Si può far cessare la guerra in Ucraina.
Si può
far cessare la guerra in Ucraina.
Russia-Ucraina,
la guerra
non
può cessare ora.
Italiaoggi.it - Alessandra Ricciardi
– (23/05/2025) – Orio Giorgio Stirpe – Redazione-
ci
dicono:
Orio
Giorgio Stirpe, esperto di intelligence militare, spiega:
Putin
e Zelensky stanno solo prendendo tempo e cercano intanto di tenere buono Donald
Trump.
«Né
Putin né Zelensky sono disposti a far cessare la guerra adesso. Entrambi
prendono tempo e intanto cercano di tenere buono Donald Trump», dice Orio
Giorgio Stirpe, esperto di intelligence militare, colonnello dell’Esercito
italiano in riserva, già impegnato in diverse missioni operative all’estero,
dalla Bosnia all’Afghanistan.
E
allora la notizia dei colloqui Putin-Zelensky in Vaticano per metà giugno?
«Non serviranno a trovare un accordo, perché
nessuno è disposto ora a fermarsi».
La
guerra, prevede Stirpe, andrà avanti fin quando non finiranno gli armamenti di
una delle due parti, «quelli russi sono agli sgoccioli, Vladimir Putin, anche
contando l’aiuto di Cina, Iran e Nord Corea, può arrivare a fine 2025».
Sono
passati tre anni e tre mesi dall’inizio dall’invasione dell’Ucraina. Le
richieste dei russi per un armistizio sono cambiate?
No,
sono state ventilate alcune aperture che però riguardano un cessate il fuoco e
non la pace.
Gli
obiettivi dell’operazione militare speciale russa restano quelli di febbraio
2022.
E
dunque, la neutralità dell’Ucraina, che si traduce in un no all’ingresso di
Kiev nella Nato, e di fondo anche nella Ue;
la “denazificazione” del Paese, il che vuol
dire mandare a processo tutti i rappresentanti del governo con l’eliminazione
dell’attuale classe dirigente;
il disarmo dell’esercito, che dovrebbe essere
ridotto dalle attuali 500/600mila unità a 50mila, azzerando così ogni capacità
offensiva e garantendo giusto quanto serve per il controllo dei confini;
il riconoscimento internazionale
dell’annessione della Crimea e delle repubbliche della Nuova Russia.
Che
senso ha avuto la telefonata tra Trump e Putin?
La
telefonata non segna una svolta perché non esiste nessuna volontà da parte di
Vladimir Putin, così come del resto dello stesso Volodymyr Zelensky, di
arrivare ad un accordo, l’unico che ancora ci crede è Trump. E i due
contendenti gli danno corda, cercano di tenerlo buono, di non irritarlo.
Perché?
Gli
Usa sono gli unici ad avere la disponibilità di una riserva consistente di
materiale bellico moderno e immediatamente utilizzabile.
L’Europa ha dato fondo a tutto quello che
aveva, consegnandolo agli ucraini e deve investire sulla produzione, la Russia
sta raschiando il fondo del barile, la Cina è nelle stesse condizioni
dell’Europa, avendo sostenuto di soppiatto Mosca.
Zelensky deve tenersi buono Trump per
continuare ad avere i rifornimenti necessari, Putin non vuole irritarlo per
evitare che il presidente Usa sostenga Kiev convintamente.
In
questo approccio muscolare, a cosa puntano russi ed ucraini?
Semplicemente
a vincere, vogliono uscire dalla guerra a testa alta. La loro è una guerra
totale. La diplomazia in questo scenario non ha nessuna chance, la guerra si
risolverà solo militarmente.
Qui è
il militare che parla…
No,
non sto parlando da soldato. Il conflitto Russia-Ucraina è un unicum nelle
guerre che ci sono state dopo il 1945: ci sono due nazioni sviluppate
militarmente che non possono permettersi di perdere, a differenza di quanto
accaduto alla Francia in Indocina, agli Usa in Vietnam o in Afghanistan, solo
per fare qualche esempio.
In questa guerra chi perde, perde tutto.
Cosa
perde la Russia?
Il
regime di Putin non può sopravvivere se non porta a casa i territori
conquistati e non mette sotto controllo l’Ucraina.
Ha avuto perdite notevoli di uomini e di
mezzi, si è esposto all’interno e all’esterno.
E
Zelensky?
L’Ucraina
semplicemente non esiste più se cede alle condizioni di Putin, Zelensky sarebbe
finito e con lui tutto l’attuale sistema.
Le
guerre infinite però non esistono.
Esatto.
Ma prima di dire accordiamoci, entrambi provano ad arrivare il più avanti
possibile. E lo devono fare senza irritare Trump, che è l’unico che ha delle
carte in mano interessanti, cioè il suo potenziale militare.
E
allora il vertice in Vaticano che potrebbe tenersi tra i due contendenti a metà
giugno?
Per
ora si tratta di un forse e di un sentito dire. Se gli incontri ci saranno,
dubito andranno direttamente Putin e Zelensky, probabile vi siano due
delegazioni al confronto, un po’ sulla falsariga di quanto già accaduto a
Istanbul, anche se questa volta in una sede più prestigiosa e sotto gli auspici
di Papa Leone XIV.
Trump
non rischia di perdere la faccia?
No, il
presidente Usa può sempre dire che è grazie al suo intervento che i due Paesi
hanno ricominciato a parlarsi e che ora però trovare un accordo tocca a loro.
E gli
interessi degli americani?
Trump
li sta facendo: ha sottoscritto un accordo per le cosiddette terre rare con
l’Ucraina che ha ceduto agli Usa il diritto allo sfruttamento dei giacimenti
minerari. L’aiuto militare che potrà arrivare agli ucraini non peserà più sulle
tasche degli americani ma avrà come contropartita, appena cessato il conflitto,
lo sfruttamento delle risorse minerarie ucraine da parte di società americane.
E affari Trump ne potrà fare intanto anche con l’Europa che se vuole avere
carri armati moderni subito consegnabili a Kiev li deve comprare dagli
americani.
Fino a
quanto potrà tirare avanti la Russia sul campo?
L’unica
variabile è lo stato dei depositi russi.
Cioè?
Facciamo
il caso dei carri armati.
L’industria
russa è completamente mobilitata e con il sostegno coperto della Cina, che fa
arrivare alcuni materiali necessari alla produzione, riesce a mettere in campo
in media ogni mese circa 20 T90, i carri armati moderni. Intanto riesce a
riattivarne circa 60 tra quelli danneggiati e quelli recuperati dai vecchi
depositi sovietici.
In
media, diciamo una ottantina al mese di mezzi. I satelliti militari e
commerciali ci dicono che i depositi sono stati esauriti per circa il 60%.
Il
restante 40% dei mezzi disponili è costituito da quelli messi peggio, i più
vetusti o già usati per ricavarne pezzi di ricambio.
E
quindi?
Bilanciando
il ritmo della produzione con il ritmo di assorbimento dei mezzi sul campo, si
può stimare che i russi possano arrivare fino a fine 2025 e difficilmente
oltre.
Qual’
è la strategia di Putin?
Putin
sta giocando su due linee contemporaneamente. Da un lato sta puntando a portare
avanti una guerra di attrito a oltranza, mantenendo sempre l’offensiva e
l’iniziativa militare, occupando tutto quanto è possibile occupare, dando fondo
ai propri armamenti e agli aiuti di Iran e Nord Corea.
L’altra
linea si gioca su di noi, sulla capacità di aiuto che può arrivare dall’Europa.
Putin
scommette sul fatto che abbiamo esaurito le nostre disponibilità militari e che
intanto l’opinione pubblica si stancherà della guerra, che politicamente
sostenere gli ucraini non sarà a 1un certo punto più conveniente.
Se
l’Occidente si spacca sull’Ucraina e Kiev esaurisce le sue capacità militari
prima della Russia, Putin può sperare di farcela.
Resta
sempre l’incognita di cosa deciderà di fare Trump. Ma fino a quel momento,
Putin andrà avanti.
E
Zelensky non arretrerà.
L’Unione
Europea è Già Implosa.
Conoscenzealconfine.it
– (17 Agosto 2026) - Gabriele Sannino – Redazione – ci dice:
Questo
per via della Distruzione della Germania… che è in atto, e che trascinerà con
sé già da settembre l’intero continente.
Ricordiamoci
che l’UE è sempre stata una “Germania estesa”, tant’è vero che l’attuale Euro è
SOLO un Marco travestito.
Attualmente
l’UE è un continente senza energia e materie prime (che prima prendeva a
bassissimo prezzo dalla Russia) e senza sbocchi commerciali (la Cina non compra
più, inoltre la Germania crolla nella produzione per via delle ragioni appena
accennate), dunque il RIARMO, l’EURO DIGITALE e tutte le future DISTOPIE
EUROPEE saranno presto un lontano ricordo.
Parliamo ormai di “FUFFA”.
Ciò a
cui stiamo assistendo con i migranti – per quanto mi riguarda – è solo un modo
per far crollare il senso dell’Europa stessa… davanti all’uomo medio
teledipendente.
È una
operazione positiva di smantellamento.
Fateci
caso: cosa è che più rappresenta l’UE agli occhi del cittadino medio europeo?
Il
trattato di Schengen per la libera circolazione delle persone.
E cosa è che sta venendo meno proprio grazie
alla questione migranti?
L’unica
cosa POSITIVA che ancora giustificava l’UE agli occhi dell’uomo medio.
I
fatti di CEUTA, che si voglia o meno, sono una incredibile ESPOSIZIONE, mentre
tutte le reazioni di chiusura delle nazioni stanno facendo tutto il resto.
Ormai
sono tutti d’accordo con i” return hub”, vale a dire strutture poste in paesi
terzi all’esterno dell’Unione Europea (come in Africa, per esempio) dove poter
smistare i migranti e farli rimpatriare.
Perfino
il Presidente del Partito Popolare Europeo (PPE) Manfred Weber rilancia su
questa questione, cosa che pochi mesi fa sarebbe stata impensabile.
L’UNIONE
EUROPEA – penso lo avrete capito – si sta già SMANTELLANDO: se i progetti
immigrazionisti, green, vaccinisti, bellicisti ed economisti crollano… cosa
rimane?
Ricordiamoci
che, senza migranti, non puoi creare quella società di poveri tra poveri che
avevi in mente per il NWO, non puoi cancellare il welfare e i diritti sociali
agli europei, inoltre crolla anche un altro pilastro molto importante, ovvero
approfittare del tema della “sicurezza” per leggi sempre più distopiche,
stringenti e anti-sociali finalizzate al controllo e allo stato di polizia.
La
realtà è che dietro le quinte il futuro dell’UE è già un ricordo.
Ora bisogna solo creare… lo spettacolo per il
pubblico.
(Gabriele
Sannino).
(t.me/gabrielesannino).
In
Ucraina la guerra
è
nuova normalità.
Ilbolive.uipd.it
– Daniele Mont D’Arpizio – (5 novembre 2025) – Redazione – ci dice:
Manifestazione
Ucraina.
Quando
Yaroslav Rytas è arrivato a Padova lo scorso ottobre, non era soltanto uno
studioso in visita ma un testimone della storia nel suo farsi. Voce autorevole
della storiografia ucraina e professore alla Università “Ivan Franko” e
all’Università cattolica di Leopoli, Rytas ha tenuto una conferenza intitolata
Ukraine Today: War, Challenges, Perspectives, in un incontro ospitato presso la
Biblioteca Civica in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Storiche,
Geografiche e dell’Antichità (DISSGEA) dell’Università di Padova.
Parlando
con Il Bo Live, lo studioso (del quale nel 2023 Il Mulino ha tradotto
un’importante Storia dell’Ucraina) riflette sulla resilienza ucraina e sulla
storia come forma di resistenza interiore. “Come ucraino vivo sulle montagne
russe emotive – spiega –. Alcuni giorni sono depresso, altri ottimista, dipende
dalle notizie. Quello che mi aiuta è essere storico. La storia dà un senso al
caos, aiuta a dare significato all’incertezza. In momenti come questi le
discipline umanistiche sono essenziali: ti tengono vivo e ti obbligo a tenere
la mente in esercizio”.
Professor
Rytas, come si sentono oggi gli ucraini: sono stanchi o ancora determinati a
resistere?
C’è
stato un cambiamento nella percezione pubblica: la gente ora vede la guerra
come la nuova normalità. Alcuni si aspettavano che potesse finire rapidamente
con il ritorno di Trump, ma quell’illusione è svanita. La guerra continuerà a
lungo, e gli ucraini sono pronti ad accettarlo. Questo è triste, naturalmente.
Gli
esperti militari non fanno previsioni oltre i sei mesi. Personalmente posso
dire che quel periodo l’Ucraina resisterà; per il dopo non possiamo esserne
certi. L’Ucraina comunque resiste già da anni.
Come
percepiscono gli ucraini i recenti tentativi di Trump di proporre un piano di
pace?
Vorrei
sbagliarmi, ma non vedo come il suo approccio possa avere successo. Molto di
ciò che dice non ha senso per gli ucraini. Questo conflitto è per noi una
questione esistenziale, non un affare da negoziare.
L’Ucraina
può continuare a resistere nonostante i costi che sta sostenendo?
Nessuno
lo sa. I costi – vite umane, infrastrutture, energia – sono già enormi. Il
messaggio di Putin è chiaro: se lui non può avere l’Ucraina non deve averla
nessun altro. Il suo obiettivo è distruggere l’Ucraina se non può vincerla.
Eppure
l’Ucraina è ancora in piedi. È un miracolo: mi chiedo se quale altra nazione
europea riuscirebbe oggi a sopportare una guerra così terribile per così tanto
tempo.
Spesso
ci concentriamo solo sulle debolezze dell’Ucraina e dimentichiamo quelle della
Russia. Anche la Russia è gravemente indebolita – economicamente,
politicamente, socialmente. Dunque aspettiamo e vediamo. È una lotta: chi
crollerà per primo? Finora, l’Ucraina resiste.
Yaroslav
Rytas.
Una
volta ha detto che con l’Ucraina, la Russia è una superpotenza come gli Stati
Uniti; senza l’Ucraina, è più simile al Canada.
Senza
l’Ucraina la Russia potrebbe diventare uno Stato normale, come la Germania dopo
la Seconda guerra mondiale, senza ambizioni imperiali. La questione centrale è
se la Russia può smettere di essere un impero. Putin vuole “rendere la Russia
grande di nuovo”, in maniera molto simile allo slogan di Trump.
Che
cosa sta davvero cercando di ottenere la Russia? Controllo territoriale,
destabilizzazione dell’Europa o la distruzione dell’Ucraina come nazione?
Piuttosto
che di Russia parlerei di Putin e del suo regime. Questa è una guerra personale
di Putin, la sua ossessione. Lui crede di combattere l’Occidente usando
l’Ucraina come campo di battaglia. Nella sua visione il controllo dell’Ucraina
è centrale di restaurare la Russia come grande potenza.
I
russi hanno una responsabilità per aver accettato questa guerra?
Sì. La
responsabilità richiede onestà e coraggio, e noi non abbiamo sentito voci di
questo tipo. Non sono innocenti, ma le decisioni chiave sono di Putin: questa è
la sua guerra, proprio come sotto Stalin.
Do la
colpa anche ai liberali russi: molti ancora pensano in termini imperiali; non
riescono a congedarsi dall’idea imperiale, e in questo sono molto diversi dai
liberali polacchi.
Nella
sua conferenza presso la Biblioteca Civica di Padova, lo scorso 22 ottobre, ha
parlato di una vittoria strategica anche senza una vittoria militare classica.
Cosa intende?
Questa
guerra non è classica. Il fronte si muove a malapena, in modo forse
paragonabile alla Prima guerra mondiale, ma i droni hanno cambiato tutto.
L’Ucraina
può non vincere in modo tradizionale: può però neutralizzare la capacità della
Russia di vincere, come ad esempio ha fatto nel Mar Nero con la flotta russa. E
bloccare gli obiettivi strategici russi sarebbe già di per sé una vittoria.
