I guerrafondai in politica ci portano verso il disastro.

 

I guerrafondai in politica ci portano verso il disastro.

 

 

 

Europa: contro la guerra

e i guerrafondai.

 Sulatesta.net – (17 aprile 2025) – Paolo Ferrero - Redazione Su la testa – ci dice:

 

Mentre scrivo Israele ha ripreso il brutale genocidio che, da mesi e nella più totale indifferenza dell’Unione Europea, sta perpetrando ai danni del popolo palestinese.

Questo massacro infinito viene ignorato mentre fa scandalo che gli USA abbiano aperto una trattativa per la pace in Ucraina senza coinvolgere l’Unione Europea (e della guerra).

Addirittura, il 15 marzo è stato convocato da Michele Serra e dal quotidiano della famiglia Agnelli, “La Repubblica”, una manifestazione a favore dell’Unione Europea.

 

La situazione è nota:

i media mainstream e i loro pennivendoli, che in questi anni hanno appoggiato senza se e senza ma la guerra tra NATO e Russia – quella combattuta utilizzando la popolazione ucraina come carne da cannone – scrivono che l’Europa è minacciata dalla Russia di Putin a causa del tradimento di Trump.

 Viene così diffuso un clima isterico, in cui l’apertura di una trattativa sulla fine della guerra in Ucraina viene presentata come un insopportabile gesto di arroganza nei confronti dell’UE.

 

Secondo questa narrazione, la minaccia Russa all’Europa e alla sua civiltà è quindi il pericolo concreto a cui occorre dare una risposta immediata.

A tal fine la Von der Leyen ha sponsorizzato un gigantesco piano di riarmo dell’Europa di circa 800 miliardi di euro che il Parlamento Europeo ha prontamente approvato.

Questa campagna condotta a reti unificate dai media mainstream e dalla quasi totalità delle forze politiche di centro destra e di centro sinistra europee e nazionali costituisce in realtà la premessa ideologica per un salto di qualità nella costruzione di un’Unione Europea imperialista e guerrafondaia verso l’esterno, antidemocratica ed antisociale verso l’interno.

Una vera e propria proposta politica reazionaria attorno a cui il sistema di potere si sta riorganizzando.

Ovviamente ogni forza e ogni schieramento interpretano il copione a partire dalla cura del proprio pubblico (più nazionalista o più europeista, più militarista o più in borghese, più progressista o più conservatore), ma la strategia di fondo non cambia:

 la Russia è il nostro nemico e costituisce una minaccia immediata a cui dobbiamo far fronte con un enorme programma di spese militari attorno a cui riorganizzare le relazioni sociali e il profilo complessivo dell’Europa.

Questa vera e propria follia non è nata in una notte e tanto meno è il frutto obbligato della politica di Trump. Ci troviamo di fronte alla crisi organica di una classe dirigente che, dopo aver portato al disastro l’Unione Europea, reagisce al cambio di politica degli USA con proposte tanto sbagliate quanto velleitarie.

La crisi dell’Unione Europea, lungi da essere maturata nell’ultimo mese, viene da lontano e si è accentuata con il passare del tempo.

 

La UE non è stata uccisa ma si è suicidata.

Le classi dominanti dell’Unione Europa, a causa delle proprie scelte, hanno messo profondamente in crisi gli elementi di fondo su cui l’Europa si era sviluppata. Ci troviamo così dinnanzi alla fine di un ciclo trentennale in cui chi ci ha governato ha sperperato tutte le potenzialità che aveva per dare un futuro positivo all’Europa.

 

Uno dei punti forti dell’Europa negli anni ‘70 era il suo sistema di welfare a partire dal quale il conflitto di classe, e più in generale il conflitto sociale, ha portato a un avanzamento complessivo della civiltà e delle conquiste sociali.

Questa grandissima forza data dalla “densità” sociale è stata distrutta pezzo a pezzo dall’Unione Europea che, prima con il trattato di Maastricht e poi con il trattato di Lisbona, con le politiche della BCE e della Commissione, ha frantumato il tessuto sociale dei diversi paesi e la coesione tra i diversi popoli europei.

Le politiche ordoliberiste incardinate nei trattati hanno svolto il loro compito distruttivo della società e tutti i tentativi di indicare una strada diversa sono stati bloccati dai partiti del sistema bipolare.

Limitiamoci a due soli esempi:

 Il nostro tentativo di introdurre le 35 ore in Italia, consolidando così la tendenza aperta dal sindacato in Germania e dal Governo Jospin in Francia, venne stroncato dal centro sinistra di Prodi.

 La ricerca di Syriza in Grecia di difendere il proprio popolo dalle politiche di austerità è stata affossata da Draghi e da tutto l’arco politico europeo, dalle destre ai socialisti.

Nel secondo dopoguerra, le buone relazioni con la Russia hanno apportato all’industria europea un enorme vantaggio competitivo in termini di materie prime e mercati.

 Questo vantaggio è stato minato con le sanzioni economiche varate dalla UE contro la Russia a partire dal 2022 e distrutto dall’attentato terroristico al Nord Stream praticato dagli ucraini per conto degli Stati Uniti.

È bene sottolineare come gli europeisti nostrani abbiano accettato di buon grado sia le sanzioni che gli attentati voluti dal nostro principale “alleato” ai nostri danni.

La stessa strategia di allargamento della Nato ad Est, a partire dall’illegale guerra nei Balcani per arrivare al sabotaggio degli accordi di Minsk, non è stata imposta dagli Stati Uniti all’Europa ma ha visto nel protagonismo tedesco e nel consenso bipartisan europeo (ricordiamo la piena partecipazione del governo D’Alema ai bombardamenti della Serbia) il nucleo trainante dell’operazione.

Lo stesso dicasi per la fuoruscita dai trattati ABM e l’installazione delle batterie ABM in Romania e Polonia, in grado di lanciare missili con testate nucleari ben dentro il territorio russo.

 I neocon statunitensi, con grandi posizioni di potere nel Partito Democratico, hanno trovato nelle cancellerie europee dei fedeli collaboratori ed esecutori.

La distruzione delle relazioni con la Russia, il pesante aumento della dipendenza energetica dagli USA e la crisi verticale dell’apparato industriale europeo sono quindi il frutto delle scelte praticate dalle classi dominanti europee.

Uno dei grandi mercati di esportazione per le industrie europee era la Cina.

Peccato che la decisione di assumere la Cina come avversario strategico decisa all’unanimità dalla Nato, sostenuta a spada tratta dalla Von der Leyen e praticata con determinazione dal Parlamento Europeo nelle sue recenti risoluzioni, abbia contribuito non poco a deteriorare la collaborazione reciproca.

Su questo terreno l’Europa ha applicato, motu proprio e in forma altamente autolesionistica, la scelta statunitense di decoupling con la Cina quando invece l’Europa aveva tutto l’interesse a sviluppare le relazioni economiche con la stessa.

L’austerità e i rigidi vincoli di bilancio decisi dall’Unione Europea, che sotto la guida di Draghi hanno raggiunto il loro apice, non hanno solo impoverito e compresso i diritti dei popoli ma hanno anche ridotto drasticamente gli investimenti pubblici nelle infrastrutture e nella ricerca.

Una via all’aumento della competitività tutta fondata sui bassi salari e sulla riduzione dei costi in funzione del sostegno alle esportazioni, sulla ricerca del massimo profitto a breve, è così arrivata in pochi lustri alla sua crisi complessiva.

L’Europa, oltre a essersi privata delle materie prime a basso costo russe ed essersi inimicata il governo cinese che gestisce uno dei principali mercati mondiali, ha così perso anche la propria capacità di innovazione e si trova oggi declassata nella gerarchia della divisione internazionale del lavoro. Una scelta, quella liberista, che ha svalorizzato il lavoro, impoverito i lavoratori e l’intera società.

Il terremoto Trump.

In questo contesto fortemente compromesso e degradato è arrivato Trump. Non è questa la sede per analizzare la nuova politica estera statunitense (magari in uno dei prossimi numeri della rivista) ma un cenno è necessario per evidenziare che Trump non è un pazzo isolato ma è espressione di forze potenti all’interno della nazione statunitense.

 La scelta di drenare risorse dall’Europa verso gli Stati Uniti non è cominciata oggi: va avanti dagli anni’70.

 Questa tendenza è accentuata da Trump che ha deciso di reindustrializzare gli USA, e quindi di sottrarre all’Europa non solo capitali, come sempre avvenuto, ma anche industrie.

Infine Trump è espressione di una frazione capitalista interna agli USA più legata alla dinamica nazionale profonda, distinta da quella legata al complesso militare industriale, al pentagono a Black Rock e a quel mondo finanziario atlantico più legato all’Europa.

Questo blocco sociale “nazionale” trumpiano pare seriamente intenzionato a ridurre il debito pubblico statunitense tagliando, oltre alla spesa sociale, quella militare in alcune aree del mondo.

 In questo quadro, essendosi Trump reso conto che la guerra in Ucraina non avrebbe portato alla sconfitta della Russia e alla sua disgregazione, ha rovesciato la politica statunitense su quel fronte: invece della guerra, preparata dalla metà degli anni ‘90 con la scelta di allargare la Nato ad Est, la ricerca di un forte avvicinamento con la Russia in funzione anti cinese, apertura delle trattative per arrivare alla pace in Ucraina e riduzione delle spese militari statunitensi in Europa.

 A questa modifica di priorità va aggiunto che l’imperialismo di Trump, invece che esprimersi nei linguaggi felpati del soft-power, si esprime in toni e modi tipici del bullo di paese.

 

La netta contrapposizione tra gli interessi delle élite statunitensi e quelli dei popoli europei, mentre da Biden e predecessori veniva nascosta e taciuta, è stata da Trump esaltata e urlata a pieni polmoni a fini di consenso interno agli USA. Questo ha messo in un enorme imbarazzo le classi dominanti europee che per decenni hanno amministrato il protettorato europeo in piena sintonia con i desiderata d’oltre oceano.

 I Macron, i Draghi e le Von der Leyen, che hanno fatto gli interessi del capitale finanziario USA in tutti questi anni, sono state prese con le mani nella marmellata perché il padrone di sempre, rivendicando in modo rozzo il proprio comando, ha tolto il velo di ipocrisia che copriva le loro malefatte portate avanti in modo felpato per decenni. Assistiamo così alla rivolta dei servi smascherati dal nuovo padrone:

da Zelensky che ha venduto il proprio paese e il proprio popolo per una guerra per procura degli USA alle classi dominanti europee che si sentono tradite dal padrone che hanno servito così fedelmente.

 

Le classi dominanti europee sono una frazione di quelle statunitensi.

A questo punto è bene ragionare a fondo sul perché le classi dirigenti europee, a fronte del terremoto prodotto da Trump hanno assunto una posizione così nettamente guerrafondaia anche a costo di scontrarsi duramente con Trump.

In primo luogo i gruppi dirigenti europei appartengono per formazione, relazioni, interessi materiali a quella parte di élite statunitense sconfitta da Trump.

Basti pensare a Draghi, Monti, Prodi e così via, ma anche a Merz, vincitore delle elezioni in Germania, presidente del Consiglio di Sorveglianza di Black Rock fino al 2023.

Questa classe dirigente europea è tutt’una con la frazione capitalistica statunitense che ha voluto la guerra in Ucraina e a quel gruppo oggi sconfitto continua a fare riferimento proponendo la prosecuzione della guerra in Ucraina e indicando nella Russia il proprio nemico mortale contro cui riarmarsi.

In questo modo la classe dirigente europea invece di fare gli interessi dell’Europa continua semplicemente a fare gli interessi del complesso militare industriale statunitense sia pure polemizzando con Trump.

 

In secondo luogo, dopo aver raccontato per anni bugie colossali (a partire da quella che se non contrastato Putin sarebbe arrivato con i suoi carri armati fino a Lisbona,) hanno continuato a raccontare le stesse menzogne.

 Mentre il neo eletto Trump ha potuto furbescamente scaricare su Biden e Zelensky tutte le responsabilità della guerra, gli europei non avevano alcuno su cui scaricare le proprie responsabilità, e quindi hanno continuato a mentire e a recitare il copione precedente.

In terzo luogo, in un continente socialmente frantumato, con una crisi verticale della fiducia nella classe politica, l’invenzione del nemico, dell’aggressore, permette di costruire una narrazione forte attorno a cui cercare di “unire” il popolo. Si tratta di un azzardo mortale, ma l’ammissione dei propri errori avrebbe sepolto questa classe dirigente all’istante, mentre il rilancio del pericolo russo può aprire una via di fuga.

 

In quarto luogo una spesa militare di 800 miliardi, sia pure spalmata in vari anni e da spartirsi con il complesso militare industriale statunitense, costituisce un bel favore all’industria militare europea e un intervento economico parzialmente anticiclico e di grande sostegno ai mercati finanziari e azionari.

La crescita vertiginosa delle quotazioni di Leonardo e Rheinmetall nasce dall’aspettativa del passaggio di denaro dalle tasche dei contribuenti a quelle degli industriali militari.

In quinto luogo, dentro la crisi sociale dovuta alle scelte suicide fatte negli ultimi anni, questa operazione ha buon gioco a presentarsi come una scelta a favore dell’occupazione: l’unico settore che avendo distrutto l’industria europea darà qualche posto di lavoro (pochi).

 

Da ultimo, la metà della spesa militare europea che verrà utilizzata per comprare armi dagli USA, servirà a convincere Trump a ridurre i dazi (perché riequilibrerà la bilancia commerciale) e sarà un modo per tenersi buoni i propri sodali d’oltreoceano, aspettando che la stagione di Trump finisca e si possa tornare al solito tran tran.

 

Tutte queste motivazioni, che nulla hanno a che vedere con gli interessi e il benessere dei popoli europei, portano, con ogni evidenza, a una scelta suicida il cui esito ultimo è, se va bene, determinare l’isolamento mondiale e l’impoverimento dell’Europa e, se va male, provocare e perdere una guerra diretta con la Russia e quindi distruggere l’Europa.

 

È infatti evidente che questa scelta, oltre a determinare un pesante aumento dell’indebitamento degli stati (a partire dal nostro), aggraverà la crisi sociale con la distruzione del welfare, l’aumento della povertà e delle diseguaglianze.

È il corpo centrale delle società europee a essere aggredito con questa operazione: la maggioranza delle popolazioni sono nel mirino di questo drenaggio di risorse, non solo i più poveri. Parallelamente, tutta questa azione porta all’ingrandimento degli eserciti di leva, con il rischio concreto di un loro utilizzo in guerra.

