Si può far cessare la guerra in Ucraina.

 

Si può far cessare la guerra in Ucraina.

 

 

Russia-Ucraina, la guerra

non può cessare ora.

Italiaoggi.it - Alessandra Ricciardi – (23/05/2025) – Orio Giorgio Stirpe – Redazione-

ci dicono:

Orio Giorgio Stirpe, esperto di intelligence militare, spiega:

Putin e Zelensky stanno solo prendendo tempo e cercano intanto di tenere buono Donald Trump.

«Né Putin né Zelensky sono disposti a far cessare la guerra adesso. Entrambi prendono tempo e intanto cercano di tenere buono Donald Trump», dice Orio Giorgio Stirpe, esperto di intelligence militare, colonnello dell’Esercito italiano in riserva, già impegnato in diverse missioni operative all’estero, dalla Bosnia all’Afghanistan.

E allora la notizia dei colloqui Putin-Zelensky in Vaticano per metà giugno?

 «Non serviranno a trovare un accordo, perché nessuno è disposto ora a fermarsi».

La guerra, prevede Stirpe, andrà avanti fin quando non finiranno gli armamenti di una delle due parti, «quelli russi sono agli sgoccioli, Vladimir Putin, anche contando l’aiuto di Cina, Iran e Nord Corea, può arrivare a fine 2025».

 

Sono passati tre anni e tre mesi dall’inizio dall’invasione dell’Ucraina. Le richieste dei russi per un armistizio sono cambiate?

No, sono state ventilate alcune aperture che però riguardano un cessate il fuoco e non la pace.

Gli obiettivi dell’operazione militare speciale russa restano quelli di febbraio 2022.

E dunque, la neutralità dell’Ucraina, che si traduce in un no all’ingresso di Kiev nella Nato, e di fondo anche nella Ue;

 la “denazificazione” del Paese, il che vuol dire mandare a processo tutti i rappresentanti del governo con l’eliminazione dell’attuale classe dirigente;

 il disarmo dell’esercito, che dovrebbe essere ridotto dalle attuali 500/600mila unità a 50mila, azzerando così ogni capacità offensiva e garantendo giusto quanto serve per il controllo dei confini;

 il riconoscimento internazionale dell’annessione della Crimea e delle repubbliche della Nuova Russia.

 

Che senso ha avuto la telefonata tra Trump e Putin?

La telefonata non segna una svolta perché non esiste nessuna volontà da parte di Vladimir Putin, così come del resto dello stesso Volodymyr Zelensky, di arrivare ad un accordo, l’unico che ancora ci crede è Trump. E i due contendenti gli danno corda, cercano di tenerlo buono, di non irritarlo.

 

Perché?

Gli Usa sono gli unici ad avere la disponibilità di una riserva consistente di materiale bellico moderno e immediatamente utilizzabile.

 L’Europa ha dato fondo a tutto quello che aveva, consegnandolo agli ucraini e deve investire sulla produzione, la Russia sta raschiando il fondo del barile, la Cina è nelle stesse condizioni dell’Europa, avendo sostenuto di soppiatto Mosca.

 Zelensky deve tenersi buono Trump per continuare ad avere i rifornimenti necessari, Putin non vuole irritarlo per evitare che il presidente Usa sostenga Kiev convintamente.

In questo approccio muscolare, a cosa puntano russi ed ucraini?

Semplicemente a vincere, vogliono uscire dalla guerra a testa alta. La loro è una guerra totale. La diplomazia in questo scenario non ha nessuna chance, la guerra si risolverà solo militarmente.

 

Qui è il militare che parla…

No, non sto parlando da soldato. Il conflitto Russia-Ucraina è un unicum nelle guerre che ci sono state dopo il 1945: ci sono due nazioni sviluppate militarmente che non possono permettersi di perdere, a differenza di quanto accaduto alla Francia in Indocina, agli Usa in Vietnam o in Afghanistan, solo per fare qualche esempio.

 In questa guerra chi perde, perde tutto.

 

Cosa perde la Russia?

Il regime di Putin non può sopravvivere se non porta a casa i territori conquistati e non mette sotto controllo l’Ucraina.

 Ha avuto perdite notevoli di uomini e di mezzi, si è esposto all’interno e all’esterno.

 

E Zelensky?

L’Ucraina semplicemente non esiste più se cede alle condizioni di Putin, Zelensky sarebbe finito e con lui tutto l’attuale sistema.

 

Le guerre infinite però non esistono.

Esatto. Ma prima di dire accordiamoci, entrambi provano ad arrivare il più avanti possibile. E lo devono fare senza irritare Trump, che è l’unico che ha delle carte in mano interessanti, cioè il suo potenziale militare.

 

E allora il vertice in Vaticano che potrebbe tenersi tra i due contendenti a metà giugno?

Per ora si tratta di un forse e di un sentito dire. Se gli incontri ci saranno, dubito andranno direttamente Putin e Zelensky, probabile vi siano due delegazioni al confronto, un po’ sulla falsariga di quanto già accaduto a Istanbul, anche se questa volta in una sede più prestigiosa e sotto gli auspici di Papa Leone XIV.

 

Trump non rischia di perdere la faccia?

No, il presidente Usa può sempre dire che è grazie al suo intervento che i due Paesi hanno ricominciato a parlarsi e che ora però trovare un accordo tocca a loro.

 

E gli interessi degli americani?

Trump li sta facendo: ha sottoscritto un accordo per le cosiddette terre rare con l’Ucraina che ha ceduto agli Usa il diritto allo sfruttamento dei giacimenti minerari. L’aiuto militare che potrà arrivare agli ucraini non peserà più sulle tasche degli americani ma avrà come contropartita, appena cessato il conflitto, lo sfruttamento delle risorse minerarie ucraine da parte di società americane. E affari Trump ne potrà fare intanto anche con l’Europa che se vuole avere carri armati moderni subito consegnabili a Kiev li deve comprare dagli americani.

 

Fino a quanto potrà tirare avanti la Russia sul campo?

L’unica variabile è lo stato dei depositi russi.

 

Cioè?

Facciamo il caso dei carri armati.

L’industria russa è completamente mobilitata e con il sostegno coperto della Cina, che fa arrivare alcuni materiali necessari alla produzione, riesce a mettere in campo in media ogni mese circa 20 T90, i carri armati moderni. Intanto riesce a riattivarne circa 60 tra quelli danneggiati e quelli recuperati dai vecchi depositi sovietici.

In media, diciamo una ottantina al mese di mezzi. I satelliti militari e commerciali ci dicono che i depositi sono stati esauriti per circa il 60%.

Il restante 40% dei mezzi disponili è costituito da quelli messi peggio, i più vetusti o già usati per ricavarne pezzi di ricambio.

E quindi?

Bilanciando il ritmo della produzione con il ritmo di assorbimento dei mezzi sul campo, si può stimare che i russi possano arrivare fino a fine 2025 e difficilmente oltre.

Qual’ è la strategia di Putin?

Putin sta giocando su due linee contemporaneamente. Da un lato sta puntando a portare avanti una guerra di attrito a oltranza, mantenendo sempre l’offensiva e l’iniziativa militare, occupando tutto quanto è possibile occupare, dando fondo ai propri armamenti e agli aiuti di Iran e Nord Corea.

L’altra linea si gioca su di noi, sulla capacità di aiuto che può arrivare dall’Europa.

Putin scommette sul fatto che abbiamo esaurito le nostre disponibilità militari e che intanto l’opinione pubblica si stancherà della guerra, che politicamente sostenere gli ucraini non sarà a 1un certo punto più conveniente.

Se l’Occidente si spacca sull’Ucraina e Kiev esaurisce le sue capacità militari prima della Russia, Putin può sperare di farcela.

Resta sempre l’incognita di cosa deciderà di fare Trump. Ma fino a quel momento, Putin andrà avanti.

E Zelensky non arretrerà.

 

 

 

L’Unione Europea è Già Implosa.

Conoscenzealconfine.it – (17 Agosto 2026) - Gabriele Sannino – Redazione – ci dice:

 

Questo per via della Distruzione della Germania… che è in atto, e che trascinerà con sé già da settembre l’intero continente.

Ricordiamoci che l’UE è sempre stata una “Germania estesa”, tant’è vero che l’attuale Euro è SOLO un Marco travestito.

 

Attualmente l’UE è un continente senza energia e materie prime (che prima prendeva a bassissimo prezzo dalla Russia) e senza sbocchi commerciali (la Cina non compra più, inoltre la Germania crolla nella produzione per via delle ragioni appena accennate), dunque il RIARMO, l’EURO DIGITALE e tutte le future DISTOPIE EUROPEE saranno presto un lontano ricordo.

 Parliamo ormai di “FUFFA”.

Ciò a cui stiamo assistendo con i migranti – per quanto mi riguarda – è solo un modo per far crollare il senso dell’Europa stessa… davanti all’uomo medio teledipendente.

È una operazione positiva di smantellamento.

Fateci caso: cosa è che più rappresenta l’UE agli occhi del cittadino medio europeo?

Il trattato di Schengen per la libera circolazione delle persone.

 E cosa è che sta venendo meno proprio grazie alla questione migranti?

L’unica cosa POSITIVA che ancora giustificava l’UE agli occhi dell’uomo medio.

 

I fatti di CEUTA, che si voglia o meno, sono una incredibile ESPOSIZIONE, mentre tutte le reazioni di chiusura delle nazioni stanno facendo tutto il resto.

Ormai sono tutti d’accordo con i” return hub”, vale a dire strutture poste in paesi terzi all’esterno dell’Unione Europea (come in Africa, per esempio) dove poter smistare i migranti e farli rimpatriare.

 

Perfino il Presidente del Partito Popolare Europeo (PPE) Manfred Weber rilancia su questa questione, cosa che pochi mesi fa sarebbe stata impensabile.

L’UNIONE EUROPEA – penso lo avrete capito – si sta già SMANTELLANDO: se i progetti immigrazionisti, green, vaccinisti, bellicisti ed economisti crollano… cosa rimane?

 

Ricordiamoci che, senza migranti, non puoi creare quella società di poveri tra poveri che avevi in mente per il NWO, non puoi cancellare il welfare e i diritti sociali agli europei, inoltre crolla anche un altro pilastro molto importante, ovvero approfittare del tema della “sicurezza” per leggi sempre più distopiche, stringenti e anti-sociali finalizzate al controllo e allo stato di polizia.

La realtà è che dietro le quinte il futuro dell’UE è già un ricordo.

 Ora bisogna solo creare… lo spettacolo per il pubblico.

(Gabriele Sannino).

(t.me/gabrielesannino).

 

 

 

 

In Ucraina la guerra

è nuova normalità.

Ilbolive.uipd.it – Daniele Mont D’Arpizio – (5 novembre 2025) – Redazione – ci dice:

 

Manifestazione Ucraina.

Quando Yaroslav Rytas è arrivato a Padova lo scorso ottobre, non era soltanto uno studioso in visita ma un testimone della storia nel suo farsi. Voce autorevole della storiografia ucraina e professore alla Università “Ivan Franko” e all’Università cattolica di Leopoli, Rytas ha tenuto una conferenza intitolata Ukraine Today: War, Challenges, Perspectives, in un incontro ospitato presso la Biblioteca Civica in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità (DISSGEA) dell’Università di Padova.

 

Parlando con Il Bo Live, lo studioso (del quale nel 2023 Il Mulino ha tradotto un’importante Storia dell’Ucraina) riflette sulla resilienza ucraina e sulla storia come forma di resistenza interiore. “Come ucraino vivo sulle montagne russe emotive – spiega –. Alcuni giorni sono depresso, altri ottimista, dipende dalle notizie. Quello che mi aiuta è essere storico. La storia dà un senso al caos, aiuta a dare significato all’incertezza. In momenti come questi le discipline umanistiche sono essenziali: ti tengono vivo e ti obbligo a tenere la mente in esercizio”.

 

Professor Rytas, come si sentono oggi gli ucraini: sono stanchi o ancora determinati a resistere?

 

C’è stato un cambiamento nella percezione pubblica: la gente ora vede la guerra come la nuova normalità. Alcuni si aspettavano che potesse finire rapidamente con il ritorno di Trump, ma quell’illusione è svanita. La guerra continuerà a lungo, e gli ucraini sono pronti ad accettarlo. Questo è triste, naturalmente.

 

Gli esperti militari non fanno previsioni oltre i sei mesi. Personalmente posso dire che quel periodo l’Ucraina resisterà; per il dopo non possiamo esserne certi. L’Ucraina comunque resiste già da anni.

 

Come percepiscono gli ucraini i recenti tentativi di Trump di proporre un piano di pace?

 

Vorrei sbagliarmi, ma non vedo come il suo approccio possa avere successo. Molto di ciò che dice non ha senso per gli ucraini. Questo conflitto è per noi una questione esistenziale, non un affare da negoziare.

 

L’Ucraina può continuare a resistere nonostante i costi che sta sostenendo?

 

Nessuno lo sa. I costi – vite umane, infrastrutture, energia – sono già enormi. Il messaggio di Putin è chiaro: se lui non può avere l’Ucraina non deve averla nessun altro. Il suo obiettivo è distruggere l’Ucraina se non può vincerla.

Eppure l’Ucraina è ancora in piedi. È un miracolo: mi chiedo se quale altra nazione europea riuscirebbe oggi a sopportare una guerra così terribile per così tanto tempo.

 

Spesso ci concentriamo solo sulle debolezze dell’Ucraina e dimentichiamo quelle della Russia. Anche la Russia è gravemente indebolita – economicamente, politicamente, socialmente. Dunque aspettiamo e vediamo. È una lotta: chi crollerà per primo? Finora, l’Ucraina resiste.

 

Yaroslav Rytas.

Una volta ha detto che con l’Ucraina, la Russia è una superpotenza come gli Stati Uniti; senza l’Ucraina, è più simile al Canada.

 

Senza l’Ucraina la Russia potrebbe diventare uno Stato normale, come la Germania dopo la Seconda guerra mondiale, senza ambizioni imperiali. La questione centrale è se la Russia può smettere di essere un impero. Putin vuole “rendere la Russia grande di nuovo”, in maniera molto simile allo slogan di Trump.

 

Che cosa sta davvero cercando di ottenere la Russia? Controllo territoriale, destabilizzazione dell’Europa o la distruzione dell’Ucraina come nazione?

 

Piuttosto che di Russia parlerei di Putin e del suo regime. Questa è una guerra personale di Putin, la sua ossessione. Lui crede di combattere l’Occidente usando l’Ucraina come campo di battaglia. Nella sua visione il controllo dell’Ucraina è centrale di restaurare la Russia come grande potenza.

 

I russi hanno una responsabilità per aver accettato questa guerra?

 

Sì. La responsabilità richiede onestà e coraggio, e noi non abbiamo sentito voci di questo tipo. Non sono innocenti, ma le decisioni chiave sono di Putin: questa è la sua guerra, proprio come sotto Stalin.

Do la colpa anche ai liberali russi: molti ancora pensano in termini imperiali; non riescono a congedarsi dall’idea imperiale, e in questo sono molto diversi dai liberali polacchi.

Nella sua conferenza presso la Biblioteca Civica di Padova, lo scorso 22 ottobre, ha parlato di una vittoria strategica anche senza una vittoria militare classica. Cosa intende?

 

Questa guerra non è classica. Il fronte si muove a malapena, in modo forse paragonabile alla Prima guerra mondiale, ma i droni hanno cambiato tutto.

 

L’Ucraina può non vincere in modo tradizionale: può però neutralizzare la capacità della Russia di vincere, come ad esempio ha fatto nel Mar Nero con la flotta russa. E bloccare gli obiettivi strategici russi sarebbe già di per sé una vittoria.

