Il fatalismo tecnologico è l’ideologia dominante della nostra epoca.
Il
fatalismo tecnologico è l’ideologia dominante della nostra epoca.
Ribelliamoci
al fatalismo
tecnologico.
Marcelloveneziani.com
– (31 agosto 2026) – Marcello Veneziani – Redazione – ci dice:
Il
fatalismo tecnologico è l’ideologia dominante della nostra epoca. Nessun’altra
convinzione governa il mondo, da Occidente e Oriente in modo così pervasivo e
assoluto.
Cos’è
il tecno-fatalismo?
È la persuasione, o la rassegnazione, che il
nostro futuro tecnologico sia inevitabile e irreparabile, non possiamo
sottrarci e nemmeno modificarne le tappe.
Un
processo automatico che non ammette deroghe e tantomeno libero arbitrio.
Più
che rifiutare e demonizzare la tecnologia, come suggeriscono gli apocalittici,
dovremmo ribellarci al fatalismo tecnologico che impedisce di vagliare, con
spirito critico e realismo attivo, gli esiti e i prodotti della tecnica.
Un
tempo il fatalismo sorgeva dalla sottomissione ai decreti celesti, il fatalismo
proveniva dagli astri o dal divino, era una specie di legge metafisica a cui
non ti potevi sottrarre.
Poi
quando l’uomo si ribellò alla magia e alla religione, il fatalismo cambiò
padrone ma non smise di pesare e comandare:
si cominciò a pensare che il processo storico
ed economico ubbidisse a regole ferree, e fu chiamato determinismo, o su altri
versanti meccanicismo.
Ma
l’impronta era la stessa: c’è una legge ferrea che governa gli eventi, non puoi
sottrarti;
perfino
rivoluzioni e ribellioni alla fine reggevano su quella legge di necessità;
pensate
al marxismo, per esempio, che prevedeva l’avvento del comunismo come una
previsione scientifica, uno sbocco necessario delle condizioni storiche,
sociali ed economiche precedenti.
Alla
ferrea necessità non si sono inchinati solo gli irrazionali seguaci di totem e
tabù ma anche acuti pensatori “laici” come Baruch Spinoza, inviso a chiese e
sinagoghe.
Da
ragazzo, David Foster Wallace amava la filosofia e si laureò con una tesi “Contro
il fatalismo”, che viene ora pubblicata in Italia da Einaudi. La tesi fu
apprezzata oltremodo dai docenti che gli conferirono la massima lode, però
Wallace abbandonò gli studi filosofici per dedicarsi alla narrativa che gli era
più congeniale.
Quella
tesi mostra un rigore e un talento analitico non comuni e anche sorprendenti
per chi conosce le sue opere narrative.
Wallace scelse come suo avversario teorico
Charles Taylor che aveva scritto un breve ma importante articolo per sostenere
il fatalismo in piena epoca di libertà ed emancipazione.
Wallace
era allora attento studioso di Ludwig Wittgenstein, seguiva la sua logica e la
sua analisi del linguaggio.
Oggi
la sua confutazione andrebbe piuttosto rivolta al fatalismo tecnologico.
L’obiezione
classica al fatalismo teologico, a ridurla in parole povere, era che se tutto è
già prestabilito da Dio, la libertà e la volontà umana non contano nulla.
A
questa obiezione, la tradizione cristiana rispondeva, nel solco di Severino
Boezio e San Tommaso d’Aquino, che Dio in realtà conosce ogni cosa, passata
presente e futura, ma non toglie all’uomo il libero arbitrio. Questa correzione
di tiro, che adotta anche Dante nel canto XVII del Paradiso, riconfigura il
Divino da Onnipotente a onnisciente:
ovvero Dio sa tutto ma lascia che sia l’uomo a
fare le sue scelte.
La
tesi di Wallace è sorretta da formule e schemi, tabelle e diagrammi per
confutare il fatalismo su base logico-matematica e analitica.
Chi cerca lo stile smagliante del Wallace
scrittore resterà deluso;
non ci
sono aperture creative e intuitive e non c’è neanche un confronto storico e
ideale col fatalismo, dalla magia alla teologia, dalla storia alla teoria
socio-economica, come avrebbe fatto un filosofo umanista e continentale.
Ammirevole
è il suo rigore, ma il terreno proprio del fatalismo è la visione del mondo che
qui scompare.
A
voler scavare dietro la sua teoria si ritrova la spinta a difendere la libertà
e l’imprevedibilità del futuro ma la motivazione resta implicita, nascosta.
In
realtà bisognerebbe distinguere tra fatalismo e amor fati, come già fece
Nietzsche che bollava il primo come fatalismo “turco”, passivo, mentre
abbracciava il secondo, che era per lui un dire di sì alla vita, un’attiva
complicità con la sorte e con tutto ciò che accade.
Il fatalismo invece è un arrendersi a priori
alla vita e al mondo, una forma di accidia, di passività rispetto agli eventi,
e una forma di pigrizia e di viltà.
L’amor
fati non esclude invece di affrontare la vita, reagire agli eventi, combattere
nell’incertezza;
ma poi
accetti i verdetti della vita e della storia, come accetti i tuoi limiti e i
tuoi difetti, accogli la sorte così come si è rivelata, con amore.
Il
fatalismo è una rinuncia e una debolezza, l’amor fati invece è una conquista di
saggezza e una forza.
Nella
visione del fato è contemplata anche la tua resistenza, la tua ribellione;
ma
poi, quando il gioco è compiuto, ti rimetti al verdetto degli dei o della
storia, e ami ciò che accade, accadde e accadrà, oltre il tuo volere e la tua
libertà.
Tutta
questa riflessione sul tema del fato non c’è nella tesi di Wallace e questo
rende lo scritto un’esercitazione erudita di pura teoria e metodologia, senza
il confronto con la realtà, il mito e il pensiero.
Se
cercate di capire il fatalismo, i suoi fondamenti, i suoi intrecci con la fede
e la magia, il pensiero e la storia, non li trovate in questo libro che sembra
il fatalismo spiegato all’IA (o dall’IA).
Alla
fine Wallace rimanda la palla del fatalismo nella tribuna della metafisica.
Vorrei
invece raccontare di lui, David Foster Wallace, nato a Ithaca nel 1962 e morto
suicida il 12 settembre del 2008.
Mentre in America infuriava la guerra civile
dei due ottimismi, l’ottimismo teocon dei repubblicani e l’ottimismo
progressista dei dem, l’anima tragica dell’America e del nostro tempo si
ritrovò con Wallace che a 46 anni in preda a una forte depressione, s’impiccò.
I suoi
libri, da Infinite Jet in poi, scatenarono conflitti postumi sul web. Fu
dedicato un film alla sua vita, “The end of the tour”, che uscì anche in
Italia.
Wallace
non è un portatore sano del nichilismo, non descrive da fuori l’America
depressa e imbottita di farmaci, ma scrive al suo interno, col suo sangue, con
la sua depressione e il suo Nardi, con la sua malattia narcisista; è dentro
quel mondo che descrive.
Specchio
ironico dell’America profonda e profondamente superficiale, Wallace ha visto
“il vuoto spirituale dell’America postmoderna”, le violenze sessuali, le manie
e le volgarità, la noia e lo schifo, i falliti spirituali dagli “occhi smorti”.
È il
biografo inquietante di una generazione che “quanto a valori significativi
dell’esistenza non ha avuto in eredità assolutamente nulla”. Wallace ha
condotto gli Usa nel viaggio di ritorno da Nietzsche a Leopardi, in stile
yankee.
Certo,
abissale è la distanza dei due europei dal testimonial americano, ma si avverte
una comune visione tragica del mondo e una voglia disperata di verità e di
vita.
Wallace
cercò una via d’uscita all’infelicità e un “defibrillatore per le particelle di
magia e di umanità che ancora esistono nel mondo e che brillano nonostante la
fitta oscurità della nostra epoca”.
Cercò
la gioia della luce e del “semplice dono di essere vivi”, ma i cani della notte
alla fine lo azzannarono al collo.
Si
ribellò al fatalismo ma poi si consegnò al fato e alle sue belve più feroci.
Perché
Fata volentem ducunt, nolentem trahunt, il fato conduce chi lo ama ma travolge
chi lo avversa.
(La
Verità).
“Oggi
il potere sacralizza
il mercato e l’algoritmo.”
Fondazionefeltrinelli.it
– (8 maggio 2026) - Emanuela Colaci - Daniela Di Carlo – Intervista – Redazione
– ci dicono:
(Articolo
tratto dal N. 84 di” I nuovi sacerdoti del potere”).
Daniela
Di Carlo, pastora valdese e teologa, riflette sul ritorno del linguaggio
religioso dentro la politica contemporanea, tra sovranismi, guerre culturali e
nuove élite tecnologiche.
Dalle
“radici cristiane” invocate contro migranti e minoranze fino alla “tecno
teologia” delle élite della Silicon Valley, emerge una nuova sacralizzazione
del potere:
non
più soltanto lo Stato o la nazione, ma anche il mercato, l’algoritmo e la
tecnologia vengono caricati di un immaginario messianico.
Figure
come Peter Thiem, sostiene, interpretano il futuro attraverso categorie
religiose — salvezza, apocalisse, elezione — piegate però alla logica del
dominio economico e dell’élite.
Nel
dibattito pubblico europeo il riferimento alle “radici cristiane” è tornato con
forza, spesso usato per definire un’identità chiusa, in contrapposizione a chi
è percepito come esterno — migranti, minoranze religiose, altre culture.
Come
legge questo uso del cristianesimo in chiave identitaria ed escludente?
È una
torsione recente o affonda in elementi già presenti nella tradizione europea?
La
questione tocca il cuore della tensione tra politica e fede nell’Europa di
oggi. Sempre più spesso il cristianesimo viene secolarizzato e trasformato in
uno strumento identitario al servizio del sovranismo, svuotato della radicalità
del Vangelo e piegato a logiche di esclusione, patriarcato e razzismo.
Come
sostiene la teologa queer Marcella Altanus-Reed, le chiese hanno spesso
addomesticato la forza dirompente del messaggio evangelico, mettendolo al
servizio dell’ordine dominante.
Certo,
questa dinamica non nasce oggi. Per secoli l’Europa si è pensata non tanto come
spazio geografico, ma come comunità esclusivamente cristiana: ebrei, musulmani
ed eretici erano percepiti come corpi estranei o nemici.
Questo
meccanismo, come ricorda Slavo Zizze, produce continuamente la figura del
“nemico” da respingere o assimilare, negando l’idea stessa di una pluralità
dinamica.
Eppure,
tutto questo contiene un paradosso profondo. Si invocano le “radici cristiane”
contro i migranti, dimenticando che il nucleo etico del cristianesimo è
universalista: almeno in teoria, ogni essere umano dovrebbe avere pari dignità.
Il problema è che storicamente il cristianesimo istituzionale non è quasi mai
stato davvero all’altezza di questa promessa.
Già
nel 2002 Regi Derba parlava della necessità di una “laicità competente”, capace
di comprendere il fatto religioso senza ridurlo né a fede né a irrilevanza.
Questa
proposta ha ancora senso oggi, in un contesto in cui la religione è sempre più
visibile ma spesso in forme semplificate e strumentali? Come si può costruire,
concretamente, questa competenza?
Viviamo in un’epoca di grande analfabetismo
religioso. Mi viene in mente la definizione di “passioni tristi” usata da
Miguel Benasayag e Gérard Schmitt, che riprendono Spinoza per descrivere non
tanto una tristezza emotiva quanto un senso diffuso di impotenza e
disgregazione.
Il nostro tempo è segnato dal crollo delle grandi
narrazioni — politiche, religiose, scientifiche — che promettevano un futuro
migliore e davano all’umanità l’idea di poter orientare la storia.
Siamo
passati da una cultura dell’onnipotenza, fondata sulla fiducia nel progresso, a
una cultura dell’impotenza, in cui prevale la sensazione che tutto dipenda da
forze incontrollabili: le crisi globali, le élite economiche e politiche, la
precarietà diffusa. In questo contesto la religione non scompare, anzi torna
molto visibile, ma spesso in forma svuotata e superficiale.
Ecco
perché la proposta di Regi Derba sulla “laicità competente” resta attualissima.
Viviamo circondati da simboli religiosi che però non sappiamo più interpretare
davvero. E quando manca questa competenza, quei simboli diventano facilmente
strumenti politici di esclusione: vengono usati per costruire identità chiuse e
per definire chi appartiene e chi no. Una laicità incapace di comprendere il
fatto religioso finisce così per lasciare campo libero alla sua
strumentalizzazione.
Oggi
non sono solo i movimenti politici a mobilitare il religioso: anche alcune
élite economiche, soprattutto nel mondo tecnologico, fanno ricorso a immaginari
quasi religiosi, legati a destino, selezione, gerarchia. Pensiamo a figure come
Peter Thiem.
Che
tipo di rapporto si sta costruendo tra fede, ideologia e potere economico? E
cosa cambia rispetto al passato?
Il
rapporto tra élite tecnologiche e religione sta dando forma a quella che
soprattutto negli Stati Uniti viene definita “tecno teologia”:
un
immaginario che trasforma concetti come fede, destino e salvezza in strumenti
di potere economico e sociale. Figure come Peter Thiem non usano il religioso
come semplice elemento identitario, ma come una vera grammatica per
interpretare e governare il futuro.
In
questa visione ricompaiono categorie escatologiche — il Messia, l’Anticristo,
l’Apocalisse — completamente risemantizzate. Thiem, per esempio, ha usato la
figura dell’Anticristo non per indicare una persona, ma un sistema globale
centralizzato che, in nome della sicurezza e della regolazione, limiterebbe
libertà e innovazione. Allo stesso modo, una parte dell’élite tecnologica tende
a rappresentarsi come forza salvifica, capace grazie alla tecnologia di evitare
il collasso o inaugurare un nuovo ordine del mondo.
Anche
strumenti come le criptovalute vengono spesso raccontati attraverso metafore
quasi bibliche, come se incarnassero una promessa di liberazione dal controllo
dello Stato.
È qui
che la tecno- teologia diventa pericolosa: perché finisce per attribuire a una
ristretta élite economica una sorta di sovranità non solo materiale, ma quasi
metafisica.
Thiem stesso ha teorizzato il superamento
della democrazia in favore di una gerarchia di “eccezionali”: individui dotati
di enorme potere economico che, proprio grazie a quel potere, si percepiscono
come gli unici capaci di guidare il destino collettivo.
In
questo senso la tecno-teologia diventa una nuova liturgia delle élite, convinte
di poter salvare il mondo proprio mentre ne ridefiniscono unilateralmente le
regole.
Rispetto
al passato il cambiamento è profondo. Se, come spiegava Max Weber, il
capitalismo moderno nasceva da un’etica del lavoro e della responsabilità
individuale, oggi emerge invece una visione messianica e accelerazioni sta: non
si cerca più la salvezza attraverso il lavoro, ma attraverso il potere
trasformativo della tecnologia. È una sorta di secolarizzazione rovesciata: non
è più la politica a tradurre il religioso in linguaggio laico, ma è il capitale
tecnologico che torna a sacralizzare sé stesso, l’algoritmo e il mercato.
Negli
ultimi anni il linguaggio religioso è tornato al centro della scena politica,
spesso associato a narrazioni di crisi, minaccia e declino — dai riferimenti al
cristianesimo nella destra statunitense fino alle forme di messianismo politico
in altri contesti.
Perché
oggi la paura sembra funzionare più del dialogo come dispositivo di
mobilitazione? E cosa rende il linguaggio religioso particolarmente efficace in
questo senso?
La
paura funziona più del dialogo perché è immediata. Il dialogo richiede tempo,
mediazione, ascolto della complessità; la paura invece produce una risposta
rapida, crea urgenza e spinge a cercare protezione.
È un meccanismo politico potentissimo: divide il mondo
tra un “noi” da difendere e un “loro” percepito come minaccia. In questo modo
si legittimano misure eccezionali, conflitti e restrizioni che altrimenti
sarebbero molto più difficili da accettare.
Esperienze
di convivenza e confronto, come quella di Neve Shalom, mostrano quanto il
dialogo sia fragile, lento e attraversato da incomprensioni profonde. La paura,
al contrario, semplifica tutto: offre nemici riconoscibili e risposte
apparentemente immediate.
Il
linguaggio religioso è particolarmente efficace in questo contesto perché
mobilita dimensioni emotive e simboliche molto profonde. Anche nelle società
secolarizzate, categorie come bene e male, peccato, salvezza, destino o “popolo
eletto” continuano ad avere una forza enorme. Così il conflitto politico viene
moralizzato: chi non si schiera con “noi” viene facilmente rappresentato come
complice del male o della decadenza.
Oggi
il religioso viene spesso usato non tanto come esperienza di fede, ma come
dispositivo retorico capace di rafforzare appartenenze e paure collettive. E
proprio perché la religione tocca corde intime — il bisogno di sicurezza, di
comunità, di senso — diventa uno strumento estremamente potente nelle mani
della politica contemporanea.
A
proposito di esperienze concrete: lei ha scritto della “tregua” evocata in
occasione dell’iniziativa della Regione Lombardia sulle religioni durante i
Giochi olimpici.
Quell’episodio
è rimasto isolato o segnala una possibilità reale di costruire spazi di
dialogo? E cosa manca oggi per passare da momenti simbolici a pratiche stabili?
L’iniziativa
della tregua olimpica promossa da Regione Lombardia in occasione dei Giochi di
Milano-Cortina non è stata un episodio isolato: esperienze simili esistono già
in altre regioni.
Però è
stato importante riunire intorno allo stesso tavolo confessioni diverse —
cristiani, ebrei, musulmani, buddhisti, induisti — non solo per un gesto
simbolico, ma per confrontarsi concretamente sul tema della convivenza
religiosa.
La
preparazione della tregua è servita soprattutto a conoscersi e a far emergere
problemi molto pratici che spesso restano invisibili.
Penso, ad esempio, al tema delle “stanze del
silenzio”:
spazi aconfessionali dentro ospedali,
aeroporti, università o RSA dove chiunque possa raccogliersi o pregare senza
appartenere a una sola tradizione religiosa.
Oppure
al riconoscimento dei ministri e delle ministre di culto non cattolici nelle
strutture pubbliche, dove ancora oggi esistono forti disparità. E poi c’è la questione dei luoghi di
culto, soprattutto per le comunità musulmane, che continuano a incontrare
enormi ostacoli nel vedersi riconosciuti spazi adeguati.
La
tregua olimpica ha senso solo se produce conseguenze concrete. Se resta un
evento simbolico, rischia di esaurirsi rapidamente. Se invece diventa l’inizio
di pratiche stabili di riconoscimento reciproco, allora può aprire uno spazio
reale di convivenza.
Il
punto decisivo è questo: la pluralità religiosa oggi è già una realtà delle
nostre società, ma continua spesso a essere percepita come qualcosa di esterno
o eccezionale. La sfida è trasformarla in un fatto normale, riconosciuto pienamente sul
piano culturale, civile e istituzionale.
Avanti
verso il nulla - Sul futurismo nichilista contemporaneo.
Controversie.blog.it - Toni Muzzioli – (24/06/2024) –
Politica, Sociologia – Redazione – ci dice:
“La
nave ha anche un motore e avendo un motore non sa dove va ma continua a
andare”.
(Giorgio
Gaber, La nave, 1974).
Cosa
diremmo di una persona che, magari a causa di un trauma o di un lutto, vivesse
concentrata sul passato e rifiutasse di vivere il presente e fosse del tutto
chiusa alla dimensione del futuro?
Certo,
che non sta bene. Non si può vivere decentemente così. E di una che,
specularmente, fosse proiettata esclusivamente verso il futuro e le future
realizzazioni, incapace di vivere nel presente, e di tenere in conto a maggior
ragione delle esperienze del passato?
Anche
in questo caso, diremmo che soffrirebbe, che non sarebbe in grado di godere
della vita, la quale in fondo è fatta di una serie di momenti presenti.
Se
fossimo in un contesto di psicologia individuale potremmo parlare nel primo
caso di un disagio dovuto a una forma di malinconia, nel secondo a una forma di
euforia maniacale.
