Il progressismo è morto.
Il
progressismo è morto.
Il
woke è morto e la sinistra gli sta facendo il funerale.
Ma cosa significa (davvero) e perché se ne
parla oggi.
Quotidiano.net
– Politica – (25 agosto 2026) – Margherita Ambrogetti Damiani – Redazione – ci
dice:
Da
invito a “restare svegli” contro il razzismo a etichetta usata nelle guerre
culturali. La parola è tornata al centro del dibattito politico dopo le parole
di Alexandria Ocasio-Cortez e la presa di posizione di Giuseppe Conte.
Ma
dietro il termine c’è una storia molto più complessa di quella raccontata dalla
polemica.
Il
concetto di woke, che per molti rappresentava la presa di coscienza sulle
ingiustizie sociali, è oggi a rischio.
Articolo:
La cultura woke è morta, ma possiamo almeno salvare il linguaggio non sessista?
Articolo:
Ha ragione Fabrizio Corona, il woke è morto e ora si può dire tutto
Articolo:
Stati Uniti, le aziende si allineano a Trump e alla nuova cultura anti-woke:
DEI al capolinea.
Ci
sono parole che smettono di avere un significato preciso proprio quando
diventano politicamente potenti.
“Woke” è una di queste.
Negli
ultimi giorni è tornata al centro del dibattito pubblico, prima negli Stati
Uniti e poi in Italia.
A
riaccendere la discussione sono state le parole della deputata democratica
americana Alexandria Casio -Cortez, che ha parlato del cosiddetto “Woke 1.0”
come di una fase ormai superata, e soprattutto la dichiarazione con cui
Giuseppe Conte ha sostenuto che la cultura woke non possa rappresentare
l’ossatura ideologica di una forza progressista.
Cosa
significa woke?
Il
risultato è un confronto che, nel giro di pochi giorni, ha riportato nel
lessico politico italiano una parola che fino a poco tempo fa sembrava
appartenere soprattutto alle guerre culturali americane.
Ma che
cosa significa davvero woke?
La
parola inglese woke è il passato di wake, “svegliarsi”.
Nel
linguaggio politico e sociale afroamericano ha assunto però un significato più
ampio: essere svegli, vigili, consapevoli di fronte alle ingiustizie, in
particolare al razzismo e alle discriminazioni.
L’espressione
stay woke, “resta sveglio”, si è sviluppata all’interno della cultura
afroamericana e nel corso del Novecento è stata utilizzata come invito a non
abbassare la guardia davanti alle discriminazioni subite dalla popolazione
nera.
Con il
tempo il significato si è allargato, arrivando a comprendere una più ampia
attenzione alle disuguaglianze sociali, al sessismo, ai diritti delle persone
LGBTQ+, alla discriminazione razziale e ad altre forme di marginalizzazione.
In
questo senso, essere woke non nasce come qualcosa di politico.
Al contrario: significa riconoscere che alcune
disuguaglianze non sono semplicemente il risultato delle scelte individuali, ma
possono essere legate a strutture sociali, culturali ed economiche.
Negli
anni Duemila il termine diventa mainstream.
A
partire dagli anni Duemila e soprattutto nel decennio successivo, il termine
entra sempre più nel linguaggio politico mainstream.
Con il
movimento Black Ilves Matter, le proteste contro il razzismo e il dibattito sui
diritti civili, woke diventa una parola conosciuta anche al di fuori degli
Stati Uniti. Ed è proprio in questa fase che cambia anche il suo utilizzo.
Quella che era una definizione positiva viene progressivamente trasformata dai
suoi oppositori in un’etichetta negativa.
Il
messaggio di Alexandria Casio-Cortez.
In
un’intervista televisiva, Alexandria Casio-Cortez ha ripreso l’espressione
“Woke 1.0”, utilizzata da un consigliere comunale di New York, per riferirsi in
modo ironico alla fase più intensa del progressismo americano tra la fine degli
anni Dieci e l’inizio degli anni Venti.
Il riferimento è a una stagione nella quale
alcune posizioni della sinistra americana - dal dibattito sulla polizia alla
giustizia penale, fino alle questioni identitarie - erano diventate
particolarmente radicali e visibili. Casio-Cortez non ha però semplicemente
rinnegato quelle battaglie.
Ha
riconosciuto che il clima della pandemia e delle proteste del 2020 aveva
prodotto discussioni e proposte che oggi vengono valutate diversamente.
La frase sul “Woke 1.0” è stata così
interpretata da alcuni come una presa di distanza da quella stagione e da altri
come una necessaria correzione di rotta.
Ed è
proprio questa ambiguità a rendere interessante il passaggio: non
necessariamente una rinuncia ai diritti, ma la domanda su come trasformare le
battaglie culturali in consenso politico e, soprattutto, in politiche capaci di
migliorare concretamente la vita delle persone.
Il
tema arriva in Italia.
In
Italia il tema è esploso pochi giorni dopo.
Il 21
agosto Giuseppe Conte ha affidato a una lettera pubblicata su la Repubblica la
sua riflessione sulla cultura woke.
La
tesi è netta:
secondo il leader del Movimento 5 Stelle, il
progressismo non dovrebbe fare della cultura woke la propria “ossatura
ideologica” e dovrebbe tornare a mettere al centro le disuguaglianze economiche
e sociali. Conte riconosce alcuni effetti positivi della sensibilità woke -
dall’attenzione alle discriminazioni al rispetto delle minoranze - ma ne
critica quelli che considera gli eccessi, compresa la cancella culture.
Il
confronto nel centrosinistra.
Una
posizione che, inevitabilmente, non è rimasta confinata al terreno teorico.
Perché parlare oggi di woke significa parlare
anche di quale sinistra si vuole costruire.
Il
confronto ha infatti aperto una discussione dentro il centrosinistra italiano,
con Conte che sembra voler occupare uno spazio politico nel quale diritti,
lavoro e disuguaglianze vengano ricomposti in una nuova gerarchia di priorità.
La
destra, intanto, ha sfruttato la contrapposizione per rilanciare l’ironia sui
cosiddetti “wokisti”, trasformando ancora una volta una discussione complessa
in una guerra di etichette.
Ma
cos’è il woke, davvero?
Ma il
woke è davvero questo? Qui sta il punto.
Non esiste una definizione unica e
universalmente riconosciuta di “cultura woke”.
E
soprattutto non esiste un’organizzazione, un partito o un manifesto che possa
essere identificato semplicemente come “il movimento woke”. Il termine è
diventato una sorta di contenitore.
Per
alcuni significa attenzione alle discriminazioni e difesa delle minoranze.
Per
altri identifica gli eccessi del politicamente corretto.
Per
altri ancora è sinonimo di cancella culture, attivismo identitario o
imposizione di una determinata visione culturale.
Per
questo, quando qualcuno dice “sono contro il woke”, la domanda successiva
dovrebbe essere: contro quale parte di ciò che stai chiamando woke?
Perché
è possibile essere contrari alla cancella culture senza essere contrari alla
lotta contro il razzismo.
È possibile criticare alcuni presunti eccessi
del linguaggio inclusivo senza mettere in discussione i diritti delle
minoranze.
Ed è possibile pensare che la sinistra debba
tornare a parlare maggiormente di salari, casa, lavoro e disuguaglianze senza
considerare secondarie le battaglie contro le discriminazioni.
La
questione è come tenere insieme diritti sociali e civili.
La
vera questione, forse, non è scegliere tra diritti sociali e diritti civili.
È
capire come tenerli insieme.
Il destino di “woke” racconta qualcosa di più
ampio sulla politica contemporanea:
la
trasformazione delle parole in identità.
Una
parola nata per dire “resta sveglio” davanti alle ingiustizie è diventata, nel
giro di pochi decenni, un’etichetta utilizzata per definire - e spesso
delegittimare - un intero campo politico.
E oggi
persino una parte della sinistra sta cercando di prendere le distanze dal
termine.
Forse
perché si è accorta che una politica costruita soltanto sulle battaglie
simboliche rischia di parlare a chi già condivide quelle sensibilità, ma di non
riuscire a convincere chi vive ogni giorno problemi ordinari.
Oppure
perché ha capito che alcune battaglie, quando vengono trasformate in una prova
permanente di purezza ideologica, finiscono per allontanare proprio le persone
che vorrebbero rappresentare.
Ma c’è
anche il rischio opposto: buttare via il termine “woke” e, insieme a esso, le
ragioni storiche che lo hanno prodotto.
Perché essere consapevoli delle
discriminazioni non è un eccesso.
Non lo
è capire che una persona può essere svantaggiata per il colore della pelle, il
genere, l’orientamento sessuale o la propria condizione sociale.
La
domanda politica, oggi, è un’altra:
come
trasformare quella consapevolezza in una politica capace di parlare a tutti,
senza smettere di vedere chi rischia di rimanere indietro?
Forse è proprio qui che finisce la guerra sul
“woke” e comincia una discussione più seria sulla sinistra del futuro.
Il
dibattito.
Il
wokismo è finito? Perché il
progressismo
mondiale
lo ha
abbandonato.
Ilriformista.it
- Stefano Buttera – (25 Agosto 2026) – Redazione – ci dice:
Non
c’è affatto da stupirsi di come il progressismo mondiale abbia abbandonato
l’osservanza woke con la stessa leggera disinvoltura con cui ci si cambia
d’abito per andare a una nuova festa.
Si
modifica lo scenario, si organizza una bella conferenza stampa per dire che il
wokismo è la rovina, si torna a parlare alla classe media per puntare alle
presidenziali, come ha fatto furbescamente l’ambiziosa Casio Cortez, stanca di
essere una paladina promessa del neo pan socialismo identitario.
Un battito di tacchi e una disinvolta
giravolta, dato che l’intransigenza rivendicativa non paga più, e il gioco è
fatto.
E poi
c’è l’imbarazzante e ipocrita rincorsa, tutta italica, al distinguo, al
diniego, al “io? Mai stato! E se c’ero dormivo”.
E
così, come dopo ogni cambio di paradigma più o meno epocale, dal fascismo in
poi, fino ad arrivare agli anni di piombo e al Covid, si nasconde tutto sotto
la coperta e si fa finta di niente.
Perché ci sono le elezioni incombenti e lo
sport della rimozione è il più praticato per tentare di farla franca.
Semplicemente
non se ne parla più o si cerca di decostruire prima e strutturare poi una nuova
narrazione.
Un nuovo linguaggio.
Perché
quello è il segreto, il linguaggio che inventa la realtà e la piega a sé stesso
e al coacervo delle sue assurdità.
Ma
poiché, come qualcuno di più saggio da quelle parti diceva un tempo, il futuro
ha radici antiche, questa strategia della mistificazione, questa frode
dell’intelletto e della morale non è piombata giù da un vacuum ma ha, appunto
le sue radici.
La
madrina del moderno woke, quella “Judit Butler” che meriterebbe un’attenta
disamina delle sue personali paturnie ad opera di bravi specialisti, ha
semplicemente recuperato e amplificato il surrealismo implicito nella truffa
spacciata per filosofia di alcuni volti noti della “scuola di pensiero” che va
sotto il nome di “french theory”.
Il
club dei simpatici, si fa per dire, esploratori dell’immaginario verbale che
rispondono al nome di Foucault, Derrida, Lacan e compagnia poco cantante, sono
i fautori del primato del linguaggio sul reale.
E
della sua conseguente capacità di determinarlo, prima ancora che descriverlo,
destrutturando e ristrutturando, come fosse un loft in periferia, ogni aggancio
con il buon senso.
Il
reale sostituto dal surreale come metodo.
Cui si
aggiunge il sospetto, la delazione, la marginalizzazione e l’epurazione
definitiva come prassi e metodo applicati.
Anzi, il solo metodo sopravvive
nell’irrilevanza dell’oggetto e alla coerenza del contenuto reso superfluo dal
fine, che è quello di decontestualizzare e inventare una nuova realtà.
Il Pd
e il problema della sua identità: Casio-Cortez scarica la prima stagione woke,
Schlein e il cerchio magico adesso cosa saranno?
“Woke
for Trump”, ascesa e declino di un progetto più tossico che progressista,
diventato uno dei comitati elettorali di The Donald
Cancella
culture e libertà di pensiero: il mondo non è tutto bello e libero dalle
oppressioni.
Questa
pragmatica dell’assurdo che non accetta verifica e spinge sempre più in là il
confine del relativo è ciò che rende possibile la giravolta senza pudore e
senza giustificazione.
Perché
ciò che era dichiarato vero ieri senza alcuna congruenza con l’essere e col
tempo, diviene un eterno presente senza memoria, senza legame, senza una base
di condivisione ormai superflua sé non per la stretta cerchia di quella élite
che vi si riconosce.
E
allora, oplà, basta uno schiocco di dita e tutto ciò che è stato detto e fatto
fino a un istante fa è cancellato per magia, destrutturato, riscritto,
reinventato in una nuova narrazione funzionale che non richiede etica ma la
pretende da chi a questo metodo non si piega.
Perché questa “filosofia” dell’assurdo, che
rifugge l’assoluto, a tutto può rinunciare fuorché al nemico di cui si nutre e
che ne giustifica la logica.
Si
tratta, del resto, di una lettura del reale che si fonda sulle dinamiche
rivendicative e contrappostivi e che avrà sempre un’unica linea rossa: chi è
dentro e chi è fuori.
Senza
pietà, senza fare prigionieri.
È un metodo selettivo per chi ambisce a stare
al vertice o a servirlo per opportunismo.
E
dunque, poco importa quale sarà il nuovo credo.
Perché
di un culto neo-religioso con tanto di chierici zelanti si è trattato. Ora
suona la campana del dietrofront.
Vedremo
se resterà qualche ultimo samurai a difesa del fortino.
Di
certo la ferocia persecutoria rimarrà inalterata.
Questo
è l’unico vero diritto preteso da questi farisei dispensatori di diritti.
(Stefano
Buttera).
La
crisi del progressismo:
accenno
di analisi.
Unitaeuropea.it - Giulio Saputo – (4
luglio – agosto 2025) – Redazione – ci dice:
La
perdita della capacità interpretativa della realtà di una parte della società
civile tradizionalmente intesa come progressista matura nell’intreccio tra
planetarizzazione e digitalizzazione, in un mondo policentrico e iperconnesso
in cui coesistono un vecchio ordine – quello antecedente alla “fine della
storia” – e un ordine sovranazionale emergente, ma già in crisi.
La “società del rischio” e la crisi
dell’autorità epistemica alimentano il disallineamento strutturale tra la scala
globale dei problemi e quella dell’impotenza delle istituzioni, producendo
anche un vuoto simbolico: nel tramonto delle ideologie (e delle categorie
collettive come quella di Occidente) si afferma lo storytelling che mercifica
le identità senza mai costruire davvero delle storie condivise.
Nello
spazio digitale, l’“info-crazia” e il “capitalismo della sorveglianza”
frammentano la sfera pubblica in bolle identitarie e naturalizzano
l’eterodirezione del comportamento: l’esposizione selettiva dei contenuti e la
polarizzazione minano i filtri morali, sostituendo la narrazione della
complessità con il verosimile.
La lingua del presentismo – emergenza, invasione,
guerra – istituisce poi una grammatica dell’allarme che invade il dibattito
pubblico manipolando la memoria e sostituendo la progettualità con il riciclo
del passato mitizzato: rende residuale il ragionamento scientifico‑razionale, sovrarappresentando le
teorie minoritarie o le “eterotopie” e la ricerca di facili capri
espiatori su cui riversare la rabbia per le contraddizioni irrisolte.
