più, gruppi autonomi di attivisti hanno inventato
forme nuove e creative di manifestazione contro i cambiamenti climatici, il
potere delle grandi aziende, il ritiro di servizi statali chiave e anche contro
misure di polizia oppressive.
La
regola della maggioranza.
Una
minoranza può aver ragione e la maggioranza ha sempre torto.
(Henrik Ibsen).
Ci
sono due problemi che sono più profondamente connessi al concetto di democrazia
rappresentativa e che riguardano gli interessi della minoranza.
Il primo è che gli interessi delle minoranze
spesso non sono rappresentati attraverso il sistema elettorale:
questo può accadere se il loro numero è troppo
basso per raggiungere il livello minimo necessario per avere una qualsiasi
rappresentanza.
Il
secondo problema è che, anche se il loro numero viene rappresentato nell'organo
legislativo, avranno comunque una minoranza di rappresentanti e questi
potrebbero quindi non avere la possibilità di raccogliere i voti necessari per
sconfiggere i rappresentanti della maggioranza.
Per queste ragioni si parla della democrazia con la
definizione di "regola della maggioranza".
La
regola della maggioranza, se non sostenuta dalla garanzia dei diritti umani per
tutti, può portare a decisioni che sono dannose per le minoranze, e il fatto
che queste decisioni sono il "volere del popolo" non può fornire
nessuna giustificazione.
Gli
interessi di base delle minoranze come quelli delle maggioranze devono essere
salvaguardati in ogni sistema democratico, aderendo ai principi dei diritti
umani, rafforzati da un meccanismo giuridico efficace, qualsiasi sia la volontà
della maggioranza.
Domanda:
Se la maggioranza della popolazione è favorevole a privare alcune persone dei
loro diritti umani, pensate che "dovrebbe decidere il popolo"?
L'ascesa
del nazionalismo.
La
democrazia è concepita al meglio come processo di democratizzazione.
(Patomäkim,Teivainen).
Un
problema correlato è la preoccupante tendenza in tutta Europa al supporto di
partiti di estrema destra.
Questi
partiti hanno spesso spinto su sentimenti nazionalisti, hanno preso di mira
membri della popolazione "non indigeni", in particolare richiedenti
asilo, rifugiati e membri delle minoranze religiose, talvolta anche in modo
violento.
Tali
partiti, come difesa, fanno spesso appello al supporto che trovano tra la
popolazione e al principio democratico che essi rappresentano le opinioni di un
grande numero di persone.
Tuttavia
se un partito appoggia la violenza, in qualsiasi forma, e se non rispetta di
diritti umani di tutti i membri della popolazione, ha ben poco diritto di
appellarsi ai principi democratici.
In
base all'entità del problema, e al particolare contesto culturale, potrebbe
essere necessario limitare il diritto alla libertà di espressione a determinati
gruppi, nonostante l'importanza di tale diritto nei processi democratici.
La
maggior parte dei paesi, per esempio, ha leggi contro l'incitamento all'odio
razziale.
Ciò è
visto dalla Corte Europea come una limitazione accettabile alla libertà di
espressione, giustificata dal bisogno di proteggere i diritti degli altri
membri della società, o della struttura stessa della società.
Domanda:
Il nazionalismo è diverso dal razzismo?
I
giovani e la democrazia.
I
giovani spesso non hanno nemmeno accesso al voto, quindi come possono essere
parte del processo democratico?
Molte
persone risponderebbero a questa domanda affermando che i giovani non sono
pronti ad essere parte del processo e che solo a 18 anni (o a qualunque età il
loro paese gli dia la possibilità di votare) saranno in grado di partecipare.
In
effetti tanti giovani sono molto attivi politicamente già prima di poter
votare, e in un certo modo, l'impatto di questo loro attivismo può essere più
forte dell'accesso al singolo voto che riceveranno in seguito - e che potranno
decidere di usare o meno - una volta ogni 4 o 5 anni.
I
politici sono spesso impazienti di chiedere il voto dei giovani, questo li può
rendere più predisposti ad ascoltare le preoccupazioni dei giovani.
Molti
giovani sono impegnati in gruppi ambientalisti, o in altri gruppi di protesta
che organizzano campagne contro la guerra, contro lo sfruttamento da parte
delle grandi aziende o contro il lavoro minorile. Forse uno dei modi più
importanti con cui i giovani possono iniziare ad impegnarsi nella vita della
comunità e nell'attività politica è agire a livello locale:
in tal modo saranno più consapevoli dei
problemi che li preoccupano e di quelli con cui sono più a contatto, e questo
li renderà più capaci di avere un impatto diretto.
La
democrazia non ha a che fare solo con questioni nazionali o internazionali:
deve iniziare nei nostri quartieri!
Le
organizzazioni giovanili sono uno dei modi attraverso cui i giovani fanno
esperienza e praticano la democrazia e, inoltre, hanno un ruolo importante nel
processo democratico, ammesso ovviamente, che siano amministrate in modo
indipendente e democratico!
Domanda:
Se un sedicenne è considerato/a abbastanza maturo per sposarsi o per lavorare,
non dovrebbe esserlo anche per votare?
Il
lavoro del Consiglio d'Europa.
Ci
batteremo per il nostro obiettivo comune di promuovere la democrazia e il buon
governo di altissima qualità, a livello nazionale, regionale e locale, per
tutti i nostri cittadini.
Piano
d'azione del Vertice di Varsavia del Consiglio d'Europa (2005).
La
democrazia è uno dei valori fondamentali del Consiglio d'Europa, insieme ai
diritti umani e allo Stato di diritto.
Il Consiglio d'Europa ha una serie di
programmi e pubblicazioni che si occupano del miglioramento e del futuro della
democrazia.
Nel 2005, il Forum per il futuro della
democrazia è stato istituito dal Terzo Vertice dei Capi di Stato e di Governo
del Consiglio d'Europa.
L'obiettivo del Forum è quello di "rafforzare la
democrazia, le libertà politiche e la partecipazione dei cittadini attraverso
lo scambio di idee, informazioni ed esempi di buone pratiche".
Ogni
anno si svolge una riunione del Forum che riunisce circa 400 partecipanti dei
47 Stati membri del Consiglio d'Europa e degli Stati osservatori.
Il
sostegno allo sviluppo e all'attuazione di norme per la democrazia è sostenuto
dalla Commissione europea per la democrazia attraverso il diritto - nota anche come Commissione di
Venezia -
che è l'organo consultivo del Consiglio d'Europa in materia
costituzionale.
La
commissione è stata particolarmente attiva nell'assistere l'elaborazione di
nuove costituzioni o leggi sulle corti costituzionali, codici elettorali,
diritti delle minoranze e il quadro giuridico relativo alle istituzioni
democratiche.
Oltre
a questo lavoro di definizione delle norme, il Consiglio d'Europa promuove la
democrazia e i suoi valori attraverso programmi sulla partecipazione
democratica, l'educazione alla cittadinanza democratica e la partecipazione dei
giovani, perché la democrazia è molto più che votare alle elezioni!
Se il
Governo resta
soltanto
per restare.
Fondazioneluigieinaudi.it
- Matteo Grossi – (1° Luglio 2026) - Matteo Grossi 's Author avatar – ci dice
Se il
Governo resta soltanto per restare.
In
politica si può perdere consenso. Si possono perdere alleati. Si può persino
perdere slancio.
Ciò
che un governo non può permettersi di perdere è la ragione stessa della propria
esistenza.
Perché il potere, nelle democrazie liberali,
non è un fine:
è uno strumento.
E
quando lo strumento non serve più a realizzare un progetto, resta soltanto
l’occupazione delle poltrone.
È
questa la domanda che oggi dovrebbe interrogare la maggioranza guidata da
Giorgia Meloni.
Non
quanto durerà, ma per fare cosa.
Dopo
il referendum fallito, si è chiusa una stagione che, a dire il vero, non era
mai davvero cominciata.
Per
mesi gli italiani hanno sentito parlare di grandi riforme, svolte epocali,
cambiamenti destinati a ridisegnare il rapporto fra cittadini e istituzioni.
Poi, alla prova dei fatti, il bilancio è
apparso assai più modesto delle promesse.
La
rivoluzione fiscale è rimasta confinata agli annunci.
La
semplificazione burocratica continua a essere un obiettivo proclamato e mai
raggiunto.
Sull’immigrazione
si è passati dalla retorica della soluzione definitiva alla gestione ordinaria
di un fenomeno complesso.
Sulla
sicurezza, come su molti altri dossier, la distanza fra propaganda e risultati
continua a essere significativa.
Non si
tratta di sostenere che nulla sia stato fatto.
Sarebbe
una caricatura.
Il punto è un altro: manca una direzione
riconoscibile.
Non
emerge una visione capace di spiegare dove si voglia portare il Paese nei
prossimi dieci anni.
