A Trump mancano i missili per il suo piano d’attacco all’Iran.

A Trump mancano i missili per il suo piano d’attacco all’Iran.

 

 

 

Ma l’Iran non doveva

essere senza missili?

Ilpost.it – Mondo – (22 luglio 2026) – Hester – Redazione – ci dice:

 

L'amministrazione statunitense ha sostenuto varie volte di aver tolto all'Iran la possibilità di lanciarli, ma gli attacchi di questi giorni dimostrano il contrario.

(Un missile iraniano caduto vicino alla città siriana di Naha, 8 giugno 2026 -AP Photo/Ghaith Alsayed).

Fin dall’inizio della guerra in Medio Oriente, lo scorso febbraio, uno dei principali obiettivi dell’amministrazione statunitense di Donald Trump è stato eliminare le capacità iraniane di lanciare missili contro le sue basi e contro i paesi alleati nella regione.

 Dopo quasi cinque mesi, l’obiettivo non è stato raggiunto.

 

La premessa da fare è che quando si parla di arsenale militare raramente vengono divulgate informazioni precise su quante armi si posseggano o su dove si trovino, e vale anche per il regime iraniano.

Secondo varie stime comunque all’inizio della guerra l’Iran aveva un numero di missili balistici (più difficili da intercettare e che infliggono i danni più gravi) compreso fra duemila e tremila.

A questi si aggiungono vari altri tipi di missili – le stime complessive parlano di diverse migliaia – e altre armi come droni e razzi. È l’arsenale più vasto e vario in Medio Oriente, potenzialmente in grado di raggiungere l’Europa orientale.

 

(Una mappa che mostra il raggio di azione della capacità missilistica iraniana, realizzata dal Center for Strategic and International Studies).

Il 28 febbraio il presidente statunitense Donald Trump fece un discorso in cui annunciò l’inizio della guerra in Medio Oriente.

 Tra le altre cose, riferendosi al regime iraniano, disse:

«Distruggeremo i loro missili e raderemo al suolo la loro industria missilistica. Sarà completamente annientata».

Sin dall’inizio della guerra gli obiettivi statunitensi sono stati delineati in modo confuso e contraddittorio dall’amministrazione Trump, ma la distruzione del programma missilistico iraniano è stata quasi sempre citata.

 

Fin dalle prime settimane Israele e Stati Uniti hanno bombardato obiettivi militari in Iran anche con lo scopo di annientare i siti missilistici.

Hanno colpito tra le altre cose gli ingressi di quelle che vengono definite “città dei missili”, grossi depositi sotterranei in cui l’Iran conserva le sue scorte.

 Per farlo gli Stati Uniti hanno usato anche” bombe bunker buster”, che pesano 14 tonnellate (una bomba media ne pesa una) e sono in grado di penetrare in profondità.

 

Il 9 marzo, dieci giorni dopo l’inizio della guerra, Trump disse che i missili iraniani erano stati «ridotti a pochi esemplari», e che l’Iran non aveva «più nulla in termini militari».

L’8 aprile, quando è entrato in vigore il cessate il fuoco, il segretario alla difesa Pete Hester disse che le capacità missilistiche iraniane erano «funzionalmente distrutte» e che le stazioni di lancio e le munizioni erano state «decimate».

A giugno Trump ha sostenuto che all’Iran fosse rimasto circa il 20 per cento delle sue scorte di missili.

 

 

Le affermazioni dell’amministrazione statunitense non possono essere verificate.

Tuttavia varie analisi le hanno contraddette, anche fatte dalla stessa intelligence statunitense e condivise in forma anonima con i giornali.

 Non significa che gli Stati Uniti non siano riusciti a danneggiare o ridurre la capacità missilistica iraniana, ma che l’Iran potrebbe aver ben conservato le sue scorte o averle ripristinate almeno in parte durante il cessate il fuoco.

 

A maggio funzionari dell’intelligence statunitense sentiti dal New York Times stimavano che il regime iraniano avesse conservato o ripristinato l’accesso a 30 delle sue 33 basi missilistiche lungo lo stretto di Hormuz, e rimesso in funzione il 90 per cento delle strutture per lo stoccaggio e il lancio di missili in tutto il paese, che sarebbero «parzialmente o completamente operative».

 

Martedì il senatore Democratico della Georgia Joni Oso ha messo il governo di fronte a queste contraddizioni durante un’audizione in parlamento.

 Hester ha risposto: «Non ci aspettavamo che [gli iraniani] perdessero del tutto la capacità di sparare. La domanda è se possano farlo su vasta scala contro un avversario come gli Stati Uniti d’America».

 

Il numero crescente di attacchi iraniani contro la Giordania, un paese a diverse centinaia chilometri di distanza dall’Iran, è una delle indicazioni del fatto che possono.

 

 

 

Trump frena l’escalation

contro l’Iran: mancano i missili.

 Sardegnagol.eu – (26 Luglio 2026) - Gabriele Frongia – Redazione – ci dice:

 

Alla fine, anche il più potente esercito del mondo deve fare i conti con il magazzino vuoto.

Il presidente Donald Trump ha per ora accantonato i piani per una drastica escalation militare contro l’Iran, preoccupato che le scorte statunitensi di missili per la difesa aerea si stiano assottigliando pericolosamente.

 Lo riporta il “New York Times”.

 

La decisione sarebbe maturata venerdì, al termine di una riunione con i più alti consiglieri e membri del Gabinetto, un vertice che, a quanto pare, si è concluso con la scomoda scoperta che non si può bombardare all’infinito senza controllare prima le rimanenze in magazzino.

 

I vertici militari avrebbero avvertito che riprendere operazioni belliche su larga scala rischierebbe di prosciugare gli intercettori Patriot e le altre munizioni necessarie a proteggere le truppe e le basi americane in Giordania, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti.

Un dettaglio non proprio trascurabile, per una superpotenza abituata a proiettare forza ovunque e comunque.

 

Non è tutto: l’amministrazione Trump temerebbe anche che un’ulteriore escalation possa scatenare una rappresaglia iraniana ancora più dura, allontanare gli alleati del Golfo e aggravare le già fragili crisi energetica e migratoria globali. Insomma, il conto dei danni collaterali comincia a farsi lungo.

 

Secondo quanto riferito, il generale “Dan Caine”, capo di Stato Maggiore Interforze, avrebbe detto senza troppi giri di parole che un’operazione su vasta scala sarebbe “fattibile” , ma a costo di svuotare drasticamente l’arsenale di difesa aerea a disposizione del Comando Centrale.

Fattibile sulla carta, insomma, molto meno sul lungo periodo.

 

A far suonare ulteriori campanelli d’allarme sarebbe stato l’episodio in cui tre soldati americani in Giordania sono rimasti uccisi dopo che un missile balistico iraniano ha bucato le difese statunitensi durante un attacco combinato di missili e droni, la prova sul campo che lo scudo tanto vantato ha, evidentemente, delle falle.

 

Il Pentagono avrebbe già impiegato oltre 1.200 missili intercettori Patriot nel corso del conflitto, portando le scorte a livelli giudicati preoccupanti, scrive il quotidiano citando stime interne e fonti congressuali.

Un ritmo di consumo che qualcuno, a Washington, avrebbe fatto meglio a calcolare prima di aprire le ostilità.

 

Trump avrebbe valutato una campagna di bombardamenti a più fasi contro radar costieri iraniani, lanciatori di missili anti -nave, imbarcazioni d’attacco e altri siti collegati agli assalti al naviglio commerciale nello Stretto di Hormuz.

 Sul tavolo anche colpi contro impianti energetici, ponti ferroviari usati per il trasporto di materiale bellico e siti nucleari iraniani, un pacchetto che definire “prudente” sarebbe azzardato.

 

Negli ultimi giorni il Pentagono aveva comunque continuato a spostare truppe, armamenti e rifornimenti verso il Medio Oriente, in previsione di una possibile escalation.

Prepararsi al peggio, evidentemente, non guasta mai, anche quando poi si decide di soprassedere.

Alcuni funzionari si sarebbero inoltre chiesti se una campagna di bombardamenti più ampia riporterebbe davvero Teheran al tavolo negoziale, o se non rischi piuttosto di rafforzarne la coesione interna, un dubbio che, a quanto pare, è arrivato con un certo ritardo.

I consiglieri di Trump lo avrebbero infine spinto a proseguire sulla via diplomatica, mantenendo il blocco navale e intensificando la pressione economica su Teheran nel lungo periodo.

Una strategia più paziente, verrebbe da dire, o forse, semplicemente, l’unica rimasta disponibile in magazzino.

 

 

 

 

Trump annulla l’attacco all’Iran:

 ma si raggiunga subito un accordo.

 Gds.it - Redazione – (02 Agosto 2026) - il Giornale di Sicilia – Mondo – Redazione – ci dice:

 

Annullato l’attacco all’Iran.

 La nuova massiccia ondata di raid contro Teheran era attesa proprio nel weekend ma, a sorpresa, Donald Trump annuncia di aver acconsentito a fermare la nuova offensiva, a patto che si raggiunga subito un accordo.

 

È di poco prima la notizia, rivelata da “Axios”, di un colloquio con il principe ereditario saudita, nel quale “Mohammed bin Salman” esprime al presidente Usa la preoccupazione per gli annunciati piani di colpire obiettivi energetici iraniani, in risposta all’attacco missilistico iraniano contro una base statunitense in Giordania e alle continue interruzioni del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz.

A cui aveva fatto seguito la minaccia di Teheran di una rappresaglia contro impianti energetici e infrastrutture in Israele e nei Paesi del Golfo.

Il ministro degli Esteri iraniano “Abbas Draghici” aveva messo in guardia il capo di stato maggiore dell’esercito pakistano Asim Munir e il ministro degli Esteri turco Hakan Fidane contro qualsiasi «azione avventuristica da parte dell’esercito statunitense».

Assume quindi particolare rilevanza la tempistica della telefonata in cui il principe ereditario saudita esprime «preoccupazione» e chiede «chiarimenti sul piano d’azione».

Non solo, “Mohammed bin Salman” avrebbe anche esortato Trump a ridurre la tensione.

Sempre secondo “Axios”, anche altre potenze regionali, tra cui Qatar, Emirati Arabi Uniti, Turchia e Pakistan, stavano esercitando pressioni su Stati Uniti e Iran.

 Il sito americano ha rivelato che sabato i mediatori del Qatar hanno avuto colloqui separati con Draghici, l’inviato della Casa Bianca Steve Bischoff e funzionari omaniti nel tentativo di raggiungere un accordo per la riapertura dello Stretto di Hormuz, colloqui in cui si sarebbero registrati dei progressi.

 

A cui fa indirettamente riferimento lo stesso Trump nel post su Truth in cui annuncia di aver «acconsentito, per il bene futuro del mondo e, allo stesso modo, per la sopravvivenza di un’Iran prospero e di successo, a annullare l’attacco» - nonostante «gli Stati Uniti» fossero «pronti all’azione» - ma «a condizione che si riesca a raggiungere rapidamente un accordo».

 Il presidente Usa spiega infatti che «l'Iran e altri Paesi del Medio Oriente ci hanno appena chiesto di sospendere qualsiasi attacco», «poiché sono stati concordati i termini generali di un accordo: ciò comporterebbe l’apertura immediata, completa e totale dello stretto di Hormuz e la fine della minaccia nucleare iraniana».

 

 

 

 

Guerra.

Pochi Patriot e arsenali sotto pressione:

il vero motivo per cui Trump ha sospeso

gli attacchi all’Iran.

It.insideover.com - Roberto Rinaldelli – (03.08.2026) – Redazione – ci dice:

 

il dietrofront di Trump sugli attacchi all'Iran è dovuto principalmente alla critica carenza di missili intercettori Patriot.

Dove la diplomazia fatica ad arrivare, a volte deve supplire la matematica.

 Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha sospeso i pesanti attacchi pianificati contro l’Iran per il weekend, dopo che i vertici del Pentagono lo hanno avvertito che una nuova escalation avrebbe potuto prosciugare in modo pericoloso le già ridotte scorte di missili intercettori Patriot necessari a difendere le basi americane in Medio Oriente.

 

Ufficialmente, la decisione dell’amministrazione Usa è maturata al termine di conversazioni con gli alleati della regione:

Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar oltre che lo stesso Iran, come ha ricostruito lo stesso Trump parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One, di rientro dal suo campo da golf in New Jersey.

Il presidente ha annunciato la sospensione degli attacchi, subordinando un accordo definitivo alla «Immediata, Completa e Totale APERTURA DELLO STRETTO DI HORMUZ e alla fine della minaccia nucleare iraniana».

 

Secondo fonti diplomatiche citate dalla televisione israeliana Channel 12, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Draghici avrebbe accettato una proposta di compromesso dei mediatori qatarioti per la ripresa delle operazioni nello Stretto.

L’Iran ha tuttavia immediatamente smentito tale ricostruzione.

Uno schema che si è ripetuto decine di volte, ormai, dall’inizio del conflitto:

Trump annuncia un accordo ancora prima che venga effettivamente raggiunto.

Tempo qualche giorno – o settimana – e gli attacchi riprendono.

 Gli americani, però, non gli credono più:

secondo un recente sondaggio, solo il 28% approva le azioni di Trump in Iran, e una percentuale ancora inferiore, il 25%, ritiene che il conflitto sia valso la pena in termini di costi e vite americane perse.

 

Cosa c’è (davvero) dietro la presunta svolta diplomatica.

Ma dietro la presunta svolta diplomatica si nasconde, soprattutto, oltre agli ottimi rapporti con Riad, la grave carenza di missili.

 Il generale Dan Caine, capo di Stato Maggiore congiunto, aveva avvertito privatamente Trump che riprendere le operazioni di combattimento su larga scala contro l’Iran era fattibile, ma avrebbe ridotto pericolosamente gli intercettori disponibili per il Comando Centrale americano in Medio Oriente.

Il New York Times riporta che i funzionari del Pentagono e i comandanti militari americani avevano indicato all’inizio della settimana come Trump sembrasse orientato ad approvare una prima fase di una campagna di bombardamenti in più fasi.

 L’operazione avrebbe dovuto colpire radar costieri, lanciamissili anti -nave, una flotta di piccole imbarcazioni d’attacco iraniane e altri siti che, secondo il Pentagono, hanno contribuito agli attacchi contro le navi commerciali in transito nello Stretto.

 

Il Dipartimento della Difesa aveva frettolosamente rafforzato le sue capacità in Medio Oriente nei giorni precedenti, preparandosi a una possibile escalation.

Erano stati presi in considerazione anche attacchi mirati contro ponti ferroviari utilizzati sia dai civili che dai comandanti iraniani per rifornire la regione costiera meridionale, nonché contro impianti energetici e siti nucleari.

Lo stesso Trump, in un’intervista ad “Axios” di giovedì, aveva anticipato: «Sto valutando un attacco massiccio. Più grande che mai. Sono vicino a prendere una decisione. Siamo pronti».

 

Poi, il dietrofront. A frenare il presidente, secondo quanto ricostruito, sarebbe stato anche il timore di una rappresaglia iraniana più pesante che avrebbe messo ulteriormente sotto pressione le difese aeree americane, già messe a dura prova.

Ridotte di due terzi le scorte di Patriot.

I numeri parlano chiaro.

 Un’analisi del Center for Strategic and International Studies (CSIS) rivela che il conflitto con l’Iran ha ridotto di circa due terzi le scorte pre-belliche di missili intercettori Patriot.

 Secondo stime, il numero di missili Patriot sarebbe sceso da circa 2.230 prima della guerra a una cifra compresa tra 759 e 827 al momento del cessate il fuoco di aprile.

I missili THAAD sarebbero passati da 452 a una disponibilità stimata tra 234 e 278 nello stesso periodo.

