La sinistra deve essere vista come malattia invalidante.

La sinistra deve essere vista come malattia invalidante.

 

 

 

Patologie invalidanti:

quali sono e cosa sapere:

blogunisalute.it – (19 giugno 2026) – Redazione Uni Salute – ci dice:

 

Prevenzione, diagnosi e terapia.

Indice:

Cosa sono le patologie invalidanti?

Classificazione ed elenco delle patologie invalidanti:

Malattie rare.

Invalidità civile: come richiederla?

Quali sono le tutele per gli invalidi civili?

Prestazioni economiche.

Esenzione dall’obbligo di partecipazione alle spese sanitarie del SSN.

Agevolazioni fiscali,

Agevolazioni lavorative: collocamento obbligatorio e congedo per cure.

Tutele previste dalla legge 104 per i malati con handicap grave.

Agevolazioni lavorative.

Agevolazioni fiscali.

Le domande più frequenti dei pazienti.

Quali sono le patologie considerate invalidanti?

Chi certifica una patologia invalidante?

Qual è la percentuale minima per ottenere l’invalidità civile?

Le patologie invalidanti danno automaticamente diritto alla Legge 104?

 

Le patologie invalidanti sono malattie congenite o acquisite che compromettono in modo permanente la capacità lavorativa o l’autonomia personale e possono interessare qualsiasi organo o apparato. Il loro riconoscimento si basa sulle tabelle ministeriali e consente, in presenza dei requisiti previsti, di ottenere una percentuale di invalidità civile. A seconda del grado di invalidità, è possibile accedere a prestazioni economiche (come assegno mensile, pensione di inabilità e indennità di accompagnamento), esenzioni dal ticket sanitario, agevolazioni fiscali e tutele lavorative, tra cui il collocamento mirato e il congedo per cure. Nei casi in cui la patologia comporti anche una situazione di handicap grave, possono spettare inoltre i benefici previsti dalla Legge 104, come permessi retribuiti e altre misure a sostegno della persona e dei caregiver.

Dal diabete all’obesità, dalla depressione alle cardiopatie, dai tumori all’Alzheimer, le patologie invalidanti sono moltissime. Si tratta di malattie spesso croniche: in molti casi richiedono cure continuative e controlli frequenti e, nelle forme più gravi, possono causare una perdita di autonomia che rende necessaria un’assistenza costante.

 

Approfondiamo quali problematiche di salute rientrano in questa categoria, come ottenere il riconoscimento dell’invalidità civile se si soffre di una malattia di questo tipo e quali sono le tutele economiche, lavorative, assistenziali e fiscali previste a sostegno degli invalidi.

Cosa sono le patologie invalidanti?

Una patologia invalidante è una malattia che determina una riduzione permanente della capacità lavorativa, non inferiore a un terzo, a causa di un’infermità, una mutilazione o una menomazione fisica o mentale. Nel caso dei minorenni e degli ultrasessantacinquenni, sono considerate invalidanti le patologie che provocano difficoltà persistenti nello svolgimento dei compiti e delle funzioni proprie dell’età. Questa definizione si basa sulla spiegazione del concetto di invalidità fornita dalla legge 30 marzo 1971, n. 118, che detta le norme in favore di mutilati e invalidi civili.

La categoria delle patologie invalidanti comprende, dunque, un insieme molto vasto di problematiche di salute, a carico di numerosi organi e sistemi, che possono essere congenite, cioè presenti dalla nascita, oppure acquisite nel corso della vita.

 

Classificazione ed elenco delle patologie invalidanti.

Per la classificazione delle patologie invalidanti, la norma di riferimento è il Decreto Ministeriale del 5 febbraio 1992. Questo schema divide le patologie invalidanti per gruppi anatomo-funzionali a seconda dell’apparato o sistema che interessano, e assegna a ognuna un codice e una percentuale di invalidità, fissa o espressa tramite un valore minimo e un valore massimo.

 

Su questa lista si basano anche le linee guida dell’INPS per l’accertamento degli stati invalidanti, che in alcuni casi modificano, in altri ampliano la rosa delle patologie a cui spetta il riconoscimento dell’invalidità civile.

 

L’elenco delle patologie invalidanti è molto vasto.

 Ecco alcune di quelle incluse nel Decreto del Ministero della Salute e nella tabella INPS:

 

apparato cardiocircolatorio: aritmie gravi, cardiopatie, miocarditi, coronaropatie, trapianto cardiaco;

apparato respiratorio: asma, bronchite asmatica cronica, sindrome delle apnee ostruttive del sonno (OSAS), trapianto di polmone;

apparato digerente: cirrosi epatica, epatite cronica, diverticolosi, ulcera gastrica o duodenale, morbo di Crohn e altre malattie infiammatorie croniche intestinali, pancreatite cronica, trapianto di fegato e trapianto di intestino;

apparato endocrino: diabete, obesità, ipotiroidismo grave, acromegalia (sindrome da eccessiva secrezione dell’ormone della crescita), nanismo ipofisario, iperparatiroidismo, ipo-paratiroidismo;

apparato urinario: cistite cronica, prostatite cronica o ipertrofia prostatica, ritenzione urinaria cronica, rene policistico, trapianto di rene;

sistema nervoso centrale e periferico: Alzheimer, sclerosi multipla, morbo di Parkinson, epilessia, afasia, emiparesi, paresi;

apparato psichico: demenza, nevrosi, psicosi, schizofrenia, depressione, disturbi del comportamento alimentare;

apparato uditivo e vestibolare: acufeni permanenti, lesione dei padiglioni auricolari, perdita uditiva, sordità, otite cronica, vertigini

apparato visivo: cataratta, cecità parziale o assoluta, diplopia (visione doppia), glaucoma, cheratocono (malattia degenerativa della cornea);

apparato riproduttivo: isterectomia (rimozione dell’utero) totale in età fertile e mastectomia (asportazione della mammella);

patologie immunitarie: anemia, artrite reumatoide, lupus eritematoso sistemico, linfomi, immunodeficienza secondaria;

neoplasie di varia gravità;

patologie sistemiche come la sclerodermia.

Malattie rare.

Oltre alle patologie invalidanti presenti nelle tabelle ministeriali, l’INPS ne prevede anche altre: è il caso delle malattie rare, che il Decreto del Ministero della Salute non contempla.

Tra queste figurano:

malattia di Huntington, una patologia neurodegenerativa;

adrenoleucodistrofia, una grave malattia genetica del sistema nervoso;

malattia di Wilson, una malattia genetica caratterizzata da un accumulo tossico di rame nell’organismo.

 

 

Invalidità civile: come richiederla?

Chi è affetto da una patologia invalidante può chiedere all’INPS il riconoscimento dell’invalidità civile, che dà diritto a beneficiare di una serie di tutele finalizzate a offrire un sostegno economico e assistenziale ai malati.

Il primo passo per ottenere il riconoscimento è l’invio all’Istituto, da parte del medico di base, del certificato che attesta le condizioni di salute dell’assistito. Successivamente il cittadino, utilizzando il codice presente nel certificato medico, dovrà mandare all’INPS la domanda di accertamento sanitario, una visita effettuata da una commissione medica della ASL, integrata con un medico INPS, che ha il compito di verificare il possesso dei requisiti sanitari richiesti per il riconoscimento dell’invalidità civile. In base all’esito dell’accertamento, la domanda viene approvata o respinta. Il grado minimo di riduzione permanente della capacità lavorativa necessario per essere riconosciuti invalidi civili è un terzo (33%).

 

Quali sono le tutele per gli invalidi civili?

I benefici di cui un invalido civile può godere variano a seconda del grado di invalidità che gli è stato attribuito. In dettaglio:

per gli invalidi fino al 33% non è previsto alcun riconoscimento

a partire dal 46% di invalidità, si può usufruire dell’iscrizione nelle liste speciali dei Centri per l’Impiego per il collocamento obbligatorio per persone con disabilità;

chi ha una percentuale di invalidità compresa tra il 33% e il 66% ha diritto ad assistenza sanitaria e agevolazioni fiscali;

un’invalidità superiore al 50% dà diritto al congedo per cure;

il 66% di invalidità dà la possibilità di beneficiare dell’esenzione dal pagamento del ticket sanitario;

percentuali di invalidità comprese tra il 74% e il 100% danno diritto a prestazioni economiche.

Prestazioni economiche.

L’invalido civile, a seconda del grado di riduzione della sua capacità lavorativa e di perdita dell’autonomia, può avere diritto a:

 

pensione di inabilità, erogata dall’INPS e riservata agli invalidi totali, cioè alle persone di età compresa tra i 18 e i 67 anni che non sono più in grado di lavorare;

assegno mensile per invalidi civili, un contributo INPS concesso agli invalidi parziali, ovvero a quelli che hanno perso solo in parte la capacità di lavorare, di età compresa tra i 18 e i 67 anni;

indennità di accompagnamento, un assegno erogato dall’INPS e destinato agli invalidi totali che non sono in grado di camminare senza l’aiuto di un accompagnatore o di svolgere le attività quotidiane in autonomia;

indennità di frequenza, un assegno mensile erogato dall’INPS e riservato ai minori con difficoltà persistenti a svolgere determinate attività, con l’obiettivo di favorire l’inserimento scolastico e sociale.

Esenzione dall’obbligo di partecipazione alle spese sanitarie del SSN.

Gli invalidi civili con una riduzione della capacità lavorativa superiore a due terzi e titolari di indennità di accompagnamento hanno diritto all’esenzione totale dall’obbligo di partecipazione alla spesa sanitaria per tutte le prestazioni erogate dal Servizio Sanitario Nazionale. Questo beneficio è riservato anche agli invalidi civili di oltre 65 anni con una percentuale superiore a due terzi (66,6%).

 

Se la percentuale di menomazione è compresa tra un terzo e due terzi (cioè tra il 33,3% e il 66,6%) viene riconosciuta l’assistenza protesica gratuita. Infine, per percentuali inferiori, l’esenzione è limitata alle presentazioni sanitarie collegate alla patologia invalidante.

 

 

Agevolazioni fiscali.

Il riconoscimento dell’invalidità permette anche di richiedere il rilascio del contrassegno invalidi, che dà diritto ad agevolazioni per la circolazione e la sosta di veicoli al servizio delle persone invalide, e di usufruire delle agevolazioni fiscali relative ai veicoli, con e senza adattamento, previsti per le persone con disabilità. Per beneficiarne è necessario che il verbale rilasciato dalla Commissione Medica incaricata dell’accertamento certifichi il possesso dei requisiti previsti per fare domanda, che nel caso degli invalidi civili consistono in:

 

una sensibile riduzione della capacità di deambulazione;

una grave limitazione della capacità di deambulazione o la presenza di più amputazioni;

menomazioni psichiche o mentali gravi, che hanno portato al riconoscimento dell’indennità di accompagnamento;

menomazioni sensoriali, come la cecità o ipovisione.

Agevolazioni lavorative: collocamento obbligatorio e congedo per cure.

La persona con una percentuale di invalidità compresa tra il 46% e il 100% ha diritto a essere iscritta nelle liste speciali del collocamento obbligatorio per persone con disabilità istituito dalla legge n.68 del 12 marzo 1999, che ne disciplina il diritto al lavoro. Questa norma impone alle aziende e agli enti pubblici di assumere un determinato numero di lavoratori con invalidità, proporzionale alle dimensioni dell’impresa o dell’ente.

I lavoratori invalidi civili a cui sia stata riconosciuta una riduzione della capacità lavorativa superiore al 50% possono, invece, usufruire di un congedo fino a 30 giorni, anche non continuativi, per sottoporsi alle cure richieste dalla patologia di cui soffrono (come ad esempio nei casi di malattie oncologiche), come previsto dal Decreto Legislativo n. 119 del 18 luglio 2011.

 

Tutele previste dalla legge 104 per i malati con handicap grave.

Se la patologia invalidante o le terapie richieste per il suo trattamento pregiudicano in modo severo le condizioni di salute del malato, oltre all’invalidità civile è possibile chiedere all’INPS il riconoscimento di uno “stato di handicap in situazione di gravità”, ovvero una disabilità severa che riduce l’autonomia del malato e rende necessaria un’assistenza continuativa. L’accertamento di questa condizione dà diritto a beneficiare delle tutele previste dalla legge 104 (legge 5 febbraio 1992, n. 104), che disciplina l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone con disabilità.

 

Si tratta di agevolazioni soprattutto lavorative, cui si aggiungono agevolazioni per sostenere le spese sanitarie e per l’assistenza.

 

Agevolazioni lavorative.

La legge 104 permette ai malati che lavorano, e in misura minore ai familiari lavoratori che si occupano di una persona cara malata, di usufruire di congedi e altri benefici per conciliare esigenze professionali e necessità di cura.

 

Tra le tutele principali per i malati rientrano:

 

permessi lavorativi retribuiti (2 ore al giorno o 3 giorni al mese);

diritto di scelta della sede di lavoro più vicina al proprio domicilio e divieto di trasferimento senza consenso da parte del lavoratore

possibilità di non svolgere turni notturni.

I familiari caregiver, se lavorano, possono invece beneficiare di 3 giorni di permessi mensili retribuiti o 2 anni di congedo straordinario retribuito per assistere i loro cari. Come i malati che lavorano, inoltre, hanno il diritto di scegliere la sede di lavoro più vicina e di essere dispensati dai turni notturni.

Le agevolazioni lavorative previste dalla legge 104 si aggiungono alle altre forme di tutela che molti contratti collettivi, sia del settore pubblico che di quello privato, riservano ai lavoratori con patologie gravi o invalidanti: è il caso dell’indennità di malattia, del divieto di licenziamento, della possibilità di assentarsi per sottoporsi a terapie salvavita e di richiedere un’aspettativa non retribuita.

 

Agevolazioni fiscali.

Dal punto di vista fiscale, anche il riconoscimento di una disabilità grave permette di godere di alcune agevolazioni come:

deduzione dal reddito delle spese mediche generiche e per l’assistenza specifica;

detrazione pari al 19% delle spese mediche specialistiche;

deduzione dei contributi previdenziali versati per colf e badanti.

Queste tutele rappresentano un aiuto concreto per chi soffre di una patologia invalidante, che non solo compromette la salute ma, pregiudicando la capacità di lavorare e rendendo necessari controlli e terapie frequenti, ha gravi ripercussioni anche di natura economica sui malati.

 

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Le domande più frequenti dei pazienti.

Quali sono le patologie considerate invalidanti?

Sono considerate invalidanti le malattie che provocano una riduzione permanente della capacità lavorativa o dell’autonomia personale. La classificazione si basa su tabelle ministeriali e sulle linee guida dell’INPS.

 

Chi certifica una patologia invalidante?

Il medico di medicina generale redige il certificato medico introduttivo necessario per avviare la procedura. Il riconoscimento dell’invalidità civile viene poi effettuato dalla Commissione Medica della ASL, integrata da un medico dell’INPS, che valuta la documentazione clinica e l’esito della visita di accertamento.

 

Qual è la percentuale minima per ottenere l’invalidità civile?

L’invalidità civile viene riconosciuta quando la riduzione permanente della capacità lavorativa è pari almeno al 33%. Tuttavia, i benefici previsti variano in base alla percentuale di invalidità attribuita: alcune agevolazioni sono riconosciute solo a partire dal 46%, dal 50%, dal 66% o dal 74%.