E senza una meta, anche il cammino più lungo
finisce per trasformarsi in un vagabondaggio.
Nel
mentre la coalizione mostra crepe sempre più evidenti.
La
Lega vive una fase di difficoltà politica e identitaria.
Forza
Italia guarda con crescente interesse a un elettorato moderato che spesso
fatica a riconoscersi nelle pulsioni più radicali del centrodestra. Le
differenze strategiche, finora tenute sotto controllo dal peso elettorale di
Meloni, stanno tornando a galla.
È il
destino di tutte le maggioranze che smarriscono il proprio obiettivo: ciò che
era stato nascosto dall’entusiasmo iniziale viene riportato in superficie
dall’assenza di risultati.
Eppure
il controsenso è proprio questo.
Giorgia Meloni continua a godere di un
consenso personale superiore a quello dei suoi alleati e dei suoi avversari.
Avrebbe dunque avuto il capitale politico
necessario per tentare riforme coraggiose.
Ha
scelto invece la strada della prudenza.
Una
scelta legittima, ma che presenta un costo inevitabile: il tempo.
Il tempo logora chi governa molto più di chi
si oppone.
Ogni mese trascorso senza una forte iniziativa
politica consuma consenso, alimenta delusioni e offre alle opposizioni
l’occasione di riorganizzarsi. Non perché queste abbiano improvvisamente
trovato una visione migliore, ma perché la stanchezza dell’elettorato crea
sempre nuove opportunità.
In
questo scenario, il vero obiettivo della maggioranza sembra ridursi a uno
soltanto:
arrivare
a settembre e conquistare il primato di governo più longevo della storia
repubblicana.
Un
record può soddisfare gli storici.
Difficilmente
convince gli elettori.
La
durata di un esecutivo è un dato statistico.
La sua utilità è un giudizio politico.
Confondere
le due cose significa scambiare il mezzo con il fine.
L’Italia
non ha bisogno di governi che restano in piedi più a lungo degli altri.
Ha
bisogno di governi che utilizzano il tempo ricevuto dagli elettori per cambiare
ciò che non funziona.
Se la missione si esaurisce nella
conservazione del potere, allora la longevità non diventa un merito:
rischia
di trasformarsi in una prova dell’immobilismo.
Per
questo la questione non è se il governo Meloni cadrà domani o durerà fino alla
fine della legislatura.
Ma, se
resta soltanto per restare, qual è la sua utilità?
(La
Lomellina).
La
tolda di comando.
Nelle
stanze silenziose del potere italiano dove s’annida il deep State.
Ilfoglio.it
-politico – 1°marzo 2024 – Stefano Cingolani – Redazione – ci dice:
Chi
governa davvero il paese?
Giorgia Meloni non ha dubbi: lei per mandato
del popolo.
Un
libro uscito da poco, quello di “Luigi Tivelli”, lo contesta, non con astratti
ragionamenti, ma guardando alla realtà effettiva e ai processi concreti.
Chi
governa davvero il paese?
Giorgia
Meloni non ha dubbi: lei per mandato del popolo.
Non è
ancora un mandato diretto, ma lo sarà se passa la riforma costituzionale, in
ogni caso si comporta come se già lo fosse.
Siamo sicuri che sia così?
Un
libro uscito da poco lo contesta, non con astratti ragionamenti, ma guardando
alla realtà effettiva e ai processi concreti.
Lo ha
scritto un alto funzionario pubblico, “Luigi Tivelli” che è stato consigliere
parlamentare della Camera dei deputati, della Presidenza del Consiglio e capo
di gabinetto.
S’intitola “I segreti del potere”.” Le voci
del silenzio” (Rai libri.), contiene ritratti e testimonianze di altri “civil
servants” frequentati dall’autore.
Il modello interpretativo del fare politica in
Italia è la “cicaleggio-crazia” alla quale si contrappone la “silenzio-crazia”.
Ed è
nelle stanze e nei corridoi del silenzio che s’annida il “deep State” al quale
si deve il funzionamento delle istituzioni e, di conseguenza, il vero esercizio
del potere:
capi
di gabinetto, direttori generali, vertici degli enti pubblici, dei servizi
segreti e di sicurezza, responsabili delle aziende a partecipazione statale.
“Una
parte dei protagonisti del libro sono conosciuti anche dal grande pubblico –
scrive “Tivelli” – e, a scadenze obbligate, ma quasi sempre poco frequenti,
fanno sentire la loro voce e visione dei problemi all’opinione pubblica”.
È il caso di Antonio Patuelli, Giampiero
Massolo, Paolo Savona e Giuseppe De Rita (uomini del silenzio in senso largo).
Un’altra
parte sono alti funzionari praticamente sempre silenti rispetto ai media, o che
non si concedono mai uscite pubbliche (uomini del silenzio in senso stretto):
“Stanno
sulla tolda di comando, però si comportano come se fossero ufficiali addetti
alle macchine, indispensabili per la navigazione dell’Italia ma sconosciuti
alla gran parte dei passeggeri”.
Dunque,
va esaltato il segreto, il mistero, la manovra dietro le quinte, o, non sia
mai, il potere occulto? No,
“il
tendenziale silenzio favorisce una comunicazione ben più appropriata di quella
tipica della nostra classe politica”.
È
piuttosto il comportamento che sfugge alla “smania di parlare o cicaleggiare
per cercare di distinguersi ed emergere”.
Sergio
Mattarella è “un grande uomo del silenzio” che usa come arma, secondo Tivelli
il quale passa in rassegna “questa liturgia e questa estetica del silenzio”
oggi violata sempre più spesso.
Dopo
la fine dei totalitarismi del Novecento è prevalso il paradigma liberal
democratico basato sul mandato popolare indiretto, il primato della legge, la
divisione dei poteri, i partiti come filtro e canale tra masse e stato.
Nei primi due decenni del Duemila invece
stiamo assistendo a una sud-americanizzazione crescente che mette in
discussione non solo i partiti e i parlamenti, ma anche il modello in cui
proprio l’apparato amministrativo tipico del potere legale esercita un ruolo
particolarmente importante.
Tivelli
sottolinea che “da tempo circola una teoria secondo la quale i governi
sarebbero non poco condizionati dall’opera e dal funzionamento del “deep State”,
nel quale molte posizioni di responsabilità sono state magari acquisite
all’ombra di governi precedenti e di diverso orientamento.
Non
poco di vero c’è in questa tesi, ed è altrettanto vero che, almeno dal 2011
fino all’avvento del governo Meloni, le infornate di nomine che hanno
contribuito a definire le posizioni chiave sono state gestite dalla sinistra o
da governi tecnici più condizionati dalla sinistra”.
Dopo
il gioco dell’egemonia culturale arriva il gioco della egemonia istituzionale?
Ma in
che cosa è diverso tutto ciò dalla vecchia insuperata lottizzazione?
A
questo punto, non possiamo evitare “Max Weber” per il quale la burocrazia
statale in una democrazia di massa rappresenta la macchina razionale che
produce efficienza.
I
rapporti con il potere politico non sono mai rosi e fiori.
Sotto
la spinta degli interessi degli stessi burocrati, l’apparato può mettere in
discussione o in crisi chi guida momentaneamente il governo ed è da molti punti
di vista un dilettante rispetto al burocrate.
A quel
punto emergono leader carismatici i quali, grazie a una investitura
plebiscitaria, riprendono il controllo della macchina. Così facendo mettono in
discussione non soltanto le “arciconfraternite” dello stato, ma il
bilanciamento dei poteri.
La
Prima repubblica era una partitocrazia, poi è prevalso un potere sempre più
carismatico con il predominio del leader, tendenza già in luce negli anni ’80
se si pensa al ruolo di Bettino Craxi, poi sviluppata da Silvio Berlusconi.
Con Mani pulite s’è imposta “la repubblica
delle toghe”, è arrivato “il tempo della giudicatura” come lo chiamò un
giurista e politico francese, Robert Badinter ex ministro della Giustizia, e il
magistrato è diventato “vindice contro il tiranno”.
Quella
rottura non si è più ricomposta.
Da
allora l’Italia è vissuta in un regime di contraddizione permanente tra i tre
poteri dello stato, con il prevalere di volta in volta di quello esecutivo o di
quello giudiziario, oscillazione della quale ha fatto le spese il potere del
parlamento.
Adesso
la spinta è a dare una soluzione politica estendendo a macchia d’olio “il
sistema delle spoglie dal quale la burocrazia non s’è mai ripresa – scrive
Tivelli.
L’indebolimento
di una parte significativa dei loro vertici ha per un verso creato eccessive
sottoposizioni al volere dei ministri o dei partiti di turno, e per altro verso
ha generato una forte debolezza rispetto alle lobbies. Le quali, guarda caso –
situazione praticamente unica nelle democrazie occidentali – operano nel vuoto
normativo, in quanto non ancora disciplinate e regolamentate”.
