I guerrafondai in politica ci portano verso il disastro.
I
guerrafondai in politica ci portano verso il disastro.
Europa:
contro la guerra
e i
guerrafondai.
Sulatesta.net – (17 aprile 2025) – Paolo
Ferrero - Redazione Su la testa – ci dice:
Mentre
scrivo Israele ha ripreso il brutale genocidio che, da mesi e nella più totale
indifferenza dell’Unione Europea, sta perpetrando ai danni del popolo
palestinese.
Questo
massacro infinito viene ignorato mentre fa scandalo che gli USA abbiano aperto
una trattativa per la pace in Ucraina senza coinvolgere l’Unione Europea (e
della guerra).
Addirittura,
il 15 marzo è stato convocato da Michele Serra e dal quotidiano della famiglia
Agnelli, “La Repubblica”, una manifestazione a favore dell’Unione Europea.
La
situazione è nota:
i
media mainstream e i loro pennivendoli, che in questi anni hanno appoggiato
senza se e senza ma la guerra tra NATO e Russia – quella combattuta utilizzando
la popolazione ucraina come carne da cannone – scrivono che l’Europa è
minacciata dalla Russia di Putin a causa del tradimento di Trump.
Viene così diffuso un clima isterico, in cui
l’apertura di una trattativa sulla fine della guerra in Ucraina viene
presentata come un insopportabile gesto di arroganza nei confronti dell’UE.
Secondo
questa narrazione, la minaccia Russa all’Europa e alla sua civiltà è quindi il
pericolo concreto a cui occorre dare una risposta immediata.
A tal
fine la Von der Leyen ha sponsorizzato un gigantesco piano di riarmo
dell’Europa di circa 800 miliardi di euro che il Parlamento Europeo ha
prontamente approvato.
Questa
campagna condotta a reti unificate dai media mainstream e dalla quasi totalità
delle forze politiche di centro destra e di centro sinistra europee e nazionali
costituisce in realtà la premessa ideologica per un salto di qualità nella
costruzione di un’Unione Europea imperialista e guerrafondaia verso l’esterno,
antidemocratica ed antisociale verso l’interno.
Una
vera e propria proposta politica reazionaria attorno a cui il sistema di potere
si sta riorganizzando.
Ovviamente
ogni forza e ogni schieramento interpretano il copione a partire dalla cura del
proprio pubblico (più nazionalista o più europeista, più militarista o più in
borghese, più progressista o più conservatore), ma la strategia di fondo non
cambia:
la Russia è il nostro nemico e costituisce una
minaccia immediata a cui dobbiamo far fronte con un enorme programma di spese
militari attorno a cui riorganizzare le relazioni sociali e il profilo
complessivo dell’Europa.
Questa
vera e propria follia non è nata in una notte e tanto meno è il frutto
obbligato della politica di Trump. Ci troviamo di fronte alla crisi organica di
una classe dirigente che, dopo aver portato al disastro l’Unione Europea,
reagisce al cambio di politica degli USA con proposte tanto sbagliate quanto
velleitarie.
La
crisi dell’Unione Europea, lungi da essere maturata nell’ultimo mese, viene da
lontano e si è accentuata con il passare del tempo.
La UE
non è stata uccisa ma si è suicidata.
Le
classi dominanti dell’Unione Europa, a causa delle proprie scelte, hanno messo
profondamente in crisi gli elementi di fondo su cui l’Europa si era sviluppata.
Ci troviamo così dinnanzi alla fine di un ciclo trentennale in cui chi ci ha
governato ha sperperato tutte le potenzialità che aveva per dare un futuro
positivo all’Europa.
Uno
dei punti forti dell’Europa negli anni ‘70 era il suo sistema di welfare a
partire dal quale il conflitto di classe, e più in generale il conflitto
sociale, ha portato a un avanzamento complessivo della civiltà e delle
conquiste sociali.
Questa
grandissima forza data dalla “densità” sociale è stata distrutta pezzo a pezzo
dall’Unione Europea che, prima con il trattato di Maastricht e poi con il
trattato di Lisbona, con le politiche della BCE e della Commissione, ha
frantumato il tessuto sociale dei diversi paesi e la coesione tra i diversi
popoli europei.
Le
politiche ordoliberiste incardinate nei trattati hanno svolto il loro compito
distruttivo della società e tutti i tentativi di indicare una strada diversa
sono stati bloccati dai partiti del sistema bipolare.
Limitiamoci
a due soli esempi:
Il nostro tentativo di introdurre le 35 ore in
Italia, consolidando così la tendenza aperta dal sindacato in Germania e dal
Governo Jospin in Francia, venne stroncato dal centro sinistra di Prodi.
La ricerca di Syriza in Grecia di difendere il proprio
popolo dalle politiche di austerità è stata affossata da Draghi e da tutto
l’arco politico europeo, dalle destre ai socialisti.
Nel
secondo dopoguerra, le buone relazioni con la Russia hanno apportato
all’industria europea un enorme vantaggio competitivo in termini di materie
prime e mercati.
Questo vantaggio è stato minato con le sanzioni
economiche varate dalla UE contro la Russia a partire dal 2022 e distrutto
dall’attentato terroristico al Nord Stream praticato dagli ucraini per conto
degli Stati Uniti.
È bene
sottolineare come gli europeisti nostrani abbiano accettato di buon grado sia
le sanzioni che gli attentati voluti dal nostro principale “alleato” ai nostri
danni.
La
stessa strategia di allargamento della Nato ad Est, a partire dall’illegale
guerra nei Balcani per arrivare al sabotaggio degli accordi di Minsk, non è
stata imposta dagli Stati Uniti all’Europa ma ha visto nel protagonismo tedesco
e nel consenso bipartisan europeo (ricordiamo la piena partecipazione del
governo D’Alema ai bombardamenti della Serbia) il nucleo trainante
dell’operazione.
Lo
stesso dicasi per la fuoruscita dai trattati ABM e l’installazione delle
batterie ABM in Romania e Polonia, in grado di lanciare missili con testate
nucleari ben dentro il territorio russo.
I neocon statunitensi, con grandi posizioni di
potere nel Partito Democratico, hanno trovato nelle cancellerie europee dei
fedeli collaboratori ed esecutori.
La
distruzione delle relazioni con la Russia, il pesante aumento della dipendenza
energetica dagli USA e la crisi verticale dell’apparato industriale europeo
sono quindi il frutto delle scelte praticate dalle classi dominanti europee.
Uno
dei grandi mercati di esportazione per le industrie europee era la Cina.
Peccato
che la decisione di assumere la Cina come avversario strategico decisa
all’unanimità dalla Nato, sostenuta a spada tratta dalla Von der Leyen e
praticata con determinazione dal Parlamento Europeo nelle sue recenti
risoluzioni, abbia contribuito non poco a deteriorare la collaborazione
reciproca.
Su
questo terreno l’Europa ha applicato, motu proprio e in forma altamente
autolesionistica, la scelta statunitense di decoupling con la Cina quando
invece l’Europa aveva tutto l’interesse a sviluppare le relazioni economiche
con la stessa.
L’austerità
e i rigidi vincoli di bilancio decisi dall’Unione Europea, che sotto la guida
di Draghi hanno raggiunto il loro apice, non hanno solo impoverito e compresso
i diritti dei popoli ma hanno anche ridotto drasticamente gli investimenti
pubblici nelle infrastrutture e nella ricerca.
Una
via all’aumento della competitività tutta fondata sui bassi salari e sulla
riduzione dei costi in funzione del sostegno alle esportazioni, sulla ricerca
del massimo profitto a breve, è così arrivata in pochi lustri alla sua crisi
complessiva.
L’Europa,
oltre a essersi privata delle materie prime a basso costo russe ed essersi
inimicata il governo cinese che gestisce uno dei principali mercati mondiali,
ha così perso anche la propria capacità di innovazione e si trova oggi
declassata nella gerarchia della divisione internazionale del lavoro. Una
scelta, quella liberista, che ha svalorizzato il lavoro, impoverito i
lavoratori e l’intera società.
Il
terremoto Trump.
In
questo contesto fortemente compromesso e degradato è arrivato Trump. Non è
questa la sede per analizzare la nuova politica estera statunitense (magari in
uno dei prossimi numeri della rivista) ma un cenno è necessario per
evidenziare che Trump non è un pazzo isolato ma è espressione di forze potenti
all’interno della nazione statunitense.
La scelta di drenare risorse dall’Europa verso
gli Stati Uniti non è cominciata oggi: va avanti dagli anni’70.
Questa tendenza è accentuata da Trump che ha deciso di
reindustrializzare gli USA, e quindi di sottrarre all’Europa non solo capitali,
come sempre avvenuto, ma anche industrie.
Infine
Trump è espressione di una frazione capitalista interna agli USA più legata
alla dinamica nazionale profonda, distinta da quella legata al complesso
militare industriale, al pentagono a Black Rock e a quel mondo finanziario
atlantico più legato all’Europa.
Questo
blocco sociale “nazionale” trumpiano pare seriamente intenzionato a ridurre il
debito pubblico statunitense tagliando, oltre alla spesa sociale, quella
militare in alcune aree del mondo.
In questo quadro, essendosi Trump reso conto
che la guerra in Ucraina non avrebbe portato alla sconfitta della Russia e alla
sua disgregazione, ha rovesciato la politica statunitense su quel fronte:
invece della guerra, preparata dalla metà degli anni ‘90 con la scelta di
allargare la Nato ad Est, la ricerca di un forte avvicinamento con la Russia in
funzione anti cinese, apertura delle trattative per arrivare alla pace in
Ucraina e riduzione delle spese militari statunitensi in Europa.
A questa modifica di priorità va aggiunto che
l’imperialismo di Trump, invece che esprimersi nei linguaggi felpati del soft-power,
si esprime in toni e modi tipici del bullo di paese.
La
netta contrapposizione tra gli interessi delle élite statunitensi e quelli dei
popoli europei, mentre da Biden e predecessori veniva nascosta e taciuta, è
stata da Trump esaltata e urlata a pieni polmoni a fini di consenso interno
agli USA.
Questo ha messo in un enorme imbarazzo le classi dominanti europee che per
decenni hanno amministrato il protettorato europeo in piena sintonia con i
desiderata d’oltre oceano.
I Macron, i Draghi e le Von der Leyen, che hanno fatto
gli interessi del capitale finanziario USA in tutti questi anni, sono state
prese con le mani nella marmellata perché il padrone di sempre, rivendicando in
modo rozzo il proprio comando, ha tolto il velo di ipocrisia che copriva le
loro malefatte portate avanti in modo felpato per decenni. Assistiamo così alla rivolta dei
servi smascherati dal nuovo padrone:
da
Zelensky che ha venduto il proprio paese e il proprio popolo per una guerra per
procura degli USA alle classi dominanti europee che si sentono tradite dal
padrone che hanno servito così fedelmente.
Le
classi dominanti europee sono una frazione di quelle statunitensi.
A
questo punto è bene ragionare a fondo sul perché le classi dirigenti europee, a
fronte del terremoto prodotto da Trump hanno assunto una posizione così
nettamente guerrafondaia anche a costo di scontrarsi duramente con Trump.
In
primo luogo i gruppi dirigenti europei appartengono per formazione, relazioni,
interessi materiali a quella parte di élite statunitense sconfitta da Trump.
Basti
pensare a Draghi, Monti, Prodi e così via, ma anche a Merz, vincitore delle
elezioni in Germania, presidente del Consiglio di Sorveglianza di Black Rock
fino al 2023.
Questa
classe dirigente europea è tutt’una con la frazione capitalistica statunitense
che ha voluto la guerra in Ucraina e a quel gruppo oggi sconfitto continua a
fare riferimento proponendo la prosecuzione della guerra in Ucraina e indicando
nella Russia il proprio nemico mortale contro cui riarmarsi.
In
questo modo la classe dirigente europea invece di fare gli interessi
dell’Europa continua semplicemente a fare gli interessi del complesso militare
industriale statunitense sia pure polemizzando con Trump.
In
secondo luogo, dopo aver raccontato per anni bugie colossali (a partire da
quella che se non contrastato Putin sarebbe arrivato con i suoi carri armati
fino a Lisbona,) hanno continuato a raccontare le stesse menzogne.
Mentre il neo eletto Trump ha potuto
furbescamente scaricare su Biden e Zelensky tutte le responsabilità della
guerra, gli europei non avevano alcuno su cui scaricare le proprie
responsabilità, e quindi hanno continuato a mentire e a recitare il copione
precedente.
In
terzo luogo, in un continente socialmente frantumato, con una crisi verticale
della fiducia nella classe politica, l’invenzione del nemico, dell’aggressore,
permette di costruire una narrazione forte attorno a cui cercare di “unire” il
popolo. Si tratta di un azzardo mortale, ma l’ammissione dei propri errori
avrebbe sepolto questa classe dirigente all’istante, mentre il rilancio del
pericolo russo può aprire una via di fuga.
In
quarto luogo una spesa militare di 800 miliardi, sia pure spalmata in vari anni
e da spartirsi con il complesso militare industriale statunitense, costituisce
un bel favore all’industria militare europea e un intervento economico
parzialmente anticiclico e di grande sostegno ai mercati finanziari e azionari.
La
crescita vertiginosa delle quotazioni di Leonardo e Rheinmetall nasce
dall’aspettativa del passaggio di denaro dalle tasche dei contribuenti a quelle
degli industriali militari.
In
quinto luogo, dentro la crisi sociale dovuta alle scelte suicide fatte negli
ultimi anni, questa operazione ha buon gioco a presentarsi come una scelta a
favore dell’occupazione: l’unico settore che avendo distrutto l’industria
europea darà qualche posto di lavoro (pochi).
Da
ultimo, la metà della spesa militare europea che verrà utilizzata per comprare
armi dagli USA, servirà a convincere Trump a ridurre i dazi (perché
riequilibrerà la bilancia commerciale) e sarà un modo per tenersi buoni i
propri sodali d’oltreoceano, aspettando che la stagione di Trump finisca e si
possa tornare al solito tran tran.
Tutte
queste motivazioni, che nulla hanno a che vedere con gli interessi e il
benessere dei popoli europei, portano, con ogni evidenza, a una scelta suicida
il cui esito ultimo è, se va bene, determinare l’isolamento mondiale e
l’impoverimento dell’Europa e, se va male, provocare e perdere una guerra
diretta con la Russia e quindi distruggere l’Europa.
È
infatti evidente che questa scelta, oltre a determinare un pesante aumento
dell’indebitamento degli stati (a partire dal nostro), aggraverà la crisi
sociale con la distruzione del welfare, l’aumento della povertà e delle
diseguaglianze.
È il
corpo centrale delle società europee a essere aggredito con questa operazione:
la maggioranza delle popolazioni sono nel mirino di questo drenaggio di
risorse, non solo i più poveri. Parallelamente, tutta questa azione porta
all’ingrandimento degli eserciti di leva, con il rischio concreto di un loro
utilizzo in guerra.
