Il campo largo fa scoppiare il PD.
Il
campo largo fa scoppiare il PD.
L’ora
della verità.
Campo
largo, se passerà la linea
di M5S
e AVS vorrà dire
che il
PD è stato sciolto…
ilriformista.it - Fabrizio Cicchitto – (5
Agosto 2026) – Redazione – ci dice:
Campo
largo, se passerà la linea di M5S e AVS vorrà dire che il PD è stato sciolto…
Siamo
arrivati all’ora della verità su una questione politica fondamentale:
la collocazione internazionale del campo
largo, con particolare riferimento all’Ucraina.
Il
tema ha ricadute che riguardano l’Unione europea, la Nato e l’Occidente in
quanto tale, e ha ricadute assai forti per il futuro, ma dovrebbe anche averne
per il presente.
Sull’Ucraina dal 2022 si sta giocando una
partita decisiva sui confini Nord dell’Europa, ma di lì per connessione
sull’equilibrio europeo nel suo complesso.
Anzi,
a voler guardare le cose da un punto di vista geopolitico, si tratta di un
tassello fondamentale nel confronto in atto dalla fine degli anni Ottanta in
poi tra l’Europa, l’Occidente e quello che non esitiamo a chiamare “l’asse del
male”, cioè Cina-Russia-Iran-Corea del Nord.
Questa
partita ha un impatto notevole sulla dialettica politica italiana. Da sempre,
su questo nodo entrambi gli schieramenti sono divisi al loro interno, ma nel
centrodestra finora ha sempre prevalso nettamente la linea imposta da Giorgia
Meloni, con il sostegno convinto di Forza Italia e anche di quello degli
storici governatori leghisti.
Fino a
qualche giorno fa, nel campo largo c’è stato un confuso “tiro della coperta”,
ma in questi ultimi giorni il dibattito è andato incontro a un brusco
chiarimento.
Prima Bonelli, con uno dei suoi soliti comizi
in diretta televisiva, e poi Conte hanno assunto una posizione assai precisa:
basta gli aiuti all’Ucraina per favorire la trattativa.
Siccome
nessuno dei due ha alcuna possibilità di piegare Putin (che per parte sua non
ha alcuna intenzione di farlo), allora vorrebbero privare l’Ucraina delle armi
indispensabili per difendersi per costringerla a una pace simile a una resa.
L’accentuazione dei bombardamenti russi in
questi giorni va vista in questo contesto, e probabilmente tiene anche conto di
queste prese di posizione.
Mentre
sulle questioni programmatiche di politica interna tutti i compromessi e le
ambiguità fanno parte dell’ordine normale delle cose, sulla politica estera
nessuno può scherzare ma nemmeno tacere.
Se si
prolunga ancora di qualche giorno il silenzio del gruppo dirigente del Pd,
siccome l’ambiguità e il trasformismo su un tema come questo non possono durare
oltre lo spazio di un mattino, o si sceglie il bianco o si adotta il
rossobruno.
Esistono
a questo proposito segnali assai significativi:
da un
lato l’uscita dal Pd di esponenti riformisti;
dall’altro
il condizionamento, in parte esplicito, in parte silenzioso, di due “grandi
vecchi” come Bettini e D’Alema, entrambi favorevoli alla Cina sul quadro
internazionale e a Conte sul piano interno.
La
prevalenza delle posizioni del M5S e di AVS sul piano politico e di Conte sul
piano della leadership vorrebbe dire una sola cosa:
che il
Pd come partito – anzi, per dirla con un termine tratto dal lessico tipico di
un lontano passato come “intellettuale collettivo” – è stato nella sostanza
sciolto.
E non
ci saranno neanche le edizioni Einaudi a raccoglierne quaderni inesistenti.
(Fabrizio
Cicchitto).
Dio
Punirà gli Assassini.
Conoscenzealconfine.it
– (5 Agosto 2026) - Augusto Sinagra – Redazione – ci dice:
Sta
emergendo la verità sulla tragicommedia della falsa pandemia.
Dalla
Commissione Parlamentare Covid, dalle Aule di Giustizia (piano piano), dalla
pubblica presa di coscienza, dalla stampa indipendente e libera (poca in
verità) e ora dell’interrogatorio di quel delinquente di Anthony Fauci al
Senato USA, sta emergendo la verità sulla tragicommedia della falsa pandemia.
È
stato un consapevole e programmato genocidio finalizzato al de-popolamento
mondiale.
Quegli strumenti di morte sono stati chiamati
“vaccini”.
È
stata sacrificata la salute e la vita di milioni di innocenti per loschi e
inconfessabili scopi.
Non
solamente per bramosia di denaro sporco del sangue di innocenti. Chi doveva
difendere la gente si è reso complice consapevolmente o per stupida
incompetenza.
Sembra
una beffa o un tragico destino.
Sembra
che in questa nostra sventurata Nazione per accedere a incarichi di vertice,
occorra il requisito della incompetenza, ma se c’è la complicità è ancora
meglio.
Non
voglio accusare nessuno ma neppure bisogna dimenticare.
E gli italiani sono di memoria corta e questa
scarsa memoria favorisce gli errori (se non soprattutto gli abusi) di chi è
chiamato a decidere.
La
scarsa memoria impedisce che chi sbaglia venga punito.
Impedisce
di costruire una società e un futuro migliore.
E
allora io ricordo e non dimenticherò mai:
– il
papero argentino: “Vaccinarsi è un atto di amore”;
– il
bancario Mario Draghi: “Non ti vaccini? Ti ammali, muori e fai morire”;
–
Mattarella Sergio: “Non si invochi la libertà per sottrarsi al vaccino”; –
Speranza Roberto: “Tachipirina e vigile attesa” (ovviamente della morte);
–
Brusaferro Silvio con le sue connivenze con Speranza Roberto nel non diffondere
dati che smentivano efficacia e sicurezza dei “vaccini“;
Sciarra
Silvana, quella che, Presidente della Corte Costituzionale, in una inaudita
intervista al “Corriere della Sera” a proposito delle sentenze (non ancora
pubblicate!) del novembre 2024, dichiarava di aver “seguito la scienza”!
Quale
“scienza”?
Quella
di sedicenti “scienziati” che hanno infestato le tv e che poi sono stati
insigniti di alte onorificenze da Mattarella Sergio?
Lo stesso Mattarella Sergio che insignì della
più alta onorificenza della Repubblica (il Cavalierato di Gran Croce) quel
delinquente di Anthony Fauci!
Lo
stesso Mattarella Sergio della grazia concessa ad una promotrice della
prostituzione minorile!
Ecco,
io non chiedo vendetta e non sono un Mufti che emette Fatwe.
E non mi rivolgo ai giudici che, come i medici
e i “giornalisti”, hanno perso in larga misura ogni credibilità.
Mi
rivolgo a Nostro Signore Gesù Cristo al quale credo, perché Iddio non è solo
misericordia ma è ancor più giustizia.
(Articolo
del Prof. Augusto Sinagra)
(t.me/radio
Fogna/1021).
Politica.
Giuseppe
Conte fa a pezzi il campo largo,
monta
la rabbia dentro il Pd.
Euroborsa.it – Politica – Redazione – (03/08/2026)
– ci dice:
Redazione.
Giuseppe
Conte fa a pezzi il campo largo, monta la rabbia dentro il Pd.
A
occhio e croce, c'è una metà del Paese che vuole mandare a casa Giorgia Meloni,
ma, se questo progetto passa per la costruzione di un'ampia coalizione di
opposizione, che veda coinvolti Pd, Cinque Stelle e AVS, chi vuole cambiare il
governo del Paese si può mettere il cuore in pace.
Perché
tutto sembra preludere la posizione assunta da Giuseppe Conte sul problema
generale del riarmo, e su quello particolare dell'Ucraina, che non la volontà
di battere Giorgia Meloni, anteponendo a tutto la sua ambizione personale di
tornare a fare il premier e rientrare, da vincitore, a Palazzo Chigi da cui fu
estromesso in malo modo.
Le
posizioni che il leader dei Cinque Stelle ha assunto indicano che la sua idea
di alleanza passa per una adesione degli altri a quel che pensa lui, non
lasciando intuire che, se dovesse uscire sconfitto dalle primarie del
cosiddetto campo largo, farebbe lo stesso. considerandosi il depositario della
verità.
Il
tema ricorrente delle prese di posizione di Giuseppe Conte sull'Ucraina sembra
essere in perenne rotta di collisione con il Pd.
Prima
dice che non voterà il sostegno militare all'Ucraina per poi aggiungere, come
per evitare di potere essere frainteso: ''Per quello che riguarda aiuti e
sanzioni economiche sì.
Mi
sembra che l'Ucraina abbia un arsenale militare super attrezzato''. Per poi
chiosare che ''ci sono anche componenti di estrema destra e già c'è un mercato,
ci si chiede che fine facciano quelle armi''.
Frasi
che sembrano riecheggiare, sinistramente, alcuni degli argomenti della
propaganda russa, secondo cui la guerra contro l'Ucraina è stata la reazione di
un Paese democratico ad un altro che costeggia il nazismo.
Peraltro
senza una decisa condanna della Russia, ma solo un ''contentino'' all'Ucraina,
definendola aggredita, ma senza spendere una parola sul fatto che Mosca ha
scatenato una guerra contro una nazione sovrana.
E sul
dialogo tra Russia e Ucraina, Conte si dice favorevole “a una svolta negoziale
che l'Europa non vuole. Piuttosto che chiamarsi volenterosi, Francia, Regno
Unito e Germania, abbiamo bisogno di una coalizione europea di coraggiosi''.
Poi,
parlando delle primarie per il candidato premier dell'opposizione, Conte la
butta lì:
''se
dovessi essere investito di questa grande responsabilità chiamerei Zelensky, lo
incontrerei.
Lo rassicuro: lui è aggredito, ma un attimo
dopo chiamerei Putin per imprimere una svolta negoziale''.
Quindi,
anche se Zelensky è l'aggredito, bisogna fare un'apertura di credito a Vladimir
Putin come potenziale interlocutore per una trattativa di pace, anche se lo zar
non ha mai contemplato questo ipotesi, posto che per lui l'Ucraina è un Paese
dal territorio da mutilare.
Parole
che hanno mandato in bestia molti esponenti del Partito democratico, sempre più
convinti (e lui, il leader dei Cinque Stelle non fa nulla per farli ricredere)
che il disegno di Giuseppe Conte è tutto fuorché quello di una intesa paritaria
tra alleati.
Il
fatto che, se dovesse vincere le primarie e, quindi, ambire ad essere il futuro
presidente del consiglio, la prima cosa che Conte intende fare è restituire a
Putin il rango di interlocutore, nonostante sia lui l'aggressore, ha fatto
insorgere il Partito democratico al quale non è affatto andato giù che il
leader dei Cinque Stelle rivendichi, nella veste di candidato premier, a lui
soltanto la linea del futuro governo e non invece come frutto di un
''ragionamento'' di coalizione.
Un
modo di pensare che la dice lunga su come Conte veda il suo futuro, anche se
oggi i numeri dicono che i Cinque Stelle sono parecchio indietro rispetto al
Partito democratico e, nonostante questo, lui continui a considerarsi il
candidato naturale a Palazzo Chigi e che le primarie lo incoroneranno.
Con
una piccola nube all'orizzonte, l'ipotetica discesa in campo di Alessandro Di
Battista, che non può certo sperare di diventare, a sinistra, quel che è oggi
Roberto Vannacci, ma qualcosa in termini di voti eroderebbe.
E
dove, se non tra i Cinque Stelle, magari in quelli che Conte ha mandato via o
costretto ad andarsene e i nostalgici di Grillo e che in ''Dibba'' vedono una
nuova opportunità?
Sull’invio
di armi l’intesa nel Campo
largo
sarebbe facile: ma i centristi
vogliono
decidere tutto.
Ilfattoquotidiano.it
– (5 agosto 2026) - Pietro Francesco Maria de Sarlo – Redazione – ci dice:
I post
scritti dai lettori.
I
Fassino, i Delrio, i Guerini, la Quarta pelle, Provenzano e Renzi prendono voti
marginali.
Se ci
sono loro a dare le carte mi spiace ma, come dire, non fumo grazie.
In
tutto questo dibattito nel Campo largo manca un attore: gli elettori. Secondo
invece l’area riformista del Pd la linea in politica economica ed estera la
dettano loro.
Come?
In
genere con il ricatto di fondare e rifondare aree di centro determinanti per il
risultato elettorale.
Aree di centro che sono, almeno a mio modo di
vedere, malfrequentate: Calenda, Picierno, Barattin, Renzi solo per fare alcuni
nomi.
Ma sono aree che raccolgono qualche consenso
da pochi ma la cui presenza fa scappare dalle urne moltissimi elettori delle
coalizioni che avessero la sventura di ospitarli.
L’area
centrista del Pd è quella che invoca il SAFE, e che invocava il MES, che invoca
Draghi come salvatore della patria e che si è spiaggiata sulla agenda Draghi,
che fa lo gnorri sul genocidio in atto a Gaza quando non si spende per
iniziative legislative per impedire ogni critica a Israele e che manderebbe
armi su armi in Ucraina se non addirittura i soldati, come vorrebbe Nathalie
Tocci, figlia di Walter ex deputato Pd.
Eppure
almeno sull’invio di armi in Ucraina sarebbe facile raggiungere una intesa come
Campo largo.
Basta
rispettare la lettera e lo spirito della Costituzione e avere una postura
adeguata.
L’articolo 11 è chiaro, ma come al solito la
destra interna al Pd la interpreta invece di applicarla.
Se si applicasse non ci sarebbe nulla da
discutere.
Nessun
commercio in armi con Israele e nessun invio di armi in Ucraina. Ma il governo
Draghi ha varato un insieme di decreti legge che in deroga alla legge 185 del
1990 lo ha consentito.
Tutto
questo rappresenta delle aspirazioni legittime ma che sono già ampiamente
rappresentate dalla destra di governo e no.
E
allora il popolo della sinistra per DNA pacifista, rispettoso del dettato
Costituzionale nella sostanza e nello spirito, i disillusi e nauseati dalla
gestione di Ursula von der Leyen e dal suo immorale doppio standard, quelli che
hanno ancora memoria delle devastazioni dei centristi Pd di welfare e diritti
in ossequio alle direttive della BCE espresse per iscritto da Draghi e Trichet
e attuate pedissequamente dai governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, gli
elettori del M5S che sono ancora disgustati dal voltafaccia di Grillo e Di Maio
non hanno diritto di rappresentanza?
Quale
è la loro occasione di dire basta a un Sistema che dura da 30 anni ed è stato
guidato culturalmente dai sedicenti riformisti del Pd non ha diritto di sperare
in un cambio di rotta di 180 gradi?
Il
bluff della propaganda che annienta i fatti: prima lo slogan, poi il programma
politico.
Qui
occorre essere chiari. Volete fare prima il programma e poi le primarie?