La
disintermediazione garantita dai social riduce i partiti a interfacce
leader/follower, è così che la “democrazia del pubblico” premia il “partito
professionale‑elettorale” che misura e costruisce consenso‑liquido tramite l’uso dei dati.
La capacità di rappresentanza della politica si
appiattisce, compressa nel ciclo perenne dell’emergenza che accresce il peso degli
esecutivi e derubrica il dissenso ad atti di sabotaggio:
oltre ad una relativa depoliticizzazione del
“policy‑ making” assistiamo al consumarsi di
un leader e di un tema/spot dopo l’altro.
Nella
difficoltà di immaginare il futuro si fomenta nella società tribalizzata e
precarizzata una narrativa meritocratica che individualizza le responsabilità
di fallimenti che sono in realtà sistemici.
Le
persone si sentono sempre più insicure, mentre i nazionalisti assecondano la
trasformazione della domanda di sicurezza sociale in richieste repressive:
le
uniche a cui hanno gli strumenti per dare una parziale risposta.
La retorica dell’ordine normalizza misure
eccezionali senza ridurre in nessun modo l’insicurezza, spingendo poi anche
segmenti progressisti ad adottare questi frame securitari con un aggravarsi
dell’erosione della propria scarsa credibilità.
In
alternativa, il mondo progressista risponde proponendo una gestione
tecnocratica delle aree di policy o lascia il campo dell’immaginario condiviso,
riducendosi così ad un’inefficace lotta razionale di salvaguardia e di
“resistenza” delle conquiste passate.
È anche per questo che sono impreparati a
rispondere alla mercificazione dello spazio pubblico:
i brand occupano il vuoto valoriale lasciato
dal deserto post-ideologico e l’etica stessa è tradotta in possibilità di
consumo (green/pink- washing); il cittadino si trasforma in consumatore morale,
oscillando tra appartenenze volatili e personalizzazione dell’impegno.
L’attivismo a intermittenza si frammenta così
in life‑politica e in azioni single‑Issues/single‑event, con struttura organizzativa
agile e ridotta. L’associazionismo tradizionale, sempre più isolato nella competizione per micro‑rendite di posizione, degenera agli
occhi della cittadinanza in affare per addetti ai lavori.
In
sintesi, mancando le istituzioni adeguate alla scala dei rischi planetari, la
società civile progressista arretra sul terreno interpretativo, intrappolata
nei limiti dell’internazionalismo (vedi i sindacati), oscillando tra
riflessività cosmetica e gestione dell’esistente. In una difesa impossibile
dello status quo o incapaci di raccontare il domani (è più facile delineare una
catastrofe) i corpi intermedi perdono la funzione di traduzione tra domanda
sociale, conoscenza/coscienza di massa e decisione politica.
Il
risultato è una crisi di legittimazione cumulativa: senza una bussola o un
lessico per la complessità, la società civile ha smarrito il proprio ruolo di
produttore di senso, lasciando spazio a semplificazioni manichee,
depoliticizzazione e retoriche securitarie che colonizzano una sfera pubblica
in mano ai nazionalisti.
Loro sì che hanno un’efficace lettura del
presente perché dà un riferimento chiaro alle persone, interpreta le loro vite
e fornisce un riferimento identitario e risposte a buon mercato dalle life Choice
alle relazioni internazionali.
La
dottrina del progresso evapora nel nulla.
È
tempo di una nuova Civiltà.
Destra.it
- Francesco Marotta – (23 Settembre 2020) – “al muro del tempo” – Redazione –
ci dice:
Nella
tragedia greca, erano coinvolti uomini e dèi. Le vicende degli uomini e quelle
degli dèi, erano intrecciate tra loro. Le vicende degli dèi, le virtù, la
personalità, gli amori, i conflitti, i tradimenti, la fedeltà, i sentimenti,
gli affetti etc., non erano dissimili da quelli degli uomini. Il relazionarsi
degli uomini con le divinità non poteva essere inteso se non in senso
verticale.
Nella tragedia, le vicende narrate
appartenevano al patrimonio culturale comune.
Gli
argomenti trattati, erano i valori ed i sentimenti condivisi:
l’amore, l’odio, i contrasti esistenti tra la
guerra e la pace, l’obbedienza al volere degli dèi, il compiersi del destino.
La
catastrofe veniva raffigurata come il distaccamento, l’abbandono del senso
delle cose e l’inevitabile rovina, la morte, il progressivo aumento dei
conflitti tra i protagonisti.
Già,
proprio così, progressivo.
Presto
torneremo sul discorso.
Il
protagonista/i della tragedia infrangeva il divieto divino, la causa della
catastrofe, l’impensabile che concerne il superamento del limite che fu narrato
anche in versi poetici:
ristabilendone
però, l’ordine spezzato, il significato, la sostanza e l’essenza della misura,
alla struttura della tragedia.
La
storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda
come farsa.
Questa
celebre frase di Marx non può essere attribuita solo alla politica.
Indubbiamente lo è ma concerne il dramma, le vicende moderne e l’azione
scenica.
Differentemente dalla tragedia, il dramma non
viene raccontato come è consueto nella narrativa e nell’epica.
Le vicende si svolgono attraverso i dialoghi e
i conflitti dei personaggi che compongono il dramma in un intreccio tormentoso,
straziante, pieno di angosce e di infausti presagi.
La
messa in scena di una catastrofe che ci riporta dritta ai giorni nostri.
Precisamente, alla fine di un’epoca e degli assunti del progresso, come abbiamo
detto alla messa in scena compulsiva, alla farsa dei postulati ideologici che
ha caratterizzato quasi tutta la modernità.
Ma a
non volersi arrendere sono proprio i “drammaturghi” di una élite
autoreferenziale e accentratrice, passati dallo scrivere i testi del dramma al
diventarne i protagonisti, dandoci a intendere di essere noi i mattatori della
rappresentazione;
fissandoci
sempre più negli interstizi abissali della catastrofe.
Ma le
evidenze che stanno riaffiorando nel mezzo di una pandemia, il ritorno
all’essenza delle cose, l’abbandono della “mediazione” e
“dell’intermediazione”, le necessità primarie che rimpiazzano inevitabilmente
le necessità secondarie, fanno scricchiolare la dottrina razionale del
progresso.
L’intellighenzia
è costretta agli straordinari per presentare una narrazione che non corrisponde
affatto a ciò che accade, alla realtà.
La modernità è finita da un pezzo e siamo
d’accordo con Michel Maffessoli, quando dice che siamo giunti alla saturazione
di un insieme di valori obsoleto.
Questo
insieme di disvalori a fine corsa, dovrebbe farci pensare ad una «Crisi come il
giudizio di ciò che sta per nascere su ciò che sta per morire», ma anche
comprendere che stiamo erroneamente «riducendo la crisi al suo aspetto
economico».
Peggio
ancora ad una «semplice disfunzione» di quello che Jean Baudrillard, chiamava
«la società dei consumi».
Questo
è il parere di Maffessoli che mi trova concorde.
La
crisi sanitaria, come ha giustamente scritto, è prima di tutto una «crisi
sociale in atto, di un cambiamento di paradigma molto più profondo».
Il
passaggio da un tipo di società e di civiltà che hanno fatto il loro tempo ad
altre.
La
dottrina ideologica del progresso e l’ossessività nel volerla mantenere in vita
e nella ricerca di una perfettibilità della società, cercando di neutralizzare
qualsiasi cosa che possa portarla alla morte (finanche al voler sconfiggere la
morte), la concezione lineare e l’idea di una Storia votate al futuro, l’idea
di poter disporre del mondo a proprio piacimento, trasformandolo a seconda
delle proprie aspirazioni e illusioni, pensando di decidere sulle cose che
riguardano persino la natura, cedono il passo all’essenziale.
Ad una
essenzialità che non concerne solo la forma generale delle singole cose ma
anche l’essere parte più importante di qualcosa: cuore, fondamento, punto
nodale, quintessenza, sostanza e spirito di una comunità organica.
Stiamo
assistendo al riannodarsi dei fili lasciati in sospeso dall’uomo con la realtà
e la verità, allontanati da una mitizzazione del progresso, che invoglia a
credere in qualsiasi cosa che possa rallentare il giungere di una perfezione
dell’uomo e delle cose, così sfuggevole da non vederne mai il compimento.
La
pandemia di Covid-19 ha lasciato un segno che era già tracciato da tempo ma
l’intensificazione del dramma e l’esasperazione nel voler catalizzare il
discorso sulla catastrofe (spesso, solo economica. Spesso e volentieri
economica e dell’emergenza sanitaria sino allo stremo), evidenzia quanto il
positivismo classico del progresso vacilla e venga annullato dalla morte per
pandemia.
Questo
è indicativo della fine di un ciclo e la nascita di un altro, del ritorno dei metri
(limiti) che ci sono stati assegnati, del ripensare all’uomo come un essere
mortale che, di conseguenza, vive la morte.
Il
limite inteso come la riscoperta di sé stessi, delle proprie possibilità e del
ruolo che abbiamo nel mondo.
Epicuro
capì che attendere la morte con ansia e timore, provare a uccidere la morte non
serve a nulla:
«la
morte non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è la morte, quando
c’è la morte non ci siamo più noi».
Insomma,
l’esatto opposto degli strali del progresso, della mondializzazione e della
globalizzazione che ci invitano a pensare che tutto sarà come prima.
Ma è ancora Michel Maffessoli a darci degli
ottimi spunti, in specifico rileggendo il suo saggio “Eco sofia”.
Finalmente,
riconosciamo che «il luogo è un legame» e, contrariamente al file rouge
marxista che recita «l’aria di città rende liberi» e quanto questa frase sia
stata utilizzata dall’ideologia del progresso senza evidenziarne in toto il
significato, sappiamo che quelle che chiamiamo comunemente “Oasi in Città”
fanno parte degli spazi dei centri abitati di grandi, medie o piccole
dimensioni.
Non sono oasi o isole confortevoli, adibite
allo svago ed al relax in cui è possibile fuggire, volendo, dai problemi tipici
dell’esistenza del mondo esterno.
Sono luoghi e spazi di un determinato
territorio, dove anche le comunità organiche che vivevano al loro interno sono
state vittime illustri del processo di sradicamento e di assorbimento
dell’ideologia dominante.
Il risultato è evidente, come lo sono le
conseguenze che includono l’ambito della sociologia e gli studi su cosa
comporti vivere in una grande città globalizzata ai giorni nostri.
Quindi,
possiamo dire che il modello progressista sia in crisi, prossimo alla sua
dipartita? Indubbiamente sì.
La pandemia ha messo ancor più in evidenza le
contraddizioni e le reazioni smodate, accendendo i fari sulla ripetizione
automatica della moralizzazione diffusa, sulla genealogia della morale
borghese, sull’economicismo, la democratura (nell’accezione dategli da Predrag
Matvejević), il repubblicanesimo, le formulette dello scientismo, il
razionalismo, l’utilitarismo, la deriva cosmopolita, le opinioni senza una
opinione certa, il fallimento del mondialismo e dell’universalismo (le risposte
iniziali e quelle successive alla pandemia sono esplicite).
Questo
tipo di civiltà è implosa su sé stessa a causa del virus ma soprattutto perché
è un gigante dai piedi d’argilla.
Per la
prima volta si è trovata d’innanzi ad una difficoltà che secondo i suoi
postulati, doveva essere nei fatti l’opportunità per dimostrare quanto sia in
grado di trovare un rimedio a tutto, fallendo ed esasperando una situazione già
complessa.
La
civiltà, che ci troviamo quasi alle spalle, sta per essere avvicendata da una
nuova dove i legami sociali, la condivisione, la dialettica, il linguaggio,
l’appartenenza, le identità, le radici, le culture particolari, etc., non
saranno forse più superati da enunciati privi di fondamento.
Il 25 aprile scorso scrissi che avevamo
dimenticato i fondamentali ma devo ricredermi, pur essendo in questo momento
poco ottimista.
Nel frattempo il paradigma progressista è
morto e quello liberale non gode di ottima salute.
Le élite moderne rantolano nel buio e alcuni
di noi hanno ritrovato un equilibrio.
Se è
vero che con la morte è meglio non andare in disaccordo, il razionalismo
progressista, nonostante tutto, continua a non capirlo.
Il dramma è finito.
Per
una volta non partecipare a delle esequie in forma privata non dispiace a
nessuno.
È
tempo di chiudere il sipario.
CRISI
DELLA DEMOCRAZIA E
DELLE
SUE CULTURE POLITICHE.
DAL
PROGRESSO AL PROGRESSISMO.
Ilmondonuovo.club.it
- FRANCESCA IZZO – (27 -08 -2026) – Redazione – ci dice:
(Francesca
Izzo -Docente di Storia delle dottrine politiche, Filosofia della politica e
Storia e politica dell’integrazione europea all’Università Orientale di Napoli).
Massimo
De Angelis individua nella sua relazione una serie di fenomeni critici:
dalle
tensioni e conflitti alimentati dall’unipolarismo occidentale agli squilibri e
diseguaglianze che erodono le basi sociali della democrazia così come
all’eclissi degli istituti che ne garantivano i valori. Nel loro insieme a me
paiono scaturire dal cedimento della costellazione politica, sociale e
culturale che si è imposta, all’indomani della seconda guerra mondiale, in
tutto l’Occidente.
A
sancirne definitivamente la fine, di nuovo, la guerra sul suolo europeo. La
crisi che percorre da tempo le nostre società ha da fronteggiare ora un
conflitto armato, di cui si continua a non intravedere la fine, che mai
pensavamo avrebbe investito noi europei e che, in qualche modo, obbliga a
guardar più a fondo la fragilità dell’Unione europea e le contraddizioni che
attraversano l’Europa e i singoli Stati.
Sottolineo
questa scansione temporale perché non trovo produttivo, ai fini della nostra
discussione, retrodatare la crisi dei valori democratici alle origini della
modernità, come tende a proporre Massimo de Angelis sulla scorta di una opzione
filosofica che andrebbe discussa in altra sede o contesto.
Aggiungo
una premessa: l’Occidente di cui parlo, voglio ora precisarlo a scanso
equivoci, è solo europeo e per di più osservato dalla prospettiva italiana.
Dunque,
la costellazione a cui accenno è quella dei “gloriosi trenta”, quella che,
sotto l’impulso egemonico degli Stati Uniti, ha guidato la ricostruzione e il
boom europeo dando una soluzione piuttosto stabile alla crisi dello Stato
liberale, colonialista e imperialista che, esplosa con la Prima guerra
mondiale, aveva dilaniato l’Europa per tre decenni.
Una soluzione fondata su un equilibrio
post-liberale tra politica ed economia e che è consistita nello sviluppo del
Welfare e di una democrazia rappresentativa articolata in sindacati e partiti
radicati socialmente e muniti di solide culture politiche in un contesto
mondiale segnato dal bipolarismo e da un mercato capitalistico regolato.
Mentre
il progetto dell’europeismo nasceva e si sviluppava nel quadro della divisione
dell’Europa (e della Germania) tra i due blocchi.
Questo
assetto è durato per un trentennio ed è poi stato travolto da processi di
destrutturazione delle istituzioni politiche e di crisi delle culture che le
animavano, prese in mezzo da un attacco ideologico “esterno” e da una
inadeguatezza endogena ad affrontare le novità.
Credo
sia fondamentale per la nostra discussione chiarire che questi processi sono
frutto di conflitti aspri interni alle società europee che venivano
emancipandosi sul piano economico, sociale (rapporti tra i sessi, tra le classi
e le generazioni ) e culturale dal complesso della sconfitta e dell’indigenza
(la data simbolo è il 1968) e di competizioni crescenti sul piano mondiale
scanditi dalla dissoluzione dell’Urss, dalla fine del bipolarismo e dall’inizio
della “guerra mondiale a pezzi” (Irak, Afganistan, Jugoslavia, Yemen, Irak,
Siria, Libia….).
