La lega sembra il PD.
La
lega sembra il PD.
Il
Generale Burattino.
Conoscenzealconfine.it
– (21 Agosto 2026) - Gianmarco Landi – Redazione – ci dice:
Mi
accingo a scrivere questo articolo con l’intento di gettare un po’ di luce sul
tanto discusso fenomeno Vannacci.
Che
l’entrata nell’agone politico dell’ex generale non sia affatto un’azione
estemporanea e genuina, credo sia una conclusione chiara a tutti coloro che
abbiano una conoscenza, anche soltanto vaga, di come, in politica, certi
personaggi vengano costruiti a tavolino prima, e candidati poi alla bisogna.
Per
quanto riguarda coloro che, invece, serbassero ancora qualche dubbio in tal
senso, li invito a riflettere sulla significativa coincidenza che ha fatto sì
che la crescita impetuosa del consenso dell’ex generale si sia verificata
all’indomani di alcune dure reprimende inferte alla Premier Meloni dal
Presidente Trump, evidentemente spazientito da un appoggio che, in diverse
circostanze, ha reputato troppo tiepido, se non addirittura doppiogiochista, da
parte del nostro Premier.
Preso
dunque atto che a tutti gli addetti ai lavori è chiaro che Vannacci sia una
marionetta non dotata, peraltro, di una grande personalità, né in possesso
dell’esperienza e dell’abilità politica di Giorgia Meloni, resta da capire
quale sia la ratio dell’operazione Vannacci e, soprattutto, chi sia il
burattinaio.
Perché,
ad oggi, il dato certo è che l’operazione Vannacci può avere una doppia genesi
e quindi una doppia valenza.
Il
burattinaio che fa muovere i fili dell’ex generale può essere Matteo Renzi,
come può essere Donald Trump.
Logicamente,
il timore di Giorgia Meloni è che dietro a Vannacci ci sia Renzi, o meglio,
certi apparati massonici e certi apparati militari NATO, che vorrebbero
sottrarre il Governo della Repubblica Italiana alla leader di Fratelli
d’Italia, per
evitare che, alle prossime elezioni del 2027, il Centrodestra possa assicurarsi
una maggioranza talmente forte da poter esprimere finanche il Presidente della
Repubblica nel 2029.
Se il timore della Premier fosse fondato, il
fenomeno Vannacci sarebbe una strategia architettata dalla Sinistra e dai
nemici di Trump.
Di
converso, a muovere i fili dell’ex generale, potrebbero anche essere apparati
vicini al Presidente USA che, come detto poc’anzi, sarebbe stanco di attendere
una presa di posizione netta e più coraggiosa da parte della nostra Premier
riguardo, ad esempio, alle relazioni con l’Ucraina di Zelensky, riguardo alla
NATO, riguardo alle folli politiche
dell’Unione Europea in materia di immigrazione, di libertà di espressione
(Digital Service Act) ed in materia finanziaria, con il diabolico perseverare
dell’UE nel tentativo di far approvare l’euro digitale.
In
questo senso, le umiliazioni di Trump nei confronti della nostra Premier, messe
platealmente in scena tra il giugno e il luglio scorsi, e la promozione della
marionetta Vannacci, sarebbero strategie per smuovere la Meloni e farla
diventare più realista del re, o meglio, più trumpiana di Trump, trovando poi,
alla suddetta marionetta, un ruolo in un futuro Governo Meloni bis.
Il
messaggio che sortisce dalla strategia è chiaro: se Fratelli d’Italia vuole
continuare a governare e non lasciare il Paese in mano alla Sinistra, deve
eseguire una politica coerente con quella del MAGA statunitense.
In
quest’ottica, non credo che sia dunque un caso che Lisei, Malan, Bignami e Buon
guerrieri, in Commissione Covid, si siano scagliati contro Conte con tanta
veemenza da sembrar emulare il Senatore Moreno e il Sentore Hawley contro
Fauci, al Senato USA, il 29 luglio scorso.
Dal
Senato USA è partito l’indirizzo politico da tenere e i rappresentanti di
Fratelli d’Italia, in Commissione Covid, hanno dimostrato d’averlo inteso;
e,
insieme con loro, l’ha capito anche Roberto Barioni, che, come dimostra col suo
post su “Sub stack”, ha ben chiaro che la politica italiana è indissolubilmente
collegata a quella americana, ed il fatto che Fauci sia stato incriminato per
“Oltraggio al Congresso” è soltanto l’inizio di una resa dei conti che non
potrà restare confinata oltreoceano, perché far luce su ciò che è davvero
stata la Pandemia di Covid-19 è la madre di tutte le battaglie da portare
avanti in questo momento storico, perché, per il tramite del Covid-19, si
profilava l’attuazione di una dittatura politica e finanziaria globale ad opera
dell’élite satanista del World Economic Forum di Davos.
Questa
dittatura orwelliana e distopica è stata combattuta ed è in procinto di essere
vinta da un’altra élite, che ora, dopo aver dovuto a lungo essere incudine, ha
potuto finalmente farsi martello.
È
notizia dei giorni scorsi, infatti, che David Mores, ex consigliere di Anthony
Fauci, si è dichiarato colpevole di cospirazione per danneggiare il popolo
degli Stati Uniti d’America, ammettendo di aver agito per non evadere le
richieste di accesso alle informazioni sulla Pandemia, col preciso intento di
nascondere documenti governativi relativi al Covid-19.
Trump
e chi con lui vuole affrancare gli Stati Uniti ed il mondo dai vecchi apparati
di potere del Deep State internazionale, sta giocando la propria partita a
poker e i bluff sono all’ordine del giorno; fa parte del gioco che non si
capisca, talvolta sino all’ultimo, chi muove i fili di un burattino…
C’è da
chiedersi, se il burattino stesso ne sia davvero consapevole…
(Gianmarco
Landi).
(gianmarcolandi.it/files/IL-GENERALE-BURATTINO–1-.pdf).
Romeo:
«Basta leader,
Salvini
lo sa. Sia una
squadra
a guidare la Lega».
Ilonordest.it
- Laura Berlinghieri – (21 agosto 2026) – Redazione – ci dice:
Il
capogruppo al Senato: «Pontida di rilancio, soluzione prima».
il governatore della Lombardia, Fontana:
«Segreteria con Zaia, governatori e sindaci»
Il
capogruppo leghista al Senato è Massimiliano Romeo e il presidente lombardo è
Attilio Fontana.
Il
“redde rationem” si è consumato a pochi metri dal mare di Forte dei Marmi.
Dal lato opposto rispetto alla spiaggia del
Papeete, che, una manciata di anni fa – ma sembra trascorsa un’era geologica –
fu luogo (e simbolo) dell’inizio della fine.
Camicia
bianca sbottonata, mocassini.
Non boxer e mojito in mano; ma nemmeno – per
fare un parallelismo con una serata storica, che tanto ricorda quella del 20
agosto – fazzoletto verde nel taschino e scopa.
Simboli
di una nuova Lega, che, dopo le interviste spot degli ultimi giorni, ha deciso
di uscire a volto scoperto con i suoi due uomini simbolo della Lombardia,
escluso il segretario federale Matteo Salvini:
il
presidente della Regione Attilio Fontana e il numero uno regionale e capogruppo
al Senato Massimiliano Romeo.
Ospiti
alla Versiliana, ufficialmente per presentare il nuovo libro di quest’ultimo;
nella
realtà, per lanciare il manifesto della “loro” nuova Lega.
Rendendo
finalmente pubbliche veline e indiscrezioni, bozze di un nuovo statuto
maldestramente pubblicate nella chat sbagliata e ipotesi di triumvirato prima
accolte e poi respinte.
«La
svolta a Pontida».
Ieri
sera, appena interrotti da una breve contestazione, Romeo e Fontana hanno detto
tutto.
«Ci accusano di voler spaccare il partito, ma
sono due anni che spegniamo fuochi.
Questo,
mentre i militanti lasciano la Lega, non rinnovano la tessera. Mentre facciamo
una fatica enorme a organizzare persino il raduno di Pontida».
Sarà
il prossimo 20 settembre.
Lo ha
ricordato Salvini stesso, ieri, con un video diffuso sui social.
Certo
non prevedendo che, appena una manciata di ore dopo, due uomini simbolo del
partito avrebbero eletto quell’appuntamento a giornata della rinascita.
Senza
di lui.
«La
svolta deve essere prima», scandisce i tempi Fontana, «E già a Pontida dovremo
trovarci con nuovo entusiasmo».
Il
presupposto dei due è chiaro.
«Alle feste, i militanti ci dicono che, se
andiamo avanti così, non ci votano più».
E poi:
«Più passa il tempo e più la lacerazione rischia di essere irreversibile».
«Abbiamo abbandonato le battaglie del
territorio».
«Se ci
snaturiamo, la gente non ci riconosce».
«La Lega deve tornare a fare paura».
«La cartina tornasole saranno le elezioni.
E il
rischio è che la lega scompaia, perché non la vota più nessuno». «Dobbiamo
tornare a fare la Lega: a parlare di territori, economia»:
lo ha detto pure il presidente veneto di
Confindustria Raffaele Boscaini, ricorda Romeo.
E ancora: «Rischiamo di essere la brutta copia
di FdI e Fn».
Il
compendiario dello sfogo a due voci di ieri sera, chiaramente studiato a
tavolino con i presidenti (o ex) di Regione leghisti: Luca Zaia in primis, e
poi Massimiliano Fedriga e Maurizio Fugatti.
Una
squadra alla guida.
Quello
che propongono, senza inutili giri di parole, è l’ammutinamento. «La Lega così
non va», la sentenza di Romeo, «in vista delle politiche, se avanziamo con un
leader, rischiamo di non farcela».
Anche
perché la guida del centrodestra sarà una: Giorgia Meloni.
E allora, dice il capogruppo, la soluzione è
la «leadership collettiva». Con dentro «Zaia e i governatori».
«Pure con qualche sindaco», incalza Fontana.
Dopo,
per non fare troppa confusione, replica Romeo.
Che
poi concede: «Nessuno ha detto che Salvini non dovrà far parte della squadra,
ma che squadra sia».
La
vecchia ipotesi di partito sul modello bavarese?
«Per
noi resta in piedi, ma pare che Salvini abbia detto di no», confida Fontana.
Ma
qualcosa va fatto.
Ci
sono pure i tempi: prima del raduno del 20 settembre, appunto. «Pontida è il
luogo in cui rinnoviamo il nostro legame con la comunità. La soluzione va
trovata assolutamente prima», dice Romeo.
Salvini
è stato informato.
«Noi
la proposta l’abbiamo avanzata.
A
Salvini abbiamo detto di prendere l’estate per ragionarci su e ora ci
attendiamo una risposta.
Vuole
fare finta di nulla? Libero di farlo.
Ma noi siamo convinti che, così, la Lega
rischia di finire ai minimi termini».
Lo
dice pure Fontana: «Se vedi un amico che corre contro un muro, glielo dici. Se
ci andremo a schiantare, almeno avremo la coscienza pulita: lo abbiamo detto».
Non al
congresso di appena un anno fa, è il rilievo. «Ma allora c’era Vannacci
vicesegretario, la linea sovranista era giustificata.
Rispetto
ad allora è cambiato il mondo.
E
comunque la promessa di ritorno alla valorizzazione del territorio inserita
nelle mozioni di Alberto Stefani e Riccardo Molinari non è stata rispettata»,
rilancia Romeo, tirando in ballo tutti.
Sorride,
mentre lancia il sasso. E, questa volta con la mano ben in vista, regge il
microfono.
I
problemi interni di Pd e Lega:
dai
riformisti al Team Vannacci.
Publicpolicy.net
– (27 Ottobre 2025) - David Allegranti – Redazione – ci dice:
ROMA
(Public Policy) – I partiti sono di nuovo in piena campagna elettorale.
Non
tanto per le elezioni regionali (bisogna ancora votare in Campania, Puglia e
Veneto, ma il risultato sembra essere abbastanza scontato), quanto per le
elezioni politiche.
Certo, mancano ancora due anni, visto che il
Governo Meloni ne ha appena festeggiati tre a Palazzo Chigi.
Ma
l’agitazione dei partiti è consistente ed è destinata a durare a lungo. E non
c’entrano i duelli sulla legge di Bilancio, scontati persino quelli visto il
periodo dell’anno.
Guardiamo
che cosa sta accadendo dentro il Partito democratico.
I riformisti del Pd alternativi a Stefano
Bonaccini, sconfitto nelle primarie contro Elly Schlein, fin qui capo
dell’opposizione di Energia Popolare, si sono appena ritrovati a Milano per il
convegno “Crescere”. Toni polemici nei confronti di Bonaccini non sono mancati.
“In
queste settimane ho letto molto spesso di una distinzione tra riformisti da
salotto e riformisti di popolo”, ha detto Pina Picierno, vicepresidente del
Parlamento europeo, tra gli organizzatori della giornata:
“Per inciso qui c’è solo chi si sporca le
scarpe da Kyiv a Ventotene, dal nord delle imprese fino a quel sud dimenticato
che torna utile solo quando c’è da fare qualche accordo elettorale; qui ci sono
donne e uomini che si sono fatti le ossa nella provincia più sperduta
d’Italia”.
Sul
palco del convegno è salito anche il neo consigliere regionale Matteo Biffoni,
ex sindaco di Prato, recordman di preferenze alle recenti elezioni toscane
(22mila), accompagnato in questa nuova avventura da Filippo Sensi, Marianna
Madia, Lia Quartapelle , Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Piero Fassino e
Sandra Zampa.
Tutti
delusi dalla leadership di Bonaccini.
“L’idea
del non disturbare il manovratore è purtroppo troppo presente all’interno di un
partito che invece necessariamente del confronto, che non significa per forza
scontro, aveva fatto la sua radice di nascita”, ha detto Biffoni.
Assente
invece l’europarlamentare Dario Nardella, che sembra ancora alla ricerca di una
propria strada dentro il Pd.
“Serve
chiarezza dentro il Pd, e non bisogna avere paura di fare questa chiarezza.
E
nemmeno dei luoghi in cui farla: i congressi si fanno per questo, per discutere
della linea politica”, ha detto ancora Picierno lasciando intuire che al
momento opportuno – quando ci sarà da scegliere il nuovo segretario o
segretaria – i riformisti si faranno sentire.
Sono
attese contromisure politiche da parte della segreteria nazionale, che
risponderà alle critiche di queste settimane.
Chi
non pare avere problemi al proprio interno è invece Giuseppe Conte, che è stato
appena confermato alla guida del M5s per altri 4 anni. Certamente non aveva
avversari imbattibili di fronte a sé.
Resta da capire però chi potrà mai fare il
leader del centrosinistra e come sarà scelto (primarie o no?).
Non
sono questioni che verranno risolte a breve, ma senz’altro fra Pd e M5s, per
non parlare di AVS, il tema è già ben presente.
Nella
coalizione di governo invece i problemi principali ce li ha la Lega di Matteo
Salvini, alle prese con l’incredibile caso Vannacci.
