A Trump mancano i missili per il suo piano d’attacco all’Iran.
A
Trump mancano i missili per il suo piano d’attacco all’Iran.
Ma
l’Iran non doveva
essere
senza missili?
Ilpost.it
– Mondo – (22 luglio 2026) – Hester – Redazione – ci dice:
L'amministrazione
statunitense ha sostenuto varie volte di aver tolto all'Iran la possibilità di
lanciarli, ma gli attacchi di questi giorni dimostrano il contrario.
(Un missile iraniano caduto vicino
alla città siriana di Naha, 8 giugno 2026 -AP Photo/Ghaith Alsayed).
Fin
dall’inizio della guerra in Medio Oriente, lo scorso febbraio, uno dei
principali obiettivi dell’amministrazione statunitense di Donald Trump è stato
eliminare le capacità iraniane di lanciare missili contro le sue basi e contro
i paesi alleati nella regione.
Dopo quasi cinque mesi, l’obiettivo non è
stato raggiunto.
La
premessa da fare è che quando si parla di arsenale militare raramente vengono
divulgate informazioni precise su quante armi si posseggano o su dove si
trovino, e vale anche per il regime iraniano.
Secondo
varie stime comunque all’inizio della guerra l’Iran aveva un numero di missili
balistici (più difficili da intercettare e che infliggono i danni più gravi)
compreso fra duemila e tremila.
A questi
si aggiungono vari altri tipi di missili – le stime complessive parlano di
diverse migliaia – e altre armi come droni e razzi. È l’arsenale più vasto e
vario in Medio Oriente, potenzialmente in grado di raggiungere l’Europa
orientale.
(Una
mappa che mostra il raggio di azione della capacità missilistica iraniana,
realizzata dal Center for Strategic and International Studies).
Il 28
febbraio il presidente statunitense Donald Trump fece un discorso in cui
annunciò l’inizio della guerra in Medio Oriente.
Tra le altre cose, riferendosi al regime
iraniano, disse:
«Distruggeremo
i loro missili e raderemo al suolo la loro industria missilistica. Sarà
completamente annientata».
Sin
dall’inizio della guerra gli obiettivi statunitensi sono stati delineati in
modo confuso e contraddittorio dall’amministrazione Trump, ma la distruzione
del programma missilistico iraniano è stata quasi sempre citata.
Fin
dalle prime settimane Israele e Stati Uniti hanno bombardato obiettivi militari
in Iran anche con lo scopo di annientare i siti missilistici.
Hanno
colpito tra le altre cose gli ingressi di quelle che vengono definite “città
dei missili”, grossi depositi sotterranei in cui l’Iran conserva le sue scorte.
Per farlo gli Stati Uniti hanno usato anche”
bombe bunker buster”, che pesano 14 tonnellate (una bomba media ne pesa una) e
sono in grado di penetrare in profondità.
Il 9
marzo, dieci giorni dopo l’inizio della guerra, Trump disse che i missili
iraniani erano stati «ridotti a pochi esemplari», e che l’Iran non aveva «più
nulla in termini militari».
L’8
aprile, quando è entrato in vigore il cessate il fuoco, il segretario alla
difesa Pete Hester disse che le capacità missilistiche iraniane erano
«funzionalmente distrutte» e che le stazioni di lancio e le munizioni erano
state «decimate».
A
giugno Trump ha sostenuto che all’Iran fosse rimasto circa il 20 per cento
delle sue scorte di missili.
Le
affermazioni dell’amministrazione statunitense non possono essere verificate.
Tuttavia
varie analisi le hanno contraddette, anche fatte dalla stessa intelligence
statunitense e condivise in forma anonima con i giornali.
Non significa che gli Stati Uniti non siano
riusciti a danneggiare o ridurre la capacità missilistica iraniana, ma che
l’Iran potrebbe aver ben conservato le sue scorte o averle ripristinate almeno
in parte durante il cessate il fuoco.
A
maggio funzionari dell’intelligence statunitense sentiti dal New York Times
stimavano che il regime iraniano avesse conservato o ripristinato l’accesso a
30 delle sue 33 basi missilistiche lungo lo stretto di Hormuz, e rimesso in
funzione il 90 per cento delle strutture per lo stoccaggio e il lancio di
missili in tutto il paese, che sarebbero «parzialmente o completamente
operative».
Martedì
il senatore Democratico della Georgia Joni Oso ha messo il governo di fronte a
queste contraddizioni durante un’audizione in parlamento.
Hester ha risposto: «Non ci aspettavamo che
[gli iraniani] perdessero del tutto la capacità di sparare. La domanda è se
possano farlo su vasta scala contro un avversario come gli Stati Uniti
d’America».
Il
numero crescente di attacchi iraniani contro la Giordania, un paese a diverse
centinaia chilometri di distanza dall’Iran, è una delle indicazioni del fatto
che possono.
Trump
frena l’escalation
contro
l’Iran: mancano i missili.
Sardegnagol.eu – (26 Luglio 2026) - Gabriele
Frongia – Redazione – ci dice:
Alla
fine, anche il più potente esercito del mondo deve fare i conti con il
magazzino vuoto.
Il
presidente Donald Trump ha per ora accantonato i piani per una drastica
escalation militare contro l’Iran, preoccupato che le scorte statunitensi di
missili per la difesa aerea si stiano assottigliando pericolosamente.
Lo riporta il “New York Times”.
La
decisione sarebbe maturata venerdì, al termine di una riunione con i più alti
consiglieri e membri del Gabinetto, un vertice che, a quanto pare, si è concluso
con la scomoda scoperta che non si può bombardare all’infinito senza
controllare prima le rimanenze in magazzino.
I
vertici militari avrebbero avvertito che riprendere operazioni belliche su
larga scala rischierebbe di prosciugare gli intercettori Patriot e le altre
munizioni necessarie a proteggere le truppe e le basi americane in Giordania,
Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti.
Un
dettaglio non proprio trascurabile, per una superpotenza abituata a proiettare
forza ovunque e comunque.
Non è
tutto: l’amministrazione Trump temerebbe anche che un’ulteriore escalation
possa scatenare una rappresaglia iraniana ancora più dura, allontanare gli
alleati del Golfo e aggravare le già fragili crisi energetica e migratoria
globali. Insomma, il conto dei danni collaterali comincia a farsi lungo.
Secondo
quanto riferito, il generale “Dan Caine”, capo di Stato Maggiore Interforze,
avrebbe detto senza troppi giri di parole che un’operazione su vasta scala
sarebbe “fattibile” , ma a costo di svuotare drasticamente l’arsenale di difesa
aerea a disposizione del Comando Centrale.
Fattibile
sulla carta, insomma, molto meno sul lungo periodo.
A far
suonare ulteriori campanelli d’allarme sarebbe stato l’episodio in cui tre
soldati americani in Giordania sono rimasti uccisi dopo che un missile
balistico iraniano ha bucato le difese statunitensi durante un attacco
combinato di missili e droni, la prova sul campo che lo scudo tanto vantato ha,
evidentemente, delle falle.
Il
Pentagono avrebbe già impiegato oltre 1.200 missili intercettori Patriot nel
corso del conflitto, portando le scorte a livelli giudicati preoccupanti,
scrive il quotidiano citando stime interne e fonti congressuali.
Un
ritmo di consumo che qualcuno, a Washington, avrebbe fatto meglio a calcolare
prima di aprire le ostilità.
Trump
avrebbe valutato una campagna di bombardamenti a più fasi contro radar costieri
iraniani, lanciatori di missili anti -nave, imbarcazioni d’attacco e altri siti
collegati agli assalti al naviglio commerciale nello Stretto di Hormuz.
Sul tavolo anche colpi contro impianti
energetici, ponti ferroviari usati per il trasporto di materiale bellico e siti
nucleari iraniani, un pacchetto che definire “prudente” sarebbe azzardato.
Negli
ultimi giorni il Pentagono aveva comunque continuato a spostare truppe,
armamenti e rifornimenti verso il Medio Oriente, in previsione di una possibile
escalation.
Prepararsi
al peggio, evidentemente, non guasta mai, anche quando poi si decide di
soprassedere.
Alcuni
funzionari si sarebbero inoltre chiesti se una campagna di bombardamenti più
ampia riporterebbe davvero Teheran al tavolo negoziale, o se non rischi
piuttosto di rafforzarne la coesione interna, un dubbio che, a quanto pare, è
arrivato con un certo ritardo.
I
consiglieri di Trump lo avrebbero infine spinto a proseguire sulla via
diplomatica, mantenendo il blocco navale e intensificando la pressione
economica su Teheran nel lungo periodo.
Una
strategia più paziente, verrebbe da dire, o forse, semplicemente, l’unica
rimasta disponibile in magazzino.
Trump
annulla l’attacco all’Iran:
ma si raggiunga subito un accordo.
Gds.it - Redazione – (02 Agosto 2026) - il
Giornale di Sicilia – Mondo – Redazione – ci dice:
Annullato
l’attacco all’Iran.
La nuova massiccia ondata di raid contro
Teheran era attesa proprio nel weekend ma, a sorpresa, Donald Trump annuncia di
aver acconsentito a fermare la nuova offensiva, a patto che si raggiunga subito
un accordo.
È di
poco prima la notizia, rivelata da “Axios”, di un colloquio con il principe
ereditario saudita, nel quale “Mohammed bin Salman” esprime al presidente Usa
la preoccupazione per gli annunciati piani di colpire obiettivi energetici
iraniani, in risposta all’attacco missilistico iraniano contro una base
statunitense in Giordania e alle continue interruzioni del traffico marittimo
nello Stretto di Hormuz.
A cui
aveva fatto seguito la minaccia di Teheran di una rappresaglia contro impianti
energetici e infrastrutture in Israele e nei Paesi del Golfo.
Il
ministro degli Esteri iraniano “Abbas Draghici” aveva messo in guardia il capo
di stato maggiore dell’esercito pakistano Asim Munir e il ministro degli Esteri
turco Hakan Fidane contro qualsiasi «azione avventuristica da parte
dell’esercito statunitense».
Assume
quindi particolare rilevanza la tempistica della telefonata in cui il principe
ereditario saudita esprime «preoccupazione» e chiede «chiarimenti sul piano
d’azione».
Non
solo, “Mohammed bin Salman” avrebbe anche esortato Trump a ridurre la tensione.
Sempre
secondo “Axios”, anche altre potenze regionali, tra cui Qatar, Emirati Arabi
Uniti, Turchia e Pakistan, stavano esercitando pressioni su Stati Uniti e Iran.
Il sito americano ha rivelato che sabato i
mediatori del Qatar hanno avuto colloqui separati con Draghici, l’inviato della
Casa Bianca Steve Bischoff e funzionari omaniti nel tentativo di raggiungere un
accordo per la riapertura dello Stretto di Hormuz, colloqui in cui si sarebbero
registrati dei progressi.
A cui
fa indirettamente riferimento lo stesso Trump nel post su Truth in cui annuncia
di aver «acconsentito, per il bene futuro del mondo e, allo stesso modo, per la
sopravvivenza di un’Iran prospero e di successo, a annullare l’attacco» -
nonostante «gli Stati Uniti» fossero «pronti all’azione» - ma «a condizione che
si riesca a raggiungere rapidamente un accordo».
Il presidente Usa spiega infatti che «l'Iran e
altri Paesi del Medio Oriente ci hanno appena chiesto di sospendere qualsiasi
attacco», «poiché sono stati concordati i termini generali di un accordo: ciò
comporterebbe l’apertura immediata, completa e totale dello stretto di Hormuz e
la fine della minaccia nucleare iraniana».
Guerra.
Pochi
Patriot e arsenali sotto pressione:
il
vero motivo per cui Trump ha sospeso
gli
attacchi all’Iran.
It.insideover.com
- Roberto Rinaldelli – (03.08.2026) – Redazione – ci dice:
il
dietrofront di Trump sugli attacchi all'Iran è dovuto principalmente alla
critica carenza di missili intercettori Patriot.
Dove
la diplomazia fatica ad arrivare, a volte deve supplire la matematica.
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump,
ha sospeso i pesanti attacchi pianificati contro l’Iran per il weekend, dopo
che i vertici del Pentagono lo hanno avvertito che una nuova escalation avrebbe
potuto prosciugare in modo pericoloso le già ridotte scorte di missili
intercettori Patriot necessari a difendere le basi americane in Medio Oriente.
Ufficialmente,
la decisione dell’amministrazione Usa è maturata al termine di conversazioni
con gli alleati della regione:
Arabia
Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar oltre che lo stesso Iran, come ha
ricostruito lo stesso Trump parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force
One, di rientro dal suo campo da golf in New Jersey.
Il
presidente ha annunciato la sospensione degli attacchi, subordinando un accordo
definitivo alla «Immediata, Completa e Totale APERTURA DELLO STRETTO DI HORMUZ
e alla fine della minaccia nucleare iraniana».
Secondo
fonti diplomatiche citate dalla televisione israeliana Channel 12, il ministro
degli Esteri iraniano Abbas Draghici avrebbe accettato una proposta di
compromesso dei mediatori qatarioti per la ripresa delle operazioni nello
Stretto.
L’Iran
ha tuttavia immediatamente smentito tale ricostruzione.
Uno
schema che si è ripetuto decine di volte, ormai, dall’inizio del conflitto:
Trump
annuncia un accordo ancora prima che venga effettivamente raggiunto.
Tempo
qualche giorno – o settimana – e gli attacchi riprendono.
Gli americani, però, non gli credono più:
secondo
un recente sondaggio, solo il 28% approva le azioni di Trump in Iran, e una
percentuale ancora inferiore, il 25%, ritiene che il conflitto sia valso la
pena in termini di costi e vite americane perse.
Cosa
c’è (davvero) dietro la presunta svolta diplomatica.
Ma
dietro la presunta svolta diplomatica si nasconde, soprattutto, oltre agli
ottimi rapporti con Riad, la grave carenza di missili.
Il generale Dan Caine, capo di Stato Maggiore
congiunto, aveva avvertito privatamente Trump che riprendere le operazioni di
combattimento su larga scala contro l’Iran era fattibile, ma avrebbe ridotto
pericolosamente gli intercettori disponibili per il Comando Centrale americano
in Medio Oriente.
Il New
York Times riporta che i funzionari del Pentagono e i comandanti militari
americani avevano indicato all’inizio della settimana come Trump sembrasse
orientato ad approvare una prima fase di una campagna di bombardamenti in più
fasi.
L’operazione avrebbe dovuto colpire radar
costieri, lanciamissili anti -nave, una flotta di piccole imbarcazioni
d’attacco iraniane e altri siti che, secondo il Pentagono, hanno contribuito
agli attacchi contro le navi commerciali in transito nello Stretto.
Il
Dipartimento della Difesa aveva frettolosamente rafforzato le sue capacità in
Medio Oriente nei giorni precedenti, preparandosi a una possibile escalation.
Erano
stati presi in considerazione anche attacchi mirati contro ponti ferroviari
utilizzati sia dai civili che dai comandanti iraniani per rifornire la regione
costiera meridionale, nonché contro impianti energetici e siti nucleari.
Lo
stesso Trump, in un’intervista ad “Axios” di giovedì, aveva anticipato: «Sto
valutando un attacco massiccio. Più grande che mai. Sono vicino a prendere una
decisione. Siamo pronti».
Poi,
il dietrofront. A frenare il presidente, secondo quanto ricostruito, sarebbe
stato anche il timore di una rappresaglia iraniana più pesante che avrebbe
messo ulteriormente sotto pressione le difese aeree americane, già messe a dura
prova.
Ridotte
di due terzi le scorte di Patriot.
I
numeri parlano chiaro.
Un’analisi del Center for Strategic and
International Studies (CSIS) rivela che il conflitto con l’Iran ha ridotto di
circa due terzi le scorte pre-belliche di missili intercettori Patriot.
Secondo stime, il numero di missili Patriot
sarebbe sceso da circa 2.230 prima della guerra a una cifra compresa tra 759 e
827 al momento del cessate il fuoco di aprile.
I
missili THAAD sarebbero passati da 452 a una disponibilità stimata tra 234 e
278 nello stesso periodo.