Il
pendolo tra fiducia nelle virtù del mercato mondiale e rinazionalizzazioni
statali, con la guerra come opzione permanente, è il segno della incapacità o
difficoltà ad affrontare il problema storico che ci trasciniamo da un secolo,
cioè la disimmetria tra economia e politica e a risolverlo con una governance
mondiale multipolare.
Dopo
il 68. Diffondersi dell’ideologia “globalista” e esaltazione della democrazia
“cosmopolitica.”
Un
primo esito è stato il diffondersi dell’ideologia “globalista”: una critica
radicale della sovranità politica (ritenuta fattore di divisioni, di
particolarismi e di violenza) e dei soggetti collettivi (in quanto oppressivi
della libertà degli individui, come i partiti politici), di esaltazione della
democrazia “cosmopolitica” fondata sui diritti dell’individuo, sul cittadino
consumatore ed elettore, sui tribunali internazionali, eccetera, nella
convinzione diffusa che la “globalizzazione” dei mercati avrebbe portato pace e
benefici per tutti.
Così
non è stato e, per contraccolpo, assistiamo al ritorno della politica (nei
termini brutali della politica di potenza e della guerra), della geopolitica, e
a una rinazionalizzazione squilibrata e squilibrante che ripropone – per quanto
riguarda i caratteri dell’epoca e su uno scenario ora davvero mondiale e sempre
più inquieto e insicuro – quella disimmetria tra economia e politica che dai
primi del Novecento marca le nostre società a cui prima accennavo.
Lo
Stato nazionale vede esaurirsi quelle
risorse che gli avevano nel dopoguerra consentito di funzionare come agente regolatore del mercato e
riequilibratore dei conflitti senza una salda sostituzione di istituti politici
europei, ma è anche svanita l’utopia
liberale del mercato che si autoregola e che, con il supporto del corredo dei
diritti, delle agenzie “indipendenti” e dei tribunali, può fare a meno della
politica, ovvero di un’istanza regolativa unitaria che afferma norme, principi
comuni da far valere, anche coattivamente sui subsistemi.
La
crisi è dunque anche, se non essenzialmente, manifestazione della crisi
dissolutiva delle culture politiche che hanno sostenuto lo sviluppo delle
nostre democrazie postbelliche e della difficoltà di mettere in campo idee e
culture adeguate a uno scenario che, se richiama contraddizioni aperte da più
di un secolo, vede protagonisti altri inediti attori.
Il
processo di emancipazione e di liberazione delle donne.
E
vengo quindi al punto che più mi interessa sottolineare, a quel fenomeno ancora
largamente sconosciuto all’epoca della crisi organica delle società europee tra
Prima e Seconda guerra mondiale ma ora davvero imponente: il processo di
emancipazione e liberazione delle donne in tutto l’occidente ma non solo. Si
tratta di un rivolgimento parallelo all’erosione della sovranità dello Stato
nazionale.
Mentre
i processi di globalizzazione dei mercati dell’informazione, dei capitali,
delle merci e della forza-lavoro hanno consumato i margini esterni della
sovranità degli Stati, sul piano interno si è prodotta la rottura del confine
tra la sfera privata e la sfera pubblica con la fuoriuscita in massa delle
donne dal recinto domestico. Si tratta di un confine che è stato alla base della
costruzione dello Stato moderno. Infatti con la sua rottura non solo si è trasformato
radicalmente l’istituto fondamentale della riproduzione, la famiglia, ma
l’intero ordine sociale, a cominciare dal lavoro, ne è stato investito:
possiamo perciò tranquillamente parlare di crisi dello Stato. Le donne sono,
consapevoli o meno, le agenti fondamentali di questo cambiamento epocale.
Ma le
culture politiche, o ciò che ne residua, sono in grado di comprendere e
governare questo cambiamento? In particolare la cultura “progressista” – in
tutte le sue versioni anche cattoliche e liberali – come affronta questo
passaggio? E’ in grado di governare culturalmente la fine di un ordine e
l’abbozzo di uno nuovo (la statualità sovranazionale e la cittadinanza di
uomini e donne)?
Ma la
questione da porre pregiudizialmente è: quando parliamo di cultura progressista
cosa intendiamo? L’aggettivo, al pari del sostantivo, ha la sua radice nel
termine e nel concetto di progresso, ma ha lo stesso valore semantico?
L’idea
di progresso dal Settecento e la sua crisi nel Novecento.
Il
“progressismo” non si identifica con progresso, ne rappresenta una profonda
alterazione, scaturita dalla crisi dell’idea di progresso e della visione della
storia che la sosteneva.
Al
centro di quella idea, sorta nel cuore del Settecento, – che a propria volta
secolarizzava la visione cristiana del pro cursus verso un futuro regno di Dio
– c’era l’assunto, tinto di mito, che la storia – per l’azione congiunta:
della
conoscenza sempre più approfondita della natura e della società, della fiducia
illuminista nella forza della ragione di vincere il male, l’ignoranza e la
superstizione, delle crescenti risorse messe a disposizione dalla tecnica, di
un sistema economico iniquo ma espansivo, della caduta di vincoli
mitico-sacrali e, ultimo ma non ultimo,
dell’attivazione cosciente di masse umane sempre più vaste (democrazia) – si
fosse indefinitamente aperta a una costante evoluzione dell’umanità “verso il
meglio” (Immanuel Kant). Che quindi la storia avesse un senso, una direzione e
una finalità e che vi fosse un soggetto di tale processo, un soggetto
universale (l’umanità, i popoli, la classe, eccetera).
La
meta era un’umanità liberata dall’ignoranza, dal dominio, dalla povertà, dal
bisogno. Un soggetto unitario, un processo unitario, una finalità comune.
Progresso e democrazia marciavano insieme. Varie le forme assunte da questa
idea nel corso del Settecento/Ottocento a secondo della forza dominante che
trainasse il processo: illuministica, positivistica, idealistica,
social-marxista, liberale, vale a dire l’unità del genere umano ottenuta grazie
alla scienza, alla ragione, alla socializzazione dei mezzi di produzione, alla
libertà.
Con il
Novecento (ma l’anticipazione decisiva si ha con Friedrich Nietzsche), con la
Prima guerra mondiale, la fede nel progresso vacilla, entra in crisi la visione
della marcia inarrestabile “verso il meglio”.
La
cosiddetta “cultura della crisi”, nelle sue diverse articolazioni, mina la
prospettiva di un corso sensato e ascendente della storia, volto ad accrescere
benessere e libertà degli uomini, tutti. Soprattutto viene colpita l’ingenua
visione positivistica e scientista di una dinamica delle vicende storiche
determinata da leggi sul modello delle scienze della natura, come pure la fede
illuministica e anche storicistica nella inevitabile affermarsi della libertà
dello spirito.
L’idea di progresso ne esce profondamente
mutata: non si presenta più come un dato obiettivo, frutto di una dinamica
intrinseca di sviluppo della società o dell’allargamento degli spazi di
libertà, appare invece il travagliato risultato di azioni umane orientate da
fini contrastanti. La storia da sola non va da nessuna parte, decide
l’intervento umano, tutto inscritto in una radicale contingenza (l’opera di
Antonio Gramsci è un grande esempio del ripensamento in “casa” marxista
dell’idea di inevitabilità del socialismo, cioè di una visione meccanicistica e
scientista della storia).
Rimane
però in piedi la persuasione diffusa, rafforzata dalla sconfitta del
nazifascismo e dalla reattività economica e morale sprigionatasi in Occidente
nel dopoguerra, che le forze motrici della modernità orientano il corso
storico, certo tra aspri conflitti e contrasti e anche ricadute nella barbarie,
verso prospettive di benessere e pace per l’intera umanità.
Declinazione
liberista del liberalismo e progressismo.
E’ tra
gli anni Settanta/Ottanta, con la scomparsa del comunismo dall’orizzonte
culturale dell’Occidente e con la declinazione liberista del liberalismo
(niente etico-politico), che anche questa idea drammatica di progresso, sempre
però sostenuta da concetti universalistici, cede il campo al “progressismo”.
Il
progressismo si caratterizza, differenziandosi così nettamente dal progresso,
innanzitutto per il completo abbandono della dimensione universalistica. Prosperità, benessere libertà hanno
solo gli individui come principio e come fine. Anzi ogni riferimento a valori e
realtà superindividuali viene considerato oppressivo e lesivo della libertà e
autonomia dell’individuo (nel campo filosofico, si apre la battaglia contro il
cosiddetto essenzialismo metafisico e gli analitici e continentali postmoderni
si ritrovano alleati in questo assalto).
Inoltre
l’avanzare verso il meglio non si coniuga con la conquista di nuovi poteri, o
di forme inedite di rappresentazione/rappresentanza di nuovi soggetti ma solo
con l’allargamento della sfera delle libertà individuali codificate in sempre
nuovi diritti.
La
tensione finalistica cede il passo alla celebrazione della “fine della storia”,
le conquiste della rappresentanza liberale (del cittadino elettore/consumatore
e non della democrazia dei partiti postbellica) costituiscono quel “meglio”
verso cui si tendeva, oltre c’è solo il terrore e la dittatura, quindi non
resta che espanderla, diffonderla.
Conclusioni.
Se
guardiamo alla rivoluzione femminile con le lenti del progressismo cosa ne
ricaviamo? Innanzitutto il ricorso al solo paradigma dei diritti. Ma è
sufficiente? Non pare, perché risulta per un verso obsoleto in quanto
corrisponde a un’epoca al tramonto e per un altro inadeguato. Il paradigma dei
diritti misura il tasso di progressismo in ragione di quanto gli individui si
liberano dai vincoli della società arcaica e tradizionale, quindi dalla
quantità di diritti di eguaglianza, autonomia e libertà di cui vengono dotati.
Ma noi abbiamo consumato ampiamente questi vincoli: siamo nella modernità auto-riflessa.
In effetti la presa dei dettami religiosi sui comportamenti sociali e
individuali si è del tutto allentata e la cosiddetta secolarizzazione ha fatto
passi da gigante; le norme etiche derivanti da ordinamenti gerarchici sono
state scalzate dal principio dell’eguaglianza degli individui, come, ad
esempio, nella famiglia in cui è stato soppresso il principio di autorità
maritale e paterno; non esistono più istituzioni inaccessibili alle donne (ad
esempio la magistratura e l’esercito). Insomma secolarizzazione e
scomparsa della gerarchia e dell’autorità tradizionale si sono imposte. Certo alcune minoranze richiedono di vedere
riconosciuti e affermati diritti civili ancora per certi aspetti negati.
Ma
dalla prospettiva della rivoluzione delle donne, risulta problematico pensare
la libertà femminile in termine di diritti. Fino a quando il processo di
liberazione delle donne riguarda la lotta contro tutte le forme di dominio
patriarcale, di oppressione e di subalternità ereditate dal passato appare del
tutto scontato parlare di progresso secondo il modulo della modernità contro
tradizione e declinare la propria tensione verso la libertà in termini di
diritti: diritto al lavoro, alla uguaglianza con gli uomini, diritto alla
parità in tutti gli ambiti.
Ma
cosa accade nel momento in cui il processo di emancipazione consuma, erode
simboli, strutture e forme della tradizione cosicché la libertà delle donne si
confronta solo con sé stessa, nel pieno della modernità dispiegata. Accade che
quella equivalenza tra progresso, cultura dei diritti e libertà mostra la
corda, incrinando uno dei pilastri della cultura “progressista”: lo si è già
sperimentato con l’aborto (cioè con il riconoscimento di una specificità della
cittadinanza femminile) per cui la libertà di scelta nella legge 194 non può
essere declinata in termini di diritto e viene chiamata perciò
autodeterminazione.
La
questione che ci sta di fronte non è affrontabile nei termini di un’ulteriore
inclusione di un’altra fetta di esclusi, si tratta invece di rivoluzionare i
fondamenti, i parametri della cittadinanza perché l’ingresso delle donne
significa la rottura e lo sconvolgimento degli assetti istituzionali, delle
antiche distinzioni tra privato e pubblico, tra produzione e procreazione.
Si
tratta della crisi di un ordine, di un sistema.
La
logica dei diritti impedisce di “vedere” questi dati sistemici e punta invece a
neutralizzarli con un approccio individualistico e neutro-maschile. Mai come
dalla prospettiva delle donne il paradigma individualistico e diventato
dominante nell’economia come nella politica o nell’etica appare fuorviante. I
risultati? Li abbiamo sotto gli occhi con la rincorsa sempre mancata della
parità nel lavoro, nelle professioni, nelle cariche apicali, (con la caduta del
valore della forza-lavoro), con la crisi verticale della natalità, con un
disagio, un malessere diffusi che si manifestano anche nella violenza contro le
donne e con i tentativi, anche riusciti, di fortissimi balzi all’indietro da
parte di settori conservatori o reazionari (vedi sentenza Corte suprema
americana su “Wade vs Roè”).
Li
abbiamo sotto gli occhi con lo scambio della concezione della libertà come
affermazione positiva dell’integralità della persona con l’idea mercantile
della libertà come assenza di vincoli nel disporre di sé sul mercato. Fino al
punto di invocarla per giustificare la pratica aberrante della maternità
surrogata, per ridurre la prostituzione a sex work, a un lavoro come un altro o
per pensare la sessualità come scelta soggettiva.
Lo
scollamento degli sviluppi tecnico-scientifici da ogni quadro o contesto di
“senso” della storia, da ogni etica collettiva (bollata come tendenzialmente
totalitaria) svincola la tecnoscienza dal rispetto di limiti che non siano di
compatibilità economica.
Il
principio, che animava l’idea di progresso, dell’indefinita trasformabilità
della natura al fine di renderla sempre più “adatta” a soddisfare i bisogni
umani, si afferma senza incontrare ostacoli “etico-politici”.
Solo
quelli della disponibilità economica. E la stessa “natura” nell’essere umano,
identificata con il corpo, viene sottoposta a interventi non più solo
terapeutici ma trasformativi per emanciparla tendenzialmente da limiti e
fragilità: decadenza e morte.
Per
quanto riguarda la nostra “umanità”, la tendenza “progressista” mira a
cancellare l’abissale differenza che sussiste tra produzione tecnica di oggetti
e procreazione umana, a trattare il corpo umano come un campo di indefinita
trasformabilità, come un “corpo fabbricato” e non “carnale”.
Il
socialismo non è morto,
deve
aggiornarsi e lottare
per i
diritti di tutti, nessuno escluso
thevision.com
- Mattia Madonia – (20 Dicembre 2024) – Redazione – ci dice:
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Ogni
tanto penso che la discussione sulla crisi della sinistra sia essa stessa la
crisi della sinistra.
Di
solito si parte da un dato di fatto, come può essere l’avanzata della destra in
gran parte del mondo, per poi interrogarsi sullo smarrimento dei valori della
sinistra.
Qui la
sinistra viene raffigurata come un arcano, un mistero irrisolvibile che diventa
metafisico in quanto i valori stessi non vengono visualizzati in maniera
corretta, se non in una dimensione in cui ogni caratteristica è inserita a
casaccio.
Dunque
è sinistra il marxismo, il comunismo di stampo sovietico, la svolta dopo la
caduta del muro di Berlino, la sinistra italiana, quella europea, i regimi
novecenteschi, Cuba, la Cina, i democratici, i moderati, i rivoluzionari,
creando un mosaico dove finiscono insieme “Malcom X” e Veltroni, Lenin e Obama.
Insomma, un pasticciaccio che alimenta la
dispersione.
Berlino,
1989.