Con la
“politique d’abord” la sovranità popolare finisce preda delle clientele e delle
corporazioni (si pensi alla Coldiretti, alla Confindustria, ai sindacati), ma
nemmeno il potere dei sapienti, dei tecnici, degli esperti è una soluzione.
E
allora?
Max
Weber non ci aiuta a trovare una risposta definitiva, perché secondo lo
studioso tedesco tutte queste “opposizioni” all’interno del sistema non sono
risolvibili una volta per tutte.
A
impedire che diventino distruttive scende in campo il pluralismo nemico di ogni
egemonia politica, culturale, economica.
È la
conclusione alla quale arriva Tivelli esprimendola con altre parole:
“Nella
nostra forma di governo parlamentare razionalizzato abbiamo bisogno sia di un
governo forte che di un Parlamento forte. Anche se il pendolo del potere pende
un po’ troppo dalla parte del governo e sembra che il Parlamento fatichi a
trovare un suo vero” ubi consistam”.
E qui il libro entra nel merito dell’odierno
confronto politico.
L’autore preferisce una soluzione alla tedesca: potere
di nomina e revoca dei ministri al presidente del Consiglio; fiducia
parlamentare concessa solo a lui; sfiducia costruttiva come unico strumento per
abbattere i governi.
“E’ il
solo modo per non svilire il ruolo del presidente della Repubblica – scrive
Tivelli – la cui compromissione istituzionale avrebbe conseguenze gravissime
sul sistema dei poteri e sui nostri meccanismi di “checks and balances”.
Il
colloquio.
Vittorio
Feltri: “Nella mia vita ne ho viste tante ma questa storia di Ranucci e
Lavitola le batte tutte. È una bomba d'amore."
Ilfoglio.it
– Luca Roberto – (9 luglio 2026) – Redazione – ci dice:
Il
giornalista, direttore editoriale del Giornale sulla vicenda che ha riguardato
il conduttore di Report:
"Mi
auguro non scenda in politica, non ha physique du rôle. Ma la sinistra
continuerà a mandarlo in giro perché ha bisogno di un pistola così".
Immagine
di Vittorio Feltri: “Nella mia vita ne ho viste tante ma questa storia di
Ranucci e Lavitola le batte tutte. È una bomba d'amore."
“Tra
le ipotesi che stanno circolando sulla vicenda di Sigfrido Ranucci e Valter
Lavitola quella della bomba d’amore, per affetto, è sicuramente quella
principale, che mi convince di più.
Anche
se i due hanno una vita così incasinata che vai a sapere qual è la verità”.
Vittorio
Feltri non difetta certo d’esperienza. Lo scoop su Enzo Tortora, la stagione di
Mani pulite.
E poi ancora il caso Boffo, il racconto di
Garlasco. L’attentato ai danni del conduttore di Report, secondo le indagini
architettato da Lavitola che di Ranucci è amico, le batte tutte?
“Sì,
credo proprio di sì”, si fa scappare una risata Feltri. “Io ne ho viste e
raccontate di tutti i colori durante tutta la mia carriera nei giornali.
Ma mi
pare che da questa vicenda stiano emergendo elementi fuori da qualsiasi
immaginazione, da ogni logica”.
Ranucci
scende in campo? “Mi auguro di no.
Non ha
il physique du rôle”.
Sui
giornali negli ultimi giorni sono piovute ricostruzioni sulle indagini che
riguardano l’attentato ai danni del conduttore di Report Sigfrido Ranucci.
Il principale indiziato come mandante resta
Valter Lavitola, faccendiere, imprenditore dai passati prima craxiani e poi
berlusconiani, con un vasto casellario giudiziario che però, come continua a
spiegare per ogni dove il giornalista, “è un mio amico vero da tanti anni”.
C’è
quindi chi ha ipotizzato che Lavitola possa aver agito da Richelieu,
progettando uno sbarco in politica dell’amico.
A cui,
come ha ricostruito Repubblica ieri, avrebbe detto: “Quando tu sarai presidente
del Consiglio io sarò il tuo Gianni Letta”.
“La
bomba d’amore mi sembra l’ipotesi più probabile, verosimile”, ribadisce
Vittorio Feltri, attualmente direttore editoriale del Giornale.
Un gesto architettato per far sì che la figura
di Ranucci emergesse ancor di più e potesse acquisire una sua spendibilità dal
punto di vista elettorale?
“Io però mi auguro che Ranucci non scenda
affatto in politica, non ha il physique du rôle.
Semmai,
la sinistra continuerà a fargli fare quel giornalismo d’inchiesta che a me
sinceramente fa schifo, solo per poter avere un ‘pistolero’ da mandare in
giro”.
Perché
non le piace Report?
“Diciamo
che preferisco cose un po’ più eleganti, raffinate, di pensiero”.
Insomma
Ranucci non è la sua tazza di tè.
“Mi
sta sulle balle. Non so se mi è consentito usare questa elegante definizione”.
E
invece di Valter Lavitola, craxiano e poi berlusconiano, finito in mezzo ad
alcuni dei più controversi casi politici degli ultimi vent’anni, dalla casa a
Monte Carlo di Gianfranco Fini alla compravendita dei senatori a sostegno dei
governi Berlusconi, passando per i ricatti nei confronti del Cav., uomo insomma
che da sempre manda in tilt la sinistra e che adesso si scopre così vicino a un
simbolo della sinistra come Ranucci, che pensa?
“Che Lavitola io non lo conosco personalmente,
per cui in realtà non potrei esprimermi più di tanto a livello di opinioni.
Ma
devo dire che così, a pelle, di botto, mi sembra una persona ben poco
simpatica.
Direi
anzi che è molto detestabile.
La
vicenda così come la vita di questi due individui sono totalmente un casino che
non mi permetto di dare ragione all’uno o all’altro”.
Di
certo c’è che le indagini della procura di Roma sulla detonazione in piena
notte sotto all’abitazione del giornalista, il movente dell’attentato e il
presunto mandante stanno squarciando il velo su elementi che nessuno
s’aspettava di poter veder emergere in un fatto di cronaca di siffatta gravità.
È vero. Io ne ho seguite tante nella mia lunga
carriera”, dice facendo affiorare una certa qual ironia Feltri, riandando con
la mente alle pagine e pagine di appunti e articoli che lo hanno visto seguire
tra le altre, più recentemente, anche la vicenda Garlasco.
“Diciamo che oramai ho una discreta esperienza
alle spalle, ma questi elementi sono fuori da qualsiasi immaginazione o logica
umana.
A
questo punto, forse, ne vedremo persino delle altre...”.
Insomma,
direttore, questa sporca tuta di Ranucci con una figura per il mondo
progressista così poco raccomandabile rischia di incrinarne il prestigio in
quanto riferimento della “controinformazione”?
Per
Schlein, Conte e gli altri leader del campo largo è un colpo che fa male?
“Lo è,
ma come ho già detto troveranno il modo di mandarlo in giro in quanto simbolo
di quel giornalismo d’inchiesta che a me non piace affatto. Tutto quello che
gli gira attorno non mi sta simpatico.
È una
vicenda assurda ma se poi scende in politica, contenti loro”.
Di più
su questi argomenti.
(Vittorio
Feltri - Sigfrido Ranucci -Valter Lavitola - Luca Roberto).
Perché
le destre vincono in Europa.
Fondazionefeltrinelli.it
-Politica – (16 Aprile 2024) - Sara Gentile – Redazione – ci dice:
Mancano
solo due mesi alle elezioni europee e lo scenario politico in diversi paesi si
presenta preoccupante;
il
vento di destra sembra soffiare costante, un’onda tenace che torna a lambire
con fragore coste e territori sgretolando impietosamente il paesaggio e il suo
profilo.
I
segnali di una trasformazione della mappa geopolitica, iniziati diversi anni
fa, si sono via via accentuati, irrobustiti, fino a diventare di lunga durata
ed allargando il perimetro della loro influenza.
I
movimenti o i partiti populisti, cominciati a fiorire a metà degli anni ‘70 del
Novecento con in testa la Francia e poi il Belgio, hanno continuato la loro
espansione in altri paesi dell’eurozona.
Venti
di destra in Europa.
