La lega sembra il PD.

 

La lega sembra il PD.

 

 

 

Il Generale Burattino.

Conoscenzealconfine.it – (21 Agosto 2026) - Gianmarco Landi – Redazione – ci dice:

 

Mi accingo a scrivere questo articolo con l’intento di gettare un po’ di luce sul tanto discusso fenomeno Vannacci.

Che l’entrata nell’agone politico dell’ex generale non sia affatto un’azione estemporanea e genuina, credo sia una conclusione chiara a tutti coloro che abbiano una conoscenza, anche soltanto vaga, di come, in politica, certi personaggi vengano costruiti a tavolino prima, e candidati poi alla bisogna.

 

Per quanto riguarda coloro che, invece, serbassero ancora qualche dubbio in tal senso, li invito a riflettere sulla significativa coincidenza che ha fatto sì che la crescita impetuosa del consenso dell’ex generale si sia verificata all’indomani di alcune dure reprimende inferte alla Premier Meloni dal Presidente Trump, evidentemente spazientito da un appoggio che, in diverse circostanze, ha reputato troppo tiepido, se non addirittura doppiogiochista, da parte del nostro Premier.

 

Preso dunque atto che a tutti gli addetti ai lavori è chiaro che Vannacci sia una marionetta non dotata, peraltro, di una grande personalità, né in possesso dell’esperienza e dell’abilità politica di Giorgia Meloni, resta da capire quale sia la ratio dell’operazione Vannacci e, soprattutto, chi sia il burattinaio.

Perché, ad oggi, il dato certo è che l’operazione Vannacci può avere una doppia genesi e quindi una doppia valenza.

Il burattinaio che fa muovere i fili dell’ex generale può essere Matteo Renzi, come può essere Donald Trump.

 

Logicamente, il timore di Giorgia Meloni è che dietro a Vannacci ci sia Renzi, o meglio, certi apparati massonici e certi apparati militari NATO, che vorrebbero sottrarre il Governo della Repubblica Italiana alla leader di Fratelli d’Italia, per evitare che, alle prossime elezioni del 2027, il Centrodestra possa assicurarsi una maggioranza talmente forte da poter esprimere finanche il Presidente della Repubblica nel 2029.

 Se il timore della Premier fosse fondato, il fenomeno Vannacci sarebbe una strategia architettata dalla Sinistra e dai nemici di Trump.

 

Di converso, a muovere i fili dell’ex generale, potrebbero anche essere apparati vicini al Presidente USA che, come detto poc’anzi, sarebbe stanco di attendere una presa di posizione netta e più coraggiosa da parte della nostra Premier riguardo, ad esempio, alle relazioni con l’Ucraina di Zelensky, riguardo alla NATO, riguardo alle folli  politiche dell’Unione Europea in materia di immigrazione, di libertà di espressione (Digital Service Act) ed in materia finanziaria, con il diabolico perseverare dell’UE nel tentativo di far approvare l’euro digitale.

 

In questo senso, le umiliazioni di Trump nei confronti della nostra Premier, messe platealmente in scena tra il giugno e il luglio scorsi, e la promozione della marionetta Vannacci, sarebbero strategie per smuovere la Meloni e farla diventare più realista del re, o meglio, più trumpiana di Trump, trovando poi, alla suddetta marionetta, un ruolo in un futuro Governo Meloni bis.

Il messaggio che sortisce dalla strategia è chiaro: se Fratelli d’Italia vuole continuare a governare e non lasciare il Paese in mano alla Sinistra, deve eseguire una politica coerente con quella del MAGA statunitense.

In quest’ottica, non credo che sia dunque un caso che Lisei, Malan, Bignami e Buon guerrieri, in Commissione Covid, si siano scagliati contro Conte con tanta veemenza da sembrar emulare il Senatore Moreno e il Sentore Hawley contro Fauci, al Senato USA, il 29 luglio scorso.

 

Dal Senato USA è partito l’indirizzo politico da tenere e i rappresentanti di Fratelli d’Italia, in Commissione Covid, hanno dimostrato d’averlo inteso;

e, insieme con loro, l’ha capito anche Roberto Barioni, che, come dimostra col suo post su “Sub stack”, ha ben chiaro che la politica italiana è indissolubilmente collegata a quella americana, ed il fatto che Fauci sia stato incriminato per “Oltraggio al Congresso” è soltanto l’inizio di una resa dei conti che non potrà restare confinata oltreoceano, perché far luce su ciò che è davvero stata la Pandemia di Covid-19 è la madre di tutte le battaglie da portare avanti in questo momento storico, perché, per il tramite del Covid-19, si profilava l’attuazione di una dittatura politica e finanziaria globale ad opera dell’élite satanista del World Economic Forum di Davos.

 

Questa dittatura orwelliana e distopica è stata combattuta ed è in procinto di essere vinta da un’altra élite, che ora, dopo aver dovuto a lungo essere incudine, ha potuto finalmente farsi martello.

È notizia dei giorni scorsi, infatti, che David Mores, ex consigliere di Anthony Fauci, si è dichiarato colpevole di cospirazione per danneggiare il popolo degli Stati Uniti d’America, ammettendo di aver agito per non evadere le richieste di accesso alle informazioni sulla Pandemia, col preciso intento di nascondere documenti governativi relativi al Covid-19.

 

Trump e chi con lui vuole affrancare gli Stati Uniti ed il mondo dai vecchi apparati di potere del Deep State internazionale, sta giocando la propria partita a poker e i bluff sono all’ordine del giorno; fa parte del gioco che non si capisca, talvolta sino all’ultimo, chi muove i fili di un burattino…

 

C’è da chiedersi, se il burattino stesso ne sia davvero consapevole…

(Gianmarco Landi).

(gianmarcolandi.it/files/IL-GENERALE-BURATTINO–1-.pdf).

 

 

 

 

Romeo: «Basta leader,

Salvini lo sa. Sia una

squadra a guidare la Lega».

Ilonordest.it - Laura Berlinghieri – (21 agosto 2026) – Redazione – ci dice:

 

Il capogruppo al Senato: «Pontida di rilancio, soluzione prima».

 il governatore della Lombardia, Fontana: «Segreteria con Zaia, governatori e sindaci»

 

Il capogruppo leghista al Senato è Massimiliano Romeo e il presidente lombardo è Attilio Fontana.

Il “redde rationem” si è consumato a pochi metri dal mare di Forte dei Marmi.

 Dal lato opposto rispetto alla spiaggia del Papeete, che, una manciata di anni fa – ma sembra trascorsa un’era geologica – fu luogo (e simbolo) dell’inizio della fine.

 

Camicia bianca sbottonata, mocassini.

 Non boxer e mojito in mano; ma nemmeno – per fare un parallelismo con una serata storica, che tanto ricorda quella del 20 agosto – fazzoletto verde nel taschino e scopa.

 

Simboli di una nuova Lega, che, dopo le interviste spot degli ultimi giorni, ha deciso di uscire a volto scoperto con i suoi due uomini simbolo della Lombardia, escluso il segretario federale Matteo Salvini:

il presidente della Regione Attilio Fontana e il numero uno regionale e capogruppo al Senato Massimiliano Romeo.

Ospiti alla Versiliana, ufficialmente per presentare il nuovo libro di quest’ultimo;

nella realtà, per lanciare il manifesto della “loro” nuova Lega.

Rendendo finalmente pubbliche veline e indiscrezioni, bozze di un nuovo statuto maldestramente pubblicate nella chat sbagliata e ipotesi di triumvirato prima accolte e poi respinte.

 

«La svolta a Pontida».

Ieri sera, appena interrotti da una breve contestazione, Romeo e Fontana hanno detto tutto.

 «Ci accusano di voler spaccare il partito, ma sono due anni che spegniamo fuochi.

Questo, mentre i militanti lasciano la Lega, non rinnovano la tessera. Mentre facciamo una fatica enorme a organizzare persino il raduno di Pontida».

 

Sarà il prossimo 20 settembre.

Lo ha ricordato Salvini stesso, ieri, con un video diffuso sui social.

Certo non prevedendo che, appena una manciata di ore dopo, due uomini simbolo del partito avrebbero eletto quell’appuntamento a giornata della rinascita.

Senza di lui.

 

«La svolta deve essere prima», scandisce i tempi Fontana, «E già a Pontida dovremo trovarci con nuovo entusiasmo».

 

Il presupposto dei due è chiaro.

 «Alle feste, i militanti ci dicono che, se andiamo avanti così, non ci votano più».

E poi: «Più passa il tempo e più la lacerazione rischia di essere irreversibile».

 «Abbiamo abbandonato le battaglie del territorio».

«Se ci snaturiamo, la gente non ci riconosce».

 «La Lega deve tornare a fare paura».

 «La cartina tornasole saranno le elezioni.

E il rischio è che la lega scompaia, perché non la vota più nessuno». «Dobbiamo tornare a fare la Lega: a parlare di territori, economia»:

 lo ha detto pure il presidente veneto di Confindustria Raffaele Boscaini, ricorda Romeo.

 E ancora: «Rischiamo di essere la brutta copia di FdI e Fn».

Il compendiario dello sfogo a due voci di ieri sera, chiaramente studiato a tavolino con i presidenti (o ex) di Regione leghisti: Luca Zaia in primis, e poi Massimiliano Fedriga e Maurizio Fugatti.

 

Una squadra alla guida.

Quello che propongono, senza inutili giri di parole, è l’ammutinamento. «La Lega così non va», la sentenza di Romeo, «in vista delle politiche, se avanziamo con un leader, rischiamo di non farcela».

 

Anche perché la guida del centrodestra sarà una: Giorgia Meloni.

 E allora, dice il capogruppo, la soluzione è la «leadership collettiva». Con dentro «Zaia e i governatori».

 «Pure con qualche sindaco», incalza Fontana.

Dopo, per non fare troppa confusione, replica Romeo.

Che poi concede: «Nessuno ha detto che Salvini non dovrà far parte della squadra, ma che squadra sia».

 

La vecchia ipotesi di partito sul modello bavarese?

«Per noi resta in piedi, ma pare che Salvini abbia detto di no», confida Fontana.

Ma qualcosa va fatto.

Ci sono pure i tempi: prima del raduno del 20 settembre, appunto. «Pontida è il luogo in cui rinnoviamo il nostro legame con la comunità. La soluzione va trovata assolutamente prima», dice Romeo.

Salvini è stato informato.

«Noi la proposta l’abbiamo avanzata.

A Salvini abbiamo detto di prendere l’estate per ragionarci su e ora ci attendiamo una risposta.

Vuole fare finta di nulla? Libero di farlo.

 Ma noi siamo convinti che, così, la Lega rischia di finire ai minimi termini».

 

Lo dice pure Fontana: «Se vedi un amico che corre contro un muro, glielo dici. Se ci andremo a schiantare, almeno avremo la coscienza pulita: lo abbiamo detto».

Non al congresso di appena un anno fa, è il rilievo. «Ma allora c’era Vannacci vicesegretario, la linea sovranista era giustificata.

Rispetto ad allora è cambiato il mondo.

E comunque la promessa di ritorno alla valorizzazione del territorio inserita nelle mozioni di Alberto Stefani e Riccardo Molinari non è stata rispettata», rilancia Romeo, tirando in ballo tutti.

Sorride, mentre lancia il sasso. E, questa volta con la mano ben in vista, regge il microfono.

 

 

 

 

I problemi interni di Pd e Lega:

dai riformisti al Team Vannacci.

Publicpolicy.net – (27 Ottobre 2025) - David Allegranti – Redazione – ci dice:

 

ROMA (Public Policy) – I partiti sono di nuovo in piena campagna elettorale.

Non tanto per le elezioni regionali (bisogna ancora votare in Campania, Puglia e Veneto, ma il risultato sembra essere abbastanza scontato), quanto per le elezioni politiche.

 Certo, mancano ancora due anni, visto che il Governo Meloni ne ha appena festeggiati tre a Palazzo Chigi.

Ma l’agitazione dei partiti è consistente ed è destinata a durare a lungo. E non c’entrano i duelli sulla legge di Bilancio, scontati persino quelli visto il periodo dell’anno.

 

Guardiamo che cosa sta accadendo dentro il Partito democratico.

 I riformisti del Pd alternativi a Stefano Bonaccini, sconfitto nelle primarie contro Elly Schlein, fin qui capo dell’opposizione di Energia Popolare, si sono appena ritrovati a Milano per il convegno “Crescere”. Toni polemici nei confronti di Bonaccini non sono mancati.

“In queste settimane ho letto molto spesso di una distinzione tra riformisti da salotto e riformisti di popolo”, ha detto Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, tra gli organizzatori della giornata:

 “Per inciso qui c’è solo chi si sporca le scarpe da Kyiv a Ventotene, dal nord delle imprese fino a quel sud dimenticato che torna utile solo quando c’è da fare qualche accordo elettorale; qui ci sono donne e uomini che si sono fatti le ossa nella provincia più sperduta d’Italia”.

 

Sul palco del convegno è salito anche il neo consigliere regionale Matteo Biffoni, ex sindaco di Prato, recordman di preferenze alle recenti elezioni toscane (22mila), accompagnato in questa nuova avventura da Filippo Sensi, Marianna Madia, Lia Quartapelle , Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Piero Fassino e Sandra Zampa.

Tutti delusi dalla leadership di Bonaccini.

“L’idea del non disturbare il manovratore è purtroppo troppo presente all’interno di un partito che invece necessariamente del confronto, che non significa per forza scontro, aveva fatto la sua radice di nascita”, ha detto Biffoni.

Assente invece l’europarlamentare Dario Nardella, che sembra ancora alla ricerca di una propria strada dentro il Pd.

“Serve chiarezza dentro il Pd, e non bisogna avere paura di fare questa chiarezza.

E nemmeno dei luoghi in cui farla: i congressi si fanno per questo, per discutere della linea politica”, ha detto ancora Picierno lasciando intuire che al momento opportuno – quando ci sarà da scegliere il nuovo segretario o segretaria – i riformisti si faranno sentire.

Sono attese contromisure politiche da parte della segreteria nazionale, che risponderà alle critiche di queste settimane.

 

Chi non pare avere problemi al proprio interno è invece Giuseppe Conte, che è stato appena confermato alla guida del M5s per altri 4 anni. Certamente non aveva avversari imbattibili di fronte a sé.

 Resta da capire però chi potrà mai fare il leader del centrosinistra e come sarà scelto (primarie o no?).

Non sono questioni che verranno risolte a breve, ma senz’altro fra Pd e M5s, per non parlare di AVS, il tema è già ben presente.

 

Nella coalizione di governo invece i problemi principali ce li ha la Lega di Matteo Salvini, alle prese con l’incredibile caso Vannacci.