Putin
pensa di combattere l’Occidente usando l’Ucraina come campo di battaglia. Non è
solo una guerra contro di noi: è una sfida all’intero ordine internazionale
Che
cosa dovrebbe fare l’UE, militarmente e politicamente?
La
domanda non è cosa l’UE dovrebbe fare per l’Ucraina, ma per sé stessa.
Se
Trump abbandona o indebolisce la NATO, l’Europa deve garantire la propria
sicurezza. L’UE è stata un successo politico ed economico: ora però la
questione chiave è la sicurezza.
Da
questo punto di vista l’Ucraina non è un problema, è un’opportunità, perché ha
l’esercito più grande e con più esperienza di combattimento in Europa. Se l’UE
vuole diventare una vera unione della sicurezza, l’Ucraina è essenziale.
Perché
questa guerra è così importante per l’equilibrio globale?
Putin
sta sfidando l’ordine internazionale basato sul diritto delle nazioni a
garantire i propri confini. L’UE aveva trasformato l’Europa in una “zona senza guerra”:
se Putin avrà successo i confini potrebbero essere nuovamente cambiati con la
forza, innescando un effetto domino.
Questa
guerra non riguarda solo l’Ucraina: riguarda il futuro di un sistema che limita
i conflitti militari. Un sistema che, al momento, appare sempre più incerto.
Nella
conferenza ha anche menzionato la nuova generazione al potere in Ucraina e il
ruolo di Zelensky.
Zelensky
rappresenta un nuovo elemento guida nella società ucraina: la classe media
urbana cresciuta dopo il crollo sovietico. Educata, numerosa, orientata
all’Occidente, anche quando è di lingua materna russa vede il suo futuro in
Europa. Questa classe è la spina dorsale dell’Ucraina di oggi dal punto di
vista politico, economico, militare e culturale. È il più grande risultato
dell’Ucraina indipendente.
La
guerra, però, ha congelato la competizione politica. Zelensky gode di una larga
maggioranza: il suo non è un potere autoritario, ma oggi ne detiene di fatto il
monopolio. La vera sfida sarà riattivare la vita politica, con un progetto
capace di rafforzare la società e accelerare l’integrazione nell’Unione
Europea.
Non
mancano i leader potenziali, come l’ex comandante in capo delle forze armate,
il generale Zaluzhny, figura popolare e carismatica.
La
prossima grande rivalità politica potrebbe essere proprio tra Zelensky e
Zaluzhny che, pur nelle differenze, condividono entrambi un forte sostegno
all’integrazione dell’Ucraina in UE e NATO.
Sarà
la loro competizione a plasmare il paese nel dopoguerra.
Un
anno di guerre raddoppiate
e
riarmo da record.
Ilbolive.unipd.it - Mattia Soppelsa – (22
luglio 2026) – Redazione – ci dice:
La città di Gaza pesantemente distrutta dagli
attacchi israeliani.
La
devastazione della guerra a Gaza.
Ogni
anno, quando lo “Stockholm International Peace Research Institute “pubblica il
proprio Yearbook, l'esercizio non è mai puramente contabile.
I numeri raccolti da SIPRI - spesa militare,
trasferimenti di armi, arsenali nucleari, conflitti attivi - compongono una
mappa delle priorità reali degli Stati, spesso più eloquente dei loro proclami
diplomatici.
L'edizione 2026 dell'annuario, dedicata agli
sviluppi del 2025, coincide non a caso con il sessantesimo anniversario
dell'istituto:
un compleanno che il direttore Karim Hagar ha
scelto di raccontare come l'ingresso in "una nuova era di disgregazione
sistemica" della sicurezza globale, segnata dal ritorno della guerra su
larga scala tra Stati tecnologicamente avanzati, dall'erosione delle alleanze a
guida statunitense e dal collasso di quello che il rapporto chiama l'ordine
nucleare globale, eroso su tre fronti: il crollo del controllo strategico degli
armamenti, la crisi della non proliferazione e la perdita di credibilità della
deterrenza estesa americana.
Un
anno di conflitti raddoppiati.
Il
numero di Stati coinvolti in conflitti armati è sceso lievemente, da 50 nel
2024 a 49 nel 2025, ma il dato aggregato nasconde un cambiamento più
significativo: i conflitti interstatali sono raddoppiati, da tre a sei,
coinvolgendo almeno tredici Stati, tra cui Afghanistan e Pakistan, Cambogia e
Thailandia, India e Pakistan, Iran e il fronte israelo-statunitense, Russia e
Corea del Nord contro l'Ucraina, Repubblica Democratica del Congo e Ruanda. Il
filo che lega questi fronti è la rottura, sempre più frequente, del confine tra
conflitto interno e guerra tra Stati; anche la guerra a Gaza, formalmente
combattuta tra uno Stato e un attore che aspira alla statualità, si colloca in
questa zona grigia.
Il
numero complessivo di morti legati ai conflitti è diminuito lievemente rispetto
al 2024, da 249.000 a 238.000, ma resta il dato più alto dell'intero periodo
2018-2025 per cui SIPRI dispone di serie coerenti. Cinque conflitti hanno
superato la soglia dei 10.000 morti — l'Ucraina in testa, seguita da Sudan,
Israele-Palestina, Myanmar e Nigeria — uno in più rispetto all'anno precedente.
Parallelamente si consolida l'uso ordinario di armi a guida di precisione,
sistemi d'arma autonomi, sciami di droni e operazioni cibernetiche, con un
aumento delle violazioni del diritto internazionale umanitario: reclutamento di
bambini soldato, violenza sessuale, tattiche di assedio alimentare, attacchi a
strutture sanitarie. A metà 2025 gli sfollati nel mondo erano circa 117,3
milioni. Il filo conduttore individuato da SIPRI è la crescente fragilità del
principio, sancito nel secondo dopoguerra, secondo cui il territorio non può
essere acquisito con la forza: le annessioni in corso in Ucraina, Medio Oriente
e Mar Cinese Meridionale mettono quel principio sotto una pressione che, se non
arginata, riporta la geopolitica a un confronto grezzo di potenza militare.
La
spesa militare non si ferma.
Il
dato più immediatamente leggibile del rapporto è quello della spesa militare
mondiale, salita per l'undicesimo anno consecutivo fino a 2.900 miliardi di
dollari, pari al 2,5 % del prodotto interno lordo globale - il livello più alto
mai registrato da SIPRI. Il ritmo di crescita si è tuttavia rallentato, dal
9,7% reale del 2024 al 2,9% del 2025, soprattutto per effetto di una scelta
politica statunitense di ridurre gli aiuti militari all'estero. Il resto del
mondo, al contrario, ha continuato ad aumentare la spesa a ritmo sostenuto: in
Europa è cresciuta del 14 %, raggiungendo 864 miliardi di dollari, mentre
l'onere militare medio del continente è salito dal 2,8 al 3,2% del PIL, più del
doppio rispetto al 2016. Anche Africa (+8,5%) e Asia-Oceania (+8,1%) hanno
accelerato, mentre le Americhe hanno registrato un calo del 6,6 %, trainato
proprio dalla contrazione statunitense.
Gli
Stati Uniti restano di gran lunga il primo spender mondiale, con 954 miliardi
di dollari — il 33 % della spesa globale — nonostante una riduzione del 7,5%
sul 2024. Seguono la Cina, con 336 miliardi stimati, e la Russia, con 190
miliardi. I primi quindici Paesi rappresentano l'80 % del totale mondiale, e
molti sono coinvolti, direttamente o indirettamente, nei conflitti di Gaza e
Ucraina. Quest'ultima, con una spesa pari al 40 % del PIL, resta il Paese con
l'onere militare più alto al mondo. Sul piano delle alleanze, il dato
politicamente più rilevante è il nuovo obiettivo NATO, fissato nel giugno 2025,
che porta al 5% del PIL entro il 2035 il target di spesa militare degli Stati
membri, ben oltre il precedente parametro del 2% concordato nel 2014 — mentre
il segretario generale dell'ONU Antonio Guterres chiedeva, in un rapporto
pubblicato a settembre, un riequilibrio della spesa militare a favore dello
sviluppo sostenibile.
Industria
delle armi e nuove filiere.
Alla
crescita della spesa corrisponde un'espansione altrettanto marcata
dell'industria bellica. Le cento maggiori aziende produttrici di armi e servizi
militari al mondo, il cosiddetto SIPRI Top 100, hanno realizzato nel 2024 —
l'ultimo anno per cui sono disponibili dati — ricavi complessivi per 679
miliardi di dollari, il 5,9% in più rispetto al 2023, con gli Stati Uniti che
dominano la classifica con 39 aziende su cento e ricavi per 334 miliardi.
Sul
fronte dei trasferimenti internazionali di armi, il quinquennio 2021-2025 ha
segnato il volume più alto dal termine della guerra fredda, in crescita del
9,2%. L'Europa è diventata, per la prima volta dagli anni Sessanta, la prima
regione importatrice al mondo, con un balzo del 210% trainato dalla guerra in
Ucraina, mentre gli Stati Uniti restano il primo esportatore globale con il 42%
del mercato.
L'ordine
nucleare si sgretola.
Il
capitolo più inquietante del rapporto riguarda le armi nucleari. All'inizio del
2026 nove Stati — Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia, Cina, India,
Pakistan, Corea del Nord e Israele — possedevano complessivamente circa 12.187
testate, di cui 9.745 in stock militari potenzialmente operativi e 4.012
effettivamente dispiegate. Il numero totale continua formalmente a calare, ma
solo per effetto dello smantellamento di ordigni ritirati da Stati Uniti e
Russia, a un ritmo che SIPRI segnala in rallentamento, al punto da poter presto
essere superato dal ritmo di ingresso di nuove testate. Tutti e nove i Paesi
hanno proseguito nel 2025 programmi di rafforzamento; la Cina, in particolare,
è passata da 600 a circa 620 testate nell'anno.
Il
momento più critico dell'anno si è consumato in giugno, quando Israele ha
attaccato le installazioni nucleari iraniane, in un'offensiva a cui si sono poi
uniti gli Stati Uniti in una guerra durata 12 giorni. L'attacco, condannato da
diversi esperti giuridici e Stati come violazione del diritto internazionale,
ha avuto l'effetto di interrompere il monitoraggio delle installazioni iraniane
da parte dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica. A questo si
aggiunge la scadenza, a febbraio 2026, dell'ultimo trattato bilaterale
russo-statunitense di controllo degli armamenti strategici, il New START, senza
segnali di un negoziato sostitutivo tra Cina, Russia e Stati Uniti - un
contesto che complica le premesse della Conferenza di revisione 2026 del
Trattato di non proliferazione nucleare.
Droni,
intelligenza artificiale e regole ancora assenti.
La
proliferazione di missili e droni armati è uno dei tratti più caratteristici
della guerra contemporanea descritta dal rapporto. Nel 2025 questi sistemi sono
stati impiegati in un'ampia gamma di ruoli: attacchi di precisione a lungo
raggio, saturazione delle difese aeree, sciami di droni sul campo di battaglia,
operazioni pianificate per colpire obiettivi in profondità nel territorio
avversario. Il caso più emblematico è l'operazione ucraina "Spiders
Web" del primo giugno 2025, che ha utilizzato oltre cento droni introdotti
clandestinamente in Russia per colpire basi aeree, danneggiando 41 velivoli -
tra cui circa un terzo della flotta russa di bombardieri a capacità nucleare -
e costringendo Mosca a rivedere la propria logistica militare.
A
fronte di questa accelerazione, gli strumenti giuridici internazionali restano
frammentari: il Codice dell'Aja, il Regime di controllo della tecnologia
missilistica e l'Intesa di Assennar coprono solo parzialmente le minacce
emergenti, e non esiste ancora uno strumento vincolante dedicato ai droni
armati. Sul fronte dell'intelligenza artificiale militare, la discussione,
storicamente concentrata a Ginevra sui sistemi d'arma autonomi, si è allargata
nel 2025 anche a New York, con un primo rapporto del segretario generale
dell'ONU sul tema. Parallelamente, Unione Europea, Cina e Stati Uniti hanno
approvato i primi quadri normativi vincolanti sull'IA civile, dopo una fase
iniziale di principi volontari.
(Operatore
drone militare. Un militare statunitense si esercita all'utilizzo dei droni
durante l'esercitazione Combined Resolve in Germania - Angelika
Warmuth/Reuters).
Il
ritiro dai trattati umanitari e le crepe del multilateralismo.
Forse
il segnale più netto della direzione impressa dal 2025 riguarda proprio gli
strumenti pensati per limitare la crudeltà della guerra. Il rapporto documenta
un evento senza precedenti: il ritiro della Lituania dalla Convenzione sulle
munizioni a grappolo, entrato in vigore il 6 marzo 2025 - la prima volta che
uno Stato abbandona un trattato umanitario di controllo degli armamenti. Poco
dopo, cinque Stati europei - Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania e Polonia -
hanno annunciato l'intenzione di ritirarsi anche dalla Convenzione sulle mine
antiuomo, citando le preoccupazioni di sicurezza legate alla guerra
russo-ucraina. Nel frattempo l'uso di armi esplosive in aree popolate resta
diffuso a Gaza, in Sudan e Ucraina, nonostante una dichiarazione del 2022,
sottoscritta da novanta Stati, pensata per limitarne l'impatto.
(L’attacco
Usa in Venezuela paralizza la diplomazia
mondiale).
A
questa erosione si affianca la crisi delle operazioni di pace multilaterali:
nel 2025 erano attive 58 missioni, tre in meno rispetto all'anno precedente e,
per la prima volta dal 2016, sotto la soglia delle 60, con un personale
internazionale sceso a 78.633 unità — quasi la metà rispetto ai 152.803 del
2016. Alla base di questa contrazione c'è, secondo SIPRI, la crescente
indisponibilità degli Stati Uniti a sostenere il sistema multilaterale, mentre
Cina e Unione Europea non appaiono in grado, o disposte, a colmare quel vuoto.
Il risultato è uno spazio d'azione crescente per potenze medie come Brasile,
Qatar, Arabia Saudita, Turchia ed Emirati Arabi Uniti, che si muovono per
sostituire o affiancare i quadri multilaterali perseguendo, al tempo stesso, i
propri interessi nazionali.
Presi
insieme, questi elementi - riarmo record, guerre interstatali in aumento,
arsenali nucleari in espansione, trattati umanitari disertati, multilateralismo
in affanno - compongono il ritratto di un sistema internazionale che si
ricompone su basi più transazionali, meno cooperative e più esposte al rischio
di errore di calcolo. Se il 2025 sarà ricordato come l'anno in cui questa
transizione si è consolidata, il 2026 si annuncia come il banco di prova della
sua reversibilità.
Il
conflitto in Ucraina. La guerra
cesserà
quando sarà
controproducente
per la Russia.
Difesapopolo.it – Giorgio Malavasi – (lunedì 4
Agosto 2025) – Redazione – ci dice:
Per il
vescovo di Kiev-Zhytomyr serve pregare per la conversione della Russia, ma
servono anche aiuti militari, sanzioni, pressioni diplomatiche.
La
guerra in Ucraina terminerà quando per la Russia sarà diventata inutile o
controproducente.
Perciò, fino ad allora, servono sia aiuti
militari che sanzioni che pressioni diplomatiche.
E
soprattutto serve pregare per la conversione della Russia, così come aveva
detto la Madonna durante le apparizioni di Fatima, centodieci anni fa.
È
questa la convinzione di mons. Vitali Krivytskyi, vescovo di Kiev-Zhytomyr.
Anni 53, salesiano, da otto anni vescovo della
Diocesi che ricomprende la capitale, mons. Krivytskyi guida una Chiesa che
conta 220 mila battezzati (il cattolicesimo romano è minoritario in Ucraina) e
circa 160 sacerdoti.
Soprattutto,
si trova a vivere la stagione tragica della guerra, che si protrae ormai da
quasi tre anni e mezzo.
Qual è
il sentimento prevalente oggi nella gente in Ucraina? Stanchezza e sfiducia,
oppure fiducia nel prossimo arrivo di una pace? O ancora desiderio di resistere
combattendo e perfino di vincere?
