La globalizzazione ha creato la paralisi del nostro sistema politico.

 

La globalizzazione ha creato la paralisi del nostro sistema politico.

 

 

 

L’EUROPA E LA DIPENDENZA

TECNOLOGICA DA USA E CINA.

 UNA QUESTIONE DI SOVRANITA’.

Thefederalist.eu – (10 giugno 2026) – Fausto Desiderio – N.1 ,2026 – Redazione -ci dice:

 

In un’epoca segnata dalla “slowbalization”, da una governance globale estremamente frammentata e dal ritorno prepotente dei rapporti di forza in politica internazionale, l’Europa deve affrontare la sua più grande vulnerabilità sistemica: la dipendenza tecnologica.

Se nel 1941 la perdita di sovranità del continente si misurava sul piano della devastazione militare, oggi l’indipendenza, o la subalternità, di un’entità politica si determina in relazione ai cavi sottomarini, ai data center, alle catene di approvvigionamento dei semiconduttori e alla competitività nella partita dell’intelligenza artificiale.

 

La dipendenza tecnologica dell’Europa contemporanea non è un mero ritardo industriale, ma l’espressione più cruda di un difetto di statualità. In un’economia mondiale ormai tripolare — in cui Stati Uniti, Asia Orientale e Unione Europea pesano ciascuno dal 20 al 25% del PIL globale — l’assenza di un’unione politica federale condanna il nostro continente a degradarsi da attore geopolitico a provincia, anche in ambito digitale, degli imperi altrui.

 

Fino a pochi anni fa, il fatto che cittadini, imprese ed istituzioni europee utilizzassero esclusivamente — o quasi — servizi digitali e prodotti tecnologici americani non sembrava rappresentare un problema.

Ci siamo allegramente serviti di tali tecnologie senza interrogarci su eventuali pericoli per la nostra autonomia, sia come cittadini che come Unione europea.

Ma del resto, era naturale che così fosse: la comunità internazionale ha tentato di operare secondo un modello di “multilateralismo mirato”, in cui la cooperazione economica (il mercato, a somma positiva) veniva tenuta rigorosamente separata dallo scontro geopolitico e valoriale (la sicurezza nazionale, a somma zero).

 

Oggi, questo equilibrio è saltato.

Stati Uniti e Cina hanno fuso questi due ambiti, trasformando le reti di interdipendenza commerciale e tecnologica in armi geopolitiche (weaponized interdependence).

 È evidente che ora il controllo dell’innovazione e delle tecnologie cruciali è diventato una questione di sicurezza nazionale, prima ancora che una questione di competitività.

 L’Unione europea, nata come potenza commerciale, ma sprovvista degli strumenti politici e della manovrabilità economica di un vero Stato federale, si ritrova disarmata in questo nuovo scontro.

 

Osservando le dinamiche globali, emergono due modelli egemonici antitetici ma altrettanto efficaci.

Da un lato, il modello statunitense:

 un libero mercato sostenuto da massicci investimenti pubblici e da un mercato dei capitali integrato, che ha generato campioni globali capaci di dominare l’infrastruttura digitale del mondo.

 La classifica delle più grandi società di intelligenza artificiale per capitalizzazione è un monologo americano: da Nvidia, ad Apple, fino a Microsoft e Alphabet.

 Dall’altro lato, il tecno-nazionalismo di Stato cinese, che domina l’hardware, le reti e l’approvvigionamento delle materie prime critiche e delle terre rare.

 

In mezzo, l’Europa.

I dati della nostra dipendenza sono impietosi.

 Le quote di mercato del “cloud computing” nel continente vedono il dominio incontrastato dei giganti americani (Amazon, Microsoft, Google), che insieme sfiorano il 70%, relegando i frammentati attori europei a percentuali marginali.

Una dinamica simile si ripete nei software aziendali.

 

I rischi di questa subalternità non sono teorici.

L’estensione extraterritoriale delle leggi americane (come il CLOUD Act) rende i dati europei vulnerabili a interferenze esterne.

Ne è consapevole la Francia, che ha deciso di sostituire le piattaforme statunitensi nei servizi pubblici con una soluzione nazionale, "Visio", per mere ragioni di sovranità.

Ne è consapevole persino la Corte penale internazionale, che ha dovuto accelerare la migrazione verso “software open source europei” dopo aver subito disattivazioni e pressioni politiche sull’onda dei mandati di arresto in Medio Oriente.

 

Di fronte a questo divario, le istituzioni europee si sono rifugiate nell’illusione normativa.

L’UE si vanta di essere il faro giuridico globale:

dal GDPR, passando per il Digital Services Act e il Digital Market Act, arrivando all’AI Act, tentiamo di governare i processi digitali attraverso il diritto.

 Sebbene essenziale, la sola regolamentazione è una trappola se non accompagnata dall’innovazione.

Regolare l’intelligenza artificiale altrui non equivale a possederne una propria.

Come ha ricordato Mario Draghi, l’intelligenza artificiale si diffonde a ritmi inediti: 3.

 Se l’Europa non colma questo divario e non adotta queste tecnologie su larga scala, rischia un futuro di stagnazione inesorabile.

 La tecnologia non è più una questione di politica industriale, è il fondamento della sovranità politica.

Nessuno Stato membro, nemmeno la Germania o la Francia, possiede le dimensioni critiche o lo spazio fiscale per competere con i trilioni investiti da Washington e Pechino.

 

La risposta non può che essere federale.

Serve attuare quella che Enrico Letta definisce la “Quinta Libertà”: 4.

Una nuova dimensione di integrazione incentrata sulla libera circolazione della ricerca, dell’innovazione, dei dati e dell’istruzione.

Ma per far circolare l’innovazione, occorre finanziarla.

È imperativo completare l’unione del mercato dei capitali per fermare l’emorragia di fondi verso l’estero e permettere lo scale-up delle nostre startup. 5.

 

Soprattutto, infrastrutture cloud sovrane, intelligenza artificiale avanzata e sicurezza cibernetica devono essere costituzionalizzati come veri e propri “beni pubblici europei”.

Fornire questi beni richiede un bilancio federale robusto e autonomo, basato su una politica fiscale e su un debito comune strutturale, unito a una profonda riforma della governance che superi il paralizzante diritto di veto nel Consiglio.

 

La scelta oggi non è tra lo status quo e l’integrazione, ma tra l’integrazione e l’irrilevanza.

 Continuare ad affrontare la transizione digitale con il metodo intergovernativo equivale a rassegnarsi all’obsolescenza.

 L’autonomia strategica, prima ancora di essere un traguardo tecnologico, esige un salto di qualità politico:

 il definitivo superamento dell’illusione nazionale a favore di una reale sovranità europea.

(Fausto Desiderio).

 

 

 

La globalizzazione è fallita.

Consumatori.coop.it – (7 aprile 2025) – Rana Frodar – Redazione – ci dice:

 

Copertina del libro “La globalizzazione è finita” di Rana Frodar accanto a un'illustrazione di persone su un mappamondo a tema globalizzazione.

La globalizzazione, almeno quella che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni, ha fallito.

Il libero flusso di capitali e posti di lavoro verso paesi con manodopera a basso costo ha reso più conveniente la maggior parte delle cose che si comprano nei grandi magazzini, tipo Walmart;

tuttavia, i prezzi più bassi non hanno compensato la perdita di posti di lavoro e di reddito, soprattutto perché sono aumentati i prezzi di tutto ciò che ci rende una classe media:

 alloggi, istruzione e assistenza sanitaria.

 La delocalizzazione in diversi paesi avrebbe dovuto rendere le manifatture maggiormente produttive e le attività commerciali più efficienti, invece molte di queste presunte “efficienze” sono crollate di fronte a ogni sorta di stress globale, che si trattasse di pandemie, guerre, tsunami, problemi portuali o altri eventi imprevisti.

E le catene di approvvigionamento complesse sono state effettivamente tali, provocando però una lunga serie di disastri produttivi, dagli aerei che si schiantavano perché mal costruiti agli interruttori di avviamento delle automobili che non funzionavano.

Nel frattempo il libero scambio stesso, il quale avrebbe dovuto favorire la pace tra le nazioni, è diventato un sistema da sfruttare per i paesi mercantilisti e le autocrazie statali, con la conseguente creazione di profonde spaccature politiche, sia interne che a livello internazionale.

 

È tempo di azzerare tutto. Dobbiamo condividere la ricchezza in maniera più ampia. Dobbiamo comprendere che il benessere economico non riguarda solo la crescita a livello internazionale o nazionale, ma piuttosto la gente reale, gli esseri umani che vivono in comunità specifiche. Le persone contano. I luoghi contano. Tutti i luoghi.

 

Perciò, che fare adesso?

Alla luce della situazione attuale, qual è la prospettiva giusta per una prosperità condivisa?

Come possiamo recuperare la ricchezza e le comunità locali?

Come possiamo fare in modo che la globalizzazione dell’economia non si spinga ancora una volta troppo oltre rispetto alle politiche nazionali?

 E come possiamo riorganizzare le cose senza che ne risultino un protezionismo analogo a quello degli anni Trenta, una falsa nostalgia per un’epoca industriale ormai passata oppure una distopia high-tech, in cui i robot ci toglieranno i posti di lavoro e Amazon sbaraglierà tutta la concorrenza?

Ecco le domande a cui mi propongo di dare una risposta in questo libro, che vuole raccontare la storia di come siamo arrivati al punto in cui ci troviamo, non solo attraverso gli ultimi quarant’anni, ma nell’arco dell’ultimo secolo.

Verrà chiarito il motivo per cui le scelte che abbiamo fatto – alcune in buona fede, altre no – ci hanno condotti all’insostenibilità.

E si mostrerà pure come gran parte del cambiamento di cui abbiamo bisogno stia già avvenendo.

In forza di una serie di mutamenti – da quelli demografici a quelli geopolitici e tecnologici – il mondo si sta già riassestando.

 La regionalizzazione e la localizzazione rappresentano il futuro.

 Sempre di più i paesi, le città e le singole comunità stanno diventando artefici del proprio avvenire.

Le catene di approvvigionamento vanno accorciandosi.

Dopo decenni, il divario tra capitale e lavoro si sta finalmente riducendo. Un’ondata di innovazioni tecnologiche sta rendendo possibile il trasferimento di posti di lavoro e di ricchezza in un numero nettamente maggiore di località, addirittura a casa propria.

 Una nuova generazione di lavoratori ed elettori (millennial) sta spingendo i politici e i leader aziendali a riportare le regole dell’economia globale al servizio del benessere collettivo.

 

Le loro voci sono diventate talmente fragorose che persino gli economisti iniziano a prestarvi ascolto.

 Quando la filosofia predominante non è più sostenibile, essa tramonta cedendo il passo a un’altra più funzionale rispetto ai tempi.

 Stiamo abbandonando l’era dell’“uomo razionale” per entrare in una nuova:

quella di un’economia maggiormente incentrata sull’uomo e sui luoghi. L’attenzione verterà sul locale piuttosto che sul globale, su Mani Street piuttosto che su Wall Street, sugli stakeholder piuttosto che sugli azionisti e sul micro anziché sul macro.

 Alcuni parlano di questi cambiamenti come di qualcosa di negativo, che ridurrà la crescita o genererà conflitti e che limiterà la nostra capacità di lavorare insieme, in quanto pianeta, ai grandi temi.

Secondo costoro, in mezzo allo spettro che va dall’iper globalizzazione senza vincoli degli anni Novanta al nazionalismo, al protezionismo e persino al fascismo degli anni Trenta, non vi è nient’altro.

 

Io non sono d’accordo.

Penso che una maggiore attenzione al locale sia in realtà essenziale per preservare il meglio della globalizzazione, ossia la sensazione che il mondo non sia un gioco a somma zero e che le nazioni possano lavorare insieme per risolvere i problemi dell’umanità e rendere il nostro pianeta un posto migliore.

Questo genere di cooperazione richiede però fiducia nel sistema stesso, la convinzione che esso non sia stato truccato in modo da funzionare soprattutto per una minoranza di cittadini del mondo.

 Attualmente, sono troppe le persone che non possiedono questa fiducia.

Cambiare la situazione significherà ristabilire le sorti del capitale e del lavoro, dei cittadini e delle imprese, dei mercati e dello Stato.

 

Dani Rodari, professore di Harvard nonché uno dei rari economisti che negli ultimi anni si sono resi disponibili a mettere in discussione l’avvedutezza della propria professione, ha affermato che «la democrazia, la sovranità nazionale e l’integrazione economica globale sono incompatibili tra loro: possiamo combinare due qualsiasi delle tre cose, ma non possiamo mai averle tutte e tre contemporaneamente e per intero».

 È chiaro che, in questo momento, dobbiamo fare un passo indietro rispetto alla globalizzazione selvaggia e lavorare per ricreare prosperità.

Stiamo entrando in una nuova era di localizzazione.

Ciò non significa che tutto quel che è globale svanirà.

Al contrario:

via via che l’economia mondiale diventerà sempre più digitale, le idee e le informazioni continueranno a diffondersi oltre i confini, forse persino più velocemente.

 Anche i capitali saranno mobili, sebbene sia improbabile che saranno liberi come in passato.

 Uno degli aspetti più deleteri della globalizzazione degli ultimi cinquant’anni è stata la capacità del capitale globale di muoversi ben al di sopra dei lavoratori e dei cittadini.

 Come è giusto che sia, ci saranno maggiori limiti a ciò che le istituzioni finanziarie delle democrazie liberali potranno fare per sovvenzionare governi autocratici o nuocere al benessere economico dei cittadini nei loro paesi d’origine.

Verranno inoltre ripensate le regole commerciali, come pure i diritti del lavoro e il modo in cui inserire i costi e i benefici della crescita economica all’interno dei dati che i politici utilizzano per plasmare il mondo in cui viviamo.

Gli affari non riguarderanno più solamente gli azionisti, ma anche gli stakeholder.

 Il futuro non riguarderà un numero relativamente ristretto di individui molto fortunati che risiedono in poche località, ma la possibilità di riportare i frutti della crescita in seno alle comunità di tutto il mondo.

 

Tutte queste trasformazioni economiche epocali sono appena iniziate. Non si può tornare al passato, di certo non alle economie nazionali chiuse degli anni Cinquanta e Sessanta.

 Né dovremmo voler tornare indietro.

Se la ricchezza e il potere non saranno più concentrati in poche mani e in pochi luoghi, il mondo sarà migliore, più stabile e più giusto.

Nessuno si augurerebbe mai una pandemia o un conflitto armato, ma eventi come il coronavirus, o più di recente la guerra in Ucraina, hanno messo pienamente in evidenza questioni che per troppo tempo sono state taciute benché sotto gli occhi di tutti.