Forse,
per venirne fuori, si potrebbe partire dalle evoluzioni del socialismo, termine
camaleonte che si è trasformato in base al periodo storico e che ha lambito i
contorni del marxismo tanto quanto quelli del progressismo del terzo millennio.
Non
essendo un fenomeno di certo immutabile, credo che non sia giusto pensare che
tutti i figli del socialismo oggi abbiano gli stessi connotati. Dalla stessa
placenta sono venuti fuori soggetti che nel 2024 sono in contrapposizione, come
può essere un vetero-comunista con un attivista per l’ambiente o un rossobruno
con un membro della comunità LGBTQ+. Sembra che tutti siano orfani della
sinistra che fu, ma in realtà il socialismo non è morto:
ha
solo bisogno di un aggiornamento come se fosse un dispositivo tecnologico che
non si arrende all’obsolescenza programmata. L’evoluzione necessaria per la sua
stessa sopravvivenza ha un nome: intersezionalità.
Il
termine è stato coniato nel 1989 dalla giurista “Kimberley Cren Shaw” usando
l’esempio del traffico stradale:
percorrendo strade diverse è inevitabile che i
mezzi di trasporto arrivino allo stesso incrocio a prescindere dalla loro
direzione.
Cren Shaw ha spiegato come tutte le forme di
discriminazione – che sia il sessismo, il razzismo, l’omofobia o tante altre
marginalizzazioni sociali – abbiano l’oppressione come medesima foce e che
siano quindi interconnesse.
Affrontarle
una per volta significa perdere la visione d’insieme e smarrire la consistenza
delle identità coinvolte nelle discriminazioni.
La
battaglia deve essere comune, e dalla teoria di Cren Shaw sono nate
ramificazioni che ne hanno cementificato il concetto.
Per esempio lo stesso femminismo, in
particolare durante la sua quarta ondata, ha compreso di dover essere
intersezionale per affermare il suo valore e abbracciare tutte le battaglie
accomunate dall’oppressione.
Già quarant’anni fa nel libro “Sister
outsider”, l’attivista e scrittrice Audrey Lorde esortò le altre femministe ad
ampliare le proprie vedute con una frase presa come manifesto dalle generazioni
successive:
“Non
esiste una lotta per una sola causa, poiché non viviamo vite da una sola
causa”.
L’intersezionalità
diventa dunque nel terzo millennio il salvavita del socialismo proprio perché
nelle esperienze del passato è stata assente. Anche la stessa distinzione tra
diritti civili e diritti sociali è stata raffigurata così netta da portare alla
ghettizzazione non solo delle minoranze, ma anche delle loro battaglie.
Non è quindi possibile riappropriarsi dei
codici del socialismo novecentesco, perché oggi sarebbero anacronistici e
manterrebbero lo stato di discriminazione per determinati gruppi all’interno
della società. Se
pensiamo infatti alle principali esperienze storiche dove il socialismo è
arrivato al potere nel secolo scorso, possiamo notare come l’uguaglianza non
sia mai stata raggiunta proprio per la frammentazione delle lotte, arrivando
persino ad avere “marginalizzazioni di Stato”.
Uno
dei casi più eclatanti riguarda Cuba.
Se da un lato in seguito alla rivoluzione sono state
rese del tutto gratuite istruzione e sanità, dall’altro c’erano le”” Unità
Militari per l’Aiuto alla Produzione che perseguitavano gli omosessuali
mandandoli ai lavori forzati, i cosiddetti “campi correzionali” dove la
repressione era all’ordine del giorno.
Fidel Castro ammise l’ingiustizia soltanto nel
2010.
E così
Cuba ha anche conosciuto le sue forme di razzismo, con gli afro-cubani
discriminati e lasciati fuori dalle posizioni di potere.
Uno dei protagonisti della rivoluzione, “”Valterio
Carbonello, essendo nero cercò di invitare il Partito Comunista Cubano a una
maggiore apertura per i diritti degli afro-cubani, ma fu mandato anche lui nei
campi di lavoro e in seguito fu rinchiuso in un manicomio.
Fidel
Castro.
Anche
il comunismo sovietico ha avuto parecchi problemi con i diritti civili e con le
discriminazioni.
Sotto
Stalin ci furono campagne antisemite dove il cittadino ebreo veniva definito
“cosmopolita senza radici”, arrivando poi alla deportazione e all’uccisione di
intellettuali e artisti ebrei solo perché parlavano in yiddish.
Sono
finiti nel gulag anche centinaia di migliaia di omosessuali.
Qui
l’ambiguità sta nel cambio di rotta:
nel
1922 i sovietici legalizzarono l’omosessualità mostrandosi persino
all’avanguardia rispetto ad altri Stati nel mondo, fino a quando undici anni
dopo Stalin non la rese di nuovo un crimine, causando deportazioni e morte.
Oggi
il progressismo funge un po’ da scudo contro questi fenomeni, ma non sempre
viene veicolato verso una battaglia collettiva.
Un po’ per la tendenza intrinseca nell’essere
umano a individualizzare anche una lotta e a combatterla in base a una
categoria d’appartenenza.
È però limitante concepire l’emancipazione
scindendo l’aspetto collettivo, soprattutto perché le identità sociali si
intersecano potendo generare vessazioni multiple.
Se penso a una donna nera e lesbica, la prima
cosa che mi viene in mente è che dovrà difendersi su tre fronti.
E non
solo in Iran, in Afghanistan o nei Paesi dove il fondamentalismo religioso e
politico annienta i diritti umani.
Anche
in Occidente, persino in Italia, una donna ha più ostacoli di un uomo, una nera
è più discriminata e una lesbica ha meno diritti.
Da qui
è emersa l’urgenza di collegare i fili di un attivismo universale, e dunque il
femminismo che non porta avanti una sensibilizzazione sul razzismo o
sull’omofobia non può tratteggiare i confini lungo i quali le sue stesse
rivendicazioni cercano di farsi spazio.
Non
può e non deve però riguardare soltanto i diritti civili, in quanto
inscindibili da quelli sociali.
Inclusione
è una parola d’apertura che prevede una multidimensionalità delle conquiste o
del mantenimento di certi diritti.
Anche
perché c’è una connessione tra le tematiche in gioco che può essere facilmente
individuabile.
Se il
male maggiore è, per esempio, il capitalismo, questo configurerà un effetto
domino su tutto il tessuto sociale. L’allargamento della forbice tra i più ricchi e i molto
poveri causa una confluenza di altri fenomeni.
Il
punto più basso della scala sociale spetterà a un migrante che sarà
discriminato per il colore della pelle, per il Paese di provenienza o per
motivi religiosi, dunque non soltanto per la sua condizione economica. Allo
stesso tempo il capitalismo genera un depauperamento della sua terra d’origine,
danni ambientali che si ripercuotono a livello mondiale e scossoni politici che
magari portano al potere gruppi terroristici.
Ed è
quello che è avvenuto in Nordafrica nel terzo millennio a causa delle azioni
dell’Occidente.
In
questo caso il migrante dovrà combattere contro un insieme di discriminazioni
che non possono essere ignorate dalle altre categorie sociali, in quanto
indirettamente coinvolte per un rapporto di causa ed effetto.
L’intersezionalità
assume dunque un valore di protezione e aderenza, perché non è più una
questione di solidarizzare con qualcuno supportando battaglie che non ci
riguardano, visto che diventano anche le nostre.
Pensare
che una minoranza oppressa debba essere osservata o aiutata a debita distanza
sottovaluta il legame tra le lotte e l’ottenimento dello stesso fine, ovvero
spezzare quelle catene che il potere usa per dividere, invitare all’odio e
mantenere la propria postazione di controllo e dominio.
Se
dalla destra non possiamo aspettarci altro che ulteriore benzina sul fuoco
delle discriminazioni, dai sostenitori di quel socialismo traslato in un
contesto più attuale dobbiamo pretendere una visione intersezionale che troppo
spesso latita.
L’esempio del femminismo intersezionale
dovrebbe dunque servirci come lezione per un’alleanza tra categorie
discriminate, perché se appunto “non viviamo vite da una sola causa”,
tralasciare quelle che non appartengono al nostro gruppo sociale, identitario,
politico, religioso, etnico o nazionale vuol dire rassegnarsi a un progetto di
sinistra mutilato.
E in
quel caso sì, il socialismo resterebbe un idealismo-fantasma privo di qualunque
concretezza nella vita di tutti i giorni e intrappolato in un secolo che non ci
appartiene più.
Il
caso della popolarità di Kirk
e la cecità del progressismo da salotto.
Ilfoglio.it
– (10 ottobre 2025) – Esteri – Roberto Perotti – Edicola Digitale – Redazione
-ci dice:
Il
fondatore di Tuning Point Usa era cinico e controverso.
Ma la condanna a prescindere che si è
scatenata alla sua morte dimostra il rifiuto di tanti intellettuali nostrani di
provare a comprendere un fenomeno complesso.
(Immagine
di “Il caso della popolarità di Kirk e la cecità del progressismo da salotto” –
LaPresse.)
L’omicidio
di Charlie Kirk è di alcune settimane fa, ma le reazioni che ha suscitato
contengono un messaggio molto attuale anche per noi:
finché un certo fronte “progressista” italiano
(che include molti dei mezzi di informazione mainstream) non si abbasserà a
cercare di capire il “fenomeno Maga” e i suoi emuli nostrani, continuerà ad
arrancare ed inseguire.
Partiamo
dalle cose ovvie.
Charlie
Kirk era un propagandista senza troppi scrupoli, un polemista incendiario, un
intollerante vestito da libertario.
Stupirsi? E perché?
Il
mondo Maga è variegato, riunisce anarcoliberisti, populisti, agitatori, vittime
di teorie cospirazioniste, una ormai sparuta minoranza di conservatori
reaganiani, cristiani evangelici intransigenti, e negazionisti assortiti.
Oltre a tanti convinti che il “sistema” -
qualunque cosa sia - sia contro di loro. Ma un filo conduttore esiste, ed è la
rivolta.
Rivolta contro le élite, i media mainstream,
le università Ivy League, e la “polizia del linguaggio”, tanto cara al mondo
woke.
Dovremmo
chiederci, per cominciare, se i Maga siano tutti estremisti violenti, oppure se
il voto che ha portato all’elezione di Donald Trump abbia espresso inquietudini
confuse, ma diffuse?
Se così fosse, non sarebbe consigliabile
ignorarle.
Meglio
provare a capirle.
Ecco perché è importante comprendere Charlie
Kirk.
Perché
è una pianta cresciuta in quel terreno.
Fondò
Tuning Point Usa, oggi in 3500 scuole e college, quando aveva 18 anni.
Voleva dare voce ai giovani conservatori dei
campus universitari, che da decenni esitavano a uscire allo scoperto perché a
lungo una minoranza ritenuta non “cool” dagli altri studenti.
Kirk
organizzava dibattiti e confronti ovunque andasse: era un sofista abile, aveva
opinioni espresse in modo crudo, e sicuramente molti dibattiti sono degenerati.
Ma era
pur sempre un metodo migliore di quello di certi gruppi nostrani specializzati
nel vandalizzare stazioni o imporre il silenzio agli avversari. Pochi mesi
prima di morire, Kirk fu invitato al podcast di Gavin Newsroom, governatore
democratico della California, liberal puro e nemico dichiarato di Trump.
Nella
loro conversazione si percepisce il piacere di uno scambio per una volta pacato
e civile.
Ecco
cosa dice Newsroom al minuto 16.40:
“Ammiro
quello che sei stato capace di fare, non per utilizzare come arma nei campus
universitari un punto di vista diverso ma per organizzarlo.”
Eppure
è stato, per Roberto Saviano, “uno degli individui peggiori prodotti dalla
politica americana”, e la sua organizzazione una delle “più feroci della
estrema destra americana”.
Certo,
Kirk era urticante, ma non fu – come ha sostenuto un commentatore abitualmente
moderato e informato come Alan Friedman – un uomo che “aizzava la violenza e
fece parte dell’assalto a Capitol Hill, un antisemita e un violento contro
l’aborto”.
Kirk
fu convocato dalla commissione di inchiesta sui disordini del 6 gennaio 2021,
giorno dell’inaugurazione di Biden.
Dalle
28 pagine della trascrizione risulta che, contrariamente a quanto afferma
Friedman, non partecipò all’evento, ma lo segui in diretta. Questo è quanto
disse appena apprese dell’assalto:
“Non siamo d’accordo” e “Denunciamo senza
mezzi termini e pensiamo che sia completamente reprensibile”.
E
quando un altro attivista gli ha chiesto “Perché dici che si può legittimamente
sostenere che il presidente Trump abbia incitato il pasticcio di Capitol
Hill?”, ha risposto:
“Penso davvero sia la cosa onesta da dire”.
Lo ha ripetuto davanti a Donald Trump, che lo
considerava uno di famiglia?
Dubito,
però l’ha detto.
Kirk
era contro l’aborto, certo.
Era un cristiano evangelico, e pretendere che
un cristiano evangelico sia a favore dell’aborto significa essere confusi.
Certo, in molti anni di eventi pubblici Kirk
ha pronunciato frasi assai infelici, ignorando il dramma di milioni di donne.
Per
esempio, ha detto “l’aborto è peggio dell’Olocausto”.
Ma,
sommessamente, ricordiamo che Papa Bergoglio disse “l’aborto è omicidio” e - in
risposta a una domanda sull’aborto per difetti genetici - aggiunse: “Oggi
facciamo come i nazisti, ma in guanti bianchi”.
Kirk
ha più volte preso di mira quegli ebrei che appoggiano e finanziano le cause
liberal, ma non risulta che si sia mai espresso contro gli ebrei in quanto
tali.
Non
era antisemita o contro Israele.
Anzi,
ne è sempre stato un sostenitore entusiasta e senza esitazioni. Solo
ultimamente – dopo la ferocia vista a Gaza - era emersa qualche sua critica (e
per fortuna).
Kirk
ha spesso usato espressioni forti e abrasive sulla questione razziale? Vero.
Disse,
per esempio, che “il passaggio della legge sui Diritti Civili del 1964 fu un
enorme errore”, perché, nel tempo, ha creato una “burocrazia permanente” per
attuare i principi “Dei” ( “Diversità, Equità, Inclusione”).
Anche
in questo caso espressioni forti e opinabili.
Ma in
privato, negli Usa, sono in tanti – anche fra i dem – a riconoscere che la Dei
è andata troppo oltre ed è diventata soffocante.
La
rivolta contro i suoi eccessi era inevitabile.
Charlie Kirk ha detto: “L’Islam non è compatibile con
la civilizzazione occidentale. Le grandi concentrazioni (urbane) islamiche sono
una minaccia per l’America.” Ancora una volta opinioni forti, ma leggiamo cosa ha scritto
pochi giorni fa “Niall Ferguson”, uno dei più noti storici anglosassoni e oggi
a Harvard e Stanford: “La radicalizzazione nonviolenta è avanzata
significativamente nel mondo occidentale, ovunque ci siano comunità musulmane.
Il punto cruciale è che l’Islam è un’ideologia profondamente illiberale.”
Gli stessi concetti di Kirk.
Dopo
inflazione e immigrazione, la questione transgender è forse il terzo motivo per
cui Trump ha battuto Kamala Harris.
Su
questo argomento Kirk si è lasciato andare a commenti volgari e privi di
empatia per vicende umane sofferte - in parte prodotto del suo cristianesimo
evangelico oltranzista, che sceglie accuratamente l’oggetto del proprio amore e
del proprio odio.