Si progetta quindi il peggioramento delle condizioni
di vita delle popolazioni europee, e non a caso i governi stanno attuando nei
diversi paesi un aumento delle misure repressive interne.
Come
se non bastasse, è del tutto evidente che la perdita di ogni leadership nel
settore della ricerca si riverbera anche nell’industria militare, dando luogo a
una corsa degli armamenti di basso profilo e quindi militarmente inefficace.
Infine, acquistando molti sistemi d’arma negli
Stati Uniti è difficile che questi ci vendano i prodotti di punta.
Le
classi dominanti europee hanno quindi scelto con decisione una strada che è
contemporaneamente criminale, reazionaria e velleitaria.
Non
accettano di fare i conti con il mondo multipolare che si sta affacciando e
ripropongono in modo autistico il peggio della tradizione delle classi
dominanti europee.
Il
male oscuro dell’Europa.
Se
guardiamo alla nostra storia, vediamo come la scelta della guerra si inserisca
nella tendenza di lungo periodo delle classi dominanti di questo continente:
una serie infinita di guerre locali culminate nei due conflitti mondiali, il
colonialismo e un paio di tentativi in grande stile di invadere la Russia, solo
per restare in epoca moderna. Oltre ai conflitti interni all’Europa, la rapina e la
sopraffazione su scala mondiale, con il corollario di ideologie razziste
giustificazioniste, hanno caratterizzato fortemente il modo in cui le nazioni
europee si sono rapportate al resto del mondo. Dall’America latina all’America
del nord, dall’Africa all’Asia, all’Oceania, non vi è continente che non abbia
subito i soprusi di qualche nazione europea.
Una
dominazione che, nel momento di massima espansione, ha controllato milioni e
milioni di chilometri quadrati di territori extraeuropei rubando risorse,
sfruttando e riducendo in schiavitù interi popoli. Una dominazione che, quando non è
stata più in grado di riprodursi, ha lasciato tali e tanti disastri alle
proprie spalle da produrre problemi ancora oggi. Pensiamo solo a come furono
tracciati i confini degli stati post coloniali in tanta parte del mondo a
partire dal Medioriente…
La
storia del capitalismo europeo, come sottolineava giustamente Rosa Luxemburg, è
quindi inscindibile dal militarismo non di rado intrecciato al colonialismo.
Da
parte sua, il pensiero liberale oggi egemone nel continente, accanto alla
rivendicazione dei diritti di cittadinanza, è stato sempre intriso di razzismo
senza che questo facesse scandalo o ne fosse colta la contraddizione.
Non a
caso il pensiero liberale non si presenta come un pensiero universalistico, ma
come l’esaltazione della “nostra civiltà”, delle “nostre forme democratiche”
usate come una clava per giustificare le peggiori nefandezze.
Pensiamo
a come la glorificazione del sionismo e la definizione di Israele come
“baluardo della democrazia” sia funzionale a giustificare l’apartheid e il
genocidio del popolo palestinese.
L’illusione
di risolvere per via militare i problemi economici e sociali non è quindi nuova
per le classi dominanti europee, ma ne permea la storia e forse ne costituisce
l’identità profonda, il male oscuro.
Oggi
attorno a questa illusione bellicista, i ceti dominanti che hanno governato nel
sistema bipartisan l’Unione Europea e l’hanno portata alla rovina, cercano di
cementare, a partire dalle risorse ricavate dalla tosatura dei popoli europei,
un blocco di interessi capitalistici parassitari nazionali, europei ed
atlantici.
Siamo
nella fase costituente di un nuovo blocco di potere europeo in cui il
militarismo guerrafondaio si fonde con l’ordoliberismo delle origini.
L’esercito
europeo: il punto di non ritorno.
Abbiamo
detto che questa illusione bellicista è destinata a fare disastri enormi, e
dobbiamo sapere che su questa strada esiste una svolta, un punto di non ritorno
che dobbiamo contrastare a tutti i costi: la costituzione dell’esercito
europeo.
Innanzitutto
è evidente che oggi l’esercito europeo non avrebbe alcuna funzione difensiva ma
uno scopo solo: fare la guerra con la Russia.
Questa
funzione offensiva orientata ad est, per forza di cose, porterebbe con sé
almeno due conseguenze:
La
prima è l’acquisizione dell’armamento nucleare. Non è pensabile che un esercito
europeo, nato con il compito fondamentale di contrastare la Russia, a cui
parteciperebbero due nazioni dotate di armi atomiche (Francia e Inghilterra),
non si doti a sua volta di ordigni nucleari.
La
seconda, direttamente legata al funzionamento dell’esercito, tanto più se
dotato di ordigni atomici, sarebbe la radicale modifica del funzionamento
dell’Unione Europea, con un’accentuazione della centralizzazione autoritaria
già in corso, presentata a quel punto come obbligata.
Per
non parlare di quanto è successo in Romania, in cui l’esito delle elezioni
presidenziali è stato palesemente stravolto impedendo la partecipazione al
candidato che le avrebbe vinte. Che Georgescu sia un fascista è sicuro;
altrettanto sicuro che un posto in cui si impedisce agli elettori di scegliere
non è più una democrazia ma un regime. Il regime della Nato.
Il
rischio è quindi che l’esito di queste folli politiche trasformi l’Intera
Europa in quello che è diventata l’Ucraina: un gigantesco campo di battaglia in
cui il diritto a vivere, i diritti sociali e civili, così come la democrazia,
svaniscono in nome della guerra.
L’avanzamento
dell’Unione Europea, il più Europa che chiedono i padroni di “Repubblica” per
bocca di Serra e Prodi non fa altro che determinare questa prospettiva: sommare all’ordoliberismo dei
trattati un militarismo anti russo esasperato senza alcuna prospettiva che non
sia quella della distruzione dell’Europa. Una follia.
Un’altra
strada.
L’Europa
è ad un bivio drammatico: per questo è necessario imboccare un’altra strada.
Non si tratta di scegliere tra Trump e la Von Der
Leyen, entrambi nemici dei popoli europei ed espressione di due voraci frazioni
imperialiste del capitalismo occidentale, ma di combatterle tutte e due.
So
bene che oggi non abbiamo le forze per contrastare efficacemente questa follia
militarista.
Sono
però convinto che per superare la nostra debolezza sia necessario fondare su
basi materiali una prospettiva universalistica che ci permetta di mobilitare le
persone e modificare i rapporti di forza. Occorre proporre una visione, un
progetto per l’Europa a cui saldare la contestazione di massa dei progetti
altrui.
1 –
Aprire la trattativa con la Russia.
Innanzitutto
proponiamo di riaprire immediatamente i rapporti diplomatici con la Russia e
unirsi alla ricerca di una pace duratura che sia fondata sulla sicurezza di
tutte le parti in causa – Ucraina, Russia ed Europa – a partire dalla
neutralità dell’Ucraina.
L’idea
della “pace giusta”, per noi ovviamente, propugnata da Michele Serra e dai suoi
sodali comporta la prosecuzione del conflitto, e quindi un’escalation
senz’altro risultato che l’estensione della guerra a tutto il continente
europeo e la probabile deflagrazione del conflitto atomico.
Riaprire il dialogo con la Russia per raggiungere una
intesa di pace, abolire immediatamente le sanzioni economiche – che danneggiano
principalmente l’Europa – e ritessere i rapporti commerciali con la Russia a
partire dalla riapertura immediata del Nord Stream (una delle quattro condotte
non è stata danneggiata dall’attentato terroristico ucraino) è il punto
fondamentale su cui muoversi.
La
rottura dei rapporti tra Europa e Russia, oltre al rischio di guerra, ci
condannerebbe a un declino economico inesorabile perché la competitività
dell’industria europea è strettamente connessa alla possibilità di avere
energia e materie prima a basso costo. È quindi un interesse primario
dell’Europa riaprire le frontiere con la Russia – e con la Cina – favorire la
costruzione di un mondo multipolare cooperativo e abbattere quella nuova
cortina di ferro che i nostri guerrafondai vogliono ricostruire.
2 –
Fermare il riarmo e l’esercito europeo.
In
secondo luogo proponiamo di porre immediatamente fine al riarmo europeo e di
non dar vita in nessun modo ad un esercito europeo.
La
scelta del riarmo non ha nessun senso per tre ragioni di fondo:
La
Russia non ha alcun interesse ad invadere l’Europa. Con la sua enorme
estensione, la sua abbondanza di materie prime e di terre coltivabili, la sua
scarsità di popolazione, la Russia ha necessità di immigrati, non di maggiore
territorio. Non a caso, nell’epoca moderna, la Russia non ha mai tentato di
invadere l’Europa, mentre ha subito un paio di devastanti invasioni da parte
degli europei. I nostri guerrafondai stanno quindi agitando un pericolo inesistente,
letteralmente inventato e privo di fondamenti.
Qualunque
conflitto nasca tra l’Unione Europea in quanto tale e la Russia, si sposterebbe
facilmente sul piano nucleare e in ogni caso provocherebbe la completa
distruzione dell’Europa.
Tra
l’altro, questo esito devastante sarebbe asimmetrico perché la Russia, con i
150 milioni scarsi di abitanti su 17 milioni di chilometri a fronte dei 450
milioni di abitanti su 4 milioni di chilometri quadrati dell’Europa
occidentale, ha quella che i militari chiamano una “profondità strategica” di
tutt’altro spessore, e quindi una maggiore possibilità di “limitare significativamente”
gli effetti devastanti di una guerra atomica.
La
scelta del riarmo europeo è incompatibile con lo sviluppo economico e civile
dell’Europa e con la transizione energetica in senso ambientalista. La scelta dell’economia di guerra
significa distruggere quel che resta del modello europeo, chiudere
definitivamente la pagina del welfare, dello stato del benessere, che è stata
la principale conquista europea e su cui si è fondata la pace in Europa e tra i
popoli europei.
Si
tratta di una strada che anche sul piano economico risponde unicamente agli
interessi del complesso militare industriale e dell’economia speculativa. Non a caso BlackRock e le Big Three
hanno prodotto negli ultimi tempi una decisa inversione di priorità nei loro
investimenti, passando dal green al black, cioè dall’ambiente alle armi, con la
benedizione del blocco di potere di centro destra e centro sinistra a livello
europeo.
Storicamente,
nella storia europea, è stato il movimento operaio e socialista a porre il tema
della pace e del no al colonialismo.
Dobbiamo
riprendere la lezione fondamentale del movimento comunista costituitosi a
livello di massa a partire dalla Rivoluzione Russa che ha trionfato proprio a
partire da No alla guerra intrecciato con la rivendicazione della terra ai
contadini.
Lo stesso articolo 11 della Costituzione italiana è stato reso possibile
dall’incontro tra movimento comunista e socialista con il pensiero cattolico, e
non era certo farina del sacco del pensiero liberale o degli industriali che si
erano arricchiti a produrre le armi come gli scarponi con le suole di cartone
forniti agli alpini mandati a morire in Russia.
3 –
Abbandonare le politiche ordoliberiste.
In
terzo luogo l’Europa, oltre alle politiche di riarmo, deve abbandonare le
politiche ordoliberiste che hanno prodotto una pesantissima crisi sociale, e in
generale una nefasta carenza di investimenti pubblici.
Come
si è visto nella vicenda del Covid e come si vede oggi, con le spese militari
poste al di fuori dei vincoli di bilancio, le regole economiche europee non
hanno nulla di oggettivo, sono arbitrarie e sono la pura espressione del
dominio di classe antipopolare.
I trattati europei sono stati utilizzati per
comprimere la domanda interna, abbassare i salari trasferendo risorse dai
popoli al capitale e dai paesi più poveri a quelli più ricchi: sono una specie
di keynesismo alla rovescia, una controrivoluzione permanente delle classi
dominanti contro le classi popolari.
Occorre
quindi rovesciare le regole europee a partire dal ruolo della BCE per porre al
centro politiche pubbliche finalizzate allo sviluppo integrale del welfare,
alla riduzione dell’orario di lavoro, allo sviluppo della conoscenza e della
ricerca, agli investimenti pubblici nelle infrastrutture, a un piano pubblico
per la riconversione ambientale dell’economia. Un progetto antitetico a quello di
Draghi che vuole strutturare l’intervento pubblico attorno all’industria
militare.
4 –
Per l’indipendenza dell’Europa.
In
quarto luogo, è necessario costruire la piena indipendenza dell’Europa dagli
Stati Uniti.
Quelli
che oggi contestano Trump in nome dell’Europa lo fanno come degli orfani che
sperano semplicemente che alla prossima tornata elettorale statunitense tornino
in sella i padroni di sempre, da cui poter ricominciare a prendere ordini.
Non è
questa la strada.
Gli
USA, nel secondo dopoguerra, hanno considerato l’Europa una propria dependance
da usare e sfruttare a piacimento, ostacolandone pesantemente l’evoluzione in
senso democratico.
Trump
non rispetta la sovranità europea come non l’ha mai rispettata Biden, che è
arrivato fino all’attentato terroristico contro il Nord Stream.
L’Europa
è stata, negli ultimi trent’anni, una sorta di protettorato statunitense, e
adesso che il volto feroce di Trump rende evidente questa realtà a livello di
massa, occorre cogliere l’occasione per chiudere i conti con l’Europa atlantica
che conosciamo.
Occorre
quindi operare per una scelta netta di indipendenza dagli USA da parte
dell’Europa: una scelta che, per realizzarsi, necessita di un vasto movimento
di lotta politico culturale e sociale. Solo nella lotta per l’indipendenza
dell’Europa, può emergere una classe dirigente che non sia una costola di una
parte della classe dominante degli USA, ma che difenda gli interessi dei popoli
europei all’interno di un mondo multipolare, che sappia porre il tema della
cooperazione contro le politiche di guerra.
Vi è
oggi una opinione pubblica in Europa, e segnatamente in Italia, che è contro la
guerra ma anche contro la dipendenza dagli Stati Uniti.
Occorre
trasformare questa sensibilità di massa, non necessariamente maggioritaria, ma
certo assai diffusa, in una proposta politica chiara e comprensibile.
5 –
Per una Europa dall’Atlantico agli Urali.
L’Unione
Europea attuale è stata ritagliata sulla base della rottura determinata dalla
guerra fredda. Anche l’allargamento della UE è avvenuto in parallelo a quello della
Nato, ed è stato guidato da parte dei vincitori della guerra fredda dopo il
crollo del muro di Berlino. Occorre, al contrario, prendere atto che nella
storia, l’Europa va dall’Atlantico agli Urali: questa è l’Europa che va
riconosciuta e che si poteva costruire dopo l’89.
Se
guardiamo al 1800, vediamo che non esiste una netta separazione tra Russia e i
paesi europei occidentali: dalla musica alla letteratura fino alla lingua usata
dai sovrani (Zar compreso), tutto è profondamente intrecciato.
È
stata l’isterica reazione delle classi dominanti europee alla Rivoluzione
Russa, il nazismo e poi la sciagurata teoria della cortina di ferro, lanciata
da Churchill e messa in campo da Truman nell’era del maccartismo, a determinare
che il rispetto delle sfere di influenza stabilite a Yalta si trasformasse in
una drammatica spaccatura dell’Europa.