Hanno mostrato i pericoli insiti nei nostri sistemi energetici, i rischi per l’ambiente, le lacune nelle catene di approvvigionamento, i limiti del nostro sistema sanitario e le sfide a un elemento essenziale quale la sicurezza alimentare.

 Eppure, fra tante vicende fosche ce ne sono anche di più radiose, storie di aziende, paesi e cittadini che risolvono problemi complessi.

Tutto questo fa parte di un discorso più ampio sulle capacità di cui disponiamo per localizzare, anziché concentrare, la ricchezza e il potere.

 

Per tutta una serie di ragioni, da quelle tecnologiche a quelle geopolitiche, demografiche e ambientali, il quadro della prosperità diventerà ben più locale.

Sarà una nuova era, che sorgerà con le proprie sfide e opportunità. Cerchiamo quindi di coglierle.

 

 

 

La globalizzazione economica

e i suoi oppositori.

Area - giuridica economica – ss2g. hub scuola.it - Alberto Frau – (04/09/2025) - Finanza – Redazione – ci dice:

 

La globalizzazione economica, avviata dopo la Seconda Guerra Mondiale, ha favorito l'integrazione tra i Paesi, abbattendo barriere commerciali e aumentando l'interdipendenza globale.

Sebbene abbia contribuito a crescita e innovazione, ha anche sollevato preoccupazioni legate alle disuguaglianze economiche e alla perdita di sovranità nazionale, con l'emergere di poteri globali come le multinazionali e le istituzioni internazionali.

Il movimento anti-globalizzazione, che critica le politiche di liberalizzazione e le pratiche aziendali inique, sollecita maggiore responsabilità democratica e attenzione ai diritti umani e ambientali.

 Per “Amartya Sen”, vero sviluppo significa non solo crescita economica, ma miglioramento delle opportunità e condizioni di vita per tutti.

(Alberto Frau.

Ricercatore e professore aggregato di Economia aziendale presso l’Università degli Studi di Roma “Foro Italico”, è anche docente senior nella Business School della Università “LUISS Guido Carli” di Roma.

 Alla ricerca scientifica sulle tematiche del mondo aziendale, affianca studi e pubblicazioni nel campo dell’Economia politica e della Politica economica.

 Per “Mondadori Educazioni” è coautore del corso” Relazioni internazionali.”)

 

Studiare i pro e i contro della globalizzazione economica è importante perché consente di esaminare criticamente gli impatti, le sfide e le opportunità della crescente interconnessione economica globale, nonché di identificare le politiche e le azioni necessarie per affrontarle in modo efficace ed equo il “nuovo ordine mondiale”.

(L'autore: Alberto Frau è ricercatore universitario e professore aggregato di Economia aziendale presso l’Università degli Studi di Roma “Foro Italico”. È inoltre docente senior nella Business School della Università “LUISS Guido Carli” di Roma. Alla ricerca scientifica sulle specifiche tematiche del mondo aziendale, affianca studi e pubblicazioni nel campo dell’economia politica e della politica economica. Per Mondadori Educazione è coautore del corso “Relazioni internazionali”.)

 

Considerazioni introduttive.

Globalizzazione economica è la locuzione adoperata, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, per individuare un complesso fenomeno inerente allo sviluppo dell’integrazione economica tra le diverse aree del mondo.

Talvolta intesa come sinonimo di liberalizzazione (per indicare la progressiva riduzione degli ostacoli alla libera circolazione delle merci e dei capitali su scala planetaria), la globalizzazione economica affonda le sue radici nel cosiddetto nuovo ordine mondiale venutosi a creare al termine del secondo conflitto mondiale, incentrato sulle Nazioni Unite e sull’importanza della collaborazione internazionale al fine di prevenire conflitti futuri.

Tale ordine promuove la diplomazia internazionale ai fini della non belligeranza e, allo stesso tempo, la cooperazione economica tra Stati.

 

In tale prospettiva, sono stati conclusi diversi accordi commerciali internazionali, come il “General Agreement on Tariffa and Trade” (GATT), e create istituzioni economiche internazionali, come l’Organizzazione mondiale del commercio, la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, che hanno ridotto le barriere commerciali e dato vita allo scambio di beni e servizi tra differenti Paesi.

In questo contesto, lo sviluppo dei mezzi di trasporto e delle telecomunicazioni - (come il trasporto aereo, i container e Internet) che ha reso più facile e veloce il trasferimento di merci, informazioni e persone oltre i confini nazionali - e l’emergere di nuove tecnologie hanno creato nuove opportunità per la diffusione di idee, prodotti e servizi a livello planetario.

 

Molti Paesi hanno adottato politiche economiche aperte e orientate al mercato globale, riducendo le restrizioni commerciali e promuovendo l’investimento estero e la partecipazione alle catene di approvvigionamento mondiali.

 

Il crollo del blocco sovietico e il fallimento del socialismo reale negli anni Ottanta e Novanta hanno promosso la diffusione del libero mercato e della globalizzazione.

In tale contesto, l’espansione dei mercati finanziari globali ha giocato un ruolo fondamentale, facilitando il flusso di capitali attraverso i confini nazionali e contribuendo a generare l’interconnessione economica, politica e sociale tra le nazioni.

 

Gli effetti della globalizzazione economica sulle relazioni internazionali.

La globalizzazione economica ha un impatto significativo sulle relazioni internazionali, poiché trasforma le interazioni tra Stati, attori non statali e istituzioni internazionali. Senza pretesa di esaustività, alcuni dei maggiori effetti possono essere così riassunti.

 

Interdipendenza e gestione del rischio geopolitici. La globalizzazione economica ha intensificato l’interdipendenza tra Paesi attraverso il commercio internazionale, gli investimenti esteri diretti, la migrazione di manodopera e i flussi finanziari. Questo ha reso i paesi più vulnerabili agli shock economici e ha aumentato la necessità di cooperazione e coordinamento tra le nazioni per affrontare sfide comuni come la stabilità finanziaria, il cambiamento climatico e, da ultimo, le pandemie.

Diffusione della cultura e dell’informazione. La globalizzazione economica facilita la diffusione della cultura, delle idee e delle informazioni oltre i confini nazionali, grazie alla tecnologia e ai media digitali. Ciò permette la creazione di una maggiore consapevolezza globale e favorisce l’interconnessione tra le società, sebbene sollevi preoccupazioni riguardo alla preservazione delle identità culturali.

Ridistribuzione del potere. La globalizzazione economica modifica la distribuzione del potere a livello internazionale, con una maggiore rilevanza di attori non statali, come le multinazionali, le organizzazioni non governative (ONG) e, in generale, le reti transnazionali. Questi attori possono esercitare un’influenza significativa sulle politiche nazionali e internazionali, spesso oltrepassando le frontiere statali tradizionali.

Crescita delle organizzazioni internazionali. In conseguenza della globalizzazione economica le istituzioni internazionali (le Nazioni Unite, il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale) giocano un ruolo sempre più importante nella gestione delle questioni globali e nella promozione della cooperazione internazionale, sebbene la loro efficacia e legittimità siano oggetto di dibattito e critica.

Sfide alla sovranità nazionale. La globalizzazione economica evidenzia i limiti degli Stati nazionali nel prendere decisioni autonome su questioni economiche e politiche. Ne consegue una ridefinizione del concetto stesso di sovranità e il sorgere di importanti interrogativi sulla capacità degli Stati di affrontare in modo efficace le sfide sovranazionali.

Il dibattito nell’economia contemporanea sulla globalizzazione economica.

 

Alcuni studiosi enfatizzano i vantaggi della globalizzazione economica in termini di crescita economica e riduzione della povertà. Sostengono inoltre che la liberalizzazione dei mercati e la riduzione delle restrizioni commerciali porti verso una maggiore efficienza economica e crescita globale. Tali autori vedono la globalizzazione economica come un motore di sviluppo economico che apporta benefici per tutti i partecipanti, favorendo la specializzazione e la competizione, producendo prezzi più bassi, maggiori opportunità di investimento e trasferimento di tecnologia.

 

Altri sostenitori della globalizzazione economica ritengono che questa, sostenuta attraverso l’innovazione e l’accumulazione di conoscenze, produca crescita economica. Essi ritengono che la globalizzazione incoraggi la diffusione delle idee e della tecnologia attraverso il commercio internazionale, accelerandone il processo di sviluppo. In altri termini, sono convinti che l’apertura ai mercati globali determini un maggiore accesso al capitale, ai mercati e alle risorse, stimolando l’investimento e la crescita. Tra gli studiosi favorevoli alla globalizzazione si annoverano, tra i più importanti, i premi Nobel per l’economia Milton Friedman e Paul Krugman.

 

Altri autori enfatizzano invece gli svantaggi della globalizzazione, sostenendo che - dati gli squilibri e le forti differenze (economiche, tecnologiche, culturali, sociali, politiche) esistenti tra i diversi paesi, nonché la presenza di condizioni di mercato assai lontane da quelle di concorrenza perfetta - i possibili effetti positivi siano superati da quelli negativi. In particolare, essi sollevano preoccupazioni riguardo agli effetti negativi sulle economie nazionali, sull’occupazione e sulla distribuzione del reddito, convinti che la globalizzazione aumenti la disuguaglianza economica sia all’interno dei paesi che tra di essi, concentrando la ricchezza nelle mani di pochi.

 

Tali critiche, nella misura in cui fanno riferimento al deterioramento delle condizioni lavorative, alla perdita di posti di lavoro nei settori meno competitivi e alla standardizzazione culturale, sostengono politiche volte a proteggere i lavoratori e ad attenuare gli effetti negativi con regolamentazioni più stringenti sul commercio e sull’investimento estero. Tra i detrattori della globalizzazione economica si annovera il premio Nobel Joseph Stiglitz, che ha sollevato numerose critiche con riguardo alle politiche di austerità e di aggiustamento strutturale promosse da istituzioni come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale.

 

Infine, a ben guardare, vi sono studiosi che hanno una visione sfaccettata della globalizzazione economica: ne riconoscono l’opportunità per lo sviluppo economico e sociale, inclusa la diffusione di conoscenze e tecnologie, l’accesso ai mercati globali e la promozione della cooperazione internazionale, ma allo stesso tempo sollevano dubbi riguardo alle disuguaglianze che possono emergere a causa di tale complesso fenomeno. Tali autori argomentano che la considerazione dei valori umani e della giustizia sociale è essenziale per valutare gli impatti della globalizzazione e che è essenziale il ruolo delle istituzioni globali nel gestire il fenomeno in modo equo e responsabile, soprattutto in relazione alle esigenze dei paesi in via di sviluppo. Tra gli studiosi promotori di un tale orientamento spicca il premio Nobel Amartya Sen, economista e filosofo indiano noto per le sue riflessioni su questioni di giustizia sociale, sviluppo economico e benessere umano.

 

L’«anti-globalizzazione» quale risposta sociale alla globalizzazione economica.

Sulla scia del pensiero degli economisti che criticano la globalizzazione economica, ha preso corpo un dibattito che, alla fine del Novecento, oltre alla critica economica ha coinvolto quella politica e soprattutto sociale. Per individuare questo multiforme fenomeno gli studiosi della sociologia hanno coniato l’espressione “Global Justice Movement”, poi ribattezzata dai media movi-mentono global (o anti-globalizzazione).

Tale locuzione indica la rete transnazionale che lega differenti soggetti, gruppi e organizzazioni non governative accumunati dalla critica contro la globalizzazione, considerata fonte di disuguaglianze economiche su larga scala, prodotta dall’espansione del capitalismo senza regole e causa dell’impoverimento delle nazioni in via di sviluppo.

I sostenitori del Global Justice Movement (i cosiddetti «attivisti») si fanno portavoce (in taluni casi anche tramite azioni violente) di alcune delle seguenti idee:

 

la liberalizzazione dei mercati favorisce le grandi aziende e i ricchi a scapito dei lavoratori e delle comunità più vulnerabili, dando vita a forti disuguaglianze economiche;

le politiche economiche e le decisioni prese a livello internazionale possono limitare la sovranità nazionale, la capacità dei governi nazionali di proteggere i propri cittadini e di perseguire politiche volte al benessere pubblico. Poiché sempre più spesso si assiste alla mancanza di democrazia e di trasparenza in molte istituzioni globali, quali il Fondo monetario Internazionale, la Banca mondiale e l’Organizzazione mondiale del commercio, gli attivisti premono per una maggiore partecipazione pubblica e responsabilità democratica nelle decisioni economiche e politiche degli organi sovranazionali, espressione della globalizzazione economica;

vengono deprecate le (numerose) pratiche aziendali tese allo sfruttamento della manodopera a basso costo nei paesi in via di sviluppo e viene auspicata la deregolamentazione del lavoro nei paesi industrializzati;

la globalizzazione economica per i suoi impatti ambientali negativi (inclusa la deforestazione, l’inquinamento e il cambiamento climatico) conduce a un rapido sfruttamento delle risorse naturali e a una crescita insostenibile dei consumi.

Conclusioni

La globalizzazione economica ha trasformato le relazioni internazionali, portando a una maggiore interdipendenza economica, alla diffusione della cultura e dell’informazione, alla ridefinizione del potere internazionale e alla crescita delle istituzioni internazionali.

Tuttavia, ha anche fatto emergere numerose criticità riguardo alla perdita della sovranità nazionale e alla capacità delle istituzioni internazionali di affrontare problemi globali, complessi come quelli ambientali e sanitari.

 

La globalizzazione economica ha aumentato la mobilità delle persone attraverso i confini nazionali, facilitando le migrazioni internazionali e determinando una maggiore diversità etnica e culturale nelle società di destinazione, generando palesi problemi legati all’integrazione sociale e all’immigrazione.

 

Infine, se la globalizzazione ha favorito lo sviluppo e la diffusione di tecnologie avanzate in molti settori, accelerando l’innovazione e la trasformazione dei processi produttivi, dei servizi e delle infrastrutture, ha originato la disoccupazione tecnologica e la concentrazione del potere economico nelle mani di poche aziende dominanti.

 

Per poter esprimere, dunque, un giudizio consapevole sugli effetti della globalizzazione nella società contemporanea, l’analisi degli effetti positivi deve essere inevitabilmente mediata con gli effetti negativi. Solo così è possibile comprendere appieno i limiti della globalizzazione e allo stesso tempo le ragioni alla base del fenomeno dell’antiglobalizzazione, sintetizzabili con le parole del già citato premio Nobel per l’economia, “Amartya Sen”, secondo cui

«il vero sviluppo non riguarda solo la crescita economica, ma anche il miglioramento delle condizioni di vita e delle opportunità delle persone».

 

 

 

La logica del setaccio.

Mobilità e disuguaglianza

nell’età della globalizzazione.

Istitutoeuroarabo.it – Antonio Ricci - Pubblicato il “1° gennaio 2026” da Comitato di Redazione -

ci dice:

 

Setaccio al tramonto.                                                     

Un mondo in movimento apparente.