Il
generale in pensione, europarlamentare eletto con la Lega, anziché diventare
l’opportunità di riscatto di un partito che ha perso mordente e consenso, si è
rivelato un problema per la tenuta del Carroccio.
Tant’è
che ormai non lo può sopportare più nessuno tra i leghisti. Nell’ultima
riunione del consiglio federale, al quale Roberto Vannacci non s’è presentato,
e non è neanche la prima volta, è stato deciso che i Team Vannacci non potranno
fare concorrenza politica alla Lega e dovranno limitarsi ad attività meramente
culturali.
Laddove
non riesce ad arrivare la politica, arriva dunque la burocrazia.
E questo perché nessuno ormai è in grado di
bloccare lo strapotere di Vannacci. Ma magari un giorno, chissà quando,
Vannacci farà la fine di Flavio Tosi, che pure era un leghista vero e non
importato, verrà normalizzato e buttato fuori.
Non
adesso però, con tutti questi appuntamenti elettorali regionali.
La
Lega dunque non vuole essere vannaccizzata, così almeno ripetono Luca Zaia,
Massimiliano Fedriga, Attilio Fontana e altri, ma finché non si attiva Salvini,
il generale Vannacci continuerà ad avere ruoli di primo piano.
Prima
era solo un gioco delle parti, adesso è diventata una seria linea di frattura
che non aiuta il centrodestra a crescere, semmai penalizza ulteriormente la
Lega.
(Public
Policy).
(David
Allegranti).
“Rosatellum”
o non “Rosatellum”?
Legge
elettorale, Fratelli d’Italia e Partito Democratico verso un’intesa?
IlRiformista.it
– (24 Aprile 2026) - Pasquale Ferraro, Ottavia Munari – Redazione – ci dicono:
Giorgia
Meloni ed Elly Schlein.
Rosatellum
o non Rosatellum? È questo il dubbio amletico che va cercando risposta nella
maggioranza.
Si sa,
cambiare la legge elettorale, se guardiamo ai precedenti, non porta bene, anzi.
Eppure
– per un attimo – l’introduzione delle preferenze sembrava essere realtà e non
più un miraggio primo-repubblicano;
così
come l’inserimento dell’indicazione del leader di coalizione una svolta verso
una maggior chiarezza per i cittadini alle urne, e non più una chimera
irraggiungibile.
Ma
anche qui la realtà si scontra con la sensibilità dei partiti della
maggioranza, non solo dell’opposizione.
Oggi
forzare sulla legge elettorale, secondo molti, non conviene più.
Lo si
potrebbe fare – dicono – se vi fosse la garanzia che anche una parte
dell’opposizione votasse con la maggioranza.
Altrimenti
ogni mossa andrebbe a ritorcersi contro la destra, e sarebbe un’altra occasione
– per la sinistra – di tirar fuori le classiche carte “giochi di palazzo”,
“legge elettorale ad hoc” e via dicendo.
Qui
Fratelli d’Italia e Partito Democratico potrebbero trovare un’intesa, almeno
così si vocifera.
Forza
Italia frena e qualcuno sussurra che il timore delle preferenze possa essere
quello di vedere la corrente del Segretario Tajani soccombere sotto i colpi
delle correnti più forti sui territori, in testa quella del vicesegretario
azzurro e governatore della Calabria, Roberto Occhiuto.
La
Lega in verità non dovrebbe avere problemi – soprattutto al nord – alla luce
del suo radicamento territoriale.
Il
nodo però non si è ancora sciolto.
E nel frattempo – a un annetto dalle elezioni
– gli animi di scaldano.
I sondaggi premiano ancora il Presidente del
Consiglio, Giorgia Meloni. Fratelli d’Italia è sempre il primo partito e resta
stabile oltre il 29%.
Alla
faccia della vittoria del “no” e dei sorrisini di chi pensa, a sinistra, che
Meloni sia in difficoltà.
No, la
sinistra non ha già la vittoria in mano al prossimo giro, perché “rigore è
quando arbitro fischia”, diceva il buon Vujadin Boskov.
Se c’è
qualcuno, nella maggioranza, che ha le idee chiare e tiene la linea, quello è
Fratelli d’Italia.
La Lega, dal canto suo, fresca di
manifestazione con i Patrioti a Milano, sta cercando di recuperare terreno dopo
il terremoto Vannacci.
Il federalismo, la questione settentrionale,
l’autonomia:
c’è
voglia di ritornare ai temi autentici del Carroccio, perché non sono poche le
voci di militanti e storici elettori che lo chiedono.
Il leader Matteo Salvini forse pensava che il
Generale potesse esser un palliativo dinanzi la graduale perdita di consenso;
si è rivelato essere, invece, un tornado.
Confusione
Generale.
Essersi
spostati troppo a destra – per un Movimento nato come antisistema e
indipendente – non ha alla fine ripagato nel lungo periodo.
Riusciranno
le camicie verdi a rinascere?
Questa
un’altra incognita, che va a braccetto con l’altro grande mistero che tormenta
tutti:
ma
Vannacci, alle urne, quanti voti prenderà?
Correrà
con la destra o andrà in direzione ostinata e contraria in solitario?
Giorgia
Meloni va avanti fino all’ultimo giorno. Ad un anno e mezzo dalle elezioni è
già iniziata la campagna elettorale
Forza
Italia, così non si vince.
È il
momento di decidere il futuro, la strada indicata è quella di Marina
Berlusconi.
Un
siluro russo contro Meloni nel pieno del caos-intelligence:
da Schlein a Salvini, tutti indignati.
Tranne
Vannacci.
“Alla
fine andrà da solo” ha sentenziato il Kraken nel confronto con il generale a
“Pulp Podcast”, alimentando più di qualche sospetto sulle manovre – in
chiaroscuro – all’opera per indebolire il centrodestra, provando la vecchia
tattica già testata nel 1996, le uniche elezioni vinte dall’Ulivo.
Allo
scenario si aggiunge la crisi mistica in corso dentro Forza Italia.
Da dove veniamo?
Chi
siamo? Dove andiamo?
Marina
Berlusconi spinge per il rinnovamento del partito, ma i volti sono sempre
quelli.
Non
solo, tra i corridoi si vocifera che più che ad un rinnovarsi, Forza Italia
stia già ragionando – sottobanco – a un vero e proprio cambio d’asse.
Larghe
intese con il Partito democratico, per dirla chiara.
Malignità
o triste verità?
Chi
può dirlo, certo a ripensare le lacrime in aula di Silvio Berlusconi, dopo il
Patto con il Nazareno, a tanti viene proprio da dire “Silvio, quanto ci
manchi”.
Forse
agli Azzurri occorre, oltre ai nuovi Congressi, un ritiro spirituale che possa
permettere loro di ritrovare quell’anima “liberale” che serve al centrodestra e
al paese.
Sì, perché i forzisti dovrebbero rammentare la
vecchia lezione dei partiti popolari che avevano scelto la via del centro e
l’hanno pagata cara nelle urne.
Perché gli elettori di Forza Italia sono
anch’essi “di destra” e alternativi – spiace per qualcuno – al Pd.
(Pasquale
Ferraro, Ottavia Munari).
Sondaggi
politici, Fratelli d’Italia
ancora
primo, segue il Pd:
FI
allunga lo stacco con la Lega.
Fanpage.it – (6 Febbraio 2026) - Giulia Casula
– Redazione – ci dice:
Il
centrodestra è stabile, con FDL al 29,9%.
Forza
Italia allunga lo stacco con la Lega.
Anche
le opposizioni, al netto di qualche minima variazione per Pd e M5s, si
mantengono sui livelli ormai noti.
Sondaggio
Super media YOU trend/Agi.
Vannacci
e il patriarcato mediterraneo: possesso, controllo e violenza di genere nel suo
programma.
Le
intenzioni di voto.
I
sondaggi continuano a confermare il primato di Fratelli d'Italia. Se nelle
settimane scorse si era assistiti a una leggera flessione, ora il calo sembra
essere decisamente rientrato. FDL si posiziona al 29,9% con una variazione
dello 0,1% rispetto al dato di due settimane fa.
Nella
maggioranza va sicuramente segnalato come dato interessante la ripresa di Forza
Italia, che incassa tre decimi e sale all'8,9%.
Un
incremento che seppur moderato permette agli azzurri di allungare di quasi un
punto lo stacco con la Lega.
A
questa dinamica contribuisce anche il lieve calo del Carroccio, che perde due
decimi, attestandosi all'8%.
Sondaggi
politici, ora il PD insegue FDI: solo tre punti di distanza, Schlein si
avvicina a Meloni.
Quella
che si appresa a concludersi non è stata una settimana semplice per il partito
di Matteo Salvini. Le indiscrezioni sull'addio di Roberto Vannacci, che alle
europee aveva fatto guadagnare 500mila preferenze alla Lega, hanno trovato
riscontro nella realtà, con l'annuncio ufficiale comunicato dall'ex generale
poco prima del Confederale. La separazione è stata particolarmente tesa, tra
scambi di accuse e critiche lanciate da ambo le parti.
Al
momento la Lega non sembra aver accusato il colpo. Bisognerà aspettare i
prossimi mesi per capire quale sarà l'impatto dell'uscita di Vannacci, che
intanto si prepara a scendere in campo con il suo partito, Futuro Nazionale.
Per ora è stato depositato solamente il simbolo, ma nei sondaggi la creazione
dell'eurodeputato è già data al 4%. Vediamo se questo dato verrà confermato
nelle settimane a seguire.
Spostandoci
nel centrosinistra, il quadro è piuttosto stabile. Il Pd cala di poco, appena
due decimi, e raccoglie il 22%. Anche per il Movimento 5 Stelle la
variazione è minima, -0,1%, e fa mantenere al partito il 12,2%. Alleanza
Verdi-Sinistra è fermo, al 6,4%.
Tra i
partiti più piccoli, Azione perde tre decimi ed è dato al 2,9%. Seguono Italia
Viva, al 2,4% (+0,1%) e +Europa, all'1,7%. Chiude Noi Moderati con l'1,2%
(+0,1%).
Le
coalizioni.
Le
coalizioni riflettono i movimenti dei singoli partiti. Di conseguenza, anche
qui possiamo dire che gli equilibri sono rimasti invariati. Il centrodestra
incassa il 48% mentre il centrosinistra è dato al 30,1%. Va ricordato, come
sempre, che la Super media coalizioni tiene conto delle alleanze formatesi
prima delle ultime politiche, quelle del 2022. Nel dato del centrosinistra
quindi, non vengono conteggiate le percentuali del M5s, né quelle di altri
partiti come IV o +Europa. Attualmente un eventuale campo largo (con Pd, M5s, AVS
e ipoteticamente IV) raccoglierebbe il 44,7%.
(fanpage.it/politica/sondaggi-politici-fratelli-ditalia-ancora-primo-segue-il-pd-fi-allunga-lo-stacco-con-la-lega/).
(fanpage.it/).
Conte
suona la sveglia al Pd.
Il
leader M5s condanna la
cultura woke: "La sinistra
deve avere altre priorità."
Msn.com -
Quotidiano.net - Storia di Giorgio Caccamo – (Roma 22 agosto 2026) –
Redazione – ci dice:
Roma,
22 agosto 2026 – Per essere “un punto fortissimo di riferimento di tutte le
forze progressiste”, Giuseppe Conte non si fa problemi a dare una sferzata –
anzi, letteralmente, la sveglia – al Pd e agli altri alleati del campo largo.
La parola-chiave è “sveglia”.
Il
leader 5 Stelle la suona prendendosi la scena e inserendosi in un dibattito
globale che invece il Pd imbarazzato evita.
Una mossa non casuale e che infiamma pure la
corsa ufficiosa per le primarie del centrosinistra.
“Non è
con il woke che la sinistra può fare giustizia, il nemico da combattere sono le
diseguaglianze”, dice Conte in una lettera affidata a” La Repubblica”, certo di
raggiungere un pubblico di (e)lettori interessati. Woke, cioè svegliarsi,
prendere coscienza, come dicono negli Stati Uniti.
Conte
e il ‘mea culpa’ di Ocasio-Cortez.
Pur
dicendo una cosa che suona simile alle condanne ideologiche delle destre
sovraniste, in fondo Conte non fa altro che sposare il mea culpa di un’icona
del mondo woke, appunto, di quella corrente di pensiero anti disuguaglianze,
cioè la pasionaria Alexandria Ocasio-Cortez.
La deputata dem Usa, pochi giorni fa, si era
pentita di certi eccessi che ora anche Conte rigetta, con la differenza che lui
la causa woke non l’aveva mai precisamente sposata.
“Woke
1 was crazy”, la prima fase del woke è stata una follia, chiosa AOC, “puntiamo
sull’economia”.
Conte
va anche oltre.
Che
Conte sia o fosse o sarebbe “un punto fortissimo di riferimento di tutte le
forze progressiste” era una definizione che nel 2019 diede l’allora segretario
Pd Nicola Zingaretti.
L’attuale segretaria, Elly Schlein, invece
tace, circondata da un silenzio generalizzato del partito che, a parte qualche
sparuta eccezione come Laura Boldrini, non raccoglie la provocazione,
intellettuale o elettorale, dell’alleato.
Anche
perché Schlein è cresciuta politicamente guardando molto a quel mondo americano
di sinistra.
La
condanna di Conte come un programma elettorale.
La
condanna di Conte suona quasi come un programma elettorale che parla a chi, nel
centrosinistra, è alla ricerca di una collocazione e forse vuole sentirsi
rassicurato.
Sui
social c’è spazio anche per l’aneddoto sull’amico di Boston che lo criticava,
dice l’ex premier, per una statuetta femminile nuda (“È offensiva nei confronti
delle donne”).
Da
Avvocato del popolo che rivendicava in un’altra fase politica, quella
giallo-verde, il suo essere “populista“ (in senso buono), da leader di un
Movimento che si è sempre mostrato e tiepido sui temi etici e dei diritti, ora
l’ex premier detta un’agenda senza equivoci:
“La cultura woke è diventata una sorta di
religione morale autoreferenziale e per una forza progressista sarebbe un grave
errore di strategia politica confidare su di essa per costruire una efficace
azione politica”.
(Alleato/a
avvisato/a, mezzo/a salvato/a.).
“Alla
sinistra serve meno ideologia e più politica.”
Quello
che va davvero combattuto è lo squilibrio socio-economico, che oggettivamente
il M5S ha sempre sbandierato come uno dei nemici assoluti.
Dai
tempi dell’abolizione della povertà per decreto o dall’adozione del reddito di
cittadinanza.
Ma,
misure concrete o proclami a parte, in fondo Conte fa sue le parole d’ordine di
AOC adesso che gli potrebbero far gioco, certo non prima quando la battaglia
ideologica non lo trovava d’accordo.
Quella
era la battaglia di Schlein e altri, gli stessi che ora non commentano
l’inversione a U che arriva dagli amici liberal-radical-socialisti
d’Oltreoceano.