«Noi
siamo stanchi ma non abbiamo perso la fiducia. Agli allarmi ci siamo abituati,
ma nessuno può abituarsi all’esperienza di perdere un proprio caro. Siamo
stanchi anche delle evoluzioni politiche per cui ci sono Paesi partner che
dicono di volerci aiutare, ma si scopre che a volte vogliono solo fare
business. Però, lo ribadisco, non abbiamo perso la fiducia».
Oggi
cosa serve di più per la pace: aiuti militari, sanzioni alla Russia o pressioni
diplomatiche? «Serve tutto. Non si può risolvere questo dramma solo con l’aiuto
militare o solo con le sanzioni: serve davvero tutto. In questo momento
chiediamo con insistenza di essere aiutati a preservare i civili: vogliamo che
ci “chiudano il cielo”, difendendoci dagli attacchi di missili e droni, perché
questo è prima di tutto un aiuto umanitario. Non c’è differenza, infatti, fra
morire di freddo, di fame o a causa di un missile. Parlo dei civili, prima di
tutto, che sono lontani dal fronte e vivono nelle città, ma che muoiono ogni
giorno per la guerra».
Qual è
il modo più efficace per far cambiare idea a Putin e al suo governo?
«Si
riuscirà quando questa guerra risulterà inutile per la Russia e per Putin. Deve
essere così, anche perché, da quello che capiamo, a Putin non importa niente
delle persone». Che cosa, secondo lei, gli importa davvero? «Lui oggi non può
perdere la guerra: sarebbe un’umiliazione troppo grande».
Non ha
alternative se non vincere la guerra, quindi?
«Sì, e
a questo noi non vediamo che due risposte possibili. La prima è ricordarci le
parole che la Vergine ha detto a Fatima, quando ci ha chiesto di pregare
affinché la Russia si converta, per evitare che da là esca tanto male. Perciò
noi desideriamo che la Russia si converta: per gli uomini questo è impossibile,
ma per Dio è possibile. Abbiamo avuto un segno molto bello. Quando papa
Francesco, il 25 marzo 2022, ha chiesto di consacrare la Russia al sacro cuore
della Vergine, tutti noi abbiamo pregato. Il giorno dopo nei pressi del nostro
seminario vicino a Kiev è caduto un missile russo. Un pezzo del missile ha
rotto la parete e alcuni frammenti sono arrivati a cento metri di distanza, nel
refettorio, rompendo la statua della Vergine. Cinque giorni dopo l’esercito
russo è andato via. Perciò la prima risposta è in Dio, che può convertire i
cuori: non abbiamo diritto di perdere questa fiducia in Dio».
È
possibile convertire Putin?
«Umanamente
no. Solo Dio può fare queste cose straordinarie. Finché non sarà così noi
dobbiamo resistere grazie al nostro esercito e difendere le nostre città e la
nostra gente. Ma io sono convinto che Dio già stia aiutando il popolo ucraino
per resistere a tutto ciò».
E la
seconda risposta?
«È il
dialogo, ma quello vero, che oggi la Russia fa finta di compiere. Però anche
dei terroristi a un certo punto possono voler dialogare. Ma questo succederà
solo quando avranno davvero bisogno del dialogo, cioè quando verranno messi
nelle condizioni di trarne vantaggio»
In
Ucraina avete ancora fiducia in Trump?
«È una
domanda troppo difficile. Abbiamo però capito che non possiamo fidarci delle
parole, perché servono i fatti».
E
avete avere ancora fiducia in Zelensky?
«Non
abbiamo alternative. I russi vogliono che noi cambiamo il nostro presidente e
che cambiamo le nostre idee su di lui, ma noi adesso non lo vogliamo».
Papa
Leone ha già predicato molto per la pace: che cosa potrebbe fare ancora per
l’Ucraina? «Per me è molto difficile riuscire a comunicare tutto quello che già
ha fatto papa Francesco e che adesso sta facendo papa Leone, perché molto di
ciò che hanno fatto per il bene nostro viene compiuto nascostamente, nel
silenzio della diplomazia.
È
molto importante che papa Leone continui a parlare dell’Ucraina e che
l’opinione pubblica e la comunità cristiana mondiale non se ne dimentichino».
Ucraina:
la pace improbabile,
la
guerra reale.
Doppiozero.com - Giovanni Savino – (2 Dicembre
2025) – Redazione – ci dice:
C’è
qualcosa di rivelatore – quasi antropologico – nel modo in cui, a quasi quattro
anni dall’invasione su larga scala dell’Ucraina, si continua a parlare della
guerra:
il
conflitto ha cessato da tempo di essere un evento eccezionale, una crisi
circoscritta, un incidente nel corso “normale” della politica europea, e si è
tramutato in un elemento strutturale, permanente dell’ordine continentale, un
dispositivo che sempre più prova a ridefinire e trasformare identità,
istituzioni, immaginari.
E tuttavia una parte consistente del discorso
mediatico sembra restia a rilevare questo fatto nuovo, perso nel
chiacchiericcio soprattutto in Italia, dove la guerra è solo uno dei possibili
e infiniti argomenti per polemiche da talk-show e social di cui nessuno più si
ricorda qualche giorno dopo.
Si
continua a cercare il momento della svolta, l’accordo risolutivo, l’incontro
decisivo, il comunicato o la dichiarazione in grado, se non di chiudere la
guerra, di annunciare la tregua, come se tre anni, nove mesi e una settimana di
conflitto fossero ancora solo una breve emergenza, risolvibile in
ventiquattr’ore, secondo la fin troppo celebre definizione di Donald Trump.
Questo
scarto tra la realtà del conflitto e le narrazioni che lo accompagnano non si
spiega soltanto con la propaganda o con la frammentazione dell’informazione,
nell’epoca dello streaming 24/7, dei “res” pubblicati dai luoghi della guerra,
delle ultime ore diventate ultimi minuti se non secondi.
Forse
l’invasione dell’Ucraina ci ha posto di fronte a come stia mutando il nostro
rapporto con il tempo storico, dovuto a come son state la maggior parte delle
guerre operate dalle potenze occidentali negli ultimi decenni:
presentate
come interventi limitati, operazioni “chirurgiche” se non (addirittura!)
“umanitarie”, campagne aeree calibrate nel tempo.
Il
linguaggio stesso – “no-fly zone”, “intervento umanitario”, “operazione di
polizia internazionale” – ha contribuito a rappresentare la guerra come
qualcosa che può e deve essere contenuto, regolato, scandito, poi non importa
se in realtà in Iraq, in Libia, in Afghanistan i combattimenti non sono finiti
dopo il ritorno a casa dei militari americani o dell’Alleanza Atlantica, quel
che conta è come son state presentate nell’immaginario collettivo.
Attenzione,
perché questo tipo di linguaggio era stato adottato dallo stesso Cremlino nel
raccontare l’invasione, presentata – ancora oggi – come “operazione speciale militare”, con tanto di condanne penali per
chi ha osato svelare la verità evidente, usando la parola tanto evitata da
Putin: guerra.
Perché
la guerra lunga, la guerra cronica, la guerra che muta forma ma non scompare,
appare come qualcosa di estraneo al nostro orizzonte mentale, ancor di più in
Europa, va esorcizzata ma al tempo stesso evocata, in un gioco di specchi assai
particolare.
Per
questo, quando un conflitto rifiuta di adattarsi al modello dell’“operazione” e
si presenta, invece, come una trasformazione strutturale, il rumore bianco del
chiasso mediatico diventa più intenso, perché vi è un'incapacità di lettura di
quello che avviene, e non sapendo comprendere il perché di una durata più lunga
di un prime show del giovedì sera o di una paginata di giornale, ci si rifugia
in scorciatoie interpretative.
Da qui la proliferazione di immagini di resa
imminente, di collasso sistemico, di piani di pace “chiavi in mano”, pronti a
essere tirati fuori dal cassetto al momento opportuno, con la sparizione
immediata al primo segnale di difficoltà.
Vero, si tratta di risposte psicologicamente
comprensibili a una realtà che sfugge, per sua natura, ai desideri di chi
osserva da lontano, ben più ostica per la pigrizia mentale che non favorisce
alcun approfondimento o riflessione.
È
precisamente in questo spazio – fatto di ansia, di impazienza e di difficoltà a
pensare il lungo periodo – che si inserisce il cosiddetto “piano Trump”, in
realtà frutto degli incontri – telefonici e dal vivo – tra Kirill Dmitriev,
inviato speciale del Cremlino, e Steve Bischoff, rappresentante del presidente
americano.
Un
documento che non è definitivo, soggetto a modifiche continue, come avvenuto
durante l’incontro delle delegazioni europea, statunitense e ucraina a Ginevra,
nel quale dai 28 punti previsti è uscita una versione ridotta, che dovrà essere
poi discussa con Mosca.
Il
piano, in questo senso, appare come una proiezione, da declinare a seconda dei
vertici e degli interlocutori, perché la sua esistenza è il riconoscimento
della necessità di una trattativa:
il
problema è che ognuno ha una propria idea su cosa e come debba essere.
Una
via d’uscita? Il suggello all’ennesimo conflitto congelato?
Una
resa? Una vittoria?
E di chi?
Le
indiscrezioni sui ventotto punti, la conversazione Bischoff–Ushakov pubblicata
da Bloomberg, le frasi fatte filtrare ad arte da ambienti diplomatici, le
smentite parziali:
l’intero
ciclo informativo che circonda il piano Trump è un esempio di produzione
controllata di ambiguità, una nebbia densa di confusione chissà quanto casuale.
Per la
Casa Bianca questa nebbia consente di testare reazioni, di misurare il margine
di manovra interno e internazionale, di mantenere in vita l’idea che Washington
abbia ancora in mano le chiavi dell’ordine globale, di riaffermare il proprio
primato sullo scenario mondiale in modo brutale:
prima
Gaza, poi l’Ucraina, nel frattempo il Venezuela, un costante intervento a
dimostrazione di come ogni previsione della nuova età isolazionista che avrebbe
dovuto promuovere Trump si sia rivelata fallace e ingannevole.
Per
l’Europa, esausta da un conflitto che mette a nudo le debolezze – strategiche,
tattiche – di una leadership mediocre e avvezza più ai proclami e ai
provvedimenti “esemplari” che a scelte coraggiose, i tentativi d’Oltreoceano
rappresentano una continua umiliazione per il dover continuamente rincorrere
l’agenda stabilita da Trump, provando a difendere le proprie scelte non solo
nei confronti dell’amministrazione statunitense, ma anche con quei governi
favorevoli a Putin (Ungheria e Slovacchia) e in grado di creare crepe nel
fragile equilibrio di poteri della Commissione europea.
Dall’Ucraina,
dove lo scandalo corruzione che ha portato alla rimozione di Andriy Ermal
dall’ufficio di presidenza, la pressione statunitense viene vista con grande
inquietudine, e l’ulteriore intensificarsi dei bombardamenti russi in questi
giorni segna una sinistra sottolineatura della difficile condizione del paese
dopo quasi quattro anni di resistenza. La paura che la sovranità possa essere
barattata in un tavolo dove gli interlocutori principali sono altri è palpabile
in Ucraina, anche perché non sarebbe il primo caso di un accordo concluso,
negli ultimi duecento anni, “alle spalle” dei soggetti direttamente coinvolti;
non stupisce, dunque, che a Kyiv ogni
indiscrezione di contatti tra Mosca e Washington susciti preoccupazione e
indignazione.
Per la Russia, infine, già la sola presenza di
una volontà di discutere da parte degli Stati Uniti ha rappresentato, nel corso
di questo anno 2025 che volge al termine, un successo di non poco conto,
culminato nell’incontro Putin-Trump in Alaska;
eppure
il Cremlino non è riuscito ad ottenere quel che vorrebbe, né tantomeno vi è
stato un cedimento totale su tutta la linea dell’imprevedibile tycoon
newyorkese diventato per la seconda volta presidente, anzi, il documento – sia
nella versione di 28 punti che in quella successivamente emendata – non
sembrerebbe aver cambiato le posizioni del leader russo.
Il
lungo discorso di Vladimir Putin alla stampa ai margini del vertice dell’”Organizzazione
del Patto di Sicurezza Collettivo” in Kirghizistan va letto esattamente in
questa prospettiva.
Le sue parole non erano rivolte tanto agli
interlocutori presenti in sala, quanto al campo semantico nel quale il piano
Trump verrà discusso, anche perché ormai da tempo la politica russa ha fatto
del linguaggio un elemento costitutivo del potere:
le
parole presidenziali non descrivono la realtà, ma la prescrivono, non spiegano,
bensì delimitano, e persino allusioni e attacchi servono a codificare una certa
visione del mondo da imporre.
Quando
Putin afferma che il piano va “tradotto nel linguaggio diplomatico”, non sta
chiedendo un lavoro di rifinitura tecnica:
stabilisce
un principio di sovranità interpretativa.
Il
piano sarà accettabile solo se riscritto nei termini voluti dal Cremlino; e la
diplomazia, in questo schema, non è lo spazio del compromesso, ma il luogo in
cui vi è un conflitto del lessico, e non si tratta di un elemento di secondo
piano, né di una novità nell’atteggiamento del presidente, influenzato anche
dalla sua formazione da giurista, interpretata in chiave di definizione su
carta dei rapporti di forza.
La stessa funzione svolge la proposta –
formulata nello stesso contesto – di mettere “per iscritto” l’impegno russo a
non attaccare l’Europa. Formalmente, dovrebbe apparire come un’offerta
rassicurante; in realtà, è un’operazione narrativa.
Presentando
la Russia come soggetto pronto a fornire garanzie, Putin tenta di ridisegnare
l’invasione dell’Ucraina come un’eccezione, come una deviazione giustificata
dalle “circostanze storiche” e dalla presunta responsabilità di altri attori;
in più la questione ucraina – e più volte il presidente russo lo ha ribadito –
è un problema “interno”, una nazione “artificiale” derivata da una serie di
circostanze e di complotti che hanno minato l’unità originaria del popolo
“russo”, una visione perenne e al tempo stesso presentista delle identità e del
passato.
L’obiettivo
è di fare apparire l’Europa come vittima di un panico infondato, mentre la
Russia si inscena come soggetto responsabile, che chiede soltanto che venga
riconosciuta la propria supremazia sul campo, assieme ai diritti “storici” sui
vicini.
Su
questo sfondo, l’evocazione sistematica di cifre sulle perdite ucraine –
impossibili da verificare, e accompagnate dal silenzio sui corrispettivi numeri
russi – non mira minimamente alla trasparenza, bensì si tratta di accumulare
ulteriore materiale narrativo: utile in una costruzione discorsiva atta a
presentare l’Ucraina come un paese allo stremo, prossimo alla rottura, a
differenza della Russia, vincente e pronta, semmai, a concedere una pace
“generosa”. Il messaggio interno è chiaro: la guerra sta andando secondo i
piani, la vittoria è solo questione di tempo.
Quello
esterno è più sfumato, ma non meno importante:
se e quando Mosca accetterà di negoziare, lo
farà da vincitrice, non da parte costretta al compromesso.
A
completare il quadro della narrazione del Cremlino è la delegittimazione
sistematica delle autorità ucraine.
L’argomento
secondo cui Kyiv non sarebbe legittimata a firmare alcun accordo perché non si
son svolte le elezioni presidenziali e parlamentari è ormai ben noto, e appare
anche superfluo ricordare l’impossibilità di svolgere un doppio appuntamento
elettorale in un paese dove vi sono regioni occupate, milioni di sfollati fuori
e dentro dai confini, ma non è agli ucraini che si rivolge Putin, bensì al
mondo, inserendo nel discorso pubblico l’idea che l’assenza di negoziati non
sia il prodotto di una scelta politica del Cremlino, bensì di una carenza
strutturale dell’Ucraina, priva di una leadership eletta democraticamente.
Ancora
una volta, la realtà viene passata attraverso lo specchio distorto delle
posizioni putiniane: la sospensione delle elezioni – misura prevista dalla
legislazione ucraina e in linea con prassi osservabili in altri contesti di
guerra – viene trasformata in argomento per negare all’Ucraina lo status di
interlocutore.
