L’Europa non ha ancora capito chi è il suo nemico.

 

L’Europa non ha ancora capito chi è il suo nemico.

 

 

L'Europa, il nuovo avversario

degli Stati Uniti.

Ilfoglio.it - David Carretta – (8 dicembre 2025) – Redazione – ci dice:

La nuova dottrina di Washington segna la fine dell’illusione transatlantica:

l’Europa scopre di essere sola proprio mentre Trump ne mette in discussione sicurezza, commercio e democrazia.

 

Se ce ne fosse stato ancora bisogno, la pubblicazione da parte della Casa Bianca della nuova Strategia di sicurezza nazionale e la reazione americana alla multa inflitta dalla Commissione a X dimostrano che l’Amministrazione Trump non considera più l’Europa come un alleato, e nemmeno come un partner, ma semplicemente come un avversario, se non un nemico.

 I peggiori presentimenti dei leader europei sulla rottura della relazione transatlantica, che si erano accumulati negli ultimi dieci mesi, si sono trasformati in realtà nel corso di un fine settimana. E la realtà è violenta. Perché, al di là dei documenti ufficiali o dei post virulenti su X, il tradimento dell’Europa prende la forma di un abbandono della sua sicurezza, compresa la difesa dell’Ucraina dall’aggressione della Russia, nel momento in cui Trump è sempre più vicino a imporre una capitolazione a Kyiv. Restano dieci giorni ai leader europei per diventare adulti e smettere di cullarsi nell’illusione di non dover fare scelte difficili. Il Consiglio europeo del 18 e 19 dicembre, quando i capi di stato e di governo devono decidere su come garantire il finanziamento per permettere all’Ucraina di continuare a difendersi, sarà il banco di prova.

C’è una lezione sulla sequenza di eventi delle ultime settimane. Non basta scegliere l’asservimento, la lusinga e la docilità di fronte a Donald Trump per sperare nella sua clemenza. La strategia degli europei dal suo ritorno alla Casa Bianca è stata quella dell’appeasement. La Commissione di Ursula von der Leyen ha rinunciato alle ritorsioni commerciali dopo l’imposizione dei primi dazi di Trump a febbraio e marzo. A luglio von der Leyen si è piegata a un accordo fortemente penalizzante che impone dazi americani al 15 per cento sui prodotti europei e l’azzeramento dei dazi sui prodotti degli Stati Uniti. Alla Nato i leader europei hanno accettato di portare la spesa per la difesa al 5 per cento del pil. Sull’Ucraina hanno acconsentito alla richiesta degli Stati Uniti di pagare per le armi necessarie a Kyiv per difendersi. La Commissione ha anche limitato l’applicazione delle regole europee sul digitale. La multa imposta a X venerdì di 120 milioni di euro è arrivata dopo che le indagini si sono trascinate per due anni ed è minima rispetto al tetto massimo del 6 per cento del giro d’affari globali di Elon Musk e del suo conglomerato.

L’appeasement dell’Ue finora ha solo alimentato l’appetito dell’aggressore. La dimostrazione è avvenuta in una riunione dei ministri del Commercio il 24 novembre, dove erano stati invitati a pranzo anche i due principali responsabili dell’Amministrazione Trump. Gli europei speravano di essere rassicurati da Howard Lutnick e Jamieson Greer sulla volontà degli Stati Uniti di ridurre i dazi sui prodotti derivati dell’acciaio e sui vini e gli alcolici, dato che l’Ue sta mantenendo la sua promessa di comprare centinaia di miliardi di euro di gas naturale liquefatto. Lutnick e Greer hanno risposto che avrebbero iniziato a discutere di nuove concessioni solo se (e quando) l’Ue avrebbe modificato la sua legislazione sul digitale per non colpire i giganti americani della Tech. Tuttavia è illusorio sperare che questa Amministrazione Trump operi secondo i princìpi transazionali che il presidente americano predica con la sua “arte del deal”. Dietro alla sua ostilità verso l’Ue c’è molta più ideologia di quanto siano disposti a riconoscere i leader europei.

La Strategia di sicurezza nazionale pubblicata giovedì notte dalla Casa Bianca iscrive come politica ufficiale degli Stati Uniti un programma il cui fondamento ideologico è l’antitesi della democrazia liberale europea (e - per inciso - degli Stati Uniti fino al ritorno di Donald Trump al potere). Non è la libertà dell’individuo a essere al cuore della dottrina americana, ma lo stato-nazione contraddetto dalla struttura sovranazionale europea. Non sono i diritti e la democrazia a guidare la politica estera americana, ma l’equilibrio tra grandi potenze che l’Ue rigetta nella sua essenza. Non è la Costituzione il cuore pulsante dell’Amministrazione, ma i diritti naturali concessi da Dio che mettono in discussione il principio stesso di una democrazia. Il Cremlino ha applaudito alla nuova Strategia di sicurezza nazionale, dato che rispecchia gran parte del suo pensiero ideologico e delle sue priorità geopolitiche. L’Unione europea è diventata il nemico di entrambi. Gli Stati Uniti incoraggeranno gli alleati ideologici di Trump, i sedicenti “Patrioti” che vogliono smantellare l’Ue, esattamente come ha fatto la Russia finora.

“La Strategia di sicurezza nazionale afferma ipocritamente che gli Stati Uniti non interferiranno più per promuovere la democrazia e i diritti umani in medio oriente, Asia e America latina, ma interferiranno nel processo democratico dei loro alleati europei per promuovere governi compatibili con Trump”, spiega su X Mujtaba Rahman, direttore per l’Europa di Eurasia Group. E lo fà al fianco della Russia, che da anni cerca di destabilizzare i sistemi democratici europei attraverso la polarizzazione e la disinformazione a favore dei partiti antisistema di destra e di sinistra. Il documento americano “è una minaccia evidente a tutte le democrazie europee”. Eppure Emmanuel Macron, Keir Starmer, Friedrich Merz e gli altri leader europei “hanno scelto di rimanere silenti in pubblico sull’agenda anti europea dell’Amministrazione Trump”, dice Rahman. Chi ha parlato, come l’Alto rappresentante Kaja Kallas, è apparso come un vecchio disco rotto. "Gli Stati Uniti sono ancora il nostro più grande alleato (…). Penso che non siamo sempre stati d'accordo su diversi argomenti, ma credo che il principio generale sia ancora valido. Siamo i più grandi alleati e dovremmo restare uniti", ha detto Kallas durante un forum a Doha.

Martin Sandu, commentatore del Financial Times, la scorsa settimana sosteneva che gli europei hanno urgentemente bisogno di un piano per disaccoppiarsi dagli Stati Uniti su commercio, finanza e difesa.

Ma il primo passo deve essere riconoscere che gli Stati Uniti non sono più alleati.

 A giudicare dalla reazione della Commissione alla Strategia di sicurezza nazionale la lezione non è stata ancora appresa.

“Accogliamo con favore la forte priorità che la Strategia attribuisce alla fine della guerra della Russia contro l'Ucraina”, ha detto un portavoce dell’esecutivo von der Leyen.

“Prendiamo nota dell'attenzione che la Strategia dedica agli sviluppi nell'emisfero occidentale, fondamentali per la sicurezza degli Stati Uniti.

 Concordiamo pienamente sul fatto che ‘l'Europa rimane strategicamente e culturalmente vitale per gli Stati Uniti’ e che ‘il commercio transatlantico rimane uno dei pilastri dell'economia globale e della prosperità americana’.” Sulla difesa “stiamo rafforzando le nostre capacità” ha detto la Commissione.

 “Il commercio e gli investimenti transatlantici rimangono una risorsa importante sia per l'economia europea che per quella statunitense”.

 Per Ursula von der Leyen, “il partenariato transatlantico è unico e, come sempre, gli alleati sono più forti insieme”. C'è da aspettarsi altro appeasement e altre illusioni.

 

Slow News. Il declino dell’occidente.

Ugotramballi.blog.ilsole24ore.com – (6 dicembre 2025 – Ugo Traballi – Redazione – ci dice:

 

Un amico di Washington che aveva seguito la trattativa per il cessate il fuoco a Gaza, spiega che il negoziatore americano Steve Tinkoff avesse chiesto chi fosse quel Marwan Barghouti del quale Hamas chiedeva con insistenza la liberazione.

Non è un episodio inverosimile, è la nuova normalità.

 Con la seconda amministrazione Trump è finita l’epoca della diplomazia di professione, sostituita da una fondata sulla transazione: non conta conoscere i dettagli di un conflitto, per quanto importanti, né i principi morali che devono portare a una pace, ma le opportunità di business.

 

Le 33 pagine della National Security Strategy, la guida della politica estera americana per il triennio e – forse – oltre, sono la summa di questa nuova visione del mondo. Qualche tempo fa Ursula von der Leyen aveva affermato che “l’Occidente per come lo conosciamo, non esiste più”. Il documento che porta la firma di Donald Trump lo conferma definitivamente. A meno che fra quindici giorni il presidente non cambi di nuovo idea: anche questa è una costante della nuova normalità nella quale viviamo, disorientati.

 

Come aveva già fatto nel suo logorroico discorso all’Assemblea generale dell’Onu, a settembre, Trump se la prende con l’Europa: più precisamente con l’Unione Europea che starebbe portando il continente verso una “cancellazione della civiltà” che conosciamo. Migrazioni, bassa natalità, pacifismo, energie rinnovabili, eccessiva difesa dei principi liberali che l’Europa ostinatamente persegue, sarebbero le cause della nostra imminente decadenza.

 

L’avversario del nuovo ordine che il documento invece si prefigge, non è la Cina considerata il partner/avversario di questo secolo, come già Barack Obama e Joey Biden avevano individuato; non è la Russia, a favore della quale Trump riafferma la pace sbilanciata che voleva imporre all’Ucraina un paio di settimane fa. No, il nemico è l’Unione Europea – e per default la Nato alla quale aderisce la gran parte dei paesi europei – che non smettono di considerare la Russia l’aggressore e l’Ucraina l’aggredito.

 

Ma c’è qualcosa di ancora più profondo e molto più pericoloso in questa visione del mondo. Riconoscendo a Putin il diritto di annettere parti dell’Ucraina, ignorando quel principio d’inviolabilità delle frontiere che ha fatto uscire l’Europa dalla barbarie del secondo conflitto mondiale; e, ancora di più, facendo l’elogio del primato dello stato-nazione sugli inutili “corpi transnazionali come la UE”, Donald Trump costruisce una macchina del tempo che porta indietro la civiltà occidentale a un’epoca simile all’età di Versailles, 1919. A quella pace che anziché chiudere i conflitti pose invece fine a qualsiasi speranza di pace per l’Europa.

 

Non sapendo dell’esistenza del palestinese Barghouti, è difficile sperare che Steve Tinkoff sappia cosa accadde 106 anni fa a Versailles. Ieri a Delhi, visitando il Ragnata, il luogo in cui era stato cremato il Mahatma Gandhi, Vladimir Putin ha affermato che le “sue idee su libertà, virtù e umanesimo rimangono rilevanti fino ai nostri giorni”. Se il leader russo ne seguisse almeno una di quelle idee della “Grande Anima”, il mondo sarebbe un posto migliore.

 

Invece il mondo è sempre più complicato. Putin si sente vicino alla vittoria e forse pensa ad altri conflitti. Con l’aiuto di Trump che detesta le innovazioni, la Cina di XI diventerà superpotenza prima del tempo. Protagonisti regionali come India, Sudafrica, Brasile non aderiscono ad alleanze ma si sentono liberi di seguire i propri interessi nazionali, più dei principi internazionali. In teoria è una conquista di libertà, in pratica un ulteriore elemento di disordine globale.

 Soprattutto nell’epoca di Maga e della sua” road mapi” verso il caos.

 

 

 

 

Nonostante tutto l’Europa c’è.

Tuttieuropaventitrenta.eu - Giuseppe Scanni – (Dicembre 20, 2025) – Giuseppe Scanni – Redazione – ci dice:

Il consenso sociale europeo e la percezione dei cittadini.

Si è invertito il consenso sociale della UE dopo lo scoramento nei confronti delle istituzioni europee che raggiunse il culmine con la vittoria referendaria nel Regno Unito della Brexit.

 

Nonostante una fortissima pressione pubblica politica e di parte non indifferente dell’informazione, prima il Covid, poi l’invasione russa dell’Ucraina, infine Donald Trump hanno sostanzialmente aiutato la crescita di una inedita situazione: la dirigenza politica dei partiti sovranisti e/o nazional conservatori si esprime sull’Europa, sull’Occidente in generale e sulla Russia in particolare in modo differente dei suoi elettori.

 

I cittadini sembra che provino nei confronti della UE – che vorrebbero riformata e più incisiva- un fascino maggiore di chi li rappresenta.

I tanti sondaggi di opinione in tutta Europa sono piuttosto concordanti nelle linee generali.

Maurizio Ferrera sul Corriere della Sera del 17 dicembre ha riassunto l’ultimo autorevole studio della Università statale di Milano:” …l’introduzione del Next Generation Eu è oggi ricordata con favore dal 77% degli elettori di destra (88% in Italia e in Ungheria), così come gli interventi di aiuto alla sanità pubblica (73%). La maggioranza di questi elettori vorrebbe vivere in una Europa che fornisca protezione e sicurezza (58%), più attiva nel campo delle politiche per l’occupazione e contro la povertà (51%). Sorprendentemente elevato anche il sostegno alla creazione di un esercito europeo. Su una scala da 0(disaccordo) a 10 (accordo), il punteggio degli elettori di destra è 6,5…valori più alti degli elettori del campo largo…La sorpresa maggiore riguarda l’identità. Ci si aspetterebbe che gli elettori di partiti sovranisti definiscano la propria identità come esclusivamente nazionale. Invece la maggioranza di loro (54%) rivela di sentirsi anche un po’ europea. In Italia, il 20% si dichiara prima europeo poi nazionale, il 4% solo europeo, il 30% prima nazionale e poi europeo “.

 

 La difficoltà dei leader europei nel comprendere il sentimento popolare.

Prima di parlare della influenza russa sulla dirigenza politica europea è bene soffermare l’attenzione sulla evidente difficoltà dei responsabili politici europei a non comprendere il sentiment popolare europeo, ad eccezione particolarmente della Francia, nella quale il potere di decisione sulla Difesa e la Politica estera è costituzionalmente delegata alla Presidenza della Repubblica, alla Germania, che con il Cancelliere Friedrich Merz ha dato vigore alla forza non soltanto economica ma anche politica della nazione, al presidente della Spagna Pedro Sánchez, e a chi si è rivelata la più resiliente e tenace riformatrice dell’Unione Europea, Ursula von der Leyen, che ha saputo modificare la maggioranza che l’ha eletta, resistere alla più feroce campagna diffamatoria orchestrata dagli anti europei all’interno del Parlamento Europeo, dalle destre sovraniste negli stati membri e particolarmente dai governi russi e statunitensi. Quanti parlamentari e dirigenti locali dei partiti di maggioranza e minoranza in Europa fanno, diciamo, fatica a comprendere il cambiamento della cultura diplomatica americana e sono riluttanti (fino a far finta di negarla- caso limite l’Ungheria- o di nasconderne la portata, l’Italia) ad intraprendere una reazione politica, nel contesto della guerra commerciale scatenata da Washington, al chiaro accordo anti ucraino ed anti europeo stretto dai presidenti Putin e Trump!

 

Debolezza politica e implicazioni strategiche.

Nonostante l’attrattività della UE per i suoi abitanti e per tanta parte del mondo il timore di reazioni imprevedibili, l’instabilità istituzionale di importanti nazioni- basti pensare alla presenza in Italia di una maggioranza e di una minoranza platealmente divise entrambe al proprio interno dalla questione ucraina-, valutazioni divergenti su temi essenziali (per esempio la ratifica del Trattato Mercosur con i paesi dell’America latina), costituiscono una debolezza non soltanto per l’Europa ma per il contesto internazionale.

 

La debolezza politica reattiva non è espressione di mancanza della maschia virilità guerriera che si misura con una sorta di controllo del testosterone politico sufficiente a impedire aggressioni nell’attuale momento storico, caratterizzato dall’indebolimento del multi sovranismo in una società oggettivamente multipolare; la debolezza non è più una “diplomatica” opzione strategica è il corridoio che porta i popoli ad affrontare uno tsunami mondiale, perché l’Europa è attrattiva, ricca, importante e l’Ucraina, al di fuori della retorica della “operazione speciale” è storicamente, al pari di altri paesi nordici,  un paese europeo.

