La sinistra deve essere vista come malattia invalidante.
La
sinistra deve essere vista come malattia invalidante.
Patologie
invalidanti:
quali
sono e cosa sapere:
blogunisalute.it
– (19 giugno 2026) – Redazione Uni Salute – ci dice:
Prevenzione,
diagnosi e terapia.
Indice:
Cosa
sono le patologie invalidanti?
Classificazione
ed elenco delle patologie invalidanti:
Malattie
rare.
Invalidità
civile: come richiederla?
Quali
sono le tutele per gli invalidi civili?
Prestazioni
economiche.
Esenzione
dall’obbligo di partecipazione alle spese sanitarie del SSN.
Agevolazioni
fiscali,
Agevolazioni
lavorative: collocamento obbligatorio e congedo per cure.
Tutele
previste dalla legge 104 per i malati con handicap grave.
Agevolazioni
lavorative.
Agevolazioni
fiscali.
Le
domande più frequenti dei pazienti.
Quali
sono le patologie considerate invalidanti?
Chi
certifica una patologia invalidante?
Qual è
la percentuale minima per ottenere l’invalidità civile?
Le
patologie invalidanti danno automaticamente diritto alla Legge 104?
Le
patologie invalidanti sono malattie congenite o acquisite che compromettono in
modo permanente la capacità lavorativa o l’autonomia personale e possono
interessare qualsiasi organo o apparato. Il loro riconoscimento si basa sulle
tabelle ministeriali e consente, in presenza dei requisiti previsti, di
ottenere una percentuale di invalidità civile. A seconda del grado di
invalidità, è possibile accedere a prestazioni economiche (come assegno
mensile, pensione di inabilità e indennità di accompagnamento), esenzioni dal
ticket sanitario, agevolazioni fiscali e tutele lavorative, tra cui il
collocamento mirato e il congedo per cure. Nei casi in cui la patologia
comporti anche una situazione di handicap grave, possono spettare inoltre i
benefici previsti dalla Legge 104, come permessi retribuiti e altre misure a
sostegno della persona e dei caregiver.
Dal
diabete all’obesità, dalla depressione alle cardiopatie, dai tumori
all’Alzheimer, le patologie invalidanti sono moltissime. Si tratta di malattie
spesso croniche: in molti casi richiedono cure continuative e controlli
frequenti e, nelle forme più gravi, possono causare una perdita di autonomia
che rende necessaria un’assistenza costante.
Approfondiamo
quali problematiche di salute rientrano in questa categoria, come ottenere il
riconoscimento dell’invalidità civile se si soffre di una malattia di questo
tipo e quali sono le tutele economiche, lavorative, assistenziali e fiscali
previste a sostegno degli invalidi.
Cosa
sono le patologie invalidanti?
Una
patologia invalidante è una malattia che determina una riduzione permanente
della capacità lavorativa, non inferiore a un terzo, a causa di un’infermità,
una mutilazione o una menomazione fisica o mentale. Nel caso dei minorenni e
degli ultrasessantacinquenni, sono considerate invalidanti le patologie che
provocano difficoltà persistenti nello svolgimento dei compiti e delle funzioni
proprie dell’età. Questa definizione si basa sulla spiegazione del concetto di
invalidità fornita dalla legge 30 marzo 1971, n. 118, che detta le norme in
favore di mutilati e invalidi civili.
La
categoria delle patologie invalidanti comprende, dunque, un insieme molto vasto
di problematiche di salute, a carico di numerosi organi e sistemi, che possono
essere congenite, cioè presenti dalla nascita, oppure acquisite nel corso della
vita.
Classificazione
ed elenco delle patologie invalidanti.
Per la
classificazione delle patologie invalidanti, la norma di riferimento è il
Decreto Ministeriale del 5 febbraio 1992. Questo schema divide le patologie
invalidanti per gruppi anatomo-funzionali a seconda dell’apparato o sistema che
interessano, e assegna a ognuna un codice e una percentuale di invalidità,
fissa o espressa tramite un valore minimo e un valore massimo.
Su
questa lista si basano anche le linee guida dell’INPS per l’accertamento degli
stati invalidanti, che in alcuni casi modificano, in altri ampliano la rosa
delle patologie a cui spetta il riconoscimento dell’invalidità civile.
L’elenco
delle patologie invalidanti è molto vasto.
Ecco alcune di quelle incluse nel Decreto del
Ministero della Salute e nella tabella INPS:
apparato
cardiocircolatorio: aritmie gravi, cardiopatie, miocarditi, coronaropatie,
trapianto cardiaco;
apparato
respiratorio: asma, bronchite asmatica cronica, sindrome delle apnee ostruttive
del sonno (OSAS), trapianto di polmone;
apparato
digerente: cirrosi epatica, epatite cronica, diverticolosi, ulcera gastrica o
duodenale, morbo di Crohn e altre malattie infiammatorie croniche intestinali,
pancreatite cronica, trapianto di fegato e trapianto di intestino;
apparato
endocrino: diabete, obesità, ipotiroidismo grave, acromegalia (sindrome da
eccessiva secrezione dell’ormone della crescita), nanismo ipofisario,
iperparatiroidismo, ipo-paratiroidismo;
apparato
urinario: cistite cronica, prostatite cronica o ipertrofia prostatica,
ritenzione urinaria cronica, rene policistico, trapianto di rene;
sistema
nervoso centrale e periferico: Alzheimer, sclerosi multipla, morbo di
Parkinson, epilessia, afasia, emiparesi, paresi;
apparato
psichico: demenza, nevrosi, psicosi, schizofrenia, depressione, disturbi del
comportamento alimentare;
apparato
uditivo e vestibolare: acufeni permanenti, lesione dei padiglioni auricolari,
perdita uditiva, sordità, otite cronica, vertigini
apparato
visivo: cataratta, cecità parziale o assoluta, diplopia (visione doppia),
glaucoma, cheratocono (malattia degenerativa della cornea);
apparato
riproduttivo: isterectomia (rimozione dell’utero) totale in età fertile e
mastectomia (asportazione della mammella);
patologie
immunitarie: anemia, artrite reumatoide, lupus eritematoso sistemico, linfomi,
immunodeficienza secondaria;
neoplasie
di varia gravità;
patologie
sistemiche come la sclerodermia.
Malattie
rare.
Oltre
alle patologie invalidanti presenti nelle tabelle ministeriali, l’INPS ne
prevede anche altre: è il caso delle malattie rare, che il Decreto del
Ministero della Salute non contempla.
Tra
queste figurano:
malattia
di Huntington, una patologia neurodegenerativa;
adrenoleucodistrofia,
una grave malattia genetica del sistema nervoso;
malattia
di Wilson, una malattia genetica caratterizzata da un accumulo tossico di rame
nell’organismo.
Invalidità
civile: come richiederla?
Chi è
affetto da una patologia invalidante può chiedere all’INPS il riconoscimento
dell’invalidità civile, che dà diritto a beneficiare di una serie di tutele
finalizzate a offrire un sostegno economico e assistenziale ai malati.
Il
primo passo per ottenere il riconoscimento è l’invio all’Istituto, da parte del
medico di base, del certificato che attesta le condizioni di salute
dell’assistito. Successivamente il cittadino, utilizzando il codice presente
nel certificato medico, dovrà mandare all’INPS la domanda di accertamento
sanitario, una visita effettuata da una commissione medica della ASL, integrata
con un medico INPS, che ha il compito di verificare il possesso dei requisiti
sanitari richiesti per il riconoscimento dell’invalidità civile. In base
all’esito dell’accertamento, la domanda viene approvata o respinta. Il grado
minimo di riduzione permanente della capacità lavorativa necessario per essere
riconosciuti invalidi civili è un terzo (33%).
Quali
sono le tutele per gli invalidi civili?
I
benefici di cui un invalido civile può godere variano a seconda del grado di
invalidità che gli è stato attribuito. In dettaglio:
per
gli invalidi fino al 33% non è previsto alcun riconoscimento
a
partire dal 46% di invalidità, si può usufruire dell’iscrizione nelle liste
speciali dei Centri per l’Impiego per il collocamento obbligatorio per persone
con disabilità;
chi ha
una percentuale di invalidità compresa tra il 33% e il 66% ha diritto ad
assistenza sanitaria e agevolazioni fiscali;
un’invalidità
superiore al 50% dà diritto al congedo per cure;
il 66%
di invalidità dà la possibilità di beneficiare dell’esenzione dal pagamento del
ticket sanitario;
percentuali
di invalidità comprese tra il 74% e il 100% danno diritto a prestazioni
economiche.
Prestazioni
economiche.
L’invalido
civile, a seconda del grado di riduzione della sua capacità lavorativa e di
perdita dell’autonomia, può avere diritto a:
pensione
di inabilità, erogata dall’INPS e riservata agli invalidi totali, cioè alle
persone di età compresa tra i 18 e i 67 anni che non sono più in grado di
lavorare;
assegno
mensile per invalidi civili, un contributo INPS concesso agli invalidi
parziali, ovvero a quelli che hanno perso solo in parte la capacità di
lavorare, di età compresa tra i 18 e i 67 anni;
indennità
di accompagnamento, un assegno erogato dall’INPS e destinato agli invalidi
totali che non sono in grado di camminare senza l’aiuto di un accompagnatore o
di svolgere le attività quotidiane in autonomia;
indennità
di frequenza, un assegno mensile erogato dall’INPS e riservato ai minori con
difficoltà persistenti a svolgere determinate attività, con l’obiettivo di
favorire l’inserimento scolastico e sociale.
Esenzione
dall’obbligo di partecipazione alle spese sanitarie del SSN.
Gli
invalidi civili con una riduzione della capacità lavorativa superiore a due
terzi e titolari di indennità di accompagnamento hanno diritto all’esenzione
totale dall’obbligo di partecipazione alla spesa sanitaria per tutte le
prestazioni erogate dal Servizio Sanitario Nazionale. Questo beneficio è
riservato anche agli invalidi civili di oltre 65 anni con una percentuale
superiore a due terzi (66,6%).
Se la
percentuale di menomazione è compresa tra un terzo e due terzi (cioè tra il
33,3% e il 66,6%) viene riconosciuta l’assistenza protesica gratuita. Infine,
per percentuali inferiori, l’esenzione è limitata alle presentazioni sanitarie
collegate alla patologia invalidante.
Agevolazioni
fiscali.
Il
riconoscimento dell’invalidità permette anche di richiedere il rilascio del
contrassegno invalidi, che dà diritto ad agevolazioni per la circolazione e la
sosta di veicoli al servizio delle persone invalide, e di usufruire delle
agevolazioni fiscali relative ai veicoli, con e senza adattamento, previsti per
le persone con disabilità. Per beneficiarne è necessario che il verbale
rilasciato dalla Commissione Medica incaricata dell’accertamento certifichi il
possesso dei requisiti previsti per fare domanda, che nel caso degli invalidi
civili consistono in:
una
sensibile riduzione della capacità di deambulazione;
una
grave limitazione della capacità di deambulazione o la presenza di più
amputazioni;
menomazioni
psichiche o mentali gravi, che hanno portato al riconoscimento dell’indennità
di accompagnamento;
menomazioni
sensoriali, come la cecità o ipovisione.
Agevolazioni
lavorative: collocamento obbligatorio e congedo per cure.
La
persona con una percentuale di invalidità compresa tra il 46% e il 100% ha
diritto a essere iscritta nelle liste speciali del collocamento obbligatorio
per persone con disabilità istituito dalla legge n.68 del 12 marzo 1999, che ne
disciplina il diritto al lavoro. Questa norma impone alle aziende e agli enti
pubblici di assumere un determinato numero di lavoratori con invalidità,
proporzionale alle dimensioni dell’impresa o dell’ente.
I
lavoratori invalidi civili a cui sia stata riconosciuta una riduzione della
capacità lavorativa superiore al 50% possono, invece, usufruire di un congedo
fino a 30 giorni, anche non continuativi, per sottoporsi alle cure richieste
dalla patologia di cui soffrono (come ad esempio nei casi di malattie
oncologiche), come previsto dal Decreto Legislativo n. 119 del 18 luglio 2011.
Tutele
previste dalla legge 104 per i malati con handicap grave.
Se la
patologia invalidante o le terapie richieste per il suo trattamento
pregiudicano in modo severo le condizioni di salute del malato, oltre
all’invalidità civile è possibile chiedere all’INPS il riconoscimento di uno
“stato di handicap in situazione di gravità”, ovvero una disabilità severa che
riduce l’autonomia del malato e rende necessaria un’assistenza continuativa.
L’accertamento di questa condizione dà diritto a beneficiare delle tutele
previste dalla legge 104 (legge 5 febbraio 1992, n. 104), che disciplina
l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone con disabilità.
Si
tratta di agevolazioni soprattutto lavorative, cui si aggiungono agevolazioni
per sostenere le spese sanitarie e per l’assistenza.
Agevolazioni
lavorative.
La
legge 104 permette ai malati che lavorano, e in misura minore ai familiari
lavoratori che si occupano di una persona cara malata, di usufruire di congedi
e altri benefici per conciliare esigenze professionali e necessità di cura.
Tra le
tutele principali per i malati rientrano:
permessi
lavorativi retribuiti (2 ore al giorno o 3 giorni al mese);
diritto
di scelta della sede di lavoro più vicina al proprio domicilio e divieto di
trasferimento senza consenso da parte del lavoratore
possibilità
di non svolgere turni notturni.
I
familiari caregiver, se lavorano, possono invece beneficiare di 3 giorni di
permessi mensili retribuiti o 2 anni di congedo straordinario retribuito per
assistere i loro cari. Come i malati che lavorano, inoltre, hanno il diritto di
scegliere la sede di lavoro più vicina e di essere dispensati dai turni
notturni.
Le
agevolazioni lavorative previste dalla legge 104 si aggiungono alle altre forme
di tutela che molti contratti collettivi, sia del settore pubblico che di
quello privato, riservano ai lavoratori con patologie gravi o invalidanti: è il
caso dell’indennità di malattia, del divieto di licenziamento, della
possibilità di assentarsi per sottoporsi a terapie salvavita e di richiedere
un’aspettativa non retribuita.
Agevolazioni
fiscali.
Dal
punto di vista fiscale, anche il riconoscimento di una disabilità grave
permette di godere di alcune agevolazioni come:
deduzione
dal reddito delle spese mediche generiche e per l’assistenza specifica;
detrazione
pari al 19% delle spese mediche specialistiche;
deduzione
dei contributi previdenziali versati per colf e badanti.
Queste
tutele rappresentano un aiuto concreto per chi soffre di una patologia
invalidante, che non solo compromette la salute ma, pregiudicando la capacità
di lavorare e rendendo necessari controlli e terapie frequenti, ha gravi
ripercussioni anche di natura economica sui malati.
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salute”, che offre una copertura in caso di invalidità permanente certificata
superiore al 25%.
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Le
domande più frequenti dei pazienti.
Quali
sono le patologie considerate invalidanti?
Sono
considerate invalidanti le malattie che provocano una riduzione permanente
della capacità lavorativa o dell’autonomia personale. La classificazione si
basa su tabelle ministeriali e sulle linee guida dell’INPS.
Chi
certifica una patologia invalidante?
Il
medico di medicina generale redige il certificato medico introduttivo
necessario per avviare la procedura. Il riconoscimento dell’invalidità civile
viene poi effettuato dalla Commissione Medica della ASL, integrata da un medico
dell’INPS, che valuta la documentazione clinica e l’esito della visita di
accertamento.
Qual è
la percentuale minima per ottenere l’invalidità civile?
L’invalidità
civile viene riconosciuta quando la riduzione permanente della capacità
lavorativa è pari almeno al 33%. Tuttavia, i benefici previsti variano in base
alla percentuale di invalidità attribuita: alcune agevolazioni sono
riconosciute solo a partire dal 46%, dal 50%, dal 66% o dal 74%.