A far
riflettere è come a regnare, nella discussione sulle prove tecniche di
negoziati, vi siano due termini diventati simbolo della ricerca di scorciatoie
dell’immaginario contemporaneo: la resa e il collasso.
Entrambe
le parole rispondono a una stessa esigenza:
trovare una conclusione netta, riconoscibile,
teatralizzabile, definitiva in un contesto in cui nulla lascia presagire un
esito rapido.
La
resa totale occupa un posto privilegiato nell’immaginario sulla guerra, anche
se si tratta più di un’eccezione che di una regola nella storia.
Le
immagini della capitolazione tedesca e giapponese, nel 1945, hanno sedimentato
una rappresentazione della fine della guerra come atto solenne, definitivo,
quasi rituale: la firma degli sconfitti, le bandiere ammainate degli sconfitti
e i vessilli innalzati dai vincitori, catene di comando che si dissolvono, un
“prima” e un “dopo” chiaramente distinguibili.
Ma quella configurazione è un’eccezione,
figlia di una combinazione specifica di fattori: guerre totali, mobilitazione
industriale senza precedenti, ideologie radicali sconfitte dopo anni di
catastrofi, assenza di deterrenza nucleare.
La presa del Reichstag, le atomiche su Hiroshima e Nagasaki, le immagini
di capitali distrutte, di folle festanti per l’annuncio della vittoria, sono
istantanee vivissime, eppure parte di un determinato contesto storico.
Da
allora sono ben pochi i conflitti conclusisi in quel modo: anche in quei casi
dove vi sono stati fotogrammi assai forti – l’entrata degli americani a
Baghdad, ancor prima il ritiro dei sovietici dall’Afghanistan, avvenimenti
immortalati in scatti famosi – è il “dopo” a esser fuori dall’obiettivo, il
continuum di crisi e guerre che non hanno abbandonato quei luoghi.
La
resa totale è uscita dalla pratica storica, ma non dall’immaginario.
Nella guerra in Ucraina la resa compare come
immagine speculare, il che dovrebbe interrogarci su come il 1945 sia ancora un
evento portentoso nella nostra rappresentazione dei conflitti. In una parte del
discorso occidentale, viene proiettata sulla Russia:
si
immagina un collasso militare o economico che costringa Mosca a ritirarsi
completamente dai territori occupati, e magari anche a subire ulteriori
punizioni oltre alle sanzioni e al congelamento dei beni; vi era chi
prefigurava uno smembramento dell’attuale Federazione Russa in vari stati,
presentati in modo assai utopistico come sicuri portatori di pace e sicurezza
nel continente europeo.
Nella
propaganda russa, al contrario, la resa è ucraina:
Kyiv
viene presentata come un paese destinato al fallimento, in alcuni casi già dal
2014 si utilizza il termine di “failed State”, costretto ad accettare come
proprio destino manifesto l’assoggettamento a Mosca.
Entrambe
le narrazioni, però, raccontano più dei desideri e delle paure che della
realtà:
in Ucraina non vi è alcuna intenzione né
spazio sociale per contemplare una resa;
la
Russia, dal canto suo, non dispone della superiorità necessaria per imporla;
una disfatta russa da parte ucraina appare
quantomeno improbabile oggi, e nel caso di un conflitto esteso all’Europa
vorrebbe dire un tipo di guerra assai diverso, con il coinvolgimento diretto
della NATO.
L’altra
parola, collasso, viene evocata più volte, in una sorta di conto alla rovescia
su un ring immaginario, per entrambi i paesi, con forme diverse.
Nel
caso russo, viene alimentata dalla memoria della fine dell’URSS e, in
particolare, dall’impatto di testi come “Sopravvivrà l’Unione Sovietica fino al
1984?”
di Andrej Amalric e l’immagine del collasso è
stata ripresa dal saggio, di grande interesse e spessore intellettuale ma
discutibile nei suoi esiti “profetici”, di Aleksandr Elkin La Russia contro la
modernità.
Il saggio di Amalric, intellettuale dissidente
di grande acume, scritto nel 1969, aveva colto con lucidità straordinaria le
crepe di un sistema apparentemente monolitico, individuando alcune possibili
linee di frattura: le tensioni nazionali nelle repubbliche, la crisi del sistema
economico, l’incapacità della burocrazia di rinnovarsi; eppure al tempo stesso
alcune previsioni (la guerra con la Cina popolare e il pessimismo riguardo alla
liberalizzazione del sistema) si son rivelate inesatte, lo scontro sino-sovietico
non si tradusse in un conflitto armato dopo gli spari sull’Ussuri nel 1969,
mentre invece il tentativo riformatore di Michail Gorbaciov in un certo senso
mise a nudo le difficoltà e accelerò la dinamica che portò al crollo
dell’esperimento sovietico.
Non
stupisce che, di fronte alla guerra, le previsioni di Amalric siano tornate a
essere una possibile chiave interpretativa: d’altronde, se l’URSS, superpotenza
globale, è collassata, perché non dovrebbe succedere anche alla Russia
putiniana.
La
risposta sta nelle differenze strutturali tra i due sistemi.
L’URSS
tardo-sovietica era passata dall’inerzia della stagnazione alle accelerazioni
della perestroika, era un “paese di paesi”, dove la politica del regime aveva
consolidato élite nazionali e segnato – con la liberalizzazione – da conflitti
etnici sempre più in grado di mobilitare settori della società;
in più la Mosca sovietica era gravata dal peso
del sostegno economico e militare ai regimi socialisti in Europa orientale, in
Asia e in Africa, senza esser dotata della flessibilità ideologica unita allo
spietato decisionismo di Pechino.
La
Russia di oggi è una federazione assai peculiare, dove le repubbliche con una
chiara maggioranza etnicamente non russa sono una minoranza, segnata da una
profonda centralizzazione, contraddistinta dalla concezione della “verticale
del potere”.
I siloviki, ovvero gli uomini degli apparati
d’intelligence e di sicurezza, a differenza dell’URSS non sono sotto il
controllo politico del partito (come era avvenuto dopo la morte di Stalin) ma
rappresentano uno degli architravi portanti dell’infrastruttura del sistema
putiniano.
La
repressione oggi è persino maggiore del periodo brezneviano, con migliaia di
condanne a vari anni di detenzione, e colpisce a casaccio, attraverso il
controllo del discorso pubblico via social, media e istituzioni d’istruzione.
Più
volte si è prospettato, in varie analisi, un possibile ruolo di un settore
dell’establishment, con una preferenza verso gli oligarchi, eppure, nonostante
le difficoltà patite con le sanzioni e l’isolamento dall’Occidente, i malumori
del settore economico-finanziario appaiono al momento ancora gestibili, e la
disponibilità manifestata nei confronti di Washington risponde anche a questo
sentimento strisciante.
In questo quadro il collasso non è
impossibile; non è però una prospettiva così immediata, netta, né tantomeno è
pronosticabile una ripetizione del ciclo 1989-1991.
Per
l’Ucraina, la narrazione del collasso assume altre forme: quella del
“fallimento statale”, della corruzione insanabile, della dipendenza totale da
aiuti occidentali.
Anche
in questo caso, si tratta di visioni superficiali, alcune delle quali risalenti
alla metà degli anni Duemila, quando la “rivoluzione arancione” portò Viktor
Juščenko alla presidenza del paese dopo un acceso scontro con Viktor Jankovic,
e rafforzatasi con l’Euro-maidan del 2013-14, l’annessione russa della Crimea e
l’inizio del conflitto in Donbass. Il collasso, previsto e evocato, però non
c’è stato e dal 2022 il paese affronta una guerra durissima, che ha prodotto
una coesione interna difficile da ignorare.
Vero,
ci sono diserzioni; chi può andar via dal paese, lo fa; al tempo stesso, però,
l’ostilità verso l’aggressore è forte e radicata e non sembra esser volta a
declinare.
La società ucraina si è trasformata in modo
radicale;
lo
Stato, pur sotto stress, ha mantenuto capacità amministrative e militari che
molti, all’inizio del 2022, ritenevano al di sopra delle sue possibilità.
In
questo contesto, parlare di “impossibilità del negoziato” significa provare a
tenere insieme tre livelli: quello militare, quello politico-strategico e
quello simbolico.
Sul
piano militare, la situazione sul terreno non offre alcun chiaro segnale di
vittoria o di sconfitta totale per una delle parti;
anzi, si profila un quadro di logoramento a
lungo termine, con fronti che si spostano lentamente e con costi umani
elevatissimi.
Sul piano politico-strategico, gli obiettivi
massimi di Russia e Ucraina continuano a essere incompatibili:
per
Mosca, le annessioni sono presentate come irreversibili;
per
Kyiv a esser centrale non è tanto la riconquista dei territori occupati,
obiettivo che appare impossibile, ma la certezza della propria sovranità. Ma è
sul piano simbolico che l’impossibilità del negoziato si manifesta con maggiore
chiarezza:
per il
regime russo, la guerra è diventata il cardine della propria legittimità.
Essa
incarna il progetto di restaurazione della grandezza imperiale e dell’unità
primigenia del popolo russo, la promessa di riportare il paese al rango di
grande potenza, la narrazione di una Russia accerchiata che reagisce alla
minaccia occidentale ma al tempo stesso in grado di riprendere un dialogo con
gli Stati Uniti per la comunanza di valori con l’attuale amministrazione
americana.
Rinunciare
alle conquiste territoriali, alla volontà di poter limitare aspetti
significativi della sovranità ucraina quali il numero degli effettivi militari
e l’adesione alla NATO vorrebbe dire riconoscere il fallimento della stessa
“operazione speciale militare”.
Non si
tratterebbe di una sconfitta tattica, emendabile con una buona gestione
comunicativa, ma di un colpo diretto alla credibilità del potere.
Per
l’Ucraina, al contrario, la guerra ha assunto un carattere esistenziale: non è
una disputa sui confini, ma sul diritto a esistere come soggetto politico
sovrano.
L’esperienza
dell’occupazione, dei crimini di guerra, dei bombardamenti, ha reso impossibile
immaginare una forma di dialogo, nell’immediato, con la Russia, e anche il
riconoscimento de facto dell’annessione delle regioni sotto controllo russo
rappresenta uno snodo doloroso, percepito come un tradimento, in grado di
minare la legittimità stessa di chiunque la firmasse.
Il
rapporto tra società ucraina e guerra è stato ridefinito in termini tali da
rendere politicamente suicida qualsiasi compromesso che non preveda,
quantomeno, una prospettiva di tutela della propria sovranità per il presente e
per il futuro.
Donald
Trump, animato dall’ambizione al premio Nobel per la pace, legge la guerra non
soltanto in chiave europea, ma come banco di prova dell’ordine globale, e si
trova di fronte però a varie contraddizioni.
Una
pace che premiasse la Russia invierebbe un segnale chiaro a tutti gli attori
che, nel mondo, coltivano ambizioni revisioniste:
l’uso della forza può produrre risultati
duraturi, se accompagnato da una sufficiente resilienza;
eppure, da anni in un settore
dell’establishment americano è ritenuto un obiettivo cruciale riuscire a
“staccare” Mosca da Pechino, indebolendo così la Cina nella competizione per
l’egemonia globale.
La Russia ha mostrato, in questi mesi, una
certa predisposizione ad abbandonare silenziosamente teatri storicamente
strategici, quali il Caucaso e il Medio Oriente, in favore di Washington, e
questo elemento permette di comprendere quanto l’Ucraina rappresenti per
Vladimir Putin la madre di tutte le questioni.
L’Europa,
infine, si trova in una posizione particolarmente vulnerabile. Da un lato, è lo
spazio direttamente esposto alle conseguenze della guerra, sul piano
energetico, economico, migratorio, securitario; dall’altro, dipende in larga
misura dalla protezione americana per la propria sicurezza militare.
In questa cornice, accettare un accordo che
sancisca le conquiste russe significherebbe ammettere l’incapacità europea di
difendere il principio basilare dell’ordine continentale post-1945:
l’intangibilità delle frontiere.
Significherebbe,
in altre parole, riconoscere che in Europa è di nuovo possibile modificare i
confini con la forza, qualcosa parzialmente evitato nel primo decennio seguito
al crollo dei socialismi ad Est, con il riconoscimento dell’indipendenza dei
nuovi Stati lungo le linee dei confini amministrativi.
In
questa combinazione di fattori – interni ed esterni, materiali e simbolici – si
consuma l’attuale dramma di un negoziato che non accenna a entrare nel vivo,
mentre i bombardamenti sulle città ucraine e gli attacchi di droni su obiettivi
russi continuano, in un tetro scambio, spesso notturno, che segna le vite di
milioni di persone.
Certo, la guerra finirà, in qualche modo, ma
difficilmente questo accadrà nei termini che il discorso pubblico e mediatico
oggi si ostina a immaginare.
Ad oggi appare chiaro che la guerra non potrà
finire con una resa in stile 1945, né con un collasso improvviso di uno dei
contendenti, né con la firma di un piano salvifico calato e imposto dall’alto.
Se la storia recente insegna qualcosa, è che i
conflitti di questa natura tendono a concludersi con soluzioni imperfette:
accordi
che congelano situazioni di fatto, linee di controllo, equilibri precari,
oppure non si concludono affatto, e si trasformano in una condizione di guerra
endemica, definita in modo assai poco generoso verso le vittime “a bassa
intensità”, con il suo carico di morti, distruzioni, instabilità.
Per
una pace duratura sarebbero necessarie delle trasformazioni strutturali, al
momento improbabili:
in
Russia la guerra potrebbe fermarsi o in seguito a sconvolgimenti sociali
(prospettiva assai remota oggi) o in base ai costi del conflitto;
in
Ucraina l’accettazione della perdita dei territori occupati sarebbe possibile
di fronte a reali garanzie di sicurezza e di difesa della propria sovranità. In
questo quadro, il piano Trump – e tutti i piani che seguiranno, con nomi
diversi – appare per ciò che è: non una soluzione, ma un sintomo.
È la
manifestazione del bisogno di voler abbreviare la storia, di immaginare che un
documento, una firma, un annuncio possano risolvere contraddizioni e processi
intricati, passando sopra sofferenze, traumi, devastazioni;
è la
dimostrazione di come l’assenza della politica, sostituita da una sorta di
reality show dell’orrore e della provocazione trasmesso in streaming, sia una
delle cause della catastrofe dell’oggi.
La
pace si può.
Doppiozero.com - Mario Porro – (21 Luglio 2026)
– Redazione – ci dice:
“Polemos
di tutte le cose è padre, di tutte le cose è re”.
Fin dalle origini, la nostra tradizione fa
della guerra il principio che governa le sorti del mondo e affida al dissidio,
alla contesa, una funzione generativa più che distruttiva, come attesta un
altro detto di Eraclito, “tutto accade secondo la legge di Eris”. Anche la
filosofia è (stata) una guerra proseguita con altri mezzi, come voleva von
Clausewitz per la politica;
i
dialoghi del Platone che diciamo dialettico fanno continuo ricorso a una
metaforica bellica e bellicosa, ha ricordato Umberto Curi – Polemos.
Filosofia
come guerra (Bollati Boringhieri, 2000), “Padre e re”. Filosofia della guerra
(Castelvecchi, 2024).
L’assalto
al “padre” Parmenide, in merito al problema dell’essere, ha le fattezze di uno
scontro all’ultimo sangue, che mira all’annientamento dell’avversario, contando
sull’apporto di bia, la muta violenza.
Conoscere
è una forma di Agon, un combattimento che ha l’obiettivo di catturare la preda,
secondo un lessico venatorio e predatorio ricorrente anche tra i fondatori
della scienza moderna, in Galilei e nel Bacone che suggerisce la pratica della
tortura per strappare alla Natura i suoi segreti.
Una
prospettiva così radicata da rendersi avvertibile anche nella “lotta” che
l’artista intraprende con la realtà di cui vorrebbe svelare le pieghe nascoste:
“anche
le mele di Cézanne sono una scena di battaglia”, scriveva Picasso.