 

Generazioni e cultura politica europea.

Oramai la maggior parte dei leader europei è nata dopo la fine della guerra, dopo il piano Marshall, dopo la istituzionalizzazione della Nato, dell’Onu, del Consiglio d’Europa, della Ceca, addirittura della Commissione ed alcuni erano bambini ai tempi di Maastricht. Sono stati formati alla cultura economica dell’amministrazione ed a una politica sempre basata più sul rispetto delle regole elettorali che sulla partecipazione attiva dei cittadini a scelte comprensive degli interessi immediati con vista dei fenomeni a lungo termine.

 

L’Europa che viviamo, ed alcuni di noi hanno avuto la possibilità di conoscere dalla ricostruzione post-bellica in poi, è nata e si è sviluppata attorno ad una cultura politica “occidentale” fortemente legata alla cultura politica statunitense gradualmente impressa dal gruppo dirigente americano guidato da F.D. Roosevelt. L’Italia in modo particolare, ma è un tema questo così complesso da doversi trattare in altro momento.

 

 Inaugurazione di Franklin Delano Roosevelt, 1937

Trump e il cambiamento della politica americana.

Donald Trump, che eccelle nell’arte di occupare la scena internazionale è antipatico, ma se ci si concentra esclusivamente sulle sue esternazioni quotidiane e sul breve termine, si rischia di perdere di vista i cambiamenti strutturali che hanno modificato gli Stati Uniti, che non saranno più alleati indissolubili di nessuno, canadese, australiano, coreano, giapponese, australiano, europeo che sia.

 

Pensare di diffondere il catechismo atlantico senza affrontare la fatica del confronto delle convenienze e delle ottime necessità tra le due sponde dell’Atlantico di convergere laicamente su alcuni punti strategicamente rilevanti, è impossibile perché il tango lo si balla in due. È utile farsi tornare alla memoria che gli Stati Uniti hanno voltato le spalle all’Europa per gran parte della loro storia.

 

Storia dei legami tra Europa e Stati Uniti.

Dopo la loro indipendenza nel 1783 e per tutto il XIX secolo, la priorità dei nord americani è stata quella di espandere il loro territorio e consolidare la loro nazione. Washington voltò decisamente le spalle all’Europa, percepita come un insieme di regimi monarchici – “tirannie” nel vocabolario americano –, usi a persecuzioni politiche o religiose e a conflitti incessanti in cui non voleva essere coinvolta. Con la Prima guerra mondiale gli Stati Uniti ruppero temporaneamente con questa posizione che ripresero rapidamente dopo il 1918 e il fallimento del trattato di garanzie. Solo la Seconda guerra mondiale ancorò gli Stati Uniti all’Europa, fino al giorno dopo la fine della guerra fredda. Il legame forgiato dai due conflitti mondiali è e resterà un legame unico nella storia per le emozioni straordinarie che il sacrificio umano e la gratitudine imprimono nei popoli, ma non sono il segno dell’eterna alleanza politica e militare.  Gli Stati Uniti iniziarono a preoccuparsi dell’Europa solo quando si resero conto che i suoi sconvolgimenti rappresentavano una minaccia diretta per la loro sicurezza, il loro commercio estero.

 

Le due guerre mondiali introdussero in modo diverso nella cultura politica dello scorso secolo l’idea che il destino degli Stati Uniti fosse indissociabile da quello del mondo e specialmente dall’Europa che per storia, religione, interessi coloniali e post coloniali si intersecavano più di altre nazioni con le differenti etnie che l’avevano popolata, britannici, irlandesi, tedeschi, italiani, polacchi o con nazioni che l’avevano politicamente assistita durante la guerra di indipendenza, la Francia. Woodrow Wilson, poi Franklin D. Roosevelt, impressero nella mente della classe politica e della opinione pubblica l’idea che la sicurezza americana dipendesse da quella del mondo e viceversa.

 

È in questa prospettiva che va letto il discorso sullo stato dell’Unione pronunciato da Roosevelt davanti al Congresso il 6 gennaio 1941e ricordato come il Discorso dedicato delle «quattro libertà»: si concentrò quasi interamente sulla guerra scoppiata pochi mesi prima e si concluse con l’ambizione di difendere le libertà fondamentali non solo negli Stati Uniti, ma “everywhere in the world”. Con questo impegno gli Stati Uniti annunciarono la loro volontà cosciente di essere potenza mondiale. Fu un atto fondatore dell’Ordine internazionale del 1945, basato su una logica di indicizzazione dei benefici dell’Alleanza. Garantendo la sicurezza dell’Europa occidentale attraverso la NATO, Washington garantiva la propria contenendo l’espansione dell’URSS, avversario ideologico e politico. Agevolando la ricostruzione europea col piano Marshall apriva sbocchi straordinari alla sua potente industria fidelizzando clienti dalle capacità industriali, soprattutto tedesche, fortemente ridotte. Questa politica, che passa col nome di Piano Truman e che era originata e condotta da Roosevelt dopo la crisi del ’29, si solidificò perché fu assieme unione di circostanza e convergenza di valori.

 

 Ronald Reagan.

Transizione americana verso l’unilateralismo e influenza russa.

Tuttavia, il contesto che lo aveva reso possibile scomparve a partire dagli anni ’80 e ancora di più negli anni ’90. A partire da Ronald Reagan, i leader americani smisero progressivamente di considerare che esistesse un legame organico tra la sicurezza del loro paese e quella dell’Europa. Il multilateralismo e le organizzazioni internazionali che lo interpretano e lo incarnano sono stati anno dopo anno oggetto di sempre più gravi critiche perché accusate di essere costose, burocraticamente troppo vincolanti per la libertà d’azione delle nazioni, a cominciare dagli USA.

 

Alcuni memo: nel 1984 l’amministrazione Reagan lasciò l’UNESCO; nel 1994 l’amministrazione Clinton ridusse il contributo finanziario all’ONU e pose fine alla partecipazione americana alle operazioni di pace; George W. Bush non ratificò nel 1997 il protocollo di Kyoto e non aderì nel 1998 alla Corte penale internazionale.

 

In somma senza parlare dei vari “tradimenti” (le modalità e i tempi dei ritiri dall’Irak e dall’Afghanistan, la mano libera lasciata alla Russia in Georgia e Crimea tanto per citare epoche obamiane). Non è razionalmente addebitabile esclusivamente alla loquace boccuccia a culo di gallina di Trump l’idea secondo la quale l’Europa e per essa il mondo stanno “fregando” l’America. La lunga transizione americana verso l’unilateralismo, che non è isolazionismo come spesso è confuso, si è accompagnata alla affermazione, oggi in rallentamento di consensi, di movimenti neoconservatori ed alla convinzione largamente condivisa sia dai repubblicani che dai democratici che l’epoca della indicizzazione dei destini europei ed americani è definitivamente trascorsa.

 

L’Europa – compreso il Regno Unito assieme agli Stati membri della UE -ha tenuto per anni la testa sotto la sabbia per non vedere gli effetti del neo-unilateralismo americano.

 

L’immagine sfocata della realtà è stata accompagnata da gargarismi retorici sulla unità dell’Occidente, e in non pochi paesi dalla crescita di formazioni politiche anti europee, alcune finanziate da “prestiti bancari” russi ( Rassemblement National e Marie Le Pen da parte della First Czech Russian Bank) rimborsati- secondo la dichiarazione della deputata Le Pen-  attraverso una complessa manovra finanziaria di cessione del debito a entità misconosciute che a loro volta avrebbero, due anni or sono assunto la responsabilità di ristorare i debiti. Noto l’appoggio russo a uno dei principali collaboratori del parlamentare britannico Farage, l’europarlamentare Nathan Gill, condannato lo scorso novembre a 10 anni e mezzo di carcere: accettò denaro per dichiarazioni a favore della Russia, abusando della sua posizione di autorità e minando la fiducia nella democrazia. Nella sua difesa dichiarò di non aver agito per corruzione personale. Il 24 aprile del 2024 gli inquirenti della Procura di Dresda hanno aperto due indagini su Maximilian Khar, capolista del partito di estrema destra Alternative für Deutschland che già nel 2018, guidato all’epoca da Alice Weiden, poi costretta alle dimissioni, ricevette dubbie donazioni provenienti dalla Svizzera per la sua campagna alle elezioni politiche in Germania. È noto il “partenariato paritario e confidenziale” tra la Lega ed il partito Russia Unita (il partito di Vladimir Putin) siglato da un accordo il 6 marzo 2017 firmato da Matteo Salvini, allora leader di Lega Nord, e da Sergey Zheleznyak .

 

Conflitto in Ucraina e sfide militari europee.

Pochissimi europei, ancor meno italiani, capirono per tempo che la micidiale contemporaneità dell’invasione russa dell’Ucraina; la disperazione provocata dalla efferatezza criminale dell’attacco del 7 ottobre 2023, la cui violenza omicida genocida, i ratti, le torture e gli stupri di massa hanno ricordato modalità di guerra barbariche risalenti all’alto medioevo; il trionfo elettorale del progetto MAGA e la elezione di Donald Trump nella cornice di oltre cinquanta conflitti etnico-regionali, specialmente nel centro-sud africano ed in Asia, avrebbero fatalmente condotto alla guerra che già attualmente ci coinvolge e che tende ad acuirsi.

 

La guerra che ancora oggi “non” vediamo è vicina. L’effetto ottico ritardato è dovuto ad un caso, peraltro già conosciuto nella storia, di miopia collettiva indotta da diversi, ma inesorabilmente convergenti interessi di potere e di denaro, accompagnati da colte o incolte geremiadi di immancabili “puri”, pronti nel momento del disastro a nascondersi in meditazione silente o a trasmigrare nei paesi al momento considerati vincitori per usare i coupons promessi ed ottenuti.

 

 Donald J. Trump.

I popoli oggi sanno. Gli elettori americani hanno liberamente votato per Trump che sinceramente, dichiarò, a chi gli contestava reati gravissimi, che “avrebbe potuto uccidere chi avesse voluto in pieno giorno sulla Fifth Avenue e non avrebbe perso un voto”.

 

In Europa i popoli conoscono il peso della violazione del Diritto internazionale e dei Diritti dell’uomo perpetrati dalla Russia e sanno benissimo che, ammesso e non concesso che l’accordo di potere Putin-Trump venga ratificato, la Russia ha perso la guerra.

 

A quattro anni dall’inizio del conflitto l’esercito russo controlla effettivamente una porzione di appena l’1,45% del territorio ucraino, impantanato nel 20% del Donbass, composto dalle regioni di Donetsk e Lugansk. Il territorio reclamato da Mosca, che continua ad opporsi a trattative di pace che non comportino una resa in una guerra provocata, iniziata e condotta contro tutti i principi del diritto internazionale dalla Russia “per profonde ragioni storiche”, è stato devastato dai bombardamenti, non potrà essere bonificato in breve tempo e, comunque, a costi altissimi. Nonostante la nebbia che circonda l’informazione, è convergente l’opinione di fonti indipendenti ( una su tutte Human Light Watch generalmente giudicata affidabile) che le vittime russe della guerra assommerebbero a circa un milione, alle quali vanno aggiunte centinaia di migliaia di ucraini prima deportati e poi costretti con minacce di vario genere ( rivalse sui familiari in particolare) ad indossare la divisa russa e massacrati al fronte; e si debbono aggiungere il circa un milione di bambini rapiti e forzatamente dati in  adozione e “rieducati”. A questo quadro sconsolante si aggiungono: una inflazione galoppante, la svalutazione del rublo, il calo demografico dell’etnia russo europea, l’aumento delle etnie asiatiche, la trasformazione del sistema industriale da prodotti ad uso civile a soprattutto prodotti ad uso militare; la dipendenza come mercato dei beni energetici oramai non vendibili in Europa alla Cina ed all’India ai prezzi sottomercato (peraltro bassi).

 

Altro che vittoria da presentare alla nazione, con la complicità della Chiesa ortodossa rappresentata dal Patriarcato di Mosca.

 

Altro che pace. La guerra è essenziale a Putin.

 

Alcuni paesi europei hanno compreso, a parte l’italica furbizia che affascina tanti, compreso diversi giornalisti cultori di geopolitica come il più noto tra questi, Lucio Caracciolo, da sempre sostenitore- con variegate esposte ragioni- della resa ucraina, che la Russia non può accettare nessun piano di pace perché non è in grado di gestire la non-vittoria senza provocare una fortissima reazione interna.

 

A Putin serve, allo stato attuale, una guerra permanente. La diplomazia dell’ottimismo per mettere pressione e giungere ad una tregua, il continuo trumpiano “va tutto bene, faccio una telefonata, metto sanzioni tra una settimana, quindici giorni” e poi mai, non funziona più.

 

Transizione americana e unilateralismo globale.

Anche la politica americana si accorgerà di una oggettiva realtà: il mondo è cambiato, negli ultimi ottant’anni la popolazione del pianeta è passata da 2,2 miliardi ad otto miliardi di abitanti. L’unilateralismo che pretende di esercitare una preminenza planetaria in una società gerarchizzata secondo la forza dei vari poteri delle differenti nazioni, da quello finanziario a quello militare, non è possibile. Perché si è modificato il sistema finanziario e non basta un documento, assolutamente importante, il NSS 2025, che ridefinisce non soltanto la strategia ma l’identità stessa degli Stati Uniti, mettendo al centro sovranità, Stato-nazione e diffidenza per il multilateralismo diventato forzatamente asimmetrico, per gestire la competizione globale che è tornata ad essere strutturale.

 

Sbaglierebbe anche chi pensa che questo secolo sia il tempo della dissolvenza del potere americano. È finita l’epoca euro-atlantica e pian piano il mondo limitato del G7. Ma i 340 milioni di cittadini che risiedono negli Stati Uniti godono di un PIL nominale di $30.62 trilioni, un Pil pro capite di $89,599, un tasso di crescita attorno al 3,8% annualizzato al q2 del 2025. La UE, nel suo assieme, ha un Pil nominale totale di circa $20 trilioni (dati 2024), un Pil pro capite di $44,638, una crescita annuale media prevista dell’1,5% nel prossimo biennio (Germania, Francia, Italia e Spagna contribuiscono maggiormente).

 

Per rendere chiaro. Il più piccolo Stato degli USA, il Vermont, cfr. il sito Informazioni e statistiche del governo americano, ha un pil pro capite di $45 692, per 647 646 abitanti distribuiti su 24923 km quadrati. Un pil pro-capite leggermente inferiore a quello di una regione vasta, popolata, ricca- nei confronti delle “regioni” europee- come è il Veneto. Ogni confronto con lo stato di New York, con la California, l’Illinois etc è tale da far capire quale alfabeto usare scrivendo e leggendo dell’economia americana.

 

Forza economica e resilienza dell’Europa.

Tuttavia l’Europa non è affatto, come Le Pen, Farage, l’AFD, Salvini sostengono, alle corde; anzi nel mondo disgregato dalla disordinata arma economica che ha decretato l’ascesa delle sanzioni economiche e dei dazi imposti come componente essenziale della guerra moderna, l’Europa è l’unica parte del pianeta che riesce a devolvere il 50% della sua spesa pubblica al welfare, che è caratterizzata beneficamente da quelle caratteristiche rimproverate dall’amministrazione americana: equilibrio tra i poteri, rispetto del diritto internazionale tra gli stati e dei diritti universali dell’uomo, rispetto dei diritti civili, penali ed amministrativi dei cittadini, democrazia parlamentare negli Stati membri e nelle Istituzioni europee, multilateralismo.

 

 Matteo Salvini.

