Il mondo è cambiato e la moda è più sostenibile.
Il
mondo è cambiato e la moda è più sostenibile.
Moda
sostenibile: scopriamo come
diventa
sempre più etica e green.
Istitutomarangoni.com
– Barbara Casasola – (10-05 -2026) – Redazione – ci dice:
Da
industria inquinante a nuovo volano creativo, la moda sostenibile ha iniziato
un importante percorso per modificare visioni e percorsi produttivi.
(Corsi
in Fashion Design - Tod's Accademica Experience.)
(Scopri
la storia di Barbara Casasola.).
Considerata
la seconda industria più inquinante al mondo, la moda è stata presto chiamata a
intraprendere una strada sostenibile per migliorare non solo il benessere del
pianeta ma anche per rispondere ad un'esigenza valoriale e di mercato sempre
più impellente.
La sua
struttura tentacolare e multilivello ingloba diversi settori, tutti coinvolti
in un potente sforzo di rinnovamento e di revisione dei processi in chiave eco
compatibile. Tessile, manifatturiero, pelletteria ma anche logistica e
trasporto fino ad arrivare ai punti vendita: la complessità è davvero
imponente, ma sono tantissimi i brand che si stanno impegnando in un percorso
nuovo e rivoluzionario, dai più piccoli ai più internazionali.
Consumismi
e revisioni.
Per
molti decenni il fashion system è stato caratterizzato da una grande corsa a
creare, produrre e comprare sempre con maggiore frequenza.
L'avanzata
esplosiva del fast fashion ha segnato un momento culturale importante, definito
da collezioni che si susseguono rapidamente e da bisogni d'acquisto costanti
per riuscire a rimanere aggiornati con le nuove tendenze.
Con
una ripercussione sorprendente quanto a rapidità di obsolescenza del
guardaroba.
Questa
forma di consumismo ha portato inevitabilmente ad un abbassamento della
qualità, a produzioni dislocate nel terzo mondo, problemi di sfruttamento della
manodopera e soprattutto un enorme costo in termini di inquinamento e spreco di
risorse, in particolar modo l'acqua.
Le
nuove generazioni hanno creato un nuovo e importante movimento culturale, in
cui anche l'abbigliamento e gli accessori vengono valutati per il loro impatto
ambientale.
Eco fashion, slow fashion, couscous fashion
sono definizioni diverse di un cambiamento che ha investito in pieno
l'industria della moda, virando verso una catena produttiva etica e
sostenibile, che sia davvero in grado di ridurre o annullare il proprio impatto
sull'ambiente.
Cambiare
paradigma.
Ripensare
un sistema così vasto e articolato è uno sforzo molto grande: le due direttrici
principali sono la salvaguardia dell'ambiente e la tutela dei lavoratori. E
anche un gesto semplice come comprare una maglietta diventa carico di
significati: economici, politici, culturali.
Per
rendere questo settore più etico ed eco compatibile, sono nate tantissime
iniziative. Sul lato della componente umana si sta lavorando a più mani sul
recupero dell'artigianalità e sulla valorizzazione di piccoli brand o di
designer indipendenti.
Per
quanto riguarda l’impatto ambientale della moda le strade percorse vanno dal
riciclo dei capi alla riqualificazione del vintage, fino al recupero e al
riutilizzo di materiali pre o post consumer. Le fibre sintetiche da rifiuti
oceanici, o il nylon riciclato certificato sono un passo avanti importante
nella realizzazione di capi che pesano meno sulla somma finale
dell'inquinamento.
Sono
molti brand che propongono collezioni realizzate con materiali organici
certificati, dalle start up fino alle grandi maison, che hanno lanciato sul
mercato collezioni contraddistinte da filati riciclati, biologici o in cuoio
vegano (dalla mela, dalla canna da zucchero, dai cactus o dai funghi). Dalla
schieratissima “Stella McCartney” fino alla più italiana Intimissimi, non c'è
realtà che non trovi necessaria una revisione della proposta prodotto in chiave
sostenibile.
Premi
e riconoscimenti.
“The
Green Carpet Fashion Awards” è il premio tutto italiano nato da un'iniziativa
della “Camera Nazionale della Moda Italiana”.
Dal
2017 celebra il meglio della moda sostenibile, con uno speciale focus sul
cambiamento rapido dei metodi produttivi preservando il patrimonio e
l'autenticità dei piccoli produttori.
Sono
un po' gli Oscar della Moda, un riconoscimento a livello mondiale che coinvolge
tutte le principali maison, le celebrità e le socialità impegnante nel campo
della sostenibilità.
Si
consegnano al Teatro La Scala per onorare sia l'impegno creativo che il reale
impatto sulla natura.
Earth
Day 2022: i brand italiani da conoscere.
In
occasione dell'Earth Day 2022 sono stati premiati alcuni brand di abbigliamento
e accessori il cui cuore pulsa al ritmo della terra. Gli stilisti emergenti
seguono prevalentemente la strada della sostenibilità, con pratiche in grado di
minimizzare gli sprechi o scegliendo materiali innovativi o riciclati.
Tra i
talenti Made in Italy ricordiamo Rearea, nata da Aurora Mazzi ed Elia Docente,
giovani designer laureati nel 2021, la collezione di Raree Show che offre un
luxury streetwear rigorosamente Made in Italy, Garbage Core o Themoirè.
Anche
Niccolò Pasqualetti ha lasciato un segno tangibile, con una collezione
genderfluid totalmente sostenibile completata da gioielli in materiali
naturali.
“Nell'impossibilità
di citarli tutti, citiamo So-Le Studio”, un brand di gioielli la cui mente è “Maria
Sole Ferragamo”.
Dagli
scarti di lavorazione del brand Salvatore Ferragamo realizza creazioni in pelle
dalle forme palpitanti, intense di vitalità, e totalmente sostenibili.
Casasola:
l'esempio nato dall'esperienza di Istituto Marangoni.
Barbara
Casasola è l'ex alunna di Istituto Marangoni che è riuscita ad emergere con
decisione nel mondo del fashion sostenibile. Finalista nel 2012 del premio
"Who is Next" con giuria composta tra le altre da Franca Sozzani e
Silvia Venturini Fendi, Casasola firma collezioni caratterizzata da grande
semplicità e carattere, con un lavoro profondo sul modello, sul taglio, sugli
elementi costruttivi.
Già
amata da celebe come Beyoncé e Gwyneth Paltrow, ha una supply chain trasparente
e tracciata, che utilizza materie prime, tessuti e filati sostenibili e
certificati.
La
viscosa arriva, infatti, da foreste europee gestite in modo sostenibile, la
lana proviene da allevamenti Molesin-free e il cotone è organico.
Preparazione,
innovazione.
Preparazione,
capacità tecniche, ricerca e innovazione: Istituto Marangoni con i suoi corsi fornisce
un consistente impianto culturale e una visione contemporanea della moda, per
affrontare con dinamicità il mercato dei recruiters fashion. I corsi in Fashion
Design approfondiscono con perizia e precisione tutti gli aspetti della
creazione e ideazione del prodotto, fornendo contemporaneamente una solida
preparazione quanto a sostenibilità.
L'Istituto
si è impegnato in questi anni a portare avanti progetti trasversali in
collaborazione con le maggiori aziende internazionali per approfondire il tema
etico ed ecologico, come l'esperienza con “Tod's Accademica Experience”. I
risultati sono storie di successo raccontate dai nostri Alunni nella sezione
dedicata: l'ennesima conferma di una professionalità e di una coerenza senza
pari nell'ambito delle scuole fashion.
Moda,
ambiente e futuro:
perché
quello che indossiamo
conta
davvero.
Culturaeconsapevolezza.mase.gov.it
– (19 Giugno 2026) – Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica – Redazione
-ci dice:
Moda,
ambiente e futuro: perché quello che indossiamo conta davvero.
Quando
compriamo una felpa, una t-shirt o un paio di jeans, difficilmente pensiamo a
quanta acqua sia stata usata per produrli o a quali effetti abbiano
sull’ambiente.
Eppure,
il settore della moda è oggi una delle industrie più inquinanti del pianeta.
Per questo il “MASE”, il Ministero
dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, anche tramite la piattaforma”
Cultura e Consapevolezza”, vuole promuovere una cultura della sostenibilità e
della consapevolezza per capire appieno come le nostre scelte abbiano delle
conseguenze reali nella vita di tutti noi.
Negli
ultimi anni il concetto di “fast fashion” ha cambiato il nostro modo di
vestirci.
Chi non è stato attratto almeno una volta dai
prezzi bassi di alcuni store o piattaforme on-line, comprando cose per metterle
magari una o due volte prima buttarle?
Questo sistema, però, ha un costo enorme per
il pianeta.
Impatto
della moda in termini ambientali.
Secondo
i dati del Parlamento Europeo, il settore tessile è responsabile di circa il
20% dell’inquinamento globale delle acque e di una grande parte delle
microplastiche presenti negli oceani.
Per
capire quanto il problema sia serio, basta pensare che produrre una semplice
t-shirt di cotone richiede circa 2.700 litri d’acqua, mentre per un paio di
jeans ne servono quasi 10.000.
Un
solo outfit in pratica richiede più acqua di quella che una persona beve in
molti anni.
E
questo è solo uno dei problemi.
Durante
la produzione dei tessuti vengono utilizzate sostanze chimiche che finiscono
nei fiumi e nei mari;
quando
laviamo i nostri capi in sintetico, con il risciacquo vengono portate via
minuscole particelle di plastica chiamate microplastiche.
Un
unico carico di bucato di abbigliamento in poliestere può comportare il
rilascio di 700.000 fibre di microplastica.
Queste particelle sono così piccole che spesso
non vengono filtrate dagli impianti di depurazione e arrivano negli oceani,
dove vengono ingerite dai pesci e da altri animali marini.
Tramite la catena alimentare, inoltre,
assumiamo queste sostanze che, negli anni, si accumulano nel nostro organismo
con possibili effetti dannosi per la salute dell’uomo.
Anche
il suolo e le foreste subiscono conseguenze irreparabili.
La coltivazione intensiva del cotone utilizza
enormi quantità di pesticidi e sostanze chimiche che impoveriscono la terra e
inquinano le falde acquifere, con un impatto ambientale assai rilevante.
Lo
stesso discorso riguarda la deforestazione di intere aree boschive, per fare
spazio ad allevamenti o per la produzione di fibre tessili, come viscosa e
rayon.
Negli ultimi decenni la deforestazione ha
raggiunto livelli molto alti, anche se le politiche poste in essere per
contrastare questo fenomeno stanno portando dei risultati positivi.
La
sostenibilità e le nuove prospettive del mondo della moda.
Oggi
la sostenibilità nella moda sempre più spesso è anche una questione che
interessa direttamente le aziende e il loro futuro economico.
Il recente “report Fashion CFO Agenda 2026”
lancia un messaggio chiaro a chi gestisce i capitali:
la sostenibilità è il cuore della
sopravvivenza economica di un’azienda e i cambiamenti climatici e l’aumento del
costo delle materie prime stanno incidendo in maniera preponderante sulle
strategie produttive e sui modelli di business delle imprese del design.
Global
Fashion Agenda.
Si
rende necessario così ripensare processi, investimenti e modalità di
produzione, facendo della sostenibilità non solo una sfida ambientale ma anche
un fattore di competitività.
Questa
trasformazione ha un impatto importante e positivo anche nel mercato del
lavoro.
Accanto
alle figure tradizionali stanno emergendo nuove professionalità legate alla
sostenibilità e alla gestione responsabile delle imprese. Secondo le analisi
dedicate al futuro del settore, ci sarà sempre più bisogno di competenze capaci
di integrare obiettivi ambientali e strategie economiche:
esperti
ESG, specialisti della rendicontazione di sostenibilità, sustainability manager
e professionisti in grado di valutare l’impatto ambientale delle produzioni e
del settore.
Fanno
parte dei cosiddetti “Green Jobs”, professioni destinate a svolgere un ruolo
crescente sul mercato del lavoro.
Un argomento che abbiamo già avuto modo di
approfondire su questo portale con contenuti dedicati.
Le
soluzioni.
Per
far fronte e definire un problema così complesso, l’Unione Europea e diverse
organizzazioni internazionali hanno creato norme e certificazioni a
salvaguardia dell’ambiente.
Una
delle più importanti è la “certificazione GOTS”, che garantisce la produzione
sostenibile di fibre biologiche e limita l’uso di sostanze tossiche.
Anche
il regolamento europeo “REACH” ha introdotto controlli più severi sulle
sostanze nocive presenti nei tessuti.
Grazie
a queste regole, molte sostanze considerate cancerogene o tossiche sono state
eliminate dal mercato europeo.
GOTS.
Ma non
basta creare leggi: serve anche un cambiamento culturale. Sempre più aziende
stanno sperimentando soluzioni per ridurre l’impatto ambientale della
produzione tessile.
Alcuni
marchi utilizzano cotone biologico coltivato senza pesticidi e materiali
alternativi sempre più sostenibili:
fibre ricavate dal bambù, dalla canapa o
persino dagli scarti alimentari.
Anche
noi consumatori abbiamo un ruolo fondamentale.
La “Piattaforma Cultura e Consapevolezza “nasce
proprio per fornire a ogni cittadino gli strumenti necessari a decodificare la
complessità del nostro tempo e a prendere coscienza di quanto anche la più
piccola azione da parte nostra sia importante e come il cambiamento dipende da
noi.
Ogni
acquisto deve essere una scelta consapevole che può influenzare il mercato.
Comprare
meno ma meglio, scegliere capi di qualità, riutilizzare, scambiare vestiti o
acquistare usato:
azioni
semplici ma molto importanti per salvaguardare il nostro pianeta, nell’ambito
della moda e dell’economia circolare come paradigma alternativo alla “fast
fashion”.
Moda
Circolare: come l’innovazione
produttiva
può ridurre l’impatto
ambientale
del settore
fashion
& accessori.
Materially.eu
– Materially.it – (20 -10-2025) – Chiara Rodriguez – Redazione – ci dice:
Il
settore della moda e degli accessori è tra i più impattanti al mondo dal punto
di vista ambientale, sia per l’elevato consumo di risorse (acqua, energia,
materie prime) sia per la produzione massiva e i conseguenti sprechi.
Negli
ultimi anni, in ambito moda sostenibile, la narrazione sulla sostenibilità nel”
fashion system” si è concentrata molto sui materiali:
tessuti riciclati, alternative vegane alla
pelle, o materiali bio - based.
Tuttavia, per affrontare realmente la sfida
climatica, è essenziale guardare oltre la sola scelta dei materiali.
Moda
Sostenibile: la moda circolare oltre i materiali.
Oggi,
nuovi approcci produttivi e gestionali offrono soluzioni concrete per ridurre
l’impatto ambientale del settore.
Economia circolare, ottimizzazione energetica,
riduzione degli sprechi, trasparenza della filiera e digitalizzazione stanno
tracciando nuove strade per una moda più sostenibile e responsabile.
Produzione
on-demand e manifattura additiva.
Tra i modelli
emergenti, quello on-demand consente di produrre solo ciò che è effettivamente
richiesto, riducendo le eccedenze.