 

Le patologie invalidanti danno automaticamente diritto alla Legge 104?

No. Il riconoscimento dell’invalidità civile e quello dello stato di handicap ai sensi della Legge 104 sono due procedure distinte. Per ottenere le agevolazioni previste dalla Legge 104 è necessario che venga accertata una situazione di handicap grave che comporti una significativa limitazione dell’autonomia personale.

 

 

 

In Germania, le Ali Estreme

dello Schieramento Politico

Meditano una Svolta Epocale.

 

Conoscenzealconfine.it – (4 Agosto 2026) - Daniele Lanza – Redazione – ci dice:

 

Per la prima volta la prospettiva di un unico blocco anti occidentale unito.

Un esempio per il resto d’Europa?

Veramente degne di attenzione le notizie che giungono dall’arena politica della Germania federale:

stando alle ultime dichiarazioni, Sarah Wagenknecht – un tempo esponente della formazione di sinistra radicale “Die Linke” – ha appena annunciato di essere pronta ad un importante compromesso elettorale per affermare più facilmente le proprie posizioni nel panorama politico nazionale.

Per la precisione la Wagenknecht si dice disposta ad un apparentamento con il partito AFD (Alternative far Deutschland), maggiore rappresentante della destra radicale nella cultura tedesca dal secondo dopoguerra ad oggi.

 

Le radici di questa convergenza tra estrema destra ed estrema sinistra – motivo di perplessità per molti osservatori – vanno ricercate in una specifica analisi del contesto politologico che riguarda l’intero continente europeo e il suo rapporto con le due grandi tendenze di ordine filosofico che la riguardano:

l’atlantismo tradizionale dal dopoguerra ad oggi, in opposizione ad un orientamento “continentale”.

 

Le due categorie metapolitiche appena citate sono alla base di ogni cosa:

 l’atlantismo è naturalmente sinonimo di occidentalismo, di pensiero liberale e capitalistico che vede come suo faro la potenza d’oltreoceano assieme ai suoi alleati (in primo luogo l’anglosfera), coesi attorno al concetto di ordine internazionale, affermatosi e sviluppatosi dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale sino ad oggi.

Sull’altra sponda invece abbiamo come contraltare l’identità continentale e il pensiero sociale ad essa collegato che a loro volta possono essere ricondotte a forme politiche affini all’eurasiatico.

L’esistenza di quest’ultima è ragione di dibattito e preoccupazione in Europa – che dal 1945 in avanti è divenuta un’estensione atlantica – in particolare presso le classi dirigenti la cui esistenza è direttamente legata al persistere del sistema liberal-democratico di matrice occidentale:

 l’emergere, l’affermarsi di tanto in tanto, di forze e correnti divergenti dal dogma della democrazia liberale è strettamente monitorato e controllato, ostacolato in ogni modo e possibilmente criminalizzato in quanto non conforme con l’ordine costituito.

 

Ciò che rende oltremodo complessa la questione è il fatto che la faglia di divisione illustrata (Atlantismo ed Eurasia) è qualcosa che non combacia col canonico continuum “destra/sinistra” cui si è abituati, bensì una spaccatura ulteriore che vi si sovrappone, andando a creare frizioni e scissioni interne alle suddette categorie.

 

Tradotto in termini pratici significa che esistono formazioni di destra (radicale come moderata) che propendono a favore dell’ordine atlantico:

fedeltà all’alleanza e al suo ordine geopolitico ed ideologico di riferimento.

All’inverso, esistono sempre nell’alveo della destra forze e formazioni e correnti che virano in direzione alternativa, collocandosi quindi al di fuori del solco tradizionale di sviluppo della politica europea dal 1945 ad oggi.

 

Il medesimo schema delle cose è osservabile a sinistra, che vede quindi un dualismo tra forze favorevoli al sistema occidentale e quelle che se ne collocano al di fuori.

 Per riformulare il tutto in maniera più semplice, descrivendo le dinamiche di fondo della politica europea alla loro essenza, occorre dire che oltre l’asse di divisione destra/sinistra – che esiste da sempre – ne esiste anche un altro, non coincidente (ma altrettanto importante) che incarna il contrasto tra occidente e chi lo oppone.

 

Quest’ultima faglia di divisione è divenuta quantomai attuale in questi ultimi anni che hanno visto il confronto tra occidente euro-americano e sue periferie più orientali (verso Iran e Russia) deflagrare in conflitti che rischiano andare fuori scala: i censori e gli organismi di controllo della comunità europea operano un controllo molto attento nei confronti di tali forze, che – dal punto di vista dell’ordine costituito – rappresentano una sfida, una violazione, una sorta di sovversione che porta a catalogare suddette forze nell’alveo dell’estremismo e della radicalità (qualsiasi forza politica che predichi un allontanamento da Washington per guardare altrove, viene ipso facto bollata come sovversiva e degna di attenzioni particolari a seconda del caso).

 

Ogni singolo paese della comunità europea vede al suo interno il dualismo descritto, ma chiaramente sono i paesi più importanti quelli che destano maggiori preoccupazioni e quindi “attenzioni”.

 La Germania – prima potenza del continente ed erede di una cultura continentale a metà strada tra occidente ed oriente europeo – è sicuramente un caso emblematico in questo senso: un paese del tutto privo di un grande partito di destra sin dalla fine della guerra (per chiari motivi) ha visto solo nel corso dell’ultimo quindicennio il formarsi di qualcosa che possa definirsi tale (parliamo di “Alternative fur Deutschland” naturalmente).

 

Le mappe che illustrano i flussi elettorali hanno evidenziato da lungo tempo come tanto AFD quanto la sinistra radicale mietano successi nei lander dell’ex Germania orientale:

separati per matrice, ma accomunati da uno spirito decisamente divergente rispetto a quanto considerato accettabile per la politica dello stato tedesco contemporaneo, ossia di opposizione alla guerra finanziata dall’asse Washington/Bruxelles e orientata ad un accomodamento con Mosca, ad esempio (paradossalmente i partiti considerati “radicali” o “estremisti” nel panorama partitico tedesco, sono quelli che si mostrano più moderati nel proprio atteggiamento in politica estera).

 

Seguono posizioni analoghe per quanto riguarda l’identità nazionale e l’immigrazione:

 in definitiva una contiguità di vedute e geografica che ha portato ad un naturale avvicinamento l’AFD (in grande ascesa) e frammenti di sinistra facenti capo alla Wagenknecht, la quale già da anni era uscita dal proprio partito per costituire una sigla autonoma, imperniata sul suo carisma politico.

 

Il successo che avrà o meno questo esperimento non è la cosa più importante: al contrario la cosa più rilevante è che per la prima volta due forze apparentemente agli antipodi hanno trovato un punto di contatto nel nome di un’ideale condiviso, spezzando la contrapposizione destra/sinistra entro la quale viene incanalata tutta l’energia politica della società. Un piccolo episodio le cui fortune elettorali sono in fondo dubbie (difficile che l’apparentamento tra AFD e BSW – Bündnis Sahra Wagenknecht possa alterare di molto il quadro regionale e meno che meno nazionale), ma che tuttavia rappresenta un esempio unico: quello del tentativo di andare oltre la destra e la sinistra.

 

Un esempio che suscita immediata preoccupazione tra i guardiani dell’ordine costituito europeo che per l’appunto cercano di incanalare lo scontro e la contrapposizione su un piano che non riguardi la collocazione di fondo dei paesi europei entro l’alveo atlantico, che non si azzardi nemmeno lontanamente a metterne in discussione i pilastri.

 

Un esempio lampante di tutto questo è la Francia:

 altro grande paese europeo, laddove si è veicolata la frizione e la collisione politica verso direzioni “non problematiche”, puntando a fomentare la divisione canonica tra destra e sinistra e ad impedire qualsiasi possibile punto di contatto tra queste due.

Il sistema elettorale a doppio turno francese è paradigma di questo atteggiamento:

messo in atto come provvedimento per “impedire l’affermarsi degli estremismi” è divenuto de facto uno strumento formidabile per tenere separate le masse popolari – mettere le une contro le altre – al fine di tenere così in vita artificialmente un generico centro liberale (sotto la guida di Macron), che sempre meno rappresenta la società francese.

 

Quanto in Germania e in Francia si definisce “estremo” è in realtà soltanto alternativo o divergente rispetto alla norma canonica che si vorrebbe imporre:

 per questo si fa di tutto per prevenirne l’affermazione elettorale e nella cultura generale.

Criminalizzazione e tentativi di divisione sono divenuti la prassi dell’azione politica e quanti più casi di cui si vedranno sinistra e destra “collimare” verso un ideale comune, maggiori saranno tali reazioni:

il paradosso in questo caso (nell’Europa di oggi) è che sono proprio le cosiddette forze moderate quelle che ricercano gli obiettivi più estremisti come la prosecuzione della maggiore guerra sul continente da 80 anni a questa parte o un sistema socio-economico che porta a sempre maggiore povertà, divisioni sociali e in generale processi di sostituzione etnica.

(Daniele Lanza).

Fonte originale: “Strategic Culture Foundation”.

(ariannaeditrice.it/articoli/italiano-in-germania-le-ali-estreme-dello-schieramento-politico-meditano-una-svolta-epocale).

Sinistra.

Il massimalismo, malattia

infantile della sinistra.

Rivistailmulino.it - Paolo Pombeni – (17 marzo 2025) – Redazione – ci dice:

 

Né aderire né sabotare: incapace di dettare una linea, il gruppo dirigente del Partito democratico ha ripiegato sulla soluzione pilatesca dell’astensione.

 

Quello che nel Pd è accaduto al Parlamento europeo per le votazioni sul Libro bianco in materia di riarmo della Ue rientra nella storia, drammatica, della sinistra europea, e in specie di quella italiana.

 Non si tratta semplicemente di una spaccatura per differenti giudizi in materia politica, bensì di una contrapposizione fra l’eterna anima massimalista e quella politico-riformatrice.

Per questo vale la pena di rifletterci.

Partiamo da un dato di fatto:

per quanto riguarda il Libro bianco sulla difesa europea non si trattava di avallare o di discostarsi da un concreto e specifico piano di azione politica, ma semplicemente di valutare se una linea di indirizzo, ancora piuttosto vaga e suscettibile di molte declinazioni da specificare poi, rispondesse o meno a quanto richiesto dalla svolta storica che si sta determinando.

Specifichiamo subito:

 sarebbe del tutto legittimo e comprensibile negare, si spera con un ragionamento e un’analisi all’altezza del delicato momento, che quella svolta sia in atto.

 Nulla di questo è stato fatto, né si sono viste personalità con lo spessore necessario per accreditare una lettura della contingenza attuale diversa da quella che non solo è stata espressa dalla presidente della Commissione von der Leyen, con un discorso complesso, ma che risulta condivisa da molti sperimentati uomini di governo.

 

Alla constatazione che si stia entrando in una fase di neo-imperialismi per cui all’Europa è richiesto di attrezzarsi anche sul piano militare per non venirne schiacciata, abbiamo visto contrapporsi o utopismi pacifisti neppure di buon spessore o demagogie di basso conio che cercano consensi propagandando che le spese per la difesa inevitabilmente distruggerebbero lo Stato sociale che a fatica è stato costruito (e, diciamolo tra parentesi, i populisti hanno fatto davvero poco per evitarne una decadenza causata dalla difesa di vecchi privilegi).

 

In questo quadro, il gruppo dirigente del Partito democratico ha provato a chiedere ai suoi parlamentari europei di votare contro il Libro bianco, ma, visto che non riusciva a trovare argomenti convincenti per ottenere su ciò un ampio consenso, ha ripiegato sulla soluzione pilatesca di optare per l’astensione.

 Il gruppo si è sostanzialmente spaccato a metà, a mio giudizio per fortuna, mostrando che una parte almeno mantiene ancora una sana distanza dalla tabe del massimalismo (se poi chi si è adeguato alla richiesta della segreteria lo abbia fatto per adesione a quella prospettiva, o per calcolo politico di convenienze nella lotta interna al partito, lo vedremo nei prossimi mesi).

 

Ciò che qui interessa valutare è se la scelta propugnata dalla segretaria Schlein rientri nella fattispecie del massimalismo, cioè di quel modo di fare politica che ha spesso successo nell’animare gli spiriti di inquieta e irrazionale contestazione.

 

Ciò che qui interessa valutare è se la scelta propugnata dalla segretaria Elly Schlein e dal suo” winner circe” rientri nella fattispecie del massimalismo, cioè di quel modo di fare politica che ha spesso successo nell’animare gli spiriti di inquieta e irrazionale contestazione che sempre esistono nelle fasi critiche della storia:

un modo di fare politica che poi porta in genere la sinistra al disastro privando i sistemi politici in cui è inserita di una alternativa di progresso contrapposta agli arroccamenti della conservazione (quando non ai rigurgiti del reazionarismo becero).

 

Tuttavia va anche notato che il comportamento della componente riformista del Pd non è stato fino in fondo all’altezza della sfida in campo.

Anche su questo fronte si sconta un retaggio della storia della sinistra:

 il timore delle contrapposizioni interne, vuoi per fedeltà a quella che una volta (molto, molto tempo fa) si definiva unità della classe operaia e che adesso è ammantata più o meno come campo largo progressista, vuoi per calcolo in un confronto col gruppo dirigente al potere delle possibilità di vittoria giudicate scarse (secondo il mito della ferrea legge delle oligarchie: anche questo un retaggio storico).

 

Faccio questa riflessione avendo in mente quanto accadde al socialismo italiano nel primo quindicennio del Novecento con le conseguenze a seguire.

 Anche allora si ebbe un rigurgito di massimalismo, guidato, guardate un po’, dal signor Benito Mussolini, che poi non ebbe remore a spostare le sue battaglie su sponde opposte (perché il massimalismo è un camaleonte che non sai mai come gestire).

Quando si arrivò alla questione dell’entrata dell’Italia nella Prima guerra mondiale, propugnata dai massimalismi delle destre con un governo che aveva abbandonato la navigazione centrista del giolittismo, i socialisti furono travolti dalla loro astratta fedeltà all’antimilitarismo e al pacifismo, ma, non potendo opporsi al mainstream che dominava le classi dirigenti al potere e il loro peculiare populismo, scelsero la via dell’ambiguità con la famosa parola d’ordine: di fronte all’impegno dell’Italia nella guerra non si doveva “né aderire, né sabotare”.

 

Così i socialisti italiani, diversamente da quello che sarebbe accaduto per altri partiti socialisti in Europa, si tagliarono fuori dal poter essere durante il conflitto parte significativa delle classi dirigenti politiche, e nel dopoguerra continuarono ad essere vittime del loro massimalismo finendo nelle braccia, poco accoglienti, della Terza Internazionale, per aprire così di fatto la strada dopo la tragedia del fascismo e della Seconda guerra mondiale alla cessione del loro ruolo di guida del progressismo di sinistra alle ambiguità del Partito comunista.

 

Lungi da chi scrive l’idea che la storia si ripeta.

 Sono convinto però che ci siano dei “meccanismi”, se si vuole usare un termine più tecnico delle “regolarità”, che sarebbe bene tenere a mente. Se così non fosse, studiare storia sarebbe tutto sommato inutile.

