La globalizzazione ha creato la paralisi del nostro sistema politico.
La
globalizzazione ha creato la paralisi del nostro sistema politico.
L’EUROPA
E LA DIPENDENZA
TECNOLOGICA
DA USA E CINA.
UNA QUESTIONE DI SOVRANITA’.
Thefederalist.eu
– (10 giugno 2026) – Fausto Desiderio – N.1 ,2026 – Redazione -ci dice:
In
un’epoca segnata dalla “slowbalization”, da una governance globale estremamente
frammentata e dal ritorno prepotente dei rapporti di forza in politica
internazionale, l’Europa deve affrontare la sua più grande vulnerabilità
sistemica: la dipendenza tecnologica.
Se nel
1941 la perdita di sovranità del continente si misurava sul piano della
devastazione militare, oggi l’indipendenza, o la subalternità, di un’entità
politica si determina in relazione ai cavi sottomarini, ai data center, alle
catene di approvvigionamento dei semiconduttori e alla competitività nella
partita dell’intelligenza artificiale.
La
dipendenza tecnologica dell’Europa contemporanea non è un mero ritardo
industriale, ma l’espressione più cruda di un difetto di statualità. In
un’economia mondiale ormai tripolare — in cui Stati Uniti, Asia Orientale e
Unione Europea pesano ciascuno dal 20 al 25% del PIL globale — l’assenza di
un’unione politica federale condanna il nostro continente a degradarsi da
attore geopolitico a provincia, anche in ambito digitale, degli imperi altrui.
Fino a
pochi anni fa, il fatto che cittadini, imprese ed istituzioni europee
utilizzassero esclusivamente — o quasi — servizi digitali e prodotti
tecnologici americani non sembrava rappresentare un problema.
Ci
siamo allegramente serviti di tali tecnologie senza interrogarci su eventuali
pericoli per la nostra autonomia, sia come cittadini che come Unione europea.
Ma del
resto, era naturale che così fosse: la comunità internazionale ha tentato di
operare secondo un modello di “multilateralismo mirato”, in cui la cooperazione
economica (il mercato, a somma positiva) veniva tenuta rigorosamente separata
dallo scontro geopolitico e valoriale (la sicurezza nazionale, a somma zero).
Oggi,
questo equilibrio è saltato.
Stati
Uniti e Cina hanno fuso questi due ambiti, trasformando le reti di
interdipendenza commerciale e tecnologica in armi geopolitiche (weaponized
interdependence).
È evidente che ora il controllo
dell’innovazione e delle tecnologie cruciali è diventato una questione di
sicurezza nazionale, prima ancora che una questione di competitività.
L’Unione europea, nata come potenza
commerciale, ma sprovvista degli strumenti politici e della manovrabilità
economica di un vero Stato federale, si ritrova disarmata in questo nuovo
scontro.
Osservando
le dinamiche globali, emergono due modelli egemonici antitetici ma altrettanto
efficaci.
Da un
lato, il modello statunitense:
un libero mercato sostenuto da massicci
investimenti pubblici e da un mercato dei capitali integrato, che ha generato
campioni globali capaci di dominare l’infrastruttura digitale del mondo.
La classifica delle più grandi società di
intelligenza artificiale per capitalizzazione è un monologo americano: da
Nvidia, ad Apple, fino a Microsoft e Alphabet.
Dall’altro lato, il tecno-nazionalismo di
Stato cinese, che domina l’hardware, le reti e l’approvvigionamento delle
materie prime critiche e delle terre rare.
In
mezzo, l’Europa.
I dati
della nostra dipendenza sono impietosi.
Le quote di mercato del “cloud computing” nel
continente vedono il dominio incontrastato dei giganti americani (Amazon,
Microsoft, Google), che insieme sfiorano il 70%, relegando i frammentati attori
europei a percentuali marginali.
Una
dinamica simile si ripete nei software aziendali.
I
rischi di questa subalternità non sono teorici.
L’estensione
extraterritoriale delle leggi americane (come il CLOUD Act) rende i dati
europei vulnerabili a interferenze esterne.
Ne è
consapevole la Francia, che ha deciso di sostituire le piattaforme statunitensi
nei servizi pubblici con una soluzione nazionale, "Visio", per mere
ragioni di sovranità.
Ne è
consapevole persino la Corte penale internazionale, che ha dovuto accelerare la
migrazione verso “software open source europei” dopo aver subito disattivazioni
e pressioni politiche sull’onda dei mandati di arresto in Medio Oriente.
Di
fronte a questo divario, le istituzioni europee si sono rifugiate
nell’illusione normativa.
L’UE
si vanta di essere il faro giuridico globale:
dal
GDPR, passando per il Digital Services Act e il Digital Market Act, arrivando
all’AI Act, tentiamo di governare i processi digitali attraverso il diritto.
Sebbene essenziale, la sola regolamentazione è
una trappola se non accompagnata dall’innovazione.
Regolare
l’intelligenza artificiale altrui non equivale a possederne una propria.
Come
ha ricordato Mario Draghi, l’intelligenza artificiale si diffonde a ritmi
inediti: 3.
Se l’Europa non colma questo divario e non
adotta queste tecnologie su larga scala, rischia un futuro di stagnazione
inesorabile.
La tecnologia non è più una questione di
politica industriale, è il fondamento della sovranità politica.
Nessuno
Stato membro, nemmeno la Germania o la Francia, possiede le dimensioni critiche
o lo spazio fiscale per competere con i trilioni investiti da Washington e
Pechino.
La
risposta non può che essere federale.
Serve
attuare quella che Enrico Letta definisce la “Quinta Libertà”: 4.
Una
nuova dimensione di integrazione incentrata sulla libera circolazione della
ricerca, dell’innovazione, dei dati e dell’istruzione.
Ma per
far circolare l’innovazione, occorre finanziarla.
È
imperativo completare l’unione del mercato dei capitali per fermare l’emorragia
di fondi verso l’estero e permettere lo scale-up delle nostre startup. 5.
Soprattutto,
infrastrutture cloud sovrane, intelligenza artificiale avanzata e sicurezza
cibernetica devono essere costituzionalizzati come veri e propri “beni pubblici
europei”.
Fornire
questi beni richiede un bilancio federale robusto e autonomo, basato su una
politica fiscale e su un debito comune strutturale, unito a una profonda
riforma della governance che superi il paralizzante diritto di veto nel
Consiglio.
La
scelta oggi non è tra lo status quo e l’integrazione, ma tra l’integrazione e
l’irrilevanza.
Continuare ad affrontare la transizione
digitale con il metodo intergovernativo equivale a rassegnarsi
all’obsolescenza.
L’autonomia strategica, prima ancora di essere
un traguardo tecnologico, esige un salto di qualità politico:
il definitivo superamento dell’illusione
nazionale a favore di una reale sovranità europea.
(Fausto
Desiderio).
La
globalizzazione è fallita.
Consumatori.coop.it
– (7 aprile 2025) – Rana Frodar – Redazione – ci dice:
Copertina
del libro “La globalizzazione è finita” di Rana Frodar accanto a
un'illustrazione di persone su un mappamondo a tema globalizzazione.
La
globalizzazione, almeno quella che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni, ha
fallito.
Il
libero flusso di capitali e posti di lavoro verso paesi con manodopera a basso
costo ha reso più conveniente la maggior parte delle cose che si comprano nei
grandi magazzini, tipo Walmart;
tuttavia,
i prezzi più bassi non hanno compensato la perdita di posti di lavoro e di
reddito, soprattutto perché sono aumentati i prezzi di tutto ciò che ci rende
una classe media:
alloggi, istruzione e assistenza sanitaria.
La delocalizzazione in diversi paesi avrebbe
dovuto rendere le manifatture maggiormente produttive e le attività commerciali
più efficienti, invece molte di queste presunte “efficienze” sono crollate di
fronte a ogni sorta di stress globale, che si trattasse di pandemie, guerre,
tsunami, problemi portuali o altri eventi imprevisti.
E le
catene di approvvigionamento complesse sono state effettivamente tali,
provocando però una lunga serie di disastri produttivi, dagli aerei che si
schiantavano perché mal costruiti agli interruttori di avviamento delle
automobili che non funzionavano.
Nel
frattempo il libero scambio stesso, il quale avrebbe dovuto favorire la pace
tra le nazioni, è diventato un sistema da sfruttare per i paesi mercantilisti e
le autocrazie statali, con la conseguente creazione di profonde spaccature
politiche, sia interne che a livello internazionale.
È
tempo di azzerare tutto. Dobbiamo condividere la ricchezza in maniera più
ampia. Dobbiamo comprendere che il benessere economico non riguarda solo la
crescita a livello internazionale o nazionale, ma piuttosto la gente reale, gli
esseri umani che vivono in comunità specifiche. Le persone contano. I luoghi
contano. Tutti i luoghi.
Perciò,
che fare adesso?
Alla
luce della situazione attuale, qual è la prospettiva giusta per una prosperità
condivisa?
Come
possiamo recuperare la ricchezza e le comunità locali?
Come
possiamo fare in modo che la globalizzazione dell’economia non si spinga ancora
una volta troppo oltre rispetto alle politiche nazionali?
E come possiamo riorganizzare le cose senza
che ne risultino un protezionismo analogo a quello degli anni Trenta, una falsa
nostalgia per un’epoca industriale ormai passata oppure una distopia high-tech,
in cui i robot ci toglieranno i posti di lavoro e Amazon sbaraglierà tutta la
concorrenza?
Ecco
le domande a cui mi propongo di dare una risposta in questo libro, che vuole
raccontare la storia di come siamo arrivati al punto in cui ci troviamo, non
solo attraverso gli ultimi quarant’anni, ma nell’arco dell’ultimo secolo.
Verrà
chiarito il motivo per cui le scelte che abbiamo fatto – alcune in buona fede,
altre no – ci hanno condotti all’insostenibilità.
E si
mostrerà pure come gran parte del cambiamento di cui abbiamo bisogno stia già
avvenendo.
In
forza di una serie di mutamenti – da quelli demografici a quelli geopolitici e
tecnologici – il mondo si sta già riassestando.
La regionalizzazione e la localizzazione
rappresentano il futuro.
Sempre di più i paesi, le città e le singole
comunità stanno diventando artefici del proprio avvenire.
Le
catene di approvvigionamento vanno accorciandosi.
Dopo
decenni, il divario tra capitale e lavoro si sta finalmente riducendo.
Un’ondata di innovazioni tecnologiche sta rendendo possibile il trasferimento
di posti di lavoro e di ricchezza in un numero nettamente maggiore di località,
addirittura a casa propria.
Una nuova generazione di lavoratori ed
elettori (millennial) sta spingendo i politici e i leader aziendali a riportare
le regole dell’economia globale al servizio del benessere collettivo.
Le
loro voci sono diventate talmente fragorose che persino gli economisti iniziano
a prestarvi ascolto.
Quando la filosofia predominante non è più
sostenibile, essa tramonta cedendo il passo a un’altra più funzionale rispetto
ai tempi.
Stiamo abbandonando l’era dell’“uomo
razionale” per entrare in una nuova:
quella
di un’economia maggiormente incentrata sull’uomo e sui luoghi. L’attenzione
verterà sul locale piuttosto che sul globale, su Mani Street piuttosto che su
Wall Street, sugli stakeholder piuttosto che sugli azionisti e sul micro
anziché sul macro.
Alcuni parlano di questi cambiamenti come di
qualcosa di negativo, che ridurrà la crescita o genererà conflitti e che
limiterà la nostra capacità di lavorare insieme, in quanto pianeta, ai grandi
temi.
Secondo
costoro, in mezzo allo spettro che va dall’iper globalizzazione senza vincoli
degli anni Novanta al nazionalismo, al protezionismo e persino al fascismo
degli anni Trenta, non vi è nient’altro.
Io non
sono d’accordo.
Penso
che una maggiore attenzione al locale sia in realtà essenziale per preservare
il meglio della globalizzazione, ossia la sensazione che il mondo non sia un
gioco a somma zero e che le nazioni possano lavorare insieme per risolvere i
problemi dell’umanità e rendere il nostro pianeta un posto migliore.
Questo
genere di cooperazione richiede però fiducia nel sistema stesso, la convinzione
che esso non sia stato truccato in modo da funzionare soprattutto per una
minoranza di cittadini del mondo.
Attualmente, sono troppe le persone che non
possiedono questa fiducia.
Cambiare
la situazione significherà ristabilire le sorti del capitale e del lavoro, dei
cittadini e delle imprese, dei mercati e dello Stato.
Dani Rodari,
professore di Harvard nonché uno dei rari economisti che negli ultimi anni si
sono resi disponibili a mettere in discussione l’avvedutezza della propria
professione, ha affermato che «la democrazia, la sovranità nazionale e l’integrazione
economica globale sono incompatibili tra loro: possiamo combinare due qualsiasi
delle tre cose, ma non possiamo mai averle tutte e tre contemporaneamente e per
intero».
È chiaro che, in questo momento, dobbiamo fare
un passo indietro rispetto alla globalizzazione selvaggia e lavorare per
ricreare prosperità.
Stiamo
entrando in una nuova era di localizzazione.
Ciò
non significa che tutto quel che è globale svanirà.
Al
contrario:
via
via che l’economia mondiale diventerà sempre più digitale, le idee e le
informazioni continueranno a diffondersi oltre i confini, forse persino più
velocemente.
Anche i capitali saranno mobili, sebbene sia
improbabile che saranno liberi come in passato.
Uno degli aspetti più deleteri della
globalizzazione degli ultimi cinquant’anni è stata la capacità del capitale
globale di muoversi ben al di sopra dei lavoratori e dei cittadini.
Come è giusto che sia, ci saranno maggiori
limiti a ciò che le istituzioni finanziarie delle democrazie liberali potranno
fare per sovvenzionare governi autocratici o nuocere al benessere economico dei
cittadini nei loro paesi d’origine.
Verranno
inoltre ripensate le regole commerciali, come pure i diritti del lavoro e il
modo in cui inserire i costi e i benefici della crescita economica all’interno
dei dati che i politici utilizzano per plasmare il mondo in cui viviamo.
Gli
affari non riguarderanno più solamente gli azionisti, ma anche gli stakeholder.
Il futuro non riguarderà un numero
relativamente ristretto di individui molto fortunati che risiedono in poche
località, ma la possibilità di riportare i frutti della crescita in seno alle
comunità di tutto il mondo.
Tutte
queste trasformazioni economiche epocali sono appena iniziate. Non si può
tornare al passato, di certo non alle economie nazionali chiuse degli anni
Cinquanta e Sessanta.
Né dovremmo voler tornare indietro.
Se la
ricchezza e il potere non saranno più concentrati in poche mani e in pochi
luoghi, il mondo sarà migliore, più stabile e più giusto.
Nessuno
si augurerebbe mai una pandemia o un conflitto armato, ma eventi come il
coronavirus, o più di recente la guerra in Ucraina, hanno messo pienamente in
evidenza questioni che per troppo tempo sono state taciute benché sotto gli
occhi di tutti.
Hanno
mostrato i pericoli insiti nei nostri sistemi energetici, i rischi per
l’ambiente, le lacune nelle catene di approvvigionamento, i limiti del nostro
sistema sanitario e le sfide a un elemento essenziale quale la sicurezza
alimentare.