Dopo
l’89 il gruppo dirigente prima sovietico, e poi russo, propose a più riprese di
superare questa barriera ma questo non venne fatto per scelta dell’occidente.
6 –
Fuori dalla NATO.
A
questo riguardo è bene sottolineare con chiarezza che la Nato non è mai stata
una alleanza difensiva: è nata per autonoma iniziativa occidentale nel 1949,
ben 5 anni prima del Patto di Varsavia.
Di
fronte a questa decisione occidentale i sovietici, nei primi anni ‘50,
“cercando di prevenire la formazione di gruppi di Stati europei diretti contro
altri Stati europei”, proposero un Trattato generale europeo sulla sicurezza
collettiva in Europa, “aperto a tutti gli Stati europei senza considerare i
loro sistemi sociali” ma queste proposte non furono mai prese in
considerazione.
Addirittura,
l’Unione Sovietica nel 1954 avanzò la proposta di un suo ingresso della Nato in
modo da evitare la contrapposizione militare in Europa e a livello mondiale. Tutte queste proposte vennero
respinte
dagli
Stati Uniti e dalla Gran Bretagna che guidavano i paesi occidentali.
Solo dopo l’ingresso della Repubblica Federale Tedesca
nella Nato – ed il via libera al suo conseguente riarmo – avvenuta nell’ottobre 1955, nel novembre
dello stesso anni venne formato il Patto di Varsavia.
L’Europa
divisa in due è quindi frutto di una scelta geopolitica guidata da Gran
Bretagna e Stati Uniti in pieno clima maccartista.
Per
questo la Nato non si è sciolta dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia:
perché
la Nato non è una alleanza difensiva ma offensiva, funzionale alla separazione
dell’Europa dalla Russia.
La
Nato è la forma di organizzazione geopolitica dell’Europa e può e deve essere
superata nella costruzione di una comune sicurezza di tutta l’Europa.
La rivendicazione dell’uscita dalla Nato è quindi il
passo propedeutico per un suo superamento in un sistema comune di sicurezza
europea ed è un passo necessario per ridisegnare non solo la politica estera ma
anche l’essenza stessa dell’Europa e del suo futuro.
7 –
Un’area euromediterranea.
Il
ripensamento dell’Europa non può essere disgiunto dalla proposta di un’area
euromediterranea. Superare la logica dell’emergenza – militare o migratoria –
nella relazione con i paesi del bacino del Mediterraneo è un passaggio
necessario per un’Europa che superando il suo carattere atlantico sia in grado
di aprire relazioni verso est ma anche verso sud.
Da
questo punto di vista i famigerati PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna)
possono essere il motore di un nuovo ruolo di cerniera dell’Europa verso il
Nord Africa e il Medioriente e viceversa. L’Italia ha avuto storicamente, nel
bene e nel male, un’attenzione mediterranea, assai presente anche nella
tradizione democristiana.
Sviluppare questa relazione come progetto
politico, che non abbia i caratteri propagandistici e neocoloniali di quanto
proposto dalla Meloni è una strada decisiva per il nostro paese e per una nuova
Europa.
8 –
Un’Europa aperta ai BRICS.
L’Europa
che si apre consapevolmente all’area euromediterranea definisce anche la forma
mentale con cui affrontare un’altra sfida a cui deve rispondere l’Europa: la
relazione con i BRICS.
È del
tutto evidente che l’Europa, fino alla presidenza Biden, si è comportata
semplicemente come il servo scemo degli USA accettando di suicidarsi con le
sanzioni e la guerra, finanziando il debito pubblico statunitense e fornendo a
gratis capitali all’economia statunitense attraverso il drenaggio attuato da
BlackRock e le altre grandi finanziarie. Oggi due elementi ci permettono di
mettere in discussione questa situazione.
Da un
lato, la perdita di ruolo degli USA in rapporto al resto del mondo e in
particolare ai BRICS è oggi assai evidente. Dall’altra, abbiamo una crisi di
relazioni con gli USA di Trump e un conseguente incrinarsi dell’immaginario
atlantico.
A
partire da questa doppia crisi abbiamo la possibilità di emanciparci da questa
sudditanza e di acquisire la dimensione continentale dell’Europa e nel contempo
di tessere autonome relazioni con il bacino del Mediterraneo e in generale con
i paesi del sud del mondo.
Non
esiste un futuro dell’Europa e della sua industria al di fuori della
costruzione di una relazione forte con l’area mediterranea e con i BRICS.
In
conclusione.
Non ho
volutamente affrontato in questo articolo la discussione su “Unione Europea sì
o no”.
Penso
infatti che vada posta al centro della nostra discussione l’obiettivo di
costruire un progetto e una mobilitazione sociale nazionale e europea che si
pongano il problema di superare questa situazione.
E superare questa Unione Europea, a cui
dobbiamo organizzare quotidianamente la disobbedienza, in nome di un’altra
Europa di cui ho provato a indicare qualche elemento nelle righe che precedono.
Non si
tratta certo di un percorso lineare, non sappiamo se vi sarà una crisi
strutturale dell’Unione Europea, non conosciamo a priori il rapporto tra stati
nazionali e cornice unitaria ottimale. Mi pare però chiaro, al fine di
perseguire gli obiettivi che ho provato a tratteggiare, che occorra impedire
l’implementazione del potere reale dell’Unione Europea sui popoli e sulle
singole nazioni: nessun esercito europeo, nessun superamento del principio
dell’unanimità per assumere le decisioni.
È
chiaro che quello attuale è un meccanismo in larga parte inefficace, ma ogni
passo nella direzione di una maggiore concentrazione di potere non potrebbe che
aggravare la situazione, anche pesantemente, rafforzando il potere del blocco
reazionario e guerrafondaio oggi egemone nell’Unione Europea. Pensiamo solo al tema della guerra se
la Von der Leyen avesse più poteri di quelli che ha.
Confido
che questo numero della rivista possa fornire alcune idee utili per aprire un
dibattito e mettere al centro della nostra azione la costruzione di movimenti
di massa su obiettivi unificanti, evitando ogni rafforzamento dell’oligarchia
di cui oggi subiamo così pesantemente il dominio.
Terrorismo
Ucraino, “Minacce”
Russe e… Nomine “Importanti”
Conoscenzealconfine.it
– (30 Agosto 2026) - Giuseppe Salamone – Redazione – ci dice:
Mentre
la Russia “minaccia” la Gran Bretagna, droni ucraini colpiscono un autobus di
civili nell’oblast’ di Luhans’k e Crosetto nomina Fedorov consulente alla
Difesa.
Il
terrorista Zelensky continua a fare strage di civili sotto il silenzio
generale. Ormai è diventato come Netanyahu: può fare quello che vuole, tanto
viene coperto a prescindere.
Nei
giorni scorsi, con i droni, ha colpito l’ennesimo autobus di civili, che
viaggiava da Lisichansk a Stakanov: 9 persone uccise e sei feriti.
Se voi
cercate questa notizia sui grandi giornaloni, non la trovate.
Questo
è terrorismo, che non sposta di un centimetro la situazione sul campo.
Questo
è terrorismo, fatto con i soldi e le armi occidentali.
Uno
che vuole la pace, come in questi giorni riporta la propaganda di casa nostra,
non si mette a fare questi attentati terroristici.
Questi
attacchi servono solo ed esclusivamente per prolungare la guerra il più
possibile. Per provocare una risposta russa e poi fare il martire, chiedendo
sempre più soldi e sempre più armi.
Il
pericolo più grande per l’Europa non è la Russia:
è Zelensky, la sua cerchia di corrotti e quei
falliti dell’Unione Europea, che in questa guerra hanno la loro sopravvivenza
politica!
La
Russia “Minaccia” il Regno Unito.
Intanto
i pennivendoli titolano a reti unificate che la Russia minaccia il Regno Unito.
Ovviamente lo fanno per mettere paura ai
cittadini e, come al solito, sventolare lo spauracchio russo.
Maria
Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo, ha detto una cosa
semplicissima e, a mio avviso, anche naturale:
ovvero
che la Russia potrebbe colpire obiettivi britannici ovunque, se l’Ucraina
continuerà ad attaccare Mosca con missili forniti dal Regno Unito.
Ora
voi immaginate se un Paese bombardasse l’Italia con missili forniti da un altro
Paese. Sarebbe innaturale, secondo voi, lanciare avvertimenti a quel Paese che
consegna i missili per bombardarci?
No, non è innaturale, è una cosa normalissima.
Piuttosto,
qua il problema è che la Gran Bretagna, un Paese Nato, consente a Zelensky di
colpire la Russia in profondità con i propri missili mettendoci tutti in
pericolo.
La
Russia non sta minacciando, come titolano a reti unificate i pennivendoli
occidentali. La Russia sta solamente avvertendo il Regno Unito e company che
sono in guerra.
E, come tali, verranno trattati.
Crosetto
Nomina Michail Fedorov Come Consulente alla Difesa.
Hanno
superato davvero ogni limite del ridicolo: Guido Crosetto ha appena nominato
Michail Fedorov come consulente alla Difesa.
Fedorov
è l’ex Ministro della Difesa ucraino, colui che ha lanciato droni contro la
Russia che hanno colpito scuolabus, pullman, asili e college, ammazzando
civili, soprattutto bambini. Adesso sarà al servizio della Repubblica Italiana.
Tutto
ciò è vomitevole.
Tra
l’altro, Fedorov continua a rifiutarsi di comparire davanti alla commissione
parlamentare che indaga sulla corruzione in Ucraina.
Ecco
chi sarà il consigliere di Crosetto.
Cosa
gli consiglierà: come si uccidono bambini e civili con i droni o come avviare
un bel sistema di corruzione nel settore delle armi?
(Articolo
di Giuseppe Salamone).
(facebook.com/GiuSal1990).
L’Europa
guerrafondaia non è
alternativa a Trump: l’Italia
deve
sganciarsi da entrambi.
Ilfattoquotidiano.it
– (4 marzo 2025) - Fabio Marcelli Giurista internazionale – Redazione -ci dice:
La
plateale pedata nel sedere, peraltro meritatissima, data in mondovisione da
Trump a Zelensky, non è bastata a quanto pare ad allontanare i dementi
governanti europei e i loro accoliti dal baratro in cui si stanno da tempo
precipitando decisi più che mai a perire, più o meno eroicamente, a fianco del
loro idolo, il pataccaro di Kiev, il quale sarà con ogni probabilità ben presto
esautorato dal popolo ucraino che costituisce la sua vittima principale e che è
ormai definitivamente stanco di dover pagare un altissimo tributo di sangue in
omaggio alle fanfaluche di Rutte, von der Leyen, Macron, Meloni e grottesca
compagnia di guerrafondai con la pelle degli altri.
Siamo
davvero in una situazione incredibile.
Fior di giornalisti, come Massimo Giannini, si
dichiarano pronti a “morire per Kiev”, mentre la von der Leyen, foraggiata da
ogni possibile lobby, ci annuncia che “dobbiamo prepararci al peggio”.
Ma a
nome di chi parlano costoro?
Non certo della stragrande maggioranza del
popolo italiano, che vuole ovviamente la pace e ravvisa, secondo i sondaggi i
due terzi di esso lo fanno, le evidenti responsabilità dell’Occidente in tutte
le guerre in atto, a cominciare da quella in Ucraina.
Michele
Serra, emblema – a mio avviso – della decadenza intellettuale e della
confusione mentale di notevoli settori del Pd, lancia un improbabile appello
per rilanciare un appello a favore di una sorta di nazionalismo europeo contro
il resto del mondo, all’insegna di “siamo i migliori in circolazione”.
(L’economia
italiane cresce meno delle previsioni nel 2024 +0,7%. Aumenta il peso delle
tasse.)
In tal
modo, tutti questi squalificati personaggi, compresa beninteso buona parte del
parassitario mondo politico italiano di destra e di centrosinistra pongono le
basi per l’affossamento definitivo di ogni idea e progetto di Europa.
Lo fanno perché sono disperati in quanto hanno
capito che la nuova situazione internazionale crea le premesse per una
definitiva liquidazione del loro ruolo e dei loro privilegi.
Essi
in effetti costituiscono l’immagine vivente del totale fallimento delle classi
dominanti europee.
L’avvento
di Trump e delle nuove aggressive destre in vari Paesi europei costituisce solo
un epifenomeno e la conseguenza di profonde dinamiche politiche, ma anche
soprattutto sociali e culturali, che determinano il totale sconvolgimento di
equilibri da lungo tempo consolidati.
Si
tratta infatti dell’emergere di un nuovo mondo multipolare all’insegna della
fine irreversibile del ruolo guida dell’Occidente.
Trump,
nella sua ottica rude ma realistica di businessman che coglie il fenomeno nei
suoi tratti essenziali, se ne è evidentemente reso conto e sta brutalmente
procedendo a ridefinire i rapporti nel campo occidentale.
Ne
deriva la fine di Zelensky e la guerra spietata contro i suoi competitor
interni, prima fra tutti l’Unione europea, come pure l’aperta scelta del
fascismo, del razzismo e del machismo come elementi che dovrebbero rilanciare
l’identità occidentale e statunitense in crisi.
Anche
il suo esperimento è destinato al totale fallimento nel giro di pochi anni.
Lo vedremo presto con l’inevitabile ripresa
delle lotte sociali all’interno stesso degli Stati Uniti e la crisi altrettanto
inevitabile del progetto sionista del genocidio e della pulizia etnica contro i
Palestinesi che per il momento Trump ancora sostiene con progetti demenziali
come la Riviera turistica a Gaza, da edificare sui corpi massacrati di decine
di migliaia di bambini, e con il sostegno militare alle imprese di
Netanyahu& C. contro l’umanità.
Che
l’Europa non sia per nulla alternativa al trumpismo, lo vediamo fra l’altro nel
fatto che, dopo gli Stati Uniti, i maggiori fornitori di armi ad Israele siano
proprio i Paesi europei, in primis, nell’ordine, Germania e Italia.
Anche
nel modo di aggredire gli “ingrati”, Trump e Putin si assomigliano sempre di
più.
L’avvenire
del nostro Paese e dell’Europa dipende dal totale ripudio di ogni progetto
guerrafondaio e dalla risoluta assunzione di un ruolo di dialogo con le potenze
emergenti (in realtà da lungo tempo emerse) che rappresentano oggi la speranza
di un mondo migliore, in primo luogo la Cina popolare oggi all’avanguardia
nella ricerca scientifica e tecnologica e nella riconversione ecologica
dell’economia e della società.
Occorre in questo quadro una storica
riconciliazione con la Russia che preveda l’esistenza di un’Ucraina sovrana,
neutrale e non allineata finalmente liberata da Zelensky e la sua cricca.
L’Italietta
sconfortante di Giorgia Meloni e dei suoi reggi coda di destra (compreso il
patetico autoproclamato alfiere nostrano del trumpismo Salvini) e di
centrosinistra (compresa buona parte del Pd allineato dietro Leonardo e il
complesso militare-industriale italiano) traccheggia ed appare più che mai in
balia degli eventi.