 

Putin pensa di combattere l’Occidente usando l’Ucraina come campo di battaglia. Non è solo una guerra contro di noi: è una sfida all’intero ordine internazionale

Che cosa dovrebbe fare l’UE, militarmente e politicamente?

 

La domanda non è cosa l’UE dovrebbe fare per l’Ucraina, ma per sé stessa.

 

Se Trump abbandona o indebolisce la NATO, l’Europa deve garantire la propria sicurezza. L’UE è stata un successo politico ed economico: ora però la questione chiave è la sicurezza.

Da questo punto di vista l’Ucraina non è un problema, è un’opportunità, perché ha l’esercito più grande e con più esperienza di combattimento in Europa. Se l’UE vuole diventare una vera unione della sicurezza, l’Ucraina è essenziale.

 

Perché questa guerra è così importante per l’equilibrio globale?

 

Putin sta sfidando l’ordine internazionale basato sul diritto delle nazioni a garantire i propri confini. L’UE aveva trasformato l’Europa in una “zona senza guerra”: se Putin avrà successo i confini potrebbero essere nuovamente cambiati con la forza, innescando un effetto domino.

Questa guerra non riguarda solo l’Ucraina: riguarda il futuro di un sistema che limita i conflitti militari. Un sistema che, al momento, appare sempre più incerto.

Nella conferenza ha anche menzionato la nuova generazione al potere in Ucraina e il ruolo di Zelensky.

 

Zelensky rappresenta un nuovo elemento guida nella società ucraina: la classe media urbana cresciuta dopo il crollo sovietico. Educata, numerosa, orientata all’Occidente, anche quando è di lingua materna russa vede il suo futuro in Europa. Questa classe è la spina dorsale dell’Ucraina di oggi dal punto di vista politico, economico, militare e culturale. È il più grande risultato dell’Ucraina indipendente.

La guerra, però, ha congelato la competizione politica. Zelensky gode di una larga maggioranza: il suo non è un potere autoritario, ma oggi ne detiene di fatto il monopolio. La vera sfida sarà riattivare la vita politica, con un progetto capace di rafforzare la società e accelerare l’integrazione nell’Unione Europea.

 

Non mancano i leader potenziali, come l’ex comandante in capo delle forze armate, il generale Zaluzhny, figura popolare e carismatica.

La prossima grande rivalità politica potrebbe essere proprio tra Zelensky e Zaluzhny che, pur nelle differenze, condividono entrambi un forte sostegno all’integrazione dell’Ucraina in UE e NATO.

Sarà la loro competizione a plasmare il paese nel dopoguerra.

 

 

 

Un anno di guerre raddoppiate

e riarmo da record.

 Ilbolive.unipd.it - Mattia Soppelsa – (22 luglio 2026) – Redazione – ci dice:

 

 La città di Gaza pesantemente distrutta dagli attacchi israeliani.

La devastazione della guerra a Gaza.

 

Ogni anno, quando lo “Stockholm International Peace Research Institute “pubblica il proprio Yearbook, l'esercizio non è mai puramente contabile.

 I numeri raccolti da SIPRI - spesa militare, trasferimenti di armi, arsenali nucleari, conflitti attivi - compongono una mappa delle priorità reali degli Stati, spesso più eloquente dei loro proclami diplomatici.

 L'edizione 2026 dell'annuario, dedicata agli sviluppi del 2025, coincide non a caso con il sessantesimo anniversario dell'istituto:

 un compleanno che il direttore Karim Hagar ha scelto di raccontare come l'ingresso in "una nuova era di disgregazione sistemica" della sicurezza globale, segnata dal ritorno della guerra su larga scala tra Stati tecnologicamente avanzati, dall'erosione delle alleanze a guida statunitense e dal collasso di quello che il rapporto chiama l'ordine nucleare globale, eroso su tre fronti: il crollo del controllo strategico degli armamenti, la crisi della non proliferazione e la perdita di credibilità della deterrenza estesa americana.

 

Un anno di conflitti raddoppiati.

Il numero di Stati coinvolti in conflitti armati è sceso lievemente, da 50 nel 2024 a 49 nel 2025, ma il dato aggregato nasconde un cambiamento più significativo: i conflitti interstatali sono raddoppiati, da tre a sei, coinvolgendo almeno tredici Stati, tra cui Afghanistan e Pakistan, Cambogia e Thailandia, India e Pakistan, Iran e il fronte israelo-statunitense, Russia e Corea del Nord contro l'Ucraina, Repubblica Democratica del Congo e Ruanda. Il filo che lega questi fronti è la rottura, sempre più frequente, del confine tra conflitto interno e guerra tra Stati; anche la guerra a Gaza, formalmente combattuta tra uno Stato e un attore che aspira alla statualità, si colloca in questa zona grigia.

 

Il numero complessivo di morti legati ai conflitti è diminuito lievemente rispetto al 2024, da 249.000 a 238.000, ma resta il dato più alto dell'intero periodo 2018-2025 per cui SIPRI dispone di serie coerenti. Cinque conflitti hanno superato la soglia dei 10.000 morti — l'Ucraina in testa, seguita da Sudan, Israele-Palestina, Myanmar e Nigeria — uno in più rispetto all'anno precedente. Parallelamente si consolida l'uso ordinario di armi a guida di precisione, sistemi d'arma autonomi, sciami di droni e operazioni cibernetiche, con un aumento delle violazioni del diritto internazionale umanitario: reclutamento di bambini soldato, violenza sessuale, tattiche di assedio alimentare, attacchi a strutture sanitarie. A metà 2025 gli sfollati nel mondo erano circa 117,3 milioni. Il filo conduttore individuato da SIPRI è la crescente fragilità del principio, sancito nel secondo dopoguerra, secondo cui il territorio non può essere acquisito con la forza: le annessioni in corso in Ucraina, Medio Oriente e Mar Cinese Meridionale mettono quel principio sotto una pressione che, se non arginata, riporta la geopolitica a un confronto grezzo di potenza militare.

 

La spesa militare non si ferma.

Il dato più immediatamente leggibile del rapporto è quello della spesa militare mondiale, salita per l'undicesimo anno consecutivo fino a 2.900 miliardi di dollari, pari al 2,5 % del prodotto interno lordo globale - il livello più alto mai registrato da SIPRI. Il ritmo di crescita si è tuttavia rallentato, dal 9,7% reale del 2024 al 2,9% del 2025, soprattutto per effetto di una scelta politica statunitense di ridurre gli aiuti militari all'estero. Il resto del mondo, al contrario, ha continuato ad aumentare la spesa a ritmo sostenuto: in Europa è cresciuta del 14 %, raggiungendo 864 miliardi di dollari, mentre l'onere militare medio del continente è salito dal 2,8 al 3,2% del PIL, più del doppio rispetto al 2016. Anche Africa (+8,5%) e Asia-Oceania (+8,1%) hanno accelerato, mentre le Americhe hanno registrato un calo del 6,6 %, trainato proprio dalla contrazione statunitense.

 

Gli Stati Uniti restano di gran lunga il primo spender mondiale, con 954 miliardi di dollari — il 33 % della spesa globale — nonostante una riduzione del 7,5% sul 2024. Seguono la Cina, con 336 miliardi stimati, e la Russia, con 190 miliardi. I primi quindici Paesi rappresentano l'80 % del totale mondiale, e molti sono coinvolti, direttamente o indirettamente, nei conflitti di Gaza e Ucraina. Quest'ultima, con una spesa pari al 40 % del PIL, resta il Paese con l'onere militare più alto al mondo. Sul piano delle alleanze, il dato politicamente più rilevante è il nuovo obiettivo NATO, fissato nel giugno 2025, che porta al 5% del PIL entro il 2035 il target di spesa militare degli Stati membri, ben oltre il precedente parametro del 2% concordato nel 2014 — mentre il segretario generale dell'ONU Antonio Guterres chiedeva, in un rapporto pubblicato a settembre, un riequilibrio della spesa militare a favore dello sviluppo sostenibile.

 

Industria delle armi e nuove filiere.

Alla crescita della spesa corrisponde un'espansione altrettanto marcata dell'industria bellica. Le cento maggiori aziende produttrici di armi e servizi militari al mondo, il cosiddetto SIPRI Top 100, hanno realizzato nel 2024 — l'ultimo anno per cui sono disponibili dati — ricavi complessivi per 679 miliardi di dollari, il 5,9% in più rispetto al 2023, con gli Stati Uniti che dominano la classifica con 39 aziende su cento e ricavi per 334 miliardi.

 

Sul fronte dei trasferimenti internazionali di armi, il quinquennio 2021-2025 ha segnato il volume più alto dal termine della guerra fredda, in crescita del 9,2%. L'Europa è diventata, per la prima volta dagli anni Sessanta, la prima regione importatrice al mondo, con un balzo del 210% trainato dalla guerra in Ucraina, mentre gli Stati Uniti restano il primo esportatore globale con il 42% del mercato.

 

L'ordine nucleare si sgretola.

Il capitolo più inquietante del rapporto riguarda le armi nucleari. All'inizio del 2026 nove Stati — Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia, Cina, India, Pakistan, Corea del Nord e Israele — possedevano complessivamente circa 12.187 testate, di cui 9.745 in stock militari potenzialmente operativi e 4.012 effettivamente dispiegate. Il numero totale continua formalmente a calare, ma solo per effetto dello smantellamento di ordigni ritirati da Stati Uniti e Russia, a un ritmo che SIPRI segnala in rallentamento, al punto da poter presto essere superato dal ritmo di ingresso di nuove testate. Tutti e nove i Paesi hanno proseguito nel 2025 programmi di rafforzamento; la Cina, in particolare, è passata da 600 a circa 620 testate nell'anno.

 

Il momento più critico dell'anno si è consumato in giugno, quando Israele ha attaccato le installazioni nucleari iraniane, in un'offensiva a cui si sono poi uniti gli Stati Uniti in una guerra durata 12 giorni. L'attacco, condannato da diversi esperti giuridici e Stati come violazione del diritto internazionale, ha avuto l'effetto di interrompere il monitoraggio delle installazioni iraniane da parte dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica. A questo si aggiunge la scadenza, a febbraio 2026, dell'ultimo trattato bilaterale russo-statunitense di controllo degli armamenti strategici, il New START, senza segnali di un negoziato sostitutivo tra Cina, Russia e Stati Uniti - un contesto che complica le premesse della Conferenza di revisione 2026 del Trattato di non proliferazione nucleare.

 

Droni, intelligenza artificiale e regole ancora assenti.

La proliferazione di missili e droni armati è uno dei tratti più caratteristici della guerra contemporanea descritta dal rapporto. Nel 2025 questi sistemi sono stati impiegati in un'ampia gamma di ruoli: attacchi di precisione a lungo raggio, saturazione delle difese aeree, sciami di droni sul campo di battaglia, operazioni pianificate per colpire obiettivi in profondità nel territorio avversario. Il caso più emblematico è l'operazione ucraina "Spiders Web" del primo giugno 2025, che ha utilizzato oltre cento droni introdotti clandestinamente in Russia per colpire basi aeree, danneggiando 41 velivoli - tra cui circa un terzo della flotta russa di bombardieri a capacità nucleare - e costringendo Mosca a rivedere la propria logistica militare.

 

A fronte di questa accelerazione, gli strumenti giuridici internazionali restano frammentari: il Codice dell'Aja, il Regime di controllo della tecnologia missilistica e l'Intesa di Assennar coprono solo parzialmente le minacce emergenti, e non esiste ancora uno strumento vincolante dedicato ai droni armati. Sul fronte dell'intelligenza artificiale militare, la discussione, storicamente concentrata a Ginevra sui sistemi d'arma autonomi, si è allargata nel 2025 anche a New York, con un primo rapporto del segretario generale dell'ONU sul tema. Parallelamente, Unione Europea, Cina e Stati Uniti hanno approvato i primi quadri normativi vincolanti sull'IA civile, dopo una fase iniziale di principi volontari.

 

(Operatore drone militare. Un militare statunitense si esercita all'utilizzo dei droni durante l'esercitazione Combined Resolve in Germania - Angelika Warmuth/Reuters).

Il ritiro dai trattati umanitari e le crepe del multilateralismo.

Forse il segnale più netto della direzione impressa dal 2025 riguarda proprio gli strumenti pensati per limitare la crudeltà della guerra. Il rapporto documenta un evento senza precedenti: il ritiro della Lituania dalla Convenzione sulle munizioni a grappolo, entrato in vigore il 6 marzo 2025 - la prima volta che uno Stato abbandona un trattato umanitario di controllo degli armamenti. Poco dopo, cinque Stati europei - Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania e Polonia - hanno annunciato l'intenzione di ritirarsi anche dalla Convenzione sulle mine antiuomo, citando le preoccupazioni di sicurezza legate alla guerra russo-ucraina. Nel frattempo l'uso di armi esplosive in aree popolate resta diffuso a Gaza, in Sudan e Ucraina, nonostante una dichiarazione del 2022, sottoscritta da novanta Stati, pensata per limitarne l'impatto.

 

(L’attacco Usa in Venezuela  paralizza la diplomazia mondiale).

 

A questa erosione si affianca la crisi delle operazioni di pace multilaterali: nel 2025 erano attive 58 missioni, tre in meno rispetto all'anno precedente e, per la prima volta dal 2016, sotto la soglia delle 60, con un personale internazionale sceso a 78.633 unità — quasi la metà rispetto ai 152.803 del 2016. Alla base di questa contrazione c'è, secondo SIPRI, la crescente indisponibilità degli Stati Uniti a sostenere il sistema multilaterale, mentre Cina e Unione Europea non appaiono in grado, o disposte, a colmare quel vuoto. Il risultato è uno spazio d'azione crescente per potenze medie come Brasile, Qatar, Arabia Saudita, Turchia ed Emirati Arabi Uniti, che si muovono per sostituire o affiancare i quadri multilaterali perseguendo, al tempo stesso, i propri interessi nazionali.

 

Presi insieme, questi elementi - riarmo record, guerre interstatali in aumento, arsenali nucleari in espansione, trattati umanitari disertati, multilateralismo in affanno - compongono il ritratto di un sistema internazionale che si ricompone su basi più transazionali, meno cooperative e più esposte al rischio di errore di calcolo. Se il 2025 sarà ricordato come l'anno in cui questa transizione si è consolidata, il 2026 si annuncia come il banco di prova della sua reversibilità.

 

 

 

 

Il conflitto in Ucraina. La guerra

cesserà quando sarà

controproducente per la Russia.

 Difesapopolo.it – Giorgio Malavasi – (lunedì 4 Agosto 2025) – Redazione – ci dice:

Per il vescovo di Kiev-Zhytomyr serve pregare per la conversione della Russia, ma servono anche aiuti militari, sanzioni, pressioni diplomatiche.

La guerra in Ucraina terminerà quando per la Russia sarà diventata inutile o controproducente.

 Perciò, fino ad allora, servono sia aiuti militari che sanzioni che pressioni diplomatiche.

E soprattutto serve pregare per la conversione della Russia, così come aveva detto la Madonna durante le apparizioni di Fatima, centodieci anni fa.

È questa la convinzione di mons. Vitali Krivytskyi, vescovo di Kiev-Zhytomyr.

 Anni 53, salesiano, da otto anni vescovo della Diocesi che ricomprende la capitale, mons. Krivytskyi guida una Chiesa che conta 220 mila battezzati (il cattolicesimo romano è minoritario in Ucraina) e circa 160 sacerdoti.