Complessivamente,
le scorte di missili Patriot, THAAD e PRSM sarebbero state dimezzate, mentre
gli arsenali di JASSM, SM-2/3/6 e Tomahawk si sarebbero ridotti di circa un
terzo.
Il
Pentagono, nel frattempo, ha richiesto al Congresso 18,2 miliardi di dollari
per ricostituire le scorte di missili intercettori e armi di precisione, mentre
il budget di emergenza complessivo proposto per l’anno fiscale 2026 ammonta a
67 miliardi di dollari.
Intaccate
anche le scorte di Tomahawk.
La
rivista the American Conservative sottolinea conferma come la cautela di Trump
di queste ore abbia a che fare con le scorte in esaurimento. In particolare, il
giornale conservatore osserva che, sebbene gli Stati Uniti dispongano ancora di
decine di migliaia di JDAM e altre munizioni “stand-in” relativamente
economiche e facili da produrre, le scorte di armi più sofisticate come i
missili da crociera Tomahawk e i nuovi PRSM sono state seriamente intaccate.
L’operazione “EPIC FURY” avrebbe bruciato quasi tutte le scorte di PRSM
disponibili e circa un terzo dei Tomahawk.
Il
giornalista Chen Klippenstein, in un’analisi pubblicata su Sub-stack, aggiunge
un ulteriore elemento di riflessione: da un lato, funzionari di Washington
vogliono più fondi per i militari; dall’altro, devono rassicurare che nessuna
carenza di armi sta limitando gli Stati Uniti nella lotta contro l’Iran. Un
paradosso che ha raggiunto livelli quasi (tragi)comici quando l’ambasciatore
americano all’Onu, Mike Waltz, ha prima incolpato Biden per la carenza di
missili, per poi affermare immediatamente che non esiste alcuna carenza e che
chi diffonde tali informazioni dovrebbe essere perseguito, quando sono gli
stessi funzionari del Pentagono, o perlomeno alcuni, ad ammettere le difficoltà
degli Stati Uniti.
Il
fallimento della guerra contro Teheran ha portato Washington ad essere più
debole anche nei confronti dell’avversario strategico principale degli Usa:
Pechino. La Cina possiede oltre 3.000 missili balistici, più di quattro volte
il numero di intercettori Patriot rimasti agli Stati Uniti.
In un
eventuale conflitto contro Pechino, l’esercito americano non potrebbe contare
sui JDAM, data la schiacciante potenza delle difese aeree e missilistiche
cinesi.
Politica
estera.
Trump sospende
gli attacchi sull'Iran
perché
mancano le munizioni.
Focusamerica.it
– Redazione – (26 luglio 2026) – Focus America – Redazione – ci dice:
Il
vicepresidente e il generale Dan Caine hanno messo in guardia sui rischi
dell'escalation e sull'esaurimento degli intercettori Patriot.
È la
prima pausa dopo tredici notti di bombardamenti.
Gli
Stati Uniti hanno fermato i bombardamenti sull'Iran dopo tredici notti
consecutive di raid.
Il presidente Donald Trump ha ordinato ai
militari di non colpire venerdì e sabato le operazioni erano "in
sospeso", secondo un funzionario del Dipartimento della Difesa.
La decisione è arrivata al termine di una
riunione alla Casa Bianca in cui il presidente si era confrontato con i vertici
militari e i membri del gabinetto per decidere se allargare la guerra.
Il
vicepresidente JD Vance e il generale Dan Caine, capo di stato maggiore
congiunto e più alto ufficiale delle forze armate americane, hanno espresso
dubbi sull'escalation durante quella riunione:
lo ha rivelato la CNN.
Caine
ha detto a Trump che le opzioni militari sul tavolo si potevano eseguire con
successo, poi ha messo in guardia sulle conseguenze possibili.
Il
generale ha insistito soprattutto sulle scorte di munizioni americane, che si
stanno assottigliando.
Le
riserve di intercettori antimissile Patriot (il sistema che protegge le basi
americane della regione dai missili iraniani) sono il vincolo principale.
Le
discussioni riservate si sono concentrate sull'inventario in calo delle difese
aeree americane in Medio Oriente, secondo il New York Times. Caine ha avvertito
in privato che riprendere le grandi operazioni di combattimento era fattibile
ma avrebbe ridotto in modo pericoloso gli intercettori a disposizione del
“Central Comand” (il comando militare americano responsabile del Medio
Oriente).
Lo stesso giornale aveva riferito in aprile che il
Pentagono aveva già usato più di 1.200 intercettori Patriot, ciascuno da oltre
4 milioni di dollari. I militari dicono che da allora la situazione è
peggiorata.
Sulla
decisione pesano anche il timore di una guerra che si allarga a tutto il Medio
Oriente, l'allontanamento degli alleati del Golfo esposti agli attacchi
iraniani, una nuova stretta sull'economia mondiale e le crisi energetica e
migratoria in crescita.
Tre
soldati americani sono stati uccisi in Giordania venerdì della settimana
scorsa, quando un missile balistico ha superato le difese aeree impegnate a
respingere un'ondata di missili e droni iraniani. In quindici giorni gli
attacchi iraniani contro obiettivi americani in Medio Oriente hanno ucciso
quattro militari.
Le
basi in Giordania, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti sono sotto tiro
pesante. Un attacco americano di grandi dimensioni avrebbe con ogni probabilità
provocato una rappresaglia più dura, caricando ancora le difese aeree.
Il
missile che l'Iran usa di più è il Kleiber Shana, un'arma economica e mobile
con una gittata di almeno 1.450 chilometri.
In
alcune versioni la testata si stacca nella fase finale del volo e un piccolo
motore le permette di correggere la direzione mentre si avvicina al bersaglio a
quasi 10.000 chilometri orari, un comportamento che rende più difficile
individuarla e abbatterla.
Gli
americani e i loro partner hanno abbattuto la maggior parte di questi missili,
ma alcuni colpi sono passati.
Un
intercettore americano o israeliano costa tra 2 e 15 milioni di dollari a
seconda del sistema, molto più dell'arma che deve fermare.
"Gli
iraniani hanno capito durante la guerra che i Kleiber Shana sono ottimi perché
costano poco, sono flessibili nei sistemi di lancio e sono piuttosto
efficaci", ha detto al Wall Street Journal Nicole Krajewski, esperta di
strategia iraniana a Sciences Po.
Da
quando la tregua è saltata, Teheran ha colpito ripetutamente gli alloggi dei
militari americani nelle basi della regione e i radar che reggono le difese
aeree.
"Il
presidente Trump è sempre stato coerente nel dire che preferisce una soluzione
diplomatica, ma continua a mantenere tutte le opzioni se l'Iran prosegue le
attività terroristiche nello Stretto di Hormuz o contro gli alleati", ha
dichiarato il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca Steven Cheung.
Tra le
sanzioni che hanno messo in ginocchio l'economia iraniana e i tredici giorni di
attacchi contro obiettivi militari, ha aggiunto, "sarebbe saggio che
l'Iran lavorasse a un accordo negoziato".
Il
portavoce del Pentagono “Sean Parnell “ha detto che le forze armate americane
hanno "tutto quello che serve per agire nel momento e nel luogo scelti dal
presidente".
Pochi
nella cerchia ristretta del presidente e dentro il Pentagono ritenevano che
l'escalation avrebbe prodotto i risultati sperati. Un alto funzionario
americano ha detto di dubitare che riprendere le grandi operazioni di
combattimento avrebbe riportato l'Iran al tavolo delle trattative, perché i
raid ottengono l'effetto opposto: tengono compatto il paese e permettono ai
suoi leader di spostare l'attenzione su una minaccia esterna.
Molti
consiglieri, tra cui il genero del presidente Jared Kushner, indicano una
strada meno rischiosa fatta di negoziati e pressione economica prolungata.
In
pubblico Trump ha tenuto aperte entrambe le possibilità.
"Siamo
pronti a fare fuoco", ha detto ai giornalisti venerdì pomeriggio.
"Siamo pronti ad andare, ma stiamo parlando con loro, quindi forse ci sarà
un punto di svolta, forse no."
Giovedì aveva detto ad “Axios” di stare
valutando "un attacco massiccio" e "più grande che mai".
Venerdì
ha ricevuto dai militari un piano di attacco come quelli che aveva approvato
ogni pomeriggio per due settimane, ma non ha dato il via libera: lo ha rivelato
“Axios”. Poco dopo ha detto che la strategia "più intelligente" è
"fare un accordo".
L'ordine
di sospendere i raid è arrivato alcune ore dopo l'arrivo a Teheran di una
delegazione dell'Oman, che sta discutendo una nuova intesa sulla riapertura
dello Stretto di Hormuz. Nel negoziato ci sono stati progressi e un accordo tra
Oman e Iran potrebbe arrivare nel fine settimana, dopodiché toccherebbe a Trump
decidere se accettarlo.
Alla
cena dell'associazione dei corrispondenti alla Casa Bianca, venerdì sera, il
presidente ha detto di non credere che l'Iran sia pronto a un accordo in questo
momento, "ma sono disposto ad ascoltare".
Il
gabinetto di sicurezza israeliano e le forze armate si aspettavano un nuovo
round di attacchi americani venerdì e si erano preparati a un'offensiva di
grandi dimensioni che avrebbe potuto provocare una rappresaglia iraniana contro
Israele. Gli israeliani sono stati informati solo venerdì sera che Trump non
aveva approvato altri raid.
Il
primo ministro Benjamin Netanyahu arriva negli Stati Uniti lunedì e incontrerà
il presidente martedì. È la prima visita da quando a febbraio ha sostenuto
l'offensiva congiunta contro l'Iran, cominciata poche settimane dopo.
Il
Pentagono ha continuato a spostare mezzi e rifornimenti in Medio Oriente. Sono
arrivati caccia F-16 dalla Germania e F-35 dalla Gran Bretagna, che si
aggiungono a decine di aerei e droni d'attacco già schierati nelle basi a terra
e su due portaerei.
I
bombardieri B-2 e B-52 negli Stati Uniti sono in stato di allerta e questa
settimana un B-1B partito dalla Gran Bretagna ha colpito obiettivi dei
Guardiani della rivoluzione. Quasi venti navi da guerra sono in posizione nel
Mar Arabico o nelle acque vicine e circa 50.000 militari americani nella
regione e in Europa sono assegnati alla missione.
In
quindici giorni il Central Comand ha colpito più di mille obiettivi, contro i
circa 13.000 della campagna di 38 giorni cominciata il 28 febbraio e chiusa
dalla tregua dell'8 aprile. I raid hanno preso di mira radar costieri,
lanciatori di missili antinave e la flotta di piccole imbarcazioni d'assalto
iraniane, oltre a un numero crescente di ponti ferroviari che servono ai civili
ma permettono anche di rifornire la costa meridionale vicino allo stretto.
Il
blocco navale sulle navi dirette ai porti iraniani o in partenza da quelli ha
dato risultati parziali. Dal 14 luglio il Central Comand ha dirottato dodici
navi commerciali, ne ha messe fuori uso due e ne ha ispezionate altre due.
Il
segretario al Tesoro Scott Beseno ha detto martedì che la Cina ha ridotto di
circa il 40% gli acquisti di greggio iraniano negli ultimi mesi. Venerdì il
Dipartimento del Tesoro ha sanzionato nove aziende e quattro persone legate al
finanziere iraniano Babà Zanjan.
Stati
Uniti e Regno Unito stanno organizzando a Londra una riunione ad alto livello
sulla creazione di una coalizione internazionale per proteggere il traffico
marittimo nello Stretto di Hormuz, a cui dovrebbero partecipare il segretario
alla Difesa Pete Hester e Caine. Washington vuole che gli alleati mandino nella
regione mezzi antimine, navi militari e droni. La riapertura dello stretto alle
navi commerciali è il passaggio decisivo di qualsiasi via d'uscita americana
dalla guerra.
Il
prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile venerdì, con il Brent
salito di oltre il 7% fino a 100,95 dollari prima di scendere intorno a 98.
L'Ucraina
ha colpito nel Mar Caspio una nave cargo che trasportava forniture militari tra
Iran e Russia uccidendo un membro dell'equipaggio.
Gli
Houthi, la milizia yemenita sostenuta da Teheran, hanno rivendicato attacchi
contro due impianti energetici sauditi sul Mar Rosso in risposta ai raid
sauditi sulle zone che controllano in Yemen.
Non è
chiaro se la pausa continuerà. Le forze armate americane stanno ancora
preparando i piani per un eventuale ritorno alle grandi operazioni di
combattimento, ma il presidente non ha dato ordini in quella direzione e in
caso di ripresa dei raid i militari possono muoversi con un preavviso breve.
La guerra dura da quasi cinque mesi.
Interni.
"La
superiorità morale della sinistra?
Mai
esistita, è andata in pezzi da anni."
Ilgiornale.it
- Francesco Corridori – (18 dicembre 2022) – Redazione – ci dice:
Intervista
a Giovanni Orsina: "Il castello di carte è caduto". Il politologo
parla delle ultime vicende.
"Era
solo questione di tempo, prima o poi sarebbe successo". Il politologo
Giovanni Orsina non è affatto sorpreso dello scandalo Qatargate che ha colpito
il Parlamento Europeo, ma anzi lo considera inevitabile.
Perché?
"Bruxelles
è un luogo decisionale che non fa riferimento a una tradizione statuale
nazionale, ma gestisce tanto potere ed è strapieno di lobby. Alla fine, come si
dice parafrasando il Vangelo, «oportet ut scandala eveniant»:
questi
scandali sono necessari per riconoscere l'esistenza di problemi e
affrontarli".
Questo
scandalo chi avvantaggia?
"Se
si pensa che Orbán ha subito twittato:
'Ma come? Non dovevate essere voi a
sorvegliare la corruzione in Ungheria?'
è evidente che questa vicenda avvantaggia gli
euroscettici.
Ma non
solo.
Rovina
anche l'immagine che l'Europa ha voluto dare di sé stessa: il luogo della
moralità politica, un esempio che gli altri dovranno imitare".
Viene
meno la superiorità morale della sinistra?
"La
superiorità morale della sinistra non è mai esistita, è un'autorappresentazione
legata al modo in cui ha cercato di superare il marxismo e rifarsi un'identità.
Un pezzo di questa identità la ricostruisce, a partire dagli anni '70,
attraverso il tema della moralità in politica.
Ma è
un'operazione fragile e pericolosa. Ed è andata in pezzi da anni, ormai: non
dimentichiamo che il grillismo nasce dieci anni fa proprio dalla crisi di
questa autorappresentazione della sinistra".
In
Italia abbiamo avuto anche il caso Soumahoro...
"Siamo
sempre lì: l'uso politico della moralità attraverso la costruzione di un mito.
Basti pensare alla copertina dell'Espresso di qualche tempo fa:
Soumahoro
e Salvini, 'Uomini e no'.
Non
due posizioni politiche differenti, ma due poli etici: il bene e il male,
l'umanità e la disumanità.
Ma
quando si scopre che il bene non era poi così tanto bene, il castello di carte
cade fragorosamente".
In
Europa tutto è partito da una Ong, mentre in Italia da una cooperativa di
migranti.
Si può
dire che il Terzo settore sia in crisi?
"Il
Terzo settore è indispensabile, ma l'errore è trasformarlo in un modello etico
indiscutibilmente buono.
Quando
dal Terzo settore escono dei progetti politici, non è detto che siano ipso
facto positivi.
Si può essere in disaccordo col messaggio
politico che emerge dal Terzo settore senza essere brutti e cattivi.
Proprio
perché si è protetti dallo scudo morale della bontà e del no-profit, le
possibilità di corruzione aumentano.
Bisogna
stare attenti che il Terzo settore resti nei suoi limiti".
Pare
che a Bruxelles ci sia la volontà di confinare lo scandalo come un affare di
italiani.
È così
o siamo solo alla punta dell'iceberg?
"Non
ci fa onore che siano coinvolti soprattutto italiani, però mi sembra che sia
emerso un problema sistemico. A prescindere che vi siano altre persone
coinvolte, a Bruxelles non se la possono cavare dicendo 'è un gruppo di
italiani...'. Non è un gioco che può riuscire".
Il
Qatargate quanto influirà sul congresso del Pd?