Occorre
invece rilanciare con forza gli interessi popolari, bloccando il riarmo e
destinando le risorse a salute, educazione, benessere ed inclusione sociale.
La
manifestazione del 5 aprile, promossa da Giuseppe Conte e dai Cinquestelle e
sulla quale si stanno registrando significative convergenze, a partire da
quella di Rifondazione comunista, deve costituire i questo senso un importante
punto di partenza per un’Italia e un’Europa diverse e migliori.
Guerre
atroci e politica
Sonnambula.
Ilmanifesto.it – (24 -06 -2026) - Alberto
Lesis – Redazione – ci dice:
In una
parola La rubrica settimanale su linguaggio e società.
(A
cura di Alberto Lesis.)
«Emerge
una verità che è quella di tutti i conflitti: la guerra non è mai qualcosa di
eroico. “Anche l’odio contro la bassezza stravolge il viso”, scriveva Bertolt
Brecht.
In
effetti la guerra deforma ogni popolo, anche quello costretto a farla, anche
chi si difende, anche l’aggredito.
La
guerra imbruttisce tutto e tutti: tale è la disumanizzazione che avvelena oggi
l’Europa».
Per
provare a scrivere qualcosa di sensato pensando agli 80 anni della Repubblica,
che hanno coinciso con lunghi decenni di pace, almeno dalle nostre parti (ma
già prima della fine del secolo scorso il mostro si ripresentò, non per caso,
nei vicini Balcani), cito quanto ha scritto su Domani un uomo politico
cattolico e direi moderato, ma da molti anni impegnato per la pace, Mario Giro.
Il suo
articolo, segnalato con una doppia titolazione (Nemmeno una guerra difensiva va
idealizzata – Se il destino dell’Ucraina è una guerra senza fine) continua con
altri pensieri che guardano anche oltre l’Europa:
«Come
tutte le guerre i conflitti attuali coprono nefandezze di ogni tipo e
trasformano i combattenti in peggio (…) L’esperienza insegna che i popoli ne
escono deteriorati, inaspriti, regrediti, peggiori di come vi sono entrati. È
questo il destino che malauguratamente attende gli ucraini e i russi, come
anche i palestinesi e gli israeliani (…) La guerra come meccanismo orrendo
rende tutti schiavi della violenza».
Anche
Giro, come diversi altri osservatori, critica le contraddizioni di un’Europa
che non riesce a prendere una iniziativa efficace per almeno tentare di aprire
un negoziato, dividendosi tra chi si sente ormai di fatto in guerra con la
Russia, e grida “alle armi, alle armi”, e chi è più sensibile al problema degli
approvvigionamenti energetici.
Da
numerose altre parti arrivano considerazioni molto preoccupate sul fatto che
più crescono le tensioni e ogni “cautela” viene oltrepassata nell’uso della
forza più bruta, sia sulla scena dell’Europa orientale, sia su quella del Medio
Oriente, più il rischio di una catastrofe magari originata da qualche equivoco
e qualche “risposta automatica”, più o meno “intelligente” aumenta a dismisura.
La
politica europea assomiglia sempre di più a quell’andamento da “sonnambuli” che
portò alla Prima guerra mondiale.
Non
fanno eccezione i responsabili della politica italiana. Mentre la premier del
centrodestra fa acrobazie contraddittorie per ritagliarsi un qualche nuovo
ruolo dopo l’azzardo di considerarsi la preferita di Trump, ciò che desta
sconcerto è l’afonia confusa delle opposizioni sul tema della guerra e delle
guerre.
Detto
che trovo molto irritante la campagna mediatica, e della politica che la
ispira, per delegittimare la segretaria del Pd, che comunque resta la forza
principale di una possibile coalizione alternativa alla destra, non posso fare
a meno di chiedermi, e di provare a chiedere: ma che cosa aspetta Elly Schlein
per fare della urgentissima iniziativa per cercare la pace in Europa e nel
vicino Medio Oriente il centro della sua proposta politica?
Di
mettere su questo punto tutto il peso che può ancora esistere del suo rissoso
partito, chiamare alla mobilitazione i cittadini la cui maggioranza molto
probabilmente, e non solo i giovani che si sono già “mobilitati”, ha
giustamente paura della guerra e delle conseguenze socio economiche che già si
patiscono pesantemente?
Le
carneficine di civili, di soldati e combattenti, gli stupri, le stragi di
minori, gli esodi imposti e le città distrutte, e la rottura di ogni legalità
internazionale che continuano in ogni scenario bellico non sono più
sopportabili.
E il
sonno della ragione – ma soprattutto del sentimento etico – genererà altri
mostri.
Quando
la menzogna governa,
la
pace diventa fragile.
Amesci.org
– (13 gennaio 2026) - Fondazione, Servizio civile - editoriale di Enrico Maria
Borrelli, Presidente Fondazione Amesci – Redazione – ci dice:
«Il
potere non te lo dà un distintivo o una pistola, il potere te lo danno le
bugie, grandi bugie e convincere il mondo a parteggiare per te».
La frase di Sin City non è solo una battuta
cinematografica: è una fotografia inquietante del nostro tempo.
Un
tempo in cui la pace globale è sempre più a rischio non soltanto per le guerre
in corso, ma per la sistematica alterazione della realtà operata da leader che
hanno trasformato la menzogna in strumento di governo.
La
pace non muore solo sotto le bombe.
Muore
quando la verità viene piegata, quando il diritto internazionale diventa un
fastidio, quando la propaganda sostituisce il confronto democratico.
In
questo scenario, Donald Trump rappresenta un caso emblematico ma non isolato.
La sua
retorica aggressiva, l’unilateralismo ostentato, l’uso disinvolto della forza e
la pretesa di legittimarsi come “uomo di pace” mentre viola regole condivise
mostrano una concezione del potere fondata non sulla responsabilità, ma sulla
narrazione.
Non
conta ciò che è vero, conta ciò che si riesce a far credere.
La stessa logica attraversa altri contesti e
altri leader.
Vladimir
Putin ha
giustificato l’aggressione all’Ucraina costruendo una realtà alternativa, in
cui l’invasione diventa “difesa”, la guerra “operazione speciale”, la
repressione interna “sicurezza nazionale”.
Benjamin Netanyahu ha progressivamente ridotto ogni
critica all’azione militare a un attacco esistenziale allo Stato di Israele,
confondendo deliberatamente sicurezza, vendetta e sopravvivenza politica
personale.
Viktor
Orbán, nel
cuore dell’Europa, ha svuotato le istituzioni democratiche dall’interno, usando
il linguaggio della sovranità per comprimere diritti, pluralismo e libertà di
stampa. Contesti diversi, storie diverse, ma un tratto comune: l’uso
strumentale della realtà per consolidare il potere.
Le
bugie, grandi o piccole, servono a costruire consenso, a delegittimare gli
avversari, a rendere accettabile ciò che altrimenti apparirebbe inaccettabile.
È così che la guerra diventa normale, la repressione necessaria, l’ingiustizia
inevitabile.
In
questo quadro, è fondamentale chiarire un punto spesso manipolato: criticare l’uso illegittimo della
forza o la violazione del diritto internazionale non significa difendere
governi autoritari o pratiche antidemocratiche. Il caso venezuelano lo dimostra. Il
governo di Nicolás Maduro è stato ampiamente contestato per la legittimità
delle elezioni, per la repressione del dissenso, per l’erosione delle libertà
civili. Allo
stesso tempo, le recenti retromarce giudiziarie su alcune accuse simboliche
mostrano quanto anche la narrazione penale e politica possa essere piegata a
fini strumentali. Due verità possono coesistere: un governo può essere autoritario e,
insieme, non per questo legittimo bersaglio di azioni unilaterali che
calpestano le regole comuni.
La pace autentica vive di questa complessità.
Non tollera la semplificazione brutale, non si nutre di slogan, non cresce nella logica
amico-nemico. La pace richiede verità, diritto, istituzioni forti, cittadini
informati. Richiede leader capaci di anteporre il bene collettivo all’interesse
personale, la responsabilità al consenso immediato. Quando il mondo accetta che
la realtà sia negoziabile, che la menzogna sia uno strumento legittimo di
governo, allora la pace diventa precaria. Perché chi controlla il racconto
controlla anche il confine tra giusto e sbagliato, tra difesa e aggressione,
tra democrazia e autoritarismo.
Difendere
la pace oggi significa difendere la verità. Non come astratto principio morale,
ma come fondamento concreto della convivenza internazionale.
Senza
verità, non c’è diritto. Senza diritto, non c’è pace. E senza pace, nessuna
bugia potrà mai garantire sicurezza o futuro.
I
forti soffrono quando
fanno
ciò che vogliono?
Centridiricerca.unicatt.it
– (2 marzo 2025) - Sean Molloy – Redazione – ci dice:
Nei
primi giorni della presidenza di Donald Trump si sono verificati una serie di
scontri con alleati e altri Stati.
Il primo vero scontro tra Trump e un alleato è
stato il “dialogo infuocato” con il primo ministro danese Mette Frederiksen in
merito all’acquisizione ostile della Groenlandia, un contenzioso che è stato
descritto da alti esponenti politici europei come «orrendo» e «potenzialmente
molto pericoloso».
Lo scambio tra i due premier ha rappresentato
un primo segnale della determinazione di Trump a imporre il dominio degli Stati
Uniti sui loro alleati.
Il dialogo con il Presidente appena rieletto
ha messo in allarme la NATO e l’Unione europea.
I danesi, stando a quanto riferito, sarebbero
stati «completamente spaventati» dallo stile aggressivo della diplomazia di
Trump.
Anche il Canada è stato allarmato dal
singolare stile diplomatico di Trump, che ha imposto e sospeso i dazi su uno
dei suoi alleati più stretti e ha persino proposto di incorporare il suo vicino
settentrionale negli Stati Uniti.
Lo
straordinario e recente incontro alla Casa Bianca tra Trump, J.D. Vance e
Volodymyr Zelensky segna il culmine (fino a oggi) dello sforzo di vilipendere e
intimidire gli alleati percepiti come deboli per affermare il dominio del
potere statunitense su quelli che sembrano essere considerati Stati clienti
piuttosto che alleati in quanto tali.
Le
difficili conversazioni tra Stati in cui i potenti affermano la propria volontà sui meno
potenti non sono una novità nella politica internazionale.
Il
caso paradigmatico, spesso citato da studiosi e diplomatici, è il Dialogo dei
Melii e degli Ateniesi, raccontato dallo storico greco Tucidide nel suo
resoconto della Guerra del Peloponneso.
Nel
tentativo di persuadere i Melii a unirsi alla loro alleanza contro gli
Spartani, gli ambasciatori ateniesi oppongono al rifiuto dei rappresentanti
della piccola isola di conformarsi ai desideri di Atene una minaccia
agghiacciante:
se non si adegueranno, verranno uccisi tutti
gli uomini e ridotti in schiavitù le donne e i bambini di Melo.
«Chi è più forte», sostengono gli Ateniesi,
sicuri che i Melii si convinceranno della logica incontrovertibile della loro
posizione, «fa quello che può e chi è più debole cede».
Come i
Danesi, i Melii erano spaventati dagli Ateniesi, ma decisero comunque di
rimanere neutrali, nonostante il loro strapotere.
Dopo
aver appreso che i Melii non avrebbero accettato le loro richieste, gli
Ateniesi portarono a termine la loro minaccia.
Per il
resto della guerra, gli Ateniesi agirono secondo la massima secondo cui i forti
fanno ciò che possono o vogliono fare nei confronti di Stati neutrali,
belligeranti e alleati.
La
ripetuta insistenza di Trump sul fatto che l'Ucraina «non può fare a meno»
degli Stati Uniti e che gli ucraini devono accettare che il loro destino
dipenda dalla potenza e dalla continua buona volontà americana riecheggia la
richiesta ateniese secondo cui i Melii non avevano altra scelta se non quella
di fare ciò che la potenza maggiore imponeva loro.
Secondo
Trump, gli ucraini devono adeguarsi alle preferenze degli Stati Uniti in
relazione alla guerra o rischiano la distruzione. L'America, come l'Atene del V
secolo, è uno Stato potente la cui volontà deve essere obbedita da chi ha meno
potere di lei: se l'America desidera un cessate il fuoco, l'Ucraina deve
adeguarsi.
A
differenza degli Ateniesi nei confronti dei Melii, gli Stati Uniti non saranno
l'agente della distruzione dell'Ucraina, ma non impediranno quella che
considerano una sconfitta inevitabile e schiacciante, a meno che l'Ucraina non
si pieghi alla loro volontà.
Al
centro delle richieste sia degli Ateniesi sia di Trump c'è la negazione del
diritto di agire in modo autonomo agli Stati più deboli e l'affermazione del
dominio da parte dei più forti.
La
maggior parte delle analisi contemporanee del Dialogo dei Melii e degli
Ateniesi si conclude con un invito ad ammirare o condannare lo spietato
«realismo» degli Ateniesi. Tuttavia, una maggiore familiarità con il testo di
Tucidide rivela un quadro più complicato e ricco di insegnamenti che gli
americani, i loro rivali e i loro alleati farebbero bene a tenere in
considerazione. La chiave per svelare la massima secondo cui i forti fanno ciò
che possono e i deboli subiscono ciò che devono sta nel porsi la domanda: la
posizione degli ambasciatori ateniesi a Melo è rappresentativa dell'opera di
Tucidide nel suo complesso? Vogliamo davvero dedurre da Tucidide che il
comportamento degli Ateniesi è semplicemente il modo in cui si svolgono le
relazioni tra Stati deboli e Stati potenti? Che la Danimarca, per esempio,
dovrebbe ascoltare le lezioni di Melo e capitolare per non incorrere nel costo
di sfidare una potenza superiore? E che gli Stati Uniti, come Atene, non devono
preoccuparsi di inezie come la sovranità danese sulla Groenlandia? O che
l’Ucraina dovrebbe arrendersi agli Stati Uniti e accettare qualsiasi accordo
che Trump riesca a concludere con Putin?
La
lettura del Dialogo dei Melii e degli Ateniesi nel suo contesto rivela che
Tucidide non intende trarre insegnamenti da esso; gli studiosi di realismo
devono approfondire ulteriormente la loro analisi della Guerra del Peloponneso
per trarre beneficio dalle considerazioni di Tucidide. Il primo elemento che il
lettore deve riconoscere è che gli Ateniesi, spietati e adoratori del potere,
hanno perso la guerra e Tucidide attribuisce la loro sconfitta, in gran parte,
alla mentalità mostrata a Melo. Guidata dal ricco, carismatico e spregiudicato
Alcibiade, la fazione in ascesa che gli ambasciatori ateniesi rappresentavano –
il partito della guerra – era convinta che la ricchezza e il potere di Atene li
rendessero invincibili. Se i loro alleati si opponevano alle richieste di un maggiore
sostegno materiale e di un maggiore supporto, il potere ateniese, nelle sue
molteplici forme, poteva essere impiegato per metterli con le spalle al muro.