Soprattutto, si trova a vivere la stagione tragica della guerra, che si protrae ormai da quasi tre anni e mezzo.

 

Qual è il sentimento prevalente oggi nella gente in Ucraina? Stanchezza e sfiducia, oppure fiducia nel prossimo arrivo di una pace? O ancora desiderio di resistere combattendo e perfino di vincere?

«Noi siamo stanchi ma non abbiamo perso la fiducia. Agli allarmi ci siamo abituati, ma nessuno può abituarsi all’esperienza di perdere un proprio caro. Siamo stanchi anche delle evoluzioni politiche per cui ci sono Paesi partner che dicono di volerci aiutare, ma si scopre che a volte vogliono solo fare business. Però, lo ribadisco, non abbiamo perso la fiducia».

 

Oggi cosa serve di più per la pace: aiuti militari, sanzioni alla Russia o pressioni diplomatiche? «Serve tutto. Non si può risolvere questo dramma solo con l’aiuto militare o solo con le sanzioni: serve davvero tutto. In questo momento chiediamo con insistenza di essere aiutati a preservare i civili: vogliamo che ci “chiudano il cielo”, difendendoci dagli attacchi di missili e droni, perché questo è prima di tutto un aiuto umanitario. Non c’è differenza, infatti, fra morire di freddo, di fame o a causa di un missile. Parlo dei civili, prima di tutto, che sono lontani dal fronte e vivono nelle città, ma che muoiono ogni giorno per la guerra».

 

Qual è il modo più efficace per far cambiare idea a Putin e al suo governo?

«Si riuscirà quando questa guerra risulterà inutile per la Russia e per Putin. Deve essere così, anche perché, da quello che capiamo, a Putin non importa niente delle persone». Che cosa, secondo lei, gli importa davvero? «Lui oggi non può perdere la guerra: sarebbe un’umiliazione troppo grande».

 

Non ha alternative se non vincere la guerra, quindi?

«Sì, e a questo noi non vediamo che due risposte possibili. La prima è ricordarci le parole che la Vergine ha detto a Fatima, quando ci ha chiesto di pregare affinché la Russia si converta, per evitare che da là esca tanto male. Perciò noi desideriamo che la Russia si converta: per gli uomini questo è impossibile, ma per Dio è possibile. Abbiamo avuto un segno molto bello. Quando papa Francesco, il 25 marzo 2022, ha chiesto di consacrare la Russia al sacro cuore della Vergine, tutti noi abbiamo pregato. Il giorno dopo nei pressi del nostro seminario vicino a Kiev è caduto un missile russo. Un pezzo del missile ha rotto la parete e alcuni frammenti sono arrivati a cento metri di distanza, nel refettorio, rompendo la statua della Vergine. Cinque giorni dopo l’esercito russo è andato via. Perciò la prima risposta è in Dio, che può convertire i cuori: non abbiamo diritto di perdere questa fiducia in Dio».

 

È possibile convertire Putin?

«Umanamente no. Solo Dio può fare queste cose straordinarie. Finché non sarà così noi dobbiamo resistere grazie al nostro esercito e difendere le nostre città e la nostra gente. Ma io sono convinto che Dio già stia aiutando il popolo ucraino per resistere a tutto ciò».

 

E la seconda risposta?

«È il dialogo, ma quello vero, che oggi la Russia fa finta di compiere. Però anche dei terroristi a un certo punto possono voler dialogare. Ma questo succederà solo quando avranno davvero bisogno del dialogo, cioè quando verranno messi nelle condizioni di trarne vantaggio»

 

In Ucraina avete ancora fiducia in Trump?

«È una domanda troppo difficile. Abbiamo però capito che non possiamo fidarci delle parole, perché servono i fatti».

 

E avete avere ancora fiducia in Zelensky?

«Non abbiamo alternative. I russi vogliono che noi cambiamo il nostro presidente e che cambiamo le nostre idee su di lui, ma noi adesso non lo vogliamo».

 

Papa Leone ha già predicato molto per la pace: che cosa potrebbe fare ancora per l’Ucraina? «Per me è molto difficile riuscire a comunicare tutto quello che già ha fatto papa Francesco e che adesso sta facendo papa Leone, perché molto di ciò che hanno fatto per il bene nostro viene compiuto nascostamente, nel silenzio della diplomazia.

È molto importante che papa Leone continui a parlare dell’Ucraina e che l’opinione pubblica e la comunità cristiana mondiale non se ne dimentichino».

 

 

 

Ucraina: la pace improbabile,

la guerra reale.

 Doppiozero.com - Giovanni Savino – (2 Dicembre 2025) – Redazione – ci dice:

C’è qualcosa di rivelatore – quasi antropologico – nel modo in cui, a quasi quattro anni dall’invasione su larga scala dell’Ucraina, si continua a parlare della guerra:

il conflitto ha cessato da tempo di essere un evento eccezionale, una crisi circoscritta, un incidente nel corso “normale” della politica europea, e si è tramutato in un elemento strutturale, permanente dell’ordine continentale, un dispositivo che sempre più prova a ridefinire e trasformare identità, istituzioni, immaginari.

 E tuttavia una parte consistente del discorso mediatico sembra restia a rilevare questo fatto nuovo, perso nel chiacchiericcio soprattutto in Italia, dove la guerra è solo uno dei possibili e infiniti argomenti per polemiche da talk-show e social di cui nessuno più si ricorda qualche giorno dopo.

Si continua a cercare il momento della svolta, l’accordo risolutivo, l’incontro decisivo, il comunicato o la dichiarazione in grado, se non di chiudere la guerra, di annunciare la tregua, come se tre anni, nove mesi e una settimana di conflitto fossero ancora solo una breve emergenza, risolvibile in ventiquattr’ore, secondo la fin troppo celebre definizione di Donald Trump.

 

Questo scarto tra la realtà del conflitto e le narrazioni che lo accompagnano non si spiega soltanto con la propaganda o con la frammentazione dell’informazione, nell’epoca dello streaming 24/7, dei “res” pubblicati dai luoghi della guerra, delle ultime ore diventate ultimi minuti se non secondi.

Forse l’invasione dell’Ucraina ci ha posto di fronte a come stia mutando il nostro rapporto con il tempo storico, dovuto a come son state la maggior parte delle guerre operate dalle potenze occidentali negli ultimi decenni:

presentate come interventi limitati, operazioni “chirurgiche” se non (addirittura!) “umanitarie”, campagne aeree calibrate nel tempo.

Il linguaggio stesso – “no-fly zone”, “intervento umanitario”, “operazione di polizia internazionale” – ha contribuito a rappresentare la guerra come qualcosa che può e deve essere contenuto, regolato, scandito, poi non importa se in realtà in Iraq, in Libia, in Afghanistan i combattimenti non sono finiti dopo il ritorno a casa dei militari americani o dell’Alleanza Atlantica, quel che conta è come son state presentate nell’immaginario collettivo.

Attenzione, perché questo tipo di linguaggio era stato adottato dallo stesso Cremlino nel raccontare l’invasione, presentata – ancora oggi – come “operazione speciale militare”, con tanto di condanne penali per chi ha osato svelare la verità evidente, usando la parola tanto evitata da Putin: guerra.

Perché la guerra lunga, la guerra cronica, la guerra che muta forma ma non scompare, appare come qualcosa di estraneo al nostro orizzonte mentale, ancor di più in Europa, va esorcizzata ma al tempo stesso evocata, in un gioco di specchi assai particolare.

 

Per questo, quando un conflitto rifiuta di adattarsi al modello dell’“operazione” e si presenta, invece, come una trasformazione strutturale, il rumore bianco del chiasso mediatico diventa più intenso, perché vi è un'incapacità di lettura di quello che avviene, e non sapendo comprendere il perché di una durata più lunga di un prime show del giovedì sera o di una paginata di giornale, ci si rifugia in scorciatoie interpretative.

 Da qui la proliferazione di immagini di resa imminente, di collasso sistemico, di piani di pace “chiavi in mano”, pronti a essere tirati fuori dal cassetto al momento opportuno, con la sparizione immediata al primo segnale di difficoltà.

 Vero, si tratta di risposte psicologicamente comprensibili a una realtà che sfugge, per sua natura, ai desideri di chi osserva da lontano, ben più ostica per la pigrizia mentale che non favorisce alcun approfondimento o riflessione.

 

È precisamente in questo spazio – fatto di ansia, di impazienza e di difficoltà a pensare il lungo periodo – che si inserisce il cosiddetto “piano Trump”, in realtà frutto degli incontri – telefonici e dal vivo – tra Kirill Dmitriev, inviato speciale del Cremlino, e Steve Bischoff, rappresentante del presidente americano.

Un documento che non è definitivo, soggetto a modifiche continue, come avvenuto durante l’incontro delle delegazioni europea, statunitense e ucraina a Ginevra, nel quale dai 28 punti previsti è uscita una versione ridotta, che dovrà essere poi discussa con Mosca.

Il piano, in questo senso, appare come una proiezione, da declinare a seconda dei vertici e degli interlocutori, perché la sua esistenza è il riconoscimento della necessità di una trattativa:

il problema è che ognuno ha una propria idea su cosa e come debba essere.

Una via d’uscita? Il suggello all’ennesimo conflitto congelato?

Una resa? Una vittoria?

 E di chi?

 

Le indiscrezioni sui ventotto punti, la conversazione Bischoff–Ushakov pubblicata da Bloomberg, le frasi fatte filtrare ad arte da ambienti diplomatici, le smentite parziali:

l’intero ciclo informativo che circonda il piano Trump è un esempio di produzione controllata di ambiguità, una nebbia densa di confusione chissà quanto casuale.

Per la Casa Bianca questa nebbia consente di testare reazioni, di misurare il margine di manovra interno e internazionale, di mantenere in vita l’idea che Washington abbia ancora in mano le chiavi dell’ordine globale, di riaffermare il proprio primato sullo scenario mondiale in modo brutale:

prima Gaza, poi l’Ucraina, nel frattempo il Venezuela, un costante intervento a dimostrazione di come ogni previsione della nuova età isolazionista che avrebbe dovuto promuovere Trump si sia rivelata fallace e ingannevole.

Per l’Europa, esausta da un conflitto che mette a nudo le debolezze – strategiche, tattiche – di una leadership mediocre e avvezza più ai proclami e ai provvedimenti “esemplari” che a scelte coraggiose, i tentativi d’Oltreoceano rappresentano una continua umiliazione per il dover continuamente rincorrere l’agenda stabilita da Trump, provando a difendere le proprie scelte non solo nei confronti dell’amministrazione statunitense, ma anche con quei governi favorevoli a Putin (Ungheria e Slovacchia) e in grado di creare crepe nel fragile equilibrio di poteri della Commissione europea.

Dall’Ucraina, dove lo scandalo corruzione che ha portato alla rimozione di Andriy Ermal dall’ufficio di presidenza, la pressione statunitense viene vista con grande inquietudine, e l’ulteriore intensificarsi dei bombardamenti russi in questi giorni segna una sinistra sottolineatura della difficile condizione del paese dopo quasi quattro anni di resistenza. La paura che la sovranità possa essere barattata in un tavolo dove gli interlocutori principali sono altri è palpabile in Ucraina, anche perché non sarebbe il primo caso di un accordo concluso, negli ultimi duecento anni, “alle spalle” dei soggetti direttamente coinvolti;

 non stupisce, dunque, che a Kyiv ogni indiscrezione di contatti tra Mosca e Washington susciti preoccupazione e indignazione.

 Per la Russia, infine, già la sola presenza di una volontà di discutere da parte degli Stati Uniti ha rappresentato, nel corso di questo anno 2025 che volge al termine, un successo di non poco conto, culminato nell’incontro Putin-Trump in Alaska;

eppure il Cremlino non è riuscito ad ottenere quel che vorrebbe, né tantomeno vi è stato un cedimento totale su tutta la linea dell’imprevedibile tycoon newyorkese diventato per la seconda volta presidente, anzi, il documento – sia nella versione di 28 punti che in quella successivamente emendata – non sembrerebbe aver cambiato le posizioni del leader russo.

 

Il lungo discorso di Vladimir Putin alla stampa ai margini del vertice dell’”Organizzazione del Patto di Sicurezza Collettivo” in Kirghizistan va letto esattamente in questa prospettiva.

 Le sue parole non erano rivolte tanto agli interlocutori presenti in sala, quanto al campo semantico nel quale il piano Trump verrà discusso, anche perché ormai da tempo la politica russa ha fatto del linguaggio un elemento costitutivo del potere:

le parole presidenziali non descrivono la realtà, ma la prescrivono, non spiegano, bensì delimitano, e persino allusioni e attacchi servono a codificare una certa visione del mondo da imporre.

Quando Putin afferma che il piano va “tradotto nel linguaggio diplomatico”, non sta chiedendo un lavoro di rifinitura tecnica:

stabilisce un principio di sovranità interpretativa.

Il piano sarà accettabile solo se riscritto nei termini voluti dal Cremlino; e la diplomazia, in questo schema, non è lo spazio del compromesso, ma il luogo in cui vi è un conflitto del lessico, e non si tratta di un elemento di secondo piano, né di una novità nell’atteggiamento del presidente, influenzato anche dalla sua formazione da giurista, interpretata in chiave di definizione su carta dei rapporti di forza.

 La stessa funzione svolge la proposta – formulata nello stesso contesto – di mettere “per iscritto” l’impegno russo a non attaccare l’Europa. Formalmente, dovrebbe apparire come un’offerta rassicurante; in realtà, è un’operazione narrativa.

Presentando la Russia come soggetto pronto a fornire garanzie, Putin tenta di ridisegnare l’invasione dell’Ucraina come un’eccezione, come una deviazione giustificata dalle “circostanze storiche” e dalla presunta responsabilità di altri attori; in più la questione ucraina – e più volte il presidente russo lo ha ribadito – è un problema “interno”, una nazione “artificiale” derivata da una serie di circostanze e di complotti che hanno minato l’unità originaria del popolo “russo”, una visione perenne e al tempo stesso presentista delle identità e del passato.

L’obiettivo è di fare apparire l’Europa come vittima di un panico infondato, mentre la Russia si inscena come soggetto responsabile, che chiede soltanto che venga riconosciuta la propria supremazia sul campo, assieme ai diritti “storici” sui vicini.

Su questo sfondo, l’evocazione sistematica di cifre sulle perdite ucraine – impossibili da verificare, e accompagnate dal silenzio sui corrispettivi numeri russi – non mira minimamente alla trasparenza, bensì si tratta di accumulare ulteriore materiale narrativo: utile in una costruzione discorsiva atta a presentare l’Ucraina come un paese allo stremo, prossimo alla rottura, a differenza della Russia, vincente e pronta, semmai, a concedere una pace “generosa”. Il messaggio interno è chiaro: la guerra sta andando secondo i piani, la vittoria è solo questione di tempo.

Quello esterno è più sfumato, ma non meno importante:

 se e quando Mosca accetterà di negoziare, lo farà da vincitrice, non da parte costretta al compromesso.

A completare il quadro della narrazione del Cremlino è la delegittimazione sistematica delle autorità ucraine.

L’argomento secondo cui Kyiv non sarebbe legittimata a firmare alcun accordo perché non si son svolte le elezioni presidenziali e parlamentari è ormai ben noto, e appare anche superfluo ricordare l’impossibilità di svolgere un doppio appuntamento elettorale in un paese dove vi sono regioni occupate, milioni di sfollati fuori e dentro dai confini, ma non è agli ucraini che si rivolge Putin, bensì al mondo, inserendo nel discorso pubblico l’idea che l’assenza di negoziati non sia il prodotto di una scelta politica del Cremlino, bensì di una carenza strutturale dell’Ucraina, priva di una leadership eletta democraticamente.