È
ancora ad Eraclito che si richiamerà Heidegger in una lettera inviata a Karl
Schmitt nell’agosto del 1933, l’anno dell’insediamento come rettore
dell’Università di Friburgo e dell’adesione al nazismo.
Il filosofo scrive di aver apprezzato
l’interpretazione alla Schmitt dei frammenti eraclitei sul Polemos come forma
generale delle relazioni inter-soggettive, una forma che farebbe della coppia
amico-nemico il fondamento del “politico”.
Da
Eraclito Heidegger trae la convinzione del carattere originario del conflitto,
già attivo nel processo stesso di manifestazione della verità, quando l’ente si
pone come distinto nel contrasto:
la filosofia è polemica perché l’essenza
stessa della cosa è l’uno in sé diviso o il “contendere dell’uno con l’altro”, “Aus-einander-setzung”,
termine con cui Heidegger traduce il Polemos eracliteo.
A
fondare la nostra cultura sono poemi epici dove l’eroe mostra la sua abilità
nel duello, nel teatro mimetico della contesa.
Se
l’Iliade è il “poema della forza”, anche l’altra radice dell’Occidente, la
religione ebraica – sosterrà Simone Weil –, esalta il dio degli eserciti, il
dio vendicatore che distrugge i nemici del suo popolo.
Il culto della potenza passerà poi dall’Impero
romano al cattolicesimo:
lo
sapeva Erasmo che, dopo aver visto Giulio II, il papa guerriero e mecenate,
entrare armato in Bologna alla testa delle truppe pontificie, lo immagina porre
sotto assedio il Paradiso (Iulius exclusus e coelis, 1514, poco prima di
comporre Il lamento della pace).
Nel
suo ultimo libro, “I sommersi e i salvati”, Primo Levi sosteneva che la
tendenza manichea a suddividere il campo fra amico e nemico, fra noi e loro,
risalga alle “nostre origini di animali sociali”;
tale
tendenza risponde a schematismi semplificanti e “rifugge dalle mezze tinte e
dalle complessità”, resta un’ipotesi che non trova quasi mai conferma nella
realtà. Subiamo la suggestione di quell’altra guerra praticata con altri mezzi
che è il gioco:
siamo
soddisfatti se gli avversari sono ben distinti, se si danno vincitori e vinti,
come se il fiume degli accadimenti umani potesse ridursi a duelli, “gli
ateniesi e gli spartani, i romani e i cartaginesi”.
E
siamo convinti che lo scontro sia proficuo, che la guerra sia non solo
inevitabile, ma manifesti anche, come voleva Hegel, la potenza benefica del
negativo, in quanto conserva la “salute etica” di un popolo, “come il moto del
vento preserva il mare dalla putrefazione” (Lineamenti di filosofia del
diritto).
Ma se la logica debole delle opposizioni
esclusive – forma elementare della molteplicità di relazioni che compongono il
tessuto complesso della realtà – non ha il pregio della verità, ha però
innegabili “effetti di verità”: chi pensa che in società come in natura domini
la lotta per la sopravvivenza (lo strugger for life che Primo Levi ritrovava
nella condizione estrema del Lager), che la storia sia storia di lotte – di
civiltà, di nazioni o di classi –, o chi pensa che “per legge di natura chi è
più forte comandi” – come dissero gli Ateniesi agli abitanti dell’Isola di
Melo, secondo la versione di Tucidide –, non potrà che tenersi pronto allo
scontro e dare concreta attuazione al mondo che s’immagina.
La sua
prospettiva antropologica non sarà quella kantiana per cui l’umanità è un
“legno storto” da cui non potrà mai uscire nulla di diritto, ma quella che
Hobbes tracciava per lo stato di natura:
l’uomo è un lupo per l’uomo, meglio non
correre dunque quello che Salvatore Natoli ha chiamato “il rischio di fidarsi”
(Il Mulino, 2016), la scommessa generosa che consente il formarsi di legami
affettivi e collettivi.
Molta
riflessione etica contemporanea ha cercato di “disarmare” il pensiero (e le sue
emozioni) avviando – è la formula di Paul Ricoeur – “percorsi del
riconoscimento” (Raffaello Cortina, 2004) che non abbiano la modalità del
conflitto fra le autocoscienze, quella che, nella Fenomenologia dello Spirito
hegeliana, culmina nella separazione fra il signore e il servo.
Si
tratta di percorsi, scriveva Ricoeur, che promuovono pratiche pacificate,
basate su “mediazioni simboliche che si sottraggono tanto all’ordine giuridico
quanto all’ordine degli scambi commerciali”:
si
affidano ad agape, alla carità, alla logica mutuale del dono e del per-dono.
All’origine di questi percorsi vi è il richiamo di Emmanuel Levina, in “Totalità
e infinito” (Jaca Book, 1977), a rivolgersi al volto dell’Altro:
è lì che si rivela non l’identità, cioè l’idem
della categoria universale che vorrebbe definire stabilmente l’essenza del
soggetto, ma l’ipseità, l’ipse che ne esprime l’unicità, sepolta sotto le
identificazioni da cui viene ricoperta.
È
questa la promozione dell’umano, distinta dall’uomo-misura portatore, che
François Jullien, in Risorse del cristianesimo (Ponte alle Grazie, 2019), ha
scorto al cuore del Vangelo di Giovanni.
Due
criminologi, Adolfo Ceretti, docente all’università di Milano-Bicocca, e
Roberto Cornelli, docente alla Statale milanese, ricordano in “Per una pace
possibile”.
Responsabilità,
giustizia e riparazione al tempo delle guerre (Feltrinelli, 2026), che il clima
di guerra si accompagna a una semplificazione cognitiva, all’induzione
frettolosa che rinchiude il nemico nella gabbia di un universale.
È il meccanismo mentale ed emotivo attuato
dalla demagogia populista, pronta a plasmare lo stereotipo dell’escluso di
turno (immigrati, zingari, omosessuali ecc.);
oltre ad aver il “pregio” di offrire
spiegazioni rassicuranti e che non temono smentite, questo meccanismo sopprime
la singolarità dell’Altro, non più individuo ma individuato come membro di un
gruppo.
Esemplare
in tal senso il caso delle guerre nella ex Jugoslavia, preparate da costruzioni
identitarie di tradizioni etniche, su base religiosa;
i leader serbi, da Jova Raskovic a Radovan Karadzic,
sapevano, anche grazie ai loro studi di psichiatria, che per innescare
dinamiche conflittuali il primo passo era suddividere le persone in gruppi a
cui affibbiare etichette da tempo disponibili: serbi, croati, musulmani,
cattolici, ecc.
La
cecità nei confronti dell’Altro è il tratto che accomuna la logica dei
conflitti, ricorda il filosofo del diritto Tommaso Greco in “Critica della
Ragione bellica” (Laterza, 2025), un testo che ripercorre la tradizione del
pacifismo giuridico a partire dal Kant di “Per la pace perpetua” (1795): non la
proposta di un sognatore, ma la saggezza di chi riconosce l’esigenza di
costituire un “Terzo istituzionale” che limiti il delirio di sovranità degli
Stati, come sosterrà Einstein nello scambio epistolare con Freud del 1932 e
ribadirà Hans Kelsey in “Peace through Law” nel 1944.
Il
punto estremo della negazione dell’altro è certo rappresentato dal conflitto
israelo-palestinese:
due popoli, ricordano Ceretti e Cornelli, che
da molto tempo soffrono in modo speculare dell’angoscia per la propria
sopravvivenza, e convivono con un nemico vissuto come costante minaccia e
dunque semplicemente da annientare.
Entrambi
i popoli hanno attraversato la “catastrofe”, l’uno l’immane tragedia della
Shoah, l’altro la Nakba, l’insieme delle sofferenze patite dall’esodo forzato
di circa 700.000 palestinesi durante la guerra del 1948 con cui il neonato
Stato d’Israele iniziò ad espandere il suo territorio.
Jessica Benjamin, psicoanalista relazionale e
femminista, che per anni ha lavorato nel cuore del conflitto
israelo-palestinese, sostiene che chi si sente da sempre discriminato coltiva
una “economia psichica in cui regna il capitale morale della sofferenza”: il
dolore subito in passato induce molti ebrei d’Israele a non fare i conti con il
dolore inflitto oggi agli altri.
La
specularità mimetica della guerra innesca così un meccanismo distruttivo e
auto-distruttivo:
dal convincimento secondo cui “solo uno può
vivere” si approda alla “codificazione” del nemico, cioè alla cancellazione
dell’umanità dell’Altro, il che mina anche il riconoscimento della propria
umanità.
Jessica Benjamin ha suggerito che l’unico modo
di contenere la violenza vendicativa e superare la logica della faida è
riguadagnare la prospettiva del “Terzo morale” (Il riconoscimento reciproco.
L’intersoggettività e il Terzo, Cortina, 2019):
la
fondazione di luoghi giurisdizionali, di organismi a cui i confliggenti
riconoscano autorità morale e non solo giuridica, consente di avviare processi
interpersonali che attivino un confronto dialogato.
È il percorso suggerito già dalle “Eumenidi”,
la tragedia di Eschilo:
il tribunale dell’Areopago, presieduto da
Atena, assolve Oreste, colpevole dell’omicidio della madre, e trasforma le
Erinni, dee vendicatrici dei crimini familiari, in benevole.
Ceretti
e Cornelli non nascondono le difficoltà che questa procedura di giustizia
riparativa incontra: certo, il diritto non s’impone con la forza, ma le istanze
giuridiche sovranazionali appaiono oggi fortemente delegittimate, se non del
tutto inefficaci.
L’ONU forse era morta già prima di Sarajevo,
mentre le sentenze della Corte penale internazionale – sorta dallo Statuto di
Roma del 1998 e sottoscritta da 124 Stati, ma non da quelli più influenti sulla
scena internazionale (dagli Stati Uniti alla Cina) – sono disattese anche dai
paesi che l’hanno promossa.
Gli
autori di “Per una pace possibile” si dedicano da decenni a pensare e praticare
una “ristorative Justice” intesa in primo luogo come risoluzione pacifica dei
conflitti, il cui paradigma di riferimento resta l’istituzione nel 1995 della “Commissione
per la verità “e la riconciliazione nel Sudafrica del dopo apartheid:
la concessione dell’amnistia ai responsabili
di gravi violazioni dei diritti umani era vincolata alla pubblica confessione
dei crimini commessi, a differenza del colpo di spugna sui crimini di epoca
fascista conseguente all’amnistia voluta dal ministro Togliatti nel ’46.
Un
ruolo rilevante in quel percorso lo ebbe Albi Sachs; nato in una famiglia di
esuli ebrei, negli anni cinquanta entra nello studio legale di Mandela, dove
inizia a difendere le persone accusate sulla base delle leggi segregazioniste.
Costretto
all’esilio dal governo di Pretoria, diventa professore presso l’Università di
Maputo, in Mozambico; qui subisce un attentato ad opera di agenti della
sicurezza sudafricana, in seguito al quale perde un braccio e la vista da un
occhio.
Come raccontò nell’autobiografia, “The Soft
Vengeance of a Freedom Fighter”, la sua vendetta “mite” fu il contributo alla
democratizzazione del Sudafrica, grazie all’incarico di capo della nuova Corte
costituzionale affidatogli da Mandela.
Ceretti
e Cornelli hanno raccontato in Milano-Bogotà.
Percorsi
di giustizia nella Colombia dopo l’Accordo di pace (Giappichelli, 2020) la loro
attiva partecipazione al percorso che, dopo cinquantadue anni di guerra civile,
ha portato nel 2016 all’accordo fra il governo colombiano e gli ex guerriglieri
delle Forze Armate Rivoluzionarie.
Anche qui si è prevista la formazione di una
commissione di “verità, giustizia e riparazione”, insieme alla consegna delle
armi alle Nazioni Unite:
da quelle 8994 armi l’artista Doris Salcedo ha
tratto un contro-monumento, scolpito anche da diciassette donne vittime di
violenza sessuale durante la guerra.
L’idea soggiacente è che la pace non può
essere semplicemente una sospensione del conflitto armato, ma impone di farsi
carico delle violenze collettive che hanno lasciato scorie tossiche nelle vite
offese di uomini e donne:
una
“pace positiva”, oltre a fare i conti con il passato, implica un progetto di
società futura e di convivenza possibile che cancelli le ingiustizie alla
radice dei conflitti.
È
lungo questa linea che si muoveva, giù sul finire degli anni Cinquanta, agli
albori dei “Peace Studies”, il sociologo e matematico norvegese Johan Galtung
(1930-2024), promotore del metodo “Transcend” per la mediazione dei conflitti:
pratica da lui attuata in decine di situazioni
e che molto deve agli ideali non violenti di chi ha cercato di fare pace con il
mondo intero, il suo connazionale “Arnie Nasse”, fondatore dell’”ecologia
profonda”.
Non è
vera pace, tantomeno duratura e accettabile, quella fondata sulla “perseveranza
brutale degli enti nel loro essere”, sull’impulso che mira alla conservazione e
all’espansione di sé e si traduce inesorabilmente “nella assimilazione o nella
scomparsa dell’alterità”.
Le parole di Emmanuel Levina, in Pace e
prossimità del 1984 (in “Lettera
internazionale”, 7, 1986, ristampato nel 2014, ma purtroppo si adattano ancor
più al nostro tempo), esortano a de-costruire la nozione di soggettività che la
tradizione filosofica ha esteso anche alle formazioni sociali e politiche,
Stato incluso: pensare il soggetto in termini di essere, in base al suo “contusi
essendo”, finisce per legittimare la volontà che si ritiene sovrana e mira ad
accrescere la propria potenza, quando invece è nell’apertura originaria alla
precarietà dell’Altro, nella scoperta della vulnerabilità che ci accomuna, che
si rafforza il desiderio di pace.
L’etica
è un’ottica, ricordava Levina: mostriamo di riconoscere la dignità dell’Altro
guardandolo negli occhi, chiamandolo per nome e rivolgendogli la parola.
È
questo, scrivono Ceretti e Cornelli, il presupposto per incamminarsi lungo il
sentiero, tortuoso e stretto, da tracciare ogni volta in modo inedito, che può
condurre a una convivenza possibile e duratura:
non
alla pace accettabile dagli equilibri internazionali, alla tregua, sempre
provvisoria, che fa leva sulla deterrenza degli armamenti, non alla pace di chi
confida nel principio “Si vis pacem, para bellum” e accetta la logica della forza
come unica forma di relazione tra individui e Stati.
Sulle
pareti della Scuola dalmata a Venezia, Carpaccio ha raffigurato un tema
classico del conflitto fra bene e male, il duello fra san Giorgio e il drago: eterno “gioco mimetico”, avrebbe
detto René Girard, scontro fra doppi indifferenziati nella contesa, sotto i
quali giace il Terzo, le membra sparse delle vittime.
Spesso
i nemici sono complementari, sosteneva nel 1960 l’etnologa Germaine Tilio in
merito alla guerra per l’indipendenza dell’Algeria dalla Francia coloniale:
accanto ad Albert Camus, si attivò per cercare di proteggere la “povera carne
sofferente dell’umanità”, per evitare la pratica della tortura da parte
dell’esercito francese, per impedire attentati contro la popolazione civile.
È a
partire dai corpi violati e abbandonati, da questi “Terzi esclusi” che chiedono
invece di essere visti e reclamano di essere riconosciuti nella loro dignità
umana, che può sorgere una chiamata in causa di tutti, in primis dei
belligeranti, al fine di legittimare istituzioni deputate a prendersene cura.
Molte
missioni di peacekeeping, svolte dal 1991 al 2006 con l’intervento dei caschi
blu, sono state determinanti nel fermare le guerre; giornalisti e fotografi,
che si pongono tra per dare volto e parola alla violenza, assumono spesso il
ruolo di “martiri” – il termine greco significa “testimone”.
