Un governo davvero a fianco del popolo.

 

Un governo davvero a fianco del popolo.

 

 

 

Il discorso della Meloni: “Il governo

c’è, non temiamo il giudizio

del popolo sovrano.”

 

Barbadillo.it – Politica - Giorgia Meloni – (9 Aprile 2026) – Redazione – ci dice:

 

Il presidente del Consiglio ha tenuto una informativa alla Camera e al Senato sulla ripartenza dell'esecutivo dopo lo snodo referendum.

 

Giorgia Meloni alla Camera.

Grazie Presidente.

Onorevoli deputati, voglio prima di tutto ringraziare il Parlamento per questa opportunità.

 Ho accolto con piacere l’invito che mi è stato rivolto, considero importante il confronto con le Camere, a seguito dell’esito referendario confermativo della riforma costituzionale sulla giustizia e in un contesto sempre più delicato a livello internazionale.

 

Prima di entrare nei dettagli di quello che è stato fatto, di quello che ancora si farà, colleghi, non voglio esimermi da una breve riflessione sull’Italia che ci è stata consegnata dal voto referendario del 22 e del 23 marzo scorsi.

Un’Italia che ha visto una grande partecipazione popolare al voto e, allo stesso tempo, una altrettanto grande polarizzazione.

 Un confronto serrato, ahimè non sempre sul merito, ma con un esito comunque chiaro.

E noi, come ho già detto, rispettiamo sempre il giudizio degli italiani, qualunque esso sia, anche quando non coincide con le nostre opinioni o le nostre aspettative.

 

Certo, rimane il rammarico di aver perso un’occasione, a nostro avviso, storica di modernizzare l’Italia allineandola agli standard europei.

Perché, colleghi, la riforma della giustizia rimane una necessità.

E non sono io a dirlo, ma diversi esponenti della magistratura e della politica, compresi quelli che dopo aver preconizzato ogni possibile catastrofe, a sostegno delle ragioni del NO, il giorno successivo al voto hanno candidamente dichiarato che la giustizia ha bisogno di essere riformata.

Che serve un cambio di passo, che la deriva correntizia è un problema, che lo strapotere di una parte della magistratura è un rischio reale.

 

Ecco perché l’auspicio che formulo, a maggior ragione oggi, è che il cantiere di questa riforma non venga abbandonato, come probabilmente qualcuno si augura. Perché i problemi sul tappeto rimangono, e noi abbiamo il dovere di trovare soluzioni concrete, coraggiose, efficaci, possibilmente in un clima di collaborazione.

 Non certo contro la magistratura, come si è voluto raccontare, ma a favore di una magistratura libera dai condizionamenti politici e ideologici.

E, aggiungo, a favore di una politica che commetterebbe un errore storico se, per ragioni tattiche, rinunciasse al proprio ruolo, che è quello di fare le leggi, modifiche costituzionali comprese.

 

Per quanto riguarda noi, la nostra coscienza è a posto, perché la riforma costituzionale della giustizia era uno degli impegni presi con gli italiani quando ci siamo presentati al loro cospetto. Come moltissime altre cose, lo avevamo detto in campagna elettorale e lo abbiamo fatto una volta al governo.

 

Perché è questo il modo in cui concepiamo la politica.

Onorare il significato profondo della parola “responsabilità”.

 “Responsabilità” deriva dal verbo “rispondo”, che origina, a sua volta, da “spondeo”, ovvero “l’atto solenne del promettere e del garantire”.

Responsabilità significa, dunque, rispondere agli altri, non a sé stessi, e men che meno alla propria convenienza.

 

Non mi stupisce che, in materia di riforma della giustizia, molti chiedessero “siete sicuri che vi convenga”?

Perché questa è purtroppo una Nazione che rischia di abituarsi a una politica che non ama rischiare, che preferisce sopravvivere piuttosto che incidere, compiacere piuttosto che assumersi la responsabilità di cambiare davvero le cose. In questo è possibile che noi rappresentiamo un’anomalia, ma siamo fieri di rappresentare quella anomalia.

 

Detto questo, non sono qui per parlare di quello che è stato, ma per sgomberare il campo da troppe fantasiose ricostruzioni e delineare quello che sarà.

 

Leggo, ormai da settimane, bizzarre ricostruzioni sulle conseguenze del voto referendario. Si continua a parlare di dimissioni imminenti del governo, di rimpasti, di fase 2, 3 o quattro del governo.

Di ripartenza.

 

Alchimie di palazzo di un mondo caro ad altre maggioranze, ad altri partiti, ad altri presidenti del Consiglio. Un mondo distante anni luce da noi, nel quale non intendiamo far ripiombare l’Italia.

Non c’è alcuna ripartenza da fare, posto che il governo non si è mai fermato e da giorni lavora, come si è visto, per scongiurare le conseguenze della crisi internazionale e per mettere a terra altri provvedimenti.

 E non servono nuove linee programmatiche, perché le nostre linee programmatiche sono da sempre scritte nel programma di governo.

 

Non c’è alcuna intenzione di fare un rimpasto, perché con tutti i limiti che abbiamo, questo rimane il governo che – nonostante si sia trovato a gestire la peggiore congiuntura degli ultimi decenni – ha restituito all’Italia stabilità politica, credibilità internazionale, serietà nella gestione delle risorse, e fondamentali economici decisamente migliori di quelli che aveva negli anni passati.

Quanto alle dimissioni, colleghi. Certo, probabilmente sarebbe convenuto sul piano tattico. Invocare le elezioni per giocare sull’effetto sorpresa, sulla divisione delle forze di opposizione, e nella peggiore delle ipotesi lasciare a qualcun altro il compito di mettere la faccia sui difficili mesi che arriveranno.

 

Cioè esattamente lo scenario che l’opposizione teme di più, tanto che definisce questo governo un “pericolo per l’Umanità” ma non ne invoca le dimissioni. Posizione bizzarra, di chi evidentemente ostenta una sicurezza che non ha.

Non temete. Ci siamo presi l’impegno di governare questa Nazione per cinque anni, ed è esattamente quello che faremo.

Non importa quanto sarà difficile, siamo persone troppo responsabili per far ripiombare l’Italia nell’incertezza nel bel mezzo del peggiore scenario possibile.

 

Gli italiani sappiano che il Governo c’è, nel pieno delle sue funzioni, determinato a fare del suo meglio, ancora meglio, fino all’ultimo giorno del suo mandato. Quando, ancora una volta, sarà nelle urne e non nel palazzo che si farà un altro Governo.

Non scapperemo, non indietreggeremo, non ci metteremo al riparo facendo pagare ai cittadini il prezzo dei soliti giochi di palazzo.

Governeremo, come fanno le persone serie e in pace con la propria coscienza.

 

Continueremo a farlo sulla base delle direttrici di governo che ho esposto in quest’aula il 25 ottobre del 2022, quando al Parlamento chiedemmo una fiducia che da allora non è mai venuta meno, grazie a una maggioranza solida e coesa della quale vado fiera e che voglio ringraziare.

Così come voglio ringraziare tutti i membri del Governo che hanno lavorato, e lavorano, senza sosta per costruire risultati concreti, a partire dai miei due Vicepremier, Matteo Salvini e Antonio Tajani, che sono orgogliosa di avere al mio fianco.

 

Nei giorni scorsi ho chiesto un passo indietro ad alcuni membri del governo che pure, nell’esercizio delle loro deleghe, avevano lavorato bene.

Non sono state scelte semplici né indolori, a maggior ragione per noi che rimaniamo saldamente garantisti, ma abbiamo voluto ancora una volta anteporre l’interesse della Nazione a quello di partito.

Perché non abbiamo tempo da perdere in polemiche infinite e pretestuose, che nulla hanno a che fare con l’azione di Governo, e che finiscono per oscurarla.

 Che spostano il dibattito dalle soluzioni necessarie per i cittadini, alle polemiche utili per i partiti.

 

Sgomberato il campo, colleghi, vi sfido sulla politica, sulla vera politica.

 Vi sfido a un dibattito nel merito.

Nel merito della crisi internazionale, nel merito dei rischi per l’approvvigionamento energetico, nel merito di un’Europa che non riesce a recuperare una rilevanza reale, nel merito di come mettere l’economia al riparo in un mondo sempre più caotico.

Nel merito delle risorse, dove prenderle e dove metterle.

Parliamo delle soluzioni, vediamo chi ne ha.

Perché lo scenario che abbiamo di fronte non consente più a nessuno di cavarsela dicendo che è tutta colpa della Meloni.

Finanche l’aumento mondiale del prezzo del petrolio.

 

Gli italiani hanno il diritto di conoscere le diverse proposte in campo, perché certo, al governo spetta l’onere e l’onore di governare, ma all’opposizione spetterebbe anche di dimostrare di essere in grado di rappresentare un’alternativa di governo. Così dovrebbe funzionare e funziona una moderna democrazia dell’alternanza.

A partire dalla situazione internazionale che stiamo vivendo, e dalla collocazione internazionale dell’Italia.

Collocazione che, giova ricordarlo, non ha inventato questo Governo, ma è la stessa da circa ottant’anni a questa parte.

Lo dico per rispondere già prima che vada in scena l’ormai scontato ritornello sulla subalternità della sottoscritta al Presidente americano Trump o quello ancora più scontato dal titolo “la Meloni scelga tra Trump e l’Europa”.

 

Anche qui, spiegherò di nuovo il mio punto di vista, ma approfitto per chiedere a mia volta qualche chiarimento.

 Perché la posizione italiana, nella crisi iraniana, è stata esattamente la stessa dei principali Paesi europei.

Allora mi chiedo, e vi chiedo, se quando si dice che dobbiamo stare con l’Europa si intenda davvero l’Europa, o si intenda piuttosto la sinistra europea, anche quando questo significa dividere l’Europa. Perché temo che le due cose non stiano insieme. Attendo fiduciosa una risposta.

 

Intanto, come sapete, nella notte tra martedì e mercoledì è stato concordato un temporaneo cessate il fuoco tra l’Iran, gli Stati Uniti e i rispettivi alleati nel conflitto iniziato lo scorso 28 febbraio.

Siamo arrivati a un passo dal punto di non ritorno, ma ora abbiamo davanti una pur flebile prospettiva di pace, che deve essere perseguita con determinazione. L’Italia esprime il proprio plauso al Presidente del Pakistan “Sharif”, che si è fatto carico di questo difficile negoziato, con il sostegno di altri attori regionali.

Ora ci auguriamo che i colloqui di pace che prenderanno il via tra poche ore a Islamabad possano rafforzare i punti generali dell’accordo e in essi possano trovare spazio le priorità che l’Italia, insieme ai suoi partner europei, ha sostenuto fin dal primo giorno.

 Allo stesso modo, condanniamo con fermezza qualsiasi forma di violazione del cessate il fuoco.

 

Cessazione permanente delle ostilità, cessazione degli attacchi verso i Paesi del Golfo, cessazione delle operazioni militari in Libano;

 rinuncia dell’Iran al proprio programma nucleare e alla costante minaccia nei confronti dei vicini regionali e oltre;

pieno ripristino della libertà di circolazione nello Stretto di Hormuz, che non deve essere soggetta a nessuna forma di restrizione, come invece sembra essere accaduto nelle ultime ore.

 

Questo rimane uno dei punti più critici in fase di attuazione dell’accordo perché, se l’Iran dovesse riuscire a ottenere la facoltà di applicare extra-dazi ai transiti nello Stretto, questo potrebbe ancora portare a conseguenze economiche e di orientamento dei flussi commerciali, al momento, imponderabili.

 È quindi interesse prioritario dell’Italia, e dei suoi partner europei e occidentali, che la libertà di navigazione venga pienamente ripristinata alle condizioni precedenti al 28 febbraio, in modo da poter normalizzare la situazione di tensione sui mercati energetici, delle materie prime critiche, dei fertilizzanti e di altri prodotti essenziali per la nostra economia.

 

Su questo punto siamo già al lavoro con la coalizione per lo Stretto di Hormuz promossa dal Regno Unito, alla quale partecipano oltre 30 Paesi, per provare a costruire condizioni di sicurezza che consentano il pieno ripristino della libertà di navigazione e di approvvigionamento.

Un contributo che, crediamo, sia importante in questa fase negoziale.

Questo positivo spiraglio di risoluzione della crisi con l’Iran, tuttavia, non fa venir meno un ragionamento più complessivo che abbiamo il dovere di affrontare.

 

Perché è innegabile che stiamo vivendo un momento di particolare difficoltà dei rapporti tra l’Europa e gli Stati Uniti, ma è altrettanto innegabile che l’attuale Amministrazione americana ha accelerato un percorso che era stato ampiamente preannunciato dalle amministrazioni precedenti, tanto repubblicane quanto democratiche: distogliere progressivamente lo sguardo dall’Europa per dedicarsi alla competizione globale con la Cina, scegliendo quindi l’Indo-Pacifico come quadrante geostrategico prioritario.

 

Una traiettoria chiara che le leadership europee del recente passato hanno lungamente, e a mio avviso colpevolmente, preferito non cogliere. Comprese quelle che governavano in Italia, e che si accontentavano di una pacca sulla spalla o di un tweet di endorsement quando formavano un nuovo governo.

La storia, insomma, bussa, e l’Europa è chiamata a non fallire questo banco di prova. E, per farlo, deve saper adeguare la sua strategia a un mondo che cambia alla velocità della luce, anteponendo il principio di realtà alle sovrastrutture burocratiche e ai dogmi ideologici.

 

È in questa ottica che va visto il nostro impegno incessante a Bruxelles per il sostegno alla competitività, per la semplificazione burocratica, per una transizione verde che sia realistica e non ideologica, per una autonomia strategica bilanciata che riduca gradualmente le nostre dipendenze.

 E per una capacità di difesa che non ci faccia dipendere dai nostri alleati americani, come invece, evidentemente, propongono coloro che si scagliano contro maggiori investimenti sulla sicurezza.

Per rendere l’Europa più forte, più efficace, più rapida, più pragmatica, più concentrata sui problemi dei cittadini e sulle sfide reali che il mondo intorno a noi pone.

Questa è la nostra parte di responsabilità. Ovvero, prima di aspettarci qualcosa dagli altri, proviamo a occuparci davvero di noi stessi.

 

Poi, ci sono gli Stati Uniti, l’altra faccia della medaglia. Perché ciò che definiamo Occidente si poggia su due gambe: la gamba europea e la gamba nordamericana. Se le due gambe non si muovono nella stessa direzione, l’Occidente è destinato alla paralisi.

 E, in ultima analisi, a

ll’irrilevanza.

Continuo a credere nella necessità di lavorare per garantire l’unità dell’Occidente, argomento che sostengo con forza fin da quando alla Casa Bianca sedeva ben altra amministrazione.

Mi verrebbe da dire, prendendo a prestito una frase cara all’onorevole Schlein, che noi siamo “testardamente unitari”.

E se può permettersi di esserlo lei rispetto alle variopinte forze politiche che compongono il campo largo, potrò ben permettermelo io rispetto a Europa e Stati Uniti che stanno insieme da molto, molto tempo.

Siamo “testardamente occidentali”, perché solo se l’Occidente è unito può essere una forza capace di dire la propria sul palcoscenico del mondo.

E perché senza quella unità, noi, non altri, saremmo più deboli.

 

Ma, ovviamente, per stare insieme, bisogna volerlo in due.

Ed è per questo che, nel rapporto con gli Stati Uniti, dobbiamo essere chiari.

Lavorare per tenere insieme le due sponde dell’Atlantico; lavorare per rafforzare la NATO, che rappresenta da un lato il luogo politico nel quale gli interessi di America e Europa trovano la loro composizione, e dall’altro uno strumento geostrategico e militare imprescindibile, in cui l’Europa deve assumersi le proprie responsabilità e costruire con coraggio il pilastro europeo dell’Alleanza, per garantire in primis la propria sicurezza.

 

Ma dall’altra parte, come è normale tra alleati, bisogna dire con chiarezza anche quando non si è d’accordo.

Come abbiamo fatto in passato con i dazi, che abbiamo molte volte definito una scelta sbagliata che non condividevamo.

Come abbiamo fatto per difendere l’onore dei nostri soldati in Afghanistan, che erano stati definiti “inutili” in modo inaccettabile.