"Non
lo so. Bisogna capire quanto rimane confinata a sinistra, però il problema è
vedere se la sinistra capisce che l'uso della questione morale è sbagliato alla
radice.
È chiaro che questo è un meccanismo perdente,
ma loro continuano a insistere su questo punto...".
Dopo
questo scandalo, potrà nascere una maggioranza conservatrice?
"Perché
ciò avvenga nell'attuale legislatura, la vicenda dovrebbe allargarsi.
Nel
2024, è possibile che questo avvenga, ma al momento no.
È
evidente, però, che la Meloni, Orbán e i polacchi ne escono rafforzati".
Che
fare?
La
sinistra deve lasciarsi
il
tempo per nascere.
Volerelaluna.it
– (28-10-2024) - Sergio Labate – Redazione – ci dice:
Se la
memoria non mi inganna, sarà la cinquantesima volta negli ultimi dieci anni che
mi ritrovo a scrivere circa quel che dovrebbe fare la sinistra per tornare al
centro dell’attenzione.
In effetti, considerando che nel frattempo
sono inevitabilmente diventato anziano, non escludo che la memoria mi stia
ingannando.
Ma se
invece il mio ricordo è autentico, forse è giusto partire da qui.
Da
questa ripetizione di parole, ricette, speranze e infine fallimenti che da
dieci anni infiliamo con la stessa eleganza di una preziosa collana di perle.
Ciò
complica non poco il mio percorso, che approfittando della pazienza dei miei
lettori dividerò in due tappe differenti.
Nell’articolo successivo a questo mi occuperò
di cose serie e, in modo particolare, dirò perché a mio avviso la sinistra deve
essere rigorosamente laburista, in un senso molto più ampio e complesso del
semplice primato dei diritti sociali e della giustizia sociale.
Ma ciò che vorrei fare adesso è raccogliere
quel dato di partenza – la coazione a ripetere della sinistra che parla di se
stessa fino al punto di parlarsi addosso – per condividere due premesse
metodologiche la cui dose di provocazione credo sia direttamente proporzionale
all’utilità che c’è nel metterle in campo all’interno di questa discussione.
La
prima riguarda la successione di articoli che questo sito sta meritoriamente
ospitando da un po’ di mesi e tutti dedicati a rispondere alla domanda su “che
fare?”.
I
contributi sono tanti e di altissimo livello.
Sembrerebbe
dunque un successo.
Ma io
tenderei a ritenerlo un tipico caso di successo fallimentare.
La
maggior parte di questi contributi sono di persone come me, benché molto più
titolate di me.
Cioè maschi bianchi e occidentali che prendono
ripetutamente la parola da dieci anni per dire che non devono più prendere la
parola.
Finendo
allora col riconoscere che non ci resta che “dare la parola” ad altri,
preferibilmente donne giovani e non occidentali.
Ma che vuol dire “dare la parola”?
Quello
che appare come un gesto di generosità è invece molto spesso un gesto del tutto
paternalista, soprattutto quando la parola le persone la stanno agendo per
conto loro, in altre sedi e con modalità differenti.
O più probabilmente si sono zittite perché
stanche di aver “data la parola” per gentile concessione di noi che continuiamo
a presumere cosa loro pensino o vogliano.
Tutto
sommato, non stiamo riferendoci ad altro che alla questione fondamentale che è
emersa in questa discussione:
che non si tratta semplicemente di ricostruire
un soggetto politico all’altezza, ma che bisogna soprattutto favorire il
riconoscimento di un popolo di sinistra, una qualche forma di rappresentazione
unitaria che non sia surrettiziamente politica ma che sia innanzitutto sociale.
Eccola la domanda.
Qualcuno
sostiene che il fatto che la società sia attraversata fino alla sua radice da
questioni di ingiustizia sia già condizione per rendere necessaria una
concrezione politica (un partito o una coalizione che rappresenti tali
questioni e l’esigenza del loro superamento). Dimenticando che non basta una
società divisa in classi perché le classi abbiano coscienza di sé stesse.
Non
basta un mondo sempre più separato tra i sommersi e i salvati perché i sommersi
si riconoscano sulla stessa barca (i salvati non ne hanno bisogno: ognuno ha il
suo yacht personale).
Ecco
perché qualcun altro – e io sono tra questi – sostiene che non si possa
descrivere la situazione attuale nei termini dell’ottimismo della società e del
pessimismo della politica.
Non c’è da un lato una società matura alla
rappresentanza e dall’altro una rappresentanza al minimo storico di credibilità
che va semplicemente ricostruita.
Il divorzio tra società e politica è il grande
tema e non si risolve pensando che nella prima ci sono delle pretese di
giustizia che attendono solo le parole giuste da parte degli esponenti della
politica.
È per
questo che dare la parola può essere un gesto esclusivamente paternalista,
mentre noi dovremmo metterci in ascolto e non solo di quelle parti di società
che già riconosciamo come nostre (è la critica che muovo ai movimentisti
radicali.
Ovvio
che nella società ci sono esperienze emancipate e politicamente rilevanti.
Ma
fungono da sentinelle, sono preziose ma non bastano.
Bisogna costruire una sinistra popolare, non
una sinistra che assolutizza delle esperienze che restano avanguardie.
È il motivo per cui Gramsci non era populista,
con buona pace di sommi teorici che sostengono il contrario.
So di
essere piuttosto severo – innanzitutto con me stesso.
Ma
introduco subito un esempio, che mi accompagnerà in entrambe le puntate. Nella
discussione sul lavoro che noi facciamo, c’è chi dice che la sinistra dovrebbe
adottare ricette anti-lavoriste (radicalizzare per esempio il reddito di
cittadinanza) e chi invece sostiene che dovremmo combattere il neo-schiavismo
sempre più diffuso ritornando ai diritti sociali che abbiamo perduto, a partire
dalla garanzia del tempo indeterminato.
O
anti-lavoristi o laburisti.
Ecco, io invece non credo che la sinistra
debba sciogliere questa contraddizione.
Se
leggiamo i flussi elettorali più recenti, vedremo che buona parte dei giovani,
quando non si astiene, tende a votare a sinistra più che a destra.
Tutto
ciò ci offre una dote di speranza da non sprecare.
Ma i giovani, se li ascoltiamo, saranno
anti-lavoristi o laburisti?
Qual è
la loro idea di emancipazione – parola preziosissima ma da tenere per noi per
non spaventarli – al riguardo?
Come
giustamente ricorda Marco Revelli nel suo ultimo libro, noi diamo per scontato
che, se chiedessimo a una trentenne se preferisce passare tutta la sua vita da
Sephora a vendere oggetti (ma anche in un sindacato a difendere lavoratori, o
in una scuola a insegnare, per dire) o a consumare ciclicamente identità varie
lasciandosi la libertà di cambiare, lei non avrebbe molti dubbi.
Ma ne
siamo certi?
Siamo
certi che la sinistra debba conquistare i propri voti con la promessa di una
vita dentro Sephora come antidoto alla precarietà?
E se
invece la questione fosse che, di fronte a tutto ciò che è venuto meno in
questi anni, la sinistra deve promettere di più di ciò che prometteva
quarant’anni fa?
Sia
chiaro, non sto riproponendo sotto altre vesti il mito della rottamazione.
La rottamazione renziana era ovviamente un
pretesto, perché non si trattava di far parlare altre generazioni, ma di
sostituire come soggetti della sinistra gli oppressi (o i loro rappresentanti)
con gli oppressori (o con i rappresentanti dei loro interessi).
E la
giovane trentenne cui faccio riferimento non è una trentenne qualsiasi.
Non mi
interessa una sinistra “pass-partout” e rivendico il conflitto sociale anche
tra trentenni.
Faccio piuttosto riferimento a quelle persone
che vorrebbero situarsi sul solco delle tradizioni emancipate e delle loro
storie e che non trovano la confidenza per poterlo fare.
A
quella trentenne di oggi che non ha smesso di sognare e che possiede
probabilmente un’idea di vita liberata molto più densa, complessa e ambiziosa
non solo della dittatura del piacere cui è costretta nel mondo di oggi, ma
anche di quella promessa di vita compiuta che la società del lavoro ha
prospettato a delle generazioni che venivano non dall’opulenza assoluta degli
anni ottanta ma dalla povertà assoluta della guerra (come vedremo nella
prossima puntata).
E in
ogni caso non possiamo interrompere il circolo vizioso della nostra inutile
presa di parola se non siamo disposti non solo a compatire la miseria del
presente cui è costretta la giovane che non ha altra alternativa che i lavori
saltuari oppure una vita intera da Sephora, ma anche ad ascoltare il sogno di
una cosa (il suo sogno, non dando per scontato che sia come il nostro) che
ancora risuona nel segreto della disperazione delle persone a cui abbiamo
consentito venisse sottratta – grazie alle riforme della scuola e
dell’università – l’unica arma della democrazia: la capacità di assegnare un
nome alle cose, di trasformare in parole la rabbia dei giorni.
Volendo
sintetizzare questa prima premessa, potrei dire:
non
illudiamoci di avere già tutte le ricette pronte e che il deficit che scontiamo
sia soltanto organizzativo.
Nel
cantiere della sinistra servono architetti, non semplici geometri.
Non si
tratta di applicare le ricette del passato, ma di fare i conti con un mondo che
è cambiato in peggio, radicalizzando i conflitti sociali, il primato della
struttura economica, l’individualismo come unica forma di vita possibile, il
disprezzo per la vita democratica.
Di
fronte a queste sfide fondamentali, dobbiamo rilanciare le politiche di
sinistra non riducendole al semplice realismo politico (cosa fare per vincere)
ma rilanciandole all’altezza dell’utopismo politico (annunciare, letteralmente,
un mondo nuovo fin dalle sue fondamenta).
La
seconda premessa provocatoria ha a che fare con l’urgenza della ricostruzione
della sinistra, a partire dal più inquietante governo della Repubblica che ci
sia mai stato.
Ma
anche dallo scenario internazionale (la terza guerra mondiale a pezzi), dal
fallimento dell’Europa, dal trumpismo come minaccia permanente, dalla crisi
ambientale che non trova risposte, ecc.
Non
dirò che è il peggiore dei mondi possibili semplicemente perché, avendo da
giovane studiato Leibniz ma avendo anche visto i film di Fantozzi, so bene che
mentre di un mondo possiamo postulare che sia il migliore possibile, è meglio
non stuzzicare la fantasia del destino dicendo di un mondo che è il peggiore:
arriverà
presto qualcosa a ricordarci che al peggio non c’è mai fine. Ecco, proprio per
questo, io credo che dobbiamo sganciare la necessità della sinistra dalla
fretta del presente.
In
questi ultimi dieci anni, la sinistra è sempre stata urgente perché era in
corso uno stato d’eccezione: gli ultimi rigurgiti del berlusconismo, poi
l’austerity, il draghismo, il renzismo.
E non si è mai lasciata davvero il tempo per
nascere come si deve.
Non
vorrei che questa fretta diventi di nuovo un alibi per ciò che verrà. Qualcuno
mi dirà: stai forse normalizzando il governo Meloni?
Niente affatto, sto solo cercando di sottrarmi
alla tesi della discontinuità.
La
forza e la minaccia del governo Meloni non nascono dal fatto di essere una
novità, ma di amplificare un processo di sovversione della democrazia e delle
conquiste sociali del dopoguerra che dura da fin troppo tempo.
Ciò
che siamo soliti definire nei termini dell’eccezione non è che il compimento di
un’epoca.
Si
chiama neoliberismo:
il suo
obiettivo a lungo termine era precisamente di arrivare fin qui.
Alla
trasformazione delle istituzioni democratiche da esperimenti di diffusione del
potere in meccanismo di controllo e ratificazione di un potere che sorge in
altre sedi, che ha come unico obiettivo quello di consolidare la
differenziazione sociale tra sovrani e sudditi e di produrre odio di propaganda
per fare in modo che la nostra servitù sia sempre più volontaria. Il fascismo
ci aspettava da tempo, come esito prevedibile e finale del neoliberismo.
Il suo ritorno non è una sorpresa: è ciò che ci
attendeva fin da quando il capitalismo ha scelto di liquidare brutalmente la
democrazia, una volta accortosi che non gli serviva più.
A pensarci bene, racchiuderei l’atto di
nascita del PD in questa tensione: mettere in primo piano ogni volta uno stato
d’eccezione per preservare da ogni critica l’essenza della nostra epoca, il
progetto neoliberista.
Il PD è un partito intrinsecamente
neoliberista perché non contesta più nulla se non attraverso l’invenzione
permanente di pericoli eccezionali, che gli permettano di presentarsi ogni
volta come “male minore”.
Perché
è così importante storicizzare il governo “non-antifascista” di Meloni?
Perché
la sinistra sta morendo di realismo, di stati d’eccezione e di mali minori.
Esattamente
come la giovane trentenne di cui parlavamo prima.
Che passa tutto il suo giorno dentro una
ripetizione soffocante e insensata e che se vuole prendere aria – anche solo
per cinque minuti – non sa nemmeno dove andare, se piove e non può rifugiarsi
in qualche “bosco urbano” (che orrenda immagine di violenza specista).
Dentro
una città gli restano solo centri commerciali o bar dove ubriacarsi per fuggire
da un male che la costringe – che ci costringe – a consumarci senza più poterci
dedicare a capire ciò che vogliamo, ciò che siamo, con chi vogliamo stare. Io,
che non sono credente, riconosco qualcosa di mostruosamente abietto nel fatto
che la nostra civiltà – che ha edificato per millenni chiese al centro delle
città, spazi dove potersi raccogliere, dove poter semplicemente stare – negli
ultimi cinquant’anni non sa edificare più nient’altro che luoghi dove possiamo
solo consumare e incontrare persone come se fossero cose.
Non ci
sono letteralmente più chiese o case del popolo o porte e finestre da cui
fuggire dal male del capitalismo e del consumo.
E di
fronte a questo male che ha contagiato le nostre vite, che può farsene la
giovane trentenne del ricorso al male minore come forma ultima della politica?
Non è
promettendogli che non ci sarà più la Meloni che sarà disposta a crederci, ma
ricordandogli che c’è un’altra idea di società, un altro modello di convivenza,
un’altra forma di vita che può sognare. Nessun male minore potrà più salvarci,
in queste condizioni.
Solo
una sinistra capace di utopia, potrà farlo.
E in
particolare capace di parlare del lavoro come utopia sociale. Ma di questo, se
qualcuno vorrà ancora leggermi, ne parlerò la prossima volta.
La
seconda provocazione è dunque questa: non c’è alcuna necessità della storia che
salverà la sinistra.
Smettiamola
di affidarci agli stati d’eccezione.
Non
saranno gli stati d’eccezione a tenerci in vita, tutt’al più serviranno a
mantenerci il respiratore attaccato.
La
sinistra riparta da sé, dal mondo nuovo che vuole e dalla speranza di vita
liberata che, dentro gli spazi saturi delle nuove alienazioni, continua a
muovere ogni giorno i pensieri disarticolati e inascoltati della giovane
trentenne.
La
sinistra non intercetta il
bisogno
identitario dei ceti fragili.
Linkiesta.it
- Antonio Bompani – (30 luglio 2026) – Redazione – ci dice:
I ceti
economicamente deboli non si riconoscono nell’opposizione perché la promessa
economica non è più percepita come attendibile e l’allarme antifascista non
restituisce dignità, appartenenza e protezione a chi si sente ignorato.
La
scienza politica da alcuni anni ci dice come il conflitto distributivo non sia
l’unico architrave di ricerca del consenso elettorale, mostrandoci come
appiattirsi su di esso possa essere rischioso.
Una
recente rilevazione di SWG, condotta tra il 14 e il 20 luglio su un campione
nazionale di 1.400 elettori e ispirata al libro di Domenico Petrolo “La
stagione dell’identità” (FrancoAngeli), offre una nuova conferma empirica di
questo spostamento attraverso cifre che meritano di essere approfondite.
Il 47
per cento degli elettori italiani ritiene infatti più importante che un partito
«riconosca e protegga» la propria identità, i propri valori, il proprio mondo,
contro un 39 per cento che continua a privilegiare il miglioramento della
personale condizione economica, divario che si allarga sensibilmente tra gli
over 64 (57 per cento contro 31 per cento) e al Centro-Sud (51 per cento contro
36 per cento), mentre si comprime al Nord, dove le due istanze quasi si
equivalgono (43 per cento contro 42 per cento).
