Il mondo è cambiato e la moda è più sostenibile.

 

Il mondo è cambiato e la moda è più sostenibile.

 

 

 

Moda sostenibile: scopriamo come

diventa sempre più etica e green.

Istitutomarangoni.com – Barbara Casasola – (10-05 -2026) – Redazione – ci dice:

Da industria inquinante a nuovo volano creativo, la moda sostenibile ha iniziato un importante percorso per modificare visioni e percorsi produttivi.

(Corsi in Fashion Design - Tod's Accademica Experience.)

(Scopri la storia di Barbara Casasola.).

Considerata la seconda industria più inquinante al mondo, la moda è stata presto chiamata a intraprendere una strada sostenibile per migliorare non solo il benessere del pianeta ma anche per rispondere ad un'esigenza valoriale e di mercato sempre più impellente.

 

La sua struttura tentacolare e multilivello ingloba diversi settori, tutti coinvolti in un potente sforzo di rinnovamento e di revisione dei processi in chiave eco compatibile. Tessile, manifatturiero, pelletteria ma anche logistica e trasporto fino ad arrivare ai punti vendita: la complessità è davvero imponente, ma sono tantissimi i brand che si stanno impegnando in un percorso nuovo e rivoluzionario, dai più piccoli ai più internazionali.

Consumismi e revisioni.

Per molti decenni il fashion system è stato caratterizzato da una grande corsa a creare, produrre e comprare sempre con maggiore frequenza.

L'avanzata esplosiva del fast fashion ha segnato un momento culturale importante, definito da collezioni che si susseguono rapidamente e da bisogni d'acquisto costanti per riuscire a rimanere aggiornati con le nuove tendenze.

Con una ripercussione sorprendente quanto a rapidità di obsolescenza del guardaroba.

 

Questa forma di consumismo ha portato inevitabilmente ad un abbassamento della qualità, a produzioni dislocate nel terzo mondo, problemi di sfruttamento della manodopera e soprattutto un enorme costo in termini di inquinamento e spreco di risorse, in particolar modo l'acqua.

 

Le nuove generazioni hanno creato un nuovo e importante movimento culturale, in cui anche l'abbigliamento e gli accessori vengono valutati per il loro impatto ambientale.

 Eco fashion, slow fashion, couscous fashion sono definizioni diverse di un cambiamento che ha investito in pieno l'industria della moda, virando verso una catena produttiva etica e sostenibile, che sia davvero in grado di ridurre o annullare il proprio impatto sull'ambiente.

 

Cambiare paradigma.

Ripensare un sistema così vasto e articolato è uno sforzo molto grande: le due direttrici principali sono la salvaguardia dell'ambiente e la tutela dei lavoratori. E anche un gesto semplice come comprare una maglietta diventa carico di significati: economici, politici, culturali.

Per rendere questo settore più etico ed eco compatibile, sono nate tantissime iniziative. Sul lato della componente umana si sta lavorando a più mani sul recupero dell'artigianalità e sulla valorizzazione di piccoli brand o di designer indipendenti.

 

Per quanto riguarda l’impatto ambientale della moda le strade percorse vanno dal riciclo dei capi alla riqualificazione del vintage, fino al recupero e al riutilizzo di materiali pre o post consumer. Le fibre sintetiche da rifiuti oceanici, o il nylon riciclato certificato sono un passo avanti importante nella realizzazione di capi che pesano meno sulla somma finale dell'inquinamento.

Sono molti brand che propongono collezioni realizzate con materiali organici certificati, dalle start up fino alle grandi maison, che hanno lanciato sul mercato collezioni contraddistinte da filati riciclati, biologici o in cuoio vegano (dalla mela, dalla canna da zucchero, dai cactus o dai funghi). Dalla schieratissima “Stella McCartney” fino alla più italiana Intimissimi, non c'è realtà che non trovi necessaria una revisione della proposta prodotto in chiave sostenibile.

 

Premi e riconoscimenti.

“The Green Carpet Fashion Awards” è il premio tutto italiano nato da un'iniziativa della “Camera Nazionale della Moda Italiana”.

Dal 2017 celebra il meglio della moda sostenibile, con uno speciale focus sul cambiamento rapido dei metodi produttivi preservando il patrimonio e l'autenticità dei piccoli produttori.

Sono un po' gli Oscar della Moda, un riconoscimento a livello mondiale che coinvolge tutte le principali maison, le celebrità e le socialità impegnante nel campo della sostenibilità.

Si consegnano al Teatro La Scala per onorare sia l'impegno creativo che il reale impatto sulla natura.

 

Earth Day 2022: i brand italiani da conoscere.

In occasione dell'Earth Day 2022 sono stati premiati alcuni brand di abbigliamento e accessori il cui cuore pulsa al ritmo della terra. Gli stilisti emergenti seguono prevalentemente la strada della sostenibilità, con pratiche in grado di minimizzare gli sprechi o scegliendo materiali innovativi o riciclati.

Tra i talenti Made in Italy ricordiamo Rearea, nata da Aurora Mazzi ed Elia Docente, giovani designer laureati nel 2021, la collezione di Raree Show che offre un luxury streetwear rigorosamente Made in Italy, Garbage Core o Themoirè.

Anche Niccolò Pasqualetti ha lasciato un segno tangibile, con una collezione genderfluid totalmente sostenibile completata da gioielli in materiali naturali.

 

“Nell'impossibilità di citarli tutti, citiamo So-Le Studio”, un brand di gioielli la cui mente è “Maria Sole Ferragamo”.

Dagli scarti di lavorazione del brand Salvatore Ferragamo realizza creazioni in pelle dalle forme palpitanti, intense di vitalità, e totalmente sostenibili.

 

Casasola: l'esempio nato dall'esperienza di Istituto Marangoni.

Barbara Casasola è l'ex alunna di Istituto Marangoni che è riuscita ad emergere con decisione nel mondo del fashion sostenibile. Finalista nel 2012 del premio "Who is Next" con giuria composta tra le altre da Franca Sozzani e Silvia Venturini Fendi, Casasola firma collezioni caratterizzata da grande semplicità e carattere, con un lavoro profondo sul modello, sul taglio, sugli elementi costruttivi.

 

Già amata da celebe come Beyoncé e Gwyneth Paltrow, ha una supply chain trasparente e tracciata, che utilizza materie prime, tessuti e filati sostenibili e certificati.

La viscosa arriva, infatti, da foreste europee gestite in modo sostenibile, la lana proviene da allevamenti Molesin-free e il cotone è organico.

 

Preparazione, innovazione.

Preparazione, capacità tecniche, ricerca e innovazione: Istituto Marangoni con i suoi corsi fornisce un consistente impianto culturale e una visione contemporanea della moda, per affrontare con dinamicità il mercato dei recruiters fashion. I corsi in Fashion Design approfondiscono con perizia e precisione tutti gli aspetti della creazione e ideazione del prodotto, fornendo contemporaneamente una solida preparazione quanto a sostenibilità.

 

L'Istituto si è impegnato in questi anni a portare avanti progetti trasversali in collaborazione con le maggiori aziende internazionali per approfondire il tema etico ed ecologico, come l'esperienza con “Tod's Accademica Experience”. I risultati sono storie di successo raccontate dai nostri Alunni nella sezione dedicata: l'ennesima conferma di una professionalità e di una coerenza senza pari nell'ambito delle scuole fashion.

 

 

 

 

Moda, ambiente e futuro:

perché quello che indossiamo

conta davvero.

Culturaeconsapevolezza.mase.gov.it – (19 Giugno 2026) – Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica – Redazione -ci dice:

 

Moda, ambiente e futuro: perché quello che indossiamo conta davvero.

Quando compriamo una felpa, una t-shirt o un paio di jeans, difficilmente pensiamo a quanta acqua sia stata usata per produrli o a quali effetti abbiano sull’ambiente.

Eppure, il settore della moda è oggi una delle industrie più inquinanti del pianeta.

 Per questo il “MASE”, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, anche tramite la piattaforma” Cultura e Consapevolezza”, vuole promuovere una cultura della sostenibilità e della consapevolezza per capire appieno come le nostre scelte abbiano delle conseguenze reali nella vita di tutti noi.

 

Negli ultimi anni il concetto di “fast fashion” ha cambiato il nostro modo di vestirci.

 Chi non è stato attratto almeno una volta dai prezzi bassi di alcuni store o piattaforme on-line, comprando cose per metterle magari una o due volte prima buttarle?

 Questo sistema, però, ha un costo enorme per il pianeta.

 

Impatto della moda in termini ambientali.

Secondo i dati del Parlamento Europeo, il settore tessile è responsabile di circa il 20% dell’inquinamento globale delle acque e di una grande parte delle microplastiche presenti negli oceani.

Per capire quanto il problema sia serio, basta pensare che produrre una semplice t-shirt di cotone richiede circa 2.700 litri d’acqua, mentre per un paio di jeans ne servono quasi 10.000.

Un solo outfit in pratica richiede più acqua di quella che una persona beve in molti anni.

E questo è solo uno dei problemi.

 

Durante la produzione dei tessuti vengono utilizzate sostanze chimiche che finiscono nei fiumi e nei mari;

quando laviamo i nostri capi in sintetico, con il risciacquo vengono portate via minuscole particelle di plastica chiamate microplastiche.

Un unico carico di bucato di abbigliamento in poliestere può comportare il rilascio di 700.000 fibre di microplastica.

 Queste particelle sono così piccole che spesso non vengono filtrate dagli impianti di depurazione e arrivano negli oceani, dove vengono ingerite dai pesci e da altri animali marini.

 Tramite la catena alimentare, inoltre, assumiamo queste sostanze che, negli anni, si accumulano nel nostro organismo con possibili effetti dannosi per la salute dell’uomo. 

 

Anche il suolo e le foreste subiscono conseguenze irreparabili.

 La coltivazione intensiva del cotone utilizza enormi quantità di pesticidi e sostanze chimiche che impoveriscono la terra e inquinano le falde acquifere, con un impatto ambientale assai rilevante.

Lo stesso discorso riguarda la deforestazione di intere aree boschive, per fare spazio ad allevamenti o per la produzione di fibre tessili, come viscosa e rayon.

 Negli ultimi decenni la deforestazione ha raggiunto livelli molto alti, anche se le politiche poste in essere per contrastare questo fenomeno stanno portando dei risultati positivi.

 

La sostenibilità e le nuove prospettive del mondo della moda.

Oggi la sostenibilità nella moda sempre più spesso è anche una questione che interessa direttamente le aziende e il loro futuro economico.

 Il recente “report Fashion CFO Agenda 2026” lancia un messaggio chiaro a chi gestisce i capitali:

 la sostenibilità è il cuore della sopravvivenza economica di un’azienda e i cambiamenti climatici e l’aumento del costo delle materie prime stanno incidendo in maniera preponderante sulle strategie produttive e sui modelli di business delle imprese del design.

 

Global Fashion Agenda.

Si rende necessario così ripensare processi, investimenti e modalità di produzione, facendo della sostenibilità non solo una sfida ambientale ma anche un fattore di competitività.

Questa trasformazione ha un impatto importante e positivo anche nel mercato del lavoro.

Accanto alle figure tradizionali stanno emergendo nuove professionalità legate alla sostenibilità e alla gestione responsabile delle imprese. Secondo le analisi dedicate al futuro del settore, ci sarà sempre più bisogno di competenze capaci di integrare obiettivi ambientali e strategie economiche:

esperti ESG, specialisti della rendicontazione di sostenibilità, sustainability manager e professionisti in grado di valutare l’impatto ambientale delle produzioni e del settore.

 

Fanno parte dei cosiddetti “Green Jobs”, professioni destinate a svolgere un ruolo crescente sul mercato del lavoro.

 Un argomento che abbiamo già avuto modo di approfondire su questo portale con contenuti dedicati.

 

Le soluzioni.

Per far fronte e definire un problema così complesso, l’Unione Europea e diverse organizzazioni internazionali hanno creato norme e certificazioni a salvaguardia dell’ambiente.

Una delle più importanti è la “certificazione GOTS”, che garantisce la produzione sostenibile di fibre biologiche e limita l’uso di sostanze tossiche.

Anche il regolamento europeo “REACH” ha introdotto controlli più severi sulle sostanze nocive presenti nei tessuti.

Grazie a queste regole, molte sostanze considerate cancerogene o tossiche sono state eliminate dal mercato europeo.

 

GOTS.

Ma non basta creare leggi: serve anche un cambiamento culturale. Sempre più aziende stanno sperimentando soluzioni per ridurre l’impatto ambientale della produzione tessile.

Alcuni marchi utilizzano cotone biologico coltivato senza pesticidi e materiali alternativi sempre più sostenibili:

 fibre ricavate dal bambù, dalla canapa o persino dagli scarti alimentari.

 

Anche noi consumatori abbiamo un ruolo fondamentale.

 La “Piattaforma Cultura e Consapevolezza “nasce proprio per fornire a ogni cittadino gli strumenti necessari a decodificare la complessità del nostro tempo e a prendere coscienza di quanto anche la più piccola azione da parte nostra sia importante e come il cambiamento dipende da noi.

Ogni acquisto deve essere una scelta consapevole che può influenzare il mercato.

Comprare meno ma meglio, scegliere capi di qualità, riutilizzare, scambiare vestiti o acquistare usato:

azioni semplici ma molto importanti per salvaguardare il nostro pianeta, nell’ambito della moda e dell’economia circolare come paradigma alternativo alla “fast fashion”.

 

  

 

Moda Circolare: come l’innovazione

produttiva può ridurre l’impatto

ambientale del settore

fashion & accessori.

Materially.eu – Materially.it – (20 -10-2025) – Chiara Rodriguez – Redazione – ci dice:

 

Il settore della moda e degli accessori è tra i più impattanti al mondo dal punto di vista ambientale, sia per l’elevato consumo di risorse (acqua, energia, materie prime) sia per la produzione massiva e i conseguenti sprechi.

Negli ultimi anni, in ambito moda sostenibile, la narrazione sulla sostenibilità nel” fashion system” si è concentrata molto sui materiali:

 tessuti riciclati, alternative vegane alla pelle, o materiali bio - based.

 Tuttavia, per affrontare realmente la sfida climatica, è essenziale guardare oltre la sola scelta dei materiali.

 

Moda Sostenibile: la moda circolare oltre i materiali.

Oggi, nuovi approcci produttivi e gestionali offrono soluzioni concrete per ridurre l’impatto ambientale del settore.

 Economia circolare, ottimizzazione energetica, riduzione degli sprechi, trasparenza della filiera e digitalizzazione stanno tracciando nuove strade per una moda più sostenibile e responsabile.

 

Produzione on-demand e manifattura additiva.

Tra i modelli emergenti, quello on-demand consente di produrre solo ciò che è effettivamente richiesto, riducendo le eccedenze.

