Appoggiare le destre nella difesa dei confini.
Appoggiare
le destre nella difesa dei confini.
La
destra e l’immigrazione.
Ecco
le idee da difendere.
Ilgiornale.it
– (22 maggio 2026) – Alessandro Gnocchi – Redazione - ci dice:
IL
DIBATTITO. La sfida al nostro stile di vita.
La
destra e l'immigrazione. Ecco le idee da difendere.
Non è
solo un problema di ordine pubblico e non basta chiudere i porti. Ci vuole
un'identità forte da "opporre-"
Fondi,
sedi, contatti. Le leve del governo nel braccio di ferro con gli editori.
Davanti
a fatti di cronaca che lasciano sgomenti, si riprende a discutere di
immigrazione e integrazione.
Si sente dire, giustamente, che dobbiamo
proteggere la nostra identità. Sgomberiamo subito il campo: la sinistra non
partecipa al dibattito. L'identità della sinistra consiste nel non averne una per
trasformare l'Italia in una terra d'accoglienza.
Passiamo dunque direttamente alla destra.
C'è
una domanda che la destra al governo evita: cosa stiamo difendendo,
esattamente?
Conosciamo
la retorica sulle radici cristiane, la famiglia, la nazione.
Ma ci domandiamo, in concreto:
quali
istituzioni e quali idee sono oggi abbastanza vive da costituire un'identità
difendibile?
Inutile
far finta che il problema centrale non sia l'immigrazione dai Paesi arabi.
Partiamo
dunque da qui.
La questione dell'immigrazione islamica,
affrontata quasi sempre sul piano della sicurezza o dei numeri, non è soltanto
una questione demografica e di ordine pubblico.
È una questione teologico-politica.
L'islam porta con sé una concezione del
rapporto tra legge divina e legge civile, tra comunità religiosa e comunità
politica, incompatibile con la separazione tra sfera pubblica e sfera privata
su cui si regge l'ordine liberale occidentale.
Non è un'osservazione ostile:
è una constatazione che gli stessi
intellettuali musulmani riformisti ripetono da decenni, pagando spesso con
l'isolamento o con la vita.
Il
paradosso è che il liberalismo che pure dovrebbe essere attrezzato si trova in
una posizione di debolezza strutturale di fronte a questa sfida. Patrick Donen,
nel suo” Perché il liberalismo ha fallito” (La Vela), lo ha mostrato con
precisione:
il liberalismo ha dissolto le comunità
cristiane occidentali in nome dell'autonomia individuale, ha svuotato le
chiese, delegittimato la trasmissione culturale come forma di indottrinamento,
ridotto ogni appartenenza a preferenza personale revocabile.
Poi si trova di fronte a una comunità
religiosa che non ha accettato quel patto, che trasmette la propria identità
con convinzione, che non separa fede e legge.
E non
sa come risponderle senza contraddirsi.
Non può invocare i valori comunitari che ha
demolito in casa propria.
Il
dibattito pubblico, a destra come a sinistra, confonde continuamente tre piani distinti.
Il primo è l'immigrazione come fenomeno
economico e demografico: flussi di persone che cercano condizioni di vita
migliori, gestibili con politiche ordinarie di controllo, selezione,
integrazione.
Un
tema serio, ma amministrativo.
Il
secondo è l'islam come civiltà:
un
corpus teologico, giuridico e culturale millenario con cui l'Occidente ha un
rapporto storico complesso, fatto di conflitto, scambio e fraintendimento
reciproco.
Su
questo piano il confronto è non solo legittimo ma necessario, e richiede
conoscenza, non slogan.
Il terzo è il fondamentalismo islamico come
progetto politico:
la volontà esplicita di sostituire l'ordine
civile occidentale con un ordine teocratico, presente in una minoranza
organizzata e ben finanziata.
Su
questo piano non c'è mediazione possibile. Mescolare i tre piani, come fa la
destra populista, produce demagogia utile elettoralmente e inutile
politicamente.
Separarli, come fa la sinistra progressista in
nome dell'antirazzismo, produce una cecità che ha già avuto conseguenze
concrete in Francia, in Germania, in Svezia.
Augusto
Del Noce aveva diagnosticato il problema prima che diventasse visibile nelle
sue conseguenze attuali.
La modernità occidentale, argomentava, non
produce ateismo militante ma qualcosa di più insidioso:
indifferenza
alla verità, incapacità di credere in qualcosa di assoluto. Una civiltà che non
crede in nulla di definitivo non può rispondere a una civiltà che crede in
qualcosa di definitivo con gli strumenti della persuasione liberale.
Può
solo opporre forza a forza, il che la porta sul terreno che dichiara di non
voler occupare, oppure cedere per stanchezza.
Questo
non è un argomento a favore dell'islam.
È un
argomento sulla debolezza dell'Occidente: una difesa richiede che ci sia
qualcosa da difendere, e che qualcuno sia disposto a farlo.
Robert
Nisbet, in” La comunità e lo Stato” (Edizioni di Comunità), aveva mostrato che
il totalitarismo nasce nel vuoto lasciato dalla distruzione delle comunità
intermedie.
La
tesi vale per qualsiasi forma di colonizzazione identitaria:
in un
corpo sociale coeso, con istituzioni vive, con trasmissione culturale
funzionante, la pressione esterna produce conflitto e negoziazione.
In un
corpo sociale già dissolto produce sostituzione silenziosa. L'immigrato arriva
in società che hanno già smantellato le parrocchie, indebolito le famiglie,
svuotato le scuole di qualsiasi contenuto forte.
Una
destra coerente dovrebbe fare una cosa sola, difficilissima: ricostruire in
casa propria le condizioni comunitarie che dichiara di voler difendere.
Significa politiche demografiche serie, non
bonus bebè.
Significa una scuola che trasmetta la
tradizione invece di relativizzare. Significa tutela delle comunità locali
contro la logica della mobilità del mercato globale.
Significa,
in ultima istanza, che chi governa in nome dell'identità smetta di praticare il
radicale individualismo che quella identità dissolve.
Finché
predica radici cristiane e non mette piede in una chiesa.
Finché
invoca la famiglia e non tocca le politiche economiche che la distruggono.
Finché difende la civiltà occidentale come
slogan elettorale e la erode come programma di governo, la risposta all'islam,
e all'immigrazione in generale, rimarrà quello che è oggi:
retorica che produce consenso e non costruisce
nulla.
Il
problema non si risolve soltanto chiudendo i porti; cosa che comunque aiuta, le
regole ci vogliono e bisogna farle rispettare.
Si
affronta ricostruendo una civiltà che valga la pena di essere difesa.
E
questo è un lavoro che non ha scorciatoie, non produce risultati in un mandato
elettorale, e richiede esattamente il tipo di pensiero lungo che la politica
contemporanea ha smesso di praticare.
Difesa
dei confini e
altre
protezioni indebite.
Ilmanifesto.it
- Marco Buscetta – (14 -08 – 2026) – Redazione – ci dice:
Prima
i governanti.
La prontezza alla guerra si impone così come
primaria garanzia di libertà, laddove la sua dimensione gerarchica e
autoritaria ne è tra le più sperimentate negazioni.
In
poche settimane la rassegna delle temibili protezioni che le destre intendono
imporre ai cittadini dei paesi che governano o sperano presto di governare ha
invaso l’intero spazio mediatico e politico.
Una serie di misure, grandi, piccole o
addirittura minime, in parte eterogenee, in parte perfettamente consonanti,
sono andate a comporre quell’idea di società, di governo e di cultura che va
sotto l’abusato titolo di sicurezza.
Qualcosa che non designa questo o
quell’aspetto della vita collettiva, ma ne definisce la totalità.
E
presenta, dunque uno spettro molto ampio.
Tentiamo
allora una sommaria tassonomia di queste protezioni. Il riarmo occupa
naturalmente il posto d’onore come scudo contro ogni aggressione dall’esterno,
almeno nella sua possibilità astratta quando non se ne vedano le ragioni
concrete e gli scenari possibili.
La
prontezza alla guerra si impone così come primaria garanzia di libertà, laddove
la sua dimensione gerarchica e autoritaria ne è tra le più sperimentate
negazioni.
La guerra guerreggiata completerà l’opera
mettendo le vite stesse degli individui nelle mani dei comandi militari.
Ma la
difesa dei confini non riguarda solo il conflitto tra stati:
il
respingimento dei migranti e la progressiva cancellazione del diritto d’asilo
intendono proteggerci da persone di cui abbiamo bisogno o cui dobbiamo
protezione, ma che in ogni modo ci sforziamo di rendere sbandate e risentite.
In
nome della salvaguardia di tradizioni più o meno inventate si ostacola inoltre
il normale processo di evoluzione di una società con le influenze e le
interferenze che gli sono proprie.
Alle
centrali nucleari è invece affidato il compito di proteggerci dalle crisi e dalla
dipendenza energetica senza che nessuno dei rischi connessi con questa
tecnologia e con le forme di gestione economico-politica che ne derivano venga
messo in conto.
I
decreti sicurezza proteggeranno la cittadinanza dalle «intemperanze» giovanili
e da tutte quelle forme di dissenso e di lotta che non trovano spazio nei
canali istituzionali.
Ogni «disagio» arrecato sarà equiparato a un
crimine e perseguito con una durezza enormemente sproporzionata;
il monopolio dell’esercizio della violenza da
parte dello stato liberato da ogni interferenza o limitazione nelle sue forme
di applicazione. I cittadini messi arbitrariamente sotto controllo.
PER
COMPLETARE IL QUADRO la licenza di uccidere ipotizzata nella riforma della
legittima difesa ci dovrebbe liberare da ladri, rapinatori e intrusi, talvolta
accidentali, permettendoci di abbatterli in base alla «minaccia percepita»,
mentre le doppiette dei cacciatori si incaricheranno, sparando ovunque e a
pieno ritmo, di debellare l’invadenza del mondo naturale.
Queste
metastasi diffuse del patto di assoggettamento hobbesiano (lo scambio tra
sicurezza e libertà) sono accomunate dal contrario esatto di ciò che
promettono: ad essere protetti non sono i governati ma i governanti.
Ai governati viene negato qualunque strumento
di difesa dall’arbitrio del potere e imposta dunque una condizione di
sostanziale dipendenza e insicurezza che garantisce la solidità dei vertici. Si
tratta forse della caratteristica più vicina alla dimensione gerarchica del
fascismo storico, ma addirittura peggiore nella sua pedante capillarità e nel
peso attribuito a un corrotto individualismo proprietario.
Il
secondo elemento comune alle politiche securitarie è il fatto di poggiare sulla
paura, sul consenso di una popolazione quanto più possibile spaventata e
smarrita.
In questo si distinguono radicalmente dal
fascismo che, sebbene affetto da vittimismo e da uno spirito di rivalsa sui
presunti torti subiti, poi pienamente riproposto dall’ideologia Maga, scommette
anche su un’ideologia e una retorica del coraggio incline alla sopraffazione.
QUESTO
PUNTO DEBOLE del postfascismo governativo non è passato inosservato a un ex
generale furbastro, divenuto istrione del fascismo più schietto, che ha
introdotto quella retorica dell’eroismo e della spavalderia machista che
difetta alle dottrine securitarie che interpellano piuttosto il più meschino e
gretto egoismo sociale.
E sembra, con questo, aver conquistato non
poco terreno a scapito della destra costretta al bon ton maggioritario.
Tuttavia
il fascismo contemporaneo resta saldamente vincolato al privilegio proprietario
e a una ossessione di possesso che si vede minacciato da ogni parte più che
coltivare sogni di grandezza.
Le evoluzioni parallele della Lega e della AFD
in Germania, entrambe partite dall’egoismo sociale e presto approdate allo
stato autoritario testimoniano della centralità di questo legame.
La
risposta delle sinistre al dilagare delle politiche securitarie è tra le più
miserevoli e corrive che si possano immaginare:
«Non
possiamo lasciare alla destra il tema della sicurezza», ripetono ad ogni
occasione, senza tuttavia rovesciarne radicalmente le premesse, senza fare
piazza pulita della realtà fittizia su cui poggiano.
Schierate dietro la stucchevole sentenza
bipartisan secondo cui non vi è libertà e democrazia senza sicurezza non si
avvedono che è esattamente il contrario:
sono
libertà e democrazia ad essere la premessa e la sicurezza una conseguenza.
Altrimenti
non si tratta che di una maschera della dittatura.
Ma
senza scomodare i grandi principi e le belle parole converrebbe porre agli
elettori qualche semplice domanda:
è più
probabile che la vostra vita e i vostri beni siano travolti da un’invasione
russa o da frane, alluvioni, incendi e altre conseguenze del dissesto
idrogeologico?
È più
facile perdere la vita per il ritardo di una ambulanza, l’assenza di un
dispositivo medico, una diagnosi rimandata oltre ogni limite oppure per
l’azione di un rapinatore o di un balordo?
Infine,
accettereste un deposito di scorie nucleari nel vostro territorio?
La
sicurezza dei governati dipende dalle risposte a queste domande, che dovrebbero
essere assunte come bussola del bilancio dello stato.
Proteggere
le persone o difendere i confini?
La
risposta per noi del Comitato 3 ottobre lascia poco spazio all’incertezza: da
tempo – ed ora con crescente intensità – la politica migratoria dell’Italia,
anche in sintonia con altri Paesi, vede prevalere la dimensione securitaria.
L’idea
di fondo che sostiene questo approccio è che le migrazioni costituiscono
soprattutto una emergenza di ordine pubblico da fronteggiare con strumenti di
eccezione. Si tratta di una lettura semplificata della realtà che trascura – o
peggio rimuove- tanto la dimensione
epocale del fenomeno che la molteplicità delle sue cause. Si pensi ai flussi migratori che dall’Africa
attraverso il mar Mediterraneo raggiungono l’Europa. Riesce davvero difficile
ignorare la correlazione esistente tra tali flussi ed il primato che il
continente a noi più vicino detiene in tema di conflitti armati, fragilità
democratiche, crisi climatiche, povertà, ineguaglianze, deficit di nutrizione
ed assistenza sanitaria. Ed è altrettanto ragionevole pensare che l’intervento
su questi fattori endemici esige un enorme impegno: politiche lungimiranti di
inclusione, rapporti equi tra nord e sud – ed ovest ed est – del mondo,
strategie di breve, medio e lungo periodo.
Ma, se
questa complessità viene accantonata e se della migrazione viene messo a fuoco
unicamente l’arrivo – quasi sempre con modalità caotiche – di moltitudini di
persone di cultura, lingua, religione, condizione sociale ed economica diverse,
la difesa dei confini nazionali finisce per diventare una sorta di trincea:
l’imperativo prioritario, è quello di opporsi al pericolo di “invasione”. I
costi di questa risposta si rivelano già molto alti. Così si persegue
l’obiettivo di trattenere le persone migranti al di fuori delle (e lontano
dalle) frontiere dell’Unione europea, stipulando accordi con Paesi terzi di
dubbia o nulla affidabilità. Senonché, oltre alla discutibile legittimità di
tali accordi, è un fatto che la loro applicazione provoca conclamate e massicce
violazioni del diritto alla vita, alla integrità fisica e morale, alla libertà
ed alla dignità delle persone migranti.
Altrettanto
preoccupante è la progressiva severità della disciplina riservata alle Ong che
si dedicano alle operazioni di “search and rescue” nel Mediterraneo.
Caricaturalmente descritte come taxi del mare, la loro azione viene non poco
ridotta da vincoli di vario genere. Peraltro tanto il numero delle persone
migranti che attraversano il mare come quello di coloro che vi muoiono
continuano ad aumentare drammaticamente, trovando così smentita la facile
rappresentazione delle Ong quale pull factor (fattore di attrazione) della
migrazione. Rimane senza risposta la domanda di quante vite esse potrebbero
salvare se fosse loro consentito di operare in una cornice normativa più
attenta al destino delle persone.
LE
ROTTE.
Mediterraneo Centrale.
La
rotta dal Nord Africa è il corridoio principale del Mediterraneo centrale, in
direzione dell’Italia e, in misura minore, di Malta.
Mediterraneo Occidentale.
Tra
Nord Africa e Spagna. Da Marocco e Algeria attraverso lo Stretto di Gibilterra
e il Mare di Albora o via terra dal Marocco alle città autonome spagnole di
Ceuta e Melilla.
Mediterraneo Orientale.
Dalla
Turchia verso Grecia e, in misura minore, Cipro e Bulgaria.
LE
MISSIONI NEL MEDITERRANEO.
Nell’ottobre
2013, il governo italiano ha lanciato l’operazione Mare Nostrum, destinata al
salvataggio in mare delle persone migranti che cercavano di attraversare il
Canale di Sicilia salpando dalle coste libiche per raggiungere il territorio
italiano e maltese.