In
Italia con la Lega Nord di Bossi prima, poi con Forza Italia di Berlusconi, con
il Movimento 5 Stelle;
in
Germania con la ADF (Alternative für Deutschland), partito di estrema destra
con marcate componenti razziste ed euroscettiche che alle ultime europee ha
raggiunto l’11% circa dei suffragi ottenendo 11 seggi al Parlamento europeo e
aderendo al gruppo Identità e Democrazia;
in
Ungheria con Fidesz (Unione Civica ungherese), partito nazionalista e ultra
conservatore il cui leader Viktor Orbán, primo ministro dal 2010 stabilmente
fino ad oggi, ne ha accentuato i tratti reazionari introducendo nel paese leggi
illiberali (limitazione forte della libertà di stampa, controllo occhiuto della
società, leggi severe anti immigrazione, restrizioni per la carriera
universitaria alle donne) che hanno minato la democrazia e lo configurano come
sistema autoritario;
in
Spagna il partito di estrema destra Vox, xenofobo, fortemente nazionalista,
fondato nel 2013, ha continuato a progredire nel consenso elettorale e rafforza
la leadership dura di Santiago Abascal che si è di recente assicurata la
presidenza del partito fino al 2028 con una designazione diretta interna, una
sorta di plebiscito senza passare dalla votazione degli iscritti, per
silenziare i dissensi interni. Alcuni sondaggi recenti prevedono una
affermazione di Vox al terzo posto nelle imminenti elezioni europee tanto da
fare lanciare l’allarme al primo ministro Sánchez che chiede al partito
conservatore di Alberto Ñúnez Feijóo di cessare gli accordi con la destra
estrema.
Vox.
Il “populismo
patrimoniale.”
Per
completare il quadro vi sono inoltre le democrazie nordiche, paesi come
Norvegia, Svezia, Danimarca nei quali, come analizzato da Dominique Reynié
(penso soprattutto a Les nouveaux populismes, Pluriel, 2013) si è sviluppato un
“populismo patrimoniale” con tratti diversi da quelli dei paesi mediterranei,
che deriva dal duplice timore di ampie fasce di cittadini di vedere in pericolo
non solo il loro benessere materiale, ma anche e soprattutto un patrimonio
immateriale, di valori, simbolico, uno stile di vita che il processo di
globalizzazione e il venir meno della sovranità dello Stato nazione minacciano
di spazzare via.
Italia
e Francia: due casi di studio.
L’Italia
ha con i cugini transalpini alcune affinità e molte differenze, in un intreccio
che ci consente di misurarne distanza e vicinanza.
In
Italia abbiamo da un anno e mezzo un governo di destra dopo la vittoria
elettorale del settembre 2022 in cui la coalizione di Fratelli d’Italia, Lega e
Forza Italia ha ottenuto il 44% dei voti assicurandosi la maggioranza assoluta
nelle due Camere.
Il PD
ha raggiunto il 19%; il Movimento 5 Stelle il 15,6%.
La
punta emergente è stata Fratelli d’Italia con il 26% dei suffragi, già in
consistente avanzata alle precedenti amministrative, seguita a molta distanza
da Lega (8,8%) e Forza Italia (8,1), cosa che è valsa a Giorgia Meloni la
carica di primo ministro e al suo partito di essere la forza trainante
dell’esecutivo.
Un
risultato elettorale questo che ha trasformato profondamente l’assetto politico
italiano, premiando dei tre partiti della coalizione quello che era rimasto
all’opposizione del precedente governo di Mario Draghi, un tentativo
intelligente ed autorevole di comporre la conflittualità del nostro sistema partitico
per rispondere alle richieste di una società, come altre in Europa, colpita da
una crisi economica, sociale, culturale, poi inasprita dalla guerra della
Russia in Ucraina.
Emmanuel
Macron.
Le Pen
alla finestra.
In
Francia la destra non è al potere e la seconda presidenza Macron prosegue, sia
pure con difficoltà, realizzando politiche neoliberali come dimostrano la
riforma delle pensioni (contestatissima ma approvata in parlamento) e la
recentissima legge sull’ “assurance-chomage” cioè l’assicurazione per i
disoccupati che riduce a poche mance, restringendo la rete, l’assegno per la
disoccupazione.
Marine
Le Pen – leader del partito di destra estrema Rassemblement National.
La
destra estrema del Rassemblement National (RN) di Marine Le Pen però alle
elezioni politiche del 2022 ha fatto il pieno entrando finalmente in parlamento
con 89 deputati, diventando assieme alla NUPES (Alleanza delle sinistre con a
capo Mélenchon) forza di opposizione non più solo nelle strade o nelle sue
roccaforti locali ma soggetto di peso nelle istituzioni della V Repubblica.
E Macron deve fare i conti soprattutto con
l’opposizione di quella destra. La politica parlamentare è diventato un asse
importante nella strategia di Le Pen che infatti ha lasciato la presidenza del
partito ad un giovane suo fedele, Jordan Bardella, che si prepara alacremente
alle imminenti elezioni europee, reclutando nella lista del RN personaggi
provenienti dai gruppi più estremi della destra francese, magari intramezzati
da alcuni presi dalla società civile pour “épater le peuple” questa volta.
Così
il partito “normalizzato” e rafforzato dell’estrema destra è bifronte: ha il
doppiopetto parlamentare che condiziona le politiche del governo di Macron, e
la veste di battaglia che rinfocola la paura dello straniero, dell’immigrato
(non a caso al primo posto nei timori dei francesi, non solo degli elettori del
RN).
Alleanze
a destra.
Allora
nello scenario fin qui sinteticamente delineato, si pone una domanda non più
rinviabile: perché la destra, le destre, vincono continuando a mantenere un
consenso, anzi ampliando il bacino sociale da cui traggono legittimazione? Cosa
ha portato in contesti nazionali diversi all’ascesa di Marine Le Pen in
Francia, dell’ADF in Germania, alla vittoria di Giorgia Meloni qui Italia
installando al potere una destra nazionalista, xenofoba? Una destra che ha
subito trovato alleanze e consonanze con partiti come Vox e governi come quello
oscurantista di Orban che la nostra premier ha definito, appena fresca di
elezione, come “un modello” per riportare l’Italia sui giusti binari.
Una
destra, la nostra, che sta in equilibrio, fino ad ora fra un atlantismo
inevitabile, un europeismo di facciata, esibito, entrambi utili nell’attuale
assetto globale, e una politica interna in cui essa governa per decreto, come
avvenuto per la tragedia di Cutro o i fatti di Caivano, senza riuscire a tener
fede alle promesse fatte in campagna elettorale, senza riuscire soprattutto ad
abbozzare almeno una delle tante riforme di cui il paese ha bisogno.
Elezioni
italiane.
Giorgia
Meloni.
Da qui
nasce la costruzione di un discorso politico retorico comune, con varie
sfumature, a tutte le destre, con i vecchi ingredienti cari ad esse, “Dio,
patria, famiglia”, una triade che rassicura, recinta, chiude il cerchio
protettivo fugando le insicurezze di alcuni strati sociali, quelli sbattuti
nella paura della globalizzazione come alberi fragili da un vento insidioso. La
premier comunica nella dimensione del soliloquio, oscillando fra la retorica di
chi si tiene stretto spavaldamente lo scettro del potere raggiunto e la caduta
in posture e boccacce da cabaret come di recente avvenuto nel suo discorso in
parlamento. L’Italia però non è fatta solo dai suoi elettori.
Perché
le destre vincono.
Rispondere
alla domanda prima posta non è facile e la risposta contiene risposte diverse,
tutte parziali ma significanti se legate insieme come la pluralità di fatti,
comportamenti, pulsioni individuali e collettive, ossia la costellazione di
cause che presiede al realizzarsi di un fenomeno.
Proverò
a mettere insieme pezzi di risposte. In primo luogo vi è un dato oggettivo, il
fatto che le democrazie affermatesi con l’inizio del XX secolo oggi appaiono
logorate e sono in affanno riproponendo con asprezza la tensione fra chi
governa e chi è governato per varie ragioni:
•
crisi della rappresentanza politica;
•
venir meno dello Stato sociale,
•
venir meno del perno dello Stato nazionale che non può più garantire
autonomamente i bisogni dei suoi cittadini, stretto nelle maglie della politica
globalizzata e delle sue leggi;
•
aumento esponenziale del flusso di immigrazione, lo spettro di una “invasione”,
come i partiti nazionalpopulisti affermano, e la paura del multiculturalismo,
di un confronto con culture e abitudini estranee.
In questo
quadro, il demos – il popolo – infiammato nel suo istinto identitario e
protestatario diventa elemento prezioso per la facile retorica delle destre che
gli promettono di realizzare, esse, contro una élite lontana e corrotta, le
promesse della vera democrazia, secondo un’idea di società con molte grate alle
sue finestre, ma protettiva per il singolo popolo che vive una condizione
straniante, di spaesamento nella nuova articolazione della politica globale. Il
popolo che vota a destra non cerca l’alternanza quanto piuttosto lo spezzare
una politica che esso disapprova.
La paralisi del PD.
In
secondo luogo, l’assenza di una vera opposizione, l’assenza della sinistra,
incapace di cogliere i mutamenti epocali che viviamo, di rimodulare obiettivi,
strumenti, organizzazione in una realtà dove la forma politica democratica non
regge più il passo con i continui cambiamenti delle società.