La
geografia interna al dato evidenzia come la domanda identitaria non sia
fenomeno indistinto e uniforme, intrecciandosi piuttosto con differenti
variabili anagrafiche e territoriali.
Se ci si ferma alla prima slide, la tentazione
è leggere il tutto come una vittoria totale della destra identitaria sulla
sinistra «socioeconomica».
Ma la
seconda rilevazione dell’indagine amplia l’interpretazione, affermando che il
39 per cento degli intervistati dichiara di non sentirsi rispettato né
riconosciuto nella propria dignità dalla società attuale, percentuale che sale
addirittura al 58 per cento tra i ceti economicamente deboli, al 52 per cento
tra gli elettori di sinistra e al 48 per cento tra chi non si colloca
politicamente.
Ancora
più severo è il giudizio sulla politica in quanto tale. Il 30 per cento degli
elettori ritiene che nessun partito o leader riconosca davvero identità,
bisogni e difficoltà della cittadinanza.
Qui
sta il nucleo più interessante e forse più scomodo dell’intera ricerca.
La domanda di riconoscimento non nasce da
un’affermazione identitaria proattiva quanto da un vuoto di rappresentanza,
quindi da un generalizzato sentimento di sfiducia, come tale complicato da
recuperare per qualsiasi offerta politica.
È la costatazione – teorizzata da tempo nella
letteratura sulla «politica del riconoscimento», da Charles Taylor a Nancy
Fraser, passando per Axel Sonnet – che quando un sistema politico smette di
offrire ricette di redistribuzione economica credibili, la domanda di dignità
si avvale del piano simbolico e culturale. Affianca il bisogno materiale (e in
certi contesti lo sovrasta nella gerarchia delle priorità percepite), sebbene
senza sostituirlo. Ed è precisamente ciò che la sinistra italiana, almeno nell’ultimo
quindicennio, ha faticato a intercettare.
Il
ceto popolare economicamente più fragile è anche, e nello stesso momento, la
«classe» sociale che si sente più di altre socialmente e culturalmente
ignorata, priva di entusiasmo e caratterizzata da alta diffidenza nei confronti
del futuro.
L’ultimo blocco della ricerca è probabilmente
quello più utile per orientarsi in un futuro immediatamente prossimo del
dibattito pubblico:
le
minacce percepite all’identità sono nettamente polarizzate, ma in modo
sovrapponibile.
Tra
l’elettorato di sinistra l’83 per cento percepisce come minaccia («sì, molto»)
seria il ritorno di una cultura fascista; tra l’elettorato di destra il 73 per
cento teme l’Islam, il 76 per cento la cultura woke e il politicamente
corretto, il 71 per cento l’immigrazione.
Anche il timore per un «nazionalismo esaltato»
tocca il 65 per cento a sinistra, segno che la percezione di minaccia
identitaria funziona ormai come dispositivo di mobilitazione simmetrico,
utilizzabile da entrambi i campi con la stessa efficacia retorica.
Questo
è, in fondo, il cuore della tesi di Petrolo quando applicata al caso italiano.
Da
Brexit a Trump, il successo elettorale premia chi riesce a nominare con
precisione la minaccia identitaria del proprio elettorato di riferimento, più
ancora di chi propone la soluzione economica più efficace.
È una
dinamica che rende comprensibile, per esempio, perché la retorica sovranista
non abbia bisogno di risultati economico-produttivi verificabili per mantenere
consenso, e perché – alla medesima maniera – la sinistra italiana fatichi a
mobilitare sul solo spauracchio fascismo quando questo non si salda, oltre che
a un discorso di dignità materiale verosimile, a un sentimento di identità
sentito come non difeso, se non volutamente ignorato. Si agita una minaccia
avvertita come possibile per buona parte del proprio elettorato, ma senza
risolvere il deficit di riconoscimento che, dati alla mano, è acuto anche tra i
suoi papabili elettori.
C’è da
dire che dal punto di vista metodologico le domande sull’identità, per
costruzione, tendono a generare risposte di adesione più alte di quanto
accadrebbe con formulazioni meno guidate: chiedere «È importante essere
riconosciuti nella propria identità?» produce quasi sempre un consenso ampio,
quale che sia il contenuto specifico attribuito a quella identità. Questo non
svuota il dato, ma invita a trattarlo come indicatore di una tendenza di fondo
reale e già documentata in altre democrazie occidentali, più che come puntuale
misurazione di un singolo elettorato in un momento circostanziato.
Il
messaggio politico che se ne ricava, in conclusione, non è che gli italiani
abbiano smesso di preoccuparsi delle proprie condizioni tangibili e materiali,
tutt’altro: l’elemento va però colto all’interno di una stratificazione di
priorità multiple e non interpretato isolatamente, senza dunque trascurare la
ancora fondamentale necessità di identificazione. Quando la promessa economica
non è più interiorizzata come attendibile o realizzabile nel breve periodo, in
buona sostanza, la domanda di dignità e riconoscimento riempie lo spazio
lasciato vuoto. Ed è un aggregato che oggi, secondo questi numeri, resta
largamente scoperto, con quasi un terzo dell’elettorato che non si sente
rappresentato da nessuno.
In un
sistema politico frammentato come quello italiano, con una destra di governo
che gestisce la propria narrazione identitaria da posizione di forza (iniziando
però, allo stesso tempo, a essere insidiata da chi si piazza ancora più a
destra) e un’opposizione continuamente alla ricerca di una sintesi plausibile
tra istanze materiali e simboliche, questo terzo di elettorato scoperto è la
vera partita aperta del prossimo anno – dove la sfida sarà appunto pure tra chi
riuscirà ad affrontare (o almeno nominare!) il disagio identitario e chi
deliberatamente sfuggirà da queste tematiche, condannandosi a più esigui ruoli
di minoranza.
"Siamo
sempre meno liberi.
Ma
così si diventa poveri."
Quotidiano.net
– (23 settembre 2024) – Politica – Alberto Mingardi – Redazione -ci dice:
Il
direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni:
l'importanza della libertà degli altri per
arricchire la nostra vita e favorire l'innovazione.
Critica
alla limitazione della libertà imprenditoriale e alla paura del dubbio e
dell'errore.
Alberto
Mingardi, 43 anni, docente allo IULM di Milano, è uno dei fondatori
dell’Istituto Bruno Leoni
Se la
libertà, uno dei campi di battaglia del XXI secolo, è così importante, qual è
il prezzo da pagare per essa?
Perché
i principi del liberalismo possono essere utili oggi e domani?
Ma che
cos’è davvero il liberalismo?
Qual è
il suo rapporto con lo Stato, con il mercato, con la democrazia?
O con
la felicità e la realizzazione personale?
In una società sempre più multietnica, come si
declina il valore liberale della tolleranza?
E nel mondo multipolare di oggi, come possiamo
dare forza ai valori del libero scambio e del cosmopolitismo?
Siamo da sempre abituati a leggere non solo la
politica, ma anche la storia delle idee in generale attraverso scontri di
pensiero intrecciati a vicende personali che definiscono il campo della
discussione pubblica, tanto quanto fa la lotta politica fra destra e sinistra.
Ma
mentre l’arma del duello politico è la sciabola, quella del duello
intellettuale è il fioretto.
E sul
tema della libertà e del liberalismo si sfidano in un duello intellettuale i
professori Alberto Mingardi ed Emanuele Felice, autori del libro “Libertà
contro libertà”, di cui pubblichiamo due interventi a confronto.
Roma,
23 settembre 2024 – La vita è piena di sorprese. Se non lo fosse la libertà
servirebbe a ben poco.
Quando
si parla di libertà, ciascuno tende a pensare alla propria.
La libertà di mettersi questo o quel paio di
scarpe, di scegliere cosa studiare, di cercare un lavoro che ci piace.
La
modesta libertà di votare un partito o un altro.
In realtà la libertà più preziosa, per ognuno
di noi è la libertà degli altri. La libertà dello scienziato che insegue un
nuovo vaccino, la libertà del cineasta di realizzare un film, la libertà del
ristoratore di aprire un nuovo ristorante all’angolo della strada.
Usando
la loro libertà, gli altri ci migliorano la vita. Se lo scienziato non può fare
ricerca, se il regista non può farci emozionare, se il cuoco non può farci
assaggiare i suoi piatti, siamo tutti più poveri.
Non ci
sono garanzie di successo. Gli esseri umani sono renitenti a imparare dai
propri errori ma riescono ad apprendere da quelli altrui.
Per
questo quella cosa che chiamiamo “mercato” funziona: perdite e profitti sono
gli insegnanti più efficaci.
La
nostra parte di mondo è diventata più ricca delle altre perché era un po’ più
libera: consentiva a più persone di fare esperimenti e facendone di più
maggiore era la quota dei successi.
Ora
abbiamo preso una strada diversa.
Altro che “liberismo”, paleo o neo. Abbiamo ridotto
gli spazi della libertà di intraprendere e consegnato metà del reddito
nazionale alle burocrazie attraverso la spesa pubblica. Dove è rimasta la
libertà di fare esperimenti, come nei settori hi tech, abbiamo continuato a
inventare cose nuove.
Ma non
esiste un Elon Musk della chimica:
la
regolazione lo ha strangolato nella culla. Per la verità, neppure ci piace
l’Elon Musk che c’è, perché ha il torto di avere reso X uno spazio nel quale
tutti possono dire la loro.
Ci spaventano persino le opinioni.
Vorremmo
che il futuro fosse tracciato, essere liberi sì ma dal dubbio e dall’errore.
Purtroppo
meno si sbaglia e meno s’impara.
Siamo sempre meno liberi e vorremmo esserlo
ancor meno.
Il che ci renderà più poveri.
(Alberto
Mingardi, professore ordinario di Storia delle dottrine politiche
all’Università IULM di Milano, fondatore e direttore generale dell’Istituto
Bruno Leoni).
Teoria
neoclassica:
così il liberismo
economico
ha tradito la libertà
e
promosso l’individualismo.
Ilfattoquotidiano.it
- (6 aprile 2026) - Giovanni Fattore Professore di Economia e Management –
Redazione
– ci dice:
L’ipotesi,
ormai ampiamente falsificata, che le persone perseguono una razionalità
economica individuale e che questa, a certe condizioni, produca benessere ha
incoraggiato una mentalità collettiva antisociale.
Teoria
neoclassica: così il liberismo economico ha tradito la libertà e promosso
l’individualismo.
Uno
dei tratti fondamentali del liberismo economico e del liberalismo politico è la
centralità della persona:
entrambi si affermano nell’Occidente come
risposta a regimi autoritari basati sulla diseguaglianza naturale degli
individui, derivante dalla biologia (la differenza tra uomini e donne), la
‘razza’, le origini familiari (l’appartenenza a una classe in base alle linee
di discendenza), strutture sociali rigide e permanenti giustificate spesso con
la religione.
Il
liberismo economico, come pensiero e come pratica, mette al centro la persona
come imprenditore, lavoratore e consumatore esaltando la proprietà come diritto
fondamentale dell’uomo (solo più tardi della donna).
Esso
afferma il ruolo della libertà come motore dello sviluppo, ponendo la sfera
economica come primaria rispetto a quella istituzionale e politica, sovvertendo
così la supremazia delle istituzioni politiche (l’esercizio diretto del potere
da parte di chi comanda) su quelle economiche, principalmente i mercati del
capitale (la finanza), del lavoro e dei beni e servizi. In sintesi, lo Stato
serve principalmente a difendere la libertà e i diritti economici.
In
questo contributo mi soffermo sul lato ideologico dell’affermazione del
liberismo economico.
Le pratiche hanno bisogno di una teoria che le
giustifichi e in questo caso la teoria si afferma in modo abbastanza veloce con
la cosiddetta teoria neoclassica, un impianto molto astratto che radicalizza le
posizioni filosofiche dell’utilitarismo, assumendo la ricerca del benessere
individuale alla base dei comportamenti umani.
Nel XX secolo, alla ricerca di verità
scientifiche universali, il pensiero economico dominante converge verso un
apparato teorico basato su un’approssimazione irrealistica (le persone sono
individualiste), la formalizzazione matematica vista come necessaria per una
costruzione logica e analitica delle teorie e, più recentemente, lo sviluppo
dell’econometria come metodo probabilistico per verificarle.
L’approccio
è super tradizionalista da un punto di vista epistemologico: l’economia è una
scienza che scopre la verità, l’economista può lavorare come il fisico o il
biologo, alienandosi dai condizionamenti esterni e fornire leggi utili non solo
per capire la realtà economica ma anche trasformarla. I temi più difficili da
trattare, come le diseguaglianze o il ruolo dei valori nel comportamento umano,
vengono marginalizzati dall’accademia dominante, principalmente americana.
Fino
alle crisi del 2008-2010, la formazione economica di milioni di analisti
economico-finanziari, accademici, manager, dirigenti pubblici ha fatto
riferimento quasi esclusivo a questa scuola. Recentemente qualcosa sta
cambiando e finalmente iniziano ad emergere nuove traiettorie di ricerca.
Ma non
bisogna sottovalutare il danno culturale che l’economia neoclassica ha prodotto
alla società.
Questo
danno non è principalmente dovuto ai limiti evidenti dei risultati ottenuti in
più di un secolo di ricerca.
Le
teorie e i modelli neoclassici ci hanno permesso di capire poco dei fenomeni
sia micro (ad es. cosa motiva le persone a lavorare) sia macro (ad es. fare
previsioni sulla crescita economica).
Ma il
danno più grave prodotto dall’economia neoclassica è che ha forgiato le menti
di un credo non solo sostanzialmente falso e pernicioso.
L’ipotesi non dimostrata, anzi ormai
ampiamente falsificata, che le persone perseguono una razionalità economica
individuale e che questa, a certe condizioni – almeno questo è riconosciuto –
produca benessere ha legittimato e anzi incoraggiato una mentalità collettiva
antisociale. Anche se magari sopite, le pulsioni umane verso l’egoismo sono
state portate al livello di virtù, con disattenzione verso il valore di molti
comportamenti umani che rispondono a principi etici, emozioni e sentimenti.
Per
essere concreti, Gary Becker ha formalizzato e provato empiricamente che le
scelte matrimoniali e verso la generazione di figli rispondono a una
razionalità economica.
Anche per questo ha preso il Premio Nobel.
L’essenza
di questo lavoro è abbastanza intuitiva: il benessere economico è parte delle
motivazioni sulla scelta del partner e di fare figli.
La sua
agenda di ricerca era tesa a volere espandere l’approccio della teoria
neoclassica ad una sfera dove l’amore e la genitorialità, non la razionalità
economica, sono le dimensioni più interessanti da studiare.
Questa agenda era poco utile non solo perché
ha ottenuto risultati abbastanza scontati, ma anche perché ha creato un danno –
magari anche involontario -, promuovendo una cultura diffusa per cui
l’interesse economico deve essere al centro anche nella vita sentimentale e
familiare.
Così,
la profezia – il dare troppo spazio alle ragioni economiche – tende ad
autoavverarsi.
Chi
cerca l’amore è spinto a non farlo. Chi ha paura di avere figli per il loro
futuro economico rinuncia ad averli.
La prima parte dei termini “liberismo” e
“liberalismo” richiama la libertà:
l’ideologia che li sottende finisce per
tradirne il significato più profondo.
Tra
“niveaux différents” e
“divide
et impera”: le fratture dopo
il
governo regionale con Forza Italia.
Aostasera.it
– (5 novembre 2025) – Luca Ventrice – Redazione – ci dice:
Dopo
l'accordo con Forza Italia, quella di “Testolin” sembra una mossa da
"divide et impera".
L'effetto
è triplice: spaccare gli Autonomisti di centro, l’unità del centrodestra e
lasciare la sinistra, in Consiglio, spaccata e all’opposizione.
E ad Aosta?
(Consiglio
Regionale Union Valdotaine- Renzo Testolin).
Una
volta si chiamavano niveaux différents.