Deficit di difesa europea e vertice di Bruxelles

La guerra in casa, mai dopo il 1945, ha dimostrato il deficit di difesa e di politica estera dell’Europa. Il 18 ed il 19 dicembre i capi di Stato e di governo riuniti a Bruxelles per un Consiglio europeo decideranno come o se finalizzare la proposta di un prestito garantito dai beni russi congelati destinato a sostenere le finanze e la capacità difensiva di Kyiv contro i continui attacchi di Mosca. Senza quei fondi, alla fine di marzo 2026, l’Ucraina non avrà i fondi per pagare stipendi e comprare armi. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha avvertito avvertendo che se l’Ue non riuscirà ad approvare il prestito sui beni congelati la capacità di azione dell’Unione “sarà gravemente compromessa per anni, se non per un periodo più lungo”. Il cancelliere che è consapevole dei rischi della guerra in Europa ha aggiunto: “Mostreremo al mondo che, in un momento cruciale della nostra storia, siamo incapaci direstare uniti e agire per difendere il nostro ordine politico”. Le prospettive restano cupe. il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, rifiutando la proposta di un cessate il fuoco in vista del Natale, ha già dato per scontato il fallimento del vertice di Bruxelles ed ha messo in dubbio l’utilità del coinvolgimento europeo nei negoziati, sostenendo che la partecipazione dell’Ue “non promette risultati accettabili per Mosca”. Peskov ha ribadito il rifiuto russo a qualsiasi presenza Nato sul territorio ucraino, anche sotto forma di garanzie di sicurezza. Putin ha messo direttamente di suo definendo gli europei maialetti, ed ha inviato una sua delegazione a Miami per parlare a tu per tu il 20 ed il 21dicembre con i” funzionari” americani alla corte personale di Trump. Dando così per scontato, americani e russi, della irrilevanza decisionale europea.

 

La retorica oratoria si è sprecata nel Parlamento italiano il 17 dicembre. Sembra che il disastro, la guerra perpetua sia inevitabile.

 

Non una proposta sensata a palazzo Madama ed a Montecitorio per capire come aiutare gli ucraini, nell’eventuale mancato uso degli asset russi congelati a tempo indeterminato, come richiesto peraltro dall’amministrazione americana, per resistere ad un altro anno di guerra. Neanche un’idea su come supportare Kyiv, in caso di inizio della discussione ad un tavolo diplomatico al divieto preliminare russo di una presenza sul terreno di forze di interposizione e garanzia formato da eserciti provenienti da paesi NATO; d’altronde l’Italia, pur essendosi già autoesclusa dal campo militare, non ha mai indicato o per lo meno suggerito come sopperire alle risorse necessarie ad un esercito ucraino di almeno 800.000 effettivi. Non una parola sul come tecnicamente ed economicamente sostenere l’assoluto bisogno ucraino di non cedere, addirittura preliminarmente alla trattativa il Donetsk, dove è collocata la cintura fortificata di Slovyansk, Kramatorsk e Kostyantynivka, che impedisce l’accesso dei russi a Dnipro, chiudendo le porte verso Odessa, dove, in caso contrario, le sarebbe stato impedito l’accesso al mare.

 

Non essendo capace di indovinare il futuro e consegnando quest’articolo prima della fine del Consiglio straordinario europeo, mi permetto di osservare che fino all’ultimo momento c’è sempre spazio per la politica.

 

Non permettere la guerra perpetua significa offrire alla Russia quello che gli Stati Uniti non possono concedere. Washington immagina che sia possibile trasformare una tregua in pace cedendo territori non suoi e cancellando il diritto internazionale, il che, come ho già scritto invoglierebbe il gruppo di potere che guida il Cremlino a proseguire la guerra con altri obbiettivi.

 

Fallimento del tentativo di integrazione della Russia.

Negli anni berlusconiani il tentativo di inglobare l’economia russa all’interno dei paesi industrializzati dell’Occidente (Pratica di Mare, il G8) è fallito. Una politica intelligente che non si realizzò per responsabilità di chi l’aveva ideata e di chi l’approvò, ma per la sostanziale incapacità dei russi, dominati da una oligarchia parassitaria, a trasformare una economia piccola e fragile in un sistema produttivo e concorrenziale nei mercati aperti dell’Occidente.

 

Dichiarare oggi, come ho letto su alcuni importanti quotidiani a firma di economisti legati alla maggioranza governativa, che è possibile, magari dopo una “non” decisione del Consiglio sugli asset, che sia possibile conseguire la Pace senza cedere territori aprendo alla ricostruzione dell’Ucraina distrutta dai russi ai russi stessi appare piuttosto utopico.

 

 Lavori del Consiglio europeo 2025.

 

Utopie sulla pace attraverso cessione di territori.

Pensare di ottenere la Pace cedendo i territori richiesti e finanziando la Russia nella ricostruzione sia dei territori ucraini estranei al Donbass (tutto il resto del paese e quella parte della Crimea che sfuggì all’occupazione) appare altrettanto improbabile.

 

Per sfuggire al pericolo immediato bisogna che l’Europa recuperi in fretta credibilità mondiale come potenza. Scegliere l’opzione politica immediatamente possibile: la Confederazione; sedare le dispute interne tra i grandi stati (il Mercosur è un esempio); evitare se possibile politiche di dichiarazioni non seguite dai fatti.

 

Scegliere l’opzione confederata non significa realizzarla, è sufficiente che alcuni Parlamenti, quelli dei paesi che già ora fanno parte del gruppo dei volenterosi per la Difesa, escluso al momento il Regno Unito, dichiarino anche la volontà di mettere mano alla sua costituzione per lo meno per la politica Estera e di Difesa.

 

Trasformare le dichiarazioni in fatti concreti e rafforzare la difesa europea

Altra necessità: trasformare le chiacchiere in fatti. Un esempio la sempre dichiarata totale disponibilità del “sostegno” governativo italiano all’Ucraina eccetto che alla partecipazione militare; che grande diplomatico si è rivelato Zelensky che, imperturbabile, non perde occasione di ringraziare l’Italia che è appena il 21° contribuente europeo all’Ucraina!

 

L’opzione politica, indicazione dell’obiettivo confederale, deve essere accompagnata, come hanno capito i popoli, da un concordato e programmato riarmo perché la guerra ha dimostrato che gli attuali eserciti europei sono sostanzialmente “ciechi” senza l’assistenza americana. È necessario sviluppare autonomamente una propria Intelligenza Artificiale (c’è già l’esempio riuscito di Airbus), la capacità di gestione satellitare, “under water”, la cibersicurezza, la capacità di produzione, ricerca e sviluppo in un mondo in cui la tecnologia non è più neutrale, le imprese non sono più attori autonomi e la fiducia è una risorsa strategica controllata dallo Stato, anche quando lo Stato non è proprietario delle imprese. Occorre sperare che la opzione politico- strategica e la deterrenza diano il tempo necessario alla diplomazia per far comprendere alla Russia che ha lo spazio di far valere il suo status declassato di potenza, come quello americano, da planetario a simmetrico di quello delle altre potenze trovando nei tempi a loro volta necessari la convivenza necessaria per il suo augurabile sviluppo economico. Anche il popolo russo non può non comprendere che, in un mondo popolato da otto miliardi di persone, una nazione plurietnica di 146 milioni di persone, pur provvista di armi nucleari, deve saper condividere il nuovo ordine mondiale che fatalmente si comporrà. Chi resterà fuori, anche senza colpe dimostrabili, pagherà un alto prezzo in un’epoca in cui il sospetto vale più della prova.

 

Vale per l’Europa, vale per la Russia, la Cina, gli Stati Uniti, quello che sono o diverranno i Brics e il nuovo che verrà, perché il nuovo arriva sempre e mi piace pensare che verrà dall’Africa.

 

Occorre riconoscere la saggezza, realista, di papa Leone che non ha esitato ad invocare una Pace Giusta; ha confortato e sostenuto Zelensky; ha esortato l’Unione Europea ad evitare l’irrilevanza, perché è proprio la partecipazione europea che impedirà la conflagrazione di un conflitto di più vaste proporzioni; ha permesso alla sua diplomazia di operare nel silenzio per fermare la morte e le disgrazie della guerra aiutando pazientemente ad annodare i fili della pace, prima- ed ahinoi è possibile- che il conflitto si aggravi e si allarghi.

 

 

 

 

La leadership si è spostata a destra,

ma manca un leader sistemico.

Nuovogionalenazionale.com - Silvano Danesi – (28 Agosto 2026) – Redazione – 28 agosto 2026 – ci dice<.

Leadership Europa e Italia.

Italia e Europa, leader dilettanti e situazionisti – Meloni sa governare, Vannacci interpreta il cambiamento antropologico – Il PD è il “Percepito democratico” – Schlein inesistente – Renzi e Conte situazionisti – Il resto è il nulla

In Italia e in Europa i leader sono rara Avis, specie in estinzione.

 

Gian Piero Quaglino, nella prefazione al testo di Manfred F. R. Keats De Vries, “Leader giullari impostori – sulla psicologia della leadership” (Raffaello Cortina), nel 2019 scriveva: “Mai vista, come oggi (e in crescendo di anno in anno, quasi di stagione in stagione), tanta fragilità di leadership: insufficienza e approssimazione da un lato, improvvisazione e dilettantismo (allo sbaraglio…) dall’altro”.

 

Se facciamo il giro d’Europa quello che descriveva Quaglino nel 2019, dopo sette anni, è diventato un panorama desolante.

 

Ciarlatani, faccendieri, consulenti, ottimati, competenti, costituiscono una corte dei miracoli che circonda Bruxelles e le capitali dei Paesi del Vecchio Continente così come nel Medio Evo nani, prostitute, giocolieri, truffatori seguivano le vie della penitenza, dove tra una giaculatoria e un coito, si andava verso la penitenza redentrice imposta e, a volte, dai potenti delegata.

 

I leader di seconda serie finivano inviati alle crociate, così da non creare problemi ai primogeniti eredi dei titoli regali o nobiliari. Altri finivano in convento a fare l’abate.

La vera leadership era gestita da qualche re e da qualche cardinale. Il resto era un mondo popolato da situazionisti: vassalli, valvassini, valvassori, cardinali, vescovi e preti, capitani di ventura, pronti a cambiare bandiera all’occasione, a rimangiarsi il giuramento di fedeltà, per giurare una nuova fedeltà.

 

Siamo ancora lì, al Medio Evo.

 

L’Italia, per stare al nostro Bel Paese, è pieno di elementi ascrivibili alla leadership situazionale: “un’idea piuttosto furbesca – sottolinea Quaglino – con il senno di poi, in base alla quale si individuava il talento della leadership nella capacità di modulare l’azione a seconda delle circostanze”.

 

Due situazionisti d’eccellenza sono Matteo Renzi e Giuseppe Conte.

Evitiamo di occuparci della pletora dei richiedenti asilo che navigano nel Mar dei Sargassi del cosiddetto Centro. Con questi, se parliamo di leadership, siamo fuori tema.

Anche nelle inclite stanze dei palazzi non ci sono Mazzarino e Richelieu, ma mestieranti di bassa lega, frequentatori di bettole dove si gioca a rubamazzo. Il Pd e il “Percepito Democratico”.

 La Schlein è inesistente.

 

Torniamo ai situazionisti.

Il 21 agosto Conte ha pubblicato su Repubblica una lunga riflessione sulla cultura woke. Il punto centrale è molto netto: la cultura woke non dovrebbe costituire l’ossatura ideologica di una forza progressista.

La definisce una forma di moralismo autoreferenziale e sostiene che il vero nemico della sinistra debba essere la disuguaglianza economica e sociale.

La sua impostazione è ora diritti individuali sì, ma moralismo identitario, politicamente corretto, woke come ideologia della sinistra, no.

Matteo Renzi, il 23 agosto ha risposto direttamente a Conte, dichiarando: «Su questo la penso come Giuseppe Conte».

 

La sua tesi è che contro la destra non si vinca mettendo al centro la cultura woke, ma la questione sociale, il benessere economico e la vita quotidiana.

Renzi formula addirittura lo slogan: «meno woke e più economia», ma aggiunge immediatamente una precisazione decisiva: non bisogna arretrare «di un millimetro» sulla questione dei diritti.

Insomma un colpo al cerchio e uno alla botte. Il situazionista è anche un cerchiobottista.

 

Renzi vuole uno Stato sociale, ma non socialista.

Conte sembra utilizzare la critica al woke per spostare il M5S verso una sinistra popolare e sociale, prendendo contemporaneamente le distanze dall’area più culturalmente progressista del PD.

Renzi, invece, usa la stessa critica per riportare il centrosinistra verso il riformismo economico e liberale, senza abbandonare il terreno dei diritti.

Non è casuale che il dibattito sia nato anche dalle recenti autocritiche di Alexandria Casio-Cortez sul rapporto fra progressismo e cultura woke, che hanno aperto una discussione internazionale sulla necessità di separare politiche sociali progressiste e politica identitaria.

C’è una possibile chiave interpretativa.

Sinistra identitaria: diritti simbolici, linguaggio, rappresentazione, inclusione culturale.

Contro:

sinistra sociale: salari, lavoro, industria, casa, sanità, energia, demografia, mobilità sociale.

La novità politica di questi giorni è che Conte e Renzi, da posizioni molto diverse, stanno entrambi dicendo che la seconda dovrebbe tornare a prevalere sulla prima.

 

La sinistra sociale è appannaggio della destra.

Il fatto è che, nel frattempo, la sinistra sociale è diventata appannaggio della destra.

E questo è probabilmente il paradosso politico centrale dell’Occidente contemporaneo.

Una parte consistente della sinistra ha lasciato scoperto il terreno materiale sul quale storicamente costruiva il proprio consenso, permettendo alla destra di occuparlo.

 

Il rovesciamento può essere rappresentato così:

Tabella sinistra – destra.

 

Il paradosso è questo. La vecchia sinistra diceva: «Il lavoratore viene prima del capitale».

Una parte della sinistra contemporanea sembra dire: «L’individuo viene prima della comunità».

Mentre una parte della destra contemporanea dice: «La comunità nazionale viene prima del mercato globale».

 

Ed è qui che avviene lo spostamento.

Il punto economico è ancora più importante. Il lavoratore industriale occidentale si trova oggi davanti a problemi molto concreti: deindustrializzazione, delocalizzazione, salari stagnanti, costo della casa, energia costosa, precarizzazione, perdita di mobilità sociale.

Queste sono questioni che tradizionalmente appartenevano alla sinistra, ma quando la risposta politica diventa soprattutto: diritti identitari, inclusione, linguaggio, rappresentazione si crea uno spazio.

E quello spazio viene occupato dalla destra: protezione dei salari; difesa dell’industria nazionale; politiche familiari; controllo dell’immigrazione; sicurezza; sovranità energetica; protezione del ceto medio.

Naturalmente non significa che la destra abbia realmente risolto questi problemi. Significa che ha conquistato il monopolio simbolico della loro rappresentazione politica.

 

Ed ecco che il situazionismo di Conte e di Renzi si rende esplicito. La loro recente critica al woke può essere letta proprio in questa chiave.

La vecchia sinistra era legata alla produzione materiale: fabbrica, operaio, sindacato, salario, Stato sociale. La nuova sinistra progressista è molto più legata alla: città globale, ai servizi, all’università, alle professioni, ai diritti individuali.

La destra contemporanea sta cercando di costruire invece: nazione, industria, territorio, famiglia, sicurezza, protezione sociale. Ed è una trasformazione enorme, in quanto significa che la frattura politica non passa più semplicemente fra capitale e lavoro.

 

Passa sempre più fra: economia globalizzata e economia territorializzata.

 

Se l’Occidente si è trasformato da economia industriale a economia finanziario-terziaria, la vecchia classe operaia si è ridotta.

La sinistra ha progressivamente perso la propria base materiale.

È rimasta però una grande popolazione urbana istruita, composta da: professionisti, manager, funzionari, universitari, operatori culturali, lavoratori dei servizi, che ha interessi e valori molto diversi dalla vecchia classe operaia. Da qui potrebbe derivare quella che potremmo chiamare:

 

trasformazione sociologica della sinistra.

Oggi una destra economicamente liberale può contemporaneamente diventare il veicolo politico della protesta contro il capitalismo globalizzato.

 

Può esistere una sinistra sociale senza base produttiva?

La vera domanda, quindi, è: «Può esistere una nuova sinistra sociale senza ricostruire una base produttiva, industriale e territoriale che oggi non possiede più?».

In questo quadro, si pongono problemi per la destra e per la sinistra.

Una parte della sinistra, ossia in questo caso Conte e Renzi, è trasformista e situazionista. I due hanno sostenuto, in forme diverse, molte delle battaglie culturali oggi associate al progressismo identitario.