Complessivamente, le scorte di missili Patriot, THAAD e PRSM sarebbero state dimezzate, mentre gli arsenali di JASSM, SM-2/3/6 e Tomahawk si sarebbero ridotti di circa un terzo.

Il Pentagono, nel frattempo, ha richiesto al Congresso 18,2 miliardi di dollari per ricostituire le scorte di missili intercettori e armi di precisione, mentre il budget di emergenza complessivo proposto per l’anno fiscale 2026 ammonta a 67 miliardi di dollari.

 

Intaccate anche le scorte di Tomahawk.

La rivista the American Conservative sottolinea conferma come la cautela di Trump di queste ore abbia a che fare con le scorte in esaurimento. In particolare, il giornale conservatore osserva che, sebbene gli Stati Uniti dispongano ancora di decine di migliaia di JDAM e altre munizioni “stand-in” relativamente economiche e facili da produrre, le scorte di armi più sofisticate come i missili da crociera Tomahawk e i nuovi PRSM sono state seriamente intaccate. L’operazione “EPIC FURY” avrebbe bruciato quasi tutte le scorte di PRSM disponibili e circa un terzo dei Tomahawk.

Il giornalista Chen Klippenstein, in un’analisi pubblicata su Sub-stack, aggiunge un ulteriore elemento di riflessione: da un lato, funzionari di Washington vogliono più fondi per i militari; dall’altro, devono rassicurare che nessuna carenza di armi sta limitando gli Stati Uniti nella lotta contro l’Iran. Un paradosso che ha raggiunto livelli quasi (tragi)comici quando l’ambasciatore americano all’Onu, Mike Waltz, ha prima incolpato Biden per la carenza di missili, per poi affermare immediatamente che non esiste alcuna carenza e che chi diffonde tali informazioni dovrebbe essere perseguito, quando sono gli stessi funzionari del Pentagono, o perlomeno alcuni, ad ammettere le difficoltà degli Stati Uniti.

 

Il fallimento della guerra contro Teheran ha portato Washington ad essere più debole anche nei confronti dell’avversario strategico principale degli Usa: Pechino. La Cina possiede oltre 3.000 missili balistici, più di quattro volte il numero di intercettori Patriot rimasti agli Stati Uniti.

In un eventuale conflitto contro Pechino, l’esercito americano non potrebbe contare sui JDAM, data la schiacciante potenza delle difese aeree e missilistiche cinesi.

 

 

 

Politica estera.

Trump sospende gli attacchi sull'Iran

perché mancano le munizioni.

Focusamerica.it – Redazione – (26 luglio 2026) – Focus America – Redazione – ci dice:

 

Il vicepresidente e il generale Dan Caine hanno messo in guardia sui rischi dell'escalation e sull'esaurimento degli intercettori Patriot.

È la prima pausa dopo tredici notti di bombardamenti.

Gli Stati Uniti hanno fermato i bombardamenti sull'Iran dopo tredici notti consecutive di raid.

 Il presidente Donald Trump ha ordinato ai militari di non colpire venerdì e sabato le operazioni erano "in sospeso", secondo un funzionario del Dipartimento della Difesa.

 La decisione è arrivata al termine di una riunione alla Casa Bianca in cui il presidente si era confrontato con i vertici militari e i membri del gabinetto per decidere se allargare la guerra.

Il vicepresidente JD Vance e il generale Dan Caine, capo di stato maggiore congiunto e più alto ufficiale delle forze armate americane, hanno espresso dubbi sull'escalation durante quella riunione:

 lo ha rivelato la CNN.

Caine ha detto a Trump che le opzioni militari sul tavolo si potevano eseguire con successo, poi ha messo in guardia sulle conseguenze possibili.

Il generale ha insistito soprattutto sulle scorte di munizioni americane, che si stanno assottigliando.

Le riserve di intercettori antimissile Patriot (il sistema che protegge le basi americane della regione dai missili iraniani) sono il vincolo principale.

 

Le discussioni riservate si sono concentrate sull'inventario in calo delle difese aeree americane in Medio Oriente, secondo il New York Times. Caine ha avvertito in privato che riprendere le grandi operazioni di combattimento era fattibile ma avrebbe ridotto in modo pericoloso gli intercettori a disposizione del “Central Comand” (il comando militare americano responsabile del Medio Oriente).

 Lo stesso giornale aveva riferito in aprile che il Pentagono aveva già usato più di 1.200 intercettori Patriot, ciascuno da oltre 4 milioni di dollari. I militari dicono che da allora la situazione è peggiorata.

 

Sulla decisione pesano anche il timore di una guerra che si allarga a tutto il Medio Oriente, l'allontanamento degli alleati del Golfo esposti agli attacchi iraniani, una nuova stretta sull'economia mondiale e le crisi energetica e migratoria in crescita.

Tre soldati americani sono stati uccisi in Giordania venerdì della settimana scorsa, quando un missile balistico ha superato le difese aeree impegnate a respingere un'ondata di missili e droni iraniani. In quindici giorni gli attacchi iraniani contro obiettivi americani in Medio Oriente hanno ucciso quattro militari.

 

Le basi in Giordania, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti sono sotto tiro pesante. Un attacco americano di grandi dimensioni avrebbe con ogni probabilità provocato una rappresaglia più dura, caricando ancora le difese aeree.

 

Il missile che l'Iran usa di più è il Kleiber Shana, un'arma economica e mobile con una gittata di almeno 1.450 chilometri.

In alcune versioni la testata si stacca nella fase finale del volo e un piccolo motore le permette di correggere la direzione mentre si avvicina al bersaglio a quasi 10.000 chilometri orari, un comportamento che rende più difficile individuarla e abbatterla.

 

Gli americani e i loro partner hanno abbattuto la maggior parte di questi missili, ma alcuni colpi sono passati.

Un intercettore americano o israeliano costa tra 2 e 15 milioni di dollari a seconda del sistema, molto più dell'arma che deve fermare.

"Gli iraniani hanno capito durante la guerra che i Kleiber Shana sono ottimi perché costano poco, sono flessibili nei sistemi di lancio e sono piuttosto efficaci", ha detto al Wall Street Journal Nicole Krajewski, esperta di strategia iraniana a Sciences Po.

Da quando la tregua è saltata, Teheran ha colpito ripetutamente gli alloggi dei militari americani nelle basi della regione e i radar che reggono le difese aeree.

"Il presidente Trump è sempre stato coerente nel dire che preferisce una soluzione diplomatica, ma continua a mantenere tutte le opzioni se l'Iran prosegue le attività terroristiche nello Stretto di Hormuz o contro gli alleati", ha dichiarato il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca Steven Cheung.

Tra le sanzioni che hanno messo in ginocchio l'economia iraniana e i tredici giorni di attacchi contro obiettivi militari, ha aggiunto, "sarebbe saggio che l'Iran lavorasse a un accordo negoziato".

Il portavoce del Pentagono “Sean Parnell “ha detto che le forze armate americane hanno "tutto quello che serve per agire nel momento e nel luogo scelti dal presidente".

 

Pochi nella cerchia ristretta del presidente e dentro il Pentagono ritenevano che l'escalation avrebbe prodotto i risultati sperati. Un alto funzionario americano ha detto di dubitare che riprendere le grandi operazioni di combattimento avrebbe riportato l'Iran al tavolo delle trattative, perché i raid ottengono l'effetto opposto: tengono compatto il paese e permettono ai suoi leader di spostare l'attenzione su una minaccia esterna.

Molti consiglieri, tra cui il genero del presidente Jared Kushner, indicano una strada meno rischiosa fatta di negoziati e pressione economica prolungata.

 

In pubblico Trump ha tenuto aperte entrambe le possibilità.

"Siamo pronti a fare fuoco", ha detto ai giornalisti venerdì pomeriggio. "Siamo pronti ad andare, ma stiamo parlando con loro, quindi forse ci sarà un punto di svolta, forse no."

 Giovedì aveva detto ad “Axios” di stare valutando "un attacco massiccio" e "più grande che mai".

 

Venerdì ha ricevuto dai militari un piano di attacco come quelli che aveva approvato ogni pomeriggio per due settimane, ma non ha dato il via libera: lo ha rivelato “Axios”. Poco dopo ha detto che la strategia "più intelligente" è "fare un accordo".

 

L'ordine di sospendere i raid è arrivato alcune ore dopo l'arrivo a Teheran di una delegazione dell'Oman, che sta discutendo una nuova intesa sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Nel negoziato ci sono stati progressi e un accordo tra Oman e Iran potrebbe arrivare nel fine settimana, dopodiché toccherebbe a Trump decidere se accettarlo.

 

Alla cena dell'associazione dei corrispondenti alla Casa Bianca, venerdì sera, il presidente ha detto di non credere che l'Iran sia pronto a un accordo in questo momento, "ma sono disposto ad ascoltare".

 

Il gabinetto di sicurezza israeliano e le forze armate si aspettavano un nuovo round di attacchi americani venerdì e si erano preparati a un'offensiva di grandi dimensioni che avrebbe potuto provocare una rappresaglia iraniana contro Israele. Gli israeliani sono stati informati solo venerdì sera che Trump non aveva approvato altri raid.

 

Il primo ministro Benjamin Netanyahu arriva negli Stati Uniti lunedì e incontrerà il presidente martedì. È la prima visita da quando a febbraio ha sostenuto l'offensiva congiunta contro l'Iran, cominciata poche settimane dopo.

 

Il Pentagono ha continuato a spostare mezzi e rifornimenti in Medio Oriente. Sono arrivati caccia F-16 dalla Germania e F-35 dalla Gran Bretagna, che si aggiungono a decine di aerei e droni d'attacco già schierati nelle basi a terra e su due portaerei.

 

I bombardieri B-2 e B-52 negli Stati Uniti sono in stato di allerta e questa settimana un B-1B partito dalla Gran Bretagna ha colpito obiettivi dei Guardiani della rivoluzione. Quasi venti navi da guerra sono in posizione nel Mar Arabico o nelle acque vicine e circa 50.000 militari americani nella regione e in Europa sono assegnati alla missione.

 

In quindici giorni il Central Comand ha colpito più di mille obiettivi, contro i circa 13.000 della campagna di 38 giorni cominciata il 28 febbraio e chiusa dalla tregua dell'8 aprile. I raid hanno preso di mira radar costieri, lanciatori di missili antinave e la flotta di piccole imbarcazioni d'assalto iraniane, oltre a un numero crescente di ponti ferroviari che servono ai civili ma permettono anche di rifornire la costa meridionale vicino allo stretto.

 

Il blocco navale sulle navi dirette ai porti iraniani o in partenza da quelli ha dato risultati parziali. Dal 14 luglio il Central Comand ha dirottato dodici navi commerciali, ne ha messe fuori uso due e ne ha ispezionate altre due.

 

Il segretario al Tesoro Scott Beseno ha detto martedì che la Cina ha ridotto di circa il 40% gli acquisti di greggio iraniano negli ultimi mesi. Venerdì il Dipartimento del Tesoro ha sanzionato nove aziende e quattro persone legate al finanziere iraniano Babà Zanjan.

 

Stati Uniti e Regno Unito stanno organizzando a Londra una riunione ad alto livello sulla creazione di una coalizione internazionale per proteggere il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, a cui dovrebbero partecipare il segretario alla Difesa Pete Hester e Caine. Washington vuole che gli alleati mandino nella regione mezzi antimine, navi militari e droni. La riapertura dello stretto alle navi commerciali è il passaggio decisivo di qualsiasi via d'uscita americana dalla guerra.

 

Il prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile venerdì, con il Brent salito di oltre il 7% fino a 100,95 dollari prima di scendere intorno a 98.

 

L'Ucraina ha colpito nel Mar Caspio una nave cargo che trasportava forniture militari tra Iran e Russia uccidendo un membro dell'equipaggio.

Gli Houthi, la milizia yemenita sostenuta da Teheran, hanno rivendicato attacchi contro due impianti energetici sauditi sul Mar Rosso in risposta ai raid sauditi sulle zone che controllano in Yemen.

 

Non è chiaro se la pausa continuerà. Le forze armate americane stanno ancora preparando i piani per un eventuale ritorno alle grandi operazioni di combattimento, ma il presidente non ha dato ordini in quella direzione e in caso di ripresa dei raid i militari possono muoversi con un preavviso breve.

 La guerra dura da quasi cinque mesi.

 

 

 

 

 

Interni.

"La superiorità morale della sinistra?

Mai esistita, è andata in pezzi da anni."

Ilgiornale.it - Francesco Corridori – (18 dicembre 2022) – Redazione – ci dice:

 

Intervista a Giovanni Orsina: "Il castello di carte è caduto". Il politologo parla delle ultime vicende.

"Era solo questione di tempo, prima o poi sarebbe successo". Il politologo Giovanni Orsina non è affatto sorpreso dello scandalo Qatargate che ha colpito il Parlamento Europeo, ma anzi lo considera inevitabile.

 

Perché?

"Bruxelles è un luogo decisionale che non fa riferimento a una tradizione statuale nazionale, ma gestisce tanto potere ed è strapieno di lobby. Alla fine, come si dice parafrasando il Vangelo, «oportet ut scandala eveniant»:

questi scandali sono necessari per riconoscere l'esistenza di problemi e affrontarli".

Questo scandalo chi avvantaggia?

"Se si pensa che Orbán ha subito twittato:

 'Ma come? Non dovevate essere voi a sorvegliare la corruzione in Ungheria?'

 è evidente che questa vicenda avvantaggia gli euroscettici.

Ma non solo.

Rovina anche l'immagine che l'Europa ha voluto dare di sé stessa: il luogo della moralità politica, un esempio che gli altri dovranno imitare".

 

Viene meno la superiorità morale della sinistra?

"La superiorità morale della sinistra non è mai esistita, è un'autorappresentazione legata al modo in cui ha cercato di superare il marxismo e rifarsi un'identità. Un pezzo di questa identità la ricostruisce, a partire dagli anni '70, attraverso il tema della moralità in politica.

Ma è un'operazione fragile e pericolosa. Ed è andata in pezzi da anni, ormai: non dimentichiamo che il grillismo nasce dieci anni fa proprio dalla crisi di questa autorappresentazione della sinistra".

 

In Italia abbiamo avuto anche il caso Soumahoro...

"Siamo sempre lì: l'uso politico della moralità attraverso la costruzione di un mito. Basti pensare alla copertina dell'Espresso di qualche tempo fa:

Soumahoro e Salvini, 'Uomini e no'.

Non due posizioni politiche differenti, ma due poli etici: il bene e il male, l'umanità e la disumanità.

Ma quando si scopre che il bene non era poi così tanto bene, il castello di carte cade fragorosamente".

In Europa tutto è partito da una Ong, mentre in Italia da una cooperativa di migranti.

Si può dire che il Terzo settore sia in crisi?

 

"Il Terzo settore è indispensabile, ma l'errore è trasformarlo in un modello etico indiscutibilmente buono.

Quando dal Terzo settore escono dei progetti politici, non è detto che siano ipso facto positivi.

 Si può essere in disaccordo col messaggio politico che emerge dal Terzo settore senza essere brutti e cattivi.

Proprio perché si è protetti dallo scudo morale della bontà e del no-profit, le possibilità di corruzione aumentano.

Bisogna stare attenti che il Terzo settore resti nei suoi limiti".

 

Pare che a Bruxelles ci sia la volontà di confinare lo scandalo come un affare di italiani.

È così o siamo solo alla punta dell'iceberg?

"Non ci fa onore che siano coinvolti soprattutto italiani, però mi sembra che sia emerso un problema sistemico. A prescindere che vi siano altre persone coinvolte, a Bruxelles non se la possono cavare dicendo 'è un gruppo di italiani...'. Non è un gioco che può riuscire".

 

Il Qatargate quanto influirà sul congresso del Pd?