Commenta invece chi, come Matteo Renzi, ha
sempre denunciato le derive del woke:
“Il
tempo è galantuomo. Alla sinistra serve meno ideologia e più politica”.
Ecco Elly
Schlein durante la manifestazione del campo largo in piazza del Gesù, a
Napoli, 8 luglio 2026.
(ANSA/CIRO
FUSCO).
Cosa
dicono i sondaggi.
La
questione è tutta dentro il centrosinistra, evidentemente.
Alle
porte di un settembre che potrebbe essere decisivo tra il confronto sulle
primarie e la kermesse programmatica 5 Stelle Nova, Conte segna un altro punto
a suo favore, o comunque trova il modo di far parlare di sé e farsi sentire.
Già
l’ultimo sondaggio dell’Istituto Piepoli lo accredita del primo posto tra i
leader del campo largo per fiducia:
è al
36%, seguito dai civici Alessandro Onorato (32%) e Silvia Salis (30%). Elly
Schlein insegue al 29%.
Forse
il Pd deve darsi davvero una sveglia.
Vannacci
risponde al no di Donzelli: "Se Meloni è disposta a perdere le elezioni,
io sono pronto a vincerle. La paura fa 90 caro Donzelli"
Storia
di CINZIA GORLA • 12 ora/e • 1 min di lettura
Vannacci
risponde al no di Donzelli: "Se Meloni è disposta a perdere le elezioni,
io sono pronto a vincerle. La paura fa 90 caro Donzelli"
Vannacci
risponde al no di Donzelli: "Se Meloni è disposta a perdere le elezioni,
io sono pronto a vincerle. La paura fa 90 caro Donzelli"
“Se
Meloni è disposta a perdere le elezioni, Futuro Nazionale è pronto a vincerle.
Per il bene dell’Italia e degli italiani. La paura fa 90, caro Donzelli. Noi, i
figli di nessuno, siamo già falliti, per cui non possiamo che avere successo”.
Arriva
la replica di Roberto Vannacci al no di Giovanni Donzelli, e dunque di Fratelli
d’Italia di cui è leader la premier Giorgia Meloni, a un ingresso del generale
europarlamentare in coalizione centrodestra
Un no
chiaro e forte scandito dal deputato toscano FDL in Versiliana, a Marina di
Pietrasanta, venerdì 21 agosto.
Msn.com
– Corriere Toscano- Cinzia Gorla – (23-08 – 2026) – Redazione – ci dice:
E il
giorno, sabato 22 agosto, la risposta di Vannacci.
Donzelli
in Versiliana aveva motivato il suo no a Vannacci in coalizione: “No, perché
sta votando con Schlein, Conte, Boldrini contro il primo governo di destra
della storia d’Italia che sta governando bene.
Noi
siamo persone serie. Ci ripresenteremo agli italiani con chi ci ha dato una
mano a governare, non con chi ci ha ostacolato”.
Un
paio di settimana fa, Vannacci, ex vice di Salvini in Lega, in Versiliana aveva
dichiarato: “Io sono disposto a parlare con chiunque. Siamo i principali
interlocutori di questo centro- destra “.
Poi,
rispetto a un eventuale colloquio con la premier Meloni, leader FDL, Vannacci
aveva affermato: “Mai parlato con Giorgia Meloni”.
Il
campo è largo, forse troppo.
E nel
Pd c’è chi tifa per Conte.
Quotidiano.net
– (18 agosto 2026) – David Allegranti – Politica – Redazione – ci dice:
Non
sono ancora chiare le regole delle possibili primarie, ma il leader M5S ha un
consenso trasversale.
Paradosso in casa dem: una vittoria dell’ex
premier sarebbe la garanzia di non perdere gli alleati 5 Stelle.
(Giuseppe
Conte (L), Angelo Bonelli, Elly Schlein e Nicola Fratoianni: I CAPI.)
Per
approfondire:
Il
campo è largo, forse troppo. E nel Pd c’è chi tifa per Conte.
Roma,
18 agosto 2026 – Ma se le primarie del campo largo le vincesse Beppe Conte?
Ancora non sono chiare le regole del gioco, in
realtà non è chiaro nemmeno se le primarie ci saranno davvero, di certo si sa
che i potenziali concorrenti abbondano già.
Conte,
appunto, Elly Schlein, magari Matteo Renzi o chi per lui. Qualcuno dei
riformisti del Pd (potrebbe essere Giorgio Gori, ma solo se Silvia Salis non si
candiderà), probabilmente Ernesto Maria Ruffini. Dunque:
se
vincesse il capo del M5S?
La domanda ferragostana, che dunque vale quel
che vale, cioè poco al momento, visto che tutto può cambiare entro qualche
mese, affolla la mente del sinistra-centro, che sta con fatica cercando una
soluzione testardamente unitaria per tenere tutti dentro senza sfasciarsi un
minuto dopo aver eventualmente vinto le elezioni politiche.
La
sindaca di Genova Silvia Salis.
L’avvocato
del popolo, “pater familias” degli italiani, in questi anni ha fatto dimezzare
i voti del M5S ma ha mantenuto inspiegabilmente intatto il patrimonio di
consenso personale.
Piace
ai cattocomunisti, ai pacifisti irenici, è trasversale per indole e biografia
politica avendo governato con Lega e con Pd.
A differenza di Schlein, unica sua vera
avversaria, sa come abbandonare il settarismo quando è necessario per
conquistare voti altrove (sulla sicurezza, sull’immigrazione).
Si è
divertito, fin al primo momento in cui è stata pronunciata l’espressione “campo
largo”, a farlo diventare un campo santo.
Il Pd
lo ha subìto, sofferto, patito; il partito di Schlein sembra sempre, ancora
oggi, che debba farsi perdonare qualcosa, o l’aver governato troppo o l’essere
stato renziano.
Conte è diventato il surrogato della
leadership del Pd avendone condizionato l’impostazione culturale, come dimostra
il taglio del numero dei parlamentari avallato – dopo tre voti contrari in
Parlamento – dalla gestione precedente del Pd.
Una
gestione di cui si parla inspiegabilmente sempre troppo poco a sinistra.
C’è sempre grande, spasmodica attenzione sulle
due segreterie Renzi e sulle responsabilità renziane, che pure ci sono
(talvolta colpevolizzate oltre i propri demeriti), ma le segreterie Zingaretti
e Letta sono psicanaliticamente rimosse.
Una
parte del Pd, come Bettini parlando, adora Conte.
Per un
periodo ha rappresentato tutto ciò che il Pd non poteva essere. Da tre anni c’è
Schlein e quel gap di attese e proiezioni politiche dell’elettorato sulla
leadership della sinistra non sembra essere stato recuperato.
Soprattutto
sulla politica estera, Schlein ha deluso le aspettative di Rosy Bindia di chi
chiedeva un cambio sul sostegno militare all’Ucraina. Questi elettori sarebbero
tentati dal voto a Conte.
Un
recente sondaggio sulle primarie dell’Istituto Piepoli dice che Conte è primo
con il 43 per cento, la segretaria del Pd si ferma al 36.
Livio Gigliato,
presidente dell’Istituto, ha detto al Foglio che “il leader del M5s gode di un
vantaggio competitivo.
Oltre
ai voti dei propri militanti, potrebbe beneficiare di quelli degli elettori Pd:
secondo
le nostre rilevazioni sarebbero circa il 25 per cento”.
La
vittoria di Conte manterrebbe alto il tasso di fedeltà elettorale del M5S alla
causa del campo largo.
Per
gli elettori superstiti del M5S, l’adesione politica alla coalizione è un male
necessario, ma non vogliono saperne di sostenere un progetto politico in cui ci
sono “Renzi & soci” senza che alla guida vi sia Conte. Con un diverso
candidato nella migliore delle ipotesi starebbero a casa. Non sarebbe neanche
una novità.
D’altronde,
certi odi non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano.
E
l’odio dell’elettorato a Cinque Stelle per la sinistra, per il centrosinistra,
per il centro-centrosinistra, insomma ci siamo come Nanni Moretti inteso, è
atavico, una storia relativamente antica come quella porzione di storia della
Repubblica italiana in cui il demo populismo s’è adagiato, incistato, e lì
combattivamente agisce.
Alle
elezioni amministrative a Venezia, stando a un’analisi dei flussi di Your Trend,
il M5S ha fatto vincere Simone Venturini, candidato del centrodestra, erede di
Luigi Brugnaro, di cui è stato assessore:
la
metà di coloro che alle europee del 2024 aveva votato per i Cinque Stelle ha
scelto, a maggio, il candidato sostenuto dalla maggioranza di governo.
Un dato decisivo per la sua vittoria al primo
turno, ha osservato Your Trend, “visto che ha superato di poco la soglia della
maggioranza assoluta dei voti validi”.
È
accaduta la stessa cosa in Abruzzo, alle elezioni regionali, due anni fa, con
la candidatura del civico di centrosinistra Luciano D’Amico, già rettore
dell’Università di Teramo.
A
L’Aquila un elettore del M5S su due si astenne e quasi il 15 per cento votò per
Marco Marsilio, attuale presidente della Regione, di Fratelli d’Italia;
anche
a Pescara un elettore su otto votò per il candidato della coalizione rivale.
Questi
sono soltanto alcuni casi.
L’alleanza
con il M5S potrebbe essere conveniente, insomma, solo se Conte vince le
primarie.
Guerini
(Pd): "Le primarie sono la strada più plausibile per il
centrosinistra". E su Schlein: "Candidata del Partito democratico, mi
sembra scontato."
Lespresso.it
– (29 luglio 2026) – Lorenzo Guerini – Redazione – Davide Desario - ci dice:
Il
presidente del Copasir, intervistato da And Kronos, apre anche a Calenda nel
"perimetro" della coalizione, fissa l'Ucraina come "linea rossa
invalicabile" e parla di "balletto imbarazzante" sui fondi Safe.
"Mi
pare che in questo momento la strada più plausibile sia quella delle
primarie".
Lorenzo
Guerini, presidente del Copasir e deputato del Pd, ha usato queste parole per
rispondere alla domanda sulla leadership del centrosinistra, nel corso di
un'intervista al direttore dell'AdnKronos, Davide Desario.
Guerini
ha definito i contorni che, a suo avviso, dovrebbe avere la coalizione:
un
"perimetro molto largo per dare il quadro di un'alleanza equilibrata,
capace di confrontarsi con i temi del Paese".
Tale
perimetro, ha spiegato, "nasce dalla unità delle forze che si sono opposte
al governo di centrodestra" e che "va da AVS, passa da Cinque Stelle
e Partito democratico e contiene anche il centro, diciamo da Italia Viva e le
altre forze che hanno manifestato la volontà di essere in questa partita".
Alla
domanda implicita su un allargamento ulteriore, Guerini non ha chiuso la porta
ad Azione: "Io credo che vada tenuta aperta la porta a tutti, anche a
Calenda".
Sul
nome della segretaria del Pd Elly Schlein come possibile candidata premier,
Guerini ha usato una formula che lascia la decisione alla diretta interessata
ma che, di fatto, ne dà per scontata la naturale investitura:
"Deciderà
lei cosa fare ci mancherebbe. Però insomma che il segretario del Partito
Democratico sia il candidato del Partito Democratico, mi sembra abbastanza
scontato".
Il
"balletto imbarazzante" sui fondi Safe.
Guerini,
ex ministro della Difesa nel secondo governo Conte e nel governo Draghi, ha poi
affrontato il tema della politica estera, tracciando quello che ha definito un
confine non negoziabile per qualunque futura alleanza: "Per me l'Ucraina è
la linea rossa, il sostegno all'Ucraina è la linea rossa invalicabile".
Ha
precisato il concetto in questi termini:
"Noi
dobbiamo lavorare per sostenere un Paese aggredito e dobbiamo farlo fornendo
tutti gli aiuti possibili, anche quelli di carattere militare, per arrivare ad
una pace che non sia una resa alle pretese ingiustificate e illegittime di
Putin, ma sia una pace che rispetti il diritto alla libertà alla sovranità
dell'Ucraina".
L'ultimo
passaggio dell'intervista ha riguardato la gestione dei fondi europei Safe
(Security Action for Europe, lo strumento da 150 miliardi di euro che
costituisce il primo pilastro del piano di riarmo comunitario), su cui martedì
28 luglio si è consumato un pasticcio comunicativo del governo:
il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato
in audizione parlamentare la richiesta di un intervento da 14,9 miliardi di
euro entro fine anno, per poi precisare, poche ore dopo, che i fondi erano
stati soltanto "prenotati" e non richiesti, mentre la Lega ha
ribadito che la decisione finale spetterebbe al Parlamento.
Nel
frattempo la Commissione europea, tramite il suo portavoce, ha fatto sapere che
non c'è "tempo da perdere" e che attendere dicembre per sciogliere il
nodo non è un calendario compatibile con le esigenze di Bruxelles.
Guerini ha commentato così l'episodio:
"Cosa vuole fare la maggioranza?
Loro stanno governando, loro hanno candidato
l'Italia a partecipare alla divisione dei fondi del Safe facendo una richiesta
di 14 miliardi. Dopodiché si è aperto un balletto francamente imbarazzante.
Non si
capisce oggi quale sarà la decisione che il nostro Paese vorrà assumere".
E ha
aggiunto: "La
realtà è che c'è un problema politico evidente dentro la maggioranza.
Mi
auguro che lo risolvano in fretta perché questo balletto non fa bene al nostro
Paese e la reprimenda di ieri della Commissione europea credo non sia stata una
bella pagina".
Dem “anti
Maranza”.
Il Pd
(in versione Lega) va all’attacco e riscopre la sicurezza.
I
numeri di Piantedosi.
Ilfoglio.it
- Ruggiero Montenegro – (9 gennaio 2026) – Politica- Redazione- ci dice:
"La
gente ha paura". In Senato il Pd presenta un'interrogazione contro la
"propaganda del governo".
Misiani:
"Vogliamo dare un segnale politico".
Renzi ricorda il capotreno ucciso a Bologna:
"Meloni ha fallito".
La
replica del ministro durante il “question time”:
"Nel 2025 reati in calo del 3.5 per
cento. In arrivo ulteriori iniziative."
Il Pd
(in versione Lega) va all’attacco e riscopre la sicurezza. I numeri di
Piantedosi.
(Ansa).
“Caro
ministro, la gente ha paura”. Citano rapporti (un po’ audaci), attaccano
Meloni, chiedono a Matteo Piantedosi: “Quali misure di carattere preventivo e
di natura strutturale intende adottare il governo?”.
È il Pd anti Maranza, legge e ordine, che
insegue il M5s e in certi passaggi adopera temi e parole che quasi ricordano le
battaglie della Lega.
Sulla
spinta della cronaca, delle esigenze messe in campo dai propri amministratori,
i dem riscoprono la sicurezza.
E
puntano il ministro dell’Interno, che intanto annuncia “ulteriori iniziative”.
In
Senato i dem depositano un’interrogazione per incalzare la propaganda della
destra, per infilarsi nelle sue contraddizioni.