Il 31
ottobre 2014, dopo 12 mesi, Mare Nostrum venne sostituita dall’operazione Tritone,
una vasta missione, questa volta a guida europea, che puntò sul controllo delle
frontiere a guida di Frontex. Collaterale fu l’operazione Sophia, avviata nel
2015 fu prorogata sino al 2020 dai Paesi Ue. Il soccorso alle persone migranti
non fu tra i suoi obiettivi prioritari. Si trattò di un’operazione ritenuta
strategica per il controllo del Mediterraneo, e soprattutto per il monitoraggio dei
traffici dalla Libia.
Nel
2017 iniziò l’operazione INDALO che riguardò il controllo e la sorveglianza
delle frontiere marittime europee, in particolare di tutte le attività che si
svolgono lungo la rotta del Mediterraneo occidentale. Rifinanziata con il nome
INDALO 2022 A Triton subentrò nel 2018 una nuova missione di Frontex, Themis,
che oltre all’attività di search and rescue pose un’attenzione “rafforzata”
sugli aspetti più strettamente di polizia e d’intelligence. La novità fu quella
di aver ribadito che le persone migranti sarebbero dovute sbarcare nel porto
più vicino al punto di soccorso. Nel 2020 iniziò la missione IRINI erede della
precedente missione Sophia, sempre a guida italiana che ebbe come obiettivo
principale far rispettare l’embargo delle Nazioni Unite sull’invio di armi al
Governo di alleanza nazionale di Tripoli (provenienti dalla Turchia) e alle
truppe di Haftar a Bengasi (da Egitto ed Emirati).
I MURI
IN EUROPA.
Il
muro è una barriera, eretta per volontà di una sola parte, per tenere al di
fuori gli altri. I muri che sono stati costruiti negli ultimi anni, non solo in
Europa ma anche negli Stati Uniti o in altre parti del mondo, sono in
prevalenza dei muri che sanciscono la divisione non tra Est e Ovest, bensì tra
Nord e Sud del mondo, tra aree sviluppate e aree problematiche.
ESTERNALIZZAZIONE
DELLE FRONTIERE.
Accordi,
formali o informali, che “spostano”, “esternalizzano” le nostre frontiere allo
scopo di bloccare lì le persone, affidando questo compito a Paesi “esterni”.
Sono
numerosi gli accordi che nel corso degli ultimi anni sono stati stipulati anche
se, nella maggior parte dei casi, è difficile avere conoscenza effettiva sia
del numero preciso che del loro contenuto.
Simili
pratiche riguardano non soltanto la rotta del Mediterraneo ma anche la rotta
balcanica, attraversata da persone per la maggior parte provenienti da Siria,
Afghanistan, Iraq, Iran, Pakistan e Bangladesh, che compiono il tentativo di
raggiungere l’Europa via terra.
L’accordo
tra Unione europea e Turchia.
L’aumento
del numero delle persone che nel 2015 cercavano di raggiungere l’Europa, e in
particolare la Grecia, attraverso la Turchia, ha portato l’Unione europea a
stipulare un accordo con questo Stato.
L’accordo
del 18 marzo 2016 prevede principalmente che:
tutti
i nuovi migranti irregolari che hanno compiuto la traversata dalla Turchia alle
isole greche a decorrere dal 20 marzo 2016 saranno rimpatriati in Turchia. I
migranti che non faranno domanda d'asilo o la cui domanda sia ritenuta
infondata o non ammissibile ai sensi della suddetta direttiva saranno
rimpatriati in Turchia;
per
ogni siriano rimpatriato in Turchia dalle isole greche un altro siriano sarà
reinsediato dalla Turchia all'UE. La priorità sarà accordata ai migranti che
precedentemente non siano entrati o non abbiano tentato di entrare nell'UE in
modo irregolare;
la
Turchia adotterà qualsiasi misura necessaria per evitare nuove rotte marittime
o terrestri di migrazione irregolare dalla Turchia all'UE e collaborerà con i
Paesi vicini nonché con l'UE stessa a tale scopo.
Accordo
tra Italia e Libia
L’anno
successivo all’accordo UE-Turchia, il Governo italiano decide di stipulare un
accordo con il Governo di Tripoli, denominato Memorandum d’intesa.
Nonostante
il Governo italiano fosse pienamente a conoscenza delle gravi violazioni a cui
erano sottoposti in Libia rifugiati e migranti, decide di siglare un nuovo
accordo con il Paese, dopo il “Trattato di Amicizia” del 2008, dal valore di 5
miliardi di dollari.
Per
cercare di contrastare la rotta del Mediterraneo, l’Italia rinnova i propri
rapporti in tema di migrazioni, con un Paese, la Libia, che non ha mai
sottoscritto la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e non ha,
pertanto, una normativa a tutela di migranti, richiedenti asilo e rifugiati.
Con
questo accordo, mascherato da intenti volti alla cooperazione allo sviluppo in
Libia, l’Italia delega il Paese nord africano a contrastare e bloccare le
partenze via mare sulle proprie coste.
Il
Memorandum prevede vari impegni per l’Italia:
fornire
supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta
contro l'immigrazione irregolare, in particolare alla guardia di frontiera e
alla guardia costiera del Ministero della Difesa, e agli organi e dipartimenti
competenti presso il Ministero dell'Interno;
finanziamento
dei centri di accoglienza, che il Memorandum definisce tali, ma che sono solo e
soltanto centri di detenzione per migranti;
formazione
del personale libico all’interno dei centri di detenzione.
In
altre parole, l’Italia si impegna a fornire mezzi e supporto tecnico
(motovedette e altri strumenti tecnologici) alla guardia costiera libica, a
finanziare i centri di detenzione per migranti (chiamati nel Memorandum “centri
di accoglienza”), a formare il personale sia della guardia costiera che dei
centri di detenzione.
Gli
accordi di riammissione stipulati dall’Italia
Albania
03/12/2008 (Implementazione di accordi europei)
Algeria
22/07/2009 (Accordi di polizia)
Libia
02/02/2017 (Memorandum d’intesa)
Marocco
27/07/1998 (Accordo)
Tunisia
09/02/2017 (Accordo quadro)
Egitto
Accordo di polizia firmato il 18/06/2000 ed entrato in vigore 09/01/2007
Turchia
09/02/2001 (Accordi di polizia)
Ghana
08/02/2010 (Memorandum d’intesa)
Niger
09/02/2010 (Memorandum d’intesa)
Nigeria
12/06/2011 (Memorandum d’intesa)
Senegal
28/07/2010 (Memorandum d’intesa)
Sudan
03/08/2016 (Memorandum d’intesa)
Gambia
29/07/2010 (Accordi tra polizie)
India
21/01/2000 (Accordi tra polizie)
Pakistan
03/2000 (Accordo)
Filippine
28/02/2004 (Accordo)
Gli
accordi europei
Tra
gli accordi europei (EURA: EU Remissioni Agreements) si segnalano quello con
l’Albania (1/5/2006), Capo Verde (1/12/2014), Pakistan (1/12/2010), Turchia
(1/10/2014).
LE
LEGGI
Legge
Bossi-Fini (Legge 189/2002).
La
legge Bossi – Fini modifica in modo rilevante la Turco-Napolitano in senso
restrittivo. Prolunga la permanenza nei Cpt (Centri di Permanenza Temporanea)
da 30 a 60 giorni e prevede l’uso dei militari per il contrasto al traffico di
migranti. L’identificazione all’arrivo avviene tramite impronte digitali ed è
consentito l’ingresso solo a chi ha un contratto di lavoro. Chi lo perde e non
ha, dunque, modo di rinnovare il titolo di soggiorno viene espulso”.
Legge
Minniti-Orlando (2017).
Dà
avvio a un periodo di diversi decreti legge emanati in via d’urgenza in materia
di immigrazione e protezione internazionale. Vengono istituite presso i
Tribunali di capoluogo 26 sezioni specializzate in materia d’immigrazione,
viene eliminato un grado di appello in materia di asilo e previste procedure
più snelle per il riconoscimento della protezione internazionale e
dell’espulsione degli irregolari. Prevede l’aumento del numero dei CPR (Centri
di permanenza e rimpatrio) su tutto il territorio nazionale. Le norme in
questione, però, non si applicano ai minori non accompagnati, per i quali è
stata approvata una distinta disciplina (legge n. 47 del 2017). Arriva nel 2017
il Memorandum Italia – Libia, accordo triennale (poi rinnovato) con il quale
l’Italia s’impegna a fornire supporto tecnico, risorse e formazione alla
Guardia costiera libica per bloccare l’immigrazione e al governo di Serraj per
migliorare le condizioni di quelli che nell’accordo vengono definiti centri di
accoglienza. I finanziamenti italiani si aggiungono a quelli europei. Nei mesi
successivi viene imposto alle Ong che effettuano salvataggi in mare un Codice
di condotta.
Decreti
Salvini (2018-2019)
Arriva
un’ulteriore stretta. I cosiddetti Decreti Sicurezza (decreti legge 113/2018 e
53/2019, convertiti nelle leggi 132/2018 e 77/2019) hanno l’obiettivo
dichiarato di fermare l’immigrazione e riscrivere le norme per il rilascio del
permesso di soggiorno. Il titolo per motivi umanitari viene sostituito con uno
più restrittivo per “protezione speciale”, al quale si aggiungono permessi di
breve durata e quasi tutti non convertibili: salute, calamità nel Paese di
provenienza e atti di valore civile. Aumentano notevolmente i casi di procedure
accelerate delle domande di asilo (introdotte con il decreto legge 142/2015)
che vengono decise in pochi giorni. Ha introdotto il concetto di “paese di
origine sicuro”.
Si
ampliano poi i Centri di accoglienza straordinaria (Cas) affidati alle
Prefetture, e confermata la volontà di ampliare il numero dei Cpr. Viene
smantellato il sistema Sprar di seconda accoglienza sostituito con il Siproimi,
destinato esclusivamente a rifugiati già riconosciuti e minori non
accompagnati. I finanziamenti per l’accoglienza vengono tagliati di netto. Il
decreto legge n. 53/2019 contiene invece disposizioni altrettanto restrittive
in materia di contrasto all’immigrazione illegale e ordine pubblico, nonché di
limitazioni alle navi delle ong che hanno effettuato operazioni di salvataggio
in mare.
Decreto
Lamorgese (2020).
I
Decreti Salvini vengono almeno in parte smantellati. Il Decreto legge n
130/2020, convertito nella Legge n 173/2020, amplia la portata del permesso di
soggiorno per “protezione speciale” sia nella durata che nella possibilità di
conversione, che nel contenuto, introducendo il divieto di espulsione in caso
di violazione del diritto alla vita privata o familiare della persona. Il testo
aumenta anche la possibilità di conversione di permessi di soggiorno, trasforma
il Siproimi in Sai (Sistema di accoglienza e integrazione) con servizi
aggiuntivi finalizzati all’integrazione e possibilità di accoglienza anche dei
richiedenti asilo. Limita, infine, le sanzioni amministrative per le Ong che
soccorrono i migranti in mare.
Decreto
Meloni (Decreto Legge 1/2023)
Decreto
legge 20/2023, convertito in legge n. 50/2023, emanato in Calabria a seguito
del naufragio avvenuto sulle coste di Cutro. Il Decreto Legge ha di fatto
eliminato le modifiche apportate nel 2020 in materia di protezione speciale,
sia in termini di durata che di conversione, eliminando le ipotesi di divieto
di espulsione e, conseguentemente, le possibilità di rilascio del relativo
permesso di soggiorno nei casi di violazione del diritto alla vita privata e
familiare della persona. Ha aumentato le ipotesi di esame delle domande di
protezione internazionale con la procedura accelerata e direttamente nei luoghi
di frontiera. Ha introdotto un nuovo reato chiamato “morte o lesioni” come
conseguenza di delitti in materia di immigrazione clandestina. Ha introdotto la
possibilità di commissariare la gestione dei CPR (centri di permanenza per i
rimpatri), realizzando un Cpr in ogni Regione.
Quella
di Salvini è una difesa che va oltre i confini dei fatti
e della
legge.
Ilfoglio.it
– (23 settembre 2024) - Luca Gambardella – Redazione – ci dice:
L'accusa
ha chiesto sei anni di carcere per il vicepremier, lui si difende con due nuovi
capitoli del suo libro "Controvento" che sembra sempre più
"sottosopra" il modo nel quale interpreta il quadro dei fatti
contestati.
(Immagine
di Quella di Salvini è una difesa che va oltre i confini dei fatti e della
legge.
Matteo
Salvini -foto Ansa)
Dopo
il cinema, la letteratura.
Il vicepremier Matteo Salvini sveste gli abiti
dell’imputato su sfondo nero e occhi sgranati rivolti a filo macchina per
mettere mano alla tastiera e compilare per iscritto il suo memoriale sul caso
Open Arms.
Il vicepremier vuole svelare la sua verità, a
pochi giorni dalla requisitoria della pubblica accusa, che ha chiesto per lui
sei anni di carcere – oltre un milione di euro è invece la richiesta di
risarcimento avanzata dalle parti civili.
Freschi
di stampa, ecco allora due nuovi capitoli che vanno ad arricchire la biografia
politica di Salvini.
E a
leggere d’un fiato il suo diario, più che “Controvento”, è “Sottosopra” il modo
in cui Salvini interpreta il quadro dei fatti contestati.
Il
primo capovolgimento riguarda il cuore pulsante della sua linea difensiva,
ovvero che la difesa dei confini prevale su tutto, diritti umani compresi. Cita
l’articolo 52 della Costituzione – “La difesa della patria è sacro dovere del
cittadino” – ma omette un’altra disposizione della Carta, l’articolo 10, che
dice questo: “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del
diritto internazionale generalmente riconosciute”. Norme che Salvini dimentica
in ognuno dei suoi passaggi, ma che per i PM di Palermo sono alla base dei
reati contestati – sequestro di persona e omissione di atti d’ufficio. Ma nel
mondo sovranista del leader della Lega, a essere chiusi non sono solamente i
porti, ma anche l’ordinamento giuridico italiano. Per lui, è come se il diritto
internazionale non esistesse. Nonostante la dovizia di dettagli su tesi
complottiste varie e assortite – immancabili Palamara e la giudice Apostolico –
Salvini manca di spiegare per quale motivo il suo caso dovrebbe essere immune
all’applicazione della Convenzione Solas del ‘74 o di quella Sar del ‘79 oppure
della UNCLOS dell’82. Sono solamente alcune delle convenzioni internazionali
sottoscritte dall’Italia e che, secondo i PM, Salvini avrebbe violato nel
rifiutarsi di assegnare un porto sicuro alle 147 persone salvate da Open Arms
nell’arco di 20 giorni. Leggi essenziali che chiariscono come la difesa dei
diritti fondamentali – la vita è una di questi – prevalga su quella dei
confini. Puntualizzano come persino in presenza di comprovati sospetti sulla
presenza di terroristi fra i naufraghi – e il dibattimento ha dimostrato come
simili sospetti non siano mai emersi all’epoca dei fatti – prima si salvano le
persone e poi, sulla terraferma, si processano. Specificano che un pos (place
of safety) non può mai essere considerato un’imbarcazione perché un barchino
stracolmo di migranti è considerato in sé e per sé in pericolo, a prescindere
dalla sussistenza di un rischio immediato. Per lui, per Salvini, esistono
invece “la sinistra e i PM di Palermo che vogliono Matteo Salvini in galera”,
esiste la volontà di processare una politica – quando il Parlamento ha deciso
che, più modestamente, si debba procedere a processare la gestione di un evento
di salvataggio in mare e una serie di atti amministrativi.
Esiste
poi, e questo è il filone semi-comico nella ricostruzione di Salvini, il
famigerato “sommergibile Venuti”, il coniglio dal cilindro che da un anno il
ministro agita come la prova provata del complotto ai suoi danni.
Le
rivelazioni emerse dal pattugliamento del sottomarino della Marina militare il
primo agosto del 2019 erano talmente scioccanti che all’epoca il Viminale,
informato dei dispacci del comandante Stefano Oliva, li relegò nel faldone
delle cose poco urgenti, perché dentro non trovò nulla di utile a scagionare
l’allora ministro dell’Interno. Ma a distanza di quattro anni riecco Venuti e
riecco il complotto, perché la difesa di Salvini asserisce di non essere mai
stata informata dell’esistenza di un sottomarino. Falso, replica la procura,
perché il ministero dell’Interno ne era stato messo a conoscenza fin da subito.
“Un episodio gravissimo che in un paese normale provocherebbe ondate di
indignazione e inchieste giornalistiche sui meccanismi della giustizia e della
politica”, scrive Salvini. Il sommergibile, che casualmente si trova in quel
tratto di mare, intercetta alcuni dialoghi a bordo di Open Arms e scatta delle
foto. “Rivelazioni fondamentali”, per il ministro, che dimostrerebbero come “in
quell’agosto 2019 c’erano dei sospetti sull’attività della Ong”. Rivelazioni
fondamentali tipo questa: “Emerge che due persone, di cui una ‘probabilmente a
bordo della Open Arms, parlavano in spagnolo e che verosimilmente si trovavano
a poca distanza l’una dall’altra”. Due persone che parlano in spagnolo su una
nave spagnola. Incredibile, ma non è finita qui, perché “dopo questo dialogo la
Open Arms aveva cambiato rotta senza motivo apparente: guarda caso, si era
avvicinata al punto esatto dove era presente un barchino con dei migranti”.