In Conte è particolarmente evidente. Oggi Conte dice che il woke non può essere «l’ossatura ideologica» della sinistra e che la priorità devono essere disuguaglianze, lavoro e condizioni materiali, ma nella sua stessa lettera riconosce che il movimento woke ha avuto effetti positivi: maggiore attenzione alle discriminazioni, linguaggio più rispettoso e riconoscimento delle minoranze.

Il problema è che il M5S dell’epoca Conte si è schierato su molte delle battaglie che oggi vengono considerate parte di quel paradigma: identità di genere, diritti LGBTQ+, carriera alias, educazione al rispetto e altre politiche identitarie. Un’analisi recente ricostruisce, per esempio, il sostegno pentastellato all’identità di genere nel dibattito sul ddl Zan e alla carriera alias.

E c’è un elemento ancora più significativo: il 17 giugno 2026 Conte ha partecipato ai Pride Talks di Roma, sostenendo matrimonio egualitario, adozioni per coppie LGBTQIA+ e single e una legge contro l’omotransfobia.

Conte, da vero trasformista, non rinnega le battaglie; rinnega la loro centralità come paradigma politico della sinistra.

Renzi oggi dice: «L’ubriacatura woke fa male alla sinistra», ma è stato per anni uno dei principali rappresentanti italiani del progressismo liberal, quindi di una cultura politica fortemente legata a diritti civili, apertura sui temi LGBT, europeismo, modernizzazione dei costumi e battaglie contro discriminazioni.

 

Conte non sta dicendo che il M5S abbia sbagliato sulle battaglie per i diritti.

Anzi, nella sua nuova posizione sostiene esplicitamente che il riconoscimento delle libertà individuali debba essere mantenuto. Il suo bersaglio è la trasformazione di quelle battaglie in una “religione morale autoreferenziale” e in un filtro attraverso cui classificare buoni e cattivi.

Quindi la sua vera operazione politica potrebbe essere: non abbandonare il progressismo, ma de-wokizzare il progressismo.

E questo ha un obiettivo molto evidente: contendere a Schlein la definizione di cosa significhi oggi essere progressisti.

Renzi fa qualcosa di simile da un’altra posizione: vuole dire che progressismo non significa necessariamente radicalismo culturale, ma può significare riformismo economico, crescita, salari, ceto medio e mobilità sociale.

Siamo davanti a due politici che hanno partecipato alla stagione del progressismo culturale e che ora, constatandone probabilmente i limiti elettorali, cercano di situarsi nella nuova situazione.

 

La destra ha una leadership capace di rispondere alla trasformazione sistemica?

La Destra ha una leadership sufficientemente elevata per la sfida che ha di fronte in base a quanto sin qui detto?

 

Alla luce del ragionamento sin qui fatto, si può dire che la destra oggi dispone di leader elettoralmente forti, ma non ha ancora, almeno in Europa, una leadership strategica all’altezza della trasformazione che deve governare.

 

Il problema è che la sfida non è più semplicemente vincere le elezioni contro una sinistra percepita come «woke».

La sfida è ricostruire un sistema produttivo, energetico, demografico, militare e sociale occidentale dopo decenni di finanziarizzazione e deindustrializzazione. Questa è una sfida di livello storico.

La destra ha capito il problema, ma non ancora la sua dimensione.

La destra ha individuato alcuni sintomi: immigrazione; crisi demografica; perdita di sicurezza; deindustrializzazione; energia costosa; perdita di sovranità; risi del ceto medio; declino dell’Occidente, ma spesso li tratta separatamente.

 

Il problema invece è sistemico: capitale finanziario, deindustrializzazione, perdita di capacità produttiva, perdita di lavoro qualificato, crisi demografica, dipendenza tecnologica ed energetica, dipendenza militare, perdita di sovranità strategica.

Per governare questo processo serve qualcosa di molto più ambizioso della normale leadership partitica.

 

Il nocciolo della leadership.

Qui torniamo alla questione della leadership che ci indica Gian Piero Quaglino.

 

“Il nocciolo della leadership, il centro, il cuore – scrive Quaglino – è tutto qui: legame, alleanza, patto, unione. […]. Soprattutto mai il potere per il potere. La vera leadership è da questo che la si riconosce: nessun desiderio per il potere in sé (e per sé)”.

Quaglino cita la leadership di Bernard Bass, che “è l’azione (la competenza, la capacità, la qualità, la dote, il talento…) di riuscire a compiere imprese, a ottenere risultati, a raggiungere traguardi sapendo alimentare di volta in volta, daccapo, lo spirito di gruppo, l’alleanza tra leader e follower, il legame di fiducia, l’ingaggio e la motivazione, l’investimento di energie da un lato, e la gratificazione e soddisfazione di tutti per i risultati raggiunti dall’altro”.

“Il management – dice Quaglino – esegue il presente secondo metodica e conformità, la leadership insegue il futuro secondo intuizione e inventiva”.

 

Di manager l’Europa si è riempita sino al collo, così da avere vere e proprie pietre al collo che la fanno affondare nella disfatta dei competenti. L’esempio più evidente è Mario Draghi.

Secondo Bass i leader trasformazionali, invece, possiedono un forte senso di autostima e fiducia in sé stessi. Danno l’esempio, dimostrando alti livelli di integrità e di comportamento etico. Le loro azioni sono in linea con le loro parole e si impegnano a fare ciò che è giusto, anche di fronte alle avversità.

I leader trasformazionali sono altamente adattabili e flessibili. Capiscono che il cambiamento è inevitabile e lo accolgono piuttosto che opporvisi. Sono aperti a nuove idee e prospettive e sono disposti a correre rischi calcolati per promuovere il progresso e realizzare la loro visione.

Inoltre, i leader trasformazionali sono appassionati ed entusiasti del loro lavoro. Trasudano energia e ispirano coloro che li circondano a dare il meglio di sé. Il loro entusiasmo è contagioso e motiva i loro seguaci ad andare oltre le aspettative.

In conclusione, la leadership trasformazionale è uno stile di leadership potente ed efficace che consente agli individui e alle organizzazioni di raggiungere la grandezza.

 

Concentrandosi sulla creazione di cambiamenti positivi, costruendo relazioni forti e incarnando caratteristiche chiave come l’integrità e l’adattabilità, i leader trasformazionali sono in grado di ispirare e motivare i loro seguaci a raggiungere il loro pieno potenziale.

“Leadership – ci avverte Quaglino – viene dal verbo “to lead” il cui significato, nell’antico inglese, vale per aprire la via e indicare il percorso, o anche marciare alla testa e guidare verso. Più semplicemente to lead è “andare” (non “comandare”, mi raccomando) fare strada, essere in cammino. Verbo d’azione dunque, non di “posizione” (come piace pensare a tutti quelli che ambiscono alla poltrona, al podio, al pulpito, al palcoscenico, alla piazza ecc.). Senza aggiungere che, con buona probabilità, la radice lea del verbo si potrebbe ricollegare, per sotterranee etimologie, al latino di lira come solco (il solco dell’aratro per la semina) e traccia, impronta, orma, pista e sentiero. E infine, per legami ancora più misteriosi, ritrovare la radice lea del to lead pure nel Lean dell’apprendere (e del corrispondente “lasciare il segno” dell’insegnare), fino all’afferrare, al comprendere, al venire a sapere, allo scoprire. La leadership è anzitutto sapere che dà forma alla conoscenza del dove dirigersi, del come intraprendere, del perché osare. Non c’è vocazione alla leadership senza assumere la posizione (l’unica consentita) di chi guida all’avventura, all’esplorazione, all’avanscoperta”.

 

Giorgia Meloni, leader trasformazionale.

Giorgia Meloni, probabilmente la più vicina alla figura del leader trasformazionale.

Se dobbiamo indicare un leader europeo di destra che abbia iniziato a muoversi nella direzione giusta, questo è Giorgia Meloni.

Perché? Perché negli ultimi anni ha progressivamente collegato: difesa, industria, energia, competitività, autonomia strategica.

Nel discorso alla Confindustria dell’agosto 2026 ha insistito proprio sulla competitività industriale italiana ed europea. E nel dibattito sulla difesa il suo governo ha esplicitamente collegato l’aumento della spesa militare al rafforzamento della capacità industriale europea.

Quindi Meloni ha almeno intravisto il problema.

Non c’è, però, ancora una dottrina organica del tipo: «L’Italia deve tornare a essere una grande potenza industriale e produttiva, e lo Stato deve orientare capitale, energia, infrastrutture, formazione, demografia e difesa verso questo obiettivo».

 

C’è piuttosto una somma di politiche.

La vera prova per Meloni e più in generale per la destra è quanta capacità produttiva reale riesce a ricostruire, quanto riesce a rendere economicamente possibile avere figli, quanto riesce a riportare produzione, capitale e tecnologia sul proprio territorio.

Ed è qui che la destra europea non ha ancora espresso il suo De Gaulle, il suo Adenauer o il suo Churchill.

Ha diversi leader elettorali, ha alcuni leader di transizione, ha alcuni ottimi tattici, ma non c’è una figura che abbia formulato una nuova teoria della potenza occidentale adeguata al XXI secolo.

 

La leadership di Vannacci, un caso da studiare.

Se proseguiamo esattamente dal ragionamento sin qui fatto sulla leadership della destra, Roberto Vannacci è da collocare in una posizione molto interessante, ma anche molto ambivalente.

 

Roberto Vannacci ha alcune caratteristiche di leadership che oggi mancano a gran parte della destra italiana, ma non è un vero leader di fase.

Il suo punto di forza è che ha capito che serve una visione.

 

La cosa più interessante è che Vannacci sta cercando di uscire dalla logica della semplice protesta.

Il programma di Futuro Nazionale presentato nell’agosto 2026 è esplicitamente costruito su un orizzonte 2027-2037, quindi due legislature e parla di una cornice ideologica e strategica complessiva, non soltanto di singoli provvedimenti.

Un leader situazionista dice: «C’è questo problema e conseguentemente reagisco».

Un leader strategico dice: «Il mondo sta andando in questa direzione e conseguentemente costruisco l’Italia che dovrà esistere fra dieci o vent’anni».

Vannacci sta tentando il secondo passaggio.

 

Vannacci non teme il conflitto culturale.

Vannacci ha una qualità che oggi è diventata rara: non teme il conflitto culturale; non cerca di rendersi accettabile all’establishment culturale. La sua identità politica è esplicitamente fondata su nazione, famiglia, sicurezza, merito, tradizione, identità cristiana e sovranità.

 

Questo gli permette di occupare uno spazio che altri leader della destra hanno progressivamente lasciato scoperto.

Vannacci almeno ha capito che la questione è antropologica. Non parla soltanto di tasse o immigrazione. Parla di: che cosa è la famiglia; che cosa è la nazione; che cosa è l’identità; che cosa significa essere italiani; quale rapporto deve esserci tra individuo e comunità; quale tradizione deve sopravvivere.

 

Questa è materia da leadership culturale, non semplicemente da leadership elettorale.

 

Il limite di Vannacci è il rischio di confondere radicalità con profondità. La radicalità consiste nell’andare più lontano degli altri su un tema. La profondità consiste nel capire le strutture che producono quel problema.

Per esempio: dire «re migrazione», «abolizione della legge Mancino», «famiglia naturale», «stop alle armi all’Ucraina» ecc. significa assumere posizioni molto nette.

Ma la domanda strategica che noi stavamo ponendo è molto più grande: come si ricostruisce la capacità materiale dell’Italia?

E soprattutto come si determina la capacità dello Stato di coordinare questi elementi.

 

E c’è un altro problema: Vannacci è ancora troppo centrato su Vannacci.

Il leader veramente storico produce una cosa molto particolare: trasforma il proprio carisma personale in una classe dirigente.

Vannacci ha più potenziale di leadership di quanto gli venga generalmente riconosciuto.

Ma il suo vero limite non è la radicalità delle sue posizioni; è quasi il contrario: deve dimostrare di riuscire a trasformare la sua radicalità culturale in una visione sistemica della potenza italiana.

Se riuscisse a fare il salto: identità, demografia, industria, energia, tecnologia, difesa, sovranità finanziaria, geopolitica potrebbe diventare qualcosa di molto più importante di un leader della destra radicale.

Potrebbe diventare uno dei primi tentativi italiani di costruire una destra post-finanziaria e post-globalista.

 

Un confronto tra tre leader di destra.

E qui arriviamo ad un punto davvero interessante dell’analisi analisi: confrontare Vannacci, Meloni e Salvini non sulla loro popolarità, ma sulla loro capacità di costruire questa nuova classe dirigente e questo nuovo modello di potenza nazionale.

La domanda è: chi dei tre ha le caratteristiche per diventare il leader di una nuova destra capace di affrontare la crisi materiale dell’Occidente?

Prendiamo Meloni, Salvini e Vannacci e misuriamoli su sei dimensioni. Sono naturalmente valutazioni interpretative, non misure scientifiche.

Confronto leadership.

Meloni: la più forte oggi, ma anche la più «adattiva».

Meloni è nettamente la più compiuta delle tre figure.

Ha fatto una cosa che Vannacci non ha ancora dimostrato di saper fare: ha trasformato una minoranza politica in una macchina di governo.

 E soprattutto ha sviluppato una notevole capacità di adattamento internazionale: atlantismo, rapporto con Trump, UE, NATO, Mediterraneo, industria, difesa.

 La sua politica estera e di sicurezza rimane sostanzialmente dentro la continuità transatlantica italiana, pur con una caratterizzazione conservatrice più marcata.

Meloni è una straordinaria leader di conservazione e adattamento. Il suo problema è che governa un sistema che, per molti aspetti, vuole mantenere funzionante: UE, euro, NATO, finanza, globalizzazione selettiva, industria italiana integrata nei grandi sistemi europei.

La sua politica industriale riconosce esplicitamente la necessità di rilanciare la politica industriale italiana, ma non arriva ancora, secondo me, alla ricostruzione di una vera economia strategica nazionale.

 

Salvini è grande leader del passato, oggi in crisi.

Salvini è quello che più chiaramente rappresenta il leader situazionista. Ha avuto una capacità straordinaria di intercettare il sentimento popolare: immigrazione, sicurezza, Europa, tasse, sovranità.

Nel 2019 ha portato la Lega al 34% alle europee. Oggi però il quadro è completamente diverso: la Lega è indicata intorno al 5%, mentre Vannacci ha iniziato a contenderle direttamente lo stesso spazio elettorale.

E c’è un fatto molto significativo: Salvini ha creato Vannacci politicamente, poi Vannacci si è emancipato.

Questo è un classico problema della leadership carismatica: il leader genera un successore potenziale che può diventare più coerente con l’intuizione originaria del leader stesso.

Salvini ha intuito il malessere. Vannacci sta cercando di dargli una forma ideologica.

Per questo Salvini è oggi il più debole dei tre sul piano della leadership storica.

 

Non perché sia politicamente irrilevante, ma perché la sua funzione storica sembra essersi esaurita.

 La stessa Lega sta tornando, regressivamente, a enfatizzare territori e autonomia, mentre all’interno aumentano le critiche alla leadership di Salvini.

Vannacci è il leader che potrebbe diventare il più interessante.

Vannacci oggi è molto meno capace di governare di Meloni, ma potrebbe essere più interessante di Meloni sul piano della costruzione di una nuova ideologia, in quanto sta tentando di fare qualcosa di diverso: non vuole semplicemente governare il sistema esistente; vuole ridefinire ciò che considera la normalità sociale.

Il programma di Futuro Nazionale del 2026 insiste infatti su identità, famiglia, sovranità, sicurezza e ridefinizione dei rapporti sociali, arrivando a formulazioni molto radicali come «patriarcato mediterraneo» e «re migrazione».

 

Questo spiega perché sia diventato competitivo così rapidamente.

Tuttavia Vannacci ha la cultura del conflitto, ma gli manca ancora la cultura della costruzione.

Vannacci individua molto bene il nemico culturale: woke, multiculturalismo, relativismo, decostruzione della famiglia, perdita dell’identità, perdita della nazione.

Il problema è: cosa costruisci dopo aver vinto quella battaglia culturale?

 

Ed è qui che Meloni oggi è superiore.

Meloni sa governare: ministeri; bilancio; diplomazia; rapporti con Bruxelles; NATO; imprese; apparati dello Stato.

 

Vannacci deve ancora dimostrare di saper costruire una macchina statale e produttiva.

Ma c’è una cosa in cui Vannacci potrebbe essere superiore a Meloni: la diagnosi antropologica.