Viviamo in un’epoca che ama definirsi “globale”, un tempo in cui tutto sembra in costante movimento: persone, merci, capitali, informazioni. Le distanze si sono accorciate, le frontiere sembrano dissolversi nella quotidianità digitale e la mobilità è diventata il simbolo per eccellenza della modernità. Eppure, dietro questa percezione di fluidità si nasconde un dato sorprendente: solo il 3,7% della popolazione mondiale vive oggi in un Paese diverso da quello di nascita .

 

In termini assoluti, si tratta di circa 304 milioni di persone, quasi il doppio rispetto ai 154 milioni del 1990.

La crescita è significativa, ma resta limitata se confrontata con l’espansione della popolazione globale e con la retorica della “società planetaria”.

La realtà, dunque, è più complessa del mito della mobilità senza confini:

la maggior parte degli esseri umani continua a vivere e morire nel proprio luogo d’origine, mentre solo una minoranza attraversa le frontiere nazionali.

 

Questo scarto tra percezione e realtà definisce il paradosso centrale della globalizzazione migratoria:

mai così tante persone hanno varcato i confini, eppure mai i confini sono stati così determinanti nel decidere chi può farlo e chi no.

Nel discorso pubblico, la mobilità viene spesso evocata come segno di progresso e di libertà.

Ma nella pratica quotidiana, essa è regolata da un intricato sistema di visti, permessi, muri materiali e digitali che stabiliscono non solo se ci si può muovere, ma come e a quali condizioni.

 

La globalizzazione, che avrebbe dovuto democratizzare l’accesso allo spazio e alle opportunità, ha invece prodotto una mobilità selettiva: aperta e accelerata per le merci e i capitali, lenta e sorvegliata per le persone.

Come osservava già Saskia Sassen, la promessa di un mondo “senza confini” si è tradotta in una nuova gerarchia della circolazione, dove la libertà di muoversi diventa privilegio di chi possiede risorse, passaporti “forti” e competenze richieste.

 

Le migrazioni, in questo contesto, non sono semplicemente flussi di individui in cerca di vita migliore: sono indicatori della disuguaglianza globale, uno specchio che riflette i divari economici, sociali e politici che attraversano il pianeta.

Muoversi o restare, oggi, è spesso questione di posizione nel sistema-mondo.

 Per pochi, la mobilità è scelta e opportunità; per molti altri, è necessità o impossibilità.

 

La globalizzazione, lungi dall’aver abbattuto i confini, li ha ridisegnati e resi più sofisticati: meno visibili, ma più efficaci.

 I flussi migratori del XXI secolo si muovono all’interno di un regime che non nega la mobilità, ma la amministra, la gestisce, la calibra secondo la convenienza dei Paesi di destinazione.

 È in questo spazio regolato – tra desiderio di movimento e controllo della circolazione – che prende forma la vera geografia della disuguaglianza contemporanea.

 

La logica del setaccio.

 

Se osserviamo la mappa globale delle migrazioni internazionali, emerge un disegno tutt’altro che uniforme.

 I flussi si concentrano in alcune aree del pianeta:

Europa, Nord America e Asia occidentale accolgono insieme la grande maggioranza dei migranti.

 L’Europa è oggi la principale regione di destinazione, con oltre 101 milioni di residenti nati all’estero; seguono Nord America con 61 milioni e Asia occidentale con 46 milioni.

Questa concentrazione non è casuale. Riflette l’andamento dell’economia mondiale e la divisione internazionale del lavoro . I Paesi ad alto reddito, che rappresentano meno di un quinto della popolazione globale, assorbono oltre i due terzi dei migranti internazionali. In altre parole, la mobilità segue il denaro: si sposta verso i centri dove si concentrano ricchezza, infrastrutture e possibilità di inserimento economico, ma anche dove si produce la domanda di lavoro flessibile e poco tutelato.

 

Dietro le statistiche si nasconde una logica di selezione economica e politica.

 I Paesi ricchi agiscono come filtri globali, calibrando l’apertura o la chiusura dei confini in base alle proprie esigenze interne.

Quando serve manodopera nei settori della cura, dell’agricoltura, dell’edilizia o della logistica, le porte si aprono, spesso con canali temporanei e contratti precari.

Quando, invece, la domanda interna si riduce o l’opinione pubblica diventa ostile, gli ingressi vengono drasticamente limitati.

Allo stesso modo, le economie avanzate competono per attrarre capitale umano qualificato – ricercatori, ingegneri, medici, tecnici – adottando politiche di “migrazione scelta” che premiano il merito e la competenza. In entrambi i casi, la migrazione è trattata come una risorsa da gestire, non come un diritto umano.

 

Questa dinamica può essere riassunta nella “logica del setaccio”: trattenere ciò che è utile, respingere ciò che appare superfluo. È un meccanismo che si traveste da efficienza economica, ma che in realtà istituzionalizza una disuguaglianza di fondo. I Paesi del Nord globale selezionano e “filtrano” la mobilità in base ai propri bisogni, scaricando sui Paesi d’origine i costi sociali della partenza — perdita di popolazione giovane, dispersione di competenze, frammentazione familiare.

 

In questo modo, la migrazione diventa uno strumento funzionale al mantenimento dell’ordine globale, più che una via di emancipazione.

Non si tratta di negare il valore individuale dell’esperienza migratoria – fatta spesso di coraggio, adattamento e resilienza – ma di riconoscere che, nel quadro sistemico, essa risponde a una logica economica asimmetrica:

quella che consente ai Paesi più forti di accedere al capitale umano altrui senza metterne in discussione i propri confini.

 

La “logica del setaccio” non è solo una politica migratoria: è una filosofia della globalizzazione.

 Essa afferma che tutti possono muoversi, ma solo se il loro movimento serve a qualcosa o a qualcuno.

 Il resto – chi scappa da guerre, povertà o crisi ambientali – viene lasciato ai margini, in un limbo di invisibilità e attesa.

E così, mentre celebriamo un mondo apparentemente in movimento, scopriamo che il movimento stesso è profondamente diseguale: accelerato per pochi, rallentato o negato per molti.

 

Europa: tra attrazione e disparità.

 

Con oltre cento milioni di stranieri residenti, l’Europa continua a rappresentare il principale polo di attrazione migratoria del pianeta. È il continente che più di ogni altro ha costruito, nel tempo, la propria identità sul movimento: quello delle merci e delle idee, ma anche quello delle persone. Tuttavia, la sua attuale configurazione migratoria racconta una storia meno armoniosa.

 

L’Europa è oggi un continente attrattivo e, al tempo stesso, diviso, in cui la mobilità interna ed esterna contribuisce tanto alla crescita economica quanto alla polarizzazione sociale e territoriale.

Nel quadro europeo si osserva una geografia della disuguaglianza migratoria.

 L’Europa occidentale e settentrionale – Germania, Francia, Regno Unito, Paesi Bassi, Scandinavia – esercitano una forte capacità di attrazione, grazie a economie dinamiche, sistemi di welfare robusti e opportunità di lavoro, specie nei settori della sanità, della logistica, della tecnologia e dei servizi.

 Questi Paesi assorbono non solo lavoratori provenienti da fuori del continente, ma anche – e sempre di più – cittadini europei provenienti dal Sud e dall’Est, in un flusso costante di capitale umano.

 

Al contrario, l’Europa centro-orientale e balcanica vive un lento ma costante processo di svuotamento demografico. Milioni di giovani e lavoratori qualificati lasciano Romania, Bulgaria, Polonia o Croazia per cercare migliori condizioni di vita altrove. È una migrazione interna che raramente fa notizia, ma che modifica in profondità la composizione sociale del continente: mentre l’Ovest importa forza lavoro, l’Est esporta popolazione e competenze.

 

Questa dinamica, a lungo incoraggiata dall’idea di una “libera circolazione dei cittadini europei”, si è rivelata una mobilità asimmetrica, che integra i mercati ma disintegra i territori. Gli stessi meccanismi che rafforzano l’economia continentale accentuano, infatti, le disuguaglianze regionali:

le aree più ricche concentrano capitale umano, innovazione e crescita, mentre le regioni periferiche subiscono il peso dell’emigrazione e del declino demografico.

 

In questo senso, l’Europa appare come uno specchio della globalizzazione: un sistema apparentemente integrato ma sostanzialmente gerarchico.

 Il diritto alla mobilità, lungi dall’essere una conquista universale, diventa uno strumento di competizione tra territori, capace di ridefinire la distribuzione di opportunità e risorse. L’Unione Europea, nata come progetto di coesione, rischia così di trasformarsi in uno spazio di selezione, dove il valore della mobilità dipende dal punto di partenza e dal capitale – economico, educativo o simbolico – che ciascuno porta con sé.

 

L’Africa: la mobilità della necessità.

 

Se l’Europa incarna la mobilità dell’attrazione, l’Africa rappresenta la mobilità della necessità. Con 46 milioni di emigrati e soltanto 29 milioni di immigrati, il continente africano continua a perdere energie giovani, competenze e capitale umano.

In molti Paesi, la migrazione non è una scelta ma una strategia di sopravvivenza, un modo per sfuggire a condizioni economiche stagnanti, instabilità politica e, sempre più spesso, a crisi climatiche che compromettono la sicurezza alimentare e il futuro delle comunità locali.

 

L’immagine dell’Africa come continente “in fuga” è spesso caricaturale e riduttiva, ma non priva di fondamento.

Ogni anno milioni di persone si muovono all’interno del continente – spesso da aree rurali a città in rapida crescita – oppure verso destinazioni esterne: Europa, Medio Oriente, Nord America.

 Tuttavia, più dell’80% della mobilità africana avviene entro i confini continentali, segno che la migrazione africana non è un “esodo verso il Nord”, ma un processo regionale complesso, fatto di spostamenti brevi, reti familiari e strategie di adattamento.

 

Nella narrazione pubblica europea, questa mobilità viene spesso ridotta a un “problema di sicurezza”.

I flussi dal Sahel o dal Corno d’Africa sono percepiti come emergenza o minaccia, e gestiti come questione di controllo.

 Ma in realtà la migrazione africana è il sintomo più evidente di un disequilibrio strutturale: un continente giovane e ricco di risorse naturali, ma privo di strumenti adeguati a trasformare tale ricchezza in sviluppo inclusivo.

 

Le politiche europee di esternalizzazione delle frontiere, attuate a partire dagli anni Duemila, hanno ulteriormente aggravato questa dipendenza.

Accordi con Paesi come Libia, Niger, Tunisia o Marocco hanno trasferito a Sud il compito di bloccare i flussi migratori, in cambio di aiuti economici e cooperazione.

Così, l’Africa è diventata una zona cuscinetto del confine europeo, pagata per fermare ciò che l’Europa non vuole vedere: il volto umano della propria disuguaglianza.

 

Più che un problema da gestire, la mobilità africana dovrebbe essere interpretata come una domanda di giustizia globale. È la conseguenza di rapporti economici ineguali, di un ordine mondiale che continua a estrarre risorse senza restituire opportunità. Parlare di “migrazioni africane” senza affrontare le cause profonde – dalla dipendenza economica al cambiamento climatico – significa ignorare la natura sistemica del fenomeno.

 

L’Asia: il modello della temporaneità .

 

In Asia, la relazione tra sviluppo e mobilità assume contorni ancora più complessi. È il continente dove si concentrano le economie più dinamiche del pianeta, ma anche le forme più rigide di gestione della forza lavoro migrante.

 

Le monarchie del Golfo Persico – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Oman, Bahrain – accolgono milioni di lavoratori stranieri, in gran parte provenienti da India, Bangladesh, Filippine, Nepal o Pakistan. In molti di questi Paesi, la popolazione migrante supera quella nazionale, ma a queste persone non è riconosciuto lo status di cittadini né diritti sociali duraturi.

 

Il sistema della kamala, o sponsorizzazione, lega il lavoratore al datore di lavoro, impedendogli di cambiare impiego o di stabilirsi permanentemente. Si tratta di una forma di mobilità rigidamente controllata, funzionale a un modello di sviluppo fondato su manodopera temporanea, flessibile e priva di tutele. Il lavoratore è ospite solo finché serve: un ingranaggio sostituibile di un’economia che si regge sulla sua precarietà.

 

Parallelamente, l’Asia meridionale ed orientale resta un’area di partenza massiccia.

 India, Bangladesh, Filippine, Indonesia e Cina alimentano flussi continui di emigrati che lavorano nei cantieri, nelle fabbriche, nelle navi o come personale domestico in tutto il mondo.

 Le rimesse – il denaro inviato ai Paesi d’origine – costituiscono una risorsa vitale per molte economie nazionali, ma anche un vincolo: finanziano il consumo e sostengono le famiglie, ma non risolvono le cause strutturali della partenza.

 

La mobilità asiatica rivela così una doppia contraddizione: è indispensabile al funzionamento dell’economia globale, ma resta temporalmente controllata e socialmente subordinata. Si tratta di una mobilità che arricchisce gli Stati e impoverisce gli individui, che stabilizza le economie ma precarizza le vite. Come in un gioco di specchi, l’Asia esporta lavoratori e importa disuguaglianza, offrendo al mondo il paradigma perfetto di un capitalismo che si regge sul movimento, ma regola chi può muoversi e come.

 

Le Americhe: il confine come strumento di regolazione economica e simbolica.

 

Nelle Americhe, la disuguaglianza migratoria prende la forma del confine. Il Nord America, con 61 milioni di immigrati (pari al 16% della popolazione), è una delle regioni più aperte e, al tempo stesso, più restrittive del pianeta. L’America Latina, invece, conta 46 milioni di emigrati, spesso diretti verso gli Stati Uniti o l’Europa.

 

La frontiera tra Stati Uniti e Messico – oltre tremila chilometri di barriere, deserti e stazioni di sorveglianza – è il simbolo materiale e politico di questa frattura. Essa divide non solo due Paesi, ma due economie e due visioni del mondo. Da un lato, un Nord che dipende strutturalmente dalla manodopera migrante per l’agricoltura, l’edilizia, i servizi e la cura; dall’altro, un Sud che continua a perdere popolazione giovane, istruita e intraprendente.

 

Il confine, tuttavia, non è solo una linea geografica: è un dispositivo di selezione. Regola la quantità e la qualità della mobilità, distingue tra lavoratori temporanei “utili” e migranti irregolari “di troppo”. La retorica della sicurezza – fatta di muri, tecnologie di sorveglianza e accordi di respingimento – serve a nascondere un dato strutturale: senza la mobilità dal Sud, l’economia del Nord non funzionerebbe.

 

È il paradosso della globalizzazione migratoria: si chiudono le frontiere ma si aprono i cantieri.