Il generale in pensione, europarlamentare eletto con la Lega, anziché diventare l’opportunità di riscatto di un partito che ha perso mordente e consenso, si è rivelato un problema per la tenuta del Carroccio.

Tant’è che ormai non lo può sopportare più nessuno tra i leghisti. Nell’ultima riunione del consiglio federale, al quale Roberto Vannacci non s’è presentato, e non è neanche la prima volta, è stato deciso che i Team Vannacci non potranno fare concorrenza politica alla Lega e dovranno limitarsi ad attività meramente culturali.

Laddove non riesce ad arrivare la politica, arriva dunque la burocrazia.

 E questo perché nessuno ormai è in grado di bloccare lo strapotere di Vannacci. Ma magari un giorno, chissà quando, Vannacci farà la fine di Flavio Tosi, che pure era un leghista vero e non importato, verrà normalizzato e buttato fuori.

Non adesso però, con tutti questi appuntamenti elettorali regionali.

La Lega dunque non vuole essere vannaccizzata, così almeno ripetono Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, Attilio Fontana e altri, ma finché non si attiva Salvini, il generale Vannacci continuerà ad avere ruoli di primo piano.

Prima era solo un gioco delle parti, adesso è diventata una seria linea di frattura che non aiuta il centrodestra a crescere, semmai penalizza ulteriormente la Lega.

(Public Policy).

(David Allegranti).

 

 

 

 

 

“Rosatellum” o non “Rosatellum”?

Legge elettorale, Fratelli d’Italia e Partito Democratico verso un’intesa?

IlRiformista.it – (24 Aprile 2026) - Pasquale Ferraro, Ottavia Munari – Redazione – ci dicono:

 

Giorgia Meloni ed Elly Schlein.

 

Rosatellum o non Rosatellum? È questo il dubbio amletico che va cercando risposta nella maggioranza.

Si sa, cambiare la legge elettorale, se guardiamo ai precedenti, non porta bene, anzi.

Eppure – per un attimo – l’introduzione delle preferenze sembrava essere realtà e non più un miraggio primo-repubblicano;

così come l’inserimento dell’indicazione del leader di coalizione una svolta verso una maggior chiarezza per i cittadini alle urne, e non più una chimera irraggiungibile.

Ma anche qui la realtà si scontra con la sensibilità dei partiti della maggioranza, non solo dell’opposizione.

 

Oggi forzare sulla legge elettorale, secondo molti, non conviene più.

Lo si potrebbe fare – dicono – se vi fosse la garanzia che anche una parte dell’opposizione votasse con la maggioranza.

Altrimenti ogni mossa andrebbe a ritorcersi contro la destra, e sarebbe un’altra occasione – per la sinistra – di tirar fuori le classiche carte “giochi di palazzo”, “legge elettorale ad hoc” e via dicendo.

Qui Fratelli d’Italia e Partito Democratico potrebbero trovare un’intesa, almeno così si vocifera.

Forza Italia frena e qualcuno sussurra che il timore delle preferenze possa essere quello di vedere la corrente del Segretario Tajani soccombere sotto i colpi delle correnti più forti sui territori, in testa quella del vicesegretario azzurro e governatore della Calabria, Roberto Occhiuto.

La Lega in verità non dovrebbe avere problemi – soprattutto al nord – alla luce del suo radicamento territoriale.

Il nodo però non si è ancora sciolto.

 E nel frattempo – a un annetto dalle elezioni – gli animi di scaldano.

 I sondaggi premiano ancora il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Fratelli d’Italia è sempre il primo partito e resta stabile oltre il 29%.

Alla faccia della vittoria del “no” e dei sorrisini di chi pensa, a sinistra, che Meloni sia in difficoltà.

No, la sinistra non ha già la vittoria in mano al prossimo giro, perché “rigore è quando arbitro fischia”, diceva il buon Vujadin Boskov.

Se c’è qualcuno, nella maggioranza, che ha le idee chiare e tiene la linea, quello è Fratelli d’Italia.

 La Lega, dal canto suo, fresca di manifestazione con i Patrioti a Milano, sta cercando di recuperare terreno dopo il terremoto Vannacci.

 Il federalismo, la questione settentrionale, l’autonomia:

c’è voglia di ritornare ai temi autentici del Carroccio, perché non sono poche le voci di militanti e storici elettori che lo chiedono.

 Il leader Matteo Salvini forse pensava che il Generale potesse esser un palliativo dinanzi la graduale perdita di consenso; si è rivelato essere, invece, un tornado.

Confusione Generale.

Essersi spostati troppo a destra – per un Movimento nato come antisistema e indipendente – non ha alla fine ripagato nel lungo periodo.

Riusciranno le camicie verdi a rinascere?

Questa un’altra incognita, che va a braccetto con l’altro grande mistero che tormenta tutti:

ma Vannacci, alle urne, quanti voti prenderà?

Correrà con la destra o andrà in direzione ostinata e contraria in solitario?

 

Giorgia Meloni va avanti fino all’ultimo giorno. Ad un anno e mezzo dalle elezioni è già iniziata la campagna elettorale

Forza Italia, così non si vince.

È il momento di decidere il futuro, la strada indicata è quella di Marina Berlusconi.

Un siluro russo contro Meloni nel pieno del caos-intelligence:

 da Schlein a Salvini, tutti indignati.

Tranne Vannacci.

“Alla fine andrà da solo” ha sentenziato il Kraken nel confronto con il generale a “Pulp Podcast”, alimentando più di qualche sospetto sulle manovre – in chiaroscuro – all’opera per indebolire il centrodestra, provando la vecchia tattica già testata nel 1996, le uniche elezioni vinte dall’Ulivo.

Allo scenario si aggiunge la crisi mistica in corso dentro Forza Italia.

 Da dove veniamo?

Chi siamo? Dove andiamo?

Marina Berlusconi spinge per il rinnovamento del partito, ma i volti sono sempre quelli.

Non solo, tra i corridoi si vocifera che più che ad un rinnovarsi, Forza Italia stia già ragionando – sottobanco – a un vero e proprio cambio d’asse.

Larghe intese con il Partito democratico, per dirla chiara.

Malignità o triste verità?

Chi può dirlo, certo a ripensare le lacrime in aula di Silvio Berlusconi, dopo il Patto con il Nazareno, a tanti viene proprio da dire “Silvio, quanto ci manchi”.

Forse agli Azzurri occorre, oltre ai nuovi Congressi, un ritiro spirituale che possa permettere loro di ritrovare quell’anima “liberale” che serve al centrodestra e al paese.

 Sì, perché i forzisti dovrebbero rammentare la vecchia lezione dei partiti popolari che avevano scelto la via del centro e l’hanno pagata cara nelle urne.

 Perché gli elettori di Forza Italia sono anch’essi “di destra” e alternativi – spiace per qualcuno – al Pd.

(Pasquale Ferraro, Ottavia Munari).

 

Sondaggi politici, Fratelli d’Italia

ancora primo, segue il Pd:

FI allunga lo stacco con la Lega.

 Fanpage.it – (6 Febbraio 2026) - Giulia Casula – Redazione – ci dice:

 

Il centrodestra è stabile, con FDL al 29,9%.

Forza Italia allunga lo stacco con la Lega.

Anche le opposizioni, al netto di qualche minima variazione per Pd e M5s, si mantengono sui livelli ormai noti.

Sondaggio Super media YOU trend/Agi.

Vannacci e il patriarcato mediterraneo: possesso, controllo e violenza di genere nel suo programma.

 

Le intenzioni di voto.

I sondaggi continuano a confermare il primato di Fratelli d'Italia. Se nelle settimane scorse si era assistiti a una leggera flessione, ora il calo sembra essere decisamente rientrato. FDL si posiziona al 29,9% con una variazione dello 0,1% rispetto al dato di due settimane fa.

Nella maggioranza va sicuramente segnalato come dato interessante la ripresa di Forza Italia, che incassa tre decimi e sale all'8,9%.

Un incremento che seppur moderato permette agli azzurri di allungare di quasi un punto lo stacco con la Lega.

A questa dinamica contribuisce anche il lieve calo del Carroccio, che perde due decimi, attestandosi all'8%.

 

Sondaggi politici, ora il PD insegue FDI: solo tre punti di distanza, Schlein si avvicina a Meloni.

 

Quella che si appresa a concludersi non è stata una settimana semplice per il partito di Matteo Salvini. Le indiscrezioni sull'addio di Roberto Vannacci, che alle europee aveva fatto guadagnare 500mila preferenze alla Lega, hanno trovato riscontro nella realtà, con l'annuncio ufficiale comunicato dall'ex generale poco prima del Confederale. La separazione è stata particolarmente tesa, tra scambi di accuse e critiche lanciate da ambo le parti.

 

Al momento la Lega non sembra aver accusato il colpo. Bisognerà aspettare i prossimi mesi per capire quale sarà l'impatto dell'uscita di Vannacci, che intanto si prepara a scendere in campo con il suo partito, Futuro Nazionale. Per ora è stato depositato solamente il simbolo, ma nei sondaggi la creazione dell'eurodeputato è già data al 4%. Vediamo se questo dato verrà confermato nelle settimane a seguire.

 

Spostandoci nel centrosinistra, il quadro è piuttosto stabile. Il Pd cala di poco, appena due decimi, e raccoglie il 22%. Anche per il Movimento 5 Stelle la variazione è minima, -0,1%, e fa mantenere al partito il 12,2%. Alleanza Verdi-Sinistra è fermo, al 6,4%.

Tra i partiti più piccoli, Azione perde tre decimi ed è dato al 2,9%. Seguono Italia Viva, al 2,4% (+0,1%) e +Europa, all'1,7%. Chiude Noi Moderati con l'1,2% (+0,1%).

Le coalizioni.

Le coalizioni riflettono i movimenti dei singoli partiti. Di conseguenza, anche qui possiamo dire che gli equilibri sono rimasti invariati. Il centrodestra incassa il 48% mentre il centrosinistra è dato al 30,1%. Va ricordato, come sempre, che la Super media coalizioni tiene conto delle alleanze formatesi prima delle ultime politiche, quelle del 2022. Nel dato del centrosinistra quindi, non vengono conteggiate le percentuali del M5s, né quelle di altri partiti come IV o +Europa. Attualmente un eventuale campo largo (con Pd, M5s, AVS e ipoteticamente IV) raccoglierebbe il 44,7%.

(fanpage.it/politica/sondaggi-politici-fratelli-ditalia-ancora-primo-segue-il-pd-fi-allunga-lo-stacco-con-la-lega/).

(fanpage.it/).

 

 

 

 

 

Conte suona la sveglia al Pd.

Il leader M5s condanna la

 cultura woke: "La sinistra

 deve avere altre priorità."

  Msn.com -  Quotidiano.net - Storia di Giorgio Caccamo – (Roma 22 agosto 2026) – Redazione – ci dice:

 

Roma, 22 agosto 2026 – Per essere “un punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste”, Giuseppe Conte non si fa problemi a dare una sferzata – anzi, letteralmente, la sveglia – al Pd e agli altri alleati del campo largo.

 La parola-chiave è “sveglia”.

Il leader 5 Stelle la suona prendendosi la scena e inserendosi in un dibattito globale che invece il Pd imbarazzato evita.

 Una mossa non casuale e che infiamma pure la corsa ufficiosa per le primarie del centrosinistra.

“Non è con il woke che la sinistra può fare giustizia, il nemico da combattere sono le diseguaglianze”, dice Conte in una lettera affidata a” La Repubblica”, certo di raggiungere un pubblico di (e)lettori interessati. Woke, cioè svegliarsi, prendere coscienza, come dicono negli Stati Uniti.

 

Conte e il ‘mea culpa’ di Ocasio-Cortez.

 

Pur dicendo una cosa che suona simile alle condanne ideologiche delle destre sovraniste, in fondo Conte non fa altro che sposare il mea culpa di un’icona del mondo woke, appunto, di quella corrente di pensiero anti disuguaglianze, cioè la pasionaria Alexandria Ocasio-Cortez.

 La deputata dem Usa, pochi giorni fa, si era pentita di certi eccessi che ora anche Conte rigetta, con la differenza che lui la causa woke non l’aveva mai precisamente sposata.

“Woke 1 was crazy”, la prima fase del woke è stata una follia, chiosa AOC, “puntiamo sull’economia”.

Conte va anche oltre.

Che Conte sia o fosse o sarebbe “un punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste” era una definizione che nel 2019 diede l’allora segretario Pd Nicola Zingaretti.

 L’attuale segretaria, Elly Schlein, invece tace, circondata da un silenzio generalizzato del partito che, a parte qualche sparuta eccezione come Laura Boldrini, non raccoglie la provocazione, intellettuale o elettorale, dell’alleato.

Anche perché Schlein è cresciuta politicamente guardando molto a quel mondo americano di sinistra.

 

La condanna di Conte come un programma elettorale.

La condanna di Conte suona quasi come un programma elettorale che parla a chi, nel centrosinistra, è alla ricerca di una collocazione e forse vuole sentirsi rassicurato.

Sui social c’è spazio anche per l’aneddoto sull’amico di Boston che lo criticava, dice l’ex premier, per una statuetta femminile nuda (“È offensiva nei confronti delle donne”).

Da Avvocato del popolo che rivendicava in un’altra fase politica, quella giallo-verde, il suo essere “populista“ (in senso buono), da leader di un Movimento che si è sempre mostrato e tiepido sui temi etici e dei diritti, ora l’ex premier detta un’agenda senza equivoci:

 “La cultura woke è diventata una sorta di religione morale autoreferenziale e per una forza progressista sarebbe un grave errore di strategia politica confidare su di essa per costruire una efficace azione politica”.

(Alleato/a avvisato/a, mezzo/a salvato/a.).

 

“Alla sinistra serve meno ideologia e più politica.”

Quello che va davvero combattuto è lo squilibrio socio-economico, che oggettivamente il M5S ha sempre sbandierato come uno dei nemici assoluti.

Dai tempi dell’abolizione della povertà per decreto o dall’adozione del reddito di cittadinanza.

Ma, misure concrete o proclami a parte, in fondo Conte fa sue le parole d’ordine di AOC adesso che gli potrebbero far gioco, certo non prima quando la battaglia ideologica non lo trovava d’accordo.

Quella era la battaglia di Schlein e altri, gli stessi che ora non commentano l’inversione a U che arriva dagli amici liberal-radical-socialisti d’Oltreoceano.

 Commenta invece chi, come Matteo Renzi, ha sempre denunciato le derive del woke:

“Il tempo è galantuomo. Alla sinistra serve meno ideologia e più politica”.