Spostandoci
sul terreno del carattere sociale, abbiamo da una parte un orientamento
“passatista”, fissato cioè a un passato ritenuto in quanto tale preferibile e
incline, dunque, al misoneismo (al rifiuto cioè di ogni novità), tipico delle
società preindustriali; dall’altro un orientamento futuro-centrico,
“futurista”, altrettanto nevroticamente fissato all’esaltazione del dileguare
di ogni cosa in favore di un “nuovo” in quanto tale certamente migliore. Quest’ultimo è propriamente il
carattere dell’epoca che viviamo in particolare nelle società più avanzate,
segnate dal predominio dispotico di un potere che è insieme tecnico e
capitalistico. Il dogma di oggi dice che «il futuro è il posto migliore»; ed è
di tale dogma, non meno contestabile per il fatto di essere… moderno, che si
parlerà in questo articolo.
Il
documento da cui propongo di prendere le mosse è la fulminante dichiarazione
dell’ingegnere informatico Yann Le Cuni, capo del team di “Meta” (il nuovo nome
di Facebook) che si occupa di intelligenza artificiale, nel corso di
un’intervista rilasciata a un quotidiano italiano: «Mi affascina il futuro. Del
presente mi interessa capire solo gli sbagli e come superarli». Una frase che
può essere considerata un “concentrato” di un più generale modo di rapportarsi
alla temporalità che la società attuale suggerisce e impone ogni giorno nel suo
«monologo elogiativo» permanente. Il dirigente di Meta, che risponde in questo
modo alle caute preoccupazioni espresse dall’intervistatore sulle prospettive
dell’IA, com’è chiaro, non dichiara solo di essere affascinato dal futuro, ma
di trascurare e disprezzare il presente (del passato naturalmente neppure
parla), in quanto – sembra di capire – unicamente luogo di passaggio verso
l’unica meta interessante, appunto il futuro. Ma c’è un problema: quella meta,
una volta divenuta presente (ogni futuro di oggi è il presente di domani),
ricadrà nello stesso disinteresse, in favore del futuro di domani. E in verità
una meta non c’è neppure: c’è solo quella che potremmo chiamare una fuga senza
fine verso il nulla, o «furia del dileguare» – per usare una espressione
hegeliana – per la quale ogni momento presente non vale che in quanto
preparazione di un momento futuro, che sarà ovviamente migliore, e così via
all’infinito.
Ha
osservato il filosofo tedesco-coreano Bug-Chul Han, in un bel libro dedicato
alla Scomparsa dei riti, che «oggi al tempo manca una struttura stabile. Non è
una casa, bensì un flusso incostante: si riduce a una mera sequenza di presente
episodico, precipita in avanti». (La scomparsa dei riti. Una topologia del
presente, Milano, Nottetempo, 2021, p. 13).
Si
procede, dunque, sempre “avanti” e sempre più rapidamente, in un fenomeno di
accelerazione sociale che è oggetto di crescente attenzione da parte delle
scienze sociali. In questo illimitato e davvero scriteriato procedere, nessun
valore, nessun obiettivo, nessuna condizione desiderabili debbono essere posti,
perseguiti, mantenuti; l’unica cosa che conta e che deve esistere, l’unico
punto di riferimento per il nostro agire, è il costante flusso delle merci, ma
anche delle esperienze, delle tecniche, delle forme di vita: una condizione,
dunque, realmente nichilista.
È una
dinamica che era stata a suo tempo già individuata da Marx, che pure non si era
soffermato sugli esiti nichilistici qui indicati, quando aveva rilevato che «il
movimento del capitale è senza misura» (Marx K., Il capitale, libro I, a
cura di Delio Canti mori, Roma, Editori Riuniti, 1974, p. 185).
In
questa modalità di rapporto con il tempo, che nasce nel quadro della modernità
capitalistica e della sua complessiva rimodulazione dell’esperienza e della
vita sociale, accade – secondo quanto sottolineato trent’anni fa da Giacomo
Marramao – che «la prospettiva tende progressivamente a fagocitare l’esperienza» (Giacomo Marramao, Minima
temporalità. Tempo spazio esperienza, Milano, Il Saggiatore, 1990, p. 108), potendosi parlare di vera e propria
«propensione nichilista» (cit. p. 104) della modernità.
Mi
pare tuttavia evidente che è l’ultima fase della modernità, quella apertasi
negli ultimi decenni, a rendere egemone e “totalitaria” tale propensione. E l’accelerazione dell’innovazione
tecnologica in molti ambiti, in quello informatico in particolare, ha avuto in
questo un ruolo determinante.
Ha
osservato a questo proposito Gabriele Balbi, in un notevole recente pamphlet
sulla ideologia digitale, che «il tempo storico ideale per la rivoluzione
digitale è proprio il futuro, anche perché nel presente viene sempre raccontata
come incompleta, come un processo in continua evoluzione, come una
trasformazione che non ha né può avere una fine predefinita» (Balbi G., L’ultima ideologia.
Breve storia della rivoluzione digitale, Roma-Bari, Laterza, 2022, p. 64-65).
Non
sorprende, allora, che un recentissimo saggio sulle prospettive
dell’applicazione dell’intelligenza artificiale si dichiari in copertina –
programmaticamente – una Apologia del futuro (De Biase L, Apologia del futuro.
Quello che il domani può fare per noi, Roma, LUISS University Press, 2024).
Il
tempo dell’era digitale, in effetti, è proprio un tempo della precarietà e
dell’incompletezza, foriero inevitabilmente di ansia e di senso di
inadeguatezza, forse proprio di quella «vergogna prometeica» indicata da
Günther Anders come il portato principale e perturbante della nostra epoca di
dominio della tecnica industriale (fa parte di essa non solo il sentirsi inferiori in
potenza alle macchine, ma anche, insieme, il sentirsi troppo lenti rispetto
alle velocità macchiniche).
Non
mancano del resto alcuni sintomi addirittura clamorosi di tale deriva, se
pensiamo per esempio a certi esiti obiettivamente antiumanistici propri di
quelle visioni della rivoluzione digitale che si dichiarano post- o
transumaniste. Così per esempio Hans Morave, uno dei profeti del transumanismo,
poteva affermare già vent’anni fa, in relazione agli imminenti sviluppi delle
nanotecnologie e dell’intelligenza artificiale, con un misto di fatalismo e di
entusiasmo: «l’uomo biologico si troverebbe naturalmente spinto fuori
dall’esistenza, poiché una specie sopravvive raramente a uno spazio ostile che
presenta un grado di evoluzione superiore» (cit. in Paul Virilio, Ce qui
arriva, Paris, Edizione Galilee, 2002, tr.it. Milano, Cortina, 2002, p. 19-20).
Al
venir meno di ogni valore, di ogni capacità di identificare dei fini razionali
nello sviluppo sociale, si accompagna come si vede, in non pochi casi, il
rifiuto della umanità stessa. O meglio quella che – se si pensa a certo
dibattito oggi molto in voga sull’IA – si potrebbe definire una voglia matta di
dimissioni dall’umano.
In
ogni caso, quel che qui mette conto sottolineare è che nella visione attuale
dovremmo affidarci con sicurezza all’impersonale flusso delle cose, alle
asserite leggi dello sviluppo tecno-scientifico, sicuri che esse siano
apportatrici di beneficio generale.
Una
visione del mondo e della storia non solo falsa, dal momento che postula una
natura neutrale e deterministica dello sviluppo tecnologico (come se esso non
fosse attraversato dalla storia, dal conflitto degli interessi, dalle dinamiche
economiche, da influssi culturali ecc.), ma chiaramente finalizzata a radicare
nelle coscienze dei contemporanei un senso di stupido ottimismo e di cieca
fiducia verso l’organizzazione sociale presente. Una pedagogia dell’apatia e della
passività, in definitiva.
L’adesione
a questo “regime di temporalità” implica infatti l’adesione al modello
economico e sociale dominante, a quello che un sociologo italiano, Mauro
Magatti, ha definito «capitalismo tecno-nichilista», ovvero un modello in cui
la razionalità strumentale e l’imperativo del profitto hanno riassorbito senza
residui ogni altro criterio.
Tale modello, che si forma a partire
dall’ultimo quarto del Novecento, prima negli Stati Uniti poi in Europa, non ha
più molto a che fare con il vecchio capitalismo “weberiano” (lavoro,
disciplina, impegno, attaccamento alla proprietà…), ma è piuttosto un
capitalismo del desiderio e della seduzione, nonché della liberazione
attraverso la tecnica.
Un
capitalismo che promette all’individuo una generalizzata libertà (di natura
peraltro fantastica e delirante) un po’ da tutto: dal lavoro faticoso, dalla
politica, dalle relazioni sociali e sentimentali, ora perfino – nelle
tecno-utopie post-umaniste, come si vedeva poc’anzi – dalla materia e dalla
biologia stesse. Ma navigando in questo insieme di… “liberazioni” da ogni
radicamento, è l’umano stesso che abdica a sé stesso, l’individuo stesso,
apparentemente celebrato, che finisce per precipitare appunto nel nulla.
Sulla
dimensione realmente nichilistica del capitalismo contemporaneo (cioè dove per
nichilismo non si intende una ideologia o una dottrina, ma appunto una
configurazione socio-culturale reale) è intervenuto nei suoi ultimi anni il
filosofo Aldo Masullo (1923-2020):
«la
condizione del nostro odierno esistere esige non tanto una discussione
sull’essenza del nichilismo, quanto un’esplorazione di effettivi stati di
nichilismo. (…) Uno dei sintomi è la profonda trasformazione dei nostri
rapporti con il tempo. Oggi la velocizzazione dei cambiamenti (travolgente
esito tecnologico), l’accelerazione del quotidiano, l’immediatezza del
repentino, insomma il dissolversi della durata nel delirio di eventi
puntiformi, esaltano l’istantaneo senza ragione e il vuoto del presente».
Particolarmente
radicato in ambito scientifico-tecnologico, questo approccio alla temporalità
dilaga in realtà in ogni campo della vita odierna (sempre più permeato del
resto dalla macchina tecno-scientifica e dalle sue “esigenze”), spingendoci
tutti in una dimensione di accelerazione permanente i cui effetti in termini di
disagio crescente sono ormai oggetto di un’ampia letteratura sociologica,
psicoanalitica, antropologica ecc.,[12] oltre ad essere stati denunciati nella
celebre enciclica Laudato si’ di Papa Francesco con parole molto lucide.
In un
piccolo saggio dedicato al concetto di Futuro, Marc Augé ha rimarcato il nesso
che nella percezione attuale del futuro ricopre la dimensione (tipica di
società industriali avanzate e consumistiche) della “innovazione”: quest’ultima
– sosteneva l’antropologo francese scomparso nel 2023 – costituisce un vero e
proprio «fatto sociale totale», secondo la celebre definizione di Marcel Mauss,
poiché «riguarda simultaneamente tutti gli aspetti della società e fa appello a
tutti i suoi attori» (Augé M., Futuro, Torino, Bollati Boringhieri, 2012, p.
81). È insomma un futuro-come-innovazione quello che risulta oggi socialmente
egemone, un futuro come costante susseguirsi di novità (proprio come
l’industria capitalistica deve perennemente presentare nuove merci, vere o
presunte non importa), un futuro meramente quantitativo.
Un
futuro che – dicono molti osservatori – finisce per farsi fagocitare da sé
stesso, e dunque un futuro che, paradossalmente, si auto sopprime in favore di
un eterno presente (così François Arto, su cui si tornerà, che parla infatti di
«presentismo» per indicare l’attuale «regime di storicità»).
È
chiaro che stiamo parlando di quale idea di progresso sia oggi dominante;
ovvero di come questa idea, così intimamente legata a tutta la vicenda della
modernità occidentale, si configuri nella società industriale avanzata di oggi
(o forse dovremmo dire, per essere à la page, società digitale).
Se questa furia “futuristica” di cui abbiamo
parlato appare oggi così dominante e in sostanza accettata è anche perché il
mito del progresso è uno di quelli cui, nel disincantamento generalizzato,
ancora crediamo (paradossi del postmodernismo? Forse…).
Ma,
giunto a questo punto, per non abusare della pazienza del lettore, rimando alla
seconda parte di questo articolo.
Stay
tuned.
La
democrazia insostenibile.
Doppiozero.com
- Lelio Demichelis – (1° Settembre 2026) – Libri-Politica -Redazione – ci dice:
Che la
democrazia moderna – là dove ancora esiste o resiste – non stia troppo bene in
salute è cosa detta e ripetuta da tempo – ma in realtà, da sempre la democrazia
riflette su sé stessa.
Libri e libri sono stati scritti per capire le
cause di questa malattia che oggi si chiamano populismo, sovranismo, reazione,
fascismo, neoliberalismo – con personaggi come Peter Thiem e Trump.
Significa
che ci siamo forse stancati di nuovo di democrazia, di partecipazione, di
responsabilità, cioè di libertà e di politica, tanto che sembra essere tornata
dominante una nuova voglia di fuga dalla libertà (come il titolo del libro di
Erich Fromm) o di paura della libertà (titolo del libro di Carlo Levi), noi
cercando di nuovo qualcuno, autoritario che decida per noi, noi evitando la
fatica di dover pensare?
E
questa ricerca di una personalità antipolitica e autoritaria a cui delegare il
potere politico non è forse analoga a quella delega cognitiva che stiamo dando
all’intelligenza artificiale (Intelligenza Autoritaria secondo Giuliano da
Empoli, qui la recensione), per cui: "non pensare, chiedi alla macchina che
ti darà subito una risposta che dovrai credere esatta e vera; non approfondire,
non perdere tempo, non abbassare la tua produttività, chiedi alla I.A di semplificare ogni cosa" – cioè una nostra resa cognitiva
analoga alla nostra resa politica di cittadinanza quando cerchiamo appunto
qualcuno che pensi e decida per noi, promettendo di semplificarci la
complessità del mondo?
La
democrazia vive di politica, se virtuosamente intesa come partecipazione, come
costruzione libera e consapevole di un progetto comune da parte di un noi
collettivo che non dimentica la libertà dell’individuo (dell’io) e delle
minoranze, fondandosi (almeno in teoria) su libertà, uguaglianza e
solidarietà/fraternità.
Per curare la democrazia oggi di nuovo malata – perché
quasi sempre solo formale e mai sostanziale – servirebbe (permetteteci qualche
riflessione) eliminare il veleno nero che la sta corrodendo dall’interno (nero,
appunto come il fascismo, ma su tutto ci sono capitalismo e tecnologia,
antidemocratici per loro essenza) – veleno che ampia parte del demos ama
tuttavia assumere in dosi sempre crescenti credendo che sia un farmaco, cioè
confondendo i due significati del termine pharmakon.
Servirebbe
uscire dall’egoismo neoliberale a cui siamo formattati da mezzo secolo e per il
quale la società non esiste, esistono solo gli individui (quindi,
conseguentemente non esiste, non deve esistere neppure la democrazia, perché
senza società nessuna democrazia è possibile); analogamente per i sistemi
tecnici, sempre contro una democrazia considerata un intralcio al funzionamento
efficiente del sistema delle macchine e degli algoritmi.
Servirebbero cioè – sembra il rimedio migliore – più
politica e meno delega, più cosmopolitismo e meno egoismi e nazionalismi e
secessioni, più umanesimo e meno capitalismo e meno tecnologia. Perché la
politica è una necessità, come scrive in un recente saggio Carlo Galli
(Necessità della politica, Cortina Editore), perché siamo animali politici e
sociali, anche se il sistema economico e tecnico ci vuole monadi isolate perché
così meglio integrabili nel sistema; perché senza gli altri diventiamo nessuno;
perché la politica (Galli) inerisce "alla convivenza umana ma è anche
l’azione che dà ordine al caos e norma un potere altrimenti sregolato,
permettendo però anche di sovvertire l’ordine e il dominio".
Le
cose stanno invece diversamente per il filosofo e sociologo francese, detto di
sinistra, progressista e libertario, Geoffroy de Lamasserie: per lui il
‘problema’ è l’ideale stesso di democrazia con le sue procedure (voto,
principio di maggioranza, parlamentarismo) e il relativismo delle opinioni e
l’assenza di verità assolute – e cerca di spiegare perché la democrazia non
sarebbe il migliore dei sistemi politici nel suo ultimo libro dal titolo
provocatorio di “L’anima nera della democrazia. Manifesto per un altro ideale
politico” (L’orma
Editore, 2026, pag. 138, traduzione di Eusebio Trabucchi).
Un
libro spesso ingenuo, che concentra l’attenzione soprattutto (è il suo limite)
sullo Stato e su governi e parlamenti senza vedere i poteri veri e
anti-democratici che minacciano la democrazia, appunto, capitalismo e tecnica e
la loro costruzione di un mondo apparentemente plurale e persino libertario, ma
in realtà uniforme, integrato, che impedisce esso sì ogni ipotesi di mutamento
sociale, producendo un mondo a una sola dimensione; e tuttavia è un libro
intrigante per le domande che pone e che per questo (è la sua utilità) chiama
ciascuno a un confronto con le proprie idee e con quelle comuni di democrazia.
E però è anche un libro contraddittorio – lo ammette lo stesso Autore.
Un
libro che vuole un progressismo che sia “sotto il segno di una strenua difesa e
protezione dei diritti trascendenti e inalienabili, nonché di principi
fondamentali”, un progressismo che “deve rivendicare la ricerca di
perfezionamento attraverso lo Stato”, ma che poi legittima (per il solo fatto
di richiamarlo come una delle alternative possibili, senza però criticarlo né
vedendo la contraddizione) il pensiero del filosofo libertario americano Robert
Nozick; e poi scrivendo di sedizione (“se fosse questo l’atto politico per
eccellenza e non il voto?”), di de-coabitazione (“se alla logica della
maggioranza e della minoranza si dovesse preferire una pratica della
de-coabitazione”) e cioè del diritto di sottrarsi a una società. Ma se il
diritto è frammentato, se vince la sedizione/secessione e il divorzio dagli
altri (pratica neoliberale, non certo libertaria) allora non muoiono anche i
diritti fondamentali e inalienabili e non muore la difesa della biosfera, che
impone invece una risposta globale?
Robert
Nozick nel suo Anarchia, Stato, utopia (del 1974, ripubblicato di recente da il
Saggiatore), teorizza lo Stato minimo e all’idea dello Stato-nazione oppone “la
prospettiva di un mondo articolato in comunità politiche molteplici, in cui
ognuno potrebbe vivere secondo le proprie aspirazioni, nel quadro delle
istituzioni che meglio gli si adattano” (oggi si chiama sovranismo), uscendo
“da una coabitazione forzata” – forzata? – imposta dalle democrazie.
Le
prime righe del libro pongono una domanda forte: “Chi non ha mai provato la
sensazione politica di soffocare? […] Di subire, o vedere altri subire, misure
che accentuano la violenza economica e sociale, degradano le condizioni di
vita, aggravano la crisi ecologica o condannano migranti alla morte, senza
capire perché si dovrebbe accettare di sopportarlo, e forse, peggio ancora,
senza avere una reale capacità, nemmeno con i migliori argomenti del mondo, di
impedire che tali misure vengano messe in atto. Chi non si è mai chiesto,
ascoltando un uomo politico di destra pronunciare discorsi menzogneri o
pericolosi sull’immigrazione, l’ecologia, la polizia, la delinquenza,
l’assistenzialismo, il valore del lavoro: ma con quale diritto questa persona
esercita – o pretende di esercitare – il suo potere? […]. E, questione forse
ancora più importante: dobbiamo davvero rassegnarci a subire tutto questo:
Trump, Netanyahu, Bolsonaro, Thatcher, Bush, Orban, Berlusconi, Blair, Sarkozy,
Johnson, Meloni, Milei, Macron…? Siamo forse condannati ad accettare che, solo
per avere vinto un’elezione, un gruppo di governanti possa imporre un potere
reazionario, autoritario o neofascista, sopprimere i diritti delle minoranze o
i diritti sociali, inasprire la logica della repressione penale, intraprendere
o sostenere operazioni genocide a Gaza…?”