 

Meloni ha capito molto bene il sentimento conservatore e sembra voler andare più in profondità. «Perché l’uomo occidentale non crede più nel proprio futuro?». La risposta di Vannacci è essenzialmente: perché ha perso identità, appartenenza, gerarchia, famiglia, autorità e senso della comunità. È una risposta discutibile e molto radicale, ma è una risposta sistemica.

Il vero leader del quale hanno bisogno Italia e Europa

Il vero leader del quale hanno bisogno l’Italia e l’Europa è quello della ricostruzione materiale.

Quello capace di dire: se vogliamo una nazione sovrana dobbiamo produrre acciaio; se vogliamo una difesa autonoma dobbiamo costruire navi, missili, motori e radar; se vogliamo una politica demografica dobbiamo ricostruire una società nella quale avere figli sia economicamente e culturalmente possibile; se vogliamo autonomia energetica dobbiamo costruire energia; se vogliamo essere una potenza mediterranea dobbiamo costruire infrastrutture in Africa e controllare le catene logistiche; se vogliamo una classe lavoratrice forte dobbiamo tornare ad avere industria.

(Silvano Danesi).

 

Politica estera.

Donald, la solitudine

di un numero uno.

Ilgiornale.it – Augusto Minzolini – (2 aprile 2025) – Redazione – ci dice:

 

Ebbene, la politica dei dazi ha condannato Trump alla solitudine. Basta fare i conti e chiedersi su quale sponda ora può contare l'inquilino della Casa Bianca?

"Ho fatto un test cognitivo...". Le rivelazioni sulla salute di Trump.

 

Alla fine a mettere un punto sulla polemica strisciante che divideva l'Europa su come rapportarsi con la nuova amministrazione Usa ci ha pensato lo stesso Donald Trump: «considero l'Europa un blocco unico».

Un riconoscimento sia pure indiretto della Ue arrivato a tre mesi dal suo insediamento, anche se - va detto - l'avversione verso l'Unione non è svanita visto che il Presidente non ha ancora avuto un contatto con la presidente della Commissione Ursula Von der Leyen.

Quello di Trump è stato un riconoscimento dettato soprattutto da uno stato di necessità perché si è accorto di essere restato solo.

Da novello dottor Stranamore ha dichiarato guerra a tutti, gli mancava solo il Polo sud visto che con l'Artide ha già dato con le sue pretese sulla Groenlandia.

 E per un Paese come gli Stati Uniti che da 80 anni domina il mondo ritrovarsi senza amici non è una bella sensazione.

 

«Beata solitudine» dicevano gli antichi ma per l'inventore di America First non può essere così, perché l'influenza di una nazione - siamo all' a b c della diplomazia - si misura anche dalle amicizie che ha. Ebbene, la politica dei dazi ha condannato Trump alla solitudine. Basta fare i conti e chiedersi su quale sponda ora può contare l'inquilino della Casa Bianca? La Cina, si sa, è il nemico per eccellenza.

Per cui non è neppure il caso di parlarne. Le economie asiatiche dal Giappone, all'Indonesia, all'India negoziano con lui ma con la diffidenza e il sospetto che di norma si riservano agli avversari. La Russia naturalmente dialoga con The Donald per ritornare in gioco e uscire dall'isolamento in cui l'ha gettata la disgraziata guerra con l'Ucraina. Detto questo, però, quando a Trump l'altro giorno è venuta la bella idea di portare i dazi con la Cina al 145% il Cremlino si è schierato subito con Pechino. Era scontato: Putin ti usa non ti aiuta. Resta la vecchia e beneamata Europa, l'altro pezzo dell'Occidente. Oggi Trump dice di aver rinviato di 90 giorni i dazi al 20% (restano comunque al 10% e al 25% per acciaio e alluminio) perché l'Europa non ha risposto come la Cina, cioè non lo ha ripagato della stessa moneta. Questa è la narrazione trumpiana che si discosta un pò dalla realtà visto che Bruxelles aveva deciso di aspettare il 15 aprile per rilanciare e, comunque, il bazooka - come non si stanca di ripetere la Von der Leyen - resta sul tavolo di una possibile trattativa. La verità è che il Tycoon, appunto, si è ritrovato senza alleati in un mondo che lo guarda male. Aprire pure con l'Europa una guerra commerciale di vaste proporzioni sarebbe stata una scelta sciagurata. Tutto il gotha finanziario che lo ha sostenuto nella sua campagna presidenziale lo avrebbe abbandonato.

 In più avrebbe spinto sul piano commerciale il vecchio Continente verso la Cina: non per scelta ma per una logica mercantile che va avanti dai tempi di Marco Polo. Insomma, Trump stava commettendo una follia alquanto prevedibile che ha voluto toccare con mano - se proprio vogliamo essere buoni - prima di tornare indietro. Al di là delle dichiarazioni pubbliche in cui espone il suo Ego, il Presidente comincia a capire - basta pensare alle previsioni delle maggiori agenzie economiche che paventano gli USA in recessione - di aver commesso una mezza baggianata.

 

(“Ha avvertito Putin di non attaccare la Nato”. Le rivelazioni sulla visita di Ratcliffe a Mosca

Il Cremlino minaccia di attaccare l’Europa. Trump: “Ho parlato con Putin, non lo farà”)

Gli italiani benestanti lo fanno. Provaci anche tu.

Marco Scardini.

 

Non è detto che non ci riprovi ad alzare la posta, ma ora il Presidente Usa è consapevole di ciò che rischia. E magari - anche se con lui nulla è certo dato che gli aspetti psicologici, gli umori contano quanto la politica - l'uomo di Washington in questi frangenti potrebbe aver capito anche il valore dell'Occidente, di quel legame fino ad oggi profondo che garantisce sia gli Stati Uniti, sia l'Europa. Il mondo è diventato troppo insidioso (basta pensare all'evoluzione dei paesi Brics) e troppo grande per giocare da soli. È un concetto semplice di facile divulgazione.

 

 

Trump non vuole negoziare, punta

su pressione economica.

Lo riporta il Wall Street Journal

msn.com - Storia di RaiNews.it – maratona - Fox Business – (27 agosto 2026) – Redazione – ci dice:

 

 

Forze israeliane demoliscono alcune abitazioni a Azotar al-Sharqiyah nel sud del Libano.

Besson chiederà a ministri G20 di interrompere legami con Teheran.

 Lo riporta Fox Business.

Durante il G20 dei ministri delle Finanze che si svolgerà dal 30 agosto al 1° settembre a Asheville, in North Carolina, il segretario del Tesoro Usa Scott Besson chiederà direttamente ai suoi colleghi di interrompere le fughe di denaro pubblico che alimentano il regime iraniano e il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche.

Lo riferisce il giornalista di Fox Business Edward Lawrence, citando una fonte a conoscenza dei piani del vertice.

Besson discuterà delle attività illecite legate all'Iran che il dipartimento del Tesoro ha identificato in specifici Paesi e chiarirà che gli Stati Uniti saranno inflessibili nel colpire qualsiasi fonte di entrate illecite del regime.

Il segretario al tesoro ha in programma quasi una decina di incontri bilaterali con diversi ministri finanziari stranieri, durante i quali solleverà direttamente la questione.

 

Il presidente del Parlamento iraniano, Ghalib: "L'impero in declino degli Stati Uniti non dia soldi a Israele."

 

Il Presidente del Parlamento iraniano, Muhammad Bagher Ghalib, ha criticato aspramente le dichiarazioni del Segretario al Tesoro Scott Besson

 sull'economia iraniana in un nuovo post su “X”.

Ghalib afferma: "Invece di convogliare miliardi al suo alleato terroristico, Israele, e alle sue 750 basi, questo impero in declino potrebbe spendere quei soldi per il proprio popolo". "Ma no, sarebbe troppo sensato per questo regime. Scotty, amico, la tua credibilità è in gioco. Fai qualcosa", ha continuato Ghalib.

L'ex capo del Mossad, Barena: " Non c'è altra scelta che colpire fino a caduta regime"

 

L'ex capo del Mossad, David Barena, ha affermato che non c'è altra scelta se non quella di intensificare gli attacchi contro l'Iran fino a quando l'attuale regime non verrà sostituito.

"A mio avviso, non ci sarà altra scelta se non quella di intensificare le azioni economiche, diplomatiche e operative contro questo regime fino alla sua caduta, e cadrà", ha dichiarato Barena in un intervento pubblico durante una cerimonia in suo onore organizzata dal Comune di Gerusalemme.

 Lo riporta il Times of Israel.

Barena, sostituito a giugno da Roman Goflan dopo cinque anni di mandato, afferma che il popolo iraniano "desidera ardentemente la caduta del regime. Ne ha bisogno per poter intravedere anche solo un barlume di speranza. Anche il mondo occidentale illuminato lo desidera, guidato da Stati Uniti e Israele, che sono più determinati che mai".

 

Trump non vuole negoziare, punta su pressione economica. Lo riporta il Wall Street Journal.

L'amministrazione Trump ha più volte detto ai mediatori di non essere interessato a tornare ai termini del memorandum d'intesa raggiunto con l'Iran a giugno, complicando così la serie di sforzi di questa settimana per riavviare il processo diplomatico, secondo quanto riferito da fonti a conoscenza della questione al Wall Street Journal.

Secondo quanto riferito da alcune fonti, il presidente Donald Trump sarebbe ormai orientato verso una politica di pressione economica sull'Iran e sarebbe disposto ad attendere per vedere se questa strategia darà i suoi frutti.

 Le stesse fonti hanno aggiunto che il presidente americano, in particolare, non è più interessato al memorandum d'intesa, che negli Stati Uniti è stato duramente criticato per la sua eccessiva indulgenza nei confronti dell'Iran.

"Trump vuole vincere a tutti i costi, il che complica enormemente le cose", ha detto al Wsj H.A. Haller, ricercatore senior presso il Royal United Services Institute for Defense and Security Studies di Londra

 

Trump non chiarisce misure per strangolare l'economia iraniana.

 

Il presidente Usa, Donald Trump, è rimasto vago quando gli è stato chiesto della sua campagna per strangolare l'economia iraniana, rifiutandosi di dire se avesse intenzione di sanzionare le banche cinesi o se avesse discusso la questione con le controparti straniere.

L'amministrazione Usa ha annunciato all'inizio di questa settimana l'Operazione Economica Out cast, che minaccia nuove e dure sanzioni contro i partner commerciali dell'Iran se non interromperanno i rapporti con Teheran.

Tuttavia, l'amministrazione non ha ancora adottato nuove misure e finora non ha incluso alcun importante istituto finanziario cinese - il principale partner commerciale dell'Iran - nell'elenco delle istituzioni soggette a sanzioni statunitensi. Trump si è irritato quando nello Studio Ovale la stampa gli ha chiesto perché non stesse applicando nuove sanzioni alle banche cinesi che intrattengono rapporti commerciali con Teheran.

 "Chi ha detto che non lo farò? Non potete saperlo", ha affermato.

"Non devo annunciare tutto, no?".

In seguito, alla domanda su quali leader mondiali avesse sentito sulla campagna di pressione economica contro Teheran, Trump ha lasciato intendere che non fosse all'ordine del giorno, nonostante il segretario del Tesoro Scott Besson avesse dichiarato lunedì che il presidente Usa stava telefonando alle controparti straniere "con richieste specifiche di interrompere i loro rapporti con il regime".

"Non c'è molto di cui parlare. Non vogliamo parlare con loro", ha detto oggi Trump, "non stiamo cercando incontri o altro".

 

Raid israeliani, nel sud del Libano, a Mansouri, Nabatei Fatwa e Kfar Romane.

 

L'aviazione israeliana ha lanciato attacchi aerei contro diverse aree nel sud del Libano: secondo quanto riportato da L'Orient. Le Jour, i raid hanno colpito Mansouri, nel distretto di Tiro, Baracchi, nel distretto di Bit Beli, un quartiere di Nabatei Fatwa, la periferia di Ali Taher e il sito Al Dasha, vicino a Kfar Romane, nel distretto di Nabatei.

Il quotidiano ha inoltre riferito di movimenti di veicoli militari israeliani nei pressi della località Haditha, in direzione di Aita al-Jabal, nel distretto di Bit Jebel.

 

Il ministro israeliano Katz:

"Ogni lancio di palloni aerostatici e aquiloni dalla Striscia di Gaza è un atto di terrorismo."

 

"Ogni lancio di palloni aerostatici e aquiloni dalla Striscia di Gaza è un atto di terrorismo ed è così che lo tratteremo. D'ora in poi, ogni lancio sarà contrastato con una risposta energica contro i responsabili, gli organizzatori e gli esecutori, nonché contro i siti di lancio e le infrastrutture che utilizzano". Lo ha dichiarato il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, durante una riunione con i vertici della Difesa. "In conformità con la direttiva del primo ministro Benjamin Netanyahu e mia, le Forze di difesa israeliane agiranno con tutti i mezzi necessari, compresa l'evacuazione della popolazione da un'area o da un quartiere da cui vengono effettuati i lanci, al fine di neutralizzare i centri terroristici", ha concluso.

 

Portaerei Roosevelt sarà schierata in Medioriente per oltre 7 mesi.

La portaerei statunitense USS Theodore Roosevelt e il suo equipaggio di circa 5mila persone partiranno nelle prossime settimane per un dispiegamento in Medioriente della durata di almeno sette mesi. "Sanno che resteranno lì per più di sette mesi. Il loro ufficiale comandante sta dicendo loro di pianificare otto mesi", ha dichiarato John Perlman, sottufficiale capo anziano della Marina statunitense, secondo quanto riportato da USNI News. La decisione arriva mentre la Marina sta affrontando le conseguenze del recente dispiegamento nella regione della Uss Abraham Lincoln, durante il quale la nave ha trascorso più di 250 giorni in mare senza fare scalo in un porto. Un lungo dispiegamento che ha sollevato preoccupazioni riguardo alla salute mentale dei marinai, compresi i rapporti su almeno una persona caduta in mare, oltre a segnalazioni sulla scarsità di rifornimenti a bordo della nave da guerra da 100mila tonnellate. La Roosevelt, secondo USNI News, dovrebbe sostituire la George Washington. Anche la portaerei USS George H.W. Bush è attualmente impegnata nelle operazioni nella regione del Medioriente.

 

  Qatar: con Iran discusso di sforzi per de-escalation e condizioni per il dialogo.

 

Nel corso dell'incontro tenutosi oggi a Teheran tra i ministri degli Esteri di Iran e Qatar, "sono stati esaminati gli ultimi sviluppi della situazione regionale, insieme agli sforzi in atto per ridurre l'escalation e creare le condizioni adeguate per il dialogo, contribuendo al rafforzamento della sicurezza e della stabilità regionali", ha affermato il Ministero degli Esteri del Qatar in un comunicato citato da al Jazeera.

Qatar: colloqui su "progetto congiunto" per sminare Hormuz.

 

Il ministro degli Esteri del Qatar, Mohammed bin Abdurrahman Al Thani, ha incontrato oggi a Teheran l'omologo iraniano, Abbas Arranchi, con cui ha discusso la "creazione di un corridoio di navigazione temporaneo attraverso lo Stretto di Hormuz e un accordo per l'attuazione di un progetto congiunto di bonifica dello stretto dalle mine". Lo ha reso noto il ministero degli Esteri del Qatar in un comunicato diffuso dall'agenzia di stampa Qua.

 

Nel corso dell'incontro Al Thani ha sottolineato "la necessità di rispettare la sovranità dei paesi vicini e la libertà di navigazione, evidenziando l'importanza di proseguire gli sforzi diplomatici per ridurre le tensioni e risolvere le controversie attraverso il dialogo".

 

 Casa Bianca, al momento non sono in corso trattative con l'Iran.

 

Al momento non sono in corso negoziati con l'Iran. Lo ha detto la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt in un'intervista a Fox, sottolineando che il blocco americano resta in vigore e che gli Stati Uniti puntano a isolare economicamente Teheran.

 

Siria, Al Jazeera: l'IDF irrompe in abitazione in un villaggio del Golan.

 

In Siria forze israeliane hanno fatto irruzione in un'abitazione del villaggio di Tarana, a nord di Kuneitra, sul versante siriano delle Alture del Golan, secondo quanto riferisce la Tv di stato siriana, citata da Al Jazeera. Le truppe hanno effettuato un'operazione di perquisizione e irruzione in una delle case prima di ritirarsi dalla zona.

