Appoggiare le destre nella difesa dei confini.

 

Appoggiare le destre nella difesa dei confini.

 

 

La destra e l’immigrazione.

Ecco le idee da difendere.

Ilgiornale.it – (22 maggio 2026) – Alessandro Gnocchi – Redazione - ci dice:

 

IL DIBATTITO. La sfida al nostro stile di vita.

La destra e l'immigrazione. Ecco le idee da difendere.

Non è solo un problema di ordine pubblico e non basta chiudere i porti. Ci vuole un'identità forte da "opporre-"

Fondi, sedi, contatti. Le leve del governo nel braccio di ferro con gli editori.

Davanti a fatti di cronaca che lasciano sgomenti, si riprende a discutere di immigrazione e integrazione.

 Si sente dire, giustamente, che dobbiamo proteggere la nostra identità. Sgomberiamo subito il campo: la sinistra non partecipa al dibattito. L'identità della sinistra consiste nel non averne una per trasformare l'Italia in una terra d'accoglienza.

 Passiamo dunque direttamente alla destra.

C'è una domanda che la destra al governo evita: cosa stiamo difendendo, esattamente?

Conosciamo la retorica sulle radici cristiane, la famiglia, la nazione.

 Ma ci domandiamo, in concreto:

quali istituzioni e quali idee sono oggi abbastanza vive da costituire un'identità difendibile?

 

Inutile far finta che il problema centrale non sia l'immigrazione dai Paesi arabi.

Partiamo dunque da qui.

 La questione dell'immigrazione islamica, affrontata quasi sempre sul piano della sicurezza o dei numeri, non è soltanto una questione demografica e di ordine pubblico.

 È una questione teologico-politica.

 L'islam porta con sé una concezione del rapporto tra legge divina e legge civile, tra comunità religiosa e comunità politica, incompatibile con la separazione tra sfera pubblica e sfera privata su cui si regge l'ordine liberale occidentale.

 Non è un'osservazione ostile:

 è una constatazione che gli stessi intellettuali musulmani riformisti ripetono da decenni, pagando spesso con l'isolamento o con la vita.

Il paradosso è che il liberalismo che pure dovrebbe essere attrezzato si trova in una posizione di debolezza strutturale di fronte a questa sfida. Patrick Donen, nel suo” Perché il liberalismo ha fallito” (La Vela), lo ha mostrato con precisione:

 il liberalismo ha dissolto le comunità cristiane occidentali in nome dell'autonomia individuale, ha svuotato le chiese, delegittimato la trasmissione culturale come forma di indottrinamento, ridotto ogni appartenenza a preferenza personale revocabile.

 Poi si trova di fronte a una comunità religiosa che non ha accettato quel patto, che trasmette la propria identità con convinzione, che non separa fede e legge.

E non sa come risponderle senza contraddirsi.

 Non può invocare i valori comunitari che ha demolito in casa propria.

 

Il dibattito pubblico, a destra come a sinistra, confonde continuamente tre piani distinti.

 Il primo è l'immigrazione come fenomeno economico e demografico: flussi di persone che cercano condizioni di vita migliori, gestibili con politiche ordinarie di controllo, selezione, integrazione.

Un tema serio, ma amministrativo.

Il secondo è l'islam come civiltà:

un corpus teologico, giuridico e culturale millenario con cui l'Occidente ha un rapporto storico complesso, fatto di conflitto, scambio e fraintendimento reciproco.

Su questo piano il confronto è non solo legittimo ma necessario, e richiede conoscenza, non slogan.

 Il terzo è il fondamentalismo islamico come progetto politico:

 la volontà esplicita di sostituire l'ordine civile occidentale con un ordine teocratico, presente in una minoranza organizzata e ben finanziata.

 

Su questo piano non c'è mediazione possibile. Mescolare i tre piani, come fa la destra populista, produce demagogia utile elettoralmente e inutile politicamente.

 Separarli, come fa la sinistra progressista in nome dell'antirazzismo, produce una cecità che ha già avuto conseguenze concrete in Francia, in Germania, in Svezia.

Augusto Del Noce aveva diagnosticato il problema prima che diventasse visibile nelle sue conseguenze attuali.

 La modernità occidentale, argomentava, non produce ateismo militante ma qualcosa di più insidioso:

indifferenza alla verità, incapacità di credere in qualcosa di assoluto. Una civiltà che non crede in nulla di definitivo non può rispondere a una civiltà che crede in qualcosa di definitivo con gli strumenti della persuasione liberale.

Può solo opporre forza a forza, il che la porta sul terreno che dichiara di non voler occupare, oppure cedere per stanchezza.

Questo non è un argomento a favore dell'islam.

È un argomento sulla debolezza dell'Occidente: una difesa richiede che ci sia qualcosa da difendere, e che qualcuno sia disposto a farlo.

 

Robert Nisbet, in” La comunità e lo Stato” (Edizioni di Comunità), aveva mostrato che il totalitarismo nasce nel vuoto lasciato dalla distruzione delle comunità intermedie.

La tesi vale per qualsiasi forma di colonizzazione identitaria:

in un corpo sociale coeso, con istituzioni vive, con trasmissione culturale funzionante, la pressione esterna produce conflitto e negoziazione.

In un corpo sociale già dissolto produce sostituzione silenziosa. L'immigrato arriva in società che hanno già smantellato le parrocchie, indebolito le famiglie, svuotato le scuole di qualsiasi contenuto forte.

 

Una destra coerente dovrebbe fare una cosa sola, difficilissima: ricostruire in casa propria le condizioni comunitarie che dichiara di voler difendere.

 Significa politiche demografiche serie, non bonus bebè.

 Significa una scuola che trasmetta la tradizione invece di relativizzare. Significa tutela delle comunità locali contro la logica della mobilità del mercato globale.

Significa, in ultima istanza, che chi governa in nome dell'identità smetta di praticare il radicale individualismo che quella identità dissolve.

Finché predica radici cristiane e non mette piede in una chiesa.

Finché invoca la famiglia e non tocca le politiche economiche che la distruggono.

 Finché difende la civiltà occidentale come slogan elettorale e la erode come programma di governo, la risposta all'islam, e all'immigrazione in generale, rimarrà quello che è oggi:

 retorica che produce consenso e non costruisce nulla.

 

Il problema non si risolve soltanto chiudendo i porti; cosa che comunque aiuta, le regole ci vogliono e bisogna farle rispettare.

Si affronta ricostruendo una civiltà che valga la pena di essere difesa.

E questo è un lavoro che non ha scorciatoie, non produce risultati in un mandato elettorale, e richiede esattamente il tipo di pensiero lungo che la politica contemporanea ha smesso di praticare.

 

 

 

Difesa dei confini e

altre protezioni indebite.

Ilmanifesto.it - Marco Buscetta – (14 -08 – 2026) – Redazione – ci dice:

Prima i governanti.

 La prontezza alla guerra si impone così come primaria garanzia di libertà, laddove la sua dimensione gerarchica e autoritaria ne è tra le più sperimentate negazioni.

In poche settimane la rassegna delle temibili protezioni che le destre intendono imporre ai cittadini dei paesi che governano o sperano presto di governare ha invaso l’intero spazio mediatico e politico.

 Una serie di misure, grandi, piccole o addirittura minime, in parte eterogenee, in parte perfettamente consonanti, sono andate a comporre quell’idea di società, di governo e di cultura che va sotto l’abusato titolo di sicurezza.

 Qualcosa che non designa questo o quell’aspetto della vita collettiva, ma ne definisce la totalità.

E presenta, dunque uno spettro molto ampio.

 

Tentiamo allora una sommaria tassonomia di queste protezioni. Il riarmo occupa naturalmente il posto d’onore come scudo contro ogni aggressione dall’esterno, almeno nella sua possibilità astratta quando non se ne vedano le ragioni concrete e gli scenari possibili.

 

La prontezza alla guerra si impone così come primaria garanzia di libertà, laddove la sua dimensione gerarchica e autoritaria ne è tra le più sperimentate negazioni.

 La guerra guerreggiata completerà l’opera mettendo le vite stesse degli individui nelle mani dei comandi militari.

 

Ma la difesa dei confini non riguarda solo il conflitto tra stati:

il respingimento dei migranti e la progressiva cancellazione del diritto d’asilo intendono proteggerci da persone di cui abbiamo bisogno o cui dobbiamo protezione, ma che in ogni modo ci sforziamo di rendere sbandate e risentite.

In nome della salvaguardia di tradizioni più o meno inventate si ostacola inoltre il normale processo di evoluzione di una società con le influenze e le interferenze che gli sono proprie.

 

Alle centrali nucleari è invece affidato il compito di proteggerci dalle crisi e dalla dipendenza energetica senza che nessuno dei rischi connessi con questa tecnologia e con le forme di gestione economico-politica che ne derivano venga messo in conto.

 

I decreti sicurezza proteggeranno la cittadinanza dalle «intemperanze» giovanili e da tutte quelle forme di dissenso e di lotta che non trovano spazio nei canali istituzionali.

 Ogni «disagio» arrecato sarà equiparato a un crimine e perseguito con una durezza enormemente sproporzionata;

 il monopolio dell’esercizio della violenza da parte dello stato liberato da ogni interferenza o limitazione nelle sue forme di applicazione. I cittadini messi arbitrariamente sotto controllo.

 

PER COMPLETARE IL QUADRO la licenza di uccidere ipotizzata nella riforma della legittima difesa ci dovrebbe liberare da ladri, rapinatori e intrusi, talvolta accidentali, permettendoci di abbatterli in base alla «minaccia percepita», mentre le doppiette dei cacciatori si incaricheranno, sparando ovunque e a pieno ritmo, di debellare l’invadenza del mondo naturale.

Queste metastasi diffuse del patto di assoggettamento hobbesiano (lo scambio tra sicurezza e libertà) sono accomunate dal contrario esatto di ciò che promettono: ad essere protetti non sono i governati ma i governanti.

 Ai governati viene negato qualunque strumento di difesa dall’arbitrio del potere e imposta dunque una condizione di sostanziale dipendenza e insicurezza che garantisce la solidità dei vertici. Si tratta forse della caratteristica più vicina alla dimensione gerarchica del fascismo storico, ma addirittura peggiore nella sua pedante capillarità e nel peso attribuito a un corrotto individualismo proprietario.

 

Il secondo elemento comune alle politiche securitarie è il fatto di poggiare sulla paura, sul consenso di una popolazione quanto più possibile spaventata e smarrita.

 In questo si distinguono radicalmente dal fascismo che, sebbene affetto da vittimismo e da uno spirito di rivalsa sui presunti torti subiti, poi pienamente riproposto dall’ideologia Maga, scommette anche su un’ideologia e una retorica del coraggio incline alla sopraffazione.

 

QUESTO PUNTO DEBOLE del postfascismo governativo non è passato inosservato a un ex generale furbastro, divenuto istrione del fascismo più schietto, che ha introdotto quella retorica dell’eroismo e della spavalderia machista che difetta alle dottrine securitarie che interpellano piuttosto il più meschino e gretto egoismo sociale.

 E sembra, con questo, aver conquistato non poco terreno a scapito della destra costretta al bon ton maggioritario.

 

Tuttavia il fascismo contemporaneo resta saldamente vincolato al privilegio proprietario e a una ossessione di possesso che si vede minacciato da ogni parte più che coltivare sogni di grandezza.

 Le evoluzioni parallele della Lega e della AFD in Germania, entrambe partite dall’egoismo sociale e presto approdate allo stato autoritario testimoniano della centralità di questo legame.

 

La risposta delle sinistre al dilagare delle politiche securitarie è tra le più miserevoli e corrive che si possano immaginare:

«Non possiamo lasciare alla destra il tema della sicurezza», ripetono ad ogni occasione, senza tuttavia rovesciarne radicalmente le premesse, senza fare piazza pulita della realtà fittizia su cui poggiano.

 Schierate dietro la stucchevole sentenza bipartisan secondo cui non vi è libertà e democrazia senza sicurezza non si avvedono che è esattamente il contrario:

sono libertà e democrazia ad essere la premessa e la sicurezza una conseguenza.

Altrimenti non si tratta che di una maschera della dittatura.

 

Ma senza scomodare i grandi principi e le belle parole converrebbe porre agli elettori qualche semplice domanda:

è più probabile che la vostra vita e i vostri beni siano travolti da un’invasione russa o da frane, alluvioni, incendi e altre conseguenze del dissesto idrogeologico?

È più facile perdere la vita per il ritardo di una ambulanza, l’assenza di un dispositivo medico, una diagnosi rimandata oltre ogni limite oppure per l’azione di un rapinatore o di un balordo?

Infine, accettereste un deposito di scorie nucleari nel vostro territorio?

La sicurezza dei governati dipende dalle risposte a queste domande, che dovrebbero essere assunte come bussola del bilancio dello stato.

 

Proteggere le persone o difendere i confini?

La risposta per noi del Comitato 3 ottobre lascia poco spazio all’incertezza: da tempo – ed ora con crescente intensità – la politica migratoria dell’Italia, anche in sintonia con altri Paesi, vede prevalere la dimensione securitaria.

L’idea di fondo che sostiene questo approccio è che le migrazioni costituiscono soprattutto una emergenza di ordine pubblico da fronteggiare con strumenti di eccezione. Si tratta di una lettura semplificata della realtà che trascura – o peggio rimuove-  tanto la dimensione epocale del fenomeno che la molteplicità delle sue cause.  Si pensi ai flussi migratori che dall’Africa attraverso il mar Mediterraneo raggiungono l’Europa. Riesce davvero difficile ignorare la correlazione esistente tra tali flussi ed il primato che il continente a noi più vicino detiene in tema di conflitti armati, fragilità democratiche, crisi climatiche, povertà, ineguaglianze, deficit di nutrizione ed assistenza sanitaria. Ed è altrettanto ragionevole pensare che l’intervento su questi fattori endemici esige un enorme impegno: politiche lungimiranti di inclusione, rapporti equi tra nord e sud – ed ovest ed est – del mondo, strategie di breve, medio e lungo periodo.

 

Ma, se questa complessità viene accantonata e se della migrazione viene messo a fuoco unicamente l’arrivo – quasi sempre con modalità caotiche – di moltitudini di persone di cultura, lingua, religione, condizione sociale ed economica diverse, la difesa dei confini nazionali finisce per diventare una sorta di trincea: l’imperativo prioritario, è quello di opporsi al pericolo di “invasione”. I costi di questa risposta si rivelano già molto alti. Così si persegue l’obiettivo di trattenere le persone migranti al di fuori delle (e lontano dalle) frontiere dell’Unione europea, stipulando accordi con Paesi terzi di dubbia o nulla affidabilità. Senonché, oltre alla discutibile legittimità di tali accordi, è un fatto che la loro applicazione provoca conclamate e massicce violazioni del diritto alla vita, alla integrità fisica e morale, alla libertà ed alla dignità delle persone migranti.

 

Altrettanto preoccupante è la progressiva severità della disciplina riservata alle Ong che si dedicano alle operazioni di “search and rescue” nel Mediterraneo. Caricaturalmente descritte come taxi del mare, la loro azione viene non poco ridotta da vincoli di vario genere. Peraltro tanto il numero delle persone migranti che attraversano il mare come quello di coloro che vi muoiono continuano ad aumentare drammaticamente, trovando così smentita la facile rappresentazione delle Ong quale pull factor (fattore di attrazione) della migrazione. Rimane senza risposta la domanda di quante vite esse potrebbero salvare se fosse loro consentito di operare in una cornice normativa più attenta al destino delle persone.

 

LE ROTTE.

 

 Mediterraneo Centrale.

 

La rotta dal Nord Africa è il corridoio principale del Mediterraneo centrale, in direzione dell’Italia e, in misura minore, di Malta.

 

 Mediterraneo Occidentale.

 

Tra Nord Africa e Spagna. Da Marocco e Algeria attraverso lo Stretto di Gibilterra e il Mare di Albora o via terra dal Marocco alle città autonome spagnole di Ceuta e Melilla.

 

 Mediterraneo Orientale.

 

Dalla Turchia verso Grecia e, in misura minore, Cipro e Bulgaria.

 

LE MISSIONI NEL MEDITERRANEO.

Nell’ottobre 2013, il governo italiano ha lanciato l’operazione Mare Nostrum, destinata al salvataggio in mare delle persone migranti che cercavano di attraversare il Canale di Sicilia salpando dalle coste libiche per raggiungere il territorio italiano e maltese.