Coincidenze? “E’ lecito pensare che il materiale potrebbe provare la presenza
di scafisti e di comunicazioni rilevanti con la Ong”, conclude Salvini. Su
quali basi sia “lecito pensarlo”, non è dato sapere ma quel che invece si sa
per certo è che fino a oggi ogni indagine e ogni procedimento su questo tema
sono stati sempre archiviati per mancanza di prove.
Poi
c’è la ricostruzione delle offerte di porti di sbarco che, secondo Salvini,
Open Arms avrebbe rifiutato ostinandosi a volere attraccare solamente in
Italia. “No, no, no”, ripete stizzito l’imputato nel suo libro riferendosi ai
tre dinieghi che la nave ong avrebbe dato rispettivamente a Malta, Spagna e
Tunisia. Peccato che la prima avesse offerto un porto – peraltro vicino a
Gibilterra, per poi “avvicinarlo” alle Baleari – il 18 agosto, cioè 18 giorni
dopo l’inizio della crisi e appena due prima che si concludesse. Peccato che
Malta avesse offerto di accogliere solamente 39 migranti, quelli recuperati nel
secondo salvataggio avvenuto nella sua zona Sar e che il comandante della Open
Arms avesse rifiutato perché temeva disordini tra i naufraghi a bordo. Peccato,
infine, che non solo non è vero che la Tunisia abbia mai offerto di fare
sbarcare i migranti ma che, se anche lo avesse fatto, Tunisi non è un porto
sicuro per via delle sue violazioni dei diritti umani. Ma insomma, tutto vale.
“L’ho fatto, lo rifarei”, conclude l’imputato. Se ne riparlerà il 18 ottobre,
quando per la requisitoria della difesa Salvini potrà contare su un nutrito
drappello di sostenitori pronti a fare il tifo per lui fuori dall’aula bunker
dell’Ucciardone.
È prevista anche la partecipazione di una
delegazione inviata da Viktor Orbán.
“E’ il
nostro eroe”, ha detto di Salvini. Punto.
Fine
del primo capitolo.
(Di
più su questi argomenti.)
(Matteo
Salvini - open Arms).
(Luca
Gambardella).
La
sfida di Sánchez e
il
bivio dell’Europa.
Settimananews.it
– (8 agosto 2026) - Giuseppe Savignone – Redazione – ci dice:
Tutto
lasciava pensare che il vertice straordinario dei ministri dell’Interno della
UE del 4 agosto scorso si sarebbe tradotto in un processo alla politica
migratoria di Pedro Sánchez.
A
chiederne la convocazione urgente, all’indomani dei fatti di Ceuta, era stata
una lettera di 22 leader europei su 27, in risposta a un appello di Giorgia
Meloni, la prima e la più drastica accusatrice del Governo spagnolo.
La
crisi di Ceuta veniva interpretata dalla premier italiana come una gravissima
minaccia alla «difesa dei confini» europei, effetto di una politica migratoria
che l’Italia ha sempre condannato.
Come ha esplicitato il vice-premier e ministro
degli Esteri Tajani: «Le immagini che arrivano da Ceuta dimostrano come la
scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea,
ad oltre 500mila immigrati irregolari sia profondamente sbagliata e incentivi
il traffico di esseri umani».
Da qui
la decisione unilaterale di sospendere per un mese il trattato di Schengen nei
confronti della Spagna.
Immediata,
e in piena sintonia con quella del Governo italiano, la denuncia anche degli
Stati Uniti, che già più volte, nel recente passato, avevano attribuito il
declino dell’Europa a una politica migratoria troppo permissiva:
«Questo incidente inaccettabile è la
conseguenza diretta degli sforzi deliberati del Governo spagnolo volti a
consentire e facilitare l’immigrazione illegale di massa in Europa», ha
dichiarato il “Dipartimento di Stato” su “X”.
Ma
anche dall’Europa erano arrivati messaggi molto critici verso Madrid.
Pienamente
d’accordo con Meloni si era detta la ministra dell’Interno finlandese Mari
Rannate:
«La Spagna ha completamente fallito nel
proteggere il confine esterno dell’area Schengen dalle incursioni. Questo non
può continuare», aveva scritto su “X”, aggiungendo che «i Paesi che non
adempiono al loro obbligo di proteggere il confine esterno non possono essere
membri di Schengen».
Sulla
stessa linea la Svezia e soprattutto la premier socialdemocratica della
Danimarca, Mette Frederiksen, che insieme a Meloni poi ha preparato la lettera
in cui si chiedeva la convocazione straordinaria del vertice.
Per
non parlare dei partiti di destra dei paesi europei, dal tedesco Alternative
für Deutschland al francese Rassemblement National, e dei social, come “X”, di
Elon Musk, tutti uniti nell’attacco a Madrid.
La
vera posta in gioco.
In
realtà, come si evince dalla dichiarazione di Tajani, la vera questione non è
mai stata la permeabilità della frontiera spagnola.
Sánchez
ha avuto buon gioco nel far notare che, stando ai dati ufficiali dell’agenzia
«Frontex», tra il 2021 e il 2026 il numero di irregolari registrato dall’Italia
è stato di 478.600 persone, mentre dalla Spagna è stato 230.476, la metà.
Il
Governo spagnolo in questi anni ha condiviso con tutti gli altri Paesi europei
l’impegno di bloccare un afflusso caotico e incontrollabile di migranti,
esercitando – come del resto sta facendo ora a Ceuta – il suo potere di
respingimento e di espulsione degli immigrati illegali. Con una differenza
fondamentale, però: mentre gli altri Governi europei – sotto l’impulso di
quello italiano – hanno sempre più messo al centro della loro politica
migratoria la «difesa dei confini», guardando ai migranti come a minacciosi
barbari invasori, Sánchez ha più volte dichiarato di considerarli invece una
preziosa risorsa per la crescita della Spagna, attuando una politica
complessiva di accoglienza e soprattutto curando l’integrazione.
«La
Spagna – ha detto in un discorso al parlamento nell’ottobre del 2024 – è un
Paese di emigranti. Dobbiamo sempre iniziare ricordando questo fatto. Il nostro
dovere adesso è essere quella società accogliente che i nostri stessi emigranti
avrebbero voluto trovare al di là dei Pirenei o dell’Atlantico. Questo è il
debito morale che abbiamo nei confronti dei nostri antenati».
Ma, ha
aggiunto, «l’immigrazione non è solo una questione di umanità, il che
basterebbe. È necessaria per la nostra economia e per la nostra prosperità».
Come dimostrano i dati. Anche grazie agli immigrati, che hanno permesso di
compensare la grave crisi demografica che affligge la Spagna, come il resto
d’Europa, il PIL spagnolo nel 2025 ha registrato una crescita del 2,9%: più del
doppio della media europea. E anche per il 2026 si prevede un aumento del 2%,
ben maggiore dell’1,2% del Regno Unito e dell’1% di Francia e Germania.
Il
confronto è ancora più impressionante con l’Italia, il cui PIL nel 2025,
malgrado il massiccio sostegno europeo del PNRR, è cresciuto solo dello 0,7% e,
nelle migliori previsioni per il 2026, resterà al di sotto dell’1%.
Il
culmine di questa politica è stato rappresentato dalla decisione del Governo
spagnolo, l’aprile scorso, di regolarizzare circa 500.000 migranti presenti in
Spagna da almeno cinque mesi prima del 31 dicembre 2025 (dunque già in qualche
modo inseriti), senza precedenti penali. Nessuna rinuncia all’identità
nazionale, come Sánchez nel proprio messaggio sui social ha specificato:
«Riconosciamo diritti ma richiediamo anche obblighi. Che coloro che già fanno
parte della nostra vita quotidiana lo facciano a condizioni uguali,
contribuendo al sostentamento del nostro Paese e del nostro modello di
convivenza».
Uno
schiaffo per la «filosofia» sovranista di Meloni, ora applicata a tutta
l’Unione Europea, secondo cui per «ritornare ad essere grandi» bisogna alzare
più muri e fare più deportazioni. I fatti stanno dimostrando che ha ragione
Sánchez quando dice che la Spagna, come tutta l’Europa, «deve scegliere» tra
due possibili opzioni: «Essere un Paese aperto e prospero o un Paese chiuso e
povero».
Una
reazione sproporzionata.
Non è
necessario essere maligni per pensare che i toni esasperati del Governo
italiano – e, in una certa misura, degli altri leader europei – dopo Ceuta
siano da collegare a questo contesto. Perché l’episodio di Ceuta è stato grave,
ma una sproporzione nelle reazioni c’è stata. Basta fare un confronto con
quanto accaduto a Lampedusa nel 2023, quando quasi 10.000 persone approdarono
gettando nel caos l’isola. L’Unione Europea – che in quel momento era
presieduta dalla Spagna – fu subito solidale col Governo italiano. La
presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, si recò con Meloni
a visitare l’isola, garantendo il suo sostegno. Nessuno parlò di minaccia ai
confini dell’UE e della possibilità di sospendere l’Italia dagli accordi di
Schengen.
Si
capisce la delusione spagnola di fronte alla reazione dell’Italia in questa
occasione. La riflette chiaramente la risposta di Madrid alla dichiarazione di
Tajani: «Questo messaggio è inappropriato da parte del ministro degli Esteri di
un Paese partner e amico, dal quale ci aspettiamo solidarietà europea e non
demagogia di parte». E si sarebbe forse potuto aggiungere che Sánchez aveva
difeso pubblicamente Meloni quando era stata attaccata e mortificata da Trump.
Particolarmente
grave lo stop a Schengen da parte dell’Italia, un atto di rottura che il
ministro dell’Interno spagnolo ha definito «un’azione imperdonabile». Ma anche
il commissario europeo Brunner successivamente ha osservato che le frontiere
europee non avevano mai corso alcun rischio, perché chi da Ceuta «vuole passare
in Spagna deve comunque superare i controlli della frontiera esterna»,
sottolineando che «l’Italia è l’unico Paese ad aver introdotto controlli alle
frontiere aeree e marittime», che in realtà «sono l’extrema ratio» e «devono
essere proporzionati».
In
ogni caso – ha fatto presente il Governo di Madrid – la crisi di Ceuta «non ha
nulla a che vedere con la regolarizzazione dei migranti approvata dal Governo
spagnolo». Essa in realtà è stata innescata da una sentenza della Corte suprema
spagnola, pubblicata lo scorso 8 luglio, nella quale si affermava che il
respingimento immediato è legittimo soltanto quando l’ingresso illegale avviene
attraverso il superamento di una barriera materiale di confine, e non via mare.
Quella
che Madrid ha evitato di sottolineare è la responsabilità delle autorità
marocchine, che non solo non hanno fatto nulla per arginare l’esodo verso
l’exclave spagnola, ma con ogni probabilità lo hanno anche promosso.
Il
perché non è un mistero. Il re del Marocco la considera un residuo
inaccettabile dell’eredità coloniale e cerca ogni occasione per abolirla. Per
di più, recentemente, con un viaggio ad Algeri, il premier spagnolo Sánchez si
è riavvicinato al nemico giurato del Marocco, l’Algeria, che sostiene
l’indipendenza del Sahara Occidentale, su cui il Governo marocchino rivendica
la propria sovranità.
In
questo gioco diplomatico ha sicuramente giocato un ruolo importante l’appoggio
di Trump al Marocco nel sordo conflitto con la Spagna. È nota l’ostilità del
presidente americano nei confronti di Sánchez, l’unico leader europeo che ha
osato respingere la sua pressante richiesta di innalzare le spese per gli
armamenti e che ha denunciato apertamente, con un fermo discorso, l’assurdità
dell’attacco all’Iran.
La montagna
ha partorito il topolino.
Questi
antecedenti spiegano perché ci si aspettasse dal vertice del 4 agosto una
condanna della Spagna, sulla cui onda il ministro Piantedosi sperava di far
approvare un progetto, elaborato da Meloni insieme a Frederiksen, in base al
quale, sul modello albanese, l’UE avrebbe dovuto creare diversi hub per il
rimpatrio in Paesi terzi (si parlava di Uganda, Ghana, Etiopia e Montenegro).
E
invece le cose sono andate abbastanza diversamente. Un quotidiano “di sinistra”
come Repubblica titolava in prima pagina: «Emergenza migranti: la UE respinge
l’Italia». E, nel catenaccio: «Sostegno da Bruxelles alla Spagna e gelo sulla
proposta dei centri in Africa».
In
questa prospettiva, nell’editoriale di Andrea Bonanni, intitolato «Il boomerang
di Meloni», si parlava di «piena, unanime solidarietà alla Spagna, e
congratulazioni per come Madrid ha gestito la crisi dei migranti a Ceuta. La
sfida lanciata da Giorgia Meloni a Pedro Sánchez si risolve in un clamoroso
autogol».
Ma
anche un giornale «di destra», Il Foglio, esibiva un titolo in questo senso:
«Viva la Ceuta invasa dall’europeismo». E, nel catenaccio: «Solidarietà e lodi alla Spagna. I
22 europei, compresa l’Italia, fanno una grande retromarcia su Ceuta».
Probabilmente
ci si è resi conto che l’azione diplomatica di Meloni per isolare la Spagna,
portata alle sue logiche conseguenze, avrebbe avuto come unico vero effetto non
quello di rafforzare i confini dell’Unione Europea, ma di spaccarla e
indebolirla ulteriormente, facendo, alla fine, il gioco di Trump.
Ma a
ricordarci che la battaglia decisiva era il titolo controcorrente di un
giornale «di sinistra», Domani: «Migranti: L’UE stregata da Meloni. “Più
rimpatri”, Sánchez isolato». E, nel catenaccio: «Il commissario Brunner attacca
Madrid: “Le regolarizzazioni non sono un buon segnale per l’Europa”». La
«filosofia» dominante di questa Europa rimane quella dell’esclusione e nello
stesso vertice dei giorni scorsi la proposta italiana della deportazione in
Uganda o in Ghana dei migranti non è stata approvata, ma neppure respinta. Solo
rinviata. E le prossime elezioni favoriranno un ulteriore spostamento a destra
della politica europea.
Ho
amici spagnoli che detestano Sánchez e che, dopo questo «chiaroscuro», mi
accuseranno di averlo beatificato. So delle forti critiche che gli vengono
rivolte e non escludo affatto che siano fondate. Senza dire che su alcune
tematiche, come quelle riguardanti la sessualità e la bioetica, sono sempre
stato anch’io molto distante dalla sua linea.
Ma
almeno sulla questione dei migranti spero che la sua sfida continui ad
inquietare questa Europa sempre più ripiegata su sé stessa, ricordandole che
nessuno cresce escludendo gli altri.
Costruire
contropotere,
cogliere
le opportunità.
“IL”
in transizione.
“Interventionistische
Linke = IL”.
Connessioniprecarie.org
– (Gennaio 21, 2025) - Sezione-∫connessioni globali – Redazione – ci dice:
Traduciamo
un contributo di “Interventionistische Linke” (IL), con cui nel 2015 abbiamo
condiviso il percorso “Block spy” e più recentemente della TSS Platform.
A
partire dalle difficoltà che il movimento ha incontrato negli ultimi anni, in
particolare dopo la pandemia e l’inizio della guerra, questo testo si propone
di avviare un confronto aperto e critico per ripensare le strategie e le
prospettive di lotta nella fase attuale, segnata dall’ascesa delle destre, dal
militarismo e dalla guerra, riconoscendo nella dimensione transnazionale un
terreno cruciale per l’organizzazione. Riteniamo quindi che questo contributo –
che a fine gennaio discuteremo insieme ai compagni e alle compagne di IL e di
cui è possibile leggere la versione completa in inglese o in tedesco a questo
link – sollevi questioni di interesse anche per il movimento italiano.
La
continua ascesa del fascismo, l’intensificarsi della crisi climatica e una
nuova era segnata dalla guerra e dalla militarizzazione:
il mondo sta subendo cambiamenti drammatici e
inquietanti.
Questa
poli -crisi sta avendo un pesante impatto sulla sinistra.
Quando
abbiamo iniziato il nostro percorso, ci siamo ispirati a un mondo di rivolte e
di speranza, modellando su questo le nostre strategie e tattiche. Mentre alcuni
di questi approcci possono aver dato risultati, altri sono stati insufficienti
ed entrambi hanno dovuto scontrarsi con la mancanza di cambiamenti tangibili e
materiali.
Allo
stesso tempo, la sinistra sembra essere entrata in uno stato di paralisi.
Sulla scia della pandemia, molti movimenti
sono diventati silenti, i gruppi di base si sono dissolti o – come nel contesto
tedesco – hanno riposto le loro speranze in un governo di centro-sinistra che
non ha ancora mantenuto le sue promesse di cambiamento.
A livello transnazionale, vediamo situazioni
simili:
frammentazione,
stanchezza e una crescente disconnessione rispetto all’urgenza delle crisi che
si stanno dispiegando intorno a noi.
Eppure,
mentre le difese del sistema capitalistico si irrigidiscono, la necessità di un
cambiamento significativo non è mai stata così pressante.
Questo
paradosso – una sinistra paralizzata di fronte alla marcia implacabile del
capitalismo – richiede una risposta critica. Ora più che mai, vediamo la
necessità di unirci ai nostri compagni e alle nostre compagne per affrontare
insieme queste grandi sfide.
Le
pagine che seguono sono una sintesi del documento che abbiamo pubblicato
[trovate il testo completo in inglese e in tedesco], un punto di partenza per
discussioni più ampie e analisi più approfondite.
Non fornisce risposte, ma si propone di
offrire una cornice dentro cui avviare il dialogo.
Non
pretendiamo di avere tutte le soluzioni, né di proporre un’agenda fissa. Lo
consideriamo invece l’inizio di un processo collettivo, un invito a riunirsi
per riflettere sulle crisi che caratterizzano il nostro mondo e riorientarsi in
mezzo a esse.
Questo
documento è il risultato di un lungo processo di discussione e scrittura.
È
stato scritto prima della caduta del governo tedesco e alcune cose potrebbero
già sembrare superate.
La
situazione cambia continuamente e abbiamo bisogno di nuove risposte a nuove
domande.
Sappiamo
che non possiamo affrontare queste difficoltà da soli. Per questo motivo
pubblichiamo questo documento sul sito della TSS Platform. Soprattutto in
questa fase, il dialogo transnazionale ci offre un’opportunità unica: superare
i confini nazionali per individuare e mettere in connessione sfide, strategie e
solidarietà. Trovando un terreno comune al di là delle frontiere, possiamo
rafforzare la nostra capacità di affrontare le crisi che abbiamo di fronte e di
immaginare insieme nuove possibilità.
Questo
non è solo un momento di riflessione: è l’inizio di un processo. Ci auguriamo
che vi unirete a noi e che condividerete impressioni e critiche per dare forma
a questo viaggio insieme.
A
dieci anni dalla nascita di “IL”, il mondo è cambiato in modo significativo, e
così la sinistra radicale. Dopo anni di forti movimenti politici, assistiamo a
una paralisi della sinistra, anche all’interno dei nostri ranghi. Le nostre
strategie e tattiche non sembrano più adatte al mondo in cui viviamo. Pertanto,
dobbiamo rivalutare la nostra analisi, la nostra strategia e le nostre tattiche
per continuare a lottare.
Il
nostro obiettivo è sempre stato quello di uscire dalla bolla ed entrare nel
cuore dei conflitti sociali.” IL” ha iniziato il suo lavoro con questa
ambizione quasi 20 anni fa. Abbiamo cercato di costruire una sinistra radicale
inserita nella società: essere visibile e avvicinabile, lottare per l’egemonia
politica e organizzare il contropotere.
Oggi,
IL è una delle più grandi organizzazioni della sinistra radicale nel contesto
di lingua tedesca. Da un’associazione di gruppi locali, ci siamo trasformati in
un’organizzazione interregionale basata sui principi della democrazia diretta.
Tuttavia,
le attuali prospettive per il futuro sono fosche e la sinistra è sulla
difensiva in molte parti del mondo.
In
questo momento abbiamo bisogno di un’alternativa di sinistra che offra speranza
e direzione. È quindi giunto il momento di rivalutare le nostre strategie e le
nostre pratiche. Abbiamo riflettuto su molte questioni e ne abbiamo discusso a
lungo. Tuttavia, molte delle nostre discussioni sono ancora in fase iniziale.
Questo documento rappresenta i risultati dei nostri dialoghi fino ad ora.
Chi
cerca qui risposte facili rimarrà deluso. Sarebbe troppo riduttivo pensare a un
nuovo riformismo che, di fronte allo slittamento verso destra e alla crisi
climatica, si limita ad affrontare ciò che le attuali istituzioni riescono a
gestire. Anche un superficiale ritorno alla classe operaia – un approccio che
spesso si trasforma in dogmatismo e autoritarismo – è troppo semplicistico. Lo
stesso vale per una politica dell’identità che si concentra rigidamente sulle
identità anziché metterle in discussione, offrendo poco stimolo alla lotta
collettiva per un mondo migliore. Al contrario, vogliamo essere una sinistra
radicale che continua a sostenere la possibilità di un cambiamento complessivo,
anche in tempi bui. Una sinistra radicale organizzata e radicata nella vita
quotidiana, capace di riconoscere le opportunità e di coglierle con
determinazione, che trasformi le piccole fratture in grandi rotture e che abbia
il coraggio di accettare la scommessa della rivoluzione. Teniamo fermamente a
questa aspirazione e a questa promessa. Per questo ci organizziamo.
L’organizzazione
ci consente di superare il senso individuale di impotenza e promuovere l’auto
emancipazione. Essa crea nuove forme di connessione collettiva, indispensabili
per immaginare e costruire una società che vada oltre la competizione
capitalistica. Attraverso l’organizzazione, ci solleviamo dal caos del presente
e ci mobilitiamo per un futuro migliore. La speranza non può essere imposta
dall’alto; essa nasce dalle rivolte, dalle lotte e dai movimenti che emergono
dal basso. Black Live Matter, #NiUnaMenos e Frida for Future sono movimenti
globali contro condizioni intollerabili. Le loro proteste hanno attirato
tantissime persone nell’ultimo decennio. Molte lotte non trascendono i confini
nazionali, ma sono simili nella forma e nel contenuto. I movimenti di oggi
condividono anche un tema comune, sebbene sia difficile da definire con
precisione: ovunque, le questioni della vita e della sopravvivenza sono in
primo piano.
Il
mondo è diventato un luogo di crisi sovrapposte, tutte accomunate dalla lotta
per la sopravvivenza. In risposta a queste crisi, assistiamo all’ascesa di
Stati autoritari e militaristi, guidati sia da partiti apparentemente
progressisti sia da forze antidemocratiche di destra. Tuttavia, nessuno di
questi approcci offre soluzioni concrete e praticabili. Paradossalmente, il
potere si è ulteriormente consolidato all’interno degli Stati centrali, mentre
il capitalismo ha normalizzato la propria esistenza. Nonostante ciò, le crepe e
le linee di frattura all’interno della produzione capitalista permangono,
lasciando spazio al potenziale per ampliare queste rotture.
Guerre,
pandemia, crisi climatica, povertà, disuguaglianze sociali crescenti, ascesa
delle destre e crisi della riproduzione sociale: viviamo in un’epoca di crisi
permanenti. La crisi climatica minaccia i mezzi di sussistenza di tutte le
società umane. L’instabilità ecologica e la disuguaglianza sociale si sono
intensificate di conseguenza, insieme all’aumento della violenza,
dell’esclusione e dell’isolamento. Ciò ha un impatto profondo sulla politica di
sinistra e della sinistra radicale.
Contemporaneamente,
le guerre – come l’aggressione della Russia all’Ucraina o il conflitto a Gaza –
minacciano la vita di milioni di persone. La rivalità geostrategica tra Stati
Uniti e Cina, attualmente condotta come una guerra economica, ha un potenziale
di escalation globale. L’illusione di un’era di pace è andata in frantumi.
Il
capitalismo convenzionale funziona in maniera sempre meno efficace: ampie
porzioni di capitale globale non possono più essere investite con profitto nei
mezzi di produzione. Di conseguenza, il capitale si dirige verso nuove aree di
investimento nei mercati finanziari, anche se non si è ancora sviluppato un
nuovo regime di accumulazione praticabile. In questo contesto, il capitale si
orienta sempre più verso la privatizzazione della terra e delle risorse e verso
la finanziarizzazione di settori essenziali alla vita quotidiana, come la casa,
la sanità, i servizi di assistenza, la sicurezza sociale per gli anziani e la
comunicazione digitale. Questa tendenza sta escludendo un numero crescente di
persone dall’accesso ai beni essenziali, come acqua potabile, assistenza
sanitaria e cibo. Di conseguenza, l’impoverimento, la fame e la migrazione
stanno aumentando a livello globale.
La
classe dirigente risponde in maniera caotica e frammentata alle molteplici
crisi globali. Essa oscilla tra sforzi di modernizzazione verde e capitalista
apparentemente progressisti, una risposta di facciata alle libertà civili e
politiche di destra apertamente autoritarie e fasciste. Nonostante le apparenti
contraddizioni, entrambi gli approcci permettono a una ristretta élite di
isolarsi, accumulando ricchezza in modo esponenziale, mentre la maggioranza è
costretta a sopportare le conseguenze di queste crisi. Tuttavia, nessuno dei
due approcci affronta l’evidente contraddizione tra gli interessi del capitale
globale e i bisogni fondamentali di sopravvivenza dell’umanità nel suo insieme.
Lo
sfruttamento coloniale, le risorse naturali a basso costo e l’estrazione di
combustibili fossili hanno reso ricchi e potenti i centri capitalistici
dell’Occidente. Questo sfruttamento ha permesso il compromesso di classe che ha
preso forma nelle società industrializzate dopo la Seconda guerra mondiale,
consentendo ad ampie porzioni della società di partecipare al consumismo e alla
prosperità. Ad oggi, il “modo di vivere imperiale” può essere sostenuto solo in
una piccola parte del mondo, grazie allo sfruttamento neocoloniale e al consumo
sfrenato di risorse e combustibili fossili.
A
beneficiarne sono, ovviamente, soprattutto i ricchi e i benestanti, anche se la
disuguaglianza sociale all’interno dei centri capitalistici continua a
crescere. Molte persone vedono qualsiasi cambiamento come una minaccia al loro
stile di vita, anche perché queste trasformazioni tendono a colpire la
maggioranza piuttosto che i ricchi. Tale meccanismo pone un ostacolo
significativo alla costruzione di un’ampia resistenza contro i regimi di
confine, il razzismo istituzionale e gli sforzi per una politica climatica
significativa.
Nell’attuale
capitalismo neoliberale, due progetti politici in competizione si contendono
l’egemonia: un progetto liberale di modernizzazione verde si contrappone a un
progetto apertamente autoritario, a volte fascista, radicato nella dipendenza
dai combustibili fossili. Mentre il primo cerca di modernizzare il capitalismo
attraverso un nuovo regime di accumulazione, il secondo si aggrappa a una
struttura sociale più tradizionale sia in termini economici sia socio-politici.
In quanto regimi capitalistici e globalmente imperialisti, queste transizioni
sono fluide e gli attori politici si muovono spesso tra di esse.
Il
progetto del “capitalismo verde” promette di affrontare la crisi climatica
attraverso la modernizzazione ecologica, creando al contempo nuove opportunità
di profitto. Secondo questa logica, i modi di produzione e gli stili di vita
capitalistici potrebbero essere sostenuti a lungo termine, preservando le
risorse ecologiche.
Al
centro di questa falsa promessa c’è l’idea di disaccoppiare la crescita
economica dal consumo di risorse attraverso il progresso tecnologico e la
ristrutturazione ecologica. Di conseguenza, la modernizzazione verde non ha
bisogno di ignorare o negare la crisi climatica, come fa la destra e viene
dunque sostenuta da istituzioni internazionali come l’ONU, l’OMC e l’UE.
Nei
centri capitalistici dell’Europa occidentale e del Nord America, la
modernizzazione verde si allinea strettamente al neoliberalismo “progressista”.
Ottiene sostegno soprattutto attraverso politiche del riconoscimento che
riprendono elementi delle richieste dei movimenti sociali, ma li diluiscono e
li reinterpretano per adattarli alla logica capitalistica. Il capitalismo
moderno si presenta quindi come difensore delle libertà individuali e dei
valori liberali, che sostengono l’immagine del blocco verde-progressista.
Dentro questo quadro, la difesa dei valori liberali e delle presunte politiche
progressiste rimane però superficiale. In definitiva, il capitalismo e il modo
di vivere imperialista non possono esistere senza rigidi confini,
disuguaglianza razziale, militarizzazione e repressione, resi ancora più
pressanti dalle inevitabili conseguenze della crisi climatica.
Al
contrario, i conservatori, gli integralisti del mercato e persino le forze di
destra e fasciste hanno formato un progetto di destra distinto. Questa
coalizione, con formazioni diverse a seconda del Paese, compete ferocemente con
il progetto progressista-verde per il predominio. In Germania, questo
spostamento ha preso pienamente piede con il successo elettorale dell’AFD e lo
spostamento a destra della CDU sotto l’attuale leader Friedrich Merz.
Nonostante
le crisi dilaganti e la crescente insicurezza, il progetto di destra promette
stabilità sostenendo l’isolazionismo, la negazione del cambiamento climatico e
la conservazione dei privilegi patriarcali. Per sostenere questa falsa promessa
di stabilità, vengono deliberatamente mobilitati e intensificati pregiudizi
razzisti, sessisti, antisemiti e anti-queer di lunga data. Nei media
tradizionali e nei social media, la destra si presenta come una forza
resistente e decisa. Trae vantaggio dall’adozione di narrazioni di destra in
gran parte dei media e del panorama politico, normalizzando così la sua ideologia.
I
neoliberali e gli attori di destra condividono più di un’occasionale
sovrapposizione ideologica; la loro cooperazione va oltre le alleanze
temporanee. Ciò è stato particolarmente evidente durante il movimento “Querente
inning” (un’ampia coalizione di critici che inizialmente protestava contro le
misure della COVID-19 e che in seguito ha incorporato l’opposizione alla
politica “woke”; tradotto letteralmente, il termine significa “pensatori
laterali”). In questo caso, l’ideologia neoliberale ha preso una piega
autoritaria: l’individualismo estremo e una concezione egocentrica della
libertà hanno dato origine all’aggressività nei confronti della solidarietà
collettiva. In questo modo, la coalizione diffusa di libertari autoritari e
cospirazionisti ha ampliato la base del progetto di destra. Inoltre, i
fondamentalisti religiosi hanno rafforzato in modo significativo le loro reti
negli ultimi anni, stringendo sempre più alleanze con segmenti del blocco di
destra.
La
minaccia rappresentata dal progetto autoritario della destra inizia molto prima
di qualsiasi coinvolgimento formale dell’AFD nel governo. Le fantasie di
violenza razzista, antisemita, misogina e transfobica non rimangono confinate
nel mondo virtuale, ma sfociano in una violenza reale e spesso letale. Lo hanno
tragicamente dimostrato gli omicidi di Halle nel 2019 e di Hanau nel 2020. Le
figure autoritarie di destra continuano a trovare un punto d’appoggio
all’interno della polizia, dei servizi di intelligence e delle forze armate,
che rimangono infarcite di razzismo e di estremismo di matrice nazista. Le reti
di destra esistono ancora all’interno dell’apparato di sicurezza tedesco, che
non è mai stato completamente de-nazificato, rappresentando una minaccia
significativa soprattutto per i e le migranti. Non ci si può affidare
esclusivamente allo Stato per contrastare le strutture di destra, poiché esso
interviene raramente, a meno che non venga messo direttamente in discussione il
suo monopolio della forza. Sarebbe quindi necessario un forte movimento
antifascista per spingere lo Stato ad agire.
Per
quanto significativa possa essere la poli -crisi, il nostro obiettivo rimane la
rottura rivoluzionaria.
Siamo
spinti dalla rabbia quotidiana contro le strutture oppressive del capitalismo e
dal desiderio di un mondo che offra a tutte e tutti una vita migliore. Un mondo
del genere non può esistere senza l’abolizione della proprietà privata
capitalistica, lo smantellamento delle strutture di classe e dello sfruttamento
e il superamento dell’oppressione e della violenza patriarcale e razzista.
Senza una rottura con il capitalismo e la sua logica del profitto, non ci
possono e non ci saranno soluzioni solidali alle crisi esistenziali e alle
minacce del XXI secolo, né in Germania e in Europa né a livello globale. Una
democratizzazione radicale di tutti gli aspetti della vita è necessaria per
fermare la distruzione sistematica delle fondamenta della nostra esistenza.
Consideriamo
la rivoluzione come un processo attraverso il quale lo Stato borghese e le sue
istituzioni vengono gradualmente superati. In questo contesto, la politica
parlamentare e le maggioranze possono, al massimo, svolgere un ruolo
secondario. Il sistema non può essere modificato in modo sostanziale senza
rompere le sue regole, e i tentativi in tal senso sono sempre falliti. Partiti
come Die Linke, Syriza e Podemos sono esempi di questo fallimento.
Pur
riconoscendo l’importanza dei partiti politici in un progetto egemonico di
sinistra e collaborando con loro in lotte e campagne concrete, il nostro
obiettivo finale è la costruzione a lungo termine di un potere sociale al di
fuori dello Stato attraverso l’integrazione di organizzazioni rivoluzionarie e
movimenti sociali.
La
rivoluzione trascende il semplice rovesciamento dell’ordine economico e
politico esistente, ma comporta profondi cambiamenti nella nostra soggettività
e nelle nostre relazioni sociali nella vita quotidiana. Oggi
l’individualizzazione neoliberale e l’indifferenza verso la sofferenza in altre
parti del mondo sono pervasive. Sembra difficile anche solo immaginare come
potremmo determinare le nostre vite in una società libera. Ciò evidenzia
l’urgenza di trasformare le nostre relazioni e noi stessi sulla via della
liberazione, in modo che l’isolamento, mascherato da sovranità, diventi libertà
collettiva fondata sulla solidarietà e sull’interdipendenza.
Pur
cercando di riconquistare una posizione più egemonica, dobbiamo riconoscere che
la sinistra radicale nei centri capitalistici rimane in posizione minoritaria.
Una
delle ragioni dell’attuale crisi della sinistra sociale è l’assenza di
contropotere. Noi intendiamo il contropotere come la capacità di interrompere
le decisioni e le politiche della classe dominante, attuando al contempo le
nostre soluzioni. Ciò richiede la collaborazione tra vari gruppi della
sinistra. La pluralità di movimenti e organizzazioni non è un problema che può
essere risolto attraverso la leadership di una singola organizzazione.
Sosteniamo
il rafforzamento dei movimenti di sinistra nel loro insieme, favorendo le
connessioni e la fiducia tra di essi. Il nostro compito, come sinistra radicale
organizzata, è quello di sostenere le esperienze del movimento e di elevarle a
un nuovo livello. Questo ci distingue dagli approcci individualisti e morali
della sinistra, che tendono a concentrarsi sui cambiamenti di comportamenti
individuali senza sviluppare una visione collettiva per superare le relazioni
di oppressione.
Tuttavia,
la sinistra radicale è una minoranza nei centri capitalistici. Questa
situazione influisce sul nostro rapporto con il Sud globale e sulla nostra
connessione con gli interessi della maggioranza sociale qui, mentre la promessa
capitalista di un progresso perpetuo sta mostrando i suoi limiti sulla scia
della crisi climatica. Le condizioni materiali necessarie per la giustizia
globale stanno diminuendo. Di conseguenza, cresce il desiderio di sicurezza, di
autoritarismo e di confini chiusi, proposto dalle narrazioni di destra a
scapito delle popolazioni del Sud globale, dei migranti, delle donne, delle
persone intersessuali, transgender e non binarie. Diversamente dal progetto di
modernizzazione verde o dalle iniziative reazionarie, non promettiamo una
crescita infinita della ricchezza materiale o che gli individui possano
mantenere inalterato il loro attuale stile di vita. Chiunque lo faccia, inganna
sé stesso e gli altri e si schiera (sub)consapevolmente dalla parte sbagliata
della barricata. Su questo tema, dobbiamo confrontarci con la società se
vogliamo lottare seriamente per la giustizia climatica globale e contro
l’ascesa del capitalismo.
Tuttavia,
siamo convinti che, anche in queste condizioni, vi siano potenziali linee di
rottura e, anche alla luce della nostra condizione di minoranza, non ci
ritiriamo in una presunta posizione di sola critica. Le linee di rottura
possono essere esacerbate da una politica radicale ma accessibile. La crisi
climatica, la pandemia e la guerra mostrano chiaramente che il Nord globale non
è più un’isola di stabilità dove la maggior parte delle persone può proseguire
la propria vita senza turbamenti. Anche in queste aree si manifestano
contraddizioni all’interno del sistema di produzione e delle modalità di vita
egemoniche. Anche qui emerge la questione di chi sosterrà i costi di queste
crisi. Viviamo nel bel mezzo di una crisi planetaria. In questo contesto, la
rivoluzione rappresenta l’unica strada percorribile per garantire una vita
dignitosa a tutti. Piuttosto che aderire a giudizi morali, dobbiamo intervenire
in modo deciso e radicale. Per farlo, è necessario costruire alleanze con
coloro che sono direttamente colpiti dalle crisi e con gli individui che ancora
credono nell’umanità e nella solidarietà.
A
livello tattico, c’è una forte necessità di costruire nuovi legami con coloro
che stanno subendo le conseguenze della poli -crisi. Trovare il modo di lottare
al loro fianco è il nostro compito principale per il futuro, sia attraverso
nuove forme di alleanze sia attraverso mobilitazioni di massa come gli
scioperi. Non si tratta di chiedere sindacati migliori, ma di politicizzare il
movimento dello sciopero e di dimostrare a livello soggettivo che la lotta può
avere successo.
La
costruzione di alleanze continuerà a essere una parte sostanziale della nostra
pratica in futuro. Soprattutto nella Germania orientale e nelle zone rurali, la
politica di sinistra è impensabile senza queste alleanze. Di fronte all’ascesa
della destra, creare alleanza e solidarietà è una questione di sopravvivenza.
Dobbiamo essere capaci di ottenere vittorie contro gli attacchi reazionari e
prevenire un ulteriore deterioramento delle condizioni. In futuro, ci
proponiamo di valutare i meriti di specifiche alleanze e di ritirarci quando
queste diventino fini a sé stesse. Nel frattempo, diverse crisi stanno colpendo
un numero sempre maggiore di persone, che si tratti di povertà, siccità o
sfollamento causato dalla guerra. Le alleanze tradizionali stanno mostrando i
loro limiti nel rispondere a queste sfide. Cerchiamo nuove alleanze e forme di
organizzazione che uniscano coloro che sono direttamente colpiti e quelli che
sono solidali con loro. Il rifiuto del lavoro rappresenta una potente leva
materiale. Gli scioperi di base, condotti con determinazione, possono essere
più di una semplice lotta per il salario e condizioni di lavoro. Essi
interrompono la normalità capitalistica e possono creare spazi di collettività,
politicizzazione e organizzazione. Queste lotte hanno il potenziale di creare
legami e promuovere solidarietà concreta. Per estendere questa leva oltre la
contrattazione collettiva, dobbiamo sostenere lo sciopero politico come una
strategia praticabile nel medio termine.
Insieme
ad altre reti e gruppi, negli ultimi anni abbiamo sostenuto e accompagnato le
lotte sindacali, ad esempio nel settore sanitario, nei trasporti pubblici e
presso Amazon. Abbiamo contribuito alla politicizzazione degli scioperi, ma
spesso ci siamo limitati a un ruolo di supporto. I sindacati hanno
frequentemente ostacolato questo progresso. Allo stesso tempo, abbiamo cercato
di affermare lo sciopero sociale come strumento all’interno dei movimenti
sociali, come gli scioperi femministi e quelli per il clima. Sebbene ciò abbia
rafforzato l’idea dello sciopero politico all’interno di questi movimenti, la
sua concreta attuazione ha avuto poco successo finora. È necessaria una base
sociale più ampia affinché gli scioperi politici abbiano un impatto significativo.
Quando
il rifiuto e l’interruzione si manifestano in vari settori della società, essi
generano un reale potenziale di contropotere che deve essere costruito e unificato.
La nostra prospettiva è chiara: vogliamo rafforzare le connessioni tra i
diversi movimenti dello sciopero, politicizzare gli scioperi di contrattazione
collettiva e consolidare le basi materiali e sociali degli scioperi sociali,
dagli scioperi salariali a quelli sugli affitti, fino agli scioperi
metropolitani.
In
alcuni settori, osserviamo che le esigenze delle masse si allineano con i
nostri interessi politici. Ne sono un esempio gli sforzi di socializzazione per
combattere la crisi abitativa e le iniziative per affrontare la crisi
climatica. In questi casi, crediamo che tattiche più aperte e potenzialmente
militanti siano destinate a essere riconosciute, portando a interruzioni
materiali tangibili.
Le
azioni di disobbedienza di massa sono state e continuano a essere una
componente centrale della nostra pratica. Sottolineiamo l’importanza di
articolare apertamente le nostre azioni e portare avanti i nostri impegni,
incoraggiandoci reciprocamente a impegnarci in lotte resistenti e radicali
senza farci intimidire dallo Stato e dalle sue istituzioni. Siamo in grado di
realizzare questa ambizione: la disobbedienza di massa si è affermata come
pratica indipendente all’interno di molti movimenti sociali.
Tuttavia,
gli ultimi anni hanno anche rivelato i nostri limiti. La natura periodica delle
azioni ha portato alla loro ritualizzazione, rendendole più facili da
controllare e, di conseguenza, riducendo il loro impatto. L’attenzione al
discorso e il desiderio di espansione hanno avuto un impatto sulle possibilità
di radicalizzazione, ostacolando la formazione di soggettività resistenti. Di
conseguenza, le azioni si sono trasformate in coreografie su larga scala,
limitandosi a blocchi e presidi e ritenendo sufficiente la buona riuscita di
queste iniziative. Cerchiamo di
eliminare questa restrizione alla nostra capacità di agire.
Concordiamo
sulla necessità di trasformare le nostre azioni per interrompere in maniera più
diretta l’operatività delle aziende e della vita quotidiana. Ciò significa
anche ampliare il nostro repertorio di disobbedienza civile di massa al di là
dei blocchi. In questo contesto, la scelta delle tattiche non può prescindere
dalle condizioni sociali e di potere dentro cui queste si inseriscono. Nel
selezionare gli obiettivi e nell’affermare la nostra legittimità, puntiamo
sulla comunicabilità di quel che facciamo. Tuttavia, questo non significa che
dobbiamo accontentare tutti. Dobbiamo invece creare nuovi legami tra diversi
livelli e forme di azione, creare spazio per il nuovo e l’imprevedibile,
sviluppare soggettività militanti, guidare la radicalizzazione delle lotte
sociali e migliorare la nostra capacità di azione a lungo termine. Non vogliamo
più stare semplicemente seduti davanti alle centrali elettriche o alle
fabbriche mentre la catastrofe capitalista continua. Insieme alle masse,
dobbiamo distruggere, appropriarci e smantellare.
Riconoscendo
la portata globale della crisi e il ruolo che la politica tedesca svolge al suo
interno, la lotta transnazionale diventa essenziale, senza trascurare gli
aspetti locali delle nostre lotte. La nostra analisi e la nostra strategia non
possono essere complete senza incorporare le prospettive delle nostre compagne
e dei nostri compagni su scala transnazionale e di quelli del Sud globale.
Rivoltarsi contro le strutture globali della disuguaglianza non è solo un atto
di solidarietà, ma un’urgenza da portare avanti a partire dalla nostra
posizione che si colloca “nel cuore della bestia”. Non abbiamo ancora definito
pienamente il nostro ruolo in questo contesto, ma restiamo aperti e disposti a
imparare insieme ai nostri compagni e alle nostre compagne che si muovono nella
dimensione transnazionale.
In un
sistema globale di sfruttamento e oppressione, la lotta di liberazione deve
essere altrettanto globale. Da una prospettiva de-coloniale,
cerchiamo di imparare dalle lotte di tutto il mondo, mettendo in discussione e
superando i confini nazionali delle nostre azioni politiche. In particolare,
desideriamo relazionarci con le rivolte e i progetti rivoluzionari, come le
strutture autogestite della Siria settentrionale e orientale (Rodava) e la
regione zapatista. Il ruolo distruttivo della Germania è evidente: da un lato,
fornisce armi e conduce missioni militari per sostenere le dittature,
dall’altro, distrugge i mezzi di sussistenza nel Sud globale e nell’Europa
meridionale attraverso il suo modello economico e le politiche di crisi
europee. Siamo consapevoli che ribellarsi a questa devastazione imperiale e
organizzare la più ampia resistenza possibile non è solo un atto di
solidarietà. Siamo nel cuore della bestia, il che comporta una particolare
responsabilità e il potere di agire.
Le
nostre analisi e strategie sarebbero incomplete senza superare le nozioni
eurocentriche e integrare le prospettive dei nostri compagni e delle nostre
compagne del Sud globale. È nostro compito, come sinistra organizzata e
radicale, creare spazi di negoziazione e riflessione critica e solidale.
Inoltre, dobbiamo considerare come fornire risorse e sostegno pratico ai
processi di organizzazione, in particolare quando i nostri compagni dell’Europa
orientale creano alleanze transnazionali e femministe in condizioni avverse –
non come un atto di carità, ma come un mezzo per posizionarci all’interno di
queste lotte. La crescita del contropotere locale è vitale per un progetto di
egemonia di sinistra, sia a livello globale che locale. La questione non è se
il focus debba essere internazionale o locale: queste dimensioni sono
inseparabili. Il capitale opera al di fuori dei confini nazionali e le
relazioni di sfruttamento sono transnazionali. Lo stesso vale per l’emergere di
fratture e linee di rottura all’interno del sistema capitalistico.
Le
proteste contro la crisi e le politiche di austerità europee sono state
un’esperienza importante per noi.
Nel contesto di Block spy, abbiamo combattuto
per le nostre lotte a livello europeo.
Tuttavia,
non siamo riusciti ad avviare un processo di organizzazione più d’impatto e
transnazionale nel quadro della Comune d’Europa.
Una
ragione significativa di ciò è stata che le nostre determinazioni politiche
sono rimaste a livello nazionale e l’internazionalismo è stato spesso
considerato come una semplice solidarietà nord-sud.
In
questo periodo è stata fondata anche la piattaforma Transnazionale Social
Strike (TSS). Nonostante la fine delle mobilitazioni di quel periodo, il TSS è
riuscito a mantenere una struttura transnazionale.
È qui quindi che ci connettiamo a molti dei
nostri ex compagni e a nuove compagne, che vivono e lottano principalmente in
Europa ma anche in altre parti del mondo.
Vogliamo costruire dei collegamenti tra le
nostre lotte e impegnarci in una politica transnazionale nei prossimi anni.
Vogliamo
anche stringere legami più stretti con coloro che si pongono le nostre stesse
domande e che condividono con noi un’intesa politica.
Inoltre, rafforzeremo e intensificheremo i
nostri processi di dialogo e scambio di idee con i nostri compagni e le nostre
compagne del movimento di liberazione curdo, che già operano su scala
transnazionale.
Una
riflessione sulla grande
migrazione
e la sconfitta
dell’internazionalismo.
Connessioniprecarie.org
- Franco Berardi Bifo – (9 agosto 2026) – Sezione Tracce Collettive – Redazione
– ci dice:
Ripubblichiamo
un intervento di Franco Berardi Bifo che, dopo la contestazione simbolica dei
fascisti a Marcinelle, mette a fuoco la centralità politica del lavoro
migrante.
Il tentativo di irruzione di Ceuta ha mostrato
che i movimenti dei migranti non investono solo l’Unione Europea e le sue
normative razziste.
Per
quanto importante e necessario sia denunciarle e, dove possibile, sabotarle, il
problema è come comprendere quei movimenti nei processi di costituzione di una
classe operaia che da multinazionale è diventata transnazionale.
Da
anni questo problema viene accuratamente evitato.
Non lo
fanno i sindacati e non lo fanno i movimenti.
Riproporre
il problema nella sua forma più brutale e diretta è un merito di questo
intervento.
Ceuta.
Luglio 2026- Ph Adri Salido.
Mentre
i razzisti usano la vita e la morte per le loro guerre ibride o meno, mentre il
fascismo conquista il potere in tutto l’Occidente (con l’eccezione della
Spagna) speculando sulla paura dell’onda migrante, da trent’anni ormai noi
internazionalisti brancoliamo nel buio.
Quando
l’autonomia degli operai rendeva possibile la democrazia sociale, non abbiamo
compiuto (e neppure pensato) la ricomposizione del lavoro migrante con la
classe operaia. Siamo riusciti a svolgere soltanto, talvolta, una funzione di
tipo assistenziale.
Solo
in alcuni casi (come quello delle lotte nel settore della logistica) i migranti
si sono riconosciuti nelle lotte del movimento operaio.
La
migrazione non è un fenomeno recente.
Negli
anni ‘50 e ‘60 l’industria europea aveva bisogno di forza lavoro: le fabbriche
dell’auto inglesi importarono così lavoratori giamaicani, le fabbriche francesi
assunsero lavoratori arabi, quelle tedesche chiamarono lavoratori turchi, e le
fabbriche del nord italiano si riempirono di lavoratori calabresi.
In
molti casi quei migranti si integrarono a contatto coi loro compagni, e la
solidarietà di classe spazzò via il razzismo: i calabresi furono avanguardia a
Mirafiori, gli arabi del “Mouvement des travailleurs arabes” condussero le
lotte alla Renault, e i giamaicani cambiarono per sempre la scena culturale e
sociale della periferia londinese: la fusione di movimenti anti-colonialisti e
movimento operaio trasformò la migrazione in un processo di trasformazione
culturale.
Ma nel
nuovo secolo il rapporto tra migranti e metropoli capitalista si è rovesciato.
Dopo
gli anni Novanta, la globalizzazione del mercato del lavoro ha disintegrato la solidarietà
di classe e usato i flussi migranti come fattore di precarizzazione, provocando
reazioni razziste in vasti settori della popolazione.
Non
abbiamo saputo elaborare sul piano teorico la nuova gigantesca ondata di
migrazione, né abbiamo saputo organizzarla sul piano sociale. Siamo stati
capaci soltanto di una protesta etica e umanitaria contro la violenza razzista.
È
meglio che niente, ma non basta.
L’effetto
politico della nostra incapacità di elaborare la questione migrante lo vediamo
bene: disintegrazione della solidarietà sociale, conflitto razziale e fascismo,
fine della democrazia.
Fin
dalla sua origine, il pensiero marxista non comprese il senso della
colonizzazione (Marx salutava la colonizzazione dell’India che avrebbe portato
le ferrovie, l’industria e avrebbe creato la classe operaia).
Nel
secondo dopoguerra i partiti stalinisti sposarono gli interessi nazionali
contro il processo di decolonizzazione, come accadde in Francia durante la
guerra d’Algeria.
Al
tempo stesso i movimenti di liberazione dal colonialismo rimasero spesso
intrappolati dal nazionalismo e dall’identitarismo razziale o religioso.
Su
questa sconnessione tra movimento operaio e movimento anti-coloniale si è
fondata la controffensiva imperialista globale che ha mirato a rompere il
fronte operaio grazie all’inserimento di settori di lavoro migrante, e che ha
usato l’emarginazione e la clandestinità per far lavorare i migranti a salari
sempre più bassi.
Il
capitalismo europeo ha usato la migrazione per distruggere l’organizzazione
operaia, e abbassare il salario, mentre i governi razzisti d’Europa
intrappolavano la migrazione nella clandestinità e nello schiavismo, oppure nel
respingimento: morti in mare, campi di concentramento.
La
gigantesca onda migrante ha cambiato la vita sociale e il panorama urbano, ma
non siamo riusciti a integrarla nel fronte del lavoro.
Non
basta comprendere la genesi storica della migrazione, non basta sapere che il
colonialismo ha impoverito i territori e costretto le popolazioni
all’emigrazione. Né basta sapere che il cambio climatico ha peggiorato le
condizioni di gran parte del sud del mondo, accentuando la pressione
migratoria.
Neppure
basta affermare il dovere etico dell’accoglienza, né ripetere che nessun essere
umano è illegale, e rivendicare il diritto degli umani a muoversi con la stessa
libertà con cui si muovono i capitali.
Né la
comprensione storica né la reazione etica sono bastate a fare del lavoro
migrante componente della composizione di classe operaia. Un processo di
soggettivazione autonoma e solidale delle diverse componenti culturali
religiose ed etniche del flusso migrante è stato quasi sempre impossibile: di
conseguenza la migrazione ha avuto un effetto dirompente sulla solidarietà
sociale, spingendo a destra gran parte dei lavoratori.
La
ragione principale della nostra sconfitta, la ragione principale del ritorno
della barbarie razzista e fascista sta in questa nostra incapacità di integrare
il lavoro migrante (non nell’Occidente multiculturale), ma nella composizione
solidale del lavoro dipendente.
Poteva
andare altrimenti? Potrà andare altrimenti in futuro?
Non ho
risposta a questa domanda, ma occorre porsela, non solo per ragioni storiche.
Dalla
risposta a questa domanda dipende il futuro di tutto: della democrazia, della
pace, della solidarietà sociale.
Salvini,
i confini della nazione
e
quelli del diritto.
Micromega.net
- Cinzia Sciuto – (16 Settembre 2024) – il contrappunto – Redazione – ci dice:
Salvini
dichiara di difendere i confini italiani, ma quelli fra poteri dello Stato non
li capisce né li rispetta e di certo non li difende.
Salvini,
i confini della nazione e quelli del diritto.
In un
video degno di una serie tv di pessima qualità, Matteo Salvini si è dichiarato
colpevole.
Non
ovviamente dei reati di cui è accusato – sequestro di persona e rifiuto di atti
di ufficio – in relazione alla mancata autorizzazione allo sbarco in Italia
della nave Open Arms con a bordo 147 persone, ma addirittura – udite, udite –
di “aver difeso i confini nazionali”.
Se non
fosse un ministro della Repubblica e se non stessimo parlando della vita di
centinaia di persone, farebbe quasi tenerezza:
voleva
fare l’eroe, voleva assolutamente difendere i confini nazionali e – visto che
non c’erano minacciosi eserciti all’orizzonte – ha dovuto accontentarsi di fare
la guerra a 147 disperati su una nave cercando di convincere “la Nazione” che
rappresentassero un pericolo.
Peccato che i PM di Palermo abbiano ritenuto
che la difesa dei confini non c’entrasse nulla con le decisioni del ministro,
decisioni prese esclusivamente per fini politici e che secondo i PM hanno
violato, esse sì, i confini del diritto.
Salvini
incarna in maniera esemplare un tipo umano molto diffuso, quello che fa la voce
grossa con i deboli, e poi se la dà a gambe levate di fronte ai pericoli veri.
Speriamo di non doverlo mai verificare nella realtà, ma il vago sospetto che di
fronte a un pericolo reale (che so io: una potenza militare tipo la Russia di
Putin che volesse invaderci per davvero) la voce grossa lascerebbe il posto a
timidi miagolii c’è.
Istantanea
si è alzata la levata di scudi dei suoi sodali contro la solita magistratura
politicizzata che interferirebbe con il potere politico.
Sono intervenuti sia Giorgia Meloni sia Antonio Tajani
a sostegno di Salvini, dimenticando di essere, prima che leader politici,
esponenti di governo, ossia di uno dei tre poteri la cui separazione
rappresenta il fondamento dello stato di diritto, come ha ricordato
l’Associazione nazionale magistrati.
È almeno dai tempi di Tangentopoli che ogni
volta che i magistrati indagano sui politici si solleva la teoria dello
“scontro” fra magistratura e politica. Uno “scontro” che in verità è un attacco
della politica nei confronti dei magistrati. C’è un elemento che sfugge in
questo dibattito: i magistrati applicano – con tutte le garanzie previste dal
nostro ordinamento – leggi che è proprio il potere politico a definire.
Se il
potere politico ritiene che chi ricopre incarichi di governo o amministrativi
debba essere immune dal controllo del potere giudiziario (come del resto già è
previsto per i parlamentari che non possono essere indagati se non previa
autorizzazione a procedere del ramo del parlamento a cui appartengono, cosa che
è accaduta anche nella vicenda in questione), che facciano una legge per
estendere l‘immunità a ministri, sottosegretari, presidenti di regione,
assessori, sindaci, consiglieri comunali e via elencando. Fino a che però
questo non accade, non si può certo pretendere che siano i magistrati a loro
discrezione a decidere di non indagare – avendo notizia di reato – su chi
ricopre una carica politica con il ricatto di interferire così con la volontà popolare.
L’intervento dell’autorità giudiziaria è
sempre, per definizione, una interferenza. Interferisce infatti con il normale
andamento di una attività, ma “non disturbare il manovratore” non mi pare che
sia un criterio a cui vorremmo che i nostri magistrati si conformassero.
Dalle
reazioni scomposte e indignate del governo risulta evidente che il gene
berlusconiano dell’allergia ai giudici si è irrimediabilmente diffuso in tutta
la destra italiana, che è incapace di reagire alle iniziative dei magistrati
con la sola risposta degna di rappresentanti delle istituzioni: il silenzio.
E
invece Salvini chiama alle barricate:
previsti banchetti e volantini ai gazebo della
Lega nelle prossime settimane, almeno fino al raduno di Pontida del 6 ottobre e
probabilmente fino al 18 ottobre, giorno in cui si terrà l’arringa difensiva
dell’avvocata Giulia Bongiorno e per il quale – stando al Corriere della Sera –
il ministro dei Trasporti ha precettato tutti i parlamentari della Lega per una
manifestazione davanti il tribunale di Palermo.
Un uso
strumentale e personalistico della funzione pubblica a cui confidiamo i
parlamentari si sottrarranno.
Con
poche speranze, per la verità.
Sofo
(FDI): “In Europa, per la difesa
delle
identità e dei confini.”
Affaritaliani.it
– Eleonora Buboli – (9 maggio 2024) – Redazione – ci dice:
Vincenzo
Sofo, in corsa con Fratelli d’Italia per un secondo mandato a Bruxelles:
“Europa sia sovrana nella gestione di sicurezza, frontiere, dati e tecnologie.”
Vincenzo
Sofo “In Europa, per la difesa delle identità e dei confini.”
“Immigrazione,
difesa delle identità e diritti civili sono temi cruciali per il nostro Paese e
il nostro continente. Rappresentato i rischi e le opportunità per l’Europa”.
Vincenzo
Sofo, candidato con Fratelli d’Italia nel Nord-Ovest, corre per una riconferma
come eurodeputato.
Eletto
al Parlamento europeo in quota Lega 5 anni fa per la circoscrizione Sud, ha
lasciato il partito di Salvini tre anni fa – in polemica con l’ingresso nel
governo Draghi – e ora da esponente di Fratelli d’Italia e del gruppo ECR corre
per il partito di Giorgia Meloni. L’intervista ad Affaritaliani.it.
Quali
sono i temi da porre al centro della prossima legislatura?
I temi
principali sono la difesa delle identità e le istanze dei territori che
rappresentiamo.
Ho
fatto 5 anni da parlamentare europeo in cui sono stato il rappresentante di
Fratelli d’Italia nella Commissione Affari Interni, che si occupava di
immigrazione e diritti civili, temi cruciali.
Oltre
ai temi legati all’economia e alle follie pseudo green come la direttiva sulle
case e i ritmi della transizione energetica assolutamente insostenibili, c’è un
tema identitario:
che
Europa vogliamo per i prossimi 50 anni?
Siamo
di fronte a ondate migratorie che se non gestiamo bene rivolteranno la
composizione e la tenuta sociale del nostro continente. Lo vediamo già in
Francia e Belgio.
Siamo
di fronte a una battaglia per salvaguardare i principi cardine e i fondamenti
della civiltà europea.
L’Europa ha senso come civiltà ma se
distruggiamo i pilastri della civiltà a colpi di “cancel culture” e” ideologia
woke” distruggiamo la base di un’Europa che si è definita come tale.
Altra
sfida è l’intelligenza artificiale.
Ha
denunciato i rischi portati da quella che ha definito “ideologizzazione degli
algoritmi per imporre l’ideologia woke e del politicamente corretto
sponsorizzata dalle sinistre”.
Vede
questo rischio? È soddisfatto delle risposte contenute nell’”AI Act”?
L’intelligenza
artificiale è un tema molto delicato e importante perché da una parte c’è il
progresso tecnologico, che dobbiamo sostenere, ma anche qui c’è un problema di
sovranità:
come Europa ci siamo fatti trovare in
colpevolissimo ritardo e oggi la tecnologia che utilizziamo è in mano a potenze
straniere, Usa e Cina, e questo porta un tema di sovranità dei nostri dati
personali.
Ora è
un tema di dibattito a Bruxelles il fatto di chi detenga tutte quelle che sono
le informazioni riguardanti i cittadini europei.
Dobbiamo
essere capaci di sviluppare una tecnologia europea per essere sovrani dal punto
di vista tecnologico.
Poi c’è un tema etico: l’AI pone una serie di problemi
sulle conseguenze che può avere sul lavoro.
Di
recente è uscito un report di Goldman Sachs che spiega come l’intelligenza
artificiale metta a rischio 300 milioni di posti di lavoro nel mondo,
soprattutto nei Paesi più sviluppati.
Dobbiamo
riflettere a un ripensamento totale e drastico.
Già
oggi in Europa abbiamo il 20% della popolazione che rasenta la soglia di
povertà.
L’Ai
Act è un primo piccolo tassello, noi non ci siamo opposti, ma ancora siamo
lontanissimi dal proporci come attori protagonisti in questo scenario
rivoluzionario.
Dobbiamo
porci il tema etico a 360 gradi. Il tema anche della sorveglianza e social
scoring già viene toccato in quel documento ma va approfondito e sviluppato.
L’Europa
ha cercato di dare risposte comuni anche sulla migrazione. Soddisfatto
dell’ultimo Patto votato dal Parlamento?
Sulla
migrazione, quello votato in Parlamento è sicuramente un documento migliorativo
rispetto alla proposta iniziale che era passata nella mia Commissione di
competenza.
Quello
era un manifesto immigrazionista a tutto tondo. Poi grazie alla mediazione
fatta dal Consiglio europeo, e dai governi di destra che siedono nel Consiglio,
siamo arrivati a una forza di compromesso che fa passi in avanti dal punto di
vista delle procedure di rimpatrio e dei controlli alle frontiere su chi
arriva. Ma non fa passi in avanti nel dossier sulla gestione dell’asilo e della
migrazione che noi in Parlamento europeo come Fdi abbiamo votato contro, per il
fatto che non affronta il tema della ripartizione dei migranti tra Stati
europei. È una soluzione che non affronta i problemi dei Paesi di primo approdo
che si trovano da soli a dover gestire l’accoglienza e soprattutto non affronta
il vero problema, che non è ripartire e ricollocare ma fare in modo che non
arrivino, non farli partire. Abbiamo iniziato ad affrontarlo come Italia,
grazie ai memorandum con la Tunisia che sta portando a cali del 70% dei flussi
migratori illegali. Lo ha ammesso lo stesso Commissario europeo
all’immigrazione, che nella prossima legislatura occorre porsi il problema di
un’azione esterna che metta dei filtri. Finché non c’è questo non possiamo
dirci soddisfatti. Chi ha attaccato il governo Meloni dicendo di aver promesso
il blocco navale e non averlo fatto, noi rivendichiamo come soluzione il blocco
navale ma abbiamo sempre parlato di blocco navale europeo, operazione militare
europea per chiudere quelle frontiere. Non può farlo da sola l’Italia. C’è
bisogno di un’operazione congiunta dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo:
anche Spagna, Francia, Grecia. Peccato che la Spagna e la Francia hanno detto
no a questa soluzione.
Cosa
ne pensa del voto contrastante sulla riforma del Patto di Stabilità?
Penso
che con il Recovery Fund poi declinato in PNRR abbiamo fatto un passo in
avanti, oltre l’Europa dell’austerity, verso l’Unione come soggetto investitore
e costruttore. Poi credo anche che il PNRR sia stato mal declinato in fase di
negoziazione iniziale da parte del governo giallo-rosso.
Il problema è che ora non possiamo annullare
questo passo avanti con il ritorno alle regole del Patto di Stabilità che fanno
tornare indietro di 10 anni.
Non
possiamo andare avanti alimentando il debito pubblico perché anche questo pone
problemi di sovranità.
Ma dopo la crisi del Covid e quella
inflazionistica non possiamo chiudere le maglie del welfare state per porre
solo delle regole di pareggio di bilancio.
Torna un problema atavico, storico, che va
risorto: la divergenza tra i paesi del Nord e del Sud Europa.
La
leader del suo partito, e presidente del Consiglio, corre da capolista per le
europee. Lo fanno anche altri leader italiani come la segretaria Schlein e il
vicepremier Tajani.
È un unicum
italiano? Meloni è anche l’unica premier candidata tra i Paesi europei.
Non è
strano che Meloni sia l’unico premier a candidarsi. La corsa alle europee dei
leader di partito come capilista fa parte delle strategie che i partiti si
danno in questa competizione. Chi sottolinea il fatto che sia una cosa
tipicamente italiana dice il vero ma si dimentica di dire tutta la verità. È
tipicamente italiano alle elezioni europee avere circoscrizioni territoriali e
preferenze.
Noi
siamo l’unico grande Paese europeo che ha questo sistema elettorale per le
europee. In Francia e Spagna ci sono liste elettorali bloccate.
Avere
un sistema di questo tipo implica scelte di questo tipo.
Nella
scorsa legislatura come rappresentante della circoscrizione Sud ha portato
avanti battaglie attente al territorio la Statale 106, sulla dosale ionica. Da
eventuale rappresentante del Nord-Ovest porrà al centro infrastrutture e
territori?
Continuerò
a battermi per la realizzazione delle infrastrutture perché penso siano
fondamentali per lo sviluppo dei territori. Penso che dobbiamo ripensare il
nostro modello di sviluppo dei territori, in Italia e in Europa. il modello
della concentrazione di servizi, infrastrutture e opportunità in poche grandi
città, il famoso “modello delle città Stato” che anche a Milano a un certo
punto ha preso piede è fallito. Lo abbiamo visto anche con il Covid e il moto
di reazione dei cittadini che hanno capito quanto sia insostenibile vivere in
queste città, anche a causa di politiche portate avanti da alcune Giunte come
quella di Sala. Dobbiamo invece redistribuire queste risorse e sviluppo anche
nei territori di provincia per de-metropolizzare, dare respiro e far vivere
tutti i territori. Le aree interne sono fondamentali, le città intermedie
anche. Dobbiamo valorizzare tutti i territori e avere un’armonia di sviluppo.
Meloni
sembra avvicinarsi a Ursula von der Leye. Come valuta la sua presidenza alla
Commissione?
L’operato
della presidente von der Leyen lo valuto non sufficiente. È innegabile che
nell’ultima fase del suo mandato abbia cercato di correggere la sua rotta e
avvicinarsi alle istanze delle destre, ad esempio sulle politiche migratorie.
Chi
vede come suo successore?
Non si
sceglie un presidente del Consiglio nemmeno in Europa. Sono elezioni
proporzionali, si votano i partiti e si vede poi la coalizione che ha la
maggioranza: sulla base di questo si fanno le trattative. Il nostro obiettivo è
impedire una nuova maggioranza Ursula, una maggioranza di centrosinistra, e
arrivare a una maggioranza di centrodestra. È il consiglio europeo a scegliere
il presidente della Commissione, non è un tema da Parlamento europeo. Il Ppe ha
indicato von der Leyen che già è stata azzoppata da una parte del partito
stesso e vediamo in base ai numeri chi avrà l’onore e l’onere di indicare un
nome e che tipo di programma porterà avanti. Noi l’alleanza con la sinistra non
la faremo mai.
Come
valuta un eventuale ruolo di Draghi in Europa? Lei è uscito tre anni fa dalla
Lega proprio in contrasto all’appoggio di Salvini al governo Draghi.
Ho contestato
l’operazione Draghi. È stato proposto come presidente del Consiglio di un
governo di centrosinistra e sono uscito dalla Lega il giorno stesso in cui
Salvini ha preso parte al governo. Se domani mi dovessi trovare Draghi al
governo di un centrosinistra in Europa il giudizio sarà esattamente lo stesso.
La
Lega è spaccata sulla candidatura divisiva del generale Vannacci. Cosa ne
pensa?
Sono
molto sovranista su questo. Sono cose interne alla Lega. Compete a loro
gestirle e commentarle. Rispetto le loro scelte ma non ci entro dentro.
È
infine soddisfatto dei candidati per il Nord-Ovest?
Si.
Inoltre, è molto stimolante sapere che ci sfideremo con capilista come Ilaria
Salis, Emma Bonino, Cecilia Strada o candidati come Zan. Sarà stimolante far
confrontare due idee chiaramente opposte di società e di Europa. Una figura
come la mia sarà nettamente contrapposta a queste candidature che esprimono la
sinistra.
Content
Revolution.
Russia,
la storiaccia del briefing segreto rivelato dal Nyt: “L’obiettivo (mai
dichiarato) di Putin è far collassare Ue e Nato”.
Affaritaliani.it – Esteri – 10 maggio 2025 –
Putin – Content Revolution – ci dice:
Ecco
entro quando:
Vladimir
Putin avrebbe fissato come obiettivo militare per il 2026 il collasso
dell’Unione europea e della Nato dall’interno. È quanto rivela un’inchiesta del
New York Times sulle interferenze russe in Moldavia, basata su interviste con
attivisti coinvolti nelle iniziative di Mosca, alti funzionari delle forze
dell’ordine e della sicurezza moldave, e più di una mezza dozzina di funzionari
dell’intelligence europea e americana. Secondo la ricostruzione del quotidiano
americano, poco dopo la riunione allargata del Consiglio del ministero della
Difesa russo, nel dicembre 2025, Putin avrebbe tenuto un briefing riservato con
i comandanti militari, annunciando che l’obiettivo per l’anno in corso era “il
collasso della Nato e dell’Ue dall’interno”. Una dichiarazione che stride con
quanto affermato pubblicamente dallo stesso Putin proprio in quello stesso
mese, quando aveva liquidato come “bugie, assurdità” e “isteria” le accuse di
una minaccia russa ai Paesi europei. Nella strategia delineata durante il
briefing, la Moldavia avrebbe dovuto giocare un ruolo centrale nel
raggiungimento dell’obiettivo, secondo quanto riportato dal Nyt.
Le
priorità del Cremlino.
Stando
alle valutazioni dei funzionari dell’intelligence occidentale sentiti dal
quotidiano, nella gerarchia delle priorità di Mosca la conquista dell’Ucraina
resta l’obiettivo primario, mentre la presa di controllo della Moldavia si
colloca al secondo posto. Pur non facendo parte né dell’Unione europea né
dell’Alleanza atlantica, il piccolo Paese ha una posizione strategicamente
cruciale, stretto tra i confini della Nato e quelli dell’Ucraina. Secondo le
fonti citate dal NYT, la Moldavia rappresenterebbe agli occhi del Cremlino un
trampolino di lancio ideale per ulteriori aggressioni contro l’Ucraina o l’Occidente.
Putin, sempre secondo queste ricostruzioni, punterebbe ancora a impadronirsi
dell’Ucraina meridionale per creare un corridoio terrestre in grado di
collegare i territori occupati fino alla stessa Moldavia.
L’inchiesta
si inserisce in un contesto di interferenze russe contro Chisinau che si
trascina ormai da tempo. La presidente moldava Maia Sandu, rieletta per un
secondo mandato nel novembre 2024 nonostante quelle che l’intelligence locale
aveva definito “massicce interferenze” russe, ha più volte denunciato
pubblicamente i tentativi del Cremlino di destabilizzare il Paese attraverso
una combinazione di attacchi informatici, manipolazione della Chiesa ortodossa,
riciclaggio di denaro e campagne di disinformazione. Anche le elezioni
parlamentari del settembre 2025 erano state accompagnate da una vasta
operazione di ingerenza: le autorità moldave avevano denunciato tentativi di
comprare centinaia di migliaia di voti e diffuso false accuse contro la stessa
Sandu attraverso reti di bot e siti che imitavano testate giornalistiche
legittime. Un quadro che, alla luce delle rivelazioni del New York Times,
assumerebbe ora i contorni di una strategia militare esplicitamente pianificata
al vertice del Cremlino, e non solo di una serie di iniziative isolate.
“201
civili russi uccisi a luglio dagli attacchi ucraini”
Sul
fronte opposto della narrazione, Mosca continua a denunciare un bilancio di
vittime civili legato agli attacchi ucraini.
Secondo un rapporto di “Rodion Miroshnik”,
inviato speciale del ministero degli Esteri russo, riportato dall’agenzia di
stampa Tass, almeno 201 civili russi sarebbero stati uccisi e altri 1.441
feriti nel mese di luglio, a causa di attacchi ucraini sia sul territorio russo
sia nelle regioni ucraine annesse da Mosca nel 2022.
Secondo il diplomatico, oltre il 90% delle
vittime del mese sarebbe riconducibile ad attacchi di droni, un uso “crescente”
che Miroshnik attribuisce direttamente ai finanziamenti dell’Unione europea per
l’acquisto di droni da parte di Kiev, in particolare al prestito da 90 miliardi
di euro concesso da Bruxelles per la “militarizzazione” ucraina.
Sempre
secondo il rapporto russo, il numero di civili feriti sarebbe quadruplicato
dall’inizio dell’anno, passando da 387 casi a gennaio a 1.739 a luglio, per una
media giornaliera di sette morti e 49 feriti. Le regioni più colpite
risulterebbero quelle di confine di Belgorod e Kursk, rispettivamente il 30,16%
e il 20,57% degli attacchi totali, seguite dalla regione ucraina annessa di
Kherson (16,77%); nel complesso, secondo Mosca, gli attacchi ucraini avrebbero
colpito 41 regioni russe, anche lontane dalla linea del fronte.
Un
dato che, secondo il rapporto, troverebbe conferma anche nelle rilevazioni del
progetto indipendente russo “Conflict Intelligence Team” (CIT), che a luglio ha
registrato complessivamente 634 vittime civili in entrambi i Paesi, di cui
circa il 30% in territorio russo o nelle aree ucraine controllate dalle forze
armate di Mosca.
Il
potere dei confini.
Huffingtonpost.it
- Joel Casini – (22 ottobre 2025) – Redazione – ci dice:
Il
potere dei confini.
Al
centro del Mediterraneo c'è un Paese che potrebbe essere l'interfaccia naturale
tra Europa, Africa e Medio Oriente.
Un ponte tra tre continenti, cinque religioni,
dozzine di culture.
Eppure,
negli ultimi trent'anni, l'Italia sembra aver smarrito la memoria di cosa
significhi abitare un confine.
Nel
1947, un diplomatico italiano di nome” Pietro Quaroni “sedeva nel suo ufficio a
Mosca, contemplando una verità paradossale:
l'Italia aveva perso la guerra, ma stava
vincendo la pace.
Mentre le grandi potenze si fronteggiavano
attraverso la Cortina di Ferro, l'Italia – povera, frammentata, politicamente
instabile – scopriva di possedere qualcosa di prezioso: si trovava esattamente
nel posto giusto.
Non al
centro dell'impero, non ai margini del nulla, ma sulla linea di demarcazione
tra due mondi.
Questa
posizione le garantì aiuti economici massicci, basi militari americane,
investimenti sovietici discreti, e una libertà di manovra diplomatica che
nazioni più "centrali" non potevano permettersi. L'Italia aveva
imparato una lezione antica: il vero potere non sta sempre nel cuore
dell'impero, ma spesso nei suoi confini.
Siamo
portati a vedere i confini come luoghi pericolosi, da cui fuggire. Eppure le
civiltà più innovative sono fiorite proprio lì: la Grecia all'intersezione tra
continenti, le città della Via della Seta come crocevia di imperi, Venezia tra
Occidente e Oriente.
Perché?
Perché i confini sono luoghi di traduzione.
Le
idee si confrontano, si ibridano, si trasformano.
La doppia competenza culturale diventa
necessità di sopravvivenza.
E la
necessità è la madre dell'innovazione.
Durante
la Guerra Fredda, l'Italia si trovò ad abitare un confine ideologico totale.
Formalmente membro della NATO, ospitava il più grande partito comunista
dell'Occidente. Riceveva fondi del Piano Marshall mentre i sindacati guardavano
a Mosca. Questa contraddizione le permetteva di mantenere canali con entrambi i
blocchi, di mediare, di beneficiare di aiuti da entrambe le parti. Il pattern è
chiaro: quando due sistemi si fronteggiano, chi abita il confine può giocare su
entrambi i tavoli.
Al
centro del Mediterraneo c'è un Paese che potrebbe essere l'interfaccia naturale
tra Europa, Africa e Medio Oriente. Un ponte tra tre continenti, cinque
religioni, dozzine di culture.
Eppure,
negli ultimi trent'anni, l'Italia sembra aver smarrito la memoria di cosa
significhi abitare un confine. Ha interiorizzato un'identità periferica: troppo
a sud per essere pienamente europea, troppo europea per essere ponte verso il
Sud.
Il
risultato? Il Mediterraneo – un mare che per millenni è stato il centro della
storia umana – è oggi uno dei luoghi meno compresi strategicamente.
È
diventato una barriera più che un connettore.
Migliaia annegano cercando di attraversarlo,
mentre l'Europa costruisce muri invisibili.
L'Africa
accelera demograficamente ed economicamente, ma l'Europa guarda altrove.
L'Italia
avrebbe tutti gli strumenti per diventare il grande mediatore di questa
transizione. Ha la posizione geografica, la storia culturale, le connessioni
con tutte le sponde del Mediterraneo. Ma le manca qualcosa di essenziale: la
volontà di pensarsi come confine.
Non
basta trovarsi su un confine. Bisogna sapere di esserci e decidere di giocare
quel ruolo. I popoli di confine di successo sono sempre stati traduttori – non
solo linguistici, ma culturali ed economici.
E
hanno avuto il coraggio dell'autonomia:
chi si
limita a essere campo di battaglia altrui diventa vittima, chi negozia e impone
la propria agenda diventa protagonista.
Viviamo
in un'epoca paradossale. La globalizzazione sembra aver cancellato i confini.
Eppure
non sono mai stati così rigidi: muri, barriere migratorie, guerre commerciali,
frammentazione di internet. Il mondo è simultaneamente più connesso e più
diviso.
I veri
vincitori saranno coloro che sanno stare a cavallo dei confini. Non chi li nega
o li fortifica, ma chi li attraversa con intelligenza. Le aziende che operano
in ecosistemi normativi differenti. Le persone con competenze ibride. Le
nazioni che possono mediare tra blocchi.
L'Italia
ha tutto ciò che serve.
Ma serve un cambio di prospettiva radicale:
smettere
di pensarsi come periferia di qualcun altro e iniziare a pensarsi come centro
di connessioni possibili.
La
Germania verso un autunno
decisivo:
Merz, AFD e
la
crisi dell’industria.
Triesteallnews.it
– (14 Agosto 2026) - Stefano Silvio Dragoni -
EDITORIALI
GEOPOLITICA IN PRIMO PIANO.
Crisi Germania.
Premessa
– Mentre ci apprestiamo a vivere questa intensa settimana di Ferragosto, i
media nazionali concentrano grande attenzione alle vicende interne, rivolgendo
unicamente un pallido sguardo al di là dei confini dove, invece, assistiamo a
decise fibrillazioni politiche che ci potrebbero riguardare molto presto.
Sto
parlando della Germania o, per meglio dire, della crisi politico ed economica
che sta vivendo Berlino con possibili accelerazioni nel prossimo autunno.
Nei
dibattiti televisivi in Germania e sui principali organi di stampa tedeschi,
sta affiorando l’ipotesi di un prossimo cambio alla Cancelleria e di una
vittoria dell’estrema destra di Alternativa per la Germania, AFD, nelle
prossime consultazioni in Sassonia-Anhalt il 6 settembre, poi a Berlino e nel
Meclemburgo-Pomerania Anteriore due settimane dopo.
Oggi cercheremo di meglio decifrare questi “rumors”
che sembrano evidenziare una crisi strutturale della Germania con sicure
conseguenze negative per l’intera area Euro.
Un
possibile cambio alla Cancelleria.
Recentemente
la nota giornalista tedesca “”Nette Nöstlinger nel descrivere la difficile
situazione politica in seno alla coalizione di governo guidato dal cancelliere
Friedrich Merz, non ha escluso la possibilità di un possibile cambio della
guida politica del Paese qualora la situazione generale non dovesse migliorare
nel breve periodo.
In
particolare, le cruciali elezioni regionali di settembre, in cui il partito di “estrema
destra Alternativa per la Germania” (AFD) manifesta concrete possibilità di
conquistare il potere in uno stato tedesco per la prima volta, stanno
evidenziando la possibilità concreta del cd Kanzlertausch , ovvero di uno
scambio di cancellieri, in autunno.
Inoltre,
all’interno della variegata realtà politica dell’Unione Cristiano Democratica
(CDU) di centro-destra di Merz, sempre più in trepidazione anche a causa di un
rimpasto di governo non gradito, si sta parlando apertamente della necessità di
sostituire il leader, ricordiamolo, a solo poco più di un anno dal suo
insediamento.
Merita
precisare, che gli ultimi sondaggi indicano che l’AFD potrebbe ottenere la
maggioranza assoluta in Sassonia-Anhalt il 6 settembre, potrebbe vincere nel
Meclemburgo-Pomerania Anteriore e ottenere buoni-ottimi risultati a Berlino
nelle elezioni previste il 20 settembre successivo.
Secondo
la stampa tedesca, i conservatori della CDU dovranno necessariamente arginare
la possibile vittoria di AFD nell’est, sostituendo il leader che, ad oggi, gode
di bassissimi indici di gradimento popolare.
Merita
evidenziare che nella Germania del dopoguerra, solo tre cancellieri in carica
sono stati “sostituiti” da un politico dello stesso schieramento: nel 1963,
quando l’ottantasettenne Konrad Adenauer si dimise per lasciare il posto a
Ludwig Erhard; nel 1966, dopo il crollo della coalizione di Erhard ; e nel
1974, quando il socialdemocratico Willy Brandt fu costretto alle dimissioni a
seguito del famoso scandalo di spionaggio.
Secondo
l’autorevole Der Spiegel, Hendrik Wust, il primo ministro del Land della
Renania Settentrionale-Vestfalia, viene in queste ore indicato come possibile
principale candidato alla Cancelleria.
In
tale contesto, sempre secondo diversi opinionisti tedeschi, qualora Merz fosse
costretto a dimettersi, non si esclude altresì il ricorso ad elezioni
anticipate a solo due anni dallo scioglimento della precedente coalizione di
centrosinistra.
In
merito, recentemente, Kaki Alzheimer, professore di scienze politiche
all’Università di Magonza, ha affermato che la frammentazione del sistema
partitico tedesco, in cui i partiti centristi devono formare coalizioni a volte
difficili per impedire ai partiti marginali, sempre più popolari, di salire al
potere, ha innescato un deciso cambiamento. “Rispetto agli anni ’70 e ’80, la
Germania ha vissuto un periodo di relativa instabilità politica per un tempo
piuttosto lungo”, ha affermato. “Tuttavia, rispetto agli standard ormai
consolidati in molti altri Paesi europei, si potrebbe anche dire che la
Germania è semplicemente giunta a un punto in cui altri Paesi si trovavano già
da tempo”.
Ovviamente
in seno alla variegata coalizione di governo formata oltre che dalla CDU di
Merz, dal suo partito gemello bavarese, l’Unione Cristiano-Sociale (CSU), e dai
Socialdemocratici, nel timore di elezioni anticipate, giungono accorati appelli
alla moderazione, ribadendo la piena fiducia al Cancelliere.
Sembra
di rivedere scenari italiani di un tempo, i cd governi balneari di breve
durata, esecutivi di transizione li chiamavamo.
Queste
continue criticità derivano ovviamente dall’esito degli ultimi sondaggi che a
livello nazionale indicano l’AFD come il partito più popolare con circa il 30%
dei consensi, mentre i conservatori di Merz si attesterebbero solo al 21%. Allo
stesso tempo, unicamente il 13% dei tedeschi si dichiara soddisfatto
dell’operato di Merz, secondo l’ultimo sondaggio da parte di ARD-Deutschland Trend;
il punteggio più basso mai registrato da un cancelliere in carica.
Questo
crollo di consensi di Merz deriverebbe non solo dal fallimento delle misure
adottate dal governo volte al rilancio della stagnante economia, ma anche in
vista di asserite profonde riforme in materia di pensioni e sanità, che se
attuate, comporteranno importanti costi aggiuntivi per il cittadino medio.
(tagesschau.de/inland/deutschlandtrend).
(infratest-dimap.de/umfragen-analysen/bundesweit/ard-deutschlandtrend/).
(spiegel.de/politik/deutschland/friedrich-merz-wie-die-cdu-an-ihrem-kanzler-verzweifelt-a-a67e797f-9d56-4d05-bbee-35cd107094f8).
(politico.eu/article/friedrich-merz-chancellor-swap-cdu-afd-germany-political-crisis/).
Il
comparto automobilistico tedesco affronta una crisi senza precedenti.
Alla
fine del primo semestre del 2026 gli occupati nel settore sono risultati essere
691.500, il livello più basso dal 2005. In un solo anno sono andati persi
42.300 posti, pari a un calo del 5,8%. Per meglio comprende una crisi che non
sembra poter essere risolta in tempi brevi, oggi daremo un breve sguardo al
gruppo Porsche e Volkswagen.
La
crisi della Porsche.
Il 12
agosto 2026.
La
prestigiosa casa automobilistica tedesca Porsche, in grave difficoltà
finanziaria, avrebbe deciso di interrompere la produzione della Taiwan, il suo
modello di punta completamente elettrico, entro il 2030, a causa del costante
calo delle vendite.
Lo
scorso anno Porsche aveva annunciato una significativa riduzione dei suoi piani
per i veicoli elettrici (EV) a causa di una domanda inferiore alle aspettative,
che si aggiunge alle difficoltà che vanno dal calo delle vendite in Cina ai
dazi penalizzanti statunitensi.
Lanciata
nel 2019, la Taiwan avrebbe dovuto sottolineare l’impegno del gruppo di
Stoccarda in un importante percorso di allontanamento dai motori a combustione
interna. Ma le vendite sono in calo, da quasi 41.000 nel 2023 a sole 16.000 lo
scorso anno, e appena 6.000 nella prima metà del 2026.
L’intero
settore automobilistico tedesco è in crisi a causa della debole domanda in
Europa, della volatile politica commerciale statunitense, della tiepida domanda
di veicoli elettrici e della forte concorrenza dei rivali cinesi.
L’utile
operativo di Porsche è crollato di oltre il 90% lo scorso anno e l’azienda ha
annunciato una serie di significativi tagli al personale.
(bnnbloomberg.ca/business/company-news/2026/08/13/porsche-to-end-production-of-flagship-electric-car-report/)
La
crisi del gruppo Volkswagen.
Per
lungo tempo simbolo della potenza industriale tedesca, la casa automobilistica
Volkswagen è ora emblematica del declino del settore manifatturiero del paese e
di un processo di deindustrializzazione che potrebbe frenare il potenziale di
crescita dell’Europa per decenni.
L’azienda
si sta preparando alla ristrutturazione più importante dei suoi 89 anni di
storia: prevede di licenziare 100.000 dipendenti, un sesto della sua forza
lavoro globale.
La
ritirata è dovuta a una triplice serie di fattori negativi. Il colosso
automobilistico tedesco sta perdendo la corsa per conquistare il mercato
globale dei veicoli elettrici (EV) a favore di marchi cinesi più competitivi.
Allo
stesso tempo, le importazioni cinesi di auto Volkswagen sono crollate, con un
calo di un terzo rispetto ai livelli del 2019, a causa della crescente
preferenza dei consumatori per i veicoli elettrici.
Come
se non bastasse, la Volkswagen sta subendo un duro colpo nel suo mercato più
redditizio, quello statunitense, a causa dei dazi imposti da Donald Trump.
(irishtimes.com/business/2026/08/11/crisis-stricken-volkswagen-is-emblematic-of-germanys-ailing-economy).
AFD
rilancia la sfida e cresce nei sondaggi.
Recentemente
la nota agenzia di stampa tedesca Deutsche Welle, pur ribadendo che al momento
in tutti i partiti in Germania non sussiste la volontà di collaborare con il
partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AFD), ha evidenziato che
il permanere di questa posizione sembra essere sempre più incerto, anche in
relazione alla circostanza che un simile atteggiamento non ha arrestato in
alcun modo l’avanzata dell’AFD nei sondaggi degli ultimi mesi. In tale
contesto, numerosi Istituti di ricerca internazionali stanno cercando di meglio
comprendere il fenomeno AFD e la continua crescita del partito non solo più nei
Länder della Germania orientale, ma anche riscuotendo crescenti consensi in
quelli occidentali.
In
merito, Il “Center for Strategic and international Studie”s, CSIS, autorevole
ente di ricerca statunitense, afferma in una lunga, approfondita e attenta
analisi che a settembre, la Sassonia-Anhalt, uno dei 16 Länder tedeschi,
potrebbe assistere a un evento senza precedenti dalla Seconda Guerra Mondiale:
un partito di estrema destra potrebbe conquistare la maggioranza assoluta dei
seggi in un parlamento regionale, nominare il presidente del partito e assumere
il governo dello Stato.
Le conseguenze potrebbero essere di vasta
portata. Secondo recenti sondaggi
, il partito di estrema destra Alternative für
Deutschland (AFD) si attesta al 41%, seguito dall’Unione Cristiano Democratica
(CDU) con il 24%, e da altri partiti con percentuali pari o inferiori al 14%.
Livelli di consenso simili si riscontrano in tutta la Germania orientale: la
Sassonia è alla pari, mentre Turingia (40%), Brandeburgo (37%) e
Meclemburgo-Pomerania Anteriore (36%), dove le elezioni regionali si terranno
solo due settimane dopo, la seguono a breve distanza. Sebbene la Germania
orientale sia in testa nei sondaggi per quanto riguarda il sostegno all’AFD, la
tendenza è a livello nazionale.
Dopo
un decennio di ascesa, l’AFD ha recentemente conquistato la leadership come
partito più popolare a livello nazionale, con oltre un quarto degli elettori
che la sostengono nei sondaggi nazionali.
L’elettorato.
Il
CSIS nell’esaminare l’elettorato di AFD afferma che questi appare eterogeneo
per opinioni e motivazioni, ma condivide alcune caratteristiche
sociodemografiche comuni: malcontento economico, un’alta percentuale di operai,
maggiore popolarità tra gli elettori di età compresa tra i 25 e i 44 anni e una
maggiore presenza maschile rispetto a quella femminile. È inoltre degno di nota
che i maggiori progressi recenti si siano registrati tra gli elettori di età
compresa tra i 18 e i 25 anni, dove il partito ha triplicato i suoi risultati
rispetto alle elezioni nazionali del 2021.
Anche
la campagna elettorale dell’AFFD si distingue da quella degli altri partiti: il
candidato alla carica di ministro-presidente della Sassonia-Anhalt, Ulrich
Siegmund, ha oltre 707.000 follower su TikTok in uno stato di 2,12 milioni di
abitanti. Il suo aspetto curato e il tono professionale gli conferiscono
rispettabilità, e le sue rivendicazioni radicali si fondono con i filmati di un
politico attento alle esigenze della comunità, che risponde alle domande del
pubblico. Negli stati della Germania dell’Est, dove molti faticano a
identificarsi con la classe politica di Berlino, la presenza fisica dell’AFD
nelle strade e l’onnipresenza mediatica contribuiscono a promuovere la comune
narrativa populista del “noi contro di loro”: l’AFD è qui per voi, gli altri
partiti no.
Le
ricadute in Germania di una possibile vittoria di AFD in Sassonia.
Sempre
secondo il CSIS, e nonostante il suo crescente consenso, l’AFD non è mai stata
al governo né a livello statale né nazionale, a causa di un “muro di
protezione” creato dagli altri partiti.
Ad
eccezione del partito populista e filo-russo Bandani Sabra Wagenknecht, ogni
partito di rilievo ha escluso, al momento, la possibilità di formare una
coalizione con l’AFD a entrambi i livelli, compresi la CDU e il suo partito
gemello, l’Unione Cristiano-Sociale (CSU), che hanno perso molti elettori a
favore dell’AFD. L’unica vera possibilità di governo per l’AFD è quindi quella
di ottenere la maggioranza assoluta. Nel caso della Sassonia-Anhalt, questa
sembra ora alla portata a settembre: il sistema multipartitico tedesco potrebbe
ribaltare il risultato a favore dell’AFD qualora diversi partiti minori non
raggiungessero la soglia del 5% dei voti necessaria per entrare in parlamento,
il che potrebbe trasformare anche una percentuale di voti tra il 40% e il 45%
in una maggioranza assoluta di seggi.
L’eventuale
assunzione di un incarico di governo a livello statale da parte dell’AFD
rappresenterebbe di per sé uno shock per lo spettro ideologico. Per la prima
volta, il partito potrebbe mettere in pratica parte del suo programma. La sua
piattaforma per la Sassonia-Anhalt si concentra sulla limitazione
dell’immigrazione, sulla promozione della famiglia, dell’istruzione, della
sicurezza interna e dell’identità culturale.
Più in
generale, una vittoria a livello statale in Sassonia-Anhalt potrebbe avere
ripercussioni a livello nazionale, creando slancio per un’alta affluenza alle
urne dell’AFD nelle elezioni del Meclemburgo-Pomerania Anteriore e di Berlino,
previste per la fine del 2026. Prima delle elezioni nazionali del 2029, si
terranno altre sei elezioni statali.
Governare a livello statale potrebbe
contribuire a normalizzare il partito agli occhi dei potenziali elettori e
segnalare che governare al Bundestag è ora alla portata. Potrebbe inoltre
accelerare lo spostamento a destra nella politica nazionale, già in atto.
Prima
del suo crollo, la coalizione di Scholz tra SPD, Verdi e Partito Liberale
Democratico (FDP) aveva adottato un tono decisamente più duro
sull’immigrazione, con leggi come la Legge per il Rimpatrio del 2024.
All’inizio del 2025, la CDU/CSU si è spinta oltre, approvando, insieme ai voti
dell’AfD, una risoluzione parlamentare nazionale su asilo e migrazione.
Centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza per protestare, temendo
che questo potesse essere l’inizio della fine del “firewall” (la barriera tra i
partiti).
Se la
percentuale di voti ottenuti dall’AFD dovesse aumentare in tutti i Länder, le
possibilità di formare una coalizione senza l’AFD a livello nazionale si
farebbero sempre più difficili: il sostegno popolare sia alla CDU che all’SPD è
ulteriormente diminuito dalle elezioni del 2025 e, seguendo le tendenze
attuali, una coalizione di governo richiederebbe tre partner e potrebbe non ottenere
nemmeno una maggioranza assoluta. Se nel 2029 si formasse una coalizione
democratica che poi si bloccasse a causa di divergenze ideologiche, le elezioni
successive potrebbero portare a un governo a maggioranza AFD o al crollo del
“muro di ferro” politico. Resta da vedere se la CDU/CSU si dimostrerà più
flessibile sotto la crescente pressione: il partito ha anche il divieto di
formare una coalizione con il partito di sinistra Die Linke, il che ne
limiterebbe ulteriormente le possibilità qualora l’AFD continuasse a guadagnare
terreno.
Cosa
significherebbe una vittoria dell’AFD per il resto d’Europa?
Una
vittoria dell’AFD in un singolo stato tedesco non avrebbe ripercussioni
immediate in tutta Europa, ma lo shock simbolico sì.
Alcune
zone della Germania sarebbero governate da un partito apertamente favorevole
alla Russia e che usa eufemismi riguardo agli anni più bui della Germania.
L’AFD
non ha alleati significativi tra i partiti di estrema destra più importanti
d’Europa. Il Rassemblement National (RN) francese e la Lega italiana l’hanno
espulsa dal loro gruppo al Parlamento europeo a causa del rifiuto di alcuni
membri di prendere le distanze dall’apparato nazista. È stata costretta a
fondare il Gruppo Europa delle Nazioni Sovrane (ESN), che fornisce più della
metà dei 27 seggi della fazione. Tra i partner figurano il partito
ultranazionalista bulgaro Revival, filo-russo e anti- NATO, e il Movimento
Repubblicano, anch’esso filo-russo e neonazista, in Slovacchia.
Il
partito polacco Nuova Speranza, con due seggi, è l’unico membro scettico nei
confronti della Russia.
L’ESN,
la più piccola e la più estrema destra tra le fazioni di destra del Parlamento
europeo, vuole invertire l’integrazione europea, “preservare” la cultura e
l’identità, annullare il Green Deal europeo e sospendere il Patto
internazionale sulle migrazioni delle Nazioni Unite.
Il
programma dell’AFD per le elezioni europee del 2024 elenca l’uscita della
Germania dall’Unione Europea solo come “ultima risorsa” e, come per altri
partiti di estrema destra, il suo tono sulla questione si è ammorbidito nel
periodo post-Brexit.
Con AFD
e RN in disaccordo sia sulla composizione della fazione che sulle politiche –
tra cui l’economia e il liberalismo di mercato – un forte asse di estrema
destra sembra irraggiungibile. Il posizionamento nei confronti della Russia
divide ulteriormente questi partiti: le simpatie dell’AFD sono condivise
dall’FPÖ austriaco, dalla Lega italiana e da Alleanza per l’Unione dei Rumeni
in Romania, mentre Fratelli d’Italia, PIS e Nuova Speranza in Polonia e i
partiti nordici si oppongono.
Dopo
il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, si sarebbe potuto presumere che il
movimento Make America Great Again (MAGA) potesse fungere da denominatore
comune per l’estrema destra europea e plasmarne sovversivamente il futuro. L’AFD
ha goduto dell’appoggio esplicito del vicepresidente JD Vance e di Elon Musk in
vista delle elezioni nazionali del 2025 e ha persino inviato delegati a
Washington. Tuttavia, le affermazioni del presidente Trump sulla Groenlandia e
la guerra con l’Iran hanno raffreddato drasticamente i rapporti. Sebbene il
movimento MAGA possa ancora fornire ispirazione ideologica – e la politica
ufficiale degli Stati Uniti sia quella di sostenere i movimenti conservatori in
Europa – gli Stati Uniti sotto la presidenza Trump difficilmente possono essere
considerati un vero alleato politico, nemmeno per l’AFD.
Sempre
secondo CSIS, l’impatto più probabile del rafforzamento dei partiti di estrema destra
in Europa, in questo caso guidato dall’ascesa dell’AFD, sarebbe la paralisi:
i
disaccordi su questioni come la difesa e la riluttanza a rinunciare al diritto
di veto in seno al Consiglio europeo bloccherebbero le riforme, svuotando
gradualmente la capacità dell’Unione europea di affrontare le grandi sfide
odierne.
Ciò
potrebbe ulteriormente aumentare la dipendenza dagli Stati Uniti, soprattutto
in materia di difesa.
Nel frattempo, la Russia trarrebbe vantaggio
da un’Europa frammentata – in particolare se l’estrema destra erodesse il
sostegno europeo all’Ucraina – e potrebbe espandere i suoi legami oltre i paesi
attualmente favorevoli come la Slovacchia.
Se da
un lato una vittoria a livello statale probabilmente stimolerebbe il successo
del partito e gli darebbe maggiori possibilità di conquistare il potere a
livello nazionale, dall’altro potrebbe anche spingere gli altri partiti e gli
elettori indecisi a unirsi per fare da contrappeso.
Inoltre,
un ulteriore rafforzamento dell’AFD indebolirebbe probabilmente l’Unione
Europea e, di conseguenza, l’importanza geopolitica dell’Europa nel suo
complesso.
Una
vittoria dell’AFD non cambierebbe immediatamente gli equilibri di potere in
Germania o in Europa, ma creerebbe le premesse per una maggiore polarizzazione
e instabilità.
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