La
cosiddetta opposizione ai “diritti transgender”, in effetti, è variegata. Ci
sono gli oscurantisti, spesso guidati da preconcetti e ignoranza. Ci sono gli
integralisti religiosi. Ci sono gli estremisti politici che ne hanno fatto un
motivo di scontro culturale.
Ma ci
sono anche persone moderatamente conservatrici e normalmente empatiche, guidate
da ragionevoli dubbi su questioni specifiche.
In particolare la percezione di una pressione
per imporre trattamenti irreversibili sugli adolescenti, non pronti per una
decisione tanto drastica.
Oppure
la partecipazione dei transgender alle competizioni sportive femminili:
una
scelta contro il senso comune, che ha provocato negli Usa un’ondata di sdegno,
di cui in Europa non ci rendiamo conto.
Charlie Kirk era scaltro, cinico, controverso.
I suoi sostenitori hanno della democrazia
un’idea spesso rudimentale, e talvolta pericolosa.
Ma la
condanna a prescindere che si è scatenata alla sua morte dimostra il rifiuto di
tanti intellettuali nostrani di provare a comprendere un fenomeno complesso.
Per un
senso di superiorità intellettuale e morale?
Sicuramente
il problema va ben oltre Kirk e riguarda anche noi.
Finché
il progressismo nostrano non cambierà atteggiamento, Giorgia Meloni potrà
continuare a dormire sonni tranquilli.
Analisi.
La
sinistra senza il popolo?
Dalla
centralità di classe
al
progressismo culturale.
Ilmattinoquotidiano.it
-Gerardo Lisco – (22.08.2026) – Edizione Digitale – Redazione -ci dice:
Dopo
le recenti dichiarazioni di Alexandria Casio-Cortez e l'intervento di Giuseppe
Conte apparso oggi su la Repubblica a proposito dell'ideologia woke, una
riflessione mi sembra opportuna.
Una riflessione che non può che partire dal
rapporto, tutt'altro che scontato, tra sinistra e progressismo.
A riaprire il dibattito è stata Casio-Cortez,
che riferendosi alla stagione apertasi intorno al 2020 ha usato un'espressione
piuttosto netta:
«Woke
1 wash Crazy».
Pochi giorni dopo Conte ha sostenuto che il
woke, pur avendo avuto il merito di portare alla luce forme reali di
discriminazione, abbia finito in alcune sue manifestazioni per trasformarsi in
una sorta di «religione morale autoreferenziale» e che non possa costituire
l'ossatura ideologica di una forza progressista.
Dichiaro
subito il mio punto di vista.
La mia
critica all'ideologia woke non nasce oggi e non aveva bisogno delle parole di Casio-Cortez
per sentirsi legittimata.
Per
inciso non mi sono mai sentito rappresentato dalla Casio – Cortez. Ne ho
scritto più volte negli anni, anche recensendo lavori di Neumann e Rhodes, e
continuo a considerare il woke, nelle sue espressioni più radicali,
un'ideologia autoritaria, con una vocazione totalitaria e capace di assumere
modalità che non esito a definire squadriste.
Proprio
per questo mi ha colpito il conformismo di molte reazioni di questi giorni.
Tesi
che fino a ieri potevano essere facilmente liquidate come conservatrici o
reazionarie sembrano improvvisamente diventate discutibili e persino legittime
dopo essere state pronunciate da una delle figure simbolo della sinistra
progressista americana.
C'è qualcosa di paradossale: dopo avere importato
dagli Stati Uniti buona parte delle categorie del progressismo identitario,
rischiamo ora di importare dagli Stati Uniti persino l'autorizzazione a
criticarle.
Ma il punto che mi interessa è ancora più
profondo.
Che rapporto esiste oggi tra sinistra e
progressismo?
Essere
di sinistra ed essere progressisti significa davvero la stessa cosa? La
distinzione tra sinistra e progressismo è essenziale per comprendere alcune
delle trasformazioni più profonde della politica occidentale contemporanea.
I due concetti oggi vengono spesso utilizzati
come sinonimi, ma appartengono a genealogie differenti.
La
sinistra storica si costituisce principalmente intorno alla questione sociale:
lavoro,
classe, proprietà, distribuzione della ricchezza, welfare e rapporti di potere
economico.
Il
progressismo riguarda invece soprattutto l'evoluzione dei valori e dei costumi,
l'estensione dei diritti individuali, il riconoscimento delle minoranze e il
superamento di norme sociali considerate discriminatorie.
Le due dimensioni possono naturalmente
convergere, ma non necessariamente coincidono.
È
all'interno di questa distinzione che può essere collocato il fenomeno
comunemente definito "woke".
Il
termine è ormai talmente utilizzato in senso polemico da aver perso parte della
sua precisione originaria, ma può essere impiegato, con le dovute cautele, per
indicare una particolare evoluzione del progressismo culturale caratterizzata
da una forte attenzione alle discriminazioni legate a razza, genere,
orientamento sessuale, identità di genere, linguaggio e rappresentazione.
In
questa prospettiva, i rapporti di potere non vengono interpretati soltanto
attraverso la posizione economica degli individui, ma anche attraverso
l'appartenenza a gruppi che possono essere oggetto di differenti forme di
discriminazione.
Questo
paradigma non appartiene necessariamente alla tradizione socialista.
Può
infatti convivere tanto con politiche economiche fortemente redistributive
quanto con un'economia sostanzialmente liberale. Una grande impresa può
adottare politiche molto avanzate sul piano della diversità, dell'inclusione e
della rappresentanza delle minoranze senza mettere minimamente in discussione i
rapporti di proprietà, la distribuzione della ricchezza o il rapporto tra
capitale e lavoro.
È
precisamente questa possibilità a spiegare una parte delle critiche rivolte al
progressismo identitario da settori della sinistra socialista e materialista.
La questione, tuttavia, è più profonda della
semplice contrapposizione tra diritti civili e diritti sociali.
Riguarda
il soggetto stesso che la sinistra intende rappresentare.
Una
parte della sinistra contemporanea concepisce la propria base come una
coalizione tra lavoratori, giovani istruiti, minoranze etniche, movimento
femminista, movimento LGBT, ambientalismo e ceti urbani progressisti.
In questa concezione le differenti forme di
disuguaglianza — economica, razziale, sessuale, culturale — sono considerate
complementari e devono essere combattute contemporaneamente.
La
critica di Sagra Wagenknecht investe proprio questa trasformazione. Non
consiste semplicemente nel sostenere che la sinistra dovrebbe occuparsi
maggiormente di salari, pensioni o welfare.
La sua contestazione è più radicale: una
sinistra che assume come proprio universo culturale quello dei ceti urbani
altamente istruiti, cosmopoliti e progressisti rischia di perdere la capacità
di rappresentare le classi popolari anche quando continua a proporre politiche
economiche favorevoli a queste ultime. In altri termini, il problema non
riguarda soltanto il programma economico, ma la cultura politica attraverso la
quale quel programma viene proposto. Una parte consistente delle classi
popolari può essere favorevole a salari più elevati, servizi pubblici, maggiore
tassazione dei grandi patrimoni e protezione sociale, senza condividere
necessariamente l'intero universo culturale progressista su immigrazione,
identità, linguaggio, genere e trasformazione dei costumi.
La
domanda posta dalla critica wagenknechtiana è quindi se una forza di sinistra
possa continuare a rappresentare queste persone senza chiedere loro,
implicitamente o esplicitamente, di aderire preventivamente a un determinato
sistema culturale.
È a
questo punto che il confronto con il vecchio PCI italiano diventa
particolarmente interessante.
Non perché il PCI possa essere semplicemente
assimilato alle posizioni di Wagenknecht, ma perché costruiva il proprio blocco
sociale secondo una logica differente da quella di una parte del progressismo
contemporaneo.
Il
soggetto fondamentale era il mondo del lavoro.
Intorno alla classe operaia il PCI cercava di
costruire alleanze con contadini, impiegati, ceti medi, intellettuali, giovani
e settori del mondo cattolico.
Questi
gruppi non dovevano necessariamente diventare culturalmente omogenei per
appartenere allo stesso progetto politico.
Un
operaio comunista poteva avere valori familiari relativamente tradizionali,
essere cattolico o provenire da una cultura popolare profondamente diversa da
quella di un intellettuale comunista delle grandi città.
La
funzione del partito consisteva anche nel costruire un progetto politico capace
di unificare soggetti culturalmente differenti attraverso interessi sociali e
obiettivi politici comuni.
Questo
non significa affatto che il PCI fosse indifferente alla cultura. Al contrario,
soprattutto attraverso la lezione gramsciana, attribuiva alla battaglia
culturale un'importanza enorme.
L'egemonia
consisteva proprio nella capacità di trasformare una determinata concezione
della società in senso comune e di costruire intorno ad essa un blocco storico.
Ma la
cultura aveva una funzione prevalentemente unificante: doveva permettere a
gruppi differenti di riconoscersi in un progetto generale di trasformazione
della società.
Qui
emerge una differenza significativa rispetto a una parte della politica
identitaria contemporanea.
La
logica gramsciana tende a partire da soggetti sociali differenti per costruire
una nuova universalità politica;
il
progressismo identitario tende maggiormente a riconoscere la specificità delle
differenti condizioni e discriminazioni per poi comporle all'interno di una
coalizione.
Non si
tratta necessariamente di stabilire quale modello sia moralmente superiore, ma
di riconoscere che si tratta di due differenti modalità di costruzione del
soggetto politico.
Anche
la sinistra americana contemporanea deve essere analizzata attraverso questa
distinzione.
Sarebbe semplicistico classificare figure come
Bernie Sanders, Alexandria Casio-Cortez o Zoran Madani come semplicemente
liberal. Sul piano economico le loro proposte possono essere molto più radicali
di quelle di numerosi partiti socialdemocratici europei: forte redistribuzione,
tassazione dei redditi elevati, servizi pubblici, politiche abitative, rafforzamento
dei diritti dei lavoratori e critica della concentrazione della ricchezza.
Da sottolineare che oggi più socialdemocratici
sono social-liberali. Ma programma economico, base sociale e cultura politica
sono tre dimensioni differenti. Una forza può essere radicalmente
redistributiva sul piano economico e contemporaneamente collocarsi
culturalmente nell'universo delle grandi metropoli, dei giovani altamente
istruiti, delle professioni intellettuali, delle minoranze e dei ceti
cosmopoliti.
È
proprio questo che rende particolarmente interessante il fenomeno Madani: esso
rappresenta il tentativo di recuperare una forte politica di classe senza
rinunciare al progressismo culturale.
Si
delineano così almeno tre modelli distinti.
Il
primo è quello liberal-progressista, culturalmente avanzato ma economicamente
compatibile con il capitalismo liberale.
Il
secondo, rappresentato in forme diverse da Sanders, Casio-Cortez e Madani,
cerca di combinare una politica economica socialista o socialdemocratica
radicale con il progressismo culturale.
Il
terzo, riconducibile all'esperimento di Wagenknecht, mantiene una forte
politica redistributiva ma contesta l'egemonia culturale del progressismo
contemporaneo e tenta di ricostruire una rappresentanza delle classi popolari
anche quando queste sono culturalmente moderate o conservatrici.
La
vera contrapposizione, dunque, non è soltanto tra socialismo e liberalismo.
Esiste anche una frattura tra una sinistra
socialista inserita nella cultura progressista metropolitana e una sinistra
sociale che vuole rompere o almeno ridimensionare l'egemonia di quella cultura.
Il caso del Movimento 5 Stelle di Giuseppe
Conte può essere interpretato all'interno di questa trasformazione.
Per un periodo il M5S ha mantenuto un rapporto
significativo con Wagenknecht, che Conte ha anche invitato e intervistato a
Nova.
Quel
rapporto sembrava indicare la possibilità di una convergenza fondata su critica
delle disuguaglianze, welfare, pacifismo, opposizione al riarmo e recupero
delle classi popolari.
Successivamente,
però, il M5S ha consolidato la propria collocazione nel gruppo “The Left” al
Parlamento europeo e, sul piano italiano, ha costruito un rapporto sempre più
stretto con “Alleanza Verdi e Sinistra” e una significativa convergenza con
settori della CGIL.
Questa
rete di rapporti colloca il Movimento all'interno di un campo che tende a
concepire diritti sociali e diritti civili come parti complementari dello
stesso progetto progressista.
Il
caso della CGIL è particolarmente significativo. Il sindacato non considera la
partecipazione ai Pride o le battaglie contro le discriminazioni LGBT come
qualcosa di estraneo alla propria funzione storica.
La sua
concezione contemporanea della tutela sindacale considera il lavoratore
contemporaneamente nella sua posizione economica e nelle altre dimensioni della
sua identità.
Difendere una persona dalla discriminazione
legata all'orientamento sessuale o all'identità di genere viene quindi
interpretato come un'estensione della tutela del lavoratore e del principio
generale di uguaglianza.
È esattamente su questo punto che la
concezione progressista e quella wagenknechtiana divergono.
Per la prima, questione sociale e differenti
forme di discriminazione possono essere integrate all'interno dello stesso
progetto.
Per la seconda, la crescente centralità delle
identità rischia di modificare progressivamente il soggetto della sinistra,
sostituendo alla centralità della condizione sociale una coalizione di
differenti identità e, soprattutto, associando la rappresentanza politica delle
classi popolari all'adesione a un universo culturale che non necessariamente
appartiene loro.
In questo quadro può essere interpretata anche
la recente presa di distanza di Conte da alcuni aspetti del fenomeno woke
attraverso il riferimento implicito alle posizioni di Casio-Cortez.
Più
che una svolta in direzione wagenknechtiana, essa sembra compatibile con una
correzione interna al campo progressista: recuperare la centralità di salari,
lavoro, welfare, costo della vita e disuguaglianze materiali, prendendo
contemporaneamente le distanze dagli aspetti più controversi della politica
identitaria, senza però rompere con il paradigma generale del progressismo.
La
differenza è politicamente sostanziale.
Wagenknecht mette in discussione il paradigma;
Casio-Cortez può consentire di correggerlo dall'interno.
Per
Conte la seconda operazione è molto più compatibile con il rapporto costruito
con AVS, con The Left, con settori della CGIL e più generalmente con la
prospettiva di un campo progressista italiano.
A questa dinamica si aggiunge la questione
dell'influenza culturale statunitense.
Negli
ultimi decenni una parte consistente del vocabolario attraverso cui la sinistra
europea discute di identità e discriminazioni è stata elaborata negli Stati
Uniti: woke, identità politica, intersectionality, privilegi, diversità, equity
and inclusioni, cancella culture.
Molte di queste categorie sono state
successivamente importate nel dibattito europeo, spesso applicandole a società
con storie politiche, strutture di classe e conflitti sociali molto differenti
da quelli americani. Si può quindi avanzare l'ipotesi di una forma di “soft
power culturale americano”:
non
necessariamente una subordinazione politica diretta, ma la capacità del sistema
culturale statunitense di stabilire il linguaggio attraverso cui anche altri
sistemi politici interpretano i propri conflitti. Il paradosso è che oggi anche
la revisione critica di alcune forme del progressismo identitario tende ad
arrivare dagli Stati Uniti.
Prima
vengono importate le categorie del progressismo americano; successivamente
vengono importate anche le categorie attraverso cui quel progressismo corregge
sé stesso.
Per la
sinistra italiana il paradosso è particolarmente evidente, perché essa possiede
una tradizione teorica autonoma molto più antica per affrontare il rapporto tra
classe, cultura ed egemonia.
Gramsci,
il PCI e il movimento operaio italiano avevano elaborato strumenti concettuali
specifici per comprendere come differenti gruppi sociali potessero essere
riuniti all'interno di un progetto politico comune.