La presentano in Aula Valeria Valente e Andrea
Giorgis, ma la firma tra gli altri anche Antonio Misiani, che si muove in quota
Schlein e sta già lavorando al prossimo “question time”.
“Per
avere numeri aggiornati. I reati sono in aumento, ma tengono i dati nascosti.
Lo loro è solo retorica. Oggi vogliamo dare un segnale politico”, dice al
Foglio il responsabile economico del Nazareno. Giuseppe Conte, l’alleato
sfuggente, sulla questione sicurezza ci sguazza da un bel po’.
I suoi
organizzano eventi alla Camera, presentano leggi con Cicalone – il giustiziere
delle metro romane, e non solo, che corteggia anche la maggioranza.
Ma
ieri anche il Pd ha voluto piantare la sua bandierina.
Nel
testo dell’interrogazione presentata a Piantedosi si spiega quindi che “i
cittadini italiani si percepiscono meno al sicuro a camminare da soli per
strada la notte rispetto a quelli di decine di altri paesi”.
Quali? “Iraq, Ruanda e Bangladesh”.
E
ancora: “La percezione di sicurezza degli italiani è la più bassa in Europa e
la novantacinquesima nel mondo, addirittura dopo l’Ucraina”. La fonte a cui
attingono i dem è il “Global safety report”.
I
senatori del Pd sottolineano inoltre le misure “gravemente insufficienti” per
le forze dell’ordine dell’ultima manovra, chiedono maggiori espulsioni e una
strategia sull’immigrazione.
E poi, in un altro passaggio, se la prendono
con gli ultras “che mettono a ferro e fuoco le città”.
Ma
soprattutto: “Ormai si apprende con frequenza allarmante di manifestazioni con
intenti pacifici che coinvolgono migliaia di persone in ogni parte d’Italia che
si concludono regolarmente con gravi scontri e devastazioni senza alcun blocco
o controllo preventivo di sicurezza”.
Sono
parole che con questa nettezza non erano forse mai arrivate dai banchi del Pd –
il segnale politico di cui parlava Misiani – e trovano sponda nell’intervento
duro di Matteo Renzi, che non rinuncia comunque a dare una stoccata al campo
largo.
Anche
l’ex premier, che maneggia foglietti con il simbolo del Pd, rivolge una domanda
al titolare del Viminale, mettendo in fila le ultime vittime, ne ricorda i
nomi.
A
partire da Alessandro Ambrosio, il capotreno “ucciso in modo barbaro” alla
stazione di Bologna da un cittadino croato fermato più volte in precedenza.
“Avete fallito. Signor ministro, non le sembra
che dalla fuffa del decreto rave alla barzelletta dei centri in Albania, state
prendendo in giro gli italiani?
Vi
riempite la bocca di slogan ma non riuscite a garantire la certezza della
pena”, è l’affondo di un Renzi che poco dopo si dirà “deluso e imbarazzato”
dalla replica di Piantedosi.
Mentre
ai progressisti ricorda: “L’alternativa si costruisce su tasse e sicurezza, sui
fallimenti di Meloni, e non difendendo Maduro”.
Tocca
dunque a Piantedosi (che a Palazzo Madama parla anche di Askatasuna e Hannoun)
e affida la sua risposta a numeri e statistiche, ai “39 mila nuovi assunti tra
le forze di polizia” e al calo dei reati nel 2025: complessivamente meno 3,5
per cento, dice il ministro.
Mentre
il 35 per cento è compiuto da stranieri.
Piantedosi
rivendica l’efficacia del governo e dice che sono in arrivo “ulteriori
iniziative, confido nel sostegno dell’opposizione”.
Sulle
tempistiche (già nel prossimo Cdm?), sulle modalità (un decreto, una legge o
altro ancora) e sui contenuti però non si sbottona.
Ieri
intanto era in programma anche una riunione tra esponenti della maggioranza,
mentre è riaffiorata a destra la polemica su “Strade sicure”, che vede
contrapposti Guido Crosetto e Matteo Salvini (con la sponda di La Russa).
Il leader del Carroccio invece è tornato a
rilanciare la legge anti-Maranza e le altre proposte leghiste che dovrebbero
confluire nel provvedimento che è allo studio.
Quello
che il campo largo considera l’ennesima trovata propagandistica del governo ma
che almeno per una volta mette tutti d’accordo, da Renzi a Schlein fino a
Conte.
La
crisi della Lega, anche
Romeo
attacca Salvini.
Tg.la7.it
– Politica – Francesco De Remigi – (19 -08 – 2026) – Redazione – ci dice:
Partito
"imborghesito" con "scollamento tra la classe dirigente e la
base". Bisogna tornare allo spirito di Bossi, chiede Romeo.
Non si
fermano le tensioni nella Lega per la leadership tra il fronte nordista e
Matteo Salvini in vista del raduno di Pontida, il 20 settembre. Parallelamente
si registra il dibattito sulle regole per le primarie nel campo largo
dell'opposizione.
Le
tensioni interne nel Carroccio.
È
caduto nel vuoto, l'appello all'unità rivolto ieri dal presidente della Camera,
Lorenzo Fontana, a difesa di Matteo Salvini.
Ore
caldissime, dunque, in casa Lega, in cui se ieri la terza carica dello Stato
provava a stemperare gli animi, rendendo grazie a Salvini in vista
dell'appuntamento di Pontida, Romeo tiene il punto.
Il
libro di Romeo e il fronte nordista.
Nel
suo libro 'Fare la Lega, agenda per il rinnovamento', il fronte nordista
potrebbe dare corpo all'associazione "larga e aperta" rilanciata a
mezzo stampa dal presidente di Regione Lombardia, Attilio Fontana.
Deluso
da un partito "imborghesito", con "scollamento tra classe
dirigente e base";
tornare
allo spirito di Bossi.
Parole
che fanno assumere all'attesa del "pratone", il 20 settembre, la
dimensione di una resa dei conti preventiva.
Mosse
dei pontieri e la risposta del partito.
Salvini
non ha chiuso le porte mandando in avanscoperta alcuni pontieri.
Ma già domani Romeo sarà al Caffè della
Versiliana proprio accanto ad Attilio Fontana per una Lega "sindacato del
territorio".
Più che di destra o di sinistra,
"celodurista".
"Avevo
in mente di pubblicare il libro nei prossimi mesi - spiega - ma ho accelerato
la scrittura visto il momento per noi complicato".
Circoscrivere
prima di Pontida il progetto di Associazione a cui "l'Asse del nord"
dei governatori della Lega lavora da settimane è solo un'opzione.
Riflessioni
per ora rese inoffensive dallo scudo alzato a difesa del leader, oggi anche da
Claudio Durigon, sottosegretario e vicesegretario federale:
"Penso
che la Lega sia una. Questa associazione mi sembra strana. So che erano
contrari a quella che all'epoca aveva creato Vannacci, strano che possano
essere oggi favorevoli", dice al Giornale.
Parlare
di sicurezza, secondo la lettura Durigon, non confligge con la richiesta di
difendere i territori".
Campo
largo e il dibattito sulle primarie.
Fronte
campo largo, lavori in corso sull’ipotesi primarie: regole precise non ci sono
ancora.
La
segretaria Pd non disdegnerebbe il doppio turno, rispolverando il modello che
portò alla sfida tra Matteo Renzi e Pierluigi Bersani, nel 2012.
Giuseppe
Conte sarebbe più orientato a giocarsi la leadership progressista in un turno
unico, provando a disinnescare l'eventuale ruolo di Renzi.
I nodi
sul programma dell'alleanza.
A
settembre si inizierà a scrivere il programma:
al di là di chi vincerà le primarie, "se
si faranno", previene Bonelli da AVS, "non sarà lui o lei a decidere
il programma, ma tutte le forze politiche che compongono l’alleanza".
L'estate
calda della politica italiana:
Meloni
contestata a Taranto, tensioni
sui
migranti, strappi nella Lega,
scontro
a sinistra sul “woke”.
Tg.la7.it
– Politica - Marco Roberti – (22.08.2026) – Redazione – ci dice<.
Le
tensioni che agitano i due schieramenti.
Le
tensioni che agitano i due schieramenti:
Giorgia
Meloni è stata fischiata alla cerimonia d'apertura dei Giochi del Mediterraneo
di Taranto, la Lega alle prese con la fronda nordista contro Salvini.
Ma c'è fibrillazione anche nel centrosinistra,
con Giuseppe Conte che si prepara alla sfida della leadership contro Elly
Schlein spiazzando gli alleati con la mossa anti-woke.
I
fischi a Giorgia Meloni.
È una
bordata di fischi lunga e rumorosa quella che accoglie Giorgia Meloni nel nuovo
stadio di Taranto, per la cerimonia dei giochi del Mediterraneo.
La presidente del Consiglio, in tribuna vicino
a La Russa, rimane apparentemente impassibile, ma capisce subito che sono
immagini che, nei prossimi mesi, le verranno rinfacciate dai suoi avversari
interni ed esterni.
C’è
sicuramente il futuro dell’ex Ilva – rimandata proprio da Palazzo Chigi a
settembre – ad agitare il pubblico tarantino.
La
gestione dei migranti e la pressione europea.
Ma non
solo, perché i fischi si aggiungono a un’estate non semplice per una leader che
ha sempre fatto del consenso popolare il suo biglietto da visita.
Al centro del dibattito politico c’è sempre
infatti la questione migranti, divenuta ormai un “boomerang”, come detto da
Elly Schlein. Dichiarazioni che Meloni, in un post sui social, bolla come
propaganda, rivendicando il "Patto per la migrazione che segna una svolta
positiva per l'Italia".
Parole
che però non nascondono la preoccupazione per il tanto temuto effetto “palla di
neve” con sempre più paesi europei che minacciano di rimandare i richiedenti
asilo - i cosiddetti "dublinanti" - nel paese di primo approdo.
E cioè
l'Italia.
Scontri
interni alla Lega.
Nella
coalizione, intanto, proseguono i dissapori in casa Lega.
La
fronda nordista ha chiesto un incontro a Matteo Salvini entro fine mese.
"A nessuno interessano queste cose",
la risposta gelida del leader del Carroccio che oggi sarà in piazza a Pinzolo,
in provincia di Trento.
Un
appuntamento a cui avrebbe dovuto partecipare anche il governatore del Trentino
Fugatti, parte dell'opposizione interna al segretario, che però non ci sarà,
ufficialmente per motivi personali.
Dibattiti
e strategie dell'opposizione.
Nel
campo largo, intanto, continuano i tentativi di Giuseppe Conte di diventare il
leader della coalizione che, il prossimo anno, sfiderà Giorgia Meloni.
"Alla
sinistra non serve il woke. Il nemico da combattere è questa società di
diseguali", aveva tuonato il leader Cinquestelle ieri, accendendo un
dibattito, figlio di quello in corso nel partito democratico americano, e che
ora coinvolge tutti i partiti di minoranza.
La lotta alle diseguaglianze viene rilanciata
anche dalla segretaria Dem Schlein dato che con questo Governo "l'Italia
non è più forte di prima, ma più fragile".
Ma come fanno notare altri esponenti del Pd -
su tutti Laura Boldrini - "diritti sociali e civili vanno tenuti
insieme".
Stessa linea di +Europa.
"In quanto progressisti - dice Riccardo
Magi - dobbiamo fare battaglie progressiste.
Salario
minimo e tasse sulle rendite, mantenendo la barra dritta sui diritti
civili".
Il
centrodestra: «Alla festa Pd
le
prove generali per
un
nuovo cartello elettorale».
ilPiacenza.it
– (18 agosto 2026) – Massimo Morganti – Redazione – ci dice:
FDI,
Lega e Fi: «Non abbiamo bisogno del manuale Cencelli: continueremo con
identità, presenza concreta nella vita cittadina e una visione chiara del
futuro di Fiorenzuola»
La
maggioranza di Fiorenzuola.
«Apprendiamo,
sostanzialmente senza sorpresa, che prosegue il percorso di costruzione di un
nuovo e quanto mai eterogeneo cartello elettorale, con il quale le opposizioni
tenteranno di scalzare il centrodestra dalla guida di Fiorenzuola.
La locandina della prossima Festa del Partito
Democratico rende ormai pubblica una convergenza politica che da mesi appariva
sempre più evidente».
Lo dichiarano congiuntamente Massimiliano
Morganti di Fratelli d’Italia, Andrea Pezzani della Lega e Marcello Minari di
Forza Italia, commentando la tavola rotonda organizzata dal Pd locale per
sabato 5 settembre, alla quale parteciperanno Lucilla Meneghelli, Dario Marini
Ricci ed Emanuele Masini.
«Siamo
di fronte alla sostanziale riedizione del listone del 2021, nel quale erano
confluiti il Partito Democratico, Sinistra per Fiorenzuola, Articolo Uno e
l’area proveniente dal Movimento Cinque Stelle. Una coalizione assemblata con
l’obiettivo prioritario di interrompere l’esperienza amministrativa del
centrodestra e che i fiorenzuolani bocciarono nettamente nelle urne».
«A
onore del vero – proseguono Morganti, Pezzani e Minari – allora fu soprattutto
Dario Marini Ricci, espressione di Sinistra per Fiorenzuola, ad accollarsi
personalmente una sfida che fin dall’inizio si poteva intuire tutta in salita.
In questi cinque anni gli va riconosciuto di avere messo la faccia più di altri
e di avere, nel bene e nel male, tirato la carretta dell’opposizione.
Proprio
per questo appare paradossale che oggi, nella nuova operazione politica in
preparazione, rischi di essere ridotto al ruolo di comprimario tra il PD e una
sigla civica nata soltanto da pochi mesi».
«Il titolo scelto per la tavola rotonda,
“Amministrare Fiorenzuola: facciamo il punto”, racchiude poi una sicumera
francamente imbarazzante.
A
voler impartire lezioni sull’amministrazione della città saranno infatti
Emanuele Masini, esordiente sulla scena politico-amministrativa locale; Lucilla
Meneghelli, segretaria del PD della cui esperienza diretta nel governo del
Comune di Fiorenzuola non abbiamo notizia;
e il
solo Marini Ricci, che almeno conosce il Consiglio comunale e ha svolto
concretamente il proprio ruolo di opposizione».
«Masini
è naturalmente liberissimo di coltivare ambizioni politiche e di scegliere i
propri interlocutori.
La sua
partecipazione a una tavola rotonda della Festa del Partito Democratico rende
tuttavia meno credibile l’immagine di assoluta equidistanza con la quale “C’è
vita a Fiorenzuola” si era presentata alla città.
Un’associazione
che ha organizzato laboratori - vedasi anche quello con Chiara Cremonesi sulla
logistica - corrispondenti, di fatto, alle deleghe di una Giunta e che oggi
sembra avvicinarsi sempre più apertamente all’area del centrosinistra».