La
posizione ateniese a Melo si discostava in modo significativo dalla strategia
suggerita da Pericle, il loro leader all'inizio della guerra e identificato da
Tucidide (anche se non senza riserve) come uno dei grandi statisti dell'epoca.
I consigli di Pericle ai suoi concittadini su come gestire gli altri Stati,
soprattutto gli alleati, dovrebbero attirare l'attenzione del lettore
contemporaneo di Tucidide almeno quanto il Dialogo dei Melii e degli Ateniesi. Pericle consigliò ad Atene di non
spingere troppo in là le proprie ambizioni imperiali e di non correre rischi
eccessivi mentre era impegnata in quella che, secondo lui, doveva essere una
guerra breve e limitata con Sparta. Gli alleati dovevano essere trattati nel miglior
modo possibile, in quanto rappresentavano una risorsa preziosa in caso di
conflitto con potenze rivali. Secondo Tucidide, il dramma di Atene fu non aver
ascoltato i consigli di Pericle. Inebriati dalla potenza e dall'arroganza dimostrata a
Melo, l'eccesso di fiducia degli Ateniesi si tradusse in una serie di passi
falsi disastrosi che portarono alla guerra non solo con Sparta, ma anche con la
Sicilia e con l'Impero persiano alla fine della guerra.
Atene si era alienata molti dei suoi alleati,
alcuni dei quali erano in aperta rivolta contro di essa. La lezione di Tucidide è che
l'adozione della massima secondo cui «chi è più forte fa quello che può e chi è
più debole cede» portò al disfacimento della forza ateniese e a una cocente
sconfitta da cui la città non si riprese mai. Secondo Senofonte, gli Spartani
vincitori della guerra restituirono i Melii sopravvissuti alla loro isola.
Agendo
senza prudenza e moderazione e alienandosi gli alleati, gli Ateniesi impararono
a proprie spese che il semplice possesso del potere non è una panacea e che i
forti possono subire le conseguenze delle proprie azioni quanto i deboli.
L'equivalente più vicino ad Alcibiade, il non meno spregiudicato Donald Trump,
non minaccia stragi di massa e schiavitù di danesi, canadesi e ucraini, ma si
comporta come gli Ateniesi, lanciando ultimatum agli alleati perplessi che si
allontanano sempre di più a ogni richiesta. Mentre il XXI secolo si sviluppa, gli
Stati Uniti devono sempre più confrontarsi con superpotenze nascenti che
minacciano di eclissarli e con le quali potrebbero benissimo entrare in
conflitto, caldo o freddo che sia. La storia della Guerra del Peloponneso, come
intendeva Tucidide, rimane una «un possesso che vale per l’eternità». Data la presenza nell'Amministrazione
di un gruppo altamente qualificato di diplomatici e accademici esperti, ci si
augura che almeno uno dei consiglieri di Trump e Vance possa e voglia tracciare
un parallelo tra il disprezzo ateniese degli Stati con cui interagiva e
l'attuale trattamento americano dei suoi alleati.
Mentre
l'attuale titolare dello Studio Ovale e il suo potenziale successore valutano i
primi giorni di questa amministrazione alla luce di un paragone con Atene,
potrebbero rivalutare il trattamento riservato ai loro alleati e riflettere sul
rischio che loro stessi o i futuri leader americani debbano imparare la lezione
che anche i forti possono subire le conseguenze delle proprie azioni. Il potere, come ogni risorsa, può
trasformarsi in una maledizione se non viene utilizzato con giudizio.
Un
uomo di Stato e il Paese che rappresenta devono trattare con prudenza gli
alleati esistenti, come il Canada, la Danimarca e l'Ucraina, e farlo è più
prezioso che non le trovate pubblicitarie a spese del «governatore» Trudeau o
la gratificazione istantanea fornita da conferenze stampa che certamente
forniscono «grande televisione», ma il cui contributo all'interesse nazionale è
di dubbio valore.
(Sean
Molloy è Professore associato di Relazioni internazionali presso l'Università
del Kent.)
(Questo
contributo è stato pubblicato originariamente il 2 marzo 2025 su «Logos».)
Quando
la polarizzazione
spezza
la sfera pubblica.
Fondazionefeltrinelli.it
– (05 dicembre 2025) – Editoriale - Giovanni Boccia Artieri –
Articolo
tratto dal N. 62 di Bolle e balle – Redazione – ci dice:
La
polarizzazione non è semplicemente un conflitto più acceso del solito, né la
naturale contrapposizione tra idee diverse. È un processo più sottile e
corrosivo, in cui la differenza politica si irrigidisce fino a trasformarsi in
distanza emotiva, sociale e cognitiva.
Non nasce dal dibattito, ma dalla sua deformazione,
cioè quando le opinioni diventano identità, quando il disaccordo si traduce in
ostilità, quando la complessità viene compressa in blocchi morali
inconciliabili.
Polarizzazione.
Manifesto
tratto dal patrimonio di Fondazione Feltrinelli.
La
grammatica del conflitto.
Oggi
la polarizzazione non descrive solo cosa pensiamo, ma chi siamo e con chi
scegliamo di stare.
È un
fenomeno allo stesso tempo sociale e tecnologico che si innesta sulle
vulnerabilità psicologiche delle persone e cresce dentro un ecosistema digitale
progettato per massimizzare attenzione, reazione, attrito.
Gli
algoritmi non inventano il conflitto, ma lo rendono grammatica quotidiana.
Premiano ciò che divide perché ciò che divide performa, generando clic e
visibilità, modellando una logica estrattiva che spinge verso ciò che
polarizza.
Sempre
più spesso, questa dinamica assume i tratti della polarizzazione distruttiva,
cioè una configurazione in cui il confronto si inceppa, l’informazione
dell’altro viene delegittimata, la complessità evapora, le voci estreme
amplificate e le emozioni usate come strumenti di esclusione.
Non è,
quindi, il semplice disaccordo, ma la sua mutazione in sospetto sistematico. Un
mondo dove l’opinione dissidente è subito letta come una minaccia.
Uno
studio 2018–23, in Italia, mostra talk-show spesso emotivi e sbilanciati,
favorendo un confronto poco equilibrato.
Democrazia:
uno spazio pubblico comune.
A
farne le spese non è solo la qualità del discorso pubblico, ma il tessuto
stesso della convivenza democratica.
La
democrazia, infatti, non richiede unanimità, ma la capacità di condividere uno
spazio simbolico comune: disaccordo informato, competizione leale, possibilità
di rivedere le proprie convinzioni.
Tutto
ciò si indebolisce quando prevale una logica tribale che contrappone un “noi”
da un “loro”, costruendo narrazioni totalizzanti in cui il campo avversario è
percepito come irrimediabilmente corrotto o pericoloso.
La
polarizzazione diventa un problema democratico quando rende impossibile la
mediazione e trasforma la politica in un’arena di scontro permanente in cui
conta soltanto mobilitare i propri e delegittimare gli altri.
In
questo slittamento, la sfera pubblica smette di essere uno spazio di
discussione e diventa un campo di battaglia simbolico.
Lo
vediamo nella retorica del tradimento e della purezza, nei discorsi che
invocano l’“invasione” o la “sostituzione”, nelle contro-narrazioni che
rispondono con sarcasmo, disprezzo, umiliazione.
È
un’economia affettiva fondata sull’indignazione e sulla ricompensa identitaria.
Nell’ultimo
anno oltre il 60% delle proteste europee online è stato influenzato da fake
news secondo studi UE.
Le
crisi della sfiducia.
Questa
dinamica, come ho messo in evidenza nel volume Sfiduciati. Democrazia e disordine comunicativo
nella società esposta, è alimentata dall’erosione dell’affidabilità informativa
e dalla crisi della fiducia verso istituzioni, media e saperi condivisi. È una condizione di
post-affidabilità il terreno su cui germoglia la polarizzazione contemporanea.
Dove
mancano fiducia e orientamento, la selezione delle informazioni diventa
tribale, la verità negoziata per appartenenza.
Eppure,
questa non è una condizione naturale o inevitabile.
Nell’Annale
2025 della Fondazione Feltrinelli, Democrazia ai margini. Disinformazione e
manipolazione dell’opinione pubblica nell’era digitale, viene mostrato come la
polarizzazione sia parte di una trasformazione strutturale della sfera pubblica
“piattaformizzata”, attraversata da nuove tensioni tra centro e margine,
visibile e invisibile, istituzioni e contro-pubblici.
È
dentro queste fratture che proliferano sfiducia, manipolazione e
radicalizzazione, ma anche possibilità di rinnovamento democratico.
Ridurre
la polarizzazione non significa aspirare all’armonia, ma ricostruire le
condizioni minime della fiducia reciproca e della responsabilità comunicativa.
Significa recuperare la qualità del disaccordo:
un
attrito generativo, che apre invece di chiudere, che chiarisce invece di
dividere.
La
democrazia vive del conflitto, ma muore nella guerra culturale permanente.
Cina,
la sua economia rischia di
implodere e di innescare
la
prossima grande crisi.
Msn.com-
Quotidiano.net - Storia di DAVIDE NITROSI – (31 – 08 – 2026) – Redazione – ci
dice:
Roma,
31 agosto 2026 – "Il mondo non può permettersi una Cina con un surplus
commerciale di 1.200 miliardi di dollari".
Il segretario al Tesoro americano Scott Besson,
esordendo con queste parole alla vigilia del G20 Finanze di Asheville, in North
Carolina, è andato dritto al punto: il maggiore rischio per l’economia mondiale
dopo la crisi dei mutui subprime del 2007 e la conseguente crisi del debito
sovrano è la Cina.
"L’economia
cinese è piuttosto debole. Pechino sta cercando di uscirne puntando sull’export
ma deve riequilibrare la sua economia", ha aggiunto Besson in
un’intervista alla Reuters.
Segnalando
così che l’obiettivo del G20 sarà "riesaminare le condizioni commerciali
con la Cina per ridurre gli squilibri globali e spingere Pechino a
riequilibrare l’economia, dall’export ai consumi interni".
Se XI
accetterà di gestire il suo eccesso di surplus assieme al G20 potremmo scampare
un pericolo per l’economia globale.
Altrimenti
aspettiamoci l’implosione dell’economia cinese con conseguenze per tutti.
Il
mercato saturo e i sussidi statali di Pechino alle imprese.
I
campanelli d’allarme sono scattati da tempo.
Un
paio di settimane fa su Foreign Affairs, Michael B. G. Froman, ex vice
consigliere per la sicurezza nazionale per gli affari economici degli Stati
Uniti dopo il biennio buio 2008-2009, ha scritto una lunga analisi illuminante
per spiegare che la prossima crisi economica globale potrebbe nascere in Cina.
Il vulnus di partenza è esattamente il surplus
commerciale, che rischia di travolgere la stessa Cina.
Un
surplus cresciuto ad un ritmo tre volte superiore al commercio globale.
Froman
ci spiega che è “un problema di aritmetica”.
“Quando
l’economia cinese era più piccola, era sostenibile un ritmo di esportazioni tre
volte superiore rispetto alla crescita globale, perché il mercato lo assorbiva.
Oggi
quel mercato potrebbe non assorbire più la mole di prodotti Made in China”.
"Quando
l’export cinese si fermerà, la resa dei conti sarà dolorosa soprattutto per la
Cina", osserva Froman.
Con
"onde d’urto" in tutto il mondo.
Oggi
la Cina rappresenta il 30% della produzione industriale mondiale, nel 2030
raggiungerà il 45% a questo ritmo.
Un
record.
"Non esistono precedenti storici ad
eccezione dell’economia statunitense immediatamente dopo la Seconda guerra
mondiale", annota l’analista.
Finora
la manifattura cinese è stata sostenuta dai sussidi statali, che hanno tenuto
in vita anche società altrimenti in perdita (il 30% delle compagnie cinesi
opera in perdita, prima del Covid era il 20%). Chiaramente il sostegno pubblico
è una strategia politica per invadere il mondo di prodotti cinesi, sia di bassa
qualità, sia tecnologicamente avanzati (il caso delle auto, della telefonia,
dell’informatica o delle batterie), ma così XI rischia di non riuscire a
gestire alla lunga il surplus che potrebbe crollare su sé stesso.
Questione
di numeri, si diceva.
Prendiamo
il caso delle auto, dove la concorrenza cinese ha messo in ginocchio la
produzione tedesca.
Nel 2025 le esportazioni di auto cinesi sono
aumentate del 21% (142 miliardi di dollari il valore) e le batterie spedite nel
resto del mondo hanno toccato il valore di 77 miliardi di dollari.
La Cina produce 25 milioni di auto elettriche
o ibride plug-in, mentre la domanda interna si ferma a 12 milioni.
Ma la
Cina oggi ha la capacità di produrre fino al 60% del mercato globale di auto
elettriche (90 milioni all’anno in totale).
"Ad un certo punto – fa notare Froman –
potrebbero semplicemente non esserci più acquirenti per le auto cinesi".
“BYD”
AZIENDA INDUSTRIA AUTOMOTIVE AUTOMOBILISTICA PRODUZIONE AUTO AUTOMOBILE
AUTOMOBILI ELETTRICA, ELETTRICHE.
Cosa
si rischia e quali sono le soluzioni.
Il
rischio è la replica del default del mercato immobiliare cinese, cresciuto a
dismisura per poi esplodere nel 2021.
È di poche settimane fa la condanna
all’ergastolo del fondatore di Evergrande Xu Jialing, dopo il più grande crac
immobiliare dell’Asia.
In
pratica, la Cina deve ridurre il surplus perché la politica di crescita a ritmi
senza limiti, ben oltre ciò che il mercato può assorbire, rischia di esser un
autogol.
Pechino
dovrà incentivare il mercato interno – sapendo che comunque non potrà assorbire
tutta l’attuale capacità di produzione – ma dovrà anche affrontare il nodo dei
sussidi che permettono di commercializzare prodotti a prezzi inferiori rispetto
ai concorrenti, tenendo in vita aziende che sarebbero in perdita.
Questo
significherebbe per la Cina modificare il suo modello di sviluppo e accettare
svariati default con conseguenze sociali incalcolabili, sia sulla coesione, sia
sullo stesso mercato interno.
Riuscirà
XI a gestirle o dovrà esercitare il suo potere assoluto?
L’unico
modo per uscirne è forse concordare un atterraggio il più possibile morbido con
gli Stati Uniti (che hanno provato a fermare la Cina coi dazi, ma senza
successo) e con il resto del mondo.
Il G20
punta a pilotare questo atterraggio.
È in gioco il futuro di tutte le economie.
Decifrando
l'indecifrabile: per
un
principio di governo nel
disordine
mondiale.
Rivistarinascita.it - Giuseppe Conte – (venerdì
6 marzo 2026) – Redazione – ci dice:
PROGRESSISMO.
POLITICA
INTERNAZIONALE.
RELAZIONI
INTERNAZIONALI.
PACE.