 Si progetta quindi il peggioramento delle condizioni di vita delle popolazioni europee, e non a caso i governi stanno attuando nei diversi paesi un aumento delle misure repressive interne.

Come se non bastasse, è del tutto evidente che la perdita di ogni leadership nel settore della ricerca si riverbera anche nell’industria militare, dando luogo a una corsa degli armamenti di basso profilo e quindi militarmente inefficace.

 Infine, acquistando molti sistemi d’arma negli Stati Uniti è difficile che questi ci vendano i prodotti di punta.

 

Le classi dominanti europee hanno quindi scelto con decisione una strada che è contemporaneamente criminale, reazionaria e velleitaria.

Non accettano di fare i conti con il mondo multipolare che si sta affacciando e ripropongono in modo autistico il peggio della tradizione delle classi dominanti europee.

 

Il male oscuro dell’Europa.

Se guardiamo alla nostra storia, vediamo come la scelta della guerra si inserisca nella tendenza di lungo periodo delle classi dominanti di questo continente: una serie infinita di guerre locali culminate nei due conflitti mondiali, il colonialismo e un paio di tentativi in grande stile di invadere la Russia, solo per restare in epoca moderna. Oltre ai conflitti interni all’Europa, la rapina e la sopraffazione su scala mondiale, con il corollario di ideologie razziste giustificazioniste, hanno caratterizzato fortemente il modo in cui le nazioni europee si sono rapportate al resto del mondo. Dall’America latina all’America del nord, dall’Africa all’Asia, all’Oceania, non vi è continente che non abbia subito i soprusi di qualche nazione europea.

Una dominazione che, nel momento di massima espansione, ha controllato milioni e milioni di chilometri quadrati di territori extraeuropei rubando risorse, sfruttando e riducendo in schiavitù interi popoli. Una dominazione che, quando non è stata più in grado di riprodursi, ha lasciato tali e tanti disastri alle proprie spalle da produrre problemi ancora oggi. Pensiamo solo a come furono tracciati i confini degli stati post coloniali in tanta parte del mondo a partire dal Medioriente…

 

La storia del capitalismo europeo, come sottolineava giustamente Rosa Luxemburg, è quindi inscindibile dal militarismo non di rado intrecciato al colonialismo.

Da parte sua, il pensiero liberale oggi egemone nel continente, accanto alla rivendicazione dei diritti di cittadinanza, è stato sempre intriso di razzismo senza che questo facesse scandalo o ne fosse colta la contraddizione.

Non a caso il pensiero liberale non si presenta come un pensiero universalistico, ma come l’esaltazione della “nostra civiltà”, delle “nostre forme democratiche” usate come una clava per giustificare le peggiori nefandezze.

Pensiamo a come la glorificazione del sionismo e la definizione di Israele come “baluardo della democrazia” sia funzionale a giustificare l’apartheid e il genocidio del popolo palestinese.

 

L’illusione di risolvere per via militare i problemi economici e sociali non è quindi nuova per le classi dominanti europee, ma ne permea la storia e forse ne costituisce l’identità profonda, il male oscuro.

Oggi attorno a questa illusione bellicista, i ceti dominanti che hanno governato nel sistema bipartisan l’Unione Europea e l’hanno portata alla rovina, cercano di cementare, a partire dalle risorse ricavate dalla tosatura dei popoli europei, un blocco di interessi capitalistici parassitari nazionali, europei ed atlantici.

Siamo nella fase costituente di un nuovo blocco di potere europeo in cui il militarismo guerrafondaio si fonde con l’ordoliberismo delle origini.

 

L’esercito europeo: il punto di non ritorno.

Abbiamo detto che questa illusione bellicista è destinata a fare disastri enormi, e dobbiamo sapere che su questa strada esiste una svolta, un punto di non ritorno che dobbiamo contrastare a tutti i costi: la costituzione dell’esercito europeo.

Innanzitutto è evidente che oggi l’esercito europeo non avrebbe alcuna funzione difensiva ma uno scopo solo: fare la guerra con la Russia.

Questa funzione offensiva orientata ad est, per forza di cose, porterebbe con sé almeno due conseguenze:

La prima è l’acquisizione dell’armamento nucleare. Non è pensabile che un esercito europeo, nato con il compito fondamentale di contrastare la Russia, a cui parteciperebbero due nazioni dotate di armi atomiche (Francia e Inghilterra), non si doti a sua volta di ordigni nucleari.

La seconda, direttamente legata al funzionamento dell’esercito, tanto più se dotato di ordigni atomici, sarebbe la radicale modifica del funzionamento dell’Unione Europea, con un’accentuazione della centralizzazione autoritaria già in corso, presentata a quel punto come obbligata.

Per non parlare di quanto è successo in Romania, in cui l’esito delle elezioni presidenziali è stato palesemente stravolto impedendo la partecipazione al candidato che le avrebbe vinte. Che Georgescu sia un fascista è sicuro; altrettanto sicuro che un posto in cui si impedisce agli elettori di scegliere non è più una democrazia ma un regime. Il regime della Nato.

Il rischio è quindi che l’esito di queste folli politiche trasformi l’Intera Europa in quello che è diventata l’Ucraina: un gigantesco campo di battaglia in cui il diritto a vivere, i diritti sociali e civili, così come la democrazia, svaniscono in nome della guerra.

L’avanzamento dell’Unione Europea, il più Europa che chiedono i padroni di “Repubblica” per bocca di Serra e Prodi non fa altro che determinare questa prospettiva: sommare all’ordoliberismo dei trattati un militarismo anti russo esasperato senza alcuna prospettiva che non sia quella della distruzione dell’Europa. Una follia.

 

Un’altra strada.

 

L’Europa è ad un bivio drammatico: per questo è necessario imboccare un’altra strada.

 Non si tratta di scegliere tra Trump e la Von Der Leyen, entrambi nemici dei popoli europei ed espressione di due voraci frazioni imperialiste del capitalismo occidentale, ma di combatterle tutte e due.

So bene che oggi non abbiamo le forze per contrastare efficacemente questa follia militarista.

Sono però convinto che per superare la nostra debolezza sia necessario fondare su basi materiali una prospettiva universalistica che ci permetta di mobilitare le persone e modificare i rapporti di forza. Occorre proporre una visione, un progetto per l’Europa a cui saldare la contestazione di massa dei progetti altrui.

 

1 – Aprire la trattativa con la Russia.

 

Innanzitutto proponiamo di riaprire immediatamente i rapporti diplomatici con la Russia e unirsi alla ricerca di una pace duratura che sia fondata sulla sicurezza di tutte le parti in causa – Ucraina, Russia ed Europa – a partire dalla neutralità dell’Ucraina.

L’idea della “pace giusta”, per noi ovviamente, propugnata da Michele Serra e dai suoi sodali comporta la prosecuzione del conflitto, e quindi un’escalation senz’altro risultato che l’estensione della guerra a tutto il continente europeo e la probabile deflagrazione del conflitto atomico.

 Riaprire il dialogo con la Russia per raggiungere una intesa di pace, abolire immediatamente le sanzioni economiche – che danneggiano principalmente l’Europa – e ritessere i rapporti commerciali con la Russia a partire dalla riapertura immediata del Nord Stream (una delle quattro condotte non è stata danneggiata dall’attentato terroristico ucraino) è il punto fondamentale su cui muoversi.

La rottura dei rapporti tra Europa e Russia, oltre al rischio di guerra, ci condannerebbe a un declino economico inesorabile perché la competitività dell’industria europea è strettamente connessa alla possibilità di avere energia e materie prima a basso costo. È quindi un interesse primario dell’Europa riaprire le frontiere con la Russia – e con la Cina – favorire la costruzione di un mondo multipolare cooperativo e abbattere quella nuova cortina di ferro che i nostri guerrafondai vogliono ricostruire.

 

2 – Fermare il riarmo e l’esercito europeo.

 

In secondo luogo proponiamo di porre immediatamente fine al riarmo europeo e di non dar vita in nessun modo ad un esercito europeo.

La scelta del riarmo non ha nessun senso per tre ragioni di fondo:

La Russia non ha alcun interesse ad invadere l’Europa. Con la sua enorme estensione, la sua abbondanza di materie prime e di terre coltivabili, la sua scarsità di popolazione, la Russia ha necessità di immigrati, non di maggiore territorio. Non a caso, nell’epoca moderna, la Russia non ha mai tentato di invadere l’Europa, mentre ha subito un paio di devastanti invasioni da parte degli europei. I nostri guerrafondai stanno quindi agitando un pericolo inesistente, letteralmente inventato e privo di fondamenti.

Qualunque conflitto nasca tra l’Unione Europea in quanto tale e la Russia, si sposterebbe facilmente sul piano nucleare e in ogni caso provocherebbe la completa distruzione dell’Europa.

Tra l’altro, questo esito devastante sarebbe asimmetrico perché la Russia, con i 150 milioni scarsi di abitanti su 17 milioni di chilometri a fronte dei 450 milioni di abitanti su 4 milioni di chilometri quadrati dell’Europa occidentale, ha quella che i militari chiamano una “profondità strategica” di tutt’altro spessore, e quindi una maggiore possibilità di “limitare significativamente” gli effetti devastanti di una guerra atomica.

La scelta del riarmo europeo è incompatibile con lo sviluppo economico e civile dell’Europa e con la transizione energetica in senso ambientalista. La scelta dell’economia di guerra significa distruggere quel che resta del modello europeo, chiudere definitivamente la pagina del welfare, dello stato del benessere, che è stata la principale conquista europea e su cui si è fondata la pace in Europa e tra i popoli europei.

Si tratta di una strada che anche sul piano economico risponde unicamente agli interessi del complesso militare industriale e dell’economia speculativa. Non a caso BlackRock e le Big Three hanno prodotto negli ultimi tempi una decisa inversione di priorità nei loro investimenti, passando dal green al black, cioè dall’ambiente alle armi, con la benedizione del blocco di potere di centro destra e centro sinistra a livello europeo.

Storicamente, nella storia europea, è stato il movimento operaio e socialista a porre il tema della pace e del no al colonialismo.

Dobbiamo riprendere la lezione fondamentale del movimento comunista costituitosi a livello di massa a partire dalla Rivoluzione Russa che ha trionfato proprio a partire da No alla guerra intrecciato con la rivendicazione della terra ai contadini. Lo stesso articolo 11 della Costituzione italiana è stato reso possibile dall’incontro tra movimento comunista e socialista con il pensiero cattolico, e non era certo farina del sacco del pensiero liberale o degli industriali che si erano arricchiti a produrre le armi come gli scarponi con le suole di cartone forniti agli alpini mandati a morire in Russia.

 

3 – Abbandonare le politiche ordoliberiste.

 

In terzo luogo l’Europa, oltre alle politiche di riarmo, deve abbandonare le politiche ordoliberiste che hanno prodotto una pesantissima crisi sociale, e in generale una nefasta carenza di investimenti pubblici.

Come si è visto nella vicenda del Covid e come si vede oggi, con le spese militari poste al di fuori dei vincoli di bilancio, le regole economiche europee non hanno nulla di oggettivo, sono arbitrarie e sono la pura espressione del dominio di classe antipopolare.

 I trattati europei sono stati utilizzati per comprimere la domanda interna, abbassare i salari trasferendo risorse dai popoli al capitale e dai paesi più poveri a quelli più ricchi: sono una specie di keynesismo alla rovescia, una controrivoluzione permanente delle classi dominanti contro le classi popolari.

Occorre quindi rovesciare le regole europee a partire dal ruolo della BCE per porre al centro politiche pubbliche finalizzate allo sviluppo integrale del welfare, alla riduzione dell’orario di lavoro, allo sviluppo della conoscenza e della ricerca, agli investimenti pubblici nelle infrastrutture, a un piano pubblico per la riconversione ambientale dell’economia. Un progetto antitetico a quello di Draghi che vuole strutturare l’intervento pubblico attorno all’industria militare.

 

4 – Per l’indipendenza dell’Europa.

 

In quarto luogo, è necessario costruire la piena indipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti.

Quelli che oggi contestano Trump in nome dell’Europa lo fanno come degli orfani che sperano semplicemente che alla prossima tornata elettorale statunitense tornino in sella i padroni di sempre, da cui poter ricominciare a prendere ordini.

Non è questa la strada.

Gli USA, nel secondo dopoguerra, hanno considerato l’Europa una propria dependance da usare e sfruttare a piacimento, ostacolandone pesantemente l’evoluzione in senso democratico.

Trump non rispetta la sovranità europea come non l’ha mai rispettata Biden, che è arrivato fino all’attentato terroristico contro il Nord Stream.

L’Europa è stata, negli ultimi trent’anni, una sorta di protettorato statunitense, e adesso che il volto feroce di Trump rende evidente questa realtà a livello di massa, occorre cogliere l’occasione per chiudere i conti con l’Europa atlantica che conosciamo.

 

Occorre quindi operare per una scelta netta di indipendenza dagli USA da parte dell’Europa: una scelta che, per realizzarsi, necessita di un vasto movimento di lotta politico culturale e sociale. Solo nella lotta per l’indipendenza dell’Europa, può emergere una classe dirigente che non sia una costola di una parte della classe dominante degli USA, ma che difenda gli interessi dei popoli europei all’interno di un mondo multipolare, che sappia porre il tema della cooperazione contro le politiche di guerra.

 

Vi è oggi una opinione pubblica in Europa, e segnatamente in Italia, che è contro la guerra ma anche contro la dipendenza dagli Stati Uniti.

Occorre trasformare questa sensibilità di massa, non necessariamente maggioritaria, ma certo assai diffusa, in una proposta politica chiara e comprensibile.

 

5 – Per una Europa dall’Atlantico agli Urali.

 

L’Unione Europea attuale è stata ritagliata sulla base della rottura determinata dalla guerra fredda. Anche l’allargamento della UE è avvenuto in parallelo a quello della Nato, ed è stato guidato da parte dei vincitori della guerra fredda dopo il crollo del muro di Berlino. Occorre, al contrario, prendere atto che nella storia, l’Europa va dall’Atlantico agli Urali: questa è l’Europa che va riconosciuta e che si poteva costruire dopo l’89.

Se guardiamo al 1800, vediamo che non esiste una netta separazione tra Russia e i paesi europei occidentali: dalla musica alla letteratura fino alla lingua usata dai sovrani (Zar compreso), tutto è profondamente intrecciato.

È stata l’isterica reazione delle classi dominanti europee alla Rivoluzione Russa, il nazismo e poi la sciagurata teoria della cortina di ferro, lanciata da Churchill e messa in campo da Truman nell’era del maccartismo, a determinare che il rispetto delle sfere di influenza stabilite a Yalta si trasformasse in una drammatica spaccatura dell’Europa.