In Nord Europa, micro-lab di 3D kit offrono
piattaforme digitali per creare capi personalizzati al momento, come nel
progetto “Kit for You” lanciato da Adidas nel 2017.o, più di recente, la
start-up olandese New Industrial Order.
Oggi,
anche grandi brand stanno sperimentando questo modello per ridurre gli sprechi
della produzione massiva.
In
parallelo, la manifattura additiva come la stampa 3D consente una produzione
più efficiente:
costruendo il prodotto strato per strato, si
riducono gli scarti.
Un esempio iconico è la borsa “Ariel Swipe
Bug” di Coperti, stampata in silicone liquido.
(moda
sostenibile fashion design Coperti Ariel Swipe Bug – 3D printed liquid silicone
bag for sustainable fashion innovation -Ariel Swipe Bag di Coperni)
Moda
sostenibile e design per la riciclabilità nel fashion e negli accessori
Il
design per la riciclabilità è un altro fronte innovativo.
La “startup Resortecs” ha sviluppato un filato
termo -solubile che facilita il disassemblaggio dei capi, migliorando
l’efficienza del riciclo. Oltre ad aver avviato diversi progetti pilota con
altrettanti brand, l’azienda sta collaborando con Sion per creare una filiera
circolare nell’abbigliamento da lavoro.
Oltre
al fashion, il settore degli accessori – in particolare le calzature – sta
esplorando il design circolare attraverso l’uso di monomateriali o strutture
modulari facilmente smontabili. Adidas, con il progetto Future craft Loop
lanciato nel 2019, ha creato una scarpa interamente realizzata in poliuretano
termoplastico, completamente riciclabile. Più recentemente, il modello Clima cool
continua a sviluppare questo concetto. Anche il marchio On, con la sua scarpa Ciclone,
ha puntato sulla poliammide e un sistema di ritorno prodotto per favorire la
circolarità.
Non si
tratta quindi solo di utilizzare materiali riciclati, ma di progettare per il
riciclo, assicurando che il prodotto possa essere effettivamente reimmesso nel
ciclo produttivo a fine vita.
(moda
sostenibile fashion design Adidas Climacool – recyclable circular shoe designed
for sustainable fashion -Image courtesy of Adidas Climacool).
Verso
un sistema moda sostenibile.
La
moda sostenibile richiede quindi un cambiamento profondo, che coinvolga
materiali, processi e mentalità.
I
nuovi modelli produttivi – on-demand, circolari e digitali – rappresentano una
risposta concreta alla crisi ambientale del settore.
Moda
etica e sostenibile:
il
futuro della moda è green.
Oscalito.it
– Oscalito.eu – (2 giu. 2023) – Redazione – ci dice:
Scopri
come la moda etica e sostenibile sta rivoluzionando l'industria della moda con
stile e sostenibilità!
Raid
moda sostenibile.
Cosa significa
"moda etica e sostenibile".?
Moda
etica e sostenibile: qual è la differenza?
Cos'è
il fast fashion e qual è il suo impatto sull'ambiente.
Come
scegliere capi etici e sostenibili?
Moda
etica e sostenibile: quali sono i trend del futuro.
Conclusione:
il futuro della moda è verde.
Introduzione.
Sei
pronto per tuffarti in un argomento davvero interessante.
Oggi parleremo di moda etica e sostenibile, un
argomento che sta diventando sempre più importante nel mondo della moda.
Probabilmente
avrai già sentito parlare di sostenibilità e responsabilità sociale, ma sai
davvero cosa significa nel contesto della moda?
In
questo articolo cercheremo di spiegare in modo semplice e chiaro cos'è la moda
etica e sostenibile e perché sta diventando il futuro della moda.
Insieme
vedremo come questo movimento sta rivoluzionando l'industria della moda e come
puoi fare la tua parte nel sostenere questa rivoluzione verso uno stile di vita
più verde e più sostenibile.
Quindi
prenditi qualche minuto per leggere questo articolo e lasciati ispirare dal
futuro della moda etica e sostenibile!
1.
Cosa significa 'moda etica e sostenibile'?
Quando
si parla di moda etica e sostenibile, ci si riferisce a un tipo di moda che
rispetta l'ambiente, i diritti dei lavoratori e la salute dei consumatori. In
altre parole, è la moda che non nuoce a nessuno e cerca di ridurre al minimo
l'impatto ambientale.
Sono
molti gli aspetti che contribuiscono a una moda etica e sostenibile, come
l'utilizzo di materiali organici e naturali, la riduzione degli sprechi e degli
scarti, il rispetto dei diritti dei lavoratori e la garanzia di salari equi.
Inoltre, questa moda si sforza di promuovere la consapevolezza tra i
consumatori, invitandoli a scegliere prodotti eco-compatibili e ridurre
l'impatto ambientale delle loro scelte di consumo.
2. Moda etica vs. Moda sostenibile: qual è la
differenza?
Quando
si parla di moda etica e sostenibile, ci sono alcune caratteristiche chiave che
differenziano questi due concetti.
Moda
sostenibile.
La
moda sostenibile si concentra sulla riduzione dell'impatto ambientale della
produzione di abbigliamento.
Ciò
significa adottare una filosofia di riduzione, riutilizzo e riciclaggio dei
materiali, minimizzando il consumo di risorse naturali e l'inquinamento
dell'ambiente.
Inoltre, la moda sostenibile considera anche
le condizioni di lavoro di chi produce i capi, cercando di garantire condizioni
di lavoro dignitose e rispettando i diritti dei lavoratori.
Moda
etica.
D'altra
parte, la moda etica si concentra sulla giustizia sociale e sul rispetto dei
diritti umani. Ciò significa che la moda etica cerca di garantire che coloro
che producono i capi ricevano un giusto compenso e lavorino in condizioni di
sicurezza e salute. Inoltre, la moda etica si occupa anche della trasparenza
della filiera produttiva, garantendo che i processi produttivi siano
tracciabili (ad esempio utilizzando sistemi come RFID) e che i materiali
utilizzati siano prodotti eticamente.
Moda
etica vs. moda sostenibile: le similitudini.
Stiamo
parlando di due concetti molto simili Esatto! Entrambi si concentrano
sull'adozione di pratiche sostenibili e sul rispetto dei diritti dei lavoratori
e cercano di ridurre l'impatto negativo della produzione di abbigliamento
sull'ambiente. Inoltre, i due concetti spesso si sovrappongono, poiché
l'abbigliamento prodotto eticamente spesso implica l'uso di materiali
sostenibili.
Moda
etica e moda sostenibile sono quindi due concetti strettamente correlati che
cercano di garantire un approccio più sostenibile alla produzione di
abbigliamento, sia dal punto di vista ambientale che sociale.
3.
Cos'è il fast fashion e che impatto ha sull'ambiente?
Se sei
una persona attenta all'ambiente e alla sostenibilità, probabilmente hai già
sentito parlare del fast fashion e dei suoi impatti negativi sull'ambiente. Ma
cosa significa davvero questa espressione e quali sono le conseguenze di questo
modello produttivo?
In
poche parole, il fast fashion è un sistema di produzione veloce ea basso costo
basato sulla produzione di grandi quantità di abbigliamento e accessori di
bassa qualità, con l'obiettivo di essere venduti a prezzi molto bassi e
sostituiti frequentemente. Questo modello di produzione ha un enorme impatto
sull'ambiente, poiché richiede una grande quantità di risorse naturali e genera
una quantità enorme di rifiuti.
Raid
moda sostenibile.
Ecco
alcuni dei principali impatti negativi del fast fashion:
Consumo
di acqua: la produzione di tessuti e la lavorazione dell'abbigliamento richiede
un'enorme quantità di acqua, spesso a scapito delle comunità locali (di fronte
alla scarsità d'acqua).
Inquinamento
idrico: le sostanze chimiche utilizzate nel processo produttivo possono
contaminare l'acqua, con effetti dannosi su flora e fauna.
Emissioni
di gas serra: il trasporto di prodotti e la produzione di abbigliamento
richiedono l'uso di combustibili fossili, contribuendo all'aumento delle
emissioni di gas serra e all'aggravamento del cambiamento climatico.
Rifiuti:
gli indumenti di bassa qualità prodotti dal pronto moda vengono spesso scartati
dopo pochi utilizzi, generando un'enorme quantità di rifiuti che spesso
finiscono in discarica.
Fast
fashion: un enorme problema per l'ambiente.
Se
vuoi fare la tua parte per ridurre l'impatto della moda sull'ambiente,
considera di optare per prodotti etici e sostenibili realizzati con materiali
naturali e di alta qualità, fabbricati in modo responsabile e duraturi.
4. Come scegliere capi etici e sostenibili.
Se sei
arrivato fin qui, probabilmente sei interessato a diventare un consumatore
consapevole e fare la differenza per l'ambiente e le persone coinvolte nella
produzione di vestiti. In questo paragrafo voglio condividere con te alcuni
consigli per scegliere capi etici e sostenibili e diventare una vera esperta di
moda green!
Ecco
un elenco di buone pratiche da considerare quando si scelgono abiti etici e
sostenibili.
Controllare
le etichette:
leggere le etichette dei vestiti può sembrare noioso,
ma è un passo importante nella scelta di abiti etici e sostenibili. Cerca
parole come 'organico', 'eco-friendly', 'fair trade' o 'vegan' per assicurarti
che il capo che stai acquistando rispetti l'ambiente e i diritti dei
lavoratori.
Scegli
tessuti ecologici:
i
tessuti naturali, come il cotone biologico o il lino, sono prodotti senza l'uso
di sostanze chimiche dannose per l'ambiente.
Inoltre durano più a lungo dei tessuti
sintetici e non producono microplastiche durante i lavaggi.
Non
sei sicuro di quali siano i migliori tessuti ecologici per il tuo guardaroba
Visita questa guida completa per scoprirlo!
Preferire
il Made in Italy: Acquistare capi made in Italy significa sostenere filiere
artigianali e industriali locali e avere la garanzia di materiali di alta
qualità.
Se
cerchi brand che uniscano il Made in Italy a maglieria di alta qualità
realizzata con fibre naturali sostenibili, ti consigliamo di esplorare siti
come “Oscalito” e “Natyoural”.
Sii
selettivo:
invece
di acquistare molti vestiti economici e di bassa qualità, scegli alcuni capi
durevoli e di alta qualità che puoi indossare per anni. In questo modo ridurrai
gli sprechi e farai un investimento a lungo termine.
Ricicla
e ripara:
invece di buttare via un capo di abbigliamento
quando si rompe o non lo usi più, prova a ripararlo o donarlo. Se vuoi
sbarazzarti di un capo di abbigliamento, prova a riciclarlo in modo
responsabile.
Siate
curiosi e informati:
è importante considerare l'intera filiera tessile,
dalla fibra al prodotto finito, e capire se il capo incarna e rappresenta
davvero i valori del bene (modelli produttivi che si prendono cura del
territorio), del sano (limitando l'utilizzo di sostanze chimiche potenzialmente
dannose o impattanti per l'ambiente), pulite (impegnandosi quotidianamente a
ridurre l'impatto ambientale della produzione), eque (rispettando i diritti dei
lavoratori coinvolti nella filiera) e durevoli (alta qualità, riparabilità e riutilizzabilità).
Fai la
differenza per te stesso, per l'ambiente e per le persone intorno a te.
Seguendo
questi consigli, non solo farai la differenza per l'ambiente e le persone
coinvolte nella produzione dei tuoi capi, ma avrai anche l'opportunità di
creare un guardaroba etico e sostenibile che rispecchi la tua personalità e i
tuoi valori. Ricorda che la moda green è il futuro della moda e tu puoi farne
parte!
5. Moda etica e sostenibile: quali sono i
trend del futuro?
La
moda è una delle industrie più inquinanti al mondo, motivo per cui la moda
etica e sostenibile sta emergendo sempre più.
Oggi è in atto una vera e propria rivoluzione
green e se sei appassionato di moda e vuoi fare scelte più sostenibili, è
importante che tu conosca le tendenze future del settore.
Allora,
cosa possiamo aspettarci dal futuro della moda” Scopriamolo insieme”.
Materiali
innovativi e sostenibili.
La
moda etica e sostenibile sta aprendo le porte a nuovi materiali, come pelle di
ananas, seta di ragno e tessuti ricavati da scarti alimentari. Si tratta di
alternative sostenibili ai tessuti tradizionali, prodotti senza l'utilizzo di
sostanze chimiche dannose per l'ambiente e la salute umana.
A
proposito di materiali sostenibili: sapevi che il puro cotone makò egiziano è
uno dei più pregiati, di altissima qualità e più sostenibili? Se vuoi saperne
di più su questo argomento, leggi questo articolo.
Pratiche
di produzione sostenibili.
Molte
aziende stanno adottando diverse pratiche di produzione sostenibili come
l'utilizzo dell'energia solare, dell'acqua piovana e investendo in tecnologie
innovative per ridurre gli sprechi e l'impatto ambientale della loro
produzione.
Trasparenza.
Le
aziende stanno diventando sempre più trasparenti sulla loro catena di
produzione, pubblicando informazioni sui loro fornitori, materiali utilizzati e
pratiche di lavoro. In questo modo, i consumatori possono fare scelte
consapevoli e sostenibili.
Nel
2013 “Oscalito” ha fatto la storia nel campo della moda sostenibile e della
trasparenza nei processi produttivi diventando il primo brand al mondo ad
utilizzare la “tecnologia RFID” su ogni singolo capo, al fine di garantire una
tracciabilità dettagliata e completa di ogni passaggio del processo produttivo,
a partire dalla fase di tessitura alla realizzazione del prodotto finito.
RFID
moda sostenibile.
Economia
circolare.
La
moda etica e sostenibile sta adottando modelli e pratiche di economia
circolare, utilizzando materiali riciclati e riutilizzando i prodotti per
estendere o modificare la loro vita utile. Se vuoi saperne di più su questo
argomento, ci sono molte risorse online e anche eventi dedicati.
6.
Conclusione: il futuro della moda è green.
Eccoci
alla fine del nostro viaggio alla scoperta della moda etica e sostenibile! Ci
auguriamo che vi sia stato utile e che abbia fatto luce su una questione
importante per il nostro pianeta.
Moda
etica e sostenibile significa immaginare un futuro in cui la moda non danneggi
il nostro pianeta, rispetti i diritti dei lavoratori e offra capi sani e non
dannosi per la salute dei consumatori. Sono molte le aziende che, come “Oscalito”,
si impegnano per diventare più sostenibili, utilizzando materiali innovativi e
pratiche produttive a basso impatto ambientale.
Ma non
basta che le aziende da sole facciano la loro parte. Anche noi consumatori
possiamo fare la nostra parte scegliendo prodotti sostenibili e responsabili.
Scegliere una moda etica e sostenibile non solo ci permette di ridurre il
nostro impatto ambientale, ma anche di sostenere un'industria che valorizza la
giustizia sociale e il benessere del pianeta e delle comunità locali coinvolte
nelle filiere produttive.
Quindi,
la prossima volta che acquisti un capo d'abbigliamento, ricordati di chiederti
da dove viene, come è stato prodotto e con quali materiali.
E se ti trovi di fronte a un prodotto che è
anche bello perché sano, pulito, giusto e resistente, scegli quello!