Mentre il discorso politico si concentra sull’esclusione, il mercato continua a integrare. Il confine, quindi, non blocca la mobilità: la rende controllata, sfruttabile, conveniente. Nel continente americano, come altrove, la migrazione non è un’anomalia ma una parte integrante del sistema economico, un modo per mantenere il Nord competitivo e il Sud dipendente.

 

L’Oceania: il volto liberale della selettività.

 

L’Oceania, con oltre un quinto dei residenti nati all’estero, sembra incarnare il mito della società aperta. In Australia e Nuova Zelanda, la migrazione è presentata come segno di dinamismo e modernità. Ma dietro l’immagine cosmopolita si cela una rigida selettività economica.

Il modello migratorio oceanico

si fonda su criteri meritocratici: si accolgono lavoratori altamente qualificati, studenti internazionali, investitori, professionisti della sanità o dell’innovazione tecnologica. In altre parole, la mobilità è un privilegio che si guadagna col curriculum.

Al contrario, chi fugge da guerre, disastri o povertà si scontra con politiche restrittive: respingimenti in mare, detenzioni offshore, accordi di contenimento con Paesi terzi.

 

Questo sistema produce una forma di inclusione condizionata: aperta ma selettiva, efficiente ma ineguale.

L’Oceania diventa così il laboratorio avanzato di una governance migratoria che il resto del mondo osserva e, in parte, imita: accogliere solo chi è utile, escludere chi è considerato un costo.

 Sotto l’apparenza liberale, il modello australiano mostra la continuità di fondo che attraversa l’intero ordine globale: apertura per chi può contribuire, chiusura per chi cerca protezione. È il volto gentile della disuguaglianza: quello che trasforma la libertà di muoversi in una questione di merito e di convenienza.

 

Conclusione: la disuguaglianza che si muove.

 

Se guardiamo al mondo dei 304 milioni di migranti internazionali, la tesi generale emerge con chiarezza: la mobilità non cancella la disuguaglianza, la sposta. Il movimento delle persone, anziché ridurre gli squilibri tra Nord e Sud, tra ricchi e poveri, tra chi ha possibilità e chi ne è privo, li redistribuisce in modo funzionale all’ordine economico esistente.

 

La libertà di circolare – spesso celebrata come conquista della modernità globale – non è un diritto universale, ma un privilegio concesso solo a chi dispone delle giuste credenziali: economiche, culturali o geografiche. Una risorsa distribuita in modo ineguale, regolata da passaporti, visti e condizioni socioeconomiche. In un mondo che ama definirsi “aperto”, la possibilità di muoversi è diventata il nuovo indicatore della disuguaglianza globale.

I confini non sono più soltanto linee tracciate sulle mappe: sono istituzioni politiche, dispositivi di governo che selezionano, filtrano e graduano i diritti. Non tutti i passaggi di frontiera hanno lo stesso valore né la stessa difficoltà: c’è chi attraversa il mondo con un clic e chi rischia la vita per farlo. Il confine non divide soltanto Stati, ma categorie di persone, distinguendo tra mobilità desiderata e mobilità tollerata, tra viaggiatori globali e migranti economici.

 

In questa prospettiva, la migrazione rivela il funzionamento profondo della globalizzazione: i Paesi ricchi trattengono ciò che serve – forza lavoro, capitale umano, competenze, giovani energie – e scaricano sui Paesi di origine i costi sociali, demografici e affettivi della partenza. È una forma di scambio diseguale che, anziché riequilibrare, perpetua le distanze. L’emigrazione diventa così una sorta di “valvola di compensazione” delle crisi del Sud, ma anche un meccanismo di alimentazione del Nord: fornisce risorse umane senza modificare la struttura di potere che ne determina la partenza.

 

Questa è la logica nascosta della globalizzazione: un mondo in movimento che perpetua, sotto forme nuove, le stesse disuguaglianze che dichiara di voler superare. Le frontiere non scompaiono, ma si trasformano in strumenti di gestione della forza lavoro, in barriere flessibili che si aprono o si chiudono secondo le esigenze dei mercati e delle politiche interne. La retorica della mobilità illimitata copre, in realtà, un regime di mobilità condizionata, in cui la libertà di spostarsi è concessa solo a chi possiede le credenziali richieste dal sistema economico globale.

 

Ripensare la mobilità significa, allora, ripensare la giustizia globale. Significa interrogarsi non solo su chi può partire, ma su chi è costretto a farlo; non solo su chi riesce ad arrivare, ma su chi non può permetterselo. La vera libertà, in questo senso, non consiste soltanto nel diritto di muoversi, ma anche – e forse soprattutto – nel diritto di restare. Restare in un luogo che offra sicurezza, lavoro, dignità e prospettive; restare non per mancanza di alternative, ma per scelta.

 

In un mondo che misura il valore delle persone in base alla loro utilità economica, restituire alla mobilità il suo significato umano e politico è un atto di resistenza. Vuol dire riconoscere che la circolazione delle persone non può essere trattata come una variabile di mercato, ma come una questione di diritti e di equità.

 

Solo quando il movimento sarà davvero libero – e la stanzialità non sarà più una condanna – potremo dire di vivere in un mondo dove la globalizzazione non è sinonimo di disuguaglianza, ma di giustizia condivisa.

(Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026).

 

 

 

Equilibri internazionali.

LA CRISI DISTRUTTIVA

DELL’ORDINE INTERNAZIONALE.

Eticaeconomia.it – (14 luglio 2025) – Alessandro Colombo – Redazione – ci dice:

 

Alessandro Colombo illustra la tesi che quella attuale non è già più, ormai, l’epoca della crisi dell’ordine internazionale liberale, bensì l’epoca della sua fine.

Che significa, tanto per cominciare, fine dell’ordine come tale, con tutto ciò che comporta sempre la fine di un ordine internazionale:

 la crisi del controllo, la tendenza alla militarizzazione, il collasso delle regole.

 E, in più, significa ripiegamento del contenuto liberale di quell’ordine, che si manifesta tra le altre cose nella crisi del multilateralismo e nello smontaggio della globalizzazione.

Nonostante i richiami sempre più irrealistici alla sua resilienza, l’ordine internazionale liberale concepito alla fine della Seconda guerra mondiale e apparentemente “liberato” dalla scomparsa dell’Unione sovietica è ormai definitivamente crollato.

 E lo ha fatto, sarà bene ricordarlo, dopo una parabola sorprendentemente breve di ascesa e declino.

La condizione di superiorità senza precedenti della quale avevano goduto gli Stati Uniti e i loro alleati all’indomani della scomparsa dell’Unione sovietica non aveva impedito infatti al “Nuovo Ordine Mondiale” di entrare in crisi già pochi anni più tardi, grossomodo alla metà del primo decennio del XXI secolo, sotto i colpi di due fallimenti maturati pienamente al proprio interno:

la guerra in Iraq a partire dal 2003 e, ancora di più, la crisi economico-finanziaria del 2007-08.

Nel decennio successivo, lo smottamento dell’edificio aveva aperto lo spazio al riemergere di competitori sia su scala regionale (come la Russia) sia, almeno potenzialmente, su scala globale (come la Cina), mentre ciò non aveva tardato a reinnestare proprio ciò che dieci anni prima era stato precipitosamente escluso, una nuova competizione tra grandi potenze.

Quello che è subentrato negli sfortunatissimi anni Venti del nostro secolo, allora, è solo il crollo definitivo dell’ordine, sotto l’effetto della pandemia del Covid nel 2020-2021, della guerra in Ucraina a partire dal febbraio del 2022 e, per ultimo, dell’epidemia di conflitti armati susseguitisi in Medio Oriente dall’ottobre del 2023.

 Un crollo che ha esposto il clamoroso ritardo di molti dei principali attori, a cominciare dall’Unione Europea.

E che costituirà, per tutti, la principale sfida del prossimo decennio.

 

La crisi dell’ordine internazionale.

Che cosa può comportare, allora, il collasso di un ordine internazionale tanto ambizioso quanto era quello congegnato dopo il 1945 e trionfalmente rilanciato nel 1990?

 Vale a dire, rovesciando la prospettiva: che cosa ci possiamo aspettare dalla sua fine?

Fine dell’ordine internazionale liberale significa, tanto per cominciare, fine di un ordine, cioè fine di ciò che l’ordine, di qualunque natura esso sia, può significare nelle relazioni internazionali:

 il soddisfacimento degli obiettivi elementari di qualunque convivenza sociale – la limitazione della violenza, il rispetto delle promesse e la stabilità del possesso; la capacità di nutrire almeno un piccolo ma fondamentale nucleo di aspettative sul futuro – su come sarà distribuito il potere, per esempio, su quale sarà la configurazione geopolitica del sistema internazionale, su quali saranno le sue regole e le sue istituzioni; la possibilità di basare le proprie scelte sul presupposto che su tutto ciò si possa, almeno in linea di massima, contare.

 

Da qui, allora, la sensazione sempre più diffusa di un “mondo fuori controllo”.

 Una sensazione che, per non risolversi in una vaga formula retorica, deve essere presa nel suo significato più letterale.

Un mondo fuori controllo è un mondo nel quale non funzionano più, o funzionano sempre di meno le forme di controllo proprie del sistema internazionale:

la distribuzione (ineguale) del potere che, dopo essere stata chiarissima all’indomani della fine della guerra fredda, lo è diventata sempre meno nei decenni successivi;

 e il tessuto istituzionale della convivenza internazionale, passato in meno di trent’anni dalla fase di effervescenza degli anni Novanta del Novecento al collasso quasi completo di oggi.

 

La manifestazione più superficiale di questa crisi di controllo è, come sempre nella politica internazionale, la proliferazione e la persistenza dei conflitti armati.

Che significa non soltanto che continua a crescere il numero dei conflitti armati, internazionali e civili.

 Conflitti che, ancora fino a pochi anni fa, sembravano coinvolgere soltanto attori minori, ora coinvolgono sempre di più anche attori maggiori (la Russia, l’Ucraina e i paesi della Nato che la sostengono, Israele e l’Iran).

Ma significa, per di più, che una volta scoppiati, i conflitti armati tendono a durare sempre di più nel tempo, come sta accadendo anche per i due politicamente più importanti degli ultimi tre anni, quello in Ucraina e quello in Medio Oriente.

 

Rieccoci allora al senso più profondo della crisi di controllo.

 La proliferazione e, ancora di più, la persistenza dei conflitti dimostrano che non c’è più quasi traccia della diplomazia preventiva celebrata nella fase di ascesa dell’ordine liberale;

 che è entrata clamorosamente in crisi la pratica del negoziato, non solo perché mancano quasi sempre negoziatori credibili ma perché manca sempre di più l’idea stessa della negoziabilità dei conflitti;

mentre, alla base, se i conflitti sfuggono agli strumenti diplomatici è perché sfuggono prima di tutto alle nostre categorie cognitive, che sembrano rimaste ibernate al mondo della “fine della storia” degli anni Novanta del Novecento.

A questa proliferazione già in corso dei conflitti si accompagna, aggravandola, la radicale inversione delle nostre aspettative sul futuro. Ancora fino a una manciata di anni fa, le aree strategicamente ed economicamente centrali del sistema internazionale sembravano destinate a un futuro di pace.

Mentre le guerre che continuavano a essere combattute altrove (periodicamente anche da noi europei, come in Iraq nel 1991, in Jugoslavia nel 1991, in Afghanistan dal 2001 e in Libia nel 2011) potevano essere guardate dall’Europa e dall’America come “fatti periferici”, se non come contrassegno per eccellenza della perifericità. Negli ultimi cinque anni, al contrario, l’eventualità di una guerra tra grandi potenze, non alla periferia ma al centro del sistema internazionale, è tornata al vertice delle preoccupazioni e della pianificazione strategica di tutti gli attori, Europa compresa.

Detto in termini un po’ approssimativi: se il mondo di qualche anno fa si preparava, nonostante tutto, alla pace, il nostro sembra prepararsi sempre di più alla guerra.

 

Questo rovesciamento dei rapporti tra pace e guerra porta con sé il secondo e ancora più appariscente tratto della crisi dell’ordine: la crescente rimilitarizzazione delle relazioni internazionali.

 Che comporta, tanto per cominciare, una corsa generale al riarmo e all’innovazione delle tecnologie militari, che ha investito anche il continente, l’Europa, che ne era stato risparmiato per più di tre decenni. Fianco a fianco al riarmo, e in rapporto strettissimo con il primo, la rimilitarizzazione porta con sé il varo e il rilancio delle alleanze militari, a cominciare anche in questo caso dalla Nato.

Infine, la militarizzazione non risparmia il terreno della comunicazione e dei linguaggi politici, alimentando da un lato l’inclinazione a rappresentare il mondo in termini rozzamente dualistici e, dall’altro, l’adozione stessa di linguaggi politicamente e diplomaticamente sempre più sguaiati, come quelli ai quali ci stanno abituando non soltanto Donald Trump o Dmitrij Medvedev, ma anche molti responsabili europei e atlantici (a cominciare dal Segretario generale della Nato Mark Rutte).

 

Infine, a rendere ancora più preoccupante questa deriva contribuisce il fatto che essa avviene nel pieno di una crisi spaventosa delle regole della convivenza internazionale.

 Una crisi che, ai cittadini europei e americani, si presenta oggi sotto la forma della guerra dei dazi e dei suoi contraccolpi sulla stabilità e l’apertura dell’economia internazionale.

Ma, a tutti gli altri, si era già presentata nella forma ben più radicale di una vera e propria demolizione dei princìpi, delle norme e delle regole dirette e a limitare e arginare la violenza.

Di questo tessuto di regole, che era il nucleo centrale della convivenza internazionale del dopo-Seconda guerra mondiale, non resta quasi più nulla nel contesto attuale.

 Perché i vincoli strettissimi all’uso della forza dettati dalla Carta delle Nazioni Unite hanno ceduto il passo a una progressiva riabilitazione politica, giuridica e persino etica della guerra, simboleggiata dall’adozione di una nozione distruttivamente estensiva del principio di prevenzione – quale quella impiegata anche nelle ultime settimane da Israele e Stati Uniti contro l’Iran.

Il diritto internazionale umanitario è stato letteralmente fatto a pezzi dapprima nella guerra globale al terrore e poi, in forme inimmaginabili ancora fino a pochi anni fa, nel bombardamento a tappeto di Gaza – fatto a pezzi non perché, come si era già ripetuto negli ultimi anni, il diritto è stato violato ma perché, questa volta, ciò ha potuto avvenire nella totale impunità e con l’oscena indulgenza persino di tanti professionisti occidentali dell’umanitarismo.

La distinzione stessa tra pace e guerra, infine, si è dissolta in quella che sempre più distrattamente viene rappresentata (e trattata) come una condizione di guerra ibrida permanente:

una condizione nella quale tutti – politici, studiosi, giornalisti e semplici cittadini – sono chiamati a restare “sempre in vedetta”, contro i nemici esterni ma, ancora di più, contro lo spettro degli immancabili “nemici interni”. 