Secondo gli esponenti di Fratelli d’Italia,
Lega e Forza Italia, «la fotografia politica è dunque piuttosto nitida:
il PD ufficiale rappresentato dalla propria
segretaria, Sinistra per Fiorenzuola attraverso Marini Ricci e un nuovo
contenitore civico chiamato a completare e rinnovare, almeno nell’immagine,
un’operazione già tentata cinque anni fa».
«Non sappiamo ancora chi sarà il candidato,
quale componente pretenderà il ruolo di vicesindaco e come verranno distribuite
le eventuali caselle di Giunta.
Per
risolvere il problema potrebbe essere necessario rispolverare il celebre
Manuale Cencelli, il cui ideatore è scomparso proprio nei giorni scorsi.
Quel
metodo, del resto, nacque esattamente per distribuire incarichi e
responsabilità sulla base del peso delle diverse correnti».
«La coalizione di centrodestra riunita in
“Siamo Fiorenzuola” non ha invece bisogno di alcun manuale per trovare una
sintesi.
Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e la
componente civica condividono un’esperienza amministrativa solida, un’identità
comune e una piena convergenza sulle linee fondamentali per il futuro della
città.
Le nostre scelte continueranno a nascere dai
programmi, dalle competenze e dal rapporto quotidiano con Fiorenzuola, non
dalla spartizione preventiva degli incarichi».
«Nei
mesi che ci separano dalle elezioni continueremo quindi con lo stesso stile che
ha contraddistinto questi dieci anni di governo:
identità
fiorenzuolana, presenza non occasionale ma fattiva nella vita della comunità,
concretezza amministrativa e una visione chiara dello sviluppo futuro della
città».
«Mentre
altri si incontrano per stabilire come interrompere l’esperienza del
centrodestra, noi continueremo a lavorare per Fiorenzuola.
Saranno poi i cittadini a decidere se
affidarsi nuovamente a una coalizione solida e riconoscibile oppure a un
cartello elettorale eterogeneo, costruito prima di tutto in funzione
dell’avversario da battere».
(ilpiacenza.it/zone/fiorenzuola/il-centrodestra-alla-festa-pd-le-prove-generali-per-un-nuovo-cartello-elettorale.html).
Salvini
resiste, ma nella Lega
cresce
la richiesta di rinnovamento,
mentre
preoccupa Futuro Nazionale.
Agenziastampaitalia.it
- Carlo Armanni – (18 Agosto 2026) – Politica nazionale – Redazione – ci dice:
(ASI)
La leadership di Matteo Salvini nella Lega, non sembra più così solida.
La richiesta sempre più impellente di alcuni
esponenti del partito leghista legati ai territori del Nord Italia, mette in
risalto l’esigenza di rinnovamento e soprattutto di un ricambio generazionale
del Carroccio.
A
mettere ulteriore pressione a Salvini è anche la crescita costante del
movimento fondato da Roberto Vannacci dopo la sua uscita dalla Lega, Futuro
Nazionale.
A
Ferragosto a Marina di Pietrasanta, durante un incontro, Salvini ha precisato
pubblicamente rivolgendosi alla fronda interna, che la Lega è un partito
nazionale e che posizioni diverse non possono rappresentare il partito nella
sua interezza nazionale.
La “faida” interna fa riferimento soprattutto
ad Attilio Fontana presidente della regione Lombardia, a Luca Zaia presidente
del Veneto, e Massimiliano Fedriga presidente del Friuli-Venezia Giulia.
La
fronda del Nord chiede che il partito sia guidato in modo più condiviso, in
alternativa e con più schiettezza, che Matteo Salvini faccia un passo indietro.
Tra le
ipotesi operative riportate dalla stampa c'è anche quella di un triumvirato,
ossia di una direzione congiunta composta da tre persone, che assumerebbero
l’incarico di accompagnare il partito verso le prossime elezioni politiche
oppure verso un eventuale congresso, con il quale decidere una nuova linea e
azione politica del partito e soprattutto decidere chi la intraprenderà.
In
molti pensano che il 20 settembre a Pontida, durante la manifestazione della
Lega i governatori Zaia, Fontana e Fedriga chiederanno risposte ufficiali alla
leadership e che in base alla decisione, la loro iniziativa potrebbe tradursi
in una vera e propria richiesta formale di cambiamento. Ma non è solo il fronte
interno a preoccupare, in quanto la situazione è resa ancora più complessa
dalla scomoda presenza di Vannacci.
Il generale, dopo avere lasciato la Lega nel
febbraio 2026, ha infatti fondato Futuro Nazionale, costruendo un nuovo
soggetto politico che si colloca alla destra della Lega.
La
crescita del movimento ha attirato l'attenzione anche fuori dall'Italia.
Reuters ha infatti descritto Futuro Nazionale
come una formazione capace di sottrarre consenso ai partiti della coalizione di
governo e di rappresentare una sfida per gli equilibri del centrodestra;
i sondaggi” Your Trend” pubblicati a giugno,
sembrano confermare il quadro, in quanto vedevano Futuro Nazionale al 5,9%,
mentre la Lega si attestava al 5,8%.
Il
quadro attuale quindi, non consente di parlare di una leadership già messa
formalmente in discussione attraverso una procedura congressuale, ma resta
ferma la crescente discussione interna sul futuro del partito, con una parte
dei dirigenti e dei governatori che chiede maggiore condivisione e
rinnovamento, mentre Salvini difende il proprio ruolo.
Sullo sfondo, sempre più preponderante c’è la
figura di Vannacci, che con il suo partito, ha trasformato la competizione con
la Lega, in un problema politico concreto per il Carroccio.
(Carlo
Armanni - Agenzia Stampa Italia).
Lega,
la fronda nordista allo
scoperto
per un passo indietro
di
Matteo Salvini.
Ilnordest.it
– Politica - Filippo Tosatto – (18 agosto 2026) – Redazione – ci dice:
Le
parole del presidente della Lombardia Fontana, con l’avallo di Zaia, Fedriga e
Fugatti, infiammano lo scontro. I veleni nella chat del consiglio federale.
Ecco
la riunione di Maurizio Fugatti, Luca Zaia, Attilio Fontana e Massimiliano
Fedriga.
I
presidenti nordisti allo scoperto.
Con
Attilio Fontana, tosto nel sollecitare un passo indietro a Matteo Salvini:
perché
nel tempo il consenso elettorale è franato dal 34 al 5%;
perché
gli inquieti militanti della Lega esprimono «un grande bisogno di
rinnovamento»;
perché
il rilancio del partito è diventato «prioritario» per le sorti dell’intera
coalizione di centrodestra.
Un
messaggio che non ammette equivoci, quello affidato dal governatore lombardo al
Corriere della Sera.
Discusso
e concordato, fin nei dettagli, con i partner della fronda:
il
veneto Luca Zaia, Massimiliano Fedriga del Friuli Venezia Giulia, Maurizio
Fugatti del Trentino, il capogruppo dei senatori Massimiliano Romeo e, defilato
appena, il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti.
Tappa
d’avvicinamento.
Una
tappa d’avvicinamento alla formazione del nuovo movimento «federalista e
liberale» evocato dallo stesso Fontana su diretta suggestione di Zaia.
Un’aggregazione riformista concepita come
«pluralità di persone di diversa estrazione culturale» un’agenda inclusiva di
valori e traguardi quali l’evoluzione autonomista dello Stato, l’europeismo dei
popoli, la politica di sviluppo, i diritti civili.
Più
che uno strappo congressuale o una spallata al “cerchietto magico”, il progetto
suggerisce un” soccorso liberal” al Carroccio, sbandato malamente nella
rincorsa all’estrema destra.
Con declinazioni regionali, perché no.
Condivise,
si vocifera, dai consiglieri fedeli al Doge (Sonia Bruscaci, Francesco
Calzavara, Cristiano Corazzari, Elisa De Berti, Manuela Lanzari), potenziali
artefici di un nuovo gruppo in seno alla maggioranza.
Il
silenzio.
Al
riguardo, colpisce il silenzio dei frondisti, fin troppo unanimi nell’opporre
il “no commenti” nell’attesa messianica di una svolta. Decisamente più loquaci,
i supporter del Capitano.
È il caso dell’europarlamentare Paolo Borchia,
che ha lavorato al suo fianco per anni:
«L’anno scorso, al congresso di Firenze che
gli ha rinnovato la fiducia all’unanimità, Matteo ha annunciato che porterà a
termine il mandato e nel 2029 non si ricandiderà.
Credo
rispetterà l’impegno e d’altronde, a dispetto di tante critiche feroci, ad oggi
non si intravedono candidati alternativi.
Zaia?
Mi
piace molto in veste di amministratore ma non mi sembra sia in lizza. Quanto
alle indiscrezioni circa un nuovo movimento, sono a dir poco perplesso:
un partito nel partito non funziona e mi
chiedo perché il progetto non sia stato discusso in consiglio federale».
Il
veronese, segretario provinciale del Carroccio, invoca una tregua: «Gli altri
nascondono la polvere sotto il tappeto, noi esasperiamo i contrasti.
Trasformare Salvini in capro espiatorio mi sembra ingeneroso e poco razionale.
Semmai,
valutiamo con serenità un percorso graduale per rafforzare la squadra, senza
scosse né veleni, nel rispetto reciproco».
Analoghe
le considerazioni di Anna Maria Cislini, deputata del Friuli Venezia Giulia a
Bruxelles:
«Ho sempre sostenuto Fedriga, lo stimo
moltissimo, al pari di Zaia. Attenzione, però, non sempre le sue posizioni
coincidono con quelle di Fontana.
Dimissioni?
Salvini
viene rappresentato abbastanza male, da sindaco io l’ho sempre trovato attento
e disponibile, il congresso l’ha acclamato e nessuno ha mosso obiezioni, a chi
inveisce ogni giorno sui media suggerirei di lavorare di più e parlare di
meno».
E la
caduta libera nei sondaggi?
«Non
va ignorata, ed è legittimo criticare nel merito delle questioni. Ma nelle sedi
adeguate e alla scadenza naturale della segreteria, quando tutti insieme
tireremo le somme: la gente ci chiede risposte, non certo rese dei conti».
I
veleni.
Venenum
in Cauda.
Nella
chat del consiglio federale di via Bellerio, a larga prevalenza salviniana, le
reazioni irritate alla sortita di Fontana si sprecano.
«C’è
chi insegue un obiettivo di garanzia personale, magari per arrivare a Roma,
tanto bistrattata e tanto cercata», punge il vicesegretario Claudio Durigon,
convinto che una narrazione finalmente vincente richieda «una finanziaria
favorevole ai cittadini, non alle regole europeiste che hanno ingessato tutto e
indebolito i ceti produttivi, a noi cari e da difendere». «Se soltanto si
dedicasse all’impegno sul territorio anche solo la metà delle energie spese in
chiacchiere e pettegolezzi.»,
fa eco il tesoriere Alberto Di Rubbia, eletto
alla Camera nelle suppletive del Polesine.
«Dentro
Forza Italia si stanno ammazzando, ma non esce neanche una parola, qui invece è
la rissa quotidiana», lamenta l’onorevole Simona Lizzo.
Commenti
inviperiti, sì.
Che,
en passant, attribuiscono al leader contestato opinioni difformi circa lo
spessore dei suoi critici:
«Un conto è Zaia che ha un suo peso specifico
e si batte per il testamento biologico e altre leggi che non appartengono al
Dna della Lega. Altra storia è Fontana che era il nulla prima di Salvini, ha
ottenuto due mandati da governatore grazie a lui e adesso dice che deve farsi
da parte: delle sue accuse, Matteo se ne infischia, del resto è quello che ai
tempi del Covid non sapeva neanche mettersi la mascherina».
Che
altro?
Se in
prospettiva 2027 il premier Giorgia Meloni guarda con ansia crescente alla
crisi dell’alleato, i tormenti padani suonano musica alle orecchie di Futuro
Nazionale, che a Nordest moltiplica iscritti e circoli attingendo a piene mani
allo scontento leghista.
«Fontana, Romeo, le vostre uscite producono un
unico risultato, quello di farci perdere voti e credibilità in favore di
Vannacci, il generale vi sarà grato», chiude il deputato Gianpiero Zinzi.
Non
sarà l’ultima parola.
Così
l’ipotesi “spezzatino”
spezza
anche la linea dei partiti.
Ilgiornale.it - Marcello Astorri – (22
agosto 2026) – Redazione – ci dice:
Lega
anti-Ue, FDI si tiene fuori. FI per il mercato.
E il Pd dice tutto e il contrario.
Vicepremier Matteo Salvini ha partecipato a La Versiliana, la
rassegna estiva a Forte dei Marmi.
Nel
corso della pausa agostana, pure il risiko bancario finisce per infiammare il
dibattito politico di un’estate pre-elettorale.
Tra i
partiti più assertivi c’è la Lega che, dopo le dichiarazioni del suo leader
Matteo Salvini il giorno precedente, ieri ha divulgato una nota per rimarcare
la sua posizione che ha sempre voluto «mantenere Mps risanata come banca
statale al servizio del territorio», ma non è stato possibile a causa delle
«regole Ue che puntano a ‘lasciar fare al mercato ’ dove vige la legge del più
forte.
Non
pensiamo che mega-gruppi sempre più grandi e sempre più distanti dalle esigenze
dei cittadini abbiano portato particolari vantaggi ai correntisti e alle nostre
imprese medie e piccole che avevano rapporti fruttuosi con le banche di
prossimità».
Il messaggio verso il futuro, però, sembra non
chiudere del tutto la porta sia all’operazione Mps-Bpm-Banca Generali, sia a
quella Intesa-Mps: con la Lega che dice di guardare «con interesse alla
possibilità che si creino più poli bancari, sempre tutelando storia, tradizione
e occupazione».
Insomma,
chiunque gestisca Mps o Bpm non le smembri, mantenendo occupazione e vicinanza
ai territori di riferimento.
Tra le
fila di Fratelli d’Italia, il partito della premier Giorgia Meloni, la
preferenza è per «evitare spezzatini», cercando di mantenere la concorrenza.
Una
visione condivisa anche da Marco Osnato, presidente della Commissione Finanze
della Camera, il quale aveva sostenuto: «Ho stima di Lovaglio, ma decide il
mercato».
Ieri,
alla Versiliana, è intervenuto un esponente di peso come Giovanni Donzelli:
«Noi
la politica la teniamo fuori. Facciamo un appello affinché non venga fatto uno
spezzatino, magari da Unipol, per togliere il simbolo o chiudere le sedi». Precisando che il governo Meloni «non
interverrà mai» negli sviluppi finanziari.
Insomma, nessuna pregiudiziale, ma solo
questioni su cui è possibile trovare una quadra.
Il
leader di Forza Italia, Antonio Tajani, in un’intervista al Messaggero si è
mantenuto fedele al suo stile: «Sono per il libero mercato, credo che la
politica debba stare fuori dalle scelte delle banche e dare buone regole a
queste ultime».
Posizione
simile da Luigi Maratti, segretario del partito Liberaldemocratico:
«La
politica italiana si unisce sempre in due circostanze: quando si tratta di
indebitarsi di più, e quando si tratta di difendersi dalle dinamiche mercato».