 

Oggi come allora è necessario non cedere a quelle ortodossie subdole costituite dal presunto dovere di fedeltà agli slogan e ai pregiudizi che per più di una generazione hanno modellato una certa comprensione della evoluzione politica dagli anni Sessanta del secolo scorso in poi.

Il moto che ha portato all’avvento al vertice del maggior partito della sinistra italiana di un più o meno giovane gruppo dirigente contro un professionismo politico di routine ha radice nella rivolta spontaneistica di una parte della opinione pubblica “di sinistra” desiderosa di rispondere di petto a turbolenze della storia cui si contrapponeva una abbastanza stanca gestione di quegli eventi.

 

È un fenomeno tipicamente massimalista:

l’insoddisfazione generata dall’angoscia a fronte di un cambiamento radicale che si percepisce in arrivo porta non a generare interpretazioni politiche e conseguenti proposte razionali di riforma (necessariamente pazienti e gradualiste), ma a “scaricarsi la coscienza” col gridare forte e chiaro la propria volontà di arrivare presto a un mondo diverso: come non si sa, ma ci si accontenta di proiettare il risultato auspicato come sicuramente possibile.

Ma di fronte a questo clima e alla constatazione di gruppi dirigenti che si sono adeguati ad esso, chi è consapevole dell’errore in cui si sta incorrendo deve accettare la battaglia aperta e portarla fino in fondo.

 

Siamo di fronte a qualcosa di molto complesso, che non può essere liquidato come un puro ritorno dell’irrazionalismo pseudo profetico (una componente tragica della storia dell’umanità)

 

Siamo di fronte a qualcosa di molto complesso, che non può essere liquidato come un puro ritorno dell’irrazionalismo pseudo profetico (una componente tragica della storia dell’umanità), anche se questa componente è presente, eccome.

Si tratta di una dimensione che coinvolge fenomeni di massa di destra come di sinistra (usiamo categorie standard tanto per intenderci), che produce leader populisti e demagogici (fattispecie distinte) di varia caratura, che attrae nel suo gorgo intellettuali più o meno significativi sempre tentati dal ruolo di mosche cocchiere.

 

Una società e un sistema politico che non vogliano essere travolti da questa insorgenza dovrebbero mettersi in grado di esprimere soggetti, singoli e collettivi, capaci di elaborare razionalmente l’emergenza della transizione in corso e di guidare le comunità a comprenderla e a gestirla in modo costruttivo.

 Per chi vuole fare un serio “lavoro politico” non c’è errore peggiore che giustificare la propria incapacità di uscire dagli slogan e dai pregiudizi in cui si è formato con l’argomento del “così vuole la nostra gente, il nostro popolo, la nostra comunità” (sostituisce l’infausto grido di altri tempi: “Dio lo vuole”).

 

Almeno chi ha un ruolo, per quanto modesto, di esercizio in pubblico della riflessione razionale deve sentirsi in dovere di reagire a quanto sta succedendo.

Perché, per usare le parole di Manzoni, non debba dire “sospirando io non c’era” quando non la “santa vittrice bandiera” sarà da salutare, ma l’effetto infelice di una mancata gestione responsabile di un passaggio epocale.

 

Forse è eccessivo leggere quanto avvenuto nella vicenda del Pd al Parlamento europeo in un contesto così impegnativo, ma credo di non sbagliarmi indicando la serietà di un “incidente di precorso”:

in definitiva la storia si condensa spesso in questi.

(Rivista il Mulino 2026).

 

 

 

Interni.

"Disabilità? La sinistra parla

 molto, la destra agisce."

Ilgiornale.it - Francesco Corridori – (13 gennaio 2023) - Redazione – ci dice:

 

L’ex ministro della famiglia, Antonio Guidi, oggi senatore di FDL, parla a tutto tondo del tema della disabilità.

"Disabilità? La sinistra parla molto, la destra agisce."

“Non voglio dare la patente di buono o cattivo a nessuno, ma semplicemente verificare lo stato dell’arte sulla consapevolezza che i singoli parlamentari hanno del tema della disabilità”.

 Così l’ex ministro della famiglia, Antonio Guidi, oggi senatore di FDL, spiega la sua idea, ora “work in progress”, di verificare la conoscenza di base sulla disabilità di coloro che sono chiamati a legiferare su un tema così delicato.

 

Perché ha scelto di schierarsi con Fratelli d’Italia?

“Ho aderito sin dall’inizio a FDL perché riconosco a Giorgia Meloni una certa coerenza nel mettere al centro l’equità sociale e la disabilità al primo posto del suo programma”.

Come si spiega che la sinistra non abbia eletto neanche un parlamentare disabile?

 

 

 

“Le grandi leggi nascono dai governi precedenti in cui la sinistra era assente. La sinistra è molto brava a parlare, ma poco a concretizzare. Per la disabilità ha fatto veramente poco.

 Io faccio sempre l’esempio dell’uomo disperso nel deserto.

 La sinistra gli dà un bicchiere d’acqua per sopravvivere e per condizionarlo, ma non un fiasco d’acqua per risolvere i problemi.

La destra parla meno e concretizza di più.

 Ricordo che il primo disabile eletto è stato Franco Piro col Psi.

Ha fatto tanto per la disabilità, ma non è mai stato tenero con la sinistra comunista. Anzi…”.

 

Ritiene che il Ministero per la disabilità stia operando bene?

 

“Non è la prima volta che la destra istituisce il Ministero della Disabilità ed è un bene perché quando c’è un ministro gli si possono dare anche le colpe per le inefficienze. È un punto di riferimento importante sia per chiedere sia per proporre. È un segno di onestà e voglia di fare. È stata una scelta corretta e coraggiosa”.

 

Quali sono le iniziative che si dovrebbero adottare per i disabili?

 

“Esistono già ottime leggi, forse uniche in Europa, ma poco applicate.

La prima cosa è verificare l’applicazione reale delle leggi vigenti, affinché i diritti delle persone con disabilità non restino diritti deboli.

 Poi, servirebbe un aumento reale delle pensioni di disabilità, stabilite con un metodo trasparente di verifica della disabilità. Bisogna progettare un vero ‘dopo di noi’ e riconoscere i caregiver.

 Ma non solo. È necessario aggiornare il nomenclatore tariffario e stiamo già lavorando su questo”.

 

Il "dopo di noi" concretamente è realizzabile?

 

“Va fatta qualsiasi cosa per migliorare i momenti critici della vita di una persona.

Progettualità, attuazione e verifica sono le basi da cui si deve ripartire.

Credo che la sfida fondamentale sia evitare che ciò che è 'dopo di noi' diventi un incubo.

Per fare questo, serve valorizzare, per quanto possibile, le strutture socio-riabilitative territoriali e che evitino l'istituzionalizzazione.

Se questa deve avvenire, deve avvenire tenendo conto di alcuni principi fondamentali, ossia dichiarare di avere un reale contatto con le persone.

Infine, prima di garantire il ‘dopo di noi’ va garantito il ‘con noi’, ossia si deve pensare anche al presente”.

 

 

 

 

 

La malattia e il suo rapporto

con il potere.

Unictmagazine.unict.it – (27 maggio 2024) – Carlotta Fortuna – Redazione – ci dice:

 

Continua il terzo ciclo de “I Lunedì del classico”.

Nel decimo incontro sono intervenuti i docenti Francesco Galassi, Luigi Invalso e Orazio Licandro.

 

Che peso ha la patologia nella vita politica ed è possibile strumentalizzarla a proprio vantaggio?

 

Ci forniscono una risposta gli antichi partendo dalla tradizione storiografica su Giulio Cesare fino ai giorni nostri con un riferimento alle invettive che Donald Trump rivolge ai suoi avversari politici, durante le campagne elettorali.

 

Il decadimento fisico e psichico, nelle sue diverse forme, ha avuto nel corso dei secoli molteplici manifestazioni e valori simbolici:

 ad esempio, nell’antica Roma, era considerato uno stato che accomunava la sostanza umana con quella divina, in quanto mezzo usato per definire i connotati di un potere “straordinario”, mentre nel Trecento boccacciano viene visto come preludio di una morte devastante e contagiosa.

 

Ai giorni nostri, invece, in seguito alla pandemia da Covid-19 e con la propaganda politica americana, acquisisce entrambe le definizioni.

 

Ciò ha costituito il tema oggetto di discussione di speculazione tra i docenti Francesco M. Galassi dell’Università di Lódz in Polonia insieme con Luigi Invalso e Orazio Licandro dell’Università di Catania nel corso dell’incontro dal titolo La malattia e il suo rapporto con il potere, da Giulio Cesare a Donald Trump.

 

Il seminario è stato inserito nell’ambito del terzo ciclo de I lunedì del classico, al decimo appuntamento, promosso dai docenti Monica Centanni, Paolo B. Cipolla, Giovanna R. Giardina, Orazio Licandro e Daniele Malfitana.

 

A prendere la parola, in apertura dei lavori nell’Aula A2 del Monastero dei Benedettini del Dipartimento di Scienze umanistiche, è stato il prof. Luigi Invalso che ha offerto una prospettiva legata alla gestione delle pandemie da parte dei governi, concentrandosi, in particolare, sulla trattazione cinquecentesca di “Gian Filippo Ingrassia”, ed evidenziando come il ruolo del medico sia stato determinante e influente nella politica.

 

«Medicina e potere sono sempre state legate nell’ambito della gestione delle pandemie – ha detto -.

Si comincia a parlare di questo rapporto già a partire dalle trattazioni del XVI e XVII secolo, ovvero quando le malattie che tendevano a diffondersi maggiormente erano la peste, il vaiolo e la sifilide».

 

 

«Nello specifico, la peste, nelle sue varie tipologie - bubbonica, setticemica, polmonare primaria, cutanea - ha avuto un ruolo fondamentale per la ridefinizione della quotidianità – ha aggiunto -.

Un morbo già esistente in età antica descritto in tutti i manuali di medicina come sintomatologia di un male sconosciuto, per molti arrecato agli uomini dalla volontà divina».

 

«Nella Firenze di Boccaccio, invece, si cercano delle giustificazioni più definite, che spaziano oltre la fantasia,  come l’influenza degli astri, finché non si arriva alla formulazione della teoria miasmatico-umorale, che si sviluppa a partire dall’umoralità di Ippocrate e Galeno, secondo la quale le malattie infettive si originavano dalla diffusione nell'aria dei cosiddetti miasmi, dai quali prendevano corpo delle particelle velenose che entravano in contatto con l'uomo – ha proseguito il prof. Invalso -.

Vi era la credenza che il funzionamento del corpo fosse legato ad un equilibrio stabilito tra parti, gli umori, ovvero di sangue, flegma, bile gialla e bile nera: era proprio lo squilibrio, cioè l’accumulo di questi in diverse zone del corpo che provocava le malattie».

 

Successivamente, per spiegare lo sviluppo delle epidemie gli storici si sono basati sul rovesciamento della fisica ippocratico-galenica, sulla consultazione di opere classiche e sulle nuove scoperte scientifiche che definiscono una nuova filologia anatomica.

 

«Basti pensare che Ambrogio Traversar ha tradotto in latino la” Vita di Epicuro”, Poggio Bracciolini ha riscoperto il” De rerum Natura di Lucrezio”, altri studiosi hanno ripreso persino la teoria scolastica dei “Minima naturalità di Aristotele”, divenuti oggetto di future speculazioni e rielaborazioni – ha aggiunto -.

 Importanti saranno le teorie settecentesche che confluiscono sotto la denominazione di “crepuscolarismo” che mettono in contatto l’atomismo greco con il meccanicismo moderno di pensatori come Cartesio».

 

La peste.

È partendo da questo importante scienziato, “Cartesio”, che rivoluzionò la concezione atomistica della realtà, attraverso l’introduzione di formule matematiche e riflessioni scientifiche, che vengono elaborate nuove teorie che porteranno ad una comprensione della realtà sempre più scientifica: per cui, sarà premura di molti investigarne le cause, soprattutto quelle legate alle calamità naturali come le epidemie.

 

Infatti, già a partire dal XVI secolo gli atomi, definite particelle malate, diventano i protagonisti di trasmissione, tramite il contatto, e diventano oggetto di trattazione.

 

«Fondamentali sono le testimonianze di Girolamo Fracastoro, autore di De contagione e dell’allievo Gian Filippo Ingrassia, che compose Informazione del pestifero et contagioso morbo – ha spiegato il prof. Invalso -.

L’opera di Ingrassia è un trattato che fornisce la cronaca attenta e puntuale degli eventi sanitari e sociopolitici del suo tempo, adducendo come esempio la pestilenza di Palermo, e analizza la teoria in base alla quale le congiunzioni astrali legittimano le pandemie -l’obiettivo era ricavare una causa occulta, identificata con la volontà divina».

 

«Il suo pensiero poggia le basi sul contrasto con le teorie di Ippocrate e di Galeno, in quanto sostenevano che la vera causa della peste era la corruzione dell'aria, la quale dovesse essere purificata con il fuoco, mentre il corpo infetto con la triaca;

Ingrassia arriva alla conclusione che la peste non sia sorta spontaneamente in città ma che sia giunta da lontano e che a generare la patologia non è semplicemente l'azione dell'agente infettivo, ma anche la predisposizione individuale», ha proseguito.

 

«Al tempo stesso fornisce consigli e disposizioni per prevenire il morbo – ha aggiunto -.

Era necessario da parte dell’autorità politica mettere in atto misure di isolamento e di purificazione, attraverso tre mezzi come l'oro, la forca e il fuoco; inoltre, era necessario imporre l’obbligo di denuncia, la chiusura di luoghi pubblici e severe sanzioni ai non osservanti».

 

«Importante interpretazione della eziopatogenesi della peste ci viene fornita dal pensiero di “Giovan Alfonso Borelli”, che trae origine dalla speculazione sulle teorie cartesiane:

gli atomi sono ciò che costituisce ogni corpo e incessantemente entrano in contatto tra loro, dando vita e spiegando fenomeni della natura, come il sorgere delle malattie – ha spiegato il prof. Invalso -.

 Rispetto a Cartesio, tuttavia, cambia la sua prospettiva, per cui gli atomi non infettano secondo la propria qualità e quella del soggetto, ovvero la predisposizione, ma per la loro quantità, cioè per la dimensione».

 

In chiusura il docente dell’ateneo catanese ha aggiunto che «riprendendo i temi affrontanti da Ingrassia, si evince, come, attraverso un parallelismo con la gestione della pandemia da Covid-19, sia stata instaurata una dittatura sanitaria, che vede i medici al potere, come dei nuovi sovrani».

«I sovrani, infatti, fanno ordinare l’organizzazione della società e delle pene giudiziarie ai trasgressori, sfruttano l’epidemia come pretesto per ridisegnare intere città», ha concluso il prof. Luigi Invalso.

 

A seguire l’intervento del prof. Francesco M. Galassi che ha proposto una chiave di lettura innovativa sul rapporto tra malattia e potere, nell’ambito della lotta politica tra personaggi illustri, instaurando un legame tra medicina e scienze umanistiche.