La crisi della natura liberale dell’ordine internazionale. Fino a qui, dunque, la crisi dell’ordine in quanto ordine.

 Ma quello che sta venendo meno non è, genericamente, un ordine internazionale, bensì un ordine internazionale connotato e legittimato in senso liberale.

Che è l’altro lato della condizione nella quale ci troviamo già e alla quale, presumibilmente, ci dobbiamo preparare anche per il prossimo futuro.

Crisi dell’ordine liberale significa, intanto, che si è via via sgretolato l’edificio multilaterale della convivenza internazionale che era il fiore all’occhiello di quell’ordine.

 In parte, perché sono entrate in crisi tutte le maggiori istituzioni internazionali dell’epoca, dalle Nazioni Unite al G7 alla stessa Unione Europea.

E, in parte ancora maggiore, perché al posto del multilateralismo universalistico e inclusivo del passato si è andato formando un multilateralismo più frammentato e competitivo, organizzato su scala regionale o subregionale attorno agli attori emergenti in ciascuna regione.

 

Sulla scia della crisi del multilateralismo, la competizione internazionale ha politicizzato e smontato la globalizzazione, rovesciando un’altra delle aspettative più caratteristiche della fase di ascesa dell’ordine liberale. Stando a queste aspettative, la globalizzazione economica avrebbe dovuto portarsi dietro presto o tardi qualche forma di globalizzazione politica e culturale – secondo il mantra politico e accademico della global governance.

 È avvenuto esattamente il contrario:

è toccato alle riemergenti fratture politiche trascinarsi dietro la globalizzazione economica, fino a spaccarla lungo linee di frattura di natura non economica ma prettamente politica.

 Invece che la globalizzazione inclusiva degli anni Novanta del XX secolo, quella che si profila all’orizzonte allora è una globalizzazione più ristretta e aperta sempre di più solo attorno agli attori e ai progetti politicamente compatibili con i propri.

 

Ma l’effetto più pervasivo del collasso dell’ordine è quello di averci già consegnato una nuova immagine del mondo, perfettamente rovesciata rispetto a quella alla quale ci eravamo abituati nell’ultimo trentennio.

 Al posto del mondo post-statale, post-moderno e post-vestfaliano vantato alla fine del Novecento, una imponente statualizzazione delle relazioni internazionali;

 al posto del “mondo piatto” e “senza confini” della globalizzazione, una corrispondente territorializzazione incentrata sul rafforzamento e sulla difesa dei confini;

al posto del “presentismo”, soprattutto, la consapevolezza sempre più diffusa che tutto il nostro presente sta sprofondando.

(Alessandro Colombo).

 

 

 

 

 

Perché le destre vincono in Europa.

Fondazionefeltrinelli.it – (16 Aprile 2024) - Sara Gentile – Redazione – ci dice:

 

Mancano solo due mesi alle elezioni europee e lo scenario politico in diversi paesi si presenta preoccupante; il vento di destra sembra soffiare costante, un’onda tenace che torna a lambire con fragore coste e territori sgretolando impietosamente il paesaggio e il suo profilo.

I segnali di una trasformazione della mappa geopolitica, iniziati diversi anni fa, si sono via via accentuati, irrobustiti, fino a diventare di lunga durata ed allargando il perimetro della loro influenza. I movimenti o i partiti populisti, cominciati a fiorire a metà degli anni ‘70 del Novecento con in testa la Francia e poi il Belgio, hanno continuato la loro espansione in altri paesi dell’eurozona.

Venti di destra in Europa.

In Italia con la Lega Nord di Bossi prima, poi con Forza Italia di Berlusconi, con il Movimento 5 Stelle;

in Germania con la ADF (Alternative für Deutschland), partito di estrema destra con marcate componenti razziste ed euroscettiche che alle ultime europee ha raggiunto l’11% circa dei suffragi ottenendo 11 seggi al Parlamento europeo e aderendo al gruppo Identità e Democrazia;

in Ungheria con Fidesz (Unione Civica ungherese), partito nazionalista e ultra conservatore il cui leader Viktor Orbán, primo ministro dal 2010 stabilmente fino ad oggi, ne ha accentuato i tratti reazionari introducendo nel paese leggi illiberali (limitazione forte della libertà di stampa, controllo occhiuto della società, leggi severe anti immigrazione, restrizioni per la carriera universitaria alle donne) che hanno minato la democrazia e lo configurano come sistema autoritario;

in Spagna il partito di estrema destra Vox, xenofobo, fortemente nazionalista, fondato nel 2013, ha continuato a progredire nel consenso elettorale e rafforza la leadership dura di Santiago Abasica che si è di recente assicurata la presidenza del partito fino al 2028 con una designazione diretta interna, una sorta di plebiscito senza passare dalla votazione degli iscritti, per silenziare i dissensi interni.

Alcuni sondaggi recenti prevedono una affermazione di Vox al terzo posto nelle imminenti elezioni europee tanto da fare lanciare l’allarme al primo ministro Sánchez che chiede al partito conservatore di Alberto Núñez Feijoa di cessare gli accordi con la destra estrema.

 

Vox

Il “populismo patrimoniale.”

Per completare il quadro vi sono inoltre le democrazie nordiche, paesi come Norvegia, Svezia, Danimarca nei quali, come analizzato da Dominique Reini (penso soprattutto a Les nouveaux populismo, Plurale, 2013) si è sviluppato un “populismo patrimoniale” con tratti diversi da quelli dei paesi mediterranei, che deriva dal duplice timore di ampie fasce di cittadini di vedere in pericolo non solo il loro benessere materiale, ma anche e soprattutto un patrimonio immateriale, di valori, simbolico, uno stile di vita che il processo di globalizzazione e il venir meno della sovranità dello Stato nazione minacciano di spazzare via.

 

Italia e Francia: due casi di studio.

L’Italia ha con i cugini transalpini alcune affinità e molte differenze, in un intreccio che ci consente di misurarne distanza e vicinanza.

In Italia abbiamo da un anno e mezzo un governo di destra dopo la vittoria elettorale del settembre 2022 in cui la coalizione di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia ha ottenuto il 44% dei voti assicurandosi la maggioranza assoluta nelle due Camere. Il PD ha raggiunto il 19%; il Movimento 5 Stelle il 15,6%. La punta emergente è stata Fratelli d’Italia con il 26% dei suffragi, già in consistente avanzata alle precedenti amministrative, seguita a molta distanza da Lega (8,8%) e Forza Italia (8,1), cosa che è valsa a Giorgia Meloni la carica di primo ministro e al suo partito di essere la forza trainante dell’esecutivo.

 

Un risultato elettorale questo che ha trasformato profondamente l’assetto politico italiano, premiando dei tre partiti della coalizione quello che era rimasto all’opposizione del precedente governo di Mario Draghi, un tentativo intelligente ed autorevole di comporre la conflittualità del nostro sistema partitico per rispondere alle richieste di una società, come altre in Europa, colpita da una crisi economica, sociale, culturale, poi inasprita dalla guerra della Russia in Ucraina.

 

Emmanuel Macron.

Le Pen alla finestra.

In Francia la destra non è al potere e la seconda presidenza Macron prosegue, sia pure con difficoltà, realizzando politiche neoliberali come dimostrano la riforma delle pensioni (contestatissima ma approvata in parlamento) e la recentissima legge sull’ “assurance-chomage” cioè l’assicurazione per i disoccupati che riduce a poche mance, restringendo la rete, l’assegno per la disoccupazione.

 

Marine Le Pen – leader del partito di destra estrema Rassemblement National.

La destra estrema del Rassemblement National (RN) di Marine Le Pen però alle elezioni politiche del 2022 ha fatto il pieno entrando finalmente in parlamento con 89 deputati, diventando assieme alla Nupe (Alleanza delle sinistre con a capo Mélenchon) forza di opposizione non più solo nelle strade o nelle sue roccaforti locali ma soggetto di peso nelle istituzioni della V Repubblica. E Macron deve fare i conti soprattutto con l’opposizione di quella destra. La politica parlamentare è diventato un asse importante nella strategia di Le Pen che infatti ha lasciato la presidenza del partito ad un giovane suo fedele, Jordan Bardella, che si prepara alacremente alle imminenti elezioni europee, reclutando nella lista del RN personaggi provenienti dai gruppi più estremi della destra francese, magari intramezzati da alcuni presi dalla società civile pour “épater le peuple” questa volta. Così il partito “normalizzato” e rafforzato dell’estrema destra è bifronte: ha il doppiopetto parlamentare che condiziona le politiche del governo di Macron, e la veste di battaglia che rinfocola la paura dello straniero, dell’immigrato (non a caso al primo posto nei timori dei francesi, non solo degli elettori del RN).

 

Alleanze a destra.

Allora nello scenario fin qui sinteticamente delineato, si pone una domanda non più rinviabile: perché la destra, le destre, vincono continuando a mantenere un consenso, anzi ampliando il bacino sociale da cui traggono legittimazione? Cosa ha portato in contesti nazionali diversi all’ascesa di Marine Le Pen in Francia, dell’ADF in Germania, alla vittoria di Giorgia Meloni qui Italia installando al potere una destra nazionalista, xenofoba? Una destra che ha subito trovato alleanze e consonanze con partiti come Vox e governi come quello oscurantista di Orban che la nostra premier ha definito, appena fresca di elezione, come “un modello” per riportare l’Italia sui giusti binari.

 

Una destra, la nostra, che sta in equilibrio, fino ad ora fra un atlantismo inevitabile, un europeismo di facciata, esibito, entrambi utili nell’attuale assetto globale, e una politica interna in cui essa governa per decreto, come avvenuto per la tragedia di Cutro o i fatti di Caivano, senza riuscire a tener fede alle promesse fatte in campagna elettorale, senza riuscire soprattutto ad abbozzare almeno una delle tante riforme di cui il paese ha bisogno.

 

Elezioni italiane.

Giorgia Meloni.

Da qui nasce la costruzione di un discorso politico retorico comune, con varie sfumature, a tutte le destre, con i vecchi ingredienti cari ad esse, “Dio, patria, famiglia”, una triade che rassicura, recinta, chiude il cerchio protettivo fugando le insicurezze di alcuni strati sociali, quelli sbattuti nella paura della globalizzazione come alberi fragili da un vento insidioso. La premier comunica nella dimensione del soliloquio, oscillando fra la retorica di chi si tiene stretto spavaldamente lo scettro del potere raggiunto e la caduta in posture e boccacce da cabaret come di recente avvenuto nel suo discorso in parlamento. L’Italia però non è fatta solo dai suoi elettori.

 

Perché le destre vincono.

Rispondere alla domanda prima posta non è facile e la risposta contiene risposte diverse, tutte parziali ma significanti se legate insieme come la pluralità di fatti, comportamenti, pulsioni individuali e collettive, ossia la costellazione di cause che presiede al realizzarsi di un fenomeno.

Proverò a mettere insieme pezzi di risposte. In primo luogo vi è un dato oggettivo, il fatto che le democrazie affermatesi con l’inizio del XX secolo oggi appaiono logorate e sono in affanno riproponendo con asprezza la tensione fra chi governa e chi è governato per varie ragioni:

• crisi della rappresentanza politica;

• venir meno dello Stato sociale,

• venir meno del perno dello Stato nazionale che non può più garantire autonomamente i bisogni dei suoi cittadini, stretto nelle maglie della politica globalizzata e delle sue leggi;

• aumento esponenziale del flusso di immigrazione, lo spettro di una “invasione”, come i partiti nazionalpopulisti affermano, e la paura del multiculturalismo, di un confronto con culture e abitudini estranee.

In questo quadro, il demos – il popolo – infiammato nel suo istinto identitario e protestatario diventa elemento prezioso per la facile retorica delle destre che gli promettono di realizzare, esse, contro una élite lontana e corrotta, le promesse della vera democrazia, secondo un’idea di società con molte grate alle sue finestre, ma protettiva per il singolo popolo che vive una condizione straniante, di spaesamento nella nuova articolazione della politica globale. Il popolo che vota a destra non cerca l’alternanza quanto piuttosto lo spezzare una politica che esso disapprova.

 

 La paralisi del PD.

In secondo luogo, l’assenza di una vera opposizione, l’assenza della sinistra, incapace di cogliere i mutamenti epocali che viviamo, di rimodulare obiettivi, strumenti, organizzazione in una realtà dove la forma politica democratica non regge più il passo con i continui cambiamenti delle società.

 

Il Partito democratico è incagliato in vari dilemmi interni ed esterni, cosa che lo condanna all’immobilismo, o a timidi passi che si perdono nell’arena di un paesaggio politico segnato da molte fratture.

Il Pd da anni ha reciso i suoi legami con la società, l’essere un partito popolare, aperto, all’ascolto, capace di un’idea in cui la gente si identifichi e si senta garantita nei propri diritti basilari (lavoro, sanità, istruzione) e strappata alla solitudine sociale del proprio quotidiano.

Deve cambiare strategia.

Utilizziamo quindi al massimo questo tempo che ci separa dalle elezioni europee, anche con quel poco che abbiamo. Vi è un esilio dei valori pericoloso e noi dobbiamo riportarli a casa e in fretta.

 

 

 

 

 

L'Italia e il mondo. Che posto

Ha il nostro paese nella globalizzazione.

Ilfoglio.it – (4 aprile 2024) – Sabino Cassese – Redazione – ci dice:

Economia, commercio, migrazioni, cultura. Perché gli stati, prima o poi, devono aprire ad altri stati. Un rapporto dell’Istat e qualche altra domanda.

Immagine di L'Italia e il mondo. Che posto ha il nostro paese nella globalizzazione.

LaPresse.

Si chiama globalizzazione, oppure mondializzazione, oppure internazionalizzazione, oppure multilateralismo.

Alcuni paesi preferiscono il primo termine: così quelli anglosassoni.

Altri paesi, come la Francia, preferiscono il secondo.

I quattro termini non sono perfettamente sinonimi ma indicano tutti l’apertura degli Stati ad altri Stati, il superamento delle frontiere nazionali.

Perché questo accada si può spiegare in vari modi.

 Perché vi sono problemi che gli Stati non possono affrontare da soli, come quello del riscaldamento del globo.

Perché vi sono problemi che sono interconnessi, per risolvere i quali non bastano gli Stati, come quello del traffico aereo.

 Perché, dopo le due guerre mondiali del secolo scorso, si sono affermati principi ultra-nazionali, come quello del divieto di ricorrere alla schiavitù o al lavoro forzato, che si vogliono imporre agli Stati.

