Il campo largo fa scoppiare il PD.

 

Il campo largo fa scoppiare il PD.

 

 

 

L’ora della verità.

Campo largo, se passerà la linea

di M5S e AVS vorrà dire

che il PD è stato sciolto…

 ilriformista.it - Fabrizio Cicchitto – (5 Agosto 2026) – Redazione – ci dice:

 

Campo largo, se passerà la linea di M5S e AVS vorrà dire che il PD è stato sciolto…

Siamo arrivati all’ora della verità su una questione politica fondamentale:

 la collocazione internazionale del campo largo, con particolare riferimento all’Ucraina.

Il tema ha ricadute che riguardano l’Unione europea, la Nato e l’Occidente in quanto tale, e ha ricadute assai forti per il futuro, ma dovrebbe anche averne per il presente.

 Sull’Ucraina dal 2022 si sta giocando una partita decisiva sui confini Nord dell’Europa, ma di lì per connessione sull’equilibrio europeo nel suo complesso.

Anzi, a voler guardare le cose da un punto di vista geopolitico, si tratta di un tassello fondamentale nel confronto in atto dalla fine degli anni Ottanta in poi tra l’Europa, l’Occidente e quello che non esitiamo a chiamare “l’asse del male”, cioè Cina-Russia-Iran-Corea del Nord.

Questa partita ha un impatto notevole sulla dialettica politica italiana. Da sempre, su questo nodo entrambi gli schieramenti sono divisi al loro interno, ma nel centrodestra finora ha sempre prevalso nettamente la linea imposta da Giorgia Meloni, con il sostegno convinto di Forza Italia e anche di quello degli storici governatori leghisti.

 

Fino a qualche giorno fa, nel campo largo c’è stato un confuso “tiro della coperta”, ma in questi ultimi giorni il dibattito è andato incontro a un brusco chiarimento.

 Prima Bonelli, con uno dei suoi soliti comizi in diretta televisiva, e poi Conte hanno assunto una posizione assai precisa: basta gli aiuti all’Ucraina per favorire la trattativa.

Siccome nessuno dei due ha alcuna possibilità di piegare Putin (che per parte sua non ha alcuna intenzione di farlo), allora vorrebbero privare l’Ucraina delle armi indispensabili per difendersi per costringerla a una pace simile a una resa.

 L’accentuazione dei bombardamenti russi in questi giorni va vista in questo contesto, e probabilmente tiene anche conto di queste prese di posizione.

 

Mentre sulle questioni programmatiche di politica interna tutti i compromessi e le ambiguità fanno parte dell’ordine normale delle cose, sulla politica estera nessuno può scherzare ma nemmeno tacere.

Se si prolunga ancora di qualche giorno il silenzio del gruppo dirigente del Pd, siccome l’ambiguità e il trasformismo su un tema come questo non possono durare oltre lo spazio di un mattino, o si sceglie il bianco o si adotta il rossobruno.

Esistono a questo proposito segnali assai significativi:

da un lato l’uscita dal Pd di esponenti riformisti;

dall’altro il condizionamento, in parte esplicito, in parte silenzioso, di due “grandi vecchi” come Bettini e D’Alema, entrambi favorevoli alla Cina sul quadro internazionale e a Conte sul piano interno.

La prevalenza delle posizioni del M5S e di AVS sul piano politico e di Conte sul piano della leadership vorrebbe dire una sola cosa:

che il Pd come partito – anzi, per dirla con un termine tratto dal lessico tipico di un lontano passato come “intellettuale collettivo” – è stato nella sostanza sciolto.

E non ci saranno neanche le edizioni Einaudi a raccoglierne quaderni inesistenti.

(Fabrizio Cicchitto).

 

 

 

 

Dio Punirà gli Assassini.

Conoscenzealconfine.it – (5 Agosto 2026) - Augusto Sinagra – Redazione – ci dice:

 

Sta emergendo la verità sulla tragicommedia della falsa pandemia.

Dalla Commissione Parlamentare Covid, dalle Aule di Giustizia (piano piano), dalla pubblica presa di coscienza, dalla stampa indipendente e libera (poca in verità) e ora dell’interrogatorio di quel delinquente di Anthony Fauci al Senato USA, sta emergendo la verità sulla tragicommedia della falsa pandemia.

È stato un consapevole e programmato genocidio finalizzato al de-popolamento mondiale.

 Quegli strumenti di morte sono stati chiamati “vaccini”.

 

È stata sacrificata la salute e la vita di milioni di innocenti per loschi e inconfessabili scopi.

Non solamente per bramosia di denaro sporco del sangue di innocenti. Chi doveva difendere la gente si è reso complice consapevolmente o per stupida incompetenza.

Sembra una beffa o un tragico destino.

Sembra che in questa nostra sventurata Nazione per accedere a incarichi di vertice, occorra il requisito della incompetenza, ma se c’è la complicità è ancora meglio.

 

Non voglio accusare nessuno ma neppure bisogna dimenticare.

 E gli italiani sono di memoria corta e questa scarsa memoria favorisce gli errori (se non soprattutto gli abusi) di chi è chiamato a decidere.

La scarsa memoria impedisce che chi sbaglia venga punito.

Impedisce di costruire una società e un futuro migliore.

 

E allora io ricordo e non dimenticherò mai:

– il papero argentino: “Vaccinarsi è un atto di amore”;

– il bancario Mario Draghi: “Non ti vaccini? Ti ammali, muori e fai morire”;

– Mattarella Sergio: “Non si invochi la libertà per sottrarsi al vaccino”; – Speranza Roberto: “Tachipirina e vigile attesa” (ovviamente della morte);

– Brusaferro Silvio con le sue connivenze con Speranza Roberto nel non diffondere dati che smentivano efficacia e sicurezza dei “vaccini“;

Sciarra Silvana, quella che, Presidente della Corte Costituzionale, in una inaudita intervista al “Corriere della Sera” a proposito delle sentenze (non ancora pubblicate!) del novembre 2024, dichiarava di aver “seguito la scienza”!

 

Quale “scienza”?

Quella di sedicenti “scienziati” che hanno infestato le tv e che poi sono stati insigniti di alte onorificenze da Mattarella Sergio?

 Lo stesso Mattarella Sergio che insignì della più alta onorificenza della Repubblica (il Cavalierato di Gran Croce) quel delinquente di Anthony Fauci!

Lo stesso Mattarella Sergio della grazia concessa ad una promotrice della prostituzione minorile!

Ecco, io non chiedo vendetta e non sono un Mufti che emette Fatwe.

 E non mi rivolgo ai giudici che, come i medici e i “giornalisti”, hanno perso in larga misura ogni credibilità.

Mi rivolgo a Nostro Signore Gesù Cristo al quale credo, perché Iddio non è solo misericordia ma è ancor più giustizia.

(Articolo del Prof. Augusto Sinagra)

(t.me/radio Fogna/1021).

 

Politica.

Giuseppe Conte fa a pezzi il campo largo,

monta la rabbia dentro il Pd.

 Euroborsa.it – Politica – Redazione – (03/08/2026) – ci dice:

 

Redazione.

Giuseppe Conte fa a pezzi il campo largo, monta la rabbia dentro il Pd.

A occhio e croce, c'è una metà del Paese che vuole mandare a casa Giorgia Meloni, ma, se questo progetto passa per la costruzione di un'ampia coalizione di opposizione, che veda coinvolti Pd, Cinque Stelle e AVS, chi vuole cambiare il governo del Paese si può mettere il cuore in pace.

Perché tutto sembra preludere la posizione assunta da Giuseppe Conte sul problema generale del riarmo, e su quello particolare dell'Ucraina, che non la volontà di battere Giorgia Meloni, anteponendo a tutto la sua ambizione personale di tornare a fare il premier e rientrare, da vincitore, a Palazzo Chigi da cui fu estromesso in malo modo.

 

Le posizioni che il leader dei Cinque Stelle ha assunto indicano che la sua idea di alleanza passa per una adesione degli altri a quel che pensa lui, non lasciando intuire che, se dovesse uscire sconfitto dalle primarie del cosiddetto campo largo, farebbe lo stesso. considerandosi il depositario della verità.

 

Il tema ricorrente delle prese di posizione di Giuseppe Conte sull'Ucraina sembra essere in perenne rotta di collisione con il Pd.

Prima dice che non voterà il sostegno militare all'Ucraina per poi aggiungere, come per evitare di potere essere frainteso: ''Per quello che riguarda aiuti e sanzioni economiche sì.

Mi sembra che l'Ucraina abbia un arsenale militare super attrezzato''. Per poi chiosare che ''ci sono anche componenti di estrema destra e già c'è un mercato, ci si chiede che fine facciano quelle armi''.

 

Frasi che sembrano riecheggiare, sinistramente, alcuni degli argomenti della propaganda russa, secondo cui la guerra contro l'Ucraina è stata la reazione di un Paese democratico ad un altro che costeggia il nazismo.

Peraltro senza una decisa condanna della Russia, ma solo un ''contentino'' all'Ucraina, definendola aggredita, ma senza spendere una parola sul fatto che Mosca ha scatenato una guerra contro una nazione sovrana.

E sul dialogo tra Russia e Ucraina, Conte si dice favorevole “a una svolta negoziale che l'Europa non vuole. Piuttosto che chiamarsi volenterosi, Francia, Regno Unito e Germania, abbiamo bisogno di una coalizione europea di coraggiosi''.

 

Poi, parlando delle primarie per il candidato premier dell'opposizione, Conte la butta lì:

''se dovessi essere investito di questa grande responsabilità chiamerei Zelensky, lo incontrerei.

 Lo rassicuro: lui è aggredito, ma un attimo dopo chiamerei Putin per imprimere una svolta negoziale''.

 

Quindi, anche se Zelensky è l'aggredito, bisogna fare un'apertura di credito a Vladimir Putin come potenziale interlocutore per una trattativa di pace, anche se lo zar non ha mai contemplato questo ipotesi, posto che per lui l'Ucraina è un Paese dal territorio da mutilare.

Parole che hanno mandato in bestia molti esponenti del Partito democratico, sempre più convinti (e lui, il leader dei Cinque Stelle non fa nulla per farli ricredere) che il disegno di Giuseppe Conte è tutto fuorché quello di una intesa paritaria tra alleati.

 

Il fatto che, se dovesse vincere le primarie e, quindi, ambire ad essere il futuro presidente del consiglio, la prima cosa che Conte intende fare è restituire a Putin il rango di interlocutore, nonostante sia lui l'aggressore, ha fatto insorgere il Partito democratico al quale non è affatto andato giù che il leader dei Cinque Stelle rivendichi, nella veste di candidato premier, a lui soltanto la linea del futuro governo e non invece come frutto di un ''ragionamento'' di coalizione.

 

Un modo di pensare che la dice lunga su come Conte veda il suo futuro, anche se oggi i numeri dicono che i Cinque Stelle sono parecchio indietro rispetto al Partito democratico e, nonostante questo, lui continui a considerarsi il candidato naturale a Palazzo Chigi e che le primarie lo incoroneranno.

Con una piccola nube all'orizzonte, l'ipotetica discesa in campo di Alessandro Di Battista, che non può certo sperare di diventare, a sinistra, quel che è oggi Roberto Vannacci, ma qualcosa in termini di voti eroderebbe.

E dove, se non tra i Cinque Stelle, magari in quelli che Conte ha mandato via o costretto ad andarsene e i nostalgici di Grillo e che in ''Dibba'' vedono una nuova opportunità?

 

 

Sull’invio di armi l’intesa nel Campo

largo sarebbe facile: ma i centristi

vogliono decidere tutto.

Ilfattoquotidiano.it – (5 agosto 2026) - Pietro Francesco Maria de Sarlo – Redazione – ci dice:

 

I post scritti dai lettori.

I Fassino, i Delrio, i Guerini, la Quarta pelle, Provenzano e Renzi prendono voti marginali.

Se ci sono loro a dare le carte mi spiace ma, come dire, non fumo grazie.

 

In tutto questo dibattito nel Campo largo manca un attore: gli elettori. Secondo invece l’area riformista del Pd la linea in politica economica ed estera la dettano loro.

Come?

In genere con il ricatto di fondare e rifondare aree di centro determinanti per il risultato elettorale.

 Aree di centro che sono, almeno a mio modo di vedere, malfrequentate: Calenda, Picierno, Barattin, Renzi solo per fare alcuni nomi.

 Ma sono aree che raccolgono qualche consenso da pochi ma la cui presenza fa scappare dalle urne moltissimi elettori delle coalizioni che avessero la sventura di ospitarli.

L’area centrista del Pd è quella che invoca il SAFE, e che invocava il MES, che invoca Draghi come salvatore della patria e che si è spiaggiata sulla agenda Draghi, che fa lo gnorri sul genocidio in atto a Gaza quando non si spende per iniziative legislative per impedire ogni critica a Israele e che manderebbe armi su armi in Ucraina se non addirittura i soldati, come vorrebbe Nathalie Tocci, figlia di Walter ex deputato Pd.

Eppure almeno sull’invio di armi in Ucraina sarebbe facile raggiungere una intesa come Campo largo.

Basta rispettare la lettera e lo spirito della Costituzione e avere una postura adeguata.

 L’articolo 11 è chiaro, ma come al solito la destra interna al Pd la interpreta invece di applicarla.

 Se si applicasse non ci sarebbe nulla da discutere.

Nessun commercio in armi con Israele e nessun invio di armi in Ucraina. Ma il governo Draghi ha varato un insieme di decreti legge che in deroga alla legge 185 del 1990 lo ha consentito.

 

Tutto questo rappresenta delle aspirazioni legittime ma che sono già ampiamente rappresentate dalla destra di governo e no.

E allora il popolo della sinistra per DNA pacifista, rispettoso del dettato Costituzionale nella sostanza e nello spirito, i disillusi e nauseati dalla gestione di Ursula von der Leyen e dal suo immorale doppio standard, quelli che hanno ancora memoria delle devastazioni dei centristi Pd di welfare e diritti in ossequio alle direttive della BCE espresse per iscritto da Draghi e Trichet e attuate pedissequamente dai governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, gli elettori del M5S che sono ancora disgustati dal voltafaccia di Grillo e Di Maio non hanno diritto di rappresentanza?

Quale è la loro occasione di dire basta a un Sistema che dura da 30 anni ed è stato guidato culturalmente dai sedicenti riformisti del Pd non ha diritto di sperare in un cambio di rotta di 180 gradi?

 

Il bluff della propaganda che annienta i fatti: prima lo slogan, poi il programma politico.

Qui occorre essere chiari. Volete fare prima il programma e poi le primarie?