 

In particolar modo ha analizzato come, in questo contesto, una cattiva condizione psico-fisica possa essere strumentalizzata per ottenere un vantaggio competitivo sull’avversario:

noto è il caso di Giulio Cesare con la sua presunta epilessia, che è poco attestata storicamente, ma che torna utile ai suoi successori, acquisendo così la definizione di “malattia sacra”.

 

La peste tra antichità e medioevo. (Foto di Carlotta Fortuna).

 

«Di recente il mio lavoro e la mia curiosità intellettuale mi hanno condotto ad approfondire una tematica abbastanza controversa:

la patologia dei grandi uomini politici dell’antichità – ha racconta il prof. Galassi -.

Ad ispirarmi, in origine, è stato un famoso film del ’63, di Joseph L. Mankiewicz, dal titolo “Cleopatra”.

In particolare, c’è una scena che mi ha fatto riflettere:

quando, ad un certo punto, Cesare si pone a fissare una statua dritta negli occhi e, subito dopo, afferma di non percepire alcuna forma di espressività».

 

«Questa considerazione è logicamente comprensibile, perché, effettivamente, i grandi personaggi di rilievo ci sono giunti attraverso delle statue, incorruttibili e senza difetti, quasi immortali – ha aggiunto -.

In quanto medico e studioso, non potevo sottrarmi di fronte ad una tale sfida, per cui ho cominciato a consultare numerosi testi, soprattutto opere classiche, deposti sugli scaffali delle più prestigiose biblioteche d’Europa: ho persino intrapreso un viaggio formativo verso Oxford».

 

«Emblematica è proprio la trattazione della figura politica di Giulio Cesare – ha proseguito il prof. Galassi -.

In alcune fonti è emerso che il fermo e controllato dittatore soffriva di epilessia.

Tuttavia, nella tradizione questa malattia non è diffusamente attestata e, nel suo caso, non viene nemmeno descritta nel dettaglio.

Sono pochi gli autori che ne fanno menzione, come Plutarco e Shakespeare.

Mentre Svetonio al contrario sostiene che per buona parte della sua vita godette di ottima salute, se nonché per due volte fu colpito dal morbo comiziale».

E continuando il suo intervento, il prof. Galassi ha operato un’accurata anamnesi. «Il morbo comiziale non è quasi nemmeno definibile come una patologia, ma è piuttosto un “accadimento” che solitamente si verificava durante la pubblica assemblea – ha detto -.

Il soggetto, in preda all’emozione o alla stanchezza, sveniva e qualsiasi provvedimento preso in quel momento veniva automaticamente sospeso perché si riteneva che su questa interruzione avesse avuto una forte influenza la volontà dei lumi».

 

«Diversa è, invece, l’epilessia, patologia vera, che aveva un valore particolarmente ambiguo – ha aggiunto -.

Si pensava che chi ne fosse affetto, in genere, fosse stato maledetto dagli dèi e per questo doveva essere allontanato dalla comunità.

Tuttavia, nel momento in cui ad esserne affetto era un uomo politico, questo poteva sfruttare tale condizione a suo vantaggio, cambiando, di fatto, la percezione stessa della malattia:

nella classe elevata la persona epilettica era tale perché vicina alla natura divina.

 E lo si spiega anche perché viene istituito il culto di Cesare, elevato a dio. Si eleva così la sua immagine che acquisisce contorni eccezionali».

 

Ad ogni modo, è incerta la patologia di cui soffriva Cesare, ma è attestato dalla maggior parte delle fonti che non godeva di buona salute.

«Una volta, ad esempio, prima di riunire l’assemblea, all’ingresso dei senatori, Cesare non si alzò, in quel contesto alzarsi significava offrire un gesto di saluto – spiega il prof. Galassi -.

 Ciò appare insolito, per cui cominciano a circolare tra i membri della classe al potere diverse interpretazioni sulle possibili cause:

alcuni ne individuarono una mancanza di rispetto volontaria, altri un legame con la salute.

La tradizione sul suo decadimento è alimentata dagli stessi aristocratici che assistevano a scene del genere, ma anche dallo stesso Cesare, che ne faceva uso per manipolare i suoi avversari politici».

 

«Tuttavia l’uso della malattia nella propaganda politica non veniva utilizzata solamente nel mondo antico: nel contesto dei giochi di potere attuale è rilevante il caso di Donald Trump, che, durante la campagna elettorale del 2024 per la designazione del prossimo presidente d’America, come nelle precedenti, schernisce il suo avversario facendo leva su debolezze fisiche e mentali», ha spiegato.

«Ad esempio durante le elezioni del 2016 Trump ha deriso in televisione l’altra candidata, Hilary Clinton, imitandola e facendo finta di non sapersi reggere in piedi, come in preda ad un ictus – ha proseguito il prof. Galassi -.

Nelle elezioni del 2020-2024, invece, ha puntato Biden per non essere stato capace di scendere dal palco dei relatori e a chiusura del suo discorso ha aggiunto che “non è adatto a ricoprire il ruolo”.

 Il dubbio effettivo sulla salute di Joel Biden è stato esposto anche dai giornalisti sotto forma di una domanda rivoltagli durante un’intervista. In più occasioni hanno chiesto a Biden se ritiene di essere in grado di governare di fronte a situazioni pericolose come la guerra in Ucraina e la guerra Israelo-palestinese».

 

«L’intervistato ha risposto contrattaccando che, nonostante la sua età, possiede più esperienza di tutti gli altri – ha precisato il prof. Galassi -. In questo modo Biden strumentalizza la calunnia a suo vantaggio. La malattia, dunque, non dev’essere compresa esclusivamente ai fini di un’anamnesi medica, ma ha un impatto anche storico-sociale e politico. Quando guardiamo ai grandi del passato non dobbiamo vederli come statue di pietra, perché sono stati uomini in carne ed ossa, come noi».

 

A fine conferenza il prof. Orazio Licandro, nel riassumere i contenuti dell’incontro, ha evidenziato che «tra malattia, potere, propaganda politica e religione esiste un nesso inscindibile».

 

«Nel caso di Cesare, la voce sul morbus comiziale gli conferiva un valore, una certa importanza, al punto da considerare questo evento al pari di un auspicio – ha aggiunto il docente dell’ateneo catanese -.

 Al di là delle tante congetture sulla sua salute, è probabile che Cesare strumentalizzasse la patologia di cui era affetto, molti addirittura dicono che fosse di natura cerebrale.

Non a caso si dice che proprio la natura di questa avesse avuto un ruolo determinante nella scelta dei suoi assassini prima di morire.

Cesare, giunto ad un momento della sua vita di amara consapevolezza sul suo destino, avrebbe deciso di manipolare la sua stessa uccisione».

 

 

 

 

 

 

Ablazione cardiaca: durata,

convalescenza e rischi dell’intervento.

Privato.policlinicogemelli.it – Attività Private – (5 – 08 – 2026) – Redazione – ci dice:

 

L’ablazione cardiaca è un intervento chirurgico per il trattamento delle aritmie cardiache, necessaria quando i sintomi dell'aritmia sono invalidanti e la terapia farmacologica non è sufficiente.

Ablazione cardiaca centri di eccellenza.

L’ablazione cardiaca.

Studio elettrofisiologico.

Ablazione.

Durata dell'intervento.

La convalescenza dopo un'ablazione cardiaca.

I rischi di un'ablazione cardiaca.

Pittogramma Gemelli.

L’ablazione cardiaca, meglio conosciuta come ablazione transcatetere, è un intervento chirurgico per il trattamento delle aritmie cardiache:

sia quelle più semplici, come la tachicardia sopraventricolare;

sia quelle più complesse, come la tachicardia ventricolare e la fibrillazione atriale.

È un intervento considerato moderatamente invasivo, in quanto si esegue con cateteri che percorrono le vene o arterie femorali per raggiungere il cuore, qualche volta la vena giugulare, per analizzare i segnali elettrici, capire dove nasce l’aritmia ed eliminare il potenziale circuito elettrico alterato.

 

L’ablazione cardiaca.

L’ablazione cardiaca o transcatetere si rende necessaria quando i sintomi dell'aritmia sono invalidanti e la terapia farmacologica non è sufficiente.

 

Talora, per forme minori di tachicardia, l'ablazione è considerata la prima scelta terapeutica, in quanto i farmaci sono validi solo per ridurre il numero degli episodi ma non curano l’aritmia.

da rientro nel nodo atrioventricolare;

da via accessoria, sindrome di Wolff-Parkinson-White;

incessante con riduzione della contrattilità cardiaca.

È considerata di seconda linea quando i farmaci antiaritmici risultano inefficaci o provocano effetti collaterali:

ablazione cardiaca quando farla;

si presenta il rischio di arresto cardiaco, ad esempio nella tachicardia ventricolare;

le crisi di fibrillazione atriale non sono tenute sotto controllo dalla terapia farmacologica;

quando le aritmie sono associate a scompenso cardiaco.

L’ablazione cardiaca o transcatetere è un intervento che si effettua in regime di ricovero, in cui più tubicini, i cateteri, vengono manovrati fino al cuore attraverso i vasi femorali o quelli giugulari, per eliminare gli impulsi elettrici anomali dell’organo in questione.

 

La procedura in genere è ben tollerata, comunque il paziente, a seconda dei tipi di ablazione, viene blandamente sedato e viene anestetizzata la zona d’accesso, l'inguine o il collo in base alla scelta dello specialista.

 

Studio elettrofisiologico.

Una prima fase, chiamato studio elettrofisiologico, consiste nell’analisi del ritmo degli impulsi elettrici che attraversano il cuore, concentrandosi nelle aree di interesse correlate all’aritmia.

Ad esempio nella fibrillazione atriale, lo studio si concentra sulla parte sinistra del cuore, in atrio sinistro, lungo lo sbocco delle vene polmonari, per comprendere la sede e le caratteristiche elettriche delle zone target.

Attraverso delle vene vengono introdotte nel cuore alcune sonde molto morbide (in sostanza degli speciali “fili elettrici”) che servono a sia a registrare l’attività elettrica cardiaca che a stimolare il cuore attraverso impulsi elettrici temporizzati.

 

Tutte le aritmie cardiache possono essere valutate attraverso uno studio elettrofisiologico.

Durante l’esame gli operatori hanno il completo controllo della situazione e possono rapidamente interrompere qualsiasi aritmia provocata che non viene tollerata dal paziente.

 

Dopo l’esame il paziente rimane a letto per alcune ore ed il ritmo cardiaco viene costantemente sottoposto a monitoraggio attraverso uno speciale elettrocardiografo (telemetria).

 

Ablazione.

Successivamente si identifica la zona che causa l’anomalia e si procede con l’ablazione, rendendo inattiva l’area creando una cicatrice attraverso il passaggio di calore nel catetere.

Il catetere in questione ha una conformazione particolare, in quanto utilizza un sensore tracciante il segnale elettrico e alla sua estremità presenta una termocoppia.

Si utilizza la radiofrequenza che trasforma le onde radio in calore.

Entrambi utili per bruciare l’area di interesse.

I movimenti dei cateteri nel cuore si monitorano con sistemi radiologici e con sistemi di mappaggio elettro-magnetico, detti elettro anatomici, che utilizzano la tecnologia GPS per ricostruire la loro posizione nel cuore con una precisione di circa 1 mm.

 

Durata dell'intervento.

L’intervento di ablazione ha una durata media compresa tra le 2 e le 5 ore, nelle forme più complesse.

In caso di complicazioni, l’intervento può avere una durata maggiore oppure può essere interrotto immediatamente.

 

La convalescenza dopo un'ablazione cardiaca;

ablazione cardiaca convalescenza.

Dopo l’intervento di ablazione cardiaca, il paziente può tornare a casa dopo circa 12/24 h dalla procedura.

Considerato che sono eseguiti accessi nei vasi, è necessario un periodo variabile di immobilità dopo la procedura, per evitare complicanze.

Alla dimissione il paziente viene istruito sulle visite di follow up e sui tempi e le modalità di ritorno ad una attività normale, che, in genere, avviene dopo qualche giorno di riposo.

I rischi di un'ablazione cardiaca.

L’ablazione transcatetere si considera un’operazione moderatamente invasiva, visto l’utilizzo dei cateteri e la distruzione della zona cardiaca interessata.

 

Vi sono, per questo motivo, delle possibili complicazioni da considerare:

danneggiamenti ai vasi, sede di accesso dei cateteri, in genere i più frequenti ed i più semplici da risolvere;

danni al cuore, qualora si sia creata una complicanza tecnica o legata all’anatomia particolare riscontrata, rari;

danni al sistema elettrico cardiaco, con una scala di gravità che può giungere fino alla necessità di un pacemaker; condizione molto rara;

formazione di coaguli o trombi, che si cerca di prevenire con la somministrazione di farmaci anticoagulanti prima o durante l’intervento;

effetti diretti su alcune parti del cuore, come ad esempio una cicatrice che restringe le vene polmonari;

ictus o arresto cardiaco, molto rari.

La presenza di altri stati morbosi, come il diabete e le malattie renali, precedenti ictus o infarti, possono esporre sensibilmente il paziente ai rischi sopra elencati: per questo motivo prima dell’ablazione vengono effettuati tutti gli esami del caso.

(L’ultima verifica dell’articolo è stata fatta in data: 9 Luglio 2025).

 

 

Sinistra, dopo la “malattia governista” è l’ora della cultura.

 Primo-piano.info - Massimiliano Pana rari - Opinioni d'autore – (10 dicembre 2022) – redazione- ci dice:

 

L’interrogativo intorno alla sopravvivenza delle categorie “sinistra” e “destra” è importante.

Non si tratta di un esercizio “di stile”, né di una forma di nostalgismo: illustri studiosi tuttora si interrogano e argomentano in materia.

Ma la risposta è necessariamente articolata, più sfumata di un puro e semplice sì o no.

 Perché, nel frattempo, le percezioni individuali (e di gruppo), le metamorfosi sociali e gli effetti della comunicazione digitale hanno parzialmente annegato questa distinzione, una delle manifestazioni per eccellenza della modernità.

 

Norberto Bobbio aveva fornito una definizione esemplare di questa «distinzione politica» nel suo Destra e sinistra (Donzelli, 1994):

 era l’uguaglianza a valere come valore discriminante, poiché quello della libertà era in qualche modo “condiviso” (o, per meglio dire, sia in un campo che nell’altro esistevano tendenze libertarie come autoritarie).

All’interno del prezioso libro di Bobbio c’era però anche una “bomba a orologeria” destinata a esplodere, che indusse infatti vari esponenti dell’intellighenzia di sinistra post-comunista a criticare aspramente il grande filosofo liberalsocialista (che, detto per inciso, non ebbe mai la minima indulgenza nei confronti del berlusconismo):

 l’idea che non fossero i contenuti di destra e sinistra a qualificare di per sé stessi un comportamento come “cattivo” o “buono”, ma il modo in cui vengono tradotti concretamente (e coerentemente) nel corso del tempo tramite le azioni.

 Una considerazione risultata via via sempre più confermata dalla realtà, che ha visto anche la “migrazione” di varie idee da sinistra a destra (e, un po’ meno, anche viceversa).