 

Il 31 ottobre 2014, dopo 12 mesi, Mare Nostrum venne sostituita dall’operazione Tritone, una vasta missione, questa volta a guida europea, che puntò sul controllo delle frontiere a guida di Frontex. Collaterale fu l’operazione Sophia, avviata nel 2015 fu prorogata sino al 2020 dai Paesi Ue. Il soccorso alle persone migranti non fu tra i suoi obiettivi prioritari. Si trattò di un’operazione ritenuta strategica per il controllo del Mediterraneo, e soprattutto per il monitoraggio dei traffici dalla Libia.

 

Nel 2017 iniziò l’operazione INDALO che riguardò il controllo e la sorveglianza delle frontiere marittime europee, in particolare di tutte le attività che si svolgono lungo la rotta del Mediterraneo occidentale. Rifinanziata con il nome INDALO 2022 A Triton subentrò nel 2018 una nuova missione di Frontex, Themis, che oltre all’attività di search and rescue pose un’attenzione “rafforzata” sugli aspetti più strettamente di polizia e d’intelligence. La novità fu quella di aver ribadito che le persone migranti sarebbero dovute sbarcare nel porto più vicino al punto di soccorso. Nel 2020 iniziò la missione IRINI erede della precedente missione Sophia, sempre a guida italiana che ebbe come obiettivo principale far rispettare l’embargo delle Nazioni Unite sull’invio di armi al Governo di alleanza nazionale di Tripoli (provenienti dalla Turchia) e alle truppe di Haftar a Bengasi (da Egitto ed Emirati).

 

I MURI IN EUROPA.

Il muro è una barriera, eretta per volontà di una sola parte, per tenere al di fuori gli altri. I muri che sono stati costruiti negli ultimi anni, non solo in Europa ma anche negli Stati Uniti o in altre parti del mondo, sono in prevalenza dei muri che sanciscono la divisione non tra Est e Ovest, bensì tra Nord e Sud del mondo, tra aree sviluppate e aree problematiche.

 

ESTERNALIZZAZIONE DELLE FRONTIERE.

Accordi, formali o informali, che “spostano”, “esternalizzano” le nostre frontiere allo scopo di bloccare lì le persone, affidando questo compito a Paesi “esterni”.

Sono numerosi gli accordi che nel corso degli ultimi anni sono stati stipulati anche se, nella maggior parte dei casi, è difficile avere conoscenza effettiva sia del numero preciso che del loro contenuto.

Simili pratiche riguardano non soltanto la rotta del Mediterraneo ma anche la rotta balcanica, attraversata da persone per la maggior parte provenienti da Siria, Afghanistan, Iraq, Iran, Pakistan e Bangladesh, che compiono il tentativo di raggiungere l’Europa via terra.

 

L’accordo tra Unione europea e Turchia.

 

L’aumento del numero delle persone che nel 2015 cercavano di raggiungere l’Europa, e in particolare la Grecia, attraverso la Turchia, ha portato l’Unione europea a stipulare un accordo con questo Stato.

 

L’accordo del 18 marzo 2016 prevede principalmente che:

tutti i nuovi migranti irregolari che hanno compiuto la traversata dalla Turchia alle isole greche a decorrere dal 20 marzo 2016 saranno rimpatriati in Turchia. I migranti che non faranno domanda d'asilo o la cui domanda sia ritenuta infondata o non ammissibile ai sensi della suddetta direttiva saranno rimpatriati in Turchia;

per ogni siriano rimpatriato in Turchia dalle isole greche un altro siriano sarà reinsediato dalla Turchia all'UE. La priorità sarà accordata ai migranti che precedentemente non siano entrati o non abbiano tentato di entrare nell'UE in modo irregolare;

la Turchia adotterà qualsiasi misura necessaria per evitare nuove rotte marittime o terrestri di migrazione irregolare dalla Turchia all'UE e collaborerà con i Paesi vicini nonché con l'UE stessa a tale scopo.

Accordo tra Italia e Libia

L’anno successivo all’accordo UE-Turchia, il Governo italiano decide di stipulare un accordo con il Governo di Tripoli, denominato Memorandum d’intesa.

 

Nonostante il Governo italiano fosse pienamente a conoscenza delle gravi violazioni a cui erano sottoposti in Libia rifugiati e migranti, decide di siglare un nuovo accordo con il Paese, dopo il “Trattato di Amicizia” del 2008, dal valore di 5 miliardi di dollari.

 

Per cercare di contrastare la rotta del Mediterraneo, l’Italia rinnova i propri rapporti in tema di migrazioni, con un Paese, la Libia, che non ha mai sottoscritto la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e non ha, pertanto, una normativa a tutela di migranti, richiedenti asilo e rifugiati.

 

Con questo accordo, mascherato da intenti volti alla cooperazione allo sviluppo in Libia, l’Italia delega il Paese nord africano a contrastare e bloccare le partenze via mare sulle proprie coste.

 

Il Memorandum prevede vari impegni per l’Italia:

 

fornire supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l'immigrazione irregolare, in particolare alla guardia di frontiera e alla guardia costiera del Ministero della Difesa, e agli organi e dipartimenti competenti presso il Ministero dell'Interno;

finanziamento dei centri di accoglienza, che il Memorandum definisce tali, ma che sono solo e soltanto centri di detenzione per migranti;

formazione del personale libico all’interno dei centri di detenzione.

In altre parole, l’Italia si impegna a fornire mezzi e supporto tecnico (motovedette e altri strumenti tecnologici) alla guardia costiera libica, a finanziare i centri di detenzione per migranti (chiamati nel Memorandum “centri di accoglienza”), a formare il personale sia della guardia costiera che dei centri di detenzione.

 

Gli accordi di riammissione stipulati dall’Italia

Albania 03/12/2008 (Implementazione di accordi europei)

Algeria 22/07/2009 (Accordi di polizia)

Libia 02/02/2017 (Memorandum d’intesa)

Marocco 27/07/1998 (Accordo)

Tunisia 09/02/2017 (Accordo quadro)

Egitto Accordo di polizia firmato il 18/06/2000 ed entrato in vigore 09/01/2007

Turchia 09/02/2001 (Accordi di polizia)

Ghana 08/02/2010 (Memorandum d’intesa)

Niger 09/02/2010 (Memorandum d’intesa)

Nigeria 12/06/2011 (Memorandum d’intesa)

Senegal 28/07/2010 (Memorandum d’intesa)

Sudan 03/08/2016 (Memorandum d’intesa)

Gambia 29/07/2010 (Accordi tra polizie)

India 21/01/2000 (Accordi tra polizie)

Pakistan 03/2000 (Accordo)

Filippine 28/02/2004 (Accordo)

Gli accordi europei

Tra gli accordi europei (EURA: EU Remissioni Agreements) si segnalano quello con l’Albania (1/5/2006), Capo Verde (1/12/2014), Pakistan (1/12/2010), Turchia (1/10/2014).

 

LE LEGGI

Legge Bossi-Fini (Legge 189/2002).

 

La legge Bossi – Fini modifica in modo rilevante la Turco-Napolitano in senso restrittivo. Prolunga la permanenza nei Cpt (Centri di Permanenza Temporanea) da 30 a 60 giorni e prevede l’uso dei militari per il contrasto al traffico di migranti. L’identificazione all’arrivo avviene tramite impronte digitali ed è consentito l’ingresso solo a chi ha un contratto di lavoro. Chi lo perde e non ha, dunque, modo di rinnovare il titolo di soggiorno viene espulso”.

 

Legge Minniti-Orlando (2017).

 

Dà avvio a un periodo di diversi decreti legge emanati in via d’urgenza in materia di immigrazione e protezione internazionale. Vengono istituite presso i Tribunali di capoluogo 26 sezioni specializzate in materia d’immigrazione, viene eliminato un grado di appello in materia di asilo e previste procedure più snelle per il riconoscimento della protezione internazionale e dell’espulsione degli irregolari. Prevede l’aumento del numero dei CPR (Centri di permanenza e rimpatrio) su tutto il territorio nazionale. Le norme in questione, però, non si applicano ai minori non accompagnati, per i quali è stata approvata una distinta disciplina (legge n. 47 del 2017). Arriva nel 2017 il Memorandum Italia – Libia, accordo triennale (poi rinnovato) con il quale l’Italia s’impegna a fornire supporto tecnico, risorse e formazione alla Guardia costiera libica per bloccare l’immigrazione e al governo di Serraj per migliorare le condizioni di quelli che nell’accordo vengono definiti centri di accoglienza. I finanziamenti italiani si aggiungono a quelli europei. Nei mesi successivi viene imposto alle Ong che effettuano salvataggi in mare un Codice di condotta.

 

Decreti Salvini (2018-2019)

 

Arriva un’ulteriore stretta. I cosiddetti Decreti Sicurezza (decreti legge 113/2018 e 53/2019, convertiti nelle leggi 132/2018 e 77/2019) hanno l’obiettivo dichiarato di fermare l’immigrazione e riscrivere le norme per il rilascio del permesso di soggiorno. Il titolo per motivi umanitari viene sostituito con uno più restrittivo per “protezione speciale”, al quale si aggiungono permessi di breve durata e quasi tutti non convertibili: salute, calamità nel Paese di provenienza e atti di valore civile. Aumentano notevolmente i casi di procedure accelerate delle domande di asilo (introdotte con il decreto legge 142/2015) che vengono decise in pochi giorni. Ha introdotto il concetto di “paese di origine sicuro”.

 

Si ampliano poi i Centri di accoglienza straordinaria (Cas) affidati alle Prefetture, e confermata la volontà di ampliare il numero dei Cpr. Viene smantellato il sistema Sprar di seconda accoglienza sostituito con il Siproimi, destinato esclusivamente a rifugiati già riconosciuti e minori non accompagnati. I finanziamenti per l’accoglienza vengono tagliati di netto. Il decreto legge n. 53/2019 contiene invece disposizioni altrettanto restrittive in materia di contrasto all’immigrazione illegale e ordine pubblico, nonché di limitazioni alle navi delle ong che hanno effettuato operazioni di salvataggio in mare.

 

Decreto Lamorgese (2020).

 

I Decreti Salvini vengono almeno in parte smantellati. Il Decreto legge n 130/2020, convertito nella Legge n 173/2020, amplia la portata del permesso di soggiorno per “protezione speciale” sia nella durata che nella possibilità di conversione, che nel contenuto, introducendo il divieto di espulsione in caso di violazione del diritto alla vita privata o familiare della persona. Il testo aumenta anche la possibilità di conversione di permessi di soggiorno, trasforma il Siproimi in Sai (Sistema di accoglienza e integrazione) con servizi aggiuntivi finalizzati all’integrazione e possibilità di accoglienza anche dei richiedenti asilo. Limita, infine, le sanzioni amministrative per le Ong che soccorrono i migranti in mare.

 

Decreto Meloni (Decreto Legge 1/2023)

 

Decreto legge 20/2023, convertito in legge n. 50/2023, emanato in Calabria a seguito del naufragio avvenuto sulle coste di Cutro. Il Decreto Legge ha di fatto eliminato le modifiche apportate nel 2020 in materia di protezione speciale, sia in termini di durata che di conversione, eliminando le ipotesi di divieto di espulsione e, conseguentemente, le possibilità di rilascio del relativo permesso di soggiorno nei casi di violazione del diritto alla vita privata e familiare della persona. Ha aumentato le ipotesi di esame delle domande di protezione internazionale con la procedura accelerata e direttamente nei luoghi di frontiera. Ha introdotto un nuovo reato chiamato “morte o lesioni” come conseguenza di delitti in materia di immigrazione clandestina. Ha introdotto la possibilità di commissariare la gestione dei CPR (centri di permanenza per i rimpatri), realizzando un Cpr in ogni Regione.

 

 

 

 

Quella di Salvini è una difesa che va oltre i confini dei fatti

e della legge.

Ilfoglio.it – (23 settembre 2024) - Luca Gambardella – Redazione – ci dice:

 

L'accusa ha chiesto sei anni di carcere per il vicepremier, lui si difende con due nuovi capitoli del suo libro "Controvento" che sembra sempre più "sottosopra" il modo nel quale interpreta il quadro dei fatti contestati.

(Immagine di Quella di Salvini è una difesa che va oltre i confini dei fatti e della legge.

Matteo Salvini -foto Ansa)

 

Dopo il cinema, la letteratura.

 Il vicepremier Matteo Salvini sveste gli abiti dell’imputato su sfondo nero e occhi sgranati rivolti a filo macchina per mettere mano alla tastiera e compilare per iscritto il suo memoriale sul caso Open Arms.

 Il vicepremier vuole svelare la sua verità, a pochi giorni dalla requisitoria della pubblica accusa, che ha chiesto per lui sei anni di carcere – oltre un milione di euro è invece la richiesta di risarcimento avanzata dalle parti civili.

Freschi di stampa, ecco allora due nuovi capitoli che vanno ad arricchire la biografia politica di Salvini.

E a leggere d’un fiato il suo diario, più che “Controvento”, è “Sottosopra” il modo in cui Salvini interpreta il quadro dei fatti contestati.

Il primo capovolgimento riguarda il cuore pulsante della sua linea difensiva, ovvero che la difesa dei confini prevale su tutto, diritti umani compresi. Cita l’articolo 52 della Costituzione – “La difesa della patria è sacro dovere del cittadino” – ma omette un’altra disposizione della Carta, l’articolo 10, che dice questo: “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”. Norme che Salvini dimentica in ognuno dei suoi passaggi, ma che per i PM di Palermo sono alla base dei reati contestati – sequestro di persona e omissione di atti d’ufficio. Ma nel mondo sovranista del leader della Lega, a essere chiusi non sono solamente i porti, ma anche l’ordinamento giuridico italiano. Per lui, è come se il diritto internazionale non esistesse. Nonostante la dovizia di dettagli su tesi complottiste varie e assortite – immancabili Palamara e la giudice Apostolico – Salvini manca di spiegare per quale motivo il suo caso dovrebbe essere immune all’applicazione della Convenzione Solas del ‘74 o di quella Sar del ‘79 oppure della UNCLOS dell’82. Sono solamente alcune delle convenzioni internazionali sottoscritte dall’Italia e che, secondo i PM, Salvini avrebbe violato nel rifiutarsi di assegnare un porto sicuro alle 147 persone salvate da Open Arms nell’arco di 20 giorni. Leggi essenziali che chiariscono come la difesa dei diritti fondamentali – la vita è una di questi – prevalga su quella dei confini. Puntualizzano come persino in presenza di comprovati sospetti sulla presenza di terroristi fra i naufraghi – e il dibattimento ha dimostrato come simili sospetti non siano mai emersi all’epoca dei fatti – prima si salvano le persone e poi, sulla terraferma, si processano. Specificano che un pos (place of safety) non può mai essere considerato un’imbarcazione perché un barchino stracolmo di migranti è considerato in sé e per sé in pericolo, a prescindere dalla sussistenza di un rischio immediato. Per lui, per Salvini, esistono invece “la sinistra e i PM di Palermo che vogliono Matteo Salvini in galera”, esiste la volontà di processare una politica – quando il Parlamento ha deciso che, più modestamente, si debba procedere a processare la gestione di un evento di salvataggio in mare e una serie di atti amministrativi.

Esiste poi, e questo è il filone semi-comico nella ricostruzione di Salvini, il famigerato “sommergibile Venuti”, il coniglio dal cilindro che da un anno il ministro agita come la prova provata del complotto ai suoi danni.

Le rivelazioni emerse dal pattugliamento del sottomarino della Marina militare il primo agosto del 2019 erano talmente scioccanti che all’epoca il Viminale, informato dei dispacci del comandante Stefano Oliva, li relegò nel faldone delle cose poco urgenti, perché dentro non trovò nulla di utile a scagionare l’allora ministro dell’Interno. Ma a distanza di quattro anni riecco Venuti e riecco il complotto, perché la difesa di Salvini asserisce di non essere mai stata informata dell’esistenza di un sottomarino. Falso, replica la procura, perché il ministero dell’Interno ne era stato messo a conoscenza fin da subito. “Un episodio gravissimo che in un paese normale provocherebbe ondate di indignazione e inchieste giornalistiche sui meccanismi della giustizia e della politica”, scrive Salvini. Il sommergibile, che casualmente si trova in quel tratto di mare, intercetta alcuni dialoghi a bordo di Open Arms e scatta delle foto. “Rivelazioni fondamentali”, per il ministro, che dimostrerebbero come “in quell’agosto 2019 c’erano dei sospetti sull’attività della Ong”. Rivelazioni fondamentali tipo questa: “Emerge che due persone, di cui una ‘probabilmente a bordo della Open Arms, parlavano in spagnolo e che verosimilmente si trovavano a poca distanza l’una dall’altra”. Due persone che parlano in spagnolo su una nave spagnola. Incredibile, ma non è finita qui, perché “dopo questo dialogo la Open Arms aveva cambiato rotta senza motivo apparente: guarda caso, si era avvicinata al punto esatto dove era presente un barchino con dei migranti”. Coincidenze? “E’ lecito pensare che il materiale potrebbe provare la presenza di scafisti e di comunicazioni rilevanti con la Ong”, conclude Salvini. Su quali basi sia “lecito pensarlo”, non è dato sapere ma quel che invece si sa per certo è che fino a oggi ogni indagine e ogni procedimento su questo tema sono stati sempre archiviati per mancanza di prove.