Eppure, fra tante vicende fosche ce ne sono
anche di più radiose, storie di aziende, paesi e cittadini che risolvono
problemi complessi.
Tutto
questo fa parte di un discorso più ampio sulle capacità di cui disponiamo per
localizzare, anziché concentrare, la ricchezza e il potere.
Per
tutta una serie di ragioni, da quelle tecnologiche a quelle geopolitiche,
demografiche e ambientali, il quadro della prosperità diventerà ben più locale.
Sarà
una nuova era, che sorgerà con le proprie sfide e opportunità. Cerchiamo quindi
di coglierle.
La
globalizzazione economica
e i
suoi oppositori.
Area -
giuridica economica – ss2g. hub scuola.it - Alberto Frau – (04/09/2025) -
Finanza – Redazione – ci dice:
La
globalizzazione economica, avviata dopo la Seconda Guerra Mondiale, ha favorito
l'integrazione tra i Paesi, abbattendo barriere commerciali e aumentando
l'interdipendenza globale.
Sebbene
abbia contribuito a crescita e innovazione, ha anche sollevato preoccupazioni
legate alle disuguaglianze economiche e alla perdita di sovranità nazionale,
con l'emergere di poteri globali come le multinazionali e le istituzioni
internazionali.
Il
movimento anti-globalizzazione, che critica le politiche di liberalizzazione e
le pratiche aziendali inique, sollecita maggiore responsabilità democratica e
attenzione ai diritti umani e ambientali.
Per “Amartya Sen”, vero sviluppo significa non
solo crescita economica, ma miglioramento delle opportunità e condizioni di
vita per tutti.
(Alberto
Frau.
Ricercatore
e professore aggregato di Economia aziendale presso l’Università degli Studi di
Roma “Foro Italico”, è anche docente senior nella Business School della
Università “LUISS Guido Carli” di Roma.
Alla ricerca scientifica sulle tematiche del
mondo aziendale, affianca studi e pubblicazioni nel campo dell’Economia
politica e della Politica economica.
Per “Mondadori Educazioni” è coautore del
corso” Relazioni internazionali.”)
Studiare
i pro e i contro della globalizzazione economica è importante perché consente
di esaminare criticamente gli impatti, le sfide e le opportunità della
crescente interconnessione economica globale, nonché di identificare le
politiche e le azioni necessarie per affrontarle in modo efficace ed equo il
“nuovo ordine mondiale”.
(L'autore:
Alberto Frau è ricercatore universitario e professore aggregato di Economia
aziendale presso l’Università degli Studi di Roma “Foro Italico”. È inoltre
docente senior nella Business School della Università “LUISS Guido Carli” di
Roma. Alla ricerca scientifica sulle specifiche tematiche del mondo aziendale,
affianca studi e pubblicazioni nel campo dell’economia politica e della
politica economica. Per Mondadori Educazione è coautore del corso “Relazioni internazionali”.)
Considerazioni
introduttive.
Globalizzazione
economica è la locuzione adoperata, a partire dagli anni Sessanta del secolo
scorso, per individuare un complesso fenomeno inerente allo sviluppo
dell’integrazione economica tra le diverse aree del mondo.
Talvolta
intesa come sinonimo di liberalizzazione (per indicare la progressiva riduzione
degli ostacoli alla libera circolazione delle merci e dei capitali su scala
planetaria), la globalizzazione economica affonda le sue radici nel cosiddetto
nuovo ordine mondiale venutosi a creare al termine del secondo conflitto
mondiale, incentrato sulle Nazioni Unite e sull’importanza della collaborazione
internazionale al fine di prevenire conflitti futuri.
Tale
ordine promuove la diplomazia internazionale ai fini della non belligeranza e,
allo stesso tempo, la cooperazione economica tra Stati.
In
tale prospettiva, sono stati conclusi diversi accordi commerciali
internazionali, come il “General Agreement on Tariffa and Trade” (GATT), e
create istituzioni economiche internazionali, come l’Organizzazione mondiale
del commercio, la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, che hanno
ridotto le barriere commerciali e dato vita allo scambio di beni e servizi tra
differenti Paesi.
In
questo contesto, lo sviluppo dei mezzi di trasporto e delle telecomunicazioni -
(come il trasporto aereo, i container e Internet) che ha reso più facile e
veloce il trasferimento di merci, informazioni e persone oltre i confini
nazionali - e l’emergere di nuove tecnologie hanno creato nuove opportunità per
la diffusione di idee, prodotti e servizi a livello planetario.
Molti
Paesi hanno adottato politiche economiche aperte e orientate al mercato
globale, riducendo le restrizioni commerciali e promuovendo l’investimento
estero e la partecipazione alle catene di approvvigionamento mondiali.
Il
crollo del blocco sovietico e il fallimento del socialismo reale negli anni
Ottanta e Novanta hanno promosso la diffusione del libero mercato e della
globalizzazione.
In
tale contesto, l’espansione dei mercati finanziari globali ha giocato un ruolo
fondamentale, facilitando il flusso di capitali attraverso i confini nazionali
e contribuendo a generare l’interconnessione economica, politica e sociale tra
le nazioni.
Gli
effetti della globalizzazione economica sulle relazioni internazionali.
La
globalizzazione economica ha un impatto significativo sulle relazioni
internazionali, poiché trasforma le interazioni tra Stati, attori non statali e
istituzioni internazionali. Senza pretesa di esaustività, alcuni dei maggiori
effetti possono essere così riassunti.
Interdipendenza
e gestione del rischio geopolitici. La globalizzazione economica ha
intensificato l’interdipendenza tra Paesi attraverso il commercio internazionale,
gli investimenti esteri diretti, la migrazione di manodopera e i flussi
finanziari. Questo ha reso i paesi più vulnerabili agli shock economici e ha
aumentato la necessità di cooperazione e coordinamento tra le nazioni per
affrontare sfide comuni come la stabilità finanziaria, il cambiamento climatico
e, da ultimo, le pandemie.
Diffusione
della cultura e dell’informazione. La globalizzazione economica facilita la
diffusione della cultura, delle idee e delle informazioni oltre i confini
nazionali, grazie alla tecnologia e ai media digitali. Ciò permette la
creazione di una maggiore consapevolezza globale e favorisce l’interconnessione
tra le società, sebbene sollevi preoccupazioni riguardo alla preservazione
delle identità culturali.
Ridistribuzione
del potere. La globalizzazione economica modifica la distribuzione del potere a
livello internazionale, con una maggiore rilevanza di attori non statali, come
le multinazionali, le organizzazioni non governative (ONG) e, in generale, le reti
transnazionali. Questi attori possono esercitare un’influenza significativa
sulle politiche nazionali e internazionali, spesso oltrepassando le frontiere
statali tradizionali.
Crescita
delle organizzazioni internazionali. In conseguenza della globalizzazione
economica le istituzioni internazionali (le Nazioni Unite, il Fondo monetario
internazionale, la Banca mondiale) giocano un ruolo sempre più importante nella
gestione delle questioni globali e nella promozione della cooperazione
internazionale, sebbene la loro efficacia e legittimità siano oggetto di
dibattito e critica.
Sfide
alla sovranità nazionale. La globalizzazione economica evidenzia i limiti degli
Stati nazionali nel prendere decisioni autonome su questioni economiche e
politiche. Ne consegue una ridefinizione del concetto stesso di sovranità e il
sorgere di importanti interrogativi sulla capacità degli Stati di affrontare in
modo efficace le sfide sovranazionali.
Il
dibattito nell’economia contemporanea sulla globalizzazione economica.
Alcuni
studiosi enfatizzano i vantaggi della globalizzazione economica in termini di
crescita economica e riduzione della povertà. Sostengono inoltre che la
liberalizzazione dei mercati e la riduzione delle restrizioni commerciali porti
verso una maggiore efficienza economica e crescita globale. Tali autori vedono
la globalizzazione economica come un motore di sviluppo economico che apporta
benefici per tutti i partecipanti, favorendo la specializzazione e la
competizione, producendo prezzi più bassi, maggiori opportunità di investimento
e trasferimento di tecnologia.
Altri
sostenitori della globalizzazione economica ritengono che questa, sostenuta
attraverso l’innovazione e l’accumulazione di conoscenze, produca crescita
economica. Essi ritengono che la globalizzazione incoraggi la diffusione delle
idee e della tecnologia attraverso il commercio internazionale, accelerandone
il processo di sviluppo. In altri termini, sono convinti che l’apertura ai
mercati globali determini un maggiore accesso al capitale, ai mercati e alle
risorse, stimolando l’investimento e la crescita. Tra gli studiosi favorevoli
alla globalizzazione si annoverano, tra i più importanti, i premi Nobel per
l’economia Milton Friedman e Paul Krugman.
Altri
autori enfatizzano invece gli svantaggi della globalizzazione, sostenendo che -
dati gli squilibri e le forti differenze (economiche, tecnologiche, culturali,
sociali, politiche) esistenti tra i diversi paesi, nonché la presenza di
condizioni di mercato assai lontane da quelle di concorrenza perfetta - i
possibili effetti positivi siano superati da quelli negativi. In particolare,
essi sollevano preoccupazioni riguardo agli effetti negativi sulle economie
nazionali, sull’occupazione e sulla distribuzione del reddito, convinti che la
globalizzazione aumenti la disuguaglianza economica sia all’interno dei paesi
che tra di essi, concentrando la ricchezza nelle mani di pochi.
Tali
critiche, nella misura in cui fanno riferimento al deterioramento delle
condizioni lavorative, alla perdita di posti di lavoro nei settori meno
competitivi e alla standardizzazione culturale, sostengono politiche volte a
proteggere i lavoratori e ad attenuare gli effetti negativi con
regolamentazioni più stringenti sul commercio e sull’investimento estero. Tra i
detrattori della globalizzazione economica si annovera il premio Nobel Joseph
Stiglitz, che ha sollevato numerose critiche con riguardo alle politiche di
austerità e di aggiustamento strutturale promosse da istituzioni come il Fondo
monetario internazionale e la Banca mondiale.
Infine,
a ben guardare, vi sono studiosi che hanno una visione sfaccettata della
globalizzazione economica: ne riconoscono l’opportunità per lo sviluppo
economico e sociale, inclusa la diffusione di conoscenze e tecnologie,
l’accesso ai mercati globali e la promozione della cooperazione internazionale,
ma allo stesso tempo sollevano dubbi riguardo alle disuguaglianze che possono
emergere a causa di tale complesso fenomeno. Tali autori argomentano che la
considerazione dei valori umani e della giustizia sociale è essenziale per
valutare gli impatti della globalizzazione e che è essenziale il ruolo delle
istituzioni globali nel gestire il fenomeno in modo equo e responsabile,
soprattutto in relazione alle esigenze dei paesi in via di sviluppo. Tra gli
studiosi promotori di un tale orientamento spicca il premio Nobel Amartya Sen,
economista e filosofo indiano noto per le sue riflessioni su questioni di
giustizia sociale, sviluppo economico e benessere umano.
L’«anti-globalizzazione»
quale risposta sociale alla globalizzazione economica.
Sulla
scia del pensiero degli economisti che criticano la globalizzazione economica,
ha preso corpo un dibattito che, alla fine del Novecento, oltre alla critica
economica ha coinvolto quella politica e soprattutto sociale. Per individuare
questo multiforme fenomeno gli studiosi della sociologia hanno coniato
l’espressione “Global Justice Movement”, poi ribattezzata dai media movi-mentono
global (o anti-globalizzazione).
Tale
locuzione indica la rete transnazionale che lega differenti soggetti, gruppi e
organizzazioni non governative accumunati dalla critica contro la
globalizzazione, considerata fonte di disuguaglianze economiche su larga scala,
prodotta dall’espansione del capitalismo senza regole e causa
dell’impoverimento delle nazioni in via di sviluppo.
I
sostenitori del Global Justice Movement (i cosiddetti «attivisti») si fanno
portavoce (in taluni casi anche tramite azioni violente) di alcune delle
seguenti idee:
la
liberalizzazione dei mercati favorisce le grandi aziende e i ricchi a scapito
dei lavoratori e delle comunità più vulnerabili, dando vita a forti
disuguaglianze economiche;
le
politiche economiche e le decisioni prese a livello internazionale possono
limitare la sovranità nazionale, la capacità dei governi nazionali di
proteggere i propri cittadini e di perseguire politiche volte al benessere
pubblico. Poiché sempre più spesso si assiste alla mancanza di democrazia e di
trasparenza in molte istituzioni globali, quali il Fondo monetario
Internazionale, la Banca mondiale e l’Organizzazione mondiale del commercio,
gli attivisti premono per una maggiore partecipazione pubblica e responsabilità
democratica nelle decisioni economiche e politiche degli organi sovranazionali,
espressione della globalizzazione economica;
vengono
deprecate le (numerose) pratiche aziendali tese allo sfruttamento della
manodopera a basso costo nei paesi in via di sviluppo e viene auspicata la
deregolamentazione del lavoro nei paesi industrializzati;
la
globalizzazione economica per i suoi impatti ambientali negativi (inclusa la
deforestazione, l’inquinamento e il cambiamento climatico) conduce a un rapido
sfruttamento delle risorse naturali e a una crescita insostenibile dei consumi.
Conclusioni
La
globalizzazione economica ha trasformato le relazioni internazionali, portando
a una maggiore interdipendenza economica, alla diffusione della cultura e
dell’informazione, alla ridefinizione del potere internazionale e alla crescita
delle istituzioni internazionali.
Tuttavia,
ha anche fatto emergere numerose criticità riguardo alla perdita della
sovranità nazionale e alla capacità delle istituzioni internazionali di
affrontare problemi globali, complessi come quelli ambientali e sanitari.
La
globalizzazione economica ha aumentato la mobilità delle persone attraverso i
confini nazionali, facilitando le migrazioni internazionali e determinando una
maggiore diversità etnica e culturale nelle società di destinazione, generando
palesi problemi legati all’integrazione sociale e all’immigrazione.
Infine,
se la globalizzazione ha favorito lo sviluppo e la diffusione di tecnologie
avanzate in molti settori, accelerando l’innovazione e la trasformazione dei
processi produttivi, dei servizi e delle infrastrutture, ha originato la disoccupazione
tecnologica e la concentrazione del potere economico nelle mani di poche
aziende dominanti.
Per
poter esprimere, dunque, un giudizio consapevole sugli effetti della
globalizzazione nella società contemporanea, l’analisi degli effetti positivi
deve essere inevitabilmente mediata con gli effetti negativi. Solo così è
possibile comprendere appieno i limiti della globalizzazione e allo stesso
tempo le ragioni alla base del fenomeno dell’antiglobalizzazione,
sintetizzabili con le parole del già citato premio Nobel per l’economia, “Amartya
Sen”, secondo cui
«il
vero sviluppo non riguarda solo la crescita economica, ma anche il
miglioramento delle condizioni di vita e delle opportunità delle persone».
La
logica del setaccio.
Mobilità
e disuguaglianza
nell’età
della globalizzazione.