Le
patologie invalidanti danno automaticamente diritto alla Legge 104?
No. Il
riconoscimento dell’invalidità civile e quello dello stato di handicap ai sensi
della Legge 104 sono due procedure distinte. Per ottenere le agevolazioni
previste dalla Legge 104 è necessario che venga accertata una situazione di
handicap grave che comporti una significativa limitazione dell’autonomia
personale.
In
Germania, le Ali Estreme
dello
Schieramento Politico
Meditano
una Svolta Epocale.
Conoscenzealconfine.it
– (4 Agosto 2026) - Daniele Lanza – Redazione – ci dice:
Per la
prima volta la prospettiva di un unico blocco anti occidentale unito.
Un
esempio per il resto d’Europa?
Veramente
degne di attenzione le notizie che giungono dall’arena politica della Germania
federale:
stando
alle ultime dichiarazioni, Sarah Wagenknecht – un tempo esponente della
formazione di sinistra radicale “Die Linke” – ha appena annunciato di essere
pronta ad un importante compromesso elettorale per affermare più facilmente le
proprie posizioni nel panorama politico nazionale.
Per la
precisione la Wagenknecht si dice disposta ad un apparentamento con il partito
AFD (Alternative far Deutschland), maggiore rappresentante della destra
radicale nella cultura tedesca dal secondo dopoguerra ad oggi.
Le
radici di questa convergenza tra estrema destra ed estrema sinistra – motivo di
perplessità per molti osservatori – vanno ricercate in una specifica analisi
del contesto politologico che riguarda l’intero continente europeo e il suo
rapporto con le due grandi tendenze di ordine filosofico che la riguardano:
l’atlantismo
tradizionale dal dopoguerra ad oggi, in opposizione ad un orientamento
“continentale”.
Le due
categorie metapolitiche appena citate sono alla base di ogni cosa:
l’atlantismo è naturalmente sinonimo di
occidentalismo, di pensiero liberale e capitalistico che vede come suo faro la
potenza d’oltreoceano assieme ai suoi alleati (in primo luogo l’anglosfera),
coesi attorno al concetto di ordine internazionale, affermatosi e sviluppatosi
dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale sino ad oggi.
Sull’altra
sponda invece abbiamo come contraltare l’identità continentale e il pensiero
sociale ad essa collegato che a loro volta possono essere ricondotte a forme
politiche affini all’eurasiatico.
L’esistenza
di quest’ultima è ragione di dibattito e preoccupazione in Europa – che dal
1945 in avanti è divenuta un’estensione atlantica – in particolare presso le
classi dirigenti la cui esistenza è direttamente legata al persistere del
sistema liberal-democratico di matrice occidentale:
l’emergere, l’affermarsi di tanto in tanto, di
forze e correnti divergenti dal dogma della democrazia liberale è strettamente
monitorato e controllato, ostacolato in ogni modo e possibilmente
criminalizzato in quanto non conforme con l’ordine costituito.
Ciò
che rende oltremodo complessa la questione è il fatto che la faglia di
divisione illustrata (Atlantismo ed Eurasia) è qualcosa che non combacia col
canonico continuum “destra/sinistra” cui si è abituati, bensì una spaccatura
ulteriore che vi si sovrappone, andando a creare frizioni e scissioni interne
alle suddette categorie.
Tradotto
in termini pratici significa che esistono formazioni di destra (radicale come
moderata) che propendono a favore dell’ordine atlantico:
fedeltà
all’alleanza e al suo ordine geopolitico ed ideologico di riferimento.
All’inverso,
esistono sempre nell’alveo della destra forze e formazioni e correnti che
virano in direzione alternativa, collocandosi quindi al di fuori del solco
tradizionale di sviluppo della politica europea dal 1945 ad oggi.
Il
medesimo schema delle cose è osservabile a sinistra, che vede quindi un
dualismo tra forze favorevoli al sistema occidentale e quelle che se ne
collocano al di fuori.
Per riformulare il tutto in maniera più
semplice, descrivendo le dinamiche di fondo della politica europea alla loro
essenza, occorre dire che oltre l’asse di divisione destra/sinistra – che
esiste da sempre – ne esiste anche un altro, non coincidente (ma altrettanto
importante) che incarna il contrasto tra occidente e chi lo oppone.
Quest’ultima
faglia di divisione è divenuta quantomai attuale in questi ultimi anni che
hanno visto il confronto tra occidente euro-americano e sue periferie più
orientali (verso Iran e Russia) deflagrare in conflitti che rischiano andare
fuori scala: i censori e gli organismi di controllo della comunità europea
operano un controllo molto attento nei confronti di tali forze, che – dal punto
di vista dell’ordine costituito – rappresentano una sfida, una violazione, una
sorta di sovversione che porta a catalogare suddette forze nell’alveo
dell’estremismo e della radicalità (qualsiasi forza politica che predichi un
allontanamento da Washington per guardare altrove, viene ipso facto bollata
come sovversiva e degna di attenzioni particolari a seconda del caso).
Ogni
singolo paese della comunità europea vede al suo interno il dualismo descritto,
ma chiaramente sono i paesi più importanti quelli che destano maggiori
preoccupazioni e quindi “attenzioni”.
La Germania – prima potenza del continente ed
erede di una cultura continentale a metà strada tra occidente ed oriente
europeo – è sicuramente un caso emblematico in questo senso: un paese del tutto
privo di un grande partito di destra sin dalla fine della guerra (per chiari
motivi) ha visto solo nel corso dell’ultimo quindicennio il formarsi di
qualcosa che possa definirsi tale (parliamo di “Alternative fur Deutschland”
naturalmente).
Le
mappe che illustrano i flussi elettorali hanno evidenziato da lungo tempo come
tanto AFD quanto la sinistra radicale mietano successi nei lander dell’ex
Germania orientale:
separati
per matrice, ma accomunati da uno spirito decisamente divergente rispetto a
quanto considerato accettabile per la politica dello stato tedesco
contemporaneo, ossia di opposizione alla guerra finanziata dall’asse
Washington/Bruxelles e orientata ad un accomodamento con Mosca, ad esempio (paradossalmente i partiti
considerati “radicali” o “estremisti” nel panorama partitico tedesco, sono
quelli che si mostrano più moderati nel proprio atteggiamento in politica
estera).
Seguono
posizioni analoghe per quanto riguarda l’identità nazionale e l’immigrazione:
in definitiva una contiguità di vedute e
geografica che ha portato ad un naturale avvicinamento l’AFD (in grande ascesa)
e frammenti di sinistra facenti capo alla Wagenknecht, la quale già da anni era
uscita dal proprio partito per costituire una sigla autonoma, imperniata sul
suo carisma politico.
Il
successo che avrà o meno questo esperimento non è la cosa più importante: al
contrario la cosa più rilevante è che per la prima volta due forze
apparentemente agli antipodi hanno trovato un punto di contatto nel nome di
un’ideale condiviso, spezzando la contrapposizione destra/sinistra entro la
quale viene incanalata tutta l’energia politica della società. Un piccolo
episodio le cui fortune elettorali sono in fondo dubbie (difficile che
l’apparentamento tra AFD e BSW – Bündnis Sahra Wagenknecht possa alterare di
molto il quadro regionale e meno che meno nazionale), ma che tuttavia
rappresenta un esempio unico: quello del tentativo di andare oltre la destra e
la sinistra.
Un
esempio che suscita immediata preoccupazione tra i guardiani dell’ordine
costituito europeo che per l’appunto cercano di incanalare lo scontro e la
contrapposizione su un piano che non riguardi la collocazione di fondo dei
paesi europei entro l’alveo atlantico, che non si azzardi nemmeno lontanamente
a metterne in discussione i pilastri.
Un
esempio lampante di tutto questo è la Francia:
altro grande paese europeo, laddove si è
veicolata la frizione e la collisione politica verso direzioni “non
problematiche”, puntando a fomentare la divisione canonica tra destra e
sinistra e ad impedire qualsiasi possibile punto di contatto tra queste due.
Il
sistema elettorale a doppio turno francese è paradigma di questo atteggiamento:
messo
in atto come provvedimento per “impedire l’affermarsi degli estremismi” è
divenuto de facto uno strumento formidabile per tenere separate le masse
popolari – mettere le une contro le altre – al fine di tenere così in vita
artificialmente un generico centro liberale (sotto la guida di Macron), che
sempre meno rappresenta la società francese.
Quanto
in Germania e in Francia si definisce “estremo” è in realtà soltanto
alternativo o divergente rispetto alla norma canonica che si vorrebbe imporre:
per questo si fa di tutto per prevenirne
l’affermazione elettorale e nella cultura generale.
Criminalizzazione
e tentativi di divisione sono divenuti la prassi dell’azione politica e quanti
più casi di cui si vedranno sinistra e destra “collimare” verso un ideale
comune, maggiori saranno tali reazioni:
il
paradosso in questo caso (nell’Europa di oggi) è che sono proprio le cosiddette
forze moderate quelle che ricercano gli obiettivi più estremisti come la
prosecuzione della maggiore guerra sul continente da 80 anni a questa parte o
un sistema socio-economico che porta a sempre maggiore povertà, divisioni
sociali e in generale processi di sostituzione etnica.
(Daniele
Lanza).
Fonte
originale: “Strategic Culture Foundation”.
(ariannaeditrice.it/articoli/italiano-in-germania-le-ali-estreme-dello-schieramento-politico-meditano-una-svolta-epocale).
Sinistra.
Il
massimalismo, malattia
infantile
della sinistra.
Rivistailmulino.it
- Paolo Pombeni – (17 marzo 2025) – Redazione – ci dice:
Né
aderire né sabotare: incapace di dettare una linea, il gruppo dirigente del
Partito democratico ha ripiegato sulla soluzione pilatesca dell’astensione.
Quello
che nel Pd è accaduto al Parlamento europeo per le votazioni sul Libro bianco
in materia di riarmo della Ue rientra nella storia, drammatica, della sinistra
europea, e in specie di quella italiana.
Non si tratta semplicemente di una spaccatura
per differenti giudizi in materia politica, bensì di una contrapposizione fra
l’eterna anima massimalista e quella politico-riformatrice.
Per
questo vale la pena di rifletterci.
Partiamo
da un dato di fatto:
per
quanto riguarda il Libro bianco sulla difesa europea non si trattava di
avallare o di discostarsi da un concreto e specifico piano di azione politica,
ma semplicemente di valutare se una linea di indirizzo, ancora piuttosto vaga e
suscettibile di molte declinazioni da specificare poi, rispondesse o meno a
quanto richiesto dalla svolta storica che si sta determinando.
Specifichiamo
subito:
sarebbe del tutto legittimo e comprensibile
negare, si spera con un ragionamento e un’analisi all’altezza del delicato
momento, che quella svolta sia in atto.
Nulla di questo è stato fatto, né si sono
viste personalità con lo spessore necessario per accreditare una lettura della
contingenza attuale diversa da quella che non solo è stata espressa dalla
presidente della Commissione von der Leyen, con un discorso complesso, ma che
risulta condivisa da molti sperimentati uomini di governo.
Alla
constatazione che si stia entrando in una fase di neo-imperialismi per cui
all’Europa è richiesto di attrezzarsi anche sul piano militare per non venirne
schiacciata, abbiamo visto contrapporsi o utopismi pacifisti neppure di buon
spessore o demagogie di basso conio che cercano consensi propagandando che le
spese per la difesa inevitabilmente distruggerebbero lo Stato sociale che a
fatica è stato costruito (e, diciamolo tra parentesi, i populisti hanno fatto
davvero poco per evitarne una decadenza causata dalla difesa di vecchi
privilegi).
In
questo quadro, il gruppo dirigente del Partito democratico ha provato a
chiedere ai suoi parlamentari europei di votare contro il Libro bianco, ma,
visto che non riusciva a trovare argomenti convincenti per ottenere su ciò un
ampio consenso, ha ripiegato sulla soluzione pilatesca di optare per
l’astensione.
Il gruppo si è sostanzialmente spaccato a
metà, a mio giudizio per fortuna, mostrando che una parte almeno mantiene
ancora una sana distanza dalla tabe del massimalismo (se poi chi si è adeguato
alla richiesta della segreteria lo abbia fatto per adesione a quella
prospettiva, o per calcolo politico di convenienze nella lotta interna al
partito, lo vedremo nei prossimi mesi).
Ciò
che qui interessa valutare è se la scelta propugnata dalla segretaria Schlein
rientri nella fattispecie del massimalismo, cioè di quel modo di fare politica
che ha spesso successo nell’animare gli spiriti di inquieta e irrazionale
contestazione.
Ciò
che qui interessa valutare è se la scelta propugnata dalla segretaria Elly
Schlein e dal suo” winner circe” rientri nella fattispecie del massimalismo,
cioè di quel modo di fare politica che ha spesso successo nell’animare gli
spiriti di inquieta e irrazionale contestazione che sempre esistono nelle fasi
critiche della storia:
un
modo di fare politica che poi porta in genere la sinistra al disastro privando
i sistemi politici in cui è inserita di una alternativa di progresso
contrapposta agli arroccamenti della conservazione (quando non ai rigurgiti del
reazionarismo becero).
Tuttavia
va anche notato che il comportamento della componente riformista del Pd non è
stato fino in fondo all’altezza della sfida in campo.
Anche
su questo fronte si sconta un retaggio della storia della sinistra:
il timore delle contrapposizioni interne, vuoi per
fedeltà a quella che una volta (molto, molto tempo fa) si definiva unità della
classe operaia e che adesso è ammantata più o meno come campo largo
progressista, vuoi per calcolo in un confronto col gruppo dirigente al potere
delle possibilità di vittoria giudicate scarse (secondo il mito della ferrea
legge delle oligarchie: anche questo un retaggio storico).
Faccio
questa riflessione avendo in mente quanto accadde al socialismo italiano nel
primo quindicennio del Novecento con le conseguenze a seguire.
Anche allora si ebbe un rigurgito di
massimalismo, guidato, guardate un po’, dal signor Benito Mussolini, che poi
non ebbe remore a spostare le sue battaglie su sponde opposte (perché il
massimalismo è un camaleonte che non sai mai come gestire).
Quando
si arrivò alla questione dell’entrata dell’Italia nella Prima guerra mondiale,
propugnata dai massimalismi delle destre con un governo che aveva abbandonato
la navigazione centrista del giolittismo, i socialisti furono travolti dalla
loro astratta fedeltà all’antimilitarismo e al pacifismo, ma, non potendo
opporsi al mainstream che dominava le classi dirigenti al potere e il loro
peculiare populismo, scelsero la via dell’ambiguità con la famosa parola
d’ordine: di fronte all’impegno dell’Italia nella guerra non si doveva “né
aderire, né sabotare”.
Così i
socialisti italiani, diversamente da quello che sarebbe accaduto per altri
partiti socialisti in Europa, si tagliarono fuori dal poter essere durante il
conflitto parte significativa delle classi dirigenti politiche, e nel
dopoguerra continuarono ad essere vittime del loro massimalismo finendo nelle
braccia, poco accoglienti, della Terza Internazionale, per aprire così di fatto la strada
dopo la tragedia del fascismo e della Seconda guerra mondiale alla cessione del
loro ruolo di guida del progressismo di sinistra alle ambiguità del Partito
comunista.
Lungi
da chi scrive l’idea che la storia si ripeta.
Sono convinto però che ci siano dei
“meccanismi”, se si vuole usare un termine più tecnico delle “regolarità”, che
sarebbe bene tenere a mente. Se così non fosse, studiare storia sarebbe tutto
sommato inutile.