In questo modo, insieme, possiamo costruire un
futuro della moda più verde e responsabile.
L'insostenibile
leggerezza
del
sistema moda.
Ilbolive.unipd.it
- Anna Cortelazzo – (08 -02 -2024) – Redazione – ci dice:
Negli ultimi anni, molte persone si sono rese
conto di dover diminuire il loro impatto ambientale: prendono meno la macchina,
cercano di controllare la filiera del cibo che mangiano, viaggiano in treno
piuttosto che in aereo. Troppo spesso, però, nelle nostre azioni quotidiane
dimentichiamo un altro aspetto, che riguarda quello che indossiamo.
Non è
facile reperire dati precisi sull'impatto dell'industria della moda, tanto più
che gran parte della produzione si concentra in paesi che non muoiono dalla
voglia di condividerli. Anche guardando le stime più al ribasso, però, ci si
rende conto che il sistema moda non è più sostenibile.
L’impatto
della moda sul clima e sui consumi d’acqua.
Per
quanto riguarda le emissioni, per esempio, secondo le Nazioni Unite questa
industria è responsabile dell'immissione nell'atmosfera di quasi 5 miliardi di
tonnellate di anidride carbonica ogni anno: ciò che indossiamo contribuirebbe a
produrre tra l'8% e il 10% di tutte le emissioni del mondo, cioè più di tutti i
voli internazionali e delle spedizioni marittime. Altre stime più prudenti
parlano di una forbice tra il 2% e l'8%: la situazione è comunque critica,
anche perché quella delle emissioni non è l'unica minaccia a clima e ambiente
da parte dell'industria della moda che, tanto per la cronaca, vale 2.500
miliardi di dollari.
Un
altro fattore critico è il consumo d'acqua. Se è vero che il cotone ha più
possibilità di riciclo e riuso rispetto al poliestere, il suo processo di
produzione non è altrettanto sostenibile: per dare la dimensione del problema,
per produrre un paio di jeans sono necessari quasi 10.000 litri d'acqua e
questo vuol dire che per ogni paio di jeans che compriamo consumiamo la stessa
acqua che berremmo in 10 anni. Secondo una statistica pubblicata dall'UNEP
(Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente) e dalla Ellen MacArthur
Foundation, ogni anno l'industria della moda utilizza 93 miliardi di metri cubi
di acqua, che potrebbero soddisfare cinque milioni di persone (altre stime
parlando di valori compresi tra 20.000 ai 200.000 miliardi di litri d’acqua:
questa forbice così ampia costituisce un problema quando si tratta di pensare
ad azioni migliorative).
Ogni
anno l'industria della moda utilizza 93 miliardi di metri cubi di acqua.
Lo
spreco d'acqua ha già causato danni visibili ed è legato a doppio filo al
cambiamento climatico: pensiamo al lago d'Aral, che è stato uno dei quattro
laghi più grandi del mondo e che ora è quasi completamente prosciugato.
Naturalmente non va data tutta la responsabilità all'industria della moda,
visto che la prima causa di questa situazione è l'innalzamento delle
temperature, ma quest’industria ha certamente un ruolo. Il fenomeno è
cominciato negli anni Sessanta, quando due degli affluenti del lago, Amur Darya
e Syr Darya, sono stati deviati per fornire acqua alle piantagioni di cotone.
Questo ha comportato a sua volta un profondo cambiamento climatico nella zona:
a parte inverni più freddi ed estati più calde, sono diminuite le
precipitazioni e questo ha portato alla maggiore diffusione nell'atmosfera di
polveri tossiche. Eh sì, perché per aumentare le coltivazioni di cotone sono
stati usati diserbanti, fertilizzanti e pesticidi che si sono depositati sul
fondo del lago (che non ha emissari, quindi non è collegato al mare) e che sono
un pericolo per la salute di tutti gli abitanti dell'area. Non parliamo poi
della perdita di biodiversità, ben rappresentata dagli scheletri delle navi da
pesca abbandonate per la mancanza di pesci e arenate sulla sabbia che una volta
era ricoperta d'acqua.
Come
siamo arrivati a questo punto.
Il
problema è che l'impatto sull'ambiente e sul clima non riguarda soltanto la
fase di produzione dei capi di abbigliamento e del loro trasporto, che sempre
più spesso avviene via aria, a causa della riduzione del time-to-market (tempo
intercorso tra la progettazione del capo e la consegna) e del lead-time (tempo
intercorso tra la ricezione dell'ordine e la consegna nel punto vendita).
Rispetto al trasporto via mare e via terra, il confronto è impietoso: parliamo
di 0.7 kg di emissioni di CO2 per tonnellata di prodotto contro i 158 kg per
tonnellata del trasporto aereo. La fase di produzione e distribuzione è solo la
punta dell'iceberg, visto che in realtà l'80% della carbon footprint degli
abiti è generato dal post vendita, quindi da tutte le nostre operazioni
quotidiane come il lavaggio e la stiratura.
Ma
come si è arrivati a questo punto? Tra gli anni Novanta e i Duemila, la
concezione della moda è cambiata radicalmente. Senza scomodare i tempi in cui
la maggior parte delle persone si faceva confezionare pochissimi vestiti di
qualità dalla sarta di fiducia, non si sarebbe potuta prevedere la deriva
consumistica nemmeno nei primi anni del prêt-à-porter, quando cioè si è smesso
di puntare sugli abiti su misura per comprare nei negozi capi prodotti in
serie.
All'inizio,
venivano create due collezioni, primavera/estate e autunno/inverno, spesso
affiancate da capi evergreen. Se è vero che questo nuovo paradigma ha avuto un
impatto positivo sulle finanze dei consumatori finali, l'introduzione del
prêt-à-porter ha portato alla nascita di quella mentalità che ha aperto la
strada al fast fashion.
I resi
spesso non vengono rimessi in circolo ma mandati direttamente al macero, perché
la collezione dopo poco tempo non è più vendibile
E così
tra il 2000 e il 2015 la produzione globale di abbigliamento è raddoppiata
(oggi acquistiamo in media il 60% in più di capi di abbigliamento rispetto al
2000), e con il boom dei social network si è fatta avanti l'idea che ogni
giorno fosse necessario sfoggiare un outfit diverso per fotografarlo. Uno dei
problemi di questo approccio è che l'algoritmo delle piattaforme richiede
sempre nuovi contenuti, ma a un certo punto lo spazio per i vestiti finisce.
Alcuni influencer pensano così di risolvere il problema alla radice, procedendo
al reso gratuito subito dopo essersi fotografati con i capi addosso (ci sono
e-commerce che di recente hanno tolto questa possibilità. Molti di loro hanno
addotto motivazioni ambientali, ma è probabile che ci sia anche un ritorno
economico per loro). Del resto i resi implicano un trasporto e quindi ulteriori
emissioni, senza contare che spesso non vengono rimessi in circolo ma mandati
direttamente al macero, perché la collezione dopo poco tempo non è più
vendibile, e questo accade anche con i prodotti di lusso, perché i brand non
vogliono svalutare i loro pezzi vendendoli a un prezzo inferiore. Altri
indossano i capi per un po' e poi se ne liberano, sia perché la moda è
capricciosa e cambia velocemente, sia perché i capi economici sono di bassa
qualità e tendono a rovinarsi.
Lo
sfruttamento e le reazioni troppo timide.
Governi
e istituzioni hanno chiaro il problema, ma quando si tratta di mettere in campo
dei correttivi l'impressione è che non sempre siano lungimiranti.
L'Europa
per esempio si è attivata per creare una normativa per abbattere l'impatto
ambientale del sistema moda, ma le modalità di attuazione e controllo sono
ancora un'incognita.
Uno
dei problemi di questa industria è la mancanza di tracciabilità: Maxine Beda,
avvocata e fondatrice del New Standard Institute, una no profit che collabora
con scienziati e cittadini per rendere questa industria più sostenibile, ha
scritto Il lato oscuro della moda edito da Post Editori, un libro-inchiesta che
segue un paio di jeans a partire dai campi di cotone del Texas fino ai nostri
armadi. Mentre si documentava per questo lavoro, Beda si è accorta che gli
stessi produttori non avevano idea dei giri immensi che i capi affrontavano
prima di trasformarsi in prodotto finito pronto sugli scaffali del brand (o,
più spesso, su Amazon).
A
questo proposito, ci sarebbe da aprire un altro capitolo per parlare
dell’impatto che tutto questo ha sulla forza lavoro, spesso costituita da
manodopera sfruttata in paesi nei quali i controlli latitano, e quando vengono
fatti dall’azienda madre, che appalta a terzi la produzione parziale degli
abiti, vengono fatti male (Beda cita gli audit in cui viene chiesto al
lavoratore se ha mangiato a pranzo, e questi, invariabilmente, risponde di sì,
anche quando si può notare a colpo d’occhio che le mense aziendali, quando ci
sono, sono vuote. Per ottenere risposte non influenzate dalla paura di perdere
il lavoro, basterebbe chiedere cosa l’operaio ha mangiato nello specifico, ma
troppo spesso ci si accontenta della prima risposta).
Le
condizioni disumane a cui sono costretti i lavoratori dipendono dal peccato
originale che determina anche buona parte dell’impatto ambientale del sistema
moda: l’imperativo categorico è quello della rapidità, perché il consumatore è
abituato a trovare sullo scaffale un determinato prodotto appena visto sul
profilo social di un influencer, anche se abita dall’altra parte dell’oceano.
In passato i tempi non erano così stretti, perché il momento in cui si veniva a
conoscenza di un prodotto era quando usciva la sua pubblicità sui giornali e in
tv, e in questo caso le aziende avevano il potere di cadenzare le uscite senza
dover correre troppo. Ora questo non è più possibile, e senza una normativa
sulla tracciabilità del prodotto finito, ma anche dei singoli componenti, le
aziende avranno sempre altre priorità, salvo poi dissociarsi vanamente quando
vengono a sapere che i terzisti da cui si riforniscono sfruttano la manodopera
o non smaltiscono gli scarti di produzione in modo corretto (al netto delle
sostanze chimiche usate per la produzione, ogni anno mezzo milione di
tonnellate di microfibre di plastica finiscono nell'oceano: è come se fossero
50 miliardi di bottiglie.
Alcune
microplastiche, comunque, provengono anche dalle nostre lavatrici, se
utilizziamo capi di poliestere o di altri materiali derivanti dal petrolio).
Ma noi
cosa possiamo fare?
E poi
c’è il problema dello smaltimento, perché quando pensiamo di mettere in ordine
l'armadio e di dare i nostri vestiti a qualcuno che ne ha più bisogno stiamo
invece iniziando il processo che li spedirà dritti dritti in discariche a cielo
aperto in Africa.
Ogni
anno in Ghana vengono riversate 130.000 tonnellate di oggetti di stoffa, e
nell'immenso mercato di Catamarano arrivano 15 milioni di capi a settimana. Gli
imprenditori locali li comprano a peso per poterli rivendere ai cittadini, che
però non apprezzano gli stessi tessuti usati nel mondo occidentale (per esempio
non utilizzano quelli sintetici, scarsamente traspiranti), e quindi il 40% di
questi capi si trasforma in rifiuto entro una settimana.
Poi
vengono bruciati nelle discariche a cielo aperto, o direttamente in alcune aree
del mercato, in roghi che troppo spesso vanno fuori controllo e diffondono
nell'aria CO2 e sostanze chimiche tossiche.
È un
quadro impietoso, che suggerisce che probabilmente non saranno le normative o i
materiali innovativi a salvarci (anche se è lecito sperare e tentare), e
nemmeno il vintage e il pre -loved, che vanno di moda ma hanno comunque un
impatto in termini di trasporto e smaltimento, soprattutto se lo scopo è sempre
quello di riempire gli armadi di capi nuovi. Perché per prima cosa dobbiamo
cambiare la nostra mentalità, comprare meno e comprare meglio, investendo in
capi di qualità destinati a durare, che sicuramente sul momento costeranno più
dei corrispondenti del fast fashion, ma che saranno più convenienti se
calcoliamo il “cost per war”, cioè quanto ci costa indossare una volta quel
capo: un vestito creato per durare verrà indossato molto di più, e quindi il
suo prezzo verrà ammortizzato nel tempo.
Sicuramente
la responsabilità della situazione non è solo dei consumatori, e sarà
necessario affiancare una maggiore consapevolezza a nuove leggi e alla modifica
del processo di produzione.
E però fuor di dubbio che dobbiamo
riconsiderare la leggerezza con cui intasiamo i nostri armadi, evitando di
farci sedurre dalle pubblicità che ci vengono propinate attraverso i social e
gli altri media.
L’impegno
per una
moda sostenibile.
Ecocert.com - Tessile – ecocert.it – (martedì
9 maggio 2023) – Redazione – ci dice:
Ogni
anno, da sola, emette 1,2 miliardi di tonnellate di gas serra.
Questo
settore è anche il terzo più impattante in termini di consumo di acqua e di
utilizzo del suolo e il quinto in termini di consumo di materie prime primarie.
A
questa produzione dannosa si aggiunge un drastico aumento del volume dei
rifiuti tessili ogni anno.
Una
volta usati, i nostri vestiti vengono abbandonati o buttati via, senza che il
materiale venga riutilizzato.
Tutto ciò va di pari passo con la “fast
fashion”.
Fortemente
criticata, la fast fashion è determinata dal rinnovo ultrarapido delle
collezioni di abbigliamento da parte dei marchi e da una molto breve durata
d'uso dei capi da parte dei consumatori. Producendo sempre più velocemente, le
industrie che adottano questo modello cercano di minimizzare i costi di
produzione a scapito della qualità dei prodotti, riducendo al contempo i tempi
di approvvigionamento per aumentare la propria redditività.
L'impatto sull'ambiente è quindi pesante:
uso di materie prime (risorse naturali o
fossili), prodotti chimici, uso eccessivo di acqua, mancato rispetto del
benessere degli animali, inquinamento del suolo, ecc.
L'aspetto
ambientale è accompagnato anche da un triste bilancio sociale.
La
produzione di abbigliamento è infatti realizzata da una manodopera i cui
diritti non sono sempre rispettati:
ce lo ricorda il tragico evento di Rana Placa
in Bangladesh nel 2013 o, più recentemente, il cotone utilizzato da grandi
marchi proveniente dal lavoro forzato degli Uiguri in Cina.
Con
una consapevolezza decuplicata, i consumatori si aspettano maggiore trasparenza
dai marchi.
Oltre
l'80% dei cittadini dell'UE concorda sul fatto che non sono disponibili
sufficienti informazioni sui capi di abbigliamento che acquistano e che sono
necessarie regole più severe.
L’impegno
per la moda sostenibile.
Per
contribuire a un'industria della moda più etica, le aziende devono impegnarsi
in azioni che promuovano la sostenibilità. Molti marchi sono già consapevoli
delle problematiche in gioco e hanno adottato misure responsabili. Per
continuare a ridurre l'impatto del settore tessile, è ora necessario integrare
la protezione dell'ambiente in ogni fase della produzione, sviluppare canali
socialmente responsabili (ad esempio rivalutando fibre come la canapa e il
lino) o salvaguardare tali canali di fronte alla complessità della catena di
approvvigionamento.