 Il “mercato delle idee”, naturalmente, è salutare, e la contaminazione in una democrazia liberale dovrebbe identificare – superando la rigidità delle ortodossie – un aspetto positivo;

 in termini elettorali, tuttavia, questo processo di trasmigrazione si è sostanzialmente tradotto in una spoliazione (e in una rinuncia) della sinistra a stare all’interno della battaglia delle idee con un patrimonio culturale (e di culture politiche storiche) adeguato.

E, più in generale, con un disinteresse crescente nei confronti del ruolo fondamentale della cultura nella costruzione di una società di cittadini coscienziosi e titolari, al medesimo tempo, di diritti e doveri (e non solamente di un’aspirazione infinita e perennemente insoddisfatta a rivendicare i primi).

 

A partire dalla “svolta post-moderna” di inizio anni Ottanta, la dicotomia destra-sinistra va sostanzialmente considerata come una “frattura politica” (in inglese cleavage) tra le altre, non più alla stregua di quella fondamentale che definisce tutte le altre.

La politica dell’età contemporanea in Europa si è infatti organizzata, come noto, intorno ad alcune fratture sociali.

 Quelle da cui sono scaturiti i partiti che hanno strutturato i sistemi politici per come li abbiamo conosciuti, tra alti e bassi, sostanzialmente fino agli ultimi anni.

Con la teoria dei cleavage, nella seconda metà degli anni Sessanta gli scienziati politici Stein Roatan e Seymour Martin Lippe hanno spiegato la genesi e lo sviluppo delle formazioni partitiche, incrociando due dimensioni in base all’asse del conflitto politico (territoriale o funzionale) e alla rivoluzione (nazionale e industriale) da cui hanno preso origine le fratture centro-periferia, Stato-Chiesa, città-campagna e capitale-lavoro.

Ed è stato appunto nel loro alveo che la «rivoluzione organizzativa» della sinistra e del movimento operaio aveva trovato compimento.

 

Da tempo si stanno però facendo largo alcune nuove fratture, che hanno sconvolto e tagliato in maniera trasversale la dicotomia sinistra-destra.

Sono cleavage generate dalla fine delle ideologie otto-novecentesche e dal clima d’opinione instaurato dal post-modernismo, che inoltre risentono fortemente degli effetti prodotti sul corpo sociale dalla Grande crisi finanziaria del 2008-2011.

 Come quella tra sovranisti ed europeisti che, secondo il politologo “Sergio Fabbrini”, identifica precisamente il nuovo cleavage fondamentale che ha ridefinito la politica continentale.

In questi primi decenni del Duemila è poi arrivata la frattura tra partiti di sistema (o di establishment) e partiti anti-sistema (o anti-establishment) a dissestare in maniera durissima il paesaggio dei sistemi politici liberaldemocratici.

Una frattura tramutatasi in una strettoia nella quale i partiti progressisti si sono infilati con una valutazione imprecisa dei termini della questione (oltre che delle implicazioni assai sfavorevoli sotto il profilo del consenso elettorale), finendo per venire in buona parte assimilati a forze di establishment – anche con alcune ragioni fondate, come la loro adesione ad un’idea di responsabilità che in vari momenti è risultata fondamentale per garantire la tenuta istituzionale, ma che ha finito per scivolare via via verso la “malattia del governismo”.

La sinistra paga così un ulteriore pedaggio all’appuntamento mancato con la svolta imposta dalla post-modernità, come mostrano da molto tempo anche le difficoltà nella comunicazione, esito prima della profonda (e radicata) diffidenza rispetto all’essenza stessa del comunicare e, più di recente, nei riguardi delle innovazioni comunicative.

E pure con l’effetto parossistico di inseguire avversari e competitor sul loro “terreno di gioco politico” preferito (quello dove sono ovviamente più forti).

L’Italia, nazione tutto sommato di recente costituzione, in larghi settori della cultura e della popolazione ha sempre nutrito un rapporto problematico con quella cultura politica liberale (e post-illuministica) che identifica una delle bandiere della modernità europea.

E che ha rappresentato la concezione mainstream e “di sistema” di molti ordinamenti politici e sociali dell’Occidente, mentre qui risultava appunto maggiormente fragile e malferma, tanto più alla luce del suo repentino passaggio, per tanti versi senza soluzione di continuità, dalla pre-modernità al post-moderno.

Oggi, in questo nostro Paese laboratorio e fucina dei populismi, si può dire che il mainstream coincida con il ventaglio delle culture politiche neopopuliste che, dopo una serie di governi tecnici, fanno perno sulla rivendicazione dell’investitura popolare (la quale, però, fondamento del modello democratico, non è certo una loro esclusiva).

 Come pensano, difatti, anche alcuni nostrani “Richelieu” della sinistra, convinti che il Pd debba necessariamente – come hanno già proposto a più riprese, smentiti dai fatti – contaminarsi con quello che il Movimento 5 Stelle rappresenta.

 La sinistra, invece, ha bisogno di tornare a sviluppare istanze e programmi, a costruire organizzazioni e partiti che siano popolari, non populisti.

E questo passa per una rimessa a punto della propria cultura politica, che sappia rimettere al centro anche il valore civile ed emancipante per le persone della cultura (come già era avvenuto in altre stagioni storiche).

 (Massimiliano Pana rari è Professore associato di Sociologia della comunicazione all’Università Mercatorum di Roma, docente a contratto di Comunicazione politica all’Università Luiss di Roma.)

 

 

 

PMI: la burocrazia costa 80 miliardi.

In UE siamo i peggiori.

Servicematica.com – (19 maggio 2025) – Economia – Redazione – ci dice:

 

È un fardello insopportabile che “schiaccia” soprattutto le microimprese, costrette a destreggiarsi tra moduli da compilare, documenti da produrre, timbri da apporre e file interminabili agli sportelli pubblici solo per ottenere una semplice informazione.

Questi disagi tratteggiano quotidianamente la vita di tantissimi imprenditori e a denunciarli ci ha pensato l’Ufficio studi della CGIA.

 

La burocrazia rappresenta un vero e proprio nemico invisibile che pesa ingiustamente sul sistema delle nostre Pmi, drenando almeno 80 miliardi di euro all’anno.

 È un fardello insopportabile che “schiaccia” soprattutto le microimprese, costrette a destreggiarsi tra moduli da compilare, documenti da produrre, timbri da apporre e file interminabili agli sportelli pubblici solo per ottenere una semplice informazione.

Questi disagi tratteggiano quotidianamente la vita di tantissimi imprenditori e a denunciarli ci ha pensato l’Ufficio studi della CGIA.

 

Nonostante qualche timido passo in avanti fatto negli ultimi anni, la complessità delle norme e, spesso, l’impossibilità pratica di applicarle rappresentano un “dramma” insopportabile.

Senza contare che i tempi medi per il rilascio di permessi e autorizzazioni da parte della nostra Pubblica Amministrazione (PA) restano tra i più elevati d’Europa;

 uno score da non andare particolarmente fieri e riconducibile, in particolare, a un livello di digitalizzazione dei servizi pubblici ancora troppo basso.

Di conseguenza, a pagare il conto sono le aziende:

che sottraggono tempo prezioso e risorse economiche fondamentali alla loro attività produttiva.

 

Sia chiaro: fare di tutta l’erba un fascio è sempre sbagliato.

 Nessuno, men che meno la CGIA, può disconoscere che anche la nostra PA presenta delle punte di eccellenza che ci sono invidiate in tutto il mondo;

pensiamo alla sanità, alla ricerca, all’università e alla sicurezza. Purtroppo, la macchina dello Stato nel suo complesso funziona mediamente con difficoltà, soprattutto in molte regioni del Mezzogiorno, dove l’inefficienza costituisce un tratto caratteristico di queste realtà pubbliche.

Non solo.

A preoccupare cittadini e imprese sono i tempi di risposta e i costi della burocrazia che sono diventati una patologia non più sopportabile. Avremmo bisogno di un servizio pubblico efficiente ed economicamente vantaggioso, invece, ci ritroviamo con una macchina pubblica “scassata” che fatica a tenere il passo con i cambiamenti epocali in atto.

 

È previsto un taglio di 30.700 norme.

Sappiamo tutti che soluzioni miracolistiche non ce ne sono, tuttavia la semplificazione del quadro normativo sembra essere una delle operazioni più auspicabili da perseguire per alleggerire il peso della burocrazia normativa.

 E finalmente qualche segnale importante sta giungendo dall’azione politica della maggioranza.

 All’inizio dello scorso mese di aprile è stato approvato un disegno di legge del governo che prevede l’abrogazione di oltre 30.700 norme emanate tra il 1861 e il 1946.

 Una volta approvata definitivamente, questa misura ridurrà del 28 per cento lo stock delle norme vigenti.

 Speriamo che i tempi di approvazione siano ragionevolmente brevi.

 

In Ue siamo tra i peggiori.

Anche dal confronto con gli altri Paesi, emerge che la nostra PA sconta dei differenziali di inefficienza molto preoccupanti.

 Secondo una recente indagine condotta dalla Banca Europea degli Investimenti (BEI), il 90 per cento delle imprese italiane ha dichiarato di avere del personale impiegato per adempiere agli obblighi normativi.

Tra i paesi big dell’Unione, nessun altro ha registrato un risultato peggiore.

Se in Francia il dato si è attestato all’87 per cento, in Germania è sceso all’ 84 e in Spagna all’ 82.

La media UE, invece, si è stabilizzata all’86 per cento.

Tuttavia, la cosa più preoccupante che emerge da questa indagine è riconducibile al fatto che in Italia il 24 per cento degli imprenditori intervistati ha dichiarato che impiegano oltre il 10 per cento del proprio personale per espletare tutte le formalità richieste dalla legge, dato che scende al 14 per cento sia in Francia sia in Spagna e all’11 per cento in Germania.

La media UE, invece, è pari al 17 per cento.

 

Situazione drammatica tra gli Enti locali del Sud.

Secondo la periodica indagine condotta nel 2024 dall’Università di Göteborg sulla qualità istituzionale delle Pubbliche Amministrazioni presenti nelle 210 regioni dell’Unione Europea, i risultati delle realtà territoriali italiane sono state molto modeste.

La CGIA segnala che la prima regione d’Italia è il Friuli Venezia Giulia che si colloca al 63 posto a livello europeo.

Seguono la provincia Autonoma di Trento (81°), la Liguria (95°) e la Provincia Autonoma di Bolzano (96°).

Male le regioni del Sud: Puglia al 195° posto, Calabria al 197°, il Molise al 207° e la Sicilia al 208° si collocano proprio in coda alla classifica generale.

 In UE, infine, la regione più efficiente è la finlandese Alan; maglia nera, invece, è la realtà bulgara di Severo-zapaden.

 

 

 

L’Unione Europea non

riesce a semplificarsi.

Ilpost.it – (6 dicembre 2025) – Konrad – Redazione -ci dice:

 

Nel tentativo di ridurre la sua burocrazia sta complicando ancora di più le cose.

La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen parla al Parlamento Europeo a novembre del 2025.

Da settimane l’Unione Europea è bloccata su una discussione molto europea, ossia come diminuire l’enorme mole di pratiche burocratiche e norme che le aziende devono rispettare, e che secondo vari esperti sono una delle principali ragioni per cui l’economia europea è sostanzialmente in stallo.

 

Semplificando un po’ il dibattito, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e i singoli stati membri si stanno scontrando con il Parlamento Europeo (e specialmente con i gruppi di sinistra e centrosinistra, come i Verdi e i Socialisti e Democratici), perché non sta seguendo le loro indicazioni in materia di semplificazione.

Si è lamentato persino il cancelliere tedesco Friedrich Merz, a capo di uno stato noto per la sua abbondante e complicata burocrazia. Dall’altra parte, molti eurodeputati sostengono che questa semplificazione sia stata progettata in modo disordinato e irresponsabile, e che nel lungo periodo l’Unione Europea ci rimetterà.

Tra il 2019 e il 2024 l’Unione ha prodotto quasi 14mila atti giuridici.

 Si stima che ogni anno le aziende europee spendano 150 miliardi di euro in costi amministrativi:

molte si lamentano di dover dedicare troppo tempo e risorse alla compilazione di moduli che testimonino la loro aderenza ai regolamenti sulla filiera produttiva o sul rispetto dei diritti umani e delle pratiche ambientali, che tra l’altro cambiano rapidamente.

 

Per questo quando è stata rieletta presidente della Commissione Europea, a luglio del 2024, von der Leyen aveva promesso che avrebbe snellito questi processi.

Come segnale di impegno in questo senso aveva cambiato il nome del commissario europeo per l’Economia in commissario per l’Economia, Produttività, Attuazione e Semplificazione:

 il ruolo è stato assegnato al politico lettone “Valdis Dombrovskis”, che in passato era già stato commissario in ambito economico.

Dombrovskis ha sostenuto che l’Unione debba mantenere «i suoi elevati standard ambientali e sociali», ma anche che negli ultimi anni le norme europee abbiano gravato in modo eccessivo sulle imprese, colpendo in particolare quelle più piccole.

A febbraio la Commissione aveva presentato, in accordo con gli stati membri, diversi progetti di leggi cosiddette “omnibus”, ossia che eliminano, accorpano o semplificano una lunga serie di norme diverse sullo stesso tema, con l’obiettivo di snellire i processi burocratici un po’ in tutti gli ambiti.

Nella pratica però a risentirne più di tutti sarebbe stato quello della sostenibilità ambientale:

fra le norme che più venivano soppresse o modificate c’erano quelle istituite attraverso il “Green Deal europeo”, l’ambizioso insieme di leggi sul clima simbolo del primo mandato di von der Leyen (2019-2024).

Lo stesso” Green Deal “nell’ultimo anno è stato ripensato e annacquato per via delle pressioni che hanno esercitato sulla Commissione sia i gruppi politici di estrema destra sia il Partito Popolare Europeo, il principale gruppo di centrodestra, di cui fa parte anche von der Leyen.

 

Come detto, questo ha provocato molte critiche da parte degli eurodeputati più progressisti che, pur riconoscendo la necessità di una semplificazione delle pratiche burocratiche, hanno accusato von der Leyen di rinnegare gli obiettivi che si era data durante il suo primo mandato per accontentare la destra e le imprese.

 L’hanno accusata anche di star attuando una deregolamentazione che assomiglia a quella adottata negli Stati Uniti da Donald Trump, e di mettere fretta al Parlamento Europeo per approvare queste leggi solo per evitare che gli eurodeputati si concentrino troppo sul contenuto.

Questa è stata anche l’impressione della Mediatrice europea Teresa Andino, che esercita un controllo amministrativo (non esecutivo) sull’Unione.

 Dopo tre segnalazioni provenienti dalla società civile, la scorsa settimana Andino ha riscontrato che c’era stata «una serie di carenze procedurali» che costituivano «un caso di cattiva amministrazione» nel modo in cui la Commissione aveva preparato le proposte di legge “omnibus”.

Secondo Andino, i settori che ne avevano risentito di più erano stati quelli dei finanziamenti agricoli, della migrazione e della trasparenza della catena di approvvigionamento dei materiali.

 

Giovedì questa opinione è stata sostenuta anche da un membro interno della Commissione Europea:

la vicepresidente “Teresa Ribera” ha detto di avere la sensazione che in molti casi «non si tratti di semplificazione, ma di [una] combinazione disordinata di cose che finiscono nell’incertezza», e che quello che sta avvenendo fra la Commissione, il Parlamento e i governi degli stati membri sia «un terribile spettacolo politico».