Oggi
come allora è necessario non cedere a quelle ortodossie subdole costituite dal
presunto dovere di fedeltà agli slogan e ai pregiudizi che per più di una
generazione hanno modellato una certa comprensione della evoluzione politica
dagli anni Sessanta del secolo scorso in poi.
Il
moto che ha portato all’avvento al vertice del maggior partito della sinistra
italiana di un più o meno giovane gruppo dirigente contro un professionismo
politico di routine ha radice nella rivolta spontaneistica di una parte della
opinione pubblica “di sinistra” desiderosa di rispondere di petto a turbolenze
della storia cui si contrapponeva una abbastanza stanca gestione di quegli
eventi.
È un
fenomeno tipicamente massimalista:
l’insoddisfazione
generata dall’angoscia a fronte di un cambiamento radicale che si percepisce in
arrivo porta non a generare interpretazioni politiche e conseguenti proposte
razionali di riforma (necessariamente pazienti e gradualiste), ma a “scaricarsi
la coscienza” col gridare forte e chiaro la propria volontà di arrivare presto
a un mondo diverso: come non si sa, ma ci si accontenta di proiettare il
risultato auspicato come sicuramente possibile.
Ma di
fronte a questo clima e alla constatazione di gruppi dirigenti che si sono
adeguati ad esso, chi è consapevole dell’errore in cui si sta incorrendo deve
accettare la battaglia aperta e portarla fino in fondo.
Siamo
di fronte a qualcosa di molto complesso, che non può essere liquidato come un
puro ritorno dell’irrazionalismo pseudo profetico (una componente tragica della
storia dell’umanità)
Siamo
di fronte a qualcosa di molto complesso, che non può essere liquidato come un
puro ritorno dell’irrazionalismo pseudo profetico (una componente tragica della
storia dell’umanità), anche se questa componente è presente, eccome.
Si
tratta di una dimensione che coinvolge fenomeni di massa di destra come di
sinistra (usiamo categorie standard tanto per intenderci), che produce leader
populisti e demagogici (fattispecie distinte) di varia caratura, che attrae nel
suo gorgo intellettuali più o meno significativi sempre tentati dal ruolo di
mosche cocchiere.
Una
società e un sistema politico che non vogliano essere travolti da questa
insorgenza dovrebbero mettersi in grado di esprimere soggetti, singoli e
collettivi, capaci di elaborare razionalmente l’emergenza della transizione in
corso e di guidare le comunità a comprenderla e a gestirla in modo costruttivo.
Per chi vuole fare un serio “lavoro politico”
non c’è errore peggiore che giustificare la propria incapacità di uscire dagli
slogan e dai pregiudizi in cui si è formato con l’argomento del “così vuole la
nostra gente, il nostro popolo, la nostra comunità” (sostituisce l’infausto
grido di altri tempi: “Dio lo vuole”).
Almeno
chi ha un ruolo, per quanto modesto, di esercizio in pubblico della riflessione
razionale deve sentirsi in dovere di reagire a quanto sta succedendo.
Perché,
per usare le parole di Manzoni, non debba dire “sospirando io non c’era” quando
non la “santa vittrice bandiera” sarà da salutare, ma l’effetto infelice di una
mancata gestione responsabile di un passaggio epocale.
Forse
è eccessivo leggere quanto avvenuto nella vicenda del Pd al Parlamento europeo
in un contesto così impegnativo, ma credo di non sbagliarmi indicando la
serietà di un “incidente di precorso”:
in
definitiva la storia si condensa spesso in questi.
(Rivista
il Mulino 2026).
Interni.
"Disabilità?
La sinistra parla
molto, la destra agisce."
Ilgiornale.it
- Francesco Corridori – (13 gennaio 2023) - Redazione – ci dice:
L’ex
ministro della famiglia, Antonio Guidi, oggi senatore di FDL, parla a tutto
tondo del tema della disabilità.
"Disabilità?
La sinistra parla molto, la destra agisce."
“Non
voglio dare la patente di buono o cattivo a nessuno, ma semplicemente
verificare lo stato dell’arte sulla consapevolezza che i singoli parlamentari
hanno del tema della disabilità”.
Così l’ex ministro della famiglia, Antonio
Guidi, oggi senatore di FDL, spiega la sua idea, ora “work in progress”, di
verificare la conoscenza di base sulla disabilità di coloro che sono chiamati a
legiferare su un tema così delicato.
Perché
ha scelto di schierarsi con Fratelli d’Italia?
“Ho
aderito sin dall’inizio a FDL perché riconosco a Giorgia Meloni una certa
coerenza nel mettere al centro l’equità sociale e la disabilità al primo posto
del suo programma”.
Come
si spiega che la sinistra non abbia eletto neanche un parlamentare disabile?
“Le
grandi leggi nascono dai governi precedenti in cui la sinistra era assente. La
sinistra è molto brava a parlare, ma poco a concretizzare. Per la disabilità ha
fatto veramente poco.
Io faccio sempre l’esempio dell’uomo disperso
nel deserto.
La sinistra gli dà un bicchiere d’acqua per
sopravvivere e per condizionarlo, ma non un fiasco d’acqua per risolvere i
problemi.
La
destra parla meno e concretizza di più.
Ricordo che il primo disabile eletto è stato
Franco Piro col Psi.
Ha
fatto tanto per la disabilità, ma non è mai stato tenero con la sinistra
comunista. Anzi…”.
Ritiene
che il Ministero per la disabilità stia operando bene?
“Non è
la prima volta che la destra istituisce il Ministero della Disabilità ed è un
bene perché quando c’è un ministro gli si possono dare anche le colpe per le
inefficienze. È un punto di riferimento importante sia per chiedere sia per
proporre. È un segno di onestà e voglia di fare. È stata una scelta corretta e
coraggiosa”.
Quali
sono le iniziative che si dovrebbero adottare per i disabili?
“Esistono
già ottime leggi, forse uniche in Europa, ma poco applicate.
La
prima cosa è verificare l’applicazione reale delle leggi vigenti, affinché i
diritti delle persone con disabilità non restino diritti deboli.
Poi, servirebbe un aumento reale delle
pensioni di disabilità, stabilite con un metodo trasparente di verifica della
disabilità. Bisogna progettare un vero ‘dopo di noi’ e riconoscere i caregiver.
Ma non solo. È necessario aggiornare il
nomenclatore tariffario e stiamo già lavorando su questo”.
Il
"dopo di noi" concretamente è realizzabile?
“Va
fatta qualsiasi cosa per migliorare i momenti critici della vita di una
persona.
Progettualità,
attuazione e verifica sono le basi da cui si deve ripartire.
Credo
che la sfida fondamentale sia evitare che ciò che è 'dopo di noi' diventi un
incubo.
Per
fare questo, serve valorizzare, per quanto possibile, le strutture
socio-riabilitative territoriali e che evitino l'istituzionalizzazione.
Se
questa deve avvenire, deve avvenire tenendo conto di alcuni principi
fondamentali, ossia dichiarare di avere un reale contatto con le persone.
Infine,
prima di garantire il ‘dopo di noi’ va garantito il ‘con noi’, ossia si deve
pensare anche al presente”.
La
malattia e il suo rapporto
con il
potere.
Unictmagazine.unict.it
– (27 maggio 2024) – Carlotta Fortuna – Redazione – ci dice:
Continua
il terzo ciclo de “I Lunedì del classico”.
Nel
decimo incontro sono intervenuti i docenti Francesco Galassi, Luigi Invalso e
Orazio Licandro.
Che
peso ha la patologia nella vita politica ed è possibile strumentalizzarla a
proprio vantaggio?
Ci
forniscono una risposta gli antichi partendo dalla tradizione storiografica su
Giulio Cesare fino ai giorni nostri con un riferimento alle invettive che
Donald Trump rivolge ai suoi avversari politici, durante le campagne
elettorali.
Il
decadimento fisico e psichico, nelle sue diverse forme, ha avuto nel corso dei
secoli molteplici manifestazioni e valori simbolici:
ad esempio, nell’antica Roma, era considerato
uno stato che accomunava la sostanza umana con quella divina, in quanto mezzo
usato per definire i connotati di un potere “straordinario”, mentre nel
Trecento boccacciano viene visto come preludio di una morte devastante e
contagiosa.
Ai
giorni nostri, invece, in seguito alla pandemia da Covid-19 e con la propaganda
politica americana, acquisisce entrambe le definizioni.
Ciò ha
costituito il tema oggetto di discussione di speculazione tra i docenti
Francesco M. Galassi dell’Università di Lódz in Polonia insieme con Luigi
Invalso e Orazio Licandro dell’Università di Catania nel corso dell’incontro
dal titolo La malattia e il suo rapporto con il potere, da Giulio Cesare a
Donald Trump.
Il
seminario è stato inserito nell’ambito del terzo ciclo de I lunedì del
classico, al decimo appuntamento, promosso dai docenti Monica Centanni, Paolo
B. Cipolla, Giovanna R. Giardina, Orazio Licandro e Daniele Malfitana.
A
prendere la parola, in apertura dei lavori nell’Aula A2 del Monastero dei
Benedettini del Dipartimento di Scienze umanistiche, è stato il prof. Luigi
Invalso che ha offerto una prospettiva legata alla gestione delle pandemie da
parte dei governi, concentrandosi, in particolare, sulla trattazione
cinquecentesca di “Gian Filippo Ingrassia”, ed evidenziando come il ruolo del
medico sia stato determinante e influente nella politica.
«Medicina
e potere sono sempre state legate nell’ambito della gestione delle pandemie –
ha detto -.
Si
comincia a parlare di questo rapporto già a partire dalle trattazioni del XVI e
XVII secolo, ovvero quando le malattie che tendevano a diffondersi maggiormente
erano la peste, il vaiolo e la sifilide».
«Nello
specifico, la peste, nelle sue varie tipologie - bubbonica, setticemica,
polmonare primaria, cutanea - ha avuto un ruolo fondamentale per la
ridefinizione della quotidianità – ha aggiunto -.
Un
morbo già esistente in età antica descritto in tutti i manuali di medicina come
sintomatologia di un male sconosciuto, per molti arrecato agli uomini dalla
volontà divina».
«Nella
Firenze di Boccaccio, invece, si cercano delle giustificazioni più definite,
che spaziano oltre la fantasia, come
l’influenza degli astri, finché non si arriva alla formulazione della teoria
miasmatico-umorale, che si sviluppa a partire dall’umoralità di Ippocrate e
Galeno, secondo la quale le malattie infettive si originavano dalla diffusione
nell'aria dei cosiddetti miasmi, dai quali prendevano corpo delle particelle
velenose che entravano in contatto con l'uomo – ha proseguito il prof. Invalso
-.
Vi era
la credenza che il funzionamento del corpo fosse legato ad un equilibrio
stabilito tra parti, gli umori, ovvero di sangue, flegma, bile gialla e bile
nera: era proprio lo squilibrio, cioè l’accumulo di questi in diverse zone del
corpo che provocava le malattie».
Successivamente,
per spiegare lo sviluppo delle epidemie gli storici si sono basati sul
rovesciamento della fisica ippocratico-galenica, sulla consultazione di opere
classiche e sulle nuove scoperte scientifiche che definiscono una nuova
filologia anatomica.
«Basti
pensare che Ambrogio Traversar ha tradotto in latino la” Vita di Epicuro”,
Poggio Bracciolini ha riscoperto il” De rerum Natura di Lucrezio”, altri
studiosi hanno ripreso persino la teoria scolastica dei “Minima naturalità di
Aristotele”, divenuti oggetto di future speculazioni e rielaborazioni – ha
aggiunto -.
Importanti saranno le teorie settecentesche
che confluiscono sotto la denominazione di “crepuscolarismo” che mettono in
contatto l’atomismo greco con il meccanicismo moderno di pensatori come
Cartesio».
La
peste.
È
partendo da questo importante scienziato, “Cartesio”, che rivoluzionò la concezione
atomistica della realtà, attraverso l’introduzione di formule matematiche e
riflessioni scientifiche, che vengono elaborate nuove teorie che porteranno ad
una comprensione della realtà sempre più scientifica: per cui, sarà premura di
molti investigarne le cause, soprattutto quelle legate alle calamità naturali
come le epidemie.
Infatti,
già a partire dal XVI secolo gli atomi, definite particelle malate, diventano i
protagonisti di trasmissione, tramite il contatto, e diventano oggetto di
trattazione.
«Fondamentali
sono le testimonianze di Girolamo Fracastoro, autore di De contagione e
dell’allievo Gian Filippo Ingrassia, che compose Informazione del pestifero et
contagioso morbo – ha spiegato il prof. Invalso -.
L’opera
di Ingrassia è un trattato che fornisce la cronaca attenta e puntuale degli
eventi sanitari e sociopolitici del suo tempo, adducendo come esempio la
pestilenza di Palermo, e analizza la teoria in base alla quale le congiunzioni
astrali legittimano le pandemie -l’obiettivo era ricavare una causa occulta,
identificata con la volontà divina».
«Il
suo pensiero poggia le basi sul contrasto con le teorie di Ippocrate e di
Galeno, in quanto sostenevano che la vera causa della peste era la corruzione
dell'aria, la quale dovesse essere purificata con il fuoco, mentre il corpo
infetto con la triaca;
Ingrassia
arriva alla conclusione che la peste non sia sorta spontaneamente in città ma
che sia giunta da lontano e che a generare la patologia non è semplicemente
l'azione dell'agente infettivo, ma anche la predisposizione individuale», ha
proseguito.
«Al
tempo stesso fornisce consigli e disposizioni per prevenire il morbo – ha
aggiunto -.
Era
necessario da parte dell’autorità politica mettere in atto misure di isolamento
e di purificazione, attraverso tre mezzi come l'oro, la forca e il fuoco;
inoltre, era necessario imporre l’obbligo di denuncia, la chiusura di luoghi
pubblici e severe sanzioni ai non osservanti».
«Importante
interpretazione della eziopatogenesi della peste ci viene fornita dal pensiero
di “Giovan Alfonso Borelli”, che trae origine dalla speculazione sulle teorie
cartesiane:
gli
atomi sono ciò che costituisce ogni corpo e incessantemente entrano in contatto
tra loro, dando vita e spiegando fenomeni della natura, come il sorgere delle
malattie – ha spiegato il prof. Invalso -.
Rispetto a Cartesio, tuttavia, cambia la sua
prospettiva, per cui gli atomi non infettano secondo la propria qualità e
quella del soggetto, ovvero la predisposizione, ma per la loro quantità, cioè
per la dimensione».
In
chiusura il docente dell’ateneo catanese ha aggiunto che «riprendendo i temi
affrontanti da Ingrassia, si evince, come, attraverso un parallelismo con la
gestione della pandemia da Covid-19, sia stata instaurata una dittatura
sanitaria, che vede i medici al potere, come dei nuovi sovrani».
«I
sovrani, infatti, fanno ordinare l’organizzazione della società e delle pene
giudiziarie ai trasgressori, sfruttano l’epidemia come pretesto per ridisegnare
intere città», ha concluso il prof. Luigi Invalso.
A
seguire l’intervento del prof. Francesco M. Galassi che ha proposto una chiave
di lettura innovativa sul rapporto tra malattia e potere, nell’ambito della
lotta politica tra personaggi illustri, instaurando un legame tra medicina e
scienze umanistiche.
In
particolar modo ha analizzato come, in questo contesto, una cattiva condizione
psico-fisica possa essere strumentalizzata per ottenere un vantaggio
competitivo sull’avversario:
noto è
il caso di Giulio Cesare con la sua presunta epilessia, che è poco attestata
storicamente, ma che torna utile ai suoi successori, acquisendo così la
definizione di “malattia sacra”.
La
peste tra antichità e medioevo. (Foto di Carlotta Fortuna).