 

Ecco Elly Schlein durante la manifestazione del campo largo in piazza del Gesù, a Napoli, 8 luglio 2026.

(ANSA/CIRO FUSCO).

Cosa dicono i sondaggi.

La questione è tutta dentro il centrosinistra, evidentemente.

Alle porte di un settembre che potrebbe essere decisivo tra il confronto sulle primarie e la kermesse programmatica 5 Stelle Nova, Conte segna un altro punto a suo favore, o comunque trova il modo di far parlare di sé e farsi sentire.

Già l’ultimo sondaggio dell’Istituto Piepoli lo accredita del primo posto tra i leader del campo largo per fiducia:

è al 36%, seguito dai civici Alessandro Onorato (32%) e Silvia Salis (30%). Elly Schlein insegue al 29%.

Forse il Pd deve darsi davvero una sveglia.

 

 

 

Vannacci risponde al no di Donzelli: "Se Meloni è disposta a perdere le elezioni, io sono pronto a vincerle. La paura fa 90 caro Donzelli"

Storia di CINZIA GORLA • 12 ora/e • 1 min di lettura

 

 

Vannacci risponde al no di Donzelli: "Se Meloni è disposta a perdere le elezioni, io sono pronto a vincerle. La paura fa 90 caro Donzelli"

Vannacci risponde al no di Donzelli: "Se Meloni è disposta a perdere le elezioni, io sono pronto a vincerle. La paura fa 90 caro Donzelli"

“Se Meloni è disposta a perdere le elezioni, Futuro Nazionale è pronto a vincerle. Per il bene dell’Italia e degli italiani. La paura fa 90, caro Donzelli. Noi, i figli di nessuno, siamo già falliti, per cui non possiamo che avere successo”.

 

 

Arriva la replica di Roberto Vannacci al no di Giovanni Donzelli, e dunque di Fratelli d’Italia di cui è leader la premier Giorgia Meloni, a un ingresso del generale europarlamentare in coalizione centrodestra 

 

 

Un no chiaro e forte scandito dal deputato toscano FDL in Versiliana, a Marina di Pietrasanta, venerdì 21 agosto.

Msn.com – Corriere Toscano- Cinzia Gorla – (23-08 – 2026) – Redazione – ci dice:

 

E il giorno, sabato 22 agosto, la risposta di Vannacci.

Donzelli in Versiliana aveva motivato il suo no a Vannacci in coalizione: “No, perché sta votando con Schlein, Conte, Boldrini contro il primo governo di destra della storia d’Italia che sta governando bene.

Noi siamo persone serie. Ci ripresenteremo agli italiani con chi ci ha dato una mano a governare, non con chi ci ha ostacolato”.

 

Un paio di settimana fa, Vannacci, ex vice di Salvini in Lega, in Versiliana aveva dichiarato: “Io sono disposto a parlare con chiunque. Siamo i principali interlocutori di questo centro- destra “.

 

Poi, rispetto a un eventuale colloquio con la premier Meloni, leader FDL, Vannacci aveva affermato: “Mai parlato con Giorgia Meloni”.

 

 

 

Il campo è largo, forse troppo.

E nel Pd c’è chi tifa per Conte.

Quotidiano.net – (18 agosto 2026) – David Allegranti – Politica – Redazione – ci dice:

 

Non sono ancora chiare le regole delle possibili primarie, ma il leader M5S ha un consenso trasversale.

 Paradosso in casa dem: una vittoria dell’ex premier sarebbe la garanzia di non perdere gli alleati 5 Stelle.

(Giuseppe Conte (L), Angelo Bonelli, Elly Schlein e Nicola Fratoianni: I CAPI.)

Per approfondire:

Il campo è largo, forse troppo. E nel Pd c’è chi tifa per Conte.

 

Roma, 18 agosto 2026 – Ma se le primarie del campo largo le vincesse Beppe Conte?

 Ancora non sono chiare le regole del gioco, in realtà non è chiaro nemmeno se le primarie ci saranno davvero, di certo si sa che i potenziali concorrenti abbondano già.

Conte, appunto, Elly Schlein, magari Matteo Renzi o chi per lui. Qualcuno dei riformisti del Pd (potrebbe essere Giorgio Gori, ma solo se Silvia Salis non si candiderà), probabilmente Ernesto Maria Ruffini. Dunque:

se vincesse il capo del M5S?

 La domanda ferragostana, che dunque vale quel che vale, cioè poco al momento, visto che tutto può cambiare entro qualche mese, affolla la mente del sinistra-centro, che sta con fatica cercando una soluzione testardamente unitaria per tenere tutti dentro senza sfasciarsi un minuto dopo aver eventualmente vinto le elezioni politiche.

 

La sindaca di Genova Silvia Salis.

L’avvocato del popolo, “pater familias” degli italiani, in questi anni ha fatto dimezzare i voti del M5S ma ha mantenuto inspiegabilmente intatto il patrimonio di consenso personale.

Piace ai cattocomunisti, ai pacifisti irenici, è trasversale per indole e biografia politica avendo governato con Lega e con Pd.

 A differenza di Schlein, unica sua vera avversaria, sa come abbandonare il settarismo quando è necessario per conquistare voti altrove (sulla sicurezza, sull’immigrazione).

Si è divertito, fin al primo momento in cui è stata pronunciata l’espressione “campo largo”, a farlo diventare un campo santo.

 

Il Pd lo ha subìto, sofferto, patito; il partito di Schlein sembra sempre, ancora oggi, che debba farsi perdonare qualcosa, o l’aver governato troppo o l’essere stato renziano.

 Conte è diventato il surrogato della leadership del Pd avendone condizionato l’impostazione culturale, come dimostra il taglio del numero dei parlamentari avallato – dopo tre voti contrari in Parlamento – dalla gestione precedente del Pd.

Una gestione di cui si parla inspiegabilmente sempre troppo poco a sinistra.

 C’è sempre grande, spasmodica attenzione sulle due segreterie Renzi e sulle responsabilità renziane, che pure ci sono (talvolta colpevolizzate oltre i propri demeriti), ma le segreterie Zingaretti e Letta sono psicanaliticamente rimosse.

Una parte del Pd, come Bettini parlando, adora Conte.

Per un periodo ha rappresentato tutto ciò che il Pd non poteva essere. Da tre anni c’è Schlein e quel gap di attese e proiezioni politiche dell’elettorato sulla leadership della sinistra non sembra essere stato recuperato.

Soprattutto sulla politica estera, Schlein ha deluso le aspettative di Rosy Bindia di chi chiedeva un cambio sul sostegno militare all’Ucraina. Questi elettori sarebbero tentati dal voto a Conte.

Un recente sondaggio sulle primarie dell’Istituto Piepoli dice che Conte è primo con il 43 per cento, la segretaria del Pd si ferma al 36.

Livio Gigliato, presidente dell’Istituto, ha detto al Foglio che “il leader del M5s gode di un vantaggio competitivo.

Oltre ai voti dei propri militanti, potrebbe beneficiare di quelli degli elettori Pd:

secondo le nostre rilevazioni sarebbero circa il 25 per cento”.

La vittoria di Conte manterrebbe alto il tasso di fedeltà elettorale del M5S alla causa del campo largo.

Per gli elettori superstiti del M5S, l’adesione politica alla coalizione è un male necessario, ma non vogliono saperne di sostenere un progetto politico in cui ci sono “Renzi & soci” senza che alla guida vi sia Conte. Con un diverso candidato nella migliore delle ipotesi starebbero a casa. Non sarebbe neanche una novità.

 

D’altronde, certi odi non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano.

E l’odio dell’elettorato a Cinque Stelle per la sinistra, per il centrosinistra, per il centro-centrosinistra, insomma ci siamo come Nanni Moretti inteso, è atavico, una storia relativamente antica come quella porzione di storia della Repubblica italiana in cui il demo populismo s’è adagiato, incistato, e lì combattivamente agisce.

 

Alle elezioni amministrative a Venezia, stando a un’analisi dei flussi di Your Trend, il M5S ha fatto vincere Simone Venturini, candidato del centrodestra, erede di Luigi Brugnaro, di cui è stato assessore:

la metà di coloro che alle europee del 2024 aveva votato per i Cinque Stelle ha scelto, a maggio, il candidato sostenuto dalla maggioranza di governo.

 Un dato decisivo per la sua vittoria al primo turno, ha osservato Your Trend, “visto che ha superato di poco la soglia della maggioranza assoluta dei voti validi”.

 

È accaduta la stessa cosa in Abruzzo, alle elezioni regionali, due anni fa, con la candidatura del civico di centrosinistra Luciano D’Amico, già rettore dell’Università di Teramo.

A L’Aquila un elettore del M5S su due si astenne e quasi il 15 per cento votò per Marco Marsilio, attuale presidente della Regione, di Fratelli d’Italia;

anche a Pescara un elettore su otto votò per il candidato della coalizione rivale.

Questi sono soltanto alcuni casi.

L’alleanza con il M5S potrebbe essere conveniente, insomma, solo se Conte vince le primarie.

 

 

Guerini (Pd): "Le primarie sono la strada più plausibile per il centrosinistra". E su Schlein: "Candidata del Partito democratico, mi sembra scontato."

Lespresso.it – (29 luglio 2026) – Lorenzo Guerini – Redazione – Davide Desario - ci dice:

 

Il presidente del Copasir, intervistato da And Kronos, apre anche a Calenda nel "perimetro" della coalizione, fissa l'Ucraina come "linea rossa invalicabile" e parla di "balletto imbarazzante" sui fondi Safe.

 

"Mi pare che in questo momento la strada più plausibile sia quella delle primarie".

Lorenzo Guerini, presidente del Copasir e deputato del Pd, ha usato queste parole per rispondere alla domanda sulla leadership del centrosinistra, nel corso di un'intervista al direttore dell'AdnKronos, Davide Desario.

Guerini ha definito i contorni che, a suo avviso, dovrebbe avere la coalizione:

un "perimetro molto largo per dare il quadro di un'alleanza equilibrata, capace di confrontarsi con i temi del Paese".

Tale perimetro, ha spiegato, "nasce dalla unità delle forze che si sono opposte al governo di centrodestra" e che "va da AVS, passa da Cinque Stelle e Partito democratico e contiene anche il centro, diciamo da Italia Viva e le altre forze che hanno manifestato la volontà di essere in questa partita".

Alla domanda implicita su un allargamento ulteriore, Guerini non ha chiuso la porta ad Azione: "Io credo che vada tenuta aperta la porta a tutti, anche a Calenda".

 

Sul nome della segretaria del Pd Elly Schlein come possibile candidata premier, Guerini ha usato una formula che lascia la decisione alla diretta interessata ma che, di fatto, ne dà per scontata la naturale investitura:

"Deciderà lei cosa fare ci mancherebbe. Però insomma che il segretario del Partito Democratico sia il candidato del Partito Democratico, mi sembra abbastanza scontato".

 

Il "balletto imbarazzante" sui fondi Safe.

Guerini, ex ministro della Difesa nel secondo governo Conte e nel governo Draghi, ha poi affrontato il tema della politica estera, tracciando quello che ha definito un confine non negoziabile per qualunque futura alleanza: "Per me l'Ucraina è la linea rossa, il sostegno all'Ucraina è la linea rossa invalicabile".

Ha precisato il concetto in questi termini:

"Noi dobbiamo lavorare per sostenere un Paese aggredito e dobbiamo farlo fornendo tutti gli aiuti possibili, anche quelli di carattere militare, per arrivare ad una pace che non sia una resa alle pretese ingiustificate e illegittime di Putin, ma sia una pace che rispetti il diritto alla libertà alla sovranità dell'Ucraina".

L'ultimo passaggio dell'intervista ha riguardato la gestione dei fondi europei Safe (Security Action for Europe, lo strumento da 150 miliardi di euro che costituisce il primo pilastro del piano di riarmo comunitario), su cui martedì 28 luglio si è consumato un pasticcio comunicativo del governo:

 il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato in audizione parlamentare la richiesta di un intervento da 14,9 miliardi di euro entro fine anno, per poi precisare, poche ore dopo, che i fondi erano stati soltanto "prenotati" e non richiesti, mentre la Lega ha ribadito che la decisione finale spetterebbe al Parlamento.

 

Nel frattempo la Commissione europea, tramite il suo portavoce, ha fatto sapere che non c'è "tempo da perdere" e che attendere dicembre per sciogliere il nodo non è un calendario compatibile con le esigenze di Bruxelles.

 Guerini ha commentato così l'episodio: "Cosa vuole fare la maggioranza?

 Loro stanno governando, loro hanno candidato l'Italia a partecipare alla divisione dei fondi del Safe facendo una richiesta di 14 miliardi. Dopodiché si è aperto un balletto francamente imbarazzante.

Non si capisce oggi quale sarà la decisione che il nostro Paese vorrà assumere".

E ha aggiunto: "La realtà è che c'è un problema politico evidente dentro la maggioranza.

Mi auguro che lo risolvano in fretta perché questo balletto non fa bene al nostro Paese e la reprimenda di ieri della Commissione europea credo non sia stata una bella pagina".

 

 

 

 

Dem “anti Maranza”.

Il Pd (in versione Lega) va all’attacco e riscopre la sicurezza.

I numeri di Piantedosi.

Ilfoglio.it - Ruggiero Montenegro – (9 gennaio 2026) – Politica- Redazione- ci dice:

 

"La gente ha paura". In Senato il Pd presenta un'interrogazione contro la "propaganda del governo".

Misiani: "Vogliamo dare un segnale politico".

 Renzi ricorda il capotreno ucciso a Bologna: "Meloni ha fallito".

La replica del ministro durante il “question time”:

 "Nel 2025 reati in calo del 3.5 per cento. In arrivo ulteriori iniziative."

Il Pd (in versione Lega) va all’attacco e riscopre la sicurezza. I numeri di Piantedosi.

(Ansa).

 

“Caro ministro, la gente ha paura”. Citano rapporti (un po’ audaci), attaccano Meloni, chiedono a Matteo Piantedosi: “Quali misure di carattere preventivo e di natura strutturale intende adottare il governo?”.

 È il Pd anti Maranza, legge e ordine, che insegue il M5s e in certi passaggi adopera temi e parole che quasi ricordano le battaglie della Lega.

Sulla spinta della cronaca, delle esigenze messe in campo dai propri amministratori, i dem riscoprono la sicurezza.

E puntano il ministro dell’Interno, che intanto annuncia “ulteriori iniziative”.

In Senato i dem depositano un’interrogazione per incalzare la propaganda della destra, per infilarsi nelle sue contraddizioni.