 Un poco come nelle vecchie sezioni del PCI dove la direzione pubblicava le tesi e queste venivano dibattute in tutte le sezioni e su queste si votava il Segretario il cui nome era di fatto già stabilito.

 Beh all’epoca era facile:

 il mondo era diviso in due blocchi stabili.

Ogni intervento si apriva con lo scenario internazionale dove si illustravano gli enormi progressi del PCUS, poi del “comunismo nel Mondo” e infine i grandi successi ottenuti dal segretario della locale sezione nel quartiere.

Poi il Muro è caduto e il mondo è diventato più complicato e paradossalmente meno sicuro.

 Il PCI ha sentito che in un momento delicato, come ora, la base doveva esprimersi sul serio e sono nate le mozioni contrapposte, chi presentava la mozione vincente diventava segretario.

 

 

I partiti del Campo largo possono decidere quello che vogliono, ma anche gli elettori.

I centristi da troppo tempo impongono la linea con i consensi degli altri. Il giochetto deve finire.

 I Fassino, i Delrio, i Guerini, la Quarta pelle, Provenzano e Renzi prendono voti marginali.

IO non sono in grado di interpretare il sentimento degli astensionisti di sinistra e del M5S, che sono la gran parte della categoria, ma sono sicuramente in grado di interpretare il mio di sentimento.

Se ci sono loro a dare le carte mi spiace ma, come dire, non fumo grazie. Di un governo magari a guida Conte assillato fino a far posto a Draghi, invece che per il MES sanitario per il SAFE non ne sento bisogno.

 

 

 

 

Il campo largo tra rotture e poca fiducia: il Pd teme Conte

e pensa a un tecnico.

Lavocedelpatriota.it – (6 Agosto 2026) - Politica - Andrea l’Andretta - Redazione – ci dice:

 

Campo largo, ma fino a quale prezzo?

 È questa la domanda che il centrosinistra dovrebbe iniziare a porsi seriamente.

Perché mettere insieme forze politiche diverse può anche sembrare una strategia vincente sulla carta.

 Ma se le distanze dei singoli partiti sono tanto distanti, il rischio è uno solo:

 trasformare un’alleanza elettorale in una bomba a orologeria.

 E i rapporti di buon vicinato costruiti negli ultimi mesi rischiano di finire rapidamente al macero, travolti da veti incrociati, personalismi e lotte per la leadership.

 Il problema, infatti, non è soltanto la convivenza tra Partito democratico e Movimento Cinque Stelle, due partiti distanti anni luce su modalità e contenuti.

È soprattutto la figura di Giuseppe Conte a creare un certo disagio nel Nazareno.

L’ex presidente del Consiglio continua a muoversi come una sorta pallina pazza, incontrollabile.

Il suo intento, non dichiarato ma ormai palese, è prendersi la leadership del centrosinistra.

 E lo fa in una posizione particolare:

pur guidando un partito che, nei sondaggi, resta dietro al Pd, può permettersi di minacciare il ritiro dei suoi dalla coalizione, consegnando di fatto la prossima maggioranza alla destra.

Tutto assume una sfumatura diversa, se si considera quanto sostenuto da Maurizio Belpietro in un editoriale pubblicato su La Verità:

secondo il direttore del quotidiano, infatti, il Partito democratico sarebbe attraversato da una profonda spaccatura proprio per la scarsa fiducia che molti dirigenti nutrono nei confronti di Conte.

 Il timore è semplice:

affidare il destino della coalizione a un alleato imprevedibile significherebbe esporsi a continui ricatti politici e a una permanente instabilità, relegando inoltre il Pd al ruolo di subalterno della coalizione. Di qui l’ipotesi che circolerebbe in alcuni ambienti del campo largo: cercare una figura esterna, un tecnico, capace di tenere insieme tutti, o quasi.

 Il nome che circola sarebbe quello di Mario Draghi.

Cosa che proprio non andrebbe giù proprio ai Cinque Stelle.

 Ma il punto è un altro: davvero, per tenere unita la coalizione, è necessario ricorrere ancora una volta a un tecnico?

 

Ed ecco che emerge la differenza con il centrodestra:

negli ultimi anni invero la destra ha fatto della centralità della politica una delle proprie battaglie identitarie.

 L’obiettivo era riportare a Palazzo Chigi un presidente del Consiglio legittimato dal voto popolare, come successo finalmente con Giorgia Meloni, superando la stagione dei governi tecnici e delle maggioranze costruite nei palazzi e dalla partitocrazia.

 Il centrosinistra, invece, sembra sempre muoversi nella direzione opposta.

Perché anziché trovare una sintesi politica, capace di unire tutti (ma ci si rende facilmente conto delle difficoltà di unificare una coalizione così variegata), valuta invece l’ennesima soluzione tecnica come collante tra partiti che faticano perfino a fidarsi l’uno dell’altro.

 E questo anche solo per trovare una guida nel centrosinistra. Immaginate cosa potrebbe succedere se una tale coalizione andasse al governo.

Il cosiddetto campo largo rischia così di nascere con il seme della propria crisi già al suo interno:

troppe differenze, troppi personalismi, troppi interessi divergenti, un programma inesistente e soprattutto una leadership contesa.

Se queste sono le premesse, l’eventuale vittoria elettorale difficilmente garantirebbe stabilità alla Nazione, rischiando di rovinare quella presentabilità internazionale che il Governo Meloni ha saputo costruire in questi anni.

Al contrario, il rischio sarebbe quello di assistere all’ennesima stagione di tensioni interne, crisi extraparlamentari e giochi di palazzo.

Proprio ciò che gli italiani hanno dimostrato più volte di non volere più.

 

Pranzo Conte-Schlein dopo lo scontro sulle primarie. Il leader M5s: “Sull’Ucraina la nostra posizione resta, ma rispetto quella del Pd.”

 Ilfattoquotidiano.it - Redazione Politica – 4 agosto 2026 – Ci dice:

 

Lo ha rivelato il leader del M5s. Segnali di dialogo tra i due partiti

Pranzo Conte-Schlein dopo lo scontro sulle primarie.

Il leader M5s: “Sull’Ucraina la nostra posizione resta, ma rispetto quella del Pd”

 

Il nodo è sempre quello: l’invio di armi all’Ucraina.

 Il sedicente Campo largo nei giorni scorsi ha vacillato dopo l’uscita di Giuseppe Conte, secondo il quale la posizione della coalizione, rispetto alla guerra, sarebbe stata decisa dalle primarie.

In sintesi: chi le vince, detta la linea.

Parole a cui Elly Schlein ha risposto il giorno successivo: prima si definisce il programma, poi si fanno le primarie.

 

La novità di oggi, rivelata dal leader del M5s intercettato dai cronisti fuori da Montecitorio, è il pranzo tra lo stesso Conte e la segretaria del Partito democratico.

“Ci siamo visti oggi a pranzo, sì” ha confermato Conte, “lo avevamo concordato già la settimana scorsa.

 La dialettica politica rimane, ma nel rispetto reciproco”.

Poi, naturalmente, la questione Ucraina:

“Ho detto e ripetuto in questi giorni le stesse cose che io e il M5s diciamo da quattro anni, la nostra posizione è sempre la stessa.

Ma rispetto le posizioni del Partito democratico “.

 

Chi in questi giorni è impegnatissimo a saldare almeno a parole l’alleanza del centrosinistra – anche subito dopo lo scontro M5s-Pd – è Matteo Renzi.

Oggi, a margine del Caffè de La Versiliana a Marina di Pietrasanta, il leader di IV ha ribadito che “a me delle regole delle primarie interessa il giusto, facciano quelle che vogliono.

 

Quello che mi interessa è il costo della vita. Questo è il tema.

Meloni ha una coalizione divisa, anche grazie al “Roberts Vannacci Nerone”, quello che non può fare il centrosinistra è dividersi”.

 

 

Campo Largo, Schlein frena Conte:

sulle primarie si apre il vero

scontro strategico.

Lecodelsud.it – (4 agosto 2026) - La Redazione Politica – ci dice:

              

Campo largo, Schlein frena Conte: sulle primarie si apre il primo vero scontro strategico.

La costruzione del cosiddetto “campo largo” entra in una fase delicata.

 Lo scontro tra Elly Schlein e Giuseppe Conte sulle primarie non rappresenta soltanto una divergenza procedurale, ma fotografa due diverse visioni della futura coalizione di centrosinistra e del metodo con cui affrontare le questioni più divisive del programma.

 

La segretaria del Partito Democratico ha risposto con fermezza alla proposta avanzata dal leader del Movimento 5 Stelle, che aveva ipotizzato il ricorso alle primarie per sciogliere i nodi  politici più controversi, a partire dalla linea sull’Ucraina.

 Per Schlein, invece, il percorso deve seguire un ordine preciso: prima la definizione di un programma condiviso tra tutte le forze della coalizione, poi la scelta del leader attraverso le primarie.

 Un’impostazione che punta a evitare che il candidato premier diventi espressione della sola forza politica vincitrice, senza una preventiva sintesi politica.

 

La replica della leader democratica, pur mantenendo toni istituzionali, rappresenta uno stop netto all’iniziativa di Conte e segnala come il Pd non intenda delegare agli elettori la soluzione di questioni che ritiene debbano essere affrontate e risolte all’interno del tavolo politico.

 

La contrapposizione mette in evidenza due strategie differenti.

Da una parte il Movimento 5 Stelle sembra puntare a utilizzare le primarie come strumento di legittimazione popolare anche sulle grandi scelte politiche.

In questa prospettiva, temi come il sostegno militare all’Ucraina, le politiche europee o le grandi opere diventerebbero elementi qualificanti della competizione per la leadership.

 

Dall’altra parte il Partito Democratico difende un’impostazione più tradizionale delle coalizioni di governo:

 prima si costruisce un programma comune, frutto di mediazioni e compromessi, e soltanto successivamente si individua il candidato chiamato a rappresentarlo.

 Pubblica amministrazione.

Dietro la disputa procedurale emerge quindi una questione di sostanza:

 chi detta la linea politica del centrosinistra? Il leader scelto dagli elettori oppure l’accordo tra i partiti che compongono l’alleanza?

 

Il dossier che ha fatto esplodere il confronto resta quello relativo alla guerra in Ucraina.

 

Il Movimento 5 Stelle continua a mantenere una posizione critica nei confronti del sostegno militare a Kiev, mentre il Partito Democratico conferma il proprio orientamento europeista e atlantista, in linea con le principali famiglie del socialismo europeo.

Si tratta probabilmente della distanza politica più significativa tra i due principali partiti dell’opposizione. Ma non è l’unica. Sul tavolo rimangono anche le differenti sensibilità in materia di difesa europea, politica industriale, infrastrutture strategiche e transizione energetica.

Per questo motivo la richiesta di Schlein di definire prima un programma comune assume anche il significato di evitare che le primarie diventino un referendum permanente sulle divisioni interne della coalizione.

Le tensioni non sono passate inosservate agli avversari politici.

Il centrodestra ha immediatamente colto l’occasione per mettere in evidenza le difficoltà del fronte progressista.

Antonio Tajani ha accusato Schlein di ambiguità rispetto alle posizioni espresse da Conte sull’Ucraina, cercando di rafforzare la narrazione di un’opposizione divisa sulle principali questioni internazionali.

Elezioni e campagne elettorali.

 

Anche Matteo Renzi è intervenuto nel dibattito, sostenendo la necessità delle primarie ma accompagnate da un patto preventivo di lealtà tra tutti i partecipanti.

Una posizione che, pur criticando Conte, evidenzia come il tema della leadership resti aperto nell’intero campo riformista.

 

Lo scontro tra Schlein e Conte arriva in un momento in cui il centrosinistra è chiamato a trasformare una collaborazione parlamentare in una possibile alleanza di governo. È il passaggio più difficile di ogni coalizione: passare dall’opposizione comune alla definizione di un progetto condiviso.

 

La segretaria del Pd sembra voler riaffermare la centralità del suo partito come perno della coalizione e impedire che il confronto venga spostato su un terreno, quello delle primarie, dove Conte potrebbe puntare a capitalizzare il consenso personale maturato negli ultimi anni.

 

Il leader del Movimento 5 Stelle, invece, continua a presentarsi come interprete di una parte dell’elettorato progressista più critica verso le scelte dell’Unione europea in materia di difesa e politica estera, cercando di differenziare la propria proposta rispetto a quella democratica.

 

Per entrambi la partita non riguarda soltanto la leadership, ma l’identità futura del centrosinistra.

 Se il confronto dovesse irrigidirsi, il rischio sarebbe quello di alimentare ulteriori divisioni proprio mentre il centrodestra continua a beneficiare di una maggiore compattezza parlamentare.

Se invece Pd e Movimento riusciranno a trasformare questo scontro in un negoziato politico, la definizione del programma potrebbe diventare il vero banco di prova della credibilità dell’alternativa di governo.

La risposta di Schlein, dunque, non chiude il dibattito ma segna il primo confine politico della futura coalizione:

prima l’accordo sui contenuti, poi la competizione per la leadership.

Un principio che potrebbe rivelarsi decisivo nei prossimi mesi, quando il centrosinistra sarà chiamato a dimostrare se il “campo largo” è destinato a diventare un progetto politico stabile o a rimanere una semplice alleanza elettorale costruita attorno ai singoli leader.

Orientamenti politici di sinistra.

 

 

 

 

Campo largo, Conte non molla

 e rilancia: “Sull’Ucraina dico le stesse cose da 4 anni”.

Una risoluzione congiunta M5S-Pd-Avs sul riarmo stana i riformisti dem.

Conte: “Sull’Ucraina dico le stesse cose da 4 anni". Risoluzione congiunta sul riarmo stana i riformisti Pd che la bocciano.

Lanotiziagiornale.it – (05 -08 -2026) - Antonio Pitoni – Redazione Politica – ci dice:

Campo largo, Conte non molla e rilancia: “Sull’Ucraina dico le stesse cose da 4 anni”. Una risoluzione congiunta M5S-Pd-Avs sul riarmo stana i riformisti dem.

Non ci vuole un politologo per capire che il bersaglio grosso di un certo sottobosco politico, che va dalla variegata galassia del centro (in tutte le sue declinazioni) agli Evers Green del Deep State fino ad un pezzo del Pd, è tornato ad essere il Movimento 5 Stelle e, soprattutto, il suo leader Giuseppe Conte.