Perché è nell’interesse degli Stati consentire alle imprese nazionali di raggiungere mercati più ampi per la vendita dei propri prodotti e servizi, oppure di produrre a minori costi grazie alle cosiddette catene globali del valore, cioè decentrando una parte della produzione in paesi dove i costi sono inferiori.

Ma la globalizzazione incontra ostacoli in interessi e culture che la contrastano, per cui è difficile definire principi e regole condivisi da tutti. Donde il suggerimento dei realisti, che consigliano di riconoscere il ruolo tuttora dominante degli Stati, che sono pro-quota i padroni del mondo, e tutt’al più di pensare ad accordi regionali, per zone geografiche.

Quale posto ha acquisito l’Italia in questo processo che chiamiamo globalizzazione?

 

Storia dell’internazionalizzazione dell’Italia dall’unità ad oggi.

Molti elementi per una risposta a queste domande vengono da una breve ma concisa “Storia dell’internazionalizzazione dell’Italia dall’unità ad oggi”, prodotta nelle settimane scorse dall’Istituto nazionale di statistica - Istat.

Questa storia considera molti aspetti:

lo sviluppo delle importazioni e delle esportazioni, anche per settore merceologico, l’andamento strutturale dell’export, i movimenti di capitali, le entrate doganali, i movimenti turistici, le rimesse degli emigranti, lo sviluppo delle imprese multinazionali, gli investimenti diretti all’estero, nonché l’internazionalizzazione culturale, misurata con le lingue straniere parlate e con l’introduzione di vocaboli inglesi nella lingua d’uso corrente.

Tenendo in considerazione tutti questi elementi, lo studio permette di notare l’andamento complessivo dei 160 anni di storia unitaria, dalle modeste aperture iniziali al protezionismo e all’autarchia, fino all’apertura seguita a partire dalla storia repubblicana.

L’Istat conclude che “per la quasi totalità della sua storia l’Italia è stata caratterizzata da deficit cronici nella bilancia commerciale, che venivano compensati in parte da surplus nei servizi, particolarmente grazie al turismo.

A far quadrare la bilancia dei pagamenti e attenuare la vulnerabilità finanziaria, soprattutto a cavallo tra ’800 e ’900 hanno contribuito notevolmente le rimesse degli emigrati, che oggi sono invece negative, ma anche investimenti e prestiti esteri non sempre facilmente accessibili.

 Oggi, invece, l’Italia è un investitore netto”.

“La rilevanza degli scambi internazionali, oggi superiore di oltre quattro volte rispetto al livello dei primi anni post-unitari, è cresciuta quasi ininterrottamente dal secondo dopoguerra, col processo di multilateralizzazione degli scambi avviato nel 1948 con il Gatt, l’istituzione della Cee (dal gennaio 1958) e, più recentemente, dell’Organizzazione mondiale del commercio (1995)”.

 L’ultimo mezzo secolo di questo percorso è caratterizzato da un’ulteriore espansione dell’internazionalizzazione commerciale, prodotto dalla spinta molto forte derivane dalla istituzione della Comunità economica europea, in particolare.

Infine, nel triennio 2017-2019, “il valore delle esportazioni di beni e servizi in Italia equivaleva a più del 30 per cento del Prodotto interno lordo: un livello simile rispetto alla Francia e al Regno Unito e poco inferiore rispetto alla Spagna, mentre l’economia tedesca è commercialmente molto più integrata con il resto del mondo, nonostante sia quella di dimensioni maggiori”.

Considerando solo le esportazioni di merci, l’Italia è seconda dopo la Germania; per i servizi, invece, è la meno internazionalizzata del gruppo, e con un divario crescente.

Oltre allo sviluppo di importazioni ed esportazioni, è significativo il ruolo delle imprese multinazionali nell’economia italiana e l’internazionalizzazione delle aziende nazionali:

le 15 mila imprese a controllo estero contano in Italia 1,5 milioni di addetti e le circa 24 mila imprese estere a controllo italiano nel 2020 contano 1,7 milioni di addetti. Quanto alla internazionalizzazione culturale, nel 2016, circa i 2/3 degli adulti in età compresa tra i 25 e i 64 anni dichiaravano di conoscere almeno una lingua straniera, con un aumento di circa 6 punti percentuali rispetto al 2011. L’incidenza sale fino a oltre l’80 per cento per le persone tra 25 e 34 anni. Infine, tra le 7.050 parole che formano il vocabolario di base della lingua italiana – secondo Tullio De Mauro – quelle di derivazione inglese erano poco più di 10 nel 1980, mentre nel 2016 erano 129.

Istinti nazionalistici e interessi commerciali.

Nell’apertura agli altri paesi e alle altre economie del mondo si contrappongono istinti nazionalistici e protezionistici della politica e della popolazione a interessi ad abbattere le frontiere doganali e allo sviluppo dell’Organizzazione mondiale del commercio, sotto la spinta di imprese che mirano sia ad allargare la produzione, sia ad ampliare la vendita ad altri paesi. L’analisi storica dell’Istat potrebbe insegnare molto ai “policy-makers”. Qualche esempio. In primo luogo, potrebbe far comprendere che il processo di internazionalizzazione, anche se è andato più rapidamente avanti nel campo economico-finanziario, ha caratteristiche unitarie, e che quindi si dovrebbe tentare di farlo sviluppare su tutti i fronti, dai sistemi sanitari a quelli educativi, alla cultura, alla sanità, alle infrastrutture.

Secondo:

un paese che perde cittadini è interessato ad accettare immigrati, integrandoli invece che facendoli fuggire altrove, o semplicemente tollerandoli. E’ consigliato dalla esperienza degli 8 milioni e mezzo di emigrati italiani nel corso dei 160 anni di storia a integrare gli immigrati perché diventino cittadini educati e osservanti delle leggi.

Terzo:

 un paese interessato agli interscambi commerciali è anche interessato a ripensare l’impianto di quei poteri che vanno sotto il nome di “Golden Power” o almeno a chiedersi se è necessario estenderli a un ambito così vasto, considerando che nella pratica sono ben poche le autorizzazioni non concesse e relativamente poche quelle concesse con prescrizioni.

Quarto:

 per internazionalizzare, occorre che vi sia un certo numero di regole giuridiche comuni, condivise in aree diverse del mondo. Tra queste regole vi sono quelle che riguardano il rispetto dei diritti. Un viaggiatore che si trasferisca temporaneamente, per lavoro o per turismo, in altri paesi, dovrebbe vedersi riconoscere in questi paesi un “pacchetto” standard di diritti eguali per tutti e in tutte le parti del globo.

Quinto:

gli Stati interessati alla globalizzazione dovrebbero parificare o almeno bilanciare la loro apertura internazionale nei diversi settori. Se un paese come l’Italia è fortemente interessato alla esportazione di merci, come è dimostrato dall’indagine Istat, non può, poi, chiudere le proprie frontiere in altri settori, perché una internazionalizzazione a macchia di leopardo resta squilibrata.

Si poteva fare meglio?

Detto tutto il bene possibile di questo rapporto dell’Istat, ci si può chiedere se si poteva anche fare meglio. Per avere un quadro più completo dell’internazionalizzazione del paese sarebbe stato utile, innanzitutto, accertare di quanti dei 2000 sistemi regolatori globali fa parte l’Italia, rispetto agli altri tre paesi dell’Unione europea (Francia, Germania e Spagna) con i quali questo rapporto stabilisce comparazioni: in questo modo si potrebbe cercare di capire che cosa riesce a fare l’Italia nel ruolo di co-regolatore.

In secondo luogo sarebbe stato interessante accertare quanti sono gli istituti italiani di cultura all’estero, e compararne il numero con i corrispondenti istituti stranieri in Italia: in questo modo si potrebbe accertare come si diffonde la cultura italiana e in quale misura si è influenzati dalle altre culture.

 

In terzo luogo, sarebbe stato interessante sapere quanti libri stranieri si traducono annualmente in Italia e quanti libri stranieri sono in possesso di biblioteche italiane, per misurare l’apertura della cultura italiana a quella di altri paesi.

 

 

 

 

Democrazia.

Guerra e pace, destra e sinistra.

 

Rivistailmulino.it – Michele Salvati – (02 -maggio - 2025) – Redazione – ci dice:

In ogni collettività fondata su princìpi liberali e democratici il conflitto è ineliminabile. Destra e sinistra non sono solo espressione di questo conflitto, ma anche un modo di organizzarlo.

 

Destra e sinistra sono orientamenti politici che si sono formati in Europa nella breve storia della modernità, dalla fine del Settecento a oggi, in risposta alle rivoluzioni politiche ed economico-sociali che al nostro continente toccò affrontare per primo.

Guerra e pace sono invece fenomeni connaturati alla nostra specie sin dall’origine, nella millenaria evoluzione che ci ha condotto dalle tribù allo Stato.

Destra e sinistra riguardano i rapporti tra le persone che sono membri delle diverse collettività entro le quali le attività umane sono stabilmente organizzate.

Riguardano dunque i diritti e i doveri dei cittadini e le norme che regolano il monopolio della forza di cui lo Stato dispone.

A partire dal Secondo dopoguerra, nella parte del pianeta più sviluppata e in particolare in Europa, gli Stati adottano prevalentemente princìpi di organizzazione liberali e democratici:

destra e sinistra si riferiscono ai due principali orientamenti politici che sono emersi nella modernità su come organizzare uno Stato retto da quei princìpi.

 

Gli stessi princìpi non possono però essere adottati nei rapporti tra Stati, tra le molte e diverse collettività che essi formano e rappresentano. In questo contesto gli attori non sono singole persone fisiche, soggette a un'autorità legittima: gli attori sono a loro volta organizzazioni, Stati, tra i quali vigono da ultimo solo rapporti di forza.

E ancora non esiste un'autorità a essi sovraordinata che abbia il potere di impedire o regolare l’uso della forza nelle relazioni internazionali.

Dopo le due disastrose guerre mondiali, molti e benemeriti sforzi sono stati fatti per definire un'architettura giuridica internazionale condivisa e da questi abbiamo imparato molto su come ridurre il rischio di guerre.

Ma la situazione resta sostanzialmente la stessa di cui scrisse Immanuel Kant, in quella meravigliosa utopia ragionata pubblicata agli albori della modernità, nel 1795:

Per la pace perpetua.

 

L’unione fa la forza in qualsiasi contesto dove operano soggetti collettivi, e dunque anche nelle relazioni internazionali, dove i soggetti sono gli Stati che agiscono in nome della collettività che rappresentano

 

Tra le cose che abbiamo imparato, due sono importanti per capire la situazione politica in cui oggi ci troviamo nel nostro Paese, e in molte altre democrazie liberali. La prima riguarda il rapporto che si stabilisce tra la forza di uno Stato nelle sue relazioni internazionali e il grado di coesione o la capacità di compromesso tra i partiti politici che prevalgono al suo interno. L’unione fa la forza in qualsiasi contesto dove operano soggetti collettivi, e dunque anche nelle relazioni internazionali, dove i soggetti sono gli Stati che agiscono in nome della collettività che rappresentano. Se questa è divisa sul corso d’azione da intraprendere e si tratta di un Paese dove i princìpi liberali e democratici sono rispettati, lo Stato può rivelarsi debole in una situazione di potenziale conflitto internazionale. E poiché la principale linea di divisione in molte democrazie liberali è oggi quella tra destra e sinistra, è facile comprendere come mai politici e studiosi di sicura adesione ai princìpi liberali e democratici attribuiscano la debolezza degli Stati in situazioni di tensione internazionale anche alla persistenza della faglia interna cui ho fatto cenno e che attraversa quasi ogni Stato. E quindi auspichino che la dialettica politica, anche quella interna, si liberi dalle (obsolete?) categorie di destra e sinistra.

 

Un’altra cosa abbiamo però imparato. Che il conflitto interno in ogni collettività organizzata secondo princìpi liberali e democratici è ineliminabile e che destra e sinistra non sono solo una espressione di questo conflitto, ma anche un modo di organizzarlo, renderlo meno caotico, più prevedibile e controllabile. Destra e sinistra non sono una pura costruzione intellettuale: sono e sono state una lenta e difficile costruzione storica, con diverse evoluzioni sincroniche e diacroniche nelle società di cui costituiscono le polarità fondamentali del sistema politico. Una costruzione che ha conosciuto traumi e tragedie, ed è parte integrante della stessa costruzione del liberalismo e della democrazia. Se utilizzate in modo proprio, le categorie di destra e sinistra non costituiscono una minaccia alla capacità di un Paese, di una collettività rappresentata da uno Stato liberal-democratico, di difendersi da aggressioni esterne. Anzi, possono costituire un elemento di forza. Ma utilizzare in modo proprio quelle categorie è difficile e si scontra con due principali ostacoli.

 

Il primo è che i problemi di cui uno Stato deve tener conto quando agisce in un contesto internazionale sono molto diversi quelli che affronta in un contesto interno: gli attori il cui comportamento deve prevedere sono numerosi, le regole su cui fare affidamento sono poche, controverse e non accompagnate da sanzioni efficaci.

Si tratta di un gioco in cui è praticamente impossibile prevedere quale sia la scelta più favorevole al singolo giocatore-Stato che l’affronta.

 E le categorie normative di destra e sinistra, di cui i politici fanno uso nel contesto della politica interna, gli forniscono soltanto, se usate propriamente, orientamenti generali, analogie, ipotesi verosimili, più che indirizzi affidabili.

 

Non è facile capire quale sia la migliore risposta possibile a una minaccia esterna e soprattutto dimostrarlo in modo convincente a elettori inconsapevoli delle difficoltà della politica internazionale.

 

E proprio questo conduce al secondo ostacolo. Soprattutto in un contesto in cui destra e sinistra sono rappresentate da coalizioni tra partiti diversi ed eterogenei, per un politico la tentazione di usare in modo improprio quelle categorie è molto forte. Egli tenderà a utilizzarle non per chiarire meglio la proposta di politica internazionale che sostiene, ma per raggiungere l’obiettivo cui ogni partito è maggiormente interessato, l’aumento dei consensi elettorali, a discapito dei partiti che percepisce come concorrenti.

Come abbiamo appena visto, non è facile capire quale sia la migliore risposta possibile a una minaccia esterna e soprattutto dimostrarlo in modo convincente a elettori inconsapevoli delle difficoltà della politica internazionale.

 In questa situazione si comprende facilmente perché ai partiti conviene evitare argomentazioni complesse di politica internazionale se vogliono prevalere sugli altri, anche se appartenenti alla stessa coalizione, e può convenire invece sottovalutare la gravità della situazione, traccheggiare, dire agli elettori ciò che gran parte di loro vuol sentire.

Insomma, presentare la situazione come “business as usual” nel perenne scontro interno tra destra e sinistra.