Il
rischio è quindi che una tradizione politica dotata di una propria teoria
dell'egemonia finisca per interpretare la propria crisi utilizzando
prevalentemente categorie prodotte altrove.
Sul
tema basti pensare al rapporto con cultura Cattolica.
Gramsci
ne già nel 1918 alla viglia della ondazione del P.P.I.
La questione fondamentale che emerge non è
dunque se la sinistra debba essere favorevole o contraria al Pride, né se debba
scegliere astrattamente tra diritti civili e diritti sociali.
La domanda è molto più profonda: chi è oggi il
soggetto della sinistra? Se esso è concepito come una coalizione progressista
composta da lavoratori, giovani istruiti, minoranze, ambientalismo, femminismo,
movimento LGBT e ceti urbani cosmopoliti, allora il progetto rappresentato
dalla nuova sinistra americana possiede una propria coerenza:
radicalizzare
la politica economica mantenendo contemporaneamente il progressismo culturale.
Se
invece il punto di partenza sono le classi popolari definite principalmente
dalla loro condizione materiale, bisogna accettare che esse possano essere
culturalmente eterogenee:
progressiste,
moderate, religiose, tradizionali, cosmopolite oppure legate alle proprie
comunità territoriali.
In
questo secondo paradigma, il compito della sinistra non consiste nel selezionare
culturalmente il proprio popolo, ma nel costruire un progetto politico capace
di unificarne le differenze.
È precisamente qui che il confronto con il PCI
torna ad acquistare attualità.
Non si tratta di chiedersi anacronisticamente
quale posizione avrebbe assunto Berlinguer sulle controversie culturali
contemporanee.
La domanda più utile è un'altra: come riusciva
quella sinistra a costruire un'appartenenza politica comune tra persone che
avevano valori, sensibilità e stili di vita molto differenti?
Da
questa prospettiva, PCI, Wagenknecht, Sanders, Casio-Cortez, Madani, CGIL, AVS
e il M5S di Conte rappresentano risposte differenti allo stesso problema
storico:
come ricostruire un blocco sociale
maggioritario dopo l'indebolimento della tradizionale identità di classe.
La
frattura decisiva della sinistra contemporanea potrebbe quindi non essere
semplicemente quella tra moderati e radicali o tra riformisti e socialisti.
Potrebbe
attraversare lo stesso campo della sinistra economica: da una parte chi ritiene
possibile e necessario unire redistribuzione e progressismo culturale;
dall'altra chi ritiene che proprio l'egemonia culturale progressista
costituisca uno degli ostacoli alla ricostruzione di una rappresentanza
politica delle classi popolari.
In
ultima analisi, la questione può essere formulata attraverso un'alternativa
fondamentale:
la
sinistra deve costruire un blocco politico a partire dalla comune condizione
sociale, accettandone l'eterogeneità culturale, oppure deve costruire una
coalizione nella quale appartenenza sociale e adesione a un insieme di valori
progressisti tendono a diventare inseparabili?
È
probabilmente intorno alla risposta a questa domanda, più che intorno
all'etichetta "woke", che si giocherà una parte importante della
ridefinizione della sinistra occidentale.
Woke
2.0, la sinistra non si
faccia
dettare l’agenda dalla destra.
Left.it
- Giuliano Laccetti – (26 Agosto 2026) – Redazione – ci dice:
Sarebbe
sbagliato trasformare la discussione nella formula «classe contro identità».
L'idea dell'intersezionalità nasce proprio per
mettere in discussione questa alternativa.
Una
donna povera non è soltanto povera e non è soltanto donna.
Un
lavoratore afroamericano può essere colpito contemporaneamente da
disuguaglianze economiche e discriminazioni razziale.
È
bastata una battuta (o, più precisamente, la citazione di una battuta) per
trasformare una discussione interna alla sinistra americana in un caso politico
anche in Italia.
Alexandria
Casio-Cortez, intervistata ad inizio agosto da “Jonathan Karl”, nel popolare
programma della “Abc This Week”, ha citato sorridendo una frase del consigliere
comunale progressista di New York Chi Osé: «Woke 1.0 was crazy».
La
precisazione è tutt’altro che marginale: Casio-Cortez non ha detto «Woke was
crazy», né ha pronunciato lei «Woke 1.0 was crazy».
Ha
riferito una frase altrui.
Possiamo
immaginare che fosse d’accordo; possiamo pensare che la considerasse una
battuta efficace per prendere le distanze da alcune posizioni del passato.
Ma non
lo sappiamo, e non possiamo trasformare una citazione in una sua dichiarazione.
Quello
che Alexandria Casio-Cortez ha detto direttamente, subito dopo, è un’altra
cosa.
Ha
spiegato che durante i mesi del Covid si era spalancata la cosiddetta finestra
di Everton, cioè l’insieme delle idee che, in un determinato momento, sono
considerate politicamente accettabili e possono entrare nel campo del
possibile.
E ha
osservato che la retorica di quella fase non è quella che i progressisti
userebbero oggi.
Il
punto interessante, dunque, non è stabilire se Casio-Cortez abbia «rinnegato il
woke» (cosa che non ha detto).
È capire che cosa succede a una cultura
politica quando una sua prima versione mostra dei limiti, alcuni suoi linguaggi
diventano inefficaci o controproducenti e la società cambia.
E qui
c’è una piccola cifra che nella polemica italiana sembra essere scomparsa: l’1.
«Woke 1.0» indica una fase, una versione, non
il woke in quanto tale.
E quel «1.0» sembra quasi il linguaggio del
software.
Non è
un’immagine del tutto fuori luogo.
Una
versione 1.0 non è necessariamente una versione da buttare: è una versione che
può essere aggiornata, corretta, migliorata.
Può arrivare una 2.0, diversa dalla precedente
perché ha imparato dai propri errori, ha eliminato qualche difetto, ha sostituito
e cambiato alcune funzioni.
Ma non
per questo ha smesso di essere lo stesso progetto. e esiste una versione 1.0 di
una cultura politica, è possibile immaginarne una 2.0: non la sua
cancellazione, ma la sua evoluzione.
La
parola woke appartiene al linguaggio della comunità afroamericana. Indicava
l’essere svegli, vigili, consapevoli davanti al razzismo e alla violenza
razziale. L’espressione stay woke è documentata già nella prima metà del
Novecento e, durante la stagione dei diritti civili, assunse un forte
significato politico e morale: non abbassare la guardia, non accettare come
normale ciò che normale non è. Non era una teoria accademica né una moda
culturale. Era la consapevolezza di una comunità che aveva imparato, spesso a
proprie spese, che il razzismo poteva essere incorporato nelle istituzioni,
nelle consuetudini, nei rapporti sociali e persino nelle cose che una società
considera semplicemente «normali». Nel XXI secolo il termine è tornato con
forza nel linguaggio politico e culturale americano, prima attraverso la
cultura afroamericana e i social network, poi con Ferguson e con Black Lives
Matter. Il movimento era nato nel 2013, dopo l’assoluzione di George Zimmerman
per l’uccisione di Trayvon Martin; nel 2014, dopo la morte di Michael Brown a
Ferguson, stay woke divenne una delle espressioni della mobilitazione contro la
violenza della polizia e il razzismo. Poi, nel maggio 2020, è arrivato George
Floyd. La sua uccisione ha provocato una delle più vaste mobilitazioni della
storia americana. Per settimane milioni di persone sono scese in strada. La
violenza della polizia, il razzismo istituzionale, la storia della schiavitù,
la discriminazione nell’accesso alle opportunità e la rappresentazione delle
minoranze sono entrate al centro del dibattito pubblico. Il termine woke ha
cambiato così scala. Non indicava più soltanto la vigilanza nei confronti del
razzismo, ma veniva progressivamente utilizzato per descrivere una sensibilità
più ampia verso diverse forme di discriminazione: sessismo, omofobia, diritti
delle persone Lgbt, disabilità, stereotipi, rappresentazione delle minoranze,
linguaggio.
Questo
non significa che il woke avesse inventato quelle battaglie. Il femminismo, le
lotte per i diritti delle persone omosessuali, quelle contro la discriminazione
delle persone con disabilità e le riflessioni sul colonialismo e sulla
rappresentazione delle minoranze avevano storie autonome, spesso molto più
antiche. Il woke è diventato piuttosto, in una determinata fase, una parola
capace di ricondurre sensibilità e battaglie diverse dentro una cornice comune.
Quella cornice partiva da un’idea precisa: le disuguaglianze non sono soltanto
economiche. Possono essere prodotte e riprodotte anche dalla cultura, dal
linguaggio, dalle rappresentazioni e dai rapporti di potere. Le condizioni
materiali e quelle legate all’identità possono sovrapporsi e rafforzarsi.
Il
woke è diventato così progressivamente una parola-ombrello, capace di
comprendere il movimento contro il razzismo, la lotta contro le
discriminazioni, il femminismo, i diritti Lgbt, la critica degli stereotipi, la
richiesta di una maggiore rappresentazione delle minoranze e, con il tempo,
questioni più controverse come il linguaggio inclusivo, i pronomi, i trigger warming,
la cancella culture, la rimozione o contestualizzazione di monumenti e opere e
la revisione dei programmi scolastici. Ma quelle questioni non avevano tutte lo
stesso significato. Difendere una persona da una discriminazione razziale e
discutere se un’opera letteraria debba essere accompagnata da un trigger
warning non sono la stessa cosa. Contestare la violenza della polizia e chiedere
di modificare una parola perché considerata non sufficientemente inclusiva non
sono la stessa cosa. Rivendicare l’uguaglianza davanti alla legge e sostenere
che un’opera del passato debba essere giudicata esclusivamente secondo i
criteri morali del presente non sono la stessa cosa. La parola finiva dunque
per contenere esperienze, battaglie e posizioni con storie, significati e
livelli di consenso molto diversi.
Una
cultura politica nata nei movimenti tende, prima o poi, a entrare nelle
istituzioni. È accaduto anche al woke. Le sue idee sono arrivate nelle
università, nelle amministrazioni pubbliche e nelle imprese, anche attraverso
le politiche indicate con l’acronimo DEI: diversity, equity and inclusion.
È un passaggio ambivalente. La sensibilità
verso discriminazioni e disuguaglianze può tradursi in politiche concrete
contro le discriminazioni. Ma, entrando nelle organizzazioni, può anche
trasformarsi in procedure e categorie che finiscono per produrre nuovi problemi
o alimentare diffidenza. Una politica di inclusione può dunque essere concepita
o comunicata male. Questo non significa che l’obiettivo dell’inclusione sia
sbagliato: significa che bisogna discutere gli strumenti con cui lo si
persegue.
Negli Stati Uniti, intanto, la sinistra
progressista discuteva del rapporto fra identità politica e questione sociale.
La
critica non veniva soltanto dalla destra. Una parte della sinistra americana
sosteneva che il Partito Democratico, insistendo sulle identità e sulle
differenze culturali, rischiasse di perdere di vista le condizioni materiali di
milioni di persone: salari, lavoro, sanità, istruzione, casa, disuguaglianze
economiche. È una critica che, con accenti diversi, è stata formulata anche da
Bernie Sanders e da altri settori della sinistra americana.
Ma
sarebbe sbagliato trasformare la discussione nella formula «classe contro
identità». L’idea dell’intersezionalità nasce proprio per mettere in
discussione questa alternativa. Una donna povera non è soltanto povera e non è
soltanto donna. Un lavoratore afroamericano può essere colpito
contemporaneamente da disuguaglianze economiche e discriminazioni razziali. Una
persona Lgbt che vive in una famiglia a basso reddito non deve scegliere quale
delle due condizioni considerare politicamente rilevante. Le disuguaglianze
possono sovrapporsi e rafforzarsi. Il problema politico è come tenere insieme
le diverse dimensioni senza lasciare che l’una diventi la sostituzione
dell’altra. Mentre queste discussioni attraversavano la sinistra americana,
woke ha subito un’altra trasformazione: ha smesso progressivamente di essere
soltanto il nome di una sensibilità politica ed è diventato un’etichetta
utilizzata per definire l’avversario. La destra americana ha avuto un ruolo
decisivo in questo passaggio. Sotto la stessa parola sono state raccolte
questioni diverse: politiche DEI, linguaggio inclusivo, diritti transgender,
revisione dei programmi scolastici, monumenti confederati, rappresentazione
delle minoranze, cancella culture. A volte si trattava di problemi reali; altre
volte di controversie circoscritte; altre ancora di episodi marginali
trasformati in simboli. Non occorreva più discutere ogni singola questione:
bastava attribuirle l’etichetta woke. Una discussione sul curriculum scolastico
diventava una discussione sul woke; una controversia su un monumento, una
battaglia contro il woke; una discussione sui pronomi, una prova della deriva
della sinistra; una politica DEI criticabile per ragioni specifiche, la
dimostrazione del fallimento dell’intera cultura progressista. La parola
produceva così una forte semplificazione: non si contestava più soltanto una
politica, si costruiva un’identità politica attraverso il suo rifiuto.
Una
cultura nata dall’idea di stare svegli davanti all’ingiustizia veniva così
rappresentata come una cultura che pretendeva di controllare le parole,
cancellare il passato, riscrivere la storia e imporre una nuova ortodossia. La
distanza fra le due definizioni poteva essere enorme. Questo non significa che
ogni critica fosse inventata: significa che occorreva distinguere la
discussione su singole pratiche e idee dalla costruzione di un unico avversario
ideologico. In questo contesto si colloca la controversia sulla memoria
storica. Il 1619 Project, lanciato dal New York Times Magazine nel 2019, ha
proposto di riportare la schiavitù e il ruolo degli afroamericani al centro
della narrazione della storia degli Stati Uniti. Ma da una rilettura critica
della storia americana non deriva automaticamente una volontà di cancellare i
suoi protagonisti, le sue opere o la sua tradizione culturale. La discussione
sulla memoria americana era infatti molto più antica e complessa: comprendeva i
monumenti confederati, Colombo, la rappresentazione dei nativi americani, i
programmi scolastici, la schiavitù, il colonialismo, i libri e le opere
considerate problematiche. Non era una catena che cominciava nel 2019 e
procedeva inevitabilmente verso la cancellazione di ogni autore o protagonista
del passato.La storia può essere riletta senza essere cancellata. Un monumento
può essere discusso, contestualizzato, spostato o lasciato al suo posto.
Un’opera può essere criticata e continuare a essere letta. Un protagonista
storico può essere studiato nella sua grandezza e nelle sue responsabilità.
Conoscere il passato non significa assolverlo; criticarlo non significa
cancellarlo.
Se una
parte della sinistra ha commesso errori, ha utilizzato un linguaggio
incomprensibile, ha attribuito un peso sproporzionato ad alcune questioni
simboliche o ha trasformato il dissenso in una prova di colpevolezza morale, la
risposta più naturale dovrebbe essere una correzione interna. Ma la destra ha
interesse a fare di quegli episodi la rappresentazione dell’intera sinistra. E
una parte della sinistra può finire per accettare quella rappresentazione,
cominciando a discutere di sé nei termini stabiliti dall’avversario. È un
rischio che riguarda tutte le culture politiche: lasciare che sia l’avversario
a stabilire le domande alle quali si deve rispondere.
La
domanda «sei woke?» può diventare allora più importante delle domande che il
woke aveva posto all’origine: chi viene discriminato? Chi è escluso? Quali
disuguaglianze sono invisibili? Quali rapporti di potere vengono considerati
normali? Quali persone sono meno libere di altre? Una cultura politica può
correggere i propri eccessi senza rinunciare alle domande che l’hanno fatta
nascere. Può cambiare linguaggio senza cambiare i propri principi fondamentali.