Chi dimostra di non avere idee chiarissime è il
Partito democratico, con il responsabile economico Antonio Misiani che in una
sola intervista (a Repubblica) da una parte accusa la premier di «fare il
banchiere d’affari», poi dice di «essere per il mercato», ma «attento ai
territori» (quindi, anti-spezzatino) e poi esorta a mantenere la quota statale
nel capitale (quindi con un un’influenza politica).
Insomma,
posizioni che stanno insieme usando una buona dose di nastro adesivo.
E il
Movimento 5 Stelle?
Il suo vicepresidente, Mario Turco, invita lo
Stato a non uscire da Mps, respinge l’offerta di Intesa e critica le
concentrazioni.
AVS
non si fa sentire, ma avrebbe mantenuto la banca a maggioranza pubblica.
Lega,
scontro solo rinviato.
Tensione tra le due anime
del
partito. L’incubo Vannacci
e scoppia il caso “remigrazione”
lanazione.it
– Politica – (30 gennaio 2026) – Antonella Coppari – Redazione – ci dice:
Salvini
promette chiarimenti con Vannacci, il Nord in pressing sul segretario.
Polemica
sul convegno dell’ala vicina al generale con CasaPound alla Camera.
La
cerimonia in ricordo di Bobo Maroni con i vertici e i parlamentari della Lega e
il generale Vannacci.
La
cerimonia in ricordo di Bobo Maroni con i vertici e i parlamentari della Lega e
il generale Vannacci.
(Articolo:
Remigrazione, scontro sulla conferenza alla Camera. Pd: “La Lega ci ripensi”.
Molinari: “Iniziativa personale di un deputato.”).
(Articolo:
Vannacci verso la rottura con Salvini, il generale e quella battuta che apre
all’ipotesi di un suo partito).
Roma,
30 gennaio 2026 – Per un paio d’ore la Lega si concede il lusso di fermare il
tempo. Nel nome di Bobo Maroni, il partito ritrova l’illusione di un’unità
perduta: riaffiorano le radici, il gusto guascone delle origini, la solidarietà
di branco. “Mi sono sentito a casa”, confessa un esponente storico.
Non è solo retorica: nella Sala della Regina a
Montecitorio, dove viene presentato il volume sui discorsi parlamentari di
Maroni davanti ai ranghi serrati del movimento, la sensazione è giustificata
dal tributo corale al co-fondatore.
Grazie
al suo ricordo e a quello di Bossi — assente ma onnipresente nelle citazioni —
via Bellerio celebra sé stessa come se tra passato e presente non ci fossero
fratture.
La
realtà, si sa, è ben diversa.
Per
l’occasione, però, è d’obbligo sfilarsi i panni istituzionali e indossare le
giacche a vento dei bei tempi. Lo fa persino il presidente della Camera,
Lorenzo Fontana:
“Nel 1994, in un libro, Bruno Vespa descrisse
Bossi e Maroni che attaccavano i manifesti insieme, con la colla rovesciata in
macchina: un ritratto romantico ma veritiero.
Ecco,
noi siamo quella cosa lì”.
L’austero
ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, in cravatta verde e spilletta
d’ordinanza (il copyright è suo), rinverdisce i fasti: "Maroni rappresenta
i valori popolari e popolani sui quali si costruisce una storia politica in cui
mi riconosco”.
Salvini
evoca Bobo per legittimare la svolta nazionale, citando un lancio Ansa del
2017:
“Maroni:
la linea di Salvini, portare il movimento al Sud non è in contraddizione”.
Sembra
tutto perfetto. Ma è solo una parentesi.
Lega,
altolà a Vannacci: “Chiarimenti sul simbolo”.
Vertice chiave con Salvini.
Fuori
dalla porta, la realtà non veste il verde, ma la mimetica.
Il
contrasto si fa crudo nella conferenza stampa organizzata da Domenico Fuggicele
con gli esponenti di CasaPound per questa mattina a Montecitorio.
L’obiettivo
è lanciare una proposta di legge sulla “remigrazione”, cavallo di battaglia del
generale Roberto Vannacci.
Un
appuntamento ad alta tensione: la sinistra minaccia di fare barriera con i
propri corpi.
FUTURO
NAZIONALE.
"Futuro
Nazionale": è il simbolo depositato da Roberto Vannacci nei giorni scorsi,
precisamente il 24 gennaio, presso l'Ufficio Brevetti dell'Unione Europea Sfondo
Blu, una fiamma tricolore che sovrasta il nome "Vannacci" scritto in
giallo".
"Solo
un simbolo, come quello del 'Mondo al contrario' e di 'Generazione XA'",
minimizza il vice segretario della Lega ed eurodeputato, contattato
telefonicamente.
Chiara
Braga (Pd) preme sul capogruppo leghista Riccardo Molinari affinché fermi
tutto, ma lui liquida il caso con una stoccata:
"Il Pd strizza l’occhio ai terroristi e
ci fa la morale?
Di
sicuro, la Lega storicamente non ha mai avuto nulla a che fare con Skinhead e
facinorosi”.
Molto
più pesante il richiamo dello stesso Fontana:
“L’iniziativa
è inopportuna. Mi appello alla responsabilità e al rispetto delle istituzioni”.
Ma Fuggicele
tira dritto: “Si fa. Salvini è al corrente, ne rispondo io”.
L’ombra
di Vannacci, però, è la più lunga.
È lui il “convitato di pietra”, ignorato dal
palco anche perché osteggiato dal 95% della base.
Stavolta la Lega del Nord esce allo scoperto
con Attilio Fontana, presidente della Lombardia:
“È
un’anomalia nel partito”.
Il generale replica a stretto giro: “Le
anomalie rendono i metalli più duttili. Ce ne fossero”.
Ma il governatore chiude così il caso: “Non mi
intendo di metalli, ma so cos’è un partito e come ci si sta dentro”.
Il
generale Vannacci.
L’attivismo
del "vicesegretario alieno” spaventa: l’ufficiale avanza come un panzer
tra i manifesti di “Futuro nazionale”, il suo marchio registrato, e ambizioni
senza filtri: “Io al 2%? Voglio il 6, il 10, il 20%...”.
Il
leader minimizza: “Il problema non esiste. Maroni iniziò in Democrazia
Proletaria: qui c’è spazio per tutti da che è mondo è mondo”.
(Salvini:
“Chi esce dalla Lega finisce nel nulla”. Avvertimento a Vannacci? “Non mi
riferivo a lui”).
In
realtà, lo sport più diffuso ora i è scommettere se l’intruso se ne andrà o
verrà messo alla porta.
Comunque
sia, l’addio rischierebbe di costare caro in termini di voti. Salvini lo sa e
pianifica incontri segreti per evitare l’emorragia che favorirebbe i rivali di
Forza Italia.
Scenario opposto a Palazzo Chigi:
i
consiglieri di Giorgia Meloni osservano che una forza estremista alla destra di
Fratelli d’Italia sarebbe quasi un regalo.
Ripulirebbe
l’immagine della premier, accreditandola come unica moderata in Europa.
Il dramma resta sulle spalle del Capitano.
Per
non perdere la sfida nel centrodestra, è condannato all’impossibile: tenere nel
partito il personaggio più detestato dai suoi.
L’amarcord
di Maroni è durato lo spazio di un respiro.
L’incubo
della scissione è appena iniziato.
Cinque
settimane per evitare
cinque
anni di Meloni: I nodi
che il
campo largo deve sciogliere.
Lespresso.it
– Politico – (14 agosto 2026) – Felice Florio – Redazione – ci dice:
Il
centrosinistra avrebbe tutte le carte in regola per vincere le prossime
elezioni, ma sembra quasi si stia applicando per perderle.
Prevalgono
i personalismi e i tanti nodi tematici ancora irrisolti. Dal riarmo al fisco,
dal reddito di cittadinanza al nucleare.
Sullo
sfondo, l’incognita Salis.
Il
centrosinistra può vincere le prossime elezioni e la prima metà di agosto ha
mostrato con quanta perizia stia lavorando per non farlo.
Il destino personale di Elly Schlein e
Giuseppe Conte sembra prevalere rispetto alla costruzione di una maggioranza
opposta al governo che, il 4 settembre, diventerà il più longevo della storia
repubblicana.
L’unica
alternativa degli ultimi mesi è nata a destra, ancora più a destra: l’incubo di
Giorgia Meloni, Roberto Vannacci.
Ma è
un’allucinazione da caldo affidarsi all’estremo rivale, che a L’Espresso non ha
escluso, a determinate condizioni, di potersi alleare con l’attuale coalizione
di stanza a Palazzo Chigi, scongiurandone lo sfratto. Intanto dei gazebo, di
quel moto di popolo che dovrebbe accompagnare le opposizioni a individuare un
leader, non si vede l’ombra.
Le
primarie vengono evocate senza regole condivise.
Soprattutto, scarseggia la fiducia e con essa
l’impegno vincolante a sostenere il vincitore.
La
consultazione del proprio elettorato, così, rischia di trasformarsi in un
congresso permanente del centrosinistra, con il nome indicato per la guida
logorato dal giorno successivo.
E gli sconfitti impegnati a recuperare
nell’eventuale governo ciò che hanno perso nei gazebo.
Ad Asiago, Conte ha bucato la pasta molle
dell’alleanza con il tema più divisivo.
Il
Movimento 5 stelle non voterà il prossimo pacchetto di sostegno militare
all’Ucraina.
Poi,
l’inversione dell’ordine degli addendi che ha surriscaldato gli animi: la
proposta sulla politica estera sarà stabilita dalle primarie.
Ovvero gli elettori, preferendo un leader a un
altro, esprimeranno già la propria posizione.
Il programma seguirà.
Condizione inaccettabile per un Partito
democratico balcanizzato al suo interno dalle divergenti visioni geopolitiche.
Schlein non può accettare che una linea si decida per
acclamazione mentre il suo gruppo è diviso e la formula testardamente unitaria
a cui si è inchiodata le lascia poco spazio di manovra.
«Non funziona così. Prima il programma
condiviso da tutta l'alleanza e poi le primarie, perché chi le vince deve
guidare tutta la coalizione, non soltanto il proprio partito», ha replicato la
segretaria del Nazareno.
Una risposta procedurale a una sfida politica,
esistenziale per non sfilacciare le maglie larghe del campo nella fase di
tessitura.
Che
nella sua trama vede diversi nodi ancora da sciogliere.
Il
primo è il Safe, il prestito europeo per il riarmo:
la
risoluzione unitaria in Parlamento lo ometteva, i riformisti dem avevano già
annunciato che non l'avrebbero votata.
Il
secondo è il fisco, dove la geografia si capovolge:
Schlein
apre a una tassazione europea dei grandi patrimoni, Conte ripete che la
patrimoniale non è all'ordine del giorno, alla ripresa dei lavori Alleanza
verdi sinistra proporrà la sua legge sui patrimoni netti oltre i cinque
milioni.
Poi il reddito di cittadinanza, che il
Movimento vuole ripristinare e il Pd ripensare in formule più selettive.
La Tav, con le remore di 5 stelle e AVS. Il
nucleare di nuova generazione, su cui il Nazareno mostra aperture e AVS la
chiusura più netta.
E il
termovalorizzatore di Roma, voluto da Roberto Gualtieri e avversato per anni
dai grillini: una questione capitolina, finché il nome del sindaco non ha
cominciato a circolare per le eventuali primarie.
Conte faticherebbe a spiegare ai propri
elettori perché sostenere l'uomo dell'inceneritore.
È una piccola selezione di contrapposizioni
tematiche. Contemporaneamente, la partita si inasprisce sul terreno dei
personalismi.
Fonti
vicine a Schlein sintetizzano così l’aspettativa del suo staff:
«Da
tre anni lavoriamo per costruire l'alternativa, sarebbe naturale che il Pd,
anche perché primo partito della coalizione, esprimesse la leadership».
Conte,
dall’altro lato, crede fortemente in un suo ritorno a Palazzo Chigi. E allora i
dirigenti del Pd, alcuni dei quali hanno sostenuto l’ascesa dell’attuale
segretaria, starebbero lavorando per farla desistere.
Poi,
sono al lavoro i pontieri: tra i più attivi risulterebbero Dario Franceschini,
Andrea Orlando e Goffredo Bettini, liaison privilegiata tra il Nazareno e
Conte.
Qualcuno
avrebbe provato a convincere Schlein, senza successo, dell’opportunità di
anticipare Conte, facendo per prima un passo indietro.
La
tesi è che la giovane età le permetterebbe di riprovarci in futuro.
Tuttavia,
con l’accelerazione agostana impressa da Conte, gli stessi dirigenti che
imbastivano nell’ombra hanno dovuto difendere alla luce del sole i gazebo.
Le primarie non sono rinviabili, dicono,
perché un elettorato composito come quello del centrosinistra non
riconoscerebbe, se non tramite un’investitura elettorale, la leadership di un
altro partito.
Continua
a circolare, nonostante le smentite dell’interessata, l’ipotesi di Silvia
Salis.
È l’identikit su cui Matteo Renzi insiste da
tempo per il candidato ai gazebo. Nel Pd in tanti la considerano la federatrice
migliore per il Campo largo.
Negli
scorsi mesi, però, un cortocircuito ha scosso la strada verso Roma della
sindaca genovese.
Lo
schema del Nazareno vedeva Schlein candidata alla presidenza del Consiglio e
Salis aggregatrice del centro, con Italia viva, Alessandro Onorato, Ernesto
Maria Ruffini e persino Carlo Calenda raccolti sotto di lei.
Sarebbe
saltato perché la sindaca non ha intenzione di rappresentare un’unica area.
Ufficialmente, ribadisce di pensare alla sua
città e alle primarie si è sempre detta contraria.
Le due cose stanno insieme solo se la sua ipotesi non
è una corsa, ma una nomina per acclamazione, che può arrivare quando gli altri
papabili si saranno logorati a vicenda.
Il
libro atteso in ottobre, pubblicato da Feltrinelli con il titolo «È già
domani», e il tour che seguirà alimentano il sospetto che Salis punti
direttamente a Palazzo Chigi.
Sono
guardinghi, gli schleiniani, sulle mosse di Salis, che secondo alcuni sondaggi
sarebbe la più competitiva contro Meloni.
Sull’altro
versante, però, nemmeno i contiani si sentono tranquilli.
Fino a
poche settimane fa la disponibilità di Conte alle primarie conviveva con la
paura di perderle.
Una
fonte pentastellata lascia intravedere la preoccupazione:
«Come costruiamo, da zero, i comitati per
Conte in tutta Italia?». Allora, invocare i gazebo ad agosto potrebbe
rispondere all’esigenza di ancorare le primarie nella rada tematica, più che
avvilupparle su una lotta di leadership.
Perché se il quesito è chi guida, vince la macchina
territoriale del Pd, capillare come nessun'altra.
Invece,
se il quesito è armi sì o armi no, vince il posizionamento, e Conte ha il lusso
di poter sciorinare posizionamenti più forti.