In
questo senso, l'Unione Europea ha presentato nel marzo 2022 la sua strategia
per un settore tessile sostenibile e circolare, affinché i prodotti tessili
immessi sul mercato entro il 2030 rispettino determinate regole: un ciclo di
vita del prodotto sostenibile, una produzione finalizzata a rispettare
l'ambiente e i diritti umani, l'assenza di sostanze pericolose e la trasparenza
della produzione per il consumatore. Anche il riutilizzo dei rifiuti è al
centro delle questioni ambientali e contribuisce al risparmio di risorse
naturali e fossili. In ottica dell'aumento della popolazione mondiale e della
disponibilità delle nostre risorse, è indispensabile evitare l'uso eccessivo di
materie prime vergini non prodotte nel rispetto dell'ambiente, promuovendo l'uso
di materiali riciclati nei nostri prodotti tessili.
Diventare
un marchio impegnato attraverso la certificazione La trasparenza sull'etichetta
del prodotto è un elemento fondamentale in materia di eticità nel settore
tessile per i consumatori.
Ecocert.it
è al vostro fianco per affrontare le sfide del mondo di domani e vi sostiene
nella promozione delle vostre buone pratiche ambientali e sociali. In qualità
di ente certificatore esigente, selezioniamo tra tutti i marchi quelli che
hanno un impatto positivo sul pianeta e far fronte alle sfide di eco-design.
GOTS : garantisce un metodo di produzione
ecologico e responsabile, concentrandosi sull'uso di fibre organiche, nonché
sul rispetto e sul miglioramento delle condizioni di lavoro;
I
marchi Textile Exchange: promuovono il rispetto del benessere degli animali durante la
catena di produzione con l'utilizzo di lana mohair di pecora, alpaca o capra;
marchi
GRS o RCS: garantiscono
l'uso di materiali riciclati, in particolare GRS aggiunge criteri ambientali e
sociali;
OCS: è uno strumento di verifica per
l'acquisto e la tracciabilità dei materiali tessili biologici, che garantisce
al consumatore finale il contenuto biologico del prodotto acquistato;
ERTS: è uno standard ecologico che integra
diversi tipi di materiali come fibre naturali, fibre di origine naturale o
fibre riciclate; ERTS livello II garantisce anche il rispetto di criteri
ambientali e sociali; quindi, è molto utile in combinazione con un'altra
certificazione che non prevede tali criteri, come RWS, RCS, OCS, ecc.
L'FSC: è uno strumento di tracciabilità per
i prodotti tessili di origine forestale come la viscosa, la gomma naturale, il
sughero e il bambù;
Fair
for Life: garantisce,
tra l'altro, condizioni di lavoro eque lungo tutta la filiera e un prezzo equo
per i produttori.
Le certificazioni GOTS, GRS, ERTS e altre
certificazioni TExtile Exchange sono riconosciute e possono semplificare le
procedure di verifica della produzione tessile.
Grazie
alla nostra esperienza ventennale nel settore, possiamo assistervi
nell’applicazione o nel miglioramento delle pratiche sostenibili.
Da un
lato, grazie alla nostra offerta di consulenza e formazione, e dall'altro, con
le certificazioni, come presentato sopra.
In
conclusione, la sostenibilità nel settore tessile deve essere oggetto di
investimenti da parte dei marchi per offrire abiti dal design migliore,
prodotti in modo più naturale ed ecologico, nel rispetto dei lavoratori e della
biodiversità.
Ma l'impegno deve essere anche da parte dei
consumatori.
Saranno
loro a prendere le decisioni finali e spetterà a loro cambiare il loro modello
di consumo verso un approccio più consapevole, utilizzando più a lungo i loro
abiti.
Moda
sostenibile: cosa
sapere
e trend 2026.
A2A.it
– a2a -Life Company – Magazine – (7 gennaio 2026) – Redazione -ci dice:
Sostenibile
è fashion- la moda del 2024 è amica dell’ambiente.
Crescono
sempre più la consapevolezza e l'impegno, anche nel settore della moda, per
adottare pratiche più sostenibili e responsabili.
Sono
moltissimi, infatti, i brand di abbigliamento e accessori che stanno aderendo
al green fashion per ridurre l’impatto ambientale e rendere i prodotti di moda
più allineati con i principi dell’economia circolare.
Dall'utilizzo
di alternative sostenibili ai materiali tradizionali, all'ottimizzazione dei
processi produttivi per ridurre gli sprechi, fino allo sviluppo di nuove
tecnologie. Anche il mondo della moda vuole contribuire alla transizione ecologica:
ecco alcuni esempi di moda etica e sostenibile.
L’impatto
del mondo della moda.
Durante
la COP30 di Belém, la moda è entrata con forza nel dibattito climatico globale.
Il settore resta infatti tra i più impattanti a livello ambientale, nonostante
i percorsi di sostenibilità già avviati da molte aziende.
Secondo
dati del Sole 24 Ore, oggi la moda è un business globale dal valore stimato di
circa 1,3 trilioni di dollari ed è indicata come la seconda industria al mondo
per consumo di acqua. È inoltre responsabile di una quota compresa tra il 2% e
l’8% delle emissioni globali di gas serra, contribuendo in modo significativo
alla crisi climatica.
Il
contesto della COP30 mette in evidenza una criticità chiara: a pochi anni dal
2030, gli “Obiettivi di Sviluppo Sostenibile” delle Nazioni Unite non sono
ancora pienamente a portata di mano e le emissioni continuano a crescere,
seppur a un ritmo più lento.
In
questo scenario, la moda sostenibile rappresenta l’impegno concreto di alcune
realtà, che puntano a ridurre l’impatto ambientale e a promuovere uno sviluppo
sociale ed economico più equilibrato, in linea con gli obiettivi fissati a
livello internazionale. Vediamo insieme le principali innovazioni.
La
sostenibilità passa dai funghi.
All'interno
dell'industria della moda, la pelletteria è responsabile di danni ambientali
collegati all'allevamento di bovini.
Oggi una scoperta innovativa può rivoluzionare
questo settore, rendendolo più sostenibile:
il micelio, un'alternativa alla pelle a base
di funghi.
Questo
materiale deriva dalla parte vegetativa (le “radici”) del fungo e, rispetto
alla pelle animale, è meno inquinante e più veloce da produrre. Ha
caratteristiche che ricordano aspetto e sensazione della pelle animale, con
vantaggi indiscutibili:
il micelio, infatti, presenta maggiore durata
e resistenza, ma soprattutto non produce emissioni.
A
portare avanti la sperimentazione sulla “pelle di funghi” è una società di
biotecnologia della Carolina del Sud, Micco Works, ma brand noti come “Adidas”
e “Stella McCartney” la stanno già utilizzando per sviluppare alcuni prodotti
eco-friendly.
Un'iniziativa
per produrre cotone rispettando l'ambiente
Per
limitare l’impatto ambientale causato dalla produzione di cotone, gli Stati
Uniti hanno lanciato il programma “Climate Smart Cotton”. Si tratta di
un’iniziativa pensata per intervenire in un settore che, solo per l’industria
tessile e dell’abbigliamento, produce ogni anno circa 25 milioni di tonnellate
di cotone.
Il programma si rivolge direttamente ai
coltivatori, promuovendo pratiche agricole più rispettose dell’ambiente e
incentivando l’adozione di soluzioni innovative in grado di ridurre le
emissioni di CO₂ e il consumo di risorse naturali.
Tessuti
riciclati e realizzati con bottiglie PET.
Anche
i tessuti riciclati svolgono un ruolo fondamentale nella promozione della
sostenibilità nell'industria della moda: anziché produrre nuovi materiali da
materie prime vergini, i tessuti riciclati sfruttano materiali già esistenti,
riducendo così la necessità di estrarre e lavorare nuove risorse naturali.
Tra i
prodotti innovativi ricavati da materiali riciclati, con processi produttivi a
basso impatto ambientale, troviamo ad esempio gli “indumenti Polare”,
realizzati con filamenti derivati da bottigliette PET.
Anche
la moda “sposa” la sostenibilità.
Ebbene
sì, anche il giorno più bello può contribuire alla salvaguardia dell'ambiente!
Alcuni
brand, specializzati in abiti da sposa, stanno infatti confezionando modelli
100% sostenibili.
È il
caso, ad esempio, del marchio australiano “Lost in Paris”, che rielabora
tessuti recuperati nei mercatini dell’usato.
Il
brand californiano Riformazioni, invece, realizza abiti da sposa con tessuti
invenduti e utilizza packaging interamente vegetali e compostabili. Inoltre,
riporta su ogni etichetta quanti kg di CO₂ sono stati emessi e quanti litri di
acqua sono serviti per produrre quel determinato capo.
Infine, la collezione di abiti da sposa We Do Eco
utilizza tessuti eco-certificati, perline in vetro riciclato e cerniere
ottenute da materiali riciclati come il PET.
Il
tessuto che ricicla le foglie.
Ogni
anno nelle Filippine circa 40 mila tonnellate di foglie di ananas vengono
scartate dopo la raccolta del frutto.
Qualcuno,
però, ha pensato di dare una seconda vita a questo materiale di scarto,
brevettando “Piñatex”, un tessuto ispirato ai principi dell’economia circolare:
si tratta, infatti, di un’alternativa green alla pelle utilizzata
nell’industria del “fashion”.
Per
realizzarla, vengono estratte dalle foglie di ananas le fibre, che subiscono
poi un processo di lavaggio ed essiccazione. E oggi sono centinaia i brand che
impiegano questo materiale per produrre sneakers, borse e portafogli.
Una
lana che nasce dagli scarti.
Nel
settore tessile, anche la lana può diventare protagonista di un approccio più
sostenibile. Un esempio è rappresentato da Rebbi Wood, una lana vergine
extra-fine e riciclabile che nasce da una filosofia zero Waste
.
Questo materiale è ottenuto recuperando fibre pregiate che derivano dal
processo di pettinatura della lana vergine e che, anziché essere scartate,
vengono reintrodotte nel ciclo produttivo.
Il
risultato è un tessuto di alta qualità con un impatto ambientale ridotto.
Grazie
a tecnologie e brevetti di questo tipo, “Mantec”o, azienda tessile di Prato,
nel 2024 ha ridotto:
80
mila tonnellate di CO₂ equivalente rispetto al 2023 (-19%);
oltre
14 ettolitri cubici di acqua (-18,95%);
167,81
terra joule di energia (-22,72%).
L’impegno
dei player del settore.
Accanto
alle singole innovazioni, stanno nascendo anche strumenti collettivi per
accelerare la transizione sostenibile della moda. È il caso di “The Fashion Pacta”,
alleanza che riunisce grandi marchi del settore e che ha lanciato l’iniziativa
“Europea Accelerator”.
Il
progetto mira a ridurre le emissioni lungo tutta la filiera, a partire dai
fornitori europei e italiani, migliorando la raccolta e l’armonizzazione dei
dati ambientali e facilitando l’accesso ai finanziamenti per le PMI. La
decarbonizzazione del sistema moda europeo è stimata in 4,4 miliardi di euro
entro il 2030.
Anche
realtà considerate “native sostenibili”, come Patagonia, mostrano quanto il
percorso sia complesso. Nel suo ultimo report Work in Progress, l’azienda
segnala progressi importanti, come l’eliminazione dei PFAS e l’uso dell’84% di
materiali sintetici riciclati, ma anche criticità. Nell’anno fiscale 2024-25 le
emissioni hanno raggiunto 178.711 tonnellate di CO₂, a dimostrazione di quanto
la transizione richieda tempo e interventi strutturali.
Perché
scegliere la moda sostenibile?
Scegliere
prodotti d’abbigliamento sostenibili è una scelta di consumo responsabile, che
consente di contribuire alla difesa dell’ambiente, della biodiversità e delle
risorse naturali della Terra. Inoltre, questo semplice gesto favorisce le
aziende di moda più attente alle tematiche sociali, come l’inclusione, il
rispetto dei diritti dei lavoratori e l’adozione di sistemi di produzione
sostenibili.
La
sostenibilità è a portata di click.
Piccole
scelte quotidiane possono fare una grande differenza. Iscriviti alla nostra
newsletter per ricevere spunti, approfondimenti e consigli utili sul mondo
della sostenibilità e su come rendere le tue abitudini più consapevoli.
Moda
sostenibile: una sfida
condivisa
per un impatto globale.
Maexportsrl.com
- Moda sostenibile - (3 Dicembre 2024) -Filiera Etica – Redazione – ci dice:
Per
ridurre l’impatto ambientale dell’industria della moda e del tessile, occorre
in primo luogo collaborare lungo tutta la filiera ma anche oltre. In “M&A
Export”, siamo convinti che il cambiamento passi attraverso il contributo di
ogni attore, sia all’interno del comparto moda sia in altri settori collegati.
Una
questione collettiva.
L’abbiamo
sempre detto: rendere la moda sostenibile è una sfida complessa che coinvolge
produttori, distributori, istituzioni e consumatori. Infatti, ciascun anello
della filiera può dare un contributo essenziale:
i
produttori possono scegliere materie prime ecologiche e processi più
efficienti;
i
distributori possono adottare pratiche circolari e gestire le giacenze di
magazzino in modo da prolungare la vita dei prodotti, riducendo sprechi e
costi;
i
consumatori possono scegliere abitudini più responsabili, favorendo il
riutilizzo e l’acquisto di capi sostenibili.
Tuttavia,
questa trasformazione va oltre i confini del settore. Coinvolgere altri ambiti
produttivi, come l’energia, l’agricoltura o il turismo, può accelerare il
percorso di transizione verso modelli più sostenibili e amplificare i benefici
a livello globale.
Quando
la moda ispira altri settori.
Portare
la sostenibilità nella moda crea opportunità di innovazione anche in settori
apparentemente lontani.
Ad
esempio, la collaborazione con il comparto agricolo può promuovere l’uso di
fibre naturali coltivate in modo responsabile, dando un nuovo impulso
all’economia locale. Ne avevamo già parlato a proposito della coltivazione di
fibra di canapa, che è stata per anni un’attività importante per il territorio
di Ivrea, dove si trova la sede di “M&A Export”.
Analogamente,
è di pochi giorni fa la notizia della nascita di un “Hub delle Nazioni Unite
per la Moda e il Lifestyle” in Toscana, un progetto che si propone di coniugare
l’industria della moda, il settore tessile e l’economia del turismo
responsabile, per valorizzare un territorio in modo sostenibile.
Un
impatto che va oltre.
Il
nostro ruolo nella filiera ci consente di incidere direttamente sull’impatto
ambientale del settore moda. Attraverso la ricollocazione di giacenze di
magazzino e prodotti invenduti su mercati secondari, riduciamo la quantità di
rifiuti tessili e prolunghiamo la vita utile dei capi di abbigliamento, scarpe
e accessori. Questo approccio non solo sostiene l’economia circolare ma
rappresenta un modello replicabile per altre industrie.
La
sostenibilità nella moda non è una sfida isolata. È un obiettivo che richiede
sinergie tra settori diversi, così come il supporto di politiche lungimiranti e
consumatori consapevoli. Solo attraverso la collaborazione possiamo trasformare
questa industria in un esempio virtuoso per il mondo intero.