Dopo l’89 il gruppo dirigente prima sovietico, e poi russo, propose a più riprese di superare questa barriera ma questo non venne fatto per scelta dell’occidente.

 

6 – Fuori dalla NATO.

 

A questo riguardo è bene sottolineare con chiarezza che la Nato non è mai stata una alleanza difensiva: è nata per autonoma iniziativa occidentale nel 1949, ben 5 anni prima del Patto di Varsavia.

Di fronte a questa decisione occidentale i sovietici, nei primi anni ‘50, “cercando di prevenire la formazione di gruppi di Stati europei diretti contro altri Stati europei”, proposero un Trattato generale europeo sulla sicurezza collettiva in Europa, “aperto a tutti gli Stati europei senza considerare i loro sistemi sociali” ma queste proposte non furono mai prese in considerazione.

 

Addirittura, l’Unione Sovietica nel 1954 avanzò la proposta di un suo ingresso della Nato in modo da evitare la contrapposizione militare in Europa e a livello mondiale. Tutte queste proposte vennero respinte

dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna che guidavano i paesi occidentali.

 Solo dopo l’ingresso della Repubblica Federale Tedesca nella Nato – ed il via libera al suo conseguente riarmo –  avvenuta nell’ottobre 1955, nel novembre dello stesso anni venne formato il Patto di Varsavia.  

 

L’Europa divisa in due è quindi frutto di una scelta geopolitica guidata da Gran Bretagna e Stati Uniti in pieno clima maccartista.

Per questo la Nato non si è sciolta dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia:

perché la Nato non è una alleanza difensiva ma offensiva, funzionale alla separazione dell’Europa dalla Russia.

La Nato è la forma di organizzazione geopolitica dell’Europa e può e deve essere superata nella costruzione di una comune sicurezza di tutta l’Europa.

 La rivendicazione dell’uscita dalla Nato è quindi il passo propedeutico per un suo superamento in un sistema comune di sicurezza europea ed è un passo necessario per ridisegnare non solo la politica estera ma anche l’essenza stessa dell’Europa e del suo futuro.

 

7 – Un’area euromediterranea.

Il ripensamento dell’Europa non può essere disgiunto dalla proposta di un’area euromediterranea. Superare la logica dell’emergenza – militare o migratoria – nella relazione con i paesi del bacino del Mediterraneo è un passaggio necessario per un’Europa che superando il suo carattere atlantico sia in grado di aprire relazioni verso est ma anche verso sud.

Da questo punto di vista i famigerati PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) possono essere il motore di un nuovo ruolo di cerniera dell’Europa verso il Nord Africa e il Medioriente e viceversa. L’Italia ha avuto storicamente, nel bene e nel male, un’attenzione mediterranea, assai presente anche nella tradizione democristiana.

 Sviluppare questa relazione come progetto politico, che non abbia i caratteri propagandistici e neocoloniali di quanto proposto dalla Meloni è una strada decisiva per il nostro paese e per una nuova Europa.

 

8 – Un’Europa aperta ai BRICS.

 

L’Europa che si apre consapevolmente all’area euromediterranea definisce anche la forma mentale con cui affrontare un’altra sfida a cui deve rispondere l’Europa: la relazione con i BRICS.

È del tutto evidente che l’Europa, fino alla presidenza Biden, si è comportata semplicemente come il servo scemo degli USA accettando di suicidarsi con le sanzioni e la guerra, finanziando il debito pubblico statunitense e fornendo a gratis capitali all’economia statunitense attraverso il drenaggio attuato da BlackRock e le altre grandi finanziarie. Oggi due elementi ci permettono di mettere in discussione questa situazione.

Da un lato, la perdita di ruolo degli USA in rapporto al resto del mondo e in particolare ai BRICS è oggi assai evidente. Dall’altra, abbiamo una crisi di relazioni con gli USA di Trump e un conseguente incrinarsi dell’immaginario atlantico.

A partire da questa doppia crisi abbiamo la possibilità di emanciparci da questa sudditanza e di acquisire la dimensione continentale dell’Europa e nel contempo di tessere autonome relazioni con il bacino del Mediterraneo e in generale con i paesi del sud del mondo.

Non esiste un futuro dell’Europa e della sua industria al di fuori della costruzione di una relazione forte con l’area mediterranea e con i BRICS.

 

In conclusione.

 

Non ho volutamente affrontato in questo articolo la discussione su “Unione Europea sì o no”.

Penso infatti che vada posta al centro della nostra discussione l’obiettivo di costruire un progetto e una mobilitazione sociale nazionale e europea che si pongano il problema di superare questa situazione.

 E superare questa Unione Europea, a cui dobbiamo organizzare quotidianamente la disobbedienza, in nome di un’altra Europa di cui ho provato a indicare qualche elemento nelle righe che precedono.

Non si tratta certo di un percorso lineare, non sappiamo se vi sarà una crisi strutturale dell’Unione Europea, non conosciamo a priori il rapporto tra stati nazionali e cornice unitaria ottimale. Mi pare però chiaro, al fine di perseguire gli obiettivi che ho provato a tratteggiare, che occorra impedire l’implementazione del potere reale dell’Unione Europea sui popoli e sulle singole nazioni: nessun esercito europeo, nessun superamento del principio dell’unanimità per assumere le decisioni.

È chiaro che quello attuale è un meccanismo in larga parte inefficace, ma ogni passo nella direzione di una maggiore concentrazione di potere non potrebbe che aggravare la situazione, anche pesantemente, rafforzando il potere del blocco reazionario e guerrafondaio oggi egemone nell’Unione Europea. Pensiamo solo al tema della guerra se la Von der Leyen avesse più poteri di quelli che ha.

 

Confido che questo numero della rivista possa fornire alcune idee utili per aprire un dibattito e mettere al centro della nostra azione la costruzione di movimenti di massa su obiettivi unificanti, evitando ogni rafforzamento dell’oligarchia di cui oggi subiamo così pesantemente il dominio.

 

 

 

Terrorismo Ucraino, “Minacce”

 Russe e… Nomine “Importanti”

Conoscenzealconfine.it – (30 Agosto 2026) - Giuseppe Salamone – Redazione – ci dice:

 

Mentre la Russia “minaccia” la Gran Bretagna, droni ucraini colpiscono un autobus di civili nell’oblast’ di Luhans’k e Crosetto nomina Fedorov consulente alla Difesa.

 

Il terrorista Zelensky continua a fare strage di civili sotto il silenzio generale. Ormai è diventato come Netanyahu: può fare quello che vuole, tanto viene coperto a prescindere.

Nei giorni scorsi, con i droni, ha colpito l’ennesimo autobus di civili, che viaggiava da Lisichansk a Stakanov: 9 persone uccise e sei feriti.

Se voi cercate questa notizia sui grandi giornaloni, non la trovate.

Questo è terrorismo, che non sposta di un centimetro la situazione sul campo.

Questo è terrorismo, fatto con i soldi e le armi occidentali.

Uno che vuole la pace, come in questi giorni riporta la propaganda di casa nostra, non si mette a fare questi attentati terroristici.

Questi attacchi servono solo ed esclusivamente per prolungare la guerra il più possibile. Per provocare una risposta russa e poi fare il martire, chiedendo sempre più soldi e sempre più armi.

Il pericolo più grande per l’Europa non è la Russia:

 è Zelensky, la sua cerchia di corrotti e quei falliti dell’Unione Europea, che in questa guerra hanno la loro sopravvivenza politica!

 

La Russia “Minaccia” il Regno Unito.

Intanto i pennivendoli titolano a reti unificate che la Russia minaccia il Regno Unito.

 Ovviamente lo fanno per mettere paura ai cittadini e, come al solito, sventolare lo spauracchio russo.

 

Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo, ha detto una cosa semplicissima e, a mio avviso, anche naturale:

ovvero che la Russia potrebbe colpire obiettivi britannici ovunque, se l’Ucraina continuerà ad attaccare Mosca con missili forniti dal Regno Unito.

 

Ora voi immaginate se un Paese bombardasse l’Italia con missili forniti da un altro Paese. Sarebbe innaturale, secondo voi, lanciare avvertimenti a quel Paese che consegna i missili per bombardarci?

 No, non è innaturale, è una cosa normalissima.

Piuttosto, qua il problema è che la Gran Bretagna, un Paese Nato, consente a Zelensky di colpire la Russia in profondità con i propri missili mettendoci tutti in pericolo.

La Russia non sta minacciando, come titolano a reti unificate i pennivendoli occidentali. La Russia sta solamente avvertendo il Regno Unito e company che sono in guerra.

 E, come tali, verranno trattati.

Crosetto Nomina Michail Fedorov Come Consulente alla Difesa.

Hanno superato davvero ogni limite del ridicolo: Guido Crosetto ha appena nominato Michail Fedorov come consulente alla Difesa.

Fedorov è l’ex Ministro della Difesa ucraino, colui che ha lanciato droni contro la Russia che hanno colpito scuolabus, pullman, asili e college, ammazzando civili, soprattutto bambini. Adesso sarà al servizio della Repubblica Italiana.

Tutto ciò è vomitevole.

Tra l’altro, Fedorov continua a rifiutarsi di comparire davanti alla commissione parlamentare che indaga sulla corruzione in Ucraina.

Ecco chi sarà il consigliere di Crosetto.

Cosa gli consiglierà: come si uccidono bambini e civili con i droni o come avviare un bel sistema di corruzione nel settore delle armi?

(Articolo di Giuseppe Salamone).

(facebook.com/GiuSal1990).

 

 

 

 

 

L’Europa guerrafondaia non è

 alternativa a Trump: l’Italia

deve sganciarsi da entrambi.

 

Ilfattoquotidiano.it – (4 marzo 2025) - Fabio Marcelli Giurista internazionale – Redazione -ci dice:

                                                 

La plateale pedata nel sedere, peraltro meritatissima, data in mondovisione da Trump a Zelensky, non è bastata a quanto pare ad allontanare i dementi governanti europei e i loro accoliti dal baratro in cui si stanno da tempo precipitando decisi più che mai a perire, più o meno eroicamente, a fianco del loro idolo, il pataccaro di Kiev, il quale sarà con ogni probabilità ben presto esautorato dal popolo ucraino che costituisce la sua vittima principale e che è ormai definitivamente stanco di dover pagare un altissimo tributo di sangue in omaggio alle fanfaluche di Rutte, von der Leyen, Macron, Meloni e grottesca compagnia di guerrafondai con la pelle degli altri.

 

Siamo davvero in una situazione incredibile.

 Fior di giornalisti, come Massimo Giannini, si dichiarano pronti a “morire per Kiev”, mentre la von der Leyen, foraggiata da ogni possibile lobby, ci annuncia che “dobbiamo prepararci al peggio”.

Ma a nome di chi parlano costoro?

 Non certo della stragrande maggioranza del popolo italiano, che vuole ovviamente la pace e ravvisa, secondo i sondaggi i due terzi di esso lo fanno, le evidenti responsabilità dell’Occidente in tutte le guerre in atto, a cominciare da quella in Ucraina.

 

Michele Serra, emblema – a mio avviso – della decadenza intellettuale e della confusione mentale di notevoli settori del Pd, lancia un improbabile appello per rilanciare un appello a favore di una sorta di nazionalismo europeo contro il resto del mondo, all’insegna di “siamo i migliori in circolazione”.

(L’economia italiane cresce meno delle previsioni nel 2024 +0,7%. Aumenta il peso delle tasse.)

In tal modo, tutti questi squalificati personaggi, compresa beninteso buona parte del parassitario mondo politico italiano di destra e di centrosinistra pongono le basi per l’affossamento definitivo di ogni idea e progetto di Europa.

 Lo fanno perché sono disperati in quanto hanno capito che la nuova situazione internazionale crea le premesse per una definitiva liquidazione del loro ruolo e dei loro privilegi.

Essi in effetti costituiscono l’immagine vivente del totale fallimento delle classi dominanti europee.

 

L’avvento di Trump e delle nuove aggressive destre in vari Paesi europei costituisce solo un epifenomeno e la conseguenza di profonde dinamiche politiche, ma anche soprattutto sociali e culturali, che determinano il totale sconvolgimento di equilibri da lungo tempo consolidati.

Si tratta infatti dell’emergere di un nuovo mondo multipolare all’insegna della fine irreversibile del ruolo guida dell’Occidente.

Trump, nella sua ottica rude ma realistica di businessman che coglie il fenomeno nei suoi tratti essenziali, se ne è evidentemente reso conto e sta brutalmente procedendo a ridefinire i rapporti nel campo occidentale.

Ne deriva la fine di Zelensky e la guerra spietata contro i suoi competitor interni, prima fra tutti l’Unione europea, come pure l’aperta scelta del fascismo, del razzismo e del machismo come elementi che dovrebbero rilanciare l’identità occidentale e statunitense in crisi.

 

Anche il suo esperimento è destinato al totale fallimento nel giro di pochi anni.

 Lo vedremo presto con l’inevitabile ripresa delle lotte sociali all’interno stesso degli Stati Uniti e la crisi altrettanto inevitabile del progetto sionista del genocidio e della pulizia etnica contro i Palestinesi che per il momento Trump ancora sostiene con progetti demenziali come la Riviera turistica a Gaza, da edificare sui corpi massacrati di decine di migliaia di bambini, e con il sostegno militare alle imprese di Netanyahu& C. contro l’umanità.

 

Che l’Europa non sia per nulla alternativa al trumpismo, lo vediamo fra l’altro nel fatto che, dopo gli Stati Uniti, i maggiori fornitori di armi ad Israele siano proprio i Paesi europei, in primis, nell’ordine, Germania e Italia.

Anche nel modo di aggredire gli “ingrati”, Trump e Putin si assomigliano sempre di più.

L’avvenire del nostro Paese e dell’Europa dipende dal totale ripudio di ogni progetto guerrafondaio e dalla risoluta assunzione di un ruolo di dialogo con le potenze emergenti (in realtà da lungo tempo emerse) che rappresentano oggi la speranza di un mondo migliore, in primo luogo la Cina popolare oggi all’avanguardia nella ricerca scientifica e tecnologica e nella riconversione ecologica dell’economia e della società.

 Occorre in questo quadro una storica riconciliazione con la Russia che preveda l’esistenza di un’Ucraina sovrana, neutrale e non allineata finalmente liberata da Zelensky e la sua cricca.

 

L’Italietta sconfortante di Giorgia Meloni e dei suoi reggi coda di destra (compreso il patetico autoproclamato alfiere nostrano del trumpismo Salvini) e di centrosinistra (compresa buona parte del Pd allineato dietro Leonardo e il complesso militare-industriale italiano) traccheggia ed appare più che mai in balia degli eventi.