Istitutoeuroarabo.it
– Antonio Ricci - Pubblicato il “1° gennaio 2026” da Comitato di Redazione -
ci
dice:
Setaccio
al tramonto.
Un
mondo in movimento apparente.
Viviamo
in un’epoca che ama definirsi “globale”, un tempo in cui tutto sembra in
costante movimento: persone, merci, capitali, informazioni. Le distanze si sono
accorciate, le frontiere sembrano dissolversi nella quotidianità digitale e la
mobilità è diventata il simbolo per eccellenza della modernità. Eppure, dietro
questa percezione di fluidità si nasconde un dato sorprendente: solo il 3,7%
della popolazione mondiale vive oggi in un Paese diverso da quello di nascita .
In
termini assoluti, si tratta di circa 304 milioni di persone, quasi il doppio
rispetto ai 154 milioni del 1990.
La
crescita è significativa, ma resta limitata se confrontata con l’espansione
della popolazione globale e con la retorica della “società planetaria”.
La
realtà, dunque, è più complessa del mito della mobilità senza confini:
la
maggior parte degli esseri umani continua a vivere e morire nel proprio luogo
d’origine, mentre solo una minoranza attraversa le frontiere nazionali.
Questo
scarto tra percezione e realtà definisce il paradosso centrale della
globalizzazione migratoria:
mai
così tante persone hanno varcato i confini, eppure mai i confini sono stati
così determinanti nel decidere chi può farlo e chi no.
Nel
discorso pubblico, la mobilità viene spesso evocata come segno di progresso e
di libertà.
Ma
nella pratica quotidiana, essa è regolata da un intricato sistema di visti,
permessi, muri materiali e digitali che stabiliscono non solo se ci si può
muovere, ma come e a quali condizioni.
La
globalizzazione, che avrebbe dovuto democratizzare l’accesso allo spazio e alle
opportunità, ha invece prodotto una mobilità selettiva: aperta e accelerata per
le merci e i capitali, lenta e sorvegliata per le persone.
Come
osservava già Saskia Sassen, la promessa di un mondo “senza confini” si è
tradotta in una nuova gerarchia della circolazione, dove la libertà di muoversi
diventa privilegio di chi possiede risorse, passaporti “forti” e competenze
richieste.
Le
migrazioni, in questo contesto, non sono semplicemente flussi di individui in
cerca di vita migliore: sono indicatori della disuguaglianza globale, uno
specchio che riflette i divari economici, sociali e politici che attraversano
il pianeta.
Muoversi
o restare, oggi, è spesso questione di posizione nel sistema-mondo.
Per pochi, la mobilità è scelta e opportunità;
per molti altri, è necessità o impossibilità.
La
globalizzazione, lungi dall’aver abbattuto i confini, li ha ridisegnati e resi
più sofisticati: meno visibili, ma più efficaci.
I flussi migratori del XXI secolo si muovono
all’interno di un regime che non nega la mobilità, ma la amministra, la
gestisce, la calibra secondo la convenienza dei Paesi di destinazione.
È in questo spazio regolato – tra desiderio di
movimento e controllo della circolazione – che prende forma la vera geografia
della disuguaglianza contemporanea.
La
logica del setaccio.
Se
osserviamo la mappa globale delle migrazioni internazionali, emerge un disegno
tutt’altro che uniforme.
I flussi si concentrano in alcune aree del
pianeta:
Europa,
Nord America e Asia occidentale accolgono insieme la grande maggioranza dei
migranti.
L’Europa è oggi la principale regione di
destinazione, con oltre 101 milioni di residenti nati all’estero; seguono Nord
America con 61 milioni e Asia occidentale con 46 milioni.
Questa
concentrazione non è casuale. Riflette l’andamento dell’economia mondiale e la
divisione internazionale del lavoro . I Paesi ad alto reddito, che
rappresentano meno di un quinto della popolazione globale, assorbono oltre i
due terzi dei migranti internazionali. In altre parole, la mobilità segue il
denaro: si sposta verso i centri dove si concentrano ricchezza, infrastrutture
e possibilità di inserimento economico, ma anche dove si produce la domanda di
lavoro flessibile e poco tutelato.
Dietro
le statistiche si nasconde una logica di selezione economica e politica.
I Paesi ricchi agiscono come filtri globali,
calibrando l’apertura o la chiusura dei confini in base alle proprie esigenze
interne.
Quando
serve manodopera nei settori della cura, dell’agricoltura, dell’edilizia o
della logistica, le porte si aprono, spesso con canali temporanei e contratti
precari.
Quando,
invece, la domanda interna si riduce o l’opinione pubblica diventa ostile, gli
ingressi vengono drasticamente limitati.
Allo
stesso modo, le economie avanzate competono per attrarre capitale umano
qualificato – ricercatori, ingegneri, medici, tecnici – adottando politiche di
“migrazione scelta” che premiano il merito e la competenza. In entrambi i casi,
la migrazione è trattata come una risorsa da gestire, non come un diritto
umano.
Questa
dinamica può essere riassunta nella “logica del setaccio”: trattenere ciò che è
utile, respingere ciò che appare superfluo. È un meccanismo che si traveste da
efficienza economica, ma che in realtà istituzionalizza una disuguaglianza di
fondo. I Paesi del Nord globale selezionano e “filtrano” la mobilità in base ai
propri bisogni, scaricando sui Paesi d’origine i costi sociali della partenza —
perdita di popolazione giovane, dispersione di competenze, frammentazione
familiare.
In
questo modo, la migrazione diventa uno strumento funzionale al mantenimento
dell’ordine globale, più che una via di emancipazione.
Non si
tratta di negare il valore individuale dell’esperienza migratoria – fatta
spesso di coraggio, adattamento e resilienza – ma di riconoscere che, nel
quadro sistemico, essa risponde a una logica economica asimmetrica:
quella
che consente ai Paesi più forti di accedere al capitale umano altrui senza
metterne in discussione i propri confini.
La
“logica del setaccio” non è solo una politica migratoria: è una filosofia della
globalizzazione.
Essa afferma che tutti possono muoversi, ma
solo se il loro movimento serve a qualcosa o a qualcuno.
Il resto – chi scappa da guerre, povertà o
crisi ambientali – viene lasciato ai margini, in un limbo di invisibilità e
attesa.
E
così, mentre celebriamo un mondo apparentemente in movimento, scopriamo che il
movimento stesso è profondamente diseguale: accelerato per pochi, rallentato o
negato per molti.
Europa:
tra attrazione e disparità.
Con
oltre cento milioni di stranieri residenti, l’Europa continua a rappresentare
il principale polo di attrazione migratoria del pianeta. È il continente che
più di ogni altro ha costruito, nel tempo, la propria identità sul movimento:
quello delle merci e delle idee, ma anche quello delle persone. Tuttavia, la
sua attuale configurazione migratoria racconta una storia meno armoniosa.
L’Europa
è oggi un continente attrattivo e, al tempo stesso, diviso, in cui la mobilità
interna ed esterna contribuisce tanto alla crescita economica quanto alla
polarizzazione sociale e territoriale.
Nel
quadro europeo si osserva una geografia della disuguaglianza migratoria.
L’Europa occidentale e settentrionale –
Germania, Francia, Regno Unito, Paesi Bassi, Scandinavia – esercitano una forte
capacità di attrazione, grazie a economie dinamiche, sistemi di welfare robusti
e opportunità di lavoro, specie nei settori della sanità, della logistica,
della tecnologia e dei servizi.
Questi Paesi assorbono non solo lavoratori
provenienti da fuori del continente, ma anche – e sempre di più – cittadini
europei provenienti dal Sud e dall’Est, in un flusso costante di capitale umano.
Al
contrario, l’Europa centro-orientale e balcanica vive un lento ma costante
processo di svuotamento demografico. Milioni di giovani e lavoratori
qualificati lasciano Romania, Bulgaria, Polonia o Croazia per cercare migliori
condizioni di vita altrove. È una migrazione interna che raramente fa notizia,
ma che modifica in profondità la composizione sociale del continente: mentre
l’Ovest importa forza lavoro, l’Est esporta popolazione e competenze.
Questa
dinamica, a lungo incoraggiata dall’idea di una “libera circolazione dei
cittadini europei”, si è rivelata una mobilità asimmetrica, che integra i
mercati ma disintegra i territori. Gli stessi meccanismi che rafforzano
l’economia continentale accentuano, infatti, le disuguaglianze regionali:
le
aree più ricche concentrano capitale umano, innovazione e crescita, mentre le
regioni periferiche subiscono il peso dell’emigrazione e del declino
demografico.
In
questo senso, l’Europa appare come uno specchio della globalizzazione: un
sistema apparentemente integrato ma sostanzialmente gerarchico.
Il diritto alla mobilità, lungi dall’essere
una conquista universale, diventa uno strumento di competizione tra territori,
capace di ridefinire la distribuzione di opportunità e risorse. L’Unione Europea, nata come progetto
di coesione, rischia così di trasformarsi in uno spazio di selezione, dove il
valore della mobilità dipende dal punto di partenza e dal capitale – economico,
educativo o simbolico – che ciascuno porta con sé.
L’Africa:
la mobilità della necessità.
Se
l’Europa incarna la mobilità dell’attrazione, l’Africa rappresenta la mobilità
della necessità. Con 46 milioni di emigrati e soltanto 29 milioni di immigrati,
il continente africano continua a perdere energie giovani, competenze e
capitale umano.
In
molti Paesi, la migrazione non è una scelta ma una strategia di sopravvivenza,
un modo per sfuggire a condizioni economiche stagnanti, instabilità politica e,
sempre più spesso, a crisi climatiche che compromettono la sicurezza alimentare
e il futuro delle comunità locali.
L’immagine
dell’Africa come continente “in fuga” è spesso caricaturale e riduttiva, ma non
priva di fondamento.
Ogni
anno milioni di persone si muovono all’interno del continente – spesso da aree
rurali a città in rapida crescita – oppure verso destinazioni esterne: Europa,
Medio Oriente, Nord America.
Tuttavia, più dell’80% della mobilità africana
avviene entro i confini continentali, segno che la migrazione africana non è un
“esodo verso il Nord”, ma un processo regionale complesso, fatto di spostamenti
brevi, reti familiari e strategie di adattamento.
Nella
narrazione pubblica europea, questa mobilità viene spesso ridotta a un
“problema di sicurezza”.
I
flussi dal Sahel o dal Corno d’Africa sono percepiti come emergenza o minaccia,
e gestiti come questione di controllo.
Ma in realtà la migrazione africana è il
sintomo più evidente di un disequilibrio strutturale: un continente giovane e
ricco di risorse naturali, ma privo di strumenti adeguati a trasformare tale
ricchezza in sviluppo inclusivo.
Le
politiche europee di esternalizzazione delle frontiere, attuate a partire dagli
anni Duemila, hanno ulteriormente aggravato questa dipendenza.
Accordi
con Paesi come Libia, Niger, Tunisia o Marocco hanno trasferito a Sud il
compito di bloccare i flussi migratori, in cambio di aiuti economici e
cooperazione.
Così,
l’Africa è diventata una zona cuscinetto del confine europeo, pagata per
fermare ciò che l’Europa non vuole vedere: il volto umano della propria
disuguaglianza.
Più
che un problema da gestire, la mobilità africana dovrebbe essere interpretata
come una domanda di giustizia globale. È la conseguenza di rapporti economici
ineguali, di un ordine mondiale che continua a estrarre risorse senza
restituire opportunità. Parlare di “migrazioni africane” senza affrontare le
cause profonde – dalla dipendenza economica al cambiamento climatico –
significa ignorare la natura sistemica del fenomeno.
L’Asia:
il modello della temporaneità .
In
Asia, la relazione tra sviluppo e mobilità assume contorni ancora più
complessi. È il continente dove si concentrano le economie più dinamiche del
pianeta, ma anche le forme più rigide di gestione della forza lavoro migrante.
Le
monarchie del Golfo Persico – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar,
Kuwait, Oman, Bahrain – accolgono milioni di lavoratori stranieri, in gran
parte provenienti da India, Bangladesh, Filippine, Nepal o Pakistan. In molti
di questi Paesi, la popolazione migrante supera quella nazionale, ma a queste
persone non è riconosciuto lo status di cittadini né diritti sociali duraturi.
Il
sistema della kamala, o sponsorizzazione, lega il lavoratore al datore di
lavoro, impedendogli di cambiare impiego o di stabilirsi permanentemente. Si
tratta di una forma di mobilità rigidamente controllata, funzionale a un
modello di sviluppo fondato su manodopera temporanea, flessibile e priva di
tutele. Il lavoratore è ospite solo finché serve: un ingranaggio sostituibile
di un’economia che si regge sulla sua precarietà.
Parallelamente,
l’Asia meridionale ed orientale resta un’area di partenza massiccia.
India, Bangladesh, Filippine, Indonesia e Cina
alimentano flussi continui di emigrati che lavorano nei cantieri, nelle
fabbriche, nelle navi o come personale domestico in tutto il mondo.
Le rimesse – il denaro inviato ai Paesi
d’origine – costituiscono una risorsa vitale per molte economie nazionali, ma
anche un vincolo: finanziano il consumo e sostengono le famiglie, ma non
risolvono le cause strutturali della partenza.
La
mobilità asiatica rivela così una doppia contraddizione: è indispensabile al
funzionamento dell’economia globale, ma resta temporalmente controllata e
socialmente subordinata. Si tratta di una mobilità che arricchisce gli Stati e
impoverisce gli individui, che stabilizza le economie ma precarizza le vite.
Come in un gioco di specchi, l’Asia esporta lavoratori e importa
disuguaglianza, offrendo al mondo il paradigma perfetto di un capitalismo che
si regge sul movimento, ma regola chi può muoversi e come.
Le
Americhe: il confine come strumento di regolazione economica e simbolica.
Nelle
Americhe, la disuguaglianza migratoria prende la forma del confine. Il Nord
America, con 61 milioni di immigrati (pari al 16% della popolazione), è una
delle regioni più aperte e, al tempo stesso, più restrittive del pianeta.
L’America Latina, invece, conta 46 milioni di emigrati, spesso diretti verso
gli Stati Uniti o l’Europa.
La
frontiera tra Stati Uniti e Messico – oltre tremila chilometri di barriere,
deserti e stazioni di sorveglianza – è il simbolo materiale e politico di
questa frattura. Essa divide non solo due Paesi, ma due economie e due visioni
del mondo. Da un lato, un Nord che dipende strutturalmente dalla manodopera
migrante per l’agricoltura, l’edilizia, i servizi e la cura; dall’altro, un Sud
che continua a perdere popolazione giovane, istruita e intraprendente.
Il
confine, tuttavia, non è solo una linea geografica: è un dispositivo di
selezione. Regola la quantità e la qualità della mobilità, distingue tra
lavoratori temporanei “utili” e migranti irregolari “di troppo”. La retorica
della sicurezza – fatta di muri, tecnologie di sorveglianza e accordi di
respingimento – serve a nascondere un dato strutturale: senza la mobilità dal
Sud, l’economia del Nord non funzionerebbe.
È il
paradosso della globalizzazione migratoria: si chiudono le frontiere ma si
aprono i cantieri.