La chiamata alle armi è scattata in realtà quando, nel giorno della débâcle referendaria del Centrodestra sulla giustizia, l’ex premier ha lanciato per la prima volta la sfida delle primarie (e del programma) dell’area progressista per non disperdere il patrimonio di quel voto popolare che, in nome della difesa della Costituzione, ha inferto al governo Meloni la prima vera spallata della legislatura.

Fuoco amico contro Conte.

E non è un caso che il fuoco amico contro Conte sia tornato a scatenarsi, domenica scorsa, quando il leader M5S, ha rilanciato sulle primarie per risolvere una volta per tutte le ambiguità, specie in politica estera, che rischiano di travolgere l’intera coalizione.

 

Ma l’ex premier non molla e ieri è tornato sulla questione che tanto scompiglio ha gettato nel campo largo, sempre più simile ad un campo minato.

“Sull’Ucraina in questi giorni ho detto e ripetuto le stesse cose che io e il M5S diciamo da 4 anni, la nostra posizione è sempre la stessa. Ma rispetto le posizioni del Partito democratico”, ha detto Conte.

Che sul rapporto con la segretaria dem Elly Schlein ha assicurato: “Nessun problema personale. Oggi (ieri, NDR) ci siamo visti a pranzo, lo avevamo concordato già la settimana scorsa.

 La dialettica politica rimane, ma nel rispetto reciproco”.

E deve essere stato un pranzo proficuo se in serata il dessert è arrivato sotto forma di un testo condiviso per impegnare il governo ad escludere “che le risorse disponibili siano destinate a impegni di spesa militare”.

 

Risoluzione congiunta.

Una risoluzione congiunta Pd-M5S-Avs sullo scostamento di Bilancio annunciato nei giorni scorsi dall’esecutivo che verrà messa oggi ai voti dopo le comunicazioni al Parlamento del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.

Il cuore del provvedimento è sintetizzato nelle premesse:

 i tre partiti di opposizione reputano “necessario riconsiderare radicalmente gli impegni di spesa assunti in sede Nato e scongiurare ulteriori aumenti delle spese per i sistemi di armamento che insistono sul bilancio dello stato, nonché attivarsi per superare il piano di riarmo degli eserciti nazionali privo di coordinamento puntando alla costruzione di una vera difesa comune”.

 

Una prova di unità e, al tempo stesso, uno schiaffo all’area riformista del Pd che nei giorni scorsi si era spinta a definire il leader M5S “il Vannacci del campo largo” (copyright Filippo Sensi).

Ma che non basta a chiudere la questione. Perché, a stretto giro, la corrente di minoranza dem boccia come “non condivisibile” il testo congiunto del campo progressista.

“I parlamentari Pd apprendono dalle agenzie di stampa il testo della risoluzione del nostro partito assieme a AVS e M5S – fanno filtrare fonti dell’area riformista -.

Non sappiamo se sia questo il testo definitivo. Vedremo se la notte porterà consiglio perché quello che si legge non è un testo condivisibile”.

 

Primo obiettivo raggiunto per Conte.

Insomma, un primo risultato il pressing di Conte lo ha ottenuto. Far esplodere le ambiguità interne di un Pd che, come ricordavamo ieri su La Notizia, dall’Ucraina al riarmo, ha votato in più di un’occasione in piena sintonia con le destre.

Spinto dall’ala degli ex renziani (i cosiddetti riformisti), che vedono nella potenziale scalata del leader M5S alla premiership e il suo possibile ritorno a Palazzo Chigi una sorta di minaccia esistenziale.

Si tratta d’altra parte di quel pezzo di Partito democratico che, in era renziana, con il Jobs Act e l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, si intestò la metamorfosi della sinistra da area di riferimento dei ceti popolari a centro di ascolto dei poteri forti del Paese.

 

È bastata una risoluzione sostenuta dall’intera coalizione per stanare chi considera il riarmo irrinunciabile malgrado la difficile situazione economica del Paese.

 Un primo risultato Conte lo ha già ottenuto.

Spingere Schlein a prendere una posizione chiara nonostante i distinguo all’interno del suo stesso partito.

 

 

 

 

Come previsto, il campo largo

 va in tilt su Ucraina, difesa

europea, e Tav.

(Schlein sonnecchia…)

 Linkiesta.it - Mario Lavia – (29 luglio 2026) – Politica – ci dice:

 

Le distanze tra Pd, Cinquestelle e AVS su temi cruciali non si riducono, anzi si consolidano.

La segretaria del primo partito della coalizione rinvia il chiarimento, ma ogni voto in Parlamento lo rende più difficile.

Giuseppe Conte, Elly Schlein, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli e Riccardo Magi sono in piazza Montecitorio dopo il voto che ha respinto lemendamento della maggioranza alla legge elettorale durante i lavori alla Camera dei deputati, Roma, Martedì 14 Luglio 2026.

(La Presse).

A un mese circa dall’annunciato cantiere sul mitico programma, il campo largo va in tilt tre volte: sulla politica estera (due) e sulla Tav. Non è un buon viatico.

Che cosa si diranno i leader una volta chiusi in una stanza, davanti a una risma di carta, per cominciare a stendere il fatidico programma?

 Le posizioni non solo non si avvicinano, ma si cristallizzano;

non c’è alcun segno di ravvedimento o di ricerca di una mediazione da parte di Alleanza Verdi-Sinistra e Movimento 5 stelle, mentre il Partito democratico sceglie sempre due atteggiamenti:

o fischietta o si finge morto. Cioè subisce.

 Evita il chiarimento con gli alleati per timore di rompere.

 Solo che così si rompe lo stesso, e senza chiarirsi.

Tutto questo, va da sé, lascia presupporre che alle primarie ci si scontrerà non solo e non tanto sulla persona che dovrà battere Giorgia Meloni, ma su idee diametralmente distanti:

Ucraina e Tav sono solo i temi più eclatanti.

Se il discrimine diventasse la guerra e la difesa si profilerebbe un serio rischio per la segretaria del Pd:

i pacifisti-disarmisti potrebbero non votarla.

Dunque, tilt numero uno: ieri alla Camera, sulla partecipazione italiana alle missioni internazionali, il Pd ha votato una sua mozione diversa da quella di Nicola Fratoianni e da quella di Giuseppe Conte, a causa, come al solito, del sostegno finanziario all’Ucraina.

Dall’opposizione sono arrivate le consuete cinque mozioni diverse (Pd, AVS, M5s, Italia Viva, Azione).

 

Poi – tilt numero due – c’è la questione delle risorse garantite per la difesa europea dai prestiti Safe.

Il partito di Schlein se l’è intelligentemente presa con il governo che, con Antonio Tajani, all’improvviso e in modo poco chiaro ha dichiarato il suo sì, irritando molto la Lega, contraria.

Piero Fassino e Giorgio Gori – e anche Matteo Renzi – hanno avuto buon gioco a entrare nelle contraddizioni della maggioranza ribadendo il favore del Pd per l’utilizzo dei fondi europei.

Ma il problema è che anche su questo il campo largo è attraversato dalla solita faglia:

 i pacifisti-disarmisti (con chiare venature anti-ucraine) da una parte ed Elly Schlein dall’altra, che pure garantisce pieno sostegno a Kyiv, malgrado i mal di pancia di mezzo gruppo dirigente, da Arturo Scotto ad Annalisa Corrado, da Marta Bona foni a Sandro Ruotolo. I quali – magari insieme a Pierfrancesco Majorino, Alfredo D’Attore e Marco Furfaro – anche sulla Tav (tilt numero tre) sono contrari o, come minimo, hanno forti dubbi.

Schlein e il responsabile esteri Peppe Provenzano hanno una posizione più europeista sia sull’Ucraina sia sulla Tav ma i due non possono non tenere conto delle posizioni più di sinistra, probabilmente maggioritarie, specie nella base.

 Perciò, quando il Parlamento sarà chiamato a votare sui fondi Safe, il Pd dovrebbe votare a favore insieme alla maggioranza e contro AVS e M5s.

Avrà il coraggio di fare un passo del genere o si rifugerà nelle abusate supercazzole dialettiche?

 

E così sta inevitabilmente prendendo corpo un paradosso mai visto prima: il campo largo si spacca pur parlando ormai la stessa lingua.

Un capolavoro che poteva riuscire solo a dei ragazzi figli di “Sell” e dei suoi epigoni.

 

 

 

Abdul El-Sayed, chi è il progressista

 che ha vinto primarie Dem

(e fatto infuriare Trump).

Tg24.sky.it – Mondo – (06 ago. 2026)- ©Ansa – Redazione – ci dice:

È cresciuto nell'area di Detroit e oggi vive ad Ann Arbora.

 Abdul El-Sayed, 41 anni, è il democratico progressista e pro-palestinese che si è aggiudicato le primarie del suo partito in Michigan.

Ora potrà correre per un seggio al Senato contro il repubblicano Mike Rogers.

Se a novembre vincerà, sarà il primo senatore musulmano nella storia degli Stati Uniti.

La sua vittoria ha scatenato la dura reazione di Donald Trump.

 

Medico, figlio di immigrati egiziani, nato negli Stati Uniti 41 anni fa, ex direttore del Dipartimento della Salute di Detroit e commentatore televisivo, il democratico Abdul El-Sayed ha conquistato le primarie del Michigan per il Senato imponendosi come il candidato dell'ala progressista del partito.

 Ha battuto la moderata “Haley Stevens”, sostenuta dall'establishment, con un margine di circa un punto percentuale, meno di 15.000 voti. Sostenitore di una linea pro-palestinese, ha accusato Israele di "genocidio" e ha fatto della questione di Gaza uno dei temi della sua campagna.

 

USA ELECTIONS – Ansa.

La sua affermazione ha scatenato la reazione di Donald Trump, che ha reagito tra accuse di "elezioni truccate" e la definizione della vittoria come "un'ottima notizia" in vista delle elezioni di midterm di novembre. Il presidente ha definito El-Sayed un "perdente comunista che odia gli ebrei e Israele", malgrado il candidato dem abbia più volte condannato l'antisemitismo.

 In un successivo discorso sull'economia a Las Vegas, Trump ha dedicato ampio spazio all'avversario dem: "Abdul racconta un sacco di stronzate", ha attaccato, aggiungendo che "il comunismo è il più grande pericolo nella storia degli Stati Uniti".

 

Chi è.

Abdurrahman Mohamed El-Sayed, nato il 31 ottobre 1984, è un politico ed epidemiologo statunitense, candidato democratico per le elezioni del Senato degli Stati Uniti del 2026 in Michigan.

 Democratico progressista, ha ricoperto la carica di direttore del Dipartimento per la salute, i servizi alla persona e i servizi per i veterani della contea di Wayne (Michigan) dal 2023 al 2025 ed è stato candidato alle elezioni per la carica di governatore del Michigan nel 2018.

 El-Sayed si è laureato presso l'Università del Michigan e ha conseguito un dottorato in sanità pubblica all'”Orial College” di Oxford, frequentandoli rispettivamente grazie a una borsa di studio a copertura totale e alla prestigiosa borsa di studio Rhodes.

Ha conseguito la laurea in medicina presso la Columbia University, dove dal 2014 al 2015 è stato professore assistente di epidemiologia.

Dal 2015 al 2017 ha ricoperto il ruolo di direttore esecutivo del Dipartimento della salute di Detroit e di responsabile sanitario della città.

 Le sue pubblicazioni in ambito di sanità pubblica comprendono tre libri e diversi articoli su riviste accademiche.

 

Approfondimento.

Primarie Michigan, El-Sayed: "Impegno

 in protezione ebrei."

La campagna elettorale per il Senato.

Il 17 aprile 2025, El-Sayed ha annunciato la propria candidatura per la nomination democratica alle elezioni per il Senato degli Stati Uniti del 2026 in Michigan, in seguito alla decisione del senatore in carica Gary Peters di non ricandidarsi.

Il 7 aprile 2026, El-Sayed ha partecipato a eventi elettorali in diversi campus universitari del Michigan insieme alla deputata SUMMER Lee e allo streamer politico Hasan Pike.

Il coinvolgimento di Pike nella campagna ha suscitato polemiche all'interno del Partito Democratico a causa delle sue passate dichiarazioni sugli attentati dell'11 settembre, su Hamas e su Israele.

El-Sayed ha difeso la scelta di fare campagna elettorale con Pike come un tentativo di interagire con il pubblico di quest'ultimo, aggiungendo di non condividere tutte le affermazioni fatte dallo streamer.

Dopo il ritiro di Mallory Memoro dalle primarie democratiche a luglio, gli organi di stampa hanno descritto la competizione come una scelta tra l'ala moderata del partito, sostenuta dall'establishment e rappresentata da Haley Stevens, e l'ala progressista, rappresentata da El-Sayed.

Il voto si è tenuto il 4 agosto 2026 e l'Associated Press ha assegnato la vittoria a El-Sayed la mattina del 5 agosto.

 Il candidato affronterà il repubblicano Mike Rogers nelle elezioni generali di novembre.

 

 

 

 

Stati Uniti, Abdul El-Sayed

vince in Michigan. L'ira di

Trump: 'Voto truccato.'

Ansa.it – (05-08 -2026) – Mondo – Redazione Ansa - Antonio Fati uso – ci dice :

Batte al fotofinish la rivale dell'establishment alle primarie. Sale la sinistra dem.

Abdul El-Sayed conquista in Michigan la candidatura dem per il seggio al Senato Usa con il suo profilo di progressista di sinistra.

 

Ha battuto la moderata “Haley Stevens”, sostenuta dall'establishment, in una competizione serrata trasformatasi in un referendum sul volto in evoluzione del partito democratico.

L'epidemiologo 41enne, musulmano di origine egiziana, ha prevalso con un margine di un punto percentuale, meno di 15.000 voti, scatenando subito la reazione di Donald Trump, tra accuse di "elezioni truccate" e festeggiamenti di "un'ottima notizia".

 Per il tycoon la sorpresa del Michigan è un assist prezioso in vista delle delicate elezioni di midterm, a novembre.

 Ha definito El-Sayed un "perdente comunista che odia gli ebrei e Israele", malgrado il candidato dem abbia spesso condannato l'antisemitismo.

 "Ora, le folli politiche dei 'Democrat' (i democratici stupidi, NDR) non faranno che peggiorare!", ha scritto Trump su Truth, poche ore dopo aver lanciato, commentando l'avanzata della sinistra radicale tra i dem, la proposta provocatoria che socialisti e comunisti fondino il Partito Comunista d'America:

 "Andrebbero bene, prenderebbero il 10% circa", ha osservato The Donald.

Le primarie democratiche del Michigan sono diventate una battaglia per procura tra establishment e ala progressista del partito, anche in vista delle presidenziali:

 El-Sayed, ex funzionario della sanità pubblica statale, ha ricevuto il sostegno di molti leader dell'area di sinistra.