E de Lamasserie
inizia a rispondere così (e in parentesi quadra inseriamo qualche nostra
osservazione e controdeduzione – è un altro modo per recensire un libro):
“Credo che non sia possibile essere progressisti senza intrattenere un rapporto
ambivalente con l’idea di democrazia. Sappiamo d’istinto che la democrazia
produce regolarmente risultati catastrofici [meglio sarebbe dire: può produrre,
se…], ma non abbiamo alcuna idea di quale forma potrebbe assumere una
differente organizzazione della politica e del governo. Ci troviamo in una
sorta di impasse, attraversati al tempo stesso dal desiderio che le cose
cambino e da un’incapacità di immaginare le modalità di tale cambiamento
[immaginazione che anche de Lamasserie richiama e sollecita, ma come tornare a
immaginare se tecnologia e capitale ci permettono solo di adeguarci alle loro
esigenze e trasformazioni e immaginazioni, per un mondo appunto a una sola
dimensione, con il neoliberale non ci sono alternative e il mercato è la forma
più che perfetta di democrazia o il tecnologico l’innovazione non si può né si
deve fermare – e non è questa, ci domandiamo, la vera anima nera imposta alla
democrazia?]. Siamo intrappolati all’interno di una cultura politica” –
continua l’Autore – “in cui la democrazia funziona come un significante che non
può essere superato, in cui l’idea stessa di una critica della democrazia, o
quella di proporre una forma politica alternativa, vengono considerate tabù.
Nel nostro immaginario non esiste un fuori rispetto alla democrazia, non esiste
qualcosa di pensabile altrimenti”. In realtà, sembra non esistere più neppure
un fuori da capitalismo e sistemi tecnici. Semmai è l’ultimo capitalismo
tecnologico, quello digitale – il nuovo totalitarismo tecnico, dopo quelli
politici del ‘900 – che si propone esplicitamente di fare a meno della
democrazia, portandoci fuori dalla democrazia, automatizzando e amministrando
tutto e tutti con macchine e algoritmi.
Ma
procediamo: “E se dunque fosse giunto il momento di rompere il tabù della
critica della democrazia?” – a cui è facile ribattere che la critica alla
democrazia occidentale ha una lunga storia. Ma poi continua: “E se dovessimo
finalmente considerare che le storture del nostro mondo siano dovute anche alla
democrazia o all’ideale democratico?” – dietro cui esisterebbe appunto
“un’anima nera della democrazia?” Certo, “questo non significa che tutte le
difficoltà nascano dalla democrazia, ma alcune di certo sì”. E dunque occorre
“un pensiero che vada oltre la democrazia”, con altri valori “per costruire un
clima politico più libero, più giusto, più razionale, in una parola, più
respirabile”. Valori come la giustizia, “che deve venire prima di tutto”,
perché “non esiste alcuna relazione necessaria tra una procedura [democratica]
e il suo esito e nulla garantisce che le forme democratiche conducano in sé a
risultati giusti”. Vero.
Ma
come mettere la giustizia e l’etica davanti a tutto? E soprattutto, come
generare una idea di giustizia se il tecno-capitalismo è sempre meno un regime
economico e sempre più un regime ontologico e teleologico, cinico e violento e
soprattutto ingiusto per sua essenza – e ne siamo formattati incessantemente –
capace di produrre infiniti processi di veri dizione favorevoli a sé (far
credere vero ciò che il potere vuol far credere vero, così legittimandolo;
insieme negare ciò che potrebbe delegittimarlo, come il vero del cambiamento
climatico), posto che la menzogna non è solo dei partiti politici, ma è nella
essenza del capitalismo?
Ed è
quindi davvero immaginabile, come sostiene ancora de Lamasserie, “una
regolazione scientifica del discorso politico […] erigendo a valore
fondamentale la veri dizione piuttosto che opinione ed espressione”, se prima
non si chiarisce cosa è scientifico e come contrastare la erudizione da parte
del potere tecnico e capitalistico e scientifico, oltre a quella, come pure
ammette de Lamasserie, “determinata dal potere del denaro, dalla vicinanza ai
grandi media, dalla semplificazione retorica, dall’adesione ai pregiudizi o
dalla facilità oratoria”?
E
perché, continua, “non potremmo attribuire agli scienziati il potere di
bloccare, in nome della ricerca, leggi e progetti di legge i cui presupposti
contraddicono incontrovertibilmente le nostre conoscenze. […]
Il
progressismo avrebbe tutto da guadagnare”, continua de Lamasserie,
“nell’affermare il proprio legame costitutivo con la veri dizione”, decentrando
il potere e “facendone uno spazio vincolato e sottoposto ad altre razionalità”
– giusto, ma quali? E come “sostituire una cultura di tipo scientifico a una
cultura di tipo democratico” e “sottoporre almeno in parte la politica a
controlli autonomi di carattere scientifico, ampliando la libertà accademica”,
se la scienza da tempo non è più autonoma e libera e se cultura scientifica e
soprattutto tecnica sembrano già egemoni?
E perché non rendere invece possibile la
proposta di Bakunin – citata ma ritenuta impossibile – cioè non un governo
della scienza ma far circolare il sapere nella società attraverso l’educazione,
così che tutti possano essere informati e consapevoli prima di prendere una
decisione che alla fine sarà condivisa, consapevole e giusta?
Ci
definiamo società della conoscenza ma il sapere è sempre più nelle mani degli
specialisti (e del capitale) e il potere ci illude di sapere chiedendo le
risposte all’intelligenza artificiale.
De Lamasserie
guarda con interesse alla democrazia deliberativa (che tuttavia è “una definizione
inadeguata se non fuorviante”); a quelle esperienze che si basano, ad esempio,
sull’estrazione a sorte di gruppi ristretti di individui “incaricati di
deliberare su una questione precisa, con l’obiettivo di formulare proposte dopo
avere ascoltato scienziati, esperti, giuristi, militanti e specialisti che
hanno lavorato sul tema”.
Il problema (con cui de Lamasserie non si confronta) è
che oggi, ma non da oggi, se esistono le leggi cui si potrebbero applicare i
principi suggeriti, esiste un mondo di norme e di
normazione/normalizzazione/domesticazione sociale (il taylorismo, il dover
essere trasparenti per il Big Data e per l’alimentazione delle macchine, il
dover consumare sempre di più e il dover accettare, ultima, l’intelligenza
artificiale), oltre che di regimi regolatori ultra-statali e per l’applicazione
di standard globali, che si impongono come dati di fatto producendo di fatto un
colossale deficit di democrazia. E di de-liberazione.
E
dunque, più che un fuori della democrazia e una fine della politica – come
auspica de Lamasserie, ma come realizzano già di fatto capitalismo e tecnologia
– non servirebbe ridare un senso autentico, razionale e radicale-libertario alla
democrazia rovesciando i rapporti di forza tra tecno-capitalismo e democrazia?
“Tecnopolitica”
di
Asma
Mahalla.
Pandorarivista.it
– (31 ottobre 2025) - Recensione a: Asma Mahalla, Tecnopolitica - Ardita Osmany
– ci dice:
(Come la tecnologia ci rende soldati,
traduzione di Chiara Bongiovanni, ADD editore, Torino 2025, pp. 276).
Nel
suo ultimo saggio, pubblicato da ADD editore nel marzo 2025, Asma Mahalla –
politologa franco-algerina, ricercatrice affiliata al CNRS e all’EHESS, esperta
di governance digitale e geopolitica delle tecnologie – propone un’analisi
acuta e interdisciplinare delle trasformazioni dello Stato nell’era
tecnologica.
Tecnopolitica è un libro denso e ambizioso,
che si muove tra teoria politica, studi strategici, economia digitale e
filosofia del potere, con l’obiettivo di decifrare l’emergere di un nuovo
paradigma: quello del “Big State”.
La
tecnologia è ormai un attore centrale nel panorama politico, trasformando
profondamente il modo in cui si costruisce consenso, si esercita il potere e si
controlla l’informazione. Dai social network che diventano veri e propri campi
di battaglia elettorale, all’uso strategico di piattaforme come WhatsApp e
Telegram per la diffusione di messaggi e mobilitazioni, il digitale è uno
spazio cruciale e controverso. La tecnologia non è solo uno strumento di
comunicazione o di propaganda, ma un terreno cruciale di esercizio e
trasformazione del potere politico, anche in Italia.
Negli
ultimi anni, è emerso con forza il ruolo della tecnologia come vettore di
controllo, sorveglianza e manipolazione. Un caso emblematico è quello del
software Paragone, utilizzato per intercettare e spiare giornalisti, attivisti
e figure politiche, svelando una dimensione inquietante della tecnopolitica
italiana: il ricorso a strumenti di sorveglianza digitale per influenzare e
reprimere il dissenso. Questa vicenda si inserisce in un più ampio contesto in cui
la pandemia, la disinformazione e le campagne virali hanno reso ancora più
urgente il tema della sovranità digitale e della trasparenza nell’uso delle
tecnologie. Tra fake news e strategie di comunicazione politica, la politica si trova
a confrontarsi con una sfida nuova e complessa, ovvero come garantire libertà e
democrazia in un’epoca in cui il controllo delle informazioni può significare
il controllo delle menti.
Il
libro di Asma Mahalla inizia con una riflessione che prende avvio da una
domanda molto classica, che cos’è lo Stato?
Se la
definizione canonica, ripresa nei manuali di scienza politica, lo descrive come
“un’istituzione sovrana che esercita legittimamente il potere entro confini
territoriali definiti”, Mahalla mostra come questa definizione sia oggi
insufficiente a cogliere le configurazioni ibride e reticolari del potere
statale contemporaneo.
Nel
ripercorrere alcune tappe fondative del pensiero statuale, da Hobbes, con il
suo Leviatano, a Max Weber e alla sua celebre definizione dello Stato come
monopolista legittimo della forza, l’autrice mette in luce la tensione tra
ordine e violenza, tra potere visibile e infrastrutture invisibili. È su questo
sfondo che prende forma la nozione di “Big State”, una nuova figura sovrana
che, pur senza dissolvere lo Stato moderno, lo ibrida attraverso una simbiosi
crescente con le grandi piattaforme tecnologiche, che «può essere allo stesso
tempo politicamente ultra-autoritario ed economicamente iper- liberale» (pp.22-23).
Il Big
State è, nelle parole di Mahalla, «un Leviatano a due teste» una configurazione
inedita in cui istituzioni pubbliche e attori privati, in particolare le Big
Tech, cooperano, si sovrappongono e, talvolta, si confondono. Lungi dall’essere
un semplice strumento regolativo, la tecnologia diventa così un dispositivo di
potere in sé, capace di riconfigurare non solo le modalità di esercizio
dell’autorità, ma la stessa antropologia politica della cittadinanza.
Se
Weber e Hobbes rappresentano due pilastri del pensiero politico tradizionale,
Mahalla integra al dibattito un’altra chiave interpretativa fondamentale, la
visione marxista dello Stato come strumento di dominazione economica.
Riprendendo Marx, l’autrice rifiuta l’idea dello Stato come entità neutrale o
indipendente, descrivendolo piuttosto come una sovrastruttura ideologica al
servizio della classe dominante, funzionale alla riproduzione delle condizioni
materiali del capitalismo. Secondo Mahalla, è proprio attraverso lo Stato che
si organizzano e si mantengono rapporti di produzione diseguali, garantendo la
continuità del potere economico e sociale. In questo senso, lo Stato agisce
come garante del capitale, legittimando la sua egemonia non solo mediante la
forza, ma anche attraverso il consenso e l’ideologia. Questa prospettiva
costituisce il punto di partenza per analizzare la transizione dallo State al
Big State, che Mahalla interpreta non soltanto come un’evoluzione tecnologica,
ma come un rafforzamento di forme più sottili e pervasive di controllo. Le
infrastrutture digitali, in questa lettura, diventano strumenti centrali di
gestione della produzione, della sorveglianza e della costruzione ideologica
nel contesto del capitalismo 4.0.
Un
altro elemento centrale della riflessione di Asma Mahalla è il ruolo
dell’intelligenza artificiale, che l’autrice identifica come una delle
infrastrutture decisive del nuovo ordine tecno- politico. Riprendendo Marx,
Mahalla definisce l’intelligenza artificiale come una “infrastruttura-sistema»
(p. 97), collocata al cuore della dimostrazione «Meta-
struttura–Infrastruttura–Tecnologia Totale», di cui rappresenta, a suo dire,
«l’immagine più convincente». In questa formulazione, l’intelligenza artificiale
non è semplicemente uno strumento o una tecnologia tra le altre, ma è la forma
stessa attraverso cui si esprime il nuovo rapporto tra potere politico,
produzione e conoscenza. È, in altre parole, il dispositivo cardine di un
capitalismo che ha interiorizzato la logica dell’automazione e della
previsione, trasformando l’elaborazione dei dati in una funzione strategica di
governo.
In
filigrana si intravede, in questo passaggio, una chiara eredità foucaultiana.
Come nel biopotere teorizzato da Michel Foucault, anche la tecnopolitica del
Big State descritta da Mahalla non opera più attraverso l’imposizione diretta,
bensì mediante un insieme di dispositivi di cattura che plasmano i
comportamenti, modulano l’attenzione e condizionano l’immaginario collettivo.
L’azione del potere si sposta così dal dominio visibile all’amministrazione
degli spazi cognitivi e affettivi; il controllo non si esercita più sul corpo,
ma sull’elaborazione dei desideri, delle percezioni e delle emozioni.
Da
questo punto di vista anche la sovranità si riconfigura profondamente. Da
verticale e centralizzata, diventa reticolare, diffusa e interconnessa,
inscritta nelle infrastrutture stesse della vita digitale. Mahalla parla di
controlli “soft”, forme di potere che non si impongono con la coercizione, ma
che operano per adesione, consenso e abitudine. Si tratta di un potere tanto
più efficace quanto meno percepito, che si insinua nei processi quotidiani di
comunicazione, consumo e produzione di senso.
All’interno
di questo quadro, l’autrice introduce anche il concetto di “tech diplomaci”,
per descrivere l’emergere di un nuovo regime di governance globale in cui gli
Stati «devono parlare non con entità superiori, ma complementari», aprendo la
strada a una co-governance tra Big Tech e Big State (p. 70). Ciò che Mahalla
mette in luce è la dissoluzione delle tradizionali gerarchie del potere
politico, ovvero, le grandi piattaforme tecnologiche non si pongono in
contrapposizione agli Stati, ma ne diventano alleati funzionali,
co-amministratori di un sistema che integra infrastrutture digitali, potere
economico e capacità normativa.
In
questa prospettiva, la “Tecnologia Totale” non è soltanto una metafora, ma una
condizione politica concreta, in cui la logica del calcolo, della profilazione
e della previsione automatizzata si sostituisce progressivamente ai processi
deliberativi e decisionali della politica tradizionale. L’intelligenza
artificiale, come infrastruttura-sistema, non agisce solo nel dominio tecnico,
ma diventa il principio organizzatore del nuovo potere sovrano, capace di
unificare produzione, sorveglianza e ideologia in un unico continuum operativo.
La guerra cognitiva e l’infrastruttura mentale
del potere.
Una
delle sezioni più incisive del volume è dedicata a ciò che Mahalla definisce la
«guerra cognitiva», una nuova frontiera del conflitto, in cui l’obiettivo non è
più tanto la conquista territoriale, quanto la colonizzazione dell’immaginario
(pp.125-128). Il paradigma che viene citato dall’autrice è quello delineato da
Sun Tzu: «vincere senza combattere».
La
guerra, nel XXI secolo, si gioca sempre più sul piano mentale, dove la
disinformazione, la manipolazione algoritmica e la saturazione dell’attenzione
diventano armi strategiche.
Qui
l’autrice richiama le ricerche di Daniel Kahneman, e in particolare la
distinzione tra “Sistema 1” e “Sistema 2” del pensiero, il primo rapido,
intuitivo, vulnerabile; il secondo riflessivo, ma lento e meno attivato nel
contesto digitale. È il Sistema 1, osserva Mahalla, a essere bersaglio
privilegiato delle operazioni psicologiche e di propaganda che caratterizzano
la guerra dell’informazione contemporanea.
Ma il
cuore del problema, non risiede soltanto nella diffusione di contenuti falsi,
bensì in un attacco più profondo: la delegittimazione dei presupposti cognitivi
su cui si fondano la coesione sociale e il giudizio democratico. La posta in
gioco diventa così la possibilità stessa di un pensiero critico autonomo. In
questo senso, la guerra cognitiva è una forma di potere totalizzante che agisce
non sui corpi, ma sulle menti, non imponendo il silenzio, ma manipolando il
rumore.
Su
questo punto, il pensiero di Shosanna Zoff risuona implicitamente nell’analisi
di Mahalla. La logica del “capitalismo della sorveglianza”, per Zoff, trasforma
la vita quotidiana in una fonte continua di dati comportamentali, da modellare
e predire. Mahalla ne estende la portata, mostrando come l’estrazione cognitiva
non serva solo al profitto aziendale, ma venga incorporata in strategie statali
di influenza e controllo, dando forma a un nuovo complesso tecno-sovrano.
L’Europa e la sfida della sovranità
democratica.
Nel
delineare le geografie del Big State, Mahalla dedica ampio spazio a Stati Uniti
e Cina, due modelli speculari, accomunati da un rapporto strategico tra Stato e
Big Tech. In entrambi i casi, le piattaforme tecnologiche diventano protesi di
potenza: strumenti di soft e hard power, dispositivi di sorveglianza e di
proiezione geopolitica.
L’Europa,
al contrario, appare ancora priva di una piena capacità d’azione in questo
campo. L’assenza di campioni tecnologici sovrani e la dipendenza da
infrastrutture digitali statunitensi e asiatiche la relegano a un ruolo
secondario. Tuttavia, l’autrice non esclude la possibilità di una “terza via”:
un modello europeo fondato sul pluralismo, sulla trasparenza algoritmica e
sulla sovranità democratica. In quest’ottica, strumenti come il Digital
Services Act, entrato in vigore nel 2023[7], rappresentano un primo tentativo
di delineare uno spazio pubblico digitale europeo, capace di tutelare i diritti
fondamentali e contrastare la logica estrattiva delle piattaforme. Nel capitolo
conclusivo, Mahalla avanza alcune proposte normative e teoriche, volte a riaffermare
una “democrazia cognitiva”. Tra queste, il riconoscimento di nuovi diritti
digitali, come il diritto all’attenzione, alla comprensione trasparente degli
algoritmi, al controllo sui propri dati, e la necessità di considerare le
infrastrutture digitali come beni comuni, da sottrarre alla mera logica
commerciale.
Tecnopolitica
di Asma Mahalla non è un libro per chi cerca risposte rapide o semplici. I
concetti che attraversano il testo sono densi, intrecciati e profondi,
richiedendo al lettore tempo, pazienza e attenzione per districarsi nel
complesso tessuto di teoria politica, tecnologia e geopolitica. Ma proprio
questa complessità diventa il punto di forza del saggio, il libro ci invita a
riflettere con lucidità sulle questioni più attuali e urgenti, che spesso
attraversano le prime pagine dei giornali ma rischiano di rimanere
superficiali.
Si
pensi, per esempio, al rapporto controverso e a tratti spettacolare tra Donald
Trump ed Elon Musk, simboli di una politica mediatica e tecnologica che
ridefinisce il potere e la sovranità nello spazio pubblico digitale. Oppure al
ruolo della Cina, non solo come attore globale ma come protagonista di una
nuova geopolitica che utilizza le tecniche della psicologia e della guerra
cognitiva nelle relazioni internazionali, un aspetto cruciale che Mahalla mette
in luce con chiarezza.
Di
fronte a tutto questo, il libro ci ricorda che la responsabilità non è solo
degli Stati o dei giganti tecnologici, ma anche della società civile europea,
chiamata a difendere e promuovere la trasparenza e la verità nelle
informazioni. In un’epoca in cui le narrative possono contare più delle leggi,
come sta accadendo nel caso emblematico del conflitto tra Israele-Hamas e del
futuro della Striscia di Gaza, comprendere la centralità dell’informazione
diventa un’urgenza democratica.