Ancora una volta, la realtà viene passata attraverso lo specchio distorto delle posizioni putiniane: la sospensione delle elezioni – misura prevista dalla legislazione ucraina e in linea con prassi osservabili in altri contesti di guerra – viene trasformata in argomento per negare all’Ucraina lo status di interlocutore.

 

A far riflettere è come a regnare, nella discussione sulle prove tecniche di negoziati, vi siano due termini diventati simbolo della ricerca di scorciatoie dell’immaginario contemporaneo: la resa e il collasso.

Entrambe le parole rispondono a una stessa esigenza:

 trovare una conclusione netta, riconoscibile, teatralizzabile, definitiva in un contesto in cui nulla lascia presagire un esito rapido.

La resa totale occupa un posto privilegiato nell’immaginario sulla guerra, anche se si tratta più di un’eccezione che di una regola nella storia.

Le immagini della capitolazione tedesca e giapponese, nel 1945, hanno sedimentato una rappresentazione della fine della guerra come atto solenne, definitivo, quasi rituale: la firma degli sconfitti, le bandiere ammainate degli sconfitti e i vessilli innalzati dai vincitori, catene di comando che si dissolvono, un “prima” e un “dopo” chiaramente distinguibili.

 Ma quella configurazione è un’eccezione, figlia di una combinazione specifica di fattori: guerre totali, mobilitazione industriale senza precedenti, ideologie radicali sconfitte dopo anni di catastrofi, assenza di deterrenza nucleare.  La presa del Reichstag, le atomiche su Hiroshima e Nagasaki, le immagini di capitali distrutte, di folle festanti per l’annuncio della vittoria, sono istantanee vivissime, eppure parte di un determinato contesto storico.

Da allora sono ben pochi i conflitti conclusisi in quel modo: anche in quei casi dove vi sono stati fotogrammi assai forti – l’entrata degli americani a Baghdad, ancor prima il ritiro dei sovietici dall’Afghanistan, avvenimenti immortalati in scatti famosi – è il “dopo” a esser fuori dall’obiettivo, il continuum di crisi e guerre che non hanno abbandonato quei luoghi.

La resa totale è uscita dalla pratica storica, ma non dall’immaginario.

 Nella guerra in Ucraina la resa compare come immagine speculare, il che dovrebbe interrogarci su come il 1945 sia ancora un evento portentoso nella nostra rappresentazione dei conflitti. In una parte del discorso occidentale, viene proiettata sulla Russia:

si immagina un collasso militare o economico che costringa Mosca a ritirarsi completamente dai territori occupati, e magari anche a subire ulteriori punizioni oltre alle sanzioni e al congelamento dei beni; vi era chi prefigurava uno smembramento dell’attuale Federazione Russa in vari stati, presentati in modo assai utopistico come sicuri portatori di pace e sicurezza nel continente europeo.

Nella propaganda russa, al contrario, la resa è ucraina:

Kyiv viene presentata come un paese destinato al fallimento, in alcuni casi già dal 2014 si utilizza il termine di “failed State”, costretto ad accettare come proprio destino manifesto l’assoggettamento a Mosca.

Entrambe le narrazioni, però, raccontano più dei desideri e delle paure che della realtà:

 in Ucraina non vi è alcuna intenzione né spazio sociale per contemplare una resa;

la Russia, dal canto suo, non dispone della superiorità necessaria per imporla;

 una disfatta russa da parte ucraina appare quantomeno improbabile oggi, e nel caso di un conflitto esteso all’Europa vorrebbe dire un tipo di guerra assai diverso, con il coinvolgimento diretto della NATO.

 

L’altra parola, collasso, viene evocata più volte, in una sorta di conto alla rovescia su un ring immaginario, per entrambi i paesi, con forme diverse. 

Nel caso russo, viene alimentata dalla memoria della fine dell’URSS e, in particolare, dall’impatto di testi come “Sopravvivrà l’Unione Sovietica fino al 1984?”

 di Andrej Amalric e l’immagine del collasso è stata ripresa dal saggio, di grande interesse e spessore intellettuale ma discutibile nei suoi esiti “profetici”, di Aleksandr Elkin La Russia contro la modernità.

 Il saggio di Amalric, intellettuale dissidente di grande acume, scritto nel 1969, aveva colto con lucidità straordinaria le crepe di un sistema apparentemente monolitico, individuando alcune possibili linee di frattura: le tensioni nazionali nelle repubbliche, la crisi del sistema economico, l’incapacità della burocrazia di rinnovarsi; eppure al tempo stesso alcune previsioni (la guerra con la Cina popolare e il pessimismo riguardo alla liberalizzazione del sistema) si son rivelate inesatte, lo scontro sino-sovietico non si tradusse in un conflitto armato dopo gli spari sull’Ussuri nel 1969, mentre invece il tentativo riformatore di Michail Gorbaciov in un certo senso mise a nudo le difficoltà e accelerò la dinamica che portò al crollo dell’esperimento sovietico.

Non stupisce che, di fronte alla guerra, le previsioni di Amalric siano tornate a essere una possibile chiave interpretativa: d’altronde, se l’URSS, superpotenza globale, è collassata, perché non dovrebbe succedere anche alla Russia putiniana.

 

La risposta sta nelle differenze strutturali tra i due sistemi.

L’URSS tardo-sovietica era passata dall’inerzia della stagnazione alle accelerazioni della perestroika, era un “paese di paesi”, dove la politica del regime aveva consolidato élite nazionali e segnato – con la liberalizzazione – da conflitti etnici sempre più in grado di mobilitare settori della società;

 in più la Mosca sovietica era gravata dal peso del sostegno economico e militare ai regimi socialisti in Europa orientale, in Asia e in Africa, senza esser dotata della flessibilità ideologica unita allo spietato decisionismo di Pechino.

La Russia di oggi è una federazione assai peculiare, dove le repubbliche con una chiara maggioranza etnicamente non russa sono una minoranza, segnata da una profonda centralizzazione, contraddistinta dalla concezione della “verticale del potere”.

 I siloviki, ovvero gli uomini degli apparati d’intelligence e di sicurezza, a differenza dell’URSS non sono sotto il controllo politico del partito (come era avvenuto dopo la morte di Stalin) ma rappresentano uno degli architravi portanti dell’infrastruttura del sistema putiniano.

La repressione oggi è persino maggiore del periodo brezneviano, con migliaia di condanne a vari anni di detenzione, e colpisce a casaccio, attraverso il controllo del discorso pubblico via social, media e istituzioni d’istruzione. 

Più volte si è prospettato, in varie analisi, un possibile ruolo di un settore dell’establishment, con una preferenza verso gli oligarchi, eppure, nonostante le difficoltà patite con le sanzioni e l’isolamento dall’Occidente, i malumori del settore economico-finanziario appaiono al momento ancora gestibili, e la disponibilità manifestata nei confronti di Washington risponde anche a questo sentimento strisciante.

  In questo quadro il collasso non è impossibile; non è però una prospettiva così immediata, netta, né tantomeno è pronosticabile una ripetizione del ciclo 1989-1991.

 

Per l’Ucraina, la narrazione del collasso assume altre forme: quella del “fallimento statale”, della corruzione insanabile, della dipendenza totale da aiuti occidentali.

Anche in questo caso, si tratta di visioni superficiali, alcune delle quali risalenti alla metà degli anni Duemila, quando la “rivoluzione arancione” portò Viktor Juščenko alla presidenza del paese dopo un acceso scontro con Viktor Jankovic, e rafforzatasi con l’Euro-maidan del 2013-14, l’annessione russa della Crimea e l’inizio del conflitto in Donbass. Il collasso, previsto e evocato, però non c’è stato e dal 2022 il paese affronta una guerra durissima, che ha prodotto una coesione interna difficile da ignorare.

Vero, ci sono diserzioni; chi può andar via dal paese, lo fa; al tempo stesso, però, l’ostilità verso l’aggressore è forte e radicata e non sembra esser volta a declinare.

 La società ucraina si è trasformata in modo radicale;

lo Stato, pur sotto stress, ha mantenuto capacità amministrative e militari che molti, all’inizio del 2022, ritenevano al di sopra delle sue possibilità.

 

In questo contesto, parlare di “impossibilità del negoziato” significa provare a tenere insieme tre livelli: quello militare, quello politico-strategico e quello simbolico.

Sul piano militare, la situazione sul terreno non offre alcun chiaro segnale di vittoria o di sconfitta totale per una delle parti;

 anzi, si profila un quadro di logoramento a lungo termine, con fronti che si spostano lentamente e con costi umani elevatissimi.

 Sul piano politico-strategico, gli obiettivi massimi di Russia e Ucraina continuano a essere incompatibili:

per Mosca, le annessioni sono presentate come irreversibili;

per Kyiv a esser centrale non è tanto la riconquista dei territori occupati, obiettivo che appare impossibile, ma la certezza della propria sovranità. Ma è sul piano simbolico che l’impossibilità del negoziato si manifesta con maggiore chiarezza:

per il regime russo, la guerra è diventata il cardine della propria legittimità.

Essa incarna il progetto di restaurazione della grandezza imperiale e dell’unità primigenia del popolo russo, la promessa di riportare il paese al rango di grande potenza, la narrazione di una Russia accerchiata che reagisce alla minaccia occidentale ma al tempo stesso in grado di riprendere un dialogo con gli Stati Uniti per la comunanza di valori con l’attuale amministrazione americana.

Rinunciare alle conquiste territoriali, alla volontà di poter limitare aspetti significativi della sovranità ucraina quali il numero degli effettivi militari e l’adesione alla NATO vorrebbe dire riconoscere il fallimento della stessa “operazione speciale militare”.

Non si tratterebbe di una sconfitta tattica, emendabile con una buona gestione comunicativa, ma di un colpo diretto alla credibilità del potere.

 

Per l’Ucraina, al contrario, la guerra ha assunto un carattere esistenziale: non è una disputa sui confini, ma sul diritto a esistere come soggetto politico sovrano.

L’esperienza dell’occupazione, dei crimini di guerra, dei bombardamenti, ha reso impossibile immaginare una forma di dialogo, nell’immediato, con la Russia, e anche il riconoscimento de facto dell’annessione delle regioni sotto controllo russo rappresenta uno snodo doloroso, percepito come un tradimento, in grado di minare la legittimità stessa di chiunque la firmasse.

Il rapporto tra società ucraina e guerra è stato ridefinito in termini tali da rendere politicamente suicida qualsiasi compromesso che non preveda, quantomeno, una prospettiva di tutela della propria sovranità per il presente e per il futuro.

Donald Trump, animato dall’ambizione al premio Nobel per la pace, legge la guerra non soltanto in chiave europea, ma come banco di prova dell’ordine globale, e si trova di fronte però a varie contraddizioni.

Una pace che premiasse la Russia invierebbe un segnale chiaro a tutti gli attori che, nel mondo, coltivano ambizioni revisioniste:

 l’uso della forza può produrre risultati duraturi, se accompagnato da una sufficiente resilienza;

 eppure, da anni in un settore dell’establishment americano è ritenuto un obiettivo cruciale riuscire a “staccare” Mosca da Pechino, indebolendo così la Cina nella competizione per l’egemonia globale.

 La Russia ha mostrato, in questi mesi, una certa predisposizione ad abbandonare silenziosamente teatri storicamente strategici, quali il Caucaso e il Medio Oriente, in favore di Washington, e questo elemento permette di comprendere quanto l’Ucraina rappresenti per Vladimir Putin la madre di tutte le questioni.

 

L’Europa, infine, si trova in una posizione particolarmente vulnerabile. Da un lato, è lo spazio direttamente esposto alle conseguenze della guerra, sul piano energetico, economico, migratorio, securitario; dall’altro, dipende in larga misura dalla protezione americana per la propria sicurezza militare.

 In questa cornice, accettare un accordo che sancisca le conquiste russe significherebbe ammettere l’incapacità europea di difendere il principio basilare dell’ordine continentale post-1945: l’intangibilità delle frontiere.

Significherebbe, in altre parole, riconoscere che in Europa è di nuovo possibile modificare i confini con la forza, qualcosa parzialmente evitato nel primo decennio seguito al crollo dei socialismi ad Est, con il riconoscimento dell’indipendenza dei nuovi Stati lungo le linee dei confini amministrativi.

 

In questa combinazione di fattori – interni ed esterni, materiali e simbolici – si consuma l’attuale dramma di un negoziato che non accenna a entrare nel vivo, mentre i bombardamenti sulle città ucraine e gli attacchi di droni su obiettivi russi continuano, in un tetro scambio, spesso notturno, che segna le vite di milioni di persone.

 Certo, la guerra finirà, in qualche modo, ma difficilmente questo accadrà nei termini che il discorso pubblico e mediatico oggi si ostina a immaginare.

 Ad oggi appare chiaro che la guerra non potrà finire con una resa in stile 1945, né con un collasso improvviso di uno dei contendenti, né con la firma di un piano salvifico calato e imposto dall’alto.

 Se la storia recente insegna qualcosa, è che i conflitti di questa natura tendono a concludersi con soluzioni imperfette:

accordi che congelano situazioni di fatto, linee di controllo, equilibri precari, oppure non si concludono affatto, e si trasformano in una condizione di guerra endemica, definita in modo assai poco generoso verso le vittime “a bassa intensità”, con il suo carico di morti, distruzioni, instabilità.

 

Per una pace duratura sarebbero necessarie delle trasformazioni strutturali, al momento improbabili:

in Russia la guerra potrebbe fermarsi o in seguito a sconvolgimenti sociali (prospettiva assai remota oggi) o in base ai costi del conflitto;

in Ucraina l’accettazione della perdita dei territori occupati sarebbe possibile di fronte a reali garanzie di sicurezza e di difesa della propria sovranità. In questo quadro, il piano Trump – e tutti i piani che seguiranno, con nomi diversi – appare per ciò che è: non una soluzione, ma un sintomo.

È la manifestazione del bisogno di voler abbreviare la storia, di immaginare che un documento, una firma, un annuncio possano risolvere contraddizioni e processi intricati, passando sopra sofferenze, traumi, devastazioni;

è la dimostrazione di come l’assenza della politica, sostituita da una sorta di reality show dell’orrore e della provocazione trasmesso in streaming, sia una delle cause della catastrofe dell’oggi.

 

 

 

La pace si può.

 Doppiozero.com - Mario Porro – (21 Luglio 2026) – Redazione – ci dice:

 

“Polemos di tutte le cose è padre, di tutte le cose è re”.

 Fin dalle origini, la nostra tradizione fa della guerra il principio che governa le sorti del mondo e affida al dissidio, alla contesa, una funzione generativa più che distruttiva, come attesta un altro detto di Eraclito, “tutto accade secondo la legge di Eris”. Anche la filosofia è (stata) una guerra proseguita con altri mezzi, come voleva von Clausewitz per la politica;

i dialoghi del Platone che diciamo dialettico fanno continuo ricorso a una metaforica bellica e bellicosa, ha ricordato Umberto Curi – Polemos.

Filosofia come guerra (Bollati Boringhieri, 2000), “Padre e re”. Filosofia della guerra (Castelvecchi, 2024).

L’assalto al “padre” Parmenide, in merito al problema dell’essere, ha le fattezze di uno scontro all’ultimo sangue, che mira all’annientamento dell’avversario, contando sull’apporto di bia, la muta violenza.