 La presentano in Aula Valeria Valente e Andrea Giorgis, ma la firma tra gli altri anche Antonio Misiani, che si muove in quota Schlein e sta già lavorando al prossimo “question time”.

“Per avere numeri aggiornati. I reati sono in aumento, ma tengono i dati nascosti. Lo loro è solo retorica. Oggi vogliamo dare un segnale politico”, dice al Foglio il responsabile economico del Nazareno. Giuseppe Conte, l’alleato sfuggente, sulla questione sicurezza ci sguazza da un bel po’.

I suoi organizzano eventi alla Camera, presentano leggi con Cicalone – il giustiziere delle metro romane, e non solo, che corteggia anche la maggioranza.

Ma ieri anche il Pd ha voluto piantare la sua bandierina.

Nel testo dell’interrogazione presentata a Piantedosi si spiega quindi che “i cittadini italiani si percepiscono meno al sicuro a camminare da soli per strada la notte rispetto a quelli di decine di altri paesi”.

 Quali? “Iraq, Ruanda e Bangladesh”.

E ancora: “La percezione di sicurezza degli italiani è la più bassa in Europa e la novantacinquesima nel mondo, addirittura dopo l’Ucraina”. La fonte a cui attingono i dem è il “Global safety report”.

I senatori del Pd sottolineano inoltre le misure “gravemente insufficienti” per le forze dell’ordine dell’ultima manovra, chiedono maggiori espulsioni e una strategia sull’immigrazione.

 E poi, in un altro passaggio, se la prendono con gli ultras “che mettono a ferro e fuoco le città”.

Ma soprattutto: “Ormai si apprende con frequenza allarmante di manifestazioni con intenti pacifici che coinvolgono migliaia di persone in ogni parte d’Italia che si concludono regolarmente con gravi scontri e devastazioni senza alcun blocco o controllo preventivo di sicurezza”.

Sono parole che con questa nettezza non erano forse mai arrivate dai banchi del Pd – il segnale politico di cui parlava Misiani – e trovano sponda nell’intervento duro di Matteo Renzi, che non rinuncia comunque a dare una stoccata al campo largo.

Anche l’ex premier, che maneggia foglietti con il simbolo del Pd, rivolge una domanda al titolare del Viminale, mettendo in fila le ultime vittime, ne ricorda i nomi.

A partire da Alessandro Ambrosio, il capotreno “ucciso in modo barbaro” alla stazione di Bologna da un cittadino croato fermato più volte in precedenza.

 “Avete fallito. Signor ministro, non le sembra che dalla fuffa del decreto rave alla barzelletta dei centri in Albania, state prendendo in giro gli italiani?

Vi riempite la bocca di slogan ma non riuscite a garantire la certezza della pena”, è l’affondo di un Renzi che poco dopo si dirà “deluso e imbarazzato” dalla replica di Piantedosi.

Mentre ai progressisti ricorda: “L’alternativa si costruisce su tasse e sicurezza, sui fallimenti di Meloni, e non difendendo Maduro”.

 

Tocca dunque a Piantedosi (che a Palazzo Madama parla anche di Askatasuna e Hannoun) e affida la sua risposta a numeri e statistiche, ai “39 mila nuovi assunti tra le forze di polizia” e al calo dei reati nel 2025: complessivamente meno 3,5 per cento, dice il ministro.

Mentre il 35 per cento è compiuto da stranieri.

Piantedosi rivendica l’efficacia del governo e dice che sono in arrivo “ulteriori iniziative, confido nel sostegno dell’opposizione”.

Sulle tempistiche (già nel prossimo Cdm?), sulle modalità (un decreto, una legge o altro ancora) e sui contenuti però non si sbottona.

Ieri intanto era in programma anche una riunione tra esponenti della maggioranza, mentre è riaffiorata a destra la polemica su “Strade sicure”, che vede contrapposti Guido Crosetto e Matteo Salvini (con la sponda di La Russa).

 Il leader del Carroccio invece è tornato a rilanciare la legge anti-Maranza e le altre proposte leghiste che dovrebbero confluire nel provvedimento che è allo studio.

Quello che il campo largo considera l’ennesima trovata propagandistica del governo ma che almeno per una volta mette tutti d’accordo, da Renzi a Schlein fino a Conte.

 

 

 

La crisi della Lega, anche

Romeo attacca Salvini.

Tg.la7.it – Politica – Francesco De Remigi – (19 -08 – 2026) – Redazione – ci dice:

 

Partito "imborghesito" con "scollamento tra la classe dirigente e la base". Bisogna tornare allo spirito di Bossi, chiede Romeo.

Non si fermano le tensioni nella Lega per la leadership tra il fronte nordista e Matteo Salvini in vista del raduno di Pontida, il 20 settembre. Parallelamente si registra il dibattito sulle regole per le primarie nel campo largo dell'opposizione.

Le tensioni interne nel Carroccio.

È caduto nel vuoto, l'appello all'unità rivolto ieri dal presidente della Camera, Lorenzo Fontana, a difesa di Matteo Salvini.

Ore caldissime, dunque, in casa Lega, in cui se ieri la terza carica dello Stato provava a stemperare gli animi, rendendo grazie a Salvini in vista dell'appuntamento di Pontida, Romeo tiene il punto.

 

Il libro di Romeo e il fronte nordista.

Nel suo libro 'Fare la Lega, agenda per il rinnovamento', il fronte nordista potrebbe dare corpo all'associazione "larga e aperta" rilanciata a mezzo stampa dal presidente di Regione Lombardia, Attilio Fontana.

Deluso da un partito "imborghesito", con "scollamento tra classe dirigente e base";

tornare allo spirito di Bossi.

Parole che fanno assumere all'attesa del "pratone", il 20 settembre, la dimensione di una resa dei conti preventiva.

 

Mosse dei pontieri e la risposta del partito.

Salvini non ha chiuso le porte mandando in avanscoperta alcuni pontieri.

 Ma già domani Romeo sarà al Caffè della Versiliana proprio accanto ad Attilio Fontana per una Lega "sindacato del territorio".

 Più che di destra o di sinistra, "celodurista".

"Avevo in mente di pubblicare il libro nei prossimi mesi - spiega - ma ho accelerato la scrittura visto il momento per noi complicato".

 

Circoscrivere prima di Pontida il progetto di Associazione a cui "l'Asse del nord" dei governatori della Lega lavora da settimane è solo un'opzione.

Riflessioni per ora rese inoffensive dallo scudo alzato a difesa del leader, oggi anche da Claudio Durigon, sottosegretario e vicesegretario federale:

"Penso che la Lega sia una. Questa associazione mi sembra strana. So che erano contrari a quella che all'epoca aveva creato Vannacci, strano che possano essere oggi favorevoli", dice al Giornale.

Parlare di sicurezza, secondo la lettura Durigon, non confligge con la richiesta di difendere i territori".

 

Campo largo e il dibattito sulle primarie.

Fronte campo largo, lavori in corso sull’ipotesi primarie: regole precise non ci sono ancora.

La segretaria Pd non disdegnerebbe il doppio turno, rispolverando il modello che portò alla sfida tra Matteo Renzi e Pierluigi Bersani, nel 2012.

Giuseppe Conte sarebbe più orientato a giocarsi la leadership progressista in un turno unico, provando a disinnescare l'eventuale ruolo di Renzi.

 

I nodi sul programma dell'alleanza.

A settembre si inizierà a scrivere il programma:

 al di là di chi vincerà le primarie, "se si faranno", previene Bonelli da AVS, "non sarà lui o lei a decidere il programma, ma tutte le forze politiche che compongono l’alleanza".

 

 

 

L'estate calda della politica italiana:

Meloni contestata a Taranto, tensioni

sui migranti, strappi nella Lega,

scontro a sinistra sul “woke”.

 

Tg.la7.it – Politica - Marco Roberti – (22.08.2026) – Redazione – ci dice<.

Le tensioni che agitano i due schieramenti.

Le tensioni che agitano i due schieramenti:

Giorgia Meloni è stata fischiata alla cerimonia d'apertura dei Giochi del Mediterraneo di Taranto, la Lega alle prese con la fronda nordista contro Salvini.

 Ma c'è fibrillazione anche nel centrosinistra, con Giuseppe Conte che si prepara alla sfida della leadership contro Elly Schlein spiazzando gli alleati con la mossa anti-woke.

 

I fischi a Giorgia Meloni.

È una bordata di fischi lunga e rumorosa quella che accoglie Giorgia Meloni nel nuovo stadio di Taranto, per la cerimonia dei giochi del Mediterraneo.

 La presidente del Consiglio, in tribuna vicino a La Russa, rimane apparentemente impassibile, ma capisce subito che sono immagini che, nei prossimi mesi, le verranno rinfacciate dai suoi avversari interni ed esterni.

C’è sicuramente il futuro dell’ex Ilva – rimandata proprio da Palazzo Chigi a settembre – ad agitare il pubblico tarantino.

 

La gestione dei migranti e la pressione europea.

Ma non solo, perché i fischi si aggiungono a un’estate non semplice per una leader che ha sempre fatto del consenso popolare il suo biglietto da visita.

 Al centro del dibattito politico c’è sempre infatti la questione migranti, divenuta ormai un “boomerang”, come detto da Elly Schlein. Dichiarazioni che Meloni, in un post sui social, bolla come propaganda, rivendicando il "Patto per la migrazione che segna una svolta positiva per l'Italia".

Parole che però non nascondono la preoccupazione per il tanto temuto effetto “palla di neve” con sempre più paesi europei che minacciano di rimandare i richiedenti asilo - i cosiddetti "dublinanti" - nel paese di primo approdo.

E cioè l'Italia.

 

Scontri interni alla Lega.

Nella coalizione, intanto, proseguono i dissapori in casa Lega.

La fronda nordista ha chiesto un incontro a Matteo Salvini entro fine mese.

 "A nessuno interessano queste cose", la risposta gelida del leader del Carroccio che oggi sarà in piazza a Pinzolo, in provincia di Trento.

Un appuntamento a cui avrebbe dovuto partecipare anche il governatore del Trentino Fugatti, parte dell'opposizione interna al segretario, che però non ci sarà, ufficialmente per motivi personali.

 

Dibattiti e strategie dell'opposizione.

Nel campo largo, intanto, continuano i tentativi di Giuseppe Conte di diventare il leader della coalizione che, il prossimo anno, sfiderà Giorgia Meloni.

"Alla sinistra non serve il woke. Il nemico da combattere è questa società di diseguali", aveva tuonato il leader Cinquestelle ieri, accendendo un dibattito, figlio di quello in corso nel partito democratico americano, e che ora coinvolge tutti i partiti di minoranza.

 La lotta alle diseguaglianze viene rilanciata anche dalla segretaria Dem Schlein dato che con questo Governo "l'Italia non è più forte di prima, ma più fragile".

 Ma come fanno notare altri esponenti del Pd - su tutti Laura Boldrini - "diritti sociali e civili vanno tenuti insieme".

 Stessa linea di +Europa.

 "In quanto progressisti - dice Riccardo Magi - dobbiamo fare battaglie progressiste.

Salario minimo e tasse sulle rendite, mantenendo la barra dritta sui diritti civili".

 

 

 

Il centrodestra: «Alla festa Pd

le prove generali per

un nuovo cartello elettorale».

ilPiacenza.it – (18 agosto 2026) – Massimo Morganti – Redazione – ci dice:

FDI, Lega e Fi: «Non abbiamo bisogno del manuale Cencelli: continueremo con identità, presenza concreta nella vita cittadina e una visione chiara del futuro di Fiorenzuola»

 

La maggioranza di Fiorenzuola.

«Apprendiamo, sostanzialmente senza sorpresa, che prosegue il percorso di costruzione di un nuovo e quanto mai eterogeneo cartello elettorale, con il quale le opposizioni tenteranno di scalzare il centrodestra dalla guida di Fiorenzuola.

 La locandina della prossima Festa del Partito Democratico rende ormai pubblica una convergenza politica che da mesi appariva sempre più evidente».

 Lo dichiarano congiuntamente Massimiliano Morganti di Fratelli d’Italia, Andrea Pezzani della Lega e Marcello Minari di Forza Italia, commentando la tavola rotonda organizzata dal Pd locale per sabato 5 settembre, alla quale parteciperanno Lucilla Meneghelli, Dario Marini Ricci ed Emanuele Masini.

 

«Siamo di fronte alla sostanziale riedizione del listone del 2021, nel quale erano confluiti il Partito Democratico, Sinistra per Fiorenzuola, Articolo Uno e l’area proveniente dal Movimento Cinque Stelle. Una coalizione assemblata con l’obiettivo prioritario di interrompere l’esperienza amministrativa del centrodestra e che i fiorenzuolani bocciarono nettamente nelle urne».

«A onore del vero – proseguono Morganti, Pezzani e Minari – allora fu soprattutto Dario Marini Ricci, espressione di Sinistra per Fiorenzuola, ad accollarsi personalmente una sfida che fin dall’inizio si poteva intuire tutta in salita. In questi cinque anni gli va riconosciuto di avere messo la faccia più di altri e di avere, nel bene e nel male, tirato la carretta dell’opposizione.

Proprio per questo appare paradossale che oggi, nella nuova operazione politica in preparazione, rischi di essere ridotto al ruolo di comprimario tra il PD e una sigla civica nata soltanto da pochi mesi».

 «Il titolo scelto per la tavola rotonda, “Amministrare Fiorenzuola: facciamo il punto”, racchiude poi una sicumera francamente imbarazzante.

A voler impartire lezioni sull’amministrazione della città saranno infatti Emanuele Masini, esordiente sulla scena politico-amministrativa locale; Lucilla Meneghelli, segretaria del PD della cui esperienza diretta nel governo del Comune di Fiorenzuola non abbiamo notizia;

e il solo Marini Ricci, che almeno conosce il Consiglio comunale e ha svolto concretamente il proprio ruolo di opposizione».

«Masini è naturalmente liberissimo di coltivare ambizioni politiche e di scegliere i propri interlocutori.

La sua partecipazione a una tavola rotonda della Festa del Partito Democratico rende tuttavia meno credibile l’immagine di assoluta equidistanza con la quale “C’è vita a Fiorenzuola” si era presentata alla città.

Un’associazione che ha organizzato laboratori - vedasi anche quello con Chiara Cremonesi sulla logistica - corrispondenti, di fatto, alle deleghe di una Giunta e che oggi sembra avvicinarsi sempre più apertamente all’area del centrosinistra».

 Secondo gli esponenti di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, «la fotografia politica è dunque piuttosto nitida:

 il PD ufficiale rappresentato dalla propria segretaria, Sinistra per Fiorenzuola attraverso Marini Ricci e un nuovo contenitore civico chiamato a completare e rinnovare, almeno nell’immagine, un’operazione già tentata cinque anni fa».