Occorre invece rilanciare con forza gli interessi popolari, bloccando il riarmo e destinando le risorse a salute, educazione, benessere ed inclusione sociale.

La manifestazione del 5 aprile, promossa da Giuseppe Conte e dai Cinquestelle e sulla quale si stanno registrando significative convergenze, a partire da quella di Rifondazione comunista, deve costituire i questo senso un importante punto di partenza per un’Italia e un’Europa diverse e migliori.

 

 

 

Guerre atroci e politica

Sonnambula.

  Ilmanifesto.it – (24 -06 -2026) - Alberto Lesis – Redazione – ci dice:

In una parola La rubrica settimanale su linguaggio e società.

(A cura di Alberto Lesis.)

 

«Emerge una verità che è quella di tutti i conflitti: la guerra non è mai qualcosa di eroico. “Anche l’odio contro la bassezza stravolge il viso”, scriveva Bertolt Brecht.

In effetti la guerra deforma ogni popolo, anche quello costretto a farla, anche chi si difende, anche l’aggredito.

La guerra imbruttisce tutto e tutti: tale è la disumanizzazione che avvelena oggi l’Europa».

 

Per provare a scrivere qualcosa di sensato pensando agli 80 anni della Repubblica, che hanno coinciso con lunghi decenni di pace, almeno dalle nostre parti (ma già prima della fine del secolo scorso il mostro si ripresentò, non per caso, nei vicini Balcani), cito quanto ha scritto su Domani un uomo politico cattolico e direi moderato, ma da molti anni impegnato per la pace, Mario Giro.

 

Il suo articolo, segnalato con una doppia titolazione (Nemmeno una guerra difensiva va idealizzata – Se il destino dell’Ucraina è una guerra senza fine) continua con altri pensieri che guardano anche oltre l’Europa:

«Come tutte le guerre i conflitti attuali coprono nefandezze di ogni tipo e trasformano i combattenti in peggio (…) L’esperienza insegna che i popoli ne escono deteriorati, inaspriti, regrediti, peggiori di come vi sono entrati. È questo il destino che malauguratamente attende gli ucraini e i russi, come anche i palestinesi e gli israeliani (…) La guerra come meccanismo orrendo rende tutti schiavi della violenza».

 

Anche Giro, come diversi altri osservatori, critica le contraddizioni di un’Europa che non riesce a prendere una iniziativa efficace per almeno tentare di aprire un negoziato, dividendosi tra chi si sente ormai di fatto in guerra con la Russia, e grida “alle armi, alle armi”, e chi è più sensibile al problema degli approvvigionamenti energetici.

Da numerose altre parti arrivano considerazioni molto preoccupate sul fatto che più crescono le tensioni e ogni “cautela” viene oltrepassata nell’uso della forza più bruta, sia sulla scena dell’Europa orientale, sia su quella del Medio Oriente, più il rischio di una catastrofe magari originata da qualche equivoco e qualche “risposta automatica”, più o meno “intelligente” aumenta a dismisura.

 

La politica europea assomiglia sempre di più a quell’andamento da “sonnambuli” che portò alla Prima guerra mondiale.

Non fanno eccezione i responsabili della politica italiana. Mentre la premier del centrodestra fa acrobazie contraddittorie per ritagliarsi un qualche nuovo ruolo dopo l’azzardo di considerarsi la preferita di Trump, ciò che desta sconcerto è l’afonia confusa delle opposizioni sul tema della guerra e delle guerre.

 

Detto che trovo molto irritante la campagna mediatica, e della politica che la ispira, per delegittimare la segretaria del Pd, che comunque resta la forza principale di una possibile coalizione alternativa alla destra, non posso fare a meno di chiedermi, e di provare a chiedere: ma che cosa aspetta Elly Schlein per fare della urgentissima iniziativa per cercare la pace in Europa e nel vicino Medio Oriente il centro della sua proposta politica?

Di mettere su questo punto tutto il peso che può ancora esistere del suo rissoso partito, chiamare alla mobilitazione i cittadini la cui maggioranza molto probabilmente, e non solo i giovani che si sono già “mobilitati”, ha giustamente paura della guerra e delle conseguenze socio economiche che già si patiscono pesantemente?

 

Le carneficine di civili, di soldati e combattenti, gli stupri, le stragi di minori, gli esodi imposti e le città distrutte, e la rottura di ogni legalità internazionale che continuano in ogni scenario bellico non sono più sopportabili.

 

E il sonno della ragione – ma soprattutto del sentimento etico – genererà altri mostri.

 

 

 

 

Quando la menzogna governa,

la pace diventa fragile.

 

Amesci.org – (13 gennaio 2026) - Fondazione, Servizio civile - editoriale di Enrico Maria Borrelli, Presidente Fondazione Amesci – Redazione – ci dice:

 

«Il potere non te lo dà un distintivo o una pistola, il potere te lo danno le bugie, grandi bugie e convincere il mondo a parteggiare per te».

 La frase di Sin City non è solo una battuta cinematografica: è una fotografia inquietante del nostro tempo.

Un tempo in cui la pace globale è sempre più a rischio non soltanto per le guerre in corso, ma per la sistematica alterazione della realtà operata da leader che hanno trasformato la menzogna in strumento di governo.

 

La pace non muore solo sotto le bombe.

Muore quando la verità viene piegata, quando il diritto internazionale diventa un fastidio, quando la propaganda sostituisce il confronto democratico.

In questo scenario, Donald Trump rappresenta un caso emblematico ma non isolato.

La sua retorica aggressiva, l’unilateralismo ostentato, l’uso disinvolto della forza e la pretesa di legittimarsi come “uomo di pace” mentre viola regole condivise mostrano una concezione del potere fondata non sulla responsabilità, ma sulla narrazione.

Non conta ciò che è vero, conta ciò che si riesce a far credere.

 La stessa logica attraversa altri contesti e altri leader.

Vladimir Putin ha giustificato l’aggressione all’Ucraina costruendo una realtà alternativa, in cui l’invasione diventa “difesa”, la guerra “operazione speciale”, la repressione interna “sicurezza nazionale”.

 Benjamin Netanyahu ha progressivamente ridotto ogni critica all’azione militare a un attacco esistenziale allo Stato di Israele, confondendo deliberatamente sicurezza, vendetta e sopravvivenza politica personale.

Viktor Orbán, nel cuore dell’Europa, ha svuotato le istituzioni democratiche dall’interno, usando il linguaggio della sovranità per comprimere diritti, pluralismo e libertà di stampa. Contesti diversi, storie diverse, ma un tratto comune: l’uso strumentale della realtà per consolidare il potere.

 

Le bugie, grandi o piccole, servono a costruire consenso, a delegittimare gli avversari, a rendere accettabile ciò che altrimenti apparirebbe inaccettabile. È così che la guerra diventa normale, la repressione necessaria, l’ingiustizia inevitabile.

In questo quadro, è fondamentale chiarire un punto spesso manipolato: criticare l’uso illegittimo della forza o la violazione del diritto internazionale non significa difendere governi autoritari o pratiche antidemocratiche. Il caso venezuelano lo dimostra. Il governo di Nicolás Maduro è stato ampiamente contestato per la legittimità delle elezioni, per la repressione del dissenso, per l’erosione delle libertà civili. Allo stesso tempo, le recenti retromarce giudiziarie su alcune accuse simboliche mostrano quanto anche la narrazione penale e politica possa essere piegata a fini strumentali. Due verità possono coesistere: un governo può essere autoritario e, insieme, non per questo legittimo bersaglio di azioni unilaterali che calpestano le regole comuni.

 

 La pace autentica vive di questa complessità. Non tollera la semplificazione brutale, non si nutre di slogan, non cresce nella logica amico-nemico. La pace richiede verità, diritto, istituzioni forti, cittadini informati. Richiede leader capaci di anteporre il bene collettivo all’interesse personale, la responsabilità al consenso immediato. Quando il mondo accetta che la realtà sia negoziabile, che la menzogna sia uno strumento legittimo di governo, allora la pace diventa precaria. Perché chi controlla il racconto controlla anche il confine tra giusto e sbagliato, tra difesa e aggressione, tra democrazia e autoritarismo.

 

Difendere la pace oggi significa difendere la verità. Non come astratto principio morale, ma come fondamento concreto della convivenza internazionale.

Senza verità, non c’è diritto. Senza diritto, non c’è pace. E senza pace, nessuna bugia potrà mai garantire sicurezza o futuro.

 

 

I forti soffrono quando

fanno ciò che vogliono?

Centridiricerca.unicatt.it – (2 marzo 2025) - Sean Molloy – Redazione – ci dice:

 

Nei primi giorni della presidenza di Donald Trump si sono verificati una serie di scontri con alleati e altri Stati.

 Il primo vero scontro tra Trump e un alleato è stato il “dialogo infuocato” con il primo ministro danese Mette Frederiksen in merito all’acquisizione ostile della Groenlandia, un contenzioso che è stato descritto da alti esponenti politici europei come «orrendo» e «potenzialmente molto pericoloso».

 Lo scambio tra i due premier ha rappresentato un primo segnale della determinazione di Trump a imporre il dominio degli Stati Uniti sui loro alleati.

 Il dialogo con il Presidente appena rieletto ha messo in allarme la NATO e l’Unione europea.

 I danesi, stando a quanto riferito, sarebbero stati «completamente spaventati» dallo stile aggressivo della diplomazia di Trump.

 Anche il Canada è stato allarmato dal singolare stile diplomatico di Trump, che ha imposto e sospeso i dazi su uno dei suoi alleati più stretti e ha persino proposto di incorporare il suo vicino settentrionale negli Stati Uniti.

Lo straordinario e recente incontro alla Casa Bianca tra Trump, J.D. Vance e Volodymyr Zelensky segna il culmine (fino a oggi) dello sforzo di vilipendere e intimidire gli alleati percepiti come deboli per affermare il dominio del potere statunitense su quelli che sembrano essere considerati Stati clienti piuttosto che alleati in quanto tali.

 

Le difficili conversazioni tra Stati in cui i potenti affermano la propria volontà sui meno potenti non sono una novità nella politica internazionale.

Il caso paradigmatico, spesso citato da studiosi e diplomatici, è il Dialogo dei Melii e degli Ateniesi, raccontato dallo storico greco Tucidide nel suo resoconto della Guerra del Peloponneso.

Nel tentativo di persuadere i Melii a unirsi alla loro alleanza contro gli Spartani, gli ambasciatori ateniesi oppongono al rifiuto dei rappresentanti della piccola isola di conformarsi ai desideri di Atene una minaccia agghiacciante:

 se non si adegueranno, verranno uccisi tutti gli uomini e ridotti in schiavitù le donne e i bambini di Melo.

 «Chi è più forte», sostengono gli Ateniesi, sicuri che i Melii si convinceranno della logica incontrovertibile della loro posizione, «fa quello che può e chi è più debole cede».

Come i Danesi, i Melii erano spaventati dagli Ateniesi, ma decisero comunque di rimanere neutrali, nonostante il loro strapotere.

Dopo aver appreso che i Melii non avrebbero accettato le loro richieste, gli Ateniesi portarono a termine la loro minaccia.

Per il resto della guerra, gli Ateniesi agirono secondo la massima secondo cui i forti fanno ciò che possono o vogliono fare nei confronti di Stati neutrali, belligeranti e alleati.

 

La ripetuta insistenza di Trump sul fatto che l'Ucraina «non può fare a meno» degli Stati Uniti e che gli ucraini devono accettare che il loro destino dipenda dalla potenza e dalla continua buona volontà americana riecheggia la richiesta ateniese secondo cui i Melii non avevano altra scelta se non quella di fare ciò che la potenza maggiore imponeva loro.

Secondo Trump, gli ucraini devono adeguarsi alle preferenze degli Stati Uniti in relazione alla guerra o rischiano la distruzione. L'America, come l'Atene del V secolo, è uno Stato potente la cui volontà deve essere obbedita da chi ha meno potere di lei: se l'America desidera un cessate il fuoco, l'Ucraina deve adeguarsi.

A differenza degli Ateniesi nei confronti dei Melii, gli Stati Uniti non saranno l'agente della distruzione dell'Ucraina, ma non impediranno quella che considerano una sconfitta inevitabile e schiacciante, a meno che l'Ucraina non si pieghi alla loro volontà.

Al centro delle richieste sia degli Ateniesi sia di Trump c'è la negazione del diritto di agire in modo autonomo agli Stati più deboli e l'affermazione del dominio da parte dei più forti.

 

La maggior parte delle analisi contemporanee del Dialogo dei Melii e degli Ateniesi si conclude con un invito ad ammirare o condannare lo spietato «realismo» degli Ateniesi. Tuttavia, una maggiore familiarità con il testo di Tucidide rivela un quadro più complicato e ricco di insegnamenti che gli americani, i loro rivali e i loro alleati farebbero bene a tenere in considerazione. La chiave per svelare la massima secondo cui i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono sta nel porsi la domanda: la posizione degli ambasciatori ateniesi a Melo è rappresentativa dell'opera di Tucidide nel suo complesso? Vogliamo davvero dedurre da Tucidide che il comportamento degli Ateniesi è semplicemente il modo in cui si svolgono le relazioni tra Stati deboli e Stati potenti? Che la Danimarca, per esempio, dovrebbe ascoltare le lezioni di Melo e capitolare per non incorrere nel costo di sfidare una potenza superiore? E che gli Stati Uniti, come Atene, non devono preoccuparsi di inezie come la sovranità danese sulla Groenlandia? O che l’Ucraina dovrebbe arrendersi agli Stati Uniti e accettare qualsiasi accordo che Trump riesca a concludere con Putin?

 

La lettura del Dialogo dei Melii e degli Ateniesi nel suo contesto rivela che Tucidide non intende trarre insegnamenti da esso; gli studiosi di realismo devono approfondire ulteriormente la loro analisi della Guerra del Peloponneso per trarre beneficio dalle considerazioni di Tucidide. Il primo elemento che il lettore deve riconoscere è che gli Ateniesi, spietati e adoratori del potere, hanno perso la guerra e Tucidide attribuisce la loro sconfitta, in gran parte, alla mentalità mostrata a Melo. Guidata dal ricco, carismatico e spregiudicato Alcibiade, la fazione in ascesa che gli ambasciatori ateniesi rappresentavano – il partito della guerra – era convinta che la ricchezza e il potere di Atene li rendessero invincibili. Se i loro alleati si opponevano alle richieste di un maggiore sostegno materiale e di un maggiore supporto, il potere ateniese, nelle sue molteplici forme, poteva essere impiegato per metterli con le spalle al muro.