Mentre
il discorso politico si concentra sull’esclusione, il mercato continua a
integrare. Il
confine, quindi, non blocca la mobilità: la rende controllata, sfruttabile,
conveniente. Nel continente americano, come altrove, la migrazione non è
un’anomalia ma una parte integrante del sistema economico, un modo per
mantenere il Nord competitivo e il Sud dipendente.
L’Oceania:
il volto liberale della selettività.
L’Oceania,
con oltre un quinto dei residenti nati all’estero, sembra incarnare il mito
della società aperta. In Australia e Nuova Zelanda, la migrazione è presentata
come segno di dinamismo e modernità. Ma dietro l’immagine cosmopolita si cela
una rigida selettività economica.
Il
modello migratorio oceanico
si
fonda su criteri meritocratici: si accolgono lavoratori altamente qualificati,
studenti internazionali, investitori, professionisti della sanità o
dell’innovazione tecnologica. In altre parole, la mobilità è un privilegio che
si guadagna col curriculum.
Al
contrario, chi fugge da guerre, disastri o povertà si scontra con politiche
restrittive: respingimenti in mare, detenzioni offshore, accordi di
contenimento con Paesi terzi.
Questo
sistema produce una forma di inclusione condizionata: aperta ma selettiva,
efficiente ma ineguale.
L’Oceania
diventa così il laboratorio avanzato di una governance migratoria che il resto
del mondo osserva e, in parte, imita: accogliere solo chi è utile, escludere
chi è considerato un costo.
Sotto l’apparenza liberale, il modello
australiano mostra la continuità di fondo che attraversa l’intero ordine
globale: apertura per chi può contribuire, chiusura per chi cerca protezione. È
il volto gentile della disuguaglianza: quello che trasforma la libertà di
muoversi in una questione di merito e di convenienza.
Conclusione:
la disuguaglianza che si muove.
Se
guardiamo al mondo dei 304 milioni di migranti internazionali, la tesi generale
emerge con chiarezza: la mobilità non cancella la disuguaglianza, la sposta. Il
movimento delle persone, anziché ridurre gli squilibri tra Nord e Sud, tra
ricchi e poveri, tra chi ha possibilità e chi ne è privo, li redistribuisce in
modo funzionale all’ordine economico esistente.
La
libertà di circolare – spesso celebrata come conquista della modernità globale
– non è un diritto universale, ma un privilegio concesso solo a chi dispone
delle giuste credenziali: economiche, culturali o geografiche. Una risorsa
distribuita in modo ineguale, regolata da passaporti, visti e condizioni
socioeconomiche. In un mondo che ama definirsi “aperto”, la possibilità di
muoversi è diventata il nuovo indicatore della disuguaglianza globale.
I
confini non sono più soltanto linee tracciate sulle mappe: sono istituzioni
politiche, dispositivi di governo che selezionano, filtrano e graduano i
diritti. Non tutti i passaggi di frontiera hanno lo stesso valore né la stessa
difficoltà: c’è chi attraversa il mondo con un clic e chi rischia la vita per
farlo. Il confine non divide soltanto Stati, ma categorie di persone,
distinguendo tra mobilità desiderata e mobilità tollerata, tra viaggiatori
globali e migranti economici.
In
questa prospettiva, la migrazione rivela il funzionamento profondo della
globalizzazione: i Paesi ricchi trattengono ciò che serve – forza lavoro,
capitale umano, competenze, giovani energie – e scaricano sui Paesi di origine
i costi sociali, demografici e affettivi della partenza. È una forma di scambio
diseguale che, anziché riequilibrare, perpetua le distanze. L’emigrazione
diventa così una sorta di “valvola di compensazione” delle crisi del Sud, ma
anche un meccanismo di alimentazione del Nord: fornisce risorse umane senza
modificare la struttura di potere che ne determina la partenza.
Questa
è la logica nascosta della globalizzazione: un mondo in movimento che perpetua,
sotto forme nuove, le stesse disuguaglianze che dichiara di voler superare. Le
frontiere non scompaiono, ma si trasformano in strumenti di gestione della
forza lavoro, in barriere flessibili che si aprono o si chiudono secondo le
esigenze dei mercati e delle politiche interne. La retorica della mobilità
illimitata copre, in realtà, un regime di mobilità condizionata, in cui la
libertà di spostarsi è concessa solo a chi possiede le credenziali richieste
dal sistema economico globale.
Ripensare
la mobilità significa, allora, ripensare la giustizia globale. Significa
interrogarsi non solo su chi può partire, ma su chi è costretto a farlo; non
solo su chi riesce ad arrivare, ma su chi non può permetterselo. La vera
libertà, in questo senso, non consiste soltanto nel diritto di muoversi, ma
anche – e forse soprattutto – nel diritto di restare. Restare in un luogo che
offra sicurezza, lavoro, dignità e prospettive; restare non per mancanza di
alternative, ma per scelta.
In un
mondo che misura il valore delle persone in base alla loro utilità economica,
restituire alla mobilità il suo significato umano e politico è un atto di
resistenza. Vuol dire riconoscere che la circolazione delle persone non può
essere trattata come una variabile di mercato, ma come una questione di diritti
e di equità.
Solo
quando il movimento sarà davvero libero – e la stanzialità non sarà più una
condanna – potremo dire di vivere in un mondo dove la globalizzazione non è
sinonimo di disuguaglianza, ma di giustizia condivisa.
(Dialoghi
Mediterranei, n. 77, gennaio 2026).
Equilibri
internazionali.
LA
CRISI DISTRUTTIVA
DELL’ORDINE
INTERNAZIONALE.
Eticaeconomia.it
– (14 luglio 2025) – Alessandro Colombo – Redazione – ci dice:
Alessandro
Colombo illustra la tesi che quella attuale non è già più, ormai, l’epoca della
crisi dell’ordine internazionale liberale, bensì l’epoca della sua fine.
Che
significa, tanto per cominciare, fine dell’ordine come tale, con tutto ciò che
comporta sempre la fine di un ordine internazionale:
la crisi del controllo, la tendenza alla
militarizzazione, il collasso delle regole.
E, in più, significa ripiegamento del
contenuto liberale di quell’ordine, che si manifesta tra le altre cose nella
crisi del multilateralismo e nello smontaggio della globalizzazione.
Nonostante
i richiami sempre più irrealistici alla sua resilienza, l’ordine internazionale
liberale concepito alla fine della Seconda guerra mondiale e apparentemente
“liberato” dalla scomparsa dell’Unione sovietica è ormai definitivamente
crollato.
E lo ha fatto, sarà bene ricordarlo, dopo una
parabola sorprendentemente breve di ascesa e declino.
La
condizione di superiorità senza precedenti della quale avevano goduto gli Stati
Uniti e i loro alleati all’indomani della scomparsa dell’Unione sovietica non
aveva impedito infatti al “Nuovo Ordine Mondiale” di entrare in crisi già pochi
anni più tardi, grossomodo alla metà del primo decennio del XXI secolo, sotto i
colpi di due fallimenti maturati pienamente al proprio interno:
la
guerra in Iraq a partire dal 2003 e, ancora di più, la crisi
economico-finanziaria del 2007-08.
Nel
decennio successivo, lo smottamento dell’edificio aveva aperto lo spazio al
riemergere di competitori sia su scala regionale (come la Russia) sia, almeno
potenzialmente, su scala globale (come la Cina), mentre ciò non aveva tardato a
reinnestare proprio ciò che dieci anni prima era stato precipitosamente
escluso, una nuova competizione tra grandi potenze.
Quello
che è subentrato negli sfortunatissimi anni Venti del nostro secolo, allora, è
solo il crollo definitivo dell’ordine, sotto l’effetto della pandemia del Covid
nel 2020-2021, della guerra in Ucraina a partire dal febbraio del 2022 e, per
ultimo, dell’epidemia di conflitti armati susseguitisi in Medio Oriente
dall’ottobre del 2023.
Un crollo che ha esposto il clamoroso ritardo
di molti dei principali attori, a cominciare dall’Unione Europea.
E che
costituirà, per tutti, la principale sfida del prossimo decennio.
La
crisi dell’ordine internazionale.
Che
cosa può comportare, allora, il collasso di un ordine internazionale tanto
ambizioso quanto era quello congegnato dopo il 1945 e trionfalmente rilanciato
nel 1990?
Vale a dire, rovesciando la prospettiva: che
cosa ci possiamo aspettare dalla sua fine?
Fine
dell’ordine internazionale liberale significa, tanto per cominciare, fine di un
ordine, cioè fine di ciò che l’ordine, di qualunque natura esso sia, può
significare nelle relazioni internazionali:
il soddisfacimento degli obiettivi elementari
di qualunque convivenza sociale – la limitazione della violenza, il rispetto
delle promesse e la stabilità del possesso; la capacità di nutrire almeno un
piccolo ma fondamentale nucleo di aspettative sul futuro – su come sarà
distribuito il potere, per esempio, su quale sarà la configurazione geopolitica
del sistema internazionale, su quali saranno le sue regole e le sue
istituzioni; la possibilità di basare le proprie scelte sul presupposto che su
tutto ciò si possa, almeno in linea di massima, contare.
Da
qui, allora, la sensazione sempre più diffusa di un “mondo fuori controllo”.
Una sensazione che, per non risolversi in una
vaga formula retorica, deve essere presa nel suo significato più letterale.
Un
mondo fuori controllo è un mondo nel quale non funzionano più, o funzionano
sempre di meno le forme di controllo proprie del sistema internazionale:
la
distribuzione (ineguale) del potere che, dopo essere stata chiarissima
all’indomani della fine della guerra fredda, lo è diventata sempre meno nei
decenni successivi;
e il tessuto istituzionale della convivenza
internazionale, passato in meno di trent’anni dalla fase di effervescenza degli
anni Novanta del Novecento al collasso quasi completo di oggi.
La
manifestazione più superficiale di questa crisi di controllo è, come sempre
nella politica internazionale, la proliferazione e la persistenza dei conflitti
armati.
Che
significa non soltanto che continua a crescere il numero dei conflitti armati,
internazionali e civili.
Conflitti che, ancora fino a pochi anni fa,
sembravano coinvolgere soltanto attori minori, ora coinvolgono sempre di più
anche attori maggiori (la Russia, l’Ucraina e i paesi della Nato che la
sostengono, Israele e l’Iran).
Ma
significa, per di più, che una volta scoppiati, i conflitti armati tendono a
durare sempre di più nel tempo, come sta accadendo anche per i due
politicamente più importanti degli ultimi tre anni, quello in Ucraina e quello
in Medio Oriente.
Rieccoci
allora al senso più profondo della crisi di controllo.
La proliferazione e, ancora di più, la
persistenza dei conflitti dimostrano che non c’è più quasi traccia della
diplomazia preventiva celebrata nella fase di ascesa dell’ordine liberale;
che è entrata clamorosamente in crisi la
pratica del negoziato, non solo perché mancano quasi sempre negoziatori
credibili ma perché manca sempre di più l’idea stessa della negoziabilità dei
conflitti;
mentre,
alla base, se i conflitti sfuggono agli strumenti diplomatici è perché sfuggono
prima di tutto alle nostre categorie cognitive, che sembrano rimaste ibernate
al mondo della “fine della storia” degli anni Novanta del Novecento.
A
questa proliferazione già in corso dei conflitti si accompagna, aggravandola,
la radicale inversione delle nostre aspettative sul futuro. Ancora fino a una
manciata di anni fa, le aree strategicamente ed economicamente centrali del
sistema internazionale sembravano destinate a un futuro di pace.
Mentre
le guerre che continuavano a essere combattute altrove (periodicamente anche da
noi europei, come in Iraq nel 1991, in Jugoslavia nel 1991, in Afghanistan dal
2001 e in Libia nel 2011) potevano essere guardate dall’Europa e dall’America
come “fatti periferici”, se non come contrassegno per eccellenza della
perifericità. Negli ultimi cinque anni, al contrario, l’eventualità di una
guerra tra grandi potenze, non alla periferia ma al centro del sistema
internazionale, è tornata al vertice delle preoccupazioni e della
pianificazione strategica di tutti gli attori, Europa compresa.
Detto
in termini un po’ approssimativi: se il mondo di qualche anno fa si preparava,
nonostante tutto, alla pace, il nostro sembra prepararsi sempre di più alla
guerra.
Questo
rovesciamento dei rapporti tra pace e guerra porta con sé il secondo e ancora
più appariscente tratto della crisi dell’ordine: la crescente
rimilitarizzazione delle relazioni internazionali.
Che comporta, tanto per cominciare, una corsa
generale al riarmo e all’innovazione delle tecnologie militari, che ha
investito anche il continente, l’Europa, che ne era stato risparmiato per più
di tre decenni. Fianco a fianco al riarmo, e in rapporto strettissimo con il
primo, la rimilitarizzazione porta con sé il varo e il rilancio delle alleanze
militari, a cominciare anche in questo caso dalla Nato.
Infine,
la militarizzazione non risparmia il terreno della comunicazione e dei
linguaggi politici, alimentando da un lato l’inclinazione a rappresentare il
mondo in termini rozzamente dualistici e, dall’altro, l’adozione stessa di
linguaggi politicamente e diplomaticamente sempre più sguaiati, come quelli ai
quali ci stanno abituando non soltanto Donald Trump o Dmitrij Medvedev, ma
anche molti responsabili europei e atlantici (a cominciare dal Segretario
generale della Nato Mark Rutte).
Infine,
a rendere ancora più preoccupante questa deriva contribuisce il fatto che essa
avviene nel pieno di una crisi spaventosa delle regole della convivenza
internazionale.
Una crisi che, ai cittadini europei e americani, si
presenta oggi sotto la forma della guerra dei dazi e dei suoi contraccolpi
sulla stabilità e l’apertura dell’economia internazionale.
Ma, a
tutti gli altri, si era già presentata nella forma ben più radicale di una vera
e propria demolizione dei princìpi, delle norme e delle regole dirette e a
limitare e arginare la violenza.
Di
questo tessuto di regole, che era il nucleo centrale della convivenza
internazionale del dopo-Seconda guerra mondiale, non resta quasi più nulla nel
contesto attuale.
Perché i vincoli strettissimi all’uso della forza
dettati dalla Carta delle Nazioni Unite hanno ceduto il passo a una progressiva
riabilitazione politica, giuridica e persino etica della guerra, simboleggiata
dall’adozione di una nozione distruttivamente estensiva del principio di
prevenzione – quale quella impiegata anche nelle ultime settimane da Israele e
Stati Uniti contro l’Iran.
Il
diritto internazionale umanitario è stato letteralmente fatto a pezzi dapprima
nella guerra globale al terrore e poi, in forme inimmaginabili ancora fino a
pochi anni fa, nel bombardamento a tappeto di Gaza – fatto a pezzi non perché,
come si era già ripetuto negli ultimi anni, il diritto è stato violato ma
perché, questa volta, ciò ha potuto avvenire nella totale impunità e con
l’oscena indulgenza persino di tanti professionisti occidentali
dell’umanitarismo.
La
distinzione stessa tra pace e guerra, infine, si è dissolta in quella che
sempre più distrattamente viene rappresentata (e trattata) come una condizione
di guerra ibrida permanente:
una
condizione nella quale tutti – politici, studiosi, giornalisti e semplici
cittadini – sono chiamati a restare “sempre in vedetta”, contro i nemici
esterni ma, ancora di più, contro lo spettro degli immancabili “nemici
interni”.