Conoscere è una forma di Agon, un combattimento che ha l’obiettivo di catturare la preda, secondo un lessico venatorio e predatorio ricorrente anche tra i fondatori della scienza moderna, in Galilei e nel Bacone che suggerisce la pratica della tortura per strappare alla Natura i suoi segreti.

Una prospettiva così radicata da rendersi avvertibile anche nella “lotta” che l’artista intraprende con la realtà di cui vorrebbe svelare le pieghe nascoste:

“anche le mele di Cézanne sono una scena di battaglia”, scriveva Picasso.

È ancora ad Eraclito che si richiamerà Heidegger in una lettera inviata a Karl Schmitt nell’agosto del 1933, l’anno dell’insediamento come rettore dell’Università di Friburgo e dell’adesione al nazismo.

 Il filosofo scrive di aver apprezzato l’interpretazione alla Schmitt dei frammenti eraclitei sul Polemos come forma generale delle relazioni inter-soggettive, una forma che farebbe della coppia amico-nemico il fondamento del “politico”.

Da Eraclito Heidegger trae la convinzione del carattere originario del conflitto, già attivo nel processo stesso di manifestazione della verità, quando l’ente si pone come distinto nel contrasto:

 la filosofia è polemica perché l’essenza stessa della cosa è l’uno in sé diviso o il “contendere dell’uno con l’altro”, “Aus-einander-setzung”, termine con cui Heidegger traduce il Polemos eracliteo.  

 

A fondare la nostra cultura sono poemi epici dove l’eroe mostra la sua abilità nel duello, nel teatro mimetico della contesa.

Se l’Iliade è il “poema della forza”, anche l’altra radice dell’Occidente, la religione ebraica – sosterrà Simone Weil –, esalta il dio degli eserciti, il dio vendicatore che distrugge i nemici del suo popolo.

 Il culto della potenza passerà poi dall’Impero romano al cattolicesimo:

lo sapeva Erasmo che, dopo aver visto Giulio II, il papa guerriero e mecenate, entrare armato in Bologna alla testa delle truppe pontificie, lo immagina porre sotto assedio il Paradiso (Iulius exclusus e coelis, 1514, poco prima di comporre Il lamento della pace).

Nel suo ultimo libro, “I sommersi e i salvati”, Primo Levi sosteneva che la tendenza manichea a suddividere il campo fra amico e nemico, fra noi e loro, risalga alle “nostre origini di animali sociali”;

tale tendenza risponde a schematismi semplificanti e “rifugge dalle mezze tinte e dalle complessità”, resta un’ipotesi che non trova quasi mai conferma nella realtà. Subiamo la suggestione di quell’altra guerra praticata con altri mezzi che è il gioco:

siamo soddisfatti se gli avversari sono ben distinti, se si danno vincitori e vinti, come se il fiume degli accadimenti umani potesse ridursi a duelli, “gli ateniesi e gli spartani, i romani e i cartaginesi”.

E siamo convinti che lo scontro sia proficuo, che la guerra sia non solo inevitabile, ma manifesti anche, come voleva Hegel, la potenza benefica del negativo, in quanto conserva la “salute etica” di un popolo, “come il moto del vento preserva il mare dalla putrefazione” (Lineamenti di filosofia del diritto).

 Ma se la logica debole delle opposizioni esclusive – forma elementare della molteplicità di relazioni che compongono il tessuto complesso della realtà – non ha il pregio della verità, ha però innegabili “effetti di verità”: chi pensa che in società come in natura domini la lotta per la sopravvivenza (lo strugger for life che Primo Levi ritrovava nella condizione estrema del Lager), che la storia sia storia di lotte – di civiltà, di nazioni o di classi –, o chi pensa che “per legge di natura chi è più forte comandi” – come dissero gli Ateniesi agli abitanti dell’Isola di Melo, secondo la versione di Tucidide –, non potrà che tenersi pronto allo scontro e dare concreta attuazione al mondo che s’immagina.

La sua prospettiva antropologica non sarà quella kantiana per cui l’umanità è un “legno storto” da cui non potrà mai uscire nulla di diritto, ma quella che Hobbes tracciava per lo stato di natura:

 l’uomo è un lupo per l’uomo, meglio non correre dunque quello che Salvatore Natoli ha chiamato “il rischio di fidarsi” (Il Mulino, 2016), la scommessa generosa che consente il formarsi di legami affettivi e collettivi.

 

Molta riflessione etica contemporanea ha cercato di “disarmare” il pensiero (e le sue emozioni) avviando – è la formula di Paul Ricoeur – “percorsi del riconoscimento” (Raffaello Cortina, 2004) che non abbiano la modalità del conflitto fra le autocoscienze, quella che, nella Fenomenologia dello Spirito hegeliana, culmina nella separazione fra il signore e il servo.

Si tratta di percorsi, scriveva Ricoeur, che promuovono pratiche pacificate, basate su “mediazioni simboliche che si sottraggono tanto all’ordine giuridico quanto all’ordine degli scambi commerciali”:

si affidano ad agape, alla carità, alla logica mutuale del dono e del per-dono. All’origine di questi percorsi vi è il richiamo di Emmanuel Levina, in “Totalità e infinito” (Jaca Book, 1977), a rivolgersi al volto dell’Altro:

 è lì che si rivela non l’identità, cioè l’idem della categoria universale che vorrebbe definire stabilmente l’essenza del soggetto, ma l’ipseità, l’ipse che ne esprime l’unicità, sepolta sotto le identificazioni da cui viene ricoperta.

È questa la promozione dell’umano, distinta dall’uomo-misura portatore, che François Jullien, in Risorse del cristianesimo (Ponte alle Grazie, 2019), ha scorto al cuore del Vangelo di Giovanni.

Due criminologi, Adolfo Ceretti, docente all’università di Milano-Bicocca, e Roberto Cornelli, docente alla Statale milanese, ricordano in “Per una pace possibile”.

Responsabilità, giustizia e riparazione al tempo delle guerre (Feltrinelli, 2026), che il clima di guerra si accompagna a una semplificazione cognitiva, all’induzione frettolosa che rinchiude il nemico nella gabbia di un universale.

 È il meccanismo mentale ed emotivo attuato dalla demagogia populista, pronta a plasmare lo stereotipo dell’escluso di turno (immigrati, zingari, omosessuali ecc.);

 oltre ad aver il “pregio” di offrire spiegazioni rassicuranti e che non temono smentite, questo meccanismo sopprime la singolarità dell’Altro, non più individuo ma individuato come membro di un gruppo.

Esemplare in tal senso il caso delle guerre nella ex Jugoslavia, preparate da costruzioni identitarie di tradizioni etniche, su base religiosa;

 i leader serbi, da Jova Raskovic a Radovan Karadzic, sapevano, anche grazie ai loro studi di psichiatria, che per innescare dinamiche conflittuali il primo passo era suddividere le persone in gruppi a cui affibbiare etichette da tempo disponibili: serbi, croati, musulmani, cattolici, ecc.

 

La cecità nei confronti dell’Altro è il tratto che accomuna la logica dei conflitti, ricorda il filosofo del diritto Tommaso Greco in “Critica della Ragione bellica” (Laterza, 2025), un testo che ripercorre la tradizione del pacifismo giuridico a partire dal Kant di “Per la pace perpetua” (1795): non la proposta di un sognatore, ma la saggezza di chi riconosce l’esigenza di costituire un “Terzo istituzionale” che limiti il delirio di sovranità degli Stati, come sosterrà Einstein nello scambio epistolare con Freud del 1932 e ribadirà Hans Kelsey in “Peace through Law” nel 1944.

Il punto estremo della negazione dell’altro è certo rappresentato dal conflitto israelo-palestinese:

 due popoli, ricordano Ceretti e Cornelli, che da molto tempo soffrono in modo speculare dell’angoscia per la propria sopravvivenza, e convivono con un nemico vissuto come costante minaccia e dunque semplicemente da annientare.

Entrambi i popoli hanno attraversato la “catastrofe”, l’uno l’immane tragedia della Shoah, l’altro la Nakba, l’insieme delle sofferenze patite dall’esodo forzato di circa 700.000 palestinesi durante la guerra del 1948 con cui il neonato Stato d’Israele iniziò ad espandere il suo territorio.

 Jessica Benjamin, psicoanalista relazionale e femminista, che per anni ha lavorato nel cuore del conflitto israelo-palestinese, sostiene che chi si sente da sempre discriminato coltiva una “economia psichica in cui regna il capitale morale della sofferenza”: il dolore subito in passato induce molti ebrei d’Israele a non fare i conti con il dolore inflitto oggi agli altri.

La specularità mimetica della guerra innesca così un meccanismo distruttivo e auto-distruttivo:

 dal convincimento secondo cui “solo uno può vivere” si approda alla “codificazione” del nemico, cioè alla cancellazione dell’umanità dell’Altro, il che mina anche il riconoscimento della propria umanità.

 Jessica Benjamin ha suggerito che l’unico modo di contenere la violenza vendicativa e superare la logica della faida è riguadagnare la prospettiva del “Terzo morale” (Il riconoscimento reciproco. L’intersoggettività e il Terzo, Cortina, 2019):

la fondazione di luoghi giurisdizionali, di organismi a cui i confliggenti riconoscano autorità morale e non solo giuridica, consente di avviare processi interpersonali che attivino un confronto dialogato.

 È il percorso suggerito già dalle “Eumenidi”, la tragedia di Eschilo:

 il tribunale dell’Areopago, presieduto da Atena, assolve Oreste, colpevole dell’omicidio della madre, e trasforma le Erinni, dee vendicatrici dei crimini familiari, in benevole.

Ceretti e Cornelli non nascondono le difficoltà che questa procedura di giustizia riparativa incontra: certo, il diritto non s’impone con la forza, ma le istanze giuridiche sovranazionali appaiono oggi fortemente delegittimate, se non del tutto inefficaci.

 L’ONU forse era morta già prima di Sarajevo, mentre le sentenze della Corte penale internazionale – sorta dallo Statuto di Roma del 1998 e sottoscritta da 124 Stati, ma non da quelli più influenti sulla scena internazionale (dagli Stati Uniti alla Cina) – sono disattese anche dai paesi che l’hanno promossa.

 

Gli autori di “Per una pace possibile” si dedicano da decenni a pensare e praticare una “ristorative Justice” intesa in primo luogo come risoluzione pacifica dei conflitti, il cui paradigma di riferimento resta l’istituzione nel 1995 della “Commissione per la verità “e la riconciliazione nel Sudafrica del dopo apartheid:

 la concessione dell’amnistia ai responsabili di gravi violazioni dei diritti umani era vincolata alla pubblica confessione dei crimini commessi, a differenza del colpo di spugna sui crimini di epoca fascista conseguente all’amnistia voluta dal ministro Togliatti nel ’46.

Un ruolo rilevante in quel percorso lo ebbe Albi Sachs; nato in una famiglia di esuli ebrei, negli anni cinquanta entra nello studio legale di Mandela, dove inizia a difendere le persone accusate sulla base delle leggi segregazioniste.

Costretto all’esilio dal governo di Pretoria, diventa professore presso l’Università di Maputo, in Mozambico; qui subisce un attentato ad opera di agenti della sicurezza sudafricana, in seguito al quale perde un braccio e la vista da un occhio.

 Come raccontò nell’autobiografia, “The Soft Vengeance of a Freedom Fighter”, la sua vendetta “mite” fu il contributo alla democratizzazione del Sudafrica, grazie all’incarico di capo della nuova Corte costituzionale affidatogli da Mandela.

Ceretti e Cornelli hanno raccontato in Milano-Bogotà.

Percorsi di giustizia nella Colombia dopo l’Accordo di pace (Giappichelli, 2020) la loro attiva partecipazione al percorso che, dopo cinquantadue anni di guerra civile, ha portato nel 2016 all’accordo fra il governo colombiano e gli ex guerriglieri delle Forze Armate Rivoluzionarie.

 Anche qui si è prevista la formazione di una commissione di “verità, giustizia e riparazione”, insieme alla consegna delle armi alle Nazioni Unite:

 da quelle 8994 armi l’artista Doris Salcedo ha tratto un contro-monumento, scolpito anche da diciassette donne vittime di violenza sessuale durante la guerra.

 L’idea soggiacente è che la pace non può essere semplicemente una sospensione del conflitto armato, ma impone di farsi carico delle violenze collettive che hanno lasciato scorie tossiche nelle vite offese di uomini e donne:

una “pace positiva”, oltre a fare i conti con il passato, implica un progetto di società futura e di convivenza possibile che cancelli le ingiustizie alla radice dei conflitti.

È lungo questa linea che si muoveva, giù sul finire degli anni Cinquanta, agli albori dei “Peace Studies”, il sociologo e matematico norvegese Johan Galtung (1930-2024), promotore del metodo “Transcend” per la mediazione dei conflitti:

 pratica da lui attuata in decine di situazioni e che molto deve agli ideali non violenti di chi ha cercato di fare pace con il mondo intero, il suo connazionale “Arnie Nasse”, fondatore dell’”ecologia profonda”.

 

Non è vera pace, tantomeno duratura e accettabile, quella fondata sulla “perseveranza brutale degli enti nel loro essere”, sull’impulso che mira alla conservazione e all’espansione di sé e si traduce inesorabilmente “nella assimilazione o nella scomparsa dell’alterità”.

 Le parole di Emmanuel Levina, in Pace e prossimità del 1984 (in  “Lettera internazionale”, 7, 1986, ristampato nel 2014, ma purtroppo si adattano ancor più al nostro tempo), esortano a de-costruire la nozione di soggettività che la tradizione filosofica ha esteso anche alle formazioni sociali e politiche, Stato incluso: pensare il soggetto in termini di essere, in base al suo “contusi essendo”, finisce per legittimare la volontà che si ritiene sovrana e mira ad accrescere la propria potenza, quando invece è nell’apertura originaria alla precarietà dell’Altro, nella scoperta della vulnerabilità che ci accomuna, che si rafforza il desiderio di pace.

L’etica è un’ottica, ricordava Levina: mostriamo di riconoscere la dignità dell’Altro guardandolo negli occhi, chiamandolo per nome e rivolgendogli la parola.

È questo, scrivono Ceretti e Cornelli, il presupposto per incamminarsi lungo il sentiero, tortuoso e stretto, da tracciare ogni volta in modo inedito, che può condurre a una convivenza possibile e duratura:

non alla pace accettabile dagli equilibri internazionali, alla tregua, sempre provvisoria, che fa leva sulla deterrenza degli armamenti, non alla pace di chi confida nel principio “Si vis pacem, para bellum” e accetta la logica della forza come unica forma di relazione tra individui e Stati.

 

Sulle pareti della Scuola dalmata a Venezia, Carpaccio ha raffigurato un tema classico del conflitto fra bene e male, il duello fra san Giorgio e il drago: eterno “gioco mimetico”, avrebbe detto René Girard, scontro fra doppi indifferenziati nella contesa, sotto i quali giace il Terzo, le membra sparse delle vittime.

Spesso i nemici sono complementari, sosteneva nel 1960 l’etnologa Germaine Tilio in merito alla guerra per l’indipendenza dell’Algeria dalla Francia coloniale: accanto ad Albert Camus, si attivò per cercare di proteggere la “povera carne sofferente dell’umanità”, per evitare la pratica della tortura da parte dell’esercito francese, per impedire attentati contro la popolazione civile.

È a partire dai corpi violati e abbandonati, da questi “Terzi esclusi” che chiedono invece di essere visti e reclamano di essere riconosciuti nella loro dignità umana, che può sorgere una chiamata in causa di tutti, in primis dei belligeranti, al fine di legittimare istituzioni deputate a prendersene cura.