Può riconoscere che alcune battaglie sono state condotte male senza concludere
che le ragioni di quelle battaglie fossero sbagliate. Questa può essere la
prima condizione di un Woke 2.0: non un ritorno indietro e non la cancellazione
di ciò che è stato, ma la capacità di distinguere il nucleo di una cultura
politica dalle forme contingenti che ha assunto, correggendo ciò che non
funziona senza rinunciare alle domande che l’hanno fatta nascere.
Quando
il woke arriva in Italia.
Il
passaggio dagli Stati Uniti all’Italia cambia profondamente il significato
della parola. Il woke, nella sua accezione politica originaria, non ha avuto da
noi la stessa storia sociale e politica. Non abbiamo avuto una stagione
paragonabile a Black Live Matter, né una mobilitazione di massa attorno alla
violenza della polizia e al rapporto fra le comunità nere e le forze
dell’ordine. Non abbiamo avuto, con la stessa intensità, una discussione
nazionale sulla storia della schiavitù americana, sul de fund the police, sulle
politiche DEI delle università o sulla rimozione dei monumenti confederati.
Questo non significa che in Italia non esistano razzismo, discriminazioni,
sessismo, violenza di genere o problemi relativi ai diritti delle minoranze.
Significa che il termine woke non è nato qui per descrivere queste battaglie e
non ha assunto qui la stessa funzione politica. È arrivato soprattutto di
rimbalzo, già caricato di gran parte del significato negativo che la destra
americana gli aveva attribuito. Nel viaggio ha perso buona parte della propria
storia e si è sovrapposto a parole che in Italia esistevano già: politically corrette,
buonismo, linguaggio inclusivo, femminismo, diritti delle minoranze, identità.
La
differenza non è soltanto linguistica. Negli Stati Uniti una cultura politica
reale, nata dentro una storia precisa, ha progressivamente assunto significati
diversi, è entrata nelle istituzioni, ha prodotto anche eccessi, ha suscitato
critiche interne ed è diventata infine uno dei bersagli della guerra culturale
della destra. In Italia, invece, la polemica sul woke arriva in gran parte
prima che esista una cultura politica italiana che possa essere definita con
quel nome. Alcune delle questioni che negli Stati Uniti sono state associate al
termine sono naturalmente arrivate anche da noi. Possiamo discutere il
linguaggio inclusivo, le formule linguistiche artificiose, le controversie
sulla rappresentazione delle minoranze, le questioni relative all’identità di
genere, il rapporto fra opere del passato e sensibilità contemporanea. Alcune
di queste discussioni sono serie; altre possono apparire sproporzionate; alcune
battaglie possono essere state condotte male e alcuni linguaggi possono essersi
rivelati controproducenti.
Ma una
questione può essere legittima senza essere centrale. Una persona transgender
può avere ragioni per desiderare uno spazio nel quale si senta sicura e
rispettata. Una persona può ritenere importante una determinata forma
linguistica inclusiva. Una comunità può chiedere che un monumento venga
contestualizzato. Sono questioni che possono meritare discussione. Non ne
deriva che debbano diventare il centro dell’agenda politica nazionale.
Prendiamo ad esempio una cosa minima: dire «ragazzi e ragazze» invece di
«ragazzi». Non c’è nulla di male nel dirlo e non c’è nulla di male neppure nel
non dirlo. È una scelta linguistica, eventualmente anche simbolica. Può essere
condivisa o considerata superflua. È marginale, senza essere per questo priva
di significato. Il problema nasce quando una questione di questo genere viene
presa, attribuita alla sinistra nel suo complesso, ingigantita fino a diventare
il suo principale simbolo e poi utilizzata per accusare la sinistra di
occuparsi di quella questione anziché di salari, lavoro, casa, sanità e
disuguaglianze.
La
domanda è però: dov’è concretamente questa sinistra italiana che avrebbe
abbandonato i problemi sociali per dedicarsi al woke? Quale partito ha
costruito il proprio programma attorno alla cancel culture? Quale ha fatto
dell’abbattimento delle statue, della cancellazione delle feste nazionali o
della revisione della letteratura il centro della propria iniziativa politica?
Quale leader della sinistra italiana ha costruito la propria identità politica
attorno a queste battaglie? Il punto è stabilire quanto pesino realmente
nell’attività politica delle forze progressiste italiane e quanto, invece,
pesino nella rappresentazione che di quelle forze viene costruita nel dibattito
pubblico. Altrimenti accade qualcosa di singolare: si costruisce una
rappresentazione della sinistra a partire da una questione marginale e poi si
rimprovera la sinistra di essere quella rappresentazione. E il paradosso è che
questa rappresentazione non rimane necessariamente confinata alla destra. Può
essere interiorizzata anche da una parte della sinistra, fino a trasformarsi in
un’autocritica: la gente non vuole sentir parlare di woke, di diritti, di
linguaggio inclusivo; vuole sentir parlare di bollette, salari, lavoro.
Diritti
sociali e diritti civili.
Una
sinistra seria deve certamente occuparsi di salari, lavoro, casa, sanità,
scuola, servizi pubblici e disuguaglianze economiche. Deve parlare a chi non
arriva alla fine del mese, a chi non trova una casa, a chi aspetta mesi per una
visita, a chi lavora senza avere la sicurezza di poter costruire il proprio
futuro. Ma perché dovrebbe scegliere?
Perché mai la lotta alle disuguaglianze economiche dovrebbe essere contrapposta
alla lotta contro il razzismo, il sessismo e le discriminazioni? Come se una
lavoratrice avesse bisogno del salario ma non anche della libertà di non essere
discriminata perché donna; come se un lavoratore immigrato avesse bisogno di un
contratto dignitoso ma non anche di non essere discriminato per il colore della
pelle. I ceti popolari non sono una categoria omogenea: hanno bisogno di
salari, servizi pubblici, casa e sicurezza sociale, ma anche di diritti,
libertà e riconoscimento. Diritti sociali e diritti civili non sono due agende
concorrenti: sono due facce dell’uguaglianza. Una lavoratrice che chiede un
salario dignitoso può avere anche bisogno di una politica che non la penalizzi
perché ha avuto un figlio. Un padre che chiede di poter condividere davvero il
congedo parentale non sta ponendo una questione astrattamente «identitaria»:
sta parlando del proprio lavoro, del proprio reddito, del proprio tempo e della
propria famiglia. Una politica sulla parità nella cura dei figli riguarda
insieme diritti, lavoro, reddito, organizzazione familiare e opportunità
professionali.
Diritti
civili e condizioni materiali, dunque, non sono mondi separati: nella vita
delle persone si intrecciano continuamente. Questa idea non viene meno perché
alcuni eccessi del politicamente corretto sono stati inutili, talvolta persino
controproducenti. Una cosa è riconoscerlo; un’altra è trasformare quegli
eccessi nella prova che la lotta contro le discriminazioni appartenga a
un’agenda estranea alle persone comuni. È quindi discutibile la corsa a
smarcarsi dal woke per conquistare consenso. Da chi dovrebbero arrivare i voti
conquistati dicendo «anche noi siamo contro il woke»? Da chi considera la
sinistra troppo woke, in larga misura già orientato verso la destra. Pensare
che basti diventare un po’ meno woke per riportarlo a sinistra sarebbe, nella migliore
delle ipotesi, ingenuo. La questione, invece, è diversa se una forza politica
riconosce che un determinato linguaggio non funziona, che una battaglia
simbolica è diventata controproducente o che una priorità è stata comunicata
male. In questo caso cambiare è non soltanto possibile, ma necessario. Una
politica che non sappia correggersi diventa autoreferenziale. Ma correggersi è
una cosa; accettare la descrizione di sé costruita dall’avversario è un’altra.
La
sinistra deve certamente parlare, magari ancora di più di quanto non lo faccia
già, di salari, lavoro, casa, sanità, scuola, pensioni, precarietà e costo
della vita. Ma dovrebbe farlo perché queste sono questioni centrali per una
politica progressista, non perché la destra abbia deciso che il suo avversario
è il partito dei pronomi e dei bagni gender. Altrimenti si finisce per
accettare una gerarchia artificiale: da una parte i «problemi veri», dall’altra
le questioni culturali e civili, considerate quasi per definizione secondarie.
Ma la vita reale non è organizzata per compartimenti politici. La politica
contemporanea passa anche attraverso la comunicazione, le immagini, le formule
riconoscibili.
Meloni
ha dimostrato quanto possa essere efficace una politica capace di costruire
parole semplici, identità riconoscibili e contrapposizioni immediate. Non basta
avere un programma: bisogna riuscire a raccontarlo. Questo spiega anche perché
una parola come woke sia diventata così efficace. È breve, straniera,
facilmente riconoscibile e può raccogliere sotto un’unica etichetta fenomeni
molto diversi: politically correct, schwa, pronomi, bagni gender, cancella
culture, statue, libri, programmi scolastici, identità.
La
rappresentazione è più semplice della realtà. E la politica contemporanea,
soprattutto quella che vive di comunicazione quotidiana e social network, tende
a premiare ciò che è semplice, riconoscibile, ripetibile. Questo può spiegare
perché alcuni fenomeni marginali abbiano una visibilità molto superiore al loro
peso nella concreta attività politica dei partiti progressisti. Non significa
che siano inventati: significa che il loro peso comunicativo può essere molto
maggiore del loro peso politico e sociale.
Conte,
nel suo intervento di agosto, ha individuato alcuni problemi reali: la cancella
culture, il conformismo ideologico, la difficoltà di contestualizzare opere e
idee, il rischio che la politica finisca per regolare sensibilità e linguaggio.
Sono questioni sulle quali è legittimo discutere. Il problema, ancora una
volta, sono le proporzioni. Che si possa discutere se sia necessario dire
sempre «ragazzi e ragazze» è una cosa; trasformare una questione linguistica di
questo genere in una delle ragioni per cui la sinistra dovrebbe prendere le
distanze dalla cultura woke è un’altra. Una persona può ritenere importante una
forma di linguaggio inclusivo e un’altra può considerarla superflua: nessuna
delle due posizioni, da sola, definisce un programma politico. Il rischio è che
il dibattito sui simboli finisca per sostituire quello sulle politiche
concrete. Ma il rischio opposto è altrettanto reale: che, per reagire a questa
sproporzione, si finisca per considerare ogni questione culturale o civile un
lusso da abbandonare.
La
retorica può cambiare, così come parole e priorità. È normale che una forza
politica aggiorni il proprio linguaggio quando cambia la società o quando una
formula non funziona più.
Cambiare
retorica non significa rinnegare i valori.
La
sinistra può anche smettere di usare la parola woke. Può abbandonare gli
eccessi verbali, le formule che non funzionano, le battaglie simboliche che si
sono rivelate politicamente sterili.
Può
discutere criticamente di cancella culture, di linguaggio inclusivo, di
politiche identitarie e delle forme che il progressismo ha assunto negli ultimi
anni.
Ma non
deve vergognarsi di ciò che quella parola ha rappresentato, né accettare la
definizione che della parola ha costruito la destra.
Non
deve rinunciare alla vigilanza contro il razzismo, alla lotta alle
discriminazioni, al femminismo, ai diritti civili, né all’idea che anche parole
e rappresentazioni possano contribuire a mantenere gerarchie e disuguaglianze.
Se woke è diventato il nome di una caricatura
della sinistra, possiamo anche farne a meno.
Ma non
della ragione per cui quella parola, all’origine, aveva un significato così
semplice e forte: “stare svegli davanti all’ingiustizia”.
(Giuliano Laccetti è ordinario di Informatica della
Università degli Studi di Napoli Federico II, Napoli.)
La
sinistra è morta, viva la sinistra?
25
riflessioni provvisorie,
discutibili,
scomode.
Micromega.net
- Paolo Flores d'Arcais – (26 Gennaio 2023) – Redazione – ci dice:
(Il
questionario-tesi del direttore sui temi che dividono la sinistra, ora
disponibile anche su micromega.net.).
La
sinistra è morta, viva la sinistra? 25 riflessioni provvisorie, discutibili,
scomode.
Come
anticipazione del nuovo numero di MicroMega pubblichiamo il questionario-tesi
del direttore Paolo Flores d’Arcais. Il questionario apre il volume e contiene
25 domande inviate a 25 personalità del mondo politico, giornalistico e
culturale.
Le
domande mettono in moto il dibattito che prosegue nei saggi-risposte contenuti
nel numero 1/2023 di MicroMega.
Erri
De Luca, Marco d’Eramo, Valeria Parrella, Monica Di Sisto, Domenico De Masi,
Ezio Mauro e molti altri hanno controbattuto alle argomentazioni del direttore,
a volte in sintonia e altre in amichevole disaccordo con le tesi proposte.
Le
elezioni dello scorso 25 settembre hanno segnato un importante spartiacque per
la politica italiana: per la prima volta dal dopoguerra, il partito erede del
fascismo guida il governo di questo Paese. E la sinistra? Esiste ancora? Nei
partiti certamente no, e nella società civile? Il “politicamente corretto”
prima e, drammaticamente, la guerra di Putin contro l’Ucraina poi hanno fatto
esplodere anche la sinistra fuori dal Palazzo. 25 tesi per provare a ripartire.
1. La sinistra esiste ancora? Come
rappresentanza parlamentare, come insieme di forze politiche organizzate, da
molti anni la risposta di MicroMega è un rotondo NO. C’è un futuro per la
sinistra? È immaginabile, è illusorio? E quale sinistra?
2.
Sinistra vuol dire perseguire l’obiettivo di diminuire aritmeticamente ogni
giorno le diseguaglianze sociali, senza ridurre, e anzi incrementando, l’ambito
delle libertà civili di ciascuno. In Italia la sinistra organizzata ha
certificato la propria dissoluzione quando un alto dirigente Pds>Pd ha
gioiosamente comunicato «abbiamo una banca». Ma la rinuncia all’eguaglianza
sociale come bussola della propria politica era in atto già da ennesimi anni.
L’eguaglianza era scomparsa perfino come orizzonte ideologico, come offerta di
speranza, con il partito dei D’Alema.
3.
Dileguata come forza politica organizzata, la sinistra viveva e anzi cresceva
nella società civile. Questa l’altra tesi cruciale di MicroMega. Che l’ha
teorizzata e anche praticata. Il 2002, anno culminante delle grandi
manifestazioni di massa, con la Cgil di Cofferati al Circo Massimo e la “Festa
di protesta” dei Girotondi a san Giovanni, si era aperto con la presentazione
al Palavobis del numero di MicroMega dedicato ai dieci anni di Mani pulite (15
mila persone sotto il tendone, 30 mila fuori).
4. La
sinistra della società civile si è moltiplicata e dispersa nei mille rivoli del
volontariato. Ma questa sinistra, incapace di aggregarsi anche in geometria
variabile, è entrata in progressiva implosione col “politicamente corretto”
prima e con la guerra di Putin contro l’Ucraina poi. Le variegatissime
declinazioni di giustizia-e-libertà della sinistra della società civile si sono
sempre più spesso trasformate in divisioni e contrasti, fino
all’incomunicabilità, all’inconciliabilità, all’anatema reciproco.
Questi
punti critici e di rottura vanno affrontati apertamente, evitando ogni
tentazione di edulcorarli o minimizzarli. Una sinistra potrà rinascere solo se
avrà risolto i temi scomodissimi che la stanno devastando. Disordinatamente e
parzialmente, perciò.
5. In
una quota consistente di persone che si sentono di sinistra comincia a
circolare in dosi crescenti la tossina dell’islamofilia, che è ormai egemonica
nel sentire di sinistra in Francia, negli Usa, in Gran Bretagna e via dilagando
in tutto l’Occidente. Si presenta come condanna dell’islamofobia, etichetta con
cui viene bollata ogni critica all’islam. Critica che invece a sinistra è
doverosa e duplice. Come critica di ogni religione, e come critica di una
religione che più di ogni altra opprime la donna.