La “Global
Sumud Flotilla”, osservano Ceretti e Cornelli, è in tal senso esperienza
esemplare di una terzietà che, in modo mite ma indomito, “si mette nel mezzo”:
corpi
interposti che si fanno barriera e creano una zona liminale, la soglia dove il
“Terzo morale” richiama i principi umanitari e del diritto internazionale
contro l’imposizione violenta della volontà del più forte.
Perché
la guerra in Ucraina
non
sta finendo.
Startmag.it
– Startmag.it - Mondo – Tatiana Stanovaya – (1°marzo 2026) – Redazione – ci
dice:
La
fonte dell’aggressione russa è la convinzione che l’Occidente intenda
infliggere una “sconfitta strategica” alla Russia.
Finché questa paura persiste, la guerra non
finirà.
L'analisi
di Tatiana Stanovaya da “Carnegie Politica” tratta da” Appunti”.
Perché
la guerra in Ucraina non sta finendo.
Molti
si aspettano che il 2026 sia un anno decisivo per la guerra in Ucraina.
Con la
Russia che avverte sempre più l’impatto delle sanzioni e l’infrastruttura
energetica ucraina sull’orlo del collasso, mentre le scorte di armi e i
finanziamenti si assottigliano, non sorprende che per la prima volta da molto
tempo le parti siano tornate a un dialogo diretto e apparentemente sostanziale,
prima ad Abu Dhabi e poi a Ginevra.
Un
reale progresso verso la pace può sembrare possibile, ma le circostanze fanno
sì che, invece di una pace sostenibile, ciascuna parte rischi di cadere in una
trappola.
Per
l’Ucraina, la priorità assoluta è costringere la Russia a cessare le ostilità.
L’unica domanda sembra essere quale prezzo Kyiv sia disposta a pagare in
termini di territorio e garanzie di sicurezza.
La
posizione di Kyiv sulla questione territoriale è che essa debba essere
determinata dalla linea del fronte al momento della fine delle ostilità.
La
richiesta di Mosca che le truppe ucraine si ritirino dal Donbass prima che il
Cremlino accetti di avviare negoziati per una pace pienamente strutturata è
irrealistica — almeno nelle attuali condizioni politiche ucraine.
Ma la
Russia ritiene sia solo questione di tempo prima di riuscire a prendere il
Donbass con la forza, e dunque non vede motivo di scendere a compromessi su
questa richiesta.
Il
rischio principale per Kyiv è quindi di restare intrappolata in negoziati
infiniti su un cessate il fuoco mentre Mosca continua a distruggere le
infrastrutture ucraine.
Per
simulare buona volontà, il Cremlino potrebbe accettare periodicamente brevi
tregue. Ma una cessazione duratura delle ostilità è possibile solo se la Russia
la accetta come parte di un accordo alle proprie condizioni, che includono la
fine dell’assistenza militare occidentale all’Ucraina.
Anche
la Russia, tuttavia, affronta la propria trappola.
Se
Mosca riuscisse a costringere Kyiv ad avviare negoziati sostanziali su ciò che
equivarrebbe essenzialmente a una capitolazione — una replica dei colloqui di
Istanbul nei primi giorni della guerra — il Cremlino sarebbe costretto a
scegliere quali condizioni di pace sia davvero disposto ad accettare.
Le
richieste russe sono problematiche di per sé. La questione territoriale è
importante per il Cremlino, ma la guerra ha un obiettivo più ambizioso: creare
un’Ucraina interamente inserita nella sfera d’influenza russa e non percepita
da Mosca come “anti-russa”.
Mosca
intende raggiungere questo risultato imponendo una serie di restrizioni
politiche a Kyiv, come il divieto del nazionalismo ucraino, la legittimazione
delle forze filorusse nel Paese, la garanzia dello status della lingua russa e
il ripristino dell’influenza della Chiesa ortodossa russa.
In
altre parole, la Russia vuole costringere l’Ucraina a impegnarsi a diventare
uno Stato “amico”.
Come
garanzie di questa “amicizia”, il Cremlino chiede una drastica riduzione delle
dimensioni dell’esercito ucraino, la fine della partnership con i Paesi della
NATO e il divieto di dispiegare armi a lungo raggio o qualsiasi infrastruttura
militare occidentale sul territorio ucraino.
I
rischi nascosti.
La
Russia rischia di impantanarsi in discussioni lunghe e logoranti sulle proprie
richieste politiche riguardanti l’Ucraina:
richieste che restano del tutto inaccettabili
per Kyiv.
E anche
se a un certo punto le autorità ucraine fossero costrette a firmare un accordo
del genere sotto pressione, esso probabilmente farebbe la stessa fine degli
accordi di Minsk, volti a porre fine al conflitto nell’Ucraina orientale prima
dell’invasione su larga scala della Russia: né le élite ucraine né la società
sarebbero in grado di accettare una lealtà imposta.
Invece
dell’attuazione, gli accordi verrebbero sabotati e inizierebbe una graduale
deriva verso una nuova escalation. Il rischio di una ripresa delle ostilità
resterebbe elevato, creando un’ulteriore trappola: questa volta per il
mediatore, gli Stati Uniti.
Un
accordo imposto potrebbe naturalmente essere firmato formalmente, consentendo
al presidente americano di dichiarare trionfalmente di aver posto fine a
un’altra guerra.
Ma un simile accordo sarebbe estremamente
instabile e potrebbe alla fine ritorcersi contro lo stesso Trump.
L’ultima
trappola è quella che riguarda l’Europa.
Le
circostanze spingono le capitali europee a riprendere il dialogo con Mosca.
Incontri
e visite potrebbero diventare più frequenti, la retorica potrebbe ammorbidirsi.
Ma la Russia cercherà un vero riavvicinamento
solo se l’Europa sarà pronta a discutere questioni di sicurezza strategica.
Mosca
probabilmente chiederà la fine del sostegno militare all’Ucraina.
L’amara
verità è che l’Europa non è né pronta a combattere la Russia, né disposta a
impegnarsi in quella che il Cremlino considera una discussione significativa
sul futuro dell’architettura di sicurezza europea.
Di
conseguenza, l’Europa resterà alla periferia del processo negoziale — come
bersaglio indiretto della Russia, alle spalle di un’Ucraina sotto pressione.
In
altre parole, c’è poco spazio per l’ottimismo.
Per il
Cremlino, la guerra è esistenziale. Non si tratta soltanto di conquistare città
e villaggi, ma di uno scontro con l’Occidente che si svolge sul territorio
ucraino.
Le
previsioni sull’imminente collasso dell’economia russa non sono prive di
fondamento, ma mancano il punto centrale: per il Cremlino, porre fine alla
guerra senza che gli interessi russi vengano presi in considerazione non
sarebbe semplicemente una sconfitta, ma equivarrebbe a condannare la Russia
alla rovina.
Finché
Putin resterà al potere, la Russia non sarà paralizzata da proteste diffuse e
nel bilancio resteranno almeno alcune risorse per finanziare gli armamenti, la
guerra continuerà.
Il
Cremlino non farà concessioni significative nemmeno di fronte a una crisi
finanziaria ed economica prolungata.
Piuttosto,
una simile crisi, se dovesse verificarsi, porterebbe prima a un cambiamento
politico e solo successivamente a una revisione degli obiettivi di guerra da
parte di una nuova leadership.
Questo
significa che non ci sarà un accordo definitivo né ora né nel prossimo futuro.
I negoziati potranno intensificarsi, un cessate il fuoco temporaneo è possibile
e potrebbero perfino essere firmati dei documenti.
Ma,
nel complesso, questa simulazione di negoziati può portare soltanto a una
simulazione di cessate il fuoco e a una simulazione di accordo.
La
principale fonte dell’aggressione russa è una profonda sfiducia nei confronti
dell’Occidente e la ferma convinzione che esso intenda infliggere una
“sconfitta strategica” alla Russia.
Finché
questa paura persiste — ed è condivisa sia dalle élite sia dalla società nel
suo complesso — la guerra non finirà.
(Estratto da “Appunti”, la newsletter di Stefano Feltri).
Quattro
anni di guerra in Ucraina:
dal
logoramento militare alla
trasformazione
dell’ordine europeo.
Geopolitica.info
- Mattia Saitta – (7 marzo 2026) – Russia e Spazio post-sovietico – Redazione –
ci dice:
Guerra
russo-ucraina.
Dopo
quattro anni dall’invasione russa del febbraio 2022, la guerra in Ucraina si
configura ormai come un conflitto di logoramento strutturale, destinato a
protrarsi nel tempo in assenza di condizioni per una vittoria decisiva.
La
stabilizzazione del fronte, le fragilità interne di Kiev e l’adattamento
strategico di Mosca stanno ridefinendo non solo l’evoluzione del conflitto, ma
anche gli equilibri della sicurezza europea.
La stabilizzazione del fronte, le fragilità
interne di Kiev e l’adattamento strategico di Mosca stanno ridefinendo non solo
l’evoluzione del conflitto, ma anche gli equilibri della sicurezza europea.
Il
conflitto russo-ucraino, iniziato il 24 febbraio 2022 come “operazione militare
speciale”, si è rapidamente trasformato in uno scontro prolungato.
Le difficoltà incontrate lungo le principali
direttrici operative e nei centri urbani strategici hanno compromesso la
prospettiva di una campagna breve, determinando il fallimento delle offensive
iniziali e segnando il passaggio a una guerra di attrito caratterizzata da
logoramento tattico, ridotti guadagni territoriali e costi elevati.
Le
controffensive ucraine tra il 2022 e il 2023 hanno prodotto un primo
riequilibrio operativo. La combinazione tra manovre mobili, sistemi di difesa
avanzati e il sostegno occidentale in termini di intelligence, addestramento e
forniture militari ha consentito a Kiev di recuperare margini di iniziativa,
evidenziando una crescente capacità di adattamento. Parallelamente, Mosca ha
riorganizzato la propria postura militare, ricorrendo a mobilitazioni parziali
e calibrando le operazioni su un confronto di lungo periodo, in cui
sostenibilità delle risorse e capacità di esercitare pressione nel tempo sono
diventate determinanti.
In un
contesto caratterizzato da linee del fronte relativamente statiche,
l’evoluzione tecnologica ha assunto un ruolo cruciale. L’impiego sistematico di
sistemi senza pilota, integrati con capacità di sorveglianza avanzata e
attacchi a lungo raggio, ha aumentato la trasparenza del campo di battaglia,
riducendo drasticamente la possibilità di operazioni su larga scala non
individuate. Questo ha favorito un modello operativo basato su precisione,
saturazione e persistente pressione a distanza, rendendo sempre più difficile
ottenere avanzate rapide e decisive.
Il
controllo del Donbass ha assunto una centralità strategica per Mosca: oltre
alla rilevanza territoriale e simbolica, la regione garantisce continuità
geografica con la Crimea e il controllo di infrastrutture industriali e
logistiche fondamentali. Tale obiettivo si inserisce in una visione più ampia
della politica estera russa, riconducibile anche alla dottrina Primakov,
orientata a contrastare l’unipolarismo occidentale e a promuovere un sistema
internazionale multipolare fondato sull’equilibrio tra le grandi potenze. In
questo quadro, la guerra in Ucraina si colloca all’interno di una competizione
più ampia tra Russia e Occidente, in cui Mosca mira a riaffermare il proprio
ruolo nello spazio internazionale. Tuttavia, il prolungarsi del conflitto e
l’intensificazione del confronto con i paesi occidentali hanno contribuito ad
accentuare l’isolamento politico ed economico della Russia, mettendo in luce i
limiti di una strategia fondata su un confronto diretto e di lungo periodo.
Nel
complesso, la dinamica del conflitto riflette una condizione di deterrenza
senza vittoria, nella quale nessuno degli attori coinvolti dispone delle
risorse necessarie per conseguire un successo decisivo nel breve periodo, ma
entrambi mantengono la capacità di evitare una sconfitta totale. Ne deriva un
assetto instabile ma duraturo, destinato a protrarsi nel tempo.
Ucraina
tra resilienza e vulnerabilità: la sostenibilità della guerra lunga.
A
oltre quattro anni dall’inizio dell’invasione su vasta scala, la capacità
dell’Ucraina di sostenere il conflitto dipende sempre più dalla tenuta delle
sue strutture politiche, economiche e sociali. Nei primi anni della guerra, lo
Stato ucraino ha dimostrato una significativa capacità di adattamento
istituzionale e mobilitazione nazionale, riuscendo a preservare la continuità
delle istituzioni e un elevato livello di coesione interna. Questa resilienza è
stata sostenuta da fattori convergenti, tra cui la mobilitazione della società
civile, il rafforzamento del potere esecutivo nel contesto della legge marziale
e il sostegno politico, economico e militare garantito dai partner occidentali.
Tuttavia, con il prolungarsi del conflitto, emergono con maggiore evidenza le
vulnerabilità strutturali del paese.
La
guerra ha inciso profondamente sul tessuto produttivo e infrastrutturale, tra
contrazione dell’attività industriale, danni diffusi alle infrastrutture
energetiche e aumento significativo della spesa pubblica destinata alla difesa.
In questo contesto, la stabilità finanziaria dello Stato dipende in misura
crescente dal sostegno internazionale, divenuto essenziale per garantire il
funzionamento dell’apparato statale e dei servizi pubblici. Le pressioni
economiche si intrecciano con dinamiche politiche e istituzionali condizionate
dal prolungarsi della guerra. La leadership del presidente Volodymyr Zelensky
continua a rappresentare un punto di riferimento, ma il sistema politico resta
fortemente influenzato dalla legge marziale e dalla sospensione del ciclo
elettorale. Nel dibattito pubblico emergono periodicamente ipotesi di elezioni;
tuttavia, le autorità ucraine hanno ribadito che qualsiasi processo elettorale
potrà essere avviato solo in presenza di adeguate condizioni di sicurezza e
dopo un eventuale cessate il fuoco.
Parallelamente,
il conflitto pone sotto pressione il sistema di governance e la capacità dello
Stato di mantenere standard elevati di trasparenza. Alcuni episodi recenti, tra
cui l’arresto dell’ex ministro dell’Energia, hanno riacceso l’attenzione sul tema
della corruzione.
L’operazione
Mida, condotta dalle agenzie anticorruzione Nabu e Sapo, ha portato alla luce
un sistema di tangenti e riciclaggio di circa 100 milioni di dollari legato
alla compagnia statale Energo-atom, evidenziando criticità nella gestione del
reclutamento e irregolarità nel sistema di mobilitazione, in un contesto in cui
le forze armate ucraine faticano a mantenere gli effettivi lungo una linea del
fronte estesa. L’inchiesta ha inoltre
sollevato interrogativi sul coinvolgimento di figure vicine all’entourage
presidenziale.
Al
tempo stesso, il sostegno dell’opinione pubblica alla prosecuzione del
conflitto appare meno compatto rispetto alle fasi iniziali: secondo un recente
sondaggio Gallup, il 69% della popolazione si dichiara favorevole a una
soluzione negoziata nel più breve tempo possibile, segnando un’evoluzione nelle
percezioni della guerra.
Nel
complesso, la stabilità politica, economica e sociale dell’Ucraina rappresenta
oggi una variabile strategica centrale per la prosecuzione del conflitto. La
capacità di mantenere la coesione interna e di preservare il sostegno
internazionale si conferma infatti determinante per garantire la sostenibilità
nel tempo dello sforzo militare e politico del paese.
Russia
tra pressione economica e adattamento strategico.
Dopo
oltre quattro anni di conflitto, la Russia ha progressivamente adattato la
propria strategia militare ed economica alla natura prolungata dello scontro.
Sul piano operativo, Mosca ha mantenuto una pressione costante lungo il fronte,
facendo leva su artiglieria, droni e attacchi a lungo raggio contro
infrastrutture critiche, consolidando una postura orientata al logoramento
sistematico dell’avversario. Parallelamente, il complesso militare-industriale
ha registrato una significativa espansione. La produzione di armamenti e
munizioni è stata incrementata per sostenere operazioni prolungate e compensare
le perdite, mentre la crescente integrazione tra apparato statale e industriale
della difesa ha rafforzato la capacità di mobilitazione economica. L’aumento
della spesa pubblica destinata alla difesa e la riorganizzazione delle capacità
logistiche e produttive rappresentano elementi centrali di questa strategia,
funzionali al mantenimento di uno sforzo bellico di lungo periodo.