 Stevens, deputata in carica che nel 2018 aveva strappato il suo distretto ai repubblicani, ha ottenuto l'appoggio dei vertici del partito, inclusa la popolare governatrice del Michigan, “Gretchen Whisker”, e ha beneficiato di decine di milioni di dollari in finanziamenti esterni da parte di PAC legati alla lobby pro-Israele.

 Un'accusa, quella di antisemitismo, che ha seguito i momenti della campagna elettorale di El-Sayed, un pro-Pall che ha lanciato le accuse a Israele di 'genocidio'.

"Voglio affrontare nello specifico una questione che è stata al centro dell'attenzione in questa competizione elettorale:

alle mie sorelle e ai miei fratelli ebrei americani, voglio che sappiate che il mio impegno per la vostra sicurezza, il mio impegno per la sicurezza della comunità ebraica, è lo stesso impegno che ho per la sicurezza delle mie figlie", ha detto l'esponente dem, a nomination centrata, lanciando un appello di coesione al suo partito.

"In casa si discute, ma fuori serve unità: sono più le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono", ha osservato.

L'organizzazione elettorale dei Democratici al Senato (Dscc) ha assicurato il suo sostegno a El-Sayed, malgrado la sponsorship della rivale Stevens, dopo aver condotto "una campagna energica che ha ispirato migliaia di cittadini in tutto lo Stato del Michigan", ha rimarcato una dichiarazione congiunta di Chuck Schumer, leader della minoranza al Senato, e Kristen Gill brand, presidente del Dscc:

"Ora unità per l'obiettivo comune: arginare Donald Trump sconfiggendo i repubblicani che ne assecondano l'operato e riconquistare il Senato". El-Sayed dovrà vedersela a novembre contro “Mike Rogers,” il candidato GOP che ha corso senza avversari alle primarie, accusato di essere un "mero esecutore" delle volontà del presidente Trump e di sostenere la stessa "agenda sconsiderata che ha fatto lievitare i costi per le famiglie dei lavoratori".

Rogers è stato sconfitto nel 2024 nella corsa al Senato dalla democratica Elisa Sorkin, con uno scarto inferiore ai 20.000 voti:

per El-Sayed ci vorrà uno sforzo aggiuntivo se vuole diventare il primo senatore Usa di fede musulmana.

 

Intanto, ha incassato il pieno sostegno di Zoran Madani, il sindaco di New York:

"malgrado abbia dovuto affrontare oltre 60 milioni di dollari di spese elettorali provenienti da gruppi esterni, è riuscito a imporsi concentrandosi sulla crisi del costo della vita.

Sono orgoglioso di far parte di un movimento di politici e candidati che mira a rimettere gli americani della classe lavoratrice al centro della nostra politica", ha detto il primo cittadino della Grande Mela.

 

 

 

Primarie in Michigan, vince il socialista

 pro Pall El-Sayed: la sinistra

punta a novembre.

Lastampa.it – (5 agosto 2026) - IACOPO LUZI – Redazione – ci dice:

 

Il candidato democratico, un outsider progressista ha vinto al termine di una sfida aspra e costosissima contro la deputata moderata – e spinta dal partito – Haley Stevens.

 Trump: «Un perdente comunista che odia gli ebrei e Israele»

Primarie in Michigan, vince il socialista pro Pall El-Sayed: la sinistra punta a novembre.

WASHINGTON. Abdul El-Sayed, un carismatico progressista ed ex funzionario della sanità pubblica, ha vinto le primarie democratiche per il Senato in Michigan, superando la deputata centrista Haley Stevens con un margine risicato.

 

Con il 95% dei voti contati, ha vinto con il 48,48% dei voti rispetto al 47,51% di Stevens.

Un’elezione che ha visto lo spoglio proseguire fino alla mattina di mercoledì, con un risultato incerto fino all’ultimo, nonostante i sondaggi dessero El-Sayed favorito.

Ora questo 41enne dei sobborghi di Detroit correrà per succedere al senatore democratico Gary Peters – che si ritira – sfidando il candidato repubblicano, l'ex deputato Mike Rogers, in uno Stato chiave che potrebbe determinare il controllo del Senato. Rogers ha vinto le primarie repubblicane praticamente senza avversari, assicurandosi la candidatura del suo partito. La sfida tra i due a novembre sarà una delle più competitive tra tutte le elezioni di metà mandato del Congresso. Nel 2024, Rogers aveva perso per appena una frazione di punto percentuale contro l'attuale senatrice Elisa Sorkin.

Rispetto alle varie elezioni che si sono tenute questo martedì in giro per gli Usa, questo risultato regala all’ala progressista del Partito Democratico una grande vittoria in una primaria combattuta in uno stato indeciso come il Michigan, animata da profonde divisioni interne al partito su politiche, ideologia e strategia elettorale.

El-Sayed, sostenitore della sanità universale e del taglio degli aiuti militari statunitensi a Israele, godeva dell'appoggio di leader progressisti come il senatore Bernie Sanders e la legislatrice Alexandria Casio-Cortez ; Stevens, invece – che si era proposta come antidoto bipartisan alle disfunzioni di Washington e come ferma alleata di Israele – aveva ottenuto il sostegno dei vertici del partito sia a livello statale sia a livello nazionale.

La campagna della Stevens, inoltre, era stata sostenuta da circa 60 milioni di dollari provenienti da fonti esterne, fondi utilizzati per promuovere la sua candidatura e per attaccare duramente quella del dottor El-Sayed, visto come il “dark borse” all’inizio delle primarie e privo di una grande struttura che lo appoggiasse e lo finanziasse.

Basti pensare che più della metà della somma stanziata per Stevens era arrivata dall'AIPAC, un gruppo pro-Israele dalle posizioni intransigenti, le cui spese sono diventate un tema centrale della competizione elettorale in Michigan.

Il dottor El-Sayed e i suoi sostenitori sostenevano che la sua retorica populista avrebbe mobilitato elettori di tutto lo spettro politico insoddisfatti dello status quo.

Tuttavia, i vertici del Partito Democratico si erano schierati a favore della Stevens, temendo che le posizioni di sinistra sostenute da El-Sayed potessero compromettere le possibilità del partito di mantenere un seggio chiave rimasto vacante.

 Il risultato delle primarie ha premiato la scommessa di El-Sayed, ma il risicato margine dimostra la grande divisione all'interno del Partito Democratico in questo momento.

 In un comunicato, Stevens ha annunciato che sosterrà El-Sayed alle elezioni generali e ha ringraziato i suoi sostenitori.

 

«È stata una campagna approfondita e rigorosa, che ha fatto emergere l'intera gamma di opinioni presenti nel Partito Democratico: ed è proprio per questo che esistono le primarie», ha affermato. «Sono orgogliosa di essermi fatta avanti per servire la comunità e ancora più orgogliosa di continuare a lavorare insieme per garantire che questo seggio al Senato rimanga democratico, per conquistare la maggioranza al Senato degli Stati Uniti e per proseguire il lavoro a favore del Michigan».

Di fatto, per il movimento progressista negli Stati Uniti la vittoria di El-Sayed è il più grande risultato del 2026; ma per il dottore e il movimento la vera sfida arriva adesso: il seggio al Senato per il Michigan, a novembre, sarà cruciale per le possibilità dei Democratici di conquistare la maggioranza della Camera Alta, e El-Sayed dovrà affrontare la sfida di ricompattare una base democratica divisa e sfiduciata dopo aspre primarie.

 

La vittoria di El-Sayed rappresenta, inoltre, un cambiamento significativo per il Partito Democratico; solo nel 2018 El-Sayed aveva perso le primarie per la carica di governatore contro l'attuale governatrice Gretchen Whisker con uno scarto di 21 punti percentuali. Per i leader progressisti Sanders e Casio-Cortez, questa campagna elettorale era stata inquadrata come una battaglia più ampia contro l'establishment e lo strapotere del denaro, nonché come un movimento che partiva dal basso.

 

Allo stesso tempo, il cammino di El-Sayed rimane incerto e in uno stato tanto cruciale quanto indeciso come quello del Michigan; il candidato senatore dovrà cercare di convincere non solo i democratici progressisti, ma anche tutti quegli elettori di centro che, per paura della sua agenda progressista, potrebbero votare repubblicano. Un recente sondaggio condotto da EPIC-MRA su un campione di 600 probabili elettori ha rilevato che Rogers è in vantaggio su El-Sayed di tre punti percentuali e anche tra molti democratici centristi rimane la grande paura che El-Sayed non possa vincere perché troppo spostato a sinistra. Su Truth Social, il presidente Donald Trump ha subito attaccato il nuovo candidato democratico per il Michigan, vedendo la sua vittoria contro Stevens come una buona notizia per il suo partito: «Ottime notizie per il Partito Repubblicano. El-Sayed, un perdente comunista che odia gli ebrei e Israele, è dato per vincitore nella sfida contro la socialista. Come al solito, i sondaggi hanno sbagliato di grosso: non ci si aspettava che lei ottenesse risultati così buoni. Ora, le folli politiche dei "Democrat" non faranno che peggiorare!».

Poco prima, sempre su Truth Social, il presidente – senza alcuna prova – aveva parlato di brogli elettorali in Michigan: «La contea di Wayne (Detroit), in Michigan, è una delle aree elettorali più corrotte degli Stati Uniti, se non del mondo intero. È puro Terzo Mondo! Nella contea di Wayne accadono miracoli: si registrano più voti rispetto al numero di elettori, e con un ampio margine. Di conseguenza, il comunista – che a Detroit non gode di alcun favore – potrebbe trovarsi nei guai proprio a causa di chi conteggia i voti. Il socialista della sinistra radicale ha ottime possibilità; inoltre, non bisogna sottovalutare tutte quelle schede false per corrispondenza che, "a sorpresa", spunteranno all'ultimo momento. Preparatevi a un'altra elezione truccata.

 A novembre dobbiamo votare per Mike Rogers e rendere il Michigan "troppo grande per essere truccato"».

 

 

 

 

Gli Houthi hanno detto di aver

colpito due petroliere saudite

nel mar Rosso.

Ilpost.it – Mondo - (Giovedì 23 luglio 2026) – Redazione – ci dice:

Il gruppo armato yemenita degli Houthi ha detto di aver attaccato due petroliere saudite nel mar Rosso:

 sono i primi attacchi del gruppo da quando il 20 luglio aveva annunciato un embargo marittimo contro l’Arabia Saudita.

Il gruppo ha detto di aver colpito le petroliere Incelai e Layla con missili e droni:

la Saud Press Agency, l’agenzia di stampa ufficiale dell’Arabia Saudita, ha confermato che la Incelai è stata colpita (senza specificare da chi), che a bordo si è sviluppato un incendio e che tutti i membri dell’equipaggio sono salvi.

 

Gli Houthi, che governano parte dello Yemen, avevano annunciato che avrebbero bloccato tutte le navi dell’Arabia Saudita che passano per lo stretto di Bob el Mandeb, che collega il mar Rosso con l’oceano Indiano. Lo stretto di Bob el Mandeb è, assieme a quello di Hormuz, uno dei più importanti al mondo, ed è la via migliore per una nave che dall’Asia voglia arrivare in Europa, e viceversa:

da lì passa il 12 per cento dei commerci mondiali.

La rotta era già stata interessata da gravi interruzioni per gli attacchi degli Houthi tra la fine del 2023 e primavera del 2025, quando attaccavano le navi in segno di solidarietà con la popolazione palestinese attaccata da Israele.

 

Il blocco è stato deciso come ritorsione per una serie di bombardamenti reciproci avvenuti negli scorsi giorni.

Dapprima l’Arabia Saudita aveva bombardato l’aeroporto di Sana’a, la capitale dello Yemen controllata dagli Houthi, per impedire l’atterraggio di un aereo che trasportava alcuni dignitari del gruppo di ritorno dal funerale dell’ex Guida suprema iraniana “Ali Khamenei”, ucciso nel primo giorno di guerra da un attacco israeliano.

Poi gli Houthi hanno risposto lanciando missili balistici e droni contro l’aeroporto saudita di Abba, una grossa città nel sud dell’Arabia Saudita.

 Era stato il primo grande attacco compiuto dal gruppo contro l’Arabia Saudita dal 2022, quando era stato concordato un cessate il fuoco che aveva posto fine a un’intensa campagna di bombardamenti contro lo Yemen iniziata nel 2015.

 

 

 

Petroliere saudite in fiamme

al largo di Bob al-Mandeb.

Ilmanifesto.it - Francesca Luci – (24 -07 – 2026) – Redazione – ci dice:

 

Asia occidentale. Gli Houthi chiudono il mare che arriva fino a Suez. Trump minaccia «attacchi mai visti.

 

(ilmanifesto.it/f01d0638-fbff-49d6-862b-06e53d18f716/f01d0638-fbff-49d6-862b-06e53d18f716.jpg 87600ccc-2173-4017-ad0d- 2efeb45eac58)

 

La Incelai brucia al largo di Al SUCAI.

 Era, in un certo senso, un evento annunciato: la petroliera saudita è stata colpita da droni e missili degli Houthi a circa 130 chilometri a sud-ovest della città costiera.

Il movimento yemenita rivendica anche l’attacco alla superpetroliera Layla, della compagnia saudita Bahri. Entrambe le navi, secondo il portavoce militare Houthi Yahya Sabee, avrebbero violato il blocco navale imposto contro l’Arabia Saudita.

Il blocco navale, dichiarato il 20 luglio, è la risposta al bombardamento dell’aeroporto di Sana’a da parte delle forze sostenute da Riad, eseguito per impedire l’atterraggio di un aereo iraniano.

Da lì gli Houthi hanno lanciato quella che chiamano una strategia “blocco per blocco”, presentata come rappresaglia contro il sostegno saudita alla campagna militare Usa nella regione.

L’ATTACCO alle due petroliere minaccia di aprire un nuovo fronte in una guerra che ha già sconvolto l’economia mondiale, facendo impennare ancora di più i prezzi del carburante e di altri beni in tutto il pianeta.

Lo stretto di Bob al-Mandeb è un punto di passaggio cruciale: circa il 12% del commercio mondiale, compreso un quarto del traffico container globale, transita per quel tratto di mare diretto verso il Canale di Suez.

Il prezzo del Brent è salito a 100 dollari al barile, con un aumento di circa il 40% rispetto al mese scorso.

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato di stare seriamente valutando la possibilità di riprendere importanti operazioni militari contro l’Iran, affermando che Teheran «non ha ancora subito abbastanza dolore». «Sto valutando un attacco massiccio. Più grande di quanto non sia mai accaduto prima. Sono vicino a prendere una decisione. Siamo pronti»,

ha detto Trump ieri. Una minaccia che difficilmente avrebbe effetti sulle decisioni del potere iraniano, oltre a fortificare la posizione dei falchi e indebolire quella dei pragmatici.

 

PER ORA GLI STATI UNITI sono arrivati alla dodicesima notte consecutiva di raid aerei contro obiettivi militari iraniani. Fonti di Teheran parlano di esplosioni nel Kuzistan e nel Bushehr, con colpi segnalati vicino a un deposito a Rashid e a una sottostazione elettrica accanto alla centrale nucleare di Bushehr.

 

Il Regno Unito ha aperto le proprie basi e infrastrutture agli attacchi americani, una scelta che il ministro degli esteri iraniano Abbas Draghici ha bollato come violazione della Carta dell’Onu e del diritto internazionale, arrivando a parlare apertamente di «partecipazione a un atto di aggressione» contro il suo Paese.

 

L’accordo di cooperazione nucleare appena firmato con l’Arabia Saudita è stato letto da molti come un messaggio indirizzato proprio a Teheran, perché potrebbe in futuro permettere ai sauditi di arricchire uranio, la stessa capacità che gli Stati Uniti continuano a negare agli iraniani. Difficile immaginare un segnale più netto, in un momento in cui ogni mossa diplomatica viene misurata sul filo della simmetria.

 

Donald Trump è intervenuto su Truth Social definendo gli Houthi un semplice «surrogato» dell’Iran, e ha avvertito che Washington considererà Teheran responsabile di qualsiasi nuovo attacco nella regione. Ha ricordato che un anno fa gli Usa avevano già colpito duramente il movimento yemenita, ottenendo, a suo dire, un periodo di comportamento «responsabile»; stavolta, ha promesso, la risposta a nuovi episodi sarebbe fatta di «pesanti sanzioni militari» contro entrambi.

 

DA BRUXELLES, l’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas ha chiesto agli Houthi di fermare ogni azione che metta a rischio la navigazione internazionale e la sicurezza degli equipaggi, definendo le minacce di blocco contro l’Arabia Saudita «una pericolosa escalation» per la stabilità regionale, e ribadendo che la libertà di navigazione va garantita tanto a Hormuz quanto nel Mar Rosso, due arterie marittime che, se strette insieme, potrebbero paralizzare buona parte del commercio energetico mondiale. L’Unione continua a condannare e chiedere, senza però fare nulla per impedire che il presidente americano trasformi il Medio Oriente in un campo di battaglia.

 

A MARGINE dell’incontro a Teheran tra il presidente Massoud Pezeshkian e il premier iracheno Ali al-Zaidi, Draghici ha voluto precisare che la mediazione tra Iran e Stati Uniti non ha, al momento, problemi di canale: i messaggi tra le parti continuano a passare.

 Il nodo, ha detto, è la natura stessa dell’approccio americano, che ha definito irrazionale, sproporzionato ed egemonico – un approccio a cui l’Iran risponde, a suo dire, «con fermezza». Nessun progresso sarà possibile, ha aggiunto, finché Washington non riconoscerà che l’unica strada è il rispetto del popolo iraniano e dei suoi interessi.

 

IL MINISTRO degli affari esteri iraniano sintetizza la dottrina di difesa di Teheran in un’unica frase: «occhio per occhio».

Marco Rubio, segretario di Stato americano, risponde che la politica di Trump sarà invece «una testa per un occhio».

Colpisce, a pensarci, che un principio giuridico nato a Babilonia quasi quattromila anni fa – pensato proprio per limitare le vendette sproporzionate e le faide senza fine – venga oggi rovesciato e brandito come segno di vendetta e bullismo.

Forse è ingenuo aspettarsi, di questi tempi, un pensiero politico più meditato.

Ed è forse proprio per questo che, sul fronte diplomatico, non si registra alcun progresso, mentre la spirale militare tra Stati Uniti, Iran, Arabia Saudita e Houthi continua ad allargarsi, con conseguenze sempre più concrete per chi, in quella regione, la guerra la subisce soltanto.

 

 

Crisi in Medio Oriente.

Gli Houthi attaccano due petroliere saudite, tremano i mercati del petrolio.

Rsi.ch – (23 luglio 2026) – ATS /ANSA/AP/Joe.p – Redazione – ci dice:

 

I ribelli hanno chiuso lo stretto di Bob el-Mandeb alle navi dell’Arabia Saudita. Crolla il traffico marittimo. Allarme “doppia strozzatura” con l’Iran per le rotte commerciali globali.

Dopo aver proclamato questo lunedì un blocco navale totale contro tutte le imbarcazioni legate all’Arabia Saudita nello stretto di Bob el-Mandeb, nelle ultime ore i ribelli Houthi dello Yemen sono passati ai fatti e hanno attaccato due petroliere saudite.

 

“Le Forze Armate yemenite hanno condotto un’operazione militare di alto livello contro due petroliere saudite che avevano violato il blocco imposto dalle Forze Armate nel Mar Rosso.

Una petroliera si chiamava “Incelai” e l’altra “Layla”.

L’operazione è stata condotta con l’impiego di missili balistici e da crociera, nonché di droni”, ha dichiarato il portavoce militare degli Houthi secondo cui “gli attacchi sono stati precisi e hanno provocato un vasto incendio su entrambe le navi”.

Ieri il prezzo del barile ha toccato 95 dollari con un aumento del 5% in 24 ore, ma si teme che l’attacco faccia salire ulteriormente il costo del petrolio.

(Gli houthi vogliono imporre un nuovo blocco navale.

 

Rischio “doppia strozzatura” marittima.

L’azione si somma alla crisi nello Stretto di Hormuz, dove i disordini legati alla guerra in Iran limitano già i transiti nel Golfo Persico. Si parla di un rischio imminente di “doppia strozzatura” per le rotte commerciali mondiali. Martedì il transito a Hormuz ha registrato una contrazione immediata del 31%.

 

“Cilona Raleigh”, fondatrice dell’organismo di monitoraggio dei conflitti indipendente ACLED, spiega che “la pressione simultanea su questi canali può generare un’interruzione senza precedenti”.

 L’instabilità di Hormuz aveva reso Bob el-Mandeb vitale per Riad.

 A giugno il passaggio di greggio nello stretto yemenita era salito a 7 milioni di barili al giorno, contro i 4 milioni precedenti al conflitto.

Contromisure economiche.

Gli Houthi dicono di colpire soltanto i mercantili sauditi.

 L’esperienza della guerra a Gaza dimostra il contrario: in quella occasione i ribelli attaccarono cento navi estranee al conflitto, prima che i raid di Stati Uniti e Israele bloccassero le incursioni all’inizio del 2025. La semplice minaccia basta a far lievitare i premi assicurativi.

 

L’Arabia Saudita possiede alcune vie alternative per aggirare il blocco:

- può trasferire 2,5 milioni di barili al giorno in Egitto sfruttando l’oleodotto SUMED;

- può esportare 4 milioni di barili al giorno dal porto di Yambo sul Mar Rosso;

- può inviare un milione di barili al giorno attraverso il Canale di Suez.

 

Per i mercanti internazionali resta la circumnavigazione dell’Africa via Capo di Buona Esperanza, che allunga i viaggi di due settimane aumentando i costi commerciali.

 

Lo scontro geopolitico.

Il blocco è una ritorsione per gli attacchi sauditi all’aeroporto di Sana’a, capitale in mano ai ribelli dal 2014. Riad avrebbe colpito lo scalo per bloccare i leader Houthi di ritorno dai funerali dell’Ayatollah Khamenei in Iran. Per tutta risposta, gli Houthi hanno bersagliato con droni lo scalo saudita di Abba.

La mossa serve gli interessi dell’Iran. Ahmed Naggi, analista dell’International Crisi Group, evidenzia come Teheran utilizzi gli Houthi per aprire fronti regionali e ottenere potere contrattuale contro gli Stati Uniti, che hanno ripreso i bombardamenti quotidiani nell’area.

 

Reazioni militari.

Gli Houthi distano meno di 100 chilometri dallo stretto.

 Fonti del gruppo hanno rivelato all’Associated Press un piano basato su mine navali, droni e barchini esplosivi per l’arrembaggio dei mercantili. La reazione di Riad è immediata.

 Il portavoce Turki al-Malik ha dichiarato che le minacce saranno affrontate con fermezza, parlando di pirateria marittima.

Se gli Houthi dovessero bloccare il Mar Rosso “ce ne occuperemo” ha invece detto martedì il presidente USA Donald Trump.

 

 

Trump collega l'accordo sul nucleare con l'Arabia Saudita alla normalizzazione delle relazioni con Israele.

It.euronews.com - Evelyn Ann-Marie Dome – (23/07/2026) – Redazione – ci dice:

Trump collega l'accordo sul nucleare con l'Arabia Saudita alla normalizzazione delle relazioni con Israele.

Il segretario all'Energia degli Stati Uniti, Chris Wright, e il ministro dell'Energia saudita, Abdulaziz bin Salman, hanno firmato formalmente l'accordo, insieme a "garanzie bilaterali" contro la proliferazione nucleare.

Gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita hanno firmato un accordo nucleare che consentirà al regno di sviluppare un programma nucleare civile.

L'amministrazione Trump non ha reso noti i dettagli dell'intesa.

 

Tuttavia, in un post sui social media, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato che l'accordo non consente l'arricchimento dell'uranio.

Ha inoltre aggiunto che l'intesa "sarà approvata, ma è interamente subordinata all'adesione dell'Arabia Saudita ai molto rispettati e riusciti Accordi di Abramo".

 

Ciò richiederebbe che il Regno normalizzi le relazioni con Israele, un obiettivo che potrebbe rivelarsi difficile. L'Arabia Saudita ha infatti ribadito più volte che non lo farà finché non esisterà un percorso concreto verso la creazione di uno Stato palestinese.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, dal canto suo, ha chiarito che questa ipotesi non è attualmente sul tavolo.

Il segretario all'Energia degli Stati Uniti Chris Wright e il ministro dell'Energia saudita Abdulaziz bin Salman hanno firmato formalmente l'accordo, insieme a "garanzie bilaterali" sulla non proliferazione.

"Questi accordi riflettono l'impegno condiviso dei nostri due Paesi a rafforzare le relazioni commerciali tra Stati Uniti e Arabia Saudita, portando prosperità in patria e sicurezza ai nostri alleati all'estero", ha dichiarato Wright in un comunicato.

"Possiamo assicurare che questi accordi rispettano i più alti standard di sicurezza nucleare e di non proliferazione, facendo affidamento sulla migliore tecnologia nucleare e sui migliori scienziati al mondo, progettati proprio qui negli Stati Uniti", ha aggiunto.

Rubio cerca di prevenire le critiche contro gli USA.

L'arricchimento dell'uranio permette di produrre combustibile per le centrali nucleari, ma la stessa tecnologia può essere impiegata per costruire armi atomiche. Per questo motivo, parlamentari statunitensi di entrambi i partiti hanno espresso la loro opposizione all'idea di un progetto nucleare civile per l'Arabia Saudita.

In precedenza, il segretario di Stato Marco Rubio aveva cercato di prevenire le critiche nascenti quando i giornalisti gli hanno chiesto quali rischi comportasse l'accordo.

 

"Gli Stati Uniti non sigleranno alcun accordo con alcun Paese al mondo che comporti un rischio di proliferazione", ha affermato mercoledì, durante un viaggio nelle Filippine.

L'accordo dovrebbe avere una durata di 30 anni e prevede l'utilizzo di tecnologia americana per sviluppare il programma.

Non comprende il Protocollo aggiuntivo dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), che consentirebbe un maggior livello di monitoraggio, ispezioni e verifiche, secondo una persona informata sul dossier.

L'intesa sarà ora trasmessa al Congresso per la revisione, dove si prevede che incontri una certa opposizione. Tuttavia, il Partito Repubblicano di Trump controlla entrambe le Camere, e i parlamentari difficilmente ne impediranno l'attuazione.

L'annuncio dell'accordo arriva mentre gli Stati Uniti, insieme a Israele, hanno avviato una guerra contro l'Iran, scaturita in parte dalle preoccupazioni di Washington per le capacità nucleari di Teheran.

L'Iran ha ribadito più volte che il suo programma di arricchimento dell'uranio è pacifico.

 

 

 

 

Gli Houthi colpiscono due petroliere

saudite: il greggio supera i cento dollari.

 

Ilpoliticoweb.it – (24 Lug 2026) - Redazione - Il Politico – ci dice :

 

Cosa sta succedendo.

Dopo l'embargo marittimo annunciato il 20 luglio, la milizia yemenita passa ai fatti contro Riad.

Il greggio torna sopra quota cento e Washington minaccia una rappresaglia diretta contro Teheran.

Gli Houthi colpiscono due petroliere saudite: il greggio supera i cento dollari.

Riassunto dell'articolo.

Il 23 luglio 2026 gli Houthi hanno rivendicato un attacco con missili e droni contro le petroliere saudite Incelai e Layla nel Mar Rosso, primo atto militare dopo l'embargo marittimo dichiarato contro l'Arabia Saudita il 20 luglio.

 Il Brent è salito oltre il sei per cento superando i cento dollari al barile. Bob el-Mandeb era diventato l'alternativa saudita a Hormuz, con i transiti di greggio saliti a sette milioni di barili al giorno:

ora anche quella rotta è sotto tiro.

Donald Trump ha annunciato di valutare un attacco di ampiezza superiore a quelli condotti finora contro l'Iran, considerando Teheran responsabile delle azioni yemenite.

 

L’attacco degli Houthi alle petroliere saudite ha cambiato la natura della guerra in corso in Medio Oriente.

Per due anni e mezzo la milizia yemenita aveva colpito navi israeliane, americane o genericamente occidentali.

Nella notte fra mercoledì e giovedì ha colpito, per la prima volta e in modo dichiarato, l’Arabia Saudita.

Il fronte non si è allargato soltanto sul piano geografico. Si è spostato dentro il mondo arabo.

 

Che cosa è successo nel Mar Rosso.

Le forze armate yemenite hanno rivendicato un’operazione condotta con missili balistici, missili da crociera e droni contro due petroliere che avrebbero violato il blocco navale: la Incelai e la Layla. Il portavoce militare della milizia ha parlato di attacchi precisi e di vasti incendi a bordo di entrambe le imbarcazioni.

L’agenzia di stampa ufficiale saudita ha confermato che la Incelai è stata colpita, che sulla nave si è sviluppato un incendio e che tutti i membri dell’equipaggio sono in salvo, senza attribuire la responsabilità dell’attacco. Il servizio britannico di sicurezza marittima UKMTO aveva già segnalato mercoledì un proiettile contro una petroliera al largo delle coste saudite.

È il primo atto militare dopo l’annuncio del 20 luglio, quando la milizia aveva dichiarato l’embargo marittimo contro tutte le navi legate a Riad in transito nello stretto.

 

Da dove nasce il blocco di Bob el-Mandeb.

Il blocco di Bob el-Mandeb non nasce da un calcolo economico ma da una catena di rappresaglie.

L’Arabia Saudita aveva bombardato l’aeroporto di Sana’a, la capitale controllata dagli Houthi, per impedire l’atterraggio di un aereo che riportava alcuni dirigenti del movimento dal funerale di Ali Khamenei, la Guida suprema iraniana uccisa nel primo giorno di guerra da un attacco israeliano.

La milizia ha risposto lanciando missili balistici e droni contro l’aeroporto saudita di Abba, nel sud del regno. Lunedì è arrivato l’embargo marittimo, presentato dal movimento come risposta a oltre dieci anni di assedio subito dallo Yemen.

 

Il paradosso saudita: la via di fuga è diventata il bersaglio.

Qui sta il punto strategico che rende la vicenda diversa da tutte le precedenti crisi del Mar Rosso.

Con lo Stretto di Hormuz di fatto paralizzato da Teheran, Riad aveva progressivamente spostato le proprie esportazioni sull’oleodotto est-ovest che attraversa la penisola arabica e sbocca sul Mar Rosso. Da lì, però, le petroliere devono comunque imboccare Bob el-Mandeb per raggiungere l’Asia.

I numeri raccontano la scommessa: a giugno il greggio in transito nello stretto yemenita era salito a circa sette milioni di barili al giorno, contro i quattro milioni precedenti al conflitto.

L’Arabia Saudita aveva insomma costruito la propria via di fuga proprio nel tratto di mare controllato dalla milizia alleata del suo nemico.

Ora quella via di fuga è il bersaglio.

 

Perché lo stretto conta così tanto.

Bob el-Mandeb è lungo circa cinquanta chilometri e largo ventisei nel punto minimo. Collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e quindi all’Oceano Indiano. Prima della guerra vi transitava fra il dodici e il quindici per cento del commercio mondiale via mare e circa un quarto del traffico globale di contenitori.

È il secondo corridoio energetico del pianeta dopo Hormuz. Con entrambi compromessi, non esiste una terza porta: resta soltanto la circumnavigazione dell’Africa, con settimane di navigazione in più e costi di nolo e assicurazione moltiplicati.

Il traffico nello stretto è già crollato di oltre un terzo. Diverse petroliere hanno invertito la rotta dirigendosi a nord verso Suez, e giovedì due superpetroliere cinesi cariche di quattro milioni di barili complessivi stavano tentando l’uscita dal Mar Rosso.

 

La reazione americana.

Donald Trump ha promesso una punizione militare pesante contro l’Iran e contro la milizia yemenita, dichiarando di considerare Teheran direttamente responsabile di ogni nuova azione nello stretto. Ad “Axios” ha anticipato di stare valutando un attacco di ampiezza superiore a tutti quelli condotti finora nel conflitto.

Nelle stesse ore l’Iran ha rivendicato attacchi contro sistemi missilistici, depositi di armi e carburante statunitensi in Giordania e contro postazioni americane in Kuwait. L’esercito giordano ha dichiarato di aver intercettato quattro missili e sei droni, con un solo ordigno caduto in area disabitata.

 

Il precedente che pesa.

La milizia sostiene di colpire soltanto navi riconducibili all’Arabia Saudita. L’esperienza recente suggerisce prudenza:

durante la campagna avviata alla fine del 2023 furono colpite circa cento imbarcazioni estranee al conflitto, prima che i raid statunitensi e israeliani interrompessero le incursioni all’inizio del 2025.

Anche senza nuovi attacchi, la sola minaccia produce effetti immediati. I premi assicurativi salgono, gli armatori deviano le rotte, i noli aumentano. Il blocco funziona prima ancora di essere applicato.

 

Che cosa può succedere adesso.

Il prezzo del greggio ha reagito in poche ore.

Il Brent è salito di oltre il sei per cento superando i cento dollari al barile, livello che non si registrava da maggio; il WTI viaggia poco sopra i novantuno dollari.

Restano tre incognite.

Se Washington deciderà l’intervento massiccio annunciato.

Se la milizia estenderà il blocco oltre le navi saudite.

 E se Riad, colpita in casa dopo aver perso l’accesso orientale, sceglierà la rappresaglia diretta o la trattativa.

Da quale di queste tre risposte arriverà per prima dipende se Bob el-Mandeb resterà un fronte di pressione o diventerà il secondo lucchetto definitivo del commercio mondiale.

 

 

Attualità.

Houthi colpiscono l’Arabia Saudita: 11 civili feriti

 Italia-informa.com – Attualità - Redazione – (07/08/2026) – ci dice:

 

Houthi colpiscono l’Arabia Saudita: 11 civili feriti.

Tra i feriti a Najran anche un bambino di quattro anni. Riad teme attacchi coordinati con milizie irachene sostenute dall’Iran contro infrastrutture, porti e aeroporti.

 La crisi si allarga mentre Hormuz resta quasi paralizzato e cresce la pressione sulle rotte energetiche saudite verso il Mar Rosso.

(Foto: una manifestazione degli Houthi).

 

La guerra regionale è tornata sul territorio dell’Arabia Saudita. Un attacco degli Houthi contro la provincia meridionale di Najran, al confine con lo Yemen, ha ferito 11 civili: sette sauditi, un cittadino yemenita, due egiziani e un pakistano. Tra loro c’è un bambino di quattro anni, che secondo le autorità saudite ha riportato ustioni di secondo grado.

La conferma è arrivata dal maggior generale Turki al-Maliki, portavoce della coalizione militare a guida saudita che sostiene il governo yemenita riconosciuto internazionalmente.

 Il comando ha accusato gli Houthi di avere colpito indiscriminatamente aree civili e ha annunciato che adotterà le misure necessarie per proteggere la popolazione. Nelle ore immediatamente successive non erano disponibili commenti degli Houthi o dell’Iran sull’attacco che ha provocato i feriti.

 

Najran non arriva però come un fulmine isolato. Martedì gli stessi Houthi avevano rivendicato un attacco contro l’aeroporto della città, mentre nelle ultime settimane hanno nuovamente preso di mira obiettivi sauditi dopo anni nei quali il conflitto diretto tra Riad e il movimento yemenita si era progressivamente attenuato. La tregua entrata in vigore nel 2022 aveva congelato una parte consistente degli scontri transfrontalieri. L’allargamento della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, iniziata alla fine di febbraio, ha riportato anche il fronte yemenita dentro il sistema di crisi che attraversa il Golfo.

 

È soprattutto ciò che Riad sostiene di avere scoperto attraverso i propri servizi di intelligence a rendere l’episodio di Najran più significativo. Un alto funzionario saudita, rimasto anonimo per la delicatezza delle informazioni, ha riferito che analisi di intelligence saudite, americane e di altri Paesi mediorientali indicherebbero la possibilità di attacchi coordinati degli Houthi e di milizie irachene sostenute dall’Iran.

 Tra i potenziali bersagli vengono indicati siti civili, infrastrutture energetiche, porti e aeroporti.

 

Questa valutazione deve essere trattata per quello che è: un allarme dell’intelligence, non la prova che un’offensiva coordinata sia già stata decisa o che Teheran ne abbia impartito l’ordine.

Secondo il funzionario saudita, le operazioni potrebbero avvenire sotto la supervisione del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche iraniane.

Reuters non ha indicato di avere potuto verificare autonomamente questa parte dell’informazione e, al momento della pubblicazione della notizia, non risultavano risposte immediate da Teheran o dagli Houthi.

 

L’ipotesi di un asse operativo che unisca Yemen e Iraq, tuttavia, non nasce oggi.

Alla fine di luglio fonti regionali avevano riferito che alcuni attacchi contro l’Arabia Saudita sarebbero partiti dal territorio iracheno con il coinvolgimento congiunto di milizie locali e degli Houthi.

Riad aveva attribuito a gruppi iracheni filo-iraniani attacchi con droni contro installazioni petrolifere nella provincia orientale saudita e il 29 luglio aveva partecipato insieme al Comando centrale degli Stati Uniti ad attacchi contro siti in Iraq collegati, secondo le autorità saudite, a quelle operazioni.

 Baghdad ha affermato di avere avviato accertamenti, mentre alcune milizie irachene hanno minacciato una risposta.

 

I rapporti tra Houthi e fazioni armate irachene sono documentati da tempo.

Nel 2024 il leader houthi Abdul Malik al-Houthi annunciò pubblicamente l’esistenza di una sala operativa comune con gruppi iracheni; nello stesso anno furono rivendicate operazioni congiunte contro Israele.

Gli Houthi hanno inoltre una presenza politica stabile in Iraq.

La frontiera terrestre tra Iraq e Arabia Saudita supera gli 800 chilometri e attraversa vaste aree desertiche, difficili da controllare integralmente.

 

Per Riad significa dover considerare contemporaneamente una minaccia proveniente da sud, attraverso lo Yemen, e una possibile pressione da nord.

È un mutamento importante rispetto alla fase iniziale della guerra regionale, quando il principale problema per l’Arabia Saudita era mantenere aperte le proprie esportazioni di petrolio mentre lo Stretto di Hormuz veniva progressivamente chiuso o sottoposto a restrizioni.

 

Il quadro si è complicato ulteriormente nelle ultime giornate. Secondo cinque fonti ascoltate da Reuters, l’Iran ha fatto sapere ai governi del Golfo che nuovi attacchi statunitensi contro il territorio iraniano potrebbero provocare rappresaglie contro infrastrutture energetiche e strategiche della regione. Le minacce riferite dalle fonti riguarderebbero giacimenti, raffinerie, reti elettriche, impianti idrici e collegamenti di trasporto.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Saracchi avrebbe trasmesso il messaggio durante contatti diplomatici con diversi Paesi. Anche in questo caso si tratta di informazioni attribuite a fonti diplomatiche e regionali, non di un annuncio pubblico con un elenco ufficiale di obiettivi.

 

Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, secondo le stesse fonti, ha cercato di frenare una nuova escalation chiedendo al presidente americano Donald Trump di lasciare spazio ai negoziati.

Riad continua quindi a muoversi lungo due linee parallele: premere per una soluzione diplomatica con Teheran e prepararsi militarmente alla possibilità che la guerra si allarghi.

Un alto funzionario saudita ha definito molto elevato il livello di cooperazione operativa con gli Stati Uniti e con il Comando centrale americano.

 

Il problema è che l’Arabia Saudita è diventata essenziale proprio per compensare il blocco della principale arteria petrolifera del Golfo.

 Tra lunedì e giovedì soltanto 33 navi hanno attraversato Hormuz, contro 50 nello stesso periodo della settimana precedente.

Giovedì i transiti sono stati appena quattro.

Prima della guerra, attraverso lo stretto passavano normalmente tra 130 e 140 navi alla settimana.

 

Per ridurre la dipendenza da Hormuz, Saud Aramco ha spinto al massimo l’utilizzo dell’East-West Pipeline, l’oleodotto che attraversa il regno da est a ovest e porta il greggio verso il terminale di Yambo sul Mar Rosso.

Nel primo trimestre del 2026 la capacità è stata portata fino a 7 milioni di barili al giorno, trasformando quella linea in una delle principali valvole di sicurezza del mercato petrolifero mondiale.

 

È proprio qui che il ritorno degli Houthi sul fronte saudita assume una dimensione economica più ampia. Il movimento yemenita ha intensificato anche la pressione nel Mar Rosso e ha rivendicato nelle ultime settimane attacchi contro infrastrutture petrolifere e petroliere saudite. Non tutte queste rivendicazioni sono state confermate da Riad, ma il traffico attraverso il Bob el-Mandeb ha registrato forti oscillazioni e le esportazioni dalla costa occidentale saudita sono diventate molto più importanti da quando Hormuz ha cessato di funzionare normalmente.

 

Gli effetti accumulati in cinque mesi di guerra sono già eccezionali. A luglio le esportazioni di greggio e condensati dei principali produttori del Golfo si sono attestate intorno a 10,7 milioni di barili al giorno, circa il 40 per cento sotto i livelli precedenti al conflitto.

Amin Nasser, presidente e amministratore delegato di Saud Aramco, ha stimato che dal febbraio scorso il mercato mondiale abbia perso più di 2,6 miliardi di barili rispetto ai volumi potenzialmente disponibili e che, anche con una normalizzazione immediata, servirebbero molti mesi per ricostituire le scorte.

 

L’Arabia Saudita conosce già il costo di un attacco riuscito contro il cuore della propria industria energetica. Nel settembre 2019 gli impianti di Abcasi e Kauris furono colpiti da droni e missili, provocando nell’immediato l’interruzione di circa 5,7 milioni di barili al giorno di produzione di greggio, pari allora a circa il 6 per cento dell’offerta mondiale. I prezzi reagirono con uno dei maggiori rialzi giornalieri degli anni precedenti.

 

Najran, naturalmente, non è Abcasi. L’attacco che ha ferito 11 persone non risulta avere provocato una grave interruzione della produzione petrolifera saudita. Il suo rilievo sta nella geografia del rischio che accompagna: Riad deve ora proteggere contemporaneamente il confine yemenita, gli impianti dell’est, le rotte verso Yambo e il Mar Rosso, oltre a considerare la possibilità di lanci provenienti dal territorio iracheno.

 

Nelle stesse ore in cui venivano segnalati i feriti di Najran, gli Houthi hanno attaccato anche forze governative yemenite nelle province di Marib e Hadhramaut. Fonti del governo dello Yemen hanno riferito di almeno 30 militari uccisi. Il fronte interno yemenita, quindi, si sta riaccendendo insieme agli attacchi oltreconfine, dopo la lunga fase in cui Riad aveva cercato di allontanarsi dalla guerra iniziata nel 2015.

 

La risposta saudita passa anche da nuove alleanze. Arabia Saudita, Turchia e Pakistan dovrebbero firmare venerdì un accordo di cooperazione nel settore della difesa, secondo due fonti regionali direttamente informate sui negoziati.

I dettagli non sono stati ancora resi pubblici. Riad e Islamabad dispongono già di un patto di difesa reciproca firmato nel 2025; l’ingresso di Ankara in un’intesa trilaterale allargherebbe ulteriormente la rete militare costruita dal regno mentre cresce l’incertezza sulla sicurezza del Golfo.

 

Per mesi il principale interrogativo energetico è stato quanto a lungo potesse rimanere bloccato Hormuz. L’attacco di Najran aggiunge un problema diverso: anche le rotte e le infrastrutture pensate per ridurre la dipendenza dallo stretto possono trovarsi dentro il raggio della crisi.

È questa sovrapposizione tra Yemen, Iraq, Mar Rosso e Golfo a rendere più difficile per l’Arabia Saudita separare la propria strategia diplomatica con l’Iran dalla necessità di prepararsi a una guerra che continua ad avvicinarsi ai suoi confini.

 

 

Gli Houthi allargano la guerra

al Mar Rosso: colpite due

petroliere saudite.

Ilfaroonline.it – (23 luglio 2026) – Redazione – Esteri – ci dice:

 

Gli Houthi allargano la guerra al Mar Rosso: colpite due petroliere saudite.

Gli Houthi rivendicano l’attacco a due petroliere saudite e minacciano di chiudere Bob el-Mandeb. Trump promette una dura risposta militare, mentre il Brent supera i 100 dollari.

Teheran, 23 luglio 2026 – La guerra per il controllo dello Stretto di Hormuz rischia di stringere il commercio mondiale anche dall’altra parte della Penisola Arabica.

 

 

 Dopo dodici notti consecutive di raid statunitensi contro l’Iran, il conflitto si allarga al Mar Rosso, dove gli Houthi hanno rivendicato l’attacco a due petroliere saudite.

Nel mirino sarebbero finite la Incelai e la Layla, colpite con missili e droni nell’ambito del blocco navale annunciato dal movimento yemenita contro l’Arabia Saudita.

 

Una fonte della sicurezza marittima ha confermato che la Incelai ha lanciato una richiesta di soccorso dopo essere stata colpita vicino al porto saudita di Jizan. L’agenzia ufficiale di Riad ha riferito che l’impatto ha provocato un incendio nella parte anteriore dell’imbarcazione. Non risultano vittime. L’attacco contro la Layla, invece, non è stato ancora confermato in modo indipendente.

 

Trump minaccia una risposta militare.

Il presidente americano Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti riterranno Teheran responsabile di eventuali nuove azioni compiute dagli Houthi, considerati dalla Casa Bianca una forza alleata dell’Iran.

Trump ha promesso una “pesante punizione militare” contro la Repubblica islamica e lo stesso movimento yemenita qualora gli attacchi alle navi dovessero proseguire.

Le minacce arrivano mentre le forze statunitensi hanno completato la dodicesima notte consecutiva di bombardamenti contro obiettivi iraniani.

La nuova escalation è iniziata dopo il fallimento della tregua provvisoria che avrebbe dovuto fermare il conflitto e riaprire alla navigazione lo Stretto di Hormuz.

Il segretario di Stato Marco Rubio ha avvertito che il prezzo pagato dall’Iran continuerà ad aumentare fino a quando Teheran non accetterà un’intesa considerata credibile da Washington.

La risposta di Teheran.

L’Iran ha rivendicato attacchi contro sistemi missilistici, depositi di armi e carburante utilizzati dagli Stati Uniti in Giordania, oltre ad azioni contro postazioni militari americane in Kuwait.

L’esercito giordano ha riferito di aver intercettato quattro missili e sei droni iraniani nelle ultime 24 ore. Soltanto un missile avrebbe superato le difese, cadendo in una zona disabitata.

Teheran ha assicurato che le operazioni proseguiranno finché Washington continuerà a colpire le infrastrutture e le aree costiere iraniane. La rappresaglia si sta così estendendo ai Paesi arabi che ospitano basi e installazioni statunitensi, aumentando il rischio di un coinvolgimento diretto dell’intera regione.

Due stretti sotto pressione.

Il punto centrale della nuova escalation è Bob el-Mandeb, lo stretto che separa lo Yemen dal Corno d’Africa e collega il Mar Rosso all’Oceano Indiano.

Il suo nome significa “Porta delle Lacrime”. Da questo passaggio transita circa il 12% del commercio mondiale.

 

Gli Houthi hanno annunciato un blocco delle navi collegate all’Arabia Saudita in risposta alle restrizioni imposte allo Yemen e al recente bombardamento dell’aeroporto di Sana’a, attribuito alle forze sostenute da Riad.

La minaccia arriva nel momento peggiore per i mercati. L’Arabia Saudita aveva infatti aumentato il trasferimento di petrolio attraverso gli oleodotti diretti verso il Mar Rosso per aggirare la paralisi dello Stretto di Hormuz.

Ora anche la rotta alternativa rischia di chiudersi. Hormuz a est, Bob el-Mandeb a ovest. Due passaggi stretti sui quali viaggiano una parte decisiva dell’energia e delle merci mondiali.

Diverse petroliere hanno già cambiato rotta per evitare le acque controllate dagli Houthi.

 Le navi potrebbero essere costrette a circumnavigare l’Africa, con tempi più lunghi e costi di trasporto maggiori.

Due superpetroliere cinesi, con un carico complessivo di circa quattro milioni di barili, stavano tentando di attraversare Bob el-Mandeb nella giornata di giovedì.

 

Il petrolio torna sopra i 100 dollari.

La prospettiva di una crisi simultanea nei due principali passaggi energetici del Medio Oriente ha immediatamente colpito i mercati. Il prezzo del Brent è aumentato di oltre il 6%, tornando sopra i 100 dollari al barile per la prima volta da maggio.

Il blocco di Hormuz ha già ridotto drasticamente i flussi petroliferi dal Golfo. Una chiusura prolungata del Mar Rosso potrebbe aggravare ulteriormente la carenza di forniture, alimentando inflazione e rincari energetici ben oltre i confini della regione.

La crisi rischia inoltre di mettere sotto pressione le capacità militari statunitensi, chiamate a proteggere contemporaneamente la navigazione nel Golfo Persico e nel Mar Rosso.

L’ombra iraniana sullo Yemen.

Secondo un’inchiesta di Reuters, nel corso di luglio l’Iran avrebbe trasferito in Yemen comandanti e consiglieri dei Guardiani della Rivoluzione, insieme a componenti per missili e droni.

 L’operazione sarebbe avvenuta attraverso un volo partito da Teheran il 13 luglio e diretto inizialmente a Sana’a.

Le fonti citate dall’agenzia sostengono che a bordo si trovassero tra i 10 e i 21 membri dei Guardiani della Rivoluzione, oltre a equipaggiamenti militari e oro destinato a finanziare le attività degli Houthi. Teheran ha sempre negato di fornire capacità missilistiche al movimento yemenita, che a sua volta respinge la definizione di forza controllata dall’Iran.

 

 

 

Meloni detta la linea: in guerra

anche se il nemico non c’è più.

  Ilmanifesto.it - Andrea Valdambrini – (02/08/2026) – Redazione – ci dice:

 

L’Italia raduna 22 paesi per un vertice sull'immigrazione.

La crisi apocalittica dei quasi 60.000 migranti entrati nell’enclave spagnola di Ceuta, in Marocco, è rientrata nel giro di nemmeno un giorno.

Bruxelles però non se ne è accorta.

 Complice l’iniziativa dei capi di governo guidata dalla premier italiana Giorgia Meloni insieme alla socialista danese Mette Frederiksen – strana coppia:

 lontane sul piano ideologico, ma allineate nel promuovere strette sull’immigrazione a livello Ue.

Così la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, apre alla richiesta di un inedito vertice d’emergenza (ma quale emergenza?) in pieno agosto e con i palazzi istituzionali chiusi per le ferie.

 

La presidenza irlandese di turno del Consiglio Ue ha seguito, convocando una riunione dei ministri dell’interno martedì prossimo in videoconferenza, anticipata da riunioni tecniche già lunedì.

LA LETTERA, promossa da Italia e Danimarca e indirizzata al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, alla stessa von der Leyen e al premier irlandese Michael Martin, ha ricevuto il supporto di quasi tutti i leader Ue: tra i firmatari figurano la Germania del cancelliere Merz e la larga maggioranza dei governi dell’Europa centro-orientale e nordica.

Si fa prima a dire chi resta fuori: Spagna, Portogallo e Francia.

Parigi sceglie di non aderire all’iniziativa, ma evita anche di contestarla pubblicamente.

Una prudenza che riflette anche gli equilibri interni dell’Eliseo, con Macron impegnato a contenere la pressione di Le Pen e Bardella in vista delle presidenziali 2027.

 

L’illusione ottica è scritta nero su bianco nel testo della missiva sottoscritta dai 22 leader.

 I firmatari invocano «una risposta europea immediata e coordinata» alla crisi di Ceuta, affermando:

«Non possiamo permettere che attraversamenti di massa incontrollati, la strumentalizzazione della migrazione o altre minacce ibride creino la percezione che l’ingresso illegale nell’Unione europea sia possibile».

 Von der Leyen ne recepisce rapidamente l’impostazione. «Ceuta dimostra perché il controllo delle nostre frontiere europee è importante», scrive, precisando poi che la Fortezza Europa è solida, ma che «dobbiamo imparare dagli errori per rafforzare la nostra resilienza».

 

LA PRESIDENTE della Commissione richiama anche la necessità di «solidarietà e una risposta europea unitaria» contro l’immigrazione clandestina. Un richiamo difficile da conciliare con le profonde divisioni emerse tra gli Stati membri, che hanno lasciato Madrid sostanzialmente sola, quando non l’hanno esplicitamente attaccata.

 Il nodo immigrazione tornerà sul tavolo dei ministri la prossima settimana, ma intanto la Commissione fa propria la richiesta politica avanzata da Meloni e Frederiksen.

 

Nelle prime ore della crisi di Ceuta, l’esecutivo europeo aveva sostenuto che non vi fossero elementi per parlare di un’emergenza migratoria a livello dell’Unione, aveva ribadito il sostegno alla Spagna nella gestione della pressione migratoria e ricordato che il ripristino dei controlli alle frontiere interne resta disciplinato dal Codice frontiere Schengen, che per Ceuta prevede un regime specifico in quanto frontiera esterna dell’Ue. È stata invece l’Italia a prendere l’iniziativa, reintroducendo venerdì i controlli alle frontiere aerea e marittima con la Spagna.

 

RESTA UN PARADOSSO che a Bruxelles nessuno segnala apertamente: le riunioni d’urgenza e la grancassa dell’emergenza arrivano quando la crisi è ormai rientrata. Madrid sostiene fin dal primo momento che l’ondata di attraversamenti sia stata favorita da una deliberata pressione esercitata dal Marocco.

 Il premier Pedro Sánchez ha denunciato la «strumentalizzazione» dei flussi migratori da parte di Rabat e criticato le reazioni di diversi partner europei. In suo soccorso i socialisti europei denunciano campagna di disinformazione alimentata da «attori negli Stati Uniti, in Israele e nell’estrema destra europea», accusandoli di diffondere «false affermazioni» sulla gestione della crisi e sul funzionamento di Schengen.

 La solidarietà sembra arrivare soprattutto da fuori, come nel caso del premier laburista britannico Andy Burnham, che promette alla Spagna «tutto l’aiuto possibile».

 

BRUXELLES, PERÒ, non ha attivato gli strumenti previsti dal Patto europeo su migrazione e asilo per i casi di strumentalizzazione da parte di Paesi terzi – clausola nata dopo la crisi del confine tra Bielorussia e Polonia nel 2021. Ha preferito mantenere un approccio prudente nei confronti di un partner strategico come il Marocco.

 Se avesse accolto la tesi di Sánchez, sarebbe stata la prima applicazione di quel meccanismo, entrato in vigore con il Patto lo scorso 12 giugno.

Invece preferisce farsi dettare l’agenda da Meloni.

 

 

 

 

Dopo lo stop a Schengen, la linea Meloni paga e Bruxelles

punta sui confini.

 

Quotidiano.net – Lorenzo Castellani – Riccardo Brizzi – Esteri – Redazione – (5 agosto 2026) -             ci dice:

La sospensione del trattato è discutibile, ma sul piano politico rafforza Roma. Da Ceuta emerge un nuovo consenso europeo: più deterrenza e controlli.

(Articolo: Madrid sfida ancora l’Italia: “Ceuta blindata, riaprite Schengen”. La Ue frena sul modello Albania).

 

Stop a Schengen, la linea Meloni paga e Bruxelles punta sui confini. Da Ceuta emerge un nuovo consenso europeo: più deterrenza e controlli.

Roma, 5 agosto 2026 – La sospensione di Schengen da parte dell’Italia rappresenta, sia sotto il profilo tecnico-giuridico sia sotto quello diplomatico, una misura discutibile. Essa interviene su uno dei dispositivi più simbolici dell’integrazione europea: è una misura forte in risposta ad una situazione forte. Mentre il governo italiano optava per una misura formalmente incisiva, altri Paesi hanno scelto di rafforzare i controlli alle frontiere senza ricorrere a una sospensione esplicita del regime di libera circolazione. Limitarsi a questa dimensione, tuttavia, non consente di cogliere la razionalità politica dell’iniziativa della premier Meloni.

 

Da almeno un decennio, il nesso immigrazione-sicurezza si è stabilmente collocato al vertice dell’agenda pubblica europea.

 Non si tratta più soltanto di una frattura ideologica, ma di una questione che incide sulla percezione della capacità statuale: controllo del territorio, gestione amministrativa dei flussi, tenuta dell’ordine pubblico. In tale contesto, la competizione politica tende a premiare gli attori in grado di offrire segnali di controllo più che soluzioni ottimali in senso tecnico.

La scelta del governo Meloni si inscrive coerentemente in questa logica.

 

L’individuazione di Pedro Sánchez come bersaglio polemico risponde a una strategia precisa. Il premier spagnolo è stato a lungo assunto, dalla sinistra italiana ed europea, come simbolo di una gestione efficace e politicamente sostenibile dell’immigrazione.

 Trasformare quel simbolo in un caso problematico consente a Meloni di colpire indirettamente i propri avversari interni ed europei, mettendo in discussione la validità del modello che essi hanno rivendicato.

Si tratta di un’operazione che ribalta un precedente schema argomentativo:

 è lo stesso meccanismo attraverso cui, tra il 2022 e il 2023, l’Italia veniva utilizzata da altri leader europei – in primis Emmanuel Macron e lo stesso Sanchez – come esempio politico negativo.

 

Gli eventi di Ceuta rafforzano questa costruzione politica. Le modalità degli attraversamenti suggeriscono un livello di coordinamento difficilmente riconducibile alla sola spontaneità dei flussi migratori.

L’ipotesi di un ruolo attivo di reti criminali o di attori ostili, volta a esercitare pressione sui confini europei, non costituisce ancora una verità accertata in senso empirico, ma si configura come ipotesi politicamente plausibile, proprio come viene sostenuto da anni da Giorgia Meloni.

 Oggi l’idea dell’immigrazione usata come arma da rivolgere contro i Paesi europei da parte degli Stati africani per perseguire i propri fini politici ed economici è condivisa da molti capi di governo.

 

Particolarmente significativa è stata la reazione delle istituzioni europee e dei governi nazionali a seguito dei fatti di Ceuta.

Pur in assenza di un ricorso generalizzato alla sospensione di Schengen, diversi Stati membri hanno rafforzato i dispositivi di controllo alle frontiere, mentre l’Unione ha mostrato una capacità di attivazione relativamente rapida, anche sotto la spinta italiana.

Ne emerge un mutamento nel baricentro delle preferenze politiche:

l’enfasi sulla deterrenza appare oggi condivisa da esecutivi espressione di maggioranze eterogenee.

 La capacità di Meloni di aggregare un fronte ampio – con l’eccezione di alcuni Paesi, tra cui Spagna, Portogallo, Francia e Irlanda – segnala uno spostamento significativo del consenso e una maggiore influenza del governo italiano su Bruxelles.

Tanto che i ministri europei si sono affrettati a sottolineare, al margine del vertice europeo di ieri, che nessuno degli immigrati irregolari di Ceuta è arrivato sul continente europeo.

 

In questo quadro, più che un azzardo isolato, la linea del centrodestra appare ormai inscritta in una tendenza maggioritaria a livello europeo. Il vertice ha reso esplicito ciò che da tempo si andava consolidando: la priorità condivisa è il rafforzamento delle frontiere esterne – anche se sulle modalità esistono disaccordi – e la necessità di rinforzare gli accordi con i Paesi terzi.

 In altri termini, quella che fino a poco tempo fa veniva presentata come una posizione divisiva o di rottura si è progressivamente trasformata in un orientamento mainstream, capace di raccogliere il consenso di governi diversi per colore politico ma accomunati dalla medesima pressione elettorale.

 

 

 

 

La sfida di Sánchez e il bivio dell’Europa.

Settimananews.it – (8 agosto 2026) - Giuseppe Savignone – Redazione – ci dice:

 

Tutto lasciava pensare che il vertice straordinario dei ministri dell’Interno della UE del 4 agosto scorso si sarebbe tradotto in un processo alla politica migratoria di Pedro Sánchez.

A chiederne la convocazione urgente, all’indomani dei fatti di Ceuta, era stata una lettera di 22 leader europei su 27, in risposta a un appello di Giorgia Meloni, la prima e la più drastica accusatrice del Governo spagnolo.

 

La crisi di Ceuta veniva interpretata dalla premier italiana come una gravissima minaccia alla «difesa dei confini» europei, effetto di una politica migratoria che l’Italia ha sempre condannato.

Come ha esplicitato il vice-premier e ministro degli Esteri Tajani: «Le immagini che arrivano da Ceuta dimostrano come la scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea, ad oltre 500mila immigrati irregolari sia profondamente sbagliata e incentivi il traffico di esseri umani».

Da qui la decisione unilaterale di sospendere per un mese il trattato di Schengen nei confronti della Spagna.

 

Immediata, e in piena sintonia con quella del Governo italiano, la denuncia anche degli Stati Uniti, che già più volte, nel recente passato, avevano attribuito il declino dell’Europa a una politica migratoria troppo permissiva:

«Questo incidente inaccettabile è la conseguenza diretta degli sforzi deliberati del Governo spagnolo volti a consentire e facilitare l’immigrazione illegale di massa in Europa», ha dichiarato il “Dipartimento di Stato” su “X”.

 

Ma anche dall’Europa erano arrivati messaggi molto critici verso Madrid.

Pienamente d’accordo con Meloni si era detta la ministra dell’Interno finlandese Mari Rannate:

 «La Spagna ha completamente fallito nel proteggere il confine esterno dell’area Schengen dalle incursioni.

 Questo non può continuare», aveva scritto su “X”, aggiungendo che «i Paesi che non adempiono al loro obbligo di proteggere il confine esterno non possono essere membri di Schengen».

Sulla stessa linea la Svezia e soprattutto la premier socialdemocratica della Danimarca, Mette Frederiksen, che insieme a Meloni poi ha preparato la lettera in cui si chiedeva la convocazione straordinaria del vertice.

 

Per non parlare dei partiti di destra dei paesi europei, dal tedesco “Alternative für Deutschland” al francese “Rassemblement National”, e dei “social”, come “X”, di “Elon Musk”, tutti uniti nell’attacco a Madrid.

 

La vera posta in gioco.

In realtà, come si evince dalla dichiarazione di Tajani, la vera questione non è mai stata la permeabilità della frontiera spagnola.

Sánchez ha avuto buon gioco nel far notare che, stando ai dati ufficiali dell’agenzia «Frontex», tra il 2021 e il 2026 il numero di irregolari registrato dall’Italia è stato di 478.600 persone, mentre dalla Spagna è stato 230.476, la metà.

 

Il Governo spagnolo in questi anni ha condiviso con tutti gli altri Paesi europei l’impegno di bloccare un afflusso caotico e incontrollabile di migranti, esercitando – come del resto sta facendo ora a Ceuta – il suo potere di respingimento e di espulsione degli immigrati illegali.

Con una differenza fondamentale, però:

mentre gli altri Governi europei – sotto l’impulso di quello italiano – hanno sempre più messo al centro della loro politica migratoria la «difesa dei confini», guardando ai migranti come a minacciosi barbari invasori, Sánchez ha più volte dichiarato di considerarli invece una preziosa risorsa per la crescita della Spagna, attuando una politica complessiva di accoglienza e soprattutto curando l’integrazione.

 

«La Spagna – ha detto in un discorso al parlamento nell’ottobre del 2024 – è un Paese di emigranti. Dobbiamo sempre iniziare ricordando questo fatto. Il nostro dovere adesso è essere quella società accogliente che i nostri stessi emigranti avrebbero voluto trovare al di là dei Pirenei o dell’Atlantico. Questo è il debito morale che abbiamo nei confronti dei nostri antenati».

 

Ma, ha aggiunto, «l’immigrazione non è solo una questione di umanità, il che basterebbe. È necessaria per la nostra economia e per la nostra prosperità».

Come dimostrano i dati.

 Anche grazie agli immigrati, che hanno permesso di compensare la grave crisi demografica che affligge la Spagna, come il resto d’Europa, il PIL spagnolo nel 2025 ha registrato una crescita del 2,9%: più del doppio della media europea. E anche per il 2026 si prevede un aumento del 2%, ben maggiore dell’1,2% del Regno Unito e dell’1% di Francia e Germania.

 

Il confronto è ancora più impressionante con l’Italia, il cui PIL nel 2025, malgrado il massiccio sostegno europeo del PNRR, è cresciuto solo dello 0,7% e, nelle migliori previsioni per il 2026, resterà al di sotto dell’1%.

 

Il culmine di questa politica è stato rappresentato dalla decisione del Governo spagnolo, l’aprile scorso, di regolarizzare circa 500.000 migranti presenti in Spagna da almeno cinque mesi prima del 31 dicembre 2025 (dunque già in qualche modo inseriti), senza precedenti penali.

Nessuna rinuncia all’identità nazionale, come Sánchez nel proprio messaggio sui social ha specificato: «Riconosciamo diritti ma richiediamo anche obblighi. Che coloro che già fanno parte della nostra vita quotidiana lo facciano a condizioni uguali, contribuendo al sostentamento del nostro Paese e del nostro modello di convivenza».

 

Uno schiaffo per la «filosofia» sovranista di Meloni, ora applicata a tutta l’Unione Europea, secondo cui per «ritornare ad essere grandi» bisogna alzare più muri e fare più deportazioni.

I fatti stanno dimostrando che ha ragione Sánchez quando dice che la Spagna, come tutta l’Europa, «deve scegliere» tra due possibili opzioni: «Essere un Paese aperto e prospero o un Paese chiuso e povero».

 

Una reazione sproporzionata.

Non è necessario essere maligni per pensare che i toni esasperati del Governo italiano – e, in una certa misura, degli altri leader europei – dopo Ceuta siano da collegare a questo contesto.

Perché l’episodio di Ceuta è stato grave, ma una sproporzione nelle reazioni c’è stata.

Basta fare un confronto con quanto accaduto a Lampedusa nel 2023, quando quasi 10.000 persone approdarono gettando nel caos l’isola.

L’Unione Europea – che in quel momento era presieduta dalla Spagna – fu subito solidale col Governo italiano.

La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, si recò con Meloni a visitare l’isola, garantendo il suo sostegno. Nessuno parlò di minaccia ai confini dell’UE e della possibilità di sospendere l’Italia dagli accordi di Schengen.

 

Si capisce la delusione spagnola di fronte alla reazione dell’Italia in questa occasione.

 La riflette chiaramente la risposta di Madrid alla dichiarazione di Tajani:

«Questo messaggio è inappropriato da parte del ministro degli Esteri di un Paese partner e amico, dal quale ci aspettiamo solidarietà europea e non demagogia di parte».

E si sarebbe forse potuto aggiungere che Sánchez aveva difeso pubblicamente Meloni quando era stata attaccata e mortificata da Trump.

 

Particolarmente grave lo stop a Schengen da parte dell’Italia, un atto di rottura che il ministro dell’Interno spagnolo ha definito «un’azione imperdonabile». Ma anche il commissario europeo Brunner successivamente ha osservato che le frontiere europee non avevano mai corso alcun rischio, perché chi da Ceuta «vuole passare in Spagna deve comunque superare i controlli della frontiera esterna», sottolineando che «l’Italia è l’unico Paese ad aver introdotto controlli alle frontiere aeree e marittime», che in realtà «sono l’estrema ratio» e «devono essere proporzionati».

 

In ogni caso – ha fatto presente il Governo di Madrid – la crisi di Ceuta «non ha nulla a che vedere con la regolarizzazione dei migranti approvata dal Governo spagnolo». Essa in realtà è stata innescata da una sentenza della Corte suprema spagnola, pubblicata lo scorso 8 luglio, nella quale si affermava che il respingimento immediato è legittimo soltanto quando l’ingresso illegale avviene attraverso il superamento di una barriera materiale di confine, e non via mare.

 

Quella che Madrid ha evitato di sottolineare è la responsabilità delle autorità marocchine, che non solo non hanno fatto nulla per arginare l’esodo verso l’exclave spagnola, ma con ogni probabilità lo hanno anche promosso.

Il perché non è un mistero. Il re del Marocco la considera un residuo inaccettabile dell’eredità coloniale e cerca ogni occasione per abolirla.

Per di più, recentemente, con un viaggio ad Algeri, il premier spagnolo Sánchez si è riavvicinato al nemico giurato del Marocco, l’Algeria, che sostiene l’indipendenza del Sahara Occidentale, su cui il Governo marocchino rivendica la propria sovranità.

 

In questo gioco diplomatico ha sicuramente giocato un ruolo importante l’appoggio di Trump al Marocco nel sordo conflitto con la Spagna.

È nota l’ostilità del presidente americano nei confronti di Sánchez, l’unico leader europeo che ha osato respingere la sua pressante richiesta di innalzare le spese per gli armamenti e che ha denunciato apertamente, con un fermo discorso, l’assurdità dell’attacco all’Iran.

 

La montagna ha partorito il topolino.

Questi antecedenti spiegano perché ci si aspettasse dal vertice del 4 agosto una condanna della Spagna, sulla cui onda il ministro Piantedosi sperava di far approvare un progetto, elaborato da Meloni insieme a Frederiksen, in base al quale, sul modello albanese, l’UE avrebbe dovuto creare diversi hub per il rimpatrio in Paesi terzi (si parlava di Uganda, Ghana, Etiopia e Montenegro).

 

E invece le cose sono andate abbastanza diversamente. Un quotidiano “di sinistra” come Repubblica titolava in prima pagina: «Emergenza migranti: la UE respinge l’Italia». E, nel catenaccio: «Sostegno da Bruxelles alla Spagna e gelo sulla proposta dei centri in Africa».

 

In questa prospettiva, nell’editoriale di Andrea Bonanni, intitolato «Il boomerang di Meloni», si parlava di «piena, unanime solidarietà alla Spagna, e congratulazioni per come Madrid ha gestito la crisi dei migranti a Ceuta. La sfida lanciata da Giorgia Meloni a Pedro Sánchez si risolve in un clamoroso autogol».

 

Ma anche un giornale «di destra», Il Foglio, esibiva un titolo in questo senso: «Viva la Ceuta invasa dall’europeismo». E, nel catenaccio: «Solidarietà e lodi alla Spagna. I 22 europei, compresa l’Italia, fanno una grande retromarcia su Ceuta».

 

Probabilmente ci si è resi conto che l’azione diplomatica di Meloni per isolare la Spagna, portata alle sue logiche conseguenze, avrebbe avuto come unico vero effetto non quello di rafforzare i confini dell’Unione Europea, ma di spaccarla e indebolirla ulteriormente, facendo, alla fine, il gioco di Trump.

 

Ma a ricordarci che la battaglia decisiva era il titolo controcorrente di un giornale «di sinistra», Domani: «Migranti: L’UE stregata da Meloni. “Più rimpatri”, Sánchez isolato». E, nel catenaccio: «Il commissario Brunner attacca Madrid: “Le regolarizzazioni non sono un buon segnale per l’Europa”». La «filosofia» dominante di questa Europa rimane quella dell’esclusione e nello stesso vertice dei giorni scorsi la proposta italiana della deportazione in Uganda o in Ghana dei migranti non è stata approvata, ma neppure respinta. Solo rinviata. E le prossime elezioni favoriranno un ulteriore spostamento a destra della politica europea.

 

Ho amici spagnoli che detestano Sánchez e che, dopo questo «chiaroscuro», mi accuseranno di averlo beatificato.

So delle forti critiche che gli vengono rivolte e non escludo affatto che siano fondate.

Senza dire che su alcune tematiche, come quelle riguardanti la sessualità e la bioetica, sono sempre stato anch’io molto distante dalla sua linea.

 Ma almeno sulla questione dei migranti spero che la sua sfida continui ad inquietare questa Europa sempre più ripiegata su sé stessa, ricordandole che nessuno cresce escludendo gli altri.

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