Un poco come nelle vecchie sezioni del PCI
dove la direzione pubblicava le tesi e queste venivano dibattute in tutte le
sezioni e su queste si votava il Segretario il cui nome era di fatto già
stabilito.
Beh all’epoca era facile:
il mondo era diviso in due blocchi stabili.
Ogni
intervento si apriva con lo scenario internazionale dove si illustravano gli
enormi progressi del PCUS, poi del “comunismo nel Mondo” e infine i grandi
successi ottenuti dal segretario della locale sezione nel quartiere.
Poi il
Muro è caduto e il mondo è diventato più complicato e paradossalmente meno
sicuro.
Il PCI ha sentito che in un momento delicato,
come ora, la base doveva esprimersi sul serio e sono nate le mozioni
contrapposte, chi presentava la mozione vincente diventava segretario.
I
partiti del Campo largo possono decidere quello che vogliono, ma anche gli
elettori.
I
centristi da troppo tempo impongono la linea con i consensi degli altri. Il
giochetto deve finire.
I Fassino, i Delrio, i Guerini, la Quarta
pelle, Provenzano e Renzi prendono voti marginali.
IO non
sono in grado di interpretare il sentimento degli astensionisti di sinistra e
del M5S, che sono la gran parte della categoria, ma sono sicuramente in grado
di interpretare il mio di sentimento.
Se ci
sono loro a dare le carte mi spiace ma, come dire, non fumo grazie. Di un
governo magari a guida Conte assillato fino a far posto a Draghi, invece che
per il MES sanitario per il SAFE non ne sento bisogno.
Il
campo largo tra rotture e poca fiducia: il Pd teme Conte
e
pensa a un tecnico.
Lavocedelpatriota.it
– (6 Agosto 2026) - Politica - Andrea l’Andretta - Redazione – ci dice:
Campo
largo, ma fino a quale prezzo?
È questa la domanda che il centrosinistra
dovrebbe iniziare a porsi seriamente.
Perché
mettere insieme forze politiche diverse può anche sembrare una strategia
vincente sulla carta.
Ma se le distanze dei singoli partiti sono
tanto distanti, il rischio è uno solo:
trasformare un’alleanza elettorale in una
bomba a orologeria.
E i rapporti di buon vicinato costruiti negli
ultimi mesi rischiano di finire rapidamente al macero, travolti da veti
incrociati, personalismi e lotte per la leadership.
Il problema, infatti, non è soltanto la
convivenza tra Partito democratico e Movimento Cinque Stelle, due partiti
distanti anni luce su modalità e contenuti.
È
soprattutto la figura di Giuseppe Conte a creare un certo disagio nel Nazareno.
L’ex
presidente del Consiglio continua a muoversi come una sorta pallina pazza,
incontrollabile.
Il suo
intento, non dichiarato ma ormai palese, è prendersi la leadership del
centrosinistra.
E lo fa in una posizione particolare:
pur
guidando un partito che, nei sondaggi, resta dietro al Pd, può permettersi di
minacciare il ritiro dei suoi dalla coalizione, consegnando di fatto la prossima
maggioranza alla destra.
Tutto
assume una sfumatura diversa, se si considera quanto sostenuto da Maurizio
Belpietro in un editoriale pubblicato su La Verità:
secondo
il direttore del quotidiano, infatti, il Partito democratico sarebbe
attraversato da una profonda spaccatura proprio per la scarsa fiducia che molti
dirigenti nutrono nei confronti di Conte.
Il timore è semplice:
affidare
il destino della coalizione a un alleato imprevedibile significherebbe esporsi
a continui ricatti politici e a una permanente instabilità, relegando inoltre
il Pd al ruolo di subalterno della coalizione. Di qui l’ipotesi che
circolerebbe in alcuni ambienti del campo largo: cercare una figura esterna, un
tecnico, capace di tenere insieme tutti, o quasi.
Il nome che circola sarebbe quello di Mario
Draghi.
Cosa
che proprio non andrebbe giù proprio ai Cinque Stelle.
Ma il punto è un altro: davvero, per tenere
unita la coalizione, è necessario ricorrere ancora una volta a un tecnico?
Ed
ecco che emerge la differenza con il centrodestra:
negli
ultimi anni invero la destra ha fatto della centralità della politica una delle
proprie battaglie identitarie.
L’obiettivo era riportare a Palazzo Chigi un
presidente del Consiglio legittimato dal voto popolare, come successo
finalmente con Giorgia Meloni, superando la stagione dei governi tecnici e
delle maggioranze costruite nei palazzi e dalla partitocrazia.
Il centrosinistra, invece, sembra sempre
muoversi nella direzione opposta.
Perché
anziché trovare una sintesi politica, capace di unire tutti (ma ci si rende
facilmente conto delle difficoltà di unificare una coalizione così variegata),
valuta invece l’ennesima soluzione tecnica come collante tra partiti che
faticano perfino a fidarsi l’uno dell’altro.
E questo anche solo per trovare una guida nel
centrosinistra. Immaginate cosa potrebbe succedere se una tale coalizione
andasse al governo.
Il
cosiddetto campo largo rischia così di nascere con il seme della propria crisi
già al suo interno:
troppe
differenze, troppi personalismi, troppi interessi divergenti, un programma
inesistente e soprattutto una leadership contesa.
Se
queste sono le premesse, l’eventuale vittoria elettorale difficilmente
garantirebbe stabilità alla Nazione, rischiando di rovinare quella
presentabilità internazionale che il Governo Meloni ha saputo costruire in
questi anni.
Al
contrario, il rischio sarebbe quello di assistere all’ennesima stagione di
tensioni interne, crisi extraparlamentari e giochi di palazzo.
Proprio
ciò che gli italiani hanno dimostrato più volte di non volere più.
Pranzo
Conte-Schlein dopo lo scontro sulle primarie. Il leader M5s: “Sull’Ucraina la
nostra posizione resta, ma rispetto quella del Pd.”
Ilfattoquotidiano.it - Redazione Politica – 4
agosto 2026 – Ci dice:
Lo ha
rivelato il leader del M5s. Segnali di dialogo tra i due partiti
Pranzo
Conte-Schlein dopo lo scontro sulle primarie.
Il
leader M5s: “Sull’Ucraina la nostra posizione resta, ma rispetto quella del Pd”
Il
nodo è sempre quello: l’invio di armi all’Ucraina.
Il sedicente Campo largo nei giorni scorsi ha
vacillato dopo l’uscita di Giuseppe Conte, secondo il quale la posizione della
coalizione, rispetto alla guerra, sarebbe stata decisa dalle primarie.
In
sintesi: chi le vince, detta la linea.
Parole
a cui Elly Schlein ha risposto il giorno successivo: prima si definisce il
programma, poi si fanno le primarie.
La
novità di oggi, rivelata dal leader del M5s intercettato dai cronisti fuori da
Montecitorio, è il pranzo tra lo stesso Conte e la segretaria del Partito
democratico.
“Ci
siamo visti oggi a pranzo, sì” ha confermato Conte, “lo avevamo concordato già
la settimana scorsa.
La dialettica politica rimane, ma nel rispetto
reciproco”.
Poi,
naturalmente, la questione Ucraina:
“Ho
detto e ripetuto in questi giorni le stesse cose che io e il M5s diciamo da
quattro anni, la nostra posizione è sempre la stessa.
Ma
rispetto le posizioni del Partito democratico “.
Chi in
questi giorni è impegnatissimo a saldare almeno a parole l’alleanza del
centrosinistra – anche subito dopo lo scontro M5s-Pd – è Matteo Renzi.
Oggi,
a margine del Caffè de La Versiliana a Marina di Pietrasanta, il leader di IV
ha ribadito che “a me delle regole delle primarie interessa il giusto, facciano
quelle che vogliono.
Quello
che mi interessa è il costo della vita. Questo è il tema.
Meloni
ha una coalizione divisa, anche grazie al “Roberts Vannacci Nerone”, quello che
non può fare il centrosinistra è dividersi”.
Campo
Largo, Schlein frena Conte:
sulle
primarie si apre il vero
scontro
strategico.
Lecodelsud.it
– (4 agosto 2026) - La Redazione Politica – ci dice:
Campo
largo, Schlein frena Conte: sulle primarie si apre il primo vero scontro
strategico.
La costruzione
del cosiddetto “campo largo” entra in una fase delicata.
Lo scontro tra Elly Schlein e Giuseppe Conte sulle
primarie non rappresenta soltanto una divergenza procedurale, ma fotografa due
diverse visioni della futura coalizione di centrosinistra e del metodo con cui
affrontare le questioni più divisive del programma.
La
segretaria del Partito Democratico ha risposto con fermezza alla proposta
avanzata dal leader del Movimento 5 Stelle, che aveva ipotizzato il ricorso
alle primarie per sciogliere i nodi
politici più controversi, a partire dalla linea sull’Ucraina.
Per Schlein, invece, il percorso deve seguire
un ordine preciso: prima la definizione di un programma condiviso tra tutte le
forze della coalizione, poi la scelta del leader attraverso le primarie.
Un’impostazione che punta a evitare che il
candidato premier diventi espressione della sola forza politica vincitrice,
senza una preventiva sintesi politica.
La
replica della leader democratica, pur mantenendo toni istituzionali,
rappresenta uno stop netto all’iniziativa di Conte e segnala come il Pd non
intenda delegare agli elettori la soluzione di questioni che ritiene debbano
essere affrontate e risolte all’interno del tavolo politico.
La
contrapposizione mette in evidenza due strategie differenti.
Da una
parte il Movimento 5 Stelle sembra puntare a utilizzare le primarie come
strumento di legittimazione popolare anche sulle grandi scelte politiche.
In
questa prospettiva, temi come il sostegno militare all’Ucraina, le politiche
europee o le grandi opere diventerebbero elementi qualificanti della
competizione per la leadership.
Dall’altra
parte il Partito Democratico difende un’impostazione più tradizionale delle
coalizioni di governo:
prima si costruisce un programma comune,
frutto di mediazioni e compromessi, e soltanto successivamente si individua il
candidato chiamato a rappresentarlo.
Pubblica amministrazione.
Dietro
la disputa procedurale emerge quindi una questione di sostanza:
chi detta la linea politica del
centrosinistra? Il leader scelto dagli elettori oppure l’accordo tra i partiti
che compongono l’alleanza?
Il
dossier che ha fatto esplodere il confronto resta quello relativo alla guerra
in Ucraina.
Il
Movimento 5 Stelle continua a mantenere una posizione critica nei confronti del
sostegno militare a Kiev, mentre il Partito Democratico conferma il proprio
orientamento europeista e atlantista, in linea con le principali famiglie del
socialismo europeo.
Si
tratta probabilmente della distanza politica più significativa tra i due
principali partiti dell’opposizione. Ma non è l’unica. Sul tavolo rimangono
anche le differenti sensibilità in materia di difesa europea, politica
industriale, infrastrutture strategiche e transizione energetica.
Per
questo motivo la richiesta di Schlein di definire prima un programma comune
assume anche il significato di evitare che le primarie diventino un referendum
permanente sulle divisioni interne della coalizione.
Le
tensioni non sono passate inosservate agli avversari politici.
Il
centrodestra ha immediatamente colto l’occasione per mettere in evidenza le
difficoltà del fronte progressista.
Antonio
Tajani ha accusato Schlein di ambiguità rispetto alle posizioni espresse da
Conte sull’Ucraina, cercando di rafforzare la narrazione di un’opposizione
divisa sulle principali questioni internazionali.
Elezioni
e campagne elettorali.
Anche
Matteo Renzi è intervenuto nel dibattito, sostenendo la necessità delle
primarie ma accompagnate da un patto preventivo di lealtà tra tutti i
partecipanti.
Una
posizione che, pur criticando Conte, evidenzia come il tema della leadership
resti aperto nell’intero campo riformista.
Lo
scontro tra Schlein e Conte arriva in un momento in cui il centrosinistra è
chiamato a trasformare una collaborazione parlamentare in una possibile
alleanza di governo. È il passaggio più difficile di ogni coalizione: passare
dall’opposizione comune alla definizione di un progetto condiviso.
La
segretaria del Pd sembra voler riaffermare la centralità del suo partito come
perno della coalizione e impedire che il confronto venga spostato su un
terreno, quello delle primarie, dove Conte potrebbe puntare a capitalizzare il
consenso personale maturato negli ultimi anni.
Il
leader del Movimento 5 Stelle, invece, continua a presentarsi come interprete
di una parte dell’elettorato progressista più critica verso le scelte
dell’Unione europea in materia di difesa e politica estera, cercando di
differenziare la propria proposta rispetto a quella democratica.
Per
entrambi la partita non riguarda soltanto la leadership, ma l’identità futura
del centrosinistra.
Se il confronto dovesse irrigidirsi, il
rischio sarebbe quello di alimentare ulteriori divisioni proprio mentre il
centrodestra continua a beneficiare di una maggiore compattezza parlamentare.
Se
invece Pd e Movimento riusciranno a trasformare questo scontro in un negoziato
politico, la definizione del programma potrebbe diventare il vero banco di
prova della credibilità dell’alternativa di governo.
La
risposta di Schlein, dunque, non chiude il dibattito ma segna il primo confine
politico della futura coalizione:
prima
l’accordo sui contenuti, poi la competizione per la leadership.
Un
principio che potrebbe rivelarsi decisivo nei prossimi mesi, quando il
centrosinistra sarà chiamato a dimostrare se il “campo largo” è destinato a
diventare un progetto politico stabile o a rimanere una semplice alleanza
elettorale costruita attorno ai singoli leader.
Orientamenti
politici di sinistra.
Campo
largo, Conte non molla
e rilancia: “Sull’Ucraina dico le stesse cose
da 4 anni”.
Una
risoluzione congiunta M5S-Pd-Avs sul riarmo stana i riformisti dem.
Conte:
“Sull’Ucraina dico le stesse cose da 4 anni". Risoluzione congiunta sul
riarmo stana i riformisti Pd che la bocciano.
Lanotiziagiornale.it
– (05 -08 -2026) - Antonio Pitoni – Redazione Politica – ci dice:
Campo
largo, Conte non molla e rilancia: “Sull’Ucraina dico le stesse cose da 4
anni”. Una risoluzione congiunta M5S-Pd-Avs sul riarmo stana i riformisti dem.
Non ci
vuole un politologo per capire che il bersaglio grosso di un certo sottobosco
politico, che va dalla variegata galassia del centro (in tutte le sue
declinazioni) agli Evers Green del Deep State fino ad un pezzo del Pd, è
tornato ad essere il Movimento 5 Stelle e, soprattutto, il suo leader Giuseppe
Conte.
La
chiamata alle armi è scattata in realtà quando, nel giorno della débâcle
referendaria del Centrodestra sulla giustizia, l’ex premier ha lanciato per la
prima volta la sfida delle primarie (e del programma) dell’area progressista
per non disperdere il patrimonio di quel voto popolare che, in nome della
difesa della Costituzione, ha inferto al governo Meloni la prima vera spallata
della legislatura.