La
mobilitazione di risorse umane costituisce un ulteriore fattore chiave. Le
autorità hanno fatto ricorso a una combinazione di leva obbligatoria, incentivi
economici e pressioni sociali per garantire nuovi arruolamenti. Secondo diverse
segnalazioni, anche studenti universitari sono stati coinvolti nei programmi di
reclutamento, sollevando preoccupazioni sul piano etico e legale. Nonostante
tali criticità, le forze armate continuano a mantenere effettivi numericamente
rilevanti, confermando la capacità di Mosca di sostenere la pressione lungo una
linea del fronte estesa. In questo quadro, il presidente Vladimir Putin ha
ribadito la priorità strategica di consolidare e potenziare ulteriormente le
forze armate, mantenendo un apparato competitivo nel confronto con l’Occidente.
Sul
piano economico, la Russia ha fronteggiato gli effetti cumulativi delle
sanzioni occidentali e della guerra prolungata senza subire un collasso
sistemico. Le esportazioni energetiche hanno rappresentato un pilastro di
resilienza, generando flussi finanziari rilevanti e consentendo il
finanziamento dello sforzo bellico. Nel periodo conclusosi a febbraio 2026, le
entrate derivanti da petrolio, gas, carbone e prodotti raffinati hanno
registrato una contrazione del 27% rispetto al periodo precedente all’invasione,
pur rimanendo su livelli elevati grazie al mantenimento dei volumi esportati e
alla riallocazione verso mercati alternativi. Al contempo emergono segnali di
pressione interna, tra cui aumento dei costi produttivi, crescita della
pressione fiscale e progressivo squilibrio tra economia civile e settore
militare.
Un
ulteriore elemento di adattamento è dato dal rafforzamento della cooperazione
con la Cina. I rapporti bilaterali tra Xi Jinping e Vladimir Putin hanno
consolidato una partnership strategica in ambito economico, tecnologico ed
energetico, favorendo lo sviluppo di circuiti commerciali alternativi e
attenuando l’impatto delle sanzioni occidentali. L’intensificazione degli
scambi energetici ha svolto un ruolo cruciale nel sostenere la stabilità
finanziaria della Federazione Russa e nel consolidare la posizione della
Repubblica Popolare Cinese quale principale partner commerciale di Mosca. Attualmente, la Cina rappresenta oltre il 30%
dei ricavi derivanti dalle esportazioni russe e oltre il 40% delle importazioni
russe.
Nonostante
questi elementi di resilienza, persistono incertezze sulla sostenibilità di
lungo periodo dello sforzo bellico russo. L’Alta Rappresentante dell’Unione
Europea per la politica estera e di sicurezza Kaja Kallas ha sottolineato come
l’economia russa stia progressivamente risentendo del conflitto e
dell’isolamento internazionale, mettendo in discussione la capacità del paese
di sostenere indefinitamente una guerra prolungata. In linea con questa
valutazione, il rapporto 2026 del Servizio di Intelligence estone rileva
crescenti pressioni economiche e sociali interne: l’economia civile viene
trascurata a favore della spesa militare, il deficit e la pressione fiscale
aumentano, mentre tensioni tra funzionari di alto livello segnalano uno stress
istituzionale crescente. Il documento evidenzia anche un rafforzamento della
repressione politica, del controllo ideologico e delle elezioni, pur
riconoscendo la capacità del regime di adattarsi e mantenere stabilità
macroeconomica e capacità militare. Complessivamente, queste valutazioni
indicano che la Russia può proseguire lo sforzo bellico, ma i rischi interni
economici, sociali e politici aumentano, mettendo in discussione la
sostenibilità della guerra nel lungo periodo.
La
crisi in Medio Oriente e la temporanea chiusura dello Stretto di Hormuz hanno
riportato al centro del quadro geopolitico globale la rilevanza strategica
degli idrocarburi, generando pressioni sui mercati energetici e ridefinendo le
opportunità di negoziazione per i grandi esportatori. In questo contesto, la
Russia beneficia di un paradosso energetico: pur sottoposta a sanzioni e a
crescenti tensioni interne, la sua posizione come principale fornitore di
petrolio e gas le consente di mantenere ricavi stabili e significativi,
fondamentali per sostenere l’industria bellica e mantenere la pressione sul
fronte ucraino, garantendo al contempo margini di manovra anche nei confronti
dei paesi europei. Tale centralità energetica si intreccia con una crescente proiezione
diplomatica: le tensioni regionali e il riemergere del dossier iraniano offrono
a Mosca l’opportunità di accreditarsi come interlocutore rilevante anche verso
Washington, ritagliandosi un potenziale ruolo di mediazione tra Stati Uniti e
Iran. Ne deriva un vantaggio su più livelli, in cui la resilienza
economico-energetica si traduce in leva politica e negoziale, rafforzando la
posizione internazionale del Cremlino e ampliando la sua capacità di
influenzare gli equilibri globali nonostante la pressione occidentale.
In
questo contesto, la guerra in Ucraina si conferma come un conflitto di
logoramento prolungato, nel quale la resilienza ucraina, sostenuta dal supporto
occidentale, si confronta con l’adattamento strategico russo, rafforzato da
risorse energetiche, partenariati esterni e rinnovate opportunità diplomatiche.
L’assenza di condizioni per una vittoria rapida da parte di entrambi gli attori
alimenta un equilibrio strategico instabile, destinato a protrarsi nel tempo.
Più in generale, il conflitto trascende la dimensione territoriale e si
configura come un processo strutturale in cui si intrecciano fattori militari,
economici e geopolitici. In prospettiva, la capacità della Russia di convertire
la propria resilienza economica ed energetica in leva politica e negoziale è
destinata a incidere non solo sulla prosecuzione del conflitto, ma anche
sull’innalzamento delle proprie richieste in eventuali fasi negoziali, con
implicazioni dirette per la sicurezza europea e per l’evoluzione dell’ordine
internazionale.
(Mattia
Saitta).
Donald
Trump può porre
fine
alla guerra in Ucraina?
It.euronews.com
- Sasha Vitulina – (17/01/2025) – Redazione – ci dice:
Con il
ritorno di Trump alla Casa Bianca, ci si interroga sulla promessa probabilmente
più ambiziosa della sua campagna elettorale:
porre
fine alla guerra in Ucraina in 24 ore.
Da
allora, sembra che Trump ci abbia ripensato e abbia stabilito una nuova
tempistica.
È una
buona notizia per Kiev?
Durante
la sua campagna presidenziale per il 2024, Donald Trump ha ripetutamente
affermato di poter porre fine alla guerra della Russia contro l'Ucraina in 24
ore.
“Farò
l'accordo in un giorno”, ha detto Trump.
Questa
affermazione è sembrata irrealistica anche per Trump, noto per la sua narrativa
elettorale.
Mentre
in Ucraina infuriava la più grande guerra in Europa dalla Seconda Guerra
Mondiale, questa promessa non è stata dimenticata come una delle tante dichiarazioni
della campagna presidenziale e da allora è diventata una questione centrale per
Trump.
Nel
suo discorso di proclamazione della vittoria alle elezioni presidenziali
statunitensi del 6 novembre, Trump non ha fatto alcun riferimento all'Ucraina,
ma ha alluso a quanto sarà importante il suo secondo mandato per il Paese
devastato dall'invasione della Russia.
Il
presidente ucraino Volodymyr Zelensky si è congratulato con lui in un post su
X, in cui ha ricordato i loro colloqui faccia a faccia a New York a settembre.
“Apprezzo l'impegno del presidente Trump per
l'approccio “pace attraverso la forza” negli affari globali.
Questo
è esattamente il principio che può praticamente avvicinare la pace giusta in
Ucraina”, ha scritto Zelensky.
Tuttavia,
mentre il momento del ritorno di Trump alla Casa Bianca continua ad
avvicinarsi, il 47esimo presidente degli Stati Uniti d'America potrebbe averci
ripensato e avere un'altra tempistica.
Quelle
che erano iniziate come “24 ore” si sono trasformate in mezzo anno.
Messo
davanti alla realtà dei fatti, Trump ha detto che una tempistica di sei mesi
per porre fine alla guerra era più realistica.
L'ex
ministro dell'Economia ucraino Timoli Milvano ha dichiarato a Euronews che
questa revisione dei tempi è un buon segno per Kiev.
“Il
peggiore scenario possibile sarebbe la resa dell'Ucraina. E questo è lo
scenario delle 24 ore, in cui fondamentalmente gli Stati Uniti hanno
un'influenza sull'Ucraina e sull'Unione europea in termini di sostegno e non
hanno molta influenza al momento sulla Russia, il che significa accettare le
richieste russe e fare pressione sull'Ucraina affinché accetti le richieste
russe”, ha detto Milvano.
“Ecco
perché lo scenario di 24 ore è il peggiore possibile per l'Ucraina. Quindi il
fatto che ora si parli di sei mesi o tre mesi suggerisce che si voglia fare
leva sulla Russia. Ed è per questo che hanno bisogno di tempo”, ha aggiunto
l'ex ministro.
Secondo
Milvano, ci sono segnali che indicano che questa leva si sta costruendo ora,
forse anche in coordinamento tra le amministrazioni, nel tentativo “in
extremis” del presidente uscente degli Stati Uniti Joe Biden di confiscare 300
miliardi di dollari di beni russi.
Il
denaro appartiene alla Banca centrale russa ed è stato inizialmente congelato
tre anni fa, dopo che Mosca ha lanciato la sua invasione su larga scala
dell'Ucraina. La maggior parte di quel denaro è ancora custodito nelle banche
europee, anche se una parte rimane in quelle statunitensi.
“La novità non sta nel tentativo di
confisca, ma nel fatto che si tratta di un'ultima mossa improvvisa, coordinata
- se si guarda alle notizie - con l'amministrazione Trump. In pratica, sta
segnalando alla Russia che cercheremo di fare leva su di voi. E se volete
indietro i vostri soldi, siamo disposti a contrattare”, ha detto Milvano.
Questi
segnali indicano che l'amministrazione Trump si sta evolvendo verso uno
scenario “non così favorevole per la Russia”, il che è “una buona notizia per
l'Ucraina”, ha spiegato.
Milvano
ammette che in Ucraina ci sono ancora molte persone preoccupate per ciò che la
presidenza Trump potrebbe significare per il Paese che si difende
dall'invasione su larga scala della Russia da quasi tre anni.
“Dicono
che Trump stia cercando di svenderci”, ha sottolineato Milvano, sostenendo che
a suo avviso l'Ucraina si trova ‘in uno spazio abbastanza buono’. “Forse non il
migliore possibile, ma molto meglio di quanto avrebbe potuto essere”, ha
aggiunto.
Anche
se l'amministrazione Trump si sta orientando verso quello che egli definisce
uno “scenario non così favorevole” per la Russia, ciò non significa che sia
favorevole per l'Ucraina.
Durante
il dibattito presidenziale, Trump si è rifiutato di dire se voleva che
l'Ucraina vincesse la guerra contro la Russia, evitando la domanda diretta su
questo argomento. Si è limitato a dire: “Voglio che la guerra si fermi”.
È
abbastanza per Kiev?
È
tutta una questione di aspettative realistiche su ciò che gli ucraini sono o
non sono disposti ad accettare, ha detto Milvano.
“Ciò
che la gente non è disposta ad accettare è un cambiamento della costituzione,
il disarmo dell'Ucraina o la cessione di territori non occupati. Ciò che la
gente è disposta ad accettare - sulla base dei sondaggi - è una sorta di
accettazione temporanea del fatto che non controlliamo il territorio”, ha
spiegato. “Quindi una sorta di realtà de facto. Quindi la gente è disposta ad
accettare la realtà, ma non è disposta ad arrendersi”.
Secondo
Milvano, l'aspetto complicato è trovare un accordo tra Ucraina e Russia.
“Putin
deve venderla come una vittoria. L'Ucraina deve venderla come una garanzia
contro future invasioni. Tutto ciò che crea un cavallo di Troia per la Russia
per tornare a prendere altro territorio non è accettabile”, ha spiegato.
Considerate
le precedenti garanzie promesse e poi disattese dalla Russia, il nuovo impegno
richiederebbe molto di più di qualsiasi firma sulla carta, ha concluso Milvano.
Come
finisce la guerra in Ucraina.
Due
ipotesi e un’Europa più forte.
Ilfoglio.it
– (18- febbraio – 2026) - Andrea Graziosi – Redazione – ci dice:
Firmare
un accordo che favorisce la Russia o continuare a sostenere Kyiv.
Per il
nostro continente, tornare a essere un attore mondiale sarebbe un miracolo che
dovremmo in larga parte alle sofferenze e alla resistenza ucraine.
(Immagine di Come finisce la guerra in
Ucraina. Due ipotesi e un’Europa più forte. Foto ANSA)
La
guerra in Ucraina è entrata in un momento critico e non solo perché le elezioni
di novembre, che è forse possibile manipolare ma davvero difficile non tenere,
spingono Donald Trump a fare pressioni fortissime su Kyiv perché chiuda un
accordo che potrebbe presentare come una sua vittoria.
Per la
prima volta sono infatti in campo, anche all’interno di quello che era
l’occidente che davamo per scontato, due ipotesi diverse su come la guerra
potrebbe finire. Al contrario dei sogni di fine 2022 che pensavano a una
sconfitta sul campo – certo desiderabile ma assai improbabile oltre che
pericolosa – di un aggressore che aveva migliaia di testate nucleari, entrambe
sono dotate di una qualche credibilità. Ed è anche significativo che Mosca
sembri non avere una propria soluzione che non sia la ripetizione del già
detto, il che equivale ad ammettere che non è messa bene, e non solo per
ragioni interne visto che sta rapidamente perdendo alcuni dei suoi sostenitori
chiave nel mondo.
La
prima ipotesi è quella di Trump: firmare un accordo che favorisce la Russia,
anche se non completamente perché non si vogliono alienare i molti sostenitori
di Kyiv tanto negli Stati Uniti quanto in un’Europa che, malgrado tutto, non si
vuol perdere. Mosca, in difficoltà, sarebbe pronta a accettare qualche
compromesso e soprattutto promette di più in termini di rapporti economici a
una Washington che vorrebbe anche staccarla il più possibile dalla Cina, che
ritiene il vero nemico perché rappresenta la prima seria minaccia alla sua
ormai quasi secolare supremazia.
Iran,
Ucraina e Russia. Troppi incontri in un giorno per Bischoff a Ginevra
In 24
ore la diplomazia americana vuole dimostrare di poter risolvere due conflitti.
Ma il grande errore di Washington sta nel non vedere quanto Teheran e Mosca
siano connesse. Tattiche di regime e come difendersi dalla propaganda del
Cremlino.
(Redazione).
La
seconda è quella maturata in Ucraina e in una parte significativa dei gruppi
dirigenti politici europei soprattutto dopo l’elezione di Trump, le tensioni
che essa ha provocato e le evidenti difficoltà di Mosca su un fronte che non
riesce a sfondare malgrado condizioni divenute da un anno eccezionalmente
favorevoli. La sua sostanza è questa: Putin è in gravi difficoltà economiche,
militari, demografiche e anche di posizionamento internazionale. Si calcola per
esempio che la Russia abbia già perso, tra morti, feriti e malati, più di 1,2
milioni di uomini, tra cui almeno 300 mila morti, e perda oggi circa 8-10 mila
uomini alla settimana, uno sforzo che è difficile reggere, tanto più che la
mobilitazione patriottica è fallita e si tratta di volontari retribuiti, per
cui è sempre più difficile trovare le risorse.