 

 Il Libano accusa Israele, "roghi a boschi e campi, ecocidio deliberato."

 

Funzionari e residenti libanesi hanno accusato l'esercito israeliano di aver appiccato sistematicamente incendi che hanno bruciato vaste aree di foreste e terreni agricoli nel sud del Paese. Il Consiglio nazionale per la ricerca scientifica (Cnrs) del Libano afferma che l'attività militare israeliana ha causato l'incendio di 160 chilometri quadrati di terreno, metà dei quali agricoli, dall'inizio delle ostilità tra Israele e Hezbollah nell'ottobre 2023. Nonostante una tregua nei combattimenti da giugno e un accordo tra Israele e Libano raggiunto nello stesso mese, Israele continua a bombardare il sud e a demolire i villaggi di confine.

 

Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha accusato Israele di perseguire una "politica della terra bruciata" nel sud.

 

 

L'esercito israeliano ha dichiarato alla redazione di Gerusalemme dell'Afp di essere "consapevole del potenziale impatto ambientale delle sue operazioni", che, a suo dire, "vengono condotte adottando misure precauzionali per mitigare i danni ai civili e all'ambiente".

Hussein Fachin, capo della protezione civile della regione di Nabatei, ha affermato che da luglio le sue squadre hanno osservato incendi sia all'interno che nelle aree adiacenti a quelle in cui sono stanziate truppe israeliane. Ha riferito all'Afp che gli incendi sono stati causati da "bombe e droni" israeliani e, talvolta, da proiettili incendiari al fosforo e munizioni a grappolo. Il ministro dell'Ambiente Tamara Elleni ha condannato quello che ha definito "ecocidio" nel sud, accusando l'esercito israeliano di bruciare "deliberatamente" vaste aree di territorio libanese.

 

Le immagini satellitari del Cnrs mostrano aree un tempo verdi, ora scomparse a causa degli incendi, così come i lavori di spianamento e sradicamento della vegetazione da parte di Israele.

 L'agenzia di stampa statale libanese National News Agency ha riferito questo mese che le forze israeliane hanno sradicato 600 ulivi in un solo villaggio del sud.

 

  Una fonte israeliana ai media: si valuta se espellere Gb dal centro per Gaza.

 

Israele sta valutando la possibilità di espellere i rappresentanti britannici dal centro di coordinamento internazionale per Gaza, a guida Usa, nella città di Kirwa Gate, nel sud del Paese. Lo ha riferito al Times of Israel una fonte a conoscenza del dossier, confermando una precedente notizia del Financial Times e aggiungendo che sono in fase di valutazione anche "altre misure" contro Londra e forse anche contro l'Italia e la Germania. La decisione viene valutata nel contesto dello scontro tra Israele e il Regno Unito sui presunti piani di Londra di imporre un divieto totale sul commercio di merci provenienti dagli insediamenti in Cisgiordania e di adottare altre misure punitive in risposta all'espansione del controverso piano di insediamenti israeliano E1, che ostacolerebbe la contiguità territoriale tra i principali centri abitati palestinesi. Fonti affermano che, durante una recente telefonata tra il ministro degli Esteri Gideon S’ara e l'omologo britannico, "S’ara ha chiarito che Israele non può permettere che vengano adottate misure punitive contro di esso senza reagire".

 

L'ipotesi sarebbe stata discussa nelle ultime settimane dal governo israeliano come risposta alle critiche europee sulle politiche di Benjamin Netanyahu nei Territori palestinesi. Il centro, precedentemente noto come Civili- Militar Coordinati on Center, ha sede nel sud di Israele e riunisce ufficiali militari Usa e israeliani con funzionari diplomatici e militari di circa 50 Paesi e organizzazioni internazionali.

 

Gideon S’ara ha annunciato questa settimana l'espulsione dei rappresentanti olandesi, dopo la decisione dei Paesi Bassi di boicottare prodotti israeliani provenienti dagli insediamenti in Cisgiordania, Gerusalemme Est e Golan. In precedenza, Israele aveva già allontanato i rappresentanti spagnoli, accusando Madrid di un pregiudizio "ossessivamente anti-israeliano".

 

Regno Unito, Italia e Germania, insieme ad altri Paesi e alla Commissione europea, avevano criticato la ripresa delle gare per il progetto di insediamento E-1 vicino a Gerusalemme. Un funzionario italiano ha tuttavia minimizzato al quotidiano l'eventualità che Roma e Berlino possano essere estromesse dal centro. Fonti israeliane hanno osservato che lo Stato ebraico mantiene "buone relazioni con Germania e Italia". Secondo alcune fonti, per nuovi allontanamenti potrebbe servire il via libera del Board of Peace guidato dagli Usa, organismo creato da Donald Trump per seguire la transizione e la ricostruzione di Gaza.

 

Premier del Qatar a Teheran per colloqui con l'Iran su de-escalation.

 

Il primo ministro del Qatar è atterrato a Teheran per colloqui con funzionari iraniani sulla de-escalation, dopo le visite del capo dell'esercito pakistano e del ministro degli Esteri dell'Oman. Lo scrivono vari media internazionali, fra cui Al Jazeera.

Intanto Egitto e Russia sono impegnati per facilitare un accordo tra l'Iran e l'Oman sullo Stretto di Hormuz. Ne hanno parlato il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdellatif e quello russo Sergey Lavrov durante un colloquio telefonico che è stato dedicato a varie situazioni di crisi e questioni bilaterali, "in primis gli sviluppi in Medio Oriente, tra cui la proposta congiunta di Iran e Oman per la creazione di un corridoio marittimo temporaneo nello Stretto di Hormuz", secondo quanto riferisce una nota del ministero egiziano. Abdellatif ha illustrato "gli intensi contatti dell'Egitto con diverse parti regionali e internazionali per allentare le tensioni e creare un clima favorevole alla ripresa dell'attuazione del memorandum d'intesa tra Stati Uniti e Iran, nonché alla conclusione di accordi duraturi che affrontino le varie problematiche e rafforzino la sicurezza e la stabilità regionale".

 

Nel corso del colloquio, si è parlato anche della questione palestinese sottolineando "la necessità che Israele si impegni a rispettare le disposizioni della prima e della seconda fase del piano e a cessare tutte le misure che compromettono le prospettive di pace, tra cui l'espansione degli insediamenti e la confisca di terre". Sulla crisi russo-ucraina l'Egitto ha ribadito il suo auspicio per una soluzione politica.

 

Nell'occasione, è stato fatto il punto sull'avanzamento dei lavori per la costruzione, da parte della russa Rosatom, della centrale nucleare di Daraa, sulla costa nord, dove è stato installato il recipiente a pressione per il reattore della seconda unità dell'impianto. È stato anche sollecitato il completamento delle procedure necessarie per la messa in funzione della zona industriale russa all'interno della Zona Economica del Canale di Suez.

 

  Capo IDF, rafforzare truppe in Cisgiordania per tensioni.

 

A causa delle tensioni e dell'imminente periodo delle festività ebraiche, il capo di Stato maggiore israeliano Eyal Zamir ha ordinato un rafforzamento delle truppe in Cisgiordania.

   "Ci attendono molte sfide. Stiamo perfezionando le procedure operative su tutti i fronti, dall'Iran e dal Libano a Gaza, e siamo in stato di massima allerta a causa della volatilità su più fronti", ha affermato il capo dell'IDF, ordinando lo stato di allerta per una divisione permanente da utilizzare in caso di necessità e l'immediato dispiegamento di unità e battaglioni per rinforzare l'area. L'esercito, ha aggiunto Zamir, "rimarrà in stato di massima prontezza operativa su più fronti durante il periodo festivo" e non ci sarà alcuna riduzione delle forze.

 

Israele: "Nessuna intenzione di agire contro Paesi amici come Italia e Germania."

 

Una fonte ufficiale israeliana ha dichiarato all'ANSA che "il report del Financial Times non è corretto": "Non c'è alcuna intenzione di agire contro Paesi amici come l'Italia o la Germania. Come invece è accaduto nel caso dell'Olanda che ha approvato una legge, un percorso che è andato avanti per mesi. Israele - ha aggiunto la fonte - si riserva il diritto di intraprendere azioni contro Stati che agiscono contro di noi".

 

Gaza, IDF: ucciso ex guardia del corpo del defunto leader di Hamas Yahya Sminar.

 

L'ex guardia del corpo del defunto leader di Hamas, Yahya Sminar, e un altro militante del gruppo sono stati uccisi in attacchi separati nella Striscia di Gaza meridionale questa settimana, secondo quanto annunciato dalle Forze di Difesa Israeliane. Domenica, a Khan Younis, l'esercito israeliano ha ucciso Hazem Musa, che secondo le Forze di Difesa Israeliane (IDF) era un membro della Nakba, l'unità d'élite di Hamas. Il 7 ottobre, Musa aveva attaccato la base di Remi delle IDF, al confine con la Striscia, afferma l'esercito.

Un altro attacco a Khan Younis, lunedì, ha ucciso Rezek Sahel Suleiman Abu Shama, anch'egli esponente della Nakba che aveva invaso la base di Remi il 7 ottobre, secondo le IDF. Abu Shama aveva anche prestato servizio come guardia del corpo di Sminar, ha affermato l'esercito. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) giustificano gli attacchi durante il cessate il fuoco affermando che entrambi i gruppi terroristici avevano intensificato gli attacchi contro soldati e civili, oltre a tentare di ripristinare le capacità di Hamas, "il tutto in violazione dell'accordo di cessate il fuoco". Gli attacchi sono stati effettuati per "eliminare la minaccia", aggiungono i militari.

 

Iran, blocco navale Usa impedisce di importare la benzina necessaria.

 

Il blocco navale imposto dagli Stati Uniti ai porti iraniani impedisce all’Iran di importare benzina, e la produzione nazionale non è sufficiente per coprire il fabbisogno. Lo ha affermato il vicepresidente iraniano per gli affari esecutivi Mohammad Jafar Ghaempanah.

 Intanto, davanti alle stazioni di servizio iraniane ci sono lunghe code di veicoli e il governo ha annunciato un piano che prevede una riduzione delle quote di benzina. L’Iran sta conducendo da settimane trattative con l’Oman, pur affermando che lo stretto rimarrà chiuso finché Washington non avrà adempiuto agli impegni previsti dal memorandum d’intesa siglato a metà giugno, che prevede in particolare la revoca del blocco statunitense e delle sanzioni economiche contro Teheran.

 

Libano: media, raid israeliani su Nabatei e altre zone del sud del Paese.

 

Le forze israeliane hanno lanciato due ondate di attacchi aerei mattutini contro la collina di Ali al-Taher, nella periferia orientale di Nabatei, nel sud del Libano. Lo riferisce l'agenzia di stampa libanese Nina secondo cui la zona è stata investita da una serie di potenti missili a forte onda d'urto che hanno provocato esplosioni fragorose, risuonate in tutta la regione e sollevando imponenti colonne di fumo. Inoltre, l'agenzia ha riferito che caccia israeliani hanno effettuato ulteriori raid aerei notturni sull'area compresa tra le città di Zatta Est e Mayfadoun.

 

Bushiana e Calafa difendono il negoziato con gli Usa

 

Il presidente iraniano Massoud Bushiana e il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Calibrar hanno difeso la via del negoziato con gli Stati Uniti. Lo spiega la Tv al Arabiya.

Le loro dichiarazioni arrivano mentre si intensificano i contatti diplomatici mediatori di Pakistan e Qatar per riportare le parti al tavolo delle trattative. Parlando a un evento al Centro congressi internazionale di Teheran, Bushiana ha sottolineato che "la guerra non è sempre la via per superare i problemi" e che l'approccio dell'Iran si basa su "comprensione e risoluzione delle questioni attraverso interazione e negoziati".

Ha aggiunto: "Il nodo che si può sciogliere con la mano non va sciolto con i denti". Secondo il presidente, quanti hanno sostenuto il memorandum d'intesa con gli Stati Uniti firmato a giugno "pensano all'interesse e all'elevazione del Paese". Shariatmadari, direttore del quotidiano Kayani e rappresentante della Guida Suprema, che aveva chiesto di rifiutare il dialogo con funzionari americani accusati della morte dell'ex Guida Ali Khamenei.

 In un lungo messaggio, Calibra ha affermato che "i negoziati non sono un valore in sé né un tabù" e ha criticato chi "si sottrae alla responsabilità di trattare con il nemico e poi aspetta di chiamare tradimento ogni risultato raggiunto dalla squadra negoziale". Ha aggiunto che il rifiuto dell'occidentalizzazione "non significa definire sottomissione o debolezza ogni dialogo che Teheran conduce da una posizione di forza o ogni tentativo di ottenere i diritti degli iraniani". Le prese di posizione arrivano alla vigilia della visita odierna a Teheran del primo ministro del Qatar, impegnato a rilanciare il canale diplomatico in un contesto di minacce reciproche. Washington ha annunciato l'intenzione di intensificare le pressioni economiche con sanzioni contro i partner commerciali dell'Iran.

 

Ft: Israele valuta espellere Italia e Gb da centro sostegno Gaza.

 

Israele starebbe valutando l'espulsione dei rappresentanti britannici e potenzialmente anche di quelli italiani e tedeschi dal Centro internazionale di sostegno a Gaza (IGSC), la struttura multinazionale guidata dagli Stati Uniti che monitora il cessate il fuoco tra Israele e Hamas.

Lo scrive il Financial Times, citando piu' fonti a conoscenza del dossier.

L'ipotesi sarebbe stata discussa nelle ultime settimane dal governo israeliano come risposta alle critiche europee sulle politiche di Benjamin Netanyahu nei Territori palestinesi. Il centro, precedentemente noto come Civil-Military Coordination Center, ha sede nel sud di Israele e riunisce ufficiali militari Usa e israeliani con funzionari diplomatici e militari di circa 50 Paesi e organizzazioni internazionali.

Il ministro degli Esteri israeliano Gideon S’ara ha annunciato questa settimana l'espulsione dei rappresentanti olandesi, dopo la decisione dei Paesi Bassi di boicottare prodotti israeliani provenienti dagli insediamenti in Cisgiordania, Gerusalemme Est e Golan.

In precedenza, Israele aveva gia' allontanato i rappresentanti spagnoli, accusando Madrid di un pregiudizio "ossessivamente anti-israeliano".

Regno Unito, Italia e Germania, insieme ad altri Paesi e alla Commissione europea, avevano criticato la ripresa delle gare per il progetto di insediamento E-1 vicino a Gerusalemme. Un funzionario italiano ha tuttavia minimizzato al Quotidiano l' Eventualita' che Roma e Berlino possano essere estromesse dal centro. Fonti israeliane hanno osservato che lo Stato ebraico mantiene "buone relazioni con Germania e Italia". Secondo alcune fonti, per nuovi allontanamenti potrebbe servire il via libera del Board of Peace guidato dagli Usa, organismo creato da Donald Trump per seguire la transizione e la ricostruzione di Gaza.

 

Premier Qatar arriva a Teheran per colloqui con Iran su de-escalation.

 

Il primo ministro del Qatar è atterrato a Teheran per colloqui con funzionari iraniani sulla de-escalation, dopo le visite del capo dell'esercito pakistano e del ministro degli esteri dell'Oman. Lo scrivono vari media internazionali, fra cui Al Jazeera.

 

Un'altra petroliera colpita nello Stretto di Hormuz.

Una petroliera è stata colpita da un "proiettile sconosciuto" nello Stretto di Hormuz. A bordo, ha affermato l'agenzia marittima britannica, è divampato un incendio, poi domato. La stessa fonte, l'Umato, ha confermato che l'equipaggio è sano e salvo. Non sono state specificate la nazionalità e la direzione di navigazione dell'imbarcazione.

 

Le navi che transitano nello Stretto di Hormuz sono state regolarmente prese di mira dall'inizio dell'offensiva israelo-americana contro l'Iran, il 28 febbraio. Da allora, la Repubblica Islamica ha rivendicato il controllo di questa strategica via navigabile.

 

Il WP: "Mancano munizioni USA, preoccupazioni al Pentagono e in Asia".

 

Sale la preoccupazione fra gli alleati asiatici degli Stati Uniti e i funzionari del Pentagono responsabili dell'area dell'Indo-Pacifico per l'ingente consumo di munizioni in Medio Oriente.