E dopo
cinque anni di maggioranze (quasi) speculari tra piazza Deffeyes e piazza
Chanoux il concetto torna prepotentemente a dividere i due palazzi.
La
nuova Giunta regionale è pronta.
Il presidente incaricato “Renzo Testolin ha
scelto il nuovo governo, il terzo guidato da lui, che sarà composto dalla “sua”
“Union Valdôtaine “– della quale è stato campione di preferenze alle ultime
elezioni –, dagli Autonomisti di centro decurtati dalla quota “Pour
l’Autonomie” rappresentata da Marco Carrel e da Forza Italia.
Mossa
da divide et impera, dopo i cinque anni in alleanza con i Federalisti
progressisti – Partito democratico, che cambia l’asse politico recente e che,
soprattutto, ha un effetto triplo: spaccare ADC, spaccare l’unità del
centrodestra e lasciare la sinistra in Consiglio Valle, spaccata e
all’opposizione.
Effetto
quadruplo, volendo: dopo l’accordo siglato proprio con gli Autonomisti di
centro e – con molta fatica – con il Pd per le liste delle elezioni comunali di
Aosta, lasciare ora la nuova Amministrazione cittadina guidata dal sindaco
Raffaele Rocco, a dialogare con una maggioranza di colore diverso,
politicamente, in Regione.
I
dolori del giovane centrodestra.
Fratelli
d’Italia: “Errore politico e strategico grave.”
Il
deputato” Enzo Amico” ed il presidente di Fratelli d'Italia Valle d'Aosta
Alberto Zucchi presentano le liste per le Regionali.
Il
deputato” Enzo Amico” ed il presidente di Fratelli d’Italia Valle d’Aosta
Alberto Zucchi alla presentazione delle liste per le Regionali
Se “Pour
le Autonomie” – nonostante l’exploit elettorale di Carrel, con le sue 1.869
preferenze – viene confinata in opposizione e ad Aosta resta senza incarichi di
governo con il suo unico eletto, Giorgio Giovinazzo, è nel centrodestra ex
unito che affiorano tutti i malumori del caso.
Vincenzo
Amico, deputato e commissario per la Valle d’Aosta di Fratelli d’Italia, in una
nota spiega come sia “un errore strategico escludere il principale partito di
governo nazionale”.
Ma non
solo: “La chiusura dell’accordo per la nuova Giunta regionale rappresenta, a
nostro avviso, l’errore politico e strategico più grave che potesse essere
commesso per il futuro della Valle d’Aosta in questo momento cruciale”.
Infatti,
ribadisce Amico, “escludere Fratelli d’Italia significa rinunciare a una
collaborazione che avrebbe potuto portare benefici concreti ai valdostani e
avviare una fase completamente nuova per la Valle, all’insegna di un
rafforzamento dei rapporti tra la Regione e il Governo nazionale.
Fratelli
d’Italia rappresenta la prova tangibile di una discontinuità vera, concreta e
credibile rispetto a un passato recente, perché capace di offrire serietà,
competenza e un approccio diverso al governo dell’autonomia, nell’esclusivo
interesse dei cittadini valdostani”.
In
chiaro, “una
prospettiva resa evidente anche dal profilo e dall’impegno dei nostri eletti in
Consiglio regionale, Massimo Lattanzi, Alberto Zucchi, Massimiliano Tuccari e
Aldo Domanico, a testimonianza di una presenza radicata e costruttiva sul
territorio.
Il Governo nazionale e la sua maggioranza
rappresentano oggi la garanzia più solida per la tutela e il rafforzamento
dell’autonomia valdostana. Ignorare questa realtà, come ha fatto la classe
dirigente dell’Union Valdôtaine, non solo è un errore di valutazione, ma anche
un segnale di chiusura che rischia di isolare ulteriormente la Valle d’Aosta in
un momento in cui sarebbe invece fondamentale consolidare i rapporti
istituzionali con Roma”.
“Fratelli
d’Italia continuerà a lavorare con responsabilità e coerenza, valutando ogni
decisione e ogni voto in piena libertà, insieme agli alleati della Lega Valle
d’Aosta e del centrodestra, ma senza vincoli rispetto a scelte che non
condividiamo né nel metodo, né nel merito”, dice ancora il deputato.
Che,
però, lancia anche un segnale dritto per dritto a Forza Italia: “È bene
ricordare che nessuna forza politica della coalizione può parlare o agire in
rappresentanza esclusiva del Governo nazionale, che trova la sua sintesi
politica e istituzionale unicamente nell’azione congiunta dei partiti che lo
compongono”.
“Riteniamo
che la politica valdostana abbia perso un’occasione importante per aprire una
fase nuova, fatta di serietà, visione e rapporti costruttivi con il Governo
della Nazione, guidato da Fratelli d’Italia, il partito che esprime il
Presidente del Consiglio Giorgia Meloni”, chiude Amico.
L’amarezza
della Lega: “La fine assoluta del centrodestra”.
Lega
Valle d’Aosta - Maria Lice Boldi.
Dalle
parti della Lega Valle d’Aosta l’umore è tetro. La segretaria Maria Lice Boldi
lo dice chiaramente: “Fino a pochissimi giorni prima, l’unità del centrodestra
era stata definita incrollabile dietro specifica richiesta. Non era in
discussione. Ma sospettavo sin dall’inizio una manovra di questo tipo. Quindi,
non provo neanche troppa delusione”.
Ma la
questione è comunque più larga: “Visti i ‘balletti’ plurimi fatti da una parte
e dall’altra, ne prendo atto – aggiunge Boldi –. Prendo atto della fine
assoluta del centrodestra. E del fatto che una delle persone che più ci ha
creduto, come me, ci ha rimesso un sacco di consiglieri”.
Non
solo: “Ho pagato la mia idea di centrodestra. Ho capito che la coerenza
assolutamente non paga. Lo fanno di più le prospettive di poltrone ed il
volersi accomodare, dicendo oltretutto delle verità parziali o delle falsità”.
La
segretaria della Lega mette ancora in fila un paio di questioni. Anzitutto,
rivolgendosi all’Union: “Auguro loro che sia riaffermata la coerenza e la
lealtà che pare oggi sia stata dimostrata loro – dice ancora –. O, almeno,
queste prospettive di lealtà. Auguro loro di non subire la delusione cocente
cui siamo stati sottoposti noi e le altre forze del centrodestra”.
Poi,
la questione dei legami con il Governo Meloni: “Riguardo il millantato credito
con le forze di governo – chiude Boldi –, ricordo non esiste solo Forza Italia
ma anche la Lega e Fratelli d’Italia. E abbiamo tanti ministri, penso potremmo
anche dire la nostra. E se sarà per il bene dei valdostani assicuriamo il
nostro appoggio e la nostra intercessione.
Forza
Italia: “Una svolta storica.”
Antonio
Tajani, ad Aosta con Forza Italia.
L’aria,
dalle parti di Forza Italia, è completamente diversa. In una nota, questa
mattina, gli azzurri parlano di “una svolta storica di cui la Valle d’Aosta
aveva bisogno, in un’ottica di un più stretto raccordo e di una più proficua
interlocuzione con il Governo al fine di portare risultati concreti e soluzioni
a vantaggio dell’intera comunità valdostana”.
Nota
che arriva dopo che, nella serata di ieri, si è riunita la segreteria di Forza
Italia Valle d’Aosta che “ha ratificato all’unanimità con un lungo applauso
l’ingresso nella nuova maggioranza regionale con l’Union Valdôtaine e gli
Autonomisti di Centro, suggellata sempre nella giornata di ieri dall’accordo
politico-programmatico con il partito di maggioranza relativa all’interno del
Consiglio Valle sottoscritto dal Presidente del Gruppo Parlamentare di Forza
Italia al Senato, Maurizio Gasparri, nella sua qualità di responsabile
nazionale enti locali, e da Joël Farcoz per l’Union Valdôtaine”.
“La
maggioranza di cui abbiamo deciso di fare parte poggia su basi solide sia a
livello valoriale sia a livello programmatico – dice FI –, con l’individuazione
di tematiche di interesse regionale e di dossier prioritari sui quali abbiamo
garantito la massima attenzione affinché si possano trovare soluzioni e
ricercare sostegno nella prosecuzione dei relativi iter”.
E, si
legge ancora, “in un simile contesto, preme sottolineare come il programma di
legislatura su cui si è costruita la nuova maggioranza regionale ricalchi in
gran parte il programma elettorale comune di centrodestra, che ci impegniamo
fin da subito a promuovere e a portare avanti, in accordo con i nostri
referenti nazionali, peraltro dopo esserci dimostrati nei fatti alternativi al
Partito Democratico.
La nostra serietà, la nostra coerenza ai
principi e agli ideali del centrodestra e la nostra linearità nei comportamenti
sono dimostrate dai fatti e dalla volontà di portare proposte e idee liberali e
riformiste direttamente all’interno della giunta regionale, laddove le
decisioni verranno prese a beneficio delle valdostane e dei valdostani”.
Non
solo, perché il partito guidato da “Emily Rini” cerca di guardare comunque ad
un centrodestra unito, nonostante il qui e ora:
“D’altra
parte, la Valle d’Aosta ha di fronte a sé sfide talmente grandi e talmente
importanti da affrontare la cui definizione non può che passare attraverso
rapporti stabili e di leale collaborazione con lo Stato e noi, come Forza
Italia, ci poniamo come garanti di questa collaborazione politica, nell’ottica
di un’auspicabile prospettiva di apertura all’intera area di centrodestra”, chiude la segreteria regionale di
Forza Italia.
Rocco
senza i suoi “fratelli”?
Il
sindaco di Aosta Raffaele Rocco e la vicesindaca Valeria Fadda.
Anche
se i niveaux sono différents, la decisione di Testolin ha comunque un riflesso
su piazza Chanoux.
E se i
rapporti non sono stati semplici tra maggioranze speculari, difficilmente lo
saranno ora, soprattutto tra Forza Italia e Pd tra i quali non corre certo buon
sangue.
Nonostante
i numeri “bulgari” di chi governo in Comune – su 29 eletti la legge
maggioritaria consegna solo nove consiglieri all’opposizione e 20 alla
maggioranza –, la cacciata di “Pour l’Autonomie” potrebbe vedere Giovinazzo
accasarsi in minoranza.
O,
comunque, irrigidire i rapporti tra l’Union Valdôtaine – che ha sette eletti,
tre dei quali assessori – e la quota di maggioranza dei Federalisti
progressisti – Partito democratico, con i loro sei eletti, due dei quali
assessori.
Di
suo, Raffaele Rocco ridimensiona la questione. “In Comune si è votato con una
legge maggioritaria e la coalizione è costruita su un programma ben specifico –
ha spiegato –. I rapporti con la Regione sono istituzionali, prescindono dagli
equilibri di governo.
Non penso ci possano essere problemi, dal
momento che gestiamo la cosa pubblica insieme. Non vedo nessun problema, ciò su
cui Comune e Regione lavorano assieme è lo stesso, indipendentemente dalle
maggioranze”.
Il
cambio di asse può “indebolire” l’Esecutivo di Aosta?
Secondo
il Primo cittadino del capoluogo no: “La nascita della nostra Giunta è
stata meditata e accettata da tutti i movimenti, non vedo grossi problemi e non
vedo perché le dinamiche in Regione dovrebbero influire – chiude Rocco –. Per
costruire la Giunta abbiamo parlato della città. Poi, i movimenti politici sono
seri. Nella nostra coalizione abbiamo l’”Union Valdôtaine”, che ne è il
pilastro.
Mentre
il Pd è un partito che sa benissimo cosa significa governare”.
(Luca
Ventrice-Giornalista professionista.)
Imparare
e disimparare
dall’estrema
destra.
Greeneuropeanjournal.eu
– (22 gennaio 2026) - Adam Ostolassi – Democrazia – Redazione – ci dice:
Nel
tentativo di fermare l’ascesa dell’estrema destra, i partiti politici europei
hanno spesso cercato di ignorare le questioni sollevate da queste forze,
adottando al contempo parte del loro programma.
Come
hanno chiaramente dimostrato le recenti elezioni, questo approccio non
funziona.
Dobbiamo
ripensare le nostre soluzioni ai problemi che hanno permesso all’estrema destra
di prosperare, ma prima dobbiamo dimenticare le lezioni che abbiamo appreso
acriticamente.
Mentre
seguivo il secondo turno delle elezioni presidenziali francesi del 2022, fui
pervaso da una strana sensazione.
I risultati dei dipartimenti d’oltremare sono
stati scioccanti: la candidata di estrema destra Marine Le Pen ha ottenuto una
schiacciante maggioranza dei voti negli stessi collegi elettorali che solo due
settimane prima (con le notevoli eccezioni di Mayotte) avevano mostrato una
chiara preferenza per il candidato di sinistra Jean-Luc Mélenchon.
Ciò
sembrava sfidare le percezioni comuni sulle cause del sostegno all’estrema
destra.
Dopotutto, le persone non possono essere
diventate razziste o aver acquisito una nuova identità politica in sole due
settimane.
Si
potrebbe essere tentati di spiegare questo risultato come un “voto di protesta”
o un’“anomalia”.
Ma
potremmo ottenere spunti molto più profondi seguendo il consiglio della
pensatrice femminista nera bella hooks e adottando la prospettiva dei margini
per comprendere meglio il centro, piuttosto che il contrario. E se ciò che è
accaduto nei Caraibi francesi potesse fornire un indizio per analizzare ciò che
abbiamo davanti ai nostri occhi?
Per
molti, l’idea che potremmo effettivamente imparare qualcosa dall’estrema destra
può sembrare sconcertante. Non abbiamo già imparato abbastanza da essa?
Sì, in
un certo senso. Ma non possiamo imparare meglio?
Come ha osservato “Stuart Hall” nel suo saggio
del 1988 “Learning from Thatcherismo”, “la questione, ora, non è se ripensare,
ma come ripensare”.
L’estrema destra condivide alcune delle
caratteristiche che Hall attribuiva al thatcherismo:
la capacità di riconoscere e affrontare
problemi che altri scelgono di ignorare, la disponibilità a mettere in
discussione presupposti consolidati e a renderli obsoleti e la capacità di
imporre le proprie politiche agli altri e plasmare il mondo a propria immagine.
Nella
maggior parte delle società occidentali, il centro politico sta incorporando
sempre più facilmente parti consistenti dei programmi dell’estrema destra.
La
domanda, ora, non è se, ma quali lezioni impareremo.
Alla
ricerca di domande.
Ma
cos’è esattamente l’“estrema destra”? Non può essere definita in termini di
sostanza.
I
partiti e i movimenti di estrema destra in Europa sono di ogni tipo e colore,
sia in termini di politiche economiche (dal liberalismo di mercato al
protezionismo) e affinità religiose (dal laicismo radicale al fondamentalismo
religioso), sia nell’atteggiamento nei confronti degli ebrei (dal tradizionale
antisemitismo all’appartenenza ai migliori amici di Israele).
Non
c’è nemmeno una somiglianza familiare!
Neanche
una definizione topografica può essere d’aiuto. Usare l’etichetta “estrema
destra” per definire coloro che occupano posizioni più estreme rispetto al
rispettabile centro-destra avrebbe potuto funzionare in passato.
Ma il
termine è diventato sempre più ambiguo con l’affermarsi delle politiche e dei
discorsi di estrema destra, in particolare per quanto riguarda la migrazione.
Questo
fenomeno non si verifica solo nei Paesi in cui sono al potere leader di estrema
destra, come l’Ungheria o l’Italia, ma anche in altri Paesi governati da
partiti di centro-destra (Austria, Polonia), centristi (Francia) o di
centro-sinistra (Danimarca).
Inoltre,
l’estrema destra ha conquistato il dibattito delle istituzioni europee, le cui
decisioni contribuiscono alla progressiva “urbanizzazione” della politica
migratoria dell’UE. Considerare l’ultradestra come “estrema” – ovvero estranea
al centro per definizione – è un’abitudine tanto radicata quanto
fuorviante.
Seguendo
il consiglio di Nietzsche – “solo ciò che non ha storia può essere definito” –
propongo di comprendere l’estrema destra in funzione di ciò che fa: una forza
storica che, se non viene fermata, è destinata a svolgere un ruolo centrale
nella congiuntura attuale. Il compito da svolgere non è quello di cercare
conforto nelle definizioni, ma di scomporre e spiegare questo ruolo.