Stiamo
perdendo tutti i riferimenti che ci hanno consentito, in Europa e non solo, di
vivere in un contesto pluridecennale di pacifica convivenza.
Ci
eravamo illusi che i conflitti armati fossero il retaggio di epoche ormai
lontane e che potessimo concentrare i nostri sforzi sui problemi della crescita
economica e della sua redistribuzione, di un più ampio e articolato sviluppo
sociale, sulle nuove sfide dell’innovazione tecnologica, della transizione
ecologica e dei cambiamenti climatici.
E
invece ci ritroviamo a vivere una fase di profonda crisi del multilateralismo,
dopo che ci eravamo illusi sull’esistenza di una comunità internazionale
dialogante, pur in un clima di non sopita conflittualità, sulla presenza solida
ed efficace di organismi di coordinamento, a partire dalle Nazioni Unite, utili
a prevenire le tensioni internazionali e a comporre le escalation militari.
Abbiamo
appena svoltato il primo quarto di secolo del terzo millennio e lo scenario
globale appare completamente trasformato. Il disordine mondiale sembra ormai
dilagare. Non riusciamo più a trovare un bandolo che ci aiuti a sciogliere
questo groviglio di conflitti commerciali e bellici, ideologici ed etnici,
questa continua accensione di focolai di crisi.
Stentiamo
persino a immaginare un principio di riorganizzazione, un criterio di
coordinamento che ci aiuti a dipanare traiettorie di razionalità in grado di
restituire ordine al caos attuale.
Donald
Trump ha appena attaccato, con massicci bombardamenti, l’Iran del regime
liberticida degli ayatollah, decapitandone il vertice, a partire dalla suprema
guida Khamenei.
È un’iniziativa unilaterale realizzata in
piena sinergia politica e militare con il governo israeliano di Netanyahu.
L’attacco è stato avviato nel mezzo di un negoziato. Anche in Venezuela Trump
ha deciso un attacco militare unilaterale nel mezzo di un negoziato.
Nonostante
i continui scarti e la sostanziale imprevedibilità, le iniziative di politica
estera di Trump iniziano ad assumere contorni definiti. Parlare di una dottrina
strutturata è forse troppo, anche se ormai correntemente si ragiona di “Monroe
dottrine”.
Ma sicuramente da queste prassi aggressive
possiamo ricavare alcuni primi corollari.
Gli
attacchi armati sono condotti senza alcuna considerazione per il diritto
internazionale.
Le
violazioni sono evidenti sotto molteplici profili.
Innanzitutto, non ricorrono gli estremi della
legittima difesa di cui all’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite, poiché né
il governo di Maduro né il regime iraniano avevano posto in essere un “attacco
armato” contro gli Stati Uniti o rappresentavano una “minaccia attuale” in
grado di impensierire la capacità reattiva di Washington e dei suoi alleati.
Inoltre, queste azioni militari hanno avuto quale
immediato obiettivo la cattura di Maduro e l’assassinio di Khamenei, due capi
di Stato che godevano dell’immunità personale assoluta, che in base al diritto
internazionale impedisce la loro sottoposizione alla giurisdizione di uno stato
estero, a meno che non sia in gioco l’attuazione del provvedimento di una corte
internazionale.
Gli
attacchi sono stati rivolti contro regimi autocratici o comunque illiberali, ma
non sembrano affatto ispirati dalla volontà di promuovere transizioni
democratiche e il rispetto dei diritti umani. In Venezuela, un attimo dopo la
cattura di Maduro, il Governo degli Stati Uniti ha negoziato il passaggio di
consegne direttamente con la numero due del regime di Maduro, l’ex
vicepresidente Delay Rodriguez, incoronandola presidente ad interim. Quanto
all’Iran, Trump ha sin qui invitato la popolazione a «prendere il controllo del
governo», in modo molto generico, senza prefigurare un futuro scenario
democratico. Pesano, evidentemente, i rapporti della CIA che hanno delineato scenari
successori niente affatto confortanti, considerato che appare improbabile il
depotenziamento del forte ruolo – militare, economico, politico –
tradizionalmente svolto dai Pasdaran e non è affatto da escludere una soluzione
caratterizzata da un marcato radicalismo ideologico.
Queste
aggressioni sono state condotte contro Paesi sovrani che possiedono tra le
maggiori riserve energetiche del pianeta.
Il
Venezuela possiede le riserve petrolifere più grandi al mondo, mentre l’Iran è
ai primissimi posti sia per le riserve di petrolio sia per le riserve di gas
naturale. Peraltro, Trump non ha mai nascosto la sottesa motivazione alle sue
iniziative, che è quella di garantire agli Stati Uniti l’accesso a risorse
minerali critiche e a riserve energetiche.
Subito
dopo il suo secondo insediamento alla Casa Bianca ha chiarito a Zelensky che il
sostegno americano nei negoziati di pace sarebbe stato condizionato alla
sottoscrizione di accordi di sfruttamento delle risorse minerarie ucraine e,
infatti, il 30 aprile 2025 è stato sottoscritto il Minerale Resources
Agreement.
Anche
la sua determinazione di annettere la Groenlandia è stata motivata dalla sua
posizione strategica e, più specificamente, dalla volontà di garantire agli
Stati Uniti l’accesso a terre rare e metalli essenziali.
La
deliberata e sistematica violazione del diritto internazionale della nuova era
Trump nasce e si sviluppa sul piano dell’economia. Si riannoda alla
disillusione che è seguita alla stagione esaltante della globalizzazione,
allorquando l’espansione di uno spazio globale di mercato senza limiti e
confini aveva generato entusiastiche promesse di diffusa prosperità e
rafforzata sicurezza.
Le
aggressive politiche commerciali perseguite da Trump sono, per buona parte,
frutto di questa disillusione e della volontà di ridare slancio a un’economia
gravata da un alto debito pubblico, che sta soffrendo fortemente la sfida con
le economie emergenti.
Già
nel 1962 Milton Friedman, nel suo celebre Capitalismo e libertà, aveva invitato
ad abolire i dazi doganali, incitando il suo paese a fare come la Gran Bretagna
nel XIX quando abrogò le Corni Lawes: «Siamo una grande nazione e non ci
conviene pretendere benefici reciproci da Cina, Messico o Europa prima di
ridurre i dazi sui prodotti provenienti da quei paesi».
Poi è
subentrato il “Washington Consensus”, che conteneva una esplicita direttiva
sulla liberalizzazione del commercio e delle importazioni e sul mantenimento di
dazi bassi e uniformi.
Decenni
dopo, Robert Lighthizer, il guru trumpiano delle politiche commerciali, si è
fatto interprete di una totale inversione di rotta, e nel recente volume No
Trade is Free (Broadside Books, New York, 2023) ha contestato i risultati del
“libero commercio sbilanciato”, che ha impoverito le famiglie e le comunità
americane, assicurando importazioni a basso costo e tutelando i profitti
aziendali.
Il
neo-protezionismo americano comporta ostinata volontà di riequilibrare la
bilancia commerciale nei confronti di paesi “nemici” ma anche “alleati”, senza
distinzioni, nella convinzione che i bisogni dei cittadini americani vengano
prima dei buoni rapporti diplomatici con paesi terzi. Il vecchio ordine
mondiale è franato, in particolare, sotto i colpi della forsennata competizione
con la Cina. La differenza è che in passato queste competizioni si giocavano
sulla consistenza degli eserciti e delle riserve valutarie. Oggi, la
competizione è diventata molto più complessa, perché si perseguono strategie
sistemiche in grado di garantire vantaggi industriali e commerciali.
Gli
Stati Uniti, ma un po’ tutti i paesi, hanno maturato l’ossessione per
l’autonomia strategica e la costante preoccupazione di scoprirsi vulnerabili
sul piano della competizione tecnologica.
Il
commercio mondiale, in passato, contemplava ampie possibilità di
diversificazione di fornitori e di mercati, con la conseguenza che era molto
più facile raggiungere equilibri di sistema.
Oggi
le risorse più preziose e i beni più ambiti sono i dati quale materia prima, le
terre rare, i minerali critici, i chip e i semiconduttori, la capacità
computazionale quale nuovo capitale produttivo, e l’energia, tanta tantissima
energia.
La
competizione si gioca a colpi di data center e di super-computer,
infrastrutture assolutamente indispensabili per vincere la sfida dell’autonomia
tecnologica.
Da
quando la Cina è entrata nella WTO, agli inizi del 2000, divenendo la “fabbrica
del mondo”, la sua economia e la connessa capacità tecnologica si sono
avvantaggiate notevolmente espandendosi a ritmi vertiginosi. Oggi la Cina
controlla circa il 70% dell’estrazione mondiale di terre rare e vanta il 90%
circa della lavorazione e raffinazione, utilizzando questo primato come un’arma
strategica nella catena globale di approvvigionamento.
Gli
Stati Uniti si sono scoperti un gigante con arti di argilla.
Vantano
ancora un predominio militare, commerciale e tecnologico, ma ormai subiscono la
temibile rincorsa di un’economia cinese che tutti gli indici statistici danno
per favorita nel lungo periodo.
Nel
gennaio 2026 gli USA si sono affrettati a concludere un accordo storico con
Taiwan per investimenti di qualche centinaio di miliardi sui semiconduttori
avanzati, di cui Taiwan è leader mondiale, offrendo significative riduzioni
tariffarie come contropartita.
Questo
accordo è suscettibile di indirizzare il quadro geo-politico e di definire
equilibri sistemici molto più di tante tradizionali iniziative diplomatiche.
Nel nuovo disordine mondiale l’economia ha preso completamente il sopravvento.
La politica è degradata al ruolo di mera ancella dell’economia. È diventata la
sua modesta appendice.
L’Europa
è in preda al disorientamento più assoluto. È totalmente incapace di offrire –
non dico una soluzione, ma anche solo – una posizione che non sia un confuso
balbettio, che oscilla dalla banalità alla contraddizione. Viviamo una
condizione umiliante, una soggezione disarmante.
Incapace
di assumere la guida del processo di pacificazione del conflitto russo-ucraino,
dopo avere risolutamente sbarrato la porta alla diplomazia, l’Unione europea è
sprofondata in una condizione di totale afonia e inazione, provata da quattro
anni di fallimentari previsioni sulla facile scommessa della vittoria militare
dell’Ucraina, sul crollo dell’economia russa, sul cambio di regime a Mosca.
E così
ci siamo disperatamente buttati in velleitari progetti di riarmo, che
contemplano spese folli, progettate disorganicamente da parte di ciascun Stato
membro, senza che ci sia un serio progetto di difesa comune e, ancor prima, un
piano di massicci investimenti per affrontare le nuove, complesse sfide
dell’innovazione tecnologica, in particolare dell’intelligenza artificiale e
della robotica.
In
Europa siamo passati dal welfare al warfare, nel giro di qualche mese,
assecondando una riconversione industriale a senso unico, in direzione della
produzione di armamenti, fortemente voluta dalla Germania.
Senza
neppure un reale confronto e una seria valutazione delle prospettive future,
abbiamo lasciato che la Germania, che per anni ha goduto di un ampio spazio
fiscale che non ha messo a fattor comune per una crescita comune europea,
decidesse di ridiventare una superpotenza militare.
I
nostri alleati tedeschi hanno abrogato, de but en blanc, i vincoli
costituzionali di bilancio, dopo averci imposto per anni l’austerità, e si
stanno armando massicciamente, senza minimamente porsi il problema della
coesione e dell’armonia del mercato comune, senza considerare il costante
aumento di consensi di un partito di estrema destra, AfD, contraddistinto da
chiari rigurgiti ideologici nazionalsocialisti, che in un prossimo futuro
potrebbe gonfiarsi sino a pretendere la guida del governo.
Nel
disorientamento generale, nella babele di confuse istanze che prevalgono in
Europa, chi ha le idee più chiare, non necessariamente le migliori, prevale
facilmente. E così la transizione ecologica e digitale è diventata,
semplicemente, transizione militare.
Abbiamo
programmato un piano di riarmo europeo multimiliardario in quattro e
quattr’otto, abbiamo lasciato che la Germania pianificasse investimenti monstre
in campo militare, che gli Stati membri della Nato incrementassero la spesa
militare sino al 5% del rispettivo PIL.
Dopo
avere impiegato decenni per erigere e affinare un modello sociale europeo, lo
stiamo improvvidamente distruggendo. Abbiamo lasciato che governanti
insipienti, i falchi della Nato, i comparti della difesa, gli apparati
militari, le aziende di settore e i fondi di investimento che si sono buttati a
capofitto a far profitti, tingessero il nostro futuro di verde militare senza
alcun dibattito pubblico.
Ci
siamo lasciati trascinare in un’economia di guerra senza neppure un voto
democratico dei nostri Parlamenti, nazionale ed europeo.
Tutti
questi programmi e progetti di riarmo sono sostenuti e giustificati da una
propaganda che descrive come attuale una minaccia bellica. Senza trascurare la
realtà di guerre “ibride” che sono destinate a diffondersi sempre più. Il
risultato è che stiamo pian piano adattando le nostre azioni, il nostro modo di
pensare, la nostra organizzazione di vita in funzione di questo clima di
perenne e incombente minaccia.
Abbiamo
intrapreso a ragionare di rifugi anti-atomici, della opportunità che
l’educazione militare sia insegnata nelle scuole e che le strutture ospedaliere
siano riorganizzate per curare i militari feriti. È ormai ben avviato il
dibattito, in vari paesi europei, sulla necessità di reintrodurre la leva
militare per incrementare le “risorse umane” e rafforzare, per questa via, la
prontezza dello strumento militare.
Affrontiamo
tutto questo con rassegnata acquiescenza, persuasi che questa sia una strada
obbligata da percorrere.
In
realtà la minaccia stiamo contribuendo a crearla noi, operando queste scelte di
campo. Stiamo avanzando, a piccoli balzi, caracollando, verso un conflitto
armato, anche qui in Europa. Giorno dopo giorno. Inesorabilmente.
Ma
davvero possiamo accettare tutto questo, davvero possiamo operare queste scelte
così dirimenti, così impegnative per il futuro nostro e dei nostri figli senza
tentare strade alternative? Senza neppure discuterne?
In
Italia, in particolare, non c’è nessun confronto, nessun dibattito sul rispetto
dei nostri principi costituzionali. Nessun approfondimento sulla compatibilità
delle strategie di reazione rispetto agli scenari che stiamo vivendo con il
chiaro principio di cui all’art. 11 della nostra Carta costituzionale, per cui
l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri
popoli e mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Questa
disposizione ha un contenuto programmatico, ma anche molto concreto: impone di
non ricorrere alla guerra come strumento offensivo, ma anche di non creare le
premesse – rassegnandoci a un clima di minacce e contro-minacce – per rotolare,
quasi con moto inerziale, in una guerra.
La
realtà è che viviamo un contesto in cui non solo la politica latita, ma anche
il diritto appare completamente esiliato, soffocato dal primato della forza e
della prepotenza.