 In Nord Europa, micro-lab di 3D kit offrono piattaforme digitali per creare capi personalizzati al momento, come nel progetto “Kit for You” lanciato da Adidas nel 2017.o, più di recente, la start-up olandese New Industrial Order.

Oggi, anche grandi brand stanno sperimentando questo modello per ridurre gli sprechi della produzione massiva.

In parallelo, la manifattura additiva come la stampa 3D consente una produzione più efficiente:

 costruendo il prodotto strato per strato, si riducono gli scarti.

 Un esempio iconico è la borsa “Ariel Swipe Bug” di Coperti, stampata in silicone liquido.

 

(moda sostenibile fashion design Coperti Ariel Swipe Bug – 3D printed liquid silicone bag for sustainable fashion innovation -Ariel Swipe Bag di Coperni)

Moda sostenibile e design per la riciclabilità nel fashion e negli accessori

Il design per la riciclabilità è un altro fronte innovativo.

 La “startup Resortecs” ha sviluppato un filato termo -solubile che facilita il disassemblaggio dei capi, migliorando l’efficienza del riciclo. Oltre ad aver avviato diversi progetti pilota con altrettanti brand, l’azienda sta collaborando con Sion per creare una filiera circolare nell’abbigliamento da lavoro.

 

Oltre al fashion, il settore degli accessori – in particolare le calzature – sta esplorando il design circolare attraverso l’uso di monomateriali o strutture modulari facilmente smontabili. Adidas, con il progetto Future craft Loop lanciato nel 2019, ha creato una scarpa interamente realizzata in poliuretano termoplastico, completamente riciclabile. Più recentemente, il modello Clima cool continua a sviluppare questo concetto. Anche il marchio On, con la sua scarpa Ciclone, ha puntato sulla poliammide e un sistema di ritorno prodotto per favorire la circolarità.

 

Non si tratta quindi solo di utilizzare materiali riciclati, ma di progettare per il riciclo, assicurando che il prodotto possa essere effettivamente reimmesso nel ciclo produttivo a fine vita.

 

(moda sostenibile fashion design Adidas Climacool – recyclable circular shoe designed for sustainable fashion -Image courtesy of Adidas Climacool).

Verso un sistema moda sostenibile.

La moda sostenibile richiede quindi un cambiamento profondo, che coinvolga materiali, processi e mentalità.

I nuovi modelli produttivi – on-demand, circolari e digitali – rappresentano una risposta concreta alla crisi ambientale del settore.

 

 

 

Moda etica e sostenibile:

il futuro della moda è green.

Oscalito.it – Oscalito.eu – (2 giu. 2023) – Redazione – ci dice:

Scopri come la moda etica e sostenibile sta rivoluzionando l'industria della moda con stile e sostenibilità!

 

Raid moda sostenibile.

Cosa significa "moda etica e sostenibile".?

Moda etica e sostenibile: qual è la differenza?

Cos'è il fast fashion e qual è il suo impatto sull'ambiente.

Come scegliere capi etici e sostenibili?

Moda etica e sostenibile: quali sono i trend del futuro.

Conclusione: il futuro della moda è verde.

Introduzione.

Sei pronto per tuffarti in un argomento davvero interessante.

 Oggi parleremo di moda etica e sostenibile, un argomento che sta diventando sempre più importante nel mondo della moda.

Probabilmente avrai già sentito parlare di sostenibilità e responsabilità sociale, ma sai davvero cosa significa nel contesto della moda?

In questo articolo cercheremo di spiegare in modo semplice e chiaro cos'è la moda etica e sostenibile e perché sta diventando il futuro della moda.

Insieme vedremo come questo movimento sta rivoluzionando l'industria della moda e come puoi fare la tua parte nel sostenere questa rivoluzione verso uno stile di vita più verde e più sostenibile.

Quindi prenditi qualche minuto per leggere questo articolo e lasciati ispirare dal futuro della moda etica e sostenibile!

1. Cosa significa 'moda etica e sostenibile'?

Quando si parla di moda etica e sostenibile, ci si riferisce a un tipo di moda che rispetta l'ambiente, i diritti dei lavoratori e la salute dei consumatori. In altre parole, è la moda che non nuoce a nessuno e cerca di ridurre al minimo l'impatto ambientale.

Sono molti gli aspetti che contribuiscono a una moda etica e sostenibile, come l'utilizzo di materiali organici e naturali, la riduzione degli sprechi e degli scarti, il rispetto dei diritti dei lavoratori e la garanzia di salari equi. Inoltre, questa moda si sforza di promuovere la consapevolezza tra i consumatori, invitandoli a scegliere prodotti eco-compatibili e ridurre l'impatto ambientale delle loro scelte di consumo.

 

 2. Moda etica vs. Moda sostenibile: qual è la differenza?

Quando si parla di moda etica e sostenibile, ci sono alcune caratteristiche chiave che differenziano questi due concetti.

 

Moda sostenibile.

La moda sostenibile si concentra sulla riduzione dell'impatto ambientale della produzione di abbigliamento.

Ciò significa adottare una filosofia di riduzione, riutilizzo e riciclaggio dei materiali, minimizzando il consumo di risorse naturali e l'inquinamento dell'ambiente.

 Inoltre, la moda sostenibile considera anche le condizioni di lavoro di chi produce i capi, cercando di garantire condizioni di lavoro dignitose e rispettando i diritti dei lavoratori.

 

Moda etica.

D'altra parte, la moda etica si concentra sulla giustizia sociale e sul rispetto dei diritti umani. Ciò significa che la moda etica cerca di garantire che coloro che producono i capi ricevano un giusto compenso e lavorino in condizioni di sicurezza e salute. Inoltre, la moda etica si occupa anche della trasparenza della filiera produttiva, garantendo che i processi produttivi siano tracciabili (ad esempio utilizzando sistemi come RFID) e che i materiali utilizzati siano prodotti eticamente.

 

Moda etica vs. moda sostenibile: le similitudini.

Stiamo parlando di due concetti molto simili Esatto! Entrambi si concentrano sull'adozione di pratiche sostenibili e sul rispetto dei diritti dei lavoratori e cercano di ridurre l'impatto negativo della produzione di abbigliamento sull'ambiente. Inoltre, i due concetti spesso si sovrappongono, poiché l'abbigliamento prodotto eticamente spesso implica l'uso di materiali sostenibili.

 

Moda etica e moda sostenibile sono quindi due concetti strettamente correlati che cercano di garantire un approccio più sostenibile alla produzione di abbigliamento, sia dal punto di vista ambientale che sociale.

3. Cos'è il fast fashion e che impatto ha sull'ambiente?

Se sei una persona attenta all'ambiente e alla sostenibilità, probabilmente hai già sentito parlare del fast fashion e dei suoi impatti negativi sull'ambiente. Ma cosa significa davvero questa espressione e quali sono le conseguenze di questo modello produttivo?

In poche parole, il fast fashion è un sistema di produzione veloce ea basso costo basato sulla produzione di grandi quantità di abbigliamento e accessori di bassa qualità, con l'obiettivo di essere venduti a prezzi molto bassi e sostituiti frequentemente. Questo modello di produzione ha un enorme impatto sull'ambiente, poiché richiede una grande quantità di risorse naturali e genera una quantità enorme di rifiuti.

 

Raid moda sostenibile.

Ecco alcuni dei principali impatti negativi del fast fashion:

 

Consumo di acqua: la produzione di tessuti e la lavorazione dell'abbigliamento richiede un'enorme quantità di acqua, spesso a scapito delle comunità locali (di fronte alla scarsità d'acqua).

Inquinamento idrico: le sostanze chimiche utilizzate nel processo produttivo possono contaminare l'acqua, con effetti dannosi su flora e fauna.

Emissioni di gas serra: il trasporto di prodotti e la produzione di abbigliamento richiedono l'uso di combustibili fossili, contribuendo all'aumento delle emissioni di gas serra e all'aggravamento del cambiamento climatico.

Rifiuti: gli indumenti di bassa qualità prodotti dal pronto moda vengono spesso scartati dopo pochi utilizzi, generando un'enorme quantità di rifiuti che spesso finiscono in discarica.

Fast fashion: un enorme problema per l'ambiente.

Se vuoi fare la tua parte per ridurre l'impatto della moda sull'ambiente, considera di optare per prodotti etici e sostenibili realizzati con materiali naturali e di alta qualità, fabbricati in modo responsabile e duraturi.

 

 4. Come scegliere capi etici e sostenibili.

Se sei arrivato fin qui, probabilmente sei interessato a diventare un consumatore consapevole e fare la differenza per l'ambiente e le persone coinvolte nella produzione di vestiti. In questo paragrafo voglio condividere con te alcuni consigli per scegliere capi etici e sostenibili e diventare una vera esperta di moda green!

Ecco un elenco di buone pratiche da considerare quando si scelgono abiti etici e sostenibili.

Controllare le etichette:

 leggere le etichette dei vestiti può sembrare noioso, ma è un passo importante nella scelta di abiti etici e sostenibili. Cerca parole come 'organico', 'eco-friendly', 'fair trade' o 'vegan' per assicurarti che il capo che stai acquistando rispetti l'ambiente e i diritti dei lavoratori.

Scegli tessuti ecologici:

i tessuti naturali, come il cotone biologico o il lino, sono prodotti senza l'uso di sostanze chimiche dannose per l'ambiente.

 Inoltre durano più a lungo dei tessuti sintetici e non producono microplastiche durante i lavaggi.

Non sei sicuro di quali siano i migliori tessuti ecologici per il tuo guardaroba Visita questa guida completa per scoprirlo!

Preferire il Made in Italy: Acquistare capi made in Italy significa sostenere filiere artigianali e industriali locali e avere la garanzia di materiali di alta qualità.

Se cerchi brand che uniscano il Made in Italy a maglieria di alta qualità realizzata con fibre naturali sostenibili, ti consigliamo di esplorare siti come “Oscalito” e “Natyoural”.

Sii selettivo:

invece di acquistare molti vestiti economici e di bassa qualità, scegli alcuni capi durevoli e di alta qualità che puoi indossare per anni. In questo modo ridurrai gli sprechi e farai un investimento a lungo termine.

Ricicla e ripara:

 invece di buttare via un capo di abbigliamento quando si rompe o non lo usi più, prova a ripararlo o donarlo. Se vuoi sbarazzarti di un capo di abbigliamento, prova a riciclarlo in modo responsabile.

Siate curiosi e informati:

 è importante considerare l'intera filiera tessile, dalla fibra al prodotto finito, e capire se il capo incarna e rappresenta davvero i valori del bene (modelli produttivi che si prendono cura del territorio), del sano (limitando l'utilizzo di sostanze chimiche potenzialmente dannose o impattanti per l'ambiente), pulite (impegnandosi quotidianamente a ridurre l'impatto ambientale della produzione), eque (rispettando i diritti dei lavoratori coinvolti nella filiera) e durevoli (alta qualità, riparabilità e riutilizzabilità).

Fai la differenza per te stesso, per l'ambiente e per le persone intorno a te.

Seguendo questi consigli, non solo farai la differenza per l'ambiente e le persone coinvolte nella produzione dei tuoi capi, ma avrai anche l'opportunità di creare un guardaroba etico e sostenibile che rispecchi la tua personalità e i tuoi valori. Ricorda che la moda green è il futuro della moda e tu puoi farne parte!

 

 5. Moda etica e sostenibile: quali sono i trend del futuro?

La moda è una delle industrie più inquinanti al mondo, motivo per cui la moda etica e sostenibile sta emergendo sempre più.

 Oggi è in atto una vera e propria rivoluzione green e se sei appassionato di moda e vuoi fare scelte più sostenibili, è importante che tu conosca le tendenze future del settore.

Allora, cosa possiamo aspettarci dal futuro della moda” Scopriamolo insieme”.

 

Materiali innovativi e sostenibili.

La moda etica e sostenibile sta aprendo le porte a nuovi materiali, come pelle di ananas, seta di ragno e tessuti ricavati da scarti alimentari. Si tratta di alternative sostenibili ai tessuti tradizionali, prodotti senza l'utilizzo di sostanze chimiche dannose per l'ambiente e la salute umana.

A proposito di materiali sostenibili: sapevi che il puro cotone makò egiziano è uno dei più pregiati, di altissima qualità e più sostenibili? Se vuoi saperne di più su questo argomento, leggi questo articolo.

 

Pratiche di produzione sostenibili.

Molte aziende stanno adottando diverse pratiche di produzione sostenibili come l'utilizzo dell'energia solare, dell'acqua piovana e investendo in tecnologie innovative per ridurre gli sprechi e l'impatto ambientale della loro produzione.

 

Trasparenza.

Le aziende stanno diventando sempre più trasparenti sulla loro catena di produzione, pubblicando informazioni sui loro fornitori, materiali utilizzati e pratiche di lavoro. In questo modo, i consumatori possono fare scelte consapevoli e sostenibili.

 

Nel 2013 “Oscalito” ha fatto la storia nel campo della moda sostenibile e della trasparenza nei processi produttivi diventando il primo brand al mondo ad utilizzare la “tecnologia RFID” su ogni singolo capo, al fine di garantire una tracciabilità dettagliata e completa di ogni passaggio del processo produttivo, a partire dalla fase di tessitura alla realizzazione del prodotto finito.

 

RFID moda sostenibile.

Economia circolare.

La moda etica e sostenibile sta adottando modelli e pratiche di economia circolare, utilizzando materiali riciclati e riutilizzando i prodotti per estendere o modificare la loro vita utile. Se vuoi saperne di più su questo argomento, ci sono molte risorse online e anche eventi dedicati.

6. Conclusione: il futuro della moda è green.

Eccoci alla fine del nostro viaggio alla scoperta della moda etica e sostenibile! Ci auguriamo che vi sia stato utile e che abbia fatto luce su una questione importante per il nostro pianeta.

Moda etica e sostenibile significa immaginare un futuro in cui la moda non danneggi il nostro pianeta, rispetti i diritti dei lavoratori e offra capi sani e non dannosi per la salute dei consumatori. Sono molte le aziende che, come “Oscalito”, si impegnano per diventare più sostenibili, utilizzando materiali innovativi e pratiche produttive a basso impatto ambientale.

 

Ma non basta che le aziende da sole facciano la loro parte. Anche noi consumatori possiamo fare la nostra parte scegliendo prodotti sostenibili e responsabili. Scegliere una moda etica e sostenibile non solo ci permette di ridurre il nostro impatto ambientale, ma anche di sostenere un'industria che valorizza la giustizia sociale e il benessere del pianeta e delle comunità locali coinvolte nelle filiere produttive.

Quindi, la prossima volta che acquisti un capo d'abbigliamento, ricordati di chiederti da dove viene, come è stato prodotto e con quali materiali.

 E se ti trovi di fronte a un prodotto che è anche bello perché sano, pulito, giusto e resistente, scegli quello!