Il timore è che un prolungamento della guerra in Iran comprometta la prontezza operativa degli Stati Uniti in un eventuale scontro con la Cina. Lo riporta il Washington Post citando alcune fonti.

 

Taiwan si attende significativi ritardi nelle consegne di Patriot PAC-3 mentre il Giappone è stato avvertito di possibili ritardi per varie consegne.

 

Gli Stati Uniti non escludono nuove azioni militari contro l'Iran. Lo afferma il Segretario di Stato Hester.

 

Gli Stati Uniti non escludono nuove azioni militari contro l'Iran, anche nello Stretto di Hormuz. Lo ha affermato il segretario alla Difesa americano Pete Hester, dopo che Washington ha annunciato questa settimana nuove e pesanti sanzioni con l'obiettivo di aumentare l'isolamento economico di Teheran nel quadro della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. "La pressione economica, lo sappiamo, è ciò che in questo momento li colpisce maggiormente, ma non escludiamo in alcun modo il ricorso ad attacchi militari in qualsiasi punto dello Stretto di Hormuz", ha dichiarato Hester in una intervista all'emittente americana Newman.

 

Il ministro iraniano Draghici condanna il "terrorismo economico degli Usa" all'Onu.

 

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Draghici ha inviato una lettera al Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres presentando la posizione dell'Iran in merito alle "azioni di terrorismo economico" degli Stati Uniti.

Secondo quanto riferisce il giornale israeliano Net, citando fonti iraniane, Draghici "ha sottolineato la responsabilità legale e morale delle Nazioni Unite e di tutti i governi di condannare l'azione illegale e criminale dell'amministrazione americana".

 

Pizzaballa: " Cisgiordania è diventata una terra di nessuno."

 

In Cisgiordania "la tensione è in continuo aumento, soprattutto tra i coloni e la popolazione palestinese, un po’ ovunque. È diventata una terra di nessuno, o meglio, una terra senza legge, dove tutto quello che accade resta ahimè senza nessun argine dal punto di vista della sicurezza e della legalità". Lo ha detto il cardinale Patriarca di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, al Meeting di Rimini

 

Pasdaran: con l'Oman condivideremo i ricavi derivanti dai pedaggi a Hormuz.

 

Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno dichiarato di aver raggiunto un accordo con l'Oman sulla condivisione dei ricavi derivanti dai pedaggi di transito nello Stretto di Hormuz. "Durante i negoziati con l'Oman, sono stati presi alcuni accordi in merito alla quota di ciascun Paese nelle acque dello Stretto e alla quota di Iran e Oman nei relativi ricavi", ha dichiarato il portavoce delle Guardie, Hossein Mocheni, aggiungendo che gli Stati Uniti stavano "ostacolando i lavori" per la finalizzazione dell'accordo.

 

  Khan Younis: attacco israeliano, morto un palestinese.

 

I media palestinesi hanno riferito di un morto e diversi feriti in un attacco israeliano che ha colpito una tenda nell'area di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. Al momento non è arrivato alcun commento da parte dell'esercito israeliano.

 

Pizzaballa: “Gaza devastata, giovani speranza per il futuro.”

 

"Gaza è praticamente distrutta, nelle infrastrutture, ma anche nella vita quotidiana. Sono saltati tutti i paradigmi di vita ordinaria. Dovrebbe per questo essere il luogo - e in molti aspetti lo è - della disperazione e di tanta rabbia e rancore". Lo dice il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, in una intervista a ilSussidiario.net, nel giorno in cui è a Rimini per l'incontro conclusivo del Meeting di Rimini.

 

In merito all'incontro che Pizzaballa ha avuto con i giovani durante la sua visita nella Striscia dello scorso giugno, Pizzaballa risponde: "Avere incontrato questi 600 giovani, pieni di vita, che hanno voglia di ricominciare a ricostruire non solo fisicamente la loro università, ma anche di riprendere gli studi e di programmare il loro futuro in maniera positiva, evitando ogni forma di violenza e lo hanno detto chiaramente, non è così scontato in quel contesto".

"Ti fa sperare e dire che Gaza non è solo devastazione umana e che, anche nel luogo più lacerato e colpito in questo momento, c'è ancora la possibilità di scrivere una narrazione diversa e questi ragazzi lo hanno dimostrato. Al di là delle facili generalizzazioni che vorrebbero vedere tutto bianco o tutto nero - ha ribadito Pizzaballa - bisogna essere capaci anche in un contesto così complesso di vedere là dove, nonostante tutto, si fa qualcosa di bello. Perché quando tutto questo finirà - e dovrà accadere prima o poi - saranno loro il riferimento per ricostruire quella umanità che è stata ferita così profondamente".

 

  Tre giornalisti Afp attaccati da coloni in Cisgiordania.

 

Tre giornalisti dell'agenzia stampa France Presse sono stati aggrediti dai coloni israeliani mentre erano impegnati in un servizio in Cisgiordania. Lo riporta la stessa Afp, secondo la quale l'aggressione ha provocato almeno cinque feriti.

 

I cronisti si erano recati nella città di Janata, vicino a Betlemme, per documentare le visite di solidarietà condotte da attivisti israeliani a sostegno dei palestinesi vittime delle violenze dei coloni israeliani. L'esercito israeliano aveva ordinato ai giornalisti di lasciare quella che i militari avevano definito una "zona militare chiusa" prima dell'arrivo dei coloni a bordo di due veicoli. Tra gli aggressori che hanno lanciato pietre contro giornalisti e attivisti c'erano anche dei bambini. L'esercito israeliano ha dichiarato di aver aperto un'indagine sull'incidente.

 

 Gaza: drone israeliano su campo profughi Jabalya, tre morti.

 

Un attacco israeliano con un drone contro il campo profughi di Jabalia ha ucciso tre persone e ne ha ferite diverse. Lo hanno riferito ad al Jazeera fonti dell'ospedale allo Schifa. L'attacco ha colpito un'abitazione situata dietro una scuola, nella parte settentrionale del campo profughi di Jabalya, a Gaza.

 

  Taglia Usa da 10 milioni di dollari su capo e vertici Pasdaran.

 

Gli Stati Uniti hanno messo una taglia da 10 milioni di dollari sui vertici militari dei Pasdaran: "Queste persone sono a capo di unità che hanno preso di mira il personale Usa con attacchi e le infrastrutture critiche degli Stati Uniti con operazioni informatiche. Aiutaci a contrastare queste minacce. Invia una segnalazione oggi stesso", recita l'annuncio su X del Dipartimento di Stato, rivolto a "chiunque possa fornire informazioni", con le foto del capo dei Pasdaran, Ahmed Vahid, il comandante Ali Abdallah, il responsabile delle forze aerospaziali e droni, Said Afghani, del cyber warfare, Hamidreza Lagarina, e dell'intelligence Majid Ademi.

 

  Besson: "Diamo opportunità di aggiustare cattivo comportamento"

 

Gli Stati Uniti non hanno ancora deciso di imporre sanzioni secondarie con i paesi che hanno rapporti con l'Iran per dare loro il tempo di adeguarsi alle richieste degli Usa. Lo ha detto il segretario americano al Tesoro, Scott Bessent.In una conferenza stampa, Besson ha spiegato: "Stiamo dando a tutti l'opportunità di aggiustare un cattivo comportamento. Perché vorrei far saltare in aria il sistema finanziario globale"? Il titolare del Tesoro Usa ha aggiunto: "Ci muoveremo molto rapidamente e siamo molto seri".

 

Gli Stati Uniti hanno ampliato la portata delle sanzioni secondarie all'Iran includendo asset digitali, tecnologia, oro, aviazione e trasporti marittimi.

Gli Stati Uniti hanno ampliato la portata delle sanzioni secondarie all'Iran includendovi cinque settori chiave, quali gli asset digitali, tecnologia, oro, aviazione e trasporti marittimi. Lo annuncia il Dipartimento del Tesoro, sottolineando che l'Iran usa questi settori per "sostenere la propria economia in crisi".

 

RaiNews.

Gli USA stracciano l'accordo di giugno con Teheran: "Nessun negoziato"

Cresce la tensione tra Londra e Mosca, Trump: “Ho parlato con Putin, non attaccherà la Nato”

È morto Ratko Mladic, il "macellaio di Srebrenica". Era all'ergastolo per genocidio

Trump non vuole negoziare, punta su pressione economica. Lo riporta il Wall Street Journal.

 

 

Il nemico principale dell’Europa

 è l’Unione europea.

 Marcelloveneziani.com - Marcello Veneziani – (18 Settembre 2025) – Redazione – ci dice:

 

Chi minaccia l’Europa? Chi mette in pericolo la vita, la sicurezza, la sovranità e l’identità dei popoli e degli stati che la costituiscono? L’Unione europea, le sue scelte, la sua politica. Non è una boutade ma è la realtà, se ci pensate bene. Oggi l’Europa corre alle armi perché si è convinta di essere in guerra con la Russia, in procinto di attacchi, col rischio di dover sostituire l’estenuata Ucraina per fronteggiare i russi. L’attacco finale a Gaza o l’attacco mortale sferrato a Doha in un negoziato di pace non la preoccupano affatto, non prende alcuna posizione anche se quelle incursioni stanno mettendo a rischio la pace mondiale; ma è convinta che i droni russi che per oscure ragioni hanno varcato lo spazio territoriale della Polonia siano una prova ulteriore, se non definitiva, che Putin prima o poi ci attaccherà. Quindi bisogna armarsi, mobilitarsi ad est, mettersi il casco e prepararsi al conflitto. La Russia non ha mai attaccato l’Europa, semmai è stata attaccata, da Napoleone e da Hitler. Neanche al tempo degli zar, neanche al tempo del comunismo, quando si era spartito con l’Occidente una fetta orientale d’Europa e difendeva la sua dominazione, ha mai provato a invaderci. La Russia non vuole la Nato ai suoi confini, non vuole missili puntati alle sue porte; e vuole ripristinare il suo prestigio e la sua forza internazionale cercando di piegare l’Ucraina, neutralizzarla e portarsi lembi di territori che reputa russi. La stessa Ucraina, benché riluttante, da secoli era inclusa nell’impero degli zar e poi dell’Unione sovietica. Stessa religione, stessa matrice linguistica, stessa cultura e letteratura, intrecci di vita e di storia, moltissime coppie sono russe e ucraine. Certo, è bene che l’Ucraina resti autonoma e neutrale, che non sia schierata in un campo o annessa nell’altro, ma resti uno stato sovrano e indipendente, pur riconoscendo i diritti russi su alcune aree indebitamente annesse a Kiev, a partire dalla Crimea (affidata all’Ucraina, dall’Unione sovietica, al tempo guidata dall’ucraino compagno Nikita Cruchev). Ma non possiamo assecondare la pretesa di considerarla un pezzo d’Europa, non lo è mai stata. Viceversa la Russia ha sempre cercato nell’Europa una sponda, un interlocutore e un partner, non solo commerciale ma geopolitico, a partire dalla Germania e ha sempre sperato in un’Europa equidistante da Mosca e da New York. Certo, l’Europa unita non era ben vista da Mosca come non lo era dagli Stati Uniti, ma bene o male, ora c’è e nessun pazzo può davvero pensare di ingoiarsela a tranci o per intero. A meno che l’Europa stessa decida di suicidarsi. Ci siamo fatti del male sul piano commerciale per rompere i rapporti con la Russia e metterle la museruola delle sanzioni. Abbiamo avuto danni gravi ma ce lo chiedeva l’America. E ora siamo l’avamposto Nato in funzione antirussa.

Anche dal sud, una minaccia dell’Islam all’Europa allo stato attuale non esiste. Chi sarebbe il nemico, la Lega Araba, l’Iran, la Turchia, gli Emirati? Abbiamo visto l’incapacità del mondo islamico di reagire al loro odiato nemico di sempre, Israele; non ha saputo reagire compatto con un’azione efficace contro gli sconfinamenti, le incursioni, i bombardamenti, i morti ammazzati in Iran, in Libano, in Siria, nel Qatar. Non fa nulla per Gaza. Se non ha saputo reagire a Israele, se è divisa tra filo-asiatici e filo-atlantici, tra sciiti e sunniti, chi e come potrebbe costituire una minaccia per l’Europa? La vera minaccia proveniente dall’Islam, attualmente dormiente, è semmai il terrorismo, che potrebbe risvegliarsi da un momento all’altro. E il vero problema presente è l’invasione spontanea di flussi migratori provenienti dai paesi islamici, e non solo. Ma in tutto questo il problema non è che uno stato, un cartello di stati, una potenza regionale islamica minacci l’Europa; ma che l’Europa non riesca a gestire, regolare e frenare quei flussi, non sa farlo e in parte non vuole. Dunque, ancora una volta, il problema è interno, non esterno; è l’incapacità dell’Europa di fronteggiare queste emergenze, anzi una fetta d’Europa è dalla parte degli invasori, parteggia per la sostituzione dei popoli, fa il tifo nel nome dell’accoglienza, per gli sbarchi, rigettando la definizione stessa di immigrazione clandestina.

Il vero pericolo dell’Europa è interno all’Europa, anche nell’incapacità di reagire ai dazi di Trump e di negoziare facendo pesare alcuni aspetti geopolitici e strategici che rendono comunque l’Europa un interlocutore da considerare, se riesce a essere unita e sovrana. Cosa che puntualmente non accade. E qui la colpa va divisa salomonicamente tra una governance europea incapace di capire dove crescono le vere insidie e subalterna alla strategia degli Usa, sia in versione Biden che Trump; e la debolezza degli stati nazionali con governi precari, traballanti, senza consenso popolare, dalla Francia alla Germania fino alla Spagna. L’Italia, almeno, è stabile. Col paradosso aggiuntivo che buona parte della politica estera europea segue la linea di un ex partner uscito dall’Unione, vale a dire il Regno Unito.

Non potendo far valere una supremazia militare, demografica, commerciale, economica e tecnologica, l’Europa poteva far valere la sua supremazia geopolitica, ovvero il suo essere centro di equilibrio tra l’Est e l’Ovest, tra Sud e Nord del pianeta, apparendo come il crinale fra Oriente e Occidente e il punto d’incontro di più continenti. Un’Europa più centrata sul Mediterraneo, come non mi stanco di ripetere. Ma l’Europa non c’è e lo dicono pure i suoi fondatori e cantori, e se non c’è la ragione è pure nella perdita del suo status e della sua identità di civiltà. Con tutto il bagaglio di valori, di cultura, di storia, di ruolo e di possibilità diplomatiche di mediazione. Se l’Europa si vergogna di se stessa, è naturale che poi non sarà capace di farsi valere sullo scacchiere mondiale.

A questi temi di fondo si uniscono altre incognite di natura prevalentemente economica: la sciagura del covid e la sciagura del riarmo col sostegno all’Ucraina, ha portato i paesi europei, o quantomeno alcuni di essi, tra cui l’Italia, a indebitarsi grazie al Pnrr e ora all’acquisto di armi dagli Usa (a prezzi decisamente fuori mercato, esattamente come le risorse energetiche). Quando quei nodi verranno al pettine, come riusciremo a scioglierli e superarli?

Insomma da questo quadro appare evidente che il nemico principale dell’Europa è l’unione europea. Altro che russi, islamici e perfino cinesi che un pericolo oggettivo lo sono davvero. Senza dire che la nostra tremante e tormentata democrazia è perdente sul piano del decisionismo rispetto alle autocrazie e al resto del mondo.

Infine, per essere più compiuti, un altro pericolo cresce in Europa ed è il controllo mancato della rivoluzione tecnologica, dell’intelligenza artificiale e non solo. Siamo più terminali che gestori, più utenti che esportatori di tecnologia; disarmati rispetto alla sostituzione dell’umano con l’Intelligenza artificiale e le sue inquietanti sorelle. Una rivoluzione che in Europa genera più dipendenza dall’estero e dai colossi tecnologici, più esposizione a infiltrazioni e rischi di attacchi informatici. Perciò torno a dire: se in Europa suona l’allarme per la guerra, il posto più insicuro per rifugiarsi è tra le braccia dell’Unione europea.

(La Verità – 17 settembre 2025).

 

 

 

L’UE ha perso la sfida con la Storia

ma i popoli europei potranno vincerla.