Molte missioni di peacekeeping, svolte dal 1991 al 2006 con l’intervento dei caschi blu, sono state determinanti nel fermare le guerre; giornalisti e fotografi, che si pongono tra per dare volto e parola alla violenza, assumono spesso il ruolo di “martiri” – il termine greco significa “testimone”.

La “Global Sumud Flotilla”, osservano Ceretti e Cornelli, è in tal senso esperienza esemplare di una terzietà che, in modo mite ma indomito, “si mette nel mezzo”:

corpi interposti che si fanno barriera e creano una zona liminale, la soglia dove il “Terzo morale” richiama i principi umanitari e del diritto internazionale contro l’imposizione violenta della volontà del più forte.

Perché la guerra in Ucraina

non sta finendo.

Startmag.it – Startmag.it - Mondo – Tatiana Stanovaya – (1°marzo 2026) – Redazione – ci dice:

 

La fonte dell’aggressione russa è la convinzione che l’Occidente intenda infliggere una “sconfitta strategica” alla Russia.

 Finché questa paura persiste, la guerra non finirà.

L'analisi di Tatiana Stanovaya da “Carnegie Politica” tratta da” Appunti”.

Perché la guerra in Ucraina non sta finendo.

Molti si aspettano che il 2026 sia un anno decisivo per la guerra in Ucraina.

Con la Russia che avverte sempre più l’impatto delle sanzioni e l’infrastruttura energetica ucraina sull’orlo del collasso, mentre le scorte di armi e i finanziamenti si assottigliano, non sorprende che per la prima volta da molto tempo le parti siano tornate a un dialogo diretto e apparentemente sostanziale, prima ad Abu Dhabi e poi a Ginevra.

Un reale progresso verso la pace può sembrare possibile, ma le circostanze fanno sì che, invece di una pace sostenibile, ciascuna parte rischi di cadere in una trappola.

Per l’Ucraina, la priorità assoluta è costringere la Russia a cessare le ostilità. L’unica domanda sembra essere quale prezzo Kyiv sia disposta a pagare in termini di territorio e garanzie di sicurezza.

La posizione di Kyiv sulla questione territoriale è che essa debba essere determinata dalla linea del fronte al momento della fine delle ostilità.

La richiesta di Mosca che le truppe ucraine si ritirino dal Donbass prima che il Cremlino accetti di avviare negoziati per una pace pienamente strutturata è irrealistica — almeno nelle attuali condizioni politiche ucraine.

 

Ma la Russia ritiene sia solo questione di tempo prima di riuscire a prendere il Donbass con la forza, e dunque non vede motivo di scendere a compromessi su questa richiesta.

Il rischio principale per Kyiv è quindi di restare intrappolata in negoziati infiniti su un cessate il fuoco mentre Mosca continua a distruggere le infrastrutture ucraine.

Per simulare buona volontà, il Cremlino potrebbe accettare periodicamente brevi tregue. Ma una cessazione duratura delle ostilità è possibile solo se la Russia la accetta come parte di un accordo alle proprie condizioni, che includono la fine dell’assistenza militare occidentale all’Ucraina.

 

Anche la Russia, tuttavia, affronta la propria trappola.

Se Mosca riuscisse a costringere Kyiv ad avviare negoziati sostanziali su ciò che equivarrebbe essenzialmente a una capitolazione — una replica dei colloqui di Istanbul nei primi giorni della guerra — il Cremlino sarebbe costretto a scegliere quali condizioni di pace sia davvero disposto ad accettare.

Le richieste russe sono problematiche di per sé. La questione territoriale è importante per il Cremlino, ma la guerra ha un obiettivo più ambizioso: creare un’Ucraina interamente inserita nella sfera d’influenza russa e non percepita da Mosca come “anti-russa”.

 

Mosca intende raggiungere questo risultato imponendo una serie di restrizioni politiche a Kyiv, come il divieto del nazionalismo ucraino, la legittimazione delle forze filorusse nel Paese, la garanzia dello status della lingua russa e il ripristino dell’influenza della Chiesa ortodossa russa.

In altre parole, la Russia vuole costringere l’Ucraina a impegnarsi a diventare uno Stato “amico”.

Come garanzie di questa “amicizia”, il Cremlino chiede una drastica riduzione delle dimensioni dell’esercito ucraino, la fine della partnership con i Paesi della NATO e il divieto di dispiegare armi a lungo raggio o qualsiasi infrastruttura militare occidentale sul territorio ucraino.

I rischi nascosti.

La Russia rischia di impantanarsi in discussioni lunghe e logoranti sulle proprie richieste politiche riguardanti l’Ucraina:

 richieste che restano del tutto inaccettabili per Kyiv.

E anche se a un certo punto le autorità ucraine fossero costrette a firmare un accordo del genere sotto pressione, esso probabilmente farebbe la stessa fine degli accordi di Minsk, volti a porre fine al conflitto nell’Ucraina orientale prima dell’invasione su larga scala della Russia: né le élite ucraine né la società sarebbero in grado di accettare una lealtà imposta.

 

Invece dell’attuazione, gli accordi verrebbero sabotati e inizierebbe una graduale deriva verso una nuova escalation. Il rischio di una ripresa delle ostilità resterebbe elevato, creando un’ulteriore trappola: questa volta per il mediatore, gli Stati Uniti.

Un accordo imposto potrebbe naturalmente essere firmato formalmente, consentendo al presidente americano di dichiarare trionfalmente di aver posto fine a un’altra guerra.

 Ma un simile accordo sarebbe estremamente instabile e potrebbe alla fine ritorcersi contro lo stesso Trump.

 

L’ultima trappola è quella che riguarda l’Europa.

Le circostanze spingono le capitali europee a riprendere il dialogo con Mosca.

Incontri e visite potrebbero diventare più frequenti, la retorica potrebbe ammorbidirsi.

 Ma la Russia cercherà un vero riavvicinamento solo se l’Europa sarà pronta a discutere questioni di sicurezza strategica.

 

Mosca probabilmente chiederà la fine del sostegno militare all’Ucraina.

L’amara verità è che l’Europa non è né pronta a combattere la Russia, né disposta a impegnarsi in quella che il Cremlino considera una discussione significativa sul futuro dell’architettura di sicurezza europea.

 

Di conseguenza, l’Europa resterà alla periferia del processo negoziale — come bersaglio indiretto della Russia, alle spalle di un’Ucraina sotto pressione.

In altre parole, c’è poco spazio per l’ottimismo.

Per il Cremlino, la guerra è esistenziale. Non si tratta soltanto di conquistare città e villaggi, ma di uno scontro con l’Occidente che si svolge sul territorio ucraino.

Le previsioni sull’imminente collasso dell’economia russa non sono prive di fondamento, ma mancano il punto centrale: per il Cremlino, porre fine alla guerra senza che gli interessi russi vengano presi in considerazione non sarebbe semplicemente una sconfitta, ma equivarrebbe a condannare la Russia alla rovina.

 

Finché Putin resterà al potere, la Russia non sarà paralizzata da proteste diffuse e nel bilancio resteranno almeno alcune risorse per finanziare gli armamenti, la guerra continuerà.

Il Cremlino non farà concessioni significative nemmeno di fronte a una crisi finanziaria ed economica prolungata.

Piuttosto, una simile crisi, se dovesse verificarsi, porterebbe prima a un cambiamento politico e solo successivamente a una revisione degli obiettivi di guerra da parte di una nuova leadership.

Questo significa che non ci sarà un accordo definitivo né ora né nel prossimo futuro. I negoziati potranno intensificarsi, un cessate il fuoco temporaneo è possibile e potrebbero perfino essere firmati dei documenti.

Ma, nel complesso, questa simulazione di negoziati può portare soltanto a una simulazione di cessate il fuoco e a una simulazione di accordo.

 

La principale fonte dell’aggressione russa è una profonda sfiducia nei confronti dell’Occidente e la ferma convinzione che esso intenda infliggere una “sconfitta strategica” alla Russia.

Finché questa paura persiste — ed è condivisa sia dalle élite sia dalla società nel suo complesso — la guerra non finirà.

(Estratto da “Appunti”, la newsletter di Stefano Feltri).

 

 

 

Quattro anni di guerra in Ucraina:

dal logoramento militare alla

trasformazione dell’ordine europeo.

Geopolitica.info - Mattia Saitta – (7 marzo 2026) – Russia e Spazio post-sovietico – Redazione – ci dice:                        

 

Guerra russo-ucraina.

Dopo quattro anni dall’invasione russa del febbraio 2022, la guerra in Ucraina si configura ormai come un conflitto di logoramento strutturale, destinato a protrarsi nel tempo in assenza di condizioni per una vittoria decisiva.

La stabilizzazione del fronte, le fragilità interne di Kiev e l’adattamento strategico di Mosca stanno ridefinendo non solo l’evoluzione del conflitto, ma anche gli equilibri della sicurezza europea.

 

 La stabilizzazione del fronte, le fragilità interne di Kiev e l’adattamento strategico di Mosca stanno ridefinendo non solo l’evoluzione del conflitto, ma anche gli equilibri della sicurezza europea.

Il conflitto russo-ucraino, iniziato il 24 febbraio 2022 come “operazione militare speciale”, si è rapidamente trasformato in uno scontro prolungato.

 Le difficoltà incontrate lungo le principali direttrici operative e nei centri urbani strategici hanno compromesso la prospettiva di una campagna breve, determinando il fallimento delle offensive iniziali e segnando il passaggio a una guerra di attrito caratterizzata da logoramento tattico, ridotti guadagni territoriali e costi elevati.

Le controffensive ucraine tra il 2022 e il 2023 hanno prodotto un primo riequilibrio operativo. La combinazione tra manovre mobili, sistemi di difesa avanzati e il sostegno occidentale in termini di intelligence, addestramento e forniture militari ha consentito a Kiev di recuperare margini di iniziativa, evidenziando una crescente capacità di adattamento. Parallelamente, Mosca ha riorganizzato la propria postura militare, ricorrendo a mobilitazioni parziali e calibrando le operazioni su un confronto di lungo periodo, in cui sostenibilità delle risorse e capacità di esercitare pressione nel tempo sono diventate determinanti.

 

In un contesto caratterizzato da linee del fronte relativamente statiche, l’evoluzione tecnologica ha assunto un ruolo cruciale. L’impiego sistematico di sistemi senza pilota, integrati con capacità di sorveglianza avanzata e attacchi a lungo raggio, ha aumentato la trasparenza del campo di battaglia, riducendo drasticamente la possibilità di operazioni su larga scala non individuate. Questo ha favorito un modello operativo basato su precisione, saturazione e persistente pressione a distanza, rendendo sempre più difficile ottenere avanzate rapide e decisive.

 

Il controllo del Donbass ha assunto una centralità strategica per Mosca: oltre alla rilevanza territoriale e simbolica, la regione garantisce continuità geografica con la Crimea e il controllo di infrastrutture industriali e logistiche fondamentali. Tale obiettivo si inserisce in una visione più ampia della politica estera russa, riconducibile anche alla dottrina Primakov, orientata a contrastare l’unipolarismo occidentale e a promuovere un sistema internazionale multipolare fondato sull’equilibrio tra le grandi potenze. In questo quadro, la guerra in Ucraina si colloca all’interno di una competizione più ampia tra Russia e Occidente, in cui Mosca mira a riaffermare il proprio ruolo nello spazio internazionale. Tuttavia, il prolungarsi del conflitto e l’intensificazione del confronto con i paesi occidentali hanno contribuito ad accentuare l’isolamento politico ed economico della Russia, mettendo in luce i limiti di una strategia fondata su un confronto diretto e di lungo periodo.

 

Nel complesso, la dinamica del conflitto riflette una condizione di deterrenza senza vittoria, nella quale nessuno degli attori coinvolti dispone delle risorse necessarie per conseguire un successo decisivo nel breve periodo, ma entrambi mantengono la capacità di evitare una sconfitta totale. Ne deriva un assetto instabile ma duraturo, destinato a protrarsi nel tempo.

Ucraina tra resilienza e vulnerabilità: la sostenibilità della guerra lunga.

A oltre quattro anni dall’inizio dell’invasione su vasta scala, la capacità dell’Ucraina di sostenere il conflitto dipende sempre più dalla tenuta delle sue strutture politiche, economiche e sociali. Nei primi anni della guerra, lo Stato ucraino ha dimostrato una significativa capacità di adattamento istituzionale e mobilitazione nazionale, riuscendo a preservare la continuità delle istituzioni e un elevato livello di coesione interna. Questa resilienza è stata sostenuta da fattori convergenti, tra cui la mobilitazione della società civile, il rafforzamento del potere esecutivo nel contesto della legge marziale e il sostegno politico, economico e militare garantito dai partner occidentali. Tuttavia, con il prolungarsi del conflitto, emergono con maggiore evidenza le vulnerabilità strutturali del paese.

 

La guerra ha inciso profondamente sul tessuto produttivo e infrastrutturale, tra contrazione dell’attività industriale, danni diffusi alle infrastrutture energetiche e aumento significativo della spesa pubblica destinata alla difesa. In questo contesto, la stabilità finanziaria dello Stato dipende in misura crescente dal sostegno internazionale, divenuto essenziale per garantire il funzionamento dell’apparato statale e dei servizi pubblici. Le pressioni economiche si intrecciano con dinamiche politiche e istituzionali condizionate dal prolungarsi della guerra. La leadership del presidente Volodymyr Zelensky continua a rappresentare un punto di riferimento, ma il sistema politico resta fortemente influenzato dalla legge marziale e dalla sospensione del ciclo elettorale. Nel dibattito pubblico emergono periodicamente ipotesi di elezioni; tuttavia, le autorità ucraine hanno ribadito che qualsiasi processo elettorale potrà essere avviato solo in presenza di adeguate condizioni di sicurezza e dopo un eventuale cessate il fuoco.

 

Parallelamente, il conflitto pone sotto pressione il sistema di governance e la capacità dello Stato di mantenere standard elevati di trasparenza. Alcuni episodi recenti, tra cui l’arresto dell’ex ministro dell’Energia, hanno riacceso l’attenzione sul tema della corruzione.

L’operazione Mida, condotta dalle agenzie anticorruzione Nabu e Sapo, ha portato alla luce un sistema di tangenti e riciclaggio di circa 100 milioni di dollari legato alla compagnia statale Energo-atom, evidenziando criticità nella gestione del reclutamento e irregolarità nel sistema di mobilitazione, in un contesto in cui le forze armate ucraine faticano a mantenere gli effettivi lungo una linea del fronte estesa.  L’inchiesta ha inoltre sollevato interrogativi sul coinvolgimento di figure vicine all’entourage presidenziale.

Al tempo stesso, il sostegno dell’opinione pubblica alla prosecuzione del conflitto appare meno compatto rispetto alle fasi iniziali: secondo un recente sondaggio Gallup, il 69% della popolazione si dichiara favorevole a una soluzione negoziata nel più breve tempo possibile, segnando un’evoluzione nelle percezioni della guerra.

 

Nel complesso, la stabilità politica, economica e sociale dell’Ucraina rappresenta oggi una variabile strategica centrale per la prosecuzione del conflitto. La capacità di mantenere la coesione interna e di preservare il sostegno internazionale si conferma infatti determinante per garantire la sostenibilità nel tempo dello sforzo militare e politico del paese.

 

Russia tra pressione economica e adattamento strategico.