 

La posizione ateniese a Melo si discostava in modo significativo dalla strategia suggerita da Pericle, il loro leader all'inizio della guerra e identificato da Tucidide (anche se non senza riserve) come uno dei grandi statisti dell'epoca. I consigli di Pericle ai suoi concittadini su come gestire gli altri Stati, soprattutto gli alleati, dovrebbero attirare l'attenzione del lettore contemporaneo di Tucidide almeno quanto il Dialogo dei Melii e degli Ateniesi. Pericle consigliò ad Atene di non spingere troppo in là le proprie ambizioni imperiali e di non correre rischi eccessivi mentre era impegnata in quella che, secondo lui, doveva essere una guerra breve e limitata con Sparta. Gli alleati dovevano essere trattati nel miglior modo possibile, in quanto rappresentavano una risorsa preziosa in caso di conflitto con potenze rivali. Secondo Tucidide, il dramma di Atene fu non aver ascoltato i consigli di Pericle. Inebriati dalla potenza e dall'arroganza dimostrata a Melo, l'eccesso di fiducia degli Ateniesi si tradusse in una serie di passi falsi disastrosi che portarono alla guerra non solo con Sparta, ma anche con la Sicilia e con l'Impero persiano alla fine della guerra.

 Atene si era alienata molti dei suoi alleati, alcuni dei quali erano in aperta rivolta contro di essa. La lezione di Tucidide è che l'adozione della massima secondo cui «chi è più forte fa quello che può e chi è più debole cede» portò al disfacimento della forza ateniese e a una cocente sconfitta da cui la città non si riprese mai. Secondo Senofonte, gli Spartani vincitori della guerra restituirono i Melii sopravvissuti alla loro isola.

 

Agendo senza prudenza e moderazione e alienandosi gli alleati, gli Ateniesi impararono a proprie spese che il semplice possesso del potere non è una panacea e che i forti possono subire le conseguenze delle proprie azioni quanto i deboli. L'equivalente più vicino ad Alcibiade, il non meno spregiudicato Donald Trump, non minaccia stragi di massa e schiavitù di danesi, canadesi e ucraini, ma si comporta come gli Ateniesi, lanciando ultimatum agli alleati perplessi che si allontanano sempre di più a ogni richiesta. Mentre il XXI secolo si sviluppa, gli Stati Uniti devono sempre più confrontarsi con superpotenze nascenti che minacciano di eclissarli e con le quali potrebbero benissimo entrare in conflitto, caldo o freddo che sia. La storia della Guerra del Peloponneso, come intendeva Tucidide, rimane una «un possesso che vale per l’eternità». Data la presenza nell'Amministrazione di un gruppo altamente qualificato di diplomatici e accademici esperti, ci si augura che almeno uno dei consiglieri di Trump e Vance possa e voglia tracciare un parallelo tra il disprezzo ateniese degli Stati con cui interagiva e l'attuale trattamento americano dei suoi alleati.

 

Mentre l'attuale titolare dello Studio Ovale e il suo potenziale successore valutano i primi giorni di questa amministrazione alla luce di un paragone con Atene, potrebbero rivalutare il trattamento riservato ai loro alleati e riflettere sul rischio che loro stessi o i futuri leader americani debbano imparare la lezione che anche i forti possono subire le conseguenze delle proprie azioni. Il potere, come ogni risorsa, può trasformarsi in una maledizione se non viene utilizzato con giudizio.

Un uomo di Stato e il Paese che rappresenta devono trattare con prudenza gli alleati esistenti, come il Canada, la Danimarca e l'Ucraina, e farlo è più prezioso che non le trovate pubblicitarie a spese del «governatore» Trudeau o la gratificazione istantanea fornita da conferenze stampa che certamente forniscono «grande televisione», ma il cui contributo all'interesse nazionale è di dubbio valore.

(Sean Molloy è Professore associato di Relazioni internazionali presso l'Università del Kent.)

(Questo contributo è stato pubblicato originariamente il 2 marzo 2025 su «Logos».)

 

 

 

 

Quando la polarizzazione

spezza la sfera pubblica.

Fondazionefeltrinelli.it – (05 dicembre 2025) – Editoriale - Giovanni Boccia Artieri –

Articolo tratto dal N. 62 di Bolle e balle – Redazione – ci dice:

 

La polarizzazione non è semplicemente un conflitto più acceso del solito, né la naturale contrapposizione tra idee diverse. È un processo più sottile e corrosivo, in cui la differenza politica si irrigidisce fino a trasformarsi in distanza emotiva, sociale e cognitiva.

 Non nasce dal dibattito, ma dalla sua deformazione, cioè quando le opinioni diventano identità, quando il disaccordo si traduce in ostilità, quando la complessità viene compressa in blocchi morali inconciliabili.

 

Polarizzazione.

Manifesto tratto dal patrimonio di Fondazione Feltrinelli.

La grammatica del conflitto.

Oggi la polarizzazione non descrive solo cosa pensiamo, ma chi siamo e con chi scegliamo di stare.

È un fenomeno allo stesso tempo sociale e tecnologico che si innesta sulle vulnerabilità psicologiche delle persone e cresce dentro un ecosistema digitale progettato per massimizzare attenzione, reazione, attrito.

 

Gli algoritmi non inventano il conflitto, ma lo rendono grammatica quotidiana. Premiano ciò che divide perché ciò che divide performa, generando clic e visibilità, modellando una logica estrattiva che spinge verso ciò che polarizza.

 

Sempre più spesso, questa dinamica assume i tratti della polarizzazione distruttiva, cioè una configurazione in cui il confronto si inceppa, l’informazione dell’altro viene delegittimata, la complessità evapora, le voci estreme amplificate e le emozioni usate come strumenti di esclusione.

Non è, quindi, il semplice disaccordo, ma la sua mutazione in sospetto sistematico. Un mondo dove l’opinione dissidente è subito letta come una minaccia.

 

Uno studio 2018–23, in Italia, mostra talk-show spesso emotivi e sbilanciati, favorendo un confronto poco equilibrato.

Democrazia: uno spazio pubblico comune. 

A farne le spese non è solo la qualità del discorso pubblico, ma il tessuto stesso della convivenza democratica.

La democrazia, infatti, non richiede unanimità, ma la capacità di condividere uno spazio simbolico comune: disaccordo informato, competizione leale, possibilità di rivedere le proprie convinzioni.

 

Tutto ciò si indebolisce quando prevale una logica tribale che contrappone un “noi” da un “loro”, costruendo narrazioni totalizzanti in cui il campo avversario è percepito come irrimediabilmente corrotto o pericoloso.

La polarizzazione diventa un problema democratico quando rende impossibile la mediazione e trasforma la politica in un’arena di scontro permanente in cui conta soltanto mobilitare i propri e delegittimare gli altri.

In questo slittamento, la sfera pubblica smette di essere uno spazio di discussione e diventa un campo di battaglia simbolico.

Lo vediamo nella retorica del tradimento e della purezza, nei discorsi che invocano l’“invasione” o la “sostituzione”, nelle contro-narrazioni che rispondono con sarcasmo, disprezzo, umiliazione.

È un’economia affettiva fondata sull’indignazione e sulla ricompensa identitaria.

 

Nell’ultimo anno oltre il 60% delle proteste europee online è stato influenzato da fake news secondo studi UE.

Le crisi della sfiducia.

Questa dinamica, come ho messo in evidenza nel volume Sfiduciati. Democrazia e disordine comunicativo nella società esposta, è alimentata dall’erosione dell’affidabilità informativa e dalla crisi della fiducia verso istituzioni, media e saperi condivisi. È una condizione di post-affidabilità il terreno su cui germoglia la polarizzazione contemporanea.

 

Dove mancano fiducia e orientamento, la selezione delle informazioni diventa tribale, la verità negoziata per appartenenza.

Eppure, questa non è una condizione naturale o inevitabile.

Nell’Annale 2025 della Fondazione Feltrinelli, Democrazia ai margini. Disinformazione e manipolazione dell’opinione pubblica nell’era digitale, viene mostrato come la polarizzazione sia parte di una trasformazione strutturale della sfera pubblica “piattaformizzata”, attraversata da nuove tensioni tra centro e margine, visibile e invisibile, istituzioni e contro-pubblici.

 

È dentro queste fratture che proliferano sfiducia, manipolazione e radicalizzazione, ma anche possibilità di rinnovamento democratico.

Ridurre la polarizzazione non significa aspirare all’armonia, ma ricostruire le condizioni minime della fiducia reciproca e della responsabilità comunicativa. Significa recuperare la qualità del disaccordo:

un attrito generativo, che apre invece di chiudere, che chiarisce invece di dividere.

La democrazia vive del conflitto, ma muore nella guerra culturale permanente.

 

Cina, la sua economia rischia di

 implodere e di innescare

la prossima grande crisi.

Msn.com- Quotidiano.net - Storia di DAVIDE NITROSI – (31 – 08 – 2026) – Redazione – ci dice:

Roma, 31 agosto 2026 – "Il mondo non può permettersi una Cina con un surplus commerciale di 1.200 miliardi di dollari".

 Il segretario al Tesoro americano Scott Besson, esordendo con queste parole alla vigilia del G20 Finanze di Asheville, in North Carolina, è andato dritto al punto: il maggiore rischio per l’economia mondiale dopo la crisi dei mutui subprime del 2007 e la conseguente crisi del debito sovrano è la Cina.

"L’economia cinese è piuttosto debole. Pechino sta cercando di uscirne puntando sull’export ma deve riequilibrare la sua economia", ha aggiunto Besson in un’intervista alla Reuters.

Segnalando così che l’obiettivo del G20 sarà "riesaminare le condizioni commerciali con la Cina per ridurre gli squilibri globali e spingere Pechino a riequilibrare l’economia, dall’export ai consumi interni".

Se XI accetterà di gestire il suo eccesso di surplus assieme al G20 potremmo scampare un pericolo per l’economia globale.

Altrimenti aspettiamoci l’implosione dell’economia cinese con conseguenze per tutti.

 

Il mercato saturo e i sussidi statali di Pechino alle imprese.

I campanelli d’allarme sono scattati da tempo.

Un paio di settimane fa su Foreign Affairs, Michael B. G. Froman, ex vice consigliere per la sicurezza nazionale per gli affari economici degli Stati Uniti dopo il biennio buio 2008-2009, ha scritto una lunga analisi illuminante per spiegare che la prossima crisi economica globale potrebbe nascere in Cina.

 Il vulnus di partenza è esattamente il surplus commerciale, che rischia di travolgere la stessa Cina.

Un surplus cresciuto ad un ritmo tre volte superiore al commercio globale.

Froman ci spiega che è “un problema di aritmetica”.

“Quando l’economia cinese era più piccola, era sostenibile un ritmo di esportazioni tre volte superiore rispetto alla crescita globale, perché il mercato lo assorbiva.

Oggi quel mercato potrebbe non assorbire più la mole di prodotti Made in China”.

"Quando l’export cinese si fermerà, la resa dei conti sarà dolorosa soprattutto per la Cina", osserva Froman.

Con "onde d’urto" in tutto il mondo.

Oggi la Cina rappresenta il 30% della produzione industriale mondiale, nel 2030 raggiungerà il 45% a questo ritmo.

Un record.

 "Non esistono precedenti storici ad eccezione dell’economia statunitense immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale", annota l’analista.

Finora la manifattura cinese è stata sostenuta dai sussidi statali, che hanno tenuto in vita anche società altrimenti in perdita (il 30% delle compagnie cinesi opera in perdita, prima del Covid era il 20%). Chiaramente il sostegno pubblico è una strategia politica per invadere il mondo di prodotti cinesi, sia di bassa qualità, sia tecnologicamente avanzati (il caso delle auto, della telefonia, dell’informatica o delle batterie), ma così XI rischia di non riuscire a gestire alla lunga il surplus che potrebbe crollare su sé stesso.

Questione di numeri, si diceva.

Prendiamo il caso delle auto, dove la concorrenza cinese ha messo in ginocchio la produzione tedesca.

 Nel 2025 le esportazioni di auto cinesi sono aumentate del 21% (142 miliardi di dollari il valore) e le batterie spedite nel resto del mondo hanno toccato il valore di 77 miliardi di dollari.

 La Cina produce 25 milioni di auto elettriche o ibride plug-in, mentre la domanda interna si ferma a 12 milioni.

Ma la Cina oggi ha la capacità di produrre fino al 60% del mercato globale di auto elettriche (90 milioni all’anno in totale).

 "Ad un certo punto – fa notare Froman – potrebbero semplicemente non esserci più acquirenti per le auto cinesi".

 

 

“BYD” AZIENDA INDUSTRIA AUTOMOTIVE AUTOMOBILISTICA PRODUZIONE AUTO AUTOMOBILE AUTOMOBILI ELETTRICA, ELETTRICHE.

Cosa si rischia e quali sono le soluzioni.

Il rischio è la replica del default del mercato immobiliare cinese, cresciuto a dismisura per poi esplodere nel 2021.

 È di poche settimane fa la condanna all’ergastolo del fondatore di Evergrande Xu Jialing, dopo il più grande crac immobiliare dell’Asia.

In pratica, la Cina deve ridurre il surplus perché la politica di crescita a ritmi senza limiti, ben oltre ciò che il mercato può assorbire, rischia di esser un autogol.

Pechino dovrà incentivare il mercato interno – sapendo che comunque non potrà assorbire tutta l’attuale capacità di produzione – ma dovrà anche affrontare il nodo dei sussidi che permettono di commercializzare prodotti a prezzi inferiori rispetto ai concorrenti, tenendo in vita aziende che sarebbero in perdita.

Questo significherebbe per la Cina modificare il suo modello di sviluppo e accettare svariati default con conseguenze sociali incalcolabili, sia sulla coesione, sia sullo stesso mercato interno.

Riuscirà XI a gestirle o dovrà esercitare il suo potere assoluto?

L’unico modo per uscirne è forse concordare un atterraggio il più possibile morbido con gli Stati Uniti (che hanno provato a fermare la Cina coi dazi, ma senza successo) e con il resto del mondo.

Il G20 punta a pilotare questo atterraggio.

 È in gioco il futuro di tutte le economie.

 

 

Decifrando l'indecifrabile: per

un principio di governo nel

disordine mondiale.

 Rivistarinascita.it - Giuseppe Conte – (venerdì 6 marzo 2026) – Redazione – ci dice:

 

PROGRESSISMO.

POLITICA INTERNAZIONALE.

RELAZIONI INTERNAZIONALI.

PACE.