Nella
grande manifestazione delle Sardine in piazza san Giovanni a Roma, il 14
dicembre 2019, un intervento cruciale fu riservato, per tutti gli immigrati, a
una ragazza con foulard islamico, religiosamente ortodossa, anziché a una delle
non poche immigrate che si erano liberate dal velo e dalla religione e per
questo subivano l’ulteriore oppressione clerico-patriarcale di minacce,
violenze, ostracismi della “comunità”, fino alla morte. A sinistra, in
quell’occasione, solo MicroMega, che pure era in piazza, stigmatizzò la scelta
reazionaria delle Sardine.
6. Il
velo è simbolo di oppressione della donna. Che qualcuna, in condizioni
speciali, lo rivendichi come libera scelta non ne cancella e neppure attenua la
realtà simbolica e sociale di strumento di oppressione, fino alla morte per chi
si ribella, come sanno Mahsa Amini, Hadith Najafi, Nika Shakarami e migliaia e
migliaia di ragazze bastonate, imprigionate, torturate, uccise nell’Iran degli
ayatollah. Perché allora tanta cecità tra chi si considera di sinistra (e su
altri temi lo è)? Perché chi ha saputo portare in piazza centomila persone “per
la pace” non ha nemmeno provato a mobilitarle per le Mahsa Amini di Teheran e
Qom? Perché le femministe di tutto il mondo tacciono o tiepidamente accennano?
7.
L’immigrato è un oppresso, una vittima. Se si fa persecutore della moglie,
della figlia o della sorella, diventa a sua volta oppressore. Perché mai,
allora, dovremmo essere solidali con la vittima/oppressore anziché con la
vittima due volte oppressa? La “sinistra” islamofila trasferisce l’oppressione
dagli individui alle “comunità”, dunque il soggetto che esercita l’oppressione
diventa l’Occidente, e l’oppresso la “cultura islamica” con tutti i suoi
“valori”. La rinuncia al carattere irripetibile di ogni esistenza,
all’individuo, e l’odio globale per l’Occidente cominciano a trapelare come
caratteristica di questa “sinistra”.
8. Nei
campus anglosassoni del nuovo millennio sono diventati sempre più diffusi i
corsi col trigger warning. Si avverte e mette in guardia che nei testi classici
di quel corso vi saranno elementi che potrebbero suonare offensivi per la
sensibilità degli studenti. Da Ovidio a Shakespeare, quasi nessun classico è
stato esente da almeno una delle accuse di razzismo, misoginia, sessismo,
violenza, colonialismo, sfruttamento eccetera.
Dai
trigger warming si è passati insensibilmente e rapidamente alla censura, alla
sostituzione dei classici con autori, e più spesso autrici, su cui non gravasse
l’anatema di essere bianchi, maschi, eterosessuali… Le caratteristiche
storico-sociali fanno aggio sulla qualità artistica e il valore culturale. Un
atteggiamento che ha i suoi padri tutelari nell’Index Libro rum Proibitore del
Sant’Uffizio e nei roghi delle camicie brune hitleriane. Non si è di sinistra
senza esserne agli antipodi (ecco perché, tra l’altro, Stalin e Mao non sono di
sinistra).
9.
L’immiserimento dell’identità individuale in appartenenza storico-sociale
celebra i suoi fasti con l’accusa di “appropriazione culturale” per chi parli,
scriva, dipinga, metta in musica… intorno a qualcosa della cui identità non sia
direttamente esponente. Così per interpretare in un film un omosessuale si
dovrà essere omosessuale, per interpretare l’Otello di Verdi il tenore non
potrà essere un bianco truccato col nerofumo (ma anche Aida, e Madame Butterfly
e… e…), di operai potrà scrivere solo un operaio, di neri solo un nero, di
donne solo una donna, ma allora di assassini solo un assassino, e di morti solo
un morto. Eppure questo è ormai il “common sense” di gran parte del mondo
culturale che si immagina a sinistra, e degli studenti “radicali” dei campus
anglosassoni, e ormai anche delle università francesi.
10. Il
razzismo costituisce la forma più elementare e brutale di oppressione, il grado
zero della liberté>égalité>fraternité. Ma si combatte il razzismo
imponendo nelle case editrici l’uso della parola Black con la maiuscola e
quella di white con la minuscola? O con l’anatema contro la musica classica
(“smoke screen for white suprema”)? O la cancellazione della parola nigger in
Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain (il capolavoro da cui «tutta la
letteratura americana moderna proviene», Ernest Hemingway dixit), sostituita
219 volte dal generico slave? O gli infiniti altri casi che vanno
metastatizzando di censura e ipocrisia la cultura di “sinistra”?
11. Lo
stupro è un crimine più grave di altri puniti con le stesse pene, massimamente
odioso perché minimizzato fino a tempi recentissimi con la retorica avvocatesca
la più fetida (vis grata puellae). Ma la molestia non è uno stupro, e un
corteggiamento volgare o insistente non sempre è molestia. Rubricarli tutti
sotto la voce più grave ha l’effetto sociopsicologico boomerang di
depotenziarli tutti al livello meno grave, non quello auspicato di sottolineare
il carattere comunque insopportabile di tutti quei comportamenti.
Nell’accertamento
del reato contano le prove, e nella condanna sociale devono valere i
comportamenti effettivamente compiuti, non il “vissuto” di una delle due parti
o di chi giudica. Ci sono donne e donne, uomini e uomini. Vale anche per
sincerità e menzogna. La Donna, non è per sua natura Angelo e l’Uomo per sua
natura Bestia.
Il
conflitto non è tra Uomini e Donne, ma tra donne e uomini civili e ugualitari,
da una parte, e uomini che vogliono conservare privilegi e prepotenze, contando
anche sulle donne assuefatte alla servitù volontaria, dall’altra. Farne una
guerra tra sessi in quanto tale non solo è cattiva ideologia ma propizia anche
l’ennesima replica del gattopardesco cambiare tutto perché tutto resti eguale1.
12. Il
femminismo è sempre stato percorso da tensioni e divergenze ideologiche e
pratiche. Oggi lo scontro tra una parte del femminismo (in genere “storico”, ma
non solo) e i settori più radicali del movimento Lgbtqia+ è diventato una vera
guerra, anzi crociata, del secondo contro il primo. Punteggiato di anatemi e
linciaggi mediatici, i casi più noti sono quelli di Margaret E. Atwood e Joanne
K. Rowling, ma tantissime altre donne hanno perso il lavoro, dovuto
autocensurare i propri libri, rinunciare a tenere conferenze, per le pressioni
e minacce di provenienza Lgbtqia+.
13. I
settori radicali del movimento Lgbtqia+, e un vastissimo mondo di establishment
accademico, editoriale, giornalistico, mediatico (corrivo o militante), mettono
in discussione il carattere biologico della differenza sessuale. La pretesa che
la differenza cromosomica XX e XY debba cedere il passo al sentire soggettivo e
alla sua mutevolezza nel tempo è scientificamente insostenibile e socialmente
reazionaria. Progressista è garantire che chi, maschio, si sente femmina o,
femmina, si sente maschio, non subirà nessuna discriminazione nei suoi diritti
civili. Pretendere che un maschio, definendosi femmina, possa condividere
toilette, carceri, gare sportive eccetera, come fosse una donna, significa
negare i diritti delle donne (sport) e perfino metterne in pericolo
l’incolumità (carceri eccetera).
Progressista
è difendere la libertà di scelta sessuale ed erotica, etero, omo e ogni altra
variante, fra adulti consenzienti; non lo è confondere la preferenza sessuale
con il genere sessuale, che è biologico.
14. La
sinistra non è mai stata e non può essere pacifista. Non è mai stata e non può
essere per la pace a qualunque condizione. La sinistra è contro la guerra, non
contro la resistenza anche armata all’oppressione. Non solo nella tradizione
rivoluzionaria ma anche in quella riformista. Perfino la tradizione liberale,
con Locke, contempla il diritto di resistenza. Che un potere possa minacciare
l’uso dell’atomica non può cancellare il diritto di resistenza degli oppressi,
ne andrebbe di ogni idea e prospettiva di eguaglianza, emancipazione,
liberazione.
15.
Guerra è parola generica, cui va sempre dato nome e cognome. Altrimenti non vi
sarebbe differenza (abissale) tra lo sbarco dei Mille di Garibaldi e
l’invasione nazista della Polonia. La guerra Russo-Ucraina ha nome invasione
imperialista della Russia di Putin contro la democrazia della Repubblica
ucraina. Con città rase al suolo, stragi di civili, torture, stupri di donne. E
cognome resistenza eroica del popolo ucraino per difendere la propria sovranità
e indipendenza, cacciando l’invasore.
16.
Per chi ha come valori l’endiadi giustizia-e-libertà (che per MicroMega
sintetizza l’essere a sinistra) l’atteggiamento verso questa guerra va da sé,
tanto la situazione è cristallina: sostegno con ogni mezzo alla resistenza
ucraina, comprese tutte le armi di cui ha bisogno (e che i governi occidentali
hanno invece fornito col contagocce).
17.
Una pace senza giustizia non sarebbe pace ma solo un regalo alla prepotenza
imperialista di Putin, dunque un incentivo a nuove aggressioni. Putin ha
infatti dichiarato che la sua missione storica è “liberare” (cioè annettere
alla Russia) ogni territorio dove si parli russo, realizzando il sogno
imperiale del Russkij Myr. Una pace con giustizia non può dunque essere che il
ritiro dall’Ucraina delle truppe di Putin e il pagamento dei danni di guerra.
18.
C’è un filo nero che unisce le tante e diverse derive reazionarie della
“sinistra” fin qui delineate (in modo tutt’altro che esaustivo)? Di sicuro in
tutte si mostra in filigrana l’odio per l’Occidente, il senso di colpa per
essere occidentali. Tutto l’Occidente, tutta la sua storia, perché tutta
eurocentrica, razzista, coloniale, misogina.
Ma
così l’Occidente viene trasformato metafisicamente in Persona, diventa
un’ipostasi, mentre è un insieme di vicende storiche segnate dal conflitto,
dalle contraddizioni, dalle lotte. Occidente è l’Illuminismo, Occidente è la
Rivoluzione americana, Occidente è la Rivoluzione francese, Occidente sono i
movimenti socialisti, La Comune di Parigi, Occidente è la Rivoluzione dei
Soviet del ’17 e l’insurrezione del Soviet di Kronštadt contro la dittatura
bolscevica del ’21. Occidente è la casuale sinergia di scienza ed eresia che dà
luogo alla modernità. Occidente sono i valori di
liberté>égalité>fraternité che da queste lotte si affermano, solennemente
ricamate nelle Costituzioni democratiche e calpestate quotidianamente dagli
establishment.
19.
Essere a sinistra vuol dire rivendicare questo Occidente, questi valori, questa
eredità di lotte, per portarlo a compimento, contro l’Occidente del privilegio,
del profitto selvaggio, della subordinazione della donna, del colonialismo e
dell’imperialismo…
20.
L’eresia e la scienza. Indisgiungibilmente. Anche la scienza, perciò. Non è
eresia contrapporsi alla scienza, ma superstizione, nuovo oscurantismo. Troppe
volte lo abbiamo visto ammantarsi di “sinistra”. Da ultimo perfino con i No
vax, quanto di più vicino ai terrapiattisti. La scienza è in sé progresso (Marx
voleva dedicare Il Capitale a Charles Darwin) anche se il suo uso può essere, e
spesso è, piegato ai dominanti interessi economici, politici, militari. Il suo
uso, e l’allocazione delle risorse per la ricerca. Ma sinistra vuol dire
difendere la scienza contro questo uso e queste distorsioni, liberare la
scienza dal dominio del profitto, non regredire dalla scienza a ideologie che
la sdegnano, ad atteggiamenti che la rifiutano.
21. La
lista dei temi scomodi e controversi non si esaurisce qui. Anzi (un solo
esempio: quale deve essere la posizione di sinistra nel conflitto
israelo-palestinese, dove da una parte vi è una democrazia che si va tingendo
di teocrazia e dall’altra movimenti islamici che rifiutano alle donne
l’eguaglianza e agli omosessuali anche la vita? Per non parlare di temi
giganteschi come l’ecologia e il lavoro che esigono un’ampia discussione
specifica). Ma il campione proposto è significativo per domandarsi se sia
possibile immaginare e operare per UNA sinistra, o almeno per una egemonia
sufficientemente forte da farne valere di nuovo le sue variegate componenti
come una forza politica.
22. Le
forze politiche attualmente esistenti, di sinistra nella vulgata giornalistica,
sono riformabili? Il Pd si avvia a un congresso che tanti definiscono come
necessariamente “costituente”, di “rifondazione”, ma che lascerà tutto tale e
quale. Cioè il Pd come federazione, o meglio coacervo, di gruppi e cordate di
potere, con una “base” legata ai valori di sinistra sempre più residua e un
elettorato sempre meno popolare (eufemismo), sfruttato, impoverito. Un Pd di
sinistra esigerebbe, come precondizione (necessaria ma non sufficiente), un
congresso che garantisca i tre quarti dei posti di dirigenti, a tutti i
livelli, a persone attive nella società civile progressista, mai iscritte al
partito. Ipotetica del terzo tipo.
23. Il
M5S di Conte può davvero essere il crogiuolo di un nuovo partito di sinistra,
come da più parti si va auspicando/teorizzando? Conte non ha e non ha mai avuto
nulla a che fare con i valori, la storia, i mondi delle sinistre. E nella sua
breve vita politica ha presieduto un governo in cui di fatto era il vice di
Salvini, e immediatamente dopo un governo in cui era l’alter ego di Letta, e
infine ha appoggiato un governo di ammasso emergenziale, tutti dentro fuorché
Meloni, per farlo poi cadere e regalarne i frutti alla suddetta Meloni, come
ovvio.
Incarna
dunque l’antropologia politica del trasformismo italiano. Le persone possono
cambiare, naturalmente, Saulo che diventa Paolo ne costituisce l’esempio topico
e preclaro. Può essere il caso di Conte?
24. Il
M5S seleziona ancora il grosso dei suoi rappresentanti nelle assemblee elettive
con il metodo dei provini televisivi, dei casting da Grande Fratello o Amici o
Tú sí que vales. Un gruppo di followers (talvolta ne basta qualche decina) vale
più di anni di impegno e lotte nella società civile, politico-sociali,
culturali, nel volontariato. Il risultato è una qualità politica infima e una
fibra morale che rovina facilmente in tentazione. Darebbe più garanzie perfino
il sorteggio. Candidature fuori da questo meccanismo, Roberto Scarpinato eletto
senatore, per dire il caso più encomiabile, restano rondini che non fanno
primavera. Anche qui un congresso di fondazione dovrebbe pescare in modo
maggioritario schiacciante nella società civile di sinistra. Anche qui,
ipotetica del terzo tipo.
25. E
allora? Cosa si può ipotizzare, e cominciare a praticare, che vada oltre
l’impegno culturale dell’analisi, dell’informazione, dello studio?
Quali forme di coordinamento, o almeno
circolazione, di idee, esperienze, momenti di lotta, tra le sparsissime membra
della società civile di sinistra?
Quali esperimenti di organizzazione
politico-elettorale, di candidature locali, di adesioni-per-la-trasformazione
in organismi quali i sindacati, l’ARCI, l’Anpi?
Quale
attività per la creazione di mutualità, sindacati, altre forme organizzative,
nei settori dei nuovi lavori del precariato, delle nuove emarginazioni?
Cos’altro, infine?
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