 

Adottando questo atteggiamento si rischia però di compromettere non soltanto la politica internazionale che dev’essere adottata – una politica che può comportare per un tempo non breve un minor benessere per il Paese – ma anche la legittimità e il valore delle categorie di destra e sinistra nel loro ambito proprio, come parte integrante di un assetto politico di democrazia liberale.

Il benessere e la pace di cui le democrazie liberali hanno goduto in Europa nel lungo periodo successivo alla Seconda guerra mondiale sono il frutto di un delicato equilibrio tra libertà, mercato e democrazia.

E solo se questo viene ripristinato possiamo sperare che la configurazione storica che li ha prodotti non sia stata un evento irripetibile, ma una situazione che potrà essere condivisa in futuro da una frazione più ampia dell’umanità.

Insomma, una seria minaccia esterna può compromettere i fondamenti stessi della democrazia liberale.

 

Oggi la situazione è particolarmente grave perché quei fondamenti, e in particolare il fondamento liberale, erano già in crisi prima che la “seria minaccia esterna” si manifestasse. Il modello di crescita indotto dall’orientamento politico neoliberale degli ultimi trent’anni aveva già suscitato reazioni politiche ostili ai partiti di destra e sinistra che se ne erano fatti interpreti o che a essi si erano adattati.

La globalizzazione e gli sviluppi di una straordinaria rivoluzione tecnologica avevano generato insicurezza, disoccupazione, precarietà, bassi salari e una distribuzione dei redditi molto sfavorevole ai ceti più poveri e incredibilmente vantaggiosa per quelli più ricchi. Di qui la crescita di movimenti populisti cui fece seguito, dopo la Grande recessione seguita alla crisi finanziaria del 2007-2008, il declino dei tradizionali partiti liberali di destra e di sinistra, l’accentuazione degli aspetti nazionalistici dei loro programmi, il successo di nuovi partiti nazionalisti.

Un’onda composta da vari tipi di nazionalismo ha colpito le democrazie liberali.

 E tra questi tipi, in Europa, è particolarmente insidioso il sovranismo, il “nazionalismo 2.0”, come lo chiama Sergio Fabbrini.

 Insidioso perché corrode dall’interno la forza dell’Unione europea, la sua capacità di rispondere unita a minacce esterne.

Quando eventi imprevisti producono un disagio sociale molto forte e diffuso saranno gli stessi cittadini a chiedere allo Stato, l’unico potere democratico cui possono rivolgersi, di porre rimedio ai problemi che essi avvertono come più pressanti.

 E i partiti, di destra o sinistra che siano, non potranno fare a meno di rispondere se non vogliono essere scalzati da nuovi movimenti e partiti che insidiano la loro popolarità.

Ma a fronte di una grave difficoltà economico-sociale, in atto o imminente, è lo stesso assetto di democrazia liberale che rischia di entrare in crisi.

Ed è questo che è avvenuto dopo la Grande recessione e rischia di aggravarsi in futuro.

 È stato difficile affrontare la pandemia e ha richiesto decisioni che hanno messo duramente alla prova il sistema politico liberal-democratico.

Attualmente è ancor più difficile affrontare la necessità di maggiori spese connesse alla difesa comune dell’Europa:

mai la domanda di pace è stata così popolare, e non solo per le nobili ragioni di papa Francesco, ma per quelle meno nobili cui sono sensibili i partiti:

sostenere la spesa pubblica dalla quale dipende il consenso politico dei partiti al governo e le speranze di vittoria di quelli all’opposizione.

 La politica internazionale, quando si avvicinano decisioni di pace o di guerra, è terreno assai più insidioso che non quello di emergenze dovute a cause sanitarie o eventi naturali.

Se si manifesta un conflitto fra Stati, rischia di riaffacciarsi il sottofondo tribale della nostra specie, un sottofondo di antagonismo tra Stati-tribù incompatibile con la concezione individualistica della liberal-democrazia.

 

In riferimento all’attuale situazione internazionale, l’Italia non è messa bene, e non soltanto per la debolezza della sua economia e delle sue istituzioni.

Nel dopoguerra, il nostro Paese è riuscito a dotarsi di un regime liberal-democratico nonostante la permanenza nel suo sistema politico di una destra e di una sinistra in cui erano forti le permanenze di concezioni incompatibili con una democrazia liberale.

Una concezione compatibile è riuscita a prevalere definitivamente nella sinistra solo dopo l’implosione dell’Unione Sovietica, anche se ciò ha liberato frammenti e residui delle vecchie concezioni.

Sull’altro estremo della dicotomia è in corso un tentativo di dare un nuovo fondamento ideologico alla definizione della destra, che però parte da concezioni almeno altrettanto incompatibili con la liberaldemocrazia di quelle da cui partiva la sinistra di origine comunista.

In mezzo, altre scorie e frammenti dovuti alla persistenza di movimenti e partiti che si erano formati nel periodo successivo al crollo della Prima Repubblica.

Purtroppo, sia i partiti maggiori, sia quelli che ho definito ironicamente come scorie-frammenti-residui, sono continuamene alimentati dalle turbolenze in corso e dalle difficoltà economiche e istituzionali del nostro Paese. In modo opportunistico, essi si aggrappano a (o intensificano) qualsiasi motivo di conflitto sociale se ritengono che ciò rafforzi il consenso elettorale che ricevono.

In una democrazia liberale il conflitto è inevitabile e può essere solo temperato come competizione potenzialmente progressiva.

Ma questa non esclude che in momenti di emergenza internazionale un Paese possa affrontare decisioni di pace o di guerra senza snaturare le sue istituzioni liberali e democratiche e il suo pluralismo interno.

E senza farsi sedurre dal sottofondo tribale del nazionalismo.

(Rivista il Mulino 2026).

La notizia della morte della

 globalizzazione è

grandemente esagerata.

Sdabocconi.it – (24 novembre 2025) - Carlo Altomonte - Public management – CompLab -Redazione – ci dice:

 

 

Nel 2023 Barry Eichengreen, economista americano, ha scritto che la globalizzazione "è stata dichiarata morta più volte di quanto non si possa contare."

 

Dal Financial Times all’Economist, fino al Fondo Monetario Internazionale, il tema è diventato un classico: ad ogni evento di crisi — dal 2008 al Covid, fino alla guerra in Ucraina o all’elezione di Trump — si riaccende il dibattito sul presunto indietreggiamento dell’integrazione economica mondiale.

 

Eppure, la realtà racconta una storia diversa.

Sicuramente è terminata la crescita tumultuosa della globalizzazione sperimentata dalla fine degli anni ’90 al 2008, anni in cui il rapporto tra esportazioni e produzione è sostanzialmente raddoppiato, da circa il 15% al 30% del PIL mondiale.

Ma dal 2008 in poi questo indicatore non è mai sceso sotto il 26%, e a fine 2024 è vicino ai massimi, nonostante la crisi finanziaria, la pandemia, la crisi ucraina.

 

È per questo che l’analisi economica fatta seriamente preferisce parlare di un rallentamento della globalizzazione (o slow-baliatico), piuttosto che di de-globalizzazione.

Ovviamente, questo non vuol dire che dietro il dato aggregato non avvenga in realtà una riconfigurazione dei flussi commerciali internazionali, in particolare a causa della frammentazione geo-politica, un fenomeno che, quello sì, è in crescita negli ultimi anni.

 

Il Fondo Monetario Internazionale, nel recente studio di Gita Goliath e colleghi (Channing Global Linkages: A New Cold War?, 2024), mostra che dopo l’invasione russa dell’Ucraina si è osservata una riduzione del 12% nei flussi commerciali e del 20% negli investimenti diretti esteri (FDI) tra Paesi appartenenti a blocchi geopoliticamente distanti, rispetto agli scambi all’interno dello stesso blocco.

 

Tuttavia, lo stesso studio sottolinea che questa frammentazione rimane modesta rispetto alla Guerra Fredda, e che il commercio globale nel suo complesso non si è contratto. Questo perché a fronte della contrazione dei flussi tra blocchi (US-Cina da un lato, e EU-Russia dall’altro), si assiste a una riconfigurazione dei flussi all’interno dei blocchi e, soprattutto, verso una nuova categoria di Paesi: i cosiddetti "connector countries."

 

Durante la Guerra Fredda, queste economie cosiddette "non allineate" erano marginali per i sistemi di produzione internazionali. Oggi invece costituiscono il tessuto connettivo della nuova globalizzazione che si riconfigura a causa dei mutamenti geo-politici in atto. Come mostrano Goliath e colleghi, i flussi commerciali e di investimento che un tempo passavano direttamente tra Stati Uniti e Cina vengono sempre più ri-direzionati attraverso Paesi terzi, in particolare verso paesi come Vietnam, Messico, Tailandia, Indonesia. Tutti paesi in cui, tra il 2018 e il 2023, la Cina ha esportato di più (e a volte anche investito di più), e dai quali contemporaneamente gli USA hanno importato maggiormente.

 

Questi Paesi "ponte" beneficiano della competizione geopolitica: ricevono investimenti sia da imprese occidentali che da aziende cinesi che cercano di aggirare le barriere commerciali. Il risultato? Una catena del valore più lunga, più articolata e meno leggibile, ma non necessariamente più fragile. Anzi, è proprio questo effetto di riconfigurazione dei flussi che sta preservando la resilienza complessiva del commercio mondiale, anche in presenza di tensioni politiche e restrizioni normative.

 

Un altro aspetto interessante riguarda l’impatto sulla globalizzazione del crescente dis-accoppiamento tra Cina e Stati Uniti, ossia i due paesi responsabili di uno dei volumi di commercio bilaterale in assoluto tra i più grandi al mondo, almeno sino al 2024 (circa 600 miliardi di dollari tra i due flussi). Se ipotizziamo che per ragioni diverse questi due paesi stiano perseguendo politiche di disaccoppiamento tra loro, e comunque abbastanza autonome rispetto all’integrazione delle catene del valore globale, è ragionevole chiedersi cosa succede alla globalizzazione se li escludiamo dai dati.

Questo esercizio è riportato nel grafico sottostante, in cui la linea nera continua mostra la metrica della globalizzazione a livello mondiale commentata in precedenza.

La linea tratteggiata immediatamente sopra mostra la stessa linea con esclusione della Cina:

come si può notare, negli ultimi anni la differenza tra le due linee aumenta, segnale che la Cina si sta progressivamente chiudendo rispetto al commercio internazionale.

 

Infine, la linea azzurra tratteggiata in alto nel grafico esclude dal computo del rapporto esportazioni/PIL sia Cina che Stati Uniti, e non mostra alcun rallentamento. In altre parole, quello che emerge è che al di fuori della dinamica sino-americana gli scambi internazionali tra paesi hanno continuato a crescere con sorprendente regolarità, e potrebbe continuare a farlo se non interverranno ulteriori rotture nei rapporti geo-politici tra Stati, che tuttavia al momento non sono all’orizzonte.

(Fonte: elaborazione dell’autore su dati World Bank).

 

Ciò suggerisce che il sistema globale rimane fortemente interconnesso, ma con centri di gravità che si stanno spostando. La crescita del commercio intra-asiatico, l’espansione dei flussi tra Europa e paesi emergenti e l’ascesa di nuovi hub produttivi come il Vietnam, l’India o il Messico testimoniano che la globalizzazione non sta scomparendo, ma sta cambiando forma e direzione.

 

Questo ci porta alla conclusione che non stiamo assistendo a una deglobalizzazione, ma a una globalizzazione ristrutturata. Le catene del valore globali si accorciano o si spostano verso paesi "amici" (friend-sharing) in alcuni settori strategici (tecnologia, energia), ma si allungano in altri grazie ai connettori countries. Le imprese non rinunciano all’apertura, la rendono semplicemente più flessibile e geopoliticamente consapevole, aiutate da uno stock di investimenti diretti esteri delle multinazionali che a livello globale nel 2024 ha superato i 50 mila miliardi di dollari (erano 2.500 miliardi all’inizio degli anni ’90).

 

Guardando avanti, è dunque possibile che la globalizzazione si muoverà lungo tre direttrici:

 

Regionale, con l’ascesa di accordi di integrazione regionale come la Regional Comprehensive Economic Partnership in Asia, la più grande area di libero scambio del mondo (1/3 del PIL mondiale), o come l’accordo tra UE e Mercosur.

Tecnologica, con un progressivo disaccoppiamento strategico tra le filiere americane (e di conseguenza del G-7) rispetto a quelle cinesi nel campo dei semiconduttori, dati e intelligenza artificiale.

Valoriale, con le economie avanzate che cercano fornitori "affidabili" sul piano politico e ambientale.

Il futuro della globalizzazione non sarà dunque un ritorno agli anni ’90, ma nemmeno un mondo di muri e autarchie. Sarà un sistema multipolare di interconnessioni parziali, dove le reti si intrecciano parzialmente, ma non si fondono.

Non più una corsa all’apertura illimitata, ma una ricerca di equilibrio tra interdipendenza e sicurezza.

È la fase adulta della globalizzazione: meno ingenua, più consapevole.

 

 

 

 

L'intervista «Ecco perché la guerra è necessaria a questo sistema politico-economico».

Cdf.ch – (4 luglio 2025) – Dario Campione – Fabio Armao – Redazione – ci dice:

 

Fabio Armao, politologo dell'Università di Torino, spiega perché i conflitti armati sono fortemente connaturati al mondo interconnesso e globalizzato.

Le guerre contemporanee, dice il politologo Fabio Armao, non possono essere paragonate a quelle nazionalistiche del ‘900.

Fabio Armao, politologo, è ordinario di Politica e processi di globalizzazione all’Università di Torino, da anni si occupa di teoria e storia della guerra e della diffusione degli attori non statali della violenza. Il suo ultimo lavoro si intitola “Capitalismo di sangue. A chi conviene la guerra” (Laterza, 2024).

 Il Corriere del Ticino lo ha intervistato.

 

Professor Armao, i fronti bellici sono sempre più numerosi. È nota a tutti la definizione di papa Francesco della «Terza guerra mondiale a pezzi». Che cosa sta succedendo? E perché?

«Il concetto di guerra è cambiato, così come sono mutati i suoi presupposti. E il dibattito sul tema non è nuovo, risale agli anni ’90 del Novecento e alla guerra in Jugoslavia.

In quel momento, l’elemento principale sul terreno era la proliferazione degli attori non statali della violenza: mercenari, terroristi, organizzazioni criminali con un potere di fuoco considerevole - pensiamo soltanto al Messico, dove da decenni è in atto una sorta di guerra civile con i Narcos che controllano parte consistente del territorio con un proprio esercito.

La guerra in Ucraina è parsa un ritorno ai conflitti novecenteschi, fondati sul nazionalismo.

Ma non credo che sia così.

 Anzi: parlare di un ritorno dei nazionalismi è fuorviante, dato che non ci sono in gioco né le ideologie né le masse.

In realtà, sono totalmente cambiati i presupposti.