 In questo modo, insieme, possiamo costruire un futuro della moda più verde e responsabile.

 

 

L'insostenibile leggerezza

del sistema moda.

Ilbolive.unipd.it - Anna Cortelazzo – (08 -02 -2024) – Redazione – ci dice:

 

 Negli ultimi anni, molte persone si sono rese conto di dover diminuire il loro impatto ambientale: prendono meno la macchina, cercano di controllare la filiera del cibo che mangiano, viaggiano in treno piuttosto che in aereo. Troppo spesso, però, nelle nostre azioni quotidiane dimentichiamo un altro aspetto, che riguarda quello che indossiamo.

Non è facile reperire dati precisi sull'impatto dell'industria della moda, tanto più che gran parte della produzione si concentra in paesi che non muoiono dalla voglia di condividerli. Anche guardando le stime più al ribasso, però, ci si rende conto che il sistema moda non è più sostenibile.

 

L’impatto della moda sul clima e sui consumi d’acqua.

Per quanto riguarda le emissioni, per esempio, secondo le Nazioni Unite questa industria è responsabile dell'immissione nell'atmosfera di quasi 5 miliardi di tonnellate di anidride carbonica ogni anno: ciò che indossiamo contribuirebbe a produrre tra l'8% e il 10% di tutte le emissioni del mondo, cioè più di tutti i voli internazionali e delle spedizioni marittime. Altre stime più prudenti parlano di una forbice tra il 2% e l'8%: la situazione è comunque critica, anche perché quella delle emissioni non è l'unica minaccia a clima e ambiente da parte dell'industria della moda che, tanto per la cronaca, vale 2.500 miliardi di dollari.

Un altro fattore critico è il consumo d'acqua. Se è vero che il cotone ha più possibilità di riciclo e riuso rispetto al poliestere, il suo processo di produzione non è altrettanto sostenibile: per dare la dimensione del problema, per produrre un paio di jeans sono necessari quasi 10.000 litri d'acqua e questo vuol dire che per ogni paio di jeans che compriamo consumiamo la stessa acqua che berremmo in 10 anni. Secondo una statistica pubblicata dall'UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente) e dalla Ellen MacArthur Foundation, ogni anno l'industria della moda utilizza 93 miliardi di metri cubi di acqua, che potrebbero soddisfare cinque milioni di persone (altre stime parlando di valori compresi tra 20.000 ai 200.000 miliardi di litri d’acqua: questa forbice così ampia costituisce un problema quando si tratta di pensare ad azioni migliorative).

 

Ogni anno l'industria della moda utilizza 93 miliardi di metri cubi di acqua.

Lo spreco d'acqua ha già causato danni visibili ed è legato a doppio filo al cambiamento climatico: pensiamo al lago d'Aral, che è stato uno dei quattro laghi più grandi del mondo e che ora è quasi completamente prosciugato. Naturalmente non va data tutta la responsabilità all'industria della moda, visto che la prima causa di questa situazione è l'innalzamento delle temperature, ma quest’industria ha certamente un ruolo. Il fenomeno è cominciato negli anni Sessanta, quando due degli affluenti del lago, Amur Darya e Syr Darya, sono stati deviati per fornire acqua alle piantagioni di cotone. Questo ha comportato a sua volta un profondo cambiamento climatico nella zona: a parte inverni più freddi ed estati più calde, sono diminuite le precipitazioni e questo ha portato alla maggiore diffusione nell'atmosfera di polveri tossiche. Eh sì, perché per aumentare le coltivazioni di cotone sono stati usati diserbanti, fertilizzanti e pesticidi che si sono depositati sul fondo del lago (che non ha emissari, quindi non è collegato al mare) e che sono un pericolo per la salute di tutti gli abitanti dell'area. Non parliamo poi della perdita di biodiversità, ben rappresentata dagli scheletri delle navi da pesca abbandonate per la mancanza di pesci e arenate sulla sabbia che una volta era ricoperta d'acqua.

 

Come siamo arrivati a questo punto.

Il problema è che l'impatto sull'ambiente e sul clima non riguarda soltanto la fase di produzione dei capi di abbigliamento e del loro trasporto, che sempre più spesso avviene via aria, a causa della riduzione del time-to-market (tempo intercorso tra la progettazione del capo e la consegna) e del lead-time (tempo intercorso tra la ricezione dell'ordine e la consegna nel punto vendita). Rispetto al trasporto via mare e via terra, il confronto è impietoso: parliamo di 0.7 kg di emissioni di CO2 per tonnellata di prodotto contro i 158 kg per tonnellata del trasporto aereo. La fase di produzione e distribuzione è solo la punta dell'iceberg, visto che in realtà l'80% della carbon footprint degli abiti è generato dal post vendita, quindi da tutte le nostre operazioni quotidiane come il lavaggio e la stiratura.

 

Ma come si è arrivati a questo punto? Tra gli anni Novanta e i Duemila, la concezione della moda è cambiata radicalmente. Senza scomodare i tempi in cui la maggior parte delle persone si faceva confezionare pochissimi vestiti di qualità dalla sarta di fiducia, non si sarebbe potuta prevedere la deriva consumistica nemmeno nei primi anni del prêt-à-porter, quando cioè si è smesso di puntare sugli abiti su misura per comprare nei negozi capi prodotti in serie.

All'inizio, venivano create due collezioni, primavera/estate e autunno/inverno, spesso affiancate da capi evergreen. Se è vero che questo nuovo paradigma ha avuto un impatto positivo sulle finanze dei consumatori finali, l'introduzione del prêt-à-porter ha portato alla nascita di quella mentalità che ha aperto la strada al fast fashion.

 

I resi spesso non vengono rimessi in circolo ma mandati direttamente al macero, perché la collezione dopo poco tempo non è più vendibile

E così tra il 2000 e il 2015 la produzione globale di abbigliamento è raddoppiata (oggi acquistiamo in media il 60% in più di capi di abbigliamento rispetto al 2000), e con il boom dei social network si è fatta avanti l'idea che ogni giorno fosse necessario sfoggiare un outfit diverso per fotografarlo. Uno dei problemi di questo approccio è che l'algoritmo delle piattaforme richiede sempre nuovi contenuti, ma a un certo punto lo spazio per i vestiti finisce. Alcuni influencer pensano così di risolvere il problema alla radice, procedendo al reso gratuito subito dopo essersi fotografati con i capi addosso (ci sono e-commerce che di recente hanno tolto questa possibilità. Molti di loro hanno addotto motivazioni ambientali, ma è probabile che ci sia anche un ritorno economico per loro). Del resto i resi implicano un trasporto e quindi ulteriori emissioni, senza contare che spesso non vengono rimessi in circolo ma mandati direttamente al macero, perché la collezione dopo poco tempo non è più vendibile, e questo accade anche con i prodotti di lusso, perché i brand non vogliono svalutare i loro pezzi vendendoli a un prezzo inferiore. Altri indossano i capi per un po' e poi se ne liberano, sia perché la moda è capricciosa e cambia velocemente, sia perché i capi economici sono di bassa qualità e tendono a rovinarsi.

 

Lo sfruttamento e le reazioni troppo timide.

Governi e istituzioni hanno chiaro il problema, ma quando si tratta di mettere in campo dei correttivi l'impressione è che non sempre siano lungimiranti.

L'Europa per esempio si è attivata per creare una normativa per abbattere l'impatto ambientale del sistema moda, ma le modalità di attuazione e controllo sono ancora un'incognita.

Uno dei problemi di questa industria è la mancanza di tracciabilità: Maxine Beda, avvocata e fondatrice del New Standard Institute, una no profit che collabora con scienziati e cittadini per rendere questa industria più sostenibile, ha scritto Il lato oscuro della moda edito da Post Editori, un libro-inchiesta che segue un paio di jeans a partire dai campi di cotone del Texas fino ai nostri armadi. Mentre si documentava per questo lavoro, Beda si è accorta che gli stessi produttori non avevano idea dei giri immensi che i capi affrontavano prima di trasformarsi in prodotto finito pronto sugli scaffali del brand (o, più spesso, su Amazon).

 

A questo proposito, ci sarebbe da aprire un altro capitolo per parlare dell’impatto che tutto questo ha sulla forza lavoro, spesso costituita da manodopera sfruttata in paesi nei quali i controlli latitano, e quando vengono fatti dall’azienda madre, che appalta a terzi la produzione parziale degli abiti, vengono fatti male (Beda cita gli audit in cui viene chiesto al lavoratore se ha mangiato a pranzo, e questi, invariabilmente, risponde di sì, anche quando si può notare a colpo d’occhio che le mense aziendali, quando ci sono, sono vuote. Per ottenere risposte non influenzate dalla paura di perdere il lavoro, basterebbe chiedere cosa l’operaio ha mangiato nello specifico, ma troppo spesso ci si accontenta della prima risposta).

 

Le condizioni disumane a cui sono costretti i lavoratori dipendono dal peccato originale che determina anche buona parte dell’impatto ambientale del sistema moda: l’imperativo categorico è quello della rapidità, perché il consumatore è abituato a trovare sullo scaffale un determinato prodotto appena visto sul profilo social di un influencer, anche se abita dall’altra parte dell’oceano. In passato i tempi non erano così stretti, perché il momento in cui si veniva a conoscenza di un prodotto era quando usciva la sua pubblicità sui giornali e in tv, e in questo caso le aziende avevano il potere di cadenzare le uscite senza dover correre troppo. Ora questo non è più possibile, e senza una normativa sulla tracciabilità del prodotto finito, ma anche dei singoli componenti, le aziende avranno sempre altre priorità, salvo poi dissociarsi vanamente quando vengono a sapere che i terzisti da cui si riforniscono sfruttano la manodopera o non smaltiscono gli scarti di produzione in modo corretto (al netto delle sostanze chimiche usate per la produzione, ogni anno mezzo milione di tonnellate di microfibre di plastica finiscono nell'oceano: è come se fossero 50 miliardi di bottiglie.

Alcune microplastiche, comunque, provengono anche dalle nostre lavatrici, se utilizziamo capi di poliestere o di altri materiali derivanti dal petrolio).

 

Ma noi cosa possiamo fare?

E poi c’è il problema dello smaltimento, perché quando pensiamo di mettere in ordine l'armadio e di dare i nostri vestiti a qualcuno che ne ha più bisogno stiamo invece iniziando il processo che li spedirà dritti dritti in discariche a cielo aperto in Africa.

Ogni anno in Ghana vengono riversate 130.000 tonnellate di oggetti di stoffa, e nell'immenso mercato di Catamarano arrivano 15 milioni di capi a settimana. Gli imprenditori locali li comprano a peso per poterli rivendere ai cittadini, che però non apprezzano gli stessi tessuti usati nel mondo occidentale (per esempio non utilizzano quelli sintetici, scarsamente traspiranti), e quindi il 40% di questi capi si trasforma in rifiuto entro una settimana.

Poi vengono bruciati nelle discariche a cielo aperto, o direttamente in alcune aree del mercato, in roghi che troppo spesso vanno fuori controllo e diffondono nell'aria CO2 e sostanze chimiche tossiche.

 

È un quadro impietoso, che suggerisce che probabilmente non saranno le normative o i materiali innovativi a salvarci (anche se è lecito sperare e tentare), e nemmeno il vintage e il pre -loved, che vanno di moda ma hanno comunque un impatto in termini di trasporto e smaltimento, soprattutto se lo scopo è sempre quello di riempire gli armadi di capi nuovi. Perché per prima cosa dobbiamo cambiare la nostra mentalità, comprare meno e comprare meglio, investendo in capi di qualità destinati a durare, che sicuramente sul momento costeranno più dei corrispondenti del fast fashion, ma che saranno più convenienti se calcoliamo il “cost per war”, cioè quanto ci costa indossare una volta quel capo: un vestito creato per durare verrà indossato molto di più, e quindi il suo prezzo verrà ammortizzato nel tempo.

 

Sicuramente la responsabilità della situazione non è solo dei consumatori, e sarà necessario affiancare una maggiore consapevolezza a nuove leggi e alla modifica del processo di produzione.

 E però fuor di dubbio che dobbiamo riconsiderare la leggerezza con cui intasiamo i nostri armadi, evitando di farci sedurre dalle pubblicità che ci vengono propinate attraverso i social e gli altri media.

 

 

 

 

L’impegno per una

moda sostenibile.

 Ecocert.com - Tessile – ecocert.it – (martedì 9 maggio 2023) – Redazione – ci dice:

Ogni anno, da sola, emette 1,2 miliardi di tonnellate di gas serra.

Questo settore è anche il terzo più impattante in termini di consumo di acqua e di utilizzo del suolo e il quinto in termini di consumo di materie prime primarie.

A questa produzione dannosa si aggiunge un drastico aumento del volume dei rifiuti tessili ogni anno.

Una volta usati, i nostri vestiti vengono abbandonati o buttati via, senza che il materiale venga riutilizzato.

 Tutto ciò va di pari passo con la “fast fashion”.

Fortemente criticata, la fast fashion è determinata dal rinnovo ultrarapido delle collezioni di abbigliamento da parte dei marchi e da una molto breve durata d'uso dei capi da parte dei consumatori. Producendo sempre più velocemente, le industrie che adottano questo modello cercano di minimizzare i costi di produzione a scapito della qualità dei prodotti, riducendo al contempo i tempi di approvvigionamento per aumentare la propria redditività.

 L'impatto sull'ambiente è quindi pesante:

 uso di materie prime (risorse naturali o fossili), prodotti chimici, uso eccessivo di acqua, mancato rispetto del benessere degli animali, inquinamento del suolo, ecc.

L'aspetto ambientale è accompagnato anche da un triste bilancio sociale.

La produzione di abbigliamento è infatti realizzata da una manodopera i cui diritti non sono sempre rispettati:

 ce lo ricorda il tragico evento di Rana Placa in Bangladesh nel 2013 o, più recentemente, il cotone utilizzato da grandi marchi proveniente dal lavoro forzato degli Uiguri in Cina.

 

Con una consapevolezza decuplicata, i consumatori si aspettano maggiore trasparenza dai marchi.

Oltre l'80% dei cittadini dell'UE concorda sul fatto che non sono disponibili sufficienti informazioni sui capi di abbigliamento che acquistano e che sono necessarie regole più severe.

 

L’impegno per la moda sostenibile.

 

Per contribuire a un'industria della moda più etica, le aziende devono impegnarsi in azioni che promuovano la sostenibilità. Molti marchi sono già consapevoli delle problematiche in gioco e hanno adottato misure responsabili. Per continuare a ridurre l'impatto del settore tessile, è ora necessario integrare la protezione dell'ambiente in ogni fase della produzione, sviluppare canali socialmente responsabili (ad esempio rivalutando fibre come la canapa e il lino) o salvaguardare tali canali di fronte alla complessità della catena di approvvigionamento.