«Di
recente il mio lavoro e la mia curiosità intellettuale mi hanno condotto ad
approfondire una tematica abbastanza controversa:
la
patologia dei grandi uomini politici dell’antichità – ha racconta il prof.
Galassi -.
Ad
ispirarmi, in origine, è stato un famoso film del ’63, di Joseph L. Mankiewicz,
dal titolo “Cleopatra”.
In
particolare, c’è una scena che mi ha fatto riflettere:
quando,
ad un certo punto, Cesare si pone a fissare una statua dritta negli occhi e,
subito dopo, afferma di non percepire alcuna forma di espressività».
«Questa
considerazione è logicamente comprensibile, perché, effettivamente, i grandi
personaggi di rilievo ci sono giunti attraverso delle statue, incorruttibili e
senza difetti, quasi immortali – ha aggiunto -.
In
quanto medico e studioso, non potevo sottrarmi di fronte ad una tale sfida, per
cui ho cominciato a consultare numerosi testi, soprattutto opere classiche,
deposti sugli scaffali delle più prestigiose biblioteche d’Europa: ho persino
intrapreso un viaggio formativo verso Oxford».
«Emblematica è proprio la trattazione
della figura politica di Giulio Cesare – ha proseguito il prof. Galassi -.
In
alcune fonti è emerso che il fermo e controllato dittatore soffriva di
epilessia.
Tuttavia,
nella tradizione questa malattia non è diffusamente attestata e, nel suo caso,
non viene nemmeno descritta nel dettaglio.
Sono
pochi gli autori che ne fanno menzione, come Plutarco e Shakespeare.
Mentre
Svetonio al contrario sostiene che per buona parte della sua vita godette di
ottima salute, se nonché per due volte fu colpito dal morbo comiziale».
E
continuando il suo intervento, il prof. Galassi ha operato un’accurata
anamnesi. «Il morbo comiziale non è quasi nemmeno definibile come una
patologia, ma è piuttosto un “accadimento” che solitamente si verificava
durante la pubblica assemblea – ha detto -.
Il
soggetto, in preda all’emozione o alla stanchezza, sveniva e qualsiasi
provvedimento preso in quel momento veniva automaticamente sospeso perché si
riteneva che su questa interruzione avesse avuto una forte influenza la volontà
dei lumi».
«Diversa
è, invece, l’epilessia, patologia vera, che aveva un valore particolarmente
ambiguo – ha aggiunto -.
Si
pensava che chi ne fosse affetto, in genere, fosse stato maledetto dagli dèi e
per questo doveva essere allontanato dalla comunità.
Tuttavia,
nel momento in cui ad esserne affetto era un uomo politico, questo poteva
sfruttare tale condizione a suo vantaggio, cambiando, di fatto, la percezione
stessa della malattia:
nella
classe elevata la persona epilettica era tale perché vicina alla natura divina.
E lo si spiega anche perché viene istituito il
culto di Cesare, elevato a dio. Si eleva così la sua immagine che acquisisce
contorni eccezionali».
Ad
ogni modo, è incerta la patologia di cui soffriva Cesare, ma è attestato dalla
maggior parte delle fonti che non godeva di buona salute.
«Una
volta, ad esempio, prima di riunire l’assemblea, all’ingresso dei senatori,
Cesare non si alzò, in quel contesto alzarsi significava offrire un gesto di
saluto – spiega il prof. Galassi -.
Ciò appare insolito, per cui cominciano a
circolare tra i membri della classe al potere diverse interpretazioni sulle
possibili cause:
alcuni
ne individuarono una mancanza di rispetto volontaria, altri un legame con la
salute.
La
tradizione sul suo decadimento è alimentata dagli stessi aristocratici che
assistevano a scene del genere, ma anche dallo stesso Cesare, che ne faceva uso
per manipolare i suoi avversari politici».
«Tuttavia
l’uso della malattia nella propaganda politica non veniva utilizzata solamente
nel mondo antico: nel contesto dei giochi di potere attuale è rilevante il caso
di Donald Trump, che, durante la campagna elettorale del 2024 per la
designazione del prossimo presidente d’America, come nelle precedenti,
schernisce il suo avversario facendo leva su debolezze fisiche e mentali», ha
spiegato.
«Ad
esempio durante le elezioni del 2016 Trump ha deriso in televisione l’altra
candidata, Hilary Clinton, imitandola e facendo finta di non sapersi reggere in
piedi, come in preda ad un ictus – ha proseguito il prof. Galassi -.
Nelle
elezioni del 2020-2024, invece, ha puntato Biden per non essere stato capace di
scendere dal palco dei relatori e a chiusura del suo discorso ha aggiunto che
“non è adatto a ricoprire il ruolo”.
Il dubbio effettivo sulla salute di Joel Biden
è stato esposto anche dai giornalisti sotto forma di una domanda rivoltagli
durante un’intervista. In più occasioni hanno chiesto a Biden se ritiene di
essere in grado di governare di fronte a situazioni pericolose come la guerra
in Ucraina e la guerra Israelo-palestinese».
«L’intervistato
ha risposto contrattaccando che, nonostante la sua età, possiede più esperienza
di tutti gli altri – ha precisato il prof. Galassi -. In questo modo Biden
strumentalizza la calunnia a suo vantaggio. La malattia, dunque, non dev’essere
compresa esclusivamente ai fini di un’anamnesi medica, ma ha un impatto anche
storico-sociale e politico. Quando guardiamo ai grandi del passato non dobbiamo
vederli come statue di pietra, perché sono stati uomini in carne ed ossa, come
noi».
A fine
conferenza il prof. Orazio Licandro, nel riassumere i contenuti dell’incontro,
ha evidenziato che «tra malattia, potere, propaganda politica e religione
esiste un nesso inscindibile».
«Nel
caso di Cesare, la voce sul morbus comiziale gli conferiva un valore, una certa
importanza, al punto da considerare questo evento al pari di un auspicio – ha
aggiunto il docente dell’ateneo catanese -.
Al di là delle tante congetture sulla sua
salute, è probabile che Cesare strumentalizzasse la patologia di cui era
affetto, molti addirittura dicono che fosse di natura cerebrale.
Non a
caso si dice che proprio la natura di questa avesse avuto un ruolo determinante
nella scelta dei suoi assassini prima di morire.
Cesare,
giunto ad un momento della sua vita di amara consapevolezza sul suo destino,
avrebbe deciso di manipolare la sua stessa uccisione».
Ablazione
cardiaca: durata,
convalescenza
e rischi dell’intervento.
Privato.policlinicogemelli.it
– Attività Private – (5 – 08 – 2026) – Redazione – ci dice:
L’ablazione
cardiaca è un intervento chirurgico per il trattamento delle aritmie cardiache,
necessaria quando i sintomi dell'aritmia sono invalidanti e la terapia
farmacologica non è sufficiente.
Ablazione
cardiaca centri di eccellenza.
L’ablazione
cardiaca.
Studio
elettrofisiologico.
Ablazione.
Durata
dell'intervento.
La
convalescenza dopo un'ablazione cardiaca.
I
rischi di un'ablazione cardiaca.
Pittogramma
Gemelli.
L’ablazione
cardiaca, meglio conosciuta come ablazione transcatetere, è un intervento
chirurgico per il trattamento delle aritmie cardiache:
sia
quelle più semplici, come la tachicardia sopraventricolare;
sia
quelle più complesse, come la tachicardia ventricolare e la fibrillazione
atriale.
È un
intervento considerato moderatamente invasivo, in quanto si esegue con cateteri
che percorrono le vene o arterie femorali per raggiungere il cuore, qualche
volta la vena giugulare, per analizzare i segnali elettrici, capire dove nasce
l’aritmia ed eliminare il potenziale circuito elettrico alterato.
L’ablazione
cardiaca.
L’ablazione
cardiaca o transcatetere si rende necessaria quando i sintomi dell'aritmia sono
invalidanti e la terapia farmacologica non è sufficiente.
Talora,
per forme minori di tachicardia, l'ablazione è considerata la prima scelta
terapeutica, in quanto i farmaci sono validi solo per ridurre il numero degli
episodi ma non curano l’aritmia.
da
rientro nel nodo atrioventricolare;
da via
accessoria, sindrome di Wolff-Parkinson-White;
incessante
con riduzione della contrattilità cardiaca.
È
considerata di seconda linea quando i farmaci antiaritmici risultano inefficaci
o provocano effetti collaterali:
ablazione
cardiaca quando farla;
si
presenta il rischio di arresto cardiaco, ad esempio nella tachicardia
ventricolare;
le
crisi di fibrillazione atriale non sono tenute sotto controllo dalla terapia
farmacologica;
quando
le aritmie sono associate a scompenso cardiaco.
L’ablazione
cardiaca o transcatetere è un intervento che si effettua in regime di ricovero,
in cui più tubicini, i cateteri, vengono manovrati fino al cuore attraverso i
vasi femorali o quelli giugulari, per eliminare gli impulsi elettrici anomali
dell’organo in questione.
La
procedura in genere è ben tollerata, comunque il paziente, a seconda dei tipi
di ablazione, viene blandamente sedato e viene anestetizzata la zona d’accesso,
l'inguine o il collo in base alla scelta dello specialista.
Studio
elettrofisiologico.
Una
prima fase, chiamato studio elettrofisiologico, consiste nell’analisi del ritmo
degli impulsi elettrici che attraversano il cuore, concentrandosi nelle aree di
interesse correlate all’aritmia.
Ad
esempio nella fibrillazione atriale, lo studio si concentra sulla parte
sinistra del cuore, in atrio sinistro, lungo lo sbocco delle vene polmonari,
per comprendere la sede e le caratteristiche elettriche delle zone target.
Attraverso
delle vene vengono introdotte nel cuore alcune sonde molto morbide (in sostanza
degli speciali “fili elettrici”) che servono a sia a registrare l’attività
elettrica cardiaca che a stimolare il cuore attraverso impulsi elettrici
temporizzati.
Tutte
le aritmie cardiache possono essere valutate attraverso uno studio
elettrofisiologico.
Durante
l’esame gli operatori hanno il completo controllo della situazione e possono
rapidamente interrompere qualsiasi aritmia provocata che non viene tollerata
dal paziente.
Dopo
l’esame il paziente rimane a letto per alcune ore ed il ritmo cardiaco viene
costantemente sottoposto a monitoraggio attraverso uno speciale
elettrocardiografo (telemetria).
Ablazione.
Successivamente
si identifica la zona che causa l’anomalia e si procede con l’ablazione,
rendendo inattiva l’area creando una cicatrice attraverso il passaggio di
calore nel catetere.
Il
catetere in questione ha una conformazione particolare, in quanto utilizza un
sensore tracciante il segnale elettrico e alla sua estremità presenta una
termocoppia.
Si
utilizza la radiofrequenza che trasforma le onde radio in calore.
Entrambi
utili per bruciare l’area di interesse.
I
movimenti dei cateteri nel cuore si monitorano con sistemi radiologici e con
sistemi di mappaggio elettro-magnetico, detti elettro anatomici, che utilizzano
la tecnologia GPS per ricostruire la loro posizione nel cuore con una
precisione di circa 1 mm.
Durata
dell'intervento.
L’intervento
di ablazione ha una durata media compresa tra le 2 e le 5 ore, nelle forme più
complesse.
In
caso di complicazioni, l’intervento può avere una durata maggiore oppure può essere
interrotto immediatamente.
La
convalescenza dopo un'ablazione cardiaca;
ablazione
cardiaca convalescenza.
Dopo
l’intervento di ablazione cardiaca, il paziente può tornare a casa dopo circa
12/24 h dalla procedura.
Considerato
che sono eseguiti accessi nei vasi, è necessario un periodo variabile di
immobilità dopo la procedura, per evitare complicanze.
Alla
dimissione il paziente viene istruito sulle visite di follow up e sui tempi e
le modalità di ritorno ad una attività normale, che, in genere, avviene dopo
qualche giorno di riposo.
I
rischi di un'ablazione cardiaca.
L’ablazione
transcatetere si considera un’operazione moderatamente invasiva, visto
l’utilizzo dei cateteri e la distruzione della zona cardiaca interessata.
Vi
sono, per questo motivo, delle possibili complicazioni da considerare:
danneggiamenti
ai vasi, sede di accesso dei cateteri, in genere i più frequenti ed i più
semplici da risolvere;
danni
al cuore, qualora si sia creata una complicanza tecnica o legata all’anatomia
particolare riscontrata, rari;
danni
al sistema elettrico cardiaco, con una scala di gravità che può giungere fino
alla necessità di un pacemaker; condizione molto rara;
formazione
di coaguli o trombi, che si cerca di prevenire con la somministrazione di
farmaci anticoagulanti prima o durante l’intervento;
effetti
diretti su alcune parti del cuore, come ad esempio una cicatrice che restringe
le vene polmonari;
ictus
o arresto cardiaco, molto rari.
La
presenza di altri stati morbosi, come il diabete e le malattie renali,
precedenti ictus o infarti, possono esporre sensibilmente il paziente ai rischi
sopra elencati: per questo motivo prima dell’ablazione vengono effettuati tutti
gli esami del caso.
(L’ultima
verifica dell’articolo è stata fatta in data: 9 Luglio 2025).
Sinistra,
dopo la “malattia governista” è l’ora della cultura.
Primo-piano.info - Massimiliano Pana rari - Opinioni
d'autore – (10 dicembre 2022) – redazione- ci dice:
L’interrogativo
intorno alla sopravvivenza delle categorie “sinistra” e “destra” è importante.
Non si
tratta di un esercizio “di stile”, né di una forma di nostalgismo: illustri
studiosi tuttora si interrogano e argomentano in materia.
Ma la
risposta è necessariamente articolata, più sfumata di un puro e semplice sì o no.
Perché, nel frattempo, le percezioni
individuali (e di gruppo), le metamorfosi sociali e gli effetti della
comunicazione digitale hanno parzialmente annegato questa distinzione, una
delle manifestazioni per eccellenza della modernità.
Norberto
Bobbio aveva fornito una definizione esemplare di questa «distinzione politica»
nel suo Destra e sinistra (Donzelli, 1994):
era l’uguaglianza a valere come valore
discriminante, poiché quello della libertà era in qualche modo “condiviso” (o,
per meglio dire, sia in un campo che nell’altro esistevano tendenze libertarie
come autoritarie).
All’interno
del prezioso libro di Bobbio c’era però anche una “bomba a orologeria”
destinata a esplodere, che indusse infatti vari esponenti dell’intellighenzia
di sinistra post-comunista a criticare aspramente il grande filosofo
liberalsocialista (che, detto per inciso, non ebbe mai la minima indulgenza nei
confronti del berlusconismo):
l’idea che non fossero i contenuti di destra e
sinistra a qualificare di per sé stessi un comportamento come “cattivo” o
“buono”, ma il modo in cui vengono tradotti concretamente (e coerentemente) nel
corso del tempo tramite le azioni.
Una considerazione risultata via via sempre
più confermata dalla realtà, che ha visto anche la “migrazione” di varie idee
da sinistra a destra (e, un po’ meno, anche viceversa).
Il “mercato delle idee”, naturalmente, è
salutare, e la contaminazione in una democrazia liberale dovrebbe identificare
– superando la rigidità delle ortodossie – un aspetto positivo;
in termini elettorali, tuttavia, questo
processo di trasmigrazione si è sostanzialmente tradotto in una spoliazione (e
in una rinuncia) della sinistra a stare all’interno della battaglia delle idee
con un patrimonio culturale (e di culture politiche storiche) adeguato.
E, più
in generale, con un disinteresse crescente nei confronti del ruolo fondamentale
della cultura nella costruzione di una società di cittadini coscienziosi e
titolari, al medesimo tempo, di diritti e doveri (e non solamente di
un’aspirazione infinita e perennemente insoddisfatta a rivendicare i primi).