 

Stiamo perdendo tutti i riferimenti che ci hanno consentito, in Europa e non solo, di vivere in un contesto pluridecennale di pacifica convivenza.

Ci eravamo illusi che i conflitti armati fossero il retaggio di epoche ormai lontane e che potessimo concentrare i nostri sforzi sui problemi della crescita economica e della sua redistribuzione, di un più ampio e articolato sviluppo sociale, sulle nuove sfide dell’innovazione tecnologica, della transizione ecologica e dei cambiamenti climatici.

E invece ci ritroviamo a vivere una fase di profonda crisi del multilateralismo, dopo che ci eravamo illusi sull’esistenza di una comunità internazionale dialogante, pur in un clima di non sopita conflittualità, sulla presenza solida ed efficace di organismi di coordinamento, a partire dalle Nazioni Unite, utili a prevenire le tensioni internazionali e a comporre le escalation militari.

Abbiamo appena svoltato il primo quarto di secolo del terzo millennio e lo scenario globale appare completamente trasformato. Il disordine mondiale sembra ormai dilagare. Non riusciamo più a trovare un bandolo che ci aiuti a sciogliere questo groviglio di conflitti commerciali e bellici, ideologici ed etnici, questa continua accensione di focolai di crisi.

 

Stentiamo persino a immaginare un principio di riorganizzazione, un criterio di coordinamento che ci aiuti a dipanare traiettorie di razionalità in grado di restituire ordine al caos attuale.

 

Donald Trump ha appena attaccato, con massicci bombardamenti, l’Iran del regime liberticida degli ayatollah, decapitandone il vertice, a partire dalla suprema guida Khamenei.

 È un’iniziativa unilaterale realizzata in piena sinergia politica e militare con il governo israeliano di Netanyahu. L’attacco è stato avviato nel mezzo di un negoziato. Anche in Venezuela Trump ha deciso un attacco militare unilaterale nel mezzo di un negoziato.

 

Nonostante i continui scarti e la sostanziale imprevedibilità, le iniziative di politica estera di Trump iniziano ad assumere contorni definiti. Parlare di una dottrina strutturata è forse troppo, anche se ormai correntemente si ragiona di “Monroe dottrine”.

 Ma sicuramente da queste prassi aggressive possiamo ricavare alcuni primi corollari.

 

Gli attacchi armati sono condotti senza alcuna considerazione per il diritto internazionale.

Le violazioni sono evidenti sotto molteplici profili.

 Innanzitutto, non ricorrono gli estremi della legittima difesa di cui all’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite, poiché né il governo di Maduro né il regime iraniano avevano posto in essere un “attacco armato” contro gli Stati Uniti o rappresentavano una “minaccia attuale” in grado di impensierire la capacità reattiva di Washington e dei suoi alleati.

 Inoltre, queste azioni militari hanno avuto quale immediato obiettivo la cattura di Maduro e l’assassinio di Khamenei, due capi di Stato che godevano dell’immunità personale assoluta, che in base al diritto internazionale impedisce la loro sottoposizione alla giurisdizione di uno stato estero, a meno che non sia in gioco l’attuazione del provvedimento di una corte internazionale.

 

Gli attacchi sono stati rivolti contro regimi autocratici o comunque illiberali, ma non sembrano affatto ispirati dalla volontà di promuovere transizioni democratiche e il rispetto dei diritti umani. In Venezuela, un attimo dopo la cattura di Maduro, il Governo degli Stati Uniti ha negoziato il passaggio di consegne direttamente con la numero due del regime di Maduro, l’ex vicepresidente Delay Rodriguez, incoronandola presidente ad interim. Quanto all’Iran, Trump ha sin qui invitato la popolazione a «prendere il controllo del governo», in modo molto generico, senza prefigurare un futuro scenario democratico. Pesano, evidentemente, i rapporti della CIA che hanno delineato scenari successori niente affatto confortanti, considerato che appare improbabile il depotenziamento del forte ruolo – militare, economico, politico – tradizionalmente svolto dai Pasdaran e non è affatto da escludere una soluzione caratterizzata da un marcato radicalismo ideologico.

 

Queste aggressioni sono state condotte contro Paesi sovrani che possiedono tra le maggiori riserve energetiche del pianeta.

Il Venezuela possiede le riserve petrolifere più grandi al mondo, mentre l’Iran è ai primissimi posti sia per le riserve di petrolio sia per le riserve di gas naturale. Peraltro, Trump non ha mai nascosto la sottesa motivazione alle sue iniziative, che è quella di garantire agli Stati Uniti l’accesso a risorse minerali critiche e a riserve energetiche.

Subito dopo il suo secondo insediamento alla Casa Bianca ha chiarito a Zelensky che il sostegno americano nei negoziati di pace sarebbe stato condizionato alla sottoscrizione di accordi di sfruttamento delle risorse minerarie ucraine e, infatti, il 30 aprile 2025 è stato sottoscritto il Minerale Resources Agreement.

Anche la sua determinazione di annettere la Groenlandia è stata motivata dalla sua posizione strategica e, più specificamente, dalla volontà di garantire agli Stati Uniti l’accesso a terre rare e metalli essenziali.

 

La deliberata e sistematica violazione del diritto internazionale della nuova era Trump nasce e si sviluppa sul piano dell’economia. Si riannoda alla disillusione che è seguita alla stagione esaltante della globalizzazione, allorquando l’espansione di uno spazio globale di mercato senza limiti e confini aveva generato entusiastiche promesse di diffusa prosperità e rafforzata sicurezza.

Le aggressive politiche commerciali perseguite da Trump sono, per buona parte, frutto di questa disillusione e della volontà di ridare slancio a un’economia gravata da un alto debito pubblico, che sta soffrendo fortemente la sfida con le economie emergenti.

 

Già nel 1962 Milton Friedman, nel suo celebre Capitalismo e libertà, aveva invitato ad abolire i dazi doganali, incitando il suo paese a fare come la Gran Bretagna nel XIX quando abrogò le Corni Lawes: «Siamo una grande nazione e non ci conviene pretendere benefici reciproci da Cina, Messico o Europa prima di ridurre i dazi sui prodotti provenienti da quei paesi».

 

Poi è subentrato il “Washington Consensus”, che conteneva una esplicita direttiva sulla liberalizzazione del commercio e delle importazioni e sul mantenimento di dazi bassi e uniformi.

Decenni dopo, Robert Lighthizer, il guru trumpiano delle politiche commerciali, si è fatto interprete di una totale inversione di rotta, e nel recente volume No Trade is Free (Broadside Books, New York, 2023) ha contestato i risultati del “libero commercio sbilanciato”, che ha impoverito le famiglie e le comunità americane, assicurando importazioni a basso costo e tutelando i profitti aziendali.

 

Il neo-protezionismo americano comporta ostinata volontà di riequilibrare la bilancia commerciale nei confronti di paesi “nemici” ma anche “alleati”, senza distinzioni, nella convinzione che i bisogni dei cittadini americani vengano prima dei buoni rapporti diplomatici con paesi terzi. Il vecchio ordine mondiale è franato, in particolare, sotto i colpi della forsennata competizione con la Cina. La differenza è che in passato queste competizioni si giocavano sulla consistenza degli eserciti e delle riserve valutarie. Oggi, la competizione è diventata molto più complessa, perché si perseguono strategie sistemiche in grado di garantire vantaggi industriali e commerciali.

Gli Stati Uniti, ma un po’ tutti i paesi, hanno maturato l’ossessione per l’autonomia strategica e la costante preoccupazione di scoprirsi vulnerabili sul piano della competizione tecnologica.

Il commercio mondiale, in passato, contemplava ampie possibilità di diversificazione di fornitori e di mercati, con la conseguenza che era molto più facile raggiungere equilibri di sistema.

 

Oggi le risorse più preziose e i beni più ambiti sono i dati quale materia prima, le terre rare, i minerali critici, i chip e i semiconduttori, la capacità computazionale quale nuovo capitale produttivo, e l’energia, tanta tantissima energia.

La competizione si gioca a colpi di data center e di super-computer, infrastrutture assolutamente indispensabili per vincere la sfida dell’autonomia tecnologica.

 

Da quando la Cina è entrata nella WTO, agli inizi del 2000, divenendo la “fabbrica del mondo”, la sua economia e la connessa capacità tecnologica si sono avvantaggiate notevolmente espandendosi a ritmi vertiginosi. Oggi la Cina controlla circa il 70% dell’estrazione mondiale di terre rare e vanta il 90% circa della lavorazione e raffinazione, utilizzando questo primato come un’arma strategica nella catena globale di approvvigionamento.

 

Gli Stati Uniti si sono scoperti un gigante con arti di argilla.

Vantano ancora un predominio militare, commerciale e tecnologico, ma ormai subiscono la temibile rincorsa di un’economia cinese che tutti gli indici statistici danno per favorita nel lungo periodo.

Nel gennaio 2026 gli USA si sono affrettati a concludere un accordo storico con Taiwan per investimenti di qualche centinaio di miliardi sui semiconduttori avanzati, di cui Taiwan è leader mondiale, offrendo significative riduzioni tariffarie come contropartita.

 

Questo accordo è suscettibile di indirizzare il quadro geo-politico e di definire equilibri sistemici molto più di tante tradizionali iniziative diplomatiche. Nel nuovo disordine mondiale l’economia ha preso completamente il sopravvento. La politica è degradata al ruolo di mera ancella dell’economia. È diventata la sua modesta appendice.

 

L’Europa è in preda al disorientamento più assoluto. È totalmente incapace di offrire – non dico una soluzione, ma anche solo – una posizione che non sia un confuso balbettio, che oscilla dalla banalità alla contraddizione. Viviamo una condizione umiliante, una soggezione disarmante.

 

Incapace di assumere la guida del processo di pacificazione del conflitto russo-ucraino, dopo avere risolutamente sbarrato la porta alla diplomazia, l’Unione europea è sprofondata in una condizione di totale afonia e inazione, provata da quattro anni di fallimentari previsioni sulla facile scommessa della vittoria militare dell’Ucraina, sul crollo dell’economia russa, sul cambio di regime a Mosca.

E così ci siamo disperatamente buttati in velleitari progetti di riarmo, che contemplano spese folli, progettate disorganicamente da parte di ciascun Stato membro, senza che ci sia un serio progetto di difesa comune e, ancor prima, un piano di massicci investimenti per affrontare le nuove, complesse sfide dell’innovazione tecnologica, in particolare dell’intelligenza artificiale e della robotica.

 

In Europa siamo passati dal welfare al warfare, nel giro di qualche mese, assecondando una riconversione industriale a senso unico, in direzione della produzione di armamenti, fortemente voluta dalla Germania.

Senza neppure un reale confronto e una seria valutazione delle prospettive future, abbiamo lasciato che la Germania, che per anni ha goduto di un ampio spazio fiscale che non ha messo a fattor comune per una crescita comune europea, decidesse di ridiventare una superpotenza militare.

I nostri alleati tedeschi hanno abrogato, de but en blanc, i vincoli costituzionali di bilancio, dopo averci imposto per anni l’austerità, e si stanno armando massicciamente, senza minimamente porsi il problema della coesione e dell’armonia del mercato comune, senza considerare il costante aumento di consensi di un partito di estrema destra, AfD, contraddistinto da chiari rigurgiti ideologici nazionalsocialisti, che in un prossimo futuro potrebbe gonfiarsi sino a pretendere la guida del governo.

Nel disorientamento generale, nella babele di confuse istanze che prevalgono in Europa, chi ha le idee più chiare, non necessariamente le migliori, prevale facilmente. E così la transizione ecologica e digitale è diventata, semplicemente, transizione militare.

 

Abbiamo programmato un piano di riarmo europeo multimiliardario in quattro e quattr’otto, abbiamo lasciato che la Germania pianificasse investimenti monstre in campo militare, che gli Stati membri della Nato incrementassero la spesa militare sino al 5% del rispettivo PIL.

 

Dopo avere impiegato decenni per erigere e affinare un modello sociale europeo, lo stiamo improvvidamente distruggendo. Abbiamo lasciato che governanti insipienti, i falchi della Nato, i comparti della difesa, gli apparati militari, le aziende di settore e i fondi di investimento che si sono buttati a capofitto a far profitti, tingessero il nostro futuro di verde militare senza alcun dibattito pubblico.

Ci siamo lasciati trascinare in un’economia di guerra senza neppure un voto democratico dei nostri Parlamenti, nazionale ed europeo.

 

Tutti questi programmi e progetti di riarmo sono sostenuti e giustificati da una propaganda che descrive come attuale una minaccia bellica. Senza trascurare la realtà di guerre “ibride” che sono destinate a diffondersi sempre più. Il risultato è che stiamo pian piano adattando le nostre azioni, il nostro modo di pensare, la nostra organizzazione di vita in funzione di questo clima di perenne e incombente minaccia.

Abbiamo intrapreso a ragionare di rifugi anti-atomici, della opportunità che l’educazione militare sia insegnata nelle scuole e che le strutture ospedaliere siano riorganizzate per curare i militari feriti. È ormai ben avviato il dibattito, in vari paesi europei, sulla necessità di reintrodurre la leva militare per incrementare le “risorse umane” e rafforzare, per questa via, la prontezza dello strumento militare.

 

Affrontiamo tutto questo con rassegnata acquiescenza, persuasi che questa sia una strada obbligata da percorrere.

In realtà la minaccia stiamo contribuendo a crearla noi, operando queste scelte di campo. Stiamo avanzando, a piccoli balzi, caracollando, verso un conflitto armato, anche qui in Europa. Giorno dopo giorno. Inesorabilmente.

Ma davvero possiamo accettare tutto questo, davvero possiamo operare queste scelte così dirimenti, così impegnative per il futuro nostro e dei nostri figli senza tentare strade alternative? Senza neppure discuterne?

 

In Italia, in particolare, non c’è nessun confronto, nessun dibattito sul rispetto dei nostri principi costituzionali. Nessun approfondimento sulla compatibilità delle strategie di reazione rispetto agli scenari che stiamo vivendo con il chiaro principio di cui all’art. 11 della nostra Carta costituzionale, per cui l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

Questa disposizione ha un contenuto programmatico, ma anche molto concreto: impone di non ricorrere alla guerra come strumento offensivo, ma anche di non creare le premesse – rassegnandoci a un clima di minacce e contro-minacce – per rotolare, quasi con moto inerziale, in una guerra.

La realtà è che viviamo un contesto in cui non solo la politica latita, ma anche il diritto appare completamente esiliato, soffocato dal primato della forza e della prepotenza.