Il
Partito democratico è incagliato in vari dilemmi interni ed esterni, cosa che
lo condanna all’immobilismo, o a timidi passi che si perdono nell’arena di un
paesaggio politico segnato da molte fratture. Il Pd da anni ha reciso i suoi
legami con la società, l’essere un partito popolare, aperto, all’ascolto,
capace di un’idea in cui la gente si identifichi e si senta garantita nei
propri diritti basilari (lavoro, sanità, istruzione) e strappata alla
solitudine sociale del proprio quotidiano. Deve cambiare strategia.
Utilizziamo
quindi al massimo questo tempo che ci separa dalle elezioni europee, anche con
quel poco che abbiamo.
Vi è un esilio dei valori pericoloso e noi
dobbiamo riportarli a casa e in fretta.
Bokertov
il 29 Luglio 2026.
Moked.it
– (29 luglio 2026) – Bokertov –
Redazione – ci dice:
Il
primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha lasciato la Casa Bianca
definendo il vertice con il presidente Usa Donald Trump «eccellente,
all’insegna della piena cooperazione», con l’obiettivo comune «che l’Iran non
possieda armi nucleari», riportano i quotidiani. L’incontro è stato chiuso alla
stampa e segnato da tensioni sottotraccia, nota il Sole 24 Ore.
Netanyahu
è andato a Washington per perorare la causa di un nuovo massiccio attacco
contro l’Iran, convinto che non ci sia altra strada per piegarlo, sottolinea
Repubblica, ma Trump lo ha frenato:
«Mi vuole riportare in guerra, ma la decisione
spetta a me».
Il ministro della Difesa israeliano Israel
Katz ha intanto mostrato insofferenza per i veti di Washington sui
bombardamenti delle infrastrutture energetiche iraniane, mentre fonti
israeliane hanno minimizzato altri punti di frizione, dalla vendita di F-35
alla Turchia alle pressioni su Gaza, Libano e Siria, scrive il Corriere della
Sera.
«E ora
è Bibi “il sorvegliato”», titola il Corriere della Sera in un approfondimento
dedicato ai rapporti Trump-Netanyahu.
Mentre il presidente ucraino Volodymyr
Zelensky, che in febbraio 2025 fu letteralmente cacciato dallo Studio Ovale, ha
nel frattempo recuperato un rapporto con il presidente Usa, «Bibi si ritrova al
momento tagliato fuori dalle decisioni», in una posizione «per certi versi
capovolta rispetto al passato»:
deve
chiedere al segretario di Stato Usa Marco Rubio cosa c’è nella testa di Trump.
L’opinione
pubblica americana, soprattutto tra i giovani repubblicani, è «sempre più
ostile» a Israele, spiega il Corriere, e la scomparsa di Lindsey Graham – il
«guardiano della reputazione di Israele negli Stati Uniti», scrive Franklin
Foer sull’Atlantic – è «una grossa perdita» per Netanyahu.
Quest’ultimo,
prosegue il quotidiano, è in modalità campagna elettorale e continua «a
perseguire la sua dottrina della “guerra permanente”» su più fronti:
ha
ordinato di intensificare le operazioni in Cisgiordania, «ha fretta di
ricostruire l’immagine di Mr. Sicurezza in vista del voto di ottobre» e deve
rispondere alle pressioni degli alleati di estrema destra che vedono
nell’intervento militare «l’opportunità di smantellare quel che resta
dell’Autorità palestinese».
Diversi
quotidiani propongono analisi sul rapporto Netanyahu-Trump e il futuro del
conflitto in Iran.
Il Corriere dà voce a Jonathan Swan,
giornalista del New York Times e autore del bestseller Regime Change, che
spiega perché Trump abbia frenato su un ulteriore attacco contro il regime
iraniano:
«Gli
Stati Uniti sono in una situazione difficile con la fornitura di intercettori
Patriot, la guerra ha prosciugato le nostre riserve».
Su Netanyahu: «Trump lo vede come un fattore
irritante. Sa che gli israeliani non possono continuare questa guerra senza gli
Stati Uniti e li tratta spesso con il disprezzo che riserva a partner minori».
Opinione simile la esprime il politologo
Charles Kutchin a Repubblica: «Le azioni di Zelensky salgono, quelle di
Netanyahu calano. La guerra contro l’Iran, che Bibi vuol far riprendere a
Trump, è impopolare nell’intero spettro politico americano, compresa la base
Maga», mentre Netanyahu «è in disaccordo con Trump su troppe cose – Gaza,
Libano, Iran – e ha basato la sua leadership sulla garanzia della sicurezza di
Israele, ma tutti i fronti sono in sospeso».
Lettura
diversa quella di Fiamma Eisenstein sul Giornale, che vede nei due leader
obiettivi sostanzialmente coincidenti:
chi crede che l’incontro sia stato uno scontro
«tra il desiderio di pace di Trump e quello di guerra di Netanyahu, indossa una
benda che acceca su tutta la situazione mediorientale».
Per Eisenstein, i due camminano sulla stessa
strada:
fermare
la corsa al nucleare iraniano «resta un obiettivo fondamentale» per entrambi.
Il Foglio aggiunge due elementi per capire i
rapporti Israele-Usa: un sondaggio Economist/YouGov rivela che il 49% degli
americani ritiene che Netanyahu avrebbe dovuto essere arrestato a Washington.
E Dror
Shalom, alto funzionario uscente del ministero della Difesa israeliano, è
critico:
«Operativamente
ci sono risultati straordinari in Iran, ma a livello strategico c’è un
fallimento.
La
posizione internazionale di Israele è al minimo storico e anche i rapporti con
gli Stati Uniti non sono al meglio».
Repubblica
intervista il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che spiega perché
l’incontro dell’«Alleanza globale per la soluzione dei due Stati» si svolga a
Roma:
«L’Italia
ha ottimi rapporti con tutti: israeliani, libanesi, palestinesi, americani,
siriani e Paesi del Golfo».
Sulla Cisgiordania, Tajani è netto:
«Condanniamo i coloni, le loro violenze e quello che fanno contro i civili
palestinesi.
Essere amici di Israele non significa
giustificare le violenze dei coloni, che indeboliscono la posizione e
l’immagine del Paese».
Italia
e Arabia Saudita firmeranno un documento che condanna le aggressioni dei
coloni, e i leader dell’E4 – Italia, Francia, Germania e Regno Unito –
potrebbero fare lo stesso.
Sul
futuro politico israeliano, Tajani intravede segnali di cambiamento: «In molti
già parlano di un governo di unità nazionale: questa novità potrebbe davvero
cambiare il quadro».
Sul riconoscimento dello Stato palestinese:
«Non è il momento, occorre invece lavorare per costruirlo per davvero».
Sul
vertice di Roma tra Israele e Libano del 4 agosto: «Si lavora al ritiro delle
truppe israeliane e alla rinuncia di Hezbollah alle armi, tornando a essere un
partito politico».
Il
governo olandese ha annunciato il divieto di importazione di tutti i prodotti
provenienti «dai territori occupati da Israele, in vigore dal 22 settembre»,
racconta il Foglio. L’applicazione si preannuncia però complicata: tracciare
l’origine esatta dei prodotti è «estremamente complessa» e secondo una recente
indagine «il 19% dei carichi dai territori occupati risulta etichettato
genericamente come “made in Israel”». Le autorità fiscali olandesi hanno
espresso perplessità sul divieto e «non è detto che i Paesi Bassi saranno in
grado di sostenerlo. Né di metterlo in pratica».
Ucei e
Anpi hanno raggiunto un’intesa «nel segno dell’antifascismo» dopo le tensioni
del 25 aprile legate alla cacciata della Brigata ebraica dal corteo milanese.
Ne scrive il Quotidiano nazionale, citando il commento della presidente Ucei
Livia Ottolenghi: «Siamo riusciti a dimostrare che il dialogo è possibile anche
quando ci sono divergenze».
«Non
penso che sia una persona cattiva, ma ho bisogno di vederlo prendere una
posizione netta contro chi odia gli ebrei»: così lo scrittore conservatore Rod
Dreher racconta al Foglio la sua rottura con il vicepresidente JD Vance, che
sul podcast di Joe Rogan ha incolpato Israele del fallimento dei negoziati con
l’Iran. Dreher paragona l’atteggiamento di Vance a quello di Franz von Papen,
«il politico tedesco convinto di contenere Hitler dandogli un po’ di potere».
Il calcolo del vicepresidente, spiega il Foglio, è elettorale: in vista del
2028 non vuole perdere le frange estreme della destra americana.
Nonostante
quasi tre anni di conflitto, la Borsa di Tel Aviv ha più che raddoppiato il
proprio valore rispetto a prima del 7 ottobre e lo shekel è tra le valute più
forti su scala globale: il Foglio interpreta questo dato con l’analisi di Dan
Marconi, cofondatore di Bridge Legacy, secondo cui la strategia iraniana ha
finito per accelerare l’integrazione economica e tecnologica tra Israele e le
monarchie del Golfo. «Mentre l’occidente importa immigrati per far fronte alla
mancanza di manodopera, il Medio Oriente importa cervelli per accelerare la
propria avanzata economica e tecnologica, in cui Israele si conferma il
principale polo d’innovazione».