Grazie
al sostegno economico, tecnologico e in parte militare dei paesi europei, a
quello dell’intelligence e almeno in parte ancora militare americano, l’Ucraina
sarebbe invece in grado di tenere, costringendo Putin a chiudere un accordo
peggiore di quello che ha discusso con Washington. Malgrado evidenti difficoltà
nel reclutamento e le sofferenze fortissime inflitte da Putin a una popolazione
civile che parte dell’opinione pubblica italiana non vuole vedere, tutti i
sondaggi confermano infatti la forte determinazione dei suoi abitanti a tener
duro in difesa della propria autodeterminazione (un fatto che dovrebbe spingere
a vergognarsi chi parlava di “guerra per procura”). E ogni giorno che passa
mette in risalto gli straordinari risultati di ucraini che hanno cambiato in
pochi anni e con poche risorse la natura della guerra moderna, costruendo un
forte esercito e un’industria bellica estremamente innovativa, e rendendo
obsoleta la struttura di Forze armate ancora organizzate per combattere, in
caso di guerra su larga scala, come si combatteva nel 1945. Anche per questo
l’Ucraina – che avrebbe perso finora 500-600 mila uomini, tra cui più di 100
mila morti al fronte, vale a dire circa un terzo dei russi come accade di
regola a chi si difende rispetto a chi attacca – sarebbe riuscita nell’ultimo
anno a ridurre significativamente, grazie a droni anche terrestri, questa
proporzione, passando a circa un quinto e aggravando il peso relativo
sopportato da Mosca.
Se
insomma anche l’Ucraina soffre, la sua resistenza, opportunamente sostenuta,
potrebbe portare a una sconfitta, certo non plateale di una Mosca costretta
piuttosto a maggiore ragionevolezza nelle trattative. Questo vuol dire la
rinuncia alle aree ancora non occupate e fortemente urbanizzate e fortificate
del Donbas, la cui conquista militare costerebbe centinaia di migliaia se non
milioni di uomini e che per questo Putin sperava di ottenere pacificamente da
Trump. Rinunciarvi – continua un ragionamento fondato – sarebbe sbagliatissimo,
anche perché si è capito che le garanzie che può offrire l’Europa sono poche e
quelle di Washington poco credibili. Altra cosa sarebbe riuscire a coinvolgere
le nuove, grandi potenze mondiali, vale a dire Cina e India, ma questo
richiederebbe la ricostruzione di un ordine mondiale che forse verrà ma che
ancora non si vede, e che comunque agli Stati Uniti non piace.
L’ipotesi
ucraino-europea, di sicuro migliore di quella americana per le sue conseguenze
sul mondo, incluso il nostro, non è fortissima ma dà a Kyiv una “carta”, per
usare il linguaggio di Trump. A essa è legata la costruzione di un nuovo centro
europeo dotato di forza propria, che ha bisogno di tempo per nascere e verrebbe
probabilmente soffocato dalla vittoria di quella trumpiana. Essa ha inoltre
dalla sua, per la prima volta, l’opinione di significativi gruppi europei che –
benché ancora meno coesi di quanto sarebbe necessario – si sono finalmente resi
conto che nel nuovo mondo che si va disegnando un insieme di paesi che si
compiacciono di essere “erbivori”, non hanno un proprio ombrello atomico (su
cui si è finalmente avviata la discussione), una propria industria militare e
un proprio centro di comando non ha altro destino se non la marginalizzazione,
che è purtroppo un’ipotesi credibile.
La
qualità del futuro dei paesi europei e dell’Europa, e quindi dei suoi abitanti,
ma anche della Russia passa dunque dai cambiamenti prodotti dalla guerra in
Ucraina e dal modo in cui essa finirà. E vi passa quella del mondo nuovo che
sta nascendo, in cui sarebbe importante vi fosse una forza che “ricorda”
l’importanza delle regole e dei diritti anche perché prodotti dalla sua
cultura. La guerra di Putin, che pensava di porvi fine trionfalmente in pochi
giorni, ridisegnerà quindi il mondo a seconda del modo in cui a essa sarà posto
in qualche modo fine, attraverso quale pace e più probabilmente quale
armistizio.
Per
capire le grandi guerre, come è questa, e cogliere l’impatto della loro
possibile fine, occorre però vedere anche i cambiamenti che hanno determinato e
il modo in cui si cristallizzeranno. Ed è inoltre necessario riflettere sul
modo in cui esse verranno interpretate e non solo nei paesi che vi hanno
partecipato, che è una cosa fondamentale anche per comprendere il loro lascito,
che sarà plasmato, e non poco, dalle “rappresentazioni” che prevarranno
riguardo il loro significato e il loro esito.
Pensiamo
per esempio alla Russia: il bilancio pesantemente negativo dell’avventura
putiniana è evidente. Quella che doveva essere una breve marcia trionfale ha
ridotto lo status internazionale del paese, che si è inimicato l’Europa
spingendola verso una nuova coscienza di sé ostile a Putin; è detestato da
un’Ucraina con cui i rapporti erano contraddittori, ma saldi; ha perso simpatie
e influenza nel Caucaso e in Asia centrale; e ha visto crollare alcuni dei suoi
principali alleati, dalla Siria al Venezuela, cui probabilmente si aggiungerà
Cuba e forse l’Iran. La crisi demografica, già forte, ma che si era
stabilizzata prima del Covid, è ora riesplosa, tanto da costringere Mosca a
secretare il dato sulla speranza di vita maschile (si ripete quello del 2022-23,
segnato dalla ripresa dopo il Covid e attestato su 68 anni – comunque circa 15
meno che in Europa! – ma pare che la guerra abbia causato una discesa a 65, e
in alcuni governatorati si parla addirittura di cifre inferiori). L’industria è
in crisi, e così il bilancio, le esportazioni sono colpite dalle sanzioni e
cresce il ritardo tecnologico di un paese le cui risorse sono assorbite da una
guerra che ha determinato una crescente dipendenza dalla Cina. Anche per
questo, per sopravvivere almeno sul breve periodo a quello che si può definire
un disastro le cui proporzioni saranno chiarite dalla storia, Putin ha estremo
bisogno di un fine guerra che possa essere presentato come una vittoria, anche
se non quella che aveva vagheggiato. Poi verrà la sua morte e si faranno i
conti, ma questi non lo riguarderanno direttamente.
Anche
sull’Ucraina la guerra ha avuto effetti pesanti. I morti e i feriti, prima di
tutto, tra cui tantissimi che avevano scelto di combattere per difendere la
patria e non certo per denaro; le grandissime sofferenze della sua gente; le
distruzioni e i territori persi; il calo delle nascite e quello, drammatico,
della popolazione determinato dalla perdita di quei territori ma anche
dall’esodo all’estero di milioni di persone, di cui è difficile sapere quante
torneranno perché la guerra va avanti e esse sono costrette a costruirsi una
vita nuova altrove. Al contrario della Russia, l’Ucraina può però vantare anche
importanti risultati positivi: sottoposto a una prova durissima il suo stato,
irriso da Putin, la sua industria, le sue ferrovie, le sue infrastrutture hanno
retto; la vitalità e l’ingegno dei suoi abitanti hanno innovato la guerra e
costruito un’industria bellica di prim’ordine; soprattutto la resistenza, il
coraggio e il valore delle retrovie e del fronte, di gran lunga maggiori di
quanto chiunque potesse immaginare, hanno provato al mondo che il paese esiste,
vuole esistere e vuole essere se stesso, e non ciò che desidera qualcun altro.
Anche se il compito sarà più o meno difficile a seconda dell’esito della
guerra, la parte positiva di questo bilancio non potrà essere cancellata, e
un’interpretazione della guerra e della “pace”– qualunque essa sia – capace di
farne capire il valore sarà di grande aiuto nell’affrontare i serissimi
problemi che i danni fisici e psichici prodotti dagli ultimi quattro anni non
mancheranno di creare, per esempio riducendo il peso di inevitabili accuse
reciproche e di teorie del complotto.
Dal
modo in cui finirà e sarà letta questa guerra dipende anche il futuro europeo:
già il suo non essersi trasformata in una guerra mondiale, come era accaduto in
precedenza, un fatto che è di per sé una fortuna, indica la marginalizzazione
del nostro continente.
Ma
un’Europa più unita e indipendente, capace di includere l’Ucraina e riaprirsi
alla Gran Bretagna e soprattutto di mettere a fianco di Unione e Nato – che non
vanno disprezzate, ma difese riformandole – strutture nuove all’altezza del
nuovo mondo che è ormai possibile intravedere, sarebbe una conquista gigantesca.
Tornare a essere un attore mondiale, capace di
una salda alleanza con Washington da posizioni di indipendenza e in grado di
rispondere con dimensioni e capacità adeguate ai problemi di un futuro
difficile, e quindi anche di gestire con realismo la sua nuova condizione,
sarebbe un miracolo che dovremmo in larga parte alle sofferenze e alla
resistenza ucraina.
È
anche questo qualcosa che sarà importante ricordare se l’esito sarà quello in
cui è oggi, almeno un po’, più lecito di ieri sperare.
Zelensky
scrive a Putin: "Incontriamoci".
Lo
zar: "Pronti all'accordo ma vogliamo
il Donbass".
Trump chiede "Compromessi.”
Agi.it – Estero – (5 giugno 2026) – Zelensky – Putin –
Redazione – ci dice:
Il
presidente ucraino: "Siamo disposti alla tregua durante i negoziati".
Il leader del Cremlino: "La Russia non è
contraria all'adesione dell'Ucraina alla Ue, ma non vuole che l'Unione europea
diventi un blocco militare."
AGI -
"Vediamoci e mettiamo fine a questa guerra". Volodymir Zelensky
scrive a Putin proponendo un incontro con il presidente russo. Lo zar poco
prima si era detto pronto a proseguire i negoziati per la pace ma a patto che
l'accordo includa il controllo russo del Donbass.
Ma il
leader di Kiev non retrocede e avverte: "Mosca non conquisterà il Donetsk.
Manterremo la nostra indipendenza".
Poi
annuncia che l'Ucraina è disposta a far cessare le armi per tutta la durata
delle trattative con la Russia, se Mosca accetterà di dialogare.
Putin:
"Pronti ai compromessi di Anchorage."
La
Russia è pronta ad andare avanti sulle linee per la pace con l'Ucraina discusse
lo scorso Ferragosto in Alaska con il presidente americano Donald Trump, ma
serve il via libera anche di Kiev. A sottolinearlo è stato il presidente russo
Vladimir Putin in un incontro con la stampa a San Pietroburgo. "La Russia
è pronta ai compromessi discussi ad Anchorage ma l'Ucraina deve essere
d'accordo", ha detto.
Zelensky
a Putin: "Vediamoci per porre fine alla guerra."
Il
presidente ucraino, Volodymir Zelensky, ha proposto al suo omologo russo di
mettere da parte la mediazione degli Stati Uniti, distratti dall'Iran, e
vedersi direttamente per trattare la pace.
"L'Ucraina
propone di mettere fine a questa guerra. Onestamente, con dignità e con
garanzie che la guerra non si riaccenda", ha scritto in una lettera aperta
a Putin pubblicata sui suoi canali social.
"Vediamo
che gli Stati Uniti sono pienamente concentrati sulla questione dell’Iran e
sarebbe sbagliato aspettare semplicemente che la guerra in Europa torni al
centro della loro attenzione", ha sottolineato.
Dunque
"l’Ucraina propone di mettere fine a questa guerra attraverso l’impegno
diretto tra noi e voi. Propongo un incontro", ha detto.
Se non
si arriverà alla pace, l'Ucraina è pronta a lottare per la propria esistenza ma
anche Vladimir Putin dovrà combattere per restare in sella. È il monito che il
presidente ucraino ha rivolto al suo omologo russo nella lettera aperta.
"Se
non si arriva alla conclusione che è il momento di mettere fine a questa
guerra, l’Ucraina continuerà a lottare per la sua esistenza. Avremo chi ci
sostiene", ha assicurato.
Ma anche tu dovrai lottare molto più duramente
per la tua esistenza, non per quella della Russia, ma per la tua", ha
detto, "non è una minaccia mia o dell'Ucraina.
È un
dato della vostra storia che conoscete bene: quando la Russia si stanca, arriva
il cambiamento."
Putin:
"Pronti all'accordo ma con il controllo russo del Donbass."
Il
controllo russo su tutto il Donbass e la conclusione di un accordo non si
escludono a vicenda.
Lo ha affermato il Presidente russo, Vladimir
Putin, in un incontro organizzato dalla TASS con i capi delle principali
agenzie di stampa internazionali.
"L'una
cosa non esclude l'altra. I piani per controllare l'intera regione del Donbass
e per concludere un accordo non si contraddicono a vicenda", ha affermato
il Presidente russo, rispondendo a una domanda di un giornalista
dell'Associated Press su ciò che la Russia intende ottenere.
Per il
leader del Cremlino, Mosca deve rafforzare le sue difese aeree il giorno dopo
che droni ucraini hanno colpito un terminal petrolifero e una base navale a San
Pietroburgo, dove si sta svolgendo la cosiddetta 'Davos Russa'.
"La
Russia ha un sistema di difesa aerea. Sì, dobbiamo migliorarlo. Sì, dobbiamo
rafforzarlo. E lo faremo", ha affermato ancora il leader russo.
Putin ha aggiunto che la Russia sta valutando
la possibilità di espandere l'uso del suo “missile ipersonico Resnik” contro le
città dell'Ucraina, spiegando che l'arma non è stata ancora utilizzata nel
"pieno senso della parola".
Il
presidente russo ha ripetutamente affermato che il missile, che viaggia a una
velocità 10 volte superiore a quella del suono, è in grado di trasportare
testate nucleari.
La
Russia ha lanciato il missile contro l'Ucraina in almeno tre occasioni. Alla
domanda se l'offensiva russa contro l'Ucraina si fosse trasformata in un
"disastro strategico", Putin ha risposto che la Russia sta
"avanzando lungo l'intera linea di contatto".
Il
presidente russo ha poi aggiunto: "i negoziati per risolvere il conflitto
ucraino possono essere avviati senza fermare i combattimenti". "Le
forze russe prendono il controllo di nuovi insediamenti ogni giorno", ha
detto.
Zelensky:
"La Russia non conquisterà il Donetsk."
Volodymir
Zelensky ha ribadito che la Russia non conquisterà il Donetsk e l'Ucraina
manterrà la sua indipendenza.
"Rinvii
regolarmente, ogni pochi mesi, le scadenze per catturare le nostre regioni, in
particolare la regione di Donetsk. E non lo catturerai neanche
quest'anno", ha scritto il presidente ucraino in una lettera al suo
omologo russo Vladimir Putin, cui ha chiesto un incontro.
"Non
ti aspettavi una resistenza su vasta scala dell'Ucraina, e non avevi previsto
che le cose sarebbero andate fino a questo punto.
Eppure
qui siamo tutti, nel quinto anno di questa guerra su vasta scala", ha
ricordato.
Ora,
"non avere paura di prendere la strada per uscire da questa guerra.
Questa
è la cosa principale che ti viene richiesta ora. L'Ucraina ha preservato la sua
indipendenza.
E lo preserverà. Nonostante tutte le
previsioni contrarie", ha ribadito.
Putin:
"Non siamo contrari all'adesione dell'Ucraina in Ue".
Il
Presidente russo, Vladimir Putin, parlando con le principali agenzie
internazionali, ha affermato:
"La
Russia non rifiuta i contatti con la Ue.
L'Unione
Europea potrebbe aiutare a risolvere la crisi ucraina, ma questa assistenza
dovrebbe rientrare negli accordi di Anchorage.
La
Russia non è contraria all'adesione dell'Ucraina alla Ue, ma è contraria al
fatto che la Ue diventi un blocco militare".
Le
forze russe in campo…
Putin
prosegue: "La Russia ha recentemente posto sotto il suo controllo circa
2.440 chilometri quadrati in Ucraina.
Il
numero delle truppe ucraine è diminuito di 100.000 unità di recente, perdendo
circa 40.000 soldati ogni mese. Circa 60.000 persone hanno disertato dalle
forze ucraine dall'inizio del 2026".
Trump:
"Sarebbe bello."
Per il
Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump i leader di Ucraina e Russia
"devono incontrarsi".
"Devono fare certi compromessi", ha
detto.
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