Dobbiamo
esaminare con onestà i problemi che essa articola e scomporre tali
articolazioni.
Nemmeno
alcune delle interpretazioni più convincenti disponibili sull’estrema destra
riescono a raggiungere questo obiettivo.
Nel
quadro marxista classico, la politica di estrema destra poteva essere vista
attraverso la lente delle questioni di classe mascherate da questioni
identitarie.
In altre parole, le identità stabili vengono
presentate come una risposta dislocata alla precarietà economica.
Ma si
tratta solo di economia e “falsa coscienza”?
Concetti come agonismo (reso popolare dalla
teorica politica Chantal Mouffe) o post-democrazia (coniato dal politologo
Colin Crouch) ci aiutano a vedere l’ultradestra come un appello all’azione
collettiva, una rivolta contro la mancanza di una reale possibilità di scelta
in un sistema che finge di essere democratico.
Questa
interpretazione ci porta oltre, ma c’è ancora molta strada da fare. Le analisi
di studiosi come Vincent Tiberj riguardanti la “deriva verso l’ultradestra
dall’alto” (élite) piuttosto che “dal basso” (elettori) sono ben supportate dai
dati e molto illuminanti in diversi contesti. Questo è vero e utile, ma ancora
insufficiente.
Imparare
dall’estrema destra significa compiere un passo ulteriore – e rischioso.
Ciò
significa che dobbiamo esaminare con onestà i problemi che essa articola e
scomporre tali articolazioni. Ciò che occorre fare è esattamente l’opposto di
quanto fatto finora dal centro politico.
La corrente principale impara dall’estrema
destra adottando come propria una parte sempre più consistente del suo
programma.
Questo significa imparare mnemonicamente:
ripetere le risposte senza capire veramente le domande.
La
sfida consiste nel separare i due livelli. Solo così possiamo sperare di
imparare le lezioni di nostra scelta e non semplicemente quelle prefabbricate.
Rifiutare
l’“utopia.”
Le
manifestazioni degli agricoltori che hanno attraversato l’Europa nella prima
metà del 2024 sono state il risultato di una lunga storia di malcontento.
In particolare, sia l’estrema destra che la
corrente politica dominante condividevano due presupposti fondamentali sul
movimento:
che le proteste fossero principalmente contro il Green
Deal europeo e che l’estrema destra fosse la più adatta a rappresentare la
causa degli agricoltori.
Tuttavia,
non tutte queste proteste erano associate all’estrema destra e la resistenza
alle normative ambientali era solo una parte del loro programma. In quasi tutti
i casi sono emersi tre temi: normative ambientali, percezione di minacce da
parte della concorrenza straniera (sia essa proveniente dall’Ucraina, dal
Canada, dal Sud America o da altri Stati membri dell’UE) e calo della
redditività della produzione. In tutto il continente, molti agricoltori
faticano a sopravvivere e il numero di aziende agricole a conduzione familiare
in Europa sta diminuendo inesorabilmente, mentre i beneficiari finali dei
sussidi dell’UE sono i grandi operatori agroindustriali.
Inoltre,
proteste hanno avuto luogo anche al di fuori dell’UE (ad esempio nel Regno
Unito, in India e in Canada), dove gli agricoltori non sono interessati dal
Green Deal europeo. E, sebbene in alcuni Paesi il malcontento nei confronti
delle normative ambientali fosse parte delle lamentele degli agricoltori, il
quadro non era unitario. Altri temi, come le politiche commerciali e le
pratiche di acquisto sleali o svantaggiose (da parte dei supermercati o dei
governi), sono stati talvolta i principali motori dei movimenti contadini.
La
scelta del Green Deal europeo come simbolo delle proteste a scapito di altre
rivendicazioni è stata, infatti, una questione di convenienza. È più facile
indebolire o rinviare alcune normative ambientali piuttosto che affrontare i
problemi di fondo che rendono tali norme insostenibili. Per comprendere
realmente le proteste degli agricoltori è necessario riconoscere questo
fatto.
come
possiamo articolare il bisogno di ordine e sicurezza senza compromettere i
valori dell’ospitalità e dell’apertura?
Ma
dobbiamo anche comprendere il potere del sentimento anti-regolamentazioni. È
proprio questo fattore che ha creato un’affinità elettiva tra le proteste degli
agricoltori e l’estrema destra in molti Paesi. La resistenza all’eccesso di
regolamentazione, la sensazione di essere soffocati da quella che David Greater
ha definito “l’utopia delle regole”, è qualcosa che la maggior parte di noi
conosce bene. E, al giorno d’oggi, è uno dei pilastri dell’economia affettiva
dell’estrema destra.
Dobbiamo
quindi chiederci: è possibile immaginare un altro tipo di Green Deal in Europa
che non si basi in misura così rilevante sulle normative per raggiungere il
proprio obiettivo? Ma la questione più seria e più ampia è: come possiamo
organizzare la nostra vita sociale e le nostre politiche al di là dell’“utopia
delle regole”? E la resistenza all’eccesso di regolamentazione può essere
articolata in modi diversi e da forze politiche diverse dall’estrema
destra?
Migrazione
e politica della paura.
“Ma
dovrebbero rispettare la legge polacca, no?” Durante la campagna elettorale del
2015, che ha coinciso con il culmine della crisi dei rifugiati, mi veniva posta
questa domanda di tanto in tanto. Con la mia mentalità accademica, la
interpreterei come un segno di pregiudizio razzista sottile e, nella maggior
parte dei casi, inconscio.
Non dovrebbero tutti, cittadini o meno,
rispettare la legge?
Perché
presumere che i rifugiati sarebbero più inclini a infrangerla?
La
stessa mentalità suggeriva che l’unica risposta appropriata a tali domande
fosse quella di ridimensionarle. La via d’uscita, secondo me, era l’istruzione.
Ma
quella domanda mi è stata posta una volta nella mia città natale da una vecchia
amica, una politica locale e militante di sinistra di lunga data. Fuori dagli
schemi secondo gli standard attuali della sinistra urbana con il suo amore per
la caccia, in politica è sempre stata appassionata di giustizia sociale e
libertà individuali. Eppure, lei stava ponendo la domanda con sincerità. Ho
faticato a capirne il senso.
L’opinione
pubblica nei confronti dell’immigrazione ha alti e bassi, ma in tutta Europa si
registra una crescente riluttanza ad accettare migranti e rifugiati. Questo è
generalmente percepito come un riflesso di xenofobia: il desiderio di
proteggere un’identità collettiva, che si tratti della “cultura polacca”, dei
“valori repubblicani” francesi o del “nostro stile di vita europeo”. La paura
dell’altro da sé, in breve. Sia la corrente politica dominante che l’estrema
destra danno per scontata questa paura e hanno quindi una visione simile della
questione migratoria. Ma non è tutto qui.
Dal
2015 seguo i sondaggi di opinione pubblica e altre ricerche sull’atteggiamento
nei confronti dei migranti e dei rifugiati in Polonia. Sorprendentemente,
durante gran parte di questo periodo c’era una netta maggioranza favorevole
all’accoglienza dei rifugiati. Includere parole come “arabo” o “musulmano”
nelle domande non ha cambiato molto la situazione. Solo in due casi il livello
di sostegno è risultato significativamente inferiore, al punto da ribaltare il
risultato e produrre una maggioranza contraria ai rifugiati. In primo luogo,
quando la domanda è stata formulata con riferimento all’Unione europea e agli
obblighi esterni della Polonia. In secondo luogo, quando si è verificata una
crisi migratoria.
Il
problema non è che le nostre risposte siano diventate obsolete, ma che stiamo
guardando nella direzione sbagliata.
Una
crisi migratoria è, prima di tutto, l’immagine del caos: foto di persone che
assaltano i confini, storie di migranti che si comportano in modo incivile e
immagini che circolano nei media, amplificate dai politici, dai titoli
sensazionalistici e dagli slogan virali sui social media. Che tipo di ansia
produce un contesto mediatico e politico di questo tipo? Si può esprimere come
paura dell’altro da sé, ma in fondo non si tratta forse di qualcosa che
spaventa tutti noi: lo spettro dell’anomia e dell’insicurezza?
Probabilmente,
gran parte di questa percezione è prodotta dallo Stato: i richiedenti asilo
attraversano illegalmente le frontiere perché lo Stato stesso li priva
attivamente di altre possibilità. L’anomia percepita è amplificata dai media e
aggravata da qualsiasi fonte di insicurezza già esistente, tra cui la
precarietà sociale ed economica (ad esempio, lavoro e alloggio) e altre cause
di ansia collettiva.
Questo, tuttavia, non rende il problema meno
reale. In giro ci sono sicuramente dei veri razzisti, ma non costituiscono un
elettorato determinante.
Considerare
qualsiasi riluttanza ad accettare migranti o rifugiati come causata dal
razzismo non può che rafforzare l’estrema destra.
Non è possibile educare le persone a
rinunciare ai loro bisogni emotivi fondamentali. E c’è un bisogno umano
universale di ordine, così come c’è un bisogno universale di libertà.
Pertanto,
il secondo pilastro dell’economia affettiva dell’estrema destra è la paura
dell’anomia. Se vogliamo una politica migratoria dignitosa e umana, dobbiamo
affrontare questo problema. La nostra seconda domanda, quindi, è: come possiamo
articolare il bisogno di ordine e sicurezza senza compromettere i valori
dell’ospitalità e dell’apertura?
Dignità
e identità.
“Non
mi sarei aspettata di sentire nulla di interessante da un uomo di mezza età,
eppure non è stato tempo buttato via”, disse un’amica a un collega con cui
aveva appena terminato un progetto di ricerca.
Una
battuta innocente, sotto ogni punto di vista. Nessuna offesa e nessuna
intenzione di offendere. L’amico non ricorda nemmeno la situazione (gliel’ho
chiesto l’altro giorno).
Eppure,
ciò che può o non può essere considerato una battuta innocente rivela sempre
strutture sociali più ampie.
Non
possiamo iniziare ad imparare dall’estrema destra finché non esaminiamo
attentamente il modo in cui reagisce e riformula i discorsi attuali sul genere
e, naturalmente, sulla nazione.
Gli
ambienti di estrema destra si definiscono difensori della nazione. Sia i loro
membri che i loro elettori tendono ad essere prevalentemente di sesso maschile
e, tra i giovani uomini, sono spesso il gruppo con il maggiore fascino. I
leader e i politici di estrema destra, sia uomini che donne, tendono a
esprimersi a favore dei valori familiari tradizionali e dei ruoli di genere
tradizionali.
Ciò
sembra giustificare la percezione dominante dell’estrema destra come
nient’altro che una reazione contro il cosmopolitismo europeo e l’emancipazione
femminile, incarnazione dello sciovinismo e della mascolinità tossica.
Lasciando
da parte la terminologia carica di valori, questa descrizione è in gran parte
coerente con l’auto-consapevolezza dell’estrema destra.
Ma c’è
dell’altro.
Per
comprendere le concezioni dell’estrema destra in materia di genere e nazione,
dovremmo osservare come queste due dimensioni sono rappresentate nella cultura
dominante. Affermazioni come “i polacchi non sono cresciuti con la democrazia”
o “gli ungheresi sono una società razzista” rivelano che il presunto centro
liberale cosmopolita non è esente dal descrivere il mondo in termini di nazioni
e delle loro caratteristiche. È interessante notare che questo è lo stesso
schema evocato dall’estrema destra quando parla dei richiedenti asilo
provenienti dal Medio Oriente come fondamentalmente incapaci di comportarsi in
modo civile (“i musulmani/arabi sono fatti così, ecco perché non possiamo
lasciarli entrare”). Entrambe le parti concordano paradossalmente sul fatto che
alcune identità etniche o nazionali non siano in qualche modo degne di
rispetto. La reazione dell’estrema destra non è quindi solo resistenza al
cosmopolitismo o all’europeizzazione, ma anche una reazione alla percezione di
essere considerati come un’“identità disprezzata”.
E che
dire del genere? In che modo l’opinione pubblica si rapporta alla percezione di
affinità tra mascolinità e politica di estrema destra? “ Per il bene della
democrazia, gli uomini potrebbero votare qualche anno dopo e le donne qualche
anno prima”, ha suggerito un sociologo di sinistra intervistato da un
quotidiano liberale poco prima delle elezioni polacche del 2023. Aumentare
l’età minima per votare per la popolazione maschile priverebbe del diritto di
voto i giovani uomini, considerati l’elettorato cruciale per l’estrema destra.
Una proposta simile per “salvare” la democrazia dal “progetto politico
nazionalista, maschile e guidato dal testosterone” è stata avanzata da un’altra
intellettuale liberale nel 2019: “Ho un’idea semplice: sospendere il diritto di
voto agli uomini per tre mandati […]. Non potrebbero votare, ma potrebbero
essere eletti”. (Da allora ha ripetuto questa idea diverse volte.)
Ancora
una volta, questa posizione rispecchia il modo in cui l’estrema destra parla
dei migranti. Sostiene che, contrariamente a quanto affermano le ONG
umanitarie, la maggior parte dei richiedenti asilo non sono famiglie con
bambini, ma “giovani uomini”, che non meritano davvero empatia. Ciò che
accomuna entrambe le parti è il contesto culturale in cui gli uomini, in
particolare i “giovani”, non sono in qualche modo degni di rispetto. Anche in
questo caso, la reazione dell’estrema destra non è solo una resistenza
all’avvento della parità di genere, ma anche una reazione contro ciò che
percepisce come un’identità “disprezzata” e, di conseguenza, una difesa del
proprio valore, trasferendo la mancanza di rispetto sugli altri.
La
politica del riconoscimento è diventata un gioco a somma zero, in cui il
rispetto accordato ad alcune persone deve essere sottratto ad altre. Trasferire
la mancanza di rispetto ad altre persone o gruppi è una possibile risposta
all’esperienza di essere ignorati. Ma possiamo immaginare un diverso tipo di
ridistribuzione della dignità?
Dobbiamo
imparare a disimparare
In
tutti e tre i casi sopra citati, esiste un tacito accordo tra l’estrema destra
e il centro politico, mentre la percezione che la società ha dell’estrema
destra rispecchia l’immagine che essa ha di sé stessa. Questa situazione ci
lascia solo due modi per affrontare l’estrema destra: tenerla fuori dai giochi
(cordone sanitario) o adottare parti del suo programma in un tentativo di
contenimento destinato al fallimento. Di conseguenza, l’estrema destra può
essere tenuta fuori dal centro (per un certo periodo), ma ciò non impedisce al
centro di spostarsi sempre più a destra. Una vittoria dubbia, se mai ce ne
fosse una.
Ma c’è
un altro percorso, che inizia con il disimparare. Il primo compito è
disimparare ciò che diamo per scontato riguardo alla natura del fascino
esercitato dall’estrema destra. Quindi, dobbiamo disimparare la saggezza
trasmessaci su come affrontare l’estrema destra. Infine, dobbiamo disimparare
gran parte di ciò che sappiamo sui problemi e le rivendicazioni sociali dei
nostri tempi: il problema non è che le nostre risposte siano diventate
obsolete, ma che stiamo guardando nella direzione sbagliata.
Una
volta fatto questo, possiamo capire che le proteste contro il Green Deal
europeo non devono necessariamente significare un rifiuto dell’ecologia, ma
potrebbero rappresentare una resistenza all’eccesso di regolamentazione. Questa
riluttanza nei confronti dell’immigrazione irregolare non dovrebbe essere
interpretata semplicemente come odio verso l’altro da sé, ma piuttosto come
paura dell’anomia.
Infine,
affermare la mascolinità e il patriottismo non è solo una reazione, ma anche un
appello alla ridistribuzione della dignità.
L’avanzata
dell’estrema destra può essere fermata. Ma possiamo raggiungere questo
obiettivo solo se, invece di rifiutare o ripetere a memoria le sue risposte,
iniziamo una ricerca sincera di alcune soluzioni nostre.
Meno
ipocrisia, Conte sulle primarie ha ragione, il Pd
e i
riformisti no.