Il
Sole 24 Ore raccoglie due testimonianze dalla Cisgiordania: padre Bashar
Fawadleh, parroco di Taybeh, l’ultimo villaggio palestinese interamente
cristiano, denuncia «le provocazioni quotidiane dei coloni. Entrano nei
terreni, tagliano le recinzioni, fanno il bagno nelle cisterne dei residenti».
Il Sole dà voce anche a Ibrahim Faltas, direttore delle scuole della Custodia
di Terra Santa: «La Cisgiordania è una prigione a cielo aperto. A Gaza manca
tutto. Il rischio è che il mondo diventi indifferente».
Il
Fatto Quotidiano racconta la storia di Duaa, giornalista palestinese di 34 anni
rifugiata in Italia, la cui famiglia a Ramallah ha ricevuto un foglio di via
dalle autorità di Gerusalemme per uno dei trenta edifici minacciati di
demolizione per costruire una strada che collegherà gli insediamenti israeliani
di Psagot e Tel Zion.
Avvenire
recensisce Echoes of Egypt: A Haggada del biblista Joshua Berman, docente alla
Bar-Ilan University di Tel Aviv: il libro legge l’Esodo come una deliberata
competizione con il linguaggio politico-religioso egiziano, dove ogni piaga è
«un attacco mirato a un elemento della teologia imperiale egiziana». La tesi
centrale è che la Bibbia rovesci sistematicamente i simboli del potere del
faraone per affermare una nuova idea di sovranità: «Il faraone non è più il
mediatore tra cielo e terra. E il popolo, per la prima volta, diventa soggetto
diretto della rivelazione».
«Chi
controlla l’IA imporrà la propria visione morale, che diventerà
l’infrastruttura invisibile dei sistemi» e per questo il controllo da parte di
istituzioni e corpi intermedi è «urgente e indispensabile». Lo spiega la
pedagogista e vicepresidente del Memoriale della Shoah di Milano, Milena
Santerini, in un intervento su Avvenire intitolato: «Un’alleanza tra scienze
umane per poter educare le macchine».
Su
Avvenire Massimo Giuliani recensisce il quarto volume del commento alla Torah
di rav Jonathan Sacks, Numeri: gli anni del deserto (Giuntina): un libro che,
scrive Giuliani, «può cambiare il nostro tradizionale modo di leggere la
Bibbia». Sacks mostra come il libro dei Numeri racconti non solo la traversata
del deserto ma la difficoltà di imparare a essere davvero liberi.
Da
giorni la canzone pro-Israele di Boy George, idolo degli anni ’80, dedicata
alle vittime del Nova Festival attrae l’attenzione dei media. «Boy George se ne
infischia del coro pro Pal e canta quello che vuole», titola il Foglio. Il
brano, pubblicato su X e non sulle piattaforme di streaming, ha scatenato «una
tempesta sui social», scrive Libero, con il cantante che ha risposto alle
critiche: «Non mi sento coraggioso, ho solo bisogno di comportarmi da essere
umano».
I
Riformisti del Partito Democratico – tra i firmatari Graziano Delrio, Piero
Fassino, Emanuele Fiano e Lorenzo Guerini – pubblicano sul Riformista un
manifesto «Con l’opposizione israeliana per fermare Netanyahu», in vista delle
elezioni israeliane del 27 ottobre. Il testo chiede all’Ue di sospendere gli
accordi di collaborazione con Israele «fino a che non vi siano significativi
mutamenti della politica israeliana in Cisgiordania e a Gaza» e al governo
italiano di manifestare «con fermezza» la richiesta a Netanyahu di non assumere
decisioni in contrasto con il diritto internazionale.
Referendum,
che cosa c’è davvero in gioco.
Difesapopolo.it
– (14 marzo 2026) - Bruno Desidera – Redazione -ci dice:
22-23
marzo al voto. Italiani alle urne per confermare (o meno) la riforma Nordio che
separa giudici da pubblici ministeri, crea due Consigli superiori della
magistratura e un’Alta Corte disciplinare.
Un
referendum importante, destinato, comunque, a «cambiare il “volto” di chi
giudica». Che avviene, però, in un clima politico «non solo deteriore, ma anche
pericoloso», rispetto al quale i cristiani sono chiamati a farsi «lievito di
coesione».
Lo afferma Andrea Michieli, assegnista di
ricerca in Diritto costituzionale e professore a contratto in Diritto pubblico
all’Università di Padova.
Professore,
perché questo referendum è importante, ed è doveroso informarsi per scegliere
correttamente?
«Anzitutto,
perché è fondamentale andare a votare. Il referendum costituzionale non
richiede una soglia minima di partecipazione per essere valido. Pertanto,
qualsiasi sarà il numero dei votanti, i cittadini che si recheranno alle urne,
decideranno anche per coloro che non parteciperanno. Inoltre, la riforma su cui
siamo chiamati a esprimerci, intende apportare significativi cambiamenti del
Titolo quarto della Costituzione, sulla magistratura e sul suo governo
autonomo. Siamo, dunque, chiamati a esprimerci su una nuova configurazione del
rapporto tra i poteri che è bene conoscere con attenzione, anche se, è giusto
dirlo, non tutto è contenuto nella riforma; molta parte di ciò che accadrà
dipenderà dalle disposizioni legislative attuative».
Più
che un referendum sulla Giustizia questo è un referendum sull’ordinamento
giudiziario… non si tratta di questioni molto “tecniche”?
Le
disposizioni costituzionali che la riforma intende modificare riguardano
aspetti, indubbiamente, tecnici: il doppio Csm (per giudici e pm), il
sorteggio, l’Alta Corte sono tutte questioni che suscitano un acceso dibattito
anche tra gli addetti ai lavori. Ed è altrettanto vero che tale riforma non ha
un impatto sull’amministrazione della giustizia in concreto, sui tempi dei
processi, ma sulla sua organizzazione e autonomia. Tuttavia, ridurre tutto a
“tecnicismi” sarebbe un errore, per due ragioni fondamentali. Anche se la
riforma non interviene direttamente sui codici, essa cambia il “volto” di chi
giudica. Il modo in cui un magistrato viene selezionato e valutato incide
inevitabilmente sulla sua indipendenza e, di riflesso, sull’imparzialità delle
decisioni che riguardano i cittadini. Inoltre, le proposte di modifica della
Carta ridisegnano i confini tra potere giudiziario, legislativo ed esecutivo.
Pertanto, è doveroso che ciascuno si domandi se la proposta di riforma del
governo autonomo dei giudici sia preferibile all’assetto vigente».
Fermo
restando che sul quesito sono comprensibili e legittime scelte diverse, su
quali punti è opportuno incentrare il proprio discernimento?
«La
riforma tocca, essenzialmente, tre punti. Anzitutto tenta di separare non le
carriere, ma lo status dei Pm dai giudici, attraverso l’introduzione di due
organi di governo autonomo separati. Bisogna domandarsi se l’istituzione di due
Csm distinti sia davvero necessaria per garantire l’imparzialità del giudice
(evitando la “vicinanza psicologica” al pm) o se, al contrario, non rischi di
isolare il pubblico ministero dalla cultura della giurisdizione, spingendolo
verso un ruolo più marcatamente “accusatorio” o, nel lungo periodo, sotto
l’influenza dell’esecutivo. In secondo luogo, la riforma intende rimuovere
l’elezione dei membri dei due Csm, introducendo il sorteggio; in questo modo,
si vuole evitare che sull’elezione del Consiglio superiore pesi il potere delle
correnti, anche se non sarà eliminato il “correntismo”. Infine, si introduce
un’unica Alta Corte che i proponenti ritengono possa essere più qualificata e
imparziale nei giudizi disciplinari sui magistrati e che giudicherà sia i pm
che i giudici. Il discernimento deve vertere su una domanda di fondo: queste
innovazioni strutturali risolveranno le criticità attuali (correntismo,
efficienza, imparzialità) o rischiano di alterare il delicato sistema di “pesi
e contrappesi” previsto dalla Costituzione?»
È
giustificabile un clima così teso attorno a questo voto? Che ruolo possono
giocare i cattolici?
«Il
clima di questi mesi sul referendum non solo è stato deteriore, ma pericoloso.
Anche in passato ci sono state dispute accese sulla riforma della Costituzione,
ma mai come questa volta abbiamo visto consumarsi uno scontro tra i poteri.