"Non lo so. Bisogna capire quanto rimane confinata a sinistra, però il problema è vedere se la sinistra capisce che l'uso della questione morale è sbagliato alla radice.

 È chiaro che questo è un meccanismo perdente, ma loro continuano a insistere su questo punto...".

 

Dopo questo scandalo, potrà nascere una maggioranza conservatrice?

"Perché ciò avvenga nell'attuale legislatura, la vicenda dovrebbe allargarsi.

Nel 2024, è possibile che questo avvenga, ma al momento no.

È evidente, però, che la Meloni, Orbán e i polacchi ne escono rafforzati".

 

 

 

 

Che fare?

La sinistra deve lasciarsi

il tempo per nascere.

Volerelaluna.it – (28-10-2024) - Sergio Labate – Redazione – ci dice:

Se la memoria non mi inganna, sarà la cinquantesima volta negli ultimi dieci anni che mi ritrovo a scrivere circa quel che dovrebbe fare la sinistra per tornare al centro dell’attenzione.

 In effetti, considerando che nel frattempo sono inevitabilmente diventato anziano, non escludo che la memoria mi stia ingannando.

Ma se invece il mio ricordo è autentico, forse è giusto partire da qui.

Da questa ripetizione di parole, ricette, speranze e infine fallimenti che da dieci anni infiliamo con la stessa eleganza di una preziosa collana di perle.

Ciò complica non poco il mio percorso, che approfittando della pazienza dei miei lettori dividerò in due tappe differenti.

 Nell’articolo successivo a questo mi occuperò di cose serie e, in modo particolare, dirò perché a mio avviso la sinistra deve essere rigorosamente laburista, in un senso molto più ampio e complesso del semplice primato dei diritti sociali e della giustizia sociale.

 Ma ciò che vorrei fare adesso è raccogliere quel dato di partenza – la coazione a ripetere della sinistra che parla di se stessa fino al punto di parlarsi addosso – per condividere due premesse metodologiche la cui dose di provocazione credo sia direttamente proporzionale all’utilità che c’è nel metterle in campo all’interno di questa discussione.

 

La prima riguarda la successione di articoli che questo sito sta meritoriamente ospitando da un po’ di mesi e tutti dedicati a rispondere alla domanda su “che fare?”.

I contributi sono tanti e di altissimo livello.

Sembrerebbe dunque un successo.

Ma io tenderei a ritenerlo un tipico caso di successo fallimentare.

La maggior parte di questi contributi sono di persone come me, benché molto più titolate di me.

 Cioè maschi bianchi e occidentali che prendono ripetutamente la parola da dieci anni per dire che non devono più prendere la parola.

Finendo allora col riconoscere che non ci resta che “dare la parola” ad altri, preferibilmente donne giovani e non occidentali.

 Ma che vuol dire “dare la parola”?

Quello che appare come un gesto di generosità è invece molto spesso un gesto del tutto paternalista, soprattutto quando la parola le persone la stanno agendo per conto loro, in altre sedi e con modalità differenti.

 O più probabilmente si sono zittite perché stanche di aver “data la parola” per gentile concessione di noi che continuiamo a presumere cosa loro pensino o vogliano.

Tutto sommato, non stiamo riferendoci ad altro che alla questione fondamentale che è emersa in questa discussione:

 che non si tratta semplicemente di ricostruire un soggetto politico all’altezza, ma che bisogna soprattutto favorire il riconoscimento di un popolo di sinistra, una qualche forma di rappresentazione unitaria che non sia surrettiziamente politica ma che sia innanzitutto sociale. Eccola la domanda.

Qualcuno sostiene che il fatto che la società sia attraversata fino alla sua radice da questioni di ingiustizia sia già condizione per rendere necessaria una concrezione politica (un partito o una coalizione che rappresenti tali questioni e l’esigenza del loro superamento). Dimenticando che non basta una società divisa in classi perché le classi abbiano coscienza di sé stesse.

Non basta un mondo sempre più separato tra i sommersi e i salvati perché i sommersi si riconoscano sulla stessa barca (i salvati non ne hanno bisogno: ognuno ha il suo yacht personale).

Ecco perché qualcun altro – e io sono tra questi – sostiene che non si possa descrivere la situazione attuale nei termini dell’ottimismo della società e del pessimismo della politica.

 Non c’è da un lato una società matura alla rappresentanza e dall’altro una rappresentanza al minimo storico di credibilità che va semplicemente ricostruita.

 Il divorzio tra società e politica è il grande tema e non si risolve pensando che nella prima ci sono delle pretese di giustizia che attendono solo le parole giuste da parte degli esponenti della politica.

 

È per questo che dare la parola può essere un gesto esclusivamente paternalista, mentre noi dovremmo metterci in ascolto e non solo di quelle parti di società che già riconosciamo come nostre (è la critica che muovo ai movimentisti radicali.

Ovvio che nella società ci sono esperienze emancipate e politicamente rilevanti.

Ma fungono da sentinelle, sono preziose ma non bastano.

 Bisogna costruire una sinistra popolare, non una sinistra che assolutizza delle esperienze che restano avanguardie.

 È il motivo per cui Gramsci non era populista, con buona pace di sommi teorici che sostengono il contrario.

 

So di essere piuttosto severo – innanzitutto con me stesso.

Ma introduco subito un esempio, che mi accompagnerà in entrambe le puntate. Nella discussione sul lavoro che noi facciamo, c’è chi dice che la sinistra dovrebbe adottare ricette anti-lavoriste (radicalizzare per esempio il reddito di cittadinanza) e chi invece sostiene che dovremmo combattere il neo-schiavismo sempre più diffuso ritornando ai diritti sociali che abbiamo perduto, a partire dalla garanzia del tempo indeterminato.

O anti-lavoristi o laburisti.

 Ecco, io invece non credo che la sinistra debba sciogliere questa contraddizione.

Se leggiamo i flussi elettorali più recenti, vedremo che buona parte dei giovani, quando non si astiene, tende a votare a sinistra più che a destra.

Tutto ciò ci offre una dote di speranza da non sprecare.

 Ma i giovani, se li ascoltiamo, saranno anti-lavoristi o laburisti?

Qual è la loro idea di emancipazione – parola preziosissima ma da tenere per noi per non spaventarli – al riguardo?

 

Come giustamente ricorda Marco Revelli nel suo ultimo libro, noi diamo per scontato che, se chiedessimo a una trentenne se preferisce passare tutta la sua vita da Sephora a vendere oggetti (ma anche in un sindacato a difendere lavoratori, o in una scuola a insegnare, per dire) o a consumare ciclicamente identità varie lasciandosi la libertà di cambiare, lei non avrebbe molti dubbi.

Ma ne siamo certi?

Siamo certi che la sinistra debba conquistare i propri voti con la promessa di una vita dentro Sephora come antidoto alla precarietà?

E se invece la questione fosse che, di fronte a tutto ciò che è venuto meno in questi anni, la sinistra deve promettere di più di ciò che prometteva quarant’anni fa?

Sia chiaro, non sto riproponendo sotto altre vesti il mito della rottamazione.

 La rottamazione renziana era ovviamente un pretesto, perché non si trattava di far parlare altre generazioni, ma di sostituire come soggetti della sinistra gli oppressi (o i loro rappresentanti) con gli oppressori (o con i rappresentanti dei loro interessi).

E la giovane trentenne cui faccio riferimento non è una trentenne qualsiasi.

Non mi interessa una sinistra “pass-partout” e rivendico il conflitto sociale anche tra trentenni.

 Faccio piuttosto riferimento a quelle persone che vorrebbero situarsi sul solco delle tradizioni emancipate e delle loro storie e che non trovano la confidenza per poterlo fare.

A quella trentenne di oggi che non ha smesso di sognare e che possiede probabilmente un’idea di vita liberata molto più densa, complessa e ambiziosa non solo della dittatura del piacere cui è costretta nel mondo di oggi, ma anche di quella promessa di vita compiuta che la società del lavoro ha prospettato a delle generazioni che venivano non dall’opulenza assoluta degli anni ottanta ma dalla povertà assoluta della guerra (come vedremo nella prossima puntata).

E in ogni caso non possiamo interrompere il circolo vizioso della nostra inutile presa di parola se non siamo disposti non solo a compatire la miseria del presente cui è costretta la giovane che non ha altra alternativa che i lavori saltuari oppure una vita intera da Sephora, ma anche ad ascoltare il sogno di una cosa (il suo sogno, non dando per scontato che sia come il nostro) che ancora risuona nel segreto della disperazione delle persone a cui abbiamo consentito venisse sottratta – grazie alle riforme della scuola e dell’università – l’unica arma della democrazia: la capacità di assegnare un nome alle cose, di trasformare in parole la rabbia dei giorni.

 

Volendo sintetizzare questa prima premessa, potrei dire:

non illudiamoci di avere già tutte le ricette pronte e che il deficit che scontiamo sia soltanto organizzativo.

Nel cantiere della sinistra servono architetti, non semplici geometri.

Non si tratta di applicare le ricette del passato, ma di fare i conti con un mondo che è cambiato in peggio, radicalizzando i conflitti sociali, il primato della struttura economica, l’individualismo come unica forma di vita possibile, il disprezzo per la vita democratica.

Di fronte a queste sfide fondamentali, dobbiamo rilanciare le politiche di sinistra non riducendole al semplice realismo politico (cosa fare per vincere) ma rilanciandole all’altezza dell’utopismo politico (annunciare, letteralmente, un mondo nuovo fin dalle sue fondamenta).

 

La seconda premessa provocatoria ha a che fare con l’urgenza della ricostruzione della sinistra, a partire dal più inquietante governo della Repubblica che ci sia mai stato.

Ma anche dallo scenario internazionale (la terza guerra mondiale a pezzi), dal fallimento dell’Europa, dal trumpismo come minaccia permanente, dalla crisi ambientale che non trova risposte, ecc.

Non dirò che è il peggiore dei mondi possibili semplicemente perché, avendo da giovane studiato Leibniz ma avendo anche visto i film di Fantozzi, so bene che mentre di un mondo possiamo postulare che sia il migliore possibile, è meglio non stuzzicare la fantasia del destino dicendo di un mondo che è il peggiore:

arriverà presto qualcosa a ricordarci che al peggio non c’è mai fine. Ecco, proprio per questo, io credo che dobbiamo sganciare la necessità della sinistra dalla fretta del presente.

In questi ultimi dieci anni, la sinistra è sempre stata urgente perché era in corso uno stato d’eccezione: gli ultimi rigurgiti del berlusconismo, poi l’austerity, il draghismo, il renzismo.

 E non si è mai lasciata davvero il tempo per nascere come si deve.

Non vorrei che questa fretta diventi di nuovo un alibi per ciò che verrà. Qualcuno mi dirà: stai forse normalizzando il governo Meloni?

 Niente affatto, sto solo cercando di sottrarmi alla tesi della discontinuità.

La forza e la minaccia del governo Meloni non nascono dal fatto di essere una novità, ma di amplificare un processo di sovversione della democrazia e delle conquiste sociali del dopoguerra che dura da fin troppo tempo.

Ciò che siamo soliti definire nei termini dell’eccezione non è che il compimento di un’epoca.

Si chiama neoliberismo:

il suo obiettivo a lungo termine era precisamente di arrivare fin qui.

Alla trasformazione delle istituzioni democratiche da esperimenti di diffusione del potere in meccanismo di controllo e ratificazione di un potere che sorge in altre sedi, che ha come unico obiettivo quello di consolidare la differenziazione sociale tra sovrani e sudditi e di produrre odio di propaganda per fare in modo che la nostra servitù sia sempre più volontaria. Il fascismo ci aspettava da tempo, come esito prevedibile e finale del neoliberismo.

 Il suo ritorno non è una sorpresa: è ciò che ci attendeva fin da quando il capitalismo ha scelto di liquidare brutalmente la democrazia, una volta accortosi che non gli serviva più.

 A pensarci bene, racchiuderei l’atto di nascita del PD in questa tensione: mettere in primo piano ogni volta uno stato d’eccezione per preservare da ogni critica l’essenza della nostra epoca, il progetto neoliberista.

 Il PD è un partito intrinsecamente neoliberista perché non contesta più nulla se non attraverso l’invenzione permanente di pericoli eccezionali, che gli permettano di presentarsi ogni volta come “male minore”.

Perché è così importante storicizzare il governo “non-antifascista” di Meloni?

Perché la sinistra sta morendo di realismo, di stati d’eccezione e di mali minori.

Esattamente come la giovane trentenne di cui parlavamo prima.

 Che passa tutto il suo giorno dentro una ripetizione soffocante e insensata e che se vuole prendere aria – anche solo per cinque minuti – non sa nemmeno dove andare, se piove e non può rifugiarsi in qualche “bosco urbano” (che orrenda immagine di violenza specista).

Dentro una città gli restano solo centri commerciali o bar dove ubriacarsi per fuggire da un male che la costringe – che ci costringe – a consumarci senza più poterci dedicare a capire ciò che vogliamo, ciò che siamo, con chi vogliamo stare. Io, che non sono credente, riconosco qualcosa di mostruosamente abietto nel fatto che la nostra civiltà – che ha edificato per millenni chiese al centro delle città, spazi dove potersi raccogliere, dove poter semplicemente stare – negli ultimi cinquant’anni non sa edificare più nient’altro che luoghi dove possiamo solo consumare e incontrare persone come se fossero cose.

Non ci sono letteralmente più chiese o case del popolo o porte e finestre da cui fuggire dal male del capitalismo e del consumo.

E di fronte a questo male che ha contagiato le nostre vite, che può farsene la giovane trentenne del ricorso al male minore come forma ultima della politica?

Non è promettendogli che non ci sarà più la Meloni che sarà disposta a crederci, ma ricordandogli che c’è un’altra idea di società, un altro modello di convivenza, un’altra forma di vita che può sognare. Nessun male minore potrà più salvarci, in queste condizioni.

Solo una sinistra capace di utopia, potrà farlo.

E in particolare capace di parlare del lavoro come utopia sociale. Ma di questo, se qualcuno vorrà ancora leggermi, ne parlerò la prossima volta.

 

La seconda provocazione è dunque questa: non c’è alcuna necessità della storia che salverà la sinistra.

Smettiamola di affidarci agli stati d’eccezione.

Non saranno gli stati d’eccezione a tenerci in vita, tutt’al più serviranno a mantenerci il respiratore attaccato.

La sinistra riparta da sé, dal mondo nuovo che vuole e dalla speranza di vita liberata che, dentro gli spazi saturi delle nuove alienazioni, continua a muovere ogni giorno i pensieri disarticolati e inascoltati della giovane trentenne.

 

 

 

La sinistra non intercetta il

bisogno identitario dei ceti fragili.

 

Linkiesta.it - Antonio Bompani – (30 luglio 2026) – Redazione – ci dice:

I ceti economicamente deboli non si riconoscono nell’opposizione perché la promessa economica non è più percepita come attendibile e l’allarme antifascista non restituisce dignità, appartenenza e protezione a chi si sente ignorato.

 

La scienza politica da alcuni anni ci dice come il conflitto distributivo non sia l’unico architrave di ricerca del consenso elettorale, mostrandoci come appiattirsi su di esso possa essere rischioso.

Una recente rilevazione di SWG, condotta tra il 14 e il 20 luglio su un campione nazionale di 1.400 elettori e ispirata al libro di Domenico Petrolo “La stagione dell’identità” (FrancoAngeli), offre una nuova conferma empirica di questo spostamento attraverso cifre che meritano di essere approfondite.

Il 47 per cento degli elettori italiani ritiene infatti più importante che un partito «riconosca e protegga» la propria identità, i propri valori, il proprio mondo, contro un 39 per cento che continua a privilegiare il miglioramento della personale condizione economica, divario che si allarga sensibilmente tra gli over 64 (57 per cento contro 31 per cento) e al Centro-Sud (51 per cento contro 36 per cento), mentre si comprime al Nord, dove le due istanze quasi si equivalgono (43 per cento contro 42 per cento).