 Lo dico in modo provocatorio: la politica c’entra sempre meno. Oggi le guerre si basano su criteri oligarchici, economici, capitalistici».

 

Che cosa intende di preciso?

«Voglio dire che il nostro sistema economico ha bisogno dei conflitti per autoalimentarsi. Beninteso: non ho visioni complottiste della realtà. Tento soltanto di dare una visione complessa a un mondo interconnesso e globalizzato. In passato, Stato e capitalismo sono cresciuti insieme facendo le guerre. Oggi la politica è talmente intrecciata con il capitale da poter sopravvivere soltanto grazie a questa interazione. Una politica non succube del capitale, ma sempre più privatizzata».

 

Un processo che lei ha ribattezzato «oiko-crazia», dai termini greci “kratos”, potere, e “oikos”, famiglia, clan.

«Sì, una forma di governo ormai pressoché universale che riscopre il clan come struttura di riferimento e antepone gli interessi privati dei propri membri a quelli pubblici, agli interessi collettivi. Nel 2020 ho iniziato a parlare di “oiko-crazia” poiché, da politologo, vedevo come la politica si stesse sempre più privatizzando mentre il ruolo dei Parlamenti, anche nelle democrazie, andava svilendosi.

Donald Trump e Vladimir Putin non sono accomunati soltanto dall’aspetto personalistico del potere.

Ma anche dalla scelta di circondarsi di persone appartenenti, appunto, ai rispettivi clan e non di professionisti della politica.

 

L’intreccio pubblico-privato, ormai, è stupefacente. Basti pensare a Elon Musk, il quale gestisce quasi in regime di monopolio il settore satellitare, strategico per la guerra: un potere tecnologico tale da condizionare ogni possibile scenario bellico.

 Per l’Ucraina sarebbe finita se Musk decidesse di spegnere Starlink».

 

Qualcuno ha definito tutto questo “capitalismo clientelare”.

«In passato, il clientelismo era considerato patologico. Adesso, è diventato sistema praticamente ovunque: in Russia, in Cina, negli Stati Uniti.

Un sistema universale, insomma, che spiega il fatto rilevante del perché la vecchia distinzione tra autocrazie e democrazie stia progressivamente perdendo di significato.

 Non voglio dire che tutti i regimi sono uguali, ma che molti di essi sono governati da élite in dialogo tra loro. Trump va d’accordo con Putin perché sono due oligarchi, in due sistemi diversi».

 

Anche se il presidente degli Stati Uniti ha comunque vinto elezioni libere, molto diverse da quelle della Russia di Putin.

«Certamente è così. Ma Donald Trump, da quando è tornato alla Casa Bianca, non ha mai smesso di attaccare la magistratura e lo stesso Congresso, nel tentativo - sin qui riuscito - di limitarne i poteri. E ha scatenato i bombardamenti contro l’Iran senza interpellare il Congresso, violando apertamente la Costituzione. In questo, forse, favorito dalla trasformazione tecnologica della guerra».

 

In che senso?

«La guerra, oggi, è cambiata. Basti pensare a quanto sia diventata determinante l’arma aerea, con i missili e i droni. Israele ha mosso guerra all’Iran senza mettere sul terreno un solo soldato. Il quadro è quindi completamente cambiato rispetto ai conflitti novecenteschi e agli 85 milioni di morti delle due guerre mondiali.

Per quanto, non manchino aspetti nuovi e altrettanto inquietanti».

A che cosa si riferisce?

«Al fatto che le élite non sono più costrette a cercare l’approvazione delle masse.

La vecchia distinzione tra combattenti e non combattenti è scomparsa.

Nessuno, nei Paesi democratici, pensa alla coscrizione. Si parla di riarmo ma non di ritorno alla leva, che provocherebbe ondate di opposizione soprattutto tra i giovani.

I Governi contano inoltre sulla disattenzione delle opinioni pubbliche, le quali non essendo costrette a combattere accettano la guerra senza colpo ferire.

E questo è un dato essenziale sul quale bisognerebbe riflettere».

 

Non crede che sia paradossale che questo avvenga nella società più mediatizzata della storia?

«Forse sì, ma l’idea di opinione pubblica non esiste quasi più. Da decenni è in atto un processo di frammentazione, di anestetizzazione e di atomizzazione sociale generato proprio dallo sviluppo mediatico.

Per atomizzare le masse, il nazismo e il fascismo avevano destrutturato le società tedesca e italiana per poi riorganizzarle su base autoritaria.

 Oggi non c’è più bisogno di repressione e di propaganda. Bastano i social».

 

Pensa che lo spazio della democrazia si stia riducendo?

«Viviamo uno dei momenti più difficili per la democrazia. Un nucleo duro resiste, in Europa e in Canada. L’Europa, in particolare, possiede tuttora una cultura politica e giuridica solida: se dovesse crollare l’Europa dei diritti, tutto sarebbe molto più difficile. In questo senso, il pride di Budapest, è stato un momento di resistenza importante.

Se dovessi immaginare una via d’uscita alla crisi della democrazia, direi che l’unica soluzione rimane la mobilitazione dal basso, soprattutto dei più giovani.

 Il mondo è in mano alle gerontocrazie, in termini sistemici il problema è la mancanza del ricambio, che non è soltanto legato a partiti e movimenti, ma anche alle generazioni.

Mi faccia, però, sottolineare ancora una volta un concetto chiave».

 

Prego.

«Come ho detto prima, rifuggo le visioni complottistiche. Non credo che il mondo sia diretto da un manipolo di uomini senza scrupoli, quanto piuttosto da una rete molto articolata di clan, di gruppi di potere. Una rete ramificata, dietro la quale agiscono sistemi complessi.

 L’idea di “oiko-crazia” ha alle spalle il clan, ma caratteristica di questi stessi clan è la capacità di reclutare individui provenienti da ambienti diversi e di dare loro risorse e poteri prima rigorosamente distinti».

 

La globalizzazione è davvero finita?

Wired.it – (04 – 03 – 2025) – Antonio Piemontese – Rana Frodar – Redazione – ci dicono:

 

La giornalista Rana Frodar analizza la disillusione del mondo alle prese con il tramonto dell'ideale che ha segnato gli ultimi settant'anni.

Cosa ci aspetta adesso?

Proteste contro il Wto a Seattle nel novembre del 1999:

era l'inizio del movimento no-global.

Daniel Sheehan

Che ne sarà della globalizzazione?

Se il giornalismo mantiene un senso nell’epoca dell’intelligenza artificiale è quello di provare a fornire una visione d’insieme della realtà in grado di coniugare l'intuizione dell'artista con la precisione dello studioso.

 Compito non facile, che riesce a pochi. Rana Frodar, giornalista del Financial Times, si candida a entrare nel novero.

 Nel suo La globalizzazione è finita – la via locale alla prosperità in un mondo post globale (Fazi editore) ha sintetizzato anni di esperienze ai quattro angoli del mondo, dimostrandosi una delle voci più interessanti nel panorama dell'informazione globale.

 

Tre direttrici.

Scrivendo per uno dei giornali economici più influenti del pianeta, Frodar dispone di un osservatorio eccezionale, con accesso privilegiato a decine di interlocutori nel mondo della politica e delle imprese;

ma anche - e conta altrettanto, racconta - agli stabilimenti produttivi, dove si respira l’odore del metallo e della polvere, quello che inala la gente comune.

 

Nel volume, ricco di dati, l'americana prende atto del fatto che l’utopia di un governo globale – nata negli anni Trenta del secolo scorso devastati dalla crisi economica - è ormai definitivamente alle spalle.

La libera circolazione dei capitali avrebbe dovuto servire a intrecciare legami che rendessero meno convenienti i conflitti: “quello che abbiamo ottenuto, invece, è un’economia mondiale al servizio di sé stessa", scrive.

"Lo spazio mi manca ogni giorno", Luca Parmitano tra tecnologia e futuro delle missioni.

 

Frodar si muove lungo tre direttrici di pensiero:

la prima è il fatto che la globalizzazione che abbiamo sperimentato è stata un processo immaginato e plasmato dalle élite, ma del tutto slegato dalla realtà della popolazione.

Da qui discende il secondo punto:

è stato un errore includere la Cina nel Wto, l'Organizzazione mondiale del commercio.

 La mossa ha provocato un'invasione di prodotti a bassissimo costo sui mercati occidentali, ma ha segnato l'inizio delle delocalizzazioni che avrebbero finito per svuotare le fabbriche da questo lato del mondo.

Pechino è accusata di sfruttare l’economia mondiale all'unico scopo di portare avanti il proprio programma di politica interna; al contrario, sostiene la giornalista, il resto del mondo ha modellato la propria politica nazionale al servizio dell’economia globale.

Un'organizzazione come il Wto, insomma, può funzionare per l'Occidente, ma non per un'economia basata sui sussidi statali come quella cinese.

 

Il terzo assunto, infine, è che la dimensione locale, la geografia, il luogo, torneranno a essere centrali nei prossimi anni. Nonostante uno quotidiano che sembra diventare sempre più digitale e immateriale.

La conclusione? Radicale. “È tempo di azzerare tutto", si legge. "Dobbiamo condividere la ricchezza in maniera più ampia. Dobbiamo comprendere che il benessere economico non riguarda solo la crescita a livello internazionale o nazionale, ma piuttosto la gente reale, gli esseri umani che vivono in comunità specifiche”.

 

Rana Frodar (Fazi editore).

“Abbiamo puntato sulla crescita fine a sé stessa”

Frodar accetta volentieri di parlare in videoconferenza dal suo appartamento di New York.

L'edizione originale del libro appena tradotto è uscita in inglese nel 2022, a pochi mesi dalla guerra in Ucraina, quando non c’era traccia del conflitto a Gaza e la crisi energetica non era all’orizzonte.

Cosa è cambiato da allora?

 “Oggi c'è più polarizzazione, la politica è diventata più estrema, e c’è una guerra commerciale in corso: ma tutto rientra, credo, nel quadro generale di uscita dalla globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta che ho tracciato nel libro.

Ci stiamo muovendo verso un nuovo mondo post-neoliberale, che sarà più regionale, più locale".

“L’economia politica - prosegue - è un pendolo: la globalizzazione ha funzionato per cinquant’anni, ma è arrivata all’estremo, e quando si arriva a quel punto il pendolo comincia a muoversi in direzione opposta: e adesso ci troviamo precisamente in quella situazione”.

 

Secondo Frodar, “abbiamo puntato sulla crescita come se fosse un fine a sé stessa, senza domandarci delle conseguenze sull’ambiente, le persone e il lavoro”, e scontentando - così - sinistra e destra.

 Ma “quello che abbiano imparato negli scorsi venti anni è che il luogo conta assolutamente.

E che, se la gente paga le tasse e vota, vuole avere il diritto di dire la propria:

non possiamo cavarcela definendoli semplicemente protezionisti, razzisti, xenofobi”.

“Un sacco di gente”, prosegue ancora l'autrice, "quelli che chiamo some share people, ha radici da qualche parte.

 Penso agli insegnanti della scuola all’angolo, al panettiere, a chi non si muove con la frequenza delle mani share people come i giornalisti, i dirigenti delle grandi aziende, i nomadi digitali. Ecco, queste persone credono che le decisioni prese dalla politica sono assunte da una sorta di élite tecnocratica, da gente che lavora nell’industria del software, in quella dei media. E si domanda: in che modo queste decisioni aiutano me nella mia comunità?”

 

Il ruolo dell’Europa: più integrazione per non finire schiacciata.

In un mondo che cambia paradigma, si ridefiniscono i pesi nell'arena delle grandi potenze. Quale ruolo immagina per l’Europa?

“Un ruolo importante, è un momento di portata esistenziale per l'Unione", sostiene.

 “Tra i due modelli che abbiamo di fronte, lo Stato di sorveglianza cinese, dove non hai privacy e i dati sui cittadini sono raccolti dal governo, e i ‘tech bro’ californiani, che ormai siedono molto vicini al presidente, può esserci una terza via, e può essere quella del Vecchio continente”.

 Oggi è difficile da intravedere, dal momento che l'economia digitale vola, trainata dall'intelligenza artificiale e dal modello del tecno capitalismo d'assalto.

“Ma penso che assisteremo a una correzione da parte dei mercati nel giro di un paio d'anni, quando sarà chiaro che il monopolio dei giganti del web può essere spezzato all'improvviso, come peraltro è già accaduto nel caso di Deep Seek.

Potrebbero crearsi delle opportunità per altri attori da un punto di vista competitivo, valoriale e regolatorio, e anche per l’Europa.

Ma Bruxelles deve scegliere se integrarsi sempre più oppure essere schiacciata, spremuta da questi due giganti, rinunciando peraltro ai propri valori.

 Ce la farà? Penso di sì, anche se in maniera imperfetta.

Anche perché a molti non piace ancora l’idea di investire in Cina, e la fiducia negli Usa sta venendo meno per colpa di Trump. L'Europa può approfittarne, a patto di seguire la ricetta di Draghi”.

 

Trump? “Un bullo.”

Frodar è nata nell’Indiana, Stato del Midwest americano.

Non è a rischio di essere considerata una newyorchese radical chic.

Venire dall’America profonda, spiega, l'ha aiutata a comprendere le ragioni per cui una grossa fetta di popolazione vota per Donald Trump.

Ma anche a vedere i limiti del tycoon.

“Trump è un bullo a cui piacciono le vittorie di breve periodo", commenta, "come deportare i terroristi arrestati in piccole potenze come la Colombia o minacciare di riprendersi la Groenlandia.

L’effetto, alla fine, è minare il senso di legalità e di fiducia negli Stati Uniti, e sono convinta che pagheremo un prezzo per questo.

Anche se non mi rende felice dirlo, dal momento che una parte della mia pensione è investita in azioni statunitensi.

Non mi piace pensare che saremo penalizzati per i brevi termini di questo presidente”.

 

Il ruolo della stampa.

E i giornali?

 Sono in molti a credere che non abbiano fatto un buon servizio. Frodar non è completamente d'accordo.

 “Penso due cose", afferma. “Internet negli anni Novanta ha sconvolto il mercato editoriale, portando molte pubblicazioni a limitarsi a cercare i click con le storie più facili.

Oggi è diventato sempre più difficile fare giornalismo di qualità, e far pagare la gente per esso. Ma alla fine ottieni quello per cui paghi”.

"Se da una parte, però, è vero che ci sono buone ragioni che hanno portato la gente a fidarsi di meno della stampa, dall'altra non si può negare che il giornalismo sta giocando un ruolo importante nel sottolineare il cambio di paradigma in corso. E penso che se, come cronisti, continuiamo a raccontare quello che vediamo, e a indicare alle persone le parti del sistema che devono essere riformate, allora stiamo facendo un buon lavoro”.

 

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