Certamente, il fatto che la riforma nasca come operazione “di parte”, non ha
aiutato a impostare sui giusti binari il dibattito: nella storia repubblicana
si tratta dell’unica proposta di riforma della Costituzione di iniziativa
governativa, approvata dalla maggioranza parlamentare senza che il testo abbia
subito alcuna modifica nel corso del rapido dibattito in Parlamento. Le forze
politiche hanno trasformato la consultazione in un plebiscito sulla
magistratura: votare a favore o contro un potere dello Stato. Quella che avrebbe
potuta essere un’occasione di alta riflessione sul bilanciamento dei poteri, si
è degradata in una competizione delegittimante. Non ne esce rafforzata
l’autorevolezza della magistratura, inevitabilmente esposta; né quella della
politica, che ha mostrato una preoccupante fragilità nella necessità di
individuare un “nemico” istituzionale e di rivendicare un primato rispetto agli
altri poteri. L’unica certezza è che, dopo il 24 marzo, ci si troverà un Paese
in cui la conflittualità istituzionale è stata esasperata. In questo scenario
non edificante e pericoloso, penso che i cristiani e la Chiesa possono farsi
lievito di coesione, riallacciando i fili del dialogo e valorizzando i germogli
di bene presenti nella società».
Voto
sull’ordinamento della magistratura. Non c’è quorum.
Urne
aperte dalle 7 alle 23 di domenica 22 e dalle 7 alle 15 di lunedì 23 marzo per
il referendum confermativo della riforma della Giustizia che non prevede il
quorum: chi andrà a votare, a prescindere dalle percentuali, deciderà.
La
materia non è l’organizzazione della Giustizia e quindi i tempi dei processi,
ma l’ordinamento della magistratura italiana.
Se il
referendum non è del popolo.
Brunoleoni.it
– (2 Aprile 2026) - Serena Sileoni - La Stampa – Redazione – ci dice:
Il
voto degli italiani riflette davvero la volontà popolare o è il risultato delle
campagne e delle strategie dei partiti?
Il
referendum sulla giustizia ormai è alle spalle, il governo e le opposizioni ne
hanno già tratto le conseguenze e si stanno riassestando ognuno a suo modo, le
analisi politiche del voto si sono consumate.
Sembra
il momento propizio per una considerazione più generale.
Uno
dei commenti comuni è stato che gli italiani litigano su tutto e nulla sembra
interessarli davvero, eccetto la difesa della Costituzione. Chi ha detto con
orgoglio che i cittadini hanno protetto la loro Carta dai tentativi di
aggredirla, chi si è rammaricato che è stata messa una pietra tombale sulla
possibilità di ammodernare il testo del ’48, chi ha notato la differenza
numerica rispetto all’astensionismo alle politiche, chi infine ha letto
nell’inaspettata mobilitazione dei giovani un legame con i fondamenti storici e
civici della Repubblica, molto più solido rispetto a quello che hanno con la
politica.
Caricare
il No alla riforma di tutto questo peso democratico e costituzionale sembra
eccessivo per due motivi, uno induttivo e uno deduttivo.
Non
possiamo sapere cosa ha spinto le singole persone a votare no.
Possiamo
però ricostruire per deduzione alcune macro ipotesi.
Possiamo
ad esempio ritenere, per la natura stessa del voto, che una parte di elettori
abbia voluto dare un assaggio delle preferenze elettorali; che molti, per la
difficoltà di comprendere tecnicamente la posta in gioco, si siano affidati ai
loro mondi di riferimento (partiti, intellettuali e persino personaggi dello
spettacolo che, anche se non esperti del campo, esprimono in quanto tali
autorevolezza per chi li segue e li apprezza);
che l’aumento del costo della benzina e la
paura della guerra abbiano portato a manifestare una contrarietà generale ai
pericoli che ci circondano.
La
guerra, in particolare, avrebbe scosso i più giovani.
D’altro
canto, Giorgia Meloni ha deciso di entrare in campagna elettorale solo al
novantesimo minuto, sommando l’errore iniziale di rimanere in panchina a quello
finale di entrare tardi in campo e soprattutto di giocare male (me contro te)
una partita che fin dall’inizio era anche, inevitabilmente, sua.
Per
seguire le ragioni del sì, non c’era fede politica, non c’era simpatia di partito,
non c’erano testimonial popolari, ma solo la generosa dedizione nello spiegare
il merito della riforma da parte di professori autorevoli e autorevolissimi, ma
nei quali difficilmente l’elettore comune di destra si può identificare.
Ma
queste sono, appunto, deduzioni.
C’è
un’altra considerazione che invece si può fare con ragionamento induttivo.
Se è
vero che il popolo si mobilita per difendere la Costituzione più bella del
mondo, non si spiega come mai due su cinque dei referendum costituzionali
finora tenuti abbiano visto prevalere il sì.
Nel
2020, gli italiani approvarono il taglio dei parlamentari. Si può pensare, come
pure si è detto, che il popolo difende la sua Costituzione a meno che non si
tratti di dare una sberla alla casta dei politici. Anche così fosse, non si
spiegherebbe però l’esito del referendum costituzionale del 2001.
Nella
primavera di quell’anno, con uno scarto di solo nove voti favorevoli al Senato
e quattro alla Camera, a poche settimane dallo scioglimento del Parlamento per
conclusione della legislatura, venne approvata la revisione del titolo quinto
della Costituzione, voluta dall’allora maggioranza di centro sinistra.
Con la
modifica di otto articoli, si ribaltava il rapporto tra Stato, regioni e enti
locali relativamente al potere di fare le leggi e di amministrare le città,
contribuendo a modificare la forma di Stato nel modo in cui si distribuisce
l’autorità politica e amministrativa sul territorio. Nell’autunno successivo,
dopo l’insediamento del governo Berlusconi II, questa riforma di minimo
consenso parlamentare e di grande impatto costituzionale venne confermata dagli
elettori.
A pesare, fu la posizione per il Sì espressa
dal centro sinistra e il sostanziale disimpegno da una campagna per il No dei
partiti di centro destra che, nel frattempo, erano passati dall’opposizione al
governo. Anche il No della Lega sembrava più un invito all’astensione che un
invito al voto contrario.
L’esempio
del 2001 è sufficiente a mettere in dubbio tre opinioni ricorrenti: che le
grandi riforme costituzionali non si possono fare, che gli italiani non sono
disposti ad accettare riforme a colpi di maggioranza, che su una cosa solo gli
italiani sono d’accordo, cioè che la Costituzione non si tocca.
Forse,
il punto è un altro e anche più semplice. L’esito di un voto popolare, che si
tratti di elezioni o di referendum di qualsiasi tipo, non solo è influenzato,
ma è determinato dalle campagne elettorali che gli intermediari della politica,
cioè i partiti ancora e nonostante tutto, vogliono fare. Se un insegnamento
generale si può trarre, anche stavolta, è che, al di là della retorica che lo
sovrasta, il referendum è uno strumento più di partito che di popolo.
“Tempi
nuovi” per la Lega?
Intervista ad Armando Siri
(parte 2).
Giovanireporter.org - Alessandro Donati – (29 Luglio
2026) – Redazione – ci dice:
Armando
Siri intervista.
Prosegue
l’intervista a Armando Siri, responsabile della scuola di formazione politica
della Lega, rilasciata a Giovani Reporter.
In
questa seconda parte il confronto si sposta sulla politica estera, dal
memorandum Italia-Libia ai rapporti con gli Stati Uniti di Trump, dalla
gestione dei flussi migratori alla guerra in Ucraina fino alla posizione su
Israele e Palestina.
Alessandro
Donati:
A
proposito di immigrazione, il memorandum Italia-Libia e gli accordi tra
l’Unione Europea e la Guardia costiera libica sono stati spesso criticati.
Papa
Francesco ha definito i centri di detenzione in Libia dei veri e propri campi
di concentramento.
Non
c’è il rischio che queste strategie di deterrenza finiscano per sostenere
realtà responsabili di gravi violazioni dei diritti umani?
Penso anche al caso di Al-Masri e, più in
generale, ai rapporti con figure molto controverse.
Armando
Siri: Non siamo solo noi ad avere rapporti con personaggi discutibili.
La
politica internazionale è piena di interlocutori controversi, ricevuti nei
palazzi istituzionali e con i quali, per ragioni diplomatiche, è necessario
mantenere un dialogo.
Quello
che possiamo fare è cercare di contribuire allo sviluppo di quei Paesi affinché
le persone non siano costrette a fuggire, ma possano costruire un futuro nella
propria terra.
A.
D.: […] Gli Stati Uniti ad oggi restano
comunque un alleato, anche alla luce delle recenti dichiarazioni di Donald
Trump nei confronti della presidente Meloni?
A. S.:
Credo che si sia perso, almeno in parte, il senso dei rapporti istituzionali
tra gli Stati. L’Italia, dal canto suo, sta svolgendo un lavoro importante sul
piano internazionale. Gli italiani dovrebbero forse essere meno inclini
all’autosvalutazione e riconoscere anche gli sforzi che le nostre istituzioni
stanno compiendo.