 Come abbiamo fatto sulla Groenlandia, partecipando a ogni documento europeo di difesa dell’integrità del suo territorio e della sovranità del suo popolo, e sull’Ucraina di fronte alle proposte di negoziato che non consideravamo sostenibili.

 

E, da ultimo, come abbiamo fatto con la guerra in Iran, un’operazione militare che l’Italia non ha condiviso e a cui non ha partecipato.

Un dato emerso in tutta la sua concretezza con la vicenda di Sigonella, nella quale l’Italia si è, ovviamente, attenuta scrupolosamente alla lettera dei trattati e degli accordi che regolano i nostri rapporti con gli Stati Uniti.

 Circostanza che fa giustizia della solita propaganda a buon mercato ascoltata anche in queste settimane.

 

E a proposito di parlare con chiarezza ai partner, è anche quello che abbiamo fatto con Israele per quanto riguarda il Libano: abbiamo sostenuto il governo libanese, la sua sovranità territoriale, il suo impegno per disarmare le milizie terroriste di Hezbollah e per questo abbiamo a più riprese chiesto a Israele di fermare l’escalation militare, garantire la sicurezza del personale della missione Unifil a cui l’Italia fornisce da decenni il proprio insostituibile contributo, consentire il rientro di un numero ormai esorbitante di sfollati, anche per evitare il rischio di flussi migratori in ripresa verso l’Europa.

Con la stessa franchezza abbiamo difeso il diritto delle comunità cristiane in Terra Santa di poter celebrare i riti pasquali con il pieno accesso al Santo Sepolcro, luogo sacro della nostra civiltà e pilastro della nostra identità. Con fermezza ancora maggiore ci siamo espressi di fronte ai fatti inaccettabili accaduti ieri ai danni del nostro personale UNIFIL, a cui rinnoviamo la solidarietà nostra e dell’intera Nazione.

 

Franchezza con i partner quando non condividiamo le loro azioni, e vicinanza e sostegno ai partner sotto attacco. Come sapete, qualche giorno fa mi sono recata, prima tra i leader Ue e G7, in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, Paesi che dallo scorso 28 febbraio, sono stati sottoposti a un’aggressione ingiustificata da parte dell’Iran.

Ho voluto esprimere loro la solidarietà e la vicinanza dell’Italia, ma ho anche lavorato per assicurare gli approvvigionamenti energetici, in particolare di petrolio, indispensabili da un’area che garantisce circa il 15% del nostro fabbisogno nazionale.

Con lo stesso spirito, mi ero anche recata in Algeria per rafforzare con il Presidente Tebboune la partnership strategica che lega le nostre Nazioni, e concordare con le autorità di Algeri l’aumento delle forniture di gas naturale verso l’Italia. E così farò recandomi, presto, anche in Azerbaigian, ma anche sostenendo lo sviluppo di risorse energetiche assieme ai partner del continente africano.

 

Eppure, perfino su questo, l’opposizione è riuscita a polemizzare, definendo la missione una “passerella”, o addirittura una “fuga” da presunti problemi del governo e della maggioranza.

Non voglio abbassarmi a questo livello di polemica, soprattutto se a farla sono parlamentari che scrivono post indignati sui social mentre si trovano in vacanza in località esotiche.

Voglio però dire che sono certa che gli italiani siano abbastanza intelligenti da capire che – di fronte al rischio dello shock energetico più pesante che abbiamo visto di recente, alla possibilità di ulteriori rincari dell’energia, dei carburanti e dei generi di consumo, di fronte al rischio di vedere interrotte intere catene di approvvigionamento e bloccata la nostra economia – è preciso dovere del Presidente del Consiglio fare tutto il possibile per assicurare alle imprese e ai cittadini energia sufficiente e a prezzi il più possibile contenuti.

 

E lo dico anche per dire agli italiani, che mi hanno visto dedicare così tante energie in politica estera, che è ancora di più nei momenti di crisi che si comprende quanto la politica estera sia indispensabile per la politica interna, quanto ormai ne rappresenti addirittura una precondizione.

A maggior ragione per una Nazione come la nostra, che esporta beni di qualità ma importa energia; che per la sua posizione geografica si trova naturalmente esposta ai flussi migratori; che ha bisogno di rafforzare la presenza e la dimensione delle sue industrie, ma anche di attrarre investimenti. Rapportarsi ogni giorno con i nostri partner strategici non è turismo diplomatico: è fare gli interessi quotidiani, reali dei cittadini, delle famiglie e delle imprese italiane.

E permettetemi di aggiungere, colleghi, che io ho moltissimi difetti, tranne uno.

Non sono una persona abituata a scappare. Non scappo da missioni sconsigliabili per ragioni di sicurezza, non scappo davanti ai problemi, non scappo di fronte alle mie responsabilità. Sono abituata a mettere la faccia su quelle responsabilità.

Era nostra responsabilità intervenire con un corposo decreto che ponesse le basi per ridurre in modo strutturale il costo dell’energia, iniziativa che nessuno prima di noi aveva avuto il coraggio di adottare, che ha scontentato le grandi aziende energetiche ma è stata accolta con grande favore dal mondo produttivo.

Era nostra responsabilità intervenire sul costo del carburante: lo abbiamo fatto con un primo provvedimento che ha tagliato di 25 centesimi al litro il prezzo di diesel e benzina e ha introdotto un meccanismo anti-speculazione che sta funzionando.

 Lo abbiamo fatto, inizialmente, per 20 giorni, in attesa degli sviluppi della crisi, e con il Consiglio dei Ministri di venerdì scorso lo abbiamo rifinanziato e prorogato fino al 1° maggio.

 

Una scelta che rivendico, anche alla luce delle novità di queste ore, e che moduleremo man mano che i negoziati di pace andranno avanti e ci daranno una prospettiva temporale chiara degli interventi richiesti.

Se invece la crisi in Medio Oriente dovesse conoscere una nuova recrudescenza, dovremmo porci seriamente il tema di una risposta europea, non dissimile per approccio e strumenti a quella messa in campo per rispondere alla pandemia. I

n quel caso, riteniamo che non dovrebbe essere un tabù ragionare di una possibile sospensione temporanea del Patto di stabilità e crescita. Non una deroga per singolo Stato Membro, ma un provvedimento generalizzato. Così come l’Italia rimane pronta ad attivare ogni possibile misura per prevenire possibili comportamenti speculativi, compresi, se necessari, ulteriori interventi sui profitti delle società energetiche.

 

Continuerà, quindi, il nostro impegno a 360 gradi sul versante internazionale, e ovviamente continueremo, come abbiamo fatto finora, a lavorare con serietà sul versante nazionale.

Per consolidare gli sforzi che in questi anni hanno portato l’Italia ad avere i conti in ordine, invece di farla travolgere dalle centinaia di miliardi di euro lasciati in eredità dalla scellerata gestione degli anni del Covid.

Che le hanno permesso di tornare attrattiva per gli investitori esteri, atteso che secondo l’ultima edizione dello studio sull’attrattività, il numero degli investimenti diretti esteri in Italia è quasi raddoppiato rispetto al periodo pre-Covid.

Che le hanno permesso, nonostante le difficoltà, di presentarsi con un’economia solida.

 

Unico Paese del G7 ad essere tornato in avanzo primario dopo la pandemia già nel 2024, con una crescita post-Covid robusta, il tasso di disoccupazione generale ai minimi storici, e il tasso di disoccupazione giovanile al suo livello più basso.

E qui consentitemi un inciso.

 

Da giorni la segretaria del principale partito di opposizione Elly Schlein ripete in tv che da quando governa il centrodestra è aumentata la precarietà. Ma questa è, banalmente, una menzogna, verificabile. E quando si mente è perché si ha paura della verità. La verità è che, da quando si è insediato questo governo, è aumentato il lavoro stabile ed è diminuito il precariato. La sinistra lo rivendicava, ma la destra lo ha fatto. Non lo dico io, lo dice l’ISTAT, i cui numeri certificano che rispetto all’inizio della legislatura, abbiamo quasi 1,2 milioni di occupati stabili in più e oltre 550 mila precari in meno.

E, sempre a proposito di dati reali, da quando è in carica questo Governo, i salari degli italiani hanno ripreso a crescere, consentendo alle famiglie italiane di recuperare, seppur lentamente, il potere d’acquisto perso negli anni precedenti. Come nel 2024, anche nel 2025, le retribuzioni contrattuali hanno avuto una crescita superiore all’andamento dell’inflazione ed è aumentato seppure non sufficientemente per noi il reddito disponibile delle famiglie. E, come ricordato pochi giorni fa dall’Istat, nel 2025, seppur di poco, è diminuita la popolazione a rischio povertà o esclusione sociale.

Sono segnali, ovviamente c’è ancora molto da fare. C’è molto da fare, ad esempio, per ciò che riguarda l’occupazione delle donne. In questi anni il tasso di occupazione femminile è cresciuto di due punti rispetto al nostro insediamento, e abbiamo superato il tetto dei dieci milioni di donne lavoratrici.

Ma l’Italia rimane ancora il fanalino di coda in Europa. Sostenere la crescita dell’occupazione femminile rimane la nostra priorità, per allineare l’Italia agli standard europei e recuperare un ritardo strutturale che pesa sulla nostra economia.

 

Allo stesso modo, vogliamo continuare a concentrarci anche sulla qualità del lavoro, in particolare dei lavoratori più fragili. Molto ci siamo occupati dei salari, in questi anni, in ultimo con la detassazione degli aumenti contrattuali, ma è evidente che esistono ancora sacche di lavoro povero che occorre affrontare. Così, nel Consiglio dei Ministri che si terrà in vista della Festa dei Lavoratori, rispettando una tradizione che va avanti fin dal nostro insediamento, vareremo ulteriori regole per combattere il lavoro povero, rafforzando i diritti di quei lavoratori attraverso la contrattazione collettiva.

Un tema che è stato prioritario, per noi, fin dal giorno dell’insediamento, quello sul quale abbiamo speso la maggior parte delle poche risorse che avevamo a disposizione, insieme alla famiglia e alla sanità, è stato quello di rafforzare il potere d’acquisto dei cittadini, particolarmente i più fragili, e di alleggerire il carico fiscale soprattutto su chi lavora e produce.

Sarebbero molti, qui, i provvedimenti da ricordare, come il taglio del cuneo fiscale per un valore di 18 miliardi l’anno, la riduzione dell’IRPEF e delle tasse sui premi di produttività, l’innalzamento della soglia del regime forfettario per i lavoratori autonomi, l’aumento delle pensioni minime.

 

E, ancora, la riforma fiscale, che l’Italia aspettava da oltre mezzo secolo, alla quale stiamo dando molto rapidamente attuazione.

18 i decreti e 6 i testi unici approvati finora, e siamo in dirittura d’arrivo per definire il codice tributario, strumento che riordinerà definitivamente una materia per troppo tempo trascurata.

Abbiamo combattuto, come nessun altro, l’evasione fiscale. Smentendo, anche qui, chi diceva che questo sarebbe stato il governo “amico degli evasori e dei furbi”. In tre anni abbiamo raccolto oltre 100 miliardi di euro: risorse preziosissime, che ci aiutano a tenere i conti in ordine e ci permettono di finanziare interventi a favore delle famiglie e delle imprese.

E non abbiamo intenzione di fermarci: compatibilmente con il quadro della finanza pubblica, continueremo a lavorare per ridurre il carico fiscale a cittadini, famiglie e imprese. Perché questo avevamo promesso, questo abbiamo fatto e questo continueremo a fare anche con la prossima legge di bilancio.

 

Così come continueremo ad investire sul Sud. Grazie al lavoro fatto fino ad oggi, il Sud – finalmente – non è più il fanalino di coda della Nazione e sta colmando quel divario che gravava sull’Italia da troppo tempo.

Anche grazie alla Zona economica speciale unica, agli investimenti nelle infrastrutture, alla spinta del PNRR, ad un miglior utilizzo delle politiche di coesione, il PIL e l’occupazione del Mezzogiorno sono cresciuti più della media nazionale. Nel secondo trimestre 2025, il tasso di occupazione tra i 15 e i 64 anni nel Sud ha raggiunto il dato più alto dall’inizio delle serie storiche dell’Istat. Non era mai successo, e questo non può che renderci orgogliosi.

 

E proprio partendo dall’esperienza positiva della ZES unica del Mezzogiorno, che ha dato ottima prova di sé e che abbiamo già esteso a Umbria e Marche, intendiamo fare un ulteriore passo avanti.

Stiamo infatti studiando le modalità tecniche per riprendere alcuni dei meccanismi, in particolare quelli di semplificazione della ZES Unica che si sono rivelati più efficaci, e applicarli a tutto il territorio nazionale. Perché semplificare, ridurre la burocrazia, ridurre i tempi delle autorizzazioni, in poche parole rendere la vita più facile a chi vuole investire, creando lavoro e sviluppo, è un passo avanti decisivo che non deve conoscere restrizioni territoriali.

Investire in tecnologia, investire in ricerca e sviluppo, investire nel capitale umano garantendo una formazione in grado di accrescere conoscenze e competenze dei lavoratori, completare l’ambizioso percorso di riforma delle professioni che abbiamo avviato: tutto questo è fondamentale per incrementare la crescita economica, la produttività delle imprese, la loro competitività.

 

E a proposito di competitività, grazie alla forza, al protagonismo e alla diversificazione produttiva delle nostre imprese, nel 2025 l’export tricolore è cresciuto di 20 miliardi rispetto all’anno precedente, permettendo all’Italia di raggiungere il quinto posto al mondo tra le Nazioni esportatrici, superando la Corea del Sud e insidiando il quarto posto del Giappone. E, in questo scenario, il nostro export si è dimostrato anche più forte dei dazi. Come dimostra la crescita del valore delle esportazioni verso gli Stati Uniti, aumentato del 7,2% nel 2025. Questo straordinario patrimonio nazionale merita di essere sostenuto, e intendiamo farlo ancora meglio.

Ovviamente rimane per noi fondamentale il tema dell’energia. Tema che abbiamo affrontato con il decreto di cui parlavo prima, ma che abbiamo posto con forza anche durante l’ultimo Consiglio europeo, in particolare per quello che riguarda il sistema europeo di tassazione del carbonio, il cosiddetto ETS.

Tassa a suo tempo introdotta dall’Europa per disincentivare le emissioni inquinanti, ma che oggi finisce per gravare anche sul prezzo dell’energia prodotta con fonti rinnovabili, gonfiando artificialmente i costi energetici in diversi Stati membri. Con punte che, come ho già detto, per la nostra Nazione, toccano i 30 euro per MWH, un quarto dell’intero prezzo dell’elettricità.

 

Nelle conclusioni dell’ultimo Consiglio europeo, abbiamo ottenuto che venisse inserita la possibilità per gli Stati membri di adottare misure nazionali urgenti in grado di mitigare il prezzo dell’energia nel breve termine. ETS compreso. E tutto ciò in attesa, di una revisione organica di questo strumento, sempre prevista dalle Conclusioni, per ridurne strutturalmente la volatilità e l’impatto sui prezzi dell’energia.

Con il decreto energia noi avevamo chiesto che l’ETS non comportasse un aumento del costo delle rinnovabili, per abbassare i costi complessivi: è una norma che, come si sa, richiede l’autorizzazione dell’UE ma, alla luce delle conclusioni del Consiglio, siamo al lavoro con la Commissione Europea e siamo fiduciosi che l’obiettivo si possa raggiungere.

Più in generale, continueremo anche a chiedere in Europa di sospendere temporaneamente l’applicazione dell’ETS alla produzione di elettricità da fonti termiche, cioè dal termoelettrico. Si tratta di un provvedimento straordinario e urgente che serve subito, e almeno fino a quando i prezzi globali delle fonti energetiche fossili non torneranno sui livelli precedenti alla crisi in Medio Oriente.

Sull’immigrazione avevamo promesso un cambio di passo. E certamente il cambio di passo c’è stato, anche se non ci basta.

 

Abbiamo siglato accordi internazionali che prima non esistevano, abbiamo ridotto gli sbarchi, aumentato sensibilmente i rimpatri, rafforzato il controllo delle frontiere, combattuto i trafficanti di esseri umani e, soprattutto, abbiamo ridotto le morti nel Mediterraneo.