La
sfida, dunque, non è solo normativa o tecnica, ma profondamente politica. Si
tratta di immaginare una nuova forma di sovranità capace di tutelare la libertà
del pensiero in un’epoca in cui l’autonomia cognitiva è divenuta un campo di
battaglia.
Come scrive Mahalla, la tecnopolitica non è il
destino, ma lo spazio in cui si gioca una delle partite cruciali del nostro
tempo, ci invita a non sottovalutare il potere delle parole, dei messaggi e
delle immagini quella tra dominio e autonomia, tra manipolazione e libertà.
È in
questi territori che si gioca la partita più decisiva del nostro tempo, quella
tra controllo e libertà, tra manipolazione e pensiero critico.
INCHIESTA
SULL’IDEOLOGIA
DEL
TRANSUMANESIMO
di
Moreno Pasquinelli.
Sollevazione.it
– (19 dicembre 2025) – Cultura – Moreno Pasquinelli – Redazione – ci dice:
“E’
ora di domandarsi se un corpo da bipedi respiranti con una visione binoculare e
un cervello da 1400cc sia una forma biologica adeguata”. (Manfred E. Cline, Nathan S. Kline).
“Il
salto tecnologico basato sull’interazione tra genetica, nanotecnologie e
robotica, consentirà già dal 2030 individui ibridi che trascenderanno le nostre
radici biologiche”. (Ray Kurzweil).
“Tutto
questo richiede che la vita subisca un ultimo aggiornamento a Vita 3.0, che può
progettare non solo il proprio software ma anche il proprio hardware. In altre
parole, Vita 3.0 è padrona del proprio destino, finalmente del tutto libera dai
vincoli dell’evoluzione”. (Max Telemark)
“I
postumani saranno liberi da malattie, dall’invecchiamento, dall’ineluttabilità
della morte”. (Max More).
“Certo
che le macchine possono pensare; noi possiamo pensare e siamo macchine di
carne”. (Marvin
Minsk).
“Gli
umani devono diventare cyborg se vogliono rimanere rilevanti in un futuro
dominato dall’intelligenza artificiale”. (Elon Musk).
“Se
vogliamo vivere in paradiso, dovremo progettarlo da soli. Se vogliamo la vita
eterna, allora dovremo riscrivere il nostro codice genetico pieno di bug e
diventare come un Dio”. (David Pearce).
“Il
futuro è così luminoso che devo indossare occhiali da sole”. (Elon Musk).
IL
FRONTE IDEOLOGICO.
Tra le
peculiari qualità che lo distinguono, l’essere umano è un animale ideologico.
È
attraverso l’ideologia, (che qui usiamo come sinonimo di visione del mondo) che
l’uomo da un senso alla sua vita ed alle sue pene, che placa la sua costitutiva
irrequietezza. In ciò sta un aspetto di
un’essenza incarnata nella sua propria esistenza. Non c’è quindi, tra essenza
ed esistenza, un prima e un dopo, esse sbocciano al mondo storico
congiuntamente.
Per
essere più precisi l’uomo è un animale teleologico; proprio perché impigliato
nella trama del reale oggettivo, egli ha una connaturata spinta alla
trascendenza, ove l’atto del trascendere è slancio verso l’altrove. Trascendere
è quindi porsi uno scopo, un fine che sta per oltre superamento del presente
attuale.
Quando
diciamo che teoria e prassi debbono procedere assieme, stiamo altrimenti
sostenendo che non c’è creazione di senso senza produzione e proposizione di
scopi.
Così
come nessun sistema sociale può durare a lungo senza una convincente ed
egemonica giustificazione ideologica, nessuna rivoluzione sociale può giungere
ad attuazione se dapprima non è avvenuta una rivoluzione nel pensiero; se cioè
non ha preso forma, rispetto a quella dominante una contro-potenza spirituale,
una diversa e convincente visione ideologica del mondo. Può sperare di cambiare
il mondo solo chi possiede una propria visione del mondo. Consideriamo esatta
l’affermazione di Marx.
«Le idee della classe dominante sono
in ogni epoca le idee dominanti; cioè la classe che è la potenza materiale
dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante.
(…) Le idee dominanti non sono altro che l’espressione ideale dei rapporti
materiali dominanti, sono i rapporti materiali dominanti presi come idee: sono
dunque l’espressione dei rapporti che appunto fanno di una classe la classe
dominante e dunque sono le idee del suo dominio»;
Da
questa stessa premessa Marx, indubbiamente influenzato dal clima culturale
positivistico del suo tempo, ricavò il concetto che per sua stessa natura
nessuna ideologia avrebbe valore o validità universalistica, valore e validità
che spetterebbero solo alla scienza.
Quale
che sia lo statuto che si vuole attribuire all’ideologia è necessario
aggiungere che uno dei fattori principali che contraddistinguono un’epoca di
rivoluzione sociale si manifesta quando la “potenza materiale dominante” non
riesce più ad esercitare il ruolo di “potenza spirituale dominante”.
Ma
qual è oggigiorno l’ideologia dominante o, per dirla con Marx, quali sono le
idee che esprimono idealmente i rapporti materiali dominanti “presi come idee”?
Per
rispondere a questa domanda è necessario fare un passo indietro, al periodo
ideologico che, almeno in Occidente, ci stiamo lasciando alle spalle. Esso è
stato segnato dall’egemonia del pensiero postmodernista, ovvero un’ideologia
che si camuffava come anti-ideologica. Il profeta suo malgrado di questa
sciagura, eravamo sul finire degli anni ’70 del secolo scorso, fu Jean-François
Lyotard. Per il nostro la “condizione
postmoderna” sarebbe stata caratterizzata dalla fine di tutte le “grandi
narrazioni” (ideologie) che avevano segnato la storia moderna dell’Occidente,
quella marxista in primis; una scomparsa che avrebbe lasciato campo aperto ad
un’epoca di nichilismo (straccione aggiungiamo) caratterizzata dalla perdita di
senso e di punti di riferimento ideali, dal rifiuto di valori e modelli
universalmente validi, dall’avanzata di un individualismo eudo - monistico ed
effimero, da un immanentismo cieco sprofondato nella presente realtà.
Lyotard
aveva visto giusto solo in parte.
Mentre
deperiranno le “grandi narrazioni” fondate su ideali palingenetici e/o
rivoluzionari, quella di vecchio conio liberale, proprio grazie all’ecosistema
culturale impregnato dal postmodernismo, conoscerà invece un momentaneo revival
nella forma distintiva del neoliberismo globalista. Reaganismo e thatcherismo
daranno forma politica al neoliberismo globalista ma la sua forza ideologica
venne dal suo agghindarsi come concezione universalistica finalmente ritrovata.
La
catastrofica implosione dell’URSS, che trascinò nel baratro del distopico il totalitario
ideale comunista, fece quindi considerare che la vittoria dell’ordine
neoliberale a guida americana fosse irrevocabile, che la storia fosse
addirittura giunta al suo capolinea.
Idea illusoria che sarà definitivamente
spazzata via, assieme ad altri fattori, dalla grande crisi finanziaria ed
economica cosiddetta dei “subprime” esplosa alla fine del 2008 — nel
capitalismo moderno ogni crisi generale viene annunciata da un crollo
finanziario. Un evento spartiacque che contribuì a chiudere il lungo ciclo
precedente, segnato dall’indiscussa egemonia neoliberale in Occidente e
dell’Occidente Collettivo a livello mondiale. L’ultimo ma significativo colpo
di coda del pensiero storico postmodernista fu, terminati conflitti per cause
ideologiche o di classe, la scoperta che “Lo scontro di civiltà dominerà la
politica mondiale. Le linee di faglia tra le civiltà saranno le linee sulle
quali si consumeranno le battaglie del futuro”.
Il
fracasso economico che tramortì l‘Occidente Collettivo produsse diversi effetti
sistemici, politici e culturali. Per lo scopo che qui ci proponiamo dobbiamo
sorvolare su quelli a scala geopolitica, per prenderne in considerazione i due
che qui ci interessano: l’avvento di un ulteriore stadio del sistema economico
capitalistico, e la nuova ideologia politica deputata a giustificare e
legittimare il sistema incombente. All’hardware del sistema nascente, di cui la
digitalizzazione dispiegata è il software, abbiamo dato il nome di Cyber Capitalismo,
mentre il Transumanesimo è la sua la nuova ideologia, ovvero il suo soft power.
Una
nota a margine.
Il capitalismo sembra per sua stessa natura
condannato ad oscillare tra due tendenze opposte e correlate, una lo spinge al
crollo apocalittico, l’altra alla palingenesi. Il capitalismo che come l’Araba
Fenice può rinascere solo grazie al fuoco che lo consuma; esso ha bisogno di
crisi generali per rinnovarsi e riprendere slancio con più energia di prima.
IL
BALZO DI TIGRE.
Cyber Capitalismo
è il nome che abbiamo dato al nuovo stadio del sistema capitalistico.
«La
Quarta Rivoluzione Industriale (digitalizzazione dispiegata, intelligenza
artificiale, internet delle cose) scatena forze potenti destinate a riplasmare
in tempi brevi l’intero sistema sociale. Questi i suoi tratti fondamentali:
Tutte le sfere della vita sono messe a valore
— il profitto, proprio grazie alle nuove tecnologie digitali che consentono di
monitorare, scandagliare e conoscere i movimenti ed i bisogni degli umani,
viene estratto anche da ogni aspetto della loro vita;
in forza della potenza di calcolo degli
algoritmi le aziende possono compiere un’analisi predittiva dei mercati, così
da prevedere e addirittura determinare ex antela domanda, programmando
l’offerta così da ridurre al minimo, sia lo scarto tra input e output, sia il
grado di incertezza dell’investimento — è una forma capitalistica della tanto
vituperata “pianificazione”;
con l’automazione di ultima generazione — Robotico
Processo Automation, machine Learning Technologies, internet of tinga, algoritmi
engineering, high frequency trading, ecc. — avremo due effetti principali:
la
trasformazione degli umani in “robot di carne” per cui non saranno più gli
uomini ad usare macchine intelligenti bensì queste ultime ad usare gli umani;
centinaia di milioni di posti di lavoro
verranno cancellati e intere professioni scompariranno;
prevarranno rapporti sociali di produzione di
tipo neo-feudale ove i salariati saranno come nuovi servi della gleba obbligati
a fornire alle aziende lavoro gratuito nella forma di una tangente sul proprio
reddito — uberizzazione del rapporto di lavoro, avremo la dominanza del modello
di Gig economy, basato sul lavoro a chiamata, occasionale e temporaneo, con la
fine di rapporti di lavoro stabili difesi da garanzie contrattuali;
grazie alla digitalizzazione la sfera
finanziaria conserverà nel Cyber Capitalismo un posto centrale, potrebbe anzi
accrescerlo vista la tendenza all’abolizione del contante, alla eliminazione
del monopolio statale dell’emissione monetaria e alla creazione di cripto
valute private; dietro alla scorza progressista la “Quarta Rivoluzione
Industriale” nasconde una vera e propria controrivoluzione sul piano politico.
Sul
solco tracciato dalle disposizioni repressive succedute all’11 settembre e
grazie all’uso massivo delle tecnologie informatiche, saranno potenziate
infrastrutture senzienti e intrusivi dispositivi d’identificazione biometrica,
per mezzo dei quali gli umani sono spiati, monitorati in ogni loro movimento,
sorvegliati.
Terrore sanitario, vaccinazione di massa,
“green pass” con QR-CODE, sono mezzi propedeutici in vista di questa
trasformazione;
La
neo-confuciana Cina sta un passo avanti sulla via del Leviatano e indica la via
per istituire un compiuto sistema di segregazione sociale o apartheid
disciplinare».
La
micidiale alleanza tra le due forze emerse come vincenti dal caos della
modernità, Cyber Capitalismo e Tecno Scienza, sta sottoponendo l’umanità alla
più devastante distruzione creatrice che si si mai vista, gettandola in una
un’epoca di enormi trasformazioni sociali.
«C’è
sempre stata una “corrispondenza di amorosi sensi” tra il capitale e la
scienza.
L’avanzata
inarrestabile del capitalismo non sarebbe stata possibile se esso non avesse
snaturato la scienza mettendola quindi al suo servizio. Abbiamo così avuto i
grandi balzi in avanti delle rivoluzioni industriali. L’ultima, la “Quarta”,
risulta dall’incontro della cibernetica (la scienza applicata che si prefigge
di realizzare macchine in grado di simulare la mente umana) con le
biotecnologie (le tecniche atte a modificare le attività e le strutture
genetiche e le menti degli esseri viventi).
La Quarta Rivoluzione Industriale funge da
anticamera del Cyber Capitalismo.
Per
velocità, profondità e ampiezza, essa supererà tutte e tre le precedenti messe
assieme.
Si sta
spalancando la porta sull’abisso del Grande Reset:
la definitiva subordinazione dell’organico
all’inorganico, del biologico al sintetico, del naturale all’artificiale. (…)
Sta
avvenendo sotto i nostri occhi un vero e proprio cambio di civiltà che muterà
da cima a fondo modi di vivere, lavorare, amare e pensare; cambio che rischia
di diventare un vero e proprio salto di specie, che minaccia la stessa natura
dell’essere umano, qualificata dal pensiero, dal libero arbitro, dal sentimento
morale, dalla socievolezza, dalla pietas verso chi soffre, dal rifiuto delle
ingiustizie, della tirannia, della menzogna».
La
velocità con cui questa Grande Trasformazione si va compiendo è spiazzante, mai
come ora il pensiero critico ha arrancato per tenergli testa, altrettanta
fatica fa ad indicare come poter scampare e superare la tempesta.
«Posto
che l’avvento del Cyber Capitalismo sarà̀ travagliato, foriero di imprevisti,
di pericoli come pure di scelte felici rivoluzionarie: chi e come quindi potrà̀
fermarlo prima che sia troppo tardi?
Per
rispondere a queste domande occorre premettere due essenziali considerazioni.
In primo luogo nessuna illusione che esso ci consegnerà̀ bell’e pronto il
soggetto antagonista, portatore per sua stessa natura di un sistema
alternativo.
Ciò̀
che vedrà̀ luce saranno forze sociali aurorali, informi, antagoniste solo
potenzialmente, che quindi andranno aiutate a diventare esecutive. In secondo
luogo occorre persuadersi che il Cyber -Capitalismo è sì un fenomeno
sociale-materiale con le sue contraddizioni interne ma, appunto, ideologico; va
quindi combattuto sul piano ideologico per poter costruire e plasmare quella
forza sociale e politica che sola potrà̀ aggredirlo su quello reale-materiale
colpendolo nei suoi punti deboli.
Di
contro ai Padroni Universali e alla loro ideologia Transumanista, opponiamo
un’altra concezione dell’uomo, un’antitetica visione del mondo e della società̀.
La madre di tutte le battaglie va condotta sul
piano ideale, intellettuale e simbolico, senza tralasciare la sfera personale e
spirituale.
Non si
sconfiggono idee sbagliate se non con idee giuste, non si esce dalla gabbia
d’acciaio del Cyber Capitalismo se non afferrando l’arma della verità̀».
LA
NUOVA GRANDE NARRAZIONE.
«In
senso più ampio, il transumano costituisce uno stadio di transizione intermedio
fra l’uomo attuale e una nuova specie oltre l’uomo. E transumanista è chi
sostiene la ricerca in questa direzione appoggiandosi principalmente alle
scoperte scientifiche e alla tecnologia».
Hegel
sosteneva che la storia non è mera successione empirica e insensata di fatti,
che alle loro spalle opera sempre uno Zeitgeist, che ogni epoca avrebbe quindi
un soverchiante e produttore Spirito del tempo. Qual è, semmai si decidesse di
seguire Hegel, l’attuale Zeitgeist? È appunto l’ideologia del Transumanesimo,
non quello delle origini, ma la forma che su quelle lontane radici si è venuto
configurando negli ultimi due decenni. Esso, dopo avere conquistato le menti
dei tecno-miliardari ha colonizzato quelle delle moltitudini. A ben vedere il
Transumanesimo ha compiuto un vero e proprio parricidio; cresciuto nell’habitat
culturale del postmodernismo, raccolta l’eredità nichilista, ha seppellito
l’idea della fine delle grandi narrazioni per presentarsi spavaldo sulla scena
come Nuova e più Grande Narrazione, come un nichilismo positivo — dove il
predicato positivo sta qui solo in senso descrittivo e non valutativo—, un
nichilismo in attuazione che compie a suo modo la profezia di Nietzsche:
«L’uomo
è una corda, annodata tra l’animale e il superuomo, una corda tesa sopra un
abisso. (…) A me sta a cuore il superuomo, per me egli è la prima e l’unica
cosa —e non l’uomo: non il prossimo, non il più povero, non il più sofferente,
non il migliore. Fratelli miei, quel che posso amare nell’uomo è che egli è sia
un passaggio e un tramonto».
L’utopia
allucinante di poter finalmente trasformare l’uomo in superuomo è cifra di
nichilistica volontà di potenza la quale, se realizzata, sarebbe non un mero
superamento dell’umano ma una vera e propria transustanziazione, una negazione
dell’umana humanitas, dove il prefisso “super” sta in verità per “anti”;
espressione di un autodistruttivo spirito faustiano, risultato del patto con
Mefistofele.
Il
Transumanesimo come nuova, grande, contagiosa e maledetta narrazione, che deve
essere combattuto sul piano culturale, simbolico e ideologico, condizione per
costruire e plasmare quella forza intellettuale e politica che dovrà aggredire
il nemico sul piano materiale.
In
questa battaglia saremo forse dei nani ma ci troviamo sulle spalle di giganti
che per primi hanno intravisto il pericolo insito nell’Era della Tecnica,
coloro che, pur segnalando che l’uomo è anche un essere tecnico in quanto da
sempre se è dato strumenti e utensili coi quali ha cambiato sé stesso e il
mondo, ci hanno messo in guardia che la tecnica moderna non è un prolungamento
della ruota, dell’aratro, o del torchio tipografico, ma una sua evoluzione
dirompente, un’arma a doppio taglio, potenzialmente letale — un’arma che da
mezzo è diventata scopo.
Grande
narrazione contagiosa grazie ad un secondo paradosso. Mentre esibisce la fede
nella scienza, considerata forma suprema e indiscutibile di sapere esibisce,
mentre sfoggia la certezza visionaria di una società tecnologica assoluta in
cui saremo tutti super-uomini; esaudisce il suo opposto soprannaturale, una
speranza di tipo religioso. Anzi, a ben vedere il Transumanesimo agisce e porta
allo scoperto mai sopite aspettative millenaristiche ed escatologiche presenti
nel mondo di matrice evangelico-protestante statunitense così come in quello
cattolico —qui nella forma della profezia gioachimita delle tre ere storiche,
di cui la finale dello Spirito Santo, ovvero il Paradiso in terra.
Per
essere precisi l’ideologia transumanista, considerando l’uomo un automa
biologico imperfetto, privo di Libero Arbitrio ed i cui sentimenti morali,
sarebbero mere illusioni essendo il risultato di incoscienti stimoli sensoriali
e neuronali, appare come
«una
forma secolarizzata dell’antropologia pessimista [protestante] che considera
l’essere umano un animale segnato dal male e marchiato dal peccato che può̀
produrre solo una società̀ malvagia — e se ieri per redimersi ci si poteva
affidare soltanto alla Grazia divina, oggi ci si potrà̀ invece “potenziare” e
affidare ai prodigi della Tecno Scienza, all’infallibilità̀ della cosiddetta
“Intelligenza Artificiale”.
Così,
mentre la religione risolveva la tragica sensazione di inadeguatezza e
insignificanza della vita con la promessa trascendente della vita eterna nell’a
di là; il Transumanesimo esibisce la sua propria messianica promessa di
guadagnare, ma nell’ al di qua, l’immortalità̀ grazie ai dispositivi
cibernetici».