La geografia interna al dato evidenzia come la domanda identitaria non sia fenomeno indistinto e uniforme, intrecciandosi piuttosto con differenti variabili anagrafiche e territoriali.

 Se ci si ferma alla prima slide, la tentazione è leggere il tutto come una vittoria totale della destra identitaria sulla sinistra «socioeconomica».

Ma la seconda rilevazione dell’indagine amplia l’interpretazione, affermando che il 39 per cento degli intervistati dichiara di non sentirsi rispettato né riconosciuto nella propria dignità dalla società attuale, percentuale che sale addirittura al 58 per cento tra i ceti economicamente deboli, al 52 per cento tra gli elettori di sinistra e al 48 per cento tra chi non si colloca politicamente.

Ancora più severo è il giudizio sulla politica in quanto tale. Il 30 per cento degli elettori ritiene che nessun partito o leader riconosca davvero identità, bisogni e difficoltà della cittadinanza.

 

Qui sta il nucleo più interessante e forse più scomodo dell’intera ricerca.

 La domanda di riconoscimento non nasce da un’affermazione identitaria proattiva quanto da un vuoto di rappresentanza, quindi da un generalizzato sentimento di sfiducia, come tale complicato da recuperare per qualsiasi offerta politica.

 È la costatazione – teorizzata da tempo nella letteratura sulla «politica del riconoscimento», da Charles Taylor a Nancy Fraser, passando per Axel Sonnet – che quando un sistema politico smette di offrire ricette di redistribuzione economica credibili, la domanda di dignità si avvale del piano simbolico e culturale. Affianca il bisogno materiale (e in certi contesti lo sovrasta nella gerarchia delle priorità percepite), sebbene senza sostituirlo. Ed è precisamente ciò che la sinistra italiana, almeno nell’ultimo quindicennio, ha faticato a intercettare.

 

Il ceto popolare economicamente più fragile è anche, e nello stesso momento, la «classe» sociale che si sente più di altre socialmente e culturalmente ignorata, priva di entusiasmo e caratterizzata da alta diffidenza nei confronti del futuro.

 L’ultimo blocco della ricerca è probabilmente quello più utile per orientarsi in un futuro immediatamente prossimo del dibattito pubblico:

le minacce percepite all’identità sono nettamente polarizzate, ma in modo sovrapponibile.

Tra l’elettorato di sinistra l’83 per cento percepisce come minaccia («sì, molto») seria il ritorno di una cultura fascista; tra l’elettorato di destra il 73 per cento teme l’Islam, il 76 per cento la cultura woke e il politicamente corretto, il 71 per cento l’immigrazione.

 Anche il timore per un «nazionalismo esaltato» tocca il 65 per cento a sinistra, segno che la percezione di minaccia identitaria funziona ormai come dispositivo di mobilitazione simmetrico, utilizzabile da entrambi i campi con la stessa efficacia retorica.

 

Questo è, in fondo, il cuore della tesi di Petrolo quando applicata al caso italiano.

Da Brexit a Trump, il successo elettorale premia chi riesce a nominare con precisione la minaccia identitaria del proprio elettorato di riferimento, più ancora di chi propone la soluzione economica più efficace.

È una dinamica che rende comprensibile, per esempio, perché la retorica sovranista non abbia bisogno di risultati economico-produttivi verificabili per mantenere consenso, e perché – alla medesima maniera – la sinistra italiana fatichi a mobilitare sul solo spauracchio fascismo quando questo non si salda, oltre che a un discorso di dignità materiale verosimile, a un sentimento di identità sentito come non difeso, se non volutamente ignorato. Si agita una minaccia avvertita come possibile per buona parte del proprio elettorato, ma senza risolvere il deficit di riconoscimento che, dati alla mano, è acuto anche tra i suoi papabili elettori.

 

C’è da dire che dal punto di vista metodologico le domande sull’identità, per costruzione, tendono a generare risposte di adesione più alte di quanto accadrebbe con formulazioni meno guidate: chiedere «È importante essere riconosciuti nella propria identità?» produce quasi sempre un consenso ampio, quale che sia il contenuto specifico attribuito a quella identità. Questo non svuota il dato, ma invita a trattarlo come indicatore di una tendenza di fondo reale e già documentata in altre democrazie occidentali, più che come puntuale misurazione di un singolo elettorato in un momento circostanziato.

 

Il messaggio politico che se ne ricava, in conclusione, non è che gli italiani abbiano smesso di preoccuparsi delle proprie condizioni tangibili e materiali, tutt’altro: l’elemento va però colto all’interno di una stratificazione di priorità multiple e non interpretato isolatamente, senza dunque trascurare la ancora fondamentale necessità di identificazione. Quando la promessa economica non è più interiorizzata come attendibile o realizzabile nel breve periodo, in buona sostanza, la domanda di dignità e riconoscimento riempie lo spazio lasciato vuoto. Ed è un aggregato che oggi, secondo questi numeri, resta largamente scoperto, con quasi un terzo dell’elettorato che non si sente rappresentato da nessuno.

 

In un sistema politico frammentato come quello italiano, con una destra di governo che gestisce la propria narrazione identitaria da posizione di forza (iniziando però, allo stesso tempo, a essere insidiata da chi si piazza ancora più a destra) e un’opposizione continuamente alla ricerca di una sintesi plausibile tra istanze materiali e simboliche, questo terzo di elettorato scoperto è la vera partita aperta del prossimo anno – dove la sfida sarà appunto pure tra chi riuscirà ad affrontare (o almeno nominare!) il disagio identitario e chi deliberatamente sfuggirà da queste tematiche, condannandosi a più esigui ruoli di minoranza.

 

 

 

"Siamo sempre meno liberi.

Ma così si diventa poveri."

Quotidiano.net – (23 settembre 2024) – Politica – Alberto Mingardi – Redazione -ci dice:

Il direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni:

 l'importanza della libertà degli altri per arricchire la nostra vita e favorire l'innovazione.

Critica alla limitazione della libertà imprenditoriale e alla paura del dubbio e dell'errore.

Alberto Mingardi, 43 anni, docente allo IULM di Milano, è uno dei fondatori dell’Istituto Bruno Leoni

 

Se la libertà, uno dei campi di battaglia del XXI secolo, è così importante, qual è il prezzo da pagare per essa?

Perché i principi del liberalismo possono essere utili oggi e domani?

Ma che cos’è davvero il liberalismo?

Qual è il suo rapporto con lo Stato, con il mercato, con la democrazia?

O con la felicità e la realizzazione personale?

 In una società sempre più multietnica, come si declina il valore liberale della tolleranza?

 E nel mondo multipolare di oggi, come possiamo dare forza ai valori del libero scambio e del cosmopolitismo?

 Siamo da sempre abituati a leggere non solo la politica, ma anche la storia delle idee in generale attraverso scontri di pensiero intrecciati a vicende personali che definiscono il campo della discussione pubblica, tanto quanto fa la lotta politica fra destra e sinistra.

Ma mentre l’arma del duello politico è la sciabola, quella del duello intellettuale è il fioretto.

E sul tema della libertà e del liberalismo si sfidano in un duello intellettuale i professori Alberto Mingardi ed Emanuele Felice, autori del libro “Libertà contro libertà”, di cui pubblichiamo due interventi a confronto.

 

Roma, 23 settembre 2024 – La vita è piena di sorprese. Se non lo fosse la libertà servirebbe a ben poco.

Quando si parla di libertà, ciascuno tende a pensare alla propria.

 La libertà di mettersi questo o quel paio di scarpe, di scegliere cosa studiare, di cercare un lavoro che ci piace.

La modesta libertà di votare un partito o un altro.

 In realtà la libertà più preziosa, per ognuno di noi è la libertà degli altri. La libertà dello scienziato che insegue un nuovo vaccino, la libertà del cineasta di realizzare un film, la libertà del ristoratore di aprire un nuovo ristorante all’angolo della strada.

 

Usando la loro libertà, gli altri ci migliorano la vita. Se lo scienziato non può fare ricerca, se il regista non può farci emozionare, se il cuoco non può farci assaggiare i suoi piatti, siamo tutti più poveri.

Non ci sono garanzie di successo. Gli esseri umani sono renitenti a imparare dai propri errori ma riescono ad apprendere da quelli altrui.

Per questo quella cosa che chiamiamo “mercato” funziona: perdite e profitti sono gli insegnanti più efficaci.

La nostra parte di mondo è diventata più ricca delle altre perché era un po’ più libera: consentiva a più persone di fare esperimenti e facendone di più maggiore era la quota dei successi.

Ora abbiamo preso una strada diversa.

 Altro che “liberismo”, paleo o neo. Abbiamo ridotto gli spazi della libertà di intraprendere e consegnato metà del reddito nazionale alle burocrazie attraverso la spesa pubblica. Dove è rimasta la libertà di fare esperimenti, come nei settori hi tech, abbiamo continuato a inventare cose nuove.

Ma non esiste un Elon Musk della chimica:

la regolazione lo ha strangolato nella culla. Per la verità, neppure ci piace l’Elon Musk che c’è, perché ha il torto di avere reso X uno spazio nel quale tutti possono dire la loro.

 Ci spaventano persino le opinioni.

 

Vorremmo che il futuro fosse tracciato, essere liberi sì ma dal dubbio e dall’errore.

Purtroppo meno si sbaglia e meno s’impara.

 Siamo sempre meno liberi e vorremmo esserlo ancor meno.

 Il che ci renderà più poveri.

(Alberto Mingardi, professore ordinario di Storia delle dottrine politiche all’Università IULM di Milano, fondatore e direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni).

 

 

 

 

Teoria neoclassica: così il liberismo

economico ha tradito la libertà

e promosso l’individualismo.

Ilfattoquotidiano.it - (6 aprile 2026) - Giovanni Fattore Professore di Economia e Management –

Redazione – ci dice:

L’ipotesi, ormai ampiamente falsificata, che le persone perseguono una razionalità economica individuale e che questa, a certe condizioni, produca benessere ha incoraggiato una mentalità collettiva antisociale.

Teoria neoclassica: così il liberismo economico ha tradito la libertà e promosso l’individualismo.

Uno dei tratti fondamentali del liberismo economico e del liberalismo politico è la centralità della persona:

 entrambi si affermano nell’Occidente come risposta a regimi autoritari basati sulla diseguaglianza naturale degli individui, derivante dalla biologia (la differenza tra uomini e donne), la ‘razza’, le origini familiari (l’appartenenza a una classe in base alle linee di discendenza), strutture sociali rigide e permanenti giustificate spesso con la religione.

Il liberismo economico, come pensiero e come pratica, mette al centro la persona come imprenditore, lavoratore e consumatore esaltando la proprietà come diritto fondamentale dell’uomo (solo più tardi della donna).

Esso afferma il ruolo della libertà come motore dello sviluppo, ponendo la sfera economica come primaria rispetto a quella istituzionale e politica, sovvertendo così la supremazia delle istituzioni politiche (l’esercizio diretto del potere da parte di chi comanda) su quelle economiche, principalmente i mercati del capitale (la finanza), del lavoro e dei beni e servizi. In sintesi, lo Stato serve principalmente a difendere la libertà e i diritti economici.

 

In questo contributo mi soffermo sul lato ideologico dell’affermazione del liberismo economico.

 Le pratiche hanno bisogno di una teoria che le giustifichi e in questo caso la teoria si afferma in modo abbastanza veloce con la cosiddetta teoria neoclassica, un impianto molto astratto che radicalizza le posizioni filosofiche dell’utilitarismo, assumendo la ricerca del benessere individuale alla base dei comportamenti umani.

 Nel XX secolo, alla ricerca di verità scientifiche universali, il pensiero economico dominante converge verso un apparato teorico basato su un’approssimazione irrealistica (le persone sono individualiste), la formalizzazione matematica vista come necessaria per una costruzione logica e analitica delle teorie e, più recentemente, lo sviluppo dell’econometria come metodo probabilistico per verificarle.

 

L’approccio è super tradizionalista da un punto di vista epistemologico: l’economia è una scienza che scopre la verità, l’economista può lavorare come il fisico o il biologo, alienandosi dai condizionamenti esterni e fornire leggi utili non solo per capire la realtà economica ma anche trasformarla. I temi più difficili da trattare, come le diseguaglianze o il ruolo dei valori nel comportamento umano, vengono marginalizzati dall’accademia dominante, principalmente americana.

Fino alle crisi del 2008-2010, la formazione economica di milioni di analisti economico-finanziari, accademici, manager, dirigenti pubblici ha fatto riferimento quasi esclusivo a questa scuola. Recentemente qualcosa sta cambiando e finalmente iniziano ad emergere nuove traiettorie di ricerca.

Ma non bisogna sottovalutare il danno culturale che l’economia neoclassica ha prodotto alla società.

Questo danno non è principalmente dovuto ai limiti evidenti dei risultati ottenuti in più di un secolo di ricerca.

Le teorie e i modelli neoclassici ci hanno permesso di capire poco dei fenomeni sia micro (ad es. cosa motiva le persone a lavorare) sia macro (ad es. fare previsioni sulla crescita economica).

Ma il danno più grave prodotto dall’economia neoclassica è che ha forgiato le menti di un credo non solo sostanzialmente falso e pernicioso.

 L’ipotesi non dimostrata, anzi ormai ampiamente falsificata, che le persone perseguono una razionalità economica individuale e che questa, a certe condizioni – almeno questo è riconosciuto – produca benessere ha legittimato e anzi incoraggiato una mentalità collettiva antisociale. Anche se magari sopite, le pulsioni umane verso l’egoismo sono state portate al livello di virtù, con disattenzione verso il valore di molti comportamenti umani che rispondono a principi etici, emozioni e sentimenti.

 

Per essere concreti, Gary Becker ha formalizzato e provato empiricamente che le scelte matrimoniali e verso la generazione di figli rispondono a una razionalità economica.

 Anche per questo ha preso il Premio Nobel.

L’essenza di questo lavoro è abbastanza intuitiva: il benessere economico è parte delle motivazioni sulla scelta del partner e di fare figli.

La sua agenda di ricerca era tesa a volere espandere l’approccio della teoria neoclassica ad una sfera dove l’amore e la genitorialità, non la razionalità economica, sono le dimensioni più interessanti da studiare.

 Questa agenda era poco utile non solo perché ha ottenuto risultati abbastanza scontati, ma anche perché ha creato un danno – magari anche involontario -, promuovendo una cultura diffusa per cui l’interesse economico deve essere al centro anche nella vita sentimentale e familiare.

 

Così, la profezia – il dare troppo spazio alle ragioni economiche – tende ad autoavverarsi.

Chi cerca l’amore è spinto a non farlo. Chi ha paura di avere figli per il loro futuro economico rinuncia ad averli.

 La prima parte dei termini “liberismo” e “liberalismo” richiama la libertà:

 l’ideologia che li sottende finisce per tradirne il significato più profondo.

 

 

 

Tra “niveaux différents” e

“divide et impera”: le fratture dopo

il governo regionale con Forza Italia.

 

Aostasera.it – (5 novembre 2025) – Luca Ventrice – Redazione – ci dice:

Dopo l'accordo con Forza Italia, quella di “Testolin” sembra una mossa da "divide et impera".

L'effetto è triplice: spaccare gli Autonomisti di centro, l’unità del centrodestra e lasciare la sinistra, in Consiglio, spaccata e all’opposizione.

 E ad Aosta?

(Consiglio Regionale Union Valdotaine- Renzo Testolin).

Una volta si chiamavano niveaux différents.