La
crisi della natura liberale dell’ordine internazionale. Fino a qui, dunque, la crisi
dell’ordine in quanto ordine.
Ma quello che sta venendo meno non è,
genericamente, un ordine internazionale, bensì un ordine internazionale
connotato e legittimato in senso liberale.
Che è
l’altro lato della condizione nella quale ci troviamo già e alla quale,
presumibilmente, ci dobbiamo preparare anche per il prossimo futuro.
Crisi
dell’ordine liberale significa, intanto, che si è via via sgretolato l’edificio
multilaterale della convivenza internazionale che era il fiore all’occhiello di
quell’ordine.
In parte, perché sono entrate in crisi tutte
le maggiori istituzioni internazionali dell’epoca, dalle Nazioni Unite al G7
alla stessa Unione Europea.
E, in
parte ancora maggiore, perché al posto del multilateralismo universalistico e
inclusivo del passato si è andato formando un multilateralismo più frammentato
e competitivo, organizzato su scala regionale o subregionale attorno agli
attori emergenti in ciascuna regione.
Sulla
scia della crisi del multilateralismo, la competizione internazionale ha
politicizzato e smontato la globalizzazione, rovesciando un’altra delle
aspettative più caratteristiche della fase di ascesa dell’ordine liberale.
Stando a queste aspettative, la globalizzazione economica avrebbe dovuto
portarsi dietro presto o tardi qualche forma di globalizzazione politica e
culturale – secondo il mantra politico e accademico della global governance.
È avvenuto esattamente il contrario:
è
toccato alle riemergenti fratture politiche trascinarsi dietro la
globalizzazione economica, fino a spaccarla lungo linee di frattura di natura
non economica ma prettamente politica.
Invece che la globalizzazione inclusiva degli
anni Novanta del XX secolo, quella che si profila all’orizzonte allora è una
globalizzazione più ristretta e aperta sempre di più solo attorno agli attori e
ai progetti politicamente compatibili con i propri.
Ma
l’effetto più pervasivo del collasso dell’ordine è quello di averci già
consegnato una nuova immagine del mondo, perfettamente rovesciata rispetto a
quella alla quale ci eravamo abituati nell’ultimo trentennio.
Al posto del mondo post-statale, post-moderno
e post-vestfaliano vantato alla fine del Novecento, una imponente
statualizzazione delle relazioni internazionali;
al posto del “mondo piatto” e “senza confini”
della globalizzazione, una corrispondente territorializzazione incentrata sul
rafforzamento e sulla difesa dei confini;
al
posto del “presentismo”, soprattutto, la consapevolezza sempre più diffusa che
tutto il nostro presente sta sprofondando.
(Alessandro
Colombo).
Perché
le destre vincono in Europa.
Fondazionefeltrinelli.it
– (16 Aprile 2024) - Sara Gentile – Redazione – ci dice:
Mancano
solo due mesi alle elezioni europee e lo scenario politico in diversi paesi si
presenta preoccupante; il vento di destra sembra soffiare costante, un’onda
tenace che torna a lambire con fragore coste e territori sgretolando
impietosamente il paesaggio e il suo profilo.
I
segnali di una trasformazione della mappa geopolitica, iniziati diversi anni
fa, si sono via via accentuati, irrobustiti, fino a diventare di lunga durata
ed allargando il perimetro della loro influenza. I movimenti o i partiti
populisti, cominciati a fiorire a metà degli anni ‘70 del Novecento con in
testa la Francia e poi il Belgio, hanno continuato la loro espansione in altri
paesi dell’eurozona.
Venti
di destra in Europa.
In
Italia con la Lega Nord di Bossi prima, poi con Forza Italia di Berlusconi, con
il Movimento 5 Stelle;
in
Germania con la ADF (Alternative für Deutschland), partito di estrema destra
con marcate componenti razziste ed euroscettiche che alle ultime europee ha
raggiunto l’11% circa dei suffragi ottenendo 11 seggi al Parlamento europeo e
aderendo al gruppo Identità e Democrazia;
in
Ungheria con Fidesz (Unione Civica ungherese), partito nazionalista e ultra
conservatore il cui leader Viktor Orbán, primo ministro dal 2010 stabilmente
fino ad oggi, ne ha accentuato i tratti reazionari introducendo nel paese leggi
illiberali (limitazione forte della libertà di stampa, controllo occhiuto della
società, leggi severe anti immigrazione, restrizioni per la carriera
universitaria alle donne) che hanno minato la democrazia e lo configurano come
sistema autoritario;
in
Spagna il partito di estrema destra Vox, xenofobo, fortemente nazionalista,
fondato nel 2013, ha continuato a progredire nel consenso elettorale e rafforza
la leadership dura di Santiago Abasica che si è di recente assicurata la
presidenza del partito fino al 2028 con una designazione diretta interna, una
sorta di plebiscito senza passare dalla votazione degli iscritti, per
silenziare i dissensi interni.
Alcuni
sondaggi recenti prevedono una affermazione di Vox al terzo posto nelle
imminenti elezioni europee tanto da fare lanciare l’allarme al primo ministro
Sánchez che chiede al partito conservatore di Alberto Núñez Feijoa di cessare
gli accordi con la destra estrema.
Vox
Il
“populismo patrimoniale.”
Per
completare il quadro vi sono inoltre le democrazie nordiche, paesi come
Norvegia, Svezia, Danimarca nei quali, come analizzato da Dominique Reini
(penso soprattutto a Les nouveaux populismo, Plurale, 2013) si è sviluppato un
“populismo patrimoniale” con tratti diversi da quelli dei paesi mediterranei,
che deriva dal duplice timore di ampie fasce di cittadini di vedere in pericolo
non solo il loro benessere materiale, ma anche e soprattutto un patrimonio
immateriale, di valori, simbolico, uno stile di vita che il processo di
globalizzazione e il venir meno della sovranità dello Stato nazione minacciano
di spazzare via.
Italia
e Francia: due casi di studio.
L’Italia
ha con i cugini transalpini alcune affinità e molte differenze, in un intreccio
che ci consente di misurarne distanza e vicinanza.
In
Italia abbiamo da un anno e mezzo un governo di destra dopo la vittoria
elettorale del settembre 2022 in cui la coalizione di Fratelli d’Italia, Lega e
Forza Italia ha ottenuto il 44% dei voti assicurandosi la maggioranza assoluta
nelle due Camere. Il PD ha raggiunto il 19%; il Movimento 5 Stelle il 15,6%. La
punta emergente è stata Fratelli d’Italia con il 26% dei suffragi, già in
consistente avanzata alle precedenti amministrative, seguita a molta distanza
da Lega (8,8%) e Forza Italia (8,1), cosa che è valsa a Giorgia Meloni la
carica di primo ministro e al suo partito di essere la forza trainante
dell’esecutivo.
Un
risultato elettorale questo che ha trasformato profondamente l’assetto politico
italiano, premiando dei tre partiti della coalizione quello che era rimasto
all’opposizione del precedente governo di Mario Draghi, un tentativo
intelligente ed autorevole di comporre la conflittualità del nostro sistema
partitico per rispondere alle richieste di una società, come altre in Europa,
colpita da una crisi economica, sociale, culturale, poi inasprita dalla guerra
della Russia in Ucraina.
Emmanuel
Macron.
Le Pen
alla finestra.
In
Francia la destra non è al potere e la seconda presidenza Macron prosegue, sia
pure con difficoltà, realizzando politiche neoliberali come dimostrano la
riforma delle pensioni (contestatissima ma approvata in parlamento) e la
recentissima legge sull’ “assurance-chomage” cioè l’assicurazione per i
disoccupati che riduce a poche mance, restringendo la rete, l’assegno per la
disoccupazione.
Marine
Le Pen – leader del partito di destra estrema Rassemblement National.
La
destra estrema del Rassemblement National (RN) di Marine Le Pen però alle
elezioni politiche del 2022 ha fatto il pieno entrando finalmente in parlamento
con 89 deputati, diventando assieme alla Nupe (Alleanza delle sinistre con a
capo Mélenchon) forza di opposizione non più solo nelle strade o nelle sue
roccaforti locali ma soggetto di peso nelle istituzioni della V Repubblica. E
Macron deve fare i conti soprattutto con l’opposizione di quella destra. La
politica parlamentare è diventato un asse importante nella strategia di Le Pen
che infatti ha lasciato la presidenza del partito ad un giovane suo fedele,
Jordan Bardella, che si prepara alacremente alle imminenti elezioni europee,
reclutando nella lista del RN personaggi provenienti dai gruppi più estremi
della destra francese, magari intramezzati da alcuni presi dalla società civile
pour “épater le peuple” questa volta. Così il partito “normalizzato” e
rafforzato dell’estrema destra è bifronte: ha il doppiopetto parlamentare che
condiziona le politiche del governo di Macron, e la veste di battaglia che
rinfocola la paura dello straniero, dell’immigrato (non a caso al primo posto
nei timori dei francesi, non solo degli elettori del RN).
Alleanze
a destra.
Allora
nello scenario fin qui sinteticamente delineato, si pone una domanda non più
rinviabile: perché la destra, le destre, vincono continuando a mantenere un
consenso, anzi ampliando il bacino sociale da cui traggono legittimazione? Cosa
ha portato in contesti nazionali diversi all’ascesa di Marine Le Pen in
Francia, dell’ADF in Germania, alla vittoria di Giorgia Meloni qui Italia
installando al potere una destra nazionalista, xenofoba? Una destra che ha
subito trovato alleanze e consonanze con partiti come Vox e governi come quello
oscurantista di Orban che la nostra premier ha definito, appena fresca di
elezione, come “un modello” per riportare l’Italia sui giusti binari.
Una
destra, la nostra, che sta in equilibrio, fino ad ora fra un atlantismo
inevitabile, un europeismo di facciata, esibito, entrambi utili nell’attuale
assetto globale, e una politica interna in cui essa governa per decreto, come
avvenuto per la tragedia di Cutro o i fatti di Caivano, senza riuscire a tener
fede alle promesse fatte in campagna elettorale, senza riuscire soprattutto ad
abbozzare almeno una delle tante riforme di cui il paese ha bisogno.
Elezioni
italiane.
Giorgia
Meloni.
Da qui
nasce la costruzione di un discorso politico retorico comune, con varie
sfumature, a tutte le destre, con i vecchi ingredienti cari ad esse, “Dio,
patria, famiglia”, una triade che rassicura, recinta, chiude il cerchio
protettivo fugando le insicurezze di alcuni strati sociali, quelli sbattuti
nella paura della globalizzazione come alberi fragili da un vento insidioso. La
premier comunica nella dimensione del soliloquio, oscillando fra la retorica di
chi si tiene stretto spavaldamente lo scettro del potere raggiunto e la caduta
in posture e boccacce da cabaret come di recente avvenuto nel suo discorso in
parlamento. L’Italia però non è fatta solo dai suoi elettori.
Perché
le destre vincono.
Rispondere
alla domanda prima posta non è facile e la risposta contiene risposte diverse,
tutte parziali ma significanti se legate insieme come la pluralità di fatti,
comportamenti, pulsioni individuali e collettive, ossia la costellazione di
cause che presiede al realizzarsi di un fenomeno.
Proverò
a mettere insieme pezzi di risposte. In primo luogo vi è un dato oggettivo, il
fatto che le democrazie affermatesi con l’inizio del XX secolo oggi appaiono
logorate e sono in affanno riproponendo con asprezza la tensione fra chi
governa e chi è governato per varie ragioni:
•
crisi della rappresentanza politica;
•
venir meno dello Stato sociale,
•
venir meno del perno dello Stato nazionale che non può più garantire
autonomamente i bisogni dei suoi cittadini, stretto nelle maglie della politica
globalizzata e delle sue leggi;
•
aumento esponenziale del flusso di immigrazione, lo spettro di una “invasione”,
come i partiti nazionalpopulisti affermano, e la paura del multiculturalismo,
di un confronto con culture e abitudini estranee.
In
questo quadro, il demos – il popolo – infiammato nel suo istinto identitario e
protestatario diventa elemento prezioso per la facile retorica delle destre che
gli promettono di realizzare, esse, contro una élite lontana e corrotta, le
promesse della vera democrazia, secondo un’idea di società con molte grate alle
sue finestre, ma protettiva per il singolo popolo che vive una condizione
straniante, di spaesamento nella nuova articolazione della politica globale. Il
popolo che vota a destra non cerca l’alternanza quanto piuttosto lo spezzare
una politica che esso disapprova.
La paralisi del PD.
In
secondo luogo, l’assenza di una vera opposizione, l’assenza della sinistra,
incapace di cogliere i mutamenti epocali che viviamo, di rimodulare obiettivi,
strumenti, organizzazione in una realtà dove la forma politica democratica non
regge più il passo con i continui cambiamenti delle società.
Il
Partito democratico è incagliato in vari dilemmi interni ed esterni, cosa che
lo condanna all’immobilismo, o a timidi passi che si perdono nell’arena di un
paesaggio politico segnato da molte fratture.
Il Pd
da anni ha reciso i suoi legami con la società, l’essere un partito popolare,
aperto, all’ascolto, capace di un’idea in cui la gente si identifichi e si
senta garantita nei propri diritti basilari (lavoro, sanità, istruzione) e
strappata alla solitudine sociale del proprio quotidiano.
Deve
cambiare strategia.
Utilizziamo
quindi al massimo questo tempo che ci separa dalle elezioni europee, anche con
quel poco che abbiamo. Vi è un esilio dei valori pericoloso e noi dobbiamo
riportarli a casa e in fretta.
L'Italia
e il mondo. Che posto
Ha il
nostro paese nella globalizzazione.
Ilfoglio.it
– (4 aprile 2024) – Sabino Cassese – Redazione – ci dice:
Economia,
commercio, migrazioni, cultura. Perché gli stati, prima o poi, devono aprire ad
altri stati. Un rapporto dell’Istat e qualche altra domanda.
Immagine
di L'Italia e il mondo. Che posto ha il nostro paese nella globalizzazione.
LaPresse.
Si
chiama globalizzazione, oppure mondializzazione, oppure internazionalizzazione,
oppure multilateralismo.
Alcuni
paesi preferiscono il primo termine: così quelli anglosassoni.
Altri
paesi, come la Francia, preferiscono il secondo.
I
quattro termini non sono perfettamente sinonimi ma indicano tutti l’apertura
degli Stati ad altri Stati, il superamento delle frontiere nazionali.
Perché
questo accada si può spiegare in vari modi.
Perché vi sono problemi che gli Stati non
possono affrontare da soli, come quello del riscaldamento del globo.
Perché
vi sono problemi che sono interconnessi, per risolvere i quali non bastano gli
Stati, come quello del traffico aereo.
Perché, dopo le due guerre mondiali del secolo
scorso, si sono affermati principi ultra-nazionali, come quello del divieto di
ricorrere alla schiavitù o al lavoro forzato, che si vogliono imporre agli
Stati.