Ma
speranze religiose incontrano anche più antiche e sotterranee suggestioni
magico-esoteriche, il sacro si sposa col profano. Max Weber ci ha insegnato che
tutta l’evoluzione storica si spiega come progressivo processo di
razionalizzazione, processo il cui punto d’innesco sarebbe stato:
«quel
gran processo storico-religioso di disincantamento del mondo che (…) rigettò
tutti i i mezzi magici nella ricerca della salvezza considerandoli come
superstizione delittuosa, trovo qui [nel protestantesimo] la sua conclusione».
L’utopismo
tecnologico, con la sua promessa di compiere prodigi meravigliosi, considerata
l’intelligenza artificiale l’oracolo stocastico da infallibili poteri
predittivi, pretende di presentarsi come il punto più estremo del weberiano
processo di razionalizzazione (e matematizzazione) del mondo quando, a ben
vedere, è il suo contrario, è la magia che ritorna sulla scena, l’avvento di un
tecnicismo incantato e mitologico che mentre sembra riportare in auge l’idea di
Gianbattista Vico — che da anti-illuminista non credeva al “progresso e per il
quale la storia sarebbe un ripetersi di cicli, un susseguirsi inevitabile di
corsi e ricorsi —; conferma l’intuizione
di Freud secondo il quale l’essenza delle antiche pratiche magiche stava nella
“fiducia incrollabile nella possibilità di dominare il mondo”.
Quando
dunque è sembrato che la modernità avesse raggiunto il punto in cui non c’era
più niente da disincantare, la coppia Cyber Capitalismo-Transumanesimo è
apparso sulla scena come lo stregone il quale, mascherato da ragione oggettiva,
ha prodotto il re-incantamento del mondo.
Proprio
nel cuore della seconda guerra mondiale, che fu la vera culla della
capitalistica rivoluzione cibernetica (visione e tecnologia che la burocrazia
sovietica invece non volle utilizzare, malgrado grandi scienziati la
concepissero come una maniera per potenziare l’economia collettivista
pianificata), Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, annunciarono che all’apice
della modernità la ragione illuministica fosse diventata irrazionale, con
conseguente eclissi dei fini dell’agire sociale — l’uomo odierno che ha finito
per alienarsi questa facoltà consegnandola ai dispositivi macchinici.
«L’illuminismo,
nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso, ha perseguito da sempre
l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra
interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura».
NON
C’È TRANSUMANESIMO BUONO.
Non
stiamo quindi parlando del Transumanesimo astrattamente, che in effetti è un
vero e proprio ecosistema ed ha una lunga storia. Fu infatti Dante Alighieri,
nel primo Canto del Paradiso, a coniare il neologismo trasumanar; ma ciò che
Dante intendeva era l’esatto contrario di quanto propongono gli attuali
transumanisti: Dante descriveva lo stato estatico di contemplazione spirituale,
la perfetta comunione mistica con Dio (“Trasumanar significar per verbo non si
poria”), ovvero il distacco quasi gnostico dalla sua forma corporea e
materiale. Alcuni apologeti del Transumanesimo pretendono di annoverare tra i
loro precursori l’Umanesimo Italiano ed in particolare Giovanni Pico Della
Mirandola, il quale con la sua Orazione, sulle orme di Platone universalizzò e
radicalizzò la visione dantesca dell’elevazione spirituale dell’uomo. I transumanisti muovono dall’opposta e
rozzamente materialistica premessa che solo il corpo conta, poiché solo il
corpo c’è.
Bisogna
quindi evitare, come fanno alcuni, d’incorrere nell’errore di fare di tutt’erba
un fascio, confondendo le forme embrionali del Transumanesimo con la sua adulta
spaventosa forma. Prendiamo ad esempio la Dichiarazione transumanista del
filosofo svedese Nick Bostrom del marzo 2009. Per quanto si concluda con
l’accettazione di tecniche che migliorino l’uomo si legge:
«Riconosciamo
che l’umanità deve affrontare seri rischi, soprattutto a causa dell’uso
improprio di nuove tecnologie. Esistono possibili scenari realistici che
portano alla perdita della maggior parte, o anche di tutto, ciò che riteniamo
prezioso. Alcuni di questi scenari sono drastici, altri sottili. Sebbene tutti
i progressi sono cambiamenti, non tutti i cambiamenti sono progressi. (…)
Abbiamo bisogno di un nome per questa nuova convinzione. Forse il
transumanesimo servirà: l’uomo rimanendo uomo, ma trascendendosi, realizzerà
nuove possibilità per la sua natura umana».
Come
afferma il sociologo Riccardo Campa si deve distinguere tra due tipi di
Transumanesimo uno debole (web) e un forte (dry); il primo condivide
l’obbiettivo del miglioramento del corpo biologico dell’essere umano quale esso
è, debellando patologie e aumentando la longevità; il secondo punta invece sia
alla modificazione genetica dell’essere umano (come già avvenuto in Cina grazie
alla tecnica di modificazione del Dna del CRISPR/Cas9), sia alla sostituzione
del corpo biologico con quello macchinico grazie all’impianto di un cervello
tecnologico contenente il software connettici (la mappa completa delle connessioni
neurali del cervello) del datore biologico.
È questa variante dura del Transumanesimo, che col tempo e col favore di
plutocrati d’ogni latitudine (anzitutto quelli della tecno-mafia della Silicon
Valley), si è imposta come dominante spazzando via quella debole che gli fece
da apripista.
Questo
sembra essere lo Spirito del Tempo, uno Spirito in preda ad uno stato di
sfrenata euforia futurista e tecno-rivoluzionaria, vero e proprio agente della
hegeliana furia del dileguare. La cieca fiducia nella Tecnica ha fatto saltare,
assieme al discernimento, ogni principio di precauzione; chiunque faccia
appello alla prudenza (vedi la stessa Lettera aperta-denuncia a firma tra gli
altri di Stephen Hawking e lo stesso Nick Bostrom del gennaio 2015) è
ostracizzato, mentre chi osa parlare della minaccia rappresentata dalla
rivoluzione tecnologica in corso è squalificato con lo stigma del tecnofobo e
dell’oscurantista.
L’armata
dei transumanisti non è quindi composta solo da mercenari tecno-spiritati della
Silicon Valley. Insidiose sono certe angeliche truppe ausiliarie che si
spacciamo come paladine dell’Umanesimo — una edizione aggiornata del vecchio
Transumanesimo debole di cui sopra. Parliamo di intellettuali che pur
ammettendo le minacce implicite nella svolta tecnologica e antropologica in
atto, si dicono sicuri che il demone della Tecno Scienza, alla fine, sarà
addomesticato e avremo un “futuro umanisticamente sostenibile”. Abbiamo così
una corrente collaterale di teorici che postulano il cosiddetto “Umanesimo
digitale”, [22] sostenendo che il futuro apparterebbe al Cyber Umanesimo. Anche
in Italia vi sono partigiani di questo punto di vista.
«Così
come l’Umanesimo ci ha guidato durante il Rinascimento, il Cyber Umanesimo può
essere la chiave per superare le sfide etiche e sociali che l’avvento del
digitale sta portando nella nostra società. L’Umanesimo digitale, seppur molto
simile, insieme ad altre filosofie contemporanee, mira a combinare la cultura
umanistica tradizionale con le nuove tecnologie digitali».
Non
solo i cascami post-liberali canticchiano la loro versione di questa soporifera
e consolante ninna nanna. Sulla medesima scia il grosso delle chiese cristiane
occidentali, cattolicesimo incluso. Tecno-ottimista si considera infatti il
noto teologo francescano Paolo Benanti, a suo tempo consigliere di Papa
Bergoglio, per il quale con le tecnologie informatiche “la macchina si umanizza
non meno di quanto l’uomo si macchinati”.
Ma al
peggio non c’è limite.
Tra la
soldataglia transumanista non potevano mancare gli intellettuali della
post-sinistra, per molti dei quali il Cyber Capitalismo sarebbe addirittura
“pregno di comunismo”.
Una delle ragioni di questo atteggiamento dei
tecno-sinistrati risiede non solo nell’infatuazione penitente verso
l’individualismo post-borghese ma pure, come abbiamo avuto modo di
sottolineare, nel cocciuto tenere fede al dogma che effettivamente Marx
estrapolò dalla sua indagine del capitalismo, quello per cui
«Il
vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso… che più il
capitale persegue l’accrescimento illimitato della produzione, più il mezzo, lo
sviluppo incondizionato delle forze produttive sociali viene permanentemente in
conflitto con il fine ristretto, la valorizzazione del capitale».
È il
finalismo illusorio per cui, più poderosi lo sviluppo delle forze produttive e
l’avanzata della scienza e della tecnica, più si sarebbe acuita la
contraddizione tra le forze produttive ed i rapporti borghesi di produzione;
più vicine quindi la fuoriuscita dal capitalismo e l’emancipazione umana. Il
capitalismo come
Precursore
e incubatore di emancipazione socialista. Risulta urticante, agli intellettuali
del post-sinistra, il ricordargli che c’era un altro Marx
«Nello
sviluppo delle forze produttive si presenta uno stadio nel quale vengono fatte
sorgere forze produttive e mezzi di relazione che nelle situazioni esistenti
fanno solo del male, che non sono più forze produttive ma forze distruttive
(macchine e denaro)”; che “Di tutti
gli strumenti di produzione, la più grande forza produttiva è la classe
rivoluzionaria stessa”; e che la
“categoria del progresso è completamente astratta e inconsistente [poiché] si
hanno continui regressi e movimenti circolari. (…) che anche le azioni
splendide e più vantaggiose sembrano rimanere senza splendidi risultati e
sembrano finire in banalità e che tutti i progressi dello spirito sono stati
finora progressi contro l’umanità, la quale è stata cacciata in una situazione
sempre più disumana».
A
sinistra non ci si vuole rendere conto che l’arma sviluppista che il marxismo
volgare aveva a suo tempo impugnata immaginando di rivolgerla contro il
Capitale, se la ritrova puntata alla tempia. È come se il Capitale, esultando,
dicesse agli epigoni di Marx: “Fatemi largo poiché a modo mio sto attuando la
vostra profezia”.
I
tecno-sinistrati amoreggiano col nemico, fedeli al mito del progresso
scientifico si rifiutano di vedere sia il suo carattere di classe, sia il “Letto
di Procuste” sul quale il brigante capitalista, ab inizio, ha adagiato la
scienza, mutilandola in base ai suoi interessi ed ai suoi fini.
Una
delle ragioni per cui la post-sinistra si ostina nel suo ottimismo tecnologico
è la vecchia e puerile bugia che scienza e tecnica siano per loro natura
neutrali.
«Dietro
ad ogni ricerca scientifica e tecnologica ci sono poteri e istituzioni mossi da
finalità̀ determinate, che implicano una visione del mondo e dell’uomo.
Fabbricare uno strumento piuttosto che un altro è esso stesso un atto politico
che nasconde un pregiudizio ideologico, una predisposizione spirituale. La gran
parte delle nuove tecnologie, molto più̀ delle vecchie, altera e modella le
sfere degli interessi e dei bisogni, plasma le cose che vengono pensate,
modifica la co- munità — il luogo dove i pensieri si sviluppano, dove i valori
etico-morali prendono forma e si stabilisce la loro gerarchia. La scienza
moltiplica i nostri mezzi ma nulla ci dice su come dobbiamo agire. Se la
scienza è conoscenza certa, questa può̀ esserci solo grazie all’incontro dei
più diversi saperi. Di qui la centralità̀ della battaglia per affermare i
modelli umanistici di cultura e sapienza, ponendo fine alla tecnicizzazione e
disconnessione delle scienze e delle arti, congiungendo le plurime forme di
sapere che oggi sono tenute separate».
Ammaliati
dai miracoli tecnologici, prigionieri di un’epistemologia scientista e
riduzionista, preferiscono dimenticare quanto Marx affermò osservando la
trionfale marcia della rivoluzione industriale
«In
Inghilterra gli scioperi hanno sollecitato regolarmente l’invenzione e
l’applicazione di nuove macchine. Le macchine erano, lo si può ben dire, l’arma
che usavano i capitalisti per reprimere le ribellioni del lavoro specializzato.
La self-actina mule, la più grande invenzione dell’industria moderna, mise
fuori combattimento i filatori in rivolta».
Se
questa considerazione era valida nel 1846 lo è alla decima potenza nel 2025.
Non c’è modificazione tecnologica applicata nel campo industriale che non sia
pensata per valorizzare al massimo il capitale, che non venga quindi attuata a
danno dei lavoratori salariati, che non solo sono sfruttati come prima ma sono
più alienati, demotivati e asserviti di prima. Più avanza la Tecnica, più i
lavoratori, già esecutori all’ordine di macchine, divengono macchine essi
stessi comandati da remoto, protesi biologiche dell’intelligenza artificiale.
In cambio di un minor dispendio di forza fisica il lavoratore deve consegnare
al capitale tutto sé stesso, la sua mente, agendo come essere inanimato. Un
processo di alienazione che a causa della diffusione incontenibile delle nuove
tecnologie digitali è oramai universale. Non v’è infatti alcun dubbio che
esista un rapporto causa-effetto tra l’uso morboso dei congegni elettronici e
l’insorgenza nella moltitudine di stati confusionali di rimbambimento cognitivo
ed emotivo, con vere e proprie patologie psichiatriche di massa. Un drammatico
processo di sub-umanizzazione.
A MÒ
DI CONCLUSIONE.
Ogni
marcia comincia da un primo passo, quello nostro, davanti alla follia di un
mondo che precipita nell’abisso postumano è un gesto non meno folle, quello
d’immaginare che sia ancora possibile salvarlo con una rivoluzione. Non c’è
rivoluzione che non sia preceduta da una autentica “riforma morale e
intellettuale”, essa chiama in causa ognuno che abbia coscienza del pericolo
che incombe sull’umanità, che diventerà̀ il finale campo di battaglia tra
opposte e antiche forze dove la posta in palio sarà la sua anima. Due opposti
eserciti si scontreranno nella battaglia finale, quelli dell’Umanesimo e dell’ANTI
Umanesimo, di cui il Transumanesimo è
metastasi.
«L’Umanesimo
ha radici profonde e difende l’idea per cui non esistono solo le leggi della
necessità, esiste il campo delle possibilità̀, ciò che lascia spazio alla
umana libertà. (…) Ogni civiltà̀, a cominciare da quella occidentale, ha avuto
il suo proprio Umanesimo. Di quello che a noi occidentali è stato lasciato in
eredità accogliamo la ricchezza spirituale, la sua visione emancipata
dell’essere umano considerandolo non una monade individualistica ma Persona, entità̀
strutturalmente comunitaria. Respingiamo invece, dell’umanesimo occidentale i
suoi tratti di astrattismo impolitico disarmato, con il suo dogmatismo
moralistico, spesso sfociato in ingenuo e irenico utopismo. Tranne che in rari
casi esso non ha infatti saputo oltrepassare la forma di umanitarismo, di
anelito culturale e spirituale, inchiodato sulla croce della coerenza morale
tra fine e mezzi. Il fine non giustifica a priori qualsiasi mezzo, giustifica
tuttavia quelli che si rivelano, nella concreta situazione, necessari per
superare gli ostacoli che si oppongono alla libertà e all’emancipazione dell’umanità̀.
C’è quindi bisogno di un Umanesimo combattente, c’è bisogno di vivificare e
irrobustire l’Umanesimo fecondandolo con gli insegnamenti del Realismo
Politico. Sulle radici di quello vecchio c’è bisogno di un Nuovo Umanesimo».
Scriveva
Günter Anders davanti alla minaccia rappresentata dall’era della tecnica:
«poiché
oggi ciò che conta è più di tutto conservare il mondo, qualunque esso sia. Solo
dopo si potrà vedere se è possibile migliorarlo. C’è quella famosa espressione
di Marx: “I filosofi hanno solo interpretato il mondo, ora si tratta di
cambiarlo”. Ma questo non è più sufficiente, oggi non basta cambiare il mondo,
oggi bisogna prima di tutto conservarlo. Dopo lo cambieremo, molto, addirittura
con la rivoluzione. Ma prima dobbiamo essere conservatori nel vero senso della
parola, in un senso che nessuno che si definisce conservatore confesserebbe
mai».
Raccogliamo
la sua esortazione, essere umanisti oggi significa essere rivoluzionari
conservatori.
Un
Umanesimo che non è un punto di arrivo ma di Ri-partenza, una trincea,
l’arrocco che sempre precede la fase dell’attacco.
CINA:
SULLA FATWA DI
MORENO
PASQUINELLI
di
Carlo Formenti.
Sollevazione.it
– (18 agosto 2026) – Capitalismo – Carlo Formenti - Redazione – ci dice:
Dove
va la Cina? CONTRO I COSIDDETTI FILO-CINESI.
Il
breve saggio di Moreno Pasquinelli LENIN A PECHINO: UNA CRITICA ALLE POSIZIONI
DI FORMENTI E GIACCHÈ, dopo quello di Emiliano Gioia, tra i diversi giudizi, ha
suscitato una pronta quanto frettolosa risposta dell’amico Carlo Formenti, che
d’appresso volentieri pubblichiamo.
L’amico
Visalli mi segnala un lungo articolo di Moreno Pasquinelli apparso sul blog
SOLLEVAZIONE (mi era sfuggito perché ho smesso di leggere gran parte dei siti
della sinistra radicale, visto che è raro trovarvi significativi spunti di
riflessione).
Si
tratta di un piccolo pamphlet contro le analisi che il sottoscritto e Vladimiro
Giacché hanno pubblicato sull’esperimento cinese di costruzione del socialismo.
Non vi
ho trovato niente di particolarmente nuovo rispetto ad analoghe posizioni
espresse, fra gli altri, da Ernesto Scerpanti, al quale mi ero limitato a
dedicare poche battute in un post precedente. In quell’occasione osservavo
ironicamente che, se si prendessero per buoni gli argomenti che trozkisti,
bordighesi, neo e post autonomi e neo maoisti utilizzano per criticare il
cosiddetto “socialismo reale” in tutte le sue varianti, se ne dovrebbe dedurre
che, in tutta la storia mondiale, non è mai esistito, non esiste né esisterà
mai un sistema socialista.
Come
si vedrà, ciò vale anche per Pasquinelli, il quale rientra a pieno titolo
nell’elenco delle sette sopra elencate. Dal momento che lo considero un amico,
non mi limiterò a reiterare la battuta in questione ma gli dedicherò una breve
replica (nella quale non terrò conto della parte in cui se la prende con
Giacché il quale, se ne avrà tempo e voglia, risponderà a sua volta).
Evito
di svolgere un’analisi linguistica del testo, anche se sarebbe divertente, dal
momento che abbonda di sostantivi come corifei (perché non mosche cocchiere?)
filo-cinesi (la fonetica dei nomi cinesi impedisce di coniare qualcosa di
simile a putiniani), mitologie, falsificazioni nonché aggettivi quali assurdo,
grottesco, paradossale, ecc. Insomma: un lessico che evoca certe polemiche
d’antan, quando ci si accapigliava fra compagni di sezione, gruppuscoli in
competizione, ecc. Del resto erano anni in cui si cercava di rinverdire la
tradizione degli insulti incrociati fra le diverse correnti del marxismo
occidentale (quando contavano ancora qualcosa).
Ma
veniamo al sodo. Inizio dalla parte più gustosa, cioè quella in cui Pasquinelli
ci spiega quale sarebbe, secondo lui, il “metodo” di Marx. Il pensiero del Moro
aveva forse qualcosa a che fare con la dialettica hegeliana? Per carità, si
indigna Pasquinelli, il quale odia Hegel (forse è per questo che gli sta sul
gozzo Giacché, uno dei massimi esperti italiani del pensiero del grande
filosofo e, più in generale, il concetto di contraddizione. “Nessuna hegeliana
sottigliezza falsifica, sentenzia, il principio aristotelico di non
contraddizione”. Ergo: il maestro di Marx è Aristotele e ciò spiega perché,
l’analisi “marxista” della natura della società cinese del nostro ha la forma
del sillogismo: se la produzione di merci è la forma economico sociale dominante
(premessa maggiore) e se esiste il plusvalore, e quindi esistono sfruttamento e
alienazione (premessa minore), allora in Cina non c’è il socialismo ma il
capitalismo (conclusione).