A
partire dalla “svolta post-moderna” di inizio anni Ottanta, la dicotomia
destra-sinistra va sostanzialmente considerata come una “frattura politica” (in
inglese cleavage) tra le altre, non più alla stregua di quella fondamentale che
definisce tutte le altre.
La
politica dell’età contemporanea in Europa si è infatti organizzata, come noto,
intorno ad alcune fratture sociali.
Quelle da cui sono scaturiti i partiti che
hanno strutturato i sistemi politici per come li abbiamo conosciuti, tra alti e
bassi, sostanzialmente fino agli ultimi anni.
Con la
teoria dei cleavage, nella seconda metà degli anni Sessanta gli scienziati
politici Stein Roatan e Seymour Martin Lippe hanno spiegato la genesi e lo
sviluppo delle formazioni partitiche, incrociando due dimensioni in base
all’asse del conflitto politico (territoriale o funzionale) e alla rivoluzione
(nazionale e industriale) da cui hanno preso origine le fratture centro-periferia,
Stato-Chiesa, città-campagna e capitale-lavoro.
Ed è
stato appunto nel loro alveo che la «rivoluzione organizzativa» della sinistra
e del movimento operaio aveva trovato compimento.
Da
tempo si stanno però facendo largo alcune nuove fratture, che hanno sconvolto e
tagliato in maniera trasversale la dicotomia sinistra-destra.
Sono cleavage
generate dalla fine delle ideologie otto-novecentesche e dal clima d’opinione
instaurato dal post-modernismo, che inoltre risentono fortemente degli effetti
prodotti sul corpo sociale dalla Grande crisi finanziaria del 2008-2011.
Come quella tra sovranisti ed europeisti che,
secondo il politologo “Sergio Fabbrini”, identifica precisamente il nuovo
cleavage fondamentale che ha ridefinito la politica continentale.
In
questi primi decenni del Duemila è poi arrivata la frattura tra partiti di
sistema (o di establishment) e partiti anti-sistema (o anti-establishment) a
dissestare in maniera durissima il paesaggio dei sistemi politici
liberaldemocratici.
Una
frattura tramutatasi in una strettoia nella quale i partiti progressisti si
sono infilati con una valutazione imprecisa dei termini della questione (oltre
che delle implicazioni assai sfavorevoli sotto il profilo del consenso
elettorale), finendo per venire in buona parte assimilati a forze di
establishment – anche con alcune ragioni fondate, come la loro adesione ad
un’idea di responsabilità che in vari momenti è risultata fondamentale per
garantire la tenuta istituzionale, ma che ha finito per scivolare via via verso
la “malattia del governismo”.
La
sinistra paga così un ulteriore pedaggio all’appuntamento mancato con la svolta
imposta dalla post-modernità, come mostrano da molto tempo anche le difficoltà
nella comunicazione, esito prima della profonda (e radicata) diffidenza
rispetto all’essenza stessa del comunicare e, più di recente, nei riguardi
delle innovazioni comunicative.
E pure
con l’effetto parossistico di inseguire avversari e competitor sul loro
“terreno di gioco politico” preferito (quello dove sono ovviamente più forti).
L’Italia,
nazione tutto sommato di recente costituzione, in larghi settori della cultura
e della popolazione ha sempre nutrito un rapporto problematico con quella
cultura politica liberale (e post-illuministica) che identifica una delle
bandiere della modernità europea.
E che
ha rappresentato la concezione mainstream e “di sistema” di molti ordinamenti
politici e sociali dell’Occidente, mentre qui risultava appunto maggiormente
fragile e malferma, tanto più alla luce del suo repentino passaggio, per tanti
versi senza soluzione di continuità, dalla pre-modernità al post-moderno.
Oggi,
in questo nostro Paese laboratorio e fucina dei populismi, si può dire che il
mainstream coincida con il ventaglio delle culture politiche neopopuliste che,
dopo una serie di governi tecnici, fanno perno sulla rivendicazione
dell’investitura popolare (la quale, però, fondamento del modello democratico,
non è certo una loro esclusiva).
Come pensano, difatti, anche alcuni nostrani
“Richelieu” della sinistra, convinti che il Pd debba necessariamente – come
hanno già proposto a più riprese, smentiti dai fatti – contaminarsi con quello
che il Movimento 5 Stelle rappresenta.
La sinistra, invece, ha bisogno di tornare a
sviluppare istanze e programmi, a costruire organizzazioni e partiti che siano
popolari, non populisti.
E
questo passa per una rimessa a punto della propria cultura politica, che sappia
rimettere al centro anche il valore civile ed emancipante per le persone della
cultura (come già era avvenuto in altre stagioni storiche).
(Massimiliano Pana rari è Professore associato di
Sociologia della comunicazione all’Università Mercatorum di Roma, docente a
contratto di Comunicazione politica all’Università Luiss di Roma.)
PMI:
la burocrazia costa 80 miliardi.
In UE
siamo i peggiori.
Servicematica.com
– (19 maggio 2025) – Economia – Redazione – ci dice:
È un
fardello insopportabile che “schiaccia” soprattutto le microimprese, costrette
a destreggiarsi tra moduli da compilare, documenti da produrre, timbri da
apporre e file interminabili agli sportelli pubblici solo per ottenere una
semplice informazione.
Questi
disagi tratteggiano quotidianamente la vita di tantissimi imprenditori e a
denunciarli ci ha pensato l’Ufficio studi della CGIA.
La
burocrazia rappresenta un vero e proprio nemico invisibile che pesa
ingiustamente sul sistema delle nostre Pmi, drenando almeno 80 miliardi di euro
all’anno.
È un fardello insopportabile che “schiaccia”
soprattutto le microimprese, costrette a destreggiarsi tra moduli da compilare,
documenti da produrre, timbri da apporre e file interminabili agli sportelli
pubblici solo per ottenere una semplice informazione.
Questi
disagi tratteggiano quotidianamente la vita di tantissimi imprenditori e a
denunciarli ci ha pensato l’Ufficio studi della CGIA.
Nonostante
qualche timido passo in avanti fatto negli ultimi anni, la complessità delle
norme e, spesso, l’impossibilità pratica di applicarle rappresentano un
“dramma” insopportabile.
Senza
contare che i tempi medi per il rilascio di permessi e autorizzazioni da parte
della nostra Pubblica Amministrazione (PA) restano tra i più elevati d’Europa;
uno score da non andare particolarmente fieri
e riconducibile, in particolare, a un livello di digitalizzazione dei servizi
pubblici ancora troppo basso.
Di
conseguenza, a pagare il conto sono le aziende:
che
sottraggono tempo prezioso e risorse economiche fondamentali alla loro attività
produttiva.
Sia
chiaro: fare di tutta l’erba un fascio è sempre sbagliato.
Nessuno, men che meno la CGIA, può
disconoscere che anche la nostra PA presenta delle punte di eccellenza che ci
sono invidiate in tutto il mondo;
pensiamo
alla sanità, alla ricerca, all’università e alla sicurezza. Purtroppo, la
macchina dello Stato nel suo complesso funziona mediamente con difficoltà,
soprattutto in molte regioni del Mezzogiorno, dove l’inefficienza costituisce
un tratto caratteristico di queste realtà pubbliche.
Non
solo.
A
preoccupare cittadini e imprese sono i tempi di risposta e i costi della
burocrazia che sono diventati una patologia non più sopportabile. Avremmo
bisogno di un servizio pubblico efficiente ed economicamente vantaggioso,
invece, ci ritroviamo con una macchina pubblica “scassata” che fatica a tenere
il passo con i cambiamenti epocali in atto.
È
previsto un taglio di 30.700 norme.
Sappiamo
tutti che soluzioni miracolistiche non ce ne sono, tuttavia la semplificazione
del quadro normativo sembra essere una delle operazioni più auspicabili da
perseguire per alleggerire il peso della burocrazia normativa.
E finalmente qualche segnale importante sta
giungendo dall’azione politica della maggioranza.
All’inizio dello scorso mese di aprile è stato
approvato un disegno di legge del governo che prevede l’abrogazione di oltre
30.700 norme emanate tra il 1861 e il 1946.
Una volta approvata definitivamente, questa
misura ridurrà del 28 per cento lo stock delle norme vigenti.
Speriamo che i tempi di approvazione siano
ragionevolmente brevi.
In Ue
siamo tra i peggiori.
Anche
dal confronto con gli altri Paesi, emerge che la nostra PA sconta dei
differenziali di inefficienza molto preoccupanti.
Secondo una recente indagine condotta dalla
Banca Europea degli Investimenti (BEI), il 90 per cento delle imprese italiane
ha dichiarato di avere del personale impiegato per adempiere agli obblighi
normativi.
Tra i
paesi big dell’Unione, nessun altro ha registrato un risultato peggiore.
Se in
Francia il dato si è attestato all’87 per cento, in Germania è sceso all’ 84 e
in Spagna all’ 82.
La
media UE, invece, si è stabilizzata all’86 per cento.
Tuttavia,
la cosa più preoccupante che emerge da questa indagine è riconducibile al fatto
che in Italia il 24 per cento degli imprenditori intervistati ha dichiarato che
impiegano oltre il 10 per cento del proprio personale per espletare tutte le
formalità richieste dalla legge, dato che scende al 14 per cento sia in Francia
sia in Spagna e all’11 per cento in Germania.
La
media UE, invece, è pari al 17 per cento.
Situazione
drammatica tra gli Enti locali del Sud.
Secondo
la periodica indagine condotta nel 2024 dall’Università di Göteborg sulla
qualità istituzionale delle Pubbliche Amministrazioni presenti nelle 210
regioni dell’Unione Europea, i risultati delle realtà territoriali italiane
sono state molto modeste.
La
CGIA segnala che la prima regione d’Italia è il Friuli Venezia Giulia che si
colloca al 63 posto a livello europeo.
Seguono
la provincia Autonoma di Trento (81°), la Liguria (95°) e la Provincia Autonoma
di Bolzano (96°).
Male
le regioni del Sud: Puglia al 195° posto, Calabria al 197°, il Molise al 207° e
la Sicilia al 208° si collocano proprio in coda alla classifica generale.
In UE, infine, la regione più efficiente è la
finlandese Alan; maglia nera, invece, è la realtà bulgara di Severo-zapaden.
L’Unione
Europea non
riesce
a semplificarsi.
Ilpost.it
– (6 dicembre 2025) – Konrad – Redazione -ci dice:
Nel
tentativo di ridurre la sua burocrazia sta complicando ancora di più le cose.
La
presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen parla al Parlamento
Europeo a novembre del 2025.
Da
settimane l’Unione Europea è bloccata su una discussione molto europea, ossia
come diminuire l’enorme mole di pratiche burocratiche e norme che le aziende
devono rispettare, e che secondo vari esperti sono una delle principali ragioni
per cui l’economia europea è sostanzialmente in stallo.
Semplificando
un po’ il dibattito, la presidente della Commissione Europea Ursula von der
Leyen e i singoli stati membri si stanno scontrando con il Parlamento Europeo
(e specialmente con i gruppi di sinistra e centrosinistra, come i Verdi e i
Socialisti e Democratici), perché non sta seguendo le loro indicazioni in
materia di semplificazione.
Si è
lamentato persino il cancelliere tedesco Friedrich Merz, a capo di uno stato
noto per la sua abbondante e complicata burocrazia. Dall’altra parte, molti
eurodeputati sostengono che questa semplificazione sia stata progettata in modo
disordinato e irresponsabile, e che nel lungo periodo l’Unione Europea ci
rimetterà.
Tra il
2019 e il 2024 l’Unione ha prodotto quasi 14mila atti giuridici.
Si stima che ogni anno le aziende europee
spendano 150 miliardi di euro in costi amministrativi:
molte
si lamentano di dover dedicare troppo tempo e risorse alla compilazione di
moduli che testimonino la loro aderenza ai regolamenti sulla filiera produttiva
o sul rispetto dei diritti umani e delle pratiche ambientali, che tra l’altro
cambiano rapidamente.
Per
questo quando è stata rieletta presidente della Commissione Europea, a luglio
del 2024, von der Leyen aveva promesso che avrebbe snellito questi processi.
Come
segnale di impegno in questo senso aveva cambiato il nome del commissario
europeo per l’Economia in commissario per l’Economia, Produttività, Attuazione
e Semplificazione:
il ruolo è stato assegnato al politico lettone
“Valdis Dombrovskis”, che in passato era già stato commissario in ambito
economico.
Dombrovskis
ha sostenuto che l’Unione debba mantenere «i suoi elevati standard ambientali e
sociali», ma anche che negli ultimi anni le norme europee abbiano gravato in
modo eccessivo sulle imprese, colpendo in particolare quelle più piccole.
A
febbraio la Commissione aveva presentato, in accordo con gli stati membri,
diversi progetti di leggi cosiddette “omnibus”, ossia che eliminano, accorpano
o semplificano una lunga serie di norme diverse sullo stesso tema, con
l’obiettivo di snellire i processi burocratici un po’ in tutti gli ambiti.
Nella
pratica però a risentirne più di tutti sarebbe stato quello della sostenibilità
ambientale:
fra le
norme che più venivano soppresse o modificate c’erano quelle istituite
attraverso il “Green Deal europeo”, l’ambizioso insieme di leggi sul clima
simbolo del primo mandato di von der Leyen (2019-2024).
Lo
stesso” Green Deal “nell’ultimo anno è stato ripensato e annacquato per via
delle pressioni che hanno esercitato sulla Commissione sia i gruppi politici di
estrema destra sia il Partito Popolare Europeo, il principale gruppo di
centrodestra, di cui fa parte anche von der Leyen.
Come
detto, questo ha provocato molte critiche da parte degli eurodeputati più
progressisti che, pur riconoscendo la necessità di una semplificazione delle
pratiche burocratiche, hanno accusato von der Leyen di rinnegare gli obiettivi
che si era data durante il suo primo mandato per accontentare la destra e le
imprese.
L’hanno accusata anche di star attuando una
deregolamentazione che assomiglia a quella adottata negli Stati Uniti da Donald
Trump, e di mettere fretta al Parlamento Europeo per approvare queste leggi
solo per evitare che gli eurodeputati si concentrino troppo sul contenuto.
Questa
è stata anche l’impressione della Mediatrice europea Teresa Andino, che
esercita un controllo amministrativo (non esecutivo) sull’Unione.
Dopo tre segnalazioni provenienti dalla
società civile, la scorsa settimana Andino ha riscontrato che c’era stata «una
serie di carenze procedurali» che costituivano «un caso di cattiva
amministrazione» nel modo in cui la Commissione aveva preparato le proposte di
legge “omnibus”.
Secondo
Andino, i settori che ne avevano risentito di più erano stati quelli dei
finanziamenti agricoli, della migrazione e della trasparenza della catena di
approvvigionamento dei materiali.
Giovedì
questa opinione è stata sostenuta anche da un membro interno della Commissione
Europea:
la
vicepresidente “Teresa Ribera” ha detto di avere la sensazione che in molti
casi «non si tratti di semplificazione, ma di [una] combinazione disordinata di
cose che finiscono nell’incertezza», e che quello che sta avvenendo fra la
Commissione, il Parlamento e i governi degli stati membri sia «un terribile
spettacolo politico».
Pericolosi
doppi standard: come la Commissione europea sta fallendo sul mercato interno e
sulla burocrazia.
Xpert.digital.it
– (7 aprile 2026) - Konrad Wolkenstein - Brand Ambassador – Redazione – ci
dice:
Pericolosi
doppi standard: come la Commissione europea sta fallendo sul mercato interno e
sulla burocrazia.