 «Non sappiamo ancora chi sarà il candidato, quale componente pretenderà il ruolo di vicesindaco e come verranno distribuite le eventuali caselle di Giunta.

Per risolvere il problema potrebbe essere necessario rispolverare il celebre Manuale Cencelli, il cui ideatore è scomparso proprio nei giorni scorsi.

Quel metodo, del resto, nacque esattamente per distribuire incarichi e responsabilità sulla base del peso delle diverse correnti».

 «La coalizione di centrodestra riunita in “Siamo Fiorenzuola” non ha invece bisogno di alcun manuale per trovare una sintesi.

 Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e la componente civica condividono un’esperienza amministrativa solida, un’identità comune e una piena convergenza sulle linee fondamentali per il futuro della città.

 Le nostre scelte continueranno a nascere dai programmi, dalle competenze e dal rapporto quotidiano con Fiorenzuola, non dalla spartizione preventiva degli incarichi».

«Nei mesi che ci separano dalle elezioni continueremo quindi con lo stesso stile che ha contraddistinto questi dieci anni di governo:

identità fiorenzuolana, presenza non occasionale ma fattiva nella vita della comunità, concretezza amministrativa e una visione chiara dello sviluppo futuro della città».

«Mentre altri si incontrano per stabilire come interrompere l’esperienza del centrodestra, noi continueremo a lavorare per Fiorenzuola.

 Saranno poi i cittadini a decidere se affidarsi nuovamente a una coalizione solida e riconoscibile oppure a un cartello elettorale eterogeneo, costruito prima di tutto in funzione dell’avversario da battere».

(ilpiacenza.it/zone/fiorenzuola/il-centrodestra-alla-festa-pd-le-prove-generali-per-un-nuovo-cartello-elettorale.html).

 

 

 

 

Salvini resiste, ma nella Lega

cresce la richiesta di rinnovamento,

mentre preoccupa Futuro Nazionale.

Agenziastampaitalia.it - Carlo Armanni – (18 Agosto 2026) – Politica nazionale – Redazione – ci dice:

(ASI) La leadership di Matteo Salvini nella Lega, non sembra più così solida.

 La richiesta sempre più impellente di alcuni esponenti del partito leghista legati ai territori del Nord Italia, mette in risalto l’esigenza di rinnovamento e soprattutto di un ricambio generazionale del Carroccio.

 

A mettere ulteriore pressione a Salvini è anche la crescita costante del movimento fondato da Roberto Vannacci dopo la sua uscita dalla Lega, Futuro Nazionale.

 

A Ferragosto a Marina di Pietrasanta, durante un incontro, Salvini ha precisato pubblicamente rivolgendosi alla fronda interna, che la Lega è un partito nazionale e che posizioni diverse non possono rappresentare il partito nella sua interezza nazionale.

 La “faida” interna fa riferimento soprattutto ad Attilio Fontana presidente della regione Lombardia, a Luca Zaia presidente del Veneto, e Massimiliano Fedriga presidente del Friuli-Venezia Giulia.

La fronda del Nord chiede che il partito sia guidato in modo più condiviso, in alternativa e con più schiettezza, che Matteo Salvini faccia un passo indietro.

 

Tra le ipotesi operative riportate dalla stampa c'è anche quella di un triumvirato, ossia di una direzione congiunta composta da tre persone, che assumerebbero l’incarico di accompagnare il partito verso le prossime elezioni politiche oppure verso un eventuale congresso, con il quale decidere una nuova linea e azione politica del partito e soprattutto decidere chi la intraprenderà.

 

In molti pensano che il 20 settembre a Pontida, durante la manifestazione della Lega i governatori Zaia, Fontana e Fedriga chiederanno risposte ufficiali alla leadership e che in base alla decisione, la loro iniziativa potrebbe tradursi in una vera e propria richiesta formale di cambiamento. Ma non è solo il fronte interno a preoccupare, in quanto la situazione è resa ancora più complessa dalla scomoda presenza di Vannacci.

 Il generale, dopo avere lasciato la Lega nel febbraio 2026, ha infatti fondato Futuro Nazionale, costruendo un nuovo soggetto politico che si colloca alla destra della Lega.

 

La crescita del movimento ha attirato l'attenzione anche fuori dall'Italia.

 Reuters ha infatti descritto Futuro Nazionale come una formazione capace di sottrarre consenso ai partiti della coalizione di governo e di rappresentare una sfida per gli equilibri del centrodestra;

 i sondaggi” Your Trend” pubblicati a giugno, sembrano confermare il quadro, in quanto vedevano Futuro Nazionale al 5,9%, mentre la Lega si attestava al 5,8%.

Il quadro attuale quindi, non consente di parlare di una leadership già messa formalmente in discussione attraverso una procedura congressuale, ma resta ferma la crescente discussione interna sul futuro del partito, con una parte dei dirigenti e dei governatori che chiede maggiore condivisione e rinnovamento, mentre Salvini difende il proprio ruolo.

 Sullo sfondo, sempre più preponderante c’è la figura di Vannacci, che con il suo partito, ha trasformato la competizione con la Lega, in un problema politico concreto per il Carroccio.

(Carlo Armanni - Agenzia Stampa Italia).

 

 

 

Lega, la fronda nordista allo

scoperto per un passo indietro

di Matteo Salvini.

Ilnordest.it – Politica - Filippo Tosatto – (18 agosto 2026) – Redazione – ci dice:

 

Le parole del presidente della Lombardia Fontana, con l’avallo di Zaia, Fedriga e Fugatti, infiammano lo scontro. I veleni nella chat del consiglio federale.

Ecco la riunione di Maurizio Fugatti, Luca Zaia, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga.

I presidenti nordisti allo scoperto.

Con Attilio Fontana, tosto nel sollecitare un passo indietro a Matteo Salvini:

perché nel tempo il consenso elettorale è franato dal 34 al 5%;

perché gli inquieti militanti della Lega esprimono «un grande bisogno di rinnovamento»;

perché il rilancio del partito è diventato «prioritario» per le sorti dell’intera coalizione di centrodestra.

Un messaggio che non ammette equivoci, quello affidato dal governatore lombardo al Corriere della Sera.

Discusso e concordato, fin nei dettagli, con i partner della fronda:

il veneto Luca Zaia, Massimiliano Fedriga del Friuli Venezia Giulia, Maurizio Fugatti del Trentino, il capogruppo dei senatori Massimiliano Romeo e, defilato appena, il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti.

 

Tappa d’avvicinamento.

Una tappa d’avvicinamento alla formazione del nuovo movimento «federalista e liberale» evocato dallo stesso Fontana su diretta suggestione di Zaia.

 Un’aggregazione riformista concepita come «pluralità di persone di diversa estrazione culturale» un’agenda inclusiva di valori e traguardi quali l’evoluzione autonomista dello Stato, l’europeismo dei popoli, la politica di sviluppo, i diritti civili.

 

Più che uno strappo congressuale o una spallata al “cerchietto magico”, il progetto suggerisce un” soccorso liberal” al Carroccio, sbandato malamente nella rincorsa all’estrema destra.

 Con declinazioni regionali, perché no.

Condivise, si vocifera, dai consiglieri fedeli al Doge (Sonia Bruscaci, Francesco Calzavara, Cristiano Corazzari, Elisa De Berti, Manuela Lanzari), potenziali artefici di un nuovo gruppo in seno alla maggioranza.

Il silenzio.

Al riguardo, colpisce il silenzio dei frondisti, fin troppo unanimi nell’opporre il “no commenti” nell’attesa messianica di una svolta. Decisamente più loquaci, i supporter del Capitano.

 È il caso dell’europarlamentare Paolo Borchia, che ha lavorato al suo fianco per anni:

 «L’anno scorso, al congresso di Firenze che gli ha rinnovato la fiducia all’unanimità, Matteo ha annunciato che porterà a termine il mandato e nel 2029 non si ricandiderà.

Credo rispetterà l’impegno e d’altronde, a dispetto di tante critiche feroci, ad oggi non si intravedono candidati alternativi.

Zaia?

Mi piace molto in veste di amministratore ma non mi sembra sia in lizza. Quanto alle indiscrezioni circa un nuovo movimento, sono a dir poco perplesso:

 un partito nel partito non funziona e mi chiedo perché il progetto non sia stato discusso in consiglio federale».

 

Il veronese, segretario provinciale del Carroccio, invoca una tregua: «Gli altri nascondono la polvere sotto il tappeto, noi esasperiamo i contrasti. Trasformare Salvini in capro espiatorio mi sembra ingeneroso e poco razionale.

Semmai, valutiamo con serenità un percorso graduale per rafforzare la squadra, senza scosse né veleni, nel rispetto reciproco».

 

Analoghe le considerazioni di Anna Maria Cislini, deputata del Friuli Venezia Giulia a Bruxelles:

 «Ho sempre sostenuto Fedriga, lo stimo moltissimo, al pari di Zaia. Attenzione, però, non sempre le sue posizioni coincidono con quelle di Fontana.

Dimissioni?

Salvini viene rappresentato abbastanza male, da sindaco io l’ho sempre trovato attento e disponibile, il congresso l’ha acclamato e nessuno ha mosso obiezioni, a chi inveisce ogni giorno sui media suggerirei di lavorare di più e parlare di meno».

 

E la caduta libera nei sondaggi?

«Non va ignorata, ed è legittimo criticare nel merito delle questioni. Ma nelle sedi adeguate e alla scadenza naturale della segreteria, quando tutti insieme tireremo le somme: la gente ci chiede risposte, non certo rese dei conti».

I veleni.

Venenum in Cauda.

Nella chat del consiglio federale di via Bellerio, a larga prevalenza salviniana, le reazioni irritate alla sortita di Fontana si sprecano.

 

«C’è chi insegue un obiettivo di garanzia personale, magari per arrivare a Roma, tanto bistrattata e tanto cercata», punge il vicesegretario Claudio Durigon, convinto che una narrazione finalmente vincente richieda «una finanziaria favorevole ai cittadini, non alle regole europeiste che hanno ingessato tutto e indebolito i ceti produttivi, a noi cari e da difendere». «Se soltanto si dedicasse all’impegno sul territorio anche solo la metà delle energie spese in chiacchiere e pettegolezzi.»,

 fa eco il tesoriere Alberto Di Rubbia, eletto alla Camera nelle suppletive del Polesine.

 

«Dentro Forza Italia si stanno ammazzando, ma non esce neanche una parola, qui invece è la rissa quotidiana», lamenta l’onorevole Simona Lizzo.

Commenti inviperiti, sì.

Che, en passant, attribuiscono al leader contestato opinioni difformi circa lo spessore dei suoi critici:

 «Un conto è Zaia che ha un suo peso specifico e si batte per il testamento biologico e altre leggi che non appartengono al Dna della Lega. Altra storia è Fontana che era il nulla prima di Salvini, ha ottenuto due mandati da governatore grazie a lui e adesso dice che deve farsi da parte: delle sue accuse, Matteo se ne infischia, del resto è quello che ai tempi del Covid non sapeva neanche mettersi la mascherina».

 

Che altro?

 

Se in prospettiva 2027 il premier Giorgia Meloni guarda con ansia crescente alla crisi dell’alleato, i tormenti padani suonano musica alle orecchie di Futuro Nazionale, che a Nordest moltiplica iscritti e circoli attingendo a piene mani allo scontento leghista.

 «Fontana, Romeo, le vostre uscite producono un unico risultato, quello di farci perdere voti e credibilità in favore di Vannacci, il generale vi sarà grato», chiude il deputato Gianpiero Zinzi.

Non sarà l’ultima parola.

 

 

 

Così l’ipotesi “spezzatino”

spezza anche la linea dei partiti.

Ilgiornale.it - Marcello Astorri – (22 agosto 2026) – Redazione – ci dice:

 

Lega anti-Ue, FDI si tiene fuori. FI per il mercato.

 E il Pd dice tutto e il contrario.

Vicepremier Matteo Salvini ha partecipato a La Versiliana, la rassegna estiva a Forte dei Marmi.

Nel corso della pausa agostana, pure il risiko bancario finisce per infiammare il dibattito politico di un’estate pre-elettorale.

Tra i partiti più assertivi c’è la Lega che, dopo le dichiarazioni del suo leader Matteo Salvini il giorno precedente, ieri ha divulgato una nota per rimarcare la sua posizione che ha sempre voluto «mantenere Mps risanata come banca statale al servizio del territorio», ma non è stato possibile a causa delle «regole Ue che puntano a ‘lasciar fare al mercato ’ dove vige la legge del più forte.

Non pensiamo che mega-gruppi sempre più grandi e sempre più distanti dalle esigenze dei cittadini abbiano portato particolari vantaggi ai correntisti e alle nostre imprese medie e piccole che avevano rapporti fruttuosi con le banche di prossimità».

 Il messaggio verso il futuro, però, sembra non chiudere del tutto la porta sia all’operazione Mps-Bpm-Banca Generali, sia a quella Intesa-Mps: con la Lega che dice di guardare «con interesse alla possibilità che si creino più poli bancari, sempre tutelando storia, tradizione e occupazione».

Insomma, chiunque gestisca Mps o Bpm non le smembri, mantenendo occupazione e vicinanza ai territori di riferimento.

Tra le fila di Fratelli d’Italia, il partito della premier Giorgia Meloni, la preferenza è per «evitare spezzatini», cercando di mantenere la concorrenza.

Una visione condivisa anche da Marco Osnato, presidente della Commissione Finanze della Camera, il quale aveva sostenuto: «Ho stima di Lovaglio, ma decide il mercato».

Ieri, alla Versiliana, è intervenuto un esponente di peso come Giovanni Donzelli:

«Noi la politica la teniamo fuori. Facciamo un appello affinché non venga fatto uno spezzatino, magari da Unipol, per togliere il simbolo o chiudere le sedi». Precisando che il governo Meloni «non interverrà mai» negli sviluppi finanziari.

 Insomma, nessuna pregiudiziale, ma solo questioni su cui è possibile trovare una quadra.

Il leader di Forza Italia, Antonio Tajani, in un’intervista al Messaggero si è mantenuto fedele al suo stile: «Sono per il libero mercato, credo che la politica debba stare fuori dalle scelte delle banche e dare buone regole a queste ultime».

Posizione simile da Luigi Maratti, segretario del partito Liberaldemocratico:

«La politica italiana si unisce sempre in due circostanze: quando si tratta di indebitarsi di più, e quando si tratta di difendersi dalle dinamiche mercato».