Perché
è nell’interesse degli Stati consentire alle imprese nazionali di raggiungere
mercati più ampi per la vendita dei propri prodotti e servizi, oppure di
produrre a minori costi grazie alle cosiddette catene globali del valore, cioè
decentrando una parte della produzione in paesi dove i costi sono inferiori.
Ma la
globalizzazione incontra ostacoli in interessi e culture che la contrastano,
per cui è difficile definire principi e regole condivisi da tutti. Donde il
suggerimento dei realisti, che consigliano di riconoscere il ruolo tuttora
dominante degli Stati, che sono pro-quota i padroni del mondo, e tutt’al più di
pensare ad accordi regionali, per zone geografiche.
Quale
posto ha acquisito l’Italia in questo processo che chiamiamo globalizzazione?
Storia
dell’internazionalizzazione dell’Italia dall’unità ad oggi.
Molti
elementi per una risposta a queste domande vengono da una breve ma concisa
“Storia dell’internazionalizzazione dell’Italia dall’unità ad oggi”, prodotta
nelle settimane scorse dall’Istituto nazionale di statistica - Istat.
Questa
storia considera molti aspetti:
lo
sviluppo delle importazioni e delle esportazioni, anche per settore
merceologico, l’andamento strutturale dell’export, i movimenti di capitali, le
entrate doganali, i movimenti turistici, le rimesse degli emigranti, lo
sviluppo delle imprese multinazionali, gli investimenti diretti all’estero,
nonché l’internazionalizzazione culturale, misurata con le lingue straniere
parlate e con l’introduzione di vocaboli inglesi nella lingua d’uso corrente.
Tenendo
in considerazione tutti questi elementi, lo studio permette di notare
l’andamento complessivo dei 160 anni di storia unitaria, dalle modeste aperture
iniziali al protezionismo e all’autarchia, fino all’apertura seguita a partire
dalla storia repubblicana.
L’Istat
conclude che “per la quasi totalità della sua storia l’Italia è stata
caratterizzata da deficit cronici nella bilancia commerciale, che venivano
compensati in parte da surplus nei servizi, particolarmente grazie al turismo.
A far
quadrare la bilancia dei pagamenti e attenuare la vulnerabilità finanziaria,
soprattutto a cavallo tra ’800 e ’900 hanno contribuito notevolmente le rimesse
degli emigrati, che oggi sono invece negative, ma anche investimenti e prestiti
esteri non sempre facilmente accessibili.
Oggi, invece, l’Italia è un investitore
netto”.
“La
rilevanza degli scambi internazionali, oggi superiore di oltre quattro volte
rispetto al livello dei primi anni post-unitari, è cresciuta quasi
ininterrottamente dal secondo dopoguerra, col processo di multilateralizzazione
degli scambi avviato nel 1948 con il Gatt, l’istituzione della Cee (dal gennaio
1958) e, più recentemente, dell’Organizzazione mondiale del commercio (1995)”.
L’ultimo mezzo secolo di questo percorso è
caratterizzato da un’ulteriore espansione dell’internazionalizzazione
commerciale, prodotto dalla spinta molto forte derivane dalla istituzione della
Comunità economica europea, in particolare.
Infine,
nel triennio 2017-2019, “il valore delle esportazioni di beni e servizi in
Italia equivaleva a più del 30 per cento del Prodotto interno lordo: un livello
simile rispetto alla Francia e al Regno Unito e poco inferiore rispetto alla
Spagna, mentre l’economia tedesca è commercialmente molto più integrata con il
resto del mondo, nonostante sia quella di dimensioni maggiori”.
Considerando
solo le esportazioni di merci, l’Italia è seconda dopo la Germania; per i
servizi, invece, è la meno internazionalizzata del gruppo, e con un divario
crescente.
Oltre
allo sviluppo di importazioni ed esportazioni, è significativo il ruolo delle
imprese multinazionali nell’economia italiana e l’internazionalizzazione delle
aziende nazionali:
le 15
mila imprese a controllo estero contano in Italia 1,5 milioni di addetti e le
circa 24 mila imprese estere a controllo italiano nel 2020 contano 1,7 milioni
di addetti. Quanto alla internazionalizzazione culturale, nel 2016, circa i 2/3
degli adulti in età compresa tra i 25 e i 64 anni dichiaravano di conoscere
almeno una lingua straniera, con un aumento di circa 6 punti percentuali
rispetto al 2011. L’incidenza sale fino a oltre l’80 per cento per le persone
tra 25 e 34 anni. Infine, tra le 7.050 parole che formano il vocabolario di
base della lingua italiana – secondo Tullio De Mauro – quelle di derivazione
inglese erano poco più di 10 nel 1980, mentre nel 2016 erano 129.
Istinti
nazionalistici e interessi commerciali.
Nell’apertura
agli altri paesi e alle altre economie del mondo si contrappongono istinti
nazionalistici e protezionistici della politica e della popolazione a interessi
ad abbattere le frontiere doganali e allo sviluppo dell’Organizzazione mondiale
del commercio, sotto la spinta di imprese che mirano sia ad allargare la
produzione, sia ad ampliare la vendita ad altri paesi. L’analisi storica
dell’Istat potrebbe insegnare molto ai “policy-makers”. Qualche esempio. In
primo luogo, potrebbe far comprendere che il processo di
internazionalizzazione, anche se è andato più rapidamente avanti nel campo
economico-finanziario, ha caratteristiche unitarie, e che quindi si dovrebbe
tentare di farlo sviluppare su tutti i fronti, dai sistemi sanitari a quelli
educativi, alla cultura, alla sanità, alle infrastrutture.
Secondo:
un
paese che perde cittadini è interessato ad accettare immigrati, integrandoli
invece che facendoli fuggire altrove, o semplicemente tollerandoli. E’
consigliato dalla esperienza degli 8 milioni e mezzo di emigrati italiani nel
corso dei 160 anni di storia a integrare gli immigrati perché diventino
cittadini educati e osservanti delle leggi.
Terzo:
un paese interessato agli interscambi
commerciali è anche interessato a ripensare l’impianto di quei poteri che vanno
sotto il nome di “Golden Power” o almeno a chiedersi se è necessario estenderli
a un ambito così vasto, considerando che nella pratica sono ben poche le
autorizzazioni non concesse e relativamente poche quelle concesse con
prescrizioni.
Quarto:
per internazionalizzare, occorre che vi sia un
certo numero di regole giuridiche comuni, condivise in aree diverse del mondo.
Tra queste regole vi sono quelle che riguardano il rispetto dei diritti. Un
viaggiatore che si trasferisca temporaneamente, per lavoro o per turismo, in
altri paesi, dovrebbe vedersi riconoscere in questi paesi un “pacchetto”
standard di diritti eguali per tutti e in tutte le parti del globo.
Quinto:
gli
Stati interessati alla globalizzazione dovrebbero parificare o almeno
bilanciare la loro apertura internazionale nei diversi settori. Se un paese
come l’Italia è fortemente interessato alla esportazione di merci, come è
dimostrato dall’indagine Istat, non può, poi, chiudere le proprie frontiere in
altri settori, perché una internazionalizzazione a macchia di leopardo resta
squilibrata.
Si
poteva fare meglio?
Detto
tutto il bene possibile di questo rapporto dell’Istat, ci si può chiedere se si
poteva anche fare meglio. Per avere un quadro più completo
dell’internazionalizzazione del paese sarebbe stato utile, innanzitutto,
accertare di quanti dei 2000 sistemi regolatori globali fa parte l’Italia,
rispetto agli altri tre paesi dell’Unione europea (Francia, Germania e Spagna)
con i quali questo rapporto stabilisce comparazioni: in questo modo si potrebbe
cercare di capire che cosa riesce a fare l’Italia nel ruolo di co-regolatore.
In
secondo luogo sarebbe stato interessante accertare quanti sono gli istituti
italiani di cultura all’estero, e compararne il numero con i corrispondenti
istituti stranieri in Italia: in questo modo si potrebbe accertare come si
diffonde la cultura italiana e in quale misura si è influenzati dalle altre
culture.
In
terzo luogo, sarebbe stato interessante sapere quanti libri stranieri si
traducono annualmente in Italia e quanti libri stranieri sono in possesso di
biblioteche italiane, per misurare l’apertura della cultura italiana a quella
di altri paesi.
Democrazia.
Guerra
e pace, destra e sinistra.
Rivistailmulino.it
– Michele Salvati – (02 -maggio - 2025) – Redazione – ci dice:
In
ogni collettività fondata su princìpi liberali e democratici il conflitto è
ineliminabile. Destra e sinistra non sono solo espressione di questo conflitto,
ma anche un modo di organizzarlo.
Destra
e sinistra sono orientamenti politici che si sono formati in Europa nella breve
storia della modernità, dalla fine del Settecento a oggi, in risposta alle
rivoluzioni politiche ed economico-sociali che al nostro continente toccò
affrontare per primo.
Guerra
e pace sono invece fenomeni connaturati alla nostra specie sin dall’origine,
nella millenaria evoluzione che ci ha condotto dalle tribù allo Stato.
Destra
e sinistra riguardano i rapporti tra le persone che sono membri delle diverse
collettività entro le quali le attività umane sono stabilmente organizzate.
Riguardano
dunque i diritti e i doveri dei cittadini e le norme che regolano il monopolio
della forza di cui lo Stato dispone.
A
partire dal Secondo dopoguerra, nella parte del pianeta più sviluppata e in
particolare in Europa, gli Stati adottano prevalentemente princìpi di
organizzazione liberali e democratici:
destra
e sinistra si riferiscono ai due principali orientamenti politici che sono
emersi nella modernità su come organizzare uno Stato retto da quei princìpi.
Gli
stessi princìpi non possono però essere adottati nei rapporti tra Stati, tra le
molte e diverse collettività che essi formano e rappresentano. In questo
contesto gli attori non sono singole persone fisiche, soggette a un'autorità
legittima: gli attori sono a loro volta organizzazioni, Stati, tra i quali
vigono da ultimo solo rapporti di forza.
E
ancora non esiste un'autorità a essi sovraordinata che abbia il potere di
impedire o regolare l’uso della forza nelle relazioni internazionali.
Dopo
le due disastrose guerre mondiali, molti e benemeriti sforzi sono stati fatti
per definire un'architettura giuridica internazionale condivisa e da questi
abbiamo imparato molto su come ridurre il rischio di guerre.
Ma la
situazione resta sostanzialmente la stessa di cui scrisse Immanuel Kant, in
quella meravigliosa utopia ragionata pubblicata agli albori della modernità,
nel 1795:
Per la
pace perpetua.
L’unione
fa la forza in qualsiasi contesto dove operano soggetti collettivi, e dunque
anche nelle relazioni internazionali, dove i soggetti sono gli Stati che
agiscono in nome della collettività che rappresentano
Tra le
cose che abbiamo imparato, due sono importanti per capire la situazione
politica in cui oggi ci troviamo nel nostro Paese, e in molte altre democrazie
liberali. La prima riguarda il rapporto che si stabilisce tra la forza di uno
Stato nelle sue relazioni internazionali e il grado di coesione o la capacità
di compromesso tra i partiti politici che prevalgono al suo interno. L’unione
fa la forza in qualsiasi contesto dove operano soggetti collettivi, e dunque
anche nelle relazioni internazionali, dove i soggetti sono gli Stati che
agiscono in nome della collettività che rappresentano. Se questa è divisa sul
corso d’azione da intraprendere e si tratta di un Paese dove i princìpi
liberali e democratici sono rispettati, lo Stato può rivelarsi debole in una
situazione di potenziale conflitto internazionale. E poiché la principale linea
di divisione in molte democrazie liberali è oggi quella tra destra e sinistra,
è facile comprendere come mai politici e studiosi di sicura adesione ai
princìpi liberali e democratici attribuiscano la debolezza degli Stati in
situazioni di tensione internazionale anche alla persistenza della faglia
interna cui ho fatto cenno e che attraversa quasi ogni Stato. E quindi
auspichino che la dialettica politica, anche quella interna, si liberi dalle
(obsolete?) categorie di destra e sinistra.
Un’altra
cosa abbiamo però imparato. Che il conflitto interno in ogni collettività
organizzata secondo princìpi liberali e democratici è ineliminabile e che
destra e sinistra non sono solo una espressione di questo conflitto, ma anche
un modo di organizzarlo, renderlo meno caotico, più prevedibile e
controllabile. Destra e sinistra non sono una pura costruzione intellettuale:
sono e sono state una lenta e difficile costruzione storica, con diverse
evoluzioni sincroniche e diacroniche nelle società di cui costituiscono le
polarità fondamentali del sistema politico. Una costruzione che ha conosciuto
traumi e tragedie, ed è parte integrante della stessa costruzione del
liberalismo e della democrazia. Se utilizzate in modo proprio, le categorie di
destra e sinistra non costituiscono una minaccia alla capacità di un Paese, di
una collettività rappresentata da uno Stato liberal-democratico, di difendersi
da aggressioni esterne. Anzi, possono costituire un elemento di forza. Ma
utilizzare in modo proprio quelle categorie è difficile e si scontra con due
principali ostacoli.
Il
primo è che i problemi di cui uno Stato deve tener conto quando agisce in un
contesto internazionale sono molto diversi quelli che affronta in un contesto
interno: gli attori il cui comportamento deve prevedere sono numerosi, le
regole su cui fare affidamento sono poche, controverse e non accompagnate da
sanzioni efficaci.
Si
tratta di un gioco in cui è praticamente impossibile prevedere quale sia la
scelta più favorevole al singolo giocatore-Stato che l’affronta.
E le categorie normative di destra e sinistra,
di cui i politici fanno uso nel contesto della politica interna, gli forniscono
soltanto, se usate propriamente, orientamenti generali, analogie, ipotesi
verosimili, più che indirizzi affidabili.
Non è
facile capire quale sia la migliore risposta possibile a una minaccia esterna e
soprattutto dimostrarlo in modo convincente a elettori inconsapevoli delle
difficoltà della politica internazionale.
E
proprio questo conduce al secondo ostacolo. Soprattutto in un contesto in cui
destra e sinistra sono rappresentate da coalizioni tra partiti diversi ed
eterogenei, per un politico la tentazione di usare in modo improprio quelle
categorie è molto forte. Egli tenderà a utilizzarle non per chiarire meglio la
proposta di politica internazionale che sostiene, ma per raggiungere
l’obiettivo cui ogni partito è maggiormente interessato, l’aumento dei consensi
elettorali, a discapito dei partiti che percepisce come concorrenti.
Come
abbiamo appena visto, non è facile capire quale sia la migliore risposta
possibile a una minaccia esterna e soprattutto dimostrarlo in modo convincente
a elettori inconsapevoli delle difficoltà della politica internazionale.
In questa situazione si comprende facilmente
perché ai partiti conviene evitare argomentazioni complesse di politica
internazionale se vogliono prevalere sugli altri, anche se appartenenti alla
stessa coalizione, e può convenire invece sottovalutare la gravità della
situazione, traccheggiare, dire agli elettori ciò che gran parte di loro vuol
sentire.
Insomma,
presentare la situazione come “business as usual” nel perenne scontro interno
tra destra e sinistra.