E grazie all’Italia è cambiato l’approccio dell’intera Europa al governo dei flussi migratori: oggi abbiamo una lista europea di Paesi sicuri di origine e una nuova definizione di Paese terzo sicuro, che consentiranno di applicare procedure di frontiera accelerate; abbiamo una copertura giuridica ancora più chiara a sostegno delle cosiddette soluzioni innovative, a partire da quegli hub per i rimpatri in Paesi extra-Ue sul modello del protocollo Italia-Albania; e un nuovo regolamento europeo sui rimpatri sta per essere finalizzato proprio per renderli sempre più effettivi.

 

Ora è necessario consolidare questo approccio, e renderlo stabile e strutturale. Anche per questo, nell’ultimo disegno di legge sulla sicurezza, abbiamo previsto la possibilità di attivare, in caso di conclamata necessità, un blocco navale temporaneo al largo delle nostre coste. Un’altra proposta che portiamo avanti da tempo, che era nei nostri programmi e che abbiamo costruito con pazienza.

E, ora che la campagna referendaria è alle spalle, voglio rinnovare il mio appello affinché tutti i poteri dello Stato facciano la loro parte per garantire il rispetto di queste norme. Spetta alla politica scrivere norme chiare ed efficaci, spetta alle forze dell’ordine – a cui va il nostro plauso e il nostro ringraziamento – verificarne le eventuali violazioni, e spetta in ultimo alla magistratura assicurarne l’effettiva applicazione. È questo che fa chi rispetta la separazione tra i poteri dello Stato scritta nella nostra Costituzione.

 

Quanto alla sicurezza, so che forse molti italiani si aspettavano di più da questo Governo, nonostante l’impegno su questo fronte abbia rappresentato una priorità costante del nostro operato.

Basti ricordare che, dal nostro insediamento, abbiamo assunto oltre 42 mila operatori nelle Forze di polizia, riuscendo a garantire il turn over al 100%. Ed entro la fine della legislatura sono in programma altre 27 mila assunzioni. Abbiamo rinnovato i contratti scaduti da anni, potenziato mezzi e tecnologie, aggravato le pene per chi minaccia e aggredisce i nostri uomini e donne in divisa, e previsto una specifica tutela legale per chi dovesse essere indagato o imputato per fatti inerenti al servizio.

Abbiamo di fatto bloccato i rave party illegali, previsto risposte più rapide contro le occupazioni abusive, misure più efficaci contro borseggi, accattonaggio minorile, truffe agli anziani e rivolte nelle carceri. E abbiamo aumentato i presìdi di sicurezza nelle aree più sensibili: ospedali, stazioni, scuole e periferie.

 

Dal Decreto Caivano in poi abbiamo avuto anche il coraggio di affrontare il problema della criminalità minorile. E lo abbiamo fatto con norme coraggiose, contestate da chi non aveva fatto molto sul tema. Abbiamo previsto l’arresto in flagranza per i minorenni trovati in possesso di armi da fuoco, per impedire che ragazzi sempre più giovani diventino la manovalanza preferita della criminalità organizzata proprio per la loro non punibilità, così come abbiamo introdotto norme molto severe per arginare il dilagante fenomeno dell’uso dei coltelli tra i più giovani.

E intendiamo andare avanti anche sulla proposta di legge a prima firma della Presidente della commissione antimafia Colosimo per togliere la potestà genitoriale ai boss mafiosi, tanto per rispondere ancora una volta con il sorriso e con i fatti all’ultima palata di fango infilata nel ventilatore da un’opposizione disperata, che costruisce surreali teoremi su una mia presunta vicinanza con la criminalità organizzata tirando in ballo un padre, morto peraltro, che non vedo da quando avevo undici anni.

Vi sfido anche su questo. Non sono solita ingerire nel lavoro delle commissioni parlamentari d’inchiesta, ma mi permetto di chiedere alla commissione parlamentare antimafia di occuparsi dei tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata nei partiti politici, Fratelli d’Italia compreso. Mentre alcuni usano il tema per fare propaganda contro gli avversari, a me interessa costruire gli anticorpi a un fenomeno che ci riguarda tutti. Non accetto che i miei sacrifici possano essere usati per gli interessi di quelli che combatto dal 19 luglio del 1992, e non accetto lezioni su questo tema.

Sui rapporti tra questo governo e la criminalità organizzata parlano i fatti. Abbiamo messo in sicurezza l’ergastolo ostativo, e salvato il carcere duro per i mafiosi da chi stava per smantellarlo. Sotto questo governo, e non altri, sono stati catturati oltre 130 latitanti, sono state eseguite più di 300 maxioperazioni, migliaia di arresti, 7,2 miliardi di euro il valore dei beni sottratti alla criminalità, più di diciottomila beni confiscati restituiti alla collettività che ora ospitano presidi delle Forze dell’ordine o progetti a carattere sociale. Non abbiamo nulla da imparare da chi, invece, i boss li scarcerava a colpi di decreto con la scusa del Covid. Combatto la mafia fin da ragazzina, e continuerò a farlo fino al mio ultimo respiro, senza se e senza ma. Mi auguro che almeno su questo si possa a lavorare insieme.

 

E poi, finalmente, lo sgombero di quei centri sociali illegali e violenti che tutti gli altri avevano tollerato, se non sostenuto o finanziato. Realtà dove regna l’illegalità, e lo Stato di diritto sembra sospeso. Sarò anche qui chiara: andremo avanti, con forza e determinazione, perché non accettiamo l’idea che in Italia possano esistere zone franche dove tutto è consentito, in virtù di una sedicente copertura politica o ideologica.

E a chi ci ha accusato di voler limitare la libertà di manifestare abbiamo risposto con provvedimenti efficaci, come quello sul fermo preventivo, che hanno uno scopo molto chiaro: garantire che le manifestazioni di piazza si svolgano pacificamente, come prevede la Costituzione. Senza incidenti, devastazioni, città vandalizzate, poliziotti e carabinieri aggrediti, solo per il divertimento di qualche figlio di papà che si diletta a distruggere stazioni che noi dobbiamo sistemare con i proventi delle tasse dei cittadini.

Eppure, personalmente non sono soddisfatta dei risultati sulla sicurezza. Perché la sicurezza è il primo dovere dello Stato, e noi dobbiamo riuscire a incidere con maggiore efficacia nella vita quotidiana dei cittadini e nella loro percezione di sicurezza.

 

Per questo intendiamo, ad esempio, incrementare ulteriormente la presenza di forze dell’ordine sul territorio, continuando a riorganizzare l’attività amministrativa per avere più personale in strada. E stiamo lavorando per introdurre la figura dell’ausiliario dei Carabinieri e delle Forze di polizia, assumendo 10 mila unità di volontari in ferma prefissata per fare attività di sicurezza e controllo del territorio.

 

Ancora, la sanità. Sappiamo tutti quanto questo tema tocchi la vita dei cittadini.

 

Rivendico l’azione del Governo, che ha portato il Fondo sanitario nazionale al livello più alto di sempre – 143 miliardi nel 2026, 17 miliardi in più rispetto all’insediamento -, e ha avuto il coraggio, per primo, di contribuire a cercare soluzioni sul tema delle liste d’attesa, invece di limitarsi a dire che la competenza era delle regioni, come avevano fatto gli altri.

Ma è evidente che, per molti italiani, i tempi restano troppo lunghi, l’accesso troppo difficile, le differenze territoriali ancora troppo marcate. E questo non è accettabile, perché la sanità è uno dei pilastri della nostra Nazione. Così il nostro impegno deve essere più forte, più concreto, più visibile nella vita quotidiana delle persone.

 

Avremo presto i dati del sistema di monitoraggio sull’andamento delle liste d’attesa regione per regione, prestazione per prestazione. E questo ci consentirà, finalmente, di intervenire in modo mirato ed efficace. E servirà un impegno corale per riuscire a risolvere gli ambiti più critici, perché se lo Stato e le Regioni non lavorano insieme, fianco a fianco, il meccanismo si inceppa e a pagarne le conseguenze sono in ultima istanza i cittadini. Ecco perché voglio rivolgere alle Regioni una disponibilità e un appello: facciamo squadra. Perché l’esito di questa sfida dipenderà dalla capacità che avremo soprattutto di lavorare insieme.

 

Altro tema che a noi sta particolarmente a cuore è quello della casa. Un bene primario, il luogo dove si cresce, si studia, si sogna e si mette al mondo il futuro. Senza una casa è impossibile costruire una famiglia, garantire una vita dignitosa ai propri cari, rispondere ai bisogni fondamentali delle persone.

 

Purtroppo, oggi il problema dell’accesso alla casa riguarda una quantità sempre maggiore di cittadini.  Tantissimi italiani – giovani coppie, studenti, lavoratori fuori sede, famiglie monoreddito, persone con disabilità, e molti altri -, cioè gente che lavora, si impegna e paga le tasse, si trova in una zona grigia: è – passatemi il termine, troppo “benestante” per accedere alle graduatorie delle case popolari, ed è troppo “povera” per far fronte alle richieste, sempre più alte, del mercato immobiliare. Ecco, io penso che uno Stato giusto non debba lasciare queste persone nel limbo, e debba porsi il problema di come aiutarle a camminare da sole.

 

Ed è quello che intendiamo fare. Anche in vista della ricorrenza del Primo Maggio, il Consiglio dei Ministri approverà, finalmente, i provvedimenti necessari alla realizzazione, in Italia, di quel vasto Piano Casa a cui stiamo lavorando da tempo.

Un piano robusto, imponente, strutturale. Che ha come obiettivo quello di rendere disponibili, tra alloggi popolari e alloggi a prezzi calmierati, oltre 100 mila case nei prossimi 10 anni.

Queste sono alcune delle questioni principali sulle quali il governo è al lavoro. Ma come avete notato, non ho annunciato misure roboanti tipo “daremo a tutti uno stipendio senza lavorare” o “potrete ristrutturare la vostra villa a spese dello Stato”.

 

Avrò probabilmente deluso chi immaginava di rivedere lo stesso schema che abbiamo visto tante, troppe volte, in passato. Cioè, quello di governi che in vista delle elezioni davano vita a misure puramente demagogiche, e devastavano i conti pubblici nel tentativo disperato di raccogliere consenso facile, scaricando sui giovani il costo di bonus e privilegi. Ma il costume di quei politici che invitano tutti a bere al bar gratis, e lasciano ad altri il conto da pagare, non ci apparteneva ieri e non ci apparterrà domani.

Per questo tipo di scelte bisogna rivolgersi ad altri. Noi scegliamo la serietà e non rinunciamo a convincere con risposte concrete e di lungo periodo, una strategia chiara, continuità nelle scelte che hanno funzionato, riforme coraggiose, verità in luogo delle menzogne e tanto, tanto lavoro.

 

È quello che faremo anche in questo ultimo anno di governo, per poi attendere con serenità il giudizio sul nostro lavoro e sui risultati che ha prodotto.

Sappiamo che la situazione oggi è migliore di quando ci siamo insediati, ma sappiamo anche di dover riuscire a fare di più, e meglio. E lo faremo, perché siamo abituati a rimboccarci le maniche, non conosciamo la rassegnazione, non siamo abituati a gettare la spugna. Tutt’altro.

 

L’ultimo anno di questa legislatura non sarà un tempo di attesa. Sarà un tempo di lavoro, di scelte, di risultati. Non un tempo per costruire consenso facile, ma un tempo per rafforzare una direzione solida. E la nostra direzione è chiara: difendere l’interesse nazionale italiano, sostenere chi produce e lavora, rafforzare la presenza dello Stato dove serve e alleggerirla dove è troppo invasiva. Sostenere le famiglie, quelle presenti e quelle future, e dare risposte ai tanti giovani che rischiano di cercare quelle risposte nella dipendenza dall’intelligenza artificiale o dai social media. Continuare a restituire fiducia, costruire opportunità, rendere questa Nazione più giusta, più meritocratica, più forte, più libera.

Vogliamo continuare a costruire questa Italia con abnegazione, determinazione, e con umiltà, perché il voto del referendum contiene anche un segnale che non intendiamo ignorare, ma piuttosto utilizzare in positivo.

Perché, colleghi, un “sì” ti conferma, ma un “no” ti riaccende. Ti impone di fermarti a riflettere, di rimettere tutto in discussione. E alla fine di quella riflessione, se sei una persona abituata a guadagnarsi le cose sul campo, capisci una cosa semplice e potentissima: che il rifiuto non è la fine di un percorso, ma l’inizio di una nuova spinta.

 

Sarò felice di ascoltare le proposte che certamente le forze di maggioranza, ma anche quelle di opposizione, vorranno fare in quest’aula per aiutarci ad affrontare questa difficile congiuntura della storia. Ogni buona idea sarà vagliata senza pregiudizi e magari attuata, se ce ne saranno le condizioni. Se invece i partiti di opposizione vorranno usare il tempo a loro disposizione per inveire contro chi sta governando durante la tempesta, ce ne faremo una ragione.

A chi ci guarda con scetticismo risponderemo con i fatti.

A chi spera nel nostro fallimento, risponderemo con la determinazione.

A chi getta fango, risponderemo con l’orgoglio di chi può ancora permettersi di guardare gli altri, tutti gli altri, negli occhi.

E a chi, invece, crede in questa Nazione diciamo: ricordatevi che non siete soli.

 Il governo c’è, e farà la sua parte, ogni ora di ogni singolo giorno, fino all’ultimo.

E quando quel giorno arriverà, se avremo agito così, non avremo alcuna ragione di temere il giudizio del Popolo Sovrano.

Vi ringrazio.

(Giorgia Meloni su Barbadillo.it).

 

 

 

 

Democrazia.

Temi globali dei diritti umani.

Coe.int – Kofi Annan – Consiglio d’Europa 2026 – Redazione – ci dice:

 

(Image: Theme 'Democracyt' by Pancho).

 

Nessuno è nato un buon cittadino; nessuna nazione nasce come democrazia.

Piuttosto, entrambi sono processi che continuano ad evolversi nel corso della vita.

I giovani devono essere inclusi dalla nascita.

(Kofi Annan)

 

Cosa è la democrazia?

"Delle persone, dalle persone, per le persone."

(Abraham Lincoln)

 

La parola democrazia viene dalle parole greche "demos", che significa popolo e "Kratos" che significa potere;

 quindi la democrazia va pensata come "il potere del popolo":

un modo di governare che dipende dalla volontà del popolo.

 

Ci sono così tanti modelli diversi di governi democratici nel mondo che a volte risulta più semplice comprendere l'idea di democrazia in base cosa assolutamente non è.

La democrazia, dunque, non è l'autocrazia o la dittatura, dove a governare è un solo individuo;

non è nemmeno l'oligarchia, dove a governare è un ristretto gruppo della società.

Intesa correttamente, la democrazia non dovrebbe nemmeno essere "il governo della maggioranza", se questo significa che gli interessi delle minoranze siano completamente ignorati.

Una democrazia, almeno in teoria, è il governo a nome di tutto il popolo, secondo la sua "volontà".

 

Domanda: Se la democrazia è il governo del popolo, esiste una vera democrazia nel mondo?

 

Perché la democrazia?

L'idea di democrazia prende la sua forza morale - e  il fascino popolare - da due principi chiave:

1. L'autonomia individuale:

L'idea che nessuno dovrebbe essere oggetto a norme che sono state imposte da altri.

 Le persone dovrebbero avere il controllo delle proprie vite (entro certi limiti).

2. Uguaglianza:

L'idea che tutti dovrebbero avere la stessa opportunità di influenzare le decisioni che riguardano le persone nella società.

 

Questi principi sono intuitivamente accattivanti e aiutano a spiegare perché la democrazia è così popolare.

Naturalmente riteniamo che sia giusto avere la stessa possibilità di chiunque altro di decidere su norme comuni!

 

I problemi sorgono quando consideriamo come i principi possono essere messi in pratica, perché abbiamo bisogno di un meccanismo per decidere come affrontare le opinioni contrastanti.

 Poiché offre un meccanismo semplice, la democrazia tende ad essere "il governo della maggioranza";

ma il governo della maggioranza può significare che gli interessi di alcune persone non sono mai rappresentati.

 Un modo più genuino di rappresentare gli interessi di tutti è quello di utilizzare il processo decisionale per consenso, dove l'obiettivo è quello di trovare punti di interesse comuni.

 

Domanda:

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di prendere decisioni per consenso, rispetto a farlo con la regola della maggioranza?

Come vengono prese le decisioni nel vostro gruppo giovanile?

 

Lo sviluppo della democrazia.

Storia antica.