E dopo cinque anni di maggioranze (quasi) speculari tra piazza Deffeyes e piazza Chanoux il concetto torna prepotentemente a dividere i due palazzi.

 

La nuova Giunta regionale è pronta.

 Il presidente incaricato “Renzo Testolin ha scelto il nuovo governo, il terzo guidato da lui, che sarà composto dalla “sua” “Union Valdôtaine “– della quale è stato campione di preferenze alle ultime elezioni –, dagli Autonomisti di centro decurtati dalla quota “Pour l’Autonomie” rappresentata da Marco Carrel e da Forza Italia.

 

Mossa da divide et impera, dopo i cinque anni in alleanza con i Federalisti progressisti – Partito democratico, che cambia l’asse politico recente e che, soprattutto, ha un effetto triplo: spaccare ADC, spaccare l’unità del centrodestra e lasciare la sinistra in Consiglio Valle, spaccata e all’opposizione.

 

Effetto quadruplo, volendo: dopo l’accordo siglato proprio con gli Autonomisti di centro e – con molta fatica – con il Pd per le liste delle elezioni comunali di Aosta, lasciare ora la nuova Amministrazione cittadina guidata dal sindaco Raffaele Rocco, a dialogare con una maggioranza di colore diverso, politicamente, in Regione.

 

I dolori del giovane centrodestra.

Fratelli d’Italia: “Errore politico e strategico grave.”

Il deputato” Enzo Amico” ed il presidente di Fratelli d'Italia Valle d'Aosta Alberto Zucchi presentano le liste per le Regionali.

Il deputato” Enzo Amico” ed il presidente di Fratelli d’Italia Valle d’Aosta Alberto Zucchi alla presentazione delle liste per le Regionali

Se “Pour le Autonomie” – nonostante l’exploit elettorale di Carrel, con le sue 1.869 preferenze – viene confinata in opposizione e ad Aosta resta senza incarichi di governo con il suo unico eletto, Giorgio Giovinazzo, è nel centrodestra ex unito che affiorano tutti i malumori del caso.

 

Vincenzo Amico, deputato e commissario per la Valle d’Aosta di Fratelli d’Italia, in una nota spiega come sia “un errore strategico escludere il principale partito di governo nazionale”.

Ma non solo: “La chiusura dell’accordo per la nuova Giunta regionale rappresenta, a nostro avviso, l’errore politico e strategico più grave che potesse essere commesso per il futuro della Valle d’Aosta in questo momento cruciale”.

Infatti, ribadisce Amico, “escludere Fratelli d’Italia significa rinunciare a una collaborazione che avrebbe potuto portare benefici concreti ai valdostani e avviare una fase completamente nuova per la Valle, all’insegna di un rafforzamento dei rapporti tra la Regione e il Governo nazionale.

 

Fratelli d’Italia rappresenta la prova tangibile di una discontinuità vera, concreta e credibile rispetto a un passato recente, perché capace di offrire serietà, competenza e un approccio diverso al governo dell’autonomia, nell’esclusivo interesse dei cittadini valdostani”.

 

In chiaro, “una prospettiva resa evidente anche dal profilo e dall’impegno dei nostri eletti in Consiglio regionale, Massimo Lattanzi, Alberto Zucchi, Massimiliano Tuccari e Aldo Domanico, a testimonianza di una presenza radicata e costruttiva sul territorio.

 Il Governo nazionale e la sua maggioranza rappresentano oggi la garanzia più solida per la tutela e il rafforzamento dell’autonomia valdostana. Ignorare questa realtà, come ha fatto la classe dirigente dell’Union Valdôtaine, non solo è un errore di valutazione, ma anche un segnale di chiusura che rischia di isolare ulteriormente la Valle d’Aosta in un momento in cui sarebbe invece fondamentale consolidare i rapporti istituzionali con Roma”.

 

“Fratelli d’Italia continuerà a lavorare con responsabilità e coerenza, valutando ogni decisione e ogni voto in piena libertà, insieme agli alleati della Lega Valle d’Aosta e del centrodestra, ma senza vincoli rispetto a scelte che non condividiamo né nel metodo, né nel merito”, dice ancora il deputato.

Che, però, lancia anche un segnale dritto per dritto a Forza Italia: “È bene ricordare che nessuna forza politica della coalizione può parlare o agire in rappresentanza esclusiva del Governo nazionale, che trova la sua sintesi politica e istituzionale unicamente nell’azione congiunta dei partiti che lo compongono”.

“Riteniamo che la politica valdostana abbia perso un’occasione importante per aprire una fase nuova, fatta di serietà, visione e rapporti costruttivi con il Governo della Nazione, guidato da Fratelli d’Italia, il partito che esprime il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni”, chiude Amico.

 

L’amarezza della Lega: “La fine assoluta del centrodestra”.

Lega Valle d’Aosta - Maria Lice Boldi.

Dalle parti della Lega Valle d’Aosta l’umore è tetro. La segretaria Maria Lice Boldi lo dice chiaramente: “Fino a pochissimi giorni prima, l’unità del centrodestra era stata definita incrollabile dietro specifica richiesta. Non era in discussione. Ma sospettavo sin dall’inizio una manovra di questo tipo. Quindi, non provo neanche troppa delusione”.

 

Ma la questione è comunque più larga: “Visti i ‘balletti’ plurimi fatti da una parte e dall’altra, ne prendo atto – aggiunge Boldi –. Prendo atto della fine assoluta del centrodestra. E del fatto che una delle persone che più ci ha creduto, come me, ci ha rimesso un sacco di consiglieri”.

Non solo: “Ho pagato la mia idea di centrodestra. Ho capito che la coerenza assolutamente non paga. Lo fanno di più le prospettive di poltrone ed il volersi accomodare, dicendo oltretutto delle verità parziali o delle falsità”.

La segretaria della Lega mette ancora in fila un paio di questioni. Anzitutto, rivolgendosi all’Union: “Auguro loro che sia riaffermata la coerenza e la lealtà che pare oggi sia stata dimostrata loro – dice ancora –. O, almeno, queste prospettive di lealtà. Auguro loro di non subire la delusione cocente cui siamo stati sottoposti noi e le altre forze del centrodestra”.

Poi, la questione dei legami con il Governo Meloni: “Riguardo il millantato credito con le forze di governo – chiude Boldi –, ricordo non esiste solo Forza Italia ma anche la Lega e Fratelli d’Italia. E abbiamo tanti ministri, penso potremmo anche dire la nostra. E se sarà per il bene dei valdostani assicuriamo il nostro appoggio e la nostra intercessione.

 

Forza Italia: “Una svolta storica.”

Antonio Tajani, ad Aosta con Forza Italia.

L’aria, dalle parti di Forza Italia, è completamente diversa. In una nota, questa mattina, gli azzurri parlano di “una svolta storica di cui la Valle d’Aosta aveva bisogno, in un’ottica di un più stretto raccordo e di una più proficua interlocuzione con il Governo al fine di portare risultati concreti e soluzioni a vantaggio dell’intera comunità valdostana”.

 

Nota che arriva dopo che, nella serata di ieri, si è riunita la segreteria di Forza Italia Valle d’Aosta che “ha ratificato all’unanimità con un lungo applauso l’ingresso nella nuova maggioranza regionale con l’Union Valdôtaine e gli Autonomisti di Centro, suggellata sempre nella giornata di ieri dall’accordo politico-programmatico con il partito di maggioranza relativa all’interno del Consiglio Valle sottoscritto dal Presidente del Gruppo Parlamentare di Forza Italia al Senato, Maurizio Gasparri, nella sua qualità di responsabile nazionale enti locali, e da Joël Farcoz per l’Union Valdôtaine”.

 

“La maggioranza di cui abbiamo deciso di fare parte poggia su basi solide sia a livello valoriale sia a livello programmatico – dice FI –, con l’individuazione di tematiche di interesse regionale e di dossier prioritari sui quali abbiamo garantito la massima attenzione affinché si possano trovare soluzioni e ricercare sostegno nella prosecuzione dei relativi iter”.

 

E, si legge ancora, “in un simile contesto, preme sottolineare come il programma di legislatura su cui si è costruita la nuova maggioranza regionale ricalchi in gran parte il programma elettorale comune di centrodestra, che ci impegniamo fin da subito a promuovere e a portare avanti, in accordo con i nostri referenti nazionali, peraltro dopo esserci dimostrati nei fatti alternativi al Partito Democratico.

 La nostra serietà, la nostra coerenza ai principi e agli ideali del centrodestra e la nostra linearità nei comportamenti sono dimostrate dai fatti e dalla volontà di portare proposte e idee liberali e riformiste direttamente all’interno della giunta regionale, laddove le decisioni verranno prese a beneficio delle valdostane e dei valdostani”.

 

Non solo, perché il partito guidato da “Emily Rini” cerca di guardare comunque ad un centrodestra unito, nonostante il qui e ora:

“D’altra parte, la Valle d’Aosta ha di fronte a sé sfide talmente grandi e talmente importanti da affrontare la cui definizione non può che passare attraverso rapporti stabili e di leale collaborazione con lo Stato e noi, come Forza Italia, ci poniamo come garanti di questa collaborazione politica, nell’ottica di un’auspicabile prospettiva di apertura all’intera area di centrodestra”, chiude la segreteria regionale di Forza Italia.

 

Rocco senza i suoi “fratelli”?

Il sindaco di Aosta Raffaele Rocco e la vicesindaca Valeria Fadda.

Anche se i niveaux sono différents, la decisione di Testolin ha comunque un riflesso su piazza Chanoux.

E se i rapporti non sono stati semplici tra maggioranze speculari, difficilmente lo saranno ora, soprattutto tra Forza Italia e Pd tra i quali non corre certo buon sangue.

 

Nonostante i numeri “bulgari” di chi governo in Comune – su 29 eletti la legge maggioritaria consegna solo nove consiglieri all’opposizione e 20 alla maggioranza –, la cacciata di “Pour l’Autonomie” potrebbe vedere Giovinazzo accasarsi in minoranza.

O, comunque, irrigidire i rapporti tra l’Union Valdôtaine – che ha sette eletti, tre dei quali assessori – e la quota di maggioranza dei Federalisti progressisti – Partito democratico, con i loro sei eletti, due dei quali assessori.

 

Di suo, Raffaele Rocco ridimensiona la questione. “In Comune si è votato con una legge maggioritaria e la coalizione è costruita su un programma ben specifico – ha spiegato –. I rapporti con la Regione sono istituzionali, prescindono dagli equilibri di governo.

 Non penso ci possano essere problemi, dal momento che gestiamo la cosa pubblica insieme. Non vedo nessun problema, ciò su cui Comune e Regione lavorano assieme è lo stesso, indipendentemente dalle maggioranze”.

 

Il cambio di asse può “indebolire” l’Esecutivo di Aosta?

Secondo il Primo cittadino del capoluogo no: “La nascita della nostra Giunta è stata meditata e accettata da tutti i movimenti, non vedo grossi problemi e non vedo perché le dinamiche in Regione dovrebbero influire – chiude Rocco –. Per costruire la Giunta abbiamo parlato della città. Poi, i movimenti politici sono seri. Nella nostra coalizione abbiamo l’”Union Valdôtaine”, che ne è il pilastro.

Mentre il Pd è un partito che sa benissimo cosa significa governare”.

(Luca Ventrice-Giornalista professionista.)

 

 

 

 

Imparare e disimparare

dall’estrema destra.

Greeneuropeanjournal.eu – (22 gennaio 2026) - Adam Ostolassi – Democrazia – Redazione – ci dice:

 

Nel tentativo di fermare l’ascesa dell’estrema destra, i partiti politici europei hanno spesso cercato di ignorare le questioni sollevate da queste forze, adottando al contempo parte del loro programma.

Come hanno chiaramente dimostrato le recenti elezioni, questo approccio non funziona.

Dobbiamo ripensare le nostre soluzioni ai problemi che hanno permesso all’estrema destra di prosperare, ma prima dobbiamo dimenticare le lezioni che abbiamo appreso acriticamente.

 

Mentre seguivo il secondo turno delle elezioni presidenziali francesi del 2022, fui pervaso da una strana sensazione.

 I risultati dei dipartimenti d’oltremare sono stati scioccanti: la candidata di estrema destra Marine Le Pen ha ottenuto una schiacciante maggioranza dei voti negli stessi collegi elettorali che solo due settimane prima (con le notevoli eccezioni di Mayotte) avevano mostrato una chiara preferenza per il candidato di sinistra Jean-Luc Mélenchon.

Ciò sembrava sfidare le percezioni comuni sulle cause del sostegno all’estrema destra.

 Dopotutto, le persone non possono essere diventate razziste o aver acquisito una nuova identità politica in sole due settimane. 

 

Si potrebbe essere tentati di spiegare questo risultato come un “voto di protesta” o un’“anomalia”.

Ma potremmo ottenere spunti molto più profondi seguendo il consiglio della pensatrice femminista nera bella hooks e adottando la prospettiva dei margini per comprendere meglio il centro, piuttosto che il contrario. E se ciò che è accaduto nei Caraibi francesi potesse fornire un indizio per analizzare ciò che abbiamo davanti ai nostri occhi?

 

Per molti, l’idea che potremmo effettivamente imparare qualcosa dall’estrema destra può sembrare sconcertante. Non abbiamo già imparato abbastanza da essa?

Sì, in un certo senso. Ma non possiamo imparare meglio?

 Come ha osservato “Stuart Hall” nel suo saggio del 1988 “Learning from Thatcherismo”, “la questione, ora, non è se ripensare, ma come ripensare”.

 L’estrema destra condivide alcune delle caratteristiche che Hall attribuiva al thatcherismo:

 la capacità di riconoscere e affrontare problemi che altri scelgono di ignorare, la disponibilità a mettere in discussione presupposti consolidati e a renderli obsoleti e la capacità di imporre le proprie politiche agli altri e plasmare il mondo a propria immagine.

Nella maggior parte delle società occidentali, il centro politico sta incorporando sempre più facilmente parti consistenti dei programmi dell’estrema destra.

La domanda, ora, non è se, ma quali lezioni impareremo

Alla ricerca di domande. 

Ma cos’è esattamente l’“estrema destra”? Non può essere definita in termini di sostanza. 

I partiti e i movimenti di estrema destra in Europa sono di ogni tipo e colore, sia in termini di politiche economiche (dal liberalismo di mercato al protezionismo) e affinità religiose (dal laicismo radicale al fondamentalismo religioso), sia nell’atteggiamento nei confronti degli ebrei (dal tradizionale antisemitismo all’appartenenza ai migliori amici di Israele).

Non c’è nemmeno una somiglianza familiare! 

 

Neanche una definizione topografica può essere d’aiuto. Usare l’etichetta “estrema destra” per definire coloro che occupano posizioni più estreme rispetto al rispettabile centro-destra avrebbe potuto funzionare in passato.

Ma il termine è diventato sempre più ambiguo con l’affermarsi delle politiche e dei discorsi di estrema destra, in particolare per quanto riguarda la migrazione.

Questo fenomeno non si verifica solo nei Paesi in cui sono al potere leader di estrema destra, come l’Ungheria o l’Italia, ma anche in altri Paesi governati da partiti di centro-destra (Austria, Polonia), centristi (Francia) o di centro-sinistra (Danimarca).

Inoltre, l’estrema destra ha conquistato il dibattito delle istituzioni europee, le cui decisioni contribuiscono alla progressiva “urbanizzazione” della politica migratoria dell’UE. Considerare l’ultradestra come “estrema” – ovvero estranea al centro per definizione – è un’abitudine tanto radicata quanto fuorviante. 

Seguendo il consiglio di Nietzsche – “solo ciò che non ha storia può essere definito” – propongo di comprendere l’estrema destra in funzione di ciò che fa: una forza storica che, se non viene fermata, è destinata a svolgere un ruolo centrale nella congiuntura attuale. Il compito da svolgere non è quello di cercare conforto nelle definizioni, ma di scomporre e spiegare questo ruolo. 