Belle
parole, cifre amare: ecco come la Commissione europea promette di ridurre la
burocrazia producendo al contempo una quantità record di regolamenti:
1.456
nuove leggi: perché il mercato unico sta sprofondando nel caos burocratico
dell'UE.
Draghi
lancia l'allarme: la burocrazia dell'UE sta distruggendo il mercato unico
europeo?
L'Unione
Europea è intrappolata in un pericoloso paradosso. Mentre la presidente della
Commissione europea Ursula von der Leyen dichiara che la semplificazione
burocratica è la sua massima priorità e punta a rafforzare il mercato unico
europeo, le autorità di Bruxelles stanno contemporaneamente emanando un numero
record di nuove normative.
Solo nel 2025 sono stati adottati quasi 1.500 nuovi
atti legislativi: una contraddizione fatale che minaccia sempre più la
competitività dell'Europa a livello globale.
Esperti
di alto profilo come Mario Draghi ed Enrico Letta lanciano da tempo l'allarme:
se l'UE non riuscirà a colmare l'enorme
divario tra ambizione politica e realtà amministrativa, il progetto economico
più ambizioso del continente rischia di soffocare sotto il peso del suo stesso
zelo regolamentare.
Questo
libro offre uno sguardo senza compromessi sulla strategia "omnibus"
di Bruxelles, sui problemi strutturali irrisolti e sul vero bilancio della
politica europea di deregolamentazione.
Il
doppio standard di Bruxelles: promesse di riforma contro la realtà normativa.
L'Unione
europea si trova in una situazione paradossale:
mai prima d'ora si era assistito a un
dibattito pubblico di così alto profilo a Bruxelles sulla riduzione della
burocrazia, e mai prima d'ora erano state emanate così tante nuove normative.
La presidente della Commissione Ursula von der
Leyen ha fatto della semplificazione e della competitività il tema centrale del
suo secondo mandato.
Tuttavia,
la realtà, misurata da dati affidabili e da rapporti di audit indipendenti,
dipinge un quadro più preoccupante:
esiste un divario tra l'ambizione politica e
la realtà amministrativa, che sta diventando sempre più un onere strategico per
l'economia europea.
Premessa:
perché l'Europa deve agire con urgenza.
Il
problema della competitività strutturale dell'Europa non è nuovo, ma si è
aggravato drasticamente negli ultimi anni.
Il mercato unico, il progetto di integrazione più
ambizioso della storia europea, comprende 450 milioni di consumatori, circa 26
milioni di imprese e un prodotto interno lordo complessivo di 17 trilioni di
euro.
Dalla
sua nascita, ha creato oltre 3,6 milioni di posti di lavoro e generato
significativi benefici in termini di prosperità, secondo la Commissione.
Tuttavia,
negli ultimi anni, sono emerse inequivocabili crepe nelle fondamenta di questo
progetto.
Nel
settembre 2024, l'ex presidente della BCE Mario Draghi presentò un rapporto
sulla competitività europea, i cui risultati erano allarmanti:
per
rimanere competitiva a livello globale con Stati Uniti e Cina, l'UE avrebbe
dovuto investire almeno 800 miliardi di euro in più all'anno.
Un
anno dopo la pubblicazione del rapporto, la frustrazione tra imprese e
cittadini per la mancanza di interventi concreti crebbe notevolmente.
Nel
settembre 2025, lo stesso Draghi dipinse nuovamente un quadro fosco per
l'economia dell'UE e sollecitò un'azione rapida.
Parallelamente,
nell'aprile del 2024 l'ex Primo Ministro Enrico Letta ha presentato un rapporto
ampiamente discusso sul futuro del mercato unico dell'UE.
In
esso, ha auspicato una nuova quinta libertà – accanto a quelle per beni,
servizi, capitali e persone – per la ricerca, l'innovazione e la conoscenza,
nonché il completamento sostanziale dell'Unione dei mercati dei capitali.
I dati presentati da Letta illustrano la
portata del problema:
gli
scambi intracomunitari di beni in percentuale del PIL sono scesi dal 23,5% del
2023 a solo il 22% del 2024.
Gli
scambi transfrontalieri di servizi all'interno dell'UE ammontano a un modesto
7,9% del PIL – una cifra irrisoria se si considera il suo effettivo potenziale.
Nel
2024, il volume totale degli scambi intracomunitari è sceso a 4.025 miliardi di
euro, con un calo del 2,2% rispetto all'anno precedente.
Questi
dati segnalano non solo una recessione economica, ma anche un'erosione
strutturale dell'integrazione del mercato unico.
Allo
stesso tempo, aumenta il numero di procedimenti d'infrazione contro gli Stati
membri che non attuano correttamente le norme del mercato unico dell'UE.
Il risultato è inequivocabile: il mercato
unico non funziona come dovrebbe.
Missione
“Competitività” (Rapporto Draghi).
Da
quando Mario Draghi, ex presidente della BCE e primo ministro italiano, ha
presentato nel settembre 2024 il suo rapporto di circa 400 pagine sul futuro
della competitività europea, su commissione della presidente della Commissione
europea Ursula von der Leyen, si è dedicato quasi costantemente a difenderlo e
a spiegarlo.
In qualità di alto consigliere dell'Unione
europea, partecipa ai vertici europei, interviene al Parlamento europeo e
incontra capi di Stato e di governo, nonché rappresentanti dell'industria.
Il suo obiettivo principale al momento è
convincere gli Stati membri dell'UE ad attuare concretamente le sue richieste
radicali (come investimenti annuali per 800 miliardi di euro e l'emissione di
debito comune dell'UE) e non lasciarle semplicemente a prendere polvere su uno
scaffale.
Consigliere
di alto rango e “voce di avvertimento.”
Attualmente
Draghi funge da una sorta di capo economista e stratega geopolitico non
ufficiale per l'Unione Europea.
In particolare dopo l'elezione di Donald Trump
a presidente degli Stati Uniti e alla luce della minaccia economica
rappresentata dalla Cina, la sua competenza è molto richiesta a Bruxelles e
nelle altre capitali europee.
Egli avverte instancabilmente che l'Europa scivolerà
in una "lenta agonia" (un declino graduale) se non investirà
immediatamente e massicciamente in difesa, tecnologia e mercato unico.
Apparizioni
in ambito accademico e nella società civile.
Oltre
a fornire consulenza politica diretta, Draghi tiene regolarmente discorsi di
alto profilo (ad esempio, presso think tank, università o forum come quello di
Davos).
Sfrutta queste apparizioni pubbliche per esercitare
pressioni sulla politica nazionale europea, in particolare su paesi come la
Germania, scettici riguardo al nuovo debito dell'UE.
Mario
Draghi è attualmente una sorta di statista di lungo corso e il principale
analista di politica economica europea.
Sebbene non abbia più potere decisionale, la
sua immensa autorità e i suoi rapporti inflessibili definiscono l'agenda per la
legislazione europea attuale e futura.
Il
quadro strategico di Von der Leyen: la bussola per la competitività.
All'inizio
del suo secondo mandato, Ursula von der Leyen ha risposto a questa
constatazione con un nuovo quadro strategico.
Il 29
gennaio 2025, la Commissione ha presentato la cosiddetta Bussola della
competitività, un documento strategico che definisce le priorità di politica
economica della Commissione per la legislatura 2024-2029.
Il
documento si basa esplicitamente sulle analisi dei rapporti Draghi e Letta e
individua tre priorità generali:
colmare
il divario in materia di innovazione con gli Stati Uniti, completare il mercato
unico e rafforzare la sicurezza e la resilienza economica.
La
bussola è precisa nella sua diagnosi e ambiziosa nei suoi obiettivi.
Riconosce esplicitamente che l'eccessiva
regolamentazione, la frammentazione dei mercati e la mancanza di scalabilità
delle imprese europee sono i problemi principali.
Si
pone l'obiettivo di ridurre gli oneri amministrativi per le imprese di almeno
il 25% entro il 2030, e addirittura del 35% per le piccole e medie imprese
(PMI).
Sulla
carta, sembra un vero e proprio cambio di rotta. La domanda è se a queste
parole seguiranno i fatti.
Lo
strumento Omnibus: ridurre la burocrazia nella pratica
Lo
strumento operativo più importante per ridurre la burocrazia è la cosiddetta
strategia omnibus.
In
base a questa strategia, la Commissione accorpa le modifiche a diversi atti
giuridici esistenti in un unico pacchetto legislativo per eliminare le
incongruenze, ridurre gli obblighi di rendicontazione e contenere i costi di
attuazione.
Solo
nel 2025 sono stati presentati dieci pacchetti omnibus di questo tipo.
Il
pacchetto Omnibus I: l'esempio più noto.
Il
pacchetto omnibus più rilevante dal punto di vista politico per il 2025
riguarda la rendicontazione di sostenibilità.
Proposto
dalla Commissione nel febbraio 2025, include modifiche di vasta portata a
quattro direttive:
la
Direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità aziendale (CSRD), la Direttiva
sulla dovuta diligenza in materia di sostenibilità aziendale (CSDDD), il
Regolamento UE sulla tassonomia e il Regolamento UE sulla deforestazione (EUDR).
La
riforma principale della CSRD è spettacolare:
l'obbligo
di rendicontazione si applicherà d'ora in poi solo alle imprese con più di
1.000 dipendenti e un fatturato superiore a 450 milioni di euro.
Ciò
esenterà dall'obbligo circa l'80-90% delle imprese originariamente soggette
alla direttiva.
Nel
dicembre 2025, il Parlamento europeo e il Consiglio hanno raggiunto un accordo
provvisorio su questo pacchetto durante i negoziati trilaterali.
La
Commissione stima che i risparmi derivanti dai pacchetti omnibus si aggirino
intorno agli 11,9 miliardi di euro per le imprese.
Altre
fonti citano cifre fino a 37,5 miliardi di euro entro il 2029. All'inizio del
2026, i pacchetti omnibus II e III erano già entrati in vigore, mentre i
pacchetti dal IV al VI erano in fase di esame rispettivamente presso il
Consiglio e il Parlamento, e i pacchetti dal VII al X erano ancora in fase di
valutazione da parte di entrambe le istituzioni.
Ulteriori
pacchetti nei settori dell'energia, della tassazione e dei diritti dei
cittadini sono previsti per il 2026.
Debolezze
metodologiche e critiche politiche all'approccio omnibus.
Il
metodo omnibus non è esente da controversie.
La
rivista specializzata del Bundestag, "Das Parlament", ha già
formulato critiche fondamentali a questo approccio:
collegare
ambiti normativi completamente diversi in un unico pacchetto legislativo rende
più difficile il controllo parlamentare e incoraggia accordi politici
marginali.
Unire
diritto ambientale, diritto commerciale, diritto finanziario e diritto sociale
in un unico pacchetto di votazione non è conforme ai principi di una
legislazione trasparente e coerente.
Inoltre,
non mancano le critiche da parte della società civile e delle organizzazioni
ambientaliste:
il
pacchetto Omnibus I sulla rendicontazione della sostenibilità è visto come uno
smantellamento di fatto del Green Deal.
La
drastica riduzione della portata della CSRD (Convenzione sui rischi climatici e
la sostenibilità) significa che le catene di approvvigionamento e i rischi
climatici per la stragrande maggioranza dell'economia europea non saranno più
sistematicamente registrati e divulgati.
L'Istituto
tedesco per lo sviluppo ha esplicitamente avvertito:
la
riduzione della burocrazia non deve avvenire a scapito delle politiche
climatiche.
Resta
uno dei punti centrali di controversia per il 2025 se la Commissione stia
effettivamente perseguendo una semplificazione significativa o se stia
nascondendo standard di sostenibilità politicamente scomodi sotto la maschera
della deregolamentazione.
Il
paradosso normativo: più leggi nonostante le promesse di ridurre la
regolamentazione
Il
problema principale della strategia di deregolamentazione di von der Leyen
risiede in una fondamentale discrepanza tra gli annunci e la realtà, che si può
misurare con dati concreti.
Nel 2025, la Commissione europea ha adottato
un totale di 1.456 atti giuridici, il numero più alto dal 2010.
Suddividendoli
per categoria, il quadro è il seguente:
21
direttive, 102 regolamenti, 137 atti delegati e 1.196 atti di esecuzione.
Ciò corrisponde a una media di circa quattro
nuovi atti giuridici al giorno lavorativo.
La
Federazione delle industrie tedesche (BDI) e l'associazione dei datori di
lavoro Gesamtmetall hanno criticato aspramente questo sviluppo.
L'amministratore delegato di Gesamtmetall, Oliver
Zander, ha parlato nel gennaio 2026 di un vero e proprio strangolamento delle
imprese e ha affermato che la Commissione europea ha chiaramente fallito nel
raggiungere il suo obiettivo di riduzione della burocrazia. Critiche analoghe sono giunte anche
dalla Confederazione tedesca dell'artigianato specializzato.
L'accusa
è grave:
mentre
si discute pubblicamente di semplificazione, l'onere normativo continua a
crescere inesorabilmente attraverso la porta di servizio di atti delegati e
regolamenti attuativi.
Il
ruolo degli atti delegati e dei regolamenti attuativi è particolarmente
problematico.
Questi
strumenti giuridici secondari non vengono creati attraverso la normale
procedura di co-decisione tra Parlamento e Consiglio, ma vengono emanati dalla
Commissione – o addirittura da agenzie da essa designate – di propria
iniziativa. L'ex commissario europeo per l'Industria, Günter Verheugen, ha già messo
in guardia contro un preoccupante spostamento di potere verso una burocrazia
incontrollata e difficilmente soggetta a controllo democratico.
Dei
1.456 atti legislativi previsti per il 2025, ben 1.196 erano atti attuativi,
adottati senza un pieno dibattito parlamentare.
Il
programma della Commissione per la deregolamentazione per il 2026 ha suscitato
reazioni contrastanti.
L'Associazione tedesca per la conservazione della
natura e altre organizzazioni ambientaliste hanno criticato il fatto che le
semplificazioni annunciate si concentrassero ancora una volta sugli standard
ambientali e sociali, anziché su effettive semplificazioni amministrative per
le imprese.
Allo
stesso tempo, le associazioni imprenditoriali hanno lamentato che le misure
annunciate fossero troppo timide per migliorare in modo significativo la
competitività dell'industria europea.
La nostra competenza nell'UE e in Germania
nello sviluppo aziendale, nelle vendite e nel marketing.
Aree
di interesse del settore: B2B, digitalizzazione (dall'intelligenza artificiale
alla realtà aumentata), ingegneria meccanica, logistica, energie rinnovabili e
industria.
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tematico che offre spunti e competenze:
Piattaforma
di conoscenza che copre le economie globali e regionali, l'innovazione e le
tendenze specifiche del settore.
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raccolta di analisi, approfondimenti e informazioni di base sui nostri
principali settori di interesse.
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luogo di competenza e informazione sugli sviluppi attuali nel mondo degli
affari e della tecnologia.
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punto di riferimento per le aziende che cercano informazioni su mercati,
digitalizzazione e innovazioni del settore.
I
“Dieci Terribili”: Cosa sta realmente bloccando il mercato unico dell’UE?
La
nuova strategia per il mercato unico: ambizioni e limiti.
Il 21
maggio 2025, la Commissione ha presentato la sua nuova strategia per il mercato
unico dell'UE, il primo documento strategico completo di questo tipo da anni.
Il documento individua cinque aree chiave di
intervento e definisce priorità concrete.
Vengono
indicati i cosiddetti "Dieci Terribili", ovvero i dieci maggiori
ostacoli strutturali del mercato unico che impediscono gli scambi commerciali,
gli investimenti e l'integrazione economica.
Tra
questi figurano procedure di approvazione dei prodotti frammentate, normative
nazionali diverse in materia di tutela dei consumatori e fiscalità, la mancanza
di riconoscimento reciproco delle qualifiche professionali e la disomogeneità
delle normative nazionali nel settore dei servizi.