La creazione della democrazia è ascritta agli antichi greci, anche se sono quasi sicuramente esistiti esempi antecedenti di forme primitive di democrazia in altre zone del mondo.

Il modello greco fu fondato nel V secolo a.C., nella città di Atene.

La democrazia ateniese si ergeva sola in un mare di autocrazie e oligarchie, che al tempo erano le più diffuse forme di governo.

 

1. La loro era una forma di democrazia diretta - in altre parole, invece di eleggere dei rappresentanti che governassero a nome del popolo era "il popolo" stesso che si incontrava, discuteva le questioni di governo e poi attuava le politiche.

 

La democrazia non è la legge della maggioranza, ma la protezione della minoranza.

(Albert Camus).

 

2. Un sistema tale era in parte possibile perché "il popolo" era una categoria molto limitata.

Quelli che potevano partecipare direttamente erano una parte ridotta della popolazione, dato che le donne, gli schiavi, i forestieri e naturalmente i bambini erano esclusi.

 

Domanda: Quali sono i vantaggi e gli svantaggi della democrazia diretta?

 

La democrazia nel mondo contemporaneo.

Anche se le democrazie condividono caratteristiche comuni, non esiste un unico modello di democrazia.

Risoluzione delle Nazioni Unite sulla promozione e il consolidamento della democrazia (A/RES/62/7).

 

Oggi ci sono tante forme diverse di democrazia quante sono le nazioni democratiche nel mondo.

Non ci sono due modelli identici e nessun sistema può essere preso come "modello" di riferimento.

 Ci sono democrazie presidenziali e democrazie parlamentari, democrazie che sono federali o democrazie unitarie, democrazie che usano un sistema elettorale proporzionale e altre che usano un sistema maggioritario, ci sono democrazie che sono anche monarchie e così via.

 

Un elemento che unisce i moderni sistemi democratici, e che li distingue da quelli antichi, è l'uso di rappresentanti del popolo.

Invece di prendere parte direttamente alla stesura delle leggi, le moderne democrazie usano le elezioni per scegliere rappresentanti che poi governano per conto del popolo.

Questo è il sistema conosciuto come democrazia rappresentativa.

Questo sistema può, in qualche modo, affermare di essere "democratico" perché è comunque basato, almeno fino ad un certo punto, sui due principi spiegati sopra:

l'uguaglianza (ogni persona dà un voto), e il diritto di ogni individuo ad un certo livello di autonomia individuale.

 

Domanda: Che cosa deve fare un politico eletto per assicurarsi di rappresentare adeguatamente coloro che lo hanno eletto?

 

"Il diritto di voto non è un privilegio. Nel XXI secolo, il presupposto in uno Stato democratico deve essere a favore dell'inclusione ...

Ogni deroga al principio del suffragio universale rischia di minare la validità democratica del legislatore che in quel modo era stato eletto e delle leggi da esso promulgate."

Sentenza della Corte europea (Hirst contro Regno Unito)

 

Migliorare la democrazia.

Comunemente ci si riferisce ai paesi che "stanno diventando" delle democrazie non appena questi iniziano a svolgere delle elezioni aperte e relativamente libere.

Ma la democrazia comprende molto altro oltre alle elezioni, e acquisisce molto più senso quando iniziamo a pensare all'idea della volontà del popolo piuttosto che alle strutture istituzionali o di voto, se vogliamo davvero valutare quanto un paese sia democratico.

Si comprende meglio l'idea di democrazia come qualcosa che possiamo avere in più o in meno invece che qualcosa che è o non è.

 

I sistemi democratici possono sempre essere resi più inclusivi, più rappresentativi delle aspettative del popolo e più reattivi alla sua influenza.

 In altre parole, c'è margine per potenziare la parte "popolare" della democrazia, includendo più persone nel processo decisionale;

c'è anche spazio per migliorare la parte democratica del "potere" e della "volontà" dando al popolo più potere reale.

Le lotte per la democrazia nel corso della storia si sono di solito concentrate sull'uno o sull'altro di questi elementi.

 

Oggi, nella maggior parte dei paesi del mondo, le donne hanno il diritto di voto ma questa conquista è stata ottenuta solo recentemente.

 La Nuova Zelanda è vista come il primo paese nel mondo ad aver introdotto il suffragio universale nel 1893, ma anche lì alle donne è stato garantito il diritto di candidarsi per il parlamento solo in seguito, nel 1919.

 Molti sono i paesi che hanno prima concesso il diritto di voto alle donne e solo in un secondo momento hanno permesso loro di avere cariche elettive.

 L'Arabia Saudita ha concesso alle donne la possibilità di votare alle elezioni solo nel 2011.

Oggi anche nelle democrazie consolidate ci sono settori della società, che normalmente includono i migranti, i lavoratori immigrati, i detenuti e i bambini, ai quali non viene concesso il diritto di voto anche se molti di loro pagano le tasse e sono obbligati a obbedire alle leggi del paese in cui vivono.

 

Detenuti e diritto di voto.

Ai detenuti è concesso di votare in 18 paesi europei.

Il diritto di voto ai detenuti ha restrizioni in 20 paesi, in base a elementi quali la durata della pena o la gravità del crimine commesso oppure dal tipo di elezione.

In 9 paesi europei ai detenuti non è concesso di votare.

(Il diritto di voto dei detenuti, Nota Standard della Commons Library  SN/PC/01764, aggiornata nel 2012.)

(parliament.uk/briefing-papers/SN01764).

Nel processo di Hirst contro il Regno Unito nel 2005, la Corte Europea ha riscontrato che il divieto universale di voto per i detenuti nel Regno Unito era una violazione dell'Articolo 3, Protocollo 1 della Convenzione Europea, che afferma: 

"Le Alte Parti Contraenti si impegnano a tenere libere elezioni a intervalli ragionevoli a scrutinio segreto, in condizioni che garantiscano la libera espressione dell'opinione popolare nella scelta del legislatore."

 

Domanda: L'esclusione di alcuni settori della società dal processo democratico può essere sempre giustificata?

 

Democrazia e partecipazione.

Non ho nessuna formula per cacciare un dittatore o costruire la democrazia.

Tutto quello che posso suggerire è di dimenticare te stesso e pensare solo al tuo popolo.

Sono sempre le persone che fanno accadere le cose.

(Corazón Aquino).

 

I modi più diretti per partecipare al governo sono votare o candidarsi e diventare un rappresentante del popolo.

La democrazia, però, è molto più del semplice voto e ci sono molti altri modi di impegnarsi nella politica e nel governo.

Il funzionamento effettivo della democrazia, in effetti, dipende dalle persone comuni che usano questi altri mezzi il più possibile.

Se le persone votano solo ogni 4 o 5 anni - o non votano affatto - e se non fanno niente nel periodo tra un voto e il successivo, allora il governo non può davvero dire di essere "delle persone".

È difficile dire che questo tipo di sistema sia democratico.

Sui sistemi di partecipazione si possono leggere più dettagli nella sezione “Cittadinanza e Partecipazione”.

Qui ci sono alcune idee - forse il minimo che sarebbe necessario per i membri del parlamento per agire democraticamente in rappresentanza del popolo:

Essere informati su ciò che sta succedendo, su cosa viene deciso "nel nome del popolo" e in modo particolare sulle decisioni e le azioni fatte dai propri rappresentanti. 

Far conoscere le proprie opinioni sia ai propri rappresentanti in parlamento che ai mass media o a gruppi che si occupano di particolari tematiche.

Senza un feedback dal "popolo" i leader possono governare solo secondo le loro proprie volontà e priorità.

Se le decisioni sembrano essere antidemocratiche o contrarie ai diritti umani o anche se si nutrono forti dubbi su di esse bisogna impegnarsi perché la propria voce venga ascoltata così che le decisioni politiche possano essere riviste.

 Il sistema più efficace per fare questo è probabilmente quello di unirsi ad altre persone in modo che la propria voce sia più forte.

Votare, ogni qualvolta ce ne sia possibilità.

Se le persone non votano i politici sono effettivamente non controllabili.

 

Domanda: Hai mai partecipato in uno di questi modi (o in altri)?

Democrazia e diritti umani.

La connessione tra i diritti umani e la democrazia è profonda e va in due sensi: gli uni sono in un certo modo dipendenti dall'altra e incompleti senza.

Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti.

(Articolo 21, parte 1, DUDU).

 

Prima di tutto l'uguaglianza e l'indipendenza sono valori anche nei diritti umani e il diritto di partecipare al governo è, esso stesso, un diritto umano.

L'Articolo 21 della Dichiarazione Universale dei diritti umani (DUDU) ci dice che "la volontà popolare è il fondamento dell'autorità del governo": quindi la democrazia è in effetti l'unica forma di governo compatibile con i diritti umani.

 

In ogni caso, una democrazia è incompleta senza un profondo rispetto per i diritti umani.

 Partecipare al governo, in modo autentico, è quasi impossibile se alle persone non è garantito il rispetto degli altri diritti di base.

Si considerino i seguenti esempi:

1. Libertà di pensiero, di coscienza e di religione (DUDU, Articolo 18).

Questo è uno dei primi diritti essenziali in una democrazia: le persone devono essere in grado di pensare liberamente, di tenere a qualsiasi credo sia importante per loro, senza per questo essere puniti.

 I governi, nel corso della storia, hanno cercato di limitare questo diritto perché temono che se la gente inizia a pensare ad altre forme di governo, questo potrebbe mettere in pericolo il sistema politico attuale.

Così hanno arrestato delle persone soltanto perché avevano pensieri contrari (queste persone sono considerate come prigionieri politici).

Tuttavia, una società senza pluralismo di pensieri non solo è intollerante ma limita anche le proprie possibilità di svilupparsi in direzioni nuove ed eventualmente migliori. 

 

2. Libertà di espressione (DUDU, Articolo 19).

Non solo è importante avere la possibilità di pensare ciò che si vuole, ma anche essere in grado di esprimere a parole tale opinione, qualunque essa sia.

Se alle persone è impedito di parlare delle proprie opinioni con gli altri o di presentarle ai mass media come potrebbero "partecipare" al governo?

La loro opinione è stata essenzialmente esclusa dalle possibili alternative prese in considerazione.

 

La democrazia non riconosce l'est o l'ovest; la democrazia è semplicemente la volontà della gente.

(Shirin Ebadi).

 

3. Libertà di riunione e di associazione pacifica (DUDU Articolo 20).

Questo diritto permette alle persone di discutere le idee con altri, di formare gruppi di interesse o associazioni o di riunirsi con lo scopo di protestare contro le decisioni con cui non sono d'accordo.

Forse una tale attività è a volte scomoda per i governi;

Tuttavia è essenziale che diverse opinioni siano conosciute e tenute in considerazione.

E questo è parte della democrazia.

 

Questi sono tre diritti umani intrinsecamente legati all'idea di democrazia, ma ogni violazione di altri diritti umani influenzerà anche la misura in cui una persona sia in grado di partecipare al governo.

 La povertà, una salute precaria o la mancanza di una casa possono rendere più difficile per qualcuno far sentire la propria voce e far diminuire il peso delle loro scelte in confronto ad altri.

 Tali violazioni dei diritti rendono quasi sicuramente impossibile per la persona interessata l'elezione ad una carica di governo.

 

Domanda: Fino a che punto i tre diritti democratici (elencati sopra) sono rispettati nel vostro paese?

 

Problemi con la democrazia.

La democrazia non significa molto se una persona è affamata o senzatetto o se non ha assistenza sanitaria o se i suoi bambini non possono andare a scuola; anche se ha diritto di voto la democrazia non è effettiva.

(Susan George, Presidente di ATTAC).

 

L'apatia degli elettori.

Per diversi anni c'è stata preoccupazione per la condizione della democrazia e forse soprattutto nelle democrazie più consolidate.

 Questo si basa sulla diminuzione dei livelli di partecipazione degli elettori al voto, ciò sembra indicare una mancanza di interesse e di coinvolgimento da parte dei cittadini.

Una bassa affluenza alle urne mette in discussione la legittimità dei cosiddetti governi democraticamente eletti che in alcuni paesi sono effettivamente eletti da una minoranza dell'elettorato totale.

 

 Elezioni e apatia.

 

L'affluenza alle urne alle elezioni del Parlamento europeo è diminuita ogni anno dalle prime elezioni tenutesi nel 1979. Nel 2009 solo il 43% dell'elettorato ha votato e in alcuni paesi l'affluenza è scesa al 34%.

Nelle elezioni nazionali in tutta Europa, l'affluenza varia da poco più del 50% in alcuni paesi a oltre il 90% in altri.

Alcuni paesi in Europa, per esempio, la Grecia e il Belgio hanno reso il voto obbligatorio.

In tali paesi l'affluenza alle urne è ovviamente molto superiore alla media dei paesi dove il voto è facoltativo.

 

Domanda: Con che proporzione l'elettorato ha votato nelle ultime elezioni del vostro paese?

 

Nonostante sia indubbiamente un problema che sempre meno persone riescano a votare alle elezioni, ci sono alcuni studi che indicano che la partecipazione in forme diverse potrebbe essere effettivamente in aumento, ad esempio gruppi di pressione politica, iniziative civiche, organi consultivi e così via.

Queste forme di partecipazione sono tanto importanti per un funzionamento effettivo della democrazia, quanto l'affluenza alle urne alle elezioni, se non di più.

 

Democrazia e partecipazione civica.

La cosiddetta Primavera Araba, nella quale masse di persone - tra cui molti giovani - sono scese per le strade per esprimere la loro insoddisfazione nei confronti del governo, ha mostrato un nuovo livello di partecipazione civica in paesi che non erano tradizionalmente considerati democrazie.

Anche in Europa, anche nelle democrazie più tradizionali, "il potere del popolo" sembra aver trovato una nuova prospettiva:

gli studenti hanno protestato in molti paesi contro le iniziative dei governi che imponevano tasse sull'istruzione.

 I sindacati hanno portato le persone nelle strade per protestare sull'impatto dei tagli economici.

 In più, gruppi autonomi di attivisti hanno inventato forme nuove e creative di manifestazione contro i cambiamenti climatici, il potere delle grandi aziende, il ritiro di servizi statali chiave e anche contro misure            di polizia oppressive.

 

La regola della maggioranza.

Una minoranza può aver ragione e la maggioranza ha sempre torto.

(Henrik Ibsen).

 

Ci sono due problemi che sono più profondamente connessi al concetto di democrazia rappresentativa e che riguardano gli interessi della minoranza.

 Il primo è che gli interessi delle minoranze spesso non sono rappresentati attraverso il sistema elettorale:

 questo può accadere se il loro numero è troppo basso per raggiungere il livello minimo necessario per avere una qualsiasi rappresentanza.

Il secondo problema è che, anche se il loro numero viene rappresentato nell'organo legislativo, avranno comunque una minoranza di rappresentanti e questi potrebbero quindi non avere la possibilità di raccogliere i voti necessari per sconfiggere i rappresentanti della maggioranza.

 Per queste ragioni si parla della democrazia con la definizione di "regola della maggioranza".

 

La regola della maggioranza, se non sostenuta dalla garanzia dei diritti umani per tutti, può portare a decisioni che sono dannose per le minoranze, e il fatto che queste decisioni sono il "volere del popolo" non può fornire nessuna giustificazione.

Gli interessi di base delle minoranze come quelli delle maggioranze devono essere salvaguardati in ogni sistema democratico, aderendo ai principi dei diritti umani, rafforzati da un meccanismo giuridico efficace, qualsiasi sia la volontà della maggioranza.

 

Domanda: Se la maggioranza della popolazione è favorevole a privare alcune persone dei loro diritti umani, pensate che "dovrebbe decidere il popolo"?

 

L'ascesa del nazionalismo.

La democrazia è concepita al meglio come processo di democratizzazione.

(Patomäkim,Teivainen).

 

Un problema correlato è la preoccupante tendenza in tutta Europa al supporto di partiti di estrema destra.

Questi partiti hanno spesso spinto su sentimenti nazionalisti, hanno preso di mira membri della popolazione "non indigeni", in particolare richiedenti asilo, rifugiati e membri delle minoranze religiose, talvolta anche in modo violento.

Tali partiti, come difesa, fanno spesso appello al supporto che trovano tra la popolazione e al principio democratico che essi rappresentano le opinioni di un grande numero di persone.

Tuttavia se un partito appoggia la violenza, in qualsiasi forma, e se non rispetta di diritti umani di tutti i membri della popolazione, ha ben poco diritto di appellarsi ai principi democratici.