Ma nei 5 stelle fedeli al presidente si
consolida anche un’altra giustificazione per assumersi la guida del Campo
largo: Alessandro Di Battista.
Una
coalizione a guida pentastellata conterrebbe il suo exploit, se invece fosse il
Pd a esprimere il candidato a Palazzo Chigi potrebbe generarsi una fuga verso
l’eventuale soggetto politico che nascerebbe a sinistra. Mentre i due partiti
maggiori si studiano, l'elenco dei candidabili si allunga.
Recentemente, è comparsa la suggestione
Gualtieri, sostenuto dalla macchina di Claudio Mancini e dall'associazione
delle autonomie locali che il sindaco presiede.
Al centro, invece, un primo verdetto è già
arrivato da fuori.
La
contromossa attribuita al Nazareno era di allargare il tavolo fino a Calenda,
anche con lo scopo di diluire il progetto di Onorato in una platea abbastanza
affollata da togliergli centralità.
Il leader di Azione ha risposto prima ancora
che l'invito partisse: andrà al voto da solo.
Il
Campo largo, sostiene, è un'accozzaglia senza possibilità di governare.
L'unico
interlocutore con cui Calenda potrebbe rivedere la decisione è Paolo Gentiloni.
Pure AVS ha rotto gli indugi.
Dopo
Angelo Bonelli, che ha chiesto ai due maggiori di finirla con il dualismo
perché «non siamo più disponibili ad attendere», Nicola Fratoianni si è spinto
oltre: il candidato premier «può essere anche uno dei nostri», anzi «il profilo
ideale per guidare il Paese lo abbiamo noi». Con un partito che ha quasi
raddoppiato il 3,6 per cento del 2022, non è una boutade estiva.
Impressiona la disinvoltura con cui si discute
già del dopo.
Nel
gruppo dirigente dem c'è chi è convinto che il prossimo governo cadrà loro in
braccio per gravità.
E le caselle vengono assegnate in anticipo: la
vicepresidenza del Consiglio a chi desiste, il ruolo di sottosegretario alla
presidenza del Consiglio a chi avrà lavorato bene.
Circola
perfino una previsione: reggiamo un anno di governo con i 5 stelle, poi arriva
Vannacci.
È
un’altra di quelle allucinazioni da afa estiva, capovolta e messa a bilancio.
Il tempo, però, sta finendo.
Al
Senato, entro il primo settembre, vanno depositati gli emendamenti per la legge
elettorale che obbligherebbe a indicare il candidato premier.
Il 6 settembre Schlein e Conte saranno sullo
stesso palco a Cernobbio, in quello che i loro collaboratori definiscono già un
derby.
E il
19 e il 20, a Milano, gli esponenti del Movimento discuteranno del programma
che i vertici porteranno al tavolo della coalizione:
da
quel momento Conte non tratterà più a titolo personale, ma con un mandato.
Chiunque
voglia incidere sulla piattaforma deve muoversi prima di quella data.
Cinque settimane per sciogliere i nodi.
Trascorse
le quali il centrosinistra si troverà a questionare dei ruoli di un governo che
non avrà ancora capito come conquistare.
INTERVISTE
AI CAPIGRUPPO.
Luisa
Ciambella: "Pd responsabile sull'aggressione del fotovoltaico. Frontini
autoreferenziale e cieca."
Viterbotoday.it
– (20 agosto 2026) – Gabriele Mazzetti – Redazione – ci dice:
Continuano
le interviste ai capigruppo del consiglio comunale di Viterbo. La leader di Per
il bene comune se la prende con l'amministrazione regionale passata e la giunta
comunale su diverse battaglie degli ultimi anni tra Comune e Pisana: "Un
rammarico vedere Viterbo scegliere la strada dell'isolamento"
Luisa
Ciambella.
Capogruppo
di Per il bene comune e responsabile del movimento nato a sostegno del
governatore Francesco Rocca, Luisa Ciambella è la terza “tappa” del ciclo di
interviste di “Viterbo Today” ai capigruppo di palazzo dei Priori.
Tanti
i temi toccati, e in ognuno non mancano forti attacchi sia all'amministrazione
guidata da Chiara Frontini, sia alla precedente giunta regionale Pd guidata da
Nicola Zingaretti.
L'intervista.
Si avvicina la conclusione del mandato di
Chiara Frontini:
un
aggettivo e un voto all'amministrazione comunale
“Se
dovessi scegliere un solo aggettivo, direi 'insufficiente'.
E lo
stesso vale per il voto: insufficiente.
Perché dopo quattro anni Viterbo è una città
che non ha fatto il salto di qualità che era stato promesso.
Ci
sono stati molti annunci, molta comunicazione, ma i risultati concreti sono
rimasti al di sotto delle aspettative.
Un'amministrazione
si giudica da ciò che lascia alla città e, purtroppo, il bilancio complessivo
non è sufficiente”.
Passiamo
a un tema in cui recentemente si è espressa contro l'operato
dell'amministrazione comunale che ha deciso di ricorrere al consiglio di stato
contro l'allargamento della discarica di Monte Razzano.
Fosse stata lei amministratrice di Viterbo
avrebbe accettato la decisione?
“Vede,
penso sinceramente che non sia un discorso di cosa si debba accettare o di cosa
non si debba accettare.
Qui parliamo di coerenza.
Non si
può essere i paladini delle chiacchiere e dei ricorsi facili e poi, quando c’è
da assumere decisioni o compiere atti amministrativi che determinano un preciso
indirizzo, assistere a un fuggi, fuggi generale o, peggio ancora, al gioco
delle amnesie.
Ci
siamo sempre battuti per questo territorio e per la difesa del suo patrimonio
ambientale, da anni.
Ma non
c’era da battersi oggi sull’ampliamento della discarica:
c’era
da farlo quando i nuovi amici della sindaca Frontini e tutta la sua corte, nel
più totale silenzio-assenso, permettevano alla giunta Zingaretti di trasformare
Viterbo nella pattumiera del Lazio.
In quel momento noi c’eravamo.
Quando proponevamo il referendum abrogativo
del Piano regionale dei rifiuti, quando organizzavamo iniziative e
mobilitazioni, molti di quelli che oggi dispensano lezioni di ambientalismo
correvano a nascondersi pur di non prendere posizione, per paura di esporsi.
Questa è la differenza.
Non è il dover accettare o meno una sentenza.
La differenza è esserci quando si formano le decisioni che incidono sul futuro
di un territorio e avere il coraggio di assumersi delle responsabilità.
La
sindaca Frontini e i suoi adepti questo coraggio non lo hanno mai dimostrato”.
Sulla
questione è stata attaccata per il suo passato politico nel Pd al fianco di
quella amministrazione Zingaretti a cui lei oggi imputa l’allargamento della
discarica. Che ne pensa?
“Più
che cosa ne penso io, credo che la mia posizione sia ormai chiara e coerente da
diversi anni. Semmai bisognerebbe chiedere cosa pensano coloro che vengono
imbeccati a fare certe considerazioni e a muovere determinate critiche.
Con
spirito di servizio ho portato quasi 9mila voti a Zingaretti, ma a causa di una
strana legge elettorale quei voti hanno, di fatto, permesso ad altri di
consumare vendette personali contro il nostro territorio.
E certo non potevo accettare “premi di
consolazione” e tantomeno far parte di quel sistema di cui ancora oggi patiamo
le conseguenze.
Sono uscita dal partito e rendendomi conto
dell’errore fatto ho provveduto a un ravvedimento operoso.
Ho tutelato il mio territorio assumendo atti.
Io ho
proposto una moratoria sulle energie rinnovabili, andando contro le decisioni
della giunta Zingaretti.
Ho promosso un referendum abrogativo contro il
Piano regionale dei rifiuti della stessa giunta Zingaretti che ha violentato la
Tuscia.
Sa chi
l’ha violentata?
Chi ha
proposto l’emendamento al Piano rifiuti che prevedeva di conferire tutto da noi
e che ha permesso di produrre autorizzazioni a catena di montaggio sulle FER,
quando noi chiedevamo una moratoria che le bloccasse per consentire ai Comuni e
alla Regione di allora di individuare le aree idonee o meno”.
Quindi
anche per gli impianti fotovoltaici, per lei, la colpa è sempre di Zingaretti…
“Sa
cosa hanno fatto Zingaretti e i suoi adepti? Hanno adottato una moratoria
farlocca, le autorizzazioni continuavano ad arrivare con una velocità che non
rispecchiava i tempi della burocrazia.
Sbloccarono
solo le date di inizio lavori, della messa in opera del primo pannello.
Sapete
quale è stato l’effetto prodotto?
Mentre
indisturbato la Regione continuava a professarsi ambientalista con un assessore
5 Stelle che ce la dava a bere, insieme agli eletti del Pd del nostro
territorio, gli uffici regionali autorizzavano decine e decine di impianti che
solo dopo mesi abbiamo potuto vedere con gli occhi. Perché era solo stata
rimandata la posa del primo pannello fotovoltaico.
Ma il
paradosso inaccettabile, che offende la dignità dei cittadini della Tuscia,
qual è?
Chi ha
taciuto e non agito, avendone la competenza e il potere politico per farlo,
oggi reclama moratorie europee per fermare lo scempio che ha/hanno preordinato
a tavolino.
Con
responsabilità che variano ma che restano responsabilità irreversibili.
Questi
politici/amministratori contano sulla poca memoria dei cittadini ma i cittadini
ricordano e come! Certo non sono tenuti alla battaglia politica, perché non
l’hanno scelta.
Quella
l’abbiamo fatta noi del “Movimento Per il Bene Comune”, troppo spesso in
solitaria, ne abbiamo sofferto ma lo rivendichiamo perché è il nostro orgoglio.
Ci
siamo battuti sulla gestione del servizio idrico, assumendo posizioni in netto
contrasto con quelle sostenute dai rappresentanti di quella amministrazione.
Forse non dovrei aggiungere altro.
I fatti parlano da soli, sempre che ci sia
l’onestà intellettuale di volerla vedere.
Quando
si fa politica sarebbe sempre opportuno fermarsi un momento ad approfondire ciò
che è realmente accaduto sul proprio territorio, anziché limitarsi a fare da
portavoce delle agitazioni altrui”.
Tornando
alla battaglia legale sull'allargamento della discarica, non è il primo ricorso
dell'amministrazione comunale contro quella regionale.
Il
riferimento è all’accorpamento scolastico dell’istituto Carmine.
Anche
lì si sarebbe mossa diversamente?
“Anche
in questo caso, come ho già avuto modo di dire, credo che le vicende vadano
sempre valutate nella loro interezza e nella loro evoluzione.
Non va
dimenticato che la decisione della Regione sul ridimensionamento scolastico è
stata un atto dovuto, adottato nel rispetto di una normativa nazionale.
Provincia e Comune di Viterbo, che per legge dovevano decidere quale istituto
accorpare, quando sono stati chiamati a esprimersi, non hanno deciso.
È
chiaro che quando, per inerzia o per altre motivazioni che magari a me possono
anche sfuggire, ma che altri potrebbero spiegare meglio, gli enti chiamati a
esercitare quella responsabilità non assumono una posizione, la Regione, che
per legge deve decidere a loro posto, tecnicamente si chiama “potere
sostitutivo”, non può fare altro che applicare la normativa vigente e adottare
le decisioni conseguenti pena l’attivazione del danno erariale.
Quello
che è successo al Carmine è stato il frutto di un cortocircuito istituzionale
generato da chi ha preferito sfuggire alle proprie responsabilità, anziché
assumersi il compito di indicare una soluzione. È difficile e impopolare
decidere, la Provincia e il Comune non lo hanno voluto fare”.
Il
rapporto tra Comune e Regione è costruttivo?
“Quando
si amministra un Comune bisogna sempre ricordarsi che si è sindaci di tutti,
non di una parte e nemmeno degli amici degli amici.
Quando
questo modo di amministrare prende il sopravvento sulla ragionevolezza e sulle
reali esigenze dei cittadini, accade che si preferisca rinunciare a costruire
rapporti istituzionali con gli altri livelli di governo pur di alimentare la
propaganda e il populismo delle chiacchiere.
Credo che sia esattamente quello che è
accaduto a Viterbo.
Del resto, il giudizio sulla qualità dei
rapporti tra il Comune e la Regione non spetta a me, ma è sotto gli occhi di
tutti.
Rimane
però il rammarico di vedere una città importante come Viterbo scegliere la
strada dell'isolamento, non solo nei confronti della Regione, ma anche rispetto
a rapporti istituzionali ancora più ampi, rinunciando a opportunità che
avrebbero potuto tradursi in benefici concreti per il territorio”.
Quali
sono stati i fallimenti dell’amministrazione Frontini?
“Un
modo di amministrare che questa gestione lascia in eredità a Viterbo,
un’eredità assolutamente negativa.
Il
vero fallimento è l’aver consolidato un modo di fare politica e amministrare
autoreferenziale, cieco, che non ha il buon senso di confrontarsi con nessuno e
che autoincensa il suo operato senza contraddittorio”.
Invece
gli errori di Frontini come sindaca?
“Ripeto,
non sono io a dover esprimere un giudizio personale su qualcuno... Credo che il
vero tema sia considerare l'amministrazione come un servizio al bene comune
oppure come uno strumento di autocelebrazione, spesso distante dai problemi
reali dei cittadini. Lei adotta un metodo agli antipodi”.
Crede
nella candidatura di Viterbo a capitale europea della cultura 2033?
“Credo
che misurarsi con altre realtà nazionali sia sempre un bene, a prescindere
dall'esito finale.
È
un'occasione per valutare il livello di crescita di una città, per mettersi in
discussione e per costruire una visione condivisa del proprio futuro.
Quello
che non vorrei è ritrovarci, tra qualche anno, a commentare un risultato non
proprio lusinghiero.
Anche se Viterbo non dovesse ottenere il
riconoscimento di “Capitale europea della Cultura”, questa candidatura dovrebbe
comunque rappresentare un'opportunità per renderla più moderna, più attrattiva
e più competitiva.
Purtroppo,
guardando anche alla presentazione del progetto e all'accoglienza che ha
ricevuto tra i viterbesi, non ho la sensazione che si sia imboccata la strada
giusta.
Una
candidatura di questo livello dovrebbe coinvolgere la città, entusiasmarla e
renderla protagonista.
Ad
oggi, questo entusiasmo non mi sembra di averlo visto”.
Si
parla spesso di centrodestra unito a Viterbo, dopo il patto federativo tra
Forza Italia e Frontini crede sia possibile?
“Il
centrodestra farà sicuramente la sua parte alle prossime elezioni
amministrative. Credo che i cittadini si aspettino responsabilità e chiarezza”.
C’è il
rischio che a Viterbo avvenga una cosa simile rispetto alla spaccatura del
centrodestra a Civita Castellana?
“Ogni
realtà ha una propria storia. Viterbo, proprio perché è il comune capoluogo
della provincia, ha una responsabilità ancora maggiore”.