 

Dobbiamo esaminare con onestà i problemi che essa articola e scomporre tali articolazioni.

 

Nemmeno alcune delle interpretazioni più convincenti disponibili sull’estrema destra riescono a raggiungere questo obiettivo.

Nel quadro marxista classico, la politica di estrema destra poteva essere vista attraverso la lente delle questioni di classe mascherate da questioni identitarie.

 In altre parole, le identità stabili vengono presentate come una risposta dislocata alla precarietà economica.

Ma si tratta solo di economia e “falsa coscienza”?

 Concetti come agonismo (reso popolare dalla teorica politica Chantal Mouffe) o post-democrazia (coniato dal politologo Colin Crouch) ci aiutano a vedere l’ultradestra come un appello all’azione collettiva, una rivolta contro la mancanza di una reale possibilità di scelta in un sistema che finge di essere democratico. 

Questa interpretazione ci porta oltre, ma c’è ancora molta strada da fare. Le analisi di studiosi come Vincent Tiberj riguardanti la “deriva verso l’ultradestra dall’alto” (élite) piuttosto che “dal basso” (elettori) sono ben supportate dai dati e molto illuminanti in diversi contesti. Questo è vero e utile, ma ancora insufficiente. 

 

Imparare dall’estrema destra significa compiere un passo ulteriore – e rischioso.

Ciò significa che dobbiamo esaminare con onestà i problemi che essa articola e scomporre tali articolazioni. Ciò che occorre fare è esattamente l’opposto di quanto fatto finora dal centro politico.

 La corrente principale impara dall’estrema destra adottando come propria una parte sempre più consistente del suo programma.

 Questo significa imparare mnemonicamente: ripetere le risposte senza capire veramente le domande.

La sfida consiste nel separare i due livelli. Solo così possiamo sperare di imparare le lezioni di nostra scelta e non semplicemente quelle prefabbricate.

 

Rifiutare l’“utopia.” 

Le manifestazioni degli agricoltori che hanno attraversato l’Europa nella prima metà del 2024 sono state il risultato di una lunga storia di malcontento.

 In particolare, sia l’estrema destra che la corrente politica dominante condividevano due presupposti fondamentali sul movimento:

 che le proteste fossero principalmente contro il Green Deal europeo e che l’estrema destra fosse la più adatta a rappresentare la causa degli agricoltori

 

Tuttavia, non tutte queste proteste erano associate all’estrema destra e la resistenza alle normative ambientali era solo una parte del loro programma. In quasi tutti i casi sono emersi tre temi: normative ambientali, percezione di minacce da parte della concorrenza straniera (sia essa proveniente dall’Ucraina, dal Canada, dal Sud America o da altri Stati membri dell’UE) e calo della redditività della produzione. In tutto il continente, molti agricoltori faticano a sopravvivere e il numero di aziende agricole a conduzione familiare in Europa sta diminuendo inesorabilmente, mentre i beneficiari finali dei sussidi dell’UE sono i grandi operatori agroindustriali.

 

Inoltre, proteste hanno avuto luogo anche al di fuori dell’UE (ad esempio nel Regno Unito, in India e in Canada), dove gli agricoltori non sono interessati dal Green Deal europeo. E, sebbene in alcuni Paesi il malcontento nei confronti delle normative ambientali fosse parte delle lamentele degli agricoltori, il quadro non era unitario. Altri temi, come le politiche commerciali e le pratiche di acquisto sleali o svantaggiose (da parte dei supermercati o dei governi), sono stati talvolta i principali motori dei movimenti contadini. 

 

La scelta del Green Deal europeo come simbolo delle proteste a scapito di altre rivendicazioni è stata, infatti, una questione di convenienza. È più facile indebolire o rinviare alcune normative ambientali piuttosto che affrontare i problemi di fondo che rendono tali norme insostenibili. Per comprendere realmente le proteste degli agricoltori è necessario riconoscere questo fatto. 

 

come possiamo articolare il bisogno di ordine e sicurezza senza compromettere i valori dell’ospitalità e dell’apertura? 

 

Ma dobbiamo anche comprendere il potere del sentimento anti-regolamentazioni. È proprio questo fattore che ha creato un’affinità elettiva tra le proteste degli agricoltori e l’estrema destra in molti Paesi. La resistenza all’eccesso di regolamentazione, la sensazione di essere soffocati da quella che David Greater ha definito “l’utopia delle regole”, è qualcosa che la maggior parte di noi conosce bene. E, al giorno d’oggi, è uno dei pilastri dell’economia affettiva dell’estrema destra. 

 

Dobbiamo quindi chiederci: è possibile immaginare un altro tipo di Green Deal in Europa che non si basi in misura così rilevante sulle normative per raggiungere il proprio obiettivo? Ma la questione più seria e più ampia è: come possiamo organizzare la nostra vita sociale e le nostre politiche al di là dell’“utopia delle regole”? E la resistenza all’eccesso di regolamentazione può essere articolata in modi diversi e da forze politiche diverse dall’estrema destra? 

 

Migrazione e politica della paura.

“Ma dovrebbero rispettare la legge polacca, no?” Durante la campagna elettorale del 2015, che ha coinciso con il culmine della crisi dei rifugiati, mi veniva posta questa domanda di tanto in tanto. Con la mia mentalità accademica, la interpreterei come un segno di pregiudizio razzista sottile e, nella maggior parte dei casi, inconscio.

 Non dovrebbero tutti, cittadini o meno, rispettare la legge?

Perché presumere che i rifugiati sarebbero più inclini a infrangerla?

La stessa mentalità suggeriva che l’unica risposta appropriata a tali domande fosse quella di ridimensionarle. La via d’uscita, secondo me, era l’istruzione

 

Ma quella domanda mi è stata posta una volta nella mia città natale da una vecchia amica, una politica locale e militante di sinistra di lunga data. Fuori dagli schemi secondo gli standard attuali della sinistra urbana con il suo amore per la caccia, in politica è sempre stata appassionata di giustizia sociale e libertà individuali. Eppure, lei stava ponendo la domanda con sincerità. Ho faticato a capirne il senso. 

 

L’opinione pubblica nei confronti dell’immigrazione ha alti e bassi, ma in tutta Europa si registra una crescente riluttanza ad accettare migranti e rifugiati. Questo è generalmente percepito come un riflesso di xenofobia: il desiderio di proteggere un’identità collettiva, che si tratti della “cultura polacca”, dei “valori repubblicani” francesi o del “nostro stile di vita europeo”. La paura dell’altro da sé, in breve. Sia la corrente politica dominante che l’estrema destra danno per scontata questa paura e hanno quindi una visione simile della questione migratoria. Ma non è tutto qui. 

 

Dal 2015 seguo i sondaggi di opinione pubblica e altre ricerche sull’atteggiamento nei confronti dei migranti e dei rifugiati in Polonia. Sorprendentemente, durante gran parte di questo periodo c’era una netta maggioranza favorevole all’accoglienza dei rifugiati. Includere parole come “arabo” o “musulmano” nelle domande non ha cambiato molto la situazione. Solo in due casi il livello di sostegno è risultato significativamente inferiore, al punto da ribaltare il risultato e produrre una maggioranza contraria ai rifugiati. In primo luogo, quando la domanda è stata formulata con riferimento all’Unione europea e agli obblighi esterni della Polonia. In secondo luogo, quando si è verificata una crisi migratoria. 

 

Il problema non è che le nostre risposte siano diventate obsolete, ma che stiamo guardando nella direzione sbagliata.

Una crisi migratoria è, prima di tutto, l’immagine del caos: foto di persone che assaltano i confini, storie di migranti che si comportano in modo incivile e immagini che circolano nei media, amplificate dai politici, dai titoli sensazionalistici e dagli slogan virali sui social media. Che tipo di ansia produce un contesto mediatico e politico di questo tipo? Si può esprimere come paura dell’altro da sé, ma in fondo non si tratta forse di qualcosa che spaventa tutti noi: lo spettro dell’anomia e dell’insicurezza? 

 

Probabilmente, gran parte di questa percezione è prodotta dallo Stato: i richiedenti asilo attraversano illegalmente le frontiere perché lo Stato stesso li priva attivamente di altre possibilità. L’anomia percepita è amplificata dai media e aggravata da qualsiasi fonte di insicurezza già esistente, tra cui la precarietà sociale ed economica (ad esempio, lavoro e alloggio) e altre cause di ansia collettiva.

 Questo, tuttavia, non rende il problema meno reale. In giro ci sono sicuramente dei veri razzisti, ma non costituiscono un elettorato determinante.

Considerare qualsiasi riluttanza ad accettare migranti o rifugiati come causata dal razzismo non può che rafforzare l’estrema destra.

 Non è possibile educare le persone a rinunciare ai loro bisogni emotivi fondamentali. E c’è un bisogno umano universale di ordine, così come c’è un bisogno universale di libertà. 

 

Pertanto, il secondo pilastro dell’economia affettiva dell’estrema destra è la paura dell’anomia. Se vogliamo una politica migratoria dignitosa e umana, dobbiamo affrontare questo problema. La nostra seconda domanda, quindi, è: come possiamo articolare il bisogno di ordine e sicurezza senza compromettere i valori dell’ospitalità e dell’apertura? 

 

Dignità e identità.

“Non mi sarei aspettata di sentire nulla di interessante da un uomo di mezza età, eppure non è stato tempo buttato via”, disse un’amica a un collega con cui aveva appena terminato un progetto di ricerca.

Una battuta innocente, sotto ogni punto di vista. Nessuna offesa e nessuna intenzione di offendere. L’amico non ricorda nemmeno la situazione (gliel’ho chiesto l’altro giorno).

Eppure, ciò che può o non può essere considerato una battuta innocente rivela sempre strutture sociali più ampie.

Non possiamo iniziare ad imparare dall’estrema destra finché non esaminiamo attentamente il modo in cui reagisce e riformula i discorsi attuali sul genere e, naturalmente, sulla nazione. 

 

Gli ambienti di estrema destra si definiscono difensori della nazione. Sia i loro membri che i loro elettori tendono ad essere prevalentemente di sesso maschile e, tra i giovani uomini, sono spesso il gruppo con il maggiore fascino. I leader e i politici di estrema destra, sia uomini che donne, tendono a esprimersi a favore dei valori familiari tradizionali e dei ruoli di genere tradizionali.

Ciò sembra giustificare la percezione dominante dell’estrema destra come nient’altro che una reazione contro il cosmopolitismo europeo e l’emancipazione femminile, incarnazione dello sciovinismo e della mascolinità tossica.

Lasciando da parte la terminologia carica di valori, questa descrizione è in gran parte coerente con l’auto-consapevolezza dell’estrema destra. 

 

Ma c’è dell’altro.

Per comprendere le concezioni dell’estrema destra in materia di genere e nazione, dovremmo osservare come queste due dimensioni sono rappresentate nella cultura dominante. Affermazioni come “i polacchi non sono cresciuti con la democrazia” o “gli ungheresi sono una società razzista” rivelano che il presunto centro liberale cosmopolita non è esente dal descrivere il mondo in termini di nazioni e delle loro caratteristiche. È interessante notare che questo è lo stesso schema evocato dall’estrema destra quando parla dei richiedenti asilo provenienti dal Medio Oriente come fondamentalmente incapaci di comportarsi in modo civile (“i musulmani/arabi sono fatti così, ecco perché non possiamo lasciarli entrare”). Entrambe le parti concordano paradossalmente sul fatto che alcune identità etniche o nazionali non siano in qualche modo degne di rispetto. La reazione dell’estrema destra non è quindi solo resistenza al cosmopolitismo o all’europeizzazione, ma anche una reazione alla percezione di essere considerati come un’“identità disprezzata”. 

 

E che dire del genere? In che modo l’opinione pubblica si rapporta alla percezione di affinità tra mascolinità e politica di estrema destra? “ Per il bene della democrazia, gli uomini potrebbero votare qualche anno dopo e le donne qualche anno prima”, ha suggerito un sociologo di sinistra intervistato da un quotidiano liberale poco prima delle elezioni polacche del 2023. Aumentare l’età minima per votare per la popolazione maschile priverebbe del diritto di voto i giovani uomini, considerati l’elettorato cruciale per l’estrema destra. Una proposta simile per “salvare” la democrazia dal “progetto politico nazionalista, maschile e guidato dal testosterone” è stata avanzata da un’altra intellettuale liberale nel 2019: “Ho un’idea semplice: sospendere il diritto di voto agli uomini per tre mandati […]. Non potrebbero votare, ma potrebbero essere eletti”. (Da allora ha ripetuto questa idea diverse volte.) 

 

Ancora una volta, questa posizione rispecchia il modo in cui l’estrema destra parla dei migranti. Sostiene che, contrariamente a quanto affermano le ONG umanitarie, la maggior parte dei richiedenti asilo non sono famiglie con bambini, ma “giovani uomini”, che non meritano davvero empatia. Ciò che accomuna entrambe le parti è il contesto culturale in cui gli uomini, in particolare i “giovani”, non sono in qualche modo degni di rispetto. Anche in questo caso, la reazione dell’estrema destra non è solo una resistenza all’avvento della parità di genere, ma anche una reazione contro ciò che percepisce come un’identità “disprezzata” e, di conseguenza, una difesa del proprio valore, trasferendo la mancanza di rispetto sugli altri.

 

La politica del riconoscimento è diventata un gioco a somma zero, in cui il rispetto accordato ad alcune persone deve essere sottratto ad altre. Trasferire la mancanza di rispetto ad altre persone o gruppi è una possibile risposta all’esperienza di essere ignorati. Ma possiamo immaginare un diverso tipo di ridistribuzione della dignità?

 

Dobbiamo imparare a disimparare

In tutti e tre i casi sopra citati, esiste un tacito accordo tra l’estrema destra e il centro politico, mentre la percezione che la società ha dell’estrema destra rispecchia l’immagine che essa ha di sé stessa. Questa situazione ci lascia solo due modi per affrontare l’estrema destra: tenerla fuori dai giochi (cordone sanitario) o adottare parti del suo programma in un tentativo di contenimento destinato al fallimento. Di conseguenza, l’estrema destra può essere tenuta fuori dal centro (per un certo periodo), ma ciò non impedisce al centro di spostarsi sempre più a destra. Una vittoria dubbia, se mai ce ne fosse una.

 

Ma c’è un altro percorso, che inizia con il disimparare. Il primo compito è disimparare ciò che diamo per scontato riguardo alla natura del fascino esercitato dall’estrema destra. Quindi, dobbiamo disimparare la saggezza trasmessaci su come affrontare l’estrema destra. Infine, dobbiamo disimparare gran parte di ciò che sappiamo sui problemi e le rivendicazioni sociali dei nostri tempi: il problema non è che le nostre risposte siano diventate obsolete, ma che stiamo guardando nella direzione sbagliata. 

 

Una volta fatto questo, possiamo capire che le proteste contro il Green Deal europeo non devono necessariamente significare un rifiuto dell’ecologia, ma potrebbero rappresentare una resistenza all’eccesso di regolamentazione. Questa riluttanza nei confronti dell’immigrazione irregolare non dovrebbe essere interpretata semplicemente come odio verso l’altro da sé, ma piuttosto come paura dell’anomia. 

Infine, affermare la mascolinità e il patriottismo non è solo una reazione, ma anche un appello alla ridistribuzione della dignità. 

 

L’avanzata dell’estrema destra può essere fermata. Ma possiamo raggiungere questo obiettivo solo se, invece di rifiutare o ripetere a memoria le sue risposte, iniziamo una ricerca sincera di alcune soluzioni nostre.

 

 

 

 

Meno ipocrisia, Conte sulle primarie ha ragione, il Pd

e i riformisti no.