Adottando
questo atteggiamento si rischia però di compromettere non soltanto la politica
internazionale che dev’essere adottata – una politica che può comportare per un
tempo non breve un minor benessere per il Paese – ma anche la legittimità e il
valore delle categorie di destra e sinistra nel loro ambito proprio, come parte
integrante di un assetto politico di democrazia liberale.
Il
benessere e la pace di cui le democrazie liberali hanno goduto in Europa nel
lungo periodo successivo alla Seconda guerra mondiale sono il frutto di un
delicato equilibrio tra libertà, mercato e democrazia.
E solo
se questo viene ripristinato possiamo sperare che la configurazione storica che
li ha prodotti non sia stata un evento irripetibile, ma una situazione che
potrà essere condivisa in futuro da una frazione più ampia dell’umanità.
Insomma,
una seria minaccia esterna può compromettere i fondamenti stessi della
democrazia liberale.
Oggi
la situazione è particolarmente grave perché quei fondamenti, e in particolare
il fondamento liberale, erano già in crisi prima che la “seria minaccia
esterna” si manifestasse. Il modello di crescita indotto dall’orientamento
politico neoliberale degli ultimi trent’anni aveva già suscitato reazioni
politiche ostili ai partiti di destra e sinistra che se ne erano fatti
interpreti o che a essi si erano adattati.
La
globalizzazione e gli sviluppi di una straordinaria rivoluzione tecnologica
avevano generato insicurezza, disoccupazione, precarietà, bassi salari e una
distribuzione dei redditi molto sfavorevole ai ceti più poveri e
incredibilmente vantaggiosa per quelli più ricchi. Di qui la crescita di
movimenti populisti cui fece seguito, dopo la Grande recessione seguita alla
crisi finanziaria del 2007-2008, il declino dei tradizionali partiti liberali
di destra e di sinistra, l’accentuazione degli aspetti nazionalistici dei loro
programmi, il successo di nuovi partiti nazionalisti.
Un’onda
composta da vari tipi di nazionalismo ha colpito le democrazie liberali.
E tra questi tipi, in Europa, è
particolarmente insidioso il sovranismo, il “nazionalismo 2.0”, come lo chiama
Sergio Fabbrini.
Insidioso perché corrode dall’interno la forza
dell’Unione europea, la sua capacità di rispondere unita a minacce esterne.
Quando
eventi imprevisti producono un disagio sociale molto forte e diffuso saranno
gli stessi cittadini a chiedere allo Stato, l’unico potere democratico cui
possono rivolgersi, di porre rimedio ai problemi che essi avvertono come più
pressanti.
E i partiti, di destra o sinistra che siano,
non potranno fare a meno di rispondere se non vogliono essere scalzati da nuovi
movimenti e partiti che insidiano la loro popolarità.
Ma a
fronte di una grave difficoltà economico-sociale, in atto o imminente, è lo
stesso assetto di democrazia liberale che rischia di entrare in crisi.
Ed è
questo che è avvenuto dopo la Grande recessione e rischia di aggravarsi in
futuro.
È stato difficile affrontare la pandemia e ha
richiesto decisioni che hanno messo duramente alla prova il sistema politico
liberal-democratico.
Attualmente
è ancor più difficile affrontare la necessità di maggiori spese connesse alla
difesa comune dell’Europa:
mai la
domanda di pace è stata così popolare, e non solo per le nobili ragioni di papa
Francesco, ma per quelle meno nobili cui sono sensibili i partiti:
sostenere
la spesa pubblica dalla quale dipende il consenso politico dei partiti al
governo e le speranze di vittoria di quelli all’opposizione.
La politica internazionale, quando si avvicinano
decisioni di pace o di guerra, è terreno assai più insidioso che non quello di
emergenze dovute a cause sanitarie o eventi naturali.
Se si
manifesta un conflitto fra Stati, rischia di riaffacciarsi il sottofondo
tribale della nostra specie, un sottofondo di antagonismo tra Stati-tribù
incompatibile con la concezione individualistica della liberal-democrazia.
In
riferimento all’attuale situazione internazionale, l’Italia non è messa bene, e
non soltanto per la debolezza della sua economia e delle sue istituzioni.
Nel
dopoguerra, il nostro Paese è riuscito a dotarsi di un regime
liberal-democratico nonostante la permanenza nel suo sistema politico di una
destra e di una sinistra in cui erano forti le permanenze di concezioni
incompatibili con una democrazia liberale.
Una
concezione compatibile è riuscita a prevalere definitivamente nella sinistra
solo dopo l’implosione dell’Unione Sovietica, anche se ciò ha liberato
frammenti e residui delle vecchie concezioni.
Sull’altro
estremo della dicotomia è in corso un tentativo di dare un nuovo fondamento
ideologico alla definizione della destra, che però parte da concezioni almeno
altrettanto incompatibili con la liberaldemocrazia di quelle da cui partiva la
sinistra di origine comunista.
In
mezzo, altre scorie e frammenti dovuti alla persistenza di movimenti e partiti
che si erano formati nel periodo successivo al crollo della Prima Repubblica.
Purtroppo,
sia i partiti maggiori, sia quelli che ho definito ironicamente come
scorie-frammenti-residui, sono continuamene alimentati dalle turbolenze in
corso e dalle difficoltà economiche e istituzionali del nostro Paese. In modo
opportunistico, essi si aggrappano a (o intensificano) qualsiasi motivo di
conflitto sociale se ritengono che ciò rafforzi il consenso elettorale che
ricevono.
In una
democrazia liberale il conflitto è inevitabile e può essere solo temperato come
competizione potenzialmente progressiva.
Ma
questa non esclude che in momenti di emergenza internazionale un Paese possa
affrontare decisioni di pace o di guerra senza snaturare le sue istituzioni
liberali e democratiche e il suo pluralismo interno.
E
senza farsi sedurre dal sottofondo tribale del nazionalismo.
(Rivista
il Mulino 2026).
La
notizia della morte della
globalizzazione è
grandemente
esagerata.
Sdabocconi.it
– (24 novembre 2025) - Carlo Altomonte - Public management – CompLab -Redazione
– ci dice:
Nel
2023 Barry Eichengreen, economista americano, ha scritto che la globalizzazione
"è stata dichiarata morta più volte di quanto non si possa contare."
Dal
Financial Times all’Economist, fino al Fondo Monetario Internazionale, il tema
è diventato un classico: ad ogni evento di crisi — dal 2008 al Covid, fino alla
guerra in Ucraina o all’elezione di Trump — si riaccende il dibattito sul
presunto indietreggiamento dell’integrazione economica mondiale.
Eppure,
la realtà racconta una storia diversa.
Sicuramente
è terminata la crescita tumultuosa della globalizzazione sperimentata dalla
fine degli anni ’90 al 2008, anni in cui il rapporto tra esportazioni e
produzione è sostanzialmente raddoppiato, da circa il 15% al 30% del PIL
mondiale.
Ma dal
2008 in poi questo indicatore non è mai sceso sotto il 26%, e a fine 2024 è
vicino ai massimi, nonostante la crisi finanziaria, la pandemia, la crisi
ucraina.
È per
questo che l’analisi economica fatta seriamente preferisce parlare di un
rallentamento della globalizzazione (o slow-baliatico), piuttosto che di
de-globalizzazione.
Ovviamente,
questo non vuol dire che dietro il dato aggregato non avvenga in realtà una
riconfigurazione dei flussi commerciali internazionali, in particolare a causa
della frammentazione geo-politica, un fenomeno che, quello sì, è in crescita
negli ultimi anni.
Il
Fondo Monetario Internazionale, nel recente studio di Gita Goliath e colleghi
(Channing Global Linkages: A New Cold War?, 2024), mostra che dopo l’invasione
russa dell’Ucraina si è osservata una riduzione del 12% nei flussi commerciali
e del 20% negli investimenti diretti esteri (FDI) tra Paesi appartenenti a
blocchi geopoliticamente distanti, rispetto agli scambi all’interno dello
stesso blocco.
Tuttavia,
lo stesso studio sottolinea che questa frammentazione rimane modesta rispetto
alla Guerra Fredda, e che il commercio globale nel suo complesso non si è
contratto. Questo perché a fronte della contrazione dei flussi tra blocchi
(US-Cina da un lato, e EU-Russia dall’altro), si assiste a una riconfigurazione
dei flussi all’interno dei blocchi e, soprattutto, verso una nuova categoria di
Paesi: i cosiddetti "connector countries."
Durante
la Guerra Fredda, queste economie cosiddette "non allineate" erano
marginali per i sistemi di produzione internazionali. Oggi invece costituiscono
il tessuto connettivo della nuova globalizzazione che si riconfigura a causa
dei mutamenti geo-politici in atto. Come mostrano Goliath e colleghi, i flussi
commerciali e di investimento che un tempo passavano direttamente tra Stati
Uniti e Cina vengono sempre più ri-direzionati attraverso Paesi terzi, in
particolare verso paesi come Vietnam, Messico, Tailandia, Indonesia. Tutti
paesi in cui, tra il 2018 e il 2023, la Cina ha esportato di più (e a volte
anche investito di più), e dai quali contemporaneamente gli USA hanno importato
maggiormente.
Questi
Paesi "ponte" beneficiano della competizione geopolitica: ricevono
investimenti sia da imprese occidentali che da aziende cinesi che cercano di
aggirare le barriere commerciali. Il risultato? Una catena del valore più
lunga, più articolata e meno leggibile, ma non necessariamente più fragile.
Anzi, è proprio questo effetto di riconfigurazione dei flussi che sta
preservando la resilienza complessiva del commercio mondiale, anche in presenza
di tensioni politiche e restrizioni normative.
Un
altro aspetto interessante riguarda l’impatto sulla globalizzazione del
crescente dis-accoppiamento tra Cina e Stati Uniti, ossia i due paesi
responsabili di uno dei volumi di commercio bilaterale in assoluto tra i più
grandi al mondo, almeno sino al 2024 (circa 600 miliardi di dollari tra i due
flussi). Se ipotizziamo che per ragioni diverse questi due paesi stiano
perseguendo politiche di disaccoppiamento tra loro, e comunque abbastanza
autonome rispetto all’integrazione delle catene del valore globale, è
ragionevole chiedersi cosa succede alla globalizzazione se li escludiamo dai
dati.
Questo
esercizio è riportato nel grafico sottostante, in cui la linea nera continua
mostra la metrica della globalizzazione a livello mondiale commentata in
precedenza.
La
linea tratteggiata immediatamente sopra mostra la stessa linea con esclusione
della Cina:
come
si può notare, negli ultimi anni la differenza tra le due linee aumenta,
segnale che la Cina si sta progressivamente chiudendo rispetto al commercio
internazionale.
Infine,
la linea azzurra tratteggiata in alto nel grafico esclude dal computo del
rapporto esportazioni/PIL sia Cina che Stati Uniti, e non mostra alcun
rallentamento. In altre parole, quello che emerge è che al di fuori della
dinamica sino-americana gli scambi internazionali tra paesi hanno continuato a
crescere con sorprendente regolarità, e potrebbe continuare a farlo se non
interverranno ulteriori rotture nei rapporti geo-politici tra Stati, che
tuttavia al momento non sono all’orizzonte.
(Fonte:
elaborazione dell’autore su dati World Bank).
Ciò
suggerisce che il sistema globale rimane fortemente interconnesso, ma con
centri di gravità che si stanno spostando. La crescita del commercio
intra-asiatico, l’espansione dei flussi tra Europa e paesi emergenti e l’ascesa
di nuovi hub produttivi come il Vietnam, l’India o il Messico testimoniano che
la globalizzazione non sta scomparendo, ma sta cambiando forma e direzione.
Questo
ci porta alla conclusione che non stiamo assistendo a una deglobalizzazione, ma
a una globalizzazione ristrutturata. Le catene del valore globali si accorciano
o si spostano verso paesi "amici" (friend-sharing) in alcuni settori
strategici (tecnologia, energia), ma si allungano in altri grazie ai connettori
countries. Le imprese non rinunciano all’apertura, la rendono semplicemente più
flessibile e geopoliticamente consapevole, aiutate da uno stock di investimenti
diretti esteri delle multinazionali che a livello globale nel 2024 ha superato
i 50 mila miliardi di dollari (erano 2.500 miliardi all’inizio degli anni ’90).
Guardando
avanti, è dunque possibile che la globalizzazione si muoverà lungo tre
direttrici:
Regionale, con l’ascesa di accordi di
integrazione regionale come la Regional Comprehensive Economic Partnership in
Asia, la più grande area di libero scambio del mondo (1/3 del PIL mondiale), o
come l’accordo tra UE e Mercosur.
Tecnologica,
con un
progressivo disaccoppiamento strategico tra le filiere americane (e di
conseguenza del G-7) rispetto a quelle cinesi nel campo dei semiconduttori,
dati e intelligenza artificiale.
Valoriale, con le economie avanzate che cercano
fornitori "affidabili" sul piano politico e ambientale.
Il
futuro della globalizzazione non sarà dunque un ritorno agli anni ’90, ma
nemmeno un mondo di muri e autarchie. Sarà un sistema multipolare di
interconnessioni parziali, dove le reti si intrecciano parzialmente, ma non si
fondono.
Non
più una corsa all’apertura illimitata, ma una ricerca di equilibrio tra
interdipendenza e sicurezza.
È la
fase adulta della globalizzazione: meno ingenua, più consapevole.
L'intervista
«Ecco perché la guerra è necessaria a questo sistema politico-economico».
Cdf.ch
– (4 luglio 2025) – Dario Campione – Fabio Armao – Redazione – ci dice:
Fabio
Armao, politologo dell'Università di Torino, spiega perché i conflitti armati
sono fortemente connaturati al mondo interconnesso e globalizzato.
Le
guerre contemporanee, dice il politologo Fabio Armao, non possono essere
paragonate a quelle nazionalistiche del ‘900.
Fabio
Armao, politologo, è ordinario di Politica e processi di globalizzazione
all’Università di Torino, da anni si occupa di teoria e storia della guerra e
della diffusione degli attori non statali della violenza. Il suo ultimo lavoro
si intitola “Capitalismo di sangue. A chi conviene la guerra” (Laterza, 2024).
Il Corriere del Ticino lo ha intervistato.
Professor
Armao, i fronti bellici sono sempre più numerosi. È nota a tutti la definizione
di papa Francesco della «Terza guerra mondiale a pezzi». Che cosa sta
succedendo? E perché?
«Il
concetto di guerra è cambiato, così come sono mutati i suoi presupposti. E il
dibattito sul tema non è nuovo, risale agli anni ’90 del Novecento e alla
guerra in Jugoslavia.
In
quel momento, l’elemento principale sul terreno era la proliferazione degli
attori non statali della violenza: mercenari, terroristi, organizzazioni
criminali con un potere di fuoco considerevole - pensiamo soltanto al Messico,
dove da decenni è in atto una sorta di guerra civile con i Narcos che
controllano parte consistente del territorio con un proprio esercito.
La
guerra in Ucraina è parsa un ritorno ai conflitti novecenteschi, fondati sul
nazionalismo.
Ma non
credo che sia così.
Anzi: parlare di un ritorno dei nazionalismi è
fuorviante, dato che non ci sono in gioco né le ideologie né le masse.
In
realtà, sono totalmente cambiati i presupposti.