Elbareport.it - politica -istituzioni - Dott. Yari Lepre Marrani – (19 Aprile 2026) – Redazione – ci dice:

 

L’unità politica e militare, la forza sociale trascinante del Vecchio Continente. 

Un'analisi geopolitica del dott. Yari Lepre Marrani.

L’Europa si trova oggi davanti a un passaggio storico che ricorda, per intensità e drammaticità, altri momenti cruciali della sua lunga vicenda. Il tema dell’unificazione del continente non è nuovo: è una tensione che attraversa i secoli, riaffiorando ogni volta che crisi profonde mettono in discussione l’equilibrio tra Stati, potere e identità. Oggi, tra instabilità geopolitica, ritorno dei nazionalismi e indebolimento delle istituzioni comunitarie, la questione torna con forza: l’Europa può ancora diventare una grande potenza oppure è destinata a un lento declino?

Per comprendere la portata di questo bivio, è utile guardare indietro. Il sogno di un’Europa unita ha animato figure e imperi che hanno tentato, con mezzi spesso violenti, di creare una struttura politica continentale. Carlo Magno, con il suo Sacro Romano Impero, cercò di dare un ordine politico e religioso unitario a gran parte dell’Europa occidentale. Più tardi, Napoleone Bonaparte impose un sistema amministrativo e giuridico relativamente omogeneo su vaste aree del continente, diffondendo il Codice Civile e una visione centralizzata dello Stato. Anche Adolf Hitler, seppur in modo tragico e distruttivo, tentò una forma di dominio europeo, dimostrando quanto pericolosa possa essere un’unificazione basata sulla forza e sull’annientamento delle differenze.

Questi tentativi fallirono perché imposti dall’alto e fondati sulla coercizione. Tuttavia, rivelano una costante: la frammentazione europea ha sempre generato conflitti, mentre l’idea di unità ha rappresentato, pur nelle sue distorsioni, una risposta alle divisioni. Dopo le devastazioni della Seconda guerra mondiale, questa consapevolezza portò alla nascita del progetto europeo moderno, basato non sulla conquista ma sulla cooperazione.

 

 In questo contesto emerge la figura di Altiero Spinelli, autore del Manifesto di Ventotene. Spinelli intuì che la pace e la stabilità in Europa non potevano essere garantite da un semplice equilibrio tra Stati sovrani, ma richiedevano una vera federazione, dotata di istituzioni comuni, una costituzione e un potere politico sovranazionale. La sua visione non era quella di una semplice unione economica, ma di uno Stato federale europeo capace di agire come soggetto politico unitario.

A distanza di decenni, l’Unione Europea appare però lontana da quell’ideale. Nata come progetto di integrazione progressiva, ha costruito un mercato unico e una moneta comune, ma non ha mai completato il passaggio verso una piena unione politica. Le sue istituzioni sono spesso percepite come lente, tecnocratiche e incapaci di rispondere con efficacia alle crisi. La gestione delle crisi finanziarie, migratorie e geopolitiche ha evidenziato divisioni profonde tra gli Stati membri, mettendo in luce i limiti strutturali dell’attuale architettura.

Il ritorno dei nazionalismi in molti Paesi europei e le politiche dell’amministrazione di Donald Trump hanno ulteriormente complicato il quadro. Il multilateralismo, che per decenni ha sostenuto la cooperazione internazionale, è stato messo in discussione, mentre le spinte sovraniste hanno rallentato il processo di integrazione. In questo contesto, l’Europa appare spesso divisa e incapace di parlare con una sola voce su questioni cruciali come la difesa, la politica estera e l’energia.

Alla vigilia di importanti anniversari simbolici come quello dei Trattati di Roma, emerge con forza la necessità di una svolta. Limitarsi a difendere l’esistente non basta più. Le sfide globali — dalla competizione tra grandi potenze alla sicurezza, dalla transizione energetica alle nuove tecnologie — richiedono una capacità decisionale e una forza politica che l’attuale Unione Europea fatica a esprimere.

Da qui nasce la proposta, spesso controversa, di un salto qualitativo: la creazione di una vera federazione europea, dotata di una costituzione comune, di un sistema giuridico unificato e di una capacità militare autonoma e credibile. In questa prospettiva, l’Europa potrebbe finalmente agire come una grande potenza, capace di difendere i propri interessi e valori in un mondo sempre più competitivo.

Tuttavia, un simile progetto solleva interrogativi profondi. La storia europea insegna che ogni tentativo di unificazione deve confrontarsi con la pluralità delle identità, delle culture e delle tradizioni politiche. Una federazione imposta o percepita come distante dai cittadini rischierebbe di fallire, alimentando ulteriormente le tensioni interne.

Per questo motivo, molti osservatori ritengono che il futuro dell’Europa dipenda dalla capacità di costruire un nuovo consenso politico dal basso, capace di superare le divisioni ideologiche tradizionali. Non si tratterebbe di un progetto “di destra” o “di sinistra”, ma di una visione che metta al centro l’interesse comune europeo, cercando di conciliare democrazia, efficienza e rappresentanza.

 

In questo scenario, il tema della leadership diventa cruciale. La storia dimostra che i grandi cambiamenti politici spesso sono guidati da figure capaci di interpretare il proprio tempo e di mobilitare energie collettive. Tuttavia, è altrettanto evidente che una leadership efficace, nel contesto europeo contemporaneo, deve operare entro un quadro democratico solido, evitando derive autoritarie che contraddirebbero i valori stessi su cui l’Europa si fonda.

Il giudizio sull’Unione Europea attuale è oggetto di un acceso dibattito. C’è chi la considera un progetto incompiuto ma indispensabile, e chi invece la vede come un sistema inefficace e distante dai cittadini. In ogni caso, è difficile negare che l’assetto attuale presenti limiti significativi e che una riflessione profonda sul suo futuro sia necessaria.

L’Europa, dunque, è davvero a un bivio. Da una parte, può scegliere di rafforzare la propria integrazione, rilanciando l’idea federale e costruendo istituzioni più efficaci e legittimate democraticamente. Dall’altra, rischia di rimanere intrappolata in una struttura ibrida, incapace di evolversi e sempre più marginale nello scenario globale.

Il sogno di un’Europa unita, evocato da pensatori come Spinelli e De Gasperi e tentato, in forme diverse, da figure storiche del passato, resta ancora aperto. Ma la sua realizzazione dipenderà dalla capacità di conciliare unità e diversità, potere e democrazia, ambizione e consenso. Solo affrontando queste sfide con lucidità e senso storico sarà possibile evitare il declino e dare all’Europa un ruolo all’altezza della sua storia.

Per proseguire questa riflessione in modo più sistematico, è utile adottare uno sguardo storico-comparativo che consenta di cogliere le costanti e le discontinuità dei tentativi di unificazione europea. L’idea di una costruzione politica continentale non nasce nel Novecento, ma affonda le sue radici nel Medioevo e nella prima età moderna, quando si sviluppa il concetto di “res publica christiana”, una comunità di popoli uniti da una comune appartenenza religiosa e da un’autorità superiore, almeno simbolica.

Il Sacro Romano Impero, inaugurato con Carlo Magno e proseguito nei secoli successivi, rappresentò uno dei primi tentativi di creare una struttura sovranazionale europea. Tuttavia, la sua natura rimase sempre ambigua: più una confederazione di poteri locali che uno Stato unitario. Questa debolezza strutturale anticipa uno dei problemi fondamentali dell’Europa contemporanea: la difficoltà di conciliare autonomia locale e autorità centrale.

Nel XVI secolo, l’impero di Carlo V cercò di riprendere e ampliare questa visione, includendo vasti territori europei sotto un’unica corona. Anche in questo caso, tuttavia, la pluralità linguistica, culturale e religiosa rese impossibile una vera integrazione politica. La frattura provocata dalla Riforma protestante segnò un punto di non ritorno, sancendo la frammentazione dell’Europa in Stati sovrani sempre più autonomi.

Con la nascita dello Stato moderno, soprattutto dopo la Pace di Westfalia, si affermò il principio della sovranità nazionale. Questo modello garantì stabilità interna ma rese strutturale la competizione tra Stati, ponendo le basi per i conflitti che avrebbero segnato i secoli successivi. L’Europa divenne così un sistema di equilibri instabili, in cui la guerra rappresentava uno strumento ordinario della politica.

 

 In età contemporanea, il progetto di Napoleone Bonaparte può essere interpretato come un tentativo di superare questo sistema attraverso un’unificazione giuridica e amministrativa. Il Codice Napoleonico introdusse principi di uguaglianza formale e razionalizzazione normativa che influenzano ancora oggi molti ordinamenti europei. Tuttavia, l’elemento coercitivo e la dimensione egemonica del progetto ne determinarono il fallimento, alimentando reazioni nazionaliste.

Un discorso analogo, ma su scala ancora più drammatica, vale per il progetto del Terzo Reich guidato da Adolf Hitler, il cui tentativo di costruire un “nuovo ordine europeo” si fondava su presupposti ideologici incompatibili con qualsiasi forma di convivenza pluralistica. Questo precedente storico ha segnato profondamente la coscienza europea, rendendo particolarmente sensibile il tema dell’unificazione politica.

Dopo il 1945, il progetto europeo si sviluppò in modo radicalmente diverso, privilegiando l’integrazione economica come strumento per prevenire nuovi conflitti. La creazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio e, successivamente, dei Trattati di Roma rappresentò un approccio graduale e pragmatico. Tuttavia, come già evidenziato da Altiero Spinelli, questo metodo rischiava di rimanere incompleto se non accompagnato da una vera unione politica.

Il Manifesto di Ventotene proponeva infatti una rottura più netta con il passato: la creazione di una federazione europea dotata di una costituzione e di istituzioni democratiche sovranazionali. Spinelli individuava con chiarezza il limite degli Stati nazionali, incapaci di garantire pace e progresso in un contesto globale sempre più interdipendente.

Se si analizza l’evoluzione dell’Unione Europea negli ultimi decenni, emerge una tensione irrisolta tra integrazione e sovranità. L’introduzione dell’euro ha rappresentato un passo significativo verso l’unificazione, ma senza una corrispondente unione fiscale e politica ha generato squilibri e tensioni. Le crisi recenti hanno mostrato come l’assenza di un’autorità centrale forte limiti la capacità di risposta dell’Unione.

Da un punto di vista teorico, si potrebbe affermare che l’Europa si trova in una fase “intermedia”, che gli studiosi di scienza politica definirebbero come una “quasi-federazione”. Tuttavia, questa condizione appare sempre meno sostenibile nel lungo periodo. Le grandi potenze globali — Stati Uniti, Cina, Russia — operano come attori unitari, dotati di strumenti politici, economici e militari integrati. L’Europa, al contrario, continua a presentarsi come un mosaico di interessi nazionali spesso divergenti.

 

Il riferimento alla politica dell’amministrazione di Donald Trump è particolarmente significativo in questo contesto. Il ridimensionamento dell’impegno americano nel multilateralismo ha messo in evidenza la dipendenza europea in materia di sicurezza e difesa. Questo ha riaperto il dibattito sulla necessità di una capacità militare autonoma, che non può prescindere da una struttura politica unitaria.

 

 In prospettiva storica, si può osservare come ogni fase di crisi abbia rappresentato anche un’opportunità di trasformazione. La stessa nascita degli Stati nazionali è stata il risultato di processi conflittuali e di riorganizzazione del potere. Analogamente, l’eventuale transizione verso una federazione europea richiederebbe una ridefinizione profonda delle istituzioni esistenti.

Un elemento centrale di questa trasformazione riguarda il diritto. La coesistenza di sistemi giuridici nazionali differenti rappresenta un ostacolo significativo all’integrazione. L’adozione di un codice giuridico comune, pur nel rispetto delle specificità locali, costituirebbe un passo decisivo verso la creazione di uno spazio politico unitario. Anche in questo caso, il precedente napoleonico offre spunti interessanti, pur con tutte le cautele necessarie.

 

 Infine, la dimensione politica e sociale non può essere trascurata. La costruzione di uno Stato federale europeo richiederebbe non solo riforme istituzionali, ma anche la formazione di una coscienza civica europea. Questo processo, necessariamente lungo e complesso, dovrebbe coinvolgere i cittadini in modo diretto, superando la percezione di distanza che spesso caratterizza le istituzioni comunitarie.

 

 In conclusione, l’Europa si trova di fronte a una scelta che ha pochi precedenti nella sua storia: completare il percorso di integrazione trasformandosi in una vera entità politica unitaria, oppure accettare una posizione marginale nel sistema internazionale. La storia insegna che le mezze soluzioni difficilmente reggono nel lungo periodo. Resta da vedere se il continente saprà trarre insegnamento dal proprio passato per costruire un futuro all’altezza delle sue ambizioni.

 

 Le sfide storiche non vanno mai perse. L’Europa ha dolorosamente dimostrato, in settanta anni, come da protagonista potenzialmente vincente di quella che poteva essere la più grande sfida storica degli ultimi secoli, è diventata un continente – fantoccio, privo di qualsiasi identità e visione storica. Ma questa situazione potrebbe non durare “aeternaliter” se prevarrà l’intraprendenza geopolitica di pochi sul colpevole lassismo socio – politico dei più. Solo allora l’attuale, fallimentare UE, potrà trasformarsi in quel sogno di forza europea che sola è in grado di vincere la sfida storica dell’unità, che la Storia stessa pone all’Europa e ai suoi popoli dalla fine dell’Impero Romano.

(Dott. Yari Lepre Marrani.)

(Il dott. Yari Lepre Marrani è scrittore, giornalista culturale e analista geopolitico. Scrive su numerose testate sfruttando le proprie competenze storico - giuridiche.

Importante menzionare la sua collaborazione con il quadrimestrale dell'AMI (Associazione Mazziniana Italiana), il Pensiero Mazziniano, con il quale Marrani collabora con articoli o brevi saggi ispirati al pensiero repubblicano.).

 

 

 

 

Toni accesi.

Salvini ancora contro l'Europa:

"Il vero nemico per le aziende

non è Trump, ma Bruxelles."

Today.it – politica – (31 marzo 2025) – Matteo Salvini – Tajani - Redazione – ci dice:

Dopo il botta e risposta a distanza con Antonio Tajani il leader del Carroccio torna a marcare la spaccatura interna alla maggioranza sul nodo del riarmo europeo.

Da Matteo Salvini un nuovo attacco all'Europa dopo il botta e risposta a distanza con il ministro degli Esteri Antonio Tajani.

 "Quella di von der Leyen e Macron non è la nostra Europa. La Lega ha le idee chiare: l'Italia deve essere il ponte tra Ue e Stati Uniti perché il vero nemico per le aziende italiane oggi non è Trump ma le folli imposizioni di Bruxelles".

 

Lo scrive su Facebook il vicepremier e ministro dei Trasporti, tornando a palesare le fratture interne alla maggioranza sul tema del riarmo. Alle dichiarazioni, Salvini allega il video di un suo intervento degli scorsi giorni in cui aveva definito la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen "una tedesca che fa gli interessi dei tedeschi". "La burocrazia di Bruxelles è sicuramente dannosa, sia per noi che per chiunque altro. Se l'Europa è rappresentata dalla Von der Leyen e da Macron è morta, è finita".

 

Lo scontro con Tajani.

Un intervento che aveva innescato la replica di Antonio Tajani: "Abbiamo le idee chiare e un collegamento forte con l'Italia che produce e che lavora. Stiamo lavorando per far sì che l'Europa possa essere sempre più la casa di tutti. Noi in Europa dobbiamo costruire, non abbiamo bisogno di sfasciacarrozze", ha affermato a margine di un evento organizzato da Forza Italia a Firenze sul tema della competitività europea.

 

Le parole del leader di Fi sono state seguite a stretto giro da una nota diffusa dal Carroccio: "La Lega è pronta a proporre agli alleati dei Patrioti una iniziativa per invitare la presidente tedesca della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, a rivedere il progetto da 800 miliardi di euro per la difesa: i cittadini europei meritano investimenti per lavoro, sanità e sicurezza interna. "Non servono né maxi-investimenti per comprare munizioni, né un piano per il riarmo nato già morto. La Lega auspica un ampio e approfondito dibattito in Aula, dibattito che la tedesca von der Leyen vuole evitare a tutti i costi".

(today.it/politica/matteo-salvini-riarmo-europa.html).

(Salvini ancora contro l'Europa: "Il vero nemico per le aziende non è Trump, ma Bruxelles").

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