 

In base all'entità del problema, e al particolare contesto culturale, potrebbe essere necessario limitare il diritto alla libertà di espressione a determinati gruppi, nonostante l'importanza di tale diritto nei processi democratici.

La maggior parte dei paesi, per esempio, ha leggi contro l'incitamento all'odio razziale.

Ciò è visto dalla Corte Europea come una limitazione accettabile alla libertà di espressione, giustificata dal bisogno di proteggere i diritti degli altri membri della società, o della struttura stessa della società.

Domanda: Il nazionalismo è diverso dal razzismo?

 

I giovani e la democrazia.

I giovani spesso non hanno nemmeno accesso al voto, quindi come possono essere parte del processo democratico?

Molte persone risponderebbero a questa domanda affermando che i giovani non sono pronti ad essere parte del processo e che solo a 18 anni (o a qualunque età il loro paese gli dia la possibilità di votare) saranno in grado di partecipare.

 

In effetti tanti giovani sono molto attivi politicamente già prima di poter votare, e in un certo modo, l'impatto di questo loro attivismo può essere più forte dell'accesso al singolo voto che riceveranno in seguito - e che potranno decidere di usare o meno - una volta ogni 4 o 5 anni.

I politici sono spesso impazienti di chiedere il voto dei giovani, questo li può rendere più predisposti ad ascoltare le preoccupazioni dei giovani.

 

Molti giovani sono impegnati in gruppi ambientalisti, o in altri gruppi di protesta che organizzano campagne contro la guerra, contro lo sfruttamento da parte delle grandi aziende o contro il lavoro minorile. Forse uno dei modi più importanti con cui i giovani possono iniziare ad impegnarsi nella vita della comunità e nell'attività politica è agire a livello locale:

 in tal modo saranno più consapevoli dei problemi che li preoccupano e di quelli con cui sono più a contatto, e questo li renderà più capaci di avere un impatto diretto.

La democrazia non ha a che fare solo con questioni nazionali o internazionali: deve iniziare nei nostri quartieri!

Le organizzazioni giovanili sono uno dei modi attraverso cui i giovani fanno esperienza e praticano la democrazia e, inoltre, hanno un ruolo importante nel processo democratico, ammesso ovviamente, che siano amministrate in modo indipendente e democratico!

 

Domanda: Se un sedicenne è considerato/a abbastanza maturo per sposarsi o per lavorare, non dovrebbe esserlo anche per votare?

 

Il lavoro del Consiglio d'Europa.

Ci batteremo per il nostro obiettivo comune di promuovere la democrazia e il buon governo di altissima qualità, a livello nazionale, regionale e locale, per tutti i nostri cittadini.

Piano d'azione del Vertice di Varsavia del Consiglio d'Europa (2005).

 

La democrazia è uno dei valori fondamentali del Consiglio d'Europa, insieme ai diritti umani e allo Stato di diritto.

 Il Consiglio d'Europa ha una serie di programmi e pubblicazioni che si occupano del miglioramento e del futuro della democrazia.

 Nel 2005, il Forum per il futuro della democrazia è stato istituito dal Terzo Vertice dei Capi di Stato e di Governo del Consiglio d'Europa.

 L'obiettivo del Forum è quello di "rafforzare la democrazia, le libertà politiche e la partecipazione dei cittadini attraverso lo scambio di idee, informazioni ed esempi di buone pratiche".

Ogni anno si svolge una riunione del Forum che riunisce circa 400 partecipanti dei 47 Stati membri del Consiglio d'Europa e degli Stati osservatori.

 

Il sostegno allo sviluppo e all'attuazione di norme per la democrazia è sostenuto dalla Commissione europea per la democrazia attraverso il diritto - nota anche come Commissione di Venezia - che è l'organo consultivo del Consiglio d'Europa in materia costituzionale. 

La commissione è stata particolarmente attiva nell'assistere l'elaborazione di nuove costituzioni o leggi sulle corti costituzionali, codici elettorali, diritti delle minoranze e il quadro giuridico relativo alle istituzioni democratiche.

Oltre a questo lavoro di definizione delle norme, il Consiglio d'Europa promuove la democrazia e i suoi valori attraverso programmi sulla partecipazione democratica, l'educazione alla cittadinanza democratica e la partecipazione dei giovani, perché la democrazia è molto più che votare alle elezioni!

 

 

 

Se il Governo resta

soltanto per restare.

Fondazioneluigieinaudi.it - Matteo Grossi – (1° Luglio 2026) - Matteo Grossi 's Author avatar – ci dice

 

Se il Governo resta soltanto per restare.

In politica si può perdere consenso. Si possono perdere alleati. Si può persino perdere slancio.

Ciò che un governo non può permettersi di perdere è la ragione stessa della propria esistenza.

 Perché il potere, nelle democrazie liberali, non è un fine:

 è uno strumento.

E quando lo strumento non serve più a realizzare un progetto, resta soltanto l’occupazione delle poltrone.

È questa la domanda che oggi dovrebbe interrogare la maggioranza guidata da Giorgia Meloni.

Non quanto durerà, ma per fare cosa.

Dopo il referendum fallito, si è chiusa una stagione che, a dire il vero, non era mai davvero cominciata.

Per mesi gli italiani hanno sentito parlare di grandi riforme, svolte epocali, cambiamenti destinati a ridisegnare il rapporto fra cittadini e istituzioni.

 Poi, alla prova dei fatti, il bilancio è apparso assai più modesto delle promesse.

La rivoluzione fiscale è rimasta confinata agli annunci.

La semplificazione burocratica continua a essere un obiettivo proclamato e mai raggiunto.

Sull’immigrazione si è passati dalla retorica della soluzione definitiva alla gestione ordinaria di un fenomeno complesso.

Sulla sicurezza, come su molti altri dossier, la distanza fra propaganda e risultati continua a essere significativa.

Non si tratta di sostenere che nulla sia stato fatto.

Sarebbe una caricatura.

 Il punto è un altro: manca una direzione riconoscibile.

Non emerge una visione capace di spiegare dove si voglia portare il Paese nei prossimi dieci anni.

 E senza una meta, anche il cammino più lungo finisce per trasformarsi in un vagabondaggio.

Nel mentre la coalizione mostra crepe sempre più evidenti.

La Lega vive una fase di difficoltà politica e identitaria.

Forza Italia guarda con crescente interesse a un elettorato moderato che spesso fatica a riconoscersi nelle pulsioni più radicali del centrodestra. Le differenze strategiche, finora tenute sotto controllo dal peso elettorale di Meloni, stanno tornando a galla.

È il destino di tutte le maggioranze che smarriscono il proprio obiettivo: ciò che era stato nascosto dall’entusiasmo iniziale viene riportato in superficie dall’assenza di risultati.

Eppure il controsenso è proprio questo.

 Giorgia Meloni continua a godere di un consenso personale superiore a quello dei suoi alleati e dei suoi avversari.

 Avrebbe dunque avuto il capitale politico necessario per tentare riforme coraggiose.

Ha scelto invece la strada della prudenza.

Una scelta legittima, ma che presenta un costo inevitabile: il tempo.

 Il tempo logora chi governa molto più di chi si oppone.

 Ogni mese trascorso senza una forte iniziativa politica consuma consenso, alimenta delusioni e offre alle opposizioni l’occasione di riorganizzarsi. Non perché queste abbiano improvvisamente trovato una visione migliore, ma perché la stanchezza dell’elettorato crea sempre nuove opportunità.

In questo scenario, il vero obiettivo della maggioranza sembra ridursi a uno soltanto:

arrivare a settembre e conquistare il primato di governo più longevo della storia repubblicana.

Un record può soddisfare gli storici.

Difficilmente convince gli elettori.

La durata di un esecutivo è un dato statistico.

 La sua utilità è un giudizio politico.

Confondere le due cose significa scambiare il mezzo con il fine.

L’Italia non ha bisogno di governi che restano in piedi più a lungo degli altri.

Ha bisogno di governi che utilizzano il tempo ricevuto dagli elettori per cambiare ciò che non funziona.

 Se la missione si esaurisce nella conservazione del potere, allora la longevità non diventa un merito:

rischia di trasformarsi in una prova dell’immobilismo.

Per questo la questione non è se il governo Meloni cadrà domani o durerà fino alla fine della legislatura.

Ma, se resta soltanto per restare, qual è la sua utilità?

(La Lomellina).

 

 

La tolda di comando.

Nelle stanze silenziose del potere italiano dove s’annida il deep State.

Ilfoglio.it -politico – 1°marzo 2024 – Stefano Cingolani – Redazione – ci dice:

Chi governa davvero il paese?

 Giorgia Meloni non ha dubbi: lei per mandato del popolo.

Un libro uscito da poco, quello di “Luigi Tivelli”, lo contesta, non con astratti ragionamenti, ma guardando alla realtà effettiva e ai processi concreti.

Chi governa davvero il paese?

Giorgia Meloni non ha dubbi: lei per mandato del popolo.

Non è ancora un mandato diretto, ma lo sarà se passa la riforma costituzionale, in ogni caso si comporta come se già lo fosse.

 Siamo sicuri che sia così?

Un libro uscito da poco lo contesta, non con astratti ragionamenti, ma guardando alla realtà effettiva e ai processi concreti.

Lo ha scritto un alto funzionario pubblico, “Luigi Tivelli” che è stato consigliere parlamentare della Camera dei deputati, della Presidenza del Consiglio e capo di gabinetto.

 S’intitola “I segreti del potere”.” Le voci del silenzio” (Rai libri.), contiene ritratti e testimonianze di altri “civil servants” frequentati dall’autore.

 Il modello interpretativo del fare politica in Italia è la “cicaleggio-crazia” alla quale si contrappone la “silenzio-crazia”.

Ed è nelle stanze e nei corridoi del silenzio che s’annida il “deep State” al quale si deve il funzionamento delle istituzioni e, di conseguenza, il vero esercizio del potere:

capi di gabinetto, direttori generali, vertici degli enti pubblici, dei servizi segreti e di sicurezza, responsabili delle aziende a partecipazione statale.

“Una parte dei protagonisti del libro sono conosciuti anche dal grande pubblico – scrive “Tivelli” – e, a scadenze obbligate, ma quasi sempre poco frequenti, fanno sentire la loro voce e visione dei problemi all’opinione pubblica”.

 È il caso di Antonio Patuelli, Giampiero Massolo, Paolo Savona e Giuseppe De Rita (uomini del silenzio in senso largo).

Un’altra parte sono alti funzionari praticamente sempre silenti rispetto ai media, o che non si concedono mai uscite pubbliche (uomini del silenzio in senso stretto):

“Stanno sulla tolda di comando, però si comportano come se fossero ufficiali addetti alle macchine, indispensabili per la navigazione dell’Italia ma sconosciuti alla gran parte dei passeggeri”.

Dunque, va esaltato il segreto, il mistero, la manovra dietro le quinte, o, non sia mai, il potere occulto? No,

“il tendenziale silenzio favorisce una comunicazione ben più appropriata di quella tipica della nostra classe politica”.

È piuttosto il comportamento che sfugge alla “smania di parlare o cicaleggiare per cercare di distinguersi ed emergere”.

Sergio Mattarella è “un grande uomo del silenzio” che usa come arma, secondo Tivelli il quale passa in rassegna “questa liturgia e questa estetica del silenzio” oggi violata sempre più spesso.

Dopo la fine dei totalitarismi del Novecento è prevalso il paradigma liberal democratico basato sul mandato popolare indiretto, il primato della legge, la divisione dei poteri, i partiti come filtro e canale tra masse e stato.

 Nei primi due decenni del Duemila invece stiamo assistendo a una sud-americanizzazione crescente che mette in discussione non solo i partiti e i parlamenti, ma anche il modello in cui proprio l’apparato amministrativo tipico del potere legale esercita un ruolo particolarmente importante.

Tivelli sottolinea che “da tempo circola una teoria secondo la quale i governi sarebbero non poco condizionati dall’opera e dal funzionamento del “deep State”, nel quale molte posizioni di responsabilità sono state magari acquisite all’ombra di governi precedenti e di diverso orientamento.

Non poco di vero c’è in questa tesi, ed è altrettanto vero che, almeno dal 2011 fino all’avvento del governo Meloni, le infornate di nomine che hanno contribuito a definire le posizioni chiave sono state gestite dalla sinistra o da governi tecnici più condizionati dalla sinistra”.

Dopo il gioco dell’egemonia culturale arriva il gioco della egemonia istituzionale?

Ma in che cosa è diverso tutto ciò dalla vecchia insuperata lottizzazione?

A questo punto, non possiamo evitare “Max Weber” per il quale la burocrazia statale in una democrazia di massa rappresenta la macchina razionale che produce efficienza.

I rapporti con il potere politico non sono mai rosi e fiori.

Sotto la spinta degli interessi degli stessi burocrati, l’apparato può mettere in discussione o in crisi chi guida momentaneamente il governo ed è da molti punti di vista un dilettante rispetto al burocrate.

A quel punto emergono leader carismatici i quali, grazie a una investitura plebiscitaria, riprendono il controllo della macchina. Così facendo mettono in discussione non soltanto le “arciconfraternite” dello stato, ma il bilanciamento dei poteri.

La Prima repubblica era una partitocrazia, poi è prevalso un potere sempre più carismatico con il predominio del leader, tendenza già in luce negli anni ’80 se si pensa al ruolo di Bettino Craxi, poi sviluppata da Silvio Berlusconi.

 Con Mani pulite s’è imposta “la repubblica delle toghe”, è arrivato “il tempo della giudicatura” come lo chiamò un giurista e politico francese, Robert Badinter ex ministro della Giustizia, e il magistrato è diventato “vindice contro il tiranno”.

Quella rottura non si è più ricomposta.

Da allora l’Italia è vissuta in un regime di contraddizione permanente tra i tre poteri dello stato, con il prevalere di volta in volta di quello esecutivo o di quello giudiziario, oscillazione della quale ha fatto le spese il potere del parlamento.

Adesso la spinta è a dare una soluzione politica estendendo a macchia d’olio “il sistema delle spoglie dal quale la burocrazia non s’è mai ripresa – scrive Tivelli. 

L’indebolimento di una parte significativa dei loro vertici ha per un verso creato eccessive sottoposizioni al volere dei ministri o dei partiti di turno, e per altro verso ha generato una forte debolezza rispetto alle lobbies. Le quali, guarda caso – situazione praticamente unica nelle democrazie occidentali – operano nel vuoto normativo, in quanto non ancora disciplinate e regolamentate”.

Con la “politique d’abord” la sovranità popolare finisce preda delle clientele e delle corporazioni (si pensi alla Coldiretti, alla Confindustria, ai sindacati), ma nemmeno il potere dei sapienti, dei tecnici, degli esperti è una soluzione.

E allora?

Max Weber non ci aiuta a trovare una risposta definitiva, perché secondo lo studioso tedesco tutte queste “opposizioni” all’interno del sistema non sono risolvibili una volta per tutte.

A impedire che diventino distruttive scende in campo il pluralismo nemico di ogni egemonia politica, culturale, economica.

È la conclusione alla quale arriva Tivelli esprimendola con altre parole:

“Nella nostra forma di governo parlamentare razionalizzato abbiamo bisogno sia di un governo forte che di un Parlamento forte. Anche se il pendolo del potere pende un po’ troppo dalla parte del governo e sembra che il Parlamento fatichi a trovare un suo vero” ubi consistam”.

 E qui il libro entra nel merito dell’odierno confronto politico.

 L’autore preferisce una soluzione alla tedesca: potere di nomina e revoca dei ministri al presidente del Consiglio; fiducia parlamentare concessa solo a lui; sfiducia costruttiva come unico strumento per abbattere i governi.

“E’ il solo modo per non svilire il ruolo del presidente della Repubblica – scrive Tivelli – la cui compromissione istituzionale avrebbe conseguenze gravissime sul sistema dei poteri e sui nostri meccanismi di “checks and balances”.

 

 

 

Il colloquio.

Vittorio Feltri: “Nella mia vita ne ho viste tante ma questa storia di Ranucci e Lavitola le batte tutte. È una bomba d'amore."

Ilfoglio.it – Luca Roberto – (9 luglio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Il giornalista, direttore editoriale del Giornale sulla vicenda che ha riguardato il conduttore di Report:

"Mi auguro non scenda in politica, non ha physique du rôle. Ma la sinistra continuerà a mandarlo in giro perché ha bisogno di un pistola così".