Più
avanti valuteremo l’inconsistenza delle due premesse e “quindi”, per fare il
verso al nostro neo aristotelico, ne dedurremo la falsità della conclusione.
Per ora andiamo avanti con la sua lezione di metodo. Formenti, pontifica, è un
empirista perché la sua verità si fonda sull’accertamento dei fatti, dei dati,
dei fenomeni e non su una loro “visione teorica ex ante” che sola ne può
illuminare il senso.
Indubbiamente
Pasquinelli non perde tempo ad analizzare fatti, dati e fenomeni (che infatti
nel suo testo sono drammaticamente assenti): lui non avrebbe mai sprecato, come
fece Marx, giorni e giorni a studiare archivi e altri documenti storici, prima
di abbozzare una teoria sulle origini del capitalismo e della classe operaia in
Inghilterra, perché, al contrario di Marx (del quale cita a sproposito,
decontestualizzandolo, il detto sul “metodo di salire dall’astratto al
concreto” avrebbe già avuto in testa la propria “visione teorica ex ante”, vale
a dire un’illuminazione mistica che gli si sarebbe accesa in testa calando dal
mondo iperuranio delle idee (e qui siamo a Platone e ai mistici religiosi
piuttosto che ad Aristotele).
Il
punto è che, per Pasquinelli, la teoria non si fonda su principi e criteri è
fatta di principi e criteri (cioè è fede in un insieme di dogmi rivelati e non
applicazione dei principi per analizzare la realtà concreta e la sua evoluzione
storica). Del resto anche l’evoluzione e la storia gli stanno sul gozzo.
Infatti, allorché cerca di definire in concreto che cosa sono il socialismo e
la pianificazione socialista, ripete i modelli che Marx ed Engels hanno
schizzato nella “Critica al Programma di Gotha” e nell’ “Anti Durning”:
produzione e scambio di beni come valori d’uso e superamento dell’economia
monetaria fondata sul feticcio del denaro. Per Pasquinelli un secolo e mezzo di
tentativi di realizzazione del socialismo è come se non esistessero, o meglio:
sono aborti dovuti alla natura “arretrata” dei Paesi in cui sono stati
effettuati (e qui si rivela un pessimo trozkista, visto che Trotzki fu autore
di una feroce contestazione della definizione della Russia del 1917 come Paese
“arretrato”).
Facciamo
un passo indietro. Mi rimprovera di avere elencato fenomeni senza sottoporli ad
alcun filtro teorico. È chiaro che non ha letto il libro cui presumo si
riferisca o, se lo ha letto, non ha letto, visto che non ne fa cenno, nessuno
dei maestri teorici che ne ispirano le tesi: Giovanni Arrighi (autore del più
importante saggio5 di analisi economica della storia e della società cinesi);
Alberto Gabriele (cui accenna en passant); Domenico Losardo (idem: lo cita
brevemente solo per dire che marxismo occidentale e marxismo orientalesono
“categorie” – nella mia ingenuità credevo si trattasse di fenomeni storici –
inconsistenti; Costanzo Preve (non pervenuto, laddove gli avrebbe insegnato
qualcosa sul fatto che in Marx esistono diversi “regimi narrativi”; Lukacs e
Braudel.
A
proposito di quest’ultimo: Pasquinelli cita Braudel evocandone il noto modello
“a tre strati” (vita quotidiana, mercato, capitalismo) e commette così un
clamoroso autogol: infatti è proprio la trilogia braudeliana su civiltà
materiale, economia e capitalismo10 a smontare l’equazione produzione di merci
= capitalismo, laddove afferma, come ribadisce Arrighi sulle sue tracce, che si
possono aggiungere tutte le relazioni di mercato che si vogliono a un sistema,
ma se la classe capitalistica non detiene il potere politico non si può parlare
di capitalismo.
E qui
casca, due volte, l’asino. La prima volta perché, a proposito di Lenin,
Pasquinelli deve ingoiare quanto scriveva Lenin a proposito del capitalismo di
Stato e della sua funzione insostituibile per la transizione al socialismo.
Brutta botta, al punto che gli tocca commettere un peccato di lesa maestà
dicendo che “anche Lenin si impigliò in definizioni ambigue”. Peggio (seconda
volta) perché gli tocca riconoscere di fatto che fra il Lenin di Stato e
rivoluzione e il Lenin della NEP c’è una distanza abissale.
Il
leader bolscevico si era rincoglionito? No, semplicemente i marxisti, se sono
tali e non ripetitori di formulette preconfezionate, cambiano idea con
l’evolversi della situazione storica, perché applicano il metodo dell’analisi
concreta della situazione concreta. Del resto lo stesso Marx ne è un esempio:
vedi la lettera del 1858, in cui valuta l’ipotesi che il colonialismo avrebbe
consentito al capitalismo occidentale di evitare la rivoluzione coltivando e
addomesticando un’aristocrazia operaia (tema che torna nella questione del
rapporto fra proletari inglesi e irlandesi); vedi la critica al recensore russo
del Capitale, nella quale nega di avere voluto costruire una teoria generale
dell’evoluzione storica valida per tutti i popoli; vedi infine l’ipotesi di un
possibile ruolo rivoluzionario delle comunità contadine russe, lontana mille
miglia “dall’idiotismo contadino” che aveva irriso nel Manifesto del 1848 ecc.
ecc.
A
irritare Pasquinelli, ancor più dell’ambiguità e dei cambiamenti di idea di
Lenin, sono le tesi di chi, come il sottoscritto, sostiene, rilanciando quanto
scritto da Arrighi e Braudel (vedi sopra), che finché il potere politico non è
nelle mani della classe capitalistica non si può parlare di capitalismo.
Quest’affermazione, strilla, è “una forma assurda e grottesca di autonomia
della politica”, è una indebita sopravvalutazione del ruolo della
sovrastruttura statuale e ideologica. Ci risiamo! Dopo che Lukasz e Gramsci
(che non a caso il nostro ignora) hanno spiegato anche ai più duri di
comprendonio che l’ideologia (per tacere dello Stato!) sono potenze materiali
che interagiscono in profondità (e modificano) la base economica ci tocca
ancora sorbire simili banalità…
A
proposito del fastidio che l’amico Moreno prova nei confronti delle tendenze
“eretiche” dell’ultimo Lenin rispetto alla definizione dogmatica di socialismo
coniata dai padri fondatori nell’800, gli consiglio vivamente di leggersi
l’ultimo libro di Canfora Comunismo un’altra storia12 che spiega molto bene
come la Rivoluzione del 1917 e Lenin segnino una rottura di paradigma rispetto
alle teorie dei “classici” (i termini stessi di socialismo e comunismo assumono
significati diversi dopo quella irreversibile rottura). I veri eretici non erano il
“rinnegato” Kautsky e la II Internazionale, che incarnavano la visione
“evoluzionista” dell’ultimo Engels, bensì Lenin e i bolscevichi, che rompevano
con la tradizione del marxismo occidentale. Ma non nutro eccessive speranze sull’influenza
che una simile lettura avrebbe sul nostro, nemico giurato com’è della storia e
degli “storicismi”.
Prima
di concludere con gli spropositi di Moreno sul capitalismo cinese, apro un
inciso sul concetto di modo di produzione e sul contributo di Alberto Gabriele
(cui Pasquinelli accenna di sfuggita, lanciandogli una fatwa per violazione del
principio di non contraddizione). Gabriele (e il sottoscritto, Giacché ed
altri) sostiene – orrore! – che la categoria di modo di produzione è
un’astrazione che non rende conto della realtà concreta di tutte le formazioni
sociali esistenti. Esistono formazioni sociali che possono essere definite
capitalistiche a pieno titolo come gli USA e i Paesi europei, ed esistono
formazioni sociali “miste” in cui coesistono diversi modi di produzione (pre-
capitalisti, capitalisti e in transizione verso il socialismo) che hanno fra loro
rapporti conflittuali. E qui va sciolto un equivoco che – mi spiace dirlo –
Pasquinelli alimenta in assoluta mala fede laddove mi attribuisce la tesi
secondo cui la Cina sarebbe già un Paese socialista e non in transizione verso
il socialismo (Gabriele usa il neologismo “socialistico” per connotare simili
realtà).
Nei
miei testi ripeto a più riprese che ritengo che la Cina è un Paese in cui
convivono diversi modi di produzione, in cui permane la lotta di classe e nel
quale è in atto un processo di transizione di lungo periodo che potrà avere
esiti diversi a seconda di chi vincerà. Ciò è esplicitamente riconosciuto da
diversi autori cinesi (per inciso: Pasquinelli non ne cita neanche uno – il che
è bizzarro visto che gli toccherebbe misurarsi con gli intellettuali che
considera avversari – preferendo mettere in bibliografia mezze calzette
italiche piuttosto che pezzi da novanta come Zhang Bong, Quijo Liang e Cheng Enfi.
Mi
avvio alla conclusione citando tre delle tante domande alle quali risponde per
dimostrare che la Cina è capitalista. Valgono in Cina le leggi del valore e le
leggi di mercato? Sì, risponde, quindi la Cina è capitalista. Ho già contestato
in precedenza quel “quindi” a partire dalle tesi di Braudel e Arrighi per cui
non sto a ripetermi. Esiste plusvalore e chi se ne appropria? Sì,
quindi…Risposta che ignora il contributo di Paul Baran e Paul Sweezy14 sul
capitalismo monopolistico e sul surplus come fondamento di tutte le formazioni
sociali siano esse precapitalistiche, capitalistiche o socialiste: per
riprodursi ogni società deve produrre più di quel che consuma e, a definirne la
natura è casomai il modo in cui quel surplus viene ridistribuito (ma Pasquinelli
ignora i fatti e i dati che certificano che in Cina la distribuzione non
funziona come nei Paesi capitalisti, anche se non è ancora attuato il principio
da ciascuno secondo il suo lavoro a ciascuno secondo i suoi bisogni).
Esistono in Cina forme di democrazia dal basso
alternative alla democrazia borghese? No, quindi. Ma il no in questione è
disinformato (come tutto l’articolo di Pasquinelli).
Certo,
in Cina non ci sono i soviet – che, per inciso, furono il prodotto di una
concreta fase storica russa e non della Rivoluzione d’Ottobre15 – ma esistono
molte e diverse forme di partecipazione popolare alle decisioni politiche ed
economiche: comitati di villaggio, di quartiere e d’impresa, cooperative di
produzione ecc.
Vengo
a concludere. Per Pasquinelli in Cina non solo c’è il capitalismo, nato sulle
rovine della Grande Rivoluzione Culturale
ma si tratta della forma più vivace e performativa del capitalismo
contemporaneo. In attesa di un suo esauriente trattato sulle forme e sulle
leggi di funzionamento di questa nuova, straordinaria formazione sociale la
quale, dato che, almeno finora, si è rivelata esente dalle crisi catastrofiche
del capitalismo classico, sembra destinata a durare in eterno, mi tocca
replicare la battuta che avevo fatto su Scerpanti: per questi signori il
socialismo non è mai esistito, non esiste e non esisterà mai. Io, che sono
buono, penso che si tratti di una idiozia. Un autore come Gabriel Rockville,
che ho conosciuto qualche settimana fa al Festival pisano di Ottolina TV,
essendo molto più cattivo di me, pensa che quasi tutti i “marxisti” critici
radicali del “socialismo reale” siano stati, siano e saranno anticomunisti al
servizio del “vecchio” imperialismo occidentale.
Conoscendo
la buona fede di Pasquinelli lo assolvo da tale accusa, ma Rockville porta
tante e tali prove (i fatti che non piacciono a Moreno) sulla mala fede di
quasi tutti gli altri, che lo invito caldamente a smarcarsi da questa pessima
compagnia.
(Socialismo
del XXI secolo, 15 agosto 2026).
Macchine
ed Ecologia.
Indiscreto.org
– (30/05/2025) – Edizioni Pananti – Magazine inattuale – Gaston Bogart – Yuki
Uhi – Redazione – ci dice:
È solo
l’apparenza che ci inganna: i termini “macchina” ed “ecologia” non sono affatto
incompatibili.
In questo saggio, l’ecologia incontra la
cibernetica, la filosofia orientale sfida la modernità occidentale e la tecnica
diventa terreno politico.
Certo
potrà volerci ancora molto tempo per capire che l’“organismo” e ciò che è
“organico” rappresentano il “trionfo” meccanicistico-tecnico della modernità su
ciò che cresce e sulla “natura”. (Martin Heidegger).
Ci
manca la resistenza al presente. La creazione di concetti fa appello di per sé
a una forma futura, invoca una nuova terra e un popolo che non esiste ancora.
L’europeizzazione non costituisce un divenire del capitalismo ma soltanto la
sua storia, che impedisce il divenire dei popoli assoggettati.
(Deleuze
e Guattari).
Il
fiume è la località che governa il soggiornare dell’uomo sulla Terra, che
determina l’appartenenza di ciascuno, il dove ci si sente a casa propria. Il
fiume è l’essenza del luogo in cui il divenire-di-casa trova il suo punto
d’arrivo e il suo punto di partenza consiste nel migrare. – (Martin Heidegger).
In
questo testo intendo indagare la relazione tra le macchine e l’ecologia e le
questioni filosofiche e storiche racchiuse in questi due termini apparentemente
incompatibili.
Prima
di tutto, voglio problematizzare i due termini ambigui “macchina” ed
“ecologia”, e preparare il campo per una operazione di decostruzione e de- romanticizzare
alcune idee relative alla tecno-ecologia, con l’obiettivo di proporre una
ecologia politica delle macchine che girerà intorno a ciò che definisco tecno diversità.
Questa
ricerca sulla tecno diversità si basa su un’analisi sistematica ed è parte
integrante della trattazione sulla cosmo-tecnica presentata nel mio libro Cosmo-tecnica.
La
questione della tecnologia in Cina (2016).
Essa si oppone a certe tradizioni della
filosofia, dell’antropologia e della storia della tecnologia, sostenendo che,
invece di dare per scontata una concezione antropologicamente universalizzante
della “tecnica”, si dovrebbe concepire una molteplicità di tecniche,
caratterizzate da dinamiche differenti tra il cosmico, il morale e il tecnico.
Si
tende convenzionalmente a pensare che macchine ed ecologia siano in opposizione
l’una all’altra, perché le macchine sono artificiali e meccaniche, mentre
l’ecologia è naturale e organica. Questo si può definire un dualismo critico
(anziché una critica del dualismo) perché la sua modalità critica è basata
sulla creazione di binarismi che non riesce a superare, come la coscienza
infelice. Questa opposizione è il risultato di alcuni stereotipi riguardanti lo
status delle macchine. Ancora oggi, quando si parla di macchine, si tende a
pensare a dispositivi meccanicistici basati sulla causalità lineare, come
l’Anatra digeritrice dell’inventore e meccanico Jacques Vacuano, o Il Turco di
Wolfgang von Kempen, progettati nel XVIII secolo.
Parlando
di ecologia, si tende invece a concepire la natura come un sistema
autoregolante, che fornisce tutto e riassorbe tutto.
Oltre il superamento del dualismo.
Le
sopracitate nozioni di macchina e di ecologia indeboliscono sia la storia della
tecnologia, che la storia della filosofia, e trascurano inoltre la realtà
tecnica che condiziona la legittimità di tale critica. Una critica che si basa
su dualismi non è in grado di comprendere sé stessa storicamente e
criticamente. La visione meccanicista delle macchine era già stata superata e
resa obsoleta dalla cibernetica nella metà del XX secolo; al suo posto, abbiamo
assistito all’emergere di un meccano-organicismo. Oggi la cibernetica è il
modus operandi su cui si basano le macchine, a partire dagli smartphone per
arrivare alla robotica e ai veicoli spaziali. L’avvento della cibernetica è
stato uno degli eventi più importanti del XX secolo. A differenza della meccanica,
basata sulla linearità causale (A-B-C), questa si basa sulla circolarità
causale (A-B-C-A), divenendo riflessiva, ossia in grado di determinarsi in
forma di struttura ricorsiva. Con ricorsività ci riferiamo qui a un movimento
riflessivo non lineare, che si muove progressivamente verso il suo telos, sia
esso predefinito o auto-postulato. La cibernetica fa parte di un più ampio
paradigma scientifico, l’organicismo, che si è originato dalla critica contro
la concezione di meccanicismo come strumento di comprensione ontologica
fondamentale. L’organicismo – che nasce dal pensiero matematico – va distinto
dal vitalismo che dipende spesso da una “forza vitale” misteriosa (separata,
immateriale) per spiegare l’esistenza degli esseri viventi. La cibernetica, in
quanto una delle forme dell’organicismo, mobilita due concetti fondamentali,
feedback e informazione, per analizzare il comportamento di tutti gli esseri,
animati (viventi) e inanimati (non viventi), e di natura e società. Nel primo
capitolo di La cibernetica: Controllo e comunicazione nell’animale e nella
macchina (1948) Norbert Wiener, fondatore della cibernetica, richiama
l’opposizione tra tempo newtoniano e bergsoniano. Il moto newtoniano è
meccanicistico e simmetrico rispetto al tempo, quindi reversibile, mentre il
tempo bergsoniano è organico, biologico, creativo e irreversibile. È solo nel
1824, anno dell’elaborazione della Seconda legge della termodinamica da parte
del fisico francese Sadi Carnot (quasi un secolo dopo la morte di Newton
avvenuta nel 1727), che ci si rende conto dell’esistenza della “freccia del
tempo” e del fatto che la cosiddetta entropia di un sistema aumenta con il
tempo, ed è irreversibile. Già nel suo primo libro Saggio sui dati immediati
della coscienza (1889) Bergson aveva sferrato un attacco feroce nei confronti
del modo in cui il tempo era stato concepito dalla scienza e dalla filosofia
occidentali. Il tempo qui viene inteso in termini di spazio, per esempio in
termini di intervalli che possono essere rappresentati nello spazio. Secondo
Bergson, il tempo così inteso è in verità un tempo senza tempo. È inoltre
omogeneo, come gli intervalli di tempo di un orologio. Il tempo biologico (o
“durata”) invece, secondo Bergson, non può essere davvero compreso come
estensione ordinata in termini spaziali, ma contiene piuttosto eterogeneità o
molteplicità qualitativa nelle forme organiche. Il tempo si configura in ogni
istante come forza singolare, come il fiume di Eraclito; non si ripete come
nell’orologio meccanico. La causalità meccanica, o lineare, non esiste quindi
in una durata corretta. Il tempo “biologico” di Bergson fornisce una modalità
nuova per comprendere la coscienza e l’esperienza dell’essere umano.
Wiener
suggerì che tale opposizione fosse già stata superata dalla scoperta della
meccanica statistica in fisica. Se consideriamo per esempio un contenitore di
particelle, con la meccanica statistica è possibile far comunicare lo stato
macroscopico e gli stati microscopici, e quindi controllare il comportamento
del sistema. In altre parole, la cibernetica tenta di eliminare il dualismo, e
di creare una connessione tra differenti ordini di grandezza, macro e micro,
mente e corpo. Come afferma al riguardo Hans Jonas nel suo libro “Phenomeno of
Life”, si tratta di «Un superamento del dualismo che il materialismo classico
aveva lasciato in eredità di default: per la prima volta dal periodo
aristotelico avremmo una dottrina unificata, o almeno uno schema concettuale
unificato, per la rappresentazione della realtà». In Del modo di esistenza
degli oggetti tecnici (1958) Gilbert Rimondo fa un’affermazione affine
considerando il pensiero riflessivo della cibernetica (caratterizzato da
feedback e informazione) come fondamentale per la risoluzione del dualismo
intrinseco nella cultura: tradizionale e moderna, rurale e urbana, modalità
principali (persona adulta) e secondarie (bambino) di educazione tecnologica,
ecc. In Recursivi and Contingency (2019) ho incluso il feedback in una
categoria più generale: la ricorsività.