A oggi
avete iniziato a dialogare nel centrodestra per un candidato unitario? Il suo
profilo potrebbe essere uno di quelli su cui convergere?
“Una
delle caratteristiche fondamentali di ogni percorso elettorale è proprio la
costruzione di una coalizione capace di individuare, scegliere e sostenere il
proprio candidato a sindaco.
È
questo il vero senso del percorso politico: non il nome di una persona o le
ambizioni dei singoli, ma la capacità di trovare la chiave che apra la porta di
una casa comune.
È da
quella casa comune che bisogna uscire per presentare alla città un progetto
credibile e un'alternativa di governo.
L'obiettivo è riportare al governo della città
un'amministrazione capace di restituire ai viterbesi un futuro concreto,
lasciandosi definitivamente alle spalle la stagione delle chiacchiere e dei
distintivi”.
Sono
tanti i fondi regionali utilizzati da questa amministrazione, li avrebbe spesi
nello stesso modo?
“Probabilmente
la differenza non sta nel come spendere le risorse.
La vera differenza sta nel come programmare
gli interventi e nel modello di città che si vuole costruire.
Per
questo torno a una considerazione che ho già fatto. L'amministrazione Frontini
ha navigato a vista.
Anzi,
più che navigare a vista, ha navigato guardandosi allo specchio, preoccupandosi
troppo spesso di autocelebrarsi, come nelle favole, mentre la città era da
un'altra parte e chiedeva risposte concrete.
È proprio da questa impostazione che derivano
molte scelte progettuali che, a mio avviso, avrebbero potuto essere pensate
diversamente e risultare molto più utili e produttive per Viterbo e per i suoi
cittadini. L’amministrazione Frontini ha avuto la fortuna di gestire milioni in
PNRR.
Chiunque
altro avrebbe cambiato il volto della città Lei è riuscita a farsi contestare
dai cittadini anche l’anno in cui ha inaugurato la nuova macchina di Santa
Rosa.
Questo
dice tutto, un’opportunità persa”.
Quali
saranno i temi e i progetti su cui si baserà la campagna elettorale del suo
movimento?
“Sicuramente
su una maggiore umanizzazione della comunità viterbese.
I casi
di cronaca che si susseguono, di microcriminalità, l’abbandono dei ragazzi che
non hanno spazi di confronto vedi le ultime notizie di cronaca, è morta una
ragazza di 23 anni di overdose in una proprietà privata abbandonata.
Secondo me bisogna ripartire dalla costruzione
di una comunità che sia solidale e che si prenda cura dell’altro. Dopo di che
si possono migliorare tutte le infrastrutture del mondo.
Bisogna
sostituire la mentalità dell’autoreferenza della politica di Frontini con una
amministrazione che si fondi sulla politica della solidarietà e del mettere al
centro la persona”.
(viterbotoday.it/politica/intervista-luisa-ciambella-zingaretti-18-8-2026.html).
(Luisa
Ciambella: "Allargamento discarica e aggressione fotovoltaici colpa di
Frontini, Zingaretti e Pd").
La
coesione di Fratelli d’Italia
al
servizio della Nazione e
del
bipolarismo.
Lavocedelpatriota.it
– (23 Agosto 2026) – Editoriali - Roberto Penna – Redazione – ci dice
Sul
quotidiano “Il Tempo “di venerdì scorso si poteva leggere un interessante
articolo firmato da “Paolo Armaroli” e riguardante in sostanza lo stato di
salute attuale dei partiti italiani e del bipolarismo.
L’autore
ha iniziato il pezzo con il paragone, circa gli equilibri politici degli ultimi
anni, fra il Regno Unito e l’Italia.
Oltremanica,
la democrazia è caratterizzata, non da un mite bipolarismo, ma da un antico e
radicato bipartitismo in cui i laburisti da una parte e i conservatori
dall’altra si sono sempre contesi il governo del Regno.
In Italia, dice bene Armaroli, abbiamo un
bipolarismo “de noantri”, molto italiano, che ha assunto forme poco
riscontrabili all’estero anche a causa di tanti “stop and go” e contraddizioni
della politica della cosiddetta Seconda Repubblica.
Ma le
rigide consuetudini britanniche iniziano a sentire il peso delle divisioni
interne ai due grandi partiti e dell’affermazione di nuovi soggetti politici
più o meno minori, fra i quali il “Reform UK “di Nigel Farage.
Dal
2022, ricorda Paolo Armaroli, si sono alternati al numero 10 di Downing Street
quattro premier:
i
conservatori Lizi Trussi e Rishi Suna, e i laburisti Keri Stormer e Andy
Burnham, attualmente in carica.
Nel
frattempo in Italia, sempre dal 2022, vi è lo stesso capo di governo che
risponde al nome di Giorgia Meloni e che guida la Nazione all’insegna della
stabilità, nonostante un bipolarismo senz’altro imperfetto e un quadro
partitico generale in costante fermento.
Armaroli
vede a sinistra due partiti, PD e M5S, e tanti virus, ovvero, i partitini di
Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, di Matteo Renzi, di Riccardo Magi e
Benedetto Della Vedova, i quali, peraltro, si guardano in cagnesco fra di loro.
I “grandi” della sinistra non se la passano
comunque granché bene. L’articolo de “Il Tempo” vede nel trasformismo di
Giuseppe Conte, un leader che ha già provato ad essere tutto e il contrario di
tutto fino alla sconfessione recente del woke, quasi a volersi riciclare come
un MAGA tricolore, anche un punto di forza che ha consentito finora al capo del
M5S di rimanere a galla in tutte le stagioni.
Anche
se, alla lunga, l’assenza di identità diventa una grave debolezza e può fare
perdere ogni parvenza di credibilità, oltre alla leadership di partito, già
minacciata, aggiungiamo noi, dalle cause legali di Beppe Grillo.
Tuttavia,
almeno per il momento Conte sembra stare un po’ meglio di Elly Schlein, la
quale teme di perdere le eventuali primarie per la leadership del campo largo e
si trova costretta a rincorrere le giravolte del numero uno pentastellato.
Elly
insiste con la testarda unità del centrosinistra, ma sa in cuor suo che
Giuseppi rappresenta adesso più un’insidia che un alleato leale, ed è inoltre
consapevole che all’interno del Partito Democratico non vi sia alcuna certezza
automatica di vincere le prossime elezioni politiche, per quanto, a livello
propagandistico, la segretaria dem si dica sicura del fatto che nel 2027
toccherà alla sua parte agguantare il timone dell’Italia.
Schlein
guida peraltro un partito diviso fra i fedeli alla linea della segreteria e i
malpancisti definiti dai giornali riformisti, sebbene non rischi per ora di
perdere il comando.
In
altri tempi, la “ditta” comunista e postcomunista avrebbe impiegato ben poco
per dimissionare una figura fallimentare e inconsistente come quella di Elly
Schlein, ma pare che tutto il PD sia diventato un insieme di tante debolezze
diverse e i riformisti, nonostante tutte le scivolate della segretaria, non
hanno la forza sufficiente per imporre altri nomi alla guida del Nazareno.
Esponenti
di primo piano del partito come Pina Picierno, Marianna Madia ed Elisabetta
Gualmini, forse rassegnate dinanzi alla impossibilità di cambiare il PD
dall’interno, hanno preferito fare le valigie ed andarsene.
Ad
onore del vero, non mancano discussioni e confronti anche accesi neppure in
zone del centrodestra, in particolare nella Lega e un po’ in Forza Italia, ma
Paolo Armaroli su “Il Tempo” vede, in alternativa ad una sinistra sempre più
lacerata dal derby perenne Elly/Giuseppi e dal virus dei partitini ideologici o
personali, una coalizione conservatrice che rimane salda al governo e si
proietta nel futuro con forza grazie al perno fondamentale costituito da
Fratelli d’Italia.
Il
partito del Presidente del Consiglio, oltre a rimanere la prima forza politica
d’Italia, è probabilmente l’unica formazione di oggi che non ha correnti
interne e fazioni che provano a farsi sgambetti reciproci, e si ritrova coesa
dietro alla propria leader.
Armaroli
evoca i “segreti di Meloni” che permettono a FDL di distinguersi in meglio e di
essere centrale, non centrista, per la Nazione, ma si tratta di segreti di
Pulcinella, come ammette lo stesso autore.
Al
netto di alcune vulgate di sinistra, si sa che Fratelli d’Italia sia retto da
una squadra che è cresciuta assieme e ha condiviso tutto, dal 4% dei voti alla
vittoria del 2022, dalle stalle alle stelle come scrive Paolo Armaroli, e si è
sempre riconosciuta nel carisma di Giorgia Meloni, nella buona e nella cattiva
sorte.
La forza della destra di Fratelli d’Italia, anche se
la sinistra forse non se ne capacita tuttora, è proprio quella di non essere un
club di finti amici che stanno insieme se le cose vanno bene e si disperdono
poi nel momento in cui subentrano le prime difficoltà.
Questa
particolare natura ha permesso alla comunità politica guidata dalla premier di
divenire essenziale per l’area di centrodestra tant’è che Armaroli giunge a
parafrasare Benedetto Croce e a sostenere che nella coalizione alternativa alle
sinistre non si possa non dirsi seguaci di Meloni.
Essenziale per il centrodestra e centrale per l’Italia
dal momento che il bipolarismo e la possibilità di scegliere fra uno
schieramento conservatore e la sinistra, senza manovre di Palazzo, rimangono in
piedi grazie alla leadership di Giorgia Meloni.
La
destra non si accontenta senz’altro di questo bipolarismo, che presenta, come
abbiamo scritto, delle fragilità ed intende radicare in Italia il concetto
della democrazia dell’alternanza e allontanare lo spettro del pantano, ancora
dietro l’angolo, con riforme come quella del premierato ed una nuova legge
elettorale.
Fratelli
d’Italia è un progetto politico che persegue il conservatorismo di massa,
(difesa dei valori identitari, libertà, una nuova Europa e pragmatismo di
governo), e resterà determinante per la nostra democrazia.
L’articolo
di Paolo Armaroli mette a tacere coloro i quali sostengono da qualche anno che
Fratelli d’Italia sia solo Giorgia Meloni, la sorella Arianna e qualche altro
parente.
Il
carisma della leader è innegabile, ma dietro ad esso vi sono una squadra, una
classe dirigente e una visione non soltanto limitata al presente.
Salvini:
'La Lega è più truppa
che
generali. Chi esce dalla Lega
finisce
nel nulla.'
Ansa.it
– Politica – (25 gennaio 2026) - Michela Soglia – Matteo Salvini – Redazione –
ci dice:
Il
leader del partito detta la linea in vista del 2027.
'Vedrò
Vannacci'.
Il gergo è militare.
L'intento
è più inclusivo. Matteo Salvini definisce la sua Lega, più allargata, e prova a
tenerla nei ranghi.
"La forza della Lega è la truppa, è il
popolo, siete voi".
Insomma,
non solo capitani (dal suo nomignolo) e non solo generali.
O il generale, come quello che da otto mesi è
uno dei suoi vice, Roberto Vannacci.
Dalle montagne dell'Abruzzo, il segretario
cerca di ricompattare i suoi e li ammonisce ad andare avanti con determinazione
e sacrificio in vista delle Politiche del 2027.
E
soprattutto con "spirito di squadra".
Chiude
così la manifestazione organizzata tra Roccaraso e Rivisondoli nel resort a
cinque stelle con spa e piscine, e detta la linea.
Serve
una squadra alleggerita da "pesi improduttivi" come sono gli ex
leghisti o chi sta per diventare tale.
E con loro è durissimo: "La
storia insegna che chi esce dalla Lega finisce nel nulla".
Mai
una parola esplicita, invece, su Vannacci. Se non, dopo, ricordando che lo
vedrà "in settimana".
Un
incontro come estremo tentativo per contenere i radicalismi dell'eurodeputato a
rischio emulazione?
O solo un confronto periodico ai vertici?
L'unica certezza è che Salvini si irrita
quando legge "notizie distoniche" di chi intravede nelle sue parole
un ultimatum a Vannacci.
Il riferimento è tutto ai fuoriusciti,
rimarca.
L'ombra
del fuoco amico o di strappi fino alla nascita di un nuovo partito, incombe
sulla Lega.
Da qui
la necessità di rimettere ordine.
"Qualcuno ritiene che sia più garantito
il suo seggio da altre parti?
Vai, sciocco", dice il leader e si lascia
scappare una parolaccia: "Se vuoi la poltrona dillo, cazzo! Auguri, non ci
mancherai".
Per
un'ora il Capitano ammonisce le truppe a non distrarsi dall'obiettivo:
continuare a fare la Lega (ruspante e
concreta) restando nell'esecutivo.
Del
resto, puntualizza: "Io mi trovo benissimo con Giorgia e gli altri al
governo ma la Lega è la Lega".
(Agenzia
ANSA-
(Piantedosi:
'Pacchetto sicurezza in Cdm entro i primi giorni di febbraio' - Notizie -
Ansa.it)
'Si
torni alla presunzione di liceità della Polizia. La sinistra non ha gestito
l'immigrazione e ora ci fa la morale' (ANSA)
Poi attacca la stampa concentrata su divisioni
o declini. "Non facciamoci dettare da loro la nostra agenda politica. E
non guardate la rassegna stampa domani".
Infine punzecchia quanti hanno pronosticato
più volte un cambio al vertice della Lega: "L'unica cosa che è cambiata è
il loro editore".
La
giornata nel resort 'Aqua montis' si apre con due dibattiti economici:
i porti e il "ponte degli italiani"
(così si legge nel titolo del panel).
Dopo
si passa alla sicurezza con il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi.
Salvini
lo ascolta e si prende i complimenti per l'eredità "fondamentale"
che, da predecessore al Viminale, gli ha lasciato.
Subito
dopo c'è la sintesi politica del vicesegretario Claudio Durigon, il più citato
della giornata per aver organizzato l'evento.
Durigon si rifà a Luca Zaia e ripete,
scandendo le parole: "La Lega è una e indivisibile".
Ma
dall'ex governatore veneto prende le distanze, chiarendo di non essere per
l'eutanasia e che su questo c'è una riflessione.
"Ho
da poco perso mia madre e non sarei capace di staccare la spina", ammette.
Anche
Salvini torna sui diritti civili ma non lancia nessuna svolta liberal. Né cita
la questione del fine vita.
"No al woke, no gender, asterischi e
cazzate varie - spiega - E' bello confrontarsi e ascoltare. Però la famiglia,
fondata sull'unione di un uomo e una donna, è la garanzia".
Insiste: nessun giudizio sulle scelte di vita o
giudizi di valore su coppie etero e omosessuali, ma sui bambini non si
transige.
Nel
mirino finiscono pure i magistrati perché paghino, se sbagliano. Ammette,
infatti, che la prova del referendum di marzo è solo un passaggio.
Il traguardo è la loro responsabilità civile:
"come tutte le altre categorie, chi sbaglia paga e paga di suo".
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