 Chi dimostra di non avere idee chiarissime è il Partito democratico, con il responsabile economico Antonio Misiani che in una sola intervista (a Repubblica) da una parte accusa la premier di «fare il banchiere d’affari», poi dice di «essere per il mercato», ma «attento ai territori» (quindi, anti-spezzatino) e poi esorta a mantenere la quota statale nel capitale (quindi con un un’influenza politica).

Insomma, posizioni che stanno insieme usando una buona dose di nastro adesivo.

E il Movimento 5 Stelle?

 Il suo vicepresidente, Mario Turco, invita lo Stato a non uscire da Mps, respinge l’offerta di Intesa e critica le concentrazioni.

AVS non si fa sentire, ma avrebbe mantenuto la banca a maggioranza pubblica.

 

Lega, scontro solo rinviato.

 Tensione tra le due anime

del partito. L’incubo Vannacci

 e scoppia il caso “remigrazione”

lanazione.it – Politica – (30 gennaio 2026) – Antonella Coppari – Redazione – ci dice:

 

Salvini promette chiarimenti con Vannacci, il Nord in pressing sul segretario.

Polemica sul convegno dell’ala vicina al generale con CasaPound alla Camera.

La cerimonia in ricordo di Bobo Maroni con i vertici e i parlamentari della Lega e il generale Vannacci.

La cerimonia in ricordo di Bobo Maroni con i vertici e i parlamentari della Lega e il generale Vannacci.

 

(Articolo: Remigrazione, scontro sulla conferenza alla Camera. Pd: “La Lega ci ripensi”. Molinari: “Iniziativa personale di un deputato.”).

(Articolo: Vannacci verso la rottura con Salvini, il generale e quella battuta che apre all’ipotesi di un suo partito).

 

Roma, 30 gennaio 2026 – Per un paio d’ore la Lega si concede il lusso di fermare il tempo. Nel nome di Bobo Maroni, il partito ritrova l’illusione di un’unità perduta: riaffiorano le radici, il gusto guascone delle origini, la solidarietà di branco. “Mi sono sentito a casa”, confessa un esponente storico.

 Non è solo retorica: nella Sala della Regina a Montecitorio, dove viene presentato il volume sui discorsi parlamentari di Maroni davanti ai ranghi serrati del movimento, la sensazione è giustificata dal tributo corale al co-fondatore.

Grazie al suo ricordo e a quello di Bossi — assente ma onnipresente nelle citazioni — via Bellerio celebra sé stessa come se tra passato e presente non ci fossero fratture.

La realtà, si sa, è ben diversa.

 

Per l’occasione, però, è d’obbligo sfilarsi i panni istituzionali e indossare le giacche a vento dei bei tempi. Lo fa persino il presidente della Camera, Lorenzo Fontana:

 “Nel 1994, in un libro, Bruno Vespa descrisse Bossi e Maroni che attaccavano i manifesti insieme, con la colla rovesciata in macchina: un ritratto romantico ma veritiero.

Ecco, noi siamo quella cosa lì”.

 

L’austero ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, in cravatta verde e spilletta d’ordinanza (il copyright è suo), rinverdisce i fasti: "Maroni rappresenta i valori popolari e popolani sui quali si costruisce una storia politica in cui mi riconosco”.

Salvini evoca Bobo per legittimare la svolta nazionale, citando un lancio Ansa del 2017:

“Maroni: la linea di Salvini, portare il movimento al Sud non è in contraddizione”.

Sembra tutto perfetto. Ma è solo una parentesi.

 

Lega, altolà a Vannacci: “Chiarimenti sul simbolo”.

 Vertice chiave con Salvini.

Fuori dalla porta, la realtà non veste il verde, ma la mimetica.

Il contrasto si fa crudo nella conferenza stampa organizzata da Domenico Fuggicele con gli esponenti di CasaPound per questa mattina a Montecitorio.

L’obiettivo è lanciare una proposta di legge sulla “remigrazione”, cavallo di battaglia del generale Roberto Vannacci.

Un appuntamento ad alta tensione: la sinistra minaccia di fare barriera con i propri corpi.

 

FUTURO NAZIONALE.

"Futuro Nazionale": è il simbolo depositato da Roberto Vannacci nei giorni scorsi, precisamente il 24 gennaio, presso l'Ufficio Brevetti dell'Unione Europea Sfondo Blu, una fiamma tricolore che sovrasta il nome "Vannacci" scritto in giallo".

"Solo un simbolo, come quello del 'Mondo al contrario' e di 'Generazione XA'", minimizza il vice segretario della Lega ed eurodeputato, contattato telefonicamente.

Chiara Braga (Pd) preme sul capogruppo leghista Riccardo Molinari affinché fermi tutto, ma lui liquida il caso con una stoccata:

 "Il Pd strizza l’occhio ai terroristi e ci fa la morale?

Di sicuro, la Lega storicamente non ha mai avuto nulla a che fare con Skinhead e facinorosi”.

Molto più pesante il richiamo dello stesso Fontana:

“L’iniziativa è inopportuna. Mi appello alla responsabilità e al rispetto delle istituzioni”.

Ma Fuggicele tira dritto: “Si fa. Salvini è al corrente, ne rispondo io”.

 

L’ombra di Vannacci, però, è la più lunga.

 È lui il “convitato di pietra”, ignorato dal palco anche perché osteggiato dal 95% della base.

 Stavolta la Lega del Nord esce allo scoperto con Attilio Fontana, presidente della Lombardia:

“È un’anomalia nel partito”.

 Il generale replica a stretto giro: “Le anomalie rendono i metalli più duttili. Ce ne fossero”.

 Ma il governatore chiude così il caso: “Non mi intendo di metalli, ma so cos’è un partito e come ci si sta dentro”.

 

Il generale Vannacci.

L’attivismo del "vicesegretario alieno” spaventa: l’ufficiale avanza come un panzer tra i manifesti di “Futuro nazionale”, il suo marchio registrato, e ambizioni senza filtri: “Io al 2%? Voglio il 6, il 10, il 20%...”.

Il leader minimizza: “Il problema non esiste. Maroni iniziò in Democrazia Proletaria: qui c’è spazio per tutti da che è mondo è mondo”.

(Salvini: “Chi esce dalla Lega finisce nel nulla”. Avvertimento a Vannacci? “Non mi riferivo a lui”).

In realtà, lo sport più diffuso ora i è scommettere se l’intruso se ne andrà o verrà messo alla porta.

Comunque sia, l’addio rischierebbe di costare caro in termini di voti. Salvini lo sa e pianifica incontri segreti per evitare l’emorragia che favorirebbe i rivali di Forza Italia.

 Scenario opposto a Palazzo Chigi:

i consiglieri di Giorgia Meloni osservano che una forza estremista alla destra di Fratelli d’Italia sarebbe quasi un regalo.

Ripulirebbe l’immagine della premier, accreditandola come unica moderata in Europa.

 Il dramma resta sulle spalle del Capitano.

Per non perdere la sfida nel centrodestra, è condannato all’impossibile: tenere nel partito il personaggio più detestato dai suoi.

L’amarcord di Maroni è durato lo spazio di un respiro.

L’incubo della scissione è appena iniziato.

 

 

 

 

Cinque settimane per evitare

cinque anni di Meloni: I nodi

che il campo largo deve sciogliere.

Lespresso.it – Politico – (14 agosto 2026) – Felice Florio – Redazione – ci dice:

 

Il centrosinistra avrebbe tutte le carte in regola per vincere le prossime elezioni, ma sembra quasi si stia applicando per perderle.

Prevalgono i personalismi e i tanti nodi tematici ancora irrisolti. Dal riarmo al fisco, dal reddito di cittadinanza al nucleare.

Sullo sfondo, l’incognita Salis.

Il centrosinistra può vincere le prossime elezioni e la prima metà di agosto ha mostrato con quanta perizia stia lavorando per non farlo.

 Il destino personale di Elly Schlein e Giuseppe Conte sembra prevalere rispetto alla costruzione di una maggioranza opposta al governo che, il 4 settembre, diventerà il più longevo della storia repubblicana.

L’unica alternativa degli ultimi mesi è nata a destra, ancora più a destra: l’incubo di Giorgia Meloni, Roberto Vannacci.

Ma è un’allucinazione da caldo affidarsi all’estremo rivale, che a L’Espresso non ha escluso, a determinate condizioni, di potersi alleare con l’attuale coalizione di stanza a Palazzo Chigi, scongiurandone lo sfratto. Intanto dei gazebo, di quel moto di popolo che dovrebbe accompagnare le opposizioni a individuare un leader, non si vede l’ombra.

Le primarie vengono evocate senza regole condivise.

 Soprattutto, scarseggia la fiducia e con essa l’impegno vincolante a sostenere il vincitore.

La consultazione del proprio elettorato, così, rischia di trasformarsi in un congresso permanente del centrosinistra, con il nome indicato per la guida logorato dal giorno successivo.

 E gli sconfitti impegnati a recuperare nell’eventuale governo ciò che hanno perso nei gazebo.

 Ad Asiago, Conte ha bucato la pasta molle dell’alleanza con il tema più divisivo.

Il Movimento 5 stelle non voterà il prossimo pacchetto di sostegno militare all’Ucraina.

Poi, l’inversione dell’ordine degli addendi che ha surriscaldato gli animi: la proposta sulla politica estera sarà stabilita dalle primarie.

 Ovvero gli elettori, preferendo un leader a un altro, esprimeranno già la propria posizione.

 Il programma seguirà.

 Condizione inaccettabile per un Partito democratico balcanizzato al suo interno dalle divergenti visioni geopolitiche.

 

 Schlein non può accettare che una linea si decida per acclamazione mentre il suo gruppo è diviso e la formula testardamente unitaria a cui si è inchiodata le lascia poco spazio di manovra.

 «Non funziona così. Prima il programma condiviso da tutta l'alleanza e poi le primarie, perché chi le vince deve guidare tutta la coalizione, non soltanto il proprio partito», ha replicato la segretaria del Nazareno.

 Una risposta procedurale a una sfida politica, esistenziale per non sfilacciare le maglie larghe del campo nella fase di tessitura.

Che nella sua trama vede diversi nodi ancora da sciogliere.

Il primo è il Safe, il prestito europeo per il riarmo:

la risoluzione unitaria in Parlamento lo ometteva, i riformisti dem avevano già annunciato che non l'avrebbero votata.

Il secondo è il fisco, dove la geografia si capovolge:

Schlein apre a una tassazione europea dei grandi patrimoni, Conte ripete che la patrimoniale non è all'ordine del giorno, alla ripresa dei lavori Alleanza verdi sinistra proporrà la sua legge sui patrimoni netti oltre i cinque milioni.

 Poi il reddito di cittadinanza, che il Movimento vuole ripristinare e il Pd ripensare in formule più selettive.

 La Tav, con le remore di 5 stelle e AVS. Il nucleare di nuova generazione, su cui il Nazareno mostra aperture e AVS la chiusura più netta.

E il termovalorizzatore di Roma, voluto da Roberto Gualtieri e avversato per anni dai grillini: una questione capitolina, finché il nome del sindaco non ha cominciato a circolare per le eventuali primarie.

 

 Conte faticherebbe a spiegare ai propri elettori perché sostenere l'uomo dell'inceneritore.

 È una piccola selezione di contrapposizioni tematiche. Contemporaneamente, la partita si inasprisce sul terreno dei personalismi.

Fonti vicine a Schlein sintetizzano così l’aspettativa del suo staff:

«Da tre anni lavoriamo per costruire l'alternativa, sarebbe naturale che il Pd, anche perché primo partito della coalizione, esprimesse la leadership».

Conte, dall’altro lato, crede fortemente in un suo ritorno a Palazzo Chigi. E allora i dirigenti del Pd, alcuni dei quali hanno sostenuto l’ascesa dell’attuale segretaria, starebbero lavorando per farla desistere.

Poi, sono al lavoro i pontieri: tra i più attivi risulterebbero Dario Franceschini, Andrea Orlando e Goffredo Bettini, liaison privilegiata tra il Nazareno e Conte.

Qualcuno avrebbe provato a convincere Schlein, senza successo, dell’opportunità di anticipare Conte, facendo per prima un passo indietro.

La tesi è che la giovane età le permetterebbe di riprovarci in futuro.

 

Tuttavia, con l’accelerazione agostana impressa da Conte, gli stessi dirigenti che imbastivano nell’ombra hanno dovuto difendere alla luce del sole i gazebo.

 Le primarie non sono rinviabili, dicono, perché un elettorato composito come quello del centrosinistra non riconoscerebbe, se non tramite un’investitura elettorale, la leadership di un altro partito.

Continua a circolare, nonostante le smentite dell’interessata, l’ipotesi di Silvia Salis.

 

 È l’identikit su cui Matteo Renzi insiste da tempo per il candidato ai gazebo. Nel Pd in tanti la considerano la federatrice migliore per il Campo largo.

Negli scorsi mesi, però, un cortocircuito ha scosso la strada verso Roma della sindaca genovese.

Lo schema del Nazareno vedeva Schlein candidata alla presidenza del Consiglio e Salis aggregatrice del centro, con Italia viva, Alessandro Onorato, Ernesto Maria Ruffini e persino Carlo Calenda raccolti sotto di lei.

Sarebbe saltato perché la sindaca non ha intenzione di rappresentare un’unica area.

 Ufficialmente, ribadisce di pensare alla sua città e alle primarie si è sempre detta contraria.

 

 Le due cose stanno insieme solo se la sua ipotesi non è una corsa, ma una nomina per acclamazione, che può arrivare quando gli altri papabili si saranno logorati a vicenda.

Il libro atteso in ottobre, pubblicato da Feltrinelli con il titolo «È già domani», e il tour che seguirà alimentano il sospetto che Salis punti direttamente a Palazzo Chigi.

Sono guardinghi, gli schleiniani, sulle mosse di Salis, che secondo alcuni sondaggi sarebbe la più competitiva contro Meloni.

Sull’altro versante, però, nemmeno i contiani si sentono tranquilli.

Fino a poche settimane fa la disponibilità di Conte alle primarie conviveva con la paura di perderle.

Una fonte pentastellata lascia intravedere la preoccupazione:

 «Come costruiamo, da zero, i comitati per Conte in tutta Italia?». Allora, invocare i gazebo ad agosto potrebbe rispondere all’esigenza di ancorare le primarie nella rada tematica, più che avvilupparle su una lotta di leadership.

 

 Perché se il quesito è chi guida, vince la macchina territoriale del Pd, capillare come nessun'altra.

Invece, se il quesito è armi sì o armi no, vince il posizionamento, e Conte ha il lusso di poter sciorinare posizionamenti più forti.