Linkiesta.it
– (04 – 08 – 2026) – Editoriale – Cristian Rocca – Redazione- ci dice:
L’avvocato
del populismo è una delle più grandi disgrazie politiche mai capitate alla
Repubblica italiana, e sull’Ucraina ha una posizione oscena, ma non sbaglia
quando dice che le primarie servono a scegliere una direzione.
Se qualcuno considera turpi le sue idee, la
soluzione non è cambiare senso alla consultazione, ma evitare di allearsi con
chi non vuole che l’Europa si difenda dall’imperialismo russo.
(Giuseppe
Conte nella sede del Movimento 5 stelle durante la presentazione del pacchetto
di norme per la lotta alla Mafia, Roma, Martedì 14 Luglio 2026).
La
verità è che Giuseppe Conte sulle primarie ha ragione, e il Pd torto. Sapete
quanto consideri l’avvocato del populismo una delle più grandi disgrazie
politiche, sociali ed economiche mai capitate alla nostra Repubblica.
E
sapete anche quanto questo giornale tenga alla difesa dell’Ucraina e
dell’Europa dagli attacchi criminali di quello stesso esercito russo che
l’ineffabile Conte, sempre lui, fece sfilare lungo le strade italiane durante
il Covid, credendo come un gonzo che Putin volesse davvero aiutare l’Italia con
i suoi vaccini farlocchi, quando invece aveva organizzato la più grande
operazione di propaganda, spionaggio e circonvenzione di incapace su larga
scala della sua storia.
Quindi
potete immaginare quanto reputi oscene le parole dell’ex capo del governo più
di destra della storia repubblicana, uno che non era in grado di scegliere tra
Biden e Trump, ma che ora si candida a guidare la sinistra con il sostegno di
quelli – raggirati anche loro, pensa il livello, ma da Conte – che vorrebbero
ridare l’onore alla sinistra vera via Giuseppi.
Conte
ha detto, in sintesi, che non voterà mai a favore degli aiuti militari
all’Ucraina (gli aiuti, badate bene, che servono a intercettare le centinaia di
missili che i russi lanciano ogni giorno contro le abitazioni civili per
uccidere più ucraini possibili mentre dormono), e ha aggiunto che saranno gli
elettori delle primarie di centrosinistra a stabilire quale sarà, su questo
tema, la linea della coalizione in caso di vittoria alle elezioni politiche del
prossimo anno.
Lasciamo
da parte, per un attimo, le altre sconcezze dette da Conte ad Asiago, anche se
è difficile dimenticare le sue urla belluine («gli ucraini stanno disertando») per coprire la voce
dell’intervistatore della Stampa con un argomento che nemmeno la propaganda del
Cremlino ormai usa più (ma è probabile che Conte legge Il Fatto).
Conte,
insomma, è tornato a percepirsi Trump come ai bei tempi di Palazzo Chigi, e
quindi ha spiegato che gli basterebbe una telefonata a Volodymyr Zelensky e poi
una a Vladimir Putin per risolvere il conflitto, ma il punto politico del suo
discorso non è questa baggianata, simile a tante altre fregnacce, ma quello
della linea politica della coalizione che, secondo Conte, dovrà essere decisa
dalle primarie.
Il Pd
di Elly Schlein è in imbarazzo dopo l’intemerata contiana, mentre la componente
riformista (ben svegliata) si è improvvisamente accesa perché considera
l’Ucraina una linea rossa insuperabile, anche se sappiamo già che alla fine
accetterebbe anche questo ulteriore superamento della linea rossa.
Il
punto è che sia il Pd di Schlein sia i riformisti hanno torto, e Conte ha
ragione.
È corretto, normale, che siano le elezioni
primarie per la guida della coalizione a decidere la linea del centrosinistra.
Altrimenti,
scusate, a che cosa servono le primarie?
So
bene che il Pd sostiene la bizzarra tesi, incautamente raccontata da Stefano
Bonaccini in televisione, secondo cui le primarie si dovranno tenere dopo la
formulazione di un programma comune, trasformandole così in una specie di
casting su chi saprà interpretare meglio il ruolo di un leader che dovrà
recitare un copione già scritto, ma per quanto Bonaccini e ieri Schlein la
ripetano resta, appunto, un’idea bislacca e antitetica al senso politico delle
primarie.
Le
primarie servono a far scegliere agli elettori un leader e le sue idee
politiche, non a selezionare un attore chi sappia interpretare al meglio una
linea politica precotta, tanto più che stiamo parlando di primarie di
coalizione e non di partito.
Se i
candidati la pensassero tutti allo stesso modo magari sarebbero intanto nello
stesso partito, anche se non è detto che stare nello stesso partito significhi
condividere una linea comune, ma figuriamoci se le divergenze di linea sono
tali per cui i candidati militano in partiti concorrenti.
Non
credo che i dirigenti del Pd vogliano davvero farci credere che quando Obama ha
sfidato Hillary Clinton, o Bernie Sanders ha conteso la leadership prima a
Hillary e poi a Joel Biden, o quando Trump ha sbaragliato dodici contendenti
repubblicani, ma potrei continuare con esempi inglesi, francesi, o anche
italiani tipo Bersani-Renzi o, ahm, Schlein-Bonaccini, erano soltanto imposture politiche
perché in realtà i programmi elettorali erano stati già sottoscritti da tutti i
candidati prima ancora che partecipassero a una specie di talent show chiamato
primarie.
Si
mettano il cuore in pace, i dirigenti del Pd di maggioranza e di minoranza,
Conte ha ragione:
le primarie servono esattamente a questo, a
scegliere un candidato e a definire una linea politica.
Altra
cosa è se la linea politica di Conte – contro l’Ucraina e contro l’Europa, e di
fatto filo russa e filo trumpiana – sia compatibile con un programma di governo
che si definisce di centrosinistra.
La risposta ovviamente è no, ma se finalmente
arriviamo al punto cruciale allora la questione va oltre le primarie e semmai
riguarda l’opportunità e la fattibilità di un’alleanza di sinistra con chi
sull’Ucraina e l’Europa persegue la stessa politica estera di Trump, Putin,
Salvini, Vannacci e di tutte le destre neo, ex, post fascio-naziste.
Matteo
Renzi, che di primarie se ne intende, ha spiegato bene con un tweet a cosa
servono le primarie, salvo poi aver voluto spiegare di più, e troppo,
aggiungendo che l’indomani delle primarie, qualunque sarà l’esito, bisognerà
però marciare tutti uniti su un unico programma, dimenticandosi che la nostra è
una Repubblica parlamentare, i cui eletti alla Camera e al Senato non hanno
alcun vincolo di mandato e quindi una volta in Parlamento potranno fare quello
che vorranno.
Sappiamo
che Renzi è inspiegabilmente tiepido sull’Ucraina, per questo valuta la
differente posizione di Conte sull’Ucraina come una questione programmatica
come tante altre, del resto ha già accettato di allearsi con tutti quelli che
hanno smontato pezzo per pezzo la sua stagione di governo.
Senza
volerlo, però, il leader di Italia Viva ha scoperchiato la vera questione in
gioco:
i
progressisti e i liberal possono presentarsi agli elettori con un programma
politico che abbandona i resistenti ucraini e umilia l’Europa?
Certo
che no, se si è davvero progressisti e liberal.
I
dirigenti del Pd dovrebbero quindi trarne le conseguenze, perché non si può
essere allo stesso tempo testardamente unitari e considerare immonda la
posizione di Conte.
Delle
due l’una, perché qui non si tratta di avere idee diverse su un provvedimento
economico, su una riforma sociale o su una normativa fiscale, come è normale
che sia tra leader politici della stessa area. E nemmeno si può rivendicare,
come ieri comicamente ha fatto Elly Schlein, che le cose andranno bene perché
con Conte e gli altri alleati il Pd ha presentato una proposta comune sul
congedo parentale.
Se la
linea politica di Conte sull’Ucraina e sull’Europa è considerata turpe e
incompatibile con i principi fondativi del Pd, come in effetti è, allora Conte
è un avversario politico, non un alleato con cui scrivere un programma e fare
le primarie.
Se,
invece, la difesa antifascista dell’Ucraina è dell’Europa contro l’imperialismo
russo ha lo stesso valore negoziabile del congedo parentale, come si evince dal
comunicato di ieri di Schlein, allora Conte ha perfettamente ragione.
E io
mi arrendo.
Consiglio
comunale - Respinta
la
mozione sul Piano di
assetto
idrogeologico.
Comune.oristano.it
– (31-07-2026) – Ufficio Stampa – Comunicazione Istituzionale - Redazione – ci
dice:
Dettagli
della notizia.
Con 10
voti contrari e 9 a favore l'assemblea ha respinto la mozione del
centrosinistra sull’accertamento delle responsabilità sulla mancata
comunicazione dell'archiviazione del PAI.
Con 10
voti contrari e 9 a favore il Consiglio comunale di Oristano ha respinto la
mozione dei consiglieri di centrosinistra sull’archiviazione del PAI da parte
della Regione Sardegna, sull’accertamento delle responsabilità politiche e
amministrative per la mancata comunicazione e sulla verifica degli obblighi di
trasparenza e valutazione dei danni economici conseguenti.
La
mozione chiedeva un impegno del Sindaco e della Giunta a riferire con in
Consiglio comunale sull’archiviazione del PAI, ricostruendo con precisione la
cronologia degli atti, a chiarire se il Sindaco, gli assessori competenti, la
dirigente del settore urbanistica, il responsabile della trasparenza e gli
uffici interessati fossero stati informati e se vi siano state omissioni,
ritardi o violazioni degli obblighi di pubblicazione, trasparenza e corretta
gestione degli atti d’ufficio.
La
mozione chiedeva di disporre, nel caso in cui ne ricorressero i presupposti,
un’indagine amministrativa interna finalizzata ad accertare eventuali
responsabilità distinguendo con chiarezza le responsabilità tecniche da quelle
di indirizzo e controllo politico. Con la mozione, i consiglieri chiedevano anche una
relazione tecnica ed economica sui possibili danni subiti dai proprietari di
terreni interessati, con particolare riguardo all’IMU versata su aree
considerate edificabili ma di fatto bloccate o non utilizzabili a fini
edificatori per effetto della mancata approvazione del PAI, e un impegno a
presentare entro trenta giorni un cronoprogramma per la predisposizione della
nuova pratica PAI.
La
mozione è stata illustrata da Maria Obinu (Alternativa democratica progressisti
per Oristano) ha sottolineato l’importanza della vicenda: “Non stiamo parlando
di un atto qualunque né di un passaggio burocratico di secondo piano, ma di un
procedimento che incide direttamente sulla pianificazione urbanistica,
sull'aggiornamento del PUC, sulla possibilità di edificare, sulla certezza dei
diritti dei cittadini e sulla sicurezza del nostro territorio. Da quanto emerso
dagli organi di informazione e anche dalla commissione urbanistica, la Regione
avrebbe disposto l'archiviazione della pratica il 15 gennaio 2026, rilevando
carenze documentali e la non conformità dello studio del reticolo idrografico
alle linee guida. Questa notizia sarebbe diventata di dominio pubblico soltanto
a distanza di mesi. Perché il Consiglio Comunale e la città non sono stati
informati subito di quanto stava accadendo? E perché il dirigente non ha
informato in primis il sindaco? Il sindaco ha spiegato che il tecnico non lo ha
fatto perché si trattava di una questione tecnica, ma in Comune nessuna
questione che sia meramente tecnica e della quale il sindaco e la sua giunta, e
di conseguenza il consiglio comunale, non siano informati. Un atto fondamentale
è rimasto fermo dentro la macchina amministrativa, senza essere portato
tempestivamente al vertice politico e senza essere condiviso con l'assemblea
elettiva. La città avrebbe il diritto di sapere perché un provvedimento così
rilevante non è stato comunicato, il consiglio non è stato coinvolto e i
cittadini sono stati lasciati per mesi in un quadro di grave incertezza. Questa
mozione non nasce per alimentare polemiche sterili, ma per difendere un
principio: gli atti che incidono sull'interesse pubblico devono essere
tracciabili, conoscibili e comunicati tempestivamente. E poi ci sono le
conseguenze per i proprietari dei terreni, persone reali, famiglie, imprese,
tecnici, professionisti, cittadini che hanno assunto decisioni economiche e
patrimoniali confidando in un quadro amministrativo incompleto e non
aggiornato. Ci sono terreni che risultano edificabili ai fini dell'IMU. Su quei terreni i proprietari pagano l'IMU, a
causa dell'archiviazione del PAI e del mancato avanzamento degli strumenti
urbanistici chi paga il prezzo di questo blocco? La mozione chiede 3 cose
essenziali: verità, responsabilità e soluzioni. E chiediamo soluzioni, non
basta denunciare il problema. Occorre presentare entro 30 giorni un
cronoprogramma vincolante per la nuova pratica PAI, con tempi, incarichi,
responsabilità, costi, controlli e passaggi consiliari”.
Umberto
Marcoli (Alternativa democratica progressisti per Oristano): “L'aspetto
politico della vicenda è un aspetto di organizzazione amministrativa che
evidenzia una carenza. Qui si discute di procedimento amministrativo e di una
parte politica che dà delle linee di indirizzo. Se abbiamo delle difficoltà
gestionali con una mancata comunicazione tra le parti su un argomento come
questo è dirimente.
Chiedo
al segretario generale che venga ricostruito integralmente il percorso
amministrativo della comunicazione trasmessa dalla Regione. Vorrei ricostruire
l'aspetto cronologico, partendo dal numero di protocollo e dal flusso
documentale perché a questo punto non capiamo se c'è un problema in seno alla
struttura oppure un problema politico”.
Carla
della Volpe (PD): “Questa mozione nasce da un fatto grave e incontestabile: il
buio informativo in cui la nostra città è stata tenuta per diversi mesi. La
trasparenza amministrativa non è un'opzione facoltativa né una concessione
benevola dell'amministrazione, è un dovere istituzionale primario. Nascondere o
dimenticare nei cassetti un atto di questa portata è un fatto di una gravità
politica e amministrativa inaccettabile. Così come non è accettabile che ancora
una volta il Consiglio Comunale venga informato di questa vicenda dagli organi
di stampa. Il responsabile dell'amministrazione comunale è il sindaco e sul
sindaco ricadono le responsabilità. Le ipotesi sul tavolo sono due
essenzialmente: la prima è che il sindaco sapeva e ha taciuto, nascondendo un
problema enorme per evitare un danno di immagine; la seconda è che il sindaco
non sapeva, così come peraltro ha dichiarato anche in quest'aula rispondendo a
un'interpellanza, ammettendo pubblicamente di non avere il controllo della
macchina comunale. Non che ci servisse una conferma, ma di fronte a una
certificazione di impotenza di questo livello, l'unica scelta dignitosa
sarebbero state le dimissioni”.
Francesca
Marchi (Sinistra futura): “Credo che la vicenda di archiviazione del PAI
rappresenti uno dei punti più bassi e politicamente più gravi dell'azione di
questa amministrazione. I fatti li abbiamo scoperti dalla stampa dopo 5 mesi di
silenzio, di colpevole e ingiustificabile silenzio e ritardo nella
comunicazione. Tutti siamo rimasti all'oscuro: cittadini, professionisti,
imprese, tutti all'oscuro di un atto che paralizza lo sviluppo della nostra
città. Stiamo vivendo un cortocircuito democratico Le parole del sindaco sono
un'aggravante perché ammettono una situazione di impotenza. Vorrei ricordare
quello che dice il Testo Unico degli Enti Locali all'articolo 50: il sindaco e
il presidente della provincia sono gli organi responsabili dell'amministrazione
del comune e della provincia, sovraintendono al funzionamento dei servizi e
degli uffici e all'esecuzione degli atti. Signor sindaco, lei deve pretendere
di essere informato su tutto. In qualche modo si è perso il controllo della
macchina amministrativa e i flussi informativi all'interno di questo ente sono
stati interrotti. Significa che atti di vitale importanza per la città stanno
sepolti, nascosti nei cassetti senza che il vertice politico responsabile
dell'indirizzo e del controllo ne abbia contezza. E segnala ancora una volta
che c'è uno scollamento tra la struttura tecnica e la parte politica.