Questa nozione designa in generale
un’operazione non lineare che ritorna costantemente su sé stessa per conoscersi
e determinarsi. Ci sono diverse modalità di ricorsività; tutte condividono il
superamento del dualismo. L’informazione misura il grado di organizzazione,
mentre il feedback è una causalità ricorsiva o circolare che consente
l’autoregolazione. Quando allungo il braccio per afferrare una bottiglia
d’acqua, per esempio, si verificano numerosi processi di feedback che mi
permettono di regolare l’attenzione dei miei occhi e i muscoli delle mie
braccia fino a raggiungere la destinazione, il telo. È per questo che alla fine
del capitolo Wiener può affermare che:
«L’automa
moderno esiste quindi nello stesso tipo di tempo bergsoniano dell’organismo
vivente, e di conseguenza non vi è alcuna ragione nelle considerazioni
bergsoniane per cui le modalità di funzionamento essenziali dell’organismo
vivente non debbano essere uguali a quelle dell’automa di questo tipo. […] In
effetti, l’intera controversia meccanicismo-vitalismo è stata relegata nel
limbo dei problemi mal posti».
Se
l’affermazione di Wiener sia del tutto giustificata o meno, andrà stabilito in
prospettiva storica. A partire dalla cibernetica di Wiener resta però
importante per noi riflettere su che cosa sta succedendo oggi per quanto
riguarda la relazione tra macchina e organismo, umano e ambiente, tecnologia e
natura. L’audace affermazione di Wiener suggerisce una rivalutazione radicale
dei valori umanisti che mettono l’organico e l’inorganico in opposizione e
rivela inoltre l’inefficacia della critica umanistica. Diversamente da ciò che,
per esempio, André Leroi-Gourhan e Bernard Steiger potrebbero chiamare
“inorganico organizzato”, l’attenzione di Wiener non era rivolta all’ibrido
uomo-macchina o uomo-strumento, ma piuttosto alla possibilità di assimilare sia
l’organico che l’inorganico attraverso le macchine cibernetiche. Tutte le macchine
moderne sono macchine cibernetiche: la causalità circolare è il loro principio
di funzionamento. In questo senso, una macchina cibernetica non è più meramente
meccanicistica, ma assimila determinati comportamenti degli organismi. È
importante tenere a mente che somiglianza non significa equivalenza, ed è
proprio questo fraintendimento che domina la politica contemporanea riguardo
alle macchine.
L’ecologia
è un concetto parimenti carico di ambiguità. Essa nasce come tentativo di
comprendere la relazione tra l’essere vivente e il suo ambiente – ne sono
esempi le riflessioni di Ernst Haeckel nel XIX secolo e successivamente di
Jakob von Uexküll all’inizio del XX secolo – ma dobbiamo tenere presente che
questo discorso, per quanto importante, resta insufficiente per comprendere la
complessità propria delle società umane.
Jakob
von Uexküll ha ampliato il concetto di ecologia di Haeckel per dimostrare che
l’ambiente non è solo ciò che seleziona in base alla sua fisicità (in questo
senso Haeckel resta un darwiniano), ma anche ciò che viene selezionato e
interiorizzato dall’essere vivente. Il primo tipo di selezione si può chiamare
adattamento, intendendo che l’essere vivente deve adattarsi all’ambiente in
base alle risorse a disposizione e alle condizioni fisiche; il secondo tipo di
selezione si può chiamare adozione, poiché l’essere vivente, per la sua
sopravvivenza, deve selezionare e costruire contesti a partire da ciò che ha a
disposizione. La zecca, un aracnide privo di occhi, rimane immobile in
posizione su un albero e si attiva solo quando rileva l’odore dell’acido butirrico
(sudore), il movimento del vento e il calore: segnali dell’avvicinarsi di un
mammifero. A quel punto, si lascia cadere per attaccarsi al corpo dell’animale,
raggiungere la pelle e succhiarne il sangue. Questo processo di selezione delle
informazioni segue una logica semiotica, basata sulla sua architettura (Bau
plan), sui sensi e sul sistema nervoso centrale dell’animale, elementi che
definiscono il suo ambiente (Un west) ,Gli esseri umani però non sono zecche,
essi inventano strumenti e modificano l’ambiente. Sono esseri dotati non solo
della capacità di adattarsi all’ambiente circostante, ma anche di modificarlo e
adottarlo attivamente attraverso mezzi tecnici. In questi processi di
adattamento e adozione, osserviamo una reciprocità tra esseri umani e ambiente,
che possiamo definire come la loro organicità, ovvero il fatto che non si
limitano a scambiare informazioni, energia e materia, ma costituiscono anche
una comunità. Una comunità umana è molto più della somma degli attori umani che
la costituiscono; comprende anche l’ambiente e gli altri esseri non umani.
L’azione
degli esseri umani sull’ambiente definisce un processo di umanizzazione, il
divenire evolutivo e storico dell’essere umano e la sua politica. Non abbiamo
le competenze per descrivere questo processo, ma potremmo concepire la civiltà
umana in quanto relazione implicita e complice tra l’umano e l’ambiente, che dà
vita a ciò che, secondo la storiografia di Augustin Serque da Platone in poi,
viene definito “mesologia”. Ma, per venire rapidamente al punto, spezziamo il
ragionamento utilizzando un’affermazione di Marshall McLuhan. In un’intervista
del 1974 egli afferma:
«Lo
Sputnik ha creato un nuovo ambiente per il pianeta. Per la prima volta, il
mondo naturale è stato interamente racchiuso in un contenitore artificiale. Nel
momento in cui la Terra è entrata in questo nuovo artefatto, la Natura è finita
ed è nata l’Ecologia. Il pensiero “ecologico” è diventato ineluttabile non
appena il pianeta ha acquisito lo status di opera d’arte».
Questa
affermazione di McLuhan merita un’analisi più approfondita. L’evento del 1957,
ossia il lancio dello Sputnik da parte dell’Unione Sovietica, rappresenta la
prima occasione per gli esseri umani di riflettere sulla Terra da un punto di
vista esterno e, per questo, la Terra è ora principalmente vista come un
artefatto grazie alla tecnologia spaziale. In Vita attiva. La condizione umana,
Hannah Arendt descrive il lancio dello Sputnik come un evento «che non era
inferiore per importanza a nessun altro, nemmeno alla scissione dell’atomo»
poiché, suggerisce, in linea con quanto affermato da Konstantin Tsiolkovsky,
che «l’umanità non rimarrà per sempre legata alla terra» [8]. Questa
liberazione dalla Terra porta l’umanità a confrontarsi direttamente con l’universo
infinito e prepara il terreno per il nichilismo cosmico. In questo momento la
natura è finita e nasce l’ecologia. Contrariamente al significato attribuito da
Ernst Haeckel al termine “ecologia” verso la fine del XIX secolo, intendendo la
totalità delle relazioni tra essere umano e ambiente [9], così come alla
definizione di von Uexküll, che lo vede come il processo di selezione
dall’Umgebung (ambiente fisico) all’Un west (la “interpretazione” del mondo da
parte dell’essere vivente), per McLuhan “ecologia” non è più un concetto
biologico. Per lui la Terra è un sistema cibernetico monitorato e governato
dalle macchine che stanno su di essa e nello spazio esterno. Assistiamo in
sostanza alla scomparsa della Terra, poiché essa viene continuamente assorbita
in un piano di immanenza costruito dal pensiero ricorsivo della cibernetica.
L’ibridismo
tra ambiente naturale e macchine costituisce un sistema gigantesco, ed è in questo spazio
concettuale che la natura è finita e l’ecologia è iniziata. Il termine
“ecologia”, oltre al suo utilizzo strettamente connesso con la biologia ], non
è un concetto di natura, ma piuttosto un concetto di cibernetica. Questo è
ancora più evidente se pensiamo alla “Ipotesi Gaia” coniata da James Lovelock
per descrivere il sistema ecologico della Terra: «un sistema cibernetico» con
tendenze omeostatiche rilevate da anomalie chimiche nell’atmosfera terrestre.
Il
divenire tecnologico della geo-filosofia.
Oggi
più che mai ci troviamo in un’epoca cibernetica, poiché la cibernetica non era
una disciplina parallela ad altre come la filosofia e la psicologia, ma mirava
a essere una disciplina universale, capace di unire tutte le altre; potremmo
quindi definirla un pensiero universale par eccellente. In quanto pensiero
riflessivo universale, la cibernetica ha assunto il ruolo che in passato era
sempre stato svolto dalla filosofia. Questa sostituzione non rappresenta un
rifiuto della filosofia, ma piuttosto, usando le parole di Martin Heidegger, il
compimento o la fine della filosofia (la parola tedesca “Ende” indica sia
compimento che fine). Cosa significa questa fine? Che la filosofia occidentale
non ha più un ruolo nell’epoca tecnologica, che trova in essa il destino del
suo compimento? O significa che la filosofia, per sopravvivere, dovrà
reinventarsi, ossia diventare una filosofia post-europea (oppure
post-metafisica, post-ontologica, se si vuole), e questo vale anche per
l’Europa stessa? Non voglio scoperchiare un vaso di Pandora, desidero
semplicemente sottolineare che il pensiero cibernetico, come presunto pensiero
universale ed ecologico, sublima, o almeno ha l’intenzione di sublimare, i
tradizionali dualismi metafisici di ontologia ed epistemologia, ed è in questo
senso che invoca una nuova condizione del filosofare, e quindi una nuova
indagine sulla questione ecologica.
Postuliamo
che: forse non è più il dualismo la fonte del pericolo nella nostra epoca, ma
piuttosto una potenza totalizzante non dualistica presente nella tecnologia
moderna, che ironicamente risuona con l’ideologia anti-dualista (per esempio,
il rifiuto di qualsiasi paragone tra Oriente e Occidente). Ironico, perché
l’ideologia anti-dualista continua a ritenere che il pericolo principale sia il
dualismo, senza rendersi conto che questa dualità non è più alla base della
scienza e della tecnologia moderne. In altre parole, senza aver esaminato
questa relazione intima tra filosofia e tecnologia, sarà difficile, se non
impossibile, sviluppare un pensiero filosofico contemporaneo rispetto alla
nostra situazione.
Poniamo
ora il nostro scetticismo in primo piano e proseguiamo nella riflessione: la
cibernetica sarà la soluzione ai problemi ecologici che affrontiamo oggi? Il
modello organismico che è al centro della cibernetica sarà in grado di superare
l’ombra che la modernità europea ha proiettato su di noi per secoli? Se i primi
moderni ci forniscono una visione meccanicistica del mondo attraverso la
geometrizzazione (Kepler, Galileo, Newton, Cartesio, ecc.) e la scienza
sperimentale (Bacon e Boyle), oggi, con la cibernetica come realizzazione e
concretizzazione del pensiero organismico che ha cominciato a culminare alla
fine del XVIII secolo, possiamo dichiarare la fine della modernità con la
cibernetica? Non troviamo già in essa, e nella sua versione planetaria, l’ipotesi
Gaia, una logica generale che si fonda sul riconoscimento della relazione tra
l’essere vivente e il suo ambiente e ciò che il filosofo e orientalista
Augustin Serque ha evidenziato in molti suoi scritti?
«Andare
oltre l’alternativa moderna significa riconoscere che il momento strutturale
della nostra esistenza – la nostra medianità – fa sì che ciascuno di noi è
diviso: “metà” (in latino, medietas, da cui medianità, mediane) il nostro corpo
animale individuale e, allo stesso tempo, per l’altra “metà” questo sistema
eco-tecno-simbolico che è il nostro ambiente di vita» .
Serque
ha tentato di proporre un modo di pensare non binario che ha trovato nel
pensiero giapponese o orientale in generale, opponendolo al pensiero moderno di
cui il dualismo cartesiano è massima espressione. Tuttavia, non affrettiamoci
per trovare una risposta, perché il rischio è quello di cadere vittime del
dualismo della critica di cui abbiamo parlato sopra. Consideriamo invece la
citazione di Heidegger posta all’inizio di questo articolo riguardo alla
relazione tra organismo e tecnologia: Heidegger ha osservato come questo
divenire organico, o divenire ecologico, non è altro che il trionfo
meccanicistico-tecnologico della modernità sulla natura. Questa affermazione va
analizzata al di là dell’impressione di cinismo che potrebbe suscitare a una
prima lettura. La critica di Heidegger alla cibernetica merita la nostra
riflessione, in quanto non si tratta di una celebrazione del superamento del
dualismo, ma piuttosto di un richiamo alla prudenza (paronesi) e di un
avvertimento per evitare illusioni e analisi fallaci. A prima vista si potrebbe
affermare che la cibernetica abbia attuato una critica anti-dualistica della
modernità. Vorrei suggerire, o meglio affermare provocatoriamente, che con
l’ascesa della cibernetica e del suo modello organismico, potremmo aver bisogno
di una nuova agenda per la mesologia. È necessario riconsiderare la relazione
tra tecnologia e ambiente. Invece di vedere la tecnologia come risultato della
determinazione da parte dell’ambiente geografico, o come se l’ambiente naturale
venisse distrutto dalla tecnologia, è necessario osservare come il complesso
tecnologia-ambiente costituisca la propria genesi e autonomia, e come tale
genesi possa essere riconsiderata o risituata in una realtà cosmica propria
dell’ambiente o feudo (風土), nel senso proposto dal filosofo
giapponese Testura Watussi. Ci arriveremo verso la conclusione dell’articolo.
Per
brevità – varrà la pena di operare un’analisi molto più dettagliata in futuro –
tale complesso tecnologico-ambientale potrebbe essere compreso in due sensi che
sembrano diversi ma rimangono intimamente legati. Il primo senso è coerente con
ciò che il paleoantropologo André Leroi-Gourhan definisce “ambiente tecnico” .
Si tratta di ciò che agisce come una membrana tra l’ambiente interno, concepito
come una “tradizione mentale” instabile e dinamica, e l’ambiente esterno,
costituito dal clima, dalle risorse naturali e dalle influenze di altri gruppi
tribali.
Leroi-Gourhan
utilizza la cellula come metafora organica per spiegare la relazione tra questi
tre termini e la permeabilità e resistenza rispetto alle tendenze tecniche.
L’ambiente tecnico nasce dalle differenze irriducibili tra l’ambiente interno e
quello esterno.
Esso
funge contemporaneamente da filtro e diffusore, consentendo a ciò che proviene
dall’esterno di trasformarsi per preservare la coerenza dell’ambiente interno.
In altre parole, l’ambiente interno e quello esterno stabiliscono una relazione
reciproca, mediata dall’ambiente tecnico.
Il
secondo senso riguarda invece un ambiente tecno-geografico, secondo il termine
coniato da Gilbert Simenon. Esso implica letteralmente che l’ambiente
geografico, incluse le risorse naturali, non è più semplicemente un oggetto di
sfruttamento, ma è piuttosto integrato nel funzionamento dell’oggetto tecnico.
In Del modo di esistenza degli oggetti tecnici, Simenon ci fornisce il famoso
esempio della turbina Gambale, che integra con successo il fiume come forza
motrice (di un motore avvolto da olio ad alta pressione) e come agente di
raffreddamento. In questo caso, la funzionalità del fiume è moltiplicata, esso
diventa un organo appartenente agli oggetti tecnici. Il fiume è anche ciò che Simenon
chiama un “ambiente associato”, che fornisce un meccanismo di feedback per
stabilizzare e regolare il sistema dinamico: più forte è la corrente, più
velocemente si muove la turbina. Teoricamente, viene prodotto più calore, che
potrebbe danneggiare il motore, mentre, dato che la corrente è anche veloce, il
calore può essere veicolato più efficacemente. Il fiume e la turbina formano
così un complesso tecno-ambientale. Sia Leroi-Gourhan che Simenon furono
influenzati dalla metafora dell’organismo nella loro concettualizzazione
dell’ambiente tecnico e dell’ambiente associato. Questa aspirazione a un
modello organismico o olistico rappresentò un movimento intellettuale
significativo del loro tempo. Il ruolo dell’ambiente tecnico in Leroi-Gourhan
come membrana tra l’ambiente interno ed esterno era simile a ciò che Simenon
chiama “ambiente associato”, con la differenza che Leroi-Gourhan cerca ancora
di distinguere la dimensione tecnica da quella culturale (interno) e da quella
naturale (esterno), mentre nello schema di Simenon tali distinzioni sono già
scomparse. Simenon lo chiama anche ambiente tecno-geografico (questa è anche la
ragione per cui Simenon fu in grado di concepire un piano concettuale per
superare l’antinomia tra cultura e natura, natura e tecnologia, cultura e
tecnologia). L’interpretazione di Simenon del significato della turbina Gambale
e la nozione di ambiente associato furono fortemente influenzate dalla
cibernetica di Wiener; e la logica riflessiva nella cibernetica sembra, per Simenon,
aver sostituito la filosofia; possiamo quindi a questo punto comprendere la
dichiarazione di Heidegger secondo cui la cibernetica segna la fine della
filosofia. Il fiume di Simenon si trova in una relazione peculiare con ciò che
Heidegger afferma in La questione della tecnica riguardo alla centrale
idroelettrica sul fiume Reno, dove il fiume diventa una mera riserva statica,
da sfruttare e mettere in gioco continuamente dalla tecnologia moderna. La
relazione è peculiare perché, a prima vista, la formulazione di Simenon del
fiume come ambiente tecno-geografico esprime un ottimismo, mentre la
descrizione di Heidegger del fiume Reno come riserva statica è, sebbene non
necessariamente pessimistica, una critica contro la “tecnicizzazione” della psi;
tuttavia, entrambi si riferiscono alla stessa fine della filosofia, ma con due
atteggiamenti differenti.
L’enfasi
di Simenon nei confronti del motore Gambale, non riguarda semplicemente lo
sfruttamento del fiume, ma dimostra anche una reciprocità tra il tecnologico e
il naturale, o quella che lo stesso Simenon chiama “co-naturalità”. La
struttura reciproca e comunitaria dimostrata dal motore Gambale è solo un caso
del pensiero cibernetico a cui Simenon aspira per superare il dualismo o la sua
forma più violenta, l’antinomia tra cultura e tecnologia, natura e tecnologia.
Dopo la cibernetica, in particolare con la nozione di “accoppiamento
strutturale” proposta dai biologi Hubertus Maturana e Francisco Varela, la
funzionalità tecnica del fiume descritta da Simenon sembra essere presente come
modello generico del complesso tecno-geografico. L’ambiente non è solo ciò che
viene modificato dalla tecnologia, ma è anche sempre più costituito dalla
tecnologia stessa. Il pensiero ecologico non riguarda semplicemente la
protezione della natura, ma è fondamentalmente un pensiero politico basato
sugli ambienti e sui territori. La crescente capacità della tecnologia di
partecipare alla modulazione dell’ambiente ci costringe a sviluppare una geo filosofia.
Questo non è affatto una scoperta nuova, tuttavia, è essenziale analizzare
questa traiettoria storica per comprendere la posta in gioco nello sviluppo
tecnologico di oggi:
La
relazione tra l’essere umano e l’ambiente si complica nel corso del tempo e la
semiotica che definisce la percezione e l’interpretazione deve essere
costantemente aggiornata secondo l’evoluzione degli oggetti tecnici nel senso
di Simenon. La continuità e la discontinuità dalla rilevazione sensoriale
biologica, alla visualizzazione di segni e simboli, e all’invenzione dei
sensori elettronici che gradualmente coprono oggi le aree urbane e rurali
implica una traiettoria tecnologica che definisce e ridefinisce costantemente
l’umano e la natura, un processo che Peter Sloterdijk potrebbe definire come la
domesticazione degli esseri umani.
La
tecnologia utilizzata per la domesticazione del bestiame è fondamentalmente una
modulazione della relazione tra il bestiame e il suo ambiente; in altre parole,
gli esseri umani intervengono sull’ambiente controllandone la fertilità e
sterilità al fine di modulare il comportamento del bestiame su larga scala. Le
comunità umane mantengono una parvenza di autonomia attraverso l’invenzione di
leggi, costumi e sistemi simbolici che definiscono tabù e trasgressioni. Questi
costituiscono le norme sociali e, di conseguenza, anche il loro opposto, le
inadattabilità sociali, centrali nell’analisi di Michel Foucault.