 Ma nei 5 stelle fedeli al presidente si consolida anche un’altra giustificazione per assumersi la guida del Campo largo: Alessandro Di Battista.

Una coalizione a guida pentastellata conterrebbe il suo exploit, se invece fosse il Pd a esprimere il candidato a Palazzo Chigi potrebbe generarsi una fuga verso l’eventuale soggetto politico che nascerebbe a sinistra. Mentre i due partiti maggiori si studiano, l'elenco dei candidabili si allunga.

 Recentemente, è comparsa la suggestione Gualtieri, sostenuto dalla macchina di Claudio Mancini e dall'associazione delle autonomie locali che il sindaco presiede.

 Al centro, invece, un primo verdetto è già arrivato da fuori.

La contromossa attribuita al Nazareno era di allargare il tavolo fino a Calenda, anche con lo scopo di diluire il progetto di Onorato in una platea abbastanza affollata da togliergli centralità.

 Il leader di Azione ha risposto prima ancora che l'invito partisse: andrà al voto da solo.

Il Campo largo, sostiene, è un'accozzaglia senza possibilità di governare.

L'unico interlocutore con cui Calenda potrebbe rivedere la decisione è Paolo Gentiloni.

 Pure AVS ha rotto gli indugi.

Dopo Angelo Bonelli, che ha chiesto ai due maggiori di finirla con il dualismo perché «non siamo più disponibili ad attendere», Nicola Fratoianni si è spinto oltre: il candidato premier «può essere anche uno dei nostri», anzi «il profilo ideale per guidare il Paese lo abbiamo noi». Con un partito che ha quasi raddoppiato il 3,6 per cento del 2022, non è una boutade estiva.

 Impressiona la disinvoltura con cui si discute già del dopo.

Nel gruppo dirigente dem c'è chi è convinto che il prossimo governo cadrà loro in braccio per gravità.

 E le caselle vengono assegnate in anticipo: la vicepresidenza del Consiglio a chi desiste, il ruolo di sottosegretario alla presidenza del Consiglio a chi avrà lavorato bene.

Circola perfino una previsione: reggiamo un anno di governo con i 5 stelle, poi arriva Vannacci.

È un’altra di quelle allucinazioni da afa estiva, capovolta e messa a bilancio.

 Il tempo, però, sta finendo.

Al Senato, entro il primo settembre, vanno depositati gli emendamenti per la legge elettorale che obbligherebbe a indicare il candidato premier.

 Il 6 settembre Schlein e Conte saranno sullo stesso palco a Cernobbio, in quello che i loro collaboratori definiscono già un derby.

E il 19 e il 20, a Milano, gli esponenti del Movimento discuteranno del programma che i vertici porteranno al tavolo della coalizione:

da quel momento Conte non tratterà più a titolo personale, ma con un mandato.

Chiunque voglia incidere sulla piattaforma deve muoversi prima di quella data.

 Cinque settimane per sciogliere i nodi.

Trascorse le quali il centrosinistra si troverà a questionare dei ruoli di un governo che non avrà ancora capito come conquistare.

 

 

 

 

INTERVISTE AI CAPIGRUPPO.

Luisa Ciambella: "Pd responsabile sull'aggressione del fotovoltaico. Frontini autoreferenziale e cieca."

Viterbotoday.it – (20 agosto 2026) – Gabriele Mazzetti – Redazione – ci dice:

Continuano le interviste ai capigruppo del consiglio comunale di Viterbo. La leader di Per il bene comune se la prende con l'amministrazione regionale passata e la giunta comunale su diverse battaglie degli ultimi anni tra Comune e Pisana: "Un rammarico vedere Viterbo scegliere la strada dell'isolamento"

Luisa Ciambella.

Capogruppo di Per il bene comune e responsabile del movimento nato a sostegno del governatore Francesco Rocca, Luisa Ciambella è la terza “tappa” del ciclo di interviste di “Viterbo Today” ai capigruppo di palazzo dei Priori.

Tanti i temi toccati, e in ognuno non mancano forti attacchi sia all'amministrazione guidata da Chiara Frontini, sia alla precedente giunta regionale Pd guidata da Nicola Zingaretti.

 

L'intervista.

 Si avvicina la conclusione del mandato di Chiara Frontini:

un aggettivo e un voto all'amministrazione comunale

 

“Se dovessi scegliere un solo aggettivo, direi 'insufficiente'.

E lo stesso vale per il voto: insufficiente.

 Perché dopo quattro anni Viterbo è una città che non ha fatto il salto di qualità che era stato promesso.

Ci sono stati molti annunci, molta comunicazione, ma i risultati concreti sono rimasti al di sotto delle aspettative.

Un'amministrazione si giudica da ciò che lascia alla città e, purtroppo, il bilancio complessivo non è sufficiente”.

 

Passiamo a un tema in cui recentemente si è espressa contro l'operato dell'amministrazione comunale che ha deciso di ricorrere al consiglio di stato contro l'allargamento della discarica di Monte Razzano.

 Fosse stata lei amministratrice di Viterbo avrebbe accettato la decisione?

 

“Vede, penso sinceramente che non sia un discorso di cosa si debba accettare o di cosa non si debba accettare.

 Qui parliamo di coerenza.

Non si può essere i paladini delle chiacchiere e dei ricorsi facili e poi, quando c’è da assumere decisioni o compiere atti amministrativi che determinano un preciso indirizzo, assistere a un fuggi, fuggi generale o, peggio ancora, al gioco delle amnesie.

Ci siamo sempre battuti per questo territorio e per la difesa del suo patrimonio ambientale, da anni.

Ma non c’era da battersi oggi sull’ampliamento della discarica:

c’era da farlo quando i nuovi amici della sindaca Frontini e tutta la sua corte, nel più totale silenzio-assenso, permettevano alla giunta Zingaretti di trasformare Viterbo nella pattumiera del Lazio.

 In quel momento noi c’eravamo.

 Quando proponevamo il referendum abrogativo del Piano regionale dei rifiuti, quando organizzavamo iniziative e mobilitazioni, molti di quelli che oggi dispensano lezioni di ambientalismo correvano a nascondersi pur di non prendere posizione, per paura di esporsi.

 Questa è la differenza.

 Non è il dover accettare o meno una sentenza. La differenza è esserci quando si formano le decisioni che incidono sul futuro di un territorio e avere il coraggio di assumersi delle responsabilità.

La sindaca Frontini e i suoi adepti questo coraggio non lo hanno mai dimostrato”.

 

Sulla questione è stata attaccata per il suo passato politico nel Pd al fianco di quella amministrazione Zingaretti a cui lei oggi imputa l’allargamento della discarica. Che ne pensa?

 

“Più che cosa ne penso io, credo che la mia posizione sia ormai chiara e coerente da diversi anni. Semmai bisognerebbe chiedere cosa pensano coloro che vengono imbeccati a fare certe considerazioni e a muovere determinate critiche.

Con spirito di servizio ho portato quasi 9mila voti a Zingaretti, ma a causa di una strana legge elettorale quei voti hanno, di fatto, permesso ad altri di consumare vendette personali contro il nostro territorio.

 E certo non potevo accettare “premi di consolazione” e tantomeno far parte di quel sistema di cui ancora oggi patiamo le conseguenze.

 Sono uscita dal partito e rendendomi conto dell’errore fatto ho provveduto a un ravvedimento operoso.

 Ho tutelato il mio territorio assumendo atti.

Io ho proposto una moratoria sulle energie rinnovabili, andando contro le decisioni della giunta Zingaretti.

 Ho promosso un referendum abrogativo contro il Piano regionale dei rifiuti della stessa giunta Zingaretti che ha violentato la Tuscia.

Sa chi l’ha violentata?

Chi ha proposto l’emendamento al Piano rifiuti che prevedeva di conferire tutto da noi e che ha permesso di produrre autorizzazioni a catena di montaggio sulle FER, quando noi chiedevamo una moratoria che le bloccasse per consentire ai Comuni e alla Regione di allora di individuare le aree idonee o meno”.

Quindi anche per gli impianti fotovoltaici, per lei, la colpa è sempre di Zingaretti…

 

“Sa cosa hanno fatto Zingaretti e i suoi adepti? Hanno adottato una moratoria farlocca, le autorizzazioni continuavano ad arrivare con una velocità che non rispecchiava i tempi della burocrazia.

Sbloccarono solo le date di inizio lavori, della messa in opera del primo pannello.

Sapete quale è stato l’effetto prodotto?

Mentre indisturbato la Regione continuava a professarsi ambientalista con un assessore 5 Stelle che ce la dava a bere, insieme agli eletti del Pd del nostro territorio, gli uffici regionali autorizzavano decine e decine di impianti che solo dopo mesi abbiamo potuto vedere con gli occhi. Perché era solo stata rimandata la posa del primo pannello fotovoltaico.

Ma il paradosso inaccettabile, che offende la dignità dei cittadini della Tuscia, qual è?

Chi ha taciuto e non agito, avendone la competenza e il potere politico per farlo, oggi reclama moratorie europee per fermare lo scempio che ha/hanno preordinato a tavolino.

Con responsabilità che variano ma che restano responsabilità irreversibili.

Questi politici/amministratori contano sulla poca memoria dei cittadini ma i cittadini ricordano e come! Certo non sono tenuti alla battaglia politica, perché non l’hanno scelta.

Quella l’abbiamo fatta noi del “Movimento Per il Bene Comune”, troppo spesso in solitaria, ne abbiamo sofferto ma lo rivendichiamo perché è il nostro orgoglio.

Ci siamo battuti sulla gestione del servizio idrico, assumendo posizioni in netto contrasto con quelle sostenute dai rappresentanti di quella amministrazione. Forse non dovrei aggiungere altro.

 I fatti parlano da soli, sempre che ci sia l’onestà intellettuale di volerla vedere.

Quando si fa politica sarebbe sempre opportuno fermarsi un momento ad approfondire ciò che è realmente accaduto sul proprio territorio, anziché limitarsi a fare da portavoce delle agitazioni altrui”.

 

Tornando alla battaglia legale sull'allargamento della discarica, non è il primo ricorso dell'amministrazione comunale contro quella regionale.

Il riferimento è all’accorpamento scolastico dell’istituto Carmine.

Anche lì si sarebbe mossa diversamente?

 

“Anche in questo caso, come ho già avuto modo di dire, credo che le vicende vadano sempre valutate nella loro interezza e nella loro evoluzione.

Non va dimenticato che la decisione della Regione sul ridimensionamento scolastico è stata un atto dovuto, adottato nel rispetto di una normativa nazionale. Provincia e Comune di Viterbo, che per legge dovevano decidere quale istituto accorpare, quando sono stati chiamati a esprimersi, non hanno deciso.

È chiaro che quando, per inerzia o per altre motivazioni che magari a me possono anche sfuggire, ma che altri potrebbero spiegare meglio, gli enti chiamati a esercitare quella responsabilità non assumono una posizione, la Regione, che per legge deve decidere a loro posto, tecnicamente si chiama “potere sostitutivo”, non può fare altro che applicare la normativa vigente e adottare le decisioni conseguenti pena l’attivazione del danno erariale.

Quello che è successo al Carmine è stato il frutto di un cortocircuito istituzionale generato da chi ha preferito sfuggire alle proprie responsabilità, anziché assumersi il compito di indicare una soluzione. È difficile e impopolare decidere, la Provincia e il Comune non lo hanno voluto fare”.

 

Il rapporto tra Comune e Regione è costruttivo?

 

“Quando si amministra un Comune bisogna sempre ricordarsi che si è sindaci di tutti, non di una parte e nemmeno degli amici degli amici.

Quando questo modo di amministrare prende il sopravvento sulla ragionevolezza e sulle reali esigenze dei cittadini, accade che si preferisca rinunciare a costruire rapporti istituzionali con gli altri livelli di governo pur di alimentare la propaganda e il populismo delle chiacchiere.

 Credo che sia esattamente quello che è accaduto a Viterbo.

 Del resto, il giudizio sulla qualità dei rapporti tra il Comune e la Regione non spetta a me, ma è sotto gli occhi di tutti.

Rimane però il rammarico di vedere una città importante come Viterbo scegliere la strada dell'isolamento, non solo nei confronti della Regione, ma anche rispetto a rapporti istituzionali ancora più ampi, rinunciando a opportunità che avrebbero potuto tradursi in benefici concreti per il territorio”.

 

Quali sono stati i fallimenti dell’amministrazione Frontini?

 

“Un modo di amministrare che questa gestione lascia in eredità a Viterbo, un’eredità assolutamente negativa.

Il vero fallimento è l’aver consolidato un modo di fare politica e amministrare autoreferenziale, cieco, che non ha il buon senso di confrontarsi con nessuno e che autoincensa il suo operato senza contraddittorio”.

 

Invece gli errori di Frontini come sindaca?

 

“Ripeto, non sono io a dover esprimere un giudizio personale su qualcuno... Credo che il vero tema sia considerare l'amministrazione come un servizio al bene comune oppure come uno strumento di autocelebrazione, spesso distante dai problemi reali dei cittadini. Lei adotta un metodo agli antipodi”.

 

Crede nella candidatura di Viterbo a capitale europea della cultura 2033?

 

“Credo che misurarsi con altre realtà nazionali sia sempre un bene, a prescindere dall'esito finale.

È un'occasione per valutare il livello di crescita di una città, per mettersi in discussione e per costruire una visione condivisa del proprio futuro.

Quello che non vorrei è ritrovarci, tra qualche anno, a commentare un risultato non proprio lusinghiero.

 Anche se Viterbo non dovesse ottenere il riconoscimento di “Capitale europea della Cultura”, questa candidatura dovrebbe comunque rappresentare un'opportunità per renderla più moderna, più attrattiva e più competitiva.

Purtroppo, guardando anche alla presentazione del progetto e all'accoglienza che ha ricevuto tra i viterbesi, non ho la sensazione che si sia imboccata la strada giusta.

Una candidatura di questo livello dovrebbe coinvolgere la città, entusiasmarla e renderla protagonista.

Ad oggi, questo entusiasmo non mi sembra di averlo visto”.

 

Si parla spesso di centrodestra unito a Viterbo, dopo il patto federativo tra Forza Italia e Frontini crede sia possibile?

 

“Il centrodestra farà sicuramente la sua parte alle prossime elezioni amministrative. Credo che i cittadini si aspettino responsabilità e chiarezza”.

 

C’è il rischio che a Viterbo avvenga una cosa simile rispetto alla spaccatura del centrodestra a Civita Castellana?

 

“Ogni realtà ha una propria storia. Viterbo, proprio perché è il comune capoluogo della provincia, ha una responsabilità ancora maggiore”.