In
M&A Export continueremo a lavorare in questa direzione, sostenendo le
imprese nella transizione verso modelli di business sostenibili e contribuendo
a un cambiamento positivo per il nostro pianeta.
MODA,
SI FA PRESTO A DIRE SOSTENIBILITÀ SE NE PARLA SEMPRE MOLTO MA NEI FATTI UN PERCORSO
A OSTACOLI TRA LIMITI TECNICI ED ECONOMICI.
Greeneconomyfestival.it
– Italypost.it – (17 -04 – 2026) – Redazione – ci dice:
Prima
ancora che industriale, è sopra tutto una questione sociale.
Un sistema che passa per il riciclo e arriva
fino ai diritti umani.
Negli
ultimi anni il concetto di moda sostenibile è al centro del dibattito pubblico,
ma anche delle produzioni, delle strategie aziendali e della formazione.
Non ha
una vera data di nascita, più che un’invenzione recente, la sostenibilità nella
moda può essere letta come un’evoluzione culturale e sociale che affonda le sue
radici nei movimenti hippie e ambientalisti degli anni Sessanta, per arrivare
alle attuali piattaforme industriali e accademiche che ne hanno fatto quasi una
disciplina autonoma.
Non stupisce, allora, che per qualcuno
conservi ancora una patina caricaturale, come se vestire sostenibile
appartenesse all’immaginario dei “fricchettoni”, della canapa e di un’estetica
alternativa.
È una riduzione superficiale, ma utile a
capire quanto il concetto, prima di diventare linguaggio istituzionale, sia
stato a lungo
trattato
come marginale, a tratti folkloristico.
Oggi,
al contrario, la sostenibilità è diventata un lessico riconoscibile e un valore
da esibire.
Il punto, però, è capire cosa significhi
davvero.
Perché la moda sostenibile non coincide con il
tessuto riciclato o con una produzione apparentemente più pulita.
È un sistema complesso che va dai diritti
umani, gestione chimica, riciclo, rispetto culturale, fino al benessere
animale.
Prima ancora che industriale, quindi, è
soprattutto una questione sociale.
Ed è
proprio qui che si apre la prima contraddizione:
al
sistema moda viene chiesta una trasformazione enorme, spesso raccontata come se
potesse essere risolta attraverso materiali, certificazioni e storytelling,
quando invece richiederebbe un cambiamento molto più radicale del paradigma
economico e culturale che sostiene il consumo stesso.
In
Italia, questa tensione si formalizza nel 2012 con il manifesto della “Camera
Nazionale della Moda”.
Un decalogo pensato per tracciare una via alla
responsabilità, arginare il rischio di greenwashing e dare alla sostenibilità
una forma riconoscibile.
Un ordine nobile ma che nasce già fragile.
Perché
mentre il sistema prova a darsi delle regole, la realtà produttiva globale
resta invariata.
In sostanza, la sostenibilità prende forma,
certo, ma non in forma di struttura.
L’anno successivo, precisamente il 24 aprile
2013, il crollo del Rana Plaza — un edificio che ospitava fabbriche tessili
impegnate nella produzione per marchi internazionali — provoca oltre mille
morti. Operai costretti a lavorare nonostante crepe evidenti nella struttura,
tra salari minimi e condizioni di sicurezza inesistenti, mostrano il volto più
brutale della filiera moda.
È uno
spartiacque. Il punto di non ritorno che trasforma la sostenibilità da nicchia
ideale a emergenza globale, ma è anche il momento in cui il sistema mostra
tutta la sua ambiguità. In un primo momento, tutto viene affidato al colpevole
più semplice da nominare: il fast fashion. E certamente il fast fashion ha
avuto — e ha — una responsabilità enorme nella compressione dei costi, dei
tempi e dei diritti.
Ma
dalle macerie del “Rana Plaza” non emergono soltanto etichette riconducibili a
quel segmento, emerge soprattutto qualcosa di molto più grande. Non il problema
di una sola fascia di mercato, ma il limite strutturale di un modello che
produce troppo, e troppo lontano da ogni reale possibilità di controllo.
Da
quel momento in poi la parola “sostenibilità” si espande ovunque. Diventa un
asse trasversale, quasi obbligatorio, tuttavia è proprio in questa espansione
che si consuma anche il suo snaturamento. Più cresce, più si moltiplicano
linguaggi, definizioni e promesse e meno appare chiaro come tradurla in un
modello davvero operativo e coerente. La moda sostenibile presenta principi
ambiziosi, spesso difficili da far convivere, e che soprattutto non dipendono
tutti dalla moda. Non a caso, lo stesso impianto su cui il manifesto
sostenibile del Made in Italy era stato costruito, oggi mostra i suoi limiti.
La scelta dei materiali, per esempio, viene spesso indicata come il primo banco
di prova.
Si
chiedono “fibre riciclate”, “bio”, “innovative” e capi più durevoli. Ma il
riciclo tende ad accorciare le fibre, molte bioplastiche richiedono condizioni
specifiche per degradarsi e ciò che è più pulito non è sempre più resistente o
accessibile. Si pretende che un prodotto sia sostenibile, durevole, competitivo
e scalabile allo stesso tempo: esigenze che non sempre procedono nella stessa
direzione e che spesso entrano in conflitto tra loro. Lo stesso vale per il
cosiddetto design circolare, spesso raccontato come soluzione inevitabile.
In teoria dovrebbe facilitare il riciclo e
ridurre gli sprechi, progettando il capo già in funzione della sua seconda
vita. In pratica, però, può limitarne la creatività e si scontra con un dato
molto concreto: su scala globale mancano ancora infrastrutture adeguate al
riciclo tessile.
Si
progetta come se il sistema fosse pronto, ma quel sistema, semplicemente, non
esiste ancora. La gestione chimica segue una logica simile. Eliminare sostanze
tossiche e ridurre l’impatto ambientale è necessario, ma sostituire alcune
componenti può ridurre la durabilità dei capi, mentre convertire gli impianti
richiede investimenti enormi e tempi lunghi. Per molte imprese, soprattutto le
più piccole, sostenere questi costi è complesso. La sostenibilità resta così un
obiettivo condiviso, ma materialmente diseguale. Poi c’è la filiera — argomento
particolarmente spinoso.
Garantire
salari dignitosi e condizioni sicure è un principio non negoziabile, ma la
trasparenza totale oggi è quasi impossibile. Tra fornitori e subfornitori,
lavorazioni distribuite e passaggi frammentati, un brand spesso non conosce
l’intera catena produttiva. Non è una giustificazione, ma la misura della
complessità di un sistema globale che non può essere corretto solo a valle, né
risolto con una dichiarazione di intenti. Anche il rispetto culturale apre un
ulteriore fronte. Collaborare con artigiani locali ed evitare appropriazioni
indebite è parte del discorso sostenibile, ma il confine tra omaggio e
sfruttamento resta sottile. Non tutto può essere utilizzato, non ogni cultura
desidera essere reinterpretata, così alcuni brand si ritirano per paura di
accuse, altri continuano con logiche estrattive.
In
entrambi i casi, la soluzione non è lineare e spesso genera nuove
contraddizioni. Il benessere animale, infine, introduce un altro paradosso.
Evitare la crudeltà porta spesso all’uso di materiali sintetici derivati dal
petrolio. Si risolve un problema, ma se ne apre un altro, mostrando ancora una
volta quanto sia difficile tenere insieme tutti i principi della sostenibilità
senza generare effetti collaterali.
Il
risultato è un sistema in cui la sostenibilità si trasforma in un percorso a
ostacoli, dove le buone intenzioni si scontrano, nel concreto, con limiti
tecnici, economici e culturali. E nel frattempo il consumatore si disaffeziona.
Tra
greenwashing, contraddizioni e continui messaggi confusi, cresce la sfiducia:
se tutto è sostenibile a parole, quasi nulla lo è nei fatti, e ogni scelta
rischia di apparire più simbolica che reale. A quel punto la domanda cambia,
non è più se la moda possa diventare sostenibile, ma entro quali limiti possa
farlo senza rinnegare il proprio modello. Serve, prima di tutto, un lavoro di
onestà intellettuale. Chi produce, oggi, non è sostenibile. Può migliorare,
ridurre impatti, correggere storture, ma non raggiungerà mai quel verde
brillante con cui la sostenibilità viene scritta, finché il sistema resterà
fondato su crescita continua, accelerazione e consumo. Per questo il punto non è solo la
moda e anche il concetto stesso di sostenibilità non può essere chiesto a un
singolo settore come se questo fosse isolato dal resto.
Più
che moda sostenibile, quindi, bisognerebbe iniziare a parlare di società
sostenibile allargando lo sguardo su un problema strutturale, probabilmente
molto più scomodo da affrontare di quanto il sistema sia disposto ad ammettere.
Che
cos’è la moda sostenibile
o Slow
Fashion?
Ecoalf.com
– (26 settembre 2025) – Eco Alf – Redazione – ci dice:
La
moda sostenibile, conosciuta anche come “Slow Fashion”, è un approccio
dell’industria tessile che promuove pratiche responsabili nei confronti
dell’ambiente, della società e dell’economia. Ti raccontiamo tutto sulla Moda
Sostenibile o Slow Fashion: che cos’è, quali sono i suoi benefici... Scoprilo!
In
cosa consiste la Moda Sostenibile?
La
moda sostenibile si basa sulla produzione di abbigliamento che tenga conto
dell’intero ciclo di vita, dal design, produzione, distribuzione, uso e
riciclo. Si tratta di un tipo di produzione etica che rispetta principalmente
il benessere dell’ambiente e dell’ecosistema.
A
differenza della moda veloce o Fast Fashion, che si basa sulla produzione
massiva e sull’alto consumo, la moda sostenibile cerca di ridurre l’impatto
negativo sul pianeta e promuovere un rapporto più consapevole e sano tra le
persone e la moda.
Questa
tendenza implica l’utilizzo di materiali ecologici, la riduzione del consumo di
risorse naturali, la promozione di tecniche di produzione responsabili e la
diffusione di un consumo consapevole. Inoltre, il concetto di Slow Fashion
comporta un approccio più lento e riflessivo al consumo, dando priorità alla
qualità e alla durabilità rispetto alla quantità.
Quali
materiali si utilizzano nella moda sostenibile?
Uno
dei pilastri della moda sostenibile è l’uso di materiali riciclati che
minimizzino l’impatto ambientale. Alcuni dei più comuni sono:
Cotone
organico:
coltivato senza pesticidi né sostanze chimiche, il cotone organico è più
rispettoso dell’ecosistema e del suolo.
Lino: questo materiale è noto per la sua
durabilità e il basso impatto ambientale, poiché richiede meno acqua e
pesticidi per svilupparsi.
Poliestere
riciclato:
è realizzato a partire da bottiglie di plastica riciclate. Questo materiale
riduce i rifiuti plastici e la necessità di produrre nuove risorse.
Tencel: una fibra ottenuta dalla polpa di
legno, è biodegradabile e la sua produzione richiede meno acqua e sostanze
chimiche rispetto al cotone convenzionale.
Juta e
bambù:
questo tipo di fibre naturali a basso impatto ambientale sono ideali perché non
richiedono pesticidi né fertilizzanti.
Benefici
della moda sostenibile o slow fashion.
Optare
per la moda sostenibile o Slow Fashion offre una grande varietà di benefici sia
per il consumatore che per il pianeta. Uno di questi è la riduzione
dell’impatto ambientale: l’industria tessile è una delle più inquinanti al
mondo e, utilizzando materiali ecologici e processi di produzione più puliti,
riduciamo l’impronta di carbonio e l’inquinamento dell’acqua, tra gli altri
effetti.
La
durabilità e qualità dei capi sostenibili è un altro dei suoi vantaggi, poiché
producendo e progettando capi con materiali più resistenti, non solo durano più
a lungo, ma si riduce anche la necessità di acquistare continuamente nuovi
indumenti. In questo modo promuoviamo l’acquisto di prodotti durevoli e di
qualità invece di consumare capi di bassa qualità e basso costo.
Come
promuovere la moda sostenibile nella società?
Promuovere
la moda sostenibile o Slow Fashion nella società richiede uno sforzo congiunto
tra marchi e consumatori. Alcuni modi per favorire questo cambiamento sono:
Consapevolezza: informare i consumatori sugli
impatti negativi della moda veloce e sui benefici dei prodotti sostenibili è
fondamentale. Le campagne di sensibilizzazione e la trasparenza nella catena di
produzione sono essenziali affinché i consumatori possano prendere decisioni
informate.
Incentivi: promuovere il riciclo e il
riutilizzo dei capi è un’alternativa sostenibile che aiuta a prolungare la vita
utile degli indumenti.
Collaborazione: favorire la collaborazione tra
marchi di moda sostenibile e consumatori impegnati può accelerare il
cambiamento verso un modello più responsabile.
Legislazione: i governi possono svolgere un ruolo
importante promuovendo leggi che favoriscano pratiche sostenibili
nell’industria della moda.
Ecoalf:
Marca leader in moda sostenibile.
ECOALF
è un marchio di abbigliamento che si è affermato come uno dei riferimenti
mondiali nel campo della moda sostenibile, con la nostra visione di offrire
prodotti di alta qualità senza compromettere il futuro del pianeta.
Fondata
nel 2009 da Javier Giovenche, ha fatto della sostenibilità il suo principale
pilastro, utilizzando materiali riciclati e rispettosi dell’ambiente per creare
capi funzionali ed eleganti.
Ciò
che distingue ECOALF è il suo approccio all’innovazione. Lavoriamo con
materiali riciclati provenienti da bottiglie di plastica, reti da pesca
dismesse, pneumatici e altri rifiuti, trasformandoli in tessuti di alta
qualità. Inoltre, in ECOALF implementiamo pratiche di produzione che riducono
il consumo di acqua, energia e sostanze chimiche, contribuendo così a un
processo di produzione più pulito e sostenibile.
In
definitiva, la moda sostenibile o Slow Fashion è molto più di una tendenza, è
una necessità urgente per ridurre l’impatto negativo della moda sul pianeta.
Marchi
come ECOALF dimostrano che è possibile creare abbigliamento moderno e di alta
qualità rispettando l’ambiente e promuovendo pratiche etiche nella produzione.
Scegliere
marchi sostenibili non è solo una scelta di stile, ma anche un investimento in
un futuro più responsabile e consapevole.
Moda
sostenibile: il
futuro
tra crisi e innovazione.
Pierodibello.com
- Francesca Maniglia – (04 ottobre 2025) – Redazione – ci dice:
Moda
sostenibile: il futuro tra crisi e innovazione.
Per
anni il settore della moda è stato definito come uno dei più inquinanti al
mondo, con un impatto ambientale paragonato addirittura a quello dell’industria
del petrolio.
La
crisi che ha colpito il comparto non riguarda soltanto il calo delle vendite di
abiti e accessori, ma anche una trasformazione culturale profonda; i
consumatori chiedono trasparenza, etica e un modello di moda circolare che
riduca sprechi e costi sociali.
La
crisi della moda non è più spiegabile soltanto con un crescente divario tra
disponibilità economiche dei consumatori e stipendi che crescono al ritmo
dell’inflazione, o agli aumenti dei prezzi decisi da alcuni marchi, a loro
volta alle prese con rincari di materie prime, logistica e affitti dei negozi.