La
tecnologia della domesticazione del bestiame è andata gradualmente coincidendo
con l’auto-domesticazione dell’essere umano, che può essere compresa nei
termini di ciò che Foucault chiama “governa mentalità”. L’intervento degli
esseri umani nell’ambiente costituisce un tipo specifico di governa mentalità
che Foucault definisce “ambientalista”. All’origine di questo pensiero
ambientale, vediamo che, cito Foucault, «la popolazione sarà l’oggetto di cui
il governo dovrà tenere conto nelle sue osservazioni e nel suo sapere per poter
governare in maniera razionale e consapevole».
Il
controllo della popolazione rappresenta un tipo di governabilità su larga scala
che riguarda le masse di esseri umani; pertanto, la sua tecnica può essere
implementata solo tramite la mediazione di leggi e regolamenti che trattano
ogni soggetto come un essere uguale e particolare. Le invenzioni tecnologiche
del XX secolo integrano questa modalità molare di controllo con una modalità
molecolare, nel senso che ogni essere umano è trattato come un individuo, che
differisce dagli altri individui. Tale individuo è definito dalla relazione tra
l’individuo e il suo ambiente, costantemente catturata e capitalizzata sotto
forma di dati. Questa forma di governabilità è diventata dominante durante la
pandemia di coronavirus.
La
generalizzazione degli algoritmi ricorsivi e la loro implementazione nei
computer digitali concretizzano il pensiero cibernetico e le sue applicazioni
in quasi tutti i domini sociali, economici e politici. Il capitale si sposta da
un modello meccanicistico accuratamente osservato da Marx a un modello
organismico realizzato da macchine informative dotate di complessi algoritmi
ricorsivi. I dati sono la fonte dell’informazione, ciò che permette ai modelli
ricorsivi di essere pervasivi ed efficaci. L’urbanismo digitale in via di
sviluppo, che sarà il tema centrale dell’economia digitale, è alimentato dal
funzionamento ricorsivo dei dati. I dati, secondo la loro etimologia latina,
sono qualcosa che è già dato, come i dati sensoriali che determinano la caduta
della zecca o il colore rosso della mela davanti a me; a partire dalla metà del
ventesimo secolo, i dati hanno acquisito un nuovo significato, ossia
l’informazione computazionale, che non è più “data” dall’esterno, ma piuttosto
prodotta e modulata dagli esseri umani. In questo senso, possiamo vedere che la
nozione di “società di controllo” descritta da Gilles Deleuze va ben oltre il
discorso comune di una società di sorveglianza, ma definisce piuttosto una
società la cui governabilità è basata sull’auto-postulazione e
sull’auto-regolazione di sistemi automatici. Questi sistemi variano in base
alla scala: può trattarsi di una grande multinazionale come Google, una città
come Londra, uno stato nazione come la Cina e anche l’intero pianeta.
Un’ecologia
delle macchine
Vorremmo
tornare alla domanda già sollevata in precedenza: la cibernetica e la sua
prosecuzione nel XXI secolo attraverso la teoria dei sistemi di Niklas Luhmann
e altri sono già una risposta alla critica dell’industrialismo, che ha
ereditato la tendenza dualistica del pensiero moderno iniziale, come indicato
da Ludwig von Bertalanffy nel suo Teoria generale dei sistemi del 1936:
«La
concezione meccanicista del mondo, nel porre come realtà ultima il gioco delle
particelle fisiche, trovava la propria espressione in una forma di civiltà che
inneggiava a quella tecnologia fisica la quale, alla fine, ha portato alle
catastrofi del nostro tempo. Forse un modello di mondo inteso come una grande
organizzazione può esserci d’aiuto nel rafforzare il senso di rispetto
reverenziale nei confronti del vivente, senso che abbiamo quasi completamente
perduto durante gli ultimi e sanguinosi decenni della storia umana».
Con il
divenire riflessivo delle macchine cibernetiche, è possibile superare la
modernità e, quindi, le epistemologie in cui essa consiste? Oppure, il modello
generico suggerito dalla cibernetica per superare il dualismo resta comunque
all’interno del paradigma della modernità, come suggeriva Heidegger negli anni
’30? Cosa significa rimanere ancora nel paradigma della modernità? Significa,
suggerisco, che essa compromette la necessità di località e diversità, perché
insiste su un’episteme universale e sul concetto di progresso.
Sebbene
sia vero che le macchine stanno diventando organismiche, è nel processo
permanente di “divenire”, come ha osservato Simenon, che, per quanto concreto
possa sembrare un oggetto tecnico, esse conservano sempre reminiscenze di
schemi astratti, mentre un essere vivente è sempre già completamente concreto.
È nella parallasse tra il “non essere completamente concreto” e l’illusione di
poter sostituire la natura con la tecnologia digitale informatica che troviamo
una questione politica; nel primo caso si tratta di una critica umanista, nel
secondo transumanista. La risposta di Heidegger non è né umanista né
transumanista, ma piuttosto, secondo la nostra interpretazione, locale.
L’essere è, per Heidegger, una nozione specifica di località che egli chiama “terra
della sera” [Bendando]; peraltro, dal punto di vista linguistico, il concetto
di essere non ha una corrispondenza nella lingua e nel pensiero cinese .
Troviamo esempio di questa concezione di località nella sua lettura dell’inno
di Hölderlin Der Ister, in cui il fiume viene concepito sia come località
[Ortschaft] che come migrazione (o viaggio) [Wanderschaft] [20]. Il fiume, che
rappresenta l’ambiente esterno per Leroi-Gourhan e l’ambiente associato per
Simondon, è la località che, per definizione, resta stazionaria, ed è il
migrare che si muove in avanti. Questo movimento apparentemente
contraddittorio, avanti e indietro, costituisce la storicità dell’ “Esser-ci”
(Da-sein). Il destino della località non è tuttavia ancora chiaro nell’epoca
tecnologica, e da queste ambiguità emergono politiche reazionarie. Questo
perché la questione della verità dell’Essere può avere luogo solo nel pericolo
portato dalla frenesia umana per il gigantesco, sotto forma di un evento di
appropriazione avviato da uno “sgomento del pudore” (Schrecken der Scheu) [21].
Ma bisogna forse attendere che questa escatologia si verifichi, oppure
percorrere altre strade che non seguano la storia del pensiero occidentale,
affinché l’universale possa essere contestato? La questione dell’Essere che Heidegger esplora ci riporta alla questione della
località e della storicità. Affermare che con l’invenzione della tecnologia di
rete si verifichi una compressione di tempo e spazio ci impedisce talvolta di
vedere ciò che è sempre stato, e non solo. E in effetti, uno dei principali
fallimenti del XX secolo è la mancata capacità di articolare la relazione tra
località e tecnologia, e la dipendenza da un pensiero ecologico quasi
standardizzato, intriso di umanesimo europeo. La tecnologia è diventata una
provocazione che si traduce o in una politica reazionaria, basata su un
dualismo tra tradizione e modernità, oppure in un fanatismo di accelerazione
che crede che i problemi che abbiamo e che abbiamo ereditato saranno infine
risolti dal progresso tecnologico, sia esso la geoingegneria per riparare il
nostro pianeta o la sovversione del capitalismo attraverso l’accelerazione
verso la piena automazione. Da una prospettiva economica e tecnocratica,
prendere in considerazione la località ha scarso rilievo, se non per la sua
importanza in termini di disponibilità di risorse naturali. L’avanzamento della
tecnologia di rete accelererà la compressione spaziale e quindi non conterà più
discutere di quella che potrebbe essere chiamata “geografici”, poiché tutti gli
scambi avverranno alla velocità della luce. Questa non conoscenza dell’ambiente
è anche un’ignoranza della località; fallisce nell’instaurare una relazione
intima e complice tra la Terra vista da una prospettiva radicata sul territorio
e la tecnologia globalizzante.
È
necessario aggiungere anche i motivi per cui la cibernetica non è ancora
sufficiente come soluzione non dualistica prima di arrivare alla comprensione
della località. La logica della cibernetica resta formale; pertanto,
sottovaluta l’ambiente riducendolo a mera funzionalità basata sul feedback, in
modo da poterlo integrare nell’operazione dell’oggetto tecnico. In questo
senso, l’ambiente è esposto come un oggetto scientifico e tecnologico, mentre
la sua posizione all’interno della genesi della tecnicità viene ignorata.
Questo è anche il motivo per cui, fino alla terza parte di Del modo di
esistenza degli oggetti tecnici, Simenon dichiara che l’analisi dell’evoluzione
degli oggetti tecnici e l’analisi della relazione tra l’umano e la tecnica non
sono sufficienti per comprendere la tecnicità, e che è necessario situare la
concretizzazione tecnica all’interno della genesi della tecnicità, il che
significa collegare il pensiero tecnologico ad altri pensieri. Il progetto
incompiuto di Simenon (dal punto di vista della cosmo- tecnica) suggerisce di
concepire una genesi che inizia con una fase magica dalla quale scaturiscono
progressive biforcazioni: inizialmente verso la tecnica e la religione, e
successivamente, in una seconda fase, ciascuna di queste si suddivide nella sua
parte teorica e pratica. Simenon intende lo sviluppo tecnologico come
intrecciato con il pensiero religioso, il pensiero estetico e il pensiero
filosofico che oscilla tra l’esigenza della tecnologia di divergere e la
necessità del pensiero di convergere. La tecnicità si riferisce qui alla
specificità cosmo-geografica della tecnologia e al modo in cui tale
particolarità abbia contribuito a plasmare la mentalità tecnologica, che
include la comprensione della tecnologia, una sensibilità verso la materia, la
forma e le altre modalità di esistenza, nonché la relazione tra arte e spirito,
e così via. È anche per questo motivo che il progetto di Simenon deve essere
ulteriormente sviluppato, esaminando la specificità cosmologica delle culture.
Testura
Watussi, per esempio, ha cercato di evidenziare quasi un secolo fa come
l’ambiente influenzi il modo di vedere e dipingere. La parola giapponese feudo
deriva dai due caratteri cinesi per vento (風) e terra (土). Watussi classifica tre tipi di feudo, ossia monsonico, desertico e di
prateria. Per dare brevi esempi delle osservazioni di Watussi, egli ritiene
che, poiché l’Asia è fortemente influenzata dai monsoni, la relativa scarsità
di cambiamenti stagionali crea una personalità tranquilla. In particolare, nel
sud-est asiatico, dove il clima è costantemente caldo, la natura offre una
grande abbondanza di cibo, rendendo superfluo un lavoro eccessivo per la
sopravvivenza o la preoccupazione della quotidianità. Si sostiene analogamente
che la scarsità di risorse naturali nei deserti del Medio Oriente favorisca la
solidarietà tra i popoli, in modo che il popolo ebraico, pur vivendo in
diaspora, rimanga coeso; mentre nelle terre di prateria d’Europa, i cambiamenti
stagionali chiari e regolari riflettono la costanza delle leggi naturali,
innescando così l’idea di dominare la natura attraverso la scienza.
Questa
specificità cosmologica dà origine a tecniche diverse; per esempio, in Grecia
la pienezza del sole e del cielo limpido dà priorità alla forma, mentre il feudo oscuro in
Asia ha dato origine allo stile della nebbiosità nella pittura a La
cosmo-geografia costituisce una dimensione importante della località. Il
pensiero cibernetico rimane un pensiero di totalizzazione, poiché mira ad
assorbire l’altro in sé, come la logica hegeliana, che vede la polarità non
come opposizione, ma come una motivazione verso una sintesi dell’identità. È
anche per questo che il cibernetico ed hegeliano Gotthard Günther considera la
cibernetica fondamentalmente come la realizzazione operativa (tecnica) della
logica riflessiva hegeliana, cioè della logica dialettica.
La complessità della logica cibernetica
conduce infine a una totalità assoluta. Considerando ciò, e senza poter
ripercorrere in questa sede l’interpretazione di Günther riguardo al ruolo
della logica riflessiva hegeliana nella cibernetica, possiamo probabilmente
formulare la nostra affermazione nel seguente modo: pensare oltre la
cibernetica significa superare l’effetto totalizzante di un pensiero non
dualista. In altre parole, come reintrodurre la questione della località nel
discorso sulle macchine e sull’ecologia di oggi? E come questa reintroduzione
della località arricchisce il discorso sulle macchine?
Non
stiamo opponendo macchine ed ecologia come se le prime fossero forze che
violentano Madre Natura e infrangono l’armonia tra essere umano e natura,
un’immagine che è stata associata alla tecnologia almeno dalla fine del XVIII
secolo. Piuttosto, dobbiamo spingerci verso un’ecologia delle macchine. Non
stiamo nemmeno seguendo l’ipotesi Gaia, secondo la quale la Terra è un unico
superorganismo o una collettività di organismi, come teorizzato da James
Lovelock e Lynn Margulis. Vorrei proporre piuttosto una riflessione per una
ecologia delle macchine. Per introdurla, dovremo prima di tutto ripensare il
concetto di ecologia. Il fondamento dell’ecologia è la diversità, poiché è solo
con la biodiversità (o multi specificità, che comprende tutte le forme di
organismi, comprese quelle batteriche) che il sistema ecologico può essere
concepito. Per discutere dell’ecologia delle macchine, avremo bisogno di una
nozione diversa parallela alla biodiversità, che chiamiamo tecno- diversità. La
biodiversità è il correlato della tecno diversità, poiché senza tecno-diversità
assisteremo solo alla scomparsa delle specie a causa di una razionalità
omogenea. Prendiamo l’esempio dei pesticidi, che sono progettati per uccidere
una certa specie di insetti indipendentemente dalla loro posizione geografica,
proprio perché si basano su analisi chimiche e biologiche. Sappiamo che l’uso
dello stesso pesticida può portare a conseguenze disastrose se utilizzato in
ambienti differenti. Prima dell’invenzione dei pesticidi, venivano utilizzate tecniche
alternative per combattere gli insetti che minacciavano i raccolti, impiegando
per esempio risorse naturali locali; esisteva in sostanza una tecno-diversità
prima che i pesticidi venissero adottati come soluzione universale. Il
pesticida sembra essere più efficace nel breve termine, ma oggi è ampiamente
riconosciuto che ci siamo concentrati esclusivamente su ciò che è immediato,
ignorando le implicazioni per il futuro remoto. Possiamo dire che la tecno-diversità
è fondamentalmente una questione di località. Località non significa
necessariamente etnocentrismo, nazionalismo o fascismo, ma è piuttosto ciò che
ci obbliga a ripensare il processo di modernizzazione e globalizzazione e ci
consente di riflettere sulla possibilità di riposizionare le tecnologie moderne.
La località è anche la chiave per concepire una molteplicità di cosmo tecniche.
Con “località” non ci riferiamo a una politica identitaria, ma piuttosto alla
capacità di riflettere sul divenire tecnologico del locale, non per rifugiarsi
nel tradizionalismo di una forma o di un’altra, ma affinché le molteplici
località possano inventare il proprio pensiero tecnologico e il proprio futuro
– una sorta di immunologia, o meglio, di immunologie che devono ancora essere
scritte.
Quali
sono le “località” dei paesi non europei come Giappone, Cina e Brasile oggi? La
lunga riflessione di Heidegger sulla relazione tra tecnologia e filosofia
occidentale è centrata sull’Occidente. Dobbiamo prendere il termine
“orientamento” in un senso letterale, cioè come Erörterung, ovvero come un
processo di identificazione riguardo a dove ci si trova e a ciò che si è
destinati a diventare. In questo senso, Heidegger è anche un pensatore della
geopolitica. Riprendere il progetto di Heidegger, ma anche superarlo oggi,
significa estendere la sua riflessione oltre l’Europa. Vorrei formulare questa
sfida come una domanda speculativa: possiamo identificare il pensiero
tecnologico delle culture non europee nello stesso modo in cui si riconosce un feudo
diverso? Possono questi pensieri tecnologici contribuire all’immaginazione di
futuri tecnologici, che ora sono purtroppo dominati dall’ideologia
transumanista? Tendo a credere che sia possibile e necessario riscoprire
tecnologie diverse, ciò che chiamo cosmo- tecnica. Non mi riferisco
semplicemente a vari modi di fare le cose, come diverse tecniche di lavorazione
a maglia o tintura. Ho fornito una definizione preliminare in Cosmo-tecnica. La
questione della tecnologia in Cina come l’unificazione della dimensione morale
e cosmica attraverso le attività tecniche. Il termine “unificazione” dovrà
essere ulteriormente sviluppato, ma per lo scopo di questo testo, la cosmo-tecnica
dovrebbe essere intesa come una Urtichino, capace di sfidare la nostra attuale
comprensione della tecnologia e, di conseguenza, anche quella del suo futuro.
Questa specificità cosmologica deve essere ripensata oltre la fisica astrale,
oltre la concettualizzazione dell’universo come un sistema termodinamico;
riapre anche la questione della morale oltre le regole etiche che vengono
aggiunte successivamente come vincoli alle nuove tecnologie. Le attività
tecniche unificano l’ordine morale e l’ordine cosmico, e con unificazione
intendo processi reciproci che si rafforzano costantemente l’un l’altro per
acquisire nuovi significati. È per questo che volevo reinterpretare ciò che
André Leroi-Gourhan chiama la tendenza tecnica e i fatti tecnici . La tendenza
tecnica è ciò che sembra essere universale, come le leggi della natura. Ad
esempio, l’utilizzo della selce per produrre il fuoco e l’invenzione delle
ruote per il trasporto si possono trovare in quasi tutte le civiltà (raramente
vediamo ruote triangolari, se non nella finzione). I fatti tecnici sono le
caratteristiche particolari che variano da una civiltà all’altra; nel processo
di diffusione, la tecnologia è stata filtrata e modificata in base a vincoli
intrinseci all’ambiente interno. Per Leroi-Gourhan, i fatti tecnici sono
determinati da numerosi fattori, ma in gran parte da vincoli materiali, mentre
io tendo a pensare che le differenze nei fatti tecnici implicano cosmologie
differenti e i loro vincoli morali, che comprendono ben più della semplice estetica
funzionale.
Vorrei
concludere riprendendo la domanda del biochimico e sinologo Joseph Needham,
cioè, perché la scienza e la tecnologia moderne non si sono sviluppate in Cina
e in India, ma solo in Europa? Gli storici che cercano di rispondere a questa
domanda tendono a condurre studi comparativi sui progressi della tecnologia in
Europa e in Cina come se l’essenza della tecnologia riguardasse solo
l’efficienza e le causalità meccaniche: per esempio, la produzione della carta
nel secondo secolo in Cina era più avanzata che in Europa. Tuttavia, questa
linea di indagine, mi sembra, tradisce la stessa posizione di Needham. Questo
perché Needham stava effettivamente suggerendo che esistevano due traiettorie
tecnologiche differenti in Cina e in Europa, che erano meno vincolate da cause
materiali che dai loro diversi modi di pensare e forme di vita. In altre
parole, rispondere alla domanda di Needham non significa dimostrare chi è più
avanzato dell’altro, ma piuttosto speculare sui differenti sistemi di pensiero
tecnologico. È per questo che Cosmo-tecnica voleva essere una risposta a
Needham, proseguendo e ampliando implicitamente la sua tesi.
Il
turbinio tecnologico a partire dal XIX secolo ci ha presentato una convergenza
che a volte sembra inevitabile, mentre allo stesso tempo appare problematica e
necessaria da frammentare a favore di altre forme di convergenza. L’indagine
sulla relazione tra macchina ed ecologia non riguarda tanto come progettare
macchine più intelligenti, ma richiede innanzitutto una scoperta della
diversità cosmo-tecnica, mentre tale diversità deve essere pensata tornando
alla questione della località, riformulando quindi il concetto di tecniche
collocandolo all’interno dell’ambiente geografico, culturale e del pensiero. Il
compito che spetta a tutti noi è lo sforzo di riscoprire queste cosmo-tecniche
per riformulare le tecnologie moderne, ossia, ristrutturando la struttura (Gastel).
Solo attraverso tale riformulazione possiamo immaginare una «una nuova terra e
un popolo che non esiste ancora».
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