Le
violazioni, in particolare, del diritto internazionale si succedono ormai
costantemente. Sono addirittura rivendicate. Si arriva finanche a minare
l’operatività delle corti internazionali, a perseguire i giudici che dovrebbero
applicare e far rispettare principi e regole del diritto internazionale.
Il
declino dell’Occidente, valutato anche in questa prospettiva, appare
inesorabile.
Un
tempo l’Occidente era un patrimonio di valori, una ricca e articolata civiltà,
alimentata dalla cultura greca, romana, cristiana, germanica. Oggi appare un
coacervo di Paesi che si stanno interrogando se negli Stati Uniti, il faro
delle nostre democrazie, sia in corso una torsione autocratica, quando ormai è
da tempo evidente una deriva plutocratica e tecnocratica.
Intanto,
il resto del mondo si organizza per via autonoma: si stanno sviluppando forme
di cooperazione sempre più rafforzata tra gli altri grandi player globali e i
Paesi del Sud globale che trovano più attraente entrare nell’economia dei Brics
o, in ogni caso, afferire all’Organizzazione della cooperazione di Shanghai,
dove pure si fanno dichiarazioni per la pace, il multilateralismo, dove pure si
invoca un nuovo ordine mondiale più equo.
Ma
davvero dobbiamo rassegnarci a questa eclisse della politica e della
diplomazia, davvero dobbiamo accettare che i nostri valori costituzionali, i
principi del diritto internazionale siano accantonati per tornare al passato e
riconoscere che l’unico valido principio di governo dei rapporti internazionali
è la legge del più forte? La legge del più armato, del più equipaggiato sul
piano tecnologico, del più corredato di un esercito consistente ed efficiente?
No.
Non possiamo rassegnarci. Non dobbiamo rassegnarci affatto. E come fare se i
nostri governanti non ci ascoltano? In una democrazia non puoi che affidarti
alla forza della pubblica opinione. Dobbiamo mobilitare la pubblica opinione.
È per
questa ragione che la comunità politica di cui faccio parte è scesa in piazza
il 5 aprile 2025, chiamando a raccolta le altre forze politiche, le
associazioni e tutte le persone di buon senso, di saldi principi, per
manifestare la ferma contrarietà al percorso in cui siamo incamminati, che ci
sta portando dritti allo scontro bellico.
I 100
mila che quel giorno hanno riempito i Fori Imperiali, qui a Roma, hanno
dimostrato di credere che esiste un percorso alternativo a quello scelto dai
nostri attuali governanti.
Questo
percorso alternativo esiste, non è immaginario. In Europa è stato scelto in
passato. È quello che portò alla Conferenza di Helsinki sulla cooperazione e
sulla sicurezza, che si concluse con l’Atto finale del 1975.
Dobbiamo
recuperare lo spirito che ha animato quella scelta, quei lavori. Lo spirito di
Helsinki. Dobbiamo tornare a Helsinki, non perché sia possibile fermare e
retrodatare le lancette della storia. Non possiamo proporre un programma
antistorico.
Recuperare
lo spirito di Helsinki significa valorizzare il concetto e la pratica della
sicurezza cooperativa, che intende la stabilità come frutto di ordine ed
equilibrio internazionale basato su accordi internazionali e rapporti
cooperativi costruiti con politica e diplomazia.
Significa
abbandonare il concetto e la pratica della sicurezza oppositiva, che,
diversamente, intende puntare tutte le fiches sulla capacità di difesa, di
deterrenza e di prontezza delle forze armate, basate sul riarmo, che invece
finisce per creare più insicurezza in una spirale di riarmo potenzialmente
inarrestabile e incontrollabile.
Significa
essere consapevoli che la sicurezza oppositiva porta al “paradosso della
sicurezza”, per cui una volta che il bisogno di sicurezza viene apparentemente
appagato da sempre maggiori investimenti militari, i tuoi vicini si spaventano,
sentendosi minacciati, e quindi prendono ad armarsi anche loro. A quel punto
diventa inevitabile una spirale viziosa per cui nessuno più si sente al sicuro
e ciascuno aumenta le proprie difese, in una prospettiva che genera violenze,
aggressioni, guerre.
Significa
comprendere che nessuno vince con le armi perché in guerra tutti sono perdenti.
Significa, come ci ha insegnato papa Francesco, abbandonare il linguaggio della
violenza perché solo disarmando le parole, possiamo disarmare le menti sino a
disarmare la terra.
Significa
comprendere che la pace non è un semplice trattato che pone fine a una guerra,
ma è un percorso di pacificazione, che contempla – come passaggio necessario –
la comprensione delle ragioni dell’altro e la disponibilità a reciproche
concessioni.
Significa
che il nostro bisogno di sicurezza non potrà mai essere appagato dalla folle
rincorsa all’accumulo di armi, ma – come diceva John Kennedy – «dal progresso
verso la distensione e dalla capacità di affrontare i problemi mondiali con la
ragione e la cooperazione».
Significa
che non è mai vigliaccheria sedersi a un tavolo per costruire un percorso di
pacificazione, ma, anzi, richiede molto più coraggio rispetto a chi fa
irresponsabili scommesse sulla vittoria militare, accettando il sacrificio di
vite umane in una spirale di morte e distruzione.
Lo
spirito di Helsinki è il riconoscimento della supremazia della forza della
politica che rifugge la tentazione di una politica intesa come supremazia della
forza. È il riconoscimento della supremazia del confronto diplomatico sullo
scontro militare, dell’intelligenza sulla prevaricazione, della ragione
sull’emotività.
Lo
spirito di Helsinki è l’affermazione di una razionalità paziente, che governa
la complessità dei processi politici e storici, con visione, coraggio,
determinazione.
Non
dobbiamo mai temere di negoziare. Al contrario, oggi sta prendendo il
sopravvento la paura, la paranoia che genera mostri e oscura il dialogo e la
distensione che sono le uniche vie per la sicurezza collettiva.
Il
nostro Occidente oggi langue, affogato in un mare di faziosa pavidità.
Condanniamo la Russia per l’aggressione in Ucraina e ne facciamo il Paese più
sanzionato al mondo. Ma continuiamo a coccolare il governo israeliano,
sostenendolo militarmente ed economicamente, nonostante il genocidio compiuto a
Gaza e le continue violazioni in Cisgiordania. Lasciamo che gli Stati Uniti e
Israele sommergano di bombe i Paesi sovrani di volta in volta presi di mira, in
spregio di qualsiasi norma di diritto internazionale e ci indigniamo per la
reazione iraniana.
Pietro
Ingrao, nell’aprile del 1990, intervenne alla Camera dei Deputati in dissenso
dal proprio gruppo parlamentare sull’invio di un contingente militare italiano
nel Golfo. Motivò il suo dissenso affermando: «Credevo ormai di aver imparato
che nell’epoca aspra e terribile delle armi atomiche nessuno sa più calcolare
se e quando le flotte, gli aerei e i cannoni possano veramente fermarsi. […]
Non credo che nell’era atomica armandosi si salvi la pace. […] La pace si
prepara con la pace.
Questo
non c’è nella politica dell’attuale governo: ci sono invece le flotte e la
vecchia diplomazia dei patti militari sotto il grande ombrello armato della
potenza americana. L’Onu appunto diventa così un’appendice.
Ma
così il mondo, questo mondo così terribilmente diviso in opulenti e affamati è
a rischio».
Politica.
Intervento/
Quando i politicanti
affondano
la politica.
Italia
– informa.com - Marco Vinicio Guasti chi – (12 08 – 2026) – Redazione – ci
dice:
Quando
i politicanti affondano la politica.
Social,
slogan, fedeltà personali e propaganda: così si indeboliscono rappresentanza,
informazione e fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
C’è
una cosa che dovrebbe preoccupare più di qualsiasi risultato elettorale: la
progressiva trasformazione della politica in uno spettacolo di mediocrità.
Nel
nostro Paese la politica sembra aver smarrito il senso della propria funzione.
Non è più, troppo spesso, il luogo nel quale si elaborano idee, si assumono
responsabilità e si cercano soluzioni ai problemi dei cittadini. È diventata
una macchina permanente di propaganda, alimentata dai social, dagli slogan e
dalla ricerca ossessiva del consenso.
Una
volta il politico doveva metterci la faccia.
Andava
nelle piazze, nelle assemblee, nei quartieri. Discuteva con i cittadini,
ascoltava critiche e contestazioni, spiegava le proprie scelte. Doveva
dimostrare di essere credibile davanti alle persone, non davanti a un
algoritmo.
Oggi,
invece, basta un telefono.
Un
post costruito per indignare, una fotografia studiata, una frase a effetto e
qualche migliaio di like sembrano essere diventati il nuovo metro della qualità
politica. La competenza è diventata secondaria, l’approfondimento quasi un
fastidio e la complessità dei problemi viene sistematicamente sacrificata alla
banalità dello slogan.
Più
una cosa è semplice, rabbiosa e divisiva, più funziona.
È così
che la politica è stata trasformata in marketing.
E in
questo mercato del consenso prosperano i politicanti, quelli che non hanno una
visione del Paese ma hanno una straordinaria capacità di capire cosa il
pubblico vuole sentirsi dire. Promettono tutto a tutti, individuano un nemico
per ogni problema e trasformano qualsiasi difficoltà in un’occasione per
attaccare l’avversario.
Non
importa se ciò che raccontano è vero.
Importa
che funzioni.
È
questa la degenerazione più pericolosa dei nostri tempi: la verità non viene
più utilizzata per costruire il consenso; sempre più spesso è il consenso a
stabilire quale debba essere la verità.
E
mentre ci si accapiglia sui social, lontano dai riflettori, si consuma un’altra
partita molto più importante: quella della rappresentanza.
Da
anni i cittadini vengono progressivamente privati della possibilità di
scegliere davvero i propri rappresentanti. Le candidature vengono decise dai
vertici, dalle segreterie, dalle correnti, dalle alleanze e, troppo spesso,
dalle fedeltà personali.
Poi si
chiede agli elettori di andare alle urne.
Ma che
razza di democrazia rappresentativa è quella nella quale il cittadino può
scegliere soltanto tra nomi decisi da altri?
La
conseguenza è sotto gli occhi di tutti: cresce l’astensionismo, aumenta il
disinteresse e si alimenta la convinzione che votare non serva a cambiare
nulla.
E
quando i cittadini smettono di credere nella politica, la democrazia si
indebolisce.
A
completare il quadro ci pensa un sistema dell’informazione nel quale una parte
del giornalismo sembra aver dimenticato una regola elementare: raccontare i
fatti dovrebbe venire prima del sostenere una parte.
Naturalmente
esistono giornalisti seri, indipendenti e capaci di fare il proprio mestiere
con professionalità. Ma esiste anche un giornalismo sempre più militante, nel
quale alcuni professionisti sembrano più interessati a costruire il consenso
attorno al proprio leader di riferimento che a informare correttamente i
cittadini.
Il
risultato è una rappresentazione della realtà deformata dalle appartenenze.
Se il
protagonista politico è quello che sostengo, ogni errore diventa una svista. Se
è l’avversario, lo stesso errore diventa uno scandalo.
Questa
non è informazione.
È
propaganda con un’altra etichetta.
Ma il
problema non nasce oggi.
Per
anni abbiamo assistito alla demolizione sistematica della credibilità della
politica. L’antipolitica ha avuto buon gioco nel trasformare ogni parlamentare
in un privilegiato, ogni partito in una banda di corrotti e ogni istituzione in
un ostacolo da abbattere.
Beppe
Grillo e il Movimento 5 Stelle sono stati tra i protagonisti più importanti di
quella stagione.
Hanno
intercettato una rabbia autentica, questo è innegabile. Una rabbia alimentata
da privilegi, scandali, inefficienze e una classe dirigente spesso incapace di
ascoltare il Paese.
Ma c’è
una differenza enorme tra denunciare i fallimenti della politica e convincere i
cittadini che la politica, tutta la politica, sia il problema.
La
seconda strada è molto più pericolosa.
Perché
quando distruggi la fiducia nelle istituzioni senza costruire un’alternativa
seria, non liberi i cittadini: li lasci semplicemente senza strumenti.
E il
paradosso finale è quasi grottesco.
Quelli
che promettevano di aprire il Parlamento “come una scatola di sardine” sono
entrati nel Parlamento e, alla fine, sono diventati parte integrante di quel
sistema che avevano promesso di demolire.
La
rivoluzione permanente è durata molto meno della legislatura.
Le
poltrone, evidentemente, erano meno scomode di quanto si raccontasse.
Questa
è la lezione che dovremmo aver imparato: governare un Paese è infinitamente più
difficile che insultare chi lo governa. Fare opposizione sui social è facile.
Fare
una legge seria è difficile. Gridare contro gli sprechi è facile.
Amministrare
un bilancio pubblico è difficile. Promettere tutto è facile.
Dire
ai cittadini che una promessa non può essere mantenuta è politica.
Ed è
proprio questa politica che sembra mancare.
Siamo
finiti in una palude nella quale la competenza viene scambiata per arroganza,
la serietà per debolezza e la moderazione per mancanza di coraggio.
Una
palude nella quale, per diventare qualcuno in politica, sembra contare sempre
meno ciò che si è fatto e sempre di più chi si conosce.
Il
risultato è una classe politica che troppo spesso non rappresenta il meglio
della società, ma il meglio delle proprie capacità di sopravvivenza.
E
questo dovrebbe indignare più di qualsiasi tweet.
Perché
una democrazia senza buona politica non diventa più democratica.
Diventa
semplicemente più fragile.
E
mentre i politicanti continuano a combattersi per un like, una candidatura o
una poltrona, il cittadino resta lì, sempre più lontano dalle istituzioni e
sempre meno convinto che la sua voce conti davvero.
È
questa la vera sconfitta.
Non
della destra.
Non
della sinistra.
Della
politica. E, con essa, della democrazia.
Intervista
a cura di Alessandro Iurato.
Dissipatio.it
– (10 ottobre 2025) – Intervista per “La Difesa” – Redazione – ci dice:
«Da
sempre i conflitti vengono vinti o perduti prima di tutto nelle menti dei
contendenti. È perciò fondamentale la capacità della leadership (e di tutti i
combattenti) di sapere, capire, decidere, agire e correggere.»
La
Difesa secondo il Generale Fernando Giancotti.
«Occorre
sviluppare una politica internazionale sofisticata. Essa deve essere basata su
di un dibattito e una cultura della sicurezza e della difesa profonda e per
quanto possibile condivisa, nel corpo sociale come nella politica e nelle
istituzioni tutte – non solo in quelle direttamente preposte. Tale cultura è
fondamentale per la sicurezza, la stabilità e la pace.»
«Da
sempre i conflitti vengono vinti o perduti prima di tutto nelle menti dei
contendenti. È perciò fondamentale la capacità della leadership (e di tutti i
combattenti) di sapere, capire, decidere, agire e correggere.»
La
Difesa secondo il Generale Fernando Giancotti.
La
difesa è un affare serio e complesso. I più recenti conflitti hanno messo in
dubbio molti fondamentali della sicurezza in Italia, in particolare nella
percezione dei cittadini.