 

In questo senso, l'Unione Europea ha presentato nel marzo 2022 la sua strategia per un settore tessile sostenibile e circolare, affinché i prodotti tessili immessi sul mercato entro il 2030 rispettino determinate regole: un ciclo di vita del prodotto sostenibile, una produzione finalizzata a rispettare l'ambiente e i diritti umani, l'assenza di sostanze pericolose e la trasparenza della produzione per il consumatore. Anche il riutilizzo dei rifiuti è al centro delle questioni ambientali e contribuisce al risparmio di risorse naturali e fossili. In ottica dell'aumento della popolazione mondiale e della disponibilità delle nostre risorse, è indispensabile evitare l'uso eccessivo di materie prime vergini non prodotte nel rispetto dell'ambiente, promuovendo l'uso di materiali riciclati nei nostri prodotti tessili.

 

Diventare un marchio impegnato attraverso la certificazione La trasparenza sull'etichetta del prodotto è un elemento fondamentale in materia di eticità nel settore tessile per i consumatori.

Ecocert.it è al vostro fianco per affrontare le sfide del mondo di domani e vi sostiene nella promozione delle vostre buone pratiche ambientali e sociali. In qualità di ente certificatore esigente, selezioniamo tra tutti i marchi quelli che hanno un impatto positivo sul pianeta e far fronte alle sfide di eco-design.

 

GOTS : garantisce un metodo di produzione ecologico e responsabile, concentrandosi sull'uso di fibre organiche, nonché sul rispetto e sul miglioramento delle condizioni di lavoro;

 

I marchi Textile Exchange: promuovono il rispetto del benessere degli animali durante la catena di produzione con l'utilizzo di lana mohair di pecora, alpaca o capra;

 

marchi GRS o RCS: garantiscono l'uso di materiali riciclati, in particolare GRS aggiunge criteri ambientali e sociali;

OCS: è uno strumento di verifica per l'acquisto e la tracciabilità dei materiali tessili biologici, che garantisce al consumatore finale il contenuto biologico del prodotto acquistato;

 

ERTS: è uno standard ecologico che integra diversi tipi di materiali come fibre naturali, fibre di origine naturale o fibre riciclate; ERTS livello II garantisce anche il rispetto di criteri ambientali e sociali; quindi, è molto utile in combinazione con un'altra certificazione che non prevede tali criteri, come RWS, RCS, OCS, ecc.

 

L'FSC: è uno strumento di tracciabilità per i prodotti tessili di origine forestale come la viscosa, la gomma naturale, il sughero e il bambù;

 

Fair for Life: garantisce, tra l'altro, condizioni di lavoro eque lungo tutta la filiera e un prezzo equo per i produttori.

 Le certificazioni GOTS, GRS, ERTS e altre certificazioni TExtile Exchange sono riconosciute e possono semplificare le procedure di verifica della produzione tessile.

Grazie alla nostra esperienza ventennale nel settore, possiamo assistervi nell’applicazione o nel miglioramento delle pratiche sostenibili.

Da un lato, grazie alla nostra offerta di consulenza e formazione, e dall'altro, con le certificazioni, come presentato sopra.

In conclusione, la sostenibilità nel settore tessile deve essere oggetto di investimenti da parte dei marchi per offrire abiti dal design migliore, prodotti in modo più naturale ed ecologico, nel rispetto dei lavoratori e della biodiversità.

 Ma l'impegno deve essere anche da parte dei consumatori.

Saranno loro a prendere le decisioni finali e spetterà a loro cambiare il loro modello di consumo verso un approccio più consapevole, utilizzando più a lungo i loro abiti.

 

 

 

Moda sostenibile: cosa

sapere e trend 2026.

A2A.it – a2a -Life Company – Magazine – (7 gennaio 2026) – Redazione -ci dice:

 

Sostenibile è fashion- la moda del 2024 è amica dell’ambiente.

Crescono sempre più la consapevolezza e l'impegno, anche nel settore della moda, per adottare pratiche più sostenibili e responsabili.

Sono moltissimi, infatti, i brand di abbigliamento e accessori che stanno aderendo al green fashion per ridurre l’impatto ambientale e rendere i prodotti di moda più allineati con i principi dell’economia circolare.

 

Dall'utilizzo di alternative sostenibili ai materiali tradizionali, all'ottimizzazione dei processi produttivi per ridurre gli sprechi, fino allo sviluppo di nuove tecnologie. Anche il mondo della moda vuole contribuire alla transizione ecologica: ecco alcuni esempi di moda etica e sostenibile.

 

L’impatto del mondo della moda.

Durante la COP30 di Belém, la moda è entrata con forza nel dibattito climatico globale. Il settore resta infatti tra i più impattanti a livello ambientale, nonostante i percorsi di sostenibilità già avviati da molte aziende.

 

Secondo dati del Sole 24 Ore, oggi la moda è un business globale dal valore stimato di circa 1,3 trilioni di dollari ed è indicata come la seconda industria al mondo per consumo di acqua. È inoltre responsabile di una quota compresa tra il 2% e l’8% delle emissioni globali di gas serra, contribuendo in modo significativo alla crisi climatica.

 

Il contesto della COP30 mette in evidenza una criticità chiara: a pochi anni dal 2030, gli “Obiettivi di Sviluppo Sostenibile” delle Nazioni Unite non sono ancora pienamente a portata di mano e le emissioni continuano a crescere, seppur a un ritmo più lento.

 

In questo scenario, la moda sostenibile rappresenta l’impegno concreto di alcune realtà, che puntano a ridurre l’impatto ambientale e a promuovere uno sviluppo sociale ed economico più equilibrato, in linea con gli obiettivi fissati a livello internazionale. Vediamo insieme le principali innovazioni.

 

La sostenibilità passa dai funghi.

All'interno dell'industria della moda, la pelletteria è responsabile di danni ambientali collegati all'allevamento di bovini.

 Oggi una scoperta innovativa può rivoluzionare questo settore, rendendolo più sostenibile:

 il micelio, un'alternativa alla pelle a base di funghi.

Questo materiale deriva dalla parte vegetativa (le “radici”) del fungo e, rispetto alla pelle animale, è meno inquinante e più veloce da produrre. Ha caratteristiche che ricordano aspetto e sensazione della pelle animale, con vantaggi indiscutibili:

 il micelio, infatti, presenta maggiore durata e resistenza, ma soprattutto non produce emissioni.

A portare avanti la sperimentazione sulla “pelle di funghi” è una società di biotecnologia della Carolina del Sud, Micco Works, ma brand noti come “Adidas” e “Stella McCartney” la stanno già utilizzando per sviluppare alcuni prodotti eco-friendly.

Un'iniziativa per produrre cotone rispettando l'ambiente

Per limitare l’impatto ambientale causato dalla produzione di cotone, gli Stati Uniti hanno lanciato il programma “Climate Smart Cotton”. Si tratta di un’iniziativa pensata per intervenire in un settore che, solo per l’industria tessile e dell’abbigliamento, produce ogni anno circa 25 milioni di tonnellate di cotone.

 Il programma si rivolge direttamente ai coltivatori, promuovendo pratiche agricole più rispettose dell’ambiente e incentivando l’adozione di soluzioni innovative in grado di ridurre le emissioni di CO₂ e il consumo di risorse naturali.

 

Tessuti riciclati e realizzati con bottiglie PET.

Anche i tessuti riciclati svolgono un ruolo fondamentale nella promozione della sostenibilità nell'industria della moda: anziché produrre nuovi materiali da materie prime vergini, i tessuti riciclati sfruttano materiali già esistenti, riducendo così la necessità di estrarre e lavorare nuove risorse naturali.

Tra i prodotti innovativi ricavati da materiali riciclati, con processi produttivi a basso impatto ambientale, troviamo ad esempio gli “indumenti Polare”, realizzati con filamenti derivati da bottigliette PET.

 

Anche la moda “sposa” la sostenibilità.

Ebbene sì, anche il giorno più bello può contribuire alla salvaguardia dell'ambiente!

Alcuni brand, specializzati in abiti da sposa, stanno infatti confezionando modelli 100% sostenibili.

È il caso, ad esempio, del marchio australiano “Lost in Paris”, che rielabora tessuti recuperati nei mercatini dell’usato.

Il brand californiano Riformazioni, invece, realizza abiti da sposa con tessuti invenduti e utilizza packaging interamente vegetali e compostabili. Inoltre, riporta su ogni etichetta quanti kg di CO₂ sono stati emessi e quanti litri di acqua sono serviti per produrre quel determinato capo.

 Infine, la collezione di abiti da sposa We Do Eco utilizza tessuti eco-certificati, perline in vetro riciclato e cerniere ottenute da materiali riciclati come il PET.

 

Il tessuto che ricicla le foglie.

Ogni anno nelle Filippine circa 40 mila tonnellate di foglie di ananas vengono scartate dopo la raccolta del frutto.

Qualcuno, però, ha pensato di dare una seconda vita a questo materiale di scarto, brevettando “Piñatex”, un tessuto ispirato ai principi dell’economia circolare: si tratta, infatti, di un’alternativa green alla pelle utilizzata nell’industria del “fashion”.

Per realizzarla, vengono estratte dalle foglie di ananas le fibre, che subiscono poi un processo di lavaggio ed essiccazione. E oggi sono centinaia i brand che impiegano questo materiale per produrre sneakers, borse e portafogli.

 

Una lana che nasce dagli scarti.

Nel settore tessile, anche la lana può diventare protagonista di un approccio più sostenibile. Un esempio è rappresentato da Rebbi Wood, una lana vergine extra-fine e riciclabile che nasce da una filosofia zero Waste

. Questo materiale è ottenuto recuperando fibre pregiate che derivano dal processo di pettinatura della lana vergine e che, anziché essere scartate, vengono reintrodotte nel ciclo produttivo.

Il risultato è un tessuto di alta qualità con un impatto ambientale ridotto.

Grazie a tecnologie e brevetti di questo tipo, “Mantec”o, azienda tessile di Prato, nel 2024 ha ridotto:

80 mila tonnellate di CO₂ equivalente rispetto al 2023 (-19%);

oltre 14 ettolitri cubici di acqua (-18,95%);

167,81 terra joule di energia (-22,72%).

L’impegno dei player del settore.

Accanto alle singole innovazioni, stanno nascendo anche strumenti collettivi per accelerare la transizione sostenibile della moda. È il caso di “The Fashion Pacta”, alleanza che riunisce grandi marchi del settore e che ha lanciato l’iniziativa “Europea Accelerator”.

Il progetto mira a ridurre le emissioni lungo tutta la filiera, a partire dai fornitori europei e italiani, migliorando la raccolta e l’armonizzazione dei dati ambientali e facilitando l’accesso ai finanziamenti per le PMI. La decarbonizzazione del sistema moda europeo è stimata in 4,4 miliardi di euro entro il 2030.

 

Anche realtà considerate “native sostenibili”, come Patagonia, mostrano quanto il percorso sia complesso. Nel suo ultimo report Work in Progress, l’azienda segnala progressi importanti, come l’eliminazione dei PFAS e l’uso dell’84% di materiali sintetici riciclati, ma anche criticità. Nell’anno fiscale 2024-25 le emissioni hanno raggiunto 178.711 tonnellate di CO₂, a dimostrazione di quanto la transizione richieda tempo e interventi strutturali.

 

Perché scegliere la moda sostenibile?

Scegliere prodotti d’abbigliamento sostenibili è una scelta di consumo responsabile, che consente di contribuire alla difesa dell’ambiente, della biodiversità e delle risorse naturali della Terra. Inoltre, questo semplice gesto favorisce le aziende di moda più attente alle tematiche sociali, come l’inclusione, il rispetto dei diritti dei lavoratori e l’adozione di sistemi di produzione sostenibili.

 

La sostenibilità è a portata di click.

Piccole scelte quotidiane possono fare una grande differenza. Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere spunti, approfondimenti e consigli utili sul mondo della sostenibilità e su come rendere le tue abitudini più consapevoli.

 

 

 

Moda sostenibile: una sfida

condivisa per un impatto globale.

Maexportsrl.com - Moda sostenibile - (3 Dicembre 2024) -Filiera Etica – Redazione – ci dice:

Per ridurre l’impatto ambientale dell’industria della moda e del tessile, occorre in primo luogo collaborare lungo tutta la filiera ma anche oltre. In “M&A Export”, siamo convinti che il cambiamento passi attraverso il contributo di ogni attore, sia all’interno del comparto moda sia in altri settori collegati.

 

Una questione collettiva.

L’abbiamo sempre detto: rendere la moda sostenibile è una sfida complessa che coinvolge produttori, distributori, istituzioni e consumatori. Infatti, ciascun anello della filiera può dare un contributo essenziale:

i produttori possono scegliere materie prime ecologiche e processi più efficienti;

i distributori possono adottare pratiche circolari e gestire le giacenze di magazzino in modo da prolungare la vita dei prodotti, riducendo sprechi e costi;

i consumatori possono scegliere abitudini più responsabili, favorendo il riutilizzo e l’acquisto di capi sostenibili.

Tuttavia, questa trasformazione va oltre i confini del settore. Coinvolgere altri ambiti produttivi, come l’energia, l’agricoltura o il turismo, può accelerare il percorso di transizione verso modelli più sostenibili e amplificare i benefici a livello globale.

 

Quando la moda ispira altri settori.

Portare la sostenibilità nella moda crea opportunità di innovazione anche in settori apparentemente lontani.

 

Ad esempio, la collaborazione con il comparto agricolo può promuovere l’uso di fibre naturali coltivate in modo responsabile, dando un nuovo impulso all’economia locale. Ne avevamo già parlato a proposito della coltivazione di fibra di canapa, che è stata per anni un’attività importante per il territorio di Ivrea, dove si trova la sede di “M&A Export”.

Analogamente, è di pochi giorni fa la notizia della nascita di un “Hub delle Nazioni Unite per la Moda e il Lifestyle” in Toscana, un progetto che si propone di coniugare l’industria della moda, il settore tessile e l’economia del turismo responsabile, per valorizzare un territorio in modo sostenibile.

 

Un impatto che va oltre.

Il nostro ruolo nella filiera ci consente di incidere direttamente sull’impatto ambientale del settore moda. Attraverso la ricollocazione di giacenze di magazzino e prodotti invenduti su mercati secondari, riduciamo la quantità di rifiuti tessili e prolunghiamo la vita utile dei capi di abbigliamento, scarpe e accessori. Questo approccio non solo sostiene l’economia circolare ma rappresenta un modello replicabile per altre industrie.

La sostenibilità nella moda non è una sfida isolata. È un obiettivo che richiede sinergie tra settori diversi, così come il supporto di politiche lungimiranti e consumatori consapevoli. Solo attraverso la collaborazione possiamo trasformare questa industria in un esempio virtuoso per il mondo intero.