 

 

Pericolosi doppi standard: come la Commissione europea sta fallendo sul mercato interno e sulla burocrazia.

Xpert.digital.it – (7 aprile 2026) - Konrad Wolkenstein - Brand Ambassador – Redazione – ci dice:

 

Pericolosi doppi standard: come la Commissione europea sta fallendo sul mercato interno e sulla burocrazia.

Belle parole, cifre amare: ecco come la Commissione europea promette di ridurre la burocrazia producendo al contempo una quantità record di regolamenti:

1.456 nuove leggi: perché il mercato unico sta sprofondando nel caos burocratico dell'UE.

Draghi lancia l'allarme: la burocrazia dell'UE sta distruggendo il mercato unico europeo?

 

L'Unione Europea è intrappolata in un pericoloso paradosso. Mentre la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen dichiara che la semplificazione burocratica è la sua massima priorità e punta a rafforzare il mercato unico europeo, le autorità di Bruxelles stanno contemporaneamente emanando un numero record di nuove normative.

 Solo nel 2025 sono stati adottati quasi 1.500 nuovi atti legislativi: una contraddizione fatale che minaccia sempre più la competitività dell'Europa a livello globale.

Esperti di alto profilo come Mario Draghi ed Enrico Letta lanciano da tempo l'allarme:

 se l'UE non riuscirà a colmare l'enorme divario tra ambizione politica e realtà amministrativa, il progetto economico più ambizioso del continente rischia di soffocare sotto il peso del suo stesso zelo regolamentare.

Questo libro offre uno sguardo senza compromessi sulla strategia "omnibus" di Bruxelles, sui problemi strutturali irrisolti e sul vero bilancio della politica europea di deregolamentazione.

 

Il doppio standard di Bruxelles: promesse di riforma contro la realtà normativa.

L'Unione europea si trova in una situazione paradossale:

 mai prima d'ora si era assistito a un dibattito pubblico di così alto profilo a Bruxelles sulla riduzione della burocrazia, e mai prima d'ora erano state emanate così tante nuove normative.

 La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha fatto della semplificazione e della competitività il tema centrale del suo secondo mandato.

Tuttavia, la realtà, misurata da dati affidabili e da rapporti di audit indipendenti, dipinge un quadro più preoccupante:

 esiste un divario tra l'ambizione politica e la realtà amministrativa, che sta diventando sempre più un onere strategico per l'economia europea.

 

Premessa: perché l'Europa deve agire con urgenza.

Il problema della competitività strutturale dell'Europa non è nuovo, ma si è aggravato drasticamente negli ultimi anni.

 Il mercato unico, il progetto di integrazione più ambizioso della storia europea, comprende 450 milioni di consumatori, circa 26 milioni di imprese e un prodotto interno lordo complessivo di 17 trilioni di euro.

Dalla sua nascita, ha creato oltre 3,6 milioni di posti di lavoro e generato significativi benefici in termini di prosperità, secondo la Commissione.

Tuttavia, negli ultimi anni, sono emerse inequivocabili crepe nelle fondamenta di questo progetto.

 

Nel settembre 2024, l'ex presidente della BCE Mario Draghi presentò un rapporto sulla competitività europea, i cui risultati erano allarmanti:

per rimanere competitiva a livello globale con Stati Uniti e Cina, l'UE avrebbe dovuto investire almeno 800 miliardi di euro in più all'anno.

Un anno dopo la pubblicazione del rapporto, la frustrazione tra imprese e cittadini per la mancanza di interventi concreti crebbe notevolmente.

Nel settembre 2025, lo stesso Draghi dipinse nuovamente un quadro fosco per l'economia dell'UE e sollecitò un'azione rapida.

 

Parallelamente, nell'aprile del 2024 l'ex Primo Ministro Enrico Letta ha presentato un rapporto ampiamente discusso sul futuro del mercato unico dell'UE.

In esso, ha auspicato una nuova quinta libertà – accanto a quelle per beni, servizi, capitali e persone – per la ricerca, l'innovazione e la conoscenza, nonché il completamento sostanziale dell'Unione dei mercati dei capitali.

 I dati presentati da Letta illustrano la portata del problema:

gli scambi intracomunitari di beni in percentuale del PIL sono scesi dal 23,5% del 2023 a solo il 22% del 2024.

Gli scambi transfrontalieri di servizi all'interno dell'UE ammontano a un modesto 7,9% del PIL – una cifra irrisoria se si considera il suo effettivo potenziale.

Nel 2024, il volume totale degli scambi intracomunitari è sceso a 4.025 miliardi di euro, con un calo del 2,2% rispetto all'anno precedente.

 

Questi dati segnalano non solo una recessione economica, ma anche un'erosione strutturale dell'integrazione del mercato unico.

Allo stesso tempo, aumenta il numero di procedimenti d'infrazione contro gli Stati membri che non attuano correttamente le norme del mercato unico dell'UE.

 Il risultato è inequivocabile: il mercato unico non funziona come dovrebbe.

 

Missione “Competitività” (Rapporto Draghi).

Da quando Mario Draghi, ex presidente della BCE e primo ministro italiano, ha presentato nel settembre 2024 il suo rapporto di circa 400 pagine sul futuro della competitività europea, su commissione della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, si è dedicato quasi costantemente a difenderlo e a spiegarlo.

 In qualità di alto consigliere dell'Unione europea, partecipa ai vertici europei, interviene al Parlamento europeo e incontra capi di Stato e di governo, nonché rappresentanti dell'industria.

 Il suo obiettivo principale al momento è convincere gli Stati membri dell'UE ad attuare concretamente le sue richieste radicali (come investimenti annuali per 800 miliardi di euro e l'emissione di debito comune dell'UE) e non lasciarle semplicemente a prendere polvere su uno scaffale.

 

Consigliere di alto rango e “voce di avvertimento.”

Attualmente Draghi funge da una sorta di capo economista e stratega geopolitico non ufficiale per l'Unione Europea.

 In particolare dopo l'elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti e alla luce della minaccia economica rappresentata dalla Cina, la sua competenza è molto richiesta a Bruxelles e nelle altre capitali europee.

 Egli avverte instancabilmente che l'Europa scivolerà in una "lenta agonia" (un declino graduale) se non investirà immediatamente e massicciamente in difesa, tecnologia e mercato unico.

 

Apparizioni in ambito accademico e nella società civile.

Oltre a fornire consulenza politica diretta, Draghi tiene regolarmente discorsi di alto profilo (ad esempio, presso think tank, università o forum come quello di Davos).

 Sfrutta queste apparizioni pubbliche per esercitare pressioni sulla politica nazionale europea, in particolare su paesi come la Germania, scettici riguardo al nuovo debito dell'UE.

 

Mario Draghi è attualmente una sorta di statista di lungo corso e il principale analista di politica economica europea.

 Sebbene non abbia più potere decisionale, la sua immensa autorità e i suoi rapporti inflessibili definiscono l'agenda per la legislazione europea attuale e futura.

 

Il quadro strategico di Von der Leyen: la bussola per la competitività.

All'inizio del suo secondo mandato, Ursula von der Leyen ha risposto a questa constatazione con un nuovo quadro strategico.

Il 29 gennaio 2025, la Commissione ha presentato la cosiddetta Bussola della competitività, un documento strategico che definisce le priorità di politica economica della Commissione per la legislatura 2024-2029.

Il documento si basa esplicitamente sulle analisi dei rapporti Draghi e Letta e individua tre priorità generali:

colmare il divario in materia di innovazione con gli Stati Uniti, completare il mercato unico e rafforzare la sicurezza e la resilienza economica.

 

La bussola è precisa nella sua diagnosi e ambiziosa nei suoi obiettivi.

 Riconosce esplicitamente che l'eccessiva regolamentazione, la frammentazione dei mercati e la mancanza di scalabilità delle imprese europee sono i problemi principali.

Si pone l'obiettivo di ridurre gli oneri amministrativi per le imprese di almeno il 25% entro il 2030, e addirittura del 35% per le piccole e medie imprese (PMI).

Sulla carta, sembra un vero e proprio cambio di rotta. La domanda è se a queste parole seguiranno i fatti.

 

Lo strumento Omnibus: ridurre la burocrazia nella pratica

Lo strumento operativo più importante per ridurre la burocrazia è la cosiddetta strategia omnibus.

In base a questa strategia, la Commissione accorpa le modifiche a diversi atti giuridici esistenti in un unico pacchetto legislativo per eliminare le incongruenze, ridurre gli obblighi di rendicontazione e contenere i costi di attuazione.

Solo nel 2025 sono stati presentati dieci pacchetti omnibus di questo tipo.

 

Il pacchetto Omnibus I: l'esempio più noto.

Il pacchetto omnibus più rilevante dal punto di vista politico per il 2025 riguarda la rendicontazione di sostenibilità.

Proposto dalla Commissione nel febbraio 2025, include modifiche di vasta portata a quattro direttive:

la Direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità aziendale (CSRD), la Direttiva sulla dovuta diligenza in materia di sostenibilità aziendale (CSDDD), il Regolamento UE sulla tassonomia e il Regolamento UE sulla deforestazione (EUDR).

La riforma principale della CSRD è spettacolare:

l'obbligo di rendicontazione si applicherà d'ora in poi solo alle imprese con più di 1.000 dipendenti e un fatturato superiore a 450 milioni di euro.

Ciò esenterà dall'obbligo circa l'80-90% delle imprese originariamente soggette alla direttiva.

Nel dicembre 2025, il Parlamento europeo e il Consiglio hanno raggiunto un accordo provvisorio su questo pacchetto durante i negoziati trilaterali.

 

La Commissione stima che i risparmi derivanti dai pacchetti omnibus si aggirino intorno agli 11,9 miliardi di euro per le imprese.

Altre fonti citano cifre fino a 37,5 miliardi di euro entro il 2029. All'inizio del 2026, i pacchetti omnibus II e III erano già entrati in vigore, mentre i pacchetti dal IV al VI erano in fase di esame rispettivamente presso il Consiglio e il Parlamento, e i pacchetti dal VII al X erano ancora in fase di valutazione da parte di entrambe le istituzioni.

Ulteriori pacchetti nei settori dell'energia, della tassazione e dei diritti dei cittadini sono previsti per il 2026.

 

Debolezze metodologiche e critiche politiche all'approccio omnibus.

Il metodo omnibus non è esente da controversie.

La rivista specializzata del Bundestag, "Das Parlament", ha già formulato critiche fondamentali a questo approccio:

collegare ambiti normativi completamente diversi in un unico pacchetto legislativo rende più difficile il controllo parlamentare e incoraggia accordi politici marginali.

Unire diritto ambientale, diritto commerciale, diritto finanziario e diritto sociale in un unico pacchetto di votazione non è conforme ai principi di una legislazione trasparente e coerente.

 

Inoltre, non mancano le critiche da parte della società civile e delle organizzazioni ambientaliste:

il pacchetto Omnibus I sulla rendicontazione della sostenibilità è visto come uno smantellamento di fatto del Green Deal.

La drastica riduzione della portata della CSRD (Convenzione sui rischi climatici e la sostenibilità) significa che le catene di approvvigionamento e i rischi climatici per la stragrande maggioranza dell'economia europea non saranno più sistematicamente registrati e divulgati.

L'Istituto tedesco per lo sviluppo ha esplicitamente avvertito:

la riduzione della burocrazia non deve avvenire a scapito delle politiche climatiche.

Resta uno dei punti centrali di controversia per il 2025 se la Commissione stia effettivamente perseguendo una semplificazione significativa o se stia nascondendo standard di sostenibilità politicamente scomodi sotto la maschera della deregolamentazione.

 

Il paradosso normativo: più leggi nonostante le promesse di ridurre la regolamentazione

Il problema principale della strategia di deregolamentazione di von der Leyen risiede in una fondamentale discrepanza tra gli annunci e la realtà, che si può misurare con dati concreti.

 Nel 2025, la Commissione europea ha adottato un totale di 1.456 atti giuridici, il numero più alto dal 2010.

Suddividendoli per categoria, il quadro è il seguente:

21 direttive, 102 regolamenti, 137 atti delegati e 1.196 atti di esecuzione.

 Ciò corrisponde a una media di circa quattro nuovi atti giuridici al giorno lavorativo.

 

La Federazione delle industrie tedesche (BDI) e l'associazione dei datori di lavoro Gesamtmetall hanno criticato aspramente questo sviluppo.

 L'amministratore delegato di Gesamtmetall, Oliver Zander, ha parlato nel gennaio 2026 di un vero e proprio strangolamento delle imprese e ha affermato che la Commissione europea ha chiaramente fallito nel raggiungere il suo obiettivo di riduzione della burocrazia. Critiche analoghe sono giunte anche dalla Confederazione tedesca dell'artigianato specializzato.

L'accusa è grave:

mentre si discute pubblicamente di semplificazione, l'onere normativo continua a crescere inesorabilmente attraverso la porta di servizio di atti delegati e regolamenti attuativi.

 

Il ruolo degli atti delegati e dei regolamenti attuativi è particolarmente problematico.

Questi strumenti giuridici secondari non vengono creati attraverso la normale procedura di co-decisione tra Parlamento e Consiglio, ma vengono emanati dalla Commissione – o addirittura da agenzie da essa designate – di propria iniziativa. L'ex commissario europeo per l'Industria, Günter Verheugen, ha già messo in guardia contro un preoccupante spostamento di potere verso una burocrazia incontrollata e difficilmente soggetta a controllo democratico.

Dei 1.456 atti legislativi previsti per il 2025, ben 1.196 erano atti attuativi, adottati senza un pieno dibattito parlamentare.

 

Il programma della Commissione per la deregolamentazione per il 2026 ha suscitato reazioni contrastanti.

 L'Associazione tedesca per la conservazione della natura e altre organizzazioni ambientaliste hanno criticato il fatto che le semplificazioni annunciate si concentrassero ancora una volta sugli standard ambientali e sociali, anziché su effettive semplificazioni amministrative per le imprese.

Allo stesso tempo, le associazioni imprenditoriali hanno lamentato che le misure annunciate fossero troppo timide per migliorare in modo significativo la competitività dell'industria europea.

 

 La nostra competenza nell'UE e in Germania nello sviluppo aziendale, nelle vendite e nel marketing.

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I “Dieci Terribili”: Cosa sta realmente bloccando il mercato unico dell’UE?

La nuova strategia per il mercato unico: ambizioni e limiti.

Il 21 maggio 2025, la Commissione ha presentato la sua nuova strategia per il mercato unico dell'UE, il primo documento strategico completo di questo tipo da anni.

 Il documento individua cinque aree chiave di intervento e definisce priorità concrete.

Vengono indicati i cosiddetti "Dieci Terribili", ovvero i dieci maggiori ostacoli strutturali del mercato unico che impediscono gli scambi commerciali, gli investimenti e l'integrazione economica.

Tra questi figurano procedure di approvazione dei prodotti frammentate, normative nazionali diverse in materia di tutela dei consumatori e fiscalità, la mancanza di riconoscimento reciproco delle qualifiche professionali e la disomogeneità delle normative nazionali nel settore dei servizi.