 

Dopo oltre quattro anni di conflitto, la Russia ha progressivamente adattato la propria strategia militare ed economica alla natura prolungata dello scontro. Sul piano operativo, Mosca ha mantenuto una pressione costante lungo il fronte, facendo leva su artiglieria, droni e attacchi a lungo raggio contro infrastrutture critiche, consolidando una postura orientata al logoramento sistematico dell’avversario. Parallelamente, il complesso militare-industriale ha registrato una significativa espansione. La produzione di armamenti e munizioni è stata incrementata per sostenere operazioni prolungate e compensare le perdite, mentre la crescente integrazione tra apparato statale e industriale della difesa ha rafforzato la capacità di mobilitazione economica. L’aumento della spesa pubblica destinata alla difesa e la riorganizzazione delle capacità logistiche e produttive rappresentano elementi centrali di questa strategia, funzionali al mantenimento di uno sforzo bellico di lungo periodo.

 

La mobilitazione di risorse umane costituisce un ulteriore fattore chiave. Le autorità hanno fatto ricorso a una combinazione di leva obbligatoria, incentivi economici e pressioni sociali per garantire nuovi arruolamenti. Secondo diverse segnalazioni, anche studenti universitari sono stati coinvolti nei programmi di reclutamento, sollevando preoccupazioni sul piano etico e legale. Nonostante tali criticità, le forze armate continuano a mantenere effettivi numericamente rilevanti, confermando la capacità di Mosca di sostenere la pressione lungo una linea del fronte estesa. In questo quadro, il presidente Vladimir Putin ha ribadito la priorità strategica di consolidare e potenziare ulteriormente le forze armate, mantenendo un apparato competitivo nel confronto con l’Occidente.

 

Sul piano economico, la Russia ha fronteggiato gli effetti cumulativi delle sanzioni occidentali e della guerra prolungata senza subire un collasso sistemico. Le esportazioni energetiche hanno rappresentato un pilastro di resilienza, generando flussi finanziari rilevanti e consentendo il finanziamento dello sforzo bellico. Nel periodo conclusosi a febbraio 2026, le entrate derivanti da petrolio, gas, carbone e prodotti raffinati hanno registrato una contrazione del 27% rispetto al periodo precedente all’invasione, pur rimanendo su livelli elevati grazie al mantenimento dei volumi esportati e alla riallocazione verso mercati alternativi. Al contempo emergono segnali di pressione interna, tra cui aumento dei costi produttivi, crescita della pressione fiscale e progressivo squilibrio tra economia civile e settore militare.

 

Un ulteriore elemento di adattamento è dato dal rafforzamento della cooperazione con la Cina. I rapporti bilaterali tra Xi Jinping e Vladimir Putin hanno consolidato una partnership strategica in ambito economico, tecnologico ed energetico, favorendo lo sviluppo di circuiti commerciali alternativi e attenuando l’impatto delle sanzioni occidentali. L’intensificazione degli scambi energetici ha svolto un ruolo cruciale nel sostenere la stabilità finanziaria della Federazione Russa e nel consolidare la posizione della Repubblica Popolare Cinese quale principale partner commerciale di Mosca.  Attualmente, la Cina rappresenta oltre il 30% dei ricavi derivanti dalle esportazioni russe e oltre il 40% delle importazioni russe.

 

Nonostante questi elementi di resilienza, persistono incertezze sulla sostenibilità di lungo periodo dello sforzo bellico russo. L’Alta Rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera e di sicurezza Kaja Kallas ha sottolineato come l’economia russa stia progressivamente risentendo del conflitto e dell’isolamento internazionale, mettendo in discussione la capacità del paese di sostenere indefinitamente una guerra prolungata. In linea con questa valutazione, il rapporto 2026 del Servizio di Intelligence estone rileva crescenti pressioni economiche e sociali interne: l’economia civile viene trascurata a favore della spesa militare, il deficit e la pressione fiscale aumentano, mentre tensioni tra funzionari di alto livello segnalano uno stress istituzionale crescente. Il documento evidenzia anche un rafforzamento della repressione politica, del controllo ideologico e delle elezioni, pur riconoscendo la capacità del regime di adattarsi e mantenere stabilità macroeconomica e capacità militare. Complessivamente, queste valutazioni indicano che la Russia può proseguire lo sforzo bellico, ma i rischi interni economici, sociali e politici aumentano, mettendo in discussione la sostenibilità della guerra nel lungo periodo.

 

La crisi in Medio Oriente e la temporanea chiusura dello Stretto di Hormuz hanno riportato al centro del quadro geopolitico globale la rilevanza strategica degli idrocarburi, generando pressioni sui mercati energetici e ridefinendo le opportunità di negoziazione per i grandi esportatori. In questo contesto, la Russia beneficia di un paradosso energetico: pur sottoposta a sanzioni e a crescenti tensioni interne, la sua posizione come principale fornitore di petrolio e gas le consente di mantenere ricavi stabili e significativi, fondamentali per sostenere l’industria bellica e mantenere la pressione sul fronte ucraino, garantendo al contempo margini di manovra anche nei confronti dei paesi europei. Tale centralità energetica si intreccia con una crescente proiezione diplomatica: le tensioni regionali e il riemergere del dossier iraniano offrono a Mosca l’opportunità di accreditarsi come interlocutore rilevante anche verso Washington, ritagliandosi un potenziale ruolo di mediazione tra Stati Uniti e Iran. Ne deriva un vantaggio su più livelli, in cui la resilienza economico-energetica si traduce in leva politica e negoziale, rafforzando la posizione internazionale del Cremlino e ampliando la sua capacità di influenzare gli equilibri globali nonostante la pressione occidentale.

In questo contesto, la guerra in Ucraina si conferma come un conflitto di logoramento prolungato, nel quale la resilienza ucraina, sostenuta dal supporto occidentale, si confronta con l’adattamento strategico russo, rafforzato da risorse energetiche, partenariati esterni e rinnovate opportunità diplomatiche. L’assenza di condizioni per una vittoria rapida da parte di entrambi gli attori alimenta un equilibrio strategico instabile, destinato a protrarsi nel tempo. Più in generale, il conflitto trascende la dimensione territoriale e si configura come un processo strutturale in cui si intrecciano fattori militari, economici e geopolitici. In prospettiva, la capacità della Russia di convertire la propria resilienza economica ed energetica in leva politica e negoziale è destinata a incidere non solo sulla prosecuzione del conflitto, ma anche sull’innalzamento delle proprie richieste in eventuali fasi negoziali, con implicazioni dirette per la sicurezza europea e per l’evoluzione dell’ordine internazionale.

(Mattia Saitta).

 

 

 

Donald Trump può porre

fine alla guerra in Ucraina?

It.euronews.com - Sasha Vitulina – (17/01/2025) – Redazione – ci dice:

 

Con il ritorno di Trump alla Casa Bianca, ci si interroga sulla promessa probabilmente più ambiziosa della sua campagna elettorale:

porre fine alla guerra in Ucraina in 24 ore.

Da allora, sembra che Trump ci abbia ripensato e abbia stabilito una nuova tempistica.

È una buona notizia per Kiev?

Durante la sua campagna presidenziale per il 2024, Donald Trump ha ripetutamente affermato di poter porre fine alla guerra della Russia contro l'Ucraina in 24 ore.

“Farò l'accordo in un giorno”, ha detto Trump.

 

Questa affermazione è sembrata irrealistica anche per Trump, noto per la sua narrativa elettorale.

Mentre in Ucraina infuriava la più grande guerra in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale, questa promessa non è stata dimenticata come una delle tante dichiarazioni della campagna presidenziale e da allora è diventata una questione centrale per Trump.

 

Nel suo discorso di proclamazione della vittoria alle elezioni presidenziali statunitensi del 6 novembre, Trump non ha fatto alcun riferimento all'Ucraina, ma ha alluso a quanto sarà importante il suo secondo mandato per il Paese devastato dall'invasione della Russia.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si è congratulato con lui in un post su X, in cui ha ricordato i loro colloqui faccia a faccia a New York a settembre.

 “Apprezzo l'impegno del presidente Trump per l'approccio “pace attraverso la forza” negli affari globali.

Questo è esattamente il principio che può praticamente avvicinare la pace giusta in Ucraina”, ha scritto Zelensky.

 

Tuttavia, mentre il momento del ritorno di Trump alla Casa Bianca continua ad avvicinarsi, il 47esimo presidente degli Stati Uniti d'America potrebbe averci ripensato e avere un'altra tempistica.

Quelle che erano iniziate come “24 ore” si sono trasformate in mezzo anno.

Messo davanti alla realtà dei fatti, Trump ha detto che una tempistica di sei mesi per porre fine alla guerra era più realistica.

L'ex ministro dell'Economia ucraino Timoli Milvano ha dichiarato a Euronews che questa revisione dei tempi è un buon segno per Kiev.

 

“Il peggiore scenario possibile sarebbe la resa dell'Ucraina. E questo è lo scenario delle 24 ore, in cui fondamentalmente gli Stati Uniti hanno un'influenza sull'Ucraina e sull'Unione europea in termini di sostegno e non hanno molta influenza al momento sulla Russia, il che significa accettare le richieste russe e fare pressione sull'Ucraina affinché accetti le richieste russe”, ha detto Milvano.

“Ecco perché lo scenario di 24 ore è il peggiore possibile per l'Ucraina. Quindi il fatto che ora si parli di sei mesi o tre mesi suggerisce che si voglia fare leva sulla Russia. Ed è per questo che hanno bisogno di tempo”, ha aggiunto l'ex ministro.

 

Secondo Milvano, ci sono segnali che indicano che questa leva si sta costruendo ora, forse anche in coordinamento tra le amministrazioni, nel tentativo “in extremis” del presidente uscente degli Stati Uniti Joe Biden di confiscare 300 miliardi di dollari di beni russi.

 

Il denaro appartiene alla Banca centrale russa ed è stato inizialmente congelato tre anni fa, dopo che Mosca ha lanciato la sua invasione su larga scala dell'Ucraina. La maggior parte di quel denaro è ancora custodito nelle banche europee, anche se una parte rimane in quelle statunitensi.

 

La novità non sta nel tentativo di confisca, ma nel fatto che si tratta di un'ultima mossa improvvisa, coordinata - se si guarda alle notizie - con l'amministrazione Trump. In pratica, sta segnalando alla Russia che cercheremo di fare leva su di voi. E se volete indietro i vostri soldi, siamo disposti a contrattare”, ha detto Milvano.

Questi segnali indicano che l'amministrazione Trump si sta evolvendo verso uno scenario “non così favorevole per la Russia”, il che è “una buona notizia per l'Ucraina”, ha spiegato.

 

Milvano ammette che in Ucraina ci sono ancora molte persone preoccupate per ciò che la presidenza Trump potrebbe significare per il Paese che si difende dall'invasione su larga scala della Russia da quasi tre anni.

“Dicono che Trump stia cercando di svenderci”, ha sottolineato Milvano, sostenendo che a suo avviso l'Ucraina si trova ‘in uno spazio abbastanza buono’. “Forse non il migliore possibile, ma molto meglio di quanto avrebbe potuto essere”, ha aggiunto.

 

Anche se l'amministrazione Trump si sta orientando verso quello che egli definisce uno “scenario non così favorevole” per la Russia, ciò non significa che sia favorevole per l'Ucraina.

Durante il dibattito presidenziale, Trump si è rifiutato di dire se voleva che l'Ucraina vincesse la guerra contro la Russia, evitando la domanda diretta su questo argomento. Si è limitato a dire: “Voglio che la guerra si fermi”.

È abbastanza per Kiev?

È tutta una questione di aspettative realistiche su ciò che gli ucraini sono o non sono disposti ad accettare, ha detto Milvano.

“Ciò che la gente non è disposta ad accettare è un cambiamento della costituzione, il disarmo dell'Ucraina o la cessione di territori non occupati. Ciò che la gente è disposta ad accettare - sulla base dei sondaggi - è una sorta di accettazione temporanea del fatto che non controlliamo il territorio”, ha spiegato. “Quindi una sorta di realtà de facto. Quindi la gente è disposta ad accettare la realtà, ma non è disposta ad arrendersi”.

 

Secondo Milvano, l'aspetto complicato è trovare un accordo tra Ucraina e Russia.

 

“Putin deve venderla come una vittoria. L'Ucraina deve venderla come una garanzia contro future invasioni. Tutto ciò che crea un cavallo di Troia per la Russia per tornare a prendere altro territorio non è accettabile”, ha spiegato.

Considerate le precedenti garanzie promesse e poi disattese dalla Russia, il nuovo impegno richiederebbe molto di più di qualsiasi firma sulla carta, ha concluso Milvano.

 

 

Come finisce la guerra in Ucraina.

Due ipotesi e un’Europa più forte.

Ilfoglio.it – (18- febbraio – 2026) - Andrea Graziosi – Redazione – ci dice:

 

Firmare un accordo che favorisce la Russia o continuare a sostenere Kyiv.

Per il nostro continente, tornare a essere un attore mondiale sarebbe un miracolo che dovremmo in larga parte alle sofferenze e alla resistenza ucraine.

(Immagine di Come finisce la guerra in Ucraina. Due ipotesi e un’Europa più forte. Foto ANSA)

 

La guerra in Ucraina è entrata in un momento critico e non solo perché le elezioni di novembre, che è forse possibile manipolare ma davvero difficile non tenere, spingono Donald Trump a fare pressioni fortissime su Kyiv perché chiuda un accordo che potrebbe presentare come una sua vittoria.

Per la prima volta sono infatti in campo, anche all’interno di quello che era l’occidente che davamo per scontato, due ipotesi diverse su come la guerra potrebbe finire. Al contrario dei sogni di fine 2022 che pensavano a una sconfitta sul campo – certo desiderabile ma assai improbabile oltre che pericolosa – di un aggressore che aveva migliaia di testate nucleari, entrambe sono dotate di una qualche credibilità. Ed è anche significativo che Mosca sembri non avere una propria soluzione che non sia la ripetizione del già detto, il che equivale ad ammettere che non è messa bene, e non solo per ragioni interne visto che sta rapidamente perdendo alcuni dei suoi sostenitori chiave nel mondo.

La prima ipotesi è quella di Trump: firmare un accordo che favorisce la Russia, anche se non completamente perché non si vogliono alienare i molti sostenitori di Kyiv tanto negli Stati Uniti quanto in un’Europa che, malgrado tutto, non si vuol perdere. Mosca, in difficoltà, sarebbe pronta a accettare qualche compromesso e soprattutto promette di più in termini di rapporti economici a una Washington che vorrebbe anche staccarla il più possibile dalla Cina, che ritiene il vero nemico perché rappresenta la prima seria minaccia alla sua ormai quasi secolare supremazia.

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La seconda è quella maturata in Ucraina e in una parte significativa dei gruppi dirigenti politici europei soprattutto dopo l’elezione di Trump, le tensioni che essa ha provocato e le evidenti difficoltà di Mosca su un fronte che non riesce a sfondare malgrado condizioni divenute da un anno eccezionalmente favorevoli. La sua sostanza è questa: Putin è in gravi difficoltà economiche, militari, demografiche e anche di posizionamento internazionale. Si calcola per esempio che la Russia abbia già perso, tra morti, feriti e malati, più di 1,2 milioni di uomini, tra cui almeno 300 mila morti, e perda oggi circa 8-10 mila uomini alla settimana, uno sforzo che è difficile reggere, tanto più che la mobilitazione patriottica è fallita e si tratta di volontari retribuiti, per cui è sempre più difficile trovare le risorse.