In M&A Export continueremo a lavorare in questa direzione, sostenendo le imprese nella transizione verso modelli di business sostenibili e contribuendo a un cambiamento positivo per il nostro pianeta.

 

 

 

 

MODA, SI FA PRESTO A DIRE SOSTENIBILITÀ SE NE PARLA SEMPRE MOLTO MA NEI FATTI UN PERCORSO A OSTACOLI TRA LIMITI TECNICI ED ECONOMICI.

Greeneconomyfestival.it – Italypost.it – (17 -04 – 2026) – Redazione – ci dice:

Prima ancora che industriale, è sopra tutto una questione sociale.

 Un sistema che passa per il riciclo e arriva fino ai diritti umani.

 

Negli ultimi anni il concetto di moda sostenibile è al centro del dibattito pubblico, ma anche delle produzioni, delle strategie aziendali e della formazione.

Non ha una vera data di nascita, più che un’invenzione recente, la sostenibilità nella moda può essere letta come un’evoluzione culturale e sociale che affonda le sue radici nei movimenti hippie e ambientalisti degli anni Sessanta, per arrivare alle attuali piattaforme industriali e accademiche che ne hanno fatto quasi una disciplina autonoma.

 Non stupisce, allora, che per qualcuno conservi ancora una patina caricaturale, come se vestire sostenibile appartenesse all’immaginario dei “fricchettoni”, della canapa e di un’estetica alternativa.

 È una riduzione superficiale, ma utile a capire quanto il concetto, prima di diventare linguaggio istituzionale, sia stato a lungo

trattato come marginale, a tratti folkloristico.

 

Oggi, al contrario, la sostenibilità è diventata un lessico riconoscibile e un valore da esibire.

 Il punto, però, è capire cosa significhi davvero.

 Perché la moda sostenibile non coincide con il tessuto riciclato o con una produzione apparentemente più pulita.

 È un sistema complesso che va dai diritti umani, gestione chimica, riciclo, rispetto culturale, fino al benessere animale.

 Prima ancora che industriale, quindi, è soprattutto una questione sociale.

Ed è proprio qui che si apre la prima contraddizione:

al sistema moda viene chiesta una trasformazione enorme, spesso raccontata come se potesse essere risolta attraverso materiali, certificazioni e storytelling, quando invece richiederebbe un cambiamento molto più radicale del paradigma economico e culturale che sostiene il consumo stesso.

 

In Italia, questa tensione si formalizza nel 2012 con il manifesto della “Camera Nazionale della Moda”.

 Un decalogo pensato per tracciare una via alla responsabilità, arginare il rischio di greenwashing e dare alla sostenibilità una forma riconoscibile.

 Un ordine nobile ma che nasce già fragile.

Perché mentre il sistema prova a darsi delle regole, la realtà produttiva globale resta invariata.

 In sostanza, la sostenibilità prende forma, certo, ma non in forma di struttura.

 L’anno successivo, precisamente il 24 aprile 2013, il crollo del Rana Plaza — un edificio che ospitava fabbriche tessili impegnate nella produzione per marchi internazionali — provoca oltre mille morti. Operai costretti a lavorare nonostante crepe evidenti nella struttura, tra salari minimi e condizioni di sicurezza inesistenti, mostrano il volto più brutale della filiera moda.

 

È uno spartiacque. Il punto di non ritorno che trasforma la sostenibilità da nicchia ideale a emergenza globale, ma è anche il momento in cui il sistema mostra tutta la sua ambiguità. In un primo momento, tutto viene affidato al colpevole più semplice da nominare: il fast fashion. E certamente il fast fashion ha avuto — e ha — una responsabilità enorme nella compressione dei costi, dei tempi e dei diritti.

 

Ma dalle macerie del “Rana Plaza” non emergono soltanto etichette riconducibili a quel segmento, emerge soprattutto qualcosa di molto più grande. Non il problema di una sola fascia di mercato, ma il limite strutturale di un modello che produce troppo, e troppo lontano da ogni reale possibilità di controllo.

 

Da quel momento in poi la parola “sostenibilità” si espande ovunque. Diventa un asse trasversale, quasi obbligatorio, tuttavia è proprio in questa espansione che si consuma anche il suo snaturamento. Più cresce, più si moltiplicano linguaggi, definizioni e promesse e meno appare chiaro come tradurla in un modello davvero operativo e coerente. La moda sostenibile presenta principi ambiziosi, spesso difficili da far convivere, e che soprattutto non dipendono tutti dalla moda. Non a caso, lo stesso impianto su cui il manifesto sostenibile del Made in Italy era stato costruito, oggi mostra i suoi limiti. La scelta dei materiali, per esempio, viene spesso indicata come il primo banco di prova.

 

Si chiedono “fibre riciclate”, “bio”, “innovative” e capi più durevoli. Ma il riciclo tende ad accorciare le fibre, molte bioplastiche richiedono condizioni specifiche per degradarsi e ciò che è più pulito non è sempre più resistente o accessibile. Si pretende che un prodotto sia sostenibile, durevole, competitivo e scalabile allo stesso tempo: esigenze che non sempre procedono nella stessa direzione e che spesso entrano in conflitto tra loro. Lo stesso vale per il cosiddetto design circolare, spesso raccontato come soluzione inevitabile.

 In teoria dovrebbe facilitare il riciclo e ridurre gli sprechi, progettando il capo già in funzione della sua seconda vita. In pratica, però, può limitarne la creatività e si scontra con un dato molto concreto: su scala globale mancano ancora infrastrutture adeguate al riciclo tessile.

Si progetta come se il sistema fosse pronto, ma quel sistema, semplicemente, non esiste ancora. La gestione chimica segue una logica simile. Eliminare sostanze tossiche e ridurre l’impatto ambientale è necessario, ma sostituire alcune componenti può ridurre la durabilità dei capi, mentre convertire gli impianti richiede investimenti enormi e tempi lunghi. Per molte imprese, soprattutto le più piccole, sostenere questi costi è complesso. La sostenibilità resta così un obiettivo condiviso, ma materialmente diseguale. Poi c’è la filiera — argomento particolarmente spinoso.

 

Garantire salari dignitosi e condizioni sicure è un principio non negoziabile, ma la trasparenza totale oggi è quasi impossibile. Tra fornitori e subfornitori, lavorazioni distribuite e passaggi frammentati, un brand spesso non conosce l’intera catena produttiva. Non è una giustificazione, ma la misura della complessità di un sistema globale che non può essere corretto solo a valle, né risolto con una dichiarazione di intenti. Anche il rispetto culturale apre un ulteriore fronte. Collaborare con artigiani locali ed evitare appropriazioni indebite è parte del discorso sostenibile, ma il confine tra omaggio e sfruttamento resta sottile. Non tutto può essere utilizzato, non ogni cultura desidera essere reinterpretata, così alcuni brand si ritirano per paura di accuse, altri continuano con logiche estrattive.

 

In entrambi i casi, la soluzione non è lineare e spesso genera nuove contraddizioni. Il benessere animale, infine, introduce un altro paradosso. Evitare la crudeltà porta spesso all’uso di materiali sintetici derivati dal petrolio. Si risolve un problema, ma se ne apre un altro, mostrando ancora una volta quanto sia difficile tenere insieme tutti i principi della sostenibilità senza generare effetti collaterali.

 

Il risultato è un sistema in cui la sostenibilità si trasforma in un percorso a ostacoli, dove le buone intenzioni si scontrano, nel concreto, con limiti tecnici, economici e culturali. E nel frattempo il consumatore si disaffeziona.

Tra greenwashing, contraddizioni e continui messaggi confusi, cresce la sfiducia: se tutto è sostenibile a parole, quasi nulla lo è nei fatti, e ogni scelta rischia di apparire più simbolica che reale. A quel punto la domanda cambia, non è più se la moda possa diventare sostenibile, ma entro quali limiti possa farlo senza rinnegare il proprio modello. Serve, prima di tutto, un lavoro di onestà intellettuale. Chi produce, oggi, non è sostenibile. Può migliorare, ridurre impatti, correggere storture, ma non raggiungerà mai quel verde brillante con cui la sostenibilità viene scritta, finché il sistema resterà fondato su crescita continua, accelerazione e consumo. Per questo il punto non è solo la moda e anche il concetto stesso di sostenibilità non può essere chiesto a un singolo settore come se questo fosse isolato dal resto.

 

Più che moda sostenibile, quindi, bisognerebbe iniziare a parlare di società sostenibile allargando lo sguardo su un problema strutturale, probabilmente molto più scomodo da affrontare di quanto il sistema sia disposto ad ammettere.

 

 

 

Che cos’è la moda sostenibile

o Slow Fashion?

Ecoalf.com – (26 settembre 2025) – Eco Alf – Redazione – ci dice:

 

La moda sostenibile, conosciuta anche come “Slow Fashion”, è un approccio dell’industria tessile che promuove pratiche responsabili nei confronti dell’ambiente, della società e dell’economia. Ti raccontiamo tutto sulla Moda Sostenibile o Slow Fashion: che cos’è, quali sono i suoi benefici... Scoprilo!

 

In cosa consiste la Moda Sostenibile?

La moda sostenibile si basa sulla produzione di abbigliamento che tenga conto dell’intero ciclo di vita, dal design, produzione, distribuzione, uso e riciclo. Si tratta di un tipo di produzione etica che rispetta principalmente il benessere dell’ambiente e dell’ecosistema.

A differenza della moda veloce o Fast Fashion, che si basa sulla produzione massiva e sull’alto consumo, la moda sostenibile cerca di ridurre l’impatto negativo sul pianeta e promuovere un rapporto più consapevole e sano tra le persone e la moda.

 

Questa tendenza implica l’utilizzo di materiali ecologici, la riduzione del consumo di risorse naturali, la promozione di tecniche di produzione responsabili e la diffusione di un consumo consapevole. Inoltre, il concetto di Slow Fashion comporta un approccio più lento e riflessivo al consumo, dando priorità alla qualità e alla durabilità rispetto alla quantità.

Quali materiali si utilizzano nella moda sostenibile?

Uno dei pilastri della moda sostenibile è l’uso di materiali riciclati che minimizzino l’impatto ambientale. Alcuni dei più comuni sono:

 

Cotone organico: coltivato senza pesticidi né sostanze chimiche, il cotone organico è più rispettoso dell’ecosistema e del suolo.

Lino: questo materiale è noto per la sua durabilità e il basso impatto ambientale, poiché richiede meno acqua e pesticidi per svilupparsi.

Poliestere riciclato: è realizzato a partire da bottiglie di plastica riciclate. Questo materiale riduce i rifiuti plastici e la necessità di produrre nuove risorse.

Tencel: una fibra ottenuta dalla polpa di legno, è biodegradabile e la sua produzione richiede meno acqua e sostanze chimiche rispetto al cotone convenzionale.

Juta e bambù: questo tipo di fibre naturali a basso impatto ambientale sono ideali perché non richiedono pesticidi né fertilizzanti.

Benefici della moda sostenibile o slow fashion.

Optare per la moda sostenibile o Slow Fashion offre una grande varietà di benefici sia per il consumatore che per il pianeta. Uno di questi è la riduzione dell’impatto ambientale: l’industria tessile è una delle più inquinanti al mondo e, utilizzando materiali ecologici e processi di produzione più puliti, riduciamo l’impronta di carbonio e l’inquinamento dell’acqua, tra gli altri effetti.

La durabilità e qualità dei capi sostenibili è un altro dei suoi vantaggi, poiché producendo e progettando capi con materiali più resistenti, non solo durano più a lungo, ma si riduce anche la necessità di acquistare continuamente nuovi indumenti. In questo modo promuoviamo l’acquisto di prodotti durevoli e di qualità invece di consumare capi di bassa qualità e basso costo.

 

Come promuovere la moda sostenibile nella società?

Promuovere la moda sostenibile o Slow Fashion nella società richiede uno sforzo congiunto tra marchi e consumatori. Alcuni modi per favorire questo cambiamento sono:

 

Consapevolezza: informare i consumatori sugli impatti negativi della moda veloce e sui benefici dei prodotti sostenibili è fondamentale. Le campagne di sensibilizzazione e la trasparenza nella catena di produzione sono essenziali affinché i consumatori possano prendere decisioni informate.

Incentivi: promuovere il riciclo e il riutilizzo dei capi è un’alternativa sostenibile che aiuta a prolungare la vita utile degli indumenti.

Collaborazione: favorire la collaborazione tra marchi di moda sostenibile e consumatori impegnati può accelerare il cambiamento verso un modello più responsabile.

Legislazione: i governi possono svolgere un ruolo importante promuovendo leggi che favoriscano pratiche sostenibili nell’industria della moda.

Ecoalf: Marca leader in moda sostenibile.

ECOALF è un marchio di abbigliamento che si è affermato come uno dei riferimenti mondiali nel campo della moda sostenibile, con la nostra visione di offrire prodotti di alta qualità senza compromettere il futuro del pianeta.

Fondata nel 2009 da Javier Giovenche, ha fatto della sostenibilità il suo principale pilastro, utilizzando materiali riciclati e rispettosi dell’ambiente per creare capi funzionali ed eleganti.

Ciò che distingue ECOALF è il suo approccio all’innovazione. Lavoriamo con materiali riciclati provenienti da bottiglie di plastica, reti da pesca dismesse, pneumatici e altri rifiuti, trasformandoli in tessuti di alta qualità. Inoltre, in ECOALF implementiamo pratiche di produzione che riducono il consumo di acqua, energia e sostanze chimiche, contribuendo così a un processo di produzione più pulito e sostenibile.

 

In definitiva, la moda sostenibile o Slow Fashion è molto più di una tendenza, è una necessità urgente per ridurre l’impatto negativo della moda sul pianeta.

Marchi come ECOALF dimostrano che è possibile creare abbigliamento moderno e di alta qualità rispettando l’ambiente e promuovendo pratiche etiche nella produzione.

Scegliere marchi sostenibili non è solo una scelta di stile, ma anche un investimento in un futuro più responsabile e consapevole.

 

 

 

Moda sostenibile: il

futuro tra crisi e innovazione.

Pierodibello.com - Francesca Maniglia – (04 ottobre 2025) – Redazione – ci dice:

 

Moda sostenibile: il futuro tra crisi e innovazione.

Per anni il settore della moda è stato definito come uno dei più inquinanti al mondo, con un impatto ambientale paragonato addirittura a quello dell’industria del petrolio.

La crisi che ha colpito il comparto non riguarda soltanto il calo delle vendite di abiti e accessori, ma anche una trasformazione culturale profonda; i consumatori chiedono trasparenza, etica e un modello di moda circolare che riduca sprechi e costi sociali.