 

Immagine di Vittorio Feltri: “Nella mia vita ne ho viste tante ma questa storia di Ranucci e Lavitola le batte tutte. È una bomba d'amore."

“Tra le ipotesi che stanno circolando sulla vicenda di Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola quella della bomba d’amore, per affetto, è sicuramente quella principale, che mi convince di più.

Anche se i due hanno una vita così incasinata che vai a sapere qual è la verità”.

Vittorio Feltri non difetta certo d’esperienza. Lo scoop su Enzo Tortora, la stagione di Mani pulite.

 E poi ancora il caso Boffo, il racconto di Garlasco. L’attentato ai danni del conduttore di Report, secondo le indagini architettato da Lavitola che di Ranucci è amico, le batte tutte?

“Sì, credo proprio di sì”, si fa scappare una risata Feltri. “Io ne ho viste e raccontate di tutti i colori durante tutta la mia carriera nei giornali.

Ma mi pare che da questa vicenda stiano emergendo elementi fuori da qualsiasi immaginazione, da ogni logica”.

Ranucci scende in campo? “Mi auguro di no.

Non ha il physique du rôle”.

Sui giornali negli ultimi giorni sono piovute ricostruzioni sulle indagini che riguardano l’attentato ai danni del conduttore di Report Sigfrido Ranucci.

 Il principale indiziato come mandante resta Valter Lavitola, faccendiere, imprenditore dai passati prima craxiani e poi berlusconiani, con un vasto casellario giudiziario che però, come continua a spiegare per ogni dove il giornalista, “è un mio amico vero da tanti anni”.

C’è quindi chi ha ipotizzato che Lavitola possa aver agito da Richelieu, progettando uno sbarco in politica dell’amico.

A cui, come ha ricostruito Repubblica ieri, avrebbe detto: “Quando tu sarai presidente del Consiglio io sarò il tuo Gianni Letta”.

“La bomba d’amore mi sembra l’ipotesi più probabile, verosimile”, ribadisce Vittorio Feltri, attualmente direttore editoriale del Giornale.

 Un gesto architettato per far sì che la figura di Ranucci emergesse ancor di più e potesse acquisire una sua spendibilità dal punto di vista elettorale?

 “Io però mi auguro che Ranucci non scenda affatto in politica, non ha il physique du rôle.

Semmai, la sinistra continuerà a fargli fare quel giornalismo d’inchiesta che a me sinceramente fa schifo, solo per poter avere un ‘pistolero’ da mandare in giro”.

Perché non le piace Report?

“Diciamo che preferisco cose un po’ più eleganti, raffinate, di pensiero”.

Insomma Ranucci non è la sua tazza di tè.

“Mi sta sulle balle. Non so se mi è consentito usare questa elegante definizione”.

E invece di Valter Lavitola, craxiano e poi berlusconiano, finito in mezzo ad alcuni dei più controversi casi politici degli ultimi vent’anni, dalla casa a Monte Carlo di Gianfranco Fini alla compravendita dei senatori a sostegno dei governi Berlusconi, passando per i ricatti nei confronti del Cav., uomo insomma che da sempre manda in tilt la sinistra e che adesso si scopre così vicino a un simbolo della sinistra come Ranucci, che pensa?

 “Che Lavitola io non lo conosco personalmente, per cui in realtà non potrei esprimermi più di tanto a livello di opinioni.

Ma devo dire che così, a pelle, di botto, mi sembra una persona ben poco simpatica.

Direi anzi che è molto detestabile.

La vicenda così come la vita di questi due individui sono totalmente un casino che non mi permetto di dare ragione all’uno o all’altro”.

Di certo c’è che le indagini della procura di Roma sulla detonazione in piena notte sotto all’abitazione del giornalista, il movente dell’attentato e il presunto mandante stanno squarciando il velo su elementi che nessuno s’aspettava di poter veder emergere in un fatto di cronaca di siffatta gravità.

 È vero. Io ne ho seguite tante nella mia lunga carriera”, dice facendo affiorare una certa qual ironia Feltri, riandando con la mente alle pagine e pagine di appunti e articoli che lo hanno visto seguire tra le altre, più recentemente, anche la vicenda Garlasco.

 “Diciamo che oramai ho una discreta esperienza alle spalle, ma questi elementi sono fuori da qualsiasi immaginazione o logica umana.

A questo punto, forse, ne vedremo persino delle altre...”.

 

Insomma, direttore, questa sporca tuta di Ranucci con una figura per il mondo progressista così poco raccomandabile rischia di incrinarne il prestigio in quanto riferimento della “controinformazione”?

Per Schlein, Conte e gli altri leader del campo largo è un colpo che fa male?

“Lo è, ma come ho già detto troveranno il modo di mandarlo in giro in quanto simbolo di quel giornalismo d’inchiesta che a me non piace affatto. Tutto quello che gli gira attorno non mi sta simpatico.

È una vicenda assurda ma se poi scende in politica, contenti loro”.

Di più su questi argomenti.

(Vittorio Feltri - Sigfrido Ranucci -Valter Lavitola - Luca Roberto).

 

Perché le destre vincono in Europa.

Fondazionefeltrinelli.it -Politica – (16 Aprile 2024) - Sara Gentile – Redazione – ci dice:

 

Mancano solo due mesi alle elezioni europee e lo scenario politico in diversi paesi si presenta preoccupante;

il vento di destra sembra soffiare costante, un’onda tenace che torna a lambire con fragore coste e territori sgretolando impietosamente il paesaggio e il suo profilo.

 

I segnali di una trasformazione della mappa geopolitica, iniziati diversi anni fa, si sono via via accentuati, irrobustiti, fino a diventare di lunga durata ed allargando il perimetro della loro influenza.

I movimenti o i partiti populisti, cominciati a fiorire a metà degli anni ‘70 del Novecento con in testa la Francia e poi il Belgio, hanno continuato la loro espansione in altri paesi dell’eurozona.

 

Venti di destra in Europa.

In Italia con la Lega Nord di Bossi prima, poi con Forza Italia di Berlusconi, con il Movimento 5 Stelle;

 

in Germania con la ADF (Alternative für Deutschland), partito di estrema destra con marcate componenti razziste ed euroscettiche che alle ultime europee ha raggiunto l’11% circa dei suffragi ottenendo 11 seggi al Parlamento europeo e aderendo al gruppo Identità e Democrazia;

 

in Ungheria con Fidesz (Unione Civica ungherese), partito nazionalista e ultra conservatore il cui leader Viktor Orbán, primo ministro dal 2010 stabilmente fino ad oggi, ne ha accentuato i tratti reazionari introducendo nel paese leggi illiberali (limitazione forte della libertà di stampa, controllo occhiuto della società, leggi severe anti immigrazione, restrizioni per la carriera universitaria alle donne) che hanno minato la democrazia e lo configurano come sistema autoritario;

 

in Spagna il partito di estrema destra Vox, xenofobo, fortemente nazionalista, fondato nel 2013, ha continuato a progredire nel consenso elettorale e rafforza la leadership dura di Santiago Abascal che si è di recente assicurata la presidenza del partito fino al 2028 con una designazione diretta interna, una sorta di plebiscito senza passare dalla votazione degli iscritti, per silenziare i dissensi interni. Alcuni sondaggi recenti prevedono una affermazione di Vox al terzo posto nelle imminenti elezioni europee tanto da fare lanciare l’allarme al primo ministro Sánchez che chiede al partito conservatore di Alberto Ñúnez Feijóo di cessare gli accordi con la destra estrema.

Vox.

Il “populismo patrimoniale.”

Per completare il quadro vi sono inoltre le democrazie nordiche, paesi come Norvegia, Svezia, Danimarca nei quali, come analizzato da Dominique Reynié (penso soprattutto a Les nouveaux populismes, Pluriel, 2013) si è sviluppato un “populismo patrimoniale” con tratti diversi da quelli dei paesi mediterranei, che deriva dal duplice timore di ampie fasce di cittadini di vedere in pericolo non solo il loro benessere materiale, ma anche e soprattutto un patrimonio immateriale, di valori, simbolico, uno stile di vita che il processo di globalizzazione e il venir meno della sovranità dello Stato nazione minacciano di spazzare via.

 

Italia e Francia: due casi di studio.

L’Italia ha con i cugini transalpini alcune affinità e molte differenze, in un intreccio che ci consente di misurarne distanza e vicinanza.

In Italia abbiamo da un anno e mezzo un governo di destra dopo la vittoria elettorale del settembre 2022 in cui la coalizione di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia ha ottenuto il 44% dei voti assicurandosi la maggioranza assoluta nelle due Camere.

Il PD ha raggiunto il 19%; il Movimento 5 Stelle il 15,6%.

La punta emergente è stata Fratelli d’Italia con il 26% dei suffragi, già in consistente avanzata alle precedenti amministrative, seguita a molta distanza da Lega (8,8%) e Forza Italia (8,1), cosa che è valsa a Giorgia Meloni la carica di primo ministro e al suo partito di essere la forza trainante dell’esecutivo.

 

Un risultato elettorale questo che ha trasformato profondamente l’assetto politico italiano, premiando dei tre partiti della coalizione quello che era rimasto all’opposizione del precedente governo di Mario Draghi, un tentativo intelligente ed autorevole di comporre la conflittualità del nostro sistema partitico per rispondere alle richieste di una società, come altre in Europa, colpita da una crisi economica, sociale, culturale, poi inasprita dalla guerra della Russia in Ucraina.

 

Emmanuel Macron.

Le Pen alla finestra.

In Francia la destra non è al potere e la seconda presidenza Macron prosegue, sia pure con difficoltà, realizzando politiche neoliberali come dimostrano la riforma delle pensioni (contestatissima ma approvata in parlamento) e la recentissima legge sull’ “assurance-chomage” cioè l’assicurazione per i disoccupati che riduce a poche mance, restringendo la rete, l’assegno per la disoccupazione.

 

Marine Le Pen – leader del partito di destra estrema Rassemblement National.

La destra estrema del Rassemblement National (RN) di Marine Le Pen però alle elezioni politiche del 2022 ha fatto il pieno entrando finalmente in parlamento con 89 deputati, diventando assieme alla NUPES (Alleanza delle sinistre con a capo Mélenchon) forza di opposizione non più solo nelle strade o nelle sue roccaforti locali ma soggetto di peso nelle istituzioni della V Repubblica.

 E Macron deve fare i conti soprattutto con l’opposizione di quella destra. La politica parlamentare è diventato un asse importante nella strategia di Le Pen che infatti ha lasciato la presidenza del partito ad un giovane suo fedele, Jordan Bardella, che si prepara alacremente alle imminenti elezioni europee, reclutando nella lista del RN personaggi provenienti dai gruppi più estremi della destra francese, magari intramezzati da alcuni presi dalla società civile pour “épater le peuple” questa volta.

Così il partito “normalizzato” e rafforzato dell’estrema destra è bifronte: ha il doppiopetto parlamentare che condiziona le politiche del governo di Macron, e la veste di battaglia che rinfocola la paura dello straniero, dell’immigrato (non a caso al primo posto nei timori dei francesi, non solo degli elettori del RN).

 

Alleanze a destra.

Allora nello scenario fin qui sinteticamente delineato, si pone una domanda non più rinviabile: perché la destra, le destre, vincono continuando a mantenere un consenso, anzi ampliando il bacino sociale da cui traggono legittimazione? Cosa ha portato in contesti nazionali diversi all’ascesa di Marine Le Pen in Francia, dell’ADF in Germania, alla vittoria di Giorgia Meloni qui Italia installando al potere una destra nazionalista, xenofoba? Una destra che ha subito trovato alleanze e consonanze con partiti come Vox e governi come quello oscurantista di Orban che la nostra premier ha definito, appena fresca di elezione, come “un modello” per riportare l’Italia sui giusti binari.

 

Una destra, la nostra, che sta in equilibrio, fino ad ora fra un atlantismo inevitabile, un europeismo di facciata, esibito, entrambi utili nell’attuale assetto globale, e una politica interna in cui essa governa per decreto, come avvenuto per la tragedia di Cutro o i fatti di Caivano, senza riuscire a tener fede alle promesse fatte in campagna elettorale, senza riuscire soprattutto ad abbozzare almeno una delle tante riforme di cui il paese ha bisogno.

 

Elezioni italiane.

Giorgia Meloni.

Da qui nasce la costruzione di un discorso politico retorico comune, con varie sfumature, a tutte le destre, con i vecchi ingredienti cari ad esse, “Dio, patria, famiglia”, una triade che rassicura, recinta, chiude il cerchio protettivo fugando le insicurezze di alcuni strati sociali, quelli sbattuti nella paura della globalizzazione come alberi fragili da un vento insidioso. La premier comunica nella dimensione del soliloquio, oscillando fra la retorica di chi si tiene stretto spavaldamente lo scettro del potere raggiunto e la caduta in posture e boccacce da cabaret come di recente avvenuto nel suo discorso in parlamento. L’Italia però non è fatta solo dai suoi elettori.

 

Perché le destre vincono.

Rispondere alla domanda prima posta non è facile e la risposta contiene risposte diverse, tutte parziali ma significanti se legate insieme come la pluralità di fatti, comportamenti, pulsioni individuali e collettive, ossia la costellazione di cause che presiede al realizzarsi di un fenomeno.

Proverò a mettere insieme pezzi di risposte. In primo luogo vi è un dato oggettivo, il fatto che le democrazie affermatesi con l’inizio del XX secolo oggi appaiono logorate e sono in affanno riproponendo con asprezza la tensione fra chi governa e chi è governato per varie ragioni:

• crisi della rappresentanza politica;

• venir meno dello Stato sociale,

• venir meno del perno dello Stato nazionale che non può più garantire autonomamente i bisogni dei suoi cittadini, stretto nelle maglie della politica globalizzata e delle sue leggi;

• aumento esponenziale del flusso di immigrazione, lo spettro di una “invasione”, come i partiti nazionalpopulisti affermano, e la paura del multiculturalismo, di un confronto con culture e abitudini estranee.

 

In questo quadro, il demos – il popolo – infiammato nel suo istinto identitario e protestatario diventa elemento prezioso per la facile retorica delle destre che gli promettono di realizzare, esse, contro una élite lontana e corrotta, le promesse della vera democrazia, secondo un’idea di società con molte grate alle sue finestre, ma protettiva per il singolo popolo che vive una condizione straniante, di spaesamento nella nuova articolazione della politica globale. Il popolo che vota a destra non cerca l’alternanza quanto piuttosto lo spezzare una politica che esso disapprova.

 

 La paralisi del PD.

In secondo luogo, l’assenza di una vera opposizione, l’assenza della sinistra, incapace di cogliere i mutamenti epocali che viviamo, di rimodulare obiettivi, strumenti, organizzazione in una realtà dove la forma politica democratica non regge più il passo con i continui cambiamenti delle società.

 

Il Partito democratico è incagliato in vari dilemmi interni ed esterni, cosa che lo condanna all’immobilismo, o a timidi passi che si perdono nell’arena di un paesaggio politico segnato da molte fratture. Il Pd da anni ha reciso i suoi legami con la società, l’essere un partito popolare, aperto, all’ascolto, capace di un’idea in cui la gente si identifichi e si senta garantita nei propri diritti basilari (lavoro, sanità, istruzione) e strappata alla solitudine sociale del proprio quotidiano. Deve cambiare strategia.

Utilizziamo quindi al massimo questo tempo che ci separa dalle elezioni europee, anche con quel poco che abbiamo.

 Vi è un esilio dei valori pericoloso e noi dobbiamo riportarli a casa e in fretta.

 

 

 

 

Bokertov il 29 Luglio 2026.

Moked.it – (29 luglio 2026) –  Bokertov – Redazione – ci dice:

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha lasciato la Casa Bianca definendo il vertice con il presidente Usa Donald Trump «eccellente, all’insegna della piena cooperazione», con l’obiettivo comune «che l’Iran non possieda armi nucleari», riportano i quotidiani. L’incontro è stato chiuso alla stampa e segnato da tensioni sottotraccia, nota il Sole 24 Ore.

Netanyahu è andato a Washington per perorare la causa di un nuovo massiccio attacco contro l’Iran, convinto che non ci sia altra strada per piegarlo, sottolinea Repubblica, ma Trump lo ha frenato:

 «Mi vuole riportare in guerra, ma la decisione spetta a me».

 Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha intanto mostrato insofferenza per i veti di Washington sui bombardamenti delle infrastrutture energetiche iraniane, mentre fonti israeliane hanno minimizzato altri punti di frizione, dalla vendita di F-35 alla Turchia alle pressioni su Gaza, Libano e Siria, scrive il Corriere della Sera.

 

«E ora è Bibi “il sorvegliato”», titola il Corriere della Sera in un approfondimento dedicato ai rapporti Trump-Netanyahu.

 Mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che in febbraio 2025 fu letteralmente cacciato dallo Studio Ovale, ha nel frattempo recuperato un rapporto con il presidente Usa, «Bibi si ritrova al momento tagliato fuori dalle decisioni», in una posizione «per certi versi capovolta rispetto al passato»:

deve chiedere al segretario di Stato Usa Marco Rubio cosa c’è nella testa di Trump.

L’opinione pubblica americana, soprattutto tra i giovani repubblicani, è «sempre più ostile» a Israele, spiega il Corriere, e la scomparsa di Lindsey Graham – il «guardiano della reputazione di Israele negli Stati Uniti», scrive Franklin Foer sull’Atlantic – è «una grossa perdita» per Netanyahu.

Quest’ultimo, prosegue il quotidiano, è in modalità campagna elettorale e continua «a perseguire la sua dottrina della “guerra permanente”» su più fronti:

ha ordinato di intensificare le operazioni in Cisgiordania, «ha fretta di ricostruire l’immagine di Mr. Sicurezza in vista del voto di ottobre» e deve rispondere alle pressioni degli alleati di estrema destra che vedono nell’intervento militare «l’opportunità di smantellare quel che resta dell’Autorità palestinese».

 

Diversi quotidiani propongono analisi sul rapporto Netanyahu-Trump e il futuro del conflitto in Iran.

 Il Corriere dà voce a Jonathan Swan, giornalista del New York Times e autore del bestseller Regime Change, che spiega perché Trump abbia frenato su un ulteriore attacco contro il regime iraniano:

«Gli Stati Uniti sono in una situazione difficile con la fornitura di intercettori Patriot, la guerra ha prosciugato le nostre riserve».

 Su Netanyahu: «Trump lo vede come un fattore irritante. Sa che gli israeliani non possono continuare questa guerra senza gli Stati Uniti e li tratta spesso con il disprezzo che riserva a partner minori».

 Opinione simile la esprime il politologo Charles Kutchin a Repubblica: «Le azioni di Zelensky salgono, quelle di Netanyahu calano. La guerra contro l’Iran, che Bibi vuol far riprendere a Trump, è impopolare nell’intero spettro politico americano, compresa la base Maga», mentre Netanyahu «è in disaccordo con Trump su troppe cose – Gaza, Libano, Iran – e ha basato la sua leadership sulla garanzia della sicurezza di Israele, ma tutti i fronti sono in sospeso».

Lettura diversa quella di Fiamma Eisenstein sul Giornale, che vede nei due leader obiettivi sostanzialmente coincidenti:

 chi crede che l’incontro sia stato uno scontro «tra il desiderio di pace di Trump e quello di guerra di Netanyahu, indossa una benda che acceca su tutta la situazione mediorientale».

 Per Eisenstein, i due camminano sulla stessa strada:

fermare la corsa al nucleare iraniano «resta un obiettivo fondamentale» per entrambi.

 Il Foglio aggiunge due elementi per capire i rapporti Israele-Usa: un sondaggio Economist/YouGov rivela che il 49% degli americani ritiene che Netanyahu avrebbe dovuto essere arrestato a Washington.

E Dror Shalom, alto funzionario uscente del ministero della Difesa israeliano, è critico:

«Operativamente ci sono risultati straordinari in Iran, ma a livello strategico c’è un fallimento.

La posizione internazionale di Israele è al minimo storico e anche i rapporti con gli Stati Uniti non sono al meglio».

 

Repubblica intervista il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che spiega perché l’incontro dell’«Alleanza globale per la soluzione dei due Stati» si svolga a Roma:

«L’Italia ha ottimi rapporti con tutti: israeliani, libanesi, palestinesi, americani, siriani e Paesi del Golfo».

 Sulla Cisgiordania, Tajani è netto: «Condanniamo i coloni, le loro violenze e quello che fanno contro i civili palestinesi.

 Essere amici di Israele non significa giustificare le violenze dei coloni, che indeboliscono la posizione e l’immagine del Paese».

Italia e Arabia Saudita firmeranno un documento che condanna le aggressioni dei coloni, e i leader dell’E4 – Italia, Francia, Germania e Regno Unito – potrebbero fare lo stesso.

Sul futuro politico israeliano, Tajani intravede segnali di cambiamento: «In molti già parlano di un governo di unità nazionale: questa novità potrebbe davvero cambiare il quadro».

 Sul riconoscimento dello Stato palestinese: «Non è il momento, occorre invece lavorare per costruirlo per davvero».

Sul vertice di Roma tra Israele e Libano del 4 agosto: «Si lavora al ritiro delle truppe israeliane e alla rinuncia di Hezbollah alle armi, tornando a essere un partito politico».

 

Il governo olandese ha annunciato il divieto di importazione di tutti i prodotti provenienti «dai territori occupati da Israele, in vigore dal 22 settembre», racconta il Foglio. L’applicazione si preannuncia però complicata: tracciare l’origine esatta dei prodotti è «estremamente complessa» e secondo una recente indagine «il 19% dei carichi dai territori occupati risulta etichettato genericamente come “made in Israel”». Le autorità fiscali olandesi hanno espresso perplessità sul divieto e «non è detto che i Paesi Bassi saranno in grado di sostenerlo. Né di metterlo in pratica».

 

Ucei e Anpi hanno raggiunto un’intesa «nel segno dell’antifascismo» dopo le tensioni del 25 aprile legate alla cacciata della Brigata ebraica dal corteo milanese. Ne scrive il Quotidiano nazionale, citando il commento della presidente Ucei Livia Ottolenghi: «Siamo riusciti a dimostrare che il dialogo è possibile anche quando ci sono divergenze».

 

«Non penso che sia una persona cattiva, ma ho bisogno di vederlo prendere una posizione netta contro chi odia gli ebrei»: così lo scrittore conservatore Rod Dreher racconta al Foglio la sua rottura con il vicepresidente JD Vance, che sul podcast di Joe Rogan ha incolpato Israele del fallimento dei negoziati con l’Iran. Dreher paragona l’atteggiamento di Vance a quello di Franz von Papen, «il politico tedesco convinto di contenere Hitler dandogli un po’ di potere». Il calcolo del vicepresidente, spiega il Foglio, è elettorale: in vista del 2028 non vuole perdere le frange estreme della destra americana.

 

Nonostante quasi tre anni di conflitto, la Borsa di Tel Aviv ha più che raddoppiato il proprio valore rispetto a prima del 7 ottobre e lo shekel è tra le valute più forti su scala globale: il Foglio interpreta questo dato con l’analisi di Dan Marconi, cofondatore di Bridge Legacy, secondo cui la strategia iraniana ha finito per accelerare l’integrazione economica e tecnologica tra Israele e le monarchie del Golfo. «Mentre l’occidente importa immigrati per far fronte alla mancanza di manodopera, il Medio Oriente importa cervelli per accelerare la propria avanzata economica e tecnologica, in cui Israele si conferma il principale polo d’innovazione».

 

Il Sole 24 Ore raccoglie due testimonianze dalla Cisgiordania: padre Bashar Fawadleh, parroco di Taybeh, l’ultimo villaggio palestinese interamente cristiano, denuncia «le provocazioni quotidiane dei coloni. Entrano nei terreni, tagliano le recinzioni, fanno il bagno nelle cisterne dei residenti». Il Sole dà voce anche a Ibrahim Faltas, direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa: «La Cisgiordania è una prigione a cielo aperto. A Gaza manca tutto. Il rischio è che il mondo diventi indifferente».

Il Fatto Quotidiano racconta la storia di Duaa, giornalista palestinese di 34 anni rifugiata in Italia, la cui famiglia a Ramallah ha ricevuto un foglio di via dalle autorità di Gerusalemme per uno dei trenta edifici minacciati di demolizione per costruire una strada che collegherà gli insediamenti israeliani di Psagot e Tel Zion.

 

Avvenire recensisce Echoes of Egypt: A Haggada del biblista Joshua Berman, docente alla Bar-Ilan University di Tel Aviv: il libro legge l’Esodo come una deliberata competizione con il linguaggio politico-religioso egiziano, dove ogni piaga è «un attacco mirato a un elemento della teologia imperiale egiziana». La tesi centrale è che la Bibbia rovesci sistematicamente i simboli del potere del faraone per affermare una nuova idea di sovranità: «Il faraone non è più il mediatore tra cielo e terra. E il popolo, per la prima volta, diventa soggetto diretto della rivelazione».

 

«Chi controlla l’IA imporrà la propria visione morale, che diventerà l’infrastruttura invisibile dei sistemi» e per questo il controllo da parte di istituzioni e corpi intermedi è «urgente e indispensabile». Lo spiega la pedagogista e vicepresidente del Memoriale della Shoah di Milano, Milena Santerini, in un intervento su Avvenire intitolato: «Un’alleanza tra scienze umane per poter educare le macchine».

 

Su Avvenire Massimo Giuliani recensisce il quarto volume del commento alla Torah di rav Jonathan Sacks, Numeri: gli anni del deserto (Giuntina): un libro che, scrive Giuliani, «può cambiare il nostro tradizionale modo di leggere la Bibbia». Sacks mostra come il libro dei Numeri racconti non solo la traversata del deserto ma la difficoltà di imparare a essere davvero liberi.

 

Da giorni la canzone pro-Israele di Boy George, idolo degli anni ’80, dedicata alle vittime del Nova Festival attrae l’attenzione dei media. «Boy George se ne infischia del coro pro Pal e canta quello che vuole», titola il Foglio. Il brano, pubblicato su X e non sulle piattaforme di streaming, ha scatenato «una tempesta sui social», scrive Libero, con il cantante che ha risposto alle critiche: «Non mi sento coraggioso, ho solo bisogno di comportarmi da essere umano».

 

I Riformisti del Partito Democratico – tra i firmatari Graziano Delrio, Piero Fassino, Emanuele Fiano e Lorenzo Guerini – pubblicano sul Riformista un manifesto «Con l’opposizione israeliana per fermare Netanyahu», in vista delle elezioni israeliane del 27 ottobre. Il testo chiede all’Ue di sospendere gli accordi di collaborazione con Israele «fino a che non vi siano significativi mutamenti della politica israeliana in Cisgiordania e a Gaza» e al governo italiano di manifestare «con fermezza» la richiesta a Netanyahu di non assumere decisioni in contrasto con il diritto internazionale.

 

 

 

 

Referendum, che cosa c’è davvero in gioco.

Difesapopolo.it – (14 marzo 2026) - Bruno Desidera – Redazione -ci dice:

 

22-23 marzo al voto. Italiani alle urne per confermare (o meno) la riforma Nordio che separa giudici da pubblici ministeri, crea due Consigli superiori della magistratura e un’Alta Corte disciplinare.

 

Un referendum importante, destinato, comunque, a «cambiare il “volto” di chi giudica». Che avviene, però, in un clima politico «non solo deteriore, ma anche pericoloso», rispetto al quale i cristiani sono chiamati a farsi «lievito di coesione».

 Lo afferma Andrea Michieli, assegnista di ricerca in Diritto costituzionale e professore a contratto in Diritto pubblico all’Università di Padova.

Professore, perché questo referendum è importante, ed è doveroso informarsi per scegliere correttamente?

«Anzitutto, perché è fondamentale andare a votare. Il referendum costituzionale non richiede una soglia minima di partecipazione per essere valido. Pertanto, qualsiasi sarà il numero dei votanti, i cittadini che si recheranno alle urne, decideranno anche per coloro che non parteciperanno. Inoltre, la riforma su cui siamo chiamati a esprimerci, intende apportare significativi cambiamenti del Titolo quarto della Costituzione, sulla magistratura e sul suo governo autonomo. Siamo, dunque, chiamati a esprimerci su una nuova configurazione del rapporto tra i poteri che è bene conoscere con attenzione, anche se, è giusto dirlo, non tutto è contenuto nella riforma; molta parte di ciò che accadrà dipenderà dalle disposizioni legislative attuative».

Più che un referendum sulla Giustizia questo è un referendum sull’ordinamento giudiziario… non si tratta di questioni molto “tecniche”?

Le disposizioni costituzionali che la riforma intende modificare riguardano aspetti, indubbiamente, tecnici: il doppio Csm (per giudici e pm), il sorteggio, l’Alta Corte sono tutte questioni che suscitano un acceso dibattito anche tra gli addetti ai lavori. Ed è altrettanto vero che tale riforma non ha un impatto sull’amministrazione della giustizia in concreto, sui tempi dei processi, ma sulla sua organizzazione e autonomia. Tuttavia, ridurre tutto a “tecnicismi” sarebbe un errore, per due ragioni fondamentali. Anche se la riforma non interviene direttamente sui codici, essa cambia il “volto” di chi giudica. Il modo in cui un magistrato viene selezionato e valutato incide inevitabilmente sulla sua indipendenza e, di riflesso, sull’imparzialità delle decisioni che riguardano i cittadini. Inoltre, le proposte di modifica della Carta ridisegnano i confini tra potere giudiziario, legislativo ed esecutivo. Pertanto, è doveroso che ciascuno si domandi se la proposta di riforma del governo autonomo dei giudici sia preferibile all’assetto vigente».

Fermo restando che sul quesito sono comprensibili e legittime scelte diverse, su quali punti è opportuno incentrare il proprio discernimento?

«La riforma tocca, essenzialmente, tre punti. Anzitutto tenta di separare non le carriere, ma lo status dei Pm dai giudici, attraverso l’introduzione di due organi di governo autonomo separati. Bisogna domandarsi se l’istituzione di due Csm distinti sia davvero necessaria per garantire l’imparzialità del giudice (evitando la “vicinanza psicologica” al pm) o se, al contrario, non rischi di isolare il pubblico ministero dalla cultura della giurisdizione, spingendolo verso un ruolo più marcatamente “accusatorio” o, nel lungo periodo, sotto l’influenza dell’esecutivo. In secondo luogo, la riforma intende rimuovere l’elezione dei membri dei due Csm, introducendo il sorteggio; in questo modo, si vuole evitare che sull’elezione del Consiglio superiore pesi il potere delle correnti, anche se non sarà eliminato il “correntismo”. Infine, si introduce un’unica Alta Corte che i proponenti ritengono possa essere più qualificata e imparziale nei giudizi disciplinari sui magistrati e che giudicherà sia i pm che i giudici. Il discernimento deve vertere su una domanda di fondo: queste innovazioni strutturali risolveranno le criticità attuali (correntismo, efficienza, imparzialità) o rischiano di alterare il delicato sistema di “pesi e contrappesi” previsto dalla Costituzione?»

È giustificabile un clima così teso attorno a questo voto? Che ruolo possono giocare i cattolici?

«Il clima di questi mesi sul referendum non solo è stato deteriore, ma pericoloso. Anche in passato ci sono state dispute accese sulla riforma della Costituzione, ma mai come questa volta abbiamo visto consumarsi uno scontro tra i poteri. Certamente, il fatto che la riforma nasca come operazione “di parte”, non ha aiutato a impostare sui giusti binari il dibattito: nella storia repubblicana si tratta dell’unica proposta di riforma della Costituzione di iniziativa governativa, approvata dalla maggioranza parlamentare senza che il testo abbia subito alcuna modifica nel corso del rapido dibattito in Parlamento. Le forze politiche hanno trasformato la consultazione in un plebiscito sulla magistratura: votare a favore o contro un potere dello Stato. Quella che avrebbe potuta essere un’occasione di alta riflessione sul bilanciamento dei poteri, si è degradata in una competizione delegittimante. Non ne esce rafforzata l’autorevolezza della magistratura, inevitabilmente esposta; né quella della politica, che ha mostrato una preoccupante fragilità nella necessità di individuare un “nemico” istituzionale e di rivendicare un primato rispetto agli altri poteri. L’unica certezza è che, dopo il 24 marzo, ci si troverà un Paese in cui la conflittualità istituzionale è stata esasperata. In questo scenario non edificante e pericoloso, penso che i cristiani e la Chiesa possono farsi lievito di coesione, riallacciando i fili del dialogo e valorizzando i germogli di bene presenti nella società».