Dietro
la frenata dei consumi ci sono nuove priorità. Per le generazioni più giovani,
vestirsi resta un piacere e un modo di esprimere sé stessi, ma non può più
prescindere dal rispetto per l’ambiente.
L’esplosione
del fast fashion, con il suo ciclo produttivo frenetico e altamente inquinante,
ha generato un boomerang: da simbolo di accessibilità e velocità, è diventato
sinonimo di eccesso e insostenibilità.
Allo
stesso tempo, anche il lusso è messo sotto pressione. Le recenti indagini sulle
filiere produttive, che hanno coinvolto marchi molto noti, hanno fatto emergere
il rischio reputazionale: senza fiducia dei consumatori, anche i brand più
iconici rischiano di perdere credibilità.
Una
moda percepita come sinonimo di profitti eccessivi o pratiche scorrette non ha
futuro.
Eppure,
la moda, proprio perché ha saputo interpretare i tempi e reinventarsi nei
secoli, può trasformarsi oggi in un motore di crescita sostenibile.
Le basi per un radicale cambiamento sono già
ben visibili:
dai progetti di economia circolare che puntano
a prolungare il ciclo di vita dei capi e dei materiali, alla riscoperta di
fibre naturali come il lino europeo, fino alle nuove tecnologie per la
tracciabilità (blockchain, digitale product passaporto) e alle normative
europee contro l’ultra fast fashion.
Il
settore deve però compiere un salto culturale: da industria ad alto impatto
ambientale a simbolo di innovazione responsabile, capace di coniugare bellezza,
design e sostenibilità.
Non si tratta soltanto di seguire le tendenze
del mercato, ma di ridare alla moda il ruolo di raccontare la società,
interpretare il tempo presente e guidare le scelte future, con uno sguardo
rivolto al benessere delle persone e delle prossime generazioni.
In che
modo le indagini sulla filiera mettono in crisi la reputazione dei brand?
Se la
sostenibilità rappresenta la grande sfida del futuro, il presente della moda è
segnato da una questione altrettanto importante: la fiducia dei consumatori.
Negli
ultimi anni, diverse inchieste hanno messo sotto i riflettori le pratiche
scorrette all’interno delle filiere produttive, sollevando dubbi sulla reale
trasparenza anche di marchi storici e di lusso. La Procura di Milano, con le
indagini che hanno coinvolto aziende come Armani, Dior e Loro Piana, ha
dimostrato che la reputazione del settore moda è fragile e che basta poco per
incrinare la percezione di un’intera industria.
L’altro
grande rischio l’ha ribadito Claudio Marenzi – già presidente di Sistema Moda
Italia, Confindustria Moda e Pitti Immagine – in un’intervista a Maria Silvia
Sacchi sul suo sito The Platform:
le
pratiche scorrette della filiera che hanno portato la Procura di Milano ad
aprire indagini su diverse aziende, da Armani a Dior e Loro Piana (fonte: Il
Sole 24 Ore del 29 luglio), minano il rapporto di fiducia con i consumatori. Da
una parte si rafforza l’opinione di chi già era convinto che, nella moda e nel
lusso, i ricarichi fossero esagerati; dall’altra si penalizza il lavoro onesto
della gran parte delle aziende della filiera italiana e si mette in discussione
il ruolo stesso della moda, che invece può essere una parte importante delle
nostre vite, perché ci permette di raccontare qualcosa di noi.
La
moda non è solo business, ma è anche cultura, creatività, espressione sociale.
Se viene percepita come mero strumento di profitto a spese dell’ambiente e dei
lavoratori, rischia di perdere il suo ruolo simbolico e identitario.
Per i consumatori, soprattutto i più giovani e
sensibili ai temi della moda etica e sostenibile, la fiducia non è più
scontata. Vogliono sapere da dove proviene un capo, chi lo ha realizzato, con
quali materiali e con quale impatto. Le indagini giudiziarie hanno reso
evidente che non basta parlare di sostenibilità nelle campagne di marketing, ma
occorrono azioni concrete, tracciabili e verificabili.
La
reputazione del settore moda diventa così un asset strategico, forse persino
più importante del design e dello stile. Per questo motivo, il futuro delle
aziende passa inevitabilmente da un riequilibrio tra profitto e responsabilità,
tra performance economiche e rispetto dei valori sociali e ambientali.
La moda che saprà ricostruire un rapporto
autentico di fiducia con i consumatori sarà quella che guiderà la transizione
verso un modello di crescita sostenibile.
Moda e
nuovi modelli di business.
Dal
giusto profitto alla diversificazione dei ricavi.
La
crisi che ha investito il settore della moda non riguarda solo le vendite, ma
anche un modello di sviluppo ormai superato. Per decenni la moda ha puntato su
un’accelerazione continua dell’offerta, rincorrendo il fast fashion con
collezioni quasi settimanali, in una spirale di eccesso che oggi mostra tutti i
suoi limiti.
Il
mercato chiede una correzione di rotta: meno quantità, più qualità e,
soprattutto, un nuovo equilibrio tra crescita e responsabilità.
Un
esempio emblematico arriva da Brunello Cucinelli, che da anni parla di
“crescita garbata” e di “giusto profitto”.
Il
successo del suo brand, quotato in Borsa e tra i pochi a registrare risultati
positivi anche nel 2025, dimostra che è possibile coniugare redditività e
rispetto dei valori sociali. Non si tratta solo di un approccio etico, ma di
una strategia concreta che rafforza la reputazione e la fedeltà dei clienti.
Accanto
alla ricerca del “giusto profitto”, i grandi marchi stanno puntando sulla
diversificazione delle fonti di ricavo.
Giorgio
Armani, pioniere in questo senso, ha affiancato alla moda investimenti in
telerie, ristorazione, design e progetti immobiliari di lusso.
Dolce
& Gabbana ha “vestito” beach club e hotel di alta gamma, mentre Louis
Vuitton ha trasformato la sua storica boutique di via Monte Napoleone a Milano
in uno spazio che unisce shopping e ristorazione stellata.
Fendi, già attiva nell’arredo casa, si prepara
a lanciare un progetto simile in uno spazio di grandi dimensioni sempre nella
capitale della moda italiana.
Un
altro settore strategico è quello della cosmetica di lusso, in continua
espansione. Le linee beauty stanno diventando vere e proprie “cassette di
sicurezza” per i brand: profumi, make-up e skincare generano margini elevati e
un accesso più democratico al marchio. Dolce & Gabbana, ad esempio, ha
compensato il calo delle vendite nella moda con la crescita delle divisioni
casa e beauty; Vuitton ha debuttato nel make-up, mentre Prada e Gucci hanno
rafforzato l’offerta con nuove fragranze e collezioni cosmetiche.
La
strategia di diversificazione non è solo una risposta tattica alla crisi, ma
rappresenta una visione di lungo periodo.
La
moda del futuro non potrà basarsi soltanto sul ciclo tradizionale
abbigliamento-accessori, ma dovrà diventare un ecosistema di esperienze e
prodotti, capace di intercettare nuove esigenze dei consumatori e di ridurre la
dipendenza da un singolo mercato.
Cosa è
il Circolar Fashion Index 2025?
I
brand più virtuosi e i limiti del sistema.
La
parola chiave per il futuro del settore è circolarità. Non basta più produrre
collezioni ecologiche o comunicare iniziative green: i consumatori e le
istituzioni chiedono un cambiamento strutturale. Ma cosa significa,
concretamente, “moda circolare”? Volendo essere chiari, possiamo dire che vuol
dire progettare e realizzare capi capaci di durare nel tempo, riutilizzabili,
riparabili e riciclabili, riducendo così l’impatto ambientale lungo tutto il
ciclo di vita del prodotto.
A
misurare gli sforzi dei brand in questo campo è lo studio Kearney, società di
consulenza che nel 2020 ha lanciato il Circolar Fashion Index (CFX), oggi punto
di riferimento internazionale per valutare quanto i marchi stiano davvero
integrando la sostenibilità nei propri processi.
L’edizione
2025 del CFX ha analizzato 246 brand di 18 Paesi, suddivisi in cinque categorie
(moda, intimo, sportswear, calzature e outdoor) e quattro segmenti di mercato (Luxuria,
affondabile Luxuria, mass market e fast fashion).
I
risultati evidenziano un quadro complesso. Se da un lato gli sforzi proseguono,
dall’altro il ritmo del cambiamento è troppo lento per incidere realmente sullo
scenario globale. Molti marchi hanno implementato iniziative di circolarità di
base, come capsule collettino con materiali riciclati, programmi di ritiro dei
capi usati o campagne di sensibilizzazione. Tuttavia, queste pratiche restano
spesso confinate ai dipartimenti di sostenibilità, senza un’integrazione reale
nella supply chain, nello sviluppo prodotto o nelle strategie commerciali.
La
buona notizia è che l’Europa risulta più virtuosa rispetto a Stati Uniti e
Asia, anche grazie alle normative introdotte da Bruxelles. Nella Top Ten del
CFx 2025 compaiono marchi come Gucci e OVS, insieme a Patagonia, Levi’s, The
North Face, Lululemon, Coach, Gant e i nuovi ingressi Arc’teryx e Decathlon. È
un segnale positivo, che mostra come anche in Italia la moda sostenibile stia
facendo passi importanti.
Resta
però un divario significativo tra ambizione e implementazione. I progressi in
aree come il design circolare, il riutilizzo delle materie prime e la
tracciabilità sono passati solo da una “maturità limitata” a una “maturità
moderata”.
Il
settore continua a muoversi, ma non abbastanza velocemente per rispondere alle
urgenze ambientali e alle nuove aspettative dei consumatori.
La
moda circolare deve diventare la colonna portante del business. Solo così il
settore potrà scrollarsi di dosso l’etichetta di industria altamente inquinante
e affermarsi come modello di crescita sostenibile e responsabile.
Quali
sono le normative?
Digital
product passaporto, ecodesign e blockchain per la tracciabilità.
La
transizione verso una moda sostenibile non può dipendere solo dalla buona
volontà dei brand.
Servono
regole chiare e strumenti innovativi che obblighino l’intero comparto a
cambiare passo.
Negli
ultimi anni, infatti, l’Europa e altre aree del mondo hanno introdotto
normative pensate per ridurre l’impatto ambientale e promuovere la circolarità.
In
Francia è stata approvata una legge che limita l’ultra fast fashion, mentre in
California si discute il Responsible Testile Recovery Act, che imporrebbe ai
marchi l’obbligo di ritirare e riciclare i capi usati. Si tratta di segnali
forti, poiché non è più accettabile produrre e vendere senza preoccuparsi del
destino dei prodotti una volta usciti dal negozio.
L’Unione
Europea ha fatto un passo avanti ancora più deciso con due strumenti destinati
a rivoluzionare il settore:
Il
Digital Product Passport (DPP), che dal 2027 sarà obbligatorio per molti
prodotti, moda inclusa. Si tratta di un documento digitale collegato a un capo
tramite QR code, che contiene informazioni su materiali, composizione, ciclo di
vita, istruzioni per riuso e riciclo. In questo modo i consumatori avranno
accesso a dati trasparenti, mentre le aziende potranno garantire tracciabilità
e conformità.
Il
Regolamento Ecodesign, che stabilisce requisiti di progettazione mirati a
migliorare la durabilità, la riparabilità e la riciclabilità dei prodotti.
L’obiettivo è chiaro: rendere sostenibile la maggior parte dei beni immessi sul
mercato europeo.
Accanto
alle normative, anche la tecnologia blockchain sta guadagnando terreno come
strumento di tracciabilità. Grazie alla registrazione sicura e immutabile dei
dati, sarà possibile certificare ogni fase del ciclo produttivo, dalla
coltivazione delle fibre fino al capo finito. Un sistema che non solo aumenta
la fiducia dei consumatori, ma riduce il rischio di pratiche scorrette nella
filiera.
Le
innovazioni, normative e tecnologiche, rappresentano una spinta decisiva verso
un cambio di paradigma. Non si tratta più di iniziative volontarie, ma di
obblighi concreti e strumenti operativi che renderanno la moda responsabile una
condizione imprescindibile per competere sul mercato globale.
Qual è
il rapporto tra moda sostenibile e fibre naturali?
Il
ritorno del lino europeo come alternativa al poliestere.
Tra le
molte strade che la moda sta valutando e analizzando per ridurre l’impatto
ambientale, una delle più promettenti arriva da una fibra antichissima: il lino
europeo.
Coltivato
da millenni e oggi rivalutato come simbolo di sostenibilità, il lino sta
vivendo una vera rinascita grazie alla sua impronta ecologica minima e alle sue
caratteristiche di qualità.
Secondo
i dati di Textile Exchange, il lino rappresenta ancora solo lo 0,5% delle fibre
utilizzate dall’industria tessile, contro il 57% dominato dal poliestere.
Eppure, tra il 2014 e il 2024, i terreni coltivati a lino in Europa sono
aumentati del 128% e la produzione è raddoppiata, raggiungendo le 200mila
tonnellate. Una crescita che testimonia il nuovo interesse del settore per una
fibra naturale, resistente e facilmente tracciabile.
Il
lino ha numerosi vantaggi ambientali: non necessita di irrigazione né di
pesticidi, non richiede processi chimici di sintesi e ogni scarto della
lavorazione trova un impiego, dall’edilizia alla zootecnia. Persino la
banconota da un dollaro contiene il 25% di fibre di lino. Questo lo rende un
materiale perfettamente allineato con i principi della economia circolare nella
moda.
In
prima linea nella rinascita della filiera c’è la cooperativa francese “Terre de
Lin”, la più grande produttrice europea, nata nel 1940 e oggi composta da 780
aziende agricole.
La
cooperativa non solo coltiva il lino con metodi sostenibili, ma ha avviato
progetti per riportare in Europa una parte della lavorazione, oggi in gran
parte delocalizzata in Cina e India.
Una
scelta strategica che contribuisce non solo alla sostenibilità, ma anche al
reshoring della filiera tessile, creando occupazione e salvaguardando
competenze storiche.
La
qualità del lino europeo è considerata la migliore al mondo. Il clima umido
della Normandia e i terreni profondi permettono di ottenere fibre lunghe, forti
e brillanti, particolarmente ricercate dai marchi del lusso.
Non a
caso, aziende come Stafilini hanno riaperto stabilimenti in Francia dopo anni
di crisi, spinte dall’aumento della domanda.
A
questa rinascita contribuiscono anche le nuove tecnologie. La blockchain
consente di certificare ogni fase della produzione, garantendo la tracciabilità
necessaria in vista degli obblighi del Digital Product Passport.
Innovazioni
come Thermos, che disinfetta le sementi con semplice vapore acqueo, stanno
inoltre favorendo varietà più resistenti e adatte ai cambiamenti climatici.
Il
lino, dunque, non è solo una fibra tessile, ma il simbolo di come tradizione e
innovazione possano incontrarsi per costruire un modello di moda sostenibile e
circolare. La sua riscoperta dimostra che la sostenibilità non significa
rinunciare alla qualità o al design, ma valorizzare risorse naturali e saperi
antichi in chiave moderna.