Francesco
Federico (Oristano democratica e possibile): “In questa consiliatura più volte
ci siamo battuti per la massima trasparenza all'interno di questa istituzione.
Siamo stati minacciati di denunce, ma abbiamo sempre ritenuto che il comune, la
casa dei cittadini, debba essere una casa trasparente. Io sono assolutamente
convinto nella buona fede del sindaco però a questo stesso punto a me sorgono
dei dubbi. Se il sindaco non è stato messo a conoscenza di un punto così
importante, sarà sempre stato informato su tutto in questi 5 anni? Dire che non
era a conoscenza di quello che era capitato dimostra debolezza politica e al
contempo anche un'azione tecnica che andrebbe richiamata e rivista”.
Gianfranco
Porcu (Forza Italia): ”Condivido il fatto che ci sia stato un difetto di
comunicazione, questo è chiaro, lo dobbiamo ammettere e dobbiamo chiedere
scusa. Però, detto che è sempre importante un richiamo alla trasparenza e alla
responsabilità, occorre sapere quali sono le conseguenze sul futuro dei
cittadini. I vincoli introdotti dal PAI sui terreni non sono da ricondurre a
questa vicenda, ma risalgono a molto tempo prima. La Regione dal 2010 ci chiede
di adeguare il PUC al PAI. Nel 2015 viene firmato un protocollo dall'allora
sindaco e dall'assessore degli enti locali in cui si assicurava di provvedere
all’adeguamento del PUC al PPR e al PAI. Nel 2017 e nel 2019, con l'avvento del
piano stralcio delle fasce fluviali, del piano di gestione rischio alluvioni,
che si sono sommati al PAI e che ne fanno parte integrante, sono stati
vincolati i terreni del Comune di Oristano. Su questi terreni l'IMU da pagare
qual è? Quando si pone il quesito occorre far far risalire la domanda almeno al
2019, perché nel 2019 è intervenuto l'ultimo vincolo che la Regione ha imposto.
L'IMU ridotta dovrebbe essere richiesta dal momento in cui è stato apposto
l'ultimo vincolo. Sul resto del territorio i vincoli sono gli stessi degli anni
scorsi, a partire dal 2013”.
Sergio
Locci (Aristanis): “La mozione apre una serie di scenari molto diversi tra
loro, sia sotto il profilo tecnico, sia sotto il profilo politico, sia
soprattutto sotto il profilo amministrativo, per quanto riguarda la relazione
che intercorre tra l'organo politico e la macchina amministrativa del Comune
che il Testo Unico degli Enti Locali uniforma a un principio fondamentale,
quello della leale collaborazione che deve esistere fra gli organi
amministrativi eletti e coloro che esercitano le proprie funzioni a motivo di
organi dell'amministrazione. Questo significa che anche in virtù di quella che
è la separazione delle funzioni che riconosce ai dirigenti la gestione
amministrativa e finanziaria in autonomia e riconosce al sindaco una specifica
funzione: di essere il responsabile di tutta l'attività amministrativa e
soprattutto di essere colui che assolve la funzione di sorveglianza e di
controllo sugli atti dei dirigenti. È qui che io credo sia da rimettere in
gioco la lealtà, perché qui per qualche verso si è rotto questo rapporto. Non
voglio pensare che ci siano delle torri d'avorio che diventano impenetrabili
all'azione della politica, perché i dirigenti sono responsabili di un mandato
che, attraverso il programma elettorale, devono realizzare secondo le
indicazioni e di cui devono rispondere all'organo politico che è diventato
organo amministrativo. Non vi è dubbio che l'archiviazione ha delle
ripercussioni sugli interessi generali e sinceramente mi lascia perplesso che,
essendo stato qualificato come fatto tecnico, il sindaco non avrebbe dovuto
essere informato di questo. Personalmente credo che non esistano fatti tecnici
di nessuno. Esiste semplicemente un'azione dell'amministrazione che si uniforma
e si corrobora nell'azione definita che fa verso il sindaco, l'unico
responsabile dell'azione amministrativa del comune”.
Giuliano
Uras (Oristano al centro): “A me interessa sapere di chi è la colpa di quanto è
accaduto. Io voglio capire perché il 28 giugno esce un articolo sul giornale
con delle accuse precise all'ex assessore e nessuno si chiede perché prima non
lo sapevano: l'assessore Cuccu ha nascosto a tutti questa cosa e se ne sono
accorti il 28 giugno? Dal 15 gennaio (data della comunicazione
dell’archiviazione) al 28 giugno c'è un buco che riguarda l'assessore Cuccu per
15 giorni e per 4 mesi tutti voi. Il PAI non è stato fatto in questa
legislatura. Chi ha dato gli indirizzi sul PAI? Chi ha dato gli incarichi di
progettazione sul PAI? Chi ha scelto di penalizzare Sili per garantire la
edificabilità di certe zone di Oristano, Sa Rodia e altre zone? Non Ivano
Cuccu, non Massimiliano Sanna. Però all’inizio della legislatura ci fu la
scelta di andare avanti sulle scelte della Giunta Lutzu perché in stato di
avanzata esecuzione”.
Fulvio
Deriu (FDI): “Questa mozione va a toccare una serie di temi. Il primo tema è
quello di non poter ragionare su una pianificazione proprio perché si ha una
specifica incertezza. Perché lo strumento posto alla base dello studio del PAI
era diverso da quello era in possesso dell'ADIS che è dotata di una cartografia
che risale al 1960. Il nostro reticolo idrografico è stato studiato sulla base
dello stato attuale, che chiaramente contempla circa 400 canali. Aggiungo che
il problema di chi sapesse e chi non sapesse, è emerso in commissione. La
dirigente Sara Angius ha ammesso di non aver informato il sindaco e ha espresso
anche i motivi. L'assessore Angioi ha dichiarato che è stato informato in una
fase successiva al suo insediamento. La vicepresidente ha posto la domanda
sull'ex assessore alla dirigente, se avesse informato o meno. La dirigente ha
tergiversato alla prima domanda, è stata incalzata dalla vicepresidente una
seconda volta e nuovamente tergiversato e la terza volta ha deciso di non
rispondere. Cosa è emerso in commissione? È emerso che laddove non fosse stato
informato, esattamente così come tutti hanno compreso, non avrebbe avuto alcun
problema a informarlo, a dirlo così come l'ha detto per il sindaco. Questi sono
fatti, non sono congetture. Esattamente come nella riunione del 3 febbraio alla
presenza di sindaco, di ex assessore, di dirigente, del segretario comunale, è
emerso che a una domanda specifica sui tempi, perché noi sapevamo che ci
volevano 8 mesi per avere questa pubblicazione sul” Bursa”, siamo stati
comodamente rincuorati sul buon esito, cioè che non c'erano problemi.
In realtà i problemi c'erano già, perché a
monte c'erano tutta una serie di richieste integrazioni. Questo certamente non
significa che l'allora assessore fosse stato informato, significa però che se
io non so, non posso fornire informazioni rassicuranti. E anche questi sono
fatti e non congetture”.
Il
Sindaco Massimiliano Sanna ha chiuso il dibattito: “Che qualcuno voglia sempre
scaricare le responsabilità sul sindaco ci sta.
Ma non
permettetevi di mettere in dubbio il rapporto con i tecnici
dell'amministrazione, che hanno sempre assunto atteggiamenti di grande
trasparenza. Non permettetevi, è gravissimo.
E
purtroppo in questo consiglio spesso e volentieri i termini utilizzati sono
sempre di grande scortesia e di poco rispetto.
Questo
mi dispiace, perché siamo tutti corresponsabili di quello che facciamo qua
dentro e dobbiamo tutti adoperarci per fare le cose nel miglior modo possibile
e per avere soprattutto la massima trasparenza.
Se io
avessi saputo per tempo, a febbraio, la prima cosa che avrei fatto, col
dirigente, sarebbe stato dare mandato al tecnico di affrontare la situazione.
Cosa ha fatto a febbraio la nostra dirigente appena saputo di questa
situazione?
Ha
incontrato i tecnici e ha dato incarico perché si procedesse. La consigliera
Obinu poco fa ha detto che non gli interessava di che fosse la colpa politica,
ma lo ha chiesto 3 volte consecutive, altro che interesse al fatto che i
cittadini fossero penalizzati o meno da questa situazione. Mi chiedo dove sta
la coerenza in quello che facciamo? Alcuni giorni fa l'assessore ha convocato
un incontro col tecnico per capire le soluzioni a questo problema. Erano
presenti in pochi, come parte politica il sottoscritto, il presidente,
l'assessore e il consigliere Locci, e basta. Sono stati precisati i passaggi
tecnici e burocratici, oltre che la complessità di un documento come questo.
Questa è la risposta immediata e i cittadini lo devono sapere, stiamo
intervenendo per risolvere il problema. Questo è quanto dobbiamo fare dal punto
di vista politico. Di ciò che ho fatto nei confronti della dirigenza me ne
occupo io, quando è necessario lo faccio sicuramente. Tranquilli che l'ho
fatto. Però è anche vero che chi ha commesso un errore, lo ha ammesso, lo ha
dichiarato e certamente non si è risparmiata nel dire che purtroppo ha
sbagliato. Con la parte dirigenziale c'è sempre stato massimo dialogo e
trasparenza. Se questa è campagna elettorale, penso che non vada a vantaggio di
chi ha detto determinate cose oggi. I cittadini devono sapere che il problema
lo stiamo affrontando e cercheremo di risolverlo prima possibile. A seguito
dell'approvazione della variante al PAI ci sono una serie di procedure
amministrative che devono essere rispettate. Ci sono una serie di aspetti come
la modifica del piano urbanistico comunale, che vanno assolutamente affrontati.
Nessuno è stato penalizzato. Purtroppo può capitare che un atto di quel tipo
abbia una risposta di archiviazione, ma ci siamo immediatamente adoperati per
risolvere il problema”.
Il
Consiglio comunale si è dedicato anche alla risposta della Giunta alle
interpellanze e alle interrogazioni.
Il
Sindaco Massimiliano Sanna ha risposto all’interrogazione dei consiglieri
Marcoli, Obinu Giuseppe, Obinu Maria, Della Volpe, Daga, Perra, Marchi e
Federico sulla mancata chiarezza sulla partecipazione del Comune di Oristano
agli incontri sulla revisione del PPR, anche alla luce dell’archiviazione del
PAI. I consiglieri chiedevano di chiarire se il Comune di Oristano ha
partecipato agli incontri sulla revisione del PPR e quale visione sia stata
espressa sul futuro del paesaggio oristanese, anche alla luce
dell’archiviazione del PAI.
In
caso di mancata partecipazione si chiedeva di spiegarne le ragioni.
Si
chiedeva, inoltre, di conoscere la posizione ufficiale della Giunta su temi
centrali della revisione del PPR (tutela delle aree costiere e dei beni
identitari; consumo di suolo e rigenerazione urbana; rapporto tra tutela e
sviluppo economico; integrazione tra PPR e PUC; gestione delle trasformazioni
territoriali e delle pressioni legate alle energie rinnovabili; ricostruzione
di un quadro di tutela dopo l’archiviazione del PAI), di sapere se la Giunta
abbia predisposto documenti, osservazioni o proposte da trasmettere alla
Regione e se l’Amministrazione intenda coinvolgere il Consiglio comunale, le
commissioni e la cittadinanza in questo processo.
“Il
Comune ha partecipato all'incontro sul PPR avvenuto il 22 giugno 2026
organizzato dall'assessorato regionale agli enti locali - ha risposto il
Sindaco Massimiliano Sanna -.
Ero
presente io insieme alla dirigente del settore sviluppo del territorio,
l'ingegner Angius.
Con
l'assessore abbiamo condiviso i vari interventi e alcune considerazioni sul
piano paesaggistico regionale che è del 2006 e al quale il Comune si è adeguato
nel 2010 approvando il piano urbanistico comunale.
In quell’incontro si è parlato della situazione dei
vincoli che certamente ha tutelato i territori in qualche modo, ma dall'altra
parte ha creato una serie di appesantimenti procedurali e amministrativi,
creando delle difficoltà operative che hanno pesato non solo sugli uffici, ma
anche nei confronti dei cittadini. Abbiamo sottolineato che va benissimo avere
tutele e vincoli, però non l'eccessiva burocrazia che crea problemi a livello
procedurale. Abbiamo proposto una revisione dei vincoli tenendo conto dell'aggiornamento
delle cartografie, una verifica delle aree soggette a vincolo alla luce delle
effettive trasformazioni dal punto di vista territoriale e paesaggistico. Abbiamo chiesto attenzione alle aree
di espansione urbana ormai consolidate dove il vincolo produce ormai pochi
benefici. È necessario che il PPR tenga conto anche di questi aspetti. Abbiamo
chiesto di introdurre delle regole stabili per quanto riguarda la rigenerazione
urbana e la riqualificazione edilizia. Siamo entrati poi in un aspetto importante
a cui siamo particolarmente interessati:
il
settore agricolo che è trainante per l'economia della nostra città. Sulle zone
agricole la normativa risulta ancora troppo complessa e poco calibrata rispetto
alle esigenze delle imprese agricole. Serve una disciplina che valorizzi il
paesaggio rurale produttivo, favorisca il recupero del patrimonio rurale e che
definisca le regole per l’edificazione”.
Umberto
Marcoli (Alternativa democratica progressisti per Oristano) ha replicato
evidenziando come la città, dal punto di vista urbano, abbia svariate
problematiche
: “Il
PUC da un lato ha in parte regolarizzato la posizione, pur in presenza dei
rilievi della Regione e delle difficoltà legate all'adeguamento del PAI. Io
credo che le indicazioni date siano interessanti nell'ottica futura, però c'è
la necessità di ripensare la pianificazione perché questa è una città che ha un
patrimonio edilizio urbano ormai degli anni '50. Abbiamo bisogno di avere una
nuova rigenerazione in termini edilizi e conseguentemente anche di sviluppo.
Anche
la parte agricola è importante. È importante che la città e gli ordini
professionali vengano coinvolti, che vengano coinvolte le commissioni preposte
e si faccia un ragionamento per avere uno strumento di pianificazione che
guardi alla città del futuro”.
Francesca
Marchi (Sinistra futura) ha illustrato l’interpellanza presentata insieme ai
consiglieri Della Volpe, Perra, Daga, Federico, Obinu Maria, Marcoli e Obinu
Giuseppe sui criteri di programmazione, trasparenza e coordinamento nella
definizione del cartellone degli eventi estivi.
Ha
chiesto di sapere quali siano stati i criteri culturali ed economici seguiti
per la stesura del cartellone estivo e quali obiettivi strategici questa
amministrazione ha inteso perseguire; se siano state preventivamente consultate
le associazioni di categoria, gli operatori culturali e i commercianti locali
prima della definizione del calendario;
se si
sia proceduto all'emanazione di un avviso pubblico per la raccolta di
manifestazioni di interesse aperta a tutti i soggetti interessati e perché non
si sia provveduto a stilare e promuovere un calendario unico e completo prima
dell'inizio dell'estate;
se
esista un'interlocuzione costante, un tavolo tecnico stabile o una cabina di
regia tra gli Assessorati alla Cultura, agli Spettacoli e alle Attività
Produttive, o se, al contrario, si stia assistendo a una gestione a
compartimenti stagni che penalizza l'efficacia e l'attrattività dell'offerta
turistica e commerciale di Oristano.
L’Assessore
alle attività produttive Valentina de Seenne” ha risposto facendo riferimento
agli eventi organizzati dal suo assessorato:
“A
calendario pubblicato è stato aggiunto soltanto il mio evento dedicato al vino
perché Oristano è entrata nell'Associazione Nazionale Città del Vino solo il 19
maggio.
Da
quel momento sono state avviate le interlocuzioni con la presidenza nazionale
dell’associazione per organizzare la cerimonia di consegna della bandiera e un
evento per consentire di promuovere il territorio, le cantine, i ristoranti, i
bar e le attività produttive.
Il tempo trascorso è stato necessario per
mettere a punto tutto un evento che potesse dare valore al territorio e non
limitarsi alla mera consegna della bandiera”.
(Il Consiglio comunale del 30 luglio 2026 - A cura di Ufficio stampa.)
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