Lo dico in modo provocatorio: la politica
c’entra sempre meno. Oggi le guerre si basano su criteri oligarchici,
economici, capitalistici».
Che
cosa intende di preciso?
«Voglio
dire che il nostro sistema economico ha bisogno dei conflitti per
autoalimentarsi. Beninteso: non ho visioni complottiste della realtà. Tento
soltanto di dare una visione complessa a un mondo interconnesso e globalizzato.
In passato, Stato e capitalismo sono cresciuti insieme facendo le guerre. Oggi
la politica è talmente intrecciata con il capitale da poter sopravvivere
soltanto grazie a questa interazione. Una politica non succube del capitale, ma
sempre più privatizzata».
Un
processo che lei ha ribattezzato «oiko-crazia», dai termini greci “kratos”,
potere, e “oikos”, famiglia, clan.
«Sì,
una forma di governo ormai pressoché universale che riscopre il clan come
struttura di riferimento e antepone gli interessi privati dei propri membri a
quelli pubblici, agli interessi collettivi. Nel 2020 ho iniziato a parlare di
“oiko-crazia” poiché, da politologo, vedevo come la politica si stesse sempre
più privatizzando mentre il ruolo dei Parlamenti, anche nelle democrazie,
andava svilendosi.
Donald
Trump e Vladimir Putin non sono accomunati soltanto dall’aspetto personalistico
del potere.
Ma
anche dalla scelta di circondarsi di persone appartenenti, appunto, ai
rispettivi clan e non di professionisti della politica.
L’intreccio
pubblico-privato, ormai, è stupefacente. Basti pensare a Elon Musk, il quale
gestisce quasi in regime di monopolio il settore satellitare, strategico per la
guerra: un potere tecnologico tale da condizionare ogni possibile scenario
bellico.
Per l’Ucraina sarebbe finita se Musk decidesse
di spegnere Starlink».
Qualcuno
ha definito tutto questo “capitalismo clientelare”.
«In
passato, il clientelismo era considerato patologico. Adesso, è diventato
sistema praticamente ovunque: in Russia, in Cina, negli Stati Uniti.
Un
sistema universale, insomma, che spiega il fatto rilevante del perché la
vecchia distinzione tra autocrazie e democrazie stia progressivamente perdendo
di significato.
Non voglio dire che tutti i regimi sono
uguali, ma che molti di essi sono governati da élite in dialogo tra loro. Trump va d’accordo con Putin perché
sono due oligarchi, in due sistemi diversi».
Anche
se il presidente degli Stati Uniti ha comunque vinto elezioni libere, molto
diverse da quelle della Russia di Putin.
«Certamente
è così. Ma Donald Trump, da quando è tornato alla Casa Bianca, non ha mai
smesso di attaccare la magistratura e lo stesso Congresso, nel tentativo - sin
qui riuscito - di limitarne i poteri. E ha scatenato i bombardamenti contro
l’Iran senza interpellare il Congresso, violando apertamente la Costituzione.
In questo, forse, favorito dalla trasformazione tecnologica della guerra».
In che
senso?
«La
guerra, oggi, è cambiata. Basti pensare a quanto sia diventata determinante
l’arma aerea, con i missili e i droni. Israele ha mosso guerra all’Iran senza
mettere sul terreno un solo soldato. Il quadro è quindi completamente cambiato
rispetto ai conflitti novecenteschi e agli 85 milioni di morti delle due guerre
mondiali.
Per
quanto, non manchino aspetti nuovi e altrettanto inquietanti».
A che
cosa si riferisce?
«Al
fatto che le élite non sono più costrette a cercare l’approvazione delle masse.
La
vecchia distinzione tra combattenti e non combattenti è scomparsa.
Nessuno,
nei Paesi democratici, pensa alla coscrizione. Si parla di riarmo ma non di
ritorno alla leva, che provocherebbe ondate di opposizione soprattutto tra i
giovani.
I
Governi contano inoltre sulla disattenzione delle opinioni pubbliche, le quali
non essendo costrette a combattere accettano la guerra senza colpo ferire.
E
questo è un dato essenziale sul quale bisognerebbe riflettere».
Non
crede che sia paradossale che questo avvenga nella società più mediatizzata
della storia?
«Forse
sì, ma l’idea di opinione pubblica non esiste quasi più. Da decenni è in atto
un processo di frammentazione, di anestetizzazione e di atomizzazione sociale
generato proprio dallo sviluppo mediatico.
Per
atomizzare le masse, il nazismo e il fascismo avevano destrutturato le società
tedesca e italiana per poi riorganizzarle su base autoritaria.
Oggi non c’è più bisogno di repressione e di
propaganda. Bastano i social».
Pensa
che lo spazio della democrazia si stia riducendo?
«Viviamo
uno dei momenti più difficili per la democrazia. Un nucleo duro resiste, in
Europa e in Canada. L’Europa, in particolare, possiede tuttora una cultura
politica e giuridica solida: se dovesse crollare l’Europa dei diritti, tutto
sarebbe molto più difficile. In questo senso, il pride di Budapest, è stato un
momento di resistenza importante.
Se
dovessi immaginare una via d’uscita alla crisi della democrazia, direi che
l’unica soluzione rimane la mobilitazione dal basso, soprattutto dei più
giovani.
Il mondo è in mano alle gerontocrazie, in
termini sistemici il problema è la mancanza del ricambio, che non è soltanto
legato a partiti e movimenti, ma anche alle generazioni.
Mi
faccia, però, sottolineare ancora una volta un concetto chiave».
Prego.
«Come
ho detto prima, rifuggo le visioni complottistiche. Non credo che il mondo sia
diretto da un manipolo di uomini senza scrupoli, quanto piuttosto da una rete
molto articolata di clan, di gruppi di potere. Una rete ramificata, dietro la
quale agiscono sistemi complessi.
L’idea di “oiko-crazia” ha alle spalle il
clan, ma caratteristica di questi stessi clan è la capacità di reclutare
individui provenienti da ambienti diversi e di dare loro risorse e poteri prima
rigorosamente distinti».
La
globalizzazione è davvero finita?
Wired.it
– (04 – 03 – 2025) – Antonio Piemontese – Rana Frodar – Redazione – ci dicono:
La
giornalista Rana Frodar analizza la disillusione del mondo alle prese con il
tramonto dell'ideale che ha segnato gli ultimi settant'anni.
Cosa
ci aspetta adesso?
Proteste
contro il Wto a Seattle nel novembre del 1999:
era
l'inizio del movimento no-global.
Daniel
Sheehan
Che ne
sarà della globalizzazione?
Se il
giornalismo mantiene un senso nell’epoca dell’intelligenza artificiale è quello
di provare a fornire una visione d’insieme della realtà in grado di coniugare
l'intuizione dell'artista con la precisione dello studioso.
Compito non facile, che riesce a pochi. Rana
Frodar, giornalista del Financial Times, si candida a entrare nel novero.
Nel suo La globalizzazione è finita – la via
locale alla prosperità in un mondo post globale (Fazi editore) ha sintetizzato
anni di esperienze ai quattro angoli del mondo, dimostrandosi una delle voci
più interessanti nel panorama dell'informazione globale.
Tre
direttrici.
Scrivendo
per uno dei giornali economici più influenti del pianeta, Frodar dispone di un
osservatorio eccezionale, con accesso privilegiato a decine di interlocutori
nel mondo della politica e delle imprese;
ma
anche - e conta altrettanto, racconta - agli stabilimenti produttivi, dove si
respira l’odore del metallo e della polvere, quello che inala la gente comune.
Nel
volume, ricco di dati, l'americana prende atto del fatto che l’utopia di un
governo globale – nata negli anni Trenta del secolo scorso devastati dalla
crisi economica - è ormai definitivamente alle spalle.
La
libera circolazione dei capitali avrebbe dovuto servire a intrecciare legami
che rendessero meno convenienti i conflitti: “quello che abbiamo ottenuto,
invece, è un’economia mondiale al servizio di sé stessa", scrive.
"Lo
spazio mi manca ogni giorno", Luca Parmitano tra tecnologia e futuro delle
missioni.
Frodar
si muove lungo tre direttrici di pensiero:
la
prima è il fatto che la globalizzazione che abbiamo sperimentato è stata un
processo immaginato e plasmato dalle élite, ma del tutto slegato dalla realtà
della popolazione.
Da qui
discende il secondo punto:
è
stato un errore includere la Cina nel Wto, l'Organizzazione mondiale del
commercio.
La mossa ha provocato un'invasione di prodotti
a bassissimo costo sui mercati occidentali, ma ha segnato l'inizio delle
delocalizzazioni che avrebbero finito per svuotare le fabbriche da questo lato
del mondo.
Pechino
è accusata di sfruttare l’economia mondiale all'unico scopo di portare avanti
il proprio programma di politica interna; al contrario, sostiene la
giornalista, il resto del mondo ha modellato la propria politica nazionale al
servizio dell’economia globale.
Un'organizzazione
come il Wto, insomma, può funzionare per l'Occidente, ma non per un'economia
basata sui sussidi statali come quella cinese.
Il
terzo assunto, infine, è che la dimensione locale, la geografia, il luogo,
torneranno a essere centrali nei prossimi anni. Nonostante uno quotidiano che
sembra diventare sempre più digitale e immateriale.
La
conclusione? Radicale. “È tempo di azzerare tutto", si legge.
"Dobbiamo condividere la ricchezza in maniera più ampia. Dobbiamo
comprendere che il benessere economico non riguarda solo la crescita a livello
internazionale o nazionale, ma piuttosto la gente reale, gli esseri umani che
vivono in comunità specifiche”.
Rana
Frodar (Fazi editore).
“Abbiamo
puntato sulla crescita fine a sé stessa”
Frodar
accetta volentieri di parlare in videoconferenza dal suo appartamento di New
York.
L'edizione
originale del libro appena tradotto è uscita in inglese nel 2022, a pochi mesi
dalla guerra in Ucraina, quando non c’era traccia del conflitto a Gaza e la
crisi energetica non era all’orizzonte.
Cosa è
cambiato da allora?
“Oggi c'è più polarizzazione, la politica è
diventata più estrema, e c’è una guerra commerciale in corso: ma tutto rientra,
credo, nel quadro generale di uscita dalla globalizzazione per come l’abbiamo
conosciuta che ho tracciato nel libro.
Ci
stiamo muovendo verso un nuovo mondo post-neoliberale, che sarà più regionale,
più locale".
“L’economia
politica - prosegue - è un pendolo: la globalizzazione ha funzionato per
cinquant’anni, ma è arrivata all’estremo, e quando si arriva a quel punto il
pendolo comincia a muoversi in direzione opposta: e adesso ci troviamo
precisamente in quella situazione”.
Secondo
Frodar, “abbiamo puntato sulla crescita come se fosse un fine a sé stessa,
senza domandarci delle conseguenze sull’ambiente, le persone e il lavoro”, e
scontentando - così - sinistra e destra.
Ma “quello che abbiano imparato negli scorsi
venti anni è che il luogo conta assolutamente.
E che,
se la gente paga le tasse e vota, vuole avere il diritto di dire la propria:
non
possiamo cavarcela definendoli semplicemente protezionisti, razzisti,
xenofobi”.
“Un
sacco di gente”, prosegue ancora l'autrice, "quelli che chiamo some share
people, ha radici da qualche parte.
Penso agli insegnanti della scuola all’angolo,
al panettiere, a chi non si muove con la frequenza delle mani share people come
i giornalisti, i dirigenti delle grandi aziende, i nomadi digitali. Ecco,
queste persone credono che le decisioni prese dalla politica sono assunte da
una sorta di élite tecnocratica, da gente che lavora nell’industria del
software, in quella dei media. E si domanda: in che modo queste decisioni
aiutano me nella mia comunità?”
Il
ruolo dell’Europa: più integrazione per non finire schiacciata.
In un
mondo che cambia paradigma, si ridefiniscono i pesi nell'arena delle grandi
potenze. Quale ruolo immagina per l’Europa?
“Un
ruolo importante, è un momento di portata esistenziale per l'Unione",
sostiene.
“Tra i due modelli che abbiamo di fronte, lo
Stato di sorveglianza cinese, dove non hai privacy e i dati sui cittadini sono
raccolti dal governo, e i ‘tech bro’ californiani, che ormai siedono molto
vicini al presidente, può esserci una terza via, e può essere quella del
Vecchio continente”.
Oggi è difficile da intravedere, dal momento
che l'economia digitale vola, trainata dall'intelligenza artificiale e dal
modello del tecno capitalismo d'assalto.
“Ma
penso che assisteremo a una correzione da parte dei mercati nel giro di un paio
d'anni, quando sarà chiaro che il monopolio dei giganti del web può essere
spezzato all'improvviso, come peraltro è già accaduto nel caso di Deep Seek.
Potrebbero
crearsi delle opportunità per altri attori da un punto di vista competitivo,
valoriale e regolatorio, e anche per l’Europa.
Ma
Bruxelles deve scegliere se integrarsi sempre più oppure essere schiacciata,
spremuta da questi due giganti, rinunciando peraltro ai propri valori.
Ce la farà? Penso di sì, anche se in maniera
imperfetta.
Anche
perché a molti non piace ancora l’idea di investire in Cina, e la fiducia negli
Usa sta venendo meno per colpa di Trump. L'Europa può approfittarne, a patto di
seguire la ricetta di Draghi”.
Trump?
“Un bullo.”
Frodar
è nata nell’Indiana, Stato del Midwest americano.
Non è
a rischio di essere considerata una newyorchese radical chic.
Venire
dall’America profonda, spiega, l'ha aiutata a comprendere le ragioni per cui
una grossa fetta di popolazione vota per Donald Trump.
Ma
anche a vedere i limiti del tycoon.
“Trump
è un bullo a cui piacciono le vittorie di breve periodo", commenta,
"come deportare i terroristi arrestati in piccole potenze come la Colombia
o minacciare di riprendersi la Groenlandia.
L’effetto,
alla fine, è minare il senso di legalità e di fiducia negli Stati Uniti, e sono
convinta che pagheremo un prezzo per questo.
Anche
se non mi rende felice dirlo, dal momento che una parte della mia pensione è
investita in azioni statunitensi.
Non mi
piace pensare che saremo penalizzati per i brevi termini di questo presidente”.
Il
ruolo della stampa.
E i
giornali?
Sono in molti a credere che non abbiano fatto
un buon servizio. Frodar non è completamente d'accordo.
“Penso due cose", afferma. “Internet
negli anni Novanta ha sconvolto il mercato editoriale, portando molte
pubblicazioni a limitarsi a cercare i click con le storie più facili.
Oggi è
diventato sempre più difficile fare giornalismo di qualità, e far pagare la
gente per esso. Ma alla fine ottieni quello per cui paghi”.
"Se
da una parte, però, è vero che ci sono buone ragioni che hanno portato la gente
a fidarsi di meno della stampa, dall'altra non si può negare che il giornalismo
sta giocando un ruolo importante nel sottolineare il cambio di paradigma in
corso. E penso che se, come cronisti, continuiamo a raccontare quello che
vediamo, e a indicare alle persone le parti del sistema che devono essere
riformate, allora stiamo facendo un buon lavoro”.
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