 

Una novità istituzionale di questa strategia è rappresentata dai cosiddetti "Sherpa del Mercato Unico" negli Stati membri:

 i coordinatori nazionali hanno il compito di individuare le carenze nell'attuazione e di informare direttamente la Commissione.

Sembra uno strumento di coordinamento utile.

Tuttavia, resta da vedere se questi Sherpa eserciteranno effettivamente un'influenza politica o se si limiteranno a diventare altri osservatori ben retribuiti a Bruxelles.

 

I “Dieci Terribili” del mercato unico dell’UE.

Ecco un breve elenco dei “Terribili Dieci” – i dieci maggiori ostacoli strutturali al mercato unico dell’UE, individuati dalla Commissione europea nella sua nuova strategia per il mercato unico del 21 maggio 2025:

 

La complessità delle normative UE – un insieme di regole eccessivamente complicato – crea incertezza giuridica nelle transazioni commerciali transfrontaliere, soprattutto perché molti requisiti UE vengono applicati in modo diverso a livello nazionale

Mancanza di responsabilità da parte degli Stati membri – incapacità dei governi nazionali di applicare in modo coerente le norme del mercato interno

Avvio e gestione aziendale complessi: ostacoli burocratici nella costituzione e nella gestione operativa transfrontaliera

Il riconoscimento limitato delle qualifiche professionali – la mancanza di riconoscimento reciproco – ostacola la mobilità transfrontaliera dei lavoratori qualificati

I ritardi nella standardizzazione – i lunghi tempi di sviluppo degli standard comuni soffocano l'innovazione e la competitività

La frammentazione delle normative in materia di imballaggio, etichettatura e gestione dei rifiuti – con norme nazionali divergenti e diversi sistemi di responsabilità estesa del produttore – ostacola la libera circolazione delle merci

Normative di prodotto armonizzate obsolete e conformità dei prodotti insufficiente: i quadri giuridici esistenti non tengono ancora adeguatamente conto delle soluzioni digitali

Normative nazionali restrittive e divergenti in materia di servizi: le normative nazionali eterogenee ostacolano lo scambio transfrontaliero di servizi

Procedure complesse per l'assegnazione dei lavoratori: un'eccessiva burocrazia, soprattutto nei settori a basso rischio, grava in modo sproporzionato sulle aziende

Le ingiustificate restrizioni territoriali all'offerta impediscono agli operatori commerciali di vendere prodotti provenienti da uno Stato membro in un altro, con conseguente aumento dei prezzi al consumo.

Questi dieci ostacoli sono stati individuati a seguito di ampie consultazioni con le parti interessate del settore economico e sono considerati la "prima priorità" della strategia.

L'obiettivo generale della Commissione è ridurre la burocrazia del 25% in generale e del 35% per le PMI entro il 2029.

 

Integrazione dei mercati dei capitali: l'Unione di Risparmio e Investimento.

Un secondo progetto chiave nell'ambito della riforma del Mercato Unico è l'Unione del Risparmio e degli Investimenti (UII), presentata il 19 marzo 2025.

Essa mira a sostituire l'attuale frammentata Unione dei Mercati dei Capitali e a migliorare strutturalmente la mobilitazione del risparmio privato per investimenti produttivi in ​​Europa.

L'Europa possiede ingenti risparmi privati, ma a causa della mancanza di mercati dei capitali funzionanti, questi risparmi rimangono in gran parte inattivi in ​​titoli di Stato nazionali improduttivi o in conti di risparmio a basso interesse, anziché confluire nell'innovazione e nella crescita.

Nel novembre 2025, la Commissione ha pubblicato raccomandazioni supplementari e un progetto per la standardizzazione dei conti di risparmio e investimento a livello europeo.

 

L'Associazione tedesca delle compagnie assicurative (GDV) ha accolto con favore l'iniziativa in linea di principio, ma ha criticato i piani ritenuti troppo limitati:

senza riforme fondamentali delle leggi nazionali in materia di insolvenza, delle norme fiscali e della regolamentazione dei mercati dei capitali, l'SIU rimarrebbe una mera dichiarazione d'intenti, priva di un impatto strutturale sufficiente.

 La valutazione degli esperti di KPMG concorda con questa opinione: sebbene l'SIU rappresenti un importante impulso strategico, deve essere accompagnata da misure legislative concrete in materia di regolamentazione dei fondi, tutela degli investitori e regimi pensionistici transfrontalieri.

 

Il deficit dei servizi: trent'anni di integrazione ritardata.

La valutazione più critica delle prestazioni del mercato unico proviene nientemeno che dalla Corte dei conti europea.

Nella sua relazione speciale 13/2026 del marzo 2026, l'organo di controllo indipendente dell'UE giunge a una conclusione devastante:

le misure adottate dalla Commissione per l'integrazione del mercato unico dei servizi rimangono inadeguate.

 

I dati parlano da soli:

solo il 20% dei servizi viene fornito transfrontaliera ente all'interno dell'UE.

Eppure il settore dei servizi rappresenta circa il 70% del PIL dell'UE, il che significa che la stragrande maggioranza dell'economia europea è praticamente esclusa dal mercato unico o quantomeno fortemente frammentata.

Ancor più grave: il 60% delle barriere commerciali nel settore dei servizi, individuate dalla Corte dei Conti e dalla Commissione stessa già nel 2002, erano ancora presenti nel 2023.

Due decenni di annunci politici, piani d'azione e documenti strategici hanno fatto ben poco per modificare questa fondamentale debolezza strutturale.

 

La Corte dei conti ha rilevato che la Commissione non disponeva di una strategia chiara né di una procedura sistematica per affrontare in modo specifico, entro il 2025, le principali barriere al commercio dei servizi.

Si tratta di una grave constatazione a livello istituzionale:

il problema di fondo non sembra essere dovuto a malizia, bensì a una carenza strutturale di pianificazione.

 Le associazioni di categoria e le camere di commercio e artigianato confermano questa valutazione sulla base della loro esperienza pratica: artigiani, società di ingegneria, avvocati, compagnie assicurative e fornitori di servizi IT si imbattono regolarmente, nelle loro attività transfrontaliere in Europa, in ostacoli burocratici e normativi che persistono da decenni.

 

Uno studio del 2024 dell'Istituto “ifo” ha calcolato il potenziale economico che una reale integrazione del commercio di servizi nell'UE potrebbe scatenare:

significativi aumenti di prosperità che potrebbero innalzare in modo permanente il livello del PIL della maggior parte degli Stati membri.

La Corte dei Conti si spinge ancora oltre, stimando che riforme ambiziose potrebbero consentire una crescita del PIL fino al 2,5% entro il 2027.

Data l'attuale debole crescita europea, si tratterebbe di guadagni enormi, se solo esistesse la volontà politica per la loro attuazione.

 

Rapporto sul mercato unico 2026: un bilancio allarmante.

La relazione annuale della Commissione sul mercato unico dell'UE per il 2026, pubblicata nel febbraio 2026, ha inoltre fornito segnali preoccupanti.

Dei principali indicatori raccolti, sei su 27 hanno registrato un peggioramento rispetto all'anno precedente, mentre altri 15 sono rimasti invariati. Tra gli indicatori in peggioramento figurano gli investimenti privati, che sono diminuiti nel 2024 nonostante gli annunci politici di riforme.

È aumentato anche il numero di procedimenti di infrazione, attraverso i quali la Commissione obbliga gli Stati membri ad attuare le norme del mercato unico, segno che l'adesione volontaria al diritto del mercato unico europeo è in calo.

 

Ciò che colpisce è la discrepanza tra quanto la Commissione comunica pubblicamente e quanto emerge dai suoi stessi rapporti.

 

Mentre la Presidente della Commissione von der Leyen sottolinea i progressi compiuti nelle conferenze stampa e nelle dichiarazioni al vertice UE, i suoi stessi funzionari lanciano l'allarme internamente e nei rapporti di audit. Questa dissonanza istituzionale è di per sé una constatazione: evidenzia carenze nella comunicazione e nella governance all'interno della Commissione stessa.

 

L'indagine DIHK sugli ostacoli al mercato unico, condotta a partire dal 2024, mostra, dal punto di vista delle imprese tedesche, che dopo oltre trent'anni il mercato unico rimane fortemente frammentato in molti aspetti pratici. Le aziende segnalano diverse implementazioni nazionali delle direttive europee, standard di prodotto divergenti nonostante l'armonizzazione formale e ostacoli burocratici nel distacco di dipendenti in altri Stati membri.

 

Mercato unico digitale e protezione dei dati: il prossimo campo di battaglia della deregolamentazione

Nell'autunno del 2025, la Commissione ha presentato un altro pacchetto controverso:

il Digital Omnibus, che, con il pretesto della semplificazione, includeva anche modifiche al Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR).

Le organizzazioni per la protezione dei dati e gli attivisti per i diritti civili hanno criticato aspramente la Commissione per aver utilizzato la deregolamentazione come pretesto per indebolire i diritti dei cittadini.

Nel febbraio 2026, il quotidiano “taz” e altri organi di stampa hanno riportato in dettaglio come le istituzioni europee, con il pretesto della deregolamentazione, stessero di fatto limitando la protezione dei dati dei consumatori.

Ciò esemplifica la tensione fondamentale insita nelle politiche Omnibus:

ciò che rappresenta una semplificazione per le imprese può significare una riduzione della protezione per i cittadini e i dipendenti.

 

In uno studio del 2026, l'Istituto tedesco per gli affari internazionali e la sicurezza (SWP) ha analizzato il ruolo crescente delle piattaforme online nel mercato unico dell'UE, sottolineando come la deregolamentazione del settore digitale, in assenza di una politica di concorrenza adeguata, possa portare a una concentrazione del mercato e a svantaggi strutturali per le imprese europee.

Un'agenda di deregolamentazione incentrata esclusivamente sui rischi burocratici, trascurando i rischi sistemici, ha evidenziato come tale approccio possa generare una concentrazione del mercato e svantaggi strutturali per le imprese europee.

 

Bilancio: tra la volontà di riforma e l'inerzia istituzionale.

Una valutazione critica complessiva delle attività passate deve essere articolata.

Sarebbe ingiusto affermare che la Commissione non stia facendo nulla.

La strategia omnibus è concettualmente un approccio valido per esaminare sistematicamente i livelli di regolamentazione sviluppatisi nel corso degli anni.

 La nuova strategia per il mercato unico individua i problemi giusti.

La bussola della competitività definisce un quadro strategico chiaro.

 L'Unione del risparmio e degli investimenti affronta una reale carenza di capitali.

 

Tuttavia, a Bruxelles esiste tradizionalmente un divario strutturale tra diagnosi e trattamento, un divario che sotto la presidenza von der Leyen non si è ridotto, bensì ampliato.

Le ragioni sono complesse:

In primo luogo, il problema della governance istituzionale multilivello rimane irrisolto.

 La Commissione può formulare proposte, ma l'attuazione spetta ai 27 Stati membri, ognuno con i propri interessi e capacità di attuazione.

Il crescente numero di procedimenti di infrazione dimostra che anche le norme del mercato interno già adottate non vengono applicate pienamente.

In secondo luogo, se da un lato i pacchetti omnibus della Commissione apportano semplificazioni, dall'altro generano una nuova complessità normativa attraverso atti delegati e regolamenti attuativi, senza che ciò sia pubblicamente evidente. I 1.456 nuovi atti legislativi previsti solo per il 2025 vanificano qualsiasi effetto di semplificazione.

 

In terzo luogo, manca una chiara definizione delle priorità. Quali tra i numerosi ostacoli dovrebbero essere rimossi per primi?

Quali riforme produrranno il maggiore impatto economico per unità di capitale politico investito?

Una risposta onesta a questa domanda richiederebbe difficili compromessi con gli Stati membri che non sono disposti a rinunciare a determinate norme protezionistiche, ad esempio nel settore dei servizi.

Questi conflitti politici non si risolveranno semplicemente con la pubblicazione di nuovi documenti strategici.

 

In quarto luogo, vi è il problema dell'incoerenza temporale: le riforme che impiegano anni per produrre effetti vengono oscurate da nuove ondate regolamentari a brevi intervalli. In queste condizioni, le imprese non possono fare affidamento su un quadro normativo stabile e possono quindi limitare gli investimenti, come documentato in modo preciso dalla Relazione sul mercato unico del 2026, che evidenzia il calo degli investimenti privati.

 

Contesto internazionale: l'Europa sta perdendo tempo.

L'urgenza del problema cresce con l'aumentare della pressione competitiva internazionale.

 Mentre l'Europa dibatte sui concetti di deregolamentazione, gli Stati Uniti, sotto l'amministrazione Trump, hanno implementato misure di deregolamentazione aggressive, con conseguenze immediate per la posizione competitiva delle aziende americane nei settori della tecnologia, dell'energia e dei servizi finanziari.

 La Cina sta investendo massicciamente nella capacità industriale e sovvenzionando i settori strategici.

 L'approccio europeo, basato su un processo di riforma fondato su regole e orientato al consenso, potrebbe rivelarsi troppo lento per un ordine mondiale in cui i cambiamenti geopolitici ed economici si verificano in cicli sempre più brevi.

Il Rapporto Letta lo ha chiarito: l'Europa non ha bisogno di altri documenti strategici, bensì di una cultura dell'attuazione che produca risultati. Enrico Letta ha esplicitamente richiesto che le norme esistenti vengano applicate in modo coerente e non indebolite da interessi nazionali particolari.

Tre decenni di mercato unico hanno dimostrato che, sebbene la volontà politica di integrazione sia forte nelle dichiarazioni dei vertici, essa vacilla regolarmente nell'arduo lavoro quotidiano di attuazione.

 

Cosa manca davvero?

La Commissione, sotto la guida di Ursula von der Leyen, ha tratto le giuste conclusioni dai rapporti Draghi e Letta e ha formulato un quadro strategico di tutto rispetto.

Non è cosa da poco.

Tuttavia, rimangono irrisolte tre carenze strutturali che probabilmente ne limiteranno permanentemente l'efficacia:

 

In primo luogo, si riscontra una mancanza di coerenza nel controllo normativo.

Finché la Commissione continuerà a presentare pacchetti omnibus di semplificazione da un lato e a emanare il numero record di 1.456 nuovi atti legislativi dall'altro, l'effetto netto per le imprese sarà, nella migliore delle ipotesi, neutro, ma tenderà comunque a risultare oneroso.

 

In secondo luogo, manca un programma di attuazione realistico per il mercato unico dei servizi. Il fatto che il 60% degli ostacoli individuati nel 2002 esista ancora nel 2023 rappresenta un fallimento istituzionale che non può essere risolto tramite documenti strategici, ma solo attraverso una rigorosa applicazione dei trattati e, ove necessario, attraverso il confronto con gli Stati membri recalcitranti.

 

In terzo luogo, l'Europa ha bisogno di una riforma fondamentale dell'integrazione dei mercati dei capitali che vada oltre gli annunci simbolici dell'Unità di Informazione Strategica (SIU).

L'idea di mobilitare il risparmio privato europeo per l'innovazione europea è valida, ma finora non si è concretizzata a causa delle normative nazionali in materia di imposte, successioni e insolvenza, che nessun documento strategico di Bruxelles può eliminare finché gli Stati membri non avranno la volontà politica di farlo.