Una
novità istituzionale di questa strategia è rappresentata dai cosiddetti
"Sherpa del Mercato Unico" negli Stati membri:
i coordinatori nazionali hanno il compito di
individuare le carenze nell'attuazione e di informare direttamente la
Commissione.
Sembra
uno strumento di coordinamento utile.
Tuttavia,
resta da vedere se questi Sherpa eserciteranno effettivamente un'influenza
politica o se si limiteranno a diventare altri osservatori ben retribuiti a
Bruxelles.
I
“Dieci Terribili” del mercato unico dell’UE.
Ecco
un breve elenco dei “Terribili Dieci” – i dieci maggiori ostacoli strutturali
al mercato unico dell’UE, individuati dalla Commissione europea nella sua nuova
strategia per il mercato unico del 21 maggio 2025:
La
complessità delle normative UE – un insieme di regole eccessivamente complicato –
crea incertezza giuridica nelle transazioni commerciali transfrontaliere,
soprattutto perché molti requisiti UE vengono applicati in modo diverso a
livello nazionale
Mancanza
di responsabilità da parte degli Stati membri – incapacità dei governi nazionali di
applicare in modo coerente le norme del mercato interno
Avvio
e gestione aziendale complessi: ostacoli burocratici nella costituzione e nella gestione
operativa transfrontaliera
Il
riconoscimento limitato delle qualifiche professionali – la mancanza di riconoscimento
reciproco – ostacola la mobilità transfrontaliera dei lavoratori qualificati
I
ritardi nella standardizzazione – i lunghi tempi di sviluppo degli standard comuni
soffocano l'innovazione e la competitività
La
frammentazione delle normative in materia di imballaggio, etichettatura e
gestione dei rifiuti – con norme nazionali divergenti e diversi sistemi di
responsabilità estesa del produttore – ostacola la libera circolazione delle
merci
Normative
di prodotto armonizzate obsolete e conformità dei prodotti insufficiente: i quadri giuridici esistenti non
tengono ancora adeguatamente conto delle soluzioni digitali
Normative
nazionali restrittive e divergenti in materia di servizi: le normative nazionali eterogenee
ostacolano lo scambio transfrontaliero di servizi
Procedure
complesse per l'assegnazione dei lavoratori: un'eccessiva burocrazia,
soprattutto nei settori a basso rischio, grava in modo sproporzionato sulle
aziende
Le
ingiustificate restrizioni territoriali all'offerta impediscono agli operatori
commerciali di vendere prodotti provenienti da uno Stato membro in un altro,
con conseguente aumento dei prezzi al consumo.
Questi
dieci ostacoli sono stati individuati a seguito di ampie consultazioni con le
parti interessate del settore economico e sono considerati la "prima
priorità" della strategia.
L'obiettivo
generale della Commissione è ridurre la burocrazia del 25% in generale e del
35% per le PMI entro il 2029.
Integrazione
dei mercati dei capitali: l'Unione di Risparmio e Investimento.
Un
secondo progetto chiave nell'ambito della riforma del Mercato Unico è l'Unione
del Risparmio e degli Investimenti (UII), presentata il 19 marzo 2025.
Essa
mira a sostituire l'attuale frammentata Unione dei Mercati dei Capitali e a
migliorare strutturalmente la mobilitazione del risparmio privato per
investimenti produttivi in Europa.
L'Europa
possiede ingenti risparmi privati, ma a causa della mancanza di mercati dei
capitali funzionanti, questi risparmi rimangono in gran parte inattivi in
titoli di Stato nazionali improduttivi o in conti di risparmio a basso
interesse, anziché confluire nell'innovazione e nella crescita.
Nel
novembre 2025, la Commissione ha pubblicato raccomandazioni supplementari e un progetto per la
standardizzazione dei conti di risparmio e investimento a livello europeo.
L'Associazione
tedesca delle compagnie assicurative (GDV) ha accolto con favore l'iniziativa
in linea di principio, ma ha criticato i piani ritenuti troppo limitati:
senza
riforme fondamentali delle leggi nazionali in materia di insolvenza, delle
norme fiscali e della regolamentazione dei mercati dei capitali, l'SIU
rimarrebbe una mera dichiarazione d'intenti, priva di un impatto strutturale
sufficiente.
La valutazione degli esperti di KPMG concorda con
questa opinione: sebbene l'SIU rappresenti un importante impulso strategico, deve essere
accompagnata da misure legislative concrete in materia di regolamentazione dei
fondi, tutela degli investitori e regimi pensionistici transfrontalieri.
Il
deficit dei servizi: trent'anni di integrazione ritardata.
La
valutazione più critica delle prestazioni del mercato unico proviene nientemeno
che dalla Corte dei conti europea.
Nella
sua relazione speciale 13/2026 del marzo 2026, l'organo di controllo
indipendente dell'UE giunge a una conclusione devastante:
le
misure adottate dalla Commissione per l'integrazione del mercato unico dei
servizi rimangono inadeguate.
I dati
parlano da soli:
solo
il 20% dei servizi viene fornito transfrontaliera ente all'interno dell'UE.
Eppure
il settore dei servizi rappresenta circa il 70% del PIL dell'UE, il che
significa che la stragrande maggioranza dell'economia europea è praticamente
esclusa dal mercato unico o quantomeno fortemente frammentata.
Ancor
più grave: il 60% delle barriere commerciali nel settore dei servizi,
individuate dalla Corte dei Conti e dalla Commissione stessa già nel 2002,
erano ancora presenti nel 2023.
Due
decenni di annunci politici, piani d'azione e documenti strategici hanno fatto
ben poco per modificare questa fondamentale debolezza strutturale.
La
Corte dei conti ha rilevato che la Commissione non disponeva di una strategia
chiara né di una procedura sistematica per affrontare in modo specifico, entro
il 2025, le principali barriere al commercio dei servizi.
Si
tratta di una grave constatazione a livello istituzionale:
il
problema di fondo non sembra essere dovuto a malizia, bensì a una carenza
strutturale di pianificazione.
Le associazioni di categoria e le camere di commercio
e artigianato confermano questa valutazione sulla base della loro esperienza
pratica: artigiani, società di ingegneria, avvocati, compagnie assicurative e
fornitori di servizi IT si imbattono regolarmente, nelle loro attività
transfrontaliere in Europa, in ostacoli burocratici e normativi che persistono
da decenni.
Uno
studio del 2024 dell'Istituto “ifo” ha calcolato il potenziale economico che
una reale integrazione del commercio di servizi nell'UE potrebbe scatenare:
significativi
aumenti di prosperità che potrebbero innalzare in modo permanente il livello
del PIL della maggior parte degli Stati membri.
La
Corte dei Conti si spinge ancora oltre, stimando che riforme ambiziose
potrebbero consentire una crescita del PIL fino al 2,5% entro il 2027.
Data
l'attuale debole crescita europea, si tratterebbe di guadagni enormi, se solo
esistesse la volontà politica per la loro attuazione.
Rapporto
sul mercato unico 2026: un bilancio allarmante.
La
relazione annuale della Commissione sul mercato unico dell'UE per il 2026,
pubblicata nel febbraio 2026, ha inoltre fornito segnali preoccupanti.
Dei
principali indicatori raccolti, sei su 27 hanno registrato un peggioramento
rispetto all'anno precedente, mentre altri 15 sono rimasti invariati. Tra gli indicatori in peggioramento
figurano gli investimenti privati, che sono diminuiti nel 2024 nonostante gli
annunci politici di riforme.
È
aumentato anche il numero di procedimenti di infrazione, attraverso i quali la
Commissione obbliga gli Stati membri ad attuare le norme del mercato unico,
segno che l'adesione volontaria al diritto del mercato unico europeo è in calo.
Ciò
che colpisce è la discrepanza tra quanto la Commissione comunica pubblicamente
e quanto emerge dai suoi stessi rapporti.
Mentre
la Presidente della Commissione von der Leyen sottolinea i progressi compiuti
nelle conferenze stampa e nelle dichiarazioni al vertice UE, i suoi stessi
funzionari lanciano l'allarme internamente e nei rapporti di audit. Questa dissonanza istituzionale è di
per sé una constatazione: evidenzia carenze nella comunicazione e nella
governance all'interno della Commissione stessa.
L'indagine
DIHK sugli ostacoli al mercato unico, condotta a partire dal 2024, mostra, dal
punto di vista delle imprese tedesche, che dopo oltre trent'anni il mercato
unico rimane fortemente frammentato in molti aspetti pratici. Le aziende
segnalano diverse implementazioni nazionali delle direttive europee, standard
di prodotto divergenti nonostante l'armonizzazione formale e ostacoli
burocratici nel distacco di dipendenti in altri Stati membri.
Mercato
unico digitale e protezione dei dati: il prossimo campo di battaglia della
deregolamentazione
Nell'autunno
del 2025, la Commissione ha presentato un altro pacchetto controverso:
il
Digital Omnibus, che, con il pretesto della semplificazione, includeva anche
modifiche al Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR).
Le
organizzazioni per la protezione dei dati e gli attivisti per i diritti civili
hanno criticato aspramente la Commissione per aver utilizzato la
deregolamentazione come pretesto per indebolire i diritti dei cittadini.
Nel
febbraio 2026, il quotidiano “taz” e altri organi di stampa hanno riportato in
dettaglio come le istituzioni europee, con il pretesto della
deregolamentazione, stessero di fatto limitando la protezione dei dati dei
consumatori.
Ciò
esemplifica la tensione fondamentale insita nelle politiche Omnibus:
ciò
che rappresenta una semplificazione per le imprese può significare una
riduzione della protezione per i cittadini e i dipendenti.
In uno
studio del 2026, l'Istituto tedesco per gli affari internazionali e la
sicurezza (SWP) ha analizzato il ruolo crescente delle piattaforme online nel
mercato unico dell'UE, sottolineando come la deregolamentazione del settore
digitale, in assenza di una politica di concorrenza adeguata, possa portare a
una concentrazione del mercato e a svantaggi strutturali per le imprese
europee.
Un'agenda
di deregolamentazione incentrata esclusivamente sui rischi burocratici,
trascurando i rischi sistemici, ha evidenziato come tale approccio possa
generare una concentrazione del mercato e svantaggi strutturali per le imprese
europee.
Bilancio:
tra la volontà di riforma e l'inerzia istituzionale.
Una
valutazione critica complessiva delle attività passate deve essere articolata.
Sarebbe
ingiusto affermare che la Commissione non stia facendo nulla.
La
strategia omnibus è concettualmente un approccio valido per esaminare
sistematicamente i livelli di regolamentazione sviluppatisi nel corso degli
anni.
La nuova strategia per il mercato unico
individua i problemi giusti.
La
bussola della competitività definisce un quadro strategico chiaro.
L'Unione del risparmio e degli investimenti
affronta una reale carenza di capitali.
Tuttavia,
a Bruxelles esiste tradizionalmente un divario strutturale tra diagnosi e
trattamento, un divario che sotto la presidenza von der Leyen non si è ridotto,
bensì ampliato.
Le
ragioni sono complesse:
In
primo luogo, il problema della governance istituzionale multilivello rimane
irrisolto.
La Commissione può formulare proposte, ma l'attuazione
spetta ai 27 Stati membri, ognuno con i propri interessi e capacità di
attuazione.
Il
crescente numero di procedimenti di infrazione dimostra che anche le norme del
mercato interno già adottate non vengono applicate pienamente.
In
secondo luogo, se da un lato i pacchetti omnibus della Commissione apportano
semplificazioni, dall'altro generano una nuova complessità normativa attraverso
atti delegati e regolamenti attuativi, senza che ciò sia pubblicamente
evidente. I 1.456 nuovi atti legislativi previsti solo per il 2025 vanificano
qualsiasi effetto di semplificazione.
In
terzo luogo, manca una chiara definizione delle priorità. Quali tra i numerosi
ostacoli dovrebbero essere rimossi per primi?
Quali
riforme produrranno il maggiore impatto economico per unità di capitale
politico investito?
Una
risposta onesta a questa domanda richiederebbe difficili compromessi con gli
Stati membri che non sono disposti a rinunciare a determinate norme
protezionistiche, ad esempio nel settore dei servizi.
Questi
conflitti politici non si risolveranno semplicemente con la pubblicazione di
nuovi documenti strategici.
In
quarto luogo, vi è il problema dell'incoerenza temporale: le riforme che
impiegano anni per produrre effetti vengono oscurate da nuove ondate
regolamentari a brevi intervalli. In queste condizioni, le imprese non possono
fare affidamento su un quadro normativo stabile e possono quindi limitare gli
investimenti, come documentato in modo preciso dalla Relazione sul mercato
unico del 2026, che evidenzia il calo degli investimenti privati.
Contesto
internazionale: l'Europa sta perdendo tempo.
L'urgenza
del problema cresce con l'aumentare della pressione competitiva internazionale.
Mentre l'Europa dibatte sui concetti di
deregolamentazione, gli Stati Uniti, sotto l'amministrazione Trump, hanno
implementato misure di deregolamentazione aggressive, con conseguenze immediate
per la posizione competitiva delle aziende americane nei settori della
tecnologia, dell'energia e dei servizi finanziari.
La Cina sta investendo massicciamente nella capacità
industriale e sovvenzionando i settori strategici.
L'approccio europeo, basato su un processo di
riforma fondato su regole e orientato al consenso, potrebbe rivelarsi troppo
lento per un ordine mondiale in cui i cambiamenti geopolitici ed economici si
verificano in cicli sempre più brevi.
Il
Rapporto Letta lo ha chiarito: l'Europa non ha bisogno di altri documenti strategici,
bensì di una cultura dell'attuazione che produca risultati. Enrico Letta ha
esplicitamente richiesto che le norme esistenti vengano applicate in modo
coerente e non indebolite da interessi nazionali particolari.
Tre
decenni di mercato unico hanno dimostrato che, sebbene la volontà politica di
integrazione sia forte nelle dichiarazioni dei vertici, essa vacilla
regolarmente nell'arduo lavoro quotidiano di attuazione.
Cosa
manca davvero?
La
Commissione, sotto la guida di Ursula von der Leyen, ha tratto le giuste
conclusioni dai rapporti Draghi e Letta e ha formulato un quadro strategico di
tutto rispetto.
Non è
cosa da poco.
Tuttavia,
rimangono irrisolte tre carenze strutturali che probabilmente ne limiteranno
permanentemente l'efficacia:
In
primo luogo, si riscontra una mancanza di coerenza nel controllo normativo.
Finché
la Commissione continuerà a presentare pacchetti omnibus di semplificazione da
un lato e a emanare il numero record di 1.456 nuovi atti legislativi
dall'altro, l'effetto netto per le imprese sarà, nella migliore delle ipotesi,
neutro, ma tenderà comunque a risultare oneroso.
In
secondo luogo, manca un programma di attuazione realistico per il mercato unico
dei servizi. Il fatto che il 60% degli ostacoli individuati nel 2002 esista
ancora nel 2023 rappresenta un fallimento istituzionale che non può essere
risolto tramite documenti strategici, ma solo attraverso una rigorosa
applicazione dei trattati e, ove necessario, attraverso il confronto con gli
Stati membri recalcitranti.
In
terzo luogo, l'Europa ha bisogno di una riforma fondamentale dell'integrazione
dei mercati dei capitali che vada oltre gli annunci simbolici dell'Unità di
Informazione Strategica (SIU).
L'idea
di mobilitare il risparmio privato europeo per l'innovazione europea è valida,
ma finora non si è concretizzata a causa delle normative nazionali in materia
di imposte, successioni e insolvenza, che nessun documento strategico di
Bruxelles può eliminare finché gli Stati membri non avranno la volontà politica
di farlo.