Le violazioni, in particolare, del diritto internazionale si succedono ormai costantemente. Sono addirittura rivendicate. Si arriva finanche a minare l’operatività delle corti internazionali, a perseguire i giudici che dovrebbero applicare e far rispettare principi e regole del diritto internazionale.

Il declino dell’Occidente, valutato anche in questa prospettiva, appare inesorabile.

Un tempo l’Occidente era un patrimonio di valori, una ricca e articolata civiltà, alimentata dalla cultura greca, romana, cristiana, germanica. Oggi appare un coacervo di Paesi che si stanno interrogando se negli Stati Uniti, il faro delle nostre democrazie, sia in corso una torsione autocratica, quando ormai è da tempo evidente una deriva plutocratica e tecnocratica.

 

Intanto, il resto del mondo si organizza per via autonoma: si stanno sviluppando forme di cooperazione sempre più rafforzata tra gli altri grandi player globali e i Paesi del Sud globale che trovano più attraente entrare nell’economia dei Brics o, in ogni caso, afferire all’Organizzazione della cooperazione di Shanghai, dove pure si fanno dichiarazioni per la pace, il multilateralismo, dove pure si invoca un nuovo ordine mondiale più equo.

 

Ma davvero dobbiamo rassegnarci a questa eclisse della politica e della diplomazia, davvero dobbiamo accettare che i nostri valori costituzionali, i principi del diritto internazionale siano accantonati per tornare al passato e riconoscere che l’unico valido principio di governo dei rapporti internazionali è la legge del più forte? La legge del più armato, del più equipaggiato sul piano tecnologico, del più corredato di un esercito consistente ed efficiente?

 

No. Non possiamo rassegnarci. Non dobbiamo rassegnarci affatto. E come fare se i nostri governanti non ci ascoltano? In una democrazia non puoi che affidarti alla forza della pubblica opinione. Dobbiamo mobilitare la pubblica opinione.

È per questa ragione che la comunità politica di cui faccio parte è scesa in piazza il 5 aprile 2025, chiamando a raccolta le altre forze politiche, le associazioni e tutte le persone di buon senso, di saldi principi, per manifestare la ferma contrarietà al percorso in cui siamo incamminati, che ci sta portando dritti allo scontro bellico.

 

I 100 mila che quel giorno hanno riempito i Fori Imperiali, qui a Roma, hanno dimostrato di credere che esiste un percorso alternativo a quello scelto dai nostri attuali governanti.

Questo percorso alternativo esiste, non è immaginario. In Europa è stato scelto in passato. È quello che portò alla Conferenza di Helsinki sulla cooperazione e sulla sicurezza, che si concluse con l’Atto finale del 1975.

 

Dobbiamo recuperare lo spirito che ha animato quella scelta, quei lavori. Lo spirito di Helsinki. Dobbiamo tornare a Helsinki, non perché sia possibile fermare e retrodatare le lancette della storia. Non possiamo proporre un programma antistorico.

 

Recuperare lo spirito di Helsinki significa valorizzare il concetto e la pratica della sicurezza cooperativa, che intende la stabilità come frutto di ordine ed equilibrio internazionale basato su accordi internazionali e rapporti cooperativi costruiti con politica e diplomazia.

 

Significa abbandonare il concetto e la pratica della sicurezza oppositiva, che, diversamente, intende puntare tutte le fiches sulla capacità di difesa, di deterrenza e di prontezza delle forze armate, basate sul riarmo, che invece finisce per creare più insicurezza in una spirale di riarmo potenzialmente inarrestabile e incontrollabile.

 

Significa essere consapevoli che la sicurezza oppositiva porta al “paradosso della sicurezza”, per cui una volta che il bisogno di sicurezza viene apparentemente appagato da sempre maggiori investimenti militari, i tuoi vicini si spaventano, sentendosi minacciati, e quindi prendono ad armarsi anche loro. A quel punto diventa inevitabile una spirale viziosa per cui nessuno più si sente al sicuro e ciascuno aumenta le proprie difese, in una prospettiva che genera violenze, aggressioni, guerre.

 

Significa comprendere che nessuno vince con le armi perché in guerra tutti sono perdenti. Significa, come ci ha insegnato papa Francesco, abbandonare il linguaggio della violenza perché solo disarmando le parole, possiamo disarmare le menti sino a disarmare la terra.

 

Significa comprendere che la pace non è un semplice trattato che pone fine a una guerra, ma è un percorso di pacificazione, che contempla – come passaggio necessario – la comprensione delle ragioni dell’altro e la disponibilità a reciproche concessioni.

Significa che il nostro bisogno di sicurezza non potrà mai essere appagato dalla folle rincorsa all’accumulo di armi, ma – come diceva John Kennedy – «dal progresso verso la distensione e dalla capacità di affrontare i problemi mondiali con la ragione e la cooperazione».

 

Significa che non è mai vigliaccheria sedersi a un tavolo per costruire un percorso di pacificazione, ma, anzi, richiede molto più coraggio rispetto a chi fa irresponsabili scommesse sulla vittoria militare, accettando il sacrificio di vite umane in una spirale di morte e distruzione.

 

Lo spirito di Helsinki è il riconoscimento della supremazia della forza della politica che rifugge la tentazione di una politica intesa come supremazia della forza. È il riconoscimento della supremazia del confronto diplomatico sullo scontro militare, dell’intelligenza sulla prevaricazione, della ragione sull’emotività.

 

Lo spirito di Helsinki è l’affermazione di una razionalità paziente, che governa la complessità dei processi politici e storici, con visione, coraggio, determinazione.

Non dobbiamo mai temere di negoziare. Al contrario, oggi sta prendendo il sopravvento la paura, la paranoia che genera mostri e oscura il dialogo e la distensione che sono le uniche vie per la sicurezza collettiva.

 

Il nostro Occidente oggi langue, affogato in un mare di faziosa pavidità. Condanniamo la Russia per l’aggressione in Ucraina e ne facciamo il Paese più sanzionato al mondo. Ma continuiamo a coccolare il governo israeliano, sostenendolo militarmente ed economicamente, nonostante il genocidio compiuto a Gaza e le continue violazioni in Cisgiordania. Lasciamo che gli Stati Uniti e Israele sommergano di bombe i Paesi sovrani di volta in volta presi di mira, in spregio di qualsiasi norma di diritto internazionale e ci indigniamo per la reazione iraniana.

 

Pietro Ingrao, nell’aprile del 1990, intervenne alla Camera dei Deputati in dissenso dal proprio gruppo parlamentare sull’invio di un contingente militare italiano nel Golfo. Motivò il suo dissenso affermando: «Credevo ormai di aver imparato che nell’epoca aspra e terribile delle armi atomiche nessuno sa più calcolare se e quando le flotte, gli aerei e i cannoni possano veramente fermarsi. […] Non credo che nell’era atomica armandosi si salvi la pace. […] La pace si prepara con la pace.

Questo non c’è nella politica dell’attuale governo: ci sono invece le flotte e la vecchia diplomazia dei patti militari sotto il grande ombrello armato della potenza americana. L’Onu appunto diventa così un’appendice.

Ma così il mondo, questo mondo così terribilmente diviso in opulenti e affamati è a rischio».

 

 

Politica.

Intervento/ Quando i politicanti

affondano la politica.

Italia – informa.com - Marco Vinicio Guasti chi – (12 08 – 2026) – Redazione – ci dice:

 

Quando i politicanti affondano la politica.

Social, slogan, fedeltà personali e propaganda: così si indeboliscono rappresentanza, informazione e fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

C’è una cosa che dovrebbe preoccupare più di qualsiasi risultato elettorale: la progressiva trasformazione della politica in uno spettacolo di mediocrità.

Nel nostro Paese la politica sembra aver smarrito il senso della propria funzione. Non è più, troppo spesso, il luogo nel quale si elaborano idee, si assumono responsabilità e si cercano soluzioni ai problemi dei cittadini. È diventata una macchina permanente di propaganda, alimentata dai social, dagli slogan e dalla ricerca ossessiva del consenso.

 

Una volta il politico doveva metterci la faccia.

Andava nelle piazze, nelle assemblee, nei quartieri. Discuteva con i cittadini, ascoltava critiche e contestazioni, spiegava le proprie scelte. Doveva dimostrare di essere credibile davanti alle persone, non davanti a un algoritmo.

Oggi, invece, basta un telefono.

 

Un post costruito per indignare, una fotografia studiata, una frase a effetto e qualche migliaio di like sembrano essere diventati il nuovo metro della qualità politica. La competenza è diventata secondaria, l’approfondimento quasi un fastidio e la complessità dei problemi viene sistematicamente sacrificata alla banalità dello slogan.

Più una cosa è semplice, rabbiosa e divisiva, più funziona.

È così che la politica è stata trasformata in marketing.

E in questo mercato del consenso prosperano i politicanti, quelli che non hanno una visione del Paese ma hanno una straordinaria capacità di capire cosa il pubblico vuole sentirsi dire. Promettono tutto a tutti, individuano un nemico per ogni problema e trasformano qualsiasi difficoltà in un’occasione per attaccare l’avversario.

 

Non importa se ciò che raccontano è vero.

Importa che funzioni.

È questa la degenerazione più pericolosa dei nostri tempi: la verità non viene più utilizzata per costruire il consenso; sempre più spesso è il consenso a stabilire quale debba essere la verità.

E mentre ci si accapiglia sui social, lontano dai riflettori, si consuma un’altra partita molto più importante: quella della rappresentanza.

 

Da anni i cittadini vengono progressivamente privati della possibilità di scegliere davvero i propri rappresentanti. Le candidature vengono decise dai vertici, dalle segreterie, dalle correnti, dalle alleanze e, troppo spesso, dalle fedeltà personali.

Poi si chiede agli elettori di andare alle urne.

Ma che razza di democrazia rappresentativa è quella nella quale il cittadino può scegliere soltanto tra nomi decisi da altri?

La conseguenza è sotto gli occhi di tutti: cresce l’astensionismo, aumenta il disinteresse e si alimenta la convinzione che votare non serva a cambiare nulla.

E quando i cittadini smettono di credere nella politica, la democrazia si indebolisce.

A completare il quadro ci pensa un sistema dell’informazione nel quale una parte del giornalismo sembra aver dimenticato una regola elementare: raccontare i fatti dovrebbe venire prima del sostenere una parte.

Naturalmente esistono giornalisti seri, indipendenti e capaci di fare il proprio mestiere con professionalità. Ma esiste anche un giornalismo sempre più militante, nel quale alcuni professionisti sembrano più interessati a costruire il consenso attorno al proprio leader di riferimento che a informare correttamente i cittadini.

 

Il risultato è una rappresentazione della realtà deformata dalle appartenenze.

Se il protagonista politico è quello che sostengo, ogni errore diventa una svista. Se è l’avversario, lo stesso errore diventa uno scandalo.

Questa non è informazione.

È propaganda con un’altra etichetta.

Ma il problema non nasce oggi.

Per anni abbiamo assistito alla demolizione sistematica della credibilità della politica. L’antipolitica ha avuto buon gioco nel trasformare ogni parlamentare in un privilegiato, ogni partito in una banda di corrotti e ogni istituzione in un ostacolo da abbattere.

 

Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle sono stati tra i protagonisti più importanti di quella stagione.

Hanno intercettato una rabbia autentica, questo è innegabile. Una rabbia alimentata da privilegi, scandali, inefficienze e una classe dirigente spesso incapace di ascoltare il Paese.

Ma c’è una differenza enorme tra denunciare i fallimenti della politica e convincere i cittadini che la politica, tutta la politica, sia il problema.

La seconda strada è molto più pericolosa.

Perché quando distruggi la fiducia nelle istituzioni senza costruire un’alternativa seria, non liberi i cittadini: li lasci semplicemente senza strumenti.

E il paradosso finale è quasi grottesco.

Quelli che promettevano di aprire il Parlamento “come una scatola di sardine” sono entrati nel Parlamento e, alla fine, sono diventati parte integrante di quel sistema che avevano promesso di demolire.

La rivoluzione permanente è durata molto meno della legislatura.

Le poltrone, evidentemente, erano meno scomode di quanto si raccontasse.

 

Questa è la lezione che dovremmo aver imparato: governare un Paese è infinitamente più difficile che insultare chi lo governa. Fare opposizione sui social è facile.

Fare una legge seria è difficile. Gridare contro gli sprechi è facile.

Amministrare un bilancio pubblico è difficile. Promettere tutto è facile.

Dire ai cittadini che una promessa non può essere mantenuta è politica.

Ed è proprio questa politica che sembra mancare.

Siamo finiti in una palude nella quale la competenza viene scambiata per arroganza, la serietà per debolezza e la moderazione per mancanza di coraggio.

Una palude nella quale, per diventare qualcuno in politica, sembra contare sempre meno ciò che si è fatto e sempre di più chi si conosce.

Il risultato è una classe politica che troppo spesso non rappresenta il meglio della società, ma il meglio delle proprie capacità di sopravvivenza.

E questo dovrebbe indignare più di qualsiasi tweet.

Perché una democrazia senza buona politica non diventa più democratica.

Diventa semplicemente più fragile.

E mentre i politicanti continuano a combattersi per un like, una candidatura o una poltrona, il cittadino resta lì, sempre più lontano dalle istituzioni e sempre meno convinto che la sua voce conti davvero.

È questa la vera sconfitta.

Non della destra.

Non della sinistra.

Della politica. E, con essa, della democrazia.

 

 

 

Intervista a cura di Alessandro Iurato.

Dissipatio.it – (10 ottobre 2025) – Intervista per “La Difesa” – Redazione – ci dice:

 

«Da sempre i conflitti vengono vinti o perduti prima di tutto nelle menti dei contendenti. È perciò fondamentale la capacità della leadership (e di tutti i combattenti) di sapere, capire, decidere, agire e correggere.»

La Difesa secondo il Generale Fernando Giancotti.

«Occorre sviluppare una politica internazionale sofisticata. Essa deve essere basata su di un dibattito e una cultura della sicurezza e della difesa profonda e per quanto possibile condivisa, nel corpo sociale come nella politica e nelle istituzioni tutte – non solo in quelle direttamente preposte. Tale cultura è fondamentale per la sicurezza, la stabilità e la pace.»

«Da sempre i conflitti vengono vinti o perduti prima di tutto nelle menti dei contendenti. È perciò fondamentale la capacità della leadership (e di tutti i combattenti) di sapere, capire, decidere, agire e correggere.»

La Difesa secondo il Generale Fernando Giancotti.

 

La difesa è un affare serio e complesso. I più recenti conflitti hanno messo in dubbio molti fondamentali della sicurezza in Italia, in particolare nella percezione dei cittadini.