Fuoco
amico contro Conte.
E non
è un caso che il fuoco amico contro Conte sia tornato a scatenarsi, domenica
scorsa, quando il leader M5S, ha rilanciato sulle primarie per risolvere una
volta per tutte le ambiguità, specie in politica estera, che rischiano di
travolgere l’intera coalizione.
Ma
l’ex premier non molla e ieri è tornato sulla questione che tanto scompiglio ha
gettato nel campo largo, sempre più simile ad un campo minato.
“Sull’Ucraina
in questi giorni ho detto e ripetuto le stesse cose che io e il M5S diciamo da
4 anni, la nostra posizione è sempre la stessa. Ma rispetto le posizioni del
Partito democratico”, ha detto Conte.
Che
sul rapporto con la segretaria dem Elly Schlein ha assicurato: “Nessun problema
personale. Oggi (ieri, NDR) ci siamo visti a pranzo, lo avevamo concordato già
la settimana scorsa.
La dialettica politica rimane, ma nel rispetto
reciproco”.
E deve
essere stato un pranzo proficuo se in serata il dessert è arrivato sotto forma
di un testo condiviso per impegnare il governo ad escludere “che le risorse
disponibili siano destinate a impegni di spesa militare”.
Risoluzione
congiunta.
Una
risoluzione congiunta Pd-M5S-Avs sullo scostamento di Bilancio annunciato nei
giorni scorsi dall’esecutivo che verrà messa oggi ai voti dopo le comunicazioni
al Parlamento del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.
Il
cuore del provvedimento è sintetizzato nelle premesse:
i tre partiti di opposizione reputano
“necessario riconsiderare radicalmente gli impegni di spesa assunti in sede
Nato e scongiurare ulteriori aumenti delle spese per i sistemi di armamento che
insistono sul bilancio dello stato, nonché attivarsi per superare il piano di
riarmo degli eserciti nazionali privo di coordinamento puntando alla
costruzione di una vera difesa comune”.
Una
prova di unità e, al tempo stesso, uno schiaffo all’area riformista del Pd che
nei giorni scorsi si era spinta a definire il leader M5S “il Vannacci del campo
largo” (copyright Filippo Sensi).
Ma che
non basta a chiudere la questione. Perché, a stretto giro, la corrente di
minoranza dem boccia come “non condivisibile” il testo congiunto del campo
progressista.
“I
parlamentari Pd apprendono dalle agenzie di stampa il testo della risoluzione
del nostro partito assieme a AVS e M5S – fanno filtrare fonti dell’area
riformista -.
Non
sappiamo se sia questo il testo definitivo. Vedremo se la notte porterà
consiglio perché quello che si legge non è un testo condivisibile”.
Primo
obiettivo raggiunto per Conte.
Insomma,
un primo risultato il pressing di Conte lo ha ottenuto. Far esplodere le
ambiguità interne di un Pd che, come ricordavamo ieri su La Notizia,
dall’Ucraina al riarmo, ha votato in più di un’occasione in piena sintonia con
le destre.
Spinto
dall’ala degli ex renziani (i cosiddetti riformisti), che vedono nella
potenziale scalata del leader M5S alla premiership e il suo possibile ritorno a
Palazzo Chigi una sorta di minaccia esistenziale.
Si
tratta d’altra parte di quel pezzo di Partito democratico che, in era renziana,
con il Jobs Act e l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, si
intestò la metamorfosi della sinistra da area di riferimento dei ceti popolari
a centro di ascolto dei poteri forti del Paese.
È
bastata una risoluzione sostenuta dall’intera coalizione per stanare chi
considera il riarmo irrinunciabile malgrado la difficile situazione economica
del Paese.
Un primo risultato Conte lo ha già ottenuto.
Spingere
Schlein a prendere una posizione chiara nonostante i distinguo all’interno del
suo stesso partito.
Come
previsto, il campo largo
va in tilt su Ucraina, difesa
europea,
e Tav.
(Schlein
sonnecchia…)
Linkiesta.it - Mario Lavia – (29 luglio 2026)
– Politica – ci dice:
Le
distanze tra Pd, Cinquestelle e AVS su temi cruciali non si riducono, anzi si
consolidano.
La
segretaria del primo partito della coalizione rinvia il chiarimento, ma ogni
voto in Parlamento lo rende più difficile.
Giuseppe
Conte, Elly Schlein, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli e Riccardo Magi sono in
piazza Montecitorio dopo il voto che ha respinto l’emendamento della maggioranza alla
legge elettorale durante i lavori alla Camera dei deputati, Roma, Martedì 14 Luglio 2026.
(La Presse).
A un
mese circa dall’annunciato cantiere sul mitico programma, il campo largo va in
tilt tre volte: sulla politica estera (due) e sulla Tav. Non è un buon viatico.
Che
cosa si diranno i leader una volta chiusi in una stanza, davanti a una risma di
carta, per cominciare a stendere il fatidico programma?
Le posizioni non solo non si avvicinano, ma si
cristallizzano;
non
c’è alcun segno di ravvedimento o di ricerca di una mediazione da parte di
Alleanza Verdi-Sinistra e Movimento 5 stelle, mentre il Partito democratico
sceglie sempre due atteggiamenti:
o
fischietta o si finge morto. Cioè subisce.
Evita il chiarimento con gli alleati per
timore di rompere.
Solo che così si rompe lo stesso, e senza
chiarirsi.
Tutto
questo, va da sé, lascia presupporre che alle primarie ci si scontrerà non solo
e non tanto sulla persona che dovrà battere Giorgia Meloni, ma su idee
diametralmente distanti:
Ucraina
e Tav sono solo i temi più eclatanti.
Se il
discrimine diventasse la guerra e la difesa si profilerebbe un serio rischio
per la segretaria del Pd:
i
pacifisti-disarmisti potrebbero non votarla.
Dunque,
tilt numero uno: ieri alla Camera, sulla partecipazione italiana alle missioni
internazionali, il Pd ha votato una sua mozione diversa da quella di Nicola
Fratoianni e da quella di Giuseppe Conte, a causa, come al solito, del sostegno
finanziario all’Ucraina.
Dall’opposizione
sono arrivate le consuete cinque mozioni diverse (Pd, AVS, M5s, Italia Viva,
Azione).
Poi –
tilt numero due – c’è la questione delle risorse garantite per la difesa
europea dai prestiti Safe.
Il
partito di Schlein se l’è intelligentemente presa con il governo che, con
Antonio Tajani, all’improvviso e in modo poco chiaro ha dichiarato il suo sì,
irritando molto la Lega, contraria.
Piero
Fassino e Giorgio Gori – e anche Matteo Renzi – hanno avuto buon gioco a
entrare nelle contraddizioni della maggioranza ribadendo il favore del Pd per
l’utilizzo dei fondi europei.
Ma il
problema è che anche su questo il campo largo è attraversato dalla solita
faglia:
i pacifisti-disarmisti (con chiare venature
anti-ucraine) da una parte ed Elly Schlein dall’altra, che pure garantisce
pieno sostegno a Kyiv, malgrado i mal di pancia di mezzo gruppo dirigente, da
Arturo Scotto ad Annalisa Corrado, da Marta Bona foni a Sandro Ruotolo. I quali
– magari insieme a Pierfrancesco Majorino, Alfredo D’Attore e Marco Furfaro –
anche sulla Tav (tilt numero tre) sono contrari o, come minimo, hanno forti
dubbi.
Schlein
e il responsabile esteri Peppe Provenzano hanno una posizione più europeista
sia sull’Ucraina sia sulla Tav ma i due non possono non tenere conto delle
posizioni più di sinistra, probabilmente maggioritarie, specie nella base.
Perciò, quando il Parlamento sarà chiamato a
votare sui fondi Safe, il Pd dovrebbe votare a favore insieme alla maggioranza
e contro AVS e M5s.
Avrà
il coraggio di fare un passo del genere o si rifugerà nelle abusate
supercazzole dialettiche?
E così
sta inevitabilmente prendendo corpo un paradosso mai visto prima: il campo
largo si spacca pur parlando ormai la stessa lingua.
Un
capolavoro che poteva riuscire solo a dei ragazzi figli di “Sell” e dei suoi
epigoni.
Abdul
El-Sayed, chi è il progressista
che ha vinto primarie Dem
(e
fatto infuriare Trump).
Tg24.sky.it
– Mondo – (06 ago. 2026)- ©Ansa – Redazione – ci dice:
È cresciuto
nell'area di Detroit e oggi vive ad Ann Arbora.
Abdul El-Sayed, 41 anni, è il democratico
progressista e pro-palestinese che si è aggiudicato le primarie del suo partito
in Michigan.
Ora
potrà correre per un seggio al Senato contro il repubblicano Mike Rogers.
Se a
novembre vincerà, sarà il primo senatore musulmano nella storia degli Stati
Uniti.
La sua
vittoria ha scatenato la dura reazione di Donald Trump.
Medico,
figlio di immigrati egiziani, nato negli Stati Uniti 41 anni fa, ex direttore
del Dipartimento della Salute di Detroit e commentatore televisivo, il
democratico Abdul El-Sayed ha conquistato le primarie del Michigan per il
Senato imponendosi come il candidato dell'ala progressista del partito.
Ha battuto la moderata “Haley Stevens”,
sostenuta dall'establishment, con un margine di circa un punto percentuale,
meno di 15.000 voti. Sostenitore di una linea pro-palestinese, ha accusato Israele
di "genocidio" e ha fatto della questione di Gaza uno dei temi della
sua campagna.
USA
ELECTIONS – Ansa.
La sua
affermazione ha scatenato la reazione di Donald Trump, che ha reagito tra
accuse di "elezioni truccate" e la definizione della vittoria come
"un'ottima notizia" in vista delle elezioni di midterm di novembre. Il presidente ha definito El-Sayed un
"perdente comunista che odia gli ebrei e Israele", malgrado il
candidato dem abbia più volte condannato l'antisemitismo.
In un successivo discorso sull'economia a Las
Vegas, Trump ha dedicato ampio spazio all'avversario dem: "Abdul racconta un sacco di
stronzate", ha attaccato, aggiungendo che "il comunismo è il più
grande pericolo nella storia degli Stati Uniti".
Chi è.
Abdurrahman
Mohamed El-Sayed, nato il 31 ottobre 1984, è un politico ed epidemiologo
statunitense, candidato democratico per le elezioni del Senato degli Stati
Uniti del 2026 in Michigan.
Democratico progressista, ha ricoperto la
carica di direttore del Dipartimento per la salute, i servizi alla persona e i
servizi per i veterani della contea di Wayne (Michigan) dal 2023 al 2025 ed è
stato candidato alle elezioni per la carica di governatore del Michigan nel
2018.
El-Sayed si è laureato presso l'Università del
Michigan e ha conseguito un dottorato in sanità pubblica all'”Orial College” di
Oxford, frequentandoli rispettivamente grazie a una borsa di studio a copertura
totale e alla prestigiosa borsa di studio Rhodes.
Ha
conseguito la laurea in medicina presso la Columbia University, dove dal 2014
al 2015 è stato professore assistente di epidemiologia.
Dal
2015 al 2017 ha ricoperto il ruolo di direttore esecutivo del Dipartimento
della salute di Detroit e di responsabile sanitario della città.
Le sue pubblicazioni in ambito di sanità
pubblica comprendono tre libri e diversi articoli su riviste accademiche.
Approfondimento.
Primarie
Michigan, El-Sayed: "Impegno
in protezione ebrei."
La
campagna elettorale per il Senato.
Il 17
aprile 2025, El-Sayed ha annunciato la propria candidatura per la nomination
democratica alle elezioni per il Senato degli Stati Uniti del 2026 in Michigan,
in seguito alla decisione del senatore in carica Gary Peters di non
ricandidarsi.
Il 7
aprile 2026, El-Sayed ha partecipato a eventi elettorali in diversi campus
universitari del Michigan insieme alla deputata SUMMER Lee e allo streamer
politico Hasan Pike.
Il
coinvolgimento di Pike nella campagna ha suscitato polemiche all'interno del
Partito Democratico a causa delle sue passate dichiarazioni sugli attentati
dell'11 settembre, su Hamas e su Israele.
El-Sayed
ha difeso la scelta di fare campagna elettorale con Pike come un tentativo di
interagire con il pubblico di quest'ultimo, aggiungendo di non condividere
tutte le affermazioni fatte dallo streamer.
Dopo
il ritiro di Mallory Memoro dalle primarie democratiche a luglio, gli organi di
stampa hanno descritto la competizione come una scelta tra l'ala moderata del
partito, sostenuta dall'establishment e rappresentata da Haley Stevens, e l'ala
progressista, rappresentata da El-Sayed.
Il
voto si è tenuto il 4 agosto 2026 e l'Associated Press ha assegnato la vittoria
a El-Sayed la mattina del 5 agosto.
Il candidato affronterà il repubblicano Mike
Rogers nelle elezioni generali di novembre.
Stati
Uniti, Abdul El-Sayed
vince
in Michigan. L'ira di
Trump:
'Voto truccato.'
Ansa.it
– (05-08 -2026) – Mondo – Redazione Ansa - Antonio Fati uso – ci dice :
Batte
al fotofinish la rivale dell'establishment alle primarie. Sale la sinistra dem.
Abdul
El-Sayed conquista in Michigan la candidatura dem per il seggio al Senato Usa
con il suo profilo di progressista di sinistra.
Ha
battuto la moderata “Haley Stevens”, sostenuta dall'establishment, in una
competizione serrata trasformatasi in un referendum sul volto in evoluzione del
partito democratico.
L'epidemiologo
41enne, musulmano di origine egiziana, ha prevalso con un margine di un punto
percentuale, meno di 15.000 voti, scatenando subito la reazione di Donald
Trump, tra accuse di "elezioni truccate" e festeggiamenti di
"un'ottima notizia".
Per il tycoon la sorpresa del Michigan è un
assist prezioso in vista delle delicate elezioni di midterm, a novembre.
Ha definito El-Sayed un "perdente comunista che
odia gli ebrei e Israele", malgrado il candidato dem abbia spesso
condannato l'antisemitismo.
"Ora, le folli politiche dei 'Democrat'
(i democratici stupidi, NDR) non faranno che peggiorare!", ha scritto
Trump su Truth, poche ore dopo aver lanciato, commentando l'avanzata della
sinistra radicale tra i dem, la proposta provocatoria che socialisti e
comunisti fondino il Partito Comunista d'America:
"Andrebbero bene, prenderebbero il 10%
circa", ha osservato The Donald.
Le
primarie democratiche del Michigan sono diventate una battaglia per procura tra
establishment e ala progressista del partito, anche in vista delle
presidenziali:
El-Sayed, ex funzionario della sanità pubblica
statale, ha ricevuto il sostegno di molti leader dell'area di sinistra.