Il
successo della Commissione sotto la guida di von der Leyen non si misurerà in
base alla produzione di documenti di grande impatto – l'Europa ne ha in
abbondanza. Il vero indicatore sarà se, in cinque anni, la quota di scambi
transfrontalieri di servizi sarà aumentata, se gli investimenti privati
nell'innovazione saranno cresciuti e se le imprese dedicheranno
significativamente meno tempo alla burocrazia. Questi dati, non i comunicati
stampa, mostreranno se la volontà di riforma era genuina.
Un
naufragio terribile. La fine
misteriosa
dell’Unione europea.
Ilgiornale.it
- Nicola Porro – (29 marzo 2026) – Redazione – ci dice:
Un
naufragio terribile. La fine misteriosa dell’Unione europea.
Vi
sembra normale che l'Europa su tutto quanto sta avvenendo oggi nel mondo, e in
particolare in Medio Oriente, faccia la parte dell'imboscata? A me, devo dire
la verità, non stupisce affatto.
Del
resto cosa vuoi aspettarti da una istituzione come l'Unione europea che sembra
ormai sul punto di colare a picco, travolta dai venti della Storia che non è in
grado di governare?
Per
questo, il paragone con il Titanic che sta al centro dell'ultimo libro di
Giulio Meotti, Titanic Europa.
La fine misteriosa dell'Unione europea, appare
perfetto.
Il titolo non è un vezzo giornalistico, è una
sentenza.
L'Europa
non sta andando verso il disastro, c'è già dentro.
Per
Meotti, l'Ue appare come un ibrido fallito.
Un terribile Leviatano senza muscoli (basta
vedere come sia incapace di intervenire anche in qualsiasi scenario di guerra),
e una burocrazia che strangola la libera iniziativa senza essere in grado di
fare qualcosa di positivo per i suoi «sudditi».
Per
Meotti, però, il problema principale non è l'economia, o la geopolitica, quelle
sono conseguenze di un problema molto più radicale che lui, riprendendo
l'espressione di Roger Scruto, chiama odio-fobia: il rifiuto di sé, l'imbarazzo
per la propria civiltà.
E
Meotti mette in relazione questo “odio fobia” con il lassismo nei confronti
dell'immigrazione incontrollata di origine islamica che negli ultimi decenni ha
cambiato il volto dell'Europa.
Passare
in rassegna il numero di grandi città europee che hanno lasciato interi
quartieri in mano alla sharia è qualcosa che fa impressione.
Del
resto, una cultura che non crede più in sé stessa è naturale che si faccia
colonizzare.
Un
continente che ama i suoi potenziali carnefici tanto da avere voluto rimuovere
dalla propria storia non solo le radici cristiane, ma in particolare quelle
giudaiche.
L'odio per gli ebrei in Europa è infatti un
fenomeno in crescita vertiginosa.
Allo
stesso modo è tragicamente normale che una cultura che odia se stessa non
faccia più figli.
Il
tasso di crescita demografica in Europa è un tasso da estinzione! Meotti mette
in fila una serie di fatti sconcertanti con la profondità del migliore
giornalismo.
E poi,
con sguardo globale, ci fa vedere cosa accade nelle potenze che sono
concorrenti dell'Ue.
Mentre
la Cina e gli Stati Uniti dettano le regole nei principali settori strategici a
livello tecnologico, militare e industriale, l'Europa discute di etichette,
regolamenti, sostenibilità e cannucce biodegradabili.
Non è
una caricatura, è la realtà dei fatti di un sistema che continua a pensarsi
come una “Ong green” con moneta unica.
E che non è in grado di applicare una politica
di potenza in nessun settore strategico.
L'Europa
è diventata una potenza a sovranità delegata:
paga
la sicurezza agli altri, compra energia dagli altri, importa tecnologia dagli
altri ma pretende di dare lezioni morali a tutti.
E
questo, inevitabilmente, ha un costo politico assoluto, ossia l'irrilevanza.
Germania.
La
Germania di Merz e l’Unione europea.
Rivistailmulino.it
– Daniele Pasquinaci – (4 marzo 2025) – Redazione – ci dice:
Ora
che il «modello tedesco» è ammaccato e il Paese è diviso, non ci si può non interrogare
su quanto saranno coraggiose in Europa le scelte del prossimo governo.
Lo
scorso 18 febbraio, Mario Draghi è intervenuto al Parlamento europeo
nell’ambito della settimana parlamentare europea.
Invitato
a introdurre il dibattito sullo stato di avanzamento del Rapporto Il futuro
della competitività europea ‒ da lui scritto su incarico della presidente della
Commissione, Ursula von der Leyen ‒, Draghi ha rinnovato l’allarme già lanciato
nel settembre 2024, in occasione della presentazione del documento.
In
quella circostanza, l’ex presidente del Consiglio e della Banca centrale
europea aveva esortato gli Stati membri e le istituzioni dell’Unione europea ad
agire con “urgenza e concretezza” per scongiurare il rischio di una “lenta
agonia” dell’Ue.
A
Strasburgo, il tono si è fatto ancor più severo: dall’esortazione si è passati
a un vero e proprio grido d’allarme.
A
spingere Draghi ad abbandonare la consueta compostezza è stata l’inazione dei
governi europei, incapaci di reagire efficacemente alle sfide epocali che si
trovano ad affrontare:
“Dite no al debito pubblico, dite no
al mercato unico, dite no alla creazione di un’unione dei mercati dei capitali.
Non si
può dire di no a tutto!
Altrimenti,
per essere coerenti, si deve anche ammettere di non essere in grado di
rispettare i valori fondamentali per i quali è stata creata l’Unione europea”.
Il
riferimento ai “valori fondamentali” chiarisce come l’intemerata non scaturisca
solo dalla delusione di chi vede languire le proprie proposte, ma rappresenti
piuttosto un richiamo alle leadership politiche ad assumersi le proprie
responsabilità di fronte alla gravità del momento. Occorre restituire slancio all’Unione
europea, al di là della pur importante questione della competitività.
Per farlo, suggerisce Draghi, gli europei
devono convincersi ad “agire sempre di più come se fossimo un unico Stato”.
Non è
azzardato immaginare che tra i principali destinatari (e bersagli polemici)
delle succitate parole vi fosse la Germania.
D’altronde, è superfluo soffermarsi sul ruolo
cruciale svolto da Berlino nell’Unione europea.
Perciò,
qualora si ammetta la fondatezza del caveat di Draghi ‒ come le pericolose
convergenze tra Trump e Putin, volte a marginalizzare l’Ue, sembrano purtroppo
confermare ‒ risulta opportuno interrogarsi sulla possibilità che, dopo le
elezioni federali anticipate del 23 febbraio scorso, il governo tedesco che
verrà possa adottare posizioni più coraggiose in Europa rispetto a quelle
assunte dalla coalizione “semaforo” guidata da “Olaf Scholz”.
Il
criterio di valutazione per misurare le prossime mosse della Germania non deve
necessariamente essere la sua disponibilità a concepire l’Ue “come se” fosse
uno Stato:
si
tratta di una prospettiva piuttosto complicata.
A meno che ‒ ipotesi invero non del tutto
irrealistica ‒ le tensioni a cui è sottoposto il sistema internazionale non
preparino un sisma politico (o di altra natura) di portata ancora più ampia
rispetto a quelli registrati ad oggi, il cui riverbero in Europa potrebbe
innescare il “momento hamiltoniano” e condurre (obbligare) a un consolidamento
politico dell’Ue.
Ex “malo
Bonu”: dalle risposte alle crisi, ci spiega il funzionalismo à la Monnet, si
esce approfondendo l’integrazione.
La
storia insegna che la formazione di una “Grosse Coalizioni” richiede sempre
molto tempo, una prospettiva in contrasto con l’urgenza delle risposte che
l’Unione europea deve dare agli eventi, tumultuosi e inattesi, che si stanno
dipanando sul piano internazionale.
Che
cosa possiamo dunque attenderci dal nuovo governo tedesco, che sarà guidato dal
leader della Cdu-Csu Friedrich Merz, nello scenario europeo?
Iniziamo
dalle cattive notizie.
Intanto
ricordiamo che si tratterà di un governo di coalizione, che unirà i
cristiano-democratici con la Spd.
La
storia insegna che la formazione di una “Grosse Coalizioni” richiede sempre
molto tempo, una prospettiva in contrasto con l’urgenza delle risposte che
l’Unione europea deve dare agli eventi, tumultuosi e inattesi, che si stanno
dipanando sul piano internazionale.
Aspettare
Berlino è necessario, ma potrebbe avere un costo elevato. Bisogna quindi
augurarsi che i negoziati tra i partiti per la stesura del programma di governo
procedano speditamente.
La
seconda osservazione è che il “modello tedesco” è alquanto ammaccato.
La
Germania sta vivendo una profonda crisi economica e sociale.
Da
almeno cinque anni non registra una crescita economica significativa.
Il Paese è diviso, come dimostra la mappa
della distribuzione del voto, che ripropone la separazione – vigente ai tempi
della guerra fredda – tra la parte occidentale, che ha dato fiducia alla Cdu, e
quella orientale, dove Alternative für Deutschland rappresenta la maggioranza.
Forse
è esagerato parlare di una Germania destabilizzata. Il futuro governo,
tuttavia, dovrà dedicare molta della sua attenzione alle questioni interne.
Ma, e
veniamo alle buone notizie, ci sono anche ragioni che inducono a sperare che la”
Bundes republik” voglia riappropriarsi della sua leadership nell’Unione europea
che ai tempi della cancelleria Scholz si è alquanto appannata, ma che da sempre
(in tandem con la Francia) costituisce il perno irrinunciabile dell’Ue.
La
biografia di Merz è il primo punto da cui partire.
Il
leader democristiano si è affermato nella vita politica ai tempi di Helmut
Kohl, l’artefice della riunificazione tedesca (un passaggio strettamente legato
all’integrazione europea, come è noto) e uno degli architetti del Trattato di
Maastricht istitutivo dell’Ue.
Nel
1989 era stato eletto al Parlamento europeo, dove rimase per l’intera
legislatura facendo parte della Commissione per i problemi economici e monetari
e la politica industriale, e contribuendo a perfezionare il funzionamento del
mercato unico.
Quali
tracce abbia lasciato questo apprendistato “europeista” – e quanto possa essere
utile per affrontare i temi posti dall’attualità – lo si può valutare da un
appello che Merz ha lanciato nel 2018, insieme a Jürgen Habermas e ad altri
politici tedeschi, a favore di un esercito comune, di un approccio europeo
anziché nazionale alla definizione del livello dei salari e dei prezzi, e
infine alla realizzazione di un sistema europeo di assicurazione contro la
disoccupazione.
In
breve: difesa ed embrioni di un Welfare sovranazionale.
Il secondo obiettivo era promosso con questa
spiegazione: “Una moneta unica implica anche un’unica politica monetaria per
tutti, orientata alla media dell’Eurozona.
Ciò
significa che essa indebolisce i più deboli e rafforza i più forti.
Per
questo, sono necessari stabilizzatori per attenuarne e compensarne gli effetti,
così come sforzi individuali da parte di tutti i membri”.
Naturalmente,
un conto sono gli appelli dall’opposizione, un conto è l’azione politica quando
si detengono gli strumenti per governare. Durante la campagna elettorale e
all’indomani del voto, il proposito di istituire meccanismi di stabilizzazione
sociale comuni per i Paesi della zona euro è sostanzialmente evaporato.
Ma ciò
che è rimasto dell’afflato europeista presente nell’appello del 2018 potrebbe
comunque costituire una buona base per restituire vitalità all’Unione europea.
In primo luogo, Merz intende riattivare il motore franco-tedesco (finito in
panne ai tempi di Scholz, che non è mai riuscito a trovare un’intesa con
Emmanuel Macron) e dare nuova linfa al “Triangolo di Weimar”, com’è chiamato il
forum di coordinamento istituito nel 1991 tra Berlino, Parigi e Varsavia (con
quest’ultima che svolge un ruolo sempre più rilevante nelle vicende dell’Unione
europea).
In
secondo luogo, benché l’atlantismo abbia rappresentato uno dei pilastri della
sua visione dei rapporti internazionali, Merz ha dovuto prendere atto della
crisi dei rapporti tra Bruxelles e la nuova amministrazione americana.
Di più: quanto ha detto il vicepresidente
Vance alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco ha mostrato – come ha scritto
Tony Barber sul “Financial Times” – l’“aperto disprezzo” con cui gli Stati
Uniti trattano gli alleati europei, in questo caso la Germania.
Per
questo, in un discorso televisivo poco dopo l’ufficializzazione della sua
vittoria elettorale, Merz ha avvertito che l’Europa deve urgentemente
rafforzare la sua difesa e, potenzialmente, persino trovare un’alternativa alla
Nato:
“La
mia priorità assoluta sarà rafforzare l’Europa il più rapidamente possibile, in
modo da ottenere gradualmente una vera indipendenza dagli Stati Uniti”.
Non
meno dirompente è l’apertura che Merz ha fatto alla protezione nucleare europea
(da raggiungere attraverso un accordo con Londra e Parigi) quale strumento di
dissuasione contro potenziali aggressori del territorio dell’Ue.
Una
apertura (che dovrà essere accettata dalla Spd) che dà il senso del terremoto
in corso nelle relazioni internazionali.
Al contempo, è appena il caso di ricordare
come alle dichiarazioni debbano seguire i fatti: la “svolta epocale” annunciata
dal precedente cancelliere Scholz all’indomani dell’invasione dell’Ucraina, con
cui prefigurava grandi cambiamenti nella politica estera e di difesa della
Repubblica federale, è un buon esempio delle difficoltà che si incontrano a
dare seguito alle promesse impegnative.
La
drammaticità del momento e la centralità del tema della difesa dell’Europa (che
dovrebbe includere il Regno Unito) hanno comprensibilmente messo in secondo
piano le altre proposte che la Cdu-Csu ha presentato nel suo programma
elettorale
La
drammaticità del momento e la centralità del tema della difesa dell’Europa (che
dovrebbe includere il Regno Unito) hanno comprensibilmente messo in secondo
piano le altre proposte che la Cdu-Csu ha presentato nel suo programma
elettorale e che comunque, è bene ricordarlo, dovranno essere rese compatibili
con il punto di vista del partner di governo.
Per
quanto uscita fortemente indebolita dalle urne, la Spd avrà voce in capitolo
nella determinazione dell’indirizzo governativo.
Tuttavia, non sembrano esserci grossi ostacoli
a trovare un accordo tra i due partiti sulla necessità di integrare i mercati
europei dell’energia, delle telecomunicazioni e dei capitali, di ridurre la
burocrazia europea e di incrementare la competitività.
Le
ricette proposte dalla Germania consentiranno all’Ue di essere all’altezza dei
cambiamenti che stanno accadendo nel mondo?
È
difficile rispondere, anche perché – mi verrà perdonata la locuzione un po’
logora – la storia sta accelerando.
Quello
che è certo è che l’Unione sta pagando il prezzo delle sue antiche esitazioni
nel creare una difesa comune.
I
tempi lunghi che occorreranno per farla funzionare (ovviamente nell’ipotesi che
si dia seguito alle proposte) sono incompatibili con l’urgenza imposta dai
fatti.
Da questo punto di vista, cercare di mantenere
rapporti solidi con gli Usa, per quanto ormai complicato, rappresenta una
necessità.
La delusione e l’irritazione per le scelte
compiute a Washington dovranno lasciare spazio – in Merz come negli altri
leader europei – a scelte basate su un assai complesso equilibrio tra
pragmatismo e difesa dei principi e dei valori irrinunciabili su cui è nata
l’Unione europea.
(Rivista
il Mulino 2026).
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