La difesa deve fare un salto di qualità per rimanere al passo con i tempi, ma il Paese non può mobilitare risorse come farebbero dall’altra parte dell’Atlantico.

E forse non è solo questione di fondi.

La soluzione è prima di tutto istituzionale.

Ne discutiamo con il Generale Fernando Giancotti, invitato a dialogare con “Dissipatio” a Libro polis.

Già Presidente del Centro Alti studi per la Difesa, docente al CASD come a Tor Vergata, è esperto di processi decisionali e leadership – i fondamentali su cui costruire la difesa del domani.

 Per Guerini e Associati nel 2008 ha pubblicato Leadership agile nella complessità.

Organizzazioni, stormi da combattimento; mentre l’ultimo suo lavoro, sempre per la medesima casa editrice – Guerre di macchine. Intelligenza artificiale tra etica ed efficacia – analizza gli scenari futuri legati al rapido sviluppo dell’AI.

 

Dissoluzione.

– Il 10 ottobre l’Italia ha “scoperto” dell’esistenza di UNIFIL. La missione a partecipazione italiana non era mai entrata nel dibattito pubblico sulla guerra in Medio Oriente. Ciò la sorprende?

No, proprio perché nel nostro Paese il dibattito sui temi della sicurezza e della difesa per la stabilità e la pace è stato storicamente carente per ampiezza, profondità ed efficacia. Tra cerimonie e celebrazioni e dissenso pregiudiziale di tipo ideologico, vi è un vasto e complesso territorio, nel passato perlopiù largamente inesplorato. Certamente le guerre drammatiche in atto hanno attratto l’attenzione sui temi; d’altro canto la profondità del dibattito e l’effettiva partecipazione dei portatori di interessi, cittadini in primis, è inadeguata alle sfide. Si tratta ora di far leva su questa più elevata attenzione per fare un salto di qualità.

 

– In quali luoghi ed ambiti si dispiega oggi la difesa italiana?

 

Innanzitutto, la difesa italiana si incardina saldamente nell’Alleanza transatlantica, ancora formidabile presidio della sicurezza dell’Italia e dell’Europa. Tuttavia, il concetto di una autonomia strategica europea emerge come rilevante, per due motivi. Esso rappresenta un’assunzione di responsabilità rispetto a ciò che si intende proteggere e dei relativi costi. Poi, insieme al principio di solidarietà dell’Alleanza, stabilisce un criterio fondamentale di autotutela, che afferma la priorità del bene supremo della sicurezza rendendolo indipendente da volontà e circostanze politiche esterne. L’autonomia strategica può essere per noi solo europea, perché i singoli stati dell’Europa sono sostanzialmente irrilevanti nei giochi al livello strategico globale, con i grandi attori emergenti, la nuova aggressività di competitori tradizionali e poste di grande magnitudine.

 

Una direzione in cui l’Italia può contribuire nella dialettica tra alleati è nell’utilizzo delle Forze Armate con una particolare attenzione verso la promozione della distensione, della stabilità e della pace. Le scelte sull’uso della forza sono molto delicate e difficili, tra il rischio di essere percepiti come deboli, erodendo la necessaria deterrenza, o come troppo aggressivi, incentivando la spirale della sfiducia, del riarmo e del conflitto. La nostra cultura, per motivi storici legata alla pace, può promuovere più di altre soluzioni negoziate e limitare i conflitti (sensato nel mondo dei conflitti complessi ed asimmetrici) se supportata da una lucida consapevolezza strategica.

 

– A quali luoghi e campi nuovi dovrà adattarsi in futuro la difesa italiana?

 

Dove porteranno le imprevedibili dinamiche geopolitiche accennate non si può sapere esattamente. Dunque, a fianco della pianificazione tradizionale, fa premio “prepararsi ad essere sorpresi”. Va predisposto un sistema militare flessibile oltre che potente a sufficienza per confrontarsi con i pari competitori e con una vasta gamma di altre minacce nell’area del Mediterraneo allargato, dove gli interessi nazionali sono rilevanti: Nord Africa fino al Sahel, il Medio Oriente fino al Golfo Persico e all’Afghanistan (tenendo conto che in queste aree operano anche Russia e Cina).

 

Perseguire la dominanza decisionale è la scelta chiave, seppure di difficile realizzazione. Integrare secondo il concetto All Domain la gestione delle informazioni e delle decisioni attraverso tutti i domini militari (terra, acqua, aria, spazio, cyber), oggi ancora largamente compartimentati, è un passo irrinunciabile in tal senso.

Infine una grande attenzione alle risorse per la sostenibilità delle operazioni è un elemento di sistema fondamentale, che problemi di bilancio e una percezione della minaccia insufficiente hanno storicamente fatto trascurare.

 

– In Italia esiste una cultura della difesa che permetta questo cambiamento?

 

Come dicevo, nel nostro Paese un serio dibattito sul tema è in ritardo. Tuttavia, si nota un comprensibile salto di attenzione, per ciò che accade nel mondo. È il momento di investire in una serie di iniziative il cui scopo sia elaborare una visione quanto possibile condivisa. Questa deve essere declinabile, replicabile e scalabile nei più diversi e numerosi ambiti: quello tecnico-professionale della Difesa e del suo ecosistema collegato; la politica e le diverse istituzioni; l’economia e l’industria; soprattutto ai cittadini, poiché tutti in qualche modo partecipano alla responsabilità della sicurezza dell’Italia e dell’Europa che la comprende. Vi sono segnali promettenti in tal senso, con progetti in sviluppo. Questa intervista, come il seminario organizzato da MAGOG a Libro polis, stimola un dibattito costruttivo e magari acceso il cui prodotto sono i semi preziosi per questa crescita.

 

– Che ruolo pubblico dovrebbe giocare l’industria degli armamenti?

 

L’industria della difesa dovrebbe partecipare alla leadership per lo sviluppo di questo dibattito, accettando che non tutto quello che emergerà gli farà piacere. Senza l’industria della difesa non vi è capacità di proteggere. Tuttavia esiste una tensione tra i valori di riferimento distribuiti nel corpo sociale e le attività di questa industria, spesso identificate come “mercato di morte”. È necessario spiegare come ciò non sia il caso, con una narrativa forte, convincente e mai ambigua, coerente e basata sui fatti. Tale narrativa deve essere aperta e dialettica, coinvolgendo coloro che la pensano diversamente. Una cultura etica, profondamente legata ai valori identitari su cui si fonda il sistema sociale, è una esigenza morale e funzionale chiave dell’industria della difesa. Credo che questo salto culturale sia necessario per un comparto maturo in una democrazia matura – comunque indispensabile a fronte di nuove sfide.

 

Dispaccio.

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– In un paese nostro vicino, la Germania, sorgono problemi simili ai nostri. Da esperto di Germania, vede procedere la Zeitenwende?

 

Le assicuro che in Germania i problemi in relazione alla cultura della difesa sono stati ben maggiori dei nostri, per comprensibili motivi. Ma so, parlando con le persone prima di tutto, che qualcosa di fondamentale è mutato nella testa della gente, in modo fulminante. L’invasione dell’Ucraina ha scioccato il popolo tedesco e ha radicalmente cambiato il paradigma. Il dibattito ora c’è ed è ampio ed acceso, anticipato da scelte politiche molto coraggiose. Ed è molto importante per la sicurezza collettiva, per il peso che la Germania ha in Europa.

 

– L’11 ottobre, a Cracovia, il Presidente Mattarella ha sostenuto con forza il bisogno di costruire una difesa comune Europea. In che consisterebbe un percorso del genere?

 

Prima di tutto, posso dire e dimostrarlo con molti esempi che integrare le capacità militari non è difficile e funziona bene, se vi è la volontà di farlo. La grande sfida sarebbe integrare in un’unica organizzazione militare tutte le forze armate europee. Ma questo non è necessario, almeno per un prossimo futuro. Si possono realisticamente integrare la struttura di comando e controllo, la pianificazione, l’addestramento e le esercitazioni; si possono realisticamente promuovere la standardizzazione e prevedere funzioni integrate assolte da componenti dei vari paesi. Per decenni abbiamo operato insieme in moltissimi diversi teatri, addestrato piloti, gestito velivoli da trasporto e rifornimento in volo e molto altro, in tante singole imprese, con pieno successo.

Costruire in tempi ragionevoli un sistema militare europeo basato sul principio di integrazione è possibile ed efficace ed è un’ottima base per procedere ad eventuali più ambiziosi traguardi. Il problema è politico: difendere fettine di una sovranità nazionale sostanzialmente sterile, poiché incapace di competere al livello strategico, o integrare davvero le capacità militari per proteggere efficacemente la sicurezza di tutti noi? Questo è un problema politico e deve essere al centro del dibattito che auspichiamo.

 

 

 

 

Al Parlamento Ue è andata in scena

una pagliacciata guerrafondaia:

il popolo europeo vuole la pace.

Ilfattoquotidiano.it - Fabio Marcelli – (14 marzo 2025) – Redazione – ci dice:

 

Al Parlamento Ue è andata in scena una pagliacciata guerrafondaia: il popolo europeo vuole la pace.

Unione Europea - Ursula Von Der Leyen.

Non ci sono parole per descrivere l’indegna pagliacciata guerrafondaia recentemente messa in scena nel Parlamento europeo (per vedere come hanno votato i rappresentanti italiani si veda l’utile documentazione pubblicata dal Fatto). Va innanzitutto chiarito che né la Commissione né il Parlamento europeo hanno competenze che possano consentire loro di promuovere il riarmo e la guerra. Ciò sia per considerazioni attinenti al contenuto delle norme sia per questioni relative alle rispettive attribuzioni degli organi dell’Unione.

 

Dal primo punto di vista occorre ricordare come l’art. 3 del Trattato di Lisbona (ex articolo 2 del Trattato dell’Unione europea) affermi con chiarezza che “1. L’Unione si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli”. E’ evidente come tale obiettivo sia platealmente contraddetto dal piano di riarmo di von der Leyen che non solo tenta di frapporre ostacoli alla soluzione pacifica del conflitto ucraino, che deve essere basata sui principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite relativi alla soluzione pacifica delle controversie internazionali e dell’autodeterminazione dei popoli (in relazione questo ai voti liberamente espressi dalle popolazioni della Crimea e del Donbass), ma distoglie importanti risorse finanziarie da sanità, istruzione e diritti sociali in genere.

Il Parlamento Ue dà l’ok al riarmo di von der Leyen. E critica Trump: “Usa riappacificati con Putin. Bisogna inviare molte più armi a Kiev.”

 

Dal secondo punto di vista ricordo invece che l’art. 24 del Trattato di Lisbona (ex articolo 11 del TUE) afferma l’esistenza della “competenza dell’Unione in materia di politica estera e di sicurezza comune riguarda tutti i settori della politica estera e tutte le questioni relative alla sicurezza dell’Unione, compresa la definizione progressiva di una politica di difesa comune che può condurre a una difesa comune”, attribuendone esplicitamente definizione ed attuazione al “Consiglio europeo e dal Consiglio che deliberano all’unanimità, salvo nei casi in cui i trattati dispongano diversamente”.

Occorre chiedersi che cosa c’entrino la Commissione e il Parlamento europeo, che hanno assunto un ruolo guerrafondaio che travalica e viola il quadro giuridico dei Trattati. La frenesia bellicista di von der Leyen e C. costituisce quindi una chiara manifestazione di golpismo istituzionale, la cui unica lettura possibile è la benevolenza nei confronti delle principali industrie di armamenti, che come noto hanno tratto e continuano a trarre enormi benefici economici dalla pericolosa situazione in essere e dal tradimento da parte di alcuni organi dell’Unione dell’ispirazione pacifista che l’ha contraddistinta fin dalla sua nascita.

 

I governanti europei che sono oggi i promotori della sconclusionata deriva in atto verso il riarmo e la guerra con la Russia sono del resto anatre zoppe, che godono all’interno dei rispettivi Paesi di un consenso popolare limitato e in costante diminuzione.

Basti pensare a quella grottesca caricatura di Napoleone che risponde al nome di Macron, che tenta di rilanciare il suo ruolo in palese crisi da tempo attingendo al logoro tema della grandeur francese; ma il discorso si applica a tutti gli altri governanti dell’Europa, compresa la nostra Meloni, che pure dà prova di una certa moderazione. Per non parlare delle inaccettabili censure della volontà popolare che trovano oggi il loro principale campo d’applicazione in Romania, ma, secondo una sconsiderata proposta fatta propria da Calenda & C., intitolata allo “scudo democratico”, potrebbe riguardare anche l’Italia, richiedendo una prova di lealtà “europea” (leggi von der Leyen-prof) a tutti gli schieramenti e candidati.

 

Stendiamo poi un velo pietoso sugli intellettuali con l’elmetto, che, anch’essi sconclusionati e incoerenti, si appellano alle “virtù guerriere” per auspicare che il massacro delle giovani generazioni, da tempo in atto in Ucraina, con centinaia di migliaia di caduti, sia ucraini che russi, si estenda anche ai Paesi membri dell’Unione europea. Costoro, rinchiusi nelle fumisterie ideologiche delle loro torri d’avorio, non hanno evidentemente idea di cosa significhi la guerra nel Terzo Millennio. Una modesta proposta, da indirizzare tra il serio e faceto al ministro Crosetto, potrebbe essere quella di procedere alla costituzione di un battaglione kamikaze da destinare al fronte ucraino, in cui potrebbero arruolarsi Galimberti, Scurati e altri volonterosi, anche per dar loro modo loro di unire, almeno per una volta nella loro vita, teoria e prassi.

Io la guerra non la farò, con buona pace di Scurati e Galimberti.

 

Satira paradossale a parte, è ormai matura una forte reazione popolare contro i vaneggiamenti di politici e intellettuali guerrafondai.

L’unico “scudo democratico” che va costruito è quello basato sulla volontà, certamente maggioritaria, dei popoli europei, che non vogliono rinchiudere la propria vita e quella delle generazioni future nell’orizzonte plumbeo e soffocante della guerra e chiedono anzi il rilancio di un dialogo costruttivo e cooperativo con le potenze emergenti (Russia, Cina, America Latina e altri), nel comune interesse di un’umanità unita nell’affrontare le sfide essenziali delle pandemie, del cambiamento climatico e della lotta alla povertà dilagante.

L’esatto opposto, quindi, dell’inaccettabile torsione militarista e guerrafondaia di von der Leyen & C.

Per questo occorre partecipare alla manifestazione contro il riarmo e la guerra convocata per sabato 15 marzo a piazza Barberini e costruire nuove incessanti mobilitazioni a partire da quella promossa dal Movimento Cinquestelle per il 5 aprile.

 

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