Le
dichiarazioni di Trump, ad esempio, sono state criticate dall’intero
Parlamento, non soltanto dal governo. Questo dimostra che, su alcune questioni
fondamentali, esiste una coesione istituzionale che andrebbe valorizzata.
(Fonte:
La Repubblica),
A. D.:
Parlando di immigrazione, nell’ultimo punto del suo Manifesto dei Tempi Nuovi
lei scrive che “non esiste alcun diritto a odiare” e sostiene che l’ordine
debba convivere con l’umanità nella gestione dei flussi migratori. Tuttavia,
non ritiene che, soprattutto negli ultimi anni, il linguaggio politico di
Matteo Salvini abbia contribuito ad alimentare paure e tensioni anziché
favorire un clima più pacifico?
A. S.:
Credo che Matteo Salvini abbia interpretato un sentimento già presente nel
Paese. Non ha creato quelle paure, ma ha dato voce a una parte significativa
della popolazione che chiedeva allo Stato di intervenire. C’è stato un periodo
in cui l’arrivo di grandi flussi migratori, soprattutto via mare, ha generato
una forte preoccupazione in molti cittadini. A questo si è aggiunta una
crescita della criminalità che, almeno in parte, è stata percepita come
collegata a quei fenomeni migratori.
(Fonte:
Fanpage.it)
A. D.:
Come si concilia allora questa posizione con il principio espresso nel suo
manifesto?
A. S.:
Il principio resta lo stesso. Se le persone arrivano nel nostro Paese e
rispettano le regole, possiamo e dobbiamo cercare di aiutarle. Ma quando
vengono commessi reati, atti di violenza o comportamenti che generano
insicurezza, è inevitabile che la popolazione provi paura. Non ho mai sentito
Matteo Salvini esprimere ostilità nei confronti di qualcuno per il colore della
pelle, la provenienza o le idee politiche.
A. D.:
Tuttavia, scorrendo i profili social di Matteo Salvini, si nota che quando un
reato è commesso da un immigrato la notizia viene spesso rilanciata, mentre
quando il responsabile è un cittadino italiano questo accade molto meno. Non
c’è il rischio di una rappresentazione selettiva del fenomeno?
A. S.:
Non credo. Quando, ad esempio, si verificano episodi gravissimi come ragazzi
che uccidono i propri genitori o i propri fratelli, e si tratta di cittadini
italiani, abbiamo parlato anche di quei casi. Detto questo, sappiamo anche come
funziona il sistema mediatico. I media tendono ad amplificare alcuni fenomeni
e, in parte, contribuiscono a costruirli.
A. D.:
Lo stesso ragionamento, però, non potrebbe essere applicato anche al tema della
sicurezza? Non c’è il rischio che una continua attenzione mediatica e politica
verso criminalità e immigrazione finisca per alimentare una percezione di
insicurezza superiore alla realtà?
A. S.:
Su questo punto faccio una distinzione. Se il fenomeno fosse esclusivamente
mediatico, con il tempo perderebbe forza. Invece molte persone vivono
esperienze dirette che alimentano quella percezione. Per questo credo che il
tema della sicurezza debba essere affrontato senza contrapposizioni
ideologiche. Non è una questione di destra o di sinistra, ma riguarda tutti i
cittadini.
A. D.:
Passiamo alle ultime domande, dedicate alla politica estera. Partiamo dalla
guerra in Ucraina. Ritiene che l’Italia e l’Europa facciano bene a sostenere
militarmente Kiev oppure considera questa strategia fallimentare? E, più in
generale, ritiene che l’Ucraina abbia il diritto di difendersi?
A. S.:
Tutti hanno il diritto di difendersi. Un conto, però, è il diritto
all’autodifesa, un altro è pretendere che siano altri a sostenere quella
difesa. Il conflitto tra Ucraina e Russia è estremamente complesso e affonda le
proprie radici negli anni precedenti all’invasione. Era una polveriera pronta a
esplodere, e alla fine è esplosa.
Proprio
per questo ritengo che una questione del genere non possa trovare soluzione sul
piano militare. Non si tratta di schierarsi con una delle due parti […].
L’obiettivo dovrebbe essere quello di raggiungere un accordo, perché abbiamo
bisogno di una Russia più vicina all’Europa e non sempre più distante. La
Russia fa parte della storia e della cultura europea. Consegnarla
definitivamente all’influenza della Cina sarebbe un errore strategico.
(Fonte:
La Stampa)
A. D.:
Ma la Russia di oggi, quella guidata dal dittatore Vladimir Putin, è davvero
compatibile con i valori europei? Stiamo parlando di un Paese che reprime ogni
forma di libertà individuale, che soffoca ogni pluralismo politico e che ha
invaso uno Stato sovrano.
A. S.:
Perché definisce Putin un dittatore? Putin è stato eletto dal popolo russo e,
parlando con i cittadini russi, emerge come una larga parte della popolazione
continui a sostenerlo e a votarlo.
A. D.:
E gli oppositori del regime, avvelenati con il polonio-210? Penso, ad esempio,
a Navalny e Yushenkov oltre che ad altri casi molto noti.
A. S.:
In qualsiasi Paese in cui esista una vera opposizione, questa trova comunque il
modo di manifestarsi. Se una parte consistente della popolazione fosse
realmente contraria a Putin, potrebbe scegliere di non votare oppure di
lasciare scheda bianca […].
A. D.:
Seguendo questo ragionamento, allora anche Kim Jong-un in Corea del Nord o Xi
Jinping in Cina potrebbero essere considerati leader legittimati dal voto.
Eppure, molti li definiscono dittatori.
(Fonte:
pagina Facebook di Salvini).
A. S.:
Il sistema nordcoreano e quello cinese sono profondamente diversi da quello
russo. Si tratta di modelli politici chiusi, nei quali il processo di selezione
della classe dirigente avviene all’interno del partito e non attraverso un
suffragio universale come quello al quale siamo abituati, pur con tutte le
differenze che esistono anche in Russia o in Turchia. Per questo ritengo che
non si debbano fare sovrapposizioni.
Non
spetta a noi distribuire patenti di “buoni” e “cattivi”.
A. D.:
Resta però il tema dell’invasione dell’Ucraina e delle centinaia di migliaia di
vittime provocate dal conflitto.
A. S.:
L’invasione è un fatto gravissimo. Ma non è la prima volta che un Paese
democratico invade un altro Stato o utilizza la forza militare.
Anche
l’Italia, ad esempio, ha partecipato ad operazioni militari quando gli aerei
sono decollati dalla base di Aviano per bombardare la Serbia.
Per
questo motivo ritengo che la guerra sia sempre sbagliata, indipendentemente da
chi la combatte.
A. D.:
Restando sul tema dei conflitti, sarebbe favorevole a imporre sanzioni su
Israele per le ripetute violazioni del diritto internazionale?
A. S.:
Quanto accaduto in Israele e nei territori palestinesi, soprattutto in alcuni
momenti del conflitto, è stato profondamente tragico. Occorre però distinguere
tra Israele come Stato e il governo guidato da Benjamin Netanyahu.
Le
decisioni di Netanyahu non coincidono necessariamente con il pensiero
dell’intera società israeliana. Molti cittadini, intellettuali e opinion leader
israeliani hanno espresso posizioni fortemente critiche nei confronti del
governo. È innegabile che si siano verificati fatti gravissimi e che debbano
essere condannati, come ha fatto anche il governo italiano. Se necessario,
anche attraverso sanzioni […].
Israele
ha il diritto di esistere e questo non deve essere messo in discussione. Allo
stesso tempo, anche il popolo palestinese ha diritto a uno Stato. Questa è, a
mio avviso, anche la posizione dell’Italia: c’è spazio per entrambi i popoli.
(Fonte:
La Stampa)
A. D.:
Se è così, perché il governo italiano non riconosce ufficialmente lo Stato di
Palestina?
A. S.:
Il riconoscimento dello Stato palestinese non è soltanto un atto simbolico, ma
anche una questione giuridica e politica molto complessa.
Per
riconoscere uno Stato servono condizioni precise: occorre avere interlocutori
istituzionali chiari, un governo riconosciuto e una situazione di stabilità che
renda quel riconoscimento concreto e non soltanto formale. Alcuni governi, come
quello spagnolo guidato da Pedro Sánchez, hanno scelto di procedere comunque
con un riconoscimento dal forte valore simbolico. È una scelta legittima, ma
diversa da un riconoscimento pienamente operativo.
L’obiettivo
dovrebbe essere quello di arrivare a riconoscere uno Stato palestinese quando
esisteranno le condizioni per farlo in maniera concreta, all’interno di un
quadro di pace e stabilità.
A. D.:
Grazie per averci concesso questa intervista.
A. S.:
Grazie a voi. È stato un piacere.
(Fonte:
La Moncloa).
(Alessandro
Donati).
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