A oggi avete iniziato a dialogare nel centrodestra per un candidato unitario? Il suo profilo potrebbe essere uno di quelli su cui convergere?

 

“Una delle caratteristiche fondamentali di ogni percorso elettorale è proprio la costruzione di una coalizione capace di individuare, scegliere e sostenere il proprio candidato a sindaco.

È questo il vero senso del percorso politico: non il nome di una persona o le ambizioni dei singoli, ma la capacità di trovare la chiave che apra la porta di una casa comune.

È da quella casa comune che bisogna uscire per presentare alla città un progetto credibile e un'alternativa di governo.

 L'obiettivo è riportare al governo della città un'amministrazione capace di restituire ai viterbesi un futuro concreto, lasciandosi definitivamente alle spalle la stagione delle chiacchiere e dei distintivi”.

 

Sono tanti i fondi regionali utilizzati da questa amministrazione, li avrebbe spesi nello stesso modo?

 

“Probabilmente la differenza non sta nel come spendere le risorse.

 La vera differenza sta nel come programmare gli interventi e nel modello di città che si vuole costruire.

Per questo torno a una considerazione che ho già fatto. L'amministrazione Frontini ha navigato a vista.

Anzi, più che navigare a vista, ha navigato guardandosi allo specchio, preoccupandosi troppo spesso di autocelebrarsi, come nelle favole, mentre la città era da un'altra parte e chiedeva risposte concrete.

 È proprio da questa impostazione che derivano molte scelte progettuali che, a mio avviso, avrebbero potuto essere pensate diversamente e risultare molto più utili e produttive per Viterbo e per i suoi cittadini. L’amministrazione Frontini ha avuto la fortuna di gestire milioni in PNRR.

Chiunque altro avrebbe cambiato il volto della città Lei è riuscita a farsi contestare dai cittadini anche l’anno in cui ha inaugurato la nuova macchina di Santa Rosa.

Questo dice tutto, un’opportunità persa”.

 

Quali saranno i temi e i progetti su cui si baserà la campagna elettorale del suo movimento?

 

“Sicuramente su una maggiore umanizzazione della comunità viterbese.

I casi di cronaca che si susseguono, di microcriminalità, l’abbandono dei ragazzi che non hanno spazi di confronto vedi le ultime notizie di cronaca, è morta una ragazza di 23 anni di overdose in una proprietà privata abbandonata.

 Secondo me bisogna ripartire dalla costruzione di una comunità che sia solidale e che si prenda cura dell’altro. Dopo di che si possono migliorare tutte le infrastrutture del mondo.

Bisogna sostituire la mentalità dell’autoreferenza della politica di Frontini con una amministrazione che si fondi sulla politica della solidarietà e del mettere al centro la persona”.

(viterbotoday.it/politica/intervista-luisa-ciambella-zingaretti-18-8-2026.html).

(Luisa Ciambella: "Allargamento discarica e aggressione fotovoltaici colpa di Frontini, Zingaretti e Pd").

 

 

 

 

La coesione di Fratelli d’Italia

al servizio della Nazione e

del bipolarismo.

Lavocedelpatriota.it – (23 Agosto 2026) – Editoriali - Roberto Penna – Redazione – ci dice

 

Sul quotidiano “Il Tempo “di venerdì scorso si poteva leggere un interessante articolo firmato da “Paolo Armaroli” e riguardante in sostanza lo stato di salute attuale dei partiti italiani e del bipolarismo.

L’autore ha iniziato il pezzo con il paragone, circa gli equilibri politici degli ultimi anni, fra il Regno Unito e l’Italia.

Oltremanica, la democrazia è caratterizzata, non da un mite bipolarismo, ma da un antico e radicato bipartitismo in cui i laburisti da una parte e i conservatori dall’altra si sono sempre contesi il governo del Regno.

 In Italia, dice bene Armaroli, abbiamo un bipolarismo “de noantri”, molto italiano, che ha assunto forme poco riscontrabili all’estero anche a causa di tanti “stop and go” e contraddizioni della politica della cosiddetta Seconda Repubblica.

Ma le rigide consuetudini britanniche iniziano a sentire il peso delle divisioni interne ai due grandi partiti e dell’affermazione di nuovi soggetti politici più o meno minori, fra i quali il “Reform UK “di Nigel Farage.

Dal 2022, ricorda Paolo Armaroli, si sono alternati al numero 10 di Downing Street quattro premier:

i conservatori Lizi Trussi e Rishi Suna, e i laburisti Keri Stormer e Andy Burnham, attualmente in carica.

Nel frattempo in Italia, sempre dal 2022, vi è lo stesso capo di governo che risponde al nome di Giorgia Meloni e che guida la Nazione all’insegna della stabilità, nonostante un bipolarismo senz’altro imperfetto e un quadro partitico generale in costante fermento.

 

Armaroli vede a sinistra due partiti, PD e M5S, e tanti virus, ovvero, i partitini di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, di Matteo Renzi, di Riccardo Magi e Benedetto Della Vedova, i quali, peraltro, si guardano in cagnesco fra di loro.

 I “grandi” della sinistra non se la passano comunque granché bene. L’articolo de “Il Tempo” vede nel trasformismo di Giuseppe Conte, un leader che ha già provato ad essere tutto e il contrario di tutto fino alla sconfessione recente del woke, quasi a volersi riciclare come un MAGA tricolore, anche un punto di forza che ha consentito finora al capo del M5S di rimanere a galla in tutte le stagioni.

Anche se, alla lunga, l’assenza di identità diventa una grave debolezza e può fare perdere ogni parvenza di credibilità, oltre alla leadership di partito, già minacciata, aggiungiamo noi, dalle cause legali di Beppe Grillo.

Tuttavia, almeno per il momento Conte sembra stare un po’ meglio di Elly Schlein, la quale teme di perdere le eventuali primarie per la leadership del campo largo e si trova costretta a rincorrere le giravolte del numero uno pentastellato.

 

Elly insiste con la testarda unità del centrosinistra, ma sa in cuor suo che Giuseppi rappresenta adesso più un’insidia che un alleato leale, ed è inoltre consapevole che all’interno del Partito Democratico non vi sia alcuna certezza automatica di vincere le prossime elezioni politiche, per quanto, a livello propagandistico, la segretaria dem si dica sicura del fatto che nel 2027 toccherà alla sua parte agguantare il timone dell’Italia.

Schlein guida peraltro un partito diviso fra i fedeli alla linea della segreteria e i malpancisti definiti dai giornali riformisti, sebbene non rischi per ora di perdere il comando.

In altri tempi, la “ditta” comunista e postcomunista avrebbe impiegato ben poco per dimissionare una figura fallimentare e inconsistente come quella di Elly Schlein, ma pare che tutto il PD sia diventato un insieme di tante debolezze diverse e i riformisti, nonostante tutte le scivolate della segretaria, non hanno la forza sufficiente per imporre altri nomi alla guida del Nazareno.

 

Esponenti di primo piano del partito come Pina Picierno, Marianna Madia ed Elisabetta Gualmini, forse rassegnate dinanzi alla impossibilità di cambiare il PD dall’interno, hanno preferito fare le valigie ed andarsene.

Ad onore del vero, non mancano discussioni e confronti anche accesi neppure in zone del centrodestra, in particolare nella Lega e un po’ in Forza Italia, ma Paolo Armaroli su “Il Tempo” vede, in alternativa ad una sinistra sempre più lacerata dal derby perenne Elly/Giuseppi e dal virus dei partitini ideologici o personali, una coalizione conservatrice che rimane salda al governo e si proietta nel futuro con forza grazie al perno fondamentale costituito da Fratelli d’Italia.

Il partito del Presidente del Consiglio, oltre a rimanere la prima forza politica d’Italia, è probabilmente l’unica formazione di oggi che non ha correnti interne e fazioni che provano a farsi sgambetti reciproci, e si ritrova coesa dietro alla propria leader.

 

Armaroli evoca i “segreti di Meloni” che permettono a FDL di distinguersi in meglio e di essere centrale, non centrista, per la Nazione, ma si tratta di segreti di Pulcinella, come ammette lo stesso autore.

Al netto di alcune vulgate di sinistra, si sa che Fratelli d’Italia sia retto da una squadra che è cresciuta assieme e ha condiviso tutto, dal 4% dei voti alla vittoria del 2022, dalle stalle alle stelle come scrive Paolo Armaroli, e si è sempre riconosciuta nel carisma di Giorgia Meloni, nella buona e nella cattiva sorte.

 La forza della destra di Fratelli d’Italia, anche se la sinistra forse non se ne capacita tuttora, è proprio quella di non essere un club di finti amici che stanno insieme se le cose vanno bene e si disperdono poi nel momento in cui subentrano le prime difficoltà.

 

Questa particolare natura ha permesso alla comunità politica guidata dalla premier di divenire essenziale per l’area di centrodestra tant’è che Armaroli giunge a parafrasare Benedetto Croce e a sostenere che nella coalizione alternativa alle sinistre non si possa non dirsi seguaci di Meloni.

 Essenziale per il centrodestra e centrale per l’Italia dal momento che il bipolarismo e la possibilità di scegliere fra uno schieramento conservatore e la sinistra, senza manovre di Palazzo, rimangono in piedi grazie alla leadership di Giorgia Meloni.

La destra non si accontenta senz’altro di questo bipolarismo, che presenta, come abbiamo scritto, delle fragilità ed intende radicare in Italia il concetto della democrazia dell’alternanza e allontanare lo spettro del pantano, ancora dietro l’angolo, con riforme come quella del premierato ed una nuova legge elettorale.

Fratelli d’Italia è un progetto politico che persegue il conservatorismo di massa, (difesa dei valori identitari, libertà, una nuova Europa e pragmatismo di governo), e resterà determinante per la nostra democrazia.

L’articolo di Paolo Armaroli mette a tacere coloro i quali sostengono da qualche anno che Fratelli d’Italia sia solo Giorgia Meloni, la sorella Arianna e qualche altro parente.

Il carisma della leader è innegabile, ma dietro ad esso vi sono una squadra, una classe dirigente e una visione non soltanto limitata al presente.

 

 

 

Salvini: 'La Lega è più truppa

che generali. Chi esce dalla Lega

finisce nel nulla.'

Ansa.it – Politica – (25 gennaio 2026) - Michela Soglia – Matteo Salvini – Redazione – ci dice:

Il leader del partito detta la linea in vista del 2027.

'Vedrò Vannacci'.

 Il gergo è militare.

L'intento è più inclusivo. Matteo Salvini definisce la sua Lega, più allargata, e prova a tenerla nei ranghi.

 "La forza della Lega è la truppa, è il popolo, siete voi".

Insomma, non solo capitani (dal suo nomignolo) e non solo generali.

 O il generale, come quello che da otto mesi è uno dei suoi vice, Roberto Vannacci.

 

 Dalle montagne dell'Abruzzo, il segretario cerca di ricompattare i suoi e li ammonisce ad andare avanti con determinazione e sacrificio in vista delle Politiche del 2027.

E soprattutto con "spirito di squadra".

Chiude così la manifestazione organizzata tra Roccaraso e Rivisondoli nel resort a cinque stelle con spa e piscine, e detta la linea.

Serve una squadra alleggerita da "pesi improduttivi" come sono gli ex leghisti o chi sta per diventare tale.

 

    E con loro è durissimo: "La storia insegna che chi esce dalla Lega finisce nel nulla".

Mai una parola esplicita, invece, su Vannacci. Se non, dopo, ricordando che lo vedrà "in settimana".

Un incontro come estremo tentativo per contenere i radicalismi dell'eurodeputato a rischio emulazione?

 O solo un confronto periodico ai vertici?

 L'unica certezza è che Salvini si irrita quando legge "notizie distoniche" di chi intravede nelle sue parole un ultimatum a Vannacci.

 Il riferimento è tutto ai fuoriusciti, rimarca.

L'ombra del fuoco amico o di strappi fino alla nascita di un nuovo partito, incombe sulla Lega.

Da qui la necessità di rimettere ordine.

 "Qualcuno ritiene che sia più garantito il suo seggio da altre parti?

 Vai, sciocco", dice il leader e si lascia scappare una parolaccia: "Se vuoi la poltrona dillo, cazzo! Auguri, non ci mancherai".

Per un'ora il Capitano ammonisce le truppe a non distrarsi dall'obiettivo:

 continuare a fare la Lega (ruspante e concreta) restando nell'esecutivo.

Del resto, puntualizza: "Io mi trovo benissimo con Giorgia e gli altri al governo ma la Lega è la Lega".

(Agenzia ANSA-

(Piantedosi: 'Pacchetto sicurezza in Cdm entro i primi giorni di febbraio' - Notizie - Ansa.it)

'Si torni alla presunzione di liceità della Polizia. La sinistra non ha gestito l'immigrazione e ora ci fa la morale' (ANSA)

 Poi attacca la stampa concentrata su divisioni o declini. "Non facciamoci dettare da loro la nostra agenda politica. E non guardate la rassegna stampa domani".

 Infine punzecchia quanti hanno pronosticato più volte un cambio al vertice della Lega: "L'unica cosa che è cambiata è il loro editore".

 

La giornata nel resort 'Aqua montis' si apre con due dibattiti economici:

 i porti e il "ponte degli italiani" (così si legge nel titolo del panel).

Dopo si passa alla sicurezza con il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi.

Salvini lo ascolta e si prende i complimenti per l'eredità "fondamentale" che, da predecessore al Viminale, gli ha lasciato.

Subito dopo c'è la sintesi politica del vicesegretario Claudio Durigon, il più citato della giornata per aver organizzato l'evento.

 

    Durigon si rifà a Luca Zaia e ripete, scandendo le parole: "La Lega è una e indivisibile".

Ma dall'ex governatore veneto prende le distanze, chiarendo di non essere per l'eutanasia e che su questo c'è una riflessione.

"Ho da poco perso mia madre e non sarei capace di staccare la spina", ammette.

Anche Salvini torna sui diritti civili ma non lancia nessuna svolta liberal. Né cita la questione del fine vita.

   "No al woke, no gender, asterischi e cazzate varie - spiega - E' bello confrontarsi e ascoltare. Però la famiglia, fondata sull'unione di un uomo e una donna, è la garanzia".

 Insiste: nessun giudizio sulle scelte di vita o giudizi di valore su coppie etero e omosessuali, ma sui bambini non si transige.

Nel mirino finiscono pure i magistrati perché paghino, se sbagliano. Ammette, infatti, che la prova del referendum di marzo è solo un passaggio.

 Il traguardo è la loro responsabilità civile: "come tutte le altre categorie, chi sbaglia paga e paga di suo".

 

 

 

 

 

 

 

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