Il
settore della moda si trova oggi di fronte a una sfida che è anche
un’opportunità storica: trasformarsi da industria percepita come tra le più
inquinanti al mondo in motore di crescita sostenibile. La crisi delle vendite,
le indagini sulla filiera e la crescente attenzione dei consumatori non devono
essere viste solo come ostacoli, ma come stimoli per costruire un nuovo modello
di sviluppo.
I
brand più lungimiranti hanno compreso che il futuro passa attraverso la
circolarità, la diversificazione dei ricavi, l’adozione di nuove tecnologie per
la tracciabilità e il rispetto di normative sempre più stringenti.
Affinché
la moda torni a essere non solo stile e tendenza, ma anche cultura e
responsabilità sociale, serve però un cambio di mentalità. Le aziende devono
superare l’approccio frammentario e integrare la sostenibilità in tutta la
filiera: dalla progettazione al retail, dalla comunicazione al post-consumo. I
consumatori, dal canto loro, devono continuare a premiare le scelte trasparenti
e responsabili. Le istituzioni, infine, hanno il compito di accompagnare questa
trasformazione con regole chiare e strumenti di sostegno.
In
questo equilibrio tra creatività, impresa e responsabilità ambientale si gioca
il futuro della moda che, se affrontato con coraggio e visione, può restituire
al settore il suo ruolo simbolico di guida verso un domani più equo, innovativo
e sostenibile.
Moda
sostenibile: dalla consapevolezza
all’azione
– un cambiamento necessario
per il
futuro del pianeta.
Ublogger.org - Lara Savini – (16 apr. 2025) –
Redazione – ci dice:
Eco-friendly
fashion.
Negli
ultimi anni, nel nostro piccolo, siamo diventati tutti un po’ fashion blogger.
Scorriamo i social, vediamo un vestito carino, lo aggiungiamo al carrello, e in
24 ore è già a casa.
Ma vi siete mai chiesto quanto costa davvero
quel vestito?
E no,
non parliamo solo del prezzo sul sito.
Il
sistema dell’ultra fast fashion è ampiamente diffuso nel mondo occidentale, noi
consumatori lo diamo quasi per scontato, ma i costi ambientali e sociali di
questo business ci devono far ricordare che non solo c’è un’alternativa ma che
è anche estremamente necessaria.
Fast fashion: quando la moda è troppo veloce
(e pericolosa).
Il
fast fashion è un sistema di produzione di abbigliamento estremamente rapido,
economico e spesso altamente inquinante. Si producono tantissimi capi ogni
giorno, con materiali scadenti e spesso in condizioni di lavoro terribili, per
essere venduti a pochi euro… e buttati poco dopo.
Il
settore dell’abbigliamento online, ricorda Greenpeace, è fra i più rilevanti
dell’e-Commerce Business to Consumer (B2C) italiano.
Giovani,
digitale e fast fashion sono i tre assi che spingono la crescita del mercato
della moda nel mondo.
Solo
il 3% della moda è però circolare e appena l’1% dei nuovi vestiti viene
prodotto a partire da abiti vecchi, mentre ogni secondo un camion pieno di
indumenti finisce in discarica o nell'inceneritore.
L’industria
della moda è tra i settori produttivi più inquinanti, un sistema che utilizza
enormi quantità di materie prime:
soltanto
nell’UE, il consumo di prodotti tessili risulta il quarto settore per impatto
su ambiente e clima, il terzo per consumo d’acqua e di suolo.
Abiti
venduti e resi subito.
Accessori progettati per durare una stagione
soltanto e destinati a rompersi nel giro di poche settimane, per poi finire in
discarica o nel Sud del mondo.
Con
produzione di massa, bassa qualità e prezzi irrisori, l’industria del fast
fashion genera enormi quantità di rifiuti e inquinamento.
Moda e ambiente: numeri che fanno paura.
Ogni
anno, solo in Europa, vengono buttati 6 milioni di tonnellate di vestiti, 11kg
di scarti di vestiti a persona, i quali finiscono spesso nelle grandi
discariche di paesi lontani come il Ghana, in cui ogni settimana ne arrivano 15
milioni provenienti da paesi occidentali. Circa il 40% di questi capi viene
bruciato, producendo enormi danni ambientali e non solo. In effetti, il fast
fashion è responsabile per il 10% delle emissioni del gas serra globali: è
quanto emerso dall’indagine condotta dall’Unità Investigativa di Greenpeace
Italia che per quasi due mesi, in collaborazione con la trasmissione televisiva
Report, ha tracciato i viaggi compiuti da alcuni capi d’abbigliamento del
settore del fast fashion acquistati e resi tramite piattaforme di e-commerce,
svelando una filiera logistica schizofrenica e il devastante impatto ambientale
in termini di emissioni di CO2. Le aziende del fast fashion promuovono la loro
presunta sostenibilità e il rispetto di migliori condizioni di lavoro,
dichiarando nelle etichette che i loro capi d’abbigliamento sono prodotti con
una minore impronta ecologica.
Lo
chiamano greenwashing, ma di green non ha davvero nulla.
Ma allora… che si fa?
Niente
panico: non devi rinunciare al tuo stile per essere sostenibile.
Essere
sostenibili non significa essere fuori moda, ma scegliere chi vogliamo essere e
che mondo vogliamo costruire. Ogni volta che scegli un capo con consapevolezza,
stai votando con il tuo portafoglio per un futuro più giusto. Anzi, puoi fare
la differenza con piccole scelte quotidiane.
Acquista meno e in modo più consapevole.
Noi,
come singoli individui, sicuramente potremmo smettere e/o ridurre gli acquisti
nei negozi fast fashion.
In
primis perché questa tipologia di negozi distrugge la nostra unicità,
conducendoci all’omologazione.
Infatti, non si sceglie più un capo ma una
divisa collettiva con tessuti scadenti, facendoci perdere di personalità.
Inoltre, questa tipologia di negozi ci rende
dipendenti dal consumo compulsivo:
più
compriamo, meno possediamo davvero, abituandoci alla frenesia dei nuovi
acquisti (spesso non necessari).
Quando fai shopping, fallo in modo
consapevole:
chiediti
se quel capo ti serve davvero, se lo userai più volte, o se è di buona qualità.
Scegli
brand sostenibili.
Prediligere
l'acquisto di capi d’abbigliamento sostenibili e con un basso impatto
ambientale, considerando il loro intero ciclo di vita e la carbon footprint.
Questi
prodotti hanno un’impronta ecologica bassa, poiché realizzati secondo i
principi dell’eco design e dell’economia circolare.
Esistono marchi che usano materiali naturali o
riciclati, producendo in modo etico e trasparente.
Cerca prodotti fatti con cotone biologico,
lana e con fibre riciclate come il poliestere riciclato o altre fibre eco.
E cerca prodotti che utilizzano metodi di
produzione a basso impatto ambientale, a basse emissioni di CO2 nelle fasi di
trasporto e di vendita attraverso il sistema della filiera corta.
Second hand is cool.
Comprare
usato oggi non è più solo una pratica per chi vuole risparmiare: è diventata
una vera tendenza, creativa e super sostenibile. Il mondo del second hand sta
vivendo un boom pazzesco grazie a mercatini, negozi vintage e app dedicate.
Quando scegli un capo usato, non solo eviti che finisca in discarica, ma ti
porti a casa qualcosa con una storia, spesso introvabile nei negozi fast
fashion. È come partecipare ad una caccia al tesoro: trovi pezzi originali,
magari firmati, che ti distinguono dalla massa.
In
più, il second hand ti permette di risparmiare, il che non guasta, soprattutto
se vuoi sperimentare con il tuo stile senza svuotare il portafoglio.
E se hai l’armadio pieno di cose che non usi
più? Rivenderle online ti permette di dare loro una seconda vita e guadagnarci
qualcosa. Insomma, è un win-win.
Le regole stanno finalmente cambiando.
Organizzazioni
internazionali come le Nazioni Unite e la Commissione Europea stanno cercando
di cambiare le regole dell’industria della moda, spingendo verso un modello più
circolare.
Questi
organismi lavorano per proteggere il pianeta, fissando obiettivi concreti:
salvare
risorse naturali come acqua e suolo;
ridurre l'inquinamento da microplastiche;
fermare
la distruzione di capi invenduti o restituiti; promuovere uno shopping etico e
obbligare i brand ad essere più trasparenti su modalità e luogo di produzione
dei vestiti.
Uno
strumento europeo utile è il “passaporto digitale del prodotto”: un’etichetta
smart che racconta l'intero ciclo di vita di un capo, così da poter decidere in
modo consapevole.
Insomma,
qualcosa sta cambiando a livello politico ma come ogni grande cambiamento,
senza consapevolezza dell’opinione pubblica non basta.
Ecco perché è importante essere informati e
fare la nostra parte attraverso ogni piccola scelta quotidiana. Anche
l'acquisto di una semplice t-shirt può rappresentare un atto politico,
promuoviamo una moda sostenibile!
(Il
greenwashing è una pratica di marketing che consiste nel presentare un
prodotto, un'azienda o un servizio come più sostenibile di quanto non sia in
realtà. L'obiettivo è ingannare i consumatori per trarne un vantaggio
competitivo.
Per
calcolare l’impronta ecologica viene preso in considerazione tutto il ciclo di
vita di un prodotto, tenendo conto ad esempio delle materie prime usate per la
fabbricazione, le emissioni generate con il trasporto e l’impatto ambientale
dovuto allo smaltimento.
Nel dettaglio, le fasi della carbon footprint
sono: l'estrazione e lavorazione delle materie prime, la produzione dei
prodotti, la fase di packaging e trasporto, l'utilizzo del prodotto da parte
dei consumatori, infine la fase di riciclo, riutilizzo o smaltimento).
(willmedia.it/loop/linsostenibile-impatto-della-fast-fashion/).
(greenpeace.org/static/planet4-italy-stateless/2024/02/d25c1da6-inchiesta-report-1.pdf).
(ec.europa.eu/info/law/better-regulation/have-your-say/initiatives/14382-Digital-product-passport-rules-for-service-providers_en).
La
sostenibilità nella moda:
da
fast fashion a sustainable fashion.
It.andersen.com
– (14 Marzo 2024) – Andersen Global -Andersen Italia – Redazione – ci dice:
L’insostenibilità
della moda.
I
prodotti tessili hanno un ruolo fondamentale nella vita quotidiana di ogni
persona in quanto sono utilizzati come capi di abbigliamento e tessili per
l’arredamento, vengono impiegati in settori come medicale, edilizia ed
automotive.
Negli
ultimi anni la crescita della produzione e del consumo di prodotti tessili ha
portato a un significativo aumento del loro impatto sul clima, sul consumo di
acqua e di energia e sull’ambiente.
Il
settore della moda rappresenta la quarta maggiore industria a livello globale
con un valore stimato in circa 3 trilioni di dollari, contribuendo alla
generazione del 2% del Pil mondiale, con un impiego di circa 75 milioni di
persone.
Vista
la portata di questi numeri, risulta chiaro come il settore della moda sia uno
dei business trainanti dell’economia mondiale e come l’impatto che genera sugli
aspetti legati alla sostenibilità non possa più essere sottovalutato.
L’impatto
del fast fashion.
Nel
corso degli ultimi anni il settore della moda ha, infatti, vissuto importanti
cambiamenti, strettamente connessi alla variazione dei comportamenti dei
consumatori.
Tra il
1996 e il 2018 i prezzi dell’abbigliamento nell’UE sono diminuiti di oltre il
30% rispetto all’inflazione e, nonostante questo, la spesa media delle famiglie
per l’abbigliamento è sensibilmente aumentata. Tale dinamica dimostra che
questi modelli, propri del cosiddetto “fast fashion”, non siano sostenibili in
una prospettiva temporale di medio-lungo termine.
La
domanda crescente di prodotti tessili e la conseguente produzione in crescita
hanno alimentato l’uso inefficiente di risorse non rinnovabili, compresa la
produzione di fibre sintetiche a partire da combustibili fossili.
La
dimensione di questo settore lo porta anche ad essere uno di quelli
maggiormente impattanti a livello globale a causa dell’impiego di un modello
lineare caratterizzato da tassi ridotti di utilizzo, riutilizzo, riparazione e
riciclaggio fibre-to-fibre (a ciclo chiuso) dei tessili e che spesso non tiene
in considerazione qualità, durabilità e riciclabilità tra le priorità nella
progettazione e la confezione dei capi di abbigliamento.
L’industria
della moda è responsabile di una quota tra il 4% e il 15% delle emissioni
globali di CO2 e consuma più del 20% dell’acqua per usi industriali, seconda
solo all’agricoltura. Inoltre, il 70% dei tessuti è composto da derivati del
petrolio (soprattutto poliestere, per 80 milioni di tonnellate all’anno) e
solamente l’1% di questi viene riciclato, mentre il resto è destinato alla
discarica (con tempi di decomposizioni di mille anni). Per questo motivo
l’abbigliamento è la maggior fonte di microplastiche nei mari (35%).
Andando
a guardare il consumo di risorse idriche, emerge che ogni anno viene consumata
dall’industria tessile e dell’abbigliamento, una quantità di acqua pari a 93
miliardi di metri cubi per le attività di coltivazione e di produzione.
Sulla
base di questi dati e coerentemente a quanto affermato dal report Global
fashion: green is the new black 2023 di Barclays, risulta chiaro che oggi il
sistema moda si contraddistingua per un modello di business «non sostenibile»
che, oltretutto, continuerà a crescere, a ritmi importanti.
Di
fatto, secondo le stime di BCG e Global fashion agenda, si è anche portati a
desumere che questo toccherà i 3,3 trilioni di dollari entro il 2030, con una
crescita annua del 5% dell’impatto negativo sull’ambiente.
Sempre
entro il 2030 (ma rispetto al 2015) sono attesi aumenti significativi nel
consumo di acqua (+50%), emissioni (+63%), tonnellate di rifiuti creati (+52%).
Mentre, entro il 2050 ci si attende che l’industria della moda consumerà il 25%
del carbon budget mondiale (fonte “Ellen MacArthur Foundation”).
Condizioni
di lavoro critiche.
A
decretare l’insostenibilità di questo mondo sono molti fattori non solo a
livello ambientale, ma anche a livello sociale.
La
dinamica in atto trova una strettissima connessione con l’affermazione del
fenomeno del fast fashion che si basa sulla tendenza da parte dei brand di
proporre all’incirca dodici collezioni all’anno, che si auto cannibalizzano,
tutte contraddistinte dalla combinazione di capi di dubbia qualità e con un
prezzo facilmente accessibile.
Se da
una parte il fast fashion ha democratizzato il sistema moda, dall’altra ha
decretato ed evidenziato come l’attuale modello basato sulla linearità e,
quindi, sulla logica produci-consuma-getta, non sia più sostenibile.
Questo
sistema non alimenta solo un eccessivo sfruttamento dell’ambiente, ma è anche
la causa dell’affermazione di condizioni di lavoro non eque.
Il
primo esempio che ha messo in luce l’insostenibilità delle condizioni di lavoro
dei lavoratori del sistema moda è sicuramente il crollo della fabbrica Rana
Plaza in Bangladesh, dove nel 2013 morirono oltre mille dipendenti e rimasero
ferite più di 2,5 mila persone.