Linkiesta.it – (04 – 08 – 2026) – Editoriale – Cristian Rocca – Redazione- ci dice:

 

L’avvocato del populismo è una delle più grandi disgrazie politiche mai capitate alla Repubblica italiana, e sull’Ucraina ha una posizione oscena, ma non sbaglia quando dice che le primarie servono a scegliere una direzione.

 Se qualcuno considera turpi le sue idee, la soluzione non è cambiare senso alla consultazione, ma evitare di allearsi con chi non vuole che l’Europa si difenda dall’imperialismo russo.

(Giuseppe Conte nella sede del Movimento 5 stelle durante la presentazione del pacchetto di norme per la lotta alla Mafia, Roma, Martedì 14 Luglio 2026).

 

La verità è che Giuseppe Conte sulle primarie ha ragione, e il Pd torto. Sapete quanto consideri l’avvocato del populismo una delle più grandi disgrazie politiche, sociali ed economiche mai capitate alla nostra Repubblica.

 

E sapete anche quanto questo giornale tenga alla difesa dell’Ucraina e dell’Europa dagli attacchi criminali di quello stesso esercito russo che l’ineffabile Conte, sempre lui, fece sfilare lungo le strade italiane durante il Covid, credendo come un gonzo che Putin volesse davvero aiutare l’Italia con i suoi vaccini farlocchi, quando invece aveva organizzato la più grande operazione di propaganda, spionaggio e circonvenzione di incapace su larga scala della sua storia.

 

 

Quindi potete immaginare quanto reputi oscene le parole dell’ex capo del governo più di destra della storia repubblicana, uno che non era in grado di scegliere tra Biden e Trump, ma che ora si candida a guidare la sinistra con il sostegno di quelli – raggirati anche loro, pensa il livello, ma da Conte – che vorrebbero ridare l’onore alla sinistra vera via Giuseppi.

Conte ha detto, in sintesi, che non voterà mai a favore degli aiuti militari all’Ucraina (gli aiuti, badate bene, che servono a intercettare le centinaia di missili che i russi lanciano ogni giorno contro le abitazioni civili per uccidere più ucraini possibili mentre dormono), e ha aggiunto che saranno gli elettori delle primarie di centrosinistra a stabilire quale sarà, su questo tema, la linea della coalizione in caso di vittoria alle elezioni politiche del prossimo anno.

 

Lasciamo da parte, per un attimo, le altre sconcezze dette da Conte ad Asiago, anche se è difficile dimenticare le sue urla belluine («gli ucraini stanno disertando») per coprire la voce dell’intervistatore della Stampa con un argomento che nemmeno la propaganda del Cremlino ormai usa più (ma è probabile che Conte legge Il Fatto).

 

Conte, insomma, è tornato a percepirsi Trump come ai bei tempi di Palazzo Chigi, e quindi ha spiegato che gli basterebbe una telefonata a Volodymyr Zelensky e poi una a Vladimir Putin per risolvere il conflitto, ma il punto politico del suo discorso non è questa baggianata, simile a tante altre fregnacce, ma quello della linea politica della coalizione che, secondo Conte, dovrà essere decisa dalle primarie.

Il Pd di Elly Schlein è in imbarazzo dopo l’intemerata contiana, mentre la componente riformista (ben svegliata) si è improvvisamente accesa perché considera l’Ucraina una linea rossa insuperabile, anche se sappiamo già che alla fine accetterebbe anche questo ulteriore superamento della linea rossa.

 

Il punto è che sia il Pd di Schlein sia i riformisti hanno torto, e Conte ha ragione.

 È corretto, normale, che siano le elezioni primarie per la guida della coalizione a decidere la linea del centrosinistra.

Altrimenti, scusate, a che cosa servono le primarie?

 

So bene che il Pd sostiene la bizzarra tesi, incautamente raccontata da Stefano Bonaccini in televisione, secondo cui le primarie si dovranno tenere dopo la formulazione di un programma comune, trasformandole così in una specie di casting su chi saprà interpretare meglio il ruolo di un leader che dovrà recitare un copione già scritto, ma per quanto Bonaccini e ieri Schlein la ripetano resta, appunto, un’idea bislacca e antitetica al senso politico delle primarie.

Le primarie servono a far scegliere agli elettori un leader e le sue idee politiche, non a selezionare un attore chi sappia interpretare al meglio una linea politica precotta, tanto più che stiamo parlando di primarie di coalizione e non di partito.

Se i candidati la pensassero tutti allo stesso modo magari sarebbero intanto nello stesso partito, anche se non è detto che stare nello stesso partito significhi condividere una linea comune, ma figuriamoci se le divergenze di linea sono tali per cui i candidati militano in partiti concorrenti.

 

Non credo che i dirigenti del Pd vogliano davvero farci credere che quando Obama ha sfidato Hillary Clinton, o Bernie Sanders ha conteso la leadership prima a Hillary e poi a Joel Biden, o quando Trump ha sbaragliato dodici contendenti repubblicani, ma potrei continuare con esempi inglesi, francesi, o anche italiani tipo Bersani-Renzi o, ahm, Schlein-Bonaccini, erano soltanto imposture politiche perché in realtà i programmi elettorali erano stati già sottoscritti da tutti i candidati prima ancora che partecipassero a una specie di talent show chiamato primarie.

Si mettano il cuore in pace, i dirigenti del Pd di maggioranza e di minoranza, Conte ha ragione:

 le primarie servono esattamente a questo, a scegliere un candidato e a definire una linea politica.

Altra cosa è se la linea politica di Conte – contro l’Ucraina e contro l’Europa, e di fatto filo russa e filo trumpiana – sia compatibile con un programma di governo che si definisce di centrosinistra.

 La risposta ovviamente è no, ma se finalmente arriviamo al punto cruciale allora la questione va oltre le primarie e semmai riguarda l’opportunità e la fattibilità di un’alleanza di sinistra con chi sull’Ucraina e l’Europa persegue la stessa politica estera di Trump, Putin, Salvini, Vannacci e di tutte le destre neo, ex, post fascio-naziste.

 

Matteo Renzi, che di primarie se ne intende, ha spiegato bene con un tweet a cosa servono le primarie, salvo poi aver voluto spiegare di più, e troppo, aggiungendo che l’indomani delle primarie, qualunque sarà l’esito, bisognerà però marciare tutti uniti su un unico programma, dimenticandosi che la nostra è una Repubblica parlamentare, i cui eletti alla Camera e al Senato non hanno alcun vincolo di mandato e quindi una volta in Parlamento potranno fare quello che vorranno.

 

Sappiamo che Renzi è inspiegabilmente tiepido sull’Ucraina, per questo valuta la differente posizione di Conte sull’Ucraina come una questione programmatica come tante altre, del resto ha già accettato di allearsi con tutti quelli che hanno smontato pezzo per pezzo la sua stagione di governo.

Senza volerlo, però, il leader di Italia Viva ha scoperchiato la vera questione in gioco:

i progressisti e i liberal possono presentarsi agli elettori con un programma politico che abbandona i resistenti ucraini e umilia l’Europa?

Certo che no, se si è davvero progressisti e liberal.

 

I dirigenti del Pd dovrebbero quindi trarne le conseguenze, perché non si può essere allo stesso tempo testardamente unitari e considerare immonda la posizione di Conte.

Delle due l’una, perché qui non si tratta di avere idee diverse su un provvedimento economico, su una riforma sociale o su una normativa fiscale, come è normale che sia tra leader politici della stessa area. E nemmeno si può rivendicare, come ieri comicamente ha fatto Elly Schlein, che le cose andranno bene perché con Conte e gli altri alleati il Pd ha presentato una proposta comune sul congedo parentale.

 

Se la linea politica di Conte sull’Ucraina e sull’Europa è considerata turpe e incompatibile con i principi fondativi del Pd, come in effetti è, allora Conte è un avversario politico, non un alleato con cui scrivere un programma e fare le primarie.

 

Se, invece, la difesa antifascista dell’Ucraina è dell’Europa contro l’imperialismo russo ha lo stesso valore negoziabile del congedo parentale, come si evince dal comunicato di ieri di Schlein, allora Conte ha perfettamente ragione.

E io mi arrendo.

 

 

 

Consiglio comunale - Respinta

la mozione sul Piano di

assetto idrogeologico.

Comune.oristano.it – (31-07-2026) – Ufficio Stampa – Comunicazione Istituzionale - Redazione – ci dice:

Dettagli della notizia.

Con 10 voti contrari e 9 a favore l'assemblea ha respinto la mozione del centrosinistra sull’accertamento delle responsabilità sulla mancata comunicazione dell'archiviazione del PAI.

Con 10 voti contrari e 9 a favore il Consiglio comunale di Oristano ha respinto la mozione dei consiglieri di centrosinistra sull’archiviazione del PAI da parte della Regione Sardegna, sull’accertamento delle responsabilità politiche e amministrative per la mancata comunicazione e sulla verifica degli obblighi di trasparenza e valutazione dei danni economici conseguenti.

 

La mozione chiedeva un impegno del Sindaco e della Giunta a riferire con in Consiglio comunale sull’archiviazione del PAI, ricostruendo con precisione la cronologia degli atti, a chiarire se il Sindaco, gli assessori competenti, la dirigente del settore urbanistica, il responsabile della trasparenza e gli uffici interessati fossero stati informati e se vi siano state omissioni, ritardi o violazioni degli obblighi di pubblicazione, trasparenza e corretta gestione degli atti d’ufficio.

La mozione chiedeva di disporre, nel caso in cui ne ricorressero i presupposti, un’indagine amministrativa interna finalizzata ad accertare eventuali responsabilità distinguendo con chiarezza le responsabilità tecniche da quelle di indirizzo e controllo politico. Con la mozione, i consiglieri chiedevano anche una relazione tecnica ed economica sui possibili danni subiti dai proprietari di terreni interessati, con particolare riguardo all’IMU versata su aree considerate edificabili ma di fatto bloccate o non utilizzabili a fini edificatori per effetto della mancata approvazione del PAI, e un impegno a presentare entro trenta giorni un cronoprogramma per la predisposizione della nuova pratica PAI.

 

La mozione è stata illustrata da Maria Obinu (Alternativa democratica progressisti per Oristano) ha sottolineato l’importanza della vicenda: “Non stiamo parlando di un atto qualunque né di un passaggio burocratico di secondo piano, ma di un procedimento che incide direttamente sulla pianificazione urbanistica, sull'aggiornamento del PUC, sulla possibilità di edificare, sulla certezza dei diritti dei cittadini e sulla sicurezza del nostro territorio. Da quanto emerso dagli organi di informazione e anche dalla commissione urbanistica, la Regione avrebbe disposto l'archiviazione della pratica il 15 gennaio 2026, rilevando carenze documentali e la non conformità dello studio del reticolo idrografico alle linee guida. Questa notizia sarebbe diventata di dominio pubblico soltanto a distanza di mesi. Perché il Consiglio Comunale e la città non sono stati informati subito di quanto stava accadendo? E perché il dirigente non ha informato in primis il sindaco? Il sindaco ha spiegato che il tecnico non lo ha fatto perché si trattava di una questione tecnica, ma in Comune nessuna questione che sia meramente tecnica e della quale il sindaco e la sua giunta, e di conseguenza il consiglio comunale, non siano informati. Un atto fondamentale è rimasto fermo dentro la macchina amministrativa, senza essere portato tempestivamente al vertice politico e senza essere condiviso con l'assemblea elettiva. La città avrebbe il diritto di sapere perché un provvedimento così rilevante non è stato comunicato, il consiglio non è stato coinvolto e i cittadini sono stati lasciati per mesi in un quadro di grave incertezza. Questa mozione non nasce per alimentare polemiche sterili, ma per difendere un principio: gli atti che incidono sull'interesse pubblico devono essere tracciabili, conoscibili e comunicati tempestivamente. E poi ci sono le conseguenze per i proprietari dei terreni, persone reali, famiglie, imprese, tecnici, professionisti, cittadini che hanno assunto decisioni economiche e patrimoniali confidando in un quadro amministrativo incompleto e non aggiornato. Ci sono terreni che risultano edificabili ai fini dell'IMU.  Su quei terreni i proprietari pagano l'IMU, a causa dell'archiviazione del PAI e del mancato avanzamento degli strumenti urbanistici chi paga il prezzo di questo blocco? La mozione chiede 3 cose essenziali: verità, responsabilità e soluzioni. E chiediamo soluzioni, non basta denunciare il problema. Occorre presentare entro 30 giorni un cronoprogramma vincolante per la nuova pratica PAI, con tempi, incarichi, responsabilità, costi, controlli e passaggi consiliari”.

 

Umberto Marcoli (Alternativa democratica progressisti per Oristano): “L'aspetto politico della vicenda è un aspetto di organizzazione amministrativa che evidenzia una carenza. Qui si discute di procedimento amministrativo e di una parte politica che dà delle linee di indirizzo. Se abbiamo delle difficoltà gestionali con una mancata comunicazione tra le parti su un argomento come questo è dirimente.

Chiedo al segretario generale che venga ricostruito integralmente il percorso amministrativo della comunicazione trasmessa dalla Regione. Vorrei ricostruire l'aspetto cronologico, partendo dal numero di protocollo e dal flusso documentale perché a questo punto non capiamo se c'è un problema in seno alla struttura oppure un problema politico”.

 

Carla della Volpe (PD): “Questa mozione nasce da un fatto grave e incontestabile: il buio informativo in cui la nostra città è stata tenuta per diversi mesi. La trasparenza amministrativa non è un'opzione facoltativa né una concessione benevola dell'amministrazione, è un dovere istituzionale primario. Nascondere o dimenticare nei cassetti un atto di questa portata è un fatto di una gravità politica e amministrativa inaccettabile. Così come non è accettabile che ancora una volta il Consiglio Comunale venga informato di questa vicenda dagli organi di stampa. Il responsabile dell'amministrazione comunale è il sindaco e sul sindaco ricadono le responsabilità. Le ipotesi sul tavolo sono due essenzialmente: la prima è che il sindaco sapeva e ha taciuto, nascondendo un problema enorme per evitare un danno di immagine; la seconda è che il sindaco non sapeva, così come peraltro ha dichiarato anche in quest'aula rispondendo a un'interpellanza, ammettendo pubblicamente di non avere il controllo della macchina comunale. Non che ci servisse una conferma, ma di fronte a una certificazione di impotenza di questo livello, l'unica scelta dignitosa sarebbero state le dimissioni”.

 

Francesca Marchi (Sinistra futura): “Credo che la vicenda di archiviazione del PAI rappresenti uno dei punti più bassi e politicamente più gravi dell'azione di questa amministrazione. I fatti li abbiamo scoperti dalla stampa dopo 5 mesi di silenzio, di colpevole e ingiustificabile silenzio e ritardo nella comunicazione. Tutti siamo rimasti all'oscuro: cittadini, professionisti, imprese, tutti all'oscuro di un atto che paralizza lo sviluppo della nostra città. Stiamo vivendo un cortocircuito democratico Le parole del sindaco sono un'aggravante perché ammettono una situazione di impotenza. Vorrei ricordare quello che dice il Testo Unico degli Enti Locali all'articolo 50: il sindaco e il presidente della provincia sono gli organi responsabili dell'amministrazione del comune e della provincia, sovraintendono al funzionamento dei servizi e degli uffici e all'esecuzione degli atti. Signor sindaco, lei deve pretendere di essere informato su tutto. In qualche modo si è perso il controllo della macchina amministrativa e i flussi informativi all'interno di questo ente sono stati interrotti. Significa che atti di vitale importanza per la città stanno sepolti, nascosti nei cassetti senza che il vertice politico responsabile dell'indirizzo e del controllo ne abbia contezza. E segnala ancora una volta che c'è uno scollamento tra la struttura tecnica e la parte politica.