Grazie al sostegno economico, tecnologico e in parte militare dei paesi europei, a quello dell’intelligence e almeno in parte ancora militare americano, l’Ucraina sarebbe invece in grado di tenere, costringendo Putin a chiudere un accordo peggiore di quello che ha discusso con Washington. Malgrado evidenti difficoltà nel reclutamento e le sofferenze fortissime inflitte da Putin a una popolazione civile che parte dell’opinione pubblica italiana non vuole vedere, tutti i sondaggi confermano infatti la forte determinazione dei suoi abitanti a tener duro in difesa della propria autodeterminazione (un fatto che dovrebbe spingere a vergognarsi chi parlava di “guerra per procura”). E ogni giorno che passa mette in risalto gli straordinari risultati di ucraini che hanno cambiato in pochi anni e con poche risorse la natura della guerra moderna, costruendo un forte esercito e un’industria bellica estremamente innovativa, e rendendo obsoleta la struttura di Forze armate ancora organizzate per combattere, in caso di guerra su larga scala, come si combatteva nel 1945. Anche per questo l’Ucraina – che avrebbe perso finora 500-600 mila uomini, tra cui più di 100 mila morti al fronte, vale a dire circa un terzo dei russi come accade di regola a chi si difende rispetto a chi attacca – sarebbe riuscita nell’ultimo anno a ridurre significativamente, grazie a droni anche terrestri, questa proporzione, passando a circa un quinto e aggravando il peso relativo sopportato da Mosca.

Se insomma anche l’Ucraina soffre, la sua resistenza, opportunamente sostenuta, potrebbe portare a una sconfitta, certo non plateale di una Mosca costretta piuttosto a maggiore ragionevolezza nelle trattative. Questo vuol dire la rinuncia alle aree ancora non occupate e fortemente urbanizzate e fortificate del Donbas, la cui conquista militare costerebbe centinaia di migliaia se non milioni di uomini e che per questo Putin sperava di ottenere pacificamente da Trump. Rinunciarvi – continua un ragionamento fondato – sarebbe sbagliatissimo, anche perché si è capito che le garanzie che può offrire l’Europa sono poche e quelle di Washington poco credibili. Altra cosa sarebbe riuscire a coinvolgere le nuove, grandi potenze mondiali, vale a dire Cina e India, ma questo richiederebbe la ricostruzione di un ordine mondiale che forse verrà ma che ancora non si vede, e che comunque agli Stati Uniti non piace.

L’ipotesi ucraino-europea, di sicuro migliore di quella americana per le sue conseguenze sul mondo, incluso il nostro, non è fortissima ma dà a Kyiv una “carta”, per usare il linguaggio di Trump. A essa è legata la costruzione di un nuovo centro europeo dotato di forza propria, che ha bisogno di tempo per nascere e verrebbe probabilmente soffocato dalla vittoria di quella trumpiana. Essa ha inoltre dalla sua, per la prima volta, l’opinione di significativi gruppi europei che – benché ancora meno coesi di quanto sarebbe necessario – si sono finalmente resi conto che nel nuovo mondo che si va disegnando un insieme di paesi che si compiacciono di essere “erbivori”, non hanno un proprio ombrello atomico (su cui si è finalmente avviata la discussione), una propria industria militare e un proprio centro di comando non ha altro destino se non la marginalizzazione, che è purtroppo un’ipotesi credibile.

La qualità del futuro dei paesi europei e dell’Europa, e quindi dei suoi abitanti, ma anche della Russia passa dunque dai cambiamenti prodotti dalla guerra in Ucraina e dal modo in cui essa finirà. E vi passa quella del mondo nuovo che sta nascendo, in cui sarebbe importante vi fosse una forza che “ricorda” l’importanza delle regole e dei diritti anche perché prodotti dalla sua cultura. La guerra di Putin, che pensava di porvi fine trionfalmente in pochi giorni, ridisegnerà quindi il mondo a seconda del modo in cui a essa sarà posto in qualche modo fine, attraverso quale pace e più probabilmente quale armistizio.

Per capire le grandi guerre, come è questa, e cogliere l’impatto della loro possibile fine, occorre però vedere anche i cambiamenti che hanno determinato e il modo in cui si cristallizzeranno. Ed è inoltre necessario riflettere sul modo in cui esse verranno interpretate e non solo nei paesi che vi hanno partecipato, che è una cosa fondamentale anche per comprendere il loro lascito, che sarà plasmato, e non poco, dalle “rappresentazioni” che prevarranno riguardo il loro significato e il loro esito.

Pensiamo per esempio alla Russia: il bilancio pesantemente negativo dell’avventura putiniana è evidente. Quella che doveva essere una breve marcia trionfale ha ridotto lo status internazionale del paese, che si è inimicato l’Europa spingendola verso una nuova coscienza di sé ostile a Putin; è detestato da un’Ucraina con cui i rapporti erano contraddittori, ma saldi; ha perso simpatie e influenza nel Caucaso e in Asia centrale; e ha visto crollare alcuni dei suoi principali alleati, dalla Siria al Venezuela, cui probabilmente si aggiungerà Cuba e forse l’Iran. La crisi demografica, già forte, ma che si era stabilizzata prima del Covid, è ora riesplosa, tanto da costringere Mosca a secretare il dato sulla speranza di vita maschile (si ripete quello del 2022-23, segnato dalla ripresa dopo il Covid e attestato su 68 anni – comunque circa 15 meno che in Europa! – ma pare che la guerra abbia causato una discesa a 65, e in alcuni governatorati si parla addirittura di cifre inferiori). L’industria è in crisi, e così il bilancio, le esportazioni sono colpite dalle sanzioni e cresce il ritardo tecnologico di un paese le cui risorse sono assorbite da una guerra che ha determinato una crescente dipendenza dalla Cina. Anche per questo, per sopravvivere almeno sul breve periodo a quello che si può definire un disastro le cui proporzioni saranno chiarite dalla storia, Putin ha estremo bisogno di un fine guerra che possa essere presentato come una vittoria, anche se non quella che aveva vagheggiato. Poi verrà la sua morte e si faranno i conti, ma questi non lo riguarderanno direttamente.

Anche sull’Ucraina la guerra ha avuto effetti pesanti. I morti e i feriti, prima di tutto, tra cui tantissimi che avevano scelto di combattere per difendere la patria e non certo per denaro; le grandissime sofferenze della sua gente; le distruzioni e i territori persi; il calo delle nascite e quello, drammatico, della popolazione determinato dalla perdita di quei territori ma anche dall’esodo all’estero di milioni di persone, di cui è difficile sapere quante torneranno perché la guerra va avanti e esse sono costrette a costruirsi una vita nuova altrove. Al contrario della Russia, l’Ucraina può però vantare anche importanti risultati positivi: sottoposto a una prova durissima il suo stato, irriso da Putin, la sua industria, le sue ferrovie, le sue infrastrutture hanno retto; la vitalità e l’ingegno dei suoi abitanti hanno innovato la guerra e costruito un’industria bellica di prim’ordine; soprattutto la resistenza, il coraggio e il valore delle retrovie e del fronte, di gran lunga maggiori di quanto chiunque potesse immaginare, hanno provato al mondo che il paese esiste, vuole esistere e vuole essere se stesso, e non ciò che desidera qualcun altro. Anche se il compito sarà più o meno difficile a seconda dell’esito della guerra, la parte positiva di questo bilancio non potrà essere cancellata, e un’interpretazione della guerra e della “pace”– qualunque essa sia – capace di farne capire il valore sarà di grande aiuto nell’affrontare i serissimi problemi che i danni fisici e psichici prodotti dagli ultimi quattro anni non mancheranno di creare, per esempio riducendo il peso di inevitabili accuse reciproche e di teorie del complotto.

Dal modo in cui finirà e sarà letta questa guerra dipende anche il futuro europeo: già il suo non essersi trasformata in una guerra mondiale, come era accaduto in precedenza, un fatto che è di per sé una fortuna, indica la marginalizzazione del nostro continente.

Ma un’Europa più unita e indipendente, capace di includere l’Ucraina e riaprirsi alla Gran Bretagna e soprattutto di mettere a fianco di Unione e Nato – che non vanno disprezzate, ma difese riformandole – strutture nuove all’altezza del nuovo mondo che è ormai possibile intravedere, sarebbe una conquista gigantesca.

 Tornare a essere un attore mondiale, capace di una salda alleanza con Washington da posizioni di indipendenza e in grado di rispondere con dimensioni e capacità adeguate ai problemi di un futuro difficile, e quindi anche di gestire con realismo la sua nuova condizione, sarebbe un miracolo che dovremmo in larga parte alle sofferenze e alla resistenza ucraina.

È anche questo qualcosa che sarà importante ricordare se l’esito sarà quello in cui è oggi, almeno un po’, più lecito di ieri sperare.

 

 

 

Zelensky scrive a Putin: "Incontriamoci".

Lo zar: "Pronti all'accordo ma vogliamo

il Donbass".

Trump chiede "Compromessi.”

Agi.it – Estero – (5 giugno 2026) – Zelensky – Putin – Redazione – ci dice:

Il presidente ucraino: "Siamo disposti alla tregua durante i negoziati".

 Il leader del Cremlino: "La Russia non è contraria all'adesione dell'Ucraina alla Ue, ma non vuole che l'Unione europea diventi un blocco militare."

AGI - "Vediamoci e mettiamo fine a questa guerra". Volodymir Zelensky scrive a Putin proponendo un incontro con il presidente russo. Lo zar poco prima si era detto pronto a proseguire i negoziati per la pace ma a patto che l'accordo includa il controllo russo del Donbass.

Ma il leader di Kiev non retrocede e avverte: "Mosca non conquisterà il Donetsk. Manterremo la nostra indipendenza".

Poi annuncia che l'Ucraina è disposta a far cessare le armi per tutta la durata delle trattative con la Russia, se Mosca accetterà di dialogare.

 

Putin: "Pronti ai compromessi di Anchorage."

La Russia è pronta ad andare avanti sulle linee per la pace con l'Ucraina discusse lo scorso Ferragosto in Alaska con il presidente americano Donald Trump, ma serve il via libera anche di Kiev. A sottolinearlo è stato il presidente russo Vladimir Putin in un incontro con la stampa a San Pietroburgo. "La Russia è pronta ai compromessi discussi ad Anchorage ma l'Ucraina deve essere d'accordo", ha detto.

 

Zelensky a Putin: "Vediamoci per porre fine alla guerra."

Il presidente ucraino, Volodymir Zelensky, ha proposto al suo omologo russo di mettere da parte la mediazione degli Stati Uniti, distratti dall'Iran, e vedersi direttamente per trattare la pace.

"L'Ucraina propone di mettere fine a questa guerra. Onestamente, con dignità e con garanzie che la guerra non si riaccenda", ha scritto in una lettera aperta a Putin pubblicata sui suoi canali social.

"Vediamo che gli Stati Uniti sono pienamente concentrati sulla questione dell’Iran e sarebbe sbagliato aspettare semplicemente che la guerra in Europa torni al centro della loro attenzione", ha sottolineato.

Dunque "l’Ucraina propone di mettere fine a questa guerra attraverso l’impegno diretto tra noi e voi. Propongo un incontro", ha detto.

Se non si arriverà alla pace, l'Ucraina è pronta a lottare per la propria esistenza ma anche Vladimir Putin dovrà combattere per restare in sella. È il monito che il presidente ucraino ha rivolto al suo omologo russo nella lettera aperta.

"Se non si arriva alla conclusione che è il momento di mettere fine a questa guerra, l’Ucraina continuerà a lottare per la sua esistenza. Avremo chi ci sostiene", ha assicurato.

 Ma anche tu dovrai lottare molto più duramente per la tua esistenza, non per quella della Russia, ma per la tua", ha detto, "non è una minaccia mia o dell'Ucraina.

È un dato della vostra storia che conoscete bene: quando la Russia si stanca, arriva il cambiamento."

 

Putin: "Pronti all'accordo ma con il controllo russo del Donbass."

Il controllo russo su tutto il Donbass e la conclusione di un accordo non si escludono a vicenda.

 Lo ha affermato il Presidente russo, Vladimir Putin, in un incontro organizzato dalla TASS con i capi delle principali agenzie di stampa internazionali.

"L'una cosa non esclude l'altra. I piani per controllare l'intera regione del Donbass e per concludere un accordo non si contraddicono a vicenda", ha affermato il Presidente russo, rispondendo a una domanda di un giornalista dell'Associated Press su ciò che la Russia intende ottenere.

 

Per il leader del Cremlino, Mosca deve rafforzare le sue difese aeree il giorno dopo che droni ucraini hanno colpito un terminal petrolifero e una base navale a San Pietroburgo, dove si sta svolgendo la cosiddetta 'Davos Russa'.

"La Russia ha un sistema di difesa aerea. Sì, dobbiamo migliorarlo. Sì, dobbiamo rafforzarlo. E lo faremo", ha affermato ancora il leader russo.

 Putin ha aggiunto che la Russia sta valutando la possibilità di espandere l'uso del suo “missile ipersonico Resnik” contro le città dell'Ucraina, spiegando che l'arma non è stata ancora utilizzata nel "pieno senso della parola".

Il presidente russo ha ripetutamente affermato che il missile, che viaggia a una velocità 10 volte superiore a quella del suono, è in grado di trasportare testate nucleari.

 

La Russia ha lanciato il missile contro l'Ucraina in almeno tre occasioni. Alla domanda se l'offensiva russa contro l'Ucraina si fosse trasformata in un "disastro strategico", Putin ha risposto che la Russia sta "avanzando lungo l'intera linea di contatto".

 

Il presidente russo ha poi aggiunto: "i negoziati per risolvere il conflitto ucraino possono essere avviati senza fermare i combattimenti". "Le forze russe prendono il controllo di nuovi insediamenti ogni giorno", ha detto.

 

Zelensky: "La Russia non conquisterà il Donetsk."

Volodymir Zelensky ha ribadito che la Russia non conquisterà il Donetsk e l'Ucraina manterrà la sua indipendenza.

"Rinvii regolarmente, ogni pochi mesi, le scadenze per catturare le nostre regioni, in particolare la regione di Donetsk. E non lo catturerai neanche quest'anno", ha scritto il presidente ucraino in una lettera al suo omologo russo Vladimir Putin, cui ha chiesto un incontro.

"Non ti aspettavi una resistenza su vasta scala dell'Ucraina, e non avevi previsto che le cose sarebbero andate fino a questo punto.

Eppure qui siamo tutti, nel quinto anno di questa guerra su vasta scala", ha ricordato.

Ora, "non avere paura di prendere la strada per uscire da questa guerra.

Questa è la cosa principale che ti viene richiesta ora. L'Ucraina ha preservato la sua indipendenza.

 E lo preserverà. Nonostante tutte le previsioni contrarie", ha ribadito.

 

Putin: "Non siamo contrari all'adesione dell'Ucraina in Ue".

Il Presidente russo, Vladimir Putin, parlando con le principali agenzie internazionali, ha affermato:

"La Russia non rifiuta i contatti con la Ue.

L'Unione Europea potrebbe aiutare a risolvere la crisi ucraina, ma questa assistenza dovrebbe rientrare negli accordi di Anchorage.

La Russia non è contraria all'adesione dell'Ucraina alla Ue, ma è contraria al fatto che la Ue diventi un blocco militare".

 

Le forze russe in campo…

Putin prosegue: "La Russia ha recentemente posto sotto il suo controllo circa 2.440 chilometri quadrati in Ucraina.

Il numero delle truppe ucraine è diminuito di 100.000 unità di recente, perdendo circa 40.000 soldati ogni mese. Circa 60.000 persone hanno disertato dalle forze ucraine dall'inizio del 2026".

Trump: "Sarebbe bello."

Per il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump i leader di Ucraina e Russia "devono incontrarsi".

 "Devono fare certi compromessi", ha detto.

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