La
difesa deve fare un salto di qualità per rimanere al passo con i tempi, ma il
Paese non può mobilitare risorse come farebbero dall’altra parte dell’Atlantico.
E
forse non è solo questione di fondi.
La
soluzione è prima di tutto istituzionale.
Ne discutiamo con il Generale Fernando Giancotti, invitato a
dialogare con “Dissipatio” a Libro polis.
Già
Presidente del Centro Alti studi per la Difesa, docente al CASD come a Tor
Vergata, è esperto di processi decisionali e leadership – i fondamentali su cui
costruire la difesa del domani.
Per Guerini e Associati nel 2008 ha pubblicato
Leadership agile nella complessità.
Organizzazioni,
stormi da combattimento; mentre l’ultimo suo lavoro, sempre per la medesima
casa editrice – Guerre di macchine. Intelligenza artificiale tra etica ed
efficacia – analizza gli scenari futuri legati al rapido sviluppo dell’AI.
Dissoluzione.
– Il
10 ottobre l’Italia ha “scoperto” dell’esistenza di UNIFIL. La missione a
partecipazione italiana non era mai entrata nel dibattito pubblico sulla guerra
in Medio Oriente. Ciò la sorprende?
No,
proprio perché nel nostro Paese il dibattito sui temi della sicurezza e della
difesa per la stabilità e la pace è stato storicamente carente per ampiezza,
profondità ed efficacia. Tra cerimonie e celebrazioni e dissenso pregiudiziale
di tipo ideologico, vi è un vasto e complesso territorio, nel passato perlopiù
largamente inesplorato. Certamente le guerre drammatiche in atto hanno attratto
l’attenzione sui temi; d’altro canto la profondità del dibattito e l’effettiva
partecipazione dei portatori di interessi, cittadini in primis, è inadeguata
alle sfide. Si tratta ora di far leva su questa più elevata attenzione per fare
un salto di qualità.
– In
quali luoghi ed ambiti si dispiega oggi la difesa italiana?
Innanzitutto,
la difesa italiana si incardina saldamente nell’Alleanza transatlantica, ancora
formidabile presidio della sicurezza dell’Italia e dell’Europa. Tuttavia, il
concetto di una autonomia strategica europea emerge come rilevante, per due
motivi. Esso rappresenta un’assunzione di responsabilità rispetto a ciò che si
intende proteggere e dei relativi costi. Poi, insieme al principio di
solidarietà dell’Alleanza, stabilisce un criterio fondamentale di autotutela,
che afferma la priorità del bene supremo della sicurezza rendendolo
indipendente da volontà e circostanze politiche esterne. L’autonomia strategica
può essere per noi solo europea, perché i singoli stati dell’Europa sono
sostanzialmente irrilevanti nei giochi al livello strategico globale, con i
grandi attori emergenti, la nuova aggressività di competitori tradizionali e
poste di grande magnitudine.
Una
direzione in cui l’Italia può contribuire nella dialettica tra alleati è
nell’utilizzo delle Forze Armate con una particolare attenzione verso la
promozione della distensione, della stabilità e della pace. Le scelte sull’uso
della forza sono molto delicate e difficili, tra il rischio di essere percepiti
come deboli, erodendo la necessaria deterrenza, o come troppo aggressivi,
incentivando la spirale della sfiducia, del riarmo e del conflitto. La nostra
cultura, per motivi storici legata alla pace, può promuovere più di altre
soluzioni negoziate e limitare i conflitti (sensato nel mondo dei conflitti
complessi ed asimmetrici) se supportata da una lucida consapevolezza
strategica.
– A
quali luoghi e campi nuovi dovrà adattarsi in futuro la difesa italiana?
Dove
porteranno le imprevedibili dinamiche geopolitiche accennate non si può sapere
esattamente. Dunque, a fianco della pianificazione tradizionale, fa premio
“prepararsi ad essere sorpresi”. Va predisposto un sistema militare flessibile
oltre che potente a sufficienza per confrontarsi con i pari competitori e con
una vasta gamma di altre minacce nell’area del Mediterraneo allargato, dove gli
interessi nazionali sono rilevanti: Nord Africa fino al Sahel, il Medio Oriente
fino al Golfo Persico e all’Afghanistan (tenendo conto che in queste aree
operano anche Russia e Cina).
Perseguire
la dominanza decisionale è la scelta chiave, seppure di difficile
realizzazione. Integrare secondo il concetto All Domain la gestione delle
informazioni e delle decisioni attraverso tutti i domini militari (terra,
acqua, aria, spazio, cyber), oggi ancora largamente compartimentati, è un passo
irrinunciabile in tal senso.
Infine
una grande attenzione alle risorse per la sostenibilità delle operazioni è un
elemento di sistema fondamentale, che problemi di bilancio e una percezione
della minaccia insufficiente hanno storicamente fatto trascurare.
– In
Italia esiste una cultura della difesa che permetta questo cambiamento?
Come
dicevo, nel nostro Paese un serio dibattito sul tema è in ritardo. Tuttavia, si
nota un comprensibile salto di attenzione, per ciò che accade nel mondo. È il
momento di investire in una serie di iniziative il cui scopo sia elaborare una
visione quanto possibile condivisa. Questa deve essere declinabile, replicabile
e scalabile nei più diversi e numerosi ambiti: quello tecnico-professionale
della Difesa e del suo ecosistema collegato; la politica e le diverse
istituzioni; l’economia e l’industria; soprattutto ai cittadini, poiché tutti
in qualche modo partecipano alla responsabilità della sicurezza dell’Italia e
dell’Europa che la comprende. Vi sono segnali promettenti in tal senso, con
progetti in sviluppo. Questa intervista, come il seminario organizzato da MAGOG
a Libro polis, stimola un dibattito costruttivo e magari acceso il cui prodotto
sono i semi preziosi per questa crescita.
– Che
ruolo pubblico dovrebbe giocare l’industria degli armamenti?
L’industria
della difesa dovrebbe partecipare alla leadership per lo sviluppo di questo
dibattito, accettando che non tutto quello che emergerà gli farà piacere. Senza
l’industria della difesa non vi è capacità di proteggere. Tuttavia esiste una
tensione tra i valori di riferimento distribuiti nel corpo sociale e le
attività di questa industria, spesso identificate come “mercato di morte”. È
necessario spiegare come ciò non sia il caso, con una narrativa forte,
convincente e mai ambigua, coerente e basata sui fatti. Tale narrativa deve
essere aperta e dialettica, coinvolgendo coloro che la pensano diversamente.
Una cultura etica, profondamente legata ai valori identitari su cui si fonda il
sistema sociale, è una esigenza morale e funzionale chiave dell’industria della
difesa. Credo che questo salto culturale sia necessario per un comparto maturo
in una democrazia matura – comunque indispensabile a fronte di nuove sfide.
Dispaccio.
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– In
un paese nostro vicino, la Germania, sorgono problemi simili ai nostri. Da
esperto di Germania, vede procedere la Zeitenwende?
Le
assicuro che in Germania i problemi in relazione alla cultura della difesa sono
stati ben maggiori dei nostri, per comprensibili motivi. Ma so, parlando con le
persone prima di tutto, che qualcosa di fondamentale è mutato nella testa della
gente, in modo fulminante. L’invasione dell’Ucraina ha scioccato il popolo
tedesco e ha radicalmente cambiato il paradigma. Il dibattito ora c’è ed è
ampio ed acceso, anticipato da scelte politiche molto coraggiose. Ed è molto
importante per la sicurezza collettiva, per il peso che la Germania ha in
Europa.
– L’11
ottobre, a Cracovia, il Presidente Mattarella ha sostenuto con forza il bisogno
di costruire una difesa comune Europea. In che consisterebbe un percorso del
genere?
Prima
di tutto, posso dire e dimostrarlo con molti esempi che integrare le capacità
militari non è difficile e funziona bene, se vi è la volontà di farlo. La
grande sfida sarebbe integrare in un’unica organizzazione militare tutte le
forze armate europee. Ma questo non è necessario, almeno per un prossimo
futuro. Si possono realisticamente integrare la struttura di comando e
controllo, la pianificazione, l’addestramento e le esercitazioni; si possono
realisticamente promuovere la standardizzazione e prevedere funzioni integrate
assolte da componenti dei vari paesi. Per decenni abbiamo operato insieme in
moltissimi diversi teatri, addestrato piloti, gestito velivoli da trasporto e
rifornimento in volo e molto altro, in tante singole imprese, con pieno successo.
Costruire
in tempi ragionevoli un sistema militare europeo basato sul principio di
integrazione è possibile ed efficace ed è un’ottima base per procedere ad
eventuali più ambiziosi traguardi. Il problema è politico: difendere fettine di
una sovranità nazionale sostanzialmente sterile, poiché incapace di competere
al livello strategico, o integrare davvero le capacità militari per proteggere
efficacemente la sicurezza di tutti noi? Questo è un problema politico e deve
essere al centro del dibattito che auspichiamo.
Al
Parlamento Ue è andata in scena
una
pagliacciata guerrafondaia:
il
popolo europeo vuole la pace.
Ilfattoquotidiano.it
- Fabio Marcelli – (14 marzo 2025) – Redazione – ci dice:
Al
Parlamento Ue è andata in scena una pagliacciata guerrafondaia: il popolo
europeo vuole la pace.
Unione
Europea - Ursula Von Der Leyen.
Non ci
sono parole per descrivere l’indegna pagliacciata guerrafondaia recentemente
messa in scena nel Parlamento europeo (per vedere come hanno votato i
rappresentanti italiani si veda l’utile documentazione pubblicata dal Fatto).
Va innanzitutto chiarito che né la Commissione né il Parlamento europeo hanno
competenze che possano consentire loro di promuovere il riarmo e la guerra. Ciò
sia per considerazioni attinenti al contenuto delle norme sia per questioni
relative alle rispettive attribuzioni degli organi dell’Unione.
Dal
primo punto di vista occorre ricordare come l’art. 3 del Trattato di Lisbona
(ex articolo 2 del Trattato dell’Unione europea) affermi con chiarezza che “1.
L’Unione si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei
suoi popoli”. E’ evidente come tale obiettivo sia platealmente contraddetto dal
piano di riarmo di von der Leyen che non solo tenta di frapporre ostacoli alla
soluzione pacifica del conflitto ucraino, che deve essere basata sui principi
del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite relativi alla
soluzione pacifica delle controversie internazionali e dell’autodeterminazione
dei popoli (in relazione questo ai voti liberamente espressi dalle popolazioni
della Crimea e del Donbass), ma distoglie importanti risorse finanziarie da
sanità, istruzione e diritti sociali in genere.
Il
Parlamento Ue dà l’ok al riarmo di von der Leyen. E critica Trump: “Usa
riappacificati con Putin. Bisogna inviare molte più armi a Kiev.”
Dal
secondo punto di vista ricordo invece che l’art. 24 del Trattato di Lisbona (ex
articolo 11 del TUE) afferma l’esistenza della “competenza dell’Unione in
materia di politica estera e di sicurezza comune riguarda tutti i settori della
politica estera e tutte le questioni relative alla sicurezza dell’Unione,
compresa la definizione progressiva di una politica di difesa comune che può
condurre a una difesa comune”, attribuendone esplicitamente definizione ed
attuazione al “Consiglio europeo e dal Consiglio che deliberano all’unanimità,
salvo nei casi in cui i trattati dispongano diversamente”.
Occorre
chiedersi che cosa c’entrino la Commissione e il Parlamento europeo, che hanno
assunto un ruolo guerrafondaio che travalica e viola il quadro giuridico dei
Trattati. La frenesia bellicista di von der Leyen e C. costituisce quindi una
chiara manifestazione di golpismo istituzionale, la cui unica lettura possibile
è la benevolenza nei confronti delle principali industrie di armamenti, che
come noto hanno tratto e continuano a trarre enormi benefici economici dalla
pericolosa situazione in essere e dal tradimento da parte di alcuni organi
dell’Unione dell’ispirazione pacifista che l’ha contraddistinta fin dalla sua
nascita.
I
governanti europei che sono oggi i promotori della sconclusionata deriva in
atto verso il riarmo e la guerra con la Russia sono del resto anatre zoppe, che
godono all’interno dei rispettivi Paesi di un consenso popolare limitato e in
costante diminuzione.
Basti
pensare a quella grottesca caricatura di Napoleone che risponde al nome di
Macron, che tenta di rilanciare il suo ruolo in palese crisi da tempo
attingendo al logoro tema della grandeur francese; ma il discorso si applica a
tutti gli altri governanti dell’Europa, compresa la nostra Meloni, che pure dà
prova di una certa moderazione. Per non parlare delle inaccettabili censure
della volontà popolare che trovano oggi il loro principale campo d’applicazione
in Romania, ma, secondo una sconsiderata proposta fatta propria da Calenda
& C., intitolata allo “scudo democratico”, potrebbe riguardare anche
l’Italia, richiedendo una prova di lealtà “europea” (leggi von der Leyen-prof)
a tutti gli schieramenti e candidati.
Stendiamo
poi un velo pietoso sugli intellettuali con l’elmetto, che, anch’essi
sconclusionati e incoerenti, si appellano alle “virtù guerriere” per auspicare
che il massacro delle giovani generazioni, da tempo in atto in Ucraina, con
centinaia di migliaia di caduti, sia ucraini che russi, si estenda anche ai
Paesi membri dell’Unione europea. Costoro, rinchiusi nelle fumisterie
ideologiche delle loro torri d’avorio, non hanno evidentemente idea di cosa
significhi la guerra nel Terzo Millennio. Una modesta proposta, da indirizzare
tra il serio e faceto al ministro Crosetto, potrebbe essere quella di procedere
alla costituzione di un battaglione kamikaze da destinare al fronte ucraino, in
cui potrebbero arruolarsi Galimberti, Scurati e altri volonterosi, anche per
dar loro modo loro di unire, almeno per una volta nella loro vita, teoria e
prassi.
Io la
guerra non la farò, con buona pace di Scurati e Galimberti.
Satira
paradossale a parte, è ormai matura una forte reazione popolare contro i
vaneggiamenti di politici e intellettuali guerrafondai.
L’unico
“scudo democratico” che va costruito è quello basato sulla volontà, certamente
maggioritaria, dei popoli europei, che non vogliono rinchiudere la propria vita
e quella delle generazioni future nell’orizzonte plumbeo e soffocante della
guerra e chiedono anzi il rilancio di un dialogo costruttivo e cooperativo con
le potenze emergenti (Russia, Cina, America Latina e altri), nel comune
interesse di un’umanità unita nell’affrontare le sfide essenziali delle
pandemie, del cambiamento climatico e della lotta alla povertà dilagante.
L’esatto
opposto, quindi, dell’inaccettabile torsione militarista e guerrafondaia di von
der Leyen & C.
Per
questo occorre partecipare alla manifestazione contro il riarmo e la guerra
convocata per sabato 15 marzo a piazza Barberini e costruire nuove incessanti
mobilitazioni a partire da quella promossa dal Movimento Cinquestelle per il 5
aprile.
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