 

Francesco Federico (Oristano democratica e possibile): “In questa consiliatura più volte ci siamo battuti per la massima trasparenza all'interno di questa istituzione. Siamo stati minacciati di denunce, ma abbiamo sempre ritenuto che il comune, la casa dei cittadini, debba essere una casa trasparente. Io sono assolutamente convinto nella buona fede del sindaco però a questo stesso punto a me sorgono dei dubbi. Se il sindaco non è stato messo a conoscenza di un punto così importante, sarà sempre stato informato su tutto in questi 5 anni? Dire che non era a conoscenza di quello che era capitato dimostra debolezza politica e al contempo anche un'azione tecnica che andrebbe richiamata e rivista”.

 

Gianfranco Porcu (Forza Italia): ”Condivido il fatto che ci sia stato un difetto di comunicazione, questo è chiaro, lo dobbiamo ammettere e dobbiamo chiedere scusa. Però, detto che è sempre importante un richiamo alla trasparenza e alla responsabilità, occorre sapere quali sono le conseguenze sul futuro dei cittadini. I vincoli introdotti dal PAI sui terreni non sono da ricondurre a questa vicenda, ma risalgono a molto tempo prima. La Regione dal 2010 ci chiede di adeguare il PUC al PAI. Nel 2015 viene firmato un protocollo dall'allora sindaco e dall'assessore degli enti locali in cui si assicurava di provvedere all’adeguamento del PUC al PPR e al PAI. Nel 2017 e nel 2019, con l'avvento del piano stralcio delle fasce fluviali, del piano di gestione rischio alluvioni, che si sono sommati al PAI e che ne fanno parte integrante, sono stati vincolati i terreni del Comune di Oristano. Su questi terreni l'IMU da pagare qual è? Quando si pone il quesito occorre far far risalire la domanda almeno al 2019, perché nel 2019 è intervenuto l'ultimo vincolo che la Regione ha imposto. L'IMU ridotta dovrebbe essere richiesta dal momento in cui è stato apposto l'ultimo vincolo. Sul resto del territorio i vincoli sono gli stessi degli anni scorsi, a partire dal 2013”.

 

Sergio Locci (Aristanis): “La mozione apre una serie di scenari molto diversi tra loro, sia sotto il profilo tecnico, sia sotto il profilo politico, sia soprattutto sotto il profilo amministrativo, per quanto riguarda la relazione che intercorre tra l'organo politico e la macchina amministrativa del Comune che il Testo Unico degli Enti Locali uniforma a un principio fondamentale, quello della leale collaborazione che deve esistere fra gli organi amministrativi eletti e coloro che esercitano le proprie funzioni a motivo di organi dell'amministrazione. Questo significa che anche in virtù di quella che è la separazione delle funzioni che riconosce ai dirigenti la gestione amministrativa e finanziaria in autonomia e riconosce al sindaco una specifica funzione: di essere il responsabile di tutta l'attività amministrativa e soprattutto di essere colui che assolve la funzione di sorveglianza e di controllo sugli atti dei dirigenti. È qui che io credo sia da rimettere in gioco la lealtà, perché qui per qualche verso si è rotto questo rapporto. Non voglio pensare che ci siano delle torri d'avorio che diventano impenetrabili all'azione della politica, perché i dirigenti sono responsabili di un mandato che, attraverso il programma elettorale, devono realizzare secondo le indicazioni e di cui devono rispondere all'organo politico che è diventato organo amministrativo. Non vi è dubbio che l'archiviazione ha delle ripercussioni sugli interessi generali e sinceramente mi lascia perplesso che, essendo stato qualificato come fatto tecnico, il sindaco non avrebbe dovuto essere informato di questo. Personalmente credo che non esistano fatti tecnici di nessuno. Esiste semplicemente un'azione dell'amministrazione che si uniforma e si corrobora nell'azione definita che fa verso il sindaco, l'unico responsabile dell'azione amministrativa del comune”.

 

Giuliano Uras (Oristano al centro): “A me interessa sapere di chi è la colpa di quanto è accaduto. Io voglio capire perché il 28 giugno esce un articolo sul giornale con delle accuse precise all'ex assessore e nessuno si chiede perché prima non lo sapevano: l'assessore Cuccu ha nascosto a tutti questa cosa e se ne sono accorti il 28 giugno? Dal 15 gennaio (data della comunicazione dell’archiviazione) al 28 giugno c'è un buco che riguarda l'assessore Cuccu per 15 giorni e per 4 mesi tutti voi. Il PAI non è stato fatto in questa legislatura. Chi ha dato gli indirizzi sul PAI? Chi ha dato gli incarichi di progettazione sul PAI? Chi ha scelto di penalizzare Sili per garantire la edificabilità di certe zone di Oristano, Sa Rodia e altre zone? Non Ivano Cuccu, non Massimiliano Sanna. Però all’inizio della legislatura ci fu la scelta di andare avanti sulle scelte della Giunta Lutzu perché in stato di avanzata esecuzione”.

 

Fulvio Deriu (FDI): “Questa mozione va a toccare una serie di temi. Il primo tema è quello di non poter ragionare su una pianificazione proprio perché si ha una specifica incertezza. Perché lo strumento posto alla base dello studio del PAI era diverso da quello era in possesso dell'ADIS che è dotata di una cartografia che risale al 1960. Il nostro reticolo idrografico è stato studiato sulla base dello stato attuale, che chiaramente contempla circa 400 canali. Aggiungo che il problema di chi sapesse e chi non sapesse, è emerso in commissione. La dirigente Sara Angius ha ammesso di non aver informato il sindaco e ha espresso anche i motivi. L'assessore Angioi ha dichiarato che è stato informato in una fase successiva al suo insediamento. La vicepresidente ha posto la domanda sull'ex assessore alla dirigente, se avesse informato o meno. La dirigente ha tergiversato alla prima domanda, è stata incalzata dalla vicepresidente una seconda volta e nuovamente tergiversato e la terza volta ha deciso di non rispondere. Cosa è emerso in commissione? È emerso che laddove non fosse stato informato, esattamente così come tutti hanno compreso, non avrebbe avuto alcun problema a informarlo, a dirlo così come l'ha detto per il sindaco. Questi sono fatti, non sono congetture. Esattamente come nella riunione del 3 febbraio alla presenza di sindaco, di ex assessore, di dirigente, del segretario comunale, è emerso che a una domanda specifica sui tempi, perché noi sapevamo che ci volevano 8 mesi per avere questa pubblicazione sul” Bursa”, siamo stati comodamente rincuorati sul buon esito, cioè che non c'erano problemi.

 In realtà i problemi c'erano già, perché a monte c'erano tutta una serie di richieste integrazioni. Questo certamente non significa che l'allora assessore fosse stato informato, significa però che se io non so, non posso fornire informazioni rassicuranti. E anche questi sono fatti e non congetture”.

 

Il Sindaco Massimiliano Sanna ha chiuso il dibattito: “Che qualcuno voglia sempre scaricare le responsabilità sul sindaco ci sta.

Ma non permettetevi di mettere in dubbio il rapporto con i tecnici dell'amministrazione, che hanno sempre assunto atteggiamenti di grande trasparenza. Non permettetevi, è gravissimo.

E purtroppo in questo consiglio spesso e volentieri i termini utilizzati sono sempre di grande scortesia e di poco rispetto.

Questo mi dispiace, perché siamo tutti corresponsabili di quello che facciamo qua dentro e dobbiamo tutti adoperarci per fare le cose nel miglior modo possibile e per avere soprattutto la massima trasparenza.

Se io avessi saputo per tempo, a febbraio, la prima cosa che avrei fatto, col dirigente, sarebbe stato dare mandato al tecnico di affrontare la situazione. Cosa ha fatto a febbraio la nostra dirigente appena saputo di questa situazione?

Ha incontrato i tecnici e ha dato incarico perché si procedesse. La consigliera Obinu poco fa ha detto che non gli interessava di che fosse la colpa politica, ma lo ha chiesto 3 volte consecutive, altro che interesse al fatto che i cittadini fossero penalizzati o meno da questa situazione. Mi chiedo dove sta la coerenza in quello che facciamo? Alcuni giorni fa l'assessore ha convocato un incontro col tecnico per capire le soluzioni a questo problema. Erano presenti in pochi, come parte politica il sottoscritto, il presidente, l'assessore e il consigliere Locci, e basta. Sono stati precisati i passaggi tecnici e burocratici, oltre che la complessità di un documento come questo. Questa è la risposta immediata e i cittadini lo devono sapere, stiamo intervenendo per risolvere il problema. Questo è quanto dobbiamo fare dal punto di vista politico. Di ciò che ho fatto nei confronti della dirigenza me ne occupo io, quando è necessario lo faccio sicuramente. Tranquilli che l'ho fatto. Però è anche vero che chi ha commesso un errore, lo ha ammesso, lo ha dichiarato e certamente non si è risparmiata nel dire che purtroppo ha sbagliato. Con la parte dirigenziale c'è sempre stato massimo dialogo e trasparenza. Se questa è campagna elettorale, penso che non vada a vantaggio di chi ha detto determinate cose oggi. I cittadini devono sapere che il problema lo stiamo affrontando e cercheremo di risolverlo prima possibile. A seguito dell'approvazione della variante al PAI ci sono una serie di procedure amministrative che devono essere rispettate. Ci sono una serie di aspetti come la modifica del piano urbanistico comunale, che vanno assolutamente affrontati. Nessuno è stato penalizzato. Purtroppo può capitare che un atto di quel tipo abbia una risposta di archiviazione, ma ci siamo immediatamente adoperati per risolvere il problema”.

 

Il Consiglio comunale si è dedicato anche alla risposta della Giunta alle interpellanze e alle interrogazioni.

 

Il Sindaco Massimiliano Sanna ha risposto all’interrogazione dei consiglieri Marcoli, Obinu Giuseppe, Obinu Maria, Della Volpe, Daga, Perra, Marchi e Federico sulla mancata chiarezza sulla partecipazione del Comune di Oristano agli incontri sulla revisione del PPR, anche alla luce dell’archiviazione del PAI. I consiglieri chiedevano di chiarire se il Comune di Oristano ha partecipato agli incontri sulla revisione del PPR e quale visione sia stata espressa sul futuro del paesaggio oristanese, anche alla luce dell’archiviazione del PAI.

In caso di mancata partecipazione si chiedeva di spiegarne le ragioni.

Si chiedeva, inoltre, di conoscere la posizione ufficiale della Giunta su temi centrali della revisione del PPR (tutela delle aree costiere e dei beni identitari; consumo di suolo e rigenerazione urbana; rapporto tra tutela e sviluppo economico; integrazione tra PPR e PUC; gestione delle trasformazioni territoriali e delle pressioni legate alle energie rinnovabili; ricostruzione di un quadro di tutela dopo l’archiviazione del PAI), di sapere se la Giunta abbia predisposto documenti, osservazioni o proposte da trasmettere alla Regione e se l’Amministrazione intenda coinvolgere il Consiglio comunale, le commissioni e la cittadinanza in questo processo.

“Il Comune ha partecipato all'incontro sul PPR avvenuto il 22 giugno 2026 organizzato dall'assessorato regionale agli enti locali - ha risposto il Sindaco Massimiliano Sanna -.

Ero presente io insieme alla dirigente del settore sviluppo del territorio, l'ingegner Angius.

Con l'assessore abbiamo condiviso i vari interventi e alcune considerazioni sul piano paesaggistico regionale che è del 2006 e al quale il Comune si è adeguato nel 2010 approvando il piano urbanistico comunale.

 In quell’incontro si è parlato della situazione dei vincoli che certamente ha tutelato i territori in qualche modo, ma dall'altra parte ha creato una serie di appesantimenti procedurali e amministrativi, creando delle difficoltà operative che hanno pesato non solo sugli uffici, ma anche nei confronti dei cittadini. Abbiamo sottolineato che va benissimo avere tutele e vincoli, però non l'eccessiva burocrazia che crea problemi a livello procedurale. Abbiamo proposto una revisione dei vincoli tenendo conto dell'aggiornamento delle cartografie, una verifica delle aree soggette a vincolo alla luce delle effettive trasformazioni dal punto di vista territoriale e paesaggistico. Abbiamo chiesto attenzione alle aree di espansione urbana ormai consolidate dove il vincolo produce ormai pochi benefici. È necessario che il PPR tenga conto anche di questi aspetti. Abbiamo chiesto di introdurre delle regole stabili per quanto riguarda la rigenerazione urbana e la riqualificazione edilizia. Siamo entrati poi in un aspetto importante a cui siamo particolarmente interessati:

il settore agricolo che è trainante per l'economia della nostra città. Sulle zone agricole la normativa risulta ancora troppo complessa e poco calibrata rispetto alle esigenze delle imprese agricole. Serve una disciplina che valorizzi il paesaggio rurale produttivo, favorisca il recupero del patrimonio rurale e che definisca le regole per l’edificazione”.

Umberto Marcoli (Alternativa democratica progressisti per Oristano) ha replicato evidenziando come la città, dal punto di vista urbano, abbia svariate problematiche

: “Il PUC da un lato ha in parte regolarizzato la posizione, pur in presenza dei rilievi della Regione e delle difficoltà legate all'adeguamento del PAI. Io credo che le indicazioni date siano interessanti nell'ottica futura, però c'è la necessità di ripensare la pianificazione perché questa è una città che ha un patrimonio edilizio urbano ormai degli anni '50. Abbiamo bisogno di avere una nuova rigenerazione in termini edilizi e conseguentemente anche di sviluppo.

Anche la parte agricola è importante. È importante che la città e gli ordini professionali vengano coinvolti, che vengano coinvolte le commissioni preposte e si faccia un ragionamento per avere uno strumento di pianificazione che guardi alla città del futuro”.

 

Francesca Marchi (Sinistra futura) ha illustrato l’interpellanza presentata insieme ai consiglieri Della Volpe, Perra, Daga, Federico, Obinu Maria, Marcoli e Obinu Giuseppe sui criteri di programmazione, trasparenza e coordinamento nella definizione del cartellone degli eventi estivi.

Ha chiesto di sapere quali siano stati i criteri culturali ed economici seguiti per la stesura del cartellone estivo e quali obiettivi strategici questa amministrazione ha inteso perseguire; se siano state preventivamente consultate le associazioni di categoria, gli operatori culturali e i commercianti locali prima della definizione del calendario;

se si sia proceduto all'emanazione di un avviso pubblico per la raccolta di manifestazioni di interesse aperta a tutti i soggetti interessati e perché non si sia provveduto a stilare e promuovere un calendario unico e completo prima dell'inizio dell'estate;

se esista un'interlocuzione costante, un tavolo tecnico stabile o una cabina di regia tra gli Assessorati alla Cultura, agli Spettacoli e alle Attività Produttive, o se, al contrario, si stia assistendo a una gestione a compartimenti stagni che penalizza l'efficacia e l'attrattività dell'offerta turistica e commerciale di Oristano.

L’Assessore alle attività produttive Valentina de Seenne” ha risposto facendo riferimento agli eventi organizzati dal suo assessorato:

“A calendario pubblicato è stato aggiunto soltanto il mio evento dedicato al vino perché Oristano è entrata nell'Associazione Nazionale Città del Vino solo il 19 maggio.

Da quel momento sono state avviate le interlocuzioni con la presidenza nazionale dell’associazione per organizzare la cerimonia di consegna della bandiera e un evento per consentire di promuovere il territorio, le cantine, i ristoranti, i bar e le attività produttive.

 Il tempo trascorso è stato necessario per mettere a punto tutto un evento che potesse dare valore al territorio e non limitarsi alla mera consegna della bandiera”.

(Il Consiglio comunale del 30 luglio 2026 - A cura di Ufficio stampa.) 

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