I
lavoratori del Rana Plaza erano costretti a lavorare ininterrottamente giorno e
notte in condizioni estreme in un edificio pericolante e, nonostante le diverse
segnalazioni dei dipendenti, i dirigenti fecero continuare a lavorare gli
operai dietro la minaccia di perdere il posto di lavoro.
Questo
avvenne dal momento che il rischio che correvano i proprietari della fabbrica
era quello di perdere i contratti di lavoro con le grandi catene della fast
fashion e, di conseguenza, i loro introiti economici spesso con la complicità
dei loro stessi governi e istituzioni.
Anche
dopo la visibilità mediatica dell’evento, gli sfruttamenti nel settore della
moda non hanno cessato di essere la regola: salari bassissimi, turni
interminabili, condizioni di lavoro pessime e tutele sindacali nulle.
Da non
dimenticare, gli episodi denunciati da clienti che hanno ritrovato all’interno
degli stessi vestiti delle richieste d’aiuto o dei biglietti lasciati dagli
operai. Secondo il Ministero del Lavoro
degli Stati Uniti risultano prove di lavoro forzato e di lavoro minorile
nell’industria della moda in Argentina, Bangladesh, Brasile, Cina, India,
Indonesia, Filippine, Turchia e Vietnam. H&M, Forever 21, GAP e Zara sono
alcuni tra i marchi più conosciuti che sono stati coinvolti in questi scandali.
Si
tratta, quindi, di aziende che si approfittano del tessuto economico e sociale
dei Paesi in cui hanno delocalizzato le proprie fabbriche, per nulla
intenzionati a portare incentivi per lo sviluppo umano delle comunità locali in
cui si inseriscono.
Moda e
sostenibilità.
È a
questo punto che la moda sostenibile diventa una vera e propria necessità. Come
abbiamo precedentemente evidenziato, l’industria della moda si caratterizza per
un forte e crescente impatto a livello globale sugli indicatori sia di sviluppo
sociale che ambientale.
Sulla
base di queste evidenze risulta chiaro che oggi più che mai viga la necessità
di operare ai fini di riuscire a sviluppare un sistema che sia capace di
ridurre le emissioni di CO2, affrontare il problema della sovrapproduzione,
ridurre inquinamento e sprechi, promuovere la biodiversità e garantire salari
equi e condizioni di lavoro sicure per i lavoratori. Questi sono solo parte
degli elementi cruciali da migliorare per ridurre concretamente l’impatto
ambientale e sociale del settore e contribuire a raggiungere gli obiettivi
climatici globali.
La
consapevolezza di queste necessità del settore ha promosso dei cambiamenti
significativi di alcuni marchi della moda che iniziano ad attribuire una
crescente importanza all’analisi e alla valutazione dell’impatto ambientale
derivante dalle proprie attività.
Nonostante
questo, si rileva che il consumo dei prodotti del sistema moda, i costi sociali
e ambientali associati al settore continuano ad aumentare.
Pertanto,
per garantire una riduzione dell’impatto ambientale delle aziende e, allo
stesso tempo, perseguire una crescita economica, è fondamentale che le imprese
adottino un approccio basato sui principi dello sviluppo sostenibile.
Sviluppo
sostenibile.
Lo
sviluppo sostenibile si fonda su tre pilastri fondamentali, che devono essere bilanciati
tra di loro.
Sostenibilità
ambientale:
comprende la protezione dell’ambiente e dei suoi sistemi, la gestione oculata
delle risorse naturali e la riduzione dell’inquinamento e degli sprechi
Sostenibilità
economica:
implica uno sviluppo economico e un benessere che siano robusti nel lungo
termine e distribuiti in modo equo
Sostenibilità
sociale:
si riferisce al progresso sociale e all’equità che soddisfano le esigenze
umane, come salute, istruzione, giustizia sociale, diritti umani e
coinvolgimento dei cittadini
Obiettivi
sostenibili.
Guardano
al settore della moda e ai suoi Sustainable Development Goals, assume un ruolo
particolarmente importante la UN Alliance for Sustainable Fashion nata durante
il Summit delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile, tenutosi a New York
nel 2015, in occasione del quale è stata approvata l’Agenda 2030 che ha
chiarito i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e i suoi 169 sotto-obiettivi.
Gli
obiettivi chiariti in questo frangente – direttamente o indirettamente – sono
correlati all’industria della moda e del tessile per la forte interconnessione
tra il settore e gli obiettivi e i target individuali.
UN
Fashion Alliance: alleanza creata per promuovere la collaborazione tra le diverse agenzie
dell’ONU che operano nel settore della moda al fine di aiutarle a sostenere
progetti e politiche che assicurino un contributo positivo della catena del
valore della moda verso il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo
sostenibile.
La UN
Fashion Alliance ambisce a sostenere pratiche equosolidali, garantire condizioni di lavoro
dignitose, proteggere i diritti dei lavoratori e promuovere l’innovazione per
un futuro più sostenibile.
Gli obiettivi
dell’Alleanza sono strettamente allineati agli SDGS dell’Agenda 2030:
promozione
della riduzione delle emissioni di gas serra nel settore della moda;
minimizzazione
dell’uso di risorse naturali;
riduzione
dei rifiuti e dell’inquinamento;
promozione
dell’equità e dell’inclusione;
contributo
alla crescita economica sostenibile.
Responsabilità
estesa del produttore.
Questa
transizione del settore verso la sostenibilità sancisci, quindi, una serie di
sfide e vantaggi per le aziende di moda che si trovano ora a dover
intraprendere un percorso tenendo conto delle richieste del mercato e dei
grandi buyer.
Nonostante
le difficoltà di implementare un nuovo modello di business, questo cambiamento
verso la sostenibilità favorisce gli investimenti e rende le aziende impegnate
nella riduzione del proprio impatto ambientale, maggiormente preparate ad
affrontare le normative sempre più rigorose che si stanno delineando.
Infine,
l’adozione di pratiche sostenibili può anche attrarre un mercato di consumatori
sempre più consapevoli e attenti alle questioni ambientali.
La
transizione sostenibile è un percorso che può però presentare degli ostacoli.
La prima criticità è, sicuramente, rappresentata dai costi iniziali legati
all’implementazione di pratiche più sostenibili, come l’adozione di tecnologie
eco-friendly o la revisione dei processi produttivi. Questi oneri possono
essere significativi e richiedere investimenti che saranno ammortizzati solo
nel lungo termine.
Ancora,
potrebbe esserci una mancanza di consapevolezza o comprensione da parte di
alcune parti interessate sul motivo per cui questo cambiamento è importante e
necessario: un processo che necessita quindi di un’educazione e una
sensibilizzazione continue.
A
questi elementi, che decretano la necessità che il sistema moda attui una
effettiva transizione verso la sostenibilità, si unisce anche il fatto che i
consumatori siano sempre più consapevoli ed esigenti.
Al
giorno d’oggi, i clienti non si accontentano più di capi che siano solo belli
da indossare, ma desiderano avere più informazioni richiedendo maggiore
trasparenza agli operatori del settore.
Ai
compratori attenti interessa sapere come il capo che indossano sia stato
creato, vogliono assicurarsi che modi, tempi e luoghi di produzione non
contribuiscano a deteriorare le condizioni ambientali del pianeta e le
condizioni lavorative del personale addetto alla produzione.
Infatti,
secondo i dati registrati da McKinsey i prodotti con certificazioni o
dichiarazioni di sostenibilità hanno registrato un aumento delle vendite
dell’8%.
Trasformazione
del lavoro
attraverso
l’IA e parità salariale.
It.andersen.com
– (5 Agosto 2026) – Approfondimenti Andersen Italia – Uberto Percivalle -
Redazione – ci dice:
European
Employment Insights.
I
professionisti europei di Andersen, presenti in oltre 20 giurisdizioni, hanno
collaborato alla realizzazione dell’ultima edizione della Newsletter Employment
Insights, offrendo un’analisi approfondita delle principali novità in materia
di diritto del lavoro a livello europeo.
La pubblicazione esamina gli sviluppi
normativi più recenti, gli orientamenti giurisprudenziali, le linee guida delle
autorità competenti e le evoluzioni della contrattazione collettiva nei diversi
Paesi.
Diritto
del lavoro e intelligenza artificiale.
In
questa intervista, Uberto Percivalle conversa con Matteo Amici (Partner di
Andersen in Italia) su come l’intelligenza artificiale stia trasformando il
mondo del lavoro, sui nuovi obblighi introdotti dall’AI Act e su ciò a cui i
datori di lavoro dovrebbero prepararsi.
L’AI
Act (Regolamento (UE) 2024/1689) segna un cambiamento di paradigma,
riconoscendo il ruolo attivo dell’intelligenza artificiale integrata nei
processi decisionali aziendali ma comunque stabilendo la necessaria
supervisione umana, come pilastro.
Il
datore di lavoro è considerato l’utilizzatore del sistema di IA ed è pertanto
responsabile del modo in cui integra tali sistemi nei propri processi interni.
Ne derivano obblighi di trasparenza nei confronti dei dipendenti e dei
rappresentanti dei lavoratori ogniqualvolta sistemi di IA vengano utilizzati
per il reclutamento, la valutazione delle prestazioni, l’assegnazione dei
compiti o le decisioni di cessazione del rapporto di lavoro.
L’AI
Act garantisce una base uniforme di regole comuni, ma i vari Stati membri
stanno adottando normative nazionali che ne specificano l’applicazione ai
rapporti di lavoro, con soluzioni differenti come obblighi di informazione
specifici da stato a stato, proprio per questo per un gruppo multinazionale, il
rischio principale è la frammentazione normativa.
Emergono
3 aree principali di rischio, dai bias nei sistemi di selezione del personale
attraverso algoritmi che possano portare a discriminazioni di sesso, razza o
etnia, il controllo invasivo delle prestazioni lavorative alla deduzione dello
stato emotivo dei lavoratori mediante strumenti di analisi del sentiment
integrati nelle piattaforme aziendali.
Il
Partner Amici sottolinea come l’intelligenza artificiale rappresenta un
cambiamento più profondo sull’accesso al mercato del lavoro:
l’IA
sta ridefinendo le modalità di ingresso nelle professioni e impone alle imprese
di ripensare percorsi di inserimento, formazione e sviluppo dei talenti. In
questo scenario, l’AI Act non deve essere interpretato come un mero adempimento
normativo, ma come una leva strategica.
Novità
dall’Italia.
Per
l’Italia, Uberto Percivalle, Partner responsabile della service line Employment
& Labor, ha analizzato i principali interventi nel settore del diritto del
lavoro, con particolare riferimento ai recenti sviluppi nella conversione del
decreto legge in tema di parità retributiva.
Le
modifiche del Decreto Primo Maggio convertito.
Il
Decreto è stato ora convertito nella Legge 27 giugno 2026, che ha introdotto
modifiche e nuove misure di rilievo:
la
definizione della “retribuzione equa” quale parametro per la valutazione
dell’adeguatezza della remunerazione dei lavoratori;
la
disciplina del lavoro dei rider tramite piattaforme digitali, con chiarimenti
sull’ambito applicativo delle norme, ora limitato esclusivamente ai rider, e
sulle tematiche relative alla qualificazione del rapporto e all’utilizzo di
algoritmi e strumenti tecnologici;
la
conferma degli incentivi all’occupazione femminile e giovanile, al lavoro nelle
Zone Economiche Speciali, alla trasformazione dei contratti a termine, nonché
alle misure per la parità di genere e il sostegno alla famiglia;
l’introduzione
degli accordi collettivi speciali, che possono prevedere deroghe alla normativa
e ai contratti collettivi nazionali;
la
possibilità di ricorrere al distacco per la salvaguardia dell’occupazione;
la
previsione di un limite massimo alla durata complessiva delle assegnazioni
presso il medesimo utilizzatore di lavoratori assunti a tempo indeterminato da
un’agenzia per il lavoro.
La
Legge amplia gli interventi in materia di lavoro, introducendo nuovi strumenti
di flessibilità e misure di sostegno all’occupazione, oltre a fornire
chiarimenti su alcune discipline già oggetto di dibattito.
Retribuzione
equa.
La
Legge ha confermato che il parametro di riferimento per la determinazione della
retribuzione equa sarà costituito dal “trattamento economico complessivo
stabilito dai contratti collettivi nazionali” sottoscritti dalle organizzazioni
sindacali e dalle associazioni datoriali comparativamente più rappresentative a
livello nazionale.
Legge
ha inoltre precisato quali componenti retributive debbano essere considerate ai
fini del calcolo del trattamento economico complessivo.
È
stata introdotta una disciplina più stringente in caso di mancato rinnovo
tempestivo dei contratti collettivi: trascorsi 9 mesi dalla scadenza (in
precedenza erano 12 mesi), le retribuzioni dovranno essere incrementate di un
importo pari al 50% (in precedenza 30%) dell’indice HICP-NIE (Indice
armonizzato dei prezzi al consumo al netto dei beni energetici importati).
Accordi
collettivi speciali derogatori della legge e dei contratti collettivi nazionali.
La
Legge 27 giugno 2026, con l’obiettivo di garantire una maggiore tutela dei
lavoratori, ha previsto che:
tutti
gli accordi collettivi speciali devono essere depositati presso il Ministero
del Lavoro e il CNEL;
i
datori di lavoro con un organico fino a 15 dipendenti possono stipulare tali
accordi esclusivamente presso gli Ispettorati territoriali del lavoro;
qualora
tali accordi prevedano trattamenti peggiorativi, i datori di lavoro devono
informare i lavoratori interessati.
Distacchi
finalizzati alla salvaguardia dell’occupazione
La
Legge n. 112 del 27 giugno 2026 ha stabilito che non sarà necessario dimostrare
né dichiarare l’esistenza di tale interesse qualora il distacco sia organizzato
per:
salvaguardare
i livelli occupazionali;
garantire
la continuità aziendale;
preservare
competenze professionali;
prevenire
o ridurre il ricorso ad ammortizzatori sociali, riduzioni dell’orario di lavoro
o licenziamenti.
La
disposizione si applica anche nel caso in cui il distacco avvenga tra imprese
appartenenti a settori diversi e che applichino differenti contratti
collettivi, purché siano mantenute le medesime mansioni del lavoratore.
Limite
alla durata complessiva delle missioni presso il medesimo utilizzatore per
lavoratori somministrati a tempo indeterminato
La
Legge n. 112 del 27 giugno 2026 ha chiarito una questione controversa relativa
alla somministrazione di lavoro nel caso in cui l’agenzia per il lavoro abbia
assunto il lavoratore con un contratto a tempo indeterminato (anziché con il
più frequente contratto a termine). Fino ad oggi, sembrava non esistere un
limite massimo previsto dalla legge alla durata dell’assegnazione del
lavoratore somministrato a tempo indeterminato presso la stessa impresa
utilizzatrice e la giurisprudenza non aveva fornito orientamenti uniformi.
La nuova disciplina stabilisce che i periodi
complessivi di assegnazione presso il medesimo utilizzatore, anche se non
consecutivi, relativi a mansioni appartenenti alla stessa categoria o livello,
non possono superare i 36 mesi.
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