 

Voto sull’ordinamento della magistratura. Non c’è quorum.

 

Urne aperte dalle 7 alle 23 di domenica 22 e dalle 7 alle 15 di lunedì 23 marzo per il referendum confermativo della riforma della Giustizia che non prevede il quorum: chi andrà a votare, a prescindere dalle percentuali, deciderà.

La materia non è l’organizzazione della Giustizia e quindi i tempi dei processi, ma l’ordinamento della magistratura italiana.

 

 

 

Se il referendum non è del popolo.

Brunoleoni.it – (2 Aprile 2026) - Serena Sileoni - La Stampa – Redazione – ci dice:

 

Il voto degli italiani riflette davvero la volontà popolare o è il risultato delle campagne e delle strategie dei partiti?

Il referendum sulla giustizia ormai è alle spalle, il governo e le opposizioni ne hanno già tratto le conseguenze e si stanno riassestando ognuno a suo modo, le analisi politiche del voto si sono consumate.

Sembra il momento propizio per una considerazione più generale.

 

Uno dei commenti comuni è stato che gli italiani litigano su tutto e nulla sembra interessarli davvero, eccetto la difesa della Costituzione. Chi ha detto con orgoglio che i cittadini hanno protetto la loro Carta dai tentativi di aggredirla, chi si è rammaricato che è stata messa una pietra tombale sulla possibilità di ammodernare il testo del ’48, chi ha notato la differenza numerica rispetto all’astensionismo alle politiche, chi infine ha letto nell’inaspettata mobilitazione dei giovani un legame con i fondamenti storici e civici della Repubblica, molto più solido rispetto a quello che hanno con la politica.

 

Caricare il No alla riforma di tutto questo peso democratico e costituzionale sembra eccessivo per due motivi, uno induttivo e uno deduttivo.

 

Non possiamo sapere cosa ha spinto le singole persone a votare no.

Possiamo però ricostruire per deduzione alcune macro ipotesi.

Possiamo ad esempio ritenere, per la natura stessa del voto, che una parte di elettori abbia voluto dare un assaggio delle preferenze elettorali; che molti, per la difficoltà di comprendere tecnicamente la posta in gioco, si siano affidati ai loro mondi di riferimento (partiti, intellettuali e persino personaggi dello spettacolo che, anche se non esperti del campo, esprimono in quanto tali autorevolezza per chi li segue e li apprezza);

 che l’aumento del costo della benzina e la paura della guerra abbiano portato a manifestare una contrarietà generale ai pericoli che ci circondano.

La guerra, in particolare, avrebbe scosso i più giovani.

 

D’altro canto, Giorgia Meloni ha deciso di entrare in campagna elettorale solo al novantesimo minuto, sommando l’errore iniziale di rimanere in panchina a quello finale di entrare tardi in campo e soprattutto di giocare male (me contro te) una partita che fin dall’inizio era anche, inevitabilmente, sua.

Per seguire le ragioni del sì, non c’era fede politica, non c’era simpatia di partito, non c’erano testimonial popolari, ma solo la generosa dedizione nello spiegare il merito della riforma da parte di professori autorevoli e autorevolissimi, ma nei quali difficilmente l’elettore comune di destra si può identificare.

 

Ma queste sono, appunto, deduzioni.

 

C’è un’altra considerazione che invece si può fare con ragionamento induttivo.

Se è vero che il popolo si mobilita per difendere la Costituzione più bella del mondo, non si spiega come mai due su cinque dei referendum costituzionali finora tenuti abbiano visto prevalere il sì.

 

Nel 2020, gli italiani approvarono il taglio dei parlamentari. Si può pensare, come pure si è detto, che il popolo difende la sua Costituzione a meno che non si tratti di dare una sberla alla casta dei politici. Anche così fosse, non si spiegherebbe però l’esito del referendum costituzionale del 2001.

 

Nella primavera di quell’anno, con uno scarto di solo nove voti favorevoli al Senato e quattro alla Camera, a poche settimane dallo scioglimento del Parlamento per conclusione della legislatura, venne approvata la revisione del titolo quinto della Costituzione, voluta dall’allora maggioranza di centro sinistra.

Con la modifica di otto articoli, si ribaltava il rapporto tra Stato, regioni e enti locali relativamente al potere di fare le leggi e di amministrare le città, contribuendo a modificare la forma di Stato nel modo in cui si distribuisce l’autorità politica e amministrativa sul territorio. Nell’autunno successivo, dopo l’insediamento del governo Berlusconi II, questa riforma di minimo consenso parlamentare e di grande impatto costituzionale venne confermata dagli elettori.

 A pesare, fu la posizione per il Sì espressa dal centro sinistra e il sostanziale disimpegno da una campagna per il No dei partiti di centro destra che, nel frattempo, erano passati dall’opposizione al governo. Anche il No della Lega sembrava più un invito all’astensione che un invito al voto contrario.

 

L’esempio del 2001 è sufficiente a mettere in dubbio tre opinioni ricorrenti: che le grandi riforme costituzionali non si possono fare, che gli italiani non sono disposti ad accettare riforme a colpi di maggioranza, che su una cosa solo gli italiani sono d’accordo, cioè che la Costituzione non si tocca.

 

Forse, il punto è un altro e anche più semplice. L’esito di un voto popolare, che si tratti di elezioni o di referendum di qualsiasi tipo, non solo è influenzato, ma è determinato dalle campagne elettorali che gli intermediari della politica, cioè i partiti ancora e nonostante tutto, vogliono fare. Se un insegnamento generale si può trarre, anche stavolta, è che, al di là della retorica che lo sovrasta, il referendum è uno strumento più di partito che di popolo.

 

 

 

“Tempi nuovi” per la Lega?

 Intervista ad Armando Siri

 (parte 2).

 Giovanireporter.org - Alessandro Donati – (29 Luglio 2026) – Redazione – ci dice:

 

Armando Siri intervista.

Prosegue l’intervista a Armando Siri, responsabile della scuola di formazione politica della Lega, rilasciata a Giovani Reporter.

In questa seconda parte il confronto si sposta sulla politica estera, dal memorandum Italia-Libia ai rapporti con gli Stati Uniti di Trump, dalla gestione dei flussi migratori alla guerra in Ucraina fino alla posizione su Israele e Palestina.

Alessandro Donati:

A proposito di immigrazione, il memorandum Italia-Libia e gli accordi tra l’Unione Europea e la Guardia costiera libica sono stati spesso criticati.

Papa Francesco ha definito i centri di detenzione in Libia dei veri e propri campi di concentramento.

Non c’è il rischio che queste strategie di deterrenza finiscano per sostenere realtà responsabili di gravi violazioni dei diritti umani?

 Penso anche al caso di Al-Masri e, più in generale, ai rapporti con figure molto controverse.

Armando Siri: Non siamo solo noi ad avere rapporti con personaggi discutibili.

La politica internazionale è piena di interlocutori controversi, ricevuti nei palazzi istituzionali e con i quali, per ragioni diplomatiche, è necessario mantenere un dialogo.

Quello che possiamo fare è cercare di contribuire allo sviluppo di quei Paesi affinché le persone non siano costrette a fuggire, ma possano costruire un futuro nella propria terra.

 

A. D.:  […] Gli Stati Uniti ad oggi restano comunque un alleato, anche alla luce delle recenti dichiarazioni di Donald Trump nei confronti della presidente Meloni?

A. S.: Credo che si sia perso, almeno in parte, il senso dei rapporti istituzionali tra gli Stati. L’Italia, dal canto suo, sta svolgendo un lavoro importante sul piano internazionale. Gli italiani dovrebbero forse essere meno inclini all’autosvalutazione e riconoscere anche gli sforzi che le nostre istituzioni stanno compiendo.

 

Le dichiarazioni di Trump, ad esempio, sono state criticate dall’intero Parlamento, non soltanto dal governo. Questo dimostra che, su alcune questioni fondamentali, esiste una coesione istituzionale che andrebbe valorizzata.

 

(Fonte: La Repubblica),

A. D.: Parlando di immigrazione, nell’ultimo punto del suo Manifesto dei Tempi Nuovi lei scrive che “non esiste alcun diritto a odiare” e sostiene che l’ordine debba convivere con l’umanità nella gestione dei flussi migratori. Tuttavia, non ritiene che, soprattutto negli ultimi anni, il linguaggio politico di Matteo Salvini abbia contribuito ad alimentare paure e tensioni anziché favorire un clima più pacifico?

A. S.: Credo che Matteo Salvini abbia interpretato un sentimento già presente nel Paese. Non ha creato quelle paure, ma ha dato voce a una parte significativa della popolazione che chiedeva allo Stato di intervenire. C’è stato un periodo in cui l’arrivo di grandi flussi migratori, soprattutto via mare, ha generato una forte preoccupazione in molti cittadini. A questo si è aggiunta una crescita della criminalità che, almeno in parte, è stata percepita come collegata a quei fenomeni migratori.

 

(Fonte: Fanpage.it)

A. D.: Come si concilia allora questa posizione con il principio espresso nel suo manifesto?

A. S.: Il principio resta lo stesso. Se le persone arrivano nel nostro Paese e rispettano le regole, possiamo e dobbiamo cercare di aiutarle. Ma quando vengono commessi reati, atti di violenza o comportamenti che generano insicurezza, è inevitabile che la popolazione provi paura. Non ho mai sentito Matteo Salvini esprimere ostilità nei confronti di qualcuno per il colore della pelle, la provenienza o le idee politiche.

 

A. D.: Tuttavia, scorrendo i profili social di Matteo Salvini, si nota che quando un reato è commesso da un immigrato la notizia viene spesso rilanciata, mentre quando il responsabile è un cittadino italiano questo accade molto meno. Non c’è il rischio di una rappresentazione selettiva del fenomeno?

A. S.: Non credo. Quando, ad esempio, si verificano episodi gravissimi come ragazzi che uccidono i propri genitori o i propri fratelli, e si tratta di cittadini italiani, abbiamo parlato anche di quei casi. Detto questo, sappiamo anche come funziona il sistema mediatico. I media tendono ad amplificare alcuni fenomeni e, in parte, contribuiscono a costruirli.

 

A. D.: Lo stesso ragionamento, però, non potrebbe essere applicato anche al tema della sicurezza? Non c’è il rischio che una continua attenzione mediatica e politica verso criminalità e immigrazione finisca per alimentare una percezione di insicurezza superiore alla realtà?

A. S.: Su questo punto faccio una distinzione. Se il fenomeno fosse esclusivamente mediatico, con il tempo perderebbe forza. Invece molte persone vivono esperienze dirette che alimentano quella percezione. Per questo credo che il tema della sicurezza debba essere affrontato senza contrapposizioni ideologiche. Non è una questione di destra o di sinistra, ma riguarda tutti i cittadini.

 

A. D.: Passiamo alle ultime domande, dedicate alla politica estera. Partiamo dalla guerra in Ucraina. Ritiene che l’Italia e l’Europa facciano bene a sostenere militarmente Kiev oppure considera questa strategia fallimentare? E, più in generale, ritiene che l’Ucraina abbia il diritto di difendersi?

A. S.: Tutti hanno il diritto di difendersi. Un conto, però, è il diritto all’autodifesa, un altro è pretendere che siano altri a sostenere quella difesa. Il conflitto tra Ucraina e Russia è estremamente complesso e affonda le proprie radici negli anni precedenti all’invasione. Era una polveriera pronta a esplodere, e alla fine è esplosa.

 

Proprio per questo ritengo che una questione del genere non possa trovare soluzione sul piano militare. Non si tratta di schierarsi con una delle due parti […]. L’obiettivo dovrebbe essere quello di raggiungere un accordo, perché abbiamo bisogno di una Russia più vicina all’Europa e non sempre più distante. La Russia fa parte della storia e della cultura europea. Consegnarla definitivamente all’influenza della Cina sarebbe un errore strategico.

 

(Fonte: La Stampa)

A. D.: Ma la Russia di oggi, quella guidata dal dittatore Vladimir Putin, è davvero compatibile con i valori europei? Stiamo parlando di un Paese che reprime ogni forma di libertà individuale, che soffoca ogni pluralismo politico e che ha invaso uno Stato sovrano.

A. S.: Perché definisce Putin un dittatore? Putin è stato eletto dal popolo russo e, parlando con i cittadini russi, emerge come una larga parte della popolazione continui a sostenerlo e a votarlo.

 

A. D.: E gli oppositori del regime, avvelenati con il polonio-210? Penso, ad esempio, a Navalny e Yushenkov oltre che ad altri casi molto noti.

A. S.: In qualsiasi Paese in cui esista una vera opposizione, questa trova comunque il modo di manifestarsi. Se una parte consistente della popolazione fosse realmente contraria a Putin, potrebbe scegliere di non votare oppure di lasciare scheda bianca […].

 

A. D.: Seguendo questo ragionamento, allora anche Kim Jong-un in Corea del Nord o Xi Jinping in Cina potrebbero essere considerati leader legittimati dal voto. Eppure, molti li definiscono dittatori.

 

(Fonte: pagina Facebook di Salvini).

A. S.: Il sistema nordcoreano e quello cinese sono profondamente diversi da quello russo. Si tratta di modelli politici chiusi, nei quali il processo di selezione della classe dirigente avviene all’interno del partito e non attraverso un suffragio universale come quello al quale siamo abituati, pur con tutte le differenze che esistono anche in Russia o in Turchia. Per questo ritengo che non si debbano fare sovrapposizioni.

Non spetta a noi distribuire patenti di “buoni” e “cattivi”.

 

A. D.: Resta però il tema dell’invasione dell’Ucraina e delle centinaia di migliaia di vittime provocate dal conflitto.

A. S.: L’invasione è un fatto gravissimo. Ma non è la prima volta che un Paese democratico invade un altro Stato o utilizza la forza militare.

Anche l’Italia, ad esempio, ha partecipato ad operazioni militari quando gli aerei sono decollati dalla base di Aviano per bombardare la Serbia.

 

Per questo motivo ritengo che la guerra sia sempre sbagliata, indipendentemente da chi la combatte.

 

A. D.: Restando sul tema dei conflitti, sarebbe favorevole a imporre sanzioni su Israele per le ripetute violazioni del diritto internazionale?

A. S.: Quanto accaduto in Israele e nei territori palestinesi, soprattutto in alcuni momenti del conflitto, è stato profondamente tragico. Occorre però distinguere tra Israele come Stato e il governo guidato da Benjamin Netanyahu.

 

Le decisioni di Netanyahu non coincidono necessariamente con il pensiero dell’intera società israeliana. Molti cittadini, intellettuali e opinion leader israeliani hanno espresso posizioni fortemente critiche nei confronti del governo. È innegabile che si siano verificati fatti gravissimi e che debbano essere condannati, come ha fatto anche il governo italiano. Se necessario, anche attraverso sanzioni […].

 

Israele ha il diritto di esistere e questo non deve essere messo in discussione. Allo stesso tempo, anche il popolo palestinese ha diritto a uno Stato. Questa è, a mio avviso, anche la posizione dell’Italia: c’è spazio per entrambi i popoli.

 

(Fonte: La Stampa)

A. D.: Se è così, perché il governo italiano non riconosce ufficialmente lo Stato di Palestina?

A. S.: Il riconoscimento dello Stato palestinese non è soltanto un atto simbolico, ma anche una questione giuridica e politica molto complessa.

 

Per riconoscere uno Stato servono condizioni precise: occorre avere interlocutori istituzionali chiari, un governo riconosciuto e una situazione di stabilità che renda quel riconoscimento concreto e non soltanto formale. Alcuni governi, come quello spagnolo guidato da Pedro Sánchez, hanno scelto di procedere comunque con un riconoscimento dal forte valore simbolico. È una scelta legittima, ma diversa da un riconoscimento pienamente operativo.

L’obiettivo dovrebbe essere quello di arrivare a riconoscere uno Stato palestinese quando esisteranno le condizioni per farlo in maniera concreta, all’interno di un quadro di pace e stabilità.

A. D.: Grazie per averci concesso questa intervista.

A. S.: Grazie a voi. È stato un piacere.

(Fonte: La Moncloa).

(Alessandro Donati).

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