 

Il successo della Commissione sotto la guida di von der Leyen non si misurerà in base alla produzione di documenti di grande impatto – l'Europa ne ha in abbondanza. Il vero indicatore sarà se, in cinque anni, la quota di scambi transfrontalieri di servizi sarà aumentata, se gli investimenti privati ​​nell'innovazione saranno cresciuti e se le imprese dedicheranno significativamente meno tempo alla burocrazia. Questi dati, non i comunicati stampa, mostreranno se la volontà di riforma era genuina.

 

 

 

 

Un naufragio terribile. La fine

misteriosa dell’Unione europea.

Ilgiornale.it - Nicola Porro – (29 marzo 2026) – Redazione – ci dice:             

 

Un naufragio terribile. La fine misteriosa dell’Unione europea.

Vi sembra normale che l'Europa su tutto quanto sta avvenendo oggi nel mondo, e in particolare in Medio Oriente, faccia la parte dell'imboscata? A me, devo dire la verità, non stupisce affatto.

Del resto cosa vuoi aspettarti da una istituzione come l'Unione europea che sembra ormai sul punto di colare a picco, travolta dai venti della Storia che non è in grado di governare?

Per questo, il paragone con il Titanic che sta al centro dell'ultimo libro di Giulio Meotti, Titanic Europa.

 La fine misteriosa dell'Unione europea, appare perfetto.

 Il titolo non è un vezzo giornalistico, è una sentenza.

L'Europa non sta andando verso il disastro, c'è già dentro.

Per Meotti, l'Ue appare come un ibrido fallito.

 Un terribile Leviatano senza muscoli (basta vedere come sia incapace di intervenire anche in qualsiasi scenario di guerra), e una burocrazia che strangola la libera iniziativa senza essere in grado di fare qualcosa di positivo per i suoi «sudditi».

Per Meotti, però, il problema principale non è l'economia, o la geopolitica, quelle sono conseguenze di un problema molto più radicale che lui, riprendendo l'espressione di Roger Scruto, chiama odio-fobia: il rifiuto di sé, l'imbarazzo per la propria civiltà.

E Meotti mette in relazione questo “odio fobia” con il lassismo nei confronti dell'immigrazione incontrollata di origine islamica che negli ultimi decenni ha cambiato il volto dell'Europa.

Passare in rassegna il numero di grandi città europee che hanno lasciato interi quartieri in mano alla sharia è qualcosa che fa impressione.

Del resto, una cultura che non crede più in sé stessa è naturale che si faccia colonizzare.

Un continente che ama i suoi potenziali carnefici tanto da avere voluto rimuovere dalla propria storia non solo le radici cristiane, ma in particolare quelle giudaiche.

 L'odio per gli ebrei in Europa è infatti un fenomeno in crescita vertiginosa.

Allo stesso modo è tragicamente normale che una cultura che odia se stessa non faccia più figli.

Il tasso di crescita demografica in Europa è un tasso da estinzione! Meotti mette in fila una serie di fatti sconcertanti con la profondità del migliore giornalismo.

E poi, con sguardo globale, ci fa vedere cosa accade nelle potenze che sono concorrenti dell'Ue.

Mentre la Cina e gli Stati Uniti dettano le regole nei principali settori strategici a livello tecnologico, militare e industriale, l'Europa discute di etichette, regolamenti, sostenibilità e cannucce biodegradabili.

Non è una caricatura, è la realtà dei fatti di un sistema che continua a pensarsi come una “Ong green” con moneta unica.

 E che non è in grado di applicare una politica di potenza in nessun settore strategico.

L'Europa è diventata una potenza a sovranità delegata:

paga la sicurezza agli altri, compra energia dagli altri, importa tecnologia dagli altri ma pretende di dare lezioni morali a tutti.

E questo, inevitabilmente, ha un costo politico assoluto, ossia l'irrilevanza.

 

 

 

Germania.

La Germania di Merz e l’Unione europea.

Rivistailmulino.it – Daniele Pasquinaci – (4 marzo 2025) – Redazione – ci dice:

Ora che il «modello tedesco» è ammaccato e il Paese è diviso, non ci si può non interrogare su quanto saranno coraggiose in Europa le scelte del prossimo governo.

Lo scorso 18 febbraio, Mario Draghi è intervenuto al Parlamento europeo nell’ambito della settimana parlamentare europea.

Invitato a introdurre il dibattito sullo stato di avanzamento del Rapporto Il futuro della competitività europea ‒ da lui scritto su incarico della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen ‒, Draghi ha rinnovato l’allarme già lanciato nel settembre 2024, in occasione della presentazione del documento.

In quella circostanza, l’ex presidente del Consiglio e della Banca centrale europea aveva esortato gli Stati membri e le istituzioni dell’Unione europea ad agire con “urgenza e concretezza” per scongiurare il rischio di una “lenta agonia” dell’Ue.

A Strasburgo, il tono si è fatto ancor più severo: dall’esortazione si è passati a un vero e proprio grido d’allarme.

A spingere Draghi ad abbandonare la consueta compostezza è stata l’inazione dei governi europei, incapaci di reagire efficacemente alle sfide epocali che si trovano ad affrontare:

 

Dite no al debito pubblico, dite no al mercato unico, dite no alla creazione di un’unione dei mercati dei capitali.

Non si può dire di no a tutto!

Altrimenti, per essere coerenti, si deve anche ammettere di non essere in grado di rispettare i valori fondamentali per i quali è stata creata l’Unione europea”.

 

Il riferimento ai “valori fondamentali” chiarisce come l’intemerata non scaturisca solo dalla delusione di chi vede languire le proprie proposte, ma rappresenti piuttosto un richiamo alle leadership politiche ad assumersi le proprie responsabilità di fronte alla gravità del momento. Occorre restituire slancio all’Unione europea, al di là della pur importante questione della competitività.

 Per farlo, suggerisce Draghi, gli europei devono convincersi ad “agire sempre di più come se fossimo un unico Stato”.

 

Non è azzardato immaginare che tra i principali destinatari (e bersagli polemici) delle succitate parole vi fosse la Germania.

 D’altronde, è superfluo soffermarsi sul ruolo cruciale svolto da Berlino nell’Unione europea.

Perciò, qualora si ammetta la fondatezza del caveat di Draghi ‒ come le pericolose convergenze tra Trump e Putin, volte a marginalizzare l’Ue, sembrano purtroppo confermare ‒ risulta opportuno interrogarsi sulla possibilità che, dopo le elezioni federali anticipate del 23 febbraio scorso, il governo tedesco che verrà possa adottare posizioni più coraggiose in Europa rispetto a quelle assunte dalla coalizione “semaforo” guidata da “Olaf Scholz”.

 

Il criterio di valutazione per misurare le prossime mosse della Germania non deve necessariamente essere la sua disponibilità a concepire l’Ue “come se” fosse uno Stato:

si tratta di una prospettiva piuttosto complicata.

 A meno che ‒ ipotesi invero non del tutto irrealistica ‒ le tensioni a cui è sottoposto il sistema internazionale non preparino un sisma politico (o di altra natura) di portata ancora più ampia rispetto a quelli registrati ad oggi, il cui riverbero in Europa potrebbe innescare il “momento hamiltoniano” e condurre (obbligare) a un consolidamento politico dell’Ue.

Ex “malo Bonu”: dalle risposte alle crisi, ci spiega il funzionalismo à la Monnet, si esce approfondendo l’integrazione. 

La storia insegna che la formazione di una “Grosse Coalizioni” richiede sempre molto tempo, una prospettiva in contrasto con l’urgenza delle risposte che l’Unione europea deve dare agli eventi, tumultuosi e inattesi, che si stanno dipanando sul piano internazionale.

 

Che cosa possiamo dunque attenderci dal nuovo governo tedesco, che sarà guidato dal leader della Cdu-Csu Friedrich Merz, nello scenario europeo?

Iniziamo dalle cattive notizie.

Intanto ricordiamo che si tratterà di un governo di coalizione, che unirà i cristiano-democratici con la Spd.

La storia insegna che la formazione di una “Grosse Coalizioni” richiede sempre molto tempo, una prospettiva in contrasto con l’urgenza delle risposte che l’Unione europea deve dare agli eventi, tumultuosi e inattesi, che si stanno dipanando sul piano internazionale.

Aspettare Berlino è necessario, ma potrebbe avere un costo elevato. Bisogna quindi augurarsi che i negoziati tra i partiti per la stesura del programma di governo procedano speditamente.

La seconda osservazione è che il “modello tedesco” è alquanto ammaccato.

La Germania sta vivendo una profonda crisi economica e sociale.

Da almeno cinque anni non registra una crescita economica significativa.

 Il Paese è diviso, come dimostra la mappa della distribuzione del voto, che ripropone la separazione – vigente ai tempi della guerra fredda – tra la parte occidentale, che ha dato fiducia alla Cdu, e quella orientale, dove Alternative für Deutschland rappresenta la maggioranza.

Forse è esagerato parlare di una Germania destabilizzata. Il futuro governo, tuttavia, dovrà dedicare molta della sua attenzione alle questioni interne.

 

Ma, e veniamo alle buone notizie, ci sono anche ragioni che inducono a sperare che la” Bundes republik” voglia riappropriarsi della sua leadership nell’Unione europea che ai tempi della cancelleria Scholz si è alquanto appannata, ma che da sempre (in tandem con la Francia) costituisce il perno irrinunciabile dell’Ue.

La biografia di Merz è il primo punto da cui partire.

Il leader democristiano si è affermato nella vita politica ai tempi di Helmut Kohl, l’artefice della riunificazione tedesca (un passaggio strettamente legato all’integrazione europea, come è noto) e uno degli architetti del Trattato di Maastricht istitutivo dell’Ue.

Nel 1989 era stato eletto al Parlamento europeo, dove rimase per l’intera legislatura facendo parte della Commissione per i problemi economici e monetari e la politica industriale, e contribuendo a perfezionare il funzionamento del mercato unico.

Quali tracce abbia lasciato questo apprendistato “europeista” – e quanto possa essere utile per affrontare i temi posti dall’attualità – lo si può valutare da un appello che Merz ha lanciato nel 2018, insieme a Jürgen Habermas e ad altri politici tedeschi, a favore di un esercito comune, di un approccio europeo anziché nazionale alla definizione del livello dei salari e dei prezzi, e infine alla realizzazione di un sistema europeo di assicurazione contro la disoccupazione.

In breve: difesa ed embrioni di un Welfare sovranazionale.

 Il secondo obiettivo era promosso con questa spiegazione: “Una moneta unica implica anche un’unica politica monetaria per tutti, orientata alla media dell’Eurozona.

Ciò significa che essa indebolisce i più deboli e rafforza i più forti.

Per questo, sono necessari stabilizzatori per attenuarne e compensarne gli effetti, così come sforzi individuali da parte di tutti i membri”.

 

Naturalmente, un conto sono gli appelli dall’opposizione, un conto è l’azione politica quando si detengono gli strumenti per governare. Durante la campagna elettorale e all’indomani del voto, il proposito di istituire meccanismi di stabilizzazione sociale comuni per i Paesi della zona euro è sostanzialmente evaporato.

Ma ciò che è rimasto dell’afflato europeista presente nell’appello del 2018 potrebbe comunque costituire una buona base per restituire vitalità all’Unione europea. In primo luogo, Merz intende riattivare il motore franco-tedesco (finito in panne ai tempi di Scholz, che non è mai riuscito a trovare un’intesa con Emmanuel Macron) e dare nuova linfa al “Triangolo di Weimar”, com’è chiamato il forum di coordinamento istituito nel 1991 tra Berlino, Parigi e Varsavia (con quest’ultima che svolge un ruolo sempre più rilevante nelle vicende dell’Unione europea).

In secondo luogo, benché l’atlantismo abbia rappresentato uno dei pilastri della sua visione dei rapporti internazionali, Merz ha dovuto prendere atto della crisi dei rapporti tra Bruxelles e la nuova amministrazione americana.

 Di più: quanto ha detto il vicepresidente Vance alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco ha mostrato – come ha scritto Tony Barber sul “Financial Times” – l’“aperto disprezzo” con cui gli Stati Uniti trattano gli alleati europei, in questo caso la Germania.

Per questo, in un discorso televisivo poco dopo l’ufficializzazione della sua vittoria elettorale, Merz ha avvertito che l’Europa deve urgentemente rafforzare la sua difesa e, potenzialmente, persino trovare un’alternativa alla Nato:

“La mia priorità assoluta sarà rafforzare l’Europa il più rapidamente possibile, in modo da ottenere gradualmente una vera indipendenza dagli Stati Uniti”.

Non meno dirompente è l’apertura che Merz ha fatto alla protezione nucleare europea (da raggiungere attraverso un accordo con Londra e Parigi) quale strumento di dissuasione contro potenziali aggressori del territorio dell’Ue.

Una apertura (che dovrà essere accettata dalla Spd) che dà il senso del terremoto in corso nelle relazioni internazionali.

 Al contempo, è appena il caso di ricordare come alle dichiarazioni debbano seguire i fatti: la “svolta epocale” annunciata dal precedente cancelliere Scholz all’indomani dell’invasione dell’Ucraina, con cui prefigurava grandi cambiamenti nella politica estera e di difesa della Repubblica federale, è un buon esempio delle difficoltà che si incontrano a dare seguito alle promesse impegnative.

 

La drammaticità del momento e la centralità del tema della difesa dell’Europa (che dovrebbe includere il Regno Unito) hanno comprensibilmente messo in secondo piano le altre proposte che la Cdu-Csu ha presentato nel suo programma elettorale

 

La drammaticità del momento e la centralità del tema della difesa dell’Europa (che dovrebbe includere il Regno Unito) hanno comprensibilmente messo in secondo piano le altre proposte che la Cdu-Csu ha presentato nel suo programma elettorale e che comunque, è bene ricordarlo, dovranno essere rese compatibili con il punto di vista del partner di governo.

Per quanto uscita fortemente indebolita dalle urne, la Spd avrà voce in capitolo nella determinazione dell’indirizzo governativo.

 Tuttavia, non sembrano esserci grossi ostacoli a trovare un accordo tra i due partiti sulla necessità di integrare i mercati europei dell’energia, delle telecomunicazioni e dei capitali, di ridurre la burocrazia europea e di incrementare la competitività. 

Le ricette proposte dalla Germania consentiranno all’Ue di essere all’altezza dei cambiamenti che stanno accadendo nel mondo?

È difficile rispondere, anche perché – mi verrà perdonata la locuzione un po’ logora – la storia sta accelerando.

Quello che è certo è che l’Unione sta pagando il prezzo delle sue antiche esitazioni nel creare una difesa comune.

I tempi lunghi che occorreranno per farla funzionare (ovviamente nell’ipotesi che si dia seguito alle proposte) sono incompatibili con l’urgenza imposta dai fatti.

 Da questo punto di vista, cercare di mantenere rapporti solidi con gli Usa, per quanto ormai complicato, rappresenta una necessità.

 La delusione e l’irritazione per le scelte compiute a Washington dovranno lasciare spazio – in Merz come negli altri leader europei – a scelte basate su un assai complesso equilibrio tra pragmatismo e difesa dei principi e dei valori irrinunciabili su cui è nata l’Unione europea.   

(Rivista il Mulino 2026).


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