 

La crisi della moda non è più spiegabile soltanto con un crescente divario tra disponibilità economiche dei consumatori e stipendi che crescono al ritmo dell’inflazione, o agli aumenti dei prezzi decisi da alcuni marchi, a loro volta alle prese con rincari di materie prime, logistica e affitti dei negozi.

Dietro la frenata dei consumi ci sono nuove priorità. Per le generazioni più giovani, vestirsi resta un piacere e un modo di esprimere sé stessi, ma non può più prescindere dal rispetto per l’ambiente.

L’esplosione del fast fashion, con il suo ciclo produttivo frenetico e altamente inquinante, ha generato un boomerang: da simbolo di accessibilità e velocità, è diventato sinonimo di eccesso e insostenibilità.

Allo stesso tempo, anche il lusso è messo sotto pressione. Le recenti indagini sulle filiere produttive, che hanno coinvolto marchi molto noti, hanno fatto emergere il rischio reputazionale: senza fiducia dei consumatori, anche i brand più iconici rischiano di perdere credibilità.

Una moda percepita come sinonimo di profitti eccessivi o pratiche scorrette non ha futuro.

Eppure, la moda, proprio perché ha saputo interpretare i tempi e reinventarsi nei secoli, può trasformarsi oggi in un motore di crescita sostenibile.

 Le basi per un radicale cambiamento sono già ben visibili:

 dai progetti di economia circolare che puntano a prolungare il ciclo di vita dei capi e dei materiali, alla riscoperta di fibre naturali come il lino europeo, fino alle nuove tecnologie per la tracciabilità (blockchain, digitale product passaporto) e alle normative europee contro l’ultra fast fashion.

 

Il settore deve però compiere un salto culturale: da industria ad alto impatto ambientale a simbolo di innovazione responsabile, capace di coniugare bellezza, design e sostenibilità.

 Non si tratta soltanto di seguire le tendenze del mercato, ma di ridare alla moda il ruolo di raccontare la società, interpretare il tempo presente e guidare le scelte future, con uno sguardo rivolto al benessere delle persone e delle prossime generazioni.

 

In che modo le indagini sulla filiera mettono in crisi la reputazione dei brand?

Se la sostenibilità rappresenta la grande sfida del futuro, il presente della moda è segnato da una questione altrettanto importante: la fiducia dei consumatori.

Negli ultimi anni, diverse inchieste hanno messo sotto i riflettori le pratiche scorrette all’interno delle filiere produttive, sollevando dubbi sulla reale trasparenza anche di marchi storici e di lusso. La Procura di Milano, con le indagini che hanno coinvolto aziende come Armani, Dior e Loro Piana, ha dimostrato che la reputazione del settore moda è fragile e che basta poco per incrinare la percezione di un’intera industria.

 

L’altro grande rischio l’ha ribadito Claudio Marenzi – già presidente di Sistema Moda Italia, Confindustria Moda e Pitti Immagine – in un’intervista a Maria Silvia Sacchi sul suo sito The Platform:

le pratiche scorrette della filiera che hanno portato la Procura di Milano ad aprire indagini su diverse aziende, da Armani a Dior e Loro Piana (fonte: Il Sole 24 Ore del 29 luglio), minano il rapporto di fiducia con i consumatori. Da una parte si rafforza l’opinione di chi già era convinto che, nella moda e nel lusso, i ricarichi fossero esagerati; dall’altra si penalizza il lavoro onesto della gran parte delle aziende della filiera italiana e si mette in discussione il ruolo stesso della moda, che invece può essere una parte importante delle nostre vite, perché ci permette di raccontare qualcosa di noi.

La moda non è solo business, ma è anche cultura, creatività, espressione sociale. Se viene percepita come mero strumento di profitto a spese dell’ambiente e dei lavoratori, rischia di perdere il suo ruolo simbolico e identitario.

 

 Per i consumatori, soprattutto i più giovani e sensibili ai temi della moda etica e sostenibile, la fiducia non è più scontata. Vogliono sapere da dove proviene un capo, chi lo ha realizzato, con quali materiali e con quale impatto. Le indagini giudiziarie hanno reso evidente che non basta parlare di sostenibilità nelle campagne di marketing, ma occorrono azioni concrete, tracciabili e verificabili.

La reputazione del settore moda diventa così un asset strategico, forse persino più importante del design e dello stile. Per questo motivo, il futuro delle aziende passa inevitabilmente da un riequilibrio tra profitto e responsabilità, tra performance economiche e rispetto dei valori sociali e ambientali.

 

 La moda che saprà ricostruire un rapporto autentico di fiducia con i consumatori sarà quella che guiderà la transizione verso un modello di crescita sostenibile.

Moda e nuovi modelli di business.

Dal giusto profitto alla diversificazione dei ricavi.

La crisi che ha investito il settore della moda non riguarda solo le vendite, ma anche un modello di sviluppo ormai superato. Per decenni la moda ha puntato su un’accelerazione continua dell’offerta, rincorrendo il fast fashion con collezioni quasi settimanali, in una spirale di eccesso che oggi mostra tutti i suoi limiti.

Il mercato chiede una correzione di rotta: meno quantità, più qualità e, soprattutto, un nuovo equilibrio tra crescita e responsabilità.

Un esempio emblematico arriva da Brunello Cucinelli, che da anni parla di “crescita garbata” e di “giusto profitto”.

Il successo del suo brand, quotato in Borsa e tra i pochi a registrare risultati positivi anche nel 2025, dimostra che è possibile coniugare redditività e rispetto dei valori sociali. Non si tratta solo di un approccio etico, ma di una strategia concreta che rafforza la reputazione e la fedeltà dei clienti.

 

Accanto alla ricerca del “giusto profitto”, i grandi marchi stanno puntando sulla diversificazione delle fonti di ricavo.

Giorgio Armani, pioniere in questo senso, ha affiancato alla moda investimenti in telerie, ristorazione, design e progetti immobiliari di lusso.

Dolce & Gabbana ha “vestito” beach club e hotel di alta gamma, mentre Louis Vuitton ha trasformato la sua storica boutique di via Monte Napoleone a Milano in uno spazio che unisce shopping e ristorazione stellata.

 Fendi, già attiva nell’arredo casa, si prepara a lanciare un progetto simile in uno spazio di grandi dimensioni sempre nella capitale della moda italiana.

 

Un altro settore strategico è quello della cosmetica di lusso, in continua espansione. Le linee beauty stanno diventando vere e proprie “cassette di sicurezza” per i brand: profumi, make-up e skincare generano margini elevati e un accesso più democratico al marchio. Dolce & Gabbana, ad esempio, ha compensato il calo delle vendite nella moda con la crescita delle divisioni casa e beauty; Vuitton ha debuttato nel make-up, mentre Prada e Gucci hanno rafforzato l’offerta con nuove fragranze e collezioni cosmetiche.

La strategia di diversificazione non è solo una risposta tattica alla crisi, ma rappresenta una visione di lungo periodo.

La moda del futuro non potrà basarsi soltanto sul ciclo tradizionale abbigliamento-accessori, ma dovrà diventare un ecosistema di esperienze e prodotti, capace di intercettare nuove esigenze dei consumatori e di ridurre la dipendenza da un singolo mercato.

Cosa è il Circolar Fashion Index 2025?

I brand più virtuosi e i limiti del sistema.

La parola chiave per il futuro del settore è circolarità. Non basta più produrre collezioni ecologiche o comunicare iniziative green: i consumatori e le istituzioni chiedono un cambiamento strutturale. Ma cosa significa, concretamente, “moda circolare”? Volendo essere chiari, possiamo dire che vuol dire progettare e realizzare capi capaci di durare nel tempo, riutilizzabili, riparabili e riciclabili, riducendo così l’impatto ambientale lungo tutto il ciclo di vita del prodotto.

A misurare gli sforzi dei brand in questo campo è lo studio Kearney, società di consulenza che nel 2020 ha lanciato il Circolar Fashion Index (CFX), oggi punto di riferimento internazionale per valutare quanto i marchi stiano davvero integrando la sostenibilità nei propri processi.

 

L’edizione 2025 del CFX ha analizzato 246 brand di 18 Paesi, suddivisi in cinque categorie (moda, intimo, sportswear, calzature e outdoor) e quattro segmenti di mercato (Luxuria, affondabile Luxuria, mass market e fast fashion).

I risultati evidenziano un quadro complesso. Se da un lato gli sforzi proseguono, dall’altro il ritmo del cambiamento è troppo lento per incidere realmente sullo scenario globale. Molti marchi hanno implementato iniziative di circolarità di base, come capsule collettino con materiali riciclati, programmi di ritiro dei capi usati o campagne di sensibilizzazione. Tuttavia, queste pratiche restano spesso confinate ai dipartimenti di sostenibilità, senza un’integrazione reale nella supply chain, nello sviluppo prodotto o nelle strategie commerciali.

 

La buona notizia è che l’Europa risulta più virtuosa rispetto a Stati Uniti e Asia, anche grazie alle normative introdotte da Bruxelles. Nella Top Ten del CFx 2025 compaiono marchi come Gucci e OVS, insieme a Patagonia, Levi’s, The North Face, Lululemon, Coach, Gant e i nuovi ingressi Arc’teryx e Decathlon. È un segnale positivo, che mostra come anche in Italia la moda sostenibile stia facendo passi importanti.

Resta però un divario significativo tra ambizione e implementazione. I progressi in aree come il design circolare, il riutilizzo delle materie prime e la tracciabilità sono passati solo da una “maturità limitata” a una “maturità moderata”.

Il settore continua a muoversi, ma non abbastanza velocemente per rispondere alle urgenze ambientali e alle nuove aspettative dei consumatori.

La moda circolare deve diventare la colonna portante del business. Solo così il settore potrà scrollarsi di dosso l’etichetta di industria altamente inquinante e affermarsi come modello di crescita sostenibile e responsabile.

Quali sono le normative?

Digital product passaporto, ecodesign e blockchain per la tracciabilità.

La transizione verso una moda sostenibile non può dipendere solo dalla buona volontà dei brand.

Servono regole chiare e strumenti innovativi che obblighino l’intero comparto a cambiare passo.

Negli ultimi anni, infatti, l’Europa e altre aree del mondo hanno introdotto normative pensate per ridurre l’impatto ambientale e promuovere la circolarità.

In Francia è stata approvata una legge che limita l’ultra fast fashion, mentre in California si discute il Responsible Testile Recovery Act, che imporrebbe ai marchi l’obbligo di ritirare e riciclare i capi usati. Si tratta di segnali forti, poiché non è più accettabile produrre e vendere senza preoccuparsi del destino dei prodotti una volta usciti dal negozio.

 

L’Unione Europea ha fatto un passo avanti ancora più deciso con due strumenti destinati a rivoluzionare il settore:

Il Digital Product Passport (DPP), che dal 2027 sarà obbligatorio per molti prodotti, moda inclusa. Si tratta di un documento digitale collegato a un capo tramite QR code, che contiene informazioni su materiali, composizione, ciclo di vita, istruzioni per riuso e riciclo. In questo modo i consumatori avranno accesso a dati trasparenti, mentre le aziende potranno garantire tracciabilità e conformità.

Il Regolamento Ecodesign, che stabilisce requisiti di progettazione mirati a migliorare la durabilità, la riparabilità e la riciclabilità dei prodotti. L’obiettivo è chiaro: rendere sostenibile la maggior parte dei beni immessi sul mercato europeo.

Accanto alle normative, anche la tecnologia blockchain sta guadagnando terreno come strumento di tracciabilità. Grazie alla registrazione sicura e immutabile dei dati, sarà possibile certificare ogni fase del ciclo produttivo, dalla coltivazione delle fibre fino al capo finito. Un sistema che non solo aumenta la fiducia dei consumatori, ma riduce il rischio di pratiche scorrette nella filiera.

Le innovazioni, normative e tecnologiche, rappresentano una spinta decisiva verso un cambio di paradigma. Non si tratta più di iniziative volontarie, ma di obblighi concreti e strumenti operativi che renderanno la moda responsabile una condizione imprescindibile per competere sul mercato globale.

 

Qual è il rapporto tra moda sostenibile e fibre naturali?

Il ritorno del lino europeo come alternativa al poliestere.

Tra le molte strade che la moda sta valutando e analizzando per ridurre l’impatto ambientale, una delle più promettenti arriva da una fibra antichissima: il lino europeo.

Coltivato da millenni e oggi rivalutato come simbolo di sostenibilità, il lino sta vivendo una vera rinascita grazie alla sua impronta ecologica minima e alle sue caratteristiche di qualità.

Secondo i dati di Textile Exchange, il lino rappresenta ancora solo lo 0,5% delle fibre utilizzate dall’industria tessile, contro il 57% dominato dal poliestere. Eppure, tra il 2014 e il 2024, i terreni coltivati a lino in Europa sono aumentati del 128% e la produzione è raddoppiata, raggiungendo le 200mila tonnellate. Una crescita che testimonia il nuovo interesse del settore per una fibra naturale, resistente e facilmente tracciabile.

 

Il lino ha numerosi vantaggi ambientali: non necessita di irrigazione né di pesticidi, non richiede processi chimici di sintesi e ogni scarto della lavorazione trova un impiego, dall’edilizia alla zootecnia. Persino la banconota da un dollaro contiene il 25% di fibre di lino. Questo lo rende un materiale perfettamente allineato con i principi della economia circolare nella moda.

In prima linea nella rinascita della filiera c’è la cooperativa francese “Terre de Lin”, la più grande produttrice europea, nata nel 1940 e oggi composta da 780 aziende agricole.

La cooperativa non solo coltiva il lino con metodi sostenibili, ma ha avviato progetti per riportare in Europa una parte della lavorazione, oggi in gran parte delocalizzata in Cina e India.

Una scelta strategica che contribuisce non solo alla sostenibilità, ma anche al reshoring della filiera tessile, creando occupazione e salvaguardando competenze storiche.

 

La qualità del lino europeo è considerata la migliore al mondo. Il clima umido della Normandia e i terreni profondi permettono di ottenere fibre lunghe, forti e brillanti, particolarmente ricercate dai marchi del lusso.

Non a caso, aziende come Stafilini hanno riaperto stabilimenti in Francia dopo anni di crisi, spinte dall’aumento della domanda.

A questa rinascita contribuiscono anche le nuove tecnologie. La blockchain consente di certificare ogni fase della produzione, garantendo la tracciabilità necessaria in vista degli obblighi del Digital Product Passport.

Innovazioni come Thermos, che disinfetta le sementi con semplice vapore acqueo, stanno inoltre favorendo varietà più resistenti e adatte ai cambiamenti climatici.

 

Il lino, dunque, non è solo una fibra tessile, ma il simbolo di come tradizione e innovazione possano incontrarsi per costruire un modello di moda sostenibile e circolare. La sua riscoperta dimostra che la sostenibilità non significa rinunciare alla qualità o al design, ma valorizzare risorse naturali e saperi antichi in chiave moderna.