Stevens, deputata in carica che nel 2018 aveva
strappato il suo distretto ai repubblicani, ha ottenuto l'appoggio dei vertici
del partito, inclusa la popolare governatrice del Michigan, “Gretchen Whisker”,
e ha beneficiato di decine di milioni di dollari in finanziamenti esterni da
parte di PAC legati alla lobby pro-Israele.
Un'accusa, quella di antisemitismo, che ha seguito i
momenti della campagna elettorale di El-Sayed, un pro-Pall che ha lanciato le
accuse a Israele di 'genocidio'.
"Voglio
affrontare nello specifico una questione che è stata al centro dell'attenzione
in questa competizione elettorale:
alle
mie sorelle e ai miei fratelli ebrei americani, voglio che sappiate che il mio
impegno per la vostra sicurezza, il mio impegno per la sicurezza della comunità
ebraica, è lo stesso impegno che ho per la sicurezza delle mie figlie", ha
detto l'esponente dem, a nomination centrata, lanciando un appello di coesione
al suo partito.
"In
casa si discute, ma fuori serve unità: sono più le cose che ci uniscono di
quelle che ci dividono", ha osservato.
L'organizzazione
elettorale dei Democratici al Senato (Dscc) ha assicurato il suo sostegno a
El-Sayed, malgrado la sponsorship della rivale Stevens, dopo aver condotto
"una campagna energica che ha ispirato migliaia di cittadini in tutto lo
Stato del Michigan", ha rimarcato una dichiarazione congiunta di Chuck
Schumer, leader della minoranza al Senato, e Kristen Gill brand, presidente del
Dscc:
"Ora
unità per l'obiettivo comune: arginare Donald Trump sconfiggendo i repubblicani
che ne assecondano l'operato e riconquistare il Senato". El-Sayed dovrà
vedersela a novembre contro “Mike Rogers,” il candidato GOP che ha corso senza
avversari alle primarie, accusato di essere un "mero esecutore" delle
volontà del presidente Trump e di sostenere la stessa "agenda sconsiderata
che ha fatto lievitare i costi per le famiglie dei lavoratori".
Rogers
è stato sconfitto nel 2024 nella corsa al Senato dalla democratica Elisa Sorkin,
con uno scarto inferiore ai 20.000 voti:
per
El-Sayed ci vorrà uno sforzo aggiuntivo se vuole diventare il primo senatore
Usa di fede musulmana.
Intanto,
ha incassato il pieno sostegno di Zoran Madani, il sindaco di New York:
"malgrado
abbia dovuto affrontare oltre 60 milioni di dollari di spese elettorali
provenienti da gruppi esterni, è riuscito a imporsi concentrandosi sulla crisi
del costo della vita.
Sono
orgoglioso di far parte di un movimento di politici e candidati che mira a
rimettere gli americani della classe lavoratrice al centro della nostra
politica", ha detto il primo cittadino della Grande Mela.
Primarie
in Michigan, vince il socialista
pro Pall El-Sayed: la sinistra
punta
a novembre.
Lastampa.it
– (5 agosto 2026) - IACOPO LUZI – Redazione – ci dice:
Il
candidato democratico, un outsider progressista ha vinto al termine di una
sfida aspra e costosissima contro la deputata moderata – e spinta dal partito –
Haley Stevens.
Trump: «Un perdente comunista che odia gli
ebrei e Israele»
Primarie
in Michigan, vince il socialista pro Pall El-Sayed: la sinistra punta a
novembre.
WASHINGTON.
Abdul El-Sayed, un carismatico progressista ed ex funzionario della sanità
pubblica, ha vinto le primarie democratiche per il Senato in Michigan,
superando la deputata centrista Haley Stevens con un margine risicato.
Con il
95% dei voti contati, ha vinto con il 48,48% dei voti rispetto al 47,51% di
Stevens.
Un’elezione
che ha visto lo spoglio proseguire fino alla mattina di mercoledì, con un
risultato incerto fino all’ultimo, nonostante i sondaggi dessero El-Sayed
favorito.
Ora
questo 41enne dei sobborghi di Detroit correrà per succedere al senatore
democratico Gary Peters – che si ritira – sfidando il candidato repubblicano,
l'ex deputato Mike Rogers, in uno Stato chiave che potrebbe determinare il
controllo del Senato. Rogers ha vinto le primarie repubblicane praticamente
senza avversari, assicurandosi la candidatura del suo partito. La sfida tra i
due a novembre sarà una delle più competitive tra tutte le elezioni di metà
mandato del Congresso. Nel 2024, Rogers aveva perso per appena una frazione di
punto percentuale contro l'attuale senatrice Elisa Sorkin.
Rispetto
alle varie elezioni che si sono tenute questo martedì in giro per gli Usa,
questo risultato regala all’ala progressista del Partito Democratico una grande
vittoria in una primaria combattuta in uno stato indeciso come il Michigan,
animata da profonde divisioni interne al partito su politiche, ideologia e
strategia elettorale.
El-Sayed,
sostenitore della sanità universale e del taglio degli aiuti militari
statunitensi a Israele, godeva dell'appoggio di leader progressisti come il
senatore Bernie Sanders e la legislatrice Alexandria Casio-Cortez ; Stevens,
invece – che si era proposta come antidoto bipartisan alle disfunzioni di
Washington e come ferma alleata di Israele – aveva ottenuto il sostegno dei
vertici del partito sia a livello statale sia a livello nazionale.
La
campagna della Stevens, inoltre, era stata sostenuta da circa 60 milioni di
dollari provenienti da fonti esterne, fondi utilizzati per promuovere la sua
candidatura e per attaccare duramente quella del dottor El-Sayed, visto come il
“dark borse” all’inizio delle primarie e privo di una grande struttura che lo
appoggiasse e lo finanziasse.
Basti
pensare che più della metà della somma stanziata per Stevens era arrivata
dall'AIPAC, un gruppo pro-Israele dalle posizioni intransigenti, le cui spese
sono diventate un tema centrale della competizione elettorale in Michigan.
Il
dottor El-Sayed e i suoi sostenitori sostenevano che la sua retorica populista
avrebbe mobilitato elettori di tutto lo spettro politico insoddisfatti dello
status quo.
Tuttavia,
i vertici del Partito Democratico si erano schierati a favore della Stevens,
temendo che le posizioni di sinistra sostenute da El-Sayed potessero
compromettere le possibilità del partito di mantenere un seggio chiave rimasto
vacante.
Il risultato delle primarie ha premiato la
scommessa di El-Sayed, ma il risicato margine dimostra la grande divisione
all'interno del Partito Democratico in questo momento.
In un comunicato, Stevens ha annunciato che
sosterrà El-Sayed alle elezioni generali e ha ringraziato i suoi sostenitori.
«È
stata una campagna approfondita e rigorosa, che ha fatto emergere l'intera
gamma di opinioni presenti nel Partito Democratico: ed è proprio per questo che
esistono le primarie», ha affermato. «Sono orgogliosa di essermi fatta avanti
per servire la comunità e ancora più orgogliosa di continuare a lavorare
insieme per garantire che questo seggio al Senato rimanga democratico, per
conquistare la maggioranza al Senato degli Stati Uniti e per proseguire il
lavoro a favore del Michigan».
Di
fatto, per il movimento progressista negli Stati Uniti la vittoria di El-Sayed
è il più grande risultato del 2026; ma per il dottore e il movimento la vera
sfida arriva adesso: il seggio al Senato per il Michigan, a novembre, sarà
cruciale per le possibilità dei Democratici di conquistare la maggioranza della
Camera Alta, e El-Sayed dovrà affrontare la sfida di ricompattare una base
democratica divisa e sfiduciata dopo aspre primarie.
La
vittoria di El-Sayed rappresenta, inoltre, un cambiamento significativo per il
Partito Democratico; solo nel 2018 El-Sayed aveva perso le primarie per la
carica di governatore contro l'attuale governatrice Gretchen Whisker con uno
scarto di 21 punti percentuali. Per i leader progressisti Sanders e
Casio-Cortez, questa campagna elettorale era stata inquadrata come una
battaglia più ampia contro l'establishment e lo strapotere del denaro, nonché
come un movimento che partiva dal basso.
Allo
stesso tempo, il cammino di El-Sayed rimane incerto e in uno stato tanto
cruciale quanto indeciso come quello del Michigan; il candidato senatore dovrà
cercare di convincere non solo i democratici progressisti, ma anche tutti
quegli elettori di centro che, per paura della sua agenda progressista,
potrebbero votare repubblicano. Un recente sondaggio condotto da EPIC-MRA su un
campione di 600 probabili elettori ha rilevato che Rogers è in vantaggio su
El-Sayed di tre punti percentuali e anche tra molti democratici centristi
rimane la grande paura che El-Sayed non possa vincere perché troppo spostato a
sinistra. Su Truth Social, il presidente Donald Trump ha subito attaccato il
nuovo candidato democratico per il Michigan, vedendo la sua vittoria contro Stevens
come una buona notizia per il suo partito: «Ottime notizie per il Partito
Repubblicano. El-Sayed, un perdente comunista che odia gli ebrei e Israele, è
dato per vincitore nella sfida contro la socialista. Come al solito, i sondaggi
hanno sbagliato di grosso: non ci si aspettava che lei ottenesse risultati così
buoni. Ora, le folli politiche dei "Democrat" non faranno che
peggiorare!».
Poco
prima, sempre su Truth Social, il presidente – senza alcuna prova – aveva
parlato di brogli elettorali in Michigan: «La contea di Wayne (Detroit), in
Michigan, è una delle aree elettorali più corrotte degli Stati Uniti, se non
del mondo intero. È puro Terzo Mondo! Nella contea di Wayne accadono miracoli:
si registrano più voti rispetto al numero di elettori, e con un ampio margine.
Di conseguenza, il comunista – che a Detroit non gode di alcun favore –
potrebbe trovarsi nei guai proprio a causa di chi conteggia i voti. Il
socialista della sinistra radicale ha ottime possibilità; inoltre, non bisogna
sottovalutare tutte quelle schede false per corrispondenza che, "a
sorpresa", spunteranno all'ultimo momento. Preparatevi a un'altra elezione
truccata.
A novembre dobbiamo votare per Mike Rogers e
rendere il Michigan "troppo grande per essere truccato"».
Gli
Houthi hanno detto di aver
colpito
due petroliere saudite
nel
mar Rosso.
Ilpost.it
– Mondo - (Giovedì 23 luglio 2026) – Redazione – ci dice:
Il
gruppo armato yemenita degli Houthi ha detto di aver attaccato due petroliere
saudite nel mar Rosso:
sono i primi attacchi del gruppo da quando il
20 luglio aveva annunciato un embargo marittimo contro l’Arabia Saudita.
Il
gruppo ha detto di aver colpito le petroliere Incelai e Layla con missili e
droni:
la
Saud Press Agency, l’agenzia di stampa ufficiale dell’Arabia Saudita, ha
confermato che la Incelai è stata colpita (senza specificare da chi), che a
bordo si è sviluppato un incendio e che tutti i membri dell’equipaggio sono
salvi.
Gli
Houthi, che governano parte dello Yemen, avevano annunciato che avrebbero
bloccato tutte le navi dell’Arabia Saudita che passano per lo stretto di Bob el
Mandeb, che collega il mar Rosso con l’oceano Indiano. Lo stretto di Bob el
Mandeb è, assieme a quello di Hormuz, uno dei più importanti al mondo, ed è la
via migliore per una nave che dall’Asia voglia arrivare in Europa, e viceversa:
da lì
passa il 12 per cento dei commerci mondiali.
La
rotta era già stata interessata da gravi interruzioni per gli attacchi degli
Houthi tra la fine del 2023 e primavera del 2025, quando attaccavano le navi in
segno di solidarietà con la popolazione palestinese attaccata da Israele.
Il
blocco è stato deciso come ritorsione per una serie di bombardamenti reciproci
avvenuti negli scorsi giorni.
Dapprima
l’Arabia Saudita aveva bombardato l’aeroporto di Sana’a, la capitale dello
Yemen controllata dagli Houthi, per impedire l’atterraggio di un aereo che
trasportava alcuni dignitari del gruppo di ritorno dal funerale dell’ex Guida
suprema iraniana “Ali Khamenei”, ucciso nel primo giorno di guerra da un
attacco israeliano.
Poi
gli Houthi hanno risposto lanciando missili balistici e droni contro
l’aeroporto saudita di Abba, una grossa città nel sud dell’Arabia Saudita.
Era stato il primo grande attacco compiuto dal
gruppo contro l’Arabia Saudita dal 2022, quando era stato concordato un cessate
il fuoco che aveva posto fine a un’intensa campagna di bombardamenti contro lo
Yemen iniziata nel 2015.
Petroliere
saudite in fiamme
al
largo di Bob al-Mandeb.
Ilmanifesto.it
- Francesca Luci – (24 -07 – 2026) – Redazione – ci dice:
Asia
occidentale. Gli Houthi chiudono il mare che arriva fino a Suez. Trump minaccia
«attacchi mai visti.
(ilmanifesto.it/f01d0638-fbff-49d6-862b-06e53d18f716/f01d0638-fbff-49d6-862b-06e53d18f716.jpg
87600ccc-2173-4017-ad0d- 2efeb45eac58)
La
Incelai brucia al largo di Al SUCAI.
Era, in un certo senso, un evento annunciato:
la petroliera saudita è stata colpita da droni e missili degli Houthi a circa
130 chilometri a sud-ovest della città costiera.
Il
movimento yemenita rivendica anche l’attacco alla superpetroliera Layla, della
compagnia saudita Bahri. Entrambe le navi, secondo il portavoce militare Houthi
Yahya Sabee, avrebbero violato il blocco navale imposto contro l’Arabia
Saudita.
Il
blocco navale, dichiarato il 20 luglio, è la risposta al bombardamento
dell’aeroporto di Sana’a da parte delle forze sostenute da Riad, eseguito per
impedire l’atterraggio di un aereo iraniano.
Da lì
gli Houthi hanno lanciato quella che chiamano una strategia “blocco per
blocco”, presentata come rappresaglia contro il sostegno saudita alla campagna
militare Usa nella regione.
L’ATTACCO
alle due petroliere minaccia di aprire un nuovo fronte in una guerra che ha già
sconvolto l’economia mondiale, facendo impennare ancora di più i prezzi del
carburante e di altri beni in tutto il pianeta.
Lo
stretto di Bob al-Mandeb è un punto di passaggio cruciale: circa il 12% del
commercio mondiale, compreso un quarto del traffico container globale, transita
per quel tratto di mare diretto verso il Canale di Suez.
Il
prezzo del Brent è salito a 100 dollari al barile, con un aumento di circa il
40% rispetto al mese scorso.
Il
presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato di stare seriamente
valutando la possibilità di riprendere importanti operazioni militari contro
l’Iran, affermando che Teheran «non ha ancora subito abbastanza dolore». «Sto
valutando un attacco massiccio. Più grande di quanto non sia mai accaduto
prima. Sono vicino a prendere una decisione. Siamo pronti»,
ha
detto Trump ieri. Una minaccia che difficilmente avrebbe effetti sulle
decisioni del potere iraniano, oltre a fortificare la posizione dei falchi e
indebolire quella dei pragmatici.
PER
ORA GLI STATI UNITI sono arrivati alla dodicesima notte consecutiva di raid
aerei contro obiettivi militari iraniani. Fonti di Teheran parlano di
esplosioni nel Kuzistan e nel Bushehr, con colpi segnalati vicino a un deposito
a Rashid e a una sottostazione elettrica accanto alla centrale nucleare di
Bushehr.
Il
Regno Unito ha aperto le proprie basi e infrastrutture agli attacchi americani,
una scelta che il ministro degli esteri iraniano Abbas Draghici ha bollato come
violazione della Carta dell’Onu e del diritto internazionale, arrivando a
parlare apertamente di «partecipazione a un atto di aggressione» contro il suo
Paese.
L’accordo
di cooperazione nucleare appena firmato con l’Arabia Saudita è stato letto da
molti come un messaggio indirizzato proprio a Teheran, perché potrebbe in
futuro permettere ai sauditi di arricchire uranio, la stessa capacità che gli
Stati Uniti continuano a negare agli iraniani. Difficile immaginare un segnale
più netto, in un momento in cui ogni mossa diplomatica viene misurata sul filo
della simmetria.
Donald
Trump è intervenuto su Truth Social definendo gli Houthi un semplice
«surrogato» dell’Iran, e ha avvertito che Washington considererà Teheran
responsabile di qualsiasi nuovo attacco nella regione. Ha ricordato che un anno
fa gli Usa avevano già colpito duramente il movimento yemenita, ottenendo, a
suo dire, un periodo di comportamento «responsabile»; stavolta, ha promesso, la
risposta a nuovi episodi sarebbe fatta di «pesanti sanzioni militari» contro
entrambi.
DA
BRUXELLES, l’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas ha chiesto agli Houthi di
fermare ogni azione che metta a rischio la navigazione internazionale e la
sicurezza degli equipaggi, definendo le minacce di blocco contro l’Arabia
Saudita «una pericolosa escalation» per la stabilità regionale, e ribadendo che
la libertà di navigazione va garantita tanto a Hormuz quanto nel Mar Rosso, due
arterie marittime che, se strette insieme, potrebbero paralizzare buona parte
del commercio energetico mondiale. L’Unione continua a condannare e chiedere,
senza però fare nulla per impedire che il presidente americano trasformi il
Medio Oriente in un campo di battaglia.
A
MARGINE dell’incontro a Teheran tra il presidente Massoud Pezeshkian e il
premier iracheno Ali al-Zaidi, Draghici ha voluto precisare che la mediazione
tra Iran e Stati Uniti non ha, al momento, problemi di canale: i messaggi tra
le parti continuano a passare.
Il nodo, ha detto, è la natura stessa
dell’approccio americano, che ha definito irrazionale, sproporzionato ed
egemonico – un approccio a cui l’Iran risponde, a suo dire, «con fermezza».
Nessun progresso sarà possibile, ha aggiunto, finché Washington non riconoscerà
che l’unica strada è il rispetto del popolo iraniano e dei suoi interessi.
IL
MINISTRO degli affari esteri iraniano sintetizza la dottrina di difesa di
Teheran in un’unica frase: «occhio per occhio».
Marco
Rubio, segretario di Stato americano, risponde che la politica di Trump sarà
invece «una testa per un occhio».
Colpisce,
a pensarci, che un principio giuridico nato a Babilonia quasi quattromila anni
fa – pensato proprio per limitare le vendette sproporzionate e le faide senza
fine – venga oggi rovesciato e brandito come segno di vendetta e bullismo.
Forse
è ingenuo aspettarsi, di questi tempi, un pensiero politico più meditato.
Ed è
forse proprio per questo che, sul fronte diplomatico, non si registra alcun
progresso, mentre la spirale militare tra Stati Uniti, Iran, Arabia Saudita e
Houthi continua ad allargarsi, con conseguenze sempre più concrete per chi, in
quella regione, la guerra la subisce soltanto.
Crisi
in Medio Oriente.
Gli
Houthi attaccano due petroliere saudite, tremano i mercati del petrolio.
Rsi.ch
– (23 luglio 2026) – ATS /ANSA/AP/Joe.p – Redazione – ci dice:
I
ribelli hanno chiuso lo stretto di Bob el-Mandeb alle navi dell’Arabia Saudita.
Crolla il traffico marittimo. Allarme “doppia strozzatura” con l’Iran per le
rotte commerciali globali.
Dopo
aver proclamato questo lunedì un blocco navale totale contro tutte le
imbarcazioni legate all’Arabia Saudita nello stretto di Bob el-Mandeb, nelle
ultime ore i ribelli Houthi dello Yemen sono passati ai fatti e hanno attaccato
due petroliere saudite.
“Le
Forze Armate yemenite hanno condotto un’operazione militare di alto livello
contro due petroliere saudite che avevano violato il blocco imposto dalle Forze
Armate nel Mar Rosso.
Una
petroliera si chiamava “Incelai” e l’altra “Layla”.
L’operazione
è stata condotta con l’impiego di missili balistici e da crociera, nonché di
droni”, ha dichiarato il portavoce militare degli Houthi secondo cui “gli
attacchi sono stati precisi e hanno provocato un vasto incendio su entrambe le
navi”.
Ieri
il prezzo del barile ha toccato 95 dollari con un aumento del 5% in 24 ore, ma
si teme che l’attacco faccia salire ulteriormente il costo del petrolio.
(Gli
houthi vogliono imporre un nuovo blocco navale.
Rischio
“doppia strozzatura” marittima.
L’azione
si somma alla crisi nello Stretto di Hormuz, dove i disordini legati alla
guerra in Iran limitano già i transiti nel Golfo Persico. Si parla di un
rischio imminente di “doppia strozzatura” per le rotte commerciali mondiali.
Martedì il transito a Hormuz ha registrato una contrazione immediata del 31%.
“Cilona
Raleigh”, fondatrice dell’organismo di monitoraggio dei conflitti indipendente
ACLED, spiega che “la pressione simultanea su questi canali può generare
un’interruzione senza precedenti”.
L’instabilità di Hormuz aveva reso Bob
el-Mandeb vitale per Riad.
A giugno il passaggio di greggio nello stretto
yemenita era salito a 7 milioni di barili al giorno, contro i 4 milioni
precedenti al conflitto.
Contromisure
economiche.
Gli
Houthi dicono di colpire soltanto i mercantili sauditi.
L’esperienza della guerra a Gaza dimostra il
contrario: in quella occasione i ribelli attaccarono cento navi estranee al
conflitto, prima che i raid di Stati Uniti e Israele bloccassero le incursioni
all’inizio del 2025. La semplice minaccia basta a far lievitare i premi
assicurativi.
L’Arabia
Saudita possiede alcune vie alternative per aggirare il blocco:
- può
trasferire 2,5 milioni di barili al giorno in Egitto sfruttando l’oleodotto
SUMED;
- può
esportare 4 milioni di barili al giorno dal porto di Yambo sul Mar Rosso;
- può
inviare un milione di barili al giorno attraverso il Canale di Suez.
Per i
mercanti internazionali resta la circumnavigazione dell’Africa via Capo di
Buona Esperanza, che allunga i viaggi di due settimane aumentando i costi
commerciali.
Lo
scontro geopolitico.
Il
blocco è una ritorsione per gli attacchi sauditi all’aeroporto di Sana’a,
capitale in mano ai ribelli dal 2014. Riad avrebbe colpito lo scalo per
bloccare i leader Houthi di ritorno dai funerali dell’Ayatollah Khamenei in
Iran. Per tutta risposta, gli Houthi hanno bersagliato con droni lo scalo
saudita di Abba.
La
mossa serve gli interessi dell’Iran. Ahmed Naggi, analista dell’International Crisi
Group, evidenzia come Teheran utilizzi gli Houthi per aprire fronti regionali e
ottenere potere contrattuale contro gli Stati Uniti, che hanno ripreso i
bombardamenti quotidiani nell’area.
Reazioni
militari.
Gli
Houthi distano meno di 100 chilometri dallo stretto.
Fonti del gruppo hanno rivelato all’Associated
Press un piano basato su mine navali, droni e barchini esplosivi per
l’arrembaggio dei mercantili. La reazione di Riad è immediata.
Il portavoce Turki al-Malik ha dichiarato che
le minacce saranno affrontate con fermezza, parlando di pirateria marittima.
Se gli
Houthi dovessero bloccare il Mar Rosso “ce ne occuperemo” ha invece detto
martedì il presidente USA Donald Trump.
Trump
collega l'accordo sul nucleare con l'Arabia Saudita alla normalizzazione delle
relazioni con Israele.
It.euronews.com
- Evelyn Ann-Marie Dome – (23/07/2026) – Redazione – ci dice:
Trump
collega l'accordo sul nucleare con l'Arabia Saudita alla normalizzazione delle
relazioni con Israele.
Il
segretario all'Energia degli Stati Uniti, Chris Wright, e il ministro
dell'Energia saudita, Abdulaziz bin Salman, hanno firmato formalmente
l'accordo, insieme a "garanzie bilaterali" contro la proliferazione
nucleare.
Gli
Stati Uniti e l'Arabia Saudita hanno firmato un accordo nucleare che consentirà
al regno di sviluppare un programma nucleare civile.
L'amministrazione
Trump non ha reso noti i dettagli dell'intesa.
Tuttavia,
in un post sui social media, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha
affermato che l'accordo non consente l'arricchimento dell'uranio.
Ha
inoltre aggiunto che l'intesa "sarà approvata, ma è interamente
subordinata all'adesione dell'Arabia Saudita ai molto rispettati e riusciti
Accordi di Abramo".
Ciò
richiederebbe che il Regno normalizzi le relazioni con Israele, un obiettivo
che potrebbe rivelarsi difficile. L'Arabia Saudita ha infatti ribadito più
volte che non lo farà finché non esisterà un percorso concreto verso la
creazione di uno Stato palestinese.
Il
primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, dal canto suo, ha chiarito che
questa ipotesi non è attualmente sul tavolo.
Il
segretario all'Energia degli Stati Uniti Chris Wright e il ministro
dell'Energia saudita Abdulaziz bin Salman hanno firmato formalmente l'accordo,
insieme a "garanzie bilaterali" sulla non proliferazione.
"Questi
accordi riflettono l'impegno condiviso dei nostri due Paesi a rafforzare le
relazioni commerciali tra Stati Uniti e Arabia Saudita, portando prosperità in patria
e sicurezza ai nostri alleati all'estero", ha dichiarato Wright in un
comunicato.
"Possiamo
assicurare che questi accordi rispettano i più alti standard di sicurezza
nucleare e di non proliferazione, facendo affidamento sulla migliore tecnologia
nucleare e sui migliori scienziati al mondo, progettati proprio qui negli Stati
Uniti", ha aggiunto.
Rubio
cerca di prevenire le critiche contro gli USA.
L'arricchimento
dell'uranio permette di produrre combustibile per le centrali nucleari, ma la
stessa tecnologia può essere impiegata per costruire armi atomiche. Per questo
motivo, parlamentari statunitensi di entrambi i partiti hanno espresso la loro
opposizione all'idea di un progetto nucleare civile per l'Arabia Saudita.
In
precedenza, il segretario di Stato Marco Rubio aveva cercato di prevenire le
critiche nascenti quando i giornalisti gli hanno chiesto quali rischi
comportasse l'accordo.
"Gli
Stati Uniti non sigleranno alcun accordo con alcun Paese al mondo che comporti
un rischio di proliferazione", ha affermato mercoledì, durante un viaggio
nelle Filippine.
L'accordo
dovrebbe avere una durata di 30 anni e prevede l'utilizzo di tecnologia
americana per sviluppare il programma.
Non
comprende il Protocollo aggiuntivo dell'Agenzia internazionale per l'energia
atomica (Aiea), che consentirebbe un maggior livello di monitoraggio, ispezioni
e verifiche, secondo una persona informata sul dossier.
L'intesa
sarà ora trasmessa al Congresso per la revisione, dove si prevede che incontri
una certa opposizione. Tuttavia, il Partito Repubblicano di Trump controlla
entrambe le Camere, e i parlamentari difficilmente ne impediranno l'attuazione.
L'annuncio
dell'accordo arriva mentre gli Stati Uniti, insieme a Israele, hanno avviato
una guerra contro l'Iran, scaturita in parte dalle preoccupazioni di Washington
per le capacità nucleari di Teheran.
L'Iran
ha ribadito più volte che il suo programma di arricchimento dell'uranio è
pacifico.
Gli
Houthi colpiscono due petroliere
saudite:
il greggio supera i cento dollari.
Ilpoliticoweb.it
– (24 Lug 2026) - Redazione - Il Politico – ci dice :
Cosa
sta succedendo.
Dopo
l'embargo marittimo annunciato il 20 luglio, la milizia yemenita passa ai fatti
contro Riad.
Il
greggio torna sopra quota cento e Washington minaccia una rappresaglia diretta
contro Teheran.
Gli
Houthi colpiscono due petroliere saudite: il greggio supera i cento dollari.
Riassunto
dell'articolo.
Il 23
luglio 2026 gli Houthi hanno rivendicato un attacco con missili e droni contro
le petroliere saudite Incelai e Layla nel Mar Rosso, primo atto militare dopo
l'embargo marittimo dichiarato contro l'Arabia Saudita il 20 luglio.
Il Brent è salito oltre il sei per cento
superando i cento dollari al barile. Bob el-Mandeb era diventato l'alternativa
saudita a Hormuz, con i transiti di greggio saliti a sette milioni di barili al
giorno:
ora
anche quella rotta è sotto tiro.
Donald
Trump ha annunciato di valutare un attacco di ampiezza superiore a quelli
condotti finora contro l'Iran, considerando Teheran responsabile delle azioni
yemenite.
L’attacco
degli Houthi alle petroliere saudite ha cambiato la natura della guerra in
corso in Medio Oriente.
Per
due anni e mezzo la milizia yemenita aveva colpito navi israeliane, americane o
genericamente occidentali.
Nella
notte fra mercoledì e giovedì ha colpito, per la prima volta e in modo
dichiarato, l’Arabia Saudita.
Il
fronte non si è allargato soltanto sul piano geografico. Si è spostato dentro
il mondo arabo.
Che
cosa è successo nel Mar Rosso.
Le
forze armate yemenite hanno rivendicato un’operazione condotta con missili
balistici, missili da crociera e droni contro due petroliere che avrebbero
violato il blocco navale: la Incelai e la Layla. Il portavoce militare della
milizia ha parlato di attacchi precisi e di vasti incendi a bordo di entrambe
le imbarcazioni.
L’agenzia
di stampa ufficiale saudita ha confermato che la Incelai è stata colpita, che
sulla nave si è sviluppato un incendio e che tutti i membri dell’equipaggio
sono in salvo, senza attribuire la responsabilità dell’attacco. Il servizio
britannico di sicurezza marittima UKMTO aveva già segnalato mercoledì un
proiettile contro una petroliera al largo delle coste saudite.
È il
primo atto militare dopo l’annuncio del 20 luglio, quando la milizia aveva
dichiarato l’embargo marittimo contro tutte le navi legate a Riad in transito
nello stretto.
Da
dove nasce il blocco di Bob el-Mandeb.
Il
blocco di Bob el-Mandeb non nasce da un calcolo economico ma da una catena di
rappresaglie.
L’Arabia
Saudita aveva bombardato l’aeroporto di Sana’a, la capitale controllata dagli
Houthi, per impedire l’atterraggio di un aereo che riportava alcuni dirigenti
del movimento dal funerale di Ali Khamenei, la Guida suprema iraniana uccisa
nel primo giorno di guerra da un attacco israeliano.
La
milizia ha risposto lanciando missili balistici e droni contro l’aeroporto
saudita di Abba, nel sud del regno. Lunedì è arrivato l’embargo marittimo,
presentato dal movimento come risposta a oltre dieci anni di assedio subito
dallo Yemen.
Il
paradosso saudita: la via di fuga è diventata il bersaglio.
Qui
sta il punto strategico che rende la vicenda diversa da tutte le precedenti
crisi del Mar Rosso.
Con lo
Stretto di Hormuz di fatto paralizzato da Teheran, Riad aveva progressivamente
spostato le proprie esportazioni sull’oleodotto est-ovest che attraversa la
penisola arabica e sbocca sul Mar Rosso. Da lì, però, le petroliere devono
comunque imboccare Bob el-Mandeb per raggiungere l’Asia.
I
numeri raccontano la scommessa: a giugno il greggio in transito nello stretto
yemenita era salito a circa sette milioni di barili al giorno, contro i quattro
milioni precedenti al conflitto.
L’Arabia
Saudita aveva insomma costruito la propria via di fuga proprio nel tratto di
mare controllato dalla milizia alleata del suo nemico.
Ora
quella via di fuga è il bersaglio.
Perché
lo stretto conta così tanto.
Bob
el-Mandeb è lungo circa cinquanta chilometri e largo ventisei nel punto minimo.
Collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e quindi all’Oceano Indiano. Prima della
guerra vi transitava fra il dodici e il quindici per cento del commercio
mondiale via mare e circa un quarto del traffico globale di contenitori.
È il
secondo corridoio energetico del pianeta dopo Hormuz. Con entrambi compromessi,
non esiste una terza porta: resta soltanto la circumnavigazione dell’Africa,
con settimane di navigazione in più e costi di nolo e assicurazione
moltiplicati.
Il
traffico nello stretto è già crollato di oltre un terzo. Diverse petroliere
hanno invertito la rotta dirigendosi a nord verso Suez, e giovedì due
superpetroliere cinesi cariche di quattro milioni di barili complessivi stavano
tentando l’uscita dal Mar Rosso.
La
reazione americana.
Donald
Trump ha promesso una punizione militare pesante contro l’Iran e contro la
milizia yemenita, dichiarando di considerare Teheran direttamente responsabile
di ogni nuova azione nello stretto. Ad “Axios” ha anticipato di stare valutando
un attacco di ampiezza superiore a tutti quelli condotti finora nel conflitto.
Nelle
stesse ore l’Iran ha rivendicato attacchi contro sistemi missilistici, depositi
di armi e carburante statunitensi in Giordania e contro postazioni americane in
Kuwait. L’esercito giordano ha dichiarato di aver intercettato quattro missili
e sei droni, con un solo ordigno caduto in area disabitata.
Il
precedente che pesa.
La
milizia sostiene di colpire soltanto navi riconducibili all’Arabia Saudita.
L’esperienza recente suggerisce prudenza:
durante
la campagna avviata alla fine del 2023 furono colpite circa cento imbarcazioni
estranee al conflitto, prima che i raid statunitensi e israeliani
interrompessero le incursioni all’inizio del 2025.
Anche
senza nuovi attacchi, la sola minaccia produce effetti immediati. I premi
assicurativi salgono, gli armatori deviano le rotte, i noli aumentano. Il
blocco funziona prima ancora di essere applicato.
Che
cosa può succedere adesso.
Il
prezzo del greggio ha reagito in poche ore.
Il
Brent è salito di oltre il sei per cento superando i cento dollari al barile,
livello che non si registrava da maggio; il WTI viaggia poco sopra i novantuno
dollari.
Restano
tre incognite.
Se
Washington deciderà l’intervento massiccio annunciato.
Se la
milizia estenderà il blocco oltre le navi saudite.
E se Riad, colpita in casa dopo aver perso
l’accesso orientale, sceglierà la rappresaglia diretta o la trattativa.
Da
quale di queste tre risposte arriverà per prima dipende se Bob el-Mandeb
resterà un fronte di pressione o diventerà il secondo lucchetto definitivo del
commercio mondiale.
Attualità.
Houthi
colpiscono l’Arabia Saudita: 11 civili feriti
Italia-informa.com – Attualità - Redazione – (07/08/2026)
– ci dice:
Houthi
colpiscono l’Arabia Saudita: 11 civili feriti.
Tra i
feriti a Najran anche un bambino di quattro anni. Riad teme attacchi coordinati
con milizie irachene sostenute dall’Iran contro infrastrutture, porti e
aeroporti.
La crisi si allarga mentre Hormuz resta quasi
paralizzato e cresce la pressione sulle rotte energetiche saudite verso il Mar
Rosso.
(Foto:
una manifestazione degli Houthi).
La
guerra regionale è tornata sul territorio dell’Arabia Saudita. Un attacco degli
Houthi contro la provincia meridionale di Najran, al confine con lo Yemen, ha
ferito 11 civili: sette sauditi, un cittadino yemenita, due egiziani e un
pakistano. Tra loro c’è un bambino di quattro anni, che secondo le autorità
saudite ha riportato ustioni di secondo grado.
La
conferma è arrivata dal maggior generale Turki al-Maliki, portavoce della
coalizione militare a guida saudita che sostiene il governo yemenita
riconosciuto internazionalmente.
Il comando ha accusato gli Houthi di avere
colpito indiscriminatamente aree civili e ha annunciato che adotterà le misure
necessarie per proteggere la popolazione. Nelle ore immediatamente successive
non erano disponibili commenti degli Houthi o dell’Iran sull’attacco che ha
provocato i feriti.
Najran
non arriva però come un fulmine isolato. Martedì gli stessi Houthi avevano
rivendicato un attacco contro l’aeroporto della città, mentre nelle ultime
settimane hanno nuovamente preso di mira obiettivi sauditi dopo anni nei quali
il conflitto diretto tra Riad e il movimento yemenita si era progressivamente
attenuato. La tregua entrata in vigore nel 2022 aveva congelato una parte
consistente degli scontri transfrontalieri. L’allargamento della guerra tra
Stati Uniti, Israele e Iran, iniziata alla fine di febbraio, ha riportato anche
il fronte yemenita dentro il sistema di crisi che attraversa il Golfo.
È
soprattutto ciò che Riad sostiene di avere scoperto attraverso i propri servizi
di intelligence a rendere l’episodio di Najran più significativo. Un alto
funzionario saudita, rimasto anonimo per la delicatezza delle informazioni, ha
riferito che analisi di intelligence saudite, americane e di altri Paesi
mediorientali indicherebbero la possibilità di attacchi coordinati degli Houthi
e di milizie irachene sostenute dall’Iran.
Tra i potenziali bersagli vengono indicati
siti civili, infrastrutture energetiche, porti e aeroporti.
Questa
valutazione deve essere trattata per quello che è: un allarme
dell’intelligence, non la prova che un’offensiva coordinata sia già stata
decisa o che Teheran ne abbia impartito l’ordine.
Secondo
il funzionario saudita, le operazioni potrebbero avvenire sotto la supervisione
del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche iraniane.
Reuters
non ha indicato di avere potuto verificare autonomamente questa parte
dell’informazione e, al momento della pubblicazione della notizia, non
risultavano risposte immediate da Teheran o dagli Houthi.
L’ipotesi
di un asse operativo che unisca Yemen e Iraq, tuttavia, non nasce oggi.
Alla
fine di luglio fonti regionali avevano riferito che alcuni attacchi contro
l’Arabia Saudita sarebbero partiti dal territorio iracheno con il
coinvolgimento congiunto di milizie locali e degli Houthi.
Riad
aveva attribuito a gruppi iracheni filo-iraniani attacchi con droni contro
installazioni petrolifere nella provincia orientale saudita e il 29 luglio
aveva partecipato insieme al Comando centrale degli Stati Uniti ad attacchi
contro siti in Iraq collegati, secondo le autorità saudite, a quelle
operazioni.
Baghdad ha affermato di avere avviato
accertamenti, mentre alcune milizie irachene hanno minacciato una risposta.
I
rapporti tra Houthi e fazioni armate irachene sono documentati da tempo.
Nel
2024 il leader houthi Abdul Malik al-Houthi annunciò pubblicamente l’esistenza
di una sala operativa comune con gruppi iracheni; nello stesso anno furono
rivendicate operazioni congiunte contro Israele.
Gli
Houthi hanno inoltre una presenza politica stabile in Iraq.
La
frontiera terrestre tra Iraq e Arabia Saudita supera gli 800 chilometri e
attraversa vaste aree desertiche, difficili da controllare integralmente.
Per
Riad significa dover considerare contemporaneamente una minaccia proveniente da
sud, attraverso lo Yemen, e una possibile pressione da nord.
È un
mutamento importante rispetto alla fase iniziale della guerra regionale, quando
il principale problema per l’Arabia Saudita era mantenere aperte le proprie
esportazioni di petrolio mentre lo Stretto di Hormuz veniva progressivamente
chiuso o sottoposto a restrizioni.
Il
quadro si è complicato ulteriormente nelle ultime giornate. Secondo cinque
fonti ascoltate da Reuters, l’Iran ha fatto sapere ai governi del Golfo che
nuovi attacchi statunitensi contro il territorio iraniano potrebbero provocare
rappresaglie contro infrastrutture energetiche e strategiche della regione. Le
minacce riferite dalle fonti riguarderebbero giacimenti, raffinerie, reti
elettriche, impianti idrici e collegamenti di trasporto.
Il
ministro degli Esteri iraniano Abbas Saracchi avrebbe trasmesso il messaggio
durante contatti diplomatici con diversi Paesi. Anche in questo caso si tratta
di informazioni attribuite a fonti diplomatiche e regionali, non di un annuncio
pubblico con un elenco ufficiale di obiettivi.
Il
principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, secondo le stesse fonti, ha
cercato di frenare una nuova escalation chiedendo al presidente americano
Donald Trump di lasciare spazio ai negoziati.
Riad
continua quindi a muoversi lungo due linee parallele: premere per una soluzione
diplomatica con Teheran e prepararsi militarmente alla possibilità che la
guerra si allarghi.
Un
alto funzionario saudita ha definito molto elevato il livello di cooperazione
operativa con gli Stati Uniti e con il Comando centrale americano.
Il
problema è che l’Arabia Saudita è diventata essenziale proprio per compensare
il blocco della principale arteria petrolifera del Golfo.
Tra lunedì e giovedì soltanto 33 navi hanno
attraversato Hormuz, contro 50 nello stesso periodo della settimana precedente.
Giovedì
i transiti sono stati appena quattro.
Prima
della guerra, attraverso lo stretto passavano normalmente tra 130 e 140 navi
alla settimana.
Per
ridurre la dipendenza da Hormuz, Saud Aramco ha spinto al massimo l’utilizzo
dell’East-West Pipeline, l’oleodotto che attraversa il regno da est a ovest e
porta il greggio verso il terminale di Yambo sul Mar Rosso.
Nel
primo trimestre del 2026 la capacità è stata portata fino a 7 milioni di barili
al giorno, trasformando quella linea in una delle principali valvole di
sicurezza del mercato petrolifero mondiale.
È
proprio qui che il ritorno degli Houthi sul fronte saudita assume una
dimensione economica più ampia. Il movimento yemenita ha intensificato anche la
pressione nel Mar Rosso e ha rivendicato nelle ultime settimane attacchi contro
infrastrutture petrolifere e petroliere saudite. Non tutte queste
rivendicazioni sono state confermate da Riad, ma il traffico attraverso il Bob
el-Mandeb ha registrato forti oscillazioni e le esportazioni dalla costa
occidentale saudita sono diventate molto più importanti da quando Hormuz ha
cessato di funzionare normalmente.
Gli
effetti accumulati in cinque mesi di guerra sono già eccezionali. A luglio le
esportazioni di greggio e condensati dei principali produttori del Golfo si
sono attestate intorno a 10,7 milioni di barili al giorno, circa il 40 per
cento sotto i livelli precedenti al conflitto.
Amin
Nasser, presidente e amministratore delegato di Saud Aramco, ha stimato che dal
febbraio scorso il mercato mondiale abbia perso più di 2,6 miliardi di barili
rispetto ai volumi potenzialmente disponibili e che, anche con una
normalizzazione immediata, servirebbero molti mesi per ricostituire le scorte.
L’Arabia
Saudita conosce già il costo di un attacco riuscito contro il cuore della
propria industria energetica. Nel settembre 2019 gli impianti di Abcasi e Kauris
furono colpiti da droni e missili, provocando nell’immediato l’interruzione di
circa 5,7 milioni di barili al giorno di produzione di greggio, pari allora a
circa il 6 per cento dell’offerta mondiale. I prezzi reagirono con uno dei
maggiori rialzi giornalieri degli anni precedenti.
Najran,
naturalmente, non è Abcasi. L’attacco che ha ferito 11 persone non risulta
avere provocato una grave interruzione della produzione petrolifera saudita. Il
suo rilievo sta nella geografia del rischio che accompagna: Riad deve ora
proteggere contemporaneamente il confine yemenita, gli impianti dell’est, le
rotte verso Yambo e il Mar Rosso, oltre a considerare la possibilità di lanci
provenienti dal territorio iracheno.
Nelle
stesse ore in cui venivano segnalati i feriti di Najran, gli Houthi hanno
attaccato anche forze governative yemenite nelle province di Marib e Hadhramaut.
Fonti del governo dello Yemen hanno riferito di almeno 30 militari uccisi. Il
fronte interno yemenita, quindi, si sta riaccendendo insieme agli attacchi
oltreconfine, dopo la lunga fase in cui Riad aveva cercato di allontanarsi
dalla guerra iniziata nel 2015.
La
risposta saudita passa anche da nuove alleanze. Arabia Saudita, Turchia e Pakistan
dovrebbero firmare venerdì un accordo di cooperazione nel settore della difesa,
secondo due fonti regionali direttamente informate sui negoziati.
I
dettagli non sono stati ancora resi pubblici. Riad e Islamabad dispongono già
di un patto di difesa reciproca firmato nel 2025; l’ingresso di Ankara in un’intesa
trilaterale allargherebbe ulteriormente la rete militare costruita dal regno
mentre cresce l’incertezza sulla sicurezza del Golfo.
Per
mesi il principale interrogativo energetico è stato quanto a lungo potesse
rimanere bloccato Hormuz. L’attacco di Najran aggiunge un problema diverso:
anche le rotte e le infrastrutture pensate per ridurre la dipendenza dallo
stretto possono trovarsi dentro il raggio della crisi.
È
questa sovrapposizione tra Yemen, Iraq, Mar Rosso e Golfo a rendere più
difficile per l’Arabia Saudita separare la propria strategia diplomatica con
l’Iran dalla necessità di prepararsi a una guerra che continua ad avvicinarsi
ai suoi confini.
Gli
Houthi allargano la guerra
al Mar
Rosso: colpite due
petroliere
saudite.
Ilfaroonline.it
– (23 luglio 2026) – Redazione – Esteri – ci dice:
Gli
Houthi allargano la guerra al Mar Rosso: colpite due petroliere saudite.
Gli
Houthi rivendicano l’attacco a due petroliere saudite e minacciano di chiudere
Bob el-Mandeb. Trump promette una dura risposta militare, mentre il Brent
supera i 100 dollari.
Teheran,
23 luglio 2026 – La guerra per il controllo dello Stretto di Hormuz rischia di
stringere il commercio mondiale anche dall’altra parte della Penisola Arabica.
Dopo dodici notti consecutive di raid
statunitensi contro l’Iran, il conflitto si allarga al Mar Rosso, dove gli
Houthi hanno rivendicato l’attacco a due petroliere saudite.
Nel
mirino sarebbero finite la Incelai e la Layla, colpite con missili e droni
nell’ambito del blocco navale annunciato dal movimento yemenita contro l’Arabia
Saudita.
Una
fonte della sicurezza marittima ha confermato che la Incelai ha lanciato una
richiesta di soccorso dopo essere stata colpita vicino al porto saudita di
Jizan. L’agenzia ufficiale di Riad ha riferito che l’impatto ha provocato un
incendio nella parte anteriore dell’imbarcazione. Non risultano vittime.
L’attacco contro la Layla, invece, non è stato ancora confermato in modo
indipendente.
Trump
minaccia una risposta militare.
Il
presidente americano Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti riterranno
Teheran responsabile di eventuali nuove azioni compiute dagli Houthi,
considerati dalla Casa Bianca una forza alleata dell’Iran.
Trump
ha promesso una “pesante punizione militare” contro la Repubblica islamica e lo
stesso movimento yemenita qualora gli attacchi alle navi dovessero proseguire.
Le
minacce arrivano mentre le forze statunitensi hanno completato la dodicesima
notte consecutiva di bombardamenti contro obiettivi iraniani.
La
nuova escalation è iniziata dopo il fallimento della tregua provvisoria che
avrebbe dovuto fermare il conflitto e riaprire alla navigazione lo Stretto di
Hormuz.
Il
segretario di Stato Marco Rubio ha avvertito che il prezzo pagato dall’Iran
continuerà ad aumentare fino a quando Teheran non accetterà un’intesa
considerata credibile da Washington.
La risposta
di Teheran.
L’Iran
ha rivendicato attacchi contro sistemi missilistici, depositi di armi e
carburante utilizzati dagli Stati Uniti in Giordania, oltre ad azioni contro
postazioni militari americane in Kuwait.
L’esercito
giordano ha riferito di aver intercettato quattro missili e sei droni iraniani
nelle ultime 24 ore. Soltanto un missile avrebbe superato le difese, cadendo in
una zona disabitata.
Teheran
ha assicurato che le operazioni proseguiranno finché Washington continuerà a
colpire le infrastrutture e le aree costiere iraniane. La rappresaglia si sta
così estendendo ai Paesi arabi che ospitano basi e installazioni statunitensi,
aumentando il rischio di un coinvolgimento diretto dell’intera regione.
Due
stretti sotto pressione.
Il
punto centrale della nuova escalation è Bob el-Mandeb, lo stretto che separa lo
Yemen dal Corno d’Africa e collega il Mar Rosso all’Oceano Indiano.
Il suo
nome significa “Porta delle Lacrime”. Da questo passaggio transita circa il 12%
del commercio mondiale.
Gli
Houthi hanno annunciato un blocco delle navi collegate all’Arabia Saudita in
risposta alle restrizioni imposte allo Yemen e al recente bombardamento
dell’aeroporto di Sana’a, attribuito alle forze sostenute da Riad.
La
minaccia arriva nel momento peggiore per i mercati. L’Arabia Saudita aveva
infatti aumentato il trasferimento di petrolio attraverso gli oleodotti diretti
verso il Mar Rosso per aggirare la paralisi dello Stretto di Hormuz.
Ora
anche la rotta alternativa rischia di chiudersi. Hormuz a est, Bob el-Mandeb a
ovest. Due passaggi stretti sui quali viaggiano una parte decisiva dell’energia
e delle merci mondiali.
Diverse
petroliere hanno già cambiato rotta per evitare le acque controllate dagli
Houthi.
Le navi potrebbero essere costrette a
circumnavigare l’Africa, con tempi più lunghi e costi di trasporto maggiori.
Due
superpetroliere cinesi, con un carico complessivo di circa quattro milioni di
barili, stavano tentando di attraversare Bob el-Mandeb nella giornata di
giovedì.
Il
petrolio torna sopra i 100 dollari.
La
prospettiva di una crisi simultanea nei due principali passaggi energetici del
Medio Oriente ha immediatamente colpito i mercati. Il prezzo del Brent è
aumentato di oltre il 6%, tornando sopra i 100 dollari al barile per la prima
volta da maggio.
Il
blocco di Hormuz ha già ridotto drasticamente i flussi petroliferi dal Golfo.
Una chiusura prolungata del Mar Rosso potrebbe aggravare ulteriormente la
carenza di forniture, alimentando inflazione e rincari energetici ben oltre i
confini della regione.
La
crisi rischia inoltre di mettere sotto pressione le capacità militari
statunitensi, chiamate a proteggere contemporaneamente la navigazione nel Golfo
Persico e nel Mar Rosso.
L’ombra
iraniana sullo Yemen.
Secondo
un’inchiesta di Reuters, nel corso di luglio l’Iran avrebbe trasferito in Yemen
comandanti e consiglieri dei Guardiani della Rivoluzione, insieme a componenti
per missili e droni.
L’operazione sarebbe avvenuta attraverso un
volo partito da Teheran il 13 luglio e diretto inizialmente a Sana’a.
Le
fonti citate dall’agenzia sostengono che a bordo si trovassero tra i 10 e i 21
membri dei Guardiani della Rivoluzione, oltre a equipaggiamenti militari e oro
destinato a finanziare le attività degli Houthi. Teheran ha sempre negato di
fornire capacità missilistiche al movimento yemenita, che a sua volta respinge
la definizione di forza controllata dall’Iran.
Meloni
detta la linea: in guerra
anche
se il nemico non c’è più.
Ilmanifesto.it - Andrea Valdambrini – (02/08/2026)
– Redazione – ci dice:
L’Italia
raduna 22 paesi per un vertice sull'immigrazione.
La
crisi apocalittica dei quasi 60.000 migranti entrati nell’enclave spagnola di
Ceuta, in Marocco, è rientrata nel giro di nemmeno un giorno.
Bruxelles
però non se ne è accorta.
Complice l’iniziativa dei capi di governo
guidata dalla premier italiana Giorgia Meloni insieme alla socialista danese
Mette Frederiksen – strana coppia:
lontane sul piano ideologico, ma allineate nel
promuovere strette sull’immigrazione a livello Ue.
Così
la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, apre alla richiesta di
un inedito vertice d’emergenza (ma quale emergenza?) in pieno agosto e con i
palazzi istituzionali chiusi per le ferie.
La
presidenza irlandese di turno del Consiglio Ue ha seguito, convocando una
riunione dei ministri dell’interno martedì prossimo in videoconferenza,
anticipata da riunioni tecniche già lunedì.
LA
LETTERA, promossa da Italia e Danimarca e indirizzata al presidente del
Consiglio europeo Antonio Costa, alla stessa von der Leyen e al premier
irlandese Michael Martin, ha ricevuto il supporto di quasi tutti i leader Ue:
tra i firmatari figurano la Germania del cancelliere Merz e la larga
maggioranza dei governi dell’Europa centro-orientale e nordica.
Si fa
prima a dire chi resta fuori: Spagna, Portogallo e Francia.
Parigi
sceglie di non aderire all’iniziativa, ma evita anche di contestarla
pubblicamente.
Una
prudenza che riflette anche gli equilibri interni dell’Eliseo, con Macron
impegnato a contenere la pressione di Le Pen e Bardella in vista delle
presidenziali 2027.
L’illusione
ottica è scritta nero su bianco nel testo della missiva sottoscritta dai 22
leader.
I firmatari invocano «una risposta europea
immediata e coordinata» alla crisi di Ceuta, affermando:
«Non
possiamo permettere che attraversamenti di massa incontrollati, la
strumentalizzazione della migrazione o altre minacce ibride creino la
percezione che l’ingresso illegale nell’Unione europea sia possibile».
Von der Leyen ne recepisce rapidamente l’impostazione.
«Ceuta dimostra perché il controllo delle nostre frontiere europee è
importante», scrive, precisando poi che la Fortezza Europa è solida, ma che
«dobbiamo imparare dagli errori per rafforzare la nostra resilienza».
LA PRESIDENTE
della Commissione richiama anche la necessità di «solidarietà e una risposta
europea unitaria» contro l’immigrazione clandestina. Un richiamo difficile da
conciliare con le profonde divisioni emerse tra gli Stati membri, che hanno
lasciato Madrid sostanzialmente sola, quando non l’hanno esplicitamente
attaccata.
Il nodo immigrazione tornerà sul tavolo dei
ministri la prossima settimana, ma intanto la Commissione fa propria la
richiesta politica avanzata da Meloni e Frederiksen.
Nelle
prime ore della crisi di Ceuta, l’esecutivo europeo aveva sostenuto che non vi
fossero elementi per parlare di un’emergenza migratoria a livello dell’Unione,
aveva ribadito il sostegno alla Spagna nella gestione della pressione
migratoria e ricordato che il ripristino dei controlli alle frontiere interne
resta disciplinato dal Codice frontiere Schengen, che per Ceuta prevede un
regime specifico in quanto frontiera esterna dell’Ue. È stata invece l’Italia a prendere
l’iniziativa, reintroducendo venerdì i controlli alle frontiere aerea e
marittima con la Spagna.
RESTA
UN PARADOSSO che a Bruxelles nessuno segnala apertamente: le riunioni d’urgenza
e la grancassa dell’emergenza arrivano quando la crisi è ormai rientrata.
Madrid sostiene fin dal primo momento che l’ondata di attraversamenti sia stata
favorita da una deliberata pressione esercitata dal Marocco.
Il premier Pedro Sánchez ha denunciato la
«strumentalizzazione» dei flussi migratori da parte di Rabat e criticato le
reazioni di diversi partner europei. In suo soccorso i socialisti europei
denunciano campagna di disinformazione alimentata da «attori negli Stati Uniti,
in Israele e nell’estrema destra europea», accusandoli di diffondere «false
affermazioni» sulla gestione della crisi e sul funzionamento di Schengen.
La solidarietà sembra arrivare soprattutto da
fuori, come nel caso del premier laburista britannico Andy Burnham, che
promette alla Spagna «tutto l’aiuto possibile».
BRUXELLES,
PERÒ, non ha attivato gli strumenti previsti dal Patto europeo su migrazione e
asilo per i casi di strumentalizzazione da parte di Paesi terzi – clausola nata
dopo la crisi del confine tra Bielorussia e Polonia nel 2021. Ha preferito
mantenere un approccio prudente nei confronti di un partner strategico come il
Marocco.
Se avesse accolto la tesi di Sánchez, sarebbe
stata la prima applicazione di quel meccanismo, entrato in vigore con il Patto
lo scorso 12 giugno.
Invece
preferisce farsi dettare l’agenda da Meloni.
Dopo
lo stop a Schengen, la linea Meloni paga e Bruxelles
punta
sui confini.
Quotidiano.net
– Lorenzo Castellani – Riccardo Brizzi – Esteri – Redazione – (5 agosto 2026)
- ci dice:
La
sospensione del trattato è discutibile, ma sul piano politico rafforza Roma. Da
Ceuta emerge un nuovo consenso europeo: più deterrenza e controlli.
(Articolo:
Madrid sfida ancora l’Italia: “Ceuta blindata, riaprite Schengen”. La Ue frena
sul modello Albania).
Stop a
Schengen, la linea Meloni paga e Bruxelles punta sui confini. Da Ceuta emerge
un nuovo consenso europeo: più deterrenza e controlli.
Roma,
5 agosto 2026 – La sospensione di Schengen da parte dell’Italia rappresenta, sia sotto il
profilo tecnico-giuridico sia sotto quello diplomatico, una misura discutibile.
Essa interviene su uno dei dispositivi più simbolici dell’integrazione europea:
è una misura forte in risposta ad una situazione forte. Mentre il governo
italiano optava per una misura formalmente incisiva, altri Paesi hanno scelto
di rafforzare i controlli alle frontiere senza ricorrere a una sospensione
esplicita del regime di libera circolazione. Limitarsi a questa dimensione,
tuttavia, non consente di cogliere la razionalità politica dell’iniziativa
della premier Meloni.
Da
almeno un decennio, il nesso immigrazione-sicurezza si è stabilmente collocato
al vertice dell’agenda pubblica europea.
Non si tratta più soltanto di una frattura ideologica,
ma di una questione che incide sulla percezione della capacità statuale:
controllo del territorio, gestione amministrativa dei flussi, tenuta
dell’ordine pubblico. In tale contesto, la competizione politica tende a
premiare gli attori in grado di offrire segnali di controllo più che soluzioni
ottimali in senso tecnico.
La
scelta del governo Meloni si inscrive coerentemente in questa logica.
L’individuazione
di Pedro Sánchez come bersaglio polemico risponde a una strategia precisa. Il
premier spagnolo è stato a lungo assunto, dalla sinistra italiana ed europea,
come simbolo di una gestione efficace e politicamente sostenibile
dell’immigrazione.
Trasformare quel simbolo in un caso
problematico consente a Meloni di colpire indirettamente i propri avversari
interni ed europei, mettendo in discussione la validità del modello che essi
hanno rivendicato.
Si
tratta di un’operazione che ribalta un precedente schema argomentativo:
è lo stesso meccanismo attraverso cui, tra il
2022 e il 2023, l’Italia veniva utilizzata da altri leader europei – in primis
Emmanuel Macron e lo stesso Sanchez – come esempio politico negativo.
Gli
eventi di Ceuta rafforzano questa costruzione politica. Le modalità degli
attraversamenti suggeriscono un livello di coordinamento difficilmente
riconducibile alla sola spontaneità dei flussi migratori.
L’ipotesi
di un ruolo attivo di reti criminali o di attori ostili, volta a esercitare
pressione sui confini europei, non costituisce ancora una verità accertata in
senso empirico, ma si configura come ipotesi politicamente plausibile, proprio
come viene sostenuto da anni da Giorgia Meloni.
Oggi l’idea dell’immigrazione usata come arma da
rivolgere contro i Paesi europei da parte degli Stati africani per perseguire i
propri fini politici ed economici è condivisa da molti capi di governo.
Particolarmente
significativa è stata la reazione delle istituzioni europee e dei governi
nazionali a seguito dei fatti di Ceuta.
Pur in
assenza di un ricorso generalizzato alla sospensione di Schengen, diversi Stati
membri hanno rafforzato i dispositivi di controllo alle frontiere, mentre
l’Unione ha mostrato una capacità di attivazione relativamente rapida, anche
sotto la spinta italiana.
Ne
emerge un mutamento nel baricentro delle preferenze politiche:
l’enfasi
sulla deterrenza appare oggi condivisa da esecutivi espressione di maggioranze
eterogenee.
La capacità di Meloni di aggregare un fronte
ampio – con l’eccezione di alcuni Paesi, tra cui Spagna, Portogallo, Francia e
Irlanda – segnala uno spostamento significativo del consenso e una maggiore
influenza del governo italiano su Bruxelles.
Tanto
che i ministri europei si sono affrettati a sottolineare, al margine del
vertice europeo di ieri, che nessuno degli immigrati irregolari di Ceuta è
arrivato sul continente europeo.
In
questo quadro, più che un azzardo isolato, la linea del centrodestra appare
ormai inscritta in una tendenza maggioritaria a livello europeo. Il vertice ha
reso esplicito ciò che da tempo si andava consolidando: la priorità condivisa è
il rafforzamento delle frontiere esterne – anche se sulle modalità esistono
disaccordi – e la necessità di rinforzare gli accordi con i Paesi terzi.
In altri termini, quella che fino a poco tempo
fa veniva presentata come una posizione divisiva o di rottura si è
progressivamente trasformata in un orientamento mainstream, capace di
raccogliere il consenso di governi diversi per colore politico ma accomunati
dalla medesima pressione elettorale.
La
sfida di Sánchez e il bivio dell’Europa.
Settimananews.it – (8 agosto 2026) -
Giuseppe Savignone – Redazione – ci dice:
Tutto
lasciava pensare che il vertice straordinario dei ministri dell’Interno della
UE del 4 agosto scorso si sarebbe tradotto in un processo alla politica
migratoria di Pedro Sánchez.
A
chiederne la convocazione urgente, all’indomani dei fatti di Ceuta, era stata
una lettera di 22 leader europei su 27, in risposta a un appello di Giorgia
Meloni, la prima e la più drastica accusatrice del Governo spagnolo.
La
crisi di Ceuta veniva interpretata dalla premier italiana come una gravissima
minaccia alla «difesa dei confini» europei, effetto di una politica migratoria
che l’Italia ha sempre condannato.
Come
ha esplicitato il vice-premier e ministro degli Esteri Tajani: «Le immagini che
arrivano da Ceuta dimostrano come la scelta del Governo di Madrid di dare la
cittadinanza spagnola, quindi europea, ad oltre 500mila immigrati irregolari
sia profondamente sbagliata e incentivi il traffico di esseri umani».
Da qui
la decisione unilaterale di sospendere per un mese il trattato di Schengen nei
confronti della Spagna.
Immediata,
e in piena sintonia con quella del Governo italiano, la denuncia anche degli
Stati Uniti, che già più volte, nel recente passato, avevano attribuito il
declino dell’Europa a una politica migratoria troppo permissiva:
«Questo
incidente inaccettabile è la conseguenza diretta degli sforzi deliberati del
Governo spagnolo volti a consentire e facilitare l’immigrazione illegale di
massa in Europa», ha dichiarato il “Dipartimento di Stato” su “X”.
Ma
anche dall’Europa erano arrivati messaggi molto critici verso Madrid.
Pienamente
d’accordo con Meloni si era detta la ministra dell’Interno finlandese Mari
Rannate:
«La Spagna ha completamente fallito nel
proteggere il confine esterno dell’area Schengen dalle incursioni.
Questo non può continuare», aveva scritto su “X”,
aggiungendo che «i Paesi che non adempiono al loro obbligo di proteggere il
confine esterno non possono essere membri di Schengen».
Sulla
stessa linea la Svezia e soprattutto la premier socialdemocratica della
Danimarca, Mette Frederiksen, che insieme a Meloni poi ha preparato la lettera
in cui si chiedeva la convocazione straordinaria del vertice.
Per
non parlare dei partiti di destra dei paesi europei, dal tedesco “Alternative
für Deutschland” al francese “Rassemblement National”, e dei “social”, come “X”,
di “Elon Musk”, tutti uniti nell’attacco a Madrid.
La
vera posta in gioco.
In
realtà, come si evince dalla dichiarazione di Tajani, la vera questione non è
mai stata la permeabilità della frontiera spagnola.
Sánchez
ha avuto buon gioco nel far notare che, stando ai dati ufficiali dell’agenzia
«Frontex», tra il 2021 e il 2026 il numero di irregolari registrato dall’Italia
è stato di 478.600 persone, mentre dalla Spagna è stato 230.476, la metà.
Il
Governo spagnolo in questi anni ha condiviso con tutti gli altri Paesi europei
l’impegno di bloccare un afflusso caotico e incontrollabile di migranti,
esercitando – come del resto sta facendo ora a Ceuta – il suo potere di
respingimento e di espulsione degli immigrati illegali.
Con
una differenza fondamentale, però:
mentre
gli altri Governi europei – sotto l’impulso di quello italiano – hanno sempre
più messo al centro della loro politica migratoria la «difesa dei confini»,
guardando ai migranti come a minacciosi barbari invasori, Sánchez ha più volte dichiarato di
considerarli invece una preziosa risorsa per la crescita della Spagna, attuando
una politica complessiva di accoglienza e soprattutto curando l’integrazione.
«La
Spagna – ha detto in un discorso al parlamento nell’ottobre del 2024 – è un
Paese di emigranti. Dobbiamo sempre iniziare ricordando questo fatto. Il nostro
dovere adesso è essere quella società accogliente che i nostri stessi emigranti
avrebbero voluto trovare al di là dei Pirenei o dell’Atlantico. Questo è il
debito morale che abbiamo nei confronti dei nostri antenati».
Ma, ha
aggiunto, «l’immigrazione non è solo una questione di umanità, il che
basterebbe. È necessaria per la nostra economia e per la nostra prosperità».
Come
dimostrano i dati.
Anche grazie agli immigrati, che hanno
permesso di compensare la grave crisi demografica che affligge la Spagna, come
il resto d’Europa, il PIL spagnolo nel 2025 ha registrato una crescita del
2,9%: più del doppio della media europea. E anche per il 2026 si prevede un
aumento del 2%, ben maggiore dell’1,2% del Regno Unito e dell’1% di Francia e
Germania.
Il
confronto è ancora più impressionante con l’Italia, il cui PIL nel 2025,
malgrado il massiccio sostegno europeo del PNRR, è cresciuto solo dello 0,7% e,
nelle migliori previsioni per il 2026, resterà al di sotto dell’1%.
Il
culmine di questa politica è stato rappresentato dalla decisione del Governo
spagnolo, l’aprile scorso, di regolarizzare circa 500.000 migranti presenti in
Spagna da almeno cinque mesi prima del 31 dicembre 2025 (dunque già in qualche
modo inseriti), senza precedenti penali.
Nessuna
rinuncia all’identità nazionale, come Sánchez nel proprio messaggio sui social
ha specificato: «Riconosciamo diritti ma richiediamo anche obblighi. Che coloro che già
fanno parte della nostra vita quotidiana lo facciano a condizioni uguali,
contribuendo al sostentamento del nostro Paese e del nostro modello di
convivenza».
Uno
schiaffo per la «filosofia» sovranista di Meloni, ora applicata a tutta
l’Unione Europea, secondo cui per «ritornare ad essere grandi» bisogna alzare
più muri e fare più deportazioni.
I
fatti stanno dimostrando che ha ragione Sánchez quando dice che la Spagna, come
tutta l’Europa, «deve scegliere» tra due possibili opzioni: «Essere un Paese aperto e prospero o
un Paese chiuso e povero».
Una
reazione sproporzionata.
Non è
necessario essere maligni per pensare che i toni esasperati del Governo
italiano – e, in una certa misura, degli altri leader europei – dopo Ceuta
siano da collegare a questo contesto.
Perché
l’episodio di Ceuta è stato grave, ma una sproporzione nelle reazioni c’è
stata.
Basta
fare un confronto con quanto accaduto a Lampedusa nel 2023, quando quasi 10.000
persone approdarono gettando nel caos l’isola.
L’Unione
Europea – che in quel momento era presieduta dalla Spagna – fu subito solidale
col Governo italiano.
La
presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, si recò con Meloni
a visitare l’isola, garantendo il suo sostegno. Nessuno parlò di minaccia ai
confini dell’UE e della possibilità di sospendere l’Italia dagli accordi di
Schengen.
Si
capisce la delusione spagnola di fronte alla reazione dell’Italia in questa
occasione.
La riflette chiaramente la risposta di Madrid
alla dichiarazione di Tajani:
«Questo
messaggio è inappropriato da parte del ministro degli Esteri di un Paese
partner e amico, dal quale ci aspettiamo solidarietà europea e non demagogia di
parte».
E si
sarebbe forse potuto aggiungere che Sánchez aveva difeso pubblicamente Meloni
quando era stata attaccata e mortificata da Trump.
Particolarmente
grave lo stop a Schengen da parte dell’Italia, un atto di rottura che il
ministro dell’Interno spagnolo ha definito «un’azione imperdonabile». Ma anche
il commissario europeo Brunner successivamente ha osservato che le frontiere
europee non avevano mai corso alcun rischio, perché chi da Ceuta «vuole passare
in Spagna deve comunque superare i controlli della frontiera esterna»,
sottolineando che «l’Italia è l’unico Paese ad aver introdotto controlli alle
frontiere aeree e marittime», che in realtà «sono l’estrema ratio» e «devono
essere proporzionati».
In
ogni caso – ha fatto presente il Governo di Madrid – la crisi di Ceuta «non ha
nulla a che vedere con la regolarizzazione dei migranti approvata dal Governo
spagnolo». Essa in realtà è stata innescata da una sentenza della Corte suprema
spagnola, pubblicata lo scorso 8 luglio, nella quale si affermava che il
respingimento immediato è legittimo soltanto quando l’ingresso illegale avviene
attraverso il superamento di una barriera materiale di confine, e non via mare.
Quella
che Madrid ha evitato di sottolineare è la responsabilità delle autorità
marocchine, che non solo non hanno fatto nulla per arginare l’esodo verso
l’exclave spagnola, ma con ogni probabilità lo hanno anche promosso.
Il
perché non è un mistero. Il re del Marocco la considera un residuo
inaccettabile dell’eredità coloniale e cerca ogni occasione per abolirla.
Per di
più, recentemente, con un viaggio ad Algeri, il premier spagnolo Sánchez si è
riavvicinato al nemico giurato del Marocco, l’Algeria, che sostiene
l’indipendenza del Sahara Occidentale, su cui il Governo marocchino rivendica
la propria sovranità.
In
questo gioco diplomatico ha sicuramente giocato un ruolo importante l’appoggio
di Trump al Marocco nel sordo conflitto con la Spagna.
È nota
l’ostilità del presidente americano nei confronti di Sánchez, l’unico leader
europeo che ha osato respingere la sua pressante richiesta di innalzare le
spese per gli armamenti e che ha denunciato apertamente, con un fermo discorso,
l’assurdità dell’attacco all’Iran.
La
montagna ha partorito il topolino.
Questi
antecedenti spiegano perché ci si aspettasse dal vertice del 4 agosto una
condanna della Spagna, sulla cui onda il ministro Piantedosi sperava di far
approvare un progetto, elaborato da Meloni insieme a Frederiksen, in base al
quale, sul modello albanese, l’UE avrebbe dovuto creare diversi hub per il
rimpatrio in Paesi terzi (si parlava di Uganda, Ghana, Etiopia e Montenegro).
E
invece le cose sono andate abbastanza diversamente. Un quotidiano “di sinistra”
come Repubblica titolava in prima pagina: «Emergenza migranti: la UE respinge
l’Italia». E, nel catenaccio: «Sostegno da Bruxelles alla Spagna e gelo sulla
proposta dei centri in Africa».
In
questa prospettiva, nell’editoriale di Andrea Bonanni, intitolato «Il boomerang
di Meloni», si parlava di «piena, unanime solidarietà alla Spagna, e
congratulazioni per come Madrid ha gestito la crisi dei migranti a Ceuta. La
sfida lanciata da Giorgia Meloni a Pedro Sánchez si risolve in un clamoroso
autogol».
Ma
anche un giornale «di destra», Il Foglio, esibiva un titolo in questo senso:
«Viva la Ceuta invasa dall’europeismo». E, nel catenaccio: «Solidarietà e lodi alla Spagna. I 22
europei, compresa l’Italia, fanno una grande retromarcia su Ceuta».
Probabilmente
ci si è resi conto che l’azione diplomatica di Meloni per isolare la Spagna,
portata alle sue logiche conseguenze, avrebbe avuto come unico vero effetto non
quello di rafforzare i confini dell’Unione Europea, ma di spaccarla e
indebolirla ulteriormente, facendo, alla fine, il gioco di Trump.
Ma a
ricordarci che la battaglia decisiva era il titolo controcorrente di un
giornale «di sinistra», Domani: «Migranti: L’UE stregata da Meloni. “Più
rimpatri”, Sánchez isolato». E, nel catenaccio: «Il commissario Brunner attacca
Madrid: “Le regolarizzazioni non sono un buon segnale per l’Europa”». La
«filosofia» dominante di questa Europa rimane quella dell’esclusione e nello
stesso vertice dei giorni scorsi la proposta italiana della deportazione in
Uganda o in Ghana dei migranti non è stata approvata, ma neppure respinta. Solo
rinviata. E le prossime elezioni favoriranno un ulteriore spostamento a destra
della politica europea.
Ho
amici spagnoli che detestano Sánchez e che, dopo questo «chiaroscuro», mi
accuseranno di averlo beatificato.
So
delle forti critiche che gli vengono rivolte e non escludo affatto che siano
fondate.
Senza
dire che su alcune tematiche, come quelle riguardanti la sessualità e la
bioetica, sono sempre stato anch’io molto distante dalla sua linea.
Ma almeno sulla questione dei migranti spero che la
sua sfida continui ad inquietare questa Europa sempre più ripiegata su sé
stessa, ricordandole che nessuno cresce escludendo gli altri.
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