 

Poi c’è la ricostruzione delle offerte di porti di sbarco che, secondo Salvini, Open Arms avrebbe rifiutato ostinandosi a volere attraccare solamente in Italia. “No, no, no”, ripete stizzito l’imputato nel suo libro riferendosi ai tre dinieghi che la nave ong avrebbe dato rispettivamente a Malta, Spagna e Tunisia. Peccato che la prima avesse offerto un porto – peraltro vicino a Gibilterra, per poi “avvicinarlo” alle Baleari – il 18 agosto, cioè 18 giorni dopo l’inizio della crisi e appena due prima che si concludesse. Peccato che Malta avesse offerto di accogliere solamente 39 migranti, quelli recuperati nel secondo salvataggio avvenuto nella sua zona Sar e che il comandante della Open Arms avesse rifiutato perché temeva disordini tra i naufraghi a bordo. Peccato, infine, che non solo non è vero che la Tunisia abbia mai offerto di fare sbarcare i migranti ma che, se anche lo avesse fatto, Tunisi non è un porto sicuro per via delle sue violazioni dei diritti umani. Ma insomma, tutto vale. “L’ho fatto, lo rifarei”, conclude l’imputato. Se ne riparlerà il 18 ottobre, quando per la requisitoria della difesa Salvini potrà contare su un nutrito drappello di sostenitori pronti a fare il tifo per lui fuori dall’aula bunker dell’Ucciardone.

 È prevista anche la partecipazione di una delegazione inviata da Viktor Orbán.

“E’ il nostro eroe”, ha detto di Salvini. Punto.

Fine del primo capitolo.

(Di più su questi argomenti.)

(Matteo Salvini - open Arms).

(Luca Gambardella).

 

 

 

 

 

La sfida di Sánchez e

il bivio dell’Europa.

Settimananews.it – (8 agosto 2026) - Giuseppe Savignone – Redazione – ci dice:

 

Tutto lasciava pensare che il vertice straordinario dei ministri dell’Interno della UE del 4 agosto scorso si sarebbe tradotto in un processo alla politica migratoria di Pedro Sánchez.

A chiederne la convocazione urgente, all’indomani dei fatti di Ceuta, era stata una lettera di 22 leader europei su 27, in risposta a un appello di Giorgia Meloni, la prima e la più drastica accusatrice del Governo spagnolo.

 

La crisi di Ceuta veniva interpretata dalla premier italiana come una gravissima minaccia alla «difesa dei confini» europei, effetto di una politica migratoria che l’Italia ha sempre condannato.

 Come ha esplicitato il vice-premier e ministro degli Esteri Tajani: «Le immagini che arrivano da Ceuta dimostrano come la scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea, ad oltre 500mila immigrati irregolari sia profondamente sbagliata e incentivi il traffico di esseri umani».

Da qui la decisione unilaterale di sospendere per un mese il trattato di Schengen nei confronti della Spagna.

 

Immediata, e in piena sintonia con quella del Governo italiano, la denuncia anche degli Stati Uniti, che già più volte, nel recente passato, avevano attribuito il declino dell’Europa a una politica migratoria troppo permissiva:

 «Questo incidente inaccettabile è la conseguenza diretta degli sforzi deliberati del Governo spagnolo volti a consentire e facilitare l’immigrazione illegale di massa in Europa», ha dichiarato il “Dipartimento di Stato” su “X”.

 

Ma anche dall’Europa erano arrivati messaggi molto critici verso Madrid.

Pienamente d’accordo con Meloni si era detta la ministra dell’Interno finlandese Mari Rannate:

 «La Spagna ha completamente fallito nel proteggere il confine esterno dell’area Schengen dalle incursioni. Questo non può continuare», aveva scritto su “X”, aggiungendo che «i Paesi che non adempiono al loro obbligo di proteggere il confine esterno non possono essere membri di Schengen».

Sulla stessa linea la Svezia e soprattutto la premier socialdemocratica della Danimarca, Mette Frederiksen, che insieme a Meloni poi ha preparato la lettera in cui si chiedeva la convocazione straordinaria del vertice.

 

Per non parlare dei partiti di destra dei paesi europei, dal tedesco Alternative für Deutschland al francese Rassemblement National, e dei social, come “X”, di Elon Musk, tutti uniti nell’attacco a Madrid.

 

La vera posta in gioco.

In realtà, come si evince dalla dichiarazione di Tajani, la vera questione non è mai stata la permeabilità della frontiera spagnola.

Sánchez ha avuto buon gioco nel far notare che, stando ai dati ufficiali dell’agenzia «Frontex», tra il 2021 e il 2026 il numero di irregolari registrato dall’Italia è stato di 478.600 persone, mentre dalla Spagna è stato 230.476, la metà.

 

Il Governo spagnolo in questi anni ha condiviso con tutti gli altri Paesi europei l’impegno di bloccare un afflusso caotico e incontrollabile di migranti, esercitando – come del resto sta facendo ora a Ceuta – il suo potere di respingimento e di espulsione degli immigrati illegali. Con una differenza fondamentale, però: mentre gli altri Governi europei – sotto l’impulso di quello italiano – hanno sempre più messo al centro della loro politica migratoria la «difesa dei confini», guardando ai migranti come a minacciosi barbari invasori, Sánchez ha più volte dichiarato di considerarli invece una preziosa risorsa per la crescita della Spagna, attuando una politica complessiva di accoglienza e soprattutto curando l’integrazione.

 

«La Spagna – ha detto in un discorso al parlamento nell’ottobre del 2024 – è un Paese di emigranti. Dobbiamo sempre iniziare ricordando questo fatto. Il nostro dovere adesso è essere quella società accogliente che i nostri stessi emigranti avrebbero voluto trovare al di là dei Pirenei o dell’Atlantico. Questo è il debito morale che abbiamo nei confronti dei nostri antenati».

 

Ma, ha aggiunto, «l’immigrazione non è solo una questione di umanità, il che basterebbe. È necessaria per la nostra economia e per la nostra prosperità». Come dimostrano i dati. Anche grazie agli immigrati, che hanno permesso di compensare la grave crisi demografica che affligge la Spagna, come il resto d’Europa, il PIL spagnolo nel 2025 ha registrato una crescita del 2,9%: più del doppio della media europea. E anche per il 2026 si prevede un aumento del 2%, ben maggiore dell’1,2% del Regno Unito e dell’1% di Francia e Germania.

 

Il confronto è ancora più impressionante con l’Italia, il cui PIL nel 2025, malgrado il massiccio sostegno europeo del PNRR, è cresciuto solo dello 0,7% e, nelle migliori previsioni per il 2026, resterà al di sotto dell’1%.

 

Il culmine di questa politica è stato rappresentato dalla decisione del Governo spagnolo, l’aprile scorso, di regolarizzare circa 500.000 migranti presenti in Spagna da almeno cinque mesi prima del 31 dicembre 2025 (dunque già in qualche modo inseriti), senza precedenti penali. Nessuna rinuncia all’identità nazionale, come Sánchez nel proprio messaggio sui social ha specificato: «Riconosciamo diritti ma richiediamo anche obblighi. Che coloro che già fanno parte della nostra vita quotidiana lo facciano a condizioni uguali, contribuendo al sostentamento del nostro Paese e del nostro modello di convivenza».

 

Uno schiaffo per la «filosofia» sovranista di Meloni, ora applicata a tutta l’Unione Europea, secondo cui per «ritornare ad essere grandi» bisogna alzare più muri e fare più deportazioni. I fatti stanno dimostrando che ha ragione Sánchez quando dice che la Spagna, come tutta l’Europa, «deve scegliere» tra due possibili opzioni: «Essere un Paese aperto e prospero o un Paese chiuso e povero».

 

Una reazione sproporzionata.

Non è necessario essere maligni per pensare che i toni esasperati del Governo italiano – e, in una certa misura, degli altri leader europei – dopo Ceuta siano da collegare a questo contesto. Perché l’episodio di Ceuta è stato grave, ma una sproporzione nelle reazioni c’è stata. Basta fare un confronto con quanto accaduto a Lampedusa nel 2023, quando quasi 10.000 persone approdarono gettando nel caos l’isola. L’Unione Europea – che in quel momento era presieduta dalla Spagna – fu subito solidale col Governo italiano. La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, si recò con Meloni a visitare l’isola, garantendo il suo sostegno. Nessuno parlò di minaccia ai confini dell’UE e della possibilità di sospendere l’Italia dagli accordi di Schengen.

 

Si capisce la delusione spagnola di fronte alla reazione dell’Italia in questa occasione. La riflette chiaramente la risposta di Madrid alla dichiarazione di Tajani: «Questo messaggio è inappropriato da parte del ministro degli Esteri di un Paese partner e amico, dal quale ci aspettiamo solidarietà europea e non demagogia di parte». E si sarebbe forse potuto aggiungere che Sánchez aveva difeso pubblicamente Meloni quando era stata attaccata e mortificata da Trump.

 

Particolarmente grave lo stop a Schengen da parte dell’Italia, un atto di rottura che il ministro dell’Interno spagnolo ha definito «un’azione imperdonabile». Ma anche il commissario europeo Brunner successivamente ha osservato che le frontiere europee non avevano mai corso alcun rischio, perché chi da Ceuta «vuole passare in Spagna deve comunque superare i controlli della frontiera esterna», sottolineando che «l’Italia è l’unico Paese ad aver introdotto controlli alle frontiere aeree e marittime», che in realtà «sono l’extrema ratio» e «devono essere proporzionati».

 

In ogni caso – ha fatto presente il Governo di Madrid – la crisi di Ceuta «non ha nulla a che vedere con la regolarizzazione dei migranti approvata dal Governo spagnolo». Essa in realtà è stata innescata da una sentenza della Corte suprema spagnola, pubblicata lo scorso 8 luglio, nella quale si affermava che il respingimento immediato è legittimo soltanto quando l’ingresso illegale avviene attraverso il superamento di una barriera materiale di confine, e non via mare.

 

Quella che Madrid ha evitato di sottolineare è la responsabilità delle autorità marocchine, che non solo non hanno fatto nulla per arginare l’esodo verso l’exclave spagnola, ma con ogni probabilità lo hanno anche promosso.

 

Il perché non è un mistero. Il re del Marocco la considera un residuo inaccettabile dell’eredità coloniale e cerca ogni occasione per abolirla. Per di più, recentemente, con un viaggio ad Algeri, il premier spagnolo Sánchez si è riavvicinato al nemico giurato del Marocco, l’Algeria, che sostiene l’indipendenza del Sahara Occidentale, su cui il Governo marocchino rivendica la propria sovranità.

 

In questo gioco diplomatico ha sicuramente giocato un ruolo importante l’appoggio di Trump al Marocco nel sordo conflitto con la Spagna. È nota l’ostilità del presidente americano nei confronti di Sánchez, l’unico leader europeo che ha osato respingere la sua pressante richiesta di innalzare le spese per gli armamenti e che ha denunciato apertamente, con un fermo discorso, l’assurdità dell’attacco all’Iran.

 

La montagna ha partorito il topolino.

Questi antecedenti spiegano perché ci si aspettasse dal vertice del 4 agosto una condanna della Spagna, sulla cui onda il ministro Piantedosi sperava di far approvare un progetto, elaborato da Meloni insieme a Frederiksen, in base al quale, sul modello albanese, l’UE avrebbe dovuto creare diversi hub per il rimpatrio in Paesi terzi (si parlava di Uganda, Ghana, Etiopia e Montenegro).

 

E invece le cose sono andate abbastanza diversamente. Un quotidiano “di sinistra” come Repubblica titolava in prima pagina: «Emergenza migranti: la UE respinge l’Italia». E, nel catenaccio: «Sostegno da Bruxelles alla Spagna e gelo sulla proposta dei centri in Africa».

 

In questa prospettiva, nell’editoriale di Andrea Bonanni, intitolato «Il boomerang di Meloni», si parlava di «piena, unanime solidarietà alla Spagna, e congratulazioni per come Madrid ha gestito la crisi dei migranti a Ceuta. La sfida lanciata da Giorgia Meloni a Pedro Sánchez si risolve in un clamoroso autogol».

 

Ma anche un giornale «di destra», Il Foglio, esibiva un titolo in questo senso: «Viva la Ceuta invasa dall’europeismo». E, nel catenaccio: «Solidarietà e lodi alla Spagna. I 22 europei, compresa l’Italia, fanno una grande retromarcia su Ceuta».

 

Probabilmente ci si è resi conto che l’azione diplomatica di Meloni per isolare la Spagna, portata alle sue logiche conseguenze, avrebbe avuto come unico vero effetto non quello di rafforzare i confini dell’Unione Europea, ma di spaccarla e indebolirla ulteriormente, facendo, alla fine, il gioco di Trump.

 

Ma a ricordarci che la battaglia decisiva era il titolo controcorrente di un giornale «di sinistra», Domani: «Migranti: L’UE stregata da Meloni. “Più rimpatri”, Sánchez isolato». E, nel catenaccio: «Il commissario Brunner attacca Madrid: “Le regolarizzazioni non sono un buon segnale per l’Europa”». La «filosofia» dominante di questa Europa rimane quella dell’esclusione e nello stesso vertice dei giorni scorsi la proposta italiana della deportazione in Uganda o in Ghana dei migranti non è stata approvata, ma neppure respinta. Solo rinviata. E le prossime elezioni favoriranno un ulteriore spostamento a destra della politica europea.

 

Ho amici spagnoli che detestano Sánchez e che, dopo questo «chiaroscuro», mi accuseranno di averlo beatificato. So delle forti critiche che gli vengono rivolte e non escludo affatto che siano fondate. Senza dire che su alcune tematiche, come quelle riguardanti la sessualità e la bioetica, sono sempre stato anch’io molto distante dalla sua linea.

Ma almeno sulla questione dei migranti spero che la sua sfida continui ad inquietare questa Europa sempre più ripiegata su sé stessa, ricordandole che nessuno cresce escludendo gli altri.

 

 

 

Costruire contropotere,

cogliere le opportunità.

“IL” in transizione.

“Interventionistische Linke = IL”.

Connessioniprecarie.org – (Gennaio 21, 2025) - Sezione-∫connessioni globali – Redazione – ci dice:

 

Traduciamo un contributo di “Interventionistische Linke” (IL), con cui nel 2015 abbiamo condiviso il percorso “Block spy” e più recentemente della TSS Platform.

A partire dalle difficoltà che il movimento ha incontrato negli ultimi anni, in particolare dopo la pandemia e l’inizio della guerra, questo testo si propone di avviare un confronto aperto e critico per ripensare le strategie e le prospettive di lotta nella fase attuale, segnata dall’ascesa delle destre, dal militarismo e dalla guerra, riconoscendo nella dimensione transnazionale un terreno cruciale per l’organizzazione. Riteniamo quindi che questo contributo – che a fine gennaio discuteremo insieme ai compagni e alle compagne di IL e di cui è possibile leggere la versione completa in inglese o in tedesco a questo link – sollevi questioni di interesse anche per il movimento italiano.

 

 

La continua ascesa del fascismo, l’intensificarsi della crisi climatica e una nuova era segnata dalla guerra e dalla militarizzazione:

 il mondo sta subendo cambiamenti drammatici e inquietanti.

Questa poli -crisi sta avendo un pesante impatto sulla sinistra.

Quando abbiamo iniziato il nostro percorso, ci siamo ispirati a un mondo di rivolte e di speranza, modellando su questo le nostre strategie e tattiche. Mentre alcuni di questi approcci possono aver dato risultati, altri sono stati insufficienti ed entrambi hanno dovuto scontrarsi con la mancanza di cambiamenti tangibili e materiali.

 

Allo stesso tempo, la sinistra sembra essere entrata in uno stato di paralisi.

 Sulla scia della pandemia, molti movimenti sono diventati silenti, i gruppi di base si sono dissolti o – come nel contesto tedesco – hanno riposto le loro speranze in un governo di centro-sinistra che non ha ancora mantenuto le sue promesse di cambiamento.

 A livello transnazionale, vediamo situazioni simili:

frammentazione, stanchezza e una crescente disconnessione rispetto all’urgenza delle crisi che si stanno dispiegando intorno a noi.

 

Eppure, mentre le difese del sistema capitalistico si irrigidiscono, la necessità di un cambiamento significativo non è mai stata così pressante.

Questo paradosso – una sinistra paralizzata di fronte alla marcia implacabile del capitalismo – richiede una risposta critica. Ora più che mai, vediamo la necessità di unirci ai nostri compagni e alle nostre compagne per affrontare insieme queste grandi sfide.

 

Le pagine che seguono sono una sintesi del documento che abbiamo pubblicato [trovate il testo completo in inglese e in tedesco], un punto di partenza per discussioni più ampie e analisi più approfondite.

 Non fornisce risposte, ma si propone di offrire una cornice dentro cui avviare il dialogo.

Non pretendiamo di avere tutte le soluzioni, né di proporre un’agenda fissa. Lo consideriamo invece l’inizio di un processo collettivo, un invito a riunirsi per riflettere sulle crisi che caratterizzano il nostro mondo e riorientarsi in mezzo a esse.

Questo documento è il risultato di un lungo processo di discussione e scrittura.

È stato scritto prima della caduta del governo tedesco e alcune cose potrebbero già sembrare superate.

La situazione cambia continuamente e abbiamo bisogno di nuove risposte a nuove domande.

 

Sappiamo che non possiamo affrontare queste difficoltà da soli. Per questo motivo pubblichiamo questo documento sul sito della TSS Platform. Soprattutto in questa fase, il dialogo transnazionale ci offre un’opportunità unica: superare i confini nazionali per individuare e mettere in connessione sfide, strategie e solidarietà. Trovando un terreno comune al di là delle frontiere, possiamo rafforzare la nostra capacità di affrontare le crisi che abbiamo di fronte e di immaginare insieme nuove possibilità.

 

Questo non è solo un momento di riflessione: è l’inizio di un processo. Ci auguriamo che vi unirete a noi e che condividerete impressioni e critiche per dare forma a questo viaggio insieme.

 

A dieci anni dalla nascita di “IL”, il mondo è cambiato in modo significativo, e così la sinistra radicale. Dopo anni di forti movimenti politici, assistiamo a una paralisi della sinistra, anche all’interno dei nostri ranghi. Le nostre strategie e tattiche non sembrano più adatte al mondo in cui viviamo. Pertanto, dobbiamo rivalutare la nostra analisi, la nostra strategia e le nostre tattiche per continuare a lottare.

Il nostro obiettivo è sempre stato quello di uscire dalla bolla ed entrare nel cuore dei conflitti sociali.” IL” ha iniziato il suo lavoro con questa ambizione quasi 20 anni fa. Abbiamo cercato di costruire una sinistra radicale inserita nella società: essere visibile e avvicinabile, lottare per l’egemonia politica e organizzare il contropotere.

 

Oggi, IL è una delle più grandi organizzazioni della sinistra radicale nel contesto di lingua tedesca. Da un’associazione di gruppi locali, ci siamo trasformati in un’organizzazione interregionale basata sui principi della democrazia diretta.

Tuttavia, le attuali prospettive per il futuro sono fosche e la sinistra è sulla difensiva in molte parti del mondo.

 

In questo momento abbiamo bisogno di un’alternativa di sinistra che offra speranza e direzione. È quindi giunto il momento di rivalutare le nostre strategie e le nostre pratiche. Abbiamo riflettuto su molte questioni e ne abbiamo discusso a lungo. Tuttavia, molte delle nostre discussioni sono ancora in fase iniziale. Questo documento rappresenta i risultati dei nostri dialoghi fino ad ora.

 

Chi cerca qui risposte facili rimarrà deluso. Sarebbe troppo riduttivo pensare a un nuovo riformismo che, di fronte allo slittamento verso destra e alla crisi climatica, si limita ad affrontare ciò che le attuali istituzioni riescono a gestire. Anche un superficiale ritorno alla classe operaia – un approccio che spesso si trasforma in dogmatismo e autoritarismo – è troppo semplicistico. Lo stesso vale per una politica dell’identità che si concentra rigidamente sulle identità anziché metterle in discussione, offrendo poco stimolo alla lotta collettiva per un mondo migliore. Al contrario, vogliamo essere una sinistra radicale che continua a sostenere la possibilità di un cambiamento complessivo, anche in tempi bui. Una sinistra radicale organizzata e radicata nella vita quotidiana, capace di riconoscere le opportunità e di coglierle con determinazione, che trasformi le piccole fratture in grandi rotture e che abbia il coraggio di accettare la scommessa della rivoluzione. Teniamo fermamente a questa aspirazione e a questa promessa. Per questo ci organizziamo.

 

L’organizzazione ci consente di superare il senso individuale di impotenza e promuovere l’auto emancipazione. Essa crea nuove forme di connessione collettiva, indispensabili per immaginare e costruire una società che vada oltre la competizione capitalistica. Attraverso l’organizzazione, ci solleviamo dal caos del presente e ci mobilitiamo per un futuro migliore. La speranza non può essere imposta dall’alto; essa nasce dalle rivolte, dalle lotte e dai movimenti che emergono dal basso. Black Live Matter, #NiUnaMenos e Frida for Future sono movimenti globali contro condizioni intollerabili. Le loro proteste hanno attirato tantissime persone nell’ultimo decennio. Molte lotte non trascendono i confini nazionali, ma sono simili nella forma e nel contenuto. I movimenti di oggi condividono anche un tema comune, sebbene sia difficile da definire con precisione: ovunque, le questioni della vita e della sopravvivenza sono in primo piano.

 

Il mondo è diventato un luogo di crisi sovrapposte, tutte accomunate dalla lotta per la sopravvivenza. In risposta a queste crisi, assistiamo all’ascesa di Stati autoritari e militaristi, guidati sia da partiti apparentemente progressisti sia da forze antidemocratiche di destra. Tuttavia, nessuno di questi approcci offre soluzioni concrete e praticabili. Paradossalmente, il potere si è ulteriormente consolidato all’interno degli Stati centrali, mentre il capitalismo ha normalizzato la propria esistenza. Nonostante ciò, le crepe e le linee di frattura all’interno della produzione capitalista permangono, lasciando spazio al potenziale per ampliare queste rotture.

Guerre, pandemia, crisi climatica, povertà, disuguaglianze sociali crescenti, ascesa delle destre e crisi della riproduzione sociale: viviamo in un’epoca di crisi permanenti. La crisi climatica minaccia i mezzi di sussistenza di tutte le società umane. L’instabilità ecologica e la disuguaglianza sociale si sono intensificate di conseguenza, insieme all’aumento della violenza, dell’esclusione e dell’isolamento. Ciò ha un impatto profondo sulla politica di sinistra e della sinistra radicale.

 

Contemporaneamente, le guerre – come l’aggressione della Russia all’Ucraina o il conflitto a Gaza – minacciano la vita di milioni di persone. La rivalità geostrategica tra Stati Uniti e Cina, attualmente condotta come una guerra economica, ha un potenziale di escalation globale. L’illusione di un’era di pace è andata in frantumi.

 

Il capitalismo convenzionale funziona in maniera sempre meno efficace: ampie porzioni di capitale globale non possono più essere investite con profitto nei mezzi di produzione. Di conseguenza, il capitale si dirige verso nuove aree di investimento nei mercati finanziari, anche se non si è ancora sviluppato un nuovo regime di accumulazione praticabile. In questo contesto, il capitale si orienta sempre più verso la privatizzazione della terra e delle risorse e verso la finanziarizzazione di settori essenziali alla vita quotidiana, come la casa, la sanità, i servizi di assistenza, la sicurezza sociale per gli anziani e la comunicazione digitale. Questa tendenza sta escludendo un numero crescente di persone dall’accesso ai beni essenziali, come acqua potabile, assistenza sanitaria e cibo. Di conseguenza, l’impoverimento, la fame e la migrazione stanno aumentando a livello globale.

 

La classe dirigente risponde in maniera caotica e frammentata alle molteplici crisi globali. Essa oscilla tra sforzi di modernizzazione verde e capitalista apparentemente progressisti, una risposta di facciata alle libertà civili e politiche di destra apertamente autoritarie e fasciste. Nonostante le apparenti contraddizioni, entrambi gli approcci permettono a una ristretta élite di isolarsi, accumulando ricchezza in modo esponenziale, mentre la maggioranza è costretta a sopportare le conseguenze di queste crisi. Tuttavia, nessuno dei due approcci affronta l’evidente contraddizione tra gli interessi del capitale globale e i bisogni fondamentali di sopravvivenza dell’umanità nel suo insieme.

 

Lo sfruttamento coloniale, le risorse naturali a basso costo e l’estrazione di combustibili fossili hanno reso ricchi e potenti i centri capitalistici dell’Occidente. Questo sfruttamento ha permesso il compromesso di classe che ha preso forma nelle società industrializzate dopo la Seconda guerra mondiale, consentendo ad ampie porzioni della società di partecipare al consumismo e alla prosperità. Ad oggi, il “modo di vivere imperiale” può essere sostenuto solo in una piccola parte del mondo, grazie allo sfruttamento neocoloniale e al consumo sfrenato di risorse e combustibili fossili.

 

A beneficiarne sono, ovviamente, soprattutto i ricchi e i benestanti, anche se la disuguaglianza sociale all’interno dei centri capitalistici continua a crescere. Molte persone vedono qualsiasi cambiamento come una minaccia al loro stile di vita, anche perché queste trasformazioni tendono a colpire la maggioranza piuttosto che i ricchi. Tale meccanismo pone un ostacolo significativo alla costruzione di un’ampia resistenza contro i regimi di confine, il razzismo istituzionale e gli sforzi per una politica climatica significativa.

 

Nell’attuale capitalismo neoliberale, due progetti politici in competizione si contendono l’egemonia: un progetto liberale di modernizzazione verde si contrappone a un progetto apertamente autoritario, a volte fascista, radicato nella dipendenza dai combustibili fossili. Mentre il primo cerca di modernizzare il capitalismo attraverso un nuovo regime di accumulazione, il secondo si aggrappa a una struttura sociale più tradizionale sia in termini economici sia socio-politici. In quanto regimi capitalistici e globalmente imperialisti, queste transizioni sono fluide e gli attori politici si muovono spesso tra di esse.

Il progetto del “capitalismo verde” promette di affrontare la crisi climatica attraverso la modernizzazione ecologica, creando al contempo nuove opportunità di profitto. Secondo questa logica, i modi di produzione e gli stili di vita capitalistici potrebbero essere sostenuti a lungo termine, preservando le risorse ecologiche.

 

Al centro di questa falsa promessa c’è l’idea di disaccoppiare la crescita economica dal consumo di risorse attraverso il progresso tecnologico e la ristrutturazione ecologica. Di conseguenza, la modernizzazione verde non ha bisogno di ignorare o negare la crisi climatica, come fa la destra e viene dunque sostenuta da istituzioni internazionali come l’ONU, l’OMC e l’UE.

 

Nei centri capitalistici dell’Europa occidentale e del Nord America, la modernizzazione verde si allinea strettamente al neoliberalismo “progressista”. Ottiene sostegno soprattutto attraverso politiche del riconoscimento che riprendono elementi delle richieste dei movimenti sociali, ma li diluiscono e li reinterpretano per adattarli alla logica capitalistica. Il capitalismo moderno si presenta quindi come difensore delle libertà individuali e dei valori liberali, che sostengono l’immagine del blocco verde-progressista. Dentro questo quadro, la difesa dei valori liberali e delle presunte politiche progressiste rimane però superficiale. In definitiva, il capitalismo e il modo di vivere imperialista non possono esistere senza rigidi confini, disuguaglianza razziale, militarizzazione e repressione, resi ancora più pressanti dalle inevitabili conseguenze della crisi climatica.

 

Al contrario, i conservatori, gli integralisti del mercato e persino le forze di destra e fasciste hanno formato un progetto di destra distinto. Questa coalizione, con formazioni diverse a seconda del Paese, compete ferocemente con il progetto progressista-verde per il predominio. In Germania, questo spostamento ha preso pienamente piede con il successo elettorale dell’AFD e lo spostamento a destra della CDU sotto l’attuale leader Friedrich Merz.

 

Nonostante le crisi dilaganti e la crescente insicurezza, il progetto di destra promette stabilità sostenendo l’isolazionismo, la negazione del cambiamento climatico e la conservazione dei privilegi patriarcali. Per sostenere questa falsa promessa di stabilità, vengono deliberatamente mobilitati e intensificati pregiudizi razzisti, sessisti, antisemiti e anti-queer di lunga data. Nei media tradizionali e nei social media, la destra si presenta come una forza resistente e decisa. Trae vantaggio dall’adozione di narrazioni di destra in gran parte dei media e del panorama politico, normalizzando così la sua ideologia.

 

I neoliberali e gli attori di destra condividono più di un’occasionale sovrapposizione ideologica; la loro cooperazione va oltre le alleanze temporanee. Ciò è stato particolarmente evidente durante il movimento “Querente inning” (un’ampia coalizione di critici che inizialmente protestava contro le misure della COVID-19 e che in seguito ha incorporato l’opposizione alla politica “woke”; tradotto letteralmente, il termine significa “pensatori laterali”). In questo caso, l’ideologia neoliberale ha preso una piega autoritaria: l’individualismo estremo e una concezione egocentrica della libertà hanno dato origine all’aggressività nei confronti della solidarietà collettiva. In questo modo, la coalizione diffusa di libertari autoritari e cospirazionisti ha ampliato la base del progetto di destra. Inoltre, i fondamentalisti religiosi hanno rafforzato in modo significativo le loro reti negli ultimi anni, stringendo sempre più alleanze con segmenti del blocco di destra.

 

La minaccia rappresentata dal progetto autoritario della destra inizia molto prima di qualsiasi coinvolgimento formale dell’AFD nel governo. Le fantasie di violenza razzista, antisemita, misogina e transfobica non rimangono confinate nel mondo virtuale, ma sfociano in una violenza reale e spesso letale. Lo hanno tragicamente dimostrato gli omicidi di Halle nel 2019 e di Hanau nel 2020. Le figure autoritarie di destra continuano a trovare un punto d’appoggio all’interno della polizia, dei servizi di intelligence e delle forze armate, che rimangono infarcite di razzismo e di estremismo di matrice nazista. Le reti di destra esistono ancora all’interno dell’apparato di sicurezza tedesco, che non è mai stato completamente de-nazificato, rappresentando una minaccia significativa soprattutto per i e le migranti. Non ci si può affidare esclusivamente allo Stato per contrastare le strutture di destra, poiché esso interviene raramente, a meno che non venga messo direttamente in discussione il suo monopolio della forza. Sarebbe quindi necessario un forte movimento antifascista per spingere lo Stato ad agire.

 

Per quanto significativa possa essere la poli -crisi, il nostro obiettivo rimane la rottura rivoluzionaria.

Siamo spinti dalla rabbia quotidiana contro le strutture oppressive del capitalismo e dal desiderio di un mondo che offra a tutte e tutti una vita migliore. Un mondo del genere non può esistere senza l’abolizione della proprietà privata capitalistica, lo smantellamento delle strutture di classe e dello sfruttamento e il superamento dell’oppressione e della violenza patriarcale e razzista. Senza una rottura con il capitalismo e la sua logica del profitto, non ci possono e non ci saranno soluzioni solidali alle crisi esistenziali e alle minacce del XXI secolo, né in Germania e in Europa né a livello globale. Una democratizzazione radicale di tutti gli aspetti della vita è necessaria per fermare la distruzione sistematica delle fondamenta della nostra esistenza.

 

Consideriamo la rivoluzione come un processo attraverso il quale lo Stato borghese e le sue istituzioni vengono gradualmente superati. In questo contesto, la politica parlamentare e le maggioranze possono, al massimo, svolgere un ruolo secondario. Il sistema non può essere modificato in modo sostanziale senza rompere le sue regole, e i tentativi in tal senso sono sempre falliti. Partiti come Die Linke, Syriza e Podemos sono esempi di questo fallimento.

 

Pur riconoscendo l’importanza dei partiti politici in un progetto egemonico di sinistra e collaborando con loro in lotte e campagne concrete, il nostro obiettivo finale è la costruzione a lungo termine di un potere sociale al di fuori dello Stato attraverso l’integrazione di organizzazioni rivoluzionarie e movimenti sociali.

 

La rivoluzione trascende il semplice rovesciamento dell’ordine economico e politico esistente, ma comporta profondi cambiamenti nella nostra soggettività e nelle nostre relazioni sociali nella vita quotidiana. Oggi l’individualizzazione neoliberale e l’indifferenza verso la sofferenza in altre parti del mondo sono pervasive. Sembra difficile anche solo immaginare come potremmo determinare le nostre vite in una società libera. Ciò evidenzia l’urgenza di trasformare le nostre relazioni e noi stessi sulla via della liberazione, in modo che l’isolamento, mascherato da sovranità, diventi libertà collettiva fondata sulla solidarietà e sull’interdipendenza.

 

Pur cercando di riconquistare una posizione più egemonica, dobbiamo riconoscere che la sinistra radicale nei centri capitalistici rimane in posizione minoritaria.

Una delle ragioni dell’attuale crisi della sinistra sociale è l’assenza di contropotere. Noi intendiamo il contropotere come la capacità di interrompere le decisioni e le politiche della classe dominante, attuando al contempo le nostre soluzioni. Ciò richiede la collaborazione tra vari gruppi della sinistra. La pluralità di movimenti e organizzazioni non è un problema che può essere risolto attraverso la leadership di una singola organizzazione.

 

Sosteniamo il rafforzamento dei movimenti di sinistra nel loro insieme, favorendo le connessioni e la fiducia tra di essi. Il nostro compito, come sinistra radicale organizzata, è quello di sostenere le esperienze del movimento e di elevarle a un nuovo livello. Questo ci distingue dagli approcci individualisti e morali della sinistra, che tendono a concentrarsi sui cambiamenti di comportamenti individuali senza sviluppare una visione collettiva per superare le relazioni di oppressione.

 

Tuttavia, la sinistra radicale è una minoranza nei centri capitalistici. Questa situazione influisce sul nostro rapporto con il Sud globale e sulla nostra connessione con gli interessi della maggioranza sociale qui, mentre la promessa capitalista di un progresso perpetuo sta mostrando i suoi limiti sulla scia della crisi climatica. Le condizioni materiali necessarie per la giustizia globale stanno diminuendo. Di conseguenza, cresce il desiderio di sicurezza, di autoritarismo e di confini chiusi, proposto dalle narrazioni di destra a scapito delle popolazioni del Sud globale, dei migranti, delle donne, delle persone intersessuali, transgender e non binarie. Diversamente dal progetto di modernizzazione verde o dalle iniziative reazionarie, non promettiamo una crescita infinita della ricchezza materiale o che gli individui possano mantenere inalterato il loro attuale stile di vita. Chiunque lo faccia, inganna sé stesso e gli altri e si schiera (sub)consapevolmente dalla parte sbagliata della barricata. Su questo tema, dobbiamo confrontarci con la società se vogliamo lottare seriamente per la giustizia climatica globale e contro l’ascesa del capitalismo.

 

Tuttavia, siamo convinti che, anche in queste condizioni, vi siano potenziali linee di rottura e, anche alla luce della nostra condizione di minoranza, non ci ritiriamo in una presunta posizione di sola critica. Le linee di rottura possono essere esacerbate da una politica radicale ma accessibile. La crisi climatica, la pandemia e la guerra mostrano chiaramente che il Nord globale non è più un’isola di stabilità dove la maggior parte delle persone può proseguire la propria vita senza turbamenti. Anche in queste aree si manifestano contraddizioni all’interno del sistema di produzione e delle modalità di vita egemoniche. Anche qui emerge la questione di chi sosterrà i costi di queste crisi. Viviamo nel bel mezzo di una crisi planetaria. In questo contesto, la rivoluzione rappresenta l’unica strada percorribile per garantire una vita dignitosa a tutti. Piuttosto che aderire a giudizi morali, dobbiamo intervenire in modo deciso e radicale. Per farlo, è necessario costruire alleanze con coloro che sono direttamente colpiti dalle crisi e con gli individui che ancora credono nell’umanità e nella solidarietà.

 

A livello tattico, c’è una forte necessità di costruire nuovi legami con coloro che stanno subendo le conseguenze della poli -crisi. Trovare il modo di lottare al loro fianco è il nostro compito principale per il futuro, sia attraverso nuove forme di alleanze sia attraverso mobilitazioni di massa come gli scioperi. Non si tratta di chiedere sindacati migliori, ma di politicizzare il movimento dello sciopero e di dimostrare a livello soggettivo che la lotta può avere successo.

La costruzione di alleanze continuerà a essere una parte sostanziale della nostra pratica in futuro. Soprattutto nella Germania orientale e nelle zone rurali, la politica di sinistra è impensabile senza queste alleanze. Di fronte all’ascesa della destra, creare alleanza e solidarietà è una questione di sopravvivenza. Dobbiamo essere capaci di ottenere vittorie contro gli attacchi reazionari e prevenire un ulteriore deterioramento delle condizioni. In futuro, ci proponiamo di valutare i meriti di specifiche alleanze e di ritirarci quando queste diventino fini a sé stesse. Nel frattempo, diverse crisi stanno colpendo un numero sempre maggiore di persone, che si tratti di povertà, siccità o sfollamento causato dalla guerra. Le alleanze tradizionali stanno mostrando i loro limiti nel rispondere a queste sfide. Cerchiamo nuove alleanze e forme di organizzazione che uniscano coloro che sono direttamente colpiti e quelli che sono solidali con loro. Il rifiuto del lavoro rappresenta una potente leva materiale. Gli scioperi di base, condotti con determinazione, possono essere più di una semplice lotta per il salario e condizioni di lavoro. Essi interrompono la normalità capitalistica e possono creare spazi di collettività, politicizzazione e organizzazione. Queste lotte hanno il potenziale di creare legami e promuovere solidarietà concreta. Per estendere questa leva oltre la contrattazione collettiva, dobbiamo sostenere lo sciopero politico come una strategia praticabile nel medio termine.

 

Insieme ad altre reti e gruppi, negli ultimi anni abbiamo sostenuto e accompagnato le lotte sindacali, ad esempio nel settore sanitario, nei trasporti pubblici e presso Amazon. Abbiamo contribuito alla politicizzazione degli scioperi, ma spesso ci siamo limitati a un ruolo di supporto. I sindacati hanno frequentemente ostacolato questo progresso. Allo stesso tempo, abbiamo cercato di affermare lo sciopero sociale come strumento all’interno dei movimenti sociali, come gli scioperi femministi e quelli per il clima. Sebbene ciò abbia rafforzato l’idea dello sciopero politico all’interno di questi movimenti, la sua concreta attuazione ha avuto poco successo finora. È necessaria una base sociale più ampia affinché gli scioperi politici abbiano un impatto significativo.

 

Quando il rifiuto e l’interruzione si manifestano in vari settori della società, essi generano un reale potenziale di contropotere che deve essere costruito e unificato. La nostra prospettiva è chiara: vogliamo rafforzare le connessioni tra i diversi movimenti dello sciopero, politicizzare gli scioperi di contrattazione collettiva e consolidare le basi materiali e sociali degli scioperi sociali, dagli scioperi salariali a quelli sugli affitti, fino agli scioperi metropolitani.

 

In alcuni settori, osserviamo che le esigenze delle masse si allineano con i nostri interessi politici. Ne sono un esempio gli sforzi di socializzazione per combattere la crisi abitativa e le iniziative per affrontare la crisi climatica. In questi casi, crediamo che tattiche più aperte e potenzialmente militanti siano destinate a essere riconosciute, portando a interruzioni materiali tangibili.

Le azioni di disobbedienza di massa sono state e continuano a essere una componente centrale della nostra pratica. Sottolineiamo l’importanza di articolare apertamente le nostre azioni e portare avanti i nostri impegni, incoraggiandoci reciprocamente a impegnarci in lotte resistenti e radicali senza farci intimidire dallo Stato e dalle sue istituzioni. Siamo in grado di realizzare questa ambizione: la disobbedienza di massa si è affermata come pratica indipendente all’interno di molti movimenti sociali.

 

Tuttavia, gli ultimi anni hanno anche rivelato i nostri limiti. La natura periodica delle azioni ha portato alla loro ritualizzazione, rendendole più facili da controllare e, di conseguenza, riducendo il loro impatto. L’attenzione al discorso e il desiderio di espansione hanno avuto un impatto sulle possibilità di radicalizzazione, ostacolando la formazione di soggettività resistenti. Di conseguenza, le azioni si sono trasformate in coreografie su larga scala, limitandosi a blocchi e presidi e ritenendo sufficiente la buona riuscita di queste iniziative.  Cerchiamo di eliminare questa restrizione alla nostra capacità di agire.

 

Concordiamo sulla necessità di trasformare le nostre azioni per interrompere in maniera più diretta l’operatività delle aziende e della vita quotidiana. Ciò significa anche ampliare il nostro repertorio di disobbedienza civile di massa al di là dei blocchi. In questo contesto, la scelta delle tattiche non può prescindere dalle condizioni sociali e di potere dentro cui queste si inseriscono. Nel selezionare gli obiettivi e nell’affermare la nostra legittimità, puntiamo sulla comunicabilità di quel che facciamo. Tuttavia, questo non significa che dobbiamo accontentare tutti. Dobbiamo invece creare nuovi legami tra diversi livelli e forme di azione, creare spazio per il nuovo e l’imprevedibile, sviluppare soggettività militanti, guidare la radicalizzazione delle lotte sociali e migliorare la nostra capacità di azione a lungo termine. Non vogliamo più stare semplicemente seduti davanti alle centrali elettriche o alle fabbriche mentre la catastrofe capitalista continua. Insieme alle masse, dobbiamo distruggere, appropriarci e smantellare.

 

Riconoscendo la portata globale della crisi e il ruolo che la politica tedesca svolge al suo interno, la lotta transnazionale diventa essenziale, senza trascurare gli aspetti locali delle nostre lotte. La nostra analisi e la nostra strategia non possono essere complete senza incorporare le prospettive delle nostre compagne e dei nostri compagni su scala transnazionale e di quelli del Sud globale. Rivoltarsi contro le strutture globali della disuguaglianza non è solo un atto di solidarietà, ma un’urgenza da portare avanti a partire dalla nostra posizione che si colloca “nel cuore della bestia”. Non abbiamo ancora definito pienamente il nostro ruolo in questo contesto, ma restiamo aperti e disposti a imparare insieme ai nostri compagni e alle nostre compagne che si muovono nella dimensione transnazionale.

In un sistema globale di sfruttamento e oppressione, la lotta di liberazione deve essere altrettanto globale. Da una prospettiva                           de-coloniale, cerchiamo di imparare dalle lotte di tutto il mondo, mettendo in discussione e superando i confini nazionali delle nostre azioni politiche. In particolare, desideriamo relazionarci con le rivolte e i progetti rivoluzionari, come le strutture autogestite della Siria settentrionale e orientale (Rodava) e la regione zapatista. Il ruolo distruttivo della Germania è evidente: da un lato, fornisce armi e conduce missioni militari per sostenere le dittature, dall’altro, distrugge i mezzi di sussistenza nel Sud globale e nell’Europa meridionale attraverso il suo modello economico e le politiche di crisi europee. Siamo consapevoli che ribellarsi a questa devastazione imperiale e organizzare la più ampia resistenza possibile non è solo un atto di solidarietà. Siamo nel cuore della bestia, il che comporta una particolare responsabilità e il potere di agire.

 

Le nostre analisi e strategie sarebbero incomplete senza superare le nozioni eurocentriche e integrare le prospettive dei nostri compagni e delle nostre compagne del Sud globale. È nostro compito, come sinistra organizzata e radicale, creare spazi di negoziazione e riflessione critica e solidale. Inoltre, dobbiamo considerare come fornire risorse e sostegno pratico ai processi di organizzazione, in particolare quando i nostri compagni dell’Europa orientale creano alleanze transnazionali e femministe in condizioni avverse – non come un atto di carità, ma come un mezzo per posizionarci all’interno di queste lotte. La crescita del contropotere locale è vitale per un progetto di egemonia di sinistra, sia a livello globale che locale. La questione non è se il focus debba essere internazionale o locale: queste dimensioni sono inseparabili. Il capitale opera al di fuori dei confini nazionali e le relazioni di sfruttamento sono transnazionali. Lo stesso vale per l’emergere di fratture e linee di rottura all’interno del sistema capitalistico.

 

Le proteste contro la crisi e le politiche di austerità europee sono state un’esperienza importante per noi.

 Nel contesto di Block spy, abbiamo combattuto per le nostre lotte a livello europeo.

Tuttavia, non siamo riusciti ad avviare un processo di organizzazione più d’impatto e transnazionale nel quadro della Comune d’Europa.

Una ragione significativa di ciò è stata che le nostre determinazioni politiche sono rimaste a livello nazionale e l’internazionalismo è stato spesso considerato come una semplice solidarietà nord-sud.

In questo periodo è stata fondata anche la piattaforma Transnazionale Social Strike (TSS). Nonostante la fine delle mobilitazioni di quel periodo, il TSS è riuscito a mantenere una struttura transnazionale.

 È qui quindi che ci connettiamo a molti dei nostri ex compagni e a nuove compagne, che vivono e lottano principalmente in Europa ma anche in altre parti del mondo.

 Vogliamo costruire dei collegamenti tra le nostre lotte e impegnarci in una politica transnazionale nei prossimi anni.

Vogliamo anche stringere legami più stretti con coloro che si pongono le nostre stesse domande e che condividono con noi un’intesa politica.

 Inoltre, rafforzeremo e intensificheremo i nostri processi di dialogo e scambio di idee con i nostri compagni e le nostre compagne del movimento di liberazione curdo, che già operano su scala transnazionale.

 

 

 

 

 

Una riflessione sulla grande

migrazione e la sconfitta

dell’internazionalismo.

Connessioniprecarie.org - Franco Berardi Bifo – (9 agosto 2026) – Sezione Tracce Collettive – Redazione – ci dice:

 

Ripubblichiamo un intervento di Franco Berardi Bifo che, dopo la contestazione simbolica dei fascisti a Marcinelle, mette a fuoco la centralità politica del lavoro migrante.

 Il tentativo di irruzione di Ceuta ha mostrato che i movimenti dei migranti non investono solo l’Unione Europea e le sue normative razziste.

Per quanto importante e necessario sia denunciarle e, dove possibile, sabotarle, il problema è come comprendere quei movimenti nei processi di costituzione di una classe operaia che da multinazionale è diventata transnazionale.

Da anni questo problema viene accuratamente evitato.

Non lo fanno i sindacati e non lo fanno i movimenti.

Riproporre il problema nella sua forma più brutale e diretta è un merito di questo intervento.

 

 

Ceuta. Luglio 2026- Ph Adri Salido.

Mentre i razzisti usano la vita e la morte per le loro guerre ibride o meno, mentre il fascismo conquista il potere in tutto l’Occidente (con l’eccezione della Spagna) speculando sulla paura dell’onda migrante, da trent’anni ormai noi internazionalisti brancoliamo nel buio.

Quando l’autonomia degli operai rendeva possibile la democrazia sociale, non abbiamo compiuto (e neppure pensato) la ricomposizione del lavoro migrante con la classe operaia. Siamo riusciti a svolgere soltanto, talvolta, una funzione di tipo assistenziale.

Solo in alcuni casi (come quello delle lotte nel settore della logistica) i migranti si sono riconosciuti nelle lotte del movimento operaio.

La migrazione non è un fenomeno recente.

Negli anni ‘50 e ‘60 l’industria europea aveva bisogno di forza lavoro: le fabbriche dell’auto inglesi importarono così lavoratori giamaicani, le fabbriche francesi assunsero lavoratori arabi, quelle tedesche chiamarono lavoratori turchi, e le fabbriche del nord italiano si riempirono di lavoratori calabresi.

 

In molti casi quei migranti si integrarono a contatto coi loro compagni, e la solidarietà di classe spazzò via il razzismo: i calabresi furono avanguardia a Mirafiori, gli arabi del “Mouvement des travailleurs arabes” condussero le lotte alla Renault, e i giamaicani cambiarono per sempre la scena culturale e sociale della periferia londinese: la fusione di movimenti anti-colonialisti e movimento operaio trasformò la migrazione in un processo di trasformazione culturale.

Ma nel nuovo secolo il rapporto tra migranti e metropoli capitalista si è rovesciato.

 

Dopo gli anni Novanta, la globalizzazione del mercato del lavoro ha disintegrato la solidarietà di classe e usato i flussi migranti come fattore di precarizzazione, provocando reazioni razziste in vasti settori della popolazione.

 

Non abbiamo saputo elaborare sul piano teorico la nuova gigantesca ondata di migrazione, né abbiamo saputo organizzarla sul piano sociale. Siamo stati capaci soltanto di una protesta etica e umanitaria contro la violenza razzista.

È meglio che niente, ma non basta.

L’effetto politico della nostra incapacità di elaborare la questione migrante lo vediamo bene: disintegrazione della solidarietà sociale, conflitto razziale e fascismo, fine della democrazia.

 

Fin dalla sua origine, il pensiero marxista non comprese il senso della colonizzazione (Marx salutava la colonizzazione dell’India che avrebbe portato le ferrovie, l’industria e avrebbe creato la classe operaia).

Nel secondo dopoguerra i partiti stalinisti sposarono gli interessi nazionali contro il processo di decolonizzazione, come accadde in Francia durante la guerra d’Algeria.

 

Al tempo stesso i movimenti di liberazione dal colonialismo rimasero spesso intrappolati dal nazionalismo e dall’identitarismo razziale o religioso.

 

Su questa sconnessione tra movimento operaio e movimento anti-coloniale si è fondata la controffensiva imperialista globale che ha mirato a rompere il fronte operaio grazie all’inserimento di settori di lavoro migrante, e che ha usato l’emarginazione e la clandestinità per far lavorare i migranti a salari sempre più bassi.

Il capitalismo europeo ha usato la migrazione per distruggere l’organizzazione operaia, e abbassare il salario, mentre i governi razzisti d’Europa intrappolavano la migrazione nella clandestinità e nello schiavismo, oppure nel respingimento: morti in mare, campi di concentramento.

La gigantesca onda migrante ha cambiato la vita sociale e il panorama urbano, ma non siamo riusciti a integrarla nel fronte del lavoro.

Non basta comprendere la genesi storica della migrazione, non basta sapere che il colonialismo ha impoverito i territori e costretto le popolazioni all’emigrazione. Né basta sapere che il cambio climatico ha peggiorato le condizioni di gran parte del sud del mondo, accentuando la pressione migratoria.

 

Neppure basta affermare il dovere etico dell’accoglienza, né ripetere che nessun essere umano è illegale, e rivendicare il diritto degli umani a muoversi con la stessa libertà con cui si muovono i capitali.

Né la comprensione storica né la reazione etica sono bastate a fare del lavoro migrante componente della composizione di classe operaia. Un processo di soggettivazione autonoma e solidale delle diverse componenti culturali religiose ed etniche del flusso migrante è stato quasi sempre impossibile: di conseguenza la migrazione ha avuto un effetto dirompente sulla solidarietà sociale, spingendo a destra gran parte dei lavoratori.

 

La ragione principale della nostra sconfitta, la ragione principale del ritorno della barbarie razzista e fascista sta in questa nostra incapacità di integrare il lavoro migrante (non nell’Occidente multiculturale), ma nella composizione solidale del lavoro dipendente.

Poteva andare altrimenti? Potrà andare altrimenti in futuro?

Non ho risposta a questa domanda, ma occorre porsela, non solo per ragioni storiche.

Dalla risposta a questa domanda dipende il futuro di tutto: della democrazia, della pace, della solidarietà sociale.

 

 

 

 

Salvini, i confini della nazione

e quelli del diritto.

Micromega.net - Cinzia Sciuto – (16 Settembre 2024) – il contrappunto – Redazione – ci dice:

 

Salvini dichiara di difendere i confini italiani, ma quelli fra poteri dello Stato non li capisce né li rispetta e di certo non li difende.

Salvini, i confini della nazione e quelli del diritto.

In un video degno di una serie tv di pessima qualità, Matteo Salvini si è dichiarato colpevole.

Non ovviamente dei reati di cui è accusato – sequestro di persona e rifiuto di atti di ufficio – in relazione alla mancata autorizzazione allo sbarco in Italia della nave Open Arms con a bordo 147 persone, ma addirittura – udite, udite – di “aver difeso i confini nazionali”.

Se non fosse un ministro della Repubblica e se non stessimo parlando della vita di centinaia di persone, farebbe quasi tenerezza:

voleva fare l’eroe, voleva assolutamente difendere i confini nazionali e – visto che non c’erano minacciosi eserciti all’orizzonte – ha dovuto accontentarsi di fare la guerra a 147 disperati su una nave cercando di convincere “la Nazione” che rappresentassero un pericolo.

 Peccato che i PM di Palermo abbiano ritenuto che la difesa dei confini non c’entrasse nulla con le decisioni del ministro, decisioni prese esclusivamente per fini politici e che secondo i PM hanno violato, esse sì, i confini del diritto.

 

Salvini incarna in maniera esemplare un tipo umano molto diffuso, quello che fa la voce grossa con i deboli, e poi se la dà a gambe levate di fronte ai pericoli veri. Speriamo di non doverlo mai verificare nella realtà, ma il vago sospetto che di fronte a un pericolo reale (che so io: una potenza militare tipo la Russia di Putin che volesse invaderci per davvero) la voce grossa lascerebbe il posto a timidi miagolii c’è.

 

Istantanea si è alzata la levata di scudi dei suoi sodali contro la solita magistratura politicizzata che interferirebbe con il potere politico.

 Sono intervenuti sia Giorgia Meloni sia Antonio Tajani a sostegno di Salvini, dimenticando di essere, prima che leader politici, esponenti di governo, ossia di uno dei tre poteri la cui separazione rappresenta il fondamento dello stato di diritto, come ha ricordato l’Associazione nazionale magistrati.

 È almeno dai tempi di Tangentopoli che ogni volta che i magistrati indagano sui politici si solleva la teoria dello “scontro” fra magistratura e politica. Uno “scontro” che in verità è un attacco della politica nei confronti dei magistrati. C’è un elemento che sfugge in questo dibattito: i magistrati applicano – con tutte le garanzie previste dal nostro ordinamento – leggi che è proprio il potere politico a definire.

Se il potere politico ritiene che chi ricopre incarichi di governo o amministrativi debba essere immune dal controllo del potere giudiziario (come del resto già è previsto per i parlamentari che non possono essere indagati se non previa autorizzazione a procedere del ramo del parlamento a cui appartengono, cosa che è accaduta anche nella vicenda in questione), che facciano una legge per estendere l‘immunità a ministri, sottosegretari, presidenti di regione, assessori, sindaci, consiglieri comunali e via elencando. Fino a che però questo non accade, non si può certo pretendere che siano i magistrati a loro discrezione a decidere di non indagare – avendo notizia di reato – su chi ricopre una carica politica con il ricatto di interferire così con la volontà popolare.

 L’intervento dell’autorità giudiziaria è sempre, per definizione, una interferenza. Interferisce infatti con il normale andamento di una attività, ma “non disturbare il manovratore” non mi pare che sia un criterio a cui vorremmo che i nostri magistrati si conformassero.

 

Dalle reazioni scomposte e indignate del governo risulta evidente che il gene berlusconiano dell’allergia ai giudici si è irrimediabilmente diffuso in tutta la destra italiana, che è incapace di reagire alle iniziative dei magistrati con la sola risposta degna di rappresentanti delle istituzioni: il silenzio.

 

E invece Salvini chiama alle barricate:

 previsti banchetti e volantini ai gazebo della Lega nelle prossime settimane, almeno fino al raduno di Pontida del 6 ottobre e probabilmente fino al 18 ottobre, giorno in cui si terrà l’arringa difensiva dell’avvocata Giulia Bongiorno e per il quale – stando al Corriere della Sera – il ministro dei Trasporti ha precettato tutti i parlamentari della Lega per una manifestazione davanti il tribunale di Palermo.

Un uso strumentale e personalistico della funzione pubblica a cui confidiamo i parlamentari si sottrarranno.

Con poche speranze, per la verità.

 

 

 

Sofo (FDI): “In Europa, per la difesa

delle identità e dei confini.”

Affaritaliani.it – Eleonora Buboli – (9 maggio 2024) – Redazione – ci dice:

Vincenzo Sofo, in corsa con Fratelli d’Italia per un secondo mandato a Bruxelles: “Europa sia sovrana nella gestione di sicurezza, frontiere, dati e tecnologie.

 

Vincenzo Sofo “In Europa, per la difesa delle identità e dei confini.”

“Immigrazione, difesa delle identità e diritti civili sono temi cruciali per il nostro Paese e il nostro continente. Rappresentato i rischi e le opportunità per l’Europa”.

Vincenzo Sofo, candidato con Fratelli d’Italia nel Nord-Ovest, corre per una riconferma come eurodeputato.

Eletto al Parlamento europeo in quota Lega 5 anni fa per la circoscrizione Sud, ha lasciato il partito di Salvini tre anni fa – in polemica con l’ingresso nel governo Draghi – e ora da esponente di Fratelli d’Italia e del gruppo ECR corre per il partito di Giorgia Meloni. L’intervista ad Affaritaliani.it.

 

Quali sono i temi da porre al centro della prossima legislatura?

I temi principali sono la difesa delle identità e le istanze dei territori che rappresentiamo.

Ho fatto 5 anni da parlamentare europeo in cui sono stato il rappresentante di Fratelli d’Italia nella Commissione Affari Interni, che si occupava di immigrazione e diritti civili, temi cruciali.

Oltre ai temi legati all’economia e alle follie pseudo green come la direttiva sulle case e i ritmi della transizione energetica assolutamente insostenibili, c’è un tema identitario:

che Europa vogliamo per i prossimi 50 anni?

Siamo di fronte a ondate migratorie che se non gestiamo bene rivolteranno la composizione e la tenuta sociale del nostro continente. Lo vediamo già in Francia e Belgio.

Siamo di fronte a una battaglia per salvaguardare i principi cardine e i fondamenti della civiltà europea.

 L’Europa ha senso come civiltà ma se distruggiamo i pilastri della civiltà a colpi di “cancel culture” e” ideologia woke” distruggiamo la base di un’Europa che si è definita come tale.

 

 

Altra sfida è l’intelligenza artificiale.

Ha denunciato i rischi portati da quella che ha definito “ideologizzazione degli algoritmi per imporre l’ideologia woke e del politicamente corretto sponsorizzata dalle sinistre”.

Vede questo rischio? È soddisfatto delle risposte contenute nell’”AI Act”?

L’intelligenza artificiale è un tema molto delicato e importante perché da una parte c’è il progresso tecnologico, che dobbiamo sostenere, ma anche qui c’è un problema di sovranità:

 come Europa ci siamo fatti trovare in colpevolissimo ritardo e oggi la tecnologia che utilizziamo è in mano a potenze straniere, Usa e Cina, e questo porta un tema di sovranità dei nostri dati personali.

Ora è un tema di dibattito a Bruxelles il fatto di chi detenga tutte quelle che sono le informazioni riguardanti i cittadini europei.

Dobbiamo essere capaci di sviluppare una tecnologia europea per essere sovrani dal punto di vista tecnologico.

 Poi c’è un tema etico: l’AI pone una serie di problemi sulle conseguenze che può avere sul lavoro.

Di recente è uscito un report di Goldman Sachs che spiega come l’intelligenza artificiale metta a rischio 300 milioni di posti di lavoro nel mondo, soprattutto nei Paesi più sviluppati.

Dobbiamo riflettere a un ripensamento totale e drastico.

Già oggi in Europa abbiamo il 20% della popolazione che rasenta la soglia di povertà.

L’Ai Act è un primo piccolo tassello, noi non ci siamo opposti, ma ancora siamo lontanissimi dal proporci come attori protagonisti in questo scenario rivoluzionario.

Dobbiamo porci il tema etico a 360 gradi. Il tema anche della sorveglianza e social scoring già viene toccato in quel documento ma va approfondito e sviluppato.

 

 

L’Europa ha cercato di dare risposte comuni anche sulla migrazione. Soddisfatto dell’ultimo Patto votato dal Parlamento?

Sulla migrazione, quello votato in Parlamento è sicuramente un documento migliorativo rispetto alla proposta iniziale che era passata nella mia Commissione di competenza.

Quello era un manifesto immigrazionista a tutto tondo. Poi grazie alla mediazione fatta dal Consiglio europeo, e dai governi di destra che siedono nel Consiglio, siamo arrivati a una forza di compromesso che fa passi in avanti dal punto di vista delle procedure di rimpatrio e dei controlli alle frontiere su chi arriva. Ma non fa passi in avanti nel dossier sulla gestione dell’asilo e della migrazione che noi in Parlamento europeo come Fdi abbiamo votato contro, per il fatto che non affronta il tema della ripartizione dei migranti tra Stati europei. È una soluzione che non affronta i problemi dei Paesi di primo approdo che si trovano da soli a dover gestire l’accoglienza e soprattutto non affronta il vero problema, che non è ripartire e ricollocare ma fare in modo che non arrivino, non farli partire. Abbiamo iniziato ad affrontarlo come Italia, grazie ai memorandum con la Tunisia che sta portando a cali del 70% dei flussi migratori illegali. Lo ha ammesso lo stesso Commissario europeo all’immigrazione, che nella prossima legislatura occorre porsi il problema di un’azione esterna che metta dei filtri. Finché non c’è questo non possiamo dirci soddisfatti. Chi ha attaccato il governo Meloni dicendo di aver promesso il blocco navale e non averlo fatto, noi rivendichiamo come soluzione il blocco navale ma abbiamo sempre parlato di blocco navale europeo, operazione militare europea per chiudere quelle frontiere. Non può farlo da sola l’Italia. C’è bisogno di un’operazione congiunta dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo: anche Spagna, Francia, Grecia. Peccato che la Spagna e la Francia hanno detto no a questa soluzione.

 

 

Cosa ne pensa del voto contrastante sulla riforma del Patto di Stabilità?

Penso che con il Recovery Fund poi declinato in PNRR abbiamo fatto un passo in avanti, oltre l’Europa dell’austerity, verso l’Unione come soggetto investitore e costruttore. Poi credo anche che il PNRR sia stato mal declinato in fase di negoziazione iniziale da parte del governo giallo-rosso.

 Il problema è che ora non possiamo annullare questo passo avanti con il ritorno alle regole del Patto di Stabilità che fanno tornare indietro di 10 anni.

Non possiamo andare avanti alimentando il debito pubblico perché anche questo pone problemi di sovranità.

 Ma dopo la crisi del Covid e quella inflazionistica non possiamo chiudere le maglie del welfare state per porre solo delle regole di pareggio di bilancio.

 Torna un problema atavico, storico, che va risorto: la divergenza tra i paesi del Nord e del Sud Europa.

 

 

La leader del suo partito, e presidente del Consiglio, corre da capolista per le europee. Lo fanno anche altri leader italiani come la segretaria Schlein e il vicepremier Tajani.

È un unicum italiano? Meloni è anche l’unica premier candidata tra i Paesi europei.

Non è strano che Meloni sia l’unico premier a candidarsi. La corsa alle europee dei leader di partito come capilista fa parte delle strategie che i partiti si danno in questa competizione. Chi sottolinea il fatto che sia una cosa tipicamente italiana dice il vero ma si dimentica di dire tutta la verità. È tipicamente italiano alle elezioni europee avere circoscrizioni territoriali e preferenze.

Noi siamo l’unico grande Paese europeo che ha questo sistema elettorale per le europee. In Francia e Spagna ci sono liste elettorali bloccate.

Avere un sistema di questo tipo implica scelte di questo tipo.

 

 

Nella scorsa legislatura come rappresentante della circoscrizione Sud ha portato avanti battaglie attente al territorio la Statale 106, sulla dosale ionica. Da eventuale rappresentante del Nord-Ovest porrà al centro infrastrutture e territori?

Continuerò a battermi per la realizzazione delle infrastrutture perché penso siano fondamentali per lo sviluppo dei territori. Penso che dobbiamo ripensare il nostro modello di sviluppo dei territori, in Italia e in Europa. il modello della concentrazione di servizi, infrastrutture e opportunità in poche grandi città, il famoso “modello delle città Stato” che anche a Milano a un certo punto ha preso piede è fallito. Lo abbiamo visto anche con il Covid e il moto di reazione dei cittadini che hanno capito quanto sia insostenibile vivere in queste città, anche a causa di politiche portate avanti da alcune Giunte come quella di Sala. Dobbiamo invece redistribuire queste risorse e sviluppo anche nei territori di provincia per de-metropolizzare, dare respiro e far vivere tutti i territori. Le aree interne sono fondamentali, le città intermedie anche. Dobbiamo valorizzare tutti i territori e avere un’armonia di sviluppo.

 

 

Meloni sembra avvicinarsi a Ursula von der Leye. Come valuta la sua presidenza alla Commissione?

L’operato della presidente von der Leyen lo valuto non sufficiente. È innegabile che nell’ultima fase del suo mandato abbia cercato di correggere la sua rotta e avvicinarsi alle istanze delle destre, ad esempio sulle politiche migratorie.

 

Chi vede come suo successore?

Non si sceglie un presidente del Consiglio nemmeno in Europa. Sono elezioni proporzionali, si votano i partiti e si vede poi la coalizione che ha la maggioranza: sulla base di questo si fanno le trattative. Il nostro obiettivo è impedire una nuova maggioranza Ursula, una maggioranza di centrosinistra, e arrivare a una maggioranza di centrodestra. È il consiglio europeo a scegliere il presidente della Commissione, non è un tema da Parlamento europeo. Il Ppe ha indicato von der Leyen che già è stata azzoppata da una parte del partito stesso e vediamo in base ai numeri chi avrà l’onore e l’onere di indicare un nome e che tipo di programma porterà avanti. Noi l’alleanza con la sinistra non la faremo mai.

 

Come valuta un eventuale ruolo di Draghi in Europa? Lei è uscito tre anni fa dalla Lega proprio in contrasto all’appoggio di Salvini al governo Draghi.

Ho contestato l’operazione Draghi. È stato proposto come presidente del Consiglio di un governo di centrosinistra e sono uscito dalla Lega il giorno stesso in cui Salvini ha preso parte al governo. Se domani mi dovessi trovare Draghi al governo di un centrosinistra in Europa il giudizio sarà esattamente lo stesso.

 

La Lega è spaccata sulla candidatura divisiva del generale Vannacci. Cosa ne pensa?

Sono molto sovranista su questo. Sono cose interne alla Lega. Compete a loro gestirle e commentarle. Rispetto le loro scelte ma non ci entro dentro.

 

È infine soddisfatto dei candidati per il Nord-Ovest?

Si. Inoltre, è molto stimolante sapere che ci sfideremo con capilista come Ilaria Salis, Emma Bonino, Cecilia Strada o candidati come Zan. Sarà stimolante far confrontare due idee chiaramente opposte di società e di Europa. Una figura come la mia sarà nettamente contrapposta a queste candidature che esprimono la sinistra.

 

 

 

Content Revolution.

Russia, la storiaccia del briefing segreto rivelato dal Nyt: “L’obiettivo (mai dichiarato) di Putin è far collassare Ue e Nato”.

 Affaritaliani.it – Esteri – 10 maggio 2025 – Putin – Content Revolution – ci dice:

 

Ecco entro quando:

Vladimir Putin avrebbe fissato come obiettivo militare per il 2026 il collasso dell’Unione europea e della Nato dall’interno. È quanto rivela un’inchiesta del New York Times sulle interferenze russe in Moldavia, basata su interviste con attivisti coinvolti nelle iniziative di Mosca, alti funzionari delle forze dell’ordine e della sicurezza moldave, e più di una mezza dozzina di funzionari dell’intelligence europea e americana. Secondo la ricostruzione del quotidiano americano, poco dopo la riunione allargata del Consiglio del ministero della Difesa russo, nel dicembre 2025, Putin avrebbe tenuto un briefing riservato con i comandanti militari, annunciando che l’obiettivo per l’anno in corso era “il collasso della Nato e dell’Ue dall’interno”. Una dichiarazione che stride con quanto affermato pubblicamente dallo stesso Putin proprio in quello stesso mese, quando aveva liquidato come “bugie, assurdità” e “isteria” le accuse di una minaccia russa ai Paesi europei. Nella strategia delineata durante il briefing, la Moldavia avrebbe dovuto giocare un ruolo centrale nel raggiungimento dell’obiettivo, secondo quanto riportato dal Nyt.

 

Le priorità del Cremlino.

Stando alle valutazioni dei funzionari dell’intelligence occidentale sentiti dal quotidiano, nella gerarchia delle priorità di Mosca la conquista dell’Ucraina resta l’obiettivo primario, mentre la presa di controllo della Moldavia si colloca al secondo posto. Pur non facendo parte né dell’Unione europea né dell’Alleanza atlantica, il piccolo Paese ha una posizione strategicamente cruciale, stretto tra i confini della Nato e quelli dell’Ucraina. Secondo le fonti citate dal NYT, la Moldavia rappresenterebbe agli occhi del Cremlino un trampolino di lancio ideale per ulteriori aggressioni contro l’Ucraina o l’Occidente. Putin, sempre secondo queste ricostruzioni, punterebbe ancora a impadronirsi dell’Ucraina meridionale per creare un corridoio terrestre in grado di collegare i territori occupati fino alla stessa Moldavia.

 

L’inchiesta si inserisce in un contesto di interferenze russe contro Chisinau che si trascina ormai da tempo. La presidente moldava Maia Sandu, rieletta per un secondo mandato nel novembre 2024 nonostante quelle che l’intelligence locale aveva definito “massicce interferenze” russe, ha più volte denunciato pubblicamente i tentativi del Cremlino di destabilizzare il Paese attraverso una combinazione di attacchi informatici, manipolazione della Chiesa ortodossa, riciclaggio di denaro e campagne di disinformazione. Anche le elezioni parlamentari del settembre 2025 erano state accompagnate da una vasta operazione di ingerenza: le autorità moldave avevano denunciato tentativi di comprare centinaia di migliaia di voti e diffuso false accuse contro la stessa Sandu attraverso reti di bot e siti che imitavano testate giornalistiche legittime. Un quadro che, alla luce delle rivelazioni del New York Times, assumerebbe ora i contorni di una strategia militare esplicitamente pianificata al vertice del Cremlino, e non solo di una serie di iniziative isolate.

 

“201 civili russi uccisi a luglio dagli attacchi ucraini”

Sul fronte opposto della narrazione, Mosca continua a denunciare un bilancio di vittime civili legato agli attacchi ucraini.

 Secondo un rapporto di “Rodion Miroshnik”, inviato speciale del ministero degli Esteri russo, riportato dall’agenzia di stampa Tass, almeno 201 civili russi sarebbero stati uccisi e altri 1.441 feriti nel mese di luglio, a causa di attacchi ucraini sia sul territorio russo sia nelle regioni ucraine annesse da Mosca nel 2022.

 Secondo il diplomatico, oltre il 90% delle vittime del mese sarebbe riconducibile ad attacchi di droni, un uso “crescente” che Miroshnik attribuisce direttamente ai finanziamenti dell’Unione europea per l’acquisto di droni da parte di Kiev, in particolare al prestito da 90 miliardi di euro concesso da Bruxelles per la “militarizzazione” ucraina.

 

Sempre secondo il rapporto russo, il numero di civili feriti sarebbe quadruplicato dall’inizio dell’anno, passando da 387 casi a gennaio a 1.739 a luglio, per una media giornaliera di sette morti e 49 feriti. Le regioni più colpite risulterebbero quelle di confine di Belgorod e Kursk, rispettivamente il 30,16% e il 20,57% degli attacchi totali, seguite dalla regione ucraina annessa di Kherson (16,77%); nel complesso, secondo Mosca, gli attacchi ucraini avrebbero colpito 41 regioni russe, anche lontane dalla linea del fronte.

 

Un dato che, secondo il rapporto, troverebbe conferma anche nelle rilevazioni del progetto indipendente russo “Conflict Intelligence Team” (CIT), che a luglio ha registrato complessivamente 634 vittime civili in entrambi i Paesi, di cui circa il 30% in territorio russo o nelle aree ucraine controllate dalle forze armate di Mosca.

 

 

Il potere dei confini.

Huffingtonpost.it - Joel Casini – (22 ottobre 2025) – Redazione – ci dice:

 

 

Il potere dei confini.

Al centro del Mediterraneo c'è un Paese che potrebbe essere l'interfaccia naturale tra Europa, Africa e Medio Oriente.

 Un ponte tra tre continenti, cinque religioni, dozzine di culture.

Eppure, negli ultimi trent'anni, l'Italia sembra aver smarrito la memoria di cosa significhi abitare un confine.

 

Nel 1947, un diplomatico italiano di nome” Pietro Quaroni “sedeva nel suo ufficio a Mosca, contemplando una verità paradossale:

 l'Italia aveva perso la guerra, ma stava vincendo la pace.

 Mentre le grandi potenze si fronteggiavano attraverso la Cortina di Ferro, l'Italia – povera, frammentata, politicamente instabile – scopriva di possedere qualcosa di prezioso: si trovava esattamente nel posto giusto.

Non al centro dell'impero, non ai margini del nulla, ma sulla linea di demarcazione tra due mondi.

 

Questa posizione le garantì aiuti economici massicci, basi militari americane, investimenti sovietici discreti, e una libertà di manovra diplomatica che nazioni più "centrali" non potevano permettersi. L'Italia aveva imparato una lezione antica: il vero potere non sta sempre nel cuore dell'impero, ma spesso nei suoi confini.

 

Siamo portati a vedere i confini come luoghi pericolosi, da cui fuggire. Eppure le civiltà più innovative sono fiorite proprio lì: la Grecia all'intersezione tra continenti, le città della Via della Seta come crocevia di imperi, Venezia tra Occidente e Oriente.

Perché? Perché i confini sono luoghi di traduzione.

Le idee si confrontano, si ibridano, si trasformano.

 La doppia competenza culturale diventa necessità di sopravvivenza.

E la necessità è la madre dell'innovazione.

 

 

Durante la Guerra Fredda, l'Italia si trovò ad abitare un confine ideologico totale. Formalmente membro della NATO, ospitava il più grande partito comunista dell'Occidente. Riceveva fondi del Piano Marshall mentre i sindacati guardavano a Mosca. Questa contraddizione le permetteva di mantenere canali con entrambi i blocchi, di mediare, di beneficiare di aiuti da entrambe le parti. Il pattern è chiaro: quando due sistemi si fronteggiano, chi abita il confine può giocare su entrambi i tavoli.

 

Al centro del Mediterraneo c'è un Paese che potrebbe essere l'interfaccia naturale tra Europa, Africa e Medio Oriente. Un ponte tra tre continenti, cinque religioni, dozzine di culture.

Eppure, negli ultimi trent'anni, l'Italia sembra aver smarrito la memoria di cosa significhi abitare un confine. Ha interiorizzato un'identità periferica: troppo a sud per essere pienamente europea, troppo europea per essere ponte verso il Sud.

 

Il risultato? Il Mediterraneo – un mare che per millenni è stato il centro della storia umana – è oggi uno dei luoghi meno compresi strategicamente.

È diventato una barriera più che un connettore.

 Migliaia annegano cercando di attraversarlo, mentre l'Europa costruisce muri invisibili.

L'Africa accelera demograficamente ed economicamente, ma l'Europa guarda altrove.

 

L'Italia avrebbe tutti gli strumenti per diventare il grande mediatore di questa transizione. Ha la posizione geografica, la storia culturale, le connessioni con tutte le sponde del Mediterraneo. Ma le manca qualcosa di essenziale: la volontà di pensarsi come confine.

 

Non basta trovarsi su un confine. Bisogna sapere di esserci e decidere di giocare quel ruolo. I popoli di confine di successo sono sempre stati traduttori – non solo linguistici, ma culturali ed economici.

E hanno avuto il coraggio dell'autonomia:

chi si limita a essere campo di battaglia altrui diventa vittima, chi negozia e impone la propria agenda diventa protagonista.

 

Viviamo in un'epoca paradossale. La globalizzazione sembra aver cancellato i confini.

Eppure non sono mai stati così rigidi: muri, barriere migratorie, guerre commerciali, frammentazione di internet. Il mondo è simultaneamente più connesso e più diviso.

 

I veri vincitori saranno coloro che sanno stare a cavallo dei confini. Non chi li nega o li fortifica, ma chi li attraversa con intelligenza. Le aziende che operano in ecosistemi normativi differenti. Le persone con competenze ibride. Le nazioni che possono mediare tra blocchi.

 

L'Italia ha tutto ciò che serve.

 Ma serve un cambio di prospettiva radicale:

smettere di pensarsi come periferia di qualcun altro e iniziare a pensarsi come centro di connessioni possibili.

 

 

 

 

La Germania verso un autunno

decisivo: Merz, AFD e

la crisi dell’industria.

Triesteallnews.it – (14 Agosto 2026) - Stefano Silvio Dragoni -

 

 

EDITORIALI GEOPOLITICA IN PRIMO PIANO.

Crisi Germania.

Premessa – Mentre ci apprestiamo a vivere questa intensa settimana di Ferragosto, i media nazionali concentrano grande attenzione alle vicende interne, rivolgendo unicamente un pallido sguardo al di là dei confini dove, invece, assistiamo a decise fibrillazioni politiche che ci potrebbero riguardare molto presto.

Sto parlando della Germania o, per meglio dire, della crisi politico ed economica che sta vivendo Berlino con possibili accelerazioni nel prossimo autunno.

Nei dibattiti televisivi in Germania e sui principali organi di stampa tedeschi, sta affiorando l’ipotesi di un prossimo cambio alla Cancelleria e di una vittoria dell’estrema destra di Alternativa per la Germania, AFD, nelle prossime consultazioni in Sassonia-Anhalt il 6 settembre, poi a Berlino e nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore due settimane dopo.

 Oggi cercheremo di meglio decifrare questi “rumors” che sembrano evidenziare una crisi strutturale della Germania con sicure conseguenze negative per l’intera area Euro.

 

Un possibile cambio alla Cancelleria.

Recentemente la nota giornalista tedesca “”Nette Nöstlinger nel descrivere la difficile situazione politica in seno alla coalizione di governo guidato dal cancelliere Friedrich Merz, non ha escluso la possibilità di un possibile cambio della guida politica del Paese qualora la situazione generale non dovesse migliorare nel breve periodo.

 

In particolare, le cruciali elezioni regionali di settembre, in cui il partito di “estrema destra Alternativa per la Germania” (AFD) manifesta concrete possibilità di conquistare il potere in uno stato tedesco per la prima volta, stanno evidenziando la possibilità concreta del cd Kanzlertausch , ovvero di uno scambio di cancellieri, in autunno.

Inoltre, all’interno della variegata realtà politica dell’Unione Cristiano Democratica (CDU) di centro-destra di Merz, sempre più in trepidazione anche a causa di un rimpasto di governo non gradito, si sta parlando apertamente della necessità di sostituire il leader, ricordiamolo, a solo poco più di un anno dal suo insediamento.

 

 

Merita precisare, che gli ultimi sondaggi indicano che l’AFD potrebbe ottenere la maggioranza assoluta in Sassonia-Anhalt il 6 settembre, potrebbe vincere nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore e ottenere buoni-ottimi risultati a Berlino nelle elezioni previste il 20 settembre successivo.

Secondo la stampa tedesca, i conservatori della CDU dovranno necessariamente arginare la possibile vittoria di AFD nell’est, sostituendo il leader che, ad oggi, gode di bassissimi indici di gradimento popolare.

 

Merita evidenziare che nella Germania del dopoguerra, solo tre cancellieri in carica sono stati “sostituiti” da un politico dello stesso schieramento: nel 1963, quando l’ottantasettenne Konrad Adenauer si dimise per lasciare il posto a Ludwig Erhard; nel 1966, dopo il crollo della coalizione di Erhard ; e nel 1974, quando il socialdemocratico Willy Brandt fu costretto alle dimissioni a seguito del famoso scandalo di spionaggio.

 

Secondo l’autorevole Der Spiegel, Hendrik Wust, il primo ministro del Land della Renania Settentrionale-Vestfalia, viene in queste ore indicato come possibile principale candidato alla Cancelleria.

 

In tale contesto, sempre secondo diversi opinionisti tedeschi, qualora Merz fosse costretto a dimettersi, non si esclude altresì il ricorso ad elezioni anticipate a solo due anni dallo scioglimento della precedente coalizione di centrosinistra.

 

In merito, recentemente, Kaki Alzheimer, professore di scienze politiche all’Università di Magonza, ha affermato che la frammentazione del sistema partitico tedesco, in cui i partiti centristi devono formare coalizioni a volte difficili per impedire ai partiti marginali, sempre più popolari, di salire al potere, ha innescato un deciso cambiamento. “Rispetto agli anni ’70 e ’80, la Germania ha vissuto un periodo di relativa instabilità politica per un tempo piuttosto lungo”, ha affermato. “Tuttavia, rispetto agli standard ormai consolidati in molti altri Paesi europei, si potrebbe anche dire che la Germania è semplicemente giunta a un punto in cui altri Paesi si trovavano già da tempo”.

 

Ovviamente in seno alla variegata coalizione di governo formata oltre che dalla CDU di Merz, dal suo partito gemello bavarese, l’Unione Cristiano-Sociale (CSU), e dai Socialdemocratici, nel timore di elezioni anticipate, giungono accorati appelli alla moderazione, ribadendo la piena fiducia al Cancelliere.

Sembra di rivedere scenari italiani di un tempo, i cd governi balneari di breve durata, esecutivi di transizione li chiamavamo.

 

Queste continue criticità derivano ovviamente dall’esito degli ultimi sondaggi che a livello nazionale indicano l’AFD come il partito più popolare con circa il 30% dei consensi, mentre i conservatori di Merz si attesterebbero solo al 21%. Allo stesso tempo, unicamente il 13% dei tedeschi si dichiara soddisfatto dell’operato di Merz, secondo l’ultimo sondaggio da parte di ARD-Deutschland Trend; il punteggio più basso mai registrato da un cancelliere in carica.

 

Questo crollo di consensi di Merz deriverebbe non solo dal fallimento delle misure adottate dal governo volte al rilancio della stagnante economia, ma anche in vista di asserite profonde riforme in materia di pensioni e sanità, che se attuate, comporteranno importanti costi aggiuntivi per il cittadino medio.

(tagesschau.de/inland/deutschlandtrend).

(infratest-dimap.de/umfragen-analysen/bundesweit/ard-deutschlandtrend/).

(spiegel.de/politik/deutschland/friedrich-merz-wie-die-cdu-an-ihrem-kanzler-verzweifelt-a-a67e797f-9d56-4d05-bbee-35cd107094f8).

(politico.eu/article/friedrich-merz-chancellor-swap-cdu-afd-germany-political-crisis/).

 

Il comparto automobilistico tedesco affronta una crisi senza precedenti.

Alla fine del primo semestre del 2026 gli occupati nel settore sono risultati essere 691.500, il livello più basso dal 2005. In un solo anno sono andati persi 42.300 posti, pari a un calo del 5,8%. Per meglio comprende una crisi che non sembra poter essere risolta in tempi brevi, oggi daremo un breve sguardo al gruppo Porsche e Volkswagen.

 

La crisi della Porsche.

Il 12 agosto 2026.

La prestigiosa casa automobilistica tedesca Porsche, in grave difficoltà finanziaria, avrebbe deciso di interrompere la produzione della Taiwan, il suo modello di punta completamente elettrico, entro il 2030, a causa del costante calo delle vendite.

 

Lo scorso anno Porsche aveva annunciato una significativa riduzione dei suoi piani per i veicoli elettrici (EV) a causa di una domanda inferiore alle aspettative, che si aggiunge alle difficoltà che vanno dal calo delle vendite in Cina ai dazi penalizzanti statunitensi.

 

Lanciata nel 2019, la Taiwan avrebbe dovuto sottolineare l’impegno del gruppo di Stoccarda in un importante percorso di allontanamento dai motori a combustione interna. Ma le vendite sono in calo, da quasi 41.000 nel 2023 a sole 16.000 lo scorso anno, e appena 6.000 nella prima metà del 2026.

 

L’intero settore automobilistico tedesco è in crisi a causa della debole domanda in Europa, della volatile politica commerciale statunitense, della tiepida domanda di veicoli elettrici e della forte concorrenza dei rivali cinesi.

L’utile operativo di Porsche è crollato di oltre il 90% lo scorso anno e l’azienda ha annunciato una serie di significativi tagli al personale.

(bnnbloomberg.ca/business/company-news/2026/08/13/porsche-to-end-production-of-flagship-electric-car-report/)

 

La crisi del gruppo Volkswagen.

Per lungo tempo simbolo della potenza industriale tedesca, la casa automobilistica Volkswagen è ora emblematica del declino del settore manifatturiero del paese e di un processo di deindustrializzazione che potrebbe frenare il potenziale di crescita dell’Europa per decenni.

 

L’azienda si sta preparando alla ristrutturazione più importante dei suoi 89 anni di storia: prevede di licenziare 100.000 dipendenti, un sesto della sua forza lavoro globale.

La ritirata è dovuta a una triplice serie di fattori negativi. Il colosso automobilistico tedesco sta perdendo la corsa per conquistare il mercato globale dei veicoli elettrici (EV) a favore di marchi cinesi più competitivi.

Allo stesso tempo, le importazioni cinesi di auto Volkswagen sono crollate, con un calo di un terzo rispetto ai livelli del 2019, a causa della crescente preferenza dei consumatori per i veicoli elettrici.

Come se non bastasse, la Volkswagen sta subendo un duro colpo nel suo mercato più redditizio, quello statunitense, a causa dei dazi imposti da Donald Trump.

(irishtimes.com/business/2026/08/11/crisis-stricken-volkswagen-is-emblematic-of-germanys-ailing-economy).

 

AFD rilancia la sfida e cresce nei sondaggi.

Recentemente la nota agenzia di stampa tedesca Deutsche Welle, pur ribadendo che al momento in tutti i partiti in Germania non sussiste la volontà di collaborare con il partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AFD), ha evidenziato che il permanere di questa posizione sembra essere sempre più incerto, anche in relazione alla circostanza che un simile atteggiamento non ha arrestato in alcun modo l’avanzata dell’AFD nei sondaggi degli ultimi mesi. In tale contesto, numerosi Istituti di ricerca internazionali stanno cercando di meglio comprendere il fenomeno AFD e la continua crescita del partito non solo più nei Länder della Germania orientale, ma anche riscuotendo crescenti consensi in quelli occidentali.

In merito, Il “Center for Strategic and international Studie”s, CSIS, autorevole ente di ricerca statunitense, afferma in una lunga, approfondita e attenta analisi che a settembre, la Sassonia-Anhalt, uno dei 16 Länder tedeschi, potrebbe assistere a un evento senza precedenti dalla Seconda Guerra Mondiale: un partito di estrema destra potrebbe conquistare la maggioranza assoluta dei seggi in un parlamento regionale, nominare il presidente del partito e assumere il governo dello Stato.

 Le conseguenze potrebbero essere di vasta portata. Secondo recenti sondaggi

 , il partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AFD) si attesta al 41%, seguito dall’Unione Cristiano Democratica (CDU) con il 24%, e da altri partiti con percentuali pari o inferiori al 14%. Livelli di consenso simili si riscontrano in tutta la Germania orientale: la Sassonia è alla pari, mentre Turingia (40%), Brandeburgo (37%) e Meclemburgo-Pomerania Anteriore (36%), dove le elezioni regionali si terranno solo due settimane dopo, la seguono a breve distanza. Sebbene la Germania orientale sia in testa nei sondaggi per quanto riguarda il sostegno all’AFD, la tendenza è a livello nazionale.

Dopo un decennio di ascesa, l’AFD ha recentemente conquistato la leadership come partito più popolare a livello nazionale, con oltre un quarto degli elettori che la sostengono nei sondaggi nazionali.

L’elettorato.

Il CSIS nell’esaminare l’elettorato di AFD afferma che questi appare eterogeneo per opinioni e motivazioni, ma condivide alcune caratteristiche sociodemografiche comuni: malcontento economico, un’alta percentuale di operai, maggiore popolarità tra gli elettori di età compresa tra i 25 e i 44 anni e una maggiore presenza maschile rispetto a quella femminile. È inoltre degno di nota che i maggiori progressi recenti si siano registrati tra gli elettori di età compresa tra i 18 e i 25 anni, dove il partito ha triplicato i suoi risultati rispetto alle elezioni nazionali del 2021.

 

Anche la campagna elettorale dell’AFFD si distingue da quella degli altri partiti: il candidato alla carica di ministro-presidente della Sassonia-Anhalt, Ulrich Siegmund, ha oltre 707.000 follower su TikTok in uno stato di 2,12 milioni di abitanti. Il suo aspetto curato e il tono professionale gli conferiscono rispettabilità, e le sue rivendicazioni radicali si fondono con i filmati di un politico attento alle esigenze della comunità, che risponde alle domande del pubblico. Negli stati della Germania dell’Est, dove molti faticano a identificarsi con la classe politica di Berlino, la presenza fisica dell’AFD nelle strade e l’onnipresenza mediatica contribuiscono a promuovere la comune narrativa populista del “noi contro di loro”: l’AFD è qui per voi, gli altri partiti no.

 

Le ricadute in Germania di una possibile vittoria di AFD in Sassonia.

Sempre secondo il CSIS, e nonostante il suo crescente consenso, l’AFD non è mai stata al governo né a livello statale né nazionale, a causa di un “muro di protezione” creato dagli altri partiti.

Ad eccezione del partito populista e filo-russo Bandani Sabra Wagenknecht, ogni partito di rilievo ha escluso, al momento, la possibilità di formare una coalizione con l’AFD a entrambi i livelli, compresi la CDU e il suo partito gemello, l’Unione Cristiano-Sociale (CSU), che hanno perso molti elettori a favore dell’AFD. L’unica vera possibilità di governo per l’AFD è quindi quella di ottenere la maggioranza assoluta. Nel caso della Sassonia-Anhalt, questa sembra ora alla portata a settembre: il sistema multipartitico tedesco potrebbe ribaltare il risultato a favore dell’AFD qualora diversi partiti minori non raggiungessero la soglia del 5% dei voti necessaria per entrare in parlamento, il che potrebbe trasformare anche una percentuale di voti tra il 40% e il 45% in una maggioranza assoluta di seggi.

 

L’eventuale assunzione di un incarico di governo a livello statale da parte dell’AFD rappresenterebbe di per sé uno shock per lo spettro ideologico. Per la prima volta, il partito potrebbe mettere in pratica parte del suo programma. La sua piattaforma per la Sassonia-Anhalt si concentra sulla limitazione dell’immigrazione, sulla promozione della famiglia, dell’istruzione, della sicurezza interna e dell’identità culturale.

 

Più in generale, una vittoria a livello statale in Sassonia-Anhalt potrebbe avere ripercussioni a livello nazionale, creando slancio per un’alta affluenza alle urne dell’AFD nelle elezioni del Meclemburgo-Pomerania Anteriore e di Berlino, previste per la fine del 2026. Prima delle elezioni nazionali del 2029, si terranno altre sei elezioni statali.

 Governare a livello statale potrebbe contribuire a normalizzare il partito agli occhi dei potenziali elettori e segnalare che governare al Bundestag è ora alla portata. Potrebbe inoltre accelerare lo spostamento a destra nella politica nazionale, già in atto.

 

Prima del suo crollo, la coalizione di Scholz tra SPD, Verdi e Partito Liberale Democratico (FDP) aveva adottato un tono decisamente più duro sull’immigrazione, con leggi come la Legge per il Rimpatrio del 2024. All’inizio del 2025, la CDU/CSU si è spinta oltre, approvando, insieme ai voti dell’AfD, una risoluzione parlamentare nazionale su asilo e migrazione. Centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza per protestare, temendo che questo potesse essere l’inizio della fine del “firewall” (la barriera tra i partiti).

 

Se la percentuale di voti ottenuti dall’AFD dovesse aumentare in tutti i Länder, le possibilità di formare una coalizione senza l’AFD a livello nazionale si farebbero sempre più difficili: il sostegno popolare sia alla CDU che all’SPD è ulteriormente diminuito dalle elezioni del 2025 e, seguendo le tendenze attuali, una coalizione di governo richiederebbe tre partner e potrebbe non ottenere nemmeno una maggioranza assoluta. Se nel 2029 si formasse una coalizione democratica che poi si bloccasse a causa di divergenze ideologiche, le elezioni successive potrebbero portare a un governo a maggioranza AFD o al crollo del “muro di ferro” politico. Resta da vedere se la CDU/CSU si dimostrerà più flessibile sotto la crescente pressione: il partito ha anche il divieto di formare una coalizione con il partito di sinistra Die Linke, il che ne limiterebbe ulteriormente le possibilità qualora l’AFD continuasse a guadagnare terreno.

 

Cosa significherebbe una vittoria dell’AFD per il resto d’Europa?

Una vittoria dell’AFD in un singolo stato tedesco non avrebbe ripercussioni immediate in tutta Europa, ma lo shock simbolico sì.

Alcune zone della Germania sarebbero governate da un partito apertamente favorevole alla Russia e che usa eufemismi riguardo agli anni più bui della Germania.

 

L’AFD non ha alleati significativi tra i partiti di estrema destra più importanti d’Europa. Il Rassemblement National (RN) francese e la Lega italiana l’hanno espulsa dal loro gruppo al Parlamento europeo a causa del rifiuto di alcuni membri di prendere le distanze dall’apparato nazista. È stata costretta a fondare il Gruppo Europa delle Nazioni Sovrane (ESN), che fornisce più della metà dei 27 seggi della fazione. Tra i partner figurano il partito ultranazionalista bulgaro Revival, filo-russo e anti- NATO, e il Movimento Repubblicano, anch’esso filo-russo e neonazista, in Slovacchia.

Il partito polacco Nuova Speranza, con due seggi, è l’unico membro scettico nei confronti della Russia.

L’ESN, la più piccola e la più estrema destra tra le fazioni di destra del Parlamento europeo, vuole invertire l’integrazione europea, “preservare” la cultura e l’identità, annullare il Green Deal europeo e sospendere il Patto internazionale sulle migrazioni delle Nazioni Unite.

Il programma dell’AFD per le elezioni europee del 2024 elenca l’uscita della Germania dall’Unione Europea solo come “ultima risorsa” e, come per altri partiti di estrema destra, il suo tono sulla questione si è ammorbidito nel periodo post-Brexit.

 

Con AFD e RN in disaccordo sia sulla composizione della fazione che sulle politiche – tra cui l’economia e il liberalismo di mercato – un forte asse di estrema destra sembra irraggiungibile. Il posizionamento nei confronti della Russia divide ulteriormente questi partiti: le simpatie dell’AFD sono condivise dall’FPÖ austriaco, dalla Lega italiana e da Alleanza per l’Unione dei Rumeni in Romania, mentre Fratelli d’Italia, PIS e Nuova Speranza in Polonia e i partiti nordici si oppongono.

 

Dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, si sarebbe potuto presumere che il movimento Make America Great Again (MAGA) potesse fungere da denominatore comune per l’estrema destra europea e plasmarne sovversivamente il futuro. L’AFD ha goduto dell’appoggio esplicito del vicepresidente JD Vance e di Elon Musk in vista delle elezioni nazionali del 2025 e ha persino inviato delegati a Washington. Tuttavia, le affermazioni del presidente Trump sulla Groenlandia e la guerra con l’Iran hanno raffreddato drasticamente i rapporti. Sebbene il movimento MAGA possa ancora fornire ispirazione ideologica – e la politica ufficiale degli Stati Uniti sia quella di sostenere i movimenti conservatori in Europa – gli Stati Uniti sotto la presidenza Trump difficilmente possono essere considerati un vero alleato politico, nemmeno per l’AFD.

 

Sempre secondo CSIS, l’impatto più probabile del rafforzamento dei partiti di estrema destra in Europa, in questo caso guidato dall’ascesa dell’AFD, sarebbe la paralisi:

i disaccordi su questioni come la difesa e la riluttanza a rinunciare al diritto di veto in seno al Consiglio europeo bloccherebbero le riforme, svuotando gradualmente la capacità dell’Unione europea di affrontare le grandi sfide odierne.

Ciò potrebbe ulteriormente aumentare la dipendenza dagli Stati Uniti, soprattutto in materia di difesa.

 Nel frattempo, la Russia trarrebbe vantaggio da un’Europa frammentata – in particolare se l’estrema destra erodesse il sostegno europeo all’Ucraina – e potrebbe espandere i suoi legami oltre i paesi attualmente favorevoli come la Slovacchia.

 

Se da un lato una vittoria a livello statale probabilmente stimolerebbe il successo del partito e gli darebbe maggiori possibilità di conquistare il potere a livello nazionale, dall’altro potrebbe anche spingere gli altri partiti e gli elettori indecisi a unirsi per fare da contrappeso.

Inoltre, un ulteriore rafforzamento dell’AFD indebolirebbe probabilmente l’Unione Europea e, di conseguenza, l’importanza geopolitica dell’Europa nel suo complesso.

Una vittoria dell’AFD non cambierebbe immediatamente gli equilibri di potere in Germania o in Europa, ma creerebbe le premesse per una maggiore polarizzazione e instabilità.

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