Il settore della moda si trova oggi di fronte a una sfida che è anche un’opportunità storica: trasformarsi da industria percepita come tra le più inquinanti al mondo in motore di crescita sostenibile. La crisi delle vendite, le indagini sulla filiera e la crescente attenzione dei consumatori non devono essere viste solo come ostacoli, ma come stimoli per costruire un nuovo modello di sviluppo.

I brand più lungimiranti hanno compreso che il futuro passa attraverso la circolarità, la diversificazione dei ricavi, l’adozione di nuove tecnologie per la tracciabilità e il rispetto di normative sempre più stringenti.

Affinché la moda torni a essere non solo stile e tendenza, ma anche cultura e responsabilità sociale, serve però un cambio di mentalità. Le aziende devono superare l’approccio frammentario e integrare la sostenibilità in tutta la filiera: dalla progettazione al retail, dalla comunicazione al post-consumo. I consumatori, dal canto loro, devono continuare a premiare le scelte trasparenti e responsabili. Le istituzioni, infine, hanno il compito di accompagnare questa trasformazione con regole chiare e strumenti di sostegno.

In questo equilibrio tra creatività, impresa e responsabilità ambientale si gioca il futuro della moda che, se affrontato con coraggio e visione, può restituire al settore il suo ruolo simbolico di guida verso un domani più equo, innovativo e sostenibile.

 

 

 

Moda sostenibile: dalla consapevolezza

all’azione – un cambiamento necessario

per il futuro del pianeta.

 Ublogger.org - Lara Savini – (16 apr. 2025) – Redazione – ci dice:

 

Eco-friendly fashion.

Negli ultimi anni, nel nostro piccolo, siamo diventati tutti un po’ fashion blogger. Scorriamo i social, vediamo un vestito carino, lo aggiungiamo al carrello, e in 24 ore è già a casa.

 Ma vi siete mai chiesto quanto costa davvero quel vestito?

E no, non parliamo solo del prezzo sul sito.

Il sistema dell’ultra fast fashion è ampiamente diffuso nel mondo occidentale, noi consumatori lo diamo quasi per scontato, ma i costi ambientali e sociali di questo business ci devono far ricordare che non solo c’è un’alternativa ma che è anche estremamente necessaria.

 

 

 Fast fashion: quando la moda è troppo veloce (e pericolosa).

Il fast fashion è un sistema di produzione di abbigliamento estremamente rapido, economico e spesso altamente inquinante. Si producono tantissimi capi ogni giorno, con materiali scadenti e spesso in condizioni di lavoro terribili, per essere venduti a pochi euro… e buttati poco dopo.

 

Il settore dell’abbigliamento online, ricorda Greenpeace, è fra i più rilevanti dell’e-Commerce Business to Consumer (B2C) italiano.

Giovani, digitale e fast fashion sono i tre assi che spingono la crescita del mercato della moda nel mondo.

Solo il 3% della moda è però circolare e appena l’1% dei nuovi vestiti viene prodotto a partire da abiti vecchi, mentre ogni secondo un camion pieno di indumenti finisce in discarica o nell'inceneritore.

L’industria della moda è tra i settori produttivi più inquinanti, un sistema che utilizza enormi quantità di materie prime:

soltanto nell’UE, il consumo di prodotti tessili risulta il quarto settore per impatto su ambiente e clima, il terzo per consumo d’acqua e di suolo.

Abiti venduti e resi subito.

 Accessori progettati per durare una stagione soltanto e destinati a rompersi nel giro di poche settimane, per poi finire in discarica o nel Sud del mondo.

Con produzione di massa, bassa qualità e prezzi irrisori, l’industria del fast fashion genera enormi quantità di rifiuti e inquinamento.

 

 

 Moda e ambiente: numeri che fanno paura.

Ogni anno, solo in Europa, vengono buttati 6 milioni di tonnellate di vestiti, 11kg di scarti di vestiti a persona, i quali finiscono spesso nelle grandi discariche di paesi lontani come il Ghana, in cui ogni settimana ne arrivano 15 milioni provenienti da paesi occidentali. Circa il 40% di questi capi viene bruciato, producendo enormi danni ambientali e non solo. In effetti, il fast fashion è responsabile per il 10% delle emissioni del gas serra globali: è quanto emerso dall’indagine condotta dall’Unità Investigativa di Greenpeace Italia che per quasi due mesi, in collaborazione con la trasmissione televisiva Report, ha tracciato i viaggi compiuti da alcuni capi d’abbigliamento del settore del fast fashion acquistati e resi tramite piattaforme di e-commerce, svelando una filiera logistica schizofrenica e il devastante impatto ambientale in termini di emissioni di CO2. Le aziende del fast fashion promuovono la loro presunta sostenibilità e il rispetto di migliori condizioni di lavoro, dichiarando nelle etichette che i loro capi d’abbigliamento sono prodotti con una minore impronta ecologica.

Lo chiamano greenwashing, ma di green non ha davvero nulla.

 

 

 Ma allora… che si fa?

Niente panico: non devi rinunciare al tuo stile per essere sostenibile.

Essere sostenibili non significa essere fuori moda, ma scegliere chi vogliamo essere e che mondo vogliamo costruire. Ogni volta che scegli un capo con consapevolezza, stai votando con il tuo portafoglio per un futuro più giusto. Anzi, puoi fare la differenza con piccole scelte quotidiane.

 

 Acquista meno e in modo più consapevole.

Noi, come singoli individui, sicuramente potremmo smettere e/o ridurre gli acquisti nei negozi fast fashion.

In primis perché questa tipologia di negozi distrugge la nostra unicità, conducendoci all’omologazione.

 Infatti, non si sceglie più un capo ma una divisa collettiva con tessuti scadenti, facendoci perdere di personalità.

 Inoltre, questa tipologia di negozi ci rende dipendenti dal consumo compulsivo:

più compriamo, meno possediamo davvero, abituandoci alla frenesia dei nuovi acquisti (spesso non necessari).

 Quando fai shopping, fallo in modo consapevole:

chiediti se quel capo ti serve davvero, se lo userai più volte, o se è di buona qualità.

 

 

Scegli brand sostenibili.

Prediligere l'acquisto di capi d’abbigliamento sostenibili e con un basso impatto ambientale, considerando il loro intero ciclo di vita e la carbon footprint.

Questi prodotti hanno un’impronta ecologica bassa, poiché realizzati secondo i principi dell’eco design e dell’economia circolare.

 Esistono marchi che usano materiali naturali o riciclati, producendo in modo etico e trasparente.

 Cerca prodotti fatti con cotone biologico, lana e con fibre riciclate come il poliestere riciclato o altre fibre eco.

 E cerca prodotti che utilizzano metodi di produzione a basso impatto ambientale, a basse emissioni di CO2 nelle fasi di trasporto e di vendita attraverso il sistema della filiera corta.

 

 Second hand is cool.

Comprare usato oggi non è più solo una pratica per chi vuole risparmiare: è diventata una vera tendenza, creativa e super sostenibile. Il mondo del second hand sta vivendo un boom pazzesco grazie a mercatini, negozi vintage e app dedicate. Quando scegli un capo usato, non solo eviti che finisca in discarica, ma ti porti a casa qualcosa con una storia, spesso introvabile nei negozi fast fashion. È come partecipare ad una caccia al tesoro: trovi pezzi originali, magari firmati, che ti distinguono dalla massa.

In più, il second hand ti permette di risparmiare, il che non guasta, soprattutto se vuoi sperimentare con il tuo stile senza svuotare il portafoglio.

 E se hai l’armadio pieno di cose che non usi più? Rivenderle online ti permette di dare loro una seconda vita e guadagnarci qualcosa. Insomma, è un win-win.

 

 Le regole stanno finalmente cambiando.

Organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite e la Commissione Europea stanno cercando di cambiare le regole dell’industria della moda, spingendo verso un modello più circolare.

Questi organismi lavorano per proteggere il pianeta, fissando obiettivi concreti:

salvare risorse naturali come acqua e suolo;

 ridurre l'inquinamento da microplastiche;

fermare la distruzione di capi invenduti o restituiti; promuovere uno shopping etico e obbligare i brand ad essere più trasparenti su modalità e luogo di produzione dei vestiti.

Uno strumento europeo utile è il “passaporto digitale del prodotto”: un’etichetta smart che racconta l'intero ciclo di vita di un capo, così da poter decidere in modo consapevole.

 

Insomma, qualcosa sta cambiando a livello politico ma come ogni grande cambiamento, senza consapevolezza dell’opinione pubblica non basta.

 Ecco perché è importante essere informati e fare la nostra parte attraverso ogni piccola scelta quotidiana. Anche l'acquisto di una semplice t-shirt può rappresentare un atto politico, promuoviamo una moda sostenibile!

 

(Il greenwashing è una pratica di marketing che consiste nel presentare un prodotto, un'azienda o un servizio come più sostenibile di quanto non sia in realtà. L'obiettivo è ingannare i consumatori per trarne un vantaggio competitivo.

 

Per calcolare l’impronta ecologica viene preso in considerazione tutto il ciclo di vita di un prodotto, tenendo conto ad esempio delle materie prime usate per la fabbricazione, le emissioni generate con il trasporto e l’impatto ambientale dovuto allo smaltimento.

 Nel dettaglio, le fasi della carbon footprint sono: l'estrazione e lavorazione delle materie prime, la produzione dei prodotti, la fase di packaging e trasporto, l'utilizzo del prodotto da parte dei consumatori, infine la fase di riciclo, riutilizzo o smaltimento).

(willmedia.it/loop/linsostenibile-impatto-della-fast-fashion/).

(greenpeace.org/static/planet4-italy-stateless/2024/02/d25c1da6-inchiesta-report-1.pdf).

(ec.europa.eu/info/law/better-regulation/have-your-say/initiatives/14382-Digital-product-passport-rules-for-service-providers_en).

 

 

 

 

La sostenibilità nella moda:

da fast fashion a sustainable fashion.

It.andersen.com – (14 Marzo 2024) – Andersen Global -Andersen Italia – Redazione – ci dice:

 

L’insostenibilità della moda.

I prodotti tessili hanno un ruolo fondamentale nella vita quotidiana di ogni persona in quanto sono utilizzati come capi di abbigliamento e tessili per l’arredamento, vengono impiegati in settori come medicale, edilizia ed automotive.

Negli ultimi anni la crescita della produzione e del consumo di prodotti tessili ha portato a un significativo aumento del loro impatto sul clima, sul consumo di acqua e di energia e sull’ambiente.

Il settore della moda rappresenta la quarta maggiore industria a livello globale con un valore stimato in circa 3 trilioni di dollari, contribuendo alla generazione del 2% del Pil mondiale, con un impiego di circa 75 milioni di persone.

Vista la portata di questi numeri, risulta chiaro come il settore della moda sia uno dei business trainanti dell’economia mondiale e come l’impatto che genera sugli aspetti legati alla sostenibilità non possa più essere sottovalutato.

L’impatto del fast fashion.

Nel corso degli ultimi anni il settore della moda ha, infatti, vissuto importanti cambiamenti, strettamente connessi alla variazione dei comportamenti dei consumatori.

Tra il 1996 e il 2018 i prezzi dell’abbigliamento nell’UE sono diminuiti di oltre il 30% rispetto all’inflazione e, nonostante questo, la spesa media delle famiglie per l’abbigliamento è sensibilmente aumentata. Tale dinamica dimostra che questi modelli, propri del cosiddetto “fast fashion”, non siano sostenibili in una prospettiva temporale di medio-lungo termine.

La domanda crescente di prodotti tessili e la conseguente produzione in crescita hanno alimentato l’uso inefficiente di risorse non rinnovabili, compresa la produzione di fibre sintetiche a partire da combustibili fossili.

La dimensione di questo settore lo porta anche ad essere uno di quelli maggiormente impattanti a livello globale a causa dell’impiego di un modello lineare caratterizzato da tassi ridotti di utilizzo, riutilizzo, riparazione e riciclaggio fibre-to-fibre (a ciclo chiuso) dei tessili e che spesso non tiene in considerazione qualità, durabilità e riciclabilità tra le priorità nella progettazione e la confezione dei capi di abbigliamento.

 

L’industria della moda è responsabile di una quota tra il 4% e il 15% delle emissioni globali di CO2 e consuma più del 20% dell’acqua per usi industriali, seconda solo all’agricoltura. Inoltre, il 70% dei tessuti è composto da derivati del petrolio (soprattutto poliestere, per 80 milioni di tonnellate all’anno) e solamente l’1% di questi viene riciclato, mentre il resto è destinato alla discarica (con tempi di decomposizioni di mille anni). Per questo motivo l’abbigliamento è la maggior fonte di microplastiche nei mari (35%).

 

Andando a guardare il consumo di risorse idriche, emerge che ogni anno viene consumata dall’industria tessile e dell’abbigliamento, una quantità di acqua pari a 93 miliardi di metri cubi per le attività di coltivazione e di produzione.

Sulla base di questi dati e coerentemente a quanto affermato dal report Global fashion: green is the new black 2023 di Barclays, risulta chiaro che oggi il sistema moda si contraddistingua per un modello di business «non sostenibile» che, oltretutto, continuerà a crescere, a ritmi importanti.

Di fatto, secondo le stime di BCG e Global fashion agenda, si è anche portati a desumere che questo toccherà i 3,3 trilioni di dollari entro il 2030, con una crescita annua del 5% dell’impatto negativo sull’ambiente.

Sempre entro il 2030 (ma rispetto al 2015) sono attesi aumenti significativi nel consumo di acqua (+50%), emissioni (+63%), tonnellate di rifiuti creati (+52%). Mentre, entro il 2050 ci si attende che l’industria della moda consumerà il 25% del carbon budget mondiale (fonte “Ellen MacArthur Foundation”).

 

Condizioni di lavoro critiche.

A decretare l’insostenibilità di questo mondo sono molti fattori non solo a livello ambientale, ma anche a livello sociale.

La dinamica in atto trova una strettissima connessione con l’affermazione del fenomeno del fast fashion che si basa sulla tendenza da parte dei brand di proporre all’incirca dodici collezioni all’anno, che si auto cannibalizzano, tutte contraddistinte dalla combinazione di capi di dubbia qualità e con un prezzo facilmente accessibile.

Se da una parte il fast fashion ha democratizzato il sistema moda, dall’altra ha decretato ed evidenziato come l’attuale modello basato sulla linearità e, quindi, sulla logica produci-consuma-getta, non sia più sostenibile.

Questo sistema non alimenta solo un eccessivo sfruttamento dell’ambiente, ma è anche la causa dell’affermazione di condizioni di lavoro non eque.

Il primo esempio che ha messo in luce l’insostenibilità delle condizioni di lavoro dei lavoratori del sistema moda è sicuramente il crollo della fabbrica Rana Plaza in Bangladesh, dove nel 2013 morirono oltre mille dipendenti e rimasero ferite più di 2,5 mila persone.

 

I lavoratori del Rana Plaza erano costretti a lavorare ininterrottamente giorno e notte in condizioni estreme in un edificio pericolante e, nonostante le diverse segnalazioni dei dipendenti, i dirigenti fecero continuare a lavorare gli operai dietro la minaccia di perdere il posto di lavoro.

Questo avvenne dal momento che il rischio che correvano i proprietari della fabbrica era quello di perdere i contratti di lavoro con le grandi catene della fast fashion e, di conseguenza, i loro introiti economici spesso con la complicità dei loro stessi governi e istituzioni.

Anche dopo la visibilità mediatica dell’evento, gli sfruttamenti nel settore della moda non hanno cessato di essere la regola: salari bassissimi, turni interminabili, condizioni di lavoro pessime e tutele sindacali nulle.

Da non dimenticare, gli episodi denunciati da clienti che hanno ritrovato all’interno degli stessi vestiti delle richieste d’aiuto o dei biglietti lasciati dagli operai.  Secondo il Ministero del Lavoro degli Stati Uniti risultano prove di lavoro forzato e di lavoro minorile nell’industria della moda in Argentina, Bangladesh, Brasile, Cina, India, Indonesia, Filippine, Turchia e Vietnam. H&M, Forever 21, GAP e Zara sono alcuni tra i marchi più conosciuti che sono stati coinvolti in questi scandali.

Si tratta, quindi, di aziende che si approfittano del tessuto economico e sociale dei Paesi in cui hanno delocalizzato le proprie fabbriche, per nulla intenzionati a portare incentivi per lo sviluppo umano delle comunità locali in cui si inseriscono.

 

Moda e sostenibilità.

È a questo punto che la moda sostenibile diventa una vera e propria necessità. Come abbiamo precedentemente evidenziato, l’industria della moda si caratterizza per un forte e crescente impatto a livello globale sugli indicatori sia di sviluppo sociale che ambientale.

Sulla base di queste evidenze risulta chiaro che oggi più che mai viga la necessità di operare ai fini di riuscire a sviluppare un sistema che sia capace di ridurre le emissioni di CO2, affrontare il problema della sovrapproduzione, ridurre inquinamento e sprechi, promuovere la biodiversità e garantire salari equi e condizioni di lavoro sicure per i lavoratori. Questi sono solo parte degli elementi cruciali da migliorare per ridurre concretamente l’impatto ambientale e sociale del settore e contribuire a raggiungere gli obiettivi climatici globali.

 

La consapevolezza di queste necessità del settore ha promosso dei cambiamenti significativi di alcuni marchi della moda che iniziano ad attribuire una crescente importanza all’analisi e alla valutazione dell’impatto ambientale derivante dalle proprie attività.

Nonostante questo, si rileva che il consumo dei prodotti del sistema moda, i costi sociali e ambientali associati al settore continuano ad aumentare.

Pertanto, per garantire una riduzione dell’impatto ambientale delle aziende e, allo stesso tempo, perseguire una crescita economica, è fondamentale che le imprese adottino un approccio basato sui principi dello sviluppo sostenibile.

 

Sviluppo sostenibile.

Lo sviluppo sostenibile si fonda su tre pilastri fondamentali, che devono essere bilanciati tra di loro.

 

Sostenibilità ambientale: comprende la protezione dell’ambiente e dei suoi sistemi, la gestione oculata delle risorse naturali e la riduzione dell’inquinamento e degli sprechi

Sostenibilità economica: implica uno sviluppo economico e un benessere che siano robusti nel lungo termine e distribuiti in modo equo

Sostenibilità sociale: si riferisce al progresso sociale e all’equità che soddisfano le esigenze umane, come salute, istruzione, giustizia sociale, diritti umani e coinvolgimento dei cittadini

Obiettivi sostenibili.

Guardano al settore della moda e ai suoi Sustainable Development Goals, assume un ruolo particolarmente importante la UN Alliance for Sustainable Fashion nata durante il Summit delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile, tenutosi a New York nel 2015, in occasione del quale è stata approvata l’Agenda 2030 che ha chiarito i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e i suoi 169 sotto-obiettivi.

Gli obiettivi chiariti in questo frangente – direttamente o indirettamente – sono correlati all’industria della moda e del tessile per la forte interconnessione tra il settore e gli obiettivi e i target individuali.

 

UN Fashion Alliance: alleanza creata per promuovere la collaborazione tra le diverse agenzie dell’ONU che operano nel settore della moda al fine di aiutarle a sostenere progetti e politiche che assicurino un contributo positivo della catena del valore della moda verso il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile.

 

La UN Fashion Alliance ambisce a sostenere pratiche equosolidali, garantire condizioni di lavoro dignitose, proteggere i diritti dei lavoratori e promuovere l’innovazione per un futuro più sostenibile.

 

Gli obiettivi dell’Alleanza sono strettamente allineati agli SDGS dell’Agenda 2030:

 

promozione della riduzione delle emissioni di gas serra nel settore della moda;

minimizzazione dell’uso di risorse naturali;

riduzione dei rifiuti e dell’inquinamento;

promozione dell’equità e dell’inclusione;

contributo alla crescita economica sostenibile.

Responsabilità estesa del produttore.

Questa transizione del settore verso la sostenibilità sancisci, quindi, una serie di sfide e vantaggi per le aziende di moda che si trovano ora a dover intraprendere un percorso tenendo conto delle richieste del mercato e dei grandi buyer.

 

Nonostante le difficoltà di implementare un nuovo modello di business, questo cambiamento verso la sostenibilità favorisce gli investimenti e rende le aziende impegnate nella riduzione del proprio impatto ambientale, maggiormente preparate ad affrontare le normative sempre più rigorose che si stanno delineando.

Infine, l’adozione di pratiche sostenibili può anche attrarre un mercato di consumatori sempre più consapevoli e attenti alle questioni ambientali.

 

La transizione sostenibile è un percorso che può però presentare degli ostacoli. La prima criticità è, sicuramente, rappresentata dai costi iniziali legati all’implementazione di pratiche più sostenibili, come l’adozione di tecnologie eco-friendly o la revisione dei processi produttivi. Questi oneri possono essere significativi e richiedere investimenti che saranno ammortizzati solo nel lungo termine.

Ancora, potrebbe esserci una mancanza di consapevolezza o comprensione da parte di alcune parti interessate sul motivo per cui questo cambiamento è importante e necessario: un processo che necessita quindi di un’educazione e una sensibilizzazione continue.

A questi elementi, che decretano la necessità che il sistema moda attui una effettiva transizione verso la sostenibilità, si unisce anche il fatto che i consumatori siano sempre più consapevoli ed esigenti.

Al giorno d’oggi, i clienti non si accontentano più di capi che siano solo belli da indossare, ma desiderano avere più informazioni richiedendo maggiore trasparenza agli operatori del settore.

 

Ai compratori attenti interessa sapere come il capo che indossano sia stato creato, vogliono assicurarsi che modi, tempi e luoghi di produzione non contribuiscano a deteriorare le condizioni ambientali del pianeta e le condizioni lavorative del personale addetto alla produzione.

Infatti, secondo i dati registrati da McKinsey i prodotti con certificazioni o dichiarazioni di sostenibilità hanno registrato un aumento delle vendite dell’8%.

 

 

 

 

Trasformazione del lavoro

attraverso l’IA e parità salariale.

It.andersen.com – (5 Agosto 2026) – Approfondimenti Andersen Italia – Uberto Percivalle - Redazione – ci dice:

 

European Employment Insights.

I professionisti europei di Andersen, presenti in oltre 20 giurisdizioni, hanno collaborato alla realizzazione dell’ultima edizione della Newsletter Employment Insights, offrendo un’analisi approfondita delle principali novità in materia di diritto del lavoro a livello europeo.

 La pubblicazione esamina gli sviluppi normativi più recenti, gli orientamenti giurisprudenziali, le linee guida delle autorità competenti e le evoluzioni della contrattazione collettiva nei diversi Paesi.

 

Diritto del lavoro e intelligenza artificiale.

In questa intervista, Uberto Percivalle conversa con Matteo Amici (Partner di Andersen in Italia) su come l’intelligenza artificiale stia trasformando il mondo del lavoro, sui nuovi obblighi introdotti dall’AI Act e su ciò a cui i datori di lavoro dovrebbero prepararsi.

 

L’AI Act (Regolamento (UE) 2024/1689) segna un cambiamento di paradigma, riconoscendo il ruolo attivo dell’intelligenza artificiale integrata nei processi decisionali aziendali ma comunque stabilendo la necessaria supervisione umana, come pilastro.

 

Il datore di lavoro è considerato l’utilizzatore del sistema di IA ed è pertanto responsabile del modo in cui integra tali sistemi nei propri processi interni. Ne derivano obblighi di trasparenza nei confronti dei dipendenti e dei rappresentanti dei lavoratori ogniqualvolta sistemi di IA vengano utilizzati per il reclutamento, la valutazione delle prestazioni, l’assegnazione dei compiti o le decisioni di cessazione del rapporto di lavoro.

 

L’AI Act garantisce una base uniforme di regole comuni, ma i vari Stati membri stanno adottando normative nazionali che ne specificano l’applicazione ai rapporti di lavoro, con soluzioni differenti come obblighi di informazione specifici da stato a stato, proprio per questo per un gruppo multinazionale, il rischio principale è la frammentazione normativa.

 

Emergono 3 aree principali di rischio, dai bias nei sistemi di selezione del personale attraverso algoritmi che possano portare a discriminazioni di sesso, razza o etnia, il controllo invasivo delle prestazioni lavorative alla deduzione dello stato emotivo dei lavoratori mediante strumenti di analisi del sentiment integrati nelle piattaforme aziendali.

 

Il Partner Amici sottolinea come l’intelligenza artificiale rappresenta un cambiamento più profondo sull’accesso al mercato del lavoro:

l’IA sta ridefinendo le modalità di ingresso nelle professioni e impone alle imprese di ripensare percorsi di inserimento, formazione e sviluppo dei talenti. In questo scenario, l’AI Act non deve essere interpretato come un mero adempimento normativo, ma come una leva strategica.

 

Novità dall’Italia.

Per l’Italia, Uberto Percivalle, Partner responsabile della service line Employment & Labor, ha analizzato i principali interventi nel settore del diritto del lavoro, con particolare riferimento ai recenti sviluppi nella conversione del decreto legge in tema di parità retributiva.

 

 

Le modifiche del Decreto Primo Maggio convertito.

Il Decreto è stato ora convertito nella Legge 27 giugno 2026, che ha introdotto modifiche e nuove misure di rilievo:

 

la definizione della “retribuzione equa” quale parametro per la valutazione dell’adeguatezza della remunerazione dei lavoratori;

la disciplina del lavoro dei rider tramite piattaforme digitali, con chiarimenti sull’ambito applicativo delle norme, ora limitato esclusivamente ai rider, e sulle tematiche relative alla qualificazione del rapporto e all’utilizzo di algoritmi e strumenti tecnologici;

la conferma degli incentivi all’occupazione femminile e giovanile, al lavoro nelle Zone Economiche Speciali, alla trasformazione dei contratti a termine, nonché alle misure per la parità di genere e il sostegno alla famiglia;

l’introduzione degli accordi collettivi speciali, che possono prevedere deroghe alla normativa e ai contratti collettivi nazionali;

la possibilità di ricorrere al distacco per la salvaguardia dell’occupazione;

la previsione di un limite massimo alla durata complessiva delle assegnazioni presso il medesimo utilizzatore di lavoratori assunti a tempo indeterminato da un’agenzia per il lavoro.

La Legge amplia gli interventi in materia di lavoro, introducendo nuovi strumenti di flessibilità e misure di sostegno all’occupazione, oltre a fornire chiarimenti su alcune discipline già oggetto di dibattito.

 

Retribuzione equa.

La Legge ha confermato che il parametro di riferimento per la determinazione della retribuzione equa sarà costituito dal “trattamento economico complessivo stabilito dai contratti collettivi nazionali” sottoscritti dalle organizzazioni sindacali e dalle associazioni datoriali comparativamente più rappresentative a livello nazionale.

Legge ha inoltre precisato quali componenti retributive debbano essere considerate ai fini del calcolo del trattamento economico complessivo.

È stata introdotta una disciplina più stringente in caso di mancato rinnovo tempestivo dei contratti collettivi: trascorsi 9 mesi dalla scadenza (in precedenza erano 12 mesi), le retribuzioni dovranno essere incrementate di un importo pari al 50% (in precedenza 30%) dell’indice HICP-NIE (Indice armonizzato dei prezzi al consumo al netto dei beni energetici importati).

 

Accordi collettivi speciali derogatori della legge e dei contratti collettivi nazionali.

La Legge 27 giugno 2026, con l’obiettivo di garantire una maggiore tutela dei lavoratori, ha previsto che:

 

tutti gli accordi collettivi speciali devono essere depositati presso il Ministero del Lavoro e il CNEL;

i datori di lavoro con un organico fino a 15 dipendenti possono stipulare tali accordi esclusivamente presso gli Ispettorati territoriali del lavoro;

qualora tali accordi prevedano trattamenti peggiorativi, i datori di lavoro devono informare i lavoratori interessati.

Distacchi finalizzati alla salvaguardia dell’occupazione

La Legge n. 112 del 27 giugno 2026 ha stabilito che non sarà necessario dimostrare né dichiarare l’esistenza di tale interesse qualora il distacco sia organizzato per:

 

salvaguardare i livelli occupazionali;

garantire la continuità aziendale;

preservare competenze professionali;

prevenire o ridurre il ricorso ad ammortizzatori sociali, riduzioni dell’orario di lavoro o licenziamenti.

La disposizione si applica anche nel caso in cui il distacco avvenga tra imprese appartenenti a settori diversi e che applichino differenti contratti collettivi, purché siano mantenute le medesime mansioni del lavoratore.

 

Limite alla durata complessiva delle missioni presso il medesimo utilizzatore per lavoratori somministrati a tempo indeterminato

La Legge n. 112 del 27 giugno 2026 ha chiarito una questione controversa relativa alla somministrazione di lavoro nel caso in cui l’agenzia per il lavoro abbia assunto il lavoratore con un contratto a tempo indeterminato (anziché con il più frequente contratto a termine). Fino ad oggi, sembrava non esistere un limite massimo previsto dalla legge alla durata dell’assegnazione del lavoratore somministrato a tempo indeterminato presso la stessa impresa utilizzatrice e la giurisprudenza non aveva fornito orientamenti uniformi.

La nuova disciplina stabilisce che i periodi complessivi di assegnazione presso il medesimo utilizzatore, anche se non consecutivi, relativi a mansioni appartenenti alla stessa